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Il programma

prima di tutto

Gli Usa, lIraq


la Resistenza

di Alberto Burgio e Claudio Grassi

di Luciana Castellina

Ripetersi, di questi tempi, purtroppo


inevitabile. Siamo costretti a cominciare
anche questo articolo con una nota di
preoccupazione manifestata gi pi volte
negli ultimi mesi. La situazione grave e
densa di pericoli. Non c terreno, non c
questione che non induca a giudizi negativi e a previsioni allarmanti.

Mi spiace per Romano Prodi, sar disilluso


che io non voglia raccogliere la sua assoluzione: la sinistra ha detto ormai non
pi antiamericana. Io, invece, continuo e
ritengo qualcun altro con me a restare antiamericana. Proprio per questo ritengo di
nutrire un giudizio adulto sulla politica
degli Stati Uniti, giacch un po puerile e
ad ogni buon conto arcaica a me sembra la
posizione di chi continua a dire che la relazione transatlantica insostituibile. Forse
non si sono accorti che sono scesi in campo
altri popoli finalmente dotati di grande
forza statuale ed economica, e persino di
qualche autonomia politica: la Cina,
lIndia, il Brasile, il Sud Africa, solo per citare i pi importanti. Forse sarebbe bene
cominciare a guardare il mondo da un
punto di vista pi multipolare.
Se poi si intende riferirsi ad unalleanza di
civilt, fra bianchi occidentali e perci superiori, contro i barbari che avanzano, allora anche peggio:il nostro, con tutto
quello che sta succedendo, non pi un
modello per lumanit, men che mai
quello americano. E non solo sebbene
basterebbero per via di Guantanamo e di
Abu Ghraib. Anche dal punto di vista della
democrazia: prima di cercare di esportarla
dove non c sarebbe bene metter mano
alla sua rifondazione l dove c ma si
cos gravemente logorata.
Esser antiamericani ovviamente non vuol

APPUNTI

S U L L AT T U A L E

FA S E P O L I T I C A

sommario a pagina 3
Anno XII - N. 4 Luglio/Agosto 2004 - 5 euro
Reg. Trib. Cremona n. 355 12.4.2000
Sped. A.P. D.L. 353/2003

(con. in L. 27/02/2004 n46)art. 1 c. 1 DCB-CR

Guardiamo intanto a quanto sta avvenendo, proprio in questultimo scorcio di


settembre, nel parlamento italiano. La destra ha ripreso in forze loffensiva contro
la Costituzione repubblicana e antifascista. Lavora alacremente per spaccare il
paese (si pensi alla devolution) e per consegnarlo a un Capo onnipotente. Punta a
cancellare ogni traccia della separazione
dei poteri e dello Stato di diritto. E intanto
sforna a pieno ritmo proposte e leggi che
colpiscono il lavoro e impoveriscono chi
vive di salario o di pensione; smantellano
il welfare, la scuola e luniversit pubblica;
cancellano ogni residuo egualitario (lidea di affidare ai giudici di pace lapplicazione della Bossi-Fini) e fanno strame di
libert civili (la fecondazione assistita).
una deriva inquietante, sulla quale pesa
come un macigno la responsabilit delle
devastanti politiche del centrosinistra negli anni Novanta. La situazione appare
grave anche per ci che lascia presagire
nel prossimo futuro. Lentusiasmo creato
dagli ultimi risultati elettorali sta sfusegue a pag. 2

segue a pag. 6

Alternativa/dibattito pagg. 23/49


S. Cesaratto, G. Chiarante, N. Ginatempo
A. Graziani, D. Greco, R. La Valle,
L. Pettinari, R. Rossanda, P. Sabatini

Editoriale

Luglio - Agosto 2004

segue A. Burgio e C. Grassi da pag. 1

mando. Allindomani del 13 giugno


si parl di governo in stato confusionale. Nel centrosinistra e nella sinistra di alternativa dilag lottimismo e si giunse a teorizzare lirreversibilit della crisi di Berlusconi e
del berlusconismo. Si diede per
scontato troppo precipitosamente
che le divisioni tra la Lega e lUdc
in tema di federalismo sarebbero
esplose proprio nel momento in cui
si sarebbe votato alla Camera. Quanto poi avvenuto ha smentito queste analisi. E ora ci ritroviamo con
una destra meno divisa e con uno
schieramento di opposizione incapace di sviluppare uniniziativa
forte che sappia parlare al Paese e
schiudere una credibile prospettiva
di rinnovamento.
Tutto questo avviene, mentre si rivelano prive di fondamento le analisi che parlano di una presunta crisi
irreversibile del liberismo e di una

parallela crescita impetuosa dei movimenti. Pur- troppo la verit


unaltra.
Pur in difficolt, il liberismo cio
il capitalismo che rifiuta ogni limite
nelluso dei poteri e della violenza,
anche militare mantiene liniziativa e i movimenti ne subiscono loffensiva. Insomma, non possibile
se non in termini di generico auspicio sostenere che cambiato
il vento . La situazione era e resta
contraddittoria.
Per un verso sono sotto gli occhi di
tutti i disastri provocati dalle politiche liberiste imposte dalla rivoluzione conservatrice di Reagan e
Thatcher e divenute dogma in tutto
lOccidente capitalistico dopo laffondamento dellUrss. La bomba
sociale del pianeta una forbice tra
i pochi sempre pi ricchi e gli innumerevoli sempre pi poveri
gi da tempo pronta ad esplodere,
mentre infuriano guerre, epidemie,

PER LIVIO MAITAN


In chiusura, sappiamo della morte del compagno Livio Maitan.
In questi giorni tante compagne e tanti compagni hanno scritto
parole molto belle per Livio. Tutti hanno ricordato come il rigore
analitico, la seriet e lestrema onest intellettuale siano stati i tratti
caratteristici di tutta la sua attivit politico-teorica. Non si pu non
essere daccordo su questo tratto di Maitan, un tratto dal valore
ancor pi significativo in questa ormai troppo lunga fase segnata,
al contrario, anche a sinistra, da tanta sciatteria intellettuale, improvvisazioni, abdicazioni. E certo non si pu parlare del rigore
analitico di Livio in modo astratto, senza metterlo in relazione al
coraggio personale di un uomo, di un comunista, che per difendere le proprie idee, la propria lotta, sceglie consapevolmente la
non carriera politica. Giustamente, come ha scritto la compagna Lidia Cirillo, un uomo daltri tempi, nel senso pi positivo
del termine.
Livio ha collaborato a lernesto: ogni volta che gli chiedevamo un
articolo rispondeva con quel suo fare cortese e sempre larticolo
arrivava puntuale, nel giorno e nellora annunciati.
Si poteva non essere daccordo con lui, resta il fatto che nulla, mai,
in ogni suo scritto vi era di banale o scontato. Ti faceva riflettere.
Ci far ancora riflettere. E forse proprio questo il lascito pi
grande di un rivoluzionario.
Ciao, Livio: ti abbiamo stimato tanto e per il tuo animo gentile ti
abbiamo voluto bene.
lernesto

catastrofi ambientali. Dallaltra


parte, tuttavia, non si pu certo dire
che si intravedano concreti indizi di
uninversione di tendenza. Ma non
emerge nel mondo n nei singoli
paesi alcuna proposta credibile in
grado di arrestare la deriva e di prospettare un modello di sviluppo e di
convivenza alternativo a quello oggi
dominante. Questo il punto tragico che dobbiamo riconoscere,
pena la sostituzione della politica
con giaculatorie utopistiche e autoconsolatorie.
Beninteso, ci sono anche, in Italia e
non solo, segnali importanti di risveglio e di un bisogno diffuso e consapevole di cambiamento. Pensiamo a questi ultimi due anni. Al vigore dei movimenti per la pace e il
disarmo e contro la guerra imperialistica. Al riaccendersi del conflitto di classe (gli scioperi generali,
le mobilitazioni a difesa dei contratti nazionali e dei diritti del lavoro). Agli stessi conflitti interstatuali che, mentre ridicolizzano la
teoria dellImpero globale, pongono formidabili ostacoli alla volont di dominio e di sfruttamento
delle maggiori potenze mondiali a
danno del Sud del mondo. Rivestono grande importanza, in questo
quadro, le resistenze di popoli e
Stati latinoamericani (ricordiamo il
consolidamento della leadership di
Chavez dopo la vittoria referendaria) che si ribellano alle pretese neocoloniali degli Stati Uniti in difesa
della propria autonomia. Un elemento altrettanto rilevante la lotta
dei popoli del Medio Oriente che si
sollevano contro le dittature e che
resistono in armi alle guerre, alloppressione e alle occupazioni militari.
E tuttavia ci non basta a invertire
la tendenza n a fermare laggressivit dellimperialismo. Le guerre
imperversano, le occupazioni continuano e con esse persiste uno stillicidio di morti che somiglia ogni
giorno di pi a unecatombe. E se
vero che i movimenti rimangono
sulla scena (pensiamo da ultimo alle
lotte di Melfi e Scanzano), altrettanto vero che si moltiplicano gli ac-

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cordi sindacali al ribasso (il caso


Alitalia solo un esempio), mentre
non un solo minuto di sciopero ha
accompagnato lentrata in vigore di
pessime leggi sul lavoro (a cominciare dalla legge 30 del 2003) e sulle
pensioni. N lItalia costituisce un
caso isolato. In Francia vengono siglati accordi che prolungano lorario a parit di salario. In Germania
persino la Ig-Metall, il pi combattivo sindacato operaio di tutta
Europa, ha dovuto accettare il diktat di contratti che peggiorano la
condizione salariale e lavorativa dei
metalmeccanici.
Il punto che le lotte segnano il
passo. Che le difficolt del neoliberismo non precipitano ancora in un
quadro organico di crisi. E che i movimenti pagano il prezzo della loro
frammentariet.
La mancata connessione tra le lotte
operaie, quelle contro il liberismo
e quelle contro la guerra indebolisce i soggetti e frustra le iniziative di
mobilitazione. Su questo occorre
dirsi tutta la verit. Si perso tempo.
Si indugiato in una mistica del movimento che ha dato corpo a feticci
e ha distolto energie da un impegno
concreto a sostegno della crescita
qualitativa e quantitativa delle lotte.
Labbiamo scritto sin dal luglio del
2001, allindomani dei primi grandi
scioperi della Fiom e ancor prima
delle drammatiche giornate di
Genova. Il nostro era un invito a riflettere costruttivamente nel merito
di un problema di cui gi allora era
possibile cogliere i primi sintomi.
Purtroppo non si resistito alla tentazione della polemica strumentale.
Non ci si lasciata sfuggire lopportunit di sfruttare la divergenza
di analisi in chiave congressuale. E
cos, forse, si gettata al vento
unoccasione preziosa per rafforzare il movimento attraverso la sinergia di tutte le sue articolazioni.
Restiamo in Italia e torniamo alloggi. Con tutta evidenza, ci che
accadr nelle prossime settimane
(sino al Congresso di Rifondazione
Comunista) decider della collocazione strategica del nostro Partito

Editoriale

nel quadro delle forze oggi allopposizione. Per ci stesso, la questione in campo la struttura complessiva della sinistra italiana e quindi la
possibilit stessa di tenere aperta la
questione comunista nel nostro Paese.
Ma andiamo con ordine.

SOMMARIO

Il Venezuela una speranza


LA

POSIZIONE

DEL CENTROSINISTRA

Il modo con cui il centrosinistra e


la sinistra di alternativa si sono mossi in un momento di difficolt delle
destre stato sbagliato. Si aperta
una discussione (non ancora conclusa) su formule politiche astratte
(i contenitori) e su procedure pi
o meno fantasiose (le primarie) che
ha prodotto sin qui un solo, deleterio effetto: laver impedito un serio
confronto sui contenuti programmatici. E certo non ha giovato a questo fine nemmeno la continua rissa
sui nomi, in una corsa alla ledership che sta logorando la credibilit
delle forze di opposizione agli occhi dellelettorato.
Nulla di quanto avvenuto a questo riguardo pu aver coinvolto positivamente il popolo della sinistra. Nessuna discussione su tricicli
e listoni, su primarie e organigrammi di un eventuale nuovo governo
delle attuali opposizioni pu aver ridotto anche solo di un palmo la distanza che separa milioni di cittadini loro potenziali sostenitori
dalla politica politicante. La gran
parte degli italiani costretta a fare
i salti mortali (o, pi semplicemente, i debiti) per arrivare alla fine
del mese. A questa nostra gente lavoratori e disoccupati, giovani,
donne e pensionati si sarebbe dovuto dare un segno preciso, sviluppando una forte iniziativa unitaria
per giungere alla fine anticipata
della legislatura attraverso la mobilitazione nel Paese e nelle istituzioni
contro la Finanziaria e la devolution.
Invece si parlato daltro. Per di
pi, in alcuni momenti, nemmeno
Rifondazione Comunista si sottratta a tale discutibile modalit. Il
progetto delle primarie su persone

10

Intervista ad Eduardo Galeano,


a cura di A. Riccio

Con la resistenza irachena

12

Intervista a Jaime Ballesteros,


a cura di F. Giannini

Dalla vicenda Siemens

17

T. Rinaldini

Occupazione/formazione

22

P. Boccara

Alternativa/dibattito

25

S. Cesaratto, G. Chiarante, N. Ginatempo


A. Graziani, D. Greco, R. La Valle,
L. Pettinari, R. Rossanda, P. Sabatini

Iraq:

51

G. Labica, G. Franzoni

Russia: dopo la tragedia di Beslan

56

M. Gemma

La Cina e l Unione Europea

59

F. Rozza

La riconquista dellAmerica

64

M. Santopadre

Gheddafi cambia linea

71

M. Lahmidi

Unione Europea: il nostro no

75

H. Charfo

19 luglio1979: Nuevo Nicaragua

78

A. Riccio

Recensioni

81

La leggenda della globalizzazione


Burgio legge Dal Bosco

Sulla questione dellegemonia culturale

84

G. Livio, A. Petrini

Banditi senza tempo

90

Intervista ai Gang a cura di G. Lucini


L a r ticolo di Alessandro Valentini su Palmiro
Togliatti, che doveva essere pubblicato su questo numero e che per problemi tecnici non stato possibile
presentare ai nostri lettori, verr pubblicato nel numero prossimo.

Luglio - Agosto 2004

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e programmi, lipotesi della coalizione democratica e laccettazione


del vincolo di maggioranza sulla
guerra sono stati passaggi sbagliati,
anche perch su tali proposte il
Partito non aveva mai discusso n
deliberato. Questo modo di procedere che introduce mutamenti di
linea attraverso interviste non contribuisce certo a costruire una direzione democratica del Partito. E appare radicalmente contraddittorio
rispetto alla conclamata intenzione
di promuovere il massimo di democrazia interna e di partecipazione.
Nel merito, ci che emerso sia
per le cose effettivamente dette (a

Il progetto delle primarie su persone


e programmi, lipotesi della
coalizione democratica
e laccettazione del vincolo
di maggioranza sulla guerra
sono stati passaggi sbagliati,
anche perch su tali proposte
il Partito non aveva
mai discusso n deliberato

cominciare dallaffermazione che


un eventuale governo di centrosinistra annoverer di certo ministri del
nostro Partito), sia per il senso comune che in base ad esse si venuto
configurando che Rifondazione
Comunista far parte del prossimo
governo senza che si sia ancora definito alcun accordo. Riteniamo si
debba correggere questo orientamento.
Esso si fonda su una serie di presupposti molto discutibili: la convinzione che il centrosinistra abbia
perso la propria coesione interna
(che anzi ormai non esista pi);
la pretesa che sotto lincalzare dei

movimenti il suo baricentro politico


abbia registrato un marcato spostamento in avanti; la tesi secondo cui
la sinistra di alternativa sarebbe largamente maggioritaria nel popolo
della sinistra; infine lidea che i movimenti attivi nel Paese siano di per
s in grado di determinare ulteriori
spostamenti in avanti dellasse politico della coalizione. Discende da
qui la teoria riassunta nella formula governo leggero, movimento
pesante secondo cui Rifondazione Comunista pu tranquillamente dare per scontato un accordo di governo ancor prima di
avere iniziato il confronto programmatico.
Ripetiamo: questa teoria riposa su
basi assai fragili, e del resto molto
significativo che essa sia stata sensibilmente modificata nel documento votato il 21 settembre scorso dalla
Direzione nazionale (documento
che proprio in considerazione di ci
stato sottoscritto anche dai compagni della nostra area). Vediamo
rapidamente perch si tratta di un
ragionamento azzardato.
Sulle difficolt dei movimenti (che
dunque in questa fase pu darsi non
riescano a determinare marcati effetti politici) ci siamo soffermati in
precedenza e non occorre ripetersi.
Ma anche lanalisi del centrosinistra
non convince. Non basta certo un
eventuale mutamento del nome (il
non chiamarsi pi Ulivo ma poniamo coalizione democratica)
per cambiare la sostanza politica. E
la sostanza politica consiste nel fatto
che la componente maggioritaria
del centrosinistra non ha operato
alcuna cesura rispetto alle politiche
praticate negli anni Novanta. Su
nessuno dei terreni qualificanti:
non sulle questioni istituzionali (sistema maggioritario), non sulle politiche economiche (privatizzazioni), non sulle politiche sociali
(pensioni) e del lavoro (flessibilit
e precarizzazione). E nemmeno
aspetto, questo, di assoluta gravit
sulla politica estera (guerre umanitarie).
Gli unici testi disponibili a firma di
autorevoli esponenti del centrosini-

stra (i documenti elaborati da Prodi


e da Amato) confermano il nostro
giudizio, e questo vale per le pi recenti esternazioni dello stesso Prodi
(gli italiani vivono pi a lungo,
dunque si deve avere il coraggio di
essere impopolari in materia di
pensioni), di Veltroni (ci sono anche oggi dei momenti in cui le circostanze rendono necessario luso
della forza, come stato per porre
fine ai massacri in Bosnia e nel
Kossovo), di Rutelli (le riforme di
Berlusconi vanno migliorate, non
c bisogno di abrogare nulla) e ancora di Fassino, di DAlema e di
Violante (il non isolato artefice dellastensione dei Ds sulla legge istitutiva del Senato federale).
Certo non siamo pi nel 96 e nemmeno nel 98. Certo la situazione
complessiva registra posizioni pi
avanzate nella sinistra Ds, nella
Fiom e nella stessa Cgil, nei movimenti. Ma questi elementi positivi
non bastano a ribaltare una situazione di persistente e grave arretratezza.

LA

QUESTIONE DEL GOVERNO

E tuttavia ci non toglie, sia chiaro,


che necessario impegnarsi a fondo
per laccordo di governo. Diciamo
da lungo tempo da molto prima
del settembre 2003, quando finalmente lintera maggioranza del
Partito ha assunto la nuova linea,
imperniata sul dialogo con le altre
forze di opposizione che la cacciata di Berlusconi e del suo governo costituisce una priorit per i
comunisti e per tutte le forze democratiche del Paese. E concordiamo con quanti sostengono che
liberare lItalia da Berlusconi solo
un primo, indispensabile passo.
Che poi bisogner governare e cercare di porre rimedio ai guasti provocati dalla destra (ma anche dai governi che lhanno preceduta), restituendo ai lavoratori e alle classi popolari quanto stato sottratto loro
in termini di ricchezza, di sicurezza
e di diritti sociali. Cancellando linfamia dei centri di reclusione pre-

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ventiva per i migranti e operando


per un effettivo riconoscimento del
diritto di asilo. Rimettendo in sesto
lapparato produttivo del Paese, abbandonato a se stesso e devastato da
politiche di speculazione e di rapina. Eliminando dalla Costituzione
quanto vi stato indebitamente inserito da improvvide riforme e impegnandosi per dare effettiva realizzazione alla prima parte della Carta.
Rilanciando la scuola pubblica e difendendo universit e ricerca dalle
minacce congiunte della privatizzazione e dello smantellamento. Insomma, dopo Berlusconi si tratter
di risanare il Paese e di sospingerlo
lungo una strada di progresso, coniugando sviluppo e giustizia sociale.
Il punto che, se laccordo di governo necessario, occorre tuttavia
sapere che esso altres difficile e
che quindi non si pu dare per scontato che lo si raggiunga. Per contro,
del tutto evidente che aver dato
limpressione che sia gi cosa fatta
ha posto sin qui il Partito in una condizione di debolezza, poich ne ha
sensibilmente ridotto il potere contrattuale. Non scriviamo tutto questo per pura polemica, n soltanto
per chiarire la nostra posizione
(enunciata gi pi volte in diverse
sedi). Lo scriviamo per una ragione
molto pi importante e concreta.
Siamo ancora in tempo a correggere questo errore e a chiarire a tutti
i nostri interlocutori che non detto
che Rifondazione Comunista far
parte del futuro governo di centrosinistra. Che questo dipende. Dipende dai contenuti e dai programmi,
che per noi vengono sempre prima
degli schieramenti e delle persone.
Lo stesso vale per questa ipotetica
coalizione democratica: perch
dire in partenza che ne faremo
parte? Anche in questo caso, tutto
dipende dal programma: dunque
solo alla fine della trattativa sar possibile prendere una decisione.
Si obietta che se ci fossimo mossi diversamente, saremmo stati estromessi dal dialogo tra le opposizioni
e isolati. unobiezione non sorretta da prove, che non tiene conto
di un dato incontestabile. Tutti i

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sondaggi indicano che i due schieramenti (centrodestra e centrosinistra) si equivalgono sul piano dei
consensi raccolti. Se questo vero,
ne segue che il 6-7% di voti di Rifondazione Comunista necessario per
vincere. E che quindi la centralit
del nostro Partito un fatto oggettivo, non il frutto di una scelta reversibile di questo o quel candidato
premier. Ma c di pi. Porre precise condizioni programmatiche sarebbe stato ed necessario anche per unaltra ragione, altrettanto cruciale.

LA

COSTRUZIONE DELLA

S I N I S T R A D I A LT E R N AT I VA

Diciamo da tempo che Rifondazione deve impegnarsi affinch la sinistra di alternativa trovi unit di intenti e di intervento politico. Oggi
questo compito pi importante
che mai, poich quel 13-15% di consensi ottenuti nelle elezioni di giugno fa della sinistra di alternativa
una componente del quadro politico non soltanto indispensabile per
vincere, ma anche potenzialmente
capace di influenzare in modo significativo la piattaforma programmatica dellintera coalizione di centrosinistra. Che cosa manca ancora
perch ci avvenga, perch questa
massa durto determini evoluzioni
positive del quadro politico?
evidente che, perch ci possa avvenire, occorre che tutta questa
area politica (costituita da partiti e
gruppi politici, da movimenti, sindacati e associazioni) si ritrovi compatta intorno ad alcuni temi programmatici di fondo. Che vanno
dunque individuati, discussi e inseriti in un programma comune della sinistra di alternativa, destinato a pesare sul confronto con le componenti moderate del centrosinistra e
sulleventuale intesa programmatica del futuro governo.
In questo delicato lavoro di tessitura
avrebbe dovuto impegnarsi Rifondazione Comunista nel corso dellanno che abbiamo alle nostre spalle. E questo lavoro dovrebbe co-

minciare a svolgere oggi. Intendiamoci: tutto ci non in contraddizione con uno sforzo teso a conquistare un impianto generale quanto pi avanzato possibile. Quel che
si tratta di capire che sarebbe un
guaio se ci si accontentasse di promesse inevitabilmente generiche.
Per questo dobbiamo fare di tutto
per ottenere impegni chiari e precisi da parte dellintera coalizione e
per lintera legislatura.
In concreto, quali impegni? Quali
punti irrinunciabili? Li abbiamo gi
indicati pi volte, ma ripeterli non
pu che giovare. In primo luogo il
rifiuto della guerra, da chiunque dichiarata, Onu compresa. Devessere chiaro a tutti che noi non accetteremo mai di entrare in un governo che non si impegni, dinanzi

Laccordo di governo
necessario, ma difficile;
quindi non si pu dare per scontato
che lo si raggiunga.
Dipende dai contenuti
e dai programmi

al parlamento e alla cittadinanza, a


rispettare questo vincolo. Non un
soldato italiano devessere impiegato sotto qualsiasi bandiera in
interventi militari che non siano di
difesa da una invasione straniera del
territorio nazionale; non un solo
euro prodotto dal nostro lavoro devessere destinato a finanziare imprese belliche di qualsiasi genere,
con qualsiasi pretesto e sotto qualsiasi comando.
Posta questa non derogabile premessa, Rifondazione Comunista
deve chiedere insieme alle altre
forze di alternativa ulteriori ga-

Luglio - Agosto 2004

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ranzie, per noi importantissime: labrogazione delle leggi pi reazionarie varate dalla destra (legge 30,
Bossi-Fini, riforma delle pensioni e
leggi Moratti); lintroduzione di un
meccanismo automatico di recupero salariale; una politica fiscale
che ponga fine allo scandalo di una
enorme evasione fiscale e contributiva e che rispetti il principio costituzionale della progressivit; una
legge sulla democrazia in fabbrica e
sui sei punti posti dalla Fiom; un
programma vincolante di interventi
strutturali per il rilancio del Mezzogiorno.
Strappare impegni precisi e avanzati
su questi terreni possibile, dunque
necessario. necessario anche per-

Occorre ricercare
il massimo di unit tra noi.
Per questo riteniamo pi utile
ragionare su documenti aperti,
a tesi,che offrano a ciascuno
la possibilit di contribuire
alla elaborazione
della linea del Partito

ch non siamo pi nella situazione


del 98, e questo accresce enormemente le nostre responsabilit e i rischi ai quali andiamo incontro.
Riflettiamo attentamente sullo scenario che con ogni probabilit attende le forze che si troveranno alla
guida del Paese se come speriamo
si riuscir a por fine allavventura
politica di Berlusconi. Da un lato, il
governo si trover in grande difficolt: dovr colmare un buco economico di proporzioni spaventose,
dovr fare i conti con il Patto di stabilit (che tutti i leader moderati del
centrosinistra difendono a spada
tratta), dovr far fronte a una situazione internazionale che non lascia
prevedere un rapido esaurirsi della

sequenza di guerre. Dallaltro lato,


sarebbe impensabile ripetere lesperienza del 98. Ci significa che
qualora nellazione del futuro governo dovessero prevalere orientamenti moderati, in continuit con le
politiche della destra e dello stesso
centrosinistra nella seconda met
degli anni Novanta Rifondazione
Comunista si troverebbe in una
grande difficolt: una difficolt
bene prenderne coscienza sin dora
che non coinvolgerebbe soltanto
il nostro Partito ma tutto il Paese, a
cominciare dai lavoratori e dai ceti
popolari.
Se si assumesse lenorme responsabilit di avallare scelte politiche
inaccettabili, Rifondazione sarebbe
la prima a venire travolta dal risentimento e dalla delusione (come accadde negli anni Ottanta al Partito
comunista francese). Ma insieme al
nostro Partito, rischierebbe di venire archiviata almeno per tutto
un ciclo storico di imprevedibile durata la possibilit stessa di por
mano in Italia alla costruzione di un
partito comunista con basi di massa.
Queste sono le nostre preoccupazioni altro che nicchie congressuali, come stato detto in modo
ingeneroso, eludendo i temi posti!
Queste preoccupazioni ci spingono
a cercare laccordo di governo, respingendo fermamente il settarismo di quanti lo rifiutano a priori.
Ma ci impongono al tempo stesso di
pretendere garanzie e impegni precisi, al di l di qualsiasi assicurazione
su presunti impianti generali.

DA

UN

CONGRESSO

A L L A LT R O

Veniamo, in conclusione, al dibattito precongressuale. Nella discussione che si sviluppata nel corso
degli ultimi due mesi sulle pagine di
Liberazione qualche compagno ha
trovato congeniale cimentarsi in calunnie e denigrazioni invece di concentrarsi sul merito delle diverse posizioni. Ci stato detto che non ne
avremmo indovinata una, n in relazione al movimento n negli
emendamenti che abbiamo pro-

dotto in occasione del V Congresso


del Partito. Troviamo bizzarro un simile rovesciamento della verit.
Sul movimento abbiamo appena visto come le nostre considerazioni riposassero su dati di fatto obiettivi.
Quanto alle Tesi congressuali, ricordiamo molto bene il contenuto
di quelle alle quali abbiamo opposto i nostri emendamenti. Si propugnava tra laltro la brillante teoria
delle due destre (cio lidea di
una sostanziale equivalenza tra la
destra berlusconiana e la sinistra
moderata); su questa base si argomentava lesaurimento dei margini di riformismo; quindi con indiscutibile coerenza si individuava
nelle Tute bianche (poi nei
Disobbedienti) di Luca Casarini la
componente pi significativa del
movimento; si considerava la Cgil irriformabile, e la si dava per persa ai
fini di una battaglia di classe; infine
si accusava di frontismo o di alleantismo chiunque nel Partito
proponesse la ricerca dellunit tra
le forze di opposizione.
A questa posizione abbiamo replicato come i compagni ben ricordano sostenendo la centralit del
conflitto capitale-lavoro; affermando la necessit di lavorare al dialogo con i sindacati e alla ricomposizione dellintera area dello sfruttamento; ribadendo lesigenza di
mantenere viva la ricerca di forme
di collaborazione tra le forze della
sinistra e democratiche allo scopo
di imprimere la massima accelerazione alla crisi del quadro politico
esistente. Giudichino oggi i compagni quale delle due posizioni fosse
la pi lungimirante. E da quale delle
due posizioni il Partito si trovi oggi
pi distante.
N si trattava solo di questioni sociali e di politica interna. Le Tesi
presentate dalla maggioranza della
maggioranza contenevano anche
considerazioni sulla storia del movimento operaio e comunista, e impegnate analisi della situazione internazionale.
Sul primo punto, si procedeva con
decisione alla impietosa disamina
critica di una storia considerata or-

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mai esaurita (non per caso Bertinotti avrebbe poi dichiarato politicamente morti tutti i padri del comunismo novecentesco). Come si
sarebbe capito successivamente
(nel momento in cui si ritenuto di
scoprire nella nonviolenza il nuovo
fulcro della teoria rivoluzionaria)
non si salvava da questa riflessione
critica nemmeno la Resistenza
(onde laccusa, rivolta di recente
alla storiografia antifascista, di
averla angelizzata). La stessa idea
di comunismo era posta fortemente
in discussione: e difatti, procedendo
nel solco tracciato dalle Tesi, si sarebbe poi affermata lesigenza di
reinventarlo, come se lo sforzo di
rifondare e innovare una prospettiva
potesse conciliarsi con il rigetto della
sua esperienza storica (ci di cui si
apertamente discusso alla Festa dei
Giovani comunisti nel dibattito
Oltre Rifondazione, nel corso del
quale stato proposto da alcuni compagni il superamento del simbolo
con la falce e il martello).
Quanto alle analisi internazionali,
al loro fondamento era la convinzione che gli Stati nazionali siano
stati estromessi dalla scena mondiale e che, per diretta conseguenza, si
sia ormai consumato il tramonto
dellimperialismo. In luogo del panorama mondiale sortito dallepoca delle guerre mondiali, si teorizzava lavvento di un nuovo ordine
imperniato sullalleanza strategica
(una sorta di direttorio) tra Usa,
Cina, Russia e Ue.
Anche a questo riguardo opponemmo una lettura diversa, che da un
lato (sul terreno storico) coniugava
la rigorosa critica degli errori commessi dal movimento comunista al
riconoscimento dei suoi successi e
dei suoi meriti; dallaltro (sul piano
internazionale) affermava la persistenza dellimperialismo e la centralit dei conflitti interimperialistici. Vogliamo effettuare anche su
queste ultime questioni una sobria
verifica empirica delle ragioni e dei
torti? Vogliamo, in particolare, chiederci se questi ultimi due anni confermano la tesi della fine dellimperialismo e dellesaurimento degli

Editoriale

Stati? Purtroppo non mancano tragici banchi di prova a cui riferirsi, e


non crediamo proprio che ne discenda la confutazione dei nostri argomenti.
Visto che il discorso ci ha portato,
comera inevitabile, ad occuparci
della guerra, ne approfittiamo in
primo luogo per rivolgere un pensiero a tutti gli ostaggi che, mentre
scriviamo, sono ancora in mano ai
rapitori in Iraq: in particolare ai
quattro operatori di pace, tra cui le
due giovani compagne italiane di
Un ponte per..., Simona Pari e Simona
Torretta. Confidiamo nella loro liberazione e per questo chiediamo
al governo italiano, a nome di quanti hanno a cuore la loro vita, di compiere passi concreti a tal fine, a cominciare dallimmediato cessate il
fuoco e dal ritiro delle nostre truppe, seguendo lesempio del premier
spagnolo Zapatero. Proprio perch
siamo convinti che la conclusione
dei combattimenti e delloccupazione dellIraq sia la premessa decisiva per linterruzione della catena
di violenze che insanguina quel
Paese, riteniamo indispensabile,
per parte nostra, insistere senza tregua per il ritiro di tutti gli eserciti
occupanti e sviluppare la massima
mobilitazione a sostegno di questa
richiesta.
Sembra infine utile mettere in
chiaro qualche elemento in ordine
al complessivo teatro della guerra.
Si continua a parlare di una presunta spirale guerra/terrorismo.
Per due ragioni non condividiamo
questa analisi: perch rischia di lasciare in ombra lasimmetria delle
responsabilit, che a nostro giudizio
incombono in misura incomparabilmente maggiore su chi (gli Stati
Uniti e tutti i loro alleati) ha scatenato una guerra illegale di inaudita
ferocia per imporre il proprio dominio sullintero Medio Oriente; e
perch cancella totalmente dalla
scena un terzo protagonista la
Resistenza irachena che ha, a nostro giudizio, il duplice merito di difendere le speranze di un popolo invaso, oppresso, massacrato, e di scoraggiare ulteriori (e gi pianificate)

avventure belliche statunitensi a


danno di altri Stati sovrani.
Certo, si pu discutere su queste valutazioni. Quello che secondo noi
non si pu fare negare il dato di
fatto riconosciuto persino dal ministro della Difesa statunitense
che in Iraq c una vasta resistenza
di popolo, in grado di controllare
circa due terzi del Paese e di fronteggiare con successo il pi agguerrito esercito del mondo.
Detto questo, noi non riteniamo opportuno soffermarci su vecchie polemiche. A differenza di altri compagni, cerchiamo di guardare avanti, a quello che il Partito chiamato
a fare, ai suoi compiti e alle sue possibilit. Di questo dovr trattare il
prossimo Congresso, ormai alle
porte. Riguardo al quale ci sentiamo di formulare qui solo un auspicio, a cui tuttavia annettiamo la
massima importanza.
Sentiamo tutti il bisogno di un partito che discuta liberamente, che si
nutra del confronto tra idee e posizioni e non derivi invece come
troppo spesso avvenuto motivi di
lacerazione dalle differenze. Occorre quindi che tutti i temi allordine
del giorno vengano discussi con
piena libert e affrontati senza steccati n posizioni precostituite.
Occorre un lavoro serrato di riflessione e di sintesi. Occorre ricercare
il massimo di unit tra noi, non perseguire effimere vittorie aritmetiche (un 51% dei consensi, con il
quale sarebbe impensabile dirigere
una comunit complessa come
Rifondazione Comunista).
Per questo sarebbe controproducente oltre che negativo per il Partito e per lefficacia della sua azione
un Congresso di scontro, giocato
sulla contrapposizione tra mozioni.
Per questo riteniamo pi utile ragionare su documenti aperti, a tesi,
che offrano a ciascuno (dirigenti
nazionali, ma anche circoli o istanze
di base) la possibilit di contribuire
alla elaborazione della linea del
Partito. Quindi di riconoscere nel
Partito se stesso, le proprie ragioni,
la propria identit.
26/09/2004

Gli USA, lIraq, la Resistenza

Luglio - Agosto 2004

segue L. Castellina da pag. 1

dire essere contro il popolo americano. Come Prodi stesso ammette


sarebbe come dire che uno antiebreo perch critica Sharon. E per
vero che vuol dire qualcosa di pi
che criticare le leadership attualmente in carica. Come nel caso di
Israele c qualc osa, anche in
America, di pi sostanziale e che riguarda il paese nel suo complesso, il
suo modo di essere e di rapportarsi
agli altri, una cultura che coinvolge
gran parte della societ. E certamente coinvolge sia Kerry che Peres,
che pure non sono la stessa cosa di
Bush e di Sharon.
Voglio dire che lAmerica, nata da
una rivoluzione democratica contro
gli assolutismi e i privilegi delle caste
aristocratiche europee, si sin dalle
origini sentita portatrice di una missione civilizzatrice. Che i primi coloni
protestanti hanno colorato di un
messianesimo tuttora presente nella
moderna societ americana e anzi recentemente cresciuto fino a diventare bigottismo. Anche i migliori
sono convinti delleccellenza del loro
sistema, e su questo fondano leccezionalismo americano, alimentato
dallisolamento geografico e dallarroganza che gli viene dalla potenza
economica e militare. Laltro, il diverso, lo conoscono solo nella figura
dellimmigrato costretto a omologarsi; il resto del mondo, essendo
ignoto, barbarie da civilizzare.
Continuo a ripetere un dato, perch
a me pare la chiave per spiegare tante
cose: solo il 10 % della popolazione
degli Stati Uniti ha un passaporto, e
solo il 30 % della sua lte: i parlamentari.
In termini politici attuali questo
dato storico, che Toqueville aveva
acutamente colto un secolo e mezzo
fa, significa molte cose, innanzitutto
la certezza di esser autorizzati a portare il proprio modello ovunque nel
mondo, con tutti i mezzi. Le variazioni riguardano per lappunto i
mezzi (che non differenza di poco
conto, e perci , sebbene sia anchegli interno a questa tradizione,
bene sostenere Kerry e non farsi
cogliere dalle tentazioni naderiane).
Una buona parte della sinistra eu8

ropea rifiuta di prendere atto di questo dato, intimidita dalla incalzante


campagna ricattatoria condotta
contro il cosiddetto antiamericanismo. E cos non coglie il senso della
fase attuale, illudendosi che, chiusa
la parentesi Irak che qualche screzio
con Washington nonostante tutto
lha provocato, si possa tranquillamente ricucire il nostro rapporto
transatlantico. Cos ignorando i caratteri preoccupanti della strategia
americana di lungo periodo: impedire che il monopolio del comando
di cui attualmente gode il paese
possa esser insidiato da altre potenze emergenti.
La nuova fase cominciata gi con
la prima guerra c ontro lIrak,
quando lUrss era ormai moribonda. E da allora che sono partiti una
serie continua di interventi militari
per porre sotto controllo lAsia, il
Medio Oriente, i Balcani. Le loro
mire, gli Stati Uniti, non le hanno
mai nascoste: gi nel 92 Paul Wolfowitz scriveva, nelle Linee guida
per la difesa del Pentagono: La nostra strategia dopo la caduta dell
Urss deve ora mirare a precludere
lemergenza di ogni potenziale futuro competitore globale. E il predecessore di Colin Powell scriveva
nel paper significativamente intitolato Imperial America: Gli Stati
Uniti devono cogliere la straordinaria occasione di essere soli.
Tutto questo era enunciato ben
prima dell11 settembre; e c da
chiedersi se Giuliano Amato queste
carte le abbia mai lette. Giacch
chiunque le legga dovrebbe ben
rendersi conto che il problema non
di mettere un cappello Onu alle
imprese americane, o di spartirne le
sorti nella speranza di mitigarne gli
effetti, ma di contrastare la filosofia
di fondo che le anima e che purtroppo condivisa da una larghissima
parte della societ americana.
E a proposito della tanto invocata
Onu: c qualcuno che ricorda che
proprio la Carta dellOnu sancisce il
diritto dei popoli i cui paesi siano
stati occupati dallo straniero a ribellarsi, ricorrendo anche alla lotta armata? Aver assunto il principio della
non violenza mette in mora questo

diritto?
In questi ultimi mesi si sono sparsi
fiumi di inchiostro nella sinistra per
dibattere su questo difficile tema.
Non voglio certo riprenderlo. Salvo
dire che guai se dichiararsi non violenti vuol dire alzare un ditino ammonitore per delegittimare la Resistenza irakena(che continuo a scrivere con la erre maiuscola ):perch
troppo debole e disperata per ricorrere alliniziativa politica s da
dover affidarsi alluso esclusivo delle
armi dei disperati. E certo vero che
quanto rese vincente i vietcong, ben
pi che la loro povera forza militare,
fu la loro capacit di tessere alleanze, dentro e fuori il loro paese e
di conquistare alla loro causa centinaia di milioni di persone nel
mondo intero. Non il caso
dellIrak, dove la costruzione di un
fronte pi lenta ed incerta, un processo posto in continua difficolt da
terrorismi di ogni tipo per i quali i
comunisti non hanno nulla di cui
doversi scusare o pentire: n il terrorismo, n la scelta della guerra
come strumento di lotta, fanno
parte della loro tradizione.
E tuttavia pur in un quadro cos desolante, non cosa di poco conto
che nel corso di questo anno sia gli
sciiti che i sunniti, che loccidente
aveva predetto si sarebbero fra loro
scannati, abbiano invece rivolto le
loro armi contro locc upante,
riconosciuto come comune nemico.
E che ora a Baghdad manifestino insieme anche ai cristiani caldei e ai
laici democratici. Un miracolo della
Resistenza e dellimpegno dei pacifisti, non certo delle forze di occupazione.
Non violenza vuol dire innanzitutto
piet per i morti irakeni, che figurano appena nella quotidiana contabilit degli ammazzati. E persino
nelle emozioni della stampa cosiddetta illuminata. Cos come figurano ormai sempre meno i bambini
palestinesi, rispetto ai quali
Giuliano Amato non sa fare di meglio che ammonirci perch
avremmo mancato al dovere di insegnar loro a non odiare gli ebrei.
LIrak , bene ricordarlo, non un
paese qualsiasi, che possa esser ri-

Luglio - Agosto 2004

dotto ad una folla di sanguinari terroristi, di impazzite e banditesche


schegge armate , di integralisti fanatici. E un paese che ha una tradizione di lotta rivoluzionaria antica e
gloriosa: qui, a Bassora, che sorto,
nel IX secolo, il primo socialismo militante cui si ispirato il sindacalismo
moderno ; qui che scoppiata, gi
nel giugno del1920, la prima insurrezione generale contro gli inglesi,
protagonisti proletari e borghesi;
qui che, dal 1934, cresciuto il pi
forte partito comunista della regione, che ha pagato con la vita e decenni di prigione di una moltitudine
di suoi militanti la propria fedelt
alla causa del socialismo e oggi
sconta le amare divisioni che cos
spesso derivano dalle drammatiche
vicende della clandestinit; qui che
negli anni 40 e 50 si sono succedute
le prime grandi sollevazioni nazionali e sono stati dichiarati i primi
scioperi generali contro il neocolonialismo del dopoguerra, fino alla
vittoriosa rivoluzione del luglio 1958
che cacci la monarchia asservita alla
Gran Bretagna; ed ancora qui, negli anni pi recenti, che il comunista
Khalid Ahmed Zaki, anim nelle paludi dellIrak meridionale, sullonda
dellesempio del Che, uno sfortunato ma popolare fuoco guerrigliero. E qui che, proprio per l influenza di questa storia, si sviluppata la societ pi laica del Medio
Oriente. Chi pensa che in questo
paese la democrazia e la civilt possano esser portate dallesercito americano, anzich essere il difficile
frutto di un processo di ricostruzione
politica interna per il quale esistono
materiali di primordine, farebbe
bene a leggersi la storia di questo
paese che non certo popolato da
soli tagliatori di teste. Questa ricostruzione non certo aiutata dalla legittimazione che, chiedendogli di
aiutare la liberazione dei nostri
ostaggi, viene offerta allagente della
Cia che Washington ha messo alla
testa del governo fantoccio di
Baghdad (come del resto non aiuta
gli stessi ostaggi).
LIrak , certo, anche il paese che
ha sofferto orrende dittature (di cui
Saddam non che lultima), che

Gli USA, lIraq, la Resistenza

ogni volta hanno recuperato e poi


soffocato le rivoluzioni. Perch pi
pesante che rispetto a qualsiasi altro
paese, per via del suo petrolio, stata
qui la mano del colonialismo che ha
creato, e poi bruciato i suoi uomini
quando, dimenticando di essere servitori, pretendevano di alzare la testa. I suoi stessi confini furono disegnati, al disfacimento dellImpero
ottomano, lungo la linea dei pozzi
accaparrati da avventurieri inglesi e
poi definiti dallAlto Commissario di
sua maest britannica, sir Percy Cox,
in modo da dividere il petrolio dagli
abitanti: creando artificialmente il
Kuwait, che non era una nazione,
perch l cera grande ricchezza e la
regione era abitata solo da qualche
pastore, mentre si guard bene dal
creare il Kurdistan, perch l cerano altrettanti pozzi ma il pericolo
rappresentato da una densa popolazione che un giorno avrebbe voluto rivendicarli.
Essere non violenti vuol dire innanzitutto non essere violenti. E chiunque ha iniziato o anche solo appoggiato questa guerra non ha diritto di
chiedere ad altri di condurre la resistenza senza ricorrere alluso delle
armi. Ma vuol dire, anche, non imporre il proprio modello di civilt e
di valori agli altri spacciandolo per
universale. Universale solo quello
che tutti hanno contribuito a definire tale, attraverso un lungo processo dialogico che pu tuttavia
darsi solo fra uguali. E che dunque
poco ha a che vedere con il dialogo
fra culture strombazzato dai nostri
benpensanti cui sembra che lenorme disuguaglianza che separa i
dialoganti sia irrilevante.
I diritti umani, come si sa, non vengono da dio, sono frutto della storia,
che via via ne produce di nuovi, mentre altri ne cancella. A introdurre diritti nuovi sono state le rivoluzioni:
da noi in Europa da quella cristiana,
francese, russa. Se in Medio Oriente
come in Africa i diritti riconosciuti
sono meno di quelli di cui noi occidentali godiamo non perch sono
abitati da arretrati selvaggi, ma perch non hanno da secoli conosciuto
rivoluzioni vincenti. Per colpa di noi
occidentali.

Registr. del Tribunale di Cremona


n. 355 del 12/04/2000
Bimestrale
Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in A. P.
D.L. 353/2003 (con. in L. 27/02/2004 n46)
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Burgio, Luciana Castellina, Hassan Charfo,
S e rgio Cesaratto, Giuseppe Chiarante,
Giovanni Franzoni, Eduardo Galeano, Mauro
Gemma, Nella Ginatempo, Claudio Grassi,
Augusto Graziani, Dino Greco, George Labica,
Muftah Lahmidi, Raniero La Valle, Gigi Livio,
Gianni Lucini, Armando Petrini, Luciano
Pettinari, Sergio Ricaldone, Alessandra Riccio,
Rossana Rossanda, Francesco Rozza, Paolo
Sabatini, Marco Santopadre , Tiziano Rinaldini
Per la realizzazione di questo numero non stato richiesto alcun
compenso. Si ringraziano pertanto tutti gli autori e collaboratori.

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Luglio - Agosto 2004

Interviste

Quale Presidente rimetterebbe il suo


potere al popolo? E se osassero,
quanti presidenti resterebbero
al potere? Eppure, per i mass-media,
Chvez il tiranno

Il Venezuela
una speranza

a cura di Alessandra Riccio

IL FUTURO DEL POPOLO VENEZUELANO DOPO IL REFERENDUM VINTO


DA HUGO CHAVEZ: INTERVISTA AD EDUARDO GALEANO, IL GRANDE
SCRITTORE URUGUAIANO AUTORE, TRA LALTRO, DEGLI INDIMENTICABILI ROMANZI LE VENE APERTE DELLAMERICA LATINA E MEMORIE

n Italia per presentare il suo ultimo


libro, Le labbra del tempo (Sperling &
Kupfer), lo scrittore e giornalista
uruguaiano Eduardo Galeano ne ha
approfittato per lanciare molti strali
contro linsensatezza e la stupefacente mancanza di senso comune
che traspare dai mezzi di comunicazione che, a suo dire, pi che la libert di espressione esprimono la libert di p re s s i o n e: ci pisciano addosso e i giornali dicono che piove!
afferma con il suo tagliente umorismo. Daltra parte, tutta la storia di
questo maestro della penna un
omaggio al giornalismo pi serio e
impegnato, fin dal suo praticantato
nella prestigiosa rivista M a rc h a di
Montevideo sotto la guida del leggendario direttore Carlos Quijano,
poi torturato e mandato in esilio,
quando la libert di espressione poteva costare la vita o lespatrio, come
accadde allo stesso Galeano e come
tocc a tanti colleghi della successiva avventura, la rivista C r i s i s d i
Buenos Aires, nel breve periodo che
venne ricordato come la primavera
di Cmpora . Con leccezione di
Osvaldo Soriano, di Juan Gelman e
dello stesso Galeano, il resto della
redazione, da Paco Urondo a
Rodolfo Walsh ad Haroldo Conti furono desaparecidos o ammazzati. Agli
altri tocc lesilio. Fu cos che Galeano trascorse circa dieci anni nella
Spagna ancora franchista e poi in

10

transizione, e fu cos che impar a


conoscere bene noi europei e noi
imparammo a conoscerlo nei tanti
incontri di solidariet con i compagni del Cono Sud e pi tardi nellappuntamento abituale sulle pagine de Il Manifesto. E lo abbiamo
letto e apprezzato attraverso i suoi
libri, alcuni dei quali sono ormai dei
veri classici per conoscere lAmerica
Latina e la sua realt (Le vene aperte
dellAmerica Latina, Memorie del
fuoco). Ma durante il suo viaggio in
Italia, Galeano aveva ancora negli
occhi le giornate da poco trascorse
a Caracas dove era andato insieme
ad altri 160 cittadini del mondo, di
varie professioni e interessi, a monitorare il referendum di revoca del
Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, referendum
che, come noto, si concluso con
la vittoria di Chvez per 6 a 4, come
ama dire Galeano, che, come
noto, un grande appassionato di
calcio. Anche questo raccontare la
sua verit su Chvez e sulla rivoluzione bolivariana fa parte della sua
battaglia contro la standardizzazione delle notizie che tace su molte
verit e opera per la riduzione dei
punti di vista ad un unico punto di
vista. E proprio sul referendum del
Venezuela, lernesto ha intervistato
Eduardo Galeano.
Nella dedica del tuo ultimo libro (il

cui titolo in spagnolo Le bocche del


t e m p o), hai scritto a Chvez: Le
bocche del tempo ti chiedono di
non scendere da cavallo. Sembra
un oracolo. Cosa volevi dire?
Volevo dirgli di mantenere quella
dignit che gli valsa lentrata nelluniverso dei diavoli. Lui uno dei
diavoli di oggi. Dei diavoli figli della
commedia del bene e del male in
cui ad alcuni tocca il ruolo di diavolo permanente, per esempio Fidel Castro. A Saddam invece toccato di essere prima angelo e poi demonio. Anche Stalin stato angelo
e demone. Gheddafi da diavolo diventato angelo e Bin Laden che aveva saputo essere angelo nella guerra
contro i comunisti, adesso diavolo.
Quel che accade con Chvez incredibile, una vera impresa dei
mass-media. In Venezuela, accendi
la televisione e ci trovi qualcuno che
grida: Qui non c libert! se accendi la radio, succede lo stesso, se
apri un giornale ci trovi in prima pagina Non c libert di informazione! Chi dice o scrive questo non
si nasconde n lo sussurra, lo grida.
Eppure, lunico canale televisivo
che stato chiuso, il canale di
stato, Canal 8; e non lo ha chiuso
Chvez. Lo hanno chiuso i golpisti.
Questi grandi censori sarebbero i
difensori della democrazia! Per fortuna quel golpe durato appena 48

Luglio - Agosto 2004

ore e Chvez tornato in sella a furor di popolo e in cinque anni ha


superato otto appuntamenti elettorali. Eppure, una lite blancoide,
giacch non si possono dire propriamente bianchi, chiamano il
loro presidente mono (scimmia) e
c chi ha coniato lambiguo gioco
di parole Mico mandante (scimmia
che d gli ordini) al posto di Mio
Comandante. Vedo anche in Italia,
su LEspresso, titoli come: I pistoleri
di Chvez , totalmente fuorvianti e
folclorici. Per fortuna il risultato del
referendum in Venezuela, ma anche quanto avviene a Porto Alegre
dove il governo locale del PT bersaglio dei continui sabotaggi dei
mezzi di comunicazione e ci nonostante, continua a godere del consenso dei cittadini, mi consentono
di avere fiducia nel buon senso popolare.
Sei stato a Caracas come osserv at o re integrante del Consejo Electoral Nacional. Ma tu conoscevi gi
il Venezuela, avevi scritto dei pozzi
di petrolio e degli sprechi di quel
paese.
La cultura del petrolio significa cattivo gusto e incapacit creativa. Ho
vissuto in Venezuela anni fa, ho fatto
reportages su tutto il territorio;
nelle miniere di diamante, alla frontiera con la Colombia, mi sono
preso una malaria che per poco non
mi porta via. Il Venezuela viveva in
uno stato di menzogna a causa del
prezzo del petrolio. Si trattava di un
rubinetto aperto che faceva scorrere danaro senza sforzo. Si discuteva molto sulla necessit di seminare il petrolio, cio di tradurre
quella ricchezza in educazione, in
salute e quantaltro, ma nessuno lo

Interviste

ha fatto pur sapendo che quella ricchezza se la portava via il vento. Io


che vengo da un paese, lUruguay,
di tradizione austera, democratica,
notavo cose che mi sembrano tuttora delle assurdit. Nei supermercati si vendevano sacchetti di acqua
di Scozia che dovevano servire per
allungare il wisky. In Ve n e z u e l a
cera il maggior indice di consumo
di champagne e di wisky. Erano
nuovi ricchi che sacralizzavano lo
spreco che diventava visibile perfino nei quartieri poveri che ne usavano gli avanzi: automobili usate immense, frigoriferi mastodontici.
Quando sceso il prezzo del petrolio, il paese sprofondato in una
crisi grave.
Adesso Chvez incarna la volont di
rappresentazione di un Venezuela
vero contro un mondo di plastica.
Si tratta di un compito difficile perch tutta la struttura del paese proviene dal petrolio quello che chiamavamo il Venezuela Saudita e
comporta un grande parassitismo
statale, uno spreco smodato dei
beni pubblici, ecc. Invece un progetto di benessere collettivo implica
il sacrificio individuale e questo
lambiente cittadino non lo accetta
facilmente.
E in questo tuo recente viaggio, che
paese hai visto?
Ho visto lo straordinario progetto
chiamato Barrio adentro (Dentro
il quartiere), dove 13.000 medici cubani curano e fanno medicina preventiva l dove i medici venezuelani
non erano disposti ad entrare.
Certo, non facile cambiare la mentalit di un paese di consumo e di
sprechi; un compito di lunga durata, ma c energia creativa e

Chvez la mobilita.
Il governo riconosce, per la prima
volta, cinque milioni di invisibili,
senza documenti, senza scuola. Un
milione e mezzo di analfabeti. Una
popolazione senza diritti civili.
Chvez ha obbligato le scuole ad
ammettere i bambini senza documenti, ad accettarne lautocertificazione; questo il senso comune
rivoluzionario. Il mondo sottosopra
per lo scandalo. E poi, quale
Presidente rimetterebbe il suo potere al popolo? E se osassero, quanti
presidenti resterebbero al potere?
Eppure, per i mass-media, Chvez
il tiranno. E come se mi dicessero:
tu sei idiota e ti posso far credere
qualunque cosa.
Ma io credo invece alle parole di
quel vecchio che aveva appena votato a favore del presidente, a cui
hanno chiesto il perch di quel
voto: Io non voglio che Chvez
vada via perch non voglio tornare
ad essere invisibile.
Dunque, c speranza per il Venezuela bolivariano?
Lideologia dellimpotenza blocca i
governi progressisti dellAmerica
Latina creando un muro di gomma
contro cui sbattono tutte le migliori
intenzioni di riforma. La tradizione
dellimpotenza spinge ad accettare
lindegnit come destino. Spero
che non sar cos per il nuovo Venezuela.
Dopo la delusione del Nicaragua,
lecito tornare a farsi illusioni?
Si. Luomo vive di questo, della speranza che cade e rinasce. Ti scoraggi
ed ecco che la vita bussa alla tua
porta e ti dice: vieni, vieni.

11

Interviste

Luglio - Agosto 2004

Se prima della invasione


i popoli del mondo dicevano
non in nostro nome, neanche
la sanguinosa occupazione
pu farsi in nostro nome,
nel nome dei democratici
e dei progressisti del mondo

Con la resistenza
irachena

a cura di Fosco Giannini

INTERVISTA A JAIME BALLESTEROS, GI VICE SEGRETARIO DEL


PCE (PARTITO COMUNISTA DI SPAGNA) , ATTUALE PRESIDENTE
DELL OSPAAAL (ASSOCIAZIONE DI SOLIDARIET CON I POPOLI
DELLAFRICA, DELLASIA E DELLAMERICA LATINA) E TRA
IPROMOTORI DELLA CONFERENZA DI SOLIDARIET CON IL POPOLO
IRACHENO

i tenuta a Parigi, lo scorso 24 maggio, la Prima Conferenza intern azionale di solidariet con la re s istenza irachena. Tu che ne sei stato
uno dei protagonisti politici ed organizzativi, puoi dirci il senso di tale
Conferenza ?
Come noto, in tutto il mondo vi
sono state grandi mobilitazioni per
impedire la guerra, cio linvasione
degli USA e dei suoi alleati
nellIraq. Tuttavia, installate le
truppe di invasione e iniziata la
guerra di resistenza del popolo iracheno contro gli occupanti, una
parte significativa di quelli che si opponevano alla guerra, allinvasione,
giudicandola giustamente illegale e
illegittima, hanno cambiato o affievolito le loro posizioni, adottando
una sorta di real politik. Tutti sappiamo che loccupazione, logicamente, tanto illegale e illegittima,
se non di pi, quanto linvasione.
Se prima della invasione i popoli del
mondo dicevano non in nostro
nome, neanche la sanguinosa occupazione pu farsi in nostro
nome, nel nome dei democratici e
dei progressisti del mondo. Per questo era necessario organizzare un incontro mondiale di coloro che
stanno a favore della lotta del popolo iracheno di fronte alla occupazione imperialista. La Conferen-

12

za di Parigi rappresenta la continuazione di quelle grandi manifestazioni che sfilarono praticamente


per le citt di tutto il mondo.
Ha trovato consensi significativi il
p rogetto della Conferenza parigina?
Sin dal primo momento hanno dato
il loro appoggio numerose e prestigiose personalit, come Ben Bella,
Samir Amin, George Labica, Michel
Chossudovski, Jorge Beinstein,
Tarek Ali, Heinz Dieterich, eccetera; partiti politici (Partito
Comunista di Cuba, del Sudafrica,
del Brasile, del Portogallo, eccetera,
deputati del Partito Laburista britannico, del Partito del Lavoro brasiliano e di altri Partiti Comunisti),
sindacalisti, universitari, organizzazioni di solidariet, come la
Resistenza Democratica Internazionale, l OSPAAAL della Spagna e
di Cuba, lInternational Action
Center degli USA, Nord Sud XXI
della Svizzera e numerose organizzazioni di solidariet con il popolo
iracheno e palestinese. Debbo dire
che uno dei paesi dai quali la Conferenza ha avuto pi appoggi stata
lItalia. Molte ed importanti le adesioni provenienti dal tuo Paese:
Luciana Castellina, Giulietto
Chiesa, Raniero La Valle, Stefano

Chiarini, Valentino Parlato, Giovanni Pesce, Mario Tronti, Giorgio


Bocca, Lucio Manisco, Mauro
Bulgarelli, Piero Bernocchi, Luciano Canfora, Angelo Del Boca,
Fausto Sorini, Riccardo Bellofiore,
Domenico Losurdo, Emiliano
Brancaccio, Massimo Raffaeli,
Andrea Catone, Alessandra Riccio,
Manlio Dinucci, Enzo Santarelli,
Luigi Cortesi, Bassam Saleh, Giancarlo Lannutti, Guglielmo Simoneschi, la redazione di Contropiano, e
tanti altri ancora.
In totale ci sono state, prima dellinizio della Conferenza, circa un migliaio di adesioni provenienti da
una cinquantina di Paesi. Un dato
importante che tante altre adesioni, a livello mondiale, sono
giunte anche dopo la Conferenza e
che tante altre continuano a giungere. La Conferenza era una necessit e credo che abbia aperto una
strada che si allargher nel futuro.
E per il dopo Parigi, si deciso qualcosa ?
S, si formato un Comitato internazionale unitario con lincarico di
dare impulso a nuove iniziative.
Tra queste, lorganizzazione di una
Seconda Conferenza Internazionale di solidariet con la resistenza
irachena. A Parigi molte sono state

Luglio - Agosto 2004

le proposte, avanzate da esponenti


dei vari paesi e movimenti del
mondo, aventi lobiettivo di allargare la solidariet con la lotta del
popolo iracheno e molte di queste
proposte di lavoro si stanno concretizzando. Si deciso di promuovere iniziative di solidariet in diversi paesi, di sollevare il tema della
necessit di appoggiare la resistenza
irachena nella sua lotta contro loccupazione imperialista al Foro
Sociale, al FS mondiale, a quello europeo, etc. Bisogna studiare con le
singole organizzazioni e le reti internazionali che solidarizzano con
la resistenza del popolo iracheno
e ve ne sono molte che stanno facendo un buon lavoro la convocazione di una giornata mondiale di
mobilitazione e solidariet con la resistenza irachena per chiedere che
le truppe di occupazione abbandonino lIraq. Siamo convinti che le
condizioni obiettive per tale mobilitazione internazionale vi siano.
Nel vasto appoggio che ha avuto la
Conferenza di Parigi si sono notate
alcune assenze: a cosa credi sia dovuto? Che carattere politico ha
avuto la Conferenza?
La Conferenza non ha avuto nessun
carattere partitico. Il carattere politico della Conferenza non stato altro che quello democratico di opporsi allabuso degli Stati Uniti di
invadere un paese che non obbediva ai suoi ordini, ricco di petrolio
e situato in una zona particolarmente strategica. Un paese il cui popolo si sollevato contro loccupazione, reclamando la sua libert e il
rispetto della Carta delle Nazioni
Unite, delle quali lIraq parte. Se
si ammette come realt internazionale che il pi forte possa invadere,
bombardare e commettere tutti i
crimini di guerra che voglia, andiamo verso il caos assoluto, verso
linstaurazione della barbarie internazionale. Questo non possibile.
Gli Stati Uniti vogliono imporre alcune norme secondo le quali per comunit internazionale deve intendersi non linsieme dei paesi che

Interviste

compongono le Nazioni Unite, ma


solo quelli che gli stessi USA considerano democratici. Naturalmente
sono gli Stati Uniti insieme ai suoi
alleati che decidono se un paese
democratico oppure no. E quando
appurano che un paese che dovrebbe rispondere agli ordini oppone invece resistenza, montano
una gran campagna calunniatrice
su scala internazionale, i dirigenti di
quel paese vengono definiti non
solo dittatori, ma assassini, satrapi,
un pericolo per il mondo, che
hanno armi di distruzione di massa,
nucleari, chimiche, biologiche, etc,
che bisogna finirla con questi e stabilire la democrazia, cio un governo fantoccio, un nuovo governo
quisling che riceva gli ordini dallAmbasciata nordamericana. Questa la tradizione degli Stati Uniti,
di molto aggravatasi ultimamente.
Chi pu credere che il governo instaurato in Iraq gi il secondo ad
avere dimostrato la sua incapacit rappresenti il popolo iracheno ?
Come pu pretendere di convocare
elezioni democratiche? In Iraq, con
questo governo, le elezioni saranno
controllate dallesercito americano, dagli agenti della CIA disseminati in Iraq, dai criminali mercenari al comando delle imprese private che lavorano al servizio del
Pentagono, dai servizi segreti israeliani ed inglesi. In queste elezioni
democratiche non potranno presentarsi le forze pi importanti della
resistenza, il Baath, i nasseriani, altre tendenze nazionaliste, i comunisti che in maggioranza hanno
rotto con la direzione collaborazionista. Saranno, se si svolgeranno, le
elezioni dei filo americani, dei collaborazionisti e degli opportunisti.
La realt sta dimostrando che le
forze politiche dal consenso popolare sono quelle che stanno con la
resistenza.
S, naturalmente vi sono sempre
delle assenze, ma limportante non
questo. Era la prima volta che si
convocava una Conferenza mondiale di questo carattere. naturale
che vi siano state organizzazioni e
personalit che, pur non lontane

dal nostro sentire, abbiano atteso.


Sono convinto che alla prossima
Conferenza saremo molti di pi.
I media occidentali rappre s e ntano spesso la resistenza irachena
come un insieme di terroristi, banditi e religiosi fondamentalisti.
Come rispondere ?
S, i media occidentali non fanno
sconti, stanno dalla parte della crociata statunitense. Non bisogna peraltro dimenticare che il meccanismo mondiale di controllo, trasmissione ed elaborazione delle notizie
rimane in maniera predominante
nelle mani dellimperialismo.
Prima e dopo le invasioni, i colpi di
Stato, i bombardamenti e le altre
molteplici forme di destabilizzazione, sono questi gli strumenti in
mano alla reazione internazionale
incaricati di demonizzare le vittime.
Per i media occidentali lobiettivo
centrale quello di infangare, delegittimare, la resistenza irachena,
molto ma molto temuta dalla Casa
Bianca, dai padroni occidentali del
petrolio e dalla parte ricca delloccidente in genere. Per questo si cancella completamente e si censura
lintera lotta del popolo iracheno e
si parla solamente dei sequestri e di
consimili atti, puntando a trasformare, per luso mediatico, la resistenza irachena da lotta di popolo
qual a moto terrorista (ed particolarmente grave che anche alcuni esponenti della sinistra europea cadano in questa trappola, negando alla lotta irachena il carattere
di lotta di resistenza).
Le stesse forze della resistenza irachena hanno ripetutamente dichiarato che le azioni dal carattere
terroristico non hanno niente a che
vedere con la loro lotta. La realt
che in Iraq (paese largamente laicizzato) non vi erano n terrorismo,
n fondamentalismo o estremismo
religioso. Ed invece grazie alla invasione e alloccupazione degli USA
che si sono manifestati tali fenomeni. Il terrorismo non ha niente a
che vedere con la resistenza. Esso
chiaramente contro la resistenza,

13

Interviste

cosicch ambigue, molto ambigue,


vanno definite le sue origini e le sue
radici. In Iraq gi pi volte e ambiguamente accaduto che azioni terroristiche abbiano preso di mira i sostenitori stessi della resistenza e del
popolo iracheno (come nel caso
delle due ragazze italiane Simona
e Simona del Ponte per). In questi casi occorrerebbe essere molto vigili e prudenti prima di parlare,
senza puntualizzare bene, di terrorismo iracheno : si rischia di cadere
nella trappola mediatica americana
che punta a marchiare tutta la resistenza col timbro di terrorista. Si
rischia se al centro di tutto non si
colloca continuamente la tragedia
che da oltre un decennio vive il popolo iracheno e dunque la legittimit assoluta della sua lotta si rischia fare il gioco degli invasori.
Dallaltra parte, oggi, quasi senso
comune nel mondo il fatto che tanta
parte del terrorismo nasca nelle
stanze oscure degli stessi servizi segreti dei paesi imperialisti. Vale la
pena scoprire chi davvero sta dietro questi sequestri e quali obiettivi
essi perseguono.
Una domanda che sorge con frequenza: la resistenza nata spontaneamente tra il popolo o era in qualche modo gi organizzata?
Vi sono entrambi i fattori: il fattore
spontaneo nel modo in cui si pu
parlare di spontaneit in un movimento di resistenza ed il fattore di
previsione. Sono stato a Baghdad
poco prima dellinvasione. Quello
che ho saputo l che il governo
dellIraq stava prendendo tutta una
serie di misure, tra le quali quella di
organizzare una rete clandestina
nel caso fosse avvenuta linvasione.
certo che si provveduto ad accumulare provviste per le famiglie,
come certo che si sono dislocati
grandi depositi di armi poi distribuite al popolo. Cos, allarrivo degli statunitensi, la maggior parte
della gente era armata. Oltre questo aspetto di previsione, che sta
dando evidenti risultati e senza il
quale la resistenza sarebbe difficile

14

da capire, evidente che linvasione


e loccupazione hanno sollevato
una grande indignazione e ribellione tra le masse popolari. LIraq
ha lottato a lungo contro la dominazione britannica. Il popolo ha sofferto in modo indicibile per i crimini dellimperialismo britannico,
riuscendo poi a cacciare gli inglesi
e ad ottenere lindipendenza. Si liberato della monarchia tramite una
grande lotta di resistenza. un popolo che ama lindipendenza. Ha
sofferto a causa dei bombardamenti
americani e britannici e per le conseguenze delluranio impoverito.
Ha subito un embargo, il pi crudele degli ultimi tempi, che ha distrutto leconomia del Paese portando alla morte centinaia di migliaia di bambini, donne ed anziani.
Prima che i soldati americani e britannici calpestassero con i loro stivali il suolo iracheno, il popolo conosceva gi linferno imperialista.
Molto pi del residuo consenso per
Saddam Hussein o per il vecchio regime, stata questa memoria storica a spingere settori molto vasti
della popolazione a lottare nella resistenza, ad armarsi
Che sbocchi vedi per la crisi irachena ?
Possiamo mettere a fuoco differenti
scenari: un primo scenario pu essere questo: gli Stati Uniti colgono
il loro obiettivo, battono la resistenza e consolidano un regime e un
governo neocoloniali alle loro dipendenze e tutto ci con laiuto
dellONU. Un altro scenario potrebbe essere caratterizzato dal fatto
che gli Stati Uniti non riescano ad
imporre il loro dominio in Iraq e
facciano una fuga in avanti, invadendo qualche altro paese dellarea
con lobiettivo di ottenere comunque il controllo della regione. Ma
potrebbe anche accadere che la situazione diventi molto ma molto
difficile per gli USA e per i suoi alleati, potrebbe accadere che il numero dei morti nordamericani e dei
collaborazionisti diventi insostenibile e diventi impossibile il prolun-

Luglio - Agosto 2004

gamento della presenza USA in


Iraq. Questultima prospettiva non
fantasiosa: anzi, se non certa, verosimile. La resistenza sta avanzando in molte zone, la consapevolezza che la vittoria non impossibile si va rafforzando. In Iraq non
c un solo giorno che non sia segnato dalle azioni della resistenza :
lo stato danimo, tra i resistenti, si fa
alto e, parallelamente, aumenta la
demoralizzazione tra le truppe statunitensi e alleate.
Governo provvisorio, unit militari
e di polizia irachene organizzate dagli USA e al suo comando: tutto questo oggi non altro che un castello
di carte che pu crollare in qualsiasi
momento. Da ci limportanza
della solidariet con la resistenza.
La lotta del popolo iracheno di
straordinaria importanza nella lotta
generale contro limperialismo,
una parte, oggi importantissima,
della lotta dei popoli di tutto il
mondo per lindipendenza e la democrazia su scala planetaria.
Cosa pensi del ruolo che sta giocando lONU ?
LONU, oggi, non altro che una
espressione della correlazione di
forze esistente nel mondo. Se questa correlazione data come
data - dallesistenza di ununica superpotenza nel teatro internazionale, com attualmente dopo la caduta dellURSS, non c da sperare
gran che dalle Nazioni Unite. Non
dimentichiamo che nelle Nazioni
Unite chi comanda il Consiglio di
Sicurezza e specialmente i cinque
paesi che hanno diritto di veto: Stati
Uniti, Gran Bretagna, Francia,
Russia e Cina. LAssemblea Generale (che rappresenta autenticamente la comunit internazionale,
nonostante che gli USA, per comunit internazionale, intendano se
stessi ed i propri alleati) non detiene di fatto nessun potere
allONU. Fintanto che dureranno
questi rapporti di forza internazionali, gli USA proseguiranno la loro
politica dittatoriale, pi o meno militarista a seconda delle occasioni,

Luglio - Agosto 2004

nel mondo. Una possibilit di cambiamento dei rapporti di forza a livello mondiale apparsa con le
grandi mobilitazioni contro la
guerra. Allinterno di queste cerano i comunisti, i lavoratori, le
forze del movimento, ampi settori
dellintellettualit, i pacifisti, i verdi,
parte della socialdemocrazia, rappresentanti di diverse religioni, ed
anche settori del capitale e settori
imperialisti che non accettavano la
maniera brutale e guerrafondaia di
dirigere la societ capitalista mondiale con lo stile Bush. Chirac e il
Papa, la Russia e la Cina, gran parte
del Terzo mondo e le grandi masse
popolari: si formata una vasta
forza mondiale che ha impedito agli
Stati Uniti di legalizzare nel
Consiglio di Sicurezza linvasione in
Iraq. E stata una vittoria di tutta lumanit. vero che, poi, una parte
significativa di questo arco di forze
ha abbandonato la propria fermezza. Ma questa immensa coalizione riversatasi nelle strade e poi
entrata nei parlamenti e nel
Consiglio di Sicurezza ha fornito un
grande aiuto, non vi dubbio, alla
resistenza irachena e alla lotta di
tanti altri popoli. Questa convergenza non ha avuto la continuit
che la fase richiede, ma in molti luoghi del mondo si visto che un
grande movimento contro la guerra
pu incidere moltissimo nelle politiche internazionali concrete e potrebbe essere un fattore di grande
importanza strategica per le lotte future.
Tornando alla Conferenza di Parigi:
si sono manifestate simpatie per
qualche settore particolare della resistenza?
No, in nessuna maniera. La risoluzione della Conferenza lo afferma
chiaramente. Viene proclamato formalmente che la Conferenza solidale con la resistenza del popolo
iracheno in tutte le sue tendenze.
La resistenza un popolo che si solleva contro gli occupanti. A livello
individuale vi possono, naturalmente, essere pi affinit verso al-

Interviste

cuni o verso altri, ma limportante


che la resistenza come tale, intesa
insisto come popolo organizzato
nella lotta, riceva la solidariet dei
democratici e progressisti di tutto il
mondo e che gli Stati Uniti ed i suoi
alleati nelloccupazione ricevano il
rifiuto che si meritano.
Nella Conferenza sono stati presenti diversi settori della resistenza
e quelli non presenti hanno motivato la loro assenza con limpossibilit pratica di giungervi. Si comprende facilmente come sia difficile, per molti resistenti, muoversi e
apparire pubblicamente. Occorre
sapere che, dopo che si tenuta la
Conferenza, un personaggio iracheno che vi ha assistito stato incarcerato dalle truppe americane.
Si tratta di Jabbar al-Kubaysi, leader
dellAlleanza Patriottica Irachena,
di cui si pu leggere unampia intervista su Correspondencias internacionales, rivista che d ampia informazione sulle forze di sinistra del
mondo e che si pubblica in inglese,
francese e spagnolo, e che sta per essere pubblicata in arabo ed in portoghese.
La brutale detenzione di Jabbar alKubaysi la prova del valore che i
s e rvizi segreti degli Stati Uniti
hanno dato alla Prima Conferenza
Internazionale di Solidariet con la
Resistenza Irachena. Una ragione
in pi per continuare a percorrere
senza indugi il cammino della solidariet internazionalista, oggi pi
necessaria che mai. Sono sicuro che
le prossime Conferenze internazionali avranno importanza maggiore.
E voglio ripetere che quando parliamo di resistenza, intendiamo
tutta la resistenza: dal Baath ai sunniti; dagli sciiti ai cristiani; dai nasseriani ai comunisti e tutte le forze
in lotta per liberare il popolo iracheno.
Alcuni ci domandano: bene, ma se
vince la resistenza, quale sar la tendenza egemonica, la sciita, la sunnita, i comunisti, il Baath?
Credo che questo non sia oggi il problema centrale. Attualmente, il problema principale il rafforzamento
e la vittoria della resistenza. que-

sto che aprir un futuro in Iraq. E


che costituir una vittoria per i popoli di tutto il mondo. Oggi importante che la resistenza si coordini, allinterno della sua diversit e
nel reciproco rispetto. Questo le
consegner grande forza e prestigio. In caso di vittoria chi avr pi
influenza? In gran parte chi sapr
guadagnarsi pi influenza sulle
masse e sulla societ irachena, chi
avr pi forza, chi avr conseguito
un
m iglior
sistema
di
alleanze.Per i logici dubbi sul futuro non possono indebolire il presente.
E il presente la solidariet morale
e politica con la resistenza irachena,
con la sua causa giusta. Il presente
la condanna morale e politica che
occorre estendere nei confronti degli occupanti, nei confronti di questa occupazione che, come linvasione, si fatta non in nostro
nome.
Voglio segnalare una cosa che credo
essere importante. La resistenza, l
impantanamento delle truppe
doccupazione in Iraq hanno messo
Bush in una situazione molto complicata, lo hanno di fatto obbligato
a frenare le sue intenzioni bellicose
nei confronti di altri paesi.
Se loccupazione dellIraq fosse stata facile non dimentichiamo lillusione degli americani di essere salutati dal popolo iracheno come liberatori , se loccupazione non si
fosse scontrata giorno e notte con la
resistenza, se tutto fosse stato cos
semplice come pensava, Bush avrebbe gi fatto sbarcare le sue truppe
in altri paesi della regione e in America Latina, altro obiettivo, oltre il
Medio Oriente, degli Stati Uniti.
Oggi pi che mai le lotte portate
avanti in un punto del pianeta influenzano enormemente altri, lontani, punti.
Le difficolt che trova il capitalismo
in unarea creano migliori condizioni per la vittoria dei popoli in altre aree. Questo un principio strategico che ha acquisito sempre pi
importanza. Ed anche per questo
che grande ed eroico il ruolo della
resistenza irachena.

15

Interviste

Luglio - Agosto 2004

RISOLUZIONE DELLA PRIMA CONFERENZA DI SOLIDARIETA


CON LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO
Parigi 24 maggio 2004
La Prima Conferenza di solidariet con la resistenza del popolo iracheno si riunita a Parigi il 15 maggio 2004.
Essa ha ottenuto il sostegno di circa un migliaio di organizzazioni politiche, sindacali e sociali, di personalit, in
rappresentanza di una cinquantina di paesi.
La Conferenza lancia un appello pressante ai cittadini di tutti i paesi del mondo perch si prenda coscienza della
necessit di mettere fine alle imprese di guerra fomentate dallimperialismo. Laggressione contro lIraq, fondata
su menzogne, e sostenuta dalla scusa di portare la pace, la democrazia e il progresso economico nel quadro del
progetto di Grande Medio Oriente, ha rivelato, in pochi mesi, la sua vera natura. Si tratta di fare man bassa
delle ricchezze naturali, di controllare la loro esportazione nel mondo, di impedire lo sviluppo indipendente dei popoli e di fornire un appoggio allo Stato coloniale israeliano. La Coalizione, sotto legida statunitense, unarmata di occupazione che cerca di asservire ed umiliare un popolo, portando alla rovina il suo paese, massacrando
uomini, donne e bambini, distruggendo leredit culturale della Mesopotamia e la vita culturale del popolo iracheno. Infrangendo tutti i principi e le risoluzioni internazionali, gli atti di barbarie testimoniano dellesistenza
di un sistema organizzato di tortura.
Loccupazione dellIraq accompagnata dallaggravamento delle minacce da parte degli USA che riguardano la
Siria, verso cui Washington ha cominciato ad applicare lembargo, lIran, ed anche Cuba, dove limperialismo
moltiplica le misure di ingerenza e di aggravamento del blocco, il Venezuela, paese della regione andina, la Corea
del Nord ed altri paesi. Per parte loro i Palestinesi subiscono una repressione sempre pi dura. LIraq costituisce
dunque oggi la prima linea del fronte della lotta contro limperialismo.
La Conferenza solidarizza con la resistenza del popolo iracheno, in tutte le sue tendenze, ed esige il ritiro immediato delle truppe di occupazione, il completo ristabilimento dellindipendenza, della sovranit nazionale del popolo iracheno, la garanzia del rispetto di tutti i suoi diritti, labolizione di tutte le disposizioni prese dalloccupante
e la riparazione dei danni economici e personali causati allIraq e al suo popolo.
La Conferenza propone, a tal scopo, lo svolgimento di un Forum Internazionale di solidariet con la resistenza
irachena composto da tutti i suoi partecipanti ed aderenti, allargata agli aderenti futuri, e un Comitato di coordinamento internazionale, incaricato:
di dare impulso a iniziative nazionali nei confronti dei governi, che siano o meno partecipanti allaggressione,
e nei confronti dellopinione pubblica,

di lavorare allorganizzazione di manifestazioni in occasione del prossimo Forum Sociale di Londra, del Forum
Sociale Mondiale e di altri avvenimenti, che devono sfociare nello svolgimento di una giornata internazionale di
solidariet con la resistenza del popolo iracheno,

di preparare una seconda conferenza, che dovr accompagnare la creazione di comitati nazionali di solidariet,

di sostenere e diffondere informazioni su tutte le iniziative conosciute che abbiano come scopo quello di manifestare solidariet alla resistenza del popolo iracheno e che saranno prese o imposte dalla situazione,

p di opporsi alla venuta di George Bush in Europa, alla presenza di basi della NATO sul continente europeo e di
sostenere la convocazione di una giornata mondiale di solidariet con la resistenza ed ogni altra iniziativa che
contribuisca ad allargare la mobilitazione internazionale.

S U L L E S E M P I O D E L L E R OI C A R E S I S T E N Z A D E L P O PO L O IR A C H E N O , M O B I L I T I A M O C I , N E L M ON D O I N T E R O, P E R OS TA C OL A R E T U TT E L E M I N A C C E I M P E R IA L IS TE

16

Luglio - Agosto 2004

Lavoro

Il recente accordo realizzato


alla Siemens in Germania
ha caratteristiche tali
da assumere un forte valore
simbolico di rottura
con una intera fase storica
delle dinamiche tra lavoro e capitale

Dalla vicenda
Siemens

di Tiziano Rinaldini

PI

CGIL Emilia Romagna

l recente accordo realizzato alla


Siemens in Germania ha caratteristiche tali da assumere un forte valore
simbolico di rottura con una intera
fase storica delle dinamiche tra lavoro
e capitale, per ci che vi ha rappresentato il movimento sindacale europeo e tedesco in particolare.
Non pare di rilievo inferiore ad altri
eventi che negli ultimi decenni su altri terreni sono intervenuti sulla storia del 900.
Ho limpressione che, soprattutto a sinistra, questo valore non venga colto,
cos come non venne colto nel passato per altri passaggi, come per il nostro paese nel caso della sconfitta
FIAT del 1980.
Certo, mi rendo conto che questa lettura della vicenda Siemens deriva da
una cultura politica che assegna alle
lotte sociali (e in particolare quando
i n t e rvengono sulla condizione di lavoro, sui diritti e gli spazi di potere dei
lavoratori), ai loro contenuti espliciti,
alle loro concrete conquiste o sconfitte qui ed ora, la chiave di interpretazione decisiva della realt, dei suoi
reali avanzamenti o arretramenti.
Questa cultura politica stata spesso
minoritaria, prevalendo, anche a sinistra una considerazione molto pi
distratta e concentrata sugli aspetti di
propaganda e mobilitazione politica
delle lotte sociali, situando altrove il
centro della partita da giocare.
La vicenda della Siemens pu anche

LAVORO E MENO SALARIO: LA SCONFITTA DELLA IGM E DELLA


CLASSE OPERAIA TEDESCA CHIEDE AD OGNI FORZA COMUNISTA E
DI SINISTRA EUROPEA UNA SERIA VALUTAZIONE DELLA FASE ATTUALE E DEGLI ATTUALI RAPPORTI DI FORZA TRA CAPITALE E LA-

aiutarci a fare finalmente i conti e a


misurarci fra di noi su questo limite.
Le caratteristiche dellaccordo a noi
paiono convalidare il riconoscimento
simbolico prima richiamato.
Elenchiamo qui quelle che consideriamo centrali, tali cio da assumere
significato politico e strategico generale, non riducibile al contingente.
1 Laccordo stato sottoscritto in
Germania da parte dellIGM,
quindi in un paese economicamente solido e qualificato, nel
paese a pi forte e consolidata struttura di relazioni e contrattazione
delle condizioni tra capitale e lavoro, da parte del pi grande sindacato di categoria del mondo, in
un periodo in cui da tempo al governo vi sono, insieme ai verdi, i socialdemocratici, il cui partito tradizionalmente ha una base popolare
legata al sindacato (la Germania e
la patria storica della socialdemocrazia).
2 Laccordo stabilisce che i 4.000
lavoratori del gruppo addetti alla
produzione dei cellulari in Germania (due stabilimenti collocati in
uno dei lander pi ricchi e industrializzati del paese!) avranno un
orario normale superiore (di 5 ore
settimanali) a quello stabilito dal
contratto con lo stesso salario ora
percepito a orario inferiore. Anzi,

quote salariali storicamente stabilizzate come mensilit aggiuntiva (la


tredicesima) vengono trasformate in
variabili dipendenti dallandamento
dellimpresa.
Quindi, si lavora di pi e si pagati
uguale o di meno, con minore certezza. Per meglio intendere, occorre
tenere conto che il contratto da cui
si deroga e di cui si parla il contratto
(di fatto) nazionale, che in Germania risulta da un particolare percorso, per cui con una prassi ultradecennale il contratto viene prima
realizzato nel land di volta in volta
prescelto e poi esteso pressoch automaticamente agli altri lander.
3 Laccordo coinvolge radicalmente il significato e la ragion dessere del contratto, che, come abbiamo visto, ha valore trasversale, di
territorio o nazionale che sia. Difatti
il contratto nazionale perde in questo
accordo la caratteristica decisiva di essere lo strumento che stabilisce le condizioni fondamentali retributive e
normative (orario e salario) per tutti
i lavoratori, che tutte le imprese sono
tenute a rispettare per tutti i lavoratori sulla base di quanto sottoscritto
dalle loro associazioni.
Si afferma il principio che queste condizioni possono essere cambiate in
peggio su punti sostanziali sulla base
dellinteresse della singola impresa,
della sua competitivita e redditivita.

17

Lavoro

Non e quindi il contratto la condizione, il vincolo su cui limpresa costruisce la sua capacita competitiva,
ma lopposto.
Gli accordi sottoscritti (qualsiasi accordo a qualsiasi livello) non sono pi
un vincolo per limpresa, ma condizioni che di volta in volta possono essere fatte saltare.
Non difficile capire che la lesione
conseguente sul contratto nazionale
(e, per la verit, sul contratto a qualsiasi livello) si riferisce alla sua ragion
dessere storica come strumento di solidariet tra i lavoratori e quindi come
affermazione di uno spazio di autonomia delle ragioni del lavoro (dei lavoratori) rispetto alle ragioni del mercato (del capitale).

Gli accordi sottoscritti


(qualsiasi accordo a qualsiasi livello)
non sono pi un vincolo
per limpresa, ma condizioni
che di volta in volta
possono essere fatte saltare

E ci che si intende storicamente


come spazio di mediazione, e cio
possibilit di esistere per un sindacato
reale e possibilit di riconoscimento
di soggettivit non riducibili alle pure
ragioni del capitale.
E poi opportuno notare che solo a
partire da unidea forte e alta dei contenuti del contratto nazionale e stato
possibile nella straordinaria esperienza sociale e sindacale italiana lo
sviluppo della contrattazione articolata come arricchimento dei valori di
solidariet tra i lavoratori e affermazione anche di un punto di vista dei
lavoratori sui processi allinterno
delle imprese.
E questa la caratteristica che ha storicamente connotato la differenza tra
un sindacato generale ed il sindacato
di mercato, che non a caso lunico

18

modo di essere del sindacato che


viene permesso nel modello sociale,
politico e istituzionale, americano.
4 Le ragioni pubbliche e ufficiali con
cui lintesa viene giustificata dal sindacato sono la necessit di impedire
che la Siemens (il ricatto della Siemens) trasferisca la produzione dei
cellulari in Ungheria occupando conseguentemente alcune migliaia di lavoratori ungheresi.
5 Resta inoltre da sottolineare che
lintesa riguarda un grande gruppo
industriale che ha stabilimenti in
molti paesi dellUnione Europea e
del mondo, vende sui mercati internazionali ed presente con i propri
prodotti in settori innovativi di media
e medio-alta tecnologia (laccordo infatti stabilisce un peggioramento
delle condizioni per una parte dei lavoratori, quelli addetti ad una delle
produzioni del gruppo). Siemens infine non accusa affatto una situazione
di difficolt finanziaria, n i bilanci
sono in passivo.
Il quadro che i punti elencati compongono assume quindi un valore
simbolico di straordinario rilievo.
Certo, non giusto nascondere il contesto (tedesco) in cui si colloca e altri
punti contenuti nellintesa, comprensibilmente valorizzati dallIGM
per motivare la sottoscrizione dellaccordo.
Li vogliamo qui succintamente riportare, anche perch vengono (non per
caso) normalmente nascosti o ignorati dai mezzi dinformazione.
In primo luogo in Germania i salari
operai sono superiori di pi del doppio di quelli italiani e gli aumenti contrattuali (per tutti) negli ultimi anni
hanno continuato a determinare una
loro crescita reale, e comunque senzaltro non un arretramento; lorario
di lavoro di 35 ore settimanali. Le
coperture dello stato sociale sono
superiori a quelle del nostro paese.
Rispetto ai diritti nel mercato del lavoro, dopo le operazioni legislative attuate in Italia, i lavoratori tedeschi
sono nel loro complesso molto pi rigidamente tutelati dei nostri.

Luglio - Agosto 2004

In secondo luogo nellintesa la


Siemens conferma lapplicazione
della situazione contrattuale precedente per tutto il resto del gruppo in
Germania (circa 25.000 lavoratori), si
impegna a non attuare licenziamenti
e a non procedere a delocalizzazioni,
e definisce una durata transitoria
(biennale) dellaccordo.
Su queste basi IGM spiega la firma dellaccordo (che, secondo le fonti di informazione, avrebbe avuto consenso
fra i lavoratori, anche se non risulta vi
sia stata verifica di voto n con i diretti
interessati, n con i lavoratori complessivi del gruppo), nega che possa
avere un valore generale e tenta di delimitarne il significato come caso eccezionale.
Ci pare doveroso non sottovalutare
questi aspetti e richiamarli, anche per
rispondere ai rozzi tentativi, gi in
corso, di replicare il modello Siemens
in un contesto ben diverso come
quello italiano ( da notare a questo
proposito che subito partita loperazione di accompagnamento scientifico/culturale da parte di molti intellettuali competenti della serie comunque sempre dalla parte del pi
forte).
Detto questo e nonostante ci, sarebbe da miopi (o peggio) non vedere che le caratteristiche centrali di
quellaccordo, prima messe a fuoco,
fanno comunque assumere uno
straordinario significato alla vicenda
Siemens.
Sarebbe un modo per sfuggire (per
lennesima volta) ad una riflessione di
fondo sullo stato delle cose (non solo
sindacali).
Tentiamo almeno di utilizzare in questo senso loccasione che questa vicenda ci fornisce.
Daltra parte siamo inevitabilmente a
cio richiamati dal fatto che la filosofia di quella vicenda sta rapidamente riproponendosi (e affermandosi) in altre realta tedesche di primaria importanza e (a partire spesso
da realta appartenenti a gruppi industriali tedeschi) nei paesi europei
dove, nonostante tutto, persistano situazioni di sistema contrattuale e legislativo ancora abbastanza forte e
strutturato rispetto a principi di soli-

Luglio - Agosto 2004

darieta e riconoscimento del valore


del lavoro.
Con una forzatura (di cui sono consapevole, ma che ritengo utile al bisogno, e non priva di fondamento),
si potrebbe dire, con un ardito parallelismo, che come con il voto sui crediti di guerra nel 1914 la socialdemocrazia tedesca abdico ad un ruolo di
rappresentanza di un autonomo interesse dei lavoratori rispetto a quelli
del capitalismo tedesco divenendone
semplicemente un fattore da utilizzare contro altri capitalismi e altri lavoratori, cosi con la sottoscrizione
della logica Siemens il sindacato abdica al ruolo di rappresentare i lavoratori come portatori di un interesse
proprio e li assume come variabile al
s e rvizio della competitivita di questa
o di quella impresa in guerra contro
altre imprese e lavoratori, soprattutto
se di altri paesi e anche se dello stesso
gruppo industriale (evitare lUngheria, per la Germania, e la ragione
pubblicamente riconosciuta dellaccordo; e la base del ricatto Siemens).
Il significato di quanto accaduto oggi,
per alcuni versi ancor piu di quanto
accadde allora, non e restringibile ad
una dimensione sindacale e tanto
meno di una specifica impresa, va ben
oltre il paese interessato (la
Germania) e riconduce al quadro internazionale della dinamica lavoro e
capitale.
A questo punto della riflessione che
vi propongo, conviene quindi uscire
dalla dimensione simbolica del caso
Siemens e cercare d capire meglio
che cosa sta succedendo e quali processi, al di la del singolo gruppo industriale, sono intervenuti in questi
anni tali da rendere il caso in questione un fattore di estrema chiarificazione sulla natura dei processi in
atto; non un evento inspiegabile,
come se ci piombasse addosso da un
altro mondo.
Per tornare unultima volta allardito
parallelismo richiamato, non faremmo un solo passo in avanti se ci
spiegassimo la vicenda sulla base della
categoria del rinnegato applicata al
sindacato tedesco.
Anche questo sarebbe un modo per
sottovalutarne il significato, come se

Lavoro

fosse possibile ridurre il tutto a qualche episodio e a qualche errore. E la


vecchia questione del dito e della
luna.
In Germania la conclusione Siemens
si colloca dopo una lunga fase di logoramento, accerchiamento ed anche talora, gia prima, di vero e proprio sfondamento sui punti centrali
del modello sociale tedesco e del suo
sistema di relazioni industriali.
Non e un caso che al centro di questa offensiva si siano trovate le due
strutture sindacali centrali di quel
modello: i metalmeccanici e larea
pubblica, cioe le due realta con caratteristiche di rappresentanza di categoria, e non di settore (diversamente dai chimici), e quindi piu permeate da una logica di sindacato generale rispetto a quella di sindacato
di mercato (puo essere utile ricordare che in Germania la confederazione non ha quasi alcun potere, in
quanto nel secondo dopoguerra gli
USA impedirono che in Germania vi
fosse una Confederazione sindacale
dotata di poteri forti, ma non poterono evitare sindacati realmente di
categoria, come quello dei metalmeccanici).
Per un lungo periodo in questi anni
il sindacato tedesco si e esercitato, sia
sul piano contrattuale che legislativo
per ricercare uno spazio di mediazione con le esigenze di competitivita
delle imprese allinterno del modello
di globalizzazione in atto.
In questo ce chi si e cimentato con
piu spregiudicatezza e spirito corporativo (naturalmente i chimici), chi
stato pi prudente, ma tutti senza
dubbio hanno praticato questa strada
(al di la delle dichiarazioni altisonanti contrarie), con particolare disponibilita se si trattava di lavoratori
degli stabilimenti dei gruppi tedeschi
allestero.
E noto che in questa ricerca della mediazione il sindacato tedesco e stato
per lungo tempo portato ad esempio
in tutto il mondo.
Nonostante cio, il logoramento e
stato continuo e lisolamento (dalla
stessa SPD) crescente, sino alla sconfitta del tentativo di esigere il rispetto
della scadenza per la realizzazione

della parificazione dei trattamenti


contrattuali dei lavoratori della ex
Germania Est con quelli della ex
Germania Ovest (impegno che tutti
avevano assunto al momento della riunificazione).
Infine, ritenendo cosi di difendere il
contratto nazionale a fronte dellattacco frontale al contratto stesso (tra
laltro molte imprese uscivano dalle
loro associazioni per non applicarlo),
hanno sottoscritto la possibilita di deroghe nelle singole imprese a patto
che fossero pattuite con il sindacato
centrale e dallo stesso sottoscritte, evidentemente contando di poter limitare drasticamente il fenomeno a casi
eccezionali e transitori.
Non intendo su questo dilungarmi oltre. Lo farei in modo comunque incompleto, rispetto al prezioso quadro
di informazione e ricostruzione
(scritto prima del caso Siemens) che
comparso recentemente sullargomento su Quaderni di rassegna sindacale (Il sistema contrattuale tedesco in tempi di crisi di Reinhard
Bispinck), il cui contenuto per inciso
a me pare stridere in tutta evidenza
con lorientamento prevalente della
rivista.
Preme qui riscontrare che tutto questo non e servito; semmai ha piu o
meno progressivamente portato
verso esiti sempre piu privi di mediazione, sino alla vicenda Siemens,
ed ora Opel, Wolkswagen, Bosch,
Daimler-Chrysler,
Quindi levento Siemens non e isolato, ma interno ad un processo che,
per chi voglia vedere, viene messo impietosamente allo scoperto nelle sue
caratteristiche generali, (anche in un
paese con una consolidata struttura
di mediazione tra le parti sociali e con
un grande partito amico di tradizione socialista).
Il punto a cui siamo richiamati non e
solo riferito a questo o quellaspetto
di contenuto specifico che si viene definendo in questa o quellimpresa, ma
allevidenza generalizzata della incompatibilita tra il modello di competitivita intrinseco allattuale globalizzazione e la presenza a partire dal
lavoro di un effettivo vincolo sociale,
e cioe del riconoscimento di un altro

19

Lavoro

punto di vista autonomo, non riducibile a variabile/fattore da subordinare alla competitivita stessa dellimpresa, a sua volta inserita in uneconomia finanziarizzata.
Al di la dei singoli specifici contenuti
di questa o quella vicenda, tutte sono
attraversate in modo omogeneo dalla
messa in mora di volta in volta di tutto
cio che nel lavoro vincoli alla solidarieta tra i lavoratori stessi e dia loro la
possibilit di farsi valere come soggetto collettivo (condizione senza la
quale si chiude lo spazio perch ciascheduno possa affermare la propria
individuale soggettivit).
E questa la matrice dei processi che
hanno investito in questi anni il lavoro

La difesa e gli interessi del lavoro


vengono quasi sempre
sostenuti come subordinati
alla loro capacit di rendere
pi forte la capacit
competitiva interna
al modello generale accettato

e le imprese, sotto la copertura di un


linguaggio falsamente concreto ed
apparentemente neutrale: innovazione, economia della conoscenza,
flessibilit,
Non casualmente al centro ce il sostanziale svuotamento del contratto
nazionale, nel senso cioe (onde si evitino illusioni sostitutive) di qualsiasi
vincolo che non sia semplicemente
ladattamento di volta in volta a cio
che richiede la competitivita (lU.E.
cosi come sino ad ora si e definita ha
accelerato ed accentuato il processo;
lo rende evidente lo stesso caso
Siemens).
A partire dal lavoro il soggetto (i lavoratori) diviene oggetto, loggetto
(la merce) diviene soggetto.1
Per il sindacato resta (forse) lo spazio
per un sindacato di mercato; per la
politica la distinzione tra democra-

20

tici e repubblicani, in prospettiva


tra oligarchi e tiranni.
Non e qui loccasione per sviluppare
le conseguenze che da cio conseguono (e in parte sono gia conseguite) sulla democrazia (altro che
esportazione della democrazia), sui
diritti e sulla guerra come naturale
espressione del modello sociale vincente. Mi limito ad accennarle.
Qui mi preme piuttosto sottolineare
la necessita (in questo la vicenda tedesca) di assumere chiara consapevolezza della radicalita della situazione con cui ci confrontiamo, del
fatto cioe che non esiste spazio se non
contrastante e non esiste contrasto se
non ha al centro il contrasto a livello
sociale in cui ruolo centrale e insostituibile abbia la dimensione lavoro ed
il soggetto che la compone.
Per dirla, allantica, rovesciata, hic
Rhodus, hic salta.
Sarebbe utile affrontare il problema
avendo fra di noi chiaro che non vi
sono risposte efficaci se limitate alla
testimonianza di pi o meno radicali
opposizioni.
Anche questo pu essere interno al
processo di americanizzazione, non
pi di tanto contrastante. Il capitalismo anglosassone oggi vincente
(chiss perch abbiamo chiamato ci
globalizzazione, cos come abbiamo
chiamato flessibilit ladattamento
subalterno del lavoro allimpresa) da
sempre prevede radicalit estreme
contro a patto che non siano in grado
di contrastarne la sostanza e prefigurarne alternative.
Tra laltro, rispetto al passato, per la
politica nelle sue forme organizzate
non neanche pi possibile stare dentro la realt presente con pratiche istituzionali e sindacali accomodanti
ogni volta che si assumono delle responsabilit, in cambio di un futuro
sole dellavvenire che prima o poi si
realizzer.
Era uno schema gi molto, molto discutibile quando pure pareva funzionasse, ora dovrebbe esserne evidente
la improponibilit.
Riaprirsi oggi una strada passa inevitabilmente dalla capacit di affermare qui ed ora (nei contenuti che si
conquistano sulle condizioni sociali e

Luglio - Agosto 2004

di potere) coerenze rispetto allaffermazione di spazi per un punto di vista contrastante, autonomo e diverso,
allinterno della concreta dimensione del lavoro, nei confronti del capitale, della cosiddetta globalizzazione e delle condizioni che ne conseguono.
In questo senso il problema della politica nelle sue forme organizzate non
quello di millantare chiss quale capacit, una volta insediata in posizioni
di potere, di modificare granch del
processo in atto (ovviamente tanto
meno quello di predicare e praticare
ladattamento e la rassegnazione).
Il primo problema la sua capacit di
favorire spazi attraverso cui il soggetto
sociale possa contrastare e mettere in
campo la sua presenza, e cos quindi
alimentare le reali possibilit della politica stessa.
Non pretendo certo di avere le risposte ad un problema cos posto. Non
nego, anzi, la difficolt estrema.
Sarebbe gi tanto condividerlo a partire dalla consapevolezza che solo da
qui si pu ripartire e che da qui deve
ripartire lo stesso problema di ricostruire una rappresentanza politica
del lavoro ed una identit della sinistra, una riconnessione con il filo
lungo del movimento operaio.
Mi limito a delineare sommariamente una traccia e a dichiarare un
punto, per noi, netto e chiaro, discriminante.
Il tema dello sviluppo, delle politiche
finanziarie ed economiche e della politica industriale, del ruolo dello Stato
(nelle sue diverse dimensioni locali,
nazionali, europee, internazionali)
viene quasi sempre affrontato mettendo di fatto al centro il vincolo di
un modello competitivo a cui conformarsi identificato con quello attualmente dominante. La difesa e gli
interessi del lavoro vengono quasi
sempre sostenuti come subordinati
alla loro capacit di rendere pi forte
la capacit competitiva interna al modello generale accettato. I vantaggi
per il lavoro deriverebbero quindi dal
successo competitivo cos inteso.
A sinistra, una volta si sarebbe detto:
soviet, pi elettrificazione.. e catena di montaggio.

Luglio - Agosto 2004

Pare evidente, oggi pi che mai, linconcludenza di questa impostazione,


sia nella versione cosiddetta riformista che radicale.
Se si effettivamente convinti che la
messa in mora di una possibilit di dialettica democratica tra capitale e lavoro ottunda la stessa democrazia ed
evochi scenari catastrofici per la civilt, allora la premessa su cui impostare i vari temi va rovesciata. Il tema
del lavoro e della sua possibilit di riunificazione (e quindi di esercizio di
un ruolo vero da parte del soggetto
che lo compone) il vincolo, o almeno uno dei vincoli, su cui costruire
il modello di competitivit, riaprendo
cos anche il contrasto con il modello
oggi dominante nel mondo.
In questo senso si colloca lopposizione ai processi fondati sulla frammentazione, frantumazione, precarizzazione, separazione tra economia della conoscenza e lavoro manifatturiero, neo razzismo di ritorno nei
confronti del lavoro manuale.
E una traccia quella qui introdotta da
approfondire rivisitando senza soverchia soggezione temi come Europa,
ruolo dello Stato nazione, globalizzazione.
E su questa base tra laltro, che, insieme al tab della guerra, andrebbe
impostata al contrario di ci che sta
avvenendo, la stessa battaglia di difesa
e di valorizzazione della Costituzione
e di cambiamento della costituzione
europea.
Infine, concludo questo contributo
con un punto chiaro e netto, a nostro
parere dirimente.
Mi riferisco al riconoscimento della titolarit dei lavoratori e delle lavoratrici per quanto riguarda rivendicazioni e accordi che intervengano sulla
loro condizione e quindi il diritto di
tutti i lavoratori e le lavoratrici di decidere con il voto la validit di piattaforme ed accordi.
Mi riferisco alla conquista (e pratica)
di questo diritto ed alla urgente necessit che venga stabilito per legge, e
non lasciato alla dimensione pattizia
tra organizzazioni, che, come abbiamo visto in questi anni, inevitabilmente esposta alla contingente valutazione delle organizzazioni e non

Lavoro

costituisce quindi diritto/base su cui


fondare un indiscutibile vincolo democratico per tutti.
Nellassegnare a questo obiettivo valore centrale e dirimente, opportuno chiarire che non si intende certo
considerarlo di per s risolutivo rispetto alle risposte da ricercare al problema con cui ci confrontiamo, ma
piuttosto sottolinearne il valore di
condizione necessaria (sine qua non)
anche se non sufficiente.
Se, come prima richiamato, lunico
modello capitalistico ora in campo e
i processi conseguenti in atto nellarea centrale della produzione di valore, e quindi nel lavoro, lasciano al
soggetto (i lavoratori e le lavoratrici)
la sola possibilit di essere oggetto, se
si vuole contrastare ci ed impedirne
laffermazione consolidata, qualsiasi
nuova partenza presuppone di assegnare al soggetto la sua prima prerogativa per riconoscerlo in quanto tale
(il diritto a decidere democraticamente) e non limitarsi a ritenersene
linterprete degli interessi.
Senza affermare ci non pare possibile tentare di sfuggire alla deriva in
atto.
E questa condizione che permette di
esercitare il proprio ruolo, e di battersi per le proprie idee e proposte
sulle questioni dei lavoratori, rendendo possibile di volta in volta vederle affermate o non condivise, ma
mai una volta per tutte, sempre collocate in un percorso democratico
che assegna al soggetto sociale la titolarit degli interventi a suo nome.
Anche a sinistra, vi molta sottovalutazione e disattenzione su questo
tema. Spesso ci si dimentica o lo si sacrifica a ragioni unitarie o ( la stessa
cosa) lo si colloca indistintamente in
un lungo elenco di punti irrinunciabili.
Si ha quasi limpressione che sia tuttaltro che superata una storica diffidenza, e non si colga lessenza dei processi in atto e la loro radicalit, che,
a mio parere, non ha precedenti da
quando comparso il movimento
operaio.
Come se fosse possibile continuare a
pensare di poter rimontare la situazione attraverso i percorsi tradizionali

del rapporto tra organizzazione e soggetto sociale, gli stessi percorsi da cui,
sia nella versione riformista che
quella radicale, discende almeno in
parte lattuale vicolo cieco.
Non v dubbio che sulla strada qui
indicata vi sono problemi seri e tuttaltro che semplici.
Ad esempio, la delimitazione della
giurisdizione in cui e su cui si esercita
il voto decisionale; il voto come atto
interno ad un percorso di partecipazione, non isolato a s; la certezza degli spazi attraverso i quali le organizzazioni possano esercitare pienamente il proprio ruolo.
Sono problemi che dovranno essere
affrontati, ma altra cosa metterli in
campo per impedire o ostacolare o ritardare laffermazione, anche imperfetta, del diritto e della titolarit.
Tra laltro il tema non nasce nella testa di ristrette avanguardie; stato
messo in campo dalle lotte dei lavoratori , dal loro movimento e dalla
Fiom in particolare.
Non c neanche lalibi di una scarsa
attenzione sociale.
E quindi un banco di prova del rapporto tra quanto di pi contrastante
(e condiviso dai lavoratori stessi)
emerso dalle lotte sociali e la capacit
di interpretazione politica da parte in
primo luogo di tutti coloro che ritengono che, accompagnando gli attuali
processi, viene negata la possibilit di
uno sviluppo democratico di trasformazione della realt, e quindi viene
negato lunico terreno (senza alternative) su cui rendere possibile un
mondo davvero diverso e migliore.

1 La frase virgolettata tratta da uno degli

ultimi contributi di Claudio Sabattini, oggetto di recente pubblicazione da parte del


Centro R60 di Reggio Emilia in collaborazione con Fiom Bologna e Reggio Emilia (ad
un anno dalla sua scomparsa).
Il libro (Claudio Sabattini Alcuni interventi Autunno 2003/Estate 2004 prefazione di Gabriele Polo) pu essere richiesto
al Centro Studi R60 (Camera del Lavoro di
Reggio Emilia) o presso la Fiom nazionale o
di Reggio Emilia o di Bologna.

21

Lavoro

Luglio - Agosto 2004

Pienamente realizzato, un sistema di


Sicurezza del lavoro e della formazione
vuole garantire a tutte e a tutti un lavoro
o una formazione, per poter giungere in
seguito a un lavoro migliore, con una
continuit di buon reddito e di diritti,
o di passaggio da unattivit allaltra
o anche da un posto di lavoro allaltro

Per un sistema di
sicurezza
delloccupazione
o della formazione

di Paul Boccara

UN

Poul Boccara docente di Scienze


Economiche allUniversit di Picardia, direttore della rivista Issues del
Partito Comunista Francese, responsabile del Dipartimento Economia del
PCF, con questo articolo inizia la sua
collaborazione a lernesto.
partire dagli inizi del 2000 assistiamo nellUnione europea e nel
mondo intero ad unesasperazione
delle sfide portate dalla disoccupazione e dalla precarizzazione.
Da trentanni a questa parte la disoccupazione di massa gradualmente aumentata. Con alti e bassi,
essa persistente nei paesi sviluppati mentre aumenta a livello mondiale raggiungendo, secondo i dati
dellUfficio Internazionale del
Lavoro, la cifra di 188 milioni di individui. Nella zona delleuro il tasso
ufficiale di disoccupazione ha raggiunto nel giugno 2004 il 9% contro l8,9% del giugno 2003 e il 9,1%
nel complesso dellUnione europa
allargata dei 25 paesi. Ma sono il
doppio o il triplo coloro che sono
colpiti dalle varie forme di mancanza di lavoro.
1. In confronto alla disoccupazione
di massa che ha caratterizzato la
crisi sistemica fra le due guerre
mondiali, nella crisi attuale possiamo notare alcune rilevanti differenze: la scala mondiale del fenomeno, la sua pi lunga persistenza,

22

PROGETTO PER IL SUPERAMENTO DELLA DISOCCUPAZIONE

la rilevanza delle donne allinterno


della popolazione attiva e, sopratutto, la proliferazione dei posti di
lavoro precari e atipici.
Tutto ci sarebbe dovuto alle condizioni indotte dalle nuove tecnologie
della rivoluzione informazionale ,
i n t e rvenute sotto il dominio dei
mercati finanziari. Le ondate di aumento della produttivit, economizzando fortemente il lavoro vivo
e il lavoro incorporato nei mezzi materiali in rapporto alla produzione e
ai servizi, si congiungono alle pressioni esercitate sui costi salariali e sociali. Ci tende a rendere insufficente la domanda e i posti di lavoro,
rilanciando la disoccupazione di
massa e la precariet. Tale progressione della produttivit ha avuto
unaccelerazione dalla fine degli
anni 90 soprattutto negli Stati Uniti.
Il flusso delle informazioni, come
quello della ricerca, tende oggi a diventare pi importante delle macchine. Contrariamente a una macchina che localizzata qui o l, la
stessa informazione risultante da
una ricerca pu essere invece contemponeamente condivisa in ogni
luogo del mondo. Questo fatto favorisce lespansione delle societ
multinazionali nella condivisione
dei costi della ricerca. Ma esse rivaleggiano anche nel mettere in concorrenza fra loro i lavoratori del
mondo intero, esercitando una

pressione sui salari e sui posti di lavoro. Al contrario, tanti pi fossero


gli esseri umani occupati e ben formati, tanto pi, in linea di massima,
potrebbero essere condivisi i costi
della ricerca. E i costi di formazione,
se questa fosse molto sviluppata, favorirebbero attivit e domanda a
sufficenza. Ma tali principi di una
diversa crescita presupporrebbero
trasformazioni sistemiche radicali.
In nome della lotta contro le rigidit del mercato del lavoro, nei
paesi dellUnione europea si sono
sempre pi facilitati i licenziamenti
e si spinto verso i lavori precari, a
tempo determinato, a tempo parziale, ecc. Si incitato alla riduzione
dei costi salariali, alla riduzione
della spesa sociale, allaccettazione
di posti di lavoro mal pagati sotto la
minaccia di soppressione degli aiuti
publici delle politiche dette del
workfare. Tutte queste politiche
non hanno permesso di risolvere il
problema della disoccupazione di
massa, mentre nel frattempo la precariet si moltiplicata.
Al Vertice europeo del Lussemburgo, 1997, sono stati decisi i cosiddetti nuovi avviamenti. Si trattava
con essi di offrire a ciascun giovane
con sei mesi di disoccupazione e a
ciascun adulto disoccupato da dodici mesi, o un lavoro o una formazione, oppure delle misure che ne
favorissero linserimento professio-

Luglio - Agosto 2004

nale. Tuttavia la terza opzione,


quella riguardante le misure per
linserimento, stata una scappatoia. Sono stati pubblicati dei piani
nazionali per limpiego, ma i successivi vertici europei e la strategia
europea per limpiego hanno sempre rifiutato di fissare obiettivi oggettivi e vincolanti.
tutto lorientamento dellUnione
europea ad essere in causa. Essa ha
puntato soprattutto sulla creazione
di un grande mercato unificato e
sulla moneta unica per favorire la
redditivit finanziaria, mettendo in
concorrenza fra loro i salariati.
Lallargamento dellUnione a est,
in queste condizioni, rafforzer ancora la concorrenza salariale e sociale dei paesi aderenti quelli con
i tassi di disoccupazione pi alti
(19% in Polonia) e i salari pi bassi
(salario orario minimo di 2 euro in
Slovacchia) , mentre andr appesantendosi su di essi la pressione dei
paesi dominanti. Prosegue inoltre
la politica della Banca Centrale
Europea, i cui indirizzi attuali mirano non alloccupazione ma, con
il pretesto della lotta allinflazione,
a un euro forte per favorire gli investimenti finanziari e le massicce
esportazioni di capitali specialmente verso gli Stati Uniti, la qual
cosa favorisce le delocalizzazioni
della produzione verso di essi o
verso i paesi a basso regime salariale.
in questo contesto e con queste
condizioni che diventa sempre pi
necessario un ambizioso progetto
sociale capace di dare radicalmente
risposta alle sfide della disoccupazione e della rivoluzione informazionale .
2 . Nel 1996 stato avanzato in
Francia un progetto in tal senso, sviluppato poi nel 2002 nel libro Une
scurit demploi ou de formation. Pour
une construction rvolutionnaire de dpassement contre le chmage (Una sistema di sicurezza per loccupazione
o la formazione. Per la costruzione
rivoluzionaria di un progetto di superamento della disoccupazione)
pubblicato dalle edizioni Le
Temps des Cerises .

Lavoro

Adottato dal Partito Comunista


Francese, esso ha ispirato in Francia
alcune misure di legge contro i licenziamenti, oggi parzialmente sospese. Esso ha inoltre influenzato la
proposta di una Sicurezza sociale
professionale avanzata dalla CGT
(Confdration Gnrale du
Travail). Non sarebbe tuttavia sufficiente dare continuit ai diritti sociali e offrire accresciuti diritti alla
formazione, come proposto da
esperti come Alain Supiot che
pure hanno influenzato la proposta
della CGT senza puntare a sradicare la disoccupazione stessa e la
precariet. Ciononostante alcuni dirigenti del Partito Socialista pretendono di fare riferimento a questa
proposta della CGT. NellUnione
europea si parla inoltre di flessicurezza (flexcurity in inglese), ma di
fatto nellambito di pratiche daccompagnamento verso la precariet
dei posti di lavoro.
Pienamente realizzato, un sistema di
Sicurezza delloccupazione o della
formazione vuole garantire ad
ognuna e ad ognuno un lavoro o una
formazione, per poter giungere in
seguito a un lavoro migliore, con una
continuit di buon reddito e di diritti, e passaggi da unattivit allaltra
o anche da un posto di lavoro allaltro, passaggi controllati dai diretti interessati. Si cercherebbe cio di sopprimere la disoccupazione stessa,
nellambito di una sicurezza di unattivit e di una mobilit frutto di scelte
e tesa alla promozione per tutti, con
rotazioni fra lavoro e formazione.
Tutto ci va ben al di l di quel che
si chiamava pieno-impiego.
Questa proposizione degli anni 30
e 40 non pu essere la soluzione
per il futuro. Il pieno impiego sia
nella teoria di Keynes come durante
la fase di crescita del dopo guerra
non sopprime la disoccupazione:
esso implica sempre un certo tasso
di disoccupazione ineliminabile. Si
parlato in proposito del 4%, cosa
che rappresenterebbe circa 1 milione di disoccupati in Francia invece dei 2,5 milioni ufficiali. Essa
non dice inoltre nulla a proposito
della qualificazione e della forma-

zione. Non parla della sotto-occupazione professionale delle donne,


n delle discriminazioni di genere,
det, dordine nazionale o etnico
in ambito occupazionale. Il pieno
impiego daltronde una proposta
avanzata da tutti i dirigenti
dellUnione europea, compresi
quelli di destra.
Con un sistema di Sicurezza delloccupazione o della formazione si
tratterebbe di costruire un autentico superamento della disoccupazione. Superare nellaccezione
del concetto utilizzato da Marx e
mutuato da Hegel, significa arrivare
a sopprimere davvero un fenomeno
sociale (la disoccupazione in questo
caso) poich non lo si nega semplicemente, ma si conserva il problema al quale esso vuole rispondere, dandogli per unaltra soluzione per mezzo di un progresso di
fondo. In tal modo la disoccupazione, analizzata con un approccio
autenticamente marxista, non rappresenta solo un terribile male economico, sociale e morale, con le sue
rovine e le sue sofferenze (in
Francia si verifivano otto volte pi
suicidi fra i disoccupati). Ma rappresenta anche, dialetticamente,
una grande forza. Poich le soppressioni di posti di lavoro spingono
fortemente verso il cambiamento
nella produzione, favorendo il progresso tecnico. Ecco allora che si potrebbe conservare questa forte
spinta al cambiamento delle soppressioni dei posti di lavoro, ma
senza i danni della disoccupazione.
E tutto ci non solo grazie a dei
buoni ricollocamenti, ma con il passaggio dallimpiego alla formazione, scelta e con un buon reddito,
per arrivare in seguito ad una migliore occupazione. Non si tratta di
mettere tutti i disoccupati in formazione, poich occorre anche
creare molti pi posti di lavoro.
Questo si oppone alle rigidit e ai
danni delle garanzie e alloccupazione autoritarie dei regimi statalisti che si richiamavano al socialismo
come lUnione Sovietica. Non si
tratterebbe affatto, con la garanzia
di un buon reddito dattivit, di un
reddito di sussistenza slegato dal-

23

Lavoro

lattivit sociale (e che tenderebbe


daltronde a un minimo insufficente). Con la sicurezza e il reddito
per la formazione, si inizierebbe a
superare il mercato del lavoro e il
regime salariale.
Vi sarebbe una mobilit, ma nellambito di una promozione, nella sicurezza, delle attivit. A di l dellimpiego, la formazione continua mirerebbe alla crescita culturale, per padroneggiare la propria vita con creativit. Un lavoro altrimenti orientato
e creatore, quindi, pi aperto verso
la vita non di solo lavoro.
Tutto questo si collegherebbe a una
sicurezza e alla promozione di tutti
i momenti della vita sociale, dalla
nascita al pensionamento, con tutte
le risorse come la cultura, la participazione creativa di ciascun utente
ai servizi socializzati come quelli delleducazione, della sanit, della ricerca e della cultura.
3. Non si tratta di mettere in atto
tutto il sistema tutto dun colpo. Al
contrario, si tratterebbe di partire
dalle varie e concrete situazioni esistenti dinsicurezza del posto di lavoro, di disoccupazione, di precariet, di licenziamento, ecc., e dalle
discussioni e dalle lotte riguardo
alle misure da prendere. Questo
porterebbe alla creazione di diversi
ambiti di costruzione di un sistema
di sicurezza del lavoro o della formazione a livello locale, nazionale
ed europeo, o addirittura mondiale. Si potrebbero raggruppare
questi ambiti in sette gruppi:
- i disoccupati, i titolari di un reddito sociale minimo, e le condizioni
per un loro ritorno alloccupazione; per una buona indennizzazione di tutti e un ritorno a un posto di lavoro di qualit;
- i precari, gli interinali, quelli a
tempo parziale e dei contrattti sostenuti dalla mano pubblica; per
delle conversioni a impieghi stabili
e a tempo pieno;
- i licenziamenti, le delocalizzazioni,
i riclassamenti; con delle moratorie
di sospensione e con proposte alternative da parte dei consigli di fabbrica, arbitraggi, e con interventi
preventivi;

24

- le misure specifiche per i giovani,


le donne, i lavoratori anziani, i lavoratori immigrati o nati dallimmigrazione; o, ancora, alcune specifiche filiere industriali;
- la riduzione del tempo di lavoro
per favorizzare la creazione di posti
di lavoro e la formazione, conservando dei buoni salari;
- la formazione continua, con misure da assumere contro le sue
enormi ineguaglianze e insufficenze, prevedendo poteri di controllo da parte degli individui in formazione;
- i territori e i bacini doccupazione;
con concertazioni fra cariche elettive, sindacati, associazioni, instituti
di formazione o dinserimento; con
obiettivi annuali per loccupazione
e la formazione.
Infine, al di l delle regioni e degli
Stati nazionali, si tratta di articolare
in conformit il livello dellUnione
europea, e agire per una diversa costruzione mondiale.
Questo rinvia allarticolazione fra:
1) obiettivi sociali; 2) mezzi e criteri
finanziari; 3) poteri e diritti, il triangolo istituzionale per una trasformazione efficace.
I mezzi finanziari riguardano,
primo, i fondi pubblici. Tali fondi
utilizzati per loccupazione di tipo
regionale, nazionale o europeo
sono cospicui. Si tratta di controllarne lutilizzo nelle imprese che ne
beneficiano, prevedendo anche
sanzioni come il rimborso. pure
ora di mettere fine allimposizione
del Patto di stabilit europeo contraria alla spesa sociale nei bilanci.
Bisogna pur passare dagli incentivi
per le riduzioni dei carichi sociali,
riduzioni che comprimono i salari
a scapito della domanda, a contributi per la riduzione dei carichi finanziari.
Un nuovo credito bancario che promuova prestiti a lungo termine finalizzati agli investimenti, vedrebbe
i suoi tassi dinteresse calare sino a
tassi zero e pure negativi (con riduzione dei rimborsi) se fossero programmati in modo efficace i posti di
lavoro e la formazione. Tutto questo pu prendere la forma di Fondi

Luglio - Agosto 2004

regionali, con la presa in carico da


parte dei fondi pubblici di tutti gli
interessi o di parte di essi. Questo riguarda soprattutto il ruolo della
Banca Centrale Europea. Inversamente alla sua attuale impostazione, che non mira alloccupazione, essa utilizzerebbe le sue possibilit di creazione monetaria per
rifinanziare questi crediti a tassi
assai ridotti. Si tratterebbe inoltre di
favorire forme diverse di gestione
delle imprese, con diversi prelievi e
con criteri defficenza sociale che
facciano arretrare il dominio della
redditivit finanziaria. Si inciterebbe alla diminuzione dei costi
non con labbassamento dei costi salariali e con lossessione della soppressione dei posti di lavoro, ma con
la promozione delle capacit
umane. Si punterebbe inoltre a una
diversa cooperazione con i nostri vicini darea, come i paesi mediterranei, e al contributo a una diversa
construzione mondiale con una riforma del FMI e per una moneta comune mondiale emancipata dal
dollaro per nuovi crediti di sviluppo
comune dei popoli.
Tutto questo si ricollega allistituzione di nuovi poteri e diritti. Ci riguarderebbe i poteri dei salariati e
dei consigli di fabbrica nelle imprese; dei lavoratori, delle popolazioni, delle loro organizzazioni e degli eletti nelle istituzioni riguardo alloccupazione e alla formazione nei
bacini occupazionali e nelle regioni; a livello di Unione europea,
con una riforma del Comitato economico e sociale e del Comitato
delle regioni. Si tratterebbe di poteri collettivi di concertazione, ma
pure di diritti personali. Questo riguarderebbe specialmente nuovi
tipi di contratti con una pluralit di
imprese e istituzioni, per rendere sicuri e promuovere i percorsi professionali.
Per andare verso questo sistema di
Sicurezza delloccupazione o della
formazione, noi possiamo costruire
in Francia e in modo decentralizzato a livello di Unione europea,
un grande movimento sociale e culturale, il cui contributo risulterebbe
decisivo alla costruzione di un progetto altro di societ.

Pace e lavoro
ANCORA,

COME SEMPRE, LE ANTICHE PAROLE DORDINE DEL MOVIMENTO OPERAIO,

CAMBIAMENTO,
QUEL CAMBIAMENTO DI CUI HA BISOGNO IL MOVIMENTO OPERAIO ITALIANO E IL NOSTRO GRANDE PAESE E CHE NON PU ESSERE RAPPRESENTATO SOLO DALLA CACCIATA DEL GOVERNO BERLUSCONI, PUR ESSENDO QUESTO IL PASSAGGIO DECISIVO.
SOCIALISTA E COMUNISTA RAPPRESENTANO I CARDINI REALI DEL

Gli obiettivi della pace e del lavoro (NO a qualsiasi


guerra,SI a diritti e salario) dovrebbero caratterizzare il
possibile governo di centro-sinistra
post Berlusconi.
Senza il raggiungimento di tali obiettivi, si ptrebbe parlare
di alternativa?
E per raggiungere tali obiettivi, quali dovrebbero essere i
compiti dei comunisti, delle forze di sinistra e sindacali pi
avanzate, dei pacifisti e del Movimento?
Sono questi i temi che vogliamo da questo numero aprire.

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Luglio - Agosto 2004

Alternativa

La politica prima del programma


di Sergio Cesaratto
Professore straordinario di Politica economica
e di Economia dello sviluppo presso la Facolt di Scienze Politiche allUniversit di Siena

Si pu trattare con tutti e di qualsiasi cosa, se si sa quel che


si , quel che si vuole e chi si rappresenta (Asor Rosa, Il riformismo che non chiude le porte, LUnit dic.2002.)
Mi sono sentito un po a disagio di fronte alla cortese
offerta di questa rivista di ospitare un mio intervento
su temi economici riguardanti il programma di un futuro governo di centro-sinistra. Sento infatti una profonda inadeguatezza ad avanzare ricette (che non ho),
tanto pi di fronte ad uno scenario geo-politico mondiale che profondamente mutato rispetto agli assetti
della guerra fredda. No a Maastricht o parole dordine del genere mi sembrano giuste ma ancora insufficienti, e comunque sono gi stati avanzate e argomentate. Alla ricerca delle radici dello smarrimento mi
sembrato che dovrebbero essere la politica, e le idee
che la permeano, a costituire la guida alle soluzioni economiche e programmatiche, e non viceversa, come
forse oggi si tende a credere (non sufficiente laccordo
su quattro, cinque punti, come stato detto).
Paradossalmente per un paese e una sinistra tradizionalmente molto verbosi e poco pragmatici, si tende ora
a dare molto risalto alla necessit di un programma
quasi che questo possa fungere da surrogato alla chiarezza politica sulle grandi e piccole scelte che, a me
pare, sia carente per qualit e sintesi, in particolare nella
componente pi significativa della sinistra progressiva
a cui siamo pi interessati. Una leadership politica che
indichi la direzione di marcia dovrebbe andare oltre
una politica che vive di interviste, mutamenti estemporanei di rotta con irrisori guadagni elettorali in
mente, invece che di elaborazione, proposta, prospettiva.
Non si pu naturalmente reclamare una sintesi politica
senza avere in mente qualcosa riguardo ai contenuti.
Ritengo che la sinistra radicale possa ritrovarsi in un
elemento unificante che il rifiuto del laissez faire come
veicolo di progresso sia nei paesi pi sviluppati che nel
resto del mondo. Questo anche lelemento che la distingue, com ovvio, dalla destra, ma anche dal resto
del centro-sinistra. Anzi, le forze che con meno esitazione si riconoscono nel liberismo pi o meno compassionevole - si ritrovano proprio in questultimo alveo politico, mentre i retaggi populisti e fascistoidi rendono la destra meno coerentemente liberista.
Nellambito del rifiuto del laissez faire possono trovare
collocazione e sintesi (se si vuole fare politica e non

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mero estremismo una sintesi va trovata) diverse sensibilit nei riguardi delle priorit: fra chi sente prioritaria una lotta antagonista al capitalismo globalizzato e
chi ritiene di voler spendere pi energie nel cominciare
a ribaltare le tendenze attuali alla riduzione della presenza pubblica nella sfera economica e sociale in ambito nazionale; fra chi ritiene che una crescita economica regolata possa essere daiuto allambiente, oltre
che necessaria per innalzare gli standard di vita, e chi
ritiene (giustamente) che una indiscriminata espansione dei consumi privati possa essere disastrosa; fra chi
prende come punto di riferimento i movimenti e le relative esperienze, in particolare quelli anti-global e per
la pace, e chi pur sentendosi partecipe di quei movimenti vede nelle grandi masse, nel lavoro dipendente
e nelle loro famiglie (s, la casalinga di Voghera vittima
di Mike Bongiorno), la base principale di riferimento;
fra chi ritiene la prospettiva nazionale come limitante
e chi sente urgente il problema del riscatto economico,
sociale e morale di questo nostro paese. Tutto questo
pu ben stare insieme in un reciproco arricchimento
in una sinistra seriamente progressiva. Si tratta per di
smetterla di rincorrere ora luno, ora laltro asse in maniera estemporanea.
I problemi del nostro paese non possono oggi, peraltro, che essere discussi in una prospettiva globale (senza
togliere importanza tuttavia alla grande, specifica e irrisolta questione nazionale che il Mezzogiorno). I condizionamenti che provengono dallUnione Europea
(UE) e dallUnione Monetaria Europea (EMU) emergono qui in maniera prepotente. Il processo di unificazione europea, per come si svolto sinora, non appare altro che come uno dei canali attraverso cui si
manifestato progressivamente il restringimento degli
spazi di scelta socio-politica degli Stati nazionali a favore di scelte operate in sedi slegate dal controllo democratico dei popoli e al servizio dei potentati industriali e finanziari e contro lintervento pubblico nelleconomia, combattuto come strumento di redistribuzione del reddito a favore di masse pi ampie di popolazione. Poich le cose non sono mai semplici, si osservi
che se da un lato lUE mortifica le nazioni, dallaltro
essa rimane un consesso di paesi con interessi nazionali
divergenti in cui i pi forti (leggi Germania e Francia)
traggono chiari vantaggi dal vedere il declino dei propri concorrenti industriali (leggi Italia), anche se tutto
questo meschino perch tutti hanno da guadagnare

Luglio - Agosto 2004

da una crescita collettiva. Lottare oggi su obiettivi nazionali che riguardino la piena occupazione e lestensione dei consumi collettivi (educazione, cultura, sanit, servizi sociali, trasporti pubblici e lotta radicale allinquinamento, difesa ed educazione allambiente
ecc.) vuol dire condurre una battaglia anti-liberista contro questa Europa che va politicamente rifiutata.
Prima che con la destra, su queste tematiche va aperta
una battaglia politica e culturale nel centro-sinistra
puntando a far passare certi principi in una battaglia
dura e realistica. Peraltro, come diremo, se non ci si
vuol relegare nel velleitarismo prodromo ad una rapida sconfitta dellauspicato governo di centro-sinistra
ad una dose di sano realismo ci conducono non tanto
il moderatismo altrui quanto il quadro ben complesso
che abbiamo di fronte, e tanto pi il moderatismo pu
essere battuto quanto pi si chiari su cosa si vuole e
su come avvicinarsi allobiettivo. Il moderatismo di gran
parte dellUlivo e dei suoi consiglieri economici si basa
su teorie economiche, quelle neoclassiche, su cui da
tempo si esercitata la critica dei seguaci di Keynes, di
Sraffa e di altri economisti critici. Quelle teorie non
sono solo analiticamente errate, possiamo dirlo con sicurezza, ma palesemente inadeguate ad attrezzare chi
voglia seriamente migliorare (dico migliorare, non
dico ribaltare) lo stato di cose presenti. Penso alla povert interpretativa degli studi economici odierni che
si rifanno a quelle teorie nei riguardi dei grandi processi geo-economici mondiali. Vi , a ben vedere, una
grande povert propositiva nellala m oderata
dellUlivo, se non la proposizione di un capitalismo liberista, sebbene compassionevole, con la rituale idea
di investire un po pi in ricerca (chiss con quali risorse) nellattesa messianica che basti questo per riprendere un cammino di sviluppo. Che tale prospettiva sia del tutto inadeguata al paese a me pare palese.
Le sfide, tuttavia, ci sono anche per noi e levocazione
delle politiche keynesiane, per quanto giusta, appare
oggi insufficiente se non collocata nel quadro geo-istituzionale che viviamo. Grande simpatia ha generato la
proposta di Emiliano Brancaccio (Il Manifesto 18 7 04)
di assumere come metro di giudizio per un governo di
sinistra la violazione della zona rossa di Maastricht,
oltre che una dinamica salariale che modifichi la distribuzione del reddito. Non vorrei qui evocare il fantasma del quarto partito richiamato da De Gasperi in un
famoso discorso quel partito che ha pochi voti ma pu
condizionare ogni politica (il leader trentino si riferiva
agli industriali) -, ma provatevi a scrivere sul programma elettorale unitario che un eventuale governo
di centro-sinistra incrementer la spesa pubblica per finanziare i consumi sociali sopra elencati senza tenere
conto dei parametri di Maastricht. Il possibile effetto
sar, ancor prima delle elezioni, una downrating dei titoli del debito pubblico italiano e un aumento dei tassi
di interesse (lascio da parte le reazioni politiche da
parte degli altri paesi dellUnione). Mi si dir: ma noi

Alternativa

lo faremo senza dirlo prima. Il possibile effetto sui tassi


sar il medesimo col rischio di ottenere disavanzi cospicui che vanno a finanziare una maggiore spesa per
interessi senza effetti positivi n sulla crescita n sui consumi sociali. Sto affermando che allora non si pu che
far poco o nulla (imitando, direbbe qualcuno, Lula)?
Ci che dico che non semplice far politica fiscale
senza poter controllare la politica monetaria (cio i tassi
di interesse), senza controllo dei movimenti di capitale,
senza poter tener sotto controllo gli eventuali disavanzi
esteri via svalutazione o controllo delle importazioni
(lindebitamento estero esiste anche con una moneta
unica), ecc. I vincoli di Maastricht sono in realt iscritti
di fatto nella costituzione monetaria europea ancor
prima che nei trattati: nellUnione Monetaria Europea
i singoli Stati sono alla stregua di operatori privati soggetti a tassi di interesse pi elevati se, a giudizio dei mercati finanziari, il loro indebitamento si accresce
troppo1. Per inciso, Maastricht e la moneta unica non
sono lunico aspetto dellEuropa economica da combattere: gli ostacoli frapposti alla possibilit dellintervento pubblico nellindustria sono un altro caso, e senza
una politica di intervento pubblico, il futuro industriale
italiano sar gramo.
Dicendo ci non insegno naturalmente nulla al valoroso Brancaccio, pongo solo la necessit di elaborare
la sua proposta attrezzandoci ad affrontare gli eventi
possibili, in prima istanza per essere credibili nella discussione dentro la coalizione senza essere tacciati di avventurismo. Che fare? In primo luogo fare in modo che
il programma riporti a chiare lettere un giudizio negativo sulla costituzione politica, economica e monetaria
europea con laffermazione che lItalia si batter in
ogni sede e con ogni strumento per la difesa degli interesse nazionali, in particolare relativamente alla possibilit di condurre politiche di piena occupazione e di
sviluppo dei consumi pubblici, e per il mutamento dei
Trattati. Affermazioni chiare in tal senso sono importanti per far capire in sede internazionale che non ci si
intende far mettere i piedi sopra la testa. Si pu pensare poi ad una strategia su tre livelli.
(a) Lobiettivo ultimo la rimessa in discussione dei
Trattati (tutti: mercato unico, unione monetaria, costituzione). Studiamo dunque come si potrebbero disegnare politiche economiche europee diverse, che contemplino piena occupazione e stabilit dei prezzi
(come si diceva un tempo), che il governo italiano dovrebbe impegnarsi a propugnare a Bruxelles2.
(b) Nel pi concreto breve periodo si potranno forse
individuare spazi negli interstizi dei Trattati per aggirarli ed eluderli in modo da salvaguardare il perseguimento dei propri obiettivi, che comunque vanno posti
in maniera prioritaria rispetto ai vincoli europei, in particolare nella consapevolezza che questi sono al servizio della finanza internazionale o delle industrie delle
altre potenze europee che le impiegano per danneggiare la nostra economia. Proviamo dunque gi ora a

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Alternativa

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Luglio - Agosto 2004

studiare in concreto se si possano significativamente


eludere i vincoli europei (un programma pu ben avere
una parte resa non pubblica!). In fondo quanto ha
cercato di fare Tremonti con sommo sconcerto di
Bersani, Letta e della Banca dItalia con i suoi amici
presso Il Manifesto. Qualcosa in questa direzione pu essere fatto nel finanziamento delle opere pubbliche (un
piano straordinario di metropolitane per esempio) o
nella politica industriale, ma pu non bastare ad un rilancio.
(c) Il declino economico del nostro paese si prefigura
come una emergenza che in quanto attribuibile anche
ai vincoli europei pu giustificare la sospensione di
parte dei Trattati da parte dellItalia - forse persino legalmente in quanto una emergenza economica pu
ben essere vista come una questione di sicurezza nazionale. Questo pu riguardare possibili nazionalizzazioni, ripristino dei controllo dei movimenti di capitale
mentre si colpiscono patrimoni e si innalzano determinate aliquote fiscali, limposizione fiscale sullimportazione di certi beni di lusso o inquinanti (per esempio i SUV sopra una certa cilindrata) ecc.. Se questo
pu precipitare una crisi politica dellUE tanto meglio,
in questo ha ragione Brancaccio, ma bisogna arrivarci
bene sapendoci difendere, soprattutto, dai mercati finanziari.

tuata in tal modo consentirebbe anche di evitare una


stagione di scioperi (dolorosi per le famiglie dei lavoratori in primis) nellindustria e nei servizi di cui, proprio, non si sente la necessit, oltre che incidere meno
sulla competitivit di prezzo delle nostre esportazioni
ed evitare una conflittualit permanente nei luoghi di
lavoro. Una pressione salariale nelle imprese necessaria per stimolare le innovazioni, e la tutela della dignit del lavoro offesa dalla Legge 30 (si pensi allo staff
leasing) ragion dessere della sinistra, ma un conflitto
permanente finisce per non avvantaggiare nessuno.
Le sfide che abbiamo davanti sono enormi in un mondo
che alcuni decenni fa ci pareva potesse avere ben altre
prospettive. Abbiamo in primo luogo bisogno di una
leadership politica nella sinistra progressiva che contemperi le diverse istanze e sensibilit, spesso solo in apparente conflitto e che faccia far loro un salto culturale.
Le proposte di politica economica, come le salmerie,
non possono che seguire, ed anchesse solo sollecitando
uno sforzo intellettuale collettivo di lunga lena che vada
oltre il contributo disordinato di singoli ricercatori a
sfibranti dibattiti su riviste o quotidiani, o la stesura di
frettolosi programmi elettorali che nessuno legger.

In secondo luogo, sia con riguardo alla finanza pubblica che alla distribuzione del reddito, i due temi evocati da Brancaccio, mi sembra che una inversione della
politica del prelievo fiscale possa contribuire, forse, ad
evitare il caos prima dellordine che Emiliano giudica
inevitabile in presenza di politiche economiche coraggiose. Dobbiamo individuare con precisione e con saggezza quali ceti sociali colpire (i famosi topi nel formaggio di Sylos-Labini?)3 per metterci in grado di finanziare i consumi collettivi necessari a: (a) dare un segno tangibile a grandi masse di ceti popolari e medi che
il governo sta mutando la distribuzione a loro favore
(sanit, servizi sociali, trasporti pubblici e qualit della
vita nei grandi centri, ecc.) evitando una stagione di
aspettative deluse e di conflitti sindacali selvaggi; (b) incrementare la spesa nella scuola, universit, intervento
pubblico nel settore industriale e tecnologico.
Laumento dellimposizione fiscale (una tantum e a regime) deve essere tale da non scoraggiare la domanda
effettiva, se non di beni importati, e gli investimenti. Un
vecchio teorema keynesiano insegna che aumento del
reddito pu ottenersi con un aumento della tassazione
accompagnato da un uguale incremento della spesa
pubblica quindi con bilancio in pareggio (e ci in barba
a Maastricht). Una redistribuzione del reddito effet-

1 Come mi ricorda Brancaccio in una cortese mail, citando autorevoli studiosi, parte degli aumenti dei tassi si spalmerebbe sullEuropa
e gli aumenti sarebbero minori che nel passato (di qui la fissazione di
parametri espliciti). Secondo Morgan-Stanley la vendetta dei mercati
finanziari si abbatterebbe comunque soprattutto sul paese che viola,
anche se non esclusa una politca accomodante della BCE per parare
laumento dei tassi a livello europeo.
2 In particolare, per ci che riguarda lUE va posto come obiettivo ricondurre la BCE (cio la politica monetaria) al servizio di una politica fiscale coordinata. Impegniamo lauspicato governo a sostenere
la ricerca economica su temi abbandonati da tempo come le politiche
keynesiane e le politiche dei redditi (che non sono necessariamente sfavorevoli ai salari), la programmazione e democrazia economica, lefficienza nellintervento pubblico nellindustria, un nuovo assetto economico, finanziario e monetario europeo e globale ecc.
2 Per dirne una, in Italia secondo i dati de Il Sole ci sono oltre 150

mila avvocati, la pi alta densit in Europa (in Francia sono 40


mila). Costoro sono la causa primaria della lentezza della giustizia
(v. la voce Giustizia nel sito www.lavoce.info). In generale si dovranno
colpire tutti quei ceti che nel lontano e recente passato hanno evaso il
fisco contribuendo a generare lo stock di debito pubblico. Questi stessi
gruppi sociali sono probabilmente i maggiori detentori di titoli pubblici anche questo da approfondire per cui si tratta di effettuare
una azione di giustizia sociale.

Luglio - Agosto 2004

Alternativa

Dalla transizione interminabile


alla partecipazione democratica
di Giuseppe Chiarante

Fra le questioni politiche di maggior rilievo sulle quali


continua a mancare unelaborazione programmatica
che sia condivisa dal complesso delle forze che costituiscono lo schieramento di opposizione al governo di
centro-destra, una delle principali (che ha anzi, per
molti aspetti, un valore prioritario) senza dubbio
quella che riguarda lordinamento istituzionale dello
Stato nonch il tema ad esso connesso della legge o,
per meglio dire, delle leggi elettorali.
Certo, negli ultimi tempi qualche passo avanti verso una
posizione comune stato realizzato nel quadro della
battaglia politica e parlamentare contro le proposte di
riforma istituzionale volute dallattuale maggioranza:
sia quelle gi varate (basta pensare alle leggi sulla magistratura e sullordinamento giudiziario), sia quelle,
soprattutto, dirette a modificare sostanzialmente la
Costituzione del 48 e che il governo, nonostante le incertezze e le divergenze presenti anche al suo interno,
vorrebbe far approvare al pi presto. Su due temi, in
particolare, si sono appuntate concordemente le critiche cos del centro-sinistra come della sinistra pi radicale: da un lato il progetto in materia di devolution,
per i pericoli che indubbiamente esso comporta di ulteriori sperequazioni fra le varie parti del Paese e di disgregazione di una visione unitaria dellordinamento repubblicano; dallaltro il disegno di concentrare nelle
mani del premier, direttamente designato dagli elettori, una somma di poteri che ridurrebbe fortemente
sia il ruolo delle assemblee rappresentative sia l'incidenza di tutte le forme di partecipazione democratica.
Si deve aggiungere subito, per, che anche la battaglia
di opposizione su questi temi appare seriamente indebolita da due fattori. Il primo riguarda le incertezze e
i cedimenti che, proprio su questi punti, hanno caratterizzato la politica del centro-sinistra nella precedente
legislatura, particolarmente negli ultimi tre anni. Non
si pu dimenticare, in primo luogo, la riforma del titolo V della Costituzione, varata frettolosamente alla
fine del quinquennio, sulla base di scelte che erano evidentemente condizionate da uno spirito di condiscendenza verso un federalismo di pi o meno esplicita derivazione leghista: una riforma della quale la concreta
attuazione presenta oggi, non a caso, problemi assai
complessi e suscita non poche perplessit. Ma non si
pu scordare, soprattutto, come nelle prese di posizione dellala pi moderata del centro-sinistra abbiano
fatto presa sin dallepoca della discussione nella

Commissione bicamerale (ma facciano presa ancor


oggi, come dimostra limpostazione presidenzialista
di tutti gli Statuti regionali, compresi quelli delle
Regioni a maggioranza ulivista) ipotesi sostanzialmente
fondate sullattribuzione di una netta preminenza al
potere esecutivo: dal premierato forte al semipresidenzialismo alla francese. E inevitabile che questi precedenti incidano negativamente, oggi, sulla coerenza e
sulla radicalit della critica alle proposte della destra.
Il secondo fattore (che solo laltra faccia, del resto, di
quanto sin qui esposto) che al rifiuto della linea di riforma costituzionale sostenuta dal governo non si accompagna affatto una controproposta che sia formulata in modo limpido e che veda concordi i vari settori
dellopposizione: al contrario appena si affronta questo tema (cio la pars construens) riemergono divergenze anche radicali tra le forze che vanno dal centro
democratico alla sinistra di alternativa.
Permangono dunque, nel centro-sinistra e nella sinistra, incertezza e contraddizioni in materia di proposta
istituzionale che non sono state sino ad oggi seriamente
discusse e affrontate. Ci accaduto perch mancato
un chiarimento sulla questione preliminare: ossia sulle
ragioni per cui la cosiddetta transizione dalla Prima
alla Seconda Repubblica, cominciata gi agli inizi degli anni novanta, non solo si rivelata praticamente interminabile - come si soliti lamentare - ma ha finito
col deragliare, portando lItalia non gi a quel pi
moderno assetto democratico di cui si favoleggiava, ma
a una sorta di vicolo cieco istituzionale, da cui appare
assai difficile uscire. Se non si affronta questo nodo di
questioni, e non si compie il necessario ripensamento
critico sugli errori compiuti, pressoch impossibile
elaborare con chiarezza unorganica controproposta
alla linea decisionista e plebiscitaria che alla base delle
riforme formulate dalla destra.
2. Il fatto che un processo costituente, quale aveva
lambizione di essere la grande transizione messa in
moto ormai quindici anni fa, pu condurre ad una meta
chiara solo se le forze che ne sono protagoniste si ritrovano pur nella diversit delle posizioni politiche
concrete in un progetto di Stato e di societ verso il
quale intendono indirizzare il movimento storico in
atto. Fu quello che accadde, in Italia, subito dopo la seconda guerra mondiale: quando le forze che rappresentavano lossatura fondamentale dellalleanza anti-

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Tavola rotonda

fascista, e fra esse principalmente i cattolici democratici e i partiti di sinistra di ispirazione marxista, furono
in grado, nonostante le profonde divisioni politiche sia
sulla collocazione nel quadro internazionale sia sugli
orientamenti a proposito dellassetto economico della
societ, di giungere a un positivo compromesso attorno
a una prospettiva democratica e solidaristica cui ispirare lordinamento dello Stato e lo sviluppo della societ. Non a caso quelle forze, anche dopo la rottura
del governo di unita antifascista nella primavera del 47
e pur in presenza dellaspro scontro politico che ne deriv, seppero continuare a lavorare insieme sulla base
di una visione che nasceva dalla comune esperienza
nella grande lotta contro il fascismo e il nazismo sino
al varo di una Carta costituzionale che, pur tenendo
conto dei ritardi e anche dei conflitti nel darvi attuazione, ha rappresentato il quadro entro il quale avvenuta la crescita democratica del paese e si realizzato
quel tanto di Stato sociale che ha avuto un peso decisivo per un effettivo ammodernamento e per il progresso civile dell'Italia.
Qualsiasi progetto di Stato e di societ invece mancato nel processo che ha dato avvio alla transizione degli anni novanta. La sola esigenza da cui si partiti
stata quella di "sbloccare" l'immobilismo della vita politica italiana, visto come la causa principale delle degenerazioni di Tangentopoli. Ma nell'assenza di un'analisi pi approfondita sulle cause di fondo del degrado
della democrazia italiana negli anni ottanta, a prevalere
fu, facilmente, l'ideologia decisionista, espressa dall'offensiva neoconservatrice che era ormai in pieno sviluppo anche sul piano internazionale: ossia l'idea che
fosse sufficiente cambiare le regole, adottare con un referendum una raffazzonata legge elettorale maggioritaria, attribuire pi poteri al governo rispetto agli altri
organi dello Stato, per imprimere un nuovo dinamismo
alla vita politica italiana ed avviare un processo di ammodernamento dell'assetto istituzionale del Paese.
Invece il risultato stato - favorito da questo vuoto di
idee - l'attuarsi di quella sgangherata democrazia dell'alternanza che abbiamo conosciuto in questo decennio: con tutte le conseguenze negative e i pericoli per
la democrazia che tuttora costituiscono, purtroppo,
una possibilit pi che concreta. Era stato detto per
esempio, che obiettivo della transizione era ridurre drasticamente la frammentazione partitica, indicata come
causa fondamentale dell'immobilismo politico e del degrado della vita democratica; che con la legge maggioritaria nell'ambito dei collegi uninominali si sarebbe attribuito agli elettori un potere decisionale che avrebbe
esteso in modo sostanziale la partecipazione democratica; che attraverso l'alternanza al governo si sarebbe
operato un controllo della vita pubblica che avrebbe
posto fine a malcostume, corruzione, clientelismo. La
realt di oggi ci dimostra, invece, che si verificato esattamente l'opposto. In primo luogo, il numero di partiti
presenti in Parlamento si moltiplicato al di l di ogni

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Luglio - Agosto 2004

possibile previsione; ed accaduto, soprattutto, che piccole formazioni politiche, spesso improvvisate su base
personalistica e clientelare, hanno acquisito un patologico potere di ricatto - soprattutto al momento delle
elezioni - nei confronti dei maggiori schieramenti. In
secondo luogo la partecipazione democratica non affatto aumentata, il potere degli elettori si praticamente ridotto alla scelta fra candidati imposti dall'alto,
il ruolo delle assemblee elettive e di altre forme rappresentative stato nettamente ridimensionato o pressoch annullato. Infine, il ritorno ai collegi uninominali non ha affatto significato un maggior controllo democratico sulla correttezza delle decisioni e sul disinteresse personale nella gestione della vita pubblica. Al
contrario ha prodotto, soprattutto in certe regioni, il riaffiorare dei vecchi vizi dell'Italia dell'Ottocento e del
primo Novecento, non a caso tanto denunciati da coloro che agli inizi del secolo scorso furono i paladini
della proporzionale: in particolare il prevalere del clientelismo e del personalismo, di una logica localistica e
corporativa, di un intreccio fra interesse privato e interesse pubblico che - a partire dall'esempio dato dall'attuale Presidente del Consiglio - diventato quasi la regola.
Ma c' una conseguenza che, forse, ancora pi negativa. Essa che il diffondersi, troppo poco contrastato
anche a sinistra, di un'ideologia e di una mentalit di
stampo decisionista ( con tutte le conseguenze che ne
sono derivate anche in sede locale: in particolare lo
svuotamento del ruolo delle assemblee elettive) si rivelato, come era inevitabile, omogeneo alla prassi e agli
orientamenti della destra. Ci ha favorito l'affermazione di posizioni conservatrici e regressive anche nei
singoli campi, dal lavoro alla giustizia, dai diritti individuali all'informazione e alla scuola, per citare solo alcuni dei settori in cui si sono prodotti i guasti pi gravi.
3. Siamo, per, giunti ora a un momento nel quale l'aggrovigliarsi dei problemi prodotti da una "transizione
interminabile" (o, meglio, da una transizione che sin
dall'inizio stata indirizzata su binari sbagliati) sollecita la definizione di un pi stabile assetto istituzionale:
e in questo momento accade ci che era facile ipotizzare. Ossia che il centro-destra, come era facilmente
prevedibile, cerca di uscire dalle difficolt in cui venuto a trovarsi (messe in evidenza anche dalle ultime
elezioni) tentando un'ulteriore torsione dell'ordinamento istituzionale nel senso del decisionismo e del restringimento della democrazia: in particolare attraverso uno stravolgimento a favore del premier dei rapporti tra i poteri dello Stato, l'instaurazione di un rapporto di tipo plebiscitario con l'elettorato, la frantumazione dell'unit nazionale mediante il trasferimento
alle regioni di funzioni fondamentali.
E' in rapporto a una prospettiva di questo tipo che lo
schieramento di sinistra e di centro-sinistra chiamato
a risolvere le sue interne divisioni e incertezze. Va detto

Luglio - Agosto 2004

Tavola rotonda

subito che non si tratta di un problema di mera tecnica


legislativa, o di una questione programmatica di secondario rilievo, su cui si potrebbe anche decidere come stato proposto - attraverso un voto a maggioranza in una sorta di assemblea dell'opposizione. Si
tratta invece di scegliere se accontentarsi di contenere
e di rendere meno indecorosa la riforma proposta dalla
destra, tagliandone le punte estreme (il federalismo
esasperato, l'eccesso di poteri attribuito al premier, le
distorsioni plebiscitarie), ma accettando in definitiva la
prospettiva del premierato e del governo forte; o se, al
contrario, si assume come centrale l'obiettivo di rovesciare la tendenza al restringimento della democrazia
e affermare invece la preminenza del principio della
partecipazione democratica nel governo del Paese. Ci
significherebbe, in sostanza, rientrare pienamente
nella logica di una repubblica parlamentare: ma preoccupandosi di renderne pi funzionanti le istituzioni e
soprattutto di potenziare decisamente i meccanismi
che assicurano una corretta rappresentanza della volont dei cittadini.
E' chiaro che una scelta per l'una o per l'altra di queste due linee non si pu compiere a colpi di maggioranza. C' qui, invece, un punto decisivo di orientamento. Occorre rendere chiaro che uno schieramento
alternativo al centro-destra pu prevalere solo se non
manifesta alcuna condiscendenza (al contrario di quel
che purtroppo accaduto in passato) verso posizioni
che sono intrinsecamente omogenee a un'ideologia di
destra, come il caso di un indirizzo decisionista in materia istituzionale; e che, viceversa, il potenziamento e
la valorizzazione delle sedi di espressione democratica
degli elettori (il che richiede - va detto con chiarezza una revisione in senso proporzionalistico della legge
elettorale maggioritaria) essenziale per dare pi forza
all'iniziativa per la difesa dei diritti dei cittadini e in
primo luogo del mondo del lavoro.
E' bene aggiungere subito che per dare forza a una posizione quale quella qui accennata essenziale rispondere in modo convincente alle preoccupazioni di coloro che temono (e sono molti, anche a sinistra) che
l'opzione per un ordinamento istituzionale del tipo "repubblica parlamentare" comporti inevitabilmente una
ricaduta nell'instabilit e la fine del sistema bipolare

che facilita l'alternanza al governo. In realt anche l'esperienza internazionale dimostra che bipolarismo, stabilit dei governi, funzionalit delle istituzioni non
hanno affatto come requisito essenziale una legge elettorale maggioritaria: tanto meno quando si tratta di un
maggioritario sgangherato quale quello italiano, che
ha anzi prodotto la moltiplicazione dei partiti, la crescita dell'astensionismo, la formazione di coalizioni minate da forti contraddizioni interne. Anche una proporzionale corretta (con una soglia del cinque o anche
del quattro per cento, con circoscrizioni elettorali sensibilmente pi piccole di quelle di un tempo, con meccanismi parlamentari quali l'obbligo della sfiducia costruttiva) possono conciliare bene, come dimostra l'esperienza tedesca, stabilit e alternanza al governo con
la corretta rappresentazione degli orientamenti dell'elettorato e con la valorizzazione del ruolo delle assemblee elettive.
Un'ultima considerazione, infine, sulla coerenza sostanziale che deve esserci fra proposte per l'ordinamento istituzionale a livello dello Stato e quelle per le
istituzioni decentrate. Coerenza "sostanziale" ho detto:
e intendo al riguardo sottolineare che il rifiuto del presidenzialismo o del premierato forte a livello statale non
comporta, necessariamente, l'abbandono dell'elezione
diretta per i sindaci o presidenti di provincia: governo
della nazione e amministrazione di una comunit locale sono infatti cose ben diverse. Ci che per non
deve mancare, nell'uno e nell'altro caso, il rilievo del
ruolo attribuito alle assemblee elettive che rappresentano i cittadini. Occorre perci richiedere che sia corretta ed anzi invertita la tendenza che ha portato a una
radicale marginalizzazione delle funzioni e del peso politico dei consigli comunali e provinciali. Dove la coerenza deve essere maggiore nel caso delle Regioni,
anche in considerazione dei poteri legislativi che esse
esercitano. Per questo, come ho gi detto agli inizi, una
linea che si oppone al presidenzialismo o al premierato
forte sul piano nazionale non pu e non deve essere
contraddetta dall'adozione di soluzioni presidenzialiste nel governo delle Regioni. E' bene perci, finch si
in tempo, tornare a riflettere seriamente sulle scelte
di fondo che debbono caratterizzare l'impostazione degli Statuti regionali.

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Alternativa

Luglio - Agosto 2004

Non voter mai pi un governo di guerra*


di Nella Ginatempo
Tavolo Bastaguerra dei Socialforum

Parto da questa affermazione come da una base apparentemente ovvia, con la coscienza forte di un elemento
etico non negoziabile su cui non sono possibili scambi
politici (come sul corpo delle donne). Per governo di
guerra non intendo solo l'attuale, naturalmente, ma anche la sua versione subdola e melliflua di cui il futuro
governo Prodi rischia di essere un replay. Nel `96, solo
otto anni fa, si era gi affermato l'Ulivo, carico di promesse di pace: il pulmino di Prodi aveva girato l'Italia
convincendo gli italiani a cacciare Berlusconi,
Rifondazione gli aveva dato credito e il patto di desistenza aveva prodotto una vittoria elettorale. Il governo
Prodi disattese le promesse, prima nel campo dei diritti
sociali, poi nel campo della guerra: fu Prodi a firmare
l'activation order per le basi italiane che avrebbero partecipato alla guerra umanitariacontro la Jugoslavia. Di
questa guerra non si pentito nessuno tra i leader dell'attuale gruppo dirigente Ds e Margherita o ex-Ulivo,
qualcuno se ne vantato in un libro molto istruttivo
come D'Alema, altri continuano a difenderla come una
giusta e triste necessit come Veltroni e Prodi, pochissimi l'hanno criticata e si sono autocriticati come
Occhetto e Cofferati. Questo per me significa che nel
momento in cui o l'Occidente minacciato sotto la guida
di Kerry, oppure il Consiglio di sicurezza dell'Onu o il
Patto Atlantico secondo la pi recente versione del
Concetto Strategico varata da Clinton e D'Alema nel
'99, chiameranno ad una nuova missione di pace, con
l'uso delle nuove portaerei, nuovi aerei e nuovi carri armati, l'Italia sar pronta a partire, come ha gi fatto in
Afghanistan con il consenso del centrosinistra, come
continua a fare in Iraq, senza l'adeguata opposizionedel centrosinistra. Ci stiamo preparando, nell'ambito
della guerra globale permanente, non al disarmo ed
alla nascita di una strategia alternativa per il disordine
del mondo, bens al riarmo, come testimoniano tutte
le scelte del centrosinistra, dal liberismo del commercio di armi, all'aumento delle spese militari, all'appoggio incondizionato al nuovo modello di difesa con l'esercito europeo, gli Eurofighter e la nuova portaerei
d'attacco Cavour. In modo subdolo e mellifluo la
Costituzione nel suo articolo 11 stata aggirata, le scelte
filoatlantiche si traducono in nuovi piani generali di militarizzazione del territorio italiano con lo spostamento
del comando navale della Nato a Napoli, l'allargamento
di numerose basi militari nel Sud, il nuovo porto militare di Taranto, gli ampliamenti di Camp Darby e

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Livorno, della Maddalena e di Sigonella. Kerry appoggia il Muro di Sharon e la lotta al terrorismo attraverso
la guerra, compresa l'occupazione dell'Iraq: Fassino e
Rutelli plaudono a Kerry e dimenticano assolutamente
di essere stati giustamente contestati dalle pi grosse
manifestazioni pacifiste in Italia. Noi che tanto ci siamo
impegnate/i in questi anni per ricostruire il movimento
per la pace in Italia, dopo le devastazioni di coscienza
e il disorientamento seguito alla guerra umanitaria, non
possiamo avere fiducia oggi nei rappresentanti di questa sinistra. Perch si parla ancora di primarie? Le primarie le abbiamo gi fatte il 15 febbraio del 2003 e poi
il 20 marzo del 2004 e ancora pi di recente il 4 giugno
contro Bush e la sua guerra. Pi di 7000 manifestazioni
contro la guerra nel 2004 solo in Italia, sparse nei territori, e circa 3 milioni di bandiere arcobaleno appese
ai balconi durante la campagna contro la guerra in Iraq.
Non bastano questi segnali? E' necessario costruire ancora altri teatrini, dove magari poter controllare il pubblico elettore, far esprimere i sindacalizzati, gli iscritti
ai partiti e alle associazioni leader o i loro rappresentanti ? Si perde di vista la cosa essenziale, l'unit del popolo di cui parlava Pasolini, la connessione sentimentale di cui parlava Gramsci, il movimento reale che muta
lo stato di cose presenti di cui parlava Marx. Volete un
programma contro la guerra senza Se e senza Ma? Il
movimento l'ha indicato, tanto che l'opinione pubblica
ne rimasta davvero contagiata.- Ritiro immediato delle
truppe dall'Iraq. No alle missioni militari/ interventi
sostitutivi con i corpi civili di pace, non militarizzati, e
con la diplomazia dal basso. - No alle spese militari e al
riarmo/ S alle spese sociali ed alla cooperazione sociale - No all'esercito europeo e ai nuovi armamenti/
S all'Europa del disarmo, della cooperazione internazionale e dell'accoglienza- No al commercio e produzione di armi/ S ai progetti di riconversione produttiva - No alle basi miitari Usa e Nato in Italia/ S ai progetti di conversione ad uso civile dei territori militarizzati.
Sarebbe una insopportabile frustrazione politica, in
grado di generare disperazione e riflusso, avere un governo che finge di essere pacifista a parole e poi disattende questi punti nella sostanza.Viceversa sarebbe una
vittoria insperata riuscire a condizionare il futuro governo con degli apriori, cio delle garanzie di programmi e impegni veri su cui ci si accorda PRIMA di
qualunque accordo elettorale o di governo futuro.

Luglio - Agosto 2004

PRIMA perch la pace non negoziabile: il ripudio


della guerra o c' o non c'. O esso diventa scelta di allocazione delle risorse e dei territori, scelta di diplomazia e di politica estera, rete di relazioni vere coi popoli soggetti all'oppressione del capitalismo globalizzato e delle sue guerre, oppure solo propaganda,
gioco tra leaders che si parlano in politichese (avete notato che sono tutti maschi?) e soprattutto annunciato
fallimento.
La nostra storia recente ci insegna che il ritorno al potere di Berlusconi stato preparato dalla mancanza di
alternativa costituita dai governi di centrosinistra. Il fallimento, l'insufficienza, il deficit di una cultura e di una
politica dell'alternativa alla guerra ed al neoliberismo
ha prodotto il tramonto di quel centrosinistra, l'assenteismo elettorale del popolodella sinistra e la conseguente vittoria elettorale di Berlusconi. Allora oggi qual
la priorit politica? E' assicurarsi che ci sia una vera
alternativa. Ma ci che manca la volont politica di
realizzare una alternativa, da parte del ceto maggioritario del centrosinistra. Una mancanza che esistenziale, un tratto culturale, antropologico, profondo, che
genera una impossibilit di cambiamento e una tendenza inevitabile al trasformismo, alla fumosit, all'a-

Alternativa

strattezza. La generosit politica delle forze del 15%,


come si indicava nel primo articolo di Asor Rosa, che
pi da vicino hanno rappresentato in questi ultimi anni
le istanze del movimento per un altro mondo possibile,
non sar sufficiente, se non trova una nuova leva per
sollevare il macigno della politica. E la nuova leva non
pu che essere l'entusiasmo, l'energia, la fiducia, l'attivismo, il protagonismo di lotta di milioni di persone
che possano davvero identificarsi in una prospettiva ed
in una piattaforma di vera alternativa.
Io rifletto sulla mia esperienza di partecipazione politica. Il mio rinnovato impegno in questi anni di movimento dovuto ad una esigenza etica irrinunciabile:
non posso accettare di vivere in un mondo che normalizza la guerra. Non sappiamo che farcene di un governo o di una coalizione democratica che mantenga
la guerra nella storia e l'Italia nel sistema di guerra. Se
non viene fuori un altro governo possibile io non lo voter, e non credo di essere la sola.

* Tratto da Il Manifesto del 5.09.04.


Pubblichiamo con lautorizzazione dellautrice.

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Luglio - Agosto 2004

Alternativa

Quale politica economica?


di Augusto Graziani
Docente di Economia allUniversit La Sapienza di Roma

Leconomia italiana attraversa una fase di depressione


e, al tempo stesso, di trasformazione strutturale. Le notizie che ci vengono dalle statistiche ufficiali non danno
possibilit di inganno: la produzione industriale ristagna, dalle esportazioni non vengono impulsi decisivi,
perfino i consumi stentano a crescere. Fra i tanti sintomi, forse quello pi preoccupante quello del ristagno della produttivit del lavoro nel settore industriale:
laumento della produttivit infatti il segno pi rilevante del progresso economico ed lelemento chiave
della competitivit dellindustria. E, in uneconomia
aperta come quella italiana, i settori produttivi interni
devono guardarsi dalla concorrenza tanto nei mercati
nazionali quanto nei mercati esteri, dal momento che
gli uni e gli altri sono ormai parti di un mercato unico.
Nel mercato del lavoro, i sintomi della depressione si
fanno sentire con altrettanta chiarezza. Qui, pi che
una disoccupazione estesa e palese, si presentano fenomeni di estesa precarizzazione. Il caso delloccupazione stabile e garantita ormai un ricordo del passato.
Oggi dominano la pratica, ma anche lideologia, della
flessibilit. Si tratta anzitutto di una situazione di fatto,
dal momento che le imprese seguono con piena libert
landamento della congiuntura, assumendo o licenziando mano dopera a seconda delle esigenze del momento. La flessibilit nel mercato del lavoro incontra
ostacoli sempre pi deboli sul piano legislativo o sindacale, ed anche gli ostacoli economici sono di fatto
molto attenuati. Si afferma a volte che limpresa, anche quando registra degli esuberi, esiterebbe a licenziare lavoratori nel timore di incontrare difficolt ad assumerli nuovamente quando la congiuntura avr cambiato segno; questa esitazione diventerebbe addirittura
paralizzante quando si tratta di allontanare lavoratori
specializzati, che potrebbero risultare introvabili nel
momento del bisogno. Ma queste considerazioni, in s
ineccepibili, hanno un valore limitato nel momento attuale delleconomia italiana. Il mercato del lavoro ben
lungi dallessere congestionato, e limpresa sa bene che,
anche separandosi dai lavoratori superflui, non trover
difficolt ad assumerne altri, dotati delle medesime caratteristiche quando se ne presenter la necessit.
Leconomia italiana di oggi vede accrescersi il peso del
settore privato, mentre imprese e investimenti pubblici
non esercitano pi il ruolo trainante di una volta.
Questa svolta sorretta dal diffondersi di una teorizzazione che tocca i limiti dellideologia. La convinzione

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dominante considera linvestimento privato come


fonte non soltanto di profitti, ma anche di utilizzazione
efficiente delle risorse; e vede la spesa pubblica come
tendenzialmente viziata da manovre politiche (o addirittura da interessi di partito) che ne compromettono
inesorabilmente lutilit sociale.
Nessuno pu negare che vi sia del vero in tutto questo:
non sono mai mancati uomini politici disonesti, che utilizzano il potere per tutelare i propri interessi privati.
Ma questa constatazione non consente di condannare
definitivamente la spesa pubblica come fonte di spreco
e di deviazione nelluso delle risorse produttive; essa ci
insegna se mai che sulla spesa pubblica occorre esercitare unattenta vigilanza, dal momento che non ci si
pu fidare ciecamente della correttezza di coloro che
detengono il potere di amministrarla. Una volta fissato
questo principio precauzionale, non bisogna infatti dimenticare che linvestimento pubblico, se accuratamente selezionato, presenta per la collettivit vantaggi
(sul terreno dellequit sociale, dellefficienza, dello sviluppo di lungo periodo) che possono sorpassare nettamente i benefici dellinvestimento privato.
Lideologia della privatizzazione porta con s una seconda prescrizione, che quella della lotta assoluta al
disavanzo pubblico e della raccomandazione di perseguire ad ogni costo il pareggio del bilancio dello Stato.
Qui moniti di saggezza si uniscono a tesi altamente discutibili.
Un aspetto incontestabile che il disavanzo, come qualsiasi forma di indebitamento, tende ad autoalimentarsi.
La vicenda del debitore privato nota a tutti. Chi contrae un debito si impegna al rimborso con laggiunta
degli interessi; se non riesce a rispettare la scadenza, il
suo debito cresce giorno per giorno, dal momento che
gli interessi sono dovuti non soltanto sul debito iniziale
( il cosiddetto capitale) ma anche sugli interessi dovuti
e non pagati. La somma dovuta si accresce cos con
ritmo esponenziale e va presto al di fuori di ogni controllo. Quanto si verifica con il debito pubblico del
tutto simile a quello che accade al debitore privato. I titoli del debito pubblico sono portatori di interessi: bisogna quindi chiedersi come tali interessi vengono pagati. Lunico modo per evitare lesplosione del debito
di pagare gli interessi sul debito pubblico pregresso
attingendo al gettito delle imposte. Se questo risulta
possibile, si delinea una situazione chiara: i cittadini in
quanto contribuenti versano gli interessi annuali ai cit-

Luglio - Agosto 2004

tadini risparmiatori e detentori di titoli del debito pubblico. Naturalmente, nella normalit dei casi, non
detto che contribuenti e risparmiatori debbano essere
le stesse persone fisiche; ma ci non toglie che, nellinsieme della collettivit, il pagamento degli interessi
sul debito pubblico, se finanziato dal gettito tributario,
si risolva in una partita di giro; ma, come sappiamo
bene, non affatto sicuro che il pagamento degli interessi dei titoli pubblici venga finanziato da nuove imposte. Al contrario, lo Stato pi volte si trova nella necessit (o non resiste alla tentazione) di finanziare il pagamento degli interessi mediante emissione di nuovi titoli. In questo caso, come nel caso del debitore privato,
il debito pubblico si autoelimina e si espande con ritmo
esplosivo.
Accanto a questi pericoli, non va dimenticato il fatto,
noto a tutti ma non sempre collocato nel risalto dovuto,
che anche a prescindere dal problema degli interessi,
il debito pubblico produce in s un aumento della domanda globale. Si tratta di unaffermazione discussa,
che stata a volte confutata. Si potrebbe infatti pensare
che, se la spesa pubblica non viene effettuata allo scoperto, ma finanziata mediante emissione di titoli, leffetto sulla domanda globale debba essere neutrale, lo
Stato spender di pi, ma i privati, avendo acquistato
titoli pubblici, spenderanno di meno e la maggiore
spesa pubblica verr ad essere finanziata da risparmio
privato. Questa conclusione sarebbe tuttavia frettolosa.
E vero che i privati, avendo acquistato titoli pubblici,
dovranno limitare il proprio consumo; ma, con ogni
probabilit, le somme destinate allacquisto di titoli
pubblici sarebbero state destinate comunque a risparmio. La spesa pubblica finanziata mediante emissione
di titoli si traduce quindi in un aumento di domanda
globale, dal momento che i privati spendono presumibilmente quanto prima, mentre lo Stato acquisisce la
possibilit di spendere di pi. Ne pu derivare un disavanzo nella bilancia dei pagamenti, ed anche una possibile pressione inflazionistica.
Non di rado, da queste considerazioni si fa discendere
la conclusione che in definitiva la spesa pubblica, specie se finanziata attraverso il debito, sarebbe sempre
dannosa. Si tratta ovviamente di una conclusione inaccettabile nella sua assolutezza e che richiederebbe una
dimostrazione esauriente. Infatti conosciamo tutti casi
innumerevoli nei quali la spesa pubblica risulta necessaria come integrazione o come sostitutivo di una spesa
privata carente. Se proprio si ritiene che il finanziare la

Alternativa

spesa pubblica mediante emissione di titoli possa turbare lequilibrio dei mercati, resta sempre lalternativa,
che quella di finanziare la spesa pubblica attraverso
il prelievo fiscale.
Qui si incontrano altre, non meno note e serie difficolt.
Il prelievo tributario deve ovviamente superare le resistenze dei contribuenti; resistenze che sono tanto pi
gravi e comprensibili quando, come accade nel nostro
paese, il prelievo soffre di alcune non lievi carenze strutturali. In linea di massima, il finanziamento della spesa
pubblica dovrebbe essere assicurato dal gettito di imposte indirette che colpiscono utenti e consumatori
senza distinzione di reddito e di ricchezza. Inoltre, anche nellambito delle imposte dirette, un sistema tributario equo dovrebbe essere congegnato in modo da colpire i redditi pi elevati e non soltanto quelli pi facili
da raggiungere; ma il sistema tributario italiano possiede questo pregio soltanto in misura limitata, visto che
tende a colpire anzitutto i redditi da lavoro lasciando,
per altre forme di reddito, larghe possibilit di evasione.
La diffidenza crescente verso la spesa pubblica si accompagna ad una attenzione sempre minore per le
sorti del Mezzogiorno. In passato, ma si tratta di un passato ormai lontano nel tempo, la necessit di risollevare
leconomia del Mezzogiorno e di metterla in linea con
le altre regioni del paese veniva sentita come esigenza
primaria della politica economica: il dualismo territoriale, come allora veniva denominato, rappresentava la
carenza primaria da superare nella struttura economica
nazionale e questo obiettivo era stato alla base dei
grandi investimenti pubblici nelle infrastrutture e nellindustria pesante. Oggi, nessuno intenderebbe negarlo, non si muore pi di fame n di malaria. Tuttavia,
lo sviluppo inadeguato delle attivit produttive, unito al
ruolo di sostegno tuttora fondante svolto dalla spesa
pubblica, aprono spazi di inefficienza cos come di corruzione.
Il quadro generale indice a conclusioni cui difficile
sfuggire. Se lindustria italiana deve affermarsi sui mercati italiani, un grado adeguato di innovativit necessario. Ma, come noto, linnovazione trova le sue
basi nella ricerca scientifica e tecnologica, che a sua
volta esige una presenza e un sostegno finanziario da
parte del settore pubblico.
La via della privatizzazione crescente rischia dunque di
indebolire alla radice le possibilit di sviluppo della produzione industriale e in definitiva dellintera economia
del paese.

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Alternativa

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Ripartire dal punto di vista del lavoro


di Dino Greco
Segretario Camera del Lavoro di Brescia

1. Dopo l89 e lungo un arco che va da destra a sinistra, il capitalismo il solo orizzonte teorico e pratico
dentro il quale si sviluppa senza vero antagonismo
la contesa politica. Il crollo dellURSS ha infatti trascinato con s non soltanto i regimi dellest clonati dallottobre rosso e generati dalla divisione del mondo
frutto della vittoria sul nazismo ma, inopinatamente,
esso ha coinvolto lintero movimento comunista, compreso quello occidentale, mai fino allora approdato al
potere ma ugualmente sospinto a dichiarare la propria
bancarotta. Questa sorte non ha risparmiato neppure
quei partiti comunisti come litaliano che pi avevano marchiato di originalit la propria esperienza, che
dal modello sovietico avevano preso le distanze e che
vantavano nel proprio bagaglio teorico una tradizione
culturale di straordinario valore come quella ispirata
dallopera di Antonio Gramsci. Lespianto in blocco di
un intero apparato ideologico si consumato in un
tempo eccezionalmente breve ed in forme cos drastiche e sommarie da assumere le caratteristiche dellabiura, pi che del ripensamento critico di una storia,
di unesperienza: una vera e propria fuga nellopposto, una resa allaltrui ideologia che i tradizionali fautori del liberalismo devono aver vissuto come una singolare quanto provvidenziale concorrenza, condotta
con lo zelo ossessivo dei neofiti.
Il fallimento del modello imperniato sul monopolio statale dei mezzi di produzione e su una programmazione
burocraticamente centralizzata non ha dato luogo ad
una ricerca orientata a comprendere le ragioni, tuttaltro che impenetrabili, di una degenerazione e di una
sconfitta, ma stato elevato a prova inconfutabile dellerrore in radice sotteso alla costruzione socialista: lillusione utopistica di unimpossibile propriet sociale,
di una democrazia integrale dei produttori.
Quel buco nero ha risucchiato tutto. E la sinistra, divorata da un incontenibile senso di colpa, ha finito per
retrocedere al di qua dello stesso pensiero democratico
pi conseguente, da Bertrand Russel a John Dewey.
La propriet privata dei mezzi di produzione, il profitto, il mercato sono divenuti i cardini di un pensiero
totalizzante e condiviso, gli elementi costitutivi dei soli
rapporti sociali possibili. Cos ridotta, la banda doscillazione delle diverse politiche ha finito per riguardare
soltanto il come e il quanto temperare il capitalismo dai
suoi eccessi, come raccoglierne a valle le scorie, come
contenerne i contraccolpi sociali. Con i risultati che pos-

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siamo quotidianamente vedere.


Dove conduca questo piano inclinato lo mostrano con
sempre pi limpida evidenza i fatti, che si chiamano
Bosch, Siemens, Wolkswagen, Fiat, Alitalia e, pi in generale, lo rivela la rincorsa allerosione delle conquiste
sociali della seconda met del secolo scorso revocate
indifferentemente da governi di destra e di sinistra
del vecchio continente nellintento dichiarato di risanare i conti pubblici e di difendere la competitivit
dimpresa.
Quel che pi stupefacente che neppure i drammatici fallimenti del capitalismo reale hanno ancora potuto sollecitare, nella sinistra, una critica di sistema, riesumare un dubbio salutare sulla direzione di marcia.
La promessa di un mondo unificato e pacificato stata
spazzata via dalla edificazione di un ordine mondiale
retto sulla primazia planetaria di un paese solo, sulla
teorizzazione e sulla pratica del ricorso alla guerra di
aggressione neocoloniale, sulla cancellazione del diritto internazionale e sulla neutralizzazione degli organi di governo sovranazionali. Il nuovo mondo dominato, senza neppure troppi mascheramenti, dagli interessi di un pugno di potentati finanziari che stanno
procedendo con gli stivali delle sette leghe al sequestro
e al saccheggio delle risorse del pianeta. Sfruttamento,
disuguaglianza, indicibile povert, compromissione
ambientale, espropriazione o soggiogamento di ogni
potere democratico costituito: questo il quadro drammatico cui pi realistico aggiungere piuttosto che togliere capi daccusa. Eppure eppure ci non basta ancora a produrre un bilancio complessivo, a portare la
critica dalla periferia del sistema al suo cuore pulsante,
a coglierne lintima perversit: capitale, profitto, mercato a dispetto dei pi catastrofici insuccessi continuano a rappresentare i mattoni insostituibili della modernit.
La privatizzazione ha raggiunto oggi livelli senza precedenti nella storia dellumanit. Persino la guerra, ieri
prerogativa degli stati, pu essere non soltanto ispirata/imposta da interessi privati, ma persino subappaltata nella sua pratica esecuzione, a milizie mercenarie.
2. E allora, al dunque, una domanda si impone.
Per quale ragione lipotesi di una programmazione
della produzione (dei suoi fini, delle sue priorit, dei
suoi limiti) da parte degli esseri umani associati, stretti
da vincoli solidali e uniti in libere e democratiche isti-

Luglio - Agosto 2004

tuzioni dovrebbe cedere il passo ad un ordine economico-sociale fondato sul profitto privato, sottratto a
qualsiasi controllo o volont collettiva, da parte di monopoli o cartelli finanziari intrinsecamente antagonistici ad ogni potere di emanazione democratica? Quale
metastorico pessimismo sulla natura umana pu arrivare a questa conclusione nichilista e perch la sinistra
dovrebbe autorizzarne lo spaccio? Perch ogni idea di
rivolgimento sociale viene convertita in una disposizione adattiva che trova le sue colonne dercole nel pensiero di un Blair o di un Fukujama? Possibile che lintero patrimonio del socialismo sia ridotto ad una variante sbiadita interna al pensiero liberale?
Serve andare alla radice del problema. E la radice del
problema che per decreto la sinistra ha abolito le
classi sociali e ha dichiarato estinto il loro strutturale
antagonismo: la dualit capitale-lavoro non c pi; non
pi classi sociali, bens individui i quali subiscono certo
trattamenti diversi ed ingiustizie, cui porre riparo garantendo loro pari opportunit. Questo lorizzonte
cui ambire, parente prossimo del sogno americano
che autorizza tutti ad aspirare (individualmente) al riscatto personale e al successo.
Scomparse le contraddizioni strutturali, il conflitto
perde dunque ogni portata fisiologica per divenire pura
patologia; destituita di realt sociale la condizione proletaria, non vi pi alcuna necessit di darle rappresentanza politica. La stessa Costituzione del 48, centrata sul ruolo delle classi lavoratrici, che pone precisi
vincoli sociali allesercizio della libert dimpresa e che
allude sia pure embrionalmente a forme di propriet diverse da quella capitalistica abbandonata al
suo destino. Cos, quando Berlusconi ne dichiara lascendente sovietico e lobsolescenza dellimpianto, a
partire dallarticolo 41, ben poche voci, a sinistra, si levano a contraddirlo. Accade allora che il riformismo,
locuzione riassuntiva di non si sa bene quale progetto
e di quale identit politica, appaia in realt come un
contenitore vuoto, niente pi che un vago, velleitario
afflato perch non ancorato ad una seria analisi dei rapporti sociali.
Per questa sua evanescenza la cosiddetta sinistra moderata non sa pi parlare alla frammentata ma assai
estesa platea del lavoro subordinato per rivolgersi ad
unelite sociale che soffre s la volgarit, lincultura, la
refrattariet democratica, la voracit predatoria del
blocco sociale dominante e del suo squalificato personale politico, ma che ha totalmente introiettato lordine sociale esistente che essa si candida a rappresentare con maggiore temperanza. N la guerra, n la precarizzazione generale della condizione di lavoro, n
lannichilimento dello stato sociale rappresentano pi
gli elementi discriminanti su cui misurare la distanza
fra le forze in campo. Il soggetto attivo, il motore sociale, il demiurgo limpresa, e tutto il resto vi ruota
intorno: per la sinistra e la sua tradizione storica un
ritorno alluniverso tolemaico.

Alternativa

3. Questa lunga e forse troppo pedante premessa serve


per a dire che qualsiasi ipotesi di ricostruzione di una
coalizione di forze democratiche e di sinistra, per non
scadere in una fallimentare pratica politicista a fini meramente elettorali e preludere ad un esito catastrofico,
deve poter contare sulla ricostruzione di un punto di
vista del lavoro e di una forza che lo rappresenti, con
tutta la necessaria radicalit. Una forza che, a partire
da quel punto di vista, sappia elaborare un progetto
complessivo di riorganizzazione della societ, della produzione, della democrazia, dello stato. Questa forza
oggi non c, ma sempre di pi se ne avverte la necessit e, forsanche, pi di ieri sono presenti le condizioni
per mettervi mano.
E allora necessario afferrare il toro per le corna, togliere dal purgatorio in cui sono stati cacciati concetti
come quello della propriet sociale dei mezzi di produzione, affrancandolo definitivamente dai contesti
storici nei quali esso non ha dato buona prova di s. E
rimettere allordine del giorno il tema di uneconomia
mista e di un forte ruolo di indirizzo dei poteri pubblici, dove accanto ad un capitale privato possano assurgere a ruolo nuovo altre forme di propriet, a partire da quella statale, da quella municipale, per arrivare
a quella cooperativa, fino ad esperienze di autogestione
che in una societ complessa, dove le forze produttive
hanno raggiunto un elevato grado di sviluppo, possono
coniugare iniziativa privata e socialit, libert e democrazia: un quadro del tutto nuovo, ove diritti, benessere
sociale, tutela dei beni naturali, progresso dei lavoratori, messa al bando della guerra riprendano ad essere
considerati condizioni generali della civilt e non handicap competitivi.
In fondo, a ben guardare, la Costituzione repubblicana
continua a rappresentare oggi probabilmente pi che
nel passato un munitissimo giacimento, non soltanto
di valori e di principi, ma di intuizioni e indicazioni gravide di futuro. E sarebbe di grande utilit se il sessantesimo anniversario della Resistenza potesse rappresentare loccasione per recuperarne tutta intera leredit etica e politica.
Non basta recriminare contro il pensiero unico.
Occorre sbarazzarsene, attraverso una controffensiva
culturale che, innanzitutto, spazzi via ogni complesso
di inferiorit, ogni timore reverenziale che ha per lungo
tempo irretito la sinistra, per portare il confronto nelle
pieghe della societ, dove lideologia liberista ha avuto
libero e incontrastato corso e dove i suoi pi deteriori
cascami sono divenuti senso comune.
4. Proviamo allora ad immaginare, prima ancora che
un programma, le coordinate fondamentali che potrebbero plasmarne i lineamenti:
- uno stato non pi gregario del sistema dimpresa, capace di dettare le regole e di svolgere una funzione di
indirizzo ed anche di intervento diretto nelleconomia,

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Alternativa

in particolare in settori di valenza strategica;


- una politica che faccia proprio, sino in fondo, il valore
sociale del lavoro ed assuma limpegno solenne che nessuno possa essere privato del lavoro;
- una legislazione unificante che estenda a tutto il lavoro subordinato i diritti, le tutele, le prerogative sindacali;
- una tassazione fortemente progressiva, capace di intercettare tutta la ricchezza, compresa quella finanziaria e patrimoniale e di perseguire senza quartiere, come
reato penale grave, levasione fiscale;
- il finanziamento, per questa via, di un robusto sistema
di protezione sociale che rilanci il carattere pubblico di
previdenza, assistenza, sanit, istruzione;
- una legislazione che affermi la cittadinanza di prossimit, affrancata dal diritto del sangue e del luogo, tale
da garantire ad ogni persona i diritti che devono essere
riconosciuti ad ogni essere umano in quanto tale;
- linammissibilit della guerra e del coinvolgimento
dellItalia in atti di aggressione.

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Si tratta, in definitiva, di reintegrare la Costituzione


della recidiva vulnerazione di cui stata fatta oggetto e
di promuoverne unulteriore evoluzione in senso democratico e socialista. Se si guadagna questo approccio, se ci si ingaggia in questa battaglia, allora tutto diventa pi chiaro e conseguente e la matassa ingarbugliata pu cominciare a dipanarsi.
Come nel Mago di Oz, bisogna svelare larcano e mettere a nudo la cialtronesca, fraudolenta messa in scena
che racconta il mondo delle multinazionali e delle oligarchie che dominano il mondo per loro conto come
la sola soluzione possibile.
Senza che ci avvenga, sar fatale incontrare un inciampo ad ogni angolo: ci si trovi di fronte alle pensioni
o alla legge 30, al salario o al fisco, alla contrattazione
o alla democrazia del lavoro. Financo la partecipazione
alla sciagurata guerra preventiva fuori da una comprensione dei meccanismi che la generano e dagli interessi che la nutrono diventa ipotesi plausibile, causa
di quotidiani ripensamenti e conflitti a sinistra.

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Alternativa

La pace nel programma per lalternativa


di Ra n i e ro La Va l l e
Direttore della Scuola Vasti

Lesigenza di una intesa programmatica con i futuri alleati di governo sacrosanta. Neanche un cartello elettorale, che pure non unalleanza di governo, si potrebbe fare senza un consenso sulle linee fondamentali
di un programma: nel caso italiano, un programma elettorale minimo a sinistra non potrebbe che essere la salvaguardia della Repubblica e la difesa delle regole della
democrazia, contro le ultime demolizioni a cui protesa la destra, a cominciare dallo scellerato progetto di
riforma costituzionale, falsamente detto federalista,
che in realt la rivincita contro la Carta del 47 che
costituzionalizzava la Liberazione. Ma un programma
di governo pi che unintesa elettorale o una piattaforma di Resistenza. Fare un governo della Costituzione
pi che salvare la Costituzione nel momento, che
questo, del suo massimo pericolo. A questa prima impresa della difesa della Costituzione devono essere convocate anche forze che non sono componibili in un programma di governo comune; ma se poi non si riesce a
fare un governo della Costituzione, con un programma
condiviso e una larga maggioranza nel Paese, la
Costituzione rischierebbe di essere perduta lo stesso.
Necessit di un programma comune
Dunque, quali che ne siano le procedure, un programma comune con il concorso di Rifondazione necessario; e poi bisogna a questo programma restare fedeli, con gli aggiornamenti, beninteso, che le circostanze rendessero necessari: perch compito di un governo il bene della Repubblica, che deve essere e
non pu non essere perseguito senza vincolo di mandato, come la Costituzione garantisce in una democrazia che una democrazia rappresentativa e non una
lotta per le investiture, come vorrebbero Berlusconi e
i cesaristi di entrambi gli schieramenti.
Un programma comune significa che nessuno pu pretendere di fare del proprio programma il programma
di tutta la coalizione. Ognuno deve vedere le cose anche dal punto di vista degli altri. Lintegrazione di posizioni diverse, i compromessi dignitosi e anche le rinunzie che si rendessero necessarie, non sarebbero una
pura perdita, ma risponderebbero a una ragione profonda: linteresse generale della Repubblica, che si
tratta di servire, non determinabile dagli uni senza
lapporto degli altri; a volte difficile determinare perfino quale sia linteresse proprio, o linteresse della
parte o della classe che si rappresenta; tanto meno si

pu pretendere di essere da soli a identificare e a imporre a tutti gli altri quale sia linteresse generale.
Bipolarismo e proporzionale
Del resto questa natura dellinteresse generale che non
solo non pu essere perseguito, ma nemmeno identificato senza il concorso di forze diverse, quella che
fonda la validit del sistema proporzionale al quale bisogna assolutamente tornare.
La proporzionale non vuol dire che linteresse generale risulti da una somma di interessi particolari assortiti secondo la proporzione delle forze in campo.
Questa sarebbe una caricatura dellinteresse generale.
Vuol dire per che il bene comune non mai univoco,
ma sempre plurivoco, pluralistico, sempre risultante da
un parlarsi, scontrarsi, comporsi di istanze, voci, interessi, valori diversi che via via si affermano nel gioco
delle maggioranze e delle minoranze.
Anche i sostenitori del bipolarismo riconoscono che il
bene politico un bene da ricavare dalla molteplicit,
che per drammatizzano nella forzata riduzione della
pluralit a dualit. Ma poi di fatto negano anche la dualit, in quanto la assorbono nel conflitto e ne fanno lopposizione di due contrari, destinati a non incontrarsi
mai, perch li sfalsano in due tempi diversi, un tempo
in cui governa luno e un tempo in cui (eventualmente)
governa laltro, e mentre uno vince tutto, laltro perde
tutto, sicch non pi una compresenza, ma una successione di diversi, e i valori e gli interessi delluno sono
sempre pensati come opposti e alternativi ai valori e agli
interessi dellaltro, e il bene comune non pi il bene
di tutti, ma si scompone nel bene di una parte contro
laltra. In tal modo il dualismo diventa il reciproco negarsi di due monismi, e il bipolarismo si risolve in due
autocrazie che si rimpiazzano luna con laltra, ciascuna
non condizionata dallaltra, se non per il timore di dovere al prossimo turno cedere allaltra il potere; e in
questo, e solo in questo, continuerebbe a sussistere ci
che chiamiamo democrazia. Ma in questa incondizionatezza, sia pure temporanea, di governo, cambia la natura del potere, che diventa un potere di esclusione e
di dominio; ed poi un tale potere che si esercita non
solo allinterno ma anche allesterno. Non affatto per
caso che il sistema bipolare anglosassone il sistema degli Imperi; esso il sistema, tra quelli democratici, che
meglio permette lesercizio della sovranit esterna nelle
forme della guerra. Sarebbe difficile pensare la globa-

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Luglio - Agosto 2004

Alternativa

lizzazione nella sua forma attuale di esclusione e di dominio se le grandi Potenze che la gestiscono non disponessero di quella discrezionalit del potere che propria dei sistemi presidenziali e bipolari; cos come difficile pensare alla guerra allIraq e alla necessaria menzogna di cui figlia, senza linsindacabilit di cui Bush
ha goduto grazie alla cambiale in bianco fornitagli dal
sistema politico americano. Il fatto stesso che Bush dica
ora che sar la storia a giudicare se ha fatto bene a invadere lIraq, dimostra che questo giudizio non ha potuto essere esercitato, quando ancora si era in tempo,
dai suoi concittadini contemporanei attraverso le forme
del processo democratico; quando questo giudizio sar
dato dalla storia, esso non sar efficace, perch la storia non sovrana e non pu cambiare ci che stato.
in questo quadro gi cos compromesso che noi dobbiamo vivere il nostro peculiare bipolarismo, e nel suo
ambito elaborare un programma di governo comune
per battere le destre, e impedire cos lultima riduzione,
dal monismo alla monarchia blindata e patrimoniale
del Primo Ministro.
Lopzione per la pace
In tale programma pu non essere compresa lopzione
per la pace (che comprende, nellimmediato, il ritiro
di tutte le forze di occupazione in Iraq)? No, non pu.
E non lo pu non perch in una ipotetica graduatoria
tra punti programmatici pi o meno qualificanti per
una forza politica di sinistra la pace sta tra i primi, ma
perch essa precede e fonda ogni programma che abbia ancora per fine il bene comune, quali che siano le
forze che a questo programma concorrono.
N lirrinunziabilit dellopzione per la pace sta nel
fatto che senza di essa si perderebbe il contatto col movimento, perch allora altrettanto legittimamente gli alleati sensibili alle ragioni della guerra potrebbero sostenere che non si deve perdere il contatto con lopinione moderata di quelli che leggono La Repubblica
e Il Corriere della sera.
Nemmeno lopzione per la pace pu avere una radice
prevalentemente ideologica, con largomento ad esempio che essa fa parte del patrimonio inalienabile della
sinistra, perch allora DAlema verrebbe a dire come
fece dopo la Iugoslavia che la tradizione pacifista (e
ancor pi la nonviolenta) non appartiene alla tradizione del movimento operaio.
E nemmeno si pu pretendere la scelta di pace nel programma di governo solo perch sta nella Costituzione
che si intende salvaguardare, perch la guerra che si
tratta oggi di ripudiare non pi quella di cui parlava
la Costituzione, quale strumento di offesa alla libert
degli altri popoli e mezzo per risolvere le controversie
internazionali, e le ragioni per opporvisi vanno oltre le
ragioni della stessa Costituzione, del resto gi in vari
modi aggirata.
Lopzione per la pace irrinunciabile e precedente

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ogni altra opzione perch la guerra, giunta al suo ultimo stadio come guerra perpetua e scontro di civilt
nel tempo della globalizzazione, non compatibile con
la continuazione della storia.
La nuova natura della guerra
Ci di cui si tarda a prendere atto che nella sua ultima versione di guerra perpetua essa ha cambiato natura. Pertanto i vecchi argomenti per contrastarla non
bastano pi.
Per esempio non basta pi largomento di papa
Giovanni nella enciclica Pacem in terris, secondo il quale
contrario alla ragione, anche secondo il senso comune, che oggi la guerra sia atta a risarcire un diritto
violato: la guerra perpetua, quale stata teorizzata e imposta al mondo dallamministrazione americana, non
intende infatti risarcire alcun diritto, ma si fatta essa
stessa diritto. Non solo il fatto che essa viola tutto il
diritto esistente, quello internazionale consacrato nella
Carta dellONU e nel diritto umanitario di guerra,
come quelli interni sanciti nelle Costituzioni e nelle
leggi, a cominciare dal diritto penale, dalle garanzie dei
diritti fondamentali e dalle leggi processuali (non solo
per Abu Ghraib e Guantanamo), ma il fatto che la
guerra stata posta come autonoma dal diritto, cio da
esso affrancata e ad esso non tenuta a rendere conto, e
si posta essa stessa come diritto, si fatta ordinamento.
Se la modernit aveva parlato di uno ius positum, di
un diritto positivo, che non aveva altra ragione di legittimit che quello di essere stabilito con autorit (lo
iussum non assoggettabile al vaglio dello iustum) la tarda
modernit del Duemila parla di una guerra istituita una
volta per tutte, permanente, che non trae la sua legittimazione dallessere giusta o ingiusta, ma dal fatto
stesso di essere posta bellum positum da chi ha il volere e il potere di farla.
Se Hobbes nel fondare lo Stato moderno, eticamente
neutrale, affermava: auctoritas, non veritas, legem facit (lautorit, non la verit, fa la legge), lasciando tuttavia impregiudicati, al di l della legge, altri spazi e altri orizzonti per luomo, Bush nellannunciare il 17 marzo 2003
linizio della guerra contro lIraq affermava: non questione di autorit, ma di volere (it is not question of authority, it is question of will, ponendo questo volere come
eticamente determinato e facendo della guerra cos promulgata una realt totalizzante e onnivora, destinata a
non lasciare alcuno spazio fuori di s, fino a investire
amici ed alleati, popoli e religioni, combattenti e non
combattenti, abitanti di Bagdad e di Madrid, fedeli riuniti nelle chiese e nelle moschee, pacifisti italiani e giornalisti francesi; sicch, come recita la relazione governativa al disegno di legge per la modifica dei codici penali militari italiani, oggi il tempo di guerra non pi
distinguibile dal tempo normale di vita.
E se, come aveva detto Kant, il diritto, passando dallo
stato di natura allo stato civile, cio facendosi Stato,

Luglio - Agosto 2004

diventato perentorio ed efficace da provvisorio e incerto che era, ora la guerra che sostituendosi al diritto diventa perentoria e certa, e si fa perpetua da provvisoria ed eventuale che era; e la sua coattivit sta in
questo, che si tratta di una guerra non scelta, ma data,
da cui nessuno pu ritrarsi, perch essa posta per
la difesa della civilt, ovviamente occidentale, come ora
dietro la Fallaci dice anche Pera, e non finir mai finch la civilt non sar di nuovo al sicuro, come ci hanno
informato i pi autorevoli membri del governo americano.
La guerra per la civilt la formula ideologica della
guerra del terzo millennio, che ne dovrebbe assicurare
la perpetuit e coprire tutti i misfatti. Non la guerra
quale era stata pensata dalla Costituzione italiana e
dalla Carta dellONU, e che era stata oggetto di ripudio. Tuttavia non si tratta di un avanzamento del pensiero di guerra, bens di una regressione allidea della
guerra finale che era stata quella del pensiero gnostico
ed apocalittico allinizio della nostra era: la guerra tra
i due mondi, luno dei quali destinato a salvarsi il
mondo degli illuminati e dei pochi laltro invece,
quello dei pi, destinato a perire.
Il decennio della preparazione
Nonostante la sua proclamazione dopo lattacco alle
Torri Gemelle, essa cominciata dieci anni prima,
dopo la caduta del Muro, con la guerra del Golfo, prima
che il terrorismo fosse. Il suo cantiere stato aperto durante tutto lultimo decennio del secolo, che servito
alla destra radicale degli Stati Uniti per elaborare il progetto del nuovo secolo americano, dotarlo di un pensiero militare e strategico, che gi prevedeva un evento
catastrofico e catalizzatore sullo stesso territorio degli
Stati Uniti, come quello che doveva prodursi l11 settembre, e preparare la sua ascesa al potere. I due titoli
pi famosi comparsi negli Stati Uniti nellultimo decennio del Novecento, Lo scontro tra le civilt e La fine
della storia, di Samuel Huntington e di Francis
Fukuyama, prefiguravano profeticamente (ma come
poi si visto, progettualmente) lo scenario futuro.
Quelle due visioni sembrarono allora alternative: luna
pensava che con la vittoria sul comunismo la storia fosse
ormai pacificata e sostanzialmente conclusa, laltra la
pensava riprendere e ribollire nello scontro delle civilt. In realt le due visioni erano contigue, esprimevano ambedue il pensiero della fine.
Progettare uno scontro di civilt nel mondo globalizzato, in questa et che si vanta della potenza atomica,
al grado di tecnologia e di distruttivit degli armamenti
cui siamo pervenuti, non come progettare una crociata per la supremazia destinata a concludersi con uno
scontro di legni a Lepanto. Uno scontro di civilt che,
una volta innescato, non si riesca a controllare, cominciando dallIslam per finire alla Cina, non sostenibile dal sistema fisico e dallinsediamento umano

Alternativa

sulla terra.
Per contrastare questo disegno occorre anzitutto una
grande operazione di smascheramento, almeno in tre
direzioni.
Il terrorismo come nemico
La prima riguarda lidentificazione del nemico. La
guerra perpetua ha bisogno di un nemico perpetuo,
ubiquitario, esecrabile, identicamente presente in innumerevoli forme, sempre sconfitto ma mai estirpato,
sempre ucciso ma sempre risorgente. Questo nemico
stato identificato nel terrorismo. lui il nemico della
civilt. Grazie a questa estrema semplificazione, ad alta
resa mediatica, la realt dei singoli conflitti scompare,
e perci anche il razionale che, secondo la buona filosofia, nel reale. Le ragioni di chi combatte sono cancellate, non solo non devono pi essere indagate (silete
sociologi! aveva intimato il Corriere della Sera), ma neanche esistono, perch non esistono i singoli conflitti assorbiti come sono nellunica guerra globale. Com
possibile che lamico Bush, lamico Putin, Sharon,
Allawi, Berlusconi abbiano lo stesso nemico? Forse che
i ceceni combattono per i palestinesi, la resistenza irachena combatte per gli afghani, i baschi sono la stessa
cosa degli integralisti musulmani? Nella definizione dei
nemici come terroristi, tutti sono confusi e dannati.
In realt il terrorismo laltro nome della guerra, la
guerra fatta dagli altri, efferata, certo, come efferata
la guerra, anche se a essere detta efferata solo la guerra
degli altri. Quella che chiamata guerra ormai una
guerra asimmetrica, non solo per il divario incolmabile
di potenza, ma perch rivendicata come prerogativa di
una parte sola, unica legittimata a combattere, mentre
gli altri sono considerati combattenti illegali e nemmeno riconosciuti come uomini. Il terrorismo dunque la guerra dei non abilitati alla guerra, dei cancellati che si fanno vivi uccidendo, degli sconfitti che non
vogliono ulteriormente essere sconfitti.
La condizione propizia perch questa lotta sia portata fino allestremo dellorrore. La Catastrofe dei palestinesi porta ai kamikaze sugli autobus in Israele. La
devastante occupazione dellIraq porta alle autobomba
in tutto il Paese. Il genocidio in Cecenia porta alla strage
degli innocenti in Ossezia; i bambini sono uccisi a centinaia dagli adulti nemici e pi ancora dal fuoco amico,
perch meglio far saltare una scuola in un blitz con
tutti i suoi scolari e genitori e maestre che cedere e
rinunziare a uccidere trenta terroristi.
Ormai combattere vuol dire solo uccidere. A questo
siamo esortati ogni giorno quando siamo convocati, da
tutti i palazzi e da tutti i telegiornali, alla guerra contro
il terrorismo che tutti insieme, uniti, in quanto occidentali e giudeo-cristiani, dovremmo condurre, senza
le debolezze di Monaco e le diserzioni dei pacifisti.
Decodificato il messaggio, la guerra globale contro il
terrorismo significa uccidere i terroristi: ucciderli

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Alternativa

prima, e non dopo, grazie alla guerra preventiva, ucciderli durante, nel pieno di un sequestro, anche se in
mezzo a una folla di spettatori in un teatro e di bambini in una scuola, ucciderli allestero, per non doverli
affrontare in America, secondo il bel programma universalista proclamato da Bush alla Convenzione repubblicana. Ma poich il terrorismo indistinto ed il
nemico di ununica lotta, ecco che noi, lOccidente, dovremmo come un sol uomo combattere perch Putin
continui a possedere la Cecenia, i coloni israeliani continuino gli insediamenti nella terra palestinese fino al
Giordano, Bush continui ad occupare lIraq e a installarvi proconsoli, basi militari e ladri di petrolio, e perch lAmerica possa fare un inferno allestero per starsene col suo paradiso in patria.
Ma se la guerra allultimo sangue tra noi e il terrorismo, perch meravigliarsi se anche il terrorismo la
combatte? Perch non vedere il buco nero che al
fondo di questa spirale? Non dovremmo piuttosto ascoltare il monito del Vangelo: le vittime travolte dalla torre
di Siloe e gli abitanti di Gerusalemme fatti uccidere da
Pilato erano innocenti: ma se non cambiate mente (se
non cambiate politica) perirete tutti allo stesso modo.
Condannare il terrorismo e uccidere i terroristi non
chiude il problema, fino a quando il terrorismo non sia
tratto dallindistinzione in cui lo si collocato, rinominato nelle sue diverse componenti, discusso nella specificit delle cause da ciascuno perseguite e insomma,
come la guerra, riportato alla politica e forzato alla possibilit di soluzioni politiche, fino a ridurlo a un residuo che pu essere combattuto e infine sconfitto con
le leggi penali.
Quale divario di civilt?
Il secondo smascheramento riguarda la natura del divario di civilt per il quale si combatterebbe. La civilt
che dopo l11 settembre si sostenuto che fosse sotto
attacco, non era tanto quella del retaggio cristiano (che
sarebbe insidiato dallIslam) o della democrazia (insidiata dai fondamentalismi) quanto la civilt tecnica,
scientifica, opulenta, della modernit occidentale; in
termini pi concreti, il modo di vita, di progresso, di
appagamento e di consumo del mondo sviluppato, contro larretratezza invidiosa e iconoclasta dei popoli malriusciti: quella civilt, cio, implicata nel noto impegno
programmatico di Bush, secondo cui il tenore di vita
degli americani non negoziabile.
Altri parametri addotti per misurare il divario di civilt,
come quelli che dividerebbero amanti della vita e spregiatori della vita, tagliatori di teste ed eserciti regolarmente occupanti territori altrui, sono assai meno credibili, anche perch la vita massacrata sia in Oriente
che in Occidente, e le teste sono sempre cadute nelluna e nellaltra civilt, grazie a tagliagole e a ghigliottine, ed difficile fare una graduatoria di barbarie tra
i diversi modi di esecuzione capitale o di stragi in uso

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nelle diverse parti del mondo. Non c bisogno di essere terroristi in nero per decretare la morte di centinaia di persone. Il 1 agosto scorso ad Asuncin, nel
Paraguay, i proprietari e il gestore del supermercato
YCU BOLANOS hanno fatto chiudere le porte dopo
che era scoppiato un incendio, per impedire che la
gente scappasse senza pagare la merce. Ne seguito un
massacro come a Beslan, almeno 426 ostaggi morti, 154
bambini orfani, la maggiore tragedia del Paese. E nemmeno il crinale della civilt pu essere posto nella regola del diritto, che proprio ci che lOccidente sta
rovesciando nella regola della guerra. Sicch il contrasto fondamentale appare essere pi quello tra mondi
economici, che tra mondi ideali, giuridici o religiosi.
Una guerra di eredit
Questo conduce allora allaltro smascheramento necessario. Qual la vera posta in gioco della guerra perpetua? E perch la guerra deve oggi essere pensata
come perpetua? Il rumoreggiare della guerra attorno
alle ultime riserve conosciute di petrolio ( un puro
caso che lIslam stia l), attorno ai corridoi e alle vie di
comunicazione del petrolio del Caucaso, linsediarsi
degli eserciti imperiali sempre pi a Oriente, verso la
Cina, la cui domanda aggiuntiva di energia e di risorse
cresce alla velocit di un tasso di sviluppo che
lOccidente percepisce come una minaccia, e infine allinterno delle societ ricche le politiche di blocco e di
espulsione degli immigrati dal territorio e degli esuberi
dalla produzione, sono gi pi di un indizio.
Si tratta di una guerra di eredit. Preso atto del fatto
che le risorse aria, acqua, combustibili fossili, terre
fertili, capacit di assorbimento di rifiuti, scorie e inquinamento sono limitate, questo limite viene vissuto
come scarsit, la terra stessa viene considerata scarsa,
non sufficiente per tutti i suoi eredi, e la guerra pertanto una guerra per chi debba ereditare la terra. Al
punto a cui sono giunte oggi le statistiche sullo scarto
tra povert e ricchezza, malattie e salute, fame e saziet,
penuria e disponibilit di energia, siccit e abbondanza
dacqua a livello mondiale, c un fattore scatenante
della crisi, che lassunto, stabilito come un assoluto,
che comunque non debba essere rimesso in gioco il
grado di civilt ricchezza, produzione e consumi
gi raggiunto, pur tre enormi ingiustizie, nelle aree pi
avanzate del sistema e tutelato dalle loro classi dirigenti.
Se il principio del gi acquisito sacro e non negoziabile, allora non potr pi esserci alcuna giustizia distributiva, e la guerra stessa non potr essere per la redistribuzione delle risorse, come le guerre dei vecchi
Imperi, ma per la loro attribuzione, per decidere chi
ne debba ultimamente godere e chi no: una guerra di
selezione e di esclusione; una guerra tra due mondi considerati ormai alternativi non solo nella qualit della
vita, ma nella stessa nuda vita.
Questa la ragione per cui la guerra perpetua, intesa

Luglio - Agosto 2004

come guerra fino alla fine, torna al principio, ripercorre


a ritroso tutta la storia dellOccidente, si lascia dietro il
Novecento, Kant, Hobbes, i giusnaturalisti, i teorici
della guerra giusta e torna a quel conflitto primordiale
che ebbe per oggetto lappropriazione primitiva e la
spartizione del pascolo, della terra, degli armenti e che,
secondo i competenti, diede origine al diritto, alla civilt e alla cultura, proprio questo essendo appropriazione, divisione, produzione il significato iniziale
del nomos. Questo stesso nomos ha poi provveduto a garantire una distribuzione ineguale, poich dalleredit
furono esclusi servi, schiavi, stranieri, non eletti, donne,
negri, indiani e via discriminando, in una lunga storia
che giunge fino a noi.
Lultima discriminazione tra gli eletti e gli esclusi del
mercato globale. Di nuovo c uneredit in gioco, ma
questa volta di tutta la terra. La guerra preventiva, la
guerra per la civilt, la guerra contro il terrorismo, la
guerra quale non avete mai visto prima, non una
guerra tra eredi per decidere come ripartire leredit
della terra, ma una guerra per decidere a chi essa debba

Alternativa

essere tolta e a chi lasciata. Questo lo stato di eccezione rispetto al quale la guerra si pone come sovrana.
Ma questa allora davvero una cultura della fine.
Disputarsi leredit della terra, farne oggetto di conquista e di confisca, vuol dire compromettere questa
eredit per tutti, dividere gli uomini in eredi e non
eredi, vuol dire rompere lunit antropologica della famiglia umana, stabilire lultima e definitiva selezione
tra uomini e no, e radicalmente espungere la novit
portata dal cristianesimo che, abrogando la legge di divisione del nomos, ha proclamato tutti figli, tutti coeredi,
tutti chiamati ed inclusi. Altro che civilt occidentale
cristiana!In queste condizioni la scelta politica della
pace la scelta partigiana di chi vuole che la storia continui, e che altre generazioni ereditino la terra. Per questo irrinunziabile: perch finch ci sar un partito, un
movimento, una Chiesa, un Paese che intralcino la
guerra perpetua e ne falsifichino lideologia, affermando lunit umana, leguaglianza tra i popoli e le
persone e lincontro tra le civilt, la partita non sar
chiusa e la storia continuer.

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Alternativa

Una discontinuit vera anche dal


precedente governo di centrosinistra
di Luciano Pettinari
Direttivo Nazionale DS Sinistra DS

Tra i tanti ostacoli che le opposizioni al governo si sono


trovate di fronte dopo la sconfitta del 2001, i pi rilevanti sono stati essenzialmente due. Il primo riguarda
la necessit di definire la pi larga unit possibile di
uno schieramento che oggi si oppone a Berlusconi e
che domani dovr candidarsi al governo del paese. Il
secondo ostacolo quello relativo alla ricerca di un programma capace di essere realmente alternativo alla politica del governo e, al tempo stesso, di essere attendibile e credibile nella sua proiezione governativa.
Queste due questioni rimangono ancora in larga misura insolute ed bene non sottovalutare i rischi per
linsieme dello schieramento alternativo al governo.
Sembra finalmente superata la logica di un centrosinistra a cerchi concentrici, con al centro i cosiddetti riformisti, motore della coalizione che stabilisce poi il
rapporto con gli altri alleati.
La disponibilit di Rifondazione Comunista a far parte
a pieno titolo della coalizione, ha dato il colpo decisivo
alla tendenza che si ostinava a vedere lo schieramento
di opposizione formato essenzialmente dallUlivo, che
oggi risulterebbe peraltro ulteriormente ristretto alla
lista Insieme per lUlivo e allargato via via a tutti gli
altri in posizione subordinata e comunque marginale.
Allo stato attuale lo schieramento che andr a contrapporsi al governo Berlusconi sembra effettivamente
configurarsi come il pi largo possibile, comprendendo tutti i partiti del centro democratico, quelli di
sinistra, gran parte del movimento sindacale, movimenti di massa, associazionismo. Questo non significa
che i problemi siano tutti risolti, anzi. Lascia stupefatti
come si sta affrontando la questione della leadership e
la partecipazione democratica alle scelte del centrosinistra.
Da tempo si chiarito che a guidare la coalizione di
centrosinistra sar Romano Prodi. una scelta giusta
che vanta molti pregi, ma presenta anche qualche limite. Tra i pregi possiamo annoverare la precedente
vittoria del 1996, il ruolo di prestigio svolto in questi
anni a capo della Commissione Europea e, per molti,
la sua collocazione moderata, ma non centrista che, ci
si augura, potrebbe attirare settori elettorali di centro
realmente democratici. Tra i limiti, quelli di non aver
saputo gestire la vittoria elettorale, di far parte di una
forza politica in calo di consensi e travagliata da dissensi
interni, di non aver saputo caratterizzare in modo ancora pi netto la Commissione Europea nel contesto

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internazionale.
Nessuno si posto per in alternativa a Prodi. Non si
capisce perci perch lo stesso Prodi abbia avanzato la
proposta di elezioni primarie per ratificare una scelta
in realt gi fatta. assurdo pensare a primarie con
Prodi come unico candidato: sarebbe una deriva presidenzialista e plebiscitaria che non deve far parte della
cultura politica del centrosinistra. Se tutti si daccordo
su Prodi, bene trovare il modo per uninvestitura unitaria. Punto e basta.
Se si insiste sulle primarie, si apre allora un'altra partita. Troverei assurdo mobilitare centinaia di migliaia
di cittadini semplicemente per ribadire linvestitura di
Prodi. Se si vogliono fare le primarie, queste devono diventare loccasione di un vero e proprio confronto tra
proposte programmatiche e tra uomini e donne in
grado di rappresentarli.
In realt non sembra questo lo spirito di chi ha proposto le primarie e su questa, come su altre questioni, il
modo di procedere del centrosinistra desta non poche
preoccupazioni.
La stessa vicenda della lista Insieme per lUlivo emblematica. Non ci voleva molto a capire che quella lista non avrebbe ottenuto grandi risultati. Non si trattato di un semplice espediente elettorale, anche perch sarebbe sciocco rinunciare alla propria identit
proprio in una scadenza elettorale proporzionale. La
posta in gioco era ed unaltra: verificare lo spazio per
una grande forza moderata rinunciando al ruolo di
forza politica di sinistra e socialista.
Il risultato ottenuto alle elezioni europee stato assai
modesto: il 31 per cento inferiore alla somma stessa
dei voti dei partiti della lista nel momento della sconfitta del 2001. Tuttavia sembra si voglia insistere su di
una scelta che si gi dimostrata improduttiva e che rischia di soffocare le potenzialit del centro sinistra e
della sinistra in particolare.
La prossima tappa dichiarata e che si vuole sancire nel
prossimo congresso DS, quella di una federazione tra
i partiti che hanno dato vita alla lista. Per buona parte
del gruppo dirigente DS, la federazione dovrebbe rappresentare il trampolino di lancio verso un nuovo soggetto moderato e riformista. prevedibile che anche
questo obiettivo si dimostrer impraticabile, ma soprattutto sbagliato ed bene che vi si rinunci al pi
presto.
Perch mai i DS che oggi sono il pi grande partito

Luglio - Agosto 2004

della sinistra italiana dovrebbero federarsi e magari fare


un nuovo partito con le forze del centro democratico
e non invece puntare a coordinarsi con le altre forze
della sinistra per far pesare nella coalizione le proprie
posizioni?
Naturalmente linterrogativo non nasce solo da divergenze sulle prospettive organizzative (federazione, partito riformista), ma da forti dubbi sulle politiche conseguenti a scelte moderate.
Non privo di significato che durante lestate importanti dirigenti della Margherita abbiano sostenuto che
leventuale governo di centro sinistra non dovr abrogare alcune delle pi importanti leggi approvate dallattuale governo e che, dalle stesse fonti, si sia arrivati
a parlare di gabbie salariali.
evidente che questo non mette in discussione la necessit di una coalizione tra le sinistre ed il centro democratico per sconfiggere il governo Berlusconi. Ma
altrettanto chiaro che emerge un problema di confronto politico al quale la sinistra non si pu sottrarre.
Il programma della coalizione dovr necessariamente
tenere conto dellampiezza dello schieramento ed del
tutto ovvio che peseranno, e non poco, le opzioni moderate. Occorre per sapere che per governare, una
volta vinte le elezioni, il centrosinistra dovr segnare
una discontinuit non solo con il governo Berlusconi
ma anche con la precedente esperienza di governo di
centrosinistra i cui limiti hanno favorito la vittoria dellattuale governo.
Diventa allora importante che le sinistre trovino il
modo di confrontarsi sui principali aspetti programmatici (questioni sociali, pace, riforme istituzionali)
e si impegnino unitariamente per fare pesare il loro
punto di vista nella coalizione.
La questione non quella di unanacronistica ed inutile lotta per legemonia tra centro e sinistra;
Si tratta invece di dare credibilit al carattere alternativo del programma della coalizione. Se il centrosinistra non apparir, con tutta evidenza, altra cosa dal governo Berlusconi, sar di fatto impossibile la sua vittoria e dunque la sinistra non pu rinunciare a svolgere
il proprio ruolo per raggiungere questo obiettivo.
Bisogna ammettere che fino ad oggi non si lavorato
in questa direzione con sufficiente determinazione.

Alternativa

Deve emergere con pi forza che una parte della coalizione intende difendere le pensioni e lo stato sociale,
cancellare la legge 30 sulla riforma del mercato del lavoro, la riforma Moratti e le altre leggi ad personam
che favoriscono gli affari privati del Presidente del
Consiglio. Cos come non si pu tornare indietro da
una parola dordine come quella del ritiro delle truppe
italiane dallIraq. A questo proposito, appaiono sconcertanti le incertezze di Bertinotti, segretario di un partito che con impegno e generosit, si battuto perch
il ritiro delle truppe diventasse lobiettivo di tutto il centrosinistra.
Il Movimento pacifista, Rifondazione Comunista, il
PdCI, i Verdi, la Sinistra DS e soprattutto quella grande
opinione pubblica che, a grande maggioranza, si mostrata contraria alla presenza di truppe italiane in Iraq,
hanno nei fatti favorito la presentazione in Parlamento
di risoluzioni di tutto il centrosinistra a favore del ritiro
delle truppe.
Accantonare questo obiettivo rischia dunque di indebolire linsieme del movimento pacifista e di trasformarsi in un insperato aiuto al governo, tanto pi che
una forte posizione politica contraria alla presenza
delle truppe in Iraq facilita e non ostacola liniziativa
politica e diplomatica per liberare le vittime di rapimenti che, comunque, per modalit ed obiettivi, appaiono sempre pi ambigui.
Si tratta allora di aprire una fase nuova che, accantonando tutti gli aspetti che oggi appaiono obiettivamente secondari (primarie, soggetto riformista)
ponga al centro della discussione il programma del centrosinistra.
Questa fase non pu essere intesa come semplice incontro dei vertici della coalizione. Sugli aspetti programmatici qualificanti sar rilevante coinvolgere i settori sociali: i sindacati nel loro insieme, ed in particolare quanti hanno svolto un ruolo di punta nel conflitto
sociale come ad esempio i metalmeccanici, il movimento pacifista, le associazioni che si battono per la difesa del pluralismo dellinformazione e tanti altri. Se la
sinistra riuscir a fare questo contribuir davvero a
porre le basi per la vittoria elettorale, ma anche a creare
le condizioni per governare, facendo crescere il Paese
e difendendo gli interessi dei cittadini.

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Alternativa

Luglio - Agosto 2004

La CDL e un virus attivo da disinnescare


di Rossana Rossanda

Ricorderemo di questa estate gli orrori sulla scena del


Medio Oriente e in Ossezia, le misure prepotenti decise dal nostro governo, segnatamente pensioni e devolution, e di fronte a tutto questo il silenzio della sinistra. Sia lUlivo sia le sinistre radicali hanno o taciuto
o dissertato su questioni di metodo: se fare o no una
coalizione dellopposizione, entro quali limiti, se essa
preluderebbe a un accordo di governo o no, se fare o
no le primarie per decidere un premier, eccetera. Il
tutto ai fini delle prossime scadenze elettorali, regionali nel 2005 e politiche nel 2006 (se non prima). In
Rifondazione comunista in corso un dibattito acuto
su questi punti. Sono stata in un partito ventisei anni,
abbastanza per non sottovalutare le sue dialettiche interne e non intervenirvi dall'esterno; osservo per che
a tre mesi dalle europee e dal superamento della Casa
della Libert da parte dell'opposizione, nonch di un
inaspettato 13,5% di voti raccolti a sinistra dell'Ulivo,
n lUlivo stesso n quel 13,5% hanno ancora detto se
e come utilizzeranno questa loro forza e su che cosa
propongono con precisione un'alternativa.
Anzi, prendiamo il (un) toro per le corna: parte della
sinistra alternativa, che si esprime anche nellastensionismo, dubita che battere Berlusconi sia una priorit,
e che anche se vi si riuscisse, sia utile partecipare a un
governo di coalizione. Avere un governo di centrosinistra piuttosto che di centrodestra sarebbe indifferente,
se pur non confonderebbe le idee; pi utile costruire
un partito coerentemente democratico e comunista nei
tempi lunghi. E' un ragionamento da affrontare, specie dopo la deludente prova del centrosinistra dal 1996
al 2001. Ma la risposta dipende, a mio avviso, pi che
da presupposti ideologici diversi, dal giudizio che
diamo sulla fase e lo stato del paese dopo tre anni del
governo pi reazionario che l'Italia abbia avuto. Se si
pensa che stata una buriana, la quale non ha cambiato quasi nulla nella configurazione sociale e nella
coscienza collettiva, e che met dell'Italia ha votato per
il Polo a causa della mollezza del centrosinistra, la priorit la costruzione d'un partito e di un'alleanza, anche minoritaria, che ricostruisca una sinistra a medio
periodo. Lo stesso problema che pone negli Stai Uniti
Nader, di fronte al duello fra Bush e Kerry. Ma se non
stata solo una tempesta di superficie, se ha intaccato
un comune sentire democratico e progressista, minandolo nel profondo, e se le politiche del Polo sono andate mutando anche parte della configurazione sociale

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e molto della struttura istituzionale del paese, il giudizio ha da essere diverso: la Cdl un virus attivo da disinnescare.
Ed appunto il mio giudizio: c' stata una crisi di soggettivit negli anni '80 e poi nel 1989, il governo di centrodestra ha riflesso questa mutazione e ne ha sollecitato la tendenza. Penso che l'implosione dei socialismi
reali punto sul quale raramente concordo con l'ernesto e l'autoscioglimento dei partiti comunisti abbiano assieme riflesso e approfondito una mutazione
strutturale e sovrastrutturale in corso fin dalla met degli anni settanta, quando alle lotte del decennio precedente il padronato e i soggetti internazionali del sistema hanno opposto una innovazione tecnologica che
ha comportato una riorganizzazione del lavoro, una redistribuzione della propriet e della formazione del
reddito, un'accelerazione del processo di globalizzazione. in questa sovrapposizione di fenomeni, poco
avvertita e ancor meno esaminata dalla sinistra, che
sono venuti alla luce in Italia il berlusconismo e il leghismo, hanno conquistato una maggioranza di voti e
hanno dato voce e strumenti legislativi alle pulsioni
egoistiche e proprietarie che il dopoguerra e legemonia ideale delle sinistre avevano ridotto. Forza Italia
non un fenomeno di super ficie. Ha minato la
Costituzione, ha favorito larricchimento dei ceti medio-alti, lindebolimento dei diritti, una ondata di spoliticizzazione profonda. Oggi prevalgono in gran parte
del paese la fine della solidariet (o riproposta a suo
modo dalla chiesa), la fiducia riposta nellimpresa e
nella Borsa come soli percorsi possibili degli individui,
ciascuno per s, senza pi sperare n in beni comuni
n in interessi collettivi n nella possibilit del conflitto
sociale. Ne venuto un volto politico del paese che
insieme prodotto dalla crisi della sinistra e continuamente la riproduce.
Non dico che la partita sia chiusa: resistono alcuni settori di punta del movimento operaio, che non cedono
e anzi producono una nuova leva di giovani, e si sono
formati dei movimenti che si fanno strada in tutto il
mondo e in Italia hanno avuto una diffusione grande;
ma essi, se indicano una disponibilit, sono assai diffidenti verso la politica, non solo come ceto politico, ma
come cultura dello scontro istituzionale e di classe.
Togliere di mezzo dunque lo strumento statale della
componente liberista, che da noi ha raggiunto quasi
met della popolazione, necessario e urgente. Non ri-

Luglio - Agosto 2004

guarda il palazzo, riguarda la societ tutta. E non contrasta con la formazione, ancora tuttaltro che compiuta, di una sinistra coerentemente anticapitalista
probabilmente si pu dire come pareva ovvio una
volta, che una inversione in senso democratico e anche
modestamente progressista del paese esige la presenza
di una sinistra pi forte che non sia quella di ora.
Sarebbe un errore credere che per battere il blocco politico e sociale della Casa delle libert basteranno due
o tre parole dordine semplici. Esse sarebbero sufficienti a chiarire le idee del paese, a coalizzare una maggioranza di elettori, a dar senso a una dialettica di governo che potrebbe seguire. E finita lillusione che la
semplificazione aiuta un cambiamento; se mai aiuta la
conservazione, galleggiando sul senso comune, ed
manovrata dai grandi comunicatori che cavalcano
unonda populista. Ed proprio su alcune grandi questioni, apparentemente semplici, che non c accordo, n nel merito n nelle tattiche nellarco dellopposizione e forse nello stesso blocco delle sinistre
che chiamiamo radicali. anzi probabile che il limitarsi a qualche parola dordine, rinviando di continuo
approfondimenti e confronti, renda ancora pi difficile un accordo e ancora pi vaga la possibilit di una
ragionevole mediazione come quella necessaria a toglier di mezzo la Casa della Libert e a invertire la tendenza sociale che essa ha coltivato e radicato.
Confesso di non capire perch dunque questo approfondimento e questo confronto ritardino. Aggiungo
che, oggi come oggi, nulla assicura che sar facile liberarsi della Casa delle Libert. un errore credere che
le divisioni venute alla luce al suo interno labbiano gi
frantumata: malgrado gli scricchiolii prodotti dal delinearsi di un centrismo, che non si accorda con la Lega
e occhieggia anche allopposizione, restano fortissimi
gli interessi comuni. Esso non prova affatto che il blocco
sociale proprietario alla base della Cdl sia in disgregazione, se mai dimostra che le sue componenti interne
ridefiniscono la loro posizione nel governo. E tutte giocano sullassenza, quando non litigiosit, dellopposizione, dentro e fuori lUlivo.
A parer mio occorrer dunque un complesso lavoro per
ricostruire un comune sentire, una identit articolata
delle sinistre, ma allinterno di alcuni principi dilapidati o perduti, un itinerario e delle mete condivise.
Romano Prodi ha proposto in questi giorni che questo
lavoro sia compiuto assieme da tutti i soggetti della coalizione, coinvolgendo Rifondazione comunista, cosa
che fino a ieri non andava da s. Da parte sua,
Rifondazione afferma che nel delineare un progetto
vanno coinvolte non solo le sigle dei partiti quelle che,
per intenderci, hanno casa in parlamento ma anche
soggetti diversi, sia organizzati come i sindacati, sia non
organizzati come i movimenti. una richiesta giusta,
che mette in evidenza il deficit di rappresentanza dei

Alternativa

soggetti politici classici, i partiti, pi che non lo risolvano. Mentre infatti bene che il sindacato presenti le
sue scelte e i suoi obiettivi, bene che non si schieri a
priori su alcun programma, pena perdere la sua autonomia. Mentre i movimenti non hanno strutture di delega che possano essere coinvolte formalmente in una
consultazione. Nel rapporto fra politica e societ si
tratta di ricostituire un polmone che si atrofizzato. E
forse pi che un polmone, il che pone alla politica non
poche domande. Inoltre un programma non una
sommatoria di culture e bisogni. Mi sembra inevitabile
che un confronto con espressioni della societ avviene
sul serio soltanto attorno a bozze di proposta sulle quali
debbano esporsi i partiti, perch sono loro che chiedono i voti e sono loro che ne risponderanno. Non possono essere assemblee informali a sancire un progetto,
ma un nuovo tipo di assemblee vanno fatte e ascoltate
a fondo, pur tenendo presente che una democrazia partecipata pi agevole su terreni limitati e omogenei
che nellambito nazionale duna societ complessa e
perdipi mondializzata: le esperienze latinoamericane
insegnano.
Provo a fare qualche esempio. Ci sono due o tre grandi
questioni apparentemente semplici che non ritengo
semplice tradurre in progetto, compresi il sistema di alleanze e dei tempi che esso esige.
Primo e preliminare il giudizio di fase. Se vero che
il liberismo non pi indiscusso e trionfante come negli anni 90, altrettanto vero che resta dominante, e
sono in sue mani tutti gli strumenti di governo della
globalizzazione. Di fronte ad essa c da qualche anno
il sollevarsi di una coscienza che poggia sui principi di
eguaglianza e di giustizia, ed esige il prevalere dei valori della umana convivenza rispetto ai meccanismo del
mercato. Tuttavia essa stenta non solo a darsi unespressione politica ma a perseguire questo fine anche
nei paesi dove rappresentata fin nei governi, perch
anche i governi meglio intenzionati sono costretti a
muoversi nella gabbia globale e a navigare nelle mareggiate delle vicende mondiali, proprietarie, finanziarie del mercato e della asimmetria dei poteri.
Valgono gli esempi di Lula in Brasile e del pi ambiguo
Chavez in Venezuela, e fa riflettere altro tema tutto
da discutere la curvatura aspramente liberista assunta
dai paesi ex socialisti, inclusa quella Cina ancora governata da un partito comunista e che sta diventando
una grande potenza mondiale.
Ma limitiamoci allEuropa che abbiamo sulla porta di
casa; quale la posizione che perseguiamo su di essa?
La Carta ne gi messa in causa, ma pi da destra che
da sinistra, eccezion fatta per i socialisti francesi, e un
referendum ci obbligherebbe a pi di unacrobazia per
non confonderci con i paesi sovranisti. Esso rappresenterebbe in ogni caso un punto di divisione nella attuale opposizione. Ma non so neanche se il Partito delle
sinistre europee, recentemente creato, rappresenti effettivamente le classi e le culture che si possono defi-

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Alternativa

nire di sinistra e che nella Carta europea non si ritroveranno, appena ne prenderanno atto. Ma pi impressionante lincapacit dei sindacati di collegarsi davanti
a unoffensiva comune al padronato di tutto il continente che tende ad azzerarli. Cos anche in Europa
in corso una sorda guerra fra lavoratori dei diversi paesi
davanti alla delocalizzazione delle imprese consentita
anzi imposta dalla competitivit; vince il paese che offre a pi buon prezzo la manodopera e un insieme di
agevolazioni pubbliche. Il lavoro resta nazionalmente
organizzato (quando lo ) di fronte a capitali globalizzati e sciolti da ogni vincolo che non sia la concorrenza.
Come far fronte a questa realt? E ad essa si connette
il tema bruciante dellimmigrazione, pi bruciante ancora in tempi di bassa crescita, a proposito del quale
pi facile denunciare le nefandezze dei governi in carica che avanzare un programma di governo giusto.
A meno di scegliere un apriamo le frontiere a tutti
tesi sorretta da solidi argomenti umani ma avendo il
coraggio di delineare con sincerit lo scenario conflittuale che ne risulterebbe. soltanto un esempio, ma
basta per segnalare come ogni problema che investe un
mondo oggi diventato uno nel comando economico e
dominato da una sola superpotenza nel comando politico, sia difficile da risolvere; assai poco semplice trasformare in un progetto realizzabile un bisogno che
pure semplice.
Perfino il tema cos chiaro del rifiuto della guerra si dimostra assai complesso quando dal no alla guerra si
passa al come impedirla. Non sarebbe semplice neppure rispondere, alla luce di quel che sta avvenendo,
alla domanda come intervenire politicamente senza
violenza nei conflitti in corso. La deriva dei poteri sulla
scia del neoconservatorismo americano, e quella di
molte reazioni ad esso verso forme di terrorismo dimostra come il tempo abbia giocato alla degenerazione
del conflitto. E la degenerazione gioca sempre a favore
della reazione, non se ne esce.
Laggrovigliarsi di queste derive terribile, nel medioriente gi tende a trascinare verso un conflitto di civilt.
E questo probabilmente spiega la lentezza del movimento pacifista nel muoversi in questi mesi: baster sfilare sotto lo slogan contro la guerra e contro il terro-

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rismo? La guerra dilaga nella dialettica concreta delle


paci normalizzate, il terrorismo cresce sotto linflusso
del comando religioso, e ogni forma colta del medesimo ne viene ricattata. tuttaltro che semplice esercitare unazione di pace effettiva, e perfino definire chi
pu essere il soggetto, come lo si pu sollecitare e aiutare, e in quali tempi. Su uno slogan si fa una manifestazione ma non si fa ancora una politica.
Quel che ho appena accennato sulla guerra vale anche,
e maggior ragione, per il capitalismo. Parola che non
nominano n le sinistre moderate n i movimenti (e
non per semplice impreparazione). C alle spalle il
nodo del Novecento e la caduta dei socialismi reali. C
la forza di questo modo di produzione di procedere alle
sue trasformazioni interne, a modificare le forme di
propriet, a recuperare dopo i tempi del primato della
produzione la rendita finanziaria, a illudere le popolazioni, a dividere i lavoratori. pensabile oggi un blocco
storico della rivoluzione italiana? Non mi sembra. Se
i movimenti e lassenza dello sviluppo rendono inquieto
anche il blocco della reazione, quel che ci si oppone,
minoranze a parte, per ora un confuso bacino di incertezza, paura e bisogni che ha perduto un filo unitario e stenta a ritrovare una speranza.
Un solo tema sembra riemergere nel 2004 contro il dominio liberista: un dubbio sulla parola dordine degli
anni 90, meno stato pi mercato.
Una riflessione positiva sullintervento pubblico e i beni
pubblici, che segnalano un riaffermare il primato della
politica sulleconomia, del pubblico sulla propriet privata e determinare un terreno sul quale possono riprendere piede i diritti, che per il mercato non esistono.
Pu essere una leva contro le politiche monetarie, in
grado di far saltare alcuni fondamenti dei trattati europei? E se anche cos fosse, che ne pensano le sinistre
radicali, non lo considererebbero assai arretrato? Non
costringerebbe a fare i conti con lidea di stato e di democrazia?
Basta. Mi sono dilungata su alcune domande perch
non possiedo risposte semplici. Ma forse anche le domande uno non pu farsele da solo. Sono cosciente
della loro approssimazione.

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Alternativa

Questione salariale e diritti dei lavoratori:


motori di un progetto di alternativa
di Pa o l o Sa b a t i n i
Coordinatore Nazionale Sin.COBAS

Nel corso degli ultimi mesi si andato sviluppando tra le


forze di opposizione del nostro paese un dibattito serrato
che, muovendo dalla necessit di mandare a casa il governo Berlusconi, tenta di delineare le componenti politiche e sociali sulla base delle quali presentarsi agli elettori alle prossime elezioni politiche.
Le forze che partecipano a questo dibattito sono, come
sappiamo, eterogenee, unite allo stato solo dallobiettivo
di battere Berlusconi mentre non chiaro, per alcune di
esse, fino a che punto si vogliano battere le sue politiche,
quellinsieme di provvedimenti economici e sociali che
hanno portato il paese al collasso e che sono in crisi non
solo in Italia, ma in tutti i paesi in cui le ricette neoliberiste sono state attuate. In altre parole la scelta tra una
semplice alternanza alla guida del paese, con un nuovo
governo che attui magari un liberismo temperato o un
governo di alternativa, capace cio di attuare misure di
carattere economico e sociale realmente alternative al
neoliberismo.
Questa affermazione non unovviet, ma la riproposizione di una scelta di campo, dettata peraltro dal fallimento globale delle politiche neoliberiste e dalla frantumazione progressiva del pensiero unico, quello stesso
pensiero unico che sembrava non trovare opposizione alcuna al suo dominio culturale, politico e militare nel
Nord come nel Sud del mondo. Gli ultimi anni dicono il
contrario; masse enormi di contadini, operai, disoccupati, a livello planetario si battono per un nuovo mondo
possibile con una radicalit, capacit di lotta e di aggregazione quali, forse, non si erano mai visti nella storia dellumanit.
Questi nuovi movimenti, che uniscono idealmente le
lotte dei contadini senza terra del Brasile a quelle dei metalmeccanici italiani, sono la linfa da cui attingere per un
programma di alternativa che non sia lelaborazione di
gruppi di potere, di lobbies portatrici di interessi particolari, ma un programma economico e sociale quale naturale prosecuzione delle lotte messe in campo in questi
anni nel nostro paese contro quel coacervo di leggi e
provvedimenti economici e sociali che hanno progressivamente impoverito la maggioranza del popolo italiano,
smantellato i diritti dei lavoratori e lavoratrici, precarizzato il rapporto di lavoro.
Tra le forze politiche e sociali deve affermarsi la consapevolezza che lalternativa di governo deve muovere da
una reale alternativa alle sue politiche di carattere economico/sociale, e che una serie di norme, come la BossiFini, la Legge 30 ecc. non possono essere mitigate con
provvedimenti correttivi, ma devono essere totalmente

abrogate se si vuole dare un nuovo impulso al paese.


Sarebbe miope non vedere come contro questi provvedimenti si vadano progressivamente incrementando le situazioni di lotta che, spesso, stupiscono per la loro capacit di opporsi a provvedimenti iniqui; basti pensare ai
cittadini di Scansano o alla lotta in corso contro linceneritore che si vorrebbe costruire nel Casertano o alla
lotta dei lavoratori dellAlitalia, della Fiat o degli autoferrotranvieri, alle manifestazioni per la pace o a quelle
dei precari.
Vi indubbiamente un filo rosso che collega queste lotte,
un filo che al contempo antico e moderno: antico come
antica la lotta del Movimento operaio per emanciparsi
dallo sfruttamento, moderno per la capacit innovativa
di determinare obiettivi, praticare le lotte, unificare i soggetti sociali, esprimere una reale solidariet di classe con
i soggetti di volta in volta interessati, siano essi operai in
sciopero o comitati di cittadini che si oppongono allo
stoccaggio di scorie nucleari sul proprio territorio. allinterno di questo mutato contesto storico che la questione salariale, loccupazione ed i diritti assumono una
valenza prioritaria non solo per il nuovo Movimento operaio, ma devono essere il motore di un programma di alternativa.
Le tre questioni, salario, diritti ed occupazione sono inscindibili poich non possibile affrontare una questione
scindendola dalle altre. Lenorme trasferimento di risorse dai salari alla rendita finanziaria determinatasi a
partire dallaccordo del luglio 93 si andata sempre di
pi accentuando con linvoluzione legislativa, con la precarizzazione del lavoro, sia pubblico che privato, con la
compressione dei diritti. Quella che si innescata una
spirale perversa per cui allaumento del numero di lavoratori precari nelle aziende ed alla disoccupazione di
massa ha corrisposto un indebolimento della capacit rivendicativa da parte dei lavoratori, in buona misura castrata da una serie infinita di accordi sindacali mirati a
concertare con le controparti pubbliche e private.
In effetti i salari sono stati sottoposti ad una aggressione
sistematica nel corso degli anni 90 ed ancor pi in questo scorcio di nuovo millennio, come diretta conseguenza
delle politiche concertative fondate sulla politica dei redditi. Tale politica, contestata con forza dai lavoratori, che
nelle intenzioni dei sottoscrittori di tale accordo (governo, padronato e sindacati confederali) doveva servire
a risanare i conti pubblici e, mediante la calmierazione
delle rivendicazioni salariali, consentire al padronato di
accumulare risorse economiche da destinare allinnovazione, allo sviluppo e, quindi, a creare nuova occupazione,
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Alternativa

miseramente fallita, n poteva essere altrimenti.


La realt stata completamente diversa. A fronte di una
nuova sostanziale stabilit di salari e pensioni, la cui rivalutazione nel corso di questi anni stata decisamente al
di sotto dellinflazione reale, vi stato un incremento vertiginoso dei costi dei servizi e delle tariffe pubbliche, laccumulazione derivata dalla compressione dei salari stata
indirizzata verso la rendita finanziaria, e, come se non bastasse, con lintroduzione della moneta unica, in assenza
di qualsivoglia forma di controllo da parte del governo, vi
stata una vera e propria esplosione di prezzi e tariffe.
La realt del nostro paese che oggi pensionati e lavoratori dipendenti pubblici e privati sono pi poveri, stentano a sbarcare il lunario e sta esplodendo la crisi della
quarta settimana, ossia le retribuzioni non sono sufficienti ad arrivare alla fine del mese.
La differenza con quanto accadeva alla fine degli anni
70 ed ancora negli anni 80 enorme. Le retribuzioni
dellepoca consentivano alle famiglie dei lavoratori dipendenti di svolgere la loro vita in modo dignitoso, anzi
alla fine del mese restava spesso qualcosa da mettere da
parte o da destinarsi all acquisto della casa.
Oggi, con la caduta verticale del potere dacquisto di salari e pensioni, laumento vertiginoso di prezzi e tariffe,
la riduzione dei servizi pubblici, non solo non si riesce a
mettere da parte nulla ma non pi possibile arrivare
alla fine del mese.
Questa condizione, peraltro, non investe pi soltanto le
famiglie operaie monoreddito ma sta generalizzando anche in ampi settori di quelli che, fino a pochi anni fa,
erano considerati come ceti medi, impiegati pubblici e
privati, insegnanti, piccoli artigiani ecc.
Tutto ci derivato da una serie di misure economiche
che hanno colpito i salari in ogni loro componente, perch quando si parla di retribuzione per loro non si intende soltanto la retribuzione diretta mensile ma deve intendersi anche quella differita, come il T.F.R. o le pensioni, nonch quella indiretta, quellinsieme di servizi od
interventi pubblici quali i trasporti, la scuola, la sanit ed
i servizi sociali in genere o anche lintervento di controllo
e calmierazione dello stato sugli affitti, le tariffe, i prezzi
al consumo. Al contrario da parte del governo vi sono
stati interventi fiscali a favore del padronato mediante labolizione di una serie di misure fiscali che garantivano
lingresso di consistenti risorse economiche nelle casse
dello stato, quali la progressivit fiscale sui redditi, la patrimoniale ecc. Questo ha comportato una riduzione
delle risorse destinate ai servizi pubblici o agli enti locali
che, a loro volta, sono costretti o a ridurre i servizi ai cittadini o ad incrementare il livello di tassazione locale ai
cittadini.
Gli effetti di questa situazione sono devastanti, poich alla
ridotta capacit di spesa delle famiglie italiane corrisponde lavviarsi della crisi economica, la perdita di posti di lavoro reali, la crescita demografica zero, laumento
dellindebitamento dei nuclei familiari. Se a questa disastrosa condizione economica andiamo a sommare gli effetti della precarizzazione del mondo del lavoro accentuatasi con la Legge 30, non si pu non ritenere che la

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misura colma. Oggi, a fronte della protesta operaia che


monta, allaumento impressionante delle ore di sciopero,
Confindustria tenta di riavviare il dialogo con alcune
O.S., i sindacati confederali, per rilanciare un nuovo
patto sociale nel tentativo evidente di frenare la protesta
dei lavoratori, ma intende farlo nellattuale quadro economico e normativo. Rispetto a questa impostazione vi
un evidente interessamento da parte di alcune O.S., in
particolare CISL e UIL che gi sottoscrissero il Patto per
lItalia con Berlusconi, di cui la Legge 30 la concretizzazione, ma anche ampi settori della CGIL e delle forze
politiche di opposizione puntano con forza alla ripresa
del dialogo tra CGIL, CISL, UIL e Confindustria,i settori
sindacali nella speranza di tornare a concertare, le
forze politiche nella speranza che qualcuno gli tolga le
castagne dal fuoco.
Il problema per non muta: la questione salariale, dei diritti dei lavoratori, delloccupazione non possono essere,
ancora una volta, merce di scambio o essere ulteriormente penalizzati con la reintroduzione delle gabbie salariali. Lautunno vedr una ripresa delle lotte dei lavoratori, lotte che hanno messo in crisi il governo pi di
tanti dibattiti parlamentari, lotte che avranno al centro
le citate questioni salariali, dei diritti, delloccupazione.
Senza questi elementi non pu esservi un programma di
alternativa ed alle forze di opposizione si offre una straordinaria possibilit qualora riuscissero a cogliere, a capire,
che il mondo del lavoro, i milioni e milioni di famiglie
di lavoratori, pensionati, piccoli artigiani, contadini, esigono una svolta reale nelle politiche economiche e sociali.
Dopo anni in cui il mondo imprenditoriale, politico e del
sindacalismo confederale hanno fatto del mercato e del
liberismo il baricentro della loro iniziativa, giunto il momento di dire che per uscire dalle macerie provocate da
questa ricetta necessario che lo stato, il governo intervengano con opportuni provvedimenti economici per
consentire un reale aumento di salari e pensioni, ad iniziare dal ripristino di un meccanismo che consenta ladeguamento di salari e pensioni allinflazione reale, che
vengano stanziati i fondi necessari al rinnovo dei contratti
nei comparti pubblici e che vengano sostenuti e non
smantellati i servizi pubblici, ad iniziare da quello fondamentale del trasporto pubblico.
Vi sono insomma le condizioni politiche e sociali per costruire una reale alternativa al governo Berlusconi ed alle
politiche neo-liberiste, ma resta da capire se si vuole perseguire un progetto di alternativa o una semplice alternativa al governo del paese, se nella costituenda coalizione che si propone di governare il paese prevarranno
le istanze che provengono dal mondo del lavoro e dai movimenti sociali o le spinte moderate, corporative e neocentriste.
Su questo si gioca il destino del paese e la rappresentanza
politica degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici.
La posta in gioco veramente alta e dipender anche dai
lavoratori e dai movimenti sociali se prevarr luna o laltra tesi. Lestensione e la radicalit delle lotte potranno
segnare la differenza tra alternanza o alternativa.

Luglio - Agosto 2004

Internazionale

Bush, invertendo la famosa formula


di Clausewitz, ha gi promosso
la guerra al rango di politica,
nella quale la supremazia
della potenza militare
dovrebbe assicurare il successo

Lezioni dallIraq

di Georges Labica*

STRATEGIE IMPERIALISTE E COSCIENZA ANTIMPERIALISTA


CI CHE EMERGE DALLA TRAGEDIA IRACHENA

Filosofo. Docente alla Sorbona di Parigi

eorges Labica ha insegnato a lungo


allUniversit di Paris X - Nanterre .
Tra i maggiori intellettuali francesi,
da sempre impegnato in un ripensamento dei fondamenti del marxismo e
del pensiero politico moderno. Le sue
opere sono numerose ed difficile operare una scelta. Ricordiamo Le marxisme daujourdoui e Le statut marxiste de la philosophie negli anni Settanta, Le marxisme-leninisme: elements pour une critique e K a r l
Marx: les theses sur Feuerbach
negli anni Ottanta. Pi recentemente si
segnalano Robespierre: une politique de la philosophie e Dmocratie
et rvolution. Ha diretto il Laboratoire de philosophie politique e ha
curato la pubblicazione del D i c t i onaire critique du marxisme presso la
p restigiosa P resse Universitaire de
France.
Con questo articolo sulla questione
irachena Labica inizia la sua collaborazione a l ernesto.

La situazione creata dallaggressione imperialista in Irak gravida


di insegnamenti nella sostanza
prevedibili la cui pi lucida previsione non ha tuttavia sempre compreso il grado dimportanza, ed alcuni altri, forse meno attesi, come
conseguenze dei primi.
Limmagine accuratamente idealizzata della guerra non ha resistito

alla prova dei fatti. Gli strateghi del


Pentagono, pi a proprio agio nei
loro uffici climatizzati che nelle fornaci desertiche, avevano annunciato un lavoro pulito e rapido,
quasi terapeutico, visto che non
hanno disdegnato di parlare di
colpi chirurgici ed anche di
unopzione zero morti evidentemente per i loro sbirri, non rientrando lavversario nellordine
delle loro considerazioni. Ora, al
classico e banalizzato quadro delle
distruzioni di citt e dei massacri di
civili, si aggiunto quello delle torture inflitte ai prigionieri, nel quale
sapprende che esse sono state sistematiche e decise al pi alto livello. Dopo Guantanamo, che ha
creato di sana pianta il concetto di
combattente irregolare rifiutando a centinaia di individui la qualit di soggetti di diritto, si avuto
Abu Ghrab, che ha aggiunto le umiliazioni archiviate elettronicamente alle sofferenze fisiche. Gli
araldi della campagna del Bene contro il Male e del rispetto dei Diritti
umani hanno mostrato quel che per
loro era lo scontro di civilt,
dando libero corso alla barbarie: il
texano analfabeta ha saccheggiato
una civilt sul modello dei suoi generali, che hanno messo sotto sicurezza il ministero del petrolio e
hanno consegnato invece al saccheggio il pi antico museo del

mondo. Per quanto riguarda il liberismo, ha realizzato la prodezza di


mercificare la guerra e di privatizzarla: Stati maggiori e autorit, barricate nelle loro zone verdi,
hanno affidato la propria sicurezza
a 20.000 superpagati mercenari.
Bush, invertendo la famosa formula
di Clausewitz, ha gi promosso la
guerra al rango di politica, nella
quale la supremazia della potenza
militare dovrebbe assicurare il successo. Ne conosciamo gli obiettivi:
interdire qualsiasi forma di autosviluppo nazionale che cerchi di sottrarsi al controllo statunitense, mettere le mani sulle risorse energetiche pi importanti del pianeta
(quel che Carlos Fuentes chiama il
p e t ro p o d e r, petropotere), e, nel
caso del Medio-Oriente, di mantenere lo scudo nucleare israeliano. Il
metodo adottato quello dello
smembramento degli stati preventivamente demonizzati (rogue States,
stati canaglia): dopo la divisione
della Jugoslavia in entit sottomesse
(Croazia) o duraturamente conflittuali (Bosnia, Kosovo), la scissione
delIrak in tre parti scita, sunnita
e kurda era cosa gi prevista,
mentrre si continua a spingere
verso la disgregazione dellex URSS
(Azerbaigian, Georgia). Il cosidetto
progetto di un Grande MedioOriente espone cinicamente la vo-

51

Internazionale

lont di ridisegnare una carta geografica conforme agli intetressi imperialistici sembre meno dissimulati.
I vantaggi della lotta contro il terrorismo e del discorso sul terrorismo che ne costituisce il supporto
ideologico sono notevoli. Non
consistono unicamente nel far girare a pieno regime le industrie belliche, ma si traducono in massicci
investimenti in ricerca (il bioterrorismo impiega gi 2000 scienziati),
in sviluppi tecnologici (nucleare,
missili, droni, ecc.) e in forniture di
sistemi di sicurezza (7 miliardi per
il solo Afghanistan). Di passaggio, le
grida d'allarme tanto infondate
quanto lesistenza di armi di distruzione di massa possono pure servire a scopi elettorali. La menzogna,
si sa, parte integrante della messa
in scena. Lossessione contantemente alimentata di attacchi dogni
tipo produce ovunque, e non solo
negli Stati Uniti, laumento dei bilanci militari, della polizia e dei servizi informativi, il rafforzamento
delle misure autoritarie e dellarbitrio repressivo, il sacrificio delle
conquiste sociali e le limitazioni
della democrazia di cui dopo
Lenin ben sappiamo come essa non
abbia peggior nemico dellimperialismo. Nessuno dei nostri paesi sviluppati, europei e liberi sfugge a
questo dispositivo, che finisce col
rafforzare i poteri dominanti
siano essi di destra o socialdemocratici provocando lanestesia di
quelle tensioni di classe che tuttavia
esso non cessa di alimentare. Come
pertinentemente ha ossevato Benjamin Barber, lex consigliere di
Clinton: Il terrorismo pu indurre
a tal punto un paese a farsi paura,
da cadere esso stesso in una sorta di
paralisi (LImpero della paura). Cos
Al-Qaeda riscuote, e pu alimentare allinfinito la politica di guerra.
Linvenzione di questo nemico,
tanto pi inafferrabile in quanto
non dispone dalcuna base geografica nazionale e che di conseguenza
gli permette dattaccare chiunque,
ha leffetto di diffondere il terrorismo con una forza analoga a quella

52

del discorso che pretende di denunciare. E tutto questo accade da


n o i, in Italia, in Francia, in
Germania, in Spagna o in Gran Bretagna. Anche se altrove le cose
vanno magari peggio. In Uzbekistan, per esempio, paese miserabile con un regime dittatoriale che
ha autorizzato linstallazione della
pi grande base militare statunitense in Asia centrale, si imprigiona a tutto spiano in nome della
guerra contro il terrorismo e si
getta aggiunge Le Monde (18.06.04) fra le braccia dellislamismo
una parte della popolazione. In
Palestina, dove dopo l11 settembre
il Presidente premio Nobel Arafat
stato assimilato a Osama bin Laden
e poi a Saddam Hussein, allesercito
di occupazione israeliano stato rilasciata carta bianca per proseguire
il progetto Grande Israele, la costruzione del muro dellapartheid
in preparazione della strategia del
trasferimento. Inoltre, dopo qualche fanfaronata, i governi che avevano manifestato una simpatica
ostilit allaggressione contro lIrak
a poco a poco fanno unonorevole
ammenda e rientrano nei ranghi,
preparando il ricorso allONU e
lintervento della NATO, o, come la
Francia, votando la risoluzione USA
al Consiglio di Sicurezza e stabilendo le relazioni diplomatiche con
i fantocci insediati al potere a Bagdad. E tutti si sottomettono ai controlli polizieschi imposti negli aeroporti USA. Qui e l, gli slanci ufficiali contro lantisemitismo ideologicamente associato allanti-americanismo dispensano la comunit
europea da qualsiasi misura che sanzioni la politica di Israele. In presenza di ununica superpotenza,
pare, non pi tempo di scontri inter-imperialistici aperti.
Quella che abbiamo sotto gli occhi
di fatto di una politica deliberata
e concepita da assai prima degli attentati dell11 settembre, che
hanno fornito il pretesto ideale. Era
evidente che, una volta sbrigato laffare afghano, lIrak sarebbe stato
preso di mira come ostacolo numero uno al sequestro del petrolio,

Luglio - Agosto 2004

rimanendo lAsia lo scenario principale come non cessa di ripetere


Zbig Brzezinski (cf. La vera scelta,
dopo Il grande scacchiere). Anche se
verrebbe da ridere, e a ragione, a
proposito della pretesa missione
civilizzatrice degli Stati Uniti e, ancor di pi, del mito dellesportazione della democrazia, qui si ha a
che fare con unimpresa di lungo respiro, necessaria al manteimento di
un impero, di cui la guerra stata,
sin dallinizio, la modalit desistenza. E non sar il valoroso soldato
John Kerry che dir il contrario, se
pure egli arriver a liberare la Casa
Bianca dalla sua cricca di paranoici.
Vi tuttavia ancora unaltra lezione
mostrata dalla situazione irakena, e
non la minore. Vale a dire che laggressione ha fatto fallimento. Essa
doppiamente fallita. Sul terreno, il
pi forte esercito del mondo, dotato
delle pi avanzate tecnologie e di
ineguagliabili strumenti di distruzione e per di pi sprovvisto di qualsiasi scrupolo morale o umanitario, non venuto a capo di un paese pur gi devastato dalle sue precedenti attenzioni e di una popolazione che tutto avrebbe portato a
credere in ginocchio dopo la prima
guerra del Golfo, il blocco, la dittatura e la vittoria della coalizione.
Sorvoliamo sullerrore strategico
gi commesso in Vietnam che dovrebbe turbare qualsiasi Stato maggiore, di credere che niente resisterebbe a chi detiene il ferro e il fuoco. Sorvoliamo pure sulla miseria
culturale, congenita questa, che
non percepisce nellavversario soprattutto se arabo che una subumanit.
Lumilt non davvero una virt
yankee e larroganza al culmine,
considerando lincompetenza delle
previsioni. No, la popolazione non
saltata al collo dei suoi liberatoori,
se non per strangolarli. Il prezzo
dellodio ha ormai raggiunto i mille
morti americani e migliaia di feriti
gravi. No, il tessuto sociale non andato a brandelli, a dispetto delle coltellate inferte per un buon decennio: sunniti e sciti non si sono uccsi
fra loro. La resistenza non solo si

Luglio - Agosto 2004

formata e organizzata, ma tutto lascia credere che essa sia unita, con
tutte le forze politiche frammischiate, confessionali o meno, e che
essa gode, malgrado alcuni gruppi
manipolati, di un assai ampio appoggio popolare che le permette
d i n t e rvenire costantemente in
tutte le regioni del paese. Il cosidetto
ritorno alla sovranit sotto il bastone
di un capo del governo agente di pi
sevizi segreti, Iyad Allaui, e di un proconsole supervisore degli squadroni
della morte in Honduras e altrove,
J. D. Ngroponte, non hanno fatto
che aggravare la situazione e moltiplicare le azioni contro loccupante.
Bisogna forse aggiungere anche che
la rapacit finanziaria, cos ben caratterizzata da Michal Moore nel
suo film F a h renheit 11.09, non
riuscita a coprire le sue spese. Il
prezzo delloro nero divampa e il
contribuente sangoscia per il conto
spese.
Il secondo scacco si situa a livello
della coscienza, non solo quella
della nazione irachena ma quella
che possiamo senzaltro chiamare

Internazionale

universale. Ci si rammenti dello


straordinario perch letteralmentte senza prprecedenti storici
movimento dopinione che, in tutti
i paesi, s espresso contro laggressione. In verit si trattato, pi che
dopinione, di un movimento di popoli, i pi risoluti essendo precisamente quelli dei governi coalizzati. Contrariamente alle vigliacherie o alle complicit dei dirigenti, questo movimento non s indebolito. Esso ha anzi ottenuto alcuni nuovi successi (Spagna, Filippine). Ladesione degli stessi soggetti dellImpero americani allavventura irachena sarebbe passata da
pi dell80% a meno del 50%! Ci
troviamo in tal modo in presenza di
una presa di coscienza di massa, che
non si lascia ingannare n dai magniloquenti proclami sul Diritto, la
Democrazia o i Valori, n dalle menzogne in cerca di legittimazione bellicista preventiva, n dalle manipolazioni che utilizzano il ricatto
della paura, n dalle campagne di
disinformazione. Il discorso del terrorismo produce i propri anticorpi,

che, se pure non hanno vinto la partita tanto sono dominanti i reticoli
ed efficaci i danni di quel discorso
, aprono quantomeno una prospettiva do lotta.
Tale lotta anti-imperialista non affatto uno stato danimo, e tantomeno unastrazione. Essa non infranger dalloggi al domani il peso
dellordine egemonico, ma dispone
ormai dei mezzi per affrontarlo.
Essa ha per vocazione di riunire le
forze ancora disperse e che spesso
si cercano attraverso i forum sociali, i movimenti anti- o alter-mondializzazione, come pure attraverso
le organizzazioni progressiste pi
classiche in vista di costituire un
fronte internazionale di resistenza democratica.
Il suo primo compito, che fornisce
una nuova e decisiva prova Irak, inseparabile delle manifestazioni militanti di solidariet con coloro che
si trovano in prima linea: il popolo
iracheno e, con lui, il popolo palestinese e tutti i dannati della terra,
del Nord come del Sud, dei quali
esprimono la speranza.

53

Luglio - Agosto 2004

Internazionale

Nessuno ha pi la possibilit
di parlare di una guerra
contro un regime dittatoriale
considerato pericoloso e nemmeno
di una guerra per creare
il deserto intorno a gruppi
responsabili di atti terroristici

L Iraq
agli iracheni

di Giovanni Franzoni

LANALISI POLITICA E GLI OBIETTIVI


DELL ASSOCIAZIONE DI AMICIZIA ITALIA-IRAQ

Teologo. Rappresentante Comunit cristiane di base

assedio americano alla citt santa


sciita di Najaf, col supporto ambiguo di reparti del neo esercito iracheno per evitare lo scandalo che
infedeli mettessero piede nella moschea, ha costituito un modello conoscitivo di grande e tragica chiarezza per quanto avvenuto ed avviene in Iraq. Anche se una fase si
conclusa, finita con una tregua instabile e precaria, utile trarre alcune conclusioni per impostare un
iter informativo e un programma di
azione.
Nessuno ha pi la possibilit di parlare di una guerra contro un regime
dittatoriale considerato pericoloso
e nemmeno di una guerra per
creare il deserto intorno a gruppi
responsabili di atti terroristici.
Questi pretesti, fin dallinizio fumosi e inconsistenti, oggi sono caduti. Si tratta di una guerra per acquisire il controllo geopolitico ed
economico di una regione destabilizzata dalla caduta del pilastro Iran.
Oggi la guerra contro la Resistenza irachena, la caccia alluomo
contro Muqtada al Sadr, un influente capo religioso che, fra laltro, si candida alle prossime elezioni e, in prospettiva, la guerra
contro leventualit che in futuro si
instauri in Iraq un sistema politico
ostile agli interessi americani.
Chi volesse dubitare della legittimit di una Resistenza alloccupa-

54

zione e di un rifiuto verso un governo instaurato dagli occupanti,


dovrebbe riflettere sullammissione
dello stesso attuale presidente degli
USA. Bush, dando un ritocco alla
sua immagine in vista delle elezioni
presidenziali, ha ammesso di sapere
che in Iraq non vi erano solo residui di fedeli al regime di Saddam
Hussein, n solo terroristi, ma vi era
una Resistenza. Io stesso ha affermato farei cos se ci fosse una
occupazione straniera nel mio
paese.
A questa Resistenza si vorrebbe oggi
imporre la consegna delle armi, e
su questo si sviluppa oggi una ulteriore polemica.
Lesercito del Madhi ha consegnato alla polizia delle armi pesanti,
mitragliatrici e mortai, in cambio di
una tregua nella citt santa, ma si
tiene le armi leggere, perch sono
personali e ognuno, tornando a
casa, appende ad un chiodo la sua
arma, ma non appende al chiodo la
sua volont di resistere agli occupanti ed ai loro fiancheggiatori.
Sabato 28 agosto il quotidiano Le
Soir pubblicava una intervista ad un
personaggio iracheno nella quale si
affermava che larmata di Al Sadr
era composta da popolani disoccupati che, non avendo altro da fare,
si davano alla guerra come mestiere.
A quanto pare la mentalit colo-

nialista, appoggiata da quella dei


servi collaborazionisti, dura a morire.
vero che nella Resistenza italiana,
tanto per fare un esempio, ci furono
anche intellettuali, preti, ufficiali e
borghesi, ma nessuno pu mettere
in dubbio che la sua base e la sua ossatura fossero popolari.
Ci sarebbe da fare un lunghissimo
discorso su chi che corrompe e recluta sottoproletari per soffocare la
lotta politica per la giustizia, per la
libert e per la dignit. auspicabile che lernesto lo faccia.
A noi resta il compito di conoscere
meglio la Resistenza irachena nei
suoi soggetti e nei suoi obiettivi.
La Conferenza degli studiosi composta
da religiosi di varie appartenenze
(islamici e cristiani) e da laici (comunisti e borghesi), il Consiglio degli Ulema e labile Muqtada al Sadr,
punta avanzata degli sciiti, mi sembrano soggetti pi che affidabili, da
conoscere meglio e da invitare nel
nostro paese.
quello che intende fare lAssociazione di amicizia Italia-Iraq, lIraq
agli iracheni, associazione che auspica lappoggio di molti compagni
e amici e anche dei lettori de lernesto.
LAssociazione Amicizia Italia-Iraq,
lIraq agli iracheni si propone di sostenere la Resistenza irachena contro loccupazione straniera in Iraq,

Luglio - Agosto 2004

ivi compresa quella italiana, rifiutando anche una eventuale integrazione di forze militari delle
Nazioni Unite nel disegno politico
in atto con loccupazione militare
a guida americana.
Il rifiuto totale anche verso lingerenza di poteri esterni che agiscono con atti terroristici per finalit estranee agli interessi del popolo iracheno.
Il primo progetto su cui si lavora
linvito in Italia di autorevoli rappresentanti della Resistenza ira-

Internazionale

chena da presentare ed ascoltare in


varie cittitaliane. LAssociazione,
che ha provvisoriamente per presidente lo stesso che scrive questo articolo, cio Mario Franzoni (detto
Giovanni), ha per vicepresidente
Kadhim Saadie Sakadhim. Hanno
sinora aderito Raniero La Valle e
giornalisti com e Giancarlo
Lannutti (L i b e r a z i o n e), Stefano
Chiarini (il Manifesto), Marinella
Correggia e molti altri.
Per informazioni o adesioni rivolgersi a amiciraq@libero.it o a Gio-

vanni Franzoni (06 4454054).


LAssociazione ha sede in Roma,
via dei Mille 6, cap 00185.
Eventuali versamenti possono essere effettuati sul C/C postale
62040001 intestato a Mario Franzoni, con la precisazione: per Associazione Amicizia Italia-Iraq.
Per aderire sufficiente inviare i
propri dati anagrafici, lindirizzo e
la quota annuale di almeno 5 euro.
Studenti e disoccupati possono
chiedere lesonero dalla quota di
partecipazione.

55

Internazionale

Luglio - Agosto 2004

Jakushev: il vero obiettivo


non la Cecenia,
ma la Russia stessa

Russia:
dopo la tragedia
di Beslan

di Mauro Gemma

I TERRORISTI CECENI, GLI INTERESSI IMPERIALISTI E IL RUOLO DI


PUTIN

Esperto di questioni dellEst europeo

ome hanno reagito gli opinionisti


russi di fronte agli sviluppi della tragica vicenda del massacro di Beslan?
Quello che balza immediatamente
agli occhi la singolare sintonia,
che sembra indicare una comune
regia, con cui si sono mossi gli organi di stampa pi direttamente legati ai grandi oligarchi, oggi in rotta
di collisione con lamministrazione
presidenziale, a cui si sono associati
alcuni ambienti radicali (tale
viene considerato il giornale
Novaja Gazeta, in realt finanziato
anchesso dai magnati e in cui scrivono alcuni dei principali responsabili della catastrofe della Russia,
ruderi dellera di Eltsin, di cui
hanno esaltato il massacro del
Parlamento avvenuto nel 1993) e
una parte della sinistra estrema.
Costoro non hanno esitato a riprendere lintero armamentario
propagandistico in merito alle questioni della politica russa in uso in
Occidente, il quale sembra proporsi
come obiettivo prioritario quello di
mettere in difficolt lattuale presidente Vladimir Putin, oggi impegnato, con una determinazione che
non pu non essergli riconosciuta,
a districarsi tra gli ostacoli e le contraddizioni che incontra il suo tentativo di affermare, dopo i disastri
provocati dal decennio eltsiniano
seguito alla vittoria controrivoluzionaria del 1991 e che hanno largamente influenzato anche un lungo
56

periodo dei suoi mandati, un ruolo


di primo piano della Russia e la ricostruzione di quelle fondamentali
basi economiche e politiche necessarie al suo risanamento. Tra le priorit c sicuramente la salvaguardia
dellunit e della coesione del
grande stato eurasiatico, la cui disgregazione e destabilizzazione rappresenta fin dai primi anni 90 dello
scorso secolo, senza ombra di dubbio, uno dei principali obiettivi strategici dei concorrenti imperialisti
della grande potenza nucleare, i
quali sono saldamente installati ai
suoi confini e dispongono di un micidiale meccanismo di alleanze politico-militari forse gi in questo momento in grado di intervenire in
qualsiasi situazione di crisi che si
manifesti ai margini e allinterno
stesso della Federazione Russa.
Ecco allora che non stupisce il fatto
che, immediatamente dopo la presa
degli ostaggi da parte del manipolo
di terroristi ceceni, siano apparsi in
molti media (ricordiamo, che in
misura ragguardevole sono tuttora
controllati dai grandi gruppi oligarchici nazionali colpiti dalle ultime iniziative di Putin e dai network delle comunicazioni internazionali), pur nel contesto di una
scontata esecrazione della tragedia
avvenuta nellOssezia settentrionale, una serie di significativi distinguo rispetto al giudizio da dare
in merito al comportamento tenuto

dalle strutture federali. Tali esternazioni sembravano proporsi lo


scopo di attribuire le principali responsabilit della tragedia alle caratteristiche tecniche della reazione russa allattacco terroristico e
ad unattitudine cinica dello
stesso Vladimir Putin, che non
avrebbe tenuto nella giusta considerazione gli aspetti umanitari della
vicenda.
Sono state prevalentemente queste
interpretazioni di alcuni tra i principali organi liberal russi, ispirati
dai loro finanziatori, ad offrire il
pretesto per le richieste di chiarimento partite da governi dellOccidente ed esponenti dellestablishment americano ed europeo (a cui
si sono immediatamente associati,
con trasporto e senza fermarsi a riflettere un attimo, settori significativi della cosiddetta sinistra antagonista), tese con ogni evidenza a
mettere in imbarazzo nei confronti
dellopinione pubblica russa e internazionale e, in qualche modo, a
ricattare un Vladimir Putin alle
prese con uno dei pi difficili momenti della propria carriera politica
e ancora troppo condizionato dallo
scenario geopolitico emerso dalla
disgregazione dellURSS, dalle
pressioni che le potenze imperialiste e i grandi gruppi economici internazionali sono in grado di esercitare su una Russia indebolita e costretta ad un ruolo di pi basso pro-

Luglio - Agosto 2004

filo nel contesto planetario e dalle


stridenti contraddizioni che caratterizzano lapparato statale e lo
schieramento politico-sociale che
lo hanno sostenuto fino ad oggi.
I distinguo si sono poi trasformati
in un attacco pesantissimo quando,
ad esempio nel caso del commento
apparso nel sito internet Gazeta.ru, anchesso notoriamente finanziato dagli oligarchi, si invocava
la necessit di convocare un tavolo
di trattative con i mandanti del massacro, mettendo cos in atto la linea
tracciata dal principale ispiratore
della politica americana verso la
Russia, lautorevole consigliere di
vari presidenti USA Zbignew
Brzezinski e dagli esponenti neoconservatori che hanno dato vita,
insieme agli uomini di Maskhadov
e Zakayev, a un Comitato Americano per la Pace in Cecenia 1 (a cui
sicuramente fa riferimento quella
campagna dei radicali italiani a sostegno della resistenza cecena,
che oggi potrebbe trovare inaspettate sponde anche in una sinistra
antagonista pronta ad abboccare
allamo, come gi avvenne nel caso
della Jugoslavia), che si propone di
fare pressione sulla Russia perch
negozi il definitivo sganciamento
della Cecenia dal corpo dello stato
federale russo, preparando cos le
condizioni per la rivendicazione di
nuove indipendenze. Tutto ci sta
ad indicare con chiarezza la straordinaria sintonia esistente tra gli sviluppi della situazione cecena e le
mosse politiche delle cordate dei
magnati e dei loro protettori occidentali, i cui interessi oggi vengono
messi ancora pi in discussione
dalla prepotente riaffermazione
della necessit di forme efficaci di
controllo statale sulle risorse strategiche del paese. Nellarticolo di
Gazeta.ru dal titolo Una politica
esplosiva, il suo autore afferma in
modo esplicito che il detonatore
principale dei terroristi rappresentato da Putin e dalla sua crudele
politica e si fa portavoce delle elites estromesse dal potere, affermando che esse intendono rientrare in gioco anche esternando la
loro disponibilit ad intavolare un

Internazionale

dialogo con i terroristi a tutto


campo e non solo sulle questioni
che fanno comodo a Putin 2.
Un altro coro di violente critiche alloperato del presidente venuto
poi da alcuni settori dellestrema sinistra, con lattribuzione allattuale
amministrazione di presunte caratteristiche zariste, proponendo in
alcuni casi la discutibile tesi dellesistenza di un aggressivo imperialismo russo, a cui si opporrebbe la
resistenza cecena, e sottovalutando, o addirittura rimuovendo del
tutto, il ruolo che limperialismo e
i suoi alleati nella regione stanno
svolgendo, con frenetico attivismo3.
Una sottovalutazione del contesto
internazionale, in cui si consumata la tragedia di Beslan, a onor
del vero e a dispetto delle valutazioni che questo partito aveva esplicitato almeno fino a non molto tempo fa, caratterizza oggi, a nostro parere, anche le posizioni del Partito
Comunista della Federazione
Russa (o almeno quella met circa
del gruppo dirigente del PCFR che
non ha seguito la scissione dello
scorso luglio che ha dato vita in questi giorni al cosiddetto Partito
Comunista Panrusso del Futuro),
il quale, nella sua ormai radicata e
per certi aspetti pregiudiziale opposizione a quello che definisce il
regime di Putin, sembra dimenticare che il Presidente russo, nella
sua strenua difesa del carattere unitario della Federazione, non poi
cos distante dalle tesi che, a pi riprese, i comunisti hanno espresso
in merito alle implicazioni geostrategiche della questione cecena e
che sono apparse in documenti ufficiali e negli interventi dello stesso
Ghennadij Zjuganov.
Della vera natura dellattacco propagandistico dei media dimostra
invece di avere piena consapevolezza lintellettuale marxista Dmitrij
Jakushev che, nel sito di Levaja
Rossija (Russia di sinistra), di cui
redattore, ha pubblicato un tagliente articolo4, in risposta ai critici di Putin di ogni colore.
Jakushev, che non da oggi lamenta
lassenza in Russia di una forza autenticamente antimperialista ca-

pace di condizionare pesantemente


da sinistra Putin (che pur sempre
rimane il rappresentante della borghesia nazionale, di cui incarna le
aspirazioni e i limiti), e che esprime
la convinzione che, nella fase attuale di grande debolezza del movimento di classe, lunica realistica
alternativa al potere di Putin e del
suo blocco sociale potrebbe essere
rappresentata dalla rivincita della
borghesia compradora e dal definitivo assoggettamento del paese
alle logiche dellimperialismo, entra in durissima polemica con le tesi
dei radicali e dei sinistri sostenitori della resistenza cecena, mettendo direttamente in relazione la
campagna scatenatasi in Russia e in
Occidente con le dinamiche5 dellattacco terroristico, che su tale
campagna evidentemente intendeva fare affidamento. Scrive
Jakushev: Si pu affermare che il
piano dellattacco terroristico di
Beslan era il seguente: sequestrare
una grande quantit di bambini,
allo scopo di rendere impossibile
un assalto, e allo stesso tempo ottenere la pressione dell opinione
pubblica democratica mondiale
per costringere le autorit russe a
sedersi al tavolo delle trattative con
i leader dei banditi, che nelle persone di Zakayev e Maskhadov avevano gi cercato di presentarsi come garanti degli ostaggi.
Naturalmente le trattative sarebbero potute cominciare solo con la
mediazione delle istituzioni dellimperialismo. Tutto ci non rappresenta che il logico proseguimento della politica condotta dallimperialismo nella regione e in
rapporto alla Russia. Ma gli avvenimenti non si sono svolti secondo
le intenzioni dei mandanti dellattacco per ragioni puramente dovute al caso, quando lesplosione accidentale di un ordigno nella palestra della scuola di Beslan, ha fatto
precipitare la situazione, determinando le condizioni del sanguinoso
epilogo della tragedia, che certamente ha messo in rilievo anche lo
stato comatoso in cui versano le
strutture della sicurezza russa devastate dalle riforme postsovietiche.
57

Luglio - Agosto 2004

Internazionale

A Jakushev non sfugge lelemento


di novit rappresentato dalla reazione di Putin in questa occasione,
rispetto alle precedenti, quando
nelle dichiarazioni degli ambienti
ufficiali russi ci si sempre attenuti
esclusivamente al tradizionale clich del terrorismo internazionale e del richiamo alla sola matrice di Al Qaeda. Questa volta, afferma ancora Jakushev, si manifestato un evento straordinario e
completamente nuovoMai in precedenza Putin aveva indicato cos
chiaramente i veri ispiratori del terrorismo. Nel suo messaggio alla nazione fa osservare Jakushev il presidente afferma, con toni autocritici, che bisogna riconoscere che
non abbiamo mostrato comprensione della complessit e della pericolosit dei processi che avevano
luogo nel nostro proprio paese e nel
mondo intero. Quantomeno non
abbiamo saputo reagire adeguatamente. Abbiamo mostrato debolezza. E ai deboli gliele suonano.
Alcuni vogliono strapparci un pezzo
pi grasso, altri li aiutano. Li aiutano pensando che la Russia, una
delle pi grandi potenze nucleari,
continui a rappresentare per loro
una minaccia. Dunque, la minaccia
va eliminata. Il terrorismo, indubbiamente, solo uno strumento per
raggiungere questi scopi6.
Ora la conclusione di Jakushev , non si possono pi nutrire dubbi
sul fatto che dietro ai banditi, che
terrorizzano la popolazione della
Russia, ci siano i servizi speciali dellimperialismo e che il vero obiettivo di coloro che oggi sconvolgono
il Caucaso settentrionale non sia la
libert della Cecenia, ma lattuale
potere russo e la stessa Russia.

58

NOTE

Martin, ora presidente del Comitato USA sulla


NATO; Michael Ledeen dellAmerican Enterprise
Institute, ammiratore del fascismo italiano e ora

1 Per capire la complessa rete che sta dietro alla cam-

fautore di un cambiamento di regime in Iran; e R.

pagna internazionale di discredito del presidente

James Woolsey, ex direttore CIA, che uno dei prin-

russo, torna utile leggere larticolo apparso nelle pa-

cipali sostenitori dei piani di George Bush di ri-

gine dellautorevole giornale britannico The

modellare il mondo musulmano in base alle diret-

Guardian (8 settembre 2004), firmato da John

tive USA. LACPC diffonde energicamente lidea

Laughland, fiduciario del British Helsinki

che la ribellione cecena mette in evidenza la natura

Human Rights Group: le cosiddette crescenti

non democratica della Russia di Putin, e ricerca

critiche sono di fatto dirette da uno specifico

sostegni per la causa cecena, enfatizzando la seriet

gruppo dello spettro politico russo e dei suoi soste-

delle violazioni dei diritti umani nella minuscola

nitori americani. Gli esponenti che dirigono le cri-

repubblica caucasica. Il comitato paragona la crisi

tiche russe al modo come Putin ha gestito la crisi

cecena alle altre cause musulmane alla moda,

di Beslan sono i politici filo-USA Boris Nemtsov e

Bosnia e Kosovo, giungendo alla conclusione che

Vladimir Rizhkov uomini associati alle riforme

solo un intervento internazionale nel Caucaso in

del mercato neo-liberale pi spinto che hanno avuto

grado di stabilizzare la situazioneProvenendo da

effetti tanto devastanti sotto Boris Eltsin cos amato

entrambi i partiti politici, i membri dellACPC rap-

dallOccidente e il Carnegie Endowments

presentano la spina dorsale della politica estera del-

Moscow Centre. Fondato dal quartier generale di

lestablishment USA, e le loro opinioni sono di fatto

Washington, questa influente fondazione che

quelle dellamministrazione USA

opera in coppia con la militare-politica Rand

John Laughland, The Cechens American

Corporation, allo scopo di produrre documenti sul

friends, The Guardian, September 8 2004

ruolo della Russia nel sostegno agli USA a ristrut-

http://www.guardian.co.uk/comment/stor

turare il Pi grande Medio Oriente ha ripetu-

y/0,1299318,00.html

tamente biasimato Putin per le atrocit in

2Una politica esplosiva http://www.gazeta.ru

CeceniaCostoro tengono essenzialmente la stessa

/comments/2004/09/02_a_162210.shtml

linea che stata espressa dai leader ceceni, come


Ahmed Zakayev, in esilio a LondraLa durezza

3Esemplare, a tal proposito, il lungo commento

nei confronti di Putin si spiega forse con il fatto che,

che il gruppo trotskista russo Resistenza sociali-

negli USA, il gruppo che si impegna per la causa

sta dedica agli avvenimenti di Beslan. Beslan.

cecena rappresentato dal Comitato Americano

Linizio della fine di Putin. http://www.so-

per la Pace in Cecenia (ACPC). La lista degli

cialism.ru/analyses/russia/2004/beslan.html

americani in vista che sono suoi membri una


rassegna dei pi rappresentativi neoconservatori

4 Dmitrij Jakushev, Chi d ordini al terrore?

sostenitori entusiasti della guerra al terrore. Essa

http://www.left.ru/2004/12/yakushev_ter-

include Richard Perle, noto consigliere del

ror111.html

Pentagono; Elliot Abrams con la fama di IranContra; Kenneth Adelman, ex ambasciatore USA
allONU che aveva incitato allinvasione dellIraq,
pronosticando che sarebbe stata una passeggiata;

5 Sulla regia occulta del massacro di Beslan rimandiamo anche alla lucida analisi di Manlio
Dinucci apparsa con il titolo Il grande gioco dietro la stragein Il Manifesto, 10 settembre 2004.

Midge Decter, biografo di Donald Rumsfeld e direttore della Heritage Foundation di destra; Frank

6 La traduzione, a cura di Mark Bernardini, del

Gaffney del militarista Centre for Security Police;

Messaggio alla Nazionedi Vladimir Putin re-

Bruce Jackson, ex ufficiale dellintelligence militare

peribile nel n. 87 della rassegna Nuove Resistenti

USA e una volta vice-presidente della Loockeed

in http://www.resistenze.org.

Luglio - Agosto 2004

Internazionale

LUnione, ora che ha 25 membri,


passata dal terzo
al secondo posto
come partner commerciale
della Cina e, in tempi
relativamente brevi,
occuper la prima posizione

La Cina
e lUnione Europea

di Francesco Rozza

LA RICERCA DA PARTE DELLA CINA, DI UNA COLLABORAZIONE


CON LUE SU BASI DI PARIT E RECIPROCI BENEFICI

Txcxcxcxcxcxcxcxcxcxe

a ricerca da parte della Cina di una


collaborazione con lUE su basi di
parit e reciproci benefici
Secondo uno studio condotto dalla
banca Goldman-Sachs (USA) e reso
pubblico al Forum economico
mondiale di Davos nello scorso gennaio, la Cina sar la prima potenza
economica del mondo entro il
2041. Non la prima volta che si affermano cose del genere, le quali,
tuttavia, pur basandosi su analisi approfondite condotte da autorevoli
esperti, allo stato attuale sono solo
proiezioni e, quindi, rimangono
ipotesi. Innegabile per il fatto
che la dirigenza cinese sta dando
prova di grande dinamicit, sia in
politica interna dove ha raggiunto
straordinari successi, sui quali torneremo brevemente pi avanti sia
in politica estera, poich ha conquistato un ruolo di primo piano e
un prestigio notevole e crescente soprattutto nel terzo mondo.
Orientata dalla linea della riforma
e dellapertura e perseguendo una
politica di pace, sviluppo e benessere dei popoli del mondo, la Cina
pratica una diplomazia a tutto
campo, intrattenendo relazioni in
ogni angolo del pianeta.
Da tempo suo significativo interlocutore, lEuropa sembra essersi guadagnata unattenzione ancora maggiore da quando si insediata a

Pechino la nuova dirigenza. Il vecchio continente, infatti, nel primo


semestre di questanno stato visitato prima dal Presidente cinese Hu
Jintao, che a gennaio si recato in
Francia; poi dal Primo ministro
Wen Jiabao, che dal 2 al 13 maggio
ha visitato cinque Paesi (Germania,
Gran Bretagna, Italia, Belgio e
Irlanda) e che il 6 maggio si recato
alla sede dellUnione Europea a
Bruxelles; infine da Hu Jintao, che
a partire dall8 giugno stato in
Polonia, Ungheria e Romania, oltre
che in Uzbekistan.
Queste visite, e soprattutto il lungo
tour di Wen Jiabao, hanno suscitato
attenzione in tutto il mondo e qualche preoccupazione da parte degli
Usa che in tempi passati vedevano
di buon occhio un'Europa forte e
unificata in chiave antisovietica,
mentre ora sono di diverso avviso .
Hanno inoltre avuto un esito senza
dubbio positivo, riuscendo a conferire una nuova configurazione alle
relazioni tra China e UE. Pur essendoci ancora qualche elemento
di difficolt nei rapporti complessivi fra le due parti, lobiettivo di stabilire relazioni strategiche ancora
pi strette stato raggiunto.
Il Primo ministro Wen Jiabao ha affermato ribadendo un concetto
espresso alcuni mesi fa dal
Presidente Hu Jintao che le relazioni sino-europee datano 29 anni

e hanno superato le prove dei tempi


e dei mutamenti della situazione internazionale. Ha poi sottolineato
come tali relazioni si trovino ora in
una fase pi dinamica e fruttuosa, e
che esse hanno un ruolo notevole
sulla scena mondiale.
LUnione europea, ora a 25 membri, passata dal terzo al secondo
posto come partner commerciale
della Cina, e in tempi relativamente
brevi occuper la prima posizione.
E forse non stato un caso la cosa
comunque costituisce un fatto reale
che la prima visita ufficiale ricevuta dallUE allargata a 25 paesi sia
stata fatta dal esponenti del governo
cinese.
Il Primo ministro del grande stato
socialista ha sottolineato che lallargamento dellUE avr un impatto notevole sulla configurazione
europea e anche sul destino globale
delle relazioni internazionali. Da
tempo ormai Pechino valuta positivamente il processo di integrazione
europeo, al quale augura unampiezza sempre maggiore. Ma non
solo. Pechino simpegna anche, con
atti concreti di varia natura e con listituzione di adeguati organismi, a
promuovere una cooperazione ancora pi vasta, su base continentale:
quella tra Asia ed Europa, che avviata ed ha buone prospettive di crescita.
Tornando alle relazioni Cina-UE,

59

Internazionale

parlando a Bruxelles il Primo ministro Wen Jiabao ne ha sottolineato


il carattere globale, strategico e di
partenariato, cio di collaborazione su basi di parit e di reciproci
benefici.
I rapporti tra le due parti, giunti ormai a maturazione, non sono infatti
mai stati cos buoni. Essi hanno fatto
un salto qualitativo nello scorso autunno, quando si tenuto a Pechino
il VI Summit Cina-UE, salutato come
un vero e proprio successo, che ha
contribuito ad allargare e migliorare
la cooperazione in vari campi e ha
creato le premesse per un ulteriore
sviluppo delle relazioni.
Proprio pochi giorni prima del
Summit, la parte cinese aveva pubblicato il suo primo documento politico dedicato allUE, del quale,
poich costituisce la base delle relazioni sino-europee attuali e di
quelle in prospettiva, forniamo di
seguito alcuni stralci delle parti pi
significative e una sintesi.
La collaborazione globale e strategica tra Cina e UE avviene in un contesto internazionale molto turbato,
in cui la pace e lo sviluppo pur rimanendo i temi centrali della nostra epoca sono continuamente
minacciati, in primo luogo dalla politica egemonica e di guerra dei governanti degli USA che aspirano a
diventare i padroni del mondo. Essi
stanno ricorrendo a tutti i mezzi pur
di attuare il proposito di controllare
i cinque continenti, appropriarsi
delle maggiori risorse mondiali e
realizzare cos un dominio totale sul
pianeta. Essi hanno violato le pi
elementari norme del diritto internazionale, hanno ignorato e umiliato lONU in varie occasioni, non
si sono affatto curati della volont e
della determinazione dei paesi e dei
popoli del mondo che a gran voce
reclamano la pace. Approfittando
del loro enorme arsenale militare,
incomparabilmente superiore a
quello di tutte le altre potenze nucleari , gli USA si arrogano il ruolo
di supremi giudici degli affari mondiali. Avvertendo come irresistibile
il processo di crescita delle potenze
emergenti (soprattutto Cina,

60

Russia, Europa, India), gli USA si


sentono ora insidiati nella loro supremazia economica, e impongono
la loro politica facendo ricorso alle
armi, scatenando cos guerre dietro
guerre. Lamministrazione Bush,
che esprime i settori pi aggressivi
dellimperialismo americano rappresenta con ogni probabilit per le
sorti dellumanit quanto di pi pericoloso si sia mai affacciato nella
storia. Per continuare a fare la parte
del leone, essa tende a disgregare,
frantumare ed indebolire i paesi, le
nazioni, i popoli (come ha, daltronde, sempre fatto limperialismo
americano) e si oppone a ogni tentativo aggregante di territori e aree
regionali e continentali potenzialmente avversi alla sua politica egemonica. Ma, come ha affermato
Fidel Castro, lungi dallessere il nostro il tempo della disintegrazione,
questa lepoca in cui i popoli lottano per lintegrazione, tanto in
Europa quanto nellAmerica latina
e nelle altre parti del mondo. Gli
USA tendono allunipolarismo, ma
la storia conduce in maniera irresistibile al multipolarismo. Cos, tutto
ci che va verso lintegrazione e il
multipolarismo consonante al
processo storico e ostacola oggettivamente la strategia degli USA, e
dunque va favorito. In questo quadro il processo di integrazione europea la cui evoluzione, pur con
tutte le sue vicissitudini e problemi,
oggettivamente va realizzandosi in
contraddizione con legemonismo
statunitense rappresenta senza
dubbio un evento di progresso.
Isolare il nemico principale unendo
tutto ci che suscettibile di essere
unito, e favorire il dispiegamento di
tutte le forze e i fattori che oggettivamente o potenzialmente gli si
contrappongono: questa lacquisizione che ha fortemente segnato
il movimento operaio internazionale, universalizzata da tutti i grandi
dirigenti rivoluzionari. A partire da
da Marx e Engels, che sostenevano
che il proletariato dovesse appoggiare tutte quelle forze europee che
si opponevano alla politica aggressiva dellimpero zarista, principale

Luglio - Agosto 2004

roccaforte della reazione dallora.


Proprio seguendo questa scia, gli attuali dirigenti cinesi esplicitano in
maniera chiarissima come risulta
inequivocabilmente dai documenti
e dalle dichiarazioni la grande
considerazione che hanno nei confronti dellUE, e formulano incoraggianti apprezzamenti e soddisfazione in relazione allulteriore allargamento dellUnione Europea.
A tale riguardo il Presidente Hu
Jintao stato molto esplicito
quando, incontrando nello scorso
ottobre i dirigenti occidentali, ha affermato: UnEuropa unita e forte
risponde non solo agli interessi fondamentali dei popoli europei, ma
contribuisce anche alla pace, alla
stabilit e allo sviluppo mondiale.
La Cina auspica che lUE svolga un
ruolo pi importante per la salvaguardia e la promozione della pace
e della stabilit, della prosperit e
dello sviluppo mondiale. Si tratta
di un chiaro invito a fare di pi e,
soprattutto, a conquistare maggiore
autonomia dagli USA. E questo anche il principale messaggio politico
che venuto a ribadire in Europa
Wen Jiabao nel corso della sua missione diplomatica di maggio.
I rapporti di cooperazione tra Cina
e UE sono senza dubbio un fattore
positivo sia per la pace e la stabilit
mondiale, sia per i benefici che ne
possono trarre i rispettivi popoli. Essi
si fondano su unampia collaborazione in molti importantissimi settori, a partire da quello politico, dove
il governo della repubblica popolare
cinese chiede preliminarmente losservazione del Principio del riconoscimento di una sola Cina.
I dirigenti di Pechino danno grandissima importanza alla questione
del processo di riunificazione della
madrepatria, non ancora arrivato a
completamento dopo le tante mutilazioni e gli smembramenti che ha
dovuto subire dalle potenze coloniali . Infatti, se il Tibet (che non
mai stato occupato dalla Cina, come
alcuni invece affermano, poich nel
1950 lingresso in Tibet dellesercito rivoluzionario era soltanto la
conclusione di una guerra civile e

Luglio - Agosto 2004

non la conquista di un territorio


esterno alla Cina E. C. Pischel,
lernesto n. 2 del 2001) incontestabilmente riconosciuto da tutti i
governi come parte integrante del
territorio cinese, malgrado i folkloristici tentativi di accreditarsi da
parte del sedicente governo tibetano del Dalai Lama, che trova
udienza solo presso qualche anima
bella; se Hong Kong e Macao sono
rientrati a far parte integrante del
territorio cinese grazie a una paziente e saggia politica che ha seguito il principio della riunificazione pacifica e il principio Un
paese, due sistemi; la riunificazione di Taiwan, che i cinesi perseguono da pi di mezzo secolo, non
invece ancora risolta, da quando
la flotta statunitense, frapponendosi fra le due rive dello stretto di
Taiwan nel 1950, l imped con la
forza.
La Cina propone allUE, come si
sottolinea nel documento di ottobre, un esplicito dialogo sui diritti
delluomo (cosa del tutto ignorata
dai libertari occidentali, i quali a
torto e in cattiva fede affermano
cito da un articolo recente che la
Cina si chiude a riccio ogni volta che
si parla di libert e di diritti umani),
privilegiando in particolare i diritti
economici e socioculturali e quelli
dei gruppi pi vulnerabili.
Una brevissima nota sui diritti
umani che dimostra come la questione sia tuttaltro che ignorata in
Cina: il Partito Comunista Cinese,
durante la leadership di Jiang
Zemin, fece un bilancio delle pratiche dello sviluppo dei diritti umani
in Cina e nel mondo, e propose che
la Cina socialista dovesse impugnare la bandiera di tali diritti. Cos,
il 1 settembre 1991 lUfficio di
Informazione del Consiglio di Stato
pubblic un libro bianco sui diritti
umani in Cina. Era la prima volta
che il concetto di diritti umani,
nello sviluppo politico socialista, entrava sotto forma di documento ufficiale governativo. In seguito, nel
1997, il concetto fu ripreso nel rapporto politico al XV congresso del
PCC. Il 14 marzo di questanno, alla

Internazionale

II sessione della X assemblea


Popolare Nazionale, un emendamento alla Costituzione ha inserito
la dicitura La Stato rispetta e protegge i diritti dellluomo. Il 30
marzo lUfficio Informazione del
Consiglio di Stato ha infine pubblicato un libro bianco intitolato
Evoluzione della situazione dei diritti umani in Cina nel 2003.
Il grande paese orientale per il rafforzamento della cooperazione internazionale, per rafforzare il ruolo
dellONU e per una sua riforma,
per la promozione di un processo
di cooperazione Asia-Europa, per il
controllo degli armamenti, per il
disarmo e la non proliferazione.
Queste scelte di politica internazionale militano oggettivamente a favore di un mondo pacifico e milticentrico, e indicano la strada da percorrere per costruire un baluardo
contro la linea aggressiva e guerrafondaia degli USA.
Sia lambito della cooperazione
economica che quelli della collaborazione in campo educativo, scientifico, culturale e sanitario sono di
amplissimo respiro. In questo ambito emerge in tutta la sua importanza laccordo sul progetto
Galileo, siglato in occasione del VI
Summit (accordo poi allargato, significativamente, nello scorso novembre anche allIndia) e per il
quale si speso, rafforzandolo, il
Primo ministro Wen nel suo recente
tour in Europa . Il progetto
Galileo un programma satellitare davanguardia che, come
stato segnalato da qualche giornale,
non andato affatto a genio agli
Stati Uniti, in quanto va a intaccare
realmente il loro monopolio assoluto in questo campo e, in prospettiva, render indipendenti alcune
significative potenze emergenti.
Le relazioni sino-europee dimostrano la ferma determinazione del
popolo cinese, del governo e del
Partito Comunista a proseguire
lungo la strada intrapresa dal 1978
con la terza sessione plenaria
dell11 Comitato Centrale in cui si
affermata la linea di Deng
Xiaoping. Da allora, nonostante

uscisse da un periodo di 28 anni di


ferreo blocco economico e nonostante i gravi errori commessi dalla
dirigenza (il Grande balzo in
avanti e la rivoluzione culturale),
la Cina ha fatto progressi straordinari, raggiungendo limpressionante primato di una crescita media sostenuta del 9,8% cosa che,
come ha detto Fidel Castro, non ha
precedenti nella storia dellumanit (Per la critica dellideologia
borghese n. 4, collana diretta da D.
Losurdo). Il leader cubano ha anche aggiunto che tali successi cinesi
sono stati resi possibili a partire da
unideologia politica e da una
scienza politica: a partire cio dal
m a rxismo-leninismo, al quale si
sono aggiunti gli importanti apporti
teorici di Mao Zedong () ai quali
si affiancarono successivamente gli
ulteriori apporti teorici e pratici di
Den Xiaoping (ibidem). Il grande
paese asiatico, che con il 22% della
popolazione mondiale si alimenta
con il 7% delle terre agricole (ibidem), riuscito a passare nellarco
di pochi decenni da una situazione
in cui gran parte della popolazione
pativa la fame, e non erano pochi i
casi in cui si moriva di inedia, ad una
situazione di un livello di vita mediamente agiato. Bob Boase, consigliere del programma ONU per lo
sviluppo, ha affermato nel luglio
scorso che la Cina modello per il
mondo per la riduzione della povert. Infatti questo paese ha ridotto in 20 anni il numero di persone che vivevano al di sotto della
soglia di povert da 250 milioni a 30
milioni. Ora le condizioni di vita migliorano continuamente: aumenta
il reddito degli abitanti sia in citt
che in campagna, anche se in proporzioni diverse; si allunga la vita
media in tutte le zone; migliorano
sensibilmente le condizioni abitative dei cittadini; pi di 250 milioni
di persone non soffrono pi la penuria dacqua; migliorano notevolmente cibo, vestiario e consumi; i
mercati urbani e rurali sono prosperi; il parco auto a Pechino passato dalle 2300 unit nel 1949 al
1.000.000 nel 1997 e a 2.000.000 nel

61

Internazionale

2002; il numero degli abbonati sia al


telefono fisso che a quello portatile
il pi elevato nel mondo ed pari
al 31,99% della popolazione cinese
il primo e del 14,95 il secondo; ultimamente le importazioni crescono
pi delle esportazioni, segno di un
consumo interno sempre pi diffuso, e sempre pi cinesi viaggiano
allestero.
Ecco solo alcuni dati dimostrativi dei
giganteschi passi in avanti fatti da
questo immenso paese che sta dimostrando le capacit del sistema socialista, che si manifesta attraverso
uno sviluppo pi ampio e veloce
delle forze produttive. Infatti, come
si afferma nel Manifesto del partito
comunista, il compito fondamentale del socialismo aumentare le
forze produttive quanto pi rapidamente possibile. I cinesi sottolineano giustamente che il socialismo
non sinonimo di povert; al contrario esso deve mirare principalmente a sradicare la povert e perseguire lo scopo della prosperit comune, in quanto la rivoluzione lemancipazione delle forze produttive.
La Cina popolare, guidata da un partito comunista che conta pi di 66
milioni di iscritti e che ha offerto
enormi contributi e arricchimenti al
marxismo-leninismo (la teoria dello
stadio primario del socialismo, il socialismo di mercato, ecc..), non solo
un ineludibile punto di riferimento dei comunisti di tutto il
mondo, con il quale debbono fare i
conti anche i rivoluzionari duri e
puri, ma si propone pure come
forte e credibile interlocutore
allEuropa e a tutti gli altri Stati, nazioni e popoli interessati ad una coesistenza di pace e di collaborazione
per il benessere dellumanit.
Dal Documento del governo cinese
sulle relazioni con lUnione Europea
Premessa
In questo inizio di 21 secolo, la situazione internazionale conosce dei profondi
cambiamenti. Il multipolarismo del
mondo e la globalizzazione economica

62

progrediscono attraverso traversie, mentre la pace e lo sviluppo rimangono i temi


maggiori della nostra epoca. Il mondo
lontano dallessere tranquillo e lumanit
si trova di fronte a numerose sfide. Ma
il mantenimento della pace, la pro m ozione dello sviluppo e lintensificazione
della cooperazione, garanzie del benessere
di tutti i popoli, rappresentano la volont
e le aspirazioni unanimi di questi ultimi
e formano una corrente storica irresistibile.
La Cina, che impegnata ad edificare su
tutti i piani una societ di media agiatezza, desidera contribuire alla creazione
di un ambiente internazionale favorevole. Seguendo come nel passato una politica estera dindipendenza e di pace, lavorer insieme agli altri paesi del mondo
e sulla base dei Cinque Principi della
Coesistenza pacifica ad instaurare un
nuovo ordine politico ed economico internazionale giusto, razionale e rispettoso
delle diversit del mondo, alla democratizzazione delle relazioni internazionali e
alla preservazione della pace mondiale in
direzione di uno sviluppo condiviso.
LUnione Europea (UE) una potenza di
levatura mondiale. Il governo cinese apprezza limportanza che lUE, come pure
i paesi membri, accordano allo sviluppo
delle loro relazioni con l a Cina.
Elaborando per la prima volta questo documento, esso intende affermare gli obiettivi della politica della Cina verso
lEuropa, definire i campi di cooperazione
e le misure da prendere nei prossimi cinque anni e rinforzare la sua cooperazione
globale con lUE in favore di uno sviluppo
regolare e duraturo delle relazioni sinoeuropee.
Dopo aver ricordato la posizione e il
ruolo dellUE, il cammino del processo di integrazione sino allallargamento a 25 membri e sottolineato
che Sebbene lUE nella sua evoluzione deve affrontare ancora molte
difficolt e sfide, la sua integrazione
irreversibile. LUE giocher un
ruolo sempre pi importante a livello regionale e internazionale, il
Documento passa alla Seconda
parte, in cui si analizza la politica
della Cina nei riguardi dellUE
La Cina attribuisce una grande importanza al ruolo e allinfluenza dellUE ne-

Luglio - Agosto 2004

gli affari regionali e intern a z i o n a l i .


Come ha provato la storia, lo stabilirsi
nel 1975 di relazioni ufficiali tra la Cina
e la Comunit economica europea ha servito gli interessi di ciascuna delle due
parti. Malgrado le vicissitudini, nel loro
insieme le relazioni sino-europee si sono
sviluppate favorevolmente ed avviate
sulla buona strada di un progresso sano
su tutti i piani; esse diventano pi mature di giorno in giorno. Grazie allavvio
di un vertice annuale istituzionalizzato
nel 1998 e allistituzione di una partnership globale nel 2001, la Cina e lUE
si consultano sempre pi frequentemente
nel campo politico, economico, commerciale, tecnico scientifico, culturale, educativo e altri e conducono una cooperazione molto fruttuosa. Le relazioni sinoeuropee non sono state mai tanto buone.
Non esiste conflitto di interessi fondamentali tra la Cina e lEuropa e nessuna
delle due parti minaccia laltra. A causa
della loro differenza per quanto riguarda
il passato storico, la tradizione culturale,
il regime politico e il grado di sviluppo
economico, normale che la Cina e
lEuropa abbiano delle vedute differenti,
persino delle divergenze, su certe questioni.
Gestite in modo adeguato, con uno spirito di uguaglianza e di rispetto reciproco,
queste divergenze non impediranno alla
Cina e allEuropa di sviluppare le loro relazioni caratterizzate dalla mutua fiducia e il beneficio reciproco. La Cina e lUE
hanno molti pi punti comuni che divergenze. Esse si pronunciano entrambe
in favore della democratizzazione delle relazioni internazionali, per il rafforz amento del ruolo dellONU, contro il terrorismo internazionale, e sostengono
luna e laltra leliminazione della povert, la protezione dellambiente naturale e la realizzazione di uno sviluppo duraturo. Sul piano economico esse sono del
tutto complementari, tenuto conto delle
l o ro rispettive carte migliori: economia
evoluta, tecnologie avanzate e risorse finanziarie importanti per lEuropa; crescita sostenuta, immensit del mercato ed
abbondanza di mano dopera per la Cina.
Da qui le grandi prospettive di cooperazione economica, commerciale e tecnologica tra le due Parti. La Cina e lUE,
avendo ciascuna una lunga storia e una
civilt brillante, intendono intensificare

Luglio - Agosto 2004

i loro scambi culturali per ispirarsi luno


allaltro. Il consenso e linterazione tra
la Cina e lUE sul piano politico, economico e culturale costituiscono dunque
una base solida per lo sviluppo continuo
delle loro relazioni.
Rinforzare e promuovere senza tregua le
sue relazioni con lUE, per la Cina un
elemento essenziale della sua politica
estera. Essa si dedica alla costruzione di
una partnership globale, stabile e duratura con lUE. Ecco gli obiettivi della sua
politica nei riguardi dellUE:
Promuovere uno sviluppo sano e regolare delle relazioni politiche e lavorare insieme per la pace e la stabilit mondiale
nel mutuo rispetto e nella fiducia reciproca, ricercando un campo dintesa al
di l delle divergenze.
Approfondire la cooperazione economica
e commerciale e operare per uno sviluppo
comune, sulla base della reciprocit e del
mutuo beneficio, conducendo le consultazioni su un piede di parit.
Allargare gli scambi di visite tra le persone e culturali e favorire larmonia e il
progresso delle civilt orientali e occidentali, portandole a completarsi reciprocamente ed ispirandosi luno allaltro nelle
loro maggiori realizzazioni.
Ecco gli obiettivi che i dirigenti cinesi stabiliscono nellambito di un
rafforzamento della cooperazione
CINA-UE nei diversi campi.
Settore politico
1. Rinforzare gli scambi di alto livello e
il dialogo politico ()
2. Osservare rigorosamente il principio di
una sola Cina. Il principio di una sola
Cina una componente importante della
base politica delle relazioni sino-europee,
lo sviluppo regolare delle quali pre s u ppone il trattamento adeguato della questione di Taiwan. La Cina apprezza
lUE, come i suoi paesi membri, nella loro
adesione ferma al principio di una sola
Cina ()
3. Incoraggiare la cooperazione di Hong
Kong e di Macao con lUE ()
4. Far conoscere meglio il Tibet allUE.
La Cina incoraggia le personalit europee dei differenti ambienti a visitare il
Tibet. () Essa esige dalla parte europea che non venga a contatto con il se-

Internazionale

dicente governo tibetano in esilio n favorisca le attivit separatiste della cricca


del Dalai- Lama.
5. Perseguire il dialogo sui diritti umani.
A proposito dei diritti umani esistono tra
la Cina e lEuropa dei punti di vista comuni, ma anche delle divergenze. La
Cina apprezza le posizioni dellUE tese a
perseguire il dialogo e a rilanciare il conf ronto. Essa intende continuare, sulla
base delluguaglianza e del rispetto reciproco, il dialogo, lo scambio e la cooperazione con lUE in materia di diritti
umani, favorire con lo scambio di informazioni la comprensione con lUE e approfondire la cooperazione particolarmente nel campo dei diritti economici e
socioculturali, cos come dei diritti dei
gruppi pi deboli.
6. Rinforzare la cooperazione internazionale.
Intensificare la concertazione e il coordinamento sulle grandi questioni di attualit tanto internazionali che re g i onali.
Rinforzare la cooperazione sino-europea
in seno allONU, per preservarne lautorit; pro m u o v e re il ruolo dominante
dellONU nella difesa della pace mondiale lo sviluppo economico e il progresso
sociale, aiutando in particolare i paesi in
via di sviluppo ad eliminare la povert,
il miglioramento dellambiente naturale
del pianeta e la lotta contro la droga; sostenere la riforma dellONU.
Promuovere il processo di cooperazione
Asia-Europa.
La Cina e lEuropa devono operare insieme per fare dellASEM un foro esemp l a re della cooperazione interc o n t i n e ntale, un canale di scambio tra le civilt
orientali e occidentali, una forza che milita in favore dellinstaurazione di un
nuovo ordine politico ed economico internazionale.
Condurre una lotta unitaria contro il terrorismo ()
Salvaguard a re insieme ai regimi internazionali di controllo degli armamenti,
del disarmo e della non proliferazione,
() della prevenzione della militarizzazione dello spazio extra-atmosferico e della
corsa agli armamenti nello spazio ()
7. Approfondire la conoscenza reciproca
tra gli organi legislativi cinesi ed europei
8. Moltiplicare gli scambi tra i partiti
politici cinesi ed europei ()

Settore economico
Cooperazione economica e commerc i a l e .
La Cina si impegna a sviluppare con
lEuropa una cooperazione economica e
commerciale dinamica , duratura e stabile. Spera che lUE diventi il suo pi
grande partner negli scambi commerciali
e negli in vestimenti ()
Il documento articola poi tali obiettivi di cooperazione nei vari ambiti: finanziario, agricolo, per la salvaguardia dellambiente, della tecnologia
dellinformazione, della politica
energetica e in materia di trasporti.
Un intero capitolo dedicato alla cooperazione sul piano educativo,
scientifico, culturale e sanitario.
In merito alla cooperazione scientifica e tecnologica, il Docimento
tutto teso ad incoraggiare le istituzioni
cinesi a part e c i p a re al programma scientifico e tecnologico dellUE. Partecipare al
programma Galileo con la condizione della parit e del vantaggio reciproco e dellequilibrio tra diritti e obblighi e rafforzare
la cooperazione sulla Grande Scienza int e rnazionale () .
Il capitolo dedicato agli affari sociali,
giudiziari ed amministrativi sottolinea gli obiettivi della cooperazione
in merito alla protezione del lavoro
e la copertura sociale, in particolare
il rafforzamento della cooperazione
tra Cina e UE sullimpiego degli immigrati , cos come sulla protezione dei diritti e degli interessi dei lavoratori immigrati(), limpegno ad esplorare la
possibilit di cooperazione giudiziaria
contro i crimini sovrannazionali () e
gli scambi nel settore giudiziario.
Infine il capitolo dedicato al settore
militare sottolinea linteresse cinese
a mantenere gli scambi militari di alto
livello tra la Cina e lUE, perfezionare e
sviluppare progressivamente il meccanismo della consultazione sulla sicurezza
strategica (), auspicando inoltre
che LUE deve eliminare il pi presto
possibile linterdizione della vendita di
armi alla Cina, al fine di eliminare gli
ostacoli che impediscono la cooperazione
Cina-UE nel settore dellindustria e della
tecnologia militare.

63

Luglio - Agosto 2004

Internazionale

Oggi gli USA si trovano a


dover competere con lEuropa
e sempre pi anche con la Cina
e il Giappone, e quindi
hanno bisogno di salvaguardare
la propria egemonia
nel tradizionale feudo latinamericano

La riconquista
dellAmerica

di Marco Santopadre

IL SUD AMERICA TRA IMPERIALISMO


EUROPEI

Giornalista e antropologo

egli ultimi anni abbiamo assistito ad


uno sconvolgimento della mappa
geopolitica dellAmerica Latina 1,
uno scacchiere per il controllo del
quale si fa sempre pi aspra, e visibile, la competizione tra USA e
Unione Europea. Nel settembre
2002 il Parlamento Europeo, in una
risoluzione, chiedeva alla Commissione di appoggiare l'integrazione economica regionale tra i
paesi che costituiscono il Mercosur,
in alternativa al progetto continentale noto come ALCA2. LEuropa
unita vede nellA.L. un alleato prezioso per contrastare lunipolarismo degli USA, tanto che il primo
punto del documento finale del
summit UE-A.L. di Madrid del 2002
sottolineava limpegno delle due
parti per rafforzare i sistemi politici
su lla base dei principi fissati
dallOnu e dal diritto internazionale.
LAMERICA LATINA

TERRENO

DELLA COMPETIZIONE GLOBALE

stato con l'Accordo quadro firmato a Madrid il 15-16 Dicembre


1995 durante il Consiglio Europeo
che Bruxelles ha scelto di rafforzare
le proprie relazioni col Mercosur
per cercare di sfruttare le ottime opportunit commerciali offerte da
un grande mercato regionale in
espansione, esplicitando cos una

64

relazione di guerra commerciale


nei confronti degli USA. Washington critic quellaccordo, allarmata
dalle ricadute negative per gli interessi statunitensi, ma soprattutto
perch gi si capivano quali sarebbero potute essere le mire espansionistiche del costituendo polo imperialista europeo. Gli appetiti europei in A.L. possono essere considerati una naturale continuazione
delle mire delle vecchie potenze coloniali scalzate, ormai da secoli,
dalle ex-colonie doltreoceano, da
tempo esclusivo terreno di caccia di
unaltra ex colonia, gli USA.
Lallarme creato da William Walker,
che tra il 1853 e il 1860 tenta di annettere al Sud schiavista la Bassa
California, lHonduras e il Nicaragua, avvertibile nellappello con
cui il colombiano Justo Arosemena
chiama a ricreare la Colombia continentale sognata da Simn Bolivar
per contenere lespansionismo degli USA, i cui coloni sono stati gi ribattezzati gringos, dallincipit di una
canzone nostalgica che gli irlandesi
arruolati negli eserciti statunitensi
cantano durante le marce: g re e n
grows the laureon, verde cresce lalloro.
In questo quadro si inserisce la
Francia del secondo Impero, che si
propone come protettrice dellidentit latina e negli stessi anni inizia le scorribande in A.L. che hanno

USA

E CRESCENTI APPETITI

il proprio culmine, ed epilogo, nel


tentativo di imporre al Messico la
monarchia di Massimiliano dAsburgo. Il fallimento francese rilancia la tentazione continentale statunitense. La dottrina Monroe
(lAmerica agli americani, cio in
realt agli Stati Uniti), si sviluppa a
tal punto che gi nel 1889 si tiene a
Washington la Prima Conferenza
Panamericana, che si propone: lunit monetaria, lunione doganale,
la creazione di una banca interamericana per il credito e gli investimenti. LALCA, come si vede, ha
progenitori antichi!
Oggi gli USA si trovano a dover competere con lEuropa e sempre pi
anche con la Cina e il Giappone, e
quindi hanno bisogno di salvaguardare la propria egemonia nel tradizionale feudo latinamericano, evitando ogni alleanza tra paesi che
possa compromettere il loro dominio. A tale scopo mira invece il
Mercosur e le sue forti relazioni
commerciali con lEuropa, cos
come le aspirazioni del Brasile al
ruolo di potenza regionale. La rapida scalata dellUE (che realizza il
38% degli scambi commerciali
mondiali, contro l11% degli Stati
Uniti e il 9% del Giappone) ha costretto gli USA a ridisegnare il ruolo
dellA.L. e dei Caraibi, integrandoli
in un blocco economico che sostenga la sua economia insidiata dal

Luglio - Agosto 2004

Internazionale

blocco europeo e da quello asiatico.


Lart. 1 della Legge nota come Fast
Track, che concede poteri straordinari a Bush per negoziare trattati
commerciali anche senza il controllo del Congresso, recita: Lespansione del commercio internazionale vitale per la sicurezza nazionale degli USA. Il commercio
estero un elemento critico per la
crescita economica, il potere e legemonia degli Stati Uniti. Altrettanto esplicita stata lalta funzionaria Charlene Barshefsky3 s e c o ndo la quale obiettivo della politica
commerciale Usa assicurare la
prosperit degli Stati Uniti (...) e la
ricchezza delle compagnie nordamericane.
IL M E R C O S U R

R E S U S C I TA

E RILANCIA

Ma i piani di Washington non procedono come dovrebbero.


A pochi anni dalla sua fondazione
nel 1992, il Mercato Comune del
Sud (che riunisce Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay e vede Cile
e Bolivia come paesi associati) costituisce gi la quarta area geo-economica del pianeta, dopo UE, USA
e Giappone. Nellultimo vertice, tenuto a luglio a Puerto Iguaz in
Argentina, il Mercosur ha avviato
una nuova tappa della sua storia,
mostrando una vitalit impensabile
fino a poco tempo fa. L'avvento di
Lula e di Kirchner alla guida dei due
principali Paesi del patto ha impresso nuovo slancio al blocco regionale, al quale potrebbe contribuire un cambio di governo in
Uruguay, dove alle presidenziali di
ottobre favorita la sinistra.
Soddisfazione stata espressa da
Kirchner per lappianamento della
crisi sorta a causa delle restrizioni
poste da Buenos Aires alle importazioni di elettrodomestici brasiliani;
dal presidente del Cile Lagos, che
riuscito a ridurre il conflitto energetico con l'Argentina; da Vicente
Fox, che ha ottenuto per il Messico
l'incorporazione come membro oss e rvatore, in attesa di diventare
membro associato (anche se qual-

cuno ha espresso il timore che Fox,


fedele alleato di Washington, non finisca per diventare il cavallo di
Troia degli Usa nel Mercosur come
alcuni paesi dellEuropa Orientale
lo sono per lUE).
Il protagonista di Puerto Iguaz
stato Hugo Chvez, il quale ha ottenuto il riconoscimento del Venezuela com e Stato a ssociato al
Mercosur, che nel frattempo ha deciso la costituzione del Tribunale permanente per la risoluzione delle controversie, la creazione del Centro di promozione dello Stato di diritto, la presentazione della bozza di Protocollo
costitutivo del Parlamento del Mercosur.
Il Venezuela ha anche firmato un accordo con lArgentina in materia
energetica, che prevede la costituzione di una compagnia petrolifera
interstatale (la Petrosur) aperta agli
altri paesi della regione e concepita
come strumento di autonomia
energetica dalle multinazionali. La
nuova flotta di petroliere sar costruita nei cantieri navali argentini.
Il presidente venezuelano ha proposto a Lula la formazione di un
polo pubblico continentale per la
gestione delle risorse energetiche,
collegato ad una banca pubblica regionale che serva a finanziare progetti di sviluppo con finalit sociali.
Il Mercosur non solo si ampliato,
ma ha anche posto le basi per un
suo rafforzamento istituzionale e infrastrutturale, rivolgendo anche un
invito ufficiale affinch Colombia
ed Ecuador vi entrino a far parte.
Questa svolta mette con le spalle al
muro la Comunit Andina (formata
da Venezuela, Colombia, Ecuador,
Per e Bolivia), obbligandola a
scomparire o a confluire nel
Mercosur. Sempre sul fronte andino, un accordo per la creazione
di un'area di libero scambio entro 7
anni stato firmato il 30/8/2004
dai ministri degli Esteri di Messico,
Venezuela e Colombia.
Il Mercosur ha vissuto una vera e
propria rifondazione a partire dal
vertice di Asuncin del 2003,
quando si ventil addirittura una futura unificazione monetaria. E tutto
ci dopo che diversi anni di crisi ave-

vano fatto parlare di morte del


Mercosur. Dopo un avvio promettente, le politiche iperliberiste imposte dal FMI, il rimbalzo delle crisi
economiche internazionali e la
competizione tra Brasile e Argentina ne avevano paralizzato per anni
il consolidamento. Nel 1999 si rischi la tenuta stessa dellalleanza
quando i due maggiori paesi adottarono misure protezionistiche per
difendere gli interessi nazionali.
Dopo la svalutazione del real brasiliano si avuta una brusca frenata
anche nella crescita degli interscambi commerciali fra Mercosur e
UE, continuata per 3 anni fino al
2002. Ma poi il Mercosur ha recuperato posizioni proiettandosi allesterno: nel 1998 firma un accordo con la Comunit Andina; poi
inizia negoziati con il Giappone in
vista di un incremento degli scambi
commerciali, con l'India, l'Egitto e
l'Unione doganale sudafricana
(Botswana, Lesotho, Namibia,
Sudafrica e Swaziland), nell'ambito
della crescente cooperazione SudSud. Il negoziato pi strategico ma
anche controverso, perch pi simile al famigerato ALCA, quello
con l'UE, da anni in fase di stallo per
la resistenza europea ad aprire i
mercati ai prodotti agricoli sudamericani e per quella del Mercosur
a cedere sul tema della liberalizzazione di alcuni servizi. Ma comunque oggi, tra le alleanze del Sud
America, il Mercosur possiede il
maggior peso economico e politico
e il volume degli scambi interni cresce rapidamente.
LA

R I S P O S TA

USA: L A L C A

A ci risponde minaccioso il Rappresentante Commerciale degli


USA per il Sud America Robert
Zoellick: Non accetteremo che le
nuove relazioni del Mercosur cambino lagenda dellALCA.
LArea di Libero Commercio delle
Americhe stato lanciata a Miami
nel Dicembre del 1994 al Summit
delle Americhe, dove 34 capi di
Stato dei governi cosiddetti democratici si vincolarono per la crea-

65

Internazionale

zione di un blocco economico entro il 2005 dallAlaska alla Terra del


Fuoco. Linstabilit politica, la
competizione interimperialista e il
pericolo di perdere settori strategici
hanno incentivato gli USA ad avviare il progetto allo scopo di ottenere una posizione privilegiata rispetto agli europei. LALCA permette di controllare la macro-politica di tutto il continente e rende
pi facile lacquisizione da parte degli USA delle risorse strategiche,
compresi lo sfruttamento dellAmazzonia, del petrolio e dellacqua.
Sulle vere intenzioni degli USA non
ci sono dubbi. LALCA cerca di
mantenere lA.L. nel proprio stato
di dipendenza economica, fornendo agli Stati Uniti materie prime
a basso costo e comprando i manufatti e i servizi statunitensi.
In un incontro internazionale tenuto a La Habana (Cuba lunico
paese che, escluso, svolge un ruolo
di direzione attiva della lotta contro
lALCA) si sono elencati i maggiori
pericoli legati alla realizzazione di
questo progetto: limpossibilit di
realizzare politiche di protezione
delle produzioni tradizionali e di sostenere le esportazioni, con la conseguente diminuzione della sovranit degli Stati. LALCA impegna gli
aderenti a rendere norma costituzionale limpossibilit di invertire il
processo di privatizzazione una
volta avviato, sottraendo ai governi
il controllo dei settori chiave delleconomia e impedendone la rinazionalizzazione; istituzionalizza le
privatizzazioni dei servizi sociali, impegnando i governi a garantire il diritto delle imprese private a gestirli
secondo la logica del profitto, ma
garantendo alle imprese stesse,
come gi accaduto in Canada e
Messico, i privilegi tipici dei servizi
pubblici. Ci stimoler la privatizzazione in settori finora risparmiati,
come sanit e istruzione.
A dispetto del simbolismo legato al
libero scambio, nellALCA gli
USA si riservano il diritto di mantenere i sussidi alla propria agricoltura per 30 miliardi di $; la cosiddetta legislazione antidumping per

66

proteggere le proprie industrie


principali; le quote per le importazioni in settori economici nei quali
non sono competitivi; una quantit
di restrizioni sanitarie decise unilateralmente per ridurre le importazioni di bestiame e alimenti. I
paesi latinoamericani, al contrario,
dovrebbero eliminare tutte le barriere commerciali.
La dollarizzazione delle economie
di molti paesi (Panama, Ecuador,
Salvador, Guatemala, Argentina) e
lentrata in vigore dellALCA comportano una sostanziale annessione
delle economie dellA.L. al sistema
imperiale USA. Secondo alcune
stime leccedenza della bilancia
commerciale che gli USA realizzerebbero in A.L. con l_ALCA controbilancerebbe il grave debito
estero del paese, consentendo una
crescita collegata del PIL di un 4%
annuo.
L O S P E T T R O D E L N A F TA
L E S E M P I O D E L ME S S I C O
Per capire quali saranno le conseguenze dellALCA, basta analizzare
i danni causati dallapplicazione del
Nafta (Trattato di Libero Commercio del Nord America), un accordo
entrato in vigore nel 1994 tra USA,
Canada e Messico (400 milioni di
abitanti e un PIL di 11.000 miliardi
di $), impegnatisi a diminuire le
barriere tariffarie, stabilendo comuni condizioni di competitivit
su salari, imposte e sussidi. Nella
pubblicistica ufficiale labbattimento delle barriere doganali
avrebbe dovuto facilitare la crescita
economica di tutti i partner, ma ci
non avvenuto per quello pi debole, cio il Messico, un pollaio lasciato alla merc della volpe nordamericana. LALCA vuole ottenere
lo stesso risultato ma in tutta lA.L.
per fronteggiare la concorrenza
dellUE e la centralizzazione del suo
capitale e delle sue forze produttive.
utile ricordare cosa ha significato
per leconomia messicana lingresso nel Nafta: linvasione delle
merci statunitensi nel mercato interno e un supersfruttamento della

Luglio - Agosto 2004

forza lavoro - compresi donne e


bambini - allinterno delle maquiladoras, imprese che eseguono le funzioni pi basse del ciclo produttivo
guidato dallinterno degli USA.
Secondo un rapporto del Carnegie
Endowement for International
Peace di Washington4 , la crescita di
investimenti, di produttivit e del
commercio messa in moto dal Nafta
ha creato s mezzo milione di posti
di lavoro fra il 1994 e il 2002, ma ne
ha distrutti un milione e mezzo nel
settore agricolo che d da vivere a
un quinto dei messicani. La liberalizzazione ha avuto un impatto devastante sull'ambiente: gli imprenditori statunitensi hanno trasferito
gli impianti pi inquinanti oltre
confine, dove vige una normativa
ben pi permissiva. L i n g r e s s o
senza freni di investimenti stranieri
ha accelerato la crisi messicana,
esplosa poi nel 1995 quando il PIL
croll del 7%, nel quadro di uninflazione al 58%, di un tasso reale di
disoccupazione superiore al 20% secondo lIstituto Nazionale di
Statistica (INEGI)5. Nel 1998 il salario reale era il pi basso degli ultimi 30 anni, con un valore del 60%
inferiore a quello del 1965, mentre
un quinto della popolazione occupata percepiva un salario inferiore
a quello minimo. Oggi il debito
estero del Messico uno dei pi alti
del mondo (160 miliardi di $), leconomia produttiva del paese
stata completamente destrutturata
dalla concorrenza sleale dellindustria nordamericana, e i suoi servizi
pubblici sono preda delle multinazionali. Come se non bastasse,
molte delle 4500 maquiladoras c ostruite negli ultimi anni sono gi
emigrate verso lEstremo Oriente o
paesi dove il costo del lavoro ancora pi basso che in Messico, gettando sul lastrico intere comunit
strappate nel frattempo allagricoltura.
Leliminazione delle barriere doganali e la proibizione di qualsiasi politica destinata a favorire luso dei
prodotti nazionali minacciano di
far fallire le gi deboli imprese latinoamericane, incrementando la

Luglio - Agosto 2004

deindustrializzazione del subcontinente. Uno studio sullimpatto


dellALCA sullindustria alimentare argentina prevede un calo delle
esportazioni (5%) e un vistoso aumento delle importazioni (30%) a
causa dei bassi prezzi dei prodotti
provenienti dagli Stati Uniti, paese
che sostiene le proprie esportazioni
attraverso massicci sussidi ad agricoltori e allevatori.
VERSO

UNALLEANZA

C O N T I N E N TA L E A LT E R N AT I VA
A L L A L C A ?

Di fronte alla prospettiva di unimminente messicanizzazione dell A.L.


il continente si sta mobilitando. La
crescita progressiva delle disparit
sociali, della povert, della disoccupazione, lesodo di milioni di contadini e limpoverimento di milioni
di impiegati pubblici e di professionisti, ha creato unopposizione generalizzata allALCA che va dai movimenti sociali, sindacali e contadini a settori della borghesia nazionale. Le proteste di natura sociale,
che sempre pi si saldano con le
lotte per la difesa e la riconquista
della sovranit nazionale, hanno
scalzato dal potere numerosi governi filostatunitensi o insediato
maggioranze parlamentari progressiste o comunque non pi completamente subalterne a Washington.
Inoltre la natura protezionista
dellALCA ha suscitato pesanti critiche anche da parte di alcuni fondamentalisti del liberismo allinterno dei governi, come ad esempio
in Cile e in Colombia, con i quali gli
USA vogliono chiudere al pi presto dei trattati di libero commercio.
Mentre la borghesie latinoamericane condividono con le multinazionali statunitensi la spinta verso la
distruzione delle garanzie sociali e
dei lavoratori, dallaltra parte per
si oppongono al dominio totale di
queste ultime. In Brasile la borghesia industrialista appoggia Lula ed
esige la sospensione dei negoziati
con gli USA, pretendendo la difesa
delle esportazioni in nome della
vera liberalizzazione.

Internazionale

La transizione dal liberismo al protezionismo un evidente segno


della debolezza statunitense nellormai ex cortile di casa, derivante
dallaggravamento della crisi economica interna e dalla crescente
competizione con lUE. I negoziati
dellALCA sembrano paralizzati
dalla questione dei sussidi allagricoltura: le imprese agricole statunitensi esigono pi aiuti da parte del
proprio governo, mentre Brasile e
Argentina insistono sul fatto che i
negoziati non faranno passi avanti
finch non cesser il protezionismo
degli USA. Il rafforzamento del
Mercosur e delle sue relazioni strategiche con lUE non si traducono
per nella automatica rottura dei
negoziati per lALCA, come invece
chiedono i movimenti sociali del
continente. Lula ha sostenuto che
lapprofondimento della integrazione sudamericana non implica
labbandono dei vincoli contratti
nellambito dellALCA. Non rifiutiamo lintegrazione con gli Stati
Uniti (...) ma vogliamo prima integrarci con gli altri paesi del Sud
America prima di farlo con gli
USA6 .
Il progetto regionale del Brasile
non si contrappone a quello emisferico caldeggiato dagli Stati Uniti,
ma lo rinvia ad un momento successivo in maniera da presentare nei
negoziati con Washington un fronte
sudamericano pi unito. Il Mercosur dovrebbe assicurare ai capitalisti locali la diminuzione della dipendenza rispetto alleconomia degli USA e la possibilit di negoziare
vantaggi maggiori in virt della posizione di forza raggiunta attraverso
lintegrazione regionale (lo stesso
dicasi nei confronti dei negoziati in
corso con lUE). Il governo brasiliano propone linizio di negoziazioni bilaterali tra Mercosur e Stati
Uniti, tentando di evitare che questi possano cooptare individualmente ognuno dei 34 paesi che teoricamente dovrebbero integrarsi
nellALCA, come sta avvenendo gi
con Cile e Colombia.
Ovviamente lUE segue con apprensione levoluzione dette tratta-

tive, anche perch il raggiungimento degli obiettivi di Washington


comporterebbe sicuramente danni
economici pari per lEuropa a
quelli prodotti dal Nafta, la cui entrata in vigore condusse a un perdita secca per gli esportatori europei del 7% del mercato messicano,
mentre dal 1993 al 1997 limport
messicano dallUE pass da 12 a 9
milioni di $.
VERSO

U N ALCA

L I G H T

Recentemente il segretario al commercio Usa non ha nascosto la propria soddisfazione per i vantaggi riconosciuti a Washington in tema di
diritti sulla propriet intellettuale e
di apertura del settore dei servizi (sanit ed educazione). Ma ormai
chiaro a tutti che un Alca light
quello partorito dallultimo vertice
di Miami tra i ministri del patto.
Tranne il Canada e il Cile, i rappresentanti dei 34 paesi che teoricamente dovrebbero dar vita alla zona
di libero commercio continentale
gi dal gennaio 2005 sono pronti
ad un negoziato flessibile (Brasile e
Argentina in testa). Il blocco americano del gruppo che a Cancun ha
fatto fallire il vertice del Wto ha presentato una bozza di accordo che la
lobby industriale ha sprezzantemente definito "accordo buffet",
perch ognuno dei paesi firmatari
pu decidere cosa prendere e cosa
lasciare. Scopo del ministro degli
Esteri brasiliano Amorin, autore
della prima stesura, era tenere fuori
dalla liberalizzazione alcune aree decisive quali brevetti, investimenti
esteri e servizi. Invece attraverso
l'Alca gli statunitensi contavano di
imporre a livello continentale quello
che non erano riusciti a far passare
a livello mondiale, scottati dalle recenti sanzioni adottate dal WTO contro di loro su richiesta dellUE. In patria gli Usa continuano a sovvenzionare le produzioni agricole provocando un devastante effetto dumping nei mercati dei paesi "liberalizzati", ma l'intransigenza di Wa s h i ngton ha messo in minoranza l'ala
pro-Alca all'interno del governo

67

Luglio - Agosto 2004

Internazionale

Lula, rappresentata dai ministri


delle Finanze e dell' Industria.
LE

CONTROMISURE
DEGLI

USA:

L A M I L I TA R I Z Z A Z I O N E ,
I

TLC

E IL GIOCO SPORCO

Allipotesi di unALCA leggero gli


Usa stanno perseguendo la strategia
dei trattati bilaterali di libero commercio e lo stesso Zoellick ha annunciato che il suo paese sta progettando di avviare negoziati bilaterali, entro la met del prossimo
anno, con i paesi dell'area andina:
Colombia, Per, Bolivia, Ecuador
(escluso naturalmente il Ve n e z u ela) e Panama. Un'altra iniziativa riguarda invece sei paesi centroamericani con i quali gli Stati uniti vorrebbero concludere un accordo di
libero commercio entro la fine del
2004.
Washington gioca anche la carta militare; il Pentagono impegnato
nella costruzione di un vasto impero
militare in tutta lA.L. attraverso la
cosiddetta Iniziativa andina e il
Plan Colombia, imperniati sulla
militarizzazione della Colombia in
chiave antiguerriglia e anti Chavez.
Gli USA stanno da anni disseminando il Conosud ed il Centro
America di basi militari e uomini armati, creando un altro bastione in
Cile, il cui recente riarmamento con
tecnologia avanzata e con caccia
F16 da parte degli USA sottolineano
il ruolo di gendarme regionale.
Unaltra direttrice rappresentata
dal cosiddetto Piano Puebla-Panam, un progetto ciclopico che prevede la costruzione di un canale
asciutto comprendente 288 Km di
autostrade e ferrovie, oleodotti,
porti, aeroporti, 25 dighe per lo
sfruttamento dellenergia idroelettrica, e una fitta rete di maquilador a s. Il PPP rappresenta un indispensabile ponte tra NAFTA e
ALCA, oltre che una premessa essenziale per la realizzazione dei trattati di libero commercio, in quanto
il flusso mercantile su terra da e
verso il canale di Panama necessita
di una rete viaria e infrastrutturale

68

pi efficiente di quella attuale.


In molti casi gli USA hanno dimostrato di giocare sporco, come dimostra il tentato golpe confindustriale in Venezuela e poi luso dei
paramilitari colombiani. Certamente il tentativo di bloccare o almeno rallentare la penetrazione europea in A.L. agisce su altri piani.
Molti analisti considerano la mancanza di appoggio allArgentina da
parte del FMI e del Governo USA,
con il crollo conseguente delleconomia del paese, anche come un
colpo durissimo inferto al consolidamento del Mercosur, un tentativo
di impedire che lUE possa rappresentare un contrappeso allegemonia commerciale degli USA. Perch
il FMI ed il tesoro USA, tanto generosi con Uruguay e Brasile,
hanno mantenuto una posizione di
rigida chiusura con lArgentina, ponendo condizioni gravosissime per
riaprire il credito?
LEuropa rimane il primo partner
commerciale del Mercosur e la sua
crisi ha interessato anche i capitali
europei, i principali investitori nel
settore finanziario e in quello delle
aziende ex pubbliche privatizzate. Il
tracollo argentino del 2001 ricorda
il Rapporto 2002-03 pubblicato a
Roma dallIstituto per il Commercio
Estero (ICE) 7 ha provocato un
crollo delle esportazioni europee
nel Mercosur, cos come degli Investimenti Diretti Esteri, anche perch, a dire la verit, da privatizzare
in quei paesi c rimasto ben poco.
Gli investitori europei in Argentina,
sia industriali che speculativi, sono
stati fortemente penalizzati dalla sospensione del pagamento dei crediti.
IL

DILEMMA EUROPEO :

rebbe cos per scontato lassorbimento attraverso lALCA dellA.L.


da parte degli Stati Uniti e la conseguente marginalizzazione del
ruolo europeo nel subcontinente.
LEuropa avrebbe scelto, insomma,
di allargarsi ad est lasciando definitivamente il continente americano
agli Stati Uniti, in base al principio
a ognuno il suo cortile di casa.
Molti economisti lamentano ancora
quello che considerano il grande errore geopolitico della costituenda
Comunit Economica Europea: la
preferenza accordata, fin dal trattato di Roma, alle ex colonie europee in Africa in base ad un riconoscimento pi o meno esplicito della
dottrina Monroe e quindi dellegemonia USA sullA.L.. Eppure lo
stato delle relazioni economiche,
politiche e commerciali tra Europa
e A.L. dimostrano esattamente il
contrario.
LUnione il principale finanziatore dei progetti di sviluppo della
Regione, il principale investitore
estero, ed il secondo pi importante
partner commerciale. LUE sviluppa relazioni con tutte le aggregazioni regionali del continente, e
soprattutto con il Mercosur, allo
scopo di favorire il raggiungimento del multipolarismo. Tra i
programmi di cooperazione occorre citare AL-INVEST e AL-INVEST II, il cui obiettivo la promozione di relazioni tra imprese, in
particolare tra le PMI delle due regioni. Una valutazione ha evidenziato il considerevole effetto moltiplicatore degli investimenti: ogni
euro speso in attivit di incontri tra
PMI ha generato affari per 10 euro.
ATLAS invece un progetto di sostegno alle relazioni tra Camere di
commercio delle due regioni.

RICONOSCERE O NO
LA

DOTTRINA

M O N R O E?

Nel rapporto Sapir, uno studio di


tecnici sulla politica economica europea pubblicato nel luglio 2003 a
Bruxelles, si delinea una suddivisione del mondo in tre grandi blocchi commerciali: Europa-Mediterraneo, Asia-Pacifico e ALCA. Si da-

G L I A F FA R I E U R O P E I
I N A M E R I C A L AT I N A
Negli ultimi decenni la dottrina
Monroe non ha quindi impedito la
penetrazione economica delle potenze europee nellarea. Perfino
nel settore delle forniture belliche,
tradizionale monopolio dellindu-

Luglio - Agosto 2004

stria USA, la percentuale di armamenti di origine nordamericana


scende dal 75% nel 1960 al 20% nel
1970 e addirittura al 7% nel 1980.
Gi nel dicembre 1987 il presidente
argentino Alfonsn stipulava col
presidente del Consiglio italiano
Goria il Trattato di Villa Madama,
che istituiva una relazione associativa privilegiata tra i due paesi. Le ripercussioni internazionali furono
immediate: Brasile e Ve n e z u e l a
chiesero allItalia di concludere accordi analoghi, mentre la Spagna si
affrettava a stipulare con
lArgentina un trattato simile a
quello di Roma. La Spagna anzi rilanci, proponendo di realizzare
annualmente un vertice iberoamericano tra i paesi dellA.L. e le due
ex potenze coloniali egemoni nellarea, cio Spagna e Portogallo. Il
mondo imprenditoriale iberico si
mobilit raggiungendo nel 2001 un
livello di investimenti pari a 100 miliardi di $. Ormai le multinazionali
iberiche primeggiano in settori
come la telefonia (con Telefonica,
investimenti per 35 miliardi di $ in
Argentina, Brasile, Cile, Messico,
Venezuela e nei Caraibi), lenergia
elettrica, ledilizia, il petrolio (con
la Repsol), le banche (Banco de
Santander e Banco Bilbao Vizcaya
Argentaria hanno investito ormai
30 miliardi di $ in Sud America). Gli
investimenti spagnoli nellarea
sono passati da una media annuale
di 700 milioni di euro nel 1994 a
circa 10 miliardi tra il 1995 ed il
1999.
Nelle privatizzazioni massicce realizzate in Brasile degli anni 90
molte imprese spagnole, italiane,
tedesche, francesi e inglesi si sono
appropriate del 25% del PIL del
paese, passato in poco tempo dallo
Stato alle multinazionali straniere.
Se 10 anni fa in Brasile il sistema
bancario era controllato per il 7%
dagli stranieri e per il restante 93 dal
capitale nazionale, oggi controllato per pi del 50% da inglesi e spag n o l i 8 . La Parmalat, prima del
crack, realizzava in Brasile il 20%
del proprio fatturato e la Pirelli, nel
1999, il 50% del proprio utile netto;

Internazionale

anche FIAT, Telecom, Banca Commerciale Italiana, AGIP realizzano


in quel paese quote considerevoli
del loro fatturato complessivo.
Molto simile il quadro dellArgentina.
RE L A Z I O N I U E - A M E R I C A
LAT I N A : L O S C O G L I O
DEL PROTEZIONISMO

Favorita dallingresso di Spagna e


Portogallo nella CEE nel 1986,
lUnione si buttata a capofitto
nella penetrazione economica in
A.L.. E quindi ecco arrivare gli accordi di libero scambio raggiunti
prima col Messico (1998), poi col
Cile (2002), dopo aver aperto nel
1995 negoziati complessivi col
Mercosur. Se gli scambi col Cile
sono limitati, il trattato siglato con
il Messico servito come porta di accesso al mercato statunitense, potendo gli investimenti europei nel
paese godere delle clausole tariffarie del NAFTA.
Invece i negoziati con il Mercosur
per la creazione di unarea di libero
scambio sono ancora in alto mare.
Infatti la UE pretende un accordo
di libero commercio limitato ai settori dove pi forte e pu esportare
pi che importare (i manufatti industriali), mantenendo la pi completa chiusura nel settore agricolo,
proponendo un rinvio dellapertura ad un domani indefinito.
Per nel vertice tra Europa, A.L. e
Caraibi di Guadalajara si ostentava
ottimismo sulla possibilit di arrivare ad un accordo ad ottobre del
2004, nonostante il niet della
Francia, il paese che pi si oppone
alleliminazione delle proprie barriere doganali. I tecnici del
Mercosur stimano che, per ogni $
prodotto dagli agricoltori europei,
ci siano 52 centesimi di sussidi contro i 42 degli statunitensi e i 6 del
Brasile. Come si vede il protezionismo europeo maggiore di quello
degli USA.
Il Governo argentino, a nome di
tutto il Mercosur, ha ribadito che
non pretende solo facilitazioni per
vendere grano, ma anche farina, fa-

gioli e biscotti, chiedendo unapertura europea sulla importazione


di prodotti agro-industriali lavorati.
Telecomunicazioni ed energia sono
invece al centro di un durissimo
scontro tra Argentina ed UE a causa
della richiesta di Bruxelles di aumenti delle tariffe dei servizi che le
multinazionali francesi e spagnole
hanno rapinato nel paese durante
gli anni precedenti al tracollo di inizio millennio.
Ritardi e dispute potrebbero portare, anche in questo caso, ad un accordo di compromesso, light, che
per rappresenterebbe unoccasione mancata per lEuropa, un
grave danno nella competizione
con lALCA.
UE O USA?
TRA LINCUDINE E IL MARTELLO
LUE oggi nella storica posizione
di poter rappresentare un contrappeso allo strapotere degli USA in
A.L. facendo leva sullopposizione
che ovunque nella regione incontra
il progetto dellALCA, ma ci non significa che lintegrazione targata UE
rappresenti unalternativa reale, dal
punto di vista sociale ed economico,
per il popoli americani. In fondo
lALCA e il Mercosur si rassomigliano: entrambi includono misure
per liberalizzare gli investimenti stranieri ed entrambi proibiscono i "requisiti dimpegno" attraverso i quali
gli investitori stranieri si vedrebbero
obbligati ad appoggiare leconomia
ed i lavoratori del luogo. Tutti i governi locali puntano a sedurre gli investitori stranieri di qualunque
paese essi siano accelerando i processi di privatizzazione dei servizi
pubblici (sanit, istruzione, trasporti, sicurezza sociale, erogazione
dellacqua).
I paesi dellA.L. offrono indiscutibili
vantaggi alle imprese europee sia
perch consentono di utilizzare manodopera specializzata a basso costo
sia per la presenza di materie prime
e risorse energetiche, linfa vitale per
i processi di accumulazione del capitale europeo in competizione con
quello USA. Qualunque progetto di

69

Luglio - Agosto 2004

Internazionale

integrazione ai grandi poli imperialisti (ALCA o UE) implica necessariamente un inasprimento della
competitivit e, quindi, dello sfruttamento, tanto a livello del ritmi che
del salario. Per competere sul mercato mondiale bisogna comprimere
i costi e il principale di questi proprio il costo del lavoro.
Molte delle resistenze della borghesia brasiliana e argentina
allALCA sono dettate da mire egemoniche nel sub continente. Le soluzioni di questa borghesia nazionale e produttiva per liberarsi dal
dominio statunitense non hanno
nulla di progressista e sono ugualmente feroci nei confronti del proprio movimento operaio. E le mire
delle multinazionali europee non
sono diverse da quelle statunitensi,
come dimostrano le lotte degli indigeni messicani contro le inondazioni dei loro territori decisi nellambito del Piano Puebla-Panam
e attuate dalla multinazionale spagnola Union Fenosa, padrona della
societ DEORSA, che possiede il
monopolio del servizio di erogazione dellenergia elettrica nel nord
del Guatemala9. Anche in Costarica
le lotte contro il Trattato di Libero
Commercio con gli USA si scontrano sempre pi con le multinazionali iberiche, come la RITEVE,
incaricata dal governo di procedere
alla revisione tecnica delle automobili, provocando il fallimento di migliaia di piccole officine meccaniche. Per anni il capitalismo europeo
ha approfittato degli spazi di penetrazione imposti dal gigante nordamericano per ricavare proprie nicchie complementari. Ma oggi che le
mire egemoniche europee crescono e possono contare sul rafforzamento delle infrastrutture comuni, delle relazioni bilaterali e
della moneta unica, la penetrazione
economica europea in Sud America
diventa obiettivamente concorrente rispetto a quella USA. emblematico il caso gi citato della

70

Spagna, favorita negli ultimi anni in


quanto governata da un partito di
destra alleato degli Stati Uniti ma
oggi pronta, con il nuovo governo
socialista, a mettere a disposizione
del progetto europeo tutte le posizioni conquistate in A.L.. Che non
sono poche.
La strategia neoliberista del polo geopolitico europeo sta contribuendo a
de-industrializzare un numero significativo di paesi in A.L. e li ha resi pi
dipendenti da una gamma limitata di
prodotti agro-minerali. Il ritorno ad
una precedente divisione del lavoro
internazionale in alcuni paesi ha
creato unimmensa riserva di ex lavoratori industriali disoccupati, che
sopravvivono al margine delleconomia produttiva.
Negli ultimi due decenni la condizione degli abitanti dell'A.L. notevolmente peggiorata: dai 120 milioni di persone che vivevano al di
sotto della soglia di povert nel 1980
si passati nel 2001 a 214 milioni
(43% della popolazione), con 93
milioni di indigenti (il 18,6% della
popolazione)10. Il debito estero del
continente aumentato costantemente passando da 230 miliardi di
$ nel 1980 a 533 nel 1994 fino a 793
nel 1999 per poi toccare quota mille
nel 2000.
La disoccupazione nel continente e
nellarea caraibica interessava 17
milioni di persone nel 2002, con un
tasso del 9,4% sulla popolazione attiva nelle aree urbane (dati dellOrganizzazione internazionale del lavoro Oil)11. Le previsioni di crescita
per il PIL non superano il 2% e questo porter i disoccupati ad oltre 18
milioni, la cifra pi alta degli ultimi
30 anni. Dal 1990 al 2000 si avuto
un aumento annuale del salario medio pari all1,8 %; questo significa
che le paghe attuali, in termini reali,
sono equiparabili a quelle del 1980.
Il coinvolgimento dei popoli americani nella competizione tra USA e
UE non potr che aggravare questo
quadro gi terrificante. Ma per for-

tuna dei segnali di controtendenza


cominciano a diventare visibili.
Assistiamo infatti ad un approfondimento della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela, alla tenuta delle
guerriglia colombiana, alla vitalit
dellesperienza cubana, alla sconfitta e alla caduta di alcuni governi
da parte di movimenti popolari che
oggi si mobilitano a favore della difesa delle risorse energetiche e naturali contro le privatizzazioni e addirittura a favore delle nazionalizzazioni. Tutto ci lascia prevedere che
la partita, nei prossimi anni, sar a
tre, e non a due.

Note
1 Da ora in poi A.L.
2http://www.europarl.eu.int/gue/tree/news
/en/resol/020925-5it.htm

3 Zanchetta Aldo, Il puzzle neoliberista in

America Latina, Guerre&Pace, n 94,


novembre 2002
4 Galvani Maurizio, L'America latina non
si libera dalla soggezione. Crescono le proteste dei sindacati, Il Manifesto, 20/11/03
5 Perales Salvador Arturo, Globalizacin y
crisis del neoliberalismo en America Latina,
El Economista de Cuba, Ed. Online
6 Associated Press del 26/08/03 in
Santopadre Marco, Mercosur vs Alca: la rivolta del cortile di casa, Contropiano, n
3, 2003.
7 AAVV, LIMES, Panamerica Latina, n
4, 2003
8 Santopadre Marco, America Latina: tra
indipendenza e resistenza. Tavola rotonda
con James Petras e Ricardo Antunes,
Contropiano, n 2, 2004.
9 Il centroamerica nel mirino delle tre pi,in

www.resistenze.org/sito/os/mp/osmp4g25.
htm
10 Sader Emir, Un anno decisivo per la sinistra latino-americana, Le Monde
Diplomatique, febbraio 2003.
11 Vasapollo Luciano, America Latina:

anello debole e contraddizione; una strategia


nella competizione globale USA-UE,
Nuestra America, n 1, 2004.

Luglio - Agosto 2004

Internazionale

Ancora un mese fa
gli analisti politici occidentali
erano convinti che il colonnello
Gheddafi fosse sempre
il comandante assoluto
della Grande Jamahiryia

La Libia
e lOccidente:
Gheddafi
cambia linea

di Muftah Lahmidi

SULLA NUOVA POLITICA INTERNAZIONALE DEL GOVERNO DI


TRIPOLI PUBBLICHIAMO UN ARTICOLO DI MUFTAH LAHMIDI, ES-

Afrique Asie

PERTO
DI QUESTIONI AFRICANE. LARTICOLO DI LAHMIDI INTRODOTTO
DA SERGIO RICALDONE, CHE TRATTEGGIA UN BREVE QUADRO

giudicare da ci che scrive Richard A. Clarke nel suo recente


libro Contro tutti i nemici edito da Longanesi nel 2004, la
Libia ha continuato a restare iscritta, con un posto di riguardo, nella lista degli Stati canaglia, nemico mortale degli Stati Uniti, almeno fino al marzo 2003. Lautore uno
che se n intende. Ex coordinatore dei servizi antiterrorismo
USA ( stato liquidato da Bush, nel marzo del 2003), nella
lunga escursione di 350 pagine che compie dentro la guerra
americana al terrorismo da lui diretta, non c una sola parola che lasci supporre che qualche mese dopo George Bush
cominciasse invece a lisciare il pelo a Muhammar Gheddafi
contro il quale si erano spesi (anche con rappresaglie militari) ben quattro presidenti degli Stati Uniti.
Invece qualche cosa successo.
Dopo 12 anni di embargo e di isolamento politico internazionale sostenuti dalla Libia con grande dignit e senza mai
rinunciare al suo tradizionale atteggiamento di sfida antimperialista, la simultanea e improvvisa sistemazione, con
un compromesso al ribasso, delle tensioni e dei conflitti che
lhanno opposta in questi anni a Washington, Londra,
Parigi e Berlino, ha destato non poca sorpresa. Non tanto
per le sue finalit, pi che comprensibili in nome della realpolitik, quanto per le sue inconsuete modalit. Dopo essere
stato per decenni paladino dei diritti degli africani appare
ancor pi sorprendente che Gheddafi sottoscriva con
Berlusconi una collaborazione politica e militare, pressoch
gratuita, per bloccare il cammino della speranza di migliaia di disperati verso lItalia e lEuropa: curioso e paradossale perch, in questo caso, lItalia ad avere un debito
con la Libia, sempre aperto e mai saldato, relativo ai danni
di guerra e alloccupazione coloniale.
Ad essere sinceri, le spettacolari iniziative cui ci ha abituati
il colonnello libico in pi di trentanni non hanno mai mancato di sorprendere e le sue svolte sono spesso apparse indecodifiabili ai comuni mortali. Anzi, pi volte, la coerenza
dei suoi pur avanzati progetti politici e sociali apparsa viziata da improvvisi e poco comprensibili contraddizioni. E

tuttavia non si pu non riconoscere il ruolo propulsore svolto


dalla Libia sul piano internazionale da quando il 1 settembre 1969 il giovane colonnello Gheddafi rovescia con un
colpo di stato la monarchia di Re Idris, proclama la repubblica, sloggia le base americane dal paese, adotta una
linea di unit panaraba di ispirazione nasseriana e si
schiera su una linea di politica internazionale decisamente
antimperialista. Ma la vera svolta sociale e politica interna
viene compiuta nel 1976 con la pubblicazione del L i b ro
Verde. Un autentica bomba che sconvolge e rovescia le precedenti letture del Corano e ripropone lIslam quale fonte di
ispirazione di un profondo rinnovamento sociale e politico.
Lesatto contrario delluso fatto del Corano dei tirannici regimi del mondo arabo e dallintegralismo islamico, ma anche un esempio considerato contagioso, perci pericoloso,
dalle cancellerie occidentali.
Ricordo le vivaci discussioni avute a Tripoli, insieme al compianto compagno Guido Valabrega, con gli amici libici
dellIstituto del Libro Verde, per capire da parte nostra se
esistesse una possibile discendenza, ostinatamente negata
dai nostri interlocutori libici, del pensiero socialista libico
da quello un po pi antico, ma non meno avanzato espresso
dal pensiero marxista. Ridiscutendone separatamente
Guido ed io convenimmo, parafrasando Deng, che tutto sommato il colore del gatto poco importava, poteva essere
rosso/comunista o verde/islamico purch mirasse allo stesso
fine liberatorio. E su molti punti il Libro Verde non ha deluso le aspettative aprendo alla Libia una terza via, del
tutto inedita per il mondo arabo, che ha introdotto pesanti
limitazioni alla propriet terriera e immobiliare, la nazionalizzazione delle grandi imprese, laccesso dei salariati alla
c o m p ropriet delle aziende private, lalfabetizzazione di
massa, la promozione sociale delle donne (fino agli alti gradi
della gerarchia militare), ecc..
Altrettanto dirompenti le conseguenze sul piano internazionale, soprattutto in Africa. Non a caso Gheddafi lafricano
diventato uno dei leaders pi popolari e rispettati di tutto

71

Luglio - Agosto 2004

Internazionale

il continente nero. Sostenitore da sempre della causa del popolo palestinese, il suo incitamento a rompere le relazioni
con Israele stato lasse centrale della sua politica africana
nel periodo in cui lOLP aveva il vento in poppa a nord e
a sud del Sahara. Nel 1973 ben 23 Paesi africani erano stati
convinti a sospendere o a rompere le relazioni diplomatiche
con Tel Aviv.
Con altrettanta audacia il leader libico ha proclamato ed
attuato il pieno sostegno del suo paese ai movimenti di liberazione anticoloniali o presunti tali, compiendo anche clamorosi errori, come ad esempio la mini invasione del confinante Ciad ed il sostegno offerto al tiranno ugandese Idi
Amin Dada. Ci non toglie che lANC sudafricana, la Swapo
in Nabibia, lo Zapu in Zimbabwe ed altri movimenti africani debbano molto al sostegno politico e materiale generosamente offerto dal leader di Tripoli.
Costantemente alla ricerca di pretesti per liquidare uno dei
suoi nemici pi ingombranti, l'Occidente non ha esitato ad
accusate Gheddafi di ogni genere di misfatti e di connivenza
con tutti i terroristi del pianeta. La resa dei conti finale
stata tentata nel 1986 con il bombardamento di Tripoli. Il
bersaglio principale fu mancato, ma alcuni suoi famigliari
perirono sotto le macerie. Anche la successiva strage del DC
9 di Ustica viene considerata da molti analisti il maldestro
tentativo della NATO di abbattere un aereo libico con a bordo
Gheddafi. Gli stessi tentativi di sollevazione contro Gheddafi
compiuti nel 1996 a Tripoli dagli integralisti islamici legati
e Bin Laden, duramente repressi dal deciso intervento dei
soldati e dei Comitati rivoluzionari, sono da attribuirsi con
fondate ragioni agli imput, non solo virtuali arrivati dalla

Casa Bianca e dalla CIA.


Insomma, una storia infinita di aggressioni militari e tentativi di colpi di stato nella vana attesa di un Termidoro libico. Ma stato come aspettare Godot.
Come si conviene ad un noir di John Le Carr, non azzardato supporre che, fallite le maniere forti, i Servizi segreti
dei paesi pi coinvolti nello sfruttamento delle risorse africane (petrolio in primis), individuati i vizi, le debolezze e le
ambizioni personali di alcuni membri del establishment, abbiano scelto mezzi meno cruenti ma pi efficaci per ricondurre la Libia al rispetto delle regole imposte dai dominatori del pianeta. Il primo risultato di queste pressioni occulte
stata la svolta economica liberale annunciata dal governo
di Tripoli nel 2001.
Ora arriva improvvisa la nuova svolta che alcuni giudicano
una vera e propria resa allOccidente. Non dato di sapere
quale sia stata la vera merce di scambio richiesta a Tripoli
in cambio di una sua assoluzione per i delitti commessi da
suoi presunti agenti (accusa peraltro mai provata) che
avrebbero provocato le tragedie aeree di Lockerbie, del Niger
e quella della discoteca di Berlino. Difficile credere che le
sanguinose querelles siano state chiuse a suon di dollari
pronta cassa ai parenti delle vittime. Quello che certo dalle
notizie che trapelano non pare che questo modo di saldare
un debito, la cui esistenza sempre stata negata, abbia avuto
un alto indice di gradimento popolare in Libia.
L a u t o re dellarticolo che segue, pubblicato dalla rivista
Afrique Asie, luglio - agosto 2004, propone una testimonianza diretta interessante a partire dal titolo del servizio.
Sergio Ricaldone

Una svolta pericolosa


di Muftah LahmidI

Tripoli
Ancora un mese fa gli analisti politici occidentali erano convinti che il
colonnello Gheddafi fosse sempre il
comandante assoluto della Grande
Jamahiryia e che suo figlio, Seif alIslam, sarebbe potuto diventare suo
successore incontestato. Ma le molteplici reazioni e le prese di posizione di molti comitati rivoluzionari, strutture fondanti del sistema
libico, stanno dimostrando il contrario.
Regolato con un accordo franco-libico il difficile affare UTA (labbattimento dellaereo di linea carico di
cittadini francesi nel cielo del Niger,

72

n.d.r.), che per anni ha opposto


Tripoli alla Francia e alle famiglie
delle vittime, da allora non si sente
pi parlare del primogenito di
Gheddafi, Seif al-Islam, bench
fosse considerato, negli ultimi anni,
un personaggio centrale inaggirabile a livello di grandi decisioni politiche ed economiche, ovvero un
interlocutore obbligato per tutti coloro che volevano trattare con la
Libia.
Peggio ancora. Il tandem formatosi
tra Seif e il primo ministro libico ultra liberale Shucri Ghanem, sta perdendo rapidamente consenso. In
realt, dopo avere condotto nel-

lombra una battaglia senza esclusione di colpi per mettere le mani


sui settori chiave del potere, ossia il
ministero degli Interni e quello del
Petrolio, sul sistema bancario e la
Lafico (Libyan Arab Foreign Investement Corporation) braccio secolare della finanza libica, questo tandem non ha tardato a mostrare i
suoi veri scopi.
Una svolta strategica di segno liberale, seguita da una umiliante resa
alle ingiunzioni di Washington, era
stata decisa dopo il precipitare dellinvasione americana in Iraq, pi
precisamente dopo il compromesso
raggiunto con Londra sullaffare di

Luglio - Agosto 2004

Lockerbie, seguito dallammissione


da parte libica di un fantomatico
programma di armi nucleari in
realt mai esistito, se non sulla carta.
A seguito di questa inattesa svolta filoamericana i comitati rivoluzionari
(struttura storica che gestisce ai vari
livelli il potere popolare, n.d.r.),
colti in un primo tempo alla sprovvista hanno rapidamente iniziato ad
esibire gli artigli, mostrando nei
fatti che un voltafaccia di 180 gradi
nel paese del Libro Verde era una
cosa inconcepibile. La risposta
esplosa in modo molto chiaro: non
si gira impunemente la schiena a tre
decenni di indottrinamento rivoluzionario, quali che siano le convenienze e i colpi di teatro del capo
dello stato libico ogni volta che valica le frontiere del suo paese per
giustificare, una volta rientrato a
Tripoli, le sue capriole politiche. Le
recenti prese di posizioni mediatiche di rappresentanti delle differenti correnti, spina dorsale del regime, per replicare alle iniziative
del tandem Seif-Ghanem hanno
permesso agli analisti pi avvertiti,
che seguono l'evolversi palese ed occulto dellestablishment della
Jamahiryia, di comprendere che la
svolta, cosi come stata presentata
allinterno e venduta allestero,
non sar una tranquilla e salutare
passeggiata.
Bruciando troppo rapidamente le
tappe in difesa dei suoi tanti privilegi, il clan di Seif al-Islam si visto
contrastare da forze interne tuttora
convinte che il sistema libico dal
funzionamento interno molto particolare appartenga loro allo stesso titolo che a Muhammar Gheddafi. Il messaggio giunto da questi
potenti gruppi di pressione stato
forte e chiaro: se finora abbiamo ubbidito agli ordini del grande leader,
non abbiamo nessuna intenzione di
sottometterci a quelli del suo signor figlio. Ci significa che larticolata gerarchia di potere non ha
nessuna intenzione di cedere sui
diritti acquisiti n tanto meno di
rinunciare agli spazi di agibilit politica per i quali si assunta grossi

Internazionale

rischi e lottato per oltre trentanni.


Dopo di che i vari clans si sono dichiarati pronti a contrastare fino in
fondo questa svolta che minaccia
le loro posizioni politiche e i loro interessi finanziari. C stato un momento in cui il colonnello Gheddafi
riuscito a far ingoiare la pillola e
a convincere certe figure di punta
del regime che la salvaguardia di
questultimo specie dopo la dissoluzione di quello di Saddam Hussein in Iraq imponeva concessioni
dolorose: riconoscere cio, vere o
false che fossero, le responsabilit
ufficiali della Jamahiryia nei vari attentati e la sua formale rinuncia alle
armi di distruzioni di massa. E per
essere sinceri, questa correzione di
rotta, presentata come necessaria
per reintegrare la Libia nella comunit internazionale, non ha incontrato allinizio troppa resistenza. Ma i fatti successivi hanno mostrato invece che la svolta di
Tripoli recava i segni di una pericolosa scivolata filoimperialista: davanti al Congresso del Popolo
(Parlamento) Gheddafi ha criticato
violentemente i comitati rivoluzionari gratificandoli con una sequela
di insulti, poi il clan del figlio Seif
ha emarginato dai posti di comando
personalit vicine ai centri di potere, come il cugino Ahmed Kaddafeddam (gi responsabile del dossier francese), il genero Abdullah
Senussi (capo di uno dei servizi di
informazione accusato dei due attentati di Lockerbie e dell'UTA),
Abdullah al-Badri, del ministero del
petrolio insieme ad uno dei suoi
luogotenenti, Hammuda a-Aswad,
direttore della National Oil Company ( NOC).
Ma la goccia che ha fatto traboccare
il vaso stata linsistenza del figlio
di supervisionare la delegazione libica incaricata di negoziare con gli
inglesi, gli americani ed i francesi, e
i suoi cedimenti alle pretese della
controparte su argomenti molto delicati, come quello del riavvicinamento a Israele, al quale stato promesso di risarcire gli ebrei di origine
libica che avevano lasciato il paese
volontariamente. Questa iniziativa

stata considerata inaccettabile


dalla maggioranza dei clans ostili
alla svolta, da sempre schierati con
il popolo palestinese.
Le dichiarazioni che alcuni loro
rappresentanti hanno rilasciato a
giornali stranieri hanno incoraggiato i comitati rivoluzionari ad intensificare la campagna contro il figlio Seif e il primo ministro Shucri
Ghanem. In qualche mese questo
tandem riuscito con la sua arroganza a ricompattare il fronte dei
contestatori ricreando lunit di
tutti i clans contrari alla svolta. La
prima avvisaglia a rrivata da
Abderrahmane al Hodeiri redattore in capo del quotidiano Al Zahf
al Akhdar, portavoce dei comitati rivoluzionari. Questultimo ha esplicitamente richiamato la Guida
della Rivoluzione ( questo lappellativo usato abitualmente per
Gheddafi, n.d.r) ad abbandonare
questo titolo altisonante e a definirsi pi semplicemente Presidente della Repubblica. Questa
provocazione ha indotto Gheddafi a sospendere la pubblicazione.
Decisione che, viste le reazioni,
stata revocata qualche giorno dopo.
Secondo messaggio dello stesso tenore stata la risposta diretta del ministro della giustizia Mohamed alMistrati (vicino allanziano ministro
dellinterno che Seif aveva estromesso dal suo posto un mese prima)
che ha preso come spunto la vicenda del sangue contaminato
nella quale erano implicati medici
e infermieri bulgari operanti in
Libia. I giudici libici hanno ignorato
i consigli del delfino, che avrebbe
voluto chiudere laffare con un non
luogo a procedere per consolidare
la propria immagine in Occidente,
ed hanno invece emesso un verdetto di condanna dei responsabili
alla pena capitale.
Un evidente eccesso di zelo giudiziario mirante a screditare agli occhi del mondo il futuro successore
del padre Muhammar Gheddafi e a
stabilire chi comanda chi.
Nel quadro di questa diffusa fronda

73

Internazionale

anti Seif e dei regolamenti di conti


in atto per ostacolare la svolta filo
imperialista bene menzionare il
violento attacco contro gli Stati
Uniti apparso in un editoriale dello
stesso quotidiano Al-Zahf al-Akdar e
firmato dal presidente del Parlamento Ahmed Ibrahim (cugino di
Gheddafi e uno dei suoi uomini di
fiducia). Secondo lui gli Stati Uniti
non trattano che con due specie di
regimi: quelli controllati da agenti
corrotti e governi screditati, disposti ad ogni concessione, o quelli di
regimi a forte consenso interno in
grado di tenere loro testa. Questa
esplicita allusione non sfuggita al
capo dello stato che, a quanto sembra, ha ricevuto parecchi altri messaggi di questo tenore dallala pi
dura ed intransigente del regime.
Le conseguenze di questo braccio di

74

ferro sono andate aldil del previsto. Qualche giorno pi tardi decine
di migliaia di libici hanno manifestato per le strade di Tripoli a sostegno della resistenza irachena nella
citt di Falluja. Essi hanno bruciato
bandiere americane e israeliane e
scandito slogan ostili alla resa e
allindirizzo di Seif e di Shucri Ghanem. Particolarmente significativa
la partecipazione a questa manifestazione che ha occupato per ore
la piazza Verde di Tripoli del colonnello Al-Mutassem, genero di
Gheddafi, e di Khaled Lahmidi (fidanzato della figlia di Gheddafi,
Aisha, e uno dei dirigenti dei comitati rivoluzionari). Da segnalare infine che questa manifestazione
stata inquadrata dai servizi dordine
dei comitati rivoluzionari.
Parallelamente, alcuni responsabili

Luglio - Agosto 2004

libici di alto livello non hanno esitato a spiegare agli interlocutori europei che nessuno, in Libia, potrebbe garantire qualsiasi svolta
senza laccordo di tutte le componenti del sistema.
A questo proposito si appreso, a titolo di esempio, che durante lincontro allEliseo del presidente
francese Jacques Chirac con il ministro libico degli affari esteri
Chalgam, questultimo ha sorpreso
il suo ospite affermando che la
Grande Jamahiriya un sistema solido e ben strutturato e che pertanto
suggeriva ai nostri amici francesi di
smetterla di contare sui figli o i cugini. Una allusione esplicita ai diplomatici e ai titolari delle grandi
multinazionali francesi che danno
gi per scontata la successione al potere di Seif al Islam.

Luglio - Agosto 2004

I Comunisti e lEuropa/Dibattito

Il nuovo accordo ha aperto


il mercato ceco a una
competizione ineguale e
ha lasciato la Repubblica Ceca
priva dei necessari strumenti
di protezione della propria
industria e agricoltura.

Unione Europea:
perch abbiamo
detto NO

di Hassan Charfo

CON

Hassan Char fo Capo del Dipart imento per le Relazioni estere del C.C.
del Partito Comunista di Boemia e
Moravia.
Con questo articolo H. Charfo inizia la
sua collaborazione a lernesto
lla fine del 1991 era stato firmato un
Accordo di associazione da parte
della Repubblica Federale Cecoslovacca (CSFR) con la Comunit
Europea (CE). Dopo la divisione
della CSFR avvenuta nel 1992, che
ha interrotto la ratificazione dellaccordo, questo non divenuto
generalmente valido, sebbene la sua
parte commerciale, che dava vantaggi unilaterali alla Comunit
Europea, sia divenuta effettiva nel
marzo 1992 poich le strutture della
Comunit Europea avevano poteri
indipendenti nellambito della politica commerciale con lestero. Un
nuovo accordo di associazione da
parte della Repubblica Ceca (RC)
con la Comunit Europea stato siglato nellottobre 1993 ed divenuto effettivo con il 1 febbraio 1995.
Il nuovo accordo ha aperto il mercato ceco a una competizione ineguale e ha ha lasciato la Repubblica
Ceca priva dei necessari strumenti
di protezione della propria industria e agricoltura. Questo accaduto al tempo in cui, a causa della
dissoluzione del Comecon, la

IL MOVIMENTO OPERAIO CECO-MORAVO


E CONTRO LE POLITICHE DI MASTRICHT

Repubblica Ceca aveva perso i suoi


mercati nei precedenti paesi socialisti e pure, come risultato della
poco illuminata politica dei governi
di destra, i propri tradizionali partner fra i paesi in via di sviluppo.
La politica di privatizzazioni e di restituzione ai precedenti proprietari
delle propriet passate allo stato ha
condotto allo spezzettamento delle
grandi imprese industriali ed agricole. Inevitabilmente esse sono
state sostituite in molti casi da unit
produttive non redditizie. La politica di privatizzazione si anche basata sul credito. Gli alti tassi dinteresse non hanno permesso a chi accedeva al prestito agevolazioni nelle
restituizioni e gradualit. Tutto ci
ha condotto al collasso della nostra
tradizionale grande impresa, cosa
che ha ben presto portato ad una
crescita della disoccupazione, che
oggi all11 % e in alcune regioni
raggiunge il 20%. Il culto cieco del
meccanismo del mercato, che i governi di destra hanno adorato, ha
solo reso leconomia ceca pi arretrata e deformata.
Unirsi allUnione Europea (UE)
nel momento in cui noi siamo cos
deboli pu significare solo deformare ulteriormente la nostra economia, distruggere quello che rimasto dellindustria ceca, trasformare i nostri impianti manifattu-

rieri in impianti di assemblaggio e


incrementare disoccupazione, povert e arretratezza. I nuovi membri
dellUE non saranno inoltre in
grado di beneficiare dei fondi per
lagricoltura e per la ristrutturazione nello stesso modo dei membri di vecchia data.
La continuazione delle privatizzazioni con lacquisizione di societ
da parte di corporazioni transnazionali (TNC) avr come risultato
che lo stato perder qualsiasi tipo di
controllo sui prezzi. Gi oggi stiamo
osservando un aumento dei prezzi
di molti servizi e prodotti. Questi
sono aumentati e ancora aumentano anche come risultato delle
quote imposte da Bruxelles e dell
aumento delle importazioni da
paesi esterni allUE. La privatizzazione delle banche, con la loro vendita alle corporazioni transnazionali, significher che lo stato perder il controllo sulla creazione
della moneta in forma di credito.
Come ha mostrato il caso della
banca IPB, lo stato pu perdere la
propria stabilit monetaria, con
tutti i pericoli che questo comporta.
Con la crescita della disoccupazione, i redditi della popolazione
non potranno tenere il passo con i
prezzi crescenti. La povert e lo
scontento si approfondiranno.
La posizione espressa dal 5 Con-

75

I Comunisti e lEuropa/Dibattito

gresso del dicembre 1999 del


Partito Comunista di Boemia e
Moravia era che il partito non doveva rifiutare lintegrazione europea in quanto tale, ma che rifiutava
la presente forma burocratica e antidemocratica dellUE. Tale forma
dellUE si poi aggravata dal dicembre 1999. Anche il Presidente
Vaclav Klaus (primo ministro della
Repubblica Ceca al tempo della formale applicazione nella membership allUE) ha ora pubblicamente
ammesso lineguaglianza dellaccordo di associazione alla UE e la
sua stessa responsabilit in merito;
invece di porre la nostra economia
a pari condizioni con quella
dellUE, laccordo ha contribuito a
rendere la Repubblica Ceca economicamente e socialmente arretrata.
Al vertice di Nizza, tenutosi dal 6 al
10 dicembre 2000, il sistema di voto
poi stato cambiato. Grandi stati
hanno guadagnato pi ampi poteri
di voto nel decisivo Consiglio dei
Ministri. Come risultato di questo
cambiamento, la Germania e alcuni
dei maggiori paesi (Regno Unito,
Francia e Italia) possono bloccare
qualsiasi decisione del Consiglio.
Con tale sistema di voto la
Repubblica Ceca non potr affatto
influenzare o cambiare nulla. La
nuova Costituzione dellUE conferma unicamente tale tendenza.
La soluzione non pu essere quindi
quella di entrare precipitosamente
nella comunit dellUE come desidera il governo socialdemocratico,
ma nel guadagnare tempo, in modo
che i danni dovuti a questi accordi
possano essere rettificati e che gli accordi possano essere rinegoziati, in
modo da riflettere gli interessi della
Repubblica Ceca. L a s s o c i a z i o n e
allUE nei termini che tutti riconoscono cattivi sarebbe non solo illogica, ma significherebbe pure la trasformazione della Repubblica Ceca
in un paese in via di sviluppo. Se
avessimo acconsentito allingresso
nellUE nel 2004 sarebbe stato un
grande rischio e azzardo politico,
che avrebbe potuto intaccare negativamente il prestigio del nostro par-

76

tito. I termini dellingresso nella UE


firmati a Copenhagen dalla coalizione governativa non garantiscono
che la Repubblica Ceca si svilupper
in linea con gli altri membri UE.
Se non avessimo aderito alla UE nel
2004, il fattore tempo sarebbe stato
dalla nostra parte, dal momento che
non avremmo avuto in questo momento di debolezza economica da
ottemperare alle restrizioni (quote)
agricole, nellindustria e nel commercio estero fissate dallUE.
Avremmo inoltre mantenuto un minimo di capacit di proteggere un
po il nostro mercato interno.
Latteso supporto finanziario UE
non potr compensare le perdite
economiche e sociali che sono
emerse come risultato della competizione aperta e dallosserv a n z a
delle quote di restrizione. Al tempo
stesso, si potrebbe ben sostenere
che se non avessimo acquistato i caccia e se non ci fossimo lasciati coinvolgere nelle avventure militari
USA, questo avrebbe avuto un impatto economico e sociale sicuramente maggiore e migliore per noi
del supporto finanziario condizionato della UE.
Guadagnare tempo per rimuovere
le conseguenze di ci che laccordo
di associazione ha comportato, e rivedere tutti gli accordi con la UE in
modo che essi riflettessero anche gli
interessi della Repubblica Ceca,
erano precondizioni irrinunciabili.
Entrare nellUE in questi cattivi termini illogico: significa la definitiva
trasformazione della Repubblica
Ceca in un paese in via di sviluppo.
Non rifiutare le pressioni ad accodarci per entrare nellaUE nel 2004
in questi termini avrebbe comportato da parte nostra un irresponsabile rischio politico, che avrebbe
alienato al partito la fiducia degli
elettori. Nessuno ha saputo mostrare come la situazione economica e sociale della Repubblica
Ceca progredir dopo lentrata
nella UE; allopposto, landamento
in questo breve periodo ha gi mostrato che gli standard di vita della
grande maggioranza della nazione

Luglio - Agosto 2004

stanno arretrando. Il risultato del


referendum sullentrata della
Cechia nella UE una responsabilit politica di quei partiti che
hanno votato in favore di questa accelerata adesione alla UE. Il fatto
che il Partito Comunista di Boemia
e Moravia (CPBM) abbia raccomandato al popolo di votare contro
lingresso nella UE, significa che
esso non ha commesso questo imperdonabile errore. A differenza
delle responsabilit di un gruppo limitato, un partito politico deve fare
i conti con limpatto politico delle
proprie decisioni. Il Partito
Comunista di Boemia e Moravia
(CPBM) stato prudente e ha fatto
i conti con le conseguenze politiche
della propria decisione.
Sarei favorevole allingresso nella
UE se questo offrisse alla Repubblica Ceca eguali opportunit. Non
ritengo che lentrare a far parte
della Comunit nel 2004, alle attuali
condizioni, possa garantire tale
uguaglianza.
Il fattore tempo importante.
Ritengo che rimandare lingresso
dai 6 agli 8 anni o pi, sino a quando
vi fosse un governo capace di assicurare che la Repubblica Ceca potesse entrare nella UE in qualit di
partner forte, fosse un importante
prerequisito per lavvento di una
UE composta da membri sul piede
di parit.
Se assumiamo queste condizioni
nelle previsioni del futuro, lassenza
di uno status di eguaglianza diverr
un terreno di cultura per le forze
della destra nazionalista sul tipo di
quella di Haider in Austria, poich
gli interessi sia degli imprenditori
sia della gente che lavora in una situazione di debolezza verranno avvertiti sotto il peso di una grande
minaccia. Essi avvertiranno sulla
propria pelle di essere sfruttati dagli stati pi forti. Gli appelli da parte
dellAustria e di influenti circoli tedeschi affinch vengano aboliti i
Decreti Benes persino dopo lingresso nella UE sono il risultato della corsa spasmodica dei socialde-

Luglio - Agosto 2004

mocratici cechi allingresso nella


UE, e levidenza di tale corsa ha
messo lUE nella condizione di poter ricattare la Repubblica Ceca.
Se noi non abbiamo acconsentito
nel 2004 allingresso nellUE, ci
non significa che preferiamo rimanere isolati, ma piuttosto che avremmo preferito continuare la nostra
cooperazione economica con lUE
e anche con altri stati e al tempo stesso prepararci a unintegrazione europea basata su rapporti di uguaglianza e di reciproci benefici.
Anche il Presidente Vclav Klaus ha
affermato, al ritorno della nostra delegazione governativa da Copenhagen, dove stato firmato laccordo
di adesione, che linsieme della nostra strategia dadesione allUE
stato un errore, a partire dalla fretta
su cui si incentrata la priorit deldel nostro ingresso nellUE. Una simile strategia non avrebbe mai potuto garantire un equo negoziato
per laccesso della Cechia allUE.
La Comunit Europea offrir alle
compagnie transnazionali le pi
grandi opportunit di spostare
come vogliono i propri capitali. Gi
possiamo osservare come le compagnie transnazionali trattano i lavoratori in Francia, Germania, Spagna
e altrove quando chiedono migliori
salari: Se voi volete scioperare, noi
chiudiamo i nostri impianti qui e li
riapriamo in qualche altro posto.
Nei paesi avanzati sono state create
grandi opportunit in favore dellintensificazione dello sfruttamento e dei ricatti sui lavoratori. I
lavoratori dellovest al tempo del
mondo bipolare avevano migliori
standard di vita e diritti sindacali
grazie alla buona qualit e alla
buona organizzazione del movimento sindacale, e pure grazie allesistenza della comunit dei paesi
socialisti, non certo grazie allUE.
In altre parole, molto dipende dal
come e dal che cosa prospettano i

I Comunisti e lEuropa/Dibattito

termini delladesione allUE. Parit


di opportunit possono garantire
alla Sinistra di articolare con maggior forza le sue posizioni. Entrare
alle condizioni attuali significa invece confinare la Sinistra in una
sorta di limbo. Le conseguenze dellapproccio seguito dal Partito Comunista della Slovacchia, che ha votato per entrare a far parte dell UE,
ne sono un chiaro esempio.
In questo contesto la questione su
quali possano essere oggi per la
Sinistra le possibilit di cambiare la
natura dellUE dallinterno a vantaggio dei lavoratori. La risposta
chiara. Lidea che la natura dellUE
possa essere cambiata dallinterno a
vantaggio dei lavoratori, dati gli attuali rapporti di forza politici, rappresenta unillusione irrealizzabile.
A prova di ci, cito i dati seguenti.
Vi sono 732 membri nel Parlamento
europeo, ma il numero di eletti che
fanno parte della Sinistra Unita
Europea/Sinistra Verde del Nord
(GUE/NGL) solo di 41. Il numero
di parlamentari europ ei della
Repubblica Ceca di 24 membri.
Alle elezioni europee il Partito
Comunista di Boemia e Moravia ha
guadagnato il 25% dei seggi della
Repubblica Ceca. Bench il Partito
Comunista di Boemia e Moravia abbia portato 6 membri al gruppo
GUE/NGL, linsieme dei gruppi di
destra e del gruppo socialdemocratico favorevoli allingresso nella
UE nel Parlamento europeo contano su 18 membri. In altre parole,
u nillusione credere che la
Sinistra possa essere pi forte e pi
influente quale risultato del nostro
ingresso nellUE, come sembrano
voler credere alcuni compagni del
PDS tedesco, del Partito Comunista
francese, della Sinistra Unita spagnola ed altri. Inoltre, il bilancio del
contributo delle forze politiche
nellUE da parte dei nuovi paesi
aderenti, tranne lapporto di Cipro,
non in assoluto ma quasi esclusivamente a favore delle forze di de-

stra e affiliati. Nessun partito comunista di questi paesi rappresentato nel Parlamento europeo.
Per quanto riguarda il futuro, molto
dipender dalla capacit di assicurare una parit di opportunit. I vecchi membri dellUE stanno considerando lintroduzione di cambiamenti amministrativi per prevenire
un flusso di lavoratori dai nuovi stati
aderenti. Queste misure troveranno
comprensione e appoggio non solo
in molte componenti dei vecchi
paesi dellUE ma pure nei loro sindacati, che vorranno naturalmente
difendere gli interessi dei loro lavoratori. Una simile situazione potrebbe diventare esplosiva qualora
il periodo di preparazione dei membri dellUE non venisse utilizzatato
per assicurare che il livello economico e sociale dei nuovi membri
venga portato al livello di quello dei
vecchi membri.
Unulteriore illusione quella di
credere che lUE possa rappresentare un controbilanciamento allegemonia USA se la NATO rimane
sotto il controllo americano e gli
stati dellUE rimangono membri
della NATO. In tale contesto necessario notare il radicalizzarsi del
processo di militarizzazione dell
UE. La Forza di rapido intervento
europea stata creata per intervenire qualora la NATO, per qualche
ragione tattica o politica non possa
intervenire direttamente. Solana ha
sempre dichiarato con enfasi la
compatibilit politica e funzionale
di questa unit con la NATO.
Lindipendenza europea dalla politica egemonica USA pu essere assicurata unicamente se tale alleanza
militare aggressiva verr abolita
come relitto del mondo bipolare, o
se i membri dellUE si ritireranno
dalle sue strutture militari. Questo
un prerequisito basilare per lindipendenza e la sicurezza dellEuropa, e anche un requisito di fondo
per assicurare la pace nel mondo.

77

Luglio - Agosto 2004

Internazionale

Speranze e delusioni
dellesperienza sandinista

19 luglio 1979:
Nuevo Nicaragua

di Alessandra Riccio

Condirettrice, con Gianni Min, di Latinoamerica

usan Meiselas ci vinse giustamente


un Premio Pulitzer e il mondo si
innamor di quel racconto fotografico, bello e tremendo, di un piccolo
paese di laghi e di vulcani che riusc
ad abbattere la pi lunga tirannia
del Centroamerica con una guerra
di popolo impetuosa e giustiziera. Il
bene trionfava sul male, la bellezza
e la giovent prevalevano sulla conservazione e sul conformismo, i poveri sui ricchi, i deboli sui forti, la
giustizia sulla prepotenza del potere. Insomma nel piccolo e sottomesso Nicaragua era in atto una rivoluzione. Non lennesima rivoluzione di quei popoli calientes ma una
nuova concezione del potere, un
esperimento di governo a conduzione collegiale, di economia mista,
di rispetto dei diritti umani che tutti
intendevano bene quando si parlava di Nuevo Nicaragua. Avveniva
il 19 luglio del 1979, dopo lunghi
decenni di repressioni e massacri,
torture e stragi perpetrati dalla
Guardia Nacional, il corpo speciale
alle dirette dipendenze del
Presidente di una pseudo Repubblica, istruito e armato dagli Stati
Uniti, di cui la famiglia dittatoriale
dei Somoza (come del resto quasi
tutti i Presidenti che li avevano preceduti) era la pi fedele e obbediente alleata. E ne aveva un notevole tornaconto vista la mole delle
attivit economiche a cui si dedicava

78

QUINDICI ANI DALLA RIVOLUZIONE

la famiglia e il dato davvero sconvolgente che Somoza, la sua famiglia e i suoi alleati possedevano il
50% dei terreni coltivabili di tutto il
paese.
La sollevazione popolare che condusse alla fuga di Tachito Somoza e
alla liberazione del paese, la leggendaria ofensiva final che vide ribellarsi una ad una tutte le citt del
Nicaragua fino alla ca pitale,
Managua, ancora mortalmente ferita dal terremoto del 1972, era il
frutto della lunga, dura resistenza di
una lite che non aveva dimenticato
lesempio di Augusto Csar Sandino, il generale degli uomini liberi,
che aveva combattuto allo stesso
tempo il tradimento alla nazione di
alcuni presidenti fantoccio e le prepotenti mire degli Stati Uniti che
nel territorio nicaraguense vedevano la possibilit di costruire un canale tutto loro. Per sette anni
Sandino tenne in scacco i marines
yankee fin quando cadde nella trappole che gli tese il primo Somoza
che lo aveva venduto a caro prezzo
a Washington, ma il suo esempio era
stato raccolto da Carlos Amador
Fonseca e dal piccolo gruppo che
costitu il nucleo fondatore del
Frente Sandinista de Liberacin
Nacional (Fsln) nel 1961. Insieme
ai sandinisti si opponevano alla dittatura studenti, intellettuali, qualche esponente della classe media

come il giornalista Pedro Joaqun


Chamorro e molti cristiani della
chiesa povera, convinti assertori
della teologia della liberazione. Ma
la storia degli anni infausti del
Somozismo una storia intollerabile di crudelt e di massacri, di
sfruttamento e di abbandono degli
abitanti di un territorio generoso,
ridotti a vivere nellanalfabetismo
(il 75%), nella miseria e nellinsalubrit. Lesasperazione conduceva
a gesti solitari ed estremi come
quello del poeta Rigoberto Lpez
che nel 1956 ammazz il Presidente
Anastasio Somoza, da venti anni al
potere, e fu immediatamente crivellato di colpi e per questo non
pot vedere beffato il suo gesto dalla
successione al potere di Luis
Somoza prima e di suo fratello
Tachito poco dopo. Lidea del magnicidio come unico modo per liberarsi del tiranno era gi maturata
in un gruppo di giovani oppositori
fra i quali il poeta Ernesto Cardenal
che and a confidare al suo confessore, un gesuita basco, lo scrupolo
morale di fronte alla probabilit di
farsi complice di un assassinio e ne
ricevette licenza con la evidente ragione che contro dittatori come
Franco e Somoza non c molto da
scegliere. Quella cospirazione fall,
ma crebbe la partecipazione clandestina ad una rete di ribellione che
trov la sua pi importante e popo-

Luglio - Agosto 2004

lare organizzazione nel Frente


Sandinista le cui azioni divennero
leggendarie soprattutto negli anni
70, dopo il terremoto che distrusse
Managua e arricch maggiormente
i Somoza, e dopo lo spettacolare sequestro di dodici diplomatici in casa
di Chema Castillo, esponente del
governo, durante le feste di Natale
del 74. La liquidazione dellodiato
generale torturatore Prez Vega, caduto in una trappola tesagli dalla
bella avvocatessa Nora Astorga, militante sandinista, e la spettacolare
operazione condotta nellagosto
del 78 che port alloccupazione
del Palazzo Nazionale e al sequestro
di 76 membri del Congresso, contribuiscono a orientare un consenso popolare verso lorganizzazione armata sandinista anche se
dal 1977 il Gruppo dei Dodici, integrato da imprenditori, intellettuali, uomini di chiesa e militanti
sandinisti, si assunto il compito di
condurre unopposizione unificata
per conseguire la sconfitta di
Somoza. Lassassinio del popolare
direttore del giornale La Prensa, il liberale Pedro Joaqun Chamorro,
convince anche i settori pi restii ad
abbandonare il dittatore mentre
lindignazione popolare dilaga e
prepara le condizioni per loffensiva finale condotta militarmente
dal Fsln, la cui leadership non sembra discutibile. Leuforia della vittoria non fa dimenticare il prezzo di
sangue pagato da ogni e ciascuna famiglia nicaraguense, n la durezza
dello scontro e la crudelt della
guerra; e proprio in onore a pi generazioni di giovani che hanno dato
la vita per la dignit del loro paese,
la direzione collegiale al governo si
impegna e mantiene grandi promesse: alfabetizzazione, ridistribuzione delle terre, campagne di salute pubblica, abolizione della pena
di morte, adesione allappello delle
Nazioni Unite per la tutela dei
Diritti Umani, integrazione del
grande territorio della costa atlantica di lingua inglese e abitato da minoranze misquitos, sumo e rama, tradizionalmente nelle mani della
chiesa moldava e degli sfruttatori

Internazionale

delle miniere dargento e del legname pregiato. Non pu, per,


mantenere la promessa pi importante, quella della pace che avrebbe
dovuto far seguito ai duri anni di
guerra, sangue e sofferenze. I potenti Stati Uniti che avevano definito un brigante Augusto Csar
Sandino, ed erano stati strettamente al fianco dei Somoza perfino
quando erano ormai del tutto indifendibili, secondo una dottrina sostenuta da Roland Reagan in base
alla quale se gli USA non avessero
fatto prevalere la loro volont in
Nicaragua non avrebbero potuto
imporsi in nessuna altra parte del
mondo. Si tratta di una variante
della nefasta dottrina della sicurezza nazionale che tanti danni ha
prodotto nel resto dAmerica, e secondo la quale bisogna impedire
con ogni mezzo che sia messa in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti
che per questa ragione si sono arrogati il diritto (e lo stiamo vedendo
anche in scenari assai lontani
dallAmerica) di intervenire contro
chiunque a loro giudizio insindacabile- costituisca un pericolo per la
nazione. Il piccolo Nicaragua fu
cos trasformato in una minaccia
per la grande potenza e una lunga
ed estenuante guerra viene mantenuta alle frontiere. L H o n d u r a s
viene trasformata in base della contra, i mercenari pagati per sabotare
la raccolta del caff, per seminare
terrore e morte e che Reagan chiamava sfacciatamente combattenti
per la libert, i porti del Pacifico
vengono minati e non si esita nemmeno di fronte ad una sensazionale
violazione della legge nel losco affare Iran-Contra in cui brilla il giovane ufficiale Oliver North. Il governo sandinista si vede costretto ad
ordinare il servizio militare obbligatorio; ancora una volta, i giovani
che avevano sperato in un tempo di
pace, vanno a morire con la divisa
dellesercito popolare o con la felpa
dellalfabetizzatore o con la tuta dei
volontari raccoglitori di caff.
Ancora una volta le madri devono
piangere sui corpi straziati dei loro
figli. Ma sono morti che non com-

muovono i potenti del mondo.


Perfino il papa Giovanni Paolo II
nella sua prima, atroce visita al
Nicaragua sandinista, alle madri e
alle sorelle di un gruppo di giovani
sequestrati alla frontiera che gli
chiedevano di intercedere per salvar loro la vita, ha il cinismo di dire,
pregher per loro, meritando la
giusta risposta di quelle donne: lo
abbiamo gi fatto noi, Santit.
Perch in Nicaragua era successo
qualcosa di insolito, di diverso da
quanto era accaduto in tutte le rivoluzioni del Terzo Mondo: era
stata una sollevazione contro il sistema capitalista, ma con i simboli e
il potenziale religioso di un popolo
fortemente cristiano. Fu una rivoluzione ecumenica secondo il
poeta/ministro padre Ernesto
Cardenal non solo perch riun le
diverse chiese cristiane, ma perch
riusc ad unire cristiani ed atei in
unalleanza che, secondo il laico
Fidel Castro, non era pi solo strategica, ma costituiva ununit attiva
e permanente. Mossi dalla loro
fede, come mai in nessuna epoca
della storia, i cristiani del Nicaragua
hanno fatto parte di una rivoluzione
popolare, assumendo anche grandi
e delicate responsabilit di governo
e sfidando, loro malgrado, lintolleranza della chiesa ufficiale. Toms
Borge, Ministro degli Interni, lunico sopravvissuto fra i fondatori del
Fsln ed egli stesso cristiano e marxista ha fatto notare che il Nicaragua stato lunico paese al mondo
in cui stata la Chiesa a perseguitare la rivoluzione. Laffermazione
che il Nicaragua stato lunico
paese in cui la Teologia della Liberazione stata al potere sembrerebbe
esagerata se non sapessimo che il
Presidente Reagan, nel programmatico documento di Santa Fe ha
ordinato la persecuzione della Teologia della Liberazione che, sullo
scenario latinoamericano, rischiava
di creare gravi problemi alla sua politica egemonica.
Ma quei giovani comandanti arrivati al potere con tutto lo slancio e
la vitalit che dava loro il totale ed
entusiasta appoggio popolare, che

79

Internazionale

hanno dato esempio di pluralismo


e di flessibilit, che hanno privilegiato la via diplomatica alla prova di
forza, che hanno accettato la scelta
elettorale che veniva loro richiesta
dalle democrazie occidentali fino
alla decisione, poi rivelatasi suicida,
di anticipare all89 la nuova convocazione elettorale, nel corso degli
anni hanno commesso molti errori
che, con dolore, il nostro Giulio
Girardi sintetizza come peccati di
verticismo, abbandono del difficile
ma irrinunciabile esercizio del potere popolare in favore di un potere
imposto con arroganza e, come ovvia conseguenza, un sempre maggiore ed offensivo divario delle condizioni di vita fra il popolo e i dirigenti. La sconfitta elettorale dell89,
davvero inattesa, dette modo al
Presidente Daniel Ortega di pronunciare un discorso nobile e dignitoso di un vinto che riconosce cavallerescamente la sconfitta e rende
onore al vincitore preannunciando
una opposizione dura e corretta. Gli
anni a seguire e sono ormai quindici anni raccontano di un Nicaragua deluso, ancor pi impoverito,
violento e sfruttato; e di una classe
dirigente sempre pi ricca di cui,
purtroppo, adesso fanno parte anche molti di quei comandanti guerriglieri che avevano offerto la vita,
sopportato carceri e torture per la
libert e la dignit del loro paese.
La deludente realt post rivoluzionaria del Nicaragua ha lasciato
nello sconcerto i tanti che su quella
rivoluzione e per quella rivoluzione
avevano impegnato grandi energie
intellettuali, politiche e fisiche e ha
lasciato aperti molti interrogativi, il
pi inquietantee drammatico dei
quali se sia valsa la pena di pagare
un prezzo cos elevato di sofferenze
e di morte, se sia stato giusto rispondere alla violenza con la violenza. Sono interrogativi drammatici che hanno prostrato unintera
societ e sui quali alcuni dei maggiori responsabile dellesperienza
sandinista hanno ragionato profondamente, come il vice presidente
del Governo e scrittore Sergio Ramirez nel suo libro di memorie Adis
muchachos o Ernesto Cardenal in La
80

revolucin perd i d a. Cardenal, nella


sua contraddittoria veste di frate
trappista, di parroco e di militante
sandinista, ha fatto una dolorosa
esperienza personale essendo stata
la sua vita circondata da fatti esasperatamente violenti, i suoi affetti
uccisi, torturati, il suo paese stesso
sfruttato e maltrattato oltre limmaginabile, la sua comunit contemplativa di Solentiname distrutta e ridotta in rovina e i suoi compagni,
quelli scampati alle torture e alla
morte, come uccelli senza nido,
costretti alla fuga, allesilio, alla
clandestinit. Rimproverato pubblicamente dal papa, osteggiato dalle
gerarchie ecclesiastiche, padre
Cardenal, con la sua verit evangelica, risponde a chi gli lo accusa di
aver messo una pistola nelle mani di
Cristo: nessun principio, per
quanto elevato, pu giustificare la
morte di un bambino; ma il Fronte
Sandinista non ha lottato per un
principio ma perch non continuassero a morire bambini e ragazzi, e uomini e donne e vecchi, e
non c nessun principio, per
quanto elevato, nemmeno quello
della non-violenza, pi importante
di questo.
Senza nulla togliere alla responsabilit di quei dirigenti che non
hanno saputo mantenersi al livello
di etica politica che esigeva da loro
la Storia, indispensabile ripensare
al ruolo svolto dagli Stati Uniti tanto
negli anni della dittatura che in
quelli della rivoluzione perch, nel
caso del paese centramericano
(come nel caso del Messico, del
Guatemala, di Haiti, di Santo Domingo, di Cuba, del Cile, del Salvador, ecc...) nessuna ragione, se
non quella imperiale, assisteva le
amministrazioni di Washington.
La pesantissima ingerenza nel piccolo paese dei laghi e dei vulcani,
aver contribuito ad una tragica storia di massacri e di sfruttamento
rende trasparente la pratica neocoloniale sulla quale gli Stati Uniti
hanno fondato la loro storia, riuscendo a trarre sostanziosi dividendi dalla sua stessa rivoluzione
contro il colonialismo inglese, assai
presto tradita e sostituita dalla legge

Luglio - Agosto 2004

del pi forte, una legge che, come


noto, non riconosce altra legalit
che quella della forza. Condannati
dal Tribunale Internazionale
dellAia a seguito della denuncia
della Repubblica del Nicaragua per
vari atti di sabotaggio, fra cui aver
disseminato di mine Corinto, il
principale porto del paese, gli Stati
Uniti non hanno mai pagato loneroso rimborso a quel paese in miseria fino a quando il debito legale
stato condonato dalla Presidente
Violeta Chamorro, nella vana illusione che gli aiuti nordamericani al
paese appena scampato al pericolo sandinista, sarebbero stati notevolmente superiori. Quando i nostri benpensanti (anche di sinistra)
continuano a mostrarsi ammirati
per il modello di civilt offerto dagli Stati Uniti e parlano dell antiamericanismo come di un tic schizofrenico degli estremisti, farebbero
bene a rinfrescare la memoria storica, a riguardare le vicende che
hanno attraversato tutto il novecento e oltre nel cortile di casa di
quel popolo potente, soddisfatto e
ignorante. E se non bastano le tragiche vicende latinoamericane, leggano e guardino con attenzione
quanto vanno dicendo Chomsky o
Michael Moore, pensino a
Guantnamo e alle torture in Irak,
ai bombardamenti in Afganistan e
alle dichiarazioni dellispettore
dellOnu Blitz.
In nome della sicurezza nazionale,
gli Stati Uniti dAmerica non esitano a travolgere ogni legalit internazionale e i diritti umani dei popoli, le loro sovranit nazionali, perch loro credono e noi glielo facciamo credere di appartenere ad
una civilt superiore. Giulietto
Chiesa stato lapidario, e con ragione, quando ha scritto: Gli Stati
Uniti sono diventati i perturbatori
della quiete mondiale e devono essere ridotti a pi miti consigli.(Il
Manifesto, 12.8.04), io aggiungerei
che sono pi di cento anni che
avremmo potuto capirlo se avessimo saputo guardare con attenzione e senza pregiudizi a quanto accadeva nel lontano continente americano.

Luglio - Agosto 2004

Recensioni

Dal Bosco definisce


la globalizzazione una leggenda.
In questo in buona compagnia
(Hirst-Thompson, Petras, Amin, Krugman)

La leggenda della
globalizzazione

di Alberto Burgio

NEL RECENTE SAGGIO DELLECONOMISTA ELVIO DAL BOSCO


UNANALISI PROFONDA E INTELLETTUALMENTE CHIRURGICA
DELLATTUALE FASE DEL TRIONFO NEOLIBERISTA

ra tante letture superflue e persino


dannose che capita di fare (spesso
le apparenze ingannano), succede
per fortuna anche di imbattersi in
libri utili, che fanno recuperare il
tempo perduto. Uno di questi certamente lultimo di Elvio Dal Bosco
(La leggenda della globalizzazione.
Leconomia mondiale negli anni
Novanta del Novecento), fresco di
stampa per i tipi di Bollati Boringhieri. Non lo riassumer, per il
semplice fatto che altrimenti dovrei
sostanzialmente trascriverlo. Si
tratta di 128 paginette ricche di dati
e di tabelle, che nulla concedono
alla retorica e poco lindispensabile allinterpretazione e al commento. Del resto, Dal Bosco ci ha
abituati a uno stile asciutto ed essenziale. Questo di oggi il secondo
volume di una serie che forse continuer. Dieci anni fa, nel 93, il
Mulino diede alle stampe Leconomia
mondiale in trasformazione, dedicato al penultimo decennio del
Novecento. Anche in quel caso, 130
pagine: cifre, tabelle e poche chiacchiere.
Il libro del 93 aveva un compito: fotografare il mutamento determinato
nelle economie, nelle politiche
economiche, nella struttura degli
scambi e delle relazioni internazionali dal recupero di egemonia
realizzato dallimpresa capitalistica
nel mondo avanzato e nei rap-

porti con i paesi in via di sviluppo e


con il blocco socialista. Si trattava di
individuare le trasformazioni e le
rovinose conseguenze causate nelle
economie e nelle societ dal ritorno
in auge del liberismo (ma anche
dalle ristrutturazioni tecnologiche
e finanziarie). Il libro che adesso
mette sotto esame gli anni Novanta
analizza a sua volta la maturit del fenomeno, il trionfo del neo-liberismo. Il denominatore comune
evidente. Ci muoviamo, in entrambi
i casi, nel quadro deciso dalla rivoluzione conservatrice di ReaganT h a t c h e r, che determin laffermarsi della religione del libero
mercato dei Chicago boys, della deregulation, della liberalizzazione dei
movimenti finanziari e speculativi.
Fu il suo avvento (ma gi, in qualche modo, labbandono della convertibilit del dollaro, sancito da
Nixon nel 1971) a inaugurare legemonia monetarista. Ne seguirono via via lattacco ai salari e al lavoro, la guerra contro il welfare, le
privatizzazioni. Sino alla crisi in cui
oggi si dibattono le economie capitalistiche: crisi che per molti versi ricorda la Grande depressione del secondo Ottocento, sfociata nel
trionfo degli imperialismi, nello
shock del 29 e nelle guerre mondiali. Ma andiamo con ordine.
Dal Bosco definisce la globalizzazione una leggenda. In questo

in buona compagnia (HirstThompson, Petras, Amin, Krugman), anche se non ancora mainstream. Perch leggenda? Per due
ragioni. Perch leconomia globale
non esiste (gli scambi e gli investimenti diretti allestero rimangono
in misura prevalente e crescente allinterno delle macroaree in cui
suddiviso il commercio mondiale:
Nafta, Ue, area asiatica del Pacifico), la globalizzazione riguardando solo un fenomeno determinato (promosso, favorito, difeso) dalle
politiche di libero mercato: i movimenti di capitali, leconomia (la
speculazione) finanziaria. Che cresce come un cancro, ostacolando
laccumulazione di capitale e danneggiando leconomia reale. E perch seconda, fondamentale ragione la globalizzazione un
mito strategico, che serve a giustificare scelte di grande rilievo sul
piano economico e sociale: scelte
che vanno nella direzione della precarizzazione del lavoro e della riduzione dei salari, dellincremento dei
profitti e delle rendite, della privatizzazione dei sistemi di welfare (in
particolare previdenza e sanit).
Come si giustifica tutto questo?
Semplice: ricorrendo alla mitologia
dei vincoli oggettivi: dalla (presunta) recrudescenza della concorrenza dei paesi in via di sviluppo,
che imporrebbe la compressione
81

Recensioni

del costo del lavoro, allinvecchiamento della popolazione (reale, ma


n inedito n in realt responsabile
di ci che gli si imputa), che costringerebbe allo smantellamento
del welfare (cio al luculliano banchetto dei sistemi previdenziali da
parte dei fondi pensione).
Una grande mitologia, dunque, che
colpisce come una bomba a grappolo. E difatti quella della globalizzazione solo la madre di tutte
le leggende, il centro e il fondamento di un sistema mitologico di cui
Dal Bosco focalizza e demistifica le
molteplici articolazioni. Il suo aureo libretto pu essere ripercorso
come un indice ragionato dei diversi miti ideologici che sorreggono
la grande narrazione liberista.
Passiamo in rapida rassegna i quattro miti principali.
In primo luogo, il mito della fine
dello Stato nazionale, che nasconde il
nesso tra potenze nazionali a cominciare dagli Usa e principali organismi internazionali di regolazione a cominciare dal Fmi e dalla
Banca mondiale. Questo mito
fonda a sua volta una seconda tesi
leggendaria, quella dellimpotenza
degli Stati al cospetto dei dettami
delleconomia globalizzata .
Come Dal Bosco documenta, questaltra leggenda impedisce di capire quanto successo in paesi
come lIndonesia, la Malaysia, la
Thailandia, dove il progresso economico disceso precisamente da
un massiccio intervento dello Stato
in economia, che ha consentito la
creazione di manodopera qualificata e lorientamento dellattivit
produttiva verso settori a pi alto valore aggiunto. E lo stesso vale, mutatis mutandis, per il Giappone, dove
solo la scelta di operare un colossale
aumento della spesa pubblica ha
consentito di non soccombere alla
bolla finanziaria scoppiata allinizio
degli anni Novanta e di contenere
lincremento della disoccupazione.
C poi il mito della insostenibilit dei
sistemi previdenziali pubblici in conseguenza dellinvecchiamento della
popolazione: tesi che non spiega
come mai i sistemi di welfare non

82

siano entrati in crisi sin dalla prima


met del Novecento (quando gi
era in atto un mutamento demografico analogo allattuale); che nasconde le vere cause della crisi fiscale (la riduzione della quota dei
salari dovuta a disoccupazione e
contenimento delle retribuzioni e
la crescente rilevanza del fenomeno
della evasione-elusione); e che serve
ad aprire la strada verso il big business dei fondi pensione. Sarebbe
bene che le limpide pagine in cui
Dal Bosco analizza tale questione venissero attentamente meditate,
oggi, da chi anche nella sinistra di
classe sembra disporsi ad accogliere
ulteriori manomissioni del sistema
pensionistico.
E c, finalmente, il mito dei miti,
quello della fine del lavoro salariato:
mito che ispira la favola della fine
delle classi e del tramonto della lotta
di classe; che incoraggia la trasfigurazione del lavoro autonomo (in
realt ancor pi subordinato del tradizionale lavoro dipendente, perch privato di certezze e di tutele
previdenziali); che consente di occultare il pesantissimo attacco scatenato contro le conquiste sociali e
salariali del lavoro; ma che nonostante tutto ci ha per lunghi
anni raccolto entusiastici consensi
anche a sinistra. Quante volte ci
siamo sentiti dire che il lavoro salariato appartiene a unepoca ormai
trascorsa (la celeberrima era fordista-taylorista, su cui sono state
edificate le teorie della discontinuit post-novecentesca); che viviamo in u nepoca postindustriale, nella quale lattivit produttiva non costituisce pi lambito
fondativo della riproduzione; persino che impossibile distinguere
tra lavoro e non-lavoro? Ebbene,
Dal Bosco fa piazza pulita di questo
ciarpame, mostrando come esso abbia consentito (e consenta) la rimozione collettiva dei pi pesanti
contraccolpi del liberismo sul lavoro: la precarizzazione, lenorme
espansione del sommerso e dellarea dei working poors, infine le drammatiche cifre del martirologio operaio: 160 milioni di persone che

Luglio - Agosto 2004

ogni anno si ammalano per cause di


lavoro (con una incidenza del 40%
di patologie croniche) e 120 milioni
di incidenti con 200mila morti
lanno.
Potremmo continuare, passando in
rassegna altre mitologie (il mito
della dislocazione produttiva delle imp re s e, che si infrange contro levidenza di una quota non superiore
al dieci per cento di investimenti allestero dai paesi Ocse ai paesi extra-Ocse; il mito dellautonomia delle
banche centrali pilastro ideologico
dellEuropa di Maastricht che occulta le connessioni tra i santuari del
credito e gli interessi del grande capitale e fornisce prestigio ai sacri
dogmi della parit di bilancio). Ma
crediam o di avere fornito, in
estrema sintesi, elementi sufficienti
a cogliere la struttura del discorso
critico di Dal Bosco. Ci sarebbe a
questo punto da domandarsi: perch queste mitologie? chi le elabora, chi le diffonde, chi se ne
giova? Per rispondere, utile riflettere un momento su due tabelle che
Dal Bosco presenta nel corso delle
proprie analisi.
La prima riguarda landamento
della quota degli investimenti e del
saggio di profitto nei paesi capitalistici avanzati tra il 1979 e il 1999. Il
primo indice segna ovunque una caduta (negli Usa la spesa per investimenti scende dal 21 al 18,7% della
domanda interna; in Giappone, dal
31,4 al 25,7; in Italia dal 23,3 al 18,2,
ecc.), il secondo una crescita generalizzata (il saggio di profitto passa
dal 15,3 al 21,1 negli Usa; dal 14 al
14,4 in Giappone, nonostante la
grave crisi finanziaria; dal 12,4 al
15,4 in Italia). La seconda tabella
presenta le quote dei consumi privati e dei redditi da lavoro dipendente. Anche in questo caso i primi
indicatori salgono (i consumi crescono di oltre quattro punti negli
Usa, in Italia e in Canada, di oltre
tre punti percentuali in tutti gli altri paesi), i secondi calano (e qui
lItalia segna un record negativo assoluto, mostrando una riduzione dei
redditi da lavoro dal 49,2% del 1979
gi fanalino di coda in tutto

Luglio - Agosto 2004

lOccidente capitalistico al 44,2


del 1989, e approdando a un incredibile 41,7% del 1999, quasi venti
punti percentuali sotto la media svedese 58,9% e poco meno che
quindici punti sotto quella tedesca,
pure ridottasi dal 57,7 del 1979 al
54,1 della fine del decennio scorso).
Che cosa ne emerge, di l da ogni
controversa interpretazione? Che
quello che si verificato nel corso
degli ultimi due decenni del
Novecento , da una parte, una gigantesca redistribuzione della ricchezza
dal lavoro al profitto e alla rendita
e, dallaltra, una sistematica sottrazione di ricchezza sociale al circuito
dello sviluppo e della crescita. In altre parole, i detentori di capitale
consumano e non investono. E intanto accrescono i propri patrimoni, appropriandosi di quote crescenti del reddito nazionale a detrimento della popolazione lavoratrice.
Di fronte a questo quadro (che
mette in drammatica evidenza la
sconfitta del movimento operaio e
il discutibile ruolo svolto in tutti i
paesi capitalistici dalle maggiori organizzazioni sindacali), Dal Bosco
non evita di pronunciare una diagnosi a dir poco severa. Parla ripetutamente, senza mezzi termini, di
un ritorno allOttocento. Cio di
una insistente tendenza a ridurre il
lavoro a variabile servile dellarbitrio padronale, a negare i diritti sociali riconsegnando povert e malattia allalea dellintervento caritatevole, a restaurare tolto di mezzo
il compromesso socialdemocratico
tra Stato e capitale lautocrazia
feudale di un capitale selvaggio e
senza regole. N il panorama si fa
meno drammatico se varchiamo il
recinto del primo mondo e ragioniamo su scala globale. Anche a
questo proposito basti un dato (se
ne potrebbero citare svariati, soprattutto per ci che concerne la catastrofe dei paesi ex-socialisti, eufemisticamente definiti in transizione). La forbice tra i paesi capi-

Recensioni

talistici avanzati e quelli in via di sviluppo passa da un Pil dei primi di


6,4 volte superiore a quello dei secondi nel 1950 a un rapporto di 6,7
nel 1992, e ci nonostante i paesi in
via di sviluppo abbiano registrato un
consistente rallentamento dellespansione demografica e tassi di crescita economica pi elevati rispetto
ai paesi avanzati. Se a questo aggiungiamo landamento del debito
estero dei paesi in via di sviluppo
(che mostra come dal 1982 in poi
questi paesi paghino per interessi
pi di quanto ricevano sotto forma
di prestiti), il quadro parla inequivocabilmente di una povert di
massa, generalizzata e drammaticamente crescente (a proposito della
quale si vedano ora anche i dati riportati nel Rapporto su povert e
disuguaglianze negli anni della globalizzazione, a pparso presso
Colonnese e Pironti con saggi di
Acocella, Ciccarone, Franzini,
Milone, Pizzuti e Tiberi).
Stando cos le cose, rispondere alla
domanda che ci siamo posti non dovrebbe essere difficile. Quando ci
domandiamo perch la retorica
della concorrenza globale venga vigorosamente sostenuta da giornalisti ed economisti (oltre che da imprenditori e banchieri), ripensiamo
a questi riscontri basilari. E magari
anche a quanto diceva Althusser a
proposito della storia della filosofia.
La definiva lotta di classe nella teoria,
suggerendo con ci che i sistemi
teorici riflettono sempre corposi interessi di classe. La stessa cosa dovremmo dire noi oggi riguardo alla
retorica della globalizzazione e
alle mitologie che lo sostengono.
Raramente si avuta una costruzione ideologica altrettanto efficace
nellimpedire una diffusa presa di
coscienza della realt e nel generare
giustificazioni a beneficio dello
stato di cose esistente.
Concludiamo con una malinconica
considerazione. Dal Bosco dimostra
come un passaggio strategico nella
restaurazione liberista sia stato lat-

tacco contro lintervento pubblico


in economia e in particolare contro
i sistemi pubblici di welfare, che nel
corso di quattro decenni (tra gli
anni Quaranta e gli anni Settanta)
erano riusciti a fornire una straordinaria tutela ai diritti sociali di crescenti masse di popolazione e ad
operare una cospicua redistribuzione della ricchezza a favore dei
ceti con livello di reddito mediobasso. Questo noto, anche se
sempre meritoria lopera di documentazione che consente di suffragare i convincimenti con riscontri
fattuali precisi. Quello che forse
meno noto, invece, che questo attacco capitalistico allo Stato sociale
si avvalso, anche in tempi recenti,
di brillanti contributi ideologici elaborati da intellettuali di estrema sinistra oltre che, va da s, dai sostenitori della terza via di stampo
blairiano e dalemiano. Il w e l f a re
stato via via accusato di avere impedito la libera espressione della societ civile (qualcuno ricorder la
profusione di brillanti teorie rivoluzionarie a sostegno del terzo settore e del privato sociale) e di
avere funzionato come una gabbia nella quale il capitale avrebbe
imbrigliato la classe operaia con la
complicit dei grandi sindacati, ottenendo la rnuncia allantagonismo in cambio del piatto di lenticchie della sanit e della previdenza
pubbliche. Bene: il libro di Dal
Bosco fa piazza pulita di simili perniciose sciocchezze. Mostra come lo
Stato sociale abbia costituito una
straordinaria conquista imposta al
capitale da un movimento operaio
forte (anche perch sostenuto da
un diverso assetto delle relazioni internazionali) e capace di egemonia.
Come esso abbia garantito i diritti
di cittadinanza di ampie masse, promosso maggiore eguaglianza e prodotto coesione sociale. Non , questo, lultimo dei meriti del suo
nuovo libro: lultimo dei motivi per
cui vale la pena di leggerlo attentamente e di studiarlo.

83

Luglio - Agosto 2004

La Cultura

Dalle lettere di Italo Calvino


alla supposta
egemonia culturale comunista

Sulla questione
dell egemonia
culturale

di Gigi Livio, Docente di Stori a e arte dell attore


Universit di Torino e Armando Petrini, Ricer catore

APPUNTI

l fatto noto. Nellagosto scorso, sul


Corriere della sera, compaiono
brani di lettere di Italo Calvino allattrice Elsa de Giorgi con cui lo
scrittore aveva avuto una relazione
damore negli anni cinquanta.
Loccasione ghiotta sia per alimentare i pettegolezzi estivi e sia, su
un piano pi nobile, per rimettere
in discussione il rapporto arte-vita.
Le cose per si complicano quando,
rispondendo a un articolo, discutibile dal punto di vista della teoria
della letteratura, di Asor Rosa, comparso su Repubblica, Ernesto
Galli della Loggia tira in ballo la vexata quaestio dellegemonia della
sinistra, anzi dei comunisti, sulla
cultura di cui sarebbe espressione lo
scritto di Asor Rosa. Immediatamente seguono prese di posizione
di vario genere e di varia profondit;
tra queste non spicca per spessore
quella di Gaspare Barbiellini
Amidei, pubblicata sotto forma di
intervista sul Venerd di Repubblica. Lex condirettore del Corriere, al tempo responsabile delle
pagine culturali di quel giornale, fa
il punto su come stettero le cose a
proposito della collaborazione al
quotidiano di via Solferino di esponenti della sinistra, in particolare
Moravia e Pasolini. C anche unaria di giustificazione e una rivendicazione di equidistanza dagli opposti schieramenti politici. Come si

84

PER UN APPROFONDIMENTO.

vede, niente di particolarmente interessante. Non fosse che alla domanda su dove erano gli scrittori di
destra linter vistato risponde:
Pochi, pochissimi. Bisogna ricordare che la DC alla cultura non era
interessata []. Loro pensavano
agli affari, non ai libri. Non gliene
importava niente. E niente producevano. E qui si apre un problema
enorm e che in questi scritti
tranne, in parte, in quello di
Scalfari su cui torneremo non
stato nemmeno toccato, ma che costituisce il cuore del problema dal
momento che quellaffermazione
non solo sbagliata ma anche falsa.
Alle righe che seguono necessita
per una premessa. Di quale egemonia si sta parlando? E, ma sarebbe giusto invertire lordine del
discorso, di quale cultura? Non
questo il luogo per approfondire
tali argomenti. Ma: per il concetto
di egemonia noi abbiamo Gramsci e coloro che lhanno correttamente interpretato; per quello di
cultura baster qui sottolineare
unovviet non poi cos ovvia, e cio
che altra cosa concepire, e occuparsi, della cultura alta e altra della cultura popolare o antropologica (definizioni non del tutto equivalenti, ma la cui utilizzazione in
senso sinonimico ben definisce il
campo di cui intendiamo occu-

parci, anche alla luce del fatto che


si contano pi di 200 significati del
termine cultura); e, infine, che un
conto parlare di arte e un altro di
cultura.
Allaffermazione che non esistevano scrittori di destra o conservatori facile obiettare che Landolfi
e Gadda si possono contrapporre a
Moravia e Pasolini e magari notare
che Moravia comunista non lo era
affatto e che il comunismo di
Pasolini era allora discusso (proprio
Asor Rosa; ma anche Sanguineti, eccetera) e, come giusto, lo tuttora.
Ma qui stiamo parlando di artisti
anche se Moravia e Pasolini vengono assunti come critici del costume e moralisti per i loro scritti
corsari (ovviamente Pasolini) o soltanto stizzosamente insofferenti del
conformismo della societ dei consumi (altrettanto ovviam ente
Moravia). Non si pu per spezzare
in due la personalit di un autore:
e quegli scritti critici debbono essere letti alla luce del nucleo centrale dellispirazione dellartista
che li produce.
Ma, nella profluvie di articoli seguiti
alla presa di posizione non nuova,
certo, e non solo sua di Galli della
Loggia, si parla di egemonia sulla
cultura. E qui, dunque, che bisogna intendersi. Mettiamola cos, in
modo schematico, ma non per questo semplicistico: tra la cultura alta

Luglio - Agosto 2004

e quella antropologica non che


non ci siano scambi poich ci sono,
eccome; la cultura alta che ha sede
e sviluppo, con buona pace di
Arbasino, pressoch esclusivamente nelle accademie elabora visioni del mondo, letture della storia, ipotesi scientifiche, metodologie di esegesi delle arti, eccetera. La
cultura bassa se ne appropria e le
divulga: questo processo comprende ineluttabilmente un abbassamento di livello, ma non questo
che qui importa dal momento che
il caso di ogni vulgata. Quello che,
invece, risulta profondamente tragico per chi tende a che sia possibile realizzare un mondo diverso,
il fatto che la cultura bassa, qui e ora,
e cio con lattuale organizzazione
dei rapporti sociali, assorbe solamente le elaborazioni di quella alta
che le fanno comodo e ignora, o addirittura mette in ridicolo, le altre.
E, poich il terreno di ricezione
della cultura diffusa pi pesantemente e con maggior facilit determinato dallideologia (in senso
marxiano) delle classi dominanti
(poich vengono meno qui alcuni
filtri propri della cultura alta, che
essa possiede anche al di l dellorientamento politico di cui si fa effettivamente portatrice), da questa
cultura verranno accolte e divulgate
solamente quelle elaborazioni che
risultano utili allideologia di cui si
detto.
Facciamo un esempio, ma un esempio importante dei nostri anni. Una
scuola filosofica tipicamente accademica, rifacendosi a Nietzsche,
elabora il cosiddetto pensiero debole, in modo raffinato e sottile,
scientificamente rigoroso ( eccepibile lideologia che anima certe ricerche, non il metodo). La cultura
diffusa se ne appropria immediatamente e lo divulga: fine della storia,
la verit non esiste, opposizione a
qualsiasi pensiero forte, eccetera.
La doxa, si appropria immediatamente di queste posizioni e le rilancia (questo tanto pi vero nel
caso in cui chi maggiormente ne
trae giovamento risulta pure padrone di televisioni, di case editrici

La Cultura

e di giornali) facendole diventare


senso comune. Ovviamente tutto
ci serve benissimo gli interessi della classe dominante.
Ma da cosa formata questa doxa o
senso comune, che dir si voglia, o
cultura diffusa? E come viene alimentata e rinvigorita nella sua durezza ideologica?
Qui bisogna essere attenti alla storia perch non tutte le epoche di
vita dellumanit sono uguali, evidentemente. Per rimanere alloggi,
e allItalia, si tratter di periodizzare, anche se non facile: dal 1945
al 1953 non c ancora la televisione, la cui prima trasmissione in
Italia del 3 gennaio 1954. E il 1953
anche lanno della legge truffa,
della morte di Stalin, dellassalto
alla caserma Moncada, dellassassinio dei Rosenberg In questo periodo lorganizzazione della diffusione ideologica affidata a mezzi
capillari che fanno capo, soprattutto, alla Chiesa: prediche durante
le funzioni, oratori, organizzazioni
vere e proprie come lAzione cattolica e i boy-scout, scuole private gestite dai preti, eccetera. Ma la Chiesa
non lunico motore che serve a veicolare il consenso: c il cinema che,
in questo periodo storico, non ancora appannaggio di tutte le classi
sociali, o lo in quantit diversa, dal
momento che nel paese il livello di
vita era piuttosto basso e il cinema
rappresentava un lusso; il teatro, ancora meno strumento di diffusione
di massa, ma la cui ideologia ben
precisamente diretta alla piccola e
media borghesia; il fotoromanzo, il
cineromanzo e i fumetti che sono
invece indirizzati a un pubblico pi
largo; i quotidiani e i rotocalchi; i
manifesti murali che, nellepoca in
cui non c ancora la televisione,
svolgono una funzione importante;
e la radio che diffonde canzonette
solo apparentemente innocenti e
deputate al divertimento disinteressato.
Tutti questi strumenti che servono
a creare e mantenere il consenso
non sono ancora stati studiati come
avrebbero dovuto essere. Le prediche di padre Lombardi, il gesuita

di Dio, andrebbero analizzate in


profondit con attenzione alla modalit in cui il prete si esibiva dal pulpito; e forse ci si accorgerebbe che
il suo modo di porsi aveva la precisa
intenzione di risvegliare un tipo di
contrapposizione tra il bene e il
male il comunismo ateo, ovviamente che intendeva richiamarsi
al medioevo e alla crociate. Negli
oratori si praticavano sani sport
tipo il calcio per tenere a freno le
tempeste ormonali adolescenziali,
ma si tendeva anche a soddisfare il
narcisismo di quellet attraverso
lesibizione teatrale basata su testi
che una lunga tradizione, risalente
al seicento, aveva deputato alleducazione dei giovani. Uno studio di

Tutti questi strumenti


che servono a creare e
mantenere il consenso
non sono ancora stati studiati
come avrebbero dovuto essere

quei repertori potrebbe dare risultati sorprendenti, dal nostro punto


di vista. Come esiti decisamente importanti potrebbero essere raggiunti nello studiare tutto ci che
serviva, ai giovani aderenti allAzione cattolica, per sentirsi partecipi di
un grande evento storico di difesa
di una civilt aggredita dalle forze
del male sempre i comunisti,
ovviamente. Basta pensare allinno
che questi giovani cantavano o
erano costretti a cantare: Bianco
padre che da Roma/ ci sei meta,
luce e guida/ su ciascun di noi confida/ su noi tutti puoi contar/ []
a un tuo cenno, a una tua voce/ un
esercito ha laltar. Sarebbe importante non trascurare laspetto musicale: e se stato dimostrato che
linno di Forza Italia costruito in
modo particolarmente sapiente,

85

La Cultura

proprio dal punto di vista musicale,


probabile che altrettanto si possa
dire della musica di quellinno.
Ampia la bibliografia sul cinema:
ma forse anche qui non esiste uno
studio che affronti la questione dal
punto di vista che qui proponiamo:
non attendiamo un qualche ciarlatano della critica che riscopra
Cottafavi come grande regista in
base a quel metodo (ma il termine
troppo nobile), tipicamente postmoderno, di critica (e, ancora, il termine troppo nobile) che si affida
alla sensibilit e di cui abbiamo
detto nel n.2 (2004) di questa rivista; aspettiamo e auspichiamo lavvento di una critica avveduta, metodologicamente ineccepibile, che si

Tra i quotidiani contano


gli indipendenti dal momento
che gli organi di partito
vengono letti, quando lo sono,
solamente dagli appartenenti
a quel partito

occupi delle tematiche agitate dalla


coppia Amedeo Nazzari-Yv o n n e
Sanson, per non fare che un esempio, o del film su santa Maria Goretti
che ebbe come regista lo stesso
dellAssedio dellAlcazar. E che non
trascuri, questa critica seria e avveduta, la distribuzione dei film stranieri, quasi tutti americani: che narrazioni vedevano, e amavano, dopo
lautarchia imposta dal fascismo, gli
italiani giovani e vecchi di quel decennio? E quanto queste pellicole
influivano sulla loro mentalit, e
come? Perch, in democrazia, tutto
ci si trasforma in voti e i voti in potere; e il potere indirizza le scelte
culturali.
In teatro trionfavano Ugo Betti e il
pi giovane Diego Fabbri, ambedue
cattolici. Anche qui gli studi languono. Dimenticati dal teatro co-

86

siddetto ufficiale che, da un certo


punto in avanti, preferisce rivolgersi
ai classici, svolsero allora una funzione importantissima sulle nostre
scene anche grazie allapporto di attori deccezione come Memo Benassi. Ma i pochi studi dedicati a
questi due fortunati, e tecnicamente abilissimi, scrittori per teatro
si limitano allesegesi letteraria e
trascurano il fenomeno importantissimo della ricaduta sugli spettatori della loro ideologia; eppure il
pubblico riservava proprio a loro i
suoi favori, in quel tempo; e a altri
autori di commedie e drammi che
provenivano direttamente dallepoca precedente: basterebbe studiare il repertorio dellattore pi
importante del periodo, Ruggero
Ruggeri, per fare scoperte di grande
interesse.
Ma fumetti, fotoromanzi e cineromanzi (e cio trascrizioni su carta,
attraverso immagini e didascalie, di
film di grande successo) arrivano,
come abbiamo detto, a un pubblico
pi largo. E qui le direttrici ideologiche sono ancora pi pesanti.
Sembrano mancare, anche in questo settore, studi approfonditi; e un
libro recente sullargomento non fa
che accrescere la confusione dal
momento che aderisce a quel falso
progressismo che serve semplicemente a giustificare lesistente in
quanto esistito.
Tra i quotidiani contano gli indipendenti dal momento che gli organi di partito vengono letti,
quando lo sono, solamente dagli appartenenti a quel partito. E i quotidiani indipendenti, unovviet
dirlo, tali non sono affatto in quanto
tutti trasmettono la solita ideologia
delle classi dominanti. Adorno, con
la sua peculiare acribia, ha indagato
gli oroscopi pubblicati dai giornali
americani dal punto di vista che qui
ci interessa; nulla di simile stato
fatto in Italia. Per ci che riguarda
la critica cinematografica, quella
teatrale, quella artistica, quella musicale, quella letteraria forse non si
abbastanza indagato in questa direzione che potrebbe riservare sorprese almeno altrettanto interes-

Luglio - Agosto 2004

santi come quelle messe in luce dagli storici quando indagano laspetto socio-politico di quei quotidiani.
Anche i manifesti murali sono stati
indagati, per certi momenti, dal
punto di vista storico-politico: basti
pensare alla ripugnante propaganda della DC contro il Fronte popolare nel 1948. Ma, anche qui, sembra non essere ancora stata portata
a fondo unindagine che metta in rilievo i valori plastici e cromatici di
quei manifesti e di molti altri:
quelli pubblicitari, ad esempio, cos
utili a trasmettere modelli di comportamento che potrebbe arrivare
a risultati sorprendenti. (E ben
noto il fatto che Boccasile, creatore
di importanti manifesti per il regime, abbia partecipato alla campagna della DC addirittura con un manifesto precedente solo in parte modificato).
E infine, ma non assolutamente
come ultima cosa, la radio. Si sa che
la diffusione del mezzo era stata favorita in ogni modo per portare la
voce del Duce in tutte le case. Ma
ora la propaganda di massa si raffinata e il Duce non c pi: ecco allora che viene potenziata la diffusione, gi favorita nel ventennio,
delle canzonette. Anche qui non ci
risulta esistano studi che esaminino,
compiutamente e dialetticamente,
il problema dal punto di vista dei
contenuti (le parole) e delle forme
(la musica). Facciamo un esempio,
che proprio soltanto un esempio
e che coinvolge il rapporto tra cultura alta e cultura diffusa. Negli
stessi anni Schnberg lavora a Un
sopravissuto di Varsavia e in Italia si
canta Vola colomba. Dal punto di vista musicale abbiamo, per dirla
sotto forma di appunto, la nota
opposizione tra dissonanza e melodia. Ma la melodia non costituisce
un dato naturale delluomo ma un
dato, appunto, culturale. Opporre
alle ricerche della musica moderna
la melodia delle canzonette ha il significato ben preciso di voler escludere il pensiero critico dalla musica.
Musica che per il potere deve essere
divertente, ma divertendo educare,

Luglio - Agosto 2004

secondo un antico precetto; ed educare nella direzione in cui il padrone vuole che il popolo sia educato. Infatti la canzone citata tratta
di una coppia di innamorati divisi
dalla separazione in due di Trieste
(fummo felici uniti e ci han divisi,
con tanto di espansione, poetica:
ci sorrideva il sole, il cielo, il mar)
e auspica una ricomposizione dellinfranto (dille che non sar pi
sola/ e che mai pi / la lascer).
Non sarebbe pleonastico studiare la
voce della cantante, calda, pastosa
e sensuale, molto adatta a far sentire allascoltatore la nostalgia per
una patria unita e cio che si fosse
riappropriata di quelle terre che
una tradizione nazionalista, poi diventata fascista, soleva definire irredente.
Ma se vero, come recita un antico
motto latino, che la natura non fa
salti altrettanto vero che anche la
cultura non ne fa: la persistenza di
modelli culturali e di tutta una mentalit fortissima e segue vie spesso
nascoste come lacqua che si infiltra
nella faglie del terreno e che per
molto tempo rimane nascosta per
poi ripullulare in un luogo e in un
tempo imprevisti e apparentemente inattesi. Ma solo apparentemente poich questo un meccanismo ben noto a chi si occupa delle
cose della cultura. Ovviamente, e
come sempre, queste polle che arrivano da lontano vengono mostrate dallideologia come nuove:
non c nulla di pi vecchio e scontato del nuovo che avanza che ci
assedia e ci tedia dagli anni ottanta
a oggi.
E questa unosservazione che rischia di essere disperante per chi si
propone di andare verso un mondo
diverso non fosse che ci stato insegnato limportanza del saper opporre al pessimismo della ragione
lottimismo della volont. Che poi
quello che proponeva Berlinguer
quando diceva che questa (e cio,
la nostra) una battaglia che si sarebbe vinta o persa sul piano culturale. E abbastanza banale osservare
che labbiamo persa questa batta-

La Cultura

glia, ma non saremmo comunisti e


gramsciani se non aggiungessimo
per ora; e non continuassimo a
combattere nel tentativo di ribaltare questo risultato.
E quindi, la persistenza della mentalit dellepoca fascista permane a
lungo e ripullula nellepoca nostra.
Pensare che il 25 luglio del 43 gli
italiani, abbattendo i simulacri del
fascismo e massime i monumenti
del Duce, si fossero liberati di un
colpo di tutta una mentalit e una
cultura fortemente radicate sarebbe, oltre che ingenuo, colpevole. Quella furia popolare intese
scagliarsi contro luomo che aveva
fatto scrivere, o aveva permesso che
si scrivesse, su tutti i muri dItalia
Mussolini ha sempre ragione e
aveva condotto lItalia in una guerra
rovinosa e perduta; in fondo, anche
quella furia popolare, seguiva una
direttiva delluomo che si voleva distruggere distruggendo i suoi simulacri in marmo: non aveva fatto scrivere sulle case anche, tra le tante
cose, Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi? Quanti di
quegli uomini, che ora si accanivano contro limmagine di quello
che era stato il loro duce, ancora
pochi mesi prima cantavano Vincere, vincere, vincere/ e vinceremo
in cielo, in terra e in mare con
quello che segue e tanto di parola
dordine di una suprema volont
cos strettamente imparentata alla
cultura di stampo nazista? Non il
caso di dilungarsi: quello che conta
aver fissato un concetto che poi
questo: se il fascismo finisce quel 25
luglio (a parte la coda, velenosissima, della RSI) non finisce certo,
perci, la cultura fascista (cultura
che, a sua volta, veniva da lontano,
eccetera).
Torniamo allegemonia. Non pretendiamo, con questi appunti, di
aver trattato in modo esaustivo un
problema cos vasto e complesso,
ma semplicemente di aver indicato
una strada di ricerca che permetta
di affrontare la questione in modo
diverso da come di solito la si pone.
E, premesso doverosamente che ci

siamo fermati al dopoguerra dal


momento che lo spazio non ci consente di fare di pi, qui si innesta il
discorso sullegemonia della sinistra nella cultura. Ora, la questione
che abbiamo delineata pi sopra, e
cio il fatto che i fenomeni culturali
seguano vie carsiche e continuino il
loro viaggio sotterraneo anche nei
momenti che sembrerebbero segnare un cambiamento, ben presente a tutti i capi e i governi rivoluzionari. Quando Marx e Engels
parlano di una fase di trapasso in cui
necessaria la dittatura del proletariato hanno ben presente il problema: si tratta di imporre una dittatura politica che permetta di veicolare una nuova visione del

Il realismo socialista,
che ebbe in Zdanov
il suo massimo propagandista
e propagatore, si basa
su una sfiducia nei confronti
del popolo

mondo, portata avanti da una minoranza rivoluzionaria, a una maggioranza che, da un punto di vista
culturale, non ne vuole sapere vista
la pemanenza di elementi di cultura
delle epoche precedenti. Luomo
nuovo, auspicato da tutte le rivoluzioni, appannaggio di pochi e
stenta a apparire sotto luomo vecchio. Stalin e Zdanov avevano ben
presente il problema, cui danno
per una risposta sbagliata. Il realismo socialista, che ebbe in Zdanov
il suo massimo propagandista e propagatore, si basa su una sfiducia nei
confronti del popolo. Facciamo ancora un esempio. Laver favorito in
tutti i modi per ci che riguarda la
recitazione, sia teatrale che cinematografica, le teorie di Stanislavskij e cio del naturalismo, se pure
nella sua forma pi alta, contro

87

La Cultura

quelle, tacciate di formalismo e


come tali liquidate, di Majakovskij,
di Brecht e di Mejerchold, mostra
questa sfiducia. Infatti il naturalismo la forma darte della borghesia trionfante: tutto ci che stato
realizzato, in arte, di critico nei confronti della mentalit borghese
necessariamente antinaturalistico.
Ma il popolo non un critico darte
e, dal momento che la sua base di
gusto certamente di tipo naturalistico, la posizione del realismo socialista si propone di andare incontro a questo suo gusto, lasciandolo
cos immutato, basando quindi
larte nuova, di un mondo nuovo,
esclusivamente sui contenuti, sulle
tematiche trattate. La sfiducia nei

Il problema
che luomo nuovo
stenta a rivelarsi sotto
la scorza di quello vecchio

confronti del popolo, ormai


chia ro dove intende and are a
parare il nostro ragionamento, si
basa proprio sul fatto che si ritiene
il popolo non in grado di avvicinarsi, magari gradualmente, allinnovazione, questa s davvero consona a una societ nuova.
Ma il problema dellegemonia non
certo sottovalutato, e ora torniamo in Italia, dai dirigenti comunisti del dopoguerra. Tutto ci che
abbiamo scritto sui canali attraverso
cui si afferma legemonia democraticocristiana ben presente alla loro
attenzione. Ecco, quindi, che lattivit organizzativa lorganizzazione
fondamentale per un partito comunista si rivolge in pi direzioni.
La pi importante riguarda i compiti delle sezioni: e in questi appunti
non possiamo dare spazio a un
aspetto culturale di quegli anni, fon-

88

damentale e importantissimo, e
cio quello della cultura proletaria
che aveva la sua manifestazione proprio nelle sezioni, basata su quel solidarismo, ancora oggi rivendicato
da Castro come tratto fondamentale dellessere comunisti, che si
contrappone alla prevaricazione individualistica tipica della cultura
borghese; ma su questo stato
scritto molto e ci accontentiamo di
aver richiamato il problema. Tra gli
altri aspetti di organizzazione della
cultura vanno per anche ricordati:
la ripresa del quotidiano fondato da
Gramsci nel 25, cui si affianca
Rinascita, rivista che approfondisce i problemi politici e di politica
culturale; la creazione di organizzazioni alternative per leducazione
dei giovani com e quella dei
Pionieri; il tentativo di affiancare
alla stampa di partito riviste pi popolari, e quindi a impianto divulgativo, come Il calendario del popolo, Noi donne, Vie nuove;
unincessante attivit di coinvolgimento degli intellettuali in appoggio alla linea del partito; la creazione di un casa editrice legata al
partito come gli Editori riuniti; la
collaborazione con altre case editrici come lEinaudi per diffondere
meglio e pi capillarmente alcuni
cardini della politica culturale tra
cui svetta, ovviamente, la pubblicazione delle opere di Gramsci, eccetera. Ma il problema che luomo
nuovo stenta a rivelarsi sotto la
scorza di quello vecchio anche in
questo caso e che la sfiducia nel popolo e nelle sue capacit di comprensione di ci che nuovo e diverso radicata anche nei dirigenti
italiani, come in quelli sovietici.
Procedendo per esempi, come
stiamo facendo in queste righe che
non a caso abbiamo definito appunti, sar il caso di soffermarci un
momento su uno scritto di Togliatti
che, sotto lo pseud onimo di
Roderigo di Castiglia, teneva una
rubrica culturale su Rinascita. Nel
1953, rispondendo a un attacco del
periodico dei gesuiti Civilt cattolica a Picasso, Roderigo difende ladesione politica al marxismo del

Luglio - Agosto 2004

grande pittore spagnolo, ma stigmatizza il valore della sua operazione artistica. Lopera di Picasso,
scrive infatti Togliatti, non ha proprio niente a che fare n col marxismo, n con le tendenze artistiche
che il marxismo insegna ad apprezzare. Facile svelare lidentificazione del marxismo con lo zdanovismo; Roderigo che in politica si
chiama Palmiro Togliatti ed quello
straordinario dirigente che tutti
sanno e a cui non sono mancate peraltro importanti aperture nei confronti dellarte di avanguardia,
come testimonia la chiamata di
Luigi Pestalozza, nel 1962, alla critica musicale di Rinascita sembra
per qui non essere sfiorato dal dubbio che le cose stiano proprio in
modo opposto e che Picasso, e
quelli come lui, siano i veri critici
dellarte borghese e che quindi, implicitamente quanto si vuole, siano
proprio loro a auspicare un mondo
nuovo libero dallasservimento dellarte allideologia padronale e,
avrebbe detto Julian Beck, dal bacio della frusta. Ma quella di
Roderigo era sfiducia nelle capacit
del popolo o era espressione di un
gusto e un convincimento culturale? Il problema ben presente a
Che Guevara: Si cerca allora di
semplificare; di cercare ci che tutti
possono comprendere, che poi
quello che comprendono i funzionari. Si annulla lautentica ricerca
artistica e si riduce il problema della
cultura generale a una pura e semplice acquisizione del presente socialista e del passato morto (e pertanto non pi pericoloso). Cos nasce il realismo socialista, sopra le
basi dellarte del secolo scorso.
E questo il problema vero dellegemonia culturale del marxismo di
cui tanto si parlato e si parla. Scalfari ha gi detto di case editrici, giornali, case di produzione cinematografiche, radio e televisione, eccetera: non furono mai in mano ai comunisti. Ma anche quando ricoprirono ruoli importanti in queste istituzioni che tipo di politica culturale
portavano avanti?
La questione della battaglia per le-

Luglio - Agosto 2004

La Cultura

gemonia nellItalia del secondo dopoguerra pretende, insomm a,


unarticolazione e un approfondimento maggiore di quelli con cui
stata affrontata nella querelle giornalistica estiva. E, poich ora di
concludere queste righe che abbiamo definito appunti proprio
perch tali sono e non hanno alcuna pretesa di dare risposte compiute ma solamente quella di porre
problemi per un possibile approfondimento della questione dovremo, innanzi tutto, denunciare
delle mancanze nel nostro discorso:
e, infatti, qui non si parla di scienza,
problema ampio e importantissimo, ma che esula dalle nostre conoscenze; inoltre non abbiamo lo
spazio per affrontare la questione
dei libri scolastici e della scuola in
generale, questione che non a caso
stava tanto a cuore a Gramsci; e, infine, un eventuale approfondimento in linea con limpostazione

di questi appunti non potr non


tenere conto di quella parziale
egemonia che pure ci fu, anche se
per poco tempo, almeno nella cultura alta, da parte di quei comunisti propugnatori di unidea di marxismo che a noi sembra rivelare, a
unapprofondita riflessione, una
qualche compromissione con la cultura borghese e, in ogni caso, una
ricca serie di interne contraddizioni. Quello che a noi pare invece
assolutamente certo che dallaltra
parte ci fu una capillare ed efficacissima capacit egemonica sulla
cultura popolare esercitata dalla
destra o, per meglio dire, da quel
pensiero che al tempo si definiva, in
modo molto efficace, come clericofascista.
La cultura dellepoca berlusconiana viene da lontano. Lopposizione sempre cercata dallattuale
presidente del consiglio ai comunisti, portatori di tutti mali del mon-

do, ha certo un rapporto preciso e


nemmeno tanto sottile con i manifesti propagandistici della DC nel
48 dove i comunisti erano illustrati
come mangiatori di bambini. Bisogner incominciare a pensare, se si
vuole impostare un discorso strategicamente vincente per il cambiamento del mondo, che Berlusconi
avrebbe vinto le elezioni anche
senza le televisioni. Il possesso di
queste (e dei giornali, dei rotocalchi, delle case editrici, eccetera)
lha certo aiutato a far balzare fuori,
dopo il periodo ineluttabilmente di
rispetto delle forme seguito alla fine
della guerra e durato fino agli anni
ottanta, un pensiero diffuso e ben
radicato nella cultura del paese. Lo
slogan dellunica rivoluzione oggi
pensabile un altro mondo possibile deve essere affiancato da
quello unaltra cultura necessaria
perch un altro mondo sia possibile.

89

Luglio - Agosto 2004

La Cultura

Le canzoni dei Gang


cambiano e cambieranno
il mondo o meglio serviranno
a farne uno diverso
da quello attuale come
un piccolo granello di sabbia
serve a fare una grande spiaggia

Banditi
senza tempo

a cura di Gianni Lucini

INTERVISTA

Gang sono ormai pi di un gruppo musicale. Marino e Sandro Severini, cuore


e anima della band, pochi mesi fa
hanno pubblicato Banditi senza
tempo, un libro di storie riflessioni
politiche che ha ottenuto un sorpre ndente successo costringendoli a un tour
de force supplementare fatto di incontri
e dibattiti. Dal punto di vista strettamente musicale i Gang rappresentano
un pezzo importante del rock italiano e,
nel corso della loro pi che ventennale
storia sono sempre riusciti a legare la
musica con l'impegno sociale.
Etichettati un po' troppo fre t t o l o s amente da qualche critico distratto come
una sorta di "copia italiana" dei Clash
dal destino breve, pubblicano nel 1984
il loro primo album "Tribes Union",
seguito tre anni dopo da "Barricada
rumble beat" e, nel 1988 da "Reds".
All'inizio degli anni Novanta fanno la
grande svolta. Abbandonano l'inglese
e scelgono di cantare i testi in italiano
per renderne pi comprensibili i contenuti. Tra il 1990 e il 1995 pubblicano
una trilogia destinata a restare nella
storia della musica italiana e composta
dagli album "Le radici e le ali" ,
"Storie d'Italia" e "Una volta per
sempre". Nonostante la fama e la possibilit, tutto sommato, di adattarsi al
quieto vivere di chi, in fondo, gi arrivato al top, in anni pi recenti hanno
avuto il coraggio di aprire un lungo
contenzioso con una delle grandi ma-

90

A TUTTO CAMPO DALLE QUESTIONI MUSICALI


A QUELLE DELLIMPEGNO SOCIALE E POLITICO A MARINO
E SANDRO SEVERINI, CUORE E ANIMA DI UNO
DEI PI IMPORTANTI GRUPPIDEL ROCK ITALIANO: I GANG

jor dell'industria discografica accusandola esplicitamente di boicottare la


distribuzione dei loro dischi per il contenuto politico e sociale delle canzoni.
Con loro la politica ha i colori del rock
e da che mondo mondo, i Gang non
si sono mai tirati indietro quando si
presentata l'occasione di menar le mani
(politicamente e idealmente, si intende).
Basta leggere poche pagine del loro libro
per capire che il conformismo (neanche
quello di sinistra) non abita nella loro
casa. Con lernesto hanno un rapporto lungo e un debito di riconoscenza.
Il rapporto lungo dato dal fatto che
sono lunico gruppo ad aver suonato a
tutte e tre le edizioni de lernesto in
Festa, il debito di riconoscenza nasce
dal fatto (raccontato nel libro) che
M a rco Denti, coord i n a t o re della collana Distorsioni di Selene Edizioni li
ha convinti a debuttare come scrittori
proprio dopo il loro concerto alla nostra
festa di Lesa.
Sar per questo, sar forse perch ci conosciamo da anni ma quando abbiamo
chiesto a Marino e Sandro se avessero
voglia di appro f o n d i re qualche tema
non strettamente musicale hanno detto
immediatamente s. Il risultato unintervista senza filtri, ricca di spunti e di
stimoli anche critici.
una chiacchierata vera, sulla quale
si pu convergere o dissentire, come accade quando si incontrano e si scontrano le idee delle persone vere.

Le mie poesie non cambieranno il


mondo. Cos si intitola un lavoro
della poetessa Patrizia Cavalli. Non
che in fondo in fondo siete dacc o rdo con lei? O pensate davvero
che le vostre canzoni possano cambiare il mondo?
Le canzoni dei Gang cambiano e
cambieranno il mondo o meglio
serviranno a farne uno diverso da
quello attuale come un piccolo granello di sabbia serve a fare una
grande spiaggia. La realt si pu
cambiare solo quando si in possesso di un immaginario, senza di
esso non si cambia niente, senza la
forza di un Sogno il mondo rester
sempre lo stesso. E larte tutta, comprese le canzoni contribuiscono a
creare un immaginario. La funzione stessa dellarte questa e non
altra. I nostri padri sono riusciti grazie al Sogno di emancipazione a trasformare la pietra e lacciaio in
pane. Noi vorremmo trasformare il
disagio, lorrore, lodio, lesclusione, la sconfitta in un Sogno
nuovo sempre proseguendo quel
cammino e applicando lo stesso metodo.
Non c una prevalenza di idealismo
in questa idea del Sogno? Non rischia di essere un po una visione
immaginifica priva della forza necessaria a muovere le azioni? Non
un po poco marxista?

Luglio - Agosto 2004

Tuttaltro. La visione immaginifica perch ci piace usare un linguaggio evocativo, ricco di suggestioni, ma la sostanza no. C lo spirito guida, lessenza del comunismo
o meglio del marxismo in ci che
diciamo. Basta ricordare le parole
di Ernesto Balducci a proposito di
Marx e il Sogno di una cosa. Marx
aveva venticinque anni quando
nella sua Lettera a Ruge enunciava di passaggio e con un linguaggio pi suggestivo che concettuale il vero intento della sua analisi
critica del capitalismo. Quello che
si proponeva era la riforma della coscienza non mediante i dogmi ma
mediante la coscienza mistica
oscura a se stessa, sia che si presenti
in modo religioso sia in modo politico. Apparir chiaro allora come da
tempo il mondo possieda il Sogno
di una cosa della quale non ha che
da possedere la coscienza per possederla realmente. La grandezza di
M a rx sta nellaver fatto del sogno
dellumanit il senso della sua vita
il suo limite nellaverlo tradotto in
una coscienza che non aveva lampiezza del Sogno imprigionato in
un contesto culturale preciso,
quello della borghesia illuministica
del suo tempo. Ora, oggi, cadute in
disuso le mappe ideologiche in cui
si era soliti definire lordine del
mondo sia quello reale sia quello
possibile, lantico sogno riprende
possesso di se stesso e la Cosa attende ancora una volta il suo nome.
Noi la chiamiamo, come Balducci,
Cosmopoli.
Tra i gruppi musicali impegnati politicamente siete quelli che forse pi
direttamente raccontano nelle canzoni i conflitti ideologici, le urgenze, i dubbi e anche le contraddizioni delle organizzazioni operaie
e progressiste. La differenza tra il
vostro lavoro e quello di altri (non
molti per la verit) che cercate di
e v i t a re la superficialit. Nel capitolo del vostro libro dedicato a Pio
La Torre definite la vecchia guardia del PCI come lultima che noi
riconosciamo come sinistra italiana. La polemica con gli sviluppi

La Cultura

della svolta della Bolognina evidente, ma qual il vostro rapporto


oggi con la storia del PCI?
La storia del PCI fa parte di una storia pi grande: quella del movimento operaio. Una grande marcia,
un cammino chiamato Emancipazione per la conquista della
Dignit. Cammino fatto di avanzate,
di ritirate di conquiste e sconfitte,
di trincea e di sbandamento, di
Resistenza sia ieri come oggi. Tutto
ci fa parte sia delle nostre radici sia
delle nostre ali poich la nostra
cultura, quel territorio dove le nostre relazioni ci permettono di sentirci appartenenti e di condividere.
Noi proveniamo da una famiglia
operaia (nostro padre ha fatto sempre il muratore nostra madre ha lavorato come operaia in una fabbrica
tessile) e comunista. Abbiamo attraversato gli anni Settanta militando nelle aggregazioni giovanili
attorno al fuoco della politica. In
paese (Filottrano provincia di
Ancona) facevamo parte di un
Collettivo dove convivevano le varie
organizzazioni allora dette extraparlamentari dal PDUP-Manifesto a
Lotta Continua agli indiani metropolitani. Era un modo per crescere
e partecipare alla costruzione di un
paese nuovo dove il movimento
operaio era la punta della freccia
lanciata verso il futuro. Siamo
quindi arrivati in un momento in
cui forti erano le tensioni con le direzioni del PCI e del sindacato. In
noi il Sogno ha sempre prevalso
sulla realt nel senso che il progetto
di Liberazione non mediava con logica delle direzioni del movimento
operaio stesso, almeno non con
tutte. Siamo stati pi parte della
Grande Onda dOro (per dirla con
Balestrini) che non in linea col pi
grande partito comunista doccidente. Sul perch e per come ci vorrebbero centomila pagine ma
quello che importante sottolineare che quelle lacerazioni, quegli
strappi, quelle crepe sul muro,
quelle ferite ancora oggi non sono
state sanate poich le cause e i motivi per cui esistevano allora negli

anni Settanta ed esistono oggi, risalgono a molto tempo prima e


vanno riportati al punto di partenza
cio al primo dopoguerra. Volendo
risolverli oggi dovremmo per forza
riprenderli dallinizio e rivederli in
tutto il loro itinerario e poi nuovamente scegliere. Nel PCI hanno
convissuto molte anime e noi ci troviamo ancora oggi vicini a quella
che non mai stata egemone, quella
sconfitta allinterno stesso del partito. Alla luce della Storia appare
perdente la visione di un partito comunista che opera una linea di moderazione in cambio di una piena
legittimit, mettendo unipoteca
sulla classe operaia a favore della
borghesia. In termini culturali

La storia del PCI fa parte


di una storia pi grande:
quella del movimento operaio.
Una grande marcia,
un cammino chiamato
Emancipazione
per la conquista della Dignit

quella stessa linea significava non


pi emancipazione sulla base della
propria identit di contadini e operai ma da operai a borghesi attraverso liniziativa privata, la scuola di
massa, lespansione interna dai consumi. Diventare altro, cio borghesi. Pi che rafforzare la propria
identit significava perderla.
Questa stessa linea ha attraversato la
storia di tutto il paese e del movimento operaio e oggi trova come
erede la politica dalemiana. Ecco il
risultato e le conseguenze. Tutto ci
non acqua passata, quei nodi restano e vanno sciolti e sul come
aperto il dibattito Oggi diamo il
giusto valore al percorso, alla strada
fatta che non porta il nome di unideologia o di un partito e la strada
quella dellemancipazione per le

91

La Cultura

conquiste della Dignit e non di tre


telefonini in pi, di unauto nuova
da cambiare ogni due anni o di dieci
euro in pi sulla busta paga. La
Dignit una conquista ed su
quella che non bisogna mai trattare.
In sostanza il vostro lavoro in quale
tradizione va inserito?
Oggi i conti vanno fatti con le tre le
grandi tradizioni nostre e di questo
paese, le tre radici forti che noi riconosciamo come tali: 1) il movimento cristiano quindi il Grande
Umanesimo contadino; 2) la tradizione comunista gramsciana; 3) le
sinistre eretiche, il movimento, cio
la Minoranza.
Questi sono i tre grandi fiumi che
oggi stanno arrivando allOceano e
stanno per fondersi nella Grande
Energia. Il Conflitto in atto fra
lOccidente e il resto del Pianeta
far in modo che nel nostro paese
queste tre tradizioni si incontrino e
diventino altro, il Sogno di una
Cosa. E potranno secondo noi risolvere la stasi, il silenzio dei comunisti, lassenza di pensiero occidentale, la morte della cultura e delle

La memoria la ricchezza vera


di un popolo. La pi grande.
Ma non sta l in qualche archivio,
o in un museo, non sta a casa
di qualche professore di storia,
non sta in un computer

relazioni umane solo a patto che si


possa continuare la Grande Marcia
ma per farlo dovremmo scegliere
fra due direzioni in questo bivio
della Storia. Verso il bene o verso il
meglio. Noi scegliamo quella verso
il bene. Noi vogliamo stare Bene,
non meglio, mai pi. Oggi coscienti
che lo stare Meglio significa perpetuare uno stato di guerra, del tempo

92

degli assassini, degli uomini contro


gli uomini, della fine del mondo.
Questa scelta verso il Bene sarebbe
lo scarto di lato, e su questa direzione che anche quel che resta del
comunismo pu ritrovarsi nuovo e
utile altrimenti sarebbe un alibi
ideologico dato in prestito ai padroni di sempre, un percorso che si
affianca e difende il privilegio pi
che la liberazione dal bisogno. Per
ci che ci riguarda cerchiamo un
luogo dove Gandhi e Majakowskij
possano oggi incontrarsi e dialogare e da quel posto guardare anzi
vedere per poi raccontare Il
primo vero passo verso la Pace la
Liberazione dal bisogno meno bisogni un uomo ha pi in Pace. Il
resto conseguenza di questo
punto che punto di partenza.
I Fratelli Cervi e lantifascismo,
Sesto San Giovanni e le lotte operaie, molti sono i temi anomali che
a ff rontate nelle vostre canzoni,
nelle storie in musica che caratterizzano il vostro repertorio. Il vostro
lavoro assomiglia a quello dei cantastorie e non un caso che alla festa de LErnesto siate state accoppiati, sia pure in serate diverse, a
Franco Trincale, il pi grande, il pi
escluso, il pi combattuto (non solo
dal sistema) cantastorie. Siete lunico gruppo rock che non ha cancellato il passato. Sembra quasi che
abbiate lurgenza di lavorare perch
non venga cancellata la memoria.
vero?
La memoria la ricchezza vera di un
popolo. La pi grande. Ma non sta
l in qualche archivio, o in un museo, non sta a casa di qualche professore di storia, non sta in un computer. La memoria sta ancora in
quel vecchio grande vaso dove noi
possiamo gettare ancora oggi tanti
semi che sono i nostri ricordi, le nostre sensazioni ma soprattutto le nostre emozioni. Da questi semi, se
ben innaffiati, se ben concimati pu
nascere un modo nuovo di interpretare ma soprattutto di fare la storia. Se la memoria non servisse a ci
sarebbe solo una sbiadita e vecchia

Luglio - Agosto 2004

cartolina; sarebbe inutile. Oggi in


atto nel nostro paese un forte conflitto sulla memoria. Da una parte i
vincitori fanno di tutto per imporre
una memoria falsa, retorica ma
unica e nazionale dallaltra resiste
una memoria fatta di tanti frammenti, di schegge che insieme costituiscono un affresco epico quello
dellalienazione, dellesilio forzato,
dello sfruttamento. Solo questa memoria di parte e partigiana ci assicura unidentit e quindi la possibilit di un futuro diverso da quello
che ci viene imposto e ordinato.
Nessun futuro ci apparterr se non
sar una nostra conquista e per questo la memoria indispensabile. La
Storia non siamo noi, la storia di
chi vince. Ma noi abbiamo le storie
che fanno unaltra storia o meglio
stabiliscono il nostro rapporto con
la storia. Ecco perch insistiamo
tanto e da tanto tempo sulla storia
e sulla memoria. Il cantarle significa
per noi rivestire un ruolo e una funzione vitale, quella del cantastorie.
Una figura culturale e sociale che
stata annientata dalla civilt dellimmagine. Ma il cantastorie colui che tiene vivo il senso della comunit poich depositario della
memoria ed lui che pu rassicurare i pi giovani circa il futuro. Il
cantastorie ponte passaggio fra
generazioni, fra ci che stato e ci
che sar. La nostra anche una battaglia culturale per il mantenimento di una figura, di un ruolo, di
una funzione che appunto quella
del cantastorie. Non sappiamo se sia
vero che noi stiamo per diventare
lunico gruppo di rocknroll che
non ha cancellato il passato, ma se
fosse davvero cos significa solo che
siamo gli ultimi a restare in piedi
sulla grande Barricada della cultura
rispetto alloffensiva della merce. E
se siamo gli ultimi significa anche
che saremo i primi. Su questo non
ci piove! una certezza.
Siete lunico gruppo che giunto allapice del successo ha avuto il coraggio di denunciare il sistema rompendo, non senza conseguenze, un
contratto con una major. Qualcuno

Luglio - Agosto 2004

ha ironizzato, altri vi hanno dato


pacche sulle spalle ma non vi hanno
seguito, il vostro pubblico vi ha sostenuti fino in fondo evitando quellemarginazione che sembrava inevitabile. Pensate che, al di l di atteggiamenti singoli, sia oggi possibile pensare a un rapporto tra artisti e musica nel nostro paese che
non sia soltanto la schiavit nei confronti delle grandi multinazionali?
Il nostro rapporto fra la musica e la
politica un rapporto o meglio una
relazione culturale. Innanzitutto bisogna chiarire una questione fondamentale. Se uno fa della Merce
consapevole o meno di ci avr per
forza di cose un interlocutore, cio
il Mercato, ma se, come nel caso nostro (scusare la presunzione) uno
fa, produce o almeno tenta di creare
cultura allora linterlocutore privilegiato non pi il Mercato ma la
Politica. Questo un dato di fatto
certo. La confusione che oggi regna
nel nostro paese dovuta soprattutto alla completa latitanza della
politica rispetto alla cultura nello
specifico quella musicale. Quindi
intere generazioni di produttori di
musica viengono abbandonati e
dati in pasto ai pescecani piccoli o
grandi che siano. Questa la prima
e principale responsabilit, il dito
deve sempre essere puntato in
quella direzione; il jaccuse va rivolto alla politica, in questo caso
quella della sinistra istituzionale. La
chiave per risolvere questo massacro in atto che condurr inesorabilmente verso un suicidio culturale
e far di questo paese, come per
tanti altri aspetti, anche per quello
della produzione culturale, una
barzelletta, solo una: la legge sulla
musica. Non c scampo, se noi vogliamo cominciare a ragionare in
termini culturali e vogliamo porre
le fondamenta di una svolta epocale
dobbiamo considerare laspetto
della produzione promozione e distribuzione di un bene qual quello
della musica in termini di mercato
del lavoro. un mercato che deve
essere regolato: cos e solo cos si potr avere di tutto il fenomeno una

La Cultura

visione politica. E si potr intervenire su un territorio dove oggi governano solo i veri feudatari con le
loro corti al seguito, vassalli e valvassori vari. Costoro impongono a
tutti, produttori e consumatori un
medioevo culturale. Ci vorrebbero
molte ma molte pagine per, finalmente, presentare come si deve
questo problema. Almeno un confronto sulla legge francese. Ma la
sinistra tutta essendo collusa con
tali baronie ed essendo responsabile del passaggio di denaro pubblico nelle casse di operatori privati
anzich far s che sia investito in
strutture pubbliche, fa fatica e ritarda a intervenire favorendo quelli
che oggi sono dei commissari ma
domani diventeranno i gestori principali di tutto il territorio. Unaltra
lacuna quella di considerare tutta
la questione solo nel momento o
meglio nella fase del consumo e mai
e poi mai in quella della produzione. Sembra che anche a sinistra
su tutto valga la logica e la retorica
delliniziativa privata (fatevi i fatti
vostri ma poi nel nostro terreno decidiamo noi quali sono le regole per
passare). Noi abbiamo deciso che
non ci stiamo pi. Su questa miseria e barbarie abbiamo deciso di
operare con pi assiduit non limitandoci alla denuncia, ma cercando
con un ruolo capace di far partire
forme di mutuo soccorso fra gruppi
e realt operanti nel settore.
Pensate a un nuovo rapporto tra
musica e politica?
No. Limpostazione ideologica culturale nostra, circa il rapporto musica, politica, la stessa di sempre.
A tale proposito vorrei ricordare le
parole di un protagonista vero della
cultura popolare italiana Gianni
Bosio che cos scriveva nel maggio
1967: Il lavoro culturale spinto dalla
logica della non integrazione a costruirsi le armi per difendere la possibilit di sopravvivere; il lavoro culturale
non pu che trasformarsi in lotta politica per propria difesa e perch la lotta
politica diventa il livello pi alto di ogni
lavoro culturale. La sinistra (istitu-

zionale e non) ha sempre trattato


lartista in genere, nello specifico il
musicista come un giullare, un
s e rvo alla sua corte non riconoscendo dignit n unautonomia e
neppure valore sia alluomo che allopera. Questo ha generato una
sorta di precariato e ha allontanato
sempre pi energie e intelligenza
dalla politica. Non si pu non vedere che tutto ci porta a precise responsabilit circa lo stato delle cose
presenti, prima fra tutte laver lasciato passare uno status quo che
educa allindividualismo, alla logica
dei fatti propri pi che al lavoro comune, al confronto e allincontro.
In pi la sinistra stata ed debole
con i forti, con i mercanti, con i

Il nostro rapporto fra la musica


e la politica
un rapporto o meglio
una relazione culturale

padroni della musica che sono stati


oggettivamente favoriti dalle scelte
sulla SIAE, lENPALS fino alle agenzie e al caporalato delle etichette indipendenti. Lo spettacolo di tutta
questa miseria, il manifesto di questo sfascio totale ci viene presentato
ogni anno in occasione del 1
Ma ggio a Roma in piazza San
Giovanni. E la colla di tutta questa
rovina data proprio da una sinistra
italiana assente o pavida. Altre dovranno essere e saranno le strade
nuove e noi su quelle ci stiamo impegnando.
Nel libro Banditi senza tempo avete
scritto che i movimenti contro la
globalizzazione (hanno) bisogno di
una forte avanzata, di una critica

93

La Cultura

dialettica, non di consolazione.


Questi movimenti sono ancora
molto condizionati dai media che
rendono invisibile ogni problema di
contenuto e ogni significativa strategia di cambiamento aggiungendo anche che il movimento
non capace di vivere quotidianamente e nelle sue relazioni ci
che appartiene ed proprio della civilt contadina e operaia. Sono
critiche pesanti che hanno suscitato
pi di una reazione e che fanno pensare a una sorta di parallelo con il
Pasolini che criticava gli studenti di
Valle Giulia A distanza di qualche
mese dal vostro libro riscrivere s t e
quelle considerazioni?
Intanto non pensiamo che Pasolini
e il 68 abbiano molto a che fare
con le nostre posizioni critiche circa
alcuni aspetti culturali e politici
espressi o taciuti del cosiddetto

Manca al Movimento un Cantore.


Manca colui che sappia
dargli eticit, manca il fuoco
attorno al quale passare
la notte prima dellAssedio

Movimento No Global. Ci teniamo anche a precisare che il


Movimento in quanto tale si muove
e in fretta per cui assume posizioni
e strategie diverse a breve distanza
anche temporale: nella sua natura
proprio perch non partito. Le
critiche fatte o meglio scritte in
Banditi senza tempo restano per
ci che ci riguarda, ora come ora, le
stesse. La prima consiste in una
mancanza, in un vuoto che testimonia e ne rivela a sua volta un altro e
un altro ancora, come in una catena
di SantAntonio Ci spieghiamo

94

meglio. Manca al Movimento un


Cantore. Manca colui che sappia
dargli eticit, manca il fuoco attorno al quale passare la notte prima
dellAssedio. I nostri fratelli pi
grandi hanno avuto Pasolini, la nostra generazione ha avuto Andrea
Pazienza ma se del Movimento
sento il grande profumo di libert,
di Primavera che sta per arrivare
non odo per ancora la Parola,
quella profetica quella epica quella
che sappia far tacere anche lurlo
della bomba. Al Movimento manca
la Parola. Perch? Ed ecco laltro
anello. Perch vittima, subisce il
linguaggio delle comunicazioni di
massa e il suo fascismo. Non solo,
ma il Movimento in una fase tutta
infantile, non innocente, tenta e
spera di poter comunicare attraverso le comunicazioni di massa.
Riteniamo questo un passo sbagliato che si rivela suicida in un territorio paludoso perch rischia le
sabbie mobili Il Movimento non
tenta altre strade, non va alla conquista della Parola, non c fiore
nella sua parola poich sua non ,
non c Primavera. Poich il
Movimento si affida allocchio, vittima della societ dellimmagine,
cio il nemico di ogni nuovo immaginario. Apriamo una parentesi. Ci
testimone il tempo. Il giorno che
venne pubblicata la copertina di
Panorama (o lEspresso?) sul G8,
quindi molti giorni prima dei fatti,
iniziammo subito a denunciare la
trappola grande che si stava preparando e da quel giorno a ogni concerto affermammo che a Genova in
quelle condizioni non bisognava andare Non premonizione la nostra, ma una consapevolezza che si
maturata soprattutto durante la
guerra in Jugoslavia. Basta leggere
Peter Handke in Un viaggio dinverno per capire il ruolo moderno
delle comunicazioni di massa,
stampa e TV per prime. Sono loro
oggi i predicatori dellodio e dello
spettacolo del sangue, sono i violenti veri, il fascismo cane da guardia, servo e con la vocazione al massacro. Sono loro i guastatori quelli
che arrivano prima degli eserciti,

Luglio - Agosto 2004

delle bombe, delle torture Sono


loro a sfondare le porte dell Apocalisse. Sono loro il nemico vero che
bisogna combattere e si pu vincere
solo con la Parola, con la nuova
Parola. Seguendo la catena si scopre
che da ci si arriva a un altro anello:
la mancanza di identit, di percorso, di cammino, il vuoto pi
grande, lAbisso, cio la mancanza
di memoria. Ecco allora che la si
prende in prestito la dove c, fuori
dalle mura dellOccidente, come se
la si potesse comprare acquistare e questo lanello pi delicato poich la responsabilit di ci
storica pi una lacuna dei padri
che non dei figli. E questo penso sia
il nodo fondamentale da sciogliere
al pi presto poich solo il suo scioglimento pu generare quel motore
della Storia che incontrando lAltro
pu cambiare veramente le sorti del
nostro paese e contribuire alla salvezza del Pianeta. Al Movimento
manca una propria autonoma capacit di progettare un futuro diverso per le nuove generazioni
dellOccidente capitalistico ed
troppo legato agli eventi mediatici
e allagenda dei governi scrive
Barcellona in Alzata con pugno.
Noi siamo daccordo perch ogni
movimento che tende a mutamenti
significativi dello stato di cose esistenti deve necessariamente radicarsi in una realt effettiva e rappresentare nella sua pratica unidea
della collettivit e del bene comune
che il contrario del puro aggregarsi in moltitudini di singolarit separata da ogni stabile legame con il
contesto. Non si pu fare una rivoluzione per conto di altri e in nome
dei poveri della terra ma occorrer presto stabilire insieme ai poveri stessi come dove e perch produrre ricchezza cio eliminare i bisogni. Le rivoluzioni sono state fatte
sempre in nome proprio giacch il
riscatto di un popolo di una classe
e di una generazione comincia dal
rifiuto di delegare ad altri il compito
di definire i propri bisogni e di far
valere i propri diritti. E ogni strategia di riscatto implica una progettazione positiva e quindi unorganiz-

Luglio - Agosto 2004

zazione del futuro assetto dei poteri


che si vuole realizzare, non una semplice negazione distruttiva. E cos
arriviamo anello dopo anello (saltandone molti per ordine di spazio)
alla catena, cio la politica che poi
il progetto politico che da questo
Movimento deve nascere e realizzarsi. questo il ponte il passaggio
verso altri e nuovi territori, verso la
Grande Terra Promessa. Se ci non
avviene perch ancora il
Movimento non risolve il problema
principale dellidentit. C un racconto di padre Balducci a questo
proposito. Nelle comunit cristiane
delle origini cera luso di consegnare al fratello che stava per intraprendere un lungo viaggio il frammento di un vaso di terracotta frantumato. Al ritorno egli sarebbe stato
riconosciuto dal frammento ricomposto in unit con gli altri. In questa eclissi generale delle identit il
primo dovere restare fedeli a
quello che noi abbiamo costruito
(ci ci allontana dalle analisi recenti
e non, di Toni Negri) con una variante per, che essa non va ritenuta
come il tutto ma come un frammento del tutto, anzi un tutto ancora nascosto nel futuro. Non ripudio me stesso n mi converto ad altro. Ripudio soltanto le pulsioni e le
forme che mi condurrebbero a fare
del mio frammento la misura del
tutto. Una massima Zen dice: Il
principiante sa che le montagne
sono montagne e le acque sono ac-

La Cultura

que. Quando progredisce non lo sa


pi. Divenuto perfetto sa di nuovo
che le montagne sono montagne e
le acque sono acque. Il momento
pericoloso il secondo quello in cui
si smarrisce il principio didentit.
Allora la spinta alla negazione pu
giungere fino allannientamento fisico o morale di s e degli altri. La
salvezza nella terza fase quando
uno sa che le montagne sono montagne e le acque sono acque, sa che
la giusta forma culturale o religiosa
quella in cui cresciuto. Solo che
ai suoi occhi non pi quella che
era. Da orizzonte che tutto chiude
diventata semplice punto dappoggio e dorientamento per una
nuova dimensione. Cos lAltro non
minaccia ma frammento alla ricerca del tutto. Esso mi provoca,
svela i limiti del mio frammento,
svela le possibili coincidenze, dimostra le necessit di sentirsi relativi.
La verit non un Oggetto, la relazione con un oggetto che nascosto nel futuro. Quello che mi accomuna agli altri lunit del punto
di riferimento e la disposizione a
cercarlo insieme. Se noi lasciamo
che il futuro venga da s come sempre venuto e non ci riconosciamo altri doveri di quelli che avevano i nostri padri, nessun futuro ci verr
concesso Non c luce ai piedi del
Faro. In tutto questo dibattito soprattutto nellarea comunista italiana manca (da sempre mancante) un precedente importantis-

simo, cio lanalisi di Gramsci a proposito delle sub-culture in


Americanismo e Fordismo (quaderno 22). Ci riporta al confronto
con la tradizione. Attraverso il pensiero di Gramsci si pu scorgere
come, anche nei loro linguaggi del
dissenso, forme popolari legate alla
tradizione possono partecipare inconsciamente alla riproduzione di
unegemonia culturale conserv atrice. In tale contesto influenze culturali estranee possono fornire
unalternativa radicale. Il pensiero
di Gramsci permette di vedere
come lAmerica (negli anni 50-60)
e tutto ci di cui era simbolo (il
nuovo, il rifiuto della tradizione, il
conflitto generazionale, la modernizzazione) poteva rappresentare una sfida pi significativa allegemonia culturale esistente di
quanto non lo fossero le forme locali di opposizione. Il pensiero di
Gramsci ha avuto grande successo
nellambito della sociologia inglese.
Lanalisi inglese delle sub-culture,
degli stili, del rock ecc. ecc. parte
proprio da concetti come americanismo ed egemonia tratti da i
Quaderni.
Tale analisi non mai stata ripresa
in Italia, ma penso che anche per
ci che riguarda alcuni esperti culturali del Movimento No Global
possa essere utile almeno nella sua
impostazione generale. lernesto potrebbe farsi carico di tale dibattito,
o no?

95

Atti del convegno promosso dalla rivista comunista lernesto e dal Centro culturale Concetto Marchesi il 26 e 27 marzo 2004 presso la Casa della Cultura
di Milano.
Il Novecento e la sua contrastata eredit; la natura del potere e dei suoi apparati; la
guerra e lattualit della resistenza; i soggetti e le forme della lotta contro lo sfruttamento capitalistico e contro limperialismo: intorno a questi temi lo scorso marzo
si sviluppato un confronto a tutto campo, promosso dallernesto alla Casa della
Cultura di Milano.
Ne risultata una analisi originale della situazione politica interna e internazionale,
accompagnata dalla critica dei risvolti pi marcatamente ideologici dellattuale dibattito politico in seno alla sinistra italiana.
Per richieste e prenotazioni:
Coop Editrice Aurora, via Spallanzani 6, 20129 Milano
tel. 02/2043653
1 copia 6 euro - 10 copie 50 euro
+ spese di sped. post. in contrassegno

Fosco Giannini
Introduzione al dibattito
Lucio Magri
Democrazia e socialismo
Rina Gagliardi
Nonviolenza come opzione fondativa
di una nuova identit comunista e rivoluzionaria
Piero Bernocchi
Violenza, potere, ricorso alla forza.
Ma qual loggetto di questo strano dibattito?
Valentino Parlato
Violenza-non violenza: dibattito o operazione politica?
Claudio Grassi
Che il dibattito prosegua, senza precipitazioni
a fini di lotta politica interna
Franco Arrigoni
Riportare al centro della discussione la concretezza
del conflitto sociale
Gianni Alasia
Violenza, non violenza e un po di storia
Bassam Saleh
Fra conflitto e processo di pace: la questione palestinese
Fausto Sorini
Lotta di massa, lotta armata e terrorismo
Giorgio Bocca
Resistenza, revisionismo, violenza
Sergio Cararo
Potere e nonviolenza: un vecchio, falso problema
Enzo Collotti
Pericoli del revisionismo e centralit dellantifascismo
Angelo Del Boca
Considerazioni a sessant anni delleccidio nazista
di Fondotoce, Val dOssola
Andrea Catone
Movimento operaio e teoria della violenza
Don Renato Sacco
Un altro mondo possibile,
contro il dilagare della cultura di guerra
Jaime Ballesteros
Il socialismo agli inizi del XXI secolo
Lidia Cirillo
Porsi di nuovo la domanda:
cos che non ha funzionato?
Le Vin Thu
Quel che dice lesperienza del Vietnam
Lidia Menapace
Nonviolenza come opzione etica
e azione nonviolenta come azione politica
Gianni Min
A fianco delle lotte dei popoli latinoamericani
Luisa Morgantini
Una pratica politica per rompere
la danza macabra di guerre e terrorismi
Hugo Ramos Milanes
Contro il terrorismo, per il diritto alla resistenza
Giovanni Pesce
Dobbiamo difendere leticit della trincea partigiana
Paolo Poggio
Fine della storia?
Gianluigi Pegolo
Dibattito sulla non violenza:
tatticismo e discutibili caratteri strategici
Giuseppe Prestipino
Strumenti del potere e fini della politica ieri e oggi
Franco Russo
La questione del potere
Mario Vegetti
La forza, la guerra, il conflitto
Mario Tronti
Non di unulteriore autocritica del movimento operaio
vi bisogno, ma della critica del capitalismo
Alberto Burgio
Non per concludere, ma per rilanciare