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MONTAGNE

DI SARDEGNA

Pubblicazione realizzata dalla Societ Sarda di Scienze Naturali con il contributo dellAssessorato alla Difesa dellAmbiente della Regione Autonoma della Sardegna.
Propaganda forestale 1988.

Progetto grafico Elleci, Roma


ISBN 88-7138-070-X
Copyright 1993 by Carlo Delfino editore, Via Rolando 11/A, Sassari

SOCIET SARDA DI SCIENZE NATURALI

MONTAGNE
DI SARDEGNA
A CURA DI

IGNAZIO CAMARDA

Carlo Delfino editore

PRESENTAZIONE

La montagna ha sempre esercitato, in Sardegna, suggestioni e richiami molto forti legati non solo ai
caratteri fisici dei luoghi, ma anche alla societ agropastorale e al mondo arcaico. Ma la montagna una
realt molto complessa che non si lascia facilmente ridurre a schemi precostituiti e questo volume che
tratta di ambiente naturale e umano esprime importanti conferme in questo senso.
Durante il periodo nuragico, di cui restano circa 8.000 torri e villaggi sparsi uniformeniente in tutto
il territorio regionale e che costituiscono testimonianze imperiture non solo della grandiosa monumentalizzazione del nostro paesaggio ma anche di una civilt e di una tecnica costruttiva molto avanzata, la
montagna sarda tu intensamente vissuta.
Nel corso della civilt nuragica montagna e pianura furono interessate da un processo (li sostanziale
omogeneit culturale e produttiva. Una differenziazione netta dal punto di vista sociale, tra le
a/cc di pianura e quelle montane, si ha successivamente sotto linfluenza dei popoli che via via colonizzarono la nostra isola. I Fenicio-Punici con la loin vocazione mercantile si attestaiono soprattutto
sulle aree costiere, ma i Romani penetrarono anche nelle zone pi interne, relegando diversi nuclei pi
forti proprio nelle montagne. A questo pare sia dovuta la persistenza di antichi culti sino al Medioevo, la
conservazione pi che altrove nella toponomastica di termini ancestrali, certe Io/me della religiosit
popolare, dei rapporti sociali e dei costumi.
A quelle vicende storiche legata forse anche limmagine di una Sardegna che, nelle sue montagne,
nelle sue zone interne e nelle comunit pastorali, conserva le radici pi profonde de//ci sua civilt autoctona. Nella montagna si mantengono modi di produzione che hanno visto nellutilizzazione delle riso/se
naturali lunica forma di economia possibile. La pastorizia, la coltivazione del castagno, del noce e dei
nocciolo, il miele, il torrone, ma anche le cibe medici/la/i, hanno rappresentato nel passato la base di
uneconomia di sussistenza. Oggi, queste ,forme di produzione e modi di vita, sotto la pressione di economie pi foiti e di modelli sociali particolarmente dinamici, appaio/lo in difficolt e non in grado di resistere a lungo senza le opportune trasjormazio/ii che le pongano al passo dei tempi. Appare necessario
che la montagna sia messa in condizione di divenire, nellattuale contesto nazionale ed internazionale, un
soggetto attivo e non subalterno rispetto a scelte e decisioni prese da istituzioni non sempre attente alle
problematiche e alle specificit di queste aice.
Oggi, nuove opportunit di attivit imprenditoriali si affacciano nelle aree montane e cercano di penetrarvi in modi contraddittori. Le zone montane si candidano in particolare alle attivit turistiche attratte
da una natura, che per un osservatore superficiale appare incontaminata, ma che in realt permeata frtemcnte dalla presenza millenaria delluomo. Un ambiente che, proprio nelle montagne, si manifesta con
forme tisiche grandiose e singola/i e con specificit biologiche tali c/a aver spinto il legislatore a indicarle come luoghi ideali sci cui realizzare i parchi naturali di interesse regionale e nazionale.
Un ambiente, riconosciuto in modo sempre pi chiaro conic risorsa, ma che stenta ad avere adesioni
pienamente convinte da parte delle popolazioni che proprio nelle montagne vivono. Remore e diffidenze
che, oggi, si esprimono in for/lie di contestazione pi o meno palese e che, lungi dallessere pregiudizialmente negative, possono essere interpretate come la volont delle comunit locali di esercitare
una doverosa riflessione sul futuro di questi luoghi, in cui listituzione dei parchi naturali possa essere
vista come una risorsa aggiuntiva e non come un impedimento alla crescita civile. LAssessorato della
Difesa dellAmbiente, clic ho la responsabilit di guidaie, si muover in tal senso (on lino sguari/o allento e non solo alle montagne, ma alla Sardegna nella sua interezza, se vero che nella nostra Isola si compendiano fnomeni e valori ambientali di rilevanza europea che possono rappresentare una delle pi inlportaflti risorse de/futuro.
Ritengo che questo volume, realizzi/ti) dalla Societ Sarda di Scienze Naturali e frutto del lavoro di
numerosi studiosi, che hanno scandagliato in modo critico aspetti naturalistici, etnologici, economici i
sociali, possa essere anche un strumento in grado di dare ulteriori stimoli alla conoscenza della realt montana. Essi) appare particolarmente utile in un nioiido in rapida trasformazione, ma che riafferma allo stesso tempo lesigenza del/ci salvaguardia ambientale conic uno dei cardini di nuovi modelli di sviluppo, clic
rispondano allo stesso tempo alle aspettative di crescita economica e sociale delle comunit locali.
Emanuele Sanna
Assessore alla Difesa dellAmbiente
Regione Autonoma della Sardegna

PRESENTAZIONE

LAssessorato della Difesa dellAmbiente della Regione Autonoma della Sardegna, nellambito delle
attivit di promozione ambientale per la tutela del patrimonio naturalistico e jrestale dellisola, decise
di affidare alla Societ Sarda di Scienze Naturali la realizzazione di un libro sulle montagne de/la Sardegna.
La Societ Sarda di Scienze Naturali, che ormai da oltre venticinque anni opera in Sardegna con
iniziative di carattere scientifico culturale nel settore naturalistico, ha accettato di buon grado lincarico
ed ha curato, tramite il Socio Prof Ignazio Camarda, il lavoro di coordinamento e di produzione dei diversi capitoli avvalendosi dellopera di numerosi specialisti che operano nella realt isolana.
Oggi mi particolarmente gradito ringraziare tutti i Collaboratori che con entusiasmo e competenza
hanno portato a termine lopera che tratta in modo non convenzionale i complessi aspetti naturalistici,
economici e sociali delle aree montane della Sardegna.
11 taglio dellopera, pur conservando il necessario rigore scientifico, si esprime con un linguaggio
accessibile ad un vasto pubblico cos come era nelle finalit espresse dallAssessorato.
Nella speranza che il volume possa contribuire alla migliore comprensione di questa particolare realt, mi auguro che queste iniziative possano avere un seguito affiancando lopera della Societ Sarda di
Scienze Naturali nella divulgazione delle conoscenze scientifiche dellambiente naturale della Sardegna.
Bruno Corrias
Presidente
della Societ Sarda di Scienze Naturali

PREFAZIONE

La peculiarit della montagna sarda definita soprattutto dai caratteri del rilievo in funzione della
lunga storia geologica, degli eventi paleogeogrqfici e dei tipi litologici, (he determinano ricorrenti aspetti di grande suggestione paesaggistica per lasprezza dei paesaggio e la difficolt di percorrere i luoghi.
In effetti lestensione delle classi di altitudine oltre gli 800 m rappresenta solamente il 7,13 % del totale (Iella superfice dellIsola mentre lafscia oltre i 1.000 m non va oltre il 2,33 %.
In questo volume, pi in particolare, si fatto riferimento, in generale, ai rilievi che superano i 1.000
m di altitudine e vengono pertanto inclusi tenendo conto, evidentemente del contesto geografico complessivo, in quanto sarebbe staio un non senso definirne i limiti sulla base di una pura e semplice linea altimetrica, le aree del Monte Limbara, Monte Lerno, Marghine-Goceano, Montiferru, Monte Albo, Monte
Gonare, Montagna di S. Cosimo, Montagna di S. Basilio, Monti del Gennargentu, Calcari mesozoici della
Sardegna centro-orientale, Monte Linas e Marganai, Santa Vittoria di Esterzili, Sette Fratelli, Monti del
SulcisIglesienie.
Tali aree pur non essendo esaustive dellinsieme delle cime che raggiungono i mille metri, rappresentano senza dubbio le aree pi significative dellidea di montagna che si ha in Sardegna.
Del resto una estensione ad altre aree geografiche importanti, come ad esempio il Monte Aici o i Monti
di Al, avrebbe comportato una mole di lavoro e una dimensione del volume di gran lunga maggiore e che
esulava dagli scopi prefissati.
In effetti una trattazione dei vari aspetti naturalistici e antropici avrebbe richiesto per ogni montagna
uno spazio vasto, ft)rse, quanto tutto questo volume per evidenziare in modo esaustivo la variet dei substrati geolitologici, dei suoli, del clima, della flora e della fauna peculiare che in esse hanno avuto origine e in cui hanno liovaio gli ambienti fvorevoli per la loro speciazione e sopravvivenza.
Limportanza di questi aspetti si rivela pienamente nel contributo alla comprensione di numerosi problemi paleogeogrqfici e storico-genetici di notevole rilevanza scientifica, che tiavalicano
linteresse
locale per
azvumere valenza di carattere generale della storia naturale.
Ma le montagne, come testimoniano anche le recenti scoperte nella grotta di Corbeddu, sono luoghi
vissuti dalluomo da tempi immemorabili in cui peipiangono i segni con le domus de janas, i circoli megalitici. le grandi muraglie, i templi del culto delle acque, i nuraghi imponenti e i villaggi arcaici che
costei/ano il territorio montano, legati fondamentalmente alla fe racit dei suo/i. In questo solco si inserisce la presenza dei numerosi santuari montani di frequentazione secolare, e in alcuni casi millenari, con
la sovrapposizione di culti diversi, ma che rivelano allo stesso tempo la sacralit dei luoghi e la continuit del sentimento religioso delle comunit locali.
Un altro elemento che si riallaccia al vissuto la ricca toponomastica che, Oltre a richiamare numerosi eventi storici, descrive in modo puntuale i caratteri naturali, le potenzialit dei luoghi e linteresse
complessivo per le attivit umane.
Tale rapporto ed interesse si colgono ancora con la sopravvivenza di attivit svolte con modelli arcaici in cui si pu riconoscere la loro forza intrinseca e le motivazioni del loro perdurare anche nelle condizioni attuali, certamente pi articolate e ricche anche rispetto al recente passato.
Rapporti complessi, conflitti secolari e motivazioni profonde di attaccamento al territorio che non
possono essere semplificati banalmente con la pretesa di una improbabile modernizzazione dei sistemi di
produ:ione, nel momento in cui la montagna, non solo in Sardegna, soffi e la concorrenza delle aree pi
favorite dal clima e dalla maggiore facilit di utilizzazione dei suo/i.
Il ruolo della montagna, oggi, potrebbe acquisire nuovo impulso se in esse si riconoscono, senza flui/i
entusiasmi, quelle che sono le reali potenzialit in funzione dei processi economici di carattere nazionale
ed internazionale e allo stesso tempo si comprende che occorre porre dei limiti tali c/a assicurare la
conservazione nel tempo delle risorse diffuse.
Una nuova prospettiva si affccia con la prevista istituzione dei parchi naturali, che potrebbero suscitare, se concepiti non come occasione di svago delle congestionate societ urbane, una opportunit per
rapportarsi con criteri nuovi allambiente.
In tutti i modi i processi di degrado in atto richiedono interventi che non possono essere lasciati alla
esclusiva responsabilit delle comunit locali troppo spesso prive di risorse finanziarie adeguate e non
sempre in grado di furcnulare proposte adeguate ai nuovi compiti.
Non a caso le aree trattate ricadono quasi tutte nellambito di parchi naturali e, non a caso, esse

rappresentano la parte pi consistente del patrimonio ambientale di maggiore interesse della Sardegna.
I capitoli dedicati agli aspetti economici, con le problematiche connnesse alla legislazione vogliono
sollecitare una maggiore capacit pro gettua/e delle comunit insediate nella montagna, unica ed
indispensabile via per invertire una tendenza che vede un sempre maggiore abbandono e, con la scomparsa delluomo, un parallelo inevitabile degrado.
Ignazio Camarda

per me un grande onore lessere stato


prescelto dalla benemerita Societ Sarda
di Scienze Naturali a preparare lintroduzione a questo volume destinato ad illustrare le Montagne della Sardegna. E ne
sono tanto pi lieto, in quanto non posso
derivare questo riconoscimento dalla mia
attivit scientifica in questo campo meraviglioso; tanto che penso di poter ritenere
di doverlo allaffetto che, da quando venni
in Sardegna, ormai dal lontano 1955, ho
sempre nutrito per questa Isola stupenda.
Ma ora bisogna che non illuda i lettori di
questo bel volume, e faccia davvero quello
che mi stato commesso: una introduzione
generale alla conoscenza della montagna
sarda. E qui cominciano le difficolt. Perch una cosa sicura: linterno della Sardegna, in gran parte montagnoso, presenta
degli aspetti caratteristici che non si trovano, se non episodicamente, in altre parti dItalia; aspetti tuttavia che non si possono far
rientrare in qualche schema generale, come
vi rientrano invece le Alpi, gli Appennini, le
montagne della Sicilia... Se mai, si potrebbe
dire, che le caratteristiche dei monti sardi
sono differenti, sia pure, fra di loro, ma comunque in certo senso opposte a quelle
delle montagne italiane che ho citato.
Ma, prima di tutto, qualcuno dei lettori
si porr certamente, ancor prima di legge-

re, una domanda preliminare: Ma in Sardegna, ci sono proprio montagne vere?. E


non si pu negare che, almeno in apparenza, molte cose rendono la domanda tuttaltro che irragionevole.
Anzitutto, le quote a cui arrivano i
monti sardi. ben vero che lisola ricca
di montagne, tanto che laltitudine media
di tutta la Sardegna si avvicina ai 300 m;
ma le massime vette, che culminano sul
Gennargentu nella Punta Lamarmora, sorpassano di poco i m 1800 sul livello marino: e sono quattro in tutto! Nel Supramonte non si raggiunge quota 1500; i Tonneri e
il Limbara sorpassano, e non di molto, i
1300 m; tutta la Sardegna meridionale ha
tre cime che sorpassano, e di poco, quota
1200. E infine, quasi a farlo apposta, le
cime pi alte e in prima fila il Gennargentu sono quelle che, viste da lontano,
hanno meno laspetto alpestre; e solo da
qualche punto di vista esemplare fra questi lOrtobene, da cui compare, come un
magico scenario, la sfilata dei monti dolomitici della Barbagia si pu avere una visione panoramica non troppo indegna
rispetto a quelle, celebri, delle Alpi.
Se aggiungiamo ancora il fatto che sui
monti della Sardegna, o si arriva troppo facilmente in vetta con le auto e, una volta
arrivati, il panorama che se ne gode non
11

Fig. 1. Profilo delle montagne calcaree del Supramonte


dal Corrosi a P. SaPruma.

quello dei passi della statale delle Dolomiti! o. per raggiungerle, bisogna scarpinare a lungo su sentieri incerti e non segnati
in alcun niodo, ci convinciamo facilmente
che non affatto innaturale che molti sardi
conoscano pochissimo le loro montagne.
Se poi, fra di loro, c qualcuno e sono
parecchi ad avere la passione della montagna, allora egli va sulle Alpi, in Vai
dAosta, sulle Dolomiti, in Svizzera: su
montagne iere, che molti sardi infatti
conoscono assai bene.
Ma non posso rimproverarli per ci.
perche altrettanto, a suo tempo, era successo proprio a me. Quando nel 1955 arrivai,
v incitore di concorso a cattedra, in Sardegna.
Trovai nella mia nuova sede cagliaritana. assieme a tante cose simpatiche ed
apprezzabili, un unico neo: la necessit di
rinunciare, nei periodi di mia permanenza
qui, alla mia passione io, nato sulle sponde del Mar Ligure. e che pure non so nuo12

tare! per la montagna. Di fatto, per anni,


qui in Sardegna ho imparato ad ammirare i
monumenti, i paesaggi, lo splendido mare,
le manifestazioni tradizionali e tutto ci
che il turista apprezza pi facilmente: sulle
montagne sarde (il Linas, i Sette Fratelli, i
Tacchi, il Gennargentu... ) mi ero invece
recato solo saltuariamente, e senza riportarne una particolare impressione. Anchio
cio, come tanti altri, cercavo sulle montagne della Sardegna quello che avevo conosciuto nelle Alpi: le caratteristiche cli una
montagna giovane in senso geologico,
come sono appunto le Alpi, i Pirenei, I
Himalaya. e tutte quelle montagne che
presentano quelle caratteristiche che si usa
ormai definire come alpine.
Invece le montagne sarde sono,
geologicamente, molto antiche. Come
mi diceva recentemente un amico geologo,
le montagne esistenti in Sardegna nella
lontana Era pa/eo:oica, milioni e milioni
di anni fa, all indomani dei sollcranenti
calcdoiu o ed Crcifl!(O, dovevano presentare un aspetto paragonabile a quello delle
attuali Alpi. Ma si susseguirono i millenni

Fig. 2. Limponente sviluppo della coltre calcarea del


Suprarnonte di O/iena, Orgosolo e (Irzulei, ne/la Sardegna centro-orientale.

e i milioni di anni: le vette vennero via via


demolite dalla erosione naturale e le valli
colmate dai detriti, finch, nellEra secondaria, la Sardegna e la Corsica erano costituite da un immenso penepiano, in parte
emerso in forma di altopiano e in parte
coperto da mari poco profondi, nei quali
colonie di coralli costruivano banchi di calcare. II massiccio sardo-corso aveva allora
acquistato laspetto che presentano oggi
vaste estensioni dellInghilterra e dellEuropa continentale (Francia, Germania,

Polonia ecc.), in cui sui vasti altipiani si


levano, a ricordo delle antiche vette, solo
molli ondulazioni, e spicca soltanto, qua e
l, qualche spuntone di roccia pi resistente; un profilo di equilibrio finale a cui
tendono - continuava lamico geologo - le
attuali montagne giovani, come le Alpi,
aspetto che raggiungeranno, naturalmente,
dopo trascorsi altrettanti milioni di anni.
Ma se la Sardegna non ferma in questa situazione di equilibrio, ci dovuto
allinsorgere, nella successiva Era terziaria, del sollevamento alpino, quello che ha
dato alle montagne dellItalia la configurazione attuale. NellItalia del nord, in quel13

Fig. 3. Ginepreti, garighe di bassi arbusti, leccete sulla


viva roccia del Supramonte, sullo jondo della cima del
Coirasi.

la peninsulare e nella Sicilia, le forze orogenetiche hanno compresso gli strati rocciosi, piegandoli in anticlinali e sinclinali,
e cos dando origine a catene montuose e a
vallate: gli strati formatisi nelle ere precedenti sono stati portati in alto e contemporaneamente metamorfizzati, cos da cancellare, o quasi, il loro primitivo aspetto.
Anche nella vicina Corsica il sollevamento alpino ha agito profondamente, creando
una dorsale spartiacque diretta da nord a
sud e spingendo ben oltre ai 2000 rn di
14

quota (il M. Cinto raggiunge quota m


2710) gli strati preesistenti, per lo pi
paleozoici. Le montagne corse risultarono,
da allora, ringiovanite a fondo; esse
quindi si differenziano sostanzialmente da
quelle sarde, assumendo un aspetto caratteristicamente alpino, per esempio paragonabile a quello delle Alpi Marittime di
analoga composizione geologica, per
quanto assai pi alte (fino a m 3300 di
quota).
In Sardegna invece, e la maggiore
lontananza dagli epicentri del fenomeno
orogenetico e lesistenza di preesistenti
profonde fratture che la dividevano in
blocchi abbastanza fra loro indipendenti,

Fig. 4. Limponente caon di


Gorropu visivo dallomonimo
villaggio nuragico.

fecero s che le spinte orogenetiche portassero quasi esclusivamente a sollevamenti


allincirca verticali (anche di 1500 m circa
per i blocchi calcard (lei. Anneri e del
Supraiiioiitc) e di sprolondanienti
anchessi verticali. Ci di
i000 in come per I a lossa del Campidano. In pi. ai margini dei le tone di
massimo spostamento CM dLi Nocchi. e
specie nei contorni delle lossa del Canili
idano. i movimenti aprirono la \ ia ad
cruuion i (lei magma interno. con tOrfliaLione di vulcanianche imponenti (il Ni on!
i terra. lEtna della
Sardegna, raggiunge i 1000 111) e con
vaste colate hasaltiche, conic ad esempio

quelle che hanno lormato le Giare e gli


altopiani basaltici centrali dell Isola.
quindi naturale clic. nella successiva
Era qoalcriniuta. gli effetti delle ampie
erosimiin essa avvenute siano stati profondaniente diversi. Dove le forue orogeneticha e ano spinto in alto le gobbe delle ant
id nali L creato ai E ianLhi ripide pendente. ichiaro che le torte erosive. e ill pi I
effetti) delle successivL glaciazioni,
hanno agito ampiamente e profondamente,
lasciandoci un paesaggio aspro e tormentato, cot) pareti roLciose a spigoli Vi Vi in
alto e aste discariche (li detriti sui fianchi .
E anche oggi i femnneiii erosivi sono, per
esempio nelle Alpi. \ istosaniente in atto:
15

tutti salino clic ogni giorno i canaloni scaricano hordate di massi verso v AC e gli
alpinisti Llevollo spesso regi strare distacchi di roccia che iiiod i licaiio, spesso
sostanzialmente, le vie di salita pi esposte. E sulle Alpi avvengono, di tanto in
tanto, fenomeni franosi anche pi vasti: esempio quello citato da Dante in riva sinistra dellAdige presso Rovereto, o la frana
che origin, due secoli or sono, il lago di
Alleghe, o i distacchi che hanno cambiato
laspetto dei monti attorno a Gemona dopo
lultimo terremoto del Friuli, o infine la disastrosa, recente frana di Morignone nella
Valtellina.
Nelle montagne giovani la Natura
quindi scolpisce a grandi colpi di mazza
le vette, e le circonda di vallate che denunciano a prima vista la loro origine, in alto
quelle glaciali con sezione ad U e pi
sotto quelle erosive a V. Ne deriva un
ambiente severo e imponente, che strappa
lammirazione al turista pi distratto e che
accende negli animi pi forti la passione
della conquista contro ogni difficolt.
Ma in Sardegna, per quel che ho detto,
le cose sono andate diversamente.
Ovviamente, ciascuno dei blocchi spostati
dal sollevamento alpino era precedentemente in equilibrio, e tale sostanzialmente rimasto; per cui in Sardegna troviamo
quasi dovunque gli strati geologici disposti
nella loro sequenza naturale, e risultano
ben poco rimaneggiati dal sollevamento
alpino. Certo doveva essere rifatta, per raccordare la situazione fra un blocco e laltro, la configurazione idrografica; e ci ha
comportato vaste escavazioni per formare
le valli dei fiumi maggiori (Tirso, Flumendosa ecc.) e minori. Cos il Tirso ha scavato ai piedi delle stratificazioni vulcaniche
del Marghine e del Goceano lattuale vallata di Ottana; e il Flumendosa si aperto
una via separando il blocco calcareo del
Sarcidano da quello - identico come formazione di Sadali; e il Flumineddu infine
si incuneato a Gorropu nella massa calcarea del Supramonte, gi incisa verso il
mare da tante codule; e tutto ci ha por16

tato al convogliamento a valle di una


massa tale di detriti cos da contribuire a
colmare, fra laltro, la fossa del Campidano, che da golfo marino diventato
pianura emersa. Ma sostanzialmente, se
confrontiamo con quanto avvenuto nelle
Alpi, in Sardegna la Natura ha lavorato di
cesello, costruendo un ambiente fatto di
particolari che si susseguono inaspettati, di
paesaggi che mutano ad ogni passo, perch
ad ogni passo varia la costituzione geologica del terreno, che lassenza di grandi
corrugamenti orogenetici ha rispettato. Se
a tutto ci si aggiungono lampiezza dei
panorami che mutano ad ogni crinale
superato, le vedute sul mare, lambiente
primordiale e selvaggio, le foreste spesso
primarie, gli endemismi della flora e della
fauna, si comprende perch lambiente
sardo si presenti come unico in Italia e certamente assai raro nel globo intero. assai
raro infatti ritrovare una zona in cui lequilibrio finale del penepiano sia stato ringiovanito da una lontana orogenesi solo
di quel tanto che basta a fargli riprendere
una nuova vita, nella quale per rimane
non cancellata quella antica. E infine lambiente sardo, a differenza di quello alpino,
praticamente in equilibrio, e per esso i
millenni sono istanti trascurabili; tanto
vero che Strabone descrive il Capo dOrso
presso Palau con parole che potremmo
usare anche oggi. Se poi, oggi, ci sono in
Sardegna movimenti franosi e dissesti idrogeologici pi o meno estesi, essi sono
da ascriversi tutti alla insipienza umana: il
dissennato disboscamento iniziato dalla
met del secolo scorso (la scomparsa della
secolare lecceta di Taquisara coincide con
linizio delle frane di Gairo e di Osini), le
opere idrauliche fluviali o marine fatte
senza uno studio generale del territorio e
dei possibili effetti, labuso di scarpate e di
tagli aperti con mezzi meccanici entro terreni al limite della stabilit (come per le
recenti opere stradali da Baunei alla Perdalonga, e per i tornanti, gi in frana appena
terminati, sulla provinciale EscalaplanoBallao presso Genna Quaddari) e cos via.

E tutto quanto detto sin qui fa capire


perch la montagna sarda, fatta com di
particolari, non pu essere apprezzata da
un visilatore frettoloso e distratto, premuto, come siamo un po tutti, dalla fretta
quotidiana; ma deve essere assaporata lentamente, possibilmente percorrendola a
piedi o a cavallo, cos da sintonizzarsi sul
suo respiro fatto di millenni. Ci, naturalmente, non da tutti; ma per chi si sforza
di comprenderla, e non cerca di violentarla e di sopraffarla, il premio tale che lespressione mal di Sardcg_~ non consueta retorica.
Anchio, come dicevo, per quasi
ventanni, della montagna sarda avevo
capito poco o niente. Poi, nel 1973, sono
riuscito a prendere contatto con la locale
Sezione dei CAI, mi sono iscritto, ho
cominciato a partecipare a qualche escursione da essa organizzata, cominciai a percorrere la montagna sarda con qualche
appassionato ed anche da solo.., ed ora non
lascio passare giorno festivo, in qualsiasi
stagione e con qualunque tempo, senza la
mia uscita in montagna. Naturalmente non
ho dimenticato le Alpi, e vi passo, solo o in
gruppo, ogni vacanza estiva; per quando,
al termine di ogni anno, faccio il bilancio
della mia attivit, mi troverei davvero
imbarazzato se dovessi decidere quali
delle due, le Alpi o la Sardegna, mi hanno
procurato emozioni o lasciato ricordi pi
profondi o pi graditi.
Tanto pi che le montagne sarde - nonostante le quote modeste - hanno la
possibilit di soddisfare quasi tutte le esigenze degli appassionati. Non ci sono (e
non ce ne sono stati, neppure ai tempi delle
glaciazioni) ghiacciai; ma si pu fare
escursionismo invernale, e anche qualcosa
di pi, con gli sci, o le racchette, o anche
con scarponi e piccozza, per parecchi mesi
allanno sul Gennargcntu. N abbiamo,
certo, le vertiginose pareti di roccia delle
grandi catene: per ritrovare i 1800 m della
classica parete nord dellEiger dovremmo
affettare la Sardegna dalla Punta Lamarmora al mare! Per abbiamo creste e

guglie di calcare, di granito, di porfido o di


basalto; fra un canalone e laltro si incontrano pareti di qualche centinaio di m che
permettono scalate di tutte le difficolt, dal
modesto 1 grado fino al 6 e al 7; e fra
queste per di pi lappassionato rocciatore
pu fare collezione di prime salite. Esiste in Sardegna un patrimonio speleologico ancora in gran parte inesplorato,
e dove lavorano, mi si detto, met dei
gruppi speleologici italiani, oltre che quelli sardi. E abbiamo infine una gamma
inesauribile di escursioni possibili, dalla
modesta passeggiata domenicale alla traversata impegnativa e al trekking di
molli giorni; una scelta amplissima dunque, in grado di adattarsi a tutti i gusti e a
tutte le et.
Mi sento quindi di potere affermare che
i monti della Sardegna possono offrire agli
appassionati una ampia gamma di
soddisfazioni, e che essi costituiscono, per
lisola, una ricchezza che merita di essere
valorizzata. Ma, proprio per la loro particolare natura ambientale, di cui ho cercato
di mettere in evidenza la genesi e le caratteristiche, questa valorizzazione non pu e
non deve condursi nella direzione pacchiana e consueta della stradomania e delle lottizzazioni, che hanno gi devastato irreversibilmente gran parte delle coste saide. La
particolare bellezza della montagna sarda
non tollera gli squarci delle ruspe, le casette pretenziose che si moltiplicano come
piaghe cancerose, il fracasso della motorizzazione, la invasione dei rifiuti: linsistere su questa via, gi purtroppo in atto,
arriverebbe solo, in breve, alla distruzione
di un favoloso tesoro. E, oltretutto, facendo sono certo di non sbagliarmi un pessimo affare!
Questo almeno dimostra lesito
fallimentare dei tentativi condotti fin qui.
Per qualcuno la migliore utilizzazione di
una montagna notevole quella di fabbricarvi in alto un albergo a molte camere,
servito inutile dirlo dalla rotabile asfaltata di rigore. Ebbene, tutti i tentativi in
questo senso sono, in definitiva, clanioro
17

Fig. 5. Versante meridionale del Marghine con le caratteristiche gradonature delle diverse effusioni vulcaniche.

samente fai liti sotto un mare di debiti: cos


avvenuto.esempio. per a lal I icciola sul
Limbara. al \1. Ortobene presso Nuoro. al
M. Spada di bonn i.
E questo ultimo caso mette anche in cv
(len/a come sia insussistente la possibilit
di sLuttaniento del la neve invernale: le
situazioni climatiche sono tali che. per
esempio, nel 1989/90 si sarebbe potuto
fingere di seriare per una sola domenica
E si aggiunga che la neve artificiale
oggi di moda, a pane lessere pericolosa
per gli sciatori non esperti. costosa ed
inquinante. ben poco porebbe servire per
aumentare il numero dei giorni utilizzabili
per ogni stagione: le giornate di nebbia,
vento Forte e quel le (li temperatura cos
alta da sciogliere la neve appena prodotta,
renderebbero gli impianti inutilizzabili in
ogni caso per gran parte dei giorni lestivi.
Nd si potrebbe contare proprio per questa
incerte//a climatica sullesettimane bianche, che sono la base economica degli
18

npnmti alpini e appenninici: nessuno


rischierebbe di dover trascorrere gran
parte della settimana in albergo sul ( iennargentu. senza possibi litLi di clistrazio.
ni, bloccato dalla inclemenza del cielo! E
lesperienza sarebbe sufficientemente
definitiva.
Purtroppo. t Lilt as i a. ciascuno di questi tentativi Falliti, e gli altri che qualche
ostinato continua a preconizzare, e che
avranno lutti la stessa line iiigloriosa,
hanno un pesante passivo a loro carico:
quello (li cancellare, detin il ivamente. i
monti su cui sono stati speri nientat i dal
numero di quell utilizzabili per una valori//azione redditizia: ci vuol poco a convincersi che dopo la chiusura degli alberghi ormai definitiva lunica valorizzazione
turistica oggi possibile del Nl onte Ortobene sia quello (li piazzarvi un chiosco per
la send ita di gelati e hi bite ai visitatori
domenicali. t_ n po poco per una montagna di quel genere, per (Ii pi avente ai
piedi la citt (li Nuoro!
Sarebbe il momento di convincersi,
prima di altri tentatisi i disastrosi, che una

autentica valorizzazione, non di rapina,


delle montagne sarde si pu avere solo
riportandole alla loro vocazione storica:
come una volta venivano traversate per le
necessarie comunicazioni fra una vallata e
laltra, ai piedi o a cavallo, cos siano
riportate ad analoga fruizione, sia pure a
fini turistici. Del resto i sentieri da percorrere sarebbero quelli di una volta; e poich
si aveva labitudine di costruirti bene, ci
sarebbe solo da rimetterli in ordine con
poca spesa; a meno che limbecille miopia
di qualcuno non vi abbia mandato le ruspe
per farle diventare sterrate! E dove i sentieri si sono salvati e per le altre zone
chi causa del suo mal pianga s stesso!
bastano pochi posti tappa, nei paesi o in
qualche edificio abbandonato, e quindi con
costi minimi, per tracciare un trekking
che, grazie al clima, potrebbe essere percorso tutto lanno o quasi. Certo, a chi
sogna Cervinie o Cortine, una prospettiva
del genere pu sembrare ben magra; ma
lesempio a poca distanza da noi della
Corsica, in cui il Parco Regionale ha scelto, come riuscito asse portante delleconomia turistica dei paesi montani, proprio un
sentiero pedestre, la Grande Raridonne n.
20, che percorre, per 240 km e una quindicina di tappe servite da una dozzina di rifugi lintero crinale corso da Calenzana presso Calvi a Conca vicino a Portovecchio,
dovrebbe essere convincente. Basta tornare spesso in Corsica, come faccio io, per
riconoscere, di anno in anno, i segni di un
benessere crescente di tutti i paesi montani
compresi nel Parco.
ovvio che, come si fatto in Corsica
ma lesempio non isolato: anche in Piemonte la Regione tenta di sorreggere
leconomia dei paesi montani favorendo
listituzione di un itinerario pedestre a
largo raggio, la Grande Traversata delle
Alpi (G.T.A.) si potrebbe realizzare
qualcosa di analogo in Sardegna. Non si
dimentichi tuttavia che una organizzazione
del genere deve necessariamente estendersi su spazi ampi, ben oltre lestensione territoriale di un singolo Comune; ed quin-

di incompatibile col desiderio che molti


Comuni esprimono, di avere in questo
campo la pi ampia libert. Ma questo non
sar un male; soprattutto se si pensa che le
limitazioni alla libert di sbagliare auspicata da ciascun campanile, quali
possono conseguire alla presenza di un
Parco nazionale o regionale, o di un consorzio, o di un qualcosa di simile, avrebbe
evitato, per esempio nel Supramonte o sul
Gennargentu, le oscenit che comuni ed
enti vari, pubblici e privati, hanno fatto a
gara a perpetrare dovunque. Non mi trattengo pi oltre per carit di patria; ma chi
visiter magari anche spronato da questo
volume il Supramonte o il Gennargentu,
non potr non vedere gli scempi e non condannarne severamente i responsabili.
Certo una delle situazioni pi favorevoli perch iniziative di valorizzazione turistica rispettosa dellambiente possano concretarsi positivamente la presenza di un
Parco, per laiuto e il sostegno tecnico che
la sua organizzazione centrale pu dare. E
in questo campo in Sardegna siamo ancora
allanno zero, non esistendo oggi (1990) a
parte lisola di Caprera, protetta dallo
Stato un solo metro quadrato di zona
comunque difesa. In un capitolo seguente
verr esposta la situazione ed esposte le
speranze che si nutrono per il futuro:
Spes ultima dea!.
Ma, rinviando per il momento al termine di questa mia introduzione ogni notizia
sulle attuali possibilit e sulle speranze per
il futuro, sar bene che continui a presentare i contributi che costituiscono questo
volume.
Nei capitoli che seguono verranno successivamente descritti i differenti aspetti
delle montagne della Sardegna, in modo
che la lettura di essi arrivi a darne una
conoscenza dassieme sistematica e completa. Ma penso, a questo punto, che convenga anzitutto, per assicurare appunto la
comprensione delle notizie che verranno
date, fornire uno sguardo sulla orografia
dellIsola.
Proprio per i motivi pia accennati, que19

Fig. 6. Gli aspri versanti del settore orientale del Monte


Lattias, nel Sulcis.

sti) 11011 C un Compito agevole: per il


tatti) che non esistono ere e proprie catene. ma si mettono ill evidenza soltanto
allineamenti di mnie (quasi sempre collocate sul fronte di una stratificazione). massicci e altipiani. non facile impostare mia
e tassi licai ione sistematica, e la
descri/lolle ne risulta pio confusa. Tuttavia, poich queste tone di rilievo sono in
genere se parate da pianure. o dalle valli
do e scorrono filmi di no certo rilievo, si
pad arrl\ are - come mi sloiiero di esprimere qui di seguito ad Un ragione20

\ ole ordnianicnto.
Si de e dire anii tilt to che il I Lingo
corso del ti Lime Tirso, pro 1 ingato verso
est da quello del Posad a. taglia diagonalmente la Sardegna da sud oN est verso
nord-est, dividendola in doe grandi
poi/ioni. se pore di seguali. A questa linea
corrisponde. in sponda destra del Tirso e
sinistra del Posada, Un alti ieaniento (li
monti, che partono dalla Costa occidentale
presso S. Caterina di Pittiiiuri poco a nord
del 4t) parallelo e arrivano allisola di TaN
olara poco a sud del 41 coprendo ona lunghezza di 14(1 km Circa. Partendo (la ON
est, si incontra anzitutto il \1 ontiferru. il

vulcano spento pi imponente della Sardegna e che con il NI. Urtinu raggiunge in
1050: poi. dopo il NI. S. Antonio im
800. si segue quella che detta,
impropriamente. catena del NI argh i ne
NI. Santu Padre in 1025. Punta Palai ni
1200, e la successiva del (3occano NI.
Rasn in 12591 Fin qui tutta la dorsale,
come pure i vasti altipiani clic si stendono
verso nord-ovest, la Campcda e il Meilogu. sono tutti derivati dal vnlcancsimo terziario, e quindi basaltici o tracintici. Pin
oltre invece, sempre mantenendo lorientamento descritto, cam. bia sostanzialmente
sia il paesaggio e sia la natura pctrograli ca
delle montagne. perch dora in poi compare il granito: siamo sui monti di l3attada
(NI. Leino in 1094 e di Alii dei Sardi (Pta
di Senalonga ni 1080. clic proscenono col
NI. Olia ) m 8 iL I inn al niare (NI. Ruin in
3 17) dove tcrnnnano coi Capo Ccraso e il
Capo Coda Cavallo, e Luiclic oltre con lisola Nlolara e ii trovante di calcare dolonitico dellisola di bivolara Pta Cannone
ni 564), che continua verso nord col massiccio Capo Figari. a nord est (li 01 b i a.
Considerando ora la parte a nord-ovest
eh questa dorsale. I mv ianio ad ovest la
pianura della Nnrra, clic si rialza verso
ovest coli qualche modesta elevazione (NI.
Forte m 464. M. Doglia m 437) e, sul
IMUC. Cori
Imponente bastionata calcarea del Capo
Caccia I Pta Cristallo ni 326. NI. ii iii
idone m 361 i. Alquanto pi elevati i monti
del 1.ogudoro. spesso di aspetto tabulare
ad aniba NI. Sani u in 733) e dcliAnglona. che arrivano a q. 700: tutti di coniposizione granitica, conic quelli. hen pi elevati. della Gallura. e clic, praticamente,
sono la prosecuzione naturale della vicina
Corsica. In Gallura particolarmente notevole il gruppo del Linihara (!Un B alistreri , ni 1359L che continua verso nordest
coi nioilti di 111tana (N1. Pinu ni 743i e
termina inline sul mare col gi citato capo
Figari: mia tutta la zona costituita da una
serie di rilievi grunitiei, pi o meno scolpiti dalla erosione enlieu, e che si prestano

spesso. nonostante le quote modeste, a


scalate alpinistiche anche iipcgnative.
conic in particolare i monti di Aggi us.
A sud-est invece di questi) crinale si incontrano anzitutto a nord-est due dorsali
parallele, separate Ira loro dal rio di Sinscola: quella di abbagliante calcare secondario tanto che, vista dallaereo, pu far
pensare al la presenza d ghiacciai! I del
Nloite Albo. clic culmina verso nord con
la Pta Cupctli in 1029) e a sud eon le due
einic di Pta Turuddo e di P.ta Catirina (o di
S. Caterma, come dicono a Lula. cntranihe
a quota 1127: e quella. di bruno scisto
paleozoico. del \I. Series (in 863). Pi a
sud. oltre il corso del Cedrino. continua il
calcare, prima coil lisolato NI. Tuttavista
(in 81)5) presso Orosei. e poi col massiccio Supranionte. diviso in due porzioni da
una fascia granitica clic segue allincirca il
tracciato della 55 125 0rientale sarda: la
prinia culmina presso 0I iena col NI. Corrasi (in 1463), nientre laltra estende le sue
lalesie a picco SUI iiarc, interrotte da e
odnilc e calc, lungo tnitto il olfo di Orosei. Intanto, pi ad ovest, continuano i graniti della Gallura coi rilievi della Barbagia
di Olloiai Pio a sud, e Poco a settentrione
(lei 41) parallelo, dietro una prom zona
granitica costiera. quella dellOgliastra.
che si conelude. ancora pin a sud, coi NL
Ferro (in 875) e il NI. Peloso lui 589), si
estende una grande massa paleozoie a.
nella quale si tinvano a nord le vette pi
elevate della Sardegna: la Pta I .aniarniora
o Perda Crapias (l] 1834) e il B rnnicni
Spina IM 18291 nientre Ira le dLie cime
affiorano i porfidi frantuniati di Su Sciuseiu (in 1812 I, la terza montagna sarda. La
niassa paleozoici si estende poi largamente a sud, oltre V Alto Flumendosa (NI. Perdedu m 13-14. NI. di 5. Vittoria in 12121
mo a ripassare a valle il Basso Fluniendosa e toccare il Gerrei e il Sarrahnis lino alla
Tha Scipeduli on 1(167), ormai vicinoni a
Cagliari. Questa s asta estensione di terreiii paleozoici tunas ia interrotta, qua e
l, da affioramenti granii ci e porfiriei e
rico perta eon ink rrui i on i pi o meno
21

Fig. 7. Le cime dei Sette Fratelli, il rilievo maggiore


della Sardegna Sud-Orientale.

vaste da forma/ioni calcaree: oli re al Fonneri da Irgini e quelli di Tonara e Bels e il


pi celehre I e xii e di Aritzo, sono notevoli le lorniazioni, anchesse secondarie,
dei Tonneri di Seni (Pia Niargiani Pobusa
ni 1323 e la hen nota Perilal iana m 1293)
e dei Tacchi di leizii ( P.ta Corone in m
100S) che arrivano lino a! NI.Arhu di Tatenia (m S12) e anclic pi a sud, e clic si
Completano va 5 oovest, oltre il Fluniendosa, con la spianata del S arc idano (NI.
Coromed us in 893a e quelle terziarie del
Salto di Quirra (NI. Raso 113 646 e NI.
22

Cardiga iii 676L Pi ad 05 est, e lino alla


piana del Campidario. si stench no le molli
ondula/ioni leiziarie (Iella Nlarmilla e
della Tre\euta, interrotte dalle (flare
hasaltiehe di Gesturi, di Serri eec. e all
estremo os est dai \ uleani spenti del NI.
Arci (ni K 12) e del NI. (iricihine iii 63(1 ai
margini del la (ossa campidanese, gi
mare e poi riempita nellera at wale, almeno in parte. da detriti di erosione. Invece
listano sud est della Sardegna costituito
praticamente da un unico massiccio granitico, quello del Sarrabus (M. Genis m 979,
P.te dei Sette Fratelli m 1023), che arriva ad
affacciarsi sul mare col Capo Carbonara.

Per completare la presentazione


dellorografia sarda, rimane solo da considerare la porzione a sud-ovest compresa
fra il Campidano e il mare, e che la piana
del Cixerri divide orizzontalmente in due
parti, che sono prevalentemente costituiti
da formazioni paleozoiche.
Quella pi a nord costituita essenzialmente da rocce, specie calcaree, fortemente mineralizzate; e ad essa appartengono le
terre emerse montagne del retroterra fra
Portixeddu e Ncbida pi antiche dItalia e,
probabilmente, dellintero bacino del
Mediterraneo. Al suo estremo nord racchiude manifestazioni vulcaniche del ciclo
alpino (Capo d. Frasca, M. Arcuentu m
785); seguono poi i calcari metalliferi del
Flurninese (M. Gennargentu m 651), quindi le groppe arrotondate di scisto dei monti
del Linas (P.ta Sa Perda de Sa Mesa m
1236) che sormontano valloni granitici
scolpiti dellerosione, e infine la bastionata calcarea del Marganai (P.ta S. Michele
m 906) che domina la sottostante piana del
Cixerri.
La zona restante, quella dei monti del
Sulcis Meridionale, partendo da ovest,
comprende le isole vulcaniche di S. Pietro
e di S. Antioco, poi la zona mineralizzata a
sud di Iglesias, sede di intense coltivazioni
estrattive sin dalla preistoria, e infine la
pi interessante ai nostri fini quella
massa paleozoica che da Teulada arriva,
quasi uniforme, fino a Capoterra, non
lungi da Cagliari. In questultima si distingue una dorsale costiera che culmina nella
Punta Sa Cresia (m 864) nel retroterra di
Pula; il gruppo dei rilievi fra Capoterra e
Santadi che contiene le vette pi importanti (M. Is Caravius m 1116, M. Tiriccu m
1104, M. Lattias m 1084, M. Arcosu m
948); e infine, parallela alla piana del
Cixerri, la dorsale metallifera dei monti
Orri (m 723), Orbai (m 648) e Rosas (m
609).
Cos, seguendo questo schematico
piano di assieme dellorografia sarda, e
utilizzando le notizie che, in forma tematica, verranno fornite dai singoli capitoli, il

lettore potr ritrovare, a seconda delle proprie inclinazioni, le zone dove sono pi
evidenti gli aspetti naturalistici e culturali
che egli preferisce; e farsi, in certo qual
senso, un suo programma personale di
visita.
Poi verr il problema di realizzarlo;
perch, almeno fino ad oggi, non esistono
guide sistematiche delle montagne sarde,
ma sono disponibili solo contributi di
carattere locale, e non sempre del tutto
affidabili. Comunque, fra non molto, sar
disponibile qualcosa di pi utile: oltre a
questo volume di impostazione generale e
tematica, lAssessorato Regionale per la
Difesa dellAmbiente ha gi commesso al
Club Alpino Italiano una guida escursionistica alle principali montagne della Sardegna; e questa guida sar volutamente edita
dopo lultimazione di questo libro, cos da
poter descrivere le vie daccesso e i percorsi che portano alle localit pi importanti qui descritte.
Ma le difficolt pratiche non si fermano
qui, anche se possono ritenersi di poco
momento i problemi dellavvicinamento
iniziale alla zona che interessa. Come ho
gi dovuto, purtroppo, riconoscere, limperante stradomania ha reso gi fin dora
anche troppo facile laccesso in auto o in
moto non solo ai punti di accesso a ciascuna escursione, ma spesso, addirittura, al
loro obiettivo finale; e le rotabili sarde,
almeno quelle statali o provinciali, sono
quasi sempre in buone condizioni. Ed
anche per chi preferisce ad esempio per
rendere possibile una traversata luso del
mezzo pubblico, treno o autocorriera, la
Sardegna abbastanza ben servita, come
frequenza e orari delle corse disponibili. In
conclusione, la nostra Isola, per esempio
nei confronti con la vicina Corsica, si
trova, nei riguardi della viabilit su ruote,
in situazione decisamente favorevole.
La situazione si capovolge tuttavia,
quando si tratta di iniziare un qualsiasi percorso a piedi. Mentre in Corsica e cos
pure sulle Alpi o in gran parte dellAppennino da ogni accesso rotabile si diramano
23

sentieri segnati per le diverse direzioni, in


Sardegna una situazione del genere assai
rara. A parte leccezione di qualche comune della Barbagia (Baunei, Dorgali, Oliena), o dellAzienda Regionale delle Foreste Demaniali, (love esistono percorsi
segnati con una certa sistematicit ma
poi non facile ottenere il piano generale
o la descrizione dei sentieri segnati nel
resto dellIsola si pu incontrare, al pi,
qualche segno di vernice di dubbio significato. Ed ben naturale che sia cos: perch
non si certo incoraggiati a sistemare e
segnare vecchie mulattiere e sentieri, che
poi chiunque si sente in diritto, da un
momento allaltro, di allargare a sterrate
polverose o fangose!
Ma, almeno si spera, questa situazione
disastrosa dovr una buona volta evolversi
in senso pi favorevole. Per intanto i lettori di questo volume potranno, almeno,
operare una scelta consapevole fra le
escursioni che il Club Alpino o le varie
Associazioni ambientalistiche (Italia
Nostra, WWF ecc.) organizzano sistematicamente. E poi i buoni esempi dovrebbero,
finalmente, fruttificare; tanto pi se ci si
decider a costituire Parchi od altre zone
protette, per cui la viabilit pedestre deve
rappresentare un mezzo alla portata di tutti
per la fruizione dei beni ambientali tutelati.
E allora sar alla portata di tutti quello
che, dovunque, ma in modo particolare per
la Sardegna, sembra essere il mezzo
migliore per una diretta conoscenza delle
sue bellezze: il cosiddetto trekking,
ossia il percorso di un itinerario comprendente pi pernottamenti. Per questo genere
di turismo pedestre la Sardegna sembra
prestarsi in maniera particolare, soprattutto perch il suo clima ne permette lesercizio esteso praticamente a lutto lanno. E
questo fallo spiega perch da anni le riviste specializzate (Airone, ALP ecc.) abbiano suggerito parecchi itinerari che attraversano lisola da est ad ovest o da nord a
sud; ma queste proposte non sono, di solito, alla portata del medio appassionato di
24

questo sport cos vicino alla natura. Tanto


per fare un esempio, le due proposte ora
citate prevedono tappe di lunghezza piuttosto alta (anche 10 ore di marcia sostenuta), che per di pi comprendono tratti in
cui mancano sentieri o in cui ci sono difficolt di orientamento. Di conseguenza, si
deve racccomandare (li non impegnarsi in
essi, se non a chi, dotato di buone doti atletiche e bene allenato, abbia inoltre una
discreta conoscenza dellambiente sardo, e
specialmente sia in grado di attraversare
zone coperte da macchia: altrimenti, data
la distanza in genere non trascurabile fra
un paese e laltro, un errore di percorso
pu portare a serie conseguenze.
Per ovviare a questi inconvenienti, e
senza comunque escludere che progetti di
percorso altamente sportivo possano essere
tracciati per coloro che sono in grado di utilizzarli, la sezione di Cagliari del Club
Alpino Italiano ha avanzato una proposta
di carattere del tutto differente. Nel quadro
del Sentiero Italia, ossia di un percorso
pedestre che, partendo da Trieste, dovrebbe, seguendo il crinale alpino, poi quello
appenninico e quello delle montagne di
Sicilia, infine terminare in Sardegna pur
proseguendo idealmente con la GR 20
corsa che il CAI fortemente impegnato,
con altri Enti, a realizzare, si proposto per
il tratto sardo un percorso ad anello allungato che va da OP bia a Cagliari seguendo
la costa orientale, che da Cagliari ritorna ad
Olbia percorrendo le montagne occidentali
dellIsola. Caratteristiche del progetto,
imposte dalla particolare orografia della
Sardegna, sono il ricorso a tratti da percorrere con mezzi pubblici perch meno interessanti, lo svolgimento susentieri od anche
sterrate (con esclusione, naturalmente,
delle rotabili asfaltate) di tracciato evidente, la conclusione delle tappe, nei limiti del
possibile, nei paesi montani, e, infine, la
suddivisione in sezioni che possano essere percorse, anche separatamente, in una
settimana di marcia. Naturalmente tutto
quello che pu fare il CAI si limita alla progettazione generale e al riconoscimento sul

terreno del percorso, individuato possibilmente con qualche segnale; tutto il resto,
cio la segnatura definitiva, la predisposizione dei posti tappa e la manutenzione,
dovrebbero essere assunte da enti locali
(Comuni, Comunit montane ecc.). Gli
studi e le ricognizioni sono in progresso; e
si spera entro ii 1992 di potere annunciare
lagibilit sia pure provvisoria della
Sezione Monti del Gerrei e del Sarrabus,
da Tertenia a Castiadas e al mare.

E con queste notizie mi sembra giusto


concludere la mia esposizione, senza dimenticare lauspicio che siano a
disposizione, in tempi ragionevoli, di tutti
gli appassionati, quegli accorgimenti atti a
facilitare una visita ragionata e proficua
alle bellezze dei monti della Sardegna:
monti che ci auguriamo tutti che siano frequentati da turisti coscienti e rispettosi, per
una valorizzazione, finalmente, non effimera, n distruttiva dei loro valori.

25

Gli aspetti geomorfologici

Lidea di montagna strettamente


legata al territorio dove ciascuno di noi
vive ed opera, questo fatto genera una
certa confusione poich ciascuno portato
ad immaginare come montagna un rilievo
che familiare.
Profondamente diverso potrebbe essere
il concetto di montagna per un olandese o
per un italiano o per un australiano. Nel
tentativo di offrire un metro di misura
comune a tutti, si definita qui come montagna un rilievo che non sia inferiore ai
1000 metri. Come sempre accade quando
si vuoi tracciare una linea di demarcazione
fra confini inesistenti si crea spesso confusione e si generano le eccezioni.
Questo uno di questi casi ed il risultato io possiamo asserire nellambito dello
stesso territorio sardo. La Sardegna notoriamente una terra povera di pianure, e
quelle poche che si possono individuare
nellinterno, quali la valle del Campidano
e del Cixerri, la piana dellAlto e Medio
Tirso, la piana di Chilivani ed altre minori,
non sono certo legate alla evoluzione della
rete idrografica, ma sono sostanzialmente
definite da strutture geologiche. Non sono
pianure alluvionali ma sono valli tettoniche, legate allo sprofondamento di una
zolla di limitate proporzioni. Le poche e ridotte piane alluvionali, si possono incon-

trare lungo le coste dellisola, l dove si


trovano le foci dei maggiori corsi dacqua.
Ci porta a definire la Sardegna un territorio prevalentemente accidentato, ricco di
rilievi pi o meno imponenti; se esaminiamo nel dettaglio la conformazione superficiale dellisola possiamo calcolare in circa
380 metri la sua media altitudine e ci, in
considerazione del fatto che solo il 15%
del territorio isolano supera 1500 metri,
potrebbe far ritenere la Sardegna una terra
prevalentemente collinare. Tuttavia laspetto del paesaggio sardo decisamente
montuoso, caratterizzato da massicci pi o
meno estesi e non da vere e proprie catene
montuose.
noto comunemente che le montagne
sono legate ad un processo genetico di
orogenesi che d luogo a potenti e ben sviluppate cordigliere lungo i margini in
movimento delle placche continentali,
movimenti della crosta terrestre pi conosciuti come processi legati alla tettonica a
zolle.
La stessa catena alpina e quella
appenninica sono il prodotto di questo
fenomeno: il risultato dellurto tra la zolla
africana con quella europea. Certamente le
grandi catene montuose hanno avuto questa origine, ma non tutti i rilievi sono originati da questo processo.
29

30

31

Fig. 8. Il Monte Limbara offre immagini spettacolari del


paesaggio che si pu impostare nei graniti. Nella foto si
pu notare il versante meridionale del rilievo.

I monti della Sardegna sono spesso


testimonianze di questi movimenti in epoche assai remote, molto pi antiche dei
processi che hanno originato le attuali
catene montuose (Alpi, Ande, Montagne
Rocciose, etc.).
Senta esaminare ora tie! dettaglio i
won rilievi dellisola. & utile qui ricordale
il processo di evO!Li!I000 del lesaggio
500011 do le teorie rio!! diflericallO \\.
Davis C IS50 19341 Egli ha posto le Nasi
per linterpreta/ione del mode llanento del
32

paesage io chete ode nella sua C\ ol LI!


1000 Verso una 1001111 110111 001110
peIlepIiitIo L costituita da 5L1 pertic i
di spianamenti) caratteri ttate da ri
lies i di modesta entit.
Secondo il Davis, a questo stadio il terri
torio girlilge auras orso tre fasi: quella di
cio me//i, quella di niaturidi ed infine
quella di 5LIU I ta.
Questo 1111 )cCs5L) la i Ill /1(1 tie!
IllOIlleiito in cui il territorio i stato sottoposto. altra veno un processo oroLiollet lOll,
ad rio iIllp fonte sollevamento coli relativi,
corruga 1110111 i Cd ilillal!amenti clic
hanno generato una 011101111 nloiitiiosa Il

lento procedere delle ai ion i di detiol i


/10110 LICJI agenti erosk i detcriuina il passaggio gIadua!e attraverso questi 3 stadi.
La teoria del Davis pies ode anello la possibile i lite IlLi!irIIIe del cielo cd Lui ripristino dellerosione pi cIlieaee. ripprire till
coltlpletil riogiovalliileiito ud paesaggio ill
111 sistema di evoluzione a rilievi policiclici. Cosicch possibile osservare nel paesaggio forme mature associate a forme giovanili. Sebbene questa teoria, oggi, abbia
diversi punti critici e non spiega sufficientemente le molte problematiche dellevoluzione del paesaggio, essa ha indubbiamente
fornito una chiave di lettura per le interpretazioni delle forme di un territorio.
Oggi la geomorfologia, con lo studio dei
processi morfodinamici e la conoscenza
dellimportanza dei fattori climatici e
biologici, ha consentito di comprendere
quanto possano essere rapidi i processi di
erosione nel modellamento di un territorio
o di versanti a debole acclivit.
Ci premesso, vediamo i rilievi che
caratterizzano la Sardegna cercando di
dare, di ciascuno di essi, un quadro esauriente sulle forme e sulle loro evoluzioni.
Le superfici che in Sardegna superano la
quota di 1000 metri sono piuttosto limitate e
solo nel massiccio del Gennargentu costituiscono unarea piuttosto estesa. Le rimanenti
zone, possono essere considerate delle vere
e proprie cime di rilievi che, comunque,
hanno tutte le caratteristiche morfologiche
per essere considerate montagne.
Poich i loro aspetti morfologici sono
legati al tipo litologico ed allambiente di
un territorio, verranno considerati come
aree simili quei rilievi che presentano analoghe caratteristiche pur geograficamente
ubicati in zone dellisola tra loro distanti.
Uno di questi casi rappresentato dai rilievi nelle aree garantiche:

M. Limbara, M. Sette Fratelli


Inseriti in un paesaggio dominato dagli
affioramenti delle rocce granitiche attri-

buite allorogenesi ercinica, il Monte Limbara ed il Monte dei Sette Fraris (7 Fratelli) costituiscono i rilievi pi elevati dei settori nordorientale e sud-orientale della
Sardegna. Sono ubicati agli estremi della
dorsale orientale dellisola costituita in
gran parte da litologic del Paleozoico.
La struttura delle rocce granitiche,
formate da una miscela di minerali ben
cristallizzati, rende questo tipo di roccia
particolarmente fragile ed alterabile sia
dallerosione termoclastica, legata alla
variazione della temperatura, sia dalla presenza delle acque di percolazione che
negli interstizi e nella fratture provocano
profonde alterazioni dei silicati che sono
abbondantemente presenti in tali rocce.
Il prodotto di questo disfacimento un
sabbione granulare composto in prevalenza dalla parte silicea della roccia, come il
quarzo, che determina spesso potenti coltri
di questo materiale sul basamento intrusivo.
Queste coltri si accompagnano sempre
agli affioramenti delle rocce granitiche e
rappresentano un evidente moclellamento
del paesaggio che da aspro e selvaggio in
presenza di affioramenti inalterati risulta
invece morbido e dolce, dove coincide con
le coltri costituite da questi sabbioni silicci. II paesaggio che caratterizza solitamente le rocce di natura intrusiva, generalmente definito da accumuli di grossi blocchi, da potenti affioramenti compatti a
forma di guglie spesso profondamente fessurate.
Questi affioramenti rispecchiano quello
che un po landamento in profondit
dellalterazione superficiale, causata
dallinfiltrazione delle acque lungo le fratture e lungo le discontinuit presenti nella
massa intrusiva, quali ad esempio i filoni,
sempre presenti nei graniti, che ne costituiscono una variazione litologica. Lalterazione tende a formare un orizzonte
discontinuo negli affioramenti di graniti e,
come visibile nello schema che accompagna questo discorso, si vede che
esso si approfondisce dove la discontinui33

34

35

36

37

Fig. 10. Le quote elevate che


raggiungono le cime del
Monte Liniba,afaioriscono il
(11/Uvainen/o dei sabbioni
granitici rendendo il paesaggio esteenianiente brullo e
ricco di scciiari speitoco/ari.

t e le fessurazioni sono maggiori, mentre si


assottiglia e rimane pi superficiale clove la
roccia risulta pi fresca e compatta.
Il dilavamento che sempre accompagna
levoluzione del paesaggio, legato allo
scorrirnelito superficiale delle acque sia
incanalate che selvagge sui versanti dei
rilievi o sulle superficie pi o meno acclivi, denuda vasti territori asportando questa
pellicola di alterazione.
Il processo consente cos alla roccia, che
in profondit ancora fresca (o agli
affioramenti inalterati gi presenti in
loco), di emergere sempre pi nel paesaggio circostante.
38

Questo processo di asportazione del materiale, viene favorito nelle zone in cui
lalterazione pi marcata, com visibile
dal disegno, e man mano che una regione
subisce un lento sollevamento, il paesaggio rende sempre pi evidenti gli affioramenti in roccia inalterata granitica.
Il perdurare di questa evoluzione, associata ad un sollevamento generalizzato che
interessa territori sempre pi estesi (come
lintera regione), causa un accentuarsi pi
marcato di questo paesaggio con un consente frastagliamento delle forme in vette,
cime, blocchi, grossi affioramenti di rocce
granitiche. la conseguenza del processo

Fig. 11. Le testate dei banchi ignimbritici che mmano


nel paesaggio una scarpata continua, testimoniano gli
episodi esplosivi durante lattivit vulcanica del Terziario. Catena del Marghine.

di asportazione del materiale alterato da


questo orizzonte iniziale, che d luogo cos
a dei rilievi sempre pi aspri.
Da un punto di vista geomorfologico vi
una distinzione su questi tipi di affioramento, per cui, a seconda della genesi
attraverso la quale si giunti a quel paesaggio si possono chiamare ti, monadnock,
inselberg, vari tipi di morfologie presenti
nellambito granitico; legate a forme relitte dalla erosione: quali gli affioramenti

isolati, i resti derosione o i rilievi isolati.


Il territorio occupato da queste montagne in origine risultava talvolta sepolto da
una coltre di sedimenti che, al momento
del consolidamento di queste masse intrusive, venivano metarnorfosati; a questo
proposito, interessante anche osservare
quale sia stata 1 evoluzione riguardante il
rilievo del monte Limbara che, costituito
da una successione di intrusioni magmatiche verificatesi una dopo laltra, ha dato
luogo a cunei granitici successivi nello
stesso batolite ercinico. Questa caratteristica, ben visibile osservando la montagna da una certa altitudine, mostra un rilie39

Schema 2. Schema cronologico del Quaternario. DaPanizza, 1Q85. Parzialmente moth/ira/a.

vo costituito da una successione di falde


parallele fra loro, che danno luogo ad una
forma ad ogiva. Il monte Acuto e tutta la
zona dei rilievi nellarea di Berchidda ed a
nord del Limbara appaiono essere delle
falde in deposizione laterale rispetto allultima intrusione, che dovrebbe coincidere
con i rilievi pi interni individuabili nelle
cime di Punta Balestrieri, le vette pi elevate di questa montagna.
Prima di concludere la descrizione delle
forme sui rilievi nelle rocce granitiche, merita un cenno il Monte Linas, situato nel
cuore dellIglesiente, che rappresenta, come
tutti gli affioramenti delle rocce intrusive
nel territorio sardo, una emergenza isolata e
periferica dellunico batolite costituente
lossatura geologica di tutta lisola.
Un aspetto importante della genesi dei
rilievi della Sardegna, osservabile nelle
aree in cui affiorano le rocce metamorfi40

che.
Il processo metamorfico, che ha prodotto molti litotipi presenti oggi in vaste regioni della Sardegna, chiaramente associato allintrusione granitica ercinica del
tardo Paleozoico. Con il termine di rocce
metamorfiche si comprende una serie
piuttosto complessa di litologie appartenenti tutte al Paleozoico pre-Carbonifero,
tra cui le pi rappresentative e, complessivamente, pi note sono gli scisti (s.l.) e le
filladi.
Queste rocce ad alto e medio grado di
metarnorfismo, che si possono osservare
sia nel centro dellisola, intorno al massiccio del Gennargentu, ed anche in altre
localit dove questi affioramenti raggiungono una certa importanza. Non vanno
dimenticati tutti i rilievi della zona dellabitato di Villacidro, intorno al monte
Linas, e nellarea di Iglesias. Si pu ricordare inoltre la zona del Sulcis tra il Monti
Rosas cd il Monte Arcosu e, pi a sud, il
territorio di Teulada.

Fig. 12. 11 Monte Ferru, a nord di Oristano, domina


lalta piana del Campidano e costituisce un massiccio
vulcanico di grande interesse. Le rocce efti,sivc che lo
costituiscono danno luogo ad un paesaggio brullo e inospitale.

Ad oriente della citt di Cagliari, queste


rocce sono presenti nella zona del Sarrabus e del Gerrei dove, intorno al monte
Serpedd, affiorano in continuit. La loro
caratteristica legata prevalentemente alla
strutture delle rocce filiadiche, che, sottoposte ad una lenta ma costante erosione
durata milioni di anni, ha favorito una profonda alterazione e argillificazione di questi sedimenti.

La caratteristica principale risiede nella


fitta laminazione che si evidenziano in
queste rocce; questo fatto, noto come scistosit, un carattere derivato dallintensit del grado di metamorfismo a cui sono
state sottoposte queste formazioni.
Il lento raffreddamento del sottostante
magma, provoca la ridistribuzione
allinterno di queste rocce dei minerali
presenti, generando dei piani preferenziali
di disposizione di questi elementi e inducendo in ci una pi facile aggressivit da
parte degli agenti atmosferici con linfiltrazione delle acque di circolazione lungo
tali piani.
La conseguente argillificazione consen41

42

Fig. 13. Il Monte Tu/iii lungo lafd/esia carbonatica del


Golfo di Orosei. Dal versante a mare del rilievo si
riversala la colata basalt/ca del B.cu de Pala, visibile
dalle rocce scure ne/la Iblogratia, fin quasi al/ci caletta
di Fui/i, a sinisira nella .foto.

te un facile modellamento della superficie


di
questi
affioramenti
per
cui
morfologicamente, tali rilievi presentano
forme addolcite, raramente sono ricchi di
zone impervie e aspre. I rilievi del territorio centrale dellisola come il massiccio
del Gennargentu, il pi elevato della Sardegna con 1834 m s.l.m., devono lasprezza del loro paesaggio pi allabbandono
del territorio che ad una accidental it

legata a profonde pareti di roccia e da scarpate di una certa importanza. Sebbene


anche queste esistano, nel complesso delle
rocce metamorfiche generalmente rappresentano forme minori in questo paesaggio molto modellato e morbido.
Non va trascurato il fatto che sul finire
dellera paleozoica, circa 300 milioni di
anni fa, la situazione geografica dellisola
era dominata da un paesaggio estremamente evoluto, geologicamente noto come
penepiano ercinico, ancor oggi visibile
sulle rocce del Paleozoico al di sotto degli
affioramenti carbonatici del Mesozoico
(Sarcidano e Barbagie).
Questo contatto identifica una vecchia
43

Fig. 14. La morfologia sui ca/cari del Supramonte di


Urzulei rivela con evidenza lattivit carsica che si sviluppa in questo tipo di rocce. Sono frequenti i corsi dacqua che scorrono incassati in profonde fosse per lunghi
tratti come si pu osservare dal versante del Canale de
Coro jos nella foto.

superfice di raccordo tra questi rilievi che


rappresenta la morfologia dellisola al passaggio tra le due ere.
Fin da quel periodo la situazione
morfologica di questo territorio risultava
molto addolcita dalla demolizione degli
antichi rilievi ridotti oramai a forme molto
mature con quote piuttosto basse. Successivamente questo paesaggio ha subito un
44

ringiovanimento, che ha consentito, anche


in quelle rocce estremamente modellate e
alterate, una loro profonda incisione
soprattutto lungo il corso dei principali
fiumi che solcano questo basamento.
Senzaltro, lesempio pi meritevole di
attenzione ci offerto dal corso del Flumendosa che, partendo dalle falde del Gennargentu percorre, con una direzione piuttosto
rettilinea verso sud, la Sardegna meridionale sfociando poi nella piana di Muravera.
Questo corso dacqua ha inciso in modo
notevole i rilievi, spesso isolandoli e
contribuendo alloro modellarnento; pi
spesso, il suo corso profondamente incassato nelle rocce del Paleozoico, rivela quale

Fig. 15. Il Supramonte di Oliena-Orgosolo-Urzulei visto


dalla parte meridionale. Si pu osservare come la presenza delle rocce carbonatiche del Mesozoico diano
luogo a forme pi accidentate ed aspre mentre il basamento del Paleozoico, ben visibile in primo piano, si
mostra pi morbido e dolce.

sia stato il sollevamento dellintera regione


nel corso del tempo, consentendo anche
precise datazioni lungo il suo tragitto.
Un bellesempio viene fornito dalle
colate basaltiche presso la confluenza con
il rio Mulargia, dove il Flumendosa ha
sfondato le vulcaniti plioceniche.
Si pu menzionare anche il M. Santa
Vittoria, presso Esterzili, che rappresenta

un edificio vulcanico di et caledoniana


(basso Paleozoico) costituito da vulcaniti
metamorfosate, qui il corso del Flumendosa ha accentuato il suo carattere aspro e
accidentato scavando ai piedi di questo
rilievo una profonda valle che corre lungo
il tratto mediano del fiume.
Il Gennargentu, possiede numerose
vette (non va dimenticato che con il termine del Gennargentu sintende tutto il massiccio Paleozoico che costituisce il blocco
centro-orientale dellisola), cima oggi turisticamente assai nota, la maggiore delle
quali Punta La Marmora e ad essa fanno
contorno altri rilievi pi frequentati
quali il M. Spada.
45

Fig. 16. 11 Monte Perda Liana: la sua inconfondibile


sagoma rappresenta morologicamentc un testinwne
un rilievo relitto che documenta lestensione delle rocce
del Mesozoico in tutta questa parte della Barbagia.

Pi a sud, superato il corso del Flumendosa, ci si inoltra, nel Sarrabus, sul M. Serpedd a circa 1069 m sul livello del mare.

I rilievi carbonatici mesozoici della


Sardegna centroorientale
Tra gli aspetti pi singolari del panorama sardo, sono da menzionare i paesaggi
determinati dagli altopiani carbonatici che
46

caratterizzano i rilievi della Barbagia,


delle Baronie e dellOgliastraSarcidano.
Queste forme sono pi conosciute in
Sardegna come tacchi, riferiti principalmente alle regioni del Sarcidano e della
Barbagia di Seui-Seulo. Sono tutti cronologicamente ascrivibili alla medesima formazione geologica appartenente allEra
Mesozoica, nei vari periodi di cui composta. Rappresentati quasi esclusivamente
da rocce calcareo-dolomitiche alla cui
base giaciono dei livelli, potenti alcuni
metri, costituiti da argille gessose e conglomerati.
Sebbene oggi, questi affioramenti risultino separati fra loro ed occupino, talvolta,

47

Fig. 17. La valle del Rio Pardu, presso gli abitati di


Ulassai ed Osini, visibili nella foto, costituita da rocce
filladiche soggette a frequenti movimenti di frana, sormontate sul versante occidentale dalle potenti bancate
carbonatiche del Mesozoico.

un territorio poco esteso (basti pensare al


picco isolato della montagna di Perda
Liana nel territorio comunale di Gairo),
essi sono la testimonianza della presenza e
della estensione del mare Mesozoico su
questa porzione dellisola; pi propriamente, la loro presenza stata attribuita ad
un bacino orientale di questo mare.
Osservando alcuni di questi rilievi,
quali il M. Tonneri (Seui), il M. Corrasi
48

(Oliena), il M. Taquisara (Ussassai), si pu


constatare che superano abbondantemente
i 1.000 metri di quota. Confrontati con gli
altri affioramenti di rocce calcaree del
medesimo periodo presenti in altre zone
dellisola (Sulcis Nurra - Gallura orientale), posti a quote considerevolmente inferiori (mai superiori ai 1000 m), si pu
facilmente comprendere il notevole sollevamento che il territorio della Sardegna
centro-orientale ha subito nel corso delle
ere successive al Mesozoico.
Lintenso sollevamento ha anche
determinato una profonda incisione di
questo orizzonte calcareo, creando, in tal
modo, un paesaggio fatto di altopiani pi o

meno estesi. La morfologia aspra sulla


superficie di questi tacchi deriva dalla
stessa composizione litologica degli altopiani: i calcari che li costituiscono favoriscono il processo carsico che d luogo,
sulla loro superficie ed allinterno di queste rocce, a forme legate alla dissoluzione
chimica producendo sulla sommit degli
altopiani forme molto ondulate ed accidentate.
Non tutti i rilievi sono di modesta
estensione, come la gi citata vetta del M.
Perda Liana o il Texile di Aritzo, ve ne
sono alcune che rappresentano una formazione di grandiose dimensioni, quali il
Supramonte di OrgosoloOliena.
Cerchiamo ora di inquadrare alcune di
queste cime evidenziandone alcune
caratteristiche morfologiche.

Monte Tonneri
senzaltro il rilievo pi conosciuto
della Barbagia meridionale, la sua morfologia tipica a tacco, isolata completamente nel territorio, rappresenta uno degli
scenari pi suggestivi dellisola. Si affiancano a questo rilievo, la cui cima rappresentata dalla P.ta Margiani Pubusa con
circa 1323 metri, anche il tacco di M. Arbu
(1031) ed il testimone del M. Perda Liana
(1293 m) che offre ancora una visione dellimponente demolizione subita da queste
rocce nel corso del tempo e, documenta,
lestensione di questo mare verso nord, in
direzione del Lago Alto del Flumendosa.
La giacitura, quasi sub-orizzontale di
queste formazioni calcaree, accentua le
profonde scarpate che costituiscono la brusca e rapida accentuazione della pendenza
dei versanti al contatto con le sottostanti
rocce filladiche. Tra le forme spettacolari
che possono incontrare in questo territorio,
oltre a quelle ipogee, sono da ricordare le
molte doline ivi esistenti ed una splendida
cascata, attiva solo nei periodi umidi, che
ha creato un fantastico ombrello di pietra
che lentamente va coprendo il versante,

formando cos una nicchia al riparo dalla


stessa.

Supramonte di Urzulei:
Orgosolo Oliena
Questo altopiano, di vastissima
estensione, legato profondamente a strutture di faglia che hanno condizionato il suo
perimetro, vede nella Punta Solitta (1206
m) una delle sue principali cime. Tuttavia,
tutto laltopiano bordato da numerose
vette che superano i 1.000 metri di quota.
La superficie profondamente modellata
dal processo carsico, presenta aspetti
straordinari, aspri e selvaggi con un passaggio continuo di forme caratteristiche
del carsismo epigeo. cos possibile
osservare valli secche, caon e forre,
campi solcati e numerosissime cavit carsiche. Frequenti sono anche gli inghiottitoi
e le doline, tra i primi non va dimenticata
limpressionante voragine di Su Sercone,
una profonda dolina il cui strapiombo raggiunge i 200 metri, situata quasi al centro
del Supramonte.
Poco lontano da essa si trova il Campo
Donnanigoro, una vasta area sub-pianeggiante che rende quasi anomalo questo
paesaggio cos dolce e uniforme sulla
morfologia esistente nel Supramonte. Si
tratta infatti di una poije, una dolina di
enormi proporzioni che si trova qui ad una
quota di 850 m.
Sul versante orientale dellaltopiano del
Supramonte, i calcari finiscono bruscamente lungo la vallata del Rio Flumineddu, dove formano una potente scarpata che
percorre il versante per una lunghezza di
circa 22 chilometri delimitando lo sprofondamento subito da questa vallata in
conseguenza dei grandi movimenti tettonici subiti dallisola durante lEra terziaria.
La parete di roccia, che manifesta ancora questi movimenti di faglia mostrando
delle scarpate parallele tra loro secondo
landamento lineare della scarpata principale, viene in alcuni punti interrotta dalle
49

incisioni provenienti dallinterno del massiccio calcareo. Una di queste, la pi nota,


lincisione del Gorroppu, una gola profonda ed aspra che si apre ad un vero e
proprio caon lungo circa 1 chilometro ed
al quale si accede al cuore del Supramonte
nel versante orientale.

Monte Albo
La particolare conformazione di questo
rilievo aiuta subito a comprendere quale
sia stata la sua complessa vicenda evolutiva, legata a strutture tettoniche ed ai movimenti gravitativi che si sono succeduti in
questa area. Visto dallalto, il rilievo del
M. Albo ha una forma allungata secondo
un orientamento nord est-sud ovest; la sua
lunghezza e di circa 21 chilometri con una
larghezza massima di 5 circa.
Lintero rilievo stato soggetto a potenti sovrascorrimenti che hanno interessato
anche il basamento metamorfico ed hanno
cos definito la singolare lineazione di
questa montagna.
In alcune zone, lungo i fianchi del
monte si possono osservare delle sfrangiature nella continuit dellaffioramento; si
ha limpressione di un trascinamento disordinato di queste rocce carbonatiche. Queste
forme del versante sono legate a movimenti di origine gravitativa che hanno determinato il profilo stesso del versante. Bench
gi osservati come vere e proprie forme di
origine recente (pleistocenica) oggi si possono indicare per alcune di esse, come
quelle presenti nellarea pedemontana di
Siniscola, come legate a deformazioni gravitative profonde spesso coincidenti con
lineazioni tettoniche preesistenti ed indotte
da scosse sismiche del vulcanismo plioquaternario (presente in prossimit dellarea) e favorite da climi di tipo periglaciale.
Leffetto che si pu osservare prodotto
da questo tipo di fenomeno, offerto dalla
dispersione di blocchi di proporzioni
ciclopiche lungo il versante dove il profilo
risulta irregolare. Il movimento non mai
50

localizzato ma coinvolge un intero versante, risultando cos come una frana di enormi dimensioni.
Recenti studi hanno permesso di
constatare come in Sardegna questi tipi di
fenomeni risultino ben conservati e fossilizzati lungo gli affioramenti di rocce calcaree appartenenti sia al Mesozoico che al
Cenozoico.
Sebbene con una diversa storia e
attraverso processi evolutivi, assimilabile a questi rilievi carsici anche il complesso montuoso del Marganai.
costituito da rocce calcaree del basso
Paleozoico (Cambriano) di circa 600 milioni di anni. La sua origine cos antica fa comprendere quanto difficile sia stato il cammino di questa formazione per giungere allevoluzione attuale. La sua morfologia, i suoi
paesaggi e le sue forme, richiamano moltissimo i panorami dei rilievi calcari dei Tacchi e delle rocce mesozoiche in generale.
Tuttavia possiedono alcune caratteristiche
morfologiche che ne rivelano let.
Molte delle forme esistenti sono oramai
fossili, non pi attive; le stesse cavit
carsiche che attraversano per molti chilometri la massa di questi calcari hanno per
lo pi concluso il loro ciclo evolutivo.
La stessa grotta di S. Giovanni, posta ai
piedi del complesso del Manganai in
prossimit del paese di Domusnovas,
famosa perch percorribile in auto, oramai fossile. Anche molte delle strette vallate che caratterizzano questo territorio
sono legate al crollo ed allasportazione
successiva della volta di grandi cavit sotterranee. La vallata del rio di M. Narba
Sarmentu, che si apre oltre la Grotta di S.
Giovanni, rappresenta lantico percorso di
questa cavit.

M. Perdedu - M. Santa Vittoria


M. Santu Padre- Monti Ferru
M. Arcuentu
Alcuni tra i rilievi pi significativi della
Sardegna, traggono la loro origine da importanti attivit vulcaniche verificatesi in

Fig. 18. Strada Villa grandeTalana. Particolari effetti


acalanchi nelle rocce metamorfiche del basamento paleozoico sardo. La costante laminazione di queste rocce facilita
lattivit erosiva lungo i piani
di scistosit dando luogo aforme calanchive.

vari momenti della complessa storia dellisola. Tra quelli che possiamo a ragione elencare come vere montagne si annoverano: il massiccio del Monti Ferru, a nord
della piana di Milis - Oristano; il Monte
Santa Vittoria di Esterzili, tra la Barbagia
dei Seui ed il Sarcidano; il monte Perdedu,
in prossimit dei monti del Gennargentu;
ed il rilievo del monte Santu Padre lungo
la catena del Marghine.
Sebbene diversi per litotipo e per et,
hanno avuto tutti origine da medesimi processi di natura effusiva che hanno prodotto manifestazioni vulcaniche di grandi
proporzioni.
Lorigine di un vulcano condizionata

al tipo di attivit effusiva che si manifesta;


questa attivit si esplica soprattutto
attraverso fasi esplosive ed emmissioni di
lave.
Nel primo caso avviene che tutto il
materiale proiettato allesterno del condotto di emmissione ricade tuttintorno, tanto
pi distante quanto pi ridotte sono le
dimensioni degli elementi. Ci spiega perch il materiale pi grossolano, a volte di
proporzioni notevoli, si potr ritrovare pi
facilmente in prossimit del centro eruttivo (sia esso di natura fessurale o un vero
camino vulcanico).
Il materiale pi fino potr facilmente
raggiungere maggiori distanze per giunge51

Fig. E. Le manifestazioni vulcaniche si possono presentare con una certa ciclicit, ogni momento di attivit del vulcano
produce spesso depositi di natura piroclastica o lavica. Nello schema vengono rappresentati alcuni momenti di attivit di un centro eruttivo, qui riferibile al monte Santu Padre, che danno luogo a livelli di tipo piroclastico ed ignimbritico sovrapposti. Tra un episodio e quello successivo, nel lasso di tempo che li divide, gli agenti atmosferici modellano le superfici strutturali dei livelli effusivi accentuandone le forme anche in conseguenza dei processi tettonici in atto.

52

Fig. 19. Dai rilievi del versante meridionale della valle


del Cixerri si pu dominare il raccordo tra le grandi pianure tettoniche del Cixerri e del Campidano. Sulla piana
sottostante si pu osservare il rilievo del Monte dellAcqua Fredda, presso Siliqua.

re talvolta (come nel caso delle ceneri) ad


interessare territori molto vasti e molto
distanti. Spesso queste fasi esplosive perdurano per tempi molto lunghi producendo
coltri di depositi piroclastici potenti alcune
decine di metri.
Nel secondo caso, quando cio si hanno
fuoriuscite di magma fuso, il fenomeno
viene condizionato dalla morfologia esistente nellarea e non pi, come nel caso

precedente, indipendente dalla configurazione del territorio dove si manifesta.


Infatti la lava, essendo un mezzo fluido
pi o meno viscoso, si comporta come tale
defluendo e scorrendo verso le zone pi
basse; allontanandosi dalla bocca di
emmissione tanto pi velocemente quanto
pi essa e fluida ed il pendio ripido.
Di norma lo scorrimento delle lave
avviene lungo le incisioni esistenti sui
fianchi delledificio vulcanico o, quandesso ancora non formato, direttamente
sui drenaggi esistenti sul basamento. Accade, cos, che dove esiste un reticolo idrografico ben sviluppato, spesso questo
viene ricoperto e fossilizzato dalla pro53

Fig. 20. I processi erosivi che


producono profonde alterazioni nelle rocce granitiche danno
luogo, col tempo, al dilavamento del materiale arenizzato
che ricopre la roccia del basamento. L emersione sulla
superficie di parti ancora inalterate forma spesso, nel paesaggio granitico, dei maestosi
picchi (o domi). Monte Setti
Frares.

gressione delle colate; dove il paesaggio,


invece, caratterizzato da morfologie pianeggianti, le colate si possono espandere
su vaste superfici.
In questa rapida schematizzazione dellattivit effusiva, utile ricordare un fenomeno frequente ed intermedio tra questi
due stadi che d luogo a livelli molto diffusi nellisola.
Si tratta del fenomeno delle nubi
ardenti, costituite da una miscela di gas e
roccia fusa eruttata durante le fasi esplosive dellattivit vulcanica; fenomeno
importante poich ha un comportamento
intermedio tra i due casi possedendo una
notevole velocit di movimento ed una
54

temperatura assai elevata.


Il rilievo del Santa Vittoria ed il Monte
Perdedu sono esempi in cui presente il
vulcanismo acido del tardo Paleozoico.
Anche molti altri rilievi nella zona di SeuiSeulo, nella Barbagia meridionale, possiedono molte analogie per et e per chimismo. La loro caratteristica principale
legata alla composizione di queste rocce
molto acide, petrograficamente definite
come rioliti, molto resistenti agli agenti
erosivi.
Bench mostrino forme rotondeggianti
non presentano un paesaggio dolce ma
piuttosto aspro e selvaggio, spesso brullo e
privo anche di copertura di suolo.

Fig. F. Lo schema ripropone levoluzione tipo di un edificio vulcanico riproponibile per il complesso montuoso del
Monti Ferru di CuglieriSantulussurgiu.
Attraverso una frattura (A) viene a giorno il magma espandendosi sulla superficie sia per mezzo difasi esplosive che
contribuiscono alla crescita delledificio vulcanico (B), sia attraverso colate di lava che riversandosi verso valle
si espandono a costituire dei veri e propri altipiani (altopiano di Abbasanta Paulilatino) (C). Le fasi effusive si ripetono nel tempo lungo centri di emissione che possono non essere i principali, ma avventizi.
Avviene pertanto che nel medesimo complesso sono distinguibili centri di emissione, caldere e vulcanetti di scorie riferibili a momenti diversi nella crescita della stessa montagna (D).

55

Nel bacino di Corongiu, nel territorio di


Seui, queste colate riolitiche hanno intrappolato unantica superficie documentata
oggi dai livelli di antracite esistenti al
passaggio tra due episodi vulcanici (M.
Tradalei, M. Marigosu, B.cu Cintoni).
Il monte Santu Padre, situato sul versante settentrionale del medio corso del
fiume Tirso, domina il paesaggio della
piana di Ottana evidenziando i suoi versanti caratterizzati da potenti gradonature.
Questo rilievo sottolinea la ripetitivit
delle manifestazioni vulcaniche. I potenti
gradoni del profilo lungo i suoi fianchi
sono le precise indicazioni sui momenti di
attivit esplosiva che hanno interessato
larea del Marghine accompagnando lo
sprofondamento della piana dove oggi
cone il fiume Tirso.
Gli episodi che diedero luogo a questi
livelli piroclastici ed ignimbritici (prodotti, questi ultimi, dal consolidamento delle
nubi ardenti) si verificarono ogni qual
volta si riattivavano i centri eruttivi. Tra un
episodio e quello immediatamente successivo, nella sequenza oggi visibile tra i vari
livelli del rilievo, vi erano periodi di quiescienza nellattivit vulcanica. Non ci
dato di sapere quanto lunghi siano stati
questi momenti, ma certamente da un
attento esame dei singoli livelli possiamo
ottenere utili informazioni petrografiche e
paleogeografiche.
Ultimo, nel nostro discorso, tra i rilievi
originati da questo processo vulcanico

56

viene il Monti Ferru. Osservato dal suo


lato meridionale, lungo la piana di Milis,
mostra con evidenza la sua conformazione
di vulcano, con un tipico profilo a cono
rovesciato.
Sebbene la sua origine sia complessa,
legata ad una successione continua, nel
tempo, di episodi vulcanici durante il Terziario, tuttavia conserva bene molte forme
caratteristiche di questo paesaggio.
Centri di emmissione, filoni, superfici
strutturali di colate ed orizzonti piroclastici si alternano nel paesaggio della montagna che rivela nella sua evoluzione anche
unorigine sedimentaria, infatti localmente
affiorano rocce carbonaticomarmose del
Miocene.
Nel panorama geografico della Sardegna, rimane comunque solo il Monti Fenu
lunica vera montagna con caratteristiche
tipiche di edificio vulcanico. Il tempo e le
complesse vicende geologiche che hanno
cos profondamente caratterizzato questa
terra hanno spesso cancellato o ridotto le
moltissime testimonianze sia degli edifici
vulcanici che dei rilievi una volta imponenti, lasciandoci oggi solo un quadro parziale dellevoluzione del paesaggio nellisola.
Questa breve e schematica nota vuole
offrire un quadro interpretativo nellintento di consentire al lettore una pi immediata comprensione sullorigine e sulla evoluzione del paesaggio nelle montagne della
Sardegna.

noto a tutti il valore dellacqua nella


geografia delle risorse naturali, ma per coglierne il significato pi completo molto
importante, oggi, considerare questa
valenza soprattutto nel contesto di tutte le
risorse con le quali concorre a definire i
numerosi e delicati sistemi ambientali.
In tutto il mondo, ed in Sardegna in
particolare, parlare di acqua significa
soffermarsi unicamente sulle problematiche relative alla sua disponibilit e qualit:
sono spesso dimenticate le valutazioni pi
generali riguardanti il delicato ciclo naturale di questa risorsa, i suoi meccanismi di
interazione, le modalit del suo movimento nei vari ambienti e le velocit di trasferimento da uno allaltro, valutazioni che
aiuterebbero ad interpretare e meglio definire, nei diversi ambiti di una regione, le
continue e significative variazioni di
disponibilit.
Se soffermiamo lattenzione sui tempi
di permanenza dellacqua nei diversi
ambienti, vediamo che nellatmosfera, per
esempio, il suo tempo medio di permanenza di circa nove giorni, mentre i tempi di
permanenza delle acque continentali sono
diversi e di difficile determinazione a
seconda della posizione geografica e dello
stato fisico che si vuole considerare: le
acque superficiali possono ritornare allat-

mosfera immediatamente, addirittura subito dopo essere piovute, le stesse per possono scorrere e raggiungere in tempi pi o
meno lunghi il mare, oppure possono essere trattenute in un lago naturale o artificiale privo di emissari, o possono infiltrarsi
nel sottosuolo ed in tal caso si muovono
con una velocit che in funzione della
permeabilit del substrato; esse potranno
rimanere nel sottosuolo un breve periodo
di tempo o centinaia di anni e, se assorbite
dalle argille, potranno rimanere sottratte
alla circolazione per un tempo indefinito.
I continui spostamenti dellacqua da un
ambiente allaltro fanno parte del grande
fenomeno, chiamato ciclo idrologico,
secondo il quale lacqua degli oceani passa
allatmosfera e dallatmosfera, dopo il
transito pi o meno lungo nei continenti,
ritorna alloceano. Tale fenomeno attivato da un enorme gioco di energie e ad esso
sono collegati numerosi processi secondari: senza le acque dolci continentali, per
esempio, non avremmo altre forme di vita
se non quelle oceaniche e senza il loro
scorrimento la morfologia terrestre non
subirebbe la continua evoluzione e mutazione che subisce.
Sotto il profilo pi strettamente
quantitativo, il ciclo idrologico si articola
su fattori ed elementi che variano da luogo
59

Fig. 21. 11 recente invaso artificiale di Pattada, alle pendici del Monte Lerno.

a luogo e nello stesso luogo con il trascorrere del tempo. Negli oceani, come media
annua, a fronte di una precipitazione di
1120 mm ed una evaporazione intorno ai
1250 mm, abbiamo un eccesso di evaporazione, pari a 130 mm, che determinerebbe,
se non ci fosse il contributo delle acque
fluviali da tutti i continenti, un abbassamento del livello delle acque. Nelle aree
continentali si verifica il fenomeno opposto in quanto si registra unevaporazione
di 410 mm ed una precipitazione media
annua di 720 mm: i 310 mm di precipitazione eccedenti compensano, una volta
raggiunto il mare, il deficit oceanico. Questa restituzione di acqua alloceano non
immediata, per i gi citati fenomeni di differente velocit di movimento dellacqua
nei diversi ambienti continentali (transito
dellacqua nei ghiacciai, nel sottosuolo cd
in superficie), per cui il bilancio si chiude
in parit solo in tempi assai luoghi.
Dallequatore ai poli le aree continenta60

li presentano caratteristiche climatico


ambientali diverse, per cui la distribuzione
delle zone con eccesso o difetto di precipitazione rispetto allevaporazione resa pi
aleatoria dalla variabilit degli stessi fattori ed elementi climatici: certo, tuttavia,
che, nella stessa regione, al crescere dellaltitudine corrispondono maggiori apporti dacqua e minori perdite.
In Sardegna questa correlazione tra
quota, precipitazioni e giorni piovosi
stata calcolata su 232 stazioni pluviometriche: i risultati, anche se con una significativit statistica bassa (coefficiente di correlazione uguale a 0.70), hanno evidenziato
una precipitazione media ed un numero
medio di giorni piovosi, a zero metri sul
livello del mare, rispettivamente di 450
mm e di 48 giorni piovosi e, per ogni
incremento di 100 metri di quota, un
aumento medio di 100 mm di pioggia e di
7 giorni piovosi (Figg. 25 e 27). Pertanto
da questa valutazione scaturisce che le precipitazioni sono, nelle aree con 500 e 1000
metri di quota, distintamente doppie e triple rispetto a quelle delle zone costiere a

Fig. 22. Linvaso artificiale di Bau Mugeris dellalto


Flumendosa nel periodo estivo.

livello del mare. Lulteriore analisi tra questi valori di afflusso e quelli relativi allevaporazione ed evapotraspirazione reale e
potenziale (questi ultimi strettamente legati alla temperatura e dunque pi bassi con
il crescere della quota), conferma lincremento del valore della risorsa idrica al crescere della quota.
Infatti tra gli ambiti territoriali, per questo fenomeno, le aree montane
rappresentano i luoghi nei quali si registrano, nello spazio di un anno, i surplus idrici pi alti: in queste zone tali surplus costi-

tuiscono un patrimonio idrico importante


ed irrinunciabile soprattutto per la funzione di equilibrio idrologico che esercitano
nei confronti anche delle aree adiacenti.
Complessivamente tale patrimonio,
nonostante lestensione dei rilievi della
Sardegna sia solo di 280.000 ha, pari cio
ad un valore del 12% della superficie dellintera Isola, rappresenta il 30% delle
risorse idriche totali. Questo valore, scaturito dallelaborazione dei dati pluviometrici e dalle considerazioni di bilancio in rapporto con i caratteri litologici e strutturali,
evidenzia limportanza delle aree montanee nel loro insieme e fa intuire la tipicit
61

Fig. 23. Lago di Nuraghe Arrubiu, secondo invaso del


Flumendosa.

particolare delle singole realt nellambito


territoriale ed idrologico di appartenenza.
Le morfologie della Sardegna definite e
ridefinite dagli eventi orogenetici e tettonici e modellate dalla continua attivit esogena offrono alla vista un paesaggio molto
eterogeneo a carattere prevalentemente
montuoso. Questo carattere la Sardegna lo
deve, non tanto alle condizioni altimetriche, giacch solo il 15% dellIsola occupa
rilievi superiori ai 500 metri, quanto a
quello pi strettamente morfologico in
relazione alle pendenze dei versanti dei
62

bacini idrografici ed alle profonde incisioni presenti negli stessi. In questo contesto i
bacini idrografici e i complessi idrogeologici (fig. 26) caratterizzano un territorio il
cui regime idrologico estremamente
variabile, dove i corsi dacqua durante
gran parte dellanno, quando non sono alimentati da reflui urbani, sono asciutti e se
intercettati a monte da sbarramenti per
invasi artificiali diventano a regime occasionale.
La presenza di unarea montana estesa
in un bacino idrografico assume un valore
idrologico notevole sia dal punto di vista
quantitativo per il surplus idrico presente
che da quello qualitativo per le migliori

Fig. 24. Diga dellinvaso di Nuraghe Arrubiu.

caratteristiche chimiche delle stesse risorse idriche.


Le interrelazioni di queste risorse idriche con i vari tipi litoidi nelle diverse
morfologie, le risultanze di bilancio tra
deflussi, infiltrazioni e perdite, le caratteristiche fisiche, fisico-chimiche, chimiche e
biologiche identificano, nel loro insieme,
questo patrimonio idrico che, oltre la funzione di serbatoio polmone, esercita, in
considerazione della sua stessa natura ed
entit, una presenza tipizzante qualitativa
della stessa regione.

Le risorse idriche superficiali e profonde delle aree montane della Sardegna, a


causa della bassa densit antropica, hanno,
in generale, ottime caratteristiche chimiche, chimico-fisiche e biologiche, mentre
via via che da monte si scende verso valle,
con lincrementarsi della popolazione e
dunque dei valori inquinanti di origine
organica ed inorganica, le acque, in molte
aree, sono abbastanza compromesse con
grave rischio per lo stesso sviluppo di
quelle zone. Le caratteristiche chimiche di
queste acque non derivano, solo dallinterazione con i tipi litoidi con cui vengono a
contatto come recitava Plinio quando
sosteneva Tales sunt aquae qualis est
63

Fig. 25. Regressione lineare del rapporto tra quota (in


m) e precipitazioni (in mm) di 232 stazioni pluviometriche della Sardegna sui dati disponibili tra il 1921 ed il
1980. Si evidenzia un aumento di precipitazioni di circa
100 mm di incremento ogni 100 m di altitudine.

terra per quam fluunt da cui il concetto


che la qualit delle acque in relazione
allambiente geologico di provenienza e
cio al tipo di circuito idrogeologico e alla
durata del contatto acqua-roccia, ma spesso
derivano soprattutto dalla interazione con
sostanze tossiche ed indesiderate, presenti
nel terreno, provenienti da attivit produttive e di servizio. Pi alti sono i valori di queste sostanze pi alte sono le probabilit che
le acque ditali ambienti se ne arricchiscano,
fino a risultare inutilizzabili e dannose.
Pur senza rinunciare a riconoscere a ciascuna area montana, sotto il profilo strettamente idrologico, una propria identit ambientale, possiamo individuare, tuttavia, analogie e caratteristiche molto vicine fra le
64

diverse realt. I territori del Monte Limbara, del Monte Lemo e il gruppo montuoso
dei Sette Fratelli, presentano tra loro
particolarit ambientali molto simili in
considerazione del substrato geologico che
li caratterizza, ma anche dal punto di vista
delle morfologie e del regime idrico. Altrettanto si pu dire, per il gruppo montuoso
del Gennargentu, che per la sua estensione
di 60.000 ha il pi rappresentativo della
Sardegna, e per i gruppi montuosi del Sulcis sia per affinit litoidi di affioramento
che per le caratteristiche idrogeologiche.
I gruppi montuosi di natura calcarea,
Monte Albo ed i monti di Orosei, si discostano notevolmente dalle altre aree montanee per le loro caratteristiche idrogeologiche che danno luogo a regimi idrici con
una circolazione sotterranea ricca di fenomeni carsici e con manifestazioni sorgentizie di grande interesse.
I rilievi montani del Montiferro per le
caratteristiche di permeabilit, spesso assai

Fig. 26. Carta della Sardegna 1:1.000.000 con


indicazione dei principali
bacini idrografici. (Base
orograficada Atlante della
Sardegna, a cura di R.
Pracchi e A. Terrosu Asole,
delimitazione dei bacini:
originale).

bassa, delle vulcaniti, presentano fenomeni opposti a quelli dellambiente calcareo,


cio regimi idrici legati unicamente ad una
circolazione superficiale e rare manifestazioni sorgentizie interessanti.
La salvaguardia e la tutela del patrimonio idrico delle aree montane, di cui da
molto tempo si parla, un aspetto delle
problematiche ambientali che non pu
essere pi rinviato. Le molteplici situazioni di degrado che, con molta indifferenza,
in questi ultimi anni siamo stati abituati ad
osservare ci devono indurre ad una riflessione molto attenta e ad una radicale ed
urgente presa di posizione per garantire
alle acque ed a tutte le risorse naturali una

qualit ambientale rispettosa dei suoi


numerosi e delicati equilibri.

65

66

1. Introduzione

Nella Sardegna sono rappresentate numerose formazioni geologiche a cui corrispondono litotipi e forme assai differenti.
Queste caratterizzano il paesaggio sia
direttamente, attraverso forme e colori, sia
indirettamente, con i suoli che da loro derivano e con la vegetazione che essi sopportano. Linfluenza del clima piuttosto evidente sullalterazione delle rocce, sui
caratteri dei suoli e sulla composizione
della flora e vegetazione.
Pertanto il paesaggio della Sardegna
risulta essere uno dei pi differenziati del
Mediterraneo.
Linfluenza antropica risulta assai
importante su tutto il territorio, compreso
quello montano. Dellantico paesaggio
rimangono soltanto alcune testimonianze
che permettono di spiegare oggi le modificazioni ambientali che si sono succedute
nei vari periodi storici e per capire quale
pu essere il trend evolutivo od involutivo con vari sistemi di landuse.
Le aree a quota elevate non sono molto
diffuse in Sardegna, n sono tali da definirle tipicamente montane.
Tuttavia, se si esamina una catena di
suoli, cio una loro successione lungo una
pendice, si possono osservare modificazioni strettamente legate non solo al substrato
ma anche al clima, con caratteri specifici

derivanti soprattutto dallinfluenza di questultimo.


In questo senso la diversa evoluzione
del suolo nelle varie fasce altitudinali ha
influito nettamente sulla vegetazione.
In Sardegna tutte le aree montane
hanno subito inoltre una forte influenza
antropica soprattutto con gli incendi e col
sovrapascolamento. Il suolo pertanto
stato oggetto di non pochi fenomeni di
degradazione, fra i quali lerosione appare
il pi grave.
Pertanto lo scarso spessore dei suoli, che
caratterizza il panorama pedologico della
montagna sarda in parte dovuto a fenomeni naturali (limitata pedogenesi), ma anche
allerosione accelerata ad opera delluomo.
Vediamo ora, in breve, per le aree
montane dellisola, come influiscono i vari
fattori della pedogenesi.

2. I fattori della formazione del suolo


Secondo Jenny (1951) i fattori che sono
alla base della formazione del suolo sono:
la roccia madre, il clima, la morfologia, gli
organismi viventi ed il tempo, secondo la
seguente equazione:
S =f(R, Cl, M, O, T)
69

Fig. 28. Aree culminali del Monte Linas spogli di vegetazione torestale.

Linfluenza di uno o pi tali fattori


responsabile della differenzazione dei
suoli, dei loro caratteri intrinseci, della fertilit, dei diversi rapporti con la vegetazione.
Nelle aree montane i fattori che
maggiormente hanno importanza nella
pedogenesi sono i seguenti:
Substrato o roccia madre che in
Sardegna risulta abbastanza differenziato.
Sono infatti presenti vari tipi di metamorfiti, graniti, calcari, rocce vulcaniche acide
e basiche. Questi litotipi possono influen70

zare alcuni importanti caratteri quali la tessitura, la reazione, la capacit di scambio


cationico, la capacit di trattenuta per lacqua e quindi sulla lunghezza del periodo
arido ecc.
Il clima svolge un ruolo importante
sullalterazione delle rocce, sia con le
precipitazioni, che con le temperature. A
parit dei fattori, gioca un ruolo fondamentale sullevoluzione lalterabilit della
roccia e viceversa.
La morfologia agisce attraverso
lesposizione, la pendenza e la lunghezza
del pendio. Lesposizione pu determinare
notevoli variazioni di umidit nel suolo,
sulla lunghezza del periodo arido e quindi

Fig. 29. 1 tacchi calcarei di Monte Fumai e Monte Novo


S. Giovanni ricchi di piante endemiche rare.

sulla durata della pedogenesi e sullo sviluppo della vegetazione.


Lacclivit e la lunghezza del pendio
possono influire sullerosione e sulla stabilit dei versanti.
Gli organismi viventi, siano essi vegetali od animali, agiscono principalmente
sullalterazione del substrato, sullaccumulo e trasformazione della sostanza organica, sulla qualit dellhumus, sulla saturazione in basi e sulla capacit di ritenuta per
lacqua.
Le diverse coperture vegetali possono-

produrre effetti differenti sulle principali


caratteristiche chimiche e fisiche dei suoli.
Nel quadro dellinfluenza degli organismi viventi va inserita anche lattivit
umana che pu essere positiva o negativa a
seconda del tipo ed intensit di intervento.
Purtroppo nelle montagne sarde prevalgono gli interventi negativi pi che quelli
positivi.
Il tempo rappresenta il fattore che
determina, a parit di tutti gli altri, la durata di sviluppo del suolo. In condizioni di
equilibrio possibile avere una datazione
relativa dellet dei suoli presenti in una
determinata area.

71

3. I suoli
Da quanto premesso, i suoli possono
definirsi come corpi naturali, formatisi
sotto lazione dei vari fattori delle pedogenesi, che sopportano o possono sopportare
la vita delle piante. Pertanto come corpi
naturali debbono essere classificati secondo un sistema tassonomico.
Non esiste per un sistema di classificazione unico, bens degli schemi diversi
studiati per alcuni paesi ma che possono
essere applicati anche in altre parti del
mondo. Uno di questi quello elaborato
dal Dipartimento dellAgricoltura USA
(Soil Conservation Service) e che ben si
adatta ai suoli della Sardegna.
Il sistema articolato in varie categorie,
raggruppanti i suoli in funzione dei processi di pedogenesi, come risulta dal
seguente schema.

72

Per le aree montane della Sardegna


sono state riscontrate le categorie (ordini)
riportate nella pagina a fronte.

3.1. Entisuoli
Gli Entisuoli sono suoli allinizio dellevoluzione caratterizzati da uno scarso
sviluppo del profilo ossia con la presenza
del solo orizzonte A; il profilo pertanto
tipo A-C oA-R.
Nel caso delle aree montane dellIsola,
gli Entisuoli sono fra i pedotipi pi diffusi,
in qualsiasi substrato, e pertanto le loro
caratteristiche sono nettamente influenzate
dalla roccia madre.
Si riscontra principalmente il Grande
Gruppo Xerorthents nei vari sottogruppi
tipici, litici, districi.

I Tipici rappresentano i termini pi


evoluti e con profondit superiore a cm 50,
i Litici sono invece poco sviluppati e con
spessore inferiore a cm 50 mentre i Districi sono caratterizzati da una bassa saturazione in basi e da reazione subacida.
Il debole spessore dovuto o alla scarsa alterabilit delle rocce od alla erosione,
sia naturale che accelerata; mentre la subacidit dipende dalla piovosit ed anche
dal substrato.
I termini acidi sono i pi diffusi, soprattutto nel Limbara, M. Lemo, Gennargentu,
Serpedd, Punta Maxia, ossia sui litotipi
metamorfici e cristallini; i suoli pi saturi si
riscontrano su rocce carbonatiche (Marganai) o su rocce vulcaniche basiche (P. Palai).
La fertilit in questi casi fortemente
influenzata dalla roccia e dal consorzio
vegetale esistente.

In tutti i casi i suoli pi fertili sono quelli derivati dalle vulcaniti basiche, dalle
dolomie e dai calcari (Marghine, Marganai, Supramonte).
Per questi suoli occorrerebbe una
migliore gestione per favorirne lo sviluppo,conservarne la fertilit e, nel contempo,
accelerare il riformarsi della macchia e
macchiaforesta.
Levoluzione procede in tal senso e nel
tempo levoluzione sarebbe tale da consentire un maggior sviluppo del profilo,
una differenziazione in orizzonti (A-B-C)
ossia arrivare fino alla formazione degli
Inceptsuoli.
necessario soprattutto ridurre il
pascolamento, evitare gli incendi e evitare
qualsiasi forma di lavorazione del suolo
che contribuisca a disperderne la sostanza
organica e le parti fini.
73

3.2. Mollisuoli
Nelle zone pi elevate delle montagne
calcaree della Sardegna, le condizioni
ambientali sono favorevoli per la
formazione e lo sviluppo dei suoli che, per
le loro caratteristiche e propriet, possono
essere inseriti nellordine dei Mollisuoli.
Si tratta di suoli minerali caratterizzati
dalla presenza di un orizzonte di superficie
relativamente spesso, di colore scuro,
ricco di humus, dove i cationi bivalenti
sono dominanti nel complesso di scambio,
con strutture generalmente grumosa ben
evidente.
Tale orizzonte viene chiamato Mollico e si forma generalmente per la
decomposizione dei residui organici in
presenza di cationi bivalenti, particolarmente il calcio, in situazioni ambientali (di
vegetazione e climatiche) che favoriscono
laccumulo della sostanza organica.
Le montagne calcaree della Sardegna
(M. Marganai, Supramonte, Monte Albo,
Monti della Barbagia), ed in particolare
quelle ove si riscontrano i calcari ed i calcari dolomitici del Paleozoico e del Mesozoico, sono le aree ove pi facilmente
possibile lo sviluppo dei Mollisuoli, quasi
sempre localizzati nelle zone al di sopra di
1000 m e dove presente il climax degli
arbusti prostrati e delle steppe montane
mediterranee.
Si tratta quasi sempre di Xerolls, Mollisuoli di clima mediterraneo con regione di
umidit xerico con profilo di tipo A-C e
spessore variabile da pochi decimetri (sottogruppi litici) ad oltre 50 cm (sottogruppi
tipici).
Lorizzonte mollico di superficie
talvolta discontinuo in relazione col maggior o minore sviluppo della copertura
vegetale e dellintensit di erosione.
E probabile che in un recente passato
questi suoli coprissero superfici assai pi
ampie ed ospitassero anche una vegetazione arborea. Per le loro propriet (contenuto in sostanza organica, struttura soffice,
buon drenaggio) essi costituiscono un
74

pedotipo di elevata potenzialit produttiva


anche per la vegetazione naturale. La loro
difesa dai fenomeni di erosione e di desertificazione legati alluso non corretto delle
risorse ambientali, dovrebbe essere un
obiettivo ben preciso nella gestione ed utilizzazione dei territori delle montagne
sarde.

3.3. Inceptsuoli
Trattasi di suoli normalmente in equilibrio con lambiente, con profilo A - Bw C, ossia caratterizzati dalla presenza di un
orizzonte diagnostico Cambico.
Si suddividono in diversi sottordini, in
funzione della presenza di un orizzonte
superficiale pi o meno saturo (ochrico od
umbrico) o per la presenza di materiali
amorfi nella frazione minerale (sottogruppi andici).
Ochrepts - Essi sono caratterizzati da
un orizzonte di superficie (ochrico) con
saturazione in basi abbastanza alta, con
prevalente copertura di latifoglie (leccio),
e si ritrovano per le aree considerate montane, nelle zone a quote pi basse.
Essi sono diffuse soprattutto sulle rocce
metamorfiche e su morfologie ondulate e
dolci.
In queste aree gli Xerochrepts tipici
possono essere considerati in fase Climax
con lambiente (clima, substrato, morfologia e vegetazione). Purtroppo la loro diffusione assai limitata a causa dellintensificazione dei fenomeni erosivi. A tratti possono riscontrarsi su depositi di versante,
purch stabilizzati dalla copertura vegetale.
Gli Ochrepts sono diffusi in piccoli
lembi sul M. Linas, nel gruppo dei Sette
Fratelli, ed in piccole parti del Gennargentu e del Limbara.
Umhrepts - Si differenziano dagli altri
Inceptsuoli per la presenza di un orizzonte
di superficie (Umbrico) parzialmente
desaturato ed a reazione acida o subacida.
Tale caratteristica da mettersi in relazio-

Fig. 30. Interventi forestali sul versante meridionale del


Monte Rasu.

ne alla maggiore piovosit ed alla buona


permeabilit.
Per questi motivi i suoli appartenenti a
questo sottordine si riscontrano sulle parti
pi elevate dalle formazioni metamorfiche
e granitiche, come ad esempio sul Limbara, Gennargentu, Serpedd, Monte Linas
ecc.
La desaturazione evidente sotto
qualsiasi copertura arborea ed arbustiva,
con incremento dove esistono nella macchia specie acidofile quali lerica, il cisto.
Nei pascoli la flora maggiormente
rappresentata da graminacee.
Come per il precedente sottordine la

loro diffusione limitata alle aree maggiormente conservate.


Anche in questo caso essi possono essere considerati in fase climax con lambiente.

3.4. Andosuoli
Questi suoli presentano genesi,
caratteristiche e propriet particolari legate soprattutto al tipo di roccia madre dalla
quale derivano.
Essi infatti si originano esclusivamente
in materiali vulcanici o su vulcanoclasti
che siano ricchi di materiali amorfi sia primari (vetro) che secondari (allofani).
Essi infatti coprono unarea abbastanza
estesa nelle zone vulcaniche recenti dellI75

talia centro-meridionale. In Sardegna sono


limitati a superfici relativamente ristrette,
nelle zone pi elevate della catena del
Marghine e del M. Ferru, ove ospitano biotopi di notevole interesse naturalistico.
Gli Andosuoli sono i suoli a bassa densit apparente, con il complesso di scambio dominato da materiali amorfi e con
drenaggio pi o m,eno libero. Altri caratteri peculiari sono una elevata capacit di
ritenzione per lacqua, una notevole porosit, una certa capacit di ritenzione del
fosforo, un elevato contenuto in sostanza
organica negli orizzonti superficiali (complessi organominerali).
Questi suoli presentano quindi alcune
di quelle caratteristiche salienti che definiscono una condizione tutta particolare per
le radici delle piante. Il materiale amorfo
molto attivo e facilmente scambia i catoni;
si ha una quantit di sostanza organica
superiore ad altri suoli che, nello stesso
ambiente, si formino in altri materiali. La
reazione, si avvicina alla neutralit o tendente alla subacidit, la porosit molto
elevata e le piante perci trovano in questi
suoli condizioni di sviluppo pi favorevoli
rispetto ad altre condizioni.
Il loro profilo di tipo A-Bw-C e lo
spessore assai variabile in funzione della
pendenza e del grado di copertura vegetale. Nelle aree montane della Sardegna, ove
la vegetazione forestale in fase climacica, (Mularza Noa, Ortachis, pendici meno
acclivi di P. Palai, Badde Urbara) la profondit degli Andosuoli supera anche 100
cm ed i suoli risultano abbastanza evoluti.
Quando invece il bosco degradato, nelle
radure, nelle zone in erosione in seguito ad
incendi od al pascolamento eccessivo, lo
spessore si riduce talvolta drasticamente
ed in molti casi si hanno ampi affioramenti di roccia.
I lembi di territorio ove si riscontrano
gli Andosuoli rappresentano siti che, per le
loro caratteristiche pedologiche, floristiche e vegetazionali, risultano di particolare interesse scientifico e paesaggistico per
cui necessitano di particolari interventi di
76

tutela e gestione.
Infatti la loro fertilit complessiva tale
da garantire una ricostituzione della
vegetazione pi rapida rispetto a tutti gli
altri tipi pedologici dellIsola.
Daltronde trattasi delle aree pi richieste, da sempre per i pascoli, sia per la produttivit che per lalto valore naturalistico.

3.5. Alfisuoli
Le cime pi alte, i crinali ed i versanti
pi acclivi delle montagne calcaree delle
Sardegna, presentano vastissime superfici
coperte da roccia affiorante o da suoli
allinizio dellevoluzione e comunque con
spessore modestissimo. Ma in zone limitate, nelle fessure ed anfrattuosit pi profonde e nelle doline, si ritrovano dei suoli
di colore rosso o rossoscuro, a tessitura
fine, aggregazione generalmente prismatica grossolana, con fenomeni evidenti di
traslocazione di argille e sesquiossidi dallalto verso il basso.
Si tratta delle Terre Rosse Mediterranee delle vecchie classificazioni europee,
oggi inserite nellordine degli Alfisuoli,
grande gruppo Rhodoxeralfs, caratterizzati
da una profonda decarbonatazione e da
una consistente illuviazione di parti fini e
finissime che concorrono alla formazione
di un orizzonte profondo arricchito in
argilla e denominato orizzonte argillico.
Tali suoli testimoniano la presenza in
passato di una copertura vegetale anche
arborea assai pi diffusa ed intensa oltre
che un clima pedogeneticamente pi
aggressivo (maggior piovosit e pi elevata temperatura).
Attualmente, per effetto dellintensa
erosione verificatasi a seguito dei disboscamenti, incendi e sovrapascolamento,
questi suoli sono limitati, come stato
detto, alle spaccature ed alle fessurazioni
presenti nei calcari ed hanno quindi una
spessore assai variabile. Il loro profilo (del
tipo A Bt C) pu presentare profondit
assai limitate (Lithic Rhodoxeralfs) o rag-

Fig. 31. Gennargentu. Residui dei boschi di roverella,


ginepreti e rocciai nella vallata del Rio Aratu.

giungere invece, anche a breve distanza, o


nelle doline, uno sviluppo assai superiore
(Tipic Rhodoxeralfs).
Essi presentano comunque un alto
rischio per lerosione come dimostrano le
vaste superfici con roccia affiorante. Pertanto necessaria la conservazione di queste aree che constituiscono un patrimonio
scientifico ed ambientale di immenso
valore, testimoni di un paesaggio ormai
scomparso in tutte le aree calcaree pi o
meno aride del Mediterraneo.

4. Considerazioni conclusive
Da questa brevissima esposizione appare evidente che la maggior parte dei suoli
delle aree montane della Sardegna, sono
poco sviluppati o per la scarsa attivit di
alcuni fattori della pedogenesi (roccia
madre, clima e morfologia) o per linfluenza della degradazione (erosione) causata

soprattutto dalla attivit antropica (incendi, sovrapascolamento, arature, ecc.).


poco probabile che anche parti pi elevate
in quota fossero prive di vegetazione arbustiva ed arborea in quota fossero prive di
vegegazione arbustiva ed arborea, che
avrebbe favorito la formazione di suoli
ben pi evoluti degli attuali, con orizzonti
di superficie molto ricchi di sostanza organica, e di fertilit notevolmente pi elevata. Soprattutto il tenore in sostanza organica pi o meno umidificata svolgeva e svolge alcuni ruoli fondamentali. Innanzitutto
gli orizzonti organici di superficie assicurano una buona permeabilit e unelevata
capacit di trattenuta per lacqua. Questi
due caratteri condizionano la riduzione del
periodo arido, labbassamento dei coefficienti di deflusso e lallungamento dei
tempi di corrivazione.
La riduzione dellaridit determinante
sia per la pedogenesi e sia per lo sviluppo
della copertura vegetale di qualsiasi tipo.
La diminuzione dei deflussi eviterebbe
lerosione e soprattutto favorirebbe una
migliore regimazione dei corsi dacqua. La
77

vera regimazione delle acque avviene con


la conservazione del suolo nella parte pi
elevata dei bacini idrografici. Ove infatti
esiste un equilibrio naturale fra suolo e gli
altri fattori ambientali (clima, vegetazione
e fauna), non si verificano fenomeni di
degradazione e di desertificazione.
La funzione del suolo in queste aree
risulta pertanto fondamentale nel quadro
pi generale dellambiente.
Nei rapporti con la vegetazione appare
evidente che il suolo influisce spesso sulle
selezioni delle varie specie.
Ci che deve essere tenuto presente
che, soprattutto nelle aree montane dellIsola, la vulnerabilit ditali equilibri
ambientali assai elevata e differente per
ciascun tipo di paesaggio.
Nello stesso tempo la tipologia vegetale dipende dal suolo, dal clima, dallattivit animale (compresa quella antropica).
Questa la ragione della presenza di vari
paesaggi complessi, ma nello stesso tempo
considerati come unica entit naturale,
determinata dalla interdipendenza dei vari
componenti ambientali.
Il clima esercita uninfluenza
sullalterazione della roccia e sulla selezione delle specie vegetali; queste influen-

zano lalterazione e le modificazioni nel


suolo, laccumulo di sostanza organica e la
distribuzione degli animali. La fauna controlla la vegetazione attraverso una serie
numerosa di azioni. Il complesso di questi
corpi naturali e la loro interazione rappresenta lecosistema e qualsiasi modifica nei
componenti agisce perci su di esso.
Nelle aree montane dellIsola tali
modificazioni si sono da tempo verificate,
come abbiamo visto nella descrizione dei
suoli, per cui lecosistema originario
stato modificato, con conseguenze gravi su
tutto lambiente.
Ovviamente sullevoluzione del paesaggio linfluenza dellattivit umana
negli ultimi secoli stata determinante
tanto che il paesaggio attuale altro non
che una parte di quello originario. Tuttavia, i vari ambienti, pur avendo subito
intensi fenomeni di degradazione, conservano uno spiccato carattere di naturalit,
da conservare e migliorare.
Levoluzione dei suoli va in generale
verso la formazione degli Inceptsuoli,
mentre la degradazione porta allaffioramento dei substrato, con conseguenti
desertificazione sempre pi diffusa.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
ARU A., BALDACCINI P., VACCA A. E ALTRI, 1992
Carta dei.suoli sulla Sardegna. Regione Autonoma della
Sardegna .
BUOL S.W., HOLE FO., MC. CRACKEN R.J., 1980 -

78

Soil genesis and Classification


WILDING L.P., SMECK N.E., HALL G.F., 1983 - Podogenesis and soil Taxonomy.

Introduzione

Il paesaggio vegetale e la flora che lo


determina variano in modo significativo in
funzione dellaltitudine. Le utilizzazioni
antropiche, marcatamente manifeste o
quelle meno sensibili dovute al pascolo
estensivo, che pure tendono a semplificare
la struttura e la fisionomia del paesaggio
vegetale, non riescono tuttavia a eliminare
le differenze che hanno origine in motivazioni complesse e profonde di natura paleogeografica, storico-genetica, climatica
ed edafica.
Per questo lambiente montano assume
caratteri peculiari e sostanzialmente diversi dalle coste, dalla bassa pianura e dalla
collina.
Con il termine di montagna si intendono, di norma, in senso strettamente geografico, i rilievi che superano i 600 m di
altitudine. In Sardegna, in relazione alla
diversa origine geologica delle singole
aree, si ha una conformazione morfologica
molto varia con scenari paesaggistici eterogenei.
Le aree montane sono piuttosto estese
e, sebbene il rilievo maggiore superi di
poco i 1.800 m di quota, laspetto complessivo , talora, di alta montagna per la
presenza di imponenti avvallamenti, profondi dirupi, forre, creste e guglie che
contribuiscono a creare ambienti pieni di

fascino e di suggestione.
La definizione geografica indica, in
modo asettico, il limite altimetrico delle
montagne, ma anche aree notevolmente
inferiori ai seicento metri offrono un aspetto orografico tanto diversificato e tormentato da dare una sensazione di trovarsi in
luoghi decisamente pi elevati.
Linsieme della flora, da questo punto
di vista, pu costituire un elemento ben
correlato con laltitudine, richiamando allo
stesso tempo anche la risultante dei fattori
climatici fondamentali.
In tal senso, ad esempio, loleastro e il
lentisco, con la loro presenza, esprimono
meglio il limite inferiore delle caratteristiche di montagna, mentre specie come il
tasso, lagrifoglio, il ciliegio selvatico, il
sorbo ciavardello stanno invece ad indicare, in modo immediato gli ambienti sicuramente montani.

Caratteri e peculiarit della flora


delle aree montane
La flora della Sardegna, secondo le
conoscenze attuali annovera poco pi di
2.000 specie, e lo studio di diverse aree ci
d il seguente quadro numerico della flora
nativa:
81

Localit
Limbara
Marganai
Monte Albo
Monte Gonare
Monte Linas
Monte Arci
Pixinamanna
Settore siliceo dei
Monti del Sulcis

n. specie
560
650
659
521
600 Ca.
500 ca.
552
600 ca.

Per altre aree montane, verosimilmente,


il numero delle specie potrebbe essere cos
valutato:
Localit
MarghineGoceano
Gennargentu
Monti di Oliena
Sette Fratelli

n. specie
750
750
650
600

In ogni area montana sono presenti,


pertanto, da almeno un quarto ad oltre un
terzo delle specie della flora sarda e nellinsieme, quasi certamente, oltre il 70%
del totale delle specie.
Si tratta quindi di un patrimonio botanico di grande rilevanza che d la configurazione al paesaggio, esercita un insostituibile ruolo di difesa idrogeologica, sostiene le
attivit agro-pastorali del pascolo brado,
offre prodotti come legna da ardere, legname da opera, miele, funghi e, fatto non
secondario, rende gradevole il paesaggio e
favorisce, nelle aree ricche di boschi, il
turismo montano.
Nella flora nativa, accanto alle specie a
larga distribuzione geografica ed ecologica, sono comprese numerose entit endemiche che rappresentano un patrimonio
biologico di valore inestimabile, in grado
di dare elementi guida per comprendere
meglio lambiente naturale attuale e la sua
storia. La componente endemica, inoltre,
trova nelle montagne pi elevate la maggiore espressione con specie ora comuni,
82

ora rarissime, ora affatto esclusive.


Specie endemiche quali Lamyropsis
microcephala (Moris) Dittrich et Greuter,
Aquile gia barbaricina Nardi et Arrigoni,
Rhamnus persicifolia Moris sono esclusive del Gennargentu, Ribes sardoum Martelli e Nepeta foliosa Moris sono accantonate sui monti di Oliena, Aquilegia nuragica Nardi sulle pareti inaccessibili delle
forre di Gorropu nel Supramonte, Rubus
arrigonii Camarda sul Goceano,
Helichrysum montelinasanum Schmid sui
monti del Linas e del Lattias e Linaria
arcusan geli Atzei et Camarda nella Sardegna meridionale.
Altri endemismi come Ribes sandalioticum (Arrigoni) Arrigoni, Limonium
morisianum Arrigoni, Santolina insularis
(Genn. ex Fiori) Arrigoni risultano esclusive della Sardegna ed esprimono collegamenti fitogeografici tra diverse montagne
sarde.
Altre specie ancora come Saxifraga
cervicornis Viv., Barbarea rupicola Moris,
Genista corsica (Loisel.) DC., Orobanche
rigens Loisel., Santo/ma corsica Jord. et
Fourr., Hellehorus corsicus Viv., Centranthus tnnervis (Viv.) Bg., Tanacetum audiberti (Req.) DC., Thymus herha-harona
Loisel. sono invece comuni anche ai rilievi della vicina Corsica.
Car/ma macrocephala Moris si ritrova
nellAppennino toscano, Ptilostemon
casa
bonae (L.) Greuter raggiunge le Isole
Hires presso le coste della Provenza,
Arum pictum L. fu, e Arenaria baleanica
L., vivono anche nelle Isole Baleari, mentre Genista aetnensis Rafin. ed Euphorhia
cupanii Guss. segnalano collegamenti fitogeografici con la Sicilia, altra grande isola
del Mediterraneo, e Berhenis aetnensis C.
Presi ha un areale frammentato oltre che
nel Gennargentu nelle alte montagne della
Corsica, della Campania e della Calabria
e della Sicilia, sullEtna e sui Nebrodi.
Accanto agli endemismi troviamo un
contingente di specie ad areale pi vasto
che indicano ulteriormente i rapporti fiori-

Fig. 32. Lamyropsis micro


cephala, endemismo di antica
origine ad area/e puntiforme
esclusivo del Gennargentu.

stici con la penisola italiana: Asphodeline


lutea (L.) Reichenb., esclusiva in Sardegna
del Monte Albo, Robertia taraxacoides
(Loisel.) DC., Sternhergia coichiciflora
Waldst. et Kit., Epilohium angustifolium
L., Daphne oleoides Schreber, Erynus
alpinus L., Genista salzmannii DC., Lotus
alpinus (DC.) Ramond ex SchIeicher, Colchicum alpinum DC., e Cephalanthera
rubra (L.) Rich. sono alcuni esempi tra le
numerose entit di interesse fitogeografico, che si sono conservate nella fascia
montana.
La Sardegna mostra, inoltre, collegamenti con altre regioni del bacino mediterraneo a mezzo di Bunium corydalinum

DC., della Corsica e delle sierre della Spagna occidentale, Amelanchier ova/is Medicus della Spagna e della Francia; Platanthera a/geriensis Batt. et Trabut, Silene
velutinoides Pomel, con il Nordafrica;
Bivonaea lutea (Biv.) DC. ha un areale
tipicamente centromediterraneo che si
estende dai calcari della Sardegna, alla
Sicilia ed allAlgeria. singolare, ancora,
la grande affinit tra i generi monospecifici Morisia, esclusivo della Sardegna e
della Corsica, e Cossonia della catena dellAtlante sempre nel Nordafrica. Analogamente, Lamyropsis microcephala (Moris)
Dittrich et Greuter ha le specie pi affini
nel Caucaso, mentre Prunus prostrata
83

Fig. 33. Aquilegia barbaricina, endemica diffusa sporadicamente sul Gennargentu.

Labill. ha il suo residuale areale


frammentato nelle montagne del vasto
bacino mediterraneo sino alla lontana Persia.
Un altro contingente di notevole importanza viene dato da quegli alberi e arbusti,
in altre regioni del mondo considerati
comuni, che per la loro rarit nellIsola
assumono notevole interesse fitogeografico quali Juniperus communis L., accantonato in pochissime localit nei contrafforti
del Gennargentu, Amelanchier ovalis
Medicus, Rhamnus alpina L., Populus tremula L., Sorbus aria (L.) Crantz, Rosa
serafinii Viv., Pinus pinaster Aiton, che
ricorrono in
84

diverse montagne dellIsola, Sorhus


aucu paria L., di cui conosciuto un unico
esemplare relegato in un roccione inaccessibile della fascia pi elevata del Gennargentu, mentre Daphne laureola L. si ritrova esclusivamente sul Limbara.
Di grande interesse anche la presenza
del melo selvatico (Malus dasyphylla
Borkh.), del perastro (Pyrus pyraster
Burgds.), del ciliegio selvatico (Prunus
avium (L.) L.) e del pruno selvatico (Prunus insititia L.), che trovano nelle montagne le condizioni di vita ottimali. Ancora
nelle aree montane esistono allo stato
spontaneo, specie importanti nelleconomia tradiziona L.) che vive dalle zone

costiere sin oltre i le quali il noce (Juglans


regia L.), il casta 1500 m. Da ricordare,
infine, il gineprogno (Castanea sativa Miller), il nocciolo nano (Juniperus nana
Wilid.) che sul (Corylus avellana L.) coltivate da tempi Gennargentu copre, formando estesi tappeti remoti, delle quali per
non ancora accer pungenti, le aree culminali, ove stentano a tato il loro indigenato.
vivere le altre specie forestali.
Ma gli alberi pi comuni sono indubbia
Nei recessi pi inaccessibili delle montamente specie come il leccio (Quercus ilex
gne, specie come il corbezzolo (Arbutus
L.), la sughera (Quercus suber L.), la
roveunedo L.) o la fillirea a foglie larghe
(Phillyrella (Quercus puhescens Willd.)
che danno rea latifolia L.), che comunemente si trovala fisionomia fondamentale
al paesaggio no in forma arbustiva, manifestano tutta la vegetale, lacero minore
(Acer monspessuloro potenzialit biologica presentandosi lanum L.), il tasso (Taxus
baccata L.) e come alberi di grandi dimensioni lagrifoglio (hex aquifolium L.), che
in determinate situazioni si associano alle

querce a costituire boschi misti di notevole interesse scientifico.

I fitoclimi delle montagne sarde


Tra i ginepri che entrano a far parte della
vegetazione forestale in Le specie vegetali
con particolari esigen modo quantitativamente significativo sono ze dal punto di
vista ecologico, pi di altrida ricordare il
cedro licio (Juniperus phoe elementi naturali, sono in grado di dare in nicea L.) che,
sebbene sia una specie che
tutti i periodi dellanno valide indicazioni,
predilige gli ambienti caldi costieri, nelle
sia con la loro presenza che con la loro aree
calcaree del Monte Albo o dei Supramonti,
si rinviene fino ai 1.100 m di quota e il
ginepro ossicedro (Jun iperus oxycedrusassenza, per riconoscere in modo immediato
le caratteristiche fondamentali del clima.
Fig. 34. Rhamnus persicifolia, unica specie arborea
endemica esclusiva della Sardegna, predilige i luoghi
freschi, ma si adatta anche agli ambienti aridi calcarei.

85

Fig. 35. Linaria arcusangeli,


endemismo delle aree montane
della Sardegna meridionale.

Un aspetto particolare, al riguardo,


viene offerto dalle forme biologiche dei
vegetali che mostrano, in modo chiaro
come la percentuale di piante erbacee
perenni (emicriptofite) tende ad aumentare, a scapito delle piante erbacee annuali
(terofite), via via che con laltidudine il
clima tende ad assumere caratteri di maggiore continentalit.
Pi in generale la considerazione
dellinsieme delle specie, offre, pur senza
lausilio di dati analitici delle temperature
o delle precipitazioni, ulteriori elementi
per la valutazione complessiva del clima. 1
rapporti tra clima e piante si possono esprimere anche con il fitoclima, che viene
86

definito mediante le specie guida di una


determinata area. In particolare nelle montagne della Sardegna, al di sopra del piano
collinare, si individuano, secondo lo schema di Arrigoni del 1968, fondamentalmente i tre fitoclimi seguenti.
A. Il climax delle foreste mesofile di
leccio.
caratterizzato dalla presenza, accanto
al leccio (Quercus ilex L.), che rappresenta la specie forestale dominante nelle
situazioni di maggiore naturalit, della
roverella (Quercus pubescens WilId.), in
alcune aree molto frequente e diffusa
anche a seguito delle utilizzazioni antropiche della foresta originaria, di viburno

(Viburnus tinus L.), frassino minore (Fraxinus ornus L.), terebinto (Pistacia terebinthus L.), di bupleuro (Bupleurum fruticosum L.). Ricadono in questo fitoclima
gran parte del Limbara, del versante meridionale del MarghineGoceano, del Montiferru, del Monte Albo, del Monte Gonare,
del Monte Linas, dei Monti del Sulcis e dei
Sette Fratelli
B. Il climax delle foreste montane di
leccio e roverella.
Le specie prevalenti in condizioni di
naturalit sono sia il leccio, sia la roverella, pi frequente, questultima, in funzione
allesposizione ai versanti esposti
settentrione, alle correnti umide e a quei
substrati di natura silicea in grado di trattenere una maggiore riserva idrica. Nelle
aree montane, sebbene il leccio presenti
una notevole vitalit, la roverella si dimostra la specie in grado di sopportare meglio
le basse temperature e costituire ancora
oggi, nonostante le disastrose utilizzazioni
del passato, formazioni boschive di notevoli estensioni anche nella fascia tra i 1000
e i 1500 m di altezza. Gli esemplari di

grossa mole del Gennargentu, testimoniano ancora la potenzialit di questo tipo di


bosco.
Mentre il leccio, riesce a costituire le
foreste pi interessanti e meglio conservate nelle montagne calcaree, la roverella,
attualmente esprime tutta la sua potenzialit climacica soprattutto nei contrafforti del
Gennargentu e nel versante settentrionale
del MarghineGoceano e nel Montiferru.
In questa fascia fitoclimatica altre specie forestali di notevole interesse, ora
facenti parte integrante delle formazioni
boschive, ora sporadiche o molto rare,
sono rappresentate dallagrifoglio (Ilex
aquifolium L.), dal tasso (Taxus baccata
L.), dal carpino nero (Ostrya carpinifolia
Scop.), dallacero minore (Acer monspessulanum L.), dallefedra dei Nebrodi
(Ephedra nebrodensis Tin.), dal pero corvino (Amelanchier ovalis Medicus), dalla
rosa di Serafino (Rosa serafinii Viv.), dal
Fig. 36. Ribes sandalioticum, endemismo od area/e
frammentato nelle aree montane del Limbara, del Marghine e del Gennargentu.

87

Fig. 37. Saxifraga cervicornis, endenusmo sardo-corso,


indifferente al substrato, del piano alto montano.

pioppo tremolo (Populus tremula L.), dal


sorbo ciavardello (Sorhus tormina/is (L.)
Crantz), dal melo selvatico (Ma/us
dasyphylla Borkh.), dal sorbo montano
(Sorhus aria (L.) Crantz), dal sorbo degli
uccellatori (Sorhus aucuparia L.), dal noce
(Juglans regia L.) e dal castagno (Castanea sativa L.).
C. Il climax degli arbusti montani prostrati e delle steppe montane mediterranee.
caratterizzato dalla durata di un
periodo arido inferiore a 60 giorni, da scarso deficit idrico e da un periodo freddo
superiore a sei mesi. Le specie indicatrici
sono rappresentate, tra i piccoli arbusti e i
suffrutici, da ginepro nano (Juniperus
nana Willd.), crespino dellEtna (Berheris
aetnensis C. Presl), pruno prostrato (Prunus prostrata Labill.), ruta della Corsica
(Ruta corsica DC.), laurella montana
(Daphne oleoides Schreber), ramno alpino
(Rhamnus alpina L.), lAstragalo dei Gen88

nargentu (Astragalus genargenteus


Moris), mentre tra le numerose erbe sono
frequenti Plantago subulata L. ssp. insularis (Gren. et Godron) Nyman, Armena sardoa Sprengel, Sagina pilifera (DC) Fenzl e
numerose altre endemiche.
Le aree ascrivibili a questo fitoclima
sono quelle superiori ai 1200-1300 m nel
Gennargentu, le creste del Limbara, del
Monte Rasu, di Punta Palai, dei Monte
Linas e, nelle zone calcaree, le aree culminali del Corrasi e alcune del settore interno
del Monte Albo.

Il paesaggio vegetale nelle montagne


sarde
Specie arboree, arbustive, suffruticose,
erbacee sono talora in grado di costituire
paesaggio grazie alle caratteristiche cromatiche che le evidenziano in modo deciso rispetto alle altre, per tutto il periodo
dellanno o in particolari momenti delle
stagioni.
Il paesaggio forestale pi frequente
delle montagne sarde senza dubbio quel-

Fig. 38. Cephalantera rubra,


specie a larga distribuzione
euroasiatica, ma rarissima in
Sardegna.

lo del leccio che, sia quando si presenta in


formazione a costituire densi boschi, sia
quando si trova isolato emergente dalla
macchia, nei pascoli arborati o nei pendii
pi scoscesi delle aree risparmiate dal
pascolo e dallincendio, costituisce un elemento di grande spicco. La marcata plasticit ecologica del leccio consente a questa
specie di vivere negli ambienti pi disparati ed anche nelle condizioni pi difficili.
Specie molto longeva, raggiunge anche
dimensioni considerevoli. Nel Supramonte
di Orgosolo a Sas Baddes, in territorio di
Fonni, nel Goceano, in alcuni recessi del
Montiferru si elevano imponenti a costituire veri e propri monumenti naturali.

Laltro albero che caratterizza maggiormente il paesaggio vegetale montano con


le formazioni boschive la roverella. Il
Marghine, il Goceano, il Montiferru, il
Gennargentu presentano vasti boschi,
cedui o fustaie, che accolgono anche una
avifauna particolarmente ricca, grazie alla
maggiore luminosit del sottobosco ed alla
presenza di altre specie in grado di offrire
alimento sicuro durante tutto larco dellanno.
I grandi alberi, per una serie di fattori
riconducibili, per lo pi, agli interventi
antropici sono sempre pi rari e, attualmente, la roverella , forse, la specie che
presenta esemplari di maggiori dimensioni
89

Fig. 39. Boschi misti di leccio e roverella nel Goceano.

in assoluto. Accanto a questa specie gli


agrifogli ed i tassi delle zone elevate del
Gennargentu suscitano grande fascino e
meraviglia, ma della roverella merita
ricordare i grandi alberi con portamento
naturale in territorio di Lodine, e soprattutto, a Sas Cariasas, in territorio di jibrai, un
patriarca di quasi trenta metri di altezza e
dieci metri di circonferenza, attorniato da
numerosi altri alberi secolari.
Rispetto al paesaggio del leccio, il
bosco di roverella, grazie alla caduta delle
foglie, offre nelle diverse stagioni aspetti
pi vari: il grigio dei rami coperti dai
licheni in inverno, il giallo della fioritura
primaverile, il verde chiaro nel periodo
primaverile ed estivo, le diverse tonalit di
giallo nellautunno.
Lacero minore, sebbene possa essere
riscontrato sporadico anche a bassa
altitudine, trova nelle montagne la massima espressione con formazioni in cui
diventa la specie dominante. Soprattutto
nel Marghine, in territorio di Bolotana, fa
90

concorrenza al leccio ed alla roverella


costituendo boschi chiari, caratterizzati dal
giallo nel periodo della fioritura e, nellautunno, dal caldo colore rosso delle foglie,
prima della loro caduta. Lacero minore
spicca anche dal folto dei boschi di leccio
o di roverella e spesso esemplari di grandi
dimensioni si osservano isolati nei pascoli
arborati.
Lagrifoglio ed il tasso, piante
sempreverdi di antichissima origine, sono
spesso associati a costituire, in alcuni casi,
lembi di foreste suggestive che richiamano
ancestrali condizioni ambientali. Le due
specie si trovano in genere oltre gli 800 m
di altezza e solo raramente ed in habitat
particolari, in condizioni di naturalit,
vivono al di sotto di questo limite
Le foreste di tasso e di agrifoglio della
forra di Mularza Noa, in territorio di Bob
tana, e di Sos Niberos, in territorio di
Bono, sono tra gli esempi pi importanti
del bacino mediterraneo. Ristrette aree
caratterizzate dalle singole specie in
formazione forestale si trovano nel massiccio del Gennargentu. Qui, il tasso risul-

Fig. 40. Cedui di leccio nei Marganai.

ta pi sporadico ed degno di particolare


nota il biotopo di Su Sciusciu, mentre lagrifoglio pi frequente, soprattutto nei
canaloni percorsi da rigagnoli, dove costituisce impenetrabili barriere di verde.
Alberi isolati delle due specie si trovano un po ovunque e richiamano le pregresse coperture boschive di queste aree.
In particolare i grandi esemplari di tasso
sono quelli che maggiormente attirano
lattenzione di studiosi o semplici turisti.
In effetti le dimensioni non eccezionali
non devono trarre in inganno sulla loro et
in quanto la crescita diametrica lentissi-

ma, dellordine di qualche millimetro


allanno, per cui non difficile riconoscere tra di essi alberi pi che millenari, veri
patriarchi del mondo vegetale.
Il paesaggio della sughera, uno dei pi
frequenti in Sardegna, nelle montagne si
arresta intorno ai 900 metri di altezza, e
solo raramente ed in condizioni particolari
si trova sin quasi i mille metri. In generale,
nella fascia che va dai 600 agli 850 m, la
sughera, ad eccezione delle aree calcaree,
ricorre a caratterizzare la vegetazione forestale, favorita in vari modi dallintervento
costante delluomo che ha provocato la
sostanziale modificazione delle formazioni forestali originarie.
91

Fig. 41. Leccete e residui di paesaggio agrario alle pendici del Montarbu di Seui.

Il Goceano, i contrafforti del


Gennargentu, il Limbara, il Mandrolisai,
laltipiano di Bitti-Buddus, la Serra di
Orotelli, i Sette Fratelli, il Monte Linas e
quelli silicei del Sulcis-Iglesiente presentano estese sugherete, importanti anche dal
punto di visto economico.
Il ginepro ossicedro, che vive dal livello del mare sino alle maggiori altezze,
una pianta che ricorre frequente nei luoghi
montani degradati. Per lo pi sporadica o
in piccoli gruppi, in grado, tuttavia, di
costituire formazioni su grandi estensioni,
92

come nei Supramonti calcarei o in diverse


localit del Gennargentu.
Piante dalle forme variabilissime e di
grandi dimensioni si trovano sparsi in
quasi tutte le aree montane e tra di essi
sono da ricordare i contorti alberi secolari
del Monte Oddeu, in territorio di Dorgali,
quelli del territorio di Villagrande, Arzana,
Talana, Urzulei, Baunei e di Orgosolo.
Il ginepro feniceo specie termofila,
caratteristica delle zone costiere, sui calcari centro-orientali, sui Supramonti, nelle
zone ben esposte vegeta sin oltre i 1000 m
di altezza, ma solo nel Monte Albo riesce
a costituire, oltre i 600 m di quota, formazioni di una certa estensione.

Fig. 42. Leccete con una forte componente di altre scierofihle sempreverdi nei Sulcis-Iglesiente.

Nei comuni montani del Gennargentu,


ma anche in quelli del Montiferru, e in
parte del Marghine-Goceano, il castagno
ed il nocciolo sono colture tradizionali che
si estendono su superfici relativamente
vaste. Tra i patriarchi si richiama il grande
castagno di Monte Rasu di cui restano purtroppo miseri resti, che la tradizione fa
risalire alla venuta dei primi francescani in
Sardegna.
Sebbene, oggi, abbiano perso di interesse economico, per la produzione di frutti e
di legname, rappresentano pur sempre un
aspetto molto importante dal punto di vista
turistico, in quanto proprio il paesaggio
forestale favorisce un consistente flusso
turistico.
Tra le specie coltivate il ciliegio ed il
noce sono frequenti, ma generalmente con
esemplari pi o meno isolati e su scarse
superfici. La vallata di Desulo, nel mese di
aprile offre, forse, il paesaggio del ciliegio
pi suggestivo dellIsola.

Grandi esemplari di castagno si trovano


un p0 ovunque, ed il noce, allo stato spontaneo vive sino alle pendici di Su Sciusciu,
in territorio di Desulo. La coltivazione da
tempi antichissimi di queste specie non
consente di definire con certezza se queste
due specie, in Sardegna, siano native o
solamente spontaneizzate, sta di fatto che
ormai costituiscono un elemento assolutamente naturale e perfettamente integrato
del paesaggio montano.
Altre specie forestali, meno diffuse o
comunque relegate ad ambienti particolari,
sono il pino marittimo, lontano nero e il
frassino ossifillo. Il pino marittimo, nelle
zone montane, ormai relegato esclusivamente alla Gallura, e soprattutto nel
Limbara permangono nuclei spontanei di
una certa consistenza, accanto a ben pi
estesi rimboschimenti artificiali.
Lontano nero, legato ai corsi dacqua
permanenti, rappresenta la specie in grado
di costituire caratteristiche formazioni a
galleria che sui compluvi del Gennargentu
si evidenziano in modo netto dal paesaggio circostante dei pascoli montani. Nella
93

Fig. 43. Boschi misti a leccio,


rovere/la e acero minore nel
Goceano.

fascia tra i 600 e gli 800 m di altezza


allontano nero si accompagnano diverse
specie di salice o di frassino, sulla cui
chioma spesso si adagia la lianosa vitalba
(Clematis vitalba L.) ricca di fogliame e di
abbondante fioritura nella tarda primavera.
La degradazione della vegetazione
forestale ha determinato laffermarsi delle
specie arbustive, che generalmente vanno
a costituire formazioni a macchia. Il
corbezzolo, le eriche (Erica arborea L. ed
Erica scoparia L.) e la fillirea (Phillyrea
latifolia L.), oggi, coprono vastissime
superfici. Lerica arborea limitata alle
superfici di natura silicea sino a circa
94

1200 m di quota, mentre lerica scoparia


costituisce macchie sino a circa 1400-1500
m. Infine la fillirea e il corbezzolo, specie
indifferenti al substrato, formano macchie
estese e compatte fino a poco al di sopra
dei 1000 m.
Le tipologie di queste formazioni sono
molto diverse e variano in funzione delle
utilizzazioni del pascolo e soprattutto dellincendio. La piena potenzialit del corbezzolo e della fillirea, come gi accennato, si pu apprezzare in alcune localit del
Supramonte di Orgosolo, dove vivono
ancora esemplari di 15-18 m di altezza, sia
isolati sia a formare nuclei piuttosto estesi
di ambienti forestali; ma anche nei monti

Fig. 44. Formazione dei bassi arbusti a ginepro nano nel


Gennargentu, con residui dei boschi di rovere/la.

del Sulcis-Iglesiente, dei Sette Fratelli, del


Monte Arci, dei Monti di Al, del complesso del Serpedd e un po ovunque, dove
si sono conservati paesaggi vegetali pi o
meno integri, queste specie offrono testimonianze di grande interesse botanico.
Ma forse, il paesaggio forestale pi suggestivo rappresentato dalla generosa
fioritura della ginestra dellEtna (Genista
aetnensis Rafin.). Questo paesaggio si
conserva ancora in tutta la sua splendida
evidenza nel territorio di Al dei Sardi,
Villagrande, Talana, Dorgali, ma anche in
altre aree montane dellisola si rinvengono, pi o meno sporadiche nelle macchie,
ai margini dei boschi o sui dirupi.
Tuttavia, la condizione pi frequente
nelle montagne sarde quella dei boschi
misti. Accanto alle querce dominanti, specie come acero minore, tasso, agrifoglio,
carpino nero, pioppo tremolo, sorbo ciavardello, melo selvatico, bagolaro (Celtis
australis L.), notevo le un esemplare in

prossimit della Chiesa campestre di S.


Pietro nel Supramonte di Baunei, perastro
mandorlino (Pyrus amygdaliformis Vill.),
biancospino (Crataegus monogyna Jacq.),
ginestra dellEtna, compaiono a diversificare in modo significativo la vegetazione,
a seconda delle condizioni ambientali e
degli utilizzi del territorio.

Il paesaggio della macchia


Accanto alle macchie a erica arborea,
corbezzolo e fillirea a foglie larghe, gi
menzionate, le specie dominanti in grado
di costituire paesaggio sono lerica scoparia, pianta legata alle zone idromorfe nelle
aree costiere, che nei rilievi del Limbara,
del Monte Lerno e del Gennargentu trova
un habitat particolarmente favorevole, e
lerica terminale (Erica termina/is
Salisb.), con la persistente fioritura rosa
del periodo estivo, frequente nei fontanili e
nelle zone umide e nei punti di contatto tra
la coltre calcarea ed il sottostante basamento siliceo.
95

Fig. 45. Alberi isolati di agrifoglio nel Gennargentu.

Nelle quote intermedie, le superfici percorse da incendio e soggette a pascolo estensivo, soprattutto quelle derivate dai boschi a
sughera e/o roverella offrono coperture
significative di citiso (Cytisus villosus Pourret), dalla abbondante fioritura primaverile,
di calicotome (Calycotome villosa (L.)
Link), che con laltitudine si raref e solamente nelle zone meglio esposte, aride e
percorse dal fuoco si presenta abbondante.
Il ginepro ossicedro, indipendentemente dal substrato forma boscaglie e macchie
pi o meno estese. Sul Monte Albo, sui
Supramonti, sul Limbara, sul Monte Linas,
sul Gennargentu in molti luoghi si osserva
linconfondibile colore glaucescente delle
chiome di questa specie colonizzatrice.
Unaltra pianta che, pur prediligendo
gli ambienti caldi, si afferma nelle aree
granitiche aride e la fillirea a foglie strette
(Phillyrea angustifolia L.), specie termofila, ma comune nel Limbara e nel Monte
Lerno anche a 800-900 m di altitudine.
Il rosso terebinto, invece, risulta esclu96

sivo delle aree calcaree ed diffuso nella


fascia tra i 600 e i 900 m dei calcari mesozoici lungo lorientale sarda, da Dorgali a
Baunei, sui calcari di Seulo, e nel complesso del Marganai. Questa specie pi
abbondante negli altipiani di Seulo, a
costituire un elemento floristico caratteristico delle leccete montane.
Macchie di una certa estensione, ma
temporanee in funzione degli incendi
pastorali sono formate dal cisto (Cistus
monspeliensis L.), che nel periodo primaverile si copre di una bianca fioritura su
vaste zone nella fascia tra i 600 e i 1000 m
di altitudine. Il cisto bianco (Cistus incanus
L.) comune su tutti i substrati sia in gruppi sia isolato e rayviva con i suoi fiori rosati la macchia, mentre la rosola (Cistus aihidus L.), pi diffuso nelle aree granitiche
del Limbara, del Monte Ortobene, del
grande altipiano che da Orune porta a Buddus. Nelle zone montane la macchia, i
bordi delle strade, le sponde dei corsi dacqua sono ravvivate dalla presenza delle
rose selvatiche (Rosa canina L., Rosa pouzinii Tratt., Rosa sempervirens L.).

Fig. 46. Boscaglie a ginepro


feniceo e ginepro ossicedro nel
Sulcis.

Il paesaggio degli arbusti nani


prostrati
Le formazioni basse e discontinue su
substrato roccioso o pietroso, che vanno
sotto il nome di garighe, delle aree culminali del Gennargentu sono caratterizzate
da una serie di piccoli arbusti e suffrutici
di notevole interesse. Ginepro nano, Genista corsica (Loisel.) DC, Genista salzmannii DC., Astragalus genargenteus Moris,
Santolina insularis (Genn. ex Fiori) Arrig.,
Berheris aetnensis C. Presi, Prunus prostrata Labili., Rosa serafinii Viv., Thymus
herba-barona Lois., Teucrium marum Teu-

crium massiliense L., Helichrysum italicum (Roth) G. Don fil. ssp. microphyllum
(Willd.) Nyman, Ruta corsica DC., sono le
specie principali.
Nelle altre regioni montane tra i 900 e i
1400 m i luoghi sono caratterizzati spesso,
nelle aree con roccia affiorante o molto
degradate, dalle ginestre spinose, che
costituiscono un interessante complesso di
specie endemiche a larga diffusione come
Genista corsica (Loisel.) DC, o frequenti
in diverse aree come Genista salzmannii
DC., o anche, spesso, localizzate in aree
molto ristrette come G. desoleana Vaisecchi, nel Montiferru e nel Limbara, Genista
toluensis Valsecchi sul Monte Tului e sul
97

Fig. 47. Boschi residui di pino marittimo a Monte Pinu


di Telti.

Monte Albo, Genista ephedroides DC. nel


Monte Linas.

Il paesaggio delle garighe montane


dei tavolati calcarei
Mentre il ginepro nano non si discosta
dalle aree silicee, nelle zone calcaree pi
degradate il paesaggio dei grandi tavolati montani caratterizzato da garighe
con scarsa copertura in cui Santolina
insularis (Genn. ex Fiori) Arrig. (vicariata da Santo/ma corsica Jord. et Fourr.
nel Monte Albo), Teucrium marum L.,
Teucrium polium L., Helianthemum croceum (Desf.) Pers., Helianthemum morisianum Bertol., Anthyllis hermanniae L.
Stachys glutinosa L., ricorrono con
regolarit.
Nelle stesse aree, tra le specie indifferenti alla natura del substrato sono da
ricordare le vaste distese di cisto a foglie di
98

salvia (Cistus salvifolius L.), dai grandi


fiori bianchi e la giallastra Euphorbia characias L. Anche le altre specie di cisto si
riscontrano frequentemente nelle zone
degradate a rappresentare una fase pioniera nellevoluzione progressiva della vegetazione naturale. Nelle zone calcaree sono
da ricordare il rosmarino, caratterizzato
dalla sua abbondante fioritura, che vive sin
oltre i 1000 m di altezza e la Thymelaea
tartonraira (L.) All., dai rotondeggianti
cespi sericei.
Nelle zone di cresta ventose si affermano i pulvini di Euphorbia spinosa L., specie molto frugale e indifferente al substrato, alla quale si accompagna quasi costantemente Teucrium marum L.
Le numerose piante erbacee hanno
scarso sviluppo, un breve periodo vegetativo e seccano ai primi caldi. Alcune di
esse come i erochi (Crocus minimus DC.),
Colchicum lusitanum Brot., Narcissus tazzetta L., Paeonia mascula L. ssp. russoi
Ten., Pancratium illyricum L. sono anche
piante da fiore di grande interesse ornamentale.

Fig. 48. Ginestra dellEtna in


Ogliastra.

Il paesaggio dei popolamenti erbacei


Nelle zone culminali dei Gennargentu i
popolamenti erbacei, frammisti alle garighe ed alle formazioni a ginepro nano,
sono costituiti da Poa balbisii Pari., Poa
compressa L., Paeonia mascuia (L.) Miller
ssp. russoi (Biv.) Cuilen et Heywood,
Festuca morisiana Pari., Pianta go subuiata L. ssp. insularis (Gren. et Godron)
Nyman, Sagina pilifera Fenzl, Arrhenatherum elatius (L.) Beauv. ssp. sardoum
(Schmid) Gamisans, Carlina macrocephala Moris, Cerastium boissieri Gren.,
Brachypodium pinnatum (L.) Beauv. s.l. e

numerose altre, che sono spesso specie


endemiche di grande interesse fitogeografico. Accanto ad esse si trovano inserite
specie a pi ampia valenza ecologica spesso portate dagli animali al pascolo lungo i
tratturi che percorrono tutto il Gennargentu. Si tratta di bromi, di vulpie, di erba
mazzoiina e numerose altre specie annuali
o perennanti che si ritrovano per comunemente anche nel piano collinare e basale.
Le aree di bassa e media montagna
sono sempre pi spesso arate e utilizzate a
pascolo.
Quando
le
condizioni
geomorfoiogiche lo consentono ci porta
allaffermazione di specie erbacee che
vanno a costituire prati pi o meno stabili,
99

Fig. 49. Gariga a Ephedra nebrodensis nel Supramonte.

in cui finiscono per prevalere le specie


perenni come la carlina, la ferula, lasfodelo, lerba mazzouna, le falaridi, la Vulpia
sicula C. Presi. e Vicia cracca L. In queste
aree tuttavia la composizione floristica
diversissima e riflette io stato pi o meno
accentuato delle condizioni di naturalit e
dellimpatto antropico.
Sono da ricordare infine gli aggruppamenti pionieri a Verhascum conocarpum
Moris e Digitalis purpurea L., a santolina,
legati alle sempre pi frequenti ferite
apportate alle montagne, lungo le strade o
nelle aree di rimboschimento, che vanno a
insediarsi proprio sul terreno rimaneggiato
a seguito dei movimenti di terra.

Il paesaggio della vegetazione


rupestre
In tutte le aree montane della Sardegna, di qualsiasi natura litologica, abbondano affioramenti rocciosi che contribui100

scono a rendere vario il paesaggio. Su tali


superfici sono anche accantonate specie
di grande interesse scientifico come Sorhus aria (L.) Crantz, Sorhus aucuparia
L., Rhamnus alpina L., Amelanchier ovalis Medicus, Psoralea morisiana Pignatti
et Metlesics, Ephedra nehrodensis Tin.,
Valeriana montana L., Daphne oleoides
Schreber, Saxifraga cervicornis Viv.,
Asplenium septentrionale (L.) Hoffm.,
Potentilla Grassinervia Viv., Centaurea
filiformis Viv., Cepahalaria mediterranea
Tsab, Silene velutinoides Pomel,
Helichrysum saxatile Moris, Dianthus
siculus C. Presl, Lactuca Ion gidentata
Moris, Aquilegia nuragica Nardi, Saponaria sicula Rafin., Arenaria hertolonii
Fiori, Hypericum aegypticum L. e numerose altre.
Si tratta di un complesso di specie
endemiche o di interesse fitogeografico
che indicano le montagne come centri di
differenziazione e di conservazione biologica di primaria importanza nel contesto
pi generale dellIsola.

Fig. 50. Contrafforti e pendici dei Supramonti con interventi di rimboschimento a base di conifere.

Il paesaggio forestale dei rimboschimenti artificiali


I rimboschimenti in Sardegna hanno
visto lintroduzione di numerose specie
arboree, ma sono poche quelle utilizzate
pi frequentemente ed in relazione a diverse finalit. Nelle aree demaniali ad esempio prevalgono pinete a pino dAleppo
(Pinus halepensis Miller), a pino bruzio
(Pinus brutia Ten.), a pino da pinoli (Pinus
pinea L.) , ma soprattutto a pino marittimo
(Pinus pinaster Aiton) sul Limbara e a

pino lancio (Pinus nigra Arnold) un po


ovunque. Sono ancora comuni le cedrete a
cedro dellAtlante (Cedrus atlantica L.),
ma non mancano rimboschimenti a castagno, ontano napoletano (Alnus cordata
(Loisel.) Desf.) e ad altre specie di latifoglie
Nel Limbara si hanno le maggiori
estensioni del pino lancio, con pinete in
buono stato e ben inserite nel paesaggio,
che a prima vista sembrano far parte del
paesaggio naturale. Unaltra specie che
negli ultimi anni ha avuto una considerevole diffusione il pino radiata (Pinus
radiata D. Don), i cui impianti per scopi
industriali non sempre sono stati effettuati
101

con le dovute attenzioni al paesaggio naturale ed alle reali potenzialit dei suoli. I
monti della Gallura, della Barbagia, dellOgliastra, le pendici del Monte Linas, del
Monte Arci, del Goceano, del Grighine,
presentano aspetti di vegetazione forestale
in cui la artificialit viene evidenziata
soprattutto dalla regolarit e dallallineamento delle piante.

Considerazioni conclusive
Il paesaggio vegetale delle montagne,
ha subito nel passato profonde trasformazioni che ne hanno modificato il volto in
modo sostanziale. Le foreste di leccio, di
roverella, i boschi di tasso e agrifoglio
hanno troppo spesso lasciato il posto a
macchie, garighe e pascoli, che se da un
lato hanno aumentato la diversit ambientale, dallaltro hanno determinato profondi
aspetti di degrado dellassetto idrogeologico.

102

Oggi le trasformazioni avvengono con


ancora maggiore velocit e impatto rispetto al passato, grazie ai potenti mezzi
meccanici che vengono utilizzati sia nel
taglio dei boschi, sia nelle trasformazioni
agrarie per conquistare sempre nuovi
pascoli ad una attivit pastorale, sostanzialmente, ancora allo stato brado.
Il paesaggio vegetale con le sue
complesse relazioni con il clima, con il
substrato, con la morfologia e con le utilizzazioni antropiche in grado di darci
segnali precisi sul degrado in atto che
necessario fermare, pena lirreversibilit
degli stessi fenomeni. Daltro canto, per
diversi motivi, la montagna ha subito negli
ultimi anni un processo di abbandono e di
spopolamento. Ci, in molti casi, lungi dal
portare benefici alla conservazione del
patrimonio biologico ed alla vivificazione
dellattivit economica, spesso stato
causa di ulteriore degrado, che solo un
approccio in termini nuovi potr forse
arrestare.

1. Introduzione

Quanto viene esposto in questa sede


allattenzione del lettore, riguarda solo una
parte assai limitata della fauna rilevata da
una larga schiera di specialisti avvicendatisi nellesplorazione e nello studio entomologico della Sardegna. Buona parte del
materiale deve essere ancora studiata per
essere disponibile allappassionato cultore
della nostra materia e completata, come
doveroso, da quelle utili informazioni che
possano indurlo ad una pi attenta considerazione delle specie pi significative,
che necessitano, tra laltro, di unadeguata
protezione.
Pur considerando le inevitabili manchevolezze legate a questo tipo di rassegna
riteniamo che il richiamo su quanto noto
possa destare maggiore interesse a preservare quella parte del nostro territorio, ritenuta giustamente la culla di antiche
testimonianze della sua origine: la perdita
di certi elementi faunistici pur sempre
una caduta di valore scientifico, estetico e
culturale della terra che li ha ospitati.
In termini assai generali possiamo dire
che nel nostro Paese il difficile rapporto tra
luomo e lambiente, specialmente negli
anni passati, stato quasi sempre addebitato ad un certo tipo di sviluppo industriale
ad indirizzo puramente quantitativo, che
ha portato ad un notevole depauperamento

di risorse naturali, nonch di beni tradizionali e culturali. Com noto la nostra isola
non si sottratta a questo fenomeno, anche
se bisogna riconoscere che la forte pressione industriale, con i noti risultati negativi,
si esercitata soprattutto lungo la fascia
costiera. Lentroterra, a parte qualche
discutibile esempio di pesante intromissione antropica, ha conservato, sempre pi
chiaramente con il passaggio alle zone
altimetricamente pi elevate, le sue peculiarit sia dal punto di vista floristico che
faunistico.
Il patrimonio naturale sardo, nella sua
configurazione attuale non sempre
adeguatamente conosciuta, merita pertanto
attenzione, impegno e protezione da parte
di tutti ad evitare sempre possibili sconvolgimenti futuri: siamo perci chiamati,
tutti, a progettare occasioni favorevoli per
gestire il nostro ambiente pi correttamente e a beneficio di tutta la comunit.

2. Generalit sul popolamento


Le prime notizie sulla fauna
entomologica sarda risalgono alla fine del
secolo scorso, grazie allopera di alcuni
pionieri italiani e stranieri che, tra molte
difficolt, raccolsero e descrissero centi105

naia di insetti, molti dei quali fino ad allora sconosciuti.


A quellepoca si devono anche i primi ri
trovamenti di insetti cavernicoli e la
compilazione delle prime liste di Coleotteri in parte redatte con la collaborazione
dellunico entomologo locale (Lostia di
Santa Sofia) vissuto nel secolo scorso.
Da allora le esplorazioni si sono susseguite a ritmo sempre pi intenso con
pregevoli contributi riguardanti un po tutti
gli Ordini della Classe.
Ci nonostante, pur considerando il cospicuo materiale raccolto, non si pu certamente dire che la fase pi propriamente esplorativa e di scoperta sia avviata alla
conclusione.
Il patrimonio naturalistico dellisola
offre continuamente nuovi ed interessanti
spunti per larrichimento delle conoscenze
finora acquisite. Appare evidente che a
fianco dellattivit scientifica e di ricerca
necessario considerare lopportunit di
censire e di valutare complessivamente
quanto giunto in nostro possesso, ai fini
della sua conservazione; i processi di deterioramento in atto, talvolta poco definiti a
causa di influenze di carattere socio-economico solo parzialmente giustificabili,
potrebbero farci smarrire il senso dello
straordinario valore assunto dai nostri beni
naturali.
Quanto viene richiamato in questa
occasione merita una lettura in tal senso.
Ad esclusione delle variopinte farfalle e
di qualche altro insetto di medie o grandi
dimensioni ornato di colori brillanti, facilmente visibili durante le ore diurne della
bella stagione, la maggior parte di questi
Artropodi si nasconde agli occhi dellinesperto osservatore: essi sembrano non esistere.
Quando essi vengono richiamati alla
nostra memoria si propongono quasi
sempre con il fastidioso ronzio di una
zanzara sofferto nel corso del riposo notturno, o per la presenza di una blatta
domestica frequentatrice assidua dellangolo delle vivande, o per la puntura dolo106

rosa e inaspettata di un vespide di passaggio o di un apide molestato. Eppure


siamo circondati da insetti e da loro preceduti nel tempo di quasi 400 milioni di
anni. Il primo incontro o scontro sembra
avvenuto con lavvento dellagricoltura,
quando ci siamo fermati a coltivare la
terra e difendere i suoi prodotti. Il conflitto aperto allora sempre presente e
non vede, per fortuna, n vincitori n
vinti: da una parte luomo con le risorse
della sua intelligenza, del suo raziocinio,
della sua immaginazione; dallaltra
loro con un immenso bagaglio di doti
istintive, di vigore, resistenza ed eccezionale prolificit.
Ebbene se cos, e non pu essere
diversamente per chiss quanto tempo
ancora, tanto vale saperne di pi attorno a
questo affascinante mondo animale destinato certamente ad andare lontano.

3. Gli elementi faunistici


La fauna entomologica reperibile sulle
superfici montane della nostra isola, com
facilmente comprensibile, rappresentata
da elementi che occupano tutti i gradini
della scala sistematica della Classe; dagli
appartenenti agli Ordini pi primitivi a
quelli degli Ordini pi evoluti: dai Proturi
e Dipluri ai Ditteri ed Imenotteri.
Una illustrazione degli aspetti pi significativi seguendo tale via avrebbe certamente soddisfatto la necessit di una facile ricerca e ricognizione dei dati, ma
probabilmente avrebbe mancato di stabilire uno stretto legame con le biocenosi
richiamate. Si preferito perci raggruppare le specie pi significative a seconda
dellhabitat frequentato, limitandoci agli
ambienti pi rappresentativi: fauna dei
pascoli-macchia-foresta, fauna cavernicola, e di interesse fitosanitario, mettendo in
risalto per ciascuna di esse, laddove possibile, le forme pi interessanti ed esclusive
del nostro territorio.

Fig. 51. Esemplari di Odonati (da sinistra a destra):


Calopteryx haemorrhoidalis, Tschnura genei, Sympetrum striolatum, Crocotemis erythraea, reperibili tanto
sul M. Limbara (Loc. Vallicciola) e nel Supramonte che
sui rilievi di Aritzo e dei Sette Fratelli. Sono insetti predatori: ottimi volatori allo stadio adulto ed acquatici in
quello giovanile.

3.1. Gli insetti dei pascoli e della macchiaforesta


Il manto vegetale del nostro territorio in
quota, che pu essere ricondotto principalmente alle formazioni a macchia pi o
meno compatta ed evoluta, comprende una
serie di habitat quanto mai interessanti per
lo studio entomologico.
La fauna di queste aree sembra modellarsi con la naturale variabilit geologica,
climatica e vegetazionale. Fauna composita con animali caratteristici legati al clima,
o ad una o pi piante esclusive oppure ad
altri elementi faunistici anche superiori in
una catena di comportamenti di estrema
importanza biologica.
Purtroppo, come detto allinizio, manca

una vera e propria rassegna faunistica dalla


quale trarre elementi a forte contenuto biogeografico e quindi sufficientemente
caratterizzanti, e le ricerche effettuate,
nonostante i pregevoli contributi volti alla
conoscenza di singole specie o gruppi di
specie, risentono purtroppo di una forte
frammentariet.
Per la parte degli insetti che manifesta
preferenze pi o meno spiccate nei
confronti delle piante ospiti si pu affermare che essi hanno indubbiamente risentito, per quanto riguarda la distribuzione
geografica, degli avvicendamenti e delle
modificazioni imposte dal clima ai popolamenti vegetali. I dati disponibili ci consentono solo in qualche occasione di trarre
legami con i consorzi vegetali esistenti e
tentare quindi uno schema di diffusione
solo molto superficiale.
Tra laltro, per delineare correttamente
la fisionomia faunistica attuale bisognerebbe ricostruire, anche in misura limitata,
le tappe evolutive dei gruppi sistematici
pi importanti.
Le notizie generali esistenti in letteratu107

attendibile e pertanto affatto significativo.


Unici riferimenti condivisi da molti
geologi sono: i collegamenti faunistici con
la Corsica, isola con la quale la Sardegna
stata ripetutamente unita anche in epoche
recenti; i legami della placca sardo-corsa
con la Francia meridionale e parte della
penisola Iberica; il successivo distacco e
collegamento con lattuale costa Toscana,
la collisione con le masse africane.

3.1.1. I principali raggruppamenti

Fig. 52. Esemplari appartenenti alle famiglie degli Egeridi, Drepanidi edAntroceridi che si rinvengono sulle
pendici di Su Pranu in agro di Aritzo.

ra e le informazioni specifiche sugli endemismi presenti, nonch sui collegamenti


certi con le faune dei territori vicini e sui
fenomeni di migrazione succedutisi nel
tempo non consentono una facile ricostruzione della genesi e della storia del popolamento sardo.
Allo stato attuale si hanno conoscenze
solo approssimative sul numero delle specie presenti, e tentare un approccio in tal
senso porterebbe ad un risultato non certo
108

Collemboli. La fauna rappresentata da


questi poco visibili, ma importantissimi
insetti costituisce, assieme agli acari, la
frazione pi numerosa degli Artropodi del
suolo, devoluta sostanzialmente alla
decomposizione della sostanza organica.
Nella loro qualit di esseri molto delicati
ed incapaci autonomamente di grandi spostamenti sono da considerarsi da un certo
punto di vista biogeografico ottimi indicatori della storia del popolamento animale.
La gran parte dei componenti questo
gruppo ha ampia diffusione nellareale di
origine, grande valenza ecologica e
predilezione verso i terreni boscosi ricchi
di humus o di lettiera di varia provenienza.
Le numerose specie presenti, considerata la notevole variabilit pedo-climatica
e foristica della nostra regione, si distribuiscono in composizioni pi o meno diversificate con variazioni quantitative legate
soprattutto allandamento stagionale ed
allo strato disponibile del terreno ospite.
Di tutto il complesso pi evoluto della
Sardegna, alcune entit sono esclusive dellisola: Endonura tyrrhenica (ritrovata tra
il muschio di lecceta sui rilievi di Montevecchio), E. ichnusae (reperibile in terriccio della macchia mediterranea a S. Basilio), E. dalensi sardoa (raccolta lungo la
Catena del Marghine), ecc., descritte da
Dallai; la maggior parte rappresentata
anche in altre regioni della penisola italia-

na, nellarea centro-orientale europea e


persino in altri continenti.
Le specie endemiche hanno forti affinit con la fauna della Corsica, dei Pirenei orientali, delle montagne dellAndorra e
della Siena di Cadi, rispecchiando lipotesi poco prima riferita di un distacco della
Corsardinia dalle attuali coste provenzali e
spagnole verso la Toscana.
Efemerotteri. Gli appartenenti a questo
Ordine, di medie e piccole dimensioni,
acricoli allo stadio adulto, frequentano allo
stato preimmaginale le acque sia tranquille che correnti con diversissimo tipo di
fondo; rappresentano gli insetti tra i pi
tipici e pullulanti nella limnofauna e come
tali elemento trofico fondamentale per gli
altri organismi quali ad es. i pesci dacqua
dolce.
Le notizie attualmente disponibili su
questi insetti riguardano per lo pi reperti
occasionali e pertanto non pervengono a
conclusioni tali da consentire valutazioni
significative sul loro popolamento.
La fauna di questo gruppo che occupa i
nostri rilievi appare particolarmente
presente nei monti del Gennargentu con
forme ad ampia diffusione come Ephemerella ignita (Poda) (vivente da giovane
immersa nel limo dei fondali pi tranquilli), Caenis martae Belfiore, Habrophiebia
eldae Jacob e Sartori, Baetis rhodani (Pictet), nonch con forme endemiche
sardo-corse come Electrogena zebrata
(Hagen), Ecdyonurus corsicus EsbenPetersen, Elect rogena fallax (Hagen),
Baetis cyrneus Thomas e Gazagnes,
Habroleptoides modesta (Hagen), le cui
ultime tre specie presenti anche sul Monte
Albo.
Dei due endemismi esclusivi della Sardegna, vale a dire di Habrophiehia consiglioi Biancheri e Rhithrogena nuragica
Belfiore, solo questultima frequenta le
quote elevate sopra i 900 m (M. Aratu,
Desulo) in torrenti con acque veloci e substrato ciottoloso.
Odonati. Comunemente noti con il
nome di Libellule sono insetti anfibioti-

ci (aericoli allo stadio adulto ed acquatici


in quelli giovanili) tutti a regime dietetico
carnivoro, capaci di predare sia in volo che
in acqua insetti di qualsiasi ordine.
Il numero complessivo di specie note in
tutto il territorio isolano, dalle zone litorali ai rilievi pi alti dellinterno, si aggira
sulle 50 unit e quindi relativamente
modesto. Di queste solo il 50% occupa la
fascia montana con una ripartizione che,
pur non privilegiando in maniera netta
alcune delle aree pi frequentate, manifesta frequenze diverse.
Calopteryx h. haemorrhoidalis (V. D.
Lind.), Ischnura genei (Rambur), Boyeria
irene (Fonsc.), Sympetrum striolatum
(Charp.), ad esempio, appaiono frequentare tanto i rilievi settentrionali del M. Limbara (loc. Vallicciola) che quelli centrali
di Aritzo (loc. Su Pranu) o meridionali dei
Sette Fratelli (M. Arbu), contrariamente a
quanto risulta per Chalcolestes viridis (V.
D. Lind.), Cenagrion tenellum (Villers)
presenti solo nellarea dei Sette Fratelli
(M. Arbu) o per Coenagrion c. caerulescens (Fonsc.) (reperibile alle spalle di
Orgosolo), Libellula depressa L. (M. Gennargentu), Orthetrum nitidinerve (Selys)
(monti di Seui), O. brunneum (Selys),
Aeschna affinis (V.D. Lind.) e Sympetrum
meridionale (Selys)(dei rilievi di Aritzo).
Altre specie, meno esclusive, possono
rintracciarsi sempre sui rilievi, in diverse
localit; il caso di Sympecma fusca (V.D.
Lind.) (nelle montagne di Aritzo e Seui),
Lestes harharus (F.) e L. virens (Charp.)
(M. Limbara, Aritzo), Aeschna mixta
(Latr.) (Aritzo, M. Arbu), Orthetrum ramburi (Selys) (Monti di Seui e M. Arbu).
Per
quanto
riguarda
laspetto
biogeografico (senza dimenticare che nel
gruppo ditali insetti si annoverano importanti volatori, nonch migratori passivi e
pertanto non strettamente legati alla continuit territoriale) si pu dire che buona
parte delle specie citate sono tipiche della
regione mediterranea; diverse entit presentano areali pi ampi, talvolta centro
europei o addirittura asiatici, pochissime
109

Fig. 53. Lepidottero Notodontide (Rhegmatophila


ncchelloi) e Limantride (Lymantria knuegeni) presenti
rispettivamente sul M. Limbara e sui Monti del Gennargentu.

presentano diffusione pi ristretta (Ischnura genei) o solo limitata allarea


sardocorsa (Orthetrun brunneum).
Vale la pena citare inoltre che circa
l80% delle specie reperite nei rilievi
oggetto di studio sono comuni alla fauna
corsa. Merita ricordare infine la presenza
non sempre costante a quote elevate di
alcuni elementi (probabilmente di recente
immigrazione) a geonemia etiopica
(Sympetrum fonscolombei (Selys)) o etiopica-indiana (Crocothemis erythraea
(Brulle reperibili in primavera ed in
autunno sul versante occidentale del
Supramonte.
Biattodei. I componenti di questordine
sono quasi tutti insetti terrestri, di varia dimensione, non sempre provvisti di ali, dal
corpo per lo pi depresso con colori scuri,
uniformi, e viventi in svariate condizioni
di ambiente, lucifughi e veloci corridori.
Le prime citazioni su materiale sardo
relative a questo gruppo di insetti risalgono alla prima met del secolo scorso ad
opera di Serville, autore francese dedicatosi allesame della fauna sardo-corsa; le
ultime, che trattano in modo pi chiaro e
completo la materia, sono di qualche lustro
addietro e si devono a Failla e Messina,
autori del nostro paese ai quali va il merito di aver studiato il materiale in campo e
110

riunito le scarse ed approssimative notizie


del passato.
Le specie presenti in tutto lareale sardo
sono pochissime ed ancor pi poche quelle che si possono incontrare nelle aree pi
elevate dellisola.
A parte le blatte notissime frequentatrici delle abitazioni (Blatta orienta/is L. e
Blattel/a germanica L.), vanno ricordate:
Loboptera decipiens (Germ.), Ectohius
haccetti Failla e Messina e Phyllodromica
sardea (Serville), frequenti sui cespugli o
fra le foglie secche dei boschi e che possono spingersi sia nei rilievi settentrionali
(M. Limbara) sia in quelli centrali (M.
Gennargentu) sino alle quote di 1200-1400
m.
Delle tre ultime specie citate, la prima
olomediterranea mentre le altre sono endemiche, a testimonianza del lontano popolamento dei Blattari dellisola.
Plecotteri. Sono insetti molto delicati,
di solito alati, usualmente anfibiotici, con
stadi preimmaginali acquatici e dotati di
colori poco appariscenti. Le acque frequentate possono avere carattere torrentizio o in caso inverso addirittura stagnanti.
Il regime dietetico molto vario: fitofago,
zoonecrofago o adefago.
Come noto dalla letteratura, gran
parte della fauna sarda nel suo complesso
costituita da forme mediterranee; a questa regola non si sottraggono i Plecotteri: a tale geonemia infatti deve essere
ricondotto il 66% dei rappresentanti messi
in evidenza per lisola.

Della trentina di specie rinvenute in


tutte le isole del mediterraneo cinque sono
endemiche del sistema sardo-corso (Isoperla insularis (Morton), Chioroperla apicalis Newman, Brachyptera auberti Consiglio, Tyrrhenoleuctra zavattarii (Consiglio), Leuctra geniculata (Stephens), e due
esclusive della Sardegna (Leuctra annae
Consiglio, Protonemura ichnusae (Consiglio).
Delle entit ricordate nel primo gruppo
tutte risultano largamente rappresentate
nei rilievi pi elevati dellisola: I. insularis, ad ampia diffusione, facilmente reperibile in acque correnti indipendentemente
dalla loro latitudine, quota e portata; B.
auberti, insediata pi frequentemente in
ruscelli originati da sorgenti reocreniche
su fondo breccioso; T. zavattarii, rintracciabile nei ruscelli sulle pendici del M.
Limbara; L. geniculata molto localizzata
in sorgenti dei territori di Desulo e di
Fonni a quote anche relativamente elevate
(1400 m).
Le due specie endemiche sarde (L.
annae e P. ichnusae), pi strettamente
legate ai massicci del Gennargentu ed alle
pendici meridionali della Barbagia, tendono a situarsi presso sorgenti poste ad altitudini di un certo risalto.
Ortotteri. Noti ai pi con il nome di
grilli o cavallette anche perch spesso
di essi riferisce la cronaca giornalistica in
occasione di non sempre accertate infestazioni locali, sono insetti di piccole, medie
e grandi dimensioni, non sempre alati,
spesso mimetici, adattati a vivere in
ambienti diversi.
Lortotterofauna sarda conta un numero
di specie relativamente elevato, a varia
geonemia, dove appaiono pi rappresentate (per circa il 51%) quelle ampiamente
distribuite intorno al mediterraneo (olomediterranee, sudeuropeeafricane).
Buona parte delle entit reperibili nei
rilievi pi alti (M. Gennargentu) sono presenti in quasi tutti gli ambienti a tutte le
quote. Sono per lo pi elementi termofili

capaci di spingersi in alto in favorevoli


condizioni ambientali.
Solo poche specie fanno, dunque, eccezione tra le quali merita di essere citata
Pholidoptera fallax Fisch. (a diffusione
nord mediterranea orientale) presente
lungo larco alpino e sugli appennini, e
peraltro segnalata anche per la Sicilia.
Dal punto di vista biogeografico vanno,
inoltre, poste in risalto le specie a diffusione europea: Eupholidoptera Chabrieri
magnifica Costa, Pholidoptera aptera
Goidanichi Baccetti, P. femorata Fieb.,
Sepiana sepium Yers. e Euchorthippus
declivus declivus Bris., dove la P. aptera
assume un significato importante in quanto la forma tipica esclusiva delle Alpi.
Altri elementi da considerare sono: Omocestus petraeus Bris., Tettigonia cantas
Fuess., Decticus verrucivorus insularis
Baccetti, Stenobothrus lineatus Panz.,
Gomphocerippus rufus L., collegate alla
fauna delle alte quote appenniniche, ma
assenti in Corsica.
Tra le specie endemiche sarde meritano
infine di essere ricordate: Ephippiger
Annae Targ.Tozz., Euchorthippus sardous
Nadig. ed il decticino Rhacocleis baccetti
(descritto da Galvagni) ritrovato a M.
Ferru, M. Limbara e Bruncu Spina tra i
cespugli di Erica arborea.
Per concludere si pu dire che alle maggiori quote dellisola convivono sia specie
di pianura ad ampia diffusione e lontano
insediamento,
specie
endemiche
caratterizzatesi ad alta quota partendo
dalle prime e specie di introduzione recente e scarsamente differenziate rispetto alle
popolazioni appenniniche di provenienza.
Rincoti. In questo ampio gruppo di
insetti terrestri, acquaioli o acquatici,
provvisti o no di ali, di dimensioni assai
variabili e dotati di livree spesso colorate,
si riscontrano specie a comportamento
morfologico molto differenziato e distinte
in due grandi sottordini a seconda della
struttura alare: Eterotteri e Omotten. I
111

Fig. 54. Lepidotteri appartenenti alle famiglie dei Satiridi (Hipparchia semele aristaeus) e Licenidi (Polyommatus icarus) molto frequenti sulle pendici di Bruncu Spina
e Punta La Marmora. Le larve della prima specie vivono
a spese di numerosissime graminacee, mentre quelle
della seconda si nutrono di Lotus, Fragaria, Genista,
Melilotus, Astragalus, ecc.

primi a regime dietetico fitofago, zoofago


o ematofago, i secondi strettamente legati
alla fitofagia e quindi diffusi laddove sono
reperibili le piante ospiti.
Le loro punture hanno spesso azione
tossica, irritante oppure infettiva (con
trasmissione diretta o indiretta di Virus,
Batteri, Funghi e Protozoi) e pertanto possono assumere grande importanza dal
punto di vista fitopatologico.
I
rappresentanti
del
primo
raggruppamento sistematico vivono in
svariate condizioni di ambiente nutrendosi
come si accennato di linfa vegetale o dellumore di insetti e di altri Invertebrati.
Nella nostra regione sono presenti elementi di varia diffusione dove predominano quelli euro e olomediterranei.
Procedendo da nord verso sud troviamo, ad es., sul M. Limbara Velia rivulorum
F., Notonecta maculata F., N. glauca
hybrida Poiss., Corixapunctata Ill, e Dolycoris haccarum L.; mentre sui rilievi del
massiccio del Gennargentu attorno a quota
1000-1200 sono reperibili Phytocoris italicus Wagn. (forma endemica del nostro
Paese), Lygaeus saxatilis Scop., Syromastus rhombeus L., Eurydema ornatum L. e
Macroscytus brunneus F.
112

Nel secondo sottordine troviamo specie


a diversa distribuzione tra le quali figurano
entit presenti talvolta anche in aree di pianura.
Agli Psillidi, sensu lato, sono ascritte
specie che seguono di norma gli habitat
caratterizzati dalla presenza degli ospiti
vegetali; da una recentissima nota faunistica ed ecologica sugli elementi sardi (molti
dei quali citati per la prima volta) vanno
evidenziati i seguenti: Strophingia cinereae Hodkinson, presente su Erica arborea L. del Monte Limbara, del Monte
Albo, di diverse localit del Gennargentu
(compresa Punta La Marmora) e del
Monte Gonare; Livia mediterranea Loginova, reperita su piante arboree (ospiti
occasionali) vegetanti sul M. Limbara e
M. Gonare; Craspedolepta buigarica Klimaszewski e C. santo/mae Rapisarda ritrovate rispettivamente su Achillea e Santolina del M. Albo e dei rilievi di Antzo; Diaphorina continua Loginova legata a
Thymelaea tartonraira vegetante sul
Supramonte di Orgosolo; Livilla magna
Hodkinson e Hollis, psillide ritrovato su
Genista a etnensis del M. Limbara e L.
poggi (Conci e Tamanini) su Genista corsica di M. Albo; Arytainilia hakani Loginova, su Teline monspessulana del Monte
Limbara, Monte Ferru e di Aritzo; Psylla
ami (L.) sullospite Alnus glutinosa vegetante sui rilievi di Monte Allasu e Fonni;
Cacopsylla ambigua (Foerster), C. brunneipennis (Edwards), C. puichra (Zetterstedt) infeudate a spese del

Fig. 55. Lepidotteri Ninfalidi dei generi Aglais, Argynnis, Polygonia, Fabriciana, abitanti il Massiccio del Gennargentu. Le piante che offrono nutrimento agli stadi
giovanili appartengono a numerose entit botaniche
diverse dove sono rappresentati soprattutto i generi:
Viola, Urtica, Plantago, Centaurea, ecc.

genere Salix sui rilievi di Fonni e M. Albo;


altre cinque specie dello stesso genere
Cacopsylia (e precisamente: crataegi
(Schrank), melanoneura (Foerster), notata
(Flor), peregrina (Foerster) e pyri (L.)
sono state ritrovate su rosacee (Crataegus
e Pyrus) in diverse localit (M. Limbara,
M. Goflare, M. Albo, Alto Flumendosa,
M. Ferru, Lago Gusana).
Altri Psillidi inclusi in passato nella sottofamiglia Triozidae, specificamente legati alle piante ospiti, sono tre specie di Trioza (ga/u Foerster, ilicina (De Stefani
Perez), urticae (L.)) reperite in parte tanto
sui rilievi di Monte Ferru, Monte Linas,
M. Albo, che in quelli di Fonni. Altre due
specie nuove per lisola rinvenute sul M.
Albo, ma ritrovate anche a quote inferiori,
sono: Bactericera crithmi (Loew) e B.

salicivora (Reuter) legate rispettivamente


a piante del gen. Crithmum e Sa/ix e
Phylloplecta trisignata (Loew) reperibile
su Rubus.
Le specie di Afididi che si riscontrano
nei rilievi esaminati appaiono frequentemente legate a piante erbacee e arboree
(particolarmente del genere Quercus e
Castanea) che si spingono sino alle quote
meno elevate dellaltimetria presa in considerazione.
Alle Querce risultano infeudati elementi come: The/axes suberi (Del Guercio),
Hoplochaetaphis parvula Hille Ris Lambers, Tuberculatus egg/en (Brner) presenti assieme a Periph il/us acericola (Walker)
(frequente su Acer pseudoplatanus) sul
Monte Gonare; Myzocallis castanicola
Baker (specificamente vincolato al Castagno), Myzocallis cony/i (Goeze) e Corylohium a ellanae Schrank (legati al Nocciolo), A phis clinopodii Passerini, A. ruborum
(Brner), A. teucnii (Brner), Coloradoa a
chilleae Hille Ris Lambers, Macrosipho
nella tapuskae Hottes e Frison (tutte reperibili su piante erbacee quasi sempre ri113

Fig. 56. In alto: Adulto di Papilio hospiton, lepidottero


Papilionide endemico vivente allo stadio larvale su Ferula communis, omhrellfrra diffusa in molte localit dellisola (sopra); Adulto di Trogus violaceus, imenottero
parassita dei bruchi di P. hospiton (al centro).
In basso: esuvie crisalidali, dopo lo sftvfallamento del
Papilio (a sinistra) o dopo la fuoriuscita del Trogus
(sotto).

chiamate dal loro nome specifico) appartenenti alla fauna di Aritzo; ed infine Myzucerasi Fabricius reperibile a Desulo su
Ciliegio.
Tricotteri. Sono insetti terrestri allo sta114

dio adulto e quasi sempre acquatici in


quelli preimmaginali, tipicamente alati, di
piccole e medie dimensioni, ornati di colori in genere poco vivaci.
Gli stadi giovanili possono abitare le
sorgenti, vivere nelle acque torrentizie o
semplicemente sulle pareti rocciose coperte da un velo dacqua; le larve infatti presentano un regime dietetico assai vario e
molto spesso risultano caratteristicamente
invaginate in ricoveri costituiti comunemente di seta o di materiali di varia origine.
Le aree sarde di quota in cui appare
particolarmente rappresentato questOrdine sono quelle del sistema idrografico del
M. Limbara. In esso primeggiano per
numero di esemplari le specie seguenti:
Hydropsyche sattieri Tobias, H. doehieri
Tobias, Leptodrusus hudtzi Ulmer,
Mesophylax sardous Moretti.
Delle montagne di Bono sono da ricordare Wormaldia variegata Mosely, Policentropus divergens Mosely, Silonella
aurata Hagen; mentre nellarea del Gennargentu sono reperibili: Allo gamus illiesorum Bots. (le gi citate Hydropsyche sattieri e doehieri, Silonella aurata, Wormaldia variegata, Leptodrusus hudtzi, Policentropus divergens), Crunoecia irrorata
sarda Melicky, le molto frequenti
Mesophylax aspersus Ramb., Agapetus
cyrnensis Mosely, Sericostoma maclachianianum Costa, Tinodes a garicinus
Mosely, T. maclachlani Kimmins, Micropterna sequax Mcl., Stenophylax crossotus
Mcl., nonch Silo mediterraneus Mcl.,
Thremma sardoum Costa, Plectrocnemia
geniculata corsicaria Mosely, Mystacides
azurea L., Halesus nurag Malicky, Stenophylax permistus Mcl., Limnephilus vittatus Fabr., Micropterna fissa Mcl., e tantissime altre.
Tra le specie endemiche (rappresentanti il 50% di tutto il complesso della
tricotterofauna sarda) la pi diffusa risulta
Agapetus cyrnensis Mosely, unica componente del genere reperita in Sardegna, rintracciabile in prossimit delle sorgenti e

Fig. 57. Coleotteri Carabidi


reperibili a diversa altimetria:
Zabrus ignavus (rilievi di
Urzulei); Percus strictus (M.
Limbara).

lungo i numerosi piccoli fiumiciattoli


caratteristici dellisola; seguono S. maclachianianum (ritrovato occasionalmente
anche in grotta), S. aurata, H. sattieri e H.
doehieri.
Nel complesso gli endemiti su citati
esprimono geonemia per lo pi sardocorsa
come tutte le specie del gen. Wormaldia
(con forme vicarianti in Spagna e Francia)
e come qualche Si/one/la. Sono molto rappresentate anche le specie esclusive dellisola (con S. maclachianianum molto affine a S. clypeaturn Hagen della vicina Corsica) e quelle a geonemia tirrenica (es. H.
doehieri).
Lepidotteri. Gli appartenenti a questo
notissimo Ordine sono tipicamente alati, di
varie dimensioni, con svariatissime livree
di colori spesso assai variegati e splendenti. Le larve, comunemente indicate con il
termine di bruchi, sono in grandissima
maggioranza fitofaghe, ma non poche si
nutrono di sostanze conservate o lavorate
dalluomo.
Tali insetti manifestano, com noto,
stretti vincoli con lospite vegetale e
pertanto anche i componenti sardi di questo raggruppamento seguono il destino floristico legato a sua volta sia alle vicende
biogeografiche che climatiche del nostro
territorio.
Il panorama vegetazionale a livello dei

rilievi che intendiamo osservare non


molto diversificato; superate le quote dove
vegetano le Querce ed il Castagno troviamo associazioni in cui predominano piante arbustive ma soprattutto erbacee, e le
specie di farfalle che vi si trovano sono
quelle tipiche ditali ambienti.
Come facilmente intuibile sono
rappresentati numerosi raggruppamenti
sistematici sia a costumi diurni che notturni, dove prevalgono, per ricchezza di specie, gli appartenenti alle famiglie dei Pyralidae, Geornetridae, Noctuidae, Arctiidae,
Notodontidae, Sphingidae, Satyridae, ecc.
La componente maggiore dei relativamente pochi Ropaloceri riscontrati costituita da specie a diffusione meridionale
con alcuni esempi subtropicali; citiamo
solo alcuni casi: Hipparchia neorniris
Godt. (satiride reperibile dalla fine di
luglio sulle pendici del M. Gennargentu e
nei rilievi di Antzo sino ai 1600 m), Hipparchia sernele aristaeus Bonelli (frequente dalla fine di luglio a quella di agosto sui crinali di Bruncu Spina e Punta La
Marmora, nonch a Su Pranu Aritzo),
Coenonynpha corinna Hb. (altro satiride
rinvenibile tra quota 800 e 1500 e particolarmente a Su Pranu, Aritzo, Desulo). Analoga diffusione presentano il Geometride
Cataclysrne dissirnilata Rbr. (M. Gennargentu) e i due nottuidi Tathorrhynchus
115

Fig. 58. Coleotteri Carabidi


reperibili in localit a diversa
altimetria: Nebria genei (M.
Arquer); Cicindela campestris corsicana (M. Limbara).

exsiccata Lederer (M. Limbara) e Arnathes kermesina Mab. (M. Gennargentu).


Le forme pi strettamente endemiche si
mostrano come al solito il gruppo pi interessante con elementi molto antichi come
il Papi/io hospiton Gen, papilionide legato alla Ferula communis e presente in
diversissime localit dellisola e non solo
di montagna; Fabriciana elisa Godt., ninfalide affine a specie nord-africane ed
imparentata con forme asiatiche, abitante
con la ssp. cyrene Bon. il massiccio del
Gennargentu tra i 1000 ed i 1800 m;
Maniola nurag GhiL, satiride ad ampia
diffusione (specialmente nella macchia a
Cistus) in quote poste tra i 600 ed i 1300
m; Celama kruegeri Trt., rarissima specie
di nolide descritta da materiale proveniente dal Bosco dei Sette Fratelli e molto localizzata nelle aree ad Erica del Gennargentu; Lymantria kruegeri Trti., limantride, a
volo autunnale, presente sempre sul Gennargentu; Rhegmatophila ricchelloi Hartig, notodontide, ritrovato recentemente
nellarea di Aritzo e del M. Limbara;
Santolinophaga (=Zygaena) corsica B.,
zigenide presente anchesso sui monti del
Gennargentu; Eugraphe (Rhyacia) jordani
Trti., e Luperina kruegeri Trti., nottuidi
ritrovati rispettivamente sui rilievi di Aritzo e nelle vicinanze di Bruncu Spina.
Molte specie, infine, si riscontrano tra i
116

geometridi abitanti localit poste in tutto il


massiccio del Gennargentu (Euchioris sardinica Schaw., Ortholitha obvallaria
Mab., O. proximaria Rmb.), Compsoptera
jourdanaria Vill., C. opacaria Hbn., Continia tibiaria Ramb.,
Chemerina caligenearia Rbr.) o sul
monte Limbara (Eupithecia sardoa Dietze) o sui Monti dei Sette Fratelli (Epirrhoe
timozzana Const., Tephnina assimilaria
Rbr.).
Tra i Ropaloceri (non molto rappresentati in Sardegna) merita includere inoltre
un licenide il cui complesso noto per
vivere a quote oltre i 1700 m; si tratta di
Lysandra coridon ssp. gennargenti, catturata nella Barbagia di Seulo, entit che
amplia la geonemia del complesso coridon.
Tra i Coleoforidi si possono ricordare
infine due specie nuove descritte recentemente che vengono ad accrescere la fauna
lepidotterica dei nostri rilievi pi alti. Si
tratta di Coleophora sardocorsa (ritrovata
nei pressi del Passo Tascus) vivente da
minatrice fogliare a spese di Genista corsica e di Genista aspalathoides e di C. sardiniae (ritrovata a Bruncu Spina) vivente a
spese dei semi della prima delle due specie
di Genista citate.
Ditteri. Sono insetti terrestri o idrofili,

Fig. 59. Coleottero Meloide: Mylabris variabilis.


Specie introdotta in Sardegna circa 50 anni or sono allo
scopo di contenere le popolazioni di Dociostaurus
maroccanus, ortottero celi/ero responsabile di imponenti
periodiche infestazioni.

spesso acquaioli o acquatici negli stadi


preimmaginali, di piccole o medie dimensioni, solo eccezionalmente privi di ali allo
stadio di adulto. Si alimentano a spese di
svariatissime sostanze ed annoverano tra i
loro componenti moltissime forme endoparassite sia di Vertebrati che di Invertebrati.
Il gran numero di specie che compone
lOrdine non ci consente di occuparcene in
maniera adeguata soprattutto in rapporto
allimportante posizione assunta dal gruppo sotto il profilo zoogeografico: ci limitiamo pertanto a riferire solo su alcuni
rappresentanti, la cui rilevanza investe
anche laspetto sanitario.
Tra i Nematoceri Psicodidi vanno ricordate Panimerus wagneri Salamanna (del
Gennargentu), Philosepedon sandalioticus
Salamanna che dallOristanese e
dallOgliastra pu spingersi sino ad Orgosolo e M. Albo dove reperibile anche
Mormia ichnusae Salamanna, nonch Berdeniella sardoa Salamanna e B. zoiai Salamanna, (sempre sul Gennargentu e M.
Albo) e Saraiella gennargentui Salamanna

(di Bruncu Spina).


Tra la fauna ditterologica scoperta pi
di recente vanno annoverate quelle specie
a regime dietetico coprofago presenti
soprattutto sul Monte Limbara ed in alcune aree del Gennargentu (1400 m) come
Sepsis fulgens Meigen, Sphaerocera curvipes Latreille, Copromyza equina Falln,
Lotoph i/a atra (Meigen); altre prettamente fitosaprofaghe come Limosina silvatica
(Meigen) o frequentatrici di habitat subterranei come Punticorpus lusitaniens
(Richards), o legate ad altri ambienti,
come Spelobia baezi (L.Papp), Spelobia
clunipes (Meigen), S. ibrida Rohcek, S.
simplicipes (Duda), S. vi//osa (Duda), Pullimosina heteroneura (Holiday), Leptocera fontinalis (Falln), Limnellia quadrata
(Falln).
Coleotteri. Appartengono a questOrdine insetti terrestri, acquaioli o acquatici,
tipicamente provvisti di ali (talvolta assenti o ridotte) di variabilissime dimensioni e
forme, con colorazioni spesso scure ed
uniformi, ma talvolta vivacissime e splendenti. Occupano tutti gli ambienti ed
hanno un regime dietetico basato su ogni
sorta di sostanza sia animale che vegetale.
Passando brevemente in rassegna i
gruppi principali si pu avere nozione
abbastanza precisa della larga rappresentativit offerta da questo gruppo di artropodi
e della loro importanza biogeografica. In
essi si evidenziano diversi casi di antica
penetrazione e di differenziazioni locali
dovute al lungo isolamento geografico.
Carabidi. Tra le numerose specie
appartenenti a questa famiglia possiamo
distinguere entit strettamente legate al
massiccio del Gennargentu (M. Spada),
appartenenti ad associazioni ripicole presenti nei greti oppure in ambienti fortemente umidi come la rarissima endemica
Age/aea fu/va Gen, i Bembidion lafertei
Duval, B. decorum caraffai Dev., B. genei
Krst, Anchus ruficornis (Goeze), Leistus
sardous Baudi, L.fu/vibarbis Dej. (=
117

Fig. 60. Coleottori Tenebrionidi: Asida sardoa e A. corsica


(Supramonte di Orgosolo).

danie/i Reitt.), Nebria genei Gen, Olys


harpaloides Serv. Altre specie non solo
reperibili sui rilievi del Gennargentu, ma
in altre localit di montagna (ma anche di
piano), sono rappresentate da Nebria genei
Gen (M. Arquer, M. Limbara), Notiophi/us rufipes Curt. (Orgosolo, Aritzo), N.
higuttatus F. (M. Arqueri), (frequenti
anche in lettiera di foresta) come Trechus
quadristriatus Sch., Asaphidion rossii
Schaum, A. stierlini Heyd., Bernbidion
hipunctatum pyritosum Rossi (M. Arquer), Chlaenius vestitus Payk.
Altri Carabidi facenti parte di associazioni presenti in prato-pascoli del Gennargentu (ed in altri luoghi posti a quote ancor
pi basse) sono: Harpalus honestus Dft.,
H. attenuatus Steph. (M. Arquer, Campeda), Anisodactylus hinotatus F. (M. Limbara, Antzo), Amara nitida Sturm e A. lucida Dft. (di Aritzo), Zabrus ignavus Csiki
(dei rilievi di Urzulei), Calathus solieri
Bassi (Aritzo), Cymindis marmorai Gen
(M. Limbara, M. Arquer, Monti dei Sette
Fratelli), Percus strictus Dej. nella sua
forma tipica e P. grandicollis Serv. (M.
Limbara).
Tra i Coleotteri Adefagi non mancano
infine componenti di altre famiglie in verit non molto rappresentate, ma sempre di
grande interesse, come ad es.: Cicindela
campestris corsicana Roeshk. (Cicindelide); Meladema coriacea Cast, Agabus
118

bipustulatus L., A. chalconotus Panz. e


Aulonogyrus urinator Ill., Ditiscidi rintracciabili (come la Cicindela) tanto sul
Gennargentu che sul Monte Limbara.
Meloidi. Come risaputo anche dai giovanissimi raccoglitori di insetti, i Meloidi,
assai
caratteristici
per
il
loro
comportamento morfologico che esprime
livree dai colori spesso brillanti, si evolvono di norma a spese di Imenotteri Apoidei
e Ortotteri Celiferi. Insetti, non buoni
volatori ed in qualche caso atteri, possono
sopperire a questa incapacit di facile spostamento, facendosi spesso trasportare
passivamente nei nidi destinati ad ospitare
i loro stadi preimmaginali.
Lanalisi zoogeografica di questo gruppo ci dice che il popolamento ditali insetti
in Sardegna risulta in genere molto povero, privo di endemismi (come al solito
indicatori di un isolamento faunistico antico) e quindi pi dipendente da migrazioni
passive di specie per lo pi di climi abbastanza aridi.
Tra le entit pi comuni presenti nei nostri rilievi vanno annoverate quattro specie
di Meloe e precisamente M. ganglbaueri
Apfelb., M. proscarahaeus L., M.
brevicollis Panz. e M. murinus Brande le
prime due reperibili a Su Pranu (Aritzo), la
terza a Passo Correboi e la quarta sul M.
Limbara.

Un accenno particolare merita il caso


del genere Mylabris, presente in Corsica
con la specie geminata (Fabricius), introdotto in Sardegna circa 50 anni or sono
con la specie variahilis (Pallas) allo scopo
di lottare biologicamente contro le cavallette. Precisamente nel 1946, in occasione
di una delle periodiche infestazioni acridiche che colpirono la regione, furono distribuiti nellisola poco pi di 20 mila esemplari della specie citata, con laccortezza di
interessare principalmente le aree delle tre
provincie (di allora) pi soggette ad attacchi acridici, tutte a quote altimetriche inferiori agli 800 m. Un esame recente sulla
distribuzione odierna della specie (tra laltro perfettamente acclimatata) svela un
notevole ampliamento dellarea iniziale
con una affermata colonizzazione di tutti i
rilievi montani compresi quelli del Gennargentu (Desulo, Tonara, Fonni, i Passi di
Correboi, Tascus, Genna Silana, ecc.) e,
naturalmente, di altre localit di piano.

frequenti si possono citare le quattro specie di Asida (corsica Cast., glacialis Gen,
barbaricina Leoni, sardoa Leoni) e le due
specie di Piinelia (subalpina e payraudeaui Dev.).
Tra le altre specie altrettanto studiate
vanno citate Nephodinus metallescens
(Kst.), presente nel gruppo montano del
Gennargentu e sui Sette Fratelli, endemica
sardocorsa a costumi diurni, per lo pi corticicola e floricola; Allardius sardiniensis
(Allard) altro elemento endemico presente
nei monti dei Sette Fratelli; Probaticus
eheninus (Villa) diffuso un po in tutta lisola, raro nei rilievi di Urzulei, Sette Fratelli dove possibile reperirlo tra gli arbusti della macchia mediterranea; Nalassus
dryadophilus (Mulsant) presente sul
Monte Limbara ed altre localit a quote
inferiori, prevalentemente corticicolo;
Nalassus genei (Gen) , anchessa, specie
endemica sardo-corsa ad areale pi ampio,
reperibile tanto nei rilievi del Gennargentu
che pi a sud (Sette Fratelli), tra quote
comprese dai 400 fino ai 1500 m e prevalentemente corticicola a spese dei generi
Quercus ed Eucalyptus.

Tenebrionidi. I reperti riguardanti questa famiglia si riferiscono, salvo qualche


eccezione, a numerosi endemismi raccolti
sul massiccio del Gennargentu e sul
Supramonte di Orgosolo. Tra le entit pi

Crisomelidi. Quanto si conosce su questa famiglia riferito per lo pi ad elementi di bassa quota che talvolta, occasionalmente, possono spingersi anche sulle montagne. I Crisomelidi sardi mancano infatti

Fig. 61. Coleotteri Scarabeidi presenti dal M. Limbara


al Gennargentu: Geotrupes spiniger, G. intermedius,
Scarabeus thyphon. (Da sinistra a destra)

119

Fig. 62. Coleotteri Scarabeidi presenti dal M. Limbara


al Gennargentu: Anoxia matutinalis, Rhizotrogus bellieri, Elaphocera erichsoni. (Da sinistra a destra)

di una componente orofila ed sintomatica, a questo riguardo, lassenza del gen.


Orcina.
Oltre i 1000 metri risulta presente solo
una forma nana di Timarcha sardoa Villa
alla quale peraltro non stato attribuito
valore subspecifico.
Tra le specie esclusive sarde reperibili,
come si detto, anche a quote inferiori,
merita ricordare alcuni componenti il gen.
Cryptocephalus (cognatus Costa, lostianus
Burlini, ainicola Costa, equiseti Costa)
nonch Aphthona sardoa All.
Curculionidi. Tra i Coleotteri
Curculionidi che abitano non solo le quote
piu alte distinguiamo quattro specie del M.
Limbara (Larinus vittatus Fabr., Pissodes
notatus Fabr., Magdalis rufa Germ. e
Apion pomonae Fabr.) e due specie (Pseudocleonus cinereus Schrnk. e Apion curtulum Desbr.) ritrovate rispettivamente a
Passo Tascus (alle spalle di Desulo) ed a
Su PranuSa Casa (tra Aritzo e Laconi).
Scarabeidi. Nonostante le ampie e
approfondite conoscenze che ditali Coleotteri si hanno per la fauna dItalia nel suo
complesso, la mancanza di cataloghi
120

aggiornati, relativamente alla nostra Isola,


rende problematico un lavoro dinsieme che
porti a conclusioni certe relativamente al
tipo di popolamento ed alla sua origine.
Dalle numerose raccolte eseguite in
tempi diversi sui rilievi del M. Limbara, del
Supramonte e del Gennargentu emergono
numerose specie presenti, naturalmente,
anche a quote pi basse, come ad es.: Aphodius nitidulus Fabr., Geotrupes spiniger
Marsh., Scaraheus thyphon Fisch., Copris
hispanus L., Rhizotrogus bellieri Reiche,
Elaphocera erichsoni Duv., Anoxia matutinalis Cast., Geotrupes intermedius Costa.
Facendo riferimento ai dati pi recenti e
certamente pi completi dal punto di vista
bio-ecologico richiamiamo lattenzione su
alcuni interessanti endemismi della fascia
montana: Amphimallon montanus Strassen, Thorectes geminatus Gen, T. intermedius Costa ed Aphodiusfranzinii Pittino
(a distribuzione molto ristretta) noto per la
catena del Marghine, del Goceano, e del
Gennargentu, dove si pu raccogliere in
autunno in escrementi ovini e bovini ed in
piccole radure in foresta di Quercus pubescens e Q. ilex.
Tra le specie floricole, soggette talvolta
a rilevanti fluttuazioni della popolazione,
va ricordata Rhizotrogus fossulatus Mulsant, molto rara e localizzata nel Gennargentu tra i 15001800 m.

Fig. 63. Imenotteri mutillidi:


maschio e femmina di Smicromyrme viduata noto parassita di altri insetti (a sinistra).
Bombus ruderatus sardiniensis
(in alto a destra) e Xylocopa
violacea (in basso a destra)
frequenti sui pascoli del Gennargentu.

Tra i Coleotteri Polifagi vanno inclusi,


infine, i comunissimi Stafilinidi Staphylinus olens Mull., S. sericeus Motsch. e
Quedius fuliginosus Gravh. (del M. Limbara) e A chenium basale Er. di Su Pranu;
e diverse specie di Isteridi del gen. Hister
molto rappresentato sulle pendici di Su
Pranu (Aritzo).
Imenotteri. Gli appartenenti a questo
importantissimo Ordine sono, di solito, di
piccole o piccolissime dimensioni, ma non
mancano per specie di vistosa grandezza;
le livree hanno colori assai diversi e talvolta molto appariscenti, pi o meno metallici; gli adulti si nutrono comunemente di
liquidi zuccherini, di polline, di secreti o
escreti di altri insetti: i giovani sono fitofagi o zoofagi e possono cibarsi stando allesterno o allinterno dellalimento ospite.
Molte specie hanno costumi solitari, ma

parecchie altre sono organizzate in societ


che in qualche caso possono acquistare
altissimi gradi di organizzazione come
avviene negli Apidi.
Lenorme estensione dellOrdine
contrasta con la limitata disponibilit di
dati e la mancanza di lavori di sintesi eseguiti su entit provenienti dalle aree di
nostro interesse. Eppure il materiale non
manca. Basta talvolta attraversare un prato
di montagna per scoprire fra le migliaia di
insetti in attivit molti componenti dellOrdine in esame che frequentano le
variopinte fioriture. Sono spesso appartenenti agli apidi selvatici che in virt di una
loro maggiore resistenza alle basse temperature sembrano sostituire le pi comuni
api di allevamento frequentissime nel
piano.
A tali pronubi merita portare attenzione,
perch ad essi, straordinari impollinatori,
121

dobbiamo la sopravvivenza di centinaia di


specie vegetali spontanee attualmente esistenti nella nostra regione.
Lattivit di casa di questi importanti
elementi di conservazione ambientale si
svolge, com noto, in nidi aperti in piccole cavit in cui trovano asilo, a partire dalla
primavera, tutti i componenti della societ.
Tra le specie presenti sui pascoli del
Gennargentu facile reperire tanto la
comunissima Xylocopa violacea L. che il
caratteristico Bombus ruderatus sardiniensis Tourn.
A fianco delle specie utili, in quanto impollinatori, vanno ricordate quelle,
innumerevoli, meno appariscenti, ma
importantissime per il ruolo di equilibrio
esercitato a favore della stabilit dellecosistema: Calcidoidei, Braconidi, Icneumonidi, Muti/lidi, Formicidi, ecc. ecc., frequentissimi in tutti gli ambienti e viventi a
spese di altri insetti talvolta nocivi alluomo direttamente ed indirettamente.
Solo a titolo di esempio desideriamo
citare i generi Rhogas e Blacus (tra i
Braconidi); Ge/is, Banchus, Enicospilus,
Ophion, Parapheltes, Netelia, Bessobates
(tra gli Icneumonidi); Romisia, Sigilla,
Smicromyrme, Myrmi//a (tra i Muti/lidi);
Camponotus, Formica, Lasius, Sphaenogaster, Messor, Pheido/e, Crematogaster
(tra i Formicidi); Sce/iphron (tra gli Sfecidi).

3.2. Gli insetti delle caverne


Le prime notizie sulle ricerche
biospeleologiche in Sardegna risalgono ai
primissimi anni di questo secolo ad opera
di un entomologo (Raffaele Gestro) al
quale si deve, tra laltro, la scoperta del
primo Coleottero cavernicolo raccolto in
una grotta delle montagne di Ulassai.
Dallora molti anni sono passati e
numerose esplorazioni, raccolte e ricerche
si sono susseguite con lacquisizione di
interessantissimi reperti e la conclusione
di moltissimi studi.
122

Lambiente cavernicolo rappresenta,


com noto, lo spazio conservativo di
maggior rilievo ed ha in Sardegna in quasi
tutte le zone calcaree delle parti pi elevate, segnate da imponenti fenomeni carsici,
la fortuna di ospitare specie di grande
significato biogeografico, testimonianze
antiche delle lontane origini della nostra
regione.
Tra la fauna presente, spesso localizzata in aree particolarmente ristrette, talvolta
ipogee, gli insetti costituiscono il nucleo
pi nutrito con rappresentanze sistematiche comprese in vari Ordini: Col/emboli,
Dip/un, Tisanuri, Ortotteri, Tricotteri,
Coleotteri, Imenotteri, ecc.
Tra i Coleotteri sono ben rappresentate
le famiglie dei Carabidi, Stafilinidi, Catopidi ed Isteridi. Partendo dai rilievi posti a
settentrione ed andando verso il sud,
annoveriamo, nellambito del primo gruppo, quattro specie del Monte Albo: Rhegmatohius agostini Jeannel, Rhegmatobius
stnictus Baudi, Duvalius sardous Dodero,
Typhloreicheia denticu/ata Holdh. (reperibile anche sullaltopiano di Campeda) e
Actenipus carinatus (Chaudoir).
Procedendo lungo il massiccio del
Supramonte ed i rilievi del Gennargentu
troviamo sempre tra i Carabidi anche altre
entit come: Typhloreicheia sardoa Baudi
(presente anche nellarea di Ozieri), T.
montico/a Holdh., T. elegans Dod. (M.
Arquer), ed il Trechino Sardaphaenops
supramontanus Cerruti e Henrot (reperito
di recente anche a quote inferiori). Tra i
Catopidi si ricorda Patrizie/la sardoa
Jeannel, Speonomus diabo/icus Jeannel, le
Ovobathysciola majori Reitter e O. gestroi
Fairmaire, e tra gli Isteridi: Sardu/us
spe/aeus Patrizi.

3.3. Gli insetti di interesse fitopatologico


Largomento riguardante la fauna
entomologica nociva alla copertura vegetale merita di essere trattato brevemente a
parte, per due ordini di motivi: innanzitut-

Fig. 64. Fauna cavernicola. Actenipus carinatus, Patriziella sardoa, Sardaphaenops supramontanus (da sinistra
a destra).

to perch la protezione delle colture (nonch di certe formazioni forestali allo stato
naturale) pu aprire problemi di inquinamento ambientale specialmente quando le
metodologie ed i mezzi impiegati non
rispondono a criteri di razionalit; in secondo luogo perch la composizione
faunistica montana relativamente a specie
fitofaghe nocive pu subire un cambiamento pi o meno marcato a seguito di
introduzioni di ospiti vegetali non autoctoni o diversi da quelli preesistenti, aprendo
analoghe problematiche.
Nel primo caso, tenuto conto delle
particolari condizioni ambientali, le strategie di intervento saranno indirizzate a prevenire le pullulazioni, limitando gli interventi solamente in quelle aree in cui i fitofagi, sfuggendo al controllo dei nemici
naturali, possono aprire focolai di attacco
capaci in seguito di causare pesanti infestazioni.
Nel secondo caso va posta molta attenzione nella scelta di nuove essenze la cui
introduzione deve essere preceduta da un
esame generale dellecosistema e delle
biocenosi esistenti e da una valutazione
preventiva del costo ambientale delliniziativa intrapresa o, meglio, da intrapren-

dere. Non da escludere infatti che la


fisionomia faunistica di certe aree, come
ad es. quelle del Ciliegio e del Castagno
associata a quella arbustiva di complemento, possa modificarsi nel corso di un eventuale rinnovamento della frutticoltura
montana, con la sostituzione di variet gi
coltivate, modificando le tecniche di allevamento delle piante o, come si diceva
prima, con lintroduzione di specie fruttifere diverse. Lutilizzazione economica di
certe specie potrebbe, infatti, indurre
loperatore ad interventi fitosanitari che,
non eseguiti con criteri adeguati, potrebbero alterare quanto consolidato nel tempo.
Tra la fauna di interesse fitosanitario
necessario porre in evidenza quella dei Lepidotteri che racchiude in se un gruppo di
specie nocive alle quali vanno addebitati
notevoli danni alle colture, sia agrarie che
forestali, specialmente nel corso degli anni
di intense pullulazioni.
Per citare solo i casi pi importanti pos
siamo riferirci ai Piralidi: Palpita unionalis Hb., Nomophila noctuella D. et S.,
Margaritia sticticalis (L.); al Galleride:
Galleria mellonella (L.) (di interesse apistico); al Notodontide: Phalera bucephala
(L.); all Arctide: Phragmatobia fuliginosa
(L.); ai Limantridi: Lymantria dispar L. ed
Euproctis chrysorrhoea (L.) periodicamente nocivi alle formazioni forestali ed
123

alla macchia; ai numerosi nottuidi (dei


generi Euxoa, Agrotis, Scotia, Trigonophora, Laphygma, Gortyna, Sesamia,
Heliothis, Autographa); al Tortricide: Tortrix viridana L., saltuariamente dannosa
alle Querce; ai Cossidi: Zeuzera pyrina e
Cossus cossus.
Un caso a parte rappresentato dal Nottuide Panolis flammea Den. et Schiff. noto
delle Alpi e dellAppennino settentrionale
ritrovato sul M. Limbara ed a Su pranu (Aritzo) e probabilmente introdotto passivamente nellisola in tempi recenti.

4. Conclusioni
Da quanto stato esposto relativamente
alla fauna in quota, parzialmente esauriente per la difficolt di riunire organicamente la miriade di riferimenti purtroppo
molto frammentari, ed a causa dei numerossisimi reperti ancora non adeguatamente ordinati, si pu trarre sinteticamente un
richiamo accettabile delle ricerche che
hanno accompagnato linsediamento e la
colonizzazione delle aree pi elevate della
nostra isola.
Senza entrare in dettagli si pu dire innanzitutto che nellisola, come del resto
nella vicina Corsica, mancano elementi del
quaternario che figurano invece numerosi
nella nostra penisola.
Una piccola parte della fauna rappresentata da forme ad ampia diffusione con
diversi esempi tra gli Ortotteri, Coleotteri
Carabidi ed altri gruppi meno importanti.
Aspetti forse pi significativi vengono
forniti da quelle specie circoscritte ai rilievi del Gennargentu o a quelli posti pi a
sud, legate a faune di provenienza euro
asiatica o euro sibirica. Appartengono a
questa categoria molti Coleotteri Carabidi,
diversi Ortotteri, qualche Crisomelide ed
un solo Emittero.
Molte altre forme di provenienza
centroasiatica si trovano fra i Carabidi, i
Formicidi, gli Ortotteri e gli Odonati.
Altro gruppo molto importante
124

rappresentato da quelle entit di pi antico


insediamento, di tipo paleoeuropeo, che
hanno in diversi ordini e particolarmente
negli Ortotteri, nei Coleotteri (Carabidi),
nei Ditteri gli elementi pi significativi.
Merita ricordare inoltre quelle specie
affini alla fauna africana e da questa differenziatasi in tempi pi recenti; si tratta in
verit di poche specie di Odonati, di Ortotteri e di qualche altro ordine a testimonianza che leredit faunistica africana si
notevolmente rarefatta nel corso delle
vicissitudini geologiche successive
lasciandoci solo qualche esemplare.
In sintesi si pu affermare che il
popolamento entomologico dellarea montana appare, comera prevedibile, assai
ricco e caratterizzato soprattutto da non
pochi endemismi dove spiccano con grande interesse quelli cavemicoli.
Lentomofauna sarda in generale e soprattutto le specie esclusive con le loro singolarit e rarit rappresentano elementi di
grande richiamo strettamente legati alla
ricchezza ed alla bellezza del territorio.
Non dobbiamo dimenticare che gli
insetti, come numero di specie, come pluralit di forme viventi differenziate, come
presenza nelle pi disparate nicchie ecologiche, come anelli di quasi tutte le catene
alimentari, come consumatori primari e
secondari, come esseri duttili e nello stesso tempo altamente specializzati, rappresentano una parte fondamentale ed insostituibile nella biosfera.
Lo studio e la conoscenza del valore di
tale patrimonio deve contribuire indirettamente ad evitare mutamenti che in un
simile habitat potrebbero arrecare conseguenze negative irreversibili.
Una politica tesa ad evidenziare i
biotopi meritevoli di conservazione ed a
promuovere la creazione di riserve naturali anche sotterranee, laddove possibile,
concorrerebbe certamente ad evitare
compromissioni dellambiente.
Per quanto riguarda il massiccio del
Gennargentu che, come si visto, ospita
gran parte della fauna di maggiore interes-

se, tutto potrebbe essere favorito con listituzione del tanto discusso Parco. La soluzione sar certamente pi vicina se tutte le
parti, direttamente e indirettamente interessate, concorreranno alla discussione

attraverso una vasta azione di informazione e sensibilizzazione alla quale dovranno


e sapranno rispondere positivamente
soprattutto le giovani leve.

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125

1. Introduzione

Tra le tre grandi isole del Mediterraneo


occidentale, la Sardegna quella con la
pi modesta altitudine media (344 m),
seguita dalla Sicilia (441 m) e dalla Corsica (568 m). Confrontando questi dati con
la superficie delle singole isole emergono
con evidenza il carattere spiccatamente
montano della Corsica (8721 Kmq) e una
grande similarit tra la morfologia della
Sardegna (24.090 Kmq) e quella della
Sicilia (25.780 Kmq).
Va infatti considerato che la differenza
tra le altitudini medie delle due isole italiane, pari a meno di 100 m, attribuibile quasi
esclusivamente allesteso massiccio vulcanico dellEtna che raggiunge i 3263 m.s.l.m.
Mentre le montagne della Corsica raggiungono nel Monte Cinto i 2710 m e presentano delle caratteristiche prevalentemente alpine, le montagne sarde, la cui altezza massima di soli 1834 m (P.ta La
Marmora), e quelle siciliane esprimono una
maggiore tipicit mediterranea: tali differenze trovano conferma sia nei dati climatologici, sia nella copertura vegetale e parzialmente anche nella composizione della
fauna dei sistemi montani delle tre isole.
Tuttavia, il modesto gradiente altitudinale
della Sardegna viene parzialmente compensato dalla movimentata orografia che interessa quasi tutta lisola e che spesso offre

degli habitat strutturalmente montani (pareti rocciose) anche a quote modeste o, addirittura, lungo le coste a strapiombo.
Esempi significativi relativi alla fauna
sono la presenza storica del Gipeto a quote
altimetriche intorno ai 500 m nel SarrabusGerrei o la nidificazione del Venturone, una
specie paleomontana, quasi al livello del
mare (Golfo di Orosei, Isola di Tavolara).
Questi ed altri esempi interessanti specie
diffuse lungo le coste rocciose e negli ambienti montani dellinterno (Lucertola di Bedriaga, Grifone, Aquila reale, Pellegrino,
Piccione selvatico, Rondone maggiore,
Rondine montana, Passero solitario, Corvo
imperiale, Passera lagia, Muflone) dimostrano che molte specie della fauna sarda tendono ad allargare la propria nicchia ecologica.
Pi in generale, si pu affermare che la
composizione della fauna della nostra
isola e le sue peculiarit confermano
sostanzialmente le moderne teorie biogeografiche sullinsularit: la diminuzione
delle specie terrestri rispetto ad una superficie equivalente del continente, lincremento delle forme endemiche (Euprotto
sardo, 4 specie di Geotritoni, Ghiandaia,
Cervo sardo ed altri), la riduzione della
taglia (Cervo sardo, Cinghiale, Astore,
Sparviere) e laumento della densit relativa di alcune specie.
129

1 sistemi montani della Sardegna potrebhero rappresentare per molte specie, un ulteriore fattore di isolamento geografico e
quindi favorire processi di microevoluzione, soprattutto tra le categorie sistematiche
con scarsa capacit di dispersione. La presenza di 4 specie differenti di Geotritone in
4 aree distinte (Iglesiente, Sarrabus-Gerrei,
Gennargentu-Supramonte e Monte Albo)
dellisola, sembra confermare questa ipotesi. Tuttavia questo ed altri problemi di carattere biogeografico possono essere approfonditi soltanto su una adeguata base conoscitiva della distribuzione spaziale di tutte
le specie della fauna sarda, auspicabilmente
nellambito di un Progetto Atlante.
Il presente contributo costituisce un
primo tentativo di caratterizzare dal punto
di vista qualitativo la fauna vertebratica
(Anfibi, Rettili, Uccelli e Mammiferi non
volanti) che si riproduce nei sistemi montani al di sopra dellisoipsa di 1000 m. Tale
limite altitudinale va interpretato con una
certa flessibilit in quanto molti massicci
montani lo superano di poco, come i Settefratelli (1023 m), il Monte Gonare (1083
m), il Monte Lemo (1094 m), i Monti del
Sulcis (1116 m) e il Monte Albo (1127 m).
In questi casi i dati che verranno riportati
si possono riferire anche a quote pi basse
che generalmente includono il limite superiore delle formazioni boschive.
Per facilitare la consultazione, tutte le
specie riproducentisi nei 14 sistemi montani vengono trattati in modo uniforme in
relazione allo status faunistico, allorigine
zoogeografica, allo status di conservazione, alla protezione legale, ai biotopi maggiormente frequentati e alla presenza nei
singoli sistemi montani.

2. Lista sistematica dei vertebrati


(Amphibia, Reptilia, Ayes, Mammalia)
riproducentisi nei sistemi montani
della Sardegna (198291)
Per ogni specie la cui riproduzione
nelle aree montane al di sopra dellisoipsa
130

di 1000 m possibile (Rposs.), probabile


(Rprob.) e certa (Rcerta) vengono fornite
informazioni relative al periodo 1982-91
sui seguenti parametri: status faunistico;
origine zoogeografica (sensu Voous,
1962), status di conservazione a livello
regionale (SAR), nazionale (I), comunitario (CEE), europeo (EUR) e mondiale
(M0N), distinguendo tra specie estinta,
specie minacciata destinzione, specie vulnerabile, specie rara e specie a status indeterminato (SCIIENK, 1980); protezione
legale a livello regionale (L.R. 32/1978 e
calendario venatorio 1991/92), nazionale
(Legge 503/1981 Convenzione di Berna)
e internazionale relativa alla Direttiva
CEE 409/1979; biotopi maggiormente frequentati durante il ciclo riproduttivo
(Bo=Ambienti boschivi, Ma=Macchia mediterranea,
Ro=ambienti
rocciosi,
Pm=Praterie montane, Pma=Praterie montane arborate, Ri=Sistemi fluviali montani,
Ca=Ambienti cavernicoli, Isp=Insediamenti sparsi, U=Insediamenti urbani); presenza nei singoli sistemi montani (1 =
Limbara, 2 = Monte Lerno e Monti di Al,
3 = Marghine-Goceano, 4 = Montiferru, 5
= Monte Albo, 6 = Monte Gonare, 7 =
Montagna di San Cosimo, 8 = Montagna
di San Basilio, 9 = Monti del Gennargentu, 10 = Sistema carsico della Sardegna
centro-orientale/Supramonti, 11 = Monte
Linas e Marganai, 12 = Santa Vittoria di
Esterzili, 13 = Settefratelli e Serpeddi, 14
= Monti del Sulcis).
La presenza di una specie in tutti i sistemi montani viene rappresentata con la
seguente abbreviazione: I 14.
Il punto interrogativo, posto subito
dopo un dato, conferisce allo stesso un
significato di incertezza.

2.1. Lista degli Anfibi (Amphibia)


La nomenclatura scientifica utilizzata
nel presente lavoro fa riferimento a quella
usata da LANZA (1986) mentre le indicazioni relative allo status di conservazione

si basano sulla Lista Rossa degli Anfibi e


Rettili Europei (CORBETT, 1988).
Ordine Caudata
Famiglia Salamandridae
1. Euprotto sardo - Euproctus platycephalus
R-certa; origine mediterranea; raro
(EUR); rigidamente protetto (I); biotopi
frequentati: Ri; presente nei seguenti
sistemi montani: 1,2,3?, 6,7,8,9.
Nota. LEuprotto sardo un endemismo
sardo.
2. Geotritone dellIglesiente Speleomantes genei
R-certa; origine mediterranea; raro
(EUR); rigidamente protetto (I), biotopi
frequentati: Ca, Bo; presente nei seguenti sistemi montani: 11,14.
Nota. Il Geotritone dellIglesiente un
endemismo sardo.
3. Geotritone imperiale - SpIeoniaites
imperia/is

R-certa; origine mediterranea; vulnerabile (EUR); rigidamente protetto (I); biotopi frequentati: Ca, Bo; presente nei
seguenti sistemi montani: 9,12.
Nota. Il Geotritone imperiale un endemismo sardo.
4. Geotritone del Supramonte - Speleomantes supramontis
R-certa; origine mediterranea; vulnerabile (EUR); rigidamente protetto (I); biotopi frequentati: Ca, Bo; presente nei
seguenti sistemi montani: 9,10.
Nota. Il Geotritone del Supramonte un
endemismo sardo.
5. Geotritone del Monte Albo - Spe/eomantesfiavus
R-certa; origine mediterranea; vulnerabile

Fig. 65. Coppia di Euprotto saido in una pozza dacqua del Gennargentu. E una specie di anfibio esclusivaa
della Sardegna e frequenta i ruscelli montani e collinari
ben ossigenati, sino alle quote pi elevate.

131

(EUR); rigidamente protetto (1); biotopi frequentati: Ca, Bo; presente nei
seguenti sistemi montani: 5.
Nota. 11 Geotritone del Monte Albo
un endemismo sardo.
Ordine Anura
Famiglia Discoglossidae
6. Discoglosso sardo - Disco glossus
sardus
R-certa; origine mediterraneotirrenica;
raro (EUR); rigidamente protetto (I);
biotopi frequentati: Ri; presente nei
seguenti sistemi montani: 114.
Nota. Il Discoglosso sardo un endemismo tirrenico.
Famiglia Bufimidae
7. Rospo smeraldino Bufo viridis
R-certa; origine paleartica; rigidamente
protetto (I); biotopi frequentati: Ma, Bo,
Pm, Pma, Isp, U; presente nei seguenti
sistemi montani: 114.
Famiglia Hylidae
8. Raganella sarda - Hyla sarda

132

R-certa; origine mediterranea?; rara


(EUR); rigidamente protetta (I); biotopi
frequentati: Ma, Bo, Pm, Pma, RI; presente nei seguenti sistemi montani: 114.
Nota. La Raganella sarda un endemismo tirrenico.

2.2. Lista dei Rettili (Reptilia)


Cos come per gli Anfibi, la
nomenclatura scientifica utilizzata fa riferimento a quella utilizzata da LANZA
(1986); per quanto riguarda le indicazioni
relative allo status di conservazione ci si
basati sulla Lista Rossa degli Anfibi e
Rettili Europei (CORBETT, 1988).
Ordine Squamata
Famiglia Laccrtidae

Fig. 66. Il Discoglosso sardo un endemismo sardo(orso


ad ampia ralen:a ecologica, presente sul Gennargentu
sino a quote di circa 1.800 ni.

9. Algiroide nano Algiroidesfitzingeri


R-certa; origine mediterranea; rigidamente protetto (I); biotopi frequentati:Bo,
Ma, Ro; presente nei seguenti sistemi
montani: 114.
Nota. LAlgiroide nano un endemismo sardocorso.
10. Lucertola del Bedriaga Archeolacerta hedriagae
R-certa; origine mediterranea; vulnerabile (EUR); rigidamente protetta (Allegato
II Cony. Berna); biotopi frequentati: Ro;
presente nei seguenti sistemi montani:
1,2,3,5,7,9,10,12?, 13?.
Nota. La Lucertola del Bedriaga un
endemismo sardocorso.
Il. Lucertola tirrenica - Podarcis ti/iguerta
R-certa; origine mediterraneo-tirrenica;
rigidamente protetta (I); biotopi frequentati: Ro, Ma, Pm, Pma, Isp, U; presente nei
seguenti sistemi montani: 1-14.
Nota. La Lucertola tirrenica un
endemismo sardo-corso.

Famiglia Scirnidae
12. Luscengola - Chalcides cha/cides
R-certa; origine mediterranea; protetta
(I); biotopi frequentati:Pm, Pma; presente nei seguenti sistemi montani:
3,9,11,12.
13. Gongilo - Cha/cides ocellatus
R-certa; origine mediterranea; rigidamente protetto (I); biotopi frequentati: Ma,
Bo, Pm, Pma; presente nei seguenti sistemi montani: 1,2,3,6,7,8,9,12,13, 14.
Famiglia Coluhridae
14. Colubro ferro di cavallo - Coluber
hippocrepis
R-poss.; origine mediterranea; raro
(EUR); rigidamente protetto (I), biotopi
Fig. 67. La Lucertola di Bedriaga un endeniisnio
sardo-corso ed presente nella nostra isola nellArcipelago della Maddalena e in diversi massicci
monta/li del (entro-nord, recentemente stata trovata
anche nei Settefratelli.

133

Fig. 68. 11 Goiigilo somiglia ad una lucertola /nu/tosto

2.3 Lista degli Uccelli (Ayes)

to:za e luccicante. E una specie tipicamente nicd,terra ea


pii sente in tutti i sistemi montani dellisola sino a quote
di oltre 1.300 m.

frequentati: Pm, Pma, Ma; presente nei


seguenti sistemi montani: 9.
15. Colubro Coluber viridiflavus
R-certa;
origine
mediterranea;
rigidamente protetto (I); biotopi frequentati: Bo. Ma, Pm, Pma; presente nei
seguenti sistemi montani: 114.
16. Biscia viperina Natiix maura
R-certa; origine mediterranea; protetta
(I); biotopi frequentati: Ri; presente nei seguenti sistemi montani: 114.
17. Biscia dal collare Natrix natrix
R-certa; origine mediterranea; vulnerabile (EUR); protetta (I); biotopi frequentati: Ro. Bo, Ma, Ri; presente nei seguenti
sistemi montani: 1, 9, 10, 14.
Nota. La Biscia dal collare un
endemismo sardo: Natiix natrix celti.
134

La nomenclatura scientifica segue la


check-list di BRJCFIETTI e MASSA
(1984). Per le specie nidificanti non stanziali vengono indicati tra parentesi i mesi
di presenza nei sistemi montani dellisola.
Le specie attualmente estinte, indicate
on un asterisco, vengono riportate nella lista ma non contegiate.
Le indicazioni sulla status di conservaione delle specie nidificanti si riferiscono
alla Lista Rossa degli Uccelli della Sardegna (SCHENK, 1980), alla Lista Rossa
Itaiana (FRuGIS e SCHENK, 1981) e
allAppendice I della Direttiva CEE
409/1979 concernente la conservazione
degli uccelli selvatici nei paesi membri.
Ordine Accipitriformes
Famiglia Accipitridac
* Gipeto - Gvpaetus harhatus
R-estinta; origine paleartica; estinto
(SAR,), vulnerabile (CEE); rigorosamente
protetto (SAR, 1, CEE); biotopi frequenta-

Fig. 69. Ii Grfine adulto ha un caratteristico collare


bianco di piume filiformi. Questo grande avvoltoio si
nutre esclusivamente di carogne di ammali e svolge una
importante unzione igienicosanitaria.

ti: Ro; era presente nei seguenti sistemi


montani: 1, 2, 4,5,9, 10, 11, 13, 14.
Nota. Lultimo caso di riproduzione
avvenuto nel Supramonte nel 1969. Per il
periodo 1969-91 esistono circa 10 osservazioni attendibili, sia nelle aree montane
che in quelle costiere della Sardegna, di
cui una buona parte riferita ad animali di
probabile provenienza corsa.
18. Grifone Gypsfulvus
R-prob.; origine paleartica; minacciata
destinzione (SAR, I), raro (CEE);
rigorosamente protetto (SAR, I, CEE);
biotopi frequentati: Ro; presente nei
seguenti sistemi montani: 3 e 4 (nidificazione?), 10, 11 e 14 (presenza regolare,
nidificazione?).
Nota. tuttora in corso un progetto di
reintroduzione di questa specie nei sistemi
montani del Montiferru con animali di

provenienza spagnola. Una quindicina di


Grifoni frequenta regolarmente vecchi siti
di nidificazione nella Catena del Marghine
(19901991).
* Avvoltoio monaco - Aegypius monachus
R-estinto; origine mongolico-tibetana;
estinto (SAR, I); vulnerabile (CEE);
rigorosamente protetto (SAR, I, CEE);
biotopi frequentati: Bo; storicamente
(1900-1965) era nidificante nei segeunti
sistemi montani: 2,
3,4,5!,9, 10, Nota. Lultimo caso di
riproduzione documentata risale al 1962
(Supramonte). Per il periodo 1965-91 esistono meno di 10 osservazioni attendibili
in tutta la Sardegna, effettuati quasi tutte
nel Supramonte e nel Gennargentu.
19. Albanella minore - Circus pygargus
R-certa (aprile-settembre); origine
mediterraneo-turkestana;
vulnerabile
(SAR), rara (I, CEE); rigorosamente protetta (SAR, I, CEE); biotopi frequentati:
135

Fig. 70. LAquila reale aia


ora presente in lull, i niassici
principali (iella Sardegna, dine
nidijieano (11(0 35 (apple sii
pareti rocciose ifl(JC eessihili.
Lacci/niente (Gennargenio .
Sardegna
centrale)
pu
costruire il suo grande nido
anche su (Jill lecci o,iie risulta
da questo primo doeuniento
foto grati io.

Pm, Ma; presente nei seguenti sistemi


montani: 4, 3?
20. Astore Accipiter genti/is
R-certa; origine oloartica; vulnerabile
(SAR, E,
CEE); rigorosamente proietto (SAR, 1,
CEE); biotopi frequentati: Bo; presente
nei seguenti sistemi montani: 1,3,4,5,6,7,
8,9,10,11,13,14.
Nota. LAstore un endemismo sardo
corso: Accipiter genti/is arrigoni.
2 1. Sparviere - Accipiter nisus
R-certa; origine paleartica; rigorosa136

mente protetto (SAR, I, CEE); biotopi frequentati: Bo; presente nei seguenti sistemi montani:
1,2?,3,5,6,7,8,9, 10, Nota. Lo Sparviere
un endemismo sardo-corso: Accipiter
nisus wo/terstoiffi.
22. Poiana - Buteo buteo
R-certa; origine oloartica; rigorosamente protetto (SAR, I) biotopi frequentati:
Bo, Ma. Pma; presente nei segeunti sistemi montani: 114.
23. Aquila reale Aquila chrysaetos

Fig. 71. La Pernice saida costituisce un importante anel-

montani: 1-14.

lo nelle (ale/le e leri alimentari degli ecosistemi


mon/a/li e collinari della nostra isola, soprattutto conic
preda dellAquila del Bone//i, dellAquila reale,
del/Astore e del Falco pellegrino; ma anche una preda
ambita (lei cacciatori sardi. La sua disrrihu:ione europea circoscritta alla Sardegna e a Gilii//erra.

R-certa; origine oloartica; rara (SAR, 1,


CEE); rigorosamente protetta (SAR, 1,
CEE); biotopi frequentati: Ro, Bo; presente nei seguenti sistemi montani: 1, 2, 5,
9, 10, 11, 12, 13, 14.
Nota. In alcuni massicci la nidificazione della specie avviene a quote inferiori ai
1000 m.
Ordine Falconirmcs
Famiglia Falconidac
24. Gheppio - Falco tinnunculus
R-certa; origine del vecchio mondo;
rigorosamente protetto (SAR, I); biotopi
frequentati: RO,
Isp; presente nei seguenti sistemi

25. Falco pellegrino - Falco peregrinus


Rcerta; cosmopolita; rara (SAR, I,
CEE);
rigorosamente protetto (SAR, I, CEE);
biotopi frequentati: Ro; presente nei
seguenti sistemi montani: 1,3,4,5,9,
10,11,13,14.
Nota. In alcuni massicci montani la
nidificazione avviene a quote inferiori ai
1000 m.
Ordine Gallijrrnes
Famiglia Phasianidae
26. Pernice sarda - Alectoris barbara
R-certa; origine mediterranea; rara
(CEE); parzialmente protetta (SAR, specie
cacciabile), rigorosamente protetta (CEE);
biotopi frequentati: Ma, Pm, Pma, Ro;
presente nei seguenti sistemi montani:
114.
27. Quaglia - Coturnix coturnix
R-certa; (marzo/aprile-settembre); origine del vecchio mondo; parzialmente pro137

Fig. 72. Tra le / 0 sottospecie endemiche della Sardegna


e della Corsica, lAstore lunica elencala nellappendice / della Direttiva CEE n. 4091/979 e gode della particolare protezione comunitaria

tetta (SAR, I, specie cacciabile); biotopi


frequentati: Pm, Pma; presente nei seguenti sistemi montani: 3,4?, 9, 11., 12, 13?
Nota. Sul Gennargentu nidifica fino a
circa 1400m.
Ordine Columbiformes
Famiglia Columhidae
28. Piccione selvatico - Columba livia
R-certa; origine turkestano-mediterranea; protetta (SAR, I); biotopi frequentati:
Ro; presente nei seguenti sistemi montani: 1, 5, 9, 10, 11.
Nota. Nidifica in tutti i sistemi montani
a quote inferiori ai 1000 m.
29. Colombaccio - Columba palumbus
R-certa; origine europeo-turkestana;
parzialmente protetto (SAR, I, specie
138

cacciabile); biotopi frequentati: Bo; presente nei seguenti sistemi montani: 3, 5, 6,


7, 8, 9, 10, 13, 14.
Nota. Nidifica in tutti i massicci montani a quote inferiori ai 1000 m.
30. Tortora - Streptopelia tartar
R-certa (aprile-agosto); origine europeo
turkestana; parzialmente protetta (SAR, I,
specie cacciabile); biotopi frequentati: Bo;
presente nei seguenti sistemi montani: 3,
6, 7,8.
Nota. Nidifica in tutti i sistemi montani
a quote inferiori ai 1000 m.
Ordine Cuculitbrmes
Famiglia Cuculidae
31. Cuculo - Cuculus canoius
R-certa (aprile-luglio/agosto); origine
paleartica; protetto (SAR, I); biotopi
frequentati: Bo, Ma; presente nei seguenti sistemi montani: 3, 9, 10, 14.
Nota. Nidifica in tutti i sistemi montani
a quote inferiori ai 1000 m.

Fig. 73. II Picchio rosso maggiore, il/IO (lei /0 endemismi


sardo-corsi (le/I ci iijauiia
sarda, tiequento soprattutto i
boschi maturi e le coltivazioni
legnose nelle vicinanze dei
(entri abitati ; viene spesso
predato dallAstore.

Ordine Stigifrirmes
Famiglia Ttonidae
32. Barbagianni - Tyto alba
R-certa; cosmopolita; rigorosamente
protetto (SAR, 1); biotopi frequentati: Ro,
U, Isp; presente nei seguenti sistemi
montani: I?, 2?, 3, 5?, 6, 7, 8, 9, 10, 11,
12?, 13?, 14.
Nota. Il Barbagianni un endemismo
sardo-corso: Tvto alba ernesti. Nidifica in
tutti i massici a quote inferiori ai 1000 m.
Migrazione verticale nel periodo invernale.
Famiglia Strigidae

33. Assiolo - Otus scops


R-certa; (marzo-settembre/ottobre); origine del vecchio mondo; rigorosamente protetto (SAR, I); biotopi frequentati: Bo, U;
presente nei seguenti sistemi montani: 114.
Nota. Nidifica in alcuni massicci a
quote inferiori ai 1000 m
34. Civetta - Athenc noctua
R-certa; origine turkestano-mediterranea; rigorosamente protetta (SAR, I), biotopi frequentati: Ro, U, Isp; presente nei
seguenti sistemi montani: 114.
Nota. Migrazione verticale nel periodo
invernale.
139

Fig. 74. Maschio del Passero


solitario. Questa specie di origini paleo xero-montana delimita il proprio territorio da
roccioni ed alberi bene in
vista, da dove i maschi emettono il loro malinconico canto.
In Sardegna diffuso dal livello del mare sino alle quote pi
elevate. Nel periodo invernale
scende dalla montagna in aree
climaticamente pi miti.

Ordine Capirnulgiformes
Famiglia Capriniulgidue
35. Succiacapre - Caprimulgus europacus
R-certa (aprile-settembre); origine
paleartica; raro (CEE); rigorosamente protetto
(1, CEE), protetto (SAR); biotopi
frequentati: Bo, Ma; presente nei seguenti sistemi montani: 114.
Nota. In alcuni sistemi montani nidifica
a quote inferiori ai 1000 m.
Ordine Apodiformes
140

Famiglia Apodidae
36. Rondone - Apus apus
R-certa (aprile-agosto/settembre); origine paleartica; protetto (SAR, I); biotopi
frequentati: U, Ro?; presente nei seguenti sistemi montani: 9.
37. Rondone maggiore - Apus melba
R-certa (aprile-agosto/settembre); origine indo-africana; protetto (SAR, I); biotopi frequentati: Ro; presente nei seguenti sistemi montani: 5, 9, 10, 12.
Nota. Nidifica in alcuni massicci al di
sotto di 1000 m.

Fig. 75. Maschio di Averla piccola. Tra le due specie di


Averla nidUicanti in Sardegna, la piccola quella pi
diflsa nelle :one interne, dove sale fino ai 1.300 m. di
altitudine nel massiccio del Gcnnarentu. Come lAverla capirossa una specie migratrice che arriva verso la

frequentati: Pm, Pma, Bo (bordi), Isp;


presente nei seguenti sistemi montani:
3,4?, 6, 7,8,9, 10?, 12?, 14?
Nota. Nidifica in alcuni massicci al di
sotto dei 1000 m.

fine di aprile o ai primi di maggio e riparte gi nel mese

Ordine Piciformes
Famiglia Picidae

di agosto verso i quartieri di svernamento dell Afrii a


centrale e meridionale.

Ordine Coraciiformes
Famiglia Meropidae
38. Gruccione - Merops apiaster
R-certa (aprile-settembre); origine
turkestano mediterranea; protetto (SAR,
I); biotopi frequentati: Ma, Pm; presente
nei seguenti sistemi montani: 4, 9.
Nota. Nidifica probabilmente anche in
altri massicci montani.

40. Picchio rosso maggiore - Picoides


major
R-certa; origine paleartica; protetto
(SAR, I); biotopi frequentati: Bo; presente nei seguenti sistemi montani: 1 14.
Nota. La nidificazione di questa specie
legata alla presenza di grandi alberi. un
endemismo sardo-corso: Picoi des major
harterti.
41. Picchio rosso minore - Picoides mifor

Famiglia Upupidae
39. Upupa - Upupa epops
R-certa (marzo-settembre); origine del
vecchio mondo; protetto (SAR, 1); biotopi

R-prob.; origine paleartica; protetto


(SAR, I), a status indeterminato (SAR, I);
biotopi frequentati: Bo, Pma; presente
nei seguenti sistemi montani: 3 (Badde
Salighes), 9 (Villagrande Strisaili).
141

Ordine Passeriformes
Famiglia Alaudidae
42. Calandra - Me/anocorypha calandra
R-certa; origine mediterranea?;a status
indeterminato (SAR, I); rigorosamente
protetta (CEE), protetta (SAR, I), rara
(CEE); biotopi frequentati: Pin; presente
nei seguenti sistemi montani: 2, 3, 10 (sino
a 1400 m circa nel versante sud).
Nota. Migrazione verticale in inverno.
43. Tottavilla - Lullula arborea
R-certa; origine europea; rara (CEE);
rigorosamente protetta (CEE), protetta
(SAR, I); biotopi frequentati: Ma, Pm,
Pma; presente nei seguenti sistemi montani: 114.
44 Allodola. - Alauda arvensis
R-certa; origine paleartica; parzialmente protetta (SAR, I, specie cacciabile); biotopi frequentati; Pm; presente nei
seguenti sistemi montani: 1, 2, 3, 4, 5, 9,
10, t I, 12, 14.
Famiglia Hirundinidae
45. Rondine montana - Ptyonoprogne
rupestris
R-certa; origine paleo-xeromontana;
rigorosamente protetto (SAR, I); biotopi
frequentati: Ro; presente nei seguenti
sistemi montani: 1,2,3,5,9, 10, 11, 14.
Nota. Nidifica in molti massicci leggermente al di sotto di 1000 m. Migrazione
verticale nel periodo invernale.

R-certa (aprile-agosto/settembre); origine paleartica; raro (CEE); protetto (SAR,


I), rigorosamente protetto (CEE); biotopi
frequentati: Pm, Pma, Ma; presente nei
seguenti sistemi montani: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7,
8, 9 (sino a 1800 m), 10, 11, 12, 13, 14.
48. Spioncello - Anthus spinoletta
R-certa (marzo-settembre); origine
paleartica; raro (SAR); protetto (SAR, I);
biotopi frequentati: Pm, Pma, Ri; presente nei seguenti sistemi montani: 9 (sino a
1750 m).
Nota. Migrazione verticale nel periodo
invernale!
49. Ballerina gialla - Motacilla cinerea
R-certa; origine paleartica; protetta
(SAR, I); biotopi frequentati: RI, U; presente nei seguenti sistemi montani: 1?, 2?,
3, 6, 7, 8, 9.
Nota. Migrazione verticale nel periodo
invernale.
Famiglia Cinclidae
50. Merlo acquaiolo - Cinclus (inc/us
R-prob.; origine paleomontana; protetto
(SAR, 1); a status indeterminato (SAR);
bintopi frequentati: Ri; presente nei
seguenti sistemi montani: 1,9.
Nota. Migrazione verticale nel periodo
invernale? Nidifica probabilmente/
possibilmente anche in altri massicci montani a quote inferiori ai 1000 m.
Famiglia Troglodytidae
5 1. Scricciolo - Troglodytes troglody-

46. Balestruccio Delichon urbica


R-certa (marzoagosto/settembre); origi
ne paleartica; rigorosamente protetto
(SAR, I); biotopi frequentati: U, Ro?;
presente nei seguenti sistemi montani: 9
(Fonni, Monte Spada: 135o iii).
Famiglia Motacillidae
47. Calandro - Anthus campestris
142

tes
R-certa; origine oloartica; protetto
(SAR, I); biotopi frequentati: Bo, ma, RI;
presente nei seguenti sistemi montani:
114.
Nota. Migrazione verticale nel periodo
invernale? Lo Scricciolo nidificante in
Sardegna un endernismo sardo-corso:
Troglodytes troglodytes koenigi.

Fig. 76. La Ghiandaia lunica sottospecie esclusiva


clellavifauna sarda. E legata alla presen:a diforn,a:ioai

Pma; presente nei seguenti sistemi montani: 114.

boschive e della macchia alta. In aula//no ed in inverno


presente anche nelle periferie dei paesi collinari e
montane Frequente preda dellAstore.

Famiglia Turdidae
Sottofamiglia Turdinae
52. Pettirosso - Erithacus rubecula
R-certa; origine europea; protetto
(SAR, I); biotopi frequentati: Bo, Ma;
presente nei seguenti sistemi montani:
114.
Nota. Migrazioine verticale nel periodo
invernale.
53. Usignolo - Luscinia megarhynchos
R-certa (aprile-agosto); origine europea; protetto (SAR, I); biotopi frequentati:
Bo, Ma, RI; presente nei seguenti sistemi
montani sardi: 3,6,7, 8,9 (sino a 1360 m).
54. Saltimpalo - Saxicola torquata
R-certa; origine paleartica; proietto
(SAR, I); biotopi frequentati: Ma, Pm,

55. Culbianco - Oenanthc oenanthe


R-certa (marzoagosto/settembre); origi
ne paleartica; raro (SAR); protetto
(SAR, I); biotopi frequentati: Pm, Ro;
presente nei seguenti sistemi montani: 9,
10, 11; 1, 2, 3, 5, 12, 14 (possibile).
56. Codirossone - Montico/a saxatilis
R-certa (aprile-agosto); origine paleoxe romontana; raro (SAR); protetto (SAR,
1); biotopi frequentati: Pm, Pma, Ro;
presente nei seguenti sistemi montani: 9,
10, 11; 1, 12, 14 (possibile).
57. Passero solitario - Monticola solita
rius
R-certa; origine paleo-xeromontana;
protetto (SAR, I); biotopi frequentati: Ro,
Pm; presente nei seguenti sistemi montani:
1 - 14.
Nota. Migrazione verticale invernale.
58. Merlo - Turdus merda
143

R-certa;origine paleartica; parzialmente


protetto (SAR; I; specie cacciabile); biotopi frequentati: Bo, Ma, U (Fonni, lIbrai e
Tonara); presente nei seguenti sistemi
montani: 3,6,7,8,9, 14.
Nota. Migrazione invernale verticale.
Nidifica in tutti i massicci a quote pi
basse di 1.000 m.
59. Tordela - Turdus viscivorus
R-certa; orgine europeo-turkestana;
protetta (SAR, I); biotopi frequentati:
Pma, Bo; presente nei seguenti sistemi
montani: 114.
Nota. Migrazione verticale invernale.
Famiglia Sy/viidae
Sottofamiglia Sy/viinae
60. Magnanina sarda - Sv/via sarda
R-certa; origine mediterranea; rara
(CEE); protetta (SAR, 1), rigidamente protetta (CEE); biotopi frequentati: Ma, Ro;
presente nei seguenti sistemi montani:
114.
Nota. Migrazione verticale invernale.
61. Magnanina - Sylvia andata
R-certa; origine mediterranea;; rara
(CEE); protetta (SAR, 1), rigidamente protetta (CEE); biotopi frequentati: Ma,Bo;
presente nei seguenti sistemi montani:
114.
Nota. Migrazione verticale invernale.
62. Sterpazzolina - Sylvia cantillans
R-certa
(aprile-agosto);
origine
mediterranea; protetta (SAR, 1); biotopi
frequentati: Ma (alta), Bo; presente nei
seguenti sistemi montani: 3,5,6,7,8,9, 10,
13, 14.
63. Sterpazzola di Sardegna - Sylvia
conspicillata
R-certa (marzo-settembre); origine
mediterranea: protetta (SAR, 1); biotopi
frequentati: Pm, Ma; presente nei seguenti
sistemi montani: 3; 9, 14 (possibile).
64. Capinera Sylvia atricapilla
144

R-certa; origine europea; protetta


(SAR, 1); biotopi frequentati: Bo, RI, U;
presente nei seguenti sistemi montani: 1,
3, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 13, 14.
Nota. Migrazione verticale invernale.
65. Fiorrancino - Regulus ignicapillus
R-certa; origine oloartica; protetto
(SAR, I); biotopi frequentati: Bo, Ma
(alta); presente nei seguenti sistemi montani: 114.
Nota. Migrazione verticale invernale.
Famiglia Muscicapidae
66. Pigliamosche - Muscicapa striata
R-certa (aprile /maggio - agosto); origine europeo-turkestana; protetto (SAR, 1);
biotopi frequentati: Ro, U; presente nei
seguenti sistemi montani: 1, 2, 3,4,5, 6, 7,
8,9 (sino a oltre 1.800 m.),10, 11, 12, 13,
14.
Nota.
Endemismo
sardo-corso.
Muscicapa striata tyrrhenica.
Famiglia Paridae
67. Cincia mora - Parus atei
R-certa; origine paleartica; protetta
(SAR, 1); biotopi frequentati: Bo; presente
nei seguenti sistemi montani: 1, 3, 5, 6, 7,
8, 9, 10, 11, 13, 14.
Nota. Endemismo sardo-corso: Parus
atei sardus. Migrazione verticale invernale.
68. Cinciarella - Parus caeruleus
R-certa; origine europea; protetta
(SAR, I); biotopi frequentati: Bo, U; presente nei seguenti sistemi montani: 114.
Nota. Migrazione verticale invernale.
69. Cinciallegra - Parus major
R-certa, origine paleartica; protetta
(SAR, 1); biotopi frequentati Bo,U; presente nei seguenti sistemi montani: 114.
Nota. Endemismo sardocorso: Parus
major corsus.

Famiglia Laniidae
70. Averla piccola - Lanius (ollurio
R-certa (maggio - agosto); origine
paleartica; rara (CEE); protetta (SAR, I),
rigidamente protetta (CEE); biotopi frequentati: Pma, Ma, Bo (bordi); presente
nei seguenti sistemi montani: 114.
71. Averla capirossa - Lanius senator
R-certa (aprile - settembre); origine
mediterranea; protetta (SAP., 1); biotopi
frequentati: Ma, Pma; presente nei seguenti sistemi montani: 3 (nidificazione possibile anche in altri massicci).

darius ichnusae.
73. Gracchio corallino - Pyrrhocorax
pyrrhochorax
R-certa; origine paleomontana; protetto
(SAR, I); minacciato destinzione (SAR), a
status indetterminato (I), raro (CEE); biotopi frequentati: Ro; presente nei seguenti
sistemi montani: 5, 10 9, 11, 14 (possibile).
74. Taccola - Corvus monedu/a
R-certa; origine paleartica; parzialmente protetta (SAR, I, specie cacciabile); biotopi frequentati: Ro, U?; presente nei
seguenti sistemi montani: 9.
Nota. Migrazione verticale invernale.

Famiglia Corvidae
72. Ghiandaia - Garrulus glandarius
R-certa; origine paleartica; parzialmente protetta (SAR, I, specie cacciabile); biotopi frequentati: Bo, Ma; presente nei
seguenti sistemi montani: 114.
Nota. Nidifica in alcuni massicci al di
sotto dei 1.000 m. Migrazione verticale.
Unico endemismo sardo: Garru/us glan-

75. Cornacchia grigia - Corvus corone


R-certa; origine paleartica; parzialmenFig. 77. II Corvo imperiale una specie ancora comune
e localmente abbondante in Sardegna. Nidifica quasi
esclusivamente negli ambienti rocciosi, talvolta in vecchi
nidi dellAquila reale e dellAquila del Bond/i; da diversi anni costruisce i suoi nidi anche sui tralicci (Gennargentu, Goceano, Altopiano di Abbasanta).

145

te protetta (SAR, I, specie cacciabile); biotopi frequentati: Pma, Bo, U; presente nei
seguenti sistemi montani: 3, 6, 7, 8, 9, 10,
12.
Nota. Migrazione verticale invernale.

R-certa; origine turkestano-mediterranea; parzialmente protetta (SAR, I); biotopi frequentati: U, Isp; presente nei seguenti sistemi montani: 114.
Nota. Migrazione verticale invernale.

76. Corvo imperiale - Corvus corax


R-certa; origine oloartica; protetto
(SAR, I); biotopi frequentati: Ro, Isp (tralicci: Gennargentu, Marghine-Goceano);
presente nei seguenti sistemi montani:
114.

79. Passera mattugia - Passer montanus


R-certa; origine paleartica; parzialmente protetta (SAR, I, specie cacciabile); biotopi frequentati: U; presente nei seguenti
sistemi montani: 9 (Fonni, da confermare).

Famiglia Sturnidae
77. Storno nero Sturnus unico/or
R-certa; origine mediterranea; protetto
(SAR, I); biotopi frequentati: U, Pma,
Bo?; presente nei seguenti sistemi montani: 3, 6, 7,8,9.
Nota. Da confermare per gli altri
massicci. Migrazione verticale invernale.
Famiglia Passeridae
78. Passera sarda - Passer hispaniolensis

146

80. Passera lagia Petronia petronia


Rcerta; origine paleoxerica; protetta
(SAR, I); biotopi frequentati: Ro, U,
Bo; presente nei seguenti sistemi
montani: 114.
Nota. Migrazione/dispersione postriproduttiva.
Fig. 78. Tra i passeracei endemici della Sardegna e della
Corsica il Venturone la specie pi localizzata e raggiunge la sua massima densit nelle praterie montane
del Gennargentu, dove nidifica specialmente nei cespugli
prostrati del Ginepro nano. In periodo invernale compie
una migrazione verticale allinterno dellisola.

Famiglia Fringillidae
Sottofamiglia Fringillinae
81. Fringuello - Frin gil/a coelebs
R-certa; origine europea; protetta
(SAR, I); biotopi frequentati: Bo, U; presente nei seguenti sistemi montani: 114.
Nota. Dispersione postriproduttiva.
Sottofamiglia Carduelinae
82. Verzellino - Serinus serinus
R-certa; origine mediterranea; protetto
(SAR, I); biotopi frequentati: U, Bo;
presente nei seguenti sistemi montani: 10.
Nota. Da confermare negli altri sistemi
montani. Dispersione postriproduttiva.
83. Venturone - Serinus citrinella
R-certa; origine paleomontana; protetto
(SAR, I); biotopi frequentati: Pm, Pma,
Ma; presente nei seguenti sistemi montani:
1, 2, 3,4,5,9, 10, Nota. Migrazione verticale invernale. Il
Venturone un endemismo sardocorso: Serinus citrinella corsicana.
84. Verdone - Carduelis chioris
R-certa; origine europeo-turkestana;
protetto (SAR, I); biotopi frequentati: U,
Bo; presente nei seguenti sistemi montani:
3, 6, 7,8,9.
Nota. Migrazione verticale invernale.
85. Cardellino - Carduelis carduelis
R-certa; origine europeo-turkestana;
protetto (SAR, I); biotopi frequentati: Ma,
Pma, Bo, U; presente nei seguenti sistemi
montani: 114.
Nota. Migrazione verticale invernale
86. Fanello - Carduelis cannabina
R-certa; origine europeo-turkestana; protetto (SAR, I); biotopi frequentati: Pm, Ma;
presente nei seguenti sistemi montani: 114.
Nota. Dispersione postriproduttiva.
87. Frosone - Coccothraustes coccothraustes

R-certa; origine paleartica; protetto


(SAR, I); biotopi frequentati: Bo, U; presente nei seguenti sistemi montani: 3, 6, 7,
8, 9.
88. Zigolo nero - Emheriza cirlus
R-certa; origine mediterranea; protetto
(SAR, I); biotopi frequentati: Ma; presente
nei seguenti sistemi montani: 114.
Nota. Dispersione post-riproduttiva.
Endemismo sardo-corso: Emberiza cirlus
nigrostriata.
89. Strillozzo - Miliaria calandra
R-certa; origine europeo-turkestana;
protetto (SAR, I); biotopi frequentati Pm;
presente nei seguenti sistemi montani: 1,
2, 3, 4?, 6, 7, 8, 9, 12, 14.
Nota. Dispersione postriproduttiva.

2.4 Lista dei Mammiferi (Mammalia)


La nomenclatura scientifica utilizzata si
basa su quella usata da CORBET e
OVENDEN (1985). Le indicazioni sullo
status di conservazione a livello europeo si
basano sulla Lista Rossa delle specie di
vertebrati minacciati a livello CEE
(THORNBACK, 1987).
Ordine Insectivora
Famiglia Eri naceidae
90. Riccio - Eri naceus europaeus
R-certa, origine pa. tica; particolarmente protetto (SAR), protetto (I); biotopi
frequentati: Bo, Ma, Pm, Pma; presente
nei seguenti sistemi montani: 5, lO, 13.
Famiglia Soricidae
91. Crocidura rossiccia - Crocidura
russula
R-certa; origine paleartica; protetta
(SAR, I,); biotopi frequentati: Bo, Ma, Pm,
Pma; presente nei seguenti sistemi montani: 114.
147

92. Mustiolo - Suncus etruscus


R-certa; origine mediterranea?; protetto
(SAR, I); biotopi frequentati: Bo, Ma, Pm,
Pma; presente nei seguenti sistemi
montani: 1,3,6,7,8,9,11,12.
Ordine Lagomorpha
Famiglia Leporidae
93. Lepre sarda - Lepus capensis
R-certa; origine mediterranea; parzialmente protetta (SAR, specie parzialmente
cacciabile); biotopi frequentati: Pm, Pma,
Ma; presente nei seguenti sistemi montani: 1,2,3,4,6,7,8,9,10,11,12.
94. Coniglio - Oryctolagus cuniculus
R-prob; origine mediterranea; parzialmente protetto (SAR, I; specie cacciabile);
biotopi frequentati: Pm, Pma, Ma; probabilmente presente nel Goceano.
Ordine Rodentia
Famiglia Muscardinidae
95. Topo quercino - Eliomys quercinus

148

R-certa; origine mediterranea; raro


(CEE),
rigidamente protetto (SAR), protetto
(I); biotopi frequentati: Bo, Ma; presente
nei seguenti sistemi montani: 1, 2, 3, 4, 6,
7, 8, 9, 11, 12, 13, 14.
96. Ghiro - Gus gus
R-certa; origine paleartica; vulnerabile
(SAR), raro (CEE); rigidamente protetto
(SAR), protetto (I); biotopi frequentati:
Bo; presente nei seguenti sistemi montani: 9, 10.
Famiglia Muridae
97. Topo selvatico - Apodemus sylvaticus
R-certa; origine paleartica; biotopi frequentati: Bo, Ma, Pma, Isp; presente nei
seguenti sistemi montani: 114.
Fig. 79. Il Topo quercino un piccolo roditore che frequenta gli ambienti boschivi naturali e le coltivazioni
legnose nelle vicinanze dei centri abitati. In montagna
presente anche a quote superiori ai 1.000 m.

98. Ratto nero - Rattus rattus


R-certa; origine cosmopolita; raro
(CEE); biotopi frequentati: Bo, Ma, Pin,
Pma, Ca, Isp, U, Ro; presente nei
seguenti sistemi montani: 114.
99. Topolino domestico - Mus musculus
R-certa; origine paleartica?; biotopi frequentati: Bo, Ma, Pin, Pma, Tsp, U; presente nei seguenti sistemi montani: 114.
Ordine Carnivora
Famiglia Canidae
100. Volpe - Vulpes vulpes
R-certa; origine oloartica?; parzialmente protetta (SAR, specie cacciabile); biotopi frequentati: Bo, Ma, Ro; presente nei
seguenti sistemi montani: 114.
Famiglia Mustelidae
101. Martora - Martes martes
R-certa; origine paleartica?; rara
(CEE); rigidamente protetta (SAR), protet-

ta (I); biotopi frequentati: Bo, Ma, Ro, Isp;


presente nei seguenti sistemi montani: 1,
2, 3, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 13, 14.
102. Donnola - Mustela nivalis
R-certa; origine paleartica; parzialmente protetta (SAR, specie cacciabile), protetta (I); biotopi frequentati: Ma, Bo, Pm,
Pma, Ro, Isp; presente nei seguenti sistemi montani: 114.
Famiglia Felidae
103. Gatto selvatico - Felis silvestris
R-certa; origine paleartica?; raro (SAR,
CEE); rigidamente protetto (SAR), protetto (I); biotopi frequentati: Bo, Ma, Ro;
presente nei seguenti sistemi montani:
114.

Fig. 80. La Martora appartiene allordine dei carnivori,


ma si nutre, specialmente destate, anche di frutti e di
bacche (fichi, more). Grazie alla protezione legale di cui
gode, negli ultimi anni la sua popolazione in leggero
aumento. Talvolta viene predata dallAquila reale.

149

Ordine Artiodactyla
Famiglia Suidae
104. Cinghiale - Sus scrofa
R-certa; origine paleartica; parzialmente protetto (SAR, I; specie cacciabile); biotopi frequentati: Bo, Ma, Ro; presente
nei seguenti sistemi montani: 114.
Famiglia Cervidae
105. Daino - Dama dama
R-certa; origine mediterranea?; raro
(SAR); rigidamente protetto (SAR), protetto (I); biotopi frequentati. Bo, Ma; presente nei seguenti sistemi montani: 9, 14.
Nota. Il Daino si estinto da tutta la
Sardegna verso la fine degli anni 60. I
Daini attualmente presenti nella nostra
isola sono stati reintrodotti dallAzienda
Foreste Demaniali della Regione Sardegna
(AFDRS) nei demani forestali di Filigosu
(Oschiri), di Berchidda e di Is Canoneris,
dallIspettorato Ripartimentale delle Foreste di Sassari nella Riserva forestale Arca
di No (Alghero) e dal Comitato Provin-

150

ciale Caccia di Oristano nel territorio


comunale di Neoneli.
106. Cervo sardo - Cervus elaphus
corsicanus
R-certa; origine paleartica; vulnerabile
(M0N, CEE, SAR); rigidamente protetto
(SAR), protetto (I); biotopi frequentati:
Bo, Ma; presente nei seguenti sistemi
montani: 13,14.
Nota. Il Cervo presente in Sardegna
un endemismo sardo-corso: Cervus elaphus corsicanus. Grazie allopera dellAFDRs il Cervo stato reintrodotto nel
Montiferru, nel Monte Linas, nel Monte
Lerno e nel Monte Arbu di Seui.

Fig. 81. Cinquantanni dopo la sua estinzione locale, il


Cervo sardo stato reintrodottto in alcuni massicci montani dellisola quali il Monte Leino, il Monte Linas, il
Montiferru e il Gennargentu (Monte Arbu). Questa sottospecie del Cervo europeo tuttora minacciata e la sua
popolazione mondiale stimabile tre 650 e 850 esemplari, la maggior parte dei quali vive nelle Foreste Demaniali della Regione Sarda (Settefratelli e Sulcis).

Famiglia Bovidae
107. Muflone - Ovis musimon
R-certa; origine paleartica; raro (CEE,
SAR); rigidamente protetto (SAR), protetto (I); biotopi frequentati: Ro, Ma, Bo,
Pma; presente nei seguenti sistemi montani: 9,10.
Nota. Le Autorit Forestali utilizzando
Mufloni provenienti dallAsinara, hanno
reintrodotto questa specie nel Limbara,
Montiferru, Monte Linas e nella Riserva
Forestale Arca di No.

3. Principali risultati dellanalisi faunistica


3.1. Status faunistico
Nella tabella 1 sintetizzato lo status
delle 107 specie di vertebrati terrestri
ripoducentisi nei sistemi montani e per
confronto quello delle 190 specie riproducentisi in Sardegna.
La classe dei Mammiferi risulta quella

pi rappresentata con il 90% delle specie


sarde, seguita dagli Anfibi con l88,9%,
dagli Uccelli con il 50,7% e dai Rettili con
il 47,4%. In totale nei sistemi montani si
riproducono ii 56,3% dei vertebrati sardi
(esclusi i Pesci e i Chirotteri).
Da un primo confronto della
composizione della fauna vertebratica
sarda con i vertebrati presenti nei sistemi
montani emerge che questi ultimi ospitano
un campione altamente rappresentativo
soltanto dei Mammiferi e degli Anfibi
sardi. La bassa percentuale di Rettili presenti nei sistemi montani dovuta a fattori ecologici (molte specie infatti non sopportano temperature troppo rigide) e al
ristretto areale distributivo di alcune specie, verossimilmente introdotte dalluomo
in tempi storici nella nostra isola
(LANZA, 1983).
Fig. 82. Branco di Mufloni sulle praterie montane innevale del Gennargentu. Grazie alla protezione legale,
questa specie in netta ftsse di recupero e la sua popolazione in Sardegna supera abbondantemente i 2.000
capi.

151

Per quanto riguarda gli Uccelli, diverse


specie sono assenti dai sistemi montani per la
mancanza di habitat adatti alla riproduzione
(ambienti umidi, lacustri, fluviali e costieri).
Limitando il confronto alle specie terrestri nidificanti ink Sardegna, la percentuale
degli Uccelli presenti nei sistemi montani
passa dal 50,7% all84,7%; tale valore pu
essere considerato un campione rappresentativo dellAvifauna terrestre dellisola.
Delle 72 specie di Uccelli nidificanti,
21 (29,2%) sono presenti quasi esclusivamente durante il periodo estivo, in quanto
compiono migrazioni post-nuziali verso
regioni pi meridionali.
I sistemi montani sardi sono caratterizzati dalla presenza di un elevato numero di
forme endemiche di vertebrati terrestri,
alcuni dei quali esclusivi, altri con una
distribuzione pi ampia nellisola. Tra gli
Anfibi si annoverano cinque endemismi
sardi (Euprotto sardo, Geotritone dellIglesiente, Geotritone imperiale, Geotritone del
Supramonte e Geotritone del Monte Albo)
il cui areale distributivo limitato esclusivamente ad alcune aree montane e due
endemismi della tirrenide (Discoglosso e
Raganella sarda) a pi ampia diffusione.
I Rettili non presentano forme endemiche tipiche dei sistemi montani e sono presenti, a livello di specie, con tre endemismi
sardocorsi (Algiroide nano, Lucertola del
Bedriaga e Lucertola tirrenica) e con un
endemismo sardo (Biscia dal collare).
Lavifauna caratterizzata da dieci
endemismi sardo-corsi (Astore, Sparviere,
Barbagianni, Picchio rosso maggiore,
Scricciolo, Pigliamosche, Ciancia mora,
Cinciallegra,Venturone e Zigolo nero) e un
endemismo sardo (Ghiandaia), tutte forme
riconosciute dal VAURIF. (1959, 1965).
La Mammalofauna attuale quasi
esclusivamente il risultato di introduzioni
da parte delluomo, in quanto non risulta
documentata (fossili) nel quaternario sardo
(AzZAROLI, 1983).
Per tale motivo e per la scarsit di ricerche specifiche difficile esprimere un
parere sulla validit delle varie sottospecie
152

finora descritte dei Mammiferi sardi (Topo


quercino, Ghiro, Martora, Donnola, Gatto
selvatico ed altri), tra le quali viene
comunque riconosciuto il Cervo sardo,
attualmente limitato ad alcuni complessi
montani della Provincia di Cagliari.
Soltanto studi specifici con metodologie moderne e interdisciplinari possono
consentire una critica revisione tassonomica a livello sottospecifico di tutti i vertebrati sardi.
Per il confronto tra le faune dei singoli
sistemi montani (tabella 2) sono state
prese in considerazione solo le 103 specie
la cui riproduzione risultata certa nellarco di tempo considerato (198291).
Complessivamente il massiccio montano pi ricco di specie il Gennargentu con
92 specie (89,3 % di tutte le specie
riproducentisi nei sistemi montani sardi),
seguito dal Marghine-Goceano con 78 specie (75,7%), dal Sistema Carsico della Sardegna CentroOrientale con 74 specie (71,8
%), dalla Montagna di San Cosimo e dalla
Montagna di San Basilio con 68 specie
ciascuna (66,0 %), dai Monti del Sulcis e
dal Monte Gonare con 67 specie ciascuno
(65,0 %), dal Limbara con 64 specie
(62,1%), dal Monte Albo con 62 specie
(60,2%), dal Monte Linas e Marganai con
61 specie, dai Settefratelli e Serpeddi con
58 specie (56,3%), dai Monte Lerno e
Monti di Al e dal Monte di
Santa Vittoria di Esterzili con 56 specie
ciascuno (54,4%) e infine dal Montiferru
con 53 specie (51,5%).
La ricchezza di specie di vertebrati
riproducentisi nei vari sistemi montani
dellisola sembra essere correlata positivamente al gradiente altitudinale, allestensione degli ambienti boschivi e delle praterie montane, nonch alla presenza dacqua
(ruscelli montani) in periodo estivo al di
sopra dei 1000 m. Tra il complesso montano pi ricco di specie, Gennargentu (92
specie), e quello pi povero, Montiferru
(53 specie), vi una differenza di 39 specie, di cui 26 Uccelli, 5 Rettili e Mammiferi e 3 Anfibi.

Sono quindi soprattutto gli Uccelli, e in


particolare le specie legate agli ambienti
boschivi, a determinare maggiormente le
differenze rilevate. Va comunque tenuto
presente che il livello conoscitivo dei singoli massicci differente e che ricerche
faunistiche pi approfondite potrebbero
modificare leggermente la graduatoria
della parte centrale e di quella bassa.

3.2. Origine zoogeografica


dellavifauna
Nella tabella 3 viene esposta la probabile
origine zoogeografica delle 72 specie di Uccelli nidificanti nei vari sistemi montani dellisola e per confronto quella delle 142 specie
che attualmente si riproducono in Sardegna.
Ad esclusione delle specie di origine
ignota, tutti i gruppi faunistici presenti in
Sardegna sono presenti pure nei vari massicci montani dellisola, anche se con percentuali differenti (confronta tabella 2).
Lavifauna montana, dal punto di vista
zoogeografico, caratterizzata dalla
presenza di tutte le specie di origine paleomontana e paleo-xeromontana (Rondine
montana, Merlo acquaiolo, Codirossone,
Passero solitario, Gracchio corallino e
Venturone) della Sardegna, di cui per soltanto il Codirossone e il Gracchio corallino sono limitati alle quote superiori ai
1000 m.s.l.m.
Le specie di origine oloartica, paleartica ed europea, costituiscono, con 34 specie
(47,2%) il contingente pi importante, seguito poi con grande distacco dalle 14 specie (19,4%) di origine europeo-turkestana,
turkestano-mediterranea e paleoxerica,
dalle 11 specie (15,3%) di origine mediterranea, dalle 6 specie (8,3%) di origine
paleomontana e paleo-xeromontana, dalle
5 specie (6,9%) di origine del vecchio
mondo e da 2 specie (2,8%) cosmopolite.
Il confronto con i rispettivi dati di tutta
la Sardegna rileva alcune differenze
significative, come la pi elevata presenza
relativa di elementi mediterranei (15,3%),
europeo-turkestani, turkestano-mediterra-

nei e paleoxerici (19,4) e oloartici, paleartici ed europei (47,2%) che raggiungono


un valore complessivo di 81,9% (59 specie) nei sistemi montani mentre per tutta la
Sardegna soltanto il 71,8% (102 specie).
Al contrario, le specie di origine del vecchio mondo, indo-africane ed etiopiche sono presenti a livello regionale con 23 specie
(16,2%) e nei sistemi montani soltanto con
5 specie (6,9%). Questa differenza va attribuita principalmente alle preferenze ecologiche di questi gruppi faunistici, legati per
la maggior parte ai biotopi costieri e particolarmente alle zone umide (Svasso maggiore, Tarabusino, Sgarza ciuffetto, Airone
guardabuoi, Garzetta, Airone rosso,
Mignattaio, Pollo sultano ed altri). Infatti
questi gruppi faunistici che caratterizzano
fortemente lavifauna della Sardegna,
raggiungono nei sistemi montani dellisola
poco pi di un quinto (21,7%) del totale.
Va infine messo in evidenza che oltre
alle specie di origine paleo-xeromontana
(Codirossone) e paleomontana (Gracchio
corallino), vi sono altre 2 specie di origine
paleartica (Spioncello e Culbianco) che si
riproducono esclusivamente al di sopra
dellisoipsa di 1000 m.
Tra le specie da ricercare come nidificanti nei sistemi montani della Sardegna
(Gennargentu) meritano particolare attenzione il Sordone e il Codirosso spazzacamino, di origine paleomontana la prima e
paleoxeromontana la seconda.

3.3. Biotopi frequentati


Nella tabella 4 esposta la ricchezza di
specie riproducentisi nei vari biotopi dei
sistemi montani sardi, sia per le singole
classi di vertebrati che per il loro numero
complessivo.
I dati si riferiscono ai biotopi utilizzati
dalle singole specie per la riproduzione,
mentre non sono presi in considerazione i
biotopi frequentati per lalimentazione.
Gli Anfibi raggiungono la loro massima
ricchezza di specie negli ambienti boschi153

vi (6 specie), nei sistemi fluviali e negli


ambienti cavernicoli (4 specie); i Rettili
nella macchia mediterranea (6 specie),
nelle praterie montane e nelle praterie
montane arborate (5 specie); gli Uccelli
negli ambienti boschivi (33 specie), nella
macchia mediterranea (24 specie) e negli
ambienti rocciosi (22 specie); i Mammiferi nella macchia mediterranea (17 specie) e
negli ambienti boschivi (16 specie).
I biotopi che complessivamente ospitano il maggior numero di specie riproducentisi sono gli ambienti boschivi (59 specie), la macchia mediterranea (49 specie),
le praterie montane arborate (35 specie), le
praterie montane (33 specie) e gli ambienti rocciosi con 32 specie.

3.4. Status di conservazione e


protezione legale
Complessivamente il numero di specie
minacciate a vari livelli sono 37 (34,6%
del totale vertebrati) di cui 17 sono minacciate a livello sardo, 8 a livello italiano, 31
a livello CEE e 1 a livello mondiale. Molte
specie sono minacciate contemporaneamente a livello sardo, italiano e CEE per
cui la somma superiore al numero totale
di specie minacciate.
La classe con il maggior numero di specie minacciate quella degli Uccelli con
19 specie, seguita dai Mammiferi con 8,
dagli Anfibi con 7 e dai Rettili con 3.
Nella tabella 5 sono riassunti i dati relativi alla protezione legale dei vertebrati riproducentisi nei sistemi montani sardi in base
alla L.R. n. 32/1978 e al calendario venatorio 1991/92, alla legge 503/1981 e alla Direttiva CEE 409/1979 (Appendice 1).
Appare subito evidente il fatto che delle
7 specie di Anfibi rigorosamente protetti
dalla legge 503/1981 (Allegato It) nessuna
specie protetta dalla legge regionale
32/1978.
Stesso discorso vale per i Rettili. Infatti
nessuna delle specie rigidamente protette
(Allegato II) o protette (Allegato III) dalla
154

legge 503/1981 gode di alcuna protezione


in base alla normativa regionale.
Delle 47 specie sarde che hanno necessit urgente di protezione a livello comunitario (Direttiva CEE 409/1979, Appendice
1), 12 si riproducono nei sistemi montani
sardi; una di queste specie (Pernice sarda)
cacciabile in base alla normativa regionale.
A prescindere dalla protezione legale
degli Anfibi e dei Rettili a livello regionale, quella degli Uccelli e dei Mammiferi
pu essere considerata complessivamente
soddisfacente, anche in relazione al calendario venatorio annuale dellAssessore
della Difesa dellAmbiente della Regione
Sarda e al sostanziale rafforzamento recente del Corpo Forestale e di Vigilanza
Ambientale.
Meno soddisfacente invece la
protezione e gestione degli habitat montani in funzione della fauna.
Le uniche strutture che assolvono
parzialmente questa funzione sono le foreste demaniali, le Oasi di protezione faunistica e cattura, e le Zone di ripopolamento e cattura dove vige un divieto di caccia
permanente o temporanea.
Soltanto lattuazione della pianificazione ambientale in senso lato quella
concernente listituzione del sistema dei
parchi e delle riserve naturali prevista
dalla L.R. n. 31/1989 e la stesura e approvazione dei Piani Territoriali Paesistici per
tutte le aree protette potr colmare questo deficit esecutivo in relazione alle convenzioni internazionali ratificate dallo
Stato Italiano, sia in relazione alla normativa regionale.
Va infine messo in evidenza che tra le
14 aree montane considerate in questo
lavoro, n il Monte Lerno e i Monti di Al,
n il Monte Gonare e la Montagna di San
Cosimo e di San Basilio sono contemplati
come future aree protette dalla Legge
Regionale n. 31/1989 contenente Norme
per listituzione e la gestione dei Parchi,
delle Riserve e dei Monumenti Naturali,
nonch delle Aree di particolare rilevanza
naturalistica e ambientale.

155

156

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
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Sardegna. Lavori della Societ Italiana di Biogeografia.
Vol. VIII, p. 3552.
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Uccelli Italiani. Riv. Ital. Orn. 54, p. 337.
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CORBETT K., (ed) 1988 - The Conservation of European Reptiles and Amphibians. London.
FRUGIS S. E SCHENK H., 1981 - Red List of Italian
Birds. Avocetta. 5, p. 133141.
LANZA B., 1983 - Ipotesi sul popolamento erpetologico
della Sardegna. Lavori della Societ Italiana di Biogeo
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Falchi S., Nudda G. (Ed), Lambiente naturale in Sardegna, p. 291321. Delfino editore.
SCHENK H., 1980 - Lista Rossa degli Uccelli della Sardegna. LIPU, p.132. Parma.
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Threatened. Species of Wild Flora and Vertebrate Fauna.
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VAURIE C., (1959) (1965) - The Birds of the Paleartic
Fauna. Vol 1 e 2 (Non-Passeriformes e Passeriformes).
London.
VoouS K.H., 1962 - Die Vogelwelt Europas. Hamburg
und Berlin.

157

Premessa

A partire dagli anni 50, ed in particolare nel ventennio 1960-80, si manifesta, in


ambito britannico e statunitense, un crescente interesse per gli studi sullinsediamento ed il suo territorio di riferimento.
Lattenzione della ricerca archeologica
non limitata al perfezionamento dellindagine stratigrafica, o alla puntuale descrizione e classificazione di reperti per la
definizione di fasi culturali e cronologiche,
ma volta alla ricostruzione del contesto
ambientale in cui vissuta una comunit
antica e allanalisi del rapporto uomoambiente e del suo mutamento attraverso il
tempo.
Si studiano le societ preistoriche sulla
base dei principi dellecologia (J.G.D. CIarke 1952), oppure, applicando la site catchmeni analysis (Viat-Finzi e Higgs 1970;
Roper 1979), si ricostruisce la struttura
socioeconomica di una comunit antica
integrando i dati archeologici con quelli
derivati dallo studio dellhabitat ad essa
pertinente in un determinato momento della
sua vicenda storica (paleogeografia,
paleoclimatologia, palinologia, paleobotanica, paleopedologia, archeozoologia, etc.).
Per gli studiosi di settlement patterns
(Willey 1953; Cazzella 1982) linsediamento considerato espressione del rapporto uomo~ ambiente, attraverso ii quale

si possono cogliere sia le caratteristiche


dellambiente naturale che i caratteri
socio-culturali della comunit che in quellambiente vissuta.
Il territorio inteso non solo come spazio vitale ma anche come spazio sociale,
nel quale un gruppo umano, pur condizionato dallambiente naturale, attua forme di
controllo, si organizza socialmente, struttura su scala sociale la produzione, sviluppa
sistemi di credenze e di valori. In tal modo,
il territorio diviene proiezione dellorganizzazione del gruppo stesso che definisce
il suo rapporto con lambiente secondo le
sue esigenze e i suoi modelli culturali.
Attraverso lanalisi dei dati archeologici
presenti in un determinato territorio, concepito come spazio vissuto, si possono
cogliere i diversi paesaggi umani che
rivelano come uno stesso territorio venga
occupato in modo diverso dalle diverse
facies culturali e come ciascuna comunit abbia una propria immagine o modello
del territorio di sua pertinenza.
Le ricerche di spatial archaeology
(Clarke 1977; Hodder e Orton 1976; Hodder 1977; Renfrew e Wagstaff 1982) si
interessano sempre del rapporto insediamento-territorio, ed in particolare delle
interrelazioni fra gli insediamenti che
occupano un ampio territorio: degli inse161

diamenti antichi si ricostruisce la distribuzione, si individuano le distanze reciproche e si definiscono le aree di pertinenza, le
rispettive posizioni gerarchiche, etc.
Si applicano modelli insediamentali,
per lo pi mutuati dalla geografica storica
e variamente rielaborati, come la teoria
della Central Place di Christaller (Johnson
1972; Hodder 1972; Hammond 1972;
etc.), o quella dei Poligoni di Thiessen
(Hodder e Orton 1976). Si utilizza la teoria
della Ranke-size rule e si propongono analisi regressive e modelli gravitazionali
(Hodder 1974).
Inoltre, sulla base del livello culturale e
dello stadio tecnologico reggiunto da una
comunit, della organizzazione dello spazio insediativo e delle risorse potenziali
individuate nel territorio si giunge, attraverso ricerche di carrying capacity, a formulare ipotesi di paleodemografia
(Zubrow 1971).
Non sfugge, tuttavia, che questo indirizzo di studi cos complesso e variegato
che mirava ad una new archaeology, pur
con gli indiscussi meriti che gli derivano
dall avere stimolato e rinnovato in parte
larcheologia tradizionale, ha prodotto non
pochi eccessi di teorizzazione dei fenomeni culturali. Infatti, la ricerca esasperata di
regolarit e la enunciazione dileggi con cui
spiegare i processi socio-economici hanno
portato talora a sopravalutare la validit di
modelli spesso troppo astratti e fuorvianti,
e a penalizzare nel contempo lanalisi dei
dati archeologici.
Va comunque detto che una ricerca archeologica sul popolamento antico di un
territorio, che non voglia limitarsi a descrivere episodicamente alcuni fatti ma intenda
trarre conclusioni significative, non potr
fare a meno dei dati che le scienze naturali
possono fornire per la ricostruzione
dellassetto ambientale, che deve essere, si
badi bene, quello antico e non quello attuale. E inoltre indispensabile che lo stesso
territorio venga indagato in modo sistematico ed esaustivo e che siano disponibili
essenziali dati stratigrafici di mirati inter162

venti di scavo. Solo con queste premesse


sar giustificato il tentativo di cogliere la
dinamica culturale che ha interessato il territorio nel tempo; di tracciare il quadro territoriale degli insediamenti; di interpretare
lassetto distributivo degli abitati; di individuare caratteri e tipologie degli insediamenti, eventuali modelli di occupazione
del territorio e loro trasformazione; etc.
Pertanto, ben si comprende come allo
stato attuale sia piuttosto difficile realizzare uno studio delle aree montane della
Sardegna almeno nellottica delle analisi
territoriali sopra brevemente accennate
per fare il punto su cosa c, dove in particolare, in quale rapporto reciproco, in
quale relazione con il territorio, in quali
tempi, con quali e quante soluzioni di continuit e se possibile perch.
Il motivo principale da ricercarsi nella
mancanza di indagini topografiche metodiche e rigorose effettuate in queste aree
montane. Nei pochi casi, poi, in cui sono
stati condotti lavori di censimento, non
sempre si tratta di lavori di prima mano,
come ad esempio nel caso delle Carte
archeologiche del Taramelli, che si basano
per lo pi su notizie orali o su spogli
bibliografici, senza corredo di indicazioni
univoche che ne consentano una sicura
identificazione sul terreno. Questo nel caso da considerarsi gi fortunato dei
censimenti editi, perch spesso accaduto
che censimenti siano rimasti inediti ed, in
conseguenza, inaccessibili allo studioso,
oppure sono sfociati in notizie preliminari
su questo o quel monumento, o complesso,
o sito, prive, in ogni caso, di puntuali riferimenti topografici. Anche i censimenti
effettuati con una qualche diligenza su
alcuni territori comunali, come nel caso di
Dorgali, Orgosolo e Oliena, e parzialmente pubblicati, essendo la cartografia di corredo al limite della illegibilit per esigenze
tipografiche e mancando spesso lindicazione delle coordinate che consentissero di
trasferire i dati sulle carte dellIGM, si
riducono, alla fine, a poco pi di un elenco
di siti che, anche in cosiderazione della

frequente presenza di complessi e monumenti anonimi od omonimi, costituiscono


un rompicapo nelle mani di chi voglia cartografare ogni singob episodio, per collocarlo nel contesto geomorfologico che gli
compete.
A queste difficolt di natura strettamente archeologica si aggiunge, poi, la totale
assenza di indagini paleoambientali.
Tuttavia, pur tenendo presenti in ogni
caso i limiti connessi con la carenza delle
ricerche, parso utile raccogliere tutti i
dati finora disponibili sulloccupazione
delle aree montane della Sardegna, dalla
preistoria alla tarda et romana. Dati da
rendere evidenti a colpo docchio in carte
di distribuzione delle emergenze individuate, pur con tutta la riluttanza legittima
in chi ha consapevolezza di quanto riduttive (e perci pericolose per chi voglia trarre conclusioni) siano le carte archeologiche gi per aree sulle quali si siano condotte indagini pianificate e metodiche: figurarsi queste sulla montagna territori aspri
e tormentati, raramente fatti oggetto di
attenzione della ricerca archeologica
dove lattendibilit e lo stesso numero
delle notizie raccolte sono pi che altrove
soggetti al capriccio della casualit.
Emergono quadri di sintesi quanto mai
frammentari ed incompleti per carenza di

dati topografici, ad esempio, non tutte le


emergenze archeologiche di cui si ha notizia sono state inserite nelle carte di pertinenza ma sufficientemente indicativi dello
stato della ricerca, pi o meno avanzata in
questa o in quellarea, oppure della distribuzione degli insediamenti sul territorio, etc.
Ad un esame di queste carte let nuragica appare quella meglio documentata,
sia per loggettiva grandiosit che caratterizza questa cultura, sia per il fatto che
laereofotogrammetria consente di rilevare
e riportare su carta con sufficeinte esattezza la pi gran parte dei nuraghi presenti nel
territorio, cosa che non concessa per altri
tipi di presenze: e non si pensi soltanto alla
necropoli ipogeiche, ma anche ai resti di
insediamenti romani od altomedievali, per
lo pi sepolti o sui quali si steso spesso il
manto della vegetazione arbustiva.
Dai monumenti e dai reperti finora noti,
si avverte nelle regioni montane della Sardegna, almeno in gran parte di esse e in
taluni momenti storici, un fervore di vita,
una vitalit culturale, una apertura a contatti ideali e materiali con ambiti esterni,
una disponibilit di beni ed una economia
di produzione e di scambio che testimoniano del ruolo tuttaltro che marginale della
Montagna nei processi di formazione delle
antiche civilt dellIsola.

A.CAZZELLA, Metodo e teoria nella ricerca territoriale sta


tunitense, in Dialoghi di archeologia, 4, 1982
J.G.D CLARK, Prehistoric Europe: the economic basis,
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163

Fig. 83. Carta archeologica dellarea montana del Limbara.


1. Tomba di giganti di Pascaredda (Calangianus). 2. Nuraghe Agnu (Calangianus). 3. Nuraghe Monte di Deu (Ca/an
gianus). 4. Tafoni di Monte di Dea (Ca/an gianus). 5. Fortificazione di Monte di Deu (Calangianus). 6. Fonte nuragica di Li Paladini (Ca/an gianus). 7. Fonderia di Stazzo Poddialvu (Tempio). 8. Muraglia di Monte Lazzaruja (Tempio). 9. Muraglia di Stazzo La Rotunda (Tempio). IO. Tafoni di Fossu di Li Selpenti (Tempio). 11. Struttura a Stazzo
Razzucciu (Calangianus). 12. Tafone di Monte Li Conchi o Monte Biancu (Calangianus). 13. Strada romana e ruderi a Cagghinosa (Tempio). 14. Materiali preistorici in loc. La Filascjedda (Tempio). 15. Strada romana a Ponte
Caprioni (Tempio). 16. Ruderi romani a LAgnatedda (Tempio).

164

1. Monte Limbara
La presenza pi antica nel territorio
sembra finora costituita da due vasi e da
vari frammenti fittili di cultura FiligosaAbealzu rinvenuti in localit La Filaschedda, anche se i tafoni di Li Conchi, Fossu di
Lu Selpenti e Monte di Deu potrebbero
restituire testimonianze ancora pi antiche.
Le strutture megalitiche di Monte Lazzaruja e di Stazzo la Rutunda, sebbene di
non facile definizione per il loro pessimo
stato di conservazione e in attesa di dati di
scavo per una loro pi puntuale attribuzione culturale e cronologica, potrebbero
ascriversi fra le muraglie eneolitiche che si
vanno scoprendo in questi anni, soprattutto nella Sardegna settentrionale.
Let nuragica attestata dai protonuraghi Agnu e Monte di Deu, dalla fonte nuragica di Li Paladini e dalla tomba di giganti di Pascaredda; tutti questi monumenti,
ubicati a breve distanza fra di loro, sembrano in stretta relazione culturale.
Il protonuraghe Agnu, a forma di ferro
di cavallo e con roccia affiorante inglobata

nel profilo di pianta, presenta lingresso,


architravato, al centro del prospetto rettilineo. Lo spazio interno attraversato da un
corridoio piattabandato, rialzato nella
parte terminale ove poi si conclude con
nove gradini che portano allo svettamento
della costruzione. Questo corridoio marginato da un vano ellittico, a sinistra, e da
una sorta di cunicolo con sovrapposta celletta ad ogiva a destra.
Sul massiccio di Monte di Deu sono
presenti le rovine di un probabile protonuraghe, a pianta vagamente ellittica, e quindi pi in alto i resti di una muraglia
megalitica e di altre strutture murarie non
sempre chiaramente definibili ma che nellinsieme esprimono lesigenza di difesa
dei costruttori.
La fonte nuragica di Li Paladini si trova
sul versante NE del Monte di Deu, a circa
600 metri a SSE del protonuraghe Agnu.
Si tratta di un piccolo edificio, legato
come monumenti analoghi al culto delle
Fig. 84. Fonte nuragica di Li Paladini, Ca/an gianus:
pianta, sezione e prospetto.

165

Fig. 85. Fonte nuragica di Li


Paladini, Ca/an gianus: prospetto.

acque (ma non si pu escludere anche un


uso pratico), con tracce del vestibolo che
precedeva la cella a pianta trapezoidale e
con pietra di soglia segnata da canaletta di
scolo. La copertura del vano ottenuta
dallaggetto graduale delle pareti che
descrivono una linea curva conclusa in
alto da due lastre di medie dimensioni.
Completava il quadro dei monumenti
legati alla comunit che viveva nellarea
del Monte di Deu, la tomba di giganti di

Pascaredda, a struttura dolmenica con esedra segnata dalla stele centinata, bilitca, e
camera con nicchia per le offerte funerarie.
Ruderi non meglio definiti e resti di
strada romana sono segnalati dal Taramelli in varie localit del territorio di Tempio:
a Ponte Caprioni, Cagghinosa, Multaragna
e Agnatedda. Si tratta per di indicazioni
generiche desunte da notizie pi antiche
che attendono ancora una verifica sul terreno.

F. CORONA, Calangianus, 1907


C. DESSI, Singolari nuraghi della Gallura, 1922
G. LILLIu, Appunti sulla cronologia nuragica, in BPI,
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G. LILLIU, / nuraghi torri preistoriche della Sardegna,
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O. LILLIu, La civilt dei Sardi dal Paleolitico allet dei

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A. SANNA, Notiziario, in NBAS, 4, 1993
A. TARAMELLI, Edizione della Carta archeologica dItalia, Foglio 181 (Tempio Pausania), Firenze 1939 ClI.
ZERVOS, La civilisation de la Sardaigne du debut de
/nolithique a la fin de la priode nouragique, Paris 1954

166

2. Monte Lerno
Nel Monte Lerno sono finora conosciuti pochi siti archeologici, ad indicare una
frequentazione apparentemente modesta,
mentre, al contrario, almeno alla luce di
architetture di particolare interesse (Sos
Nurattolos) e di reperti di pregio (brocca in
bronzo da nuraghe Ruiu), si pu ipotizzare
una presenza antica ben pi consistente
che potrebbe rivelarsi ad una indagine
sistematica del territorio.
Nel 1988, scavi archeologici, effettuati
presso il nuraghe Lerno al fine di

individuare le eventuali strutture del villaggio nuragico minacciato dallinvaso del


lago artificiale, hanno portato alla luce
inattesi e significativi materiali pertinenti
ad un insediamento neolitico, della Cultura di Ozieri, ed altri fittili riferibili alla cultura eneolitica del Vaso Campaniforme, ai
tempi di Roma e fino allalto medioevo.
Alle falde di Punta Senalonga, a circa
1000 m s.l.m., sorge leccezionale complesso nuragico di Sos Nurattolos: un singolare santuario costituito da una fonte
sacra, da un tempietto a megaron e quindi da due capanne circolari, una delle

Fig. 86. Carta archeologica dellarea montana di Monte Leino. I. Complesso Nuragico di Sos Nurattolos (Al dei
Sardi). 2. Nuraghe Monte Pin (Al dei Sardi). 3. Nuraghe Ruju (Budduso). 4. Nuraghe Lerno (Pattada). 5. Materiali
prenuragici presso il Nuraghe Leino (Pattada). 6. Nuraghe Muzzone (Pattada).

167

Fig. 87. Fonte Nuragica di Sos Nurattolos, Al dei Sardi: pianta e sezione.

168

quali, per la particolare ampiezza, deve


avere avuto carattere pubblico.
La fonte presenta corpo di forma trapezoidale a profilo esterno arrotondato, prospetto in antis a delimitare un breve atrio
rettangolare e quindi ingresso che introduce nel vestibolo marcatamente strombato
verso la parete di fondo, nella quale, al
centro, si apre la cella, a pianta trapezoidale e sezione ogivale, che custodisce la vena
sorgiva.
Ledificio sacro risulta in posizione
eccentrica allinterno di un recinto vagamente triangolare con angoli arrotondati e
lati curvilinei.
Ad una trentina di metri pi in alto,
verso Nord, si trova la Capanna delle
Riunioni, con ingresso a Sudest: diametro
interno di m 8,40 e spessore murario di m
1,40.
Il tempietto a megaron, ubicato su
una spianata rocciosa, a circa un centinaio
di metri pi a Nord della Capanna delle
Riunioni, costituito da un recinto di

forma ellittica (m 16x13) che racchiude


una
costruzione
rettangolare
(m
6,15x4,00) con muri laterali che nel fondo
si prolungano in antis. Allinterno dello
stesso recinto presente un vano circolare
(diam. interno m 5,20) che ne include un
altro minore (diam. interno m 2,30),
eccentrico e parzialmente tangente a quello maggiore.
Mentre dei nuraghi Monte Pin, Muzzone e Lerno si deve segnalare il pessimo
stato di conservazione, il nuraghe Ruju di
Buddus un monotorre con scala e nicchia dandito e camera marginata da tre
nicchie disposte a croce deve la sua notoriet al fatto che nellarea occupata dal villaggio fu rinvenuta, nel 1927, una eccezionale brocca askoide in bronzo, finora un
unicum nella Sardegna nuragica: ottenuta
a fusione, con alla base dellansa una palmetta del tutto analoga a quelle delle oinochai in lamina bronzea diffuse in Etruria,
a conferma di rapporti culturali e commerciali sardoetruschi nel VII sec. a.C.

P. BAs0LI, insediamento preistorico presso il nuraghe


Lerno, in Bollettino di Archeologia, 2, Roma 1989, P.
253
P. BAs0LI, Pattada (Sassari). Villaggio medievale presso il nuraghe Lerno, in Bollettino di Archeologia, 3,
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di Buddus e Aid dei Sardi (Sassari), in Studi Sardi,
XXII, 1972
G. B. DEMELAS, Escursioni archeologiche sullaltopiano di Buddus. Monumenti preistorici della Sarde-

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F. NICOSIA, La Sardegna nel mondo classico, in Ichnussa, Milano, 1981
A. SANNA, Nuove osservazioni su alcuni pozzi sacri
della Sardegna settentrionale, in La Sardegna nel
mondo mediterraneo, Atti del III Convegno Internazionale di Studi geograficostorici, Sassari 1990
A.TARAMELLI, Edizione della Carta archeologica dItalia, Fogli 181-182 (Tempio Pausania e Terranova Pausania), Firenze 1939

169

Fig. 88. Carta archeologica dellarea montana del Monte Albo.


1. Nuraghe Punta e Su Pizzu (Siniscola). 2. Punta e Su Nurache (Siniscola). 3. Grotta Duar Vuccas (Siniscola). 4.
Nuraghe Riu Siccu (Siniscola). 5. Grotta di Sa Prejone e SOrku (Siniscola). 6. Nuraghe Orcu (Siniscola). 7. Nuraghe Pauli Majori (Siniscola). 8. Tomba di giganti di S. Giacomo (Siniscola). 9. Nuraghe Punta e Sa Turolia (Siniscola). IO. Nuraghe Litu Ertiches o Su Bufalu (Irgoli). II. Tomba di giganti di Bruncu Ena Tunda (Lula). 12. Grotta Omines Agrestes (Lula). 13. Domu de Janas di Mannu e Gruris (Lula). 14. Nurai. Miniere romane e Statua di Esculapio
(Lula). 15. Altura fortificata di Punta Casteddu (Lula). 16. Nuraghe Lussugliu (Loculi). 17. Grotta di Bona Frale
(Siniscola). 18. Nuraghe Bona Frale (Siniscola).

170

3. Monte Albo
La domu de janas di Mannu e Gruris
con porta ben scalpellata e quattro celle,
segnalata dal Taramelli nel 1933, sembra
essere finora il monumento di maggiore
antichit accertato nel Monte Albo, mentre
testimonianze
culturali
neolitiche
potrebbero emergere dallindagine stratigrafica dei ripari e delle numerose grotte
pi di 75 quelle rilevate! che si aprono
nella Montagna.
La disponibilit di rifugi naturali, adibiti alla vita, alla morte e al sacro, devono
avere giocato un ruolo importante nella
frequentazione del Monte. Materiali di
cultura Bonnanaro provengono dalla grotta di Parapala e dagli abitati di Duar Vaccas e Conca su Sale, mentre una navicella
di bronzo, spade e pugnali in ferro, vasetti
in bronzo ed unolla fittile contenente 22
pezzi informi di bronzo, ricoperti di patina, furono recuperati nel 1892, insieme
ad altri oggetti, nella grotta di Bona Fraule
di Siniscola. La presenza di materiale pregiato fa pensare che questa grotta fosse
adibita a luogo di culto, perdurato forse
fino ad et medievale (armi di ferro). Una
singolare protome bovina (?) di navicella
nuragica, gi della Collezione Spano ed
ora al Museo di Cagliari, proviene dalla
localit di Bona Frale, quasi certamente
la stessa grotta sopra citata.
Di notevole interesse e destinata al
sacro sembra la caverna di Sa Prejone de
sOrku-Siniscola, mirabilmente ristrutturata in et nuragica. Una scala di 16 gradini con pareti a filari e copertura formata
da lastroni disposti a risega, come nei
pozzi sacri, introduce in due sale ove
presente lacqua sorgiva.
Altre grotte, poi, hanno restituito segni
di frequentazione antica Sa Conca e Sa
Crapa, Saderi, Su Santuariu e talora presentano al loro interno strutture murarie,
oppure, come a Duar Vuccas, una piccola
capanna circolare, di et nuragica, stata
costruita nellarea antistante lingresso
della caverna.

I nuraghi sorgono arroccati sulle cime


pi alte, inaccessibili, a controllo dei passi
obbligati, dellacqua e dei pascoli. In gran
parte crollati, questi monumenti sembrano
adattarsi per lo pi alla morfologia aspra e
tormentata della montagna, talora pi alture fortificate da veri e propri nuraghi.
Posizioni forti vengono integrate da cortine murarie che includono emergenze rocciose, cavit o camminamenti naturali.
Questo mimetizzarsi con la natura spiega,
forse, la quasi totale assenza di questi
monumenti nella cartografia dellIGM ove
indicato un solo nuraghe.
Il nuraghe Sa Punta e Su Nurache
forse il nuraghe Sas Biperas segnalato dal
Taramelli costituisce un vero e proprio
nido daquila ubicato com sulla cima di
unalta rupe; il paramento murario, a filo
dellabisso, delimita uno spazio in parte
costruito ad integrare una concavit della
roccia.
A Punta Casteddu-Lula, unaltura
rocciosa dai fianchi precipiti e con sommit tabulare, sorge un agglomerato di
capanne nuragiche di varia forma, difeso
dalla natura stessa del luogo e da un
bastione di cui residuano pochi filari. Gli
scavi effettuati dal Doro Levi nel 1936
portarono alla luce, fra laltro, ceramiche
nuragiche, talora impresse a pettine, romane e altomedievali ad attestare luso continuato del sito dal Bronzo medio al VII
secolo.
Il Taramelli segnala le tombe di giganti
di Bruncu Ena Tunda ben conservata,
ha la cella di grandi lastroni e la stele ancora eretta e quella ormai distrutta di S.
Giacomo, non lontana dal nuraghe Pauli
Majori.
Per il periodo romano, a parte le strutture e i materiali rinvenuti a Punta Casteddu,
sono da ricordare la statuina in bronzo di
Esculapio rinvenuta nellOttocento presso
le miniere di Nurai; ceramiche e strutture
abitative in localit Tallai; tombe alla
cappuccina, stele funerarie, materiali e
rovine in localit S. Marco; tombe nella
vicina Conca Su Crastu. Ai piedi di Punta
171

Casteddu, in localit Su Dorgalesu, sono


state segnalate tracce di un insediamento,
mentre dalla localit Atterraglia, in prossimit di una miniera, si hanno dolia, monili di bronzo e ceramiche del III sec. d.C.
In prossimit delle miniere di Guzzara,
in localit Sos Pozzos e Sos Enatos, sono
stati segnalati fittili riferibili al 11-1V sec.
a.C., mentre dalla gi citata grotta di Duar
Vuccas provengono ceramiche dimportazione della prima met del III sec. a.C.
Come si vede, la documentazione ar-

cheologica, per quanto casuale e non


proveniente da ricerche sistematiche,
documenta una frequentazione umana
piuttosto intensa in un territorio apparentemente non facile alla vita, giustificata
forse dal fatto che il Monte Albo costituisce un bastione naturale facile da tenere,
disseminato di brevi valli ove potevano
essere praticate sia lagricoltura che la
pastorizia, non lontano dal mare e da terreni fertili e profondi, ricco, infine, di minerali.

E. ASTE, Sardegna nascosta, Sagep, Genova 1982


A.BONINU, Linsediamento umano in et romana sul
Monte Albo, in AA.VV., Monte Albo, Delfino editore,
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G. LILLIu, Sculture della Sardegna nuragica, La Zattera, Cagliari 1967


G. LILLIU, La civilt nuragica, Delfino editore, Sassari
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G. LILLIU, La civilt dei Sardi dal Paleolitico allet
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G. LILLIu, Ceramiche stampigliate altomedievali, in
NBAS, 4, 1993
A.TARAMELLI, Edizione della Carta archeologica ditalia, Foglio 195 (Orosei), Firenze 1933

Fig. 89. Altura


fortificata
di
Punta Casteddu,
Lula: planimetria
generale.

172

4. Monte Gonare
Nel 1927, durante i lavori per la cattura
delle acque della fonte di Sos Malavidos, a
circa 1 km a Sudest di Orani, si rinvenne
una conca naturale scavata nel calcare,
nella quale erano raccolti numerosi vasi a
forma di piccole brocche, pentole, tripodi
dimpasto, bicchieri con manico e a fondo
cribbiato, in rozza pasta malcotta. Nessun
oggetto in bronzo, n metallo. I vasi furono raccolti e portati nel Museo di Cagliari,
in massima parte. Con questi brevi cenni,
il Taramelli segnalava la scoperta di una
fonte sacra lo stesso toponimo Sos
Malavidos (i malati) indicativo delle
virt curative e miracolose attribuite alle
acque di questa sorgente e il recupero di
ceramiche ascrivibili al Bronzo antico
(Cultura di Bonnanaro). Purtroppo, a questa scarna notizia non segu la relazione
pi volte promessa, per cui, andata distrutta la fonte nel corso di quei lavori, non
G.LILLIU, La civilt dei Sardi dal Paleolitico allet dei
nuraghi, ERI, Torino 1988
E.MELIS, Carta dei nuraghi della Sardegna, Spoleto
1967
A.TARAMELLI, La ricerca archeologica in Sardegna,

disponiamo dei dati monumentali che


meglio avrebbero chiarito e giustificato
lalta antichit delledificio cultuale che
finora trova riscontro soltanto nel santuario di AbiniTeti.
Ai tempi della stesura della Carta
archeologica del Taramelli, nel 1929-31, ii
nuraghe Contra e Turre era gi scomparso, mentre i nuraghi Losore e Letza erano
ridotti a pochi filari.
In prossimit del nuraghe Losore, I.
Camarda ha segnalato i resti di una cinta
megalitica, ora parzialmente demolita dai
proprietari del fondo, che potrebbe essere
in stretta relazione con lo stesso nuraghe,
sempre che non si tratti di una muraglia
dellEt del Rame.
Il rinvenimento di monete romane e
altomedievali intorno al santuario di
Monte Gonare sembrerebbe attestare la
frequentazione del Monte in epoca tardo
antica.
in Il convegno archeologico in Sardegna, Reggio Emilia 1929
A.TARAMELLI, Edizione della Carta archeologica dItalia, Foglio 207 (Nuoro), Firenze 1931

173

Fig. 90. Carta archeologica dellarea montana di Monte Gonare. I. Fonte Nuragica di Sos Malavidos (Orani). 2.
Ripostiglio di monete a N. S. di Gonare (Orani). 3. Nuraghe Letza (Sarule). 4. Nuraghe Contra e Turre (Sarule). 5.
Nuraghe Losore (Orani). 6. Muraglia megalitica di Losore (Orani).

174

5. Montiferru
Nel Montiferru non si hanno finora
testimonianze di et prenuragica del
tutto probabili, invece, dal momento che
non lontano dallarea esaminata sono scavate grotticelle artificiali e nel territorio di
Tresnuraghes attestato un insediamento
del Neolitico antico mentre appare sufficientemente documentato il periodo nuragico con 19 nuraghi (densit 0,20 per kmq)
e 2 tombe di giganti. Fra questi monumenti, per lo pi demoliti, sono noti i nuraghi
Altoriu e Krasta e le due tombe di giganti
ad essi correlate.
Il nuraghe Altoriu, oggetto di recente di
una accurata revisione planimetrica, un
edificio a pianta ellittica (diam.
15,30/12,40) con altezza massima residua
di m 3,30 ottenuta con blocchi poliedrici di
basalto. Due ingressi, a Est e Sudest,
immettevano in altrettanti corridoi che
introducevano nel vano centrale quello
secondario risulta rialzato rispetto al piano
pavimentale della cella, come fosse una
scala di camera marginato da tre nicchie
disposte a croce. La camera, lievemente
eccentrica, ha un diametro di base di m
3,50 ed una altezza massima residua di m
2,95 sul riempimento.
Il monumento, per alcuni elementi
architettonici e strutturali (presenza di due
ingressi; indice massa/spazio di 2,96 che
mostra il notevole spessore delle murature
rispetto ai vuoti; corridoi a copertura tabuE. CONTU, Il significato della stele nelle tombe di
giganti, Quaderni, 8, Sassari 1978
E. Cow, Larchitettura nuragica, in Ichnussa, Milano
1981
G. LIULIU, Nuovi templi a pozzo della Sardegna nuragica, in Studi Sardi, XIVXV, 1957
G. LILLIu, i nuraghi torri preistoriche della Sardegna,

lare; camera piccola e bassa; tecnica


costruttiva), sembra documentare una fase
preparatoria nel corso dellevoluzione del
nuraghe monotorre a tholos.
A circa 250 metri dal nuraghe Altoriu si
conservano i resti della tomba di giganti di
Pedras Doladas. A struttura isodoma e di
modeste dimensioni, la sepoltura conserva
ancora il profilo di pianta del corpo tombale (lungh. m 9,10; largh. 4,95) con la
camera funeraria (m 4,54; largh. m 0,83),
mentre risulta quasi del tutto distrutta lesedra: lastre finemente lavorate ed archetti
monolitici sono sparsi tutt intorno.
Il nuraghe Krasta di tipo complesso,
composto da una torre principale alla
quale, sulla fronte, stato aggiunto un
bastione a profilo curvilineo convesso con
due torri laterali. Il mastio, di pianta circolare ed ingresso a SE, presenta scala e nicchia dandito e camera con tre nicchie
disposte a croce. La tone, costruita con
pietre sbozzate con cura, si conserva per
una altezza massima di circa 5 metri e 15
filari, mentre la tholos, del diametro di m
3,50, alta sul riempimento m 5,30 con 13
filari.
A poco pi di 150 metri a NO dal nuraghe Krasta ubicata la tomba di giganti di
SElighe Donna, di tipo isodomo e parzialmente conservata nel profilo di pianta:
rilevabile soltanto il corpo tombale (lungh.
m 10,54; largh. m 9,36) con il corridoio
funerario (lungh. m 7,08; largh. m 0,97).

La Zattera, Cagliari 1962


G. LILLIU, La civilt dei Sardi dal Paleolitico allet
dei nuraghi, ERI, Torino 1988
A. TARAMELLI, Edizione della Carta archeologica
dItalia, Foglio 206 (Macomer), Firenze 1935
A.USAI, il nuraghe Altoriu di Scano Montiferro (Oristano), in Quaderni, 6, Cagliari 1989

175

Fig. 91. Carta archeologica dellarea montana del Montijrru.


I. Nuraghe Padra (Scafo Montiferro). 2. Nuraghe Porcos (Scano Montiferro). 3. Tomba di giganti di Pedras Doladas
(Scano Montferro). 4. Nuraghe Altoriu (Scano Montiferro). 5. Nuraghe SEna (Scano Montiferro). 6. Nuraghe Baddeona (Scano Montiferro). 7. Nuraghe Barisones (S(ano Montiferro). 8. Nuraghe Primidio (Scano Montiferro). 9.
Tomba di giganti di Elighe Donna (Scano Montiferro). 10. Nuraghe Elighe Onna o Crastu (Scano Montiferro). / /
Nuraghe Pischinales (Scano Montiferro). 12. Nuraghe Sa Chessa (Scafo Montijrro). 13. Nuraghe Lean (Scano Montiferro). /4. Nuraghe Silvanis (Santu Lussurgiu). 15. Nuraghe Monte Urtigu (Santa Lussurgiu). 16. Tombe romane in
localit Freari (Cuglieri). 17. Tombe romane in loc. Mammine (Cuglieri). /8. Ruderi romani in loc. Barile (Bonarcado). /9. Nuraghe Barile (Bonarcado). 20. Nuraghe Scala (Seneghe). 21. Nuraghe Fromigas (Seneghe). 22. Nuraghe
Ruiu (Seneghe). 23. Nuraghe Codinazza (Seneghe). 24. Nuraghe Cannargio (Seneghe).

176

6. MarghineGoceano
Fra le regioni montane in esame, il
Marghine-Goceano presenta il maggior
numero di emergenze archeologiche, quasi
tutte monumentali: 178 distribuite in unarea di kmq 356 con una percentuale di 0,50
per kmq. Questa particolare densit insediativa pu essere spiegata, per un verso,
con il fatto che gran parte di questo territorio stato oggetto in questi anni di sistematiche e approfondite indagini topografiche, dallaltra per la sua rilevante posizione strategica fra altopiani e pianure a
separare la Sardegna centrale da quella
settentrionale e la sua geomorfologia con
modesti rilievi, brevi vallate, vie naturali,
ricchezza di acque e terreni buoni per i
pascoli e sufficientemente adatti ad una
agricoltura di tipo preistorico.
Per let prenuragica sono attestati i circoli megalitici di Ortachis-Bolotana,
probabili monumenti funerari del Neolitico recente per i quali si attende tuttavia lo
scavo scientifico per una pi sicura attribuzione cronologica e culturale.
Agli stessi tempi ed in parte allEt del
Rame sono da riferire le domus de janas
individuate a Sa Toa, Funtana Lada, Monte
Surdu, Orolo, SUlivariu, etc. Si tratta per
lo pi di ipogei di modeste dimensioni,
isolati o in coppia, in gran parte monocellulari o a due celle, privi di elementi architettonici di rilievo.
Anche le tombe dolmeniche ripropongono monumenti di tipo elementare, ad
indicare una frequentazione del territorio
ancora sporadica ed una economia debole,
legata soprattutto ad una pastorizia transumante.
A partire dal I Bronzo (1800-1500)
anche questa regione partecipa del fervore
culturale che investir la Sardegna fino
alla conquista cartaginese (fine del VI
sec.) e romana (238 a.C).
Si contano, infatti, ben 135 nuraghi, ma
poche tombe di giganti, appena 11, mentre
ancora non sono stati individuati i monumenti di culto tipici dellet nuragica

(fonti, pozzi sacri o tempietti a megaron).


Alla fase pi antica della civilt nuragica sono da ascrivere i protonuraghi o nuraghi a corridoio di Carrarzu Iddia, Coattos,
Bene, S. Martino di Bortigali e Gazza,
Figu, Cannas, S. Caterina e Perca e Pazza
di Bolotana: fra questi, di particolare interesse il complesso di Canarzu Iddia. Posto
a mezza costa su una prominenza rocciosa,
marginata da murature a difendere un
modesto protonuraghe di forma ellittica
con corridoio passante, due ingressi e nicchione; una seconda torre circolare, quasi
certamente del tipo a tholos, a una cinquantina di metri, mentre un modesto villaggio di capanne circolari si estende fra le
due torri. Una pi antica sepoltura dolmenica ubicata a breve distanza dal complesso. Una indagine stratigrafica consentirebbe di chiarire ulteriormente, con dati
di scavo e non solo sulla base degli elementi architettonici, il problema del rapporto cronologico fra i nuraghi a corridoio
e quelli a tholos.
I nuraghi di questa area sono spesso
costruiti a ridosso di roccioni naturali,
emergenti su pianori, sugli altopiani, sulla
cima di rilievi o sul declivio di colline,
comunque sempre in posizione strategica e
naturalmente difesa. Agli spuntoni rocciosi essi si adattano, ora inglobandone le
emergenze, ora colmandone i vuoti. Ne
derivano planimetrie spesso irregolari,
determinate dalla conformazione del terreno, tra le quali si individuano forme caratteristiche dei protonuraghi o nuraghi a corridoio.
Allinterno delle toni pi classiche, laddove la distruzione non totale, si individuano gli elementi strutturali tipici del
nuraghe a tholos, cio il corridoio con
scala e nicchia e la camera con una, due o
tre nicchie. Alcuni nuraghi monotorri sono
completati da una cortina muraria che circonda in tutto o in parte la struttura centrale.
Fra i nuraghi a tholos, per lo pi in
pessimo stato di conservazione, sono da
177

Fig. 92. Carta archeologica dellarea montana del MarghineGoceano.


i. Nuraghe Norchetta (Pattada). 2. Nuraghe Su Saucco (Pattada). 3. Nuraghe Littu Pedrosu (Pattada). 4. Nuraghe Sa
Cadrea (Pattada). 5. Nuraghe Elvanosu (Pattada). 6. Nuraghe Pira (Pattada). 7. Nuraghe Puzzonina (Pattada). 8.
Nuraghe Salambrone (Pattada). 9. Nuraghe Donnighedda (Pattada). 10. Nuraghe Suletta (Pattada). 11. Nuraghe Pattada (Pattada). /2. Nuraghe Nodu Mandra Ingannu (Bultei). /3. Nuraghe Tilariga (Bultei). 14. Nuraghe Gurzu (Bultei). 15. Nuraghe GiuanneAntoniEzzu (Bultei). 16. NuragheAinos(Bultei). 17. Nuraghe Coa Longa (Anela). 18. Nuraghe Ferulas (Anela). /9. Nuraghe Su Pezzu Boiadu (Anela). 20. Nuraghe Mariane Ledda (Anela). 21. Nuraghe Catanza (Anela). 22. Nuraghe Ghispa (Anela). 23. Nuraghe Curtu (Bono). 24. Nuraghe Pilisserta (Bono) 25. Nuraghe Montigu Pilisserta (Bono). 26. Tomba di giganti di Pranichedda (Bono). 27. Nuraghe Sa Pranichedda (Bono). 28. Nuraghe Badde Cherchi (Bono). 29. Nuraghe Tremmin (Anela). 30. Nuraghe Pedru Add (Anela). 3/. Nuraghe Nunnaru
(Anela). 32. Nuraghe S.Giorgio (Anela). 33. Nuraghe Biriol (Anela). 34. Nuraghe Cannedu (Bono). 35. Nuraghe
Rupisarcu (Bono). 36. Nuraghe Sas Doppias (Bono). 37. Nuraghe Arvas (Burgos). 38. Nuraghe Planu Mannu A (Burgos). 39. Nuraghe Presone (Burgos). 40. Nuraghe Cherchizzo (Bottida). 4/. Nuraghe Tuscana (Bottida). 42. Nuraghe
Planu Mannu B (Burgos). 43. Nuraghe Planu Mannu (Burgos). 44. Nuraghe Presones B (Bottida). 45. Nuraghe SEna
e Iddaro o Sa Costa (Burgos). 46. Nuraghe Fraile (Burgos). 47. Nuraghe Ena Manna (lIbrai). 48. Nuraghe Sa Pinna
(lIbrai). 49. Nuraghe Edra (lIbrai). 50. Nuraghe Figuniedda (Burgos). 51. Nuraghe Murone (lIbrai). 52. Nuraghe Sa
Paule Ruia (lIbrai). 53. Nuraghe Erismanzanu (Esporlatu). 54. Nuraghe Sa Corona (Bottida). 55. Nuraghe Larattu
(Bono/Bottida). 56. Nuraghe Tanca Noa (Bottida). 57. Nuraghe Obostru (lIbrai). 58. Nuraghe Su Uttione (Esporlatu). 59. Nuraghe Schilezzu (Esporlatu). 60. Nuraghe Fruschiosu (Esporlatu). 61. Tomba di giganti di Fruschiosu
(Esporlatu). 62. Nuraghe Pala e Rughes (Bottida). 63. Nuraghe Pattada e Chelvos (lIbrai). 64. Nuraghe Iscreti
(Ilborai). 65. Nuraghe S. Maria (lIbrai). 66. Nuraghe Muru de Lunas (Esporlatu). 67. Nuraghe Pattada e Casu
(Esporlatu). 68. Nuraghe Monte S. Martino (Esporlatu). 69. Nuraghe Arzola e Sorighes (lIbrai). 70. Nuraghe La Gertula (lIbrai). 7/. Tomba di giganti di Sa Corona (Bottida). 72. Nuraghe Pilisserta (lIbrai). 73. Nuraghe Monte Zenzeru (Ilborai). 74. Nuraghe Mannur (lIbrai). 75. Domus de janas di S. Andrea (librai). 76. Nuraghe Perca e Pazza
(Bobotana). 77. Nuraghe Sos Compensos A (Bobotana). 78. Nuraghe Sos Compensos B (Bobotana). 79. Nuraghe Bantine Cruo B (Bobotana). 80. Nuraghe Bantine Cruo A (Bobotana). 81. Nuraghe Monte Estidu (Bobotana). 82. Nuraghe Tittiriola (Bobotana). 83. Nuraghe Sfundadu (Bobotana). 84. Tomba di giganti di Tittirioba A (Bobotana). 85.
Tomba di giganti di Tittirioba B (Bobotana). 86. Nuraghe Abbazzu (Bobotana). 87. Nuraghe Prida A (Bobotana). 88.
Nuraghe Coa Filigosa (Bobotana). 89. Nuraghe Cuguritta (Bobotana). 90. Nuraghe Pahattobas (Bobotana). 9/.
Nuraghe Prida B (Bobotana). 92. Nuraghe Prida C (Bobotana). 93. Nuraghe Mularza Noa (Bobotana). 94. Fortezza
punica; Mularza Noa (Bobotana). 95. Nuraghe Funtanassida (Bobotana). 96. Nuraghe Nodu de Sale (Bolotana). 97.
Nuraghe Ortachis (Bobotana). 98. Circoli megalitici di Ortachis (Bobotana). 99. Nuraghe Serra Inc A (*lacomer).
/00. Nuraghe Serra e Nughe (Bortigali). /0/. Nuraghe Serra Inc B (Macomer). /02. Nuraghe Giaga Edra (Bortigali).
/03. Nuraghe Aidu Marapiga (Silanus). 104. Dolmen di Toa (Bolotana). 105. Tomba di giganti di Mascarida (Bolotana). 106. Nuraghe Arzola e Chessa (librai). 107. Tombe romane di Ortu Crastula (Bolotana). 108. Nuraghe Carbia

179

(librai). 109. Domus de janas di Sa Toa (librai). 110. Nuraghe Curzu (lIbrai). 111. Nuraghe Sa Toa(il/orai). 112. Nuraghe Tuvu O(Jiborai). 113. Nuraghe S.Caterina (Bobotana). 114. Tombe romane in loc. SEna e Su Pisanu (librai).
115. Tomba di giganti di Badde e Su Chercu (Bobotana). 116. Nuraghe S.Martinu (Lei). 117. Alle di S.Basiiio
(Bo/otana). 118. Nuraghe Gazza (Bolotana). 119. Domus de janas di 5 Ulivariu (Lei). 120. Tombe romane di Mascarida (Bolotana). 121. Nuraghe Sedda de Mindadorzu (Bobotana). 122. Tombe romane di Sulconis (Bobotana). 123.
Tomba di giganti di Sedda de Mindadorzu (Bobotana) . 124. Nuraghe Cannas (Bobotana). 125. Nuraghe Figu (Bobotana). 126. Nuraghe Mannu (Bo/otana). 127. Nuraghe Su Nuratobo (Bobotana). 128. Nuraghe Ta/ens (Bortigabi).
129. Nuraghe Funtana Codina (Macomer). 130. Nuraghe SImmandradorzu (Bortigali). 131. Nuraghe Aidu Obostru
(Bortigali). 132. Nuraghe Sesugias (Bortiga/i). 133. Tomba di giganti di Cadelanu (Macomer). 134. Nuraghe Pabarile (Bortigabi). 135. Nuraghe Badde Donna (Bortiga/i). 136. Nuraghe Su Nou de Sa Pedramaggiore (Bortigali). 137.
Nuraghe Burgusada (Bortigali). 138. Domus de janas di Giorbere (Bortigali). 139. Nuraghe Su Maiaccorru (Si/anus).
140. Nuraghe Ordari (Si/anus). 141. Domus de janas di Ordari (Sibanus). 142. Nuraghe Oro/io (Si/anus). 143. Tomba
di giganti di Oro/io (Si/anus). 144. Nuraghe S.Marco (Si/anus). 145. Nuraghe Ascusa (Macomen). 146. Domus de
janas di Funtana Lada (Bortiga/i). 147. Nuraghe Ruggiu (Bortiga/i). 148. Nuraghe Tuide (Bortiga/i). 149. Nuraghe
Monte Surdu A (Bortigali). 150. Nuraghe Monte Surdu (Bortiga/i). 15/. Domus De janas di Monte Surdu (Bortigabi).
152. Nuraghe Aidu Entos (Bortigabi). 153. Nuraghe Boes (Bortiga/i). 154. Nuraghe Funtana Lada (Bortiga/i). 155.
Nuraghe Oro/o (Bortigali). 156. Nuraghe Mu/argia (Bortiga/i). 157. Nuraghe S.Barhara (Macomer). 158. Ripari di
Monte Manai (Macomer). 159. Tomba di giganti di S. Barbara (Macomer). 160. Nuraghe Sa Maddalena (Macomer).
161. Nuraghe Nasprias (Birori). 162. Nuraghe Bu/litta (Birori). 163. Nuraghe Pranu e Ruos (Bortiga/i). 164. Nuraghe Coattos (Bortigali). 165. Nuraghe Carrarzu Iddia (Bortiga/i). 166. Nuraghe Tintirnio/os (Bortigali). 167. Nuraghe Corte (Bortiga/i). 168. Nuraghe Serra e Dimine (Burgos). 169. Nuraghe Murei (Espor/atu). 170. Nuraghe Su Zia
A gara (Espor/atu). 171. Nuraghe (Bo/otana). 172. Nuraghe Semestene (Bortiga/i). 173. Nuraghe Luzzanas
(Bortiga/i). 174. Do/men Tuide (Bortigabi). 175. Nuraghe Ottieri (Bortigali). 176. Domus de janas di Orobo (Bortiga/i). 177. Muraglia megalitica di Sa Maddalena (Macomer). 178. Nuraghe Sa Maddalena (Si/anus).

Fig. 93. Nuraghe Sos Compensos, Bobotana: pianta e sezioni.

180

Fig. 94. Protonuraghe Coattos, Bortigali: pianta e sezioni.

181

Fig. 95. Protonuraghe di Perca e Pazza, Bolotana: pianta e sezioni.

182

Fig. 96. Nuraghe Serra e Nughes, Bortigali: pianta e


sezioni.

segnalare le torri semplici di Tittiriola-Bolotana, Serra e Nughes-Bortigali, Erimanzanu-Esporlatu ed Arvas-Bono per il fatto che
conservano ancora intatta la cella del piano
terra, mentre di particolare rilevanza architettonica sono i nuraghi complessi di Orolo
e Tintirriolos di Bortigali, S. Barbara di
Macomer e Orolio di Silanus che conservano ancora integre le camere sovrapposte del
piano terra e del primo piano.
Fra i nuraghi complessi, ad addizione
concentrica, sono da segnalare quelli trilobati di Tilariga-Bultei, S Unighedda-Foresta Burgos e il pentalobato di S Ena e S
Iddaro o sa CostaForesta Burgos.
Il nuraghe Tilariga merita poi particolare attenzione per il fatto che conserva
ancora in situ alcuni mensoloni che dovevano reggere il ballatoio terminale della
torre, come documentato in numerosi
modellini di nuraghi.
II nuraghe SUnighedda una
costruzione a due piani su pianta forse trilobata. Presenta nel piano inferiore della

torre centrale, sulla parete, un elemento


strutturale assai raro, vale a dire una risega
anulare. Il vano di questa torre costituito
da vari ambienti sovrapposti, inclusi in un
unico vano cilindrico il quale era suddiviso
in camere da solai di legno appoggiati
appunto su riseghe, del tipo di quella osservata nel piano inferiore. Questa suddivisione o chiusura di volta presente in pochissimi altri nuraghi:Voes-Giave, PorcarzosBorore, Giustalazza-Uri, Longu-Ploaghe.
Il nuraghe Sa Costa o SEna Iddaro di
Foresta Burgos certamente fra i monumenti pi significativi e suggestivi della
Sardegna nuragica. Posto sul margine di
un altopiano, nel mezzo di un bosco a 759
di quota, occupa una superficie di 4500
mq, con cinque torri che si dispongono
attorno ad un mastio e ad un cortile. Completano il complesso un esteso villaggio di
capanne prevalentemente circolari ed un
poderoso antemurale, disposto ad ovest,
lungo almeno 70 metri ed alto ancora in
alcuni tratti per circa tre metri che conserva la particolarit, del tutto eccezionale, di
conservare il cammino di ronda.
Meno numerose e soprattutto poco con183

Fig. 97. Protonuraghe di


Santa Caterina, Bolotana: pianta e sezioni.

Fig. 98. Altura fortificata


di Nou de Pedramaggiore, Bortigali: pianta e
sezioni.

184

Fig. 99. Protonuraghe Gazza, Bolotana:


planimetria.

servate le tombe di giganti, mentre, come


si detto, sembrano mancare del tutto le
costruzioni templari.
Per let punica, a parte i materiali
(ceramiche e monete) rinvenuti nel nuraghe S. Barbara di Macomer o nellarea del
nuraghe Bene, va segnalata la fortezza di
Mularza Noa sulla quale, tuttavia, pesa
ancora lincertezza sulla sua reale attribuzione culturale e cronologicaa in assenza
di uno scavo che ci consenta una pi sicura lettura delle strutture murarie, ora totalmente interrate.
Let romana segnalata da stele funerarie cinerari rinvenuti nellarea di S. Maria

Sauccu fin dai tempi del Lamarmora, da


tombe e da materiali vari venuti alla luce
in tutta la regione.
Una tone del bastione quadrilobato del
nuraghe S. Barbara venne adibito in epoca
punico-romana a sacello, mentre di grande
interesse liscrizione latina incisa
sullarchitrave del nuraghe Aidu Entos di
Bortigali, ora studiata da Attilio Mastino.
Si pu comunque dire che ogni nuraghe
conservi tracce di vita di epoca storica
(monete, ceramica duso quotodiano),
tanto che si pu affermare che la logica
delle scelte per gli insediamenti nuragici
sembra rispettata nelle fasi successive.

AA.VV., il Goceano, Edisar, Cagliari 1990


G. LILLIU, i nuraghi torri preistoriche della Sardegna,
La Zattera, Cagliari 1962
G. LILLIU, La civilt dei sardi dal paleolitico allet dei
nuraghi, ERI, Torino 1988
A. MORAVETTI, il patrimonio archeologico del Comune di Birori, Cagliari 1985
A. MORAVETII, Statue menhir in una tomba di giganti del Marghine, in Nuovo Bullettino Archeologico
Sardo, I, 1984, pp. 4167
A. MORAVETTI, La tomba di giganti di Palatu (Biro-

ri,Nuoro), in Nuovo Bullettino Archeologico Sardo, I,


pp. 6996
A. MORA VETrI, Nota preliminare agli scavi del nuraghe S. Barbara di Macomer, in Nuovo Bullettino
Archeologico Sardo, 3, 1986, pp. 69113
A. MORAVETTI, Sui Protonuraghi del MarghinePlanarghia in Sardinia in the Mediterranenan: A Footprint in the Sea, Scheffield Accademie Press, Scheffield
1992
A. TARAMELLI, Edizione della Carta archeologica
dItalia, Foglio 206 (Macomer), Firenze 1935

185

7. Sardegna centroorientale
Tracce di linee di riva e indizi di nuclei
umani pleistocenici vennero riconosciuti
dal Blanc sulla costa di Dorgali, ed in particolare a Cala Sisine, nella grotta di Ziu
Santoru, a Cala Ilune, sulla scogliera e
nelle cavit di Monte Santu e nella Grotta
del Bue Marino, ove, al di sotto di una
spessa pavimentazione stalagmitica, vennero alla luce i resti di un focolare associati a fauna endemica fossile pleistocenica.
A quelle prime osservazioni non seguirono, purtroppo, indagini pi approfondite,
che ora alla luce delle pi recenti scoperte
del Paleolitico dellAnglona e dei rinvenimenti nella Grotta Corbeddu di Oliena, si
rendono pi che mai indispensabili.

Non si hanno nel territorio prove materiali del Neolitico antico e medio: unassenza solo casuale, dovuta al fatto che non
si sono ancora esplorate le numerose grotte
di una regione che presenta un carsismo
particolarmente accentuato dal momento
che pressoch in tutte le centinaia di cavit naturali, si evidenziano tracce di presenza umana (SANGES 1985, p.619, nota 1).
La cultura di Ozieri rappresentata
finora da un vaso biconico dalla grotta di
Sos Sirios e da un frammento dalla Grotta
del Bue Marino, mentre vasetti a cestello e
ciotoline sono stati ritrovati in una piccola
cavit a Sos Dorroles. La dormi de jana di
Coa de Campus (Baunei), frugata in antico come segnalava Taramelli, ed altre
grotticelle artificiali individuate a circa

Fig. 100. Grotta Marrocca,


Lirzulei: vaso di cultura Monte
Claro.

186

200 metri dal nuraghe Zorza costituiscono


i soli esempi finora conosciuti di architettura ipogeica nel territorio. Questo fatto si
giustifica, forse, con la presenza di numerose grotte, ripari ed anfratti che potevano
essere destinati a luoghi sepoltura.
Alla stessa Cultura di Ozieri si possono
ricondurre i dolmen di Monte Longu e Sos
Dorroles, dal momento che nella tomba
dolmenica di Motorra, sempre nel Dorgalese ma pi verso linterno, sono state trovate ceramiche con lornato classico di
questa cultura.
AllEt del Rame sono genericamente
attribuite
le
figure
schematiche,
antropomorfe, della Grotta del Bue Marino, raffiguranti, forse, una scena di danza
rituale con disco solare, mentre la Cultura
di Monte Claro rappresentata da un vaso
biconico rinvenuto nella piccola grotta
Murroccu di Urzulei. Non si hanno nella
regione testimonianze della cultura del
Vaso campaniforme, mentre copiose ceramiche della Cultura di Bonnanaro, del
Bronzo antico, provengono da una raccolta
di superficie effettuata nella Grotta di Coa
e sa Serra di Baunei, un vasto ambiente,
asciutto e sufficientemente illuminato,
utilizzato forse come dimora stabile.
Numerosi nuraghi e villaggi, e, in misura minore, tombe di giganti (e potrebbe
valere anche in questo caso lipotesi avanzata per le domus de janas) segnano let
nuragica che appare abbastanza diffusa pur
in una area difficile e tormentata.
Si tratta per lo pi di nuraghi semplici,
monotorri, talora difesi da un antemurale,
spesso con resti di abitato e tombe di
giganti. Sembrano mancare, finora, i templi a pozzo, mentre una fonte sacra potrebbe essere quella individuata a Lattalai, ed
un tempietto a megaron potrebbe rivelarsi ad una indagine pi approfondita ledificio a pianta vagamente trapezoidale
segnalato presso il nuraghe Coa e Sa
Serra.
Fra i villaggi sono da ricordare quello
di Nuraghe Arvu, costituito da circa 130
capanne alcune di queste scavate dal

Taramelli provviste di focolare, sedili a


parete e nicchiette. Labitato nuragico perdur in et romana, come attestano ceramiche ed alcune strutture murarie quadrangolari che differiscono notevolmente
dalle precedenti per la tecnica costruttiva
in piccole pietre legate da malta.
Labitato di nuraghe Mannu presenta
anchesso, ma con maggiore nitidezza, la
presenza di vani di et storica accanto a
quelli nuragici. In particolare, F. Barreca
riconosceva nei due edifici quadrangolari
a blocchi squadrati, gi assegnati ad et
romana dal Taramelli, una pi antica fase
edilizia punica, individuata peraltro anche
nel vicino villaggio di Nuragheddu.
Il complesso nuragico di Zorza formato da un nuraghe monotone circolare
con nicchia e scala dandito e camera marginata da tre nicchie disposte a croce con
esteso villaggio composto da almeno una
novantina di capanne discretamente conservate (alcune di queste conservano ancora larchitrave). Un sinuoso antemurale
oltre a delimitare il nuraghe ed il villaggio
corre lungo il ciglio dellaltopiano, a ridosso del margine seguendone le sporgenze e
rientranze, si da non lasciare punti indifesi, includendo nel suo tracciato almeno
due torri, piccole ma robuste, lungo il
ciglio dellaltopiano, fortificandone i punti
di pi facile accesso. Fra le capanne di villaggio Zorza va segnalata una costruzione
di forma quadrangolare absidata che si
distingue fra le altre anche per il paramento murario, a grosse pietre invece che
in opera microlitica.
Il Taramelli segnalava presso il nuraghe
Zorza il ritrovamento di tombe di et
romana con vasi e qualche moneta di
bronzo.
Il nuraghe Alvo di Baunei di tipo
complesso, con antemurale e villaggio si
segnala per la presenza di numerosi mensoloni ancora in situ nellopera muraria.
Fra le tombe di giganti, molto rovinate
e talune totalmente distrutte, da segnalare
quella di Onnidai, a circa 1 km a SE di S.
Pietro di Golgo, per il fatto di essere
187

188

costruita in blocchi di calcare e di basalto,


mentre da una tomba di giganti forse una
delle due di Orgoduri, ora scomparse
proviene il singolare betilo antropomorfo
ora sistemato, dal 1974, ad una ventina di
metri dallingresso della chiesa di S. Pietro. Nel Supramonte di Urzulei, G. Lilliu
segnala due tombe di giganti in localit

Fennau, di cui una con fregio a dentelli in


un concio di trachite, e il villaggio nuragico di Sos Murales, presso lovile di Sasa
Portincas, formato da una cinquantina di
capanne circolari, in calcare, con nicchie
alle pareti ancora alte, raccolte sule pendio
roccioso, strette fra loro o separate da
angusti viottoli.

AA.VV., DORGALI, Documenti archeologici, Sassari


1980
G. LILLIu, Dal betilo aniconico alla statuaria nuragica,
in Studi Sardi, XXIV, 1977
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costa orientale della Sardegna, in The Deya Conference of Prehistory, 1985, pp. 611622
A.TARAMELLI, Edizione della Carta archeologica dItalia, Foglio 208 (Dorgali), Firenze 1929
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Fig. 101. Carta archeologica dellarea montana della Sardegna centroorientale.


1. Nuraghe Golunie (Dorgali). 2. Materiali di et romana a Cala Cartoe (Dorgali). 3. Nuraghe Giorgia o Zorza
o Littu (Dorgali). 4. Nuraghe Tuppedie (Dorgali). 5. Nuraghe Bocca di Irghiriai (Dorgali). 6. Nuraghe Arvu (Dorgali). 7. Nuraghe Calagonone o Palmasera (Dorgali). 8. Do/men di Monte Longu (Dorgali). 9. Grotta di Malospedes
(Dorgali). 10. Materiali punici a Tului (Dorgali). 11. Nuraghe Nuragheddu (Dorgali). 12. Nuraghe Mannu (Dorgali).
13. Ruderi romani a Nuraghe Manna (Dorgali). 14. Nuraghe Toddeito (Dorgali). 15. Materiali punico-romani a Calo
Fui/i (Dorgali). 16. Grotta di Codula Fuili (Dorgali). 17. Grotta del Bue Marino (Dorgali).18. Grotta di Ziu Santoru
(Dorgali). 19. Grotta di Sos Sirios (Dorgali). 20. Grotta di Sos Sirieddos (Dorgali). 21. Materiali preistorici lungo
Cala Luna (Dorgali). 22. Nuraghe Punta Ghirudorgia (Urzulei). 23. Villaggio nuragico di Sos Murales (Urzulei). 24.
Grotta Oggiastru (Urzulei). 25. Grotta di Cuile Sa Mendula (Urzulei). 26. Grotta Marroccu (Urzulei). 27. Insediamenti preistorici a Cala Sisine (Baunei). 28. Grotta Coa e Serra (Baunei). 29. Villaggio nuragico di Sant Ornau
(Urzulei). 30. Tomba di giganti Olovette Cannas (Baunei). 31. Riparo sotto roccia Lucy (Baunei). 32. Nuraghe Olovette Cannas (Baunei). 33. Domus de janas di Coa de Campus (Baunei). 34. Tomba di giganti Perdusaccu (Baunei).
35. Nuraghe Perdusaccu (Baunei). 36. Nuraghe Giustizieri (Baunei). 37. Tomba di giganti SOlluli (Baunei). 38.
Nuraghe SOlluli (Baunei). 39. Villaggio nuragico di Monte Ulagi (Baunei). 40. Muraglia megalitica SAtza e Listru
(Baunei). 41. Grotta Su Stiddu (Baunei). 42. Nuraghe Loppellai (Baunei). 43. Nuraghe Nurageddu (Baunei). 44.
Tombe di giganti di Orgoduri (Baunei). 45. Nuraghe Porta e Su Pressiu (Baunei). 46. Tomba di giganti Alvo (Baunei). 47. Complesso fortificato di Doladorgiu (Baunei). 48. Nuraghe Alvo (Baunei). 49. Nuraghe Orgoduri (Baunei).
50. Villaggio nuragico di Orgoduri (Baunei). 51. Materiali nuragici di San Pietro (Baunei). 52. Nuraghe Tiria o Coa
Nuraghe (Baunei). 53. Villaggio nuragico di San Pietro (Baunei). 54. Tomba di giganti Annidai (Baunei). 55. Tomba
di giganti Su Scusorgiu (Baunei). 56. Tomba di giganti Fonnacesu (Baunei). 57. Nuraghe Fonnacesu o Coa de Serra
(Baunei). 58. Grotte e scogliere di Monte Santo (Baunei). 59. Grotta Sa Rutta e Sa Scala e Su Teti (Baunei). 60.
Nuraghe Margine o Punnacci (Baunei). 61. Fonte nuragica di Latta/ai (Baunei). 62. Villaggio nuragico di Latta/ai
(Baunei). 63. Tomba di giganti Lattalai (Baunei). 64. Nuraghe Turru (Baunei). 65. Riparo di Sos Dorroles (Dorgali).
66. Dolmen di Sos Dorroles (Dorgali).

189

190

8. Monti di Oliena
Estese
indagini
topografiche,
esplorazioni speleologiche e fortunati
interventi di scavo registratisi soprattutto
in questultimo decennio hanno consentito di ampliare in misura notevole il quadro delle nostre conscenze su un territorio
che gi ad un esame della Carta archeologica del Taramelli, del 1931, appariva particolarmente ricco di testimonianze
archeologiche. I dati finora disponibili
documentano la presenza di insediamenti
umani a partire dal Paleolitico superiore
fino alla tarda et romana.
Particolare importanza rivestono in
questo quadro le numerose grotte e ripari
naturali di cui il territorio ricco Rifugio, Gonnagosula o del Guano, Sa Oche,
Su Bentu, Su Benticheddu, Sas Furmicas,
Corbeddu, Tiscali, etc. per avere restituito materiali e significative sequenze stratigrafiche.
La Grotta Corbeddu di Oliena, nella
valle di Lanaittu, a breve distanza dal complesso idrogeologico di Sa Oche-Su Bentu,
interessata da scavi scientifici a partire dal
1982 da parte della Universit di Utrecht,
ha restituito contesti stratigrafici del pi
alto interesse, sia sotto laspetto paleontologico Megaceros Cazioti, Cynotherium
Sardus, Pro/a gus Sardus che paletnologico. Infatti, sono stati ritrovati, in associazione con faune plestoceniche estinte, i pi
antichi resti umani (un temporale ed un

mascellare superiore) documentati nellIsola.


Nei livelli pleistocenici si poi individuata una industria litica, non ancora ben
definita tipologicamente, che sulla base di
datazioni radiometriche si colloca fra
13.500 e 12.500 anni dal presente.
Nella stessa Grotta, sigillato da una
concrezione stalagmitica, stato documentato un livello riferibile al Neolitico
antico, con la presenza di carboni datati
al C 8040 160 dal presente , faune
domestiche e selvatiche, molluschi di mare
e di terra, resti di pesci e di crostacei, ossa
di Pro/a gus Sardus, ceramiche impresse
cardiali e microliti geometrici in ossidiana.
Il Neolitico medio presente ancora a
Corbeddu nello strato la della Sala 2, con
tipiche ceramiche decorate nello stile di
Bonuighinu, industria in selce ed ossidiana, strumenti in osso (aghi, spatole, punteruoli, etc.), oggetti dornamento (Cipree e
Columbelle forate, valve di Pectunculus
ed elementi di Dentalium) e resti di pasto.
La datazione al C4, effettuata su carboni
recuperati nello strato, ha fornito la
seguente cronologia: 6260 180 dal presente.
Nella Grotta Rifugio, una modesta
cavit naturale sul versante destro del
Cedrino, le ricerche condotte da P. Biagi
nel 1977-78 hanno rivelato luso funerario
della grotta nel Neolitico medio, con tracce di frequentazione sporadica nellEt del

Fig. 102. Carta archeologica dei Monti di O/iena.


1. Grotta Rifugio (Oliena). 2. Grotta di Gonnagosula o del Guano (0/iena). 3. Nuraghe Gonnagosula (O/iena). 4.
Nuraghe (O/iena). 5. Nuraghe (O/iena). 6. Nuraghe Omene (Dorga/i). 7 Domus de janas di Omene (Dorgali). 8. Villaggio di Su Gorruttone (O/iena). 9. Grotta di Sas Furmicas (DorgalilOliena). 10. Villaggio di Ruinas (O/iena). 11.
Altura fortificata di Piggiulongu (O/iena). 12. Grotta di Abba Medica (O/iena). 13. Ripostiglio nuragico di Guttidai
(O/iena). /4. Complesso nuragico di Sa Sedda de Sos Carros (O/iena). /4. Grotta di Sa Oche (O/iena). 15. Grotta Corbeddu (O/iena). 16. Grotta di Su Bentu (O/iena). 17. Grotta di Su Benticheddu (O/iena). 18. Tomba di giganti di
Lanaittu (O/iena). 19. Nuraghe Sovana (O/iena). 20. Grotta di Sos Mortos (O/iena). 21. Nuraghe (?) Duavidda
(O/iena). 22. Domus de janas (?) (O/iena). 23. Tomba di Sisaia (Dorga/i). 24. Villaggiosantuario nuragico di Tisca/i
(Dorgali/O/iena). 25. Villaggio di Surtana (Dorga/i). 26. Tomba di giganti di Donnicoro (Orgosolo-Dorga/i). 27.
Nuraghe Nuragheddu (Orgosolo-Dorga/i). 28. Nuraghe S.Anna (Dorga/i). 29. Nuraghe Lol/ov A (Orgosolo). 30.
Nuraghe Lo//ov B (Orgosolo). 31. Nuraghe De Gorroppu (Orgosolo). 32. Nuraghe Mereu (Orgosolo). 33. Tombe di
giganti di Senepida (Orgosolo). 34. Nuraghe Senepida (Orgosolo). 35. Tomba di giganti di Lochore (Orgosolo). 36.
Nuraghe Monte Nieddu (Orgosolo). 37. Bronzi e ruderi di Monte S. Giovanni Novo (O/iena). 38. Nuraghe Filigai
(Orgosolo). 39. Nuraghe Funtana Bona (Orgosolo). 40. Ins. romano A Sovana (Orgosolo). 41. Tombe in do/ma di Su
Sercone (Orgosolo). 42. Insediamento preistorico di Doinanigoro (Orgosolo). 43. Materiali preistorici di Funtana
Bona (Orgosolo). 44. Nuraghe Badu Osti (Urzulei).

191

Rame. Oltre ai resti scheletrici di almeno


11 individui, vennero recuperate raffinate
ceramiche, copioso materiale litico, punteruoli in osso e una grande variet di elementi di ornamento, quali zanne di cinghiale forate, un migliaio di dischetti cilindrici in clorite, numerosi bracciali ricavati
da valve di Spondylus, etc.
Dalla Grotta del Guano o Gonnagosula,
non lontana dalla Grotta rifugio, proviene
invece una grande quantit di materiali
riferibili alla Cultura di Ozieri, del Neolitico recente. La presenza prevalente di ceramica inornata, di macine, pestelli, grano
carbonizzato, fusaiole e pesi da telaio portano ad ipotizzare una destinazione abitativa della Grotta, anche se negli scavi del
1978 si rinvennero due idoletti fittili femminili. Le datazioni al C l4 ottenute su due
campioni di carbone associati a materiali
di Cultura Ozieri hanno fornito i seguenti
risultati: 2950 50; 2880 50 a.C.
Agli stessi tempi sono forse da ascrivere le domus de janas segnalate dal Taramelli.
Frammenti di ciotola e di piede di vaso
tripode di cultura Ozieri, entrambi decorati a bande taccheggiate sono stati rinvenuti sullaltopiano di Doinanigoro.
Mentre lEt del Rame appare finora
limitata al noto vaso di Cultura Monte
Claro della Grotta Rifugio mancherebbero, quindi, testimonianze delle culture
FiligosaAbealzu e del Vaso Campaniforme
assai pi consistente risulta la documentazione realtiva alla Cultura di Bonnanaro
(Bronzo antico) attestata in cavit naturali
utilizzate come luoghi di vita e di morte.
Nei livelli superficiali della Sala i di
Corbeddu, vennero alla luce esigui resti di
capanne e copiose ceramiche tipiche della
Cultura di Bonnanaro con associati alcuni
fittili di et nuragica decorati a pettine.
Ceramiche analoghe si rinvennero nella
Grotta di Su Bentu. Nella piccola grotta di
Sas Furmicas, allingresso della valle di
Lanaittu, furono recuperati resti umani di
pi individui in deposizione secondaria e
corredati da numerosi vasi dofferta riferi192

bili alla stessa cultura di Bonnanaro.


Di notevole interesse, poi, il ritrovamento di una sepoltura individuale in un
anfratto della valle di Lanaittu. La defunta,
sopranominata Sisaia, cio lantenata, giaceva in posizione contratta e leggermente
flessa sul fianco con un modesto corredo:
una macina, un tegame e un ciotolone. Il
dato pi interessante di questa scoperta
emerso dallanalisi paleopatologica dei
resti, dalla quale risulta che oltre a due
fratture sul braccio sinistro, fatti artrosici
diffusi, carie e altri malanni, Sisaia aveva
subito un intervento chirurgico di trapanazione del cranio con autotrapianto perfettamente cicatrizzato ad attestare il felice
esito delloperazione.
Nuraghi, tombe di giganti, villaggi e
materiali vari documentano il fervore di
vita che perdura nel territorio nellEt del
Bronzo e del Ferro.
Allimboccatura della valle di Tiscali si
trova labitato di Su Guthurrone, poi, pi
allinterno, il villaggio di Ruinas da cui
provengono copiosi materiali, fra i quali
un piccolo modellino di torre nuragica.
Fino agli anni Trenta si conservavano
capanne alte fino ad un metro e mezzo!
Poi, pi oltre, protetto e nascosto da uno
sperone calcareo, il complesso di Sa
Sedda e Sos Carros, un probabile santuario con una fonderia, centro di produzione
e di raccolta di oggetti di bronzo e di ferro.
Ma leccezionalit di questo complesso
consiste nella quantita e qualit dei bronzi
rinvenuti, tanto di fattura locale che di
provenienza esterna: fra gli altri, un frammento di paletta cipriota (XII-XI sec. a.C),
una parte di spada ad antenne di produzione dellItalia centroorientale.
Dalla piccola grotta di Su Benticheddu
provengono due bacili in bronzo, luno
con attacco a triplice spirale, laltro a placchetta rettangolare lavorata a treccia, due
pugnali ed un frammento di lingotto, forse
costituenti un deposito votivo.
Un altro ripostiglio di bronzi (una
trentina) fu scoperto nel 1876 in regione
Guttidai ed offerto allo Spano dal sig.

Giovanni Palimodde Salis che... ce li ha


ceduti tutti, salvo alcuni che dice dessere
di diversa specie cio in forma di barchette. I materiali furono donati dallo Spano,
nello stesso anno, al Museo Pigorini di
Roma, ove attualmente si conservano
quattro asce a margini rialzati, una grande
punta di lancia e due pugnali.
Nessun nuraghe sorge nella valle di Lanaittu, ed anche per questo particolare
interesse assume il noto villaggio di Tiscali, annidato entro le pareti di una dolina
carsica posta sulla sommit della altura
omonima, in eccellente posizione di controllo di tutta la valle.
Una delle due tombe di giganti di Senepida costituita da un corridoio dolmenico
(lungh. m 8, 20) delimitato da enormi lastroni ortostatici e chiuso in alto da una lastra di piattabanda residua. Della stele
centinata che segnava il centro dellesedra
rimane in situ il riquadro inferiore (largh.
m 2, 59) con alla base un portello finemente lavorato. I materiali rinvenuti nel corso
degli scavi attestano luso della sepoltura
dallEt del Bronzo alla piena et imperiale.
Nella stessa vallata di Senepida sono
state inoltre segnalate numerose tombe a

tafone.
La presenza romana attestata da materiali rinvenuti in grotte, nuraghi, villaggi e
tombe di giganti, a conferma della continuit di vita nelle antiche sedi di insediamento e di sepoltura. Mancano, invece,
strutture e monumenti che possano essere
attribuiti al periodo fenicio-punico, romano o altomedievale.
Il solo oggetto finora riferibile al
mondo fenicio-punico un eccezionale
esemplare di pilgrim flask o fiasca del
pellegrino raccolto in frammenti nel villaggio di Ruinas. Si tratta di una delle classi vascolari propriamente fenicie maggiormente rappresentate a Cipro dal periodo
geometrico (1050-850) al VI sec. a.C. e
viene perci talvolta definita cipriota.
Pochi elementi documentano la continuit di vita in et romana e quasi tutti
sono di et imperiale, per cui si potrebbe
ipotizzare una flessione nella densit
demografica in et repubblicana. Il pezzo
pi significativo ed anche il pi antico riferibile a questo periodo proviene anchesso
dal villaggio di Ruinas e consiste nella
parte superiore di un vaso in lamina bronzea con due anse a maniglia che si colloca
nel IT sec. a.C.

E. ASTE, Sardegna nascosta, Sagep, Genova 1982


P. BIAGI e Alii, La Grotta Rifugio di Oliena: caverna
ossario neolitica, in R.S.P., XXXV, 1980
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M.A. FADDA, Notiziario, R.S.P., XI 198586. p. 432
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A. TARAMELLI, Edizione della Carta archeologica
dItalia, Foglio 206 (Nuoro), Firenze 1931

193

9. Gennargentu
Il ritrovamento di ossidiane sul Monte
Spada, a circa 1400 metri di quota, attesta
uno sfruttamento dei pascoli estivi di montagna fin dal Neolitico recente: un periodo,
peraltro, documentato nel Gennargentu
dalle domus de janas di Badde Cheia, Oroseguro e Silacaccoro. Nella necropoli di
Silacaccaro quattro ipogei di forma semplice e con cella preceduta da vestibolo
lincontro fra ipogeismo e megalitismo si
coglie in una tomba il cui ingresso preceduto da un corridoio dolmenico.
Se allo stato delle nostre conoscenze la
frequentazione della regione in et prenuragica appare ancora sporadica e legata, forse,
alla transumanza pi che alloccupazione
stabile delle aree montane meno favorevoli
alla vita, ben pi ricca ed articolata essa si
presenta nel periodo dei nuraghi. Torri sem-

194

plici o nuraghi complessi, talora difesi da


antemurali, estesi villaggi, tombe di giganti
ed edifici di culto tempietti a megaron,
pozzi sacri e fonti ed il ritrovamento di
significativi reperti, sono indicativi del fermento culturale che caratterizza la Sardegna fra il XVI ed il VII secolo a.C.
Fra i nuraghi, posti in gran numero altre
i 1000 metri di altitudine, da segnalare
quello di Ruinas, a circa 1200 metri s.l.m.,
con vasto abitato e tombe di giganti. Il
complesso di Bau Tanca, oggetto di recenti scavi, appare invece costituito da un
nuraghe a struttura complessa torre centrale con due torri aggiunte e antemurale
da un agglomerato di capanne (di varia
planimetria per il condizionamento del
piano roccioso) e quindi da una tomba
Fig. 103. Tempietto nuragico di SArcu e Forros, Villa
grande Strisaili: pianta e sezione.

di giganti. Lo scavo di una capanna del villaggio, ha restituito una significativa


sequenza stratigrafica che consente di
indicare fra il Bronzo medio e i tempi iniziali dellEt del Ferro (1500 - 900 a. C) le
fasi di vita del vano.
A circa 500 metri dal nuraghe, una
tomba di giganti in granito con fregio a
dentelli.
Il nuraghe Nercone, aggrappato ad uno
spuntone di granito, protegge un piccolo
villaggio di capanne circolari. A 150/200
metri a Est-Sudest due tombe di giganti
una delle quali si segnala per laccurata
fattura.
II villaggio di Ruinas costituito da una
trentina e pi di vani circolari, mentre a
circa 500 metri pi a Nord sono visibili i
resti delle due tombe di giganti di Sa Carcara. La maggiore delle sepolture, nascosta in parte dal suo crollo, era di tipo dolmenico con lingresso al corridoio funerario segnato dalla stele centinata, ora a
pezzi e ricoperta dalle macerie. A breve
distanza, due strutture circolari guardano
sul dirupo vigilando laccesso allaltipiano.
Fra i nuraghi Prethos e Cardutuvu si
estende il villaggio nuragico di Serra e Is
Domos con la vicina tomba di giganti di
SUrgu a struttura ostostatica.
Fra i luoghi di culto, di particolare interesse il tempietto a megaron di SArcu e
Is Forros, in prossimit di un nuraghe trilobato con relativo villaggio.
Ledificio sacro, costruito con blocchi
poligonali di media grandezza e racchiuso
da un recinto, presenta pianta rettangolare
(lungh. m 17,00; largh. 5,50/6,50) con lati
brevi doppiamente in antis ed interno
scompartito in quattro ambienti nei quali si

sono rinvenuti materiali bronzei e ceramici.


Dallarea circostante il tempietto, dal
vicino nuraghe e dalle capanne, provengono numerosi frammenti di lingotti di tipo
egeo e di panelle di bronzo, asce a margini
rialzati, bronzi figurati fra questi di particolare interesse un leone accosciato,
datato fra il VI e il IV sec.a.C e copiose
scorie di piombo contenute allinterno di
un bacile in lamina bronzea, variamente
restaurato e con coperchio in piombo del
peso di kg. 11,700.
Fra le numerose tombe di giganti
segnalate nella Montagna, va segnalata
quella di Campu de Pira Onni, in prossimit del nuraghe Marruscu, recentemente
scavata e restaurata dalla Soprintendenza
archeologica di Sassari. Si tratta di una
tomba a struttura isodoma, di medie
dimensioni (lungh. corpo m 10; largh. m
4,50) e con ampia esedra semicircolare
(corda m 12,80) segnata da un bancone a
parete. Il corridoio funerario (lungh. m
7,00), strombato nella parte anteriore
(largh. m 0,90/0,70) e lastricato, era delimitato da conci di granito squadrati e con
faccia a vista sbiecata in modo da ottenere
un profilo ogivale chiuso in alto da grandi
lastroni di piattabanda.
Lingresso alla camera, rettangolare ed
architravato, era chiuso da una lastra
perfettamente sagomata e con appendici
laterali di manovra.
Nellarea dellesedra sono stati rinvenuti due conci dentellati uno, probabilmente, relativo ad una fase pi antica
mentre i materiali restituiti dallindagine
stratigrafica scarsi e poco significativi
testimoniano un riutilizzo della sepoltura
in epoca romana imperiale (IIT sec.d.C.).

M.A. FADDA, VILLAGRANDE (Nuoro). Tempio a


megaron di SArca e is Forros, in NBAS, lI, 1986,
Sassari 1989, pp. 278281

118121

M.A. FADDA, TMvA (Nuoro). Complesso nuragico di


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Tanca, in Bollettino di Archeologia, 4, 1990, pp.

MA. FADDA, La tomba di giganti di Campu de Pira


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Medio e il Bronzo recente (XVI-XllhI sec. a.C), Cagliari 1992

195

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La Zattera, Cagliari 1962
G. LILLIU, Monumenti sardi barbaricini, Quaderni, 10,
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G. LILLIu, La civilt dei Sardi dal Paleolitico allet
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S. MOSCATI, Un leoncino bronzeo di Sassari, in Studi

Fenici, XVII,2, pp. 24748


A. TARAMELLI, Edizione della Carta archeologica
dItalia, Foglio 208 (Dorgali), Firenze 1929
A. TARAMELLI, Edizione della Carta archeologica
dItalia, Foglio 207 (Nuoro), Firenze 1931

Fig. 104. Carta archeologica del Gennargentu.


1. Nuraghe Prigisone (Orgosolo). 2. Domus de janas di Badde Cheia (Orgosolo). 3. Nuraghe Iscollanoro
(Orgosolo). 4. Nuraghe Mannurri (Orgosolo). 5. Tomba di giganti di Mannurri (Orgosolo). 6. Domus de janas di Oriseguro (Orgosolo). 7. Ossidiana a Monte Spada (Fonni). 8. Nuraghe Surzaoe (Villa grande Strisaili). 9. Ruderi indeterminati a Sos Beraniles (Fonni). 10. Nuraghe Roa Su Nuraxi (Desulo). 11. Nuraghe Bruncu Nuraxi (Desulo). /2.
Pannelle di rame a Bau istidda (Desulo). 13. Nuraghe Bau Tanca (Talana). 14. Tomba di giganti di Bau Tanca (Talana). 15. Nuraghe Bruncu Tortari (Talana). 16. Nuraghe Odrollai (Talana). 17. Nuraghe Nercone (Talana). /8. Domus
de janas di Silacaccoro (Talana). /9. Nuraghe Ruhiu o Orruhhiu (Talana). 20. Villaggio nuragico di istrogus (Orgosolo). 21. Tomba di giganti di Lotzoracesu (Villagrande Strisaili). 22. Nuraghe Scala (Villagrande Strisaili). 23.
Tombe di giganti di Sa Carcara (Villagrande Strisaili). 24. Tempietto di SArcu e Forros (Villagrande Strisaili). 25.
Nuraghe e villaggio di SArcu e Forros (Villagrande Strisaili). 26. Nuraghe Lotzoracesu (Villa grande Strisaili). 27.
Nuraghe Foppia o istoge (Talana). 28. Nuraghe Cardutuvu (Talana). 29. Nuraghe Pretzos (Talana). 30. Nuraghe
Buruntacciu o Oruntacciu (Talana). 31. Nuraghe Giorgi (Villagrande Strisaili). 32. Nuraghe Marruscu (Villagrande
Strisaili). 33. Nuraghe Pauli Costi (Villagrande Strisaili). 34. Nuraghe Giuoro (Villa grande Strisaili). 35. Tombe di
giganti di S. Barbara (Villagrande Strisaili). 36. Nuraghe Uunturgiadore (Arzana). 37. Nuraghe e villaggio Orruinas
o Ruinas (Arzana). 38. Nuraghe Sa Tanca (Arzana). 39. Nuraghe Ardasai (Seui). 40. Nuraghe Fondu Corongiu (Seui).
41. Nuraghe Pala e Nuraghe (Sadali). 42. Nuraghe Perdu isu (Gairo). 43. Nuraghe Serbissi (Osini). 44. Nuraghe
Coccu (Gairo). 45. Funtana Padenti (Lanusei). 46. Nuraghe Seleni (Lanusei). 47. Tombe di giganti di Seleni (Lanusei). 48. Pozzo sacro Sipari o Gennucili (Lanusei). 49. Fonte o Pozzo di Perda Floris (Lanusei). 50. Nuraghe Orotzeris (Vi/lagrande Strisaili). 51. Tomba di giganti di 5 Urgu (Talana). 52. Villaggio nuragico di Praidas (Villa grande
Strisaili). 53. Nuraghe Giorgi B (Villagrande Strisaili). 54. Tomba di giganti di Campu De Pira Onni (Villa grande
Strisaili). 55. Nuraghe intramones (Villagrande Strisaili). 56. Nuraghe Accas (Villagrande Strisaili). 57. Nuraghe
SOmo e SOrcu (ierzu). 58. Pozzo sacro di Ardasai (Seui). 59. Tombe di giganti di Ruinas (Arzana).

196

198

10. San Basilio


A parte il nuraghe Palai segnalato dai
Taramelli gi distrutto ai suoi tempi e il
tempio a pozzo (?) scoperto di recente in
prossimit della chiesetta di S. Basilio
costruita in parte con i materiali di spoglio
delledificio nuragico particolare importanza riveste il riparo sotto roccia di Conca Fravih, scavato da M.A.Fadda, per avere restituito una significativa sequenza stratigrafica.
Conca Fravih, una grande cavit
naturale (m 24x4,50) che si apre fra enormi blocchi di granito in un ambiente di
grande suggestione, presentava un deposi-

to archeologico della potenza di m 1,80


che ha consentito di individuare sette strati culturali distinti che attestano luso del
riparo dal Neolitico medio di Bonuighinu
fino al Bronzo recente e finale.
Fra i materiali di Cultura di Ozieri si
segnala, in particolare, un idoletto fittile a
placca, analogo a quelli rinvenuti a Cuccuru sArriu e nella grotta di Monte Majore di Thiesi, mentre ceramiche campaniformi di tipo centro europeo erano associate a schegge di ossidiana e a fittili della
Cultura di Bonnanaro, rappresentata da
numerosi vasetti miniaturistici.
Lo strato nuragico era costituito da una

Fig. 105. Carta archeologica dellarea montana di San Basilio. I. Nuraghe Palai (Olzai). 2. Riparo sotto roccia di
Conca Fravih (Ollolai). 3. Pozzo sacro (?) di S.Basilio (Ollolai).

Fig. 106. Idoletto fittile da


Conca Fravih, Ollolai.

199

grande quantit di ceramiche soprattutto


piccole ciotole leggermente carenate, tegami con impresso nel fondo lintreccio del
canestro e da numerosi oggetti in bronzo
di uso cultuale.

In attesa della edizione completa dello


scavo, la presenza della Dea Madre, di
vasetti miniaturistici e di bronzi legati al
culto fanno pensare ad una originaria
destinazione sacra del riparo.

La terra racconta la storia di Olio/ai, in La Nuova Sardegna, 14 settembre 1989, p. 13


M.A. FADDA, Lo strato eneolitico dei riparo di S.
Basi/io di 01/o/ai (Nuoro), in AA.VV,. LEt del Rame
in Europa, Rassegna di Archeologia, 7, Firenze 1988, p.
535

F. Lo SCHIAVO, Nuoro, in AA.VV., LAntiquarium


arborense e i civici musei archeologici della Sardegna,
Banco di Sardegna, Sassari 1988
A. TARAMELLI, Edizione de/la Carta archeologica
dItalia, Foglio 207 (Nuoro), Firenze 1931

Fig. 107. Carta archeologica di Monte San Cosimo.


1. Nuraghe Trocotula o Gianna e Carros (Mamoiada). 2. Nuraghe Travessu (Mamoiada). 3. Stazione prenuragica di
S.Cosimo (Mamoiada). 4. Villaggio nuragico di S.Cosimo (Mamoiada). 5. Nuraghe Mucru (Mamoiada). 6. Nuraghe
Ta/aighe (Gavoi). 7. Tomba di giganti Taiaighe (Gavoi). 8. Nuraghe Torotha (O/lo/ai). 9. Nuraghe Ispotologhi
(Gavoi). 10. Nuraghe Unherte (Olio/ai).

200

11. Monte San Cosimo


E. Aste fa cenno ad imprecisati materiali di et prenuragica rinvenuti nellarea
ove sorge il santuario di S. Cosimo, ove
peraltro, a circa 300 metri pi a Sud, vi
sono tracce consistenti di un villaggio
nuragico da porre in relazione, forse, al
vicino nuraghe Travessu che con altri 6
nuraghi ed una tomba di giganti testimoniano il fervore di vita che ha interessato il territorio in et nuragica.
Posto su una piattaforma naturale granitica, a circa 200 metri a Nord del Santuario, il
nuraghe Travessu appare ora quasi totalmente demolito; assai probabile che le sue
pietre siano servite per la costruzione della
piccola chiesa dedicata ai Santi Cosimo e
Damiano e delle annesse cumbessias.
Anche i nuraghi Trocotula, Torotha e Ispotologhi versano in pessimo stato di conservazione, mentre meglio conservati risultano
i nuraghi Unherte, Mucru e Talaigh.

Il nuraghe Mucru un monotone circolare del diametro di circa 12 metri, con


nicchia e scala dandito: la camera centrale ad ogiva risulta in gran parte ostruita dal
crollo. Intorno alla torre, resti di capanne e
di murature nuragiche.
Il nuraghe Talaigh, di pianta circolare
(diam. m 11,50), presenta scala dandito e
camera marginata da una nicchia: la tholos
ancora intatta (m 5,23 sul riempimento).
In prossimit di questo nuraghe il Taramelli segnalava una tomba di giganti di cui
rimanevano in situ le grandi pietre dei
fianchi della cella e le copertine.
E. ASTE, Sardegna nascosta, Sagep Editrice, Genova
1982, p. 114
E. MELI S, Carta dei nuraghi della Sardegna, Spoleto,
1967
A. TARAMELLI, Edizione della Carta archeologica
dItalia, Foglio 207 (Nuoro), Firenze 1931
Fig. 108. A Nuraghe Mucru (Mamoiada); B Nuraghe
Talaigh (Gavoi): piante e sezioni.

201

12. Monte Arbu


In questarea montana non si ha notizia
di ritrovamenti archeologici, mentre nella
Carta al 25:000 dellIGM sono segnalati 6
nuraghi, ubicati fra i 720 e i 1000 metri
s.l.m.
Il complesso nuragico di Taccu Addai,
posto al centro di un pianoro calcareo,
costituito da un nuraghe monotorre, in

gran parte distrutto e con ingresso volto a


Sud, e da un villaggio di capanne circolari
talora conservate fino ad un elevato di 5
filari.
Nella stessa area stata individuata una
costruzione rettangolare, forse un edificio
sacro analogo ai tempietti a megaron.
M.R. MANUNZA, Notiziario, in NBAS, IV, 1993

Fig. 109. Carta archeologica del Monte Arbu. I. Nuraghe Anul (Seui). 2. Nuraghe Cercessa (Seui). 3. Complesso
nuragico di Taccu Addai (Gairo). 4. Nuraghe Nurasolu (Ussassai). 5. Nuraghe Nuraxi o Useligis (Ussassai). 6. Nuraghe Su Casteddu Ioni (Ussassai).

202

13. Monte Sette Fratelli


Sulla base dei pochi dati emersi, il territorio sembra essere stato vissuto e
frequentato soltanto in et nuragica 24
nuraghi e 2 tombe di giganti mentre sembrano assenti, certamente per carenza di
ricerche, testimonianze delle fasi culturali
precedenti e di quelle di et punico-romana.
Fatta eccezione per il nuraghe Antiogu
di Sinnai, di tipo complesso, anche se di
difficile lettura a causa del suo pessimo
stato di conservazione, le torri di questa
area sono di tipo elementare, arroccate
sulle alture e per lo pi rovinate.
I nuraghi Su Gattu, Antiogu Oi e Crabiolu sono del tipo a corridoio, mentre il
nuraghe Baccu sAlinu sembra una altura
fortificata. In prossimit dei nuraghi
Giuanni Battenti e Spaderis sono visibili i
resti del relativo abitato a capanne circolari.
Di maggiore interesse, invece, le due
tombe di giganti, entrambe ben conservate
ed una Sa Domu e sOrku di Quartucciu
oggetto di scavo da parte di E. Atzeni e
ben nota agli studiosi.
La tomba di Murta Sterna e Pitzus di
Maracalagonis, posta a breve distanza dai
nuraghi Beduzzu con il quale era in stretta
relazione topografica e culturale, conserva
solo in parte il corpo tombale (lungh. m
13/14) e lesedra a filari (corda m 12,00);
il corridoio funerario, rettangolare (lungh.
m 8,74; largh. m 0,929) e parzialmente
interrato, presenta pareti aggettanti e chiuse in alto da lastroni a formare una sezione
trapezoidale (alt. sul riempimento m
1,05/1,12; largh. in alto m 0,43). Laggetto
delle pareti dato dal taglio obliquo delle
facce a vista dei blocchi che costituiscono
le pareti stesse.
Nella parete di fondo del vano funerario, sembra potersi intuire lesistenza di
una nicchia per offerte votive.
La tomba di Sa Domu e sOrku appare
come la meglio conservata fra i monumenti del suo tipo: ampia esedra a filari con

corda di m 10/12,50, corpo lungo m 11,60


ed alto m 3,30 allestremit absidata,
ingresso architravato che introduce nel
corridoio rettangolare (lungh. m 7,80;
largh. massima al centro m 1,30), a sezione ogivale e con bancone nella parete di
fondo.
Allesterno, un menhir presso lo stipite
sinistro dellingresso e tre pozzetti per
offerte.

E.ATZENI, Il do/men di Sa Coveccada di Mores e la


tomba di giganti di Sa Domu e sOrku di Quartucciu, in
Studi Sardi, XX, 1966

Fig. 110. Tomba di giganti di Murta Sterna e Pitzus,


Maracalagonis: pianta e sezioni.

203

Fig. 111. Carta archeologica del Monte Sette Fratelli.


1. Nuraghe de su Gattu (Burcei). 2. Nuraghe Serra Su Nuraxi (Burcei). 3. Nuraghe Sa Figu (S. Vito). 4. Nuraghe
Arcu Peppi Floris (S. Vito). 5. Nuraghe Piras (S. Vito). 6. Nuraghe Sa Murta (S. Vito). 7. Nuraghe Corrocoi (S. Vito).
8. Nuraghe Antoni Usai (S. Vito). 9. Nuraghe Cui/e Lepuri (Sinnai). IO. Nuraghe S. Forada (Sinnai). II. Nuraghe
Casta gnedda (Sinnai). 12. Nuraghe Crabiolu (Sinnai). 13. Nuraghe Su Canale SAlinu (Sinnai). /4. Nuraghe Antiogu (Sinnai). 15. Nuraghe Sa Fraigada (Sinnai). 16. Tomba di giganti di Sterna e Pitzus (Maracalagonis). 17. Nuraghe Anna A (Maracalagonis). 18. Nuraghe Anna B (Maracalagonis). 19. Nuraghe Beduzzu A (Maracalagonis). 20.
Nuraghe Beduzzu B (Maracalagonis). 21. Tomba di Giganti Sa Domu e SOrku (Quartucciu-CA). 22. Nuraghe De
SAscedu (Maracalagonis). 23. Nuraghe Monte Arbu (Sinnai). 24. Nuraghe Arrumbulada (Maracalagonis). 25. Nuraghe Sa Madrina (Maracalagonis).

204

14. Monte Santa Vittoria


Nella Montagna di S. Vittoria si
conoscono finora un nuraghe, una fonte
sacra, un tempietto in antis ed un recinto ellittico con tre ingressi dincerta attribuzione culturale. Nelle immediate vicinanze, tuttavia, sono presenti tre nuraghi,
tre tombe di giganti, due recinti megalitici,
un villaggio nuragico con pozzo, un edificio vagamente trapezoidale, un probabile
tempio rettangolare e resti di almeno sei
abitati romani: non lontano, la localit di
Corte Luceta da cui proviene la ben nota
tavola bronzea di Esterzili, rinvenuta nel
1866 e ritenuta fra i documenti epigrafici
pi significativi della Sardegna romana.
Il recinto di Santa Vittoria, di forma
ellittica, presenta tre accessi a EstSudovestOvest con ingresso principale a
Ovest seguito da un corridoio rettangolare
piattabandato, mentre il nuraghe Monti e
Nuxi caratterizzato da una camera marginata da quattro piccole nicchie.
Di particolare interesse, fra i monumenti di Monte S. Vittora, il tempietto di
Domu de Orgia, gi noto allo Spano che lo
riteneva per di epoca romana. Si tratta di
un edificio a forma rettangolare con le
pareti laterali che si allungano per un tratto rispetto ai lati brevi in modo da ottenere
una costruzione doppiamente in antis.
Linterno ripartito in tre ambienti di
diverse dimensioni, con al centro quello
maggiore: i tre vani comunicano fra loro
per mezzo di alti ingressi architravati.
Lintero edificio delimitato da un recinto
ellittico (diam. 48,50x28). I lati lunghi
misurano m 22,50, mentre quelli brevi
risultano di circa 5 metri. Lopera muraria
costituita da lastroni sub-quadrati di
schisto messi in opera a filari regolari.
Linteresse del monumento, ancora da
scavare, deriva dal fatto che si tratta di un
edificio di culto fra i meno diffusi della
Sardegna
nuragica,
discretamente
conservato e in posizione dominante e
suggestiva.
Non lontano dalledificio, sulle pendici

del Monte Santa Vittoria, su di unarea di


alcuni ettari sono visibili i resti di un esteso villaggio nuragico, compreso entro uno
spazio parzialmente delimitato da un muro
ciclopico costruito con pietre di grandi
dimensioni.
La fonte sacra di Monti e Nuxi, a m
1118 s.l.m., posta sul versante orientale
del Monte Santa Vittoria, a breve distanza
dal gi citato recinto semiellittico e da una
capanna circolare: costituita da un vestibolo quadrangolare e da una celletta a falsa
volta che custodisce la vena sorgiva.

Fig. 112. Carta archeologica del Monte Santa Vittoria 1.


Nuraghe e Fonte di Monti e Nuxi (Esterzili). 2. Recinto
di Monte Santa Vittoria (Esterzili). 3. Tempietto in antis
di Domu e Orgia (Esterzili).

205

Fig. 113. Recinto


megalitico di S.
Vittoria, Esterzili.

Fig. 11a. Fonte nuragica di Monte Nuxi, Esterzili: pianta e sezioni.

206

E.CONTU, Esterzili (Nuoro). Edificio megalitico rettan


golare di Domu e Orgia in localit Cuccuredd, in
Studi Sardi, VIII, 1948
E.C0NTU, Larchitettura nuragica, in Ichnussa, Milano 1981
G.LILLIU, Nuovi templi della Sardegna nuragica, in
Studi Sardi, XIVXV, 1957

G.ORTU, Le testimonianze archeologiche di Esterzili e


del suo territorio, in La Tavola di Esterzili, Edizioni
Gallizzi, 1993
G.SPANO, Paletnologia Sarda, ossia let preistorica
segnata dai monumenti che si trovano in Sardegna,
Cagliari, 1971A.
SANNA, Notiziario, in NBAS, 4, 1987-92, Sassari 1993

Fig. 115. Carta archeologica del Monte Linas. i. Nuraghe Nuraxi di Togoro (Gonnosfanadiga). 2. Santuario di Antas
(Fluminimaggiore). 3. Villaggio nuragico di Matzanni (Villacidro). 4. Templi a pozzo di Matzanni (Villacidro). 5. Tempietto punico di Matzanni (Villacidro).

207

15. Monte Linas


Ad eccezione dei toponimi Nuraghi di
Togoro o Nuraxi de Togoro, a quota
868 s.l.m., riportati nella Carta dellIGM,
sia al 100:000 che in quella 25:000, non si
conoscono testimonianze archeologiche
allinterno del Monte Linas.
Questo dovuto certamente ad assenza
di ricerche sistematiche, rese difficili,
peraltro, dalla particolare asprezza del
Monte che non sembra avere favorito la
vita, documentata, invece, intensa ed articolata nel tempo soprattutto pi a Nord e a
Sud. Tuttavia, le ricchezze minerarie della
regione dovevavo essere sfruttate intensamente, se sul versante meridionale del
massiccio montuoso sono presenti il Tempio di Antas, a Sud-Ovest (a 541 ms.l.m.),
ed il santuario nuragico-punico di Matzanni, a Sud-Est e a circa 700 m s.l.m.
Il complesso di Antas fin troppo noto
anche al grande pubblico per ricordarlo in
questa sede, mentre vanno segnalati i
recenti scavi di G. Ugas che in prossimit
del Tempio hanno messo in luce inedite
tombe nuragiche a pozzetto, una delle
quali ha restituito, fra laltro, una significativa statuina in bronzo, nuda ed armata
di lancia.
Il complesso archeologico di Mazzanni,
scoperto da D. Lovisato sul finire del secolo, costituito da un villaggio nuragico, tre
templi a pozzo ed un tempietto punico.
Il santuario nuragico formato da una
dozzina di capanne circolari due delle
quali si staccano per le maggiori dimensioni e da ben tre pozzi sacri caso unico,
finora, di tre templi a pozzo costruiti in un
unico sito ad indicare la particolare
importanza che questa area doveva rivestire nel mondo nuragico, perdurata poi
anche in et punica.
Il pozzo A, posto a Nord del complesso,
formato da un atrio rettangolare, orientato a E-SE, non misurabile in lunghezza a
causa dellinterramento, ma largo m 2,50 e
con una altezza residua di m 1,50. La
scala, trapezoidale in pianta e con pareti
208

convergenti in alto per effetto del taglio


obliquo dei conci, crollata nella parte iniziale e tutti i gradini sono ricoperti dal
crollo (lunghezza di m 4,10; altezza m 2;
larghezza m 1,40/0,90). Questa scala non
conduce al centro esatto della cella, ma
risulta leggermente spostata verso Nord.
La tholos parzialmente crollata, ingombra di macerie ed invasa dallacqua, tanto
da far pensare allesistenza di un pozzo sul
piano pavimentale, come a Cuccuru Nuraxi o a Funtana Coberta di Ballao. Logiva
misura sul riempimento m 2,75 di diametro e m 3,60 di altezza. Lopera muraria
delledificio, poliedrica e subquadrata,
costituita da blocchi di scisto di piccole e
medie dimensioni sistemate in modo piuttosto irregolare.
A circa 50 metri a Sud dal Tempietto
sopra descritto, abbiamo il pozzo B, ora
quasi totalmente sepolto dalle macerie e in
apparenza meglio conservato del
precedente. Il vestibolo e la scala sono
interamente interrati: della scala si pu
vedere appena il solaio gradonato, mentre
attraverso una apertura circolare di circa
un metro praticata in passato dai pastori si
pu vedere linterno del pozzo, colmo di
pietre fin quasi allarchitrave della scala
stessa. La struttura muraria del tutto
simile alla costruzione precedente, cos
come uguale risulta lorientamento a
ESE.
Il terzo tempio a pozzo C, sfuggito al
Lovisato ed individuato in seguito dal Lilliu nel corso di un sopralluogo, si trova a
circa 300 metri dai primi due, con atrio a
5O.
Attualmente sono visibili il vestibolo
trapezoidale, strombato verso lingresso
(da 2,60 a 2,20), lungo m 3,20 e alto per
circa 2 metri. Lungo tutta la parete destra
corre un sedile, alto m 0,25 e largo m 0,30.
Il vano pavimentato con grandi lastroni
di scisto.
La scala, larga allinizio m 2,00 si
restringe leggermente nel tratto inferiore
dove misura m 1,40: laltezza fra il gradino pi basso e larchitrave risulta di m

3,50. 1 gradini, costituiti da grandi lastroni, sono 14 e misurano dai 20 ai 35 cm di


larghezza e dai 15 ai 20 cm di altezza. Il
solaio degli architravi gradonati che chiudeva la scala ne restano solo 3 non
parallelo alla scala ma sale molto pi ripidamente. Logiva crollata ed interrata
fino allarchitrave della scala; laltezza
residua sul riempimento di circa I metro
con 5 filari. Lopera muraria presenta pietre di maggiori dimensioni nel vestibolo e
nella scala, pi piccole e con numerose
zeppe nella camera.
A circa 250 metri ad Ovest del centro
nuragico, a 753 metri di quota, sorgono le
rovine di un tempietto semitico quasi totalmente demolito. Della costruzione
rettangolare restano oggi solo le fondamenta, non individuabili in tutto il loro
sviluppo a causa del crollo e dellinterramento. Intorno alla costruzione un gran
numero di massi perfettamente squadrati,
fra i quali si segnalano 15 elementi di cornice a gola egizia, di cui tre sono angolari.
Il lato Nord misura m 6,85 di lunghezza
residua, m 0,90 di spessore e m 1,25 di
altezza. Restano ancora in situ due filari
sul lato breve e tre su quello lungo, ove tra
il secondo ed il terzo filare vi una risega
interna di 30 cm. Il lato Ovest misura m
3,70 di lunghezza residua, m 0,75 di altezza e m 0,75 di spessore; restano in pratica
solo i due filari di fondazione. I muri sono
costruiti con blocchi rettangolari ben squadrati; solo il filare inferiore di base appare
pi rozzo.
Il Lovisato effettu un sondaggio di
scavo in un rialzo artificiale che sperava
celasse unaltra favissa cos, infatti,
D. LOVISATO, Una pagina su Villacidro, in Bullettino
della Societ Adriatica di Scienze Naturali, XX, Trieste,
1900
G. LILLIU, Nuovi templi della Sardegna nuragica, in
Studi Sardi, XIV-XV, 1958

Fig. 116. Barbetta da Mazzanni (Villermosa).

aveva interpretato gli edifici sacri nuragici


ma non raccolse altro che pochi cocci di
terra cotta grossolana del tempo dei nuraghi. Tuttavia, lo stesso studioso riusc a
recuperare un bronzetto figurato, meglio
noto come barbetta, ed una ciotola in
bronzo con dorature, unico eccezionale
sfavillio del prezioso metallo nella terra
sarda nuragica, avuti in dono dal Sindaco
di Villacidro e provenienti dallatrio del
pozzo A.
I tre templi a pozzo di Mazzanni sono in
pratica inediti, se si esclude la notizia del
Lovisato alla quale poi si sono sempre riferiti gli studiosi successivi; ed veramente
un peccato che di questo eccezionale complesso non esista neppure un puntuale rilevamento grafico e non si avverta lesigenza di una indagine stratigrafica e di una sua
valorizzazione.
G.LILLIU, Sculture della Sardegna nuragica, La Zattera, Cagliari 1967
G.LILLIu, La civilt dei Sardi dal Paleolitico allet dei
nuraghi, Torino 1988

209

16. Monti del Sulcis


Dalle falde del Monte Arcosu
provengono 7 statuine di bronzo che insieme ad 8 spade, una delle quali sormontata
da uno schema di cervo, furono rinvenute
sotto un sasso, nel giugno del 1849, dal
carpentiere Francesco Pani di Uta che si
era recato nel bosco a tagliare del legname.
La maggiore delle figurine posava a traverso sopra le otto spade.., e nel manto del
grande idolo stavano coricati gli altri sei,
tanto a sinistra che a destra, tre da una
parte, e tre dallaltra.
I reperti vennero affidati al parroco del

paese, Girolamo Marras, che si affrett a


consegnarli allo Spano cui si devono la prima notizia e lillustrazione grafica di questi
ex-voto che diventeranno fra i bronzi figurati pi significativi della Sardegna nuragica. Purtroppo, al momento del rinvenimento giacevano solamente coperti di terra,
privi, cio, del contesto originario, estrapolati probabilmente, come gi aveva intuito
lo stesso Spano, da un tempietto nuragico
probabilmente un pozzo sacro dal quale
erano stati trafugati per essere poi nascosti,
forse in attesa di poterli vendere.
Fig. 117. Il Capotrib da Monte Arcosu, Uta.

Fig. 118. Carta archeologica dei Monti del Sulcis.


1. Ripostiglio di bronzi figurati da Monte Arcosu (Uta). 2. Nuraghe Arcu De Mesu (Santadi). 3. Nuraghe De Ganciu
(Pula). 4. Nuraghe Perda Mulas (Domus De Maria). 5. Nuraghe Perdubeccu (Pula).

Appartengono a questo complesso


figurativo bronzetti molto noti, quali il
Capotrib il pi grande fra i bronzetti
conosciuti (cm 39) , i Lottatori e il
Fromboliere.
La presenza di materiali di cos alta
qualit artistica e forza concettuale fanno
pensare ad un importante centro di culto
nella regione e ad un fervore di vita che
sembra contraddire la quasi totale assenza
di testimonianze antiche nel territorio
appena quattro nuraghi riportati nella
Carta dellIGM! dovuta certamente a
carenza di ricerche.

G. LILLIU, Sculture della Sardegna nuragica, La Zattera, Cagliari 1967


G. SPANO, Lettera al Ch.mo Generale Alberto Della
Marmora, Cagliari 1851
O. SPANO, Antico larario sardo di Uta, in Bullettino
Archeologico Sardo, III, 1857

Fig. 119. Guerriero con spada ed arco da Monte Arcosu,


Uta.

212

1. In monte, in piano e in colle, in


Sardegna bene individuabile un periodo
dellanno in cui si celebrano e si godono
festivit che hanno sempre unito sacro e
profano in una forma particolare e tradizionale di uso del tempo libero. il periodo delle sagre estive. Pi in generale in
Sardegna si organizzano e si svolgono, tra
la primavera e lautunno, le feste maggiori
dei paesi e delle citt, patronali o meno. Di
questo grande complesso di festivit fanno
parte anche le sagre campestri, spesso
sagre sul monte, non di rado in luoghi
impervi e solitari. Queste feste popolari
oggi sono pi o meno toccate dalle innovazioni indotte dal turismo e dalla conseguente spettacolarizzazione delle festivit
tradizionali, che tocca specialmente sagre
e carnevali. Nella capitale dellisola la
sagra urbana-rurale di SantEfisio oggi,
dopo quella pasquale, la seconda prova
generale dello stato delle fortune turistiche
della Sardegna. Questa festa, non solo cittadina ma anche campestre e paesana sia
per i paesi che vi sfilano in rappresentanza
e sia per i paesi che il pellegrinaggio attraversa, pu considerarsi, ancora pi che nel
passato, il vero e proprio inizio urbano e
solenne del periodo delle sagre sarde tradizionali.
Il complesso di attivit che chiamiamo

turismo diventato la parte pi grande e


pi importante di ci che si definisce
tempo libero. Tempo libero che fino a un
paio di decenni addietro, non solo nelle
zone interne, era soprattutto tempo sacro,
sagra. Il turismo lha reso profano. Era
comunitario e collettivo, ed diventato
privato. Ma ancora non del tutto, almeno
per questo tipo di feste.
Tra la primavera inoltrata e il tardo autunno, dunque, si celebrano in Sardegna le
feste maggiori dei paesi e delle citt, patronali o meno. Se per lintera Sardegna potremmo
indicare
come
inizio
approssimativo del periodo delle sagre
estive, campestri o meno, proprio una festa
come quella di SantEfisio del primo di
maggio, per le zone interne, e in particolare per le aree montane, la festa di San Giovanni Battista il ventiquattro giugno, solstizio destate, che fa ciclo unico con quella di San Pietro e Paolo il 29 giugno, un
inizio pi preciso; e si potrebbero poi indicare come termine certe festivit della fine
di settembre e dei primi di Ottobre, quando tra laltro, fino a pochi anni fa e in qualche misura ancora oggi, chiudevano e reiniziavano le annate agropastorali, col rinnovo di contratti di affitto, di soccida, di
mezzadria. Al centro di questo periodo
delle sagre stanno le festivit di mezzo
215

Fig. 120. Il Monte Gonare sulla cui cima collocato uno


dei Santuari pi frequentati della Sardegna.

agosto, con lAssunta soprattutto,


cristianizzazione del ferragosto (le romane
feriae Augusti).
In tempi e in luoghi in cui anche
nellambito del divertimento e del tempo
libero ormai tutto si vende e tutto si compra, queste festivit tradizionali sarde,
soprattutto dei paesi, nonostante che sui
luoghi della festa troneggino spesso le
macchine del Luna park e della musica
elettronica, riescono a conservare non di
rado il loro antico carattere di bene comune, di valore duso.
Questo certamente ancora il caso di
non poche tra le pi note feste campestri,
anche nel caso di quelle pi note e frequentate come lArdia di Sedilo, il Rimedio con la Fiera di Santa Croce a Oristano,
San Salvatore di Cabras, San Francesco di
Lula, la Madonna di Gonare, il Redentore
a Nuoro sullOrtobene. Ma con la sagra
del Redentore a Nuoro siamo al limite
della nuova festa gi turistica di tipo citta216

dino, come il caso soprattutto della


Cavalcata Sarda di Sassari e, anche se
meno per il di pi di tradizionale che conserva, della sagra di SantEfisio a
Cagliari. Quando si allarga lo sguardo
fuori citt, si va verso linterno e anche
quando si sale di quota, si scopre subito
che non c paese o citt, in Sardegna, che
non abbia uno o pi santuari campestri,
che sono di regola frequentati solo per la
festa del santo che ne titolare, dunque
una volta allanno, non di rado due o anche
tre, con iterazioni di ottave. Ma anche per
quanto riguarda il capoluogo dellisola, il
santuario campestre di Cagliari oggi la
Nora di SantEfisio. A volte si tratta di santuari e di feste gestiti e condivisi da pi
paesi, per lo meno in passato, e in questo
caso, spesso, con strascichi di rivalit di
cui si conserva ricordo pi o meno vivo;
finch non si arriva a un accordo, come nel
caso della Madonna di Gonare, che gestita ad anni alterni dagli abitanti di Sarule e
di Orani. Il rapporto col centro abitato
vario, ma per lo pi il santuario campestre
avulso, spesso nella campagna pi

Fig. 121. Chiesetta di S. Basi/io tra la folta vegetazione


e i graniti nella montagna di S. Basi/io a OlIo/ai.

impervia, al limite del territorio della


comunit, sul monte, al confine di pi
salti.
Non di rado si tratta anche di santuari
che sono stati, in tempi pi o meno lontani,
chiese di comunit residenti, rimaste a
testimoniare pi o meno vagamente un
centro abbandonato dai suoi abitanti trasferitisi in altri centri anche lontani (CADINU, 1988). Questo spiega certi racconti di
rivalit tra paesi nel rivendicare un santuario. In questi casi si pu parlare di feste del
ritorno al luogo abbandonato, di cui si
voluto conservare almeno ledificio sacro.
Certo che i santuari campestri, che siano
i soli luoghi rimasti di antichi villaggi
abbandonati, sono pi comuni in piano che
in montagna, ma non sono rari neppure a
quote considerevoli (CADINU, 1988). Ma
si sa che i centri abbandonati dei piani e di
collina sono pi numerosi, anche per la
vicinanze alle coste cos lungamente
minacciate dalle incursioni barbaresche.

E come feste del ritorno e del ricordo


sono incominciate forse non poche delle
feste campestri sarde. Questi luoghi di
culto si caratterizzano comunque come di
due tipi: quelli con abitazioni connesse
(cumbessias o muristenes o novenrios) e
quelli senza.
Ambedue i tipi sono per disabitati
quando non vi si svolge la festa. La sagra
campestre in Sardegna prevede forme pi
o meno solenni e cerimoniali di pellegrinaggio. Anche il pellegrinaggio di SantEfisio uno di questi, e tra i pi importanti,
se non il pi importante, oggi, cos com
sicuramente il pi lungo (con quello della
Madonna di Gonare a 1083 m. tra Sarule e
Orani), sebbene la parte pi nota e turistica sia la sfilata in citt dei gruppi in costume provenienti dai villaggi di pianura e di
montantagna di tutta lisola. Di questi trasferimenti processionali sono tipiche le
cavalcate, con momenti pi o meno importanti di esibizione e di competizione, oggi
soprattutto di esibizione di una tradizione
pi o meno vera o presunta. Il dualismo
sardo paese-campagna, che si accentua poi
217

nel dualismo paese-montagna, sembra


dunque non tanto e non solo messo in questione, ma soprattutto messo in evidenza
dalla tradizione dei santuari campestri:
essi sottolineano la differenza tra abitato e
disabitato, tra domestico e selvatico, tra
colto e incolto, spesso tra contadino e
pastorale, e nel caso di SantEfisio tra citt
e campagna, proprio mentre lo annullano
provvisoriamente ed eccezionalmente per
la festa, che oltre a svolgersi in un tempo
diverso ed eccezionale, sacro, si svolge
anche in un luogo diverso ed eccezionale,
cio nel santuario isolato e solitario che
solo nei giorni di festa diventa luogo di
convegno affollato.
Le sagre tradizionali, in parte ancora oggi, erano dunque, a parte gli aspetti puramente religiosi e devozionali, un associarsi
e un organizzarsi per fornire anche quei
servizi che oggi diciamo del tempo libero e
del divertimento: momenti emergenti della
partizione lavorativa (lannata agropastorale) e religiosa (lanno liturgico) del tempo,
queste feste a ricorrenza annua si distinguono ancora in parte per la partecipazione
collettiva della popolazione. La gente vi
agisce secondo regole da tutti conosciute,
che tutti soprattutto in passato padroneggiavano, senza distinzioni significative di
ceto, di sesso e di et, se non per quanto
riguarda certi compiti specifici, per esempio i compiti riservati a uno dei due sessi, a
certe classi det, ai celibi o agli sposati.
Siccome oggi diventano sempre pi
occasioni di turismo festivo e religioso o di
turismo puro e semplice, non un caso che
le sasagre sarde pi note, da SantEfisio a
Cagliari alla Cavalcata Sarda di Sassari,
dal Redentore a Nuoro al Rimedio di Oristano e allArdia di Sedilo, contengano in
s tutti questi aspetti, dal tradizionale folkloristico al religioso genuino, con laspetto turisticospettacolare sempre pi in
primo piano. Molte altre per, specialmente quelle che si svolgono presso i santuari
siti in luoghi elevati, sono pi conservativi
e resistenti allinnovazione indotta dal
turismo religioso e vacanziero.
218

2. Per le attivit agricole, anche se


meno per quelle pastorali, lestate, a parte
il periodo intenso del raccolto, in particolare i mesi di agosto e di settembre, soprattutto in passato era un periodo di relativo
riposo, dopo il raccolto, dopo la transumanza, in buona stagione, con disponibilit di tempo e di risorse da dedicare ai riti e
ai divertimenti comuni nel paese e in campagna. in luglioagosto-settembre infatti
che si affolla la maggior parte delle feste a
ricorrenza annuale, campestri o meno, sebbene non poche di quelle campestri tendano a collocarsi agli estremi di questo periodo, nella tarda primavera e nel primo
autunno, cio a maggio e a settembre
quando non anche a ottobre.
Di festivit campestri, che si svolgono
in luoghi molto solitari e spesso elevati,
ricca la Sardegna centrale, lungo una
fascia che va da mare a mare, che ha come
linea mediana quella che va dal Golfo di
Oristano al Golfo di Orosei. Nel centro
montano dellisola, tra molte altre, sono
famose, tutte settembrine e molto frequentate, quelle di San Francesco di Lula, su un
costone del Monte Albo; quella di San
Cosimo a Mamoiada e soprattutto quella
della Madonna di Gonare. Se in Sardegna
individuabile un periodo delle sagre,
anche individuabile una zona abbastanza
precisa delle sagre campestri con novenari. Infatti soprattutto lungo questa fascia
centrale montagnosa che si celebrano le
sagre con soggiorni (novenas) presso santuari con casupole (MOSSA 1950, MORI
1952) per i pellegrini (dette cumhessias,
muristnes, novenrios, b/las, domos de
pellegrinos). Con o senza questi villaggi di
piccole abitazioni di novenanti, a volte
sono anchesse annoverabili tra le sagre
estive per il loro carattere comunitario a
misura del paese, come il caso dellArdia
di San Costantino (5-7 luglio). Sono feste
diverse sia da quelle del calendario liturgico ufficiale, come Natale e Pasqua, sia da
certe altre feste, come per esempio SantIsidoro, patrono dei contadini, quando in
quasi tutti i paesi si svolgeva una proces-

sione con gli animali da lavoro ornati, e si


trattava di una tipica festa di primavera (tra
il dieci e il venti maggio).
La caratteristica pi importante delle
sagre estive che, in linea di principio,
tutta la comunit del paese (o del rione cittadino o dellintera citt attraverso i suoi
gremi, corporazioni di mestieri e professioni), vi partecipa e vi contribuisce, di
solito quotandosi: si tratta di feste che,
incentrandosi e organizzandosi intorno a
una ricorrenza religiosa, hanno anche la
funzione preminente di essere occasioni di
divertimento comunitario. Per questo esiste, o soprattutto esisteva, un comitato
organizzatore (obreria), di solito rinnovato
ogni anno, scelto di solito tra i giovani, che
raramente possono farne parte una seconda volta, con alla testa un priore. Lorigine
catalana del termine o breria e lorigine
pisana del termine priore ci portano a notare che in genere in Sardegna, specialmente
per quanto riguarda la ritualit e luso cerimoniale del tempo libero, la comparazione
etnografica indirizza spesso, da una parte
verso Oriente, verso lItalia centrale e in
una direzione spazi-temporale bizantina
(San Costantino, che si celebra a Sedilo,
santo del menologio greco-bizantino), e
dallaltra parte verso Occidente, in direzione della Spagna di et medievale e moderna. Non poche feste, dalla Settimana Santa
allAssunta, hanno molti caratteri in comune con la Catalogna, poich queste somiglianze non valgono soltanto per le sagre
estive. Per le sagre estive, comunque, e per
quelle campestri in particolare, e ancora
pi in particolare per le feste presso santuari con casette per novenanti, ipotizzabile una maggiore sardit originaria, ed
una minore influenza di tradizioni religiose provenienti dallesterno, come il caso
dei bizantini, dei toscano-genovesi e degli
iberici; tanto che per molti di questi santuari si pu parlare di continuit plurimillellenaria, attraverso
un innesto e un sincretismo del paganesimo antico e del cristianesimo (PETTAZZONI, 1912; LILLIu, 1963).

A parte i riti chiesastici ufficiali, gli


aspetti pi notevoli delle sagre estive,
anche campestri, sono le forme di religiosit e di cerimonialit popolare parallele a
quelle canoniche, e i divertimenti pubblici
comuni, nel paese o nel santuario pi o
meno lontano. Non mancano di solito i
fuochi artificiali, le corse di cavalli, le gare
poetiche dimprovvisazione, spesso tutte
queste cose insieme. Parte notevole del
divertimento pubblico comunitario, anche
in passato, sono le danze e le gare poetiche, per le quali si suole edificare un palco
infrascato di verde e di fiori e ricco di
luminarie, su cui si installa il suonatore (un
tempo, nel meridione specialmente, suonatore di launeddas, la zampogna sarda senza
sacco, pi recentemente di fisarmonica) e
anche i cantadores, i poeti improvvisatori,
che non servono per le danze ma si ascoltano con attenzione e apprezzamento.
Oggi i giovani ballano anche al suono di
complessini leggeri o rock: la validit del
comitato orgazzatore si misura molto sulla
fama di suonatori e di cantanti ingaggiati.
Ma anche il ballo tondo sardo gode di rinnnovata popolarit. Ancora oggi luoghi
vicini al palco dei suonatori e dei poeti
improvvisatori, cuore della festa civile,
si riempiono di pardas, bancarelle di
dolci, bevande, cibi, giocattoli, oggetti dellartigianato tradizionale. Tipica di altri
tempi era la carapigna, sorbetto ottenuto
raffreddando limonata con neve conservata in buche, specialmente nel paese montano di Aritzo, per essere poi portata dappertutto nelle feste estive della Sardegna. Non
fosse che per questo, la funzione della
montagna nel tipicizzare le sagre sarde
risulterebbe notevole. Ma c anche dellaltro, per quanto riguarda la funzione
generale dei centri di montagna nelle feste
di tutta lisola. Tipiche ancora oggi sono le
bancarelle di torrone di Tonara. E dai paesi
montanari di Tonara, Aritzo, Sorgono,
Desulo, Gavoi e altri, si spargono ancora
per tutta la Sardegna gli ambulanti (cillonios) venditori di noci, nocciole, torrone, carapigna, oggetti casalinghi e agropa219

storali di legno, campanacci. Mentre invece da centri non montani che provengono gli oggetti tradizionali delle arti del
fuoco: da Isili arrivano ancora dappertutto,
per le sagre, oggetti di rame, e dai paesi
intorno a Oristano si irradiano i venditori
di terrecotte, che qui trovano il massimo
sardo di specializzazione.
3. Cercando di nominare i pi noti santuari campestri delle zone montane si rischia di fare troppe omissioni importanti,
soprattutto perch i criteri di valutazione
possono essere molto eterogenei. Non
bisogna infatti dimenticare che sono molto
rari i paesi sardi che non abbiano una loro
sagra campestre. Non sono pochi i paesi
anche piccoli che hanno due o tre santuari
campestri con relativa festa, con o senza
soggiorno di novenanti in cumbessias.
Basti per tutti lesempio di Ghilarza, che
ha tre sagre campestri con soggiorno di
novenanti: San Michele (8 maggio), San
Giovanni (24 giugno), Maria Ausiliatrice a
Trempu (8 settembre), San Serafino sul
monte omonimo di fronte alla valle del
Tirso oggi invaso dellOmodeo (ultima
domenica di ottobre); e non manca nemmeno la sagra campestre di luglio, quella
di San Palmerio. Per non citare anche il
casi di Bitti, che nella localit Babbu
Mannu conta ben cinque chiese campestri,
e inoltre presso la piccola frazione di
Gorofai si celebra (il 30 settembre) la festa
di Nostra Signora del Miracolo, sul poggio
omonimo con santuario, non meno
frequentato del santuario di sAnnossata,
in comune di Lod, sul margine settentrionale dellaltopiano di Bitti.
Pu succedere che oggi in questi casi
non si badi ai segni evidenti che queste
sagre sono prima di tutto feste di umilt
religiosa, di ringraziamento, dimpetrazione di grazia. Si tratta di luoghi di preghiera, di sacrifici ostentati nella fatica del pellegrinaggio, soprattutto in altri tempi di
devozione pi esteriore. Allora anche il
bandito trovava diritto dasilo nel santuario campestre durante la festa, luogo neu220

trale dove gli era consentito ritornare nella


comunit che gli era negata in tempi e in
luoghi normali. Si dice addiritura di santuari edificati da banditi perch scagionati
da false accuse. Ancora oggi selve di candele si accendono a simboleggiare gli
ardori devozionali.
Il sito dove si svolge una di queste
sagre pi note, San Costantantino di Sedilo, un luogo di pellegrinaggio, quindi
anche luogo despiazione, da diverse
migliaia danni, assai prima della battaglia
sul Ponte Milvio e assai prima che in Sardegna i Bizantini introducessero, pare, il
culto di San Costantino Magno. Non molto
diversamente nella preistoria altri fedeli ad
altri dei si muovevano ritualmente qui
dove un betile, il monolito detto Pedra de
Santu Antine, testimonia, presso il santuario odierno, di una sua sacralit ancestrale.
Non molto lontano da qui un altro santuario circondato da cumbessias, quello di
Santa Cristina di Paulilatino, mostra in
tutta evidenza, col suo vasto parco archeologico di nuraghi, tombe di giganti, pozzo
sacro e molto altro, una continuit millenaria come luogo di culto. Per San Costantino di Sedilo la tradizione orale popolare
vuole che il betile preistorico, evidente
divinit femminile, siano i resti pietrificati, a monito perenne, di una donna irriverente verso San Costantino: riconoscimento implicito di una cristianizzazione
successiva di precedenti riti pagani incentrati nel pellegrinaggio e nella
deambulazione processionale intorno al
simbolo della divinit venerata. La pietrificazione punitiva, in particolare del blasfemo, in tutta la Sardegna molto comune
nella narrativa edificante; anche lacciottolato che porta al santuario di San Costantino sarebbe fatto di confetti pietrificati dun
dolciaio irriverente verso lo stendardo del
santo.
I santi qui venerati sono, come tutti i
santi, intercessori di grazie e di favori. Lo
mostra la grande quantit di ex voto esposti in tutti questi santuari, che sono dunque
anche luoghi di cura e guarigione spesso

da millenni, cristianizzazioni di santuari


pagani per il culto dellacqua, dei monoliti, della vegetazione, specialmente nel
caso dei luoghi di novene con muristnes o
combessias, dove i pellegrini abitano in
casette apposite per una decina di giorni
(GALLINI, 1971). E soprattutto a proposito di questo tipo di pellegrinaggio e di
sogggiorno che alcuni studiosi (PETTAZZONI, 1912; ALZIATOR, 1957) hanno
parlato di sopravvivenze di riti di incubatio praticati in tempi pagani presso
tombe e santuari, e che consisteva nel passare la notte sdraiati sul luogo di culto. Oggi, come ex voto per grazia ricevuta, o anche per grazia da impetrare, specialmente
in caso di malattia, si usano soprattutto
parti anatomiche in cera o in argento, pi
raramente pitture o rappresentazioni di
altro genere.
Questultima usanza soprattutto di
ambito urbano, raramente montanaro.
Nei giorni di novena e specialmente nei
giorni di festa abbondano i luoghi di
ristoro effimeri: e c tutto, oggi, dalla vernaccia alla coca-cola. Ma se gli odori veri
della festa sacra sono quelli dei fiori e
della cera, gli odori della festa profana
sono degli arrosti di anguille, di muggini e
di porchetto, su fuoco di carbone o di
legna. Non c pi solo il torrone di Tonara e la carapinnia di Aritzo. Importante ,
come gi accennato, la fiera di oggetti dellartigianato sardo che servivano (oggi
molto meno) per i mestieri del pastore e
del contadino e per gli usi domestici: i
manufatti dei mestieri antichi del ferro e
del legno, della terracotta e dellintreccio.
Il pastore compra ancora qui i suoi campanacci, che provengono di solito dalle botteghe di fabbro di Tonara, compra i finimenti per il cavallo, per i quali eccellevano un tempo i sellai montanari di Santulussurgiu, compra i suoi coltelli a serramanico, e preferisce quelli famosi di Pattada o
di Santu Lussurgiu. Le donne si rifornivano (a volte ancora oggi) di brocche di terracotta, un tempo recipienti per la riserva
dacqua potabile di casa. In queste sagre si

trovano anche recipienti di vimini, di stoppie o di asfodelo, un tempo indispensabili


specialmente per fare la farina, il pane, i
dolci casarecci, e in altri tempi parte
importante del corredo della sposa. C
anche cibo profano per lo spirito: non sono
rare le bancarelle dove si vendono libretti
di paesia sarda, un modo collaudato per far
circolare componimenti vecchi e nuovi di
tipo tradizionale, apprezzati e letti ancora
da molti. Il cibo per si porta spesso da
casa, gi pronto. E lo si consuma allaperto, in compagnia di familiari, parenti,
amici. E se ti trovi solo a girare per i dintorni allora dei pasti, probabile un invito a far parte di qualche compagnia. A San
Francesco di Lulla obbligo che il priore
offra, a chiunque arriva al santuario, la
minestra di carne di pecora detta filindu.
Non sono complimenti, meglio accettare,
specialmente se sai di saper resistere o per
stomaco o per abilit di persuasione agli
inviti pressanti a fare, con cibi e bevande,
onore al santo e compagnia ai fedeli. Chi
compra i cibi cotti sul posto pu installarsi
allombra di baracche e di tendoni, e farsi
servire vino.
4. Tra vecchio e nuovo, se il vecchio
pu essere simbolizzato da sagre campestri come quelle della Madonna di Gonare,
la nuova sagra campestre che ha come
meta un luogo eminente pu essere emblematizzata in quella del Redentore sullOrtobene. Sebbene senza santuario, non solo
per i nuoresi il Monte Ortobene per
luogo di pellegrinaggio religioso a partire
almeno da quando, allinizio del secolo, il
grande Cristo di bronzo ne sormonta la
vetta. Certo il monte di Nuoro forse da
sempre il parco, il giardino e la villeggiatura dei nuoresi o almeno da quando
Nuoro una citt. La festa del Redentore
una circostanza eccezionale, quanto pu
esserlo una festa religiosa, strapaesana e
campestre, ma vissuta da una citt ancora
paese. Non ci sarebbe per molto di speciale nella festa del Redentore di Nuoro, se
tutto quanto non si svolgesse nella cornice
221

insolita di verde, nel bosco, nello sfondo


dei monti intorno, sotto il grande cielo dagosto dellOrtobene. Questa una sacra
rogazione nel verde estivo dei boschi,
invece che nel verde primaverile delle
messi e dei pascoli. Pi tardi a settembre
sul monte di Gonare uno scenario anche
pi solenne accoglier i fedeli delle Barbagie e oltre. Ma questa di Nuoro gi una
cristianizzazione della scampagnata fuori
porta, della villeggiatura al monte in
tempo di canicola. Solo una citt ancora
paese poteva iniziare e continuare cos una
sagra campestre collettiva. N santuari n
cumbessias o muristnes, sul monte del
Cristo di bronzo, ad accogliere chi viene
per la festa, ma solo il monte con uno dei
boschi pi belli e curati dei pochi rimasti
in questisola di pietra, a due passi dal
capoluogo della Sardegna montuosa e pastorale. La festa lunga dei novenanti di
Nuoro, infatti, San Francesco di Lula,
ancora molto tradizionale. Le vesti variopinte dei gruppi folkloristici che anche
quass vengono a esibirsi sono macchie
violente di colore, ma il grande panorama
e i riti centrali della festa religiosa rendono
tutto pi sobrio e meno esibitorio.
Il centro di tutto laltare di granito ai
piedi del gran Cristo, dove si celebra la
messa, una messa che potrebbe dirsi anche
ecologica, perch tutto si muove in una
cornice naturale che simpone sui riti e sul
fare e brulicare della gente tuttattorno alla
vetta. Nella mattina di fine agosto la cima
sormontata dal Cristo di bronzo il luogo
della festa nata col nascere di Nuoro alla
vita cittadina: da queste parti la pi giovane perch ha meno di ottantanni, ma
anche ormai la pi grande: in cos poco
tempo il Redentore ha conservato il vecchio e ha innovato il sacro e il profano
delle feste processionali e campestri della
tradizione. E una festa devozionale verso
un luogo di campagna, sul monte, come
tante altre dappertutto in Sardegna, ma
insieme diventata di recente una delle tre
sagre sarde pi note e frequentate dal turismo festaiolo. Per i nuoresi per il Reden222

tore continua a essere prima di tutto un


pellegrinaggio processionale al monte del
Cristo, per assistere alla messa e sfilare
lass in processione dietro a una statua
lignea del Redentore che in pi piccolo
identica a quella bronzea eretta quass
allinizio del secolo per celebrare i millenovecento anni dalla redenzione. Di primo
mattino i pi devoti in preghiera salgono a
piedi, partendo dal raduno presso la chiesa
della Solitudine, su per una scorciatoia nel
bosco sui fianchi del monte roccioso, fino
in cima, per assistere alla messa e poi sfilare in processione lungo lanello dasfalto
intorno al cocuzzolo sormontato dal Cristo.
Ecco perch quass si svolge la pi
cittadina delle sagre campestri di Sardegna, e la pi turistica delle feste pi rigorosamente canoniche, con nessuna manifestazione di religiosit popolare parallela a
quella ufficiale guidata dai ministri del
culto. Ed ecco qui anche la pi composta
delle sagre spettacolari, seppure con la
solita sfilata di gente nei costumi duna
tradizione ricomposta per servire anche da
richiamo per turisti e curiosi del colore
locale. La gente comune per non esibisce
quass niente di s come simbolo di vita
tradizionale popolare, se non la propria
devozione. E ci pare miglior testimonianza di quel passato che qui si vuole esprimere sfilando e cantando nei modi e nei
costumi rimessi a nuovo per la festa secondo abitudini recenti di spettacolare esibizione di s.
Ma non c spettacolo sullOrtobene
che la vinca su quello offerto dal monte,
mentre ribolle la canicola estiva in luoghi
pi bassi e pi secchi. Ed ecco che anche
qui, alla fine del celebrare, dello sfilare e
dellassistere, molti dei convenuti consumano il loro pasto da gita in campagna,
allombra dei grandi alberi, ma in luoghi
appositi, e senza i fuochi per i grandi arrosti tradizionali delle feste daltri luoghi:
certo anche per moderna piet della foresta
che unestate recente bruciata lasciando a
lungo tronchi mutili, tronchi cavi, tronchi

contorti e disperati tra le rocce di granito.


Oggi le grandi ferite si stanno rimarginando. Il bosco quass riesce ancora ad
avere la meglio sulle sventatezze umane. E
si respira ancora unaria buona: unaltra
aria, questa che faceva dire un tempo ai
nuoresi che quass si sale a prender aria.
Chiss se in futuro anche la religiosit
ufficiale e la devozione popolare non ritornino anchesse alla celebrazione pietosa
della natura: in forme nuove, certamente,
eppure insieme vecchie quanto luomo che
ha cominciato per la prima volta a riflette-

re sul suo essere parte della natura, e perci ha iniziato a celebrarne e a sacralizzarne utilit e bellezza, immaginandola animata da esseri coi suoi stessi sentimenti e i
suoi stessi bisogni. E si faccia quindi di
queste grandi scampagnate, in abiti antichi
o in pi comodi abiti del moderno andare
per boschi e per montagne, un nuovo Cantico delle Creature, la festa sarda dellecologia, dellamore protettivo per la natura,
che per ogni credente dono di Dio preliminare e non da meno di quello della
redenzione cristiana.

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RAFFAELE PErFAZZONI, La religione primitiva in
Sardegna, Piacenza, 1912.

223

I. Anche la Sardegna pi interna e montana molto cambiata negli ultimi tempi.


cambiata e sta cambiando una volta tanto
senza molto ritardo rispetto alle citt e alle
nuove coste turistizzate, se mai il ritardo
storico e culturale stato in altri tempi una
caratteristica dei sardi, e dei sardi di montagna in modo particolare, come conseguenza della geografia pi che della storia.
Questa terra nella sua interezza, anche
in alcune delle sue zone interne pi elevate e un tempo pi isolate, ormai, come
immagine, quasi per tutti dentro e fuori
dellisola, un luogo di vacanza, uno dei
paradisi dellestate. Mentre solo ieri era
ancora un premio andare via e vi si arrivava come in punizione (Angioni, 1990).
Non del tutto a torto era considerata prima
in questo modo negativo: a parte linsularit e le difficolt di accesso, certi mali
tipici dellEuropa mediterranea in Sardegna erano (e in parte ancora sono) pi
gravi e tipici che altrove: arretratezza,
analfabetismo, miseria, banditismo... Tutti
mali pi o meno tipici anche o soprattutto
delle zone interne montane. Di questi ed
altri mali, alcuni ormai sono solo un ricordo, come la malaria, la miseria generalizzata, il grave analfabetismo. Altri per,
come lechinococcosi e ci che genericamente si dice banditismo, specialmente per

le genti delle montagne centrali, restano un


impegno a che diventino presto
anchessi un ricordo. Anche ci che si
diceva fatalismo, dunque, sta per diventare
cosa del passato, a dimostrazione del fatto
che non si trattava di un retaggio della stirpe; cos come non sono retaggio della stirpe le forme di delinquenza agropastorale
pi tipiche dei paesi sardi di montagna,
diversamente da come a lungo e con supporti di falsa scienza stato sostenuto
autorevolmente dalla Scuola Positiva di
Diritto Penale tra Otto e Novecento. Questa scuola antropologica di derivazione
lombrosiana, infatti, individuava in Sardegna, ma anche altrove in Italia, una zona
delinquente che si faceva corrispondere
alle zone montane e pastorali del centro
dellisola (Niceforo, 1897; Da Re, 1978).
Si parlato spesso di catastrofe
antropologica, specialmente per la Sardegna
montana e pastorale (Pira, 1978), riferendosi alle mutazioni sopravvenute dallultimo
dopoguerra in poi. Il salto infatti stato
notevole, e si prodotto un mutamento mai
visto prima in tempi storici nellisola; mutamento vissuto, una volta tanto, in sintonia
col resto dellEuropa mediterranea, e per
aspetti non secondari in sintonia col resto
dellEuropa
pi
evoluta.
227

Fig. 122. Le attivit pastorali nelle montagne sono testimoniate da tempi antichissimi, legate alla presenza dei villaggi nuragici come quello di Gorropu nel Supramonte.

Non fosse che per questo, comprensibile e perfino ovvio che specialmente nella
Sardegna interna a volte si rimpiangano gli
aspetti di un passato finito da pochissimo
ma gi cos remoto: i tempi dellinfanzia di
chi oggi adulto o anziano sono distanti e
diversi come mai accaduto in passato.
Ma a proposito di atteggiamenti verso la
tradizione che scompare e la modernit che
sopraggiunge, non raro il giudizio manicheo: per cui il bene a volte pu essere
visto solo nella tradizione e il male nei
mutamenti gi consolidati o che si annunciano; oppure, viceversa, il male pu essere visto nella tradizione locale e il bene
solo in ci che ci viene da fuori; purch sia
un fuori nordoccidentale, e non quel tanto
dAfrica che arriva ormai anche nei paesi
un tempo pi isolati e impervii delle Barbagie e dellOgliastra. difficile negare che
ci siano buone ragioni per atteggiarsi sia
nelluno sia nellaltro modo, n c da
228

meravigliarsi che i due giudizi possano


convivere contradditoriamente nella mentalit collettiva dei sardi, specialmente dei
sardi dellinterno, che sono indubbiamente,
anche se non sempre, pi oggettivamente
conservativi, e che perci sono portati a
porsi con pi urganza il problema della
conservazione e del mutamento. Per lintera Sardegna, infatti, come per luoghi simili, si tratta di una trasformazione che non
poteva e non pu non essere e non continuare a essere contradditona e spesso dilacerante, e tanto pi contradditoria e dilacerante stata e continua a essere la mutazione dei modi di vita delle zone montane,
investite da modi e da aspirazioni di vita
pi difficilmente realizzabili che in altre
zone pi accessibili dallindustrializzazione o dalle infrastrutture turistiche balneari,
e comunque meno isolate.
2. Il fatto che le zone montane sarde,
pur essendo molto mutate di recente,
continuano a essere fortemente quelle di
un tempo, e cio pastorali. anzi un aspetto della loro mutazione il fatto che sono

diventate sempre pi pastorali, sempre pi


dedite alla monocultare ovina pi o meno
brada. Si tratta in questo caso di una tendenza che venuta realizzandosi massicciamente da un secolo a questa parte, cio
a partire dallindustrializzazione della
caseificazione, per opera di casari laziali e
abruzzesi, e con la produzione in Sardegna
del pecorino romano, che entra nel mercato mondiale conservando sempre e ancora
oggi prezzi buoni e che perci incoraggiano la prosecuzione e lespansione dellattivit pastorale ovina.
Forse, soprattutto come conseguenza di
questa spinta allaumento della produzione
del latte per la produzione del pecorino
sardoromano, la montagna sarda ha visto
perdere man mano la funzione di alcune
altre attivit non pastorali un tempo presenti e a volte anche fiorenti e importanti,
come la cerealicoltura, la viticoltura, lorticoltura, larboricoltura, lartigianato del
legno. E ci andato a tutto vantaggio
della pastorizia sempre pi monoculturale
(Angioni, 1989). difficile dire quanto ci
equivalga a una progressiva e massiccia
degradazione ecologica e anche antropica
della montagna, ma indubbio che, man
mano che si risale indietro nel tempo, le
attivit dei sardi di montagna si mostrano
pi diversificate, per quanto riguarda lo
sfruttamento coordinato delle risorse del
territorio, sebbene in montagna sia da presumere che la pastorizia soprattutto ovina,
ma anche caprina, bovina e suina, siano
state da sempre attivit importanti e pi
o meno prevalenti.
Sebbene non nelle forme specializzate e
massicce della pianura e della collina, in
particolare vigeva anche in montagna una
forma di sfruttamento coordinato del suolo
che contemperava le esigenze della pastoriza con quelle di una pi o meno povera
cerealicoltultura e/o arboricoltura (Meloni,
1984); e che, specialmente nella montagna
pi alta, contemperava luso del territorio
come pascolo con forme anche molto intensive di orticoltura, come il caso dei territori di Desulo e di Fonni (Caltagirone, 1988).

In territori come quelli dei comuni di Desulo, Fonni, Gavoi, Tonara e altri del massiccio del Gennargentu, lorticoltura stagionale
aveva una sua notevole importanza economica e sociale, tanto pi che si trattava per lo
pi di unattivit, di un compito prettamente
femminile. A questo proposito significativo notare che i terreni orticoli passavano in
eredit per linea femminile, mentre il gregge passava in eredit per linea maschile
(Murru Corriga, 1988). Oggi, di queste zone
un tempo fittamente coltivate a orto, pi o
meno distanti dagli abitati soprattutto in
ragione della presenza di fonti o di corsi
dacqua, oltre che in ragione dalla qualit
del terreno, non resta molto di pi che il
ricordo e qualche traccia nella toponomastica locale (Caltagirone 1988).
Il paese pi grosso della montagna
sarda, Nuoro, capoluogo della Sardegna
pastorale, fino a pochi decenni addietro
mostrava in modo chiaro nella sua struttura urbanistica, tripartita in rione borghese
signorile, rione pastorale e rione contadino, la convivenza delle due principali attivit dei sardi anche di montagna, cio
della pastorizia e dellagricoltura. Si trattava di una convivenza con specificazioni
locali tipiche, sebbene non esclusive di
Nuoro, che si componeva socialmente e
urbanisticamente di una borghesia impiegatizia e proprietaria terriera e armentizia,
di una contadinanza quasi diseredata e del
ceto dei pastori di San Pietro in posizione
egemone e di maggior prestigio rispetto ai
contadini del rione di Seuna.
Struttura sociale analoga, sebbene non
altrettanto urbanisticamente riconoscibile,
possiamo trovare a Fonni, che presentava
fino a pochi anni addietro una sua distinzione tripartita tra un piccolo ceto signorile, i sennores, possessore della maggior
parte delle terre e del bestiame, e il ceto dei
brat hallos, comprendente pastori (pastores) e contadini (mathargios) pi o meno
direttamente dipendenti dai sennores
(Murru Corriga, 1988).
Se la pastorizia prevalentemente brada
era ed sempre pi caratteristica e
229

specializzazione della montagna, la montagna sarda era anche, un tempo non pi lontano di una quarantina danni, fornitrice per
lintera isola dei frutti e dei manufatti di
legno del castagno, del noce e del nocciolo,
per cui erano rinomati i centri di Desulo,
Tonara (da Tonara provengono ancora molti
dei campanacci per animali del gregge e
della mandria), Aritzo, Gavoi e alcuni altri.
Di queste specializzazioni arboricole e artigianali del legno resta ormai poco, come
ovvio, se non labitudine al commercio
ambulante del torrone e di altri prodotti non
locali per fiere e sagre di tutta lisola.
Trattando di fiere si gi accennato a
un altro prodotto tipico della montagna, la
neve per i sorbetti, per la carapigna.
Specialmente nel territorio di Aritzo si
conservava la neve in buche e in altri
depositi (domos de sa nie o neveras) e
veniva usata poi destate per la confezione
di questi sorbetti, per lo pi a base di acqua
ghiacciata, di zucchero e di limone. Risulta tra laltro che ad Aritzo tre sardi intraprendenti nel 1636 ottennero la concessione per limmagazzinamento e il commercio di questa neve conservata in profonde buche (Boscolo, Bulferetti, Del
Piano 1962, 23-23).
Finite ormai del tutto le attivit tradizionali dei carbonai (indigeni e toscani in particolare), che nei boschi di montagna hanno
trovato dappertutto, dalla Gallura al Sulcis,
i contesti ecologici pi adatti alla loro attivit, ancora oggi la montagna, anche in Sardegna, , o stata fino a pochissimi anni addietro, il luogo pi proprio di attivit preagricole e prepastorali residue, come la caccia, luccellagione e la raccolta di frutti vegetali e di piccoli animali selvatici. La caccia grossa al cinghiale (Padiglione, 1989),
al cervo e al muflone, stata in Sardegna, in
tempi storici, attivit quasi esclusivamente
montana e, fatte salve le migliori cognizioni specialistiche dei cacciatori, di tutta la
montagna sarda. Ma anche luccellagione
stata (ed ancora sotto forma di bracconaggio pi o meno tollerato) attivit di conoscitori della montagna. Luccellagione per la
230

preparazione delle grive (pillonis de tccula) stata a lungo un mestiere specialistico


di uccellatori che operavano in maniera
organizzata e sistematica, in particolare
sulle montagne del Sulcis (monti di Capoterra in particolare), dei Sette Fratelli e del
Monte Arci.
Per questo tipo di cattura, tipicamente
montanara, con trappole e con insidie, si
sfruttava stagionalmente il passo degli uccelli migratori che amano il pascolo di
montagna, specialmente dei tordi. Questa
attivit prevalentemente montanara riforniva i centri di Cagliari e di Oristano di
una merce rinomata proprio in quanto proveniente da quelle montagne dei dintorni
(Murru Corriga, 1880, 1982, 1984).
La avanzante e pervasiva monocultura
pastorale oggi per cancella sempre pi le
tracce di un paesaggio prima polimorfo, agricolo, arboricolo, orticolo e pastorale insieme, pi adatto un tempo a produrre
quasi tutto ci che occorre allautosussistenza (Angioni e Sanna, 1988). La precariet della pastorizia di montagna infatti,
pi strutturale naturale, ecologica. Il pastore delle zone montane pi solitario e
minacciato dalle dure condizioni ambientali e climatiche, ed costretto a spostamenti pi disagevoli e a pi lunghe e complicate transumanze per evitare i freddi invernali delle zone pi alte ed esposte. Nomadismo o seminomadismo e transumanza delle
greggi sono state, infatti, e ancora in grande misura sono le forme pi efficaci, ma
sempre precarie e disagevoli, di ovviare
alle variazioni stagionali, ai capricci del
clima, alla fame perenne di pascoli dei
pastori specialmente di montagna. I quali
hanno praticato fino a poco tempo fa, massicciamente, una sorta di transumanza inversa, dal monte al piano e alla marina, per
sfuggire ai freddi invernali, da novembre a
maggio, abbandonando casa e paese allintraprendenza economica e sociale delle
donne. Per questa loro attitudine al movimento, oggi pi di ieri, i sardi di montagna,
venditori ambulanti o pastori sempre in
cerca di pascoli, sono quelli pi presenti

Fig. 123. 11 tacco calcareo del


texile, simbolo di Aritzo, in
Barbagia.

dappertutto in forme stabili o provvisorie,


ormai non pi solo in tutta lisola, ma
anche nellItalia continentale.
3. Le zone pi alte in Sardegna presentano, pi che altrove mediamente nellEuropa mediterranea, le classiche opposizioni
tra rurale e urbano, tra comunitario e individuale, tra contadini e pastori. Certamente
da ridimensionare la visione che di questa
rivalit millenaria tra contadini e pastori ha
per la Sardegna il geografo francese Maurice le Lannou, che spiega la maggior parte
degli istituti rurali sardi, e in particolare
larticolazione del territorio in vidazzone e

paberile, come una conseguenza di questa


strutturale rivalit (Le Lannou, 1941). Tuttavia basti ricordare, a questo proposito, il
problema del persistere, specialmente nei
territori di montagna, di grandi estensioni
di terreni pubblici comunali, pascolo o
bosco o ambedue. I supramontes di molti
comuni barbaricini e ogliastrini, mitici luoghi di latitanza, sono stati piuttosto, per
secoli e secoli, il luogo dove si sono esercitate le pi forti e strutturali rivalit tra i
ceti produttivi e non produttivi per luso e
il possesso, pubblico o privato, del pascolo
e del bosco, del legnatico e del ghiandatico,
dei luoghi di riparo e di abbeverata.
231

Ma ci che pi caratterizza dovunque la


montagna sarda dal punto di vista antropico la bassa densit della presenza umana.
Questa antropizzazione molto debole, con
la sua presa labile sul territorio, percorso
pi che trasformato, non pu non spiegare
in qualche misura anche certe caratteristiche dei modi di vivere, che costringono a
un atteggiamento di tipo ba/ente verso il
mondo fisico e verso il mondo sociale
interno ed esterno al proprio villaggio.
Sempre che non si esageri nello spiegare in
base al determinismo ambientale usi,
costumi e mentalit.
In montagna comunque anche in Sardegna pi netta la divaricazione tra luoghi
dellabitare e luoghi del lavorare, tra bidda
e sartu o monte, e in ci la povert e la precariet dei percorsi (strade, ponti, passi,
guadi) ha avuto e ha la sua importanza nel
rendere pi dura che in piano e in collina
la vita dei molti pastori, dei pochi contadini, dei pochissimi boscaioli.
La pochezza e la precariet stagionale
dei percorsi spiega pure la scarsa integrazione economica e sociale dei villaggi
anche limitrofi, votati per molti dei secoli
passati a un isolamento che ha costretto a
organizzarsi nel senso dellautosussistenza, con un particolare e localmente vario
uso sagace della scarsit e della precariet
delle risorse, per altro mal distribuite tra
gli abitanti dei villaggi tra benestanti e
lavoratori dipendenti.
4. La struttura insediativa della montagna sarda, nonostante i cambiamenti
recenti, rimasta quella tradizionale. Si
osserva ancora una grande concentrazione
in villaggi compatti, con scarse o nulle abitazioni o altri edifici non effimeri in campagna. In ci niente di peculiare rispetto
al resto dellisola, dove prevale nettamente un habitat accentrato in villaggi tra loro
anche molto distanti e in altri tempi con
scarsi rapporti reciproci.
Lendogamia di villaggio stata una
caratteristica molto forte della montagna
sarda. Per quanto riguarda laccentramen232

to insediativo, c per sicuramente leccezione delle zone costiere della Gallura


degli stazzi, della Nurra dei cules e del
Sulcis dei medus, dove il reinsediamento
recente si organizzato in forme sparse.
Pi che altrove nellisola, nella montagna
e negli altipiani pastorali, a parte il reticolo dei muretti a secco, i manufatti permanenti sono molto rari, e non sono
nemmeno molto numerosi i rifugi effimeri
del pastore (barraccas, pinnettos).
Ledilizia abitativa dei paesi sardi di
montagna presenta novit e continuit contradditorie. , per esempio, una sua caratteristica il non finito, spesso anche quando si
tratta di case pretenziose proiettate verso
lesterno a fu di strada, senza lo/la e senza
corte e con laspetto di palazzotto comodo
e anche civettuolo in forme estranee alle
tradizioni locali, con accessori come il
ferro battuto ai balconi e il bugnato in facciata. Anche nei paesi oggi pi che mai
prettamente pastorali, come Fonni o Gavoi
o Desub o Villagrande, il nuovo, rispetto
alle domos antigas, cio rispetto alle case
elementari senza o con scarsi annessi rustici, soprattutto la casa detta a palathiu, che
tende a svilupparsi in altezza.
Alcune ragioni per spiegare questo non
finito si potrebbero trovare nelle tradizioni
edilizie e abitative della montagna. Ma in
questo anche la montagna, a parte la
tendenza pi evidente allo sviluppo in altezza, non risulta molto dissimile dai centri di
collina e di pianura con tradizioni cerealicole e caratterizzate dalle grandi case-fattorie
dentro il paese, specialmente nel meridione
dellisola (Baldacci, 1952). Ci si potrebbe
soffermare sulla cultura abitativa sarda in
generale, e quindi anche di motagna, che
apprezza (oggi forse quanto e pi di prima)
soprattutto la quantit della casa, anche
quando in essa una parte pi o meno grande
rimanga inutilizzata nella vita normale quotidiana. Per questo la casa sarda tradizionale di paese (e gli ibridi attuali) non mai
finita, ma pensata in modo che sia il pi
possibile aumentabile per giustapposizione
di locali e per sviluppo in altezza.

Nella montagna come nel piano, casa


ricca e bella ancora principalmente la
casa grande. E di conseguenza di solito non
ritenuta di gran valore una casa piccola.
Presenti tutti gli altri possibili valori riconosciuti per labitazione, il contadino e il
pastore sardo (e forse il sardo in genere)
non sar portato ad apprezzarli se tutto
quanto non si presenta come attributo di
una casa che devessere prima di tutto
grande (e soprattutto alta, in alcuni villaggi
della montagna pastorale come oggi Fonni
e Desulo). Enfasi del grande, da valutarsi
anche come conseguenza del fatto che in
gran parte dellisola le case migliori, le case ricche di paese, erano soprattutto case
grandi, a volte anche in montagna con
grandi cortili, grandi annessi come magazzini, depositi, laboratori, ambienti per animali da allevamento e da lavoro: case-fattoria di dimensioni diverse, fino allassenza totale della funzione di fattoria nei villaggi montani in pendio, dove il pastore
non rientra mai in paese col suo gregge.
Oggi in Sardegna, e specialmente sulla
montagna, dei modi delledilizia
tradizionale, dopo la catastrofe di questi
ultimi decenni, resta soprattutto la svalutazione ironica delle tradizioni edilizie e abitative, testimoni di una precariet e di una
miseria che per i pi ormai soltanto ricordo. Tutto si rigetta, meno questaspirazione residuale alla massima ampiezza della
casa, da accrescere poi nel tempo, man
mano che si pu, anche come forma dinvestimento del risparmio: il che ha come
conseguenza leterno non finito e il caos
urbanistico, tanto pi tenace quanto pi
non visto nella sua squallida bruttezza.
Bruttezza attenuata o ben compensata solo
in quei centri dove si conserva luso e il
gusto degli esterni con la pietra a vista.
La cosa da decenni sotto gli occhi di
tutti. Ma non la vedono sindaci, n membri
delle commissioni edilizie, n tecnici n
consulenti delle amministrazioni comunali. Sembra che, mentre ci si interessa, si
rivaluta e si esibisce tutto delle tradizioni
sarde specialmente delle zone montane (la

lingua, il canto, il vestito, la danza, il cibo,


la festa), non si abbia nessun riguardo per
i modi e le forme tradizionali dellabitare,
in nome di una modernizzazione in s
sacrosanta, ma che accetta quasi per istinto tutto dal di fuori e rigetta altrettanto
istintivamente i modi tradizionali: forse
soltanto perch pu ricordare tempi peggiori, degni solo di lamento e dironia.
Almeno per questo aspetto del mutamento edilizio e urbanistico, forse non
eccessivo parlare di catastrofe antropologica, rispetto a cui il rimpianto non forse
da lasciare soltanto a quel tipo di amatore
di cose antiche che anche nella montagna
sarda, come dappertutto, si considera
custode delle buone tradizioni locali, senza
le quali si crede che si cesserebbe di essere ci che si pensa si sia sempre stati.
5. Dunque peculiarit e persistenze
sulla montagna sarda contintinuano a
riscontrarsi, nel bene e nel male. Ancora
nel male, caratteristiche restano ancora
delle zone pastorali di montagna, e specialmente della montagna centrale, certe
forme di delinquenza, non tanto come
quantit, ma soprattutto come qualit:
faide, sequestro di persona, banditismo.
Tutto ci mostra il persistere di vecchi
guai, insieme a nuovi disagi sopravvenuti
con 1 industrializzazione e con tutto il
nuovo che ha travolto modi di vivere vecchi di millenni (Angioni, 1988 e 1990).
In Sardegna il cambiamento degli ultimi decenni stato spesso pensato tanto
travolgente da autorizzare il rimpianto per
tutto un mondo che sembrava scomparire
senza residui, con tutto il male (la miseria
materiale) ma anche con tutto il bene che
non mai assente in nessuna tradizione
culturale, in nessun modo di vita.
Ma la fine della miseria materiale per il
mondo pastorale non sisignifica ancora
fine di alcune forme contestuali di peculiarit e di miseria morale, che sembrano
avere la forza delle tradizioni, dei modi di
sentire millenari.
Come gi accennato, molto rimane
233

della vecchia struttura agro-pastorale


specialmente nelle Barbagie. E forse non
si sbaglia troppo quando si pensa che
anche per questo che la delinquenza antica
ancora l, legata a una struttura socioeconomica che lha generata in lungo volgere di millenni e che rimane ancora oggi
contestuale a un modo di vita che continua
fuori tempo: con schioppo e dinamite
invece della carta bollata e della vertenza
sindacale. Non forse tanto la fine di un
mondo che qui genera disagio: sembra
piuttosto il vecchio che rigenera le sue
vecchie violenze. Ma appunto per fenomeni come questo della violenza e della
criminalit agropastorale che lincontroscontro tra vecchio e nuovo in Sardegna
pone problemi di pi ardua decifrazione e
soluzione (Angioni, 1989).
E comunque, visto che ce n ancora
bisogno, ci sono almeno opere come quella di Antonio Pigliarti (Pigliaru, 1970),
dolorosamente vitale, frutto di una esperienza umana fondamentale (come scriveva Pigliaru a proposito del suo rapporto
di ricercatore coi suoi pastori), a ricordarci
anche, tra il molto altro, che la delinquen-

za sarda pastorale non suscita solo guai e


dolori, non spegne solo vite, ma accende
intelligenze e muove volont a compiere
loperazione forse pi utile: cercare di
capire, di spiegare, di porre sotto il lume
dellanalisi scientifica anche ci che ci
spinge sempre quasi solo a esercitare la
critica dei sentimenti, che certo indispensabile, ma diventa pi utile se si fa supporto affettivo di operazioni razionali.
Il frutto ancora oggi pi utile che si
ricava dagli studi come quelli di Pigliaru e
di altri (Caltagirone, 1989) sulla delinquenza sarda agropastorale, pi tipica
delle zone delle montagne del Centro,
che si tratta di mutare, soprattutto nel
senso della modernizzazione, un genere di
vita millenario che ha prodotto uomini
capaci di virt che risultano ancora troppo
spesso tragici difetti, in un mondo che
diciamo giustamente pi moderno in quanto aperto alle pacatezze e alle risorse di un
umanesimo che non ha bisogno di sentirsi
sempre e solamente allerta contro tutto e
contro tutti, come stato finora il destino
del pastore sardo (Angioni, 1989).

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1. Si soliti ritenere che i nomi di luogo


relativi alle montagne (oronimi) costituiscano, insieme a quelli concernenti i corsi
dacqua, i laghi e le sorgenti (idronimi), il
fondo pi conservativo della toponimia di
una regione.
Riferendosi alla situazione della Francia, un autorevole studioso di problemi
onomastici, A. Dauzat, ha potuto osservare, p. es., che sono questi nomi ad annoverare il maggior numero di radici pre-celtiche e ad affondare la loro origine nella
pi lontana preistoria linguistica IL...].
Sono essi principalmente i nomi dei
monti che hanno permesso dintraprendere le ricerche scientifiche sul
preindoeuropeo.
Ci che il linguista transalpino ha
affermato in relazione alla Francia pu
applicarsi anche alla Sardegna. Ma con
qualche necessaria precisazione.
Infatti, se si considerano i toponimi
afferenti al territorio comunale di un centro montano della Sardegna interna come
Orgosolo, la percentuale dei nomi attribuibili allo strato paleosardo, e formati con
elementi che non hanno riscontro nel lessico e nel sistema onomastico dei dialetti
sardi moderni, non si discosta molto dal
30% del numero complessivo delle denominazioni locali.

Invece, se si prende in esame linsieme


dei toponimi riscontrabili nel complesso
montuoso dei Sette Fratelli, nella Sardegna meridionale, cos chiamato per i sette
rilievi che lo contraddistinguono al pari
del monte Septem Fratres della Tingitana
antica in Africa settentrionale (oggi Djebel
Moussa o M. delle Scimmie), si troveranno soltanto pochissimi nomi ascrivibili
con sicurezza allo strato paleosardo, come
Baccu Tulinu (S. Vito), che ricorre anche
altrove in Sardegna: Nuraghe/Riu Tuliflu
(Aidomaggiore), M. Bau Tulino (Banari).
Ci significa che la conservazione della
toponomastica pi antica non
automaticamente associata alla montagna
in s, come oggetto fisico-geografico,
bens alla montagna come fattore disolamento e di separatezza per le comunit
umane viventi allinterno dei comprensori
territoriali delimitati dalla montagna stessa.
Pertanto, il monte dei Sette Fratelli
mantiene scarsissime vestigia della toponomastica paleosarda, perch la popolazione gravitante attorno a questarea,
assoggettata prima ai Punici e successivamente ai Romani, perse relativamente presto la propria lingua indigena.
Invece larea montana centro-orientale
ha conservato in misura cos rilevante tracce del sostrato linguistico preromano, per237

ch l si arroccarono le popolazioni protosarde che, fiere della propria indipendenza


e libert, contrastarono a lungo lavanzata
della colonizzazione punica e romana.
Lorganizzazione frammentaria di queste
genti in gruppi umani, il cui livello pi elevato di strutturazione sociale era il villaggio, se non ancora il grande clan familiare,
fece s che i relitti linguistici paleosardi di
questa regione montana siano concentrati
nella microtoponomastica, piuttosto che
nella denominazione dei grandi complessi
montagnosi o del monte quale entit unitaria. Inoltre, com naturale, tali relitti
riguardano i terreni o gli oggetti geografici
di interesse antropico, piuttosto che le cime
e quelle parti del rilievo difficilmente raggiungibili e sfruttabili dalluomo.
La conseguenza di questo stato di cose
che lassoluta maggioranza dei nomi dei
monti della Sardegna costituita da
denominazioni relativamente recenti, formate con elementi lessicali e onomastici
appartenenti al patrimonio dialettale sardo
neolatino, quale che sia la loro etimologia
prossima o lontana.
Sia nella scelta degli elementi lessicali
sia nella motivazione psicologico-semantica dei toponimi, le denominazioni dei
monti di 1000 o pi metri di altezza non si
differenziano per niente da quelle dei pi
modesti rilievi di poche centinaia di metri
di altitudine. Anzi, talvolta la conoscenza
del nome di una piccola collina di 200-300
m di altezza, cui in Sardegna spesso si
attribuisce egualmente la qualifica di
monte, utilissima per spiegare correttamente lanalogo oronimo relativo ad
una imponente massa montuosa.
Pertanto, avendo necessit di un corpus
omogeneo, ben individuato e statisticamente rappresentativo, la nostra analisi dei
nomi dei monti della Sardegna dovr prescindere dallaltimetria del rilievo, nella
delimitazione del materiale esaminato, e
riguarder quegli oronimi che nelle tavolette dellIGM (scala 1:25.000) e nei Quadri di Unione delle mappe catastali sono
preceduti dal termine generale M[onte].
238

Tale insieme racchiude in felice sintesi


tutti i tipi principali della toponomastica
montana.
Siccome le denominazioni oronimiche
dello strato sardo neolatino, formate per lo
pi con parole presenti nel lessico dei dialetti moderni, quale che sia la loro origine,
costituiscono la maggioranza schiacciante
dellinsieme complessivo degli oronimi
considerati, circoscriveremo ad esse la
nostra attenzione. Per motivi di spazio,
rinunceremo a trattare gli oronimi che si
appuntano alla flora, alla fauna e, tranne
qualche eccezione, alle attivit antropiche:
esclusione che ci rincresce, ma, in qualche
modo, compensata dal fatto che il presente volume contiene sezioni specifiche
dedicate ai realia concernenti questi argomenti.
Ciascun nome sar riportato nella
forma grafica in cui occorre nella cartografia e col riferimento al comune di appartenenza (se la superficie di un monte si
estende nel territorio di pi comuni e il suo
nome compare nelle carte relative dei singoli comuni, verr ripetuta lindicazione
del comune). Una concisa indicazione etimologica consentir il riscontro con il fondamentale Dizionario Etimologico Sardo
(abbrev. DES) di M. L. Wagner, nel quale
sono registrate le pi importanti varianti
fonetiche locali degli elementi lessicali di
volta in volta considerati.
2. Una importante categoria degli oronimi appartenenti allo strato sardo neolatino quella insorta in relazione alla forma
del monte.
Spesso la denominazione si riferisce al
profilo aguzzo del rilievo. Ci espresso
con un semplice aggettivo qualificativo,
che segue il termine generale Monte, : M.
Accutzu <ACUTIARE (Ballao, Burcei,
Guamaggiore, Monastir, San Vito, Seneghe, Serdiana, Serrenti), M. Agudu <
ACUTUS (Bosa, Modolo, Santulussurgiu,
Suni), M. Acuto (Banari, Berchidda).
Oppure, per metafora, con un sostantivo
che designa vari tipi di oggetti appuntiti:

spada, M. Ispada < SPATHA (Orotelli),


M. Spada (Fonni); stocco, M. Istoccu <
it. stocco (Ossi); corno, M. Corru
<CORNU (Arzachena, Iglesias), M. la
Corra (Sassari), M. Cornobecco (Tempio),
M. Corraxi (Sestu), da korrsgiu
<CORNU + ARIU, e, per quanto derivato
per mezzo di un suffisso non pi vitale nei
dialetti moderni (ma presente in altri toponimi, quale Punta Atzasi di Busachi), M.
Corrsi (Oliena); spina (che potr riferirsi anche alla vegetazione brulla del
monte), M. Spina < SPINA (Aggius, Bortigiadas, Carbonia, Narcao); naso, M.
Nasatu (Arzachena).
Gli oronimi basati su un sostantivo
significante palo, ramo possono alludere
anche al legname ricavato dai boschi montani: M. la Eltica pertica <PERTICA, che
anche unit di misura di superficie
(Calangianus), M. sErtigarzu (Bultei); M.
Nae ramo grosso< NAVE (Olmedo), M.
Nai (Iglesias, Muravera); M. Rattan da
rttu grosso ramo dalbero < BRACHIUM (Cossoine); M. Candela <
CANDELA (Luras, Ozieri); M. Candelatzu
legna da ardere (Guspini, Siliqua); M.
Antas da nta palo, puntello di legno
<ANTA(E) (Orroli).
Con mezzi lessicali analoghi formulata la nozione opposta di monte dalla cima
mozza o dal profilo arrotondato.
Un semplice aggettivo qualificativo o
un aggettivo verbale, talvolta al grado alterato, significante tondo: M. Tundu
<ROTUNDUS, RETUNDUS x it. tondo
(Alghero, Arzachena, Bitti, Calangianus,
Dorgali, Ittiri, Lod, S. Teodoro), M. Cuccuru Tundu (S. Antonio Ruinas), M. Tundoni (Aggius, anche cognome), M. Rotundu (Nurallao), M. Rotondo (Olbia, Onan);
smussato, ottuso: M. Angurdu < GURDUS (Serrenti); mozzo: M. Muzzone
(Olbia); raso (dal rilievo appiattito
oppure privo di vegetazione): M. Rasu
<RASUS (Berchidda, Bessude, Bono,
Bortigali, Bultei, Cabras, Cossoine, Isili,
Muros, Narbolia, Portotorres, Sanluri, Sassari, Tertenia, Ulassai), M. Raseddu

(Cabras); svettato: M. Scuccurau da


kkkuru cima di montagna (Paulilatino);
curvato, arcuato: M. Culvatu < CURVATUS (Calangianus), M. Corbau (Urzulei),
M. Arcau da arkai curvare <ARCU5
(Carbonia); dalla cima ribaltata, ruzzolata: M. Oltuladu da bortulare rotolare,
ruzzolare (Monti), M. su Biccu Oltadu
(Berchidda); coricato: M. Colcau (Baunei); caduto: M. Orrutu < RUERE
(Mamoiada), M. Ruttu (Onifai); abortito: M. Austidu <ABORTITUS (Torralba).
Oppure lidea di rotondit espressa
per il tramite di una metafora, che assimila il profilo del monte alla forma di vari
oggetti: luna, crescente lunare: M. Luna
(Escalaplano, Senorb), M. Luneddu
(Senorb);
raviolo
imbottito
(DEs,I,424): M. Culurgioni (Teulada,
anche cognome in sardo antico), M.
Culinzones (Villanova Monteleone), M.
Culurzu (Bortigali); gobba (DEs,II,60l):
M. su Zumhuru (Sassari), TV!. Zimborru
(Samatzai), M. Paligheddu (Tempio);
lombi di animale: M. Cumburu <
CUMULUS (Siliqua), M. de lu Cumaru
(Olbia); mammelle (DEs,II,48990): M.
Tittas (Samatzai). A Ulassai vi un M.
Tisiddu, denominato dallaggettivo tisIddu
gonfio (DEs,II,489) <TENSUS, che non
pu separarsi dal sost. tesIddu tenditori di
legno per tendere pelli fresche, ecc.
In ragione di qualche fenditura nella
cima, o altrove, il monte detto spaccato,
diviso in due (DEs,IT,248): M. su Sperru
(Perdaxius), M. Sperrato da sperrare fendere, spaccare (S. Teodoro); inciso verticalmente come le orecchie del bestiame:
M. Suppadu da suppda taglio verticale
alle orecchie del bestiame (Ploaghe);
filato: M. Filau (Domus de Maria);
spaccato: M. Zoccadu da tsokkare detto
di rumore fatto da qcs. che si spacca
(Monti); rotto, spezzato (DEs,I,540):
Montefratto < FRACTUS (Sennori). Il
profilo increspato d origine alloronimo
M. Crispu (Bosa); landamento tortuoso
del rilievo giustifica il toponimo M. Tortu
(Tertenia).
239

La particolare conformazione della


sommit del monte richiama limmagine
di qualche copricapo o acconciatura dei
capelli: cappello: M. Cappeddu (Capoterra, Guspini), M. Cappello (La Maddalena), M. Cappelladu (Luras); cappuccio:
M. Cuguddu < CUCULLUS (Villagrande
Strisaili); M. is Cugutzus < CUCUTIUM
(Teulada) (cfr. Scala sos Cucutos a Dorgali), M. Cugutale (Lod); fazzoletto per la
testa (DEs,II,l31): M. Mucadore (Galtell); cercine (DEs,II,480): M. TedIli
<TEGETILE (Ilbono); telo dorbace dei
pastori, che copre anche la testa: M.
Saccheddu (Luogosanto, Tempio, anche
cognome).
Altrimenti il rilievo del monte, risaltando nella pianura o nellaltopiano circostante, evoca lidea di vari recipienti e oggetti
convessi/concavi (ove si tratti di recipienti
per lacqua, si pu pensare anche a denominazioni insorte in riferimento a sorgenti): piccola hotte (DEs,I,304): M. Carradeddu, dal tosc. ant. car(r)atello (S. Nicol Gerrei); barile (DEs,I,169; 183): M.
Bariles (Ozieri); bottiglia (DEs,I,83): M.
sAmpulla
(Berchidda);
brocca
(DEs,I,227; 11,75): M. sas Broccas
(Oschiri), M. sa Mariga (Loceri, Santadi);
secchio di latta (DEs,I,290): M. Puali
(Viilacidro); calice: M. Calighe <
CALIX, ICE (Ardauli); zucca: M. Croccoriga (Iglesias), M. Cruccuriga <
CUCURBIT(U)LA (Nurallao); campana: M. sa Campana < CAMPANA
(Osilo); tamburo: M. Tamburu (Bortigiadas), M. Tambureddu (Luogosanto),
M. Tamburinu (Portotorres-Asinara); caldaia (ma pu riferirsi anche allattivit
casearia): M. Craddaxius < CALDARIUM
(Guasila); alveare (ma anche per la pratica dellapicultura): M. Casiddu < QUASILLUM (Calangianus), M. li Casiddi
(Arzachena), M. Casiddone (Ozieri).
Il rialzo del terreno con i relativi
avvallamenti pu essere paragonato anche
ad altri oggetti: culla (DEs,I,223): M.
Brassolu (S. Pietro di Pula); cassa granaria: M. Arcedda < ARCELLA (Sili240

qua); armadio (DES,I,113): M. Armariu


(Orgosolo); canestro: M. Canisteddu <
CANISTELLUM (Putifigari); altare: M.
Altare (Buddus, Thiesi) M. Artari (Iglesias); pulpito (DEs,II,523): M. Trona
(Calangianus); trono: M. Tronu (Aggius,
meno probabm. tuono, trattandosi di un
rilievo di m 654); graticcio di canne, in
cui si mette ad asciugare il formaggio: M.
Cannitzu < CANNICIUS (Paulilatino,
Solarussa); M. Cannizzeddu (Ballao);
graticola: M. Cardiga < CRATICULA
(Villaputzu); tavola (anche unit di superficie agraria), tavolato: M. Taulaxi derivato da tula <TABULA o direttamente da
TABULARIU (Sinnai), M. de sa Taula
(Buddus); macina granaria (o per la
presenza di cave, da cui si estraggono pietre per macine granarie): M. Mola <
MOLA (Palmas Arborea, Santulussurgiu),
M. Mola di dentro (Arzachena), M. Mo/as
(Asuni, Villacidro), M. Corem (Gonnesa), da kru de mla mola inferiore della
macina: M. li Macini (Luogosanto);
incudine: M. di lincudina (S. Teodoro);
treppiede: M. Trebini < TRIPES, EDE
(Esterzili).
3. Assai numerose, per quanto
riconducibili a pochi tipi lessicali, sono
anche le denominazioni oronimiche dello
strato sardo neolatino, che si appuntano
alle dimensioni del rilievo assolute o relative, queste ultime espresse frequentemente per mezzo di alterati diminutivi o accrescitivi.
Il monte descritto come lungo,
allungato: M. Longu (25 attestazioni);
grande (o maggiore), grosso: M. Mannu
<MAGNUS (16 attestazioni); M. Maiore, i
< MAJOR,ORE spesso nellaccezione di
grande, grosso (33 attestazioni); M.
Grossu <GROSSUS (Arzachena, Berchidda, Buddus, Tempio), M. Russu (Tempio), M. Russoni (Tempio), M. Gibarussa
(Giba); largo, ampio: M. Ladu, Latu
<LATUS (21 attestazioni); piccolo
(DEs,II,287): M. Pizzinnu (Baunei, Florinas, Giave, Loculi, Mores, Orgosolo, Sini-

scola, Thiesi), M. Picinu (Lotzorai), M.


Picciu (Neoneli, Ortacesus, Senorb, Villaurbana), M. Pizziu (Tratalias); M. Minore <MINOR, ORE spesso nellaccezione
di piccolo (Paulilatino, Ploaghe, Zerfaliu); M. Pitticcheddu (Carloforte); M.
Minudo < MINUTUS (Sassari).
Assai rare sono invece le denominazioni riferentisi specificamente allaltezza del
rilievo: alto: M. Alto (Siligo), M. Artu
<ALTUS (Siurgus Donigala), M. Cuccuralta (Aggius), M. Gibas Altas (Arbus); M.
Altura (Palau), M. Alturina (Calangianus),
M. Altasu (Monteleone Rocca Doria), M.
A/tara (Aggius); corto: M. Cultu
(Aggius).
4. Un cospicuo numero di oronimi trae
la sua denominazione dallelemento morfologiCo del colore, solitamente quello
delle rocce o del terreno.
Sotto questo rispetto il monte descritto in 33 casi come bianco: M. Arbu <
ALBUS, M. Arbeddu, M. Arvu, M. A/vu,
M. Albo. Questo antico aggettivo per
bianco quasi completamente scomparso dalla lingua comune sostituito dallitalianismo hinku, che attestato nelloronimia della Sardegna settentrionale: M.
Biancu, M. Biancone, M. Biancuzzu.
Ben 40 attestazioni conta il tipo M.
Nieddu <NIGELLUS, diminutivo di Niger
nero. Quasi altrettanti per lesattezza
39 sono gli oronimi derivati da <
RUBEUS rosso, nelle varianti dialettali
MR ubiu, M. A rruhiu, M. Orrubiu, M.
Ruju/Rugiu.
Il colore verde occorre una sola volta e
non come qualifica generale del monte,
bens delle pietre, nelloronimo M. Cantoni
I/de di 0silo, in cui laggettivo 1/de < VIRIDIs attribuito al sost. kantne grossa pietra (DEs,I,288). Questa singolare circostanza certamente da collegare col fatto
che in Sardegna sono pochi i rilievi coperti
da vegetazione sempreverde e l dove il
verde esiste spesso di tonalit scura,
soprattutto in contrasto con lambiente vicino, sicch esso viene assimilato al nero.

Una discreta frequenza ha invece il tipo


monte dorato in presenza di rocce con
pinti di ferro e sim.: M. Oro (Al dei Sardi,
Baunei, Ittiri, Osilo, Sassari, Sedini,
Usini), M. sIndorau (Martis), M. Conchioru (Capoterra). Fanno da contraltare
alcuni esempi del tipo oronimico monte
argentato, in cui di volta in volta la denominazione pu riferirsi al colore delle
rocce, alla presenza di cime innevate o
allesistenza di filoni argentiferi e sim.: M.
Argentu (Fluminimaggiore, Nurri), M.
Aglientu (Luogosanto), M. Gennargentu
(Buggerru) e Monti del Gennargentu (il
rilievo pi alto della Sardegna: gnna
<JENUA significa valico, passo).
Esempi sporadici sono quelli concernenti altri colori o altre nozioni aventi
qualche rapporto con il colore: candido:
M. Candidu (Serrenti); lucente: M.
Lughente (Oschiri); corallo: M.
Coral/mu (Dorgali); ruggine: M. Rugginosu (Sassari); nero, come la nicotina
della pipa: M. Tramentu <ATRAMENTUM (Ozieri); chiaro: M. Claro
(Cagliari); grigio: M. Canu < CANUS
(Arzachena, Tempio Pausania, anche
cognome); cenere (o per leffetto di qc.
incendio): M. di la Chiscina (Arzachena);
ferro (ma anche per la presenza di
rocce ferrose): M. e su Ferru (Seui), M.
Ferru (Gairo, Muravera, Seneghe); pulito: M. Limpidu <LIMPIDus (Ploaghe),
M. Limpiu (Escolca, Villamassargia), M.
Genna Limpia (Arbus); sporco: M. Bruttu (Fonni, Nughedu S. Nicol, Villagrande
Strisaili), M. Cagau < CACATUS (Bonorva).
5. Com naturale, tra i nomi dei monti
della Sardegna ben rappresentato il tipo
composto di un termine generale che
designa vari generi di rilievo: altopiano
di formazione dolomitica (DEs,II,458):
M. Taccu (S. Nicol Gerrei), M. Tacchixeddu (Tertenia); cono di aspetto dolomitico (DEs,II,495): M. Tonneri (Seui);
rilievo piatto a forma di sedia:
M. Sea < SEDIA (Villanova Monteleo241

ne); rilievo tabulare: M. Pranu < PLANUS (Irgoli, Tratalias), M. sa Pranedda


(Sarule), M. la Piana (Tempio), M. i Piani
(Sassari); M. Paris <PAR (Mamoiada), M.
Pariseddu (Palau), M. SOS Paris (Nulvi);
collina: M. Giba Acuzza <GIBBA (Siliqua), M. Giba Russa (Giba), M. Gibas
Alias (Arbus), M. Ihas Cronta (Villagrande Strisaili), M. sa Iba Lada (Perdasdefogu); rilievo sassoso (DEs,II,588): M.
Zeppara (Ales, Guspini), M. Zepparedda
(Tuili); altura poco elevata, isolata e di
piccole dimensioni: M. su Conca/i <
CONCHA (Teulada), M. sas Concazzas
(Luras).
Un particolare geomorfologico importante del rilievo quale la cima, chiamata
kikkuru e sim. (DEs,I,4 16), detta linsorgenza di un gran numero di oronimi: M.
Cuccuru (Irgoli), M. Cuccuru Tundu (S.
Antonio Ruinas), M. Cuccuruddu (Cheremule), M. Cuccuralta (Aggius), M. Cuccaru (Trinit dAgultu e Vignola), M. Cuccaru Mannu (Tempio), M. Cuccu (Barumini,
Gergei, Gonnosfanadiga, Ilbono, Loceri,
Siligo, Villanova Monteleone), M. Cuccu
Mannu (Fluminimaggiore), M. Cuccu
Marroccu (Carbonia), M. Cuccuaios (Mores), M. Cucculiri (Olbia), Cuccurili (S.
Teodoro), M. Cuccureuba (Guspini), M.
Cuccureddu (Sarule), M. Cuccheddu
(Fluminimaggiore). Apparterranno alla
stessa radice preromana dellappellativo
sardo moderno kkkuru anche: M. Cuccullai (Chiaramonti), M. Cuccullio (Nuoro),
M. Cuccunai (Lanusei), restando per
incerto se questultimo non sia da analizzare come Cuccu (de) nai < NAVE grosso
ramo (per cui vd. sopra).
Sempre alla cima si appuntano gli oronimi del tipo pIttu e sim. punta
(DEs,II,285): M. Pittu (Chiaramonti,
Ozieri, Villanova Monteleone), M. Pitzu
de rosa (Buggerru), M. Pizzigheddu (Baunei), M. Pizzuri (Ovodda), M. Pizzari
(Luogosanto), M. Pittigunni (Villanova
Monteleone). Quelli contenenti il lessema
punta e derivati: M. sa Punta Chentu Liras
(Mores), M. Punta Tepilora (Bitti), M.
242

Puntaccia (S. Francesco dAglientu), M.


Punareddu (Santa Teresa di Gallura), M.
Puntarone (Arzachena). Quelli con mrru
vetta Sommit< MURRU muso: M.
Murru is Luas (Carbonia), M. di Murrighili (Arzachena).
Quelli con korna roccia, korngiu
masso, vetta rocciosa di monte< CORONA (DEs,I,383): M. Corona (Bosa, Montresta, Guamaggiore, Guasila), M. Corona
Alva (Ozieri), M. Corona de Coivu (Osilo,
Ploaghe), M. Corona e Teula (Ossi), M.
Coronas Arrubias (Furtei, Segariu), M. sa
Corona Rutta (Un), M. Tres Coronas
(Ozieri); M. Corongiu (Arzana, Esterzili,
Ulassai, Villagrande Strisaili), M. Corongiarbu (Ruinas), M. Corongedda (Siurgus
Donigala); M. Curognu (Aggius, Arzachena).
La presenza di grossi macigni nella
vetta, o in posizione dominante e adatta
alla difesa, ha suggerito limmagine di un
castello: M. Crastu < CAsmuM (Nulvi,
Ozieri, Serrenti), M. Crastu Ala (Osilo),
M. Crastu Antulzu (Pozzomaggiore), M.
Crastu iradu (Codrongianus),M. CrastuMuradu (Osilo), M. Crastu Peltuntu
(Giave), M. Crastu Pistola (Bultei), M.
Crastu Ruju (Tula), M. su Crastulongu
(Nughedu S. Nicol), M. Intrecastros
(Nughedu S. Vittoria), M. Castroni (Capoterra); M. su Casteddu (Iglesias, S. Antioco), M. Casteddu (Alghero, Laconi,
Luogosanto, Perdasdefogu, Uta), M. is
Casteddus (Isili), M. sos Castelluzzos
(Putifigari), M. Castello (Arzachena,
Olbia), M. su Castedduzzu (Tula), M. Lu
Casteddu (Tempio), M. lu Castedduzzos
(Budoni), M. lu Castellacciu (Castelsardo).
Il termine krstu, spesso usato come
nome di nuraghi, ha assunto anche il significato di grossa pietra e questa accezione
pu giocare un ruolo pure negli oronimi
ora citati. Quanto ai vari M. Casteddu, per
cui vale in certa misura lo stesso discorso
ora fatto a proposito di krstu, essi rientrano allinterno di una tipologia onomastica
ben nota, in cui sinserisce luso di castel

con il valore semantico di poggio nelle


Alpi occidentali.
Il termine trre, i < TURRIS, che indica propriamente lemergenza di una torre,
pu avere in alcuni casi anche un significato orografico, riferendosi a rilievi scoscesi
e di forma tozza: M. Turn (Carbonia, Narcao, Sinnai, Tortol), M. Turriu (Siurgus
Donigala), M. sa Turn (Giba), M. sa Turresa (Pattada), M. la Turritta (Luras), M.
Torrione (Buddus).
I punti dominanti si prestano ad essere
utilizzati come posti di guardia e vigilanza,
gwrdia, (b)rdia e sim. (DEs,I,600): M.
sa Guardia (Domus de Maria), M. sa
Guardia Manna (Domus de Maria, Tertenia), M. sa Aldia (Berchidda, Olbia), M. di
lAldia (Luras, Tempio), M. Bardia (Dorgali), M. Gioiosa Guardia (Villamassargia).
Il nome del M. Guardia Moro (La
Maddalena) indica che queste postazioni
erano spesso destinate alla vigilanza contro i frequenti assalti dei pirati saraceni.
Una parete a picco, ovvero un posto di
vedetta da cui si pu dominare gran tratto
della campagna sottostante (cfr. il M. Tuttavista a Galtell), detta kntra,
(DEs,I,375); da questo appellativo hanno
origine alcuni oronimi: M. Contra (Bosa),
M. Contra e Ruda (Nughedu S. Nicol),
M. Contra Maiore (Nughedu S. Nicol),
M. Contra Palazzu (Olbia), M. Sa Contra
de sEbba (Berchidda), M. Iba Cronta
(Villagrande Strisaili). Inizialmente il termine, derivato dallavverbio kntra contro, era una designazione antitetica di un
luogo, in quanto dirimpettaio di un altro.
Successivamente esso ha assunto il significato di contrafforte, come nel Lazio il
sostantivo antera <ANTE davanti, che si
riferisce a rialzi rocciosi, ergentisi in
mezzo al terreno circostante.
Dalla presenza di formazioni rocciose
ad arco, ovvero di conche fra rilievi contigui e ripidi, designate col termine geomorfico rku, sono denominati alcuni monti
della Sardegna meridionale: M. Arcu
(Seui), M. Arcu Pirastu (Burcei), M. Arcu

sOlioni (Burcei), M. Arcuentu (Arbus,


Pimentel), M. Arcuenteddu (Arbus), M.
Arcosu (Uta), M. Arquer (Ussassai) da
Arcu e RI < Rivi, antico genitivo latino.
I vocaboli che indicano i fianchi della
montagna, ksta < COSTA e PALA
(DEs,II,208), entrano anchessi a far parte
di vari oronimi: M. Costa Millanu (Samatzai), M. sa Costa (Cossome), M. Pala
(Orani), M. Pala de Coldas (Nulvi), M.
Pala de Frassu (Aggius), M. Pala di Boiu
(Trinit dAgultu e Vignola), M. Pala Enistra (Osilo), M. Pala Galchera (Cuglieri),
M. Pala Urpinos (Bolotana), M. sa Pala
de sos Ladros (Ploaghe).
Un pendio piuttosto ripido, e che ha una
forma quasi di gradinata, si chiama iskla,
skla < SCALA: M. Scala Barra/is (Maracalagonis), M. Scala de Chessa (Ploaghe),
M. Scala de Malta (Chiaramonti), M.
Scala Piccada (Alghero), M. Scala Pedrosa (Al dei Sardi), M. Scalas (Burcei,
anche cognome). Probabilmente appartiene allo stesso ambito semantico anche loronimo di Bosa M. Pittada, se da confrontare col tipo laziale pettate ripida salita, pendio molto erto <PECTUS. Ma
potrebbe trattarsi anche di un derivato di
plttu cima. Dai precipizi montani pntimas e sim. (DEs,II,244) ha la sua origine il
toponimo M. PentInas (Bidoni).
Al lato della montagna, detto 6/a <
ALA, si riferisce la denominazione di alcuni rilievi: M. Ala (Cuglieri), M. Ala Carta
(Baunei), M. Alas (Ittiri), M. Ala Stria
(Seui), M. A/au (Lanusei).
La schiena del rilievo in campidanese
e gallurese ttsa < *AcIA lelemento
morfologico che ha dettato altre denominazioni oronimiche: M. Atza (Serrenti), M.
lAzza Ruja (Calangianus, Tempio).
Il crinale, srra < SERRA, in origine
cime montuose che si susseguono le une
dopo le altre e poi serie di colline di modesta altezza, lelemento morfologico focalizzato dagli oronimi: M. Serras (Ploaghe),
M. Serrone (Chiaramonti), M. Serra Carcina (Santadi), M. Serra Co/oras (Osilo),
M. Serra de A/mutu (Osilo), M. Serra de
243

Mesu (Olbia), M. Serra del Mare (Osilo),


M. Serra Listinchino (Nulvi), M. Serra
Longa (Villamassargia), M. Serra Sirbonis
(Nuxis), M. sa Serra (Olbia), M. Sarra
Luchio (Olbia), M. Lu Sarra/i (Tempio),
M. la Sarras (Arzachena, Luogosanto
Palau), M. Sarrale (Olbia).
Un altro gruppo di denominazioni
oronimiche si dichiara sulla base di sdda
avvallamento a foggia di sella, valico a
forma di insellatura< SELLA: M. Sedda e
Oes (Berchidda), M. Sedda Tiranna
(Nuxis, oralm. sa sdda e sa virnna), M.
Seddas (Assemini). Un altro gruppo per la
presenza di gnna, ginna valico, passaggio tra una catena e laltra di monti
<JENUA/JANUA: M. Genna Carboni
(Guspini), M. Genna e Ruxi (Arzana), M.
Genna Graitta (Tortoli: kraltta chiavetta,
perch apre il passaggio), M. Genna i Ois
(Esterzili), M. Genna Li/li (Esterzili), M.
GennaLimpia (Arbus), M. GennaLuas
(Iglesias), M. Genna Maria (Villanovaforru), M. Genna sa Casa (Guspini), M.
Genna Strinta (Siliqua), M. Genna Suergiu
(Fluminimaggiore), M. sa Genna de su
Cerbu (Uta), M. Gennargentu (Buggerru,
Villagrande Strisaili), M. Giannas (Sedini,
Villanova Monteleone), M. Giannas de
Sau (Ittiri). Un altro ancora sulla base
difrka valico montano pi o meno angusto< FURCA: M. Furca (Alghero,
Posada), M. Furcas (Siurgus Donigala,
Villaspeciosa), M. sa Furca (Anela, Arzana, Perfugas), M. Fulca (Budoni), M. sas
Fulcas (Oschiri), M. Fulcadu (Giave,
Monti, Sedini, Telti), M. sIfulcadu
(Mores), M. Fulcaggia (Tempio), M. sa
Urcada (Teti), M. Urcatu (Orosei). La stessa nozione espressa per mezzo
dellimmagine di una finestra: M. Finestrelle (Arzachena).
Alle gole strette ed incassate, con relativo sentiero, si d il nome di gtturu e
sim. <Gurru, che occorre anche in alcuni
oronimi: M. Gutturu Muru (Carbonia), M.
Uttari (Osilo), M. Uttaru Pisanu (Tempio),
M. sa Uttorina (Osilo).
La forra, il dirupo, la gola incavata fra
244

le montagne, nellarea barbaricina e


meridionale, detta anche hkku (DEs,I,
164) e da qui viene la denominazione del
M. Baccu Scardu (Sinnai). Il burrone
altrimenti designato con i terminiforada
(DEs,I,532) efssa <FosSA, i cui riflessi
oronimici sono: M. Forada e Lettus (S.
Vito), M. de sa Fossa (Teulada) e M. sa
Fossateula (Teulada). A questarea semantica appartengono il toponimo M. Callancheo (Bosa), se contiene una voce di
origine preindoeuropea confrontabile con
lit. calanco, e gli oronimi M. Varangoni
(Arzachena), M. Barranconi (Tempio), che
non possono separarsi dalla famiglia lessicale preromana dello spagn. barranco burrone, ital. dial. varrnku ecc. id., mentre
nel caso del M. Barranc di Alghero si ha a
che fare direttamente con il cat. barranc
burrone, dirupo.
Lavvallamento pi ampio si chiama,
invece, bdde, i < VALLIS e anche questo
nome non manca nei nostri oronimi: M.
Badde Aldosa (Borutta), M. Badde Chercu
(Ozieri, Pattada), M. Badde Fae (Bosa),
M. Badde Manna (Bortigali), M. Baddedu
(Villanova Monteleone). Dal fondovalle
prende nome il M. Fundore <FUNDUS di
Tula.
Allesistenza di un traforo naturale
rimandano altri nomi di monti caratterizzati dagli elementi lessicali pertntu, pertisu forato < PERTUSUS, stampu bucato: M. Pertuntu (Carbonia, Iglesias,
Mamoiada, Orgosolo), M. Pertusu, (Chiaramonti, Ploaghe) M. su Pirtusu (Codrongianus), M. Pertuseddu (Olbia), M. Pedra
Pertusa (Bonorva), M. Stampau (Ulassai).
Mentre lesistenza di rocce vulcaniche, segnate da numerosi fori, che fanno pensare
a degli occhi (ggiu <OcLu) o a degli
orecchi (origa < AURICLA), indiziata
dagli oronimi M. sos Oggios (Cuglieri), M.
Oghiazzanu (Genoni), quasi che occhieggia, M. Ucchiatedda (Calangianus), M.
Origas (Villamar).
Si tratta, invece, di vere e proprie voragini e profonde screpolature del terreno,
nirras (DEs,II, 177), nel caso del M. Nur-

res (Siniscola), laddove al contrario loronimo M. Nurra di Nughedu S. Nicol, Sassari presenter nrra nel significato complementare e opposto di mucchio di
sassi.
Le grotte e le cavit naturali
(plcia,pscia <*SpEcLA) che li contraddistinguono danno il nome al M. Pelciosu
(Monti), al M. sa Pescia (Siligo) e al M.
Breccas (Donori), come pure al M. Nizzu
(Torp), da nIttsu nicchi (DEs,II,166) e
al M. Gruttas (Tertenia, Villaputzu). Invece gli oronimi M. Toveddu (Luras), M. sa
Tuvedda (Al dei Sardi), M. Tuvonan
(Cuglieri) e M. Tuvulu Majori (Arzachena) continueranno, come derivati, tvu
cavit, burrone (DEs,II,539), se non
anche tvulu sughero non atto ad essere
lavorato e tvu macchia, prunaio
(DEs,II,540).
In alcuni casi le pareti del rilievo
presentano laspetto di un muro, di un
bastione, o il monte stesso conserva tracce
di qualche costruzione antica: M. Muradu
(Bortigali, Bosa), M. Murale (Pozzomaggiore), M. Muros (Cargeghe, Osilo, Ossi,
Sennori), M. Muratto (S. Nicol Gerrei),
M. su Bestione (Monteleone Roccadoria).
6. Innumerevoli sono i nomi dei monti
composti con la parola per pietra
(ptra,pdra, prda < PETRA) ed i suoi
derivati. Nellimpossibilit di elencarli
tutti, ci limitiamo a tratteggiarne la tipologia denominativa.
Mentre il tipo di base M. sa Perda
piuttosto sporadico (Guspini, S. Anna
Arresi), la denominazione oronimica precisa solitamente, con un aggettivo attributivo o con una specificazione, la qualit e
la natura della pietra: lunghezza: M.
Pedra Longa; ampiezza: M. Perda
Lada; grandezza: M. Pedra Majore;
colore: M. sa Perdarba, M. sa Perda
Bianca, M. Pedra Niedda, M. Pedra Ruja;
posizione: M. Pedra Fitta < FICTA
(cio conficcata nel terreno, come i menhirs), M. Pedra Cassa (cio, disposta a
dolmen); presenza di fori: M. Pedra Pertusa; forma: M. Pedra e Quaddu (kwd-

du <CABALLUS); natura e consistenza:


M. Perda Carcina (adatta per la produzione
della calce), M. Pedrasdefogu (pietra
focaia); animali che vi stazionano: M.
Pedrabile (bbile aquila); eventi vari:
M. Pedra Morta.
Tra i derivati, per lo pi di valore collettivo, si segnalano: M. Pedrosu, M.
Pedroseddu, M. Perdaia, M. Perdedu, M.
Perdera, M. Perdiaxius, M. Petridino, M.
Petraccio.
Mentre nei dialetti moderni kte, kde,
kdi < Cos, COTE significa cote, in
sardo antico il vocabolo aveva il valore di
ciottolo, pietra, che si mantenuto in
alcune parlate e nella toponomastica: M.
Codi (Ulassai), M. Codes (Sindia), probm.
M. dAccoddi (Sassari). Un suo derivato
kodIna roccia, macigno figura egualmente tra gli oronimi: M. Codina (Santadi), M.
Cudina (Pozzomaggiore), M. Codinalva
(Ozieri).
Un tipo di granito a grana grossa e friabile, da cui si ricava sabbione, detto
sssu < SAXUM o it. Da esso denominato il M. Sassu (Chiaramonti) e M. Sassittu
(Ardara). Alla natura farinosa della roccia
si collegano anche le denominazioni M.
Farre (Banari, Montresta), da farre farina
dorzo <FAR, FARRIS e M. Farruzzu
(Urzulei). In altri monti abbonda la pietra
da calce karcIna, karkIna < CALCINA: M.
Serra Carcina (Santadi), M. Calcinaio
(Pula, Teulada), M. Caichinas (Cuglieri).
Alla presenza di fornaci (frru e sim.
<FORNUS) per la calce e per la preparazione dei mattoni, o ad attivit estrattive
di altro tipo, legato pure il nome di vari
monti: M. Forru (Bosa, Burcei, Santulussurgiu, S. Vito, Teulada, Tortol), M.
Furru (Nulvi, Sassari, Tempio),
M. Furros (Ozieri), M. Furrareddu
(Luras), M. di li Furreddi (Tempio). Frros eforrddos si chiamano anche le
domos de gianas di epoca preistorica
(DEs,I,536) e quindi, in qualche caso, pu
restare il dubbio sullinterpretazione da
assegnare all appellativo frru. Univoco
, invece, loronimo M. sa Teula (Un),
245

contenente tula tegola, o <TEGULA,


come pure il toponimo di Iglesias M. sa
Fossateula.
Altri rilievi si distinguono per il terreno
sabbioso (arna < ARENA) e per lesistenza di cave di ghiaia (giara, DEs,I,708) e di
terra: M. della Rena (La Maddalena), M.
sArena (Gavoi, Scano Montiferro), M. sa
Rena (Ollolai), M. Renazzu (Santulussurgiu), M. Giara (S. Anna Arresi).
Le pietre piatte e orizzontali, quasi
lastricate dalla natura tllura, tlla, ecc.
(DEs,II,472) , caratterizzano i M. Telluras (Siamanna, Siapiccia), M. Tellura (Serrenti), M. la Teggia Liscia (Luogosanto).
Per analoghi motivi il monte detto anche
liscio, levigato, spianato (DEs,II,32): M.
Lisciu (Calangianus, Tempio), M. Lisau
(Gonnesa, Sorgono). Ma lisu localmente anche il nome del macerone
<(H)OLUSATRUM. In Ogliastra per pietra piatta si usa il vocabolo prida, che
incontriamo nel nome del M. Praidas (Villagrande Strisaili).
Al contrario, il terreno pietroso ed erto
(spru <ASPER) la caratteristica saliente del M. Aspru (Al dei Sardi, Laerru, S.
Teodoro) e del M. Aspris (Luras). Il M. su
Marralzu di Cargeghe individuato nella
sua denominazione dalla qualit rocciosa e
pietrosa del terreno, stante il significato di
grosso macigno che compete al sostantivo marrrdzu, marrldzu (DEs,II,78).
Quando i grossi massi sono accatastati,
s da formare dei colli isolati o delle punte
di colline e di montagne, prendono il nome
di ndos, ndos < NODUS: da qui loronimo M. sos Nodos di Bessude, Nughedu S.
Nicol. Talvolta sembra che i massi sommitali ballino sul pilone roccioso che li
sostiene, donde gli oronimi: M. su Ba/lu
(Teti), M. su Balladore (Bultei), M. Balladoris (Ulassai). I mucchi di pietre fatti dalluomo per segnare i confini di un territorio sono detti, invece, mullnes, is (DES,
11,136), dal catal. mollo. Anchessi danno
il nome a un monte: M. Mi//ones (Nughedu S. Nicol). Segna il confine territoriale
anche il M. Lacana di Cuglieri, in accordo
246

col significato del sost. lk(k)ana limite


territoriale (DEs,II,2).
Il terreno molle (mdde <M0LLIs) e
fangoso (/du <LUTUM allorigine
degli oronimi M. Moddones (Ploaghe,
per anche cognome) e M. Ludu de Chelvu (Olbia), M. Luduppa (Villanova Monteleone), M. Ludu (Osilo); la qualit della
terra d spunto, infine, ai nomi: M. Terrarba (Arzana, Siurgus Donigala), M.
Terra Mala (Dolianova), M. Terras
(Muros), M. Terrata (Olbia), M. de Terra
Noa (Al dei Sardi).
7. Laffioramento di acque sorgive, il
formarsi di cavit che nella stagione
invernale si riempiono dacqua, tramutandosi in stagni temporanei, ecc., in una
parola la presenza in varie forme dellelemento idrologico (kwa, bba < AQUA),
giustifica linsorgenza di un certo numero
di denominazioni oronimiche: M. Acqua
(Domusnovas), M. Acqua Ca/lentis acque
termali (Carbonia), M. Acqua Piccinna
(Villacidro), M. Acqueia (Mandas), M.
sAcqua (Muravera), M. Abba Lata
(Aggius), M. sAbba Sa/za a. salata
(Nulvi), M. sAhha Tinta a. torbida
(Osilo), M. de sAbba cana a. grigia (Al
dei Sardi).
Le pozze dacqua (piskIna,piscIna <
PisciNA) permanenti o stagionali, che si
trovano presso alcuni monti, hanno originato la loro denominazione: M. Pischina
(Berchidda, Sorgono), M. Pischina dAlias
(Sorso), M. Pischinales (Scano Montiferro), M. Pischinone (Aggius).
Gli acquitrini (benrdzu, benttsu
<VENA) e le paludi (pale, i < PADULE)
caratterizzano i M. Benazzu (Santulussurgiu), M. Benazzeddus (Teulada), M.
Bena/zosu (Bonorva), M. Ennazzus (Tratalias), M. Paule (Pattada), M. Pau/edda
(Arzachena), M. Pau/is (Lanusei, Maracalagonis), M. Pau/iara (Capoterra). Il
nome del M. Plau a Bessude, Borutta
continua anchesso unantica parola per
acquitrino, palude, proveniente da <
PELAGUS ancora esistente nel mondo

sardo medioevale e ormai scomparsa dai


dialetti moderni. Allo stesso modo loronimoM. Buludru di Nughedu S. Nicol il
fedele continuatore del vocabolo logudorese antico volitravu pantano, pozzanghera < VOLUTABRUM. Un altro vocabolo
per acquitrino /akkna e sim. < LACCUS, perpetuato negli oronimi M. is Laccuneddas (Capoterra), M. Lacuna (Oschiri), M. /i Laccuni (Olbia), M. Lacchesos
(Mores), M. su Lacca (Olbia, Suni).
Alla presenza di sorgenti termali (bndzu e sim. <BA(L)NEUS) devono il loro
nome: M. sos Banzos (Oschiri), M. Anzu
(Ploaghe), M. /u Bagna (Tempio). Lacqua
che affiora ribollendo ha suggerito loronimo M. Buddidabha di Perdasdefogu e la
vena dacqua che sgorga dal terreno
schizzando ha determinato il nome del M.
Ischizzarolu di Villanova Monteleone.
Tra gli oronimi della Sardegna meridionale non manca naturalmente il vocabolo
ricorrente per polla dacqua, sorgente:
mIttsa (DEs,II,120): M. Mitza Teddi
(Dolianova), M.sa Mitzixedda (Siliqua),
M. Mitza sO/ioni (Soleminis). E sono
attestati pure tsrruzampillo, cascata
dacqua (DES,I,455): M. su Zurru (Donori), M. Surru (Siniscola); il comunissimo
funtna sorgente< FONTANA: M. Funtana (Villamassargia), M. Funtana de
Curos (Villanova Monteleone), M. Funtaneddas (Orani), M. Funtana Ruja (Pattada, Villanova Monteleone); e hna, na
< VENA: M. E na (Bulzi, Sedini), M.
sEna (Nulvi), M. sEna Manna (Berchidda), M. de Enas (Tempio).
La prossimit a un punto guadabile
(hdu, bu < VADUM) lungo un corso
dacqua segnalata dal M. Au di Cossoine, dal M. Bada e Recide di Oschiri e dal
M. Bados di Nughedu S. Nicol.
8. Infine anche le condizioni metereologiche e climatiche danno spunto alla creazione di alcuni oronimi.
Lesposizione ai venti suggerisce la
denominazione del M. Entu < VENTUS di
Narboha, Seneghe, Santulussurgiu e del

M. Entosu di Nulvi e Teulada. In particolare quella al vento di levante evidenziata nei nomi del M. Levanti di Assemini e
del M. Levante di Luogosanto.
Lincombere frequente della nebbia
(nula < NEBULA) rimarcato esplicitamente dal nome del M. della Neula di
Calangianus, mentre laddensarsi delle
nubi, paragonate al fumo, la probabile
causa delloronimo M. Fumai di Orgosolo,
che difficile separare dal tipo Punta
Fumosa di Berchidda e Nuoro.
La facilit con cui si manifestano fenomeni temporaleschi, accompagnati da
lampi, sottolineata metaforicamente nel
tipo oronimico monte della lampada: M.
Lampara Manna < LAMPAS, ADA (S.
Vito), M. Flacca < *FLACCA (Santadi) e
forse anche M. Lattias (Assemini), se da
lntia lampada dargilla, per olio (DES,
11,10), con assimilazione nt >tt molto frequente nella parlata rustica, piuttosto che
da lttia lattuga, semanticamente poco
giustificato.
Il frequente formarsi di nubi presso le
loro sommit ed i repentini mutamenti del
tempo che li caratterizzano meritano ai
monti la denominazione di irati: M. sira
(Giba, Teulada, S. Anna Arresi), M. Iradu
(Ossi, Ploaghe, Un), M. Airadu (Bonorva,
Monteleone Roccadoria, Montresta), M.
Crastu airadu (Codrongianus), per quanto
sia possibile pensare anche a GYRATUS
girato. Anche per ci, il monte pu incutere paura, come il M. Paurosu di S. Nicol dArcidano, o addirittura pu far venire
la pelle doca, come il M. Ulpilosu <HORRIPILARE (Tempio).
Per il resto, il monte pu essere
ombreggiato, come il M. Ombroso di S.
Teresa di Gallura, oppure soleggiato, come
il M. Sulianu di Tempio.
Che, infine, la parte in cui vi rigoglio
di vegetazione e dove, appunto per la
favorevole esposizione, sono possibili le
colture, fosse detta dstra <DEXTRA,
come altrove nella terminologia orografica
italiana, p. es. in Basilicata, dimostrato
dal nome del paese di Montresta a setten247

trione di Bosa. Invece il pendio esposto a


settentrione e poco soleggiato ha dato il
nome al M. Essu < VERSUS di Villaperuccio, celebre per la sua necropoli
preistorica scavata nella roccia.
Da una parte allaltra dellisola come

si pu constatare le denominazioni dei


monti appartenenti allo strato linguistico
sardo neolatino mostrano una notevole
unitariet. I loro tipi e le loro forme rappresentano bene il complesso della toponomastica montana della Sardegna.

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Le aree geografiche individuate, seppure non sempre omogenee sotto il profilo


della conformazione orografica e della
potenzialit dei suoli presentano, dal punto
di vista dell antropizzazione, caratteristiche spesso notevolmente simili. Nonostante le difficolt di ricerca derivanti, in talune di esse, dallasprezza dei luoghi, possibile osservare la persistenza del popolamento in et prenuragica e nuragica. Lalta densit di ritrovamenti e la loro ubicazione, conferma da un lato la presenza delluomo anche in localit attualmente di
grande marginalit: questo, come ovvio,
da porsi in relazione con il tipo di economia prevalente, che vedeva la caccia e lallevamento senza dubbio dominanti, e la
presenza lungo larco dellanno di un
approvvigionamento idrico continuo, a
differenza delle zone di pianura meno privilegiate sotto questi punti di vista. Non
deve dunque stupire laltissima concentrazione di testimonianze della presenza umana nei periodi pi antichi anche
nelle aree oggi pi periferiche: si pensi tra
gli altri ai betili presso S. Vittoria di Esterzili ed a quelli localizzati ai limiti orientali del Montiferru ed in tutta larea della
Sardegna centrale interna e dellaspra
costiera orientale. Gli stessi insediamenti
posti in aree marginali ed a quote talvolta

inferiori, individuabili ad esempio nelle


tombe prenuragiche di Monte di Deu sui
contrafforti settentrionali del Limbara o
negli ipogei preistorici di S. Andrea Priu
alle falde occidentali del massiccio del
Goceano, confermano una presenza senza
dubbio diffusa e massiccia. Sotto questo
profilo, i successivi insediamenti nuragici,
ricalcarono per grandi linee la predilezione
per le quote medie, pi facilmente difendibili, anche se non si pu escludere una
sistematica distruzione di questi monumenti in aree di pianura (in particolare nei
Campidani), sotto leffetto devastante del
progredire dellagricoltura. Laccurata
ricostruzione di un quadro complessivo
dellinsediamento nuragico, permette di
affermare che, alla luce delle nostre attuali
conoscenze, la continuit degli insediamenti rispetto al periodo precedente ed
alcune tra le aree di maggior concentrazione, sono ancor oggi riscontrabili nelle zone
della Sardegna centrale e sud-orientale che
presentano una orografia particolarmente
accidentata.
Senza dubbio evidente la cesura derivante dallapprodo nellisola di nuove popolazioni che con i Nuragici instaurarono
rapporti prima commerciali e poi talora
conflittuali (i Greci ed i Fenici, in minima
parte, ma soprattutto i Cartaginesi ed i
251

Romani). In particolare in questi ultimi


casi, tuttavia, appare confermato che il
tipo di insediamento non si limit ad una
installazione presso le coste, ma si proiett per lunghi periodi anche verso linterno:
questo pare documentabile pi sporadicamente per i Punici di cui peraltro, oltre le
testimonianze riscontrate a ridosso della
linea costiera, sono individuabili cospicui
insediamenti anche nella Sardegna interna
si veda per tutti limportante centro ubicato nella zona dellattuale Macomer e sempre nel Marghine il baluardo fortificato di
Ortachis; tra il Sulcis ed i contrafforti del
Monte Linas infine (notissimi punti di
insediamento punico) non si pu ignorare
lunicum importantissimo della fortezza
del monte Sirai ed il tempio di Antas. Qui
limportanza di un territorio dominante i
vicini approdi marittimi era senza dubbio
aumentata dal retroterra montuoso ricco di
giacimenti minerari, gi sfruttati in questo
periodo come documentato da non sporadici ritrovamenti in antiche miniere e
cavit naturali esplorate dai gruppi speleologici. Certamente, tuttavia, la presenza
punica, che pare fosse pi interessata ad un
rapporto commerciale e tutto sommato di
collaborazione e di pacifica convivenza
piuttosto che conflittuale, con la preesistente popolazione di origine nuragica,
ebbe una diffusione, comunque ancora in
gran parte da individuare, meno capillare
di quella romana. La presenza dei latini,
senza dubbio in netto contrasto con le teorie resistenziali ancor oggi prevalenti
nella storiografia sarda, appare infatti
estremamente diffusa anche nelle zone
interne: certamente nel sud dellisola, proprio nelle zone minerarie del Sulcis e dellIglesiente prima citate; ma anche sul versante orientale del golfo di Cagliari, nel
massiccio dei Sette Fratelli ed alle sue pendici, tale presenza ampiamente documentata da recenti e interessanti ritrovamenti in agro di Maracalagonis e da numerosi altri un poco in tutto il territorio di
Sinnai e verso Castiadas. Ma in realt
anche le apparentemente isolate zone del252

linterno ne erano toccate: basti pensare


allattrazione esercitata nel Montiferru
dalla vicina Cornus, o alle strade che attraversavano i monti del Marghine, della Barbagia, dellOgliastra e della Gallura: tutte
senza dubbio popolate di mansiones o
tappe di sosta, ma anche di nuclei pi
importanti, in parte nuovi insediamenti
funzionali alla diffusione della conquista,
in parte utilizzazione abitativa di preesistenti localizzazioni nuragiche o puniche.
Anche in questo caso gli esempi sono
numerosi e facilmente documentabili.
Il periodo medioevale, sotto questo
profilo, rappresenta in qualche misura un
momento di trapasso. I demografi storici
hanno riscontrato sullintero territorio
regionale un fenomeno che nei primi secoli del basso medioevo risulta per tanti versi
simile a quello studiato per gran parte delle
regioni europee occidentali: unampia presenza di abitati sparsi nelle campagne e
nelle montagne dellisola (con circa ottocento insediamenti individuati dopo accurate ricerche documentarie) e di alcuni luoghi fortificati a difesa inequivocabile di
localit a quel tempo di alto interesse strategico. Ben noti, nelle zone che ci interessano, sono i castelli del Montiferru, di
Macomer, di Burgos e del Monte Acuto. Si
tratta senza dubbio del risultato della ruralizzazione avvenuta anche in Sardegna
attraverso una vasta espansione umana nel
territorio, localizzata in piccoli centri che
in parte, proprio per le loro caratteristiche,
furono facilmente soggetti al dissolvimento in seguito a calamit naturali
(carestie ma soprattutto pestilenze) e
politiche (guerre di conquista, incursione
di corsari lungo le coste, lotte e faide tra
popolazioni confinanti). Lo scenario che si
pu configurare per la Sardegna dellultimo Medioevo dunque, non differisce di
molto da quello riscontrato in molte aree
europee (si vedano per tutti i casi analoghi
la Germania, lInghilterra e la Spagna). In
conclusione, secondo i pi accreditati studi
di demografia storica circa ii 60% degli
antichi centri precari svanirono nel nulla

insieme a gran parte della loro popolazione, mentre gli abitanti superstiti si concentrarono nelle maggiori citt e nei villaggi
circostanti che per fortunate circostanze
(in particolare per la posizione geografica
che offriva maggiori possibilit di difesa
da attacchi o da pestilenze) subirono in
minor misura queste devastanti vicende.
Da attente stime della documentazione
nota sembra che in questo periodo la popolazione sarda abbia perso per le avversit
dellultimo medioevo circa il 50% dei suoi
effettivi, difficilmente rimpiazzabili per la
posizione dellisola distante dalle coste
dellEuropa continentale e quindi tagliata
fuori dai flussi migratori che interessarono
viceversa gran parte del Continente.
Alle soglie dellet moderna dunque, la
situazione dellantropizzazione sul territorio sardo risult profondamente mutata
rispetto al periodo precedente. Si assistette
infatti ad un fenomeno che in qualche
misura possiamo definire di urbanizzazione, con labbandono di vasti terreni
agricoli ed il netto prevalere del pascolo e
della cerealicoltura estensiva, in questo
ricalcando analoghe esperienze vissute in
periodi pi o meno vicini, da altre regioni
del Mediterraneo. La redistribuzione degli
abitanti allinterno del vasto territorio fu in
qualche modo condizionata da due fattori
di estrema importanza: il primo lincalzare
della pirateria barbaresca che comp per
alcuni secoli, con grande continuit, uninfinit di scorrerie sulle coste sarde; il
secondo il dilagare del paludismo (legato
al particolare regime idrografico di vaste
aree della regione ed insieme allabbandono della agricoltura) che port come
conseguenza il proliferare della malaria.
Questi avvenimenti combinati, che si
voluto ricordare in dettaglio perch fondamentali nella ricostruzione dei flussi di popolazione, incisero in maniera determinante anche sullassetto antropico delle nostre
localit montane, che subirono variamente
limpatto degli avvenimenti. Sintetizzando
si pu affermare che ebbero a soffrire un
calo nettissimo di paesi e di abitanti

soprattutto le zone della Sardegna meridionale un tempo notevolmente popolate


come il Sulcis, lIglesiente ed il territorio
ad oriente di Cagliari tra il massiccio dei
Sette Fratelli ed il Sarrabus. Si veda in particolare tutta la vasta regione sud-occidentale dellisola che rimase praticamente
priva di insediamenti stabili a parte la citt
di Iglesias ed un numero minimo di minuscoli villaggi. Certamente diversa la situazione del Gerrei, di gran parte dellOgliastra e del Montiferru, ma anche delle Barbagie, del Marghine, del Goceano e della
Gallura interna. Le fluttuazioni di popolazione in questo periodo, privilegiarono
infatti, per i motivi prima ricordati, linterno dellisola con un movimento di lunga
durata che interess variamente tutte le
aree indicate per alcuni secoli.
Cuglieri e Gonnos-Fanadiga ad esempio, rispettivamente nel Montiferru ed alle
falde del Linas, vennero popolate da abitanti provenienti dalle zone costiere di Pittinnuri e Fluminimaggiore, mentre sulla
costa orientale il grosso centro di Dorgali
ricevette cospicui contributi di abitanti da
Baunei ed Urzulei distanti dai 20 ai 30 chilometri. Alcune localit barbaricine si svilupparono viceversa grazie allapporto di
piccoli centri posti a breve distanza tra loro
e talora ancor oggi facilmente individuabili (si pensi per tutte a Tonara, dove gli antichi insediamenti formano ancor oggi ben
distinti quartieri dellunico paese; o alla
vicina Fonni, ingranditasi grazie allapporto di sette villaggi posti in un raggio di cinque chilometri). Ma lo stesso fenomeno
riscontrabile a Bono nel Goceano ed a
Lula alle pendici del Monte Albo, ad Ollolai ed a Triei solo per citare alcuni casi.
Talora viceversa, a partire da tempi pi
recenti XVII/XIX secolo alcune di
queste zone furono interessate da nuovi
popolamenti molto spesso spontanei dovuti a motivazioni economiche legate soprattutto alleconomia pastorale largamente prevalente: tali sembrano essere state le
origini di Burcei, ma anche di Villagrande
Strisaili, Domus de Maria e forse Capoter253

ra, in gran parte sorte con il contributo


determinante di pastori provenienti da
localit talora molto distanti. Sporadici in
queste zone i casi di colonizzazione organizzata dallalto (governo, feudatari) che
privilegiarono quasi sempre localit di pianura: si ricordi, tra i pochi, il tentativo settecentesco nei Salti dOridda situati nellIglesiente, alle pendici sudoccidentali del
Linas portato avanti, nellottica allora
dominante, con elementi forestieri e fallito
a causa della ostilit combinata dellambiente (la malaria falcidi una parte dei
coloni) e delle popolazioni locali (in gran
parte pastori che attaccarono e dispersero
gli altri). Tale cruenta ostilit nella stessa
zona e nello stesso periodo si manifest
del resto pi volte nei confronti dei minatori specializzati chiamati dallestero
per rilanciare lattivit estrattiva: alcuni di
costoro furono arsi vivi nelle loro baracche.
Proprio lattivit estrattiva fu peraltro
gi nel passato, ma anche in tempi recenti,
una delle poche alternative economiche
alla monocoltura agropastorale di queste
zone: soprattutto nellIglesiente e nel Sulcis, ma anche nelle regioni orientali dellisola: a Monte Arbu, a Monte Narba nel
Sarrabus ed in alcune localit ogliastrine e
barbaricine, fino al pi recente sfruttamento di cave o miniere (per tutti Orani e
Lula).
Il quadro che si presenta alle soglie del
nostro secolo nelle aree montane dunque
il risultato di una serie di vicende
plurisecolari che hanno per molti versi
guidato la presenza delluomo nelle zone
interne, sia per quanto concerne gli stanziamenti stabili e precari, sia per ci che
riguarda le scelte economiche prevalenti,
con una sorta di specializzazione nel settore pastorale di fatto obbligata. In definitiva
assistiamo alla sistemazione dei nuclei
abitati a altitudini mediobasse sulle falde
delle montagne: questo senza dubbio il
caso dei paesi disposti in rapida successione lungo il massiccio del Goceano, di
quelli che circondano le aspenL del Mon254

tiferru, del Limbara, del Lerno, dellAlbo,


del Linas e dei Sette Fratelli, solo per citare alcuni esempi.
Diversa la situazione della zona pi
interna dominata dal sistema del Gennargentu: qui anche per le obiettive caratteristiche orografiche, le quote degli abitati
tendono mediamente a salire.
Gli schemi relativi allutilizzo economico ditali territori sono senza dubbio primitivi. Un alternarsi, nei secoli, dello
sfruttamento pubblico/privato (questultimo certamente prevalente alle quote inferiori e pi vicine ai centri abitati dove coltivazioni elementari cereali soprattutto,
ma in taluni casi vigne e ortalizie destinate in gran parte allautoconsumo toglievano spazio allallevamento) con numerosi conflitti e lunghe liti non solo tra singoli individui, ma anche tra villaggi confinanti, riguardanti terreni un tempo talora
comuni e spesso contestati (per le zone che
ci interessano esemplare la documentazione di archivio relativa a Esterzili contro Seui, anno 1736; Baunei contro
Triei,1794; Villagrande contro Villanova,1797; Buddus contro Al, 1804; Berchidda contro Monti, 1810 e seguenti).
Viabilit in gran parte estremamente accidentata, in cui le strade di maggior percorrenza cercavano di aggirare le aspre difficolt del terreno, ma tuttavia talora anche
le affrontavano o perch era impossibile
fare diversamente a causa di fiumi e montagne non altrimenti valicabili, o perch lo
sfruttamento economico del territorio lo
esigeva (pascoli, boschi da raggiungere) o
perch infine, obiettivamente, lattraversamento in linea daria permetteva un enorme risparmio di tempo. Se si esamina linteressante testimonianza dell Angius, cronista di met Ottocento ci si rende conto
delle enormi difficolt che landamento
oroidrografico delle zone interne poneva
agli abitanti: scrivendo in particolare della
Barbagia inferiore egli accenna alle vallate anguste e difficilmente percorribili, con
molti fiumi senza guado e pochissimi
ponti, dove annualmente perivano molti

individui e grande quantit di bestiame


nellattraversamento delle acque ingrossate dalle piene. In certi periodi i contadini
dovevano attendere che la piena passasse,
i pastori erano costretti a rinunciare ai
pascoli migliori e le stesse relazioni commerciali si interrompevano. Le strade
erano difficili da percorrere, pi adatte a
capre che a uomini: qui spesso i viaggiatori scendevano dal cavallo o dal mulo se
volevano procedere, mentre gran parte
della mercanzia era portata sul dorso degli
animali essendo quasi sempre impossibile
per i carri superare certe asperit.
Lo scenario era dunque di unestrema
difficolt di movimento in un ambiente
ostile, che veniva affrontato ancora dalluomo con mezzi primitivi e che molto
spesso finiva per modellarlo persino nelle
fattezze fisiche oltre che nel carattere e nel
modo di pensare: sempre lAngius ricorda
ad esempio che gli agricoltori erano considerati dai pastori codardi, mentre numerose fonti di archivio ci mostrano conflitti
spesso sanguinosi tra le due categorie per
la gestione delle terre.
Questi luoghi, che sembrano fatti apposta per isolare e dividere, in realt, quando
li si esamina con la lente dingrandimento
della documentazione storica, mostrano
anche numerosi momenti di incontro tra le
popolazioni: si in particolare prima
accennato ai sentieri, semplici tratturi formati dal calpestio di generazioni di uomini
e di animali, che percorrevano le montagne talora quasi in linea daria. Basti pensare a quelli numerosi che attraversavano
il Limbara (per unire i maggiori paesi posti
alle sue falde, ma anche i cussorgiali che
facevano capo agli stazzi della zona) o a
quelli, altrettanto numerosi, che al vertice
opposto dellisola permettevano ai pastori
di raggiungere ifurriadroxius nelle aspre
montagne del Sulcis. Tali tipologie abitative confermano una presenza umana per
molti versi accentuata, certamente diversa nella forma da quella riscontrabile in
altre aree montane, come il Supramonte di
Orgosolo e di Urzulei che pullulava vice-

versa di ovili isolati. Ma talora questi sentieri lungo i quali erano spesso dislocate
chiesette rurali e cappelle votive (particolarmente numerose sul Linas descritto dal
Corbetta, viaggiatore ottocentesco) erano
anche punto darrivo di feste paesane
(arricchite spesso dalla partecipazione di
fedeli provenienti anche da lontano) che si
svolgevano attorno a luoghi di culto che
limmaginario popolare o la piet di singoli individui avevano innalzato in luoghi
talora impensabili, in ricordo di eventi
memorabili o semplicemente per rammentare la presenza immanente delleterno
nella miseranda vicenda umana: per tutti
non si pu non citare il caso emblematico
del santuario di Monte Gonare, certamente
uno dei luoghi di culto pi cari alle popolazioni dellintera Sardegna.
In tempi a noi pi vicini, tra Ottocento
e Novecento, il rapporto tra uomo e montagna profondamente mutato: il ripetersi
ineluttabile anche ai nostri giorni, di consistenti fluttuazioni di popolazione questa
volta verso le coste, ormai nettamente
favorite, provoca un consistente calo
demografico delle aree interne dove sembra in molti casi cadere anche il rapporto
privilegiato, dominante in taluni casi, con
terreni di montagna forse marginali, ma
comunque fondamentali per secoli nelle
vicende di sopravvivenza di gran parte di
quelle popolazioni. Sembra in questultimo scorcio del secolo svuotarsi persino
gran parte degli ovili di aree pastorali per
eccellenza (si veda per tutte ancora quella
del Supramonte di Orgosolo) dove il rapporto uomo-montagna era nettamente privilegiato sino a pochi anni or sono. Tuttavia la rinnovata attenzione verso luoghi
che sono stati descritti fino ai nostri giorni
come ultimi baluardi di una natura
considerata, peraltro spesso a torto, incontaminata, a breve distanza da realt che
presentano modificazioni sostanziali dellassetto ambientale del territorio, permette di configurare una prospettiva di sviluppo basata su un intelligente utilizzo delle
risorse dellambiente, pi che su una sel255

Fig. 124. Rimboschimenti a Pino nero sul complesso del


Limbara.

vaggia mercificazione del territorio, quale


purtroppo si verificata in Sardegna in
gran parte delle localit costiere.

Lesempio del Limbara.*


Il massiccio del Limbara delimitato,
per quanto concerne lantropizzazione,
dalla presenza di alcuni centri abitati posti
alle sue pendici. Il circuito di massima
estensione ancor oggi visivamente desumibile dai tracciati stradali che lo contornano, anche se non sempre la rete viaria
coincide pedissequamente con tale delimitazione: la strada che da Oschiri giunge a
Tempio; quella che collega il capoluogo
gallurese con Calangianus e da qui, attraverso Telti, porta sino a Monti; il collegamento tra questultimo centro e Berchidda
ed infine il percorso che, passando alle

pendici del Monte Acuto si ricongiunge


alla strada OschiriTempio presso limboccatura del ponte sul
Coghinas.
Certo si tratta di una delimitazione che
comprende anche alcune vallate e pianure
retrostanti, dunque abbastanza ampia e di
comodo in quanto permette elementari anche se precisi riferimenti cartografici; ma
in realt in alcuni tratti larea interessata si
pu restringere notevolmente e pu essere
in particolare utilizzata come delimitazione pi circoscritta, sul versante orientale,
la strada che congiunge Berchidda con
Calangianus.
Del resto dal punto di vista di fruizione
umana la montagna stata oggetto nel
tempo di un interesse altalenante da parte
delle popolazioni circonvicine. A causa
della mancanza di ricerche sistematiche
ancora da scrivere, ad esempio, la storia
del suo territorio nellantichit anche se
alcuni segnali concreti dati da resti di dolmens, domus de janas e mura megalitiche,

*Questo saggio, che illustra in dettaglio gli aspetti trattati in generale, stato prodotto nellambito di uno studio
sulle aree parco della Provincia di Sassari, che si ringrazia per averne concesso lautorizzazione alla stampa.

256

fanno presumere ubicazioni umane non


solo alle sue pendici ma anche a quote elevate sin dal periodo prenuragico; ed
anche se alcuni reperti permettono una
almeno in parte attendibile identificazione
della rete viaria romana che la lambiva e
forse di un sistema di fortificazioni di
incerta attribuzione (Romani o Balari).
Il Medioevo lascia alcune tracce certe
nelle sue propaggini estreme. A parte i villaggi della Gallura interna, gli insediamenti logudoresi e le fortificazioni poste a controllo e salvaguardia delle fondamentali
vie di comunicazione tra il porto di Olbia e
linterno dellisola: il castello di Monte
Acuto in primo luogo, ma forse anche un
secondo castello alle spalle di Berchidda e
Telti, ulteriore roccaforte posta in posizione strategica. Ma almeno un paio di altri
nomi tornano alla mente: in particolare
Nulvara, di cui negli anni Trenta del Seicento si ipotizz il ripopolamento grazie
allamenit ed alla fertilit del sito presso
le folte selve di dentro dove resistevano
cospicui resti di un antico villaggio vicino
alla chiesa medioevale di S. Salvatore; ed
infine, forse, le localit di Ziolzia e di
Badoca, di cui in una carta di fine Ottocento sono ancora indicate le rovine.
Tuttavia le vicende dellEt Moderna,
meglio documentabili, parlano di un
territorio per larga parte deserto nelle sue
porzioni pi elevate, utilizzato soltanto da
pochi pastori e, nei periodi di ricorrente
crisi economica e sociale (in particolare
fine Seicento e primi anni dellOttocento)
da molti banditi che trovavano sicuro rifugio tra gli aspri rocciai dellinterno. In tale
periodo la diffusione dellantropizzazione,
pur variando nei diversi territori comunali,
sembra seguire una costante riscontrabile
anche in tempi recenti, che si adegua alle
necessit di uneconomia agro-pastorale di
tipo particolare. La presenza nelle campagne di un allevamento stanziale che privilegia il bestiame grosso rispetto alle pecore e si ritaglia spesso negli stazzi fazzoletti di terra aratoria per una cerealicoltura di
sussistenza, impone la scelta (agevolata

anche dalle ben note carenze demografiche) di terreni che raramente oltrepassano i sei-settecento metri di quota:
oltre tale altezza in un ambiente, come lo
descrive ancor oggi una relazione dellERsAT, tra i pi impervi, caratterizzato da
suoli di debole potenza e fertilit, elevata
pendenza, frequente rocciosit, presenza
di macchia foresta ove domina un clima
ventoso ed una piovosit concentrata nei
periodi invernali, soltanto qualche ovile
persiste in una sporadicit che conferma la
regola.
Le carte catastali pi antiche, che partono poi dalla met dellOttocento (periodo
da noi non eccessivamente distante in termini temporali, ma di enorme importanza
perch, posto al confine tra Et Moderna e
Contemporanea permette di comprendere
levoluzione del Novecento spaziando
contemporaneamente sul pi lontano Settecento) ci offrono un quadro notevolmente interessante della situazione.
In una delle vette pi elevate del
Limbara, la punta Bandiera, si incontravano i confini comunali dei centri che sulla
montagna detenevano (e detengono) i
maggiori territori: Berchidda, Calangianus
e Tempio, mentre Oschiri occupava una
limitata ma pur sempre interessante fascia
del versante occidentale ed il piccolo centro di Nuchis, ora frazione di Tempio, ma
nellOttocento comune autonomo, si ritagliava una porzione pi limitata tra il
Monte di Deu ed il Monte Bianco, grosso
modo nella posizione occupata in parte
dallattuale zona industriale dellalta Gallura.
Talune carte catastali esaminate, ma anche alcune pi antiche fonti darchivio,
parlano di conflitti tra i villaggi confinanti, proprio per lattribuzione di limiti territoriali contestati. In particolare sul versante orientale nella fertile Nulvara, assegnata
sin dal 1613 dal feudatario del Monte
Acuto a Berchidda, ma spesso utilizzata
anche da Calangianesi, Montini ed Oschiresi che vi pascolarono il bestiame, ma vi
costruirono anche abitazioni con annesse
257

vigne trasmettendole poi agli eredi come


se i terreni fossero di loro propriet. Qui,
dopo secoli di pacifica convivenza, ai
primi dellOttocento a causa dellaumentata pressione demografica (circa cinquanta
pastori censiti in quel periodo nella zona),
i Berchiddesi chiesero lestromissione
degli stranieri e dopo una lite giudiziaria
risolta a loro favore dalla Reale Udienza,
passarono a vie di fatto estromettendo gli
avversari con la forza e causando alcuni
morti e feriti. Sul versante opposto gi nel
Cinquecento un gruppo di periti stabil sul
Limbara i confini tra il feudo della Gallura
e quello del Monte Acuto; ma poi, nei
secoli a noi pi vicini ed in particolare ad
iniziare dal secondo Settecento in coincidenza con lincremento demografico e la
conseguente fame di terra, le liti ripresero
pi frequenti e, per quanto ci riguarda, pi
interessanti perch fanno giungere sino a
noi analitiche notizie su territori e situazioni che altrimenti sarebbero rimaste
totalmente sconosciute. Si veda, per tutte,
la lite tra pastori tempiesi ed oschiresi su
un territorio di incontro! scontro tra le due
comunit: il salto di Silvas de Intro. La
contestazione gi in atto nel corso del
secondo Settecento era ancora viva a met
Ottocento su terreni adiacenti la strada
Oschiri-Tempio (da S. Leonardo a Bigalzu
e Balascia).
Il quadro che si ricava da tale
documentazione, notevolmente particolareggiato e corredato da una precisa cartografia, permette una prima analitica ricostruzione dello stato dellantropizzazione
di quel territorio. Una novantina di stazzi
gravitavano su circa 5.000 ettari di terreno
quasi totalmente votato al pascolo; soltanto la decima parte era boschiva ed una
superficie analoga si riteneva potesse ssere
utilizzata per lagricoltura. Gran parte
degli insediamenti si trovavano a valle
della trada mentre a monte, in regione S.
Leonardo, intorno alla omonima chiesetta
rurale, ri;ultavano sparse numerose case di
pastori contadini. Nella parte pi elevata
del Limbaa oschirese stavano infine quasi
258

1.500 ettari di terreno comunale adibito al


pascolo.
Al limite settentrionale ditali territori erano ubicate le localit tempiesi di Balascia, S. Bachisio, Curadori e Fundu di
Monti, anchesse caratterizzate dal classico schema dello stazzo che dominava tra il
corso del rio S. Bachisio e la strada per
Tempio. Nella parte a monte, viceversa,
prevaleva ancora una volta nettamente il
terreno pascolativo quasi totalmente di
propriet del comune he vantava, nella
zona pi elevata, oltre 2.000 ettari di
superficie che si estendevano sino alla
linea di confine con Berchidda e Calangianus.
Nella piana alle pendici del Limbara il
villaggio di Nuchis deteneva il vasto
comunale di Milizzana (i cui confini superiori erano delimitati dalla linea di congiunzione tra Monte di Deu e Monte Bianco) nettamente diviso tra coltivi ed incolti
(nel complesso circa 375 ettari di aratorio
pi 175 a pascolo), con minimi esempi di
abitazioni stabili in prossimit di Monte di
Deu (poche case presso una ventina di piccoli appezzamenti di terra aratoria, quasi
tutti sotto lettaro di estensione). La presenza pi interessante per la zona era tuttavia costituita da una ventina di mulini (ed
un toponimo li Mulini appunto ne perpetua ancor oggi la memoria) che sfruttavano lacqua dei torrenti che scendevano
dalla montagna.
Il territorio di Calangianus era limitato
a mezzogiorno dal confine berchiddese
che partendo da punta Bandiera, per monte
Diana, giungeva nelle immediate adiacenze di Nulvara. Qui una vasta regione compresa tra punta Bandiera ed il corso del rio
chiamato allora Silvas, era occupata dalle
attivit cussorgiali: una carta della seconda
met dellOttocento permette unottima
identificazione ditali terreni ricavati allinterno del demanio statale (una zona limitrofa venne concessa in questo periodo,
come in altre parti della Sardegna, alla
societ incaricata della costruzione delle
ferrovie). Si tratta nel complesso di circa

400 ettari di terreno boschivo, 1.234 di


pascolativo e 2.024 di aratorio in cui erano
ubicate le due cussorge di Ladas e di Lu
Frassu. Una nota di particolare interesse
data dalla limpida ripartizione delle diverse attivit agro-pastorali che si esplicavano
in terreni tenuti nettamente distinti tra loro
con un piano di sfruttamento equilibrato e
programmato a misura degli interessi della
societ umana che li abitava e li gestiva.
Inoltre la montagna, che poteva apparire a
prima vista assolutamente invivibile ed
inospitale, una vera e propria barriera eretta per scoraggiare i contatti umani, era in
realt attraversata da alcune vie di comunicazione che ne esaltavano viceversa il
ruolo unificante e ne ponevano in evidenza lalto grado di importanza per le comunit che vi abitavano o che comunque vi
gravitavano. In questo ambito territoriale
infatti, passava una rete stradale che collegava quasi in linea daria i centri della Gallura interna alle altre regioni storiche poste
sul versante nord-orientale dellisola, sedi
di attivit economiche di particolare rilievo, abbreviando notevolmente i tempi di
percorrenza. Si ricordino in particolare le
stra de per Berchidda, Olbia e Posada, che
permettevano anche laccesso ai territori
tempiesi di Aratena e Silvas de Giosso.
Inoltre le carte mostrano una viabilit
minore relativamente fitta, costruita a
misura delle esigenze economiche e sociali delle comunit cussorgiali che abitavano
il Limbara stabilmente e degli altri individui che viceversa usufruivano del territorio saltuariamente.
Berchidda senza dubbio il maggior
detentore e fruitore degli ampi spazi montani disponibili. Il quadro che si ricava
dalla cartografia ottocentesca, mostra
anche in questo territorio una netta divisione: da un lato verso le parti pi elevate ed
impervie della montagna risulta presente
una vastissima estensione di terre comunali: basti pensare nella sezione orientale ai
1.200 ettari indicati come improduttivi in
localit Monte Diana e su Concone; ai 400
ettari sotto punta Pina Masera ed agli

altrettanti posti a sud di Nulvara; infine


alla sessantina di ettari di bosco a Carracana. I privati, circa un centinaio di appezzamenti censiti dal vecchio catasto, si concentravano in zone circoscritte ed a quote
inferiori, in piccoli terreni quasi tutti aratori e di superficie raramente superiore
allettaro (con punte di maggior densit ai
limiti del comune di Monti, nella zona di
Casteddu di Terramala, ma soprattutto
sotto la linea ideale che congiunge le chiese rurali di S. Pietro e S. Caterina al centro
abitato di Berchidda). Nella fascia occidentale del territorio delimitata dai comuni
di Oschiri e di Tempio la situazione non
molto diversa: i privati risultano proprietari di una sessantina di appezzamenti lungo
il rio Casteddu e nellestrema propaggine
meridionale del territorio; tutto il resto
intorno al vallone di Carasu sino a Monte
Longu e Monte Picciatu di pertinenza
comunale con circa 2.500 ettari di terreni
pascolativi o improduttivi ed una molto
inferiore superficie boschiva.
Anche questa porzione cos sbilanciata
a favore del demanio comunale e del
pascolo il risultato di una lenta evoluzione dei rapporti sociali ed economici allinterno del paese, sintetizzati in una relazione della seconda met del Settecento in cui
si ricorda che i Berchiddesi, per una serie
di circostanze favorevoli, da alcuni anni
avevano iniziato ad abbandonare la tradizionale attivit pastorale a favore dellagricoltura ed in particolare della viticoltura (inaugurando cos una sorta di specializzazione che come ben si sa giunta sino ai
giorni nostri). Anche in questo caso, peraltro, labbondanza di terreni in rapporto alla
scarsit della popolazione aveva privilegiato come ovvio lo sfruttamento delle
localit pi fertili ed a valle che erano state
di conseguenza privatizzate e messe a coltura, lasciando a pascolo comune i vastissimi terreni della montagna.
Considerata la situazione esistente negli
anni cinquanta-sessanta dellOttocento, il
periodo di fine secolo mostra una decisa
trasformazione dei rapporti di propriet: le
259

vicende relative alla sistemazione dei beni


a demprivili comportarono infatti in tale
periodo una profonda modificazione della
situazione. I maggiori benestanti della
zona acquistarono parti talora molto vaste
del territorio comunale ed inaugurarono
una ripresa di interesse pi marcato anche
per i terreni marginali. Obiettivamente si
pu affermare che molti acquisti ditali terreni, in larga parte improduttivi o sotto utilizzabili, adatti in vari casi soltanto al
pascolo primordiale o ad uno sfruttamento
selvaggio del bosco, devono ricondursi
alla categoria di spese di prestigio piuttosto che ad investimenti produttivi.
Tale periodo inaugura comunque un
fatto nuovo per la storia dellantropizzazione della montagna perch si manifesta
un rinnovato, concreto interesse per la
parte pi elevata del territorio, anche se
con alcune particolari peculiarit. Esso
infatti in larga misura sottratto al controllo ed alla fruizione comune, privatizzato e
fatto oggetto di mercificazione, anche se
laccentuazione del suo sfruttamento a fini
ludici e speculativi riguarda soprattutto gli
ultimi decenni di questo secolo. Fortunatamente, al contrario di altre zone dellisola,
il fenomeno qui circoscritto in termini
accettabili ed ancora rimediabile, anche
per la riacquisizione da parte pubblica di
vaste aree votate al rimboschimento e,
forse, alla creazione di un parco naturale.
In conclusione si pu affermare che
lantropizzazione del nostro territorio
stata condizionata sicuramente in questi

260

ultimi secoli dal rapporto determinante tra


scarsit di abitanti ed ampiezza della
superficie disponibile. Linteresse delluomo si per ovvie ragioni indirizzato verso
i luoghi pi appetibili per alcune caratteristiche (fertilit, presenza dellacqua, bassa
o media altitudine) fondamentali in uneconomia agro-pastorale che prediligeva
lallevamento del bestiame grosso rispetto
al minuto, favorendo lo stanziamento stabile sulla transumanza. Con lincremento
della popolazione nei tempi a noi pi vicini, linteresse per le terre marginali
ovviamente aumentato e si sovrapposto
allo sfruttamento (peraltro di origine pi
antica) dei terreni pi impervi ed elevati da
parte di utenze anchesse marginali: in
genere diseredati che si ritagliavano sulla
montagna spazi altrimenti non fruibili;
pastori dipendenti o anche autonomi che
trovavano giustificazioni vitali anche in situazioni di sussistenza, con il pascolo
brado di pochi capi suini o caprini. Solo
qualche cenno, nelle carte, ad ovili alle
quote pi elevate conferma, con la presenza ancor oggi rilevabile di ruderi di elementari abitazioni, unattivit estremamente diradata.
Infine lemergere in tempi pi recenti di
nuovi interessi economici e figure professionali (si vedano per tutti i carbonai ed i
resti in alcune parti del Limbara ancora
evidenti delle vecchie chee) che hanno
peraltro contribuito ad accentuare in taluni
casi il degrado del territorio.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
La documentazione archivistica conservata presso
gli Archivi di Stato della Sardegna di grande utilit per
la ricostruzione delle vicende del territorio. Si vedano in
particolare, oltre gli atti notarili delle diverse epoche e
localit, i documenti relativi ai primi catasti:
- Tavolette De Candia e processi verbali di delimitazione dei terreni.
- Mappe terreni e sommarioni del vecchio catasto.
- Si vedano inoltre le accurate carte I. G. M. a partire dalla fine dellOttocento.
Per quanto concerne luso promiscuo dei territori
di due o pi paesi contigui e le liti conseguenti, cfr. i
numerosissimi fascicoli processuali dellet moderna in
Archivio Stato Cagliari, Reale Udienza civile, varie cartelle.
Si vedano infine le seguenti pubblicazioni:
A.A.V.V., Sardegna. Luomo e le montagne, Cinisello

Balsamo, 1985.
ANGIUS V., IN CAsALI5 G., Dizionario geografico,
storico statistico, commerciale degli Stati di S.M. il Re
di Sardegna, Torino, 183356, varie voci.
ASOLE A.T., PRACCHI R., Atlante della Sardegna,
Roma, 1971.
BOFARULL y MASCARO P., Coleccin de documentos ineditos del Archivo general de la Corona de Aragn.
Repartimiento de Cerdend, Barcelona, 1856.
DAY i., Uomini e terre della Sardegna coloniale. XIIXVII! secolo, Torino, 1987.
FARA I.F., De Chorographia Sardiniae, Torino, 1835.
LE LANNOU M., Ptres et paysans de la Sardaigne,
Tours, 1941.
SELLA P., Rationes decimarum italiae. Sardinia, Citt
del Vaticano, 1945.

261

Premessa

In Sardegna i pascoli montani sono


ampiamente rappresentati ma risultano
spesso scarsamente produttivi per la concomitanza di molteplici fattori limitanti
quali la sfavorevole giacitura, linfelice
ubicazione, la scarsa potenza, natura e fertilit dei terreni, le avverse condizioni climatiche, il sovrapascolamento. In molte
aree di propriet pubblica il carico di
bestiame non regolamentato ha provocato
la scomparsa della copertura arborea naturale che non si pi ricostituita dopo i tagli
e gli incendi. Lo sfruttamento razionale di
queste zone marginali pone indubbiamente numerosi problemi dordine tecnico e
socioeconomico.

Pascoli e potenzialit produttive


La vegetazione erbacea dei pascoli influenzata dalla situazione reale del soprassuolo e in particolare:
- la presenza di alberi e arbusti sempreverdi a fogliame sclerofillo tipo leccio o
corbezzolo che influenzano sia la
composizione floristica che la densit del
cotico;
- la presenza di cespugli a foglia
persistente tipo erica, timo, cisto ecc. che
esercitano una forte azione competitiva

sulle piante erbacee nei riguardi della luce,


della disponibilit dellacqua e degli elementi nutritivi.
- la mediocrit dello strato erboso comprendente spesso specie foraggere poco
produttive o poco appetite a debole copertura tipo Agropyron, Poa, Oryzopsis e il
Brachypodium pinnatum L. tra le graminacee; tra le leguminose risultano ben rappresentate il Trifolium subterraneum L. e
Trifolium campestre Schreb., diverse specie di ginestrino e mediche annuali. Spesso per la componente erbacea fortemente dominata dalla vegetazione legnosa
molto aggressiva.
In questi ambienti gli indirizzi produttivi ipotizzabili sono fondamentalmente
due, quello foraggero-zootecnico e quello
forestale, che risultano anche i pi idonei a
difendere lambiente e assicurare un reddito sufficiente agli operatori agricoli.
La potenzialit produttiva di queste
aree si sta progressivamente riducendo a
causa del degrado del materiale vegetale
presente, dovuto alle errate modalit di
intervento e gestione. Ogni discorso sul
miglioramento dei pascoli nelle aree marginali mediterranee, quali sono le zone di
alta collina e montagna della Sardegna,
deve tener conto dellattuale modo di
sfruttamento della risorsa vegetale che
265

Fig. 125. Ricoveri Irudizioflali per il bestiame un Supramonte di Orgosolo.

viene sottoposta ad utilizzazione praticamente continua nel corso dellanno;lattivit vegetativa risulta invece concentrata in
due periodi, lautunno e la primavera con
una forte concentrazione della produzione
in questo periodo (circa il 70% sul totale).
Le basse temperature agiscono da fattore
limitante nel tardo autunno ed in inverno,
riducendo drasticamente lattivit vegetativa del cotico erboso in questo periodo. Il
contrasto tra disponibilit e fabbisogni alimentari degli animali contribuisce al
degrado del cotico erboso che risulta sottoposto per lunghi periodi al sovrapascolamento, mentre per brevi periodi si ha una
sovrabbondanza di disponibilit del pascolo che favorisce la scelta delle essenze pi
pabulari da parte degli animali, consentendo cos la diffusione delle essenze poco
appetite e rifiutate. Le cotiche naturali non
degradate e bene utilizzate portano sempre
ad un miglioramento delle caratteristiche
fisiche e chimiche dei terreni in conseguen266

za dellaccumulo dei residui vegetali, nei


terreni in pendio esplicano, inoltre, una
energica azione antierosiva, con costi
ovviamente inferiori a quelli della forestazione. Una buona e densa cotica attenua
sino ad annullano leffetto battente della
pioggia, impedisce lotturazione dei pori
del terreno, mantenendo elevata la permeabilit riducendo lo scorrimento superficiale
e il trasporto solido. Altro aspetto positivo
di un cotico efficiente quello di ridurre
costantemente lumidit del suolo attraverso la traspirazione rendendo il terreno pi
ricettivo alle piogge successive, anche per
la buona condizione strutturale dello strato
superficiale del terreno ad opera degli
apparati radicali.

Limiti di utilizzazione,
cause di degrado e possibilit di
miglioramento
Gli interventi sui pascoli per mantenere
buoni livelli produttivi sono limitati e
spesso controproducenti. Con gli incendi e

Fig. 126. Ericeti degradati dagli incendi sul Gennargentu.

con le lavorazioni si cerca di contenere lo


sviluppo della flora arbustiva. Nelle aree
collinari e montane, il fuoco viene usato
sistematicamente con lo scopo di sfoltire la
macchia, divenuta troppo invadente e poco
accessibile agli animali, e ridurre lazione
competitiva esercitata nei riguardi delle
componenti del cotico erboso. Nelle aree in
pendio, la distruzione della vegetazione e
dello strame, operata dal passaggio del fuoco, determina un aumento dello scorrimento superficiale e dellerosione rispetto al
pascolo non bruciato valutabile a circa il
30%. Con laumento del ruscellamento si
ha anche una riduzione della percolazione
verso gli strati profondi a scapito
dellarricchimento delle falde, con riflessi
nettamente negativi sullecosistema.
Lincendio porta ad una riduzione delle
graminacee e ad un aumento delle leguminose e delle essenze infestanti erbacee ed
arbustive. Per la maggiore appetibilit del
pascolo, la pressione di pascolamento au-

menta sulle aree bruciate, per cui si ostacola la normale andata a seme delle foraggere pabulari e nellarco di qualche anno si
ritorna alla situazione precedente al passaggio del fuoco.
Danni ancora maggiori si hanno quando
si ricorre alluso dellaratro sui terreni in
pendio, con lintento di distruggere la flora
infestante e di insediare un cotico pabulare; le intense precipitazioni autunnali possono provocare imponenti asportazioni del
terreno arato, nel periodo che intercorre tra
la semina e la nascita delle foraggere, sono
possibili asportazioni sino ad un centinaio
di metri cubi di terreno per ettaro, che
determinano una riduzione della profondit dei suoli e contribuiscono a turbare lequilibrio delle zone a valle.
Quando la pendenza, la pietrosit e la
rocciosit affiorante non impediscono
luso dei mezzi meccanici, il decespugliamento pu essere fatto proficuamente con
i mezzi meccanici ricorrendo anche allinfittimento artificiale quando leccessiva
copertura arbustiva ha fortemente compromesso il cotico erboso.
267

Fig. 127. Arature su versanti con pendenze eccessive nei


contraffirti del Monte Lerno.

Molto spesso, nelle zone a forte pendio


si ricorre attualmente alluso di trattori
cingolati a lama frontale per liberarsi della
macchia, con questo mezzo si distrugge
anche il cotico erboso e si asporta lo strato
di terreno pi fertile e pi ricco di materiale organico, di conseguenza linsediamento della copertura erbacea avviene molto
lentamente e spesso, specie nei terreni granitici, gli effetti negativi ditale trattamento
risultano evidenti a distanza di diversi
anni.
Luso di decespugliatrici a coltelli o a
martelli consente il rinettamento senza
rovinare il cotico erboso, il materiale trinciato smorza lazione battente dellacqua
meteorica, evita fenomeni erosivi, facilita
la percolazione verso gli strati profondi e
crea una situazione molto favorevole alla
germinazione dei semi sia delle essenze
foraggere spontanee che di quelle eventualmente utilizzate per linfittimento del
cotico.
268

Linfittimento nelle aree in pendio pu


essere realizzato senza lavorazione del terreno ricorrendo alla semina su sodo e alla
successiva eliminazione delle infestanti
con le decespugliatrici meccaniche o alla
semina sul terreno decespugliato e al successivo passaggio di un frangizolle per
favorire linterramento dei semi. Questa
tecnica, senzaltro meno costosa, nel
rispetto dellambiente elimina totalmente i
pericoli di erosione e consente a bassi costi
un ottimo insediamento del cotico. La tecnica va propagandata e applicata correttamente scegliendo oculatamente i miscugli
da impiegare e gestendo le aree migliorate
con idonee tecniche di utilizzazione.
Specie negli ambienti montani la spiccata stagionalit di produzione non consente la stanzialit del bestiame senza il
ricorso alle scorte. Un notevole apporto
alle produzioni foraggere pu essere dato
dagli erbai e dai prati-pascoli, questi ultimi
impiantati su terreni profondi con essenze
poliennali in coltura pura o consociata. In
base ai dati sperimentali in nostro possesso, la destinazione di superfici variabili tra

Fig. 128. Pascoli arborati a leccio e roverella sul Marghine.

il 10% e il 15% dell intera superficie


aziendale a colture foraggere, consente la
creazione di scorte che, unitamente agli
idonei ricoveri, rende possibile la stanzialit del bestiame nelle aree collinari e montane.
In molte zone della Sardegna infatti, ed
in particolare in quella centro-occidentale,
lattivit agropastorale basata sulla utilizzazione scalare di corpi aziendali posti a
quote differenti.
Si assiste perci ad una sorta di piccolo
nomadismo pastorale, caratterizzato da
spostamenti delle greggi anche di 20-30
Km tra appezzamenti posti in pianura e
collina e quelli di montagna. In queste
situazioni i vantaggi della montagna e
della pianura si intrecciano, piccole oscillazioni del clima provocano cambiamenti
importanti, anche se brevi, sul valore e
distribuzione della produzione dei pascoli.
Nella maggioranza dei casi il momento ottimale di pascolamento viene stimato dagli

allevatori in base allaltezza dellerba,


mentre la permanenza influenzata dalla
produzione di latte del gregge, per cui
quando questa cala esso viene spostato. Ai
deficit alimentari si ovvia spesso sottoalimentando il bestiame, impiegando mangimi concentrati e utilizzando le risorse
foraggere offerte sotto forma di foglie,
frutti e germogli, ad elevato valore alimentare, di diverse specie arbustive ed
arboree della macchia mediterranea pi
evoluta che fornisce, nei periodi critici, un
sensibile contributo alimentare agli animali al pascolo. Il pascolo incontrollato della
macchia determina una degradazione delle
fitocenosi pi evolute, con progressiva
rarefazione e scomparsa delle specie utili,
che lasciano il posto ad altre di nessun
valore pabulare.
In vaste aree collinari e montane della
Sardegna il pascolo arbustivo risulta la
fonte principale di alimentazione di bovini
e ovini e in particolare dei caprini e pone
molteplici problemi di corretta utilizzazione e valorizzazione. I caprini di razze
rustiche come la Sarda sono in grado di
269

Fig. 129. Capre al pascolo in


territorio di Bonorva.

utilizzare un gran numero di essenze arbustive ed arboree oltre alle essenze erbacee e
in particolare le graminacee. In molte situazioni per, la carenza di pascolo erbaceo
porta ad una pressione di pascolamento
eccessiva sugli arbusti che compromette lo
sviluppo di una formazione arborea soddisfacente. Tra gli arbusti solo alcuni sono
pascolati in tutte le stagioni, inoltre si ha
una variazione dei rapporti foglie/steli o
semi/foglie e queste diverse parti delle
piante presentano appetibilit diversa (i
semi sono preferiti alle foglie e queste agli
steli). Nei mesi in cui il pascolo erbaceo
non produce, gli animali utilizzano queste
270

piante che costituiscono un anello alimentare importante. Su uno stesso pascolo


capre e pecore o pecore e bovini di razze
rustiche non si fanno una concorrenza
eccessiva in quanto le capre ed i bovini
spostano la loro preferenza alimentare
verso fonti legnose poco accessibili per la
pecora. Nelle aree in cui il pascolamento
libero le preferenze alimentari non sono
influenzate dalle variazioni di carico ed un
aumento di questultimo provoca una utilizzazione maggiore delle essenze appetite.
In tutte le regioni aride gli arbusti forniscono un contributo sostanziale per la sopravvivenza degli allevamenti in quanto

Fig. 130. La presenza eccessiva di suini determina un


significatico degrado del suolo.

assicurano una riserva in piedi di foraggio


durante il periodo estivo e invernale, quando o per la siccit o per le basse temperature nulla lattivit vegetativa delle componenti erbacee. La loro utilizzazione deve
per essere regolarizzata, in modo da non
provocare processi irreversibili di degrado.
Nelle aree dove la situazione risulta fortemente compromessa, si dovrebbe affrontare con coraggio e seriet il problema della
riduzione drastica dei carichi sino alla
temporanea sospensione del pascolamento
per consentire al cotico di ricostituirsi e
svolgere lazione naturale di difesa contro
lerosione. Nelle aree chiuse al pascolo
potrebbero insediarsi gli animali selvatici
che, come noto, esercitano una pressione
di pascolamento minore. Lattivit venatoria controllata potrebbe garantire, in queste
aree, un reddito anche maggiore di quello
attualmente retraibile con gli animali
domestici che, col pascolo incontrollato e
continuo, accentuano i processi di degrado

con grande pregiudizio della stabilit dellecosistema.


Le aree a pi forte degrado sono quelle
pubbliche non sottoposte a vincoli, un
esempio del degrado cui si pu pervenire
dato dalle aree a pascolo del Gennargentu
in cui, a causa delleccessivo pascolamento, impedito il ripristino della copertura
arborea pur trovandosi spesso su aree a
chiara vocazione boschiva nelle quali, se il
pascolo non verr accuratamente regimato,
in funzione della reale capacit produttiva
del cotico, si andr incontro alla totale
distruzione della copertura erbacea con
conseguente denudamento delle pendici, a
causa delle precipitazioni di forte intensit
che si hanno in questi ambienti.
Nelle aree delle foreste demaniali, anche
in presenza di terreni a scarsa potenza e ridotta fertilit quali ad esempio quelle del
Limbara,il divieto allutilizzazione ha
portato a una ricostituzione della copertura
arbustiva e arborea con essenze autoctone o
di importazione che limitano i danni da
erosione e consentono linstaurarsi di una
situazione paesaggistica di grande valore.
271

In altri ambienti, ad esempio sul


massiccio calcareo di Monte Albo, ad aree
boscate di indubbio interesse si alternano
aree totalmente denudate ed altre in cui si
cerca con lavorazioni di migliorare il cotico erboso in zone a forte pendio con risultati disastrosi sullecosistema.

La salvaguardia e la valorizzazione
Basandosi sui risultati sinora ottenuti,
per evitare un ulteriore degrado, necessaria una politica di gestione delle aree a
rischio che limiti gli usi civici e vieti interventi aratori nelle aree in forte pendio.
necessaria una accurata valutazione
della potenzialit produttiva dei pascoli per
uniformare i carichi, vietando, temporaneamente qualsiasi tipo di utilizzazione nelle
aree a rischio in modo da favorire una naturale inversione di tendenza, che consenta

272

linsediamento delle essenze erbacee arbustive ed arboree anche con interventi di ripristino artificiale.
Il successo di una qualsiasi iniziativa
volta a valorizzare le aree a pascolo di collina e di montagna condizionato quindi
da una successione di interventi che vanno
dagli apporti di fertilizzante al controllo
delle infestanti, dagli infittimenti artificiali o naturali al turno e alladeguamento dei
carichi in relazione alle effettive condizioni di produttivit.
La ricerca e la sperimentazione hanno
gi individuato idonee forme di interventi,
ma i risultati saranno inutili se non si attueranno adeguati strumenti divulgativi e normativi; sterile mettere a punto le pi sofisticate tecniche agronomiche, volte ad
incrementare le produzioni unitarie dei
pascoli, se il tutto destinato a rimanere
circoscritto nellambito di una relazione di
un convegno o di una monografia.

Introduzione

La modesta altimetria della Sardegna fa


s che solo il 15% della superficie regionale sia classificabile come montagna
(ISTAT, 1984), anche se lalta collina sarda
presenta un rilievo cos tormentato e
discontinuo da poter essere a ragione considerata montana. In ogni caso si deve
rilevare anche in questi territori la modesta
incidenza dellarboricoltura, comparto che
risulta sotto il profilo socio-economico nettamente subordinato alle attivit zootecniche. Pertanto le colture arboree tradizionali della montagna sarda risultano oltremodo
limitate per superfici occupate e redditi
retraibili, concentrandosi in prevalenza alla
periferia dei campi urbani o allintorno
degli insediamenti sparsi (stazzi nellAlta
Gallura e furriadroxius nel Sulcis); si tratta
per lo pi di modesti vigneti finalizzati
allautoconsumo familiare nel cui ambito si
inseriscono come piante sparse pochi fruttiferi (ciliegi, meli, noci e castagni su tutti).
Risultano pressoch assenti lalbicocco, il
pesco, il pero, luva da tavola e altre specie
di minore importanza (tab. 1).

1. La viticoltura
La vite a uva da vino rappresenta la pi
importante coltura arborea da frutto della

montagna sarda (tab. 1) poich occupa


3302 ettari in coltura specializzata (4,9%
della superficie vitata regionale) e fornisce
8120 tonnellate di prodotto (2,4%); la
modesta efficienza produttiva di questi
impianti sottolineata dalla differenza esistente tra lincidenza percentuale delle
superfici e delle rese, contesto almeno in
parte spiegabile con le difficolt dellambiente montano soprattutto sotto il profilo
climatico (breve stagione vegetativa, frequenza delle gelate primaverili, ecc...) ma
certo anche motivato dallelevata et degli
impianti, dal loro modesto grado di rinnovamento (anche sotto il profilo tecnologico) e dalla ridotta estensione della singola
unit produttiva. Le previsioni a medio termine indicano un ulteriore regressione
della coltura, vuoi per il costante esodo di
manodopera dal settore agricolo verso il
terziario vuoi per la raggiunta autosufficienza economica del nucleo familiare; in questi ultimi anni, poi, la viticoltura
regionale ricorsa in larga misura alle
provvidenze comunitarie per lespianto dei
vigneti, procedendo alleliminazione nellultimo quinquennio di 3570 ettari di
certo coincidenti con gli impianti meno
remunerativi. , pertanto, ipotizzabile che
anche la montagna abbia contribuito alle
estirpazioni pilotate.
275

Fig. 131. Coltivazione della vite ad alberello alle pendici dei monti di Oliena.

I vitigni pi frequentemente presenti


nelle aree montane sono il Moscato e la
Caricaggioia nellAlta Gallura (massiccio
del Limbara), la Monica e il Cannonau nei
territori della Sardegna centrale (monti del
Gennargentu) e il Nuragus nelle pi alte
quote della Sardegna meridionale. La
forma di allevamento di gran lunga prevalente il tradizionale alberello sardo
caratterizzato da una potatura assai corta
(4-6 gemme per ceppo) al fine di garantire
alle stesse unelevata vigoria e rusticit;
questa scelta, co-responsabile del persistente stato di crisi del comparto a livello
regionale a causa dello squilibrio esistente
tra contenuto zuccherino e acidico delle
uve cos ottenute, risulta invece giustificata nelle aree a maggiore altimetria dove i
modesti livelli produttivi e la vicinanza
delle uve al terreno consentono una pi
rapida e completa maturazione delle stesse. , peraltro, vero che le gelate tardive
inducono proprio negli strati pi bassi del276

latmosfera (e in particolare in quelli a


contatto con il suolo) i maggiori abbassamenti termici.
In conclusione si sottolinea il modesto
ruolo della viticoltura montana, certo
destinata a ulteriore regressione; in prospettiva questi vigneti potranno svolgere
una funzione di carattere prevalentemente
ricreativo e hobbistico, e in misura
minore esteticopaesaggistico.

2. Lolivo
La superficie montana occupata da questa sempreverde di 838 ettari, pari al
2,3% del totale regionale (tab. 1). Ancora
minore lincidenza percentuale delle produzioni fornite dai territori dalta quota
(1,9%); questi dati chiariscono subito il
modesto peso socio-economico dellolivicoltura montana, che risulta molto limitata
dal regime termico, dalla frequenza dei
venti e dallorografia accidentata del territorio. Si tratta, anche in questo caso, di
impianti localizzati alla periferia di centri

urbani e finalizzati allautoconsumo del


nucleo familiare o allimmissione dellolio
in circuiti distributivi del tutto locali. Labbandono delle campagne favorisce, poi, la
diffusione del Dacus oleae
Gmel. (mosca dellolivo) che attaccando le drupe nel corso dellestate ne provoca la cascola e ne compromette la resa in
olio sia sotto il profilo quantitativo che
qualitativo.
Pertanto anche per lolivicoltura montana non sussistono valide prospettive di
sviluppo poich solo in limitate aree sar
possibile ottenere un giusto tornaconto
economico puntando sulla produzione di
olii di alta qualit; questo obiettivo perseguibile solo con lintroduzione di razionali tecniche colturali del terreno, di difesa
e di trasformazione delle olive.

3. La cerasicoltura
Il ciliegio occupa in Sardegna 240 ettari, di cui ben 100 ricadono in territori montani. Pertanto il contributo in termini di
superficie della montagna risulta pari al
42% contro il 50% e l8% rispettivamente
della collina e della pianura (tab. 1); anche
per questa coltura lanalisi delle produzioni segnala delle rese unitarie piuttosto
modeste per le aree a maggiore altimetria
poich dal 42% delle superfici si retrae
solo il 33% della produzione. In effetti gli
impianti posti alle maggiori quote sono di
norma costituiti da piante sparse ubicate in
aree molto accidentate, sovente non meccanizzabili dove lunico intervento colturale costituito dalla raccolta dei frutti; i
pochi impianti specializzati esistenti nellIsola sono invece ubicati in pianura o
nella collina meccanizzabile (fig. 1).
Negli anni Cinquanta e Sessanta questa
drupacea ha conosciuto anche in Sardegna
una fase espansiva sostenuta dallelevata
forza lavoro operante in agricoltura e
dalla tendenza espansiva della domanda
derivante dalle migliorate condizioni economiche della popolazione. Da quella data

il processo si invertito e la coltivazione si


andata concentrando verso le aree pi
fertili e facilmente raggiungibili; il processo regressivo ha favorito la diffusione di
due temibili parassiti animali: il coleottero
buprestide Capnodis tenebrionis L. (capnode) e la Rhagoletis cerasi L. o mosca
delle ciliegie. Il primo insetto attacca allo
stadio larvale tutte le drupacee alimentandosi a carico degli apparati radicali a partire dalle radichette assorbenti e procedendo
verso il colletto; la presenza di 2-3 grosse
larve sufficiente per portare a morte le
giovani piante, mentre attacchi di minore
entit compromettono la vitalit e le capacit produttive del ciliegio. Pertanto gli
agricoltori meno informati e/o attenti non
avvertono la presenza del parassita e
imputano la morte delle piante a una non
meglio precisata moria contro la quale
non esiste rimedio. La lotta, che non solo
possibile ma anche di sicuro successo, in
primo luogo di natura agronomica e consiste nel mantenere in condizioni ottimali la
pianta (concimazioni, irrigazioni, potatura,
ecc...); detti interventi devono essere integrati sia dalla raccolta manuale degli adulti
(che nella stagione estiva si fermano sulla
chioma e possono essere facilmente catturati perch soggetti al fenomeno della
tanatosi) che dalla distribuzione al piede
delle piante di esteri fosforici granulari. La
mosca delle ciliegie colpisce invece le
drupe, sulle quali si realizza la deposizione
delle uova e lo sviluppo della larva; anche
in questo caso la lotta soprattutto agronomica poich consiste nella raccolta
completa dei frutti al fine di eliminare le
larve interrompendo cos il ciclo. Questo
intervento deve essere integrato con il
posizionamento di super-trappole cromotropiche, costituite da pannelli plastici
rivestiti di appositi collanti capaci di attirare la mosca per il loro colore (giallo), e la
presenza di sostanze proteiche (che la femmina in fase di ovodeposizione ricerca con
avidit) e ammoniacali; lintervento pu
essere completato con luso di esche
avvelenate consistente nella distribuzione
277

su limitate porzioni di chioma di sostanze


proteiche miscelate con insetticidi a basso
impatto ambientale (piretroidi di sintesi).
Il controllo di questi due parassiti apre
ampie prospettive di mercato per il ciliegio, i cui frutti spuntano sul mercato prezzi sempre elevati e sono collocati con
grande facilit; daltra parte lattuale stato
di abbandono della cerasicoltura montana
fa s che essa rappresenti un vasto serbatoio di infezione per gli impianti specializzati della collina e della pianura, fatto
che impone una soluzione organica del
problema.
Le variet pi diffuse sono rappresentate dalla Comune (o ciliegia di
Bonnanaro: fig. 2) presente in modo particolare in Logudoro (monte Pelao) e
molto apprezzata dal consumatore della
Sardegna settentrionale, dalla ubiquitaria
Carrofali, dalla Barracocca nel massiccio del Gennargentu, dalle Cariasedda e Thattarese nel Monti Ferru. A fianco del ciliegio da frutto si colgono ampie
prospettive per il ciliegio da legno, cio
per un utilizzo silvicolturale di questa drupacea. Infatti esso svolge unazione positiva sulla fauna selvatica e fornisce a fine
ciclo un legno di ottima qualit poich
caratterizzato da ridotta porosit con limitato assorbimento di liquidi e mancata formazione di macchie. In particolare il ciliegio idoneo per il ripristino del manto
arboreo nei terreni poveri e degradati pur~
ch non soggetti a ristagni idrici, e a quote
anche superiori ai 1500 m s.l.m.

4. Ii melo
Questa pomacea occupa in Sardegna
200 ettari, di cui solo 25 in montagna
(12,5%) con una produzione di 170 tonnellate (11% della complessiva produzione
regionale). Allo stato attuale il melo coltivato nei territori montani come piante
sparse o promiscuo al vigneto, fornendo
produzioni limitate in prevalenza destinate
allautoconsumo familiare o al commercio
278

locale. Le tecniche sono quantomai obsolete poich prevedono ancora luso del
franco quale portinnesto e del vaso come
forma di allevamento; ci comporta lottenimento di piante vigorose e rustiche, ma
anche di grandi dimensioni e pertanto con
elevati costi per raccolta, potatura, difesa,
ecc... Lelevata resistenza al freddo del
melo, la sua tardiva epoca di fioritura e la
possibilit di ottenere un prodotto di alta
qualit aprono, di contro, interessanti prospettive per quelle limitate aree con terreni
fertili e riparate dai venti; lintroduzione
dei portinnesti clonali nanizzanti e di
forme di allevamento pi rispondenti,
quale il fusetto, fornirebbero il necessario
supporto tecnologico per lottenimento di
meleti a elevata efficienza e rapida messa
a frutto. Anche il patrimonio varietale
risulta quanto mai superato poich ancora
basato su vecchie cultivar nazionali (Imperatore, Renette, ecc...) e su variet locali
quali Appio e Miali; i nuovi impianti
potranno mantenere le cultivar locali, gradite dal consumatore regionale, affiancandovi mele gialle poco soggette a rugginosit (Ozark Gold, Ed gould golden) e
mele rosse di pregio (Royal Gala, Top
red).

5. Il nocciolo
Questa corilacea presente con superfici di un qualche interesse solo sul massiccio del Gennargentu, e in particolare nei
territori comunali di Aritzo, Tiana e Tonara. I pochi impianti specializzati risultano
di et avanzata e obsoleti anche sotto il
profilo tecnico poich costituiti spesso da
popolazioni locali del Corylus silvestris
Dc. (selvaggiola) a frutto piccolo allevate in forma libera a cespuglio; sono, peraltro, presenti anche impianti semirazionali
(soprattutto in agro di Aritzo) con sesti
ampi e regolari, e utilizzo di cultivar di
pregio quali la Tonda romana, la Gentile
delle Langhe, la Tre bisonda e lottima
impollinatrice San Giovanni (Corylus

Fig. 132. Castagneti e noccioleti tra i boschi naturali di


leccio in Barbagia.

avellana L.). In ogni caso la maggior parte


degli impianti risulta pressoch abbandonata sia per i motivi di ordine generale gi
ricordati (riduzione della forza lavoro
impegnata in agricoltura, inurbamento,
ecc...) che per la concorrenza delle nocciole turche e spagnole, commercializzate gi
sgusciate, tostate e calibrate; a questo proposito non va dimenticato che la
popolazione di Tonara controlla la produzione regionale del torrone, settore che
assorbe notevoli quantitativi di nocciole e
che pertanto lavvio di un processo di
recupero dei nbccioleti raccordato con lo
sviluppo di attivit agr-industriali per la
valorizzazione dello stesso troverebbe in
loco gli utilizzatori del prodotto finito.
Leventuale impianto di nuovi noccioleti dovr essere realizzato in terreni freschi e profondi con modesto contenuto in
calcare attivo e con un ottimo drenaggio
delle acque. Sotto il profilo sanitario assume un ruolo fondamentale il controllo

delleriofide del nocciolo, acaro che colpisce soprattutto la cv Gentile delle Langhe e che pu essere controllato con facilit mediante distribuzione di endosulfan. In
definitiva il nocciolo pu contribuire alla
valorizzazione economica e paesaggistica
dei territori montani e offrire una valida
alternativa al solo utilizzo pascolivo dei
pendii.

6. Ii noce
Come il ciliegio, anche questa pu essere considerata una specie a duplice attitudine poich capace di fornire produzioni
sia frutticole che forestali. Il noce sardo,
poi, si caratterizza per un legname di grande pregio, sconsiderevolmente utilizzato
nei trascorsi decenni tanto da risultare al
momento attuale pressoch irrintracciabile
in esemplari di grande mole. , quindi,
evidente la sua modesta rilevanza economica, che contrasta con le favorevoli
potenzialit ambientali e di mercato; infatti la situazione internazionale del consumo
279

Tab. 1. Superfici e produzioni totali e loro incidenza percentuale in jinzione della friscia altimetrica, della Sardegna
(ISTAT, 1984).

di noci segnala un costante incremento in


molti paesi, dove nuove fasce di consumatori con crescenti capacit dacquisto
diversificano il regime alimentare utilizzando questi frutti a elevato contenuto
energetico. Pertanto la coltura del noce a
duplice attitudine risulta proponibile dove
non siano perseguibili ordinamenti produttivi intensivi, come appunto lalta montagna sarda; detto modello potr essere
impiegato quando vi sia carenza di
manodopera, o nel caso in cui il conduttore eserciti lattivit agricola solo a tempo
parziale assecondando anche lattuale
politica comunitaria tesa al contenimento
delle eccedenze agricole e al potenziamento dellarboricoltura da legno. Inoltre lelevato valore del legno pu renderne conve280

niente la coltivazione anche su modeste


superfici e in territori soggetti, come quello sardo, a marcata frammentazione fondiaria.

7. Ii castagno
Questa cupulifera occupa in Sardegna
circa 4.000 ettari, dei quali il 70% concentrato nelle aree centrali dellIsola (Barbagia
e Mandrolisai) e il restante 30% diviso tra il
massiccio del Limbara, lagro di Santu Lussurgiu, monte Pisanu nel Goceano e Lanusei in Ogliastra. In questi territori il castagno rinvenibile dai 600 ai 1300 m s.l.m.,
su substrati scistosi o di disfacimento granitico sempre a reazione subacida. I popola-

menti pi consistenti si localizzano in agro


di Tonara, Desulo, Belv, Aritzo, Tiana e
Sorgono con prevalenza del castagno da
frutto alle quote di 800 - 1000 m, e di quello da legno a maggiore altitudine. I popolamenti finalizzati a produzioni legnose sono
governati a ceduo semplice o sterzato o
matricinato e predominano nei territori di
Aritzo, Tonara e Desulo; la castanicoltura
da frutto tipica, invece, dellagro di Belv
dove i boschi sono governati a fustaia disetanea. Il turno del ceduo di 15 - 20 anni e
fornisce assortimenti destinati ad attivit
minerarie e alla preparazione di pali telegrafici; la domanda risulta, comunque, in
costante decremento per la concorrenza
esercitata dalla paleria metallica e in
cemento vibrato. La castanicoltura da frutto
basata su selezioni locali, ritenute di pregio, e propagate nel tempo per innesto
(soprattutto ad anello) fino allottenimento
di vere e proprie cultivar. Il prodotto cos
ottenuto collocato sul mercato regionale
(importante quello di Cagliari) ovvero in
occasione di sagre e analoghe manifestazioni promozionali. In ogni caso gli interventi
colturali sono molto scarsi e riconducibili a
saltuarie potature di ringiovanimento.
Anche in Sardegna le problematiche

fitopatologiche rivestono un ruolo


fondamentale nella tutela del comparto
poich il cancro della corteccia (Endothia parassitica) e il mal dellinchiostro
(Phythophtora cambivora) hanno fortemente ridotta la consistenza dei popolamenti regionali, anche se oggi la virulenza
(soprattutto del primo) risulterebbe inferiore per la selezione naturale di ceppi ipovirulenti. I frutti, poi, sono colpiti dal
balanino (Curculio elephas) e dalla
Cydia spiendana, capaci di deprezzare
anche il 70% della totale produzione.
Ciononostante il castagno costituisce
per leconomia delle zone interne una
risorsa importante, e contribuendo per
circa il 30% alla totale produzione legnosa
dei boschi sardi si propone come valida
alternativa alla monocoltura dellallevamento ovino per lalta collina e la montagna sarda. Il rilancio del comparto trova
valide ragioni anche nella sicura commercializzazione del prodotto e nella generale
accettazione di questa fagacea da parte del
mondo pastorale. Questultima considerazione di fondamentale importanza in un
contesto sociale dove gli equilibri silvopastorali rappresentano il punto critico di
ogni politica forestale.

281

Negli ultimi anni la fauna selvatica, a


causa del progresso tecnologico e della
antropizzazione, ha subito la pi evidente
limitazione al punto che molte sono le specie animali scomparse, altre risultano rarefatte o relegate in spazi sempre pi angusti. Eppure gli animali risultano essere
parte integrante del patrimonio naturale e
componente essenziale dellambiente. Listituzione di zone speciali di protezione
come parchi o riserve naturali, aree di salvaguardia e di ripopolamento, contribuisce
ad una efficace difesa faunistica per la
conservazione e io sviluppo delle specie autoctone allo stato naturale. In questo
modo notevoli estensioni di collina e di
montagna della nostra regione, scarsamente utilizzate per le sfavorevoli condizioni
ambientali, possono essere recuperate
introducendo specie animali, come gli
ungulati selvatici, per la produzione di
soggetti morfologicamente e geneticamente pregevoli da impiegare nella
ricostituzione del nostro patrimonio faunistico. I luoghi prescelti devono risultare
lontani dai centri abitati, scarsamente
antropizzati, non facilmente accessibili,
con forti asperit, a bassa densit di strade
e con la possibilit di includere successivamente altre zone limitrofe per costituire
vaste superfici continuative.

Per consentire il soddisfacimento delle


abitudini alimentari e comportamentali
necessario che il territorio prescelto, oltre
la necessaria presenza di un corso dacqua
perenne, si caratterizzi per la variabilit
del terreno con brevi aree di prato inframezzate da zone di macchia e/o di bosco.
Lesiguit della popolazione faunistica
attuale impone inoltre che il numero degli
animali da adibire alla costituzione delle
nuove colonie di ripopolamento sia a livello pi basso possibile senza peraltro comprometterne la crescita successiva. Perch
questo si realizzi necessario, almeno
nelle prime fasi, mantenere gli animali
allinterno di zone recintate che avranno la
funzione di impedire agli animali introdotti di allontanarsi e ad altri di penetrarvi.
auspicabile che la recinzione perimetrale
sia realizzata con limpiego di rete metallica zincata non inferiore ai 2 metri daltezza interrata per 30 cm.
Tali recinzioni sono necessarie nonostante gli ungulati tendano a frequentare
aree ad elevata produttivit vegetale per
cui la zona prescelta acquista una vera e
propria attrazione e difficilmente viene
abbandonata. Data la caratteristica composizione dei gruppi sociali, questo territorio
verr poi trasmesso dagli adulti alle giovani generazioni in una sorta di eredit. I
285

pericoli maggiori di un allevamento libero


possono derivare dal randagismo dei cani,
ancora abbastanza diffuso nella nostra
regione, che pu compromettere lesistenza dellintero gruppo.
Non va dimenticato, inoltre, che gli animali selvatici godono di uno stato di salute migliore dei loro congeneri domestici e
che il numero delle malattie trasmissibili
cui possono essere affetti appare molto
ridotto. La fauna selvatica, infatti, mostra
una maggiore resistenza allattacco dei
vari agenti patogeni quali parassiti, batteri
o virus, e ci pu essere imputato oltrech
a fattori genetici anche alle caratteristiche
di allevamento. Infatti negli allevamenti
domestici a causa della ristrettezza degli
spazi a disposizione si permette da un lato
di accrescere la recettivit degli animali
alle malattie e dallaltro di provocare un
maggiore sviluppo degli organismi patogeni. Tuttavia, nonostante la minore recettivit della fauna selvatica verso le malattie in genere, preferibile evitare qualsiasi
contatto con gli animali domestici attraverso limpiego delle recinzioni.
Con la recinzione possibile controllare realmente la dinamica della popolazione
e operare dei prelievi mirati per rifondare
altre colonie. In alcuni casi, qualora le
condizioni di equilibrio fra il carico degli
animali e le disponibilit foraggere risultino alterate, si potrebbero aprire parti della
recinzione per permettere un naturale irradiamento dei capi in sovrannumero. Questo modo di operare, gi sperimentato con
successo in altri paesi, ha il vantaggio di
ampliare le zone di ripopolamento creando
un naturale equilibrio fra gli animali e
lambiente floristico.
Gli ungulati selvatici sono capaci di
esaltare le limitate potenzialit di questi
territori, essendo in grado, date le caratteristiche metaboliche e lelevata resistenza
ai disagi ambientali, di utilizzare integralmente la maggior parte delle essenze botaniche presenti. La frugalit e la rusticit
rende questi animali adatti a nutrirsi di un
numero di piante pi elevato rispetto alla
286

maggioranza del bestiame, utilizzando non


solo specie erbacee ma anche arbustive ed
arboree le pi grossolane che di norma
vengono ignorate dagli animali domestici.
Tali caratteristiche possono costituire un
ulteriore vantaggio per la loro reintroduzione in considerazione delle peculiarit
climatiche della nostra regione dove esiste
una forte stagionalit delle piogge e la siccit estiva condiziona pesantemente lo sviluppo vegetale.
Il ripopolamento di una zona, dopo linserimento di una specie animale, non deve
essere lasciato al caso, ma in primo luogo
va adeguatamente programmato e
successivamente tenuto in continua osservazione. Infatti un controllo della densit
di popolazione necessario al fine di evitare danni alle essenze vegetali. Non esistono regole precise su questo argomento
ed impossibile indicare il carico ottimale
di animali date le caratteristiche delle specie e la peculiarit delle aree. importante tuttavia non superare un certo carico di
animali per unit di superficie, necessario cio instaurare e mantenere un giusto
rapporto tra flora e fauna. Tale equilibrio si
raggiunge quando le essenze vegetali ecologicamente stabilizzate sono in grado di
autorinnovarsi in tutte le varie componenti
e senza alcuna protezione da parte delluomo.
Un grosso limite deriva anche dalla
scarsa conoscenza della fisiologia di questi
animali, in particolare di quella digestiva,
e ci non permette una corretta valutazione dei loro fabbisogni e di conseguenza
delle caratteristiche nutritive degli alimenti a loro destinati. Nonostante siano stati
effettuati numerosi lavori sugli aspetti
relativi allallevamento degli ungulati selvatici le diversit climatiche, pedologiche,
geologiche e delle essenze vegetali sperimentate costituiscono un grosso limite. La
stima delle preferenze vegetali viene effettuata in prevalenza sullosservazione diretta degli animali liberi nel loro habitat.
Il controllo degli animali introdotti va
eseguito anche per verificare la densit di

Fig. 133. II daino estinto in Sardegna negli anni 50, oggi


reintrodotto in diverse aree dellisola.

popolazione. noto come una popolazione di ungulati lasciata a se stessa tende a


proliferare a ritmo esponenziale almeno
nel primo periodo poich proprio nella
fase iniziale vengono meno i classici predatori che agiscono come fattori di selezione. In genere per spiegare la dinamica
di due popolazioni viene utilizzata la competizione esistente fra preda e predatore, di
solito si assiste al fatto che se la densit
delle prede scende al di sotto di un certo
livello anche i predatori subiscono una
contrazione numerica poich non avranno

pi cibo a sufficienza. La riduzione della


popolazione di predatori favorisce lo sviluppo delle prede e di conseguenza anche
un ristabilimento del numero dei predatori.
Nella realt il fenomeno tuttavia appare
alquanto pi complesso considerata la
polifagia che generalmente contraddistingue un predatore.
Un altro aspetto da sottolineare che
dal sovraffollamento possono risultare
danni diretti agli animali non solo per il
mancato soddisfacimento dei bisogni alimentari ma anche per una pi agevole diffusione dei parassiti o per il mantenimento
di soggetti non idonei alla riproduzione,
287

con danni di natura genetica trasmissibili


alle successive generazioni.Naturalmente
ai criteri per una corretta gestione delle
popolazioni animali allo stato naturale
deve corrispondere una conoscenza dei
parametri riproduttivi della specie impiegata. I dati sulla fertilit, sul raggiungimento della pubert, sulla durata della carriera riproduttiva, sul periodo dinterparto,
sono indispensabili per valutare il ricambio generazionale, inteso come una certa
quantit di individui adulti che ogni anno
giungono a fine carriera. Il numero di questi soggetti deve risultare superiore al
valore medio del ricambio in quanto bisogna considerare la mortalit accidentale,
da traumi, da condizioni climatiche avverse e dalla presenza di predatori.
Allo stato attuale sono presenti in
Sardegna 3 diverse specie di ungulati di
interesse faunistico: il daino, il cervo ed il
muflone. Per la ricostituzione faunistica di
ogni singola area consigliabile individuare uno di questi animali, poich sono
gi stati segnalati casi dincompatibilit
tanto che i mufloni maschi mal sopportano
i cervi verso i quali manifestano un comportamento aggressivo.
Il daino stato recentissimamente
introdotto in Sardegna, poich quello originario dellisola risulta estinto, pertanto il
suo patrimonio genetico pu non essere
idoneo al nostro habitat. In definitiva lopera di ripopolamento con questo ungulato, almeno ai fini ambientali, ci pare inopportuna anche in considerazione del suo
parziale addomesticamento tanto che lanimale viene attualmente allevato in molte
regioni europee soprattutto per la produzione di carni alternative.
Del cervo sardo, sebbene attraversi una
ripresa espansiva (introdotto di recente in
Corsica e in alcune aree della Sardegna), al
momento la costituzione di ulteriori colonie di ripopolamento potrebbe risultare
alquanto rischiosa per linadeguato numero dei soggetti. La famiglia dei cervidi
della quale fa parte anche il daino composta da 17 generi, 40 specie, 200 sotto288

specie comprendente anche il cervo Sardo.


In attesa di conoscere leventuale differenza genetica rispetto al cervo Europeo
quello Sardo si caratterizza per le ridotte
dimensioni corporee, il minor sviluppo
delle corna e per la diversa colorazione
della mantellazione. un ungulato di notevoli dimensioni con le femmine pi piccole dei maschi, una mantellazione composta
da peli setolosi e fine lanuggine con una
colorazione variabile a seconda della stagione. I maschi sono provvisti di corna
ossee ramificate delle quali non si conosce
bene limportanza. probabile che non
siano utili per la lotta come invece potrebbe apparire in un primo tempo, mentre
pi verosimile che rappresentino una sorta
di richiamo sessuale. Nelle fasi di corteggiamento infatti un comportamento caratteristico del maschio quello di mostrare la
propria impalcatura stando immobile
davanti alla femmina con la testa sollevata.
Il trofeo del cervo composto da due
parti: la radice che unappendice perenne
dellosso frontale e le corna propriamentedette che sono caduche. La crescita della
radice si ha nel corso della pubert per una
moltiplicazione della parte interna del periostio dellosso frontale che, accrescendosi progressivamente, d vita alla prima
impalcatura. La durata di questa crescita
di 140180 giorni, raggiungendo nella stagione invernale il suo massimo sviluppo
che viene condizionato dal peso corporeo
e dal livello alimentare dellanimale. La
caduta del trofeo in genere si osserva allinizio della primavera per una interruzione
dellapporto ematico. Sul determinismo
del fenomeno influisce il ciclico alternarsi
del livello stagionale del testosterone,
tanto che la castrazione ne comporta la
mancata crescita.
Sebbene lanimale manifesti una elevata versatilit, preferisce superfici boscate
con piante ad alto fusto, mal sopporta la
sete perch non in grado di concentrare
le urine e questo non una sorpresa poich
i progenitori del cervo abitavano le foreste
delle zone temperate.

Fig. 134. Lattiva protezione del cervo ha consentito la


ripresa della popolazione e la introduzione in aree dove
ormai era scomparso.

Il cervo si dimostra un accurato


pascolatore con un ampio raggio dazione,
si sposta di continuo e si alimenta per un
tempo pi lungo rispetto agli animali
domestici. Una caratteristica dei ruminanti
di manifestare delle preferenze alimentari tanto che sono in grado di selezionare le
essenze foraggere di buona qualit preferendo specie vegetali di alta digeribilit e
ad elevato valore proteico. In una graduatoria basata sulla capacit digestiva degli
ungulati troviamo allapice il capriolo

definito selettore concentrato poich preferisce alimenti facilmente digeribili e,


nella parte opposta, il bovino che in
grado di utilizzare gli alimenti pi
grossolani. Il cervo si colloca in una posizione intermedia con una capacit digestiva leggermente inferiore a quella dei ruminanti domestici in quanto presenta un
tempo di transito dellalimento nel canale
alimentare molto breve. Questo sembra
apparentemente un paradosso rispetto a
quanto detto in precedenza e pu trovare
spiegazione nel fatto che nellintestino del
cervo il transito degli alimenti molto
rapido e quindi viene impiegato meno
289

tempo per la digestione. Questo comportamento pu essere una forma di adattamento dellanimale alle essenze botaniche di
scarsa qualit per la gran parte dellanno e,
pertanto, per aumentare lenergia richiesta
potrebbe essere costretto ad accelerare il
tempo di transito intestinale.
Il cervo presenta dai 6 ai 9 cicli
alimentari nelle 24 ore, con i 2/3 di questi
impiegati durante il giorno, con la massima attivit al mattino e alla sera, tuttavia
se lanimale viene disturbato frequentemente, si muove solo allimbrunire.
Il consumo volontario del cervo in
relazione al peso corporeo dellanimale e
al suo stato fisiologico. Possiamo teoricamente calcolare che se il consumo medio
per un adulto si aggira intorno a 1,5 Kg di
foraggio secco in settembre alla ripresa
dellattivit riproduttiva, risulter di 1,7
Kg in dicembre con linizio della gravidanza, mentre in aprile alla fine della
gestazione sar di 2,0 Kg e di 2,5 kg in
maggio quando lanimale presenter il
picco della lattazione.
Anche per il muflone il pericolo di
estenzione si sta gradatamente allontanando e, sebbene non si conosca in Sardegna
la sua reale consistenza numerica, allo
stato attuale risulta discretamente rappresentato; stato infatti di recente introdotto
in diverse aree dellisola dallAzienda
Foreste Demaniali. Il muflone ha una grossa capacit di sopravvivere e proliferare in
condizioni ambientali notevolmente carenti grazie alle sue modeste necessit idriche
ed alimentari. I suoi ritmi biologici vengono notevolmente influenzati, come del
resto nella gran parte degli ungulati, dalle
variazioni della luce risultando quindi connessi direttamente con i cambiamenti stagionali. Animale estremamente sospettoso,
sempre vigile, ama le zone poco frequentate, con esigenze di ampi spazi aperti,
coperti da una vegetazione di tipo arbustivo ed erbaceo, sposta la sua posizione continuamente durante larco dellanno. Fra i
mufloni mancano le dispute territoriali
poich non hanno la tendenza a marcare le
290

aree frequentate, pur essendo in possesso


di ghiandole adatte a tale scopo.
Il muflone essenzialmente diurno con
due picchi massimi di attivit al sorgere e
calare del sole, inframmezzati da una
pausa a met della giornata. Preferisce una
nicchia ecologica di alta collina e montagna (non a caso presenta unemoglobina
adatta a vivere in condizioni di bassa pressione di ossigeno) con una natura del suolo
dura e rocciosa che gli permette una buona
usura della parete dello zoccolo e dove il
drenaggio dellacqua deve avvenire in
modo rapido. Infatti da alcune caratteristiche eritrocitarie lanimale si verosimilmente evoluto in zone aride o subdesertiche. Il muflone presenta un eccletismo alimentare elevato, poco esigente, si pu
adattare a diverse situazioni alimentari non
ultima anche quella del solo fieno; le
essenze appetite sono pi di 150 con una
preferenza verso le arbustive nei mesi
freddi e le erbacee in quelli caldi. I frutti
sono sempre ricercati e costituiscono un
eccellente alimento energetico, soprattutto
bacche di corbezzolo, ghiande e castagne.
Come tutti i selvatici il muflone dispone di organi di senso molto sviluppati, gli
occhi sono disposti lateralmente formando
un angolo di 300 che gli permette unampia visione, nei maschi questo campo visivo viene ridotto dalla presenza delle corna.
Il muflone presenta anche un ottimo olfatto, indispensabile alle femmine nelle cure
parentali come discriminazione finale nel
riconoscimento del proprio piccolo, ai
maschi per seguire e riconoscere eventuali
femmine in attivit estrale. Anche le capacit acustiche sono molto sensibili e vengono impiegate in particolare per segnalare i pericoli.
Il muflone un animale gregario con
una unit di base stabile costituita da sole
femmine generalmente imparentate fra
loro e da piccoli fino ad i anno di et di
ambo i sessi. Il gruppo sociale mantiene
una continua sorveglianza anche durante il
pascolo e viene guidato dalla femmina pi
esperta che in caso di pericolo manda for-

Fig. 135. 11 muflone fra i mammiferi selvatici di grande


taglia il pi diffuso in Sardegna.

zatamente laria attraverso le narici, emettendo una sorta di fischio dallarme


accompagnato da un breve tambureggiamento con le zampe ante non; in seguito a
questo fatto il gruppo scappa con salti
brevi ed irregolari per fermarsi dopo una
certa distanza, drizzando il capo e fiutando
il vento. In alcuni periodi dellanno a questo gruppo sociale si possono unire un
certo numero di maschi adulti e subadulti
andando a costituire branchi misti pi o
meno numerosi che trascorrono insieme i
rigori dellinverno. Nel corso della pri-

mavera il branco si pu disperdere per il


fatto che in questo periodo i piccoli maschi
che hanno circa I anno si allontanano dal
gruppo sociale mentre le femmine adulte
gravide si appartano per partorire. Nella
stagione estiva vi pu essere una ricostituzione del branco che trascorre buona parte
della giornata ad oziare, mentre alle prime
pioggie ritroviamo nuovamente i sessi
separati.
Nella gran parte degli ungulati la durata del giorno e quindi dellalternarsi delle
stagioni, influenza marcatamente lattivit
riproduttiva del muflone. Inoltre essendo
una specie poliginica il maschio non si
291

accontenta di una sola femmina, ma nel


corso dellautunno combatte con i conspecifici per il controllo di 4-8 femmine in
relazione alla densit di popolazione. I
segni fisiologici della spermatogenesi
sono presenti gi ai 14-16 mesi ma socialmente lattivit riproduttiva viene spostata
ai 4 anni. Nel corso di questo periodo lanimale aumenta cos le dimensioni corporee ed acquista quindi maggiori capacit e
possibilit di superare la forte pressione
selettiva esistente fra i maschi per il possesso delle femmine. Il muflone fertile
tutto lanno, manca infatti la sterilit fisiologica presente in altri ungulati come il
daino ed il cervo. Tuttavia si osserva che il
livello della libido e della spermatogenesi
elevato in autunno ed estremamente
basso nella tarda primavera e nellestate.
Contrariamente ai maschi invece le
femmine si accoppiano ai 14-16 mesi
almeno nel 40% della popolazione, in relazione alle condizioni alimentari che ne
condizionano lo sviluppo corporeo, mentre
la restante parte rinvia la gravidanza alla
stagione riproduttiva successiva.
Naturalmente come nei maschi anche
lattivit riproduttiva delle femmine influenzata dal fotoperiodo, con inizio alla
fine di settembre in alcuni animali, e
raggiunge la totalit dei soggetti in ottobre-novembre concentrando ovviamente i
parti in marzo-aprile. In qualche caso si
possono verificare accoppiamenti primaverili con parti in settembre provocati
dalla mancata riproduzione autunnale per
le scadenti condizioni energetiche della
precedente lattazione. Il risveglio primaverile vegetale pu ripristinare le condizioni
ottimali per stimolare lattivit riproduttiva tanto che personalmente abbiamo
osservato nei maschi una certa ripresa, in
questo periodo delle caratteristiche del
materiale seminale.
Landamento della stagione, oltre
allalimentazione, alla formazione dei
branchi, allattivit riproduttiva, condiziona anche la muta diversificando le caratteristiche di mantellazione fra lestate e lin292

verno. La muta ha inizio dalla superficie


del dorso e gradatamente si estende alle
altre regioni del corpo completandosi in un
periodo di 2-3 mesi, in stretta relazione
allapporto alimentare.
II riconoscimento dellet, come per gli
ovini domestici, pu essere effettuato con
una certa precisione attraverso il consumo
dei denti, ma ovviamente per poter praticare questa ispezione necessario catturare
gli animali. Gli inconvenienti della cattura
nella valutazione dellet possono essere
evitati prendendo in considerazione lo sviluppo delle corna nei maschi e la presenza
di macchie bianche nel viso delle femmine. Il maschio si caratterizza anche per la
presenza della sella, una sorta di macchia presente nel dorso costituita da peli
bianchi visibili solo dopo i 3 anni di et.
Tuttavia attraverso lo sviluppo delle corna,
che a differenza di quelle del cervo non
sono caduche, possiamo eon una certa
approssimazione stabilire let. Infatti, ad
eccezione del primo, negli anni successivi
le corna si caratterizzano per la presenza di
un restringimento circolare uno per ciascun anno, una sorta di anello che delimita
un segmento dellastuccio corneo che
tende a ridursi col procedere dellet.
Nelle femmine invece la maggiore et si
contraddistingue per la pi ampia estensione delle macchie costituite da peli bianchi
che delimitano gli occhi ed in particolare il
muso. Il gruppo pi adatto per la fondazione di una popolazione composto da due
maschi ed otto femmine. Dei maschi uno
deve essere adulto mentre laltro al secondo o terzo anno di vita, mentre le femmine
dovrebbero essere gravide in seguito
allaccoppiamento con un muflone diverso
dai due introdotti e questo per garantire la
massima variabilit genetica del gruppo.
Poich il muflone vive ancora allo stato
naturale solo in Corsica e Sardegna, e,
considerata la possibilit di incroci fecondi tra il muflone e la pecora domestica,
indispensabile studiare le caratteristiche
genetiche di questi animali per mantenere
integra la specie. A tale scopo sono state

gi effettuate delle ricerche le quali hanno


messo in evidenza alcune delle caratteristiche genetiche tipiche del muflone non presenti nella pecora domestica, tali da poter
discriminare i soggetti puri da quelli fenotipicamente simili. Alla luce di queste considerazioni indispensabile evitare pericolose immissioni che possono provocare
inquinamento genetico della fauna locale e
sottopone tutti gli animali da reinserire ad
un controllo dei marcatori genetici. La
necessit di garantire lidoneit del mate-

riale allevato deve indurre le autorit


regionali ad affidare ai centri pubblici
competenti le scelte di ceppi geneticamente idonei. In proposito gi da diversi
anni lAzienda Foreste Demaniali sta portando avanti una intelligente politica di
salvaguardia, reintroducendo animali nelle
zone di sua competenza. Ma soprattutto la
nuova coscienza in tema ambientale che si
sta facendo via via pi sensibile presso i
cittadini pu da sola costituire una sicura
garanzia per il futuro di questi animali.

293

Al fine di individuare i territori montani lart. 1 della Legge n. 992/52 indica


quali criteri laltitudine, il reddito dominicale ed agrario e, per quelle zone che non
hanno tali qualit, pari condizioni economicoagrarie.
Lintero territorio montano della provincia diviso in zone costituenti ciascuna un
territorio geograficamente unitario ed omogeneo sotto laspetto idrogeologico, economico e sociale. La zona pu comprendere
territori contigui a pi province.
La Legge n. 992 poi elenca gli enti per la
difesa montana (art. 9), i comprensori di bonifica (art. 14), i consorzi di bonifica (art.
16), indica infine lo strumento di cui tali enti devono servirsi per operare nel territorio
montano: il piano generale di bonifica (art.
17) e ne descrive gli effetti (art. 18).

1. Le fonti normative
La Comunit Montana regolata dalla
Legge statale n. 1102/71 e successive modifiche, dalle leggi regionali e, per la regione
Sardegna dalle ll.r.r. Sardegna nn. 26 e
52.8.78 e da eventuali leggi successive
aventi ad oggetto lo sviluppo economico e
sociale della montagna; infine regolata dai
singoli statuti. Attualmente disciplinata

per quanto riguarda i principi dalla Legge


nazionale n. 142/90 agli artt. 28 e 29, e per
quanto attiene alla normativa di dettaglio
saranno le leggi regionali a dettarla.
Per quanto riguarda la normativa statalela Comunit Montana secondo la Legge
n. 1102/71 ente di diritto pubblico costituito in ciascuna zona territoriale omogenea in base a legge regionale, istituita tra
comuni che in essa ricadono. Le relative
leggi regionali stabiliranno le norme cui le
Comunit Montane dovranno attenersi in
relazione agli statuti, allarticolazione e
composizione degli organi; alla preparazione dei piani zonali e dei programmi
annuali e nei rapporti con altri enti operanti nel territorio (art. 4). La Legge n. 1102
definisce gli ambiti entro i quali le leggi
regionali possono regolamentare, e si pone
quindi come legge quadro per la montagna
sia sotto il profilo organizzativo sia per
quanto riguarda lattivit amministrativa.

2. Natura giuridica delle Comunit


Montane nella Legge n. 1102/71
Le Comunit Montane sono secondo la
Legge n. 1102 enti di diritto pubblico ed
enti di programmazione, che soddisfano
finalit di promozione e valorizzazione e
297

protezione dellambiente di zone omogenee montane, in attuazione dellart. 44 e


129 u. c. della Costituzione, di riequilibrio
economico e sociale di quelle zone attraverso la predisposizione e attuazione di
piani pluriennali di sviluppo sociO-economico elaborati nel quadro della programmazione economica nazionale e regionale e
coordinati con il piano comprensoriale. La
Comunit Montana elabora ed attua, coordinandosi con il piano urbanistico comprensoriale e con la programmazione territoriale regionale, il piano urbanistico che
deve essere conforme agli obiettivi del piano di sviluppo della zona. La pianificazione degli altri enti operanti nel territorio
montano deve a questi adattarsi: sono i
piani urbanistici comunali, i piani generali
di bonifica ed i programmi di altri enti, i
quali appunto devono adeguarsi al piano
urbanistico della Comunit Montana che
deve essere coordinato con il piano urbanistico comprensoriale.
Le Comunit Montane infine formulano, coordinano ed attuano i programmi
annuali di intervento, gli eventuali programmi stralcio dei piani pluriennali in
attuazione del piano generale di sviluppo
economico e sociale, svolgono unattivit
di partecipazione allelaborazione dei piani
e dei programmi regionali di sviluppo.
Esercitano funzioni proprie di programmazione e pianificazione attraverso
elaborazione e attuazione dei suddetti
piani efunzioni amministrative che le vengono delegate dallo Stato e dalle regioni, e
le funzioni amministrative relative allattuazione dei piani e dei programmi regionali di sviluppo.

3. Attivit di programmazione e pianificazione delle Comunit Montane


Secondo la Legge n. 1102 sulla montagna e le leggi regionali, la Comunit Montana soprattutto ente di programmazione e
pianificazione perch primariamente ha in
attribuzione la funzione di programmazione
298

e pianificazione. Tale funzione viene a concretizzarsi attraverso la redazione e attuazione del piano di sviluppo pluriennale che
deve essere redatto non in contrasto con le
linee programmatiche regionali e deve coordinarsi con il piano comprensoriale. Realizza poi la funzione di pianificazione con la
formulazione del piano urbanistico della
Comunit Montana a cui devono adeguarsi
gli altri strumenti di pianificazione della
zona montana degli enti che vi operano.
Infine pone in essere unattivit di
pianificazione e di attuazione di programmi di sviluppo, attraverso la formulazione
e realizzazione dei programmi annuali e
dei programmi stralcio dei piani pluriennali, e sempre nellambito dellattivit attuativa, elabora progetti di interventi montani
prevedendo e creando opere di bonifica,
oo.pp., servizi, infrastrutture, incentivando
iniziative che permettano il riequilibrio del
territorio montano.
La Comunit Montana, sempre
nellambito dellesercizio della funzione
di programmazione, svolge unattivit di
partecipazione ai piani e programmi di sviluppo regionale.
Oltre ad esercitare funzioni proprie di
programmazione e pianificazione che attua
nellelaborazione dei programmi e dei
piani, esercita funzioni di amministrazione
attiva anche attraverso lattuazione dei
piani e programmi regionali di sviluppo, e
svolge unattivit di coordinamento degli
interventi pubblici nel proprio territorio.
Accanto a tali funzioni istituzionali la
Comunit Montana pone in essere funzioni amministrative delegate dallo Stato,
dalle Regioni e dai Comuni. Le Comunit
Montane possono delegare a loro volta
altri enti che operano nel proprio territorio,
per attuare i programmi di intervento o per
realizzare alcuni interventi specifici.

4.11 piano di sviluppo socio-economico


Lart. 5 della Legge n. 1102 poneva fra

i fini istituzionali delle Comunit Montane


soprattutto la funzione di programmazione
attraverso la elaborazione ed attuazione
del piano di sviluppo socio economico
della zona di montagna. Questo piano
aveva obiettivi generali tali da permettere
di definire le Comunit Montane enti di
programmazione.
La Legge n. 142 sul riassetto delle autonomie locali abroga, con lart. 29, lart. 5.
Cos la Comunit Montana non presenta
pi tale valenza, cio lessere soprattutto
ente di programmazione, ma, e meglio si
vedr nel proseguire lanalisi della Legge
n. 142 e nellevidenziare il disegno del
nuovo assetto delle autonomie locali, la
Comunit Montana , secondo il legislatore della Legge n. 142, ente di amministrazione attiva.
Il piano ex art. 29 Legge n. 142 non trover pi il suo limite nella programmazione regionale cui doveva uniformarsi ex art.
5 Legge n. 1102, e non sar pi approvato
dalla Regione, ma (sempre ex art. 29
Legge n. 142), sar approvato dalla Provincia, e saranno apposite leggi regionali
ad indicare i limiti che le Comunit Montane incontrano ed a cui devono informare
il piano. La programmazione della Comunit Montana deve adeguarsi alle direttive
regionali in materia di programmazione e
deve coordinare la programmazione propria (piano di sviluppo e piani di zona ex
art 2 n. 2 Legge n. 1102/71) con quella
regionale (cio con il p.r. di sviluppo). Perci si pu affermare che gli atti programmatici ditali enti preludono, per quanto
riguarda lo sviluppo socio economico
della zona montana, alla pianificazione
regionale (Dalfino: voce Comunit Montana in Dizionario Amministrativo a cura di
Guarino, pagg. 737 ss).
La Comunit Montana nella elaborazione del piano pluriennale, deve tenr conto
non solo delle indicazioni della programmazione regionale, ma, anche, della
legislazione nazionale e cio della Legge
n. 1102/71 sulla montagna, della Legge n.
142/90, delle leggi regionali e delle

prescrizioni dei propri Statuti. Secondo


lart. 2 n. 4 Legge n. 1102 il piano deve
indicare le scelte programmatiche ed
attuarle, ci ne dimostra la valenza urbanistica.
Lart. 29 della Legge n. 142/90 prevede
ora la redazione ad opera delle Comunit
Montane di un piano poliennale di sviluppo organizzato in piani operativi stralcio
(art. 29 n. 3) annuali. Le leggi regionali ne
determineranno la durata e ne definiranno
le procedure di approvazione. Il piano
poliennale approvato dalla Provincia,
produce i suoi effetti e nei confronti degli
altri enti che sono nel territorio della
Comunit Montana vincolando la loro attivit (ad es. vincola il piano provinciale), e
nei confronti della Regione e dello Stato.

5. Lesperienza della Regione Sarda:


Comunit Montane, programma
pluriennale e le funzioni di amministrazione attiva
Lesperienza della Regione Sarda dimostra che il programma pluriennale (ex art.
26 della Legge regionale 27 agosto 1982 n.
19), oltre a contenere le prescrizioni e le
direttive (ex art. 2 della Legge n. 33/75)
relative alla programmazione dellassetto
del territorio, deve indicare le scelte prioritarie di sviluppo socio-economico (ex art.
5 Legge n. 1102/71) ed uniformarsi alle
linee fondamentali della programmazione
regionale (ex Lege regionale n. 33/75). Il
piano predisposto con la partecipazione
degli enti pubblici e delle rappresentanze
economiche e sociali, culturali e sindacali
secondo quanto disposto dallo Statuto
della Comunit Montana.
Lo Statuto prescrive la procedura da
seguire perla formazione del piano: previsto lapporto dei Comuni in sede di progettazione, mediante pareri ed osservazioni di cui la Comunit Montana, in sede di
adozione del piano, deve tenere conto.
approvato dalla Regione; le indicazioni di
questo piano sono yincolanti per tutti i
299

soggetti che operano nel territorio della


Comunit Montana.
Sulla base del piano di sviluppo, la
Comunit Montana provvede a definire
ogni anno un programma che contiene
indicazioni e priorit delle oo.pp. e degli
interventi da realizzare nel periodo di
durata del piano, dettati con legge regionale; copia del piano perviene alla Regione
ad opera della Comunit Montana.
A seconda delle esigenze e delle
disponibilit finanziarie la Comunit Montana elabora piani stralcio settoriali e intersettoriali, di durata annuale e pluriennale:
sono questi piani attuativi, espressione
della funzione di gestione e attuazione dellattivit di indirizzo delle Comunit Montane.
Secondo la Legge regionale n. 31/89
art. 7 n. 4, la Regione attribuisce alle
Comunit Montane, in attesa della istituzione di parchi o riserve nelle aree acquisite ex art. 711. 3 Legge n. 31, funzioni di
progettazione degli interventi diretti allo
sviluppo integrato, volto al rispetto del
patrimonio naturale dellisola; e funzioni
propositive (ex art. 10 n. 4) attraverso la
presentazione di osservazioni al Presidente della Giunta Regionale sulla proposta
dei p.r. (ex art. 10 e art. 20 n. 3).
Identico potere di intervento attribuito alle Comunit Montane mediante la
presentazione di osservazioni sul piano
parco e riserva. Possono gestire (art. 13 n.
1) parchi e, (ex art. 23 n. 8), provvedono
alla conservazione e ripristino dei monumenti naturali compresi nel proprio territorio, mediante la realizzazione di opere,
infine (art. 13 n. 2) fanno parte di un
Comitato assieme alle Province, ed ai Sindaci dei Comuni interessati al parco o alla
riserva.
Secondo la Legge urbanistica della
Regione Sarda 22.12.1989 n. 45, ii legislatore pone fra i soggetti della pianificazione
(art. 2 lettera c), le Comunit Montane
insieme ai Comuni singoli od associati,
alla Regione, alle Province; figurano (art.
3) fra gli strumenti di pianificazione a
300

livello provinciale, i piani urbanistici provinciali e sub-provinciali, ed a livello


comunale, i piani urbanistici comunali ed
intercomunali; sono indicati gli ambiti di
competenze degli strumenti (art. 4). Le
Comunit Montane pianificano luso del
territorio a salvaguardia dellambiente in
coerenza con la pianificazione regionale
e con il piano urbanistico provinciale e,
sempre in coerenza con la pianificazione
provinciale, possono redigere il piano
urbanistico ex art. 7 Legge n. 1102 ora
abrogato. prevista come funzione eccezionale e su motivata richiesta (art. 11) lo
studio, la redazione dei piani paesistici,
che attribuita oltre che alla Provincia ed
ai Comuni singoli e associati, anche alle
Comunit Montane.
Infine, sempre secondo lart. 8 della
Legge regionale Sarda n. 45, le Comunit
Montane, in armonia e nel rispetto dei
piani paesistici, delle direttive e dei vincoli regionali ex art. 5, e della pianificazione
provinciale, possono dotarsi di piani ex
Lege n. 1102/71, piani che seguono le
modalit di formazione del piano urbanistico provinciale.
Su questi atti esercitato un controllo
di legittimit e conformit agli strumenti
sovraordinati sugli atti delle Province e
delle Comunit Montane in materia urbanistica. Gi in questa legge si nota un
depotenziamento delle Comunit Montane
sotto il profilo della programmazione del
territorio, a tutto vantaggio della Provincia, di cui deve rispettare e con la quale
armonizzare i propri piani.
Gli indirizzi programmatici contenuti
nel piano di sviluppo socio-economico,
attengono essenzialmente ad interventi in
settori produttivi come lagricoltura e foreste, il turismo, lartigianato, la tutela e
valorizzazione ambientale, e ad incentivi
alle imprese e ad interventi attraverso
oo.pp. e realizzazione di infrastrutture,
bonifica e risanamento.
Lart. soppresso dallart. 29 Legge n.
142. Saranno ora le leggi regionali ad
adattare le Comunit Montane al disegno

delle nuove Comunit Montane secondo i


principi dettati dalla legge sul riassetto dei
poteri locali. Perfino quanto previsto dallart. 7 Legge n. 1102 abrogato dallart.
29 Legge n. 142: cio il potere di coordinamento degli atti di programmazione e
pianificazione delle Comunit Montane
con gli altri atti degli enti operanti nel territorio, Comuni, comprensori (intese con
questi) etc., viene attribuito alla Provincia
dalla Legge n. 142/90. Cos la Comunit
Montana non pi il centro della programmazione del proprio territorio, perch ci
ora proprio della Provincia che si pone
perci quale ente intermedio fra Regione e
Comunit Montane e Comuni.
La Comunit Montana oltre ad esercitare funzioni di indirizzo, ha funzioni operative attribuitegli dallart. 6 Legge n.
1102/75 attraverso la realizzazione del
piano di sviluppo pluriennale e dei piani
annuali. Oggi la Comunit Montana (ex
art. 29 n. 3) pu concorrere con i propri
strumenti alla realizzazione dei programmi
annuali operativi di esecuzione del piano:
cos il piano pluriennale si trasforma da
piano di indirizzo programmatico a piano
operativo.
Sempre lart. 29 n. 3 indica alle
Comunit Montane i contenuti minimali
che il piano pluriennale deve assumere: e
cio tale piano deve indicare gli strumenti idonei a perseguire gli obiettivi dello sviluppo socioeconomico compresi quelli
CEE, Stato e Regione, che possono concorrere alla realizzazione dei programmi
annuali di esecuzione del piano.

6. Rapporti fra Comunit Montane e


Regioni in materia di programmazione: il piano territoriale di
coordinamento
Lart. 29 n. 4, dopo aver abrogato lart.
7 della Legge n. 1102/71, obbliga le
Comunit Montane ad intervenire, durante
la predisposizione del p.t.c. Infatti la Legge
n. 142 allart. 29 ha abrogato lart. 5 Legge

n. 1102 che prescriveva lelaborazione da


parte delle Comunit Montane del piano
urbanistico; oggi la Comunit Montana
assieme alla Regione contribuisce alla
pianificazione urbanistica mediante il
suo intervento obbligatorio in sede di redazione del p.t.c. e sempre secondo lart. 29
n. , fatto obbligo alle Comunit Montane
di fare proprie nel piano pluriennale le indicazioni urbanistiche.
Un altro obiettivo che lart. 29 n. 4 raggiunge la interconnessione delle attivit
di programmazione con quella di
pianificazione urbanistica. Gi la legge
sulla Montagna (art. i e 2) poneva fra gli
obiettivi della programmazione e pianificazione della Comunit Montana la tutela
ambientale, la tutela delle foreste sotto il
profilo paesaggistico (e quindi di salvaguardia), produttivo, la previsione, realizzazione e finanziamento di opere pubbliche, infrastrutture e servizi che riequilibrassero lo sviluppo socio-economico
del territorio montano. Tutte queste finalit sono proprie del p.t.c. (si veda in proposito il D.P.R. n. 616/77).
Secondo lart. 29 n. 4 la funzione urbanistica della Comunit Montana
soddisfatta con la previsione del solo concorso ditali enti alla formulazione del p.t.c.
La funzione urbanistica infatti viene attribuita alla Provincia che redige e adotta il
p.t.c. che viene trasmesso alla Regione per
laccertamento di conformit di questo
atto programmatico con gli indirizzi di
programmazione regionale. Infatti il p.t.c.
contiene prescrizioni alle quali tutti gli enti
devono adattare i loro atti e strumenti.
Sempre secondo la Legge n. 142, la legge regionale determiner il concorso dei
Comuni alla formazione del p.t.c..
Dunque anche i Comuni concorrono
alla predisposizione del p.t.c.. E allora
come possibile combinare le disposizioni dellart. 29 quando prevedono il concorso alla predisposizione del p.t.c., e delle
Comunit Montane e dei singoli Comuni?
(artt. 29 n. 4, art. 15 n. 4).
Entrambi gli enti devono concorrere in
301

sede di programmazione regionale oppure


sufficiente la presenza della Comunit
Montana? Non semplice risolvere tale
quesito. Un notevole contributo a questa
soluzione pu essere offerto dalla definizione della natura delle Comunit Montane; perch se esse si possono considerare
(ex art. 28 Legge n. 241) enti esponenziali
degli interessi dei territori montani, sar
sufficiente il concorso delle sole Comunit Montane e di questo se ne giover lefficienza dellazione amministrativa e le
procedure saranno semplificate e pi snelle; se invece le Comunit Montane non
possono essere qualificate come enti
esponenziali, devono essere presenti anche
i Comuni a tutela delle minoranze. Vi
sono difficolt infatti a considerare tali
enti, esponenziali, soprattutto a causa
degli interessi a carattere limitato che
esprimono.
Prima che lart. 29 Legge n. 142/90
abrogasse lart. 2 Legge n. 1102/79, la Comunit Montana esercitava, come gi
precedentemente si evidenziato, una funzione urbanistica mediante la formulazione dei piani urbanistici della comunit di
cui i Comuni e gli altri enti operanti nella
zona dovevano tener conto, nel predisporre i propri strumenti urbanistici. La natura
(e gli effetti) di questo piano era urbanistica e sicuramente simile al p.t.c. (cos come
ad es. si pu dedurre dalle Leggi regione
Sardegna n. 26/75 art. 16, e Legge regione
Sicilia n. 38/74 art. 25. Ii contenuto di questi piani urbanistici delle Comunit Montane soprattutto era agricoloforestale).
La Legge sulla montagna del 1971 n.
1102, non solo imponeva agli artt. I e 2 ii
coordinamento fra programmazione statale, regionale e degli altri enti locali che
operano nel territorio montano, perch lo
sviluppo socioeconomico di quelle comunit sia riequilibrato, ma specificamente
tale legge agli artt. 5, 6 e 7 attribuiva alle
Comunit Montane appunto una funzione
di programmazione, attraverso la predisposizione dei piani di sviluppo e dei piani
annuali, e unattivit di pianificazione, che
302

si estrinsecava mediante la redazione del


piano urbanistico; e infine prevedeva funzioni attuative e operative di detti piani.
Lart. 29 n. 4 Legge n. 142 abroga gli artt.
5 e 7 della Legge n. 1102/71, e attribuisce
alla Comunit Montana funzioni di intervento nellelaborazione del p.t.c., di
adozione dei piani poliennali di sviluppo;
e funzioni operative mediante la realizzazione dei piani annuali, e la gestione ed
attuazione dei programmi regionali e provinciali. Cos la Comunit Montana si trasforma. Essa non pi ente di programmazione, giacch nel nuovo disegno delle
autonomie locali contenuto nella Legge n.
142/90 la Provincia ad essere lente
intermedio fra Regioni e Comunit Montane, che coordina la programmazione degli
enti che operano nel proprio territorio.
Infatti la Provincia e non pi la Regione
ad approvare il piano pluriennale delle
Comunit Montane secondo la Legge n.
142/90. Quali funzioni allora rimangono
alla Comunit Montana cos come disegnata dalla legge sul riassetto delle autonomie locali, se da questa legge viene fortemente deponteziata? E attribuito un
potere di intervento nel procedimento di
elaborazione del p.t.c. a livello regionale,
di gestione e attuazione dei programmi
regionali e provinciali.
Qual allora la natura della Comunit
Montana, se non pi ente di programmazione?
Se vero che la Comunit Montana
centro di aggregazione di pi Comuni per
soddisfare gli interessi ed i bisogni dellarea montana e per riequilibrare lo sviluppo
socio-economico di quelle zone omogenee, potrebbe la Comunit Montana essere
ente esponenziale di pi interessi aggregati e resi omogenei dallessere propri delle
zone montane? insomma la montanit
ad aggregare interessi e Comuni nella
Comunit Montana oppure proprio la
qualit degli interessi ristretti dallessere
montani, a far negare il carattere di ente
esponenziale?
Dopo che lart. 29 abroga implicita-

mente lart. 2 Legge n. 1102 ed esplicitamente agli artt. 3, 5 e 7 Legge n. 1102/71


quali funzioni spettano alla Comunit
Montana? Dice lart. 29, quelle funzioni
proprie attribuite dalla legge e gli interventi speciali per la montagna stabilite dalla
CEE e da leggi statali e regionali. Inoltre
secondo lart. 29 n. 2, le Comunit Montane svolgono lesercizio associato di funzioni proprie di Comuni o a queste delegate dalla Regione e funzioni che Comune,
Province, Regioni delegano alla Comunit
Montana. Sono attribuite alle Comunit
Montane (ex art. 29 n. 2) funzioni di
amministrazione attiva; permangono, come abbiamo visto, depotenziate, le funzioni proprie di programmazione e pianificazione (art. 29 n. 4), e di concorso ai piani
regionali (p.t.c.); individuano gli strumenti atti a stabilizzare lo sviluppo socio-economico delle montagne attuando le finalit indicate dalla CEE, dallo Stato e dalle
Regioni (art. 29 n. 3); questi mezzi una
volta individuati possono concorrere a
realizzare i piani annuali di esecuzione del
piano.
Infine secondo lart. 29 n. 8 lasciata
alla Comunit Montana la possibilit di
trasformarsi in unione di Comuni (ex art.
26 della stessa legge). Tale possibilit di
scelta legittima in base allautonomia
organizzativa che hanno questi enti.
Se quanto disposto dallart. 29 n. 8 lo
leggiamo in combinato con lart. 29 n. 2,
cio con lattribuzione alle Comunit
Montane dellesercizio associato di funzioni proprie dei Comuni, davvero nasce
dalla Legge n. 142 una nuova Comunit
Montana: grande comune che associa a s
tanti piccoli Comuni per un efficiente e
razionale esercizio dellattivit di amministrazione attiva, e per un migliore intervento nello sviluppo socio-economico
delle Comunit della montagna.
Questo grande comune sarebbe
caratterizzato dallaggregarsi, dallunirsi
di piccoli Comuni, per divenire comunit
entificata che espressione e che cura gli
interessi delle Comunit di zone omoge-

nee caratterizzate dalla Montanit,


mediante lesercizio associato di funzioni
proprie dei Comuni.

7. I piani di zona
Il primo livello di programmazione
della Comunit Montana costituito dal
piano di zona che secondo lart. 29 Legge
n. 142/90 atto necessario e trova la
regolamentazione negli statuti delle
Comunit Montane e negli atti regionali. I
piani di zona devono avere come contenuto minimale: le finalit (art. 28 Legge n.
142 e art. 2 Legge n. 1102/71) cio il
riequilibrio socio economico della zona, la
protezione del suolo e dellambiente, le
localizzazioni, i costi degli investimenti
previsti e i loro finanziamenti.
Sono soprattutto gli obiettivi del piano
di zona a permettere alle Comunit Montane di contare, in qualche modo dessere
presenti in sede di politica economica
regionale.
Il piano di zona e il programma stralcio
approvato dal Consiglio delle Comunit
Montane, e svolge una volta approvato
lefficacia tipica degli strumenti di unincentivazione pubblica.

8. Le funzioni proprie di amministrazione attiva della Comunit


Montane ex Lege n. 1102/71, Lege n.
142 e Leggi regione Sardegna nn. 31,
45
Le funzioni di pianificazione e
programmazione, gestione e attuazione dei
programmi e dei piani, sono indicate dalla
Legge n. 1102/71 (artt. 1 e 2) come primarie e qualificanti funzioni delle Comunit
Montane e sono pi sfumate e meno caratterizzanti nella Legge n. 142/90. Le funzioni proprie di amministrazione attiva
delle Comunit Montane invece sono contenute in maniera pi puntuale, nelle singole leggi regionali che obbligatoriamente
le relazionano al quadro della programma303

zione e pianificazione dello sviluppo


socioeconomico dellintera Regione.
Dunque queste funzioni possono variare ed essere diverse da Regione a Regione
ma certo che la Comunit Montana, su
tutto il territorio montano nazionale, svolge funzioni che hanno come obiettivo il
riequilibrio socio economico di zone omogenee di montagna (secondo il dettato dellart. 44 della Costituzione), mediante lintervento e la realizzazione degli strumenti
di programmazione e pianificazione degli
indirizzi di politica economica. Ci possibile soprattutto con la Legge n. 142 agli
artt. 28 e 29, perch la Comunit Montana
un ente a valenza politico-amministrativa. Essa ha funzioni di coordinamento
degli strumenti di programmazione e pianificazione degli enti che operano nel proprio territorio, primariamente nei confronti degli strumenti dei Comuni che costituiscono il territorio delle Comunit Montane. Da ci si pu dedurre che la Comunit
Montana pone in essere funzioni intercomunali. La legittimit di questa affermazione trova il suo fondamento giuridico
nella norma contenuta nella Legge n. 149
allart. 29 u.c. e allart. 26 ove si afferma
che tali enti possono dar luogo a forme di
associazione di comuni.
Anche lart. 28 n. i Legge n. 142/90
ribadisce che le funzioni proprie delle
Comunit Montane possono essere indicate ad opera delle leggi regionali. Dunque anche se tali attribuzioni, come
abbiamo gi affermato, mutano da Regione a Regione, in via generale possiamo
individuarle in materia di tutela ambientale e specificatamente in materia di parchi, di attivit agro-silvo-pastoral 1, di
tutela del suolo, di elaborazione e realizzazione di interventi per infrastrutture,
per servizi pubblici, per realizzazione di
oo.pp.; oppure il legislatore regionale
riserva solo unattivit minimale consultiva che spesso coincide con quella comprensoriale.
Infine con listituzione e lampliamento
delle USL, la Comunit Montana pu
304

avere la gestione di servizi socio-sanitari e


di amministrazione attiva se Comunit
Montana e USL coincidono territorialmente (v. art. 15 Legge n. 833/78); se pi
vasto lambito delle USL, le Comunit
Montane sono distretti sanitari di base (v.
in tal senso Legge regione Liguria e Legge
regione Piemonte).
Secondo lart. 2 lettera a) Legge n. 1102
viene attribuita alla Comunit Montana la
realizzazione di infrastrutture, di gestione
di finanziamenti (legge n. 93/81), un potere di sostituzione nei confronti di enti
inadempienti (art. 8 n. 4 Legge n. 1102).
Ha poteri di imperio, emette provedimenti ablatori come i provvedimenti
espropriativi, svolge funzioni di polizia
amministrativa (art. 9 D.P.R. n. 616 e
D.P.R. n. 348). Le leggi statali attribuiscono funzioni proprie alle Comunit Montane (art. 28 n. i Legge n. 142/90) e secondo
il D.P.R. n. 616 anche funzioni delegate.
Fra le funzioni proprie ex Lege statale
possiamo indicare il controllo sugli scarichi e la gestione degli impianti di depurazione (legge n. 650/79 e legge n. 183/89).
La Comunit Montana interviene insieme
alla Regione per la difesa del suolo, secondo quanto stabilito da leggi regionali e nel
rispetto del sistema di competenze dellassetto dei poteri locali.
Infine essendo la montagna un bene che
ha una dimensione sovranazionale e che
trova la sua unitariet nel suo essere montano, le vengono attribuiti dalla Legge n.
142 allart. 29 tutti quegli interventi definiti dalla CEE per il sostegno della Montagna.
Sono queste le agevolazioni fiscali, gli
incentivi per investimenti produttivi e per
la valorizzazione dellambiente montano,
infine ex Lege regione Sardegna n. 19/79
ha funzioni per lassegnazione di aiuti ed
investimenti collettivi di carattere
zootecnico, e comunque si attribuisce alle
Comunit Montane la gestione di interventi CEE nel settore agricolo e forestale, se la
Comunit Montana ha queste competenze
ex Lege regionale.

9. Comunit Montane, Province,


Comuni, Comprensori, Consorzi di
Bonifica, Imbriferi e Forestali
La Comunit Montana nel suo operare
viene a trovarsi in contatto con molti enti
che ugualmente esercitano la loro attivit
nella zona montana e cio Province,
Comuni, Comprensori, Consorzi di Bonifica, Imbriferi Forestali.
Quali rapporti instaura con questi enti?
In molte ipotesi saranno le leggi regionali
a definirli. Per quanto riguarda la Provincia la nuova legge sulle autonomie potenzia questo ente, ma sono poco chiare le
modalit del coordinamento (peraltro
necessario) fra Comunit Montane e Province e fra Comunit Montane e Comuni,
giacch con la Legge n. 142 (lart. 29
infatti abroga lart. 5 della Legge n. 1102),
i Comuni non devono pi adattare, come
lo era invece ex Lege n. 1102, i propri strumenti pianificatori ai piani della Comunit
Montana.
Per quanto riguarda i Consorzi ed i
Comprensori, le Comunit Montane hanno
avuto nei loro confronti un ruolo primario e soprattutto nei riguardi dei comprensori le Comunit Montane hanno cercato
sempre di primeggiare; anche perch i
comprensori avevano le stesse funzioni di
programmazione del territorio, ma in zone
pi ampie e non unitarie di quelle delle
Comunit Montane; cos in molte Regioni
le Comunit Montane quando nascono i
comprensori si vedono limitate da questi
ed a volte, come nellesperienza siciliana,
vengono estinte, a volte diventano ex Lege
regionale enti subcomprensoriali, a volte
ex Lege regionale si identificano e vengono a coincidere con i comprensori.
Gi prima della Legge n. 1102 nella
zona di montagna operavano enti quali i
Consorzi, e successivamente alla Legge n.
1102, svolgevano attivit i comprensori
entrambi enti consortili. Saranno perci le
leggi regionali a volere la primazia della
Comunit Montana su questi altri enti. La
certezza di oggi costituita dalla Legge n.

142 la quale attribuisce alle Comunit


Montane la gestione e la esecuzione del
piano di sviluppo, non attribuisce pi a tali
enti poteri di pianificazione e programmazione, ma solo di partecipazione al p.t.c.
provinciale. Con questa previsione il legislatore dimostra di voler fare partecipare
tutti gli enti che operano nella zona montana o in zone pi ampie di questi alle scelte
che coinvolgono tutta la comunit della
montagna e di voler tutti questi enti in
posizione equiordinata.
Che questa sia la tendenza del legislatore, lo si evince anche dallart. 29 n. 2
Legge n. 142 e dallart. 28 n. I ove nella
prima ipotesi (art. 29 n. 2) si attribuisce
alla Comunit Montana lesercizio associato di funzioni proprie dei Comuni o a
queste delegate dalla Regione, e nella
seconda ipotesi (art. 28 n. 1) il legislatore
pone come obiettivo della Comunit Montana lesercizio associato di funzioni
comunali. Ovviamente tale esercizio
associato di funzioni comunali si avr in
ipotesi di interessi che piccoli Comuni da
soli non possono soddisfare. Allora ecco il
legislatore servirsi della Comunit Montana, che diviene essa stessa grande Comune
Montano, al fine di incrementare le attivit dei piccoli comuni e rendere pi efficienti e razionali i servizi che interessano
aree omogenee. Queste considerazioni ci
portano a chiederci, se la Comunit Montana ex Lege n. 142 sia efficiente rispetto a
quella disegnata ex Lege n. 1102/71.
E se la risposta affermativa, questa
differenza in che cosa consiste?
Nel nuovo assetto dei poteri locali la
Comunit Montana, non pi ente intermedio ma, si presenta depotenziata a favore della Provincia che ha un ruolo differente rispetto al passato. Non ente strumentale del Comune giacch non ha le peculiarit dellente strumentale, non neppure
ente esponenziale, proprio forse a causa
della sua montanit, non pi ente di programmazione; ma concorre alla programmazione regionale.
Gi le leggi regionali e soprattutto la
305

nascita dei comprensori, e il D.P.R. n.


616/77, mostravano la propensione del
legislatore a sfumare il ruolo e le attribuzioni delle Comunit montane. Infatti le
Comunit Montane svolgono funzioni di
interesse locale cos come Province e
Comuni, e funzione di amministrazione
attiva, anche se il legislatore statale (v. il
D.P.R. n. 616) gliene attribuisce veramente poche. Proprio la nascita dei comuni che
svolgono la loro azione in zone sovracomunali non omogenee e pi vaste delle
Comunit Montane, ma con funzioni
uguali
alle
Comunit
Montane
(programmazione, etc.), riduce il ruolo
della medesima rispetto a quello che la
legge sulla montagna aveva definito, anzi
spesso la funzione programmatica e pianificatoria propria delle Comunit Montane,
viene condizionata dai comprensori.
Il legislatore del nuovo assetto dei poteri locali (Legge n. 142/90), pone le Comunit Montane come enti necessari, che
operano in zone omogenee con funzioni
soprattutto di amministrazione attiva (art.
29 n. 1 e 2), di gestione dei finanziamenti
e operativa degli interventi della CEE, statali e regionali a favore della montagna.
Concorre alla programmazione della zona
e della regione; realizza e gestisce servizi
ed opere che il piccolo comune montano
non potrebbe porre in essere. Per svolgere
attivit di amministrazione attiva che soddisfa interessi intercomunali, tale ente si
pone come associazione di comuni, qualificandosi allora in tal modo ancor pi in
maniera chiara e marcata nel disegno della
Legge n. 142, come ente associativo di
comuni montani e divenendo esso stesso
grande comune montano come compiti di
amministrazione attiva e gestionale.
Infine da rilevare (ex art. 61 Legge n.
142) che entro un anno dallapprovazione
della legge sul riassetto delle autonomie
locali, le Comunit Montane dovranno
essere riordinate secondo i principi dettati
dagli artt. 26, 28, 29 Legge n. 142.
Alle Comunit Montane permangono in
attribuzione anche funzioni di programma306

zione del proprio territorio e di


amministrazione attiva, attraverso la realizzazione di piani di sviluppo e piani
annuali (artt. 6 e 8 n. 4 legge n. 1102/71).
Attuano ancora i piani, ed esercitano funzioni di controllo sulla loro esecuzione per
realizzare oo.pp., e gestiscono servizi pubblici attraverso lesercizio di un potere
proprio e di un potere sostitutivo.

10. Funzioni delegate della Comunit


Montana
La Comunit Montana pu essere destinataria di delega da parte della regione
(art. 19 Legge n. 142, e per la regione
sarda art. 44 dello Statuto), di delega da
parte della Provincia (art. 29 n. 3) e di
delega da parte dei Comuni (art. 6 legge n.
1102 e art. 4 Legge n. 93/8 1; art. 29 n. 2
Legge n. 142).
La ratio della delega in esame, come del
resto dellistituto della delega, risiede
essenzialmente
nel
realizzare
la
semplificazione e quindi lefficienza dellazione della Pubblica Amministrazione.
La tipologia della delega alle Comunit
Montane ha la peculiarit di porsi per
gruppi di competenze tutte di rilevanza
sovracomunale, da ci consegue un duplice vantaggio per lattivit della Pubblica
Amministrazione e cio leconomicit dellazione, ed il coordinamento fra le attivit
oggetto di delega e le funzioni proprie
della Comunit Montana.
Tutte queste finalit possibile
concretizzarle proprio attraverso la delega
per gruppi di competenza ad un unico ente
che espressione degli interessi di zone
omogenee e che, anche proprio in questa
ipotesi, mostra la valenza di ente che
assembla le funzioni di tutti i Comuni che
lo compongono, per divenire esso stesso
grande comune caratterizzato della montanit, superando cos il ristretto ambito
comunale. Infatti anche se le materie
oggetto di delega variano da Comunit
Montana a Comunit Montane, da Regio-

ne a Regione, hanno tutte in comune oltre


che lessere delegate per gruppi di competenze, lessere materie a rilievo sovracomunale. Esse riguardano la tutela
dellambiente, le opere pubbliche, le infrastrutture. Anche lo scopo della delega e
cio il favorire la realizzazione del piano
urbanistico regionale, ha dimensioni che
travalicano lambito comunale.
Molti dubbi erano sorti in dottrina sulla
costituzionalit delle deleghe da parte
delle Regioni, e dei Comuni alle Comunit Montane, giacch lart. 118 della Costituzione, afferma che la regolamentazione
degli enti locali avviene per opera della
legge statale.
Con la Legge n. 142 le attivit politico
amministrative possono legittimamente
essere delegate alle Comunit Montane da
Provincie, Comuni e Regioni, perch lart.
28 della suddetta legge, definisce le
Comunit Montane enti locali nei confronti dei quali lart. 118 Costituzione permette e legittima la delega di competenze.
Cos se la delega ex Lege n. 1102 art. 4
n. 3, secondo la dottrina si prestava a qualche dubbio, (2) con la Legge n. 142 le
deleghe previste dallart. 29 n. 2 appaiono
legittime ex art. 118 della Costituzione.

11. Funzioni che la Comunit Montana delega ad altri enti


La Comunit Montana pu delegare
essa stessa funzioni agli enti che operano
nel proprio territorio (art. 6 n. 2 Legge n.
1102/71). Questo tipo di delega ha per oggetto la gestione dei programmi settoriali
della Comunit Montana, e mostra la
duplice valenza della Comunit Montana
quale ente di programmazione che gestisce
piani e programmi.
Loggetto della delega in questa ipotesi
dalla legge limitato allattuazione di programmi settoriali in relazione ai soggetti
cui la Comunit Montana delega. Fra questi utlimi non vi sono i Comuni. La ragione della restrizione dei soggetti cui la

Comunit Montana pu delegare, pu


riguardare sia la natura della Comunit
Montana come ente che aggrega in s
Comuni e funzioni sovracomunali, sia le
subdeleghe nellassetto locale possono dar
luogo a confusione, giacch non vi negli
ordinamenti regionali nessuna regolamentazione della delega.

12. La normativa regionale: lipotesi


della regione Sardegna
Lart. 44 dello Statuto della regione
Sarda dice: La Regione esercita le funzioni amministrative proprie delegandone
normalmente agli enti locali ed avvalendosi dei loro uffici.
Secondo lart. 5 D.P.R. n. 348, Regioni,
Comuni, Province e Comunit Montane
sono titolari di funzioni di polizia
amministrativa nelle materie ad essi rispettivamente attribuite o trasferite.
La Comunit Montana ex art. 9 Legge
n. 650/79 ha funzione di controllo sugli
scarichi, ed ex art. 5 Legge regionale
30.6.1985 n. 16 Province, Comuni e
Comunit Montane per gli atti e provvedimenti di loro competenza, dovranno uniformare allosservanza ed ai contenuti ed
indirizzi del piano sanitario regionale, i
loro programmi di attivit nellesercizio
delle funzioni di cui sono titolari.
Quindi la Comunit Montana in Sardegna esercita funzioni proprie ex Lege n.
1102/71, ed ex Lege regionale 3.6.75 n. 26
e successive modifiche, e quelle contenute
nello Statuto di ogni comunit. Tali funzioni proprie sono primariamente di
programmazione in armonia con gli atti di
programmazione regionale, ed appunto in
accordo con i quali adotta per la propria
zona i piani pluriennali di sviluppo socioeconomico, edadottava i piani urbanistici,
di entrambi cura lattuazione; partecipa
allelaborazione di piani e dei programmi
di sviluppo. La Comunit Montana adotta
ed attua i programmi annuali ed i programmi di sviluppo. La Comunit Montana
307

adotta ed attua i programmi annuali ed i


programmi stralcio di piani pluriennali,
programmi di oo.pp. od altre attivit e/o
funzioni previste da leggi e dallo Statuto.
La Comunit Montana anche in Sardegna
oltre che funzioni proprie esercita funzioni
delegate dalla regione Sarda ex art. 44
dello Statuto, ed essa stessa pu delegare
proprie funzioni ad altri enti.

13. Attivit di programmazione


Secondo la Legge regionale n. 26/75 la
Comunit Montana adotta il piano urbanistico allo scopo di coordinare lattivit
urbanistica nel proprio territorio.
Tale piano ha come obiettivo la
definizione dellassetto territoriale dellintera Comunit e deve essere coerente con
le indicazioni dello schema di assetto territoriale ex art. 5 Legge n. 33/75 e conforme
agli obiettivi del piano di sviluppo economico e sociale della Comunit.
Ex art. 11 Legge regione Sardegna n.
26/75 il piano predisposto con la partecipazione delle rappresentanze economicosociali-culturali. Il piano dopo la sua
approvazione ha durata ed effetti dei piani
territoriali di coordinamento ex artt. 5 e 6
Legge n. 1150 e successive modifiche.
La Comunit Montana ex art. 29 Legge
n. 142/90 non predispone pi il piano urbanistico ma concorre attraverso le indicazioni urbanistiche del piano pluriennale di sviluppo, alla formazione del p.t.c. Entro un
anno dallapprovazione della Legge n. 142
anche la regione Sarda dovr uniformare la
propria legislazione in materia secondo i
principi dettati dalla legge nazionale sul
riassetto delle autonomie locali.
Il piano pluriennale di sviluppo
economico e sociale ex Lege regionale n.
26/75 art. 4 contiene e le prescrizioni e le
direttive ex art. 20 Legge regionale n.
33/75 e le scelte prioritarie di sviluppo
economico e sociale ex art. 5 Legge n.
1102/71 abrogato dallart. 29 Legge n.
142/90.
308

Il piano pluriennale predisposto con la


partecipazione di enti pubblici e delle rappresentanze sindacali e culturali, e deve
uniformarsi alle linee fondamentali della
programmazione regionale ex Lege regionale n. 33/75.
Il progetto del piano pluriennale di sviluppo economicosociale (e prima della
Legge n. 142 anche il progetto del
piano urbanistico delle Comunit Montane) deve essere trasmesso al Comune che
entro 30 giorni esprime il proprio parere.
Esaminato il parere, il Consiglio della
Comunit Montana adotta il nano pluriennale ed il piano urbanistico. Entro 30 giorni i Comuni devono esprimere il loro parere motivato. Il piano pluriennale (e il piano
urbanistico delle Comunit) viene trasmesso assieme ai pareri, osservazioni ed
opposizioni al Consiglio Regionale ed
allAssessorato Enti locali, per lapprovazione definitiva.
Il piano di sviluppo (ed il piano
urbanistico) vincolante per i soggetti
pubblici e privati, ed i Comuni devono
entro sei mesi apportare ai propri strumenti urbanistici le varianti per adeguarli alle
previsioni dei piani stessi.
Qual la natura del piano di sviluppo?
Sembra abbia natura mista: di indirizzo
dello sviluppo economico e sociale della
zona montana, ed al contempo attuativa
degli indirizzi pi generali di politica economica regionale.
Secondo la Legge n. 142/90 la Comunit Montana adotta i piani pluriennali di
opere e di interventi (art. 29 n. 3).
La Comunit Montana individua gli
strumenti idonei a perseguire gli obiettivi
dello sviluppo socio-economico compresi
quelli della CEE, dello Stato e delle Regioni, che possono concorrere alla realizzazione dei programmi annuali operativi di
esecuzione del piano (art. 29).
Il piano pluriennale di sviluppo socioeconomico ed i suoi aggiornamenti sono
adottati dalla Comunit Montana ed
approvati dalla Provincia secondo procedure previste ex Lege regionale. Dunque

lapprovazione non pi ad opera della


Regione e ci significativo per interpretare i ruoli che la Legge n. 142 assegna alla
Provincia ed alla Comunit Montana (art.
29 n. 5).
Cos le Comunit Montane, attraverso
le indicazioni urbanistiche del piano
pluriennale di sviluppo, concorrono alla
formazione del p.t.c. e non sono pi il centro della programmazione del territorio
montano, non sono pi enti essenzialmente di programmazione.
Lart. 29 abroga gli artt. 3, 5 e 7 Legge
n. 1102/71 (art. 29 n. 4). Per quanto attiene ai programmi annuali ed ai programmi
stralcio, la Comunit Montana, sulla base
del piano annuale di sviluppo economico
sociale vigente, provvede a definire ogni
anno un programma contenente lindicazione, le priorit delle opere e degli interventi da realizzare nel periodo di validit
del programma.
La Legge n. 142 attribuisce alle singole
leggi regionali la regolamentazione di
dettaglio delle Comunit Montane. Cos la
Regione, come del resto in passato, limita
lautonomia ditali enti.

14. La Comunit Montana: natura


giuridica ex Lege n. 142/90
Lintervento pubblico a favore dei territori montani attivit garantita dalla
Costituzione, si fonda infatti sullart. 44 II
comma laddove si afferma che la legge
a disporre provvedimenti a favore delle
zone montane; ed ancora la specifica
montanit del territorio a garantire lintervento pubblico di sussidio (infatti tale
intervento si incentrava soprattutto nel settore e nei territori agricoli). La Legge-quadro sulla montagna n. 1102/71 invece pone
accanto al territorio che presenta la peculiarit dellessere montano, un altro elemento e cio la Comunit radicata in
quel territorio. Questa Comunit, entificata nella Comunit Montana, assume funzioni di realizzazione dellintervento pub-

blico nei territori montani, di razionalizzazione di tutti gli interessi incidenti nel territorio di montagna mediante gli strumenti
della programmazione e pianificazione
che tale ente elabora, di gestione e attuazione ditali mezzi al fine di equilibrare lo
sviluppo socio-economico delle zone
montane. Dunque ragioni socio-economiche e specificamente lesigenza di
intervenire nel sottosviluppo sociale ed
economico della montagna, determinarono
il legislatore a rimodellare lassetto organizzativo dei poteri locali in montagna
attribuendo funzioni volte a soddisfare esigenze proprio di quelle Comunit e dei territori montani, per la tutela ambientale e la
salvaguardia e lo sviluppo delle zone montane.
Prima della Legge sulla montagna,
lassetto organizzativo locale nei territori
montani era cos disegnato: mediante
Comune, Provincia e Consorzio fra Comuni Montani, con la Legge n. 1102, si istituisce un ente di diritto pubblico, la Comunit Montana. A questo ente il legislatore
attribuisce funzioni di indirizzo politico
attraverso la programmazione del territorio montano, e quindi mediante la razionalizzazione degli interessi della comunit
ivi radicata. E per meglio soddisfare questi
interessi il legislatore istituisce lente
Comunit Montana, ente intermedio fra
Regione e Comune garante e portatore
degli interessi specifici delle Comunit di
montagna, mezzo per equilibrare lo sviluppo socio-economico che per ragioni fisicoambientali sottosviluppato. Inoltre
mediante il D.P.R. 12.5.1989, anche il
potere centrale, per meglio conoscere le
esigenze delle popolazioni di quei territori,
crea un comitato consultivo per i problemi
istituzionali-economici-sociali di quelle
zone con funzioni propositive nei confronti del potere centrale. Cos con la Legge n.
1102 entifica la Comunit sita nei territori
montani attraverso listituzione della
Comunit Montana, ente di diritto pubblico con funzioni proprie di indirizzo politico, di amministrazione attiva, di gestione
309

degli interessi di quelle comunit e di programmazione e pianificazione, attuativi, e


con funzioni delegate. Lente Comunit
Montana aggrega pi territori di Comuni
caratterizzati dallessere montani, ha
dunque una dimensione pi ampia del
Comune, e nasce proprio per soddisfare
esigenze ed interessi generali della Comunit che i piccoli Comuni di montagna non
possono realizzare in zone di territorio
omogenee.
Infatti, prima della istituzione delle Comunit Montane, in montagna operavano
molteplici enti quali i consorzi di bonifica,
gli enti di sviluppo agricolo, ed i consorzi
di bacino imbrifero. Questi enti creavano
una frammentazione di interventi dannosa
per la montagna, perci si istitu un unico
ente con due essenziali caratterizzazioni:
funzione di cura di interessi generali delle
Comunit Montane e quindi razionalizzazione di questi interessi, ed operante in
zone omogenee di territorio. Tali organismi, infatti, sono soprattutto enti di programmazione, nel disegno della Legge n.
1102/71.
Poich la legge regionale ad istituire
le Comunit Montane, ad attribuire loro
funzioni ed a dare unorganizzazione
(anche se le Regioni devono seguire gli
indirizzi della legge quadro sulla montagna), si rileva che lassetto dei poteri locali non pi uniforme su tutto il territorio,
sia perch varia da zone di montagna a
quelle che non hanno queste caratteristiche
fisiche, sia perch, avendo questi enti
potest statutarie ed essendo istituiti con
legge regionale (art. 3 Legge n. 1102),
mutano da regione a regione. Ci comporta una disomogeneit dei poteri locali.
Quali poteri ha la regione nei confronti
della Comunit Montana? La Legge n.
1102 dopo aver definito la natura giuridica
delle Comunit Montane come enti di
diritto pubblico (art. 1), indica la ratio
della istituzione della Comunit Montana
(art. 2) e cio il riequilibrio socio-economico di quelle zone, la protezione dellambiente naturale montano, attraversola pro310

grammazione e la pianificazione, di
oo.pp., infrastrutture e valorizzazione delle
risorse montane, allart. 3 si dice che funzione della regione mediante leggi regionali ripartire i territori montani in zone
omogenee e delimitare dintesa con i
Comuni, queste zone.
Individuate e delimitate le zone con
legge regionale (v. ad es. Legge regione
Sardegna n. 26/75 art. 2 e successive
modifiche), fra i Comuni presenti in quelle zone delimitate dintesa con i Comuni
interessati, si costituisce la Comunit
Montana, ente di diritto pubblico. Sempre
la legge regionale, definir e regoler le
zone omogenee costituenti la Comunit
Montana, indicher i criteri per la ripartizione dei fondi, per lassetto organizzativo
degli organi della Comunit Montana e
dar indicazioni sulla elaborazione, sul
contenuto degli Statuti approvati con legge
regionale. Le Comunit Montane dunque
sono enti dotati di autonomia statutaria e
finanziaria, limitata dalla Regione. La Regione infatti ne approva gli Statuti, svolge
funzioni di coordinamento sugli atti di
programmazione degli enti che operano
nel territorio montano, approva il programma di sviluppo, dispone i finanziamenti, mentre la Comunit Montana interviene e partecipa alla elaborazione dei
piani e dei programmi regionali di sviluppo (cos Legge regionale Sardegna n.
26/75).
La Giunta Regionale predispone e
propone allapprovazione gli atti di competenza del Consiglio (art. 14 Legge regione Sardegna n. 26), delibera gli indirizzi
per il coordinamento dei piani, e gli indirizzi che regolano i rapporti fra Comunit
Montane ed enti operanti nel territorio
montano, delibera le modifiche annuali dei
piani. Ragioni di completezza del quadro
normativo precedente alla nuova legge sul
riassetto delle autonomie locali, ci inducono a citare la Legge 13.9.1982 n. 23 che,
dopo aver istituito la Comunit Montana
quale ente di diritto pubblico in ciascuna
zona territoriale omogenea individuata con

legge regionale e costituita fra i Comuni


che in essa ricadono, allart. 4 afferma
che quando lambito territoriale delle
Comunit Montane coincide totalmente
con quello comprensoriale la Comunit
Montana sostituisce lorganismo comprensoriale, assumendone le funzioni
anche se il comprensorio comprende
territori comunali parzialmente montani.
Per quanto riguarda gli atti di programmazione delle Comunit Montane comprese
nellorganismo comprensoriale questi atti
(ex Lege regionale n. 33/75) devono essere coordinati con gli indirizzi e con gli atti
di programmazione dellorganismo comprensoriale.
Secondo alcuni, la Comunit Montana
ente obbligatorio, la volont regionale
ad istituirlo e non quella dei Comuni
interessati, inoltre tali A. affermano che
non sia ente a tipologia consortile (De
Martin voce Comunit Montana in Digesto Discipline pubblicistiche, p. 266 ss.)
perch nel Consiglio rappresentata la
minoranza del Consiglio Comunale, ma
che sia ente locale a base comunitaria
dotato di autonomia amministrativa e statutaria.
Altri, invece affermano che la Legge n.
1102/71 abbia disegnato la Comunit
Montana come ente non obbligatorio ma
ente necessario di tipo associativo fra
comuni che aggregano in s funzioni che
costituiscono il mezzo per lesercizio del
potere di programmazione.
Obbligatoriet e necessariet sono
infatti due concetti distinti nel nostro ordinamento.
E necessario ci che deve necessarimente esistere (per es. Comuni, Provincie sono
enti necessari); non necessario cio che la
legge non impone come necessit, ma permette alla Pubblica Amministrazione un
margine di discrezionalit sullopportunit
di esistere (Galateria Stipo: Manuale di
diritto amministrativo, pag. 141).
Invece obbligatorio ci che imposto
dalla legge. Nel nostro caso, le Comunit
Montane sono enti obbligatori nellipotesi

prevista dalla Legge n. 1102, perch la


norma che obbliga le Regioni ad istituire le
Comunit Montane mediante legge
regionale. Le Comunit Montane sono
invece enti necessari ex Lege n. 142, perch questa normativa li ritiene necessari
per assolvere determinati scopi nelle zone
di montagna.
Sicuramente sono enti politico-amministrativi a base comunitaria, sia secondo la
Legge n. 1102, sia secondo la Legge n.
142.
La Comunit Montana, cos come disegnata dalla Legge n. 1102, presenta molti
punti oscuri perch ad esempio, non afferma con chiarezza la natura di ente intermedio, e perch manca una netta distinzione
dei rapporti fra Comunit Montane ed altre
entit operanti nel territorio.
Inoltre le funzioni delegate esercitate
dalla Comunit Montana ma anche dai
Comuni, possono comprimere lattivit
peraltro gi limitata ad origine dalle leggi
regionali istitutive. Questo ente negli ultimi tempi non aveva pi incontrato il favore del legislatore n statale (si veda in proposito il D.P.R. n. 616/77) n regionale
(alcune regioni es. la Sicilia le ha soppresse).
Cos si perviene alla legge di riforma
delle autonomie locali n. 142/90. Vediamo
come questa legge inserisce le Comunit
Montane nel disegno nuovo delle autonomie locali, e se ne potenzia o sminuisce il
ruolo e le funzioni rispetto al passato.
Le Comunit Montane vengono
disciplinate agli artt. 28 e 29 della Legge n.
142/90.
Lart. 28 definisce tali enti locali che
nascono fra Comuni montani o
parzialmente montani facenti parte delle
stesse Province, che devono necessariamente esistere per assolvere finalit di
valorizzazione delle zone di montagna.
Lart. 28 introduce altre due novit oltre la
dichiarata natura di ente locale peraltro gi
adombrata nella Legge n. 1102/71, (natura
di ente locale importante ad es. per i controlli art. 13 o per le deleghe art. 111):
311

a) esercitano funzioni comunali associate;


b) possono dar luogo a fusione di tutti o
parte dei comuni associati.
Per il resto, e cio sia per la loro
istituzione (con legge regionale), sia per
lassegnazione di autonomia statutaria
limitata da leggi statali e regionali, sia per
la loro individuazione, lart. 28 lascia
immutati i principi della legislazione precedente, accentuandone gli elementi di
omogeneit. Nel disegno del nuovo assetto delle autonomie locali, la Comunit
Montana definita ente locale ente nuovo
che insieme alle Province ed ai Comuni
svolge soprattutto funzioni di amministrazione attiva, concorre alla programmazione e pianificazione del territorio montano. In questo disegno nuovo
offerto dalla Legge n. 142 ove la Provincia
potenziata rispetto al passato ed il Comune ha un ruolo centrale, la Comunit Montana, seguendo peraltro gi una tendenza
del legislatore regionale (v. Legge regione
Lazio n. 17/86 e Legge regione Sicilia n.
34/72 e n. 9/86), ha una collocazione pi
sfumata e si pone equiordinata assieme ad
altri assetti di organizzazioni locali, ad
esempio assieme ai Consorzi ed allunione
di Comuni, come ente di gestione e di partecipazione alle scelte politico-amministrative e programmatiche del proprio territorio. Cos quando vi un territorio montano in unastessa regione abbiamo un differente modello organizzativo dei poteri
locali, perch nelle zone montane istituito lente locale Comunit Montane che
necessario per riequilibrare lo sviluppo
socio-economico di quei territori e per la
valorizzazione dellambiente. Questa articolazione dei poteri locali nelle zone omogenee di montagna, in Comuni,
Province e Comunit Montane d luogo
ad una non uniformit dei poteri locali sul
territorio nazionale, inoltre lessere definita dallart. 28 della Legge n. 142/90 ente
locale, fa perdere alla Comunit Montana
la sua natura di ente a base consortile, per
attribuire ad essa la natura comunitaria, la
312

cui dimensione data da zone omogenee


la cui peculiarit lessere zona di montagna o parzialmente montana.
Il criterio di individuazione delle
Comunit Montane offerto dallart. 28
della Legge n. 142. Saranno le singole
leggi a disciplinare le Comunit Montane,
secondo i principi della normativa statale,
e quindi le leggi regionali ne condizioneranno lindividuazione. Infatti lart. 28
ultimo comma pone come criterio certo di
individuazione la sola dimensione della
popolazione, altri criteri come ad es. quello altimetrico, lasciato alla legge regionale. Per quanto attiene allattivit, alle
funzioni, allorganizzazione, sempre la
sola legge regionale ad inserire o escludere i Comuni nella Comunit Montana.
La Legge n. 1102 invece voleva lintesa delle Regioni con i Comuni in ordine
alla delimitazione del territorio montano.
La nuova legge statale impone un altro
criterio: il territorio delle Comunit
Montane non solo deve essere costituito da
zone omogenee, ma deve appartenere ad
una sola Provincia (art. 18 n. 1). Invece
nella Legge Regione Sardegna n. 23/82 si
prevede lipotesi di un Comune che fa
parte di due Comunit Montane differenti.
Questo criterio dellappartenenza della
Comunit Montana ad una sola Provincia
trova la sua spiegazione nel potenziamento nella Legge n. 142, della Provincia nei
cui confronti la Comunit Montana viene
depotenziata nei ruoli e nelle funzioni.
Lart. 28 ultimo comma pone il criterio
altimetrico come criterio possibile, non
obbligatorio e lasciato alla Regione.
Cos lintervento pubblico varier a seconda della presenza nel territorio di differenti situazioni ambientali, climatiche, socio-economiche, etc. La Legge sulla
montagna n. 1102 invece, non prevedeva
interventi che tenessero conto di tante
variegate realt proprie di ogni territorio,
ma badava al solo criterio del territorio
distinto in zone omogenee.
Anche la Legge n. 142 fa della Comunit Montana una realt composita che

muta da Regione a Regione. Infatti lart.


28 indica solo alcuni criteri generali; per
quanto riguarda i finanziamenti ad esempio la Regione a determinare i criteri per
la spartizione dei fondi, e cos per la formulazione degli statuti e programmi e
piani e per definire che cosa si intenda per
montano o parzialmente montano.
La Regione ha dunque poteri incisivi
sulle funzioni della Comunit Montana
condizionandole notevolmente.
Il legislatore della Legge n. 142 pone le
Comunit Montane fra gli enti funzionali o
fra gli enti territoriali? Certo la territorialit uno degli elementi base della Comunit Montana perch essa costituita da
aggregazione di Comuni che sono caratterizzati dallavere un territorio montano, le
Comunit Montane dunque aggregano in
s porzioni di territorio che la montanit
rende omogenea. Sar poi la legge regionale a specificare ancora le peculiarit
ditale territorio, ad adattare e graduare gli
interventi a seconda della rilevanza degli
aspetti della zona omogenea. ente intermedio od ente di secondo grado?
Si potrebbe affermare che la Comunit
Montana contiene elementi di una e dellaltra tipologia di enti, senza essere n
assolutamente ente intermedio, n ente di
secondo grado.
Quando esercita funzioni sovra-comunali o pone in essere lesercizio associato
di funzioni comunali diviene grande
ComuneMontano e sotto questo profilo
pu essere considerato ente intermedio,
bench i suoi organi non siano frutto di
elezione diretta. Invece la composizione
degli organi, il ruolo e le funzioni che tale
ente svolge nel nuovo sistema delle autonomie locali ex Lege n. 142/90, permettono di considerano ente di secondo grado.
E certo comunque che il legislatore non
ha disegnato le Comunit Montane come
enti dai ruoli e contorni ben definiti anzi,
quasi ha permesso e voluto una certa ambiguit, e quando non ha chiaramente indicato che cosa debba intendersi per territorio
montano, ma ne ha offerto alcuni sfumati

contorni, quali la zona omogenea definita


per con criteri tecnici, e quando ne ha
lasciato la determinazione precisa alle
leggi regionali. Questo ente perci sar
caratterizzato dallessere non omogeneo e
la sua tipologia cio lessere ente:
territoriale o funzionale, ente intermedio o
di secondo grado, presenter, anche dopo
ladeguamento della legislazione regionale
ai principi dettati dalla Legge n. 142/90,
ampi margini di incertezza.
Infine da precisare che il legislatore
della Legge n. 142 considera la Comunit
Montana (oltre che da un punto di vista
dellassetto organizzativo e delle funzioni i
cui principi sono definiti dalla Legge n.
142 ed in maniera pi precisa e dettagliata
dal legislatore regionale), anche sotto il
profilo degli interventi di politica economica volti ad eliminare il degrado economico, sociale ed ambientale dei territori
montani. Ci evidente quando esplicitamente afferma che i finanziamenti per la
montagna erogati dalla CEE, dalle leggi
statali e dalle leggi regionali sono dovuti
anche a quei Comuni che la legge regionale non include nella Comunit Montana.

15. Brevi cenni sui profili organizzativi della Comunit Montana


La Legge n. 142/90 non affronta il tema
dellassetto organizzativo delle Comunit
Montane. Saranno le singole leggi regionali a definirne perci laspetto organizzativo tenendo presente che la Legge n.
1102/71 cos come integrata dalla Legge n.
93/8 1, per quanto riguarda la composizione dellorgano deliberante cio il Consiglio, rende obbligatoria la rappresentanza
delle minoranze.
Ogni Comunit Montana ha potest
statutaria e deve prevedere quali organi il
Consiglio, la Giunta ed il Presidente. Il
Consiglio lorgano di indirizzo politico
amministrativo della Comunit e dalla cui
composizione si deduce il grado di rappre313

sentanza dei Comuni e dove, ex Lege n.


93/81, sono rappresentate ora anche le
minoranze comunali. Il Consiglio organo
deliberante, e la sua composizione ad es.
per la regione Sarda determinata ex Lege
n. 26/75 e successive modifiche.
In tema di controlli sugli atti delle
Comunit Montane, la Legge n. 142 non
contiene alcuna previsione, perci valida
la disciplina compresa ex art. 39 ss. Legge
n. 142/90.
Le attribuzioni del Consiglio sono
definite dallo Statuto delle Comunit
Montane. Certamente tale organo ha poteri deliberativi sullo Statuto che adotta, ha
poteri di approvazione del bilancio, di
deliberazione in tema di transazioni, liti e
rinunce, di adozione del piano urbanistico
e del piano pluriennale (ora non pi), dei
programmi annuali e dei programmi stralcio, e di pronunciarsi su osservazioni e
proposte in ordine a piani e programmi che
interessano la Comunit Montana, approva
le eventuali modifiche al piano di sviluppo, (ora non pi), ed approva la relazione
sullattuazione dei programmi annuali,
delibera sulle convenzioni che regolano i
rapporti fra la Comunit Montana e gli enti
o associazioni ed organizzazioni che operano nel proprio territorio; delibera
sullaccettazione e modalit di assunzione
di funzioni proprie degli enti che la
costituiscono quando sia delegata da questi a svolgere tali funzioni, definisce la
partecipazione popolare ex art. 11 Legge
regionale n. 26/75, e delibera su ogni attivit prevista dalle leggi regionali e dalle
leggi statali.
La Giunta lorgano esecutivo composto dal Presidente, da due Vice-presidenti e
da tre Assessori, esegue gli indirizzi politico amministrativi del Consiglio, ha funzione propositiva nei confronti del Consiglio,
realizza le funzioni della Comunit Montana, prima fra tutte cerca di far in modo
che gli interessi dei Comuni che partecipano alla Comunit Montana divengano unitari ed omogenei, divengano cio gli interessi della Comunit Montana.
314

Adotta provvedimenti durgenza che il


Consiglio deve ratificare, predispone il
bilancio di previsione e il conto consuntivo e la realizzazione sullo stato di attuazione del programma annuale per farlo approvare dal Consiglio. Elabora i piani ed i
programmi, svolge insomma attivit preparatoria dellattivit del Consiglio, ed
attivit di coordinamento degli uffici.
Tutta lazione di questorgano volta a
realizzare il buon andamento dellattivit
della Comunit Montana.
Il Presidente rappresenta la Comunit
Montana, organo che viene eletto in seno
al Consiglio della Comunit Montana.

16. Proposta di legge regionale sullordinamento delle Comunit Montane


Di particolare interesse appare la recente proposta di legge regionale
sullordinamento delle Comunit Montane, presentata nel novembre 1991.
Il titolo primo della proposta di legge
ha come oggetto gli elementi costitutivi e
le finalit delle Comunit Montane, delle
quali ne acclara esplicitamente la natura
di ente locale autonomo territoriale.
Il titolo secondo definisce lassetto
organizzativo ditali enti, indicando
larticolazione degli organi, la loro composizione, le loro funzioni, e lassetto degli
uffici e del personale.
Il titolo terzo determina lattivit di programmazione di questente locale e
prescrive gli strumenti attraverso i quali si
concretizza tale attivit. Distingue inoltre
fra piani dindirizzo e piani attuativi.
piano di indirizzo il piano poliennale
di sviluppo socio-economico. Esso predisposto dalla Comunit Montana in base
alle indicazioni della pianificazione regionale, provinciale e comunale, ed adottato
dalla provincia. Ditale piano la proposta di
legge che qui si riporta, ne offre i contenuti e le finalit. I programmi annuali sono
invece piani attuativi.

Al fine di assicurare il coordinamento


delle azioni volte alla definizione e realizzazione di opere, di interventi e di programmi gi ritenuti prioritari dal piano
poliennale, e che necessitano per la loro
realizzazione dellazione integrata e coordinata di altri enti pubblici, larticolo 18
prescrive laccordo di programma.
Dopo aver indicato nel titolo IV le funzioni proprie delle Comunit Montane,
vengono precisate quelle delegate dalla
Regione.
Sempre il titolo IV disciplina poi i
finanziamenti sia per quanto attiene alle
funzioni delegate e a quelle attribuite, sia
per quanto riguarda la realizzazione del
piano poliennale e dei programmi annuali.
Il capo 2 del titolo IV inoltre, offre il
disegno attraverso il quale devono definirsi i rapporti fra le Comunit Montane e gli
altri enti operanti sul territorio montano,

che si attua mediante forme di cooperazione per mezzo della stipula di apposite convenzioni.
Infine il capo 3 del titolo IV determina
le modalit attraverso le quali devono
essere gestiti i servizi pubblici erogati
dalla Comunit Montana, prevedendo a
riguardo forme associative.
Larticolo 26 del capo 3 ribadisce che i
controlli sugli organi e sugli atti delle
Comunit Montane, devono essere compiuti secondo le norme dettate sui controlli per i Comuni e per le Provincie.
Sembrerebbe che la Sardegna, nonostante la l.n. 142, si sia orientata per una
definizione della Comunit Montana come
ente autonomo locale territoriale e non
solo a base territorialmente definita. Ne
deriverebbe quale naturale corollario il
carattere di ente intermedio tra Comuni e
Provincie.

315

Introduzione

Per le caratteristiche peculiari, fisico-naturali e climatiche, le aree di montagna hanno vissuto da sempre la loro organizzazione
economica come momento residuale di una
qualche attivit. Ci avvenuto nel medesimo modo in diversi contesti e a diverse latitudini, sia che il residuo fosse lattivit stessa, sia che fosse parte di una attivit pi
complessa che affidava alla economia delle
aree di montagna la valenza della stagionalit (transumanza). I modelli economici che
perci in quelle zone si sono affermati hanno risentito e sono stati influenzati dal grado di attrazione di altre attivit economiche,
sia agricole che extra-agricole, ubicate in aree di collina e di pianura.
I processi di abbandono o di ripopolamento dei territori montuosi sono parte di una lunga storia. Essi si ritrovano nei secoli
passati, innescati da motivi di ordine economico-sociale (guerre, malattie, ecc..), e non
possono certo dirsi caratterizzanti il solo
momento storico odierno. Lo spopolamento
e labbandono dei territori montani che attualmente si esperimenta, ha motivazioni
molteplici ma, ancora oggi come allora, pu
collegarsi alla attrazione che settori economici alternativi esercitano su quelle popolazioni. Rispetto alle situazioni analoghe di
altri tempi, tuttavia, vi un elemento di novit. Elemento che chiama in causa, fra le

altre, proprio le aree montane nei loro aspetti naturalistici e che assegna a questultime
un vantaggio economico finora sconosciuto.
Il problema ambientale e, di conseguenza, la conservazione, salvaguardia e fruibilit delle aree di interesse naturalistico, luso
corretto del territorio e la preservazione della
sua qualit sono solo alcune fra le pi generali tematiche su cui, oramai, vi pieno interesse ed accordo in campo internazionale.
Nellambito di queste problematiche le
zone di montagna si inseriscono a pieno
titolo, sia come aree in cui le risorse naturalistiche sono prevalenti che come aree la
cui gestione a fini sociali implica un attento esame degli effetti antropici (in termini
di presenza come di assenza delluomo).
Trattare, quindi, delle prospettive economiche delle aree di montagna, e fare questo tenendo conto dellorientamento generale che pare esprimersi a livello di comunit europea, significa interessarsi delle
condizioni e linee di tendenza della politica di conservazione delle risorse naturali
nel suo significato pi ampio.

1. La legislazione comunitaria in
tema di politica conservativa
assai difficoltoso rinvenire dei preci319

si riferimenti al riguardo negli obiettivi


ispiratori dei Trattati fondamentali di istituzione della C.E.E.. vero che quel
periodo storico, la fine degli anni 50, non
era certo propizio a che maturassero o fossero prese in considerazione problematiche conservative. Luso delle risorse non
soffriva ditali preoccupazioni essendo
considerate queste dei men fattori produttivi, quindi valutate unicamente per i loro
costi di acquisizione. I limiti alla crescita e
le disfunzioni che il modello economico
vigente dimostr in anni successivi, almeno per tutto il decennio degli anni 70,
fecero apparire i primi sintomi di una
coscienza ecologica a livello sociale.
Diverse istituzioni, nazionali ed
internazionali, inclusero tale problema fra
quelli da sottoporre allattenzione della
comunit. Si pu citare, in sede di Nazioni
Unite, la dichiarazione di principi sullambiente umano della Conferenza Mondiale
di Stoccolma del 1972, nella quale venne
adottato il Programma delle Nazioni Unite
per lambiente (Unep). Ma nonostante
questi primi sforzi di internazionalizzazione del problema, a livello comunitario
diversi vincoli sia legislativi che attuativi
si frapposero (e limitano tuttora) la predisposizione di una normativa regolamentare C.E.E. in materia.
Il fatto che non ritrovandosi a livello
di Trattati una indicazione chiara, le tesi
che si sono contrapposte hanno creduto di
poter intervenire sul problema conservativo secondo le seguenti opzioni:
- in via diretta, tramite Regolamentazione comunitaria, nellambito del miglioramento delle strutture agrarie e della Politica Agricola Comunitaria (P.A.c.).
- in via indiretta, tramite Direttive
Comunitarie, affidando ai singoli stati
membri il compito di legiferare entro la
data cornice.
La tesi che sostiene il primo di questi
punti che il mantenimento del mondo
rurale europeo, in accordo con gli imperativi ed i criteri ecologici, condizione
indispensabile per la conservazione della
320

natura. Tutte quelle azioni volte a porre in


essere una relazione armonica fra esigenze
socio-economiche ed ambientali sono
quindi da attivarsi attraverso il coinvolgimento del mondo rurale. Alcune condizioni sono indispensabili perch questa relazione sia attuabile:
- necessaria, innanzittutto, la salvaguardia del medesimo mondo rurale, inteso nel senso pi ampio del termine;
- indispensabile che per le popolazioni agricole sia possibile ottenere il medesimo livello di vita del resto della comunit
sociale;
- importante stimolare la diversificazione, integrando i redditi del settore agricolo qualora si stabiliscano limitazioni
nelluso di determinati fattori produttivi.
Queste condizioni sono contenute negli
atti riguardanti la riforma della P.A.C., ed
in particolare, nel Regolamento 2052/88
che tratta delle funzioni dei Fondi con
finalit strutturale e nel Regolamento
4256/88 F.E.O.G.A. Orientamento.
Per ci che concerne il secondo punto,
basato sugli assunti normativi del trattato
istitutivo della Comunit indicati nellart.
100 (riavvicinamento delle legislazioni) e
nellart.235 (c.d. poteri impliciti), se ne
deve rilevare lo scarso impatto giuridico.
La mancanza di procedimenti per infrazione della legislazione, non avendo alcuna
ripercussione materiale, ha avuto un effetto
negativo nelladeguamento delle normative
degli Stati membri comunitari alle Direttive. Fra queste la Direttiva 79/499 C.E.E.
per la protezione dei volatili ed il progetto
di Direttiva per la protezione degli habitat
naturali e seminaturali, della fauna e della
flora, contengono gli elementi principali
secondo i quali le legislazioni nazionali
dovrebbero conformarsi:
- la pianificazione ed il censimento
delle risorse come primo passo di una politica conservativa basata sul riconoscimento del particolare grado di tutela di una
data area, oltre ai diversi limiti di utilizzo
che ne differenziano anche i livelli di protezione;

- lattivazione di un procedimento che


garantisca gli interessi sociali coinvolti,
evitando conflitti fra conservazione ed
attivit economiche;
- il ricorso a norme concernenti la
protezione e conservazione del patrimonio
genetico, tramite un piano di gestione
orientato ad eleminare, se possibile, i fattori di rischio;
- il coordinamento fra le distinte politiche regionali in funzione dellincontro,
collaborazione e disegno delle politiche
fra stati membri.

2. Obiettivi generali per le aree di


montagna
In una situazione normativa ed attuativa
cos frammentata, in cui il prevalere delle
condizioni conservative e protettive
dellambiente, nonostante gli oramai palesi intenti, di difficile conseguimento,
ogni intervento su aree circoscritte rischia
di disconoscere almeno qualcuno fra gli
assunti proposti a livello comunitario. Ci
tanto pi grave in quanto la chiara tendenza del processo di coesione economica
e sociale fra le regioni della comunit
europea, da un punto di vista strettamente
di mercato, attribuisce poche possibilit al
sopravvivere di economie marginali dotate
di scarse o nulle condizioni di competitivit, quali quelle esistenti nelle aree di montagna. Queste aree, come noto, hanno una
particolare estensione nel caso della regione Sardegna, e lo studio delle alternative
possibili alluso del territorio rurale, territorio non pi impiegato per soli fini strettamente produttivi, di evidente rilevanza.
Tre linee principali possono con ci ipotizzarsi per lutilizzazione ditali territori:
- in primo luogo la riforestazione,
- quindi lassegnazione di uno statuto di
protezione degli spazi naturali che hanno
ecosistemi di particolare rilevanza ed interesse,
- infine, un insieme di attivit economiche che vanno dallagricoltura e zootecnia

estensiva, passando per lartigianato, fino


alla valorizzazione di attivit di piccole
dimensioni, le quali implichino investimenti di capitali ed energia compatibili
con le unit familiari.
evidente che le tre opzioni possono
anche sovrapporsi ed interagire fra di loro
in quanto siano oggetto di una pianificazione territoriale che ne stabilisce i rispettivi ambiti. Detto ci ciascuno di questi
punti ha i suoi determinati confini. Ad
esempio una politica di riforestazione
dovr essere orientata ed avere caratteristiche univocamente restaurative. Esperienze
vissute in altri paesi hanno dimostrato che
una riforestazione a soli fini produttivi,
soprattutto con limpianto di specie a rapido accrescimento e con turno corto, crea
problemi nel lungo periodo. Lalternanza
delle condizioni di mercato, specialmente
in presenza di dipendenza economica delle
aziende, e le diminuzioni di redditivit,
sconsigliano lulteriore sfruttamento economico delle aree e portano alla riduzione
delle possibilit di utilizzazione degli stessi terreni per altri usi. I terreni, deteriorati
dallintensivazione, sono oggetto di svalutazione economica maturando, infine, la
tendenza alla desertificazione.
Per ci che riguarda le restanti due
alternative ovvio che esse dovranno
combinare le loro attivit con strutture di
commercializzazione che ne garantiscano
la sopravvivenza (in particolare cooperative). Il settore zootecnico, che cos larga
parte nella regione, potrebbe essere in questambito lindicatore adeguato di una pianificazione che lo veda partecipe di una
ristrutturazione complessiva dei rapporti
fra attivit economiche ed aree di montagna.

3. Pianificazione e gestione del territorio


Se questi, a grandi linee, possono considerarsi come gli obiettivi pi generali che
lazione di politica economica dovrebbe
321

proporsi, per una sua efficace attuazione


sipossono identificare i passaggi intermedi
che dovranno essere comunque varcati.
Innanzitutto necessario che sia difeso
il suolo, quale fattore naturale indispensabile allattivit agricola e conservativa. La
perdita di territori, perch oramai desertificati, la lotta contro tale condizione, deve
costituire il programma prioritario per i
prossimi anni. La difesa del suolo comune e si coniuga direttamente alla necessit
di ridurre lesodo rurale e stabilizzare la
popolazione, soprattutto quella pi giovane. Come facilmente comprensibile questa strategia complessiva (suolo + stabilizzazione antropica) assume un rilievo tutto
particolare per le aree di montagna. evidente che entrambe le condizioni potranno
essere perseguite, in misura equilibrata, se
la filosofia generale dei piani di politica
economica riconoscer il settore agricolo
come direttamente cointeressato e responsabilizzato per luso del territorio, del
suolo e delle rimanenti risorse naturali.
Ancora una volta tale aspetto del tutto
rilevante per le aree di montagna. Ridurre
od al meglio eliminare la competitivit fra
produzione e conservazione significa permettere una convivenza non conflittuale
ed equilibrata. Politiche assolutiste che
sposano ora luno ora laltro versante sono
destinate a creare controversie e difficolt
di gestione il cui sbocco, nel migliore dei
casi, non pu prevedersi come duraturo e
stabile.
In questo quadro di specifiche ed assunti limitativi, indubbio come le azioni di
conservazione di un territorio possano
essere scarsamente valutate in termini di
mercato e, quindi, in funzione di un apporto sostanziale da parte dei privati. necessario lintervento pubblico, come lo il
relativo sostegno agli investimenti. Liniziativa privata, infatti, non capace di
sostenere ed offrire, se non in funzione del
profitto, beni sociali e di interesse generale. In questa evenienza lazione delle autorit di politica economica deve essere di
stimolo e di indirizzo degli investimenti.
322

Secondo tale schema di intervento


anche il contributo apportato dalla C.E.E.,
in termini legislativi e finanziari, deve
valutarsi e tenersi in conto, avendo comunque presente che il suo utilizzo legato
alla capacit delle autorit nazionali di
saper elaborare programmi e piani operativi. Le tecniche di pianificazione sono da
considerarsi come lo strumento pi adeguato per indurre comportamenti che siano
funzionali agli obiettivi posti. Il mix di
azione coercitiva e di incentivazione, che
in tal senso necessaria, rientra appunto
nelle misure di programmazione delle attivit. In questambito la valutazione delle
autorit nazionali circa laiuto comunitario
ottenibile dovr tendere ad ottimizzare il
saggio di intervento comunitario per unit
di investimento realizzato.
Conseguenza conclusiva di quanto
finora proposto pu infine sintetizzarsi nel
modo seguente:
Non si avr una politica forestale e, in
genere, conservativa per le aree di montagna se non nellambito di programmi globali ed integrati nel territorio.
Questo significa che condizione
prioritaria non tanto quella di raccogliere
pi risorse (monetarie o reali) per i programmi specifici, forestali o conservativi,
ma dobbligo includere questultimi nellambito di progetti di pianificazione generale cos che siano finanziati con le risorse
ad essi corrispondenti.

4. Misure socio-strutturali per le aree


di montagna
I paragrafi precedenti hanno affrontato
il problema dei rapporti fra politiche
comunitane ed aree di montagna, sottolineando legislazione, politiche dintervento, filosofia degli strumenti pianificatori
relativamente alla questione della conservazione di quelle aree. Per rendere completo tale discorso occorre, infine, valutare
ci che di pi concreto oggigiorno esiste,
nella normativa comunitaria, in merito alla

agricoltura di montagna ed a talune zone


classificate dalla comunit come svantaggiate.
La gi citata politica agricola comunitaria, avendo fra i suoi principali obiettivi la
intensivazione delle aziende agricole e
quindi la razionalizzazione delle stesse,
con la Direttiva 72/160/Cee concernente
lincoraggiamento alla cessazione dellattivit agricola intese predispone le lineee
generali entro le quali gli Stati membri
sarebbero poi dovuti intervenire. Funzionale a questo tipo di azione era il riconoscere quelle aree che pi avrebbero dovuto
subire il processo di razionalizzazione. Gli
ambiti territoriali furono individuati tramite due specifici parametri: la percentuale
della popolazione agricola superiore alla
media comunitaria, ed il prodotto interno
lordo pro-capite al costo dei fattori inferiore alla media comunitaria. Per lItalia,
seguendo tali rapporti, furono individuate
una serie di regioni svantaggiate (Decisione 74/517/Cee). In pratica si dichiararono
svantaggiate tutte le regioni italiane con la
sola eccezione della Lombardia e della
Liguria).
Fu comunque solo con la Direttiva
75/268/Cee, sullagricoltura di montagna e
di talune zone svantaggiate, che la necessit di adottare sul piano comunitario
disposizioni particolari corrispondenti a
tali aree si chiarific in normativa. Le
principali motivazioni portate a sostegno
di una tale politica riconoscevano:
- la necessit di continuare a garantire
la conservazione dellambiente naturale
nelle zone montane ed in altre zone svantaggiate;
- il persistente deterioramento dei redditi agricoli in tali zone rispetto alle altre
regioni della Comunit;
- lesistenza di condizioni di lavoro particolarmente difficili che si traducono nellabbandono delle terre precedentemente
coltivate.
Linsieme di dette motivazioni permisero alla Comunit di predispone un piano
complessivo di riferimento concedendo a

tali zone un regime speciale di aiuti. Tale


regime si sostanzia:
- nella concessione di unindennit che
compensa gli svantaggi naturali permanenti;
- nella concessione degli aiuti previsti
dalla Direttiva 72/159/Cee alle aziende in
grado di svilupparsi;
- nella concessione di aiuti agli investimenti collettivi;
- nella concessione di aiuti nazionali
alle aziende che non sono in grado di
raggiungere un determinato reddito da
lavoro;
Naturalmente, a questo proposito, oltre
ad individuare in maniera pi accurata per
ciascuna regione le aree direttamente interessate, si fissarono i parametri economici
che riconoscevano i livelli entro i quali le
aziende agricole avrebbero avuto accesso
ai finanziamenti, ed i parametri territoriali
che riconoscevano le aree di montagna. Ad
esempio per ci che riguarda il Mezzogiorno e le isole per avere diritto allindennit compensativa si prevedeva, fra laltro,
una superficie agricola utile minima per
azienda di 2 ettari, ed altitudini minime di
700 metri con pendii superiori al 15%.
La Direttiva 75/268/Cee sub numerose
modifiche atte a precisare ancor meglio le
condizioni degli aiuti, e, fatto di maggior
rilievo, ad essa fu affiancato il Regolamento n.787/85 Cee relativo al miglioramento
delle strutture agrarie. La rilevanza ditale
normativa, oltre che nelle importanti
disposizioni in essa contenute, consistette
nella forma scelta per intervenire in aiuto
delle aziende agricole. Il regolamento,
infatti, di immediata applicabilit nellambito degli ordinamenti statuali constata il
reale interesse che le autorit politiche europee assegnavano a tale problematica.
Il regime di aiuti agli investimenti delle
aziende agricole prevedeva che lazienda
agraria dovesse predispone un piano di
miglioramento dimostrante giustificazione
degli investimenti previsti. Anche in tal
caso le aree di montagna e le zone svantaggiate furono oggetto di particolare atten323

zione avendo dedicato un intero Titolo che


prevede misure ad esse specifiche. Tali
misure riguardano sia ladozione di parametri pi ampi per lottenimento dellindennit compensativa, che la possibilit di
intervenire tramite aiuti nazionali nelle
zone sensibili dal punto di vista ambientale. Aiuti al rimboschimento delle
aziende agricole e agli investimenti per il
miglioramento delle superfici boscate,
come la sistemazione di frangivento, fasce
tagliafuoco, punti dacqua e strade forestali, sono gli ulteriori incentivi forniti perch
lazienda agricola introduca o mantenga
pratiche di produzione agricola compatibi-

324

li con le esigenze della protezione dellambiente naturale.


La regione Sardegna ha usufruito delle
possibilit di intervento indicate dalla Cee.
Con riguardo alla Direttiva sullagricoltura
di montagna e di talune zone svantaggiate
con la legge del 14 febbraio 1979:
Provvedimenti per la ristrutturazione e lo
sviluppo dellagricoltura sarda, notificata
ed approvata dalla Commissione tramite la
Decisione 79/65 1/Cee. Per quanto concerne il Regolamento per il miglioramento
dellefficienza delle strutture agrarie con la
decisione 19 maggio 1987 n.23/69, approvato con Decisione 88/159/Cee.

INDICE

PRESENTAZIONE, di Emanuele Sanna, pag. 5


PRESENTAZIONE, di Bruno Corrias, pag. 6
PREFAZIONE, di Ignazio Camarda, pag. 7

1. ASPETTI GENERALI DELLE MONTAGNE SARDE, di Angelo Berlo, pag. 9


2. ASPETTI GEOMORFOLOGICI DELLE MONTAGNE SARDE, di Sergio Ginesu, pag. 27
3. LA MONTAGNA COME RISERVA DELLE RISORSE IDRICHE, di Bruno Dettori, pag. 54
4. I SUOLI DELLE AREE MONTANE, di Angelo Aru, pag.67
5. FLORA E PAESAGGIO VEGETALE NELLE MONTAGNE SARDE, di Ignazio Camarda, pag. 79
6. ENTOMOFAUNA DELLE AREE MONTANE, di Romolo Prota, pag. 103
7. FAUNA DELLE MONTAGNE, di Helmar Schenk ed Antonio Tone, pag. 127
8. GLI INSEDIAMENTI ANTICHI, di Alberto Moravetti, pag. 159
9. SAGRE E SANTUARI DELLA MONTAGNA, di Giulio Angioni, pag. 213
10. TRADIZIONE E MUTAMENTO NEI MODI DI VITA IN MONTAGNA,
di Giulio Angioni, pag. 225
11. I NOMI DEI MONTI DELLA SARDEGNA, di Giulio Paulis, pag. 235
12. FLUTTUAZIONI SECOLARI NEL TERRITORIO MONTANO, di Giuseppe Doneddu, pag. 249
13. ASPETTI E PROBLEMI NELLUTILIZZAZIONE DEI PASCOLI MONTANI,
di Pietro Bullitta, pag. 263
14. LIMITI E POTENZIALIT DELLE COLTURE ARBOREE TRADIZIONALI,
di Sandro Dettori, pag. 273
15. LA REINTRODUZIONE DEGLI UNGULATI SELVATICI E NUOVE FORME DI ALLEVAMENTO,
di Salvatore Naitana e Sergio Ledda, pag. 283
16. LE COMUNIT MONTANE, di Eugenio Picozza, pag. 295
17. LE PROSPETTIVE ECONOMICHE DELLE AREE MONTANE NEL CONTESTO EUROPEO,
di Michele M. Guttierrez, pag. 317

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Finito di stampare nel mese di giugno 1993


presso A.G.E., Via P.R. Pirotta 20-22, Roma