Sei sulla pagina 1di 20

SELVICOLTURA

1.CONCETTI GENERALI
Un terzo della superficie delle terre emerse è occupato da foreste, le cui condizioni hanno favorito lo sviluppo
della civiltà. L’emergere della civiltà, però, ha determinato la distruzione della copertura arborea, sia perché essa
è stata sostituita da culture agrarie, pascoli ed insediamenti (processo di disboscamento o deforestazione), sia
perché il prolungato uso e il cambiamento del clima hanno impedito la ricostruzione spontanea del bosco e hanno
provocato l’erosione e la scomparsa del suolo.
Talvolta l’uomo ha ritenuto necessario conservare o ricostruire la foresta per assicurarsi la fornitura di diversi
prodotti o servizi e, quando si è reso conto dei rischi a cui tali ambianti andavano incontro, ha elaborato le
pratiche selvicolturali che hanno consentito di sfruttare le risorse boschive assicurandone la rinnovazione.
Analizziamo la denominazione “selvicoltura”:
- Selva: indica generalmente il bosco o la foresta, cioè un complesso di alberi relativamente denso ed esteso.
Nel bosco sono presenti anche erbe e arbusti (il sottobosco); tuttavia gli alberi rappresentano l’elemento vegetale
dominante e costituiscono un ecosistema, cioè un insieme di organismi interdipendenti, di fattori fisici che
formano l’ambiente e delle interazioni che si stabiliscono tra di loro.
- Coltura: indica un complesso di tecniche relative all’utilizzazione di una risorsa naturale che l’uomo elabora per
conseguire una produzione di beni e\o servizi che soddisfi le sue necessità. Le tecniche agiscono, il più delle volte,
sulla componente arborea attraverso la quale si modificano i principali fattori dell’ambiente, ma in certi casi
l’azione umana è esercitata sul suolo, sulla fauna o sulla vegetazione erbacea e arbustiva.
La selvicoltura può essere definita come la scienza e la pratica di coltivare boschi, applicando i principi
dell’ecologia forestale all’impianto, alla rinnovazione naturale e a razionali interventi, per condizionare la
struttura e la composizione specifica dei popolamenti forestali.
Inoltre, essa rappresenta il punto d’incontro di discipline e interessi diversi e quindi può anche essere definita
come l’insieme delle attività svolte nei boschi per soddisfare le esigenze dei singoli e delle comunità.

1.2L’USO MULTIPLO DEL BOSCO


Le comunità, per ottenere beni e servizi in modo durevole, si sono sempre servite di un uso multiplo del bosco.
Nella selvicoltura centro europea moderna ciò si è sviluppato a partire dal XIX secolo, quando il bosco è stato
inserito in un ampio quadro sociale poiché i suoi prodotti non erano utili solo al proprietario del terreno, bensì a
tutta la collettività. Dunque, il concetto di uso multiplo ha assunto valore normativo.
Con il passare del tempo, alcune delle richieste avanzate dalla società trovano un soddisfacimento entro spazi
maggiori rispetto a quelli dei singoli boschi e interessano territori in cui ci sono forme diverse di uso del suolo.
Il Millennium Ecosystem Assessment (2005) ha fornito una classificazione dei servizi forniti dalla foreste:

 Servizio di fornitura di beni. Il bosco fornisce: alimenti, acqua, legno;


 Servizi di regolazione. Il bosco svolge un ruolo nella regolazione del clima, del flusso e della qualità delle
acque, dell’inquinamento acustico;
 Servizi culturali. Il bosco costituisce uno spazio per il godimento del tempo libero, un elemento estetico,
una testimonianza della storia del territorio;
 Servizi di supporto. La disponibilità dei servizi precedenti è resa possibile dallo svolgimento di tutte le
funzioni dell’ecosistema.

Ogni bosco presenta un proprio carattere e una propria problematicità, ed è un fenomeno unico nel tempo e
nello spazio.
Il rapporto bosco/società consiste nella fruizione di beni e servizi da parte della società, con interventi che
alterano la struttura ed i processi che caratterizzano l’ecosistema foresta o, con altri termini, costituisce un
disturbo nella dinamica successionale.
Il forestale ( il tecnico che programma norme di gestione, il politico che stabilisce queste norme, il lavoratore e il
proprietario della foresta) deve rispondere alle richieste in modo responsabile e con criteri che rispondano a

1
principi di sostenibilità.
Le tecniche selvicolturali da adottare non sono sempre facili a causa di ragioni economiche e sociali, di
cambiamenti fisici o di cambiamenti nell’ambiente biotico come la comparsa di nuovi organismi (alieni) che
possono alterare la struttura e il funzionamento dell’ecosistema.

1.3 L’ALBERO E IL BOSCO


Gli alberi sono piante legnose perenni, alte almeno 5 metri, a fusto eretto e generalmente monocormico allo
stato naturale. Questi caratteri però possono variare, invece un elemento caratterizzante può essere costituito
dalle gemme che originano microblasti: queste sono localizzate all’apice dei rami (accrescimento acrotono) e non
alla base come avviene negli arbusti (accrescimento basitono). Questo carattere contribuisce a formulare una
definizione di tipo funzionale ed ecologico: l’albero è un organismo vegetale la cui sopravvivenza è assicurata dal
fatto che sfugge alla concorrenza di altri tipi di vegetali, ed alla predazione esercitata da varie specie animali,
sovrastandoli mediante il tronco, che funge sia da sostegno che da sistema di conduzione tra apparato radicale e
biomassa aerea; quest’ultima svolge funzioni di respirazione, fotosintesi e traspirazione. La longevità consente di
sfruttare per più anni l’investimento di materiali ed energia fatto per il tronco, costituito da tessuti non
fotosintetizzanti (ossia legno).
La presenza dall’albero ha un preciso significato ecologico: le condizioni climatiche ed edafiche delle zone forestali
non sono mai estreme; la vegetazione arborea manca quando la temperatura o le precipitazioni scendono sotto
determinati valori. In tali condizioni il bosco è sostituito da altri tipi di paesaggio: la tundra, la steppa o il deserto.
Si parla di clima dell’albero.
Secondo l’INFC, per bosco si deve intendere un territorio con copertura arborea > del 10% su un’estensione > di
0,5 ha e largo almeno 20m dove gli alberi devono poter raggiungere un’altezza minima di 5m a maturità in situ.
Le regioni italiane hanno elaborato delle proprie leggi forestali ciascuna con la sua definizione di bosco.
Esse prendono in considerazione tutti o alcuni dei seguenti aspetti:

 la presenza di piante che si possono definire alberi;


 la superficie minima e la larghezza minima di terreno che è, o potrebbe essere, occupata da alberi e/o
arbusti;
 la densità della vegetazione legnosa;
 l’altezza a maturità delle piante.

1.4 PAESAGGIO FORESTALE ED ECOSISTEMA


In Italia il bosco è spesso intercalato alle colture agrarie o ai pascoli, confina sulle Alpi con le praterie d’alta quota
o lungo le coste con il mare o infine con insediamenti umani.
Da queste combinazioni risultano paesaggi complessi che caratterizzano determinati territori geografici.
Il bosco è quindi un elemento del paesaggio.
ambiente: insieme dei fattori necessari all’accrescimento, allo sviluppo ed alla riproduzione degli organismi.
habitat: è la più piccola parte di un territorio in cui un organismo trova condizioni climatiche, edafiche e biotiche
favorevole e può nutrirsi, rifornirsi d’acqua e riprodursi cosi da mantenere la popolazione .
biotopo: habitat di una specie o di una comunità rara.
stazione: tratto di terreno su cui si realizzano condizioni ambientali uniformi.

2
5.CAMBIAMENTO GLOBALE E FORESTE
Nei concetti di albero, ecosistema, paesaggio e selvicoltura è implicita l’idea del cambiamento: l’accrescimento
del singolo albero, le successioni vegetali e le loro ripercussioni sull’ambiente circostante.
Alcuni cambiamenti sono definiti endogeni in quanto determinati da processi che fanno parte del funzionamento
dell’ecosistema stesso, mentre altri sono definiti esogeni perché vi è un fattore esterno all’ecosistema , quindi di
origine naturale come uragani o di origine antropica come i cambiamenti d’uso del suolo.
Gli alberi sono caratterizzati da un’alta longevità, il selvicoltore ha l’interesse di conoscere con precisione le
condizioni dell’ambiente e le sue variazioni nel tempo, cosi da valutare il comportamento delle piante in futuro e
attuare le misure selvicolturali più adatte per controllare l’evoluzione del bosco.
È stato definito quello che è il cambiamento globale per indicare le rapide trasformazioni della terra e
dell’atmosfera che lo circonda.
Il cambiamento climatico deriva principalmente dall’attività antropica da parte dell’uomo (attraverso
desertificazione, incedi boschivi, inquinamento ecc) , quindi salvaguardare le foreste significa anche controllare il
cambiamento globale.
Oltre le attività dell’uomo vanno citati anche lo stile di vita , la crescita demografica , la tecnologia e la scienza. Per
questo motivo è stato coniato il termine Antropogene per marcare quanto detto finora.

Fattori Antropogeni del cambiamento


Le sostanze presenti nell’atmosfera possono intercettare parte della radiazione solare in entrata e anche quella in
uscita modificando così l’equilibrio termico del nostro pianeta (effetto serra).
Ovviamente col crescere della popolazione e dello sviluppo industriale è aumentato anche il fabbisogno
energetico globale dell’umanità. Dall’impiego dell’energia idraulica , del legno come combustibile fino ad arrivare
allo sfruttamento del petrolio.
La crescita demografica inoltre ha determinato un’estesa deforestazione e rilasciato quindi un’enorme quantità di
carbonio.
La deforestazione è stata la maggiore fonte antropogenica di CO2.

Suolo e cambiamenti d’uso


Con cambiamento d’uso del suolo intendiamo le variazioni nel tempo e nello spazio della copertura vegetale , in
riferimento a quella forestale.
Con il termine deforestazione si intende la conversione permanente della foresta ad un altro uso del suolo o alla
riduzione permanente della copertura forestale al di sotto del 10%.
Non si parla di deforestazione quando gli alberi sono tagliati per normali interventi selvicolturali e ci si aspetta che
la foresta ricresca naturalmente o artificialmente nel caso di impianto da parte dell’uomo.
Questa pratica è motivata dalla domanda di terra per l’agricoltura e di legno usato come combustibile.
Oltre alla perdita diretta di superficie forestale , la deforestazione apporta modifiche all’albedo terrestre ,
alterazioni dell’evapotraspirazione, permeabilità del suolo, drenaggio ed erosione, nonché grandi quantità di CO2
rilasciate nell’atmosfera.

Clima
Col cambiamento climatico vi è un innalzamento della temperatura a scala globale, la risposta degli ecosistemi a
questo è difficile da prevedere, molti studi hanno messo in evidenza l’impatto che avrebbe su vegetazione e
fauna.
Col miglioramento termico viene allungato il periodo di vegetazione, mentre la riduzione di precipitazioni
potrebbe determinare condizioni di stress nella vegetazione forestale , aumentare la vulnerabilità delle piante ad
agenti patogeni e causare quindi mortalità.
Per quanto riguarda la biodiversità e quindi la ricchezza di specie nel nostro pianeta , sarebbe anch’esso
interessato dal cambiamento climatico.

3
Negli ultimi secoli l’attività dell’uomo (caccia e distruzione di habitat) congiunta alla deforestazione provocano
molti danni alla biodiversià , soprattutto la seconda che ha causato la perdita di circa il 15% delle specie presenti.

Azione del bosco sul clima


Le foreste possiedono un albedo inferiore a quello delle zone coltivate a suolo nudo , riflettono quindi una
quantità di radiazione solare minore rispetto ad una formazione erbacea.
La superficie fogliare delle chiome costituiscono un’ampia superficie evapotraspirante che genera un maggiore
flusso idrico rispetto a quello prodotto dalla vegetazione erbacea , assicura un abbassamento della temperatura
degli alberi.

8. La stazione forestale
Per stazione si intende un’area topograficamente definita, con condizioni ecologiche uniformi ed una vegetazione
omogenea dal punto di vista compositivo e strutturale. L’uniformità viene giudicata in relazione ai fattori
ambientali che agiscono sulla cenosi forestale, alla risposta a determinate misure selvicolturali, produttività e
superficie.
Negli ultimi anni si sta assistendo ad un cambiamento delle condizioni stazionali che si verifica poiché c’è un
diverso utilizzo della risorsa forestale, mutamenti nel clima e nel ciclo degli elementi.
È possibile che si verifichi una degradazione della stazione, cioè una riduzione, rispetto ad un dato livello definito
in precedenza, della capacità di produrre beni e servizi.
Questa può essere indotta da cambiamenti del clima , del regime delle acque, del suolo della vegetazione o da più
fattori contemporaneamente.
La degradazione del suolo ( perdita di elementi nutritivi, < areazione…) può essere determinata da forme errate di
utilizzazione o da una cattiva gestione del bosco o anche in seguito a fenomeni accidentali ( incendio, forti
precipitazioni…).
La degradazione può avvenire in tempi lunghi, come nel caso del pascolo in bosco, ma talvolta è la conseguenza di
un evento catastrofico, quale il passaggio del fuoco.
Non esiste un criterio per definire lo stato di degradazione di un bosco: il giudizio dipende dal genere di servizi e
beni richiesti e dalle scale temporali e spaziali adottate.
Il miglioramento delle condizioni della stazione è un processo assai più lento. Esso può avere luogo attraverso un
mutamento della gestione selvicolturale: allungamento del ciclo produttivo, controllo del pascolo, la modifica
della composizione specifica attraverso il taglio volto a favorire determinate specie o anche la cessazione di
pratiche come la raccolta della lettiera.
I fattori che definiscono i caratteri di una stazione sono: climatici, edafici (proprietà fisiche-chimiche- biologiche
del suolo) e biotici (organismi vegetali ed animali).

8.2 METODI DI DESCRIZIONE


Per la descrizione di una stazione il primo passo da fare è quello della caratterizzazione geografica e topografica e
descrizione delle sue caratteristiche in termini di: latitudine, longitudine, altitudine, esposizione e pendenza,
morfologia, presenza/assenza di fenomeni di erosione, tracce di passaggio di mezzi meccanici o di pascolamento
da parte di animali selvatici o domestici.
La descrizione può essere effettuata attraverso metodi diretti che usano le informazioni ricavate direttamente dal
soprassuolo boschivo, o indiretti che utilizzano informazioni fornite dall’ambiente fisico.

8.2.1 METODI DIRETTI


Tra questi troviamo le tavole alsometriche o di produzione, costruite per boschi coetanei.
Esse esprimono la produzione di legno di un bosco a età diverse e tengono distinti i soprassuoli caratterizzati da
produttività diverse. A parità di età, queste classi di produttività sono contraddistinte da una altezza dominante
diversa. L’altezza degli alberi raggiunta ad una determinata età ( 50/100 anni) viene utilizzata come indice di
stazione.
In molti soprassuoli coetanei l’età non è uniforme e quindi per le tavole di produzione si fa riferimento all’età

4
media o dominante ( h media delle 100 piante di > diametro ad ettaro).
In quelli disetanei si utilizza la statura ovvero l’altezza media degli alberi più alti ( 2-5 ad ettaro).
Per i boschi giovani, dove le tavole alsometriche non sono applicabili, si usa come indice di stazione
l’accrescimento longitudinale di un quinquennio misurato a partire da 1,30 m dal suolo.
Questi metodi sono oggi criticati in quanto tenuto conto dei cambiamenti ambientali in atto, l’uso delle tavole
costruite alla metà del secolo scorso non è corretto poiché riflettono le condizioni ambientali che si avevano in
passato e che non si verificano necessariamente nel momento dell’analisi stazionale.

8.2.2 METODI INDIRETTI


Per gli aspetti climatici si possono usare o indici climatici o si può fare ricorso a classificazioni fitoclimatiche che
individuano unità climatiche omogenee in relazione alla distribuzione di alcuni tipi di bosco. Entrambi sono
strumenti che hanno validità solo in ampie regioni geografiche e non tengono conto dei caratteri del suolo e
morfologia del terreno.
La descrizione delle caratteristiche edafiche della stazione può essere effettuata mediante rilievi diretti in campo,
o utilizzando carte tematiche ecc.
L’esame dell’humus illustra le condizioni della sostanza organica presente nell’orizzonte superiore contribuendo a
caratterizzare la stazione.
Metodo fitosociologico: la vegetazione definisce nel suo complesso le condizioni stazionali.

9. STRUTTURA E PROCESSI DEL BOSCO


Per struttura di un bosco si intende l’insieme degli elementi in relazione alla loro distribuzione e organizzazione.
Nel bosco le specie arboree costituiscono la componente biotica dominante ed il tecnico ne valuta la struttura e i
processi su 3 livelli: organismi (appartenenti a specie arboree) le popolazioni e le comunità ( l’insieme delle
popolazioni che vivono in un determinato ambiente ed interagiscono tra loro).
Una popolazione occupato uno spazio , si accresce , si organizza fino a formare una struttura spaziale e
cronologica.
Nella struttura spaziale si distinguono caratteri di tipo statico , che riflettono la struttura della popolazione in un
dato momento e quelli di tipo dinamico , che esprimono le trasformazioni nel tempo.
La struttura di un sistema ecologico rappresenta una situazione temporanea: questo perché l’ecosistema subisce
delle trasformazioni dovute a fenomeni di disturbo.
Con questo termine si intende ogni evento che determina un’alterazione della struttura dell’ecosistema , della
comunità o della popolazione.
Sono disturbi interni al sistema (disturbi endogeni, come la morte delle singole componenti) o esterni (disturbi
esogeni come uragani).
I disturbi localizzati rappresentano la morte di una o poche piante vecchie, i disturbi estesi originati da fattori
esogeni (incendi o trombe d’aria).
Il disturbo è diverso dallo stress, questo rappresenta una limitazione delle risorse e determina una riduzione
dell’accrescimento.
Le operazioni selvicolturali costituiscono disturbi che liberano risorse e quindi creano migliori condizioni di vita
per una parte degli alberi.
Si ha così il meccanismo di auto successione che costituisce il dinamismo del bosco o silvogenesi. Quest’ultima è
definita come un processo di successione che ha luogo nella foresta e consiste nell’insediamento di alberi o gruppi
di alberi , nel loro accrescimento , nella fusione di gruppi diversi e infine nella loro morte che da vita ad un nuovo
ciclo.
Il ciclo silvogenetico, preceduto dai processi del seme e disseminazione , ha inizio con la comparsa dei semenzali,
novellame , un processo che avviene solo in siti sicuri , ovvero un luogo in cui vi sono le condizioni richieste da un
seme per uscire dalla dormienza e germinare.

5
Fioritura e fruttificazione
La silvogenesi ha inizio con la fecondazione e fruttificazione , attraverso le quali le piante sessualmente mature
danno origine a nuovi individui. Le gimnosperme possiedono per lo più meccanismi di impollinazione anemofila ,
ossia basata sul vento , mentre le angiosperme utilizzano sia il vento che gli insetti (zoofilia) per il trasporto del
polline. L’impollinazione può essere ostacolata da condizioni meteorologiche sfavorevoli come la pioggia e le
gelate tardive.
Condizioni avverse possono ostacolare anche la maturazione del seme: la produzione di seme è variabile da
individuo ad individuo: le piante isolate che fruiscono di maggiore quantità di luce e calore , fruttificano più spesso
delle piante cresciute in un bosco denso , in particolare se la loro chioma è coperta da alberi più vigorosi.
La maturità sessuale nelle specie arboree è molto variabile: da 10-20 anni per salici e pioppi a 40-60 per abete
rosso e pino cembro.
La fruttificazione è precoce in alberi cresciuti isolati rispetto ad alberi situati all’interno di un bosco e i polloni
fruttificano assai prima delle piante della stessa specie nata da seme: in alcune specie la fruttificazione è
abbondante mentre in altre si osserva un’alternanza di annate in cui la produzione è molto alta ( denominate
annate di pasciona).

Disseminazione
Questa è assicurata dal vento (anemocoria) dagli animali (zoocoria) , dall’acqua (idrocoria) , dalla gravità
(barocoria) o da più agenti (policoria).
Nel terreno forestale, in seguito alla continua disseminazione si accumulano grandi quantità di semi, per lo più di
specie erbacee ed arbustive, che in parte rimane sulla superficie del suolo ma in genere si sposta entro il profilo
mosso dall’acqua di percolazione o dall’attività di lombrichi o altri animali e costituisce la cosiddetta banca del
seme.
Il deperimento e la scomparsa del seme, causato dal marciume e dalla predazione, avvengono talvolta in modo
graduale nel tempo.
NOTA: nei pini i cui strobili rimangono serrati anche grazie alle incrostazioni di resina che li ricoprono, si
schiudono solo per effetto delle alte temperature causate dagli incendi.
La facoltà germinativa del seme non viene diminuita dal passaggio del fuoco a meno che il seme stesso non venga
raggiunto dalle fiamme.
Dal momento della disseminazione a quello dell’affermazione della plantula , la vita dell’organismo attraversa
diversi momenti critici.
La predazione del seme infatti agisce negativamente sulla rinnovazione della specie arborea, ma ha un ruolo
positivo nella vita della comunità animale.

Nascita e mortalità iniziale


Il seme che giace al suolo, prima di germinare, subisce processi di maturazione, imbibizione e refrigerazione che
consentono una rapida germinazione una volta che calore, umidità ed ossigeno siano sufficienti.
Per la germinazione del seme di alcune specie arboree è necessaria una certa quantità di luce. Vi deve essere una
buona disponibilità idrica nel substrato.
L’azione della luce è favorevole per l’accrescimento iniziale, ma il livello massimo di radiazione provoca un
disseccamento del substrato.
L’affermazione dei semenzali può essere ostacolata da diversi fattori: fisici o abiotici.
Le alte temperature a livello del suolo provocano l’uccisione dei tessuti della plantula ancora erbacei; danni
meccanici invece sono provocati dal calpestio e dal brucamento da parte degli animali.
L’insufficienza di luce comporta una riduzione della crescita ed un indebolimento generarle della pianta che
diviene più suscettibile a danni di origine biotica ed abiotica.

6
Densità e crescita di popolazione
I semenzali nati per primi godono di un più lungo periodo di vegetazione ed occupano in anticipo lo spazio
disponibile , accaparrandosi le risorse, ha cosi inizio la concorrenza per le risorse.
Le differenze individuali danno origine ad una concorrenza asimmetrica: gli alberi che godono di un vantaggio
iniziale ostacolano la crescita degli alberi svantaggiati in quanto più piccoli, gli individui socialmente dominati
riducono la crescita , eventualmente fino a morire (auto-diradamento). Inoltre gli individui che maggiormente
subiscono la concorrenza fruttificano poco o niente affatto.
La concorrenza interspecifica: si tratta di specie meno adatte a competere (es. specie eliofile) che riescono a
sopravvivere dove manca la concorrenza di specie più aggressive.
Nei boschi misti vi è una grande mescolanza e quando la densità aumenta nessuna delle specie riesce a dominare
sulle altre , mentre nei boschi puri vi troviamo la specie leader, capace di contrastare l’occupazione dello spazio o
l’uso delle risorse da parte degli individui meno valenti.
Per la conservazione di una popolazione ha notevole importanza la mortalità efficace: un diserbo oppure un
diradamento rivolto a modificare la composizione specifica di un bosco vanno eseguiti prima che le piante
destinate ad essere eliminate abbiano iniziato la disseminazione; questo aspetto è rilevante nel controllo delle
specie invasive.
Nel caso della silvogenesi la crescita degli alberi determina l’occupazione totale dello spazio a disposizione delle
chiome. Il soprassuolo acquista una struttura verticale che si evolve nel tempo attraverso gli stadi.
La struttura è funzione dell’età, dell’insediamento, delle condizioni di stazione, dell’accrescimento iniziale e degli
episodi di disturbo che hanno caratterizzato la vita del popolamento stesso.
Vengono cosi distinti processi che danno origine a boschi monoplani e boschi multiplani.
L’origine delle strutture monoplane è dovuto all’insediamento in tempi brevi oppure dalla durata circa di dieci
anni , di una coorte che tende ad occupare tutto lo spazio a disposizione.
All’insediamento segue una sequenza temporale di fasi, ad esempio per quanto riguarda le conifere, che a
maturità hanno 25-30 m di altezza ci sono diverse fasi:
1- insediamento del novellame genera un popolamento – novelleto o posticcia se origine artificiale – formato da
alberi con chioma che riveste completamente il fusto sottile ed elastico, con accrescimento longitudinale;
i singoli alberi, le cui chiome inizialmente non sono a contatto, possono subire la concorrenza della vegetazione
erbacea ed arbustiva; essi vegetano in condizioni microclimatiche difficili: alte temperature diurne a livello del
suolo , forti escursioni termiche giornaliere con possibili gelate tardive.
Queste condizioni cessano gradualmente quando le piante superano l’altezza di 2-3 metri.
2- dal momento che le chiome giungono a contatto tra di loro e le cime si sono innalzate, il popolamento entra
nello stadio di spessina. Solo la cima ed una parte dei rami laterali emergono dalla massa formata dalla chioma.
Aumenta la mortalità (auto diradamento) mentre la vegetazione erbacea regredisce fino a sparire; il terreno è
ricoperto esclusivamente da uno strato di lettiera. Lo stadio di spessina si protrae fino al momento in cui si crea
una chiara distinzione tra lo spazio occupato dalle chiome verdi e quello occupato dai soli fusti, a questo punto
l’altezza del soprassuolo si aggira intorno agli 8-10 m di cui la metà superiore è occupata dalla chioma verde.
3- allo stadio di spessina segue quello di perticaia in cui il piano dominante si sposta da 8-10 m a 15-20 m , la
concorrenza si riduce ma la mortalità rimane elevata, l’azione del vento si fa sentire sugli alberi più alti.
4- con la riduzione dell’accrescimento longitudinale prima e di quello diametrale poi, nello stadio di fustaia si
riduce e poi si arresta il processo di differenziazione sociale.
I fusti sono più rigidi e la chioma non viene ulteriormente ridotta.
Al suolo perviene una maggiore quantità di luce e le specie erbacee possono reinsediarsi.
Le fasi terminali o senili, segnate dal declino della vitalità e della morte di alcuni individui , e quella di crollo ,
mancano in una sequenza di bosco coltivato.

Nel bosco multiplano i disturbi localizzati sono determinati dalla morte dei singoli individui o di piccoli gruppi che
hanno un origine naturale (sradicamento o agenti patogeni). Questi disturbi interrompono il piano di chiome con
aperture (gaps) di alcune decine o centinaia di metri quadri e creano le condizioni favorevoli per l’insediamento di

7
una nuova coorte di semenzali oppure offrono al novellame le condizioni per riprendere la crescita.
Si riproduce in tal modo , su piccole superfici, il processo di silvogenesi proprio della struttura monoplana e
prende origine la struttura irregolare multiplana.
Le condizioni create da disturbi localizzati sono favorevoli più per le specie sciafile che per le specie eliofile perché
le prime, in particolare le conifere, possono insediarsi anche sotto copertura e sopravvivere per lunghi periodi.

Il soprassuolo – la struttura
La struttura definisce il modo in cui una o più specie occupano lo spazio aereo ed ipogeo per ottenere le risorse
necessarie alla vita e alla riproduzione.
Dalla struttura è possibile dedurre le funzionalità del sistema foresta , ossia il modo in cui si svolgono i diversi
processi ecologici come la riproduzione di sostanza organica , la competizione, la riproduzione.
Queste conoscenze sono la base per la programmazione e la esecuzione di interventi selvicolturali.
Con soprassuolo ci si riferisce ad una comunità di alberi costituita da una o più popolazioni, omogenea per
composizione specifica, struttura , età densità e altri caratteri.
Composizione specifica è data dall’insieme dei taxa presenti (diversità di specie) ossia dalla flora e dalla fauna.
Nel caso dei boschi la componente dominante è data dagli alberi .
La dominanza è il carattere con cui una specie influenza la struttura ed i processi entro la comunità attraverso la
fotosintesi e l’accumulo di biomassa.
Il valore di dominanza aumenta dove gli organismi godono di condizioni climatiche favorevoli durante tutto
l’anno.
È utile valutare anche il grado di partecipazione delle diverse specie alla comunità. Questa valutazione è
relativamente semplice in boschi monoplani, si stima il grado di copertura delle chiome delle diverse specie ,
ossia la percentuale di superficie di suolo su cui insistono le proiezioni delle chiome.
I boschi puri sono quelli che hanno una specie dominante che affiancano una specie limitata ( non superiore del
10%).
La composizione specifica e la struttura di un bosco hanno un preciso significato pratico in quanto è dalle specie
che lo compongono che otteniamo beni e servizi necessari ed è per questo che bisogna assicurare la stabilità di
un bosco anche nel tempo.
Per biodiversità si intende l’insieme di tutte le forme viventi geneticamente dissimili.
Se abbiamo una perdita di diversità invece questo influenza sia la resistenza (abilità di sopportare il disturbo) o la
resilienza (abilità di riprendersi dopo il disturbo) dell’ecosistema .

Struttura spaziale
L’indagine si limita all’esame della parte aerea: localizzazione e distribuzione dei singoli alberi e della massa
fotosintetizzante.

Struttura verticale
La posizione delle chiome entro il piano verticale esprime una radiazione luminosa e quindi i rapporti di
concorrenza tra le diverse specie, ma può anche segnalare la presenza di coorti diverse.
La struttura verticale di una comunità condiziona inoltre i fattori dell’ambiente fisico (luminosità , precipitazioni ,
vento) all’interno del bosco.
Per questa caratteristica abbiamo :
-Boschi monoplani: le altezze dei singoli alberi non sono molto diverse e le chiome sono raccolte in un unico
piano distinto da quello sottostante in cui sono presenti i fusti (privi di rami) e più in basso ancora la vegetazione
erbacea ed arbustiva;
-Boschi biplani: le chiome sono raccolte in due piani sovrapposti ben distinti;
-Boschi multiplani: le chiome si collocano ad altezze diverse , talvolta affiancate , talvolta sovrapposte.
In passato si è adottata la denominazione di boschi coetanei per i boschi monoplani e di boschi disetanei per i
boschi con struttura stratificati.

8
La conoscenza dell’età è spesso inutile per interpretare correttamente altri aspetti della struttura del
popolamento: piante di uguale età crescono in modo non uniforme e possono raggiungere in pochi anni
dimensioni molto diverse. Per lo stesso motivo nei popolamenti disetanei può accadere che in alberi di uguali
dimensioni abbiano età diverse: le piante di dimensioni maggiori non sono necessariamente le più vecchie. Si
manifesta qui la differenza tra età fisica ed età stadiale.
Per le attività tecniche è utile una valutazione delle prospettive di crescita dei singoli alberi. Per questo motivo,
sono state elaborate classificazioni arboree che consentono di inquadrare gli alberi di un soprassuolo in base ad
alcuni caratteri importanti, in primo luogo in base alla posizione sociale. Queste classificazioni sono nate per
definire i criteri di diradamento, ma anche per concentrare l’attenzione su alcune caratteristiche degli alberi.

Struttura orizzontale
Rappresenta il modo con cui le piante occupano la superficie a loro disposizione.
Il tipo di struttura orizzontale dipende da diversi fattori tra cui il microclima, la morfologia del terreno, la modalità
di propagazione delle specie, le caratteristiche del seme e del tipo di disseminazione, la concorrenza e la presenza
di interventi antropici.
La distribuzione orizzontale dei singoli alberi può essere regolare, irregolare o a gruppi.
Nelle fase iniziale di vita di un soprassuolo la distribuzione dipende dalla modalità di disseminazione e dalla
presenza di siti sicuri.
La distribuzione uniforme , fatta eccezione per il rimboschimento, è rara mentre la distribuzione aggregata è la più
frequente.
Nei boschi misti la mescolanza può manifestarsi al piede d’albero o per gruppi più o meno estesi: nei popolamenti
giovani è più facile osservare una maggiore ricchezza di specie che con il tempo tende a ridursi. La mescolanza si
può mantenere nel tempo solo se le varie specie sono presenti in gruppi sufficientemente estesi.
La dimensione e la forma dei singoli gruppi si riflettono sulle condizioni di crescita degli alberi che lo costituiscono.
Il grado di copertura può essere definito mediante una planimetria , un criterio sommario invece è costituito dalla
stima della percentuale di spazio coperto dalle chiome.
Nei soprassuoli multiplani queste indicazioni vanno raccolti per i singoli strati separatamente.
Un altro criterio attuabile è rappresentato dalla valutazione di stabilità e con questa si può fare una distinzione di
copertura:
serrata quando le chiome hanno una forma irregolare ed intercettano al meglio la radiazione solare e le
precipitazioni;
chiusa: le chiome giungono a contatto ma non sono compenetrate , l’intercettazione della radiazione solare e
delle precipitazioni è sensibile;
ridotta: le chiome non sono in contatto ed è alta la percentuale di foglie di luce, si riduce notevolmente
l’intercettazione della radiazione e delle precipitazioni;
discontinua: le chiome sono quasi ovunque separate tra loro e sono in buona parte illuminate direttamente.
Spesso questi caratteri non sono uniformi, nei boschi multiplani le chiome sono presenti a diverse altezze e la
concorrenza viene esercitata dalle piante più alte.
Il grado di copertura non è correlato con la densità, definita come il numero di alberi per unità di superficie. In
base alla densità si valutano i rapporti tra organismi e risorse e quindi anche rapporti di competizione entro e tra
popolazioni.
Una densità elevata però determina la morte degli individui a causa dell’insufficienza delle risorse disponibili e
riduce la stabilità fisica del soprassuolo, mentre una densità molto bassa ostacola la riproduzione in seguito a
difficoltà di fecondazione ed a condizioni ambientali sfavorevoli.

Struttura per età


Esprime la frequenza con cui i membri della popolazione si ripartiscono in classi di età o coorti: singoli anni o
gruppi di anni. Più spesso una coorte include individui di età diversa , compresa entro un numero ristretto di anni.

9
Popolazioni di specie arbustive erbacee, muscinali, liane ed epifite
Arbusti ed erbe sono in genere più abbondanti nel sottobosco di specie eliofile e nei boschi di densità ridotta ,
mentre mancano quasi totalmente nel sottobosco delle specie sciafile.
Il sottobosco rappresenta un ambiente dove le piante vivono al riparo da estremi termici , dall’esposizione al
vento e dal disseccamento del suolo , in un’atmosfera ricca di Co2 , dove però la luce è il fattore limitante
Lettiera: rappresenta la componente superficiale dell’orizzonte organico del profilo del suolo, essa è formata da
aghi , rami sottili , resti di infiorescenze , semi e frutti. La quantità di lettiere dipende soprattutto dalla fertilità
della stazione .
Necromassa : gli alberi morti , ancora eretti oppure crollati al suolo , interi o frammentati in schegge di diverse
dimensioni , non fanno parte della componente vivente del sistema foresta ma nemmeno , se giacciono al suolo,
possono essere assegnati alla lettiera.

14 FORESTE VERGINI E FORESTE VETUSTE


Il termine “foreste vetuste” è stato originariamente utilizzato per indicare foreste che hanno potuto evolversi per
un lungo periodo di tempo in assenza di disturbi antropici e naturali di elevata intensità.
Per tenere conto della variabilità (grado di antropizzazione e caratteristiche ecologiche delle foreste) la
“Convenzione sulla diversità biologica” utilizza la seguente definizione di foresta vetusta: “è un bosco
primario/secondario che ha raggiunto un’età nella quale specie e attributi strutturali, normalmente associati con
foreste primarie senescenti dello stesso tipo, si sono accumulati cosi da renderlo distinto come ecosistema
rispetto a boschi più giovani”.
Non tutte le foreste vergini sono foreste vetuste, ma solo quelle parti di esse che sono nella fase più matura del
processo di successione. D’altra parte una foresta vetusta si può originare da popolamenti che sono stati
disturbati/utilizzati dall’uomo se, dopo il disturbo, questa ha potuto evolversi per un tempo lungo per sviluppare
le caratteristiche di vetusta. Il tempo varia da 1/2 secoli per foreste boreali a diverse centinaia di anni per le
foreste temperate, in funzione delle specie presenti.
La successione secondaria che segue un disturbo naturale passa attraverso diversi stadi:

 Rinnovazione: stadio iniziale del ciclo dove sono presenti giovani piantine nate da seme/gemma, di
piccole dimensioni. Questa fase è dominata da specie eliofile pioniere che presentano le condizioni ideali
di sviluppo e un accrescimento iniziale più rapido. Il tempo varia da pochi anni a alcuni decenni. La fase
termina quando tutto lo spazio disponibile è stato occupato.
 Competizione: la biomassa aumenta e la copertura, colma, provoca una forte competizione con alcuni
individui che conquistano il piano dominante mentre altri rimangono nei piani intermedi o dominati; in
questa fase si osserva una forte mortalità endogena. Per via della poca luce per le folti chiome manca il
piano arbustivo ed erbaceo.
 Stabilizzazione: è più marcata la stabilizzazione sociale degli alberi e quasi tutta la biomassa si concentra
negli individui dominanti. Si inizia a manifestare mortalità anche nel piano dominante sia per fattori
endogeni (competizione) sia per fattori allogeni. Grazie a questo, il popolamento, che fino a questo punto
era monostratificato, inizia una differenziazione nella struttura verticale .
 Decadenza: c’è un minore aumento di biomassa. Continua e si accentua la stratificazione verticale e la
diffusione di buche (effetto della caduta di alberi sul piano dominante) favorisce una differenziazione sul
piano orizzontale. Questa fase può durare per un periodo più o meno lungo e termina quando si presenta
un nuovo disturbo che permette l’inizio di un nuovo ciclo.

Queste foreste sono molto rare: a livello planetario solo il 23% delle foreste è considerato intatto e di questa
percentuale solo una parte si trova nello stadio di foresta vetusta. Queste foreste si trovano in Canada-Russia (con
foreste boreali) e Brasile ( foreste equatoriali). In Europa solo il 4% è considerato indisturbato.
In Italia non ci sono foreste vetuste vere e proprie. Tutte le foreste italiane sono state manipolate direttamente o
indirettamente.

10
CAPITOLO 17 – LA SELVICOLTURA
Le foreste hanno da sempre costituito una preziosa risorsa per l’umanità.
Alcune caratteristiche di questi ecosistemi (produzione biologica, acqua , suolo, clima interno) si sono tradotte in
beni e servizi utilizzati per soddisfare le esigenze della società.
Il dissodamento della foresta, cosi come il suo sfruttamento eccessivo ed irrazionale, ne hanno determinato in
alcuni casi la scomparsa.
La selvicoltura, in sostanza , è nata quando si è manifestata carenza di legname, per la domanda di una crescente
popolazione e per le nuove richieste di una società in cui si sviluppano i commerci e le industrie.

Gli obiettivi della selvicoltura


Viene preso in considerazione il criterio di sostenibilità che ha un ampio significato: con “Gestione Forestale
Sostenibile” si intende la gestione ed uso delle foreste e del territorio forestale in modo tale da mantenere la loro
biodiversità, produttività, capacità di rinnovazione, vitalità e il loro potenziale di soddisfare, funzioni ecologiche,
economiche e sociali.
Le operazione selvicolturali implicano, oltre che modifiche alla vegetazione e all’ambiente , lavori e quindi costi.
Con la selvicoltura l’uomo mira a soddisfare in modo sostenibile una o più esigenze della società , assicurando in
ogni caso la stabilità del bosco e la tutela del suolo , della diversità biologica e degli elementi vegetali di valore
storico ed estetico.
Il problema della stabilità può essere esaminato a livelli di organizzazione diversi, ad esempio:
-un singolo albero può essere sradicato dal vento;
-un’intera popolazione arborea viene minacciata da un parassita;
-una comunità viene sconvolta da una tromba d’aria;
-una frana è in grado di distruggere tutte le componenti di un ecosistema.
La stabilità meccanica di un albero dipende :
-altezza, forma , dimensioni dell’albero stesso;
-condizioni dell’ambiente fisico, la struttura del gruppo a cui l’albero appartiene;

È possibile favorire lo sviluppo di alberi caratterizzati da chiome profonde e basso rapporto di snellezza (rapporto
tra altezza e diametro ad 1,30 m) regolando la quantità di luce. Ciò può essere fatto con i diradamenti e attraverso
i rimboschimenti.

I mezzi della selvicoltura


Un’operazione selvicolturale che viene adottata è costituita dall’eliminazione di alcune piante per favorirne la
crescita di altre. Si regola quindi la concorrenza tra piante della stessa età o di età diversa , della stessa specie o
specie diverse e si controlla la composizione , la struttura spaziale e l’evoluzione.
In alcuni casi la selvicoltura ricorre all’impianto di alberi con rimboschimenti o interventi di rinnovazione
artificiale.

I sistemi selvicolturali
Si intende l’insieme delle operazioni attuate per la coltivazione , l’utilizzazione e la rinnovazione di un bosco. Il
meccanismo di propagazione scelto definisce la forma di governo del bosco: il governo a ceduo con la formazione
di un soprassuolo tramite polloni prodotti da gemme (propagazione vegetativa o agamica) mentre si parla di
governo a fustaia quando il nuovo soprassuolo è formato da piante nate da seme (propagazione sessuata o
gamica).La rinnovazione da seme consente la comparsa di nuovi genotipi che possono adattarsi a nuove stazioni,
mentre la rinnovazione agamica consente la conservazione di un genotipo che si è rivelato particolarmente adatto
ad una determinata stazione. Le tecniche colturali consistono in interventi di taglio.
Si indica con ceduo composto o ceduo sotto fustaia un bosco in cui coesistono sulla stessa superficie il ceduo e la
fustaia.
La rinnovazione è di origine naturale quando le nuove piante compaiono in seguito a disseminazione naturale o

11
all’emissione di polloni da ceppaie preesistenti;
è artificiale quando la nuova generazione viene introdotta dall’uomo mediante una semina o messa a dimora di
piantine prodotte in vivaio.
Nell’ambito di una determinata forma di governo , la coltivazione di un bosco avviene applicando una forma di
trattamento, possono essere tagli di rinnovazione e tagli intercalari.
Con i tagli di rinnovazione si modifica l’ambiente interno del bosco e si regola la concorrenza tra piante di
dimensioni ed età molto diverse. Gli alberi che appartengono ad una generazione vecchia vengono abbattuti per
consentire l’affermazione di una nuova generazione di alberi che occuperà il terreno lasciato libero.
Con i tagli intercalari eseguiti in popolamenti giovani , si abbattono alcuni alberi per consentire ai rimanenti di
occupare , con radici e chiome , lo spazio creato e quindi di appropriarsi di una maggiore quantità di risorse
(acqua , luce ed elementi nutritivi).

Operazioni preliminari agli interventi selvicolturali


L’attuazione di un intervento selvicolturale richiede alcune indagini conoscitive preliminari.
-caratteri ecologici e genetici delle specie che formano il bosco;
-fattori dell’ambiente fisico e biotico (stazione), tipo di vegetazione o di formazione forestale;
-caratteri del soprassuolo: composizione specifica e tipo di mescolanza , struttura spaziale , dimensione sociale,
età, forma di governo;
-collocazione del bosco;
-obiettivi e risultati ottenuti già in precedenza .

18. LA FUSTAIA MONOPLANA: TAGLIO RASO


Il taglio raso consiste nell’abbattimento di tutte le piante presenti su una determinata superficie (la tagliata). La
rinnovazione ha luogo dopo il taglio e può essere naturale, artificiale o combinata.
Per effettuare la tagliata a raso bisogna individuare i margini della tagliata per assicurare la stabilità del
soprassuolo restante una volta che questo si trova esposto al vento in una parte e alle radiazioni solari.
Taglio raso di grande superficie: taglio superiore a 1 ha mentre se è inferiore parliamo di taglio raso di piccola
superficie.
Se la tagliata ha un lato, o il diametro se di forma circolare, ≤ 1,5/2 volte l’altezza delle piante dominanti si parla di
taglio a buche. La superficie delle buche è < di 1500m^2. Questo tipo di taglio si effettua in caso di: forte
pendenza, foreste di carattere protettivo, foreste soggette a schianti, esposizioni aride e difficoltà di distribuzione
del seme.
In base alla forma della tagliata il taglio raso si distingue in:

 Andante/a strisce, quando il lato minore è circa metà di quello maggiore;


 Fessura, un lato è molto piccolo, fino ad un decimo di quello maggiore;
 Marginale(taglio ad orlo), quando il taglio si localizza in un margine del bosco.

Nelle zone di montagna per evitare fenomeni erosivi si sceglie di adottare una tagliata a forma allungata
dove il lato maggiore è orientato lungo le curve di livello.
Per sfruttare le condizioni più favorevoli di microclima e disseminazione il taglio raso può essere condotto
lungo margini di soprassuoli adulti (tagli a orlo), ovvero superfici larghe qualche decina di metri e lunghe
anche qualche centinaio. Si distinguono un orlo interno ed uno esterno (dove le condizioni sono migliori
dato che perviene un’alta quantità di seme la luminosità è soddisfacente).
La rinnovazione della tagliata può avvenire per via naturale, attraverso i semi caduti dalle piante che si
trovano lungo i margini o da quelli che cadono dal taglio o per via artificiale ( esempio per i boschi italiani:
soprassuoli di pino domestico/abete bianco…).
Taglio raso con riserva: al momento del taglio vengono riservati alcuni alberi regolarmente distribuiti
(gruppi o in modo regolare) affinché possano disseminare intorno. Gli alberi rilasciati continuano il loro
accrescimento fino al 2° ciclo: fusti di grandi dimensioni da destinare a impieghi particolari.

12
LA RADIAZIONE SOLARE
In seguito al taglio raso il terreno viene bruscamente esposto ai raggi solari.
Il taglio raso accentua gli estremi termici creando condizioni di maggiore continentalità.
Con il giorno si ha maggiore luminosità e temperatura (humus scuro 70°C), questo provoca una fotosintesi
intensa, maggiore traspirazione e scottature al colletto della rinnovazione.
Con la notte si ha una maggiore dispersione di calore e temperature fredde (inversione termica) provocando
danni da gelo.

LE DISPONIBILITÀ’ IDRICHE
L’allontanamento dalle chiome del soprassuolo maturo azzera temporaneamente la traspirazione che viene
ripresa dopo qualche anno dalla vegetazione erbacea comparsa sulla tagliata. Aumentano le turbolenze d’aria
provocando un tasso di umidità minore rispetto al bosco. Le temperature elevate stimolano la traspirazione del
novellame che si trova in un microclima più continentale rispetto a quello in copertura.
La quantità d’acqua che giunge al suolo è maggiore di quella che cade nel bosco dato che non è intercettata dalle
chiome, aumentando di fatto la disponibilità per le piante.
Nelle tagliate cade una maggior quantità di neve che si scioglie ed evapora più rapidamente di quella in bosco. Nei
terreni declivi lo scivolamento lento della neve piega le piantine e scalza le piantagioni.

VANTAGGI E SVANTAGGI
Vantaggi: Semplicità gestionale, minori costi di utilizzazione ed esbosco, possibilità di meccanizzare le operazioni,
assortimenti legnosi prodotti e qualità dal punto di vista tecnologico.
Svantaggi: Impatto ecologico (erosione, paesaggio, fauna e vegetazione), stabilità meccanica ed ecologica
(soprattutto se associata a rinnovazione artificiale), elevati costi per tagli intercalari, investimenti e ricavi sono
molto lontani nel tempo.

18.4 FUSTAIA MONOPLANA: I TAGLI SUCCESSIVI


Con il trattamento a tagli successivi, il popolamento giunto a maturità economica viene esportato tramite più
interventi selvicolturali. La progressiva apertura del popolamento ha lo scopo di favorire insediamento e
affermazione della rinnovazione naturale che può godere della protezione di una parte degli alberi del vecchio
ciclo. Per completare l’intera serie dei tagli successivi è richiesto un periodo di rinnovazione che va dai 5 a 30+
anni.
Sequenza di tagli:

 Taglio a sementazione: si effettua alla scadenza del turno consentendo di: scoprire parzialmente il terreno
per farvi giungere più luce, calore ed acqua, favorendo cosi l’insediamento e la rinnovazione naturale;
distanziare le chiome degli alberi per aumentare la produzione di seme; gli alberi rilasciati proteggono la
rinnovazione contro eccesso di luce, gelate, risalita falda freatica, erbe e arbusti.
L’intensità del taglio dipende da: temperamento della specie, tipo di disseminazione, frequenza delle
annate di pasciona, condizioni di densità del popolamento e della rinnovazione.
È bene che il taglio di sementazione sia sempre prudente perché la troppa densità residua potrà essere
sempre corretta con i tagli secondari.
 Tagli secondari: hanno lo scopo di ridurre gradualmente la copertura arborea per consentire
l’affermazione della rinnovazione. Il numero, l’intensità e la periodicità dipendono dal grado di
affermazione della rinnovazione naturale.
Per le specie tolleranti si effettuano più tagli secondari leggeri. Per quelle eliofile si effettua un solo taglio
di forte intensità. Per il bosco misto con specie a temperamento differente si favoriscono prima le
intolleranti e poi le eliofile.
 Tagli di sgombero: si eliminano tutti gli alberi del turno precedente rimasti ancora in piedi. Va effettuato
quando il novellame non ha bisogno di protezione e la presenza del residuo ne rallenta l’accrescimento.

Il periodo che separa il taglio di sementazione da quello di sgombero è detto periodo di rinnovazione.

 Tagli successivi uniformi: ciascun tipo di taglio viene uniformemente eseguito su tutta la superficie
occupata dal soprassuolo arboreo maturo.
Tagli successivi graduali o su piccole superfici: ciascun tipo di taglio interessa solo una porzione del
soprassuolo maturo e si distinguono in:

13
1) Tagli successivi a gruppi: la rinnovazione ha inizio dai punti in cui si è insediata accidentalmente la pre-
rinnovazione o dove si effettua un taglio di sementazione su una superficie di alcune decine o centinaia di
metri quadrati. Intorno a questi gruppi si procede successivamente con tagli successivi applicati in anelli
concentrici.
2) Tagli successivi a strisce: il taglio di sementazione viene effettuato lungo una striscia di bosco larga 1 o 3
volte l’altezza degli alberi del soprassuolo in rinnovazione. Quando la rinnovazione si è insediata si esegue
il taglio di sementazione in una seconda striscia e nella prima si attua il taglio secondario o di sgombero.
3) Tagli successivi ad orlo il metodo è analogo a quello descritto precedentemente il quale differisce per la
striscia tagliata a raso accanto alla quale si situa la striscia cui viene effettuato il taglio di sementazione. La
rinnovazione avviene più facilmente entro il taglio raso.
4)
5)
6) Tagli a cuneo/ventaglio.

Tagli di curazione è la forma di trattamento applicato alla fustaia con struttura verticale multiplana che prevede il
prelievo di una parte di alberi cosi che il terreno non rimane scoperto. A differenza del taglio raso o di quelli
successivi questo taglio è una tecnica che prevede interventi a livello di individuo o di piccoli gruppi di individui.
L’esame della struttura verticale rivela :
-un piano superiore, dove pochi alberi con le chiome libere che, da ogni lato fruiscono di una abbondante
illuminazione superiore e laterale, manifestano un ridotto accrescimento longitudinale a differenza di quello
radicale che è vigoroso;
-un piano intermedio dove le piante, che ricevono solo luce dall’alto si trovano in una fase di max. accrescimento
longitudinale, ma sono ostacolate nello sviluppo della chioma dalla vicinanza di piante uguali o di maggiori
dimensioni;
-un piano inferiore formate da piante di età molto diversa, ma giovani in termini di età stadiale, talvolta coperte
dalle chiome delle piante di maggiore statura.

Per effettuare il taglio si adottano criteri individuali nella scelta delle piante da abbattere per caratteri propri del
singolo albero e per la sua collocazione nella struttura;
criteri collettivi relativi alla masse legnosa da prelevare rispetto a quella presente nel bosco.
i criteri individuali sono i seguenti:
-selezione ed educazione. Le piante migliori dal punto di vista della qualità e accrescimento vengono favorite
eliminando le peggiori. Nel frattempo si regolano le condizioni di crescita dei singoli alberi, controllando in tal
modo la forma e qualità del legno.
Si agisce con il taglio di piante di medie dimensioni;
-struttura spaziale del popolamento. Il taglio deve mantenere la struttura verticale e la composizione specifica.
Tagli poco energici provocano, entro breve tempo, la chiusura del piano superiore ostacolando la rinnovazione.
-raccolta del prodotto legnoso. La maturità è fissata per i singoli alberi che appartengono al piano superiore, in
base al raggiungimento di un diametro e altezza prefissata.
-rinnovazione. I tagli eseguiti per soddisfare le esigenze sopra ricordate sono sufficienti per favorire la
rinnovazione.
-condizioni sanitari. La presenza di piante attaccate da parassiti o danneggiate è motivo per compiere alcuni tagli a
carattere fitosanitario.

I tagli di curazione sono separati da un intervallo di tempo detto periodo di curazione mediamente di 10/15 anni.

14
19 – I TAGLI INTERCALARI
Vengono definiti tagli intercalari, i tagli che nei boschi monoplani sono eseguiti prima dei tagli di rinnovazione ,
ossia durante il periodo che intercorre dall’insediamento del soprassuolo alla sua maturità.
Una popolazione di alberi che ha origine nello stesso momento (rimboschimento) o in un breve volgere di anni
(novellame dopo un taglio raso o tagli successivi) è generalmente formata da un gran numero di individui di
piccole dimensioni.
Man mano che le dimensioni aumentano, le chiome giungono a contatto e la principale causa di mortalità diventa
la concorrenza tra gli individui delle specie arboree.
Sopravvivono quelli che riescono a sopravanzare gli altri in altezza e ampiezza della chioma (e quindi a sottrarre
agli altri la luce) in quanto sono i più vigorosi per ragioni genetiche oppure i più adatti all’ambiente.
Ne deriva la morte degli individui svantaggiati: il risultato di questo processo è indicato come “autodiradamento”.
Il principio su cui si fonda la loro azione è il controllo della concorrenza e la migliore distribuzione nello spazio
disponibile per la crescita a vantaggio degli alberi che non vengono tagliati perché favoriti per le loro
caratteristiche e posizione.
I principali obiettivi dei tagli intercalari consistono nell’aumento della stabilità fisica e biologica individuale e di
insieme.
I tagli intercalari non si prefiggono di ottenere la rinnovazione del bosco ma di creare condizioni di suolo e di
microclima favorevole all’insediamento del novellame nel momento in cui verranno attuati i tagli di rinnovazione.
Il passaggio dai tagli intercalari ai tagli di rinnovazione è graduale.
In tempi più recenti , i tagli intercalari vengono distinti in sfolli che si effettuano nei novellami e nelle spessine, ed
in diradamenti che si eseguono nelle perticaie e giovani fustaie.

Gli sfolli hanno come obbiettivi:


a-aumento stabilità meccanica davanti a sollecitazioni quali vento e neve.
La stabilità meccanica è correlata al rapporto di snellezza e alla lunghezza della chioma;
le chiome ampie intercettano maggiormente neve e vento e le chiome profonde aumentano la stabilità;
b-regolazione delle mescolanze: per avere più specie di elevato valore economico;
c-aumento della produzione di valore: eliminazione di individui con cattive caratteristiche (chioma
eccessivamente sviluppata , grossi rami , fusto di forma irregolare) favorisce la buona conformazione della chioma
e l’accrescimento diametrale degli alberi restanti.
d- nella fase di spessina , con gli sfolli si inizia anche l’opera di educazione e di selezione .
Gli alberi abbattuti ,di piccole dimensioni, vengono in genere sramati , depezzati e lasciati in bosco.

I diradamenti
Con il diradamento si vogliono ottenere diversi obiettivi tra cui miglioramento qualitativo della produzione,
maggiore stabilità meccanica e mescolanza di specie ,con diversi interventi. Ogni intervento di diradamento è
generalmente descritto da 4 parametri:
-tipo di diradamento : viene precisata la categoria di pianta che viene abbattuta;
-grado , spesso indicato come intensità, di diradamento;
-età di inizio
-frequenza con cui i diradamenti si ripetono durante il turno.
È possibile distinguere 4 tipi di diradamento:
-diradamento dal basso: il criterio è quello di abbattere solo le piante comprese nel piano dominato e alcune
piante dominanti conservando la loro struttura monoplana.
In base all’intensità abbiamo:
diradamento dal basso debole: vengono eliminati solo gli alberi morti o moribondi, inclusi nel piano dominato;
diradamento dal basso moderato: taglio di alberi morti o moribondi, inclusi nel piano dominato , ma anche piante

15
mal conformate;
diradamento dal basso forte: vengono abbattuti tutti gli alberi del piano dominato e , nel piano dominante e
alcuni individui dominanti con chioma e fusto sviluppati per assicurare agli alberi restanti una regolare
distribuzione spaziale;
super diradamento: diradamento dal basso forte ma si propone di isolare la copertura delle chiome .
-diradamento dall’alto: si intende favorire lo sviluppo dei migliori alberi situati nel piano dominante. In base
all’intensità dell’intervento abbiamo:
-diradamento dall’alto debole: il taglio elimina le piante deperite e morte , piante difettose del piano dominante e
alcune piante dominate;
-diradamento dall’alto forte: si eliminano gli alberi deperenti e affetti da patologie.
-diradamenti liberi: tra questi il più significativo è il diradamento selettivo , questo ha notevoli tratti in comune
con i diradamenti alti. Con questo criterio ogni stadio evolutivo del popolamento, ogni specie arborea richiede
misure di coltivazioni consistenti in:
-prevenzione da avversità climatiche, animali e vegetali;
-selezione di tipo negativo o positivo. La selezione negativa implica l’eliminazione di specie indesiderate e
malformate o socialmente predominanti con una chioma eccessivamente ampia che ostacola l’accrescimento di
numerosi individui vicini;
-educazione, ha l’obiettivo di far sviluppare le qualità positive ed impedire lo sviluppo di quelle indesiderate
attraverso la creazione di un ambiente adatto;
-misure accessorie: potature verdi o secche, concimazioni.
Questi interventi devono essere più prudenti nel caso delle latifoglie che, se troppo isolate, tendono a formare
chiome molto ampie e ramose.
La perticaia che si ottiene con questi interventi presenta in genere 2000-3000 individui a ettaro nel piano
dominante , vigorosi e ben conformati , sui quali si concentra la produzione legnosa;
Vengono definiti candidati in quanto è tra essi che verrà operata la scelta di un certo numero di individui da
favorire ulteriormente.
Punto di partenza per la selezione è la cellula di diradamento formata da un gruppo di piante a stretto contatto
tra chiome. Nella cellula si individuano i possibili candidati e , tra gli alberi del soprassuolo accessorio, quelli utili in
quanto proteggono il fusto degli alberi scelti con corteccia sensibile alle scottature, quelli indifferenti e quelli che
possono nuocere agli alberi utili.
La scelta viene fatta in relazione a specie, posizione sociale, stato di salute, vigoria , forma del fusto, assenza di
ferite , chioma equilibrata ecc. Con questa scelta vengono evidenziati gli alberi migliori (alberi scelti o di élite),
successivamente si decide come educarli stimando gli effetti che esercita il più o i più concorrenti e infine si
compie la selezione del concorrente da abbattere che spesso è un albero indicato inizialmente come candidato.
Con questo taglio si mira anche a favorire lo sviluppo della chioma delle piante scelte sul 30-50% dell’altezza
dell’albero.
-Diradamenti meccanici: le piante da abbattere o da conservare , sono scelte in base a una distribuzione spaziale,
stabilita a priori. Il criterio si basa su schemi numerici quali distanze o rapporto stabiliti a priori.
I diradamenti meccanici vengono spesso adottati su soprassuoli giovani, densi e relativamente indifferenziati. Si
distinguono:
-diradamenti distanziali, in cui le piante da conservare sono scelte a distanze regolari mentre le altre vengono
abbattute;
diradamenti a file in cui le piante da abbattere sono disposte lungo allineamenti situati a distanza prestabilita.

Età di inizio
Il momento più opportuno per effettuare i diradamenti dipendono dallo stadio evolutivo e dalla densità.
Interventi precoci sono effettuati in spessine, mentre interventi tardivi vengono eseguiti a partire dallo stadio di
perticaia.

16
Frequenza
La scelta dell’intervallo di tempo che separa due tagli di diradamento consecutivi è condizionata da un lato
dall’opportunità di intervenire ogni qual volta se ne manifesta la necessità , dall’altro dalla necessità di realizzare
una massa legnosa che giustifichi dal punto di vista finanziario l’esecuzione dei lavori.
In concreto vengono proposti intervalli di 5 o 10 anni tra i singoli tagli di diradamento.

Effetto incrementale
Il diradamento riduce il numero degli alberi, ma quelli restanti disporranno di più spazio e potranno sviluppare
una maggiore area fogliare e quindi una maggiore produttività netta.
Immediatamente dopo l’esecuzione di un diradamento , la struttura del soprassuolo cambia e in particolare può
cambiare il diametro medio in seguito all’eliminazione di un certo numero di piante.
Le reali conseguenze di un diradamento si possono percepire solo a distanza di anni, in cui l’accrescimento
diametrale risulta stimolato in misura proporzionale al grado.

Effetti del diradamento sull’ambiente


Il taglio di diradamento aumenta innanzitutto la quantità di radiazione solare che penetra tra le chiome e giunge
al suolo , ovviamente allo stesso tempo si riduce l’intercettazione delle precipitazioni .

Campi di applicazione
I diradamenti dal basso hanno lo scopo di ridurre la copertura del suolo per favorire l’alterazione dell’humus
grezzo e ottenere cosi legna da ardere senza tuttavia interrompere il piano di chioma.
I diradamenti dall’alto hanno l’obiettivo di accrescere il valore commerciale di assortimenti di grandi dimensioni.
I diradamenti selettivi sono il prodotto di una selvicoltura intensiva che mira alla produzione di legname .

20. GOVERNO A CEDUO


Forma di governo che prevede il taglio della porzione epigea, rilascio della ceppaia e la rinnovazione mediante
polloni da ceppaia.
Un pollone è un fusto sostitutivo dotato di dominanza apicale sviluppato dall’albero dopo aver subito un trauma
che nei cedui è rappresentato dal taglio di utilizzazione.
La longevità dei polloni assicura numerose generazioni per rinnovare il bosco.
Questa tecnica è applicabile a latifoglie dotate di banche di gemme dormienti localizzate nelle radici, colletto del
fusto e nelle branche.
Le gemme possono essere:
-dormienti: frequenti alla base dei fusti, non si schiudono ma restano per qualche tempo allo stato latente(30 anni
faggio, 50-60 querce, 100 castagni).
Inglobate in anello di crescita corteccia dove conservano connessioni vascolari con midollo mediante raggi
midollari. I polloni derivanti sono detti veri perché più robusti e saldi.
-avventizie: collocate in qualsiasi zona della pianta e sul tessuto cicatrizale, prive di connessioni vascolari con il
midollo. Si formano dopo il taglio. I polloni sono detti falsi, meno stabili perché devono creare un collegamento
con il tessuto legnoso della pianta madre passando attraverso il callo. Si formano lontano dal colletto.

La facoltà pollonifera (età fino a cui la ceppaia può produrre o rivitalizzare le gemme) è variabile da specie a
specie dipende dalla frequenza di taglio del ceduo.

Le ceppaie vecchie (esaurite) non emettono polloni sani e devono essere sostituite.
Le cause della morte di una ceppaia possono essere:
- taglio non eseguito a regola d’arte;
-danneggiamenti da mezzi meccanici;
-brucatura da parte di animali;
-temperature letali al cambio dovute a surriscaldamento da radiazione o incendi
-ristagni d’acqua in ceppaie.

17
Per sostituire le ceppaie morte si attende che una pianta nata da seme abbia raggiunto un diametro al colletto
superiore a 10cm.
I semenzali si affermano se nati poco prima o con la ceduazione.
Si ottengono nuove ceppaie anche da polloni affrancati (ceppaie satelliti). Un pollone è affrancato quando si è
reso autonomo emettendo radici proprie rispetto alla ceppaia che lo ha prodotto.

I polloni che si sviluppano su una ceppaia condividono l’apparato radicale.


L’espansione della ceppaia porta all’affrancamento del pollone
- con il suo accrescimento centrifugo, la ceppaia può assumere dimensioni radicali notevoli,
contemporaneamente tenderà a svuotarsi, a causa del marciume del legno ( che non interessa tutta la pianta ma
solo la parte più interna del legno).

Modalità di taglio della ceppaia:


-cupola/chierica di monaco
-a due spioventi
-a fetta di salame
-forme irrazionali (es. doppio convergente a bocca di lupo) che portano al ristagno di acqua facilitando i marciumi.
I tagli dei polloni sulle ceppaie devono essere netti, senza slabbrature o strappi di corteccia, inclinati per evitare il
ristagno d’acqua e più vicini al suolo. Infatti tagli troppo alti favoriscono l’emissione di polloni che hanno <
resistenza meccanica e non riescono ad affrancarsi con un proprio apparato radicale.

Tipi di ceduazione sono:


-ceppaia: taglio vicino al colletto. Ci sono coorti di polloni emesse da ceppaie rimaste nel suolo, e il taglio viene
effettuato ogni 3-15 anni per più cicli. Gli assortimenti legnosi sono trucioli legnosi, paleria agricola per recinzioni
(castagno)fascina e legna da ardere (leccio, cerro ecc.) ;
-capitozza: taglio a 1-3m di altezza; viene effettuato in alberature stradali come sistema di potatura; vengono
prodotti vimini da intreccio per leganti da vigna ecc.
-sgamollo: taglio di branche di diverse dimensioni su porzioni più o meno estese del fusto (escluso il tratto
terminale). In ambienti a clima Mediterraneo si ha produzione di frasca da foraggio, nel periodo estivo in cui
specie annuali del pascolo hanno terminato il loro ciclo biologico.
Gli ultimi due non vengono effettuati in bosco.

Il ringiovanimento di una ceppaia avviene per:


-taglio di succisione: taglio rasente alla superficie del suolo che stimola il ricaccio;
-tramarratura : si allontana il terreno che circonda la ceppaia e si taglia qualche cm sotto il piano di campagna. Si
procede al frazionamento della ceppaia con attrezzi manuali e poi si ricopre con suolo di risulta. Si favorisce
l’emissione di polloni radicali.

Diversi sono i tipi di trattamento:


-ceduo semplice: Il trattamento consiste in un taglio raso di tutti i polloni. Soprassuolo costituito solo da polloni
della stessa età. Questo tipo di ceduo si adotta nei popolamenti di pioppi, robinia, nocciolo.
Un ceduo semplice è caratterizzato da:
1. Taglio raso della ceppaia su tutta la superficie;
2. Dalla durata del turno che non può oltrepassare certi limiti biologici, oltre i quali diventa incerta o nulla la
rinnovazione agamica;
3. Dalla spontaneità della rinnovazione agamica, che si verifica prontamente tutte le volte che i tagli sono stati
eseguiti razionalmente.

L’età del primo taglio deve essere inferiore all’età massima al di sopra della quale le ceppaie perdono la facoltà
pollonifera (100-150 anni querce, 40-60 anni faggio)e superiore a un’età minima che viene stabilita localmente
sulla base delle condizioni stazionali, dei regolamenti forestali e in base alle richieste del mercato.
L’intervallo fra un taglio e il successivo (turno) dovrà essere distanziano nel tempo.
Tagli molto ravvicinati nel tempo esercitano un’influenza negativa sulla struttura e sull’evoluzione pedologica del
suolo e possono esaurire la ceppaia. Quando il taglio viene protratto oltre un certo periodo la ceppaia invecchia e
perde la capacità pollonifera.
Il taglio deve essere effettuato durante il periodo di riposo delle piante, quando i carboidrati di riserva sono stati
traslocati nelle ceppaie.

18
Nelle stazioni soggette a gelo è opportuno eseguire il taglio nella seconda metà d’inverno.
Il gelo potrebbe provocare il distacco della corteccia dal legno.

-ceduo matricinato: soprassuolo costituito prevalentemente da polloni coetanei e da un numero ridotto di


matricine (100-160 ha). Le matricine sono alberi di origine gamica o agamica, con età multipla di quella dei
polloni. La differenza di età tra polloni e matricine è di una, due o tre volte la lunghezza del turno.
La ceduazione prevede il rilascio di alcuni soggetti (matricine e riserve) che assicurano le altre funzioni del bosco,
tra cui:
1. Fruttificare e disseminare per reclutare nuove piante che andranno a sostituire ceppaie pollonifere morte;
2. fornire legname di dimensioni medie, maggiori di quello dei polloni;
3. Protezione parziale dei polloni e del suolo da continentalizzazione del clima dopo la ceduazione;
4. Produzione di ghiande e castagne;
5. Arricchire la composizione specifica con il rilascio di specie subordinate alla specie principale;
6. Se rilasciate a gruppi fungono da aree rifugio per fauna e flora nemorale con amplificazione dell’effetto
margine.

Le matricine devono essere scelte fra le più stabili, in buone condizioni vegetative e di diverse dimensioni e età.
Se hanno una chioma ben sviluppata ed equilibrata possono essere isolate (matricinatura regolare), altrimenti
vanno lasciate a gruppi di estensione entro i 200 m², selezionandole anche tra i migliori polloni.

Su pendici esposte al vento o al sole è consigliabile eseguire una matricinatura a gruppi, addensando le matricine
nei punti più esposti.
Con la matricinatura a gruppi si hanno migliori condizioni di stabilità delle piante interne e minori difetti provocati
da un brusco isolamento delle piante. In alcuni casi può essere previsto il diradamento del gruppo al fine di
valorizzare alcune piante candidate.

Vantaggi governo a ceduo:


-rinnovazione garantita e non richiede particolari interventi selvicolturali;
-maggiore frequenza dei redditi e della maggiore resistenza alle cause avverse,
-forte accrescimento dei polloni, la rinnovazione abbondante e la brevità del turno impediscono ai parassiti di
esplicare in pieno la loro azione;
-assortimenti legnosi particolari la cui produzione è impossibile o non è economicamente conveniente nelle
fustaie.
Svantaggi governo a ceduo:
- turni brevi portano ad una riduzione delle fertilità e possibile erosione del suolo;
- continentalizzazione del clima per alcuni anni. Nella tagliata si ha una brusca variazione dei parametri climatici;
-humus mineralizzato velocemente a causa della continentalizzazione del clima della tagliata;
-assortimenti del ceduo hanno prezzi unitari inferiori rispetto a quelli della fustaia;
-impatto paesaggistico: ampie tagliate su versanti determinano soluzioni di continuità nel mosaico del paesaggio e
sono visibili a molta distanza.

Ceduo composto: si ha una coesistenza spaziale e temporale del ceduo e della fustaia (della stessa specie o non).
Per quanto riguarda il ceduo si effettua un taglio raso con rilascio di allievi, mentre per la fustaia si applica un
taglio a scelta colturale.
Al momento del taglio si scelgono gli allievi da rilasciare e le matricine mature da abbattere (maturità raggiunta
dopo 4-5 turni). Il numero di matricine è inversamente proporzionale all’età (diminuisce al crescere delle
dimensioni).

19
21 CONVERSIONI
Per conversione si intende il cambiamento della forma di governo del bosco.
La conversione da fustaia a ceduo è proibita dal regolamento (Art. 70, c.15).
La conversione propriamente detta è quella attuata con le stesse specie che costituivano il ceduo che vengono
messe in grado di rinnovare il soprassuolo per rinnovazione gamica naturale.
Conversione diretta: sostituzione del ceduo con un soprassuolo nato da seme installato artificialmente o
preesistente (di solito di conifere).
Conversione per invecchiamento: consiste nel lasciare invecchiare il ceduo (oltre 2T) e fare dei tagli di
sementazione (cedui molto radi o su terreni poco fertili).
Conversione per matricinatura intensiva: avviene applicando 2-3 interventi al ceduo invecchiato. Questi interventi
prendono il nome di tagli di avviamento all’alto fusto.
1° taglio di avviamento è la matricinatura intensiva (1000-1200 allievi/ha).
2°-n° taglio: i polloni vengono poi diradati con le stesse tecniche applicate alle perticaie dei boschi di alto fusto
fino a giungere ad una densità simile a quella dei boschi di alto fusto maturi.
Lo stadio finale dell’avviamento chiamato fustaia transitoria, ha l’aspetto di una fustaia ma è di origine agamica
(fustaia con piede di ceduo).

L’applicazione di un taglio di sementazione alla fustaia transitoria darà origine alla rinnovazione naturale (nata da
seme) e quindi alla fine della conversione.
L’intero percorso da ceduo invecchiato a rinnovazione da seme dura decenni.
Problemi avviamento alto fusto:
- costi (primo intervento quasi sempre a macchiatico positivo così come i successivi diradamenti ma con tempi
maggiori per i ricavi);
- tempi molto lunghi (decenni, incertezza sulla possibilità di fare gli interventi previsti);
- valore assortimenti legnosi (il valore della legna da ardere in questi ultimi anni è a volte più alto del legname da
opera prodotto in fustaia).

Trasformazione: cambio di trattamento (es. fustaia coetanea->disetanea).


Il caso più ricorrente in ambito regionale riguarda il castagno: da ceduo semplice matricinato a ceduo castanile da
frutto.
I presupposti:
-i polloni non presentano attacchi virulenti di cancro corticale;
-i soprassuoli sono in siti idonei per il castagno;
-i soprassuoli ricadono in aree ben servite da viabilità.

Come si procede:
-si cedua e sui polloni selezionati si procede ad innesto di varietà da frutto e si eliminano gli altri.

20

Potrebbero piacerti anche