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PIERANGELO RABOZZI LA SAGGEZZA DI SENECA NELLE LETTERE A LUCILIO 1


Giornale di Brescia 8 ottobre 1991

Pensando a Seneca, viene spontaneo ribadire la grande validit dell'insegnamento di tutta la sua opera, cos moderna nel pensiero e nello stile e cos diversa dall'immagine un po' aulica ed eroica che molti hanno del mondo classico. Se quanto sto dicendo appare evidente in tutti i cosiddetti dialoghi di Seneca, risulta particolarmente chiaro dalle Lettere a Lucilio, un'opera stimolante per ogni uomo moderno che cerchi nelle pagine di un libro e nella pausa di una buona lettura un viatico per le difficolt, le angosce e i dubbi del vivere quotidiano. Queste lettere erano casuali chiacchierate confidenziali indirizzate all'amico Lucilio, ricco governatore della Sicilia, convinto epicureo. Io credo che non ci sia in tutta la letteratura latina un libro pi piacevole di queste lettere, che tentano con eleganza di adattare lo stoicismo alle necessit di un uomo ricco ed impegnato nella vita pubblica. Si pu dire che inizia con queste epistole quella forma di libero saggio che sar lo strumento preferito di Plutarco e di Luciano, di Montagne, di Voltaire, di Bacone. Leggere queste lettere significa mettersi in corrispondenza con un Romano illuminato, umano, tollerante, che aveva raggiunto le pi alte vette e al tempo stesso conosciute le bassezze della vita, dell'arte di governo e della filosofia. E uno Zenone che parla con le dolcezze di Epicuro e il fascino di Platone. Seneca si scusa con Lucilio per la trascuratezza del suo stile, che per piacevolissimo: Io desidero che le mie lettere siano per te proprio quello che sarebbe la mia conversazione se tu ed io stessimo seduti o passeggiassimo l'uno accanto all'altro. Io scrivo questo - aggiunge - non per molti, ma per te; ciascuno di noi uditorio sufficiente per l'altro. Descrive i suoi attacchi d'asma con vivacit, ma senza commiserarsi e li chiama scherzosamente: "Un impratichirsi di come si fa a morire". E vecchio, ma solo fisicamente: "La mia mente forte e sveglia; la vecchiaia il periodo della perfezione per l'intelletto". La prima lezione che Seneca ci d che non possiamo essere saggi in tutto. Noi siamo frammenti dell'infinito e momenti dell'eterno. Dio per lui la provvidenza che vigila su ogni cosa, negazione della casualit e del disordine; la causa prima di una infrangibile catena di cause ed effetti; il Fato che guida chi vuole e trascina chi non vuole; anche, in altri passi, immanente nell'uomo e nella natura tutta. Parla con fiducia di una vita al di l della morte, ma altrove chiama l'immortalit un bel sogno; dice che la morte un "non esistere", ma poi, sulla scia di Platone, definisce il corpo come un carcere dell'anima. Queste incertezze sono segni evidenti di una mente non dogmatica, ma in perenne ricerca della verit. Le stesse esitazioni turbano e nello stesso tempo danno grazia alla sua filosofia morale. Se lo stoicismo il pilastro del suo pensiero, Seneca era per troppo indulgente per essere solo e totalmente stoico. Ma il suo non n dilettantismo, n eclettismo; le sue scelte sono meditate: come Epicuro disprezzava la cultura enciclopedica, Seneca non ama le scienze esatte n la retorica, perch non nutrono l'anima. Egli vede intorno a s l'immoralit che fiacca il corpo e avvilisce l'anima senza soddisfare n l'uno n l'altra; l'avidit e la lussuria hanno compromesso la tranquillit e la salute e il potere ha fatto dell'uomo un bruto pi abile. Come ci si potr liberare da questa inquietudine che tormenta l'uomo del suo secolo come i nostri contemporanei? Seneca comprende che il male pi pericoloso per l'anima , oggi come allora, il vuoto interiore, la dissipazione. E necessaria la conquista di una autonomia spirituale attraverso il potenziamento della volont, un severo esame interiore e il possesso della filosofia che insegna a vivere e a morire. Il motivo della sosta, del raccoglimento, del colloquio con se stessi diventa il motivo centrale e culminate del pensiero di Seneca ed un motivo estremamente valido anche oggi, perch rappresenta l'unica strada per superare e vincere l'alienazione del nostro tempo, che poi di ogni tempo: la dicotomia fra chi si lascia vivere e gli esseri pensosi di s e della propria vita.

La filosofia non per Seneca scienza per iniziati, ma scienza della saggezza, anzi si identifica con essa e la saggezza appunto l'arte di vivere. Non il piacere, ma la felicit, fondata sull'onest, sulla giustizia, sulla gentilezza d'animo, lo scopo della vita. Coloro che fanno del piacere il fine della loro vita sono come il cane che afferra ogni pezzo di carne che gli viene gettato, lo inghiotte e poi, invece di starsene contento, rimane a bocca aperta, ansioso ancora, in attesa di un altro pezzo. Ma come si conquista la saggezza? Praticandola quotidianamente, risponde Seneca, essendo severi con se stessi e indulgenti con gli altri, frequentando la compagnia di altri saggi, leggendo pochi buoni libri parecchie volte, piuttosto di leggerne molti affrettatamente, evitando la folla, perch "gli uomini sono pi cattivi insieme che separati". Quanta verit e attualit in questa affermazione! Non consiglia tuttavia un atteggiamento individualistico, ma il significato dell'insegnamento di Seneca che anche tra la folla bisogna sapersi ritirare in se stessi, e che dalla moltitudine bisogna essere dissimili, non lontani. Visto il fallimento della sua opera mediatrice accanto a Nerone, non passa all'opposizione; per lui non essenziale la partecipazione politica. Anche nella quiete e nell'isolamento sente di aver raggiunto la pienezza di vita. Ormai intende servire la societ con la guida della parola; egli sente che attraverso le Lettere a Lucilio potr raggiungere tutta l'umanit anche futura. Non dunque un ripiegamento, ma un'ascesa. Un altro grande insegnamento che scaturisce da quest'opera di Seneca riguarda l'atteggiamento di fronte alla vita e alla morte. La vita deve essere intensamente vissuta e tesa al raggiungimento di beni autentici e duraturi. La morte non deve essere attesa con vilt o con paura, ma accolta come un evento naturale. Anzi la vita non sempre cos bella che valga la pena di continuare viverla: "Che cosa pi meschino che tormentarsi alle soglie della pace? ... per me ho vissuto abbastanza a lungo, ho avuto quanto basta e aspetto la morte". La vita lo prese in parola. Nerone mand un tribuno a chiedergli di discolparsi dall'accusa di aver congiurato contro di lui; Seneca rispose che da tempo non si interessava pi di politica. Quando il tribuno torn a riferirgli l'ordine di morire, egli ascolt il messaggio senza mostrare sgomento o paura, ma rivel un animo sereno e forte, dimostrando a quanti lo accusavano di incoerenza e di ipocrisia che egli aveva dato appuntamento per quel supremo momento della morte perch giudicassero la sua vita. Si fece tagliare le vene e attese serenamente la fine, confermando che quanto aveva insegnato e scritto sul disprezzo della morte non erano parole vane. Seneca, come tutti gli stoici, sottovalut forse il valore dei sentimenti ed esalt il potere della ragione. Il suo pessimismo, la sua condanna dell'immoralit e della sensualit volgare, il suo disprezzo per i tragici giochi del circo, il suo consiglio a rispondere con la gentilezza all'ira, la sua costante meditazione sulla morte, il suo atteggiamento umano verso gli schiavi, la sua concezione di una fratellanza universale dell'uomo, la sua filantropia (porgere la mano al naufrago; dividere il pane con l'affamato; maggiore infelicit fare il male che subirlo) fecero s che Tertulliano lo chiamasse "nostro" e indussero sant'Agostino ad esclamare: "Che cosa di pi potrebbe dire un cristiano di quello che disse questo pagano?". Egli non era cristiano, ma invoc la fine della corruzione e della violenza e aspir a veder ridotte le distinzioni fra liberi, liberti, e schiavi a "meri titoli nati dall'ambizione e dall'ingiustizia". Nerva e Traiano si formarono in una certa misura sui suoi scritti e furono ispirati dal suo esempio ad un metodo di governo coscienzioso ed umano. Petrarca lo pose subito dopo Virgilio, Montaigne lo cit con lo stesso amore con cui Seneca aveva citato Epicuro; Emerson lo lesse pi volte e divenne il Seneca americano. Qualcuno osserv che in lui ci sono poche idee originali: ma forse vale la pena ricordare che in filosofia ogni verit antica e solo l'errore originale. Nonostante le contraddizioni tra la sua vita e i suoi scritti, Seneca fu il pi grande filosofo romano e uno degli uomini pi saggi che mai siano esistiti.