Sei sulla pagina 1di 96
sommario a pagina 2 nno XII - N. 2 Marzo/Aprile 2004 - 5 euro Reg.
sommario a pagina 2 nno XII - N. 2 Marzo/Aprile 2004 - 5 euro Reg.
sommario a pagina 2 nno XII - N. 2 Marzo/Aprile 2004 - 5 euro Reg.
sommario a pagina 2 nno XII - N. 2 Marzo/Aprile 2004 - 5 euro Reg.
sommario a pagina 2
nno XII - N. 2 Marzo/Aprile 2004 - 5 euro
Reg. Trib. Cremona n. 355 – 12.4.2000
Sped. A. P. D.L. 353/2003
(con. in L. 27/02/04 n°46) art. 1, c. 1, DCB-CR

Democrazia e socialismo

di Lucio Magri

Caro direttore, purtroppo il sopravvenire di due problemi privati, non gravi ma ineludibili, mi im-

pedisce di essere presente al vostro semi- nario. Me ne scuso e me ne dispiaccio, perché

mi interessava ascoltare e anche interve-

La guerra è terrorismo

di Claudio Grassi

Quattrocento giorni di morte, di devasta-

zioni, di crimini di guerra. Tanto tempo è trascorso da quel 20 marzo 2003 che avrebbe dovuto segnare – secondo le pre- visioni dei signori americani della guerra

e dei loro alleati – l’inizio di un Blitzkrieg,

di una “guerra lampo” destinata a con-

nire.

cludersi “in poche settimane” con la paci-

I

tre nodi problematici che mettete in dis-

ficazione dell’Iraq nel segno della “de-

cussione sono indubbiamente connessi

mocrazia” e del libero mercato. I risultati

tra

loro, ma mi parrebbe anche utile con-

della decisione di attaccare Baghdad sono

siderare distintamente questioni quali: ri-

sotto gli occhi di tutti. Decine di migliaia

voluzione e lotta armata, non violenza non

di

morti, in massima parte civili inermi,

come principio e testimonianza ma come

che si aggiungono al milione di iracheni

obiettivo politico per cui battersi in un

per lo più bambini – uccisi dall’embargo

contesto dato.

e

alle migliaia di vittime dei bombarda-

Democrazia e socialismo hanno per de- cenni attraversato e tormentato la storia della mia vita, sia sul piano teorico che su quello pratico. Su di essi ho cercato e an-

menti anglo-americani susseguitisi senza interruzione nel corso degli ultimi quin- dici anni; città distrutte; una popolazione alla fame; un paese nel caos, dove la guerra

cora credo di aver qualcosa da dire di non troppo banale. E anche diritto di parola. Anche quando fui infatti radiato dal PCI, soprattutto perché dopo Praga mi pareva che fosse già in corso una degenerazione del socialismo reale destinato alla scon-

alimenta ogni giorno nuova violenza e nuova disperazione. Un crimine contro l’umanità che ha pochi confronti nel pur tormentato mezzo secolo che ci sta alle spalle, perché deliberato a freddo dalla leadership di un paese opulento, senz’altra

fitta, non ho mai considerato tale dege- nerazione un approdo già tutto iscritto

motivazione al di fuori della volontà di im- possessarsi di un altro paese, per mostrare

nella Rivoluzione d’Ottobre, nel lenini-

al

mondo la propria irresistibile potenza

smo e tantomeno nel pensiero di Gramsci

e

la propria infinita tracotanza.

o nella politica del comunismo italiano.

Sono stato partecipe alla nuova sinistra del

‘68 e del post ‘68 e fortemente critico della

politica di unità nazionale, ma ho con- trastato – senza incertezze – culture e pra- tiche orientate alla violenza, non solo nella forma estrema del terrorismo, ma anche nella cultura e nelle pratiche che l’avevano mimato e poi giustificato, a dif- ferenza di tanti che oggi mi ritrovo nel saio

seguesegue aa pag.pag. 22

Nessuno può illudersi: le popolazioni ag- gredite non dimenticheranno. L’Occi- dente semina odio, alimenta una collera inestinguibile, fornisce ragioni a quanti predicano nuove guerre di religione. E nemmeno noi dimenticheremo. Non di- menticheremo le menzogne di Bush e di Blair che hanno accompagnato la prepa- razione di questa oscenità: gli inesistenti collegamenti tra Saddam Hussein e bin

segue a pag. 4

Marzo - Aprile 2004 Democrazia e socialismo S O M M A R I O

Marzo - Aprile 2004

Democrazia e socialismo

S O M M A R I O

 

Dien Bien Phu!

11

S.

Ricaldone

America Latina

14

G.

Minà

Antifascismo

17

Giorgio Bocca, Enzo Collotti

I

nemici dell’umanità

21

intervista a Giulietto Chiesa, di M. Graziosi

Iraq: contro i popoli e contro Dio

25

T.

Dell’Olio

Guerra: gli americani contro

28

J.

Catalinotto

Dopo il 20 marzo

35

S.

Cararo

Contro la guerra e per l’alternativa

39

A.

Falomi

Alternativa e diritti dei lavoratori

41

M.

Zipponi

Attacco alle pensioni: cosa fa la sinistra?

43

P.

P. Leonardi

Il nuovo “miracolo italiano”

45

R.

Cambuti

Crack: non solo Parmalat

47

R.

Picarelli

Costituzione italiana: lo “stato” delle cose

52

G.

U. Rescigno

Palestina: le porte dell’infern o

54

B.

Saleh’

Sulle elezioni in Grecia, Spagna e Francia 57

F.

S.

Serbia: a cinque anni dalla guerra

60

E.

Vigna

Putin: quasi un plebiscito

67

M.

Gemma

I

comunisti e l’Europa / Dibattito

72

S.

Amin, F. Giannini

Note sulla transizione al socialismo

78

F.

Sorini

Sulla questione della violenza

82

M.

Tronti

Il potere, la violenza, la resistenza

85

M.

Del Toso

Sulla cultura dominante

88

L.

Livio e A. Petrini

Paolo Volponi: a dieci anni dalla morte

91

E.

Zinato

Vittorio Vidali

94

L.

G. Sema

 

2

segue L. Magri da pag. 1

francescano o nel saari gandhiano. Oggi, dopo tutto ciò che è accaduto, trovo che sia non solo necessario, ma anche possibile, mettere ancora più in primo piano il pacifismo, la non violenza e la democrazia come strumenti, e non come ostacoli, per una trasformazione radicale della società nella quale i metodi si avvi- cinano meglio ai fini. E credo ne- cessario per questo una riflessione autocritica e coraggiosamente in- novativa della nostra storia di co- munisti, consapevoli certo delle condizioni eccezionali che l’hanno sovrastata, ma anche di nodi teorici

irrisolti o di errori politici gravi. Se

il comunismo è un movimento reale

che cambia lo stato presente delle cose, esso non può che applicare an- che a se stesso l’implacabile verifica dei fatti. Ma per essere intellettual- mente seria e politicamente fe- conda tale riflessione deve distin-

guersi, e anzi deve reagire, ad un li- quidazionismo che oggi sta dila- gando in tutta la sinistra. Al “ nuovo inizio” della Bolognina preferisco il “ricomincio da tre” di Troisi: cioè uno sforzo per distinguere il grano dal loglio, per non spezzare il filo della memoria, per non riesumare, come modernissime, tradizioni al- trettanto antiche e ancor più in- gannevoli. Perciò andiamo spregiu- dicatamente pure a fondo sui temi

di cui oggi discutete, si ripropon-

gano – tali temi – con nuova radi-

calità, ma tenendo fermi alcuni

punti legati tra loro che distinguono l’autocritica dal pentimento, un nuovo pensiero da una nuova moda, e di cui avrei voluto parlare

e mi propongo di scrivere.

Solo per accennare a tali distinguo:

1) che si rifiuti, perché falsificante, una ricostruzione della storia del ‘900 e del movimento comunista che considera l’una e l’altro come un cumulo di macerie da cui libe- rarsi, proprio in un momento in cui siamo invece fin troppo costretti a dover difendere conquiste che pro- prio quella storia ha prodotto. Né

si consideri Gramsci – e per certi

aspetti lo stesso Togliatti – come pensatori morti, non solo fisica-

mente; 2) che non si attribuisca ai comuni- sti una responsabilità, quasi preva- lente, nell’aver messo ai margini il tema della pace. Un tema sul quale, seppure con qualche deviazione momentanea, i comunisti hanno molte più ragioni di essere orgo- gliosi che non sul tema dell’orga- nizzazione del potere dopo la presa del potere. I comunisti, in generale, sono nati contro i crediti di guerra, non hanno mai pensato ad espor- tare un modello sociale in altri paesi con le armate, e quelli italiani non sono vissuti in attesa di un’ora X per l’insurrezione, ma sono cresciuti

nella ricerca del consenso, nella co- struzione di una egemonia, nella conquista di “casematte”, e specifi- camente hanno dato, nell’epoca dell’atomica, una centralità nuova alla questione della pace in gene- rale (non solo come difesa dell’- URSS) fino al rischio del parlamen- tarismo e del legalitarismo; 3) che non si astragga la questione della non violenza da un lungo pro- cesso storico che, contraddittoria- mente e lentamente, l’ha resa per- seguibile, nè dai contesti in cui si colloca e che la qualificano. Penso alla nascita di stati nazionali che hanno fatto molte guerre ma anche cominciato a regolare la violenza col diritto; alla nascita delle Co-

stituzioni che limitarono l’arbitrio dell’assolutismo; alla lenta conqui- sta del suffragio universale, e infine all’organizzazione di partiti e sinda- cati che garantivano certi diritti e trasformavano la coscienza di massa oltre il ribellismo. Su queste pre-

messe sono nati materialmente e soggettivamente il movimento ope- raio e quello democratico; sono cre- sciuti movimenti di liberazione an- ticolonialisti autonomi, ma non a caso, a quel tempo, immuni dal fon- damentalismio etnico e religioso. In essa hanno operato per secoli an- che minoranze e culture che la non violenza consideravano un valore assoluto, con radici religiose: sono

state premonitrici e preziose nel contestare la violenza con cui i suc- cessivi sistemi di dominio e di classe

Marzo - Aprile 2004

M a r z o - A p r i l e 2 0 0 4

Democrazia e socialismo

si affermavo e tutelavano, ma sono

state represse o rovesciate nel loro contrario fino a quando un pro- cesso generale ha offerto loro la pos-

sibilità di uscire dal ghetto della te- stimonianza.

E tuttavia, anche in tutta questa

lunga storia è assurdo confondere

la violenza di chi aggrediva e voleva

opprimere una maggioranza e la re- sistenza anche armata di chi le si op-

poneva, oppure confondere il “put- chismo” di fuochi guerriglieri che pensavano di anticipare o surrogare il popolo con lotte di popolo che si rivolgevano contro apparati repres- sivi che negavano ogni spazio alla lotta sociale e alla libertà. Separare il pacifismo da questo contesto, sub- limarlo in un principio etico e

astratto da una realtà determinata, appare più radicale e appassio- nante, ma in realtà ne mortifica la nuova attualità e ne limita i risultati; 4) infine che non si deduca, dalla radicale critica della politica dege- nerata, come oggi si presenta, né dal declino del ruolo degli stati nazio- nali, la conseguenza che la politica come organizzazione permanente, pensiero coerente e progetto con- sapevole e di lunga durata, non serva più. Oppure che lo Stato non

ci sia più, i suoi poteri siano margi-

nali, il dominio di classe si regga solo sul mercato e si possa così cam- biare la società solo dal basso e fi- dando solo sulla spontaneità di un movimento reticolare. La realtà dei fatti è del tutto diversa. Gli Stati pesano ancora, si ordinano

in una gerarchia più rigida tra loro,

non si cambia la società se in ogni fase non si incide sulle loro scelte e

non vi si incide senza una forza e

un progetto adeguati. La società stessa porta ancora, anzi sempre di più, con sé – nel bene e nel male – il meglio e il peggio del sistema che la costituisce. Porta in sé la sponta- neità della lotta e della speranza, ma

anche quella dell’egoismo indivi- dualista, della violenza introiettata,

del degrado morale. La presa del potere non è più certo, se mai lo è stata, un’ora X, ma diventa sempre più un processo sociale per tappe; ma non per questo il problema del potere piò essere rimosso ed esor- cizzato. Gramscianamente, l’ege- monia è consenso corazzato da forze: il problema è quello di tra- sformare il consenso in partecipa- zione diffusa e permanente, addo- mesticare la forza entro i confini della democrazia e della non vio- lenza. Per tutto ciò, insomma, anche sa- pendo che la parola comunista co- stituisce oggi più un tema di ricerca che una soluzione compiuta, una voce tra le altre necessarie, io con- tinuo a definirmi un neo comunista piuttosto che un riformista o un an- tagonista, anche se di antagonismo c’è bisogno e di riforme pure. Resta del tutto da discutere se e come una tale identità possa diventare azione

politica concreta: ma non è giusta- mente questo il tema della vostra discussione di oggi, né io avrei avuto titolo per intervenirvi.

È questo l’intervento inviato dal compagno Magri al convegno organizzato da l’ernesto (“Il potere, la violenza, la resistenza”) e te- nutosi a Milano il 26 ed il 27 marzo scorsi

Errata Corrige

Nello scorso numero vi è stato un errore di trascrizione che vorremmo segnalare ai no- stri lettori e del quale ci scusiamo. L’errore vi è stato nell’articolo di Bianca Bracci Torsi e Guido Cappelloni (“Il Partito comunista e la rivoluzione”, da pagina 15 a pagina 17). A pagina 16, seconda colonna, quarta riga, si dice, appunto erroneamente: “ la nostra mozione – capeggiata da Armando Cossutta e Sergio Garavini…”. La giusta dicitura è la seguente: “ quella dell’opposizione, frutto della fusione tra la mozione Ingrao e la mozione Cossutta…”.

è la seguente: “ quella dell’opposizione, frutto della fusione tra la mozione Ingrao e la mozione

3

Editoriale Marzo - Aprile 2004 segue C. Grassi da pag. 1 Laden, le fantomatiche “armi

Editoriale

Marzo - Aprile 2004

segue C. Grassi da pag. 1

Laden, le fantomatiche “armi di di- struzione di massa”. Non dimenti- cheremo gli orrori ai quali assi- stiamo quotidianamente, né le vere ragioni dell’aggressione anglo-ame- ricana all’Iraq, di cui l’Italia di Berlusconi si è resa complice. Queste ragioni sono le straordina- rie ricchezze naturali irachene (pe- trolio e gas), indispensabili per lo sviluppo di altre potenze economi- che (a cominciare dalla Cina e dall’Unione Europea); l’autono- mia di Baghdad dai diktat di Washington (da ultimo Saddam aveva deciso di accettare il paga- mento in euro del petrolio ira- cheno); l’importanza geopolitica dell’Iraq nell’area del Golfo (tanto più cruciale dopo la perdita del con-

Non dimenticheremo gli orrori ai quali assistiamo quotidianamente, né le vere ragioni dell’aggressione anglo-americana all’Iraq

trollo dell’Iran e la crisi dei rap- porto tra Stati Uniti e Arabia Sau- dita); la scelta di sostenere la destra israeliana in un folle disegno espan- sionista che minaccia di condurre al genocidio del popolo palestinese; da ultimo – ma non per importanza – la crisi economica statunitense, causata da un deficit commerciale fuori controllo, che minaccia il ruolo del dollaro come valuta di ri- ferimento nel commercio mon- diale. Non si tratta di novità. È una storia che va avanti da quindici anni a que- sta parte, da quando, con la scom- parsa dell’Urss, è venuto meno l’or- dine bipolare uscito dalla Seconda guerra mondiale. Finita la Guerra fredda, il mondo avrebbe potuto imboccare la strada della pace, ma gli Stati Uniti hanno voluto altri- menti. Tutte le guerre verificatesi

4

dal 1989 sono nate da questo stesso insieme di cause: dalla volontà di impedire che altri poli di potenza mondiale potessero contendere la supremazia di Washington; dal ten- tativo di esportare con le armi la crisi economica statunitense; dalla pretesa di controllare i rubinetti del petrolio e del gas, per il proprio con- sumo interno e per impedire lo svi- luppo delle altre economie. Basta guardare la carta geografica per ca- pire che a collegare tra loro i teatri

di queste guerre – il Medio Oriente

i Balcani, l’Afghanistan – è il fatto che essi si trovino in zone del pia- neta ricche di risorse energetiche o

in aree strategiche per il passaggio

dei grandi oleodotti e gasdotti.

LA GUERRA NON È SOLO FONTE DI TERRORISMO. È TERRORISMO ALLENNESIMA POTENZA

A un’aggressione illegittima ha

fatto seguito un’occupazione altret-

tanto illegittima. Quanto è avvenuto

è enorme. Uno Stato ha stracciato tutti i trattati, tutte le convenzioni,

ha distrutto i fondamenti stessi del

diritto internazionale. Ha irriso le richieste della comunità internazio- nale scatenando una guerra deva- stante e occupando un altro Stato sovrano. E ora opera, seminando ancora morte e terrore, per inse- diarvi un governo fantoccio, come

ha già fatto in Afghanistan, e per

condurre a termine “legalmente” il saccheggio compiuto sino ad oggi senz’altra copertura che quella for- nita dai mortai e dai carri armati. Tutto – a cominciare dal petrolio – viene privatizzato. Tutto trasferito nel patrimonio delle imprese tito-

lari degli appalti della “ricostru- zione”: imprese in massima parte americane e finanziatrici delle cam- pagne elettorali dei Bush; ma anche inglesi, anche italiane. Una guerra

di rapina, come raramente in età

moderna era stata pianificata e rea- lizzata. E una guerra terroristica, in senso proprio, nella quale moder- nissimi eserciti (costituiti in gran

parte da mercenari, ormai la se- conda forza sul terreno) minac- ciano di morte un’intera popola- zione per impossessarsi di tutto quel che possiede. E dunque, tra tanto discorrere di terrorismo, doman- diamo: di quale altro terrorismo ha senso parlare, se non si parte da que- sta evidenza? Lo diciamo senza mezzi termini, consapevoli del fatto che anche a si-

nistra si tende a sostenere tesi diffe- renti. La guerra non è solo fonte di

terrorismo: è, essa stessa, essa per prima, terrorismo all’ennesima po- tenza. Se non si prendono le mosse da qui, tutte le analisi sono monche

e subalterne. Questo è il punto es-

senziale dal quale cominciare ogni discussione: i governi guidati da Bush, Blair e Sharon attuano una politica di guerra e di terrorismo. Questa è la vera centrale del terrore, sulla quale la Corte Penale Inter- nazionale dovrebbe appuntare le proprie attenzioni.

L’INFORMAZIONE DI GUERRA

Si pone qui un altro problema, di- venuto cruciale in questi tempi di guerra. Tolte poche eccezioni, l’ap- parato informativo si piega alla ma- nipolazione, accetta di tradire la propria ragion d’essere per trasfor- marsi in un gigantesco strumento di menzogna. Pensiamo alla rappre- sentazione dei nemici. Quanti hanno ricordato la vera storia di bin Laden, finanziato per anni dagli Stati Uniti contro l’Unione Sovieti- ca, o quella di Saddam, armato sino ai denti perché riconsegnasse agli americani l’Iran caduto nelle mani degli ayatollah? Tutti diventano

“terroristi” e “dittatori” quando si ri- voltano contro la Casa Bianca: fino

a quel momento sono campioni di

democrazia, alfieri del “mondo li- bero”. Adesso la stessa cosa avviene

– a rovescio – con Gheddafi, dipinto

ancora ieri come un mostro e oggi

– senza che nulla sia cambiato, salvo

la collocazione della Libia negli schieramenti internazionali – resti- tuito a nuova verginità.

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Editoriale E pensiamo a quel che ci è dato di vedere e

Editoriale

E pensiamo a quel che ci è dato di

vedere e a quanto invece ci viene si-

stematicamente nascosto. Pensia- mo alle immagini trasmesse centi-

naia, migliaia di volte – dalle Torri

di New York ai volti degli ostaggi cat-

turati in Iraq – e a quelle censurate, invisibili, dunque cancellate dalla discussione e dalla memoria collet- tiva. Chi ha visto i morti di Fallujah? Mille persone massacrate di cui è vietato persino il ricordo. E chi ha visto i volti dei loro familiari, chi ha udito le loro grida di dolore? Oggi più che mai il mestiere di giornali- sta è carico di responsabilità, per ciò che gli organi di stampa dicono e per ciò che nascondono. E non si può certo dire che sia un bello spet- tacolo quello offerto dai giornali e dalle televisioni.

LA GUERRA È RAZZISMO

Mille morti invisibili, un ostaggio ucciso e prontamente santificato. Trasformato (suo malgrado) in

“eroe nazionale”, a beneficio di chi ha stracciato la Costituzione antifa- scista per conquistare un “posto al sole” e accomodarsi a prezzi di saldo

al “tavolo dei vincitori”. Di quanti

pesi e di quante misure disponiamo nella nostra sconfinata creatività? Ne deduciamo un’altra lezione. La

guerra non è solo terrorismo, è an- che razzismo. C’è chi muore “da ita- liano”, cioè da Uomo. E chi no. A questo punto vorremmo proprio sa- pere come crepa invece un iracheno

e quale valore abbiano – se ne

hanno – la sua morte e la sua stessa

vita. Vorremmo ce lo spiegasse, per esempio, il dottor Mauro, direttore

di Repubblica, un giornale nato con

l’ambizione di dar voce alla co- scienza democratica di questo

paese, alla sua borghesia illuminata

e progressista. Ma è vero: sono tra-

scorsi quasi trent’anni da quel lon- tano 1976. Il mondo è cambiato, oggi il principio di eguaglianza è un orpello retorico, noi siamo “mo- derni” e vogliamo un “paese nor- male”. Per questo intitoliamo a tutta pagina “Così muore un italiano” (la

Repubblica del 16 aprile 2004) e of- friamo ai più bassi istinti della no- stra gente uno specchio nel quale ri- mirarsi con soddisfazione, dimenti- cando i motivi per cui gli italiani

stanno in Iraq e i crimini di cui si rendono complici. La guerra è anche razzismo. Persino gli ufficiali inglesi – poco inclini, per tradizione e cultura, a commuoversi per le sofferenze dei popoli delle co- lonie – hanno dichiarato di provare imbarazzo dinanzi alle manifesta- zioni di disprezzo da parte delle truppe americane nei confronti della popolazione civile irachena. Hanno detto di non condividere l’o- pinione – diffusa tra i marines – se- condo cui gli iracheni sono, te- stualmente, degli Untermenschen, dei “sotto-uomini”, come dicevano i na- zisti parlando degli ebrei. E hanno aggiunto di non apprezzare i safari che le truppe americane e merce- narie organizzano nelle città ira- chene a caccia dei bad guys, i “ragazzi cattivi” con la pelle scura da man- dare allegramente all’altro mondo, e vediamo stasera chi ne fa fuori di più. Non c’è solo questo razzismo, per dir così “conclamato”. C’è anche il

razzismo implicito, che si nasconde dietro la ragionevolezza di chi, pure, ammette che la guerra era “sbagliata”, ma poi subito aggiunge che tuttavia non ci si può ritirare dall’Iraq perché non si possono “ab- bandonare gli iracheni a se stessi”. Quanta supponenza, quanta super- bia colonialista sottende queste di-

chiarazioni, rilasciate anche da molti uomini politici “di sinistra”! Si sono descritti scenari di “guerra ci- vile”, e in effetti si è fatto di tutto

perché una guerra civile scoppiasse. Si è predicato in lungo e in largo che la guerriglia “non ha progetto” e che, ove fosse lasciata arbitra delle

sue sorti, getterebbe il paese nel caos. Gli osservatori imparziali ri- portano resoconti diversi, dai quali emerge che il caos è quello provo- cato dalle truppe di occupazione. Raccontano di città lasciate in preda allo sciacallaggio. Parlano di un “fronte comune” tra sciiti e sunniti,

di una coesione nazionale tra le mag-

giori componenti della popola- zione irachena. Descrivono un paese che reagisce, resistendo al-

l’occupazione con dignità.

IN IRAQ OPERA UNA RESISTENZA, CONSEGUENZA DI UNA GUERRA E DI UNOCCUPAZIONE ILLEGITTIME

Resistenza: intorno a questa parola si sta combattendo, nel civile Occi- dente, un’altra battaglia politica. Se a sollevarsi contro l’occupante sono gli italiani, la loro si chiamerà Resistenza, con tanto di maiuscola. Se a combattere contro l’invasore sono degli arabi, il loro sarà invece soltanto terrorismo, pura crimina- lità. Tanto più se tra gli invasori ci siamo anche noi.

“Banditi, criminali e terroristi”: così

– rinnovando i fasti della propa-

ganda nazifascista – definiscono la resistenza irachena i teorici dell’e-

sportazione della “democrazia” a suon di bombe, a cominciare dal ge- niale ministro americano della

Chi ha visto i morti di Fallujah ? Mille persone massacrate di cui è vietato persino il ricordo

Difesa, quel Donald Rumsfeld che l’anno scorso pronosticava la fine delle ostilità in capo a “due-tre set- timane, un mese al massimo”. Da ul- tima gli ha risposto per le rime Naomi Klein, in una corrispon- denza da Baghdad che pubbli- chiamo integralmente nell’ultima pagina. Quella di Rumsfeld, ha commentato Klein, “è una perico- losa illusione. La guerra contro l’oc- cupazione viene oggi combattuta in campo aperto, da comuni cittadini

5

Editoriale Marzo - Aprile 2004 che difendono le loro case e i loro quartieri: è

Editoriale

Marzo - Aprile 2004

che difendono le loro case e i loro quartieri: è scoccata l’ora dell’Inti- fada irachena”. Dicevamo che sarebbe bene che an- che noi meditassimo su queste pa- role. Siamo stati sempre critici nei confronti di uno slogan – quello che ha descritto la logica della guerra irachena evocando l’immagine di una presunta “spirale guerra/terro- rismo” – che ci è parso sin dall’ini- zio impreciso e riduttivo. Oggi le ra- gioni della nostra critica sono an- cora più forti. Si dice che la guerra

è la risposta bellica alla minaccia ter- roristica. Noi replichiamo che tale spiegazione è fuorviante, tant’è vero che la strategia della guerra “preventiva e infinita” concepita dai consiglieri neo-conservatori di Bush (attivi già ai tempi della presi- denza di Bush padre) precede di gran lunga la sfida lanciata dal “ter- rorismo internazionale”. Come di- cevamo in precedenza, questa stra- tegia obbedisce a finalità del tutto indipendenti da tale sfida. Non solo. Anche il termine terrorismo dev’essere approfondito. È tutt’al- tro che pacifico che cosa esso desi- gni (tant’è che nessuna legislazione ne fornisce una definizione univoca

e condivisa), mentre è chiaro che gli

atti correntemente definiti “terrori-

Siamo stati sempre critici nei confronti di uno slogan – quello che ha descritto la logica della guerra irachena evocando l’immagine di una presunta "spirale guerra/terrorismo" – che ci è parso sin dall’inizio impreciso e riduttivo

stici” sono di varia natura e costitui- scono un insieme assai eterogeneo. Che cos’hanno in comune le stragi messe a segno da al-Qaida (sulle cui origini, struttura e finalità regna pe- raltro lo stesso fitto mistero che av- volge gli attentati dell’11 settem-

6

bre) con le azioni dei kamikaze pa- lestinesi (spinti alla disperazione dalla guerra di annientamento sca- tenata da Sharon) o dello stesso commando suicida di Nassiriya (di- retto – ci piaccia o meno – contro una forza di occupazione)? Ferma restando la nostra dura opposizione nei confronti di qualsiasi azione mi- litare che colpisce vite innocenti, e ribadite ancora una volta la con- danna dei comunisti rispetto al ter-

rorismo e la nostra estraneità a tutte

le forme di lotta che non si rappor-

tano con le grandi masse popolari, riteniamo incolmabile la distanza che separa forme di lotta anche cri- ticabili delle popolazioni invase e prive di mezzi idonei, da una rispo- sta militare in grande stile, che im- plica l’impiego di un potente e so- fisticato apparato bellico. Al contrario, crediamo che molto abbiano in comune con queste ul- time proprio i bombardamenti ef- fettuati da una forza di aggressione come quella che il 20 marzo del 2003 scatenò l’inferno su Baghdad

uccidendo migliaia di civili nello spazio di una notte e gli assassini di Stato perpetrati da Israele contro i dirigenti di Hamas, lo sceicco Yassin

prima, il suo successore Rantisi poi. Sharon e Bush sono in tutto e per tutto parenti di bin Laden, e preci- samente nella capacità di cogliere la somiglianza delle loro strategie ter- roristiche passa oggi il discrimine tra la sinistra e la destra. Chi perde di vista queste differenze

e queste analogie non ha poi bus-

sole per discernere e per giudicare. Da una parte non può cogliere la vera ragion d’essere di una guerra che nasce dalla crisi di accumula- zione del capitalismo americano (se davvero esiste una “spirale”, questa coinvolge semmai la guerra e il neo- liberismo). Dall’altra, non può nemmeno riconoscere il ruolo svolto dalla resistenza irachena, che infatti la teoria della “spirale guerra/terrorismo” cancella del tutto. Il risultato di questa rimo- zione è straordinariamente grave. Non solo non si comprende che se gli Stati Uniti sono in difficoltà e

debbono differire a data da desti- narsi altre guerre di aggressione, questo è dovuto proprio alla tenuta della resistenza irachena, così come ai suoi successi si debbono il rilan- cio del movimento per la pace che il 20 marzo ha riempito le città di tutto il mondo e le speranze che Bush faccia la fine di Aznar. C’è an- cora dell’altro: c’è il fatto che evo- care l’immagine di un rapporto cir- colare tra terrorismo e guerra fini- sce con lo schiacciare il terrorismo

sulla resistenza, accreditando uno degli aspetti salienti della interpre- tazione della guerra diffusa da quanti la legittimano. Sono i Rumsfeld e i Wolfowitz, sono le loro caricature nostrane – i Martino, i Frattini, i Selva – a non tollerare che si parli di resistenza irachena, a ri- petere istericamente che si tratta di “banditi”, di “terroristi”. Lo stesso fanno, assumendosi pesantissime responsabilità, i dirigenti del Triciclo, coerenti con la decisione sbagliata di non votare contro il ri- finanziamento della missione ita- liana in Iraq.

RIFLETTERE SULLA NOSTRA STORIA, LIQUIDARLA, NO.

Questo discorso ci induce a tornare sul dibattito apertosi nel nostro par- tito sul tema della nonviolenza. È evidente infatti che la valutazione della resistenza irachena incrocia il

tema della violenza e della nonvio- lenza, e che quest’ultimo tema (di- battuto sullo sfondo di una opina- bile critica del potere) chiama in causa la discussione sul Novecento. Cerchiamo di mettere un po’ d’or- dine in questa intricata materia, co- minciando da un’affermazione del Segretario rispetto alla quale ci tro- viamo in disaccordo. Nel corso di una intervista al mani- festo, Bertinotti ha dichiarato:

“Penso che non solo Lenin, ma tutti i grandi del movimento operaio del 900 siano morti e non solo fisica- mente”. Non siamo d’accordo a proposito

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Editoriale della morte “non solo fisica” dei massimi riferimenti teorici e politici

Editoriale

della morte “non solo fisica” dei massimi riferimenti teorici e politici del movimento operaio e comuni- sta del Novecento. Al contrario, pensiamo che Lenin e Gramsci ri- mangano – al pari dello stesso Marx e di altri grandi pensatori e dirigenti operai – fonti insostituibili e indi- spensabili della nostra riflessione e pratica politica. Crediamo che per una condivisibile tensione verso una ricerca autonoma e spregiudi- cata non servano giudizi così liqui- datori. Pensiamo anzi che l’autono- mia della ricerca presupponga il massimo di accumulazione teorica, dunque la più concreta relazione

con le fonti ispiratrici di una rifles- sione. E riteniamo sbagliato il mes- saggio “pedagogico” che discende da queste parole. Che cosa rischia

di desumerne un giovane che si av-

vicini al nostro partito o a un movi- mento di lotta avverso allo stato di cose esistente? Rischia di trarne l’i- dea dell’autosufficienza del senso comune, cioè esattamente il con- trario di quel che l’asprezza del con- flitto e la complessità dei contesti in cui esso si dispiega impongono. Gramsci – quel Gramsci che noi consideriamo ben vivo e alle pagine del quale non cessiamo di fare ri- corso, rinvenendovi sempre sugge- stioni di inestimabile valore – era so- lito ricordare la necessità di uno stu- dio costante, perseverante, meto- dico. Quanta modestia in quelle pa- role, che nulla toglievano alla gran- dezza di chi le scriveva: che, anzi, di quella grandezza erano segno! Questo rimane il modello al quale guardiamo e al quale crediamo deb- bano continuare a ispirarsi le nuove generazioni di compagni/e, tanto più in una fase storica come l’at-

tuale, nella quale si tratta di risalire

la china, di ricostruire riferimenti e

orientamenti dopo una sconfitta di proporzioni epocali. Il motivo di questo nostro convincimento è sem- plice. La capacità di resistere all’of-

fensiva dell’avversario dipende in gran parte dall’accumulazione di esperienza, ma l’esperienza non è solo quella che ciascuno può fare di persona. Questa sarebbe ben poca

cosa, a fronte dell’enormità e della difficoltà del compito. L’esperienza della quale ci si deve appropriare, che dobbiamo far diventare nostro patrimonio vivente, è anche quella compiuta da chi ci ha preceduto nel cimento. Per questo i frutti dello studio ne costituiscono una com- ponente essenziale; per questo il contributo che ciascun compagno darà alla nostra lotta sarà tanto più rilevante quanto più esso risulterà dalla sua capacità di far vivere, ri- plasmandoli dentro la sua espe- rienza personale, gli insegnamenti ricavati dalla lettura e dall’appro- fondimento delle opere fondamen- tali dei padri del movimento ope- raio, comunista e socialista.

C’è di più. Abbiamo l’impressione

che la precipitosa dichiarazione di morte di cui stiamo discutendo si collochi nel quadro di critica al Novecento che da qualche tempo costituisce un tema ricorrente della discussione politica anche a sinistra. Abbiamo già avuto occasione di dire la nostra a questo riguardo, ma la persistenza del discorso ci obbliga a ritornare brevemente sulla que- stione. Anche in questo caso esprimiamo una critica. Come si fa a non tenere conto che parliamo di un intero se- colo ricco di storia, di conflitti, di contraddizioni: un secolo nel quale l’umanità ha compiuto anche straordinarie esperienze di pro- gresso e ha sperimentato, per la prima volta nella propria storia, di abitare un mondo, un solo immenso teatro di lotte, di fatiche e di spe- ranze? Il Novecento è stato innanzi tutto questo: il tempo nel quale è ve- nuto a maturità il sentimento del- l’unità del genere umano, il senti-

mento dell’uguaglianza, del diritto inviolabile di ciascuno di essere ri- conosciuto e di vivere da essere umano. Certo, ne sono risultate vio- lenze sconvolgenti, alle quali si sono accompagnati anche tragici errori da parte del movimento operaio, er- rori che impongono analisi critiche serie, riflessioni rigorose. Ma ciò è accaduto proprio perché sconvol-

gente, dirompente, incontenibile era la portata rivoluzionaria di que- sta novità, che ha segnato un punto

di non ritorno nella storia degli uo-

mini. Mandare al macero il secolo che si

è appena chiuso significa fare terra

bruciata alle nostre spalle. Significa anche non valorizzare le gigante- sche conquiste del movimento ope- raio – la vittoria sul nazifascismo, l’e-

mancipazione delle masse conta-

dine in Cina, la liberazione di Cuba,

lo sviluppo dello Stato sociale e di

quelle lotte anticoloniali i cui risul- tati si vorrebbe oggi azzerare con le nuove guerre imperialistiche – non- ché dimenticare le enormi respon- sabilità che gravano sull’avversario,

le incommensurabili colpe di cui si

sono macchiate, nel corso del Novecento, le borghesie europee.

Mandare al macero il secolo che si è appena chiuso significa fare terra bruciata alle nostre spalle

Ebbene, a simili vedute rispon- diamo che il tempo delle autocriti- che unilaterali per noi è trascorso. Ora basta davvero con i mea culpa a senso unico: provvedano anche al- tri a mettere in discussione la pro- pria storia.

Qualcuno ha mai chiesto, per esem- pio, all’on. Casini di parlare della storia della Democrazia Cristiana nell’America Latina? Della com- promissione con il fascismo in Cile

e in Salvador, con i massacri, le tor-

ture, le nefandezze degli squadroni della morte? Qualcuno ha mai sen- tito qualche alto prelato parlare delle scelte compiute da Pio XII mentre milioni di ebrei passavano per le camere a gas e i forni crema- tori? O dell’attività svolta dalla Chiesa cattolica nel dopoguerra in favore dei criminali nazisti riparati

7

Editoriale Marzo - Aprile 2004 in Sud America? E che dire poi delle ambigue e

Editoriale

Marzo - Aprile 2004

in Sud America? E che dire poi delle

ambigue e reticenti prese di di- stanza dell’on. Fini dal fascismo? Appena ieri Benito Mussolini era a suo giudizio il più grande statista del Novecento. Non siamo noi a doverci scusare. Abbiamo passato questi ultimi quin- dici anni a far luce sui momenti bui della storia del comunismo sovie- tico e asiatico. Continueremo senza

indulgenze in questa ricerca. Ma di- ciamo con chiarezza che i comuni- sti italiani non debbono chiedere scusa di nulla a nessuno. Hanno co- struito la democrazia di questo paese. Hanno combattuto il fasci- smo pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, di torture, di

Ci pare del tutto incomprensibile questa posizione secondo la quale i comunisti non dovrebbero lottare per conquistare il potere

anni di galera. Lo hanno liberato dalla dittatura più infame che la sto- ria italiana ricordi. Hanno dato un contributo fondamentale alla reda- zione di una Costituzione che tutto

il mondo ci invidia e che, non per

caso, gli eredi del fascismo e della borghesia più retriva di questo paese intendono smantellare. Non siamo noi a doverci scusare, sono i nostri avversari che oggi ritengono

di poterci trascinare sul banco degli

imputati solo perché la forza delle armi gliene fornisce, per il mo- mento, la possibilità. Noi la nostra storia la difendiamo senza incer- tezze. Anche da chi, a sinistra, tende ad accodarsi allo spirito dei tempi.

Per tutte queste ragioni non ve- diamo nemmeno la necessità di pro- cedere a una critica indiscriminata nel confronti del potere. Non ci per-

8

suade l’approccio per così dire “me- tafisico” che tende a ispirarla. E non

ci trovano concordi nemmeno i ri-

ferimenti storici che talvolta l’ac-

compagnano.

Si sostiene che il potere in quanto

tale genererebbe oppressione. È questa una impostazione classica- mente anarchica, che non ci appar- tiene. Consideriamo il potere un mezzo. E poiché siamo ben consa- pevoli che sussiste inevitabilmente uno stretto rapporto tra mezzi e fini, riteniamo che la natura del potere sia in larga misura determinata da- gli obiettivi che si cerca di perse-

guire: cioè dall’idea di società che si vuole costruire. I comunisti si bat- tono per una società senza sfrutta- mento dell’uomo da parte di altri uomini, senza dinamiche di domi- nio e di sopraffazione, per una so- cietà che rispetti il diritto di cia- scuno di vivere libero, cioè dispo- nendo dei mezzi necessari per sod- disfare i propri bisogni e per realiz- zare le proprie aspirazioni. Serve un potere per riuscire a cambiare la forma di società esistente con quella alla quale aspiriamo? E serve un po- tere perché la nuova società – una volta costituita – possa svilupparsi respingendo l’attacco delle forze che l’avversano? Rispondiamo di sì, ad entrambe queste domande. Proprio perché siamo convinti che

la società capitalistica sia fondata

sulla sopraffazione, sappiamo che le classi che oggi godono di questa or-

ganizzazione sociale non si lasce- rebbero sottrarre senza colpo ferire i vantaggi di cui fruiscono. E non si rassegnerebbero facilmente ad es- serne deprivate.

Per questo ci pare del tutto incom- prensibile questa posizione se-

condo la quale i comunisti non do- vrebbero lottare per conquistare il potere.Una critica indiscriminata del potere porta con sé gravi rischi

di subalternità. Non c’è mai, nella

realtà, un vuoto di potere. Non ci sono relazioni sociali, economiche, politiche (e il femminismo ci ha in- segnato: nemmeno relazioni perso- nali, familiari, amorose) scevre da

elementi riconducibili a rapporti di forza. Per tale ragione, perdere di

vista questo terreno o, peggio, deci- dere di astenersene, per rimanere puri e incontaminati, significhe-

rebbe semplicemente rinunciare alla lotta politica, abbandonare il progetto della trasformazione rivo- luzionaria di questa società in vista della liberazione di quanti oggi – masse sconfinate e crescenti – lavo- rano sotto padrone, subordinati al potere del capitale e, non di rado, alla violenza delle armi che ne pun- tellano il dominio.

LA NONVIOLENZA COME SCELTA POLITICA QUI ED ORA

La violenza: siamo così al tema dei temi, che ci ha impegnati in questi mesi in una discussione intensa e che è stata al centro dei due conve- gni di Venezia, quello sulle foibe e quello direttamente dedicato alla nonviolenza. Come abbiamo già detto, abbiamo ritenuto sbagliata questa accelerazione anche per le modalità con cui si è dispiegata. Nel convegno sulle foibe il compagno Bertinotti ha parlato di una nostra presunta “angelizzazione” della Resistenza che non ci trova con- cordi.

E per quanto concerne il convegno di Venezia sulla nonviolenza, esso è stato pensato e promosso secondo un discutibile stile di lavoro che non vorremmo diventi usuale all’in- terno del nostro partito. Lo diciamo con serenità ma anche, come sem- pre, con franchezza: non si orga- nizza un convegno di approfondi- mento se non si programma di met- tere a confronto posizioni diverse. Tutto ciò vale in generale, indipen- dentemente dalla natura dei temi dibattuti. Ma è tanto più vero quando si tratta di temi che rive-

stono un connotato strategico e che coinvolgono snodi portanti delle culture politiche che convivono nel nostro partito, garantendo la ric- chezza del suo dibattito interno. Detto questo, siamo sempre più

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Editoriale convinti che il confronto tra noi debba proseguire, al riparo da

Editoriale

convinti che il confronto tra noi debba proseguire, al riparo da stru- mentalizzazioni e da precipitazioni politiche immediate. Se davvero pensiamo che le questioni di volta

in volta discusse siano rilevanti, dob-

biamo fare tutti in modo che la ri- cerca si sviluppi senza forzature che inevitabilmente la coarterebbero e impoverirebbero. Nessuno può dirsi in possesso di certezze graniti-

che, nessuno quindi può permet- tersi di considerare con sussiego le posizioni altrui e – tanto meno – di discriminarle.

Riguardo al merito della questione, non vi torneremo qui ancora una volta. I compagni hanno seguito il

dibattito sulle pagine di Liberazione

e del manifesto e hanno potuto ti-

rarne le somme rileggendo i con- tributi raccolti nel libro pubblicato dal quotidiano del partito. Ci limi-

tiamo quindi a una considerazione. Alla fine di questo grande dibattito sulla nonviolenza, l’impressione è che sia ben difficile comprendere il senso di questa discussione. Non si

è concordi nemmeno sul suo regi-

stro fondamentale: se cioè si sia trat- tato davvero di una discussione po- litica, o se invece abbiano preso il sopravvento prospettive di ordine etico o addirittura religioso: indub- biamente legittime, ma distinte dal campo del ragionamento politico che compete a un partito. Diciamo questo perché non siamo sicuri di aver colto nemmeno la ragion d’es- sere del dibattito, le sue motivazioni di fondo. Potremmo dunque chiu- dere qui, dicendo semplicemente che in questo momento l’unico ap- proccio pertinente alla questione è secondo noi l’intransigente denun- cia della illegittimità della guerra di aggressione – quintessenza della violenza politica – scatenata dagli Stati Uniti e dai loro alleati contro l’Iraq. Ma una considerazione ulte- riore ci pare opportuna. Non vor- remmo che tutta questa discussione sulla nonviolenza si risolvesse in una uscita estemporanea, come è avve- nuto con la discussione sull’impe- rialismo sviluppatasi nei mesi che

precedettero l’ultimo Congresso nazionale. Allora – i compagni lo ricordano bene – buona parte dei gruppi diri- genti del partito ritennero di assu-

mere in modo immediato la tesi ne- griana della fine dell’imperialismo, concepita (da Negri) quale conse- guenza del (presunto) esaurimento della dimensione statuale della po- litica e dello sradicamento (altret- tanto presunto) del capitale da qualsiasi ancoraggio nazionale. Questa tesi fu accolta da tanti com- pagni con tale entusiasmo che si volle introdurla in un documento congressuale, facendo di essa addi- rittura il quadro di riferimento delle analisi internazionali del partito. Il risultato è che chi aveva assunto

questa ipotesi – duramente confu- tata dagli eventi – dovette assistere, nel giro di poche settimane, a una plateale retromarcia dello stesso Toni Negri, approdato poco dopo l’uscita di Impero a una ferma critica dell’imperialismo statunitense. Il quale imperialismo evidentemente era ed è ancora ben vivo, come del

resto sanno perfettamente i rap- presentanti di popoli, governi, as- sociazioni e movimenti che si sono riuniti a Bombay in occasione del Social forum mondiale, e che hanno sottoscritto un documento conclusivo nel quale la denuncia dell’imperialismo occidentale ne costituisce l’asse politico centrale. L’imperialismo esiste ancora e que- sto fatto dovrebbe indurci a mag- giore cautela anche quando par- liamo di “globalizzazione”. Esiste, produce guerre e massacri. E ci am- monisce a non dare per scontato nemmeno il fatto che in un paese come il nostro la lotta di classe ab- bia definitivamente archiviato mo- dalità oggi, per fortuna, inattuali. Certo, l’Italia non si trova attual- mente nella situazione del Venezuela di Chavez né della Cuba di Fidel. Non è esposta – come ac- cade invece a questi due paesi, ai quali confermiamo la nostra solida- rietà internazionalista – all’imme- diata minaccia di colpi di Stato o di invasioni. Ma basta forse questo a

garantirci che – posta dinanzi al ri- schio di essere spodestata – la parte più reazionaria della borghesia ita- liana (che, non dimentichiamolo, non ha esitato, ancora pochi anni fa, a rispondere alle lotte operaie con la strategia della tensione e delle stragi) si astenga dal far ri- corso alla violenza militare? Ci chie- diamo allora che cosa ne sarebbe – in tale sciagurata eventualità – di tutto questo dibattito sulla nonvio- lenza. Così come ci domandiamo –

e domandiamo – che cosa dovreb-

bero fare il governo venezuelano o cubano qualora il conflitto dovesse precipitare e le forze reazionarie passare alle vie di fatto.

QUALE PROGRAMMA PER CACCIARE BERLUSCONI

Non è un caso che il discorso ci ab- bia ricondotto – in chiusura – alle questioni internazionali e alla guerra. Quest’ultima costituisce la cifra più drammatica dell’attuale si- tuazione politica mondiale, ed è

quindi inevitabile che ogni rifles- sione torni su di essa. In questo caso

è anche utile, poiché ci offre l’oc-

casione per poche considerazioni conclusive in ordine allo scenario politico interno e al problema della costruzione di un fronte politico delle opposizioni in grado di libe- rare il paese da Berlusconi e dal suo governo. Perché parlare della guerra ci con- duce al contesto nazionale? Per il fatto che uno degli aspetti più scon- certanti e preoccupanti del pano- rama politico italiano in questi ul- timi mesi è rappresentato proprio dalla titubanza con la quale gran parte delle forze di opposizione (a cominciare dai partiti che si rifanno all’Ulivo) hanno avanzato critiche nei confronti della guerra anglo- americana e della scelta del governo italiano di prendervi parte. Come dicevamo, consideriamo grave la decisione dei partiti del Triciclo di non votare contro il rifinanzia- mento della missione italiana in Iraq. Grave, ma purtroppo coerente

9

Editoriale Marzo - Aprile 2004 con molte altre recenti prese di po- sizione (dalla pseudo-manifesta-

Editoriale

Marzo - Aprile 2004

con molte altre recenti prese di po- sizione (dalla pseudo-manifesta- zione bipartisan al Campidoglio, al- l’invocazione di “unità nazionale” da parte del presidente della Commissione europea in margine alla vicenda degli ostaggi italiani) e del tutto in linea con le opzioni di politica internazionale dei governi ulivisti, dal vertice Nato di Washington del ’99 (che sancì la tra- sformazione in chiave offensiva del- l’alleanza atlantica) alla partecipa- zione italiana ai bombardamenti “umanitari” sul Kosovo, poi rivendi- cati dal Manifesto per l’Europa di Romano Prodi e celebrati dall’on. D’Alema come la “pagina più bella della storia italiana contempora- nea”. Dello stesso presidente dei Ds ricordiamo una dichiarazione di qualche mese fa. Nel corso di una intervista – rilasciata al Corriere della Sera poco dopo la svolta di Rifonda- zione comunista, che ha riaperto la prospettiva di un accordo delle op- posizioni contro Berlusconi – D’A- lema affermò di considerare “non negoziabile” la politica estera del- l’Ulivo. Bene. Vorremmo ora com- mentare queste sue parole, alla luce degli ulteriori sviluppi della situa- zione internazionale e delle recenti prese di posizione dei Ds e del Triciclo. Come abbiamo scritto, noi conside- riamo la guerra contro l’Iraq uno spartiacque. Riteniamo quindi pre- giudiziale, in vista della ricerca di ac- cordi di governo tra l’Ulivo e Rifondazione comunista, che tutte le forze del centrosinistra abbando- nino ogni ambiguità ed esprimano la più ferma denuncia della illegit- timità dell’aggressione anglo-ame- ricana e della partecipazione ita- liana a questa guerra. Quanto al- l’insieme della politica estera, con-

sideriamo indispensabile che tutte

le opposizioni dichiarino intollera-

bili le continue violazioni del diritto

internazionale da parte di Israele e

si impegnino sin d’ora affinché il

nostro paese (come tale e in quanto membro dell’Unione Europea) eserciti sul governo israeliano la massima pressione perché venga immediatamente interrotta la co- struzione del Muro in Cisgiordania, perché la parte già costruita venga subito smantellata, e perché venga ufficialmente ritirato il piano di de- finitiva acquisizione di parte dei Territori occupati promulgato da Sharon in accordo con Bush.

Sin qui per quanto concerne la po- litica estera. Ma occorre anche prendere tempestivamente posi-

zione su tutte le questioni cruciali dell’agenda politica interna. Certo,

i risultati del test europeo e ammi-

nistrativo sono di grande impor- tanza in vista del prosieguo dei rap- porti tra le forze politiche e sociali dell’opposizione al governo Berlu- sconi. Ma a maggior ragione, qua- lora dovesse determinarsi un risul- tato positivo per le opposizioni, di- verrebbe improrogabile discutere intorno a un programma condiviso

e realmente alternativo.

A questo riguardo, non possiamo

non giudicare negativamente la si-

tuazione attuale. Il dibattito, anche tra le forze che si collocano alla si- nistra del Triciclo, non decolla, mentre vengono determinandosi sviluppi preoccupanti. È evidente che – preso atto del bilancio sempre più fallimentare del governo sul ter- reno politico ed economico – la Cisl,

la Confindustria di Montezemolo e

influenti ambienti vaticani si stanno

riposizionando, lanciando segnali più o meno espliciti di apertura alle

opposizioni. È chiaro altresì che

parti importanti del centrosinistra sono sensibili a questi richiami. La stessa Cgil, che continua a svolgere

un ruolo importante di opposizione

alle politiche neoliberiste del go-

verno e di sostegno al movimento per la pace, ha tuttavia segnalato una evoluzione problematica attra- verso recenti dichiarazioni (da parte del suo Segretario generale)

di apprezzamento della nuova lea-

dership confindustriale e di velata critica dell’attuale dirigenza della Fiom. Tanto più è urgente, in tale conte- sto, che Rifondazione comunista si faccia carico di lanciare (insieme alle altre forze della sinistra di al- ternativa) un’offensiva sui conte- nuti nella consapevolezza che dar vita a un accordo di basso profilo, dai contenuti arretrati, non com-

piutamente alternativo alla ge- stione reazionaria messa in campo dalle destre, sarebbe devastante. Lo sarebbe per il partito, che rischie- rebbe di smarrire il rapporto di fi- ducia con la propria base sociale, sin qui mantenuto nonostante tante difficoltà. Lo sarebbe per la sinistra, che si vedrebbe presto travolta dal risentimento del proprio popolo,

deluso per l’ennesima volta da forze

politiche e sociali non abbastanza determinate nel tutelarne diritti, ra- gioni e interessi. E lo sarebbe, in- fine, per tutto il paese, esposto al concreto pericolo di ricadere in mano a una destra non solo inca- pace di governare, ma anche – come si è puntualmente verificato in ogni passaggio delicato degli ultimi tre anni – disposta a gettare la demo-

crazia italiana nella guerra e nel- l’avventura.

21 aprile 2004

10

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Lotte dei popoli Questo ar ticolo, che sarà pubblicato sulla stampa vietnamita

Lotte dei popoli

Questo articolo, che sarà pubblicato sulla stampa vietnamita il prossimo 7 Maggio, è stato scritto per l’ernesto e per il Nam Dam, quotidiano del PC del Vietnam

di Sergio Ricaldone

sto
sto

ien Bien Phu, 7 maggio 1954. Nel tardo pomeriggio di quel giorno i soldati di Giap sferrano il loro ultimo attacco contro i francesi asserragliati nel loro, ormai piccolo, perimetro difensivo. Poi un silenzio surreale cala su que-

lontano altopiano del Tonchino

situato al confine con il Laos. Il boato delle esplosioni ed il crepitio delle mitragliatrici cessano. La fo- schia ed il caldo umido della fore-

Dien Bien Phu!

50° ANNIVERSARIO DI UNA VITTORIA CHE RIMANE UNO DEI PUNTI DI RIFERIMENTO PIÙ ALTI PER LE LOTTE DI LIBERAZIONE DEI POPOLI. ATTUALITÀ DI UNA PAGINA STORICA DEL POPOLO E DEI COMUNISTI VIETNAMITI CHE NON POTERONO ESSERE GENTILI CONTRO GLI OPPRESSORI IMPERIALISTI

qualsiasi costo, la sovranità dell’im- perialismo francese in tutti i terri- tori d’oltremare. Washington era disponibile, più che mai, a sostenere militarmente Parigi. Dotata di un efficiente aeroporto militare, Dien Bien Phu era consi- derata una fortezza inespugnabile

e, perciò, scelta come perno strate-

gico di una operazione offensiva che avrebbe, prima intrappolato e,

vale contro Danang, l’occupazione militare dell’indocina. Nei cento anni successivi il popolo vietnamita non ha mai cessato di re- sistere alla violenza degli invasori ed ha combattuto duramente per la sua indipendenza: ribellioni popo- lari, tentativi insurrezionali (ben 117), scioperi e boicottaggi di massa

si sono susseguiti senza interru-

zione.

A partire dalla seconda guerra mon-

sta

preannunciano, dopo due mesi

poi, annientato i guerriglieri del

diale è stato l’unico popolo al

di

sanguinose battaglie, un tran-

Vietminh, costretti a combattere in

mondo a dover affrontare, con la

quillo tramonto tropicale. Non si spara più.

condizioni di inferiorità abissali, sia sul piano militare che su quello

lotta armata, quattro delle cinque maggiori potenze imperialiste della

La

battaglia di Dien Bien Phu è fi-

della logistica.

storia moderna: Francia, Giappone,

nita, il generale francese De Castries

annuncia la resa delle sue truppe. Un’idea delle sue dimensioni è ri- assumibile in poche cifre: quella sola battaglia era costata al corpo di

Fu concordato un piano denomi- nato Vantour (avvoltoio) che si sa- rebbe dovuto tradurre in massicci bombardamenti americani nell’a- rea di Dien Bien Phu.

Gran Bretagna e U.S.A. Per le loro virtù militari i vietnamiti sono stati definiti, impropriamente, i “prussiani” dell’Asia. Nulla di più fuorviante: non è mai stato il fucile

spedizione francese la perdita di

L’operazione venne in seguito an-

a

guidare la politica, ma il suo con-

16.200 uomini, tra cui un generale, 16 colonnelli, 1749 tra ufficiali e sot- toufficiali, nonché l’abbattimento

di numerosi aerei.

Appena due mesi prima, il 12 marzo, il comandante in capo del corpo di spedizione francese, gene- rale Navarre, accompagnato dal ge- nerale americano O’Daniel, aveva visitato la piazzaforte di Dien Bien Phu. Eravamo in piena guerra fredda e il governo filoamericano Laniel- Bidault era ansioso di ristabilire, a

nullata a causa del precipitare degli eventi che ne dimostravano l’inuti- lità.

Nessuno immaginava che nel giro

di due mesi l’esito di quella batta-

glia avrebbe invece segnato il crollo dell’impero francese d’Indocina e

avuto conseguenze così rilevanti sul futuro dei movimenti di liberazione del terzo mondo. Era passato un secolo dal 31 agosto 1858 quando la Francia di Napoleo- ne III, in fase di espansione colo- niale, iniziava, con un attacco na-

trario. Ma è noto che la memoria di molti è debole e si dimentica che la metafora zapatista della protesi ap- plicata al fucile è stata pronunciata,

qualche decennio prima, nella giungla indocinese prima che in quella del Chapas.

Il rapporto stretto tra lotta armata e

strategia politica dei comunisti viet- namiti è sintetizzato dalle parole di Giap pronunciate dopo la battaglia

di Dien Bien Phu:

“Il nostro popolo ed il nostro eser- cito hanno vinto un nemico molto

11

Marzo - Aprile 2004 Lotte dei popoli potente grazie alla loro ferma de- il più

Marzo - Aprile 2004

Lotte dei popoli

potente grazie alla loro ferma de-

il più potente, nessun generale im-

sporca guerra d’Indocina.

contò, tra una Gauloise e l’altra, con

terminazione di combattere e vin-

Ma

anche alcuni di coloro che sono

un velo di tristezza, le tappe delle

cere per conquistare l’indipen- denza nazionale, perché fosse asse-

stati costretti a combatterla dalla parte sbagliata ed a subirne gli or-

sue disavventure coloniali di parà francese in terra d’Indocina e come

gnata la terra ai contadini, per la pace ed il socialismo.

rori e la violenza, alla fine sono stati contaminati dai valori e dagli ideali

gli orrori di quella guerra, anziché produrre odio, lo aiutarono invece

La guerra di popolo condotta da un

del

“nemico” che avrebbero dovuto

a

capire le ragioni del suo nemico.

esercito popolare può essere consi-

annientare.

Era stato inviato laggiù per coprirsi

derata come una conquista decisiva,

Quanto Dien Bien Phu abbia con-

di

gloria contro guerriglieri barbari

più importante di qualsiasi arma,

tribuito a ricostruire un rapporto di-

e

straccioni e finì per trovarsi in-

per i paesi d’Asia, Africa e

verso tra vincitori e vinti di quella

trappolato in una giungla piena di

dell’America Latina. Il popolo viet-

guerra l’ho capito molti anni più

insidie mortali sotto il tiro di un ne-

namita, liberandosi, è fiero di aver contribuito alla liberazione dei po-

tardi in un casuale incontro in terra vietnamita.

mico quasi invisibile che seppe in- fliggere al brillante stratega fran-

poli fratelli. Sono certo che nella nostra epoca nessun esercito imperialista, anche

perialista, anche il più esperto, può vincere un popolo, seppure debole, che sappia ergersi risolutamente e lottare unito sulla base di una giu-

il 21 giugno 1993, aeroporto di

Tan Son Nuth, Ho Chi Minhville. Dopo aver assistito ad Hanoi al 7° congresso del PC Vietnamita ero in attesa del volo che mi avrebbe por- tato a Kuala Lumpur in Malesia.

Era

Come spesso accade nelle lunghe attese aeroportuali iniziai a conver-

cese di guerre coloniali che li co- mandava, De Lattre de Tassigny, una lunga sequenza di sconfitte militari. Da quella subita a Hoa Binh sul fiume Nero, poi a Lai Chan, a Kontun ed ancora in altri posti dai nomi difficili da ricordare. Eccetto uno che è rimasto scolpito nella me-

sta linea politica e militare (…

)

sare con un vecchio signore fran-

moria di tutti: Dien Bien Phu.

Non bisogna lasciarsi impressio-

cese, all’apparenza mio coetaneo e

Dai ricordi di quella conversazione,

nare dalla comparsa di armi mo-

mi

accorsi, ben presto, che stavo

che ci ha fatto diventare quasi amici,

derne: è il valore degli uomini che

parlando con un ex legionario che

difficilmente l’ex legionario scor-

in

definitiva decide della vittoria”.

40 anni prima aveva combattuto

derà quel nome e quel giorno: 7

Lo spirito che emerge da queste pa-

(dalla parte sbagliata) fino alla resa

maggio 1954, quando, dopo un lo-

12

role di Giap non è certo quello di chi, pur costretto a combattere una guerra giusta, punta all’annienta- mento del nemico. Al contrario.

Ne ho riparlato tanti anni dopo, se- duti su una panchina dei giardini del Louvre, con Henry Martin.

Il cielo di Parigi era grigio e l’aria

fredda ma al vecchio Henry brilla- vano gli occhi riparlando del Vietnam.

Fu lui il coraggioso soldato francese che, con il suo rifiuto nonviolento

di partecipare alla guerra coloniale,

aveva scatenato la furibonda rea- zione dello stato maggiore dell’Armeé e della destra coloniali- sta francese. Finito davanti alla corte marziale, solo lui sa quanto gli sia costato quel rifiuto e l’accusa di diserzione. Eppure quel suo gesto di disobbe- dienza temeraria contribuì non poco a sollevare il velo di mistero che avvolgeva la spietata guerra in corso nella giungla indocinese ed a rendere ancora più popolare la lotta di massa in Francia ed in Europa contro la “salle guerre”, la

di Dien Bien Phu.

Mi accorsi subito che monsieur

Vilard (così mi pare si chiamasse)

ed io provenivamo da storie e cul-

ture di segno totalmente opposto. E, dunque, la conversazione, as- sunse ben presto l’intensità ed il ca-

lore di un faccia a faccia un po’ kaf-

kiano tra due anziani che mettono a confronto parentesi della loro vita che li ha visti, in epoca lontana, in- conciliabilmente nemici.

Ma poi, conversando amabilmente,

ci accorgemmo che il mondo era

cambiato, che noi eravamo cam-

biati.

Dalle sue parole mi resi conto che

la lunga stagione di guerre e di vio-

lenze era ormai lontana e che il tempo aveva stemperato e guarito

gli antichi antagonismi ideologici.

Anzi, scoprii che il nemico di un tempo nutriva un sentimento di grande simpatia, di profondo ri- spetto e di autentica solidarietà verso il Vietnam nel quale, appena

può, ci ritorna da amico sincero pie- namente ricambiato.

E ancora il vecchio Vilard mi rac-

gorante assedio durato due mesi, il suo comandante De Castries do- vette accettare la resa. Fu deponendo le armi quel mattino che il giovane legionario, dura- mente provato dalla sconfitta, vide per la prima volta in faccia i suoi ne- mici, quelli che lo avevano tartas- sato senza sosta per più di sessanta interminabili giorni ed erano arri- vati, scavando gallerie come talpe invisibili, fino a pochi metri dalla

sua postazione.

Erano i mitici soldati del Viet Minh,

i comunisti indocinesi guidati da

Ho Chi Minh e da Giap. Gli erano apparsi laceri, coperti di

ferite sommariamente bendate, du- ramente provati da tante battaglie e

dalle immense fatiche di una logi- stica militare basata su sgangherate biciclette e sentieri tagliati a colpi di machete nella giungla. Ma il loro sguardo era fiero, pieno

di orgoglio, ed erano loro, non lui,

a sembrare molto simili all’esercito

di straccioni, suoi compatrioti, che

un secolo e mezzo prima, nel 1792,

avevano difeso la rivoluzione fran-

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Lotte dei popoli cese a Valmy, sconfiggendo la disci- plinata fanteria prussiana

Lotte dei popoli

cese a Valmy, sconfiggendo la disci- plinata fanteria prussiana coman- data dal duca di Brunsvick. E’ stato così, in quella spartana sa- letta dell’aeroporto di Tan Son Nuth, ancor semidistrutto dalla guerra, che ci siamo accorti di con- dividere entrambi, lui ex legiona- rio, io comunista non pentito del novecento, un sentimento di grande simpatia ed autentica am- mirazione verso un paese che in quel momento era, purtroppo, an- cora vittima di un feroce embargo economico, ultima spietata ven- detta dell’imperialismo americano, il grande Golia, che malgrado il suo gigantesco potenziale militare e tec- nologico non era riuscito a piegare, con la forza, la resistenza del piccolo Davide vietnamita. Poi l’embargo

USA è finito ma quella infame ag- gressione ha lasciato un segno pro- fondo nella stessa società ameri- cana, assai difficile da metaboliz- zare in un paese così poco propenso ad accettare sconfitte. Il malessere oscuro che l’America ha introiettato è stato chiamato “sin- drome vietnamita”. Più volte reci- divo, riemerge in quel di Washin- gton nei momenti in cui la sover- chiante potenza distruttiva degli Stati Uniti si dimostra impotente a piegare la resistenza dei popoli ag- grediti. Benchè costretto a misurarsi in guerre cruente contro le più grandi potenze imperialiste ed a subire un carico di violenze e di orrori, per- sino difficili da quantificare, credo che il Vietnam sia uno dei pochi

paesi al mondo che sia riuscito, con i suoi comportamenti, in guerra ed

in pace, a sollevare la stupefatta am-

mirazione dei suoi più acerrimi ne- mici. L’intelligenza e l’acume poli- tico dei suoi grandi leaders, la ge-

nialità delle loro intuizioni strategi- che, la capacità dei gruppi dirigenti

di aprirsi al mondo esterno e di co-

struire amicizia e solidarietà anche nel cuore delle cittadelle imperiali-

ste, la loro lungimiranza nel rico-

struire dopo la guerra un legame con gli ex nemici interni ed esterni, il superamento di sentimenti di ven- detta contro gli aggressori, sono virtù politiche che spiegano anche

la sorprendente rapidità con cui

oggi il Vietnam, posato il fucile, stia

risalendo dal sottosviluppo e scon- figgendo la povertà.

13

Marzo - Aprile 2004 Lotte dei popoli L ’ ”Utopia disar mata” di Jorge Castañeda

Marzo - Aprile 2004

Lotte dei popoli

L

”Utopia disarmata”

di

Jorge Castañeda

e

l’insurrezione armata

dei dannati della terra

di Gianni Minà

ar mata dei dannati della terra di Gianni Minà el 1993 lo scrittore messicano Jorge Castañeda,

el 1993 lo scrittore messicano Jorge Castañeda, autore della più scor- retta biografia su Che Guevara mai scritta, pubblicò il saggio L’utopia disarmata cercando di dimostrare il tramonto dei movimenti armati che avevano cercato di capovolgere il corso della storia e di trapiantare ac- cettabili democrazie in America Latina. Pochi mesi dopo la pubbli- cazione di questo de profundis, il primo gennaio 1994 nel Chiapas gli eredi della civiltà Maya si alzarono in armi contro l’insopportabile sfruttamento e la repressione at- tuata nei loro confronti da decenni e continuata dal governo del presi- dente Carlos Salinas de Gortari, che promettendo di portare il Messico nel primo mondo lo stava precipi- tando nel terzo con una selvaggia politica neoliberista sancita dal NAFTA, il trattato di libero com- mercio con Stati Uniti e Canada. Jorge Castañeda che, anni dopo, sa- rebbe stato ministro degli esteri del presidente Fox e il più fiero soste- nitore di una politica di inimicizia con Cuba (dopo che in gioventù era stato un informatore dei servizi se- greti della revolucion) non aveva, evidentemente, capito nulla nem- meno del suo paese, e nemmeno delle istanze e degli aneliti di tutta la maggior parte dell’America Latina che ancora lotta per la so- pravvivenza, angariata da presunte

14

America Latina:

violenze e sfruttamento

CONTRO LOPPRESSIONE DEI POPOLI LA LICEITÀ DELLUSO DELLA LOTTA E DELLA FORZA LIBERATRICE

democrazie bugiarde o grottesche. Nemmeno infortuni come questo hanno fatto però cambiare idea a chi, dall’altra parte dell’oceano at- lantico, spesso ammalato di euro- centrismo, continua a pontificare, dieci anni dopo, su quello che l’America Latina dovrebbe fare e come; senza rendersi conto che quel continente ha già preso auto- nomamente una sua via che pre- scinde, spesso, dalla vecchia logica politica dei partiti e va avanti con le idee dei movimenti di base e con quella che, in Europa, con suppo- nenza definiscono l’utopia della “democrazia partecipativa”. È l’America Latina del Brasile di Lula, dell’Argentina di Kirchner, della Bolivia dei movimenti indi- geni dopo che il paese si è liberato del nefasto presidente Sanchez de Losada, dell’Uruguay che ha re- spinto con un referendum le priva- tizzazioni dei beni dello Stato e dove la sinistra rappresentata dal Frente amplio potrebbe, per la prima volta, vincere le elezioni. Ma è anche l’America Latina del Venezuela del discusso Hugo Chavez, dove alla de- mocrazia, finora, ha attentato un’o- ligarchia arrogante e un sindacato del petrolio corrotto, e non il go- verno. Ed è, ovviamente, anche l’America Latina di Cuba, perché, indipendentemente dai suoi inte- gralismi e dalle sue durezze, spesso

dovute ai tentativi di destabilizza- zione portati avanti dagli Stati Uniti, è l’unico paese del continente dove tutti i cittadini possono godere dei diritti basici di un essere umano. L’Europa, che discute invece sulla liceità dei popoli di opporsi con la forza alle prepotenze di governi fal- samente democratici e, in diversi casi, autori di politiche terroristi- che, sembra non aver percepito questo cambio del vento in America Latina, e purtroppo anche molti lea- der dell’Internazionale socialista che hanno deciso di stare con Lula quando ormai stava trionfando, non hanno speso una parola per Kichner, finché, a sorpresa, non ha vinto le elezioni argentine, si sono appiattiti addirittura sulle ultime teorie del Dipartimento di Stato nordamericano sul Venezuela (Chavez ospita dei terroristi) e, pur- troppo, su pressione del governo Bush, hanno perfino ricevuto, a Bruxelles, l’impresentabile presi- dente della Colombia Alvaro Uribe. Questo campione di democrazia, che governa con la collaborazione dei paramilitari (gli squadroni della morte prima capeggiati da Carlos Castaño e ora da Salvadore Mancu- so, responsabili di mille uccisioni in sei mesi), ha un passato assoluta- mente inquietante: quando era go- vernatore della provincia di Antio- chia, per difendere gli interessi dei

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Lotte dei popoli terratenientes e della sua famiglia autorizzò una repressione che

Lotte dei popoli

terratenientes e della sua famiglia autorizzò una repressione che causò oltre duemila morti fra i cam- pesinos. Alvaro Uribe però è il grande paladino del Plan Colom- bia, il piano di militarizzazione del paese, con la scusa della lotta al nar- cotraffico, dove gli Stati Uniti hanno più marines che in Afgha- nistan. Non a caso quel piano (an- tesignano di tutti i progetti econo- mici imposti o previsti dalle multi- nazionali nordamericane per il sud America) è stato respinto dalla Comunità Europea perché definito “più militare che di sviluppo”. Che dovrebbero fare popoli come quelli dell’America Latina (o dell’- Africa o di una parte dell’Asia) di fronte a questa politica che è poco definire terroristica? Reagire con le idee, come stanno facendo, ma pur- troppo, qualche volta, anche con l’azione, come è successo già due volte, in meno di quattro anni, in Bolivia senza che gli analisti pre- sunti socialdemocratici o riformisti europei abbiano capito l’essenza e

la portata di quello che è accaduto.

Nel 2000 gli indigeni erano scesi dalla montagna per bloccare a Cochabamba l’insensato progetto

del presidente Sanchez de Losada

di privatizzazione dell’acqua (l’ul-

tima risorsa del paese insieme al gas) in favore di una multinazionale nordamericana. Un’iniziativa che avrebbe definitivamente atterrato ogni speranza di vita per popola- zioni che masticano ancora la foglia

di coca per vincere i morsi della

fame. La polizia aveva sparato sulla gente facendo decine di morti, ma l’iniziativa era stata bloccata.

Tre anni dopo, il proconsole degli interessi economici degli Stati uniti nel paese, Sanchez de Losada (pa- drone di una vera fortuna deposi- tata nelle banche nordamericane),

ci ha riprovato con il gas. La Repsol

–Ypf (spagnola), la British Gas e la Panamerican Energie nordameri- cana stavano per ricevere in dono dal presidente il gas di cui è ricco il paese per pochi centesimi di dol- laro al metro cubo, mentre sul mer- cato internazionale vale 5 dollari al

metro cubo. Ancora una volta però un’umanità dolente ma coraggiosa, che per i rilevatori economici in- ternazionali non esiste, è scesa dalle montagne e “avendo come arma sol- tanto il proprio corpo” è riuscita a fermare un obbrobrio, un’ altra in- famia di quell’economia neoliberi- sta che si autodefinisce civile e de- mocratica perché “lascia fare al mercato”. Sì, perché Sanchez de Losada aveva autorizzato le forze dell’ordine a sparare sulla folla, causando in due settimane 146 morti e oltre 500 feriti. Alla fine però Sanchez de Losada, detto Goni, aveva dovuto lasciare precipi- tosamente il paese, fuggendo, con lo stile dei vecchi dittatori latinoa- mericani, a Miami. In quei giorni d’ottobre 2003 mi aspettavo che quotidiani d’impor- tanza nazionale come La Repubblica e il Corriere della Sera o altri valoriz- zassero la notizia in prima pagina, perché non si trattava solo di un’in- versione di tendenza rispetto allo sciagurato andazzo o all’arroganza

dell’economia e della politica, negli ultimi dieci anni in cui la finanza speculativa si era permessa qualun- que prepotenza. Quella protesta, finita in strage, rap-

presentava anche il risveglio di un’umanità erede della cultura in- digena che, esplicitamente, con l’a- zione, con la legittima lotta al ti- ranno, come sosteneva San Tom- maso, aveva imposto il suo diritto alla vita pur non avendo, teorica-

mente, armi o strumenti adeguati per farlo. Invece non è stato così; i grandi mezzi d’informazione, che pure avevano segnalato la piega do- lorosa che la difesa dell’ultima ric- chezza del paese stava prendendo, scelsero di eludere la notizia finale o, almeno, di nasconderla nelle pa- gine interne, al contrario di come

era avvenuto nei giorni precedenti quando Sanchez de Losada, l’al- leato del governo Bush, era ancora in sella. Questa scelta è stata, per me, un se- gnale in più del tramonto non solo dell’idea di autonomia e indipen- denza del giornalismo attuale nei

cosiddetti paese democratici, ma anche la conferma di un’ormai in- sanabile diversità di vedute fra l’America Latina che non si arrende

e l’Europa che si è adeguata, nel

modo di interpretare il mondo che viviamo, di leggere i suoi aneliti e i suoi obiettivi e del modo di rag- giungerli. E non parlo solo delle ve-

dute degli intellettuali, parlo delle speranze dei popoli del Sud del mondo e del diverso significato che hanno le parole libertà, democrazia

e rispetto dei diritti se – come ha

scritto Frei Betto, teologo della li- berazione, nel libro Gli Dei non hanno salvato l’America – non abiti

in quello che è chiamato “ primo

mondo”. L’internazionale socialista, il

mondo che si definisce riformista e che si riconosce in certi prestigiosi mezzi d’informazione, non ha detto una parola, per esempio, per i quasi 3000 esseri umani (la maggior parte cittadini Usa) scomparsi per le leggi antiterrorismo nei luoghi di deten- zione del paese senza che le fami- glie ne sappiano nulla e senza che

un avvocato li possa difendere.

Bruce Jackson, professore di storia

americana, in un saggio su

Latinoamerica, la rivista che edito e dirigo, non ha esitato a definire que-

sti disgraziati i “desaparecidos di

Bush“, ma questo non ha commosso

chi pretende ancora di definirsi so-

cialista, considera superata la lotta

dei popoli poveri, ma non trema di

fronte all’abolizione negli Stati Uniti (e quindi prossimamente nel

resto del mondo) dell’ habeas corpus,

la base di ogni diritto civile per la

quale devi almeno spiegare perché

mi stai arrestando. E allora è lecito

chiedersi – come ho scritto sul Manifesto – di cosa dibatta ormai l’internazionale socialista. Perfino Piero Fassino, segretario dei Democratici di Sinistra, il par- tito che viene dal movimento co- munista italiano, intervistato a San Paolo in occasione dell’internazio- nale socialista ha affermato di ap- prezzare il vento di rinnovamento politico che soffia in Brasile, in Argentina e in Uruguay ma non

15

Marzo - Aprile 2004 Lotte dei popoli quello che spira in Venezuela e in e

Marzo - Aprile 2004

Lotte dei popoli

quello che spira in Venezuela e in

e

parte dell’Europa, pur consape-

quello di Tony Blair che ha attuato,

Iraq fino al limite di truccare le carte

Bolivia. Quello che lascia perplessi è che un politico avveduto come Fassino non abbia avvertito il pericolo di gene- ralizzare, di confondere il contesto, ma più ancora che non abbia colto

voli di queste realtà imbarazzanti, hanno deciso sanzioni (perfino cul- turali) solo verso Cuba per la duris- sima risposta del governo dell’A- vana, nella primavera del 2003, al tentativo di destabilizzazione ten-

menticando però che, per il dodi-

Israele e Isole Marshall) ha votato la

fino all’ultimo dettaglio, la politica economica della Tatcher, e ha spo- sato l’ineluttabilità della guerra in

sulle presunte armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein,

l’importanza e il messaggio insito

tato – come ho detto – dagli Stati

e

fino al limite di far spiare Kofi

nella ribellione indigena in Bolivia

Uniti nell’isola (tre dirottamenti ae-

Annan e i delegati dei paesi che, al

contro la politica “sporca”, terrori- stica, di un presidente, in teoria de- mocraticamente eletto, ma che si è comportato fino all’ultimo come il più spietato dei tiranni. In que- st’occasione, come in altre che ri- guardano la violazione di diritti ele- mentari perpetrata in Colombia, in

rei e uno di un ferryboat in quindici giorni e altri sedici pianificati) di-

cesimo anno di seguito, l’Onu, con 174 voti e 3 contrari (Stati Uniti,

condanna dell’embargo nordame- ricano a Cuba?

Palazzo di vetro, avrebbero dovuto decidere se dare, o no, la benedi- zione delle Nazioni Unite a questo

conflitto insensato e feroce. Cosa è rimasto dell’idea socialista in questi leader? Tutelare socialmente le persone che fanno più fatica significa non accet-

Perù, in Messico, in Guatemala, in

È

il trionfo dell’ipocrisia, della dop-

tare le politiche economiche e stra-

Salvador, ad Haiti (per parlare solo

pia morale che fa ignorare i misfatti

tegiche che il mercato neoliberista

di

casi di attualità in America La-

dei governi convenienti all’econo-

impudicamente propone. Sono gli

tina), il mondo del presunto socia-

mia occidentale (compresa la fe-

uomini che hanno sostenuto l’at-

lismo riformista ha girato gli occhi

roce repressione dell’armata russa

tuale logica della finanza specula-

da

un’altra parte, e in particolare gli

in Cecenia o le migliaia di fucilati

tiva a creare i presupposti per l’in-

comunisti italiani, di cui Fassino

è segretario, non hanno chiesto nes- sun dibattito parlamentare, né hanno indetto una giornata dedi- cata all’accaduto come invece, un anno fa, si erano affrettati a fare con Cuba dopo la dura reazione del go- verno dell’Avana alla campagna di destabilizzazione tentata dall’am- ministrazione Bush contro la revo- lucion. Eppure quello che era suc- cesso in Bolivia doveva consigliare qualche riflessione sull’attualità an-

ex

ogni anno in Cina, o l’occupazione del Tibet) ma spinge perfino gli eredi di quello che era il socialismo sulle posizioni dell’attuale governo degli Stati Uniti, magari ritenendo che questa mossa, anche se ambi- gua, potrebbe aiutare a fare accet- tare a Washington una coalizione di centro sinistra che vincesse le pros- sime elezioni in Italia. Questo biso- gno di assenso al proprio operato da parte degli Stati Uniti, come ho so- stenuto su Latinoamerica, è il limite

sopportabilità per questo stato di cose. Non c’è nessun Dio che im- pone questo sfruttamento. I mecca- nismi dell’economia capitalista li decidono in pochi, e potrebbero es- sere cambiati senza che gli equilibri del mondo rischino di tremare. Anzi questi mutamenti aiutereb- bero ad attenuare l’attuale clima di incertezza e di paura. È una que- stione di etica e di coerenza, valori che, una volta, erano la bandiera di chi si dichiarava socialista, insieme

cora drammatica della lotta dei po-

attuale di molti rappresentanti del-

al

sostegno alle lotte dei popoli per

poli per la sopravvivenza.

l’internazione socialista, incuranti

la

propria dignità e i propri diritti.

E come è possibile non rilevare la

della logica grottesca di considerare

Ma gli importa ancora dell’etica

contraddizione per la quale l’Italia

progressista un governo come

all’Internazionale socialista?

16

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Antifascismo “Se non ci fosse violenza i padroni comanderebbero per millenni, senza

Antifascismo

“Se non ci fosse violenza i padroni comanderebbero per millenni, senza nessuna contraddizione. Se il concetto elementare è che chi detiene il potere detiene anche la violenza legale, il potere della polizia e dell’esercito, al- lora per abbatterlo cosa bisogna fare?”

di Giorgio Bocca

per abbatterlo cosa bisogna fare ?” di Gior gio Bocca valori della lotta partigiana e della

valori della lotta partigiana e della Resistenza sono oggi più che mai ne- cessari. Rappresentano la volontà di costruire un’Italia che non c’è: un Paese di persone libere, democrati- che, che tengono fede alla parola data. Osservando l’Italia di oggi, non posso far altro che dichiararmi molto pessimista. Non tanto perché temo il risorgere di un fascismo sul modello di quello passato, ma per- ché vedo il riemergere di tutti i di- fetti dell’italiano medio. Un esem- pio per tutti è la questione della li- bertà d’informazione e il modo in cui la stampa tratta qualsiasi argo- mento. È estremamente deludente perché, checché ne dicano i diret- tori, la maggioranza dei giornali in fondo è filoberlusconiana. I mass media sono parte in causa di questo progetto e l’editoria non è da meno. Con il libro Il sangue dei vinti, Gian- paolo Pansa, che ha un fiuto per il peggio del Paese, ha capito che in Italia i fascisti sono più numerosi di quanto si pensi. Non tanto i fascisti come gente che vorrebbe riportare la dittatura, ma come gente che ri- fiuta il nuovo, i rapporti di potere stabiliti dalla lotta partigiana e che quindi rifiuta la Resistenza. Gente che si domanda “Ma chi erano questi qui? Come si permettono di aver fatto la guerra partigiana e di aver cercato an- che di fare un po’ di pulizia?”. Il suc- cesso del libro di Pansa ha una sola

Oggi come ieri:

perchè non possiamo non dirci antifascisti*

BREVI RIFLESSIONI SULLA RESISTENZA, SUL REVISIONISMO, SULLA VIOLENZA

spiegazione: questo revisionismo, questa caduta di antifascismo che spinge gli animi più subordinati a

fiutare il cambiamento dei tempi ed usufruirne in termini personali. Oggi, ad esempio, si dice che anche

i “ragazzi di Salò” avessero un’a-

nima, che andarono a morire per i loro ideali : la verità è che quando Graziani invitò gli ufficiali dell’e- sercito Regio, che si era dissolto, a rientrare in servizio promettendo- gli il raddoppio dello stipendio, aderirono in 80 mila. I sostenitori della Repubblica Sociale di Salò adesso vantano dei numeri elevati, ma in gran parte si trattava di per- sone che volevano semplicemente uno stipendio. Il revisionismo è sempre stato un pretesto per combattere qualsiasi movimento democratico e progres- sista e per premiare lo status quo, la

conservazione. La guerra parti- giana è stata una novità in Italia, una guerra di popolo senza comandanti

e senza poteri ufficiali, per questo

ha rappresentato e rappresenta qualcosa di contrario alla restaura- zione. E per questo ne parlano ma- le. Parlano male dei partigiani per- ché hanno rotto un rapporto se- condo il quale i potenti hanno sem- pre ragione. Il revisionismo pur- troppo era già presente durante la guerra di liberazione. C’era una parte dell’antifascismo che era per

l’attesa, per la pace dei vescovi, per “Roma città aperta”. La contraddi- zione si manifestò in occasione del- l’attentato di via Rasella, perché se- condo alcuni a Roma non si doveva far niente, mentre secondo altri

quell’attentato rappresentò un’a- zione necessaria e positiva. Io mi schiero, senza dubbio alcuno, con quest’ultima interpretazione. Il revisionismo oggi ha portato a speculazioni politiche vergognose come quelle innescate dalla vicenda della piazza di Mestre intitolata ai martiri delle Foibe. Se il fatto che i partigiani sloveni fossero contadini feroci e vendicativi può essere veri- tiero, non bisogna dimenticare che dopo la prima guerra mondiale noi italiani abbiamo occupato zone abi- tate dagli sloveni togliendogli l’uso della lingua, le scuole e molto altro. Non si può dimenticare questa per- secuzione, la quale ovviamente pro- vocò la vendetta. Non si trattava di fatti lontani nel tempo: tra la re-

pressione fascista e le foibe sono tra- scorsi solo 10, 15 anni, quindi la me- moria era ancora molto viva. Ci sono anche delle ragioni storiche per cui, per esempio, al confine tra il Piemonte e la Francia non è acca- duto nulla di simile. In Francia gli italiani erano andati per emigrare, mentre nella Venezia Giulia, dove c’era un razzismo dei triestini tut- tora presente, erano andati a colo-

17

Marzo - Aprile 2004 Antifascismo nizzare. Rispetto al tentativo di concilia- zione nazionale sul tema

Marzo - Aprile 2004

Antifascismo

nizzare. Rispetto al tentativo di concilia- zione nazionale sul tema della resi- stenza e dell’antifascismo bisogna chiarire: se si parla di conciliazione tra relazioni umane, questa avvenne già il 25 aprile del ’45. La concilia- zione fra idee moralmente e politi- camente così lontane, invece, non potrà mai avvenire. L’ultimo sdoganamento di An è l’e- sempio massimo del trasformismo italiano elevato a sistema di vita, per- ché Fini può anche fare i suoi cal- coli di potere, ma è un insulto che stampa e opinione pubblica italiana abbiano accettato senza protestare un trasformismo di questo genere. E’ un insulto non solo alla ragione ma anche alla comune decenza che questi nipotini di Salò neofascisti di- cano che il fascismo è stato il male peggiore. Il terreno era stato pre- parato da parole come quelle di Violante sul valore morale dei re-

pubblichini. Quelle affermazioni

mi fanno sospettare che in lui, da

uomo politico, la tattica politica pre-

valga sulla ragione morale. Chi vede

la vita solo dal punto di vista politico può essere indotto a queste sempli- ficazioni. La tentazione elettorale

dei politici è eterna.

Si deve fare attenzione a non mo- strare il fianco al revisionismo. Anche la questione della condanna

in assoluto della violenza io la ri-

tengo un errore colossale. Da quando esiste la lotta per il potere

è stata sempre esercitata la violenza. Quando mai le strutture profonde

del potere sono cambiate pacifica-

mente? C’è sempre stato un uso della violenza, che fa parte dell’es- sere umano e della sua storia con- flittuale. Se non ci fosse violenza i padroni comanderebbero per mil- lenni, senza nessuna contraddi- zione. Se il concetto elementare è che chi detiene il potere detiene an-

che la violenza legale, il potere della polizia e dell’esercito, allora per ab- batterlo cosa bisogna fare? I sogni non bastano. Mi stupisce molto che Bertinotti sostenga tali tesi, che per me sono fantastiche e con le quali sono in netto disaccordo. Una cosa è dire che in questa situazione poli- tica alla sinistra italiana conviene una lotta democratica e che in una situazione di assoluto predominio

del capitale sia consigliabile non af- frontare degli scontri che il capitale vincerebbe certamente. Ma con- dannare ed escludere in linea di principio la violenza come lotta e mezzo di difesa dei popoli mi sem- bra un grave sbaglio.

* da un incontro/conversazione che il giornalista e compagno Niccolò Volpati, per l’ernesto, ha avuto lo scorso 25 marzo con Giorgio Bocca

18

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Antifascismo Dobbiamo ancora cercare di capire perché riscuotano tanto successo un libro

Antifascismo

Dobbiamo ancora cercare di capire perché riscuotano tanto successo un libro dedicato al “sangue dei vinti” o l’evocazione della memoria delle foibe

di Enzo Collotti Storico

di
di

ome spesso avviene nelle polemi- che sul passato quando alla pre- sunta o reale rimozione di un’altra epoca si vuole imporre la scoperta

una storia “dimenticata”, il ri-

schio dell’enfatizzazione unilate- rale è costantemente in agguato. La questione delle foibe quasi inopi- natamente esplosa nelle ultime set- timane dopo un decennio buono di martellamento più o meno propa- gandistico è una di queste. Dobbiamo ancora cercare di capire perché riscuotano tanto successo un libro dedicato al “sangue dei vinti” o l’evocazione della memoria delle foibe, episodi di per sé assai diversi e tuttavia rapportabili en- trambi a quel cambiamento di me- moria che oggi è in atto nel nostro paese e che, come tutti i fenomeni

collettivi di questa natura, non è un prodotto totalmente spontaneo ma il frutto dell’incontro di più circo- stanze e della strumentalizzazione

da parte di determinate forze poli-

tiche. Nessuno ha mai negato l’esi- stenza delle foibe. Il punto non è questo: il problema è sempre stato quello di dare a questo terribile evento una collocazione nella sto- ria di quegli anni lungo il confine orientale, di definirne le dimen- sioni, di valutare se fosse o no ac- cettabile che fascisti, neofascisti e postfascisti ne facessero il simbolo della storia della Venezia Giulia, e

Il tempo del revisionismo

LE FOIBE E LA CANCELLAZIONE DELLA MEMORIA STORICA

se fosse quindi giusto (politica- mente oltre che storicamente) o meno che questo simbolo avesse a oscurare ogni altro nesso di rap-

porti, ogni complessità delle vi- cende che caratterizzarono la storia del fascismo e della seconda guerra mondiale al di qua e al di là del vec- chio confine italo-jugoslavo. Perché di questo in effetti si tratta, e solo la decontestualizzazione del problema foibe rispetto a questo più complesso nesso di rapporti può produrre, con il suo isola- mento, l’effetto di una lente di in- grandimento che sbalza in primo piano quello che è pur sempre un particolare, per rilevante che sia, per far passare in seconda linea quello che deve essere il vero nodo della riflessione cui tutti dovreb- bero essere chiamati. Non intendo rifare la storia della lunga querelle sulle foibe, con la quale, mistificando i fatti e amplifi- cando l’impatto emotivo che l’e- spressione stessa evoca, in quanto si riferisce a fatti resi tanto più atroci dalla naturale fisicità dei luoghi che ne sono stati teatro, l’estrema de- stra nazionalista ha costantemente perpetuato la sua linea razzista di odio antislavo. Vittime delle foibe, nelle due diverse ondate – nell’au- tunno del 1943, dopo l’8 settembre, all’atto della disgregazione in Istria delle strutture dello stato italiano;

e nella primavera del 1945, intorno

alla liberazione di Trieste, al crollo del sistema d’occupazione tedesco

e alla presa di possesso dell’area da

parte delle forze jugoslave – fini- rono alcune migliaia di cittadini ita- liani, sloveni e croati provenienti dalle due parti del vecchio confine. Statisticamente la dimensione quantitativa del fenomeno non po- trà mai essere accertata al cento per cento: di qui il balletto delle cifre, che verosimilmente oscilla tra le cinquemila e le diecimila unità. Il volere gonfiare ad ogni costo le ci- fre può rispondere soltanto al cri-

terio di alzare il prezzo dell’orrore

o di comprendere tra gli “infoibati”

categorie di persone e di combat- tenti deceduti per le più diverse cause prodotte dalla guerra e dallo scontro tra eserciti nell’area consi- derata e inclusi in questa partico- lare, per accrescere l’impatto emo- tivo che evoca la parola stessa e in- crementarne quindi la pressione propagandistica. La prima ondata di violenze, quella dell’autunno del 1943, nel cuore dell’Istria, che gli studi tendono ad inquadrare nel “clima di una sel- vaggia rivolta contadina” (Pupo- Spazzali), si riversò quasi esclusiva- mente su impiegati e funzionari dello stato italiano e su esponenti del partito fascista, nonché su eser- centi e possidenti che avevano pre-

19

Marzo - Aprile 2004 Antifascismo 20 sumibilmente profittato della re- pressione messa in atto dal

Marzo - Aprile 2004

Antifascismo

20

sumibilmente profittato della re- pressione messa in atto dal regime fascista contro la popolazione croata, vessata fra l’altro da un si- stema fiscale che era entrato a far parte della strumentazione di cui il regime si servì nella sua duplice guerra, etnica e di classe, contro le minoranze slave. L’ondata di violenze della prima- vera del 1945 ebbe radici e conse- guenze più complesse, sia perché fu la resa di conti finale di una guerra, sia perché in questo contesto si scontravano resistenze di carattere nazionale e istanze di conquista del potere del movimento partigiano jugoslavo. Le vittime non furono

solo italiane né soltanto fasciste, tra

di esse vi furono anche apparte-

nenti ai CLN della zona e non solo appartenenti a corpi militari e di polizia al soldo dei tedeschi e della

R.S.I.; vi furono anche sloveni e croati, in prevalenza presumibil- mente appartenenti a unità o ad au- torità collaborazioniste. La compo- nente nazionale ebbe indubbia- mente una parte di rilievo anche in questo ciclo di violenze, ma pre- valse probabilmente un’ottica epu-

rativa di carattere politico, la posta

in gioco essendo ormai le possibi-

lità di affermazione delle istanze di

un movimento partigiano che si era

identificato con un movimento ri- voluzionario.

È solo astraendo da questa com-

plessa situazione che le foibe pos- sono essere viste come un fatto che riguarda soltanto la popolazione italiana, al punto da legittimare per l’estrema destra l’identificazione

con un genocidio grazie ad una

menzognera operazione propagan- distica.

È chiaro infine che tutta questa vi-

cenda resta quasi incomprensibile

se rimane schiacciata sull’orizzonte

temporale del 1943-45, se non la si colloca nel suo naturale retroterra che è rappresentato dall’oppres- sione delle popolazioni slave prati- cata dal fascismo, dalla politica fe- roce di snazionalizzazione e di re-

pressione da esso portata avanti per

un ventennio e dal culmine di que-

sta politica nell’aggressione alla Jugoslavia nel 1941, con la conse- guente annessione al regno d’Italia della parte della Slovenia che i te-

deschi avevano rinunciato ad ag- gregare al Terzo Reich. Piuttosto che fare il mea culpa sulle foibe e sull’esodo dall’Istria nei ter- mini in cui si è fatto, la sinistra fa- rebbe bene a interrogarsi su come

sia possibile che a decenni dalla li-

berazione si continuino ad igno- rare le responsabilità dell’Italia e del fascismo per l’aggressione prima alle stesse popolazioni slave, annesse senza che nessuno avesse chiesto loro nessun parere, e poi alla Jugoslavia. Se non si capisce che l’assetto di quell’area dopo il 1945

non è stato che la diretta conse- guenza della gestione fascista e della conseguente sconfitta dell’Italia, oltre che dell’incrocio

delle influenze tra di loro conflit- tuali delle potenze vincitrici sul fa- scismo e sul nazismo, si finisce per fare del vittimismo, per risuscitare

lo spettro degli slavi mangiaitaliani,

per appropriarsi dei luoghi comuni

di una destra nazionalista che ha

sempre ostacolato nei decenni scorsi ogni gesto di pacificazione

con i vicini orientali. Una piena assunzione di responsa- bilità nei confronti dei traumi e dei problemi che hanno coinvolto e travolto le popolazioni al confine

orientale a correzione di errori commessi allora anche da forze della sinistra, ha senso soltanto se si è consapevoli non solo degli svi- luppi storici ma anche delle con- seguenze politiche che un atto del genere produce oggi. La prima cosa da evitare sarebbe proprio quella di dare il consenso

alla formalizzazione di un secondo giorno della memoria, fra l’altro a

due settimane dal 27 gennaio, che non crea soltanto generica confu- sione, ma che si propone di fatto come alternativa o contrapposi- zione al 27 gennaio, come fatto di valore universale, contribuendo a mistificare dimensioni e significati

di due ordini di eventi di ben di-

versa rilevanza: ci chiamiamo fuori

dai crimini contro l’umanità di cui bene o male siamo stati correspon- sabili per proclamarci a nostra volta vittime dell’odio altrui. Vi sono al- meno tre ricadute negative che vanno sottolineate in questo corto circuito di memorie che si è incau- tamente scatenato:

1) la sostituzione di memorie nello spirito pubblico, che era per l’ap- punto ciò che si era voluto evitare soprattutto nel 1976 all’epoca del processo della Risiera di S. Sabba, quando l’opinione pubblica nazio- nalista voleva imporre l’equipara- zione tra i delitti delle foibe e i cri- mini della Risiera;

2) il rischio che attraverso il recu- pero indifferenziato delle vittime delle foibe (anche al di là dell’uso estensivo del termine “infoibati” ap- plicato a categorie di caduti che ap- partengono ad altro tipo di eventi, comprese operazioni di guerra guerreggiata) si voglia ottenere,

come del resto in passato è già stato tentato anche in sede parlamen-

tare, il pieno riconoscimento e la le- gittimazione della Repubblica so- ciale italiana;

3) come corollario ultimo dell’o- perazione il capovolgimento delle responsabilità, con la messa in stato d’accusa delle forze della Resistenza e la riabilitazione piena e totale del collaborazionismo con gli oppressori nazisti e i loro ma- nutengoli. Fin quando non verrà detta una pa- rola chiara su questi punti, qualsiasi operazione di riconciliazione come quella che è stata portata a termine non potrà che essere foriera di nuovi equivoci e di una nuova let- tura strabica della storia, costrin- gendo le forze della sinistra sempre più sulla difensiva, al posto di quella offensiva culturale che sarebbe estremamente necessaria per con- trobattere lo stravolgimento di va- lori e l’affermazione di un senso co- mune che chiamare revisionismo

non è ormai che un eufemismo che non dà più fastidio a nessuno.

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace Occor re precisare che le of fensive contro

Lotta per la pace

Occorre precisare che le offensive contro Afghanistan ed Iraq sono state pianificate, ben prima non solamente dell’11 settembre 2001, ma addirittura del colpo di stato elettorale del novembre 2000 che ha portato al governo Bush

a cura di Marcello Graziosi

ha por tato al governo Bush a cura di Mar cello Graziosi onostante il prezzo pagato

onostante il prezzo pagato a Nassiriyah per il sostegno all’aggressione unilate- rale di Stati Uniti e Gran Bretagna con- tro l’Iraq, il governo italiano ha deciso l’invio di un ulteriore contingente mi- litare di 400 uomini in un altro paese teatro della guerra preventiva e per- manente di Bush, l’Afghanistan. Con quali funzioni?

Ufficialmente con funzioni di or- dine pubblico all’interno di un ac- cordo Nato, in realtà ci troviamo di fronte ad una vera e propria spedi- zione militare, che agirà nell’ovest del paese all’interno della missione statunitense “Enduring Freedom”, con combattimenti e rastrella- menti. Legittimando in questo

modo una guerra di aggressione, quella del 2002, e la successiva oc- cupazione realizzate completa- mente al di fuori della legalità in- ternazionale e pianificate dall’at- tuale amministrazione Usa ben prima del fatidico 11 settembre

2001.

Ci troviamo di fronte, insomma, ad una vera e propria spedizione mili- tare, che contrasta, come nel caso

dell’Iraq, con quanto disposto dal- l’articolo 11 della Costituzione Italiana

Quali le ragioni geostrategiche della guerra e dell’occupazione del territorio afghano tanto per gli Stati Uniti quanto per l’Italia?

Imperialismo USA:

un pericolo per l’umanità

AFGHANISTAN, IRAQ, CINA, RUSSIA, INDIA, MUMBAI, L’11 SETTEMBRE, GLI ATTACCHI MILITARI DEGLI USA, IL LORO SENSO TATTICO E STRATEGICO, I POPOLI IN LOTTA E IL MOVIMENTO PER LA

PACE: UNINTERVISTA

A TUTTO CAMPO A GIULIETTO CHIESA

Sull’Italia non vi è nulla da sottoli- neare, si tratta semplicemente di una pura e semplice operazione di servilismo rispetto agli Usa. Evidentemente, tra Berlusconi e Bush vi è un accordo di reciproco sostegno, oggi tocca al primo e do- mani, chissà, al secondo… Quanto agli Stati Uniti, occorre pre- cisare che le offensive contro Afghanistan ed Iraq sono state pia- nificate, ormai esistono prove suffi- cienti a tal proposito, ben prima non solamente dell’11 settembre 2001, ma addirittura del colpo di stato elettorale del novembre 2000 che ha portato al governo Bush. Si tratta di operazioni ragionate e rea- lizzate a freddo, a partire dal 1998 e sulla base delle teorie neoconserva- trici relative al “nuovo secolo Usa”, non sull’onda emotiva di quanto ac- caduto alle Torri Gemelle di New York. L’11 settembre si è rivelata, semplicemente, una splendida oc- casione. Sul piano strategico esiste, certa- mente, la volontà di controllo di ma- terie prime e fonti energetiche, con relative sfere di influenza. Ma que- sto non basta per comprendere le ragioni profonde alla base della strategia della guerra preventiva di Bush e dei disegni di dominio im- periale mondiale di Washington. Da una parte, vi è la volontà di controllo rigido sulla politica planetaria, non- ostante la crisi della globalizzazione

capitalistica, e degli stessi Usa in te- sta, sia profondissima. Come dire, più diminuisce il consenso intorno al modello Usa ed alla globalizza- zione capitalistica, più aumenta il grado di coercizione, vale a dire la risposta squisitamente militare. Dall’altra, stanno emergendo gi- ganti mondiali non omologati e po- tenzialmente concorrenti, che po- trebbero in un futuro prossimo in- sidiare l’egemonia statunitense, primo fra tutti la Cina. Tra 10 o 12 anni Pechino potrebbe riempire lo spazio lasciato libero dalla caduta dell’Unione Sovietica, prospettiva che gli Stati Uniti intendono stron- care con ogni mezzo. Washington intende pertanto utilizzare l’attuale superiorità militare per ridurre la Cina al ruolo di comprimaria o, an- cora meglio, per annichilirla. Da questo punto di vista, le guerre con- tro la Jugoslavia, utile per cambiare le regole all’interno della Nato, l’Afghanistan, che ha dimostrato la capacità di Washington di agire in solitudine, e l’Iraq, con la relativa demolizione delle Nazioni Unite, l’unilateralismo e la riduzione di tutti al ruolo di comprimari, sono preparatorie per il grande scontro con la Cina. In questo contesto, la guerra contro l’Afghanistan ha con- sentito agli Usa di penetrare con una presenza militare stabile nella maggior parte delle repubbliche dell’Asia Centrale ex sovietica, a

21

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace 22 partire dalla Kirghisia, minac- ciando così

Marzo - Aprile 2004

Lotta per la pace

22

partire dalla Kirghisia, minac- ciando così direttamente non sola- mente Pechino, ma anche Mosca. Quanto all’Europa, per il momento non costituisce elemento di grande preoccupazione per gli Usa, anche se, in prospettiva, potrebbe divenire un alleato recalcitrante.

Andiamo con ordine. Il tuo giudizio sull’11 settembre è estremamente duro…

Ti voglio raccontare un aneddoto. In un saggio del 1997 (attenzione alle date) Gore Vidal ricostruisce un dialogo realmente avvenuto nel 1948, ormai in piena Guerra Fredda, tra il Presidente Truman ed il suo Segretario di Stato Acheson. Quest’ultimo, tentando di rispon- dere al cruccio del presidente sulle modalità di armare il paese senza in- correre in grandi proteste di massa, teorizzò semplicemente che il solo sistema possibile era quello di ter- rorizzare la popolazione. Cinquant’anni dopo, nel 1998, gli analisti neoconservatori considera- vano con preoccupazione la len- tezza con la quale procedevano le trasformazioni “rivoluzionarie” del quadro internazionale, con una sola incognita auspicabile: sola- mente un evento simile a Pearl Harbor avrebbe potuto velociz- zarle… L’11 settembre è servito da pretesto per un impressionante progetto di riarmo da parte degli Stati Uniti, che è destinato ad accrescere ulte- riormente la risposta coercitiva alla crisi della globalizzazione ed a pro- durre ulteriori effetti negativi e dis- torsioni tanto sull’economia statu- nitense quanto su quella “globale”.

Afghanistan ed Iraq, due territori oc- cupati dopo guerre illegittime da tutti i punti di vista. Quale la situazione in entrambi?

In Afghanistan, gli Stati Uniti hanno potuto contare su un eser- cito bene equipaggiato che lavorava per loro, i tagiki, e su un governo, quello dei Talebani, che godeva or- mai di un consenso bassissimo da parte della popolazione. L’attuale parlamento, la Lloya Jirga, è stato

letteralmente “preso in affitto” per 2/3 dagli Stati Uniti, e Karzai rap- presenta solamente una parte della comunità Pashtun. Ci troviamo, in- somma, in una fase transitoria, dove ciascuno fa i suoi calcoli. La sensa- zione, però, è che le forze di occu- pazione controllino solamente Kabul, trovandosi addirittura in una condizione peggiore dei sovietici, che almeno controllavano tutti i grandi centri urbani. Quanto suc- cesso recentemente ad Herat, con l’uccisione del Ministro dei Trasporti ed i successivi scontri ar- mati, dimostra che il fuoco cova sotto la cenere, anche se un effetto domino sul breve periodo è assai im- probabile. Più semplicemente, i sin- goli “signori della guerra” agiscono sulla base dell’interesse immediato, il più delle volte a sostegno di chi li paga in quel momento. Quanto all’Iraq, il contesto è assai differente. Gli Usa non avevano nes- sun appoggio sul terreno né, evi- dentemente, alcun piano per il do- poguerra, nessuna ipotesi di rico- struzione politica dopo la caduta di Saddam Hussein. Pensavano, sem- plicemente, di essere accolti come liberatori, sottovalutando il fatto di trovarsi di fronte ad un paese con una grande tradizione politica. Tra i paesi arabi, l’Iraq è senza dubbio il più maturo e ricco di politica, un paese che ha avuto un grande Partito Comunista ed un grande partito Ba’ath. Esiste un abisso tra le masse afgane ed irachene sul piano del livello politico ed orga- nizzativo, quanto, senza voler of- fendere nessuno, tra i Bantu e la Francia. Da qui una catastrofe poli- tica, di dimensioni ancora tutte da valutare, con gli Stati Uniti che non hanno risolto nessuno dei problemi sociali del paese, con un governo che non rappresenta nessuno e con una resistenza che gode di un va- stissimo consenso popolare e che è destinata a svilupparsi nel tempo, prolungando la propria azione. E’ una sciocchezza confondere questa resistenza col terrorismo: vi pos- sono essere certo componenti fon- damentaliste, ma in generale ci tro- viamo di fronte ad una guerriglia ar-

mata e decentrata, con partecipanti diretti e vaste coperture popolari. In Iraq la gente vive peggio oggi di qualche mese od anno fa, col ditta- tore Saddam e con l’embargo eco- nomico. Gli sciiti sono rimasti calmi per quasi un anno perché pensa- vano di vincere le elezioni e giun- gere per la prima volta al potere, ele- mento questo che sarebbe inaccet- tabile per i curdi. D’altro canto uno stato autonomo di questi ultimi, an- che in un contesto assai complesso

di Iraq confederato (e tripartito),

sarebbe inaccettabile per la Turchia… Più rimangono le truppe straniere di occupazione, più le pos- sibili soluzioni si allontanano e la popolazione si esaspera ul- teriormente.

Quali le ragioni alla base della solle- vazione sciita di queste settimane, che segna senza dubbio un salto di qualità nella resistenza irachena all’occupa- zione?

Gli Stati Uniti avevano forse pensato

di

poter saldare gli interessi di sciiti

e

curdi a scapito dei sunniti, ma la

situazione si è rivelata, come già detto, assai più complessa. La co- munità sciita, o almeno la parte più

radicale e decisa di essa, che fa rife- rimento ad Al Sadr, ha capito che gli Stati Uniti sono in Iraq per restarvi

a lungo e non è disposta né a tolle- rare l’occupazione né a farsi di nuovo mettere ai margini nella ge- stione effettiva del potere.

Altro passaggio delicato riguarda gli “ostaggi” catturati da diversi gruppi della resistenza. Tra questi i quattro italiani dipendenti di un’agenzia di si- curezza privata statunitense, uno dei quali è stato ucciso nei giorni scorsi.

Sarebbe davvero interessante sa- pere che cosa effettivamente faces- sero i quattro italiani catturati in Iraq, dove sono stati presi e perché. L’elemento che trovo francamente inaccettabile è il ricorso alla canea retorica e stucchevole di stampo na- zional-populista, scomodando ad-

dirittura gli “eroi”. All’abiezione ed alla stupidità, evidentemente, non c’è limite: come spiegare altrimenti

le uscite del ministro Frattini ed il

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace titolo di Repubblica del 16 aprile (“Così muore

Lotta per la pace

titolo di Repubblica del 16 aprile (“Così muore un italiano”), testata che si ritiene di area riformista ma che, evidentemente, ha la coscienza sporca per aver sostenuto nel re- cente passato altre guerre più o meno “umanitarie”? Sul piano generale, poi, è del tutto inutile tentare di rimuovere quella che è un’amara realtà di molti paesi occidentali, compreso evidente- mente il nostro. In diversi casi ac- certati, non è possibile parlare né di guardie del corpo e neppure di mer- cenari, ma di interi eserciti e veri e propri squadroni della morte che vengono assoldati, anche in Italia, da società private che operano nel settore “sicurezza” per eliminare fi- sicamente chi crea problemi. Dove? Dovunque, dal Mozambico, al Kenya, allo Zimbabwe, all’America Centrale. Tutti lo sanno, anche la maggior parte dei giornalisti, ma l’ignavia la fa da padrona. Quello che è davvero sbalorditivo è lo stupore, come si trattasse di un fulmine a ciel se- reno…

Iraq significa anche Medio Oriente. Come valuti il quadro complessivo, alla luce anche dell’eliminazione “mi- rata” da parte dell’esercito israeliano dello sceicco Yassin, fondatore di Hamas?

Il termine esatto da utilizzare in que- sti casi è “assassinio politico di sta- to”. L’uccisione di Yassin dimostra quanto poco gli Stati Uniti siano in- teressati sul piano generale a nor- malizzare la situazione in Medio Oriente e quanto invece lo siano ad accrescere inquietudine e destabi- lizzazione. L’atteggiamento formal- mente prudente a volte utilizzato da Bush deve essere letto solamente in chiave elettorale. In realtà, l’ammi- nistrazione Usa è decisa a ridise- gnare l’intera area, un po’ come av- venuto nei Balcani, ridefinendo as- setti e sfere di influenza. Per poter procedere su questa via (i Balcani insegnano), occorre prima inne- scare un gigantesco processo di de- stabilizzazione, all’interno del quale l’assassinio di Yassin costitui- sce un passaggio non secondario.

Ho parlato degli Stati Uniti e non di Israele perché Sharon non ha agito da solo, e la simbiosi tra Washington

e Tel Aviv, nonostante brevi e spo-

radici dissensi, pare essere totale.

E

veniamo all’Europa, argomento oggi

di

grande attualità. Un’Europa che si

è divisa sulla guerra in Iraq, insieme

alla stessa Nato. Con il governo Berlusconi tra i protagonisti del fronte

favorevole all’intervento militare …

Sull’Europa insistono oggi dinami- che sfavorevoli: la componente filo- statunitense è molto forte anche dopo il voto spagnolo, rafforzata dall’ingresso di alcuni paesi dell’Europa Orientale ed ex sovie- tica, tutti subalterni a Washington. Francia e Germania si sono opposte

per ragioni profonde alla strategia Usa, dopo averne misurato la peri- colosità. A noi è giunta una carica- tura delle posizioni franco-tede- sche, mentre la resistenza di Parigi

e Berlino potrebbe rivelarsi forte

anche in prospettiva. L’attuale divi- sione dell’Europa costituisce un ele- mento acquisito, anche se il quadro potrebbe subire modifiche interes- santi. Da una parte, Gran Bretagna, Francia e Germania stanno speri- mentando una forza comune di in- tervento al di fuori della Nato, e que- sto potrebbe essere un segnale de- gno di nota, derivante forse dalla precarietà della posizione di Blair, che potrebbe favorire una maggiore apertura sul fronte europeo. Dopo le elezioni in Spagna e le evidenti difficoltà di Berlusconi, gli equilibri potrebbero mutare …

La vittoria dei socialisti in Spagna se- gna un passaggio politico di grande im- portanza per tutti noi. Quali sono le ra- gioni della sconfitta del governo Aznar

e le prospettive future?

La sconfitta di Aznar è legata all’e- vento drammatico e terribile dell’11 marzo, ma sarebbe sbagliato fer- marsi qui. Dopo la strage di Madrid, sarebbe stato forse più prevedibile un’ulteriore scivolamento a destra dell’elettorato spagnolo. In realtà, la differenza è stata fatta dal forte movimento popolare che si è creato contro la guerra in Iraq, con la mag-

gioranza dell’opinione pubblica spagnola contraria all’intervento militare, sostenuto invece da Aznar.

Anche per questo il governo spa- gnolo, secondo e grave errore, ha tentato di occultare la verità sui veri

responsabili delle bombe di

Madrid, manipolando pesante- mente l’informazione e chissà co- s’altro. Non bisognerebbe sorvo- lare, come ha fatto invece la stampa italiana, su quanto accaduto nella notte precedente la data delle ele- zioni a Madrid. Anche perché non

è detto che un quadro simile non

possa presentarsi anche in Italia…

Questo sul piano generale. Dal punto di vista economico, invece, chi pagherà i costi della crisi globale e del connesso riarmo degli Stati Uniti?

Partiamo pure dal fatto che la Banca Centrale Europea si trova in forte disagio rispetto alla politica di Bush, considerato il vero disturbatore

della quiete internazionale. Con la svalutazione del dollaro che supera ogni aspettativa, Washington dimo- stra la propria indisponibilità a pa- gare i debiti, scaricando così i costi sull’Europa e l’euro. Per il mo- mento, i gruppi dirigenti economici

e finanziari europei subiscono que-

sta politica, ma fino a quando? I ci-

nesi non hanno rivalutato la propria moneta, lo yuan, nonostante le forti

e continue pressioni Usa. A pagare

i costi della guerra e delle politiche

statunitensi sono così Europa e Giappone. Intendiamoci, fino a no- vembre negli States le vacche sa- ranno grasse, ma dopo le presiden- ziali può succedere di tutto: l’inde- bitamento di Washington si è dila- tato oltre ogni limite, e prima o poi i conti si devono pur fare. E che cosa

accadrebbe se dovesse scoppiare

un’altra “bolla” di speculazione fi- nanziaria globale? L’Europa se- guirà gli Usa fin dentro al baratro con la logica che “siamo tutti sulla stessa barca”?

Una domanda cattiva. Abbiamo par- lato della subalternità del governo Berlusconi agli Stati Uniti. Anche P rodi, però, nel suo “Manifesto”, le- gittima la guerra in Kosovo e conferma

23

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace la necessità dell’integrazione nel conte- sto euro-atlantico

Marzo - Aprile 2004

Lotta per la pace

la necessità dell’integrazione nel conte- sto euro-atlantico di una futura Europa unita…

Domanda legittima. Io non sono convinto che Prodi pensi esatta- mente quanto scritto in quella che senza alcun dubbio è la parte più de- bole del documento, e non sembri un paradosso. Egli paga un tributo agli orientamenti attuali di parte del centro-sinistra (Margherita e mag- gioranza DS), che non intendono disturbare più di tanto il manovra- tore di là dall’Atlantico. Producen- do una mediazione sbagliata, arre- trata ed inaccettabile.

La guerra ha diviso la stessa Nato. Contemporaneamente, a Francia e Germania si è aggiunta la Russia di Putin a criticare decisamente la strate- gia di Bush.

Nel contesto della guerra preven- tiva di Bush il peso della Nato è de- stinato a ridursi. Quest’ultima in realtà, anche nelle sue nuove fun- zioni, si è indebolita e potrebbe es- sere utilizzata a geometria variabile, il più delle volte come strumento di copertura. Per quanto concerne la Russia, Putin ha intrapreso una linea non equivoca di grande autonomia, fre- gandosene, in buona sostanza, delle opinioni Usa, almeno sul piano in- terno. Egli pare non essere interes- sato a ricevere la patente di grande democratico, contrariamente a quanto avveniva con Eltsin, caval- cando la grande ondata nazionale russa. Basti pensare che quasi tutti i candidati alle elezioni presidenziali erano schierati per la lotta contro gli oligarchi e per la fine tanto della dominazione occidentale quanto del capitalismo a guida statuni- tense.Gli Stati Uniti stanno ten- tando di ridisegnare l’intera geo- grafia dell’ Asia, estendendo il loro controllo, oltre a quanto si è detto in precedenza sull’Asia centrale ex sovietica, anche al Caucaso, a par- tire da Azerbajgian e, anche rispetto ai recenti avvenimenti, Georgia. A tal proposito, il silenzio russo non deve essere interpretato come ac- quiescenza. Proprio in questi

24

giorni, poi, si sono tenute le più grandi esercitazioni navali ed aeree degli ultimi quarant’anni, con l’uti- lizzo di sommergibili nucleari (nel dicembre 2001 è stato ultimato il sommergibile nucleare Ghepard, il più avanzato tecnologicamente mai costruito dai militari sovietico- russi), bombardieri strategici e mis- sili balistici. Con Putin che ha assi- stito all’intera esercitazione a bordo

di un incrociatore.

Quanto può pesare la costruzione di un Fronte Antimperialista in Asia per la costruzione di un mondo multipolare, a partire dal “gruppo di Shanghai”, che vede unite Russia, Cina ed alcuni paesi dell’Asia Centrale ex sovietica, al Forum Sociale Mondiale di Mumbai?

Moltissimo, anche e soprattutto in

riferimento a quanto si è detto ri- spetto ai piani di penetrazione Usa

in Asia. I governi che si stanno con-

trapponendo alla strategia unilate- rale statunitense esprimono inte- ressi, non semplici alzate di testa, in un contesto nel quale si allarga la forbice tra gli interessi di Washington e quelli del resto del pianeta. Cancun è stata, da questo punto di vista, la prova del nove. Terminata l’euforia della globaliz- zazione e della ricchezza per tutti (nessuno ha più il coraggio di par- lare della new economy), la crisi si

è fatta aspra e non si intravedono se- gnali di modifica di nessun tipo al modello dominante, a partire dalla

riforma del sistema finanziario glo- bale. Persino un’eventuale ripresa economica potrebbe non bastare:

da un certo punto di vista, equivar-

rebbe ad aumentare la velocità di

una locomotiva che si sa essere de- stinata a schiantarsi contro un muro

di cemento armato.

Non dobbiamo stupirci se in un contesto simile sempre più paesi, a partire da quelli del sud del mondo ma non solo, tentano di coalizzarsi

e difendersi, mandando a farsi be-

nedire istituzioni che parevano in- sopprimibili come il WTO. Quanto al Forum di Mumbai, dob- biamo avere la consapevolezza del peso che può rivestire per il conte- sto generale la presenza in Asia di

un movimento maturo ed articolato contro i guasti della globalizza- zione. Movimento che, con un grande sforzo di unificazione intel- lettuale, ha prodotto un docu- mento finale avanzato ed interes- sante. Anche se l’ottimismo, per la verità, finisce qui. Soprattutto se ri- flettiamo sul fatto che il gruppo di- rigente Usa è il più potente ed ag- gressivo mai conosciuto nella storia

dell’umanità, che ha dimostrato il cinismo necessario per portare avanti i propri piani di dominio mondiale nonostante le accresciute resistenze. L’interrogativo drammatico è, an- cora oggi, il come possiamo fer- marli, prima che sia davvero troppo tardi per tutti.

Oltre al ritiro dei militari italiani im- piegati nelle missioni militari all’e- stero, come rilanciare il movimento contro la guerra nel nostro paese?

La richiesta del ritiro dei contingenti militari italiani non solamente dall’Iraq ma anche da Afghanistan e Kosovo costituisce un fattore impor- tante. Oltre a questo, però, dal mo- mento che io credo nella forza dei simboli, sarebbe opportuno rilan- ciare il movimento delle bandiere ai balconi, elemento che ha costituito e potrebbe costituire una propa- ganda di grande impatto ed effetto.

Oltre a questo, dato anche l’appros- simarsi delle elezioni, dobbiamo ri- uscire a mobilitare ancora una volta la nostra ricchissima società civile, determinando una possente e for- midabile pressione, magari par- tendo proprio dai futuri eletti. Perché non far sottoscrivere ai can- didati disponibili una dichiarazione comune nella quale si impegnano

solennemente al rigido rispetto del- l’articolo 11 della Costituzione e a non sostenere alcuna azione militare funzionale alla guerra preventiva? Oppure un appello che superi anche

i partiti di appartenenza di ciascun candidato: chi sottoscrive il rispetto dell’articolo 11 è un nostro candi- dato, chi non lo fa diviene automati- camente un nostro avversario poli- tico, al di là, ribadisco dei partiti di appartenenza di ciascuno.

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace La gente ha compreso molto in anticipo sui

Lotta per la pace

La gente ha compreso molto in anticipo sui propri rappresentanti nelle istituzioni che la guerra è uno strumento obsoleto

di don Tonio Dell’Olio Coordinatore nazionale Pax Christi

di
di

ensavamo che la data del 15 feb- braio 2003 sarebbe rimasta indele- bilmente scolpita nella coscienza della gente che ama la pace in que- sto Paese e nel mondo come la gior- nata del risveglio e della ribellione, della resistenza contro la guerra e della mobilitazione, attiva quanto mai, contro un governo in procinto

far scendere in campo le proprie

guarnigioni in spregio del diritto in- ternazionale a fianco di un esercito

invasore. Pensavamo tutti (ma nes- suno aveva l’ardire di dirlo ad alta voce) che quell’evento fosse ecce- zionale e che avesse segnato un mo- mento apice nella storia delle ma- nifestazioni in Italia (e nel mondo). Lo pensavamo non soltanto per il numero di persone che avevano partecipato alla manifestazione ro- mana, ma anche per l’intensità di quella partecipazione, il coinvolgi- mento emotivo, la condivisione della riflessione e la corresponsabi- lità palpabile di fronte al rischio della guerra. Finché vivo non potrò cancellare dalla mia memoria il volto di Pietro Ingrao che sul palco, subito dopo aver mostrato alla folla

la bandiera arcobaleno tenuta con

Oscar Scalfaro, voltandosi mi regala un abbraccio e piangendo mi sin- ghiozza: “Sono anziano al punto d’aver visto tante cose e d’aver or- ganizzato e partecipato a tante ma-

Iraq:

contro i popoli e contro Dio

LUNICO MESSAGGIO È QUELLO DEL 20 MARZO. LA SPERANZA PIÙ GRANDE È IL POPOLO DELLA PACE

nifestazioni, ma questa – credimi – è la più bella di tutte”. Ebbene dob- biamo essere sinceri e ammettere che forse nessuno tra gli stessi or- ganizzatori della manifestazione dello scorso 20 marzo si aspettava una partecipazione corale del tipo che s’è verificata. Ancora una volta la sorpresa non è arrivata dalle

grosse organizzazioni che avevano predisposto la partecipazione dei propri aderenti e simpatizzanti, quanto da quella marea di parteci- panti spontanei, giunti magari con le rispettive famiglie in treno dopo lunghe ore di viaggio… Insomma siamo riusciti a replicare un suc- cesso inaspettato almeno nelle pro- porzioni in cui è avvenuto. Ci sa- rebbe da chiedersi che cosa spinge la gente ad accogliere l’invito a scen- dere per le strade. Sono convinto che anche nella verifica che ab- biamo fatto convocando un’appo- sita riunione tra le realtà che com- pongono il cartello del Comitato “Fermiamo la guerra”, non sono emerse tutte le ragioni profonde che spingono la gente ad uscire di casa per dire “NO” al rigurgito della

guerra e a tutte le sue conseguenze. Nella manifestazione del 20 marzo poi, è apparso ancora più interes- sante verificare come i partecipanti mostrassero una maturità maggiore sia della classe politica ripiegata in

un dibattito della vigilia che poneva

a confronto due manifestazioni in-

confrontabili, sia il risalto dato ai veti incrociati sulla partecipazione degli esponenti di partito che ave- vano votato strano sul rifinanzia- mento della missione militare ita- liana in Iraq e altrove per il mondo. La verità è che la gente ha compreso molto in anticipo sui propri rap- presentanti nelle istituzioni che la guerra è uno strumento obsoleto e che non solo non serve più a diri- mere le crisi internazionali, le ag- grava mietendo vittime, prima tra tutte la verità. In questa vicenda ira- chena il mucchio di menzogne che hanno preparato ed accompagnato l’intervento militare sono state an- cora più evidenti. Per quanto riguarda i cattolici che si accompagnano il cammino del

popolo della pace, oggi non pos-

siamo fare a meno di rilevare che il loro numero è cresciuto a dismisura

e coinvolge non più soltanto quelle

realtà le cui sensibilità e attenzioni erano note e provate. Oggi ci sono istituti religiosi, ora- tori, parrocchie, centri giovanili,

istituti missionari che contribui- scono col valore aggiunto delle loro esperienze, conoscenze, sensibilità. Si tratta di realtà il cui “NO” alla guerra è radicale e intransigente, senza se e senza ma. Deludente l’e-

25

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace ditoriale di un anno fa di Ernesto

Marzo - Aprile 2004

Lotta per la pace

ditoriale di un anno fa di Ernesto Galli Della Loggia che riconosceva questo schieramento come deter- minato e deciso ma lo attribuiva al “diapason del Papa” contro la guerra che aveva accordato gli stru- menti di tutti i cattolici. Se solo l’in- tellettuale del Corriere pensasse a quanti altri insegnamenti del Papa (ad esempio in materia di morale sessuale) non vengono seguiti dai cattolici, si renderebbe conto che le motivazioni di quella presenza de- vono essere cercate altrove. Proprio nella menzogna rivelata da questa guerra. Ricordiamo tutti che la pre- tesa iniziale per legittimare (?) l’at- tacco armato era il non rispetto da parte dell’Iraq della risoluzione dell’ONU che prevedeva le ispe- zioni. Ebbene è vero che l’Iraq ha contravvenuto molte volte alle Risoluzioni dell’ONU, ma è stato calcolato che le violazioni delle Risoluzioni sono avvenute 91 volte,

così cadono tutte le altre motiva- zioni riguardo il possesso di armi di distruzione di massa, la particolare crudeltà del regime di Saddam Hussein, la mancanza di democra- zia, l’appoggio dato al terrorismo. Alcune di queste imputazioni non sono mai state provate e altre pur- troppo ricorrono frequentemente nella storia e nella geografia senza che da parte degli Stati Uniti si sia scelto di ricorrere all’uso unilate-

rale della forza, se non in taluni casi per sostenerne il regime. Ciò che giustifica quell’intervento è il con- trollo da parte americana di un’a- rea nella quale si estrae il petrolio

di cui gli americani hanno assoluto

bisogno. Per soddisfare le esigenze

degli USA, la capacità produttiva dei pozzi dell’Arabia Saudita do-

vrebbe superare, a partire dal 2010,

i 14 milioni di barili al giorno: ciò che l’Arabia Saudita non sembra in

grado di fare. Di qui la necessità per

Personalmente non mi importa tanto di incoraggiare una visione politica o una forza di partito, quanto piuttosto di arginare questo dilagante rigurgito della cultura della guerra che, se fosse legittimata dal consesso internazionale sotto le spoglie dello strumento preventivo, sarebbe una sciagura per tutti. In questo senso auspichiamo tutti una politica capace di volare alto, di pen- sare in grande, di intercettare que- ste derive pericolose e di spendersi senza sosta per scongiurarle. Le tempeste nel bicchiere della sinistra italiana sono davvero poca cosa di fronte ad una tale minaccia. Non c’è

che da riporre fiducia e speranza nella base di ciascuna parte (com- presa quella cattolica) affinché con- tagino di questa sete di pace le donne e gli uomini che siedono a

Montecitorio, a Strasburgo, nei consigli comunali e, perché no, an- che a Palazzo Chigi oggi e domani.

e

59 volte sono state commesse da

gli

Stati Uniti di avere accesso sicuro

Stati alleati degli Stati Uniti: Israele

al

petrolio iracheno, le cui riserve

Post scriptum : È il 16 aprile. Aggiun-

e

Turchia.

accertate sono di 112 miliardi di ba-

giamo queste note mentre in Iraq la

Israele non ha rispettato 32 Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: l’ultima — la n. 1435 del 2002 — esige "il ritiro

rili (l’11% di quelle mondiali), se- conde sole a quelle dell’Arabia Saudita; ma è probabile che siano il triplo.

guerra estende il suo fuoco e il suo orrore, sino a divenire un inferno, dopo che anche l’esercito italiano e i suoi bersaglieri, a Nassirya, sono

rapido delle forze israeliane dalle

La

produzione massima attuale è di

entrati tragicamente in guerra e

città palestinesi e il ritorno alle po-

2,8

milioni di barili al giorno; ma in

dopo che il giovane italiano

sizioni occupate prima del settem-

cinque anni potrebbe raddoppiare.

Fabrizio Quattrocchi è stato atroce-

bre 2000"; ma, come le precedenti,

Di

fronte all’uso sistematico della

mente ucciso.

è

rimasta lettera morta. La Turchia

menzogna come strumento di an-

Chi ha deciso questa guerra ne ri-

ha violato 24 Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni

nientamento di massa che fa uso delle televisioni e dell’informa-

sponderà alla propria coscienza, a Dio e all’umanità. Chi ha deciso che

Unite tutte riguardanti Cipro, oc- cupata a Nord dalle truppe turche,

zione in generale, di fronte alla pro- paganda stucchevole e retorica che

perfino i luoghi di preghiera sono obiettivi strategici, chi ha deciso di

delle quali l’ONU ha chiesto invano

ha

preso il posto del silenzio rispet-

bombardare anche una moschea in

il ritiro.

toso che si doveva nei confronti

Iraq per uccidere coloro che vi si

A sua volta, il Marocco non ha os-

delle vittime di Nassirya, rispetto

sono rifugiati ha definitivamente

servato 16 Risoluzioni dell’ONU ri- guardanti il Sahara occidentale. Ora per nessuna di queste violazioni

alla manipolazione palese per cui i soldati italiani spuntano in televi- sione durante la Domenica Sportiva

deciso che non esistono santuari di pace, spazi di riconciliazione, luo- ghi di intima ricomposizione, di sof-

delle Risoluzioni dell’ONU gli Stati

e

Sanremo… ci sarebe stato bisogno

ferta invocazione, di coraggiosa e

Uniti sono intervenuti militar-

di

una più tenace opposizione poli-

profetica verifica del nostro agire.

mente. D’altra parte, l’Iraq ha ac- cettato l’ultima Risoluzione delle

tica che rappresentasse degna- mente la volontà della genete e di

L’uomo non ha più dove rifugiarsi, non ha più dove essere accolto, non

Nazioni Unite — la n. 1441 dell’8

tanti cattolici in particolare.

ha più dove riconoscere gli errori e

novembre 2002 — permettendo

E’

un errore miope e di basso pro-

ricominciare, l’uomo non ha più

agli ispettori di accedere a tutti i siti

filo

non aver saputo creare un ponte

dove sognare e progettare, l’uomo

che desideravano visitare (Fonte:

tra

il dissenso diffuso nell’opinione

non ha più dove ascoltare il proprio

Civiltà Cattolica, gennaio 2003). E

pubblica sulla guerra e le istituzioni.

Dio e abbracciarlo.

26

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace All’uomo resta solo la fuga, la paura, la

Lotta per la pace

All’uomo resta solo la fuga, la paura, la rabbia e il desiderio di vendetta. Non possiamo più permettere che siano solo le armi a risolvere le crisi. Ecco perché il 9 aprile, venerdì santo, giorno della Passione di Gesù, guardando al crocifisso ab- biamo denunciato un divario, evi- dente e insormontabile, fra chi, nella propria debolezza, vive ed esercita la forza dell’amore per gli uomini e per Dio e chi, nello spie- gamento della propria forza mili- tare e mortale, vuole rendere gli al- tri deboli e, in definitiva, vuole eli-

minare anche Dio. C’è una distanza incolmabile fra chi è disposto a spendere la vita per il bene di ogni uomo e di ogni donna e chi è pronto ad immolare la vita ( propria e degli altri) sull’altare degli inte- ressi, dell’economia, del potere, della supremazia. Questo vogliamo testimoniare ai nostri fratelli mussulmani e cri- stiani, nient’altro che il Vangelo di Gesù. Non è possibile questo ripetersi con- tinuo di ingiustizia e di morte; per noi cristiani questo è il tempo della

speranza, la Pasqua è il simbolo con- creto della pacificazione tra l’uomo

e Dio, la passione di Cristo in que-

ste giornate così cariche di violenza

è ancora una volta la passione dei

popoli che vivono il terrore della guerra. Facciamo un invito alle comunità cristiane: offrite un gesto di solida-

rietà e vicinanza ai fratelli musul- mani portando alle loro moschee un segno di riconciliazione, un ramo d’ulivo e una bandiera con i colori della pace, primavera del- l’uomo.

moschee un segno di riconciliazione, un ramo d’ulivo e una bandiera con i colori della pace,

27

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace Cresce l’opposizione a Bush e all’invasione dell’

Marzo - Aprile 2004

Lotta per la pace

Cresce l’opposizione a Bush e all’invasione dell’ Iraq

di John Catalinotto*

New York Il
New York
Il

on le manifestazioni unitarie svol- tesi in oltre 250 città, lo scorso 20 marzo il movimento contro la guerra degli Stati Uniti ha mostrato non solo la propria vitalità, ma an- che la propria crescente consape-

volezza nella sfida per porre fine al- l’occupazione dell’Iraq.

numero dei partecipanti che sono

scesi in piazza ha superato ogni aspettativa degli organizzatori:

100.000 a New York, 50.000 a San Francisco, 20.000 a Los Angeles, 10.000 a Chicago, altre migliaia e

centinaia in decine e decine di città

e numeri inferiori nel resto delle

città in cui si è manifestato. Forse i

manifestanti sono stati 250.000–- 300-000 in tutto. Sebbene le manifestazioni non

siano state imponenti come quelle che l’anno scorso chiedevano di fer- mare la guerra, il loro esito è stato sorprendentemente forte per un’i- niziativa in opposizione all’occupa- zione. Vi sono inoltre stati promettenti svi- luppi, come l’iniziativa dei portuali della baia di San Francisco che il 20 marzo hanno bloccato il porto di Oakland/San Francisco, la manife- stazione delle famiglie dei militari a Fort Bragg e la partecipazione alle manifestazioni di militari in servizio

e della riserva.

28

Il movimento degli USA contro le guerre e le politiche imperialiste

CON QUESTO ARTICOLO JOHN CATALINOTTO, UNO DEI PIÙ POPOLARI ESPONENTI DEL MOVIMENTO PER LA PACE NORD AMERICANO, INIZIA LA SUA COLLABORAZIONE CON LERNESTO

Come a Roma e in altre città euro- pee, all’interno del movimento si è verificato un dibattito per determi- nare le principali parole d’ordine delle manifestazioni e l’indizizzo del movimento. La coalizione AN- SWER ha spinto per gli slogan “Portiamo a casa le truppe, subito” e “Fine dell’occupazione in Iraq, Palestina, Haiti, ovunque”. L’altra

coalizione “United for Peace and Justice” ha promosso lo slogan “Il mondo dice ancora no alla guerra”. Le due coalizioni hanno agito poi unitariamente per realizzare una più forte mobilitazione capace di crearsi uno spazio per continuare la

battaglia politica. Se le precedenti manifestazioni na-

zionali negli Stati Uniti, tenutesi il

25 Ottobre 2003 a Washington, San

Francisco e Los Angeles avevano mostrato che il movimento dello scorso anno era ancora vivo, il 20 Marzo hanno dimostrato che esso è in continua crescita e che si svi- luppa, anche nel bel mezzo della campagna elettorale.

La portata delle manifestazioni del

20 Marzo ha mostrato che la resi-

stenza del popolo iracheno ha im- posto negli Stati Uniti il tema del- l’occupazione dell’Iraq come tema scottante dell’iniziativa politica. Indubbiamente la reazione degli elettori spagnoli, di rifiuto e di scon-

fitta per il governo di destra di

Aznar, spingerà ancora in avanti il movimento negli Stati Uniti.

LA MACCHINA DELLA PROPAGANDA

La più grande macchina di propa-

ganda che il mondo abbia mai co- nosciuto, l’apparato mediatico do- minante negli USA, è in un duplice senso menzognera. Mente e dis- torce gli eventi mondiali, al fine di giustificare la politica USA. Inoltre presenta la popolazione americana come se all’unanimità appoggiasse la politica estera di Bush. A causa di queste distorsioni, anche persone progressiste e politicamente consa- pevoli, tanto negli Stati Uniti che al- l’estero, possono seriamente sotto- valutare il potenziale di resistenza

alla politica USA da parte della po-

polazione degli Stati Uniti. Tuttavia, malgrado il basso livello di- coscienza di classe e politica della popolazione, malgrado la crescente intimidazione e repressione attra- verso il Patriot Act, un movimento

di massa è sorto, prima contro la

guerra USA e ora contro l’occupa- zione dell’Iraq. Questo articolo vuole cercare di spiegare come ciò possa essere accaduto, introdu- cendo alle differenti tendenze pre- senti negli Stati Uniti nel movi- mento contro la guerra, alle que-

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace stioni che vi si dibattono e i suoi

Lotta per la pace

stioni che vi si dibattono e i suoi pro- getti per le future mobilitazioni. Una delle maggiori forze presenti nel movimento contro la guerra è la coalizione ANSWER. ANSWER è l’acronimo di Act Now to Stop War and End Racism (Agire subito per fermare la guerra e metter fine al razzismo). Lo scorso giugno AN- SWER ha iniziato a chiamare alla mobilitazione per la dimostrazione del 25 Ottobre. La coalizione “United for Peace and Justice” (UfPJ), un’altra fra le maggiori or- ganizzazioni contro la guerra, si è unita nell’appello nello scorso set- tembre e ha condiviso la piatta- forma del raduno di Washington. La protesta del 25 Ottobre è stata la prima dimostrazione nazionale uni- taria di queste due grandi coalizioni contro la guerra, cosa che ha rap- presentato un passo in avanti per il movimento. 2 La coalizione ANSWER chiede l’im- mediato ritiro delle truppe stra- niere dall’Iraq e la fine dell’occu- pazione. Anche la coalizione UfPJ ha sostenuto questi slogan a partire dalla manifestazione del 25 Ottobre, ma alcuni gruppi interni all’UfPJ propongono un piano per un graduale passaggio nell’occupa- zione alle forze dell’ONU. Entram- be le coalizioni hanno chiamato alla mobilitazione per la manifestazione del 20 Marzo 2004, giornata globale contro la guerra indetta dal docu- mento finale del Forum Sociale Europeo del 16 novembre 2003. La grande sfida organizzativa che sta ora di fronte agli attivisti del mo- vimento contro la guerra consiste nel continuare ad allargare ed ap- profondire il movimento contro l’occupazione, nel collegare questo movimento con la lotta dei lavora- tori per il lavoro e i diritti sociali, nel prendere contatto con le faniglie dei militari e con i militari stessi, e coinvolgerli attivamente nel movi- mento contro la guerra. Allo stesso tempo, si tratta di combattere la re- pressione della macchina di stato capitalista. Una sfida particolare consisterà nel riuscire a consolidare un movi-

mento indipendente dai due partiti capitalisti nel corso delle elezioni nazionali. Con un presidente di estrema destra come George W. Bush, molte forze contro la guerra vengono trascinate nella campagna elettorale di qualche candidato del Partito democratico. Esse potranno ritenere che lo slogan “Chiunque purché non sia Bush” possa ridurre i pericoli di nuove guerre o porre più velocemente fine all’occupa- zione dell’Iraq. All’inizio della cam- pagna elettorale i media indicavano il generale Wesley Clark, responsa- bile del bombardamento su obiet- tivi civili in Yugoslavia nel 1999, come un “candidato della pace”. Ora il probabile candidato demo- cratico, John Kerry, viene indicato come se fosse un campione della pace, anche se è stato un sostenitore dell’invio di più truppe in Iraq ma con più alleati.

Nonostante questo problema delle elezioni, il movimento contro la guerra statunitense ha organizzato la giornata del 20 Marzo 2004, e azioni globali sono continuamente allestite, con raduni e proteste con- tro l’occupazione. ANSWER ha ini- ziato a consolidare le proprie strut- ture formando i comitati locali “Portiamo a casa le truppe, subito” in paesi, città e campus universitari nel paese. Ha pure iniziato i contatti con altri settori della società ameri- cana per mobilitare contro feno- meni di regresso sociale causati dal dirottamento di fondi governativi verso le spese di guerra. Per esem- pio, circa 70,000 lavoratori dei su- permercati nella California meri- dionale sono stati in sciopero a par- tire dall’11 Ottobre 2003 o proget- tavano di farlo farlo, fino al 2004 quando finalmente si è risolto. Lo sciopero ha coinvolto un gran nu- mero di lavoratori sottopagati, molti dei quali immigrati o figli di immigrati. Dal momento che lo sciopero ha avuto un impatto im- mediato sulla gente che fa la spesa in questi supermercati, era impor- tante per il sindacato dei lavoratori conquistare in un modo o nell’altro

la solidarietà degli utenti. Le sezioni

locali della coalizione ANSWER sono state in grado di intervenire durante lo sciopero al fianco dei la- voratori, aiutandoli a raggiungere l’opinione pubblica. ANSWER ha tenuto incontri nelle aree dei su- permarket chiedendo ai clienti di appoggiare i lavoratori in sciopero 3 . I sindacati negli Stati Uniti non hanno avuto un grande ruolo nel movimento contro la guerra, come invece l’hanno avuto in Italia e In Gran Bretagna. Ma questo potrebbe cominciare a cambiare, se l’au- mento del budget militare combi- nato con i tagli ai servizi sociali mo- strasse chiaramente la loro intima connessione.

I SODATI USA RIFIUTERANNO DI COMMETTERE CRIMINI DI GUERRA?

Dopo aver visto in televisione scene

di soldati USA far fuoco su civili ira-

cheni o invadere le loro case, po- trebbe apparire difficile immagi- nare che questi stessi soldati pos- sano avere un ruolo nel movimento contro la guerra. Ma allora si di- menticherebbe quanto sia contrad- dittorio il ruolo dei soldati ordinari. Essi sono giovani della classe ope- raia americana, molti di loro pro- vengono dagli ambienti più op- pressi della società USA, come le co- munità afroamericana, latinoame- ricana e degli immigrai. Cionono- stante essi vengono spediti ad occu- pare un altro paese e a commettere crimini di guerra contro la popola- zione locale, proprio come avvenne con le truppe italiane un tempo in- viate ad occupare l’Etiopia o con le truppe tedesche che occuparono un tempo l’Italia. Durante la guerra contro il Viet- nam, molti militari USA commisero analoghi crimini contro il popolo vietnamita. Al tempo stesso, molti singoli sodati s’opposero a diven- tare parte della macchina da guerra. Quando la guerra scoppiò, intere unità rifiutarono di andare in bat- taglia. La disillusione delle truppe

29

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace ordinarie nei confronti della guerra svolse un

Marzo - Aprile 2004

Lotta per la pace

ordinarie nei confronti della guerra svolse un ruolo concreto nello spin- gere Washington a lasciare il Sudest asiatico. Potrebbe qualcosa di simile acca- dere in Iraq? Il 15 novembre corso un gruppo di attivisti contro la guerra si è recato a Jacksonville, nel North Carolina, presso la grande base della Marina denominata Camp Lejeune, per un’azione che intendeva saggiare il morale di quello che viene solitamente consi- derato il ccorpo più patriottico e mi- litarista delle forze armate USA, i marines.

I dimostranti erano andati a

visitareSteven Funk, un marine op- positore alla guerra, condannato a sei mesi di prigione per essere stato assente senza permesso e per aver dichiarato la propria opposizione alla guerra in Iraq. Funk, la cui ma- dre è originaria delle Filippine, è

In occasione della protesta del

25 Ottobre scorso, ANSWER ha pubblicato un tabloid

di

quattro pagine contenente

le

argomentazioni del proprio slogan

“Portiamo a casa le truppe, subito”

messo in piedi una piccola dimo- strazione nel locale centro com- merciale WalMart. Anche lì, in mezzo alla cittaella militare, essi hanno trovato molti pollici alzati da parte di sostenitori come pure gesti osceni da parte di oppositori. Contemporaneamente alla visita e alla manifestazione, alcuni altri at- tivisti hanno proiettato nel college della comunità locale un video-film, “Metal of Dishonor”, a un gruppo

composto soprattutto di militari. Si tratta di un ilm sull’utilizzo da parte del Pentagono di armi ad uranio im- poverito e del pericolo per chiun-

que vi rimanga esposto, militari compresi. La proiezione ha susci- tato grande interesse fra i marines presenti, preoccupati del fatto che essi e il loro equipaggiamento non fossero contaminati da uranio im- poverito. 4 Chiunnque ne abbia esperienza sin dal tempo della guerra in Vietnam,

sa come sia difficile trovare appog-

gio in questa base. Il tipo di risposte riscontrate a Jacksonville è un segno

importante del crescente scontento fra i militari. Attualmente il Pentagono ha posto 60,000 membri della Riserva in attesa di chiamata.

Questi militari della Riserva sono so- litamente più anziani di quelli in servizio attivo, hanno famiglia e professioni civili, e possono trovare davvero spiacevole questa richiesta

la difesa della Cuba socialista con- tro gli attacchi dell’imperialismo USA, compresa la solidarietà per i cinque cubani condannati negli USA per preteso spionaggio, la soli- darietà al prigioniero afroameri- cano condannato a morte Mumia Abu Jamal, e in opposizione alla glo- balizzazione imperialista 5 . Per la manifestazione del 20 Marzo AN- SWER ha pubblicato un analogo ta- bloid di otto pagine.

LA STORIA DI ANSWER

Per comprendere come questa or- ganizzazione anti-imperialista sia stata in grado di raggiungere un ruolo di punta all’interno del movi- mento contro la guerra negli Stati Uniti, si deve tornare indietro, all’11 settembre 2001, La storia di ANSWER inizia appunto dopo quel fatale 11 Settembre, quando l’am-

ministrazione Bush ha iniziato a sfruttare gli attacchi al World Trade Center e al Pentagono per scate- nare la guerra infinita. Preceden- temente all’11 Settembre, un ampio fronte di organizzazioni aveva pia- nificato una manifestazione per il 29 Settembre a Washington contro la Banca Mondiale e il FMI. Una di queste organizzazioni eral’International Action Center (IAC), il cui membro fondatore è

 

di

nuovi sacrifici. Essi possono es-

l’ex ministro della giustizia USA

varono alla sede dell’IAC, quel

pure apertamente gay. Si potrebbe pensare che fosse il bersaglio di in- giurie da parte degli altri militari. Invece la delegazione ha scoperto che Funk aveva più amici che ne- mici nella prigione. Egli ha condi-

sere inviati in Iraq per sostituire troppe che sono state lì negli ultimi sei-nove mesi e destinate al ritorno.

I militari sostituiti, non più a lungo soggetti ad una situazione di disci- plina di guerra, possono essere in- contrati per poter iniziare a parlare francamente dell’occupazione.

Ramsey Clark. La sede nazionale dell’IAC si trova a Manhattan, a New York. Molti membri e amici lavo- rano nelle torri del World Trade Center o nei paraggi. Quando le torri vennero abbattute, alcuni arri-

giorno tutta piena di polvere e di fu-

viso molte delle 700 lettere che ha ricevuto un po’ da tutto il mondo con i compagni di prigione, alcuni dei quali non ricevono lettere. Essi

occasione della protesta del 25

Ottobre scorso, ANSWER ha pub- blicato un tabloid di quattro pagine contenente le argomentazioni del

In

liggine. Qualche altro non lo avrebbe mai più fatto, e si trova fra le migliaia di scomparsi le cui foto sono appiccicate su ogni lampione

discutevano di questioni politiche e

proprio slogan “Portiamo a casa le

e

autobus della città. Altri erano fra

della guerra con lui. Un prigioniero

truppe, subito”, materiale organiz-

i

lavoratori dell’emergenza medica

diceva di essersi rifiutato di far fuoco

zativo per i sostenitori e articoli per

e

dottori che cominciavano a lavo-

su civili in Iraq.

presentare le posizioni di ANSWER

rare per soccorrere i feriti. Mentre

Dal momento che solo quattro della

su

altri rilevanti argomenti. Fra que-

era ancora difficile rimanere nella

delegazione erano andati a visitare

sti

vi è l’appoggio di ANSWER alla

strada prospicente la sede dell’IAC

Funk, gli altri atttivisti avevano-

liberazione del popolo Palestinese,

con l’aria irrespirabile per la pol-

30

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace vere e la fuliggine, gli organizzatori dell’IAC potevano

Lotta per la pace

vere e la fuliggine, gli organizzatori dell’IAC potevano immaginarsi che questo sarebbe stato un evento della massima portata. Preso sarebbe stato chiaro che l’amministrazione Bush si sarebbe messa alla testa di una guerra in Afghanistan e poi nel Medio Oriente. Prima che le bombe cominciassero

a cadere in Afghanistan, un’altra

guerra ebbe inizio su vari fronti ne-

gli Stati Uniti. Nelle settimane se- guenti l’11 Settembre, centinaia se non migliaia di assalti ebbero luogo contro arabi, asiatici, mussulmani, sikh. Il governo federale diede pure inizio ad un’immeiata intensifica- zione dei suoi poteri di polizia in- terna, facendo stazionare truppe di

polizia e Guardia nazionale in tutte

le città, operando più di 1,000 arre-

sti soprattutto fra cittadini di ori- gine medio-orientale o dell’Asia meridionale.

Gli attacchi dell’11 Settembre e l’of- fensiva sciovinista dell’amministra- zione Bush stordirono molte delle organizzazioni che stavano prepa- rando la protesta a Washington per

il 29 Settembre 2001, e molte si ri-

tirarono. I gruppi rimanenti, com-

preso l’International Action

Center, decisero che era di cruciale importanza andare avanti, ma ri- orientando e trasformando la ma- nifestazione. Essi si concentrarono su una piattaforma contro la guerra

e riunirono tutti creando il comi-

tato di direzione della coalizione ANSWER. Della coalizione fanno parte le organizzazioni Free Palestine Alliance, International Action Center, IFCO Pastors for Peace, Kensington Welfare Rights Union, Korea Truth Commission, Nicaragua Network, Partnership for Civil Justice, Middle East Children's Alliance e la Mexico Solidarity Network of U.S./Canada. Qualche mese dopo la Bayan USA/Interna- tional e la Muslim Student Associa- tion of U.S./Canada sono entrate nel comitato di direzione di AN- SWER. Ne è risultato che, a dispetto della mobilitazione sciovinista, gli attac- chi dell’11 Settembre risvegliarono

anche l’interesse fra i giovani ame- ricani e stimolarono quel che può essere descritto come un senti- mento pacifista. Il 29 Settembre 2001 ci sono stati circa 25,000 di- mostranti a Washington, e altri 15,000 a San Francisco. ANSWER è nata negli Stati Uniti in questo con- testo politico, caratterizzato dal-

l’ondata di sciovinismo favorevole alla guerra e dagli attacchi razzisti contro i mussulmani. Dai suoi inizi ANSWER è stata sia un movimento per la giustizia sociale, quanto un movimento contro la guerra. La prima ferma risposta alla campagna

di propaganda di guerra di Bush,

quando questa esercitava una tre- menda pressione a ritirarsi e a na- scondersi, ha fatto guadagnare

molta credibilità a ANSWER all’in- terno del movimento progressista negli Stati Uniti e nel mondo.

PALESTINA LIBERA!

Sette mesi dopo la protesta del 29 Settembre, ANSWER ha dato vita

alla più ampia dimostrazione in ap- poggio al popolo palestinese della storia degli Stati Uniti. Più di 100,000 dimostranti a Washington il 20 Aprile 2002. La dimostrazione

è stata anche il risultato unitario di

un fronte fra ANSWER e diversi gruppi per la pace. La dimostra-

zione era stata indetta inizialmente per protestare contro l’occupa- zione dell’Afghanistan e i piani di attacco all’Iraq. Ma gli eventi mon- diali intervenuti avevano modifi- cato l’obiettivo. Quando, il 29 Marzo 2002, l’esercito israeliano ha invaso la West Bank e mosso con forza omicida contro la città di

Jenin, la solidarietà con la Palestina

è divenuta l’obiettivo principale

della protesta di ANSWER. Le mo- schee hanno organizzato centinaia

di autobus per recarsi a Washington

per questa protesta. Nonostante la repressione, fra le 30,000 e le 40,000 persone delle comunità arabe e mussulmane sono intervenute per unirsi con altri in quello che è stata una veramente storica manifesta-

zione di solidarietà con la Palestina. Quando i piani dell’amministra- zione Bush per invadere l’Iraq si sono fatti evidenti, ANSWER si è concentrata sulla mobilitazione per “fermare la guerra prima che parta”. Il 26 Ottobre 2002, circa 200,000 persone hanno circondato

la Casa Bianca, e altre 150.000

hanno marciato a San Francisco, convocate da ANSWER con l’ap- poggio di altre forze contro la guerra. Il New York Times, un cui primo articolo cercava di sottosti- mare e sminuire la protesta, è stato poi costretto a smentirsi pochi

giorni dopo. Si è trattato della prima ammissione da parte dei me-

Gli attacchi dell’11 Settembre e l’offensiva sciovinista dell’amministrazione Bush stordirono molte delle organizzazioni che stavano preparando la protesta a Washington per il 29 Settembre 2001, e molte si ritirarono

dia controllari dal potere che

un’opposizione di massa alla guerra esiste. 6 Quando il numero dei dimostranti

ha raggiunto le quasi 500,000 per-

sone alla successiva manifestazione

di ANSWER il 18 Gennaio 2003 a

Washington – con più di centinaia di migliaia di dimostranti lo stesso giorno a San Francisco – la corpo- razione dei media ha finalmente dato ampia risalto al fatto che un im-

ponente movimento contro la guerra si era improvvisamente al- zato contro i piani di guerra di Bush

contro l’Iraq 7 . Nel frattempo, a par- tire dall’11 Settembre 2001, il go- verno USA aveva ingaggiato una cri- minale guerra aerea contro l’Afghanistan, aveva dato semaforo verde ai devastanti attacchi di Ariel Sharon contro il movimento nazio-

31

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace nale palestinese, aveva inviato truppe nelle Filippine

Marzo - Aprile 2004

Lotta per la pace

nale palestinese, aveva inviato truppe nelle Filippine e in Nord Africa, e aveva sguinzagliato il bi- gotto razzista John Ashcroft, il Dipartimento di Giustizia e l’INS in una campagna di repressione e in- timidazione razzista, calpestando i diritti democratici. E stava prepa- rando la campagna di conquista dell’Iraq.

LA CLASSE DIRIGENTE USA APPOGGIA LA GUERRA AL 100 PERCENTO

Di questa guerra e delle relative in- timidazioni, tutto viene appoggiato, con maggiore o minore grado d’en- tusiasmo, dalla monolitica mac- china della propaganda e dall’in- tero establishment politico di en- trambi i partiti capitalisi, Demo- cratico e Repubblicano. Non vi è stato lungo tutto questo periodo e durante l’estate 2003 alcuna incri- natura nell’unità di classe fra i capi politici, i banchieri e le loro rap- presentanze. Nessun ambiente dis-

Negli Stati Uniti, tuttavia, un profondo movimento cresce lottando contro tutto il peso dell’opinione pubblica capitalista, in questo periodo veramente reazionaria

sidente della borghesia imperialista si è levato per dare il pur minimo in- coraggiamento o copertura a chi si oppone alla guerra. Questa situazione contrasta con quella presente in Europa, dove non solo vi sono masse di lavoratori che si oppongono alla guerra, ma pure ampi settori della borghesia imperialista europea si sono per motivi propri opposti ai piani ame- ricani di guerra contro l’Iraq. I

32

grandi monopoli in Francia e in Germania hanno molto da ri- schiare se la guerra di USA e Gran Bretagna contro l’Iraq dovesse an- dar male. Ma essi hanno pure da perdere anche se avesse successo, in quanto lascerebbero all’imperiali- smo USA il controllo del maggior produttore mondiale di petrolio. Anche in paesi come la Spagna e l’Italia, dove i regimi di Aznar e di Berlusconi hanno deciso di appog-

hanno accesso ai politici della classe

muniste. I “consigli” erano che AN- SWER avrebbe allontanato le masse contro la guerra presentando ora- tori che vorrebbero liberi Mumia Abu Jamal e il prigioniero politico pellerossa Leonard Peltier e che di- fendono i 5 cubani imprigionati, che ANSWER sarebbe “antisioni- sta”. Molti membri del gruppo diri- gente di ANSWER sono stati attac- cati semplicemente per il loro es- sere membri del Workers World

giare l’aggressione Anglo-ameri- cana nella speranza di raccogliere le briciole dalla tavola dei padroni, se- zioni della classe dirigente si sono opposte alla guerra. In ogni parte d’Europa questa divisione nella classe dirigente offre aperture alla mobilitazione di larghe masse con- tro la guerra. Ma questo vuol anche dire che le forze socialdemocrati-

Party, il quale ha difeso la Yugoslavia contro la NATO e vuol difendere il geverno della Korea del Nord con- tro l’aggressione USA. 8 Workers World ha risposto così a questi attacchi: “Potrà seccare ai grandi saggi che il Workers World rifiuti di prestar fede ad ogni pre- tesa del governo imperialista USA di presentare i suoi interventi in tutto

che e pacifiste intendono svolgere

il

mondo come animati dalla vo-

un ampio ruolo in queste mobilita-

lontà di estendere democrazia e svi-

zioni, spesso di guidarle e di di- luirne l’impatto politico, special- mente in Francia e in Germania. Negli Stati Uniti, tuttavia, un pro-

luppo, o per lo meno di sconfiggere dittature sanguinarie e pericolose. Workers World non può certo con- dividere tutte le posizioni politiche

fondo movimento cresce lottando

di

qualsiasi regime le cui sovranità

contro tutto il peso dell’opinione

e

risorse siano subendo gli attacchi

pubblica capitalista, in questo pe-

dell’imperialismo. Ma sa che una so-

riodo veramente reazionaria. Questo significa che le forze social- democratiche negli Stati Uniti non

dirigente o ai sostenitori che essi po- trebbero trovare in altri momenti, solitamente nell’ala sinistra del Partito Democratico. Manifesta-

stituzione di regime imperialista

non è mai la soluzione; che l’inse- diamento di un regime fantoccio neocoloniale, non importa come camuffato e reso presentabile, rap- presenta la morte dell’ autodeter- minazione dei popoli e di ogni ge- nuina democrazia. Tocca al popolo

zioni spontanee vengono organiz-

di

questi paesi, non agli interventi-

zate in centinaia di città, paesi e

sti

costruttori di imperi, scegliere

campus universitari, ma l’esistenza

quale tipo di governo essi vogliono

di

un movimento nazionale neces-

e chi devono essere i loro leader.” 9

sariamente è assistita dalle iniziative

È stato in questo medesimo periodo

della coalizione ANSWER.

– durante il weekend del 26 Ottobre

A partire dall’Ottobre e Novembre 2002 hanno iniziato ad apparire ar-

2002 – che alcune formazioni del movimento contro la guerra hanno

ticoli su riviste come The Nation, Mother Jones e sulla rivista telematica Salon.com che attaccavano la lea- dership di ANSWER. Benché gli au- tori di questi articoli presentassero

dato vita a quel che è diventata la co- alizione “United for Peace and Justice”, che qualcuno definisce come l’alternativa più mainstream ad ANSWER.

le loro proposte come consigli ri-

volti al movimento contro la guerra utili ad una maggiore efficacia or- ganizzativa, molti di essi avevano l’a- ria di antiquate lusinghe anti-co-

La caratteristica di ANSWER è stata

quella di allargare e di unire il mo-

vimento offrendo una piattaforma ad ogni genuina azione contro la guerra, incurante dell’immagine

Marzo - Aprile 2004

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace politica. Allo stesso tempo, comun - que, ha

Lotta per la pace

politica. Allo stesso tempo, comun- que, ha garantito che le voci di neri, latini, asiatici e dei popoli nativi americani, come pure quelle dei po- poli in lotta per la loro liberazione contro il governo USA in tutto il mondo, potessere essere udite chiare e forti. Molti di questi gruppi sono rappresentati nel comitato di direzione di ANSWER e svolgono un importante ruolo con la loro ca- pacità di raggiungere le comunità

di immigrati. ANSWER ha concre-

tamente dimostrato che non vi è contraddizione fra il dar voce alla lotta contro l’imperialismo e l’al- largamento del movimento. La manifestazione del 15 Febbraio 2003 a New York è stata organizzata sotto impulso della coalizione

United for Peace and Justice. AN- SWER si è attivamente mobilitata per essa sulla Costa orientale. Sulla Costa occidentale, ANSWER, UfPJ

e altre coalizioni, come “Not in Our Name”, hanno congiuntamente sponsorizzato la manifestazione. Circa 500,000 persone hanno di-

mostrato a New York, insieme a circa 14 milioni in tutto il mondo. AN- SWER si è mobilitata il 15 Marzo a Washington, appena prima che la guerra iniziasse. L’UfPJ, con il pieno sforzo organizzativo da parte

di ANSWER, ha organizzato la mar-

cia del 22 Marzo a New York. Anche

sulla Costa orientale questa è stata un’iniziatica congiunta. Poi, dopo che l’esercito USA ha conquistato Baghdad il 9 Aprile, ANSWER ha ri- sposto con un’altra manifestazione,

a Washington, il 12 Aprile 2003, con

decine di migliaia di persone che marciavano all’insegna di “L’occu- pazione non è liberazione”. Insieme all’organizzazione contro l’occupazione, ANSWER sta pure lottando contro il tentativo del go- verno di intimidire e reprimere il movimento. Nel Novembre 2003 ANSWER ha iniziato una campagna denominata “Sottoscrivere per di- fendere il Primo Emendamento, Opporsi agli obiettivi dell’FBI con- tro il movimento contro alla guerra”. Si tratta della risposta ad un articolo di prima pagina del New

York Times del 23 Novembre intito- lato: “L’F.B.I. esamina a fondo le ri- unioni contro la guerra – Posizioni ufficiali sugli sforzi per individuare

gli ‘elementi estremisti’”. L’articolo cita un memorandum interno all’FBI circolato dieci gorni prima della manifestazione dei 25 Ottobre. La campagna di ANSWER

è finalizzata alla raccolta di firme in

difesa dei diritti dei dimostranti. 10

IL DIBATTITO SUL RUOLO DELLE NAZIONI UNITE

Riguardo al dibattito nel movi- mento sul possibile ruolo dellONU, facendo riferimento a quanto pub- blicato da Il Manifesto del 23 Novembre 2003, questo sta avve- nendo anche in Italia, ANSWER ha espresso chiaramente le sue posi- zioni. In una dichiarazione in pro- posito, il membro del comitato di

direzione di ANSWER Brian Becker, ha scritto:

“Il problema di fondo della posi- zione che vorrebbe il passaggio

all’ONU della responsabilità in tema di sicurezza e ricostruzione in Iraq, è che questa richiesta è in con- trasto con il fondamentale diritto del popolo iracheno di decidere au- tonomamente il proprio destino.

L’Iraq è stato formalmente un paese sovrano per 80 anni e poi un paese autenticamente sovrano negli ul- timi 45, a partire dalla rivoluzione irachena del 1958. La sua sovranità

è stata sospesa unicamente da un’il- legale invasione e occupazione.

Coloro che invocano un passaggio

di mano all’ONU dell’occupazione,

argomentano che senza una forza

di supervisione ‘neutrale’ esterna, e

che possa provvedere alla ricostru- zione delle risorse, l’Iraq cadrà in

un ulteriore stato d’anarchia e di caos. Tale argomento, che sembra basarsi sulla ricerca del male mi- nore, si fonda tuttavia su due assun-

ti errati: 1) che l’attuale ONU possa

svolgere un ruolo indipendente e progressista in Iraq, e, 2) che il po- polo iacheno possa accontentarsi di qualsiasi cosa tranne che della com- pleta indipendenza del proprio

paese. È l’occupazione da parte delle forze USA e britanniche – la cui autorità è stata ratificata il 22 Maggio dalla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 1483 – che ha portato alla condi- zione che essi stessi definiscono di ‘caos e anarchia’. Quando l’Iraq stava sotto l’autorità irachena, que-

sta condizione non esisteva. ( ) “I soldati USA e i loro famigliari, molti dei quali hanno marciato a Washington il 25 Ottobre, si stanno avvicinando al movimento contro la guerra perché si stanno rendendo conto di essere stati ingannati dal- l’amministrazione Bush. Molti erano disposti a rischiare la vita e di essere feriti quando credevano al- l’affermazione del presidente che l’Iraq rappresentava un grave e im- minente pericolo per il popolo de- gli Stati Uniti. Avendo compreso che si trattava di una menzogna, l’i- dea di sacrificare ancora anche una sola vita è diventata troppo da sop- portare. Perché mettere i soldati USA o qualsiasi altro soldato stra- niero in una situazione in cui essi

Con innumerevoli forme di resistenza, sia armate che pacifiche, il popolo iracheno mostra la sua volontà che l’occupazione straniera del suo paese finisca subito

possono uccidere ed essere uccisi per uno sfacciato progetto colo- niale? Questi soldati devono tor- nare a casa, non domani ma oggi. Con innumerevoli forme di resi- stenza, sia armate che pacifiche, il

popolo iracheno mostra la sua vo- lontà che l’occupazione straniera del suo paese finisca subito. Abbracciando lo slogan ‘Portiamo a casa le truppe subito; mettere fine all’occupazionedell’Iraq’, il movi-

33

Marzo - Aprile 2004 Lotta per la pace mento contro la guerra invia un messaggio

Marzo - Aprile 2004

Lotta per la pace

mento contro la guerra invia un messaggio ad entrambi, al popolo iracheno e ai soldati americani. Afferma l’appoggio al diritto fon- damentale all’autodeterminazione dell’Iraq, mentre contemporanea- mente dice ai militari USA: ‘Questa

è una guerra dei ricchi. La vostra vita

e la vostra dignità sono troppo pre- ziose per essere usati come carne da cannone dall’imperialismo.” 11

Note

Post,

h t t p : / / w w w. i n t e rn a t i o n a l a n s w e r. o r g / n e w s

/update/102603o25wpost.html

2003.

1

Washington

25.10.

2