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La fine della speranza

Scritto da MarioEs
venerdì 20 aprile 2007

In un bell'articolo apparso lunedì scorso su Corriere Economia, intitolato "Queste elite incapaci di produrre speranze", Pier Luigi Celli afferma ad un certo
punto che:

"Siamo pieni di echi rumorosi e confusi sui temi della responsabilità sociale e sui valori che dovrebbero caratterizzarla. Con il risultato di vedere,
periodicamente, saltare i paladini del discorso sulle insidiose mine dei fatti, a riprova che limitarsi a celebrare l'immagine ed a costruire artificialmente e
retrospettivamente la propria storia, si rischia quasi sempre di intorbidire le acque e di preparare risibili cadute".

Il nodo della nostra società capitalistica è anche riassunto in queste parole ed in quelle che seguono, dove Celli ci dice che:

"E' forse arrivato il momento di riprendere, almeno in dosi omeopatiche, a rintrodurre un pò di etica della convinzione dove i valori e i contesti di senso
tornino ad orientare certe direzioni di marcia, pur facendo salvo il principio che è dai risultati poi che si deve essere giudicati".

Etica della convinzione, dei valori e della responsabilità da un lato e risultati visibili dall'altro.

Ieri sera su Rai tre, in fase di trance "post-iperlavoro", osservavo Annozero di Santoro che parlava della triste situazione dei nostri lavoratori, operai che
muoiono giornalmente sui luoghi di lavoro (circa 1.200 morti all'anno), che guadagnano cifre miserrime appena sufficienti per sopravvivere e che non osano
nemmeno più sperare nella pensione perchè, anzi, le propettive più rosee parlano di un valore pari al 60% dell'ultimo stipendio (a parte i pochi fortunati che nel
1995 avevano 18 anni di servizio).

Un simpatico video tratto da YouTube intitolato "Supermarket 2.0"

Non ne parliamo dei giovani e giovanissimi, che ormai anche con una laurea devono "conoscere qualcuno" altrimenti non se ne fa niente.

Mi ha colpito molto la frase di un operaio anziano che ha detto "siamo passati dal diritto al lavoro al privilegio del lavoro".

Ed è anche qui un'altra chiave di lettura del nostro decadente sistema economico: lavorare oggi è diventato un privilegio e non un diritto, su cui pur si
dovrebbe fondare la nostra Repubblica.

Nella realtà è una sorta di "concessione" che le elite dirigenziali fanno agli "amici degli amici", senza un reale processo di selezione meritocratica.

Del resto, le stesse elite sono selezionate (da sè stesse) con identico metodo, per cui perchè usare "due metri e due misure?".

In poche parole non esiste mercato nè concorrenza perchè il nostro sistema economico è un "coacervo di monopoli più o meno grandi", non esiste "diritto al
lavoro" perchè il lavoro è una "concessione ed un privilegio",non esiste il futuro (soprattutto per i più giovani) perchè nel migliore dei casi sarà sicuramente
peggiore di quello attuale.

Non esiste etica della responsabilità, perchè le nostre classi dirigenti sono autoreferenziali ("i mediocri scelgono i mediocri" dicevo in questo post" ) ed
hanno come obiettivi il proprio prestigio, il potere, il "mega-stipendio" (che è uno status symbol per eccellenza: siamo arrivati ad un "divide" di 1 a 500 tra top
manager ed operaio...).

Inoltre, avendo come scopo quello di perpetuare il proprio potere i nostri dirigenti (politici, pubblici amministratori, imprenditori e top manager) sono
fondamentalmente opportunisti, calcolatori, strateghi("tecnici di sè stessi").

Come dice Celli, siamo di fronte ad una "evidente degenerazione di comportamenti semplicemente adattivi e opportunistici".

Però sanno raccontarci le favole e sanno sedurci con problemi di altissimo profilo: la sessualità, il clima, l'etica, i valori della famiglia ecc.

Ma i problemi della vita reale, quelli no, quelli non li risolve proprio nessuno.

Amartya Sen, grande filosofo ed economista indiano, parla di "capabilities" e di "deprivazioni".

I nostri giovani delle società occidentali avanzate, i nostri figli, si trovano in un mondo paradossale e tremendo: da un lato ci dicono che la tecnologia, Internet,
il Web 2.0 ci hanno aperto e ci apriranno nuovi fantastici mondi, ma dall'altro anche con una laurea ed un master magari non riescono a trovare lavoro.

La Genarazione Y è la generazione che vive sulla sua pelle l'opulenza di una società che offre loro infinite possibilità, ma che contemporaneamente gli preclude di
realizzarle.

E' una generazione di "eterni insoddisfatti", ai quali il mondo esterno propone, con seducenti messaggi, la "tecnologia della felicità" , ma ai quali poi la società
offre solo pesanti delusioni.

Generazione "ricca", ma al tempo stesso "deprivata".

Deprivati soprattutto di un bene immenso ed inestimabile: la speranza nel futuro.