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Copyright 2008 by Carlo Delfino editore, Via Caniga 29/B, Sassari

DIPARTIMENTO DI BOTANICA ED ECOLOGIA VEGETALE


DELLUNIVERSIT DEGLI STUDI DI SASSARI

INTRODUZIONE

Gli alberi e gli arbusti sono gli elementi


che contribuiscono, con le loro varie forme,
colori e dimensioni, a dare allambiente
naturale uninconfondibile fisionomia e a
caratterizzare maggiormente il paesaggio
vegetale in relazione alle specifiche condizioni ecologiche dei luoghi.
Ma non tutto. Sin dai tempi pi remoti,
luomo ha provato per gli alberi un particolare sentimento di rispetto e, spesso, anche
di venerazione, considerandoli come divinit o ad esse legati, e in ogni caso come testimonianza di forza e di vita perenne. Il raccogliersi sotto le fronde di un albero ritenuto
sacro era un modo, anche tra i popoli gi
avanti nel cammino della civilt, per ricevere misteriosi benfici influssi e mantenere o
ristabilire la salute. Il culto di divinit silvane con nomi e poteri distinti, linnumerevole folla degli invisibili abitatori dei boschi,
ora benevoli ora suscettibili e dispettosi, cos
come i canti e le feste, mettono in evidenza
il grande rilievo che assumeva quella componente psicologica, fatta di soggezione e
ammirazione, che parte eminente del rapporto tra luomo e gli alberi. Dal sole della
Grecia alle ombrose foreste dellEuropa del
Nord, dai deserti alle savane ed alle grandi
foreste equatoriali non esiste popolo che non
abbia nutrito questi sentimenti.
La storia dellorigine dellalbero si identifica con la storia della vita sulla Terra sin
da quando, circa un miliardo di anni fa, gli
organismi vegetali originatisi nellambiente
acqueo cominciarono a colonizzare la superficie terrestre.
Inizialmente furono forme semplici, di
piccole dimensioni, scarsamente ramificate
e con foglioline rudimentali, poi, lentamente, in unatmosfera calda e umida, si diffe-

renziarono e originarono le prime piante


arboree che, nellevoluzione scandita dal
lento scorrere dei milioni di anni, divennero
grandiose e gigantesche. Esse aderivano con
grandi apparati sotterranei al fondo melmoso delle lagune, delle foci dei fiumi, dei
laghi, ambienti prevalenti in quei lontani
periodi geologici.
Nacquero cos le prime foreste, con
imponenti esemplari di felci, di gigantesche
calamites, progenitrici degli attuali e umili
equiseti, di lepidodendri e sigillarie, rappresentati oggi dai piccoli licopodi.
Mentre queste Pteridofite arcaiche dominavano gran parte delle terre emerse, cominciarono a differenziarsi le gimnosperme,
prima di modeste dimensioni, quindi via via
pi grandi, tutte esclusivamente legnose e in
gran parte arboree. In un tempo geologico
relativamente breve, grazie a particolari
adattamenti e alla propagazione attraverso i
semi, le gimnosperme riuscirono a colonizzare ambienti sempre pi vari affrancandosi
dallo stretto legame con lacqua, essenziale
per le briofite e le pteridofite.
Le mutate condizioni climatiche, ridussero fortemente la presenza delle pteridofite
arboree, alte anche fino a circa trenta metri,
che in gran parte si estinsero, lasciando con
i fossili le tracce della loro presenza negli
strati geologici pi o meno profondi. Le
gimnosperme presero il sopravvento nella
terraferma e alcune di esse, appartenenti ai
generi Cicas, Ginkgo, Sequoia, Araucaria, e
diverse specie di conifere sono giunte sino ai
nostri giorni mantenendo inalterati alcuni
caratteri arcaici, che hanno grande interesse
per comprendere levoluzione delle piante.
Comparvero quindi le prime Angiosperme, probabilmente anchesse tutte arboree,
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specializzando strutture di conduzione e


riproduzione, in parte gi messe in atto dalle
gimnosperme, ma pi idonee a rispondere
con maggiore flessibilit alle pi varie condizioni ecologiche della vita terrestre.
Con la loro sempre maggiore adattabilit
alle variazioni climatiche, nel corso di milioni di anni, le piante legnose ricoprirono
buona parte della superficie terrestre originando in tal modo foreste simili alle attuali,
fitte e solenni con alberi grandiosi, che
suscitarono nelluomo quel sentimento
verso la natura, oggi fortemente attenuato se
non del tutto scomparso, soprattutto nelle
civilt occidentali. Una scomparsa che coincide con la rarefazione nel territorio dei
grandi alberi e delle foreste primigenie.
Alberi monumentali, vetusti, a volte di
dimensioni enormi, come il cipresso di
Montezuma (Taxodium mucronatum Ten.) di
Tule in Messico con una circonferenza maggiore di 36 m (Dorado et al., 1996), hanno
resistito agli agenti atmosferici ed agli
impatti diretti e indiretti delluomo; faggi,
querce, castagni, olivastri, carrubi, olmi,
cipressi, ginepri, ulivi, ed altri ancora, sono
gli alberi patriarchi che parlano dei trascorsi
della storia naturale, ma anche della storia e
della civilt delluomo. Alberi che conservano nella loro struttura importanti informazioni scientifiche indagate dalla dendrocronologia, particolarmente utili nel momento
in cui i cambiamenti climatici a livello globale sono un fatto ormai accertato.
Presso alcuni popoli, leggi severe erano
fissate per il governo dei boschi, basti pensare ai boschi sacri (lucus) dei Romani, e
per la tutela degli alberi vetusti, anche se la
sacralit era, ovviamente, il pi efficace
baluardo contro arbitrarie utilizzazioni. Col
mutare dei tempi molte leggi decaddero,
soprattutto per la necessit di acquisire
nuove terre da destinare al pascolo degli
animali domestici e allagricoltura. Inizi
cos la progressiva scomparsa dei boschi,
che oggi ha assunto proporzioni allarmanti
soprattutto nelle aree tropicali e subtropicali. Per evitare che venga ulteriormente portata avanti tale opera di distruzione sarebbe6

ro sufficienti solo alcune semplici considerazioni.


Gli alberi mitigano in primo luogo lazione degli agenti atmosferici e favoriscono il
ricambio dellossigeno. Le piante legnose
immagazzinano nelle loro strutture lanidride
carbonica e contribuiscono a limitare leffetto serra e, a questo riguardo, la ricostituzione
delle foreste appare uno dei pi efficaci rimedi per ridurne la presenza nellatmosfera.
Senza i boschi, che le proteggono, verrebbero a scomparire numerosissime specie animali e anche vegetali, come le orchidee epifite tropicali. Dove le piante arboree scompaiono si avvertono modificazioni climatiche
e non di rado si verificano dissesti idrogeologici di proporzioni catastrofiche che causano
danni incalcolabili. Non da sottovalutare,
inoltre, limportanza dei boschi per il mantenimento dei valori paesaggistici e come spazio ideale per il riposo e per il tempo libero.
Lazione delluomo contro le foreste, iniziata per favorire una comprensibile estensione delle aree coltivate, purtroppo continua ancora oggi, con la sostituzione di formazioni naturali con altre artificiali, con
specie spesso poco adatte allambiente, con
il taglio irrazionale, con leccessivo estendersi dei pascoli e, infine, con gli incendi
dolosi. Il fenomeno, che nel passato ha interessato soprattutto il bacino mediterraneo e
le aree maggiormente popolate, oggi percorre gran parte del globo e ha intaccato le
grandi foreste tropicali e subtropicali. Non
vi pi alcun dubbio che, di giorno in giorno, in tutto il mondo, si sta perdendo un
patrimonio inestimabile, spesso in modo
irreversibile o, comunque, estremamente
difficile da ricostituire, se non in tempi
molto lunghi. I casi positivi rispetto a questa
tendenza non compensano quelli negativi.
La Sardegna, al centro del Mediterraneo,
non sfugge a questi problemi. Di conseguenza siamo sempre di pi convinti che solo
mediante una conoscenza diretta delle caratteristiche di ogni specie, sia dal punto di
vista biologico, sia da quello economico e
culturale, si possa meglio proteggere e valorizzare il patrimonio forestale.

PARTE GENERALE

LA TRATTAZIONE DELLE SPECIE


Il presente volume rivolto a quanti
hanno una qualsivoglia forma di interesse,
sia pratico che di arricchimento culturale,
verso la conoscenza della flora arborea e
arbustiva della Sardegna, una regione che ha
conservato straordinarie testimonianze sia
nelle aree costiere, sia nei recessi pi nascosti di quelle montane, con oleastri, tassi,
ginepri, lecci e roverelle plurisecolari. Sono
state trattate analiticamente quelle specie
che, in base alla revisione critica della letteratura ed ai controlli di erbari e di campagna,
sono risultate presenti e native per la flora
dellIsola.
Rispetto alla prima edizione di questo
volume sono stati fatti numerosi progressi
nel campo della dendroflora sarda e qui sono
recepite le ricerche pi accreditate e significative. Vengono trattate in modo dettagliato
le specie native spontanee, o comunque considerate tali, da lungo tempo presenti nellIsola, come il castagno, il noce o il nocciolo.
Le specie esotiche, intendendo con questo
termine le piante introdotte intenzionalmente o accidentalmente dalluomo in tempi pi
o meno recenti (esotiche archeofite, prima
della scoperta dellAmerica, e neofite dopo
il 1492), sono richiamate in modo sintetico.
Eucalitti, acacie, robinia, ailanto, cedri e
numerose conifere sempre pi caratterizzano
vaste aree dellIsola modificando gli ecosistemi naturali e il paesaggio originario. Infine, sono stati menzionati, oltre alle specie
progenitrici spontanee, alberi fruttiferi, quali
il pero e il melo, che sono ugualmente parte
significativa del paesaggio agrario.
Per ogni specie, oltre alla descrizione
morfologica, sono indicati il numero cromo-

somico, quando disponibile, i dati relativi al


tipo biologico (modalit di vita durante il
periodo di riposo vegetativo e posizione
delle gemme rispetto al suolo), alla fenologia (attivit vegetativa, fasi della fioritura,
fruttificazione ed eventuale perdita delle
foglie), allareale (area geografica dove la
pianta vive e si propaga naturalmente), allecologia (principali parametri fisici dellambiente), alla sintassonomia (appartenenza ad
una o pi associazioni vegetali), alletnobotanica (principali utilizzazioni nella tradizione popolare) e notizie in selvicoltura e sulle
utilizzazioni del legno. Unattenzione particolare stata dedicata allesistenza dei grandi alberi, sia per laspetto di curiosit che
pu suscitare nelle persone comuni, sia per i
risvolti scientifici che pu offrire a studiosi
delle discipline pi diverse. Un capitolo specifico per ogni specie o genere richiama gli
aspetti pi generali riguardo alla tassonomia,
alla sistematica ed alla variabilit intraspecifica (biodiversit) con lindicazione, quando
ritenuto opportuno, delle variet o cultivar
per le piante di interesse agrario.
La tassonomia e linquadramento sistematico tengono conto dei criteri riportati
dalla Flora Europaea (1964-1980), dalla
Flora dItalia di Pignatti (1983), da MedChek List (1977-2004), dalla Flora dellisola di Sardegna di Arrigoni (2006) e dalle pi
recenti ricerche sulla dendroflora. Per la
nomenclatura si tenuto conto dellInternational Plant Names Index (IPNI) e per lindicazione della provenienza delle piante
descritte da Linneo del Linnean Plant Name
Typification Project del Natural History
Museum di Londra.
Per la componente endemica sono state
prese in considerazione le monografie della
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collana delle piante endemiche della Sardegna, pubblicate in varie annate del Bollettino
della Societ Sarda di Scienze Naturali ad
opera di Arrigoni e altri (1977-1992). Per
alcune specie di inquadramento tassonomico
e sistematico controversi, nonch per la
variabilit intraspecifica, si riportano considerazioni critiche con riferimento particolare alla Sardegna, ma anche con i necessari
richiami ad altre aree geografiche.
Le descrizioni fitografiche sono del tutto
originali e sono basate sullanalisi di materiale della Sardegna; ci pu mostrare in
molti casi una difformit, soprattutto nelle
misure dei vari organi, con quanto riportato
in altre flore di carattere pi generale, ma
ovviamente questo d conto della grande
variabilit esistente a livello di specie in
relazione allisolamento geografico con biotipi peculiari e delle differenti condizioni
ambientali che contribuiscono a differenziare numerosi ecotipi nelle popolazioni sarde.
Per un miglior inquadramento sistematico
sono riportati anche i principali caratteri della
famiglia, con i generi e le specie di maggiore
interesse anche se non presenti nella flora
sarda o italiana. I generi di appartenenza delle
varie entit trattate sono analizzati in modo
pi approfondito, al fine di dare un quadro di
carattere generale e per offrire spunti per
eventuali approfondimenti successivi.
Le chiavi analitiche generali, delle famiglie e dei generi riguardano solo le specie
qui trattate.
Le iconografie sono state realizzate dagli
autori, sulla base di materiale originale raccolto esclusivamente in localit dellIsola.
stata data notevole importanza alla
descrizione e alle caratteristiche della specie
nei diversi ambiti locali, soprattutto per
quelle entit che hanno ampia valenza ecologica, considerando che la Sardegna, per gli
avvenimenti che hanno caratterizzato la sua
storia naturale, ha mantenuto una ricca com-

ponente endemica di diverso rango tassonomico. Non sono state trascurate le specie
ancestrali delle piante coltivate e le relative
cultivar, frutto spesso della selezione operata a livello locale in circa quattro millenni di
attivit agricola e di impatto sulle formazioni vegetali, che ha visto nellIsola il succedersi di numerosi popoli e culture diverse.
Crediamo che la conoscenza di questi
aspetti possa agevolare la comprensione da
parte di chi si avvicina alla dendroflora sarda
a livello amatoriale, ma anche di quanti
hanno un interesse pratico che va oltre la
semplice curiosit.
Il grande progresso sulla conoscenza della
distribuzione delle specie ha portato alla realizzazione di numerosi lavori che trattano con
grande dettaglio gli areali. Considerata lagevole reperibilit di siti Internet che li riportano in riferimento alle singole realt regionali,
rispetto alla prima edizione, si preferito concentrare lattenzione sulla distribuzione delle
specie in Sardegna, al fine di fornire uninformazione pi dettagliata, utile anche per i
lavori di sintesi e a pi larga scala. La linea di
delimitazione in una cartina indica larea
allinterno della quale possibile trovare una
determinata specie, con lavvertenza che questa, ovviamente, da ricercare nelle condizioni ambientali idonee, mentre la rappresentazione per punti riferita in modo preciso a
specifici rilievi di campo.
Tra le entit arbustive sono prese in considerazione soprattutto quelle che caratterizzano i principali aspetti fisionomici della
macchia mediterranea e della gariga nellIsola, mentre le specie arboree sono trattate
totalmente. I piccoli arbusti, i suffrutici e le
liane compaiono in unaltra nostra opera.
Questa nuova edizione conforme alla precedente nei contenuti fondamentali, mentre
stata data una nuova impostazione grafica e
rinnovata, in grandissima parte, nella documentazione fotografica e in diversi capitoli.

LE PIANTE LEGNOSE: ALBERI E ARBUSTI


Un albero una pianta legnosa ben sviluppata in altezza, in condizioni di naturalit
con un solo fusto (monocormico) ramificato ad una certa altezza da terra. Alcuni alberi non emettono polloni dal basso e muoiono
se tagliati alla base (come i pini), altri (querce e latifoglie in genere) hanno spesso un
elevato potere di emettere nuovi fusti dalla
base, a seguito di tagli o traumi di varia natura, oppure possono emettere polloni radicali
anche a notevole distanza dal ceppo principale e formare ampie colonie come avviene
nel pioppo bianco.
considerata arbusto o frutice una pianta legnosa, perenne, di altezza variabile da
pochi decimetri a svariati metri, con numerosi fusti che partono dalla base in modo
naturale, ossia non derivanti da traumi, come
tagli, incendi o pascolamento. Nellambito
di questo gruppo si distinguono gli arbusti di
grandi dimensioni, come la fillirea, dai piccoli arbusti, ossia piante lignificate in tutte le
loro parti ma la cui altezza varia da 25 sino
a 50 cm o poco pi, come nel pruno prostrato. Gli arbusti di grandi dimensioni, come
lalloro, anche se dal punto di vista biologico appartengono a questa categoria, sono
spesso indicati come alberi.
Sono suffrutici quelle piante di diversa
altezza, sempre a portamento arbustivo,
legnose alla base e con la parte superiore
costituita da rami verdi pi o meno erbacei,
che si rinnovano annualmente o perdurano
nel tempo (ginestra odorosa).
Costituiscono una categoria a s stante
piante legnose di modeste dimensioni, come
alcuni cisti, che sono, per lo pi, monocormici sprovvisti di capacit pollonifera, e che
per semplicit sono trattati come arbusti.
In quasi tutte le formazioni vegetali naturali o di origine artificiale vivono specie che
si elevano sulla chioma degli alberi, si
abbarbicano strettamente ai tronchi, rivestono siepi o si sviluppano sulle macchie, sui
vecchi muri e, in mancanza di sostegno, si
allungano e si estendono sul terreno. Sono le
liane che fanno parte della categoria delle

piante legnose-suffruticose, come le clematidi, della famiglia delle Ranunculacee.


Le diverse condizioni climatiche di una
regione, ma anche lazione diretta o indiretta delluomo, possono influire sulle caratteristiche tipiche dellalbero e dellarbusto per
cui si hanno forme intermedie che collegano
gli uni agli altri. Un albero, ad esempio, pu
presentare un aspetto arbustivo se viene
ceduato o bruciato nella sua parte aerea (fillirea a foglie larghe, corbezzolo) o se vive in
un ambiente che gli impedisce un normale
sviluppo in altezza come avviene nel lentisco lungo le coste battute dai venti salsi.
Viceversa, un arbusto pu assumere un
aspetto arborescente quando le condizioni
ambientali e le potenzialit intrinseche della
specie lo consentono. In Sardegna, nei luoghi con condizioni di pi alta naturalit,
facile osservare alberi di fillirea, oleastro,
lentisco, terebinto o corbezzolo, mentre
generalmente si presentano in forma arbustiva come piante policormiche. Il portamento
di diverse piante legnose, quindi, pu essere
variabile in rapporto al potere pollonifero
pi o meno elevato delle singole specie.
LA PIANTA E I SUOI CARATTERI MORFOLOGICI
E STRUTTURALI

Un fusto ben sviluppato in altezza dal


quale si diramano superiormente i rami che
formano la chioma, o pi fusti che partono
sin dalla base con rami eretti o prostrati di
varia altezza, permettono di distinguere, ad
una prima osservazione, un albero da un
arbusto. Ma questa distinzione, basata sullaspetto fisionomico complessivo delle
piante legnose, non sufficiente per poterli
identificare sempre in modo corretto e poter
attribuire loro un nome con la precisione
dovuta. pertanto indispensabile osservare
altri caratteri morfologici presenti nei vari
organi delle piante. Come in tutti gli organismi vegetali adattati alla vita terrestre, le
parti funzionali delle piante legnose sono
rappresentate dalla radice, dal fusto, dalle
foglie, dal fiore, dal frutto e dal seme. In
9

questa prima parte, per fornire elementi utili


al riconoscimento delle piante legnose,
viene descritta schematicamente la morfologia e la struttura di questi organi fondamentali.
La radice
La radice costituisce lapparato assorbente ed ha la funzione di ancorare la pianta al
suolo e di assorbire lacqua e i sali minerali
nutrienti dal terreno. Le radici scendono
anche a grande profondit, esplorano e si
diramano in tutte le direzioni, rappresentando in tal modo un validissimo strumento per
trattenere un considerevole volume di terra e
contribuiscono cos, indirettamente, alla stabilit del suolo. Talvolta, lapparato radicale
molto pi sviluppato dellapparato aereo.
Anche se le radici si presentano con aspetti
morfologici diversi, non hanno grande rilevanza, per la loro posizione nel sottosuolo,
come carattere diagnostico, se si eccettua tra
le Angiosperme limmediata distinzione tra
monocotiledoni (fascicolate, semplici e tutte
dello stesso calibro, come nelle palme) e
dicotiledoni (a fittone, suddivise in radici di
primo, secondo, terzo ordine e cos via,
come nella stragrande maggioranza degli
alberi). Egualmente a fittone sono le radici
delle Gimnosperme.
Il fusto
Il fusto la parte assile a sviluppo verticale, o anche prostrato in alcuni casi, che
porta le gemme, le foglie e i fiori. Esso ha la
funzione di sorreggere la pianta con la lignificazione delle strutture, di collegare le radici con le foglie, attraverso i fasci floematici
e xilematici, di condurre lacqua e i sali
minerali (la cosiddetta linfa grezza) nelle
diverse parti della chioma e di distribuire le
sostanze organiche prodotte nelle foglie
(linfa elaborata) a tutto lorganismo.
Nel fusto adulto si distingue una zona
esterna, zona corticale, a funzione pi che
altro protettiva, ed una interna, zona del
cilindro centrale o stele, a funzione essenzialmente di conduzione e di sostegno. La
stele distinta in una parte periferica piutto10

sto sottile detta floema o libro perch, a


volte, si presenta a strati sottili come le pagine di un libro, e in una zona pi interna, pi
spessa, detta xilema o legno. Il libro formato essenzialmente da cellule allungate di piccolo calibro, con la funzione di trasportare la
linfa elaborata nei cloroplasti delle foglie a
tutte le parti della pianta per il suo accrescimento.
Lo xilema, formato da una serie di vasi,
trachee e tracheidi, ha cellule di calibro maggiore di quelle del floema. Tali vasi, derivanti da cellule sovrapposte e ridotte alla sola
parete, servono per lascesa della grande
quantit di acqua che attraversa continuamente la pianta e, con lacqua, dei sali
necessari per i processi fisiologici. Accanto
alle trachee e tracheidi vi sono cellule robuste, fibre, che conferiscono al legno anche
funzioni di sostegno, e cellule vive parenchimatiche, molto sottili, che hanno funzione
quasi esclusivamente di riserva. Nella parte
centrale del legno presente un midollo pi
o meno sviluppato dal quale si diramano
verso il libro i raggi midollari.
Fra libro e legno, nelle dicotiledoni, si
trova il cambio, un sottile strato di cellule
meristematiche con lo scopo di produrre
verso lesterno nuovo libro e verso linterno
nuovo legno, ci che determina, ad eccezione delle monocotiledoni che ne sono prive,
laccrescimento diametrico del fusto.
Il fusto risulta cos formato da pi strati
concentrici, anelli, che si formano uno per
ogni anno di vita dellalbero. Lattivit del
cambio legata alle variazioni stagionali,
per cui si ha la produzione di un legno primaverile con cellule grandi, e di un legno
estivo con cellule pi piccole e con pareti
pi ispessite. Ma non sempre, particolarmente nelle sclerofille sempreverdi, facile
distinguere in modo netto gli accrescimenti
dei singoli anni. Pi cerchie o anelli si possono avere durante lo stesso anno e, talvolta,
con accrescimenti diversi in parti diverse
dello stesso fusto. Per tale motivo, risulta
estremamente difficile definire let dei
grandi alberi, come per esempio, gli oleastri,
le filliree, il tasso, lagrifoglio.

Il legno finora descritto proprio delle


Angiosperme dicotiledoni; viene detto eteroxilo, in quanto formato da diversi tipi di
cellule, ognuna con una propria funzione
caratteristica. Esiste anche un altro tipo di
legno, esclusivo delle Gimnosperme, detto
omoxilo, perch costituito da un unico tipo
di cellule, dette fibrotracheidi, che assolvono
sia alla funzione di conduzione, sia alla funzione di sostegno.
In tutti i casi si osserva un legno con cellule di calibro maggiore, corrispondente al
periodo di pi intensa attivit fisiologica
(legno primaverile), e di calibro minore in
relazione al rallentamento o cessazione della
crescita in diametro e in altezza (legno estivo). Negli ambienti tropicali le piante che
hanno un accrescimento continuo non presentano cerchie e il legno pi omogeneo in
tutte le sue parti.
Nella zona esterna del fusto, ad opera di
un altro tipo di meristema, il fellogeno, si
sviluppa un robusto tessuto di protezione,
lignificato o suberificato. Man mano che si
formano gli strati pi interni, quelli periferici rispetto ad essi tendono a staccarsi. Questa parte esterna detta corteccia o scorza.
Comunemente si indica come legno tutta la
parte del fusto degli alberi che si trova sotto
la corteccia. Questa permette, in molti casi,
attraverso il colore, la struttura e le modalit di distacco, di riconoscere lalbero in particolari momenti della sua vita, soprattutto
quando mancano le foglie ed i fiori. Pu
presentarsi liscia come nel frassino minore,
nel pioppo, nellalloro, nella fillirea, rugosa
e fessurata nelle querce, nellolmo, molto
suberosa e screpolata nella sughera e nel
sambuco, suberosa a fasce circolari nel
ciliegio, screpolata in poligoni irregolari nei
pini e nei salici, a crepe nellerica arborea, a
placche nellontano e nel melo selvatico, a
strisce nel tasso, con fessure pi o meno
parallele come nel castagno, con protuberanze o con spine nello spino di Giuda, striata
come nelle ginestre e nella colutea, con cicatrici trasversali come nelle tamerici, a scaglie nel mirto e nel corbezzolo. La corteccia
variabile anche nel colore e pu essere

molto diversa: grigia, verdastra, argentea o


scura, rossastra, bruno-scura, cinerina.
La foglia
La foglia la sede dove si svolgono i fondamentali processi della fotosintesi e altri
processi metabolici ed assolve alla funzione
di compiere scambi gassosi tra linterno e
lesterno della pianta e viceversa.
La foglia un organo importante per il
riconoscimento delle piante legnose, grazie
alla grande variabilit della forma e della
struttura, soprattutto nellambito dei diversi
generi, ma anche spesso tra le specie di uno
stesso genere.
Latifoglie ed aghifoglie sono i termini
generalmente usati per distinguere le piante
con foglie larghe a simmetria dorso-ventrale, predominanti nelle Angiosperme, da
quelle con foglie aghiformi, per lo pi
appuntite, prevalenti nelle Gimnosperme.
Fra questi due principali tipi presente una
grande variet di forme intermedie. Variano
anche le dimensioni, il margine del lembo,
larticolazione delle nervature, la lunghezza
del picciuolo, la disposizione sui rami (fillotassi) che risponde a formule matematiche
ben precise e costanti per ogni specie.
La forma complessiva, semplice (corbezzolo, filliree, querce etc.) o composta (frassini, lentisco etc.), o con parti di essa del tutto
trasformate da agenti patogeni (terebinto)
un altro elemento che concorre al riconoscimento delle specie.
Nelle Angiosperme la forma della lamina
raggiunge la massima diversit e si presenta
irregolarmente romboidale come ad esempio
nel pioppo nero, ovale nel carpino nero, palmata nel pioppo bianco, rotonda o ellittica
nellontano, obovata nel sorbo montano, palmata nel sorbo ciavardello, oblanceolata nel
castagno, orbicolare nel nocciolo, ellittica o
lanceolata nelle filliree, lanceolata nei salici,
cordata o lanceolata nei perastri. Il margine
pu essere: intero, seghettato, dentato, crenato, ondulato, sinuato, inciso, lobato, spinuloso. Lapice pu essere: troncato, ottuso,
apicolato, acuto, mucronato e la base pu
presentarsi: cuneata, tronca, arrotondata,
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La foglia: 1 aghiforme, 2 lineare, 3 squamiforme, 4 palmata, 5 ellittica, 6, 7, 8 lanceolata, 9 trilobata, 10 a ventaglio, 11 ovata, 12 obovata, 13 ovato-lonceolata, 14 pentalobata, 15 ovato-romboidale, 16 margine lobato, 17 ovatoorbicolare, 18, 19, 20, 21 composte.

cuoriforme, auricolata. Sono squamiformi


nelle tamerici, mentre nelle eriche sono aciculari.
Nelle Gimnosperme le foglie sono lineari, acute come nel tasso e aghiformi nel ginepro ossicedro e nei pini o squamiformi nel
cipresso e possono disporsi sul ramo isolate
o riunite in gruppi di due o pi.
La foglia pu assumere diversa forma su
un medesimo individuo, come ad esempio
nella sughera, nel leccio, nellagrifoglio,
anche in relazione al periodo di crescita
(come si osserva nelle querce caducifoglie)
o alla sua posizione nella pianta. Nel ginepro
feniceo le foglie sono aghiformi nel primo
stadio giovanile e di plantula, mentre sono
squamiformi nelle piante adulte; il fenomeno detto eterofillia.
Gli alberi e gli arbusti imprimono una
diversa fisionomia al paesaggio vegetale, a
causa del persistere o meno delle foglie
durante le diverse stagioni. In base a tale
carattere si suddividono in sempreverdi,
quando mantengono le foglie per pi di un
anno, o comunque cadono dopo la comparsa
delle nuove, e caducifogli, quando le perdono annualmente e ne restano del tutto privi
per un periodo pi o meno lungo.
La caducit e la persistenza delle foglie
esprimono il ritmo biologico della specie,
indicando in tal modo il periodo di riposo
della pianta, non sempre legato alla stagione
invernale, normalmente considerata come
avversa. Infatti specie degli ambienti caldoaridi, come leuforbia arborea e lanagiride,
svolgono il proprio ciclo nella stagione
autunnale ed invernale, e perdono le foglie
gi in primavera. La sottigliezza della lamina o la sua maggiore consistenza indicano il
tipo di ambiente nel quale la specie vive. Le
foglie del biancospino sono pi sottili nelle
piante che crescono nel sottobosco rispetto a
quelle che vivono in campo aperto o lungo le
siepi. In ambienti caldi, aridi, soleggiati prevalgono specie con foglie sclerofilliche,
ossia spesse, rigide e coriacee; mentre in
quelli freschi, ombrosi e umidi, si sviluppano piante con foglie mesofilliche, ossia con
lamina ampia e sottile. Alcuni alberi e molti

arbusti riducono la superficie della lamina


(eriche, ginepri) o la ricoprono di peli (querce) o cere (lentisco) o trasformano parti delle
foglie in spine (robinia, quercia spinosa) o i
rami in pseudo-foglie (pungitopo) sia per
adattamento allambiente, sia per difesa dal
morso degli animali.
Il fiore
Il fiore la struttura in cui si svolge la
funzione della riproduzione con lunione del
gamete femminile, o oosfera, originatosi
entro lovulo, con il gamete maschile, o granulo pollinico, prodotto nelle sacche polliniche delle antere.
Le Gimnosperme non hanno veri e propri
fiori e gli ovuli e le sacche polliniche sono
originati da squame fertili riunite a formare
una pseudo-infiorescenza per lo pi a cono o
globosa. Le Angiosperme hanno, invece, un
vero fiore costituito da una parte sterile (il
calice con i sepali e la corolla con i petali
nelle dicotiledoni, mentre le monocotiledoni
hanno un solo verticillo costituito dai tepali),
che ha funzione vessillare e/o di protezione,
e da una parte fertile, gli stami e il pistillo,
che poggiano entrambi sul ricettacolo. Il
pistillo, che nella parte inferiore prende il
nome di ovario, ha lo scopo di proteggere
lovulo o gli ovuli che stanno al proprio
interno; dopo la fecondazione dellovulo,
lovario si trasforma in frutto, e lovulo o gli
ovuli in uno o pi semi.
Tra le Angiosperme arboree, alcune,
come querce, pioppi, castagno, hanno fiori
con involucro ridotto, semplice, verdognolo,
poco appariscente poich limpollinazione
anemogama. Altre, come molte rosacee,
leguminose, cistacee, hanno una corolla
grande, variamente colorata, altre specie
ancora, come alaterno, presentano petali piccoli, ridotti o del tutto assenti, ma sono provviste di ghiandole, peli ed altre strutture particolari che secernono sostanze in grado di
attirare gli insetti. Sono accorgimenti che le
piante mettono in atto per favorire limpollinazione entomogama o zoogama. Il trasporto del polline avviene cos tramite gli insetti,
uccelli o anche piccoli mammiferi.
13

Non manca il caso, come nei salici, in cui


si ha unimpollinazione mista e la riduzione
dei singoli fiori compensata dalle dimensioni delle infiorescenze e dalla presenza di
ghiandole nettarifere. Infine petali e sepali,
talvolta, permangono dopo la fioritura a proteggere il frutto.
La maggior parte delle dicotiledoni ha
sullo stesso fiore stami e ovario costituendo
fiori ermafroditi o bisessuali. Altre specie,
invece, hanno fiori unisessuali, ossia con
solo gli stami, maschili o staminiferi, o con
solo il pistillo, femminili o pistilliferi. I fiori
unisessuali possono essere disposti entrambi, ma separatamente, sulla stessa pianta o in
piante del tutto distinte. Si hanno piante
monoiche quando i due tipi di fiori unisessuali sono disposti sullo stesso individuo,
come accade nelle querce, castagno, nocciolo e ontano. Si considerano invece specie
dioiche quelle con fiori unisessuali disposti
su individui diversi come salici, agrifoglio,
alloro, alaterno, lentisco. Talvolta si possono
avere anche combinazioni di fiori bisessuali
e unisessuali, maschili o femminili, sulla
stessa pianta, costituendo cos piante poligame, come nel bagolaro.
La disposizione dei fiori varia anche in
relazione agli agenti impollinatori e possono, quindi, essere isolati o riuniti in infiorescenze atte a disperdere o catturare il granulo pollinico. Negli alberi, il trasporto del granulo pollinico verso il pistillo avviene, per lo
pi, tramite il vento e/o gli insetti.
Nelle Gimnosperme limpollinazione
anemofila e le pseudo-infiorescenze maschili e femminili sono conformate in modo tale
da facilitare, da un lato, la dispersione e, dallaltro, la cattura del polline.
Nelle Angiosperme legnose con impollinazione entomofila i fiori sono per lo pi
bisessuali atti a favorire lazione degli insetti pronubi. Le infiorescenze possono essere a
spiga o amento (querce), a racemo (acero), a
grappolo (vite), a corimbo (pero), a ombrella (bupleuro). Nelle piante con impollinazione anemofila, in genere, i fiori sono unisessuali: i maschili, numerosi e poco appariscenti, con stami a filamenti pi o meno lun14

ghi disposti in infiorescenze pendule; i femminili con stimma piumoso e/o vischioso in
infiorescenze quasi sempre erette.
Il frutto
Nella sua morfologia e struttura, il frutto
di notevole ausilio per il riconoscimento di
molte piante arboree. Nelle Angiosperme si
origina dalla trasformazione dellovario e ha
la funzione di proteggere il seme e di favorire la sua dispersione. Pu essere appariscente e colorato in modo da attrarre facilmente
gli animali o insignificante e poco appetibile. In questo ultimo caso, gli alberi adottano
tattiche particolari per il trasporto del seme
producendo una o due espansioni alari sottili che permettono al vento di trascinarlo lontano, come avviene per la samara nellolmo
e la disamara nellacero.
Le parti fondamentali del frutto (esocarpo, mesocarpo ed endocarpo) variano nella
loro struttura determinando in tal modo una
differenza fra frutti secchi con le tre parti
coriacee, rigide o membranose e frutti carnosi con il mesocarpo ricco di polpa o succo.
I tipi di frutto pi diffusi nelle Angiosperme sono rappresentati dal pomo nel pero e
nel melo, dalla drupa nel ciliegio e nellolivo, dalla noce nel nocciolo, dalla bacca nellagrifoglio e nellalloro, dallachenio nelle
querce e nel castagno, dal legume nel citiso
e nelle ginestre, dalla capsula nei salici e nei
pioppi, dalla samara negli aceri e negli olmi.
Nelle Gimnosperme lanalogo del frutto
rappresentato nei pini dalla pigna che
accoglie i semi nelle singole squame, nei
ginepri dal galbulo (pseudo-bacca) e nel
tasso dallarillo, strutture che sono originate
dalla proliferazione di parti del ricettacolo.
Il seme
Il seme si origina dopo la fecondazione
dalla trasformazione dellovulo e racchiude
lembrione. Nelle Gimnosperme, il seme
presenta una parete molto ispessita, talvolta
lignificata che serve per proteggere lembrione. Nelle Angiosperme il pistillo o ovario permette una maggiore protezione
allembrione per cui la parete pi spessa

Il fiore e il frutto: 1 Schema di un fiore con calice, corolla, stami e pistillo, 2 Fiore nudo, privo di calice e corolla, 3
Fiore unisessuale maschile, 4 Fiore unisessuale femminile, 5 Fiore maschile con un solo involucro, 6 Fiore femminile con un solo involucro, 7 Calice dialisepalo, 8 Calice gamosepalo, 9 Corolla regolare dialipetala, 10 Petali di corolla regolare dialipetala, 11 Corolla irregolare dialipetala, 12 Petali di corolla irregolare dialipetala, 13 Corolla gamopetala regolare, 14 Corolla gamopetala regolare aperta, 15 Corolla rotata, 16 Corolla gamopetala irregolare, 17
Corolla gamopetala irregolare, 18 Corolla gamopetala irregolare aperta, 19 Samara, 20 Drupa, 21 Galbulo, 22 Disamara, 23 Pomo, 24 Legume, 25 Capsula bivalve, 26 Capsula a tre cocche, 27 Capsula trivalve, 28 Drupa composta,
29 Drupa composta in sezione, 30 Achemio, 31 Spiga, 32 Racemo, 33 Cima, 34 Ombrella, 35 Corimbo.

15

nei frutti carnosi e pi sottile in quelli secchi.


In ambedue i gruppi, i semi sono molto
variabili nella forma e nel colore. La dispersione dei semi facilitata da grandi espansioni alari come nel pino dAleppo, o nei
frutti secchi e minuti, come nei pioppi e
nelle tamerici, da pappi lanuginosi.
La ramificazione e il portamento
Negli alberi, la variabilit della ramificazione determina diversi aspetti della chioma
e conferisce alla pianta una sua fisionomia
particolare o habitus. La disposizione sul
fusto dei rami secondari che formano la
chioma peculiare per ciascun genere e
spesso per le singole specie, motivo per cui
gli alberi si possono riconoscere anche se
privi delle foglie (es. lacero trilobo e lolivo
hanno rami opposti, le querce rami sparsi).
I rami possono essere eretti, ascendenti,
orizzontali o penduli, appressati al fusto o
distanti, determinando cos laspetto o portamento dellalbero. Si hanno, pertanto,
forme colonnari nel pioppo cipressino, globose o a cupola nelle querce, ad ombrello nel
pino da pinoli, striscianti nel ginepro nano o
nel pruno prostrato in montagna.
Pi in generale si ha la forma monopodiale, quando si evidenzia un tronco centrale da
cui si dipartono ortogonalmente rami secondari decrescenti dal basso verso lalto (come
nei generi Abies, Cedrus, Larix e nella maggior parte del genere Pinus), e la forma simpodiale, quando il tronco principale si ramifica in rami di secondo, terzo ordine e cos
via, come nelle querce, ma anche in alcune
specie del genere Pinus (pino da pinoli, pino
dAleppo).
Le condizioni climatiche ambientali
modificano spesso il portamento dellalbero
originando, nelle zone con venti prevalenti
in una direzione, le forme a bandiera e, nelle
zone montane pi esposte, le forme contorte
e prostrate.
Laspetto di un albero pu mutare anche
in relazione allet, allintervento delluomo
o degli animali. Nei grandi alberi, particolarmente in montagna, i fulmini provocano
cadute o incendi di rami e pertanto determi16

nano asimmetrie nella crescita e nella conformazione della chioma.


Il numero dei rami, le ramificazioni
secondarie, la posizione eretta, ricurva o
quasi strisciante determinano i vari aspetti
degli arbusti che possono avere portamento
globoso, cespuglioso, pulvinato, prostrato
con una molteplicit di forme non esenti dallimpatto delluomo o degli animali. Il portamento varia anche in relazione allet e in
molti casi il tronco principale tende a torcersi a spirale, come nel castagno o a rarefare la
chioma come nella quercia da sughero. Nel
ginepro ossicedro la chioma dellalbero
adulto varia dalle forme erette e compatte
cipressine a quelle globose, espanse con
rami penduli o eretti.
Caratteristiche ed utilizzazioni del legno
Il legno accrescendosi secondo anelli
concentrici, a seconda del taglio longitudinale a cui viene sottoposto, mostra caratteristiche venature, che conferiscono valore e
pregio pi o meno grande al legname.
Dal numero delle cerchie legnose di
accrescimento di un fusto si risale, in linea
generale, allet dellalbero. Sono stati calcolati alcuni massimi di et per certe specie.
Ad esempio per il tasso sono stati accertati
3.000 anni, per il castagno 2.000, per la farnia 2.000, per 1abete rosso 1.200, per il
tiglio 1.000, per il pino silvestre 570, per il
pioppo bianco 700, per il frassino 200-300.
Alcuni esemplari di Pinus longaeva D.K.
Bailey nelle White Mountains della California contano oltre 5.000 anni (Ferguson,
1969). Tuttavia, mentre possibile accertare
con questo metodo let nelle piante caducifoglie o in quelle sempreverdi che vivono in
ambienti montani freddi, dove sicura linterruzione della crescita nel periodo invernale, estremamente difficile e spesso impossibile attribuire let ai grandi alberi di specie sclerofilliche sempreverdi negli ambienti mediterranei. Ad ogni qual modo, gli alberi sono gli esseri viventi pi longevi che si
conoscono e allo stesso tempo sono anche
quelli che raggiungono le dimensioni maggiori sia in altezza (pini ed eucalitti), sia in

peso (tassodio di Montezuma, baobab,


ficus).
Gli alberi pi grandi esistenti in Italia si
trovano in Sicilia: un esemplare di Ficus
macrophylla Dest. ex Pers. (pi conosciuto
come Ficus magnolioides Borz), originario
dellAustralia, presente nellOrto Botanico
di Palermo, alto 34 m ed occupa oltre
2.054 mq di superficie; un altro esemplare
della stessa entit (sempre a Palermo presso
Palazzo Chiaromonte) alto 38 m e ha una
estensione di poco inferiore. In Sardegna, un
esemplare della stessa specie, presente nellOrto Botanico di Cagliari, verosimilmente quello di maggiori dimensioni dellIsola.
Per altri versi, lo studio del numero e
della struttura delle cerchie legnose, dendrologia, ha permesso di riconoscere le condizioni climatiche presenti durante la vita dellalbero e di ricostruire le condizioni
ambientali di epoche passate. Ogni anello
diverso dal precedente in quanto il suo spessore la risultante di molteplici fattori
ambientali.
Nel legno possibile riconoscere una
parte pi esterna ancora fisiologicamente
attiva, detta alburno, ed una pi interna,
detta duramen, che ha ormai perso la sua
funzione di conduzione. In questa ultima
parte si accumulano sostanze molto diverse:
oli, tannini, gomme, flobafeni che danno una
colorazione caratteristica ad ogni specie e
che possono accrescere il pregio del legno. Il
colore varia da bianco-crema nellacero e
nel pioppo, a bruno-giallastro nel castagno,
da bianco a bruno nel frassino, da bruno-rossastro nel ginepro a bruno-scuro nel noce, da
chiaro, rosa o rossastro nei pini, a bruno
opaco nellolmo, con tessitura grossolana,
come nella quercia o fine come nel pioppo,
con venature pi o meno marcate, con particolare marezzatura e anche con caratteristico
aroma, come nei ginepri. Impregnate di queste sostanze le pareti delle cellule diventano
pi resistenti ai parassiti per cui aumenta il
pregio tecnologico e il valore commerciale
del legname.
Luso dei vari legni dipende dalla maggiore o minore compattezza, dalla grana pi

o meno fine e uniforme. Si distinguono, perci, legni duri e legni teneri con tutte le gradazioni intermedie.
A seconda delle loro utilizzazioni si riconoscono i legni industriali, quelli che per la
struttura anatomica e per la dominanza di
certi elementi istologici possono essere
destinati a usi commerciali, e i legni tintori,
odorosi, concianti, farmaceutici, che contengono particolari sostanze atte alla tintoria,
alla concia delle pelli, allestrazione di
sostanze medicinali o aromatiche.
I fusti o tronchi in base alla forma, dimensione, resistenza, compressione e flessione
sono impiegati nelledilizia, in falegnameria,
carpenteria, ebanisteria, intaglio ed intarsio.
Le parti del fusto e i rami della pianta, che
mal si prestano ad essere lavorati, sono utilizzati come legname da ardere o per la preparazione del carbone da legna.
LA PIANTA E LAMBIENTE
Caratteri biologici, ecologici e corologici
La conoscenza del periodo di fioritura,
delle modalit di vita in relazione alle condizioni ambientali, dellecologia, della distribuzione e diffusione, pu essere di notevole
ausilio per comprendere al meglio il ruolo
importante, fondamentale che le piante
legnose hanno nellambiente naturale. Per
questo scopo si ritiene utile accennare,
anche se brevemente, a quei fattori fisici e
biologici e distributivi, che favoriscono o
condizionano la vita delle piante.
Forma biologica
Nel ciclo vitale di un organismo vegetale,
nelle regioni con clima soggetto a variazioni
stagionali, avvengono periodicamente fasi di
rallentamento o cessazione delle attivit funzionali, che si manifestano con la caduta
delle foglie per le piante legnose arboree e
arbustive e con il disseccamento delle parti
erbacee per quelle annuali e perennanti.
Il periodo di riposo variabile da specie
a specie. Nei cisti o nellanagiride, ad esem17

Forme biologiche: P - Fanerofite, C - Camefite, H - Emicriptofite, G - Geofite, T - Terofite. (Originale).

cm 50

cm 50

pio, la stasi vegetativa avviene durante il


periodo estivo. Normalmente nel periodo di
letargo stagionale, invernale o estivo, le
piante predispongono particolari accorgimenti per la difesa degli apici vegetativi con
le gemme. Questi accorgimenti vitali e la
posizione delle gemme rispetto al suolo,
durante il periodo di quiescenza, determinano diversi tipi di forme di crescita e forme
biologiche, con una distinzione in piante
legnose, semilegnose, erbacee e tra queste le
annuali, che passano la stagione avversa
sotto forma di seme, e le perenni bulbose o
rizomatose con le gemme svernanti poste
sotto il livello del terreno.
Gli alberi e gli arbusti appartengono,
nella quasi totalit, alla forma biologica
delle fanerofite e si distinguono in: nanofanerofite da 50 cm sino a 2 m; microfanerofite da 2 m a 5 m; mesofanerofite da 5 m sino
a 50 m; megafanerofite oltre i 50 m. Dalle
fanerofite differiscono le camefite, piante a
portamento totalmente arbustivo o lignificate solo nella parte basale, con rami fertili
erbacei che si rinnovano annualmente, eretti
o striscianti, e con gemme situate ad unaltezza non superiore ai 25-50 cm dal suolo.
Le piante con rinnovazione totale e annuale
dei rami fioriferi sono i suffrutici.
Altre forme biologiche, non presenti tra
le piante legnose, sono le emicriptofite, erbe
perenni con gemme situate a livello del
suolo, le geofite, con gemme sotterranee
portate da bulbi e rizomi, le idrofite o piante
acquatiche e le terofite, ossia le piante
annuali degli ambienti pi o meno aridi.
In relazione al variare delle condizioni
ambientali, una pianta pu passare da una
forma biologica ad unaltra. Ad esempio,
unemicriptofita pu lignificare la parte inferiore del fusto e passare cos ad una camefita, come si pu osservare in alcune graminacee perennanti e in alcune euforbie; il ricino
si comporta come un alberello nei luoghi
caldi, e come una pianta annuale nelle aree
collinari, producendo semi fertili, ma non
resistendo alle basse temperature.
Linsieme delle forme biologiche della
flora di una determinata regione, ricondotte

al valore percentuale, costituisce lo spettro


biologico e per la Sardegna le fanerofite,
sulla base della Flora dItalia di Pignatti,
rappresentano l8,8% del totale (Camarda,
1983). Questo valore, anche sulla base delle
pi recenti indagini floristiche, dovrebbe
mantenersi pi o meno stabile o diminuire
solamente di poco.
Fenologia
Lazione concomitante della luce e della
temperatura agisce sul ritmo vegetativo,
sullo sviluppo delle gemme, sullespansione
delle foglie, sul periodo di fioritura e di fruttificazione. Su questi aspetti indaga la fenologia fornendo dati indispensabili nellutilizzazione delle specie nei rimboschimenti, in
agricoltura e nel giardinaggio.
La scalarit nella fioritura, fruttificazione
e disseminazione di una specie di notevole
importanza non solo per il singolo individuo, ma anche per la comunit vegetale. La
sfasatura fenologica di una comunit vegetale allo stesso tempo una sorta di coordinazione tra le diverse specie che la compongono, in quanto lo sviluppo contemporaneo
delle piante dominanti potrebbe impedire la
fioritura di altre. In una comunit vegetale
dominata da piante a foglie caduche, le specie degli strati pi bassi fioriscono, in genere, prima che le nuove foglie dello strato
arboreo attenuino lintensit della luce
necessaria ad un regolare sviluppo.
La fioritura, sia nelle specie sempreverdi, sia in quelle caducifoglie, pu essere
indotta, in modo del tutto anomalo, dallandamento stagionale. Cos, il pero, il perastro
o il prugnolo, dopo unestate molto arida,
alle prime piogge autunnali possono sporadicamente rifiorire, ma senza possibilit di
portare a maturazione i frutti, se non in casi
del tutto eccezionali come nelle precoci
meline di S. Giovanni. Non mancano, tuttavia, casi particolari, come ad esempio, il
gelso (Morus alba) che, in diverse localit
della Sardegna nellautunno 2006, ha portato a maturit una seconda fruttificazione
senza perdere le foglie. Fioriture autunnali
si possono avere soprattutto nel leccio o
19

nella sughera, a seguito della ripresa vegetativa con lemissione di nuovi getti.
Areale e area di distribuzione in Sardegna
Ogni specie vive in una determinata area
geografica pi o meno estesa, detta areale,
dove si propaga spontaneamente. Lareale
pu essere unitario o chiuso quando la specie (es. il leccio) distribuita in una determinata area geografica senza interruzioni significative, oppure pu essere discontinuo o
disgiunto quando la specie distribuita in
pi aree distinte, separate da barriere (deserti, catene montuose, oceani) che non possono essere superate con i soli mezzi di dispersione (vento, acqua, uccelli, mammiferi)
propri e caratteristici per ogni specie. questo il caso, ad esempio, dellerica arborea
diffusa nelle Isole Canarie, nel bacino mediterraneo e in alcune limitate aree dellAfrica
sub-sahariana. Tuttavia una montagna pu
rappresentare una barriera per una specie ma
non per unaltra.
Lareale di una specie definito frammentato quando la distribuzione limitata
ad alcune aree geografiche relativamente
vicine ma accomunate da caratteristiche ecologiche simili, come si verifica, ad esempio,
nel caso del crespino dellEtna, che si rinviene sulle aree alto-montane della Corsica,
della Sardegna, della Calabria e della Sicilia.
Si parla di areale pregresso per le specie
viventi di cui si conoscono resti fossili in
aree molto pi estese dellareale attuale.
Presenta questo tipo di areale la palma nana,
oggi distribuita lungo le coste del Mediterraneo occidentale, ma diffusa nel passato
anche nella parte orientale.
In tutti i casi, si parla sempre di specie
native, ossia che vivono in una determinata
area a prescindere dallintervento diretto o
indiretto delluomo.
Altre specie di particolare interesse forestale o agronomico (castagno, ciliegio) sono
state diffuse al di fuori della loro zona dorigine e talora si sono spontaneizzate, per cui
in un determinato territorio ritroviamo sia
piante native, sia piante esotiche, intendendo
con questo termine le specie non native pro20

venienti da regioni pi meno lontane o da


altri continenti. Questo processo, che interessa tutte le categorie di piante, ha subito
una fortissima accelerazione nellultimo
secolo e rappresenta una delle principali
emergenze ambientali del nostro tempo.
Oggi lareale pu essere rappresentato in
modi diversi, grazie ai sistemi computerizzati che consentono di visualizzarne, anche
tramite sfumo, la frequenza e abbondanza.
Classicamente, lareale delle piante si rappresenta tramite punti inseriti in un reticolo
geografico ad una determinata scala, quando
si ha un insieme adeguato di dati; attraverso
linee continue se la specie si riscontra con
continuit in un determinato territorio, pur in
mancanza di dati puntuali; attraverso linee
tratteggiate quando la conoscenza parziale
e in alcune aree non accertata o solamente
presunta.
Alcune specie vivono in una sola area
geografica come unisola o un gruppo di
isole, una montagna, un litorale. Talora, la
superficie ridotta a poche centinaia di
metri quadri: si parla in questo caso di areale puntiforme. Tali specie sono dette endemiche e sono contrapposte a quelle con areale
molto ampio, le cosmopolite, distribuite in
gran parte del mondo. Tra queste categorie
estreme vi una serie di categorie intermedie, indicate sulla base della loro reale distribuzione sul territorio. Si citano qui alcune
delle pi comuni in Sardegna: Steno-mediterranee, se sono limitate alla fascia costiera
del bacino mediterraneo, Euri-mediterranee
se si riscontrano anche nelle aree interne collinari, Oromediterranee delle alte montagne,
Atlantiche con diffusione prevalente nelle
coste europee dellOceano Atlantico, Eurasiatiche, che si estendono dallAsia allEuropa, Subtropicali, diffuse nei paesi della
fascia sub-tropicale e temperato-calda.
Le varie categorie sono suddivise in
sotto-categorie, che tendono a rappresentare
sia la distribuzione reale, sia le linee di flusso di gruppi di piante aventi unipotetica
identica origine geografica.
Queste categorie rappresentano i tipi corologici, riassumibili nello spettro corologico di

Carta della Sardegna (scala circa 1:1.000.000).

Foresta di Quercus ilex su substrato calcareo lungo la costa del Golfo di Orosei.

22

una regione, definito in termini percentuali,


ed particolarmente utile quando si tenta di
individuare e caratterizzare lorigine della
flora di una particolare regione geografica. In
particolare, la Sardegna si colloca in posizione centrale nel bacino mediterraneo e, secondo Arrigoni (1983), si inquadra nel Settore
Sardo del Dominio fitogeografico Sardocorso, in cui si possono distinguere tre sottosettori principali: quello delle Montagne calcaree centro-orientali, quello delle Montagne
silicee e quello Costiero-collinare. I singoli
sottosettori si suddividono ulteriormente in
distretti caratterizzati dalla regione geografica, dalla morfologia e/o dalla natura geolitologica.
Ecologia
Lecologia vegetale indaga sui rapporti
tra le piante e lambiente e permette di conoscere linterdipendenza e le correlazioni tra i
fattori fisici e biologici che presiedono al
ciclo vitale di una determinata specie.
Tutti gli organismi vegetali sono strettamente condizionati nel loro sviluppo dallambiente in cui vivono. Fattori fisici (posizione geografica, clima, orografia, pendenza, esposizione), edafici (substrato geopedologico, tipo di suolo, disponibilit idrica), biotici (capacit di propagazione e disseminazione, simbiosi, parassitismo, competizione), antropici (tagli, incendi, pascolo,
inquinamento) determinano la presenza di
molte specie, la loro abbondanza, il tipo di
crescita e di distribuzione sulla superficie
terrestre. Lambiente la risultante delle
componenti climatiche, pedologiche, morfologiche, biotiche (intese queste ultime anche
come il complesso rapporto piante-animali)
che caratterizzano larea di vita di una specie, cio il suo habitat.
Le piante debbono adattarsi morfologicamente e fisiologicamente ai diversi fattori
presenti nei singoli ambienti; in particolare
alla disponibilit di acqua, alle variazioni di
temperatura e luminosit e alle caratteristiche del suolo.
In relazione alla luce le piante si suddividono in sciafile, che tollerano bene lombra,

ed eliofile, che, al contrario, hanno bisogno


di molta luce. Talvolta piante eliofile hanno
necessit nei primi stadi del loro sviluppo di
poca luce, mentre le piante sciafile, in zone
molto luminose o se viene a mancare la protezione ombrosa, possono crescere stentatamente, deperire o morire. Ogni specie ha il
suo optimum di temperatura, e la resistenza
ai massimi ed ai minimi dovuta alle caratteristiche di adattabilit e alla particolare
fisiologia di ogni organismo vegetale.
Sulla vita e sulla distribuzione delle piante ha grande importanza il suolo. Alcune
specie sono indifferenti al substrato pedologico (es. Quercus ilex), altre sono legate a
particolari tipi di suolo. Si riconoscono le
piante calcicole o basifile, che vivono esclusivamente su suoli calcarei (es. Erica multiflora), e quelle silicicole o acidofile, che
vegetano nei suoli silicei o comunque acidi
(Erica arborea).
Lacqua ha una primaria importanza nella
vita delle piante, in quanto interviene in tutti
i processi fisiologici. Le piante prendono la
maggior parte dellacqua a loro necessaria
dal terreno e le precipitazioni rappresentano
quindi un fattore vitale, in mancanza del
quale pu cessare la vita. Lacqua assorbita
dalle piante tramite le radici anche, in
grandissima parte, restituita allatmosfera,
attraverso levapo-traspirazione, sotto forma
di vapor acqueo. Gli organismi vegetali debbono pareggiare il loro bilancio idrico e per
questo, per adattarsi allambiente, attuano
gli accorgimenti pi vari sviluppando strutture morfologiche e aspetti fisiologici particolari.
I diversi adattamenti morfologici, in relazione alla maggiore o minore disponibilit
dellacqua nei vari ambienti che le ospitano,
fanno ascrivere le piante a tre principali
categorie ecologiche: mesofite, idrofite e
xerofite.
Le mesofite vivono in zone fresche o temperate con oscillazioni pi o meno regolari
di temperatura e di precipitazioni. Non presentano particolari adattamenti morfologici
e fisiologici, ma risentono in modo notevole
delle brusche variazioni climatiche. Il cor23

Albero monumentale di Quercus pubescens in portamento invernale.

24

bezzolo, ad esempio, in annate particolarmente siccitose, soprattutto su substrati calcarei aridi, pu deperire o morire, mentre
specie pi resistenti allaridit come il lentisco o il rosmarino riescono a sopravvivere
senza danno.
Le idrofite sono le piante erbacee che
normalmente vivono nellacqua, galleggianti, sospese o immerse totalmente. Sono loro
affini, come categoria, le elofite che presentano strutture rizomatose parzialmente
immerse nella melma e temporaneamente
nellacqua. Generalmente, le idrofite/elofite
hanno le foglie aeree o galleggianti con
lamina ampia e sottile e con un parenchima
ricco di ampi spazi intercellulari (aerenchima). Le foglie sommerse presentano un
lembo settato o sottilmente diviso per resistere alla forza delle correnti. Le piante igrofite sono quelle che prediligono il contatto
con lacqua, almeno durante le fasi di maggiore attivit fisiologica, come lontano
nero, loleandro, lagnocasto, i salici, i pioppi e le tamerici.
Le xerofite comprendono tutte quelle
piante che vivono in ambienti con poca disponibilit di acqua nel terreno. Per pareggiare il bilancio idrico devono, con diversi
accorgimenti, limitare la traspirazione e/o
aumentare lassorbimento dellacqua. Nelle
zone litoranee e montane, dove si verificano
gli estremi climatici, le piante hanno un
apparato radicale, spesso, molto pi sviluppato di quello aereo. Altri accorgimenti sono
dati dalla trasformazione delle foglie, o parti
di esse, in spine, dalla caduta delle foglie,
dalla posizione degli stomi in rientranze del
lembo fogliare, dai rivestimenti cerosi o
pelosi e dai parenchimi acquiferi. Alcune
xerofite presentano foglie rigide, coriacee,
talora piccole con ispessimento della cuticola e rivestimenti cerosi. Sono le sclerofille
sempreverdi, tipiche del clima di tipo mediterraneo, come quercia spinosa, leccio,
sughera, lentisco, fillirea, corbezzolo.
Le piante che invece vivono in ambienti
ancora pi difficili, come le dune sabbiose
litoranee, le zone molto sassose, gli ambienti lagunari salmastri, le rupi e i muri, dimi-

nuiscono la superficie traspirante, con


diversi accorgimenti: ispessendo lepidermide e la cuticola, trasformando le foglie ed
il fusto in organi succulenti, riducendo lapparato aereo con fenomeni di nanismo, sviluppando un esteso apparato rizomatoso
sotterraneo, producendo bulbi o un sistema
radicale profondo. Questi particolari adattamenti, spesso anche strani e curiosi, che si
osservano nelle spiagge, negli stagni, nelle
lagune, fanno ascrivere le specie che li abitano alle categorie delle psammofite, tipiche
di substrati incoerenti come le sabbie, e
delle alofite, tipiche di ambienti ad accentuata concentrazione salina. Le litofite,
casmofite o comofite sono proprie degli
ambienti sassosi o rupestri.
Fra i fattori climatici minori il vento esercita effetti positivi, favorendo limpollinazione e la disseminazione, o negativi a
seconda della velocit e della direzione.
Favorisce anche la formazione di garighe
rupestri con le tipiche forme a cuscino e la
diffusione degli arbusti nani prostrati, comuni nelle aree costiere e dalta montagna.
I GRANDI ALBERI
Un altro capitolo che abbiamo voluto trattare in modo specifico quello relativo ai
grandi alberi, tanto pi preziosi quanto pi
soggetti a rarefazione per eventi vari, come
tagli e incendi. La loro importanza assume
rilievo di giorno in giorno in quanto, a prescindere dalla suggestione che essi suscitano
in gran parte delle persone, conservano nel
loro tronco e nella loro forma la storia dei
climi passati, e sono testimonianze preziose
per il futuro, che appare sempre pi incerto
proprio nel clima. ormai noto che il fenomeno dei cambiamenti climatici appare come
un fatto certo e sempre pi chiaramente legato anche a cause antropiche, come sostiene
gran parte degli studiosi del fenomeno.
La Sardegna ha conservato alcuni tra i pi
grandi alberi del bacino mediterraneo, tra i
quali oleastri, olivi, filliree, lecci, roverelle,
tassi, corbezzoli, sicuramente pluricentenari e
25

in diversi casi millenari, distribuiti in tutta lIsola, sia nei luoghi pi remoti e difficilmente
accessibili ma anche in siti di facile accesso;
alberi che rappresentano un importante patrimonio scientifico ancora poco indagato. In
molti casi, i luoghi legati direttamente a queste piante sono divenuti celebri e sono una
meta turistica con flusso anche di migliaia di
persone allanno. La giusta esigenza di conoscere e osservare non pu essere disgiunta da
unefficace tutela di questi monumenti naturali, come ad esempio la prevenzione degli
incendi o ladozione di semplici misure che
evitino il calpestio del suolo attorno al tronco,
le drastiche potature, la costruzione di muretti
e la sistemazione di panchine, per un malinteso senso di valorizzazione a beneficio della
mera curiosit turistica che potrebbe portare in
breve tempo alla loro scomparsa.
LE PIANTE E LUOMO
Selvicoltura
La gestione e la ricostituzione dei boschi
nelle zone dove sono scomparsi o dove si
trovano in stato di degrado richiedono unidonea conoscenza del ciclo vitale, delle esigenze ecologiche delle singole specie e
soprattutto dei processi che, in tempi pi o
meno lunghi, portano al ripristino delle
caratteristiche ambientali originarie. La selvicoltura, ossia la disciplina che si occupa
della gestione dei boschi esistenti e dellimpianto dei nuovi, ed in particolare la selvicoltura naturalistica, opera tenendo conto
delle caratteristiche delle specie e dellambiente. Nel ricostruire una formazione forestale su suolo nudo il mezzo pi seguito
quello dellintroduzione di specie arboree
cosiddette pioniere e di arbusti che, per le
loro capacit edificatrici sul terreno, favoriscono la successiva introduzione di specie
pi esigenti. Questa pratica particolarmente complessa e non pu prescindere dalla
conoscenza delle serie dinamiche della
vegetazione, che possono variare da luogo a
luogo. Ma soprattutto occorre tenere presente che una determinata specie nei contesti
26

ambientali diversi pu giocare un ruolo differente.


I boschi possono essere governati a
fustaia o a ceduo. La fustaia pu rinnovarsi
per via naturale o essere favorita dalluomo
con il trapianto di piante nate da seme o
anche tramite la moltiplicazione vegetativa,
come nei pioppeti.
Il bosco governato a ceduo semplice
costituito quasi totalmente di polloni derivanti dalle ceppaie tagliate periodicamente con
turno relativamente breve, variabile da specie
a specie. Forme intermedie nel governo dei
boschi si hanno con il ceduo composto, dove
mantenuto un numero di matricine, sia con
la funzione di produrre semi, sia per attenuare limpatto degli agenti atmosferici sul suolo.
Storicamente, in Sardegna, i rimboschimenti hanno visto soprattutto lutilizzazione
di conifere esotiche, come pino nero e cedro
dellAtlante, e anche ai fini della produzione
di pasta cartaria sono state impiegate diverse
specie di pini che hanno dato risultati molto
controversi.
La tendenza attuale nella selvicoltura
mediterranea quella di preferire lutilizzazione di specie autoctone, rispetto a quelle
esotiche, al fine di favorire il ripristino delle
formazioni naturali e di favorire, altres, la
ricostituzione boschiva a partire dai boschi
degradati e dalle macchie evolute, piuttosto
che intervenire ex novo sulle superfici prive
del tutto di vegetazione legnosa.
Nelle zone costiere sono soprattutto i
pini, gli eucalitti e le acacie ad avere avuto la
maggiore diffusione nelle case delle vacanze
e nei villaggi turistici, ma non trascurabile
lintroduzione delle specie pi disparate a
scopo ornamentale. Un capitolo apposito
stato redatto per indicare le specie esotiche
principali che entrano a far parte del paesaggio vegetale isolano.
Etnobotanica
Le piante, sin dalle prime fasi di organizzazione sociale in tutte le aree geografiche
del mondo, oltre che di essenziale fonte di
alimento, ebbero anche un ruolo importante
nelle pratiche religiose, nelle arti magiche,

Nuraghe: una delle migliaia caratteristiche costruzioni preistoriche della Sardegna.

Recinto tradizionale per il ricovero degli animali domestici costituito da tronchi di Juniperus oxycedrus.

27

Caratteristica capanna tradizionale di pastori (pinnetta) nel Gennargentu.

Bosco di Quercus suber dopo lestrazione del sughero.

28

nella medicina e soprattutto nellagricoltura.


Fin dai tempi pi remoti iniziarono i
primi tentativi di classificazione che tenevano conto del fine pratico delle piante: alimentari, velenose, medicamentose, etc., e
allo stesso tempo inizi la coltivazione delle
piante per questo scopo. La nascita dellagricoltura viene fatta risalire a circa 10.000
anni or sono, ma anche la coltivazione delle
piante per scopi diversi dallalimentazione
umana ugualmente molto remota, come
viene tramandato dalle antiche raffigurazioni egizie e dagli scritti sui celebri giardini
pensili di Babilonia. Listituzione di un primitivo orto botanico, nel IV secolo a.C.,
attribuita a Teofrasto, allievo di Aristotele, e
sicuramente strutture analoghe si trovavano
presso gli speziali dellantica Roma. Verso la
fine del periodo romano e nel basso Medioevo i primi luoghi dove si coltivavano le piante per scopi medicinali, sulla base dei trattati dei celebri medici del passato, furono i
monasteri. Nel Medioevo cominciarono a
comparire anche i primi erbari figurati,
dove le piante erano rappresentate con iconografie, che mettevano in risalto, con unadeguata simbologia, le propriet terapeutiche o le virt magiche. Nel XV secolo furono istituiti i primi Orti Botanici, chiamati
ancora Orti dei Semplici, ma soprattutto
nel XVI secolo che assumono grande rilevanza, presso le principali universit, prima
in Italia, con quelli di Padova e di Pisa, pressoch contemporanei, e quindi in tutte le
principali citt universitarie europee.
La conoscenza delle piante e dei principi
semplici era indispensabile nella professione del medico, che si avvaleva dellerborario per la preparazione di pozioni, unguenti, antidoti, avvalendosi della teoria dei segni
e spesso associando il tutto a formule magiche o religiose. Secondo questa teoria la
somiglianza di un organo della pianta con un
organo o una parte del corpo umano poteva
costituire un indizio utile per ricavare un elemento semplice curativo, ci che evidentemente non ha relazione alcuna di causaeffetto. Sulla base delle conoscenze del
mondo greco, latino e arabo, nel 1544 il

medico senese Mattioli produsse una summa


sulle conoscenze mediche di quel periodo,
legate alle piante, che hanno avuto unincidenza enorme in gran parte dellItalia ma
non solo.
Nel secolo XX con il grande sviluppo
della chimica, che ha permesso, prima, di
individuare i principi attivi delle piante e poi
la loro preparazione per via di sintesi, molte
specie vegetali hanno perso dimportanza e
considerazione. Tuttavia, oggi, in tutto il
mondo esiste una maggiore attenzione verso
i saperi tradizionali e verso letnobotanica in
particolare. Un altro motivo di grande interesse delle piante quello relativo alla loro
utilizzazione come fibre tessili, per lavori di
intreccio e come coloranti naturali. Queste
attivit artigianali costituiscono, anche nei
paesi economicamente pi sviluppati,
unimportante fonte di reddito sempre pi
apprezzata. La conoscenza dellutilizzazione
delle piante, che rischiava di essere cancellata dal patrimonio culturale delluomo nelle
societ a forte sviluppo economico, oggi
rivalutata. Si cerca, infatti, da diversi punti
di vista di recuperare, approfondire, vagliare
criticamente le notizie esistenti, non solo
come curiosit, ma anche per gli immancabili progressi che possono portare nel campo
scientifico.
In Sardegna, il recente compendio delle
conoscenze etnobotaniche ad opera di Atzei
(2003) ha messo in luce uno straordinario
patrimonio di dati che merita di essere
opportunamente valorizzato.
Con il termine etnobotanica si voluto
indicare tutti quegli aspetti di utilizzazione
tradizionale delle piante che vedono un rapporto diretto fra esse e luomo, senza entrare
nel merito di valutazioni critiche, che esulano dagli scopi del presente volume.
LA NOMENCLATURA
Nome scientifico
Nel lontano passato le piante erano chiamate con un solo nome, ma con il grande
aumento delle conoscenze, gi nel Medioe29

vo, si arriv a indicarle con una breve e sintetica descrizione delle principali caratteristiche morfologiche. Laumento costante
delle conoscenze sulla flora rese del tutto
inadeguato questo sistema, superato dal
naturalista svedese Carlo Linneo che, nel
1753, nella sua opera in due volumi Species
Plantarum, istitu il binomio nomenclaturale per indicare una specie. Il nome scientifico delle specie vegetali pertanto composto da due parole in lingua latina: il primo
nome indica il genere e il secondo lepiteto
specifico.
Il binomio nomenclaturale seguito dal
nome abbreviato o per esteso del botanico
che per primo ha descritto una determinata
specie.
Ad esempio il nome scientifico corretto
del lentisco Pistacia lentiscus L. ed un
binomio inscindibile che identifica in modo
univoco questa specie. La prima parola che
compone il binomio anche il nome del
genere che raggruppa pi specie affini:
Pistacia lentiscus L., Pistacia terebinthus
L., Pistacia vera L.; la seconda rappresenta
lepiteto specifico che, assieme al primo,
identifica la specie. La lettera L., che
segue il binomio, labbreviazione di Linneo e significa che la specie fu descritta da
questo autore. errato, quindi, per indicare
una specie, usare solo lepiteto specifico,
lentiscus, vera, etc., mentre consentito
abbreviare il nome del genere: P. lentiscus
quando non vi sia possibilit di equivoco.
Nei testi scientifici il nome dellautore
seguito, generalmente, dallindicazione
bibliografica abbreviata dellopera dove
stata pubblicata la prima descrizione valida
della specie, completata dallanno di pubblicazione: Pistacia lentiscus L., Sp. Pl.,
2:1026 (1753).
Per una specie possono esistere diversi
nomi scientifici qualora sia stata descritta in
tempi diversi indipendentemente da pi
autori. Il castagno, per esempio, fu attribuito
da Linneo al genere Fagus e chiamato Fagus
castanea, ma Miller, pi correttamente, nel
1768 lo classific come Castanea sativa,
mentre Lamarck nel 1783 lo indic come
30

Castanea vulgaris. In questo caso vale il criterio di priorit e la specie indicata con il
nome di chi la descrisse in modo corretto per
primo, mentre il secondo diventa un sinonimo nomenclaturale: Castanea sativa Miller
= Castanea vulgaris Lam.
Spesso una pianta stata attribuita a due
generi diversi da autori differenti. Ad esempio la ginestra corsicana fu descritta da Loiseleur nel 1807 e fu da questi inclusa nel
genere Spartium come Spartium corsicum.
Successivamente De Candolle, nel 1815, ne
indic lappartenenza al genere Genista. In
questo caso il nome del primo autore va
inserito tra parentesi e la nomenclatura corretta quindi Genista corsica (Loisel.) DC.
Il nome scientifico ha carattere internazionale e segue precise regole disciplinate
dal Codice Internazionale di Nomenclatura,
che viene aggiornato ogni quattro anni ed
ad esso che deve attenersi chiunque debba
occuparsi di nomenclatura botanica in termini scientifici, quando si descrivono nuove
entit o si sottopongono a revisione generi o
gruppi di piante gi conosciuti.
Riveste particolare importanza il luogo di
provenienza dei campioni sui quali una
determinata specie stata descritta per la
prima volta. Si parla in questo senso di locus
classicus, per la regione o localit, e di olotipo per il relativo campione. Non sempre,
tuttavia, agevole individuare in modo chiaro la localit e lolotipo; questo pu generare complicazioni che hanno risvolti importanti dal punto di vista sia tassonomico sia
sistematico.
Nomi volgari e dialettali
Alla terminologia scientifica si affiancano i nomi volgari. Il nome scientifico in latino permette agli studiosi di usare una terminologia comune, mentre il nome volgare,
proprio di una regione, coincide con la lingua parlata e consente lo scambio di informazioni solo nel territorio di appartenenza,
spesso anche molto limitato. Anche in Sardegna, come in tutte le regioni del Mediterraneo, lantica matrice punica, greca, latina,
araba, incontrando il sostrato linguistico

locale, ha generato una vastissima gamma di


nomi legati alle caratteristiche morfologiche, estetiche, alle utilizzazioni del legno o
dei frutti, agli usi pi correnti e pi strani, a
riferimenti mitologici, a credenze magiche o
tradizioni religiose. Nelle varianti locali
della lingua sarda gli alberi e gli arbusti presentano una ricchissima variet di nomi la
cui radice semantica non sempre trova una
spiegazione esauriente e condivisa. In tutti i
modi il sistema nomenclaturale locale presenta ugualmente aspetti che possono essere
definiti scientifici (Camarda, 2006).
Alcune specie a larga diffusione, caratterizzate da una precisa individualit morfologica e legate a particolari usi o pratiche selvicolturali, hanno un nome uguale, o con
piccole varianti fonetiche locali, in tutta la
regione: Pirastru/Pirastu per indicare il
perastro, Eliche/Eligi per indicare il leccio.
Altre invece presentano nomi assai diversi a
seconda delle localit: Enis, Nibaru, Tassu,
Longufresu per indicare il tasso; Iddostro,
Scopalzu, Salina, Tuvara, Frammiu per lerica da scope. Talvolta, i nomi variano anche
nellambito di uno stesso paese a seconda
del rione.
Accade anche che nomi uguali siano
attribuiti a specie differenti, ad esempio
Nibaru indica il tasso nel Goceano e il ginepro coccolone nel Sassarese. Per questo
motivo abbiamo preferito svolgere una ricerca originale su vari paesi dellIsola, vagliando criticamente, e nel limite del possibile, le
indicazioni riportate da Cara (1889), Wagner
(1960-62), Cossu (1968) e tanti altri autori
che si sono occupati di nomi locali. Recentemente sono comparse diverse indagini sia a
livello locale, sia di sintesi monografica
(Congia, 1998); De Martino, 1996). Dizionari della lingua sarda comparsi recentemente recepiscono in genere le indicazioni dei
testi specialistici (Espa, 1999; Farina, 2002;
Pittau, 2004; Paulis, 2004). Unanalisi particolarmente approfondita sullorigine dei
nomi di molte specie si ha in Paulis (1992).
Nel testo, accanto al nome dialettale,
stato riportato, fra parentesi, il corrispondente
paese dove tale nome usato pi frequente-

mente e in modo appropriato. Sono stati, inoltre, trascritti, al fine di non perdere linformazione, i nomi dialettali che sono usati o riportati in modo generico in letteratura, senza indicazione del paese o senza riscontro in loco.
Classificazione
Gli organismi vegetali, sia viventi che fossili, sono ordinati in gruppi di ordine crescente chiamati categorie tassonomiche o taxa.
Questo ordinamento, che costituisce il fondamento della classificazione, basato sullaffinit dei vari organismi fra loro e sulle linee di
discendenza da uno o pi capostipiti.
Lo studio delle affinit, per poter costruire
la classificazione, compito della sistematica, mentre lapplicazione dei principi e delle
regole delle classificazioni affidata alla tassonomia. La sistematica moderna nel definire
una specie considera tre aspetti fondamentali,
ossia: 1) i caratteri morfologici (su questi era
basata la sistematica di Linneo) definiscono
la cosiddetta specie tipologica, perch basata
sul campione tipo sul quale stata descritta la
specie; 2) i caratteri biologici (numero cromosomico, fenologia, presenza di composti
chimici) definiscono la specie biologica. In
tutti i casi devono essere tenuti in considerazione 3) i parametri ecologici delle stazioni
dove una certa specie vive. Pertanto una specie rappresenta allo stesso tempo ununit
morfologica, ununit biologica ed ununit
ecologica, con questo volendo intendere che
ha una precisa discontinuit con altre entit
affini dello stesso genere.
Le specie sono definite non solo in base
alle differenze e affinit attuali, ma anche
secondo la filogenesi, ossia in base alle
modificazioni che un determinato gruppo di
piante ha subito attraverso le ere geologiche.
I progressi degli ultimi anni nel campo
della genetica e della mappatura del materiale genico hanno dato un forte impulso alla
riconsiderazione di gruppi di difficile inquadramento sistematico con lausilio di questo
tipo di analisi. certo che nel prossimo futuro la sistematica delle piante potr essere
ampiamente rivisitata alla luce di questa
disciplina, dando un notevole contributo
31

anche alla comprensione della filogeografia


e dellorigine ed evoluzione della flora di
una determinata regione.
Le principali categorie tassonomiche
(taxon-taxa) in ordine crescente sono: specie, genere, famiglia, ordine, classe, divisione, phylum. A ciascun taxon sono subordinati altri taxa quali sottospecie, sottogenere,
trib etc. Vi da ricordare che con il termine taxa, seppure impropriamente, invalso
luso di indicare il numero delle specie della
flora di una regione.
La categoria tassonomica che sta alla
base operativa della classificazione la specie e viene indicata, in ogni parte del mondo,
con un binomio nomenclaturale in latino. Al
disotto della specie sono collocate delle
categorie subordinate quali sottospecie,
variet, forma, indicate rispettivamente con
ssp. o subsp., var.e f..
Per le piante coltivate si seguono le regole del Codice di Nomenclatura delle Piante
Coltivate, soprattutto in rapporto alle Cultivar (Cv.). Mentre i nomi varietali delle piante spontanee sono scritti in corsivo preceduti dallabbreviazione var., i nomi delle cultivar sono scritti in tondo con liniziale maiuscola preceduta dallabbreviazione Cv. In tal
modo possibile comprendere in termini
immediati se trattasi di piante selvatiche o
coltivate.
Le specie che hanno molti caratteri in
comune sono riunite in gruppi pi grandi,
detti genere. Questa categoria tassonomica
pu comprendere molto di rado una sola o,
nella stragrande maggioranza dei casi, pi
specie. Si hanno quindi generi mono- o
pluri-specifici. Il nome adoperato per designare un genere di origine varia e pu
esprimere, per mezzo della composizione di
parole greche o latine, uno dei caratteri pi
importanti e comuni alle specie che vi sono
riunite; ad esempio Rosmarinus deriverebbe
da ros e da marinus, ad indicare il colore dei
fiori e lambiente preferito delle specie di
questo genere, Calycotome da calyx e da
tom che significa calice tagliato, carattere
comune alle specie di questo genere. Pu
indicare una caratteristica generale o appli32

cativa delle entit, come Sambucus da sambuce o flauto, per lutilizzazione in tal senso
dei rami una volta privati del midollo centrale; pu essere dedicato a uomini illustri
come Linnaea a Linneo, o addirittura pu,
anche, non avere alcun significato come
Logfia o Iglofa, semplici anagrammi di Filago, che indicano il genere comprensivo da
cui hanno tratto origine.
Analoghi criteri sono adottati, anche, per
la scelta dellepiteto specifico, il quale indica spesso anche un carattere morfologico
(Phillyrea latifolia), ecologico (Convolvolus arvensis), geografico (Genista sardoa),
il cui significato di immediata comprensione.
I generi che presentano caratteri in comune sono a loro volta riuniti in gruppi pi
grandi detti famiglia. A questa categoria tassonomica si d la desinenza -aceae e il nome
usato per indicarla pu derivare da uno dei
generi presi come tipo: Rosaceae da Rosa,
Ericaceae da Erica, o da un carattere comune a molti generi, come il legume che caratterizza le Leguminosae o la conformazione
della corolla nelle Labiatae che tuttavia in
base alle moderne regole nomenclaturali
sono chiamate rispettivamente Fabaceae e
Lamiaceae.
Le famiglie che presentano tra loro affinit sono raggruppate in ordini, il cui nome
termina con -ales, es. Rosales.
Sempre con lo stesso criterio di riunire
categorie affini, gli ordini sono riuniti in
classi, talvolta con desinenza -opsida, e queste in divisioni o phylum con il nome che termina con -phyta.
In questo volume sono descritte solo
piante con ovuli e semi cio Spermatofite.
Nelle moderne classificazioni, le piante con
ovuli o semi nudi appartengono alle Gimnospermophyta (Gimnosperme) e le specie qui
trattate alla divisione delle Coniferophyta o
Pinophyta (Conifere). Le piante con ovuli e
semi racchiusi nellovario sono attribuite
alle Magnoliophyta o Angiospermophyta
(Angiosperme). Le specie illustrate in questo volume sono piante legnose e fanno parte
tutte della classe delle Magnoliopsida (Dico-

tiledoni), ad eccezione delle palme, la cui


unica specie spontanea in Sardegna Chamaerops humilis, che appartengono alle
Liliopsida (Monocotiledoni).
Le Pinophyta sono caratterizzate: da ovuli
e da sacche polliniche portate da squame fertili, riunite in infiorescenze globose o a cono;
dalla trasformazione dellovulo in seme; da
foglie di varia forma e struttura, ma generalmente squamiformi o aghiformi; dal legno
omoxilo formato da fibrotracheidi; dalla netta
predominanza di forme arboree o arbustive.
Dopo la fecondazione si ha, nei pini, nei
cipressi e negli abeti, la lignificazione delle
squame fertili, mentre nei ginepri avviene la
modificazione delle squame in strutture carnose, globose, simili ad una bacca e nel tasso
la formazione di un parziale involucro carnoso attorno al seme.
Le Gimnosperme comprendono solo piante legnose perenni. Le forme ancestrali comparvero nel Devoniano superiore quando si
originarono i primi ovuli. Nel Carbonifero
inizi levoluzione di questo gruppo e lirradiazione su tutta la Terra. Nel Giurassico,
noto anche come lera delle Gimnosperme, si
ebbe la maggiore diffusione che continu
sino al Cretaceo inferiore quando subentr
una lenta estinzione di molte specie. Il maggior numero di Gimnosperme attuali appartiene alle conifere che si differenziarono nel
Permiano, caratterizzato da un clima freddo e
arido.
Le Magnoliophyta (Angiosperme) sono
caratterizzate dagli ovuli racchiusi in foglie
carpellari che formano un ovario; da fiori
regolari o irregolari, unisessuali o bisessuali,
con uno o due involucri, isolati o riuniti in
infiorescenze di vario tipo; da foglie con
forma, margine, nervatura estremamente
variabili; dalla trasformazione dellovario in
frutto e dellovulo in seme, contenente un
embrione talvolta con uno o due cotiledoni e
con tessuto di riserva o albume.
Le Magnoliophyta costituiscono una
divisione ricca di specie, e attualmente sono
le pi diffuse in tutto il mondo e le uniche ad
aver colonizzato tutti gli ambienti terrestri e,
con alcune specie, anche quelli marini.

Le prove della loro comparsa sulla Terra


risalgono, dai reperti fossili, allEra Mesozoica in periodi geologici differenti e in
diverse aree della superficie terrestre. Nel
Cretaceo hanno avuto la massima diffusione
conseguente ad una notevole differenziazione di famiglie e generi.
Nel Cretaceo inferiore appaiono Magnoliaceae, Moraceae, Salicaceae, Myrtaceae
con il genere Eucalyptus; nel Cretaceo
Medio e Superiore Juglandaceae, Betulaceae, Aceraceae, Lauraceae, Tiliaceae, Cornaceae, Apocynaceae, Palmae, Fagaceae;
ed alla fine del periodo Aquifoliaceae, Anacardiaceae, Rutaceae, Leguminosae, Rosaceae. Contemporaneamente al predominio
delle Angiosperme si ha una grande riduzione delle Gimnosperme, con la scomparsa di
diversi generi e specie di conifere.
NellEra Cenozoica o Terziaria erano
rappresentate quasi tutte le specie oggi
viventi. Secondo Pignatti le Angiosperme,
che nel Cretaceo costituiscono fino al 25%
della flora fossile, nel Terziario raggiunsero
il 90%, ed oggi rappresentano il 95% di tutta
la flora vascolare.
Le Magnoliophyta (Angiosperme) sono
suddivise in Magnoliopsida (Dicotiledoni) e
Liliopsida (Monocotiledoni).
Le Magnoliopsida o Dicotiledoni presentano: embrione con due cotiledoni; fiore con
perianzio formato da calice e corolla ben
distinta e di grandi dimensioni o talvolta
ridotta o poco appariscente; numero variabile di pezzi fiorali; foglie con lembo, generalmente largo, e nervature per lo pi reticolate; radice a fittone; accrescimento secondario in spessore del fusto e della radice per la
presenza del cambio; piante arboree, arbustive ed erbacee.
Le Liliopsida o Monocotiledoni sono
contraddistinte da: embrione con un solo
cotiledone; fiore con perigonio formato da
tre o sei pezzi eguali e disposti su verticilli
sempre trimeri; numero costante di tre o sei
pezzi; foglie per lo pi allungate e nervature
prevalentemente parallele; radice affastellata; assenza di cambio tra legno e libro e di
conseguenza mancanza di una struttura
33

secondaria; piante prevalentemente erbacee,


talvolta con portamento arboreo (dracena) o
arbustivo cespitoso (palma nana).
NOTE TASSONOMICHE, SISTEMATICHE
E VARIABILIT

Uno dei problemi sempre attuali per


quanti si occupano del mondo vegetale
quello tassonomico. La concezione fissista
di Linneo, che considerava le piante immutabili nel tempo, non disgiunta dalla ideologia dominante del suo tempo, si da subito
scontrata con levidenza della variabilit e
mutabilit degli esseri viventi nella loro
discendenza. Mentre nelle piante che si propagano per via vegetativa la variabilit
legata esclusivamente, o quasi, alle condizioni ambientali, nella riproduzione per via
sessuale si ha unampia gamma di differenze, che vanno sotto il nome di biodiversit
infraspecifica e che originano, nel tempo,
nuove forme, variet, sottospecie e specie in
un processo lento ma continuo, che poi
anche lessenza dellevoluzione e della biodiversit degli esseri viventi.
Non sempre facile attribuire in modo
preciso ad una entit biologica il nome corretto in accordo con quanto stabilito dagli
autori che hanno descritto quella determinata entit. Anche perch lo sviluppo delle
conoscenze, i nuovi metodi di ricerche, lausilio di altre discipline, come la fitochimica
e la genetica, da cui non si pu ormai prescindere, sono in continua evoluzione. Le
nuove acquisizioni dal punto di vista sistematico richiedono, conseguentemente, di
adeguare anche laspetto tassonomico; ci
pu creare difficolt, non solo agli amatori
ma, talora, anche agli stessi studiosi.
Molte specie hanno cambiato di genere
e a volte di famiglia, che a loro volta vengono smembrate o suddivise in sottofamiglie, o viceversa, e cos via anche per le
categorie superiori come gli ordini e le
classi. Lo stesso Codice Internazionale di
Nomenclatura Botanica viene aggiornato
ogni 4 anni per rispondere in modo soddi34

sfacente alle esigenze di avere un quadro il


pi possibile univoco nel campo della tassonomia.
Anche rispetto alla passata edizione di questo volume, dopo quasi un quarto di secolo, la
nomenclatura ha subito numerosi cambiamenti, che abbiamo condiviso in gran parte, registrando comunque, in caso contrario, le principali variazioni e le nuove proposte. Una corretta visione sistematica non si pu avere senza
una rigorosa tassonomia nel rispetto dei principi e delle regole stabilite. Per tale motivo
abbiamo riportato diverse sottospecie e variet,
i campi di variabilit dei caratteri considerati
diagnostici e unadeguata, seppure non esaustiva, sinonimia a partire dal basionimo sino alle
fluttuazioni sistematiche e nomenclaturali pi
attuali. Il ginepro nano, ad esempio, ha cambiato di rango (da sottospecie di Juniperus
communis ssp. nana a specie indicata come
Juniperus sibirica) ma ovvio che le sue caratteristiche morfologiche, biologiche ed ecologiche sono rimaste le stesse e che si tratta solo di
un aspetto formale e non sostanziale dal punto
di vista della sua riconoscibilit.
In diversi casi, particolarmente nei generi
Juniperus, Quercus, Cistus e Salix, che presentano particolari difficolt per la grande
variabilit di tutti i caratteri, permangono
anche tra i botanici opinioni diverse, che
fanno parte della normale dialettica scientifica e che potranno essere forse meglio definite nel futuro con lausilio di tecniche di indagine pi avanzate o precise di quelle attuali.
Non si esclude, infine, la diversa concezione
che diversi autori hanno del concetto di specie. Non sfuggano, tuttavia, i riflessi che questo comporta in alcuni campi, come ad esempio nelle attivit selvicolturali e agrarie,
tenendo presente che alla sistematica ed alla
tassonomia attribuito anche un fine eminentemente pratico e applicativo.
LA FLORA E LE COMUNIT VEGETALI LEGNOSE
Flora
Solo eccezionalmente le piante, a qualsiasi categoria biologica appartengano, vivo-

no isolate. Normalmente, in un territorio, in


relazione alle condizioni ambientali, tendono a riunirsi in comunit formate da un
numero variabile di specie. La conoscenza
della flora ha una notevole importanza perch solo attraverso lanalisi della composizione floristica possibile ricostruire la storia naturale di un territorio, anche in riferimento alle sue vicende geologiche, climatiche, storico-culturali, delluso del suolo, e
comprendere i motivi dellassetto della
vegetazione attuale.
La flora di una regione, ossia tutte le specie native che vivono in quella determinata
area, , secondo Emberger (1955), un fatto
storico, 1espressione della filogenesi delle
specie durante le ere geologiche. Le modificazioni della crosta terrestre, la separazione
dei continenti, le variazioni climatiche avvenute durante le ere geologiche hanno provocato linsorgere di sempre nuove forme di
vita, la scomparsa di altre formatesi precedentemente, la migrazione di ingenti gruppi
sistematici e il loro susseguente frazionamento, la ricombinazione genetica e una distribuzione sempre pi simile a quella attuale.
Anche la flora della Sardegna, al centro
dellarea mediterranea, riflette queste vicissitudini geologiche e climatiche. Per cercare
di capire e caratterizzare la flora del sistema
sardo-corso sono state proposte diverse ipotesi tenendo presente lelemento geografico,
ecologico, storico e genetico. In particolare,
per quanto riguarda la Sardegna, Arrigoni
(1980) ritiene che la flora sia costituita da
specie antiche che lIsola si trascin quando, alla fine dellOligocene, si stacc, unitamente alla Corsica, dal Continente europeo,
e da altre pervenute in Sardegna e Corsica
durante il Messiniano, con il disseccamento
del mare Mediterraneo, nel Pliocene, nel
Pleistocene e durante lultima glaciazione.
In effetti, durante questo evento, sino a circa
10.000 anni fa (un periodo molto recente dal
punto di vista geologico), le due isole costituivano ununica entit geografica non separata dalle Bocche di Bonifacio e molto pi
vicina alla penisola italiana tramite ponti
naturali dellArcipelago Toscano, che con-

sentirono la migrazione di molte specie nei


due sensi. I flussi floristici pervengono
anche dallOriente, attraverso la Sicilia, e
dal Nordafrica quando le distanze tra queste
due regioni erano ben diverse da quelle
attuali (Camarda, 1992).
Testimoni di un antico passato fito-storico sono, fra le piante legnose, leccio, sughera, quercia spinosa, pino dAleppo, tasso,
agrifoglio, ontano, carrubo, alaterno, mirto,
lentisco, erica arborea, ginepro feniceo,
oleastro, palma nana ed altre ancora.
Le accentuate condizioni di insularit
nelle quali molte specie sono venute a trovarsi hanno determinato, inoltre, la selezione e
lorigine di numerose specie endemiche che
rappresentano circa il 10% della flora totale.
Le specie endemiche possono essere:
sarde, con areale limitato alla sola Sardegna,
come Rhamnus persicifolia, Ribes sardoum,
Ribes sandalioticum, molte entit del genere
Genista (G. sardoa, G. sulcitana, G. morisii,
G. pichi-sermolliana, G. arbusensis, G.
toluensis); sardo-corse, quando sono comuni
alle due isole, come ad esempio Genista corsica; tirreniche, nel caso di presenza in Sardegna e in altre isole del Mediterraneo,
come Genista aetnensis.
Attualmente la flora della Sardegna rappresentata da circa 2.400 specie, delle quali
circa 250 sono legnose o parzialmente lignificate. Esiste una componente atlantica e
montana, ma nel suo complesso, si tratta di
una flora tipicamente mediterranea che si
insediata e stabilizzata in un clima caldoarido con massimo di precipitazioni in
autunno-inverno. La dendroflora, in particolare, costituita da una elevata componente
di sclerofille, specie sempreverdi con foglie
rigide e coriacee, e da xerofite, entit con
rami corti pungenti e foglie talvolta precocemente caduche.
Le differenti condizioni climatiche, la
struttura geo-morfologica e i tipi litologici
dellIsola hanno avuto una notevole influenza sulla distribuzione e differenziazione
delle specie e hanno permesso linstaurarsi
di microclimi in zone che ospitano spesso
una flora esigente e selezionata.
35

COMUNIT VEGETALI
La fisionomia di un paesaggio vegetale
naturale caratterizzata dal modo in cui specie diverse, con stessa affinit ecologica per
quanto riguarda le modalit di vita e gli adattamenti per la riproduzione, convivono tra di
loro costituendo delle comunit vegetali o
fitocenosi. Linsieme delle diverse comunit
vegetali pi o meno stabili o effimere, associazioni, che occupano uno spazio definito e
che sono fra loro collegate, costituisce la
vegetazione di un territorio o di una regione.
Nella formazione di una o pi comunit
vegetali si passa attraverso delle tappe che
costituiscono serie progressive di successione.
Sul terreno e sulla roccia nuda si insediano,
dapprima, gli organismi unicellulari, come le
alghe azzurre, poi i licheni, costituiti dalla
simbiosi di unalga con un fungo, che iniziano
la lenta disgregazione del substrato e preparano il primo debole strato organico. Su questo
sottile strato di terreno crescono i muschi e le
epatiche e, per loro opera, si ha unulteriore
disgregazione delle rocce e del terreno con
formazione di uno strato umico pi profondo.
La cattura di polveri sottili e sostanza organica trasportata dal vento consente la vita ad
organismi pi specializzati. Si insediano quindi le piante erbacee, come i Sedum e piccole
graminacee, i piccoli suffrutici, seguiti dagli
arbusti e, infine, dalle piante arboree.
La comunit vegetale, che si quindi formata, raggiunge una fase di stabilit in equilibrio con il clima, il suolo e la fauna della
stazione. Questo stadio teorico rappresenta il
climax. Il raggiungimento dello stadio-climax pu essere ostacolato da fattori di disturbo, che bloccano il processo evolutivo o
invertono il processo stesso.
I metodi usati per lo studio della vegetazione sono diversi con la descrizione della
fisionomia, della struttura, del paesaggio. In
tutti i casi non si pu prescindere dalla conoscenza degli elementi vegetali costitutivi,
dallanalisi della stazione e dallanalisi storica dellinfluenza umana sul territorio. Il
bosco, la foresta, la macchia, la gariga e il
prato sono individuati, fisionomicamente,
36

dal prevalere dellhabitus arboreo, arbustivo


o erbaceo della componente vegetale e costituiscono le formazioni vegetali.
FORESTA, BOSCO, MACCHIA, GARIGA
I termini bosco e foresta sono considerati,
per lo pi, come sinonimi e sono definiti sinteticamente: insieme di alberi; formazione
arborea compatta, pluristratificata; aggruppamenti di alberi costituiti da specie differenti; vegetazione arborea di alto fusto naturale.
Per foresta, in riferimento agli ambienti
mediterranei, qui, intendiamo una comunit
vegetale pi o meno estesa, composta prevalentemente da una o pi specie di alberi
accostati fra di loro, da arbusti, liane ed
erbe, con copertura superiore al 60% e
struttura pluri-stratificata, che conserva un
elevato grado di naturalit, in quanto lo
stato originario non modificato in modo
significativo dalluomo.
Una formazione forestale pu presentarsi: chiusa, quando le chiome degli alberi si
toccano; aperta, quando gli alberi sono disposti a gruppi lasciando ampi spazi liberi;
chiara, quando gli alberi sono ravvicinati,
ma le chiome sono lasse o non si toccano.
Il bosco invece considerato come:
aggruppamento di piante formato da una
sola specie; una foresta di piccole dimensioni; una vegetazione arborea di alto fusto
dove intervenuta lopera delluomo per la
manutenzione di una formazione vegetale
preesistente; un impianto artificiale di una o
pi specie arboree autoctone o esotiche. La
copertura in questo caso pu variare nel
tempo in funzione del momento di impianto
o delle utilizzazioni.
La legislazione italiana attuale (legge 227
del 2001, articolo 2) non tiene conto di queste differenze e sfumature e considera bosco:
I fondi gravati dallobbligo di rimboschimento per le finalit di difesa idrogeologica
del territorio, qualit dellaria, salvaguardia del patrimonio idrico, conservazione
della biodiversit, protezione del paesaggio
e dellambiente in generale;

Le aree forestali temporaneamente prive


di copertura arborea e arbustiva a causa di
utilizzazioni forestali, avversit biotiche o
abiotiche, eventi accidentali, incendi;
Le radure e tutte le altre superfici destensione inferiore a 2.000 metri quadrati
che interrompono la continuit del bosco.
Inoltre, al comma 6 dello stesso articolo
specificato che sono assimilati a bosco
anche i terreni coperti da macchia mediterranea, i castagneti e le sugherete, nonch le
superfici superiori a 2.000 metri quadrati
comunque coperte da vegetazione legnosa
superiore al 20% del totale.
evidente che una definizione cos
ampia e generica d un altissimo grado di
discrezionalit interpretativa e soprattutto fa
aumentare per forma, ma non per sostanza,
le superfici boscate della Sardegna. Noi consideriamo come veri boschi le formazioni
legnose costituite dalla prevalenza di piante
a portamento arboreo come le querce, il leccio, i ginepri, la fillirea, il corbezzolo, mentre riteniamo improprio considerare come
boschi le macchie senza tenere conto degli
aspetti floristici e strutturali e, tanto meno, i
cisteti, legati per lo pi a stadi di degrado del
bosco.
La macchia una formazione vegetale
con copertura superiore al 50%, costituita
soprattutto da arbusti sclerofillici o caducifogli, ma anche da alberi con portamento
arbustivo.
La macchia, spesso impenetrabile, presenta: struttura complessa, composizione
floristica molto variabile e diffusione nelle
zone calde e aride, con inverni miti e con
estati povere di precipitazioni, ma anche
nelle aree montane e alto-montane. La diversa altezza degli individui e il diverso grado
di copertura del suolo hanno determinato la
suddivisione della macchia sulla base delle
specie, della struttura e della fisionomia.
Bguinot (1923) la chiama macchiaforesta quando le specie superano i 3-5
metri di altezza ed formata da specie arboree a portamento arbustivo, da arbusti nanofanerofitici e camefitici, da liane, tanto
strettamente ravvicinati da renderla impene-

trabile. Si tratta di una vera e propria formazione forestale.


La macchia pu presentarsi molto densa
con i rami delle piante che si intrecciano, o
pi rada con spazi liberi ricoperti da specie
stagionali. Diverse denominazioni si hanno
quando le piante raggiungono i due-quattro
metri di altezza: macchia alta o forteto in
Italia, maquis, brousse dagli autori francesi,
matorral denso o espinal dagli autori spagnoli, chapparal dagli autori inglesi e americani, riferendola alle formazioni della California e dellAmerica latina, fynbos in Sudafrica. Quando lo sviluppo degli arbusti non
supera i due metri di altezza chiamata,
genericamente, macchia media o matorral
medio.
Fanno parte della macchia soprattutto
specie a foglie rigide, coriacee, sclerofilliche, ma anche specie con caratteristiche biologiche diverse come euforbia arborea e anagiride, che sono prive di foglie nel periodo
estivo, o specie prive di foglie con rami
verdi fotosintetici (ginestra dellEtna).
In Sardegna la macchia caratterizzata,
prevalentemente, da lentisco, mirto, oleastro, carrubo, corbezzolo, eriche, filliree,
ginepri, calicotome, ginestre, euforbia,
palma nana, cisti, oltre a specie lianose quali
clematidi, smilace, robbia, etc., mentre
particolarmente ricca di specie erbacee a
seconda delle tipologie.
Su substrato roccioso o in zone degradate, la macchia cambia fisionomia e composizione floristica e si passa ad unaltra formazione vegetale, detta gariga, caratterizzata
da specie suffruticose, spinose, spesso aromatiche e xerofilliche.
La garga una formazione vegetale discontinua che si insedia nelle zone pi o
meno pianeggianti o in leggero declivio o a
morfologia accentuata, con rocciosit prevalente o con pietrosit e rocciosit abbondante e con suolo poco profondo.
Il termine deriva dal catalano garric o dal
francese garigue, nome usato per indicare in
lingua doc la quercia spinosa. In Provenza,
infatti, le zone rocciose con cespugli di questa quercia sono note come garigues.
37

Altre definizioni e denominazioni sono


state date per questo particolare aspetto della
vegetazione e precisamente: phrygana,
batha dagli autori delle regioni orientali del
Mediterraneo e tomillares dagli spagnoli che
fanno derivare questo nome da tomillo
(timo) per indicare zone rocciose ricche di
piante aromatiche.
Una semplice e appropriata definizione
quella che collega laspetto della vegetazione alla morfologia della zona: luoghi pietrosi con piccoli arbusti ed erbe che crescono
dove la roccia affiora largamente.
Per quanto riguarda la sua origine, alcuni
autori ritengono che la gariga derivi da una
profonda degradazione della macchia
soprattutto su substrato calcareo, e usano il
termine jaral (= cisto in lingua spagnola) per
indicare una simile situazione, ma su silice.
In sintesi, si considera come gariga una formazione vegetale con bassi cespugli che si
insedia su suoli di qualsiasi origine, ma edaficamente aridi, che potrebbe evolvere nel
tempo a macchia e quindi a bosco.
Situazioni di gariga fortemente stabili e
quindi potenzialmente climaciche sono
quelle delle creste rocciose sia costiere, sia
alto-montane in cui i fattori come ventosit e
aridit di suolo non consentono la presenza
di specie pi esigenti e levoluzione verso
forme di vegetazione forestale.
Macchie e garighe sono fortemente influenzate sia nella loro composizione floristica, sia
nella struttura, dallincendio e dal pascolamento e in generale dallimpatto antropico.
VEGETAZIONE
La vegetazione attuale della Sardegna si
presenta come un mosaico di comunit
vegetali di origine pi o meno recente, che si
intersecano con altre di antica data. Presumibilmente, nel passato la vegetazione era
costituita da estese formazioni forestali
come si pu desumere dalle descrizioni di
Della Marmora (1839), Terracciano (1909),
Herzog (1909), Bguinot (1923) e come si
pu rilevare dalle analisi della vegetazione
attuale. Queste foreste, ridotte gi allora
38

rispetto alla situazione originaria, si osservano, oggi, solo in poche e limitate zone dellIsola. Non si pu ignorare, tuttavia che lIsola in periodo nuragico, gi oltre 3.000 anni
or sono, era densamente abitata con nuraghi
e villaggi diffusi in tutto il territorio e che
leconomia, prevalentemente pastorale,
richiedeva ampi spazi e quindi luso del
fuoco per favorire condizioni di vegetazione
pi favorevoli al pascolo brado. Le utilizzazioni millenarie del territorio hanno sicuramente influenzato anche la diffusione di
alcune specie e la selezione di biotipi maggiormente resistenti o adattati al fuoco e al
pascolo.
La Sardegna, per la sua posizione geografica, per la storia geologica, per linsularit e
per la variabilit climatica, ha una vegetazione quasi esclusivamente di tipo mediterraneo, costituita da formazioni vegetali che
vivono in equilibrio pi o meno stabile in un
clima che, soprattutto a causa dellaridit
estiva, non sempre permette una rapida ricostituzione dellequilibrio biologico preesistente.
Il clima della Sardegna nettamente bistagionale con una stagione caldo-arida che
si alterna ad una stagione freddo-umida. La
stagione caldo-arida aumenta di intensit e
durata procedendo dal Nord al Sud e dalle
montagne al mare.
Seguendo la classificazione di Emberger
(1925), lIsola fa parte del bioclima mediterraneo-umido per quanto riguarda le zone pi
elevate, di quello sub-umido per le zone
montane e collinari, di quello semiarido per
quelle litoranee e pianeggianti interne. Arrigoni (1968; 2006) mette in evidenza la correlazione esistente fra clima e vegetazione
della Sardegna, riconoscendo diverse zone
bioclimatiche e precisamente: quella degli
arbusti nani montani prostrati e delle steppe
montane mediterranee per le zone cacuminali con clima freddo e piovoso per quasi tutto
lanno; quella delle foreste di leccio suddivisa in due orizzonti: uno freddo-umido nelle
zone montane, con clima semi-continentale,
inverno umido con elevata piovosit ed estate con aridit moderata; laltro nelle zone

collinari o medio montane con inverno meno


freddo, egualmente piovoso ed estati moderatamente aride; quella termoxerofila delle
foreste a sclerofille e delle boscaglie costiere con clima semiarido, con limitate piogge
ed estate caldo-arida. Con la classificazione
di Rivas-Martinez (2004), si individuano
diversi tipi di clima con indici legati soprattutto a fattori di natura fisica (umidit, aridit, temperature, precipitazioni).
Dal punto di vista fisionomico, nella
vegetazione della Sardegna si possono
distinguere i seguenti principali aspetti:
vegetazione litoranea delle rupi e delle
spiagge, caratterizzata, la prima, da piante suffruticose e da erbacee annuali o
perennanti e la seconda, da piante adattate alle condizioni particolari degli
ambienti sabbiosi o salmastri;
vegetazione della macchia termofila,
caratterizzata da arbusti xerofili e spesso
spinosi;
vegetazione della macchia moderatamente termofila o mesofila con arbusti di
varia altezza e con diversi aspetti fisionomici;
vegetazione forestale xerofila con alberi
sclerofillici, sempreverdi (leccio, sughera);
vegetazione forestale mesofila con alberi
caducifogli (querce a foglie caduche) o
sempreverdi (tasso e agrifoglio);
vegetazione delle foreste riparie dei corsi
dacqua perenni o temporanei;
vegetazione delle garighe camefitiche
delle zone cacuminali con arbusti bassi,
prostrati, nanofanerofitici o camefitici.

Un altro approccio e metodo di studio


della vegetazione quello fitosociologico
che, attraverso lanalisi floristica su rilevamenti campione, individua, oltre alla specie
dominante, le specie caratteristiche e, pi in
generale, la composizione floristica, nonch
la distribuzione nei diversi strati della struttura della vegetazione. Con lanalisi spaziale orizzontale si individuano le specie presenti nella zona in studio, la loro copertura,
in una scala crescente di 7 valori (r, +, 1-5),
il loro grado di sociabilit, espressa con un
numero (da 1 a 5). Con lanalisi della struttura verticale si evidenziano i rapporti fra i
diversi strati che la compongono: strato
muscinale, strato erbaceo, strato arbustivo e
strato arboreo. Composizione floristica e
analisi strutturale lasciano intravedere la
dinamica evolutiva della vegetazione e consentono di porre in relazione la vegetazione
in studio con situazioni analoghe anche di
aree geografiche molto lontane.
Gli studi fitosociologici in Sardegna si
sono accentuati soprattutto negli ultimi
decenni e si riferiscono in particolar modo
alle aree costiere, dove sono state individuate e descritte numerose associazioni (vedi
riferimenti bibliografici).
Secondo linquadramento fitosociologico
la principale formazione forestale della Sardegna rappresentata dalla lecceta, o Quercetum ilicis in senso lato, che nelle zone submontane e montane sostituita spesso per
cause climatiche e/o antropiche dalla sughereta e dai querceti caducifogli.
LE

A questi aspetti della vegetazione, legata


a condizioni climatiche, se ne aggiungono
altri instauratisi in particolari ambienti che
interrompono le singole formazioni bioclimatiche. Si riconosce una vegetazione degli
stagni, delle paludi, dei corsi dacqua e dei
prati aridi.
Le specie arboree e quelle arbustive
descritte in questo volume fanno parte, per
lo pi, delle formazioni forestali e di quelle
della macchia.

SPECIE ARBOREE E ARBUSTIVE NELLA

VEGETAZIONE DELLA

SARDEGNA

Lecceta
Una delle principali formazioni vegetali
indicatrici del climax della regione mediterranea, e quindi anche della Sardegna, la
lecceta.
Il leccio (Quercus ilex), per la sua grande
plasticit ecologica, costituisce formazioni
vegetali che si estendono dal livello del mare
sino a oltre 1.400 m di quota. Le foreste resi39

due o degradate, nonch i maestosi esemplari di leccio sparsi su tutta lIsola, permettono
di ricostruire la sua area di diffusione in rapporto alle caratteristiche bioclimatiche.
Il leccio una specie a foglie rigide, sempreverdi, coriacee, verdi-scure, che forma
delle foreste chiuse, dense, dove la luce
penetra con difficolt. La flora della lecceta,
povera di specie, costituita da entit mesofile ed ombrofile. Lo strato muscinale formato da muschi ed epatiche, quello erbaceo
rado ed formato da ciclamini, felci, qualche
orchidea, ciperacee e poche graminacee. Lo
strato arbustivo, pluri-stratificato, formato
dal sovrapporsi di arbusti di diversa altezza,
quali pungitopo, alaterno, viburno, corbezzolo, erica arborea, fillirea e da specie lianose
come edera, caprifoglio, smilace, tamaro,
robbia, rosa sempreverde e clematidi.
Lo strato arboreo, infine, pu essere
costituito dalla netta prevalenza del leccio,
ma non mancano, tuttavia, altre specie quali,
ad esempio, acero trilobo, roverella, agrifoglio, tasso, carpino nero, orniello, fillirea a
foglie larghe.
La lecceta nella sua struttura originaria
una formazione chiusa, densa con, in genere,
poche specie nel sottobosco e si pu ancora
trovare nei valloni di aree difficilmente
accessibili della Sardegna centrale, dove il
leccio si presenta con esemplari secolari e
con un selezionato corteggio floristico.
La lecceta delle zone costiere una formazione pi aperta, stratificata, con una
composizione floristica pi ricca di specie
termofile tipiche della macchia.
Nelle zone freddo-umide, con aridit estiva limitata a pochi mesi dellanno, alle specie termofile subentrano elementi pi mesofili, quali il tasso, lagrifoglio, il sorbo ciavardello, nella costituzione sia dello strato
arboreo, sia di quello arbustivo.
Querceti caducifogli
La lecceta, nelle zone pi fredde e piovose, sostituita da formazioni miste di specie
caducifoglie con prevalenza di roverella
(Quercus pubescens). Queste formazioni
sono distribuite sugli altipiani, sulle pendici
40

montane, nei valloni situati intorno ai 5001.500 m s.l.m. Anche se luomo tende a
favorire le formazioni a roverella, queste
non sono molto estese, soprattutto a causa
dellaridit dei suoli nel periodo estivo che
limita la loro area di diffusione. Le aree dove
sono maggiormente diffuse, con diverse
varianti floristiche, sono i complessi montuosi del Gennargentu e i rilievi della catena
del Marghine, dove leccio e roverella costituiscono i boschi misti meglio conservati
dellIsola, che possono essere considerati
climacici.
I querceti caducifogli, in generale, sono
formazioni luminose, fresche, con substrato
umido che permette lo sviluppo di un abbondante strato muscinale ed erbaceo. Nello
strato arboreo possono essere presenti acero
trilobo, agrifoglio, ciavardello, talora anche
tasso e naturalmente sughera e leccio. Lo
strato arbustivo formato da specie di diversa altezza come nocciolo, pero corvino,
biancospino, orniello, viburno, asparago e
da liane come tamaro, edera, clematidi.
Nelle zone pi basse e caldo-aride la
roverella sostituita da Quercus congesta,
unentit termofila, distribuita in modo
frammentario e sporadico lungo tutta la
fascia costiera, indifferentemente dal substrato, e nelle aree collinari interne sino a
400-600 m di quota.
Foreste di tasso e agrifoglio
Il tasso (Taxus baccata) e lagrifoglio
(Ilex aquifolium) talora formano delle oasi
quasi pure, poco estese, distribuite nel piano
altimetrico della roverella. La composizione
floristica molto simile e quella della lecceta montana mista o dei querceti caducifogli.
Castagneti
Negli stessi ambienti con clima freddo e
umido si inseriscono i castagneti, chiaramente di origine antropica, ma a seguito dellabbandono della loro coltura possono presentare un elevato grado di naturalit. Il castagno
(Castanea sativa) vive nella zona bioclimatica della lecceta montana o della roverella. I
boschi di castagno sono localizzati soprattut-

Foresta climacica di Quercus ilex sui calcari della Sardegna centro-orientale in territorio di Urzulei.

Bosco di Quercus pubescens su substrato siliceo nelle pendici del Gennargentu in territorio di Tonara.

41

Foresta di Taxus baccata e Ilex aquifolium nel Goceano.

42

to nella Sardegna centrale. Essi non hanno


una flora particolare e differenziata. La componente floristica, infatti, simile a quella di
altre formazioni forestali montane.
Sugherete
Un tipo di bosco molto diffuso in Sardegna quello formato dalla sughera (Quercus
suber). Le sugherete sono distribuite dalla
fascia costiera sino a 950 m s.l.m. Il settore
di maggior espansione dei boschi di sughera
quello della Gallura, ma belle sugherete
sono diffuse in tutta lIsola (altipiano di
Buddus-Bitti, Serra di Orune-Orani-Orotelli, Mandrolisai, Giara, Sulcis-Iglesiente,
Sette Fratelli). La sughereta stata potenziata nella sua diffusione dalluomo, che considera la sughera un albero di grande interesse
economico e come tale la coltiva e la diffonde a scapito della lecceta.
La sughera costituisce formazioni
boschive, pure o miste con leccio o roverella, aperte, luminose, con una flora molto pi
varia di quella della lecceta. Lo strato erbaceo ricco di graminacee, leguminose, composite e spesso di felce aquilina. Lo strato
arbustivo formato prevalentemente da citiso villoso, calicotome, lavanda e cisti, oltre
che da corbezzolo, erica e fillirea.
Boschi di corbezzolo e fillirea
Sono assimilabili a boschi veri e propri
gli arbuteti a copertura totale con il corbezzolo (Arbutus unedo) in forma arborea alti
sino a 10-16 metri. Essi rappresentano uno
stadio maturo delle macchie evolute presenti nella foresta demaniale di Montarbu,
Urzulei, Dorgali, e un po ovunque nellIsola, cos come i forteti di fillirea a foglie larghe, con alberi di oltre 20 m di altezza, in
territorio di Seulo, a testimonianza della
potenzialit di queste due specie.
Pinete
Le pinete spontanee dellIsola sono quelle
formate dal pino dAleppo (Pinus halepensis)
presenti nellIsola di S. Pietro e a Porto Pino,
nella Sardegna meridionale. Il pino, in queste
zone, forma aggruppamenti forestali costieri e

con sottobosco costituito da specie della macchia: ginepro, quercia spinosa, rosmarino, fillirea, lentisco, mirto, corbezzolo, erica, cisti.
Sempre nella Sardegna meridionale a
Portixeddu-Bugerru presente lunico
agglomerato spontaneo di pino domestico
(Pinus pinea), su dune stabilizzate e con sottobosco costituito da specie tipiche della
macchia e delle dune sabbiose costiere. Le
formazioni originarie sono state modificate
anche dallinserimento di pino dAleppo per
il consolidamento delle dune.
Laltra specie di pino spontanea, e sicuramente nativa, in Sardegna il pino marittimo
(Pinus pinaster), localizzato nel settore settentrionale dellIsola, a M. Pinu di Telti, Monte
Pinu di Aglientu, M. Nieddone, M. Biancu, M.
Nieddu, Limbara ed altri piccoli rilievi della
Gallura. Le formazioni a pino marittimo hanno
una composizione floristica del sottobosco
variabile a seconda dellaltitudine, con sottobosco prevalente di specie della macchia, e si
estendono discontinue da 100 a 1.100 m s.l.m.
Macchia-foresta
Gli aspetti a macchia-foresta, densa, fitta
e impenetrabile, descritti da Bguinot (1923)
per la Nurra, sono, oggi, situati in poche
zone, mentre prevalgono quelli di macchia
alta negli avvallamenti e nelle zone aperte.
Le specie che entrano a far parte di questa
formazione sono nello strato alto: lentisco,
leccio, oleastro, filliree, corbezzolo, ginepro
feniceo, terebinto, erica arborea e talora
bagolaro. Gli strati sottostanti sono formati
da caprifoglio, rovo, pruno spinoso, asparago, pungitopo, robbia. Lo strato erbaceo
formato da bulbose, terofite ed emicriptofite.
Unaltra formazione a macchia alta
quella costituita dallalloro (Laurus nobilis),
diffusa prevalentemente nella Sardegna settentrionale nelle zone a clima caldo-umido. I
laureti meglio conservati sono in comune di
Osilo e nel versante basale del Marghine,
intorno a Bortigali e Macomer.
Macchia a erica e corbezzolo
La macchia a corbezzolo (Arbutus
unedo) e ad erica (Erica arborea) caratte43

rizzata dallalta densit delle piante e dal


loro sviluppo in altezza, ed dominata ora
dalluna, ora dallaltra specie. una formazione fitta, spesso impenetrabile, diffusa
nelle zone collinari o medio-montane, o talvolta in zone litoranee fresche e relativamente umide su substrati silicei. Alla composizione della macchia ad erica e corbezzolo partecipano il leccio allo stato arbustivo,
specie della lecceta e arbusti sclerofillici.
Rappresenta uno stadio del processo di evoluzione-degradazione della lecceta.
Ericeti
Un altro tipo di macchia frequente sia sui
suoli temporaneamente idromorfi della
fascia costiera, sia nelle zone montane, sono
gli ericeti a Erica scoparia che costituiscono
formazioni continue, molto resistenti agli
incendi grazie al forte potere pollonifero
delle ceppaie. Nelle zone basse si associa al
mirto (Myrtus communis) che predilige
ugualmente i suoli idromorfi, almeno temporaneamente, mentre nelle zone montane e
alto-montane si associa a Erica arborea.
Ginepreti
Le formazioni a ginepri sono caratterizzate dal ginepro ossicedro (Juniperus oxycedrus ssp. oxycedrus) e si estendono dal livello del mare, nelle zone rocciose, alle aree pi
elevate del Gennargentu, su qualsiasi substrato geo-pedologico, sui versanti aridi, con
suoli poveri e degradati. Mentre nelle zone
costiere sabbiose sono il ginepro coccolone
(Juniperus oxycedrus ssp. macrocarpa) e il
ginepro feniceo (Juniperus phoenicea) a
prevalere. La prima specie preferisce le zone
sabbiose, dove forma estesi ginepreti unendosi a lentisco, asparago, smilace, cisti, fillirea, clematidi e a specie erbacee delle sabbie, nella fascia dunale o retro-dunale formando efficaci sbarramenti allazione del
vento e consolidando le dune. La seconda
specie vive sia sulle sabbie, sia su substrato
roccioso e si accompagna a lentisco, palma
nana, fillirea, Euphorbia characias, Euphorbia dendroides, Prasium majus etc. Il ginepro feniceo forma popolamenti densi, fitti,
44

spesso quasi puri, costituiti da specie a portamento arboreo, con tronchi grossi, rugosi,
tortuosi. Sebbene indifferente al substrato,
questa specie predilige il calcare, dove nelle
aree bene esposte e soleggiate forma ginepreti sino a circa 1.000 m di quota. Nelle
zone di contatto le due specie si mescolano
originando dei ginepreti misti, sia con la sottospecie macrocarpa, sia con la sottospecie
tipica.
Oleastreti e lentisceti
Laspetto della macchia pi diffuso in
Sardegna, nelle zone litoranee e collinari,
quello degli oleastreti, con dominanza di
oleastro, lentisco, mirto, fillirea e talvolta
carrubo. Si presenta pi comunemente come
un basso cespugliato, ma in molte zone
possibile ancora osservarne aspetti rigogliosi e una ricca componente floristica. In relazione allo stadio dinamico, al passaggio del
fuoco e alle utilizzazioni silvo-pastorali si
distinguono diversi tipi di macchia termoxerofila, per la prevalenza ora del lentisco
ora delloleastro.
Palmeti a palma nana
La palma nana (Chamaerops humilis)
caratterizza con la sua abbondanza alcuni
aspetti della macchia costiera nelle zone
calde, aride e rocciose. Diffusa soprattutto
nella Nurra e nelle coste nord-occidentali,
presente anche lungo le coste meridionali,
particolarmente su calcare, mentre pi rara
sulle coste orientali.
Euforbieti a euforbia arborea
Euphorbia dendroides costituisce un
aspetto suggestivo della macchia costiera,
inserendosi spesso come specie dominante.
La variabilit di colore durante le stagioni
primaverili ed autunnali, dal giallo al rosso
cupo dei rami e delle infiorescenze, rallegra
luniformit della macchia. Convivono con
essa: lentisco, ginepro feniceo, oleastro, fillirea, rosmarino, asparago.
Ginestreti
Col termine generico di macchia a gine-

Bosco naturale di Pinus halepensis nellIsola di San Pietro.

Ginepreto a Juniperus phoenicea lungo le coste della Sardegna sud-occidentale.

45

Macchia secondaria a Erica arborea e Arbutus unedo nel Limbara.

Macchia bassa costiera a Genista ephedroides e Pistacia lentiscus sulle vulcaniti dellIsola di San Pietro.

46

Macchia bassa a Cistus sp. pl. lungo la fascia costiera del Sinis.

Macchia a Euphorbia dendroides nellIsola dellAsinara.

47

Vegetazione riparia a Nerium oleander lungo il Rio Picocca.

48

stre sono normalmente indicati quegli aspetti dove predominano specie spinose o giunchiformi a fiori gialli, appartenenti a generi
diversi e spesso con esigenze ecologiche ben
distinte.
Spartium junceum, la ginestra odorosa a
rami lunghi, privi di foglie e con abbondanti
fiori gialli a racemo, ricopre le scarpate, i
pendii soleggiati e caldi dando origine a formazioni quasi pure.
Calycotome villosa, un arbusto con rami
grossi, spinosi, tozzi e intricati, costituisce
delle formazioni dense, fitte, impenetrabili
nelle zone pianeggianti o collinari soleggiate. Accanto a Calycotome villosa si trova
spesso C. spinosa, ma limitata ai substrati di
natura effusiva.
Altri aspetti della macchia litoranea o
montana xerofila sono caratterizzati dalla
presenza di specie del genere Genista come
G. sardoa, G. ferox, G. ephedroides, G. corsica, G. pichi-sermolliana, G. morisii. Sono
per lo pi formazioni a macchia aperta o
garighe con ampi spazi ricoperti da terofite o
da geofite. Genista sulcitana, oltre a zone
costiere e montane, colonizza spesso le aree
minerarie dismesse.
Cisteti
I cisti sono molto diffusi e ricoprono uniformemente zone litoranee, collinari e pendici di zone montane. Spesso costituiscono
formazioni quasi pure o si associano a lentisco, mirto, filliree ed altre specie termofile.
La specie che raggiunge la maggior diffusione Cistus monspeliensis, che si infiltra
anche nelle sugherete e negli spazi aperti
della lecceta. La grande abbondanza del
cisto dovuta alla sua rapida propagazione
da seme ed alla possibilit di crescita nelle
zone dove la vegetazione preesistente
scomparsa in seguito agli incendi o ad altri
eventi naturali o antropici. C. monspeliensis
considerato una specie pioniera, unentit
che prepara il terreno verso una nuova e pi
complessa vegetazione. La composizione
floristica del cisteto varia e rappresenta un
residuo della vegetazione esistente prima dellinsediarsi del cisto. C. creticus e C. salviae-

folius non costituiscono formazioni a s stanti, ma si trovano sparsi nella macchia bassa
costiera o submontana e montana. I cisteti a
cisto giallo (Halimium halimifolium) sono pi
o meno frequenti sia nelle aree costiere sia
nelle aree granitiche montane.
Rosmarineti
Altre formazioni caratteristiche, spesso
distribuite a mosaico tra gli altri tipi di vegetazione, sono le garighe a rosmarino
(Rosmarinus officinalis), prevalentemente
litoranee, ma nelle aree calcaree degradate
presenti sino ad oltre 1.200 m di altezza.
Ontaneti e saliceti
La specie arborea dominante lungo i corsi
dacqua lontano nero (Alnus glutinosa). Le
diverse specie del genere Salix, salice bianco
(S. alba), salice fragile (S. fragilis), salice
atrocinereo (S. atrocinerea), salice pedicellato (S. pedicellata), salice rosso (S. purpurea)
costituiscono gli aspetti pi comuni della
vegetazione riparia, le cosiddette foreste a
galleria, molto diverse in composizione floristica a seconda della quota. In particolare
sono molto ricchi di endemiche gli ontaneti
delle aree alto-montane del Gennargentu.
Frassineti e pioppeti
Il frassino meridionale (Fraxinus oxycarpa) costituisce formazioni riparie di un certo
interesse che si estendono per lo pi lungo i
corsi dacqua perenni o con umidit costante
durante tutto larco dellanno. Il pioppo bianco (Populus alba) spesso costituisce nuclei a
diffusione agamica anche nelle zone di ristagno idrico e nei fontanili, mentre sono pi
rare le formazioni a pioppo tremolo (Populus
tremula) e pioppo nero (Populus nigra).
Oleandreti e tamariceti
Lungo i corsi dacqua si espandono su
ampie superfici le formazioni a oleandro
(Nerium oleander). La macchia alta a oleandro presenta un aspetto particolare e ben
diverso da quello della tipica formazione
mediterranea. Ricopre, spesso in modo uniforme, il greto dei torrenti, si spinge sulle
49

adiacenti sponde e colonizza, talvolta, le aree


aride vicine se inondate almeno temporaneamente. una formazione fitta, densa, che
pu raggiungere 8-9 metri di altezza, come
nella zona umida retro-dunale di Cala Ilune.
Loleandro si unisce a tamerici, agno-casto,
ricino, ontano, vite selvatica, rovo, lentisco,
smilace, mentre lo strato erbaceo formato
da specie tipiche di ambienti umidi: carici,
giunchi, ciperi. Le formazioni pi estese si
ritrovano lungo il rio Ollastu e il Flumendosa nel Sarrabus, e lungo il Rio Isalle in Baronia.

Alloleandro si accompagnano costantemente le tamerici (Tamarix sp. pl.), caratteristiche della stessa classe di vegetazione
(Nerio-Tamaricetea), che si elevano anche a
quote superiori ai 500 m, e spesso nei luoghi
pi caldi lagnocasto (Vitex agnus-castus)
dallabbondante fioritura estiva.
Il mosaico delle formazioni legnose in
Sardegna ancora pi articolato di quanto
sinora descritto, ma una trattazione esaustiva
esula dalle finalit di questopera. Si rimanda, comunque, alla trattazione delle singole
specie per ulteriori dettagli.

Boschetto ad Alnus glutinosa nel versante settentrionale di Bruncuspina nel Gennargentu.

50

PARTE SPECIALE

CHIAVE ANALITICA DELLE FAMIGLIE TRATTATE

A - Piante senza calice e corolla; ovuli nudi portati da squame;


polline in sacche polliniche, semi racchiusi in pigne o galbuli
B - Piante con calice e corolla; ovuli racchiusi entro lovario;
polline in antere, semi racchiusi in un frutto

Pinophyta
Magnoliophyta

Pinophyta (= Gymnospermae)
1 - Semi solitari circondati parzialmente da un involucro carnoso
rosso a maturit (arillo, fig. 1); foglie lineari su file
opposte
- Semi 2 o pi su squame ovulifere
2 - Semi protetti da squame lignificate (fig. 2) e disposte a formare un cono (pigna, fig. 3); foglie aghiformi in gruppi di 2
o 3 (fig. 4)
- Semi protetti da squame carnose simulanti una bacca (galbulo,
fig. 5); foglie aciculari in verticilli di tre (fig. 6) o
squamiformi opposte (fig. 7)

Taxaceae
2
Pinaceae
Cupressaceae

Magnoliophyta (= Angiospermae)
1 - Fiori con un solo involucro
- Fiori con due involucri, di cui talora uno molto ridotto

Liliopsida
Magnoliopsida

Liliopsida (Monocotiledoni)
- Fiori con solo involucro a tre divisioni e con tre carpelli e tre
stami; infiorescenza circondata da una brattea ampia, persistente, membranosa; foglie grandi a ventaglio; frutto: drupa
(fig. 8, 9, 10)

Palmae

51

Riferimenti iconografici alla chiave analitica delle famiglie trattate (1).

52

Magnoliopsida (Dicotiledoni)
1 - Fiori con un solo involucro
- Fiori con due involucri
2 - Fiori maschili riuniti in infiorescenze pendule (amenti) (fig. 11)
- Fiori maschili riuniti in racemi; corolla assente, stami cinque;
- Fiori variamente disposti

2
10
3
Cesalpinaceae
6

3 - Frutto capsula bivalve con numerosi semi minuti, cotonosi (fig. 12, 13)
- Frutto achenio

Salicaceae
5

4 - Frutti riuniti in coni ovoidei; semi minuti, cuspidati (fig. 14, 15)
- Frutti mai come sopra

Betulaceae
5

5 - Frutto circondato da un involucro membranoso e da una brattea


sfrangiata (fig. 16, 17)
- Frutto con involucro cupuliforme o chiuso, spinuloso (fig. 18)
- Frutto sferico con endocarpo legnoso

Corylaceae
Fagaceae
Juglandaceae

6 - Piante lattiginose
- Piante senza lattice

7
8

7 - Piante arboree; frutto carnoso (siconio) (fig. 19)


Moraceae
- Piante arbustive, frutto secco, capsula pendula a tre cocche (fig. 20) Euphorbiaceae
8 - Foglie opposte; frutto capsula eretta trivalve (fig. 21, 22)
- Foglie alterne
9 - Piante sempreverdi; drupa rossa o nero-violacea con due-quattro
semi (fig. 23)
- Piante caducifoglie; drupa o samara (fig. 24, 25)
10 - Fiori con petali separati, corolla dialipetala
- Fiori con petali saldati, corolla gamopetala
11 - Corolla irregolare zigomorfa papilionacea con vessillo, ali e carena
(fig. 26, 29)
- Corolla regolare attinomorfa (fig. 30)
12 - Piante sempreverdi
- Piante caducifoglie
13 - Fiori isolati con numerosi stami; bacca nero-violacea, raramente biancastra; foglie ovali lanceolate o lanceolate (fig. 31)
- Fiori riuniti in infiorescenze
14 - Fiori unisessuali su piante diverse
- Fiori bisessuali

Buxaceae
9
Rhamnaceae
Ulmaceae
11
23
Fabaceae
12
13
18
Myrtaceae
14
15
16

53

Riferimenti iconografici alla chiave analitica delle famiglie trattate (2).

54

15 - Foglie composte paripennate o imparipennate; drupa di 5-9


mm (fig. 32, 33, 34)
- Foglie semplici; infiorescenza a cima; drupa di 10-15 mm (fig. 35)
16 - Foglie squamiformi imbriciate; rami flessuosi; fiori rosati,
verdognoli o bianchi in racemi con peduncoli fiorali corti
(fig. 36, 37)
- Foglie mai come sopra
17 - Fiori di circa 3 mm, in ombrelle terminali; foglie coriacee;
frutto: achenio (fig. 38, 39)
- Fiori di 2-6 cm di diametro con 5 sepali ben sviluppati, variamente disposti; frutto: capsula (fig. 40, 41, 42)

Anacardiaceae
Lauraceae

Tamaricaceae
17
Umbelliferae
Cistaceae

18 - Frutto disamara; foglie trilobate coriacee; fiori in racemi


(fig. 43, 44, 45)
- Frutto: drupa, pomo, bacca

Aceraceae
19

19 - Foglie opposte, fiori bianchi con 4 petali in ombrella; frutto: drupa


(fig. 46, 47)
- Foglie alterne

Cornaceae
20

20 - Frutto: pomo o drupa; fiori con 5 petali in corimbi o racemi


(fig. 49, 50, 51)
- Frutto: bacca o capsula
21 - Foglie lobate; fiori in racemi o isolati (fig. 48)
- Foglie intere
22 - Foglie ovato-ellittiche, serrato-spinulose al margine con
spine trifide alla base; fiori in racemi; frutto: bacca (fig. 52, 53)
- Foglie ovato-lanceolate, seghettate al margine; fiori in cime;
frutto: capsula con quattro valve (fig. 54, 55)
23 - Fiori decisamente irregolari, bilabiati (fig. 56)
- Fiori regolari o quasi
24 - Foglie semplici, lineari con margine revoluto; piante sempreverdi, molto aromatiche (fig. 57)
- Foglie digitate con 3-7 foglioline lanceolate; piante caducifoglie (fig. 58)
25 - Tubo corollino di 1-2 mm; corolla rotata
- Tubo corollino di 5-20 mm
26 - Piante con fiori unisessuali su individui diversi; foglie coriacee
con margine spinescente o intero (fig. 59, 60)
- Piante con fiori bisessuali

Rosaceae
21
Grossulariaceae
22
Berberidaceae
Celastraceae
24
25
Labiatae
Verbenaceae
26
28
Aquifoliaceae
27

55

27 - Fiori in ombrelle, foglie caduche composte o persistenti semplici


- Fiori in racemi raccorciati; foglie persistenti lanceolate
28 - Corolla ad otricello; fiori in racemi (fig. 61, 62)
- Corolla imbutiforme con tubo corollino allungato di 8-20 mm

Caprifoliaceae
Oleaceae
Ericaceae
29

29 - Piante sempreverdi; foglie coriacee in verticilli di 3, frutto costituito da due follicoli


riuniti, lunghi 6-15 cm (fig. 63, 64)
Apocynaceae
- Piante caducifoglie; foglie sparse, lineari-lanceolate; frutto:
bacca (fig. 65)
Solanaceae

Corso dacqua temporaneo nellarea del Gennargentu.

56

Esempi di foglie, fiori e/o frutti delle famiglie trattate (1).

57

Esempi di foglie, fiori e/o frutti delle famiglie trattate (2).

58

Esempi di foglie, fiori e/o frutti delle famiglie trattate (3).

59

Esempi di foglie, fiori e/o frutti delle famiglie trattate (4).

60

PINOPHYTA (GYMNOSPERMAE)
CONIFERALES
PINACEAE
Piante arboree, raramente arbustive, con
tronco slanciato e chioma di varia forma,
conico-piramidale, ombrelliforme, globosa
o compressa. Foglie aciculari, aghiformi o
squamiformi, isolate o riunite a gruppi di
due o pi. Infiorescenze a forma di cono,
situate nella stessa pianta; le maschili erette
formate da squame fertili e portanti le sacche
polliniche; le femminili erette o pendule,
composte da squame di diversa forma e
dimensioni, e contenenti due ovuli. Semi
racchiusi in un involucro rigido (pinoli).
La famiglia delle Pinaceae comprende 10
generi (tra cui Abies, Cedrus, Picea, Pinus,
Pseudotsuga) con circa 170 specie diffuse in
tutto il mondo, soprattutto nelle regioni fredde e temperate, ma anche in quelle calde tropicali. Gli abeti, i cedri, i larici, i pini rivestono un notevole interesse forestale e particolarmente nellEuropa continentale, in Siberia
e nel Nordamerica, costituiscono boschi e
foreste di grande estensione. Conferiscono
unimpronta caratteristica al paesaggio e
sono unimportante fonte economica per i
prodotti che forniscono: legname, pinoli,
resine, oli eterei, tannini. I boschi di conifere
sono anche ricchi di funghi commestibili.
Le Pinaceae sono piante dantica origine,
come testimoniano reperti fossili risalenti al
Cretaceo Inferiore, e tra le Gimnosperme
sono quelle con il maggior numero di generi
e specie.
PINUS L.
Alberi e arbusti resinosi, sempreverdi,
con 2-5 foglie aghiformi, riunite a fascetti su
brachiblasti provvisti di una guaina scariosa.
Infiorescenze maschili e femminili distinte
ma presenti sulla stessa pianta. Pigne oblunghe od ovoidali-allungate con squame lignificate. Semi talvolta con espansione alare
pi o meno sviluppata.

Il genere Pinus comprende circa 100 specie, con ampia distribuzione geografica. La
maggiore concentrazione nelle regioni a
clima temperato o temperato-freddo, ma
sono presenti anche nelle zone boreali e in
quelle tropicali. Le specie di questo genere
vegetano dal livello del mare sino a quote
molto elevate (3.000-3.500 m), dove costituiscono anche le formazioni forestali al
limite altitudinale della vegetazione arborea.
I pini presentano un elevato interesse
economico come piante forestali ed ornamentali.
1 Semi lunghi pi di 1 cm con ala membranosa breve, inferiore ad 1 cm, caduca e
con guscio duro; pigne di 7-20
cm................................................P. pinea
Semi lunghi meno di 1 cm con ala membranosa ben sviluppata superiore ad 1
cm, pi o meno persistente......................2
2 Pigne di 10-22 cm; foglie lunghe 8-18
cm............................................P. pinaster
Pigne di 5-10 cm; foglie lunghe 4-9
cm........................................P. halepensis
Pinus pinea L., Sp. Pl. 2: 1000 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat in
Italia.
Nomi italiani: Pino domestico, Pino da
pinoli, Pinocchio.
Nomi sardi: Cumpingiu (Fluminimaggiore);
Pinu (loc. varie), Oppinu (Urzulei), Pinu
bonu, Zappinu.
Nomi stranieri: Ingl., Stone pine; Fr., Pin
pignon, Pin pinier, Pin parasol; Ted.,
Pinie; Sp., Pino doncel, Pino pionero,
Piver.
Albero alto fino a 15-20 m e pi, ramificato in alto con chioma tendente a divenire
ombrelliforme. Corteccia del tronco profondamente fessurata e screpolata, scagliosa,
grigio-rossastra. Rami giovani grigio-verdi,
scuri a maturit. Foglie di 8-15 cm finemente denticolate ai margini. Gemme non resi61

Pinus pinea L. - Ramo, ramo con pseudo-infiorescenze maschili, ramo con pigna x 0,57; squama con semi, squama,
semi x 1,2.

Albero monumentale di Pinus pinea in territorio di Fluminimaggiore.

nose. Strobili maschili ovoidei gialli, i femminili rosso-violacei. Pigne di 8-20 x 6-10
cm, solitarie o appaiate, ovato-coniche su un
corto peduncolo o del tutto sessili. Squame
verdi da giovani e bruno-rossicce a maturit
con apofisi terminale irregolarmente tetragono-esagonale, umbonata con linee radiali
pi o meno marcate. Semi di 15-20 x 7-10
mm, obovati, oblunghi, con ala membranosa
di 2-5 mm. 2n = 24.
Tipo biologico. Albero sempreverde a
portamento eretto a ramificazione simpodiale con chioma ovato-conica nella fase giovanile, ombrelliforme a maturit. Mesofanerofita. Impollinazione anemofila, disseminazione zoocora.
Fenologia. Fiorisce a febbraio-aprile a
seconda dellaltitudine. I semi maturano nellautunno del terzo anno. Le pigne permangono aperte per qualche anno sui rami. Le
foglie perdurano 2-3 anni.
Areale. Il pino da pinoli considerato
indigeno nelle coste del Mediterraneo occidentale. Lareale originario non facilmente

ricostruibile a causa della sua coltivazione


fin dai tempi pi remoti, e lareale attuale si
estende fino alle coste atlantiche del Portogallo e alle isole Canarie. coltivato lungo
tutta la fascia mediterranea, particolarmente
nei litorali, e per questo spesso indicato
erroneamente come pino marittimo.
In Sardegna spontaneo e con tutta probabilit nativo a Fluminimaggiore. La sua
distribuzione molto pi ampia, rispetto
alla supposta area originaria, in quanto
stato largamente utilizzato nei rimboschimenti in tutta la fascia costiera, ma anche
nelle zone pi interne sino a 800-1.000 m di
quota.
Ecologia. una specie eliofila e termofila che preferisce i terreni freschi, sciolti e
profondi delle zone litoranee, dune e qualsiasi tipo di substrato geopedologico. Vegeta
nelle zone costiere e collinari e, nelle condizioni pi favorevoli, fino ai 1.000 m circa.
sensibile ai venti salmastri, che lo piegano e
ne fanno deperire i rami pi esposti, e alle
basse temperature.
63

Distribuzione in Sardegna di Pinus pinea (stazioni naturali).

Grandi alberi. Il pino domestico di Bau


Ongia, a Fluminimaggiore, ha dimensioni
del tutto eccezionali per questa specie, con
una circonferenza di quasi 5 metri ed unaltezza di oltre 20 metri, che non trova riscontro in nessunaltra area della Sardegna. Si
tratta di una pianta pluri-centenaria che
dimostra la sua antica origine e il probabile
indigenato. Altri alberi di grandi dimensioni
si rinvengono a SAddarcia in territorio di
Aritzo, a Villa dOrri a Sarroch, mentre in
cattivo stato il grande pino presso il vivaio
forestale di Nuoro, che si incontra al suo
ingresso provenendo dalla Centrale Sarda.
Rivestono un interesse storico i pini piantati
da Garibaldi a Caprera, di cui restano pochi
individui di notevoli dimensioni, alcuni del
tutto adagiati sul terreno, mentre quello presente nel patio del compendio, oltre ad avere
dimensioni notevoli, ha una ramificazione
particolare che origina una chioma molto
64

ampia. Sono di interesse storico e paesaggistico anche i residui filari lungo lantico percorso della strada statale 131, nel tratto da
Cagliari a Oristano. Alberi isolati si ritrovano un po ovunque nei parchi pubblici e nei
giardini di case o ville private.
Notizie selvicolturali. una specie che si
diffonde generalmente per semina diretta nel
periodo autunnale o primaverile. I semi presentano una germinabilit del 70% che conservano per un periodo di 1-2 anni. Laccrescimento piuttosto rapido; la prima produzione di semi avviene intorno ai 15-20 anni
e prosegue fino ai 70-80 anni per decrescere
via via. Sebbene non sia una pianta molto
longeva, se non in casi eccezionali, pu raggiungere dimensioni considerevoli in altezza
e in diametro.
Il portamento della chioma, aperta e non
molto compatta, gli impedisce in condizioni
naturali di costituire boschi puri. Le pinete
dantico impianto, come nelle foreste demaniali dei Sette Fratelli, di SantAnna, o di
Monti, sono caratterizzate da un sottobosco
con il leccio e gli elementi della macchia
mediterranea come alaterno, filliree, lentisco, mentre manca del tutto la rinnovazione
naturale. Quando il sesto di impianto
molto fitto, nella fase giovanile, manca del
tutto anche la rinnovazione delle specie della
macchia e delle specie erbacee, a causa della
spessa coltre di aghi che restano indecomposti al suolo per molti anni.
Il pino domestico molto sensibile al
fuoco e spesso le pinete sono distrutte totalmente al passaggio dellincendio. La rinnovazione spontanea da seme, di norma molto
rara e sporadica, dopo lincendio pu presentare una buona ripresa come si osserva in
diversi luoghi (Caprera, Nurra). Pinete caratteristiche con sottobosco di palma nana e di
mirto si ritrovano rispettivamente nella
Nurra e nel demanio di SantAnna di Lod,
ma si tratta pur sempre di impianti artificiali. Il pino da pinoli ampiamente utilizzato
per il consolidamento delle dune litoranee,
per alberature stradali, come albero ornamentale e per la produzione dei pinoli.
Molte pinete lungo la fascia costiera ospi-

tano campeggi o case sparse o villaggi turistici che ne hanno trasformato spesso in
modo radicale lassetto originario e innescato processi di degrado irreversibile.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno simile a quello del pino
marittimo, ma meno resinoso e compatto, e
trova impiego in falegnameria, per imbarcazioni, puntoni da miniera, costruzioni e
imballaggi. un mediocre combustibile e
per tale motivo scarsamente apprezzato.
Note etnobotaniche. una specie che si
diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo
probabilmente con i Greci e i Romani. Il
pino da pinoli pianta sacra a Cibele; Virgilio ne loda la bellezza e Plinio tratta diffusamente della sua coltivazione. Le gemme
hanno un uso analogo a quelle del pino
marittimo, mentre la resina trovava impiego
come isolante nelle imbarcazioni, ma anche
come surrogato dellincenso nelle cerimonie
religiose. I pinoli sono fortemente apprezzati per la produzione o farcitura di dolci
(bianchini e papassini) o di pasti tradizionali (sanguinaccio). La corteccia ha propriet
tintorie. Le fumigagioni con foglie di olivo,
palma nana e resina di pino come surrogato
dellincenso e le opportune preghiere erano
ritenute utili contro il raffreddore e lo spavento (medichina de sassustu).
Tutela e protezione. Le pinete su duna,
quandanche di origine artificiale, sono considerate habitat prioritari ai sensi della Direttiva 43/92 Habitat della CEE e in quanto tali
sono tutelate a norma del DPR n. 357 del
1998. Per tali motivi sono richiesti anche
specifici piani di gestione che ne assicurino
la conservazione nel tempo.
Pinus pinaster Aiton ssp. hamiltonii (Ten.)
H. Del Villar, Bol. Soc. Esp. Hist. Nat. , 33:
427 (1933)
Sin.: Pinus pinaster Aiton, Hort. Kew., Ted.
1, 3 : 367 (1789),
Pinus maritima Lam., Fl. Fr., 2 : 201 (1799);
Pinus hamiltonii Ten., Cat. Hort. Neap., 90
(1845),

P. mesogensis Fieschi et Gaussen var. cortensis Fieschi et Gaussen, Bull. Hist. Nat.
Toulouse, 64:440 (1933).
Regione della prima descrizione: Corsica.
Nomi italiani: Pino marittimo, Pinastro.
Nomi sardi: Pinu, Oppinu.
Nomi stranieri: Ingl., Maritime pine; Fr., Pin
maritime, Pin de Bordeaux; Ted., StrandKiefer; Sp., Pino gallego, Pi maritime.
Albero alto fino a 25-30 m con tronco
diritto e chioma ovato-piramidale. Rami
laterali in verticilli pi addensati nella parte
superiore. Corteccia rosso-scura, grigiastra,
profondamente fessurata. Gemme lunghe
25-35 mm, con brattee triangolari, rossastre,
scariose al margine, sfrangiate, riflesse verso
il basso. Foglie aghiformi, lineari, pungenti,
di 10-18 cm su brachiblasti di 8-15 mm.
Amenti maschili ovoidei di 9-12 mm x 7-8
mm, con squame polliniche largamente ottuse. Strobili femminili ovato-acuminati, violaceo-porporini. Pigne solitarie o appaiate di
15-22 cm di lunghezza e 4-5 cm di diametro,
ovato-coniche, leggermente arcuate; parte
terminale delle squame irregolarmente rombica-pentagonale con rilievo trasversale
tagliente, di 5-9 mm, appuntito e pungente.
Semi di 7-9 x 5-6 mm, ovoidei, ellissoidali,
nero-lucenti da un lato, grigiastri, con punteggiature pi scure dallaltro; ala membranosa di 3-4 cm. 2n = 24
Tipo biologico. Albero sempreverde con
fusto eretto a ramificazione monopodiale.
Mesofanerofita. Impollinazione e disseminazione anemofila.
Fenologia. Fiorisce da aprile a maggio.
La maturazione dei semi avviene nellautunno del secondo anno. Le pigne si aprono in
genere al terzo anno e perdurano pi anni
sulla pianta.
Areale. Il pino marittimo in senso lato si
estende dalle coste Atlantiche della Francia al
Portogallo e in gran parte del bacino occidentale del Mediterraneo. Il suo largo impiego in
selvicoltura ha determinato un areale secondario molto pi ampio di quello originario.
65

Pinus pinaster Aiton ssp. hamiltonii (Ten.) H. Del Villar - Ramo con pigne, infiorescenze maschili x 0,4; squama
con semi, umbone della squama, seme x 1,2.

Pigne mature di Pinus pinaster ssp. hamiltonii.

La ssp. hamiltonii endemica della Corsica e della Sardegna dove spontanea nella
Gallura, dalla piccola stazione di Monte
Pinu, presso Rio Li Cossi, al Limbara, a
Monte Nieddu di Padru, a Monte Pinu di
Telti-Olbia e di S. Teodoro, con distribuzione molto frammentata e stazioni ridotte
rispetto al passato. Si tratta, ad eccezione di
quella del Rio Li Cossi, di stazioni collinari
o montane che, nellarea mediterranea, confermano la predilezione della specie per le
zone con condizioni ambientali mesofile.
Ecologia. una specie eliofila, moderatamente termofila, resistente al freddo, che
vive soprattutto sui substrati di origine sili-

cea. Vegeta comunemente a basse altitudini,


ma in Corsica e nel Nordafrica sale a 1.5001.600 m. Nelle coste atlantiche vive in condizioni edafiche e climatiche del tutto differenti. Ha il suo optimum di sviluppo in regioni con 800-1.000 mm di precipitazioni e con
estate non troppo secca.
Grandi alberi. Gli alberi di grandi dimensioni di pino marittimo sono stati tagliati a
Carracana nel versante meridionale del Limbara negli anni Cinquanta e, oggi, restano
solamente esemplari di mole modesta anche
nelle altre aree dove cresce spontaneo.
Notizie selvicolturali. Il pino marittimo si
propaga per seme. Presenta una germinabili67

Distribuzione in Sardegna di Pinus pinaster ssp. hamiltonii (stazioni naturali).

t del 70-80% che conserva per 3-4 anni.


considerato una specie pioniera con accrescimento piuttosto rapido. Si presta al consolidamento delle dune litoranee e, per la
sua resistenza alla salsedine e ai venti marini, alla protezione delle pinete di pino domestico. In condizioni ottimali pu costituire
boschi puri, ma non molto densi; pi comunemente consociato ad altre conifere e latifoglie. A Carracana, nel complesso montuoso del Limbara, e a monte Pinu di Telti, dove
sono presenti le maggiori estensioni e i
boschi naturali, le pinete si accompagnano al
leccio, al frassino minore e soprattutto alle
specie di sclerofille della macchia mediterranea, come lentisco, fillirea, corbezzolo e
ginepro ossicedro.

68

Caratteristiche ed utilizzazioni del


legno. Il legno presenta lalburno bianco e il
duramen rossastro pi o meno chiaro;
duro, pesante, poco elastico, molto resinoso.
Si presta per lavori di carpenteria, impalcature, traversine ferroviarie, pali telegrafici,
costruzioni navali, puntoni da miniera. un
buon combustibile, ma presenta linconveniente di scoppiettare proiettando lontano
piccole braci. Per la produzione della resina
ampiamente coltivato soprattutto in Francia. La resina, il cui elemento pi importante e pregiato la trementina, si ricava
mediante incisioni sullalburno.
Note etnobotaniche. La resina e le
gemme erano utilizzate come anticatarrale e
balsamico.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Le piante della Sardegna sono state
attribuite generalmente alla specie tipica,
sebbene le maggiori affinit le presentino
con le popolazioni della Corsica, descritte
come Pinus mesogensis var. cortensis e var.
provincialis da Fieschi e Gaussen. Lattribuzione al rango sottospecifico delle popolazioni sarde (P. pinaster ssp. hamiltonii) e unulteriore possibile differenziazione a livello
varietale si giustificano per la forma delle
pigne (arcuate e di maggiori dimensioni) e
delle squame ovulifere mature con umbone
acuto e pungente.
Misure di tutela e protezione. La legislazione attuale, per la mancanza di boschi da
seme certificati a norma di legge in Sardegna,
prevede nei rimboschimenti lutilizzo di semi
provenienti da aree certificate, con conseguenze negative sul mantenimento delle razze locali per i fenomeni di ibridazione spontanea tra i
diversi biotipi, come avvenuto a Monte Pinu
di Telti. Unattenzione particolare necessaria
al fine di contenere il fenomeno o, preferibilmente, per riportare le popolazioni in purezza.
II biotipo locale, tuttavia, stato largamente
utilizzato con successo nei rimboschimenti del
Limbara e in varie parti dellIsola.

Pinus halepensis Miller, Gard. Dict., ed. 8 :


n 8 (1768)
Regione della prima descrizione: Siria (?)
Nomi italiani: Pino dAleppo.
Nomi sardi: Oppinu (Fluminimaggiore);
Pinu, Oppinu burdu.
Nomi stranieri: Ingl., Aleppo pine, Jerusalem pine; Fr., Pin dAlep; Ted., AleppoKiefer; Sp., Pino carrasco.
Albero alto 10-20 m a chioma lassa,
espansa irregolarmente. Corteccia brunocenere, grigiastra, screpolata nel tronco e nei
rami pi vecchi; rami pi giovani ruvidi per
i residui evidenti dellinserzione dei brachiblasti. Foglie aghiformi poco pungenti, di 38 cm, disposte in coppia su brachiblasti di 26 mm. Infiorescenze laterali alla base dei
nuovi rami. Strobili maschili coniformi di
10-15 x 3-4 mm con un peduncolo brevissimo, circondati da due brattee scariose, largamente ottuse. Strobili femminili solitari o

geminati, con peduncolo tozzo e brattee


triangolari acute, sfrangiate, pelose e scariose al margine, ovoidei di 9-12 x 5-8 mm, di
colore rosso-porporino. Pigne di 5-8 x 2,54,2 cm, ovato-coniche con peduncolo ritorto, flessibile, lungo 1-2 cm. Parte terminale
delle squame romboidea o irregolarmente
tetra-pentagonale. Semi bruni, di 5-6 x 3-4
mm, leggeri, ellissoidali, compressi lateralmente, con ala membranacea di 15-20 mm.
2n = 24.
Tipo biologico. Albero sempreverde con
foglie aghiformi, persistenti 2-3 anni. Mesofanerofita. Impollinazione e disseminazione
anemofila.
Fenologia. La fioritura inizia a marzoaprile con la ripresa vegetativa. I semi maturano nellautunno del secondo anno. Le
pigne persistono sui rami per molti anni
anche dopo aver perso i semi.
Areale. Il pino dAleppo diffuso in tutte
le zone litoranee del bacino Mediterraneo e
del Mar Nero. Attualmente per le sue utilizzazioni in selvicoltura presenta un areale secon-

Pigne mature di Pinus halepensis.

69

Pinus halepensis Miller - Ramo con pigne, squama, squama con semi, pigna x 0,7; semi x 1,4.

Distribuzione in Sardegna di Pinus halepensis (stazioni


naturali).

dario molto pi vasto di quello originario. In


Sardegna si trova allo stato spontaneo nellIsola di San Pietro e a Porto Pino nel Sulcis.
Ecologia. Pianta eliofila e xerofila, predilige i luoghi caldi e asciutti. indifferente al
substrato e vegeta bene su qualsiasi esposizione, sia nelle zone sabbiose che sui suoli
degradati e rocciosi. sensibile soprattutto
alle basse temperature e sopporta abbastanza
bene i venti. Vegeta fino ai 500-800 m di
altitudine in Sardegna e, nella catena dellAtlante in Africa, sale oltre i 2.000 m di
quota. NellIsola di San Pietro, di natura vulcanica effusiva, costituisce la formazione
forestale dominante, con un ricco sottobosco
costituito dagli elementi della macchia
mediterranea, mentre a Porto Pino entra in
modo per lo pi subordinato a far parte delle
boscaglie costiere con ginepri e quercia spinosa. A seguito dellincendio si diffonde
rapidamente grazie allimmediata apertura

dei coni che disperdono i semi anche a molta


distanza sul suolo nudo. Forma in tal modo
aspetti di vegetazione naturale con il suo
inserimento nella vegetazione a macchia. Il
fenomeno, in Sardegna, appare in aumento
soprattutto a partire dellultimo decennio, ai
margini dei rimboschimenti artificiali, nei
suoli degradati e nelle scarpate stradali. Il
pino dAleppo costituisce associazioni naturali abbastanza ben individualizzate riferibili a Querco-Pinetum halepensis, Erico-Pinetum halepensis, Pistacio-Pinetum halepensis, Thymo-Pinetum halepensis e relative
sottoassociazioni a ginepro e quercia spinosa, descritte per le aree costiere sud-occidentali della Sardegna. Alcune sono solamente
aspetti fisionomici della naturale variabilit
nella formazione forestale.
Grandi alberi. Sono notevoli i pini di
Buon Cammino, a Cagliari, e quelli sporadici di molti centri abitati, case di campagna,
vivai forestali, bordi delle strade, margini di
vecchie strade ferrate. notevole il pino
presso la Chiesa di S. Pantaleo a Cagliari che
raggiunge oltre 16 metri di altezza con quasi
3 metri di circonferenza. Nellex ospedale
psichiatrico di Rizzeddu, a Sassari, due
grandi alberi con oltre 20 m di altezza sono
probabilmente quelli di maggiori dimensioni
dellIsola.
Notizie selvicolturali. Il pino dAleppo si
riproduce per seme e presenta un potere germinativo del 70-80% che conserva per 1-2
anni. Laccrescimento piuttosto rapido e
forma pigne fertili gi dopo 10-15 anni e
dopo i 20 anni rallenta 1incremento in
altezza espandendo la chioma in modo irregolare. utilizzato per rivestire suoli molto
poveri e degradati, per costituire pinete litoranee e nei boschi misti a latifoglie. Pu formare consorzi forestali puri, molto estesi nel
Medio Oriente, ma pi comunemente si
trova frammisto alle specie sclerofilliche
della macchia mediterranea. In Sardegna
stato utilizzato per rimboschimenti sia nelle
zone costiere, consociato ad altre conifere e
latifoglie autoctone o esotiche, sia nelle aree
interne degradate con risultati non sempre
soddisfacenti. Il pino dAleppo impiegato
71

anche nei giardini, nei viali, nei parchi pubblici e sulle scarpate stradali per la sua frugalit, la rapida crescita, le modeste esigenze colturali e la resistenza alle malattie.
Caratteristiche e utilizzazioni del legno. Il
legno tenace, pesante e duraturo e presenta
buone propriet tecniche che lo fanno apprezzare per costruzioni edilizie, opere idrauliche,
mobili, pasta da carta. un buon combustibile, ma il potere calorifico modesto. La corteccia possiede notevoli quantit di tannini e
dalle incisioni sul tronco si ricava una resina
che trova applicazione, come le altre specie di
pini, in vari campi.
Note etnobotaniche. Il pino dAleppo fu
utilizzato per opere navali sin dallantichit.
La sua corteccia nei luoghi di mare era ricercata dai pescatori per dare il colore rosso alle
reti. A Villasimius le gemme erano utilizzate
in decotto come espettorante.
SPECIE INTRODOTTE. In tutta lIsola le tre
specie spontanee sono abbondantemente utilizzate nei rimboschimenti anche al di fuori
delle aree di origine, prevalentemente con
semi di provenienza esterna; oltre a queste
sono state introdotte per scopi selvicolturali
e ornamentali diverse specie esotiche di
conifere.
Il pino nero (Pinus nigra Arnold = P. laricio Poiret in Lam. = Pinus nigra Arnold
subsp. laricio Maire), soprattutto di provenienza corsicana e appenninica, largamente utilizzato nei rimboschimenti delle aree
montane. Nella montagna di Bultei, in localit Su Tassu-Sa Fraigada, presente un
gruppo di grandi alberi, residuo di un pi
ampio rimboschimento, impiantati a titolo
sperimentale nella seconda decade del
Novecento dal Sala, un ispettore forestale
che favor lintroduzione e la sperimentazione di diverse specie arboree. Si tratta della
formazione forestale con esemplari di oltre
30 metri di altezza, tra i pi alti esistenti in
Sardegna. Vaste estensioni di pino nero sono
presenti sul Limbara, nelle aree montane scistose della Sardegna centrale e un po ovunque nei cantieri forestali. Il pino nero fu
segnalato erroneamente dal Moris per Flu72

minimaggiore, per una evidente confusione


con il pino da pinoli.
Il pino bruzio (Pinus brutia Ten.) distinto dal pino dAleppo soprattutto per le pigne
sessili disposte in gruppi ortogonalmente
rispetto al ramo, ed originario dellItalia
meridionale, Penisola Balcanica e Medio
Oriente. In Sardegna trova impiego nei rimboschimenti delle aree costiere assieme agli
altri pini mediterranei, soprattutto con pino
dAleppo, con il quale spesso viene confuso
e con il quale si ibrida. frequente nei rimboschimenti delle coste nord-occidentali.
Il pino silvestre (Pinus sylvestris L.), dalla
tipica corteccia rossiccia, si ritrova con un bel
nucleo a Sololche, in territorio di Pattada, a
Badde Salighes e in alcuni cantieri forestali.
Pinus sabiniana Dougl., dalle pigne grandi con semi eduli al pari del pino da pinoli, e
foglie lunghe glauche, sporadico nei cantieri forestali. Notevoli sono alcuni esemplari
presenti a Fiorentini e a Monte Pisano.
Il pino insigne o di Monte Rey (Pinus
radiata D. Don = Pinus insignis Dougl.),
caratterizzato da brachiblasti con tre foglie e
da una pigna eccentrica, originario della
California, stato introdotto negli anni Settanta per scopi produttivi in molte zone, ma
con risultati molto differenti e spesso deludenti a causa della forte aridit estiva e dellattacco di parassiti fungini e di insetti xilofagi, ma anche degli incendi estivi. stata la
specie maggiormente utilizzata anche nelle
aree a morfologia pi accentuata e con suoli
molto deboli nei rimboschimenti privati,
determinando un forte impatto negativo.
Il pino delle Canarie (Pinus canariensis
Smith) presenta ramificazione monopodiale
con tronco diritto e palchi regolari con foglie
molto lunghe riunite in grandi ciuffi. utilizzato in alcuni rimboschimenti, ma soprattutto nei giardini. Si tratta dellunico pino
che possiede capacit pollonifera e quindi,
grazie al riscoppio agamico, particolarmente adatto nei rimboschimenti in aree
soggette a incendio. Impianti di un certo
rilievo si trovano nel Limbara, nella foresta
demaniale del Campidano e nei monti del
Sulcis. Alberi di grandi dimensioni, introdot-

Pseudo infiorescenza maschile di Pinus pinaster.

Strobili femminili di Pinus halepensis.

ti a scopo ornamentale per il bel portamento,


si trovano sporadici nei centri abitati, come a
Nuoro nella stazione ferroviaria.
Il cedro dellAtlante [Cedrus atlantica
(End.) Carrire], caratterizzato dai rami rigidi e foglie in fascetti eretti, nativo delle
montagne del Nordafrica, dove forma
importanti boschi puri o misti a querce
mediterranee. Esso stato largamente utilizzato in aree collinari e presenta buona crescita e in alcuni casi (Monte Novo S. Giovanni nel Supramonte di Orgosolo e Monte
Pisano nel Goceano) mostra pur modesti
processi di diffusione spontanea da seme.
Alberi di grandi dimensioni, grazie anche
alla rapidit di crescita nelle condizioni
favorevoli, si trovano nei rimboschimenti
montani, ma anche nei parchi urbani.
Altre specie sono pi rare e utilizzate
solamente a scopo ornamentale. Il cedro dellHimalaya [Cedrus deodara (D. Don) G.
Don fil.], con rami giovani penduli e foglie
in fascetti di 20-30, sporadico nei centri
abitati. Lesemplare di maggiori dimensioni
di questa specie presente nel parco di Villa
Piercy a Badde Salighes.
Il cedro del Libano (Cedrus libani A.
Richard), con rametti giovani glabri, albero
possente dalla caratteristica impalcatura eccentrica, molto pi raro. Nel Parco di Laconi,
presente un albero di notevoli dimensioni (25

metri di altezza e pi di 4 metri di circonferenza) impiantato verosimilmente nel 1835, e rappresenta il cedro di maggiori dimensioni della
Sardegna. Le tre specie, molto affini, si ibridano tra di loro dando origine a piante non sempre di facile identificazione.
Altre conifere utilizzate nei rimboschimenti sono labete bianco (Abies alba L.), di
cui si trova uninteressante parcella presso il
vivaio nella foresta demaniale di Anela nel
Goceano; labete greco (Abies cephalonica
Link), originario della Grecia, con spiccate
caratteristiche mediterranee, diffuso nel Limbara. Dellabete di Spagna (Abies pinsapo
Boiss.), originario dellAndalusia meridionale e del Marocco settentrionale, esistono
solamente pochi alberi, ma il grande abete
introdotto nel parco di Badde Salighes nella
seconda met dellOttocento ha trovato condizioni ambientali ottimali ed uno dei maggiori esemplari esistenti (1,2 m di diametro e
oltre 25 m di altezza). Abies nordmanniana
(Stefen) Spach ugualmente molto raro e
sembra limitato al parco di Badde Salighes.
Pseudotsuga menziesii (Mirbel) Franco
[= Pseudotsuga douglasii (Lindley) Carrire], caratteristica per lodore grato delle
foglie, negli ultimi tempi viene sporadicamente utilizzata nei rimboschimenti (Villagrande, Lanusei) e come pianta ornamentale,
grazie al suo rapido accrescimento.
73

CUPRESSACEAE
Arbusti o alberi con foglie aciculari o
squamiformi. Pseudo-infiorescenze maschili
a cono raccorciato, quelle femminili rotondeggianti, sulla stessa pianta (monoiche) o
su piante diverse (dioiche). Strobili secchi
legnosi o carnosi simili a bacche (galbuli).
La famiglia delle Cupressaceae comprende 17 generi, di cui i pi noti sono Juniperus, Cupressus, Calocedrus, Chamaecyparis, Thuja e Tetraclinis, con circa 130 specie distribuite in tutto il mondo.
Sono ricercati per il legname, utilizzato
in ebanisteria e per costruire scafi, alberi di
imbarcazioni navali e travi di solai, mentre
le resine hanno interesse in artigianato e
medicina.
JUNIPERUS L.
Arbusti o anche alberi, sempreverdi con
rami cilindrici o angolosi. Foglie aghiformi,
aciculari o squamiformi. Pseudo-infiorescenze maschili a cono, formate da numerose squame con sacche polliniche. Pseudoinfiorescenze femminili globose costituite
da tre a otto squame, portanti gli ovuli. Galbulo rotondeggiante, carnoso, con semi a
tegumento duro.
Il genere Juniperus comprende circa 60
specie, diffuse nelle zone temperate e fredde
dellEmisfero boreale.
Il legno dei ginepri, ricco di resina,
molto ricercato, per la sua durata e per i molteplici usi in ebanisteria e artigianato in
genere.
1 Foglie squamiformi, appressate ai rami;
galbulo a maturit di colore rosso mattone..........................................J. phoenicea
Foglie aciculari, rigide, pungenti...........2
2 Foglie di 8-20 mm, con una linea stomatifera verde-glauca sulla pagina superiore; galbulo bluastro di 6-9 mm...............3
Foglie di 15-25 mm, con due linee stomatifere glauche nella pagina superiore;
galbulo di 6-25 mm..............J. oxycedrus
74

a) Piante di zone costiere o interne; galbulo


di 6-10 mm........................ssp. oxycedrus
b) Piante delle zone sabbiose costiere; galbulo di 10-25..................ssp. macrocarpa
3 Arbusto o alberello a portamento eretto...........................................J. communis
Arbusto a portamento prostrato J. sibirica
Juniperus phoenicea L., Sp. Pl. : 1040
(1753)
Sin.: J. lycia L., Sp. Pl., 1: 1039 (1753)
J. oophora G. Kuntze, Flora (Regensburg)
29: 637 (1846)
J. turbinata Guss., Fl. Sic. Synopsis 2: 634
(1844)
J. phoenicea L. ssp. lycia Auct.
J. phoenicea ssp. eumediterranea Lbrton
& Thivend, Nat. Monspel., Sr. Bot., 47 : 8
(1981)
J. phoenicea L. ssp. turbinata (Guss.)
Arcangeli, Fl. Ital., 638: (1882).
J. phoenicea L. ssp. turbinata (Guss.)
Nyman, Consp. Fl. Eur., 676 (1881 an
1882).
Regione della prima descrizione: Gallia
meridionalis, Europa australi, Monspelii.
Nomi italiani: Ginepro feniceo, Cedro licio,
Cedro fenicio, Ginepro rosso.
Nomi sardi: Ghinipera emina (Orgosolo);
Ghiniperu emina (Oliena); Sivina
(Alghero); Sinnibiri maseru (S. Antioco); Thinniberu femina (Urzulei); Zinnibiri mesedu (Fluminimaggiore); Zinnipiri femina (Burcei); Ciaccia, Ghiniparu femina, Jaccia, Rulloni, Sabinu,
Senaive.
Nomi stranieri: Fr., Genvrier de Phnicie,
Morven, Lycien; Ted., Phoenizicher
Wacholder; Sp., Cedro de Espaa, Sabina roma, Sabina suave, Sivina.
Arbusto o albero alto fino a 10-12 m, a
portamento eretto con chioma ovato-piramidale. Corteccia dei rami adulti scuro-cenerina desquamantesi longitudinalmente in

lamine sottili. Ramuli di 1 mm di diametro


con foglie di 0,5-1 mm, ovato-rombiche,
cuspidate, squamiformi, con una linea resinifera centrale, opposte, appressate ed imbriciate. Foglie delle plantule, aciculari, lunghe
10-15-1-2 mm, pungenti. Pseudo-infiorescenze su piante diverse e in amenti terminali sui giovani rami laterali; quelle maschili di
3-5 mm, erette con squame amentifere cartilaginee sub-orbicolari, le femminili con
squame carnose, a maturit di 8-14 mm di
diametro, allapice dei ramuli. Galbulo
rotondeggiante o ovato, verde-giallastro
nella fase giovanile e di colore rosso-bruno,
rosso mattone, lucido, a maturit, con trenove semi.
Tipo biologico. Arbusto o albero sempreverde generalmente ramificato dalla base,
con foglie squamiformi. Micro o mesofanerofita.
Fenologia. Fiorisce a febbraio-marzo e
nelle zone pi elevate ad aprile-maggio. I
galbuli giungono a maturazione nellanno
successivo e persistono pi anni nella pianta.
Areale. Si estende dalle Canarie alle zone
costiere del bacino Mediterraneo. In Sardegna, i ginepreti di maggiore estensione si
rinvengono lungo le coste meridionali, in
tutto il settore nord-orientale, nelle isole dellArcipelago di La Maddalena, particolarmente a Spargi, nelle aree interne ad Artud,
nel Montalbo, e nel Supramonte a Campu
Donanicoro sino alle aree culminali di
Monte Oddeu. Ma soprattutto nelle coste
meridionali dellIsola che ha la sua maggiore diffusione.
Ecologia. Specie fortemente eliofila e
xerofila, indifferente al tipo di substrato. In
condizioni particolari, soprattutto in Africa
settentrionale, si spinge fino a 1.300 m di
altitudine e verso Sud fino al margine desertico del Sahara. In Sardegna si trova lungo
tutta la fascia costiera come elemento dominante delle macchie termo-xerofile e, nelle
dune sabbiose, entra in concorrenza con il
ginepro coccolone, con il quale forma
boscaglie chiare e molto ricche in biodiversit. Si tratta di una delle specie forestali
maggiormente diffuse nelle zone calcaree

centro-orientali, dove si rinviene fino ai


1.000-1.100 m di quota, mentre nelle zone
interne a substrato siliceo resta intorno ai
500-600 m anche nelle zone esposte a mezzogiorno. Nelle pinete litoranee si afferma
bene nel sottobosco pur con piante esili e sfilate a causa dellombreggiamento. Nella
costa calcarea del Golfo di Orosei, da Cala
Gonone a Santa Maria Navarrese, i ginepreti rappresentano la specie dominante nel
paesaggio vegetale.
In riferimento alle formazioni di ginepro
feniceo, oltre ad Oleo-Juniperetum phoeniceae dei calcari della Sardegna centro-orientale, nellIsola sono state descritte numerose
associazioni e sub-associazioni, alcune delle
quali hanno scarso significato e, ad una dettagliata analisi della componente floristica di
accompagnamento, in evidente condizione
di sinonimia.
Grandi alberi. Grandi esemplari di ginepro feniceo si trovano un po ovunque, ma
soprattutto nellarea del Monte Albo e nelle
zone pi impervie dei calcari centro-orientali. Sono alberi che non presentano dimensioni eccezionali (fino a 80-90 cm di diametro
e 10-12 m di altezza), a causa dellaccrescimento lentissimo, ma che possono essere
molto annosi e con legno durissimo, motivo
per cui, spesso nel passato, durante i lavori
di deforestazione, venivano risparmiati per
la difficolt di taglio.
Notizie selvicolturali. una specie ad
accrescimento molto lento e longeva, che si
riproduce solamente per seme. Non ha capacit pollonifera ed quindi molto sensibile
allincendio. In condizioni molto favorevoli
riesce a costituire formazioni chiuse entrando
in concorrenza con gli elementi pi termofili
della macchia mediterranea. Nonostante la
lentezza dellaccrescimento pu raggiungere
dimensioni considerevoli, come nel Monte
Albo, nei monti di Oliena, nelle zone costiere e montane di Dorgali e Baunei. Viene sempre pi spesso utilizzato in giardinaggio e,
opportunamente irrigato, ha un accrescimento notevole, anche oltre 1 cm allanno in diametro. Grazie alle numerose forme (cipressine, compatte, globose, aperte, anche di colo75

Juniperus phoenicea L. - Ramo con galbuli, ramo con fiori maschili x 1, ramo con foglie x 10.

Galbuli di Juniperus phoenicea di diverse localit della Sardegna.

re variegato) si presta a costituire ambienti


suggestivi di giardino mediterraneo. Nella
vallata di Gutturu Mannu e lungo le coste
sulcitane, si rinvengono le forme pi varie e
interessanti per il portamento.
Caratteristiche ed utilizzazioni del legno.
Il legno duro, compatto, tenace, incorruttibile ed era molto apprezzato in ebanisteria per
fare botticelle, bastoni da passeggio, manici
per utensili da campagna come aratri (arados
de linna) e per laia come forconi (vurknes),
pale (palas e palittas), setacci (sedatthos),
balconate, sostegni per i pergolati (cerboni),
solai e correnti di tetti e, tuttora, quando si
demoliscono vecchie case si recuperano le

travi perfettamente integre. Il ginepro feniceo


stato ampiamente utilizzato, fin dallantichit, per costruzioni varie come le capanne dei
pastori (pinnettas), i ricoveri per gli animali
(mandras, per le pecore, cortes per le capre,
salkoni e cerinas, per i capretti, arulas per i
maiali), tetti di protezione delle riserve dacqua piovana (presettos); con alberelli scortecciati si preparavano attaccapanni e supporti
(fstinas, antas, vurcardzu) per la macellazione, impalcature per pozzi, travature varie.
Il legno veniva anche ampiamente utilizzato per la costruzione di telai, piattaforme
lignee per barche, altari, sedie, cassapanche,
lavori di intarsio, utensili per la casa.
77

Distribuzione in Sardegna di Juniperus phoenicea.

Il legno si presta bene anche come legna da


ardere, bruciando con fiamma vivace, ma, per
il suo pregio in altri settori, era scarsamente
utilizzato a questo scopo. Oggi, la ricerca del
ginepro per le abitazioni e le staccionate nelle
seconde case e nei villaggi costieri, nonch la
piaga degli incendi hanno determinato la sua
rarefazione in molte parti dellIsola.
Note etnobotaniche. Le diverse parti
della pianta: rametti giovani, galbuli, trovavano largo impiego in diverse pratiche tradizionali (liquoreria come aromatizzante
delle acquaviti, medicina come diaforetico,
antielmintico, antiodontalgico, pratiche
abortive, la resina al posto dellincenso
nelle funzioni religiose, per aromatizzare
arrosti etc.) da soli o con altre essenze. Lantico uso di questa pianta testimoniato in un
bronzetto nuragico di grande forza espressiva rinvenuto a Santadi, che rappresenta un
guerriero-pastore con un bastone di ginepro
78

fenicio, fuso in modo realistico e mirabile.


Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Linneo descrisse Juniperus phoenicea
con la diagnosi Foliis ternis obliteratis imbricatis, obtusis. Habitat in Europa australi,
Monspelii. Juniperus lycia, descritto dallo
stesso Linneo (Habitat in Gallia, Sibiria),
comunemente sinonimizzato con J. phoenicea. Lindicazione per la Siberia lascia ovviamente molti dubbi e pu essere attribuita ad
una errata interpretazione della provenienza,
del resto non infrequente nellopera linneana.
In seguito, sono stati descritti J. oophora G.
Kuntze per la Spagna e J. turbinata Guss. per
la Sicilia (In arenosis, vel rupestribus maritimis, Montallegro, Secciara).
J. phoenicea L. e J. turbinata Guss. sono
distinte da diversi autori come specie o sottospecie, differenziate per il portamento dei
rami terminali, per la forma dei galbuli,
rotondeggianti e pi piccoli in J. phoenicea,
pi allungati, ovali o piriformi in J. turbinata, oltre che per una supposta esigenza ecologica, indicando per la prima il substrato
duro, e per la seconda quello sabbioso. In
particolare, Amaral Franco (1993), in Flora
Europea, le differenzia a livello di specie per
i rami terminali caudati eccedenti lungamente quelli laterali, per la forma delle foglie
con margine scarioso e per i galbuli, ovoidei-piriformi, di dimensioni maggiori 10-14
mm in J. turbinata rispetto a J. phoenicea; lo
stesso autore (1986) in Flora Iberica, per gli
stessi caratteri, le differenziava, invece, al
rango di sottospecie. In merito, Arrigoni
(2006) indica lentit sarda al rango di specie come J. turbinata Guss.
In ogni caso, i caratteri distintivi non sono
tali da discriminare le due entit a rango specifico. Parlatore (1867) afferm che i caratteri del galbulo considerati come differenziali
da Gussone, in realt, si possono riscontrare
anche su uno stesso esemplare. La popolazione di Montallegro nella costa centro-settentrionale, (locus classicus di J. turbinata),
ancora ben conservata al dicembre 2005, presenta piante sia arbustive sia arboree con galbuli diversi per forma (da piriformi ad ovoidei se immaturi a decisamente sferici),

Boscaglie a Juniperus phoenicea su granito nella Sardegna orientale.

79

dimensioni che vanno da 6-8 mm a 12-13 mm


di diametro, e colore da giallastro a rossoscuro. Anche la crescita pi o meno accentuata dei rami terminali appare legata alle condizioni ecologiche, in particolare allesposizione al vento, piuttosto che rappresentare un
carattere diagnostico stabile. Le popolazioni
del locus classicus di J. turbinata Guss. non
differiscono in modo significativo da quelle
attribuite comunemente a J. phoenicea L. in
senso stretto, e non paiono per nulla differire
dalle popolazioni della Sardegna, dove si
riscontra unanaloga gamma di differenze.
Per tale motivi non appare giustificata la
separazione di J. turbinata Guss. da J. phoenicea L. per le piante sarde in due distinte
entit a livello sottospecifico e tanto meno di
specie, in quanto tale carattere non si riscontra nei galbuli maturi nemmeno nella popolazione del locus classicus in Sicilia.
Solamente un gruppo di piante nella Sardegna settentrionale (Loche, 2000) si discosta abbastanza per il carattere del galbulo pi
o meno allungato, che tuttavia non corrisponde ai supposti caratteri delle piante del
locus classicus di J. turbinata.
Analogamente, J. phoenicea ssp. eumediterranea Lbrton et Thivend, distinta
come chemiotipo delle aree montane, pu
essere accettata al rango di semplice chemiovariet, piuttosto che di sottospecie. In
effetti, le piante di Sardegna utilizzate dagli
autori per le analisi fitochimiche provengono dallarea di Capo Caccia e del Monte
Albo, raccolte a bassa quota e a 900 m di
altezza. Questo dato pu giustificare quindi
una differenza quantitativa se non qualitativa di principi attivi riscontrati, ma verosimilmente collegati da chemiotipi intermedi.
Indagini svolte da Nazzaro et al. (1995)
sulla distanza enzimatica a livello di seme
in diverse popolazioni dellItalia meridionale e di Capo Caccia non hanno rilevato differenze significative.
In accordo con Greuter, Valds, Christensen, e con le pi recenti flore delle aree
mediterranee, si ritiene di mantenere J. turbinata Guss. come sinonimo nomenclaturale
eterotipico di J. phoenicea L.
80

Juniperus communis L. ssp. communis,


Sp. Pl.:1040 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat in
Europae septentrionalis sylvis.
Nomi italiani: Ginepro comune.
Nomi sardi: come J. oxycedrus L.
Nomi stranieri: Ingl., Common Juniper; Fr.,
Genvrier commun; Ted., Gemeiner
Wacholder; Sp., Enebro comun.
Arbusto o piccolo albero alto fino a 10 m,
molto ramificato, a portamento eretto con
chioma ovato-conica. Rami giovani glabri,
angolosi. Foglie lunghe 10-20 mm, larghe 11,5 mm, diritte, lineari, pungenti, con una
sola banda stomatifera glauca nella parte
superiore, disposte in verticilli di tre distanziati di 6-10 mm. Pianta dioica, con strobili
disposti allascella delle foglie. Galbuli
maturi di 6-9 mm, neri o nero-bluastri, con
2-3 semi. 2n = 22.
Tipo biologico. Pianta sempreverde con
foglie persistenti 2-3 anni. Nan- o microfanerofita.
Fenologia. Emette gli strobili da febbraio
a giugno secondo la latitudine e laltitudine.
Areale. Il ginepro comune diffuso nellEmisfero settentrionale (America del nord,
Europa e Asia fino alla catena dellHimalaya)
soprattutto nelle zone montane. In Sardegna,
dove rappresenta un tipico esempio di specie
relitta, molto raro ed conosciuto solamente su substrato calcareo in territorio di Laconi
(Funtana sa Mela) e a Montarbu di Seui.
Ecologia. una specie eliofila e frugale
che sopporta bene le basse temperature e si
adatta a vivere nei luoghi aridi e in diversi
ambienti degradati. Pu diventare infestante
dei pascoli per la sua capacit di colonizzare
i terreni spogli di altre specie forestali. Vegeta soprattutto nelle zone montane, ma nelle
quote maggiori vicariata dal ginepro nano.
Notizie selvicolturali. Si riproduce per
seme. Specie pioniera, si presta al consolidamento di terreni spogli e pietrosi. Il ginepro
comune per la sua lentezza di accrescimento
scarsamente usato nei rimboschimenti.

Juniperus communis.

81

Juniperus communis L. ssp. communis - Rami con galbuli, rami con fiori x1, infiorescenza maschile e femminile
x10; foglia x4.

mentale, nellEuropa continentale, ha portato alla selezione di numerose forme colturali, differenziate soprattutto per portamento e
colore.
Tutela e protezione. Per la sua rarit in
Sardegna, necessita di una efficace tutela dei
pochi siti dove tuttora presente.
Juniperus sibirica Burgsdorff, Anleit.: 124
(1787)
Sin.: Juniperus communis L. ssp. alpina
(Suter) Celak, Prodr. Fl. Boehmen: 17
(1867)
Juniperus communis L. ssp. nana (Hooker) Syme in Sowerby, Engl. Bot., Ted. 3, 8:
275 (1868)
Juniperus nana Willd. 1796, Berlin.
Baumz.: 159 (nom. ill.).
Regione della prima descrizione: Siberia?

Distribuzione in Sardegna di Juniperus communis.

Caratteristiche ed utilizzazioni del


legno. Il legno duro, compatto, a grana
fine, odoroso, ma le sue modeste dimensioni
ne limitano le possibilit di utilizzazione.
molto ricercato per piccoli utensili, opere
dintaglio ed ebanisteria fine.
Note etnobotaniche. Le bacche mature in
infuso hanno propriet balsamiche e fin dallantichit erano utilizzate nelle affezioni
delle vie respiratorie e urinarie e come stimolanti della secrezione gastrica. Messe a
macerare in alcool o in acquavite forniscono
un ottimo amaro tonico. Con le bacche di
ginepro si aromatizzano le acquaviti di
cereali, che sono commercializzate sotto il
nome di gin.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il vasto areale del ginepro comune ha determinato anche una variabilit considerevole allinterno della specie in senso
lato. La sua utilizzazione come pianta orna-

Nomi italiani: Ginepro nano.


Nomi sardi: Cinniveru nanu (Fonni); in
genere come J. oxycedrus L.
Nomi stranieri: Ingl., Juniper; Fr., Genvrier
nain; Ted., Zwerg-Wacholder; Sp., Enebro rastrero, E. achaparrado.
Arbusto prostrato con numerosi rami contorti, intricati, a contorno irregolare. Rami
giovani glabri, angolosi. Foglie di 8-14 x 1-2
mm, rigide, diritte, lineari, mucronate, pungenti, con una sola banda stomatifera, glauca
superiormente. Strobili maschili e femminili
posti su piante diverse allascella delle foglie.
Galbuli a maturit globosi, di 6-9 mm, bluastri, contenenti 2-3 semi angolosi.
Tipo biologico. Arbusto nano, prostrato,
strisciante, sempreverde con foglie persistenti per pi anni. Nanofanerofita.
Fenologia. Sviluppa gli strobili ad aprilemaggio e matura i galbuli a settembre-ottobre dellanno successivo.
Areale. Il ginepro nano largamente diffuso nellEmisfero settentrionale, nelle montagne e a latitudine maggiore anche nelle
basse quote. In Sardegna limitato al com83

Juniperus sibirica Burgsdorff. - Rami con galbuli x1,3; foglia x5,2, particolare di ramo con galbulo x2,6

Galbuli immaturi di Juniperus sibirica.

plesso del Gennargentu e a Montarbu di Seui.


Ecologia. una specie eliofila indifferente al substrato, che vegeta nelle regioni
meridionali nelle zone di montagna al limite
della vegetazione arborea, e nelle regioni
settentrionali anche in pianura e al livello del
mare. In Sardegna si rinviene oltre i 1.000 m
di quota nellarea del Gennargentu, dove
rappresenta la specie arbustiva principale del
climax degli arbusti nani prostrati, distribuita a mosaico in ragione soprattutto del passaggio del fuoco. raro, invece, sul calcare
ad eccezione delle zone pi elevate di Montarbu di Seui a Margiani Lobusa e delle falde
di Monte Novo S. Giovanni nel Supramonte
di Orgosolo, sugli scisti con apporto di materiali calcarei dal tacco sovrastante. Con
Thymus catharinae rappresenta lassociazione Thymo-Juniperetum nanae.
Notizie selvicolturali. Si riproduce per
seme. una specie pioniera degli ambienti
degradati, dove si sviluppa in grossi cespi
circolari appiattiti, alti non pi di 50-70 cm.
Non possiede capacit pollonifera e dopo il

passaggio dellincendio distrutto totalmente, ma grazie alla buona germinabilit ricolonizza in breve le aree bruciate.
Caratteristiche ed utilizzazioni del legno.
Il legno simile a quello degli altri ginepri, ma
meno pregiato per i suoi rami contorti, di
diametro irregolare e di dimensioni modeste.
Note etnobotaniche. Come J. communis
ssp. communis.
Note tassonomiche, sistematiche e biodiversit. Il ginepro nano stato ritenuto generalmente una sottospecie del ginepro comune
(J. communis L. ssp. nana (Willd.) Nyman).
La separazione da J. communis trova motivo
nella forma e dimensioni delle foglie, dei galbuli e nel portamento. In Sardegna le due
entit sono presenti nella stessa area solamente a Montarbu di Seui, ma non sono conosciute forme ibride intermedie. Affine a J. sibirica per il portamento J. hemisphaerica Presl,
descritto per lEtna e considerato anche come
sottospecie o variet, ora di J. communis, ora
di J.< oxycedrus. Questa entit fu segnalata
per la Sardegna da Schmid (1933) come J.
85

peru (Dorgali); Thinniberu (Baunei,


Urzulei); Thrubenneru (Villagrande Strisaili); Sinnibiri (S. Antioco); Zinnibere
(Busachi); Zinnebiri (Laconi); Zinnipiri
(Burcei); Zinnipiri eru (Fluminimaggiore); Libanu, Nibanu, Zinnibaru.
Nomi stranieri: Fr., Genvrier oxycdre, G.
cad; Sp., Alerce espaol, Cinebre, Ted.,
Stech-Wacholder, Zedern-Wacholder.

Distribuzione in Sardegna di Juniperus sibirica.

oxycedrus ssp. hemisphaerica (Presl)


Schmid, non pi ritrovato; secondo Arrigoni
(1981; 2006) da attribuire a J. sibirica.
Juniperus oxycedrus L. ssp. oxycedrus,
Sp. Pl. : 1038 (1753)
Provenienza: Habitat in Hispania, G. Narbonensi.
Nomi italiani: Appeggi, Ginepro rosso.
Nomi sardi: Chiniberu (Posada); Cinneberu
(Desulo); Ghiniperu (Bitti, Lula, Orosei);
Ghiniperu mascru (Oliena, Orgosolo);
Ghiniporo (Orani); Jaccia, Ciaccia (La
Maddalena); Cinniveru (Fonni); Nibaru
(Macomer, Padria, Sassari); Nibbaru
(Bonorva, Osilo, Tempio); Niberu (Berchidda, Monti, Olbia); Sinebiri (Barisardo); Sinneburu (Perdas de Fogu); Thini86

Arbusto o albero alto fino a 8-10 m, a portamento eretto, ovato-conico, piramidale,


talora ramificato fin dalla base con rami
patenti a portamento monopodiale o simpodiale. Corteccia del tronco brunastra, fessurata longitudinalmente, staccantesi sotto forma
di lamelle sottili. Rami giovani lisci, glabri.
Foglie in verticilli di 3, lunghe 10-25 mm, larghe 1-2 mm, lineari, acuminate, rigide, pungenti, con nervatura centrale evidente e due
bande stomatifere glauche superiormente.
Strobili maschili solitari, ascellari con squame di 1 mm. Strobili femminili con squame
carnose concresciute a maturit a costituire
galbuli di 6-10 mm, verdastri da giovani,
rosso-scuri a maturit, con tre semi. 2n=22.
Tipo biologico. Arbusto o albero sempreverde. Microfanerofita o mesofanerofita.
Fenologia. Fiorisce a gennaio-aprile
secondo laltitudine e porta a maturit i frutti nellanno successivo.
Areale. Presenta una distribuzione circum-mediterranea e si estende fino al Caucaso e alla Persia. In Sardegna vive lungo
tutta la fascia litoranea e, nelle zone granitiche maggiormente aride e degradate, si
eleva sino alle aree montane pi interne. Nel
Limbara, Monti di Al, Monte Lerno, nel
Monte Linas e nel gruppo dei Sette Fratelli,
sui calcari centro-orientali e nel Gennargentu, il ginepro ossicedro caratterizza vaste
aree del paesaggio dellIsola.
Ecologia. Specie eliofila e xerofila, vegeta lungo le zone costiere, ma si eleva fino ai
1.800-2.000 m di altitudine nei luoghi aridi,
rocciosi, sassosi e assolati. indifferente al
substrato, ma con una predilezione per le
zone calcaree. In Sardegna costituisce
boscaglie sia nelle aree costiere che monta-

Juniperus oxycedrus L. ssp. oxycedrus. Ramo con galbuli, ramo con infiorescenze maschili x 1,1; infiorescenza
maschile x 6,6; foglia x 4,4.

Juniperus oxycedrus ssp. oxycedrus modellato dal vento nella tipica forma a bandiera.

Albero monumentale di Juniperus oxycedrus ssp. oxycedrus in territorio di Arzana nel Gennargentu.

88

Distribuzione in Sardegna di Juniperus oxycedrus ssp.


oxycedrus

ne. Nelle aree calcaree montane, si trovano i


ginepreti pi importanti con alberi di grandi
dimensioni. I ginepreti a ginepro ossicedro
rappresentano unimportante fase nellevoluzione della vegetazione verso la lecceta. In
effetti, come si pu osservare nel Monte
Albo, nel Supramonte di Orgosolo e in Ogliastra, una grande quantit di piante secche, che
non sopportano lombreggiamento e la concorrenza del leccio, caratterizza tutto il sottobosco della lecceta. Allo stesso tempo, il
ginepro agisce come elemento di protezione
dal morso degli animali al pascolo delle giovani piante di leccio che, cos, si affrancano
sino a portare allo stadio finale della successione della foresta climacica a leccio.
Grandi alberi. Grandi alberi di ginepro si
trovano un po ovunque, ma quelli di maggiori dimensioni sono senza dubbio presenti
nei Supramonti e nel Gennargentu. In particolare si citano gli alberi di Tedderieddu

(560 cm di circonferenza e 6 m di altezza) e


di Bacu Ighinu (180 cm di diametro e 10 m
di altezza). I grandi alberi sono caratterizzati
anche da piante suggestive per la forma che
sopravvivono con tronchi contorti, piegati
dal vento e, spesso, con una chioma minima.
Notizie selvicolturali. Il ginepro presenta
un accrescimento estremamente lento e, anche
quando si trova in stazioni favorevoli, gli
accrescimenti diametrici sono dellordine di
qualche millimetro allanno. Tuttavia, grazie
alla sua longevit pu raggiungere dimensioni
considerevoli. Si riproduce da seme e la germinazione avviene uno o due anni dopo la
semina. Il ginepro una specie pioniera dei
suoli poveri e degradati, ma per il suo lento
accrescimento non viene praticamente utilizzato in selvicoltura. Trova migliore fortuna
per scopi ornamentali nei giardini e nei parchi.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il suo legno compatto, duro, resistente, incorruttibile, profumato. Presenta
un colore bianco-giallastro e nella parte centrale rossastro con venature sottili. Si presta
ad essere levigato e intarsiato e, per questo
motivo, molto ricercato. stato utilizzato
fin dai tempi pi remoti per intagliare statue,
per travature, solai e parti di navi.
Note etnobotaniche. Dalla distillazione
del legno si ottiene lolio di cad, che viene
usato contro le affezioni della pelle ed in veterinaria per combattere la scabbia e le ulcere
degli ovini. Le foglie e i galbuli sono stimolanti e diuretici.
Juniperus oxycedrus L. ssp. macrocarpa
(Sibth. et Sm.) Ball, J. Linn. Soc. London
(Bot.), 16 : 670 (1878)
Sin.: Juniperus macrocarpa Sm. in Sibth.
et Sm., Fl. Graeca Prod., 2: 263.
Regione della prima descrizione: Grecia,
area mediterranea.
Nomi italiani: Ginepro coccolone.
Nomi sardi: Vedi Juniperus oxycedrus L.
ssp. oxycedrus.
89

Arbusto o alberello di 3-6 m a chioma


irregolare globosa, espansa, lassa, con rami
eretto-scandenti o, talora, decisamente penduli. Foglie in verticilli di tre distanziati di 36 mm, lunghe 15-25 mm, larghe 1,2-2,5 mm,
patenti, aciculari, mucronate, nella pagina
superiore con due bande stomatifere glauche, separate dalla nervatura mediana. Strobili maschili e femminili disposti allascella
delle foglie su piante distinte (dioiche) o,
molto raramente, sulla stessa pianta. Galbulo di 14-25 mm, globoso o irregolarmente
globuloso-trigono, pruinoso, rosso-mattone
a maturit, opaco, contenente tre semi
appiattiti, rugosetti, a contorno ellittico, lunghi 7-10 mm e larghi 5-7 mm. 2n=22.
Tipo biologico. Arbusto sempreverde a
ramificazione simpodiale, che costituisce
macchioni impenetrabili, o albero di modeste dimensioni in altezza. Microfanerofita.
Fenologia. Gli strobili compaiono a gennaio-marzo e i galbuli maturano nellautunno dellanno successivo.
Areale. diffuso nel bacino del Mediterraneo lungo le zone costiere. In Sardegna si
estende nelle coste settentrionali sulle dune di
Rena Majore, Badesi, Platamona, Fiume
Santo e Stintino. Lungo le coste occidentali
abbonda nelle grandi dune di Is Arenas-Narbolia, di Pistis e nellimponente sistema dunale di Arbus. Nella costa meridionale sono le
dune di Chia e di Portoscuso quelle pi estese e ricche di ginepreti, mentre nelle coste
orientali, i nuclei pi importanti sono a
Campu Longu presso Capo Carbonara, alle
foci del Flumendosa, nel Golfo di Orosei,
nelle dune di Capo Comino e di Santa Lucia.
Nuclei sparsi di minore consistenza si trovano ovunque vi siano dune sufficientemente
integre.
Ecologia. Vive quasi esclusivamente
nelle zone litoranee sulle dune sabbiose,
dove pu costituire popolamenti puri. La sua
presenza legata strettamente alle sabbie,
dove forma boscaglie o nuclei pi o meno
estesi. Il processo di degrado che interessa
tutti i sistemi dunali della Sardegna a causa
delleccessiva frequentazione turistica e
della carenza di efficaci misure di tutela,
90

rende il ginepro coccolone una delle piante


maggiormente a rischio, cos come per le
specie di corteggio che accompagnano queste boscaglie dallequilibrio particolarmente
instabile. Entra a far parte dellassociazione
Pistacio-Juniperetum macrocarpae, nonch
di sub-associazioni simili, sempre su substrati sabbiosi dunali.
Grandi alberi. Il ginepro coccolone ha un
accrescimento molto lento, dovuto anche
alle difficili condizioni pedologiche; ciononostante, particolarmente nelle grandi dune
di Badesi, Monte Russu, Platamona, Is Arenas, Buggerru, Porto Pino, si rinviene un
gran numero di alberi di et considerevole
con i tronchi spesso adagiati sulla sabbia.
Notizie selvicolturali. stato impiegato
con successo nel consolidamento delle dune
costiere. I semi sono di difficile germinazione,
ma con opportuni accorgimenti, si ha una
buona riuscita. Se irrigato, si presta anche
come albero da giardino, con buoni accrescimenti sia in altezza, sia in diametro.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno, note etnobotaniche. Come Juniperus
oxycedrus ssp. oxycedrus.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Il ginepro coccolone viene considerato
ora a livello di specie, ora a livello di sottospecie o variet (var. macrocarpa (Sibth. et Sm.)
J. Silba) rispetto al tipico ginepro ossicedro.
Le caratteristiche del frutto, di dimensioni ben
maggiori, delle foglie, pi corte e pi larghe,
nonch la netta differenziazione ecologica,
almeno in Sardegna, giustificano la distinzione a rango di sottospecie.
SPECIE INTRODOTTE. La famiglia delle
Cupressaceae presenta numerose specie di
interesse selvicolturale, paesaggistico, ornamentale per i parchi e i giardini. Tra di esse, in
Sardegna, la specie pi comune il cipresso
(Cupressus sempervirens L.) di cui si distinguono due variet: la prima (C. sempervirens
var. pyramidalis Targ.-Tozz.), a portamento
colonnare con i rami secondari appressati al
fusto, e la seconda (C. sempervirens var. horizontalis Miller) con rami aperti a formare una
chioma conico-piramidale. Il cipresso una

Galbuli di Juniperus oxycedrus ssp. macrocarpa.

specie originaria del Medio Oriente e della


Grecia, ampiamente utilizzata in Italia gi dal
tempo dei Romani; ormai fa parte integrante
del paesaggio. La sua presenza data da lungo
periodo. Fu introdotto soprattutto nei luoghi di
culto e nei cimiteri, in memoria di una pratica
antichissima. I sarcofagi usati per le sepolture
ricavati dai tronchi di questa pianta sono
molto resistenti nel tempo e immarcescibili,
grazie allabbondanza di resine odorose con
propriet antisettiche. Nei rimboschimenti
utilizzata di rado, con risultati non molto incoraggianti, mentre trova largo impiego nei viali,
e come frangivento a protezione delle colture.
Processi di spontaneizzazione si osservano
qua e l, soprattutto nella valle di Rizzeddu del
Sassarese.
Altre specie abbastanza comuni sono
Cupressus arizonica Greene, originario dellAmerica nord-occidentale, e Cupressus
macrocarpa Hartweg, utilizzato nei viali,
nelle ville, lungo le linee frangivento e, in
alcuni casi, anche nei rimboschimenti, come
nellazienda demaniale di Terranova in territorio di Olbia.
Juniperus virginiana L., specie originaria
del Nordamerica, sporadica nei parchi (gli

Distribuzione in Sardegna di Juniperus oxycedrus ssp.


macrocarpa.

91

Juniperus oxycedrus L. ssp. macrocarpa (Sibth. et Sm.) Ball. - Ramo con galbuli, ramo con infiorescenza x1,1;
infiorescenza maschile con foglia x6,6; galbulo x1,6.

esemplari di pi antica introduzione si trovano a Badde Salighes, in territorio di Bolotana mentre Juniperus chinensis L. trova maggiore utilizzo nei giardini pubblici e privati
degli ambienti urbani.
Chamaecyparis lawsoniana (Murray)
Parl., introdotta per la prima volta in Sardegna a Badde Salighes (qui si trovano gli
esemplari di maggiori dimensioni conosciuti nellIsola), e Thuja occidentalis L., originaria del Nordamerica, sono generalmente
rare, se non del tutto assenti in altre aree.
Calocedrus decurrens (Torr.) Florin pre-

sente nel parco della villa Piercy di Badde


Salighes, ma anche in rimboschimenti a
Monte Pisano, mentre Thuja orientalis L.
diventata, negli ultimi decenni, una pianta
ornamentale ampiamente utilizzata nei parchi e nei giardini pubblici e privati, per la
sua rapida crescita, sebbene nel tempo perda
le caratteristiche di compattezza e regolarit
della forma conico-piramidale della fase
giovanile. Di tutte le specie coltivate prevalentemente a scopo ornamentale esistono
numerose forme colturali.

Ginepreto a Juniperus oxycedrus ssp. macrocarpa nel sistema dunale di Portoscuso, Sardegna sud-occidentale.

93

TAXACEAE
Piante arboree o cespugliose con foglie
piccole, lineari, inserite a spirale e decorrenti sul ramo. Infiorescenze situate su piante
diverse; le maschili formate da microsporofilli con numerose sacche polliniche, le femminili da macrosporofilli isolati o in piccoli
gruppi. Seme circondato da un cercine carnoso (arillo) che lascia libera la parte superiore.
La famiglia delle Taxaceae comprende 5
generi con 15 specie diffuse in tutto il
mondo. una famiglia molto antica come
dimostrano i reperti ritrovati in giacimenti
fossili del Cretaceo e del Trias superiore.
TAXUS L.
Piante arboree con foglie scure, lineari e
con rami alterni. Infiorescenze maschili formate da 6-14 microsporofilli ciascuno con 48 sacche polliniche. Infiorescenza femminile formata da pi squame imbricate, che
avvolgono lovulo. Seme ovoidale circondato per buona parte o del tutto, a maturit, da
un arillo rosso o aranciato.
Il genere Taxus comprende 7-8 specie
diffuse nelle regioni temperate dellemisfero
boreale. Resti fossili, risalenti al Terziario e
al Quaternario del Preglaciale e del Postglaciale, lo fanno ritenere originario della
regione mediterranea. Le caratteristiche
morfologiche e biologiche fanno presumere
che questo genere inizialmente sia stato presente in regioni a clima caldo, e poi, al
sopraggiungere di una fase climatica fredda,
si sia distribuito in aree pi temperate.
Il nome del genere Taxus deriva dal greco
taxis = fila, per la particolare disposizione
delle foglie.
Taxus baccata L., Sp. Pl. 2: 1040 (1753)
Regione di prima descrizione: Habitat in
Europa, Canada.
Nomi italiani: Tasso.
94

Nomi sardi: Eni (Orgosolo, Urzulei); Enis


(Fonni, Oliena); Linnarrubia (Cagliari);
Longufresu (Pula, Teulada, Tonara);
Niberu (Bono, Bolotana); Tasiri (Laconi); Tasuru (Seui, Isili); Tassu (Berchidda, Ozieri, Pattada); Tasua (Iglesias).
Nomi stranieri: Ingl., Yew; Fr., If commun;
Ted., Eibe; Sp., Tejo, Teix.
Albero che pu raggiungere oltre 25 metri
di altezza o arbusto cespuglioso. Rami giovani verdi, glabri. Corteccia bruno-rossastra,
squamantesi in placche longitudinali. Foglie
persistenti disposte su due file, un po falcate, larghe 3-5 mm, decorrenti, mucronate,
verdi-scure nella pagina superiore, pi chiare
in quella inferiore. Specie dioica con microsporofilli ascellari, globosi, rotondi, verdognoli, formati da 5-7 brattee a forma di scudo
e 2-8 sacche polliniche pendule. Macrosporofilli ascellari, solitari, situati su rametti dellanno precedente; ovulo diritto, circondato
da brattee ovali, squamiformi. Pseudo-frutto
(arillo) costituito da un involucro carnoso,
rosso, aperto in alto. Seme 6-7 mm, duro,
ellissoidale, bruno-olivastro o scuro.
Tipo biologico. Albero con fusto diritto, a
contorno spesso eccentrico o irregolare con
linee di accrescimento variabili nelle diverse
parti, chioma espansa o compatta, piramidale o ovoidale; talora, arbusto ramoso sin
dalla base, eliofilo o mesofilo. Microfanerofita e Mesofanerofita.
Fenologia. Le strutture riproduttive compaiono in aprile-maggio. Matura i semi in
agosto-ottobre, che perdurano nellalbero
sino a dicembre inoltrato.
Areale. Lareale del tasso comprende il
Nordamerica, gran parte dellEuropa, montagne dellAfrica del Nord e il Caucaso.
Molto pi diffuso ed abbondante nei tempi
passati, ora sporadico entro la sua area di
distribuzione. Lutilizzazione del legno, un
tempo molto ricercato per lavori di ebanisteria e di tornio, la supposta elevata tossicit
per luomo e per il bestiame hanno contribuito alla rarefazione di questa specie.
In Sardegna presente nelle zone montane del Limbara e sul Monte Nieddu di Gal-

Albero isolato di Taxus baccata nel Marghine di Bolotana.

95

Taxus baccata L. - Ramo, rametto con semi e arilli, seme e arillo, rametto con fiori femminili, rametto con fiori
maschili x0,65; infiorescenze maschili con foglie x2,5; semi x1,3.

Formazione forestale a Taxus baccata nella montagna del Marghine-Goceano.

lura, sul Monte Albo, nel Gennargentu, nella


catena del Marghine-Goceano, dove pi
abbondante, nel Montiferru, sui calcari della
Sardegna centro-orientale e in Ogliastra,
oltre gli 800 m di quota. Nel sud dellIsola il
tasso limitato al Monte Lattias e al Monte
Linas.
Ecologia. Il tasso ricerca le zone ombrose, fresche e umide ed i terreni profondi e
ricchi di humus. Il substrato preferito dato
dal calcare, ma si sviluppa molto bene anche
su altri tipi di suolo, in particolare sugli
andosuoli. In Sardegna si estende da 600 a
1.800 m di altitudine e si inserisce nel piano
della lecceta montana, costituendo assieme a
roverella, agrifoglio e acero trilobo delle formazioni miste. In alcune zone, come ad
esempio a Sos Niberos e a Mularza Noa,
nella catena del Marghine-Goceano, si presenta in formazione come specie forestale
prevalente sia rispetto allagrifoglio, sia
rispetto al leccio e alla roverella; tuttavia la
maggiore crescita di queste specie ne determina talora il deperimento. Il tasso resistente agli incendi, ma seppure con il tronco
deteriorato riesce a riprendere vigore con

Distribuzione in Sardegna di Taxus baccata.

97

accrescimento irregolare del tronco. La forte


produzione di semi, avvolti dallinvolucro
carnoso molto energetico, favorisce la avifauna, che allo stesso tempo ne diffonde i
semi facilitando la germinazione grazie alla
scarificazione degli acidi della digestione.
Per la Corsica stata descritta lassociazione
Asperulo-Taxetum taxetosum, abbastanza
distinta dal punto di vista floristico dai
boschi sardi.
Grandi alberi. Il tasso anche nelle condizioni ambientali migliori, ha un accrescimento estremamente lento, sia in altezza di
pochi centimetri allanno nelle piante mature, sia soprattutto in diametro, anche meno
di 1 mm allanno. Tuttavia, esistono esemplari vetusti e maestosi, particolarmente nel
Gennargentu, sugli Sciuscius, a Tedderie e
Tedderieddu, nel Marghine, a Badde Salighes e Mularza Noa, e nel Goceano a Monte
Pisano. Il tasso di Tedderie presenta una circonferenza di 465 cm ed ancora di maggiori
dimensioni, 760 cm di circonferenza e 15 m
di altezza, un esemplare presso Villa
Piercy a Badde Salighes. Si tratta in tutti i
casi di alberi pluri-centenari e forse pi che
millenari. Lalbero di altezza maggiore
(circa 28 m), seppure di diametro modesto,
si trova in una forra del Supramonte di Urzulei. Stabilire leffettiva et di questi patriarchi vegetali, per vari motivi, principalmente
per laccrescimento irregolare del tronco per
linee spesso preferenziali, estremamente
difficoltoso.
Notizie selvicolturali. Il tasso una pianta longeva di crescita molto lenta. Pu essere propagato per seme, per talea o per margotta. La radicazione dei rametti, comunque
non di facile attecchimento, deve avvenire in
terra soffice e allombra. Ha una buona
capacit pollonifera e, ceduato ad una certa
altezza, forma cespugli con rami eretti e ravvicinati. In natura si osservano esemplari
maestosi caratterizzati dallunione di pi
fusti a formare un unico grosso tronco
colonnare. Si presta ad essere foggiato in
vari modi a scopo ornamentale, in quanto
sopporta potature anche energiche. Esistono
ibridi (Taxus hunnewelliana e Taxus media)
98

usati in giardinaggio per la loro capacit di


sopportare energiche potature ed essere foggiati e modellati in vario modo a costituire
siepi ordinate e gruppi isolati.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno del tasso compatto, elastico, tenace, resistente, bruno-rossastro o
rosso-arancio, venato di bruno. Anticamente
era utilizzato per la fabbricazione di assi di
carri, cerchi di botti, denti di ingranaggi,
mobili e rivestimenti, opere di intarsio, archi
per le frecce. Per la sua incorruttibilit pare
fosse usato dagli egizi per la fabbricazione
di sarcofaghi e da altri popoli per le condutture dacqua e per pali. Attualmente utilizzato per paleria e per costruire pavimenti e
pannelli.
Note etnobotaniche. I Greci lo ritenevano sacro alle Furie, forse perch dai suoi
rami si facevano gli archi per le frecce. Il
tasso conosciuto anche come albero della
morte per la presenza nelle foglie e nei semi
di alcaloidi e glucosidi fortemente tossici.
Era utilizzato come emmenagogo e nelle
pratiche abortive, con conseguenze spesso
letali. I semi sono violentemente purgativi e
possono causare disturbi gravi, fino alla
morte per paralisi respiratoria. La tassina,
contenuta nelle foglie, era consigliata nelle
forme epilettiche. Larillo, parte carnosa
rossa che circonda il seme, di sapore dolcissimo ed lunica parte della pianta non
velenosa. Negli animali, come scrisse Dioscoride, pu causare la morte soprattutto tra
gli equini, se ingeriscono quantit eccessive
di foglie. Risulta innocuo per daini, caprioli,
cervi ed ungulati in genere che lo brucano
tranquillamente. Si riteneva anche che mangiare o dormire sotto la pianta provocasse la
morte. La sua rarefazione, tuttavia, non
dovuta tanto alla malefica fama, quanto piuttosto ai pregi del suo legno utilizzato fin dai
tempi pi antichi. Nella medicina popolare
della Sardegna, il tasso trovava impiego,
sotto forma di infuso, decotto o soluzione
alcolica, come calmante del sistema nervoso, antireumatico, nelle affezioni bronchiali,
coagulante ed altri usi ancora, che tuttavia
vanno assolutamente sconsigliati, considera-

ta la sua tossicit. Le indagini fitochimiche


degli ultimi anni hanno portato allindividuazione di principi attivi (taxolo e taxotere)
in grado di inibire lo sviluppo di alcuni tipi
di cellule tumorali.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Il tasso nellIsola mostra una spiccata
costanza dei caratteri morfologici, ma in tutta
Europa sono state selezionate oltre 70 cultivar
utilizzate nei giardini e nei parchi, sia come
piante isolate, sia per costituire siepi, con
diverso portamento e tonalit di colore delle
foglie. Chemiovariet possono essere istituite
in relazione alla presenza di specifici principi
attivi come antitumorali.
SPECIE INTRODOTTE. Affine alle Taxaceae
la famiglia delle Taxodiaceae di cui le specie pi note sono Sequiodendron giganteum
(Lindl.) Bucholz, la sequoia gigante, uno
degli alberi di maggiori dimensioni del
mondo che pu raggiungere oltre 130 m di
altezza, originaria della California e dellOregon, cos come Sequoia sempervirens
(Lamb.) Endl. Della prima, esiste un impianto, risalente agli anni Cinquanta del secolo

scorso, a Vallicciola nel Limbara, che si presenta con grandi alberi di oltre 20 metri,
mentre della seconda esistono solo pochi
esemplari presso il vivaio di Monte Pisano,
con buona crescita, ma molto meno appariscenti rispetto alla specie del Limbara.
Alle Gimnosperme appartengono ancora
le Araucariaceae, di cui la specie Araucaria
excelsa R. Br., originaria delle Isole Norfolk
e Oceania, quella pi diffusa nei centri
urbani, particolarmente a Cagliari, dove esiste una pianta di grandi dimensioni per altezza (28 metri) e circonferenza (310 centimetri), e in Vico S. Giovanni; ma il centro abitato di La Maddalena che accoglie il maggior numero di esemplari. stata abbattuta
perch pericolante la grande araucaria presente nel patio della sede centrale dellUniversit di Sassari, censita da Vannelli tra i
grandi alberi di questa specie. Si tratta di una
pianta a ramificazione monopodiale, molto
spettacolare per la regolarit del fusto e dellimpalcatura dei rami. Ancora pi spettacolare Araucaria arancana (Mol.) Koch
dalle grandi foglie squamiformi, rigide e
pungenti, ma molto pi rara.

Esemplari vetusti di Taxus baccata tra i lecci nella grande dolina di Su Sercone nel Supramonte di Orgosolo.

99

ANGIOSPERMAE SALICALES
SALICACEAE
Alberi o arbusti con foglie caduche. Fiori
unisessuali, privi di involucro, situati su piante diverse (specie dioiche), in infiorescenze
pendule o erette. Impollinazione anemofila o
entomofila. Fioritura antecedente lemissione
delle foglie, contemporanea o raramente pi
tardiva. Disseminazione anemofila grazie ai
semi minuti provvisti di lanugine. Alla famiglia delle Salicaceae appartengono i generi
Chosenia e Toisusu, con pochissime specie
limitate allAsia nord-orientale, Populus e
Salix, con circa 350 specie, diffuse in tutto il
mondo ad eccezione dellAustralia, Oceania e
Malesia. Le Salicaceae erano ampiamente
diffuse gi dal Terziario. Secondo alcuni
autori la semplicit dei fiori, con stami e ovari
posti su un disco pi o meno espanso, privi di
perianzio e provvisti di una brattea protettiva,
dovuta alla riduzione dellinvolucro fiorale,
piuttosto che alla conservazione di un carattere primitivo.
Molte specie presentano grande interesse
economico per la produzione di pasta cartaria, in artigianato e come piante forestali, ma
anche in giardinaggio, per la facilit di attecchimento e di coltivazione, nonch per la
propagazione vegetativa di ibridi.
Infiorescenze erette o pendule; fiori con
bratteola intera; gemme con una sola
squama involucrante; foglie lanceolate o
spatolate...........................................Salix
Infiorescenze pendenti; fiori con bratteola dentata o frastagliata; gemme con
molte squame involucranti; foglie larghe
o rotondate...................................Populus
SALIX L.
Alberi, arbusti e suffrutici, con rami flessibili, eretti, ricurvi o striscianti. Specie dioiche o raramente monoiche. Fiori disposti in

100

infiorescenze erette; i maschili con 2-12


stami che poggiano su un disco protetto da
una squama intera; i femminili con ovario
supero, squama intera e 1-2 ghiandole nettarifere. Frutto: capsula; semi con rivestimento di peli bianchi, lanuginosi.
Il genere Salix comprende circa 300 specie, diffuse nelle zone umide e fredde di
tutto il mondo. La possibilit di ibridazione
tra le diverse specie rende spesso difficoltosa una immediata identificazione delle specie, anche per la capacit di queste di riprodursi sia per via vegetativa, sia per via sessuale e lulteriore reincrocio con le specie
parentali. Il tutto maggiormente reso difficoltoso dalla messa in commercio di ibridi
ottenuti per via artificiale e immessi nellambiente a scopo commerciale.
Il nome Salix sembra derivi dal latino
salire = crescere rapidamente, per indicare una propriet nello sviluppo dei salici.
1 Infiorescenze precedenti lemissione
delle foglie..............................................2
Infiorescenze contemporanee allemissione delle foglie.....................................4
2 Rami del secondo anno lisci sotto la corteccia; stami due con antere sostenute da
un solo filamento; capsula sessile; foglie
glabre.....................................S. purpurea
Rami del secondo anno con striature longitudinali al disotto della corteccia;
stami due, distinti; foglie pelose almeno
inferiormente..........................................3
3 Capsule pelose, con peduncolo di 2-4
mm; pagina inferiore delle foglie provvista di peli rossigni..............S. atrocinerea
Capsule glabre con peduncolo di 3-6
mm; foglie prive di peli rossigni..............
............................................S. pedicellata
4 Foglie con pochi peli e a maturit del
tutto glabre; capsule con pedicelli; rami
giovani staccantisi dalla base con una
leggerissima pressione..............S. fragilis
Foglie a maturit con peli persistenti
sericei; capsule sessili; rami giovani pi
resistenti........................................S. alba

Salix purpurea L., Sp. Pl. 2:1017 (1753)


Regione della prima descrizione: Habitat in
Europae australioribus.
Nomi italiani: Salice rosso.
Nomi sardi: Ollasteddu de arriu (Burcei,
Villasalto); Ollastu de arriu (Fluminimaggiore); Saliciu (Tempio); Salike,
Salighe, Salizi, Sarpa.
Nomi stranieri: Ingl., Purple willow; Fr.,
Osier rouge, Saule pourpre; Ted., Purpur-Weide; Sp., Saule colorado, Sarga.
Arbusto o alberello alto fino a 9 m, molto
ramificato a rami penduli ma con portamento complessivo eretto. Corteccia del tronco
liscia, cenerina. Rami giovani glabri, esili
con diametro di 1-2 mm, rossastri, verdegiallognoli o biancastri. Gemme glabre, rossastre. Foglie basali opposte; superiori alterne con picciuolo brevissimo e con due stipole brevi, lineari, precocemente caduche o

assenti; lamina lunga 3-6 cm e larga 4-7 mm,


lineare-lanceolata, ob-lanceolata, oblunga,
glabra nelle due facce, con margine leggermente serrato-denticolato, pi accentuatamente oltre la met. Amenti di 2-4 cm
nascenti sui rami dellanno precedente, con
brattee pelose, nerastre nella parte superiore;
fiori maschili con 2 stami, saldati per i filamenti e con due antere rosso-porporine, gialle e poi nere; fiori femminili con ovario
ovato-conico, sessile, pubescente e stimma
subsessile, smarginato e bilobo. Capsula
ovoidea o globosa, pelosa biloculare di 4-6
mm. 2n=38.
Tipo biologico. Arbusto o alberello ramificato dal basso, a foglie caduche. Nano- o
microfanerofita.
Fenologia. I fiori compaiono a febbraiomarzo, poco prima dellemissione delle foglie.
Le capsule si aprono ad aprile- maggio.
Areale. Il salice rosso diffuso nellAfrica
nord-occidentale, Penisola Iberica, Europa
centro-meridionale, sino allEstremo Oriente.

Salix purpurea.

101

Salix purpurea L. - Ramo con gemme, ramo con infiorescenze maschili, ramo con infiorescenze femminili x0,6;
infiorescenza femminile, foglia, infiorescenza maschile x1,2; stame x4 e x8; capsula x3.

Distribuzione in Sardegna di Salix purpurea.

Ecologia. una specie riparia moderatamente termofila che vegeta dal livello del
mare a 1.500-1.600 m di altitudine; predilige le esposizioni pi soleggiate e, come gran
parte delle specie di fiume, indifferente al
substrato. In Sardegna vive al di sotto dei
500-600 m lungo le rive dei corsi dacqua,
anche intermittenti, con letto ampio o fontanili perennemente umidi. Caratterizza la
classe Salicetea ed entra a far parte di diverse associazioni riparie (Salicetum purpureae, Salicetum albo-purpureae).
Grandi alberi. Gli alberi, persino quelli
di maggiori dimensioni di questa specie,
raramente superano i 10 metri di altezza,
anche nelle zone dove la vegetazione pi
integra e meglio conservata. Il fusto di rado
raggiunge i 40-50 cm di diametro.
Notizie selvicolturali. Il salice rosso si

riproduce comunemente per via vegetativa.


Si presta bene ad essere ceduato per via della
spiccata capacit pollonifera e in breve
tempo raggiunge le dimensioni originarie.
Se viene trattato a capitozza a poca distanza
dalla base produce lunghi rami, esili, flessibili e resistenti. Pu essere vantaggiosamente utilizzato lungo i corsi dacqua per il consolidamento dei greti dei fiumi e per la formazione di graticciate vive atte a rinsaldare
i terreni fangosi.
Note etnobotaniche. I rami, soprattutto
nel passato, erano molto ricercati per lavori
di intreccio fine di ceste e cestini, rivestimenti per fiaschi e damigiane, nasse e legacci, mentre i fiori, in Campidano, erano usati
per colorare in rosso parti del costume tradizionale.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il salice rosso presenta una
variabilit abbastanza marcata nella lunghezza delle foglie, essendo nelle piante di
Sardegna, di norma, pi piccole e strette di
quanto dato per questa specie nelle flore pi
comuni. Questo carattere lo avvicina alla
var. gracilis Grenier et Godron, propria
anche della Corsica, pi che alla sottospecie
lambertiana (Sm.) Neumann, con foglie pi
larghe obovato-lanceolate.
Il colore dei rami giovani, in molte popolazioni della Sardegna, biancastro e su tale
carattere stata descritta da Borz la var.
eburnea, considerata come subsp. eburnea
(Borz) Ciferri & Giacomini ex Pignatti.
Tuttavia esemplari a rami rossastri, biancastri e con le forme intermedie convivono
nella stessa popolazione e il carattere va
meglio considerato nellambito della variabilit propria della specie. Non esistendo,
pertanto, una netta differenziazione morfologica, ecologica e geografica preferibile
mantenere il rango originario dato da Borz,
accanto alle numerose variet e forme
descritte per questa specie molto variabile.
Il salice rosso forma ibridi spontanei con
le specie simpatriche.

103

Salix atrocinerea Brot., Fl. Lusit., 1: 31


(1804)
Sin.: Salix capraea L. auct. Fl. Ital.
Salix cinerea L. subsp. atrocinerea
(Brot.) Guinier
S. cinerea var. atrocinerea (Brot.) P. Fourn.
Regione della prima descrizione: Hab. frequens ad Mundam (Rio Mondego, pr.
Coimbra, Portugal).
Nomi italiani: Salice di Gallura.
Nomi sardi: Atoa (Bonorva, Monti, Padria);
Azoa (Bortigiadas); Pidixi (? Laconi);
Sciova (Fonni); Sarpa (Urzulei); Srapa
(Fluminimaggiore); Thoa (Orosei, Siniscola); Thoba (Nuoro); Thoga (Orani);
Thova (Oliena, Orgosolo); Thrappa (Villacidro); Toa (Berchidda, Bolotana,
Oschiri, Ozieri); Zarpa (Burcei, Villasalto); Zoa (Camp.).
Nomi stranieri: Ingl., Common sallow; Fr.,
Saule cendr; Sp., Bardaguera, Salqueiro,
Sarga, Sauce. Ted. Schwarzrote-Weide
Arbusto o piccolo albero di 3-8 m, lassamente ramificato. Corteccia del tronco
grigiastra pi o meno screpolata, rugosa.
Rami giovani, generalmente pelosi; rami
dellanno precedente con peluria pi o
meno persistente o glabri con rilievi longitudinali ben marcati sotto la corteccia.
Gemme rossastre, generalmente pubescenti. Foglie di 3-10 cm, con lamina ovatolanceolata, lanceolata, cuneata o pi o
meno arrotondata alla base, con la massima larghezza nella met o nel terzo superiore; pagina superiore glabra, linferiore
pelosa con numerosi peli minuti ricurvi,
ialini o rossastri soprattutto lungo le nervature. Infiorescenze nascenti prima delle
foglie, unisessuali poste su piante differenti; le maschili in amenti di 2-5 cm, le femminili di 3-6 cm, allungantesi a maturit.
Fiori maschili e femminili con una sola
ghiandola, minuta e con bratteola pelosa,
rosso-scura o nerastra nella met superiore; stami due; ovario peloso con peduncolo
104

di 4 mm allungantesi a maturit sino a 6-8


mm. Capsula pelosa o glabrescente a maturit, di 5-7 mm, aprentesi con due valve;
semi di 1-2 mm neri con un ciuffo di peli
lanuginosi nella parte basale. 2n=72.
Tipo biologico. Arbusto o alberello a
foglie caduche. Nan- o microfanerofita.
Fenologia. I fiori compaiono a febbraiomaggio, in relazione allaltitudine sui rami
dellanno precedente prima dellemissione
delle foglie. La disseminazione anemofila
e avviene dopo breve tempo. Le infiorescenze maschili, che conferiscono una caratteristica colorazione alla pianta, sono prontamente caduche, mentre le femminili persistono per circa due mesi, sino a completa
maturazione dei semi.
Areale. Salix atrocinerea diffuso nella
Penisola Iberica, Francia, Belgio, Irlanda, Gran
Bretagna, Corsica, Sardegna e Africa del Nord.
Ecologia. una specie eliofila che vegeta lungo i corsi dacqua dal livello del mare
alle zone montane. Si rinviene anche nelle

Distribuzione in Sardegna di Salix atrocinerea.

Salix atrocinerea Brot. - Ramo con foglie, ramo con infiorescenze femminili, ramo con infiorescenze maschili, ramo
con gemme x0,6; fiori femminili, capsula, fiori maschili x6; ramo decorticato x1,2; foglia x0,6; particolare della pagina inferiore della foglia x6.

Infiorescenze maschili di Salix atrocinerea.

Infiorescenze femminili di Salix atrocinerea.

scarpate e ai bordi delle strade, dove resta,


tuttavia, sempre allo stato arbustivo. Entra a
far parte di diverse associazioni riparie
(Myrto-Salicetum atrocinereae).
Grandi alberi. Il salice atrocinereo a
maturit acquista una chioma espansa e lassamente globosa, ma non di grandi dimensioni, mentre il tronco pu raggiungere in
alcuni casi (lungo il Rio Mannu di Ozieri,
Limbara, Ortakis) un diametro di 60-70 cm.
Notizie selvicolturali. Albero poco longevo, si riproduce per seme, ma, con risultati pi sicuri, per via vegetativa tramite talea
o interrando rami e astoni nei luoghi freschi
e umidi. Si presta per il consolidamento del
greto dei fiumi.
Caratteristiche ed utilizzazioni del legno.
Il legno duro e pesante, bianco-giallastro,
tendente al rosato nel duramen. Sebbene sia
pregiato per piccoli lavori debanisteria, le
modeste dimensioni ne limitano luso.
Note etnobotaniche. Vedi Salix alba.

Note tassonomiche, sistematiche e


variabilit. Salix atrocinerea molto variabile nella forma delle foglie e nella pelosit
e quantit di peli rossigni che costituiscono
un carattere diagnostico. Spesso sono molto
rari e nascosti dalla peluria biancastro-cenerina e in tal caso possono essere scambiati
con Salix cinerea L. o con S. caprea alle
quali stata pure aggregata come sottospecie o variet. Tali specie tuttavia sono da
escludere dalla flora sarda (Camarda, 1981).
Di S. atrocinerea per lIsola sono state
distinte due variet, la prima con foglie strette var. olbiensis Oberli (fide Pignatti, 1982)
per le zone basse, e la seconda con foglie
piccole var. sardoa di Schmid (1933) del
Gennargentu, che aggreg a Salix cinerea.
Entrambe possono essere considerate nellambito della variabilit individuale delle
popolazioni. Non sono da escludere ibridi
con Salix pedicellata nelle aree di contatto
tra le due specie.

106

Salix pedicellata Desf., Fl. Atl., 2 : 362


(1799)
Sin.: Salix arrigonii Brullo. Soc. Sarda
Sci. Nat., 29: 248 (1993).
Regione della prima descrizione: Habitat ad
rivulos Sbibae in Regno Tunetano (Tunisia).

minazione anemofila e avviene dopo circa


due mesi dalla comparsa dei fiori.
Areale. Salix pedicellata estende il suo
areale prevalentemente nella parte occidentale del bacino del Mediterraneo e a Creta. In
Sardegna diffuso quasi esclusivamente
nelle zone centro-meridionali e sporadicamente a nord della catena del Marghine.

Nomi italiani: Salice pedicellato.


Nomi sardi: Come Salix atrocinerea Brot.
Nella Sardegna meridionale prevale decisamente il nome sarpa.
Nomi stranieri: Ingl., White willow; Fr.,
Saule blanc; Ted., Kurzstielige-Weide;
Sp., Sauce blanco.
Arbusto o piccolo albero di 5-7 m, con
rami lassi, arcuato-ascendenti. Corteccia
grigiastra pi o meno screpolata. Rami giovani tomentosi con peli corti, persistenti e
con rilievi in linee longitudinali poco marcate sotto la corteccia. Gemme rossastre,
glabre o pelosette. Foglie di 3-8 x 2-3 cm,
ovali-lanceolate, con margine ondulato-crenato; pagina superiore glabra; linferiore
pi o meno pelosa con nervature marcate a
costituire una reticolatura ben evidente;
picciuolo di 5-10 mm. Infiorescenze unisessuali con peduncoli fogliosi di 1-1,5 cm
disposte su piante diverse; le maschili in
amenti di 2-4 cm, le femminili di 3-5 cm.
Fiori maschili con due stami e con antere
minute, bratteola scura nella parte superiore, peloso-villosa soprattutto esternamente;
ghiandola nettarifera di 0,5 mm, gialla o
rossigna; fiori femminili con peduncolo di
3-4 mm, allungantesi nel frutto, e ovario
glabro, di 2,5-4 mm. Capsula glabra, bivalve lunga 5-9 mm con peduncolo di 6-9 mm.
Semi minuti con un ciuffo di peli lanuginosi nella parte basale.
Tipo biologico. Albero o arbusto a foglie
caduche. Nano- o microfanerofita.
Fenologia. La fioritura, nelle zone pi
calde inizia alla fine di gennaio e nelle zone
pi elevate si protrae fino a marzo-aprile,
prima dellemissione delle foglie. La disse-

Distribuzione in Sardegna di Salix pedicellata.

Ecologia. Salix pedicellata una specie


tipicamente igrofila degli ambienti con umidit durante tutto il corso dellanno. La sua
distribuzione nella fascia steno-mediterranea la colloca come entit pi termofila
rispetto a S. atrocinerea. Salix pedicellata
entra a far parte dellassociazione Salicetum
albo-pedicellatae e dellAlno-Salicetum
arrigonii.
Notizie selvicolturali, caratteristiche ed
utilizzazioni del legno, note etnobotaniche.
Come in Salix atrocinerea Brot.
Grandi alberi. Il salice pedicellato sembra essere specie poco longeva e non si eleva
107

Salix pedicellata Desf. - Ramo con infiorescenze femminili, foglia, ramo con infiorescenze maschili, ramo con foglie
x0,6; ramo con gemme x1,2; fiori femminili, fiori maschili, capsula x7; particolare della pagina inferiore della foglia x7.

Salix pedicellata nella Sardegna meridionale.

oltre i 6-8 m di altezza, mentre il diametro


non supera di norma i 50-60 cm di diametro.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Esemplari con caratteri intermedi tra S.
pedicellata Desf. e S. atrocinerea Brot. (capsule scarsamente pelose e foglie con pochi
peli rossigni) si rinvengono soprattutto nelle
zone centrali dellIsola e possono riferirsi a
ibridi tra le due specie. Salix arrigonii Brullo
stato descritto per la Sardegna meridionale
(locus classicus a Gutturu Mannu nel Sulcis)
ma nella descrizione manca un chiaro riferimento ai caratteri differenziali rispetto alle
specie affini e i caratteri diagnostici proposti
non consentono di identificarlo in modo univoco, n di distinguerlo da Salix pedicellata
Desf., del quale, qui, si considera sinonimo.
Nel passato stato segnalato per la Sardegna anche Salix cinerea L., arbusto con le
foglie pelose in entrambe le pagine e sprovvisto del tutto di peli rossigni. Sebbene la
presenza di S. cinerea non sia da escludere
in via di principio dalla flora sarda, sinora
non sono stati rinvenuti esemplari tali da
essere attribuibili con sicurezza a questa

Infiorescenza maschile di Salix pedicellata.

entit. da escludere, allo stato attuale,


anche la presenza del salicone (Salix
capraea L.), caratterizzato dalla foglie largamente ovate e dai rami giovani senza striature al di sotto della corteccia. Anche S. triandra L., arbusto provvisto di fiori maschili
con tre stami, riportato nelle flore di Fiori e
di Pignatti, con tutta probabilit, da escludere dalla flora sarda (Camarda, 1983).
109

Salix fragilis L., Sp. Pl. 2: 1017 (1753)


Regione della prima descrizione: Habitat in
Europae borealibus.
Nomi italiani: Salice fragile.
Nomi sardi: come Salix alba L.
Nomi stranieri: Ingl., Crack Willow; Fr.,
Saule fragile; Ted., Bruchweide; Sp.,
Bardaguera blanca, Salgueiro fragil,
Viminera.
Albero alto fino a 15 m con chioma globosa, lassa. Corteccia del tronco fessurata
o screpolata longitudinalmente, nerastra o
scura. Rami giovani, giallastri o rossigni,
fragilissimi nellinserzione; nuovi getti
pelosetti, glabri a maturit. Gemme lucide
giallo-verdastre. Foglie alterne con lamina
di 4-12 x 1-4 cm, attenuata o arrotondata
alla base, lanceolata, lungamente acuminata con la larghezza massima nel terzo inferiore, glauca, pruinosa nella pagina inferiore, verde lucida in quella superiore; glabra
o con pochi peli sparsi nello stadio giovanile; margine denticolato-serrato con
ghiandole apicali; picciuolo di 6-12 mm,
generalmente provvisto di ghiandole nella
parte terminale; stipole semicordate dentate con ghiandole terminali. Infiorescenze
con amenti di 4-7 cm su peduncoli fogliosi
e rachide pelosa; brattee verdi-giallastre,
pelose; nettari 2. Fiori maschili con due
stami pelosi nella parte inferiore del filamento; fiori femminili con due nettari; il
posteriore largo, troncato o smarginato alla
sommit, lanteriore pi strettamente
ovale; ovario ovato-conico o globoso,
stimma bifido pi o meno divaricato. Capsula peduncolata, glabra di 4-6 mm con
semi minuti lanuginosi. 2n=38.
Tipo biologico. Albero caducifoglio.
Mesofanerofita.
Fenologia. La fioritura contemporanea
allemissione delle foglie e avviene a marzoaprile; le capsule si aprono ad aprile-maggio.
Areale. Il salice fragile diffuso in tutta
Europa fino al 65 parallelo, in Asia Minore,
110

Persia e Siberia occidentale. Ampiamente


coltivato da tempi molto antichi per la facilit di attecchimento e per i vari usi, si trova
naturalizzato anche in America del Nord e
Africa settentrionale. La sua presenza in
Sardegna, sebbene messa in dubbio da alcuni autori, ben documentata in numerose
localit dove convive spesso con il salice
bianco (Rio Mascari nel Sassarese, Rio
Mannu di Ozieri, Cedrino, Flumendosa) e
appare del tutto spontaneo e naturale. Non
da escludere una antica introduzione, che
pu avere dato origine alla larga diffusione
attuale, considerando la sua facilit di attecchimento, sia per seme, sia per via vegetativa.
Ecologia. Vegeta lungo i corsi dacqua
dal livello del mare sino agli 800-900 m di
altitudine e spesso convive con il salice
bianco, con il quale costituisce consorzi di
vegetazione riparia molto caratteristici
lungo i corsi dacqua permanenti.

Distribuzione in Sardegna di Salix fragilis.

Salix fragilis L. - Ramo con infiorescenze femminili, ramo con gemme, foglie, ramo con fiori maschili x 0,6; fiori
femminili x 7 e x 4; fiori maschili x 7 e x 4; particolare di foglia x 2.

Salix fragilis con infiorescenze femminili.

Grandi alberi. Alberi di notevoli dimensioni (10-15 m di altezza) sono presenti


lungo il Rio Mascari e sul Cedrino.
Notizie selvicolturali, caratteristiche ed
utilizzazione del legno, note etnobotaniche.
Simili a quelle del salice bianco.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Salix fragilis in Sardegna vive
spesso negli stessi ambienti con Salix alba,
dando origine a forme ibride intermedie; gli
esemplari tipici si distinguono per le foglie
del tutto glabre, pi lungamente acuminate e
dentate e per il complessivo colore verde
brillante.
112

Salix alba L., Sp. Pl.: 1021 (1753)


Regione della prima descrizione: Habitat ad
pagos et urbes Europae.
Nomi italiani: Salice bianco, Salcio da pertiche.
Nomi sardi: Saliche (Bitti, Nuoro, Orani,
Orgosolo); Salie (Oliena); Salighe
(Anela, Berchidda, Bolotana, Bono,
Ozieri, Padria); Saliciu (Tempio); Salligi
(Burcei); Saxibi (Mogoro); Saxili
(Meana); Suaxi (S. Antioco); Vilma
(Alghero); Salixi (Camp.).

Nomi stranieri: Ingl., White willow; Fr.,


Saule blanc; Ted., Silber-Weide; Sp., Bordaguera blanca, Salgueiro blanco, Sauce
blanco.
Albero alto fino a 20-25 m, a chioma
globosa, espansa. Corteccia fessurata,
bruna, nerastra. Rami giovani giallo-bruni,
olivacei o rossastri. Ramuli dannata con
pelosit appressata, glabri a maturit;
gemme allungate, acuminate, rossastre,
glabre. Foglie alterne, con lamina di 4-12 x
1-3 cm, con la maggiore larghezza nella
parte centrale, lanceolata, cuneata alla
base, acuminata allapice, con nervatura
mediana prominente; margine serrato-denticolato; pagina inferiore con pelosit
appressata, persistente, argenteo-sericea;
pagina superiore pi o meno pelosa o glabra a maturit; picciuolo di 5-8 mm, stipole strettamente lanceolate, lineari di 6-9
mm, caduche. Infiorescenze su peduncoli
fogliosi con asse peloso e brattee giallorossastre, pelose nella parte interna. Amenti maschili di 4-7 cm; stami 2, pelosi nella
met inferiore, con due nettari posti uno
anteriormente e laltro posteriormente
allinserzione degli stami. Amenti femminili di 3-5 cm con ovario brevemente pedicellato, glabro, con un solo nettario posteriore; stilo corto con stimma bifido pi o
meno ricurvo. Capsula sessile, glabra di 46 mm. 2n=76.
Rami giovani, prima dellemissione delle
foglie, rossastri...........................ssp. alba
Rami giovani, prima dellemissione delle
foglie, giallo-lucidi, giallastri o debolmente rossastri.....................ssp. vitellina
Tipo biologico. Albero caducifoglio,
molto ramificato. Mesofanerofita.
Fenologia. Le infiorescenze compaiono
contemporaneamente alle foglie a febbraiomarzo nelle zone pi basse, e fino ad aprile
nelle quote maggiori.
Areale. Salix alba s.l. una specie diffusa in Europa, ad eccezione della Penisola
Scandinava, in Asia Occidentale, Medio

Oriente, Africa nord-occidentale. Il salice


bianco ampiamente coltivato ed oggi si
trova naturalizzato in America settentrionale
e nellEstremo Oriente.
Ecologia. una specie eliofila che vegeta in luoghi freschi e umidi, ma soprattutto
lungo i corsi dacqua dal livello del mare
sino ad oltre1.000 m di altitudine. Entra a far
parte di diverse associazioni riparie.
Notizie selvicolturali. Il salice bianco
una specie a rapido accrescimento che si
propaga comunemente per via vegetativa,
data leccezionale facolt di radicazione da
talee, ma anche per seme. Si presta al consolidamento delle zone di ripa e a ricoprire terreni soggetti ad inondazioni, dove non sono
possibili altre colture agrarie. ampiamente
coltivato anche in modo intensivo per la produzione di vimini e pertiche. Pu essere trattato a ceduo o a capitozza con turni di 2-3
anni, ma in tal modo, dopo 20-30 anni la
vitalit tende ad esaurirsi. Allo stato naturale ben duraturo e raggiunge dimensioni
considerevoli.
Caratteristiche ed utilizzazioni del legno.
Il legno presenta alburno biancastro e duramen rosso-scuro; omogeneo, morbido e pu
essere intagliato in tutte le direzioni. Trova
impiego per lavori dintarsio, carpenteria,
tavolame, ma soprattutto per la produzione di
pasta cartaria. Il suo legno morbido un discreto combustibile, ma possiede basso potere calorico; si presta alla coltivazione di funghi lignicoli quali il Pleurotus ostreatus.
Note etnobotaniche. Il salice bianco era
apprezzato fin dallantichit ed erano ben
note le sue propriet mellifere, trattandosi
anche di una delle prime fioriture ricche di
nettare. Il suo legno, leggero ma tenace, era
utilizzato dai Romani per costruire scudi. I
rami del salice bianco, particolarmente resistenti e flessibili nella sottospecie vitellina,
sono stati impiegati da tempi remoti per
intrecciare ceste e utensili di campagna,
ricavare pertiche per varie esigenze nellorto, fuscelle per il formaggio e la ricotta,
setacci, graticci, cerchi per botti, selle.
Secondo Plinio linfuso delle foglie anafrodisiaco e un uso continuato estingue com113

Salis alba L. - Ramo con foglie, ramo con infiorescenze femminili, ramo con infiorescenze maschili, ramo con gemme
x0,6; fiori femminili x3 e x6, fiori maschili x3 e x6; particolare di foglia x2,5.

Salix alba.

pletamente lo stimolo sessuale. La corteccia


ha propriet febbrifughe ed antireumatiche,
grazie allacido salicilico componente base
della comune aspirina; gli amenti e le foglie
in infuso erano considerati calmanti e tonici
del sistema nervoso.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Sia la sottospecie tipica, sia la
sottospecie vitellina (L.) Arcangeli (=ssp.
vitellina (L.) Schuebel et Martens) sono coltivate spesso negli stessi luoghi e comunque
non esiste una differenziazione nella distribuzione geografica tra le due entit che
andrebbero meglio considerate come variet
(var. vitellina (L.) Stokes).
SPECIE INTRODOTTE. Il salice piangente
(Salix babylonica L. s.l.), originario delle
zone asiatiche subtropicali e della Cina,
caratterizzato dai tipici rami penduli con
foglie lanceolato-lineari seghettate ai margini, un albero molto utilizzato, spesso abusato anche in luoghi poco idonei al suo habitat, per la rapidit di crescita e la resa sceno-

grafica nei giardini e nei parchi. Allo stato


spontaneo, sfuggito alla coltura, sporadico
lungo i corsi dacqua delle zone basse. La
presenza di Salix viminalis L., alberello dalle
foglie allungate, con fiori maschili a due
stami e capsula sessile, spesso coltivato per i
tralci da vimini, da escludere, per lo meno
allo stato spontaneo, dalla Sardegna.
POPULUS L.
Alberi caducifogli con rami eretti. Fiori
maschili e femminili in infiorescenze pendule. Piante con fiori unisessuali (dioiche).
Fiori maschili senza involucro e con molti
stami. Fiori femminili senza perianzio e con
ovario supero, situato su un disco a coppa e
circondato da una bratteola laciniata. Frutto:
capsula. Semi piccoli con ciuffi di peli bianchi, cotonosi. Impollinazione e disseminazione anemofila.
Il genere Populus comprende circa 40
specie diffuse in tutto lemisfero settentrio115

Populus nigra L., Sp. Pl. 2:1034 (1753)


Regione della prima descrizione: Habitat in
Europa temperatiore.
Nomi italiani: Pioppo nero.
Nomi sardi: Costialvu (Pattada); Costiarvu
(Bono); Fustialvu (Berchidda); Ustiarvu
(Orani); Linnarbu (Fluminimaggiore,
Quartu); Piocu (Burcei); Piopu (Tempio,
Villasalto); Pubulia (Busachi, Pozzomaggiore); Pupulione (Urzulei); Ustiarvore
(Bitti); Fustialvu nieddu, Puglielma.
Nomi stranieri: Ingl., Black-poplar; Fr., Peuplier noir, Liard; Ted., Schwarz-Pappel;
Sp., Alamo negro, Chopo, Populina.

Distribuzione in Sardegna di Salix alba.

nale lungo i corsi dacqua e nelle zone


umide. Resti fossili di Populus risalenti al
Cretaceo inferiore sono stati ritrovati in
Groenlandia e in Siberia. Il nome deriva dal
greco paipallein che indica lagitarsi delle
foglie o dal latino populus per luso di
piantarlo nei luoghi pubblici.
1 Foglie glabre, rombiche o largamente
ovato-triangolari; bratteole fiorali glabre; gemme acute.........................P. nigra
Foglie pubescenti o peloso-tomentose
nella pagina inferiore.............................2
2 Foglie turionali orbicolari o ovali-cordate, verdi su entrambe le pagine, picciuolo
peloso.......................................P. tremula
Foglie palmate con 3-5 lobi...................3
3 Foglie turionali con 3-5 lobi, densamente
peloso-tomentose, bianche nella pagina
inferiore; gemme arrotondate........P. alba
Foglie turionali orbicolari, grigiastre
inferiormente, tomentose, con picciuolo
glabro...................................P. canescens
116

Albero alto fino a 30 m molto ramificato


con chioma globosa-espansa o colonnare e
rami secondari brevi e appressati al tronco
principale. Corteccia fessurata, screpolata,
ricoperta da una patina nerastra a maturit.
Rami giovani glabri, giallo-bruni, olivacei,
con lenticelle biancastre. Gemme oblunghe,
acute, vischiose, con perule glabre, rossastre
allapice. Foglie alterne con lamina di 310x3-6 cm, largamente ovato-romboidale,
acuminata allapice, troncata o largamente
cuneata alla base con margine crenulato-dentato, pelose o glabre; picciuolo di 3-5 cm,
pelosetto o glabro. Infiorescenze maschili di
5-8 cm, con 10-30 stami subsessili, con antere rosso-porporine su un disco verde e brattea
sfrangiata. Infiorescenze femminili di 5-10
cm allungantisi a maturit; ovario ovoideo,
stimma bilobo, riflesso, appressato allovario. Capsula verde, glabra, aprentesi in due
valve. Semi minuti, cotonosi. 2n=38.
Chioma arrotondata, rami orizzontali......
....................................ssp. neapolitana
Chioma piramidale, subcolonnare con
rami eretti appressati al fusto...................
.................................................ssp. italica
Tipo biologico. Albero caducifoglio a
portamento eretto-piramidale con rami ravvicinati al fusto principale o con chioma ampia
espansa o arrotondata. Mesofanerofita.

Populus nigra L. - Ramo con frutti, ramo con foglie, ramo con gemme, ramo con infiorescenze maschili x0,6 antera
x12; fiori maschili con bratteola x6.

Grande esemplare di Populus nigra lungo il fiume Cedrino.

Fenologia. I fiori compaiono prima delle


foglie a marzo-aprile. I frutti maturano a
maggio e persistono per poco tempo sulla
pianta. Le foglie cadono a novembre.
Areale. Il pioppo nero considerato originario dellEuropa centrale, Turchia, dove
caratterizza tanta parte del paesaggio, Caucaso e Asia centrale. Tuttavia, come per
altre specie coltivate fin dai tempi pi
remoti, lesatta definizione del suo areale
originario di difficile ricostruzione.
Secondo alcuni autori sarebbe stato introdotto in Italia e Francia nel 1749. Secondo
Plinio, invece, era diffuso ampiamente in
118

Italia fin da tempi molto antichi. In Africa


del Nord la sua origine antropica, per alcune sottospecie, sarebbe dimostrata dalla
presenza di esemplari esclusivamente
maschili, riprodottisi solo per via vegetativa. sicuramente introdotto in Norvegia,
Svezia, America del Nord. In Sardegna
sporadico, con una netta prevalenza della
forma cipressina, rispetto alla sottospecie
tipica, che comune lungo il fiume Cedrino con alberi di grandi dimensioni.
Ecologia. Pianta eliofila e moderatamente termofila, predilige i terreni freschi e profondi. indifferente al substrato geopedolo-

gico e vegeta dal livello del mare fino a


1.500-1.800 m di altitudine. Nelle zone pi
meridionali del suo areale, allo stato spontaneo, quasi esclusivo dei fiumi, rigagnoli o
luoghi umidi, ma non paludosi, dove cresce
per lo pi isolato.
Grandi alberi. I grandi alberi della
forma cipressina del pioppo nero erano utilizzati nelle feste paesane per lalbero della
cuccagna, e venivano individuati e scelti
con cura di anno in anno. Sramati e lisciati con grasso di pecora, con premi in natura appesi in cima, erano sistemati nella
piazza del paese a gloria dei pi abili e
coraggiosi. Alberi di notevoli dimensioni
si trovano lungo il Cedrino, a Locoe, dove
un esemplare della ssp. neapolitana presenta una circonferenza di 350 cm e circa
20 m di altezza.
Notizie selvicolturali. Il pioppo nero
una specie a rapido accrescimento. I semi
perdono in pochi giorni la facolt germinativa e la riproduzione avviene, per lo
pi, vegetativamente per la grande facilit
di attecchimento delle talee. Inizia a fruttificare verso i 10-15 anni. largamente
impiegato, come anche il pioppo bianco,
per colture legnose a rapida crescita. Nelle
colture specializzate sono ampiamente utilizzati gli ibridi ottenuti in Francia nella
met del XVIII secolo dal suo incrocio
con il Cottonwood (P. deltoides Marshall)
americano, e che sono convenzionalmente
indicati come PopulusXeuroamericana
(Dode) Guinier o PopulusXcanadensis
Moench. Da tali incroci hanno preso origine numerose cultivar (Robusta, Serotina,
Marilandica, Regenerata, Virginiana,
Carolinensis etc.), pi o meno produttive e
resistenti ad attacchi parassitari, che vengono utilizzate sia per la produzione di
pasta cartaria, sia come piante ornamentali. In Italia gli ibridi euro-americani sono i
maggiori produttori di legname fuori foresta. Il pioppo nero, nella sottospecie italica, si presta ad essere utilizzato per alberature stradali e nei parchi in classici filari. In alcune zone trattato a capitozza,
come sostegno delle viti.

Distribuzione in Sardegna di Populus nigra s.l. (stazioni


naturali).

Caratteristiche ed utilizzazioni del


legno. Il legno del pioppo nero, tenero e leggero, trova le migliori utilizzazioni nella
fabbricazione della pasta cartaria, dei fiammiferi e come tavolame da imballaggio e per
la produzione di sfogliati per compensato. Il
legno dei pioppi, in genere, ottimo per la
coltivazione dei funghi lignicoli, cos come
avveniva gi nellantica Grecia. Come legno
da ardere un combustibile di scarso valore.
Note etnobotaniche. Le gemme sono ricche di sostanze resinose, coloranti, tanniche
e contengono un olio essenziale che sta alla
base dellunguento populeo, utilizzato
come astringente, contro le scottature e nelle
affezioni bronco-polmonari. La corteccia ha
propriet concianti.
Note tassonomiche e sistematiche. Le
due sottospecie di Populus nigra si differenziano principalmente per la forma della
chioma; espansa nella sottospecie tipica e
119

colonnare nella ssp. italica che, tuttavia,


conosciuta solo allo stato coltivato o sfuggito alla coltura ed andrebbe meglio considerato al rango di variet o di cultivar.
Forme intermedie come portamento si
riscontrano nei corsi dacqua della Barbagia e della Baronia. Altre forme varietali
(dodeana, caudina, europaea) prendono in
considerazione le foglie e i giovani turioni
e, proprio per la facilit di propagazione
per via vegetativa, si possono riscontrare
qua e l in varie parti dellIsola.

Populus alba L., Sp. Pl. 2:1034 (1753)


Provenienza: Habitat in Europa temperatiore.
Nomi italiani: Gattice, Pioppo bianco.
Nomi sardi: Costialvu (Padria); Costiarvu
(Anela, Bono); Fustialvu (Berchidda,
Ittiri); Fustialbu (Cuglieri); Fustiarbu
(Bolotana); Istiarvu (Orani); Lina bianca
(S. Antioco); Ostiarvu (Orgosolo);
Piocu (Burcei); Piopu (Tempio, Villasalto); Ustiarvore (Bitti); Ustiarvu (Oliena); Albaru, Arvaru, Fustiarvu, Linnarba, Linnarbu.
Nomi stranieri: Ingl., White poplar, Abele;
Fr., Peuplier blanc; Ted., Silber-Pappel,
Weiss-Pappel; Sp., Chopo blanco.
Albero di media grandezza, alto sino a 30
m, con portamento maestoso, molto ramificato, con rami laterali spesso poderosi e
chioma molto ampia; corteccia liscia, grigiobiancastra o verdastra che si desquama circolarmente a maturit. Rami giovani rossicci, ricoperti da una patina bianca costituita
da numerosissimi peli lanuginosi. Gemme
provviste di brattee rossastre ampiamente
ovate, le pi interne membranacee, glabre ai
margini e scarsamente pelose al centro.
Foglie dei brachiblasti a contorno ovaleorbicolare, con margine largamente denticolato. Foglie turionali a lamina di 5-10 x 4-9
cm, ovata, palmato-lobata con 3-5 lobi pi o
120

meno marcati e margine irregolarmente dentato, bianco-tomentosa nella pagina inferiore, superiormente verde-scura, glabra o con
scarsi peli lanuginosi; picciuolo bianco
tomentoso di 2-8 cm. Infiorescenze di 2-4
amenti su corti e tozzi rami (brachiblasti) e
situate su piante diverse; i maschili cilindrici, pelosi, di 6-10 cm, con fiori provvisti di
6-10 stami rosso-vivi, con squame ad apice
eroso-dentato; i femminili cilindrici di 3-7
cm, con fiori muniti di ovario a stimma rosato. Cassula glabra. Semi minuti cotonosi.
2n=38.
Tipo biologico. Albero di media grandezza, caducifoglio. Mesofanerofita.
Fenologia. La fioritura inizia a febbraiomarzo, prima della comparsa delle foglie,
che perdurano sino a novembre. Fruttifica a
maggio-giugno.
Areale. Il pioppo bianco presenta un
areale che si estende nellEuropa centromeridionale, Asia occidentale e Nordafrica.
In Sardegna frequente anche se non abbondante in tutta lIsola.
Ecologia. una specie eliofila moderatamente termofila che vegeta preferibilmente
lungo i corsi dacqua, nei terreni alluvionali
freschi e profondi, nei pantani dei fontanili,
ma rifugge le acque stagnanti. Vive spesso
consociato a frassino ossifillo, ontano nero e
salici, con i quali entra in concorrenza nelle
zone riparie. In Sardegna vive soprattutto
nelle aree di pianura e collinari, ma si ritrova anche oltre i 1.000 metri di quota, per lo
pi di origine colturale. Il pioppo bianco
caratterizza la classe, lordine e lalleanza
delle associazioni riparie e igrofile (Populetum albae) diffuse sia lungo i corsi dacqua,
sia in aree umide per gran parte dellanno.
Grandi alberi. Gli alberi di maggiori
dimensioni di pioppo bianco conosciuti si
trovano presso la Cantoniera Santa Maria
di Sadali, con un esemplare alto oltre 30
metri e circonferenza maggiore di poco pi
di 4 metri, e nel cantiere forestale di Pauli
a Seui, di dimensioni del tronco ancora
maggiori, oltre 4,8 metri, entrambi in ottimo stato vegetativo nonostante si tratti di
piante di et inferiore a un secolo di vita.

Populus alba L. - Rami con foglie, ramo con gemme, ramo con infiorescenze femminili, ramo con infiorescenze
maschili, brattea di infiorescenza maschile x0,6; fiore femminile x5; fiore maschile con bratteola x6.

Clone di Populus alba in habitus invernale nel Logudoro.

Notizie selvicolturali. Albero abbastanza longevo che vive fino a 200 anni. Lemissione di germogli dalle radici e dal
ceppo determina il costituirsi di piccole
colonie intorno alla pianta madre. Si formano in tal modo, a causa dellesclusiva
propagazione vegetativa, gruppi di piante o
solo maschili o solo femminili. Il pioppo
bianco si presta bene alla ceduazione.
Anche se la fertilit del seme discreta,
tuttavia, viene maggiormente sfruttata la
propagazione per talea e piantoni, data la
grande facilit di attecchimento. Viene
impiegato spesso in alberature stradali e
alcune variet, per il loro portamento maestoso, sono utilizzate come alberi ornamentali nei giardini e nei parchi.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno bianco-giallastro o rossastro. Le caratteristiche fisiche vengono
modificate dalle condizioni climatiche,
acquistando maggiore densit e durezza
nelle zone a clima temperato-caldo. Viene
utilizzato per la produzione di pasta cartaria,
per i fiammiferi, per lavori di tornio, per la
fabbricazione di parti del carro, di zoccoli, di
122

Distribuzione in Sardegna di Populus alba.

strumenti musicali, di contenitori, piccole


botti e giocattoli. In ebanisteria, sono ricercate le radici con marezzature.
Note etnobotaniche. La corteccia, ricca
di tannino, di populina e salicina, veniva
usata in infuso come succedaneo del chinino contro le febbri reumatiche e malariche.
Lunguento populeo, ricavato dalle gemme
anche di altre specie del genere Populus, era
considerato efficace come antinfiammatorio
e antidolorifico; le stesse gemme, mischiate
in vario modo con polvere di corteccia o
poltiglia di foglie, erano utilizzate contro la
caduta dei capelli, come dentifricio e per
sanare le ferite superficiali della pelle.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Del pioppo bianco sono state
descritte numerose variet e selezionate
molte cultivar, sia a scopi industriali per la
produzione del legno, sia per la forma e il
portamento per parchi e giardini. Le variet pi comuni in Sardegna sono la tipica e
la nivea Aiton, mentre la var. hickeliana
(Dode) Fiori comune nellOristanese;
purtuttavia da rimarcare che recenti indagini per la caratterizzazione genetica delle
popolazioni hanno portato alla individuazione di soli quattro cloni, ci che fa pensare a variabilit individuale legata alle
condizioni ambientali piuttosto che a veri e
propri caratteri fissati geneticamente.

angolose o irregolarmente serrate, con ampi


denti; lamina della pagina superiore verde,
glabra, quella inferiore tomentosa, biancocenerina, talora del tutto glabra a maturit;
picciuolo di 2-5 cm. Infiorescenze unisessuali su corti rami disposte su piante diverse.
Le maschili in amenti di 6-10 cm; le femminili di 3-5 cm che si allungano a maturit
sino a 8-12 cm; fiori maschili e femminili
con bratteole eroso-fimbriate; stami 8-15,
rosso-porporini; ovario con stimma rossiccio. Capsula di 4-5 mm, rugosetta, glabra,
pubescente, aprentesi per due valve e provvista di semi minuti cotonosi. 2n=38.
Tipo biologico. Albero caducifoglio, eliofilo, a portamento eretto. Mesofanerofita.
Fenologia. Fiorisce prima della comparsa delle foglie a marzo-maggio e matura i
frutti entro giugno.
Areale. Il suo areale gravita in Francia e
nellEuropa centro-meridionale e nelle sta-

Populus canescens (Aiton) Sm., Fl. Brit.,


3: 1080 (1804)
Nomi italiani: Pioppo gatterino.
Nomi sardi: Come Populus alba L.
Nomi stranieri: Ingl., Grey Poplar; Fr.,
Grisard; Sp., Chopo cano; Ted., GrauPappel.
Albero di 10-20 m a chioma globosa pi
o meno aperta con rami eretto-patenti o lassamente penduli. Rami giovani lanuginosotomentosi, ben presto glabri. Foglie dei brachiblasti ovate, orbicolari o cuspidate con
margine a denti larghi. Foglie turionali di 510 cm, ovate, obcordate o suborbicolari,

Distribuzione in Sardegna di Populus canescens (stazioni naturali).

123

Populus canescens (Aiton) Sm. - Rami con foglie e frutti, infiorescenze maschili x0,57 fiore maschile con bratteola
x6.

Ramo turionale di Populus canescens.

zioni naturali legato alla presenza delle


specie parentali. La sua utilizzazione come
pianta di interesse selvicolturale e in giardinaggio ne ha favorito la diffusione in tutta
Europa. In Sardegna la presenza pi consistente in Baronia in territorio di Posada e
di Siniscola, mentre piante o nuclei isolati si
riscontrano in varie localit del Sarcidano.
Ecologia, notizie selvicolturali, caratteristiche ed utilizzazioni del legno, note
etnobotaniche. Come Populus alba.
Grandi alberi. Gli alberi di maggiori
dimensioni del pioppo gatterino sono in
Baronia nella piana del Posada, con alberi
che superano i 20 m di altezza.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il pioppo gatterino un ibrido
stabilizzato, che ha come specie parentali
Populus alba L. e Populus tremula L., grazie alle cui caratteristiche divenuto una
pianta resistente e adatta a numerosi
ambienti.

Populus tremula L., Sp. Pl.: 2:1034 (1753)


Regione della prima descrizione: Habitat
in Europae frigidioribus.
Nomi italiani: Pioppo tremolo.
Nomi sardi: Fustialvu tremulu, Linnarbu
tremulu.
Nomi stranieri: Ingl., Aspen; Fr., Tremble;
Ted., Aspe, Zitter-Pappel; Sp., Chopo
temblon, Temblon.
Albero alto fino a 20 m a portamento
eretto con chioma lassa, globosa. Corteccia
liscia biancastra da giovane, grigiastra e
screpolata nei fusti di maggiori dimensioni. Rami giovani, glabri. Gemme vischiose
con squame rosso-scure, lucide, pelose al
margine. Foglie turionali con lamina di 312 cm, glabre o pelose nella pagina inferiore, ovato-acuminate, suborbicolari o cordate; margine fogliare dentato, con pochi
denti ampi o numerosi minuti. Foglie dei
rami fiorali (brachiblasti) pi piccole, sub125

orbicolari, dentate con denti ampi, a base


cordata, subcordata, troncata o largamente
cuneata. Picciuolo lungo fino a 7 cm,
appiattito presso linserzione della lamina.
Fiori unisessuali su piante diverse (dioiche). Infiorescenze pendule, le maschili di
6-10 cm e le femminili di 8-12 cm, compaiono prima delle foglie. Fiori maschili
con 5-12 stami, i femminili con stimma
rosso. Capsula glabra con semi minuti
cotonosi. 2n=38 (2n=37).
Tipo biologico. Albero a portamento
eretto, ramificato in alto; caducifoglio.
Mesofanerofita.
Fenologia. Fiorisce a marzo-maggio a
seconda dellaltitudine. Le foglie perdurano fino a ottobre-novembre. I semi maturano a maggio e cadono alla fine di luglio.
Areale. Il pioppo tremolo presenta un
areale molto vasto che si estende nellEmisfero settentrionale dalla Penisola Iberica in
tutta Europa, Siberia ed Estremo Oriente. In
Africa del Nord diffuso nei monti Babor e
Tabador. In Sardegna accantonato lungo i
rigagnoli del complesso montuoso del Gennargentu, nel corso superiore del Rio Taloro,
ma soprattutto in territorio di Aritzo presso il
centro abitato, dove si trova la popolazione
maggiormente estesa. Nuclei isolati si hanno
nel Goceano, a Sa Fraigada-Su Tassu, e in
Gallura, a Monte Longu e Monte Longheddu, nel complesso montuoso del Limbara.
Ecologia. una specie eliofila, indifferente al substrato, che vegeta di preferenza
nei luoghi freschi e ricchi di humus. Nelle
regioni settentrionali vive nelle zone di pianura e medio-montane, mentre nelle meridionali in quelle montane sino a 1.600-1.800
m, nelle esposizioni pi fresche.
Grandi alberi. Lalbero di maggiori
dimensioni conosciuto nellIsola si trova
nel nucleo spontaneo presso Aritzo, con
unaltezza che supera i 18 metri, mentre il
diametro piuttosto modesto, non superando i 40 cm.
Notizie selvicolturali. Il pioppo tremolo
una specie che pu raggiungere unaltezza di 20-30 m. considerato un albero
poco longevo che non supera in genere gli
126

80-100 anni. Il seme perde in breve tempo


le sue facolt germinative, ma in condizioni favorevoli germina rapidamente. Dopo
il taglio o lincendio presenta una scarsa
ripresa vegetativa dal ceppo, ma dalle radici laterali emette numerosi polloni, che
possono essere utilizzati per la propagazione vegetativa e limpianto di nuove colonie. Il pioppo tremolo non possiede la spiccata rapidit di accrescimento, n la facilit di radicazione da talea degli altri pioppi.
Nei rimboschimenti scarsamente utilizzato, nonostante la sua capacit di colonizzare terreni scoperti poveri e anche xerici.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno presenta alburno bianco e
duramen bianco-roseo. Fornisce una delle
migliori paste per la carta. Viene utilizzato
per tavolame vario, per cassette, nella fabbricazione dei fiammiferi. Come legna da
ardere un combustibile mediocre. Il
fogliame appetito dal bestiame.

Distribuzione in Sardegna di Populus tremula.

Populus tremula L. - Rami con foglie, infiorescenza maschile e femminile x0,6; fiore femminile, fiore maschile x5.

esemplari di Populus tremula lungo il Rio Govosoleo in Barbagia.

Ramo con foglie turionali di Populus tremula.

Note etnobotaniche. La corteccia viene


utilizzata per la concia delle pelli e in
medicina, un tempo, come succedaneo del
chinino.
Protezione e tutela. La presenza relitta
128

del pioppo tremolo in Sardegna richiede


unadeguata opera di tutela per preservare
il germoplasma autoctono anche evitando
introduzioni esterne nelle eventuali opere
di rimboschimento.

ANGIOSPERMAE FAGALES
JUGLANDACEAE
Alberi o raramente arbusti, con foglie picciuolate, prive di stipole, caduche, alterne,
imparipennate. Fiori unisessuali, i femminili
sessili o subsessili solitari o in gruppi di 2-4
sui rami dannata e i maschili con 5-50 stami,
riuniti in amenti nascenti nei rami dellanno
precedente. Perianzio dei fiori maschili di 3-6
pezzi, ridotti a lobi di modeste dimensioni o
del tutto assenti, in quelli femminili calice di 4
pezzi avvolgenti un ovario mono-ovulare e
corolla assente; stimma bifido, carnoso, papilloso. Frutto: drupa, raramente samara, con due
cotiledoni cerebriformi. La famiglia delle
Juglandaceae presenta 7 generi e circa 60 specie distribuite nel Nordamerica e in Eurasia. Il
genere pi conosciuto in Europa, per i suoi
frutti e per il legname, il genere Juglans, ma
non minore importanza hanno i generi Carya
dellAmerica settentrionale [C. ovata (Miller)
Koch], che fornisce le noci di Hickory, e Pterocarya [P. fraxinifolia (Poiret) Spach], utilizzata per il legname e come pianta ornamentale del Caucaso. Famiglia di antica origine, ha
restituito legni fossili in molte aree, dove oggi
scomparsa allo stato spontaneo.
JUGLANS L.
Alberi o raramente arbusti di 3-50 m con
corteccia scura, lucida nei rami giovani, diritti, gemme scure con ghiandole e peli ghiandolosi pi o meno abbondanti; foglie imparipennate con foglioline in numero di 5-25 sessili o subsessili con fogliolina terminale sempre di maggiori dimensioni di quelle laterali,
lisce o scarsamente peloso-ghiandolose.
Amenti maschili solitari su rami dellanno
precedente con numerosi stami e fiori femminili solitari o in gruppi di 2-4 sui rami dannata. Frutto: drupa, indeiscente, con seme provvisto di circonvoluzioni, ruguloso o liscio, di
sapore dolce. Possiede 21 specie distribuite
nel Nord, Centro e Sudamerica e nellEurasia.
Il genere Juglans ha grande importanza sia

per i frutti, sia per il legnane che fornisce, particolarmente J. regia, oggi coltivata in tutto il
mondo e J. nigra L., del Nordamerica, utilizzata soprattutto per il legname.
Juglans regia L., Sp. Pl.: 997 (1753)
Regione della prima descrizione: non definita.
Nomi italiani: Noce.
Nomi sardi: Nozi, Nuche, Nuxe, Nuxi,
Nuxedda.
Nomi stranieri: Ingl., Walnut; Fr., Noyer;
Ted., Nussbaum; Sp., Nogal.
Albero con portamento maestoso a chioma
globosa, espansa, alto sino a 25, con rami
provvisti di corteccia grigio-biancastra, fessurata nelle branche e nel tronco principale.
Rami giovani lisci violaceo-scuri, lucidi con
lenticelle sparse. Foglie di 20-50 cm, composte con picciuolo lungo e robusto, peloso
ghiandoloso, imparipennate, con 3-9 foglioline ovate, di cui la terminale sempre di dimensioni maggiori, lunghe 10-12 cm e larghe 4-8
cm, lisce con nervature marcate nella pagina
inferiore; nella fase giovanile rossicce con
minute ghiandole sessili nella pagina inferiore
e peli semplici. Fiori maschili in infiorescenze
amentifere, erette nella fase giovanile poi
allungate e pendule, verdastri; fiori femminili,
sessili, isolati o in gruppi di 2-3 posti allapice
dei rami; brattee delle infiorescenze munite di
piccole ghiandole sessili o stipitate di 0,1-0,2
mm; ovario a botticella lungo 2,5-3 mm con
brattee calicine ovali di 2-2,5 mm verdicce,
larghe 1 mm e corona apicale a margine rossiccio; stimma laminare sfrangiato a margine
eroso-increspato. Frutto drupa ovato-globosa,
con epicarpo carnoso staccantesi a maturit ed
endocarpo legnoso contenente un solo seme
(gheriglio) diviso in due parti simmetriche con
circonvoluzioni caratteristiche. 2n=32.
Tipo biologico. Albero caducifoglio di
grandi dimensioni a foglie caduche. Mesofanerofita.
129

Juglans regia L. Ramo con germogli x0,8; foglia x0,5; rametto con infiorescenze maschili x0,8; fiore maschile x10;
fiore femminile e bratea x10; peli ghiandolosi dellovario molto ingranditi; frutto con mallo e senza mallo x0,8.

Fenologia. Fiorisce contemporaneamente allemissione delle foglie, in modo scalare secondo landamento stagionale, dalle

zone basse ad alta quota, da aprile alla fine


di maggio. I frutti maturano a ottobre.
Areale. Il noce considerato originario

Albero monumentale di Juglans regia in territorio di Belv.

131

della Penisola Balcanica, Caucaso, Asia occidentale. Per il pregio dei suoi frutti stato
coltivato da antichissima data in tutta Europa
ed oggi in tutto il mondo. In Sardegna sicuramente spontaneo negli sciuscius del Gennargentu, particolarmente a Ortu e is Aragnos in territorio di Desulo, con alberi sparsi
sul caos di massi porfidici, da dove provengono anche i campioni utilizzati per la
descrizione e liconografia. Altrove considerato coltivato. La sua presenza comune
nellarea del Gennargentu, Montiferru, Gallura, mentre altrove del tutto sporadico.
NellIsola, i reperti paleobotanici attribuiti al
periodo Pliocenico (Bertoldi, 1969) ne attestano lesistenza in tempi remoti, anche se
non sono da escludere una estinzione e una
successiva reintroduzione in tempi storici.
Ecologia. Il noce una specie eliofila che
predilige le zone silicee collinari e montane,
sino a 1.000-1.500 m di quota, con clima fresco ma non rigido ed elevata piovosit. Negli
ambienti mediterranei limitato alle aree dei
fondovalle con suoli fertili e profondi, lungo i
corsi dacqua, nei fontanili e presso gli orti,
dove viene coltivato con varie razze locali.
Grandi alberi. Il noce di maggiori dimensioni oggi conosciuto nellIsola si trova in territorio di Belv e presenta una chioma che
copre oltre 700 mq, trattandosi con tutta probabilit della maggiore superficie coperta da
un albero autoctono. Altri alberi di grandi
dimensioni si trovano sparsi un po ovunque.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno del noce duro e resistente
ma di facile lavorabilit. Presenta alburno di
colore biancastro e duramen bruno-grigiastro, a grana fine, diritta o leggermente
ondulata, con venature pi scure e nei tronchi annosi con marezzature, specie nelle
parti basali e anche nelle radici. Per questa
caratteristica era molto ricercato per impiallacciature. Si essicca bene senza fessurarsi o
torcersi ed stabile nel tempo senza perdere
le sue caratteristiche. Viene utilizzato per
mobili di pregio in massello, sedie, cassapanche, lavori di intarsio e tornitura.
Notizie selvicolturali. Il noce, in condizioni favorevoli, una pianta ad accresci132

Distribuzione in Sardegna di Juglans regia (stazioni


naturali).

mento abbastanza rapido, soprattutto nella


fase giovanile. I semi hanno una elevata
capacit di germinazione, ma viene preferita
la propagazione vegetativa al fine di preservare le caratteristiche del frutto.
Note etnobotaniche. I frutti del noce
hanno avuto da sempre grande importanza
per la bont dei semi, ricchi di sostanze
oleose molto energetiche, ma anche per il
mallo utilizzato come colorante dei tessuti.
Per la teoria dei segni, il gheriglio, assimilato per la forma delle circonvoluzioni al
cervello umano, era considerato un efficace rimedio nelle malattie mentali e per
lenire il mal di testa. Il seme rappresenta
un importante ingrediente di molti dolci
tipici tradizionali come il torrone o i papassini, mentre dai frutti immaturi in soluzione alcolica si ottiene il nocino, un liquore
molto apprezzato come stomachico e digestivo.

ANGIOSPERMAE FAGALES
BETULACEAE
Alberi o arbusti a foglie caduche. Fiori
unisessuali, maschili e femminili sulla
stessa pianta (monoiche) e con antesi antecedente lemissione delle foglie. Fiori
maschili riuniti in infiorescenze pendule, i
femminili riuniti in piccoli coni eretti persistenti. Frutti secchi spesso con semi alati.
La famiglia delle Betulaceae comprende
circa 70 specie, suddivise nei due generi
Betula e Alnus e diffuse in tutte le regioni
temperate dellEmisfero settentrionale.
Alcune specie sono presenti nelle regioni
montane meridionali delle Ande e in Argentina. Si ritiene che le Betulaceae siano comparse dopo il periodo Cretaceo e che le specie attuali abbiano raggiunto un notevole
grado di evoluzione. Hanno un alto interesse silvo-colturale ed economico sia per le
formazioni forestali, sia per i prodotti che
se ne ricavano. In Sardegna presente solamente il genere Alnus, mentre del genere
Betula, pur diffuso nella vicina Corsica,
non si conoscono nemmeno reperti fossili.
ALNUS MILLER
Alberi o arbusti con foglie caduche,
alterne, semplici, dentate, crenulate. Fiori
maschili, con involucro ridotto e con quattro stami, riuniti in gruppi di tre su un asse
allungato, pendulo (amento). Fiori femminili, con involucro poco evidente e con
ovario a due logge, riuniti a gruppi di due
su un asse eretto a formare uninfiorescenza conica simile ad una piccola pigna (strobilo). I due fiori femminili sono protetti da
una squama persistente che lignifica nellinfruttescenza matura. Frutti compressi,
alati: samare.
Il genere comprende circa 30 specie diffuse in Europa, Africa settentrionale, Asia
e regioni temperate dellAmerica. Vivono
nelle zone fresche ed umide e sulle sponde
dei corsi dacqua.

Il nome Alnus deriverebbe dal celtico


al = presso e lan = bordo di fiume per
indicare lambiente preferito dalle specie
di questo genere, oppure, secondo alcuni
filologi, da una radice indo-europea che
significherebbe alzarsi per indicare il
rapido sviluppo in altezza delle piante.
Alnus glutinosa (L.) Gaertner, Fruct.
Sem. Pl., 2 : 54 (1790)
Sin.: Betula alnus L. var. glutinosa L.,
Sp. Pl., 2: 983 (1753)
Betula glutinosa (L.) L., Syst. Nat., Ted.
10, 2: 1265 (1759).
Alnus morisiana Bertol., Fl. Ital.,
10:163 (1855).
Regione della prima descrizione: Habitat
in Europa.
Nomi italiani: Ontano nero.
Nomi sardi: Abiu (Fluminimaggiore);
Alinu (Bitti, Bolotana, Cuglieri, Orgosolo, Oliena, Orani, Villasalto Urzulei);
Allinu (Burcei); Acu (Tempio); Mura
burda (S. Antioco); Abiu de Santu
Giuanni, Alzu.
Nomi stranieri: Ingl., Alder; Fr., Aune glutineux; Ted., Rot-Erle, Schwarz-Erle;
Sp., Aliso.
Albero di media grandezza, alto sino a
15-25 m, con portamento ovato-piramidale. Corteccia scura, a grandi placche, con
lenticelle ben evidenti. Foglie rotondeggianti, ovate, ellittiche, talora cuneate alla
base, con margine irregolarmente denticolato; lamina di 4-10 cm, glabra o talvolta
con peli corti nella pagina superiore; 4-8
paia di nervature ben evidenti, pi o meno
pelose, con ciuffi di peli allangolo tra le
nervature laterali e la mediana; picciolo di
1-5 cm pi o meno peloso. Infiorescenze
maschili in amenti penduli, giallastri di 37 cm, le femminili di 10-15 mm, rotondeggianti, ovoidee, ellissoidali, aprentesi a
maturit e persistenti sulla pianta anche per
133

Alnus glutinosa (L.) Gaertner. - Ramo con infiorescenze maschili e femminili x0,5; fiori maschili x 5, infiorescenze femminili, infiorescenze femminili in sezione x 2; fiore femminile x 5; semi x 10; ramo con infiorescenze femminili x 0,5; ramo con foglie x 0,5.

Infiorescenze maschili e femminili di Alnus glutinosa con pseudo-strobili dellanno precedente.

pi anni. Semi minuti, lunghi 3-5 mm,


numerosi, strettamente alati. 2n = 28.
Tipo biologico. Albero caducifoglio a
portamento eretto. Mesofanerofita.
Fenologia. Gli amenti, chiusi e compatti,
compaiono gi a novembre-dicembre; la fioritura inizia a dicembre-gennaio nelle zone
pi basse e meglio esposte e, nelle quote
maggiori, si protrae fino al mese di maggio.
Le samare cadono nellautunno o nella primavera successiva, mentre le piccole pigne
aperte persistono per pi anni sulla pianta. Le
foglie compaiono alcuni mesi dopo linizio
della fioritura e perdurano fino a novembre.

Areale. Lontano presente in tutta


lEuropa sino al 65 grado di latitudine, in
Svezia, nellAsia centro-occidentale, in
Asia Minore e in limitate zone dellAfrica
del Nord. Tutta la Sardegna interessata
dalla presenza dellontano nero che, lungo
i corsi dacqua perenni, una costante
della vegetazione forestale riparia. Gli
ontaneti meglio conservati si trovano nei
fiumi della Gallura, lungo le forre del Flumendosa e nellarea del Gennargentu.
Ecologia. Lontano nero indifferente al
substraato geopedologico ed strettamente
legato alle condizioni di umidit perduranti
135

Distribuzione in Sardegna di Alnus glutinosa.

per tutto il periodo dellanno, sia lungo i


corsi dacqua, sia su aree acquitrinose. In
Sardegna vegeta lungo i fiumi principali dal
livello del mare sino alle zone montane. Nei
fontanili delle aree montane del Gennargentu che danno origine a rigagnoli perenni, si
formano tipiche foreste a galleria indicatrici,
allo stesso tempo, delle condizioni edafiche.
Si tratta anche di formazioni forestali che in
questa regione si elevano a quote maggiori,
considerando che la presenza degli altri
alberi rarefatta o del tutto sporadica. La
formazione assume di norma andamento
lineare, ma non mancano, nel Gennargentu e
nel Sarrabus, casi in cui si diffonde in superfici ampie e irregolari in relazione allaffioramento delle acque di falda. Lontano nero
estremamente sensibile alle variazioni dellapporto idrico e a seguito di annate particolarmente siccitose pu deperire del tutto. Ha
una notevole capacit di resilienza sia da
polloni, sia da seme, in caso di alluvioni che
136

ne asportano del tutto le piante.


Gli ontaneti costituiscono la vegetazione forestale riparia che caratterizza maggiormente i corsi dacqua. Lassociazione
pi comune quella con vite selvatica,
osmunda regale e oleandro (OsmundoAlnetum glutinosae=Alno-Salicetum arrigoni) e con Oenanthe crocata (OenanthoAlnetum glutinosae) nelle aree basse, mentre nelle aree montane si hanno altri tipi di
vegetazione riparia pi fresca (GlechomoAlnetum glutinosae) e con una ricca componente endemica.
Grandi alberi. Gli ontaneti meno soggetti alle utilizzazioni, in quanto poco accessibili o risparmiati dalle alluvioni, conservano
ancora la presenza di grandi alberi che raggiungono dimensioni notevoli, sia in altezza,
sia in diametro. Il nucleo di alberi con circonferenza maggiore (fino a 780 cm) si
riscontra in territorio di Desulo in localit Is
Miriagus nel Gennargentu, mentre alberi alti
sino a 30 m si ritrovano sui corsi dacqua
incassati del Gennargentu, sul Flumendosa,
sul Cedrino e in Gallura.
Notizie selvicolturali. Lontano nero
considerato un albero poco longevo, anche
se pu superare certamente i 100 anni. In
effetti, grandi alberi presenti nel Gennargentu e in numerosi corsi dacqua mostrano dimensioni notevoli che fanno pensare
anche ad individui sicuramente pluri-centenari. I semi presentano germinabilit
intorno al 60-70%, che si conserva per pi
anni. La propagazione avviene o per seme,
sparso in luoghi freschi in autunno, o interrando orizzontalmente i rami e lasciandone
fuoruscire le cime. Nei corsi dacqua soggetti a piene, gli ontaneti possono essere
travolti, iniziando come un nuovo ciclo di
vegetazione da ceduo. Nel Flumineddu, nel
tratto della vallata di Oddoene, durante la
grande alluvione dl 1951 gli ontaneti sono
stati spazzati via dallonda di piena, fatto
che si ripetuto nel dicembre del 2004.
Caratteristiche e utilizzazioni del
legno. Il legno rossastro-chiaro o quasi
arancio, molto duro e pesante; assorbe in
modo permanente qualsiasi colorante arti-

ficiale, ci che lo fa apprezzare per lavori


di ebanisteria. inoltre utilizzato per la
costruzione di utensili vari, cucchiai,
mestoli e taglieri, contenitori per la carne
arrosto, stipiti per porte, tini, pali per la
mitilicoltura e, soprattutto, come legname
per pozzi, miniere e in tutte quelle situazioni che lo pongono a contatto diretto con
lacqua, per la capacit di non marcire e
acquistare maggiore resistenza e durezza.
Per questa caratteristica lontano era
impiegato gi nel periodo neolitico per la
costruzione delle palafitte. Le proporzioni
quantitative tra i pali attribuiti alle piante
forestali rispecchiano il progresso tecnologico delluomo del Neolitico europeo, che
solo dopo diversi tentativi ed esperienze
positive avrebbe utilizzato lontano nero in
modo costante. Le propriet del legno di
questa specie, che Plinio definisce eterno
nei luoghi paludosi, erano ben conosciute
dai Romani. Vitruvio riferisce che tutti gli
edifici di Ravenna avevano come fondamenta i pali di ontano. Particolare fortuna
ebbe a Venezia, dove venne utilizzato per
lo stesso scopo. I rami giovani sono talora
usati per intessere ceste e canestri. Il carbone era adoperato per la fabbricazione
della polvere pirica.
Note etnobotaniche. La scorza e i rami
giovani, che contengono notevoli quantit
di tannini, venivano utilizzati in tutta la
Sardegna per colorare in nero, ma anche in
combinazione con altre piante in rosso e in
giallo, lorbace e la lana in genere. Nella
medicina popolare, alla corteccia erano
attribuite propriet febbrifughe ed era adoperata come surrogato del chinino. Le
foglie fresche triturate venivano applicate
sui capezzoli per arrestare la montata lattea
delle lattanti. Alle foglie erano attribuite
anche propriet antisettiche e cicatrizzanti,
e inoltre quella di allontanare le pulci e gli
insetti molesti.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Lontano nero mostra un marcato sfasamento fenologico, che va dal
mese di dicembre nelle aree pi prossime
al mare, sino a giugno nelle aree pi eleva-

te del Gennargentu. La fioritura progressiva e la continuit pressoch totale degli


ontaneti, dalle zone pi elevate, sino alla
foce dei corsi dacqua, assicura la continuit del flusso genico, che avviene per via
anemocora. Si aggiunge a ci anche il
naturale trasporto per idrocoria degli pseudo-strobili con i semi verso valle. Si formano cos, costantemente, popolazioni
miste di biotipi provenienti da fasce altimetriche diverse. I caratteri pi distintamente marcati sono le gemme, la forma, le
dimensioni e la pelosit delle foglie, di
norma pi piccole e rotonde in alta montagna, accanto alle foglie lungamente picciuolate e a lamina irregolarmente ellittica,
pi frequenti nelle zone basse. Variano,
altres, in modo notevole le dimensioni
delle infruttescenze.
Le piante del Gennargentu con foglie
rotondeggianti, picciuolo corto e coni piccoli (5-6 mm di diametro) furono attribuite
prima a A. suaveolens Rq. da Moris, poi
descritte come A. morisiana da Bertoloni e
quindi portate al rango di variet da Fiori
(Alnus glutinosa var. morisiana (Bertol.)
Fiori). Tuttavia, esemplari con queste
caratteristiche si riscontrano anche nelle
zone meno elevate dei corsi dacqua del
Flumendosa e del Cedrino, cos pure forme
intermedie con le piante a foglie e coni di
maggiori dimensioni e forme diverse, ma
non possibile escludere leventualit di
scambi genetici. La var. sardoa (Kuntze)
Winkler, indicata per le zone planiziali,
resta di dubbia interpretazione; secondo
Pignatti (1982), per questa variet, un
carattere diagnostico sarebbe la forma clavata delle gemme e il tipo di pelosit delle
foglie, ma il tutto appare riconducibile a
semplici variazioni individuali. Un discorso analogo pu essere fatto per Alnus glutinosa var. dubia (Rq.) Fiori, che presenta
caratteri ancora meno netti.
SPECIE INTRODOTTE. Lontano nero lunica specie nativa del genere Alnus presente
in Sardegna. Lontano napoletano (Alnus
cordata (Loisel.) Loisel. = Betula cordata
137

Tipiche formazioni a galleria di Alnus glutinosa nel Gennargentu.

Loisel. = A. neapolitana Targ.-Tozz. = A.


cordifolia Ten.), che si caratterizza per le
foglie cuoriformi e per linfruttescenza
lunga 2-2,5 cm, una specie endemica della
Corsica e dellItalia meridionale ed spontaneizzata lungo corsi dacqua delle Madonie
in Sicilia. Le indicazioni di questa specie,
date da Nannetti per la flora di Osilo, si riferiscono in realt allontano nero e altre
segnalazioni sono erronee o riferite a piante
coltivate. Un campione di Venerosi-Pesciolini presente nellerbario di Firenze, con lindicazione della raccolta lungo il Flumendosa, pu essere dovuto ad uno scambio di car138

tellino. In merito, suscita molti dubbi anche


la data riferita al mese di gennaio per un
campione che porta le foglie pienamente sviluppate. Le ricerche mirate lungo il Flumendosa non hanno portato, sinora, ad accertare
la sua presenza allo stato spontaneo. In
tempi pi recenti, lontano napoletano
stato utilizzato, per la rapida crescita iniziale, nel consolidamento delle scarpate stradali, anche in aree poco idonee, e in diversi
rimboschimenti. Non da escludere, a
seguito di queste introduzioni, un processo
di spontaneizzazione lungo i corsi dacqua
contigui.

ANGIOSPERMAE FAGALES
CORYLACEAE
Alberi ed arbusti a foglie caduche. Fiori
unisessuali riuniti sulla stessa pianta (dioica); i maschili in infiorescenze pendenti, i
femminili in spighette erette. Frutto: secco,
nucula o noce o con involucro membranoso.
La famiglia delle Corylaceae comprende 4 generi con circa 50 specie, diffuse
nelle regioni dellEmisfero settentrionale.
Gemme ovoidali; foglie ovato-rotondate, acuminate; frutti rotondi, di 1,5-2 cm
con un involucro lignificato e riuniti in
gruppi di1-4.............................Corylus
Gemme allungate-fusiformi; foglie
ovato-lanceolate; frutti acheni di 4-5
mm, circondati da un involucro vescicoloso, ovoideo-acuminato, compresso,
riuniti in spighe pendule................Ostrya
CORYLUS L.
Alberi e arbusti con gemme ovoidali,
foglie rotonde od ovato-rotondate, ad apice
acuto, seghettate. Pianta con fioritura precoce.
Fiori maschili piccoli, protetti da due bratteole e riuniti in infiorescenze pendule molto
allungate. Fiori femminili in gruppi allascella
di una brattea. Stimmi rosso-violacei. Frutto
rotondeggiante, noce, circondato da un involucro fogliaceo irregolarmente frastagliato.
Il genere Corylus comprende 15 specie
diffuse nelle regioni temperate dellEmisfero settentrionale e oltre al nocciolo comune
vi appartengono C. colurna L. e C. maxima
Miller, coltivate per la produzione di frutti
ugualmente pregiati. Il nome Corylus deriva
dal greco corys = casco, per la particolare
forma dellinvolucro che circonda il frutto.
Corylus avellana L., Sp. Pl. 2: 998 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Europae sepibus.

Nomi italiani: Nocciolo.


Nomi sardi: Castamanzola (Orgosolo);
Lanzola (Bono); Linciola (Desulo,
Gadoni); Linzola (Sennariolo); Nanzola
(Anela, Buddus, Pattada); Nenzola
(Santu Lussurgiu); Ninciolla (Busachi,
Sorgono); Ninzola (Ittiri, Ploaghe,
Tonara); Niggiola (Oliena); Nizora
(Sassari); Nucciola (Escalaplano, Laconi, Perdas de Fogu, Tempio); Nutzola
(Abbasanta, Berchidda, Bitti, Bolotana,
Cuglieri, Macomer, Norbello, Orani,
Oschiri, Orosei, Perdas de Fogu);
Nugiola (Urzulei); Nunciola (Meana);
Nuxedda (Laconi, Fluminimaggiore);
Rinzola (Tissi, Villanova Monteleone);
Oddana (Fonni, Sadali, Seui).
Nomi stranieri: Ingl., Hazel, Cob-Nut; Fr.,
Noisetier commun, Coudrier; Ted.,
Hasel-Nss, Noddebruk; Sp., Avellano
commun, Nochizo, Avellaner.
Alberello o arbusto di 4-5 m di altezza,
circondato anche da adulto da numerosi
polloni laterali, diritti, gracili, molto
allungati, poco ramificati, che si originano alla base del fusto e dalle radici. Corteccia liscia o debolmente rugosa, desquamantesi a maturit in strisce circolari.
Rami giovani con peli ghiandolosi rossastri. Foglie di 6-15 x 5-10 cm, ovali, orbicolari, cuoriformi alla base, subtrilobe o
decisamente acuminate alla sommit;
lamina peloso-ghiandolosa nello stadio
giovanile, con nervature fortemente marcate nella pagina inferiore; picciuolo
breve con due stipole persistenti alla base.
Fiori unisessuali, precoci: i maschili in
amenti di 5-8 cm, penduli, giallastri, con
antere giovani purpuree o rossastre, gialle
in piena antesi; i femminili in gruppi di 14, piccoli, ovati, protetti da brattee persistenti, accrescentisi nel frutto. Stimmi 2,
filiformi, uniti alla base, rossastro-violacei. Frutto con pericarpo duro e coriaceo
(nocciola). 2n=22.
Tipo biologico. Alberello di medie
dimensioni, a foglie caduche. Microfanerofita o mesofanerofita.
139

Corylus avellana L. - Ramo con fiori femminili x 1,2; ramo con infiorescenze maschili e fiori femminili, ramo con
foglie e con frutti non maturi, frutti maturi x 0,6; fiore femminile x 2,4; fiore maschile x 4,8.

Infiorescenze di Corylus avellana.

Fenologia. Gli amenti chiusi e compatti compaiono gi a novembre, prima della


caduta delle foglie, e maturano a dicembregennaio. Le infiorescenze maschili cadono
prima dellemissione delle foglie che inizia
a marzo-aprile.
Areale. Il nocciolo diffuso in Europa,
Asia Minore e Caucaso. Nelle grandi isole
del Mediterraneo limitato alle zone montane. una specie coltivata fin dallantichit e per la definizione del suo areale originario vi sono le stesse difficolt delle
altre specie diffuse dalluomo da antica
data. In Sardegna larea dove storicamente
diffuso il nocciolo quella del Gennargentu, alcune zone del Montiferru e del
Goceano. Coltivazioni sporadiche si trovano qua e l, ma le stazioni che si possono
considerare sicuramente spontanee sono
molto rare.
Ecologia. una specie moderatamente
eliofila che predilige terreni freschi e profondi indipendentemente dal substrato
geopedologico. Nelle regioni pi settentrionali vegeta in pianura e in collina, nei
luoghi considerati aridi, ma in quelle meri-

Distribuzione in Sardegna di Corylus avellana (stazioni


naturali).

141

dionali predilige le zone montane fresche e


con buona piovosit. In Sardegna si rinviene fino ai 1.000 m di altitudine nel Gennargentu. Forma associazioni con pioppi e
frassini degli ambienti freschi e umidi.
Notizie selvicolturali. Il nocciolo una
pianta forestale e agraria di notevole
importanza. Si propaga per semina diretta
o, pi comunemente, per talea. La sorprendente capacit pollonante del nocciolo
consente uno sfruttamento ottimale come
ceduo con turni di 10-15 anni. Le coltivazioni si effettuano soprattutto per il frutto,
di cui sono state selezionate numerose cultivar. apprezzato anche come albero
ornamentale nei giardini e nei parchi.
Attualmente la coltura del nocciolo nellIsola, salvo rari casi, in declino anche
nelle aree tradizionali di coltura.
Caratteristiche e utilizzazioni del legno.
Il legno tenero e pu essere facilmente
lavorato, ma per le modeste dimensioni del
fusto pu essere utilizzato solo per pertiche,
pali, tutori. Era usato anche per costruire
cerchi per botti, barili ed i rami giovani per
intessere cesti e canestri. un ottimo combustibile e brucia lentamente. Il carbone ha
un alto potere calorifico ed era sfruttato per
ottenere la polvere pirica.
Note etnobotaniche. Nelle zone montane della Sardegna centrale, il nocciolo rappresentava una fonte di reddito molto
importante per il frutto che produce un olio
sostitutivo dellolio di oliva. La corteccia
contiene notevoli quantit di sostanze concianti e in infuso trasmette alla lana un
colore giallo scuro. Il decotto di corteccia
veniva utilizzato contro le febbri intermittenti e le infiorescenze maschili come diaforetico nelle affezioni bronchiali. Il frutto
consumato crudo o tostato e si presta alla
preparazione di dolci tipici come il torrone, caratteristico dei paesi montani, particolarmente a Tonara e Desulo.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Del nocciolo, come tutte le
piante coltivate da lunga data, sono state
selezionate numerose cultivar quasi esclusivamente per la qualit dei frutti, mentre
142

sono stati tenuti in poco conto gli altri


aspetti della variabilit.
OSTRYA Scop.
Alberi o arbusti con gemme allungate,
fusiformi, foglie ovali-lanceolate, seghettate. Fiori maschili piccoli senza brattea, riuniti in amenti allungati, penduli. Fiori femminili riuniti in infiorescenze a cono. Frutto
circondato da involucro biancastro, membranaceo vescicoloso. Il genere Ostrya comprende 15 specie distribuite nelle regioni
temperate dellEmisfero settentrionale.
Ostrya carpinifolia Scop., Fl. Carn., ed. 2,
2: 244 (1772)
Sin.: Carpinus ostrya L., Sp. Pl., 2: 998
(1753)
Ostrya virginiana ssp. carpinifolia
(Scop.) Briq., Prodr. Fl. Corse, 1: 400
(1910).
Regione della prima descrizione: (?).
Nomi italiani: Carpino nero.
Nomi sardi: Carpinu de Massan (Sorgono,
Tonara); Alinu e monte (Osini, Ulassai,
Ussassai).
Nomi stranieri: Ingl., Hop hornbeam; Fr.,
Charmehoublon; Ted., Gemeine Hopfenbuche; Sp., Carpe negro.
Albero alto fino a 15-20 m, con rami laterali ben sviluppati e chioma conico-piramidale o espansa. Corteccia rossastra, brunorossastra, scura nei tronchi di grossi dimensioni, fessurata. Rami giovani pelosi. Foglie
di 6-10 x 3-4,5 cm, ovate, ovato-lanceolate
con picciuolo di 6-12 mm, con due brattee
lineari lanceolate membranacee pi lunghe
del picciuolo, caduche; lamina con margine
biserrato, cuneata o subcordata alla base,
talora sviluppata asimmetricamente rispetto
alla nervatura mediana, con 10-15 paia di
nervature laterali, parallele, pelose, ben evi-

Ostrya carpinifolia Scop. - Ramo con infruttescenze, ramo con infiorescenze maschili foglia x 0,6; frutto, seme x 1,2;
fiore femminile x 2,4; particolare foglia x 2; fiori maschili x 6; germoglio femminile con squame x 3.

Distribuzione in Sardegna di Ostrya carpinifolia.

denti nella pagina inferiore; pagina superiore con peli radi. Fiori unisessuali: i maschili
in amenti di 4-8 cm, penduli e riuniti in
gruppi di 2-5 che si formano alla sommit
dei rami dannata prima della caduta delle
foglie; i femminili in amenti di 3-4 cm, pi o
meno eretti, con brattee imbriciate, ovario
peloso con due stimmi filiformi uniti alla
base. Le brattee dellovario si sviluppano
saldandosi tra di loro per i margini a formare una vescicola, piatta, membranacea con
un breve mucrone pelosetto allapice e setolosa soprattutto alla base. Achenio di 4-5
mm, ovoideo-acuto, leggermente compresso, apicolato, liscio, grigiastro, lucido.
2n=16.
Tipo biologico. Albero di medie dimensioni, a foglie caduche. Microfanerofita,
mesofanerofita.
Fenologia. I fiori maschili compaiono a
settembre-ottobre; i femminili ad aprile144

maggio assieme alle foglie nei rami giovani. Fruttifica nel primo autunno.
Areale. Il carpino nero diffuso nelle
zone litoranee della Provenza, nelle zone
montane della Corsica e della penisola italiana, Carso Triestino, Penisola Balcanica, Asia
Minore e Caucaso. In Sardegna la sua presenza comune nelle zone montane del Centro. In localit Uatzo di Tonara, a Montarbu
di Seui e nel Sarcidano (Laconi, Seulo, Perdasdefogu, Villanovatulo) si trovano le formazioni pi estese. Stazioni isolate sono
presenti alle pendici di Monte Gonare e alle
falesie a mare della costa di Baunei.
Ecologia. una specie eliofila, termofila,
montana, che predilige il substrato calcareo
nelle stazioni ben esposte e vegeta di preferenza nei canaloni e nei terreni freschi e profondi, subendo probabilmente la forte concorrenza del leccio e degli elementi della
macchia. Il carpino nero, che nelle aree continentali considerato una specie di ambienti semi-aridi o aridi, in Sardegna si presenta
come una mesofita strettamente legata ai
substrati umidi. Laddove sembrano prevalere i terreni aridi, nella costa dei calcari orientali di Baunei si sviluppa lungo linee preferenziali, sugli accumuli ghiaiosi di versante
incoerenti o debolmente cementati, delle
sovrastanti falesie, dove si hanno acque di
percolazione o di affioramento di falda. Un
fenomeno analogo visibile anche alla base
delle falesie di Montarbu di Seui, dove il
carpino nero si accompagna a specie decisamente mesofile quali tasso e agrifoglio sul
basamento scistoso nellarea di discontinuit con coltre calcarea. Il carpino nero entra a
far parte dellassociazione Ostryo-Quercetum ilicis ma le formazioni della Sardegna
sono abbastanza diverse da quelle dellItalia
continentale, presentandosi nella fascia pi
mesofila della lecceta, e quasi sempre in
posizione subordinata al leccio.
Grandi alberi. Il carpino nero ha una
notevole crescita in altezza, mentre di
dimensioni modeste il tronco. La stazione con gli alberi pi alti, sino a 25 m si
trova in localit Sa Nadadorgia, sotto la
montagna di Cumina Trinta nel parco natu-

Bosco con dominanza di Ostrya carpinifolia sui calcari del Montarbu di Seui.

rale di Perdasdefogu e a Montarbu di Seui,


con alberi di oltre 100 cm di diametro.
Notizie selvicolturali. Il carpino nero
una specie ad accrescimento moderato, che
si diffonde per seme o per semenzali di 1-3
anni. Sopperisce al potere germinativo piuttosto basso con una forte produzione che
abbondantissima ogni 2-3 anni. Per la straordinaria capacit pollonifera generalmente
governato a ceduo. Questo tipo di trattamento consente una produzione notevole di
legname. considerata una specie che colonizza i terreni spogli e le radure. In Sardegna
si trova accantonata in stazioni particolarmente favorevoli ed incapace di costituire
formazioni boschive pure di una certa estensione; entra a far parte dei boschi misti con
leccio e nelle zone pi elevate anche con
agrifoglio. Viene utilizzata per alberature
stradali e talora nei parchi.
Caratteristiche e utilizzazioni del
legno. Il legno compatto, duro e tenace, di

colore rosso-chiaro utilizzato per lavori


di tornitura. In ebanisteria trova svariati
impieghi che vanno dalle casse armoniche
per pianoforti ai birilli, dalle stecche da
biliardo ai metri articolati. ottimo come
combustibile, per la produzione di carbone
e per la preparazione della polvere pirica.
Note etnobotaniche. La corteccia in infuso ha propriet tintorie e da essa si ottengono diversi colori: giallo-arancio, rosso pallido, rosa, cenerino. Gli astoni erano utilizzati
per paleria nei lavori agricoli.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. La Sardegna rappresenta il
margine sud-occidentale dellareale del
carpino nero isolato geneticamente da
lunga data tuttavia non si osservano differenze significative rispetto alla specie tipica, contrariamente a quanto sembra avvenire in Corsica, dove stata descritta anche la
variet endemica corsica Fliche (1888), che
per non recepita nelle flore pi recenti.

145

ANGIOSPERMAE FAGALES
FAGACEAE
Alberi, raramente arbusti, con foglie
persistenti o caduche. Fiori con involucro
piccolo, semplice, verde o giallastro, unisessuali, maschili e femminili, sulla stessa
pianta (monoica); i maschili in infiorescenze allungate pendule in Quercus, erette in
Castanea; fiori femminili solitari o pi o
meno numerosi in spiga eretta. Stami in
numero eguale o doppio di quello dei segmenti dellinvolucro, ma anche variabile
nella stessa infiorescenza. Ovario con tre o
sei stili. Frutto: achenio, parzialmente o
totalmente coperto da un involucro originato dalla proliferazione del ricettacolo.
La famiglia delle Fagaceae suddivisa
in 3 sottofamiglie: le Fagoideae, con i
generi Fagus e Nothofagus, le Quercoideae con i generi Quercus e Trigonobalanus, le Castanoideae, con i generi Castanea, Chrysolepsis, Lithocarpus, Pasania
Castanopsis. Le oltre 600 specie, diffuse
per la maggior parte nellEmisfero settentrionale e rare nellemisfero australe,
appartengono soprattutto al genere Quercus. Mancano nellAfrica sahariana e subsahariana, in gran parte dellAmerica Latina e in Australia. Le Fagaceae, i cui reperti fossili risalenti al periodo Cretaceo sono
stati trovati anche in Groenlandia ed in
Antartide, sono chiamate anche Cupuliferae per la presenza di una formazione,
detta cupola, costituita da squame e disposta attorno al frutto. Nel castagno la cupola, provvista di numerosi aculei, avvolge
completamente i frutti e si apre solo a
maturit; nel faggio la cupola, ugualmente
aculeata, aperta allapice, mentre nelle
querce avvolge parzialmente, da un quinto
a poco pi della met, la ghianda ed
costituita da squame coriacee.
Fiori maschili in infiorescenze amentiformi erette; frutti per lo pi tre, racchiusi completamente dalla cupola.............................................Castanea
146

Fiori maschili in infiorescenze pendule;


frutti ricoperti alla base o sino alla
met circa della cupola.............Quercus
CASTANEA Miller
Alberi a foglie caduche, semplici, dentate o seghettate. Gemme ovoidali. Fiori
unisessuali: i maschili in spighe erette;
quelli femminili solitari o a gruppi di 2-4,
situati alla base dellinfiorescenza maschile. Il genere Castanea comprende 12 specie distribuite nelle regioni temperate dellEmisfero settentrionale. Il nome Castanea deriva probabilmente da Castanea,
citt della Tessaglia, in Grecia, nota gi
dallantichit per i suoi castagneti.
Castanea sativa Miller. Gard. Dict., ed. 8
: n 1 (1768)
Sin.: Fagus castanea L., Sp. Pl., 2: 997
(1753)
Castanea vulgaris Lam. Encycl. Mth.,
Bot., 1: 708 (1785)
Castanea vesca Gaertner, Fruct. Sem.
Pl., 1: 181 (1788).
Regione della prima descrizione: Habitat
in Italia et australioribus Europae montibus.
Nomi italiani: Castagno.
Nomi sardi: Astangia (Oliena); Astanza
(Orgosolo);
Castagna
(Sassari);
Castangia (Urzulei); Castanza (Bitti,
Nuoro, Orani, Padria, Log., Camp.);
Castangia.
Nomi stranieri: Ingl., Sweet Chesnut, Spanish Chesnut; Fr., Chtaignier commun;
Ted., Edelkastanie, Echte Kastanie EssKastanie; Sp., Castano.
Albero vigoroso, alto fino a 30 m, tronco eretto, molto ramificato con corona
assurgente o globosa-espansa. Corteccia
nei rami giovani liscia, con lenticelle tra-

sversali evidenti, bruno-rossastra, da adulta bruno-scura, rugosa screpolata con


andamento a spirale. Foglie di 10-20 x 3-8
cm, brevemente picciuolate; lamina oblungo-lanceolata, serrata ai margini con nervature laterali evidenti soprattutto nella
pagina inferiore. Fiori maschili in lunghi
amenti eretti, gialli; filamenti allungati con
antere minute; calice diviso in 5-6 parti
con i margini ciliati; fiori femminili riuniti
in gruppi di 1-4, per lo pi alla base degli
amenti maschili, ricoperti da brattee e
squame imbricate; stimmi eretto-divergenti, rossicci. Cupola di 5-8 cm di diametro,
spinulosa, aprentesi a maturit e contenente generalmente 3 acheni (castagne), il centrale appiattito su due facce, i laterali grossolanamente emisferici, lunghi 2-4 cm, con
involucro liscio e coriaceo, bruno-scuro o
marron-chiaro. 2n=22.
Tipo biologico. Albero caducifoglio di
notevoli dimensioni a portamento eretto.
Mesofanerofita. Impollinazione anemofila
ed entomofila.
Fenologia. Il castagno inizia la fioritura, a seconda dellaltitudine, a maggio o a
giugno e matura i frutti dalla fine di settembre, nelle cultivar primaticce, a ottobre-novembre nella maggior parte dei casi.
Areale. Il castagno si ritiene originario
dellEuropa meridionale, Asia Minore, e
Caucaso. In Italia esistono reperti pollinici
risalenti al Pleistocene, ma solamente in
periodo storico si ha una costanza di ulteriori ritrovamenti. La sua coltivazione fin
dai tempi pi antichi rende problematica la
definizione del suo areale originario, in
quanto, sia per i frutti, sia per il legname,
fu ampiamente diffuso dai Romani. Attualmente lareale secondario esteso a gran
parte dellEuropa, al Nordafrica, alle Americhe, Asia ed Australia.
Sullindigenato in Sardegna non si
hanno ancora prove di carattere paleobotanico e, verosimilmente, si tratta di una
presenza che risale al periodo romano. Le
aree maggiormente interessate alla coltura
del castagno sono quelle dei comuni montani di Atitzo, Desulo, Tonara, Belv,

Tiana, Sorgono, nel Gennargentu, mentre


in altre aree la coltura limitata al Marghine e al Montiferru, rara in Gallura, sebbene piccoli nuclei o esemplari sparsi siano
presenti un po ovunque.
Ecologia. Il castagno una specie eliofila, moderatamente termofila, che predilige un substrato siliceo e suoli freschi e profondi. Rifugge generalmente dai luoghi
umidi e mal drenati e dai suoli calcarei.
Risente della siccit prolungata e dei geli
tardivi. Nelle Alpi il suo limite altimetrico
si colloca intorno ai 900-1.000 m (1.250 m
nelle Alpi svizzere); negli Appennini sale
ai 1.200-1.300 m e in Sicilia, sullEtna,
fino a 1.500 m di quota. Il suo limite per
una fruttificazione normale intorno a 50
di latitudine. In Sardegna trova le migliori
condizioni di sviluppo nelle zone montane
dei contrafforti del Gennargentu tra i 600900 m daltitudine. Il castagno, secondo la
classificazione fitoclimatica del Pavari,
rappresenta la specie guida di una grande
fascia forestale montana dellItalia continentale. In Sardegna i boschi di castagno
del Gennargentu sono stati inquadrati nellassociazione Luzulo-Oenanthetum pimpinelloidis castanetosum.
Notizie selvicolturali. Il castagno un
albero mellifero, largamente utilizzato in
selvicoltura, sia per il legname, sia per i
suoi frutti. La riproduzione spontanea
avviene per seme, mentre le forme pi pregiate da frutto si diffondono per via vegetativa tramite innesto. I semi hanno un
potere germinativo abbastanza elevato, del
60-70% che, in condizioni favorevoli, dura
circa due anni. La fruttificazione avviene
in forma regolare intorno ai 20-30 anni,
con annate di pasciona ogni 2-4 anni. Il
castagno una pianta estremamente longeva che conserva nel tempo una sorprendente capacit pollonifera. Per questa caratteristica spesso governato a ceduo, con
turni che possono oscillare dai 4 ai 25 anni
a seconda della destinazione duso del
legname. Presenta un accrescimento,
soprattutto longitudinale, molto vigoroso
sin dai primi anni.
147

Castanea sativa Miller. - Ramo con frutto, seme, infiorescenze maschili x0,5, fiore femminile x2; stimma x2,5; fiori
maschili x2; stame x5.

Frutti di Castanea sativa con i tipici ricci.

In Italia i boschi di castagno (cedui,


fustaie e castagneti da frutto) nel passato
pi recente coprivano oltre 800.000 ettari e
tuttora, sebbene in forte riduzione, rappresentano una delle formazioni boschive pi
estese, nonostante abbiano perso importanza economica soprattutto per i frutti.
Il castagno soggetto a diverse malattie
e i nemici pi temibili sono rappresentati
da Phytophthora cambivora Petri, che provoca il cosiddetto mal dellinchiostro, e da
Endothia parasitica Murr., che determina
il cancro della corteccia; queste due malattie costituiscono un serio pericolo, che
appare difficile da contrastare anche per la
progressiva perdita di interesse economico
dei castagneti e la conseguente carenza di
cure colturali.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno del castagno compatto,
elastico, semiduro, poco pesante e di durata piuttosto lunga in condizioni favorevoli;
presenta lalburno poco sviluppato, sottile,
di colore bianco, bianco giallastro o grigia-

stro e il duramen bruno. Possiede elevato


pregio tecnologico ed usato per infissi,
mobili, pali telegrafici, botti, travi, ebanisteria e oggetti artigianali e per lavori dintaglio. La corteccia possiede un forte contenuto di sostanze tanniche.
Grandi alberi. Il castagno pu raggiungere unet considerevole e questo aspetto,
associato alle caratteristiche di crescita, ha
fatto s che si abbiano alberi di dimensioni
tra le pi notevoli di tutta la dendroflora
italiana. Si ricorda in particolare lalbero
dei cento cavalli dellEtna in Sicilia.
Anche in Sardegna sono presenti numerosi
patriarchi e sono notevoli quelli di Su
Calavrighe, a Tonara (alto 16 metri con
diametro di 850 cm), di Funtana Ceresia ad
Aritzo (17 m di altezza per un diametro di
540 cm), di S. Leonardo a Santu Lussurgiu
(18 metri di altezza per 495 cm di circonferenza) e di Agnelolisi a Desulo (18 metri
di altezza e 536 cm di diametro).
andato quasi distrutto (restano, oggi,
solo alcuni polloni da ceppaia) il grande
149

Distribuzione in Sardegna di Castanea sativa (stazioni


naturali e principali aree con castagno allo stato spontaneo).

castagno di Bono, che si faceva risalire alla


venuta dei Francescani in Sardegna, installatisi alla fine del 1200 a Monte Rasu, dove
esiste ancora la chiesa con lannesso convento. I moderni sistemi di indagine genetica potrebbero, oggi, dare conferma della
eventuale provenienza di questo albero
dallAppennino centrale.
Note etnobotaniche. Lampia diffusione
del castagno ad opera delluomo fin dallantichit testimonia limportanza che ha
avuto per lalimentazione, con frutti ricchi
di amido, e per la costruzione di mobili e
utensili di vario genere. Il castagno ha
costituito per i paesi montani del centro
Sardegna una fonte di reddito importantissima. Il legno di castagno aveva un largo utilizzo nelle case (travi dei solai, ingressi,
porte, scale, infissi, tavolati dei piani superiori, balconate e ballatoi, scandole per i
tetti). Il legno migliore, ben stagionato e
150

opportunamente trattato, era quello preferito per la costruzione delle tipiche cassapanche sarde, di tavoli, armadi, letti, culle
(brossolu), utensili della cucina come
madie (laccos), supporto per i setacci
(sedatthatiola pro sos sethathos), mattarelli
per stendere la sfoglia del pane (canneddos), mestoli e taglieri (turuddas e tazzeris),
sedie e sgabelli (cradeas e mesicheddos),
graticci (cannithas) per affumicare e stagionare salsicce e formaggi. Il telaio, che nel
passato aveva un posto molto rilevante in
tutti i paesi, era spesso fatto di castagno,
cos come rocchi (rucca), conocchie, fusi e
spole che ne completavano linsieme. Per la
campagna, il legno di castagno era ugualmente apprezzato, grazie alla sua resistenza
e durata, per varie parti del carro a buoi, per
la costruzione di selle, attrezzi per laia,
come pale (palas), forconi e tridenti (urcones e trivuthos), contenitori per il grano,
stampi per il formaggio e la ricotta
(pischeddas), pali di sostegno per le viti,
botti e botticelle (cuppas e varileddas) per
il vino. I pali di castagno erano utilizzati per
la vigna e anche in mitilicoltura, a Olbia.
Inoltre, grande rilievo aveva il legno per
intagliare le maschere del carnevale con
caratteristiche figure animalesche (boes,
merdles) o diaboliche (bundos), comuni
in molte parti dellIsola.
Nella medicina tradizionale, le sostanze
tanniche contenute nella corteccia, nei
rami e nelle foglie trovavano ragione del
loro uso come astringente, contro la tosse e
nelle irritazioni bronchiali. La corteccia ed
il legname non buono per falegnameria,
perch cipollato o rovinato allinterno del
tronco, sono ancora utilizzati per la concia
delle pelli. A Ognissanti e nella giornata
dei morti, le castagne, in molti paesi della
Sardegna, sono donate ai ragazzi che la
notte vanno di casa in casa, con una zucca
svuotata, intagliata a immagine umana e
rischiarata da una candela accesa al suo
interno (sanimedda), chiedendo doni in
nome delle anime. Antica tradizione banalizzata, in parte, dallintrusione dellanglossassone festa di Halloween.

Note tassonomiche, sistematiche e biodiversit. Il castagno fu descritto da Linneo, nel 1753, come Fagus castanea, ma il
riconoscimento della sua appartenenza ad
un genere diverso da quello del faggio si
deve a Miller, nel 1768. Linquadramento
in un genere a s stante, individuato in
modo chiaro e inequivocabile, fu condiviso
anche da altri Autori, come Lamarck e
Gaertner, che lo descrissero indipendentemente. Il castagno ben differenziato dalle
specie pi affini Castanea crenata Sieb. et
Zucc., del Giappone, introdotta in Europa
come porta-innesto per la sua resistenza al
mal dellinchiostro, e Castanea dentata
Borkh., del Nordamerica. Sono invece
molto numerose (oltre 300 nella sola Italia)
le cultivar, selezionate per gli scopi pi
vari (farine, dolci, marmellate, frutto fresco o secco) nellalimentazione umana, ma
anche per lalimentazione del bestiame e
per le caratteristiche tecnologiche del
legno.
QUERCUS L.
Alberi, raramente arbusti, con foglie
caduche o persistenti, intere o lobate a
margine dentato, sinuato. Fiori maschili,
con involucro diviso in 4-7 lobi, con 4-12
stami, riuniti in infiorescenze pendule.
Fiori femminili, solitari o riuniti in corte
spighe. Gemme ovoidali, arrotondate,
angolose, acute, con squame imbricate.
Cupola di forma variabile, coriacea, ricoperta da squame appressate, ricurve o
arcuate, ricoprente la ghianda per un quarto sino a met. Ghiande con maturazione
nello stesso anno della fioritura, o nellanno seguente. Impollinazione anemofila,
talvolta entomofila.
Al genere Quercus appartengono da 200
a 600 specie diverse, distribuite nelle
regioni temperate, subtropicali e tropicali
dellEmisfero settentrionale. La presenza
del fenomeno dellintrogressione determina una notevole difficolt nel riconoscimento delle specie e questo anche uno

dei motivi per cui tra gli Autori si hanno


opinioni molto diverse sul numero delle
entit. Oltre allEuropa, lareale si estende
nel Medio Oriente, lungo la fascia settentrionale del continente africano, mentre in
Estremo Oriente le specie sono rare. Il
maggior numero di specie si ritrova negli
Stati Uniti e nellAmerica centrale. Nel
passato la diffusione doveva essere ben pi
vasta e comprendere anche Australia,
America del Sud e Africa centrale come si
pu dedurre dai reperti fossili, alcuni dei
quali risalenti al Cretaceo. Le querce,
come altre piante arboree dicotiledoni,
sono di origine molto antica e nel periodo
post-glaciale costituivano la vegetazione
dominante delle regioni del Nordeuropa.
Attualmente, sono i componenti principali
di molte formazioni forestali in diverse
zone temperate del mondo.
Il nome Quercus lantico nome latino
delle querce. Secondo alcuni autori deriverebbe dal celtico quer = bello e cuez =
albero, ma ci non sembra molto verosimile in quanto la sua diffusione nella penisola italica era sicuramente abbondante e
lalbero era troppo ben conosciuto anche
agli albori della cultura latina per non
avere una denominazione autonoma a prescindere da quella eventuale di origine celtica.
Generalit sulle querce della Sardegna.
La variabilit dei caratteri morfologici nelle
specie del genere Quercus ben nota agli
Autori che si sono occupati di questo importante genere nellarea mediterranea ed europea evidenziandone, allo stesso tempo, la
difficolt di una corretta definizione tassonomica.
La variabilit si esprime nella forma complessiva della foglia e in tutti i caratteri come
le dimensioni della lamina e del picciolo, la
pubescenza dei rami e delle foglie, nel numero delle nervature e dei lobi e labbondanza
degli stomi. Le dimensioni e la forma della
ghianda presentano differenze significative,
cos come il rapporto cupola-ghianda. Analoga variabilit si riscontra sul tipo di ramificazione e sulla corteccia; sul numero dei fiori,
151

dei pezzi fiorali, degli stami e degli stili; sul


numero dei frutti nei racemi. In uno stesso
ramo le foglie, di forma obovata e a lobi
ampi arrotondati dei primi internodi, differiscono costantemente sia per la forma lanceolata, sia per lobi e controlobi acuti, nei getti
tardo-primaverili o estivi.
Anche il patrimonio genetico mostra una
grande diversit, come evidenzia il lavoro
Fineschi et al. (2002) su diverse popolazioni
dellIsola, cosa del resto ben prevedibile a
fronte della grande diversit morfologica e
della grande adattabilit alle condizioni ecologiche pi disparate. Fineschi e Vendramin
(2004), analizzando la diversit cloroplastica delle querce italiane, hanno messo in evidenza la maggiore ricchezza genetica delle
popolazioni meridionali ed insulari, prospet-

tando lipotesi sia di un accantonamento di


popolazioni ancestrali durante le fasi di progressivo raffreddamento del clima, sia di una
successiva espansione, dopo lultima fase
glaciale, verso le regioni settentrionali.
Ad ogni qual modo, i caratteri morfologici di cupola, ghiande, foglie, pelosit dei
rami giovani stanno ancora alla base del
riconoscimento in campo delle querce e in
relazione a questi caratteri sono state descritte numerose specie che alcuni autori non
considerano oggi pi valide o trattano come
sottospecie, variet o forme.
Sulla base dei principali contributi allo
studio di questo genere, a partire dal
Moris, per la Sardegna si ha il seguente
quadro tassonomico:

Autori

Entit

Specie sempreverdi
Autori vari
Autori vari
Camarda, 2003; Arrigoni, 2006
Mossa et all, 1998, Paffetti et al. 2002

Quercus
Quercus
Quercus
Quercus

Specie caducifoglie
Moris, 1858-59
Fiori, 1923-27
Schwartz, 1964

Pignatti, 1982

Arrigoni, 1983; Camarda, 2003


Camarda e Valsecchi 1983
Brullo, Bacchetta e Mossa, 1998, 1999

Arrigoni, 2006

152

ilex L.
suber L.
coccifera L.
calliprinos Webb

Quercus robur L. var. sessiliflora (Salisb.) Moris


Q. robur L. var. pubescens (Willd.) Moris
Q. robur var. lanuginosa (Lam.) Fiori (=Q. pubescens Willd.)
Q. pubescens Willd.
Q. virgiliana (Ten.) Ten.
Q. congesta C. Presl
Q. congesta C. Presl
Q. pubescens Willd.
Q. virgiliana (Ten.) Ten.
Q. pubescens Willd.
Q. congesta C. Presl.
Q. pubescens Willd.
Q. congesta C. Presl
Quercus congesta C. Presl
Quercus amplifolia Guss.
Quercus dalechampii Ten.
Quercus virgiliana (Ten.) Ten.
Quercus ichnusae Brullo, Bacchetta et Mossa
Quercus pubescens Willd.

Per la Sardegna, considerate notevoli disparit dopinione che permangono anche


tra gli specialisti, si ritiene opportuno, sulla
base delle raccolte effettuate in numerose
localit, focalizzare lattenzione su alcuni
problemi ricorrenti, analizzando le singole
specie durante la loro trattazione.
Questa trattazione vuole essere anche un
contributo alla pi generale conoscenza del
genere Quercus in unarea geograficamente
limitata come la Sardegna, prendendo in
esame alcuni caratteri morfologici considerati utili per lidentificazione delle specie
presenti.

Quercus pubescens Willd., Sp. Pl., 4: 450


(1805) non Willd. (1796), Berlin. Baumzucht.: 279 (1796) nom. conserv.
Sin.: Quercus lanuginosa (Lam.)
Thuill., Fl. paris., ed. 2:502 (1800)
Quercus faginea Moris, Stirp. Sar. El.,
1:42 (1827)
Q. dalechampii Ten., Index Sem. Horti
Neap. : 15 (1830), pro parte
Quercus ichnusae Brullo, Mossa et Bacchetta, Israel I. Pl. Sc., n. 7: 199 (1999),
pro parte.
Regione della prima descrizione: Gallia.

Chiave analitica
1 Foglie caduche, sinuato-lobate............2
Foglie persistenti coriacee mai sinuatolobate..................................................3
2 Foglie sempre pelose nella pagina inferiore; rami eretti, ascendenti................
..........................................Q. pubescens
Foglie pelose o glabrescenti nella pagina inferiore; rami ricurvi, talora penduli e toccanti il suolo............Q. congesta
3 Foglie ovali, rotondeggianti, coriacee e
rigide, glabre nelle due pagine, spinulose; rami giovani glabri o con peli pi o
meno abbondanti................Q. coccifera
Foglie ovali o ellittico-lanceolate pi o
meno pelose nella pagina inferiore......4
4 Foglie coriacee, ovali, oblunghe o lanceolate, dentato-spinulose o intere, glabre o un po pelose nella pagina inferiore; rami giovani ricoperti da densa
peluria bianca; corteccia liscia o debolmente screpolata.........................Q. ilex
Foglie coriacee ovali o ovali-lanceolate, mucronulate e dentato-spinulose,
tomentose nella pagina inferiore; rami
giovani con peluria scarsa; corteccia
spessa, suberosa, fortemente screpolata, grigia..................................Q. suber

Nomi italiani: Roverella.


Nomi sardi: Arroele (Arzara); Arroili
(Gadoni); Arroli (Burcei, Villasalto);
Chelcu (Berchidda, Oschiri, Padria,
Tempio); Chelcul (Alghero); Cherchi
(Urzulei); Chercu (Bitti, Bolotana,
Oliena, Orani); Cheru (Fonni, Gavoi,
Ollolai); Crecu (Busachi, Oristano,
Samugheo, Santulussurgiu, Tonara);
Creu (Olzai, Ovodda); Elu (Orgosolo); Orroele (Aritzo, Baunei, Desulo);
Orroali (Triei); Orrori (Laconi); Orroli
(Camp.).
Nomi stranieri: Ingl., Pubescent Oak; Fr.,
Chne pubescent, Chne Blanc; Ted.,
Flaum-Eiche; Sp., Roble.
Albero alto fino a 25-30 m, molto ramificato con chioma eretto-globosa. Rami
giovani pubescenti con pelosit persistente. Foglie situato-lobate, membranacee,
alterne, variabilissime di forma e dimensioni anche nello stesso esemplare, lunghe
5-20 cm e larghe 3-10; obovate, ellittiche,
cuneate, subcordate alla base; situato-pennatifide o lobate con lobi pi o meno acuti
o ottusi; pelose nella pagina inferiore; picciuolo di 5-30 mm, talora giallastro o rossastro. Gemme di 4-8 mm, ovoidee o piramidali acute allapice. Fiori unisessuali: i
maschili in amenti penduli di 4-6 cm, quelli femminili sessili o brevemente peduncolati in gruppi di 1-4, involucrati da bratteo153

Variabilit delle ghiande di Quercus pubescens nellambito di un esemplare o di pi esemplari di una stessa popolazione.

154

Albero monumentale di Quercus pubescens in localit Sas Cariasas in territorio di Illorai.

155

le e squame unite alla base, imbricate. Stilo


breve con stigma di 3-5 lobi. Cupola minutamente peloso-feltrosa, con squame lanceolato-lineari, cuspidate, ottuse o triangolari, gibbose alla base, pi o meno appressate. Frutto (ghianda) ovoideo, globoso,
oblungo, ellissoideo, pi o meno coperto
dalla cupola nella parte inferiore, di lunghezza variabile da 1,4 a 3,5 cm.
Tipo biologico. Albero a foglie caduche. Mesofanerofita.
Fenologia. Inizia la fioritura a fine
marzo a quote pi basse e ad aprile-maggio
nelle aree pi elevate, contemporaneamente allemissione delle nuove foglie sui rami
dannata. Le ghiande maturano ad ottobrenovembre. Le foglie secche spesso persistono nei nuovi getti o nelle piante giovani
fino a dicembre-gennaio e talora a marzoaprile.
Areale. La roverella diffusa nellEuropa settentrionale dalla Francia alla Germania e nelle regioni meridionali dalla
Spagna fino alla Turchia. In Sardegna
uno degli alberi pi comuni e va ad occupare vaste aree nelle regioni collinari e
montane.
Ecologia. una specie eliofila, moderatamente termofila, indifferente al substrato, che si adatta anche su terreni degradati
e scarsamente fertili. Mentre nellItalia
continentale mostra una netta predilezione
per il substrato calcareo e si comporta
come specie termofila, in Sardegna ha una
netta predilezione per i suoli di origine silicea, con alcune significative eccezioni,
come nel Supramonte calcareo di Urzullei
e di poche localit del Sarcidano. Si comporta anche come una mesofita che vegeta
nei luoghi freschi con precipitazioni
abbondanti, e predilige le aree montane,
oltre i 500-600 m di quota e sino ai 12001.600 m. La roverella entra a far parte dellordine (Quercetalia pubescentis), di
associazioni (Saniculo-Quercetum pubescentis, Quercetum pubescentis, Quercetum mediterraneo-montanum) e di sottoassociazioni (Viburno-Quercetum ilicis
subass. pubescentetosum) sempre con un
156

ruolo di specie dominante o comunque


abbondante e caratteristica dal punto di
vista fisionomico.
Grandi alberi. La roverella, a dispetto
del suo nome, pu raggiungere dimensioni
davvero considerevoli, come testimoniano
i grandi alberi tuttora esistenti a Sas Cariasas, in territorio di Illorai, con un esemplare che raggiunge circa 30 metri con circonferenza di 750 cm, a Cludino in territorio
di Talana (25 m in altezza e 630 cm in circonferenza), in localit Canale Aspidda a
Sorgono (15 m daltezza per 500 cm di circonferenza) e a Sa Costa di Desulo, con il
tronco di 540 cm e unaltezza di 14 m.
Sono scomparsi il grande albero, presente
sino agli anni Ottanta del secolo scorso, nel
Marghine di Bolotana, e quello di Su Palathu a Orani, tagliato intorno al 1970, di cui
esiste documentazione fotografica, entrambi con diametro di oltre 2 metri. Altre querce di grandi dimensioni sono presenti nel
Gennargentu, soprattutto nella grande vallata di Duio e Monte Novu, che testimoniano la presenza delle antiche formazioni
forestali in questarea. Due nuclei di grandi alberi con diametro di 1-1,5 m sono presenti a Fennau, su substrato calcareo, in
territorio di Urzullei. Raramente i grandi
alberi presentano un portamento naturale,
anche perch sono soggetti a sramatura per
il pascolo degli animali domestici (assidare = chere sida), per i fulmini e per gli
incendi. Il nucleo di alberi pi interessante
per il portamento naturale localizzato in
territorio di Lodine, presso il Rio Govosoleo, dove le piante hanno una ramificazione che non mostra segni di danno n per
cause naturali, n antropiche. Vedi anche
Q. congesta.
Notizie selvicolturali. La roverella un
albero longevo e assume spesso portamento maestoso e dimensioni notevoli. Le
ghiande hanno una capacit germinativa
del 70-80%, che per di breve durata.
Possono germinare appena cadute nello
stesso periodo autunnale o, se conservate,
dopo 20-30 giorni dalla semina, nella primavera seguente. La riproduzione della

Quercus pubescens Willd. - Ramo con ghiande, rami con gemme; pagina inferiore della foglia x 0,6; gemme x 3;
squame delle gemme x 6.

Esemplare isolato di Quercus pubescens in piena fioritura.

roverella avviene in genere per semina


diretta. Ha unelevata capacit pollonifera
e si presta bene ad essere trattata a ceduo.
In Sardegna costituisce dei boschi piuttosto estesi nelle zone centrali e settentrionali. La sua diffusione favorita dalluomo
sia per lalimentazione del bestiame con il
fogliame, sia per la produzione di una
grande quantit di ghiande nel periodo
autunnale-invernale. La maggiore estensione della roverella, anche nelle aree pi
favorevoli al leccio, determinata dal fatto
che, rispetto a questa specie, perde le
foglie nel periodo autunnale e invernale,
consentendo cos la produzione di uno
strato erbaceo utile allapprovvigionamento del bestiame allo stato brado. Si tratta di
un processo tipico delle aree ad economia
pastorale, che vede una lenta, ma inesorabile trasformazione nella composizione
floristica dei boschi, tipicamente di origine
antropica. Specie sensibile al fuoco in
molte zone si presenta in forma arbustiva,
costituendo macchie e boscaglie, che non
evolvono a causa del pascolamento, oltre
158

Distribuzione in Sardegna di Quercus pubescens.

che a causa dei ripetuti incendi. soggetta


agli attacchi dei fitofagi defogliatori
(Lymantria dispar e Malacosoma neustrium) che ripetutamente provocano notevoli danni alla fruttificazione e al regolare
accrescimento del tronco.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno moderatamente pesante,
duro, tenace e molto duraturo sia in
ambiente aereo, sia nellacqua. Per queste
caratteristiche, soprattutto nel passato,
accanto alle specie ancora pi pregiate di
farnia e rovere, stato lalbero da legname
per eccellenza ed utilizzato in tutti i
campi dellattivit umana per costruzioni
navali, fortificazioni militari, macchine
idrauliche, ponti, ferrovie, travi, botti, ebanisteria. In Sardegna nelle case era utilizzato per travature, solai, scale, architravi
delle porte, balaustre e terrazzi. un eccellente combustibile e per questo motivo
ampiamente commercializzato come legna
da ardere.
Note etnobotaniche. La roverella,
assieme alle altre querce caducifoglie, ha
rappresentato nellattivit umana un punto
di riferimento molto importante fin dallantichit. La quercia era sacra a Giove ed
ebbe grande considerazione tra i Romani.
In tutta Europa ha avuto anche significato
simbolico di forza e le corone regali ne
riproducevano fronde e ghiande. Sono
numerosi inoltre gli stemmi delle nobili
casate e dei comuni che riproducono la
quercia. I Romani ne utilizzavano il legname pregiato e, per tale motivo, istituivano i
boschi sacri (lucus) tutelati con leggi molto
severe. La corteccia, nel passato, stata
molto ricercata, e commercializzata per
lalta percentuale, fino al 15%, di tannini.
La scorza dei rami giovani era usata in
infuso come febbrifugo e astringente. Le
galle prodotte dalla puntura dinsetti imenotteri del genere Cynips contengono notevoli quantit di tannini e concentrate erano
utilizzate come inchiostro. La roverella ha
dato il nome a numerosi fitotoponimi (Su
Chercu, Chechedu da Quercus, SOrroele
da Robur, entrambi con leggere varianti

fonetiche locali; i primi prevalgono nella


Sardegna settentrionale e centrale, i secondi in Ogliastra e nella Sardegna centromeridionale). Potrebbe derivare da Robur,
il nome del paese di Orroli. Con il nome di
Chercu terranzu si intende lo stadio giovanile anche dopo il passaggio del fuoco,
piuttosto che unentit particolare. Un
fungo del genere Hydnum (barba di cappuccino), che fa marcire il tronco dallinterno, forma strati compatti di micelio che
venivano utilizzati come cerotto cicatrizzante molto efficace per le piccole ferite.
Presso Fonni, la localit di Sorabile, dove
sono ancora presenti rovine di una fonte e un
posto di guardia romani, pu essere considerata la prima area protetta della Sardegna, in
quanto bosco sacro (lucus) dedicato, dal prefetto della Sardegna Caio Ulpio Severo, al
dio silvano del bosco di Sorabile (Numini
Deo Silvano/nemoris sorabensis/Caius
Ulpius Severus/Procurator Augusti/Praefectus Provinciae Sardiniae), come recita liscrizione ivi ritrovata.
Quercus congesta C. Presl in J. & C.
Presl, Delic. Prag. : 32 (1822)
Sin.: Q. virgiliana (Ten.) Ten., Fl. Nap.
Syll. App., 5: 262 (1836), pro parte
Q. amplifolia Guss., Fl. Sic. Syn., 2(2):
607 (1844), pro parte
Quercus ichnusae Brullo, Mossa et Bacchetta, Israel J. Pl. Sc., 47: 199 (1999), pro
parte.
Regione della prima descrizione: Regione
demissa Aetnae.
Nomi italiani: Quercia contorta.
Nomi sardi: Chercu nuche (Orani); (di
norma come Quercus pubescens).
Albero di 10-15 m con chioma globosa
e rami contorti, serpeggianti, tendenti ad
inclinarsi verso il basso o penduli financo
a toccare il terreno. Rami giovani pi o
meno pelosi, con foglie di 5-12 cm, ravvi159

Quercus congesta C. - Presl. Ramo con ghiande, rami con gemme, ramo con fiori maschili, pagina inferiore delle
foglie x0,6; particolare dei fiori maschili x3; stami x6; fiori femminili x3,5.

Variabilit di foglie e ghiande di Quercus congesta in esemplari diversi di una stessa popolazione.

161

Esemplare in habitus invernale di Quercus congesta con la tipica ramificazione contorta e serpeggiante.

Alberi di Quercus congesta con chioma globosa e rami penduli.

162

cinate, alterne. Lamina obovata, ellittica,


cuneata o subcordata alla base con 5-8 paia
di nervature e lobi arrotondati o pi o meno
acuti; pagina inferiore con lanugine persistente o del tutto glabra fin dallo stadio
giovanile; picciuolo di 5-30 mm. Ghiande
in gruppi di 3-5, pi raramente solitarie, su
corti peduncoli.
Tipo biologico. Albero caducifoglio a
chioma globosa. Mesofanerofita. Impollinazione anemofila, raramente entomofila.
Fenologia. Fiorisce a marzo-maggio. In
annate con clima mite e piovoso, Q. congesta si comporta quasi come una sempreverde, mantenendo le foglie sino alla primavera successiva e perdendole contemporaneamente allemissione di quelle nuove. Le
ghiande maturano a ottobre-novembre.
Areale. Quercus congesta diffusa in
Sardegna, Sicilia, Calabria e Basilicata. In
particolare, in Sardegna distribuita dallIsola de LAsinara, dove esiste un piccolo
nucleo presso il villaggio di Cala dOliva,
a Stintino, nel Sassarese e nel Logudoro.
sporadica, lungo tutta la costa occidentale
da Alghero a Bosa e quindi sino alla penisola del Sinis, con grandi alberi per lo pi
situati lungo i confini dei chiusi, e nellOristanese. diffusa alle falde della catena
del Marghine, nel Barigadu, con alberi di
grandi dimensioni, presso Boroneddu,
Nughedu Santa Vittoria, Samugheo. Un
nucleo consistente si ritrova nelle regioni
del Coros, Nurcara e Meilogu. Esemplari
isolati sono presenti a Santa Maria Navarrese, in Ogliastra. Nelle Giare e in tutto il
settore della Marmilla che porta verso il
Sarcidano si hanno le maggiori concentrazioni anche con boschi estesi. Pi spesso si
hanno pascoli arborati con alberi di medie
dimensioni come in territorio di Bortigali,
Silanus e vallata di Oliena.
Ecologia. Specie eliofila e termofila,
indifferente al substrato geo-pedologico
con preferenza per i substrati trachitici e
basaltici, vegeta preferibilmente dal livello
del mare fino ai 400-600 m di quota. La
distribuzione di Q. congesta mostra una
netta predilezione per le zone calde, e

dimostra allo stesso tempo che le querce


caducifoglie, come del resto si pu osservare in altri paesi con clima mediterraneo
di tipo caldo-arido (Quercus canariensis
nella Spagna meridionale e in Marocco),
possono costituire formazioni boschive al
pari del leccio e delle sclerofille della macchia mediterranea. Entra a far parte dellassociazione Quercetum congestae-suberis,
formazione forestale termofila delle aree
costiere e collinari.
Grandi alberi. La quercia contorta non
raggiunge grandi dimensioni in altezza,
anche in ragione del suo portamento; tuttavia, si possono osservare alberi con tronchi
di 80-90 cm di diametro nel Coros, nel
Sinis, a Santa Maria Navarrese e Silanus.
Particolarmente integro e composto un
esemplare presente nella piazza di Cargeghe, dichiarato, primo caso in Sardegna,
monumento naturale da parte del Consiglio
comunale di quella comunit.
Notizie selvicolturali. La quercia contorta forma boschi di una certa estensione,
ma meno compatti rispetto alla roverella,
in quanto sono pi soggetti ad utilizzazioni antropiche, pascolo e incendio.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno simile a quello della roverella, ma meno pregiato per i suoi rami
contorti ed utilizzato quasi esclusivamente come legna da ardere.
Note etnobotaniche. Come Quercus
pubescens. Il nome sardo di Chercu nuche
(=quercia noce) attribuito a Q. congesta
sembra dovuto alle propriet del tronco di
spaccare facilmente al pari di quello del
noce.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit delle querce caducifoglie in
Sardegna. Lanalisi sulla variabilit dei
caratteri morfologici nelle querce caducifoglie effettuata su popolazioni della Sardegna settentrionale (Camarda, 1988) e
centro-orientale (Cabiddu, 2001) ha dimostrato come sia possibile attribuire singoli
individui a specie del tutto differenti a
seconda dei campioni presi in considerazione. Alle stesse conclusioni pervengono
163

Esemplare isolato di Quercus congesta in piena fioritura.

Di Noto, Grossoni e Bussotti (1995) e


Bruschi e Grossoni (2005) analizzando
essiccata derbario e campioni raccolti in
natura in diverse aree della Sicilia e dellItalia continentale.
In particolare, occorre sottolineare le
differenze notevolissime della forma e
delle dimensioni che si osservano tra le
foglie dei rami di primo getto, rispetto ai
rami che riprendono la crescita da gemme
apicali nello stesso periodo primaverile o
nel periodo tardo-estivo o autunnale, a
seguito di piogge e/o di mitigazione dellaridit.
La caduta delle foglie regolare ai
primi freddi autunnali nelle popolazioni
delle aree montane, mentre nelle aree basse
alcuni individui presentano spesso persistenza delle foglie anche nel periodo invernale e sino alla comparsa delle nuove
foglie, comportandosi quasi alla stregua
delle specie sempreverdi. Solo il portamento della chioma, che evidentemente
non risulta utile come carattere diagnostico
nei campioni derbario, mostra una certa
164

Distribuzione in Sardegna di Quercus congesta.

costanza con forme globose e rami contorti con internodi molto brevi nelle zone
basse, mentre nelle zone elevate la forma
tende ad essere assurgente con chioma
ovata o obovata a rami diritti, eretti o eretto-ascendenti
La fioritura si dispiega in modo scalare,
talora a partire da dicembre, a livello del
mare, sino alla fine di giugno nelle quote
pi alte. Si hanno in tal modo sei mesi di
tempo di fioritura che consentono una continuit di flusso genico fra le diverse popolazioni.
Mossa, Bacchetta e Brullo (1998; 1999)
hanno dato importanza alla corteccia e al
tipo di fessurazione, allo spessore ed al
colore della stessa. Pur tuttavia, anche questo carattere variabilissimo non solo nellambito di una stessa popolazione, ma
anche in uno stesso individuo a seconda
della posizione dei rami e nello stesso tratto di tronco in relazione a fenomeni di torsione.
Questi autori escludono Q. pubescens
Willd. dalla flora dellIsola e indicano tra
le specie presenti Q. congesta C. Presl, Q.
virgiliana (Ten.) Ten., Q. amplifolia Guss.,
Q. dalechampii Ten., nonch una nuova
specie denominata Q. ichnusae. Oltre a
queste entit sono indicati diversi ibridi
che convivono con le specie parentali.
Arrigoni (2006) contesta questo inquadramento, in particolare per quanto riguarda
linesistenza dellisolamento genetico.
Nello stesso lavoro di Mossa et al.
(1998) riguardo alla distribuzione di Q.
congesta si esclude la presenza nelle aree
pi calde e costiere, giustificando ci con
una supposta vicarianza di Quercus calliprinos Webb, maggiormente termofila e
pi resistente al clima caldo-arido. In realt, la quercia spinosa limitata sostanzialmente alla sola zona costiera della Sardegna sud-occidentale, dove sono ugualmente presenti querce caducifoglie, attribuibili
a Quercus congesta, entit termofila degli
ambienti caldo-aridi,
Boschi importanti di querce caducifoglie
di incerta attribuzione esistono sui calcari

mesozoici del Sarcidano ed anche in quelli


della Sardegna centro-orientale, a circa
1.000 m di quota, in territorio di Urzulei.
Per quanto riguarda le altre specie
segnalate per la Sardegna, si ritiene opportuno fare alcune precisazioni differenziali
rispetto a Q. pubescens.
Quercus virgiliana, conosciuta come
quercia castagnara, descritta per la Campania, presenterebbe le ghiande dolci, ma
anche questo carattere si pu riscontrare in
uno stesso albero, accanto a quelle pi
amare e tanniche. preferibile attribuire
questi individui a Quercus congesta, cos
come Quercus amplifolia, differenziata per
la presenza di foglie di grandi dimensioni.
Quercus dalechampii, dellItalia centrale e meridionale, che si caratterizza per le
ghiande di modeste dimensioni, indicata da
Mossa et al. (op. cit.), attribuibile piuttosto a esemplari di Quercus pubescens.
Quercus ichnusae, istituita in virt delle
grandi dimensioni delle ghiande per la
zona di Senis nellOristanese, si ritiene
meglio identificabile in parte con Quercus
congesta e in parte con Quercus pubescens.
Infine, in considerazione del fatto che i
caratteri diagnostici indicati si riscontrano
anche in Q. pubescens e Q. congesta e del
fatto che i fenomeni di introgressione nelle
querce sono molto frequenti, la delimitazione tra le diverse entit ibride e la loro identificazione sarebbe ancor pi problematica.
In conclusione, non appare giustificata la
presenza di un cos alto numero di specie,
peraltro simpatriche, o comunque senza
soluzione di continuit delle popolazioni, e
distribuite in modo indipendente dalle condizioni ecologiche, non isolate geneticamente e non discriminabili in base ai soli
caratteri morfologici. Al contrario la grande
variabilit dei caratteri dimostrerebbe lappartenenza ad ununica grande entit.
Lo studio delle popolazioni anche su
basi genetiche potr meglio definire il reale
rango sistematico e quindi una tassonomia
pi accettabile delle specie caducifoglie.
possibile sin dora, tuttavia, considerare
165

le popolazioni della Sardegna come una grande entit di antica origine, verosimilmente di
natura ibridogena, come tutte le querce caratterizzata da fenomeni di introgressione, che
costituiscono un complesso estremamente
variabile. Al momento, pertanto, in mancanza
di uno studio che correli in modo convincente i caratteri morfologici diagnostici con le
caratteristiche genetiche, si ritiene opportuno
considerare come presenti nellIsola al rango
di specie solamente Quercus pubescens
Willd. e Quercus congesta C. Presl, riconoscibili per portamento e dislocazione geografica, alle quali potranno essere associate sottospecie, variet, forme o ecotipi, sulla base
di indagini dettagliate di diversa natura.
Quercus coccifera L., Sp. Pl. 2: 995
(1753)
Sin.: Quercus calliprinos Webb., Iter
Hisp., 35 (1834)
Quercus pseudo-coccifera Desf., Fl.
Atl., 2:349 (1799)
Quercus coccifera L. var. calliprinos
(Webb) Fiori, Fl. An. Ital., 1: 270 (1898)
Quercus coccifera L. ssp. calliprinos
(Webb) Holmboe, Bergens Mus. Skr., ser.
2:1(2): 61 (1914).
Regione della prima descrizione: Habitat
in G. Narbonensis, Hispania.
Nomi italiani: Quercia spinosa.
Nomi sardi: Arroi (Capoterra); Landiri
marru (Fluminimaggiore); Landiri de
arroi, Orri, Roi.
Nomi stranieri: Fr., Chne kermes, Chne
cochenile; Ted., Kermes-Eiche, StechEiche; Sp., Coscoja, Matarubia, Carrasca, Garric.
Arbusto, alto 1-2 m, raramente albero di
4-8 m o pi, con fusto tortuoso e rami intricati flessibili con chioma densa e compatta. Corteccia liscia, poco fessurata o solo
leggermente solcata. Rami giovani glabri,
glabrescenti o debolmente pelosi. Foglie
166

persistenti, coriacee, rigide, glabre, ovali,


rotondeggianti o lanceolate, con margine
ondulato, dentato-spinuloso o anche del
tutto intere e lisce. Nervature pi marcate
nella pagina inferiore. Fiori maschili piccoli, urceolati, ciliati, riuniti in infiorescenze pendule. Fiori femminili con involucro ridotto, riuniti in spighe con 1 o 4
fiori. Cupola ricoprente da un terzo alla
met della ghianda, emisferica, con squame allungate, acute, decisamente piegate
allinfuori, pi o meno pungenti, o anche
appressate verso linterno. Ghianda ovoidale, ellissoidea, lunga 2-3,5 cm con apice
arrotondato o umbonato.
Tipo biologico. Arbusto o albero di piccole o medie dimensioni, sempreverde,
longevo. Nano- o microfanerofita. Impollinazione anemofila.
Fenologia. Fiorisce in aprile-maggio e
fruttifica nellautunno dellanno successivo. Sullo stesso esemplare si possono trovare contemporaneamente ghiande mature
e nuovi fiori femminili. La rinnovazione
delle foglie avviene quasi parallelamente
alla fioritura.
Areale. La quercia spinosa in senso lato
una specie mediterranea, con areale esteso dalla Penisola Iberica alle coste dellAfrica settentrionale sino alla Penisola Balcanica e al Medio Oriente. In Italia presente in Sardegna, Sicilia e nelle Puglie.
Secondo alcuni autori questo ampio areale
pu essere scisso in due zone caratterizzate da due specie distinte. Sul Mediterraneo
occidentale graviterebbe lareale di Quercus coccifera L., in senso stretto, mentre
nel Mediterraneo orientale quello di Quercus calliprinos Webb.
La presenza di Quercus coccifera in
Sardegna, attestata gi da Plinio, limitata
soprattutto al settore sud-occidentale dellIsola, e considerando che si tratta di una
pianta utilizzata nel passato per la produzione di colorante, non da escludere, seppure difficilmente dimostrabile, che sia
stata introdotta dai Punici o dai Romani. In
effetti, la distribuzione allo stato spontaneo
legata soprattutto alle zone costiere, dove

Qucrcus coccifera L. - Ramo con frutti, infiorescenza, foglie, frutto x0,64; fiore maschile, fiore femminile x4.

vive in vicinanza di siti archeologici di


quelle epoche.
La quercia spinosa diffusa nel settore
sud-occidentale dellIsola e precisamente a
Uta, Porto Pino, Portixeddu-Buggerru e
presso Pabillonis. Unampia popolazione,
sicuramente spontanea, presente nel
Sinis. Un esemplare isolato, ritrovato nel
tavolato basaltico di Monte Minerva, ne
estende la distribuzione in Sardegna al settore nord-occidentale. Introduzioni per il
consolidamento delle scarpate di cava sono
state effettuate nel settore sud-orientale del
Monte Albo e non sono da escludere piante coltivate per giardinaggio.
Ecologia. una specie eliofila che preferisce gli ambienti luminosi ed i terreni
calcarei e non rifugge dalle aree scistose
e/o vulcaniche, come nellisola di Lesbos,
dove forma estese macchie e boschi impenetrabili. Vegeta anche molto bene nelle
regioni assolate, sabbiose o rocciose con
clima caldo-arido. Nelle zone del Mediterraneo orientale ed in particolare nella Penisola Balcanica, si adatta a climi pi umidi
ed entra a far parte di formazioni vegetali
mesofile. In Sardegna cresce su dune,
interdune, zone pietrose con terreno poco
profondo. Fa parte di formazioni arbustive
a macchia alta con pini, ginepro, corbezzolo, rosmarino, cisto e fillirea e, nel Sinis,
con le rare Erica multiflora e Viola arborescens. diffusa anche nelle formazioni a
macchia bassa ed in quelle a gariga assieme a calicotome, ginestra spinosa, elicriso
ed altre specie xerofile. invece rara la
presenza su altri substrati nelle aree pi
interne (exsiccata di Martinoli in FI!). la
specie pi rappresentativa di JuniperoQuercetum cocciferae (=Junipero-Quercetum calliprini) delle formazioni miste di
ginepro coccolone e quercia spinosa su
duna.
Grandi alberi. Gli alberi di quercia spinosa di maggiori dimensioni sono limitati
alle dune di Buggerru, ma non superano 56 m di altezza, sebbene possano avere una
notevole et, in forza della lentezza di crescita.
168

Notizie selvicolturali. La quercia spinosa ha unelevata capacit pollonifera ed


resistente al taglio ed agli incendi. Per questa sua vitalit utilizzata come fissatrice
di dune mobili e nei rimboschimenti,
soprattutto in terreni calcarei, dove pu
preparare il terreno per limpianto di specie forestali pi esigenti. Se opportunamente irrigata ha un accrescimento durante
tutto lanno, ci che dimostra il suo carattere di pianta pienamente mediterranea in
quanto il fattore limitante alla crescita la
disponibilit idrica. Si presta a costituire
bordure compatte e molto resistenti allaridit, quindi particolarmente idonee ai giardini mediterranei.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno pesante, omogeneo, duro
e viene utilizzato per manici di aratri e di
altri utensili. Nellantichit veniva usato
per costruire carriole e parti di strumenti
musicali. Lutilizzazione maggiore come
combustibile e in particolare le fascine
sono adoperate per il forno a legna.
Note etnobotaniche. Il nome specifico
di questa pianta si deve ad un insetto,
Chermococcus ilicis L., che vive parassita
sulle foglie producendo numerose galle
dove depone migliaia di uova (falsa cocciniglia), che opportunamente trattate danno
il colore rosso o chermesino, rinomato fin
dallantichit. Plinio affema che gli antichi
Ispanici pagavano met dei loro tributi ai
Romani con la porpora ottenuta da questa
piccola quercia, e curiosamente afferma
anche che il prodotto pi scadente era
quello di Sardegna.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Quercus coccifera istituita da
Linneo su materiale della Provenza e della
Spagna (Habitat in G. Narbonensis, Hispania) unentit molto variabile. Tale variabilit si manifesta a livello di foglie, cupole,
frutti, fioritura, in modo analogo alle altre
querce sempreverdi. Presenta un areale circum-mediterraneo e, sulla base della sua
eccezionale variabilit, stata differenziata
in numerose entit trattate ora al rango di
specie, ora al rango di sottospecie, ora di

Distribuzione in Sardegna di Quercus coccifera.

variet e/o di forma. Tra tutte, quella pi


accreditata Quercus calliprinos Webb, che
diversi autori considerano distribuita nel
settore orientale del Mediterraneo.
Webb (1838) in Iter Hispanicum, basandosi su materiale di Labillardire, descrive
Quercus calliprinos soprattutto sulla base
della pubescenza dei rami giovani che permarrebbe anche durante il secondo anno,
contrapposta alla mancanza o scarsit di
peli stellati di Q. coccifera.
In realt anche nel materiale originale di
Webb presente in FI!, cos come nei campioni della Provenza, da cui proviene il tipo di
Q. coccifera, si ritrovano individui pi o
meno pubescenti e tale carattere variabile
al pari di altri nellambito di una stessa
popolazione. Analoga morfologia si riscontra in campioni da noi raccolti, oltre che
nelle diverse localit della Sardegna (glaberrima nel campione di Monte Minerva), in
Puglia, Sicilia, Marocco, Tunisia, Grecia,
Creta, Palestina, ed in altri materiali provenienti dalla Macedonia e dallAlbania.
La maggiore o minore pelosit dei rami
non pu essere considerata un elemento

Quercus coccifera con ghianda matura nel Sinis.

169

sufficientemente valido per giustificare


lattribuzione di rango di specie o di sottospecie allentit descritta da Webb.
Per quanto riguarda altri caratteri, come la
spinulosit che caratterizza le foglie, questa
non sempre verificata, n nei diversi individui di una popolazione, n allinterno di uno
stesso individuo. Parimenti sono variabili le
dimensioni e la forma delle foglie.
Analogamente le squame della cupola
variano da forme decisamente appressate a
patenti o riflesse e non possono essere considerate un valido carattere diagnostico. Sono
ugualmente variabili la forma e le dimensioni delle ghiande. Questo tipo di variabilit,
oltre che nelle popolazioni della Sardegna, si
riscontra in campioni provenienti indifferentemente da regioni del Mediterraneo occidentale od orientale (SS! FI!), tanto che
diversi autori, anche in una stessa area, indicano talora la contemporanea presenza delle
due entit (FI!, Herb. Webb) ci che evidentemente non facilmente accettabile.
La differenziazione al rango di specie di
Quercus calliprinos Webb da Quercus coccifera L. resta pertanto indimostrata, e
anche recenti lavori di tipo genetico (Paffetti et al., 2001) che considerano le popolazioni della Sardegna simili a quelle del
Medio Oriente, pur stabilendone la affinit, non ne dimostrano la separatezza da
Quercus coccifera L. Allo stato attuale,
appare pi opportuno mantenere la sinonimia di Q. calliprinos Webb con Q. coccifera L. in accordo con gli autori delle pi
recenti flore (Flora Iberica, Med-Check
List, Flora Europaea, Flora della Turchia,
Flora Hellenica, Flora dellIsola di Sardegna) dellarea mediterranea.
Quercus ilex L., Sp. Pl. 2:995 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Europa australi.
Nomi italiani: Leccio, Elce.
Nomi sardi: Eliche (Bitti, Nuoro, Orani,
Sard. Centr.); Elighe (Bolotana, Bonar170

cado, Ittiri, Oschiri, Ozieri, Padria, Sassari, Logud.); Elihe (Oliena, Orgosolo); Eligi (Seneghe); Erigi (Milis); Igili
(Meana); Igivi (Mandas); Ilihe (Urzulei); Ilixi (Burcei, Laconi, Villasalto);
Irixi (Quartu); Ivixi (Villacidro).
Nomi stranieri: Ingl., Evergreen oak, Holm
oak; Fr., Chne vert; Ted., Stein-Eiche;
Sp., Encina, Alsina, Carrasca, Chaparro.
Albero alto sino a 25-30 metri, con
tronco che pu raggiungere oltre i 2 metri
di diametro. Chioma densa, espansa, ovale,
di colore verde-scuro. Corteccia liscia, grigia negli esemplari giovani; scura, poco
screpolata e divisa in scaglie quadrangolari negli esemplari adulti e nei tronchi vecchi. Rami del primo e del secondo anno
det con peluria densa, bianco-grigiastra.
Gemme arrotondate allapice. Foglie persistenti, di dimensioni (lunghe sino a 10-12 e
larghe 2-5 cm) e forma molto variabili, da
ovale a ovale-lanceolata, coriacee, con
breve picciuolo; pagina superiore di colore
verde-scuro; quella inferiore verde pi
chiara, glabra o ricoperta da peluria. Margine intero o dentato-spinuloso, particolarmente nelle piante brucate dagli animali
domestici. Fiori maschili e femminili sulla
stessa pianta (monoica): i maschili piccoli,
urceolati, pubescenti, riuniti in infiorescenze pendule, dette gattini o amenti; i
femminili piccoli con involucro corto,
peloso e con stimmi ricurvi, riuniti in
infiorescenze erette a spiga. Cupola conica, campanulata o slargata, ricoprente da
un quarto a oltre la met del frutto; squame
tomentose, piccole, a base triangolare,
embriciate, appressate e decrescenti verso
lalto. Ghianda lunga 1,2-3 cm, per lo pi
ellissoidale, arrotondata o tronca allapice.
Tipo biologico. Pianta arborea, robusta,
longeva, sempreverde. Pu presentarsi
anche come piccolo albero o in forma
arbustiva. Mesofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in aprile-maggio e
matura i frutti a ottobre-novembre dello
stesso anno della fioritura. La fruttificazio-

Lecceta su granito nel versante meridionale del Limbara.

ne inizia intorno ai 10-15 anni di vita ed


abbondante (annata di pasciona) ogni 2-3
anni.
Areale. Il leccio una specie tipicamente mediterranea, diffusa soprattutto nel
bacino occidentale e pi rara su quello
orientale. presente anche sulle coste
atlantiche del Marocco e della Francia
occidentale. In Italia vive nelle isole, nelle
regioni costiere della penisola penetrando
anche largamente nelle zone interne centro-meridionali e in Sicilia. In Sardegna la
distribuzione del leccio copre gran parte
del territorio e si arresta, di norma, a circa
1.200 m di quota. Nellarea culminale del
Limbara si trova sporadico e in forma
arbustiva, mentre nel Gennargentu, a
Monte Pipinari, nel versante sud-occidentale, pi arido e meglio esposto, raggiunge
circa 1.400 m, che anche laltitudine
maggiore dove presente nellIsola.
Ecologia. una specie poco esigente
che si adatta a tutti i substrati geo-pedologici. Vive indifferentemente su suoli rocciosi, umidi o sabbiosi e rifugge solo quel-

li compatti argillosi o idromorfi. Il leccio


nei terreni profondi cresce rigoglioso,
mentre in quelli superficiali e degradati
vegeta rado e come arbusto. Sopporta bene
anche il clima caldo-arido, sebbene subisca
la concorrenza delle sclerofille pi termofile, e si adatta con facilit anche ai climi
non eccessivamente freddi. Resiste ai forti
venti delle zone costiere e montane. Per
questa sua plasticit ha potuto estendersi
dal livello del mare sino a quote elevate. Il
leccio, nelle zone con relativa aridit estiva e moderato freddo invernale, origina
delle formazioni forestali pure, dense, fitte
con poche specie nel sottobosco. Nelle
zone pi fresche e umide si associa a tasso,
agrifoglio, roverella, costituendo formazioni miste distribuite in particolare nel
piano medio-montano. La lecceta rappresenta la principale formazione vegetale climacica della fascia costiera del Mediterraneo occidentale e caratterizza la classe
(Quercetea), lordine (Quercetalia), lalleanza (Quercion ilicis) e il Quercetum ilicis in senso lato, costituito in realt da una
171

Quercus ilex L. - Ramo con ghiande, rametto con infiorescenze, foglie, ghiande x 0,6; fiore maschile, fiore femminile x 5.

Albero isolato di Quercus ilex in territorio di Urzulei.

serie di associazioni diverse. In Sardegna,


le principali tipologie riscontrate sono riferite a Viburno-Quercetum ilicis, OrnoQuercetum ilicis, Aceri monspessulaniQuercerum ilicis, Pistacio lentisci-Quercetum ilicis, Ostryo-Quercetum ilicis.
Grandi alberi. Il leccio presenta alberi
tra quelli di maggiori dimensioni della Sardegna. La pianta pi maestosa conosciuta
era situata, nel Supramonte di Orgosolo, a
Sas Baddes ed aveva unaltezza di circa 25
metri con una circonferenza di oltre 7,5 m
ed caduta nel 1988, indebolita da un
fuoco appiccato alla base del tronco internamente cavo. Nei Supramonti altri grandi
alberi si trovano un po ovunque, particolarmente nelle foreste di Orgosolo, Urzulei
e Baunei. Attualmente, il leccio pi grande
(30 m di altezza e 7 m di circonferenza) si
trova a Bau Lardine, in territorio di Desulo; altri grandi alberi sono localizzati a
Cadennaghe in comune di Seneghe, a Su
Canale di Seui, a Mesu Serra di Urzulei, a
Dabbareddu-Taccu Sui e a Olissa nella

strada per Norcui di Seulo, a Perdasdefogu, a Pradu-Siril in territorio di Orgosolo,


una delle maggiori concentrazioni di grandi alberi. In ambito urbano sono notevoli i
lecci di S. Pietro di Silki a Sassari e di Santadi, forse quello con maggiore diametro
della chioma esistente in Sardegna. Altri
alberi di dimensioni notevoli si rinvengono
sporadicamente ovunque, ma sempre di
minori dimensioni di quelli citati.
Notizie selvicolturali. Il leccio si propaga per seme. La crescita relativamente
rapida nella fase giovanile, poi diventa pi
lenta. La fruttificazione inizia dopo 10-15
anni nelle piante originate da seme, dopo
5-6 anni in quelle provenienti da polloni.
La ghianda ha un grado di germinabilit
elevata, che per perde in breve tempo;
pu essere conservata fino alla primavera
successiva solo con opportuni trattamenti,
o pi a lungo con le moderne tecniche di
refrigerazione. Il leccio pu essere governato come ceduo semplice, ceduo composto o fustaia. Queste ultime forme di
173

Variabilit di foglie e ghiande di Quercus ilex in esemplari diversi di una stessa popolazione.

174

Albero monumentale di Quercus ilex nel Supramonte di Orgosolo.

175

governo sono preferibili poich, oltre al


legno, si pu ricavare una buona quantit
di ghiande utilizzate, in particolare, per
lallevamento dei maiali allo stato brado. Il
leccio una specie resistente anche agli
attacchi fungini e degli insetti fitofagi. Il
danno maggiore quello arrecato dalla
processionaria (Lymantria dispar L.), un
lepidottero che allo stato di larva provoca
la defogliazione, quando gli attacchi sono
molto virulenti e si esauriscono le risorse
rappresentate dalle foglie della quercia da
sughero, che preferisce.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno del leccio di colore bruno,
talora rossiccio, pesante, duro, compatto,
di lunga durata, facilmente imbarcabile e
difficile da lavorare. Si presta ad essere
utilizzato per attrezzi agricoli, mozzi di
ruote, manici di aratro, denti di macchine,
pezzi di imbarcazioni e mobili rustici. Il
maggior impiego si aveva nella produzione
di carbone soprattutto per il cannello, derivante dalla carbonizzazione dei polloni dei
boschi cedui, mentre ora molto ricercato
come legna da ardere per i forni a legna
delle pizzerie.
Note etnobotaniche. Molti dei boschi
sacri (luchi) dei Romani erano costituiti da
foreste di leccio. Al tempo di Plinio, nel
colle Vaticano, esisteva un leccio, precedente alla fondazione di Roma, con una
iscrizione in etrusco su bronzo, oggetto di
culto religioso. Presso i Romani le prime
corone dei trionfatori erano costituite da
fronde di leccio, tuttavia, secondo Virgilio,
non era un albero di buon augurio essendo
abitato dalle cornacchie. Alla parola latina
ilignus (= leccio) si deve probabilmente il
termine lignum, da cui lattuale legno.
La corteccia contiene notevoli quantit di
tannini ed atta alla concia delle pelli. Le
ghiande erano utilizzate soprattutto per lalimentazione del bestiame, ma anche dalluomo, sia crude che cotte o torrefatte
come surrogato del caff. Anche il legno
del leccio attaccato da un fungo, la barba
di frate (Hydnum sp.), che produce, oltre
un corpo fruttifero carnoso mangereccio,
176

Distribuzione in Sardegna di Quercus ilex.

un micelio a strati molto compatti, particolarmente efficace come emostatico, molto


ricercato e apprezzato dalle persone di
campagna, per la cura di tagli e ferite in
genere.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il leccio una specie con
ampia variabilit, al pari delle altre specie
congeneri della stessa sezione, ed suddivisa in due sottospecie principali: quella
autonimica (Quercus ilex L. ssp. ilex) e la
ssp. ballota (Desf.) Sampaio (= ssp. rotundifolia (Lam.) Schwarz), considerata spesso anche al rango di specie, diffusa in gran
parte del settore occidentale del Mediterraneo. Numerose variet e forme sono state
descritte da Camus e da Maire, ma meno
dagli autori italiani. La grande variabilit
di condizioni ecologiche in cui vive favorisce la selezione di variet, forme e biotipi.
La variabilit della foglia notevole per
forma e dimensioni, con picciolo da quasi

sessile a 30 mm di lunghezza; la lamina,


con peli stellati sempre presenti nella pagina inferiore varia, nella forma da rotonda a
ellittica, a ovata, a ovato-lanceolata, con
margine intero o spinuloso, soprattutto
nelle piante ceduate o modellate dal bestiame. Sono frequenti esemplari con tipo di
foglia castaniforme, con lamina sino a 1012 cm, con nervature secondarie marcate e
prolungate in reste.
Le forme e le dimensioni della cupola
sono ugualmente varie in tutte le parti. Le
squame sono sempre appressate e poco
prominenti, lineari, lanceolate, triangolari,
per lo pi di colore grigiastro o, talora, rossastre allapice. La cupola, in genere, non
supera il terzo della ghianda, ma non mancano individui nellambito di una stessa
popolazione che oltrepassano la met del
frutto. Si segnala anche il caso di un individuo a Sette Funtani presso Sassari, in cui
la cupola racchiude per oltre 4/5 la ghianda. Tuttavia, ci non avviene in modo
costante negli anni, in quanto anche la
ghianda pu assumere forma e dimensioni
diverse a seconda dellandamento stagionale e probabilmente anche in relazione
alla provenienza del polline.
La fioritura si sviluppa, in modo sporadico, dal mese di dicembre alla prima
decade di giugno a seconda dellaltitudine
e avviene in modo scalare. Pur tuttavia,
analogo sviluppo della fioritura si riscontra
nella popolazione di Sette Funtani gi citata, con esemplari che fioriscono regolarmente da dicembre a scalare, sino a giugno. Questo accade nonostante siano del
tutto identiche le condizioni di substrato,
geomorfologiche e climatiche. ancora
rimarchevole un esemplare che presenta la
fioritura dalla fine di settembre con produzione continua di fiori sino a giugno e pertanto per ben sei mesi consecutivi, in relazione allandamento stagionale.
Nella stessa popolazione sono stati
osservati individui con fiori ermafroditi
(con fioritura invernale e in tarda primavera). La presenza di fiori ermafroditi, estremamente rara in assoluto, non stata rile-

vata sinora in altre popolazioni dellIsola e


pu essere attribuita alla necessit di assicurare comunque limpollinazione alla
pianta, in momenti in cui molto rara la
fioritura di altri individui.
La grande variabilit di Q. ilex in Sardegna, non dissimile da altre specie del genere Quercus, sinora, non ha determinato da
parte degli autori una differenziazione a
livello specifico, n a livello varietale,
contrariamente a quanto avvenuto con le
altre specie dello stesso genere.
Quercus suber L., Sp. Pl. 2: 995 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Europa australis.
Nomi italiani: Quercia da sughero, Sughera, Sovero.
Nomi sardi: Ciureju (Villacidro); Suberju
(Nuoro, Orgosolo); Suelzu (Berchidda,
Cuglieri, Ittiri, Oschiri, Ozieri, Padria,
Pattada); Suera-Suara (Tempio, Gallura); Suergiu (Bitti, Urzulei); Suerzu
(Anela, Bolotana, Bono); Suvegliu
(Oliena); Suvergiu (Orani); Suverju
(Sarule); Sueju (Burcei, Villasalto);
Sruergiu (Laconi); Arburi de sOrtigu,
Arvere de Suerzu, Suaru.
Nomi stranieri: Ingl., Kork tree; Fr., Chne
lige; Ted., Kork-Eiche; Sp., Alcornoque, Surer, Suro.
Albero sempreverde alto sino a 15-20
m, con corteccia suberosa particolarmente
sviluppata, grigiastra, irregolarmente e
profondamente fessurata nelle parti non
estratte, regolare e compatta nelle parti del
tronco soggette ad estrazione ripetuta nel
tempo di colore grigiastro. Foglie di 3-5 x
3-3,5 cm, generalmente conformate in
modo tale da costituire una sorta di catino,
coriacee, persistenti, ovali, rotondeggianti,
ovato-lanceolate, verdi-glauche di sotto,
tomentose e grigiastre nella pagina inferiore con margine liscio o provvisto di denti
lassi. Fiori unisessuali disposti sullo stesso
177

Quercus suber L. - Ramo con infiorescenze x0,7, foglia, ghiande x0,7; fiore maschile, fiore femminile x10; pelo stellato molto ingrandito.

individuo, i maschili in amenti penduli di


3-5 cm, giallastri, con 5-6 pezzi perianziali di 3-4 mm, i femminili sessili, disposti in
spighe 2-3 flore articolate ad andamento a
zig-zag. Frutto: ghianda di colore verdescuro o marrone chiaro, di forma ovale,
ellissoidale o allungata ad apice con apicolatura prominente derivante dallo sviluppo
dello stilo, lunga 2-4 cm e con diametro
maggiore di 10-16 mm, contenuta in una
cupola, originata dal ricettacolo che avvolge il frutto per circa 1/4-1/2 della lunghezza, costituita da squame imbricate ad apice
diritto o ricurvo, molto variabili per forma,
dimensioni e disposizione.
Tipo biologico e portamento. Pianta
arborea, non molto longeva, ma che pu
raggiungere 250-300 anni, sempreverde e
con fusto tendenzialmente contorto. Mesofanerofita. La quercia da sughero una
specie decisamente amante della luce
(eliofila), ci che ne determina anche larchitettura e il portamento complessivo. Gli
alberi hanno un fusto ramificato gi a
modesta altezza con le branche che si inseriscono formando un angolo molto aperto.
Lo sviluppo della chioma nelle tre dimensioni subordinato alla densit del bosco e
mantiene, comunque, nelle piante adulte
una chioma lassa. Anche le piante isolate
presentano chioma che si apre con let,
sino a divenire fortemente aperta, con
pochi rami principali ad andamento contorto e con scarso fogliame. La quercia da
sughero un albero monocormico ma, in
caso di ceduazione o di passaggio del
fuoco, la ceppaia ha unelevata propriet
pollonifera, che con il tempo tende a selezionare pochi polloni, con laffermazione
di un tronco principale per decadimento
dei polloni secondari. Il fuoco, spesso ripetuto, con la distruzione dei rami di minore
diametro e di quelli maggiormente fogliosi, senza dubbio il fattore che determina
le modifiche maggiori al portamento naturale, congiuntamente al taglio dei rami per
lapprovvigionamento di frasche per il
bestiame allo stato brado.
Il portamento fortemente condizionato

dallestrazione del sughero, che determina


la selezione di fusti secondari e soprattutto
la modificazione del tronco principale. Le
incisioni e i tagli sul fellogeno e sul tessuto cambiale danno origine allo sviluppo
irregolare del tronco e, spesso, a cancri del
legno di notevoli dimensioni. Si hanno
quattro tipologie fondamentali: portamento
naturale, aperto a causa del fuoco, a vaso
per un migliore sfruttamento del sughero
(nellAlentejo in Portogallo), colonnare
per le modalit di potatura per alimentazione del bestiame e per legna da ardere (nel
Piccolo Atlante in Marocco).
Le radici sono fittonanti, ma in condizione di suoli poco profondi assumono un
andamento superficiale ed hanno una crescita rapida nella fase giovanile; quelle pi
grosse presentano un rivestimento suberoso, anche se di qualit non paragonabile a
quello del fusto, che in continuit di
quello prodotto nel tronco.
Fenologia. Fiorisce in aprile-maggio e
fruttifica a ottobre-novembre. Accanto ai
biotipi annuali vivono altri biotipi a fruttificazione mista, ossia con fioritura primaverile e con maturazione delle ghiande
parte nellautunno dello stesso anno della
fioritura, parte nellestate dellanno successivo, dopo prolungata dormienza dei
frutticini. Si possono anche osservare sporadici casi di piante con fioritura nei mesi
autunnali, senza che questo comporti una
regolare fruttificazione. Negli autunni con
temperature e precipitazioni superiori alla
media si possono avere una buona ripresa
vegetativa e sporadiche fioriture quando si
ha un buon accrescimento di nuovi getti.
La fruttificazione inizia dopo 10-15 anni
ed abbondante ogni 2-3 anni (pasciona).
Le foglie, di norma, perdurano un anno e il
ricambio avviene in contemporanea allemissione dei nuovi germogli, mentre, nei
giovani virgulti, ricacci e polloni basali
possono durare 2-3 anni. Negli ambienti
pi caldo-aridi si hanno casi di perdita
totale delle foglie.
Areale. La sughera una specie tipicamente mediterranea diffusa nella Penisola
179

Albero monumentale di Quercus suber in territorio di Orune.

Iberica, Francia, soprattutto in Corsica, Italia, Africa settentrionale, dalle coste atlantiche del Marocco alla Tunisia. In Italia si
ritrova principalmente in Sardegna e Sicilia e localmente sulle coste tirreniche, dalla
Liguria, dove molto rara, alla Toscana, al
Lazio sino alla Calabria. Mentre nel versante adriatico presente una sua stazione
in Puglia. Pi in particolare diffusa fra i
32 (Marocco) ed i 44 (Francia) di latitudine Nord ed il 9 meridiano Ovest (Portogallo) e il 17 meridiano Est (Calabria). I
nuclei presenti in Puglia, nel Salento, e
nelle coste della Penisola Balcanica, pro180

babilmente in entrambi i casi, sono di origine colturale. Si tratta quindi di un areale


di tipo atlantico-mediterraneo-occidentale.
In Sardegna pi o meno abbondante in
tutto il territorio nelle aree silicee dalla
pianura sino alle zone medio montane ed
del tutto assente sui calcari centro-orientali, da Baunei a Dorgali e nei Supramonti di
Orgosolo e Oliena.
Ecologia. La sughera comune lungo la
fascia costiera, sopportando bene la siccit
estiva, ma penetra abbondantemente anche
allinterno, come si verifica in Marocco e
nella Penisola Iberica. quindi da riconsi-

derare unopinione diffusa che sia una specie prettamente xerofila. In effetti risente
della siccit molto pi del leccio e, in Sardegna, costituisce i migliori boschi, soprattutto nelle aree interne con una maggiore
piovosit rispetto alla media regionale. Gi
De Philippis (1935), per le condizioni ottimali della quercia da sughero, riporta come
piovosit minima 500 mm, riferendosi ad
aree del Marocco con elevata umidit
atmosferica e con temperature non troppo
elevate, mitigate dallinfluenza dellOceano Atlantico; anche nelle zone di maggiore
diffusione in Sardegna, mediamente la piovosit intorno a 800-1.000 mm.
Nelle diverse regioni raggiunge limiti
altitudinali in funzione delle condizioni
climatiche e dellesposizione, comunque
da rimarcare che nelle quote maggiori preferisce i versanti caldi. Si diffonde dal
livello del mare fino a 1.300 m in Algeria,
in Marocco fino ai 2.000 m, e nel piano
subumido del Medio e Grande Atlante,
eccezionalmente, arriva a quota 2.400 m.
In Italia la quota massima segnalata per
la Sicilia (1.200 m), mentre in Sardegna il
limite altitudinale raggiunto come formazione boschiva intorno ai 950 m.
I limiti termici accreditati sono 13-14C
come temperatura media annua, 4-5C
come temperatura media del mese pi freddo e come minima media 7-8C. Sono
senza dubbio le basse temperature a limitarne lo sviluppo alle quote pi elevate. La
sughera quindi una specie mediterraneoatlantica, che rifugge sia le temperature
elevate, sia i microclimi a temperatura pi
rigida.
La diffusione della sughera spesso
condizionata dalle esigenze pedologiche,
in quanto una pianta tipicamente ossifila
che predilige i terreni acidi, sciolti, originati da substrati granitici, scistosi e rifugge
da quelli calcarei, compatti, a reazione
basica. In Marocco la si ritrova su sabbia e
su terreni derivati da rocce cristalline. In
Algeria e Tunisia su suoli derivati da micascisti, graniti, rocce eruttive e alluvionali
del Quaternario. Nella Penisola Iberica,

estese popolazioni sono localizzate su terreni silicei e su terre rosse, in Francia, su


rocce cristalline. Nelle maggiori isole italiane, le migliori sugherete sono diffuse su
suoli originati da graniti e scisti; sulla
penisola, i terreni di elezione sono le sabbie alluvionali del Quaternario e i suoli
silicei eocenici e miocenici. Sembrerebbero costituire uneccezione le terre rosse
derivate da calcari, site nellAgro Pontino
e nel Salento; in realt studi pedologici
hanno rivelato che questi suoli hanno reazione neutra o leggermente acida, cos
come si verifica in Sardegna, in alcune
aree calcaree della Nurra e del Sarcidano,
dove i suoli hanno subito processi di decalcificazione che hanno portato ad una loro
modifica nella reazione del terreno. da
rilevare ancora, tuttavia, che nella regione
dellAlgarve, in Portogallo, i boschi di
quercia da sughero si estendono sui terreni
di natura calcarea, seppure alcuni dovuti,
sicuramente, allintroduzione per scopi
selvicolturali.
In Sardegna, la maggiore diffusione
della sughera si ha nei settori con piovosit mediamente elevata e con temperature
medie annue comprese tra un massimo di
18C ed un minimo di 13,3C. Alberi isolati si ritrovano sino a circa 1.000 m di
quota. La sughera caratterizza un generico
Quercetum suberis e associazioni con citiso (Cytiso-Quercetum suberis) o sub-associazioni con il leccio (Quercetum ilicis
subass. suberetosum).
Grandi alberi. Sebbene la sughera non
sia longeva come il leccio o la roverella, si
annoverano in tutte le parti dellIsola
esemplari di grandi dimensioni come a Su
Dezzi (alta 15 m con 510 cm di circonferenza). Supera i 15 m di altezza con circa 5
m di circonferenza la sughera presente in
localit Madadeddu a Domusdemaria. Altri
grandi alberi si trovano a Su Baldolzu di
Bunnari (12 m di altezza con circonferenza
di 480 cm), in territorio di Osilo, a Sa
Pedra Ruja di Bottidda (18 m di altezza per
450 cm di circonferenza). Altri grandi
alberi isolati sono presenti in Gallura, nel
181

2
1

4
3

6
7

Forme di sughera censite in Sardegna (I) - 1. Quercus suber L. ssp. eu-suber Camus f. poliisosquama Vals. - 2. Quercus suber L. ssp. eu-suber Camus f. kraspedata Vals. - 3. Quercus suber L. ssp. eu-suber Camus f. genuina Coutinho
- 4. Quercus suber L. ssp. eu-suber Camus f. dolichocaroa Camus - 5. Quercus suber L. ssp. eu-suber Camus f. fusicarpa Vals. - 6. Quercus suber L. ssp. eu-suber Camus f. subcrinita Coutinho - 7. Quercus suber L. ssp. eu-suber
Camus f. crinita Guss (Da Valsecchi, 1957).

182

8
9

11

12
10

13

14

Forme di sughera censite in Sardegna (II) - 8. Quercus suber L. ssp. eu-suber Camus f. microcarpa Batt. et Trab - 9. Quercus suber L. ssp. eu-suber Camus f. macrocarpa Willk. et Lange - 10. Quercus suber L. ssp. eu-suber Camus f. brevisquama Batt. et Trab - 11. Quercus suber L. ssp. eu-suber Camus f. radisquama mihi - 12. Quercus suber L. ssp. eu-suber Camus
f. brevicupulata Batt. et Trab - 13. Quercus suber L. ssp. eu-suber Camus f. longicalyx Camus - 14. Quercus suber L. ssp.
eu-suber Camus f. suboccultata Coutinho (Da Valsecchi, 1967).

183

Distribuzione in Sardegna di Quercus suber.

Sarrabus, a Ballao. Il nucleo pi consistente di grandi alberi si trova in territorio


comunale di Orune: sono caratterizzati da
altezza variabile da12 a 15 m e da circonferenza di 400-450 cm.
Notizie selvicolturali. La crescita della
quercia da sughero prima rapida, poi si fa
pi lenta. La propagazione si ha esclusivamente da seme e la semina deve essere
fatta preferibilmente alla fine dellinverno,
sia perch le ghiande hanno la capacit di
germinazione molto rapida, talvolta gi
sulla pianta, sia perch le piogge autunnali
e invernali la favoriscono. Il potere germinativo molto alto, sino all80%, ma cala
rapidamente se il frutto non conservato
con opportune tecniche di congelamento.
La sughera per i suoi principali prodotti, sughero e ghiande, considerata anche
come albero da frutto e governata in modo
adeguato per una maggiore produttivit.
Esiste la necessit di unattenta valuta184

zione nella scelta del governo e del trattamento dei boschi di sughera, dato che vi
sono notevoli differenze tra il governo
ceduo e quello a fustaia e tra la forma
coetanea o disetanea.
La selvicoltura tuttoggi propone le due
forme di governo, a fustaia e a ceduo, ma per
la sughericoltura il cui prodotto principale
il sughero il ceduo non pu essere utilizzato,
dato che si presuppongono cicli pi brevi che
mal si adattano alla quercia da sughero, che
non ha come prodotto principale il legno.
Il governo a ceduo predispone piante
pollonifere che producono sugherone o
legna da ardere e viene effettuato in zone
con suoli degradati o con clima poco idoneo allalto fusto. Il miglior modo di
governo , quindi, quello ad alto fusto, che
permette una produzione di sughero di
buona qualit, raccolta di ghiande per lallevamento del bestiame e, in particolare,
una rinnovazione naturale. Sono proprio le
fustaie coetanee che maggiormente si possono riscontrare nelle sugherete esistenti.
La fase iniziale della sughereta pura
coetanea deriva da impianto, per semina o
piantagione, oppure dalla rinnovazione di
una sughereta precedentemente ottenuta per
polloni o per rinnovazione da seme tramite
lapplicazione di tagli successivi uniformi.
Limpianto richiede terreno lavorato
andantemente o a strisce e la semina diretta sarebbe preferibile per il regolare sviluppo dellapparato radicale e perch d luogo
a strutture dense in cui gli sfolli successivi
possono selezionare piante con fusto diritto e poco ramificato.
Quasi tutti i boschi esistenti in Sardegna
derivano, da tagli effettuati a seguito del
passaggio di incendi che obbligano ad
interventi di ceduazione o tramarratura. In
conseguenza di ci le sugherete sono, spesso, dei cedui invecchiati pur con inserite
piante da rigenerazione naturale.
La frequente combinazione col pascolo
e linterazione con gli incendi danno luogo
a molte situazioni fisionomiche della
sughereta da bosco disetaneo vero proprio
a pascolo alberato.

La maggior parte dei boschi di sughera


oggi considerata di origine antropica.
Nellimpianto di una nuova sughereta, o
nella ricostituzione di una gi esistente,
hanno notevole importanza il tipo del terreno, il suo modo di lavorazione, la scelta
degli ecotipi e dei biotipi. Nel primo
impianto, la sughereta molto densa, poi
regolarmente diradata, ed infine devono
essere eliminati quegli esemplari che per la
loro et non consentono pi una buona
estrazione del sughero. Grande importanza
riveste la scelta delle ghiande che debbono
pervenire da regolari fioriture e da piante
che producono ottimo sughero. Il fuoco,
specialmente quando lultima decortica
lontana, non impedisce la ripresa vegetativa della sughera. I lepidotteri defogliatori
delle querce sono oltre 50, ma in Sardegna
quelli che causano danni maggiori alla
sughera sono Lymantria dispar e Malacosoma neustrium, che provocano spesso una
totale defogliazione con conseguente
danno fisiologico per tutta la pianta e per la
produzione del sughero.
Caratteristiche del sughero e del legno.
Il prodotto principale di questa specie, noto
come sughero, originato da uno speciale
tessuto meristematico secondario, o fellogeno. La prima estrazione del sughero,
secondo le norme stabilite dalla legislazione regionale in Sardegna, avviene verso i
15-18 anni di vita, quando il fusto ha raggiunto almeno 60 cm di circonferenza ad
una altezza da terra di 1,30 m, ma la normativa cambia a seconda delle regioni. Questa
operazione prende il nome di demaschiatura e il sughero prodotto per la prima volta
chiamato sugherone, sughero maschio o
sughero vergine. Il sugherone grossolano,
ruvido, molto screpolato, molto poroso e un
po legnoso e terroso. Le successive estrazioni del sughero vengono effettuate ogni
9-12 anni per 7-8 volte e il sughero estratto
prende il nome di sughero gentile, sughero
femmina o sughero di riproduzione, ed
leggero, compatto, uniforme, elastico,
liscio. Anche altre specie hanno la corteccia
con uno strato suberoso molto sviluppato, e

talvolta ancor pi della sughera, ma la


caratteristica che la rende unica la propriet di staccarsi senza che sia danneggiato il fellogeno, che resta attaccato al tronco.
In effetti, lo strato suberoso si ripristina in
poco tempo. Il sughero della Sardegna
apprezzato per la sua leggerezza e compattezza. La decortica o estrazione del sughero deve essere fatta con estrema delicatezza
per evitare di danneggiare il fellogeno. Per
questo motivo il periodo migliore quello
compreso fra maggio e luglio, quando la
pianta in piena attivit fisiologica. In questo periodo lo strato sugheroso pu essere
staccato agevolmente con due incisioni
anulari in alto e in basso del fusto e uno o
due tagli verticali. Moderne tecniche di
estrazione con macchine apposite consentono di evitare anche il danneggiamento
dovuto allazione della scure che comunque pu incidere sia il fellogeno, sia il cambio, determinando, a lungo andare, tronchi
a contorno irregolare e maggiormente soggetti allattacco di patogeni batterici e fungini. In effetti il tronco dei grandi alberi
raramente si trova integro.
Il legno della quercia da sughero molto
pesante, facilmente screpolabile e soggetto
a incurvarsi. utilizzato come legna da
ardere e produce un ottimo carbone.
Note etnobotaniche. Il sughero veniva
utilizzato gi nel periodo nuragico, come si
desume dalle plance rinvenute allinterno
dei nuraghi, probabilmente utilizzate come
coibenti. Anche i Greci e i Romani utilizzavano ampiamente il sughero, soprattutto
per fare galleggianti per la pesca, tappi per
le botti ed anche calzature invernali per le
donne. Tappi di sughero perfettamente
integri sono stati ritrovati nelle olle di una
nave romana naufragata a Spargi nellArcipelago di La Maddalena, e conservata
presso il Museo navale di questa citt.
Anche oggi trova largo impiego nellartigianato e nellindustria. In Sardegna costituiva la materia prima per moltissimi utensili. Di sughero erano i recipienti per la
preparazione del formaggio, per misurare i
cereali, per servire la carne, gli arcaici bic185

chieri che si trovavano nelle sorgenti, gli


sgabelli negli ovili e le rudimentali mangiatoie del bestiame.
Oggi il sughero trova largo impiego nellartigianato e nellindustria per la produzione di strati isolanti e coibenti, per la
suola delle scarpe, per la produzione di
oggetti ricordo e finanche per confezionare
vestiti. Ma lutilizzo principale resta senza
dubbio quello della produzione di tappi per
vini di qualit.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Lelevato polimorfismo della
quercia da sughero ha indotto molti autori
ad effettuare numerose indagini che hanno
portato alla descrizione di diverse sottospecie e numerosissime variet e forme,
ma anche a forti disparit di vedute dal
punto di vista sistematico e tassonomico.
Le differenze fra le diverse forme non sono
solo di ordine morfologico, ma si riflettono
anche sulla densit, porosit, elasticit del
sughero, con tutte le implicazioni del caso.
Gussone (1842-43) diede di Q. suber
unesauriente descrizione rispetto alla sintetica trattazione linneana, evidenziandone
i caratteri pi significativi e descrivendo la
var. crinita.
Gay (1856) descrisse una nuova specie,
la Q. occidentalis, osservando che nelle
sugherete nelle Lande francesi la maturazione del frutto avveniva in due anni e che
le foglie erano meno persistenti.
Q. occidentalis fu ancora segnalata in
Spagna e Portogallo, dove Pereira-Coutinho (1886) osserv che le sughere fiorivano
e fruttificavano ininterrottamente, per cui
il frutto mostrava molta variabilit anche
negli esemplari attribuiti alla tipica Q.
suber. In tal modo, Q. occidentalis, considerata da molti autori pi rustica rispetto a
Q. suber, al confine nord dellareale era
differenziata in una forma meno termofila
con maturazione biennale delle ghiande.
Il problema della maturazione delle
ghiande ha dato origine a diversi lavori al
riguardo e Corti (1955) sostiene che la
maturazione biennale deriverebbe da un
arresto dello sviluppo della ghianda che
186

riprende nella primavera successiva dopo


una breve pausa estiva. Anche Parri (1959)
in uno studio sulle sugherete del Chianti
sostiene le ipotesi del Corti riscontrando
due forme, a maturazione annuale e biennale del frutto, legandone la motivazione
ad aspetti climatici. Come gi osservato
non sono rare le sporadiche e irregolari fioriture autunnali. Secondo unultima interpretazione di Pereira-Coutinho (1939) esisterebbero due sottospecie, la prima (ssp.
suber ) a ciclo annuale che si ritrova nei
paesi mediterranei, e la seconda (ssp. occidentalis) tipica delle zone atlantiche alle
quali attribuire tutte le variet e le forme
sinora descritte.
Camus (1936-1939) nella monografia
delle genere Quercus distingue la sottosezione suber con una sola specie Q. suber L.
differenziata in due subspecie: eusuber
Camus e occidentalis Gay. Infine, Schwarz,
nel 1936, indica ununica specie considerando per lintera sezione Suber una maturazione delle ghiande annuale o biennale.
Per la Sardegna, Valsecchi (1972), correlando il tipo di ciclo con alcune variet
ben definite per i caratteri morfologici della
cupola, ha riscontrato che, dallunica fioritura primaverile, si originano due tipi di
frutti, uno che raggiunge la maturit in
autunno ed un altro che, dopo un periodo di
riposo, sino allaprile dellanno successivo,
completa la maturazione a luglio-agosto.
Una stessa variet si comporta dunque
come annuale e come biennale e non con
ciclo distinto nel tempo, rendendo problematico e dubbio lutilizzo di questo dato
biologico per la distinzione di due entit.
Quercus morisii Borz, Fl. For. Ital.: 171
(1880)
Descrizione. Specie a foglie persistenti.
Corteccia debolmente sugherosa, screpolata che lascia intravedere il sottile strato
rossiccio del fellogeno. Foglie quasi intere,
coriacee, leggermente imbarcate, di
dimensioni simili a quelle del leccio e della

Formazione a Quercus suber nel periodo primaverile in territorio di Ploaghe.

sughera. Frutto ovoideo. Cupola circondante da un terzo alla met il frutto, con
squame inferiori corte e squame superiori
allungate ottuse allapice.
Note. Quercus morisii Borz, ibrido fra
il leccio e la sughera, in Sardegna nota
come elighe-suerinu, ilihe-suerina o ilixisuergiu. La corteccia di questa pianta si
avvicina a quella della sughera per la screpolatura, ma se ne discosta decisamente
per lo spessore molto limitato del sughero
e per le sue caratteristiche: legnoso, rigido
e poco poroso. Le foglie sono simili a quelle del leccio, coriacee, allungate, di colore
verde-intenso o glauco come nella sughera.
La cupola di forma emisferica presenta
squame superiori allungate, ottuse, e squa-

me inferiori strettamente appressate, partecipando a dei caratteri tipici o del leccio o


della sughera.
In Sardegna, di Quercus morisii si conoscono solamente pochi esemplari (due
grandi alberi sono presenti a Monti e ad
Urzulei nel demanio regionale) e ci
dovuto alla evidente difficolt di ibridazione, piuttosto che alla discrepanza del periodo di fioritura tra le due entit parentali. Un
esemplare presente in un giardino di Sassari si mostra androsterile e presenta costantemente solo fiori femminili, portando
regolarmente a maturazione le ghiande.
Diversi toponimi, nonostante la sua rarit e
sporadicit, ne testimoniano la conoscenza
in tutto il territorio regionale.

187

Quercus morisii Borz - Ramo con ghiande, cupola e rametto con infiorescenza femminile x0,7.

Quercus morisii con la caratteristica screpolatura della corteccia intermedia tra quella del leccio e della sughera.

189

Formazione forestale mista a Quercus ilex e Quercus pubescens in territorio di Illorai.

190

ANGIOSPERMAE URTICALES

Regione della prima descrizione: Non


determinata.

ULMACEAE
Alberi o arbusti caducifogli con foglie
spesso a bande asimmetriche rispetto alla
nervatura centrale. Piante con fiori ermafroditi o unisessuali, o presenti contemporaneamente sullo stesso individuo (poligame), riuniti in infiorescenze poco vistose.
Fioritura prima dellemissione delle foglie,
contemporanea o tardiva. Impollinazione
anemofila. Frutto: drupa o samara. La
famiglia delle Ulmaceae, suddivisa in sottofamiglie, Ulmoideae e Celtoideae (questultima da alcuni considerata anche al
rango di famiglia), comprende 16 generi
con circa 150 specie, diffuse nelle regioni
temperate, tropicali e nella fascia saheliana.
Fioritura antecedente lemissione delle
foglie; corteccia rugosa; frutto samara................................................Ulmus
Fioritura contemporanea allemissione
delle foglie; corteccia liscia; frutto
drupa...........................................Celtis
ULMUS L.
Piante arboree. Fiori ermafroditi, sessili
o con breve pedicello. Calice campanulato
e lobato. Stami uguali al numero dei lobi;
ovario supero. Impollinazione e disseminazione anemofila. Il genere Ulmus, il pi
vasto della famiglia, comprende circa 30
specie diffuse nelle regioni temperate o
temperato-fredde dellEuropa, dellAsia e
del Nordamerica. Resti fossili sono stati
ritrovati nel Miocene inferiore.
Ulmus minor Miller, Gard. Dict., ed. 8: 6
(1768)
Sin.: Ulmus campestris Auct. non L.,
Ulmus carpinifolia Borkh., Rhein. Mag.
i. 498 (1793).

Nomi italiani: Olmo, Olmo campestre.


Nomi sardi: Olimu (Oliena, Orosei); Olma
(Alghero); Olummu (Tonara); Oranu
(Sassari); Orumu (Belv); Ulimu (Baunei, Isili, Oliena, Orani, Orgosolo,
Osilo, Perdasdefogu, Sennariolo, Tempio, Tissi, Urzulei); Ullimu (Escalaplano); Ulmu (Santulussurgiu, S. Antioco);
Ulumu (Berchidda, Bitti, Bolotana,
Dorgali, Fonni, Laconi, Nuoro, Ozieri,
Padria, Ploaghe); Umbu (S. Gavino);
Umu (Fluminimaggiore, Mogoro, Villacidro); Urimu (Isili); Urmu (Norbello);
Urumu (Milis); Uimu (Sarrabus);
Olamu, Omulu, Ulmu.
Nomi stranieri: Ingl., Common elm,
Smoothleaf elm; Fr., Orme champtre,
Ormeau yvet; Ted., Feld-Ulme,
Gewhnliche Ulme; Sp., Olmo, Alamonegro, Om, Negrillo.
Albero a chioma ampia, molto ramificato, alto fino a 30-40 m. Fusto diritto con corteccia fortemente screpolata, rugosa, suberosa; nei rami giovani, liscia o con estroflessioni longitudinali suberose molto marcate.
Foglie di 3-8 x 3-4 cm, ovate, acuminate, per
lo pi sviluppate asimmetricamente rispetto
alla nervatura mediana; picciuolo di 5-12
mm, peloso, con due brattee alla base; lamina biserrata con 6-12 paia di nervature laterali parallele; nella pagina inferiore ghiandole e peli presenti soprattutto nelle angolazioni delle nervature. Fiori numerosi, sessili o
leggermente peduncolati, riuniti in fascetti e
nascenti, prima delle foglie, sui rami dellanno precedente; stami 4-5 con filamento
lungo e antere rossicce, che nel periodo della
fioritura danno alla pianta una colorazione
rossastra; stimma bipartito, peloso, rossiccio. Frutti alati, samare, di 15-20 mm, con
profilo ovale o circolare, glabre, verdi-giallastre. 2n=28.
Tipo biologico. Albero caducifoglio a
portamento eretto, con fioritura precedente
la fogliazione. Mesofanerofita.
191

Ulmus minor Miller - Rami con fiori, rami con foglie, rami con frutti x 0,5; frutto x 1.

Frutti (samare) di Ulmus minor.

Fenologia. Fiorisce a marzo-aprile sui


rami dellanno precedente e fruttifica
immediatamente prima che compaiano le
foglie. I frutti persistono per poco tempo e
cadono durante lo sviluppo delle prime
foglie.
Areale. Lolmo campestre diffuso nellEuropa centro-settentrionale e meridionale, in Asia Minore, Caucaso e Algeria
settentrionale. Lutilizzazione come pianta
forestale e ornamentale ha esteso notevolmente il suo areale originario. In Sardegna
sporadico sino a circa 1.000 m di quota.
Ecologia. specie eliofila, moderatamente termofila, ma sopporta assai bene le
basse temperature. Predilige le zone di pianura e trova il suo optimum di sviluppo nei
terreni profondi, freschi, argillosi, acquitrinosi e nei fontanili. In Sardegna si rinviene, allo stato spontaneo nelle zone umide,
lungo i ruscelli incassati tra le rocce o con
letto ampio. Nei fontanili e presso gli orti
si formano colonie spesso derivate da piante introdotte per scopi vari.
Notizie selvicolturali. Lolmo campe-

Distribuzione in Sardegna di Ulmus minor.

193

stre trova largo impiego in selvicoltura,


nelle alberature stradali e come albero
ornamentale nei parchi. La riproduzione
avviene generalmente per seme e sopperisce al limitato potere germinativo (circa
30%) con 1a produzione di migliaia di
semi. Presenta un accrescimento abbastanza rapido nelle condizioni favorevoli, ma
nei luoghi pi aridi, o comunque sfavorevoli alla sua crescita, pu restare allo stato
di arbusto con sviluppo irregolare e senza
fruttificare. impiegato nei rimboschimenti di terreni degradati o a forte contenuto di argilla. Si presta al trattamento a
ceduo e pu essere capitozzato. Opportunamente potato e tenuto allo stato arbustivo, si presta a costituire siepi e bordure.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno bianco-giallastro, rosato,
bruno, duro, elastico, molto tenace e duraturo. Prima di essere utilizzato deve essere
ben stagionato, in quanto in condizioni
naturali si dissecca molto lentamente. Trovava impiego come legname da miniera,
per pozzi ed opere idrauliche, come materiale per alcune parti (timone, ruote, basamento) del carro a buoi, per attrezzi agricoli vari, basti, parti del telaio, fusi e conocchie, nei lavori di ebanisteria e per compensati. Il legno un combustibile scadente, che brucia male producendo molta
cenere.
Note etnobotaniche. Le foglie dellolmo, attaccate da un afide (Eriosoma lanuginosum), producono delle galle bitorzolute
ricche di un liquido oleoso detto acqua
dolmo o balsamo dellolmo, che veniva
utilizzato per le scottature, come oftalmico
e contro i dolori reumatici, pratica diffusa
in molte parti del bacino mediterraneo.
Linfuso della corteccia dei rami giovani,
ricca di tannini, era utilizzato per la preparazione dei decotti astringenti contro i
catarri intestinali. La polvere era usata
come cicatrizzante e contro le malattie
cutanee, sempre in virt delle propriet
antisettiche dellelevato contenuto in tannini. La corteccia possiede inoltre la propriet di colorare in giallo i tessuti. Le foglie
194

contengono notevoli quantit di azoto e


sono appetite dal bestiame. Il legno dolce e
facilmente lavorabile era utilizzato per fare
i timbri del pane (su tzichi), cotto nei forni
comuni a Bonorva. A scopo scaramantico, a
Oliena, si preparava con la foglia e un
grano di sale sa recetta, come protezione
contro il mal di testa e i dolori addominali.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Lolmo campestre presenta
grande variabilit, sia nelle foglie degli
stessi individui, sia nello spessore della
corteccia suberosa per la presenza di escrescenze costolute e listelle nei rami giovani
(var. suberosa (Moench) Fiori), che hanno
quindi scarso significato sistematico.
SPECIE INTRODOTTE. Le altre specie del
genere Ulmus coltivate pi comunemente
nei parchi, nei giardini, nelle alberate stradali della Sardegna sono tutte introdotte.
Lolmo siberiano (Ulmus pumila L.), largamente diffuso nella regione siberiana, con
foglie lunghe 4-6 cm, asimmetriche, lisce
superiormente, abbastanza utilizzato nei
parchi e nei giardini per la sua rapida crescita nella fase iniziale, ma presenta il
difetto di sramatura per la debolezza del
legno. Lolmo montano (Ulmus montana
With. = U. glabra Hudson = U. scabra
Miller), provvisto di grandi foglie ellitticoobovate lunghe sino a 12-14 cm, comune
nei viali di Sassari; degno di nota un
grande albero di circa 30 m di altezza e
quasi 4 m di circonferenza, presente ad
Aritzo. Lolmo bianco (Ulmus laevis Pall.),
originario dellEuropa centrale, simile per
portamento allolmo comune, ma caratterizzato da samare a margine pelosetto disposte in racemi allungati con peduncoli di
10-18 mm, si trova coltivato sporadicamente lungo le alberate stradali (una colonia abbastanza consistente presente ai
bordi della vecchia strada statale 131 presso Bonorva) e talvolta nei parchi urbani.
Cultivar di origine ibrida sono presenti
soprattutto nei parchi e nei viali dellEuropa continentale, ma non da escludere,
stante lintensit degli approvvigionamenti

delle aziende vivaistiche da quei paesi, la


loro presenza in citt o luoghi di villeggiatura della Sardegna.
CELTIS L.
Piante arboree caducifoglie. Fiori ermafroditi e unisessuali. Involucro fiorale
ridotto, con 5-6 divisioni, caduco. Stami in
numero uguale e opposti ai lobi. Ovario
con stimma appariscente distintamente
bifido. Fiori maschili riuniti in piccoli
grappoli e posti nella parte inferiore dei
rami. Fiori bisessuali situati nella parte
superiore dei rami allascella delle foglie.
Disseminazione tramite gli uccelli.
Il genere Celtis comprende circa 70 specie
distribuite in tutto il mondo. Il centro di origine probabilmente situato in Asia, da dove si
diffuso prevalentemente nelle regioni temperate e tropicali dellEmisfero settentrionale.

nervatura mediana; margine serrato a dentelli cuspidato-acuminati; lamina superiormente scabra, verde-scura; inferiormente
con 3-4 nervature pi marcate, pubescente,
verde-chiara; picciuolo di 8-15 mm. Fiori
unisessuali ed ermafroditi sui nuovi rametti: i maschili con calice di 4-5 divisioni per
3-4 mm, con margine peloso-ghiandoloso,
includenti le antere giallo-verdastre; gli
ermafroditi con ovario glabro, pelosetto in
alto, verdastro; stimma bipartito, fortemente peloso; base del disco pelosa. Frutto:
drupa di 10-12 mm nera a maturit a polpa
dolciastra e con nocciolo reticolato-rugoso. 2n=40.
Tipo biologico. Albero caducifoglio con
tronco ramificato da breve altezza e chioma globosa o ovato-piramidale nelle piante di grandi dimensioni. Mesofanerofita.
Fenologia. Il bagolaro inizia il periodo
vegetativo a marzo e la fioritura contemporanea o immediatamente successiva

Celtis australis L., Sp. Pl.: 1043 (1753)


Regione della prima descrizione: Habitat
in Europa australi et Africa citeriore.
Nomi italiani: Bagolaro, Spaccassassi.
Nomi sardi: Ciugraxa (Villacidro); Srucaxa (Laconi); Sisulu (Villasalto); Soliacra (Nuoro); Sulargia (Dorgali); Suhrgia (Urzulei); Sulzaga (Borore, Cuglieri, Padria, Villanova Monteleone);
Ugliae (Oliena); Urriache (Orani);
Urriae (Orgosolo); Sugargia, Sugraxa
(Camp.); Suriaca, Surgiaga.
Nomi stranieri: Ingl., Nuttle tree, European
Hackberry; Fr., Bois de Perpignan,
Micocoulier de Provence; Ted., Sdlicher Zrgelbaum; Sp., Almez, Almecino,
Lodonero.
Albero di media grandezza, alto fino a
30 m con chioma espansa e tronco adulto
scanalato alla base. Foglie alterne di 5-12 x
2-5 cm, ovali, ovato-lanceolate, acuminate,
sviluppate asimmetricamente rispetto alla

Distribuzione in Sardegna di Celtis australis.

195

Celtis australis L. - Ramo con frutti, ramo con fiori, fiori x1,8 e x3,6; fiore con stami x7,2; foglie, frutto x0,6.

Albero monumentale di Celtis australis in territorio di Baunei.

197

allemissione delle foglie. I frutti maturano


a settembre-ottobre.
Areale. Il suo areale originario va dallaltipiano iranico, al Caucaso, al bacino
del Mediterraneo ed alle isole Azzorre. A
seguito del suo uso in selvicoltura stato
diffuso anche in altre regioni del mondo. In
Sardegna si rinviene soprattutto nei luoghi
collinari.
Ecologia. Specie eliofila e termofila,
predilige i luoghi aridi, sassosi con clima
mite. frequente tra i ruderi e le rovine, e
penetra, talora, tra le spaccature dei muri.
In Sardegna predilige le zone costiere, ma
facile trovarlo anche nei luoghi montani
e negli ambienti freschi con suoli profondi,
sporadico sino a 1.000 m di quota, ma non
costituisce formazioni pure e resta, per lo
pi sporadico, ai limiti dei boschi o tra le
macchie e le boscaglie.
Grandi alberi. Il bagolaro di maggiori
dimensioni conosciuto in Sardegna, con
unaltezza di circa 25 m e circonferenza di
oltre 500 cm, si trova presso il santuario
campestre di San Pietro di Baunei, su substrato basaltico. un albero imponente,
perfettamente integro, con tronco diritto e
chioma assurgente, accanto ad alberi di
oleastro egualmente poderosi. Un albero
con tronco di notevoli dimensioni (340 cm
di circonferenza) si trova ancora in territorio di Baunei a Santa Naria Navarrese.
Altri alberi notevoli sono presenti anche
nelle citt e sono di evidente derivazione
da coltura.
Notizie selvicolturali. Il bagolaro un
albero longevo e presenta un accrescimento
abbastanza rapido soprattutto durante i primi
anni. Si diffonde per seme, ed propagato
per piantine allevate in vivaio, ma anche per
talee e propaggini. Pu essere governato ad
alto fusto, ma pi comunemente trattato a
ceduo per la produzione di pertiche, forche

198

per la fienagione, stecche da biliardo, remi.


Pu essere utilmente impiegato nei rimboschimenti di terreni aridi e degradati. largamente utilizzato nelle alberature stradali e
nei giardini, tuttavia il poderoso sviluppo
delle radici sconsiglia il suo impiego in spazi
non sufficientemente ampi. Inoltre, la sua
presenza nelle strade cittadine, per labbondante produzione di foglie, crea non pochi
disagi al momento della caduta durante il
periodo autunnale. Le drastiche potature
determinano la rapida crescita di numerosi
nuovi rami che ricompongono in breve le
dimensioni originarie della chioma, ma allo
stesso tempo si ha un indebolimento complessivo della pianta.
Caratteristiche e utilizzazioni del legno.
Il legno di colore bianco-grigiastro, giallastro, di buona qualit, viene utilizzato nellindustria per usi che richiedono tenacit e
flessibilit e per lavori di tornio e scultura.
un buon combustibile.
Note etnobotaniche. Le varie utilizzazioni del legno del bagolaro hanno fatto s
che questa specie, in Sardegna, fosse sempre abbastanza rispettata. Veniva utilizzato
per fare attrezzi per i lavori dei campi ed
era ricercatissimo per i gioghi dei buoi,
parti del carro e dellaratro tradizionali. La
rapidit di crescita nella fase giovanile e
soprattutto lelevata capacit pollonifera a
seguito del taglio ne facevano una delle
piante preferite per ottenere pertiche di
vario uso (radicariu) come attestato negli
antichi condaghi. La corteccia ha propriet
concianti e le radici danno una colorazione
gialla alla lana. I rami giovani molto flessibili erano utilizzati per tenere uniti i recipienti di legno o di sughero. I frutti sono
eduli e i semi oleosi. Le foglie in infuso
erano utilizzate in decotto per combattere
la dissenteria, i flussi mestruali eccessivi e
le emorragie.

ANGIOSPERMAE URTICALES
MORACEAE
Piante arboree o arbustive, caducifoglie, lattiginose. Fiori unisessuali, piccoli,
sulla stessa pianta o su piante diverse. Fiori
maschili con involucro campanulato con 34 stami. Fiori femminili con involucro a
tre-quattro divisioni. Frutto: drupa.
La famiglia delle Moraceae comprende
61 generi, tra cui Maclura, Morus, Broussonetia, e circa 1.500 specie diffuse soprattutto nelle zone tropicali e subtropicali.
Numerose specie di questa famiglia sono
utilizzate come piante ornamentali o per i
loro prodotti pi tipici, legname e frutti.
FICUS L.
Piante con portamento arboreo ed arbustivo, ma anche rampicanti o erbacee, lattiginose. Fiori unisessuali sulla stessa pianta
o su piante diverse. Fiori con perianzio
rudimentale, racchiusi in un ricettacolo che
diventa carnoso ed edule (siconio). Frutto:
achenio o drupa allinterno di infruttescenze carnose formate dallespansione del
ricettacolo.
Il genere Ficus comprende circa 1.000
specie diffuse nelle regioni tropicali o subtropicali. Molte specie sono utilizzate a
scopo alimentare o ornamentale.
Ficus carica L., Sp. Pl., 2: 1059 (1753)
(Incl. Ficus carica var. carica e F.
caprificus Risso, Fl. Nice, 434; Miq. Ann.
Mus. Bot. Lugd. Bat. iii. 290).
Regione della prima descrizione: Habitat
in Europa Australi, Asia.
Nomi italiani: Caprifico, Fico.
Nomi sardi: Apruiu (Orgosolo); Crabu
figu (Berchidda, Bolotana, Sassari);
Crabu vigu (Anela, Bono, Ittiri, Ozieri,

Padria); Crapuicu (Orani, Sarule); Figa


(Alghero); Ficu arestu (Tempio); Figu
crapa (Villasalto); Figu Crapina (Burcei); Iu e sartu (Oliena); Figu era
(Santadi); Fihu craba (Urzulei); Figu
apru, Figu de Crabas, Crabioni, Icu
agreste.
Fico coltivato (nomi generici): Fica, Figu,
Figga, Figu chia, Icu, Icu cana, Icu
bianca, Icu Nighedda, Icu ruja.
Cultivar sarde: Bianca, Burdasciotta, Buttada, Calabresa, Cana, Cana era, Carcanzi trota,Craxiou de Porcu, De Duas
Vias, Fico di Solanas, Genovese, Martinica, Mattal, Mattiniedda, Monteleone, Murena Nera, Murra, Virde, Mendulina, Montina, Pasadina, Perdingiana,
Pessighina,
Rampelina, Zocchitta,
(selezione).
Nomi stranieri: Ingl., Caprifig; Fr., Figuier
commun, Caprifiguier; Ted., Feige,
Echter Feigenbaum; Sp., Figuera
borda, Higuera, Cabrahigo.
Arbusto o albero di piccole dimensioni
alto fino a 12 m a chioma globosa, espansa. Corteccia del fusto liscia, biancastra,
cenerina. Rami fortemente contorti, numerosi. Foglie intere cuoriformi, picciuolate
con lamina intera o tri- pentalobata, lunga
10-20 cm, larga spesso altrettanto, con nervature prominenti, lattiginose, tomentose
nella pagina inferiore, pubescenti in quella
superiore, scabre. Fiori piccoli, ialini, unisessuali, contenuti entro il ricettacolo che
si sviluppa a otricello; fiori femminili, sterili a stilo corto e fertili a stilo lungo, rivestono linterno della cavit; i maschili
situati presso lostiolo posto alla sommit;
il ricettacolo a maturit costituisce il fico,
o siconio, infruttescenza carnosa, cava
internamente, piriforme, globosa o schiacciata allapice, glabra, di colore vario, da
verde-chiaro, a violaceo, nero-scuro o
screziato, con buccia intera o pi o meno
screpolata a maturit. Semi minuti.
Tipo biologico. Arbusto cespitoso o
albero di modeste dimensioni, caducifoglio. Microfanerofita o mesofanerofita.
199

Ficus carica L. - Ramo con frutti x0,5; fiore maschile e femminile x5; infruttescenza in sezione x1.

Infruttescenze (fichi) di Ficus carica var. caprificus.

Fenologia. Il siconio si sviluppa prima


dellemissione delle nuove foglie (fioroni,
maturanti a maggio-giugno) sui rami dellanno precedente o contemporaneamente
ad esse sui rami dannata (forniti, maturanti a luglio-agosto) o decisamente tardivi
(cratiri, maturanti a settembre-novembre).
Nel suo interno avviene limpollinazione
ad opera della femmina alata di un imenottero, la Blastophaga psenes. Linsetto carico di polline penetra nella cavit, depone le
uova nei fiori sterili (fiori di galla) e feconda i fiori fertili. Contemporaneamente allo
sviluppo dei nuovi insetti si ha la maturazione del polline. Linsetto adulto, carico
di polline, lascia il ricettacolo attraverso
lostiolo e penetra in un altro siconio riniziando il ciclo. Inizia cos la maturazione
che avviene in modo scalare a partire dalla
parte basale verso lapice. Si possono
avere cultivar con una sola (unifere), due
(bifere) e tre (trifere) produzioni di fichi,
che possono essere portati anche contemporaneamente sulla stessa pianta. Le varie-

t precoci sono in genere molto pregiate,


mentre quelle pi tardive lo sono meno.
Nel caprifico il processo analogo, ma il
siconio commestibile di rado, anche se
talora presenta pezzatura simile a quelli
delle piante coltivate.
Areale. Il fico coltivato una specie
originaria del Medio Oriente e sin dai
tempi antichi era ampiamente diffuso nei
paesi mediterranei e caldi in genere. Il suo
areale originario risulta quindi di difficile
ricostruzione, rispetto alla diffusione attuale. Inoltre, oggi tende ad essere coltivato
pressoch in tutto il mondo particolarmente nelle aree con clima di tipo mediterraneo, come California, Africa del Sud e
Australia, ma anche nelle coste atlantiche e
nellEuropa continentale.
Ecologia. Il fico una specie eliofila e
termofila che, allo stato selvatico, vive su
qualsiasi substrato, nelle zone rocciose e
ruderali e talora anche nelle fessure dei
muri. In Sardegna, le forme selvatiche
sono comuni soprattutto nella fascia
201

termo-mediterranea, lungo i corsi dacqua,


ai margini delle case abbandonate, sui
ruderi e sui muri, con il limite altimetrico
intorno ai 1.000 metri. Le forme coltivate
sono invece legate alle colture arboree, alle
vigne, agli orti, dove stanno ai loro margini o in prossimit delle case di campagna e
nei cortili di paese.
Notizie selvicolturali. una pianta ad
accrescimento rapido nei primi anni. Le
variet coltivate, che sono diverse centinaia, si propagano solo per via vegetativa,
preferibilmente per innesto o semplicemente interrando un ramo o pollone radicale. Esse non producono fiori maschili e
spesso, nelle vicinanze delle coltivazioni,
si lasciano vegetare i ceppi selvatici per
favorire limpollinazione da parte della
Blastophaga psenes. La coltivazione ha
scopo esclusivamente agronomico per il
frutto, di cui le regioni maggiormente produttrici sono Turchia, Grecia, Italia, Spagna, Marocco, Siria, ma anche California e
le altre aree del mondo a clima mediterraneo.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno tenero, poco compatto,
biancastro, marcisce rapidamente ed un
mediocre combustibile. Veniva utilizzato
dai Greci e dai Romani per intagliare statue di divinit agricole. Il legno dei rami
giovani era utilizzato per manici su cui
venivano inseriti utensili in metallo.
Note etnobotaniche. Il fico conosciuto fin dallantichit ed coltivato forse da
oltre 6.000 anni (quindi un albero da frutta tra quelli di pi lunga coltura) ed
ampiamente menzionato nella Bibbia.
Grande considerazione questa pianta doveva avere nel Medio Oriente, dato che la
Terra Promessa veniva descritta come ricca
di alberi di fico.
Vago simbolo fallico, considerato frutto
senza fiore, suggeriva colorite interpretazioni. Un albero di fico, venerato poi come
fico Ruminale, serv da riparo a Romolo e
Remo allattati dalla Lupa e fu sacro a Silvano, Giunone e Dioniso. I Romani ne coltivavano moltissime variet e Vitellio il cen202

Distribuzione in Sardegna di Ficus carica.

sore port dalla Siria le qualit pi pregiate


per piantarle nei suoi campi. Il frutto fu
ampiamente commercializzato sia allo stato
secco che fresco. Plinio narra che Catone,
per indurre il Senato a intraprendere la
guerra risolutiva contro Cartagine, mostr
un fico fresco proveniente dallAfrica,
facendo notare che solo tre giorni di mare
separavano i temuti nemici. Fu lo stesso
Catone a suggerire una riduzione della
razione alimentare ai lavoratori dei campi
nel periodo di maturazione dei fichi.
Il frutto ha rappresentato sempre un alimento molto ricercato e apprezzato perch
ricco di sostanze azotate e zuccherine. Il
lattice che sgorga da tutte le parti della
pianta irritante, caustico e velenoso e
veniva usato, talora, per eliminare porri e
verruche. In alcuni paesi della Sardegna si
credeva di poter porre rimedio al pianto dei
neonati uscendo a notte fonda e, senza
essere visti, lanciando un ramo di fico

acceso nel tetto pi alto del paese. I riferimenti di tipo scaramantico e medicinalemagico della pianta di fico sono numerosi
e per i motivi pi disparati. La foglia, il lattice, il frutto immaturo o maturo, il legno e
gli stessi alberi potevano avere grande
importanza con lausilio delle opportune
parole magiche e di richiamo al sacro. In
campo alimentare il fico rappresenta ancora unimportante fonte proteica e si consuma fresco, secco, in marmellate, o viene
utilizzato per confezionare dolci caratteristici anche con altra frutta secca (mandorle, noci, uva passa) nei diversi paesi. In
riferimento alla presenza del fico o del
caprifico esistono numerosi toponimi in
tutta la Sardegna.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Ficus carica generalmente
suddiviso in due variet (var. carica = var.
domestica L., = var. sativa Fiori per indicare le forme coltivate e var. caprificus L.,
per quelle selvatiche). ovvia la derivazione delle forme coltivate dai ceppi selvatici. Le razze domestiche selezionate tramite propagazione vegetativa sono molto
numerose. In Sardegna, Chessa e Nieddu
(in Agabbio, 1994) hanno censito 26 cultivar, tra le quali alcune diffuse in gran parte
del territorio, altre molto rare o addirittura
solamente con pochi esemplari conosciuti.
Di recente, ad opera dei vivaisti, sono
commercializzate anche cultivar di altre
regioni mediterranee.
Una prima distinzione tra i fichi coltivati si pu fare tra quelli cosiddetti bianchi e
quelli neri. In entrambi i casi si possono
riscontrare cultivar che presentano una
sola (de una via) o due (de duas vias) produzioni stagionali. Ai fichi cosiddetti bianchi (in realt di diverse tonalit di verde)
sono associate foglie intere o trilobate, pi
rare le pentalobate, con lobi poco sviluppati, mentre quelli neri hanno foglie pi di
frequente profondamente incise tri- o pentalobate. Il campione tipo di Linneo, conservato presso lerbario del Museo di Storia Naturale di Londra, ha foglie pentalobate, pi comuni nei fichi neri. Tra le due

forme estreme di colore dei frutti esiste


una gamma di tonalit (rosate, rossastre,
bluastre, nere, variegate) che le ricollegano
in modo continuo. Sono ugualmente variabili le dimensioni e le forme (piriforme,
ellissoidale, globosa schiacciata, con diametro maggiore della lunghezza dal peduncolo allapice, e con collo allungato o
ridottissimo). Variabilit analoga si riscontra nella consistenza e nel colore della
polpa. Anche nelle forme spontanee (selvatiche) esiste una grande variabilit del tutto
analoga per colore, forma e dimensioni, e
sebbene la commestibilit sia generalmente rara non mancano casi di infruttescenze
eduli che meritano di essere propagate in
coltura.
I biotipi coltivati sono geneticamente
del tutto compatibili con quelli selvatici, a
dimostrazione che il gran numero di forme
strettamente legato alla selezione disruptiva, cos come avviene con le specie arboree di interesse fruttifero, operata dalluomo che ne favorisce la conservazione tramite il taleaggio o linnesto. Tra le cultivar
pi apprezzate in Sardegna sono da segnalare il fico di Monteleone, che matura ad
agosto producendo grandi frutti, il fico di
Posada (Icu Pasadina) e il fico nero di
Solanas, che viene coltivato nelle golene
dei corsi dacqua intermittenti di questo
territorio, soprattutto per i fioroni che
maturano alla fine di maggio, di dimensioni notevoli e di sapore molto gradevole.
Per questo motivo sono talvolta ancora tramandati nelle divisioni ereditarie, indipendentemente dalla propriet del fondo, e
talora si assiste allassegnazione delle
branche di uno stesso albero a pi persone.
SPECIE INTRODOTTE. Tra le specie coltivate sono diverse quelle del genere Ficus,
introdotte per scopo ornamentale. Sono
notevoli diversi esemplari di Ficus magnolioides Borz, di origine Est-asiatica, un
albero dalle foglie grandi e lucide a margine intero e apice appuntito, di cui, a
Cagliari, esistono esemplari di dimensioni
notevoli, con le caratteristiche radici aeree.
203

Da segnalare la pianta nel grottone dellOrto Botanico e allinizio della Via


Roma. Sempre a Cagliari, ma anche in
altre citt costiere, frequente la presenza
di Ficus retusa L., dal poderoso apparato
radicale e con radici aeree a fasci di modeste dimensioni e foglie ovali ad apice
appuntito con margine intero, lucide, lisce.
Ficus elastica Roxb., dalle grandi foglie
ellissoidali e lucide in entrambe le pagine,
generalmente coltivato negli appartamenti o nei cortili riparati, ma piante di
grandi dimensioni si trovano anche a cielo
aperto nelle coste del centro-sud dellIsola.
Specie di antica introduzione sono i
gelsi (Morus alba L. e Morus nigra L.) coltivati nel passato anche per lallevamento

Infruttescenze (fichi) di Ficus carica var. carica.

204

del baco da seta (pratica che sembra


sopravvivere ancora solamente a Orgosolo). Vengono utilizzati nelle alberate stradali e nei parchi pubblici, mentre piante
sicuramente molto annose sono presenti
qua e l, in particolare presso lantico convento dellisola di Santa Maria, nellarcipelago di La Maddalena. Maclura pomifera (Rafin.) C.K. Schneider (= Maclura
aurantiaca Nutt., = Toxiylon pomiferum
Rafin.), introdotta per bordure di confine
per i suoi rami spinescenti, caratterizzata
dai frutti rugosi grandi come un arancia.
Pi rara Broussonetia papyrifera (L.)
Vent., albero con foglie lucide cuoriformi,
coltivato per scopi ornamentali e per la
produzione di cellulosa.

ANGIOSPERMAE MAGNOLIALES
LAURACEAE
Piante arboree o arbustive, sempreverdi.
Fiori bisessuali o unisessuali riuniti in
infiorescenze globose su una stessa pianta
(monoiche) o su piante diverse (dioiche).
Involucri fiorali poco appariscenti. Frutto:
bacca o drupa. La famiglia delle Lauraceae comprende 21 generi con circa 2.500
specie diffuse nelle zone con clima oceanico dellAsia sud-orientale, Australia, America e regioni atlantiche dellAfrica. Nelle
zone tropicali caratterizzano con la loro
presenza le formazioni forestali di pianura.
In montagna, si trovano talvolta sino a
2.700 m, resistenti alle notevoli escursioni
termiche.
Le Lauraceae rappresentano unantica
famiglia delle Angiosperme dicotiledoni.
Numerosi resti fossili risalenti al Terziario
sono stati ritrovati nella regione mediterranea. Nella sottofamiglia delle Lauroideae
ricadono specie come Persea gratissima
Gaertner (frutto), Cinnamomum camphora
T. Nees et Eberm. e C. zeylanicum L. (cannella), coltivate sporadicamente come
piante ornamentali anche in Sardegna, e
diverse specie del genere Sassafras (oli
essenziali). Molte specie sono utilizzate in
ebanisteria per i loro legni profumati.

della Germania settentrionale e di altre localit europee. In Italia fossili di Laurus nobilis e Laurus azorica sono stati trovati in
depositi pliocenici, nei travertini del Quaternario e nei tufi vulcanici. Questi reperti, distribuiti in tutta la regione europea, testimoniano la presenza, durante il Terziario, di
formazioni forestali ad alloro. Si riteneva
che lalloro fosse originario dellAsia Minore, ma la presenza di fossili di Laurus assieme ad impronte di filliree, leccio, quercia
spinosa, ontano, faggio, olmo campestre
conferma lindigenato della specie anche
nella regione mediterranea.
I Greci chiamavano lalloro Daphne,
secondo un antico mito che vuole questa
ninfa trasformata in albero di alloro per
sfuggire alle insidie amorose del dio Apollo.
Laurus nobilis L., Sp. Pl.: 369 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Italia, Graecia.

LAURUS L.

Nomi italiani: Alloro, Lauro.


Nomi sardi: Araru (Sassari); Labru (Oliena, Orgosolo); Laru (Berchidda, Ittiri,
Oschiri, Padria); Lavru (Bolotana,
Cuglieri, Orani); Lau (Burcei, Fluminimaggiore, Laconi, Villasalto); Latiu,
Laveru, Loro, Loru.
Nomi stranieri: Ingl., Bay tree, Noble laurel; Fr., Laurier dApollon, Laurier;
Ted., Lorbeer-Baum; Sp., Laurel.

Piante arboree o arbustive, sempreverdi


con foglie coriacee. Fiori unisessuali piccoli, regolari, poco appariscenti, riuniti in
infiorescenze globose e situati su piante
diverse. Frutto: drupa.
Il genere Laurus, sebbene comprenda
solo due specie: Laurus nobilis L. diffuso
nel Mediterraneo e Laurus azorica (Seub.) J.
Franco, presente nelle Azzorre e nelle Canarie, ha dato il nome alla famiglia. Resti fossili di queste due specie sono stati ritrovati
nei tufi interglaciali dei dintorni di Marsiglia, nelle argille e arenarie oligoceniche

Albero alto fino a 15-20 m o, generalmente, arbusto, sempreverde, con foglie


persistenti pi anni. Chioma allungata,
conico-piramidale, densa. Corteccia liscia,
grigia o nerastra. Foglie di 6-9 x 4-6 cm,
ellittiche, ovato-lanceolate, ad apice acuto,
coriacee, intere o ondulate al margine, picciuolate, alterne, con ghiandole aromatiche, di colore verde-scuro nella pagina
superiore e verde-chiaro in quella inferiore. Fiori unisessuali su piante distinte.
Infiorescenze globose con fiori maschili a
involucro giallastro formato da quattro
205

Laurus nobilis L. - Rami con frutti e con fiori x0,5; fiore femminile, fiore maschile x1,5; stame x5.

Infiorescenze maschili di Laurus nobilis.

Formazione naturale di Laurus nobilis in territorio di Bortigali nel Marghine.

207

Distribuzione in Sardegna di Laurus nobilis (stazioni


naturali).

petali ovoidali caduchi, con 8-12 stami;


fiori femminili con ovario circondato da 24 staminodi, in ombrelle 4-5 flore. Drupa
ellittica, ovoidale lunga 10-15 mm, nerolucente a maturit. 2n=14, 28.
Tipo biologico. Albero, alberello o arbusto arborescente, sempreverde. Nanofanerofita, microfanerofita o mesofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in marzo-maggio e
matura i frutti a ottobre-dicembre. I frutti
permangono sulla pianta fino ad inverno
inoltrato.
Areale. una specie mediterranea presente nelle zone costiere della Penisola
Iberica, Africa settentrionale, Penisola Balcanica e Asia Minore. In Italia frequente
lungo le coste, nelle isole e nelle zone
meglio esposte delle Alpi e dei laghi prealpini. In Sardegna, lalloro diffuso soprattutto nel settore settentrionale, in particolare nei dintorni di Osilo, nel territorio di
208

Macomer, a Monte Minerva e nelllglesiente. La sua distribuzione in Italia pu


essere distinta in due settori: uno presso i
laghi prealpini dove si conservato come
relitto, laltro in varie zone della regione
mediterranea dove sopravvissuto in isolate stazioni di rifugio fresche e umide. Ad
ogni qual modo, lareale attuale fortemente influenzato dalla sua coltivazione
per vari scopi e anche nellIsola si ritrova
un po ovunque.
Ecologia. Specie mesofila tendente a
termofila, lalloro predilige un tipo di
clima caldo-umido. Il suo ambiente preferito quello delle colline medio-montane,
dei valloni freschi ma soleggiati. Come la
maggior parte delle Lauraceae predilige i
terreni profondi e ben drenati. Sopporta
abbastanza bene il freddo, purch non
eccessivo. Costituisce anche formazioni
boschive indicate come laureto o macchiaforesta ad alloro. Le attuali formazioni ad
alloro, specialmente sui substrati effusivi
pliocenici della Sardegna nord-occidentale, possono essere considerate come relitti
di una pi estesa foresta a Laurus, che, in
seguito a cambiamenti climatici, si conservata in poche zone di rifugio. Le formazioni descritte da Desole intorno al 1960
per il territorio di Osilo sono fortemente
ridimensionate e oggi si trovano soprattutto come siepi confinarie, macchie molto
degradate o come cespi sporadici. Il nucleo
pi consistente quello che, nel versante
meridionale del Marghine, va da Bortigali
a Macomer e oltre, a 400-600 m di quota.
Forma macchie e boscaglie, degradate dai
ripetuti incendi (lultimo in ordine di
tempo nel 2004, in localit SAdde) che
impediscono la naturale evoluzione verso
formazioni boschive vere e proprie. Secondo la classificazione del Pavari, il Lauretum costituisce la fascia fitoclimatica che
precede il Castanetum a quota maggiore.
Grandi alberi. Non esistono alberi di
alloro di grandi dimensioni, considerato
che si tratta fondamentalmente di una pianta a portamento arbustivo. Un esemplare
piantato nel 1943, alto 10 m con circonfe-

renza di 210 cm, si trova a Montevecchio


in comune di Guspini. Un altro grande
albero, alto circa 15 m, esiste nel giardino
della Facolt di Agraria a Sassari.
Notizie selvicolturali. Lalloro si riproduce per seme, polloni, talea o margotta.
Nei paesi caldi, la semina si effettua direttamente su terreno leggero, mentre in quelli con temperature pi basse in vivaio con
trapianto poi dei semenzali. largamente
utilizzato nei giardini e nei parchi a scopo
ornamentale, foggiato in varie forme geometriche, o tenuto basso a siepe per costituire bordure. La sua rusticit e la persistenza delle foglie per pi anni ne consigliano lutilizzo nei giardini come specie
sempreverde, anche in ragione della minore cura che necessita. Una volta insediato,
grazie alla notevole capacit pollonifera e
alla emissione di getti dalle radici, costituisce cespi molto estesi e per mantenere il
suo stato come pianta monocormica occorre spollonare di frequente.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno duro, elastico, poco
pesante, grigio o leggermente brunastro.
utilizzato nei lavori di ebanisteria, di intaglio e per la costruzione di piccoli oggetti
molto apprezzati, perch mantengono per
lungo tempo un profumo aromatico.
Note etnobotaniche. Nel mondo classico, per le sue virt magiche, medicamentose e culinarie, fu secondo per considerazione e devozione solo allolivo. Si riteneva
che preservasse dalla peste e dai fulmini e
per questo era coltivato presso le case di
campagna, sebbene non si abbia, in genere,
coscienza di questo fatto. Era pianta sacra
anche ad Apollo e simbolo di sapere, di
pace e di vittoria presso gli antichi Greci e
i Romani. Di alloro erano le corone dei
generali vincitori romani e dei poeti. Da
Laurus derivano le parole laurea e baccelliere (Bacca lauri). Le foglie molto aromatiche erano utilizzate per condimento pres-

so tutti i popoli del Mediterraneo e da esse


si ricavava un infuso considerato febbrifugo, antimalarico, antireumatico, stomachico, diuretico e carminativo. Dalle bacche si
estraeva un olio etereo che entrava nella
composizione dellunguento laurino, utilizzato contro i dolori reumatici. Le bacche, in infusione alcolica per 20-30 giorni,
danno un liquore stomachico e digestivo.
La corteccia ha la propriet di colorare in
giallo la lana. Era utilizzato come esca per
accendere il fuoco sfregandolo con un
pezzo di legno dedera. Secondo un antico
mito la fiamma sprigionata dai due legni
era segno di ununione feconda fra le due
specie che vivevano una abbarbicata allaltra. Ledera, femmina e fredda, si incendiava al contatto dellalloro, maschio e portatore di calore.
In Sardegna le tradizioni di utilizzazione
dellalloro sono amplissime, in particolare
quelle rituali e religiose, e toccano i vari
aspetti delletnobotanica, che richiamano
quelle di antica origine, diffuse in tutta larea mediterranea, arricchite dallapporto
specifico delle diverse comunit locali.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Lalloro, riproducendosi molto
facilmente per via vegetativa tramite polloni radicali, presenta scarsa variabilit morfologica. Tuttavia, si possono osservare
foglie pi o meno lisce o ondulate e larghe
e frutti da rotondeggianti a ovali.
Tutela e protezione. Le boscaglie ad
alloro rappresentano un habitat prioritario
secondo la Direttiva Comunitaria 43/92,
ma mancano sinora i necessari piani di
gestione richiesti dalla normativa.
SPECIE INTRODOTTE. Le specie della
famiglia delle Lauraceae sono di ambienti
extra-mediterranei e sono molto rare quelle
coltivate. Una bella eccezione data da Cinnamomum camphora T. Nees et Eberm, originario della Cina, presente ad Arborea.

209

ANGIOSPERMAE RANALES
BERBERIDACEAE
Piante arbustive o erbacee perenni talora provviste di rizomi o tuberi. Rami inermi o con spine alla base di foglie, che sono
alterne, semplici o composte. Fiori solitari
o riuniti in infiorescenze a racemo o pannocchia. Frutto: bacca o capsula.
La famiglia delle Berberidaceae comprende circa 15 generi suddivisi in 600650 specie, diffuse in tutto il mondo.
Molte specie di questa famiglia hanno interesse farmaceutico per le resine che si estraggono dai rizomi, altre sono utilizzate come
piante ornamentali e trovano impiego soprattutto per costruire siepi vive o cespi isolati.
BERBERIS L.
Piante arbustive spinose con molti rami
eretti o ricurvi. Foglie caduche o persistenti, intere, semplici, isolate o riunite a gruppi di tre. Spine acute, trifide, derivate dalla
trasformazione delle foglie. Fiori in racemi; petali concavi pi piccoli dei sepali;
stami che si contraggono allurto avvicinandosi allo stimma. Frutto: bacca.
Il genere Berberis comprende circa 450500 specie diffuse in Asia, Europa, America.
Varia linterpretazione etimologica del
nome Berberis; secondo alcuni Autori deriverebbe dal greco brberi = conchiglia,
per la forma concava dei petali. Altri ancora
lo ritengono derivato da barbar che nel
linguaggio fenicio significa lucente, per la
brillantezza delle foglie, o dallarabo berberis per indicare i frutti.
Berberis aetnensis C.B. Presl, Fl. Sic. 1:
28 (1826)
Sin.: Berberis cretica Loisel., Fl. Gall.
1: 233 (1806)
B. vulgaris L. var. aetnensis (Presl)
Guss.
210

B. vulgaris L. ssp. aetnensis (Presl)


Rouy et Foucaud, Fl. Fr., 1: 148 (1893)
B. boissieri C. K. Schneider, Bull. Herb.
Boissier, ser. 2, 5: 660 (1905).
Regione della prima descrizione: Etna,
Sicilia.
Nomi italiani: Crespino dellEtna.
Nomi sardi: Ispina Santa (Fonni, Desulo).
Nomi stranieri: Ingl., Barberrys Etna;
Fr., Epine-vinette de lEtna; Ted. AetnaBerberitze.
Arbusto prostrato o a rami eretti di 3060 cm, molto ramificato, spinosissimo.
Corteccia grigiastra, cenerina o pi o meno
scura. Foglie semplici reticolate per nervature evidenti, ellittiche, obovate, cuneate
alla base con un brevissimo picciuolo;
riunite in gruppi di 3-5 su brachiblasti
provvisti alla base di spine 3-5 partite, con
aculei giallastri solcati inferiormente, lunghi 5-16 mm; lamina di 9-25 x 6-15 mm,
serrato-spinulosa per tutta la lunghezza del
margine. Fiori gialli in racemi pi lunghi
delle foglie, con una bratteola alla base dei
pedicelli; calice con 6 sepali, ovati, gialloverdastri; petali gialli con ghiandole alla
base. Bacche oblunghe di 6-9 mm, rosse,
nero-bluastre nel secco, di sapore acidulo
con 1-2 semi. 2n=28.
Tipo biologico. Arbusto a portamento
prostrato, caducifoglio. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce a giugno e matura i
frutti a settembre-ottobre.
Areale. Berberis aetnensis diffuso nelle
montagne di Corsica, Calabria, Sicilia. In
Sardegna frequente oltre i 1.400 m di quota
nel Gennargentu e nei monti di Oliena.
Ecologia. Arbusto eliofilo indifferente
al substrato, vegeta nelle zone montane
oltre i 1.400 m di altitudine nelle radure e
nei luoghi sassosi assolati. In Sardegna
trova il suo habitat pi favorevole sulle
pietraie silicee del Gennargentu, particolarmente sui rocciai degli sciuscius, e in
una vallecola sui calcari a circa 1.400 m di
quota sul Corrasi.

Berberis aetnensis C Presl. - Ramo con frutti x 0,8; rametto con frutti x 1,6.

Formazione a Berberis aetnensis e Juniperus sibirica sugli acumuli di massi incoerenti (sciuscius) nel Gennargentu.

Note etnobotaniche. Secondo Moris il


frutto del Berberis potrebbe essere impiegato in medicina come rinfrescante. Il
nome Spina Santa attribuito a diverse
specie spinose arbustive mediterranee
come, ad esempio pi comunemente, a
Lycium europaeum L. o Paliurus spinachristi L.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il complesso di Berberis aetnensis, descritto da Presl, stato ripetutamente attribuito a specie diverse o di rango
inferiore alla specie, soprattutto per la
variabilit a livello fogliare. Purtuttavia, le
differenze che si riscontrano nelle diverse
aree geografiche dellareale, sebbene non
giustifichino appieno una separazione a
livello specifico, in quanto esiste una forte
variabilit a livello fogliare anche in uno
stesso ambito geografico, consentono di
differenziare le variet basate su questo
carattere gi ampiamente descritte per lEtna (var. macroacantha Guss., brachyacantha Strobl, var. cuneifolia Torn.), e per la
Calabria (var. calabrica Schneider); anche
212

Distribuzione in Sardegna di Berberis aetnensis.

Infiorescenza di Berberis aetnensis.

Frutti maturi di Berberis aetnensis.

B. boissieri, descritto per la Corsica e la


Sardegna da Schneider, pu essere indicato come variet.
SPECIE INTRODOTTE. Tra le specie pi
comuni delle Berberidacae coltivate in
Sardegna per scopi ornamentali si ricordano: Berberis vulgaris L., arbusto caducifoglio, cespitoso di 1,5-2,5 m di altezza, uti-

lizzato nei parchi e nei giardini per siepi e


gruppi isolati, cos come Berberis darwinii
Hook, dellAmerica meridionale, dallabbondante fioritura primaverile, e Mahonia
aquifolium Nutt, originaria dellAmerica
nord-occidentale, arbusto sempreverde
con foglie grandi, verdi-scure, lucide, a
margine spinuloso, fiori giallastri e frutti
azzurrognoli persistenti.
213

ANGIOSPERMAE ROSALES
GROSSULARIACEAE
Piante arbustive molto ramificate, con rami
inermi o spinosi. Foglie palmate, lobate, alterne. Piante monoiche o dioiche. Fiori bisessuali o unisessuali, piccoli, verdognoli, riuniti in
racemi, grappoli o in piccole ombrelle. Frutto:
bacca. Alla famiglia delle Grossulariaceae
appartiene il solo genere Ribes con circa 150
specie, diffuse nellEmisfero settentrionale in
zone a clima temperato, in America centrale e
settentrionale e nelle Ande. Questa famiglia,
da alcuni autori, inclusa, come sottofamiglia,
nelle Saxifragaceae.
RIBES L.
Arbusti con rami eretti inermi o spinosi.
Gemme a scaglie erbacee o rigide. Foglie palmate e lobate. Piante con fiori bisessuali o unisessuali riuniti in infiorescenze a grappolo o
ombrella. Ricettacolo a coppa con sepali piccoli, verdognoli, petali pi piccoli dei sepali
ed alterni ad essi. Bacca con molti semi.
Il nome Ribes sembra derivi dal latino
rubus = cespuglio, o da Ribs, nome
usato per indicare una specie di rabarbaro
dellArabia, le cui foglie hanno il sapore
dei frutti di alcuni ribes. Si richiama anche
alla forma latinizzata di riebs, una vecchia parola germanica usata per indicare le
specie di ribes eduli.
Fiori solitari o 2-3 in ombrelle ascellari;
foglie larghe meno di 2 cm.....R. sardoum
Fiori in racemi multiflori. Foglie larghe
5-6 cm............................R. sandalioticum
Ribes sardoum Martelli, Malpighia, 8:
384 (1895)
Regione della prima descrizione: Monti
dOliena, Sardegna.
Nomi italiani: Ribes del Corrasi.
214

Arbusto inerme di 1-1,8 m con rami


giovani rossastri, pubescenti, ghiandolosi e
rami vecchi grigiastri, tortuosi con corteccia che si stacca a placche. Gemme allungate con perule esterne caduche, coriacee,
rossastre, ovali, mucronate, margine con
peli e ghiandole vischiose. Foglie di 15-20
x 18-20 mm, subrotonde, trilobe, lobatodentate; pagina superiore con sparse ghiandole sessili, gialle, vischiose; pagina inferiore con abbondanti ghiandole sessili o
peduncolate sulla lamina e sulle nervature;
picciuolo uguale al lembo, peloso e ghiandoloso. Fiori bisessuali, 3-4 in ombrelle
corte; sepali ripiegati allesterno, verdognoli; petali pi corti dei sepali, giallochiaro. Antere piccole, ovali-arrotondate;
ovario piriforme, glabro con stilo cilindrico e stimma discoideo. Bacca sferica 7 x 8
mm, rossa, glabra, acidula. Semi subtrigoni, alveolati.
Tipo biologico. Pianta arbustiva, cespugliosa, caducifoglia. Nanofanerofita.
Fenologia. La fioritura si ha in marzomaggio e la fruttificazione, molto scarsa,
in agosto-settembre.
Areale. Questa specie vive sui calcari
dolomitici giurassici del Supramonte di
Oliena nella sola localit di Su Pradu tra le
cime di SAtta e Bidda e del Corrasi.
Accurate ricerche per individuare altri siti
non hanno sinora portato ad alcun risultato, anche se non da escludere in assoluto
la sua presenza in altri luoghi dei Supramonti. Resta pertanto una specie paleoendemica estremamente rara ad areale puntiforme.
Ecologia. Ribes sardoum localizzato
nella piccola valle di Su Pradu (Locus classicus) a circa 1.000 m, circondata ad anfiteatro, da una depressione che, dal valico di
Cara a Bidda, si apre allargandosi verso estnord-est. In questo sito, apparentemente non
molto diverso rispetto a tutta la zona circostante, la specie cresce rigogliosa assieme
ad altre numerose entit endemiche.
Notizie selvicolturali. Le piante, per
una imperfetta funzionalit delle antere,
producono polline insufficiente a feconda-

Ribes sardoum Martelli - Ramo con fiori, rametto con frutti, foglia x0,8; fiore in sezione x5; particolare di foglia,
seme x3.

Infiorescenza di Ribes sardoum.

re tutti i fiori femminili. La scarsa fruttificazione, che ne la conseguenza, diminuisce la possibilit di propagazione per seme.
Si moltiplica, invece, abbastanza facilmente per talea o margotta.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il Ribes del Corrasi stato scoperto e descritto come specie autonoma dal

botanico Ugolino Martelli alla fine del


1800. Nella diagnosi, per, non riport i
dati relativi al frutto (fructus non vidi). La
mancanza di questa informazione indusse
Fiori (1924) ad aggregare questa pianta al
ciclo di R. grossularia L. var. sardoum
Martelli. Inoltre, le descrizioni incomplete
dellapparato fiorale influirono sulla sua
posizione tassonomica nellambito delle
suddivisioni del genere Ribes. In realt,
lentit sarda ben differenziata con particolarit morfologiche e biologiche che la
separano dalle altre specie e la isolano nellambito del genere per cui stato istituito
un apposito sottogenere denominato Oligocarpa da Valsecchi (1981). Questa specie
da considerarsi un relitto floritico isolato
dal punto di vista geografico e genetico. La
scarsa fruttificazione per la ridotta funzionalit delle antere che producono poco pol-

Stazione di Ribes sardoum nellunica area di crescita nei monti di Oliena

216

a rischio di estinzione individuate dallIUCN (Camarda, 2006). Non esiste sinora alcuna misura atta a proteggere il biotopo che accoglie la specie assieme ad altre
ugualmente endemiche e rare. I rischi maggiori sono rappresentati dal pascolo delle
capre allo stato brado e dallincendio, oltre
che dal pericolo di estinzione naturale.
Ribes sandalioticum (Arrig.) Arrig., Boll.
Soc. sarda Sci. Nat., 20: 244-248 (1981)
Sin.: Ribes petraeum Willd. var. spicatum Moris,
Ribes multiflorum Kit. ssp. sandalioticum Arrigoni.
Regione della prima descrizione: Monte
Novo S. Giovanni, Sardegna.
Nomi italiani: Ribes di Sardegna.

Areale di Ribes sardoum.

line probabilmente la causa della sua


limitata diffusione. In effetti, esiste ununica popolazione di circa cinquanta esemplari che si estende su una superficie di 300400 mq. Si rileva, inoltre, la scarsa vitalit
dei semi, legata ad anomalie nella segregazione meiotica, che limitano il numero dei
semi fertili. Questa specie da considerare
come un relitto floristico, isolato sia dal
punto di vista geografico che genetico.
Specie morfologicamente affini sono presenti nelle montagne del Colorado e del
Montana in Nordamerica.
Misure di tutela. Ribes sardoum una
delle specie pi rare della Sardegna e del
mondo; per tale motivo stata inclusa tra
le specie da proteggere dalla Convenzione
di Berna e tra quelle della lista rossa della
Flora Italiana. Figura, inoltre, tra le specie
prioritarie della Direttiva 43/94 Habitat
della Comunit Europea, e tra le 50 specie
delle isole del Mediterraneo maggiormente

Arbusto di 1-2 m con rami giovani grigiastri, pubescenti, ghiandolosi e rami vecchi lisci con corteccia che si stacca a placche. Gemme con scaglie scariose, rossastre, ovali-bislunghe, mucronulate, pelosoghiandolose al margine. Foglie 6-7 x 5-6
cm, subrotonde, trilobate o pentalobate,
denticolate; pagina superiore glabra; inferiore con radi peli ghiandolosi lungo le
nervature e alla base; picciuolo corto,
ghiandoloso, peloso. Infiorescenza a racemo allungato multifloro. Fiori bisessuali,
piccoli, giallo-verdognoli; sepali spatolati
e dentellati, verde-rossastri; petali pi piccoli dei sepali. Antere ovali; ovario con
stilo diviso sino alla base. Bacca subrotonda, di 5-7 mm di diametro, glabra,
dolce-acidula, nero-violacea. Semi sub-trigoni, reticolato-alveolati, bruno-scuri.
Tipo biologico. Pianta arbustiva, eretta,
cespugliosa, caducifoglia. Nanofanerofita.
Fenologia. La fioritura avviene in aprile-maggio e la fruttificazione in giugnosettembre.
Areale. Specie endemica sarda presente nelle zone montane del Limbara, a
217

Ribes sandalioticum (Arrig.) Arrig.- Arrig. Ramo con fiori, ramo con frutti, foglia x 0,5; fiore in sezione, fiore aperto, fiore in boccio x 5; seme x 10.

infiorescenza di Ribes sandalioticum.

Monte Novo S. Giovanni, che ne rappresenta il locus classicus, e a Monte Fumai,


in territorio di Orgosolo, nella fascia pi
elevata del Gennargentu, sugli sciuscius, a
P. Paolina, e nella catena del Marghine a
Mularza Noa. una specie endemica
esclusiva della Sardegna.
Ecologia. Vive indifferentemente su
qualsiasi terreno, ma preferisce le zone fresche e umide rupestri montane al di sopra
dei 900 m di quota.
Notizie selvicolturali. Le stazioni conosciute di Ribes sandalioticum sono costituite
di pochissimi esemplari, ad accezione di
Monte Novo S. Giovanni, dove, tuttavia la
crescita delle altre specie forestali come leccio e sambuco ne ha ridotto in modo preoccupante la popolazione. La propagazione
avviene abbastanza rapidamente per talea.
La specie pu trovare impiego come pianta
ornamentale nei giardini delle aree montane.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Il ribes di Monte Novo San Giovanni
fu descritto inizialmente dal Moris come R.
petraeum e successivamente come variet

Areale di Ribes sandalioticum.

219

spicatum di questo. Arrigoni nel 1968 lo


aggrega come sottospecie endemica a Ribes
multiflorum, delle montagne appenniniche e
balcaniche, e infine lo riconosce come specie
autonoma con il nome di R. sandalioticum.
La variabilit di Ribes sandalioticum scarsa e i cespi sono molto ramificati, con abbondante fioritura, ma fruttificazione molto
povera, ridotta a pochi frutti per ogni racemo.
Misure di protezione. La complessiva
rarit del Ribes di Sardegna, richiede misure di gestione idonee, soprattutto di Monte
Novo San Giovanni, per favorire il mante-

nimento della popolazione del locus classicus, minacciata dallespansione delle altre
specie forestali.
Specie introdotte. Luva spina (Ribes
uva-crispa L.) un piccolo arbusto molto
spinoso con frutti glabri o pelosetti biancogiallastri a maturit di 8-14 mm, un tempo
coltivato per i frutti. Tuttora presente qua
e l spontaneizzato in vecchi chiusi, vigne
e orti abbandonati. Luva spina era una
specie ben conosciuta in Sardegna contrariamente ai ribes spontanei, che non hanno
dato luogo a usi etno-botanici particolari.

Locus classicus di Ribes sandalioticum (Montenovo San Giovanni in territorio di Orgosolo).

220

ANGIOSPERMAE ROSALES
ROSACEAE
Alberi, arbusti, suffrutici, liane ed erbe.
Foglie semplici, trifogliolate o composte.
Fiori regolari, isolati o riuniti in infiorescenza a racemo o corimbo, provvisti di 5 sepali
e 5 petali con numerosi stami. Ovario supero,
infero o semi-infero. Numero dei carpelli
variabile da 1-2 a molti. Frutti: drupa, pomo,
achenio, follicolo. La famiglia delle Rosaceae strutturata in pi sottofamiglie (Spiraeoideae, Rosoideae, Prunoideae, Maloideae) e vi appartengono circa 120 generi e
3.300 specie, diffuse in quasi tutto il mondo
con preferenza per le regioni a clima temperato dellEmisfero boreale. Resti fossili di
Crataegus, Pyrus e Prunus risalgono al Cretaceo, allEocene reperti del genere Rosa,
allOligocene di Cydonia e di Cotoneaster.
Le Rosaceae rappresentano una famiglia di
grande interesse economico per la presenza
di numerose specie di piante da frutto (melo,
pero, melo-cotogno, mandorlo, albicocco,
pesco, ciliegio, susino, nespolo, sorbo, mora,
lampone, fragola) diffuse ormai in tutto il
mondo, ornamentali (rosa, spirea, sorbo,
cotoneaster, lauroceraso, piracanta), e dimportanza forestale (ciliegio, perastro, sorbo
ciavardello, sorbo montano, biancospino).
1

Infiorescenze a corimbo; foglie ovali o


palmato-lobate, pelose..................Sorbus
Infiorescenze ad ombrella; foglie ovalilanceolate, glabre..........................Prunus
PRUNUS L.
Alberi o arbusti, talvolta spinosi, caducifogli. Foglie piccole, intere, crenate o
dentate. Stipole caduche. Fiori regolari,
isolati o in infiorescenze racemose o
corimbose. Frutto: drupa. Vi appartengono
circa 200 specie, diffuse nelle regioni temperate dellEmisfero settentrionale. Le
specie sono inquadrate in cinque sottogeneri (Prunophora, Amygdalus, Cerasus,
Padus e Laurocerasus) a cui fanno riferimento i susini, il mandorlo e il pesco, il
ciliegio e lamarena, il pado e il lauroceraso, specie di notevole interesse agronomico e forestale. Il nome deriva dal greco
proumnon.

1 Piante spinose o spinescenti...................2


Piante senza spine; foglie ovali-lanceolate, seghettate, di 3-7 cm; fiori in ombrelle, frutti con peduncolo di 3-5 cm............
....................................................P. avium
2 Frutti rossastri, ovali, apicolati; pianta
prostrata, alta da 10 a 50 cm...................
................................................P. prostrata
Piante spinescenti o decisamente spino- Frutti violacei, globosi o ellissoidali......3
se............................................................2 3 Frutti globosi di 8-12 mm; rami intricati
con spine terminali.P. spinosa
Piante mai spinose.................................5
Foglie non pelose nelle due pagine; frut- Frutti ellissoidali di 2-3 cm; rami lassi,
spinescenti o inermi..................P. insititia
to drupa..................................................3
Foglie pelose almeno nella pagina inferiore, raramente glabre; frutto pomo.....4
Foglie intere..................................Prunus Prunus avium (L.) L., Flora Suecica, ed.
Foglie lobate............................Crataegus 2: 165 (1755)
Fiori bianchi, antere rosse; polpa dei
Sin.: Prunus cerasus L. var. avium L.,
frutti con corpuscoli pietrosi...........Pyrus
Fiori bianco-porporini, antere giallastre; Sp. Pl., 1:474 (1753).
polpa dei frutti senza corpuscoli pietrosi.....................................................Malus Regione della prima descrizione: Habitat
in W-gothiae Kinnekulle. Scaniae HeckInfiorescenze a racemo raccorciato;
berga.
foglie ovali-ellittiche, pelose da giovani,
glabre da adulte...................Amelanchier Nomi italiani: Ciliegio selvatico, ciliegio.
221

Prunus avium (L.) L.- Ramo con foglie, ramo con fiori, ramo con frutti x 0,6.

Fioritura di Prunus avium in localit Mularza noa nel Marghine.

Nomi sardi: Ariasa agreste (Oliena);


Cariasa agreste (Bolotana, Padria);
Eresia agreste (Orgosolo); Geresia
areste (Urzulei); Cariasa imbriaga,
Cerexia burda, Ciriaxa, Erexia, Ghinda.
Nomi stranieri: Ingl., Cean, Wild Cherry;
Fr., Merisier; Ted., Suess-Kirsche,
Vogel-Kirsche; Sp., Cerezo de Aves,
Cerezo de monte.
Albero di 15-20 m di altezza con chioma
ovato-piramidale e con rami eretti. Corteccia
del tronco grigiastra, rosso-scura, desqua-

mantesi in strisce trasversali. Rami giovani


pelosetti, rossastri, lisci a maturit. Foglie
giovani vischiose, prima rossastre, verdi da
adulte; lamina di 5-12 x 3,5-6 cm, ovatooblunga, acuminata allapice, arrotondata alla
base, nella pagina inferiore pelosetta soprattutto tra gli angoli delle nervature; margine
dentato-serrato ghiandoloso; picciuolo di 830 mm, generalmente glabro o con scarsi peli.
Stipole caduche, dentato-ghiandolose. Fiori
bianchi o rosei in ombrelle di 2-5, con pedicelli di 2-4 cm sui rami degli anni precedenti;
sepali di 4-5 x 2-3 mm, oblunghi, glabri, interi e riflessi a fiore aperto; petali bianchi di 10223

Distribuzione in Sardegna di Prunus avium (stazioni


naturali).

15 mm, ovali, arrotondati, attenuati alla base


e con breve unghia; stami numerosi, pi brevi
o sub-uguali alla corolla, con filamenti bianchi e antere di 1 mm, gialle; stilo glabro con
stimma bilobo. Frutto di 1-1,2 cm, sub-globoso, ovato, cuoriforme, rosato, bianco-giallastro, rossastro o porporino-scuro. Nocciolo
ovoideo, liscio, tri-carenato.
Tipo biologico. Albero caducifoglio a
portamento eretto. Mesofanerofita.
Fenologia. I fiori compaiono poco prima
o contemporaneamente alle foglie a marzoaprile. I frutti maturano a luglio-agosto.
Areale. Il ciliegio selvatico largamente
diffuso in Europa, Asia Minore, Caucaso e
Africa del Nord. Il suo areale attuale ben
pi vasto di quello originario ed difficile
stabilire in modo esatto il suo centro di origine. Il suo indigenato, in Europa, confermato da reperti risalenti al Paleolitico.
La sua distribuzione in Sardegna allo
224

stato selvatico limitata al Marghine Goceano e al Gennargentu. Noccioli di ciliegio,


reperiti negli scavi in territorio di Borore nei
nuraghi Urpes e Toscono, sono antecedenti al
periodo della dominazione romana (238
a.C.). Si tratta molto verosimilmente di frutti
provenienti da piante selvatiche ben rappresentate nella vicina montagna del Marghine e
forse, in quellepoca, pi diffuse rispetto allo
stato attuale. Tutto ci d sostegno allipotesi dellindigenato del ciliegio in Sardegna,
piuttosto che di una sua introduzione durante
il periodo romano, come sostenuto da Cherchi-Paba. Si tratta di un aspetto che potrebbe
essere definito con maggiore certezza sulla
base di ulteriori reperti paleobotanici
(Camarda e Brundu, 2006).
La coltivazione del ciliegio nelle forme
eduli di diverse cultivar sporadica un po
ovunque, ma le maggiori estensioni si hanno
nella zona di Bonnannaro nel Logudoro, di
Burcei nel Sarrabus, nei paesi del Gennargentu (Aritzo, Belv, Tonara). A Desulo si
trova uno tra i pi suggestivi paesaggi
periurbani del ciliegio presenti nellIsola.
Colture di un certo rilievo si hanno anche in
Gallura, a Tempio, e nel Montiferru. Nelle
zone di coltura si riscontrano esemplari con
frutti riconducibili alle forme selvatiche, ma
verosimilmente provenienti da semi delle
cultivar locali,
Ecologia. Il ciliegio una specie eliofila,
indifferente al substrato, frugale, che predilige, tuttavia, i terreni freschi e profondi.
Vegeta fino ai 1.400-1.500 m. sensibile
alle gelate primaverili. I biotipi selvatici in
Sardegna sono esclusivamente montani.
Grandi alberi. Gli alberi di maggiori
dimensioni del ciliegio selvatico si trovano
in localit Sas Cariasas, a circa 900 m di
quota, in territorio di Illorai. Si tratta di un
gruppo di piante alte 16-18 m, con tronco
fino a 60 cm di diametro. Alberi di ciliegio
coltivato anche di maggiori dimensioni sono
presenti un po ovunque, ma soprattutto nellarea del Gennargentu.
Notizie selvicolturali. Il ciliegio selvatico, che ha dato origine alle numerose forme
coltivate, un albero di media grandezza

con accrescimento abbastanza rapido nei


primi anni di vita. Si riproduce per seme o
pi comunemente si propaga per via vegetativa tramite polloni radicali. Allo stato spontaneo si ritrova sporadico ai margini dei
boschi, nelle radure o nelle zone rocciose e
raramente costituisce dei popolamenti puri.
Ha una notevole capacit pollonifera e
potrebbe essere proficuamente utilizzato nei
rimboschimenti anche su terreni degradati e
sassosi. Si presta per alberature stradali,
come pianta ornamentale nei giardini e nei
parchi ed largamente coltivato per i frutti.
una pianta mellifera. Le coltivazioni pi
estese, spesso consociate alla vite, sono in
territorio di Bonnannaro e Burcei.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno tenace, pesante e duraturo, di un colore rosso-bruno, venato, lucente. Si presta egregiamente per lavori di
ebanisteria e per questi motivi molto pregiato e ricercato. anche un buon combustibile.
Note etnobotaniche. Il ciliegio selvatico stato coltivato fin dallantichit per il
suo legno, ma soprattutto per i suoi frutti
eduli, che vengono consumati direttamente
o utilizzati per marmellate, confetture e
guarnizioni di dolci. La corteccia ha propriet tintorie.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il ciliegio selvatico (P. avium
var. avium = P. avium var. sylvestris
(Kirschleger) Dierbach) presenta frutti di
minori dimensioni rispetto alle piante coltivate, che in realt sono state selezionate
principalmente proprio in funzione delle
caratteristiche del frutto. Nei biotipi sardi i
frutti delle piante selvatiche sono di norma
inferiori a 10 mm di diametro, sempre di
colore rosato e aciduli anche a maturit.
In Sardegna, il nucleo di maggiore estensione ed interesse quello di Sas Cariasas,
in territorio di Illorai, con alberi a tronco
diritto e corteccia liscia e fioritura precoce e
frutti rosati aciduli. Appare molto pi ricca,
anche per gli evidenti apporti esterni, la presenza di cultivar. Gi il Fara, nel 1500, indica la presenza di diverse razze coltivate, di

cui tuttavia problematico stabilire la corrispondenza con quelle attuali. Il Moris, oltre
alla variet selvatica, descrive diverse razze
locali (Albida, Duracina, Juliana, Speciosa)
e Nieddu e Mulas, nel 1994, ne censiscono
ben 26, caratterizzandole in relazione ai frutti, distribuite in varie parti della Sardegna.
Oltre a queste, da segnalare il ceraseto sperimentale istituito di recente nella foresta
demaniale di Uatzo, in comune di Tonara,
che accoglie numerose cultivar di pregio, di
interesse sia per i frutti che per il legno. La
specie pi affine al ciliegio lamarena o
marasca (Prunus cerasus L.) con i frutti di
colore rosso-scuro a maturit, a prevalente
forma arbustiva e con elevato potere pollonifero dellapparato radicale, che in breve si
espande formando ampie colonie. Essa
viene sporadicamente coltivata, ma raramente si spontaneizza al di fuori dellarea di
impianto.
Prunus prostrata Labill., Icon. Pl.. Syr., 1:
15 (1791)
Sin.: Cerasus humilis Moris, Stirp.
Sard. Elench. 1: 17 (1827)
Prunus humilis (Moris) Colla, Herb.
Pedem. 2: 293 (1834)
Prunus prostrata var. glabrifolia Moris,
Fl. Sardoa 2: 14 (1840-43
Prunus prostrata var. humilis (Moris)
Nyman, Consp. Fl. Eur. 1: 213 (1878)
Cerasus prostrata var. glabrifolia
(Moris) Browicz in P.H. Davis (ed.), Fl.
Turkey 4: 13 (1972)
Prunus prostrata f. erecta Molero, Folia
Bot. Misc. 2: 43 (1981).
Regione della prima descrizione: Regione
Medit. Oriens.
Nomi italiani: Pruno prostrato.
Nomi sardi: Cariasedda agreste.
Nomi stranieri: Ted., Felsenkirsche.
Arbusto prostrato, raramente eretto, ramosissino, spinescente con corteccia grigiastra.
225

Prunus prostrata Labill. - Rami con foglie, ramo con fiori, ramo con frutti, frutti x1; calice e stami, petalo, foglie
x2,4.

Prunus prostrata in piena fioritura nel Gennargentu.

Rami giovani pubescenti. Gemme minute e


appiattite con perule bruno-rossastre, pelosette ai margini. Foglie alterne; lamina di 6-20 x
5-12 mm ovata, ellittica, arrotondata o acuta
allapice, totalmente glabra nelle due facce o
densamente peloso-tomentosa di sotto e glabra superiormente; margine serrato-denticolato a denti acuti con ghiandole allapice. Picciuolo di 1-5 mm, glabro o pelosetto, con stipole lineari, lunghe 1-2 mm, denticolate,
ghiandolose al margine, rossastre. Fiori bianchi o rosei, solitari o geminati allascella delle
foglie su rami brevissimi; calice con lacinie
riflesse di 2-3 mm, ovate, ottuse, lanose al
margine; petali di 4-6 mm, obovati, attenuati
verso la base. Stami numerosi con filamenti
diseguali. Frutto ovato, ovato-globoso di 5-9
mm, rosso, pelosetto allapice e nocciolo
schiacciato lateralmente.
Tipo biologico. Arbusto prostrato,
caducifoglio. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce a marzo-aprile
prima della comparsa delle foglie. I frutti
maturano a giugno-luglio.

Areale. Prunus prostrata presente in


Africa settentrionale, Spagna meridionale,
Sardegna, Corsica, Penisola Balcanica,
Creta e Asia Minore fino al Caucaso e allHimalaya. Presenta un areale tipicamente
frammentato limitato alle aree alto-montane. Anche in Sardegna le popolazioni sono
isolate geneticamente e i nuclei principali
si trovano nel Limbara, nel Monte Albo e
nei Supramonti, e quindi in tutta larea del
Gennargentu.
Ecologia. una specie tipicamente
rupicola e casmofila delle zone montane.
In Sardegna vive nelle aree cacuminali dei
calcari, tra i massi porfidici e granitici, e
sulle rupi scistose. Sulle rocce maggiormente esposte e sulle creste ventose assume un aspetto decisamente prostrato, strettamente aderente alla roccia, orientandosi
nella direzione del vento dominante, ma in
condizioni particolarmente favorevoli e
protette riesce a raggiungere 1-1,5 m di
altezza. una specie indicatrice del climax
degli arbusti nani prostrati.
227

var. humilis Colla), presente nel Gennargentu, da ricondurre nellambito della


variabilit infraspecifica. Per la Spagna
stata descritta una forma eretta (f. erecta) a
cui potrebbero essere ascritti gli esemplari
presenti in nicchie riparate, riscontrate nel
Monte Albo.
Prunus spinosa L., Sp. Pl. 1:475 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Europa collibus apricis.

Distribuzione in Sardegna di Prunus prostrata.

Notizie selvicolturali. Si riproduce per


seme, ma probabilmente, come le specie
affini, anche per via vegetativa. Si presta
per giardini rocciosi in ambiente montano
per la sua abbondante e splendida fioritura
precoce primaverile.
Note etnobotaniche. I frutti sono aciduli, eduli, ma non si conoscono particolari
utilizzazioni, a causa della sua rarit, ma
anche per le modeste dimensioni.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Nonostante lisolamento geografico delle popolazioni della Sardegna,
non esiste una variabilit tale da giustificare la loro separazione a livello sottospecifico o varietale in quanto piante con foglie
pelose in entrambi i lati (var. concolor
(Boiss.) C. K. Schneider) e solamente nella
pagina inferiore (var. discolor (Raulin)
Tocl et Rohlena) sono presenti negli stessi
luoghi. Anche la variet con le foglie del
tutto prive di peli (var. glabrifolia Moris =
228

Nomi italiani: Prugnolo, Prunello.


Nomi sardi: Isprunazza (Orgosolo); Promuzza (Bitti); Prugnola (Tempio); Prunasca (Oliena); Prunezza (Anela, Oschiri, Ozieri); Prunica (Burcei); Prunitxa
(Alghero); Prunizza (Berchidda, Bolotana, Bono, Orani, Padria); Prunizzedda
(Ittiri); Prunixedda (Laconi, Perdas de
Fogu, Villasalto); Prunixedda aresti (Fluminimaggiore, Quartu); per i frutti. Prunischedda (Baunei, Bitti, Busachi, Dorgali, Milis, Orani); Prunischeddu (Urzulei); Annagiu, Pronizza, Prunazonca,
Pruniccia, Prunizzu.
Nomi stranieri: Ingl., Blackthorn, Sloe; Fr.,
Prunellier, Epine noire; Ted., Schlehe,
Schwarzdorn; Sp., Arany, Escanyagats, Endrino.
Arbusto di 0,5-4 m, ramosissimo, spinoso. Rami con corteccia cenerina, nerastra o
rosso-scura con striature longitudinali nei
rami giovani. Foglie alterne con lamina
lanceolata, ovato-lanceolata, cuneata o pi
o meno arrotondata alla base, con margine
minutamente denticolato; glabro o poco
peloso inferiormente, soprattutto lungo le
nervature; le dimensioni sono molto variabili 15-50 x 7-25 mm; picciuolo di 3-8
mm, solcato sulla faccia interna, peloso.
Fiori bianchi solitari o in gruppi di 2-3
posti generalmente sui rami spinosi.
Peduncoli eretti di 5-8 mm; sepali di 1-2
mm, ovati, acuti o ottusi allapice, leggermente scariosi e sfrangiati al margine;

Prunus spinosa L. - Ramo con frutti, ramo con fiori x 0,7; fiore x 1,4; petalo, calice con stami x2,8; frutto x1,4; seme
x2,8; particolare del margine fogliare x7.

Piena fioritura di Prunus spinosa.

petali di 5-8 mm, ovato-oblunghi, ottusi;


stami numerosi con filamenti di 6-8 mm e
antere minute ovoidee. Drupe di 10-15
mm, globose o sub-globose, nero-bluastre,
lucide. Nocciolo arrotondato, compresso
lateralmente.
Tipo biologico. Arbusto cespitoso,
caducifoglio. Nano- o microfanerofita.
Fenologia. La fioritura inizia a febbraio-marzo, protraendosi nelle zone montane fino ad aprile-maggio, e precede lemissione delle foglie. I frutti maturano a
ottobre-novembre e permangono anche
oltre la caduta delle foglie.
230

Areale. Prunus spinosa una specie


con larga diffusione in Europa, Asia Minore fino al Caucaso, Medio Oriente, Iran e
Africa del Nord. La distribuzione in Sardegna comune in gran parte del territorio,
sino a circa 1.400 m di quota.
Ecologia. Indifferente al substrato, vive
nei luoghi aridi e sassosi, lungo i muri a
secco, colonizza vecchie carrarecce e
mulattiere, forma ampi cespi nei fontanili e
lungo i corsi dacqua, dove raggiunge le
maggiori dimensioni. specie di classe
(Prunetea), di ordine (Prunetalia) e di
alleanza (Prunion) ed entra a far parte di

nelle foglie e nei frutti e su questi caratteri


sono state istituite diverse variet. In alcuni casi, le dimensioni del fusto raggiungono anche i 2 m e la pianta assume portamento lasso e minore spinescenza. Tuttavia, poich questi caratteri appaiono fortemente influenzati dalle condizioni ambientali, non semplice accertare il reale status
dei singoli individui. Non sono da escludere ibridi derivanti da incrocio con Prunus
domestica ssp. domestica (pruno domestico) e P. domestica ssp. insititia (pruno selvatico).
Prunus insititia L., Cent. 1 Plantarum:12
(1755)

Distribuzione in Sardegna di Prunus spinosa.

diverse associazioni di arbusteti mesofili.


Notizie selvicolturali. Il prugnolo si
riproduce per seme e per via vegetativa.
Pu diventare invadente e costituire siepi
impenetrabili e per tale motivo favorito
lungo i muri perimetrali delle vigne e orti
di campagna. La sua presenza nei pascoli
indice di degradazione della cotica erbosa
per sovraccarico di bestiame.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno duro, con venature rossobrune, ma le modeste dimensioni ne limitano luso.
Note etnobotaniche. La corteccia ha
propriet concianti, tintorie e febbrifughe.
I frutti eduli, ma aciduli, erano utilizzati
per colorare il vino. Le foglie costituiscono
un ottimo succedaneo del th. Linfuso dei
fiori un leggero lassativo e diuretico.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il prugnolo presenta una notevole variabilit sia nelle dimensioni, sia

Sin.: Prunus domestica L. ssp. insititia


(L.) C.K. Schneider
Prunus domestica var. insititia (L.) Poir.
in Lam., Encycl. 5: 678 (1804)
Prunus communis var. insititia (L.)
Huds., Fl. Angl. ed. 2 212 (1778)
Prunus communis ssp. insititia (L.)
Syme in Sm., Engl. Bot. ed. 3[B] 3: 117
(1864).
Regione della prima descrizione: Habitat
in Anglia, Germania.
Nomi italiani: Prugnolo da siepe.
Nomi sardi: Pruna agreste (Orani).
Nomi stranieri: Ingl., Bullace; Fr., Prunier
sauvage; Ted., Pflaume; Sp., Ciruelo,
Pruner.
Arbusto di 2-5 m, inerme o poco spinoso. Corteccia grigiastra o rosso-scura con
striature longitudinali. Rami giovani pubescenti con foglie sparse. Gemme ovoidee,
allungate, ottuse, rossastre con perule glabre o pelose. Foglie con lamina di 20-25 x
15-30 mm, ovale, ellittica, acuta allapice,
pelosa in entrambi i lati, talora glabra
superiormente; picciuolo di 7-10 mm,
canalicolato, peloso su tutta la superficie;
stipole lanceolate, denticolate, glandolose,
margine crenato- denticolato. Fiori bian231

Prunus insititia L. - Ramo, rametto con frutti, foglie x0,5; fiore x1; gemma x2.

Frutti di Prunus insititia.

chi, solitari o geminati, con sepali pelosi e


petali ovali oblunghi, arrotondati, di 10-15
mm. Frutto: drupa ovoidea di 1-2,5 cm,
nero-violacea.
Tipo biologico. Arbusto a portamento
eretto cespitoso, caducifoglio. Microfanerofita.
Fenologia. La fioritura abbondante a
marzo-aprile, prima dellemissione delle
foglie. I frutti maturano a settembre-ottobre.
Areale. Considerato originario del Caucaso, attualmente diffuso e naturalizzato
in tutta lEuropa, Asia Minore e Africa del
Nord. In Sardegna sporadico nel Marghine e in Barbagia, in territorio di Orani.
Ecologia. Il pruno selvatico vive lungo
le siepi, macchie e boschi. Indifferente al
substrato, vegeta dalle pianure alle zone
montane pur prediligendo gli ambienti freschi.
Notizie selvicolturali. Si riproduce per
seme e per via vegetativa. Possiede una
spiccata facolt pollonifera, si presta per

costituire siepi e bordure e potrebbe avere


migliore fortuna come specie da giardino.
Pu essere considerato uno dei progenitori
che hanno dato origine a numerose variet
da frutto.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Sebbene la pianta possa raggiungere discrete dimensioni in altezza, le dimensioni del tronco restano modeste, per la
naturale tendenza ad emettere sempre
nuovi polloni dalla base. Il legno duro,
compatto e tenace e pu essere usato per
piccoli lavori artigianali.
Note etnobotaniche. Coltivato fin dai
tempi pi remoti, ha le stesse utilizzazioni
del prugnolo, ma i suoi frutti sono pi pregiati perch meno aciduli, pi dolci e di
maggiori dimensioni.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Prunus insititia considerato
uno dei progenitori del pruno coltivato, a
cui simile per molti caratteri, ma ne differisce in modo considerevole per le
dimensioni, la forma, il colore e il sapore
233

del Mediterraneo. Il mandorlo tende a


mantenersi anche dopo labbandono della
coltura, sia da seme, sia tramite polloni che
si originano dalle lunghe radici. Le cultivar
censite nellIsola sono oltre 40, ma la propagazione tramite seme induce a ritenere
che, in base alla forma ed alle dimensioni
dei frutti, il numero possa essere decisamente maggiore. Comunemente si distingue il gruppo delle variet a semi dolci
(var. sativa Asch. et Graeb., e var. fragilis
Arcangeli) dalla var. amara C.K. Schneider, con fiori frequentemente di colore rosa
e con semi ricchi di amigdalina, un glucoside che conferisce il sapore amaro, utilizzata per la produzione dei tipici amaretti.
Il pesco (Prunus persica Stokes), introdotto da tempi antichissimi prima in Medio
Oriente e da qui nel bacino mediterraneo,
oggi uno dei frutti pi coltivati nel mondo.
Dellalbicocco (Prunus armeniaca L.),
specie originaria dellOriente, in Sardegna
sono state censite una decina di cultivar,
ma la produzione locale in entrambi i casi
poco consistente.
Distribuzione in Sardegna di Prunus insititia.

delle drupe. In quanto specie ancestrale


preferibile considerarlo al rango di specie,
piuttosto che come sottospecie o variet.
SPECIE COLTIVATE. Tra le specie del
genere Prunus, sono coltivate sporadicamente a scopo ornamentale il lauroceraso
(P. laurocerasus L.), dalle grandi foglie
verde-lucido e il pruno canino (P. mahaleb
L.), presente in alcuni rimboschimenti,
mentre deperito nel 2002 il primo esemplare di questa specie introdotto in Sardegna nel parco della villa di Badde Salighes.
Ma le specie coltivate pi comuni sono
soprattutto il pruno domestico (Pinus
domestica L.), di cui si annoverano 13-14
cultivar, alcune delle quali sembrano essere esclusive dellIsola, e il mandorlo (Prunus dulcis (Miller) D. A. Webb = Amygdalus communis L.), pianta originaria dellAsia centrale, che divenuta una delle specie tipiche del paesaggio di tutte le coste
234

CRATAEGUS L.
Arbusti, normalmente spinosi, con
foglie stipolate, dentate, lobate, pennatifide, caduche. Fiori regolari, riuniti in infiorescenze corimbose. Ovario infero. Drupa
subsferica, ovoidale, bluastra, rossa o giallognola con 1, 2 o 3 semi.
Il genere Crataegus comprende circa
200 specie diffuse nelle regioni temperate
boreali. Il poliformismo che caratterizza
questo genere e la facilit delle specie di
dare origine a ibridi rendono spesso difficile il riconoscimento delle varie entit.
Alcune specie di questo genere, note come
biancospino, sono largamente usate come
siepi e come piante ornamentali per labbondante fioritura primaverile, per la ricchezza
dei frutti, altamente decorativi, che permangono sulla pianta anche durante linverno.
Il nome Crataegus deriva dal greco
crats per indicare la durezza e la robu-

stezza del legno; il nome biancospino da


spina alba modificato in albispina
nel latino volgare e quindi in biancospino
nella lingua italiana.
Crataegus monogyna Jacq., Fl. Austr. 3:
292 (1775)
Regione della prima descrizione: Austria.
Nomi italiani: Biancospino.
Nomi sardi: Calabriche (Dorgali, Nuoro,
Orosei); Calarigue (Alghero); Calavriche (Bitti, Orani); Calabrigu (Baunei,
Escalaplano, Perdas de Fogu, San Nicol Gerrei, Seui); Calabrighe (Aritzo,
Sorgono); Calarighe (Anela, Berchidda, Bolotana, Bono, Ittiri, Oschiri,
Ozieri, Padria, Pattada); Calafrihu
(Urzulei); Calariggiu (Tempio); Calavrie (Oliena, Orgosolo); Calavrighe
(Cuglieri); Callavrigu (Burcei, Villasalto); Cararigi (Sassari); Coarviu (Fluminimaggiore); Croaxiu (Quartu); Pirixedda burda (S. Antioco); Travvigu
(Iglesias); Calaviru, Calavria, Coavigu.
Nomi stranieri: Ingl., Hawthorn; Fr., Aubepine monogyne, Epine blanche; Ted.,
Eingriffeliger Weissdorn; Sp., Espino
albar, Estripio.
Arbusto o piccolo albero di 5-8 m, fortemente spinoso con fioritura abbondantissima. Corteccia liscia o minutamente striata, bianco-cenerina o rossigna nei rami giovani. Foglie lunghe 3-6 cm, larghe 0,7-4,5
cm, cuneate alla base, intere o inciso-dentate con 3-5 lobi, dentellati nella parte terminale; nervature dei lobi principali rivolte verso lesterno; picciuolo di 1-3 cm; stipole fogliari falcate, dentellate con glandole rossicce. Fiori di 8-16 mm di diametro in
corimbi semplici o composti; calice con 5
sepali, ovali, acuminati, riflessi, verdastri;
corolla con 5 petali bianco-candidi; stami
numerosi; ovario con un solo stimma persistente. Drupa di 6-9 mm, globosa, ovoidea, carnosa, rossa.

Tipo biologico. Arbusto o alberello


caducifoglio. Nan- o microfanerofita.
Fenologia. La fioritura avviene ad aprile-maggio, ed preceduta dalla comparsa
delle foglie. I frutti sono maturi a ottobrenovembre e spesso permangono nella pianta oltre la caduta delle foglie fino alla primavera successiva.
Areale. Il biancospino diffuso in gran
parte dellEuropa, Asia Minore, Caucaso,
grandi isole mediterranee e Africa del
Nord.
Ecologia. una specie eliofila, indifferente al substrato geopedologico, che vive
in terreni freschi e leggeri, ma anche in
quelli aridi e sassosi. Vegeta ai limiti dei
boschi, nelle radure e nelle siepi e lungo il
corso dei fiumi. Nel sottobosco facile trovarlo, ma presenta scarsa vitalit e in genere non fiorisce o ha una scarsa fioritura che
matura pochi frutti. Caratterizza la classe
Crataego-Prunetea.
Grandi alberi. Il biancospino si ritrova
per lo pi come arbusto, ma negli ambienti pi naturali si presenta anche in forma
arborea con tronchi che possono superare
100 cm di circonferenza. Nei calcari del
Supramonte di Orgosolo, in Ogliastra e
Sarcidano, si trovano alberi di biancospino
che raggiungono 7-8 m di altezza. considerato un ottimo porta-innesto per diverse
rosacee da frutto.
Notizie selvicolturali. Il biancospino
cresce rapidamente nei primi anni, ma subisce un forte rallentamento dopo il sestoottavo anno, restando generalmente allo
stato arbustivo. Si pu diffondere per
seme, tuttavia, poich presenta un periodo
di dormienza piuttosto lungo (sino a l8
mesi), preferibile propagarlo per talea o
per polloni radicali. Pianta molto longeva
si presta ottimamente per siepi ed pregevole come pianta da giardino per la sua
abbondante fioritura e per i numerosi frutti
rossi che possono permanere sulla pianta
anche nellinverno inoltrato con suggestivo effetto di colore, e soprattutto con
unimportante funzione di riserva alimentare per lavifauna.
235

Crataegus monogyna Jacq. - Ramo con frutto, ramo con foglie, foglie con stipole, ramo con fiore x0,5; fiore aperto
x2.

Frutti maturi di Crataegus monogyna (leggermente ingranditi).

Caratteristiche ed utilizzazioni del


legno. Il legno duro, compatto, pesante,
di colore bianco, giallastro o rossastro, e si
presta bene per lavori di tornitura e levigatura, tuttavia le modeste dimensioni ne
riducono le possibilit di utilizzazione
Note etnobotaniche. Al biancospino
sono attribuite diverse leggende. Dagli
antichi Greci era considerato lemblema
della speranza ed era usato per adornare gli
altari. Secondo una leggenda medioevale
costituiva i rami spinosi della corona di
spine messa in capo a Ges nel suo calvario. In Germania infatti chiamato anche
Christ-Dorn ossia spina di Cristo. I fiori
e i frutti del biancospino possiedono una
benefica azione cardiotonica. Agendo sul
sistema simpatico determinano una moderazione sia nel battito cardiaco, sia nella
pressione sanguigna.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Ha caratteri piuttosto costanti,
se non per i frutti, spesso molto duraturi

nella pianta anche durante il periodo invernale, dai quali si possono selezionare delle
cultivar da giardino. A causa della sua trattazione come variet (Crataegus oxyacantha L. var. monogyna (Jacq.) Fiori) da
parte di Fiori, il biancospino nostrano
stato confuso talora con C. laevigata
(Poir.) DC., che sinora si ritrova solo come
pianta coltivata nei parchi e nei giardini. Si
distingue da C. monogyna, per i due stili
dellovario, per la presenza di due noccioli
nel frutto e per la nervatura delle foglie
rivolte verso linterno dellapice, nonch
per i lobi arrotondati.
SPECIE COLTIVATE. Tra le specie di Crataegus coltivate sporadico il lazzarolo
(C. azarolus L.), caratterizzato da rami
quasi inermi e frutti di 1-2 cm eduli. Ancora pi rara la sua var. ruscinonensis
(Gren. et Blanc) Gaut., con le foglie glabre
e i frutti rossi di poco maggiori del biancospino, che presente nei dintorni di Sassa237

Italia testimoniano la sua utilizzazione sin


dalle epoche preistoriche.
Il nome Pyrus deriverebbe dal greco
pyr = fiamma per indicare la forma del
frutto o dal celtico pir = pera.
1 Foglie lanceolate con pelosit persistente nella pagina inferiore...........P. spinosa
Foglie rotondeggianti, ovali o ovali-lanceolate o cordiformi, glabre.....P. pyraster
Pyrus spinosa Forsskl, Fl. Aegypt.-Arab.:
211 (1775)
Sin:. Pyrus amygdaliformis Vill., Cat.
Jard. Strasb.: 323 (1807).
Regione della prima descrizione: Europ.
austr.; As. Min.

Distribuzione in Sardegna di Crataegus monogyna.

ri. Al lazzarolo, oggi, sono attribuiti anche


Mespilus azarolus var. chlorocarpa Moris,
Fl. Sardoa 2: 44 (1840-43) e Mespilus azarolus var. erythrocarpa Moris, Fl. Sardoa
2: 44 (1840-43).
PYRUS L.
Alberi di piccole o medie dimensioni,
caducifogli. Foglie semplici, intere o dentate. Fiori riuniti in infiorescenze a corimbo. Ovario infero con 2-5 carpelli. Frutto
carnoso: pomo.
Il genere comprende da 20 a 25 specie
alcune delle quali di incerto significato
sistematico e collocazione tassonomica,
che vengono spesso trattate a livello di sottospecie o di variet. diffuso in tutto il
mondo nelle regioni temperate.
Reperti fossili di legni e frutti essiccati
rinvenuti nelle palafitte della Svizzera e in
238

Nomi italiani: Perastro, Perastro mandorlino


Nomi sardi: Perastru (Sassari); Pirastru
(Alghero, Bitti, Oliena, Orani, Tempio,
Log., Sard. Centr.); Pirastu (Burcei,
Fluminimaggiore, Laconi, Padria, Quartu, Villasalto, Ogliastra, Camp.).
Nomi stranieri: Fr. Poirier amandier; Sp.
Espino, Perera borda; Ted. Dorn-Birne,
Mandelblttrige Birne.
Arbusto o albero di 6-8 m, molto ramificato, spinescente. Corteccia del fusto irregolarmente screpolata. Rami giovani pelosotomentosi. Foglie con lamina di 0,8-6 x 0,4-3
cm, oblungo-lanceolata, cuneata alla base,
arrotondata o acuta allapice; pagina inferiore
con pelosit persistente, superiormente glabra
o con scarsi peli; picciuolo di 3-20 mm; stipole lineari, con ghiandole apicali, pelose, prontamente caduche. Infiorescenza in corimbo sui
rami fogliosi, con brattee lineari. Fiori bianchi
con peduncolo di 20-30 mm; calice di 5-6 x 11,5 mm, a denti triangolari, acuti, riflessi, densamente pelosi; corolla con petali di 6-8 mm,
interi o smarginati allapice, attenuati alla base
in una breve unghia. Stami numerosi con filamenti pi brevi dei petali e antere rosa o deci-

Frutti di Pyrus spinosa.

samente rosse. Stili 4-5 pelosi inferiormente.


Frutto di 2-4 cm di diametro, subgloboso con
residui del calice allapice, giallo-scuro,
verde-giallastro, marron-scuro. 2n = 34.
Tipo biologico. Arbusto o albero, caducifoglio. Micro o mesofanerofita.
Fenologia. Fiorisce dal mese di marzo
ad aprile-maggio in relazione allaltitudine. I fiori nascono sui rami corti degli anni
precedenti, prima della comparsa dei nuovi
germogli. I frutti maturano a ottobrenovembre e persistono qualche tempo
dopo la caduta delle foglie. Sono sporadiche le fioriture autunnali. Da segnalare
leccezionale rifioritura di gran parte delle
piante dellautunno 2006, lungo le coste
orientali del nord-Sardegna.
Areale. Il perastro mandorlino diffuso
dalla Spagna alla Turchia, soprattutto nelle
regioni costiere. In Sardegna sporadico
su tutta la regione.
Ecologia. Specie eliofila e moderatamente termofila, indifferente al substrato, vegeta

dalle zone costiere fino oltre i 1.300-1.400 m


di altitudine. A seguito di arature o incendi
colonizza superfici abbastanza ampie, con
piante delle stesse dimensioni. I luoghi dove
maggiormente si ritrova sono le macchie
rade, ma anche i suoli arenizzati delle piane
alluvionali o i terreni derivanti da effusioni
vulcaniche, dove forma pascoli arborati di
notevole interesse paesaggistico. In Sardegna considerato caratteristico di un tipo di
lecceta (Pyro-Quercetum ilicis); in realt per
la sua ampia diffusione e adattabilit ai pi
disparati ambienti si presta poco a caratterizzare le associazioni forestali della lecceta.
Grandi alberi. Gli alberi di maggiori
dimensioni si ritrovano nelle aree montane dellAltipiano di Bitti-Buddus. Nel Gennargentu, lungo il corso superiore del Rio Flumineddu, in localit Is Trogus, sono presenti numerosi alberi di dimensioni considerevoli, sia in
altezza, 7-8 m, sia in diametro, sino 80 cm.
Notizie selvicolturali. una pianta mellifera ad accrescimento lento che si ripro239

Pyrus amygdaliformis Vill. - Ramo con gemme, ramo con fiori, ramo con frutti, foglie x0,6; fiore x1,2; stili x2,4.

Distribuzione in Sardegna di Pyrus spinosa.

duce per seme o per via vegetativa. un


buon porta-innesto per peri coltivati di
qualit pregiata. Anche se sinora ha avuto
scarso interesse dal punto di vista forestale, potrebbe essere impiegato nei rimboschimenti soprattutto per costituire una
importante riserva alimentare per la fauna
selvatica e favorirne quindi la presenza.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Possiede un legno compatto, omogeneo, di colore bruno-rossastro, molto
ricercato per lavori di intarsio, data la propriet di essere lavorato agevolmente in
tutte le direzioni. Viene utilizzato anche
per lavori di ebanisteria e strumenti musicali. un ottimo combustibile.

Note etnobotaniche. Il perastro ha sempre goduto di notevole considerazione sia


per il legno, sia per i frutti che costituiscono un ottimo alimento per il bestiame. I
frutti di alcune razze locali erano consumati a piena maturit, perch meno tannici e
pi dolci, anche dalle persone. In Sardegna
viene tuttora utilizzato per le siepi secche.
La corteccia ha propriet coloranti.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Per le regole di nomenclatura il
nome oggi corretto P. spinosa rispetto al
pi conosciuto P. amygdaliformis. Lampiezza dellareale del perastro mandorlino
ha certamente contribuito a differenziare
numerosi biotipi locali, ma anche luomo,
tramite la selezione dei biotipi maggiormente commestibili, sia per le persone, sia
per gli animali. I frutti sono per lo pi ricchi di sclereidi (pietrosi) e poco succosi,
ma non mancano biotipi con polpa succosa
e gradevole, commestibili gi prima che
diventi scura. Lindicazione con nomi
locali (pariginu, con ironia, a Bono, o
nadalesu, per indicare il periodo di maturazione, a Sarule, predosu, per labbondanza
di sclereidi, a Bitti ed ancora mare, orgolesu, mela) dimostra la conoscenza di diverse variet da parte delle comunit locali.
La differenziazione etno-tassonomica
basata sul frutto (variet carpologiche), ma
in realt la variabilit a livello complessivo
si esplica sia sul grado di spinosit, sia
sulla forma e sulle dimensioni delle foglie
(soprattutto nelle aree calde costiere) ed
ancora con la differenziazione del periodo
di fioritura. La pratica molto diffusa di
innestare i perastri con pere, spesso di
razze locali, con compatibilit genetica ha
portato anche alla formazione di esemplari
ibridi con caratteristiche intermedie.

241

Pyrus pyraster (L.) Duroi, Harbk. Baumz.,


2: 215 (1772)
Sin. Pyrus communis L. var. pyraster L.
Sp. Pl. 1: 479 (1753).
Regione della prima descrizione: non
determinata.
Nomi italiani: Perastro, Pero selvatico.
Nomi sardi: Pirastru ochesu (Anela,
Bono).
Nomi stranieri: Ingl., Wild pear tree; Fr.,
Poirier sauvage; Ted., Wilde-Birne,
Holzbirne; Sp., Peral silvestre.
Albero di 6-15 m, spinescente a portamento eretto con chioma globosa. Rami glabri o pubescenti con pelosit poco persistente. Foglie alterne, rotonde, ellittiche, ovali,
ovali-lanceolate, con apice acuto e base da
cuneata a cordata; lamina di 3-8 x 2-5 cm,
lunga circa il doppio della larghezza; pagina
inferiore da pelosetta o glabra come nella
pagina superiore; margine intero o crenatodentato; picciuolo di 2-5 cm. Infiorescenza in
corimbo di fiori bianchi con pedicelli di 1-3
cm; calice con sepali di 5-7 x 1-3,5 mm,
lanosi; corolla con petali di 10-16 mm,
ovato-orbicolari con breve unghia. Stami
numerosi con antere porporine. Frutto subgloboso o piriforme di 2-4 cm di diametro,
verde-giallastro o marron-scuro con sepali
persistenti allapice. Semi numerosi, neri.
2n=34.
Tipo biologico. Albero a foglie caduche.
Mesofanerofita.
Fenologia. Come Pyrus spinosa.
Areale. Lareale comprende la Penisola
Iberica, lEuropa centrale fino al Caucaso. In
Sardegna, il perastro noto sinora per le
montagne del Marghine, del Goceano e del
Gennargentu.
Ecologia. Specie eliofila, mesofila, indifferente al substrato, vegeta dal livello del
mare fin oltre i 1.000 m di altitudine, ma nellIsola appare limitato alle aree di montagna.
Notizie selvicolturali, caratteristiche ed
utilizzazioni del legno e note etnobotani242

che. Presenta le stesse caratteristiche del


Pyrus spinosa. considerata la principale
specie ancestrale che ha dato origine ai peri
oggi coltivati nelle zone temperate di tutto il
mondo. Si presta come porta-innesto e d
ottimi risultati di attecchimento anche su
piante adulte.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il perastro fu descritto da Linneo
come una variet del pero comune (Pyrus
communis). Si distingue rispetto a Pyrus spinosa per la forma delle foglie e del frutto.
Esemplari con caratteri intermedi tra le due
entit sono spesso di incerta attribuzione e
sono probabilmente da riferire a forme ibride, senza peraltro escludere incroci con le
cultivar di peri gentili.
SPECIE COLTIVATE. Lungo i bordi delle strade, nei campi e nelle vigne e nei frutteti abbandonati alle colture delle fasce periurbane, in

Distribuzione in Sardegna di Pyrus pyraster.

Pyrus pyraster (L.) Duroi - Ramo con frutti x0,6; fiore x1,3.

Pyrus piraster.

prossimit degli ovili, anche nelle aree pi


interne e di pi difficile accesso, si trovano
spesso alberi innestati con razze locali rustiche
di pero (Pyrus communis). In mancanza di
reperti botanici provenienti da insediamenti
antichi, non possibile avere certezza di quanto sia rimasto dal periodo punico o romano.
Tuttavia, in tempi pi recenti, dai resoconti dei
condaghi, dalle note di Fara, di Manca dellArca, e soprattutto dalla trattazione del Moris
sono nominate numerose cultivar, che oggi
annoverano un centinaio di entit. Le razze
locali vanno da cultivar con frutti di grandi
dimensioni (pira impiccatoglia di Bitti che,
raccolta a novembre, si conserva, acquisendo
sapore e gusto a primavera inoltrata dellanno
successivo) a pere di modeste dimensioni e
verosimilmente introgresse con il perastro.
MALUS L.
Alberi o arbusti, caducifogli. Foglie semplici intere o dentate, glabre o tomentose.
244

Fiori regolari, in infiorescenze corimbose od


ombrelliformi. Frutto: pomo. Il genere
Malus comprende 25 specie diffuse in Europa, Asia e America settentrionale.
Diverse variet e ibridi sono coltivati come
piante ornamentali o da frutto. Reperti fossili
di piante di melo sono stati trovati nei tufi del
Quaternario della Gran Bretagna e della Francia. Semi di Malus sono stati scoperti nei
ruderi di insediamenti lacustri neolitici.
Malus deriva dal greco malon = mela.
Malus dasyphylla Borkh., Handb. Forstbot.
2: 1269
Regione della prima descrizione: non determinata.
Nomi italiani: Melo selvatico.
Nomi sardi: Melbrina (Bolotana); Melvrina (Anela, Bono); Melagra (Urzulei);
Mela abrina, Mela, Mela selvatica.
Nomi stranieri: Ingl., Crab Apple; Fr., Pom-

mier acerbe, Pommier sauvage, Paradis;


Ted., Filz-Apfel, Holzapfelbaum, Wilder
Apfelbaum; Sp., Manzano, Maceira,
Pomera.
Arbusto o albero di piccole dimensioni,
ramoso, a chioma espansa. Corteccia grigiastro-scura. Rami giovani tomentosi. Rami
fiorali di 5-20 mm. Foglie ovato-lanceolate
con lamina di 20-45 x 10-25 mm; margine
crenato-dentato; pagina inferiore tomentosa,
pubescente, superiormente pelosetta o glabra da adulto; stipole lineari rossastre prontamente caduche. Infiorescenze in corimbi
fogliosi di 4-6 fiori; calice con sepali tomentosi di 3-7 mm; corolla con petali obovati e
con breve unghia di 1 mm, bianchi, rosei o
porporini di 15-22 x 10-12 mm; stami numerosi con antere gialle. Pomo subgloboso,
schiacciato alle due estremit, di 12-40 mm,
acidulo anche a maturit.
Tipo biologico. Arbusto o albero di 2-5
m, sub-spinescente o inerme, caducifoglio.
Microfanerofita.
Fenologia. Fiorisce ad aprile-maggio e
matura i frutti nel tardo autunno.
Areale. Il melo selvatico comprenderebbe un areale limitato al bacino danubiano e
al Nord della Penisola Balcanica. In realt
presente nella penisola italiana. In Sardegna,
presente, ma molto raro, nel Gennargentu
mentre comune soprattutto nella catena del
Marghine-Goceano.
Ecologia. indifferente al substrato e
vegeta nelle zone montane, in ambienti freschi con suoli profondi. Predilige i margini
dei boschi, ma penetra anche in quelli radi,
isolato o in piccoli gruppi.
Notizie selvicolturali. Il melo selvatico
in genere un albero di modeste dimensioni
che si riproduce per seme o per talea. uno
dei progenitori delle variet coltivate, oggi,
in tutto il mondo.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno si presta bene per lavori di
tornio e intarsio. Come legname da ardere
un buon combustibile.
Note etnobotaniche. Il frutto non commestibile nemmeno in piena maturit e con-

Distribuzione in Sardegna di Malus dasyphylla.

serva sempre un sapore aspro, mentre, invece, si presta egregiamente come porta-innesto e, nel Goceano, ancora utilizzato a tale
scopo per le cultivar pregiate.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il melo selvatico pu essere considerato come una specie piuttosto rara e tale
aspetto ne limita, a livello regionale, anche
la variabilit. stato indicato da Moris come
Malus sylvestris Miller, ma le foglie sono in
realt sempre pelose nella pagina inferiore, e
ci lo porta ad essere inquadrato nellambito
di M. dasyphylla. La sua collocazione
ambientale lo fa ritenere nativo anche perch
esistono diversi toponimi (Sa Melvrina in
territorio di Bono) che ne richiamano la presenza da lunga data.
SPECIE COLTIVATE. Del genere Malus la
specie maggiormente coltivata il melo
domestico (Malus domestica Borkh. = Pyrus
245

Malus dasyphylla Borkh. - Ramo con frutti, fiore, stami, ramo con fiori, foglie, frutti x0,65; particolare di foglia x1,3.

Frutti di Malus dasyphilla.

malus L. = Malus communis DC), citato gi


dal Fara nel 1500 e sicuramente di antica
introduzione. Del melo si conoscono numerose cultivar (oltre 30 quelle censite) alcune
delle quali appaiono appartenere a biotipi
esclusivamente locali selezionati come
variet carpologiche, con frutti di dimensioni molto piccole e di dimensioni che possono essere definite eccezionali. La progressiva rarefazione delle coltivazioni periurbane
e lintroduzione di cultivar di maggiore gradimento nei mercati stanno portando alla
scomparsa di molte razze locali.

Asia e nel Nordamerica. Alcune di esse sono


utilizzate come piante ornamentali per labbondante fioritura primaverile e per le foglie
rosseggianti in autunno.
Il termine Amelanchier deriverebbe dal
greco amelea e anchein = strozzato, o
dal Savoiardo, che indica con tale nome le
meline selvatiche.
Amelanchier ovalis Medik., Gesch. Bot.:
78 (1793)
Sin.: Mespilus amelanchier L., Sp. Pl.,
1: 478 (1753).

AMELANCHIER Medic.
Piccoli alberi o arbusti, caducifogli.
Foglie semplici, oblunghe o sub-orbicolari,
intere o dentate. Fiori regolari, bianchi, isolati o riuniti in infiorescenze racemose;
stami numerosi; ovario infero con 2 o 5 carpelli. Frutto: drupa o pomo. Il genere comprende circa 20 specie, diffuse in Europa,

Regione della prima descrizione: Habitat


in Helvetia, Austria, Galloprovincia.
Nomi italiani: Amelanchier, Pero corvino.
Nomi sardi: Non conosciuti.
Nomi stranieri: Fr., Amelanchier commun;
Ted., Felsenbirne; Sp., Mallema, Cornillo, Mallanguera.
247

Amelanchier ovalis Medik. - Ramo con fiori, foglie, infruttescenza x0,68; frutto, fiore x2.

Infiorescenza di Amelanchier ovalis.

Pianta cespugliosa, alta 0,8-3 m, eretta.


Rami con corteccia grigio-bruna. Gemme
acuminate con molte scaglie embriciate,
glabre e brillanti. Foglie alterne, 2-4 cm,
ovali-arrotondate, finemente dentate,
mucronate, lanose nella pagina inferiore da
giovani, poi glabre; stipole caduche; picciuolo pi corto del lembo. Infiorescenza a
racemo raccorciato. Fiori bianchi regolari,
calice persistente con lacinie prima lanose,
poi glabre; petali ristretti alla base a cono e
separati fra loro. Ovario infero con 5 stili
liberi. Pomo globoso, di 6-10 mm circa,
nero-bluastro, dolciastro, con 10 semi.
Tipo biologico. Pianta arbustiva, eretta,
pluricaule, cespitosa, talvolta piccolo alberello, caducifoglia. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce da aprile a maggio
e fruttifica in luglio-agosto.
Areale. presente in Europa centrale e
meridionale, Asia occidentale e Africa settentrionale con un areale tipicamente
frammentato. In Sardegna diffusa sul
Gennargentu, a Mandra e Caja, sul Limbara, sul Monte Albo e sporadicamente in

Distribuzione in Sardegna di Amelanchier ovalis.

249

altre aree montane dei calcari centroorientali.


Ecologia. Pianta eliofila e mesofila,
indifferente al substrato, vive intorno agli
800-1.400 m fra i massi, sulle rupi o nelle
spaccature delle rocce o ai margini dei
boschi.
Caratteristiche selvicolturali. Questa
specie utilizzata talora come pianta ornamentale nei giardini e nei parchi. La propagazione avviene per semi oppure per margotta o per polloni radicali.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Le utilizzazioni del legno del pero
corvino sono scarse a causa dello spessore
limitato del fusto. Per la sua durezza ed
elasticit e per la possibilit di una buona
levigazione usato per manici di utensili
vari, soprattutto da cucina.
Note etnobotaniche. Anticamente era
utilizzato come combustibile. Resti di legni
carbonizzati sono stati scoperti in grotte
risalenti al Paleolitico medio. Le foglie ed i
rami erano usati per tingere la lana. La corteccia d un colore verde dorato ed il legno
un verde muschio intenso. I frutti sono
commestibili, ma di scarso valore e si utilizzano per preparare bevande alcoliche. Il
decotto di tutte le parti della pianta si usa
per abbassare la pressione sanguigna.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Le popolazioni di Sardegna
presentano sempre foglie ovali-ellittiche e
pelosit nella pagina inferiore che diviene
glabrescente a maturit. Le dimensioni
fogliari appaiono legate alle condizioni
stazionali, mentre la forma piuttosto stabile. Non si osservano variazioni di rilievo
tra le piante dei calcari e degli scisti.
SORBUS L.
Alberi o arbusti caducifogli. Foglie
intere, lobate o pennate. Fiori regolari
bianchi o rosati riuniti in infiorescenze a
corimbo; ovario infero. Frutto: pomo. Il
genere Sorbus comprende oltre 100 specie
diffuse nelle regioni temperate dellEmi250

sfero boreale. Alcune specie, sia spontanee


che coltivate, sono largamente utilizzate
come piante ornamentali e come alberi da
frutto. Il nome deriverebbe dal celtico
sormel composto da sor = aspro e
mel = mela, per il sapore particolarmente aspro del frutto acerbo.
1 Foglie intere...........................................2
Foglie composte imparipennate.............3
2 Foglie ovali, densamente tomentose nella
pagina inferiore..............................S. aria
Foglie palmato-lobate con tre-sette lobi,
triangolari, con peli soprattutto lungo le
nervature..............................S. torminalis
3 Frutti di 5-6 mm ...................S. aucuparia
Frutti di 2-3 cm ...................S. domestica
Sorbus aria (L.) Crantz, Stirp. Austr., ed.
1, 2 : 46 (1763)
Sin.: Crataegus aria L., Sp. Pl., 1: 475
(1753)
Pyrus aria (L.) Ehrh., Beitr. Naturk., 4:
20 (1789)
Sorbus aria subsp. graeca (Lodd. ex
Spach) Nyman, Consp. Fl. Eur. Suppl.
2(1): 118 (1889)
Sorbus aria subsp. meridionalis (Guss.)
Murb. in Acta Univ. Lund. Afd. 2, ser. 2
2(1): 45 (1905)
Sorbus aria var. cretica (Lindl.)
Halcsy, Consp. Fl. Graec. 1(2): 541
(1900)
Sorbus aria var. graeca (Lodd. ex Spach)
Griseb., Spic. Fl. Rumel. 1: 93 (1843)
Sorbus cretica (Lindl.) Fritsch & Rech.
in A. Kern., Sched. Fl. Exs. Austro-Hung.
7: 18 (1896)
Sorbus graeca (Lodd. ex Spach) Lodd. ex
Schauer in Uebers. Arbeiten Vernd. Schles.
Ges. Vaterl. Cult. 1847: 292 (1848).
Regione della prima descrizione: Habitat
in Europae, Helvetiae, frigidis.
Nomi italiani: Sorbo montano, Lazzarolo
di monte, Farinaccio.

Sorbus aria su substrato siliceo nel Gennargentu.

Nomi sardi: Lazzarolu de monte; Sroba?


(Fluminimaggiore).
Nomi stranieri: Ingl., White Beam; Fr.,
Alouchier, Alisier blanc; Ted., Mehlbeer-Baum; Sp., Pomera borda, Moixera, Peral de monte.
Arbusto o alberello alto fino a 10 m, con
chioma ovato-piramidale. Corteccia grigiastra. Rami giovani prima bianco-lanosi,
poi glabri, rosso-scuri con lenticelle evidenti. Foglie sparse con lamina di 5-11 x
2,5-7,5 cm, ovali, oblunghe o largamente
ellittiche, cuneate alla base con una densa
lanugine biancastra nella pagina inferiore,
superiormente glabre o con scarsi peli,
margine fogliare serrato-denticolato; nervature secondarie evidenti in 6-10 paia,
diritte, parallele, ramificate in alto; stipole
lineari di 9-10 mm, brunastre, membranose, pi o meno villose, presto caduche.
Infiorescenze in corimbi fogliosi di 5-8 cm
di diametro con numerosi fiori bianchi;
peduncoli fioriferi lanoso-tomentosi, lun-

ghi 3-5 mm con brattee lineari brunastre,


caduche, lanuginose; sepali riflessi lanceolato-triangolari, densamente pelosi; petali
di 5-7 mm, ovali o sub-orbicolari; stami
numerosi eguaglianti i petali, con filamenti glabri e antere ovoidee, gialle; stili 2.
Pomo ovoideo, sub-globoso di 7-15 mm,
rosso-arancio o scarlatto a polpa gialla,
con residui del calice allapice. 2n=34.
Tipo biologico. Arbusto o alberello
caducifoglio. Micro- o mesofanerofita.
Fenologia. Fiorisce a maggio-giugno e
presenta i frutti maturi nel mese di ottobre,
che permangono a lungo sulla pianta.
Areale. Il sorbo montano diffuso dalla
Spagna alla Romania, in Inghilterra, e nellAfrica nord-occidentale. La sua distribuzione in Sardegna frammentata ed limitata alle aree montane, oltre i 900 m di
quota, del Monte Albo a Turudd, dei
Monti di Oliena, del Supramonte a Monte
Novo S. Giovanni, del Montarbu di Seui a
P. Margiani-Lobusa e del Gennargentu sui
rocciai da Bruncu Spina a P. Lamarmora.
251

Sorbus aria (L.) Crantz - Rami con frutti, ramo con fiori x0,65.

Distribuzione in Sardegna di Sorbus aria.

Si tratta, in ogni caso, di piante isolate di


modeste dimensioni.
Ecologia. una specie eliofila, moderatamente termofila, indifferente al substrato
con una leggera preferenza per il terreno di
origine calcarea. Vegeta nelle zone alto
montane sino a 1.500-1.600 m, ma nelle
condizioni pi favorevoli si spinge anche
oltre i 2.000 m di altitudine. Generalmente,
si trova sporadico nei boschi, nelle radure,
nei detriti e nei rocciai, comportandosi
come specie rupicola.
Notizie selvicolturali. Il sorbo montano
resta per lo pi allo stato di cespuglio, ma in
condizioni favorevoli raggiunge 10-14 m di
altezza. Si riproduce per seme, che germina
al secondo anno, o per via vegetativa per
talea o tramite i polloni che sorgono attorno
al fusto principale. Presenta un accrescimento molto lento ed una notevole capacit
pollonifera. Si usa come pianta ornamentale
nei giardini o nei parchi. In selvicoltura

trova scarsa utilizzazione, ma talora coltivato per la distillazione dei frutti.


Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno duro, compatto, pesante,
omogeneo, di colore rosso-bruno. Si presta
per lavori di ebanisteria e piccoli utensili
soggetti a logorio in certe parti del carro
tradizionale o degli antichi mulini, e per
strumenti musicali come flauti e pifferi.
un buon combustibile.
Note etnobotaniche. La corteccia e i
rami giovani hanno propriet coloranti, ma
la sua rarit, verosimile anche nel passato,
non ha dato luogo a utilizzazioni conosciute a livello locale.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Le popolazioni di Sorbus aria della Sardegna presentano scarsa variabilit a prescindere dal substrato. Del resto, stante la povert
delle popolazioni nelle singole aree, anche lanalisi statistica dei caratteri non sostenuta da
un numero sufficiente di campioni appare inadeguata a caratterizzare in modo certo (Peddes, 2003). Tuttavia, sulla base della forma
(generalmente obovata a base cuneata) e della
lunghezza delle foglie (sempre inferiore a 10
cm) e dei frutti (con rapporto lunghezza/diametro mediamente 1-1,2) appare meglio attribuibile a Sorbus graeca Lodd ex Steudel,
Nomenclator Bot. ed. 2, 2: 612 (1840), ma
ulteriori indagini sono necessarie per accertare una esatta definizione tassonomica.
Sorbus torminalis (L.) Crantz, Stirp.
Austr., ed. 1, 2: 45 (1763)
Sin.: Crataegus torminalis L., Sp. Pl.
1:476 (1753)
Pyrus torminalis (L.) Ehrh., Beitr.
Naturk. 6: 92 (1791).
Regione della prima descrizione: Habitat
in Anglia, Germania, Helvetia, Burgundia.
Nomi italiani: Ciavardello.
Nomi sardi: Morichessa (Bolotana).
Nomi stranieri: Ingl., Rowan, Wild Service-tree; Fr., Alisier torminal; Ted., Elsbee253

baum, Wilder Sperbeer-Baum; Sp., Mostellar, Moigera.


Arbusto o albero di 10-15 m di altezza
con chioma globosa; rami giovani pelosolanosi, glabri da adulti con lenticelle evidenti. Gemme ovoidee, arrotondate con perule
largamente ottuse allapice, glabre o pelose
ai margini. Foglie sparse; lamina di 4-10 x 38 cm, pelosetta o glabra, largamente cuneata
alla base o con 3-5 lobi decrescenti verso lapice in ogni lato; margine serrato-denticolato; picciuolo di 1,5-4 cm, canalicolato, peloso o glabro; stipole membranose, vischiose,
le pi esterne larghe, serrato-glandolose ai
margini, le interne lineari, villoso-glandolose, prontamente caduche. Infiorescenza in
corimbo composto con numerosi fiori bianchi di 10-15 mm; peduncoli fiorali di 6-10
mm; ricettacolo villoso, tomentoso, ob-conico; sepali triangolari acuti di 1-3 mm, villosi,
glandolosi al margine, riflessi nel frutto;
petali di 5-6 mm, sub-orbicolari alla base con
una breve unghia o del tutto sessili; stami
numerosi eguaglianti la corolla, con filamenti glabri e antere rossastre; stili 2 pubescenti
alla base. Frutto di 10-15 mm, ellissoidale,
globuloso, giallo rossastro, bruno a maturit
con nocciolo lignificato. 2n=34.
Tipo biologico. Arbusto o albero di
modeste dimensioni a foglie caduche.
Micro- o mesofanerofita.
Fenologia. Fiorisce ad aprile-maggio
sui germogli dellannata. I frutti maturano
a settembre-ottobre.
Areale. diffuso in Spagna, Europa centro-meridionale, Inghilterra, Asia Minore
fino al Caucaso e Africa del Nord. In Sardegna presente nel Marghine-Goceano ed
genericamente indicato nel Gennargentu.
Ecologia. una specie moderatamente
sciafila e termo-mesofila. Vive dal piano alle
zone montane, sui terreni freschi, con preferenza per i substrati di tipo calcareo. In Sardegna solo montana su substrati silicei ed
entra a far parte dei consorzi forestali con
leccio, roverella, tasso e agrifoglio.
Grandi alberi. Gli alberi di maggiori
dimensioni dellIsola si trovano nel Mar254

ghine, Goceano nei grandi boschi misti di


leccio e roverella, dove presenta anche
grandi esemplari con altezza di 15 m circa.
Notizie selvicolturali. Il ciavardello
presenta un accrescimento molto lento e si
riproduce generalmente per seme. La semina si effettua in primavera avendo cura di
conservare i frutti sulla sabbia umida
durante linverno. Viene utilizzato come
albero ornamentale nei giardini e nei parchi. Ha scarsa capacit pollonifera e sopporta male la ceduazione.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno duro, compatto, tenace,
rossastro e si presta per lavori di intarsio,
tornitura, ebanisteria e per utensili vari.
un buon combustibile. I frutti, aciduli e zuccherini, sono molto ricercati dagli uccelli.
Note etnobotaniche. I frutti, commestibili, sono refrigeranti e astringenti e per
distillazione se ne ricava una bevanda
alcolica molto apprezzata.

Distribuzione in Sardegna di Sorbus torminalis.

Sorbus torminalis (L.) Crantz - Ramo con frutti, ramo con fiori, foglia x0,5; fiori x1,2; calice x2; sepalo x4; particolare del margine del sepalo x8; gemma x2,5.

Esemplari di Sorbus torminalis in frutto nel periodo autunnale.

Sorbus aucuparia L. subsp. praemorsa


(Guss.) Nyman, Consp. Fl. Eur. : 241
(1879)
Sin.: Sorbus praemorsa Nyman, Syll.
Fl. Eur., 265 (1855)
Sorbus praemorsa K. Koch, Hort. Dendrol., 178, n. 17 (1853).
Nomi italiani: Sorbo degli uccellatori.
Nomi sardi: Non conosciuti.
Nomi stranieri: Sp., Serbal de cazadores,
Aliso.
Arbusto o alberello alto fino a 10-12 m,
con chioma lassa irregolare. Corteccia liscia,
grigiastra. Rami giovani glabri, rosso-scuri,
lucidi con lenticelle evidenti. Foglie sparse
imparipennate, lunghe 8-15 cm con picciuolo di 15-20 mm e con 5-7 paia di foglioline
2-4 x 1,5-2,5 cm, ovali o ellittiche, cuneate
alla base, lisce o con scarsi peli, a margine
256

fogliare serrato-denticolato; stipole lineari di


9-10 mm, brunastre, membranose, pi o
meno villose, presto caduche. Infiorescenze
con asse pubescente in corimbi di 5-7 cm di
diametro con fiori bianchi; peduncoli fioriferi glabri, lunghi 3-5 mm con brattee lineari
brunastre, caduche, sepali minuti riflessi,
lanceolato-triangolari; petali di 5-7 mm,
ovali o sub-orbicolari; stami numerosi eguaglianti i petali, con filamenti glabri e antere
ovoidee, rossigne; stili 2. Pomo sub-globoso
di 5-7 mm, rosso-vivo o scarlatto, con residui del calice allapice. 2n=34.
Tipo biologico. Arbusto o alberello
caducifoglio. Micro- o mesofanerofita.
Fenologia. Fiorisce a maggio-giugno e
presenta i frutti maturi nel mese di settembre-ottobre.
Areale. Sorbus aucuparia ssp. praemorsa
entit endemica dellItalia meridionale,
della Sicilia, delle montagne della Corsica,
dove piuttosto comune, mentre in Sardegna

Residui di formazioni forestali nel Gennargentu e habitat di Sorbus aucuparia.

257

Distribuzione in Sardegna di Sorbus aucuparia.

Sorbus aucuparia in forma arbustiva nel Gennargentu.

258

conosciuto solamente nel Gennargentu, con


un esemplare nel versante settentrionale del
Bruncu Spina verso la vallata del Rio Aratu e
altri due esemplari, sugli sciuscius del versante di Desulo presso Punta La Marmora.
Ecologia. una specie eliofila, moderatamente mesofila, che vive su terreni di
natura silicea delle zone alto-montane.
Notizie selvicolturali. Il sorbo degli
uccellatori una specie che non raggiunge
dimensioni notevoli, con alberi di 10-15 m di
altezza. Si riproduce per seme, o per via
vegetativa per talea. Presenta modesti accrescimenti nelle piante adulte e per questo la
specie tipica e sue forme colturali sono spesso utilizzate nei viali e nei parchi delle citt
dellEuropa centrale. I frutti costituiscono un
importante alimento per lavifauna.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno e note etnobotaniche. Non conosciute in Sardegna.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Il sorbo degli uccellatori stato
descritto come specie autonoma da Gussone
e successivamente inquadrato come sottospecie di Sorbus aucuparia. Tutto il genere
Sorbus ha avuto numerose fluttuazioni tassonomiche con la distinzione in pi generi
(Aucuparia, Crataegus, Mespilus, Pyrenia,
Pyrus) e conseguentemente si sono avute
numerose combinazioni tassonomiche che
hanno portato a considerare le diverse entit
ora come specie, ora come sottospecie, variet o forma. La esiguit degli esemplari noti in
Sardegna, pur attribuibile alla sottospecie
praemorsa, non consente di fare una seria
valutazione sulla variabilit dellentit sarda.
Misure di tutela. Si tratta della specie arborea pi rara in assoluto della Sardegna, ci che
richiede una protezione severa e un adeguato
piano di gestione per favorire la conservazione
del germoplasma di unentit molto importante per la testimonianza degli antichi collegamenti fitogeografici dellIsola con le altre
regioni contermini. Al fine di mantenere la sua
caratterizzazione genetica necessario nei rimboschimenti del Gennargentu evitare di utilizzare biotipi di Sorbus aucuparia di provenienza esterna alla Sardegna.

Sorbus domestica L., Sp. Pl. 1: 477 (1753)


Nomi italiani: Sorbo domestico o Sorbolo.
Nomi sardi: Supelva (Ozieri), Superva
(Nuorese); Zorfa (Tonara).
Nomi stranieri: Sp., Serbal comun, Suerbal, Severa, Azarollo.
Albero alto fino 8-10 m a portamento
assurgente con chioma ovato-globosa.
Tronco con corteccia desquamantesi in
strisce o placche longitudinali irregolari e
rami giovani grigiastri glabri a maturit.
Gemme lunghe 10-15 mm, appuntite, verdastre, glabre e vischiose. Foglie di 10-20
cm, imparipennate, con picciolo di 2-3 cm
e con 6-10 paia di foglioline inizialmente
tomentose e quindi glabrescenti nella pagina inferiore, di forma da ovale-lanceolata a
sub-orbicolare di 3-5 x 1-3 cm, a margine
intero nella met inferiore poi acutamente
dentate, ad apice acuto. Fiori riuniti in
corimbi composti, con peduncoli tomentosi e con 5-15 fiori con calice formato da 5
sepali triangolari acuti lunghi 1-2 mm e
corolla con 5 petali biancastri di 5-6 mm
patenti, stami fino a 20, stili 5 uniti alla
base; frutto pomo subgloboso, piriforme,
lungo circa 1,5-2 cm, a maturit di colore
da giallastro a rossiccio con macchie di
colore da bruno-scuro a brunastro uniforme, con 1-4 semi, dolce con polpa ricca in
sclereidi. 2n=34.
Tipo biologico. Fanerofita scaposa,
caducifoglia a portamento eretto. Mesofanerofita.
Fenologia. La fioritura avviene da fine
aprile allinizio di giugno in relazione alla
quota, mentre la maturazione dei frutti
avviene a fine estate.
Areale. Il sorbo domestico ha un vasto
areale euri-mediterraneo, non sempre riconoscibile come primario, che va dal Portogallo e dal Marocco sino allAnatolia e al
Caucaso attraverso la Penisola Balcanica.
La distribuzione attuale del sorbo domestico in Sardegna piuttosto limitata e la sua
diffusione stata agevolata in passato dallattivit delluomo, che nellIsola, come

nel resto dell Europa Mediterranea, ha per


lungo tempo coltivato questa specie per il
consumo dei frutti nei mesi invernali.
Attualmente presente in diverse localit
del Goceano, della Gallura, del Logudoro
e, principalmente, nel Sassarese. meno
frequente in Barbagia, dove veniva coltivato associato al ciliegio, e nel Sud dellIsola. Il suo indigenato in Sardegna resta tuttora incerto.
Ecologia. Specie eliofila e meso-xerofila, indifferente al substrato, il sorbo domestico allo stato spontaneo si ritrova nei
boschi aperti delle aree collinari e montane
sino a 1.000 m di quota. In Italia presente in tutta la Penisola ed in Sicilia dal livello del mare fino a 800 m s.l.m., e la si trova
allo stato spontaneo nei boschi sub-mediterranei, in particolare in quelli di latifoglie
decidue termofile (soprattutto nei querceti
di roverella e nei boschi a prevalenza di
carpino nero).
Note selvicolturali. Il sorbo domestico,
scarsamente utilizzato nei rimboschimenti,
viene coltivato come pianta fruttifera nei
frutteti, nelle vigne e negli orti, ma anche
questa pratica, negli ultimi decenni,
caduta in disuso. In Sardegna, le prime
notizie della coltivazione del sorbo domestico si devono al Fara nella sua De corographia Sardiniae redatta nella seconda
met del Cinquecento. In localit Talare e
Talaristini, in territorio di Tonara, tra i 600
e i 750 metri di quota, nei boschi di castagno abbandonati, mostra una buona capacit di rinnovazione caratterizzando il
bosco misto di leccio e roverella. Pu essere utilizzato per scopo ornamentale.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno utilizzato sia nella costruzione di parti sottoposte a forti attriti, sia in
falegnameria.
Grandi alberi. Un esemplare ultrasecolare nei pressi del cimitero di Tonara, in
localit Igna de Calu, erroneamente indicato come S. aucuparia L. da Vannelli (o.c.),
in realt da attribuire al sorbo domestico.
Note etnobotaniche. La coltura del
sorbo domestico avveniva soprattutto per i
259

Sorbus domestica L. - Ramo con foglie x0,6; foglie x1; fiore x1; frutti x0,5.

Infiorescenza di Sorbus domestica.

Frutti di Sorbus domestica.

frutti che, sebbene non particolarmente


pregiati, potevano essere conservati a
lungo anche nel periodo invernale. I frutti

sono ricchi di vitamina C e il sorbitolo pu


essere assunto dai diabetici in sostituzione
dello zucchero.
261

ANGIOSPERMAE ROSALES
CESALPINACEAE
Alberi o arbusti con fiori bisessuali o
unisessuali in piante monoiche o dioiche.
Corolla irregolare con le ali che coprono il
vessillo o regolare a perianzio ridotto.
Stami 10 o 5. Frutto: legume o lomento.
Sono inquadrate, talora, come una sottofamiglia (Cesalpinoideae) delle Fabaceae.
CERATONIA L.
Questo genere comprende la sola specie
Ceratonia siliqua L., o carrubo, originaria
della regione mediterranea orientale. Il
nome Ceratonia deriva dal greco keros
= corno, per indicare la forma e la consistenza del frutto.
Ceratonia siliqua L., Sp. Pl., 2:1026
(1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Apulia, Sicilia, Creta, Cypro, Syria,
Palaestina.
Nomi italiani: Carrubo.
Nomi sardi: Carruba (Burcei, Fluminimaggiore, Padria, Sassari, S. Antioco,
Villacidro, Villasalto, Log., Sard.
Centr., Camp.); Garrofa (Alghero);
Silibba (Gairo, Perdas de Fogu); Silimba (Tortoli); Thilimba (Baunei).
Nomi stranieri: Ingl., Carob, S. Johns
bread, Locust tree; Fr., Caroubier commun; Ted., Johannisbrotbaum, Karoben
Baum; Sp., Algarrobo, Garrofer.
Albero alto fino a 15-20 m, sempreverde, a chioma espansa. Tronco tozzo e robusto, costoluto, con corteccia liscia, grigiastra, di colore marron-scuro. Foglie paripennate con 3-6 paia di foglioline di 3-6 x
3-4 cm, brevemente picciuolate, ovatoellittiche, glabre, coriacee con nervatura
262

mediana marcata e nervature secondarie


pennate, diritte, parallele. Fiori unisessuali
sulla stessa pianta o su piante diverse,
oppure fiori bisessuali e maschili sulla
stessa pianta; racemi di 3-5 cm, prima rossastri poi giallo-verdastri, nascenti sui rami
degli anni precedenti; calice peloso poco
appariscente, caduco; corolla assente;
stami 5, stilo arcuato. Legumi lomentacei
di 10-20 x 2-3 cm, appiattiti, coriacei, penduli, solitari o in gruppi numerosi; semi
ovoidei, compressi lateralmente, brunochiari o rossastri, duri.
Tipo biologico. Albero di medie dimensioni o arbusto cespitoso a foglie sclerofilliche, sempreverde. Mesofanerofita.
Fenologia. Il carrubo una specie caulocarpica con fioritura che inizia ad agosto
e si protrae fino a dicembre-gennaio; i frutti, pochi per infiorescenza, maturano nellestate-autunno successivo.
Areale. Il carrubo considerato originario del Medio Oriente e dellEuropa sudorientale. Attualmente ampiamente diffuso, anche coltivato e naturalizzato, sulle
coste del bacino del Mediterraneo. In Sardegna, sebbene di antica presenza, non
certo il suo stato di pianta autoctona. diffuso principalmente lungo le coste meridionali da Capo Frasca a Santa Maria
Navarrese. Nella zona di Pula, in particolare, veniva ampiamente coltivato e restano
tuttora le testimonianze di grandi alberi,
con il sesto di impianto originario. Nel settore centro-settentrionale, sempre lungo la
fascia costiera, abbastanza sporadico e
complessivamente raro nelle aree pi interne. Raggiunge le quote maggiori a Monte
Tuttavista, con esemplari presenti intorno
ai 500 m e sui calcari costieri.
Ecologia. Specie eliofila e xerofila, indifferente al substrato geopedologico, vive nei
luoghi aridi in prossimit delle zone costiere
fino a 400-500 m. NellAfrica settentrionale,
vegeta anche nelle zone pi interne e ad
altezze maggiori. In Sardegna, la sua presenza legata ai climi particolarmente aridi e ai
terreni ben esposti e degradati; tuttavia i luoghi di elezione del carrubo sono le golene e

Ceratonia siliqua L. - Ramo con fiori maschili e foglie, ramo con fiori femminili, seme, frutto in sezione, frutto x0,5;
fiori femminili, fiori maschili x3.

gli ampi letti ciottoloso-sabbiosi dei corsi


dacqua temporanei, dove si ritrovano anche
gli alberi di maggiori dimensioni allo stato
naturale. Il carrubo caratterizza la fascia del
climax mediterraneo pi termofilo rappresentato dallOleo-Ceratonion, che sta a indicare unalleanza che racchiude numerose
associazioni a sclerofille della fascia litoranea e costiera, e delle quali entra spesso a far
parte con entit termofile come Chamaerops
humilis, Juniperus phoenicea, Anagyris foetida, Myrtus communis ed Euphorbia dendroides.
Grandi alberi. Il carrubo un albero
robusto con lenta crescita a maturit, che
non gli consente di raggiungere dimensioni eccezionali come il leccio, il castagno o
la roverella. Tuttavia alberi di grandi
dimensioni (10 m di altezza con 364 cm di
circonferenza) si trovano a Pixinamanna in
territorio di Pula e presso lex penitenziario di Castiadas (12 m di altezza con 300
cm di circonferenza). Alberi di notevoli
dimensioni sono presenti inoltre a Santa
Maria Navarrese, lungo il rio Ollastu e il
rio SAcqua Callenti, nel Sarrabus-Gerrei.
Notizie selvicolturali. Il carrubo presenta crescita lenta ed molto longevo. In condizioni di temperatura favorevoli, il limite
della crescita rappresentato dalla disponibilit idrica, ma opportunamente irrigato
continua a vegetare, anche durante tutto il
periodo invernale, comportandosi come una
specie tropicale. Dopo la ceduazione, possiede una buona capacit pollonifera. Si
riproduce per seme. Le coltivazioni venivano fatte soprattutto per i frutti; si propaga
per innesto avendo cura di inserire nelle
piante femminili uno o pi rami maschili
per favorire limpollinazione. Si presta bene
ad essere coltivato nei parchi e nei giardini
per il suo bel fogliame lucido, la chioma
ombrosa, la sua capacit di adattarsi ai terreni meno fertili e di sopportare la carenza
dacqua anche per lunghi periodi.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno del carrubo molto duro e
pesante, ma marcisce facilmente a contatto
con lacqua. apprezzato, per la colora264

Distribuzione in Sardegna di Ceratonia siliqua.

zione rosata e vinata, nei lavori di tornitura ed ebanisteria e, per la durezza e resistenza, come legname nella costruzione dei
carri tradizionali.
Note etnobotaniche. I frutti sono ricchi
di glucosio e saccarosio e, per tale motivo,
il carrubo veniva ampiamente coltivato
nelle regioni meridionali ed anche in Sardegna per lalimentazione umana, del
bestiame domestico (asini e cavalli) e per
lestrazione di alcool. I baccelli del carrubo pare siano le locuste di cui si nutr
San Giovanni Battista nel deserto. A tale
ipotesi si riferiscono i nomi inglesi Saint
Johns Bread, Locust tree e il tedesco
Johanniss Brotbaum. I semi, detti carati,
per il loro peso estremamente costante,
venivano utilizzati dai Greci come unit di
misura (carato) per pesare loro. Essi forniscono delle gomme che trovano impiego
nellindustria cartaria e per la concia delle
pelli. I frutti decotti sono lassativi e la polpa

Ceratonia siliqua con frutti.

del seme ha azione espettorante. Lunguento


del frutto mischiato con lolio di lentisco era
usato per combattere la pediculosi. Linfuso
della foglia, ricca di tannini, si prendeva
come astringente. Il legno per la sua durevolezza era impiegato per statue lignee e per
lavori di intarsio in genere.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il Fiori distingue una var.
sylvestris, mentre le piante coltivate sono
attribuite da Albo alla var. edulis. Si tratta,
verosimilmente, di forme carpologiche
coltivate e selezionate a livello locale per
le caratteristiche di maggiore o minore pregio del frutto.
SPECIE INTRODOTTE. Una pianta molto
coltivata nei parchi, viali e giardini lal-

bero di Giuda (Cercis siliquastrum L.) dallabbondante fioritura anche sui vecchi
rami prima che compaiano le nuove foglie.
I fiori sono rosa-porporini, talvolta biancastri, i frutti sono legumi ramato-rubiginosi,
con semi appiattiti, mentre le foglie sono
orbicolari o reniformi larghe sino a 10 cm.
Sebbene sia abbastanza frequente nei giardini, solo raramente lo si ritrova allo stato
spontaneo.
Pi rara Gleditschia triacanthos L.,
originaria dellAmerica nord-orientale,
provvista di una robusta spinescenza e di
grandi legumi lomentacei, lunghi 20-30 cm
di colore rossastro, poi decisamente bruno
a maturit, di cui Vannelli segnala un grande esemplare di 20 m per 347 cm di circonferenza in localit Masenti presso Pula.

265

ANGIOSPERMAE ROSALES
FABACEAE O LEGUMINOSAE
Piante arboree, arbustive, suffruticose,
lianose ed erbacee. Foglie semplici, trifogliate, digitate, pennato-composte, par- o
imparipennate, con viticci o senza. Stipole
erbacee, talvolta trasformate in spine o in
foglie, come anche, talora, il picciolo. Fiori
isolati o riuniti in racemi eretti o penduli.
Corolla irregolare (zigomorfa) con 5 petali,
di cui il superiore allargato a vessillo, i due
laterali allungati ad ala, e i due inferiori parzialmente fusi a formare la carena. Stami 10,
del tutto liberi, saldati per i filamenti (monadelfi) o 9 saldati e uno libero (diadelfi). Ovario supero con un solo carpello. Frutto: legume di varia forma o achenio, se lovario
ridotto e contiene un solo ovulo. Sono presenti anche frutti lomentacei o con strozzature tra i semi, che, a maturit, si separano trasversalmente.
Si suddivide in 3 sottofamiglie, Faboideae o Papilionoideae, Cesalpinoideae
(qui sopra trattata al rango di famiglia) e
Mimosoideae, della quale ultima, in Sardegna, sono presenti numerose specie esotiche, soprattutto del genere Acacia. Questo
genere, noto anche con il nome comune di
mimosa, caratterizzato da fiori di piccole
dimensioni con calice e corolla ridotti e
stami liberi che formano infiorescenze sferiche riunite in lunghi racemi gialli o
ampie pannocchie.
La famiglia delle Fabaceae prende il
nome dallepiteto specifico della fava
(Vicia faba L.) eccezionalmente rispetto
alle moderne regole del codice internazionale di nomenclatura, in quanto il nome
della famiglia legato al genere. conosciuta anche come Leguminosae, per la
forma pi comune del frutto, Papilionaceae, per la forma del fiore, Phaseolaceae,
dal genere Phaseolus a cui appartengono
importantissime specie di fagioli coltivati
per uso alimentare. Comprende 700 generi
con circa 17.000 specie distribuite in tutto
il mondo negli ambienti pi vari.
266

Linteresse economico di questa famiglia notevole per la presenza di piante


foraggere (vicie, trifogli, mediche, trigonella), alimentari (soia, fava, pisello,
fagiolo, ceci, lenticchie, arachidi), medicinali (senna), produttrici di gomme e resine
(acacie), di oli (arachidi, soia), legname
(tamarindo, acacie), oltre che per limportante ruolo in tutti gli ecosistemi come
piante fissatrici di azoto.
1 Piante con rami in genere spinosi..........2
Piante con rami senza spine...................3
2 Calice che si spezza circolarmente a
met.......................................Calycotome
Calice bilabiato; labbro superiore con
due denti e labbro inferiore trifido...........
.....................................................Genista
3 Rami giunchiformi, quasi privi di
foglie..........................................Spartium
Rami densamente fogliosi.......................4
4 Foglie trifogliolate.................................5
Foglie imparipennate.............................7
5 Fiori riuniti in gruppi di 3-4.........Cytisus
Fiori riuniti in racemi............................6
6 Fiori in racemi brevi, sui rami degli anni
precedenti..................................Anagyris
Fiori in racemi allungati terminali sui
rami di annata.....................Lembotropis
Fiori in racemi fogliosi, corti.........Teline
7 Frutto oblungo, foglioline lineari di 1014 mm........................................Anthyllis
Frutto vescicoloso, foglioline obovate 912 mm...........................................Colutea
CALYCOTOME Link
Piante arbustive con rami molto spinosi
intricati. Foglie trifogliate, caduche. Fiori
gialli papilionacei, isolati o riuniti in gruppetti pi o meno numerosi. Calice bratteolato, campanulato, che si rompe circolarmente verso la met, allo sbocciare della
corolla. Stami 10, di cui 9 con filamenti
saldati fra di loro. Legume lineare oblungo, glabro o densamente peloso.
Il genere Calycotome rappresentato da 3
specie diffuse nella regione mediterranea (2

in Sardegna). Per la loro rusticit e per i rami


numerosi, intricati e spinosi, sono impiegate
per la formazione di siepi protettive.
Calycotome deriva dal greco Kalyx
calice e tom = tagliato. Il termine latino per calice del fiore Calyx, per cui
Calycotome va preferito a Calicotome, che
pure spesso riportato nelle flore.
Fiori isolati o a gruppi di due o tre; legume glabro o quasi; ..................C. spinosa
Fiori numerosi a gruppetti; legume peloso; .............................................C. villosa
Calycotome spinosa (L.) Link, Enum.
Hort. Berol. Alt, 2:225 (1822)
Sin.: Spartium spinosum L., Sp. Pl., 2:
709 (1753).

fruttifica in giugno-luglio, mantenendo a


lungo i legumi, mentre le foglie cadono nel
periodo estivo.
Areale. Specie diffusa prevalentemente nel
Mediterraneo occidentale. In Sardegna appare
limitata alla parte centro-settentrionale.
Ecologia. La calicotome spinosa mostra
una spiccata preferenza per le zone riparate dai venti salmastri e con clima fresco. In
Sardegna ricopre frammentariamente i versanti delle colline esposte a nord e vegeta
bene nel sottobosco e nelle zone ombrose.
In tutti i casi predilige le aree delle rocce
effusive.
Notizie selvicolturali. La propagazione
avviene da seme. Per la sua abbondante
fioritura potrebbe essere impiegata nei
giardini rocciosi, ma la perdita delle foglie
ne limita la possibilit duso.
Note etnobotaniche e tassonomiche.
Vedi C. villosa.

Regione della prima descrizione: Habitat


in Europae australis asperis maritimis.
Nomi: vedi C. villosa (Poiret) Link.
Piante arbustive, alte sino a 1,50 m con
rami lassi e talvolta ricurvi, poco rigidi,
striati e densamente pubescenti, e con
mucrone terminale acuto, robusto. Foglie
trifogliate, con foglioline ovali-oblunghe,
sparsamente ricoperte da peluria; picciuolo
subeguale alle foglie; stipole ovoidali.
Fiori di colore giallo-citrino, isolati o a
gruppi di due, distribuiti su tutto il ramo a
simulare un racemo foglioso; brattea calicina tripartita; picciuolo fiorale lungo il
doppio del calice, pubescente; calice sparsamente pubescente, campanulato, margine irregolare; corolla glabra, con vessillo
ovale e carena e ali subeguali al vessillo.
Legume lineare, oblungo di 2,5-3 cm, glabro o con sparsi peli bianchi e costolatura
superiore stretta poco rigida. Semi rotondeggianti, bruno-scuri.
Tipo biologico. Arbusto con rami lassi,
pi o meno flessuosi a fusti giovani fotosintetizzanti, caducifoglio. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in maggio-giugno e

Distribuzione in Sardegna di Calycotome spinosa.

267

Calycotome spinosa (L.) Link - Ramo x 0,7; rametto con fiori x 1,4; fiore in boccio x 17; frutto x 1; seme x 2,8 vessillo, carena x 1,4.

Fiori aperti e frutti immaturi di Calycotome spinosa.

Calycotome villosa (Poiret) Link in


Schrader, Neue J. Bot., 2(2): 51 (1808)
Sin.: Spartium villosum Poiret, Voyage
Barbarie, ii 207 (1789)
Regione della prima descrizione: Nordafrica.
Nomi italiani: Ginestra spinosa, Calicotome, Sparzio spinoso.
Nomi sardi: Iscorravoe (Bitti, Orani);
Martigsa oina (Bolotana); Tera (Baunei,
Oliena, Perdas de Fogu); Thera (Talana,
Urzulei); Tira (Anela, Berchidda, Bitti,
Bono, Burcei, Fluminimaggiore, Oschiri,
Padria, Pattada, Villacidro, Camp., Log.).
Nomi stranieri: Fr., Calicotome pineux, Calicotome vlu; Sp., Retama espinosa, Aliaga, Erizo, Erguen; Ted., Stacheliger Dornginster.
Pianta arbustiva, alta fino a 2-3 m,
molto ramificata con rami rigidi, intricati,

striati e terminanti con un mucrone acuminato, sottile. Rami giovani debolmente


pubescenti, grigiastri, gli adulti glabri e
con corteccia bruna. Foglie trifogliate con
foglioline ovali o ovali-oblunghe, densamente ricoperte da peluria sericea; stipole
ovoidali-acuminate; picciuolo subeguale
alle foglie. Fiori giallo intenso, riuniti a
gruppetti sui rami corti. Calice residuo
campanulato, bordo irregolarmente rotto,
densamente peloso e colorato in bruno;
brattea calicina intera; peduncolo fiorale
lungo il doppio del calice o pi, pubescente; corolla di 15 mm o pi, glabra, con vessillo spatolato e con ali e carena un po pi
breve del vessillo. Legume lineare-oblungo di 2-3,5 cm, irsuto per abbondanti peli
rigidi, ravvicinati, biancastri, con costolatura superiore molto sporgente, larga, bialata e ispessita. Semi rotondeggianti,
bruno-olivastri.
Tipo biologico. Arbusto eliofilo, xerofilo,
a fusti giovani fotosintetizzanti e rigidi,
caducifoglio in estate. Nanofanerofita.
269

Calycotome villosa (Poiret) Link - Ramo con fiori x0,6; rametto con fiori x1,2; fiore x1,5; vessillo e carena x1,2;
seme x2,4

Legumi maturi di Calycotome villosa.

Fenologia. Fiorisce dai primi di marzo


a maggio e fruttifica in maggio-giugno,
perdendo le foglie alla fine di giugno.
Areale. una specie diffusa in tutta la
regione mediterranea nelle zone caldoaride. In Sardegna presente in tutto il territorio al di sotto degli 800-900 m di altitudine.
Ecologia. Vive di preferenza nelle zone
litoranee o in quelle interne caratterizzate
da clima caldo-arido e su suoli poveri,
indifferente al substrato. Molto resistente
ai venti salmastri ed alla forte insolazione,
costituisce da sola, o associandosi ad altre
specie xerofile della macchia mediterranea, formazioni vegetali molto estese, fitte
e impenetrabili. Si sviluppa abbondante da
seme, raramente da polloni, dopo il passaggio dellincendio, di cui anche un
indicatore. Caratterizza il CalycotomoMyrtetum, una delle associazioni pi
comuni in ambiente mediterraneo costiero.
Notizie selvicolturali. I semi possiedono una forte capacit germinativa e, in
breve tempo, possono ricostituire la formazione originaria distrutta dal fuoco.

Distribuzione in Sardegna di Calycotome villosa.

271

Caratteristiche ed utilizzazioni del


legno. Le modeste dimensioni del tronco
limitano luso del legno, ricco di venature
verdastre, a piccoli lavori di ebanisteria e
tornitura.
Note etnobotaniche. Per la robusta spinescenza, con il doloroso effetto persistente sulla carne viva, era sfruttata per costituire siepi vive e di ulteriore protezione
contro lintrusione di persone e animali,
sui muri a secco, a protezione dei chiusi e
delle colture ortive. Il decotto dei fiori
veniva utilizzato come cardiotonico, mentre rami teneri erano somministrati agli
animali con disturbi digestivi. Le capre
sono ghiotte delle parti tenere e dei legumi,
per cui riescono a contenerne lo sviluppo.
La sua abbondante diffusione attuale nelle
aree percorse dal fuoco da mettere in
relazione anche alla forte riduzione dellallevamento brado delle capre. Queste note
sono attribuibili anche a C. spinosa.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. La calicotome abbastanza
variabile per quanto riguarda la spinescenza
e la robustezza dei rami. Mentre C. villosa
specie ubiquitaria, C. spinosa, in Sardegna,
limitata quasi del tutto alle vulcaniti plioceniche del settore settentrionale e in questi
substrati (fascia costiera da Bosa ad Alghero) si trovano entrambe. Sebbene vi sia uno
sfasamento di fioritura massale di circa 30
giorni, fioriture tardive di C. villosa e precoci di C. spinosa possono dare origine ad ibridi con caratteri intermedi, spesso di difficile
attribuzione. La glabrescenza dei frutti e il
colore giallo solfino dei fiori sono i caratteri
che fanno individuare meglio tali ibridi. C.
infesta Guss. e C. ligustica Burnat differiscono per il tipo di pelosit e per la forma
delle brattee, ma sembrano da attribuire a
varianti locali, piuttosto che a specie ben
definite.

272

GENISTA L.
Arbusti con rami spinosi o senza spine,
rigidi o flessuosi, scanalati o striati, alterni
od opposti. Foglie caduche, semplici o trifogliolate. Stipole spesso trasformate in
spine. Fiori riuniti in infiorescenze a racemo o a capolino, raramente solitari. Calice
bilabiato, persistente, con labbro superiore
a due lobi e labbro inferiore con tre denti.
Corolla gialla, talvolta bianca. Stami 10,
con filamenti riuniti; stilo incurvato verso
lapice. Legume oblungo o rotondeggiante.
Il genere Genista comprende circa 90
specie diffuse in Europa, Asia occidentale,
Africa settentrionale e Canarie.
Sono particolarmente abbondanti nella
Penisola Iberica e nel bacino mediterraneo.
Vivono dalle aree costiere sino a quelle
montane su qualsiasi substrato ed originano
formazioni a gariga caratterizzata da cespugli eretti, arborescenti o bassi rotondeggianti. Genista un genere arcaico il cui centro
di origine pu essere identificato nella Penisola Iberica, con un centro secondario anche
in Sardegna (Valsecchi, 1993). Diverse specie si riproducono per via apomittica e, verosimilmente, esistono fenomeni di ibridazione, contribuendo a costituire serie di individui di difficile inquadramento tassonomico.
Molte specie sono coltivate come piante ornamentali o utilizzate per la produzione di sostanze coloranti gialle per lana e
lino.
1

Piante con rami senza spine...................2


Piante con rami con spine......................5
Legume ovoideo......................................3
Legume lineare.......................................7
Pianta con rami rigidi. Fiori in corti
racemi radi. Calice 4-6 mm, molto peloso con bratteole situate alla base e a
met del calice. Legume 6-7 mm, ovoideo
acuminato, densamente peloso................
................................................G. sardoa
Piante con rami sottili eretti o ricurvi.....4
4 Fiori in lunghi racemi ricurvi. Calice 3
mm, lobi corti e denti poco evidenti. Bratteole situate quasi alla base del calice sul

pedicello. Legume 8-9 mm, ovoideooblungo, quasi glabro...........G. aetnensis


Fiori disposti in racemi lassi, eretti. Calice 3-6 mm, con lobi ovali e denti lineari.
Bratteole alla base del calice. Legume 56 mm, ovale, pubescente...G. ephedroides
5 Rami spinosi, intricati. Foglie semplici..6
Rami debolmente spinosi, lassi. Foglie
trifogliolate. Fiori in racemi terminali.
Calice 5-8 mm, tubuloso campanulato,
peloso. Legume 20-25 mm, peloso............
..................................................G. morisii
6 Fiori situati sotto le spine. Calice 3-6
mm, campanulato, sparsamente peloso.
Legume 10-20 mm, glabro, sinuato,
tubercolato...............................G. corsica
Fiori solitari o geminati disposti sui giovani rami. Calice 4 mm, campanulato,
glabro. Legume 20-25 mm, glabro, compresso..............................G. cadasonensis
7 Foglie trifogliolate.................................8
Foglie unifogliolate................................9
8 - Rami corti, grossi, striati, pungenti. Calice 4 mm, conico-campanulato, sericeo.
Legume 10 mm, sericeo.........G. toluensis
Rami allungati, debolmente striati, acuti.
Calice 5 mm, campanulato, pubescente.
Legume 10-12 mm, pubescente.................
...............................................G. sulcitana
9 Legume 30-50 mm, arcuato, compresso,
sericeo. Rami rigidi, grossi, acuminati,
gli adulti spinosi..........................G. ferox
Legume mai lungo come sopra.............10
10 Fiori in racemi terminali. Calice 4-5 mm,
campanulato, sericeo. Legume 15-20
mm, villoso..........................G. arbusensis
Fiori in cime ascellari..........................11
11 Calice verde-rossastro, 5 mm tubuloso,
sericeo, bratteole ellittiche. Legume 1012 mm, sericeo....................G. salzmannii
Calice verde.........................................12
12 Rami poco rigidi, debolmente striati.
Calice conico-campanulato, 6-7 mm, con
lunghi peli fitti. Legume 12-14 mm, peloso..........................................G. desoleana
Rami rigidi, striati, tubercolati. Calice 4
mm, campanulato, peloso per peli corti.
Legume 10-12 mm, con peli lunghi...........
.................................G. pichi-sermolliana

Genista sardoa Valsecchi, Boll. Soc.


Sarda Sci. Nat., 23: 306 (1984)
Sin.: Genista acanthoclada DC.: ssp. sardoa (Bg. et Landi) Valsecchi, Giorn.
Bot. Ital., 109 (4-5): 239 (1975).
Regione della prima descrizione: Sardegna, Alghero: Capo Caccia, rupi in
zona la Ghiscera.
Nomi italiani: Ginestra sarda.
Nomi sardi: vedi Genista corsica.
Nomi stranieri: Fr. Gent de Sardaigne;
Ted.: Sardischer Ginster.
Arbusto di 30-160 cm, molto ramificato.
Rami rigidi, striati, puberulenti da giovani,
alterni od opposti, acuminati e spinosi.
Foglie trifogliolate, l0-12 x 4,5 mm, ovatolanceolate, sericeo-tomentose; stipole ovalilanceolate, pubescenti. Fiori gialli disposti in
corti racemi terminali, radi; pedicelli di 3-5
mm, pubescenti con bratteole di 2 mm, sericeo-tomentose e situate alla base del pedicello e a met circa del calice, caduche. Calice di 4-6 mm, molto peloso, con labbro superiore a lobi ovali-lanceolati e labbro inferiore con tre dentini diseguali; corolla con
vessillo ovale, di 9-10 mm, sericeo-tomentoso sul dorso, ali pi corte del vessillo, glabre,
carena eguale al vessillo ed alle ali, pelosa.
Legume di 6-7 mm, ovoideo-acuminato, fittamente peloso.
Tipo biologico. Arbusto ramoso, spesso
caducifoglio. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in marzo-aprile e
fruttifica da maggio a luglio.
Areale. una specie endemica sarda
presente in particolare lungo le coste nordoccidentali e, sporadicamente, nellIglesiente.
Ecologia. Specie xerofila, vive su qualsiasi substrato pedologico e in zone fortemente battute dai venti salmastri. Ricopre,
spesso fittamente, pianori, declivi e zone
rupicole scoscese, unendosi a calicotome,
lentisco, palma nana, fillirea e altre specie
della macchia costiera, dando origine
273

Genista sardoa Vals. - Ramo con fiori x0,4; infiorescenza x1,3; fiore x2,5; calice x5; ali, carena e vessillo x2;
seme e frutto x2.

Areale di Genista sardoa.

allassociazione Chamaeropo humilisGenistetum sardoae e, nelle zone interne


prossime alle formazioni a macchia, si differenzia nella sub-associazione Calycometosum villosae. Il suo aspetto morfologico
cambia in relazione alla zona dove si diffusa. Nelle aree battute dai venti assume un
portamento a pulvino, mentre in quelle pi
riparate si sviluppa sino a raggiungere un
metro e pi di altezza.
Note tassonomiche, sistematiche e biodiversit. Genista sardoa era stata indicata
per una localit della Nurra nord-occidentale come G. acantoclada DC. var. sardoa
da Landi (1934) su materiale raccolto da
Bguinot. Lautore evidenzia alcune differenze fra G. acanthoclada presente in Grecia e lentit della Sardegna. Le differenze
morfologiche e cariologiche, in realt,
molto pi accentuate di quelle indicate da
Landi, hanno permesso di individuare nellentit sarda una specie endemica ben
distinta dalla specie greca e dalle sue sottospecie, mostrando invece maggiore affinit
con G. balearica var. fasciculata delle
Isole Baleari.

Genista sardoa nel locus classicus.

275

Genista aetnensis (Biv. in Rafin.) DC.


Prodr., 2:150 (1825)
Sin.: Spartium aetnense Biv. in Raf.,
Stirpium Rar. Sicil, ii. 13 (1810)
Drymospartum aetnense (Biv.) C. Presl,
Abh. Boehm., Ges. 5(3): 567 (1844)
Drymospartum sardoum C. Presl, Abh.
Boehm., Ges. 5 (3): 567 (1844).
Regione della prima descrizione: Monte Etna.
Nomi italiani: Ginestra dellEtna.
Nomi sardi: Adanu (Dorgali, Urzulei);
Scova (Sarrabus); Tamariche (Torp);
Ginestra, Inestra, Inistra.
Nomi stranieri: Fr. Gnt de lEtna; Ted.,
Aetna Ginster.
Albero alto sino a 8-9 m o arbusto arborescente con rami striati, flessuosi, pendenti. Foglie unifogliolate, caduche, linearioblunghe, sericee. Fiori gialli in lassi racemi multiflori pendenti. Pedicelli fiorali
articolati, di 1,5-2 mm, sericei. Bratteole
piccole, situate quasi alla base del calice,
1-1,5 mm, lanceolate, pelose. Calice tubuloso, rigonfio nella met inferiore, 3 mm,
pubescente, divisione delle labbra 1/4 del
tubo, labbro superiore con lacinie ovali,
corte, ciliate; labbro inferiore subeguale al
superiore con denti corti, triangolari, ciliati. Vessillo orbicolare, 10 mm; ali glabre,
ottuse; carena sericea, ottusa. Legume 8-9
mm, ovato-oblungo, con corti peli appressati, rostro sub-falcato, ascendente. Semi
sub-reniformi, neri.
Tipo biologico. Albero con fusto slanciato, aperto, sempreverde e con chioma
densamente ramosa, talvolta arbusto a portamento arborescente. Fanerofita.
Fenologia. Fiorisce da giugno ad agosto e matura i semi in settembre-ottobre.
Areale. Specie endemica della Sicilia e
della Sardegna. In Sicilia, allo stato naturale, distribuita sul versante orientale dellEtna, mentre in Sardegna vive nelle zone
montane e sugli altipiani dei settori centroorientali e meridionali dellIsola. La distri276

buzione in Sardegna allo stato naturale


molto pi ampia e riguarda tutto il territorio, ci che fa propendere per la sua origine nellIsola e, forse, per unintroduzione
in tempi storici in Sicilia, dove si ritrova
prevalentemente in forma arbustiva, piuttosto che come albero. Per la sua capacit
di adattamento ampiamente diffusa fuori
dal suo areale originario, come ad esempio
sulle lave del Vesuvio.
Ecologia. In Sicilia vive sui terreni lavici dellEtna, dove abbondantissima e
colonizza immediatamente anche le nude
colate laviche recenti, e in Sardegna su
substrati scistosi o derivanti dal granito.
una specie medio-montana con distribuzione prevalente intorno ai 500-800 m. Pu
vivere ad altitudini pi elevate, sin oltre i
1.200 m nella vallata di Searthu nel Gennargentu, e anche a bassa quota come nelle
foreste demaniali di Sos Littos-Sas Tumbas e Tepilora in territorio di Al dei Sardi,
Bitti e di Torp. Preferisce gli ambienti
luminosi e si localizza al margine delle formazioni. In modo sporadico, si inserisce
nei boschi di leccio o, in prevalenza, nelle
macchie silicicole, costituendo habitat di
grande interesse paesaggistico durante il
periodo estivo della fioritura.
Notizie selvicolturali. La Ginestra dellEtna considerata una specie pioniera,
colonizzatrice delle lave e dei suoli silicei
e preparatrice dei terreni per linsediamento di altre entit. Per la sua capacit di svilupparsi su terreni lavici, su costoni scoscesi e rocciosi impiegata per opere di
consolidamento delle pendici frananti. La
crescita dapprima lenta, poi pi rapida,
sino a raggiungere, se indisturbata, portamento arboreo. La propagazione avviene
con maggiore facilit da seme, ma pu
essere effettuata anche per talea. Per la fioritura abbondante nei mesi estivi e per ladattamento ai terreni pi frugali largamente utilizzata come pianta ornamentale
nei giardini, anche nellItalia continentale
e in Nordeuropa.
Caratteristiche e utilizzazioni del
legno. Sebbene il tronco non raggiunga

Genista aetnensis (Rafin.) DC. - Ramo x0,8; foglie x1,5; fiore x2,3; calice x6; vassillo, ali e carena x1,7; antera x7,5;
frutto x1,8; seme x5.

Genista aetnensis in piena fioritura in territorio di Talana.

dimensioni considerevoli, il suo legno si


presenta compatto, duro, con numerose
venature e di facile lavorabilit. Le sue
fronde possono essere utilizzate per fare
scope grossolane.
Note etnobotaniche. Non si conoscono
usi tradizionali se non per fare scope dai
rami o fionde dalla corteccia.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. La ginestra dellEtna stata
descritta per la prima volta come Spartium
aetnense per questa montagna. Sebbene sia
stata attribuita da Presl (1844) anche ad un
genere a s stante (Drymospartium), differenziando a livello specifico le popolazioni
sarde da quelle sicule, non vi sono prove
sufficienti per una loro effettiva separazione, mentre, per il portamento prevalentemente arboreo, per la morfologia fiorale e
del frutto stata inclusa in un nuova sezione denominata Aureospartium Vals., che
comprende la sola entit sardo-sicula.

Distribuzione in Sardegna di Genista aetnensis.

278

Genista ephedroides DC., Prodr. 2:147


(1826)
Sin.: Genista valsecchiae Brullo, De
Marco, Pl. Syst. Evol. 200: 273-279
(1996).
Regione della prima descrizione: Insula
Sardiniae.
Nomi italiani: Ginestra efedroide
Nomi sardi: Come Genista corsica.
Nomi stranieri: Fr: Gnt phedrode;
Ted., Meertrubel Ginster.
Arbusto ramoso, alto 30-150 cm, con
rami eretti, alterni o subopposti, sottili,
striati, pubescenti da giovani, mucronati.
Foglie inferiori trifogliolate, superiori
semplici, ovato-lanceolate o lineari, pubescenti. Stipole un poco acuminate. Fiori
gialli in racemi lassi, multiflori eretti.
Pedicelli sottili, 2-2,5 mm, pubescenti.
Brattea ovale-lanceolata. Bratteole lineari
0,5 mm, situate alla base del calice, pubescenti, ciliate. Calice campanulato, 3-6
mm, pubescente con lacinie del labbro

Genista ephedroides a Capo Testa.

Areale di Genista ephedroides.

superiore ovali e con una lunga appendice


lesiniforme; inferiore pi lungo del superiore con denti lanceolato-lesiniformi,
ciliati. Vessillo largamente ovato, 7 mm,
pubescente, ciliato alla base, unghia corta;
ali glabre, subeguali al vessillo; carena
sericea. Legume ovale, rostrato, pubescente, 5-6 mm. Semi ellittici.
Tipo biologico. Arbusto molto ramoso
con rami intricati. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in aprile-maggio e
fruttifica in giugno-luglio.
Areale. Specie endemica sarda, diffusa
sulle coste della Gallura, presso Santa
Teresa, in quelle sud-occidentali e meridionali, nelle isole di San Pietro e SantAntioco e sugli affioramenti rocciosi del SulcisIglesiente. La presenza in Corsica tuttora
da definire con certezza.
Ecologia. Specie delle zone aride, rocciose, prevalentemente litoranee, origina
particolari aspetti di gariga termofila
279

Genista ephedroides DC. - Ramo x1,5; ramo con foglie x1,5; fiore x3,52; calice x5,5; vessillo, ali e carena, x2,4; stimma x15; antera x15; frutto x3,5; seme x7,5.

costiera. Entra a far parte delle associazioni Helychryso microphylli-Genistetum


ephedroidis per le Isole di San Pietro e di
SantAntioco.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Genista ephedroides fa parte,
assieme ad altre entit dellarea mediterranea e del Nordafrica, di un gruppo di specie
strettamente affini per morfologia, ma con
distribuzione geografica ben differenziata.
Genista corsica (Loisel.) DC., Fl. Fr.,
5:548 (1815)
Sin.: Spartium corsicum Loisel., Fl.
Gall., ed. 1, :440 (1807).
Regione della prima descrizione: Corsica.
Nomi italiani: Ginestra corsicana.
Nomi sardi: Ispina soriina (Oliena,
Orgosolo), Sorighina (Padria); Spina e
topis (Burcei, Villasalto); Spina razza (Bortigiadas); Tiria (Bolotana); Tiria burda

(Escalaplano); Ciriosina, Sorichina, Sorixina. Gli stessi nomi sono attribuibili anche
alle altre specie spinose dello stesso genere.
Nomi stranieri: Fr., Gnt de Corse;
Ted., Korsischer Ginster.
Arbusto spinoso di 30-60 (80) cm, con
rami intricati, glabro o leggermente pubescente sui rami giovani. Fusti angolosi,
striati, debolmente ghiandolosi, spinescenti. Spine grosse, bi-tridentate con apice
bianco. Foglie semplici obovate od oblunghe di 4-6 (7) x 1-3 (4) mm, con corti peli
bianchi sul margine e sulle nervature; stipole spinescenti. Fiori solitari o in racemi
di 2 o 3 alla base dei corti rami spinosi;
brattee fogliacee; bratteole ovali, 0,5-1
mm, ciliate e situate a circa met del pedicello fiorale. Pedicelli 3-6 mm, glabri o
puberulenti, ghiandolosi. Calice campanulato di 3-6 mm, con peli sparsi e con denti
ciliati; denti del labbro superiore ovali;
denti del labbro inferiore ovali-lanceolati.
Corolla gialla di 10 mm, glabra; vessillo
eguale alle ali e alla carena. Legume

Genista corsica.

281

Genista corsica (Loisel.) DC. - Ramo con fiori x0,5; rametti x1; fiore x2; vessillo e legumi x 1,5; calice x3.

oblungo di 10-20 mm, glabro, sinuato,


tubercolato sulle suture. Semi di 3 mm,
ovoidei, bruno-olivastro.
Tipo biologico. Forma cespugli erettodiffusi o pulvini prostrati e molto ramificati. Nanofanerofita
Fenologia. Fiorisce in febbraio-aprile e
fruttifica in maggio-giugno sulle coste e
sulle colline, mentre sulle montagne la fioritura inizia in giugno.
Areale. Endemismo sardo-corso, molto
diffuso nelle due isole dal livello del mare
sino alla sommit delle montagne. Tra le
ginestre spinose la pi diffusa in Sardegna.
Ecologia. Specie plastica, indifferente al
substrato, vive sui dirupi, nei pianori aridi e
assolati delle zone costiere e montane ed ai
margini di formazioni arbustive delle zone
collinari e montane, sin oltre i 1500 m di
quota. Il suo aspetto morfologico muta al
variare delle condizioni climatiche: nelle zone
aride e assolate della fascia costiera e in quelle ventose delle aree montane forma densi pul-

vini prostrati con ramificazione contratta;


nelle zone collinari, invece, assume un portamento eretto, diffuso con ramificazione pi
lassa. Anche la presenza delle foglie pi
fugace nelle zone aride e per la fotosintesi clorofilliana vi sopperisce con i giovani rami
verdi. Ugualmente, la spinescenza pi robusta nelle zone aride e calcaree montane. Caratterizza diverse associazioni (Triseto-Genistetum corsicae) ed entra a far parte di numerose
associazioni di gariga dal livello del mare sino
alle quote pi elevate dellIsola.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Genista corsica, anche in relazione alle
aree di diffusione, presenta una notevole variabilit, seppure non strettamente legata ai parametri ambientali. Forme con rami glaucescenti
e spinosit pi robusta si trovano nelle aree
costiere, mentre in montagna si hanno popolazioni con spinescenza pi debole. Appare molto
variabile anche nella tonalit dei colori dei fiori
pur nellambito della stessa popolazione.
Genista cadasonensis Valsecchi, Boll.
Soc. sarda Sci.: Nat., 23: 301 (1984)
Regione della prima descrizione: Sardegna
presso Santa Maria Navarrese.
Nomi italiani: Ginestra di S. Maria Navarrese.
Nomi sardi: come Genista corsica.
Nomi stranieri: Fr., Gnt de S. Marie
Navarrese; Ted., S. Maria Navarrese
Ginster.

Distribuzione in Sardegna di Genista corsica.

Arbusto spinoso, 30-50 cm, densamente


ramificato. Rami giovani, sottili, striati, glabri o
appena pubescenti, privi di spine laterali; rami
vecchi tubercolati o con spine semplici, corte,
acute. Foglie semplici, obovate o spatolate, glabre. Fiori solitari o geminati disposti sui rami
giovani a simulare un racemo; brattea ellittica,
bratteole ovali lanceolate, ciliate, situate sul
pedicello in prossimit del calice. Pedicello sottile, glabro. Calice campanulato, 4 mm, glabro;
denti del labbro superiore ovato-acuminati,
denti del labbro inferiore ovato-lanceolati.
283

Genista cadasonensis Vals. - Ramo x0,7; rametto con fiori x2; fiore x3; calice x5; vessillo, carena, ali x1,5; ovario x1,5; stami x10 e x15; foglia x2.

Areale di Genista cadasonensis.

Corolla gialla, 12 mm, glabra. Legume 20-25


mm, lineare, compresso, glabro, liscio sulle
suture. Semi ellissoidali o globosi, lisci, scuri.
Tipo biologico. Arbusto molto ramificato
con rami inferiori spinosi e superiori inermi.
Fenologia. Fiorisce in febbraio-marzo e
fruttifica in aprile-maggio. La fioritura avviene
sui rami giovani.
Areale. Specie endemica sarda diffusa sulle
coste centro-orientali dellIsola. Il locus classicus situato nei rocciai porfidici presso Santa
Maria Navarrese.
Ecologia. Indifferente al substrato, preferisce gli ambienti aridi, sassosi, assolati. Vive
sulle rupi, sui pendii, nei pianori e nei canaloni, estendendosi dal livello del mare sino a 400
m circa, presso Monte Irveri a Cala Gonone.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Genista cadasonensis, per il
suo portamento, stata spesso confusa con
G. corsica, in particolare con le forme con
rami allungati e lassi dei cespugli di questultima. Ne differisce per le spine semplici e non bifide o trifide, per i fiori disposti
sui rami laterali inermi e non al disotto dei
corti rami spinosi, per il legume diritto e
non sinuoso e tubercolato nelle suture.

Genista cadasonensis a Zanna e Littu in territorio di Dorgali.

285

Genista morisii Colla, Herb. Pedem. 2: 65


(1834)
Regione della prima descrizione: Sardegna
meridionale.
Nomi italiani: Ginestra di Moris.
Nomi sardi: come Genista corsica.
Nomi stranieri: Fr., Gnt de Moris; Ted.,
Moris Ginster.
Arbusto ramoso di 30-50 cm, spinescente,
glabro inferiormente e con dei peli patenti
nei rami superiori. Foglie trifogliolate,
foglioline lineari-lanceolate di 4-9 x 1-2 (2,5)
mm o lineari-spatolate, 3,7 x 2-3 mm, pelose
soprattutto nella pagina inferiore. Stipole spinescenti. Fiori in racemi terminali o ascellari. Brattee ovali-lanceolate, pubescenti. Bratteole lineari-lanceolate di 1-1,5 mm, pubescenti, situate a circa met del pedicello.
Pedicelli di 2-3 mm, pubescenti. Calice tubuloso-campanulato di 5-8 mm, peloso; denti
del labbro inferiore lineari lanceolati, acuti.
Corolla gialla, glabra, carena ed ali sub-eguali al vessillo. Legume oblungo di 20-25 x 4

Genista morisii in piena fioritura.

286

Areale di Genista morisii.

Genista morisii Colla - Ramo con fiori x0,7; fiore, vessillo, rametto con foglie x2; frutto x2; calice x4.

mm, villoso. Semi sub-globosi scuri.


Tipo biologico. Piccolo arbusto, eretto o
pulvinato, spinescente. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in marzo-maggio e
fruttifica in giugno-luglio.
Areale. Endemismo esclusivo della Sardegna, Genista morisii diffusa nellIglesiente, nel Campidano meridionale e nellIsola di SantAntioco. Ha il suo limite
settentrionale presso Sardara.
Ecologia. Vive indifferentemente su
diversi substrati pedologici e si adatta alle
aree con condizioni di grande aridit del substrato presenti nella Sardegna meridionale.
Note etnobotaniche. La pianta veniva
usata come pungitopo per proteggere il
formaggio lasciato ad essiccare e stagionare. Lepiteto specifico dedicato al Moris.
Genista toluensis Valsecchi, Boll. Soc.
Sarda Sci. Nat. 23: 296 (1984)
Regione della prima descrizione: Sardegna, a Monte Tului (Dorgali).

Genista toluensis.

288

Areale di Genista toluensis.

Genista toluensis Valsecchi - Ramo x0,5; foglie x2; infiorescenza x1,2; fiore x2,8; calice x4; vessillo , ali e carena x1,7; antere x9; frutto x1,2; seme x11.

Nomi italiani: Ginestra di Monte Tului.


Nomi sardi: come Genista corsica.
Nomi stranieri: Fr., Gnt de M. Tului;
Ted., Tului Ginster.

re che le specie si siano originate da un


comune progenitore diffuso nel Mediterraneo centro-occidentale.

Arbusto basso, pulvinato, ramosissimo,


20-50 cm, con rami corti, grossi, rigidi,
striati, molto acuti. Foglie trifogliolate con
foglioline ovali-lanceolate, la centrale
ellittica. Stipole brevemente acuminate.
Fiori solitari o geminati disposti in brevi
cime subracemose. Pedicelli sottili, 2 mm,
pubescenti. Brattea lanceolata, 2-2,5 mm,
pubescente. Bratteole piccole, pubescenti,
lanceolate, situate a circa met del pedicello. Calice conico-campanulato, 4 mm, sericeo; labbro superiore con lacinie ovatolanceolate; labbro inferiore con denti
ovato-triangolari. Vessillo trapezoidale, 810 mm, sericeo; ali glabre; carena sericea
subeguale al vessillo. Legume oblungo, 10
mm, sericeo. Semi sub-globosi, irregolarmente maculati di bruno.
Tipo biologico. Piccolo arbusto con
rami corti, rigidi, spinosi, fotosintetizzanti,
forma cespugli bassi e rotondeggianti.
Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in maggio e fruttifica in luglio.
Areale. Specie endemica dei calcari
della Sardegna centro-orientale, vive sul
M. Tolui, da cui prende lepiteto specifico,
presso Dorgali, e a M. Albo in localit P.
Gurtugliu, in territorio di Lod.
Ecologia. Pianta legata al calcare, forma
piccole colonie sui pianori aridi, sassosi e
soleggiati, sui pendii e sulle rupi. Caratterizza con la sua presenza formazioni a gariga
dei calcari centro-orientali della Sardegna.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Genista toluensis presenta affinit con G. pumila (Debeaux & . Rev. ex
Hervier) Vierh., G. sanabrensis Valds
Berm., Castrov. & Casaseca, G. baetica
Spach, per laspetto del cespuglio basso,
pulvinato, per i rami corti e tozzi, per le
ramificazioni e per linfiorescenza. Le affinit fra queste specie presenti nella Penisola Iberica e lendemica sarda fanno ritene-

Genista sulcitana Valsecchi, Boll. Soc.


Sarda Sci. Nat. 25:193 (1986)

290

Regione della prima descrizione: Sulcis


(Sardegna meridionale).
Nomi italiani: Ginestra del Sulcis.
Nomi sardi: come Genista corsica.
Nomi stranieri: Fr., Gnt du Sulcis; Ted.,
Sulcis Ginster.
Arbusto eretto, 40-60 cm, con rami intricati, pubescenti, debolmente striati. Foglie
trifogliolate; foglioline ovali-lanceolate, la
centrale pi grande, pubescenti, ciliate, margine revoluto e lunghi peli alla base. Fiori
solitari o ternati disposti in infiorescenze

Areale di Genista sulcitana.

Genista sulcitana Vals. - Ramo x0,9; foglie x5,8; fiore x2,5; infiorescenza x 1,5; calice x3,5; vessillo, ali e carena x1,7; frutto x2,5; seme x5.

Genista sulcitana in fioritura.

Gariga a Genista sulcitana.

292

umbellate, pauciflore. Pedicello sottile, 2


mm, pubescente. Brattee fogliacee. Bratteole ovali-lanceolate, 1 mm, pubescenti, situate a met del pedicello. Calice campanulato,
5 mm, pubescente, labbro inferiore con lacinie ovate, pi corte del tubo; labbro inferiore con denti ovati, corti, ciliati. Vessillo orbicolare, 10 mm, pubescente; ali glabre subeguali al vessillo, ciliate, carena pubescente.
Legume oblungo, 10-12 mm, pubescente.
Semi ovali, 2 mm, verde-oliva, maculati.
Tipo biologico. Arbusto eretto con rami
allungati, sottili, pubescenti. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in maggio giugno e
fruttifica in luglio-agosto.
Areale. Endemismo sardo presente
nelle zone collinari e montane del Sulcis,
nella Sardegna meridionale.
Ecologia. Vive sui pianori aridi e rocciosi, sui declivi formati da terreni ciottolosi e
franosi e si estende anche sulle discariche
della miniera, dove colonizza ampi spazi
mostrando una notevole capacit di stabilizzazione delle discariche franose.

Corolla glabra, gialla con vessillo ovatorotondeggiante; ali e carena eguali al vessillo. Legume di 30 mm, oblungo, un po
arcuato, compresso, acuminato, con peli
sericei appressati. Semi 8-10 per legume,
giallo-dorati, ovoidei di 2 x 3 mm.
Tipo biologico. Arbusto caducifoglio
molto ramificato con rami giovani senza
spine e rami adulti acuminato-spinosi.
Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce da marzo a maggio
e fruttifica in maggio-giugno.
Areale. Lareale di questa specie comprende lAfrica del Nord e la Sardegna. Qui
nota per la sola area di Castelsardo, dove
forma anche estese macchie impenetrabili.
stata di recente segnalata, ma per errore,
nel Sulcis. Si tratta di una tipica specie ad
areale disgiunto.
Ecologia. una specie xerofila che vive
nelle falesie, sulle rupi e colline della zona
costiera, delle vulcaniti plioceniche.

Genista ferox (Poiret) Poiret, Encycl.


Meth. Bot. Suppl. 2:708 (1812)
Sin.: Spartium ferox Poiret, Voy. Barbarie, 2:206 (1789).
Regione della prima descrizione: Africa
boreale.
Nomi italiani: Ginestra spinosa.
Nomi sardi: come Calycotome villosa.
Nomi stranieri: Fr., Gnt pineuse.
Arbusto di 0,50-1,5 con rami rigidi,
striati, gli adulti spinescenti. Foglie inferiori ovato-oblunghe, mucronate, brevemente
picciuolate, glabre o debolmente pubescenti nella pagina superiore, sericee nella pagina inferiore; stipole spinescenti. Fiori, brevemente peduncolati, in lassi racemi,
fogliosi inferiormente; pedicelli 2,5-3 mm,
pubescenti. Calice 5-6 mm, con peli sericei;
labbro superiore bifido e inferiore trifido.

Distribuzione in Sardegna di Genista ferox.

293

Macchia a Genista ferox in territorio di Castelsardo.

Legumi di Genista ferox.

294

Genista ferox (Poiret) Poiret - Ramo con fiori x0,3; rametto con fiori x 1,5; stami, ovario x 3; ala, vessillo, carena x2; calice x4; seme x10; frutto x1.

Genista arbusensis Valsecchi, Boll. Soc.


Sarda Sci. nat. 23:291 (1984)
Regione della prima descrizione: Territorio
di Arbus (Sardegna sud-occidentale).
Nomi italiani: Ginestra di Arbus.
Nomi sardi: come Calycotome villosa.
Nomi stranieri: Fr., Gnt dArbus; Ted.,
Arbus Ginster.
Arbusto eretto, 50-100 cm, con rami
striati, pelosetti, acuti. Foglie unifogliolate; foglioline lanceolate, sparsamente pelose, ciliate. Fiori geminati o ternati disposti
sui lunghi rami terminali a simulare un
racemo lasso. Brattea lanceolata, pubescente. Bratteole ovato-lanceolate, 1 mm,
pubescenti, situate nella met inferiore del
pedicello. Calice campanulato, 4-5 mm,
sericeo; labbro superiore con lacinie ovatotriangolari, subeguali al tubo; labbro inferiore con denti ovato-triangolari, brevi.
Vessillo sericeo, 10 mm; ali glabre; carena
pubescente, subeguale al vessillo. Legume
oblungo, 15-20 mm, villoso per peli
appressati. Semi subglobosi, di colore
bruno-rossastro.

Caratteristico pulvino di Genista arbusensis.

296

Areale di Genista arbusensis.

Genista arbusensis Vals. Ramo x0,5; ramo con foglie x1; infiorescenza x1; fiore x1,8; calice x2,7; vessillo ali e
carena x1,3; frutto x1; seme x9.

Tipo biologico. Arbusto molto ramificato con rami rigidi, eretti. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in aprile-maggio e
fruttifica in giugno.
Areale. Endemismo sardo, diffuso sulla
fascia costiera della Sardegna sud-occidentale, particolarmente in territorio di Arbus,
da cui prende il nome.
Ecologia. Specie psammofila litoranea,
vive preferibilmente sulle sabbie parzialmente consolidate, dove forma estesi
popolamenti associandosi ad altre entit
che prediligono il substrato sabbioso. Si
spinge talvolta sulle sabbie sciolte, sulle
dune mobili che colonizza comportandosi
come specie pioniera. possibile reperirla
anche nelle zone interne collinari, laddove
esistono affioramenti di dune fossili.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. affine a Genista sulcitana.

10-12 mm, con peli corti, sericei, appressati.


Semi ovali.
Tipo biologico. Arbusto molto ramoso
con rami corti, strettamente intricati.
Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in aprile-maggio e
fruttifica in giugno-luglio.
Areale. Specie endemica delle zone
montane della Sardegna e della Corsica.
Ecologia. Vive preferibilmente nelle zone
montane in ambienti aperti, soleggiati, pianeggianti o in leggero declivio. Nelle zone
cacuminali del Limbara, forma lassociazione Violo limbarae-Genistetum salzmannii,
che caratterizza ampie aree della montagna.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Genista salzmannii, per la disposizione
dei fiori nellinfiorescenza, la forma delle
bratteole e la morfologia del calice, differisce
nettamente da G. lobelii DC. e G. aspalathoides Lam., con le quali era stata sinonimizzata.

Genista salzmannii DC., Prodr. 2:147


(1825)
Regione della prima descrizione: Corsica,
presso Corte.
Nomi italiani: Ginestra di Salzmann.
Nomi sardi: come Genista corsica.
Nomi stranieri: Fr., Gnt de Salzmann;
Ted., Salzmanns Ginster.
Arbusto eretto, 30-50 cm, con rami rigidi,
acuti, striati, tubercolati. Foglie unifogliolate; foglioline ovali-lanceolate, sericee. Infiorescenza contratta, pauciflora, fiori geminati, riuniti nella parte terminale dei rami.
Pedicelli corti, 1,5-2 mm. Brattea ovale-lanceolata, 3 mm, pubescente. Bratteole ellittiche,1,5-2 mm, situate a met del pedicello.
Calice 5 mm, tubuloso, sericeo, verde-rossastro; labbro superiore pi corto del tubo con
lacinie ovato-triangolari; labbro inferiore
con denti lanceolati, acuti di cui il centrale
pi lungo. Vessillo 10 mm, ovato, sericeo;
ali glabre, pi corte del vessillo con lunghi
peli sul lobo e sul margine interno; carena
sericea con apice ottuso. Legume lineare,
298

Distribuzione in Sardegna di Genista salzmannii.

Gariga a Genista salzmannii nellarea culminale del Limbara.

Genista salzmannii in piena fioritura.

299

Genista salzmannii DC - Ramo x0,7; ramo con foglie x1; infiorescenza x2; fiore x3; calice x3,6; vessillo, ali e
carena x1,8; ovario x2, stimma x10; frutto x2,5; seme x5.

Genista desoleana Valsecchi, Boll. Soc.


Sarda Sci. Nat. 25:143 (1986)
Regione della prima descrizione: Sardegna, Montiferru.
Nomi italiani: Ginestra desoleana.
Nomi sardi: come Genista corsica.
Nomi stranieri: Fr., Gnt de Desole; Ted.,
Desoles Ginster.
Arbusto eretto, 30-60 cm, con rami debolmente striati, poco rigidi, pelosi da giovani,
lassamente tubercolati. Foglie unifogliolate,
foglioline ovali-lanceolate, pelose. Infiorescenza lassa con fiori subterminali. Pedicello
2,5-3 mm, sottile, peloso. Brattea lanceolata,
3 mm, sericea. Bratteole lanceolate, sericee,
2 mm, situate nella met inferiore del pedicello. Calice conico-campanulato, 6-7 mm,
con peli lunghi, fitti, flessuosi; labbro superiore pi lungo del tubo con lacinie lanceolate, acute, labbro inferiore con denti lineari
pi lunghi della met della corolla. Vessillo
ovato, 10 mm, peloso; ali glabre pi corte;
carena pelosa. Legume oblungo, 12-14 mm,
peloso. Semi ovali-oblunghi, marron scuro.
Tipo biologico. Arbusto eretto con rami

Distribuzione in Sardegna di Genista desoleana.

Pulvino di Genista desoleana in fioritura.

301

Genista desoleana Vals. - Ramo x0,8; infiorescenza x1,3; fiore x2,5; calice x3; vessillo, ali e carena x1,6; frutto
x1,4; seme x5.

poco intricati, sottili. Nanofanerofita.


Fenologia. Fiorisce in maggio-giugno,
fruttifica in luglio-agosto.
Areale. Genista desoleana presente in
Liguria, Toscana compreso larcipelago,
Corsica e Sardegna, dove particolarmente diffusa nel complesso montuoso del
Montiferru, che anche il locus classicus,
e nella catena del Marghine. Forma lassociazione Armerio sardoae-Genistetum
desoleanae, tipica gariga alto-montana.
Ecologia. Vive preferibilmente su pianori rocciosi e ventosi ad altitudini che
variano dagli 800 ai 1.000 m. Si diffonde,
anche abbastanza densamente, nelle zone
collinari contigue.

Note tassonomiche, sistematiche e


variabilit. Genista desoleana estremamente variabile per quanto riguarda il portamento. In relazione allambiente pu presentare rami allungati e lassi, oppure corti e
intricati. Queste differenze, per alcuni Autori, erano distintive di due entit che vivevano a diversi livelli altitudinali e precisamente rami corti per G. lobelii var. salzmanni,
delle zone basse e i rami allungati per G.
lobelii delle aree montane. La specie ben
distinta da queste entit e si avvicina, invece, a G. aspalathoides Lam. della Sicilia e
dellAlgeria. La specie stata dedicata a
Luigi Desole, botanico sassarese, emerito
studioso della flora della Sardegna.

Gariga di Genista desoleana nel Montiferru.

303

Genista pichi-sermolliana
Webbia, 48: 736 (1993)

Valsecchi,

Regione della prima descrizione: Sardegna, dintorni di Aritzo.


Nomi italiani: Ginestra di Pichi-Sermolli.
Nomi sardi: come Genista corsica.
Nomi stranieri: Fr., Gnt de Pichi-Sermolli;
Ted., Pichi-Sermollis Ginster.
Arbusto eretto, 30-50 cm, con rami rigidi,
acuti, striati, tubercolati. Foglie unifogliolate ovali-lanceolate, sericee. Infiorescenza
pauciflora, fiori geminati o ternati, distribuiti lungo la parte terminale dei rami. Pedicelli 2,5-3 mm. Brattea lanceolata. Bratteole
ovali, 1,5-2 mm, pelose. Calice 4-5 mm,
campanulato, peloso, peli corti; labbro superiore sub-eguale al tubo con lacinie ovate;
labbro inferiore con denti triangolari, corti,
acuti. Vessillo 7-8 mm, ovato, peloso; ali
glabre, pi corte del vessillo con ciuffo di
lunghi peli sul lobo; carena pelosa con apice
ottuso. Legume lineare, 10-12 mm, con peli
lunghi, fitti. Semi ovali.
Tipo biologico. Arbusto ramoso con rami
rigidi, striati, tubercolati. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in maggio-giugno e
fruttifica in giugno-luglio.
Areale. Presente sui rilievi della Sardegna centrale e orientale particolarmente
diffusa sul Gennargentu, Fonni a Monte
Spada, Bruncu Spina, Oliena, Orgosolo,
Monte Scova e Aritzo, dove stato indicato il locus classicus.
Ecologia. Vive sui pianori e nei declivi
aperti e soleggiati.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. G. pichi-sermolliana maggiormente affine a G. desoleana e la loro
corretta identificazione richiede unattenzione particolare ai caratteri distintivi, purtroppo non presenti durante tutto larco
dellanno. La specie stata dedicata a
Rodolfo Pichi-Sermolli, illustre botanico
fiorentino, emerito studioso delle pteridofite della flora italiana ed etiopica.
Note sul genere Genista. Il genere
304

Genista complesso e critico per i caratteri morfologici delle specie che lo compongono, non sempre di facile discriminazione
per lindividuazione delle diverse entit.
Unapparente uniformit fra alcuni gruppi
di specie ha indotto molti autori ad una
errata definizione specifica e tassonomica
e conseguentemente anche ad una imprecisa localizzazione geografica. Questo spiega il fatto che molte specie sono segnalate
per alcune localit al di fuori della loro
area di appartenenza.
In realt, il genere costituito da ben
definiti complessi di specie, ciascuno dei
quali racchiude entit tra loro strettamente
affini per i caratteri morfologici e la distribuzione geografica, normalmente ben
distinta. Per la Sardegna, sono distinguibili tre gruppi: con rami rigidi, acuti, pungenti, corti o allungati e con legume lineare (G. toluensis, G. sulcitana, G. arbusensis, G. salzmanni, G. desoleana, G. pichi-

Areale di Genista pichi-sermolliana.

Genista pichi-sermolliana.

Gariga a Genista pichi-sermolliana su substrato granitico a Siril in territorio di Orgosolo.

305

Genista pichi-sermolliana Vals. - Ramo x0,8; infiorescenza x1,5; fiore x2,5; calice x4,5; vessillo, ali e carena
x2,8; frutto x2,3; seme x6.

sermolliana); un altro con rami sottili,


inermi, e con legume ovoideo (G. ephedroides, G. aetnensis ed altre specie del
Mediterraneo centrale); un terzo con rami
intricati, spinosi e con legume diritto,
lineare, allungato (G. corsica, G. cadasonensis, G. morisii). Si differenzia da tutte
G. ferox.
Numerose specie sono endemiche
sarde, sardo-corse o tirreniche con areale
ben definito. Lisolamento geografico ed i
particolari meccanismi di riproduzione per
via apomittica, osservati in diverse specie,
possono essere stati le cause determinanti
per la differenziazione degli endemismi ad
areale ridotto presenti in Sardegna.
SPARTIUM L.
A questo genere appartiene la sola specie
Spartium junceum, ginestra odorosa o di
Spagna, originaria del Mediterraneo. Spartium deriva dal greco sparton = corda.
Spartium junceum L., Sp. Pl., 2:708 (1753)
Sin.: Genista odorata Moench, Meth.:
144 (1794)
Genista juncea (L.) Scop., Fl. Carniol.
ed. 2,2: 50 (1772).
Regione della prima descrizione: Habitat in
G. Narbonensi, Italia, Sicilia, Turcia.
Nomi italiani: Ginestra, Ginestra odorosa,
Ginestra di Spagna.
Nomi sardi: Binistra (Padria); Ganestra
(Alghero); Ginestra (Orani, Sassari);
Inistra (Ittiri, Ozieri); Martigusa
(Anela); Matigusa (Bono); Einistra,
Giuncaresti.
Nomi stranieri: Ingl., Spanish Broom; Fr.,
Gnt jonciforme, Gnt dEspagne;
Ted., Spanischer Ginster, Pfriemenginster; Sp., Ginesta, Cayomba, Retama.
Arbusto di 2-3 m o alberello con rami

verdi allungati, opposti, generalmente privi


di foglie, cilindrico-compressi, pelosetti.
Foglie ovali-lanceolate, sessili, pelose
nella pagina inferiore, caduche. Fiori gialli
di 15-20 mm, odorosi, riuniti in densi racemi terminali; peduncoli fiorali con brattea
basale e con due bratteole a circa met dellasse; calice conico-campanulato di 8-10
mm, peloso, diviso in due parti che costituiscono il labbro superiore, labbro inferiore con tre dentini, con margine scarioso;
corolla con vessillo glabro pi grande degli
altri petali, piegato allindietro e subrotondo, con unghia breve; ali ottuse al margine,
pi corte della carena, leggermente pubescenti, con peli lunghi sul margine inferiore; carena formata da due pezzi liberi un
po arcuati, pelosetti sul margine esterno.
Stami riuniti per i filamenti; antere con peli
alla base. Ovario brevemente stipitato.
Legume lineare, appiattito di 5-10 cm, inizialmente molto peloso, poi sericeo ed infine glabro da adulto. Semi ovali, schiacciati, lisci, di colore marron, con appendice
callosa.
Tipo biologico. Arbusto ramoso, lasso,
di 2-3 m o alberello di 4-5 m di altezza. I
rami sono giunchiformi, flessibili e ricchi
di midollo. Nano- e microfanerofita.
Fenologia. Fiorisce in aprile-giugno e
matura i frutti in luglio-agosto. Le foglie,
poco numerose, sono presenti, solo, nel
periodo primaverile allinizio della ripresa
vegetativa, poi lentamente cadono sino a
scomparire quasi del tutto durante la fioritura. La funzione clorofilliana svolta
quindi quasi esclusivamente dai rami. Sporadiche fioriture fuori stagione si hanno nel
periodo autunnale o durante lestate nei
giardini ben innaffiati.
Areale. diffusa nel Mediterraneo, con
propaggini in Asia sud-occidentale e nelle
isole Canarie. Per il suo utilizzo come
pianta da giardino, stata introdotta in
varie parti del mondo e, negli Stati Uniti
dAmerica, divenuta spontanea assumendo anche forma arborea e dimensioni maggiori, rispetto alle aree di origine. In Sardegna diffusa allo stato spontaneo in modo
307

Spartium junceum L. - Ramo con fiori e frutti x 0,6, fiore, calice e ali, carena, vessillo ovario, frutto x 1,2.

Fiori e frutti di Spartium junceum.

particolare sui calcari miocenici del Sassarese. La sua coltura per scopi ornamentali
e per coprire scarpate stradali ne ha esteso
fortemente la presenza anche nelle zone
pi interne, dove tuttavia stenta a divenire
spontanea oltre i luoghi di impianto.
Ecologia. Vive preferibilmente sulle
zone litoranee e collinari su terreni incoerenti, sabbiosi, rocciosi. Ricopre pendii,
scarpate soleggiate e forma siepi ai bordi
delle strade. In Sardegna costituisce
aggruppamenti di una certa estensione nei
dintorni di Sassari.
Notizie selvicolturali. una splendida
pianta ornamentale molto ricercata per
labbondanza dei fiori, giallo-dorati e
molto profumati. Si propaga per talea di
giovani rami posti su terreno sabbioso o
pi rapidamente da seme fatto germinare
su terriccio leggero ed in ambiente caldo.
La crescita rapida, dopo due anni le piantine possono essere messe a dimora, e fioriscono precocemente. Non una specie
longeva, dopo una decina di anni tende a

sguarnirsi alla base assumendo un aspetto


disadorno soprattutto nel periodo invernale. Giovano alla ripresa delle piante potature dalla base che ripristinano loriginario
aspetto cespuglioso. Reagisce molto bene
agli incendi e pu essere impiegata per
rimboschire pendii degradati. I rami giovani prima della fioritura spesso vengono
attaccati da una malattia, che li appiattisce
congiungendoli a formare caratteristici
scopazzi.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno satinato, bianco-bruno,
ma di poco spessore per poter essere utilizzato oltre piccoli lavori artigianali.
Note etnobotaniche. una pianta diffusa dalluomo per scopi ornamentali, ma un
tempo, anche, per la produzione di fibre
dai rami giovani con i quali si tesseva una
tela, in sostituzione del lino (panno ginestrino) o per fare delle corde. Questo uso
era conosciuto gi dagli antichi Greci, Cartaginesi e Romani, ma in tempi pi vicini a
noi soprattutto in Provenza che veniva
309

CYTISUS L.
Arbusti o piccoli alberelli con rami eretti o ricurvi. Foglie trifogliolate, semplici o
ridotte a squame, caduche o persistenti.
Fiori gialli o bianchi, isolati, riuniti in
gruppetti o disposti a racemo terminale
semplice o foglioso. Stami 10 con filamenti diadelfi. Legume oblungo, glabro o peloso. Semi con caruncola.
Il genere Cytisus comprende circa 30
specie distribuite nelle regioni temperate
dellEuropa, dellAsia e dellAfrica. Quasi
tutte le specie di citisi sono facilmente coltivabili e trovano impiego nei parchi e nei
giardini rocciosi.
Cytisus villosus Pourret, Mem. Acad.
Toul. 3: 317 (1788)
Sin.: Cytisus triflorus LHr., Stirp.
Nov. 184 (1791), non Lam.

Distribuzione in Sardegna di Spartium junceum (stazioni naturali).

utilizzata a questo scopo. Luso come fibra


tessile pu spiegare anche la sua presenza
in aree interne, come nelle colline scistose
di Orani, dove la pratica del panno ginestrino era conosciuta sino agli inizi del
Novecento. Come pianta mellifera era ben
nota gi agli antichi Romani. I rami si prestano per legacci grossolani nei lavori della
campagna e per intrecciare canestri. I semi
e il decotto dei fiori hanno propriet purgative, ma la tossicit ne sconsiglia luso. Ai
fiori sono attribuite propriet tintorie. A
scopo propiziatorio la ginestra era usata
per festeggiare chi impiantava un nuovo
vigneto, usanza che Atzei (o.c.) riconduce
al culto di Bacco.
Note tassonomiche, sistematiche e biodiversit. La ginestra odorosa, sebbene sia una
pianta abbastanza utilizzata per scopi ornamentali, non ha differenziato particolari cultivar e si
presenta con caratteri piuttosto uniformi.
310

Nomi italiani: Lerca, Ginestra.


Nomi sardi: Corramusa (Gonnosfanadiga);
Marthigusa
(Talana);
Martigusa
(Anela, Bolotana, Macomer); Mathicruda (Oliena); Mathilgusa (Orgosolo);
Matigusa (Bono); Marzigusa (Santulussurgiu); Massiguscia (Ierzu); Mathiciusa (Orani); Mathicruia (Bitti); Mathircrusia (Nuoro); Mazzigusa (Busachi);
Occi caprina (Calangianus, Tempio);
Tiria (Burcei).
Nomi stranieri: Fr., Cytise hriss; Sp.,
Escobon; Ted., Behaarter Geissklee.
Pianta arbustiva, di 1-2 m daltezza.
Rami eretto-scadenti, pelosi da giovani,
striati. Foglie trifogliate con breve picciuolo, ovali oblunghe, di 2,5-3 cm, la fogliolina centrale pi grande, glabre o quasi nella
pagina superiore, molto pelose in quella
inferiore. Fiori riuniti a gruppetti di 2-4
allascella delle foglie; peduncolo fiorale
sottile, lungo, ricurvo, con due bratteole
ovali, caduche; calice peloso; corolla gialla
con macchie e strie rossastre; vessillo di 15-

Cytisus villosus Pourret. - Ramo con fiori x0,75; foglia, frutto x1; fiore x1,5; stami x4.

18 mm, pi lungo della carena, glabro; carena ottusa. Filamenti degli stami saldati fra
loro. Legume di 3-4 cm lungo per 4-6 mm
largo, leggermente arcuato, provvisto di
densi peli sericei.
Tipo biologico. Arbusto sempreverde
molto ramificato con rami flessuosi. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in marzo-maggio e
matura i frutti in luglio-agosto.
Areale. presente in tutta lEuropa meridionale e in Nordafrica. In Sardegna vive
generalmente oltre la fascia dei 500-600 m
sino a 900-1.000 m di quota, e talora anche
nelle aree costiere.
Ecologia. Il citiso vive preferibilmente su
terreni silicei, profondi e sciolti. Si sviluppa
abbondantemente nel sottobosco di quercia
da sughero e roverella, in zone ombrose e
fresche di collina e di media montagna.
uno degli elementi tipici della flora delle
sugherete. una specie caratteristica dellassociazione Citiso-Quercetum suberis.
Nella fase iniziale di ripresa della vegetazione dopo gli incendi rappresenta talora la specie dominante, ma, con il tempo, erica arbo-

Cytisus villosus.

312

Distribuzione in Sardegna di Cytisus villosus.

rea, corbezzolo e fillirea riprendono il


sopravvento.
Notizie selvicolturali. Si riproduce per
seme, che ha unalta percentuale di germinazione, soprattutto a seguito degli incendi
della macchia. Potrebbe essere utilizzata
come pianta da giardino, ma la sua fioritura,
seppure abbondante, fugace nel periodo
primaverile, mentre nel restante periodo dellanno non offre un aspetto accattivante in
quanto il suo fogliame diviene scuro e perde
gran parte delle foglie.
Caratteristiche ed utilizzazioni del legno. Il
legno per le sue modeste dimensioni non trova
alcuna utilizzazione pratica se non per fascine
e come legna da ardere per il forno del pane
tradizionale. Le fronde flessibili e resistenti
allusura sono utilizzate per scope grossolane.
Note etnobotaniche. I semi sono tossici,
contengono un alcaloide, la citisina, simile
alla stricnina e alla nicotina. Probabilmente
per tali motivi una pianta raramente brucata dagli animali domestici allo stato brado.
ANAGYRIS L.
Il genere Anagyris comprende due sole
specie: Anagyris foetida L., presente nel
bacino del Mediterraneo, e A. latifolia
Brouss. ex Willd. dellisola di Tenerife.
Anagyris deriva dal greco anagyros
arcuato allindietro, e sta ad indicare la
morfologia particolare del bordo del frutto.
Anagyris foetida L., Sp. Pl., 1: 374 (1753)
Sin.: Anagyris neapolitana Ten., Syll.
Pl. Fl. Neapol. 198 (1831).
Provenienza: Habitat in Italiae, Siciliae,
Hispaniae, montibus.
Nomi italiani: Anagiride, Fagiolo della
Madonna, Laburno fetido, Puzzolana.
Nomi sardi: Fazorba (Bolotana); Giolva
(Berchidda, Ossi, Padria); Jorva (Alghero); Siliqua (SantAntioco, Villasalto);

Siliqua crabina (Fluminimaggiore); Thilimba (Orani); Thilippa (Oliena); Tilibba (Laconi); Faba giolva, Giorva, Tiliba.
Nomi stranieri: Fr., Bois puant, Arnigri,
Pudis; Sp., Carrofer puant, Garrofer
del Diable; Ted., Stinkstrauch.
Arbusto di 1-4 m a foglie alterne, caduche,
rami verde-scuri, grigiastri. Foglie con picciuolo di 1-2,5 cm e stipole connate, opposte
di 5-6 mm, prontamente caduche con traccia
di cicatrice circolare nella parte opposta allinserzione del picciuolo; foglioline ovato-lanceolate, lunghe fino a 8 cm e larghe fino a 2,5
cm, con nervatura mediana evidente; pagina
inferiore provvista di peli corti sericei appressati, pi o meno abbondanti. Fiori gialli,
peduncolati, in racemi fogliosi di 2- 8, sui rami
degli anni precedenti; calice di 5-8 mm, con
peli sericei abbondanti, a denti largamente
triangolari; vessillo di 7-9 mm, con una macchia porporino-scura, ali di 15-18 mm e carena leggermente pi lunga; stami 10, 1iberi.
Legumi penduli pi o meno arcuati, lunghi
fino a 15 cm e larghi fino a 2,5 cm. Semi reniformi di 8-15 mm, violacei o giallastri, separati fra di loro da un setto membranoso.
Tipo biologico. Arbusto cespitoso a
foglie caduche. Microfanerofita.
Fenologia. una specie a sviluppo
invernale-primaverile. Fiorisce a novembre-dicembre, fruttifica quasi contemporaneamente ricoprendosi via via di foglie che
perdurano fino a luglio-agosto.
Areale. Anagyis foetida localizzata
soprattutto lungo le coste dellEuropa
meridionale, Medio-Oriente ed Africa del
Nord. In Sardegna si sviluppa lungo tutta
la fascia costiera e nelle zone meglio esposte e pi calde, sino a circa 600 m di quota.
Ecologia. Pianta tipicamente eliofila e
termofila, vive preferibilmente nelle zone
litoranee, indifferente al substrato geo-pedologico. Nelle zone pi interne si riscontra
fino a 500-600 m, soprattutto negli ambienti
pi aridi e degradati, ai bordi delle strade e
lungo i muri a secco e le siepi. Costituisce la
specie dominante nella macchia solo rara313

Anagyris foetida L. - Ramo con fiori, foglie, legumi x0,5; inserzione delle foglie x2; fiore, vessillo, ali, carena x1.

mente. In condizioni ottimali supera anche i


4 m di altezza con fusti di 20-25 cm, come a
Carracana in territorio di Perfugas. Componente fondamentale del climax delle macchie
di sclerofille termo-xerofile, lanagiride entra
a far parte delle fasi di degradazione di gran
parte delle associazioni xerofitiche litoranee.
Notizie selvicolturali. Si riproduce per
seme. Dopo lincendio o il taglio ricaccia dei
polloni che raggiungono in breve 1-1,5 m
ricostituendo i cespi originari. Per la rapidit di ripresa vegetativa i cespi venivano
tagliati alla base per ottenere vimini flessibili e resistenti adatti per lavori di intreccio.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno molto duro e pesante,
resistente al tarlo, di colore bruno, venato.
Si presta bene a piccole opere di tornitura,
tuttavia le modeste dimensioni fanno s che
venga utilizzato raramente.
Note etnobotaniche. La corteccia possiede qualit coloranti. I semi, che venivano talora usati nella medicina popolare
come emetici e purganti, contengono un
alcaloide velenoso (anagirina) che pu
causare gravi disturbi. Erano anche adope-

Distribuzione in Sardegna di Anagyrs foetida.

Infiorescenze di Anagyris foetida.

315

rati sia per favorire le contrazioni uterine


durante il parto, sia come abortivo. Si possono spiegare cos i nomi contrastanti.
Secondo il Michiel, botanico del XVI
secolo, dai suoi fagioli le pace femine ne
fanno de grande incantamenti et erbarie et
ne sonno stati venduti fino a uno scudo de
suoi grani. I fiori sono visitati dalle api,
per cui pu essere considerata una pianta
mellifera. I giovani polloni erano adoperati per fare dei cesti e canestri, particolarmente adatti per seccare i fichi al forno.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Le piante con il fiore totalmente giallo e
i semi giallastri sono state descritte da Tenore
come A. neapolitana, mentre Fiori le considera come variet e Pignatti pi semplicemente
come uno stato individuale. In Sardegna i fiori
nella fase giovanile sono totalmente gialli e
possono acquistare la macchia scura solo gradualmente, mentre le piante con i semi giallastri sono sporadiche, ma non rare, ci che fa
propendere per un loro stato di rango varietale.

cupo nella pagina superiore, verde pi chiaro in


quella inferiore e con foglioline ovato-lanceolate, pubescenti. Fiori gialli riuniti in lunghi
racemi terminali; pedicelli pubescenti con bratteola lineare eguagliante il calice e situata nella
met superiore dellasse; calice campanulato,
peloso; vessillo di 7-10 mm, ali pi corte della
carena. Legume oblungo di 15-20 mm, pubescente. Semi rotondeggianti, neri.
Tipo biologico. Arbusto sempreverde.
Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in giugno-luglio e
fruttifica in agosto.
Areale. Diffuso in tutta lEuropa sino
alla Russia meridionale ed occidentale. In
Sardegna noto solo per il corso superiore
del Flumendosa, ma non stato pi ritrovato in tempi recenti
Ecologia. Vive nelle zone aride, assolate e sassose e lungo le siepi.
Notizie selvicolturali. Di rapida propagazione per seme, talora utilizzata come pianta ornamentale per la ricchezza dei suoi fiori.

LEMBOTROPIS Griseb.
Arbusti senza spine con foglie trifogliolate e fiori in racemi terminali. A questo
genere appartiene la sola specie Lembotropis nigricans (L.) Griseb.
Lembotropis nigricans (L.) Griseb., Spicil. Fl. Rumel. !1: 10
Sin.: Cytisus nigricans L. [1771], non
L. Sp. Pl. 2: 739 (1753).
Regione della prima descrizione: Europa
australi.
Nomi italiani: Citiso nero.
Nomi stranieri: Ted., Schwarzwerdender
Geissklee.
Pianta arbustiva da 0,3 a 1 m di altezza,
ramosa che annerisce col disseccamento. Rami
minutamente pelosi. Foglie trifogliolate, verde316

Distribuzione in Sardegna di Lembotropis nigricans.

Lembotropis nigricans (L.) Griseb. - Ramo con fiori x0,8; ramo con foglie, fiore, calice x1,6.

Corso dacqua nellarea del Gennargentu.

318

TELINE Medicus
Arbusti non spinosi con foglie trifogliolate, alterne. Fiori riuniti in racemi ascellari o terminali. Calice campanulato; corolla
gialla. Legume lineare, peloso o sericeo. Il
genere Teline comprende 10 specie presenti nel Mediterraneo centro-occidentale ed
in particolare nelle Azzorre e Canarie.
Arbusto di 0,50 a 1,5 m; stipole triangolari ..T. monspessulana
Pianta arbustiva di 0,8 a 3,5 m; stipole
lineari......................................T. linifolia
Teline monspessulana (L.) C. Koch, Dendrol., 1 : 30 (1869)
Sin.: Cytisus monspessulanum L., Sp.
Pl., 2: 740 (1753)
Genista monspessulana (L.) L. Johnston, Contrib. New South Wales Nat.
Herb., 3 : 98 (1962).

Legume, diritto, oblungo di 20-25 mm,


densamente peloso. Semi rotondeggianti,
caruncolati, bruni.
Tipo biologico. Arbusto cespitoso, sempreverde, densamente foglioso. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in aprile-giugno e
fruttifica in giugno-luglio.
Areale. diffusa in tutta larea mediterranea e nelle isole Canarie. In Sardegna si
estende in modo sporadico dalle aree
costiere sino a circa 1.000 m di quota.
Ecologia. Teline monspessulana una
specie calcifuga e, comunque, a netta preferenza dei substrati silicei. Vive nei boschi
radi di sughera e di querce caducifoglie;
nelle zone aperte e soleggiate, ricopre pendii, scarpate e tagli stradali, estendendosi
dalle zone litoranee a quelle montane.
Notizie selvicolturali. Si riproduce per
seme. Si presta ad essere utilizzata come
pianta da giardino, per la sua bella e
abbondante fioritura primaverile.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Le modestissime dimensioni dei

Regione della prima descrizione: Habitat


in Monspelii.
Nomi italiani: Citiso di Montpellier.
Nomi sardi: come Cytisus villosus Pourret.
Nomi stranieri: Fr.: Cytise de Montpellier;
Sp.: Escobones, Cinesta.
Pianta arbustiva da 0,50 a 1,5 m di
altezza, molto ramificata, eretta. Rami giovani angolosi e pubescenti. Foglie trifogliolate brevemente picciuolate con foglioline ovali, mucronulate, pelose su tutte e
due le pagine o quasi glabre sulla pagina
superiore; stipole triangolari, piccole. Fiori
gialli, in racemi fogliosi pedicelli fiorali
pubescenti, corti, con due bratteole lineari;
calice di 5-6 mm, peloso; labbro superiore
con denti ovali-lanceolati, labbro inferiore
pi lungo del superiore e con tre dentini
acuti di cui il centrale pi lungo; brattea
lanceolata alla base del calice. Corolla con
vessillo glabro di 10-15 mm, carena ottusa
con peli sericei, subeguale al vessillo.

Infiorescenze e frutti immaturi di Teline monspessulana.

319

Teline monspessulana (L.) C. Koch - Ramo con fiori, frutto x0,7; foglie, infiorescenza, fiore x1,4; calice, seme
x4.

Teline monspessulana in piena fioritura.

cespi e lesilit dei fusti non consentono


usi del legno; le fronde sono utilizzate per
fare scope grossolane.
Note etnobotaniche. Come Cytisus villosus.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Questa entit stata attribuita
ripetutamente ai generi Genista, Cytisus e
Teline. Qui viene mantenuta lattribuzione al
genere Teline, sebbene il nome pi attuale
sia Genista monspessulana.
Teline linifolia (L.) Webb & Berth., Hist.
Nat. Isles Canaries, 3 (2.2): 41 (1842).
Sin.: Cytisus linifolius (L.) Lam., Fl. Fr.
2: 624 (1779).
Genista linifolia L. Sp. Pl., ed. 2 : 997
(1763).
Regione della prima descrizione: Isole
Canarie.
Distribuzione in Sardegna di Teline monspessulana.

Nomi italiani: Citiso a foglie di lino.


321

Teline linifolia (L.) Webb et Berth. - Ramo con fiori, frutti x0,7 foglie x2; fiore x1,2; legume isolato x1,5; semi
x 1,5; pezzi fiorali x1,5.

Nomi sardi: come Teline monspessulana.


Nomi stranieri: Fr.: Cytise; Sp.: Escobones,
Ginesta; Ted., Leinblttriger Ginster.

Distribuzione in Sardegna di Teline linifolia.

Pianta arbustiva da 0,8 a 1,8 m di altezza, a portamento eretto, molto ramificata in


alto. Rami giovani angolosi e pubescenti.
Foglie trifogliolate sessili con foglioline di
12-20 x 24 mm, pelose nella pagina inferiore e quasi glabre in quella superiore; stipole lineari. Fiori gialli, in racemi apicali
con pedicelli fiorali pubescenti di 2-4 mm;
calice di 5-7 mm, peloso; labbro superiore
con denti ovali-lanceolati, labbro inferiore
pi lungo del superiore e con tre dentini
acuti di cui il centrale pi lungo; brattea
lanceolata alla base del calice. Corolla
gialla, con vessillo glabro di 15-18 mm,
carena ottusa con peli sericei, subeguale al
vessillo. Legume diritto, oblungo di 20-25
mm, densamente peloso. Semi rotondeggianti, caruncolati, bruni. 2n=48.
Tipo biologico. Arbusto lassamente
cespitoso, sempreverde. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in aprile-maggio e
matura i frutti in giugno-luglio.

Teline linifolia in territorio di Magomadas.

323

Areale. diffusa nel Mediterraneo


occidentale, Corsica e nelle isole Canarie.
In Sardegna conosciuta presso Palmadula nel Sassarese e in territorio di Magomadas, ritrovata per la prima volta solo in
tempi recenti.
Ecologia. una specie termofila con
preferenza dei substrati silicei. Vive nei
boschi e nelle macchie rade dalle zone litoranee a quelle collinari.
Notizie selvicolturali. Si riproduce per
seme. Si presta ad essere utilizzata, al pari
di T. monspessulana, come pianta da giardino.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Data la sua rarit non si conoscono
usi tradizionali, ma si presta ugualmente
bene per fare scope grossolane.
ANTHYLLIS L.
Arbusti ed erbe annuali o perenni.
Foglie imparipennate o trifogliolate. Fiori
gialli, bianchi, rossi o porporini solitari o
riuniti in gruppi ascellari o terminali.
Stami 10 con filamenti liberi o saldati.
Legume ovoidale, allungato o ricurvo,
indeiscente o tardivamente deiscente.
Il genere Anthyllis comprende circa 70 specie distribuite nelle zone temperate dellEuropa, dellAsia e dellAfrica settentrionale.
Alcune specie di questo genere sono
utilizzate come piante ornamentali, per
colonizzare pendii scoscesi o come piante
da foraggio.

pubescenti; corteccia rugosa, desquamantesi in strisce longitudinali. Foglie imparipennate con 4-9 paia di foglioline di 10-14 mm,
oblungo-lanceolate, sericeo-argentate per
peli sottili bianchi, ravvicinati. Fiori gialli,
riuniti in capolini e situati allascella delle
foglie; calice rigonfio, sericeo con denti
acuti; corolla con vessillo ovale, ristretto
alla base, carena diritta, ottusa e ali pi
brevi del vessillo. Legume glabro, oblungo,
acuminato con un solo seme. 2n=14.
Tipo biologico. Arbusto o alberello
sempreverde, molto ramificato. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in marzo-aprile e
fruttifica in giugno.
Areale. Lareale di questa specie si
estende dalla Francia meridionale sino alla
Penisola Balcanica, Egeo, Nordafrica,
Libia. In Sardegna conosciuta lungo la
costa settentrionale nella Penisola di Capo
Caccia, presso Alghero, e nellArcipelago
di La Maddalena, allisola di Santa Maria.

Anthyllis barba-jovis L., Sp. Pl., 2:720


(1753)
Provenienza: Habitat in Helvetia.
Nomi italiani: Barba di Giove.
Nomi sardi: non conosciuti.
Nomi stranieri: Fr., Barbe de Jupiter.
Pianta arbustiva o alberello di 1-2,5 m a
portamento eretto. Rami giovani, grigiastri,
324

Distribuzione in Sardegna di Anthyllis barba-jovis.

Anthyllis barba-jovis L. - Ramo con fiori x0,7; fiore, vessillo, calice x2,8.

Macchia con Anthyllis barba-jovis a Capo Caccia.

Ecologia. Specie litoranea, vive sui


dirupi assolati e sassosi, preferibilmente su
substrati di natura calcarea, ma anche sui
graniti, dove tuttavia molto pi rara.
Notizie selvicolturali. Si propaga per
seme. Si presta come pianta da giardino in
ambienti caldi per la sua ricca fioritura
tardo-invernale.
Note etnobotaniche. Non sono conosciute utilizzazioni tradizionali di questa
specie in Sardegna.

Colutea arborescens L., Sp. Pl. 2:723


(1753)
Provenienza: Habitat in Austria, G. Narbonensi, Italia precipue ad Vesuvium.

COLUTEA L.

Nomi italiani: Vescicaria, Maggerena,


Schioppetti, Sena falsa.
Nomi sardi: Sena (Oliena); Erba de bucciaccas, E. de bullacas, Sena tiria, Tiria
agreste, Sena burda.
Nomi stranieri: Ingl., Bladder Senna; Fr.,
Bauguenaudier commun, Faux sene;
Ted., Blasenstrauch; Sp., Espantalobos.

Arbusti con foglie imparipennate, caduche. Fiori in racemi ascellari pauciflori,


gialli o giallo-rossi. Calice campanulato
con cinque denti. Corolla con vessillo suborbicolare. Stami 10 di cui 9 coi filamenti
saldati e 1 libero. Legume vescicoloso,
rigonfio, pendulo. Il genere Colutea comprende 20 specie diffuse dalle regioni temperate o subtropicali dellEuropa sino
allHymalaia.

Arbusto lassamente ramificato, alto fino


a 4 m circa. Rami giovani pubescenti. Corteccia biancastra-cenerina. Foglie composte imparipennate con 7-13 foglioline con
breve picciuolo, ellittiche, di 10-16 x 6-13
mm, pubescenti nella pagina inferiore, glabre superiormente; picciuolo, rachide e
picciuoletto pubescenti, con due stipole
triangolari alla base. Infiorescenza allascella delle foglie con 3-6 fiori peduncola-

326

Colutea arborescens L. Ramo con frutti, frutto aperto con semi, vessillo, ali, carena, fiori interi x 0,75; particolare dellinserzione delle foglie x 1,5; seme x 3.

Colutea arborescens con i caratteristici legumi vescicolosi.

ti; calice pubescente a denti brevi diseguali; corolla gialla di 15-20 mm; vessillo
ampio, eretto-riflesso, smarginato con una
macchia rossiccia; ali pi piccole della
carena. Legume di 3-6 cm, glabro, pedicellato, ampiamente vescicoloso, membranaceo, prima rosso-ramato, poi nel secco
biancastro. Semi reniformi di 3-4 mm,
compressi lateralmente, rossicci. 2n=16.
Tipo biologico. Arbusto di medie
dimensioni o piccolo alberello a foglie
caduche. Nano- o microfanerofita.
Fenologia. Fiorisce nei rami dannata a
maggio-giugno e fruttifica a luglio-agosto,
quando inizia a perdere le foglie. Non sono
rare le fioriture autunnali che portano regolarmente a termine la fruttificazione.
Areale. Colutea arborescens diffusa
lungo le coste del bacino occidentale del
Mediterraneo e nellEuropa meridionale e
centrale. Coltivata nei giardini in tutta
Europa spesso sfuggita alla coltivazione
e cresce ai bordi delle strade, lungo le massicciate ferroviarie, nei luoghi accidentati.
In Sardegna limitata alle aree calcaree
328

Distribuzione in Sardegna di Colutea arborescens.

mesozoiche delle coste centro-orientali.


Ecologia. Pianta eliofila, ma non xerofila, si comporta come calciofila e predilige le macchie aperte, i bordi delle strade, le
scarpate e i luoghi con terreno smosso e
sciolto.
Notizie selvicolturali. I semi possiedono unelevata capacit germinativa. La crescita rapida nei primi anni, ma si arresta
presto e si formano arbusti a ramificazione
lassa. utilizzata talora come pianta ornamentale.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Presenta un tronco di modeste
dimensioni, il cui legno, giallastro e duro,
utilizzato talvolta per piccoli lavori di intarsio. una pianta appetita dal bestiame.
Note etnobotaniche. La corteccia ha la
propriet di tingere la lana. Le foglie seccate e preparate in infuso costituiscono un
efficace purgativo che veniva utilizzato
come succedaneo della vera sena orientale.
Da ci derivano anche i nomi in sardo e in
italiano.
S PECIE INTRODOTTE . Nella famiglia
delle Fabaceae, alle gi citate Gleditschia
triacanthos e Cercis siliquastrum, si
aggiungono numerose specie non autoctone introdotte per scopi diversi. Alcune di
esse sono spontaneizzate, altre pur frequenti non si espandono se non con la coltura. Si ricordano qui le principali. La
ginestra dei carbonai (Sarothamnus scoparius Wimmer = Cytisus scoparius (L.)
Link), arbusto suffruticoso sempreverde
dallabbondante fioritura, stata introdottaa seguito dei rimboschimenti a Funtana
Bona, in territorio di Orgosolo, da dove
tuttavia non si espansa, mentre nel Limbara, su suoli silicei, si diffusa divenendo
un elemento caratteristico delle macchie
basse a erica delle aree culminali. Il maggiociondolo (Laburnum anagyroides
Medicus) si ritrova in vivai forestali, come
a Monte Pisano, e talvolta coltivato nei
giardini, ma non si osservano processi di
spontaneizzazione. Tra le acacie, le pi frequenti, introdotte soprattutto lungo le coste
per rimboschimento o come frangivento a

tutela delle colture, sono Acacia cyanophylla Lindley, A. pycnantha Bentham e


A. retinoides Schlecht, caratterizzate tutte
da foglie (fillodi che derivano dalla trasformazione dei picciuoli) intere, lanceolate
lunghe sino a 15-20 cm, con infiorescenze
costituite da capolini riuniti in lunghi racemi pi o meno fogliosi e con legumi deiscenti provvisti di numerosi semi. La
distinzione tra queste specie non sempre
agevole.
Nonostante la loro grande diffusione e
labbondante produzione di semi, i processi
di spontaneizzazione sono piuttosto limitati e
restano in prossimit degli impianti, anche
per effetto della propagazione per polloni
radicali. Altre specie del genere Acacia abbastanza comuni sono A. dealbata Link, dai
fiori gialli, e A. mearsnii De Wild., con i fiori
bianco-giallastri, entrambe con le foglie
composte provviste di numerosissime foglioline a pettine. La prima coltivata spesso nei
giardini, ma stenta a spontaneizzarsi, mentre
la seconda colonizza ormai numerosi corsi
dacqua, esercitando una fortissima concorrenza alle specie riparie come ontano nero e
oleandro e tendendo a sostituire la vegetazione autoctona. Sporadicamente si riscontra
anche A. karoo Hayne, arbusto dalle robuste
spine bianche, rigide e pungenti, con fiori
ugualmente in infiorescenze sferiche. Viene
utilizzato nella Sardegna meridionale per
costruire siepi vive impenetrabili, ma non
sono rari i casi sfuggiti alla coltura.
La robinia (Robinia pseudo-acacia L.),
albero caducifoglio con abbondante fioritura
in racemi bianchi e foglie composte imparipennate con stipole rossigne trasformate in
spine, conosciuta anche come acacia e gaggia, e fu introdotta per la prima volta dallAmerica settentrionale in Francia nel 1601,
nei giardini del Re Sole. In breve tempo si
diffuse in gran parte dellEuropa, divenendo
del tutto spontanea lungo i corsi dacqua, sui
bordi delle strade e nei boschi freschi mediomontani, comportandosi come una vera e
propria infestante. La rapidit di crescita e il
legno abbastanza pregiato, nonch labbondante fioritura e la sua propriet mellifera, la
329

fanno tuttavia apprezzare abbastanza. In


Sardegna diffusa ai bordi delle strade
anche per consolidare le scarpate e i riporti
di terra, nei centri abitati e nei giardini, mentre sono rari i processi di spontaneizzazione.
Da ricordare al riguardo la diffusione a
seguito di un incendio, a Badde Salighes nel
Marghine, con la formazione di un robinieto
a partire da semi provenienti dalle piante
introdotte alla fine dellOttocento nel parco
della villa. Sono sporadiche la var. umbraculifera DC., con rami appressati e privi di
spine, dalla chioma molto compatta, ed
ancora R. hispida L. dai fiori rossi.
Tra le piante da giardino si ricorda
ancora il glicine (Wisteria sinensis (Sims)
Sweet) rampicante a foglie caduche, vigoroso con abbondante fioritura in grappoli

Fiori e frutti immaturi di Colutea arborescens.

330

violacei, raramente biancastri, contemporanea alla emissione delle foglie. Si presta


a coprire cancellate e costruire ombrari.
Amorpha fruticosa L., originaria dellAmerica settentrionale, un arbusto di 1-2 m,
caducifoglio con racemi spiciformi e legumi
falcati di circa 1 cm; viene utilizzata nelle
scarpate stradali a consolidare i versanti.
Retama monosperma (L.) Boiss., arbusto con rami giunchiformi e lunghe infiorescenze bianche, stata indicata alla fine
del 1700 dal Plazza per il Cagliaritano, ma
non pi confermata (Fiori, Vol.1:
812).Come pianta coltivata, non da
escludere la sua presenza nel passato, e del
resto attualmente frequente negli spazi
verdi di villaggi turistici e giardini. Non
conosciuta tuttavia allo stato spontaneo.

ANGIOSPERMAE EUPHORBIALES
EUPHORBIACEAE
Piante arborescenti, arbustive, suffruticose, grasse, erbacee bienni o annuali spesso provviste di vasi laticiferi. Foglie alterne od opposte, intere o composte. Fiori
unisessuali, sulla stessa pianta (monoiche)
o su piante distinte (dioiche), senza involucro o con brattee basali involucranti simulanti un perianzio. Ghiandole alla base
degli stami e dellovario. Stami da 1 a
molti. Ovario supero con tre logge. Frutto
secco deiscente, capsula. Semi spesso
caruncolati.
La famiglia delle Euphorbiaceae comprende 380 generi e circa 5.000 specie, diffuse nelle regioni temperato-calde dei due
emisferi e con maggiore concentrazione ai
tropici e nella fascia desertica o subdesertica. Resti fossili risalenti al Cretaceo testimoniano lantica origine di questa famiglia.
Molte specie hanno propriet tintoria ed
altre sono utilizzate come piante ornamentali.
Ricinus communis L. e Aleurites moluccana Willd. producono oli drastici e purgativi, usati anche nella produzione di saponi, colori, vernici. I semi di Croton, Jatropha e Mercurialis hanno azione purgativa.
Interesse economico presenta il genere
Manihot con specie che producono latice,
dal quale si ottiene una gomma di ottima
qualit, e un amido detto manioca o tapioca, usato a scopo alimentare. Lapporto pi
notevole per lindustria da parte di Hevea
brasiliensis originaria dellAmerica tropicale, oggi coltivata in molte regioni asiatiche per la produzione della gomma.
EUPHORBIA L.
Piante arbustive, suffruticose, grasse,
erbacee bienni ed annue con rami eretti o
striscianti, latiginose. Foglie opposte o
alterne. Fiori unisessuali riuniti in infiore-

scenza a coppa, detta ciazio, formata dallunione di brattee e sormontata da ghiandole di forma e colore-vario. Entro linfiorescenza sono situati molti fiori maschili,
che circondano un solo fiore femminile. I
maschili sono ridotti ad un solo stame
peduncolato e bratteato e i femminili al
solo ovario, tricarpellare. Infiorescenze a
loro volta disposte ad ombrella. Frutto
secco costituito da una capsula a tre cocche. Semi con caruncola.
Il genere Euphorbia comprende circa
2.000 specie diffuse in tutte le regioni temperate e calde e costituisce uno dei generi
del mondo vegetale pi vari in assoluto. Vi
appartengono specie che formano singolari
aspetti di macchia e forestali e piante di
grande interesse ornamentale come
Euphorbia pulcherrima L. (poinsettia o
stella di Natale) ed E. canariensis L.
(euforbia candelabro) che ben si adattano
nelle aree costiere calde del Mediterraneo.
I semi e il latice della catapuzia (E. lathyris L.) contengono unelevata quantit di
oli, che si prestano ad essere utilizzati
come combustibile.
Euphorbia in greco significherebbe
pianta con succo latiginoso utile in medicina. Secondo Plinio deriverebbe da
Euforbio, nome di un celebre medico della
Mauritania, scopritore dei principi tossici
delle piante di questo genere.
Euphorbia dendroides L., Sp. Pl. 1: 462
(1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Italia, Creta, Insulis Staechadum.
Nomi italiani: Euforbia arborea.
Nomi sardi: Estrumbu (Alghero); Isculacacca (Oniferi); Latturigu (Berchidda); Lua
(Burcei); Lua de Monti (Fluminimaggiore); Rama (Alghero); Sculacacca (Orgosolo); Titimbaru (Loiri); Thithimbalu
(Dorgali, Siniscola, Lod); Tutturchi
(Lollove), Lua de Monte, Luba de Monte,
Runza de Monte, Zombaru.
331

Nomi stranieri: Fr., Euphorbe en arbre;


Sp., Lletrera; Ted., Baumwolfsmilch.
Arbusto molto ramificato, caducifoglio,
sorpassante spesso 3 m di altezza. Rami
rigidi, glabri, rossastri, tipicamente dicotomi e privo di foglie nella parte inferiore.
Foglie intere, alterne, oblungo-lanceolate,
ottuse, mucronulate. Foglie dellinvolucro
fiorale simili a quelle caulinari. Infiorescenza ad ombrella con 5-8 raggi bifidi.
Brattee libere, romboidali. Ciazio glabro
con ghiandole gialle, ovali, irregolarmente
lobate. Cassula 5-6 mm, con cocche arrotondate-compresse, glabre, lisce. Semi
ovoidali, lisci, compressi lateralmente,
caruncolati, bruno-scuri. 2n=18.
Tipo biologico. Arbusto molto ramificato a sviluppo invernale-primaverile, con
apice vegetativo prive di protezione, caratteristica, questa, di pochissimi casi dellarea mediterranea. Nanofanerofita.
Fenologia. La ripresa vegetativa avviene alla fine di agosto in corrispondenza dellaumento della umidit atmosferica. Fiorisce in dicembre-marzo e fruttifica in aprilemaggio, perdendo le foglie contemporaneamente o subito dopo la disseminazione.
Areale. Larea di distribuzione comprende tutta la regione steno-mediterranea.
In Sardegna occupa gran parte della fascia
costiera.
Ecologia. Leuforbia arborea una specie fortemente eliofila e termofila e vive
prevalentemente nelle zone litoranee, dove
ricopre soprattutto pendii rocciosi o declivi accidentati. Cresce su qualsiasi substrato pedologico e preferisce gli ambienti rocciosi, pi aridi e assolati. Nelle zone percorse da incendio le piante vengono totalmente distrutte, ma subito dopo si sviluppano numerose piante da seme. In Sardegna si associa a specie tipiche della macchia mediterranea costituendone aspetti
particolari, anche nelle aree interne,
soprattutto calcaree, dove pu salire sino
ad oltre 700 m di quota, come avviene nel
Montalbo, sui calcari centro-orientali e sul
Marganai nellIglesiente. Fa parte di
332

Distribuzione in Sardegna di Euphorbia dendroides.

numerose associazioni della macchia


termo-xerofila e caratterizza la tipica OleoEuphorbietum dendroidis, lEuphorbio
dendroidis-Anagyretum foetidae e subassociazioni quali Helichryso saxatiliCephalarietum mediterraneae euphorbietosum dendroidis.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il fusto, che raramente supera i 10
cm di diametro, latiginoso e seccando
marcisce in poco tempo; anche per questo
non trova nessuna utilizzazione pratica.
Note etnobotaniche. Il latice fortemente irritante della pelle e veniva usato
come purgativo e soprattutto nella pesca di
frodo, per avvelenare i corsi dacqua. Nonostante la tossicit del latice, le capre al
pascolo brado, talvolta, brucano i rami giovani, apparentemente senza subire alcun
danno. Il nome sardo Thithimbalu con le
relative varianti fonetiche deriva dal greco
Thithimalon.

Euphorbia dendroides L. - Ramo con fiori x0,3; ciato x3,6; cassula x3; seme x6; peli infrastaminali e stame molto
ingranditi.

Tipica infiorescenza a ciazio di Euphorbia dendroides.

Macchia a Euphorbia dendroides e Pistacia lentiscus nella tarda primavera nellisola dellAsinara.

Note sistematiche, tassonomiche e


variabilit. Leuforbia arborea presenta,
per lo pi, forme cespugliose emisferiche,
334

ma sempre con struttura monocormica,


formando grossi pulvini o caratteristici
alberelli.

ANGIOSPERMAE SAPINDALES

Pistacia lentiscus L., Sp. Pl. : 1026 (1753)

ANACARDIACEAE

Regione della prima descrizione: Habitat


in Lusitania, Hispania, Italia.

Alberi, arbusti o liane provviste di canali


resiniferi. Foglie alterne resinifere pennatocomposte o semplici. Fiori piccoli, bisessuali
o unisessuali con perianzio di cinque sepali
saldati e cinque petali liberi; disco carnoso fra
gli stami e il pistillo. Stami 5 o 10, ovario
supero. Frutto: drupa. La famiglia delle Anacardiaceae comprende 79 generi e circa 600
specie distribuite nelle regioni tropicali, subtropicali o temperate dei due emisferi. Presenta interesse economico soprattutto per le resine. Da alcune specie si estraggono tannini per
lindustria del cuoio, materie base per le lacche, mastice, trementina e vernici nere. Molte
specie producono importanti frutti quali
pistacchio, mango e anacardio (noce di acajou), pianta originaria del Brasile, oggi coltivato in gran parte dei paesi tropicali.
PISTACIA L.
Alberi o arbusti con rami rossastri e con
foglie composte, pennate, trifogliolate o
semplici. Fiori bisessuali o unisessuali su
piante diverse. Infiorescenze a grappolo.
Involucro fiorale ridotto, poco appariscente. Frutto: drupa. Il genere Pistacia comprende 9 specie diffuse nelle regioni mediterranee, asiatiche e nellAmerica centrale.
Molte specie producono resine utilizzate
per le vernici e per i mastici. Pistacia terebinthus L. fornisce una resina base per la
trementina e Pistacia vera L., innestata di
norma sul terebinto, produce il pistacchio,
noto seme commestibile utilizzato sia
come frutto secco, sia per la preparazione
di dolci e gelati.
Foglie paripennate; infiorescenze a racemo, situate allascella delle foglie dellanno precedente...................P. lentiscus
Foglie imparipennate; infiorescenze in
pannocchia, situate nella parte terminale
dei rami...........................P. terebinthus

Nomi italiani: Lentisco, Dentisco, Sondro.


Nomi sardi: Estrngol (Alghero); Chesa o
Quessa (Alghero); Chessa (Bolotana,
Bitti, Cuglieri, Orani, Ozieri, Padria, Sassari, Gallura, Logudoro); Cose neigre
(Carloforte); Essa (Oliena, Olzai, Orgosolo); Moddizzi (Laconi, Fluminimaggiore, Campidano in genere); Modici (SantAntioco); Ollestincu (Urzulei). I termini Lentiscu, Lestinchine, Ollestincu indicano pi propriamente il frutto.
Nomi stranieri: Ingl., Lentisk; Fr., Lentisque, Arbre au mastic; Ted., Mastixstrauch; Sp., Lentisco, Mata.
Arbusto o alberello alto sino a 8-9 m,
ramosissimo, con rami contorti e corteccia
cenerina o rossastro-bruna. Rami giovani
pelosetti. Foglie alterne, paripennate, lunghe 3-8 cm, con rachide strettamente alata
e con 3-8 paia di foglioline di 8-10 x 7-30
mm, ovate od ovato-lanceolate, sessili,
coriacee, consistenti, mucronate allapice
della rachide, con margine intero ispessito.
Infiorescenze in racemi nascenti alla base
delle foglie sui rami dellanno precedente.
Fiori unisessuali su piante diverse (dioiche). Calice breve a 5 sepali denticolati e
corolla nulla. Fiori maschili con 5 antere
rosso-porporine sub-sessili; femminili in
amenti pi lassi con 3 stili persistenti nel
frutto. Drupa ovoidea o sub-globosa di 5-7
mm, rosso-porporina o rosso-scura, bianca
o, per lo pi, nera a maturit, con un solo
seme. 2n=24.
Tipo biologico. Albero, o pi comunemente arbusto cespuglioso, sempreverde
con foglie sclerofilliche, tendente a costituire grossi pulvini. Microfanerofita.
Fenologia. Fiorisce a marzo-aprile e i
frutti completano la maturazione nel periodo invernale.
Areale. Il lentisco presente lungo tutte
le aree costiere del Mediterraneo, nel Por335

togallo e nelle Canarie. In Sardegna occupa gran parte della superficie anche nelle
zone basse interne.
Ecologia. Specie eliofila, termofila e
xerofila, vegeta soprattutto lungo le zone
costiere su qualsiasi tipo di substrato geopedologico. In Sardegna comune fino a
400-500 m di altitudine, ma spesso vive
anche a 700 m e, in alcune aree calcaree
del Sarcidano e dei calcari costieri, sinanche a 800 m di quota. Il lentisco resiste
bene ai venti pi forti e, in prossimit del
mare, assume spesso un caratteristico portamento pettinato, sviluppando il fusto
con lentissima crescita e aderente al terreno. Il lentisco caratterizza lOleo-Lentiscetum, che il tipo di macchia di sclerofille
sempreverdi pi frequente nella fascia
costiera, e altre associazioni forestali termofile costiere (Clematido cirrhosaePistacietum lentisci, Myrto-Lentiscetum,
Pistacio-Quercetum ilicis).
Grandi alberi. In condizioni di piena
naturalit, il lentisco un albero che pu
raggiungere dimensioni ed et considerevoli. Lesemplare di maggiori dimensioni oggi
esistente si trova a Li Espi, presso la chiesetta campestre di San Baltolu di Luras (dove
presente anche un grande oleastro); esso raggiunge 9 m di altezza e ben 470 cm di circonferenza. Nei calcari dei Supramonti centro-orientali, in prossimit della costa e in
luoghi poco accessibili, si trovano sporadici
grandi alberi, spesso residui delle antiche
formazioni forestali a macchia-foresta, come
a Orguduri (7 m di altezza e 230 cm di circonferenza) in territorio di Baunei. Un lentisco di grandi dimensioni, circa 1,2 m di diametro con tronco adagiato al terreno, stato
recentemente tagliato nella dolina di Tiscali
durante i lavori per la realizzazione di un
sentiero attorno ai resti archeologici dellantico villaggio. Altri alberi notevoli si ritrovano ancora a Samugheo, poco lontano dallabitato verso il castello della Medusa, ad
Antas, presso il tempio punico-romano di
Fluminimaggiore, a San Leone di Capoterra,
a Erula in Anglona, a Siniscola in Baronia,
nella Giara e ovunque vi siano luoghi di dif336

ficile accesso con residui ancestrali delle


formazioni di sclerofille sempreverdi.
Notizie selvicolturali. Si diffonde per
seme, ma anche per polloni radicali. Oltre
alla forma prevalentemente arbustiva assume spesso un portamento arboreo di
dimensioni apprezzabili con chioma rotondeggiante e fusto generalmente contorto.
Nel sottobosco i polloni sono eretti, esili,
ma ben sviluppati in altezza. Il lentisco
potrebbe avere un ruolo molto importante
nella ricostituzione del manto vegetale sia
per le sue alte capacit pedogenetiche
dovute al forte contenuto in basi delle sue
foglie, che facilitano lumificazione del
terreno, sia per la sua adattabilit a tutti i
tipi di substrato. La terra sotto i cespi di
lentisco particolarmente vantaggiosa nel
giardinaggio. Il lentisco nel periodo estivo
limitato nello sviluppo dalla carenza idrica, ma se opportunamente irrigato cresce
vigoroso per gran parte dellanno. Si presta
bene a costituire siepi, sebbene per questo
scopo sia raramente utilizzato. resistente
al fuoco per la sua notevole capacit pollonante, ed rifiutato dal bestiame, tranne
che per i frutti, ricercati anche dagli uccelli, per il loro contenuto in grassi. Si presta
ad essere modellato per siepi e bordure di
giardino e a ricoprire scarpate e tagli stradali nelle zone di bassa quota o di collina.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno, di un bel colore bianco, o
bianco-giallognolo nellalburno e rossastro
al centro, di facile lavorazione. In ebanisteria poco apprezzato per le sue modeste
dimensioni e la facilit con cui marcisce. I
rami giovani sono resistenti e flessibili. un
ottimo combustibile che brucia con una
fiamma vivace, di elevato potere calorico,
ma non duratura, a causa della presenza di
sostanze oleose e resinose che ne accelerano
il consumo.
Note etnobotaniche. Il lentisco una
specie tipica del bacino mediterraneo, conosciuta ed apprezzata da tutti i popoli. Fin dallantichit con il suo legno si approntavano
stuzzicadenti. In Oriente, soprattutto nellisola di Chio, dal lentisco e dal terebinto, gli

Pistacia lentiscus L. - Ramo con frutti x0,62; fiore maschile x3; antera x3; infiorescenza maschile x0,6; rametto con
foglia e frutti immaturi x1,3; fiore femminile x3; frutti maturi x1,2.

Frutti di Pistacia lentiscus.

abitanti ottenevano una particolare resina (o


mastice), utilizzata dalle donne come dentifricio per rinforzare le gengive e conservare i denti bianchi. probabile che il suo epiteto specifico lentiscus derivi da dentiscus, sotto il cui nome in alcune zone
conosciuto, per il suo uso in dentiscalpia.
Secondo Moris anche in Ogliastra i contadini ricavavano il mastice dalle incisioni sui
rami per dare ristoro alle parti doloranti del
corpo. In tutto il Mediterraneo e in tutta la
Sardegna, sin dal periodo nuragico, come
sembrano attestare i reperti archeologici a
Barumini, e sino a pochi decenni or sono,
dalla ebollizione e spremitura delle drupe si
otteneva un olio per le lampade, ma utilizzato anche nellalimentazione umana. La lavorazione dellolio dava origine anche a forme
di economia di una certa importanza. Atzei
(o.c.) riporta che in alcune zone la raccolta
dei frutti avveniva in periodi precisi ed era
regolamentata da ordinanze prefettizie, proprio per limportanza che rivestiva soprattutto tra i meno abbienti. La ditta inglese
338

Macintosh ottenne nei primi decenni dellOttocento una concessione per lo sfruttamento dellolio di lentisco (la stessa ditta
raccoglieva il lichene roccella usato per la
colorazione in rosso dei tessuti) e ad Olbia si
install un mulino per la lavorazione dei
frutti.
Per uso alimentare, i frutti venivano
bolliti con malva e altre erbe e con pane
carasau, e al momento in cui diveniva
giallo-dorato, segnalava che era pronto per
essere usato come condimento. Lolio di
lentisco era utilizzato al posto dellolio
doliva o del grasso animale.
I giovani rami, tenaci e flessibili, trovavano impiego per lavori dintreccio, mentre le
foglie, ricche di tannini, si prestavano per la
concia delle pelli. Nella medicina popolare
sono numerosi i riscontri, in diversi paesi,
dellinfuso come antiodontalgico, ci che
richiama lantichissima usanza pan-mediterranea, ma anche come astringente, e la polvere delle foglie come antisettico, emostatico, nelle ustioni e contro la sudorazione dei

Albero monumentale di Pistacia lentiscus in localit Li Espi in territorio di Luras.

339

Infiorescenze maschili di Pistacia lentiscus.

Macchia a Pistacia lentiscus, Phillyrea angustifolia e Juniperus phoenicea.

340

riferimento al numero delle foglioline, che


variano da 1 a 7-8 coppie, alla consistenza
del mesofillo, al colore fogliare, da verde
intenso a verde-rossastro, al frutto maturo
dal colore rosso, nero o bianco, e al periodo
di fioritura. Nellambito di una stessa popolazione sono presenti individui ascrivibili
alle diverse variet e, pertanto, sono riconducibili allinterno della naturale variabilit
della specie. Si tratta, in generale, di forme
individuali e solamente tramite una selezione colturale e propagazione per via vegetativa come cultivar sarebbe possibile mantenere nel tempo la costanza dei caratteri considerati utili.
Pistacia terebinthus L., Sp. Pl.: 1025
(1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Europa australi, Africa boreali,
India.
Distribuzione in Sardegna di Pistacia lentiscus.

piedi. Olio e decotto di foglie e rametti teneri trovavano uso anche nella pratica veterinaria per le affezioni della pelle e le ferite
degli animali domestici. Non mancavano
infine gli usi a scopo propiziatorio e contro
il malocchio, e nelle pratiche religiose lolio
per le unzioni. Dai frutti maturi si ricava, a
La Maddalena, un delicato liquore.
Per la sua chioma compatta e la possibilit di costituire macchie estese utilizzato
per il riposo (miriacciu/meriacru) degli
ovini nella canicola estiva.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il lentisco, a dispetto della sua
immediata riconoscibilit dal portamento
complessivo, presenta una grande variabilit
a livello fogliare e, secondariamente, dei
frutti. Di esso sono state descritte numerose
variet o forme. Le entit ben riconoscibili
anche in Sardegna, oltre alla forma tipica,
possono essere ascritte alle var. angustifolia
DC. (= massiliensis (Miller) Fiori) e latifolia
Cosson. Grande variabilit esiste anche in

Nomi italiani: Terebinto, Scornabecco.


Nomi sardi: Accodro (Baunei); Codora,
Codoro (Urzullei); Chessa e monte
(Dorgali); Chessa ruja (Lula);Essa e
monte (Oliena); Essa vera (Orgosolo);
Moddizzi era (Fluminimaggiore); Sopri (Ogliastra); Chessa bera (Nuorese);
Moddizzi de monte.
Nomi stranieri: Ingl., Terebinth; Fr., Trbinthe; Ted., Terebinthenstrauch, Terpentin-Pistazie; Sp., Cornicabre, Terebinto, Carrofer bord.
Arbusto o albero alto sino a 16-18 m, con
rami giovani rossastri. Foglie composte,
imparipennate con 3-9 foglioline di 3-7 x
1,5-5 cm, ovato-acuminate, arrotondate,
coriacee, sessili, glabre con margine interissimo, spesso provviste di galle rotonde, marginato-increspate o a forma di corna, gialle o
rossastre a maturit; nervatura mediana evidente e nervature laterali parallele e pi sottili. Infiorescenze sulla parte terminale dei
rami dellanno precedente. Fiori unisessuali
su piante diverse (dioiche) in infiorescenza a
341

Pistacia terebinthus L. - Ramo con frutti, foglie con galle x0,6; fiore maschile e femminile x3.

Galle fogliari di Pistacia terebinthus.

pannocchia; i maschili verdicci con antere


gialle o rossastre; i femminili in pannocchia
molto appariscente, lassa con ramificazioni
ad angolo retto. Drupe di 5-8 mm, peduncolate, globose, ellissoidali, lisce, rugose nel
secco, apicolate, con un solo seme.
Tipo biologico. Arbusto o albero caducifoglio lassamente ramificato. Microfanerofita.
Fenologia. Fiorisce ad aprile-maggio,
in relazione allaltitudine, e matura i frutti
ad agosto-settembre, periodo in cui inizia a
perdere anche le foglie.
Areale. Il terebinto diffuso lungo le
coste mediterranee. NellItalia settentrionale vegeta in continuit dal Carso triestino sino al lago di Garda e quindi verso
Trento e Bolzano. In Sardegna limitato
alle zone calcaree da Dorgali a Santa Maria
Navarrese, sui Monti di Oliena, anche nel
fondovalle, sui calcari dellOgliastra, dove
molto frequente, nel Sarcidano e area del
Marganai, nellIglesiente.
Ecologia. Specie eliofila e termofila
predilige i luoghi assolati calcarei, lungo le

Distribuzione in Sardegna di Pistacia terebinthus.

343

Frutti di Pistacia terebinthus.

zone costiere e vive fino a 800-900 m di


altitudine. Entra a far parte della lecceta
termofila e delle macchie di sclerofille
sempreverdi.
Grandi alberi. Il terebinto, seppure di
norma abbia un portamento arbustivo, pu
raggiungere dimensioni considerevoli sia in
altezza (15-16 m), sia in diametro (70-80 cm).
Gli esemplari pi grandi si trovano nella dolina di Tiscali e, nel Supramonte, a Bacu Goloritz, presso Baunei e sui calcari in genere.
Degno di particolare nota un esemplare presente lungo il sentiero da Genna Silana a Gorropu alla base della falesia calcarea.
Notizie selvicolturali. Il terebinto vegeta
per lo pi isolato e non costituisce consorzi
puri di una certa consistenza. Si trova lungo
le siepi ed ai bordi delle strade. Si riproduce
per seme. Laccrescimento piuttosto lento
e possiede una buona capacit pollonifera.
usato come porta-innesto del pistacchio. Per
il colore rosso-porpora delle infiorescenze
maschili nel periodo primaverile e i numerosi grappoli rossastri delle piante femminili in
estate e autunno, merita una maggior diffusione come pianta ornamentale nei parchi e
nei giardini.
Caratteristiche ed utilizzazione del
legno. Il legno simile a quello del lentisco, compatto, semiduro e assume col
344

tempo un colore rossastro, marron-scuro.


Si presta per piccoli lavori di tornitura,
scultura ed ebanisteria. un buon combustibile.
Note etnobotaniche. Il terebinto era utilizzato per lavori dintarsio gi dai Romani.
Dalla sua corteccia in Algeria, ma anche in
Sardegna, si estraeva una resina simile in
tutto al mastice di Chio. Le galle rotondeggianti o allungate prodotte sulle foglie o sui
rami giovani dalla puntura di un afide (Aphis
pistaciae L.) che vi deposita le uova erano
pregiate per la colorazione in rosso dei tessuti. Tuttavia quanto riportato in Atzei (fide
Barbieri, 1981) per Nule appare inverosimile, in quanto la pianta del tutto assente
nella zona e poich il colore rosso era ottenuto dai fusti sotterranei e dalle bacche della
robbia selvatica (Rubia peregrina L.). Raccolte prima della maturazione, le bacche
venivano utilizzate per combattere lasma o
masticate come rinfrescante della cavit
orale.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il terebinto mostra grande
variabilit soprattutto nelle foglie che talora sono semplici, costituite solamente dalla
fogliolina terminale per aborto di quelle
laterali, sembra anche in rapporto allet
della pianta.

Pistacia terebinthus.

Pistacia Xsaportae Burnat, Fl. Alp.


Marit., 2 : 54 (1896)
Pistacia Xsaportae librido, molto raro,
tra Pistacia lentiscus e P. terebinthus. un
arbusto sempreverde come il lentisco, ma
presenta foglie imparipennate come il terebinto e rachide fogliare alata. Le foglioline
sono irregolari di forma e dimensione molto
variabile, pi simili a quelle del terebinto. I
frutti, quando presenti, sono piccoli, di 3-4
mm, ovoidei o globulosi. In Sardegna conosciuto sporadico nelle zone calcaree di Oliena
e Dorgali dove prende il nome di Chessa
vera, a significare la sua rarit, piuttosto che
la sua identificazione come vero lentisco.

SPECIE INTRODOTTE. Il falso pepe (Schinus


mollis L.) una pianta originaria dellAmerica
Latina largamente utilizzata nei viali e nei parchi urbani, soprattutto a Cagliari. un albero
con i rami penduli, foglie composte molto esili
e infiorescenze ricche di fiori minuti, bianchi,
che danno origine a numerose bacche rosse a
maturit. Del pistacchio (Pistacia vera L.), che
si propaga per via vegetativa innestato su piante di terebinto, si hanno vaghe notizie di coltivazione nella Sardegna meridionale, ma oggi
non si conoscono colture di questo gustoso
seme. Da qualche tempo stato introdotto nei
giardini Schinus terebinthifolia Raddi, pianta
originaria del Brasile simile al terebinto, ma
sempreverde a fogliame molto compatto.
345

ANGIOSPERMAE SAPINDALES
ACERACEAE
Alberi o arbusti, caducifogli o sempreverdi. Foglie opposte, semplici o composte, intere, dentate, lobate o palmato-lobate. Fiori bisessuali o unisessuali. Calice
diviso in 5 lobi. Corolla ridotta o poco differenziata dal calice. Ovario con due carpelli. Frutto: disamara, con ampie espansioni alari.
La famiglia delle Aceraceae comprende
due generi: Dipteronia con due sole specie,
e Acer con circa 150 specie diffuse in tutte
le regioni dellEmisfero settentrionale, con
clima temperato o fresco, ma soprattutto in
Cina, dove esiste il maggior numero di
specie.
Resti fossili di Aceraceae sono stati trovati in depositi del Cretaeco e del Miocene.
Larcaicit delle Aceraceae evidente,
anche nelle specie attuali, nella struttura
anatomica del fusto.
ACER L.
Piante arboree, raramente arbustive.
Rami opposti e gemme appaiate. Foglie
palmato-lobate, intere o composte. Fiori
bisessuali o unisessuali sulla stessa pianta
o su piante distinte. Infiorescenze a racemi
penduli, a grappoli eretti o in pannocchie.
Frutto con due semi provvisti di una espansione alare (disamara).
Il genere Acer comprende circa 150
specie diffuse in tutto il mondo. Gli aceri
presentano un notevole interesse economico per il legno, in genere di facile lucidatura, utilizzato in ebanisteria e nelle costruzioni navali. Da alcune specie si ricava un
succo zuccherino, molto apprezzato in
alcuni paesi.
Gli aceri, per la variet della forma
delle foglie e per la loro variabilit cromatica durante le stagioni, per le infiorescenze, spesso colorate intensamente, e per ladattabilit ai diversi ambienti sono piante
346

particolarmente adatte per parchi e alberature stradali.


Acer deriverebbe dal latino acer =
duro, tenace, per indicare la durezza del
legno, carattere proprio anche dellacero
minore.
Acer monspessulanum L., Sp. Pl. : 1056
(1753)
Regione della prima descrizione:
Nomi italiani: Acero minore, Acero trilobo,
Acero di Monpellier.
Nomi sardi: Ara (Anela, Bolotana, Bono,
Pattada); Costighe (Sorgono); Murta
lavrina (Orani); Osti (Oliena, Orgosolo); Ostiche (Fonni); Costiu (Urzulei);
Costi, Costike, Oladighe.
Nomi stranieri: Ingl., Montpellier Maple;
Fr., Erable de Montpellier; Ted., Franzsischer Ahorn, Dreilappiger Ahorn;
Sp., Arce, Acere, Sacere.
Albero di medie dimensioni alto sino a
6-18 m, con rami eretti o eretto-patenti.
Corteccia grigio-cenerina. Rami glabri con
ramuli laterali opposti. Foglie opposte a tre
lobi sub-eguali, il centrale generalmente
pi ampio, a margine intero o leggermente
lobato; picciuolo cilindrico brevemente
espanso alla base. Infiorescenza in fascetti
penduli di 5-15 fiori giallastri, con peduncoli provvisti di scarsi peli brevi; calice
con (2) 4-5 sepali ovali a margine ottuso
intero, di 5-7 mm; petali generalmente 4-5,
spatolati, ristretti alla base, sub-eguali ai
sepali, talora ridotti di numero e dimensioni o del tutto assenti; stami 6-10 superanti
abbondantemente il calice; stili pubescenti.
Frutto: disamara di 20-30 mm con ali
divergenti. 2n=26.
Tipo biologico. Albero eliofilo a chioma globosa, caducifoglio. Mesofanerofita.
Fenologia. La fioritura precede di poco
o inizia contemporaneamente alla fogliazione, ed abbondantissima ad aprilemaggio. Le piante in questo periodo assu-

Acer monspessulanum nel periodo autunnale.

347

mono un predominante colore giallo-chiaro molto gradevole alla vista. I frutti compaiono 15-20 giorni dopo la fioritura e perdurano sino a novembre inoltrato; in annate particolari i semi risultano in gran parte
sterili.
Areale. Lacero minore diffuso nellEuropa meridionale, Africa del Nord ed
Asia Minore. In Sardegna si presenta come
una specie tipicamente montana, con rare
eccezioni presso Cheremule, nel Meilogu,
e qualche esemplare si trova in prossimit
del mare a Tavolara nel versante settentrionale, ma da considerare, in questo caso,
come un apporto occasionale dalla sovrastante montagna calcarea.
Ecologia. una specie indifferente al
substrato pedologico che vegeta nei luoghi
soleggiati anche sterili. In Sardegna presenta unampia possibilit di adattamento
perch vive sia in zone molto aride di bassa
quota come nellIsola di Tavolara, nel
bosco di leccio di Cheremule nel Meilogu,
sui monti calcarei del Marganai, del complesso del Monte Arcosu-Lattias, del
Monte Linas nel Sulcis-lglesiente, sia in
altre aree molto fresche e piovose come
quelle della catena del Marghine, dove
trova il suo optimum, e nei monti del Gennargentu. presente sporadico sulle montagne calcaree, mentre sugli andosuoli del
Marghine costituisce boschi come specie
dominante, in concorrenza con il leccio e
con la roverella. Fa parte come specie
caratteristica dellAceri-Quercetum ilicis,
descritta come associazione endemica dei
calcari montani dei Supramonti della Sardegna centro-orientale.
Grandi alberi. Lacero minore ha un
accrescimento molto lento, sia nella fase
giovanile e ancor pi a maturit, tuttavia
non mancano grandi alberi, tra i quali quello presso il parco di Badde Salighes (circa
20 m daltezza e 3 m di circonferenza) e
quelli censiti da Vannelli a Monte Perdedu
di Seulo (12 m di altezza e 395 cm di circonferenza) e a Cuile sa Pruna, nei pressi
di Arzana (13 m di altezza e 415 cm di circonferenza).
348

Notizie selvicolturali. Lacero minore,


in selvicoltura, viene usato per coprire
scarpate, luoghi aridi e sassosi. Tuttavia
trova scarsa utilizzazione per le modeste
dimensioni e la lentezza di accrescimento.
In alcune zone coltivato come albero di
sostegno per le viti. La facilit riproduttiva, la sua adattabilit ai vari ambienti, le
diverse tonalit di colore nelle varie stagioni, soprattutto il colore rosso intenso del
periodo autunnale ne fanno una splendida
pianta da giardino, con il pregio anche
della rusticit e del richiedere quindi poche
cure.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno, duro, compatto, pesante
con colorazione rossastra utilizzato in
lavori di ebanisteria. Tuttavia la lentezza
della crescita e le modeste dimensioni ne
limitano le possibilit duso. Il termine
Linnu malu, come chiamato a Lula, sta ad
indicare la durezza del legno del tronco e
la difficolt di lavorazione anche perch,
nelle piante di grandi dimensioni, si assiste
alla torsione del tronco e quindi allirregolarit dellandamento delle fibre. Tuttavia,
per la sua durezza e durata, il legno era utilizzato in parti del carro tradizionale e per
utensili dellaia.
Note etnobotaniche. Le frasche erano
date agli animali nella stagione secca. Linfuso delle foglie era usato contro il mal di
denti.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Le popolazioni della Sardegna
dellacero minore sono da ascrivere alla
ssp. autonimica monspessulanum e presentano ununitariet morfologica piuttosto
marcata. Non si hanno variazioni sostanziali nemmeno in rapporto allambiente
collinare o montano. Una minore dimensione delle foglie si osserva presso la costa
nellIsola di Tavolara in esemplari che
vegetano alla base delle falesie calcaree.
Specie esotiche. Acer campestre L.,
presente in tutte le regioni dItalia, con
foglie lunghe sino a 10 cm e samare aperte
a 180, considerato come nativo per la
Sardegna nella var. hebecarpum DC., sia

Acer monspessulanum L. - Ramo con gemme, ramo con frutti, ramo con fiori, foglie x0,66; gemme x2,66; fiori x1,3;
fiore aperto, fiore chiuso x2,66; base del picciuolo della foglia x1,3.

Infiorescenze di Acer monspessulanum.

da Fiori, che da Pignatti. Tuttavia, allo


stato attuale, non si conoscono stazioni
naturali che ne possano attestare questo
stato, mentre abbastanza frequente come
pianta introdotta nei rimboschimenti o nei
parchi o nei viali. Unaltra specie introdotta nei rimboschimenti e frequente nei parchi e giardini il Sicomoro o Acero di
Monte (Acer pseudo-platanus L.), dalle
grandi foglie pentalobate acute e con le
samare aperte ad angolo ottuso. Lacero
americano (Acer negundo L.) con le foglie
composte imparipennate e i rami giovani
glauco-verdognoli, una specie rustica
adattabile in varie situazioni ambientali ed
comune nei parchi e nei giardini.

Distribuzione in Sardegna di Acer monspessulanum.

350

ANGIOSPERMAE CELASTRALES

Ilex aquifolium L., Sp. Pl. : 125 (1753)

AQUIFOLIACEAE

Regione della prima descrizione: Habitat


in Europa australiori, Japonia, Virginia.

Alberi o arbusti con foglie alterne,


senza spine o spinulose. Fiori bisessuali o
unisessuali su piante diverse, regolari, piccoli, bianchi, verdognoli o rosati, solitari o
riuniti in gruppetti. Ovario supero. Frutto:
bacca o drupa.
La famiglia delle Aquifoliaceae comprende tre generi, il monospecifico Nemopanthus, il genere Phelline con 10 specie e
Ilex con circa 440 specie, diffuse nelle
regioni temperate e subtropicali di tutto il
mondo. Sono numerose le piante di grande
interesse forestale, per il tipo di legname, e
ornamentale per il fogliame e i frutti. una
famiglia di origine molto antica e resti fossili di llex aquifolium L. sono stati ritrovati in giacimenti del Terziario.
ILEX L.
Piante arboree o arbustive con foglie
persistenti e talvolta caduche, intere o spinescenti, di colore verde brillante. Fiori
unisessuali, maschili e femminili su piante
diverse o anche bisessuali, riuniti in cime.
Calice e corolla biancastri. Frutto: drupa.
Le specie del genere Ilex sono distribuite
nelle regioni temperate e tropicali dellAmerica e dellAsia. Nelle regioni europee presente la sola specie llex aquifolium L., diffusa nelle zone montane e submontane.
La maggior parte delle specie sono utilizzate nei parchi e nei giardini come piante ornamentali per la fioritura primaverile
ricca di corolle bianche o rosate, per labbondanza dei frutti invernali di colore
rosso-corallo, che contrastano con la
lucentezza delle foglie e per la possibilit
di essere allevate ad albero, a denso cespuglio o modellate a siepe.
Dalle foglie di Ilex paraguariensis A.
St. Hil., specie del Sudamerica, si ricava il
mat, un infuso che ha unazione eccitante
sul sistema nervoso.

Nomi italiani: Agrifoglio.


Nomi sardi: Alasiu (Aritzo, Belv, Desulo);
Arangiu aresti (Fluminimaggiore);
Balatli (Urzulei); Caracutu (Tempio);
Costiu (Orani); Colostiu (Bitti, Orosei);
Colostri (Nuoro); Lau spinosu (Laconi);
Olasi (Meana); Olosti (Orgosolo, Oliena); Olostie (Olzai); Olostighe (Tonara); Olostiu (Bono, Pattada); Olostri
(Fonni); Olostriu (Anela); Olostrighe
(Santu Lussurgiu); Olostru (Bolotana,
Bonorva, Borore, Giave, Mores, Oschiri).
Nomi stranieri: Ingl., Holly; Fr., Houx
commun; Ted., Hlse Stechpalme; Sp.,
Acebo, Cardon boixgrevol, Agrifoli.
Albero di 10-25 m con chioma densa
conico-piramidale. Fusto con diametro
sino a 80 cm. Corteccia liscia o minutamente screpolata, grigiastra. Rami giovani
lisci o sparsamente pubescenti. Foglie persistenti, coriacee, rigide, di colore verdebrillante, ovali, ondulate e con margine
spinuloso per spine a base quadrangolare o
quasi piane con margine liscio e con bordo
cartilagineo e traslucido. Fiori unisessuali,
di 12-16 mm di diametro, riuniti in infiorescenze cimose ascellari, con calice a 4 lobi
minuti e corolla con 4 petali bianchi o
rosati e 4 stami; i maschili con abbozzi di
ovario e i femminili con stami sterili.
Drupa bacciforme di 7-12 mm, rosso vivo
o rosso-corallo, raramente giallastra, globosa, carnosa con 2-4 semi bruni, striati di
bianco. 2n=40.
Tipo biologico. Albero sempreverde
molto ramificato o denso cespuglio, con
elevato potere pollonifero. Lagrifoglio
caratterizzato dalla variabilit della forma
e del margine della foglia nello stesso
esemplare. Normalmente i giovani polloni
ed i rami bassi hanno le foglie col margine
351

Ilex aquifolium L. - Ramo con frutti, foglie, infiorescenze x0,5; fiore maschile, fiore femminile x2; frutto in
sezione x1,3; seme x5.

spinescente, che si perde negli esemplari di


grandi dimensioni. Microfanerofita cespitosa o mesofanerofita scaposa.
Fenologia. Fiorisce a maggio-giugno e
fruttifica in agosto-settembre. I frutti maturi persistono sino allinverno e, sporadicamente, sino a giugno inoltrato.
Areale. Lagrifoglio diffuso in tutta
lEuropa centrale e occidentale, spingendosi anche sulle regioni litoranee dellAsia
Minore. In Sardegna esclusivamente distribuito nelle zone montane interne, dai
Monti di Aggius, al Limbara, allarea del
Marghine-Goceano-Montiferru, dove pi
abbondante; si ritrova sporadico nellaltipiano di Bitti-Buddus ed rarissimo sul
Monte Albo. Un altro grande nucleo rappresentato, a partire da Monte Gonare e
San Basilio di Ollolai, nel complesso del
Gennargentu; infine, sporadicamente, si
trova nelle aree culminali di Monte Linas,
Monte Lattias e Marganai nel Sulcis-Iglesiente.
Ecologia. Ilex aquifolium preferisce i
terreni profondi, freschi e ricchi di humus,
i corsi dacqua montani ed un clima di tipo

Distribuzione in Sardegna di Ilex aquifolium.

Frutti di Ilex aquifolium.

353

oceanico con abbondante umidit e piovosit. Nelle zone pi temperate forma, assieme ad altre specie montane, boschi misti e
abbastanza densi. In Sardegna vive nelle
zone montane con clima semicontinentale e
con inverno umido e freddo ed aridit estiva ridotta a pochi mesi, corrispondenti
allorizzonte della lecceta montana. Si
associa preferibilmente alla roverella, al
tasso, allacero trilobo, in formazioni forestali miste. In Sardegna non si eleva al di
sopra di 1.500 m, rifuggendo le temperature invernali troppo rigide e persistenti,
mentre verso valle non scende sotto i 400 m
di quota, in tal caso su fontanili delle zone
esposte a nord (Aggius). Nelle aree montane fredde costituisce spesso il predominante strato arbustivo della formazione forestale di cui entra a far parte, anche nella lecceta, dove pu formare veri e propri boschi
coperti dalla sovrastante lecceta, come nel
Goceano. In alcune zone, ormai rare, forma
delle oasi quasi pure costituite da vetusti
esemplari con il tasso (Taxus baccata) che
rappresentano foreste tra quelle pi ancestrali e di maggiore interesse scientifico
dellIsola. Lungo il Rio Biralotta e a Mularza Noa, in territorio di Bolotana, a Sos
Niberos, in territorio di Bono e in territorio
di Fonni e Desulo si hanno veri e propri
boschi seppure con tipologie diverse. Nelle
aree pi elevate del Gennargentu si trovano
numerosi alberi sparsi o in gruppi, per lo
pi capitozzati per alimentare il bestiame
con le ramaglie. Nei substrati calcarei, per
le sue esigenze idriche, limitato alle
superfici con terreni profondi o alle aree
con affioramenti di acqua permanenti.
Grandi alberi. Lagrifoglio si trova di
norma sotto forma di arbusto cespitoso di
modeste dimensioni, ma anche di albero
che pu superare i 25 m di altezza, come
accade nella forra di Mularza Noa, nel
Marghine e in diverse aree del Goceano e
in territorio di Desulo. Le dimensioni del
fusto, in piante molto longeve, superano i
150 cm di diametro e i 5 m di circonferenza, nonostante la lentezza della crescita
nella fase adulta.
354

Notizie selvicolturali. Lagrifoglio


una specie longeva di crescita molto lenta.
In natura la propagazione pi frequente
per polloni radicali, pi rara per seme. I
semi germinano al secondo anno della
messa a dimora e necessitano di terreno
soffice ed innaffiature moderate. Pu essere trattato a fustaia o soprattutto a ceduo
per la notevole capacit di emettere polloni. Pi che come pianta da rimboschimento, ha importanza per scopo ornamentale
grazie alleffetto decorativo del fogliame e
dei frutti. Per le foglie spinulose, soprattutto nei polloni e nei rami bassi, largamente utilizzato per formare siepi fitte, molto
durature e difficilmente valicabili.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno bianco, duro, compatto,
omogeneo, facilmente levigabile ed elastico. Sin dallantichit era usato come materiale per utensili rurali, per lavori di ebanisteria, incisione, intarsi. Assorbe molto
facilmente sostanze coloranti, in particolare il nero, ragion per cui usato per sofisticare lebano.
Note etnobotaniche. Le foglie dellagrifoglio venivano utilizzate come diuretico, febbrifugo e sedativo dei dolori colici.
Le bacche sono violenti purgativi. Le
foglie seccate ed i semi torrefatti erano
usati come sostitutivi del th. Con la corteccia si prepara un tipo di vischio per luccellagione. Albero ornamentale, molto
apprezzato soprattutto nei paesi nordici ed
legato alle festivit natalizie e pasquali,
retaggio di antiche tradizioni che lo vedevano come albero benefico che teneva lontani gli spiriti malefici.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Lagrifoglio ha una forte variabilit fogliare, sia tra esemplari diversi, sia
nellambito di una stessa pianta; in generale, le foglie delle piante giovani sono spinulose e quelle delle piante adulte sono
scarsamente spinulose o del tutto lisce.
Questo aspetto di eterofillia viene attribuito da alcuni autori alla difesa dagli erbivori, ed in effetti la spinulosit fortemente
accentuata nelle piante basse modellate dal

Albero monumentale di Ilex aquifolium in territorio di Desulo nel Gennargentu..

morso dei bovini, o nelle parti basse degli


alberi di grandi dimensioni. Non mancano,
tuttavia, casi in cui gli alberi presentano
una forte spinescenza anche nelle parti alte
e non esiste nemmeno una correlazione
della spinescenza con il fatto che si tratti di
piante maschili o femminili. Per le motivazioni su esposte risulta di scarso valore
sistematico la variet heterophylla Aiton.
Tuttavia, dellagrifoglio, per il suo pregio
ornamentale, di cui si apprezza soprattutto
labbondanza dei frutti rossi, sono state
selezionate oltre 100 cultivar, soprattutto in

riferimento alla compatezza del fogliame e


alla forma e colore delle foglie (variegate di
giallo, arricciate, inermi, increspate, marginate, arrotondate etc.), che vengono mantenute e propagate per via vegetativa.
Allo stato spontaneo sono riconosciute
diverse entit, come la var. australis Lac.,
del Gargano, la var. balearica (Aiton) Loesener, delle isole Baleari, e soprattutto la
var. chrysocarpa Loesener, dai frutti giallastri, sporadica in Sardegna, nella vallata
del Rio Aratu nel Gennargentu, nel Marghine e nel Montiferru.
355

CELASTRACEAE
Arbusti, alberi, rampicanti o liane.
Foglie semplici, alterne o raramente opposte. Fiori riuniti in infiorescenze a cima od
a ombrella. Calice e corolla di cinque pezzi
saldati alla base. Frutto: drupa, bacca, capsula. Semi avvolti da una espansione del
ricettacolo (arillo). La famiglia delle Celastraceae comprende 50 generi e 850 specie
distribuite nelle regioni tropicali e subtropicali di tutto il mondo. Fossili dei generi
Euonymus e Celastrus sono stati reperiti in
giacimenti del Cretaceo.
Le Celastraceae sono impiegate soprattutto come piante ornamentali o usate per
lestrazione di essenze medicinali. Catha
edulis Forssk., arbusto dellArabia e dellAfrica orientale, coltivato per le foglie
usate come th e per la produzione di un
infuso eccitante.
EUONYMUS L.
Piante arbustive o alberelli, erette, striscianti o rampicanti. Gemme quadrangolari
con molte squame. Foglie persistenti o caduche. Fiori bisessuali in infiorescenze cimose.
Sepali e petali 4 o 5, piccoli, biancastri o
verdognoli. Frutto: capsula con tre o cinque
lobi. Semi avvolti da un involucro carnoso
(arillo) rosso o giallo- aranciato.
Il genere Euonymus comprende 220 specie diffuse in Europa, America e Asia sudorientale. Molte specie di questo genere
sono coltivate a scopo ornamentale per il
colore dei frutti e per le foglie, che sono
spesso variegate.
Euonymus europaea L., Sp. Pl.: 197 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat in
Europae sepibus.
Nomi italiani: Berretta da prete, Fusaggine,
Evonimo.
356

Nomi sardi: Arangixeddu arrubiu (Gesturi);


Oladiga (Bono, Padria, Bolotana); Sambindzu (Logudorese); Tasaru (Trexenta);
Buladigu, Meliana.
Nomi stranieri: Ingl., Spinole tree; Fr.,
Fusain commun, Bonnet de prtre; Ted.,
Europisches Pfaffenhtchen; Sp., Bonetero, Bonetos.
Arbusto di 1-4 m, con numerosi rami
opposti, cilindrici o quadrangolari, i giovani
con 4 ali suberose, verdi o ricoperte da una
patina biancastro-cenerina. Gemme di 2-6
mm, ovoidee. Foglie con lamina lunga fino a
10 cm, larga fino a 4 cm, cuneata alla base,
ellittica, ovato-lanceolata, acuta o acuminata
e con margine seghettato provvisto di piccoli mucroni rossicci; picciuolo di 4-7 mm.
Infiorescenza cimosa di 3-8 fiori piccoli, con
4 petali, allungati, acuti o rotondati allapice,
lunghi il doppio del calice. Capsula di 10-18
mm, con quattro lobi tetragoni e con 4 semi
ovoidei rugosetti ricoperti da un arillo,
rosso-aranciato. 2n=64.
Tipo biologico. Arbusto cespitoso o alberello di modeste dimensioni, caducifoglio o
semi-caducifoglio, eliofilo a portamento
lasso. Microfanerofita.
Fenologia. Fiorisce a maggio-giugno e
fruttifica a settembre-ottobre. I frutti perdurano, cos come le foglie, sino ad inverno
inoltrato.
Areale. Levonimo diffuso in buona
parte dellEuropa, ad eccezione delle zone
pi settentrionali e meridionali e Siberia. In
Sardegna si estende dalle basse colline del
Sassarese sino alle aree montane interne
(Marghine, Monte Gonare, Sarcidano), ma
sempre sporadico.
Ecologia. una specie mesofila, indifferente al substrato, che predilige i luoghi freschi, le radure e i margini dei boschi; caratteristiche che si riscontrano anche nellIsola.
Notizie selvicolturali. Levonimo presenta una crescita piuttosto lenta. La diffusione
pu avvenire facilmente per seme o per via
vegetativa. Si presta bene ad essere ceduato
o capitozzato e in tali casi la crescita dei
nuovi polloni molto vivace. Trova la mag-

Frutti di Euonymus europaea.

giore diffusione lungo le siepi ed rifiutato


dal bestiame. Gli abbondanti frutti, di colore
rosso vivo, ne fanno una bella pianta da giardino nel periodo autunnale. attaccato da
un afide (Aphys euonymii) che depone sulle
foglie una sostanza biancastra di sapore dolciastro.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno compatto, omogeneo, leggero, di colore giallastro e si presta ottimamente per opere di tornio e intarsio, strumenti musicali (archetti di violino), cannelli per pipe e soprattutto conocchie e
fusi, da cui deriva il nome fusano. Il carbone, fino e leggero, un tempo, veniva utilizzato nella fabbricazione della polvere da
sparo e anche come carboncino da disegno.
Si coltiva sporadicamente come pianta da
giardino.
Note etnobotaniche. Tutte le parti della
pianta sono velenose. La corteccia e i semi
contengono il glucoside evonimina che
un violento purgante, sconsigliabile da
usare poich in dosi eccessive estremamente tossico. Linfuso della corteccia
veniva utilizzato per combattere la scabbia

Distribuzione in Sardegna di Euonymus europaea.

357

Euonymus europaea L. - Ramo con frutti, particolare del fusto, infiorescenza, rametto con frutti x0,6; stame x6; semi
x1,2; fiore x2,4; fiore senza petali x4,8.

e, con lolio che si ottiene dai semi, per


combattere i parassiti esterni degli animali.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Levonimo una pianta molto
variabile soprattutto nella consistenza del
mesofillo, della forma e dimensioni delle
foglie (var. intermedia Gaudin e var.
macrophylla Reichenb.), ma con scarso
significato sistematico.

SPECIE INTRODOTTE. Euonymus japonica L., specie originaria della Cina e del
Giappone, un arbusto sempreverde, utilizzato per scopi ornamentali da lungo
tempo, per il fogliame compatto con foglie
di un verde brillante e frutti rossi nel periodo autunnale. molto comune in tutti i
centri abitati, ma raramente, in Sardegna,
si trova spontaneizzato.

Infiorescenze di Euonymus europaea.

359

BUXACEAE
Alberi, arbusti o erbe. Foglie coriacee,
persistenti, semplici. Fiori unisessuali sulla
stessa pianta o su piante diverse, riuniti in
infiorescenze a spiga o a racemo. Fiori
maschili con calice con 4 sepali molto piccoli; corolla assente, con 4 o pi stami.
Fiori femminili con ovario supero, triloculare, con tre stili. Frutto: capsula, drupa o
bacca. Semi con caruncola.
La famiglia delle Buxaceae comprende
4 generi e circa 100 specie, diffuse nelle
zone temperate o subtropicali.
Resti fossili di Buxus sempervirens L.
sono stati trovati nei giacimenti del Quaternario in Lombardia e nei banchi di travertino del Pleistocene nelle Marche. Pollini fossili sono stati individuati in giacimenti torbosi del pre-Mindeliano presso Bergamo.
BUXUS L.
Piante arbustive o piccoli alberi con
foglie intere, persistenti, coriacee. Fiori
unisessuali, maschili e femminili in infiorescenze con un solo fiore femminile terminale e molti fiori maschili basali e laterali. Calice di 4 sepali. Corolla mancante.
Ovario con tre logge. Frutto: capsula.
Il genere Buxus comprende circa 40
specie diffuse nelle regioni temperate di
tutto il mondo.
Sin dallantichit il legno della maggior
parte della specie di questo genere era utilizzato per statue, intarsi di mobili, strumenti musicali, incisioni e xilografie.
Buxus potrebbe derivare dal greco
puxos = scatola, o da buxus = strumento
musicale costruito con il legno di bosso, o da
unantica voce persiana, bxas, = legno.
Buxus balearica Lam., Encycl. 1: 511
(1785)
Regione della prima descrizione: Ins.
Baleares.
360

Nomi italiani: Bosso delle Baleari.


Nomi sardi: Busciu, Busciulu.
Nomi stranieri: Fr., Buis de Mahon; Ted.,
Balearen Bchsbaum; Sp., Boj, Boix.
Arbusto sempreverde cespuglioso di 24 m a portamento eretto. Fusti con corteccia grigiastra, cenerina, screpolata longitudinalmente. Rami verdi subtetragoni.
Foglie di 20-35 x 10-16 mm, lanceolate,
ovate, ellittiche, coriacee a margine ispessito revoluto. Fiori in fascetti allascella
delle foglie, i maschili pedicellati con
quattro stami, i femminili sessili con tre
stili persistenti. Frutto costituito da una
capsula triloculare che a maturit si apre in
tre parti ognuna delle quali termina in 2
punte di 3-5 mm, erette, o leggermente
arcuate. Semi nero-lucenti lunghi 4-5 mm.
Tipo biologico. Arbusto a portamento
eretto molto ramificato, sempreverde con
foglie sclerofilliche. Nan- o microfanerofita.
Fenologia. Fiorisce ad aprile-maggio e
fruttifica a luglio-agosto. Le capsule mature permangono aperte fino a ottobrenovembre.
Areale. una specie diffusa nella parte
occidentale del Nordafrica, Spagna meridionale, Isola di Maiorca. In Sardegna, lunica localit di Buxus balearica conosciuta
a Barbusi presso Carbonia, nel Sulcis.
Trattandosi anche dellunica stazione presente in Italia sarebbe opportuna unadeguata azione di tutela e valorizzazione.
Ecologia. Il bosso vive sui terreni rocciosi assieme alle altre specie tipiche della
macchia e si mostra decisamente eliofilo e
xerofilo. Nelle Baleari vegeta fino a 1.200
m di altitudine e costituiva vere e proprie
foreste, con alberi di diametro notevole,
che, nel 1852, furono per lo pi distrutte
per ottenere carbone. Sarebbe stata questutilizzazione a renderlo raro nelle isole.
In Sardegna il bosso non costituisce formazioni chiuse e gli arbusti si trovano isolati
o in gruppi mai molto estesi, sui rocciai dei
calcari eocenici
Notizie selvicolturali. Si riproduce per

Infiorescenze di Buxus balearica.

seme o per talea. Si presta per costituire


bordure e gruppi isolati nei giardini. Per
lalto contenuto di azoto nelle foglie
potrebbe essere utilizzato nei rimboschimenti come arbusto del sottobosco.
Caratteristiche ed utilizzazione del
legno. Il legno particolarmente duro e
compatto, di colore giallastro, era utilizzato per fare strumenti musicali (zufoli e
flauto di Pan) e oggetti per la cucina, quali
cucchiai e forchette.
Note etnobotaniche. Nelle Baleari con
linfusione dei rami e delle foglie si debellavano le febbri intermittenti, tuttavia lalto contenuto di sostanze tossiche, in particolare lalcaloide bossina, ne sconsiglia
luso. Non sono noti usi particolari in Sardegna.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. La popolazione di Buxus
balearica della Sardegna mostra una
sostanziale costanza di caratteri rispetto a
quelle delle Baleari, di cui sono state
descritte diverse variet o forme. Le piante
della Sardegna, oltre a presentarsi esclusivamente in forma arbustiva, hanno dimen-

Distribuzione in Sardegna di Buxus balearica.

361

Buxus balearica Lam. - Ramo, particolare di ramo con foglie e frutti x 0,8; fiori femminili, fiori maschili x 3,2; capsula aperta x 1,6.

sioni delle foglie minori, sia rispetto alle


piante delle Baleari, sia rispetto a quelle
dellAsia Minore, indicate anche come
Buxus longifolia Boiss. (Boissier, 1853;
Greuter et al., 1984).
SPECIE INTRODOTTE. Per la Sardegna
stata segnalata la presenza di Buxus sempervirens L., arbusto sempreverde frequen-

temente utilizzato per bordure e siepi nei


giardini. In realt questa specie solamente coltivata ed anche laddove, come nel
parco di Villa Piercy a Badde Salighes,
presente da lungo tempo non ha dato origine a processi di diffusione spontanea. Il
bosso sempreverde si trova, peraltro, nella
vicina Corsica, sebbene non molto frequente.

Buxus balearica in localit Barbusi presso Carbonia.

363

ANGIOSPERMAE RHAMNALES
RHAMNACEAE
Alberi, arbusti, suffrutici, erbe. Piante
inermi o spinose, a portamento eretto, prostrato, rampicante, lianoso. Foglie intere.
Fiori piccoli, verdognoli, bisessuali o unisessuali, calice e corolla di 4-5 pezzi.
Infiorescenze in cime ascellari o in corimbi laterali. Frutto: capsula o drupa.
La famiglia delle Rhamnaceae comprende 58 generi e circa 900 specie, diffuse nelle zone temperate di tutto il mondo,
ma principalmente in quelle tropicali e
subtropicali.
In giacimenti fossili del Cretaceo e dellEocene sono state individuate specie riferibili a generi affini a Rhamnus, Zizyphus,
Paliurus e Ceanothus, che testimoniano
lantica origine di questa famiglia.
Molte specie contengono principi
amari, alcaloidi, saponine, mucillagini,
sostanze coloranti e altri complessi chimici e trovano, quindi, diverse applicazioni di
importanza economica. Il legno delle specie arboree ricercato per la durezza, compattezza e pesantezza. Diverse Rhamnaceae sono anche note come piante ornamentali di gran pregio per parchi, giardini
e serre.
RHAMNUS L.
Alberi di modeste dimensioni o arbusti,
talvolta spinosi. Foglie caduche o persistenti. Fiori unisessuali sulla stessa pianta
o su piante diverse, piccoli, verdognoli,
con 4-5 petali e 4-5 stami; ovario supero.
Infiorescenze a racemo o ad ombrella.
Frutto: drupa o bacca con 2-4 semi.
Il genere Rhamnus comprende oltre 100
specie, distribuite nelle regioni temperate
dellEmisfero settentrionale, dellAsia e
dellAfrica meridionale. Molte hanno una
notevole importanza nellindustria farmaceutica per la presenza di principi amari,
astringenti e purgativi. Le specie medicina364

li di maggior interesse sono Rhamnus


cathartica L., R. frangula L., R. purshiana
DC. Dalla corteccia di questultima si ricava una sostanza ad azione lassativa nota
come cascara sagrada. Altre specie producono delle sostanze coloranti verdi, note
come verde-vescica e verde indaco
cinese, molto ricercate dai pittori e nellindustria della seta. Rhamnus deriva dal
greco rabdos = bastoncino, per indicare
la flessibilit dei rami.
1 Foglie decidue........................................2
Foglie persistenti....................................3
2 Arbusto o alberello, foglie lanceolate di
3-8 cm................................R. persicifolia
Arbusto con foglie ellittiche, oblunghe di
3-13 cm; nervature evidenti.......R. alpina
3 Piante spinose, foglie lunghe 1-3 cm, con
margine liscio...........................................
........................R. lycioides ssp. oleoides
Piante senza spine, foglie di 1-6 cm, lucide nella pagina superiore, con margine
intero o denticolato................R. alaternus
Rhamnus persicifolia Moris, Stirp. Sard.
Elench., 2 : 2 (1827)
Sin.: Rhamnus amygdalina
(1827) non Desf. (1798).

Moris

Regione della prima descrizione: In sylvestribus Fonni et Barbagiarum, julio


fructifera.
Nomi italiani: Ramno di Sardegna.
Nomi sardi: Pruna agreste (Orgosolo).
Nomi stranieri: Ted., Pfirsichblttriger
Kreuzdorn.
Arbusto o alberello di 3-5 m, molto
ramificato. Corteccia irregolarmente screpolata, cenerino-scura, strettamente aderente al fusto. Rami giovani pelosetti, diritti, allungati, rossastri, con foglie sparse od
opposte; rami fioriferi rugosi, raccorciati,
con un ciuffo di foglie apicali. Foglie lanceolate di 3-8 x 1-2,5 cm, con nervature

Rhamnus persicifolia Moris - Ramo con frutti, ramo con fiori, foglie x 0,6; fiore aperto, fiore chiuso x3 antere x8;
drupa, drupa in sezione, semi x2,4.

Frutti di Rhamnus persicifolia.

marcate, margine crenato-serrulato e con


una glandola terminale; picciuolo di 1-2
cm, canalicolato, peloso. Stipole lineari,
caduche, pelosette. Fiori numerosi sostenuti da peduncoli di 6-12 mm, sparsi, sui
rametti al di sotto delle nuove foglie o,
raramente, sui rami dannata; calice con 4
lacinie verdicce, triangolari. Drupe globose di 5-7 mm, schiacciate superiormente e
inferiormente, nere o bluastre a maturit
con 4 semi.
Tipo biologico. Arbusto o albero di piccole dimensioni, caducifoglio. Nanofanerofita o microfanerofita.
Fenologia. La fioritura avviene ad aprile-maggio contemporaneamente alla comparsa delle foglie. I frutti maturano in agosto-settembre e le foglie persistono fino al
mese di novembre.
Areale. Rhamnus persicifolia la sola
specie arborea endemica esclusiva della
Sardegna, localizzata, ma con piante distribuite in modo sporadico, nel massicico del
Gennargentu. La maggiore concentrazione
si ha lungo il Rio Olai, in territorio di
Orgosolo.
366

Areale di Rhamnus persicifolia.

Ecologia. una specie eliofila che predilige i luoghi umidi di natura silicea. Vive
prevalentemente lungo i rigagnoli, ma si
trova anche sul letto dei corsi dacqua temporanei, sui fontanili delle zone montane
dai 700 ai 1.400 m.
Notizie selvicolturali. I frutti sono
abbondanti e i semi di Rhamnus persicifolia presentano una germinabilit abbastanza elevata e le piantine allevate in vivaio
possono essere trapiantate con successo.
Potrebbe trovare impiego in alcuni lavori
di sistemazione idraulica forestale. Si presta come albero ornamentale ad essere utilizzato su spazi limitati per le sue modeste
dimensioni e per la lentezza di crescita.
Note etnobotaniche. Non si conoscono
utilizzazioni di questa pianta. Il nome locale di pruna agreste si riferisce al portamento complessivo della pianta, ad una certa
spinescenza e soprattutto alla forma delle
foglie.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Rhamnus persicifolia una
specie piuttosto isolata dalle altre dello
stesso genere, che si originata e conservata solo in un areale molto ristretto del
centro Sardegna. Ha una notevole costanza
di caratteri; tuttavia forme stenofilliche si
hanno nelle piante presenti sui calcari aridi
di Urzulei ed il fenomeno pu essere
messo in relazione alla selezione di un ecotipo legato a questo particolare ambiente.
Rhamnus alpina L., Sp. Pl. 1: 193 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in alpibus Helveticis.
Nomi italiani: Ramno alpino.
Nomi sardi: Pibireddu (Seulo).
Nomi stranieri: Fr., Nerprun des Alpes;
Ted., Alpen-Kreuzdorn.
Arbusto di 1-4
giovani pelosetti o
adulti cenerini con
Gemme rossigne,

m cespuglioso. Rami
glabri, rosso-scuri, gli
striature longitudinali.
allungate, pubescenti.

Distribuzione in Sardegna di Rhamnus alpina.

Foglie sparse di 3-13 x 2-5 cm, picciuolo


di 8-12 mm, canalicolato, peloso superiormente; lamina ovale, ellittica oblunga con
10-15 paia di nervature laterali; margine
crenato-seghettato con glandole terminali.
Fiori solitari o in gruppi di 2-3, con peduncoli eguaglianti il picciuolo, situati sui
rami dellannata allascella delle foglie;
calice con lacinie ovato-triangolari; petali
lineari, verdicci alla base, rosso-scuri allapice. Drupe di 5-7 mm, globose, prima verdicce-giallastre, poi a maturit nero-lucenti, con 2-4 semi.
Tipo biologico. Arbusto caducifoglio ramificato dal basso, cespitoso. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce a maggio-giugno. I
frutti maturano ad agosto-settembre; le
foglie permangono fino al mese di ottobre.
Areale. Lareale si estende dai Pirenei
sino alla Penisola Balcanica, Caucaso e
Africa settentrionale. In Sardegna sporadico a Monte Albo, mentre pi comune
367

Rhamnus alpina L. - Ramo, foglia x0,7; fiori maschili x2,8; antere x7; fiore maschile aperto x3,5; fiore femminile
x2,8; drupa intera, drupa in sezione, seme x1,4.

sui Supramonti e, soprattutto, nelle aree


montane del Gennargentu.
Ecologia. Rhamnus alpina una specie
rupicola che vive soprattutto nelle zone
montane calcaree. Specie eliofila, si insedia negli anfratti rocciosi freschi, preferibilmente su parete e nei terreni aridi o sassosi. Trova un habitat particolarmente idoneo negli sciuscius, accumuli di grandi
massi granitici o porfidici diffusi nei versanti pi elevati del Gennargentu.
Notizie selvicolturali. Si propaga per seme
o per talea. Le foglie sono appetite dal bestiame. Pu essere utilizzato in giardinaggio per
bordure o per costituire gruppi isolati.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno ha lalburno bianco e il

duramen rossastro. Per le sue modeste


dimensioni viene raramente utilizzato.
Note etnobotaniche. I frutti hanno propriet diuretiche e lassative e sono usati in
infusi o sciroppi. Il suo utilizzo come siepe
da recinzione, riportato da Angius (o.c),
del tutto inverosimile in quanto, oltre ad
essere molto rara, la pianta non si presta
allo scopo di trattenere il bestiame.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Rhamnus alpina nei luoghi rocciosi pi
aridi delle pareti calcaree presenta crescita limitata e foglie di dimensioni molto ridotte. Esemplari con queste caratteristiche raccolti ai monti
di Oliena sono stati erroneamente interpretati
come R. pumila Turra, la cui presenza da
escludere, allo stato attuale, dalla flora sarda.

Rhamnus alpina con frutti immaturi.

369

Rhamnus lycioides L. ssp. oleoides (L.)


Jahand. et Maire, Catal. Pl. Maroc, 2: 476
(1932)
Sinonimi : Rhamnus lycioides L., Sp.
Pl., ed. 2, 1: 279 (1762).
Regione della prima descrizione: Habitat
in Hispania.
Nomi sardi: Non conosciuti.
Nomi stranieri: Ingl., Buckthorn; Fr.,
Neprun feuilles dOlivier; Ted., Oelbaumartiger Bocks-Kreuzdorm; Sp.,
Espino prieto, Espino negro.
Arbusto di 0,5-1 m, molto ramificato,
spinoso. Corteccia cenerino-scura. Foglie
alterne di 5-20 x 3-15 mm, ovali, ellittiche o
lineari, oblunghe, cuneate alla base, glabre,
con margine intero e vene laterali evidenti
nella pagina superiore; picciuolo breve canalicolato, pelosetto; stipole lineari prontamente caduche. Fiori con peduncoli filiformi, nascenti al di sotto delle nuove foglie;
calice verdiccio con 4-5 lacinie ovato-acute;
petali 5 gialli, un po pi corti dei sepali.

Rhamnus lycioides ssp. oleoides foglie e frutti.

370

Distribuzione in Sardegna di Rhamnus lycioides ssp.


oleoides.

Rhamnus lycioides L. ssp. oleoides (L.) Jahandiez et Maire - Ramo con frutti, rami x 0,6; foglie, fiore aperto x1,2;
stame x3; fiori maschili x6 e x9.

Stami 5 con filamenti brevissimi e antere


gialle. Stilo bifido. Drupa di 4-6 mm, obovata, giallastra o nera a maturit con 1-3 semi.
Tipo biologico. Arbusto prostrato (semi)sempreverde cespitoso. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce da gennaio a marzo
e matura i frutti a luglio-agosto.
Areale. Rhamnus lycioides, sensu lato,
diffuso in Portogallo, bacino del Mediterraneo, Asia Minore e Africa settentrionale.
In Sardegna conosciuto, sinora, solo nei
dintorni di Pula e Capo Teulada.
Ecologia. indifferente al substrato e
vive nei luoghi aridi soprattutto sui rocciai
e nelle basse garighe litoranee.
Notizie selvicolturali. Si tratta di una
pianta molto rara, di cui non sono noti
aspetti colturali. Si propaga verosimilmente per seme.
Note etnobotaniche. Non conosciute.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il complesso Rhamnus oleoides/lycioides costituito da due entit
molto simili e non sempre, anche nelle
moderne guide, facilmente distinguibili.
Qui si accredita la combinazione tassonomica di Jahandiez e Maire, considerando
lentit sarda al rango di sottospecie.

Arbusto o talvolta alberello di 5-7 m di


altezza. Chioma densa, pi o meno compatta.
Corteccia grigia, liscia da giovane; brunoscura, striata e solcata longitudinalmente da
adulta, strettamente aderente al tronco.
Foglie di dimensioni molto variabili (2-8 x 15 cm) alterne, coriacee, lucide, glabre, ovali,
ovali-lanceolate, ellittiche, a margine cartilagineo, intero, o lassamente dentato con denti
terminanti con una ghiandola rossastra. Fiori
giallastri, piccoli, unisessuali, su piante
distinte, riuniti in infiorescenze racemose,
dense, bratteolate. Fiori maschili con calice
gamosepalo a 5 lobi piegati verso lesterno,
con 5 stami sporgenti; i femminili gamosepali con calice a 5 lobi eretti, corolla assente;
ovario con due o tre stili. Frutto: drupa rotonda, rosso-scura o nerastra a maturit contenente tre semi con solco dorsale.
Tipo biologico. Alberello o cespuglio
sempreverde, a foglie sclerofilliche, di tipo
malacofillico nelle zone ombrose e nel sottobosco. Nan- o microfanerofita.

Rhamnus alaternus L., Sp. Pl. 1: 193


(1753)
Regione della prima descrizione: Habitat in
Europa australis.
Nomi italiani: Alaterno, Linterno, Ilatro.
Nomi sardi: Aladerru (Bolotana, Bono,
Sassari); Aliderru (Alghero); Araru
masciu (Alghero); Asuma (Torp);
Labru areste (Nuoro); Laru areste
(Bono); Laru masciu (Ittiri, Padria);
Linna nighedda (Orani); Orimacxu
(Alghero); Sasima (Tempio); Tasaru
(Fluminimaggiore, Laconi, Isili); Tasua
(S. Antioco).
Nomi stranieri: Ingl., Barren privet; Fr.,
Nerprun Alaterne; Ted., Immergrner
Kreuzdorn; Sp., Aladern, Madierno.
372

Distribuzione in Sardegna di Rhamnus alaternus.

Rhamnus alaternus L. - Rami x0,4; infiorescenze maschili e femminili x3; fiori maschili e femminili x5 e x8; frutto
x1,2; seme x5.

Frutti di Rhamnus alaternus.

Fenologia. Fiorisce in febbraio-aprile e


matura i frutti in luglio-agosto. I frutti persistono sui rami sino allautunno inoltrato.
Areale. Lalaterno ampiamente diffuso
in tutta lEuropa meridionale, Asia occidentale e Africa settentrionale.
Ecologia. Rhamnus alaternus una specie eliofila, molto resistente ai venti marini
ed alle escursioni termiche. Cresce su terreni aridi, rocciosi, nelle spaccature delle
rocce, nei costoni soleggiati, sulle sabbie
litoranee, sul greto di torrenti costieri, nel
sottobosco rado e lungo le siepi. Predilige
gli ambienti litoranei dove rappresenta un
componente fondamentale della macchia
mediterranea termofila. specie caratteristica dellordine Pistacio-Rhamnetalia alaterni ed entra a far parte di numerose associazioni termofile della fascia litoranea.
Grandi alberi. Alberi di notevoli dimensioni di questa specie si trovano sporadici
nelle macchie meglio conservate e ai margini dei boschi. A Rio Su Luda, in territorio di
Perdasdefogu, presso le cascate, un albero
374

con oltre 30 cm di diametro e 8 m di altezza


potrebbe essere quello di maggiori dimensioni della Sardegna.
Notizie selvicolturali. La propagazione si
ottiene per seme, per talea o margotta. La
crescita iniziale vivace ma via via si fa
molto lenta e quindi lentissima negli esemplari di grandi dimensioni. Per il suo fogliame decorativo e per la possibilit di formare
densi arbusti o eleganti alberelli adatto per
parchi e giardini e si presta ad essere modellato per bordure e siepi. I frutti nel periodo
estivo e autunnale costituiscono unimportante fonte alimentare per lavifauna.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno pesante, duro, a grana fine,
bruno-chiaro o bruno-scuro nellalburno,
mentre il duramen di un colore giallastro
molto caratteristico. utilizzato in lavori di
ebanisteria, di tornitura e di falegnameria.
Note etnobotaniche. I frutti, come quelli
degli altri Rhamnus, sono lassativi. Lalaterno
era conosciuto fin dallantichit come pianta
tintoria per ottenere varie tonalit di giallo e

come base, mischiata con altre specie tintorie,


per ricavare altri colori dal nero al marron, al
verde. Linfuso giallastro ottenuto dalla bollitura dei rami si usava anche per dare una parvenza di stagionatura al formaggio, ma non
da escludere un effetto batteriostatico e quindi
utile alla sua conservazione. Per le modeste
dimensioni del tronco il suo utilizzo limitato
a piccoli lavori in ebanisteria, per intaglio e
utensili dellaia e degli ovili.
Lalaterno ha un notevole interesse dal
punto di vista medico-religioso e magico,
per curare littero, dovuto sia alle affezioni
al fegato sia al favismo. Il richiamo alla teoria dei segni evidente, in quanto il colore
giallo del legno si collega alla tipica colorazione data alla pelle da queste malattie: il
rimedio consisteva nellindossare una collana fatta con rami o radici o un indumento
intriso nel decotto di rami e foglie. Tale
indumento avrebbe dovuto essere quindi
buttato via o fatto marcire senza che il malato avesse pi la possibilit di venirne in contatto. Come pianta magica si riteneva utile
tenere un oggetto di legno benedetto per proteggere la gravidanza contro laborto, sia
delle persone, sia degli animali.
I fiori dellalaterno sono molto visitati dalle

api, che nel periodo invernale hanno poca disponibilit di fiori da bottinare. In effetti sia i
fiori maschili, sia quelli femminili possiedono
glandole ricche di nettare e nelle giornate tiepide le piante in fiore sono frequentate da
migliaia di questi insetti, ma non si hanno notizie del tipo di miele che se ne ricava.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Di R. alaternus sono state descritte
diverse sottospecie (ssp. myrtifolia (Willk.)
Jahnand. et Maire, ssp. parvifolia Arcangeli)
che tuttavia sono da ricondurre nellambito
della variabilit specifica. Piante con foglie
particolarmente grandi sono diffuse nei luoghi
pi elevati e freschi e nella fase giovanile di
crescita, mentre popolazioni con foglie maggiormente coriacee, a bordo del tutto liscio, di
un verde chiaro, simili a quelle delle filliree
sono comuni nella Sardegna meridionale. Il
carattere foglie piccole si accentua nelle
piante di maggiori dimensioni, nelle quali si
ha anche una marcatissima riduzione nella
crescita dei rami. In questi casi mostrano una
convergenza morfologica con la fillirea, ma si
distinguono in modo immediato per le foglie
sparse, rispetto a quelle della fillirea che sono
opposte. Una corretta identificazione di biotipi locali ed ecotipi, nonch delle forme varietali, richiede una verifica accurata in coltura al
fine di accertare quale sia linflusso esercitato
dalle condizioni ambientali rispetto a quello
determinato dal patrimonio genico.
SPECIE INTRODOTTE. Tra le specie spontaneizzate, degno di nota il giuggiolo (Lotus
jujuba Miller), in sardo zinzaru o zinzulu.
un arbusto o alberello spinescente, caducifoglio, con foglie ovali-ellittiche, che si pu
trovare negli orti periurbani, anche nelle
zone interne, ma soprattutto nelle zone basse
e calde come residuo di antica coltura, ma
anche spontaneizzato lungo le siepi o ai
bordi delle strade. Viene coltivato per i frutti, che maturano alla fine di ottobre e sono
consumati freschi. Nel passato erano utilizzati in varie ricette medicinali.

Infiorescenze maschili di Rhamnus alaternus.

375

ANGIOSPERMAE VIOLALES
CISTACEAE
Alberi, arbusti o erbe con foglie opposte
o, raramente, sparse. Fiori isolati o riuniti
in infiorescenze cimose o racemose. Calice
e corolla di 5 pezzi. Petali bianchi, gialli,
rosei o porporini. Stami numerosi. Ovario
supero formato da pi carpelli. Frutto: capsula coriacea o legnosa. Semi molto numerosi angolosi a pi facce, minuti.
La famiglia delle Cistaceae comprende
8 generi con circa 175 specie diffuse nelle
regioni temperate di tutto il mondo.
Fiori bianchi, rosei o porporini; calice
con 5 sepali; stilo allungato...........Cistus
Fiori gialli; calice con tre sepali, stilo
corto.........................................Halimium

bianco, non ghiandoloso; foglie con tre


nervature ben evidenti..............C. albidus
- Arbusto ricoperto da peli semplici o stellati frammisti a peli ghiandolosi.............3
3 Guaine delle foglie libere; margine
fogliare poco ondulato............C. corsicus
Guaine delle foglie saldate.....................4
4 Foglie rugose, pelose, piane o leggermente ondulate........................C. incanus
4 Foglie peloso-ghiandolose con margine
ondulato-crespo.......................C. creticus
5 Foglie ovali picciuolate, rugoso-reticolate nella pagina inferiore, pelose; fiori
grandi di 4-5 cm in diametro....................
.........................................C. salviaefolius
Foglie lineari, sessili; pianta vischiosa;
fiori piccoli di 2-3 cm di diametro............
.......................................C. monspeliensis
Cistus monspeliensis L., Sp. Pl. : 524
(1753)

CISTUS L.
Arbusti generalmente ricoperti da una
densa peluria con peli semplici e/o ghiandolosi sia nei giovani fusti che nelle foglie.
Foglie opposte, pi o meno persistenti,
intere, prive di stipole con picciuolo pi o
meno allargato. Fiori bianchi, giallognoli,
rosei o porporini, solitari, in cime o in
racemi. Calice dialipetalo di 5 sepali pelosi; corolla di cinque petali; stami numerosi. Ovario con stilo sormontato da uno
stimma vistoso. Frutto: capsula triloculare.
Il genere Cistus comprende 17 specie,
distribuite nelle regioni mediterranee
caldo-aride o temperate.
Da alcune specie si ricava una resina,
vischiosa, nerastra o rosso-cupa, il laudano, usato come astringente, balsamico e
sedativo. Il nome Cistus sembra derivare
dal greco kistis=vescichetta, per indicare la particolare forma rigonfia dei frutti.
1 Fiori rosei o porporini............................2
Fiori bianchi...........................................5
2 Arbusto ricoperto da un fitto tomento
376

Regione della prima descrizione: Habitat


in Narbonensi et Regno Valentino.
Nomi italiani: Cisto, Cisto marino, Cisto di
Montpellier, Rembrottine.
Nomi sardi: Montrecu (Bitti); Mucciu
(Tempio); Mudecciu (Orani); Mudecru
(Olzai); Mudegu (Fluminimaggiore);
Mudeju nieddu (Padria, Pattada);
Mudregiu (Al dei Sardi); Mudregu
(Burcei); Mudregu caddinu (Bolotana);
Mudrehu (Urzulei); Mudreu biancu
(Oliena); Muldeu nieddu (Orgosolo);
Mudeiu (Alghero); Mergiu, Murdegu.
Nomi stranieri: Ingl., Montpellier Rockrose; Fr., Ciste de Montpellier; Ted.,
Montpellier-Zistrose; Sp., Jaguarzo,
Estepa negra, Estepa morisca.
Pianta legnosa di 1-2 m di altezza,
molto vischiosa nei rami superiori, di forte
odore non gradevole. Rami giovani pelosoghiandolosi. Corteccia bruna. Foglie lineari o lanceolate, sessili o quasi sessili, di
colore verde-scuro, con margine revoluto,
rugose nella pagina superiore, poco pelose.

Cistus monspeliensis L. - Ramo con fiori x0,66; foglia, calice, cassula x1,3; seme x13, ovario con stame x5.

Cistus monspeliensis in piena fioritura.

Fiori piccoli, di 2-3 cm di diametro, bianchi o bianco-giallognoli; peduncoli eguali


al calice, poco pelosi, con molte papille
vischiose; calice con sepali ovato-lanceolati, diseguali, quelli pi interni di dimensioni maggiori, mucronati, pelosi e ghiandolosi; corolla con petali troncato-smarginati. Ovario peloso-ghiandoloso nella parte
superiore. Stilo breve. Stimma rotondeggiante, lobato. Capsula arrotondata, pelosa
nella parte superiore. 2n=18.
Tipo biologico. Pianta legnosa, ramificata a poca distanza dalla base e quindi
monocormica non pollonante, semi-sclerofillica. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce da marzo a maggio e
fruttifica in giugno. Dopo la fioritura si ha
prima un annerimento, poi una devitalizzazione delle foglie con la loro caduta parziale
o totale nel periodo estivo. La ripresa vegetativa avviene dopo le prime piogge, in
autunno, si arresta nei periodi pi freddi e
riprende ai primi caldi. Nelle zone pi aride
si comporta come una specie caducifoglia.
378

Areale. Lareale di questa specie comprende lEuropa meridionale, lAfrica settentrionale e lAsia Minore.
Ecologia. C. monspeliensis vive sui
suoli aridi, sterili, sassosi, sabbiosi, estendendosi dalle zone litoranee a quelle montane, sino a circa 1.200 m di quota. una
specie che predilige decisamente i substrati silicei e solo molto raramente si estende
sul terreno di natura calcarea.
La presenza dei cisteti legata alla
degradazione della vegetazione a seguito
dellincendio. In effetti, esiste una stretta
correlazione tra incendio e presenza dei
cisteti, ma essi sono ugualmente presenti
nei terreni denudati dalle arature e impoveriti di sostanza organica.
Nelle macchie incendiate i cisti, tutti
molto eliofili, con la ripresa vegetativa e la
ricrescita dei polloni delle sclerofille sempreverdi perdono di vitalit e si rarefanno. Si
conserva, tuttavia, una notevole banca semi
nel terreno, che consente di riprendere il
ciclo in caso del verificarsi di nuovi incendi.

In condizione di naturalit occupano


ambienti aperti, rocciai, zone costiere,
nonch terreni esposti alla erosione eolica.
La capsula coriacea, come anche nelle altre
specie dello stesso genere, al passaggio del
fuoco si mantiene integra proteggendo cos
i semi, ai quali associata anche una buona
termo-resistenza, che consente loro di germinare abbondanti gi alle prime piogge,
ricoprendo in breve tempo il terreno e contribuendo cos a dare unefficace protezione al suolo dallerosione idrica.
I cisti nellopinione comune sono considerati esclusivamente come infestanti e
piante inutili. In realt, il ruolo di queste
umili piante nellecosistema molto
importante, poich in breve tempo con
centinaia di piantine per metro quadro, nei
suoli degradati, ricostituiscono una copertura vegetale, esercitando una protezione
che favorisce anche la ripresa di specie pi
esigenti.
Il cisto di Montpellier concorre a definire il nome delle classi Cisto-Lavanduletea,
Cisto-Micromerietea, caratteristiche delle
aree silicee degradate di numerose aree del
bacino mediterraneo, dellordine dei CistoEricetalia ed alleanza dei Cisto-Ericion,
nonch di diverse associazioni differenziate a livello locale, particolarmente ricche
di specie.
Notizie selvicolturali. Si riproduce per
seme e la crescita della pianta rapida. La
propagazione pu avvenire anche per talea.
I cisteti a Cistus monspeliensis rappresentano nella serie dinamica della vegetazione
sia uno stadio evolutivo verso la ricostituzione di formazioni forestali, sia uno stadio regressivo derivante dalla degradazione della macchia alta.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno di Cistus monspeliensis il
pi duro tra quelli nostrani e brucia con
fiamma molto vivace e buon potere calorico; per questo motivo nel passato era
molto ricercato e venduto in fascine, come
legna da ardere, soprattutto per i forni del
pane.
Note etnobotaniche. In generale, lin-

Distribuzione in Sardegna di Cistus monspeliensis.

sieme dei cisti, a livello popolare, distinto fondamentalmente in 3 gruppi. La loro


nomenclatura sarda stata ampiamente
discussa da Paulis (o.c.), che ne ha individuato lorigine etrusca, tuttavia alcune precisazioni sono opportune, considerando
che si tratta di specie, a volte, di individuazione controversa anche tra gli stessi specialisti botanici.
Sebbene le specie abbiano oltre alla
morfologia anche caratteristiche fitochimiche differenti, non si pu fare sempre un
riferimento esatto alla utilizzazione delle
parti delle singole specie, soprattutto per
gli aspetti medicinali. Alcune notizie sono
quindi necessariamente generali e si possono riferire a pi specie. Le foglie seccate e
macerate in infuso o decotto erano usate
come astringente ed emmenagogo; spalmate sulle parti contuse per lenire i dolori e
contro la scabbia, le foruncolosi e come
cicatrizzante in genere. Si riteneva efficace
379

anche per allontanare i parassiti dalla carne


macellata. La legna di cisto brucia con
fiamma viva, poco durevole e si usa
soprattutto come innesco per il fuoco. Il
legno di C. monspeliensis apprezzato per
la propriet di bruciare con calore costante,
caratteristica utile per la cottura delle brocche e delle ceramiche artigianali. La propriet di dare una fiamma vivace ha favorito luso del cisto nel fuoco di SantAntonio. Le frasche erano altres utilizzate per
coprire ed infoltire le capanne tradizionali
dei pastori in tutta lIsola. Merita invece
notevole attenzione come pianta mellifera
essendo molto visitata dalle api.
Il cisto di Montpellier una pianta
rifiutata dal bestiame, solo raramente brucata dalle capre, ed infestante dei pascoli degradati. Tra essa ed il pastore sardo
esiste una guerra antica che, sinora, ha
visto trionfare questa specie sulluomo,
con facile analoga previsione anche per il
futuro.
.
Cistus salviaefolius L., Sp. Pl.: 524 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Italia, Sicilia, Narbona.
Nomi italiani: Brentine, Scornabecco.
Nomi sardi: Montrechedda (Bitti); Mudegu
porceddinu (Fluminimaggiore); Mudecciu vuvulu (Orani); Mudeiu nanu
(Alghero); Mudeju areste (Padria);
Mudrecu agreste (Fonni); Mudrecu
prantarittinu (Dorgali); Mudregu vresu
(Burcei); Mudrehu oinu (Urzulei); Muldelu terrandzu (Orgosolo); Muchiareddu, Murdegu biancu, Murdegu burdu.
Nomi stranieri: Fr., Ciste feuilles de
sauge; Ted., Salbeiblttrige-Zistrose;
Sp., Chocasapor, Estepa borrera.
Arbusto di altezza variabile da 0,2 a 1,6
cm, molto ramificato con rami densi e contorti, peloso, ma non vischioso. Corteccia
bruno-scuro. Foglie ovali od oblunghe,
cuoriformi alla base, picciuolate, uniner380

vie, molto reticolate nella pagina inferiore,


con peli stellati sulle due pagine. Fiori
bianchi, grandi, di 4-5 cm di diametro, isolati o riuniti a due o tre; peduncoli fiorali
allungati; calice con sepali ovato-cuoriformi, brevemente mucronati, pi o meno
tomentosi; corolla con petali rotondeggianti, tronchi superiormente ed unghia breve
giallastra. Ovario peloso con lungo stilo e
stimma a capocchia. Capsula globosa, con
apice appianato, trivalve, pelosa. 2n=18.
Tipo biologico. Arbusto eretto o talvolta prostrato a formare pulvini. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce da febbraio a giugno e fruttifica a maggio-luglio in relazione allaltitudine.
Areale. diffuso in tutta la regione
mediterranea e in Asia Minore sino al Caucaso ed allIran. In Sardegna, presente in
gran parte dellIsola ad eccezione delle
creste pi elevate del Gennargentu.
Ecologia. Il cisto a foglie di salvia
indifferente al substrato, seppure con una
predilezione per quelli silicei, e si estende
dal livello del mare sino alle zone montane, in ambienti soleggiati, aridi e sassosi,
ma anche in luoghi freschi e ombrosi.
Nelle zone riparate si sviluppa formando
cespugli alti anche un metro e mezzo, in
quelle battute dai venti riduce la sua altezza sino a diventare un arbusto nano quasi
strisciante. Ricopre, assieme ad altre specie xerofile, pendii, tagli stradali e pianure
della fascia costiera e caratterizza con la
sua abbondanza la vegetazione delle zone
di altitudine. A seguito del passaggio del
fuoco, si sviluppa abbondante da seme ma,
essendo brucato dagli animali al pascolo,
risulta in breve tempo meno comune di C.
monspeliensis, che invece viene rifiutato.
Notizie selvicolturali. La propagazione
di Cistus salviaefolius avviene per seme.
brucato dai bovini, dalle capre e dalle
pecore, ma grandi quantit si ritiene possano causare avvelenamenti. Si presta ad
essere utilizzato come pianta per giardini
rocciosi grazie alla sua generosa e candida
fioritura.

Cistus salviaefolius L. - Ramo con fiori, foglie x0,7; calice, capsula x1,4, ovario con stame x5; particolare foglia x1,4.

Cistus salviaefolius.

Caratteristiche ed utilizzazioni del


legno e note etnobotaniche. Come Cistus
albidus L.
Cistus albidus L., Sp. Pl. : 524 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in G. Narbonensi, Hispania.
Nomi italiani: Cisto bianco.
Nomi sardi: Montrecu biancu (Bitti);
Mudeciu voinu (Orani); Mudelu biancu
(Orgosolo); Mudreu voinu (Oliena);
Mudeiu bord (Alghero); Mudeju areste
(Padria); Mudecru, Mudregu, Murdegu.
Nomi stranieri: Fr., Ciste blanchtre; Ted.,
Weissliche Zistrose; Sp., Estepa, Estepa
blanca, Estepa margalidera.

Distribuzione in Sardegna di Cistus salviaefolius.

382

Arbusto alto da 0,5 a 1,2 m, molto ramificato. Rami ricoperti da un denso tomento
bianco. Corteccia bruno-cannella che si
stacca a lamine sottili. Foglie vellutate,
ovali-lanceolate, ristrette alla base, sessili,

Cistus albidus L. - Ramo con fiori, foglia x0,6; calice x1,2; cassula x1,2, seme x12, ovario con stame x3.

con la nervatura centrale e due laterali ben


evidenti e ricoperte da un fitto intreccio di
peli bianchi stellati; margine intero, revoluto. Fiori rosei, grandi 4-6 cm, disposti su
peduncoli allungati in racemi sub-corimbosi terminali; peduncolo fiorale con brattea ovale-lanceolata, simile alle foglie;
calice con cinque sepali mucronati, pi
corti della met dei petali, ovato-cuoriformi, margine revoluto, con abbondanti peli
stellati frammisti a peli ghiandolosi; corolla con cinque petali grandi ad unghia
breve. Stami numerosi con antere rotondeggianti. Ovario pubescente con stilo
lineare e stimma subconico. Cassula pelosa. Semi di colore marron-scuro, solcati e
papillosi. 2n=18.
Tipo biologico. Arbusto sempreverde a
portamento eretto, cespitoso. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in maggio-giugno e
matura le capsule in luglio-agosto.
Areale. Lareale comprende lEuropa occidentale e meridionale e lAfrica settentrionale.
In Sardegna presente nel settore centrale dellIsola, in particolare nelle zone medio-montane del Monte Ortobene, dei monti di Orune e

Cistus albidus.

384

Distribuzione in Sardegna di Cistus albidus.

dellAltipiano di Bitti-Buddus, del Monte


Lerno, dove forma estesi cisteti.
Ecologia. Tra i cisti della Sardegna, il
cisto bianco appare la specie pi mesofila;
vive nelle zone sassose dal livello del mare
sin oltre i 1.000 m di quota, sui substrati
preferibilmente di natura silicea, in
ambienti soleggiati.
Notizie selvicolturali. Di rapida crescita, pu essere impiegato per ricoprire terre-

ni nudi, pendici montane e collinari. Si


presta bene come pianta da giardino, grazie
alla sua rusticit, resistenza alla siccit e
alla bella fioritura. in grado di emettere
nuovi polloni dalla base.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Le modeste dimensioni, la fragilit
e la poca compattezza dei rami ne restringono luso, peraltro molto apprezzato, per
avviare laccensione del fuoco.

Cistus albidus in piena fioritura.

385

Cistus corsicus Loisel., Mm. Soc. Linn.


Paris, 6: 416 (1827)
Sin.: Cistus creticus L. ssp. corsicus
(Loisel.) Greuter & Burdet in Greuter &
Raus, Willdenowia, 11 (2) : 275 (1981).
Regione della prima descrizione: Corsica.
Nomi italiani: Rosola.
Nomi sardi: vedi Cistus incanus L.
Nomi stranieri: Ted., Korsische Zistrose.
Arbusto eretto, ramoso, con rami giovani
coperti da peli semplici frammisti a peli stellati. Foglie opposte, ovali o ovali-lanceolate,
ricoperte da radi peli bianchi, reticolate e con
tre nervature principali ben evidenti; margine
leggermente ondulato; guaine fogliari non saldate fra loro e con lunghi peli alla base. Fiori
disposti in brevi cime con peduncoli pelosoghiandolosi; brattee simili alle foglie; calice
con 5 sepali, ovali, mucronati, peloso-ghiandolosi, con margine ondulato; corolla rosa, 45 cm di diametro. Ovario con ghiandole nettarifere alla base. Capsula con peli lunghi.

Fiori di Cistus corsicus.

386

Distribuzione in Sardegna di Cistus corsicus.

Cistus corsicus Loisel. - Ramo con fiori, foglie x0,65; calice, cassula, foglia x1,3 ovario con stame x3,5.

Tipo biologico. Arbusto cespitoso sempreverde con rami lassi. Nanofanerofita.


Fenologia. Fiorisce in aprile-maggio e
fruttifica in giugno.
Areale. Endemismo sardo-corso, in Sardegna si ritrova a Dorgali lungo la costa orientale, nelle aree scistose dei monti di Orgosolo, sul Monte Ortobene e sul M. Gonare.

Macchia bassa a Cistus sppl. nel Sinis.

388

Ecologia. Vive su differenti substrati e


in diversi ambienti: nel sottobosco della
lecceta mista, presso le sponde dei corsi
dacqua, nelle zone marginali dei sentieri e
in quelle sassose, comportandosi come
specie mesofila.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Come Cistus albidus L.

Cistus incanus L.. Sp. Pl. : 524 (1753)


Sin.: Cistus eriocephalus Viv., Fl. Cors.
Prodr. 8 (1824)
Cistus creticus subsp. eriocephalus (Viv.)
Greuter & Burdet, Willdenowia 11: 275
(1981).
Regione della prima descrizione: Provenienza: Habitat in Hispania, G. Narbonensi.
Nomi italiani: Rosola.
Nomi sardi: Mergiu (Carloforte); Mucciu
biancu (Tempio); Mudegu biancu (Fluminimaggiore); Mudrecu burdu (Nuoro);
Mudregu (Bolotana); Mudregu eru (Burcei); Murdegu crabiu (Guspini); Murdegu femina (Aritzo, Guasila); Murdegu
oinu (Arzana); Murdegu arrubiu.
Nomi stranieri: Ingl., Hoary Rockrose; Fr.,
Ciste cotonneux; Ted., Wollkpfige
Zistrose; Sp., Estepa.
Arbusto con rami giovani ricoperti da
lunghi peli bianchi frammisti a peli stellati.

Distribuzione in Sardegna di Cistus incanus.

Cistus incanus.

389

Cistus incanus L. - Ramo con fiori, foglie x0,7; calice, cassula x1,5; ovario con stame x3,5.

Foglie ovali od ovali-lanceolate, picciolate,


con apice arrotondato o acuto, pelose e rugose, lembo piano o leggermente ondulato
soprattutto nel margine; guaine fogliari saldate nella parte inferiore e con ciuffi di peli
alla base del picciolo. Fiori rosa, peduncolati, riuniti a 2-3; calice con 5 sepali pelosi, gli
interni ovali od ovali-lanceolati, gli esterni
acuminati; corolla di 4-5 cm, con petali 2-3
volte pi lunghi dei sepali. Capsula ricoperta da peli. Semi lisci, minuti.
Tipo biologico. Arbusto da m 0,30 a 2
di altezza, a portamento eretto o pulvinato.
Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce da marzo a giugno
e fruttifica in giugno-luglio.
Areale. Il suo areale comprende il bacino
del Mediterraneo, ad eccezione della Penisola Iberica, dove probabilmente scomparso,
Asia occidentale e Africa settentrionale.
Ecologia. Indifferente al substrato pedologico, vive su qualsiasi tipo di terreno, dal
livello del mare ad oltre i 1.000 m. Si diffonde nelle zone con clima caldo-arido ed entra
a far parte delle formazioni delle macchie
costiere o collinari e delle garighe litoranee,
dove forma cespi bassi feltrosi. In relazione
ai differenti ambienti presenta una grande
variabilit nella forma delle foglie, nellabbondanza del rivestimento peloso.
Notizie selvicolturali. Si riproduce per
seme. Raramente ricaccia dalla base dopo
il passaggio del fuoco.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Come Cistus albidus L.

peloso-ghiandoloso. Foglie ovali, sessili,


di 15- 25 mm, con margine fortemente
ondulato-crespo, reticolate, vischiose; peli
stellati e peli ghiandolosi su tutto il lembo
e maggiormente sul margine e sulle nervature; guaine corte e saldate fra loro. Fiori
rosei o porporini, di 4-5 cm di diametro,
disposti in infiorescenze sub-corimbose;
pedicelli lunghi, peloso-ghiandolosi, brattea lanceolata, corta; calice con sepali
ovali-lanceolati, mucronati, margine basale ripiegato allesterno, peli semplici e
ghiandolosi; corolla con petali grandi,
margine ondulato-crenato, unghia breve.
Capsula triloculare con densi peli.
Tipo biologico. Arbusto sempreverde a
portamento eretto. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in maggio-giugno,
fruttifica in luglio.
Areale. Lareale di Cistus creticus,
come qui inteso, accentrato soprattutto
sul Mediterraneo orientale e il sistema

Cistus creticus L., Syst., ed. 10, 2 : 1077


(1759)
Sin.: Cistus incanus subsp. creticus (L.)
Heywood in Feddes Repert. 79: 60 (1968)
Provenienza: Habitat in Creta, Syria.
Nomi italiani: Rosola.
Nomi sardi: Vedi Cistus incanus L.
Arbusto di 40-60 cm, molto ramoso,

Distribuzione in Sardegna di Cistus creticus.

391

Fiori di Cistus creticus.

sardo-corso rappresenterebbe il limite


occidentale della sua area di diffusione. In
Italia presente nelle regioni meridionali e
in Sicilia, mentre in Sardegna stato
segnalato per le aree calcaree costiere centro-orientali.
Ecologia. Vive nelle zone aride soleggiate, collinari, su terreni calcarei o argillosi.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Come Cistus albidus L.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit sui cisti. Linquadramento tassonomico sul genere Cistus qui riportato si
basa sulla monografia dei cisti dItalia di
Rizzotto (1979) ed in accordo con la trattazione di Pignatti (1982). I cisti a fiori rosa
della Sardegna ad eccezione di Cistus albi392

dus, sono stati considerati di volta in volta


come un complesso costituito da una grande
specie suddivisa in sottospecie o variet. La
pelosit, ghiandolosit, la forma e lincrespatura delle foglie hanno grande variabilit,
legata anche al luogo di crescita e, in realt,
il complesso C. incanus/creticus/corsicus
costituito da entit con esemplari spesso difficilmente distinguibili fra di loro. In effetti
esistono forme intermedie di cui difficile
accertare se debbano essere considerate nellambito di variabilit propria della specie,
oppure se si tratti di veri e propri ibridi,
come avviene in modo evidente nel caso di
C. florentinus Lam. che trae origine dallincrocio tra C. monspeliensis e C. salviaefolius
e che si riscontra sporadicamente.

Cistus creticus L. - Ramo con fiori, foglie x6,4; calice, particolare di foglia x1,3.

Halimium halimifolium (L.) Willk. in


Willk. et Lange, Prodr. Fl. Hisp., 3 : 717
(1878)
Sin.: Cistus halimifolius L., Sp. Pl., 2:
524 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Lusitaniae maritimis.
Nomi italiani: Cisto giallo.
Nomi sardi: Mucciu biancu (Gallura);
Murdegu biancu (Arzana, Perdasdefogu); Murdecu alimu (Muravera).
Nomi stranieri: Fr., Hlianthme fleurs
dhalime; Ted., Gelbe Zistrose.
Arbusto con rami eretti, ricoperti da
peluria fitta bianco-cenerina, tomentosa.
Foglie ovali, opposte, sessili, ricoperte
sulle due pagine da una peluria corta, vellutata, bianco argentata. Fiori poco numerosi in corimbi; calice con tre sepali ovali
ricoperti da peli o piccole scaglie gialle;
corolla gialla 2-3 cm; petali con una macchia violacea alla base. Stami numerosi.

Macchia a Halimium halimifolium.

394

Distribuzione in Sardegna di Halimium halimifolium.

Halimium halimifolium (L.) Willk. - Ramo con fiori x0,7, fiore x1; calice, ovario x3,5; foglie x1; capsula x1.

Ovario con stimma sessile. Capsula ovale,


pelosa soprattutto nella parte superiore.
Semi tubercolati. 2n=18.
Tipo biologico. Arbusto con rami lassi e
sottili, da 30 cm a 1,5 m di altezza. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce in aprile-luglio e
matura le capsule in maggio-agosto.
Areale. diffuso nel Mediterraneo centro-occidentale; manca in Sicilia. In Sardegna si ritrova frequente lungo la fascia
costiera e nelle aree interne della Gallura,
nel Monte Lerno, nellAltipiano di BittiBuddus, mentre sporadico altrove.
Ecologia. Preferisce i terreni sabbiosi
sciolti, acidi, dei graniti e dei porfidi, e gli

Halimium halimifolium.

396

ambienti soleggiati. Vive nelle zone collinari e sub-montane e raramente in quelle


montane sino a circa 1.000 m.
Notizie selvicolturali. La propagazione
avviene per seme o per emissione di rami
prodotti da fusti sotterranei. resistente
agli incendi con ricacci che, in breve, raggiungono laltezza delle piante originarie.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Come Cistus monspeliensis L.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Il cisto giallo presenta una uniformit di caratteri piuttosto pronunciata
eccezion fatta per le dimensioni, generalmente maggiori nelle aree costiere rispetto a
quelle montane.

ANGIOSPERMAE VIOLALES
TAMARICACEAE
Arbusti, alberi o suffrutici, con rami flessuosi. Foglie squamiformi, alterne. Fiori piccoli, rosa o bianchi, isolati o riuniti in infiorescenze a racemo. Frutto: capsula. Semi
alati e con pelosit diffusa. La famiglia delle
Tamaricaceae comprende 4 generi con circa
100 specie, diffuse sui litorali, lungo i corsi
dacqua e nelle zone steppiche dellEmisfero settentrionale e nellAfrica sahariana.
TAMARIX L.
Arbusti talvolta arborescenti. Rami flessuosi con corteccia rossastra. Foglie piccole,
squamose, sessili, amplessicauli. Fiori in
racemi densi. Calice e corolla di 4-5, raramente 6 pezzi. Ovario circondato da un
disco lobato. Frutto: capsula uniloculare o
trivalve. Semi numerosi con un ciuffo di
peli. Il genere comprende 100 specie distribuite nel Sud-Est dellAsia, Europa occidentale e Africa meridionale. Le tamerici sono
utilizzate come frangivento, per consolidare
le dune litoranee e per giardini esposti a
venti salmastri, data la loro crescita molto
rapida, laspetto decorativo e labbondante
fioritura.
Secondo una antica tradizione da Tamarix mannifera Ehr., che cresce in Arabia e in
Egitto, proveniva la manna di cui si nutrirono gli Ebrei nel deserto. Questa specie
produce infatti una mucillagine zuccherina,
detta manna tamerisco o man dai Beduini.
Tamarix deriverebbe, secondo alcuni
autori, dal nome di una popolazione rivierasca dei Pirenei, i Tamarisci; secondo altri da
Tamaris oggi Tambro, corso dacqua dei
Pirenei. Delle numerose specie indicate per
la Sardegna sono trattate in modo analitico
le tre pi comuni.

Fiori nascenti sui rami dannata; petali


caduchi, rosa intenso..............................2
2 Rami giovani vischiosi per la presenza di
ghiandole sessili.................T. canariensis
Rami giovani non vischiosi........T. gallica
Tamarix africana Poiret, Voy. Barb., 2: 139
(1789)
Regione della prima descrizione: Algeria.
Nomi italiani: Tamerice africana, Tamerice
maggiore.
Nomi sardi: Framarittu (Bono); Prammariscu (Padria); Salvatu (Alghero); Tamariche (Berchidda); Tamarie (Oliena, Orgosolo); Tamarittu (Ozieri); Tramalittu
(Bolotana); Tramariciu (S. Antioco); Tramazzu (Burcei, Villasalto); Tramarittu
(Anela); Tamarighe (Logud.).
Nomi stranieri: Ingl., Tamarisk; Fr., Tamaris
africain; Ted., Afrikanische Tamariske;
Sp., Tamarell, Tamaric, Tamarisco.

Arbusto di 2-9 m, con rami eretto-scandenti. Corteccia rosso-scura con striature


longitudinali. Rami robusti. Foglie di 1-3
mm, acute a margine scarioso, eroso-denticolato. Infiorescenze portate sui rami dellanno precedente. Amenti di 30-50 x 5-8
mm, con un breve peduncolo, e con bratteole lanceolato-triangolari, scariose con margine denticolato, superanti il calice. Fiori verdastri, rosei o bianchi; sepali di 1,5 mm, brevemente peduncolati, con margine scarioso;
petali di 2-3 mm, ovato-lanceolati; stami 5,
alternati ai petali; filamenti dilatati alla base,
stili 3, eretti con stimma espanso. Capsula
trigona di 4-5 mm.
Tipo biologico. Arbusto cespitoso, sempreverde, a sviluppo primaverile. Microfanerofita.
Fenologia. Fiorisce a febbraio-maggio.
In alcune regioni si hanno fioriture estive.
Le infiorescenze permangono a lungo sui
1 Fiori nascenti sui rami dellanno prece- rami.
Areale. Tamarix africana estende il suo
dente; petali persistenti, bianchi, giallognoli o debolmente rosati........T. africana areale in Portogallo, lungo le zone costiere
397

Tamarix africana Poiret. - Ramo con infiorescenze, ramo con sole foglie x0,6; fiore isolato x3; sepalo x6; ovario con
stili x8; calice, fiori, particolare di ramo con foglie x6.

Infiorescenze di Tamarix africana.

del Mediterraneo occidentale, dallltalia alla


Spagna e in Africa settentrionale fino alla
Libia. In Sardegna si estende in gran parte
della fascia costiera nei letti dei fiumi interni sino a 400-500 m e sporadicamente sino a
900 m circa di altitudine.
Ecologia. Vive di preferenza lungo le
coste, ai margini degli stagni e dei luoghi
salmastri, lungo le rive dei corsi dacqua, nei
fontanili e nelle cunette umide dei tagli stradali. Le tamerici costituiscono lelemento
caratterizzante della classe Nerio-Tamaricetea che comprende numerose associazioni
legate agli alvei fluviali e agli ambienti peristagnali. Costituisce boschi e macchie riparie con salice rosso, oleandro e ontano nero.
Grandi alberi. Alberi di grandi dimensioni sono presenti un po ovunque. Sono notevoli quelli di Barca Brujata in comune di
Arzachena, nel Rio Coccorrocci di GairoTertenia e soprattutto a Cala dArena nellIsola dellAsinara.
Notizie selvicolturali. Si riproduce facilmente per talea e presenta una crescita iniziale rapida. Ha una buona capacit polloni-

Distribuzione in Sardegna di Tamarix africana.

399

fera e, se tagliata, ricaccia immediatamente


raggiungendo in breve le dimensioni dellarbusto originario. Pu essere utilizzata come
pianta per il consolidamento delle sponde e
degli alvei ampi dei corsi dacqua.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno tenero, soggetto a fendersi,
poco resistente e poco durevole e limitato
nelluso dalle sue modeste dimensioni.
Come combustibile scadente e produce
grande abbondanza di ceneri che contengono notevoli quantit di soda.
Note etnobotaniche. Con il tronco si ottenevano vassoi e bicchieri, con i rami si intrecciavano cesti per la cattura dei pesci. La corteccia possiede propriet astringenti e le sue
ceneri venivano utilizzate per preparare la
liscivia e per la concia delle pelli. Nella medicina popolare linfuso dei rametti e della corteccia si usava come diuretico e lassativo e
contro i dolori della milza. Entrava anche
nella pratica delle fumigazioni con i nove
legni che venivano bruciati ed aspirati per
combattere le emicranie e i raffreddori; i
rametti polverizzati erano considerati utili
nelle foruncolosi. Anche per questa pianta
non mancavano le utilizzazioni a scopo scaramantico a vari fini, come la protezione degli
animali, con le necessarie formule magicoreligiose propiziatorie. Le frasche erano usate
come giaciglio poi da bruciare (da cui forse il
nome della pianta tramatzu) per gli animali,
perch si riteneva che attirassero gli insetti. I
rami terminali erano usati per tingere in nero
le stoffe. una specie mellifera molto visitata dalle api, che forniscono un miele pregiato.

Arbusto o alberello di 5-6 m con fusti


rossastro-porporini o verdastri, eretti o eretto-scandenti. Corteccia liscia con cicatrici
trasversali dovute alla caduta delle foglie.
Rami giovani con foglie di 1-3 mm, scariose ai margini, denticolato-erose, imbriciate.
Infiorescenza sui rami dannata con numerosi racemi di 20-70 x 4-5 mm, provvista
talora di rami fogliosi terminali. Rami giovani, foglie e asse dellinfiorescenza con
numerosissime ghiandole sessili. Fiori bianchi o rosei, con brattea lineare, triangolare,
acuta, eguagliante o superante il calice.
Sepali di 0,5-0,75 mm con margine scarioso
denticolato-eroso. Petali prontamente caduchi di 1,2-1,5 mm, ellittico-obovati. Capsula trigona, liscia. Semi con un ciuffo di peli
allapice.
Tipo biologico. Arbusto cespitoso a
foglie squamiformi, semicaducifoglio.
Fenologia. Fiorisce di norma nel periodo

Tamarix canariensis Willd., Abh. Akad.


Berl. Physik J. 1812-13: 79 (1816)
Regione della prima descrizione: Isole
Canarie.
Nomi italiani: Tamerice delle Canarie.
Nomi sardi: Come T. africana Poiret.
Nomi stranieri: Ingl., Tamarisk; Fr.,
Tamaris; Ted., Kanarische Tamariske; Sp.,
Taray, Tamariz, Tamarit.
400

Distribuzione in Sardegna di Tamarix canariensis.

Tamarix canariensis Willd. - Infiorescenza x1,3; fiori in boccio, fiore aperto x3,3; calice x5; ramo con infiorescenze, rami senza infiorescenze x0,6; foglie x18; ramuli con foglie x6.

Infiorescenze di Tamarix canariensis.

estivo, da maggio ad agosto, con grandi


infiorescenze composte allapice dei rami.
Areale. Tamarix canariensis estende il
suo areale nelle isole Canarie, Portogallo
e coste del Mediterraneo occidentale fino
alla Libia. In Sardegna nota, sinora, solo
nel settore nord-occidentale sui luoghi
umidi lungo la strada statale AlgheroBosa.
Ecologia. La tamerice delle Canarie
legata strettamente alle zone umide e in
Sardegna, dove molto rara, ugualmente
legata ai fontanili delle aree costiere.
Notizie selvicolturali. Arbusto cespitoso dotato di buona capacit pollonifera,
pu trovare uso per il consolidamento delle
rive dei corsi dacqua e in giardinaggio.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Verosimilmente simili a Tamarix gallica.
Note etnobotaniche. Vedi Tamarix africana.
402

Tamarix gallica L. Sp., Pl., 1:270 (1753)


Regione della prima descrizione: Habitat
in Gallia, Hispania, Italia.
Nomi italiani: Tamerice gallica, Cipressina, Tamerice manna.
Nomi sardi: Come T. africana.
Nomi stranieri: Ingl., Tamarisk; Fr., Tamaris
de France; Ted., Franzsische Tamariske; Sp., Taroye, Tamarit, Tamarisch.
Arbusto o alberello di 5-6 m con fusti
rossastri, eretti o eretto-scadenti. Corteccia
liscia con evidenti cicatrici trasversali.
Rami giovani esili con foglie di 1-2,5 mm,
imbriciate, acuminate a margine intero o
strettamente scarioso. Infiorescenza allapice dei rami dannata, appariscente, con
amenti cilindrici di 10-40 x 3-5 mm, con
numerosi fiori; bratteola eguagliante o subeguale al calice provvisto di 5 sepali ovati,

Tamarix gallica L. - Infiorescenza x 1, i; fiori in boccio, fiore aperto x 4; calice x 8; seme x 8; capsula x 4; ramo con
infiorescenze particolare di ramo x 0,8; particolare di ramuli con foglie x 8; foglie x 16.

Tamarix gallica.

denticolato-erosi al margine, prontamente


caduchi, non pi lunghi di 1,5 mm; corolla
con 5 petali di 1,5-2 m; antere apicolate.
Capsula trigona, liscia. Semi minutissimi
con un ciuffo di peli lunghetti allapice.
Tipo biologico. Arbusto o alberello,
sempreverde. Microfanerofita.
Fenologia. I fiori compaiono sui rami
dellannata da aprile a giugno. Talora presenta una seconda fioritura nel periodo
autunnale.
Areale. Tamarix gallica estende il suo
areale lungo le coste del Mediterraneo
occidentale. Attualmente, per la sua diffusione come pianta ornamentale, si trova
coltivata anche al di fuori del suo areale
originario. In Sardegna diffusa spontanea
lungo i corsi dacqua, mentre coltivata si
trova comunemente in ampie siepi confinarie, soprattutto nella Sardegna meridionale.
Ecologia. una specie termofila che
vive in prossimit dei luoghi salmastri, stagni e fiumi, soprattutto lungo le zone litoranee.
Notizie selvicolturali. Arbusto o albe404

Distribuzione in Sardegna di Tamarix gallica.

rello termofilo si propaga facilmente per


talea o polloni radicali. Si presta molto
bene a colonizzare suoli umidi e a costituire barriere verdi e siepi. Trova utilizzo
anche nei giardini, seppure ancora scarsamente utilizzata nonostante la sua abbondante fioritura estiva ed autunnale. Viene
spesso utilizzata nel Campidano per costituire siepi confinarie, contribuendo in
modo significativo a caratterizzare un paesaggio spesso monotono.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. una pianta il cui tronco pu raggiungere 40-50 cm di diametro, ma scarsamente utilizzata sia come legna da ardere, sia per usi artigianali.
Note etnobotaniche. Come Tamarix
africana.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Lidentificazione delle diverse
specie nel genere Tamarix piuttosto complessa, anche perch i caratteri diagnostici
si basano principalmente sui fiori, che sono
di piccole dimensioni e molto variabili in
tutte le loro parti, anche sul numero degli
stami. Le indagini di De Martis, Loi e Polo
(1984) sul genere in Sardegna hanno portato alla individuazione di ben 10 specie
diverse. Tuttavia, gli stessi Autori dichiarano la difficolt di attribuzione per molti
esemplari anche per la supposta presenza
di forme intermedie attribuibili a fenomeni
di ibridazione. Alcune specie sono limitate
ad una sola localit e talune non sono state
pi ritrovate.
Tutto il genere richiede una rivisitazione critica al fine di stabilire una pi soddisfacente trattazione sistematica, anche alla
luce e con lausilio delle pi avanzate
ricerche genetiche, in modo da poter stabilire le reali affinit e sicure sinonimie delle
varie specie. Si riportano di seguito le specie citate nella monografia di Demartis et
al. (1984).
Tamarix passerinoides Del. ex Desv., Ann.
Sci. Nat. Bot. 1(4):347 (1824)
Arbusto a fioritura estiva in racemi peduncolati con fiori lassi provvisti di bratteole subegua-

li al calice, provvisto di 5 sepali largamente


ovati a margine scarioso e 5 petali bianco-rosati di forma ellittico-ovata; stami 10 con antere
cuoriformi, rossastre, apicolate.
Specie a distribuzione dal Sahara algerino al
Sinai. In Sardegna indicata per la sola localit di Stani Saliu a Sestu, ma non pi ritrovata.
Tamarix parviflora DC., Prodr., 3:92 (1828)
Arbusto di 1-1,5 m con rami rossastri erettopatenti, con ricca fioritura primaverile e infiorescenze in racemi sub-sessili con brattee fiorali lineari-oblunghe, acuminate inferiori al
calice. Foglie appressate ai rametti. Calice di
quattro sepali a margine scarioso-eroso; corolla di quattro petali di colore rosa intenso, ovati;
stami 4 con antere cuoriformi, apicolate. Capsule minute e semi lanosi.
Utilizzata lungo strade statali nella Sardegna
del nord e nei giardini come pianta ornamentale; spontaneizzata a Canniggione. Specie a
larga diffusione nellarea Mediterranea, in Sardegna non si conoscono stazioni sicuramente
naturali.
Tamarix tetrandra Pall: ex M.B., Fl. Taur.Cauc., 1: 247 (1808)
Arbusto a fioritura primaverile con racemi fiorali sessili o sub-sessili, e con brattee fiorali
oblunghe, inferiori al calice. Calice di quattro
sepali ovati o largamente triangolari a margine
scarioso-eroso; corolla di quattro petali rosati,
ovati; stami 4 con antere mutiche. Capsule
minute e semi lanosi.
Specie ad areale est-mediterraneo, Russia, Turchia. In Sardegna indicata per una sola localit a Portovesme.
Tamarix tetragyna Ehrenb., Linnaea 2: 258
(1827)
Arbusto a fioritura primaverile con racemi
allungati subsessili. Fiori sessili o sub-sessili,
con brattee da ovato-oblunghe nella parte inferiori a lanceolato-lineari nella parte superiore
sub-eguali al calice provvisto di 4-5 sepali largamente triangolari; corolla con 4-5 petali
bianchi obovati; stami in numero variabile da 5
a 9 con lunghi filamenti e antere brevemente
apicolate.

405

Diffusa nella sponda meridionale del Mediterraneo dallAlgeria al Medio Oriente. In Sardegna data per la fascia costiera.
Tamarix dalmatica Baum, The genus Tamarix, 182 (1978)
Arbusto a fioritura primaverile con racemi
densi di fiori sessili con brattee scariose pi
lunghe del calice provvisto di 4-5 sepali;
corolla con 4-5 petali bianchi, ellittico-obovati
persistenti; stami in numero variabile da 5 a 9
con lunghi filamenti e antere mutiche.
Diffusa nella sponda settentrionale del Mediterraneo dalla Penisola Balcanica alla Francia.
In Sardegna data per la fascia costiera.
Recentemente stata segnalata in Corsica.
Tamarix nilotica (Erhenb.) Bge., Tentamen,
54 (1852)
Arbusto a fioritura estiva con racemi fiorali
sessili con brattee acuminate, non superanti il

calice provvisto di 5 sepali largamente triangolari; corolla di 5 petali, rosei, di forma obovata; stami con antere provvisto di breve apicolo
terminale.
Specie a diffusione est-africana e Medio
Oriente, per la Sardegna segnalata in territorio di Pula e Quartu.
Tamarix arborea (Sieb. ex Erhenb.) Bge.,
Tentamen, 67 (1852)
Arbusto o alberello a fioritura estiva con racemi peduncolati e con asse glabro provvisto di
brattee fiorali lineari-triangolari non eccedenti
il calice, provvisto di 5 sepali largamente triangolari a margine dentellato eroso; corolla di 5
petali, rosei, di forma ovata, caduchi; stami 5
con antere apicolate.
Specie a larga distribuzione dalle Isole Canarie
alla Penisola Iberica, Nordafrica, Medio
Oriente e Africa orientale. indicata per diverse localit della Sardegna meridionale.

Formazione a Tamarix africana a Cala dArena nellIsola dellAsinara.

406

Formazione perilacuale a Tamarix africana nel Lago di Baratz.

407

ANGIOSPERMAE MYRTALES

Myrtus communis L., Sp. Pl. : 471 (1753)

MYRTACEAE

Regione della prima


Europ. austr.; Oriens.

Alberi o arbusti con foglie persistenti


opposte, coriacee, ricche di ghiandole contenenti olii eterei. Fiori in infiorescenze
racemose o anche solitari. Sepali 4 o 5,
generalmente caduchi prima della fioritura.
Petali 4 o 5. Stami numerosi con lunghi
filamenti, liberi o riuniti a gruppetti. Frutto: bacca, capsula o drupa.
La famiglia delle Myrtaceae comprende
circa 100 generi e 3.000 specie, diffuse
nelle regioni temperate, tropicali e subtropicali. una famiglia dantica origine
come dimostrano i fossili risalenti al Terziario, rinvenuti in Australia e in Europa.
Appartengono a questa famiglia:
Syzygium aromaticum (L.) Merr et Perry,
da cui si ottengono lolio di eugenolo e i
fiori noti come chiodi di garofano; Feijoa sellowiana Berg coltivata per i frutti
commestibili; Pimenta dioica L. che fornisce con i suoi frutti il pepe della Giamaica;
Melaleuca leucadendron L., che d lolio
di cajaput, e il grande genere Eucalyptus;
originario dellAustralia, oggi coltivato in
tutto il mondo.

MYRTUS L.
Piante arbustive, erette, cespugliose o
alberelli con foglie persistenti, opposte,
intere e brevemente picciuolate. Fiori
bianchi o rosati, solitari o in fascetti, con
numerosi stami liberi. Ovario infero con
molti ovuli. Frutto: bacca con numerosi
semi.
Il genere Myrtus comprende poche specie proprie delle regioni tropicali e subtropicali, in particolare del continente americano e australiano.
Myrtus allude, secondo una leggenda, a
Myrsine, fanciulla dellAttica, trasformata
in questo arbusto da Pallade, per invidia,
essendo stata vinta nella corsa.
408

descrizione:

Nomi italiani: Mirto.


Nomi sardi: Mulsta (Ittireddu); Multa
(Berchidda, Ittiri, Oschiri, Padria, Pattada,
Sassari, Tempio); Murta (Alghero, Bitti,
Bolotana, Fluminimaggiore, Oliena, Orani,
Orgosolo, Quartu, SantAntioco, Urzulei);
Murtin (Carloforte); Murtizzu (Bono);
Muta (Burcei, Villacidro).
Nomi stranieri: Ingl., Myrtle; Fr., Myrte
commun; Ted., Echte Myrte, Braut-Myrte;
Sp., Arrayan, Murta, Mirto, Murtra.
Arbusto eretto, molto ramificato, di 1-4
m di altezza o alberello. Corteccia marronscura o rossastra, staccantesi a scaglie sottili. Foglie di 2-5,5 x 1-3,6 cm, coriacee,
opposte, ovali od ovato-lanceolate, acuminate allapice, intere, subsessili, glabre con
numerose ghiandole traslucide, aromatiche
e con nervatura centrale ben evidente. Fiori
profumati, bianchi o talvolta rosati in boccio, isolati allascella delle foglie; peduncolo fiorale lungo pi o meno come le
foglie; calice con 5 sepali acuti; corolla
con cinque petali patenti, concavi a margine arrotondato e unghia breve. Stami
numerosi con filamenti lunghi 2-3 cm, sottili ed eretti a semicerchio. Ovario infero a
tre logge. Stilo filiforme. Bacca lunga 8-16
mm, di forma sferica, ellittica, ovoidale,
piriforme o campanulata ristretta alla base,
con residui del calice allapice, nero-violacea o raramente bianca; peduncolo di 1,53,2 cm. Semi numerosi, lucenti, biancoavorio o giallognoli, reniformi, duri, di
2,1-4,5 mm.
Tipo biologico. Arbusto sempreverde,
cespitoso. Nanofanerofita.
Fenologia. Il mirto fiorisce in maggioluglio e i frutti, che maturano a ottobredicembre, persistono ad inverno inoltrato
sino anche a febbraio-marzo. Fioriture
secondarie si hanno sporadicamente a
dicembre, ma il fenomeno pi che legato a

particolari biotipi piuttosto determinato


dallandamento stagionale e dalle condizioni microambientali in cui vivono i singoli individui.
Areale. Unica specie del genere Myrtus
in Europa, largamente diffusa in tutto il
bacino del Mediterraneo. In Sardegna occupa gran parte della fascia litoranea ma anche
le zone basse dellinterno al di sotto dei 700
m, con ampie lacune di distribuzione.
Ecologia. Il mirto cresce nelle zone con
clima temperato e su qualsiasi tipo di terreno. In Sardegna, tuttavia, limitato quasi
esclusivamente alle aree silicee, rifuggendo
il substrato calcareo, se non in poche zone
come nelle aree alluvionali della Nurra di
Alghero, dove linfluenza del calcare sembra mitigata da apporti alloctoni di altri
materiali terrosi. Il mirto, sebbene sia una
specie decisamente termofila, ama i luoghi
umidi e predilige i bordi dei corsi dacqua,
i fontanili, o comunque le aree con ristagno
idrico almeno temporaneo, come avviene
anche nei suoli di origine granitica o porfidica ricchi di argille e su suoli embrionali e
molto poveri. Trova le condizioni ottimali
di sviluppo sui substrati effusivi di natura
trachitica o ignimbritica pianeggianti. Sensibile ai forti venti si localizza nelle vallecole, nei pendii con affioramenti di falda o
venule idriche e nelle concavit riparate dai
venti freddi e soleggiate. Lungo i litorali
viene pettinato dal vento e si confonde,
proteggendosi in tal modo, tra le altre piante pi resistenti della macchia, mentre le
foglie superiori vengono spesso seccate dai
venti freddi salsi. Il suo carattere di spiccata eliofilia ne determina la rarefazione nelle
macchie evolute e nei boschi ombrosi. Una
significativa eccezione si ha nelle pinete
artificiali di Pinus pinea dellAzienda
demaniale di S. Anna in comune di Torp,
su substrato scistoso, dove il mirto costituisce la specie dominante del sottobosco, con
coperture anche totali.
In ambienti particolarmente favorevoli,
forma cespi consistenti con numerosi rami
esili, ma anche alberelli che possono raggiungere i 5-6 m di altezza con diametro di

20-25 cm. Entra a far parte dei consorzi


della macchia mediterranea sia come specie dominante, sia come caratterizzante del
complesso di associazioni che vanno sotto
il nome di Calycotomo-Myrtetum, di Myrto
communis-Oleetum sylvestris.
Grandi alberi. Presentano dimensioni
del tutto eccezionali due piante, ancora
molto vigorose, presenti nellorto del convento di S. Pietro a Sassari, che hanno diametro superiore a 250 cm e che sono senza
dubbio quelle di maggiori dimensioni
conosciute in Italia e forse nel mondo.
Notizie selvicolturali. La propagazione
del mirto avviene preferibilmente per talea
o margotta, anche per assicurare i caratteri
originari della cultivar. La formazione di
nuove piantine da seme piuttosto lenta
nella prima fase e richiede 4-5 anni per
costituire cespi di una certa consistenza. Il
potere pollonifero del mirto, oltre al naturale portamento, elevatissimo e, a seguito di taglio raso o del passaggio del fuoco,
produce nuovi virgulti che in breve tempo
ricostituiscono il cespo originario. Per tali
motivi pu essere ceduato ripetutamente,
anche per favorire una maggiore produzione di frutti, e si presta ad essere potato e
foggiato in vari modi a scopo ornamentale.
Recenti ricerche sui criteri ottimali di coltivazione, stimolate dallinteresse del
mirto in liquoreria, hanno focalizzato lattenzione sia sugli aspetti della coltivazione, sia sulla selezione di possibili cultivar
carpologiche a scopo produttivo o ornamentale. In effetti, per labbondante e candida fioritura, sempre sui rami dannata,
che avviene nella tarda primavera e nel
periodo estivo, una specie preziosa per il
giardino dove si presta a costituire siepi,
gruppi o anche ad essere coltivata in vaso.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno, di color grigio-rossastro,
duro, pesante, omogeneo, di grana fine,
anche per la lentezza della crescita, ed
idoneo per lavori al tornio e per intarsio.
Note etnobotaniche. Le pi antiche citazioni del mirto come pianta aromatica sono
attestate in iscrizioni su tavolette dargilla
409

sumeriche risalenti al terzo millennio a.C. e


quindi presso gli Assiri e gli altri antichi
popoli medio-orientali. In Egitto, ad Alessandria, sarebbe stato coltivato il mirto con i
frutti bianchi. Il mirto trova abbondante menzione nellAntico Testamento come pianta
pregiata e utilizzata anche nei riti religiosi e
per la celebrazione delle nozze. Secondo
Benedicenti (o.c.), lisraelita Ester prima di
andare in sposa ad Assuero, re di Babilonia,
fece bagni di essenza di mirto. Il legame con
lamore muliebre confermato anche dal
fatto che la pianta fu sacra a Venere che,
dopo la nascita, nascose la sua nudit dietro
una pianta di mirto. La stessa dea, dopo il
giudizio di Paride, si cinse con una corona
fatta dalle sue fronde. Fu pianta sacra a Pallade. simbolo anche di bellezza maschile,
perch da esso nacque Adone. Assume quindi significato di seduzione e damore coniugale, ma si trova chiaramente rappresentato
anche in affreschi di tombe etrusche a Cerveteri. Il mirto, sacro a Dioniso, simbolo di
rigenerazione e rinascita. I Romani e i Sabini
si riconciliarono, dopo il famoso ratto, purificandosi con fronde di mirto. Nellantica
Roma fu il primo arbusto ornamentale ad
essere piantato nei luoghi pubblici. Davanti
al tempio di Romolo Quirino vi furono per
lungo tempo due mirti sacri, uno chiamato
patrizio, laltro plebeo. Plinio lo considera come pianta esotica introdotta in Italia
dalla Grecia, ma probabilmente si riferisce a
qualche variet coltivata. In effetti, il mirto,
comune allo stato spontaneo, gi nellantichit, per il suo uso alimentare come aromatizzante delle carne e del vino e come spezia,
ma anche in quanto pianta ornamentale, in
riferimento contemporaneo ai simboli di
seduzione, licenziosit e di fedelt coniugale,
veniva ampiamente coltivato a Roma. Tuttora, nella variet tarantina, il mirto una delle
piante pi comuni negli spazi verdi della citt
eterna.
Il mirto entra nei riti della tradizione cristiana, come nel fuoco di SantAntonio
Abate e di S. Giovanni Battista. In riferimento allaspetto nuziale, in Gallura, due foglie,
significanti luomo e la donna promessi
410

sposi, o desiderosi di fidanzarsi, si depositano vicine presso il fuoco. Se, accartocciandosi e bruciando, si avvicinano e si toccano
segno di buon auspicio, mentre in caso contrario si avranno poche speranze di un buon
esito dellunione. Pi in generale le fronde e
i fiori di mirto negli sposalizi costituivano un
elemento ben augurale della riuscita del
matrimonio. Il mirto utilizzato, tenuto in
bocca dal proprietario del bestiame, in funzione apotropaica, per proteggere gli animali
domestici dalla mosca carnaia che potrebbe
depositare le larve nelle mucose nasali, buccali o negli occhi degli animali domestici.
Le bacche sono conosciute come alimento e dalle zone costiere, le donne portavano
il prodotto, nei paesi dellinterno, vendendolo o barattandolo con altri prodotti. Si consumava crudo o, per lo pi, si metteva a macerare con lacquavite per ottenere il liquore di
mirto. Un altro metodo per preparare il
liquore, con propriet toniche e digestive,
era quello di bollire le bacche e aggiungere
allinfuso acquavite o alcole, con laggiunta
di sciroppo di zucchero o miele. Questa pratica comune, tuttora, in gran parte dei paesi
dellIsola. Corrisponde in parte allantico
myrtidanum di Catone (una sorta di vino al
mirto) che si preparava anche in Gallura a
scopo medicinale. Dalle foglie tenere dei
giovani germogli si ottiene un liquore di
colore verdognolo, per la presenza di clorofilla, ma non meno pregiato e gustoso.
Anche la pratica di insaporire la carne e la
cacciagione (cinghiale, lepre, storni e pernici) cucinata in vario modo si ritrova nellantico ricettario di Apicio.
I Greci ed i Romani conoscevano bene le
propriet medicinali delle foglie per combattere ulcere, dermatosi, emorroidi, affezioni
degli organi genitali, delle vie urinarie e
delle vie respiratorie, e come stomachico;
anche tali aspetti erano conosciuti nellIsola,
cos come la preparazione, per distillazione
dei fiori, della cosiddetta acqua degli angeli, usata contro la forfora e la caduta dei
capelli. I semi e le foglie triturate mischiati
nel vino erano considerati un rimedio contro
lavvelenamento da funghi e contro la peste,

Myrtus communis L.- Ramo con fiori, ramo con frutti x0,6; rametto con fiori x1; frutto in sezione x1,2.

Distribuzione in Sardegna di Myrtus communis.

leccessiva sudorazione dei piedi e gli arrossamenti della pelle dei neonati. Le foglie
sono aromatiche ma amare e contengono
tannini, che hanno propriet astringenti e un
complesso di oli essenziali e sostanze aromatiche oggetto di molti studi, per le numerose azioni benefiche sullorganismo che
vengono loro attribuite. Linfuso delle foglie
trovava impiego anche in campo veterinario
per la cura dei disturbi digestivi dei bovini.
In campo artigianale le foglie erano utilizzate per la concia delle pelli. I rami del
mirto, sottili ma resistentissimi e flessibili,
trovavano largo impiego nei lavori di
intreccio per cesti, per nasse per la pesca e
per spalliere alte del carro tradizionale per
il trasporto della paglia. Non mancano infine distillazioni per ottenere lessenza usata
in profumeria o come crema per la pelle.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Del mirto sono ben conosciute
diverse variet. La forma a bacche bianca412

stre o di colore giallognolo (var. leucocarpa Lam.), coltivata gi dagli antichi Egizi,
si trova sporadica allo stato spontaneo; il
mirto esotico di Plinio coltivato a Roma
probabile sia la var. tarentina L., mentre
quella che egli considerava nostra potrebbe
essere la var. romana di Linneo; appare di
difficile identificazione il myrtus conjugalis, ugualmente citato da Plinio. Oggi, si
riconosce il rango unitario differenziandolo
tuttal pi come sottospecie (ssp. communis
e ssp. tarentina (L.) Arcangeli) o meglio
come variet basate principalmente sulle
dimensioni e sulla forma delle foglie. Per la
Sardegna, Fiori indica le seguenti variet:
italica L., romana L., lusitanica L. e tarentina L., questultima presso Pula a San
Rocco, ma verosimilmente proveniente da
coltura. Tra di esse la variet tarentina
mostra la maggiore individualit grazie alle
foglie sempre molto piccole, internodi raccorciati da simulare quasi una condizione
verticillata, e i frutti rotondi. Le altre variet fanno riferimento soprattutto alle dimensioni delle foglie, molto variabili nellambito delle popolazioni naturali, come anche
sostenuto da Pignatti (1982). Pampanini
(1941) considera la var. leucocarpa Lam.
come una forma o subforma che compare
sporadica nelle diverse variet. Egli analizzando le popolazioni di Macchiareddu
presso Cagliari riconosce la var. italica L.,
distinguendo in base alla forma delle bacche la subvar. globosa Pamp., a cui aggrega
due forme (f. dubia Pamp. e macrocarpa
Pamp.) e la subvar. oblonga Pamp. con le
forme vera Pamp., la subf. intermedia
Pamp. (per il colore porporino delle bacche) e la subf. leucocarpa (DC.) Pamp., la
forma grandis Pamp. (con le bacche oblungo-turbinate lunghe sino a 15 mm) con la
subf. dulcis Pamp.
Si tratta in definitiva di un complesso di
biotipi che proprio per la loro coesistenza
negli stessi habitat hanno scarso valore
sistematico e sono riconducibili alle variazioni individuali. Anche in altre popolazioni dellIsola si ha variabilit analoga della
forma e delle dimensioni delle bacche (pi

Myrtus communis in forma


arborea nellorto di San Pietro di
Silki a Sassari.

rotondeggianti, piccole, pi allungate, sino


a 18 mm) conosciute a livello popolare
come murta campanedda, in quelle di
dimensioni maggiori, e nel numero dei
semi nellambito di uno stesso individuo. I
semi, da 1 nelle bacche piccole sino a 12 in
quelle pi grandi variano come forma, da
rotondeggianti a cuoriformi, reniformi con
ilo centrale ben sviluppato; sono lunghi
2,1-4,5 mm e di norma meno larghi e le
loro dimensioni sono indipendenti dal
numero dei semi in una stessa bacca.
Anche i caratteri organolettici della polpa
si apprezzano, a parit di maturazione,

come pi tannici o pi dolci, mentre, a


parte la var. leucocarpa, appare costante la
colorazione della buccia e della polpa.
SPECIE INTRODOTTE. Tra le Myrtaceae il
genere Eucalyptus quello di maggiore
importanza. Gli eucalitti, originari del Continente australiano e della Tasmania, furono
introdotti in Europa, dopo la scoperta dellAustralia, sia per la rapidit di crescita, sia
per la loro adattabilit anche alle condizioni
ambientali pi critiche. Si tratta di piante
che hanno un apparato radicale notevole in
grado di esercitare una fortissima concor413

Fiori di Myrtus communis.

Frutti bianchi di Myrtus communis.

renza alle specie spontanee, tanto che nei


rimboschimenti ad eucalitti si ha una progressiva scomparsa del sottobosco, anche
per laccumulo di sostanza organica indecomposta, che impedisce la regolare germinazione di semi. E. camaldulensis Dehn.
la specie pi diffusa e fa parte ormai del
paesaggio vegetale in molte parti dellIsola
ed in particolare delle zone di pianura e
costiere. Gli eucalitti sono utilizzati anche
per costituire barriere frangivento a protezione delle colture agrarie e per la produzione di legname per legna da ardere, cassettame e paleria. Labbondante fioritura viene
sfruttata per la produzione di un ottimo
miele monoflorale. La specie si caratterizza
per le infiorescenze in cime provviste di
numerosi fiori e capsule fruttifere appuntite
di piccole dimensioni. Nonostante la sua
relativamente recente introduzione, alcune
piante hanno raggiunto dimensioni ragguardevoli, che le fanno annoverare tra gli albe-

ri di maggiori dimensioni, come quelli censiti da Vannelli in localit Su Loi a Capoterra (28 m di altezza con 676 cm di circonferenza), il grande albero del cortile del complesso di edifici della caserma forestale di
Pantaleo a Santadi (30 m di altezza per 569
cm di circonferenza) e quello di Villa dOrri a Sarroch (30 m di altezza per 585 cm di
circonferenza). Unaltra specie abbastanza
frequente E. globulus Labill., caratterizzata da frutti a ricettacolo legnoso con diametro di circa 20 mm e foglie delle piante giovani opposte e unite alla base; assume
dimensioni notevoli con un esemplare presente a Villa dOrri, di 33 m di altezza e 500
cm di diametro. Altre specie che possibile
rinvenire nei rimboschimenti, nei centri abitati e nelle case di campagna sono E. populifolia, (secondo Vannelli (o.c.) introdotta
per la prima volta in Europa a Villa dOrri
nel 1842), E. panicolata, nonch altre ancora ma di minore frequenza.

414

ANGIOSPERMAE UMBELLIFERALES
CORNACEAE
Alberi, arbusti, suffrutici. Foglie persistenti o caduche, semplici. Fiori bisessuali
o unisessuali riuniti in infiorescenze a
ombrella. Frutto: drupa o bacca. La famiglia delle Cornaceae comprende 12 generi
e circa 95 specie distribuite prevalentemente nelle regioni tropicali, subtropicali e
temperate. Molte specie sono utilizzate
come piante ornamentali nei giardini.
CORNUS L.
Piante arboree, arbustive, raramente
erbacee con foglie persistenti o caduche.
Fiori piccoli, riuniti in ombrelle e circondati spesso da brattee fogliacee petaloidee.
Calice e corolla di quattro pezzi. Stami 4.
Il genere Cornus rappresentato da circa
45 specie distribuite nelle regioni temperate dellEmisfero settentrionale. Il legno di
molte specie ricercato per la fabbricazione di mobili ed utensili vari. Il nome Cornus potrebbe derivare dalla somiglianza
riscontrata fra il legno di questa pianta e le
appendici cornee di molti animali.

Foglie di 5-8 x 4-7 cm, opposte, rotondeggianti, ellittiche, acuminate allapice, rossastre in autunno; lamina a margine intero
con nervature marcate, convergenti verso
lapice, con peli semplici e peli sparsi fissati a met; pagina superiore con peli pi
radi, pi piccoli, tutti appressati. Fiori
bianchi, pi o meno peduncolati, in corimbo terminale; petali di 6-7 x 1,5-2 mm, lanceolati, patenti. Antere lineari-oblunghe;
stilo a forma di clava. Drupa di 6-8 mm,
globosa, nero-azzurrognola, di sapore
amaro, non commestibile.
Tipo biologico. Arbusto cespitoso,
caducifoglio. Microfanerofita.
Fenologia. Inizia la fioritura ad aprilemaggio, dopo la comparsa delle foglie. I
frutti maturano ad ottobre, mentre le foglie
permangono sino a dicembre inoltrato.
Areale. Cornus sanguinea ha un areale
molto vasto ed ampiamente diffuso
soprattutto nellEuropa Centrale, in Asia
Minore e Caucaso. In Sardegna si trova

Cornus sanguinea L., Sp. Pl., 1:117


(1753)
Regione della prima descrizione: Habitat in Europae, Asiae, Americae borealis
dumetis.
Nomi italiani: Sanguinella.
Nomi sardi: Erba de sanguini.
Nomi stranieri: Ingl., Dogwood; Fr.,
Cornouillier sanguin; Ted., Blutroter Hartriegel, Roter Hornstrauch; Sp., Sangrinyol, Sangrell.
Arbusto di 1-4 m con numerosi fusti
eretti o leggermente incurvati, verdi da
giovani, rossastro-porporini da adulti.

Distribuzione in Sardegna di Cornus sanguinea.

415

Cornus sanguinea L. - Ramo con foglie, ramo con frutti, rametto con fiori x0,6; fusto x2,4; particolare di foglie, fiori
x1,2.

Infiorescenza di Cornus sanguinea.

Frutti immaturi di Cornus sanguinea.

sporadico nei dintorni di Sassari e nel Sarcidano.


Ecologia. un arbusto moderatamente
eliofilo che cresce nei luoghi aridi, sassosi,
soleggiati, nei boschi radi e nelle macchie,
indipendentemente dal substrato. In Sardegna piuttosto raro e sembra avere esigenze differenti rispetto a quanto dato in letteratura per le altre regioni; infatti si trova
nelle vallate umide sui calcari miocenici
del Sassarese, e nel Sarcidano lungo i corsi
dacqua, mentre rifugge le formazioni
boschive.
Notizie selvicolturali. La crescita
piuttosto lenta, non raggiunge mai dimensioni notevoli e resta allo stato arbustivo
pur possedendo una notevole longevit. Si
propaga molto facilmente per seme, per
talea o margotta e spesso diventa invadente. Potrebbe trovare utilizzazione nelle
siepi e nei giardini per la facilit di coltura

e per la colorazione che le foglie assumono


nel periodo autunnale.
Caratteristiche ed utilizzazioni del legno.
Il legno duro, compatto, tenace e si presta
per accessori di piccoli utensili campestri.
Note etnobotaniche. La corteccia d a
vari tessuti come la lana, il lino, il cotone e
la seta, varie tonalit di bruno (color castoro-chiaro, nocciola). Il frutto contiene olii
in notevoli quantit (34%) che sono adatti
per la concia, per saponi, ma soprattutto
per le lampade al posto dellolio di oliva,
poich possiede maggiori pregi nella combustione.
Note tassonomiche, sistematiche e
variabilit. Le popolazioni sarde di Cornus
sanguinea, nonostante il loro isolamento
geografico e genetico, rispetto alle popolazioni delle altre aree geografiche, non sembrano avere differenze tali da giustificare
listituzione di sottospecie o variet.

417

ANGIOSPERMAE UMBELLIFERALES
APIACEAE O UMBELLIFERAE
Piante prevalentemente erbacee, pi raramente legnose, arbustive o arboree. Foglie
composte, pennato-partite, palmato-composte o semplici. Infiorescenze ad ombrella
semplice o composta, accompagnata da brattee. Calice ridotto o mancante; corolla con 5
petali, talvolta diseguali, bilobi. Stami 5 con
antere rivolte verso il centro del fiore. Ovario infero con due carpelli (mericarpi). Frutto: diachenio di varie forme o con diverse
ornamentazioni: solchi, spine, aculei, tubercoli, ali.
La famiglia delle Apiaceae comprende
300 generi con circa 3.000 specie distribuite
in tutto il mondo ed alcune di esse largamente coltivate per uso alimentare, per lestrazione di resine, gomme, sostanze medicinali
e per scopo ornamentale.

crabiu (Fluminimaggiore); Laru crapinu (Escalaplano); Linna niedda (Dorgali); Linna pudida (Laconi).
Nomi stranieri: Ingl., Thorow-wax; Fr.,
Bupleure ligneux; Sp., Matabou (Catal.).
Pianta sempreverde, fortemente aromatica, arbustiva, di 1-2 m, con rami eretti o tendenti a costituire un cespuglio ombrelliforme. Rami lisci, pi o meno striati nel secco,
rossastri. Foglie lunghe 3-7 cm, larghe 2-3
cm, sparse, pi o meno appressate ai rami,
obovate o ellittiche-oblunghe, cuneate alla
base ed appuntite allapice, con nervatura
principale ben marcata. Infiorescenze in
ombrelle poste alla sommit dei rami, con 56 brattee caduche, obovate, e 5-20 raggi di 34 cm; ombrellette bratteolate con 8-12 fiori e
con peduncoli di 4-7 mm, ghiandolosi; fiori
gialli poco appariscenti. Frutto: diachenio di
6-8 mm, con coste strettamente alate.
Tipo biologico. Arbusto cespitoso sem-

BUPLEURUM L.
Piante erbacee, annuali e arbustive, con
foglie larghe, intere, persistenti, sessili, o
abbraccianti il fusto. Fiori riuniti in infiorescenze ad ombrella, circondate da brattee
spesso vistose. Fiori piccoli, verdognoli
con calice incospicuo. Ovario infero. Frutto: diachenio.
Il genere comprende circa 150 specie
distribuite per lo pi in Europa, Asia, Africa in zone a clima freddo o temperato.
Bupleurum deriva dal greco: boupleuron = costa di bue, con riferimento alle
nervature delle foglie.
Bupleurum fruticosum L., Sp. Pl., 1: 238
(1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Galliae australis saxosis maritimis.
Nomi Italiani: Bupleuro cespuglioso.
Nomi sardi: Laru crabinu (Isili); Laru eru
418

Distribuzione in Sardegna di Bupleurum fruticosum.

Bupleurum fruticosum L.- Ramo con fiori e frutti, foglie x0,65; fiori x4.

preverde a foglie coriacee. Nanofanerofita.


Fenologia. Fiorisce da giugno ad agosto e i frutti maturano nel mese successivo.
Areale. Vive in Europa meridionale e
Africa del Nord. Coltivato a scopo ornamentale, attualmente si trova anche in
Gran Bretagna, Russia, Turchia. In Sardegna presenta pochi esemplari alla foce del
Rio Li Cossi in Gallura, ma diffuso,
soprattutto, nel settore centro-orientale dei
Supramonti, in Ogliastra, a Tonara e nella
Sardegna meridionale sul Marganai.
Ecologia. una specie eliofila che predilige i luoghi calcarei delle zone costiere.
Tuttavia vive sporadico anche su altri substrati, come al contatto delle sabbie con le
rocce porfidiche, e nelle zone pi interne,
in ambienti montani particolarmente ben
esposti e caldi, fino ai 1.000 m sulle pareti
calcaree dei tonneri del Gennargentu. Sulle
aree di depositi calcarei di versante, presso

Bupleurum fruticosum.

420

Osini, si hanno vere e proprie garighe che


caratterizzano chiazze di paesaggio.
Notizie selvicolturali. Bupleurum fruticosum la sola specie legnosa nella famiglia delle ombrellifere presente nella flora
sarda. Si produce per seme e si propaga
anche per polloni radicali. Si presta ad
essere coltivata come pianta da giardino in
quanto forma cespugli emisferici sempreverdi, molto compatti ed odorosi, che attirano api, vespe e tanti altri insetti. una
pianta mellifera.
Note etnobotaniche. Secondo Plinio, i
frutti erano utili anche contro il morso dei
serpenti. La distillazione in vapore acqueo
delle parti aeree d unessenza usata come
antireumatico e antinfiammatorio costituita principalmente da fenilpropanoidi, timolo, pinene e carvacrolo. I frutti, simili a
quelli del finocchio e molto aromatici,
erano usati come aromatizzanti.

ANGIOSPERMAE ERICALES
ERICACEAE
Arbusti eretti, prostrati, rampicanti o erbe.
Foglie alterne, opposte o verticillate, coriacee,
persistenti. Fiori isolati o riuniti in infiorescenze. Calice con cinque pezzi saldati alla base.
Corolla con quattro o cinque petali, generalmente fusi. Stami 4-5 o in numero doppio
rispetto ai petali. Polline in tetradi. Ovario
supero o infero. Frutto: bacca o capsula.
La famiglia delle Ericaceae viene suddivisa in 5 grandi sottofamiglie comprendenti
100 generi con 3.000 specie distribuite in
tutto il mondo. I generi pi diffusi sono:
Rhododendron, di cui sono state descritte
oltre 700 specie, Erica, Arbutus, Vaccinium,
Calluna. Vi appartengono numerose piante
di interesse ornamentale, come i rododendri
e le eriche, ed economico, come i mirtilli.
una famiglia le cui origini risalgono al Cretaceo, come testimoniano i reperti fossili.
Foglie ovali, sparse; fiori con 10 stami;
frutto: bacca di 1,5-3,5 cm..........Arbutus
Foglie lineari verticillate a tre o quattro;
fiori con 8 stami; frutto: capsula minuta......................................................Erica
ARBUTUS L.
Piante arbustive o a portamento arboreo,
con foglie coriacee, semplici, persistenti.
Fiori con corolla gamopetala, rigonfia, bianca o rosea. Infiorescenze a grappolo, pendule o erette. Stami 10 racchiusi nella corolla;
ovario con 10 carpelli. Frutto: bacca.
Il genere Arbutus costituito da circa
20 specie che vivono in zone a clima temperato o subtropicale. Arbutus deriva dal
latino tardo arbustus=arbusto.
Arbutus unedo L., Sp. Pl. 1:395 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Europa australi.

Nomi italiani: Corbezzolo, Albatro, Rossello, Cerasa marina.


Nomi sardi: Albo (Alghero); Arm (Carloforte); Cariasa lidone (Bolotana);
Lidne (Anela, Berchidda, Bitti, Bono,
Bonorva, Ittiri, Nule, Nuoro, Orani,
Ozieri, Pattada, Siniscola); Lioni (Perdas de Fogu, Seui, Tempio); Oii
(Mogoro); Oi(n)i (Fluminimaggiore);
Oini (Villacidro); Olidne (Baunei,
Berchidda, Oschiri, Padria, Urzulei,
Usini); Oline (Laconi); Olini (Burcei); Orioni (S. Antioco); Alidne, Ghilidone, Chilisone; Mela e lidne indica
in genere il frutto.
Nomi stranieri: Ingl., Strawberry tree; Fr.,
Arbousier commun; Ted., Erdbeerbaum;
Sp., Madroo, Arboser, Arboc.
Pianta arbustiva o anche albero, molto
ramificato. Corteccia bruno-rossastra staccantesi a scaglie sottili. Rami giovani pelosetti, rossastri. Foglie sparse, di colore
verde-scuro brillante nella pagina superiore e verde pi chiaro in quella inferiore,
con lamina ovale, obovata o, pi comunemente, ovale-lanceolata, coriacea, a margine dentellato o crenato-dentato. Fiori sui
rami dellannata in infiorescenze a grappolo terminale pendulo; pedicelli con bratteole; calice con 5 sepali triangolari; corolla
bianca o rosea, urceolata, con 5 dentini
situati sul margine e ripiegati verso
1esterno; stami 10 racchiusi nel tubo
corollino con filamento rigonfio, peloso,
ed antere ovali munite di due sottili appendici allapice; stimma discoideo. Frutto:
bacca di 2-3,5 cm, globosa o con apice lassamente conico, rossa, carnosa, con numerosi tubercoli rigidi distribuiti sulla superficie esterna. Semi minuti ovali-lanceolati,
di forma irregolare. 2n=26.
Tipo biologico. Arbusto sempreverde a
foglie sclerofilliche ma non molto rigide.
Spesso, in condizioni ambientali favorevoli, assume portamento arboreo e raggiunge
anche i 10-18 m di altezza. Micro e mesofanerofita.
Fenologia. Il corbezzolo fiorisce da set421

tembre a dicembre e i frutti maturano dopo


un anno. I nuovi germogli compaiono nella
primavera successiva e risultano al centro
del punto di emissione di numerosi nuovi
rami. Fioriture a maggio-giugno sono del
tutto sporadiche, e appaiono legate al biotipo piuttosto che allandamento climatico.
Areale. diffuso soprattutto nella
regione mediterranea, ma si estende anche
lungo lOceano Atlantico sino allIrlanda.
La presenza del corbezzolo in questa zona
ha suscitato molte discussioni non risolte
sul suo indigenato. Alcuni autori propendono per unintroduzione della specie per
via antropica, altri invece considerano la
sua presenza come un relitto di una vegetazione mesofita che, nel periodo delloscillazione xerotermica post-glaciale, avrebbe
conquistato le coste atlantiche. Questa ipotesi avvalorata dalla presenza di altre
specie mediterranee che accompagnano il
corbezzolo nelle zone situate fuori della
loro area di distribuzione principale. In
Sardegna una delle piante pi comuni e
maggiormente diffuse, sia nelle macchie
litoranee, sia nei boschi montani al di sotto
dei 1.200 m di altitudine.
Ecologia. Il corbezzolo, generalmente
indifferente al substrato, preferisce i suoli
silicei. Vive nelle regioni con clima temperato o caldo-arido, ma si spinge anche in
zone pi fredde e umide mitigate, per, dal
clima di tipo oceanico. Cresce nel sottobosco, dove forma spesso un fitto strato arbustivo, e nelle zone soleggiate e aperte. La
macchia a corbezzolo rappresenta uno stadio di degradazione della lecceta mesofila
e pu essere considerata una tappa dellevoluzione della vegetazione verso la ricostituzione naturale della formazione forestale a leccio. Nelle leccete in uno stadio di
massima evoluzione, il corbezzolo si devitalizza via via sino a deperire definitivamente. Entra a far parte dellErico-Arbutetum di cui costituisce lelemento principale. Nella fase iniziale della formazione
delle macchie si pu trovare in posizione
subordinata o paritaria rispetto a Erica
arborea, ma con levolversi delle stesse, si
422

afferma sempre di pi soppiantando cisti


ed eriche, specie maggiormente eliofile,
che deperiscono in modo significativo. In
queste formazioni forestali che cos vengono a formarsi, alla fine, il corbezzolo resta
la specie dominante, se non esclusiva, e
pu costituire anche veri e propri boschi,
ma con scarsa rinnovazione naturale.
Grandi alberi. Grandi alberi sono presenti sporadicamente in tutta la regione,
ma gli esemplari di taglia maggiore conosciuti sono localizzati nei Supramonti calcarei di Orgosolo a Sas Baddes e presso
Nuraghe Mereu, con alberi alti sino a 1015 m e diametro di 70-80 cm; in Ogliastra,
in localit Lacarda in comune di Seui, con
una pianta di 7 m di altezza e 247 di circonferenza; nel Sarcidano a Laconi, ma
anche sui graniti di Nuraxi a Villacidro,
con un albero di 8 m di altezza e 195 di circonferenza ed ancora a Traimento-Talav
in comune di Torp con alberi che raggiungono 8 m in altezza e 80 cm di diametro, e
sulle vulcaniti della Giara. In comune di
Urzulei, a Genna Silana, sul versante
orientale del complesso calcareo tra i
numerosi esemplari in forma arborea esiste
un albero con oltre 400 cm di circonferenza che, verosimilmente, quello di maggiori dimensioni di tutta lIsola.
Notizie selvicolturali. La propagazione
si ottiene con buoni risultati dai semi; questi, raccolti non pi tardi di gennaio, debbono essere interrati su terreno leggero,
preferibilmente siliceo, ricco di humus. La
germinazione avviene dopo 1-2 anni e la
crescita delle piantine piuttosto lenta nei
primi anni, ma regolare. Possono essere
messe a dimora quando hanno raggiunto
unaltezza di circa 50 cm. Dopo il taglio o
lincendio, la ceppaia emette numerosi polloni che crescono rapidamente. Il miglior
modo di governarlo a ceduo con tagli
ogni 10-20 anni. utilizzato come pianta
ornamentale, altamente decorativa per il
fogliame, per labbondante fioritura e fruttificazione autunnale. In Sardegna il corbezzolo forma estese macchie sia come
specie prevalente, sia con lerica arborea e

Infiorescenza e frutti di Arbutus unedo.

altre sclerofille sempreverdi. Boschi di


corbezzolo in forma arborea di 15-16 m di
altezza sono presenti anche nella foresta
demaniale di Montarbu, su substrato siliceo, mentre i boschi di corbezzolo pi estesi della Sardegna sono in territorio di
Urzulei e Dorgali presso Genna Silana.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno pesante, omogeneo, compatto con alburno bianco-rosato o giallorosso e duramen rosso-bruno. Pu essere
facilmente levigato e utilizzato per lavori
di piccola ebanisteria e di tornio. La fragilit e la tendenza a torcersi, particolare ben
evidente nelle piante di grandi dimensioni,
ne limitano gli usi in falegnameria. Sono
rinomate le botticelle per linvecchiamento
del vino e dellacquavite a cui conferisce
un colore ambrato. I robusti polloni trovano ottimo impiego in paleria per le vigne,
per coprire le pinnettas dei pastori, per la
costruzione di paletti e manici di utensili,
spiedi per arrosti, attrezzi di cucina, giocattoli e pezzi di strumenti musicali. un
eccellente legna da ardere e il carbone che
ne deriva d un alto rendimento.

Distribuzione in Sardegna di Arbutus unedo.

423

Albero monumentale di Arbutus unedo a Genna Silana in territorio di Urzulei.

424

Macchia evoluta a Arbutus unedo.

Macchia evoluta e formazioni boschive a Arbutus unedo presso la gola di Gorropu (ai confini tra Urzulei-OrgosoloDorgali).

425

Arbutus unedo L. - Ramo con fiori e frutti x0,5; infiorescenza, fiore aperto x2; stame x5; calice x8; frutto in sezione
x1; seme x4.

Note etnobotaniche. Il corbezzolo una


specie conosciuta ed apprezzata sin dallantichit. I frutti sono eduli, dolci e appetitosi, ma, secondo Plinio, sono poco pregiati ed preferibile mangiarne solo uno,
in quanto hanno propriet lassative. Da
questa indicazione potrebbe derivare lepiteto specifico unedo: unum edendi come
riferisce Plinio. Dai frutti, un tempo venduti anche in diverse parti della Sardegna,
si ottiene una marmellata. Le bacche mature erano utilizzate per preparare una sapa,
sostitutiva di quella del vino o del fico
dIndia, usata per aromatizzare i dolci o,
tramite la macerazione, una sorta di vino
melassato. I frutti, con la fermentazione,
forniscono una buona acquavite e, facendoli macerare per 20-30 giorni in soluzione alcolica, si ottiene un delicato liquore.
Le foglie e le sommit fiorite contengono
diversi glucosidi, alcaloidi e sostanze tanniche. Il decotto delle foglie considerato
antireumatico ed astringente. Linfuso o il
decotto della radice, da solo o con altre
piante, era usato come dimagrante e ipotensivo, nelle gastriti, e nei disturbi intestinali ed epatici, come antalgico e nelle
escoriazioni e ferite. Anche in questi casi
erano importanti il giorno della raccolta e
la pratica rituale adatta per assicurarne
lefficacia. La corteccia ha propriet concianti e le foglie e i giovani polloni sono
appetiti dal bestiame. In medicina veterinaria aveva una certa rinomanza contro il
malocchio agli animali domestici. Ai fiori
di corbezzolo dovuto un ottimo miele,
cosiddetto amaro, che si ricava nel periodo
autunnale, molto pregiato e famoso fin dallantichit per le sue propriet curative
delle affezioni bronchiali. Il pascolo delle
api su queste piante sembra creare problemi al loro stato sanitario.
Il corbezzolo per le sue foglie verdi, i
fiori bianchi e i frutti maturi rossi, presenti contemporaneamente nel periodo autunnale, ha gli stessi colori della bandiera italiana; fu proposto, senza esito, dal botanico Valerio Giacomini come pianta simbolo
dItalia, mentre lo diventata per lIrlanda.

Note tassonomiche, sistematiche e


variabilit. Il corbezzolo presenta una
sostanziale uniformit di caratteri e le
variet e forme colturali descritte sono
riconducibili nellambito della variabilit
popolazionale della specie. Sono riconoscibili per le foglie (var. angustifolia
(Debx.) Fiori), o per la forma e le dimensioni delle bacche, suscettibili di essere
conservate tramite la propagazione vegetativa. Le specie pi affini del corbezzolo
sono Arbutus canariensis Veill. delle
Canarie e A. andrachne L. del Mediterraneo orientale, con il quale si ibrida dando
origine ad A. andracnoides Link, albero
molto apprezzato per il colore rossastro
della corteccia liscia del tronco principale
e dei rami.
ERICA L.
Alberi o arbusti eretti o prostrati con
foglie lineari, persistenti, verticillate a tre o
quattro e con margine revoluto. Fiori riuniti in infiorescenze a grappolo o a pannocchia; calice ridotto; corolla bianca, verdognola, giallastra o rosa, campanulata, tubulosa o rigonfia; stami 8 con o senza appendici; ovario supero. Frutto: capsula.
Il genere Erica comprende circa 500
specie diffuse in Europa ed in Africa, in
particolare nellAfrica del Sud, che viene
considerata il principale centro di origine.
Molte specie che vivono in Africa hanno
fioritura abbondante, appariscente, ma
sono poco resistenti ai rigori invernali e
possono essere utilizzate come piante da
appartamento o da serra. Quelle che vivono in Europa hanno fiori pi piccoli, ma
sono pi resistenti al clima caldo-secco
delle regioni mediterranee o a quello freddo-umido delle zone montane. Le eriche
preferiscono i terreni acidi e poveri che
colonizzano da sole o assieme ad altre specie frugali, formando degli aspetti particolari della vegetazione, noti come brughiere
ed ericeti. Il nome Erica deriverebbe dal
greco creikon=rompere, frantumare, per
427

le propriet diuretiche del suo decotto,


usato per sciogliere i calcoli, ma pi probabilmente per il particolare modo dello
spezzarsi dei rami.
1 Fiori bianchi o verdognoli......................2
Fiori rosa................................................3
2 Rami giovani pubescenti; foglie con un
solco nella pagina inferiore; fiori in pannocchie dense; antere con appendici
ciliate; fioritura invernale-primaverile
.................................................E. arborea
Rami giovani glabri; foglie con due solchi nella pagina inferiore; fiori in grappoli stretti allungati; antere senza appendici; fioritura invernale-primaverile
................................................E. scoparia
3 Fiori in ombrelle terminali; foglie con 23 solchi nella pagina inferiore e riunite a
verticilli di tre; antere con appendici
intere; fioritura primaverile-estiva
.............................................E. terminalis
Fiori in grappoli terminali, densi; foglie
con un solco nella pagina inferiore e
riunite in verticilli di 4-6; antere senza
appendici; fioritura estivo-autunnale
.............................................E. multiflora
Erica arborea L., Sp. Pl. 1: 353 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
in Europae australi.
Nomi italiani: Erica arborea, Scopa da
ciocco.
Nomi sardi: Astannagliu (Oliena); Castanagliu (Siniscola); Castanariu (Nuoro);
Castangialzu (Padria); Castaniariu
(Alghero); Castannalzu (Pattada);
Castannarzu (Anela, Bono); Castanzarzu (Bolotana); Castennagliu (Bitti);
Castennargiu (Orani); Ghiddostre (Oliena, Orgosolo, Sarule); Iddostra (Fonni);
Iddostro (Busachi); Iscoba (Berchidda);
Iscopa masciu (Tempio); Salima femina
(Villaputzu); Sechintrese (Orani); Tuvara (Burcei); Tuvara era (Aritzo); Uvara
(Fluminimaggiore, Villacidro).
428

Nomi stranieri: Ingl., Tree heath; Fr., Bruyre en arbre; Ted., Baum-Heide; Sp.,
Urce, Dinada, Bruch.
Arbusto di 1-6 m di altezza con rami
eretti, densi. Rami giovani con densa peluria biancastra formata da peli stellati frammisti a peli semplici. Corteccia grigioscura o bruno-chiara, screpolata in listelle
longitudinali. Foglie 3-5 mm, glabre,
verdi-scure, in verticilli di 3-4, lineari, con
margine denticolato. Fiori bianchi o rosati,
profumati, con corolla campanulata o subcilindrica. Infiorescenza a pannocchia
densa, formata dallunione di numerosi e
corti racemi; pedicelli glabri con due o tre
piccole bratteole; calice piccolo, glabro,
con lobi ottusi, rigonfio alla base; corolla
2-4 mm, divisa sino alla met, lobi ottusi,
eretti. Stami racchiusi nella corolla, con
filamento corto e con antere munite di due
appendici ciliate. Ovario con stilo e con
stimma rotondeggiante. Capsula, glabra,
ovoidale e semi minutissimi. 2n=24.
Tipo biologico. Pianta arbustiva sempreverde a foglie aghiformi, che pu raggiungere anche 8-10 m di altezza assumendo un aspetto arboreo. Microfanerofita.
Fenologia. Fiorisce da gennaio a marzo
e matura i semi nel periodo estivo.
Areale. Larea di diffusione comprende
tutta la regione mediterranea, le isole
Canarie e ristrette aree, oltre la fascia sahariana in Angola ed Etiopia, presentando un
tipico esempio di areale disgiunto, ossia
aree di distribuzione separate da barriere
(oceano e deserto) che non possono essere
superate in modo autonomo dai semi della
pianta. Gli areali disgiunti sono testimonianza di una distribuzione molto pi vasta
nel passato anche molto remoto e generalmente rappresentano una restrizione di
areale.
Ecologia. Pianta fortemente eliofila,
preferisce i terreni aridi e vive nei climi
caldo-aridi spingendosi, talvolta, nelle
zone pi fresche ed umide. Normalmente
si unisce al corbezzolo e ad altre specie
arbustive formando degli aspetti particola-

Distribuzione in Sardegna di Erica arborea.

ri della macchia alta. D origine anche a


formazioni vegetali monospecifiche sui
suoli degradati. Lerica arborea un componente fondamentale della macchia a
erica e corbezzolo, che va sotto il nome di
Erico-Arbutetum, una delle formazioni a
macchia pi diffuse nei substrati silicei,
che rappresenta uno stadio dei processi di
evoluzione-degradazione tra i pi comuni
della lecceta. Entra a far parte del complesso di associazioni forestali del Quercetum
ilicis e, nelle isole Canarie, caratterizza sia
le fasi iniziali di evoluzione della vegetazione, sia i boschi climacici del Fayo-Ericetum arboreae.
Grandi alberi. Alberi con tronchi di 2030 cm di diametro e 7-8 m di altezza sono
abbastanza frequenti. Non da escludere
che grandi alberi siano stati presenti nel
passato. Tuttavia, quanto scritto da Balzac
sui boschi di eriche della Sardegna alte 30
piedi (10 m) poco credibile.

Notizie selvicolturali. La propagazione


dellerica avviene per semina in terreni
leggeri, ben drenati, per margotta, polloni e
talea. Il trapianto delle piante spontanee
pu dare buoni risultati quando sono ancora giovani, piccole, raccolte con la zolla di
terra senza rovinare le radici, e messe a
dimora nella stessa terra di erica. Lerica in
condizioni di piena naturalit un albero e
questo aspetto particolarmente evidente
nelle isole Canarie, dove esistono veri
boschi di questa specie. Tuttavia, nellarea
mediterranea, a causa degli incendi ripetuti e della sua elevatissima capacit pollonifera, si presenta in genere come arbusto
cespitoso. Per le sue esigenze di luce,
rifugge dai boschi maturi di leccio, dove
permane a lungo in necromassa, e si rarefa
nelle macchie evolute con fillirea e corbezzolo, che la sopravanzano rendendola poco
vitale. Le ceppaie riacquistano vitalit
dopo il passaggio dellincendio con lemissione di numerosi polloni.
Caratteristiche ed utilizzazioni del
legno. Il legno dellerica arborea pesante, omogeneo, rosso cremisi, con tessitura
molto fine, facilmente spezzabile, si taglia
tipicamente in tre parti, da cui anche uno
dei nomi sardi (sechintrese), ed soggetto
a torsioni. Il legno dei rami utilizzato in
piccoli lavori di tornio, quello ricavato dal
ceppo radicale, marezzato e con venature
di diversa tonalit di colore rossastro,
impiegato nella fabbricazione di pipe o,
ridotto in fogli, per impiallacciare i mobili.
Il legno dellerica un ottimo combustibile; il suo carbone ha un elevato potere
calorifero e una grande durata di combustione, propriet che lo faceva preferire
nella fucina del fabbro e dei picapietre. La
legna secca di erica, al pari del corbezzolo,
era un candelazzo (candelathu) molto
apprezzato per il camino.
Note etnobotaniche. Il ciocco per ricavare i masselli per le pipe, il prodotto pi
pregiato, era immerso in acqua per lungo
tempo e quindi fatto stagionare al fresco
per evitare che seccando si producessero
fessurazioni. Un altro uso comune era
429

Erica arborea L. - Ramo con fiori x2,3; fiori x7; foglia, rametto con foglie x3,3.

Infiorescenze di Erica arborea.

quello di ricavare cucchiai, forchette,


manici di coltelli e vari arnesi da cucina.
Le pertiche, ottenute col taglio alla base
del ceppo, erano largamente utilizzate per
paleria e recinzione dei chiusi e degli orti,
mentre i rami giovani trovavano impiego
per confezionare scope da cortile.
Linfuso a caldo delle sommit fiorite
delle eriche era considerato diuretico, disinfettante, sedativo ed antireumatico. Non
mancavano gli usi magici e scaramantici
,ad esempio quello per scacciare gli insetti
parassiti delle piante coltivate o degli animali, grazie al fatto che anche le foglie dellerica cadono molto facilmente una volta
recisi i rami. La pianta ha unabbondantissima fioritura ed molto mellifera, dando
un miele monoflorale (miele di erica) assai
apprezzato. Il termine Tuvara, con le relative varianti fonetiche, che dato anche a
Erica scoparia, viene considerato da
Wagner di significato diverso da tubero,
con il quale si indica la Terfezia leonis, un

fungo ipogeico conosciuto sui terreni sabbiosi in territorio di Sorso, di Berchidda e


nel Campidano, dove esiste anche il fitotoponimo Tuvaraggiu (luogo di tuveras).
Paulis preferisce far derivare la parola da
Tuvu (macchia in logudorese) ma appare
pi semplice lattribuzione a tubero, considerando che lerica possiede un ciocco
verosimilmente assimilabile ad esso.
Note tassonomiche, sistematiche e variabilit. Nonostante il lungo isolamento delle
aree di distribuzione non sono state evidenziate differenze significative. Ci dimostrerebbe la grande stabilit genetica della specie
consolidata dalla sua antica origine. Il portamento arboreo, presente in Africa e soprattutto nelle Canarie, dove esistono nellIsola di
Tenerife veri e propri boschi, assente di
norma nel bacino mediterraneo, ma questo
da attribuire alla degradazione delle formazioni forestali, piuttosto che ad una incapacit di presentarsi con questo habitus. Le variet rupestris, descritta da Chabert per la Corsi431

ca, e glabriuscula da Nicotra, per la Garfagnana e il Messinese, differenziate per i rami


glabri, sono considerate da Pignatti come
forme individuali, piuttosto che entit consolidate di origine ibrida. Non mancano tuttavia
popolazioni con portamento a rami esili, e
non rigidi come di norma, o con fiori a calice
rosato, rispetto a quelle pi comuni a fiori
completamente bianchi.
Erica scoparia L., Sp. Pl., 1: 353 (1753)
Regione della prima descrizione: Habitat
Monspelii, in Hispania, Europa australi.
Nomi italiani: Scopa.
Nomi sardi: Frammiu (Tonara); Iddostro (Oliena); Iscoba (Berchidda); Iscopa
(Orgosolo); Iscoparzu (Anela); Salina
(Villaputzu); Scopalzu (Pattada); Scovedu
(Fluminimaggiore); Tufera iscopa (Urzulei); Tuora (Dorgali); Tuvara (Bolotana);
Uvvara (Busachi, Guspini, Narcao, Samassi, Villacidro); Castagnarza, Castannariu,
Scova, Uvara.
Nomi stranieri: Fr., Bruyre balais;
Ted., Mittelmeer-Besenheide; Sp., Brezo de
escobas.
Arbusto eretto con rami sottili, glabri.
Foglie lineari di 4-5 mm, in verticilli di 3-4,
ottuse, erette, glabre, con margine ripiegato
e con due nervature nella pagina inferiore.
Fiori verdognoli o giallo-verdastri, in grappoli lunghi e stretti; pedicelli glabri con bratteole; calice glabro con lobi ovali, ottusi raggiungenti la met della corolla; corolla campanulato-globosa con divisioni che raggiungono la met della sua lunghezza. Stami racchiusi nella corolla, con antere senza appendici e con logge un po separate verso lapice. Ovario glabro con stimma rotondeggiante, rosso intenso. 2n=24.
Tipo biologico. Arbusto sempreverde
alto da 0,5 a 4 m, con numerosi fusti eretti
e foglie aghiformi. Nanofanerofita.
Fenologia. Fiorisce da aprile a giugno e
fruttifica nel periodo estivo.
432

Areale. Presente soprattutto nel bacino


occidentale del Mediterraneo, nelle Canarie e nellisola di Madera. In Sardegna
Erica scoparia maggiormente diffusa
nelle zone collinari e montane.
Ecologia. Specie eliofila, mesofita, predilige i terreni acidi, silicei e gli ambienti
soleggiati, mentre rifugge il calcare. La sua
distribuzione spazia dalle zone litoranee
umide, fontanili, rive dei corsi dacqua, ai
substrati argillosi di origine porfidica e
granitica con ristagno idrico temporaneo,
dove pu essere abbondante ma presentare
anche ampi vuoti. Gli ericeti a E. scoparia
pi estesi e compatti si trovano sulle zone
montane e alto-montane del Limbara e
della Gallura in genere, del Goceano, del
Montiferru, del Monte Linas, nel Gennargentu, dove trovano condizioni di sviluppo
ottimali, costituendo una fascia di vegetazione arbustiva, per lo pi mista a Erica
arborea, che si eleva sino ai 1.400