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ROVOLON

STORIE DI UNA COMUNIT


DEI COLLI EUGANEI
comune di rovolon
ci erre grafi ca | comune di rovolon
Edito dal Comune di Rovolon
durante lAmministrazione del Sindaco Francesco Baldan
Copyright 2011 Comune di Rovolon
Cierre Grafica, Caselle di Sommacampagna, Verona
www.cierrenet.it
Questa pubblicazione stata realizzata grazie al sostegno di
ROVOLON
STORIE DI UNA COMUNIT
DEI COLLI EUGANEI
a cura di
Claudio Grandis
Con contributi di
Cristina Capodaglio, Renzo Forestan, Carla Frasson,
Claudio Grandis, Manfredo Manfredini, Vittorio Miotto,
Stefania Montemezzo, Aldo Pettenella, Don Antonio Pontarin,
Francesco Tognana, Scuola Secondaria di primo grado di Rovolon
ci erre grafi ca | comune di rovolon
comune di rovolon
Per le immagini fotografche:
- Archivio Comunale di Rovolon, pag. 34, 35, 38, 39, 58, 59, 126, 127, 185, 211, 220, 246
- Archivio Parrocchiale di Bastia, pag. 64, 108, 111, 113, 114, 117, 118
- Mario Bortolami di Padova, pag. 234
- Rino Fiocco di Rovolon, pag. 17, 29, 101, 106, 107
- Renzo Forestan di Rovolon, pag. 57, 61, 140, 165, 168, 172, 174
- Fabiola Gagnolato di Rovolon, pag. 94
- Claudio Grandis di Selvazzano Dentro, pag. 18, 20, 21, 37, 56, 62, 63, 76, 80, 83, 90, 186, 190, 191, 197, 207,
209, 237
- Manfredo Manfredini di Padova, pag. 226, 227, 229, 230, 231, 232
- Vittorio Miotto di Rovolon, pag. 150, 151, 152, 155, 156, 157
- Ottorino Paccagnella di Rovolon, pag. 77, 84, 104, 130
- Francesco Perencin di Padova, pag. 12, 60, 136, 164, 192, 224 (in basso)
- Mario Saggiorato di Rovolon, pag. 91, 128
- Scuola Secondaria di primo grado di Rovolon, pag. 210, 240, 242, 243, 244, 245
- Marta Segato di Rovolon, pag. 206
- Giuseppe Trevisan di Cervarese S.C., pag. 16, 31, 36, 47, 67, 81, 93, 97, 98, 102, 120, 133, 166, 182, 183, 189,
212 (in alto), 214, 222
- Aldo Zanellato di Padova, pag. 22, 71, 74, 75, 85, 123, 147, 159, 170, 178, 187, 196, 198, 199, 200, 202, 203,
204, 212 (in basso), 213, 221, 223
- Foto esposizione mostra fotografca di Carbonara, pag. 124, 125, 129, 132, 205, 241
- Associazione Le Fontane di Carbonara, pag. 208
Con un grazie particolare a tutti coloro che hanno contribuito e collaborato.
7 Saluto dellAmministrazione Comunale
9 Presentazione
LAMBIENTE E LA STORIA
15 Claudio Grandis
Rovolon: una comunit tra colline e pianura
27 Francesco Tognana
Dal villagio medioevale alla villa: insediamenti,
castelli e strutture fortifcate
47 Claudio Grandis
I boschi
51 Carla Frasson
Il bosco della Carpaneda
55 Stefania Montemezzo
Case vecie e campi magri.
Vivere contadino e sviluppo delle colture agricole a Rovolon in et moderna
71 Cristina Capodaglio
Il Comune di Rovolon nellOttocento
87 Claudio Grandis
Il mulino di Rovolon
93 Claudio Grandis
Il mulino di Carbonara
95 Aldo Pettenella
Altri promessi. Storia padovana del secolo XVI
SUL FILO DELLA MEMORIA
139 La seconda guerra mondiale a Rovolon
149 La mia giovent. Ricordi di Vittorio Miotto
159 Il monumento ai caduti
Indice
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 6
165 Renzo Forestan
Storia e vita contadina
171 Renzo Forestan
Un rito della campagna: le rogassion
MONUMENTI E PALAZZI
177 Don Antonio Pontarin
La chiesa di San Giorgio di Rovolon
197 La chiesa di Santa Maria di Bastia
201 La chiesa di San Giovanni Battista di Carbonara
207 Villa Papafava alle Frassanelle
209 Villa Tosi, Priuli, Fogazzaro, Fagion a Lovolo
213 Villa Barbaro, Marchesi, Pierantoni
215 Villa Da Rio, Rubini, Canal
217 Villa Da Rio, Soranzo, Schiavinato
219 Villa Lion, Fardigo, Fasolo
221 Villa Lippomano, Barbarigo, Martinengo, Montesi
223 Villa Ottavia
225 Villa Papafava, Casiraghi detta Il Palazzetto
227 Villa Manfredini
231 Renzo Forestan
Il complesso rurale di via Loredan
233 Claudio Grandis
Ca Costigliola
241 Scuola Secondaria di primo grado di Rovolon
I capitelli della devozione popolare
Rovolon un paese tranquillo, mollemente adagiato fra la pianura e le pendi-
ci dei Colli Euganei, un posto dove bello vivere sia per la splendida cornice
paesaggistica, sia per il clima di amicizia e di collaborazione che si respira
nelle numerose feste e manifestazioni culturali ed enogastronomiche. Gli
abitanti ovviamente vivono il presente, vedono il paese com ora, con i suoi
quartieri, le piazze, le rotonde, le scuole e le zone artigianali e industriali, ma
ignorano tutto della storia e delle tradizioni del posto in cui vivono, soprat-
tutto i nuovi arrivati; gli abitanti tradizionali comunque hanno una memoria
storica che non supera le due generazioni, oltre le quali tutto svanisce nella
nebbia del passato. Negli ultimi dieci anni lAmministrazione Comunale ha
cercato di far conoscere il territorio attraverso molte iniziative, fra cui un
aggiornato Sito Internet e la realizzazione di un DVD intitolato Colori e
Sapori di Rovolon, ma ha messo in cantiere anche lambizioso progetto di
un libro che raccontasse ai cittadini la storia, le tradizioni e le vicende vissute
di coloro che nei secoli hanno abitato e trasformato questi luoghi, rendendoli
a noi incantevoli come li vediamo oggi. Il lavoro che fnalmente vede la luce
rappresenta la prima ricerca storica scritta in modo organico ed approfondito
sul Comune di Rovolon e sulle sue frazioni di Bastia, Carbonara e Lovolo ed
il risultato di una lunga e faticosa gestazione di meticolose ricerche negli
archivi comunale, parrocchiali e di Stato.
quindi doveroso da parte nostra un vivo ringraziamento agli autori dei sin-
goli studi, a Don Antonio Pontarin per la documentazione che ci ha messo a
disposizione e a Claudio Grandis, che, con lammirevole pignoleria propria
del ricercatore coscienzioso, ha coordinato ed assemblato tutto il lavoro.
Poich pi facile amare ci che si conosce, speriamo che questo libro, che
consideriamo come la ciliegina sulla torta del nostro mandato amministrati-
vo, possa aprire la mente del lettore, soprattutto se giovane, e stimolarla alla
conoscenza della storia e delle tradizioni del suo paese.
Saluto dellAmministrazione Comunale
Rovolon luogo antico, gi sede di podest, culla della omonima famiglia
medioevale, alla quale apparteneva il castelletto Delle Rocche. Ne rimane
superstite a sinistra, sotto il Monte Madonna cupo di boschi (sulla sommit il
Santuario della Madonna, col piccolo monastero benedettino), una torretta
che si drizza su uno scheggione. La parrocchiale di S. Giorgio risale al tem-
po dei longobardi (sec. VII-VIII). Fu ricostruita nel sec. XV dai monaci di
Santa Giustina, restaurata nella met del passato secolo [XIX] e manomessa,
da poco accorti interventi, nel 1911. Bella la vista che si gode dal sagrato. A
sinistra losteria Fasolo, in un curioso edifcio secentesco con portichetto in-
terno [Callegari, 1973, p. 331-332].
Come una pennellata di fresco colore, le parole di Adolfo Callegari cos dipin-
sero nel 1931 il capoluogo del nostro comune ai lettori della Guida dei Colli
Euganei. Un afresco che ancor oggi si presenta intatto allo sguardo curioso
sia del turista occasionale sia del residente che in questa terra riconosce la
propria patria. Pochi dati sintetici riassumono una storia pi che millenaria,
incisa sulle pietre, sul disegno agrario, sulle case antiche disseminate tra i
clivi delle ultime propaggini degli Euganei. La pianura aperta a settentrione
si svolge anche ad occidente verso le colline beriche, tagliata dallalveo dello
scolo Bandezz, secolare linea di confne tra il territorio padovano e quello
vicentino.
Gli uomini che in questarea si sono insediati hanno trasformato lentamen-
te un paesaggio originariamente boschivo e ricco dacque in fertile pianura,
lasciando nei nomi di luogo la memoria dellantica geografa. Rovolon, Car-
bonara e Bastia riportano infatti proprio alla vegetazione di questa terra: pian-
te di rovere, carbone di legna e recinto fortifcato interamente realizzato con
grossi pali, come un fortino del Far West cinematografco. Il bosco rimasto
sopra gli abitati di Rovolon e Carbonara, attorno alla vetta del Monte Grande
e del Monte della Madonna e tuttora avvolge le basse colline di Frassanelle,
del Sero, del Viale, dello Spinazzola e del Matello. Leconomia rurale e quella
silvo-pastorale hanno dominato nel tempo la vita dintere generazioni, spesso
alle prese con proprietari esigenti, monasteri onnipresenti e calamit inattese.
Le pagine di questo libro raccontano alcuni momenti di questa lunga vicenda
umana, indugiando su alcuni aspetti del passato, quelli cio che pi di altri
hanno lasciato memoria scritta, non solo sulle carte del tempo. Alcuni rac-
conti e le testimonianze di altrettanti protagonisti trovano spazio nelle pagi-
ne di questo libro: poich anchesse sono memoria, cronaca di un vissuto che
il tempo trasforma e fa divenire storia.
Nel passato di una comunit afondano le radici del presente e la genesi
Presentazione
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 10
di quanto ci sta attorno. Sono le fondamenta del nostro essere, del nostro
ritrovarci attorno a valori comuni, a luoghi conosciuti, a persone familiari.
Non pu essere diversamente. Senza citare consumati aforismi e celebri fra-
si sullimportanza della storia, qui suf ciente ricordare che una comunit
viva, ha un suo volto, ha una sua identit proprio perch ha una sua storia.
Lintento di queste pagine principalmente questo: far rivivere momenti ed
episodi che il tempo ha inesorabilmente sepolto, senza tuttavia cancellarli o
distruggerli. Vicende, momenti che sono stati solo riposti nei grandi conte-
nitori della memoria quali sono soprattutto gli archivi.
Da questi depositi, amati da chi fa ricerca, oscuri forse a tanti, provengono le
notizie che qui si presentano. Gli autori hanno attinto soprattutto negli archivi
parrocchiali, in quelli cittadini della Curia Vescovile e in quelli, forse pi noti,
dello Stato, sia di Padova sia di Venezia, senza, ovviamente, tralasciare quello
comunale recentemente riordinato e inventariato. Un archivio, questultimo,
nato allindomani dellAnnessione del Veneto al Regno dItalia (1866).
Il libro si presenta suddiviso essenzialmente in tre parti. Nella prima sono svi-
luppati i temi legati allambiente e alla storia; nel secondo la storia corre sul
flo della memoria del secolo appena trascorso. Nella terza sono i monumenti
e gli edifci di maggior pregio a occupare le pagine del volume. Nellinsieme
radunano tre decine di capitoli, alcuni brevi, altri pi estesi. Gli autori che
hanno contribuito alla redazione di testi sono diversi, ciascuno tuttavia esper-
to dellargomento trattato, sia che si tratti della ricostruzione delle vicende
castellane, sia che si afronti la storia dei boschi di pianura o dei mulini ad ac-
qua di via Palazzina. Ma sono soprattutto le vicende del secondo millennio ad
essere qui ricostruite perch solo dal X secolo dopo Cristo che disponiamo
di documenti scritti in grado di farci conoscere e scoprire eventi e momenti
del passato di Rovolon.
tuttavia doveroso sottolineare che la vicenda umana nel nostro territorio ha
inizio molti secoli prima: purtroppo lavarizia dei ritrovamenti archeologici
impedisce la ricostruzione di un quadro puntuale e preciso degli insediamenti,
degli abitati, del popolamento della zona. La Carta Archeologica del Veneto, che
raccoglie tutte le notizie uf ciali sui ritrovamenti avvenuti nella nostra regio-
ne, compresa Rovolon, riporta appena cinque schede archeologiche, cio
quelle corrispondenti ai numeri 209, 210, 211, 212, 213 del Foglio 50 - Padova
del III volume della serie. Illustrano ritrovamenti di materiali sporadici, che gli
esperti hanno datato lungo un amplissimo arco temporale capace di snodarsi
dal XXXV fno al II millennio avanti Cristo: tempi lontanissimi che ci riporta-
no alla preistoria delluomo veneto. Le schede edite nella Carta Archeologica
illustrano con le seguenti parole quelle scoperte archeologiche.
209. Carbonara Monte della Madonna. Dalle falde occidentali del Monte della
Madonna e precisamente dal pianoro della chiesetta di S. Pietro, proverreb-
bero materiali litici di tecnica clactoniana rinvenuti alla fne del secolo scorso
[XIX] e negli anni 50 [del XX secolo]. Verifche in situ durante la primavera del
1960 consentirono la raccolta di altro materiale, tra cui un nucleo poliedrico
e un raschiatoio trasversale, oltre a molte schegge. La tipologia dei reperti, in
assenza di un pi preciso contesto stratigrafco, pu ricondurre genericamen-
te al paleolitico medio (ante XXXV millennio a.C.).
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 11
210. Carbonara Monte Mottolon. Dalle falde occidentali del Monte della Ma-
donna e precisamente dal pianoro della chiesetta di S. Pietro, proverrebbero
materiali litici di tecnica clactoniana. La tipologia dei reperti, in assenza di un
pi preciso contesto stratigrafco, pu ricondurre genericamente al paleolitico
medio (ante XXXV millennio a.C.).
211. Carbonara Colle di S. Pietro. Agli inizi del 900, presso un fossato ai piedi
del colle di San Pietro, a circa metri uno di profondit, si rinvenne una sepol-
tura di inumato supino, con la testa ad ovest e braccia conserte sul petto. Alle
braccia portava due armille bronzee. Sempre nella stessa area, circa 35 anni
prima, era stata rinvenuta unaltra sepoltura di inumato, senza corredo.
212. Bastia Fondo Randi. Si ha notizia del rinvenimento nel fondo Randi,
in seguito ad arature, di un pugnale in selce, triangolare con base ad alette e
codolo triangolare molto ristretto, attribuibile alleneolitico (seconda met III
inizio II millennio a.C.).
213. Colombara Trevisana. stato rinvenuto durante i lavori di aratura, un
pugnale in selce con codolo ottenuto a ritocco piatto, bifacciale, coprente,
riferibile alleneolitico (seconda met III inizio II millennio a.C.).
Materiali litici, cio in pietra, di tecnica clactoniana, una parola che prende
origine dalla localit Clacton-on-Sea, nellEssex (Gran Bretagna), ove era atti-
va unindustria di selci nel Paleolitico inferiore. Da questa area archeologica
provengono numerosi manufatti consistenti in utensili di selce levigati e in
sassi scheggiati, alcuni dei quali si possono classifcare come ascia corta. In
altre parole nel territorio di Rovolon vivevano uomini preistorici abili nella
lavorazione della pietra di selce, impiegata possiamo immaginare nella
caccia. Purtroppo le sporadiche scoperte, tutte occasionali e non provenienti
da scavi sistematici, si limitano ai tempi pi lontani della presenza umana sui
Colli Euganei, vale a dire a migliaia e migliaia di anni fa. Nulla sappiamo in-
vece degli insediamenti pi recenti risalenti, ad esempio, allet romana, cio
a cavallo dei secoli che accompagnarono la nascita di Cristo e lorigine del
nostro attuale calendario.
Lassenza di reperti cimpedisce di ricreare lhabitat delluomo che precedette
la nascita delle comunit attuali, quelle, in altre parole, documentate dalle
pergamene del X secolo. Superfuo rilevare che i documenti scritti fotografa-
no una realt viva, radicata, presente nella zona. Ma da quanti anni, da quanti
secoli? Forse mai lo sapremo, anche se di certo che il territorio di Rovolon
nel X secolo era popolato da tempo, abitato forse da una manciata di famiglie,
in grado, tuttavia, di dar vita ad una comunit religiosa bisognosa di una chie-
sa materiale, di un edifcio sacro ove ritrovarsi, pregare, discutere e ricevere
i sacramenti. Da questo incontestabile dato, dal legame della chiesa di San
Giorgio allantica comunit benedettina di Santa Giustina di Padova ha inizio
il nostro viaggio: un viaggio alla scoperta di un passato e di un ambiente nel
quale, quotidianamente, il nostro passo ripercorre sentieri e memorie di una
comune identit.
LAMBIENTE E LA STORIA
Lattuale comune amministrativo di Rovolon nato nel 1806 con la riforma
voluta da Napoleone Bonaparte. Il decreto emanato per il territorio francese
nel 1805 venne esteso lanno seguente anche allItalia settentrionale quando
lAustria lasci, momentaneamente, il Veneto.
Rovolon, come tutti gli altri comuni moderni della Provincia, riun attor-
no al suo baricentro diverse localit che fno ad allora erano rimaste auto-
nome, quali Bastia e Carbonara. Altre contrade minori come Costigliola,
Granza Frassanella, Granza Santa Giustina, Granza di Vegrolongo e Vegro-
longo del Bosco si aggiunsero al nuovo mosaico territoriale. Di l a qualche
anno poi, il catasto napoleonico avrebbe tracciato anche precisi confni,
ponendo fne alle tante discussioni che, fno ad allora, avevano animato le
contese di campanile.
Come tutte le realt politico-amministrative tracciate a tavolino, anche Rovo-
lon si trov a fare i conti con delle scelte, per terre estromesse dai nuovi con-
fni o per aree estranee incluse nel perimetro comunale, che allora lasciarono
perplessi non pochi capi famiglia, rimasti ancorati allantico regime venezia-
no cessato nel 1797. Per ragioni pratiche, infatti, i confni del nuovo comune
furono delineati seguendo di norma i perimetri delle propriet fondiarie pi
estese, soprattutto di quelle poste lungo presunti confni antichi. In diversi
casi coloro che delinearono i nuovi confni non tennero in considerazione gli
antichi vincoli, come nel caso dellabitato di Montemerlo che da sempre era
legato a Rovolon: anzich includerlo nel nostro comune fu unito a Cervarese
Santa Croce, localit con cui in passato poco aveva avuto da spartire. Cos
pure singolare e incomprensibile rimase la divisione in due comuni dellarea
del Vegrolongo, la vasta superfcie su cui sestendeva il grande bosco. Da
sempre quella grande macchia arborea costituiva ununit ben defnita in-
spiegabilmente tagliata in due parti, con quella ad oriente assegnata a Cerva-
rese e quella di ponente a Rovolon.
La scelta di nominare Rovolon capoluogo era comunque il riconoscimento
dellimportanza che la comunit, raccolta attorno alla pieve di San Giorgio,
aveva avuto in passato, nonch del ruolo dominante che, ancora agli inizi del
XIX secolo, continuava a ricoprire. Rovolon, infatti, assieme a Galzignano,
Arqu e Monselice stata per secoli una delle comunit pi vive ed importan-
ti dellintero distretto collinare. Sono i documenti disseminati tra XIII e XIX
secolo a testimoniarlo. Giusto per fare qualche esempio, in un excursus lungo
ben sette secoli, possiamo iniziare dai verbali delle vicinie, cio le riunioni
dei capifamiglia (dei vicini) sui quali poggiava lautorit comunale gi allo
scadere del XII secolo.
Claudio Grandis
Rovolon: una comunit tra colline e pianura
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 16
Alcuni anni or sono stato pubblicato il Liber di S. Agata di Padova, un
voluminoso codice in pergamena, tecnicamente detto cartolario, contenente
molti atti notarili dello scomparso monastero di S. Agata e Cecilia di Padova.
Tra i documenti raccolti in questo libro vi il verbale di una riunione tenu-
tasi il 6 agosto 1262 in villa Roboloni sub porticu caminate de dicta villa. A
questadunanza furono presenti ben centoquattordici persone, tutte nomina-
te una per una, compresi prete Guglielmo, rettore della chiesa di Carbonara,
il chierico Gerardo e larciprete Savarisio della chiesa di San Giorgio. Sindaci
e procuratori del comune di Rovolon erano allora Ugolino notaio, Galvano
de one, mastro Enrichetto e Rolando Musio. In plena vicinancia ad sonum
tabule more solito (nella riunione convocata al suono di una tavola come si
era soliti fare), allunanimit dei centoquattordici presenti fu deliberato un
accordo con il monastero di S. Agata relativo al bosco detto Viglanicus. Un
manto dalberi che copriva ben 250 campi, delimitati a mezzogiorno dalla
fossa Nina. Un bosco che nei documenti dei secoli seguenti sar identifcato
con il toponimo di Vegrolongo.
1

Ci che qui pi interessa, al di l delle vicende del bosco, lautonomia,
la potest che allora quei capifamiglia seppero manifestare. Una comunit
cio che gi allora, attraverso questo atto deliberativo, manifestava la piena
sovranit sul territorio in cui era insediata e che superava le pendici collinari
del monte Grande e della Madonna per estendersi oltre la fossa Nina, prose-
guendo fno al corso del Bacchiglione.
La comunit di Rovolon sin dal XIII secolo fu inserita nellelenco delle ville
che dovevano concorrere nei lavori di manutenzione e riparazione di argini,
ponti e fossati. Gli Statuti del comune di Padova (libro IV, posta 985) impose-
ro la manutenzione di un argine che dal ponte di Tencarola arrivava a Santa
Maria Maddalena Nuova, cio lattuale via San Giovanni da Verdara nella
zona nord di Padova. Oltre a Rovolon nellelenco furono inclusi altri quaran-
La sede Municipale
con il Monumento
ai Caduti.
rovolon: una comuni t tra colli ne e pi anura 17
tacinque villaggi, ma non Carbonara n Bastia. La successiva norma (detta
tecnicamente posta) n. 1006 stabil invece che i lavori di periodico riassetto
della strada che da Ponte di Brenta conduce a Vigonza, e fno ai mulini di
Stra, dovevano gravare sui villaggi compresi fra Teolo e Villafranca; Rovolon,
in questa circostanza, fu inclusa tra Noventa Padovana e Lissaro.
Ma lonere maggiore che fu allora stabilito per il nostro villaggio, com-
misurato alle risorse umane ed economiche, riguard la quantit di carri
e alimenti che dovevano essere assicurati allesercito comunale padovano.
Un obbligo in vigore gi nei primi anni del XIII secolo ma che, per ragioni
di equit, fu rivisto dal podest padovano, il milanese Ottone de Mandel-
lo durante il suo secondo mandato. Negli anni 1234-35 venne stabilito in
fatto di carri, che venivano dati ai capi dei centenari della citt di Padova
negli eserciti, un diverso carico, adducendo come motivazione quanto
mai attuale che in molti casi lonere era stato fssato per odio pi che
per grazia, tanto che alcune ville venivano alleviate o per favore o dietro
denaro. La nuova ripartizione si preoccup inoltre dindicare con preci-
sione il centenaro (contrada di Padova) nel quale andavano condotti carri e
uomini. Rovolon fu inclusa nel centenaro del Duomo e lonere fu fssato in
dodici carri pi un carro di pane. Nello stesso gruppo fu inclusa Selvazzano
con sei carri e uno di pane, Tramonte con sette carri e uno di pane, Teolo
e Villa con dieci carri e tre di pane, Carbonara con tre carri, Costa con due
carri, Castelnuovo con tre carri, Luvigliano con quattro carri e, infne, una
non ben identifcata localit chiamata Villa Maioris (forse Selva Maggiore)
gravata di appena tre carri.
La sede Municipale
in una cartolina
del 1943.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 18
A Rovolon fu assegnato dunque lonere pi gravoso. Se lo confrontiamo con
il carico militare di tutti gli altri villaggi del Padovano, scopriamo che si con-
tano sulle dita di una mano quelli con un aggravio maggiore del nostro vil-
laggio: Montagnana, che di carri ne doveva fornire diciassette, Conselve con
dodici e quattro di pane, Tribano con dodici e due di pane, Pernumia con
sedici carri e quattro di pane.
Gli Statuti della citt naturalmente si preoccuparono di includere Rovolon
anche nella periodica ricostruzione e nella manutenzione del ponte di Tenca-
rola, lunico attraversamento pubblico sul Bacchiglione a monte di Padova.
I villaggi caricati di questo onere furono in tutto due dozzine, praticamente
quelli disseminati lungo le strade Montanara (Padova-Teolo) e Scapacchi,
fno a comprendere Torreglia (posta numero 1086).
2
Va detto in proposito
che il vecchio ponte di Tencarola, tutto di legno, necessitava dellintegrale
ricostruzione in media ogni venticinque anni, in quanto i pali e le stilate di so-
stegno non duravano per un tempo maggiore. Un onere che veniva assolto o
con la tassazione monetaria e laf damento ad una ditta per la ricostruzione,
o, nelle annate di scarso raccolto, con la partecipazione attiva di tutti coloro
che ne erano gravati, provvedendo a tagliare e condurre legname fno al pon-
te, a demolire il vecchio manufatto fatiscente, a piantare pali e a realizzare
la carriera di transito per uomini e mezzi. Lultima ricostruzione cui furono
obbligati a partecipare tutti i comuni della vicaria di Teolo, in conseguenza di
una desolante annata agraria, risale al 1795: quellanno il governo, di fronte
alla prospettiva di dover fnanziare la ricostruzione, acconsent che i villaggi
della vicara di Teolo provvedessero in proprio sia a procurare i duecento e
trenta roveri sia a condurli dal bosco della Carpaneda sino a Tencarola.
3

Ritornando agli Statuti del comune di Padova, va detto che Rovolon doveva
Una suggestiva
panoramica
di Rovolon in
primavera, con
i ciliegi in fore,
come recita
la didascalia.
rovolon: una comuni t tra colli ne e pi anura 19
stando al dispositivo della posta n. 1091
costruire e mantenere anche i ponti
della propria villa, del proprio territorio
e confne ben solidi, alti e spaziosi, sicch
le acque vi possano ben scorrere.
4

Ad eccezione del concorso nellallesti-
mento dellesercito padovano, tutti gli
oneri imposti dagli Statuti di Padova gra-
varono sul nostro comune dagli inizi del
XIII fno allalba del XIX secolo, quindi
per ben sei secoli ininterrottamente. A
questi gravami si aggiunsero nel corso
del XV secolo i tagli e le condotte del le-
gname per lArsenale di Venezia, onere
anchesso cessato solo con la fne della
Repubblica Serenissima (1797).
La nostra comunit, tuttavia, nel gestire il
territorio si trov ripetutamente alle pre-
se anche con altri problemi legati alla via-
bilit, agli eventi inattesi, alla gestione del
patrimonio della collettivit di cui gi si
fatto cenno per il bosco Viglanicus. Il 12
febbraio 1436, ad esempio, il comune di
Rovolon concluse un accordo con i mo-
naci di Santa Giustina. Domenico di Gui-
dotto e Giovanni di Maliganda, decani del
comune, assieme agli altri uomini del pa-
ese concessero a frate Beltrame, che nella
circostanza agiva in nome e per conto del
monastero benedettino di Santa Giustina
di Padova, luso di una strada detta Ce-
stedo che si snodava nei pressi della casa
che la comunit religiosa possedeva nella
zona. In questo edifcio confuivano i prodotti agricoli che i contadini versa-
vano allagente del monastero a titolo di canoni daf tto: poter disporre di un
comodo accesso non poteva che agevolare le consegne. Per maggiore ef cacia
la concessione fu ratifcata dal Consiglio del comune di Padova il successivo
22 aprile. Nel documento, rogato dal notaio Giovanni Belengeri il 12 febbraio,
incontriamo nella veste di testimoni prete Bartolomeo, rettore della pieve di
San Giorgio, Donato del fu Andrea da Cusano, Marchesino del fu Giovanni
Giacomo da Vicenza, Giovanni del fu Pietro dAlbania e infne Giorgio del fu
Antonio da Adria.
5
Non sempre per gli eventi che la comunit dovette afrontare riguardarono
la gestione del patrimonio comunale. Altre vicende ben pi gravi safaccia-
rono negli stessi anni in cui fu concluso laccordo con Santa Giustina per la
strada detta Cestedo. In un anno imprecisato, ma subito dopo il 1439 Barto-
lomeo Rizo e Manfredino Bertolati decani ville Rovolonis, a nome e per conto
Il territorio
di Rovolon
nellultima
edizione (1969)
della Carta
dItalia al 25.000
dellIstituto
Geografco
Militare.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 20
della comunit, depositarono allUf cio padovano dei Riformatori ai fuochi
unistanza af nch fosse rivisto linsopportabile carico fscale assegnato nel
1431. A giustifcare la richiesta vi erano alcune mutate condizioni del vil-
laggio, che in poco tempo lavevano profondamente cambiato. Nellarco di
appena sei anni, scrissero i decani, ben undici capi famiglia non erano pi a
disposizione del villaggio, o perch morti, come nel caso di un certo Bussos,
Guido da Ronca, Allegro de Ungarello, Nicol Zago, Zuan de Tofan, Zuan
di Domenico Malciade e Domenego Menexello, o perch emigrati altrove.
Da Rovolon, infatti, se nera andato a Teolo il fabbro Ognibene di Domenico,
mentre Antonio da Solagna si era trasferito a Conselve; cos pure Antonio del
Rizo aveva lasciato Rovolon per andare ad abitare a Padova. Un altro uomo
di comun, infne, di nome Domenico de Guioto, era divenuto nel frattempo
famiglio dei frati de Santa Giustina, per cui non era pi soggetto a concor-
rere al carico fscale e alle corv del villaggio.
Ma il motivo pi grave che aveva indotto la comunit a depositare la sup-
plica presso gli honorandi deputati era dovuto agli eventi occorsi nel 1439. In
quellanno Venezia aveva perso momentaneamente il controllo della Terra-
ferma Veneta e le truppe milanesi dei Visconti erano entrate nelle province
venete: i villaggi privi di difesa furono in tal modo saccheggiati e depredati.
Anche villa Rovolonis [fu cos] depredata ad inimizis illustrissimi domini
nostri, et in numerabilles bestie, bovine et cavaline fuerunt depredate per ini-
micos predictos. In altre parole i nemici della Repubblica Serenissima porta-
rono via da Rovolon buoi e cavalli, tanto che non rimasero nel paese animali
da lavoro suf cienti per le operazioni agricole e per le altre incombenze che
gli Statuti di Padova continuavano ad imporre.
Una terza ragione illustrata nella supplica dei decani riguardava lanzianit
e limpotenza di ben otto capifamiglia ultra sexaginta. Si trattava di An-
tonio Beco, Nicol de Bortolamio Buxanegra, Domenico Drago, un certo
La sommit
di Monte Madonna
con il santuario
mariano e labitato
di Rovolon, in una
cartolina illustrata
del 1940.
rovolon: una comuni t tra colli ne e pi anura 21
Tofas, Pietro de Rolandis, Uliviero Bo-
zato, Antonio de Guio e Piero da Spiran.
Senza il loro apporto lonere fssato nel
1431 sarebbe stato ripartito su un numero
minore di membri del villaggio diventan-
do in tal modo per tutti insuportabilis. Non
conosciamo lesito di quella supplica, ma
possiamo qui solo ricordare che in quei de-
cenni centrali del secolo XV le campagne
padovane furono colpite da una pesantissi-
ma crisi alimentare ed economica e da un
impoverimento generale delle terre col-
tivate: vicende simili, infatti, si riscontra-
no anche in altre localit, a volte con esiti
ancor pi tragici e devastanti per la locale
popolazione.
6
La comunit locale ebbe pi volte rapporti
anche con labbazia di Praglia. Lepisodio
pi singolare riguarda il santuario di Monte
della Madonna. Allalba del Cinquecento il
comune propose al monastero di prender-
si cura dellantica chiesa, poich su di essa
vantava antichi e incontrastati diritti. Prese
avvio una trattativa prima con il benefcia-
rio del santuario, il padovano nonch ab-
breviatore apostolico Francesco Candi, e poi
con gli homines proprio di Rovolon. Scrive
in proposito padre Callisto Carpanese: Favorevolmente colpiti da quanto
era accaduto nella chiesa di Carbonara ad opera dei monaci di Praglia e de-
siderosi di dare nuova vita anche alla loro chiesa del Monte, [gli uomini del
comune di Rovolon] rivolsero ripetute istanze al monastero perch volesse
prendersi cura di questa chiesa, cos come aveva fatto con quella di Carbona-
ra. Le trattative si protrassero per qualche anno. La comunit di Praglia, in
un primo tempo, non voleva aderire alla domanda. Venne fssato, alla fne, un
incontro tra i delegati del comune di Rovolon e alcuni monaci. Esso si tenne
il 26 marzo 1508 in Spiran [Carbonara] ne la gastaldia del monastero di Pra-
ia, nella camera de supra, nova . Il monastero era rappresentato dallabate
d. Modesto da Padova e dai cellerari d. Cipriano da Verona e d. Bernardo da
Cremona, mentre per il comune di Rovolon si presentarono Battista Bacerla,
Eustachio de Tofani, Pasquale Albanese, Pietro Buson e Pietro Baron, muniti
di speciale mandato, con atto rogato dal notaio Giacomo dal B in data 19
dello stesso mese.
Lincontro si concluse positivamente, tanto che i monaci chiesero di poter
disporre di un maggior spazio attorno alla chiesa: la delegazione comuna-
le rispose afermativamente, cos che, formalizzate istanze e assensi, venne
concessa allabbazia una petia de buscho posta in la dicta cima, nelle infra-
scritte confne. Laccordo lasci alla discrezione dei monaci la decisione se
La Madonna degli
alpini venerata nel
santuario di Monte
della Madonna.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 22
acquistare larea oppure prenderla in af tto. Il 16 giugno 1508 una bolla di
papa Giulio II pose fne ai diritti del benefciario Francesco Candi, il quale ot-
tenne in cambio un vitalizio annuo di 10 ducati doro a carico dellabbazia di
Praglia. Il successivo 26 novembre, una domenica, di fronte e poi allinterno
del santuario il notaio Giacomo dal B stese il verbale della presa di possesso
alla presenza di numerosi fedeli, dellabate, del priore, di una decina di mo-
naci, del cappellano di S. Giorgio di Rovolon e di sei testimoni provenienti
da Padova, Teolo, Rovolon e Zovon. Da quel giorno la chiesa entr a far
parte a pieno titolo del patrimonio del monastero. La vicenda dei primi anni
del secolo XVI ebbe un seguito negli anni Sessanta del Novecento: il giorno
11 settembre 1962 il comune di Rovolon don allabbazia di Praglia 11.430
metri quadrati di terreno (tre campi alla misura padovana) che, uniti ad altri
pi modesti appezzamenti ceduti dalla famiglia Valmarana e dalla Curia ve-
scovile di Padova, consentirono allantico monastero di completare lopera di
recupero del santuario mariano sul colle della Madonna.
7
Accanto alle decisioni prese sul destino di luoghi sacri e venerati, la vita del co-
mune di Rovolon fu tuttavia segnata dal gravoso onere dei continui lavori pub-
blici imposti dagli antichi Statuti. Un peso che divenne sempre pi insostenibile
a partire dal XV secolo, quando la fame costrinse tanti piccoli proprietari a ce-
dere le proprie terre ai nobili veneziani, acquirenti spesso esentati dal pagamen-
to di oneri fscali e sovente non soggetti al concorso nelle opere pubbliche.
Il mondo dellantico comune rurale di Rovolon, cos come i tanti altri villaggi
della vicara di Teolo, scolpito in un vocabolario che oggi stentiamo a ritro-
vare. Parole come fazioni pubbliche, ville, comunit di capifamiglia, decani,
vicine, sembrano appartenere ad un mondo incomprensibile, privo di signi-
fcato, di dimensione: eppure erano queste a costituire il dizionario secolare
su cui si fondava il senso dellappartenenza, dellidentit.
La riforma del 1805 sullordinamento dei comuni, che come detto fu introdotta
Le scuole comunali
di Carbonara in
una cartolina
spedita da Bastia il
9 agosto 1947.
rovolon: una comuni t tra colli ne e pi anura 23
nel Veneto lanno seguente, diede vita ad un profondo mutamento organizzati-
vo e territoriale che, nato in et medievale i secoli della dominazione veneziana
(XV-XVIII) seppero consolidare. In quei lunghi secoli dellet moderna Rovo-
lon e altre due dozzine di villaggi situati nel quadrante occidentale padovano
fecero parte di un distretto chiamato vicara di Teolo. La sede istituzionale e f-
sica era nelledifcio costruito proprio nel cuore del borgo collinare, ancor oggi
riconoscibile per la torre centrale e la ripida scalinata daccesso aperta sullarco
del fronte principale. Lantica denominazione di Palazzetto dei Vicar si deve
al fatto che qui risiedeva il capo della vicara, cio un membro della nobilt
padovana appositamente eletto. Lincarico durava di norma dodici mesi. Per
lespletamento del mandato il vicario poteva contare su di un articolato organi-
gramma che qui si ripropone riprendendo parole usate nel 1794, allor quando
la vicara dovette difendersi dallaccusa di non aver provveduto alla manuten-
zione di un ponte abusivo costruito dalle famiglie padovane Da Rio e Abriani
a Bastia.
Il processo era stato intentato dai Provveditori allarsenale di Venezia, preoc-
cupati di mantenere in perfetta ef cienza gli accessi al bosco demaniale della
Carpaneda. Essendo privato e per di pi abusivo lonere della conservazione
del ponte non poteva ricadere sugli uomini della vicaria. Scrisse dunque il
cancelliere in risposta ai quesiti posti dai giudici veneziani:
Viene dal Consiglio Generale della citt di Padova eletto per vicario uno de
suoi cittadini, il quale ivi come capo assiste e rissiede per la giudicatura delle
diferenze civili, quando per non ecceda il Giudizio una tal summa limitata;
et ogni anno il primo di maggio questo si muta.
Vi assiste un cancilier per annotar ogni atto occorrente, e per queglincom-
benti che ricerca la carica.
Sono aggionte a questi otto persone elette dal Consiglio di Vicara, ed for-
mato dalli degani, et un Consiglio per villa, e quattro sono col titolo di catta-
veri, e quattro di deputati, che vengono scielti dalli comuni soggetti, et ogni
due anni si mutano, in guisa che ogni anno ve ne sono quattro de nuovi, e
quattro de vecchi. Ha uno con titolo di nonzio che serve per un anno e que-
sto interviene, come rappresentante di vicara, in ogni Conseglio che si fa di
Territorio in Padova e riferisce ogni operazione, per le necessarie notizie di
volta in volta.
Vi un avvocato, et un procurator per le liti.
Vi sono quattro comandadori per lassistenza al detto vicario per la dispensa
deglordini, e proclami al Serenissimo Principe, et Eccellentissimi Pubblici
Rappresentanti, et altre occorrenze, et esecuzioni del vicariato.
Vi la Camera de Pegni, che se ben di poca rilevanza, e poco necessari, et si
custodisce da un cameriere a conservazione de Pegni.
Sempre in occasione di quel processo avviato nel 1794 gli avvocati della Vica-
ra elencarono le spese, le obbligazioni e gli agravi pi essenziali cui dovevano
sottostare i villaggi del distretto di Teolo. Anche in questo caso lasciamo la
penna agli scrittori di allora:
In primo capo la condotta de roveri, et olmi del Bosco della Carpaneda, ed
altri particolari che vengono tagliati, alla quale tenuta la sola Vicara con-
corrervi per la met che molta.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 24
Seconda. Vi quella dei tolpi tutti, che sono tagliati dordine pubblico nella
stessa Vicara, e per questo altri non vi concorrono, ma tutto si fa a spese di
essa Vicara, che considerabile.
Terzo. Vi lobbligo di tenir in acconzio, e far da nuovo al bisogno li ponti di
legno di Tencarola, sopra il Bachiglion, e di Trambache ove passa la Tesina,
che fra ferramenta e legnami la spesa non poca.
Quarto. Si ha lobbligazione di rifar, e mantenir, le coronelle delli arzeri del
fume Brenta e Bacchiglione per lunga tratta di paese, et a posti destinatili,
che viene dincomodo, ed aggravio non poco.
Quinto. Il cavamento de ghebbi diversi, e ripari di fosse, e strade, che porta
aggravio, e spesa annuale, e non alle altre certo inferiore.
Sesto. Lobbligazione di mantenir per larmar di numero 218 soldati, o 12
of ziali, pagar laf tto alla Comunit di Este per la Casa del Capitanio delle
Ordinanze, Camera dellArmamento, Consolato di Vicara, pagar li soldati
alle Mostre Generali, et un schiopetto per tenere le armi in acconcio per ser-
vizio delle milizie stesse.
Settimo. Il mantenimento delle fabbriche, casa del detto vicario, loza pub-
blica, e sala del conseglio, cancelaria, e casa del comandador e le pubbliche
strade.
Ottavo. La spesa di alcuni annui livelli perpetui in summa di lire 204 e soldi
10 che si pagano per le fabbriche sudette alli NN. HH. KK. Mocenigo e Con-
tarini, et a signor Capodelista, oltre laf tto annuo di lire 180 e soldi 15 alla
Comunit di Este per la Casa delle armi, e corsaletti delle cernide.
Nono. Spese de salariati diversi, e per la quantit come nel capo 13 sar di-
stintamente dichiarito, con la qualit che sar espressa, ad uno per uno.
Decimo. Spese de liti, che si convengono fare, e per estrazioni, e per giuri-
sdizioni, e per mantenimento de privilegi, tanto contro patroni, e comuni
soggetti, quanto anche alcuna volta contro lo stesso territorio, e ministri di
quello pretendenti inferiori pregiudizi, e danni alla Vicara medesima.
Undecimo. Vi sono poi le spese per libri, carta, stampa, rate, comandamenti,
et altre diverse.
Duodecimo. Gli alloggi delle milizie, galeotti, guastadori, in tempo di biso-
gno, come occorse nellultima passata guerra, e carri, tavolazzi per lesercizio
delle cernide, et alcune altre per la dispensa delli libretti delle dadie a comuni,
aggiustar dellOrologgio, e tenir netto il Consiglio, loza e camere, etc.
Lelenco si chiude ricordando ai Provveditori dellArsenale che oltre alle do-
dici voci sopra elencate ve ne sono altre che nella circostanza non vengono
riportate per non moltiplicare il tedio allEccellenze Vostre, ma che saran-
no debitamente illustrate in un altro capitolo della lunga memoria difensi-
va. Una memoria che meriterebbe di essere interamente pubblicata, ma che
leconomia di questo lavoro non consiglia. Qui dobbiamo tuttavia ricordare
che tra le opere di maggior aggravio vi erano la tassazione esosa, la continua
manutenzione delle strade Montanara (Padova-Teolo), Scapacchi (Tenca-
rola-Bastia), Cavalcaressa (Zovon-Cortel) e parte della Mestrina (Padova-
Vicenza), la pulizia dei ghebbi, cio degli alvei dei fossi principali, la condotta
delle roveri. Un riparto che la Vicara aveva ripetutamente rivisto in relazione
alla forza economica e sociale di ciascun paese, come ben ricorda Domenico
rovolon: una comuni t tra colli ne e pi anura 25
Piasentin, degano della villa di Rovolon, in un intervento verbalizzato il 19 set-
tembre 1763.
8
Nel Consiglio della Vicara vi era dunque un rappresentante anche di Rovo-
lon; nelle sedute si dibattevano i comuni problemi che interessavano i ponti,
i fabbricati, le strade, gli argini, gli scoli e soprattutto la condotta delle roveri
dai boschi al porto di San Martino della Vaneza. Argomenti che dalla Vicara
venivano fatti propri dai capifamiglia di ciascun villaggio nelle periodiche
riunioni dette vicine. Peccato che i registri contenenti i verbali di quei di-
battiti, su cui il cancilier annotava ogni atto occorrente, siano scomparsi
dopo il 1880 dallarchivio comunale di Teolo dove erano custoditi e dove Bar-
tolomeo Cecchetti, soprintendente archivistico, ebbe modo di esaminarli,
inventariarli e pubblicarne la sommaria consistenza. Si trattava di ben 128
registri che raccoglievano i verbali delle riunioni tenutasi tra il 1420 e il 1815,
pi altre 17 buste (contenitori darchivio) di Atti del periodo della Repubblica
Veneta, compresi fra gli anni 1500-1796.
9
La perdita di quei registri, di quei
documenti, cimpedisce di raccontare tanti eventi che dal Quattrocento fno
allo scadere del Settecento coinvolsero e videro protagonista anche Rovolon.
Il rammarico per la memoria perduta non ha tuttavia intaccato lanimo di
una Comunit e il senso di appartenenza che ancor oggi vivo nel cuore di
ognuno.
Note
1. Il Liber di S. Agata di Padova (1304), a cura di Giannino Carraro, con Nota di diploma-
tica di Gian Giacomo Fissore, Padova (ed. Antenore Giunta Regionale del Veneto
Fonti per la Storia della Terraferma Veneta, 11) 1997, p. 136-142.
2. Statuti del comune di Padova dal secolo XII allanno 1285, a cura di Andrea Gloria, Pado-
va (Tip. F. Sacchetto) 1873, libro IV, p. 319-338. Degli Statuti esiste anche unedizione
in lingua italiana: Statuti del comune di Padova, traduzione Guido Beltrame, Guerrino
Citton, Daniela Mazzon, Cittadella (Ed. Biblos) 2000, p. 372-395.
3. Archivio di Stato di Venezia (= ASVe), Savio Cassier, b. 440, fasc. 15, ripreso da Claudio
Grandis, Lultima ricostruzione del ponte sul Bacchiglione in et veneziana (1795), in Clau-
dio Grandis, Tencarola pagine di storia, con un contributo di Guido Beltrame, Padova
1996, p. 47-62.
4. Statuti del comune di Padova libro IV, p. 339; nelledizione tradotta (Statuti del comune) si
veda alla p. 395.
5. Archivio di Stato di Padova (= ASPd), Corona, gener. 7484, partic. 1670.
6. ASPd, Estimo 1418, tomo 353, polizza n. 51, c. 190
r
. Vicende analoghe a Rovolon sono
ricostruite da Claudio Grandis, Corte al tempo della dominazione veneziana, in Corte bona
et optima villa del Padovano, a cura di Raffaella Zannato, Piove di Sacco (Art&Print)
2007, p. 90- 94.
7. Callisto Carpanese, Il santuario del Monte della Madonna nei Colli Euganei, Abbazia di
Praglia 1987, p. 30-32, 152.
8. ASVe, Fisco processi. Serenissima Signoria, III, b. 125, processo n. 464.
9. Bartolomeo Cecchetti, Statistica degli archivi della regione veneta, Venezia 1880, vol. I, p.
150.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 26
Particolare
della mappa
disegnata
da Annibale
Maggi nel 1449,
il documento
cartografco pi
antico del territorio
padovano. Al
centro, circondata
dallanello dacqua
della Fossa Nina,
riconoscibile
la Bastia de
Revolon.
In un giorno dagosto del 1252, corse voce a Padova che per i castelli del Pe-
devenda cos erano chiamati i Colli Euganei in et medioevale ovunque
essi fossero, era stato visto il fuoco ardere a lungo intorno alle merlature
bruciando vividamente graticci e munitiones, strutture lignee pi facilmente
combustibili. La notizia risult in seguito priva di fondamento. vero tutta-
via che cos munito doveva apparire anche il fanco del monte di Rovolon alle
truppe di Ezzelino Da Romano, il noto tiranno, quando, appena pochi anni
prima, marciando verso Monselice, passavano per confnia Rovolonis
1
.
Lo sviluppo dei castelli a Rovolon inserito nellambito di un fenomeno pi
ampio, detto incastellamento, il quale condizion lintero Occidente europeo
a partire dal IX secolo e per tutta let medioevale nella sua dimensione geo-
politica, culturale e socio-economica. Questa eccezionale proliferazione di
strutture fortifcate si manifest con ritmi, forme e per motivi diversi nelle
varie regioni dEuropa. Molteplici sono anche i lemmi del linguaggio forti-
fcatorio castrum, castellum, castelletum, castellarum, turris, roca, mota, bastia,
per citare solo quelli che incontreremo nel prosieguo del nostro discorso i
quali rinviano a una morfologia dei manufatti altrettanto diversifcata. Limi-
tatamente allItalia settentrionale si sono potute contare almeno circa cinque-
cento attestazioni di nuovi siti fortifcati solo entro lanno Mille. Per il Vene-
to, nellarco dellintero Medioevo, una prima stima complessiva condotta per
i territori di Padova, Vicenza e Treviso, annovera oltre trecento agglomerati
umani che coincidevano con un castello o ne ospitavano uno. Nella sola area
dei Colli Euganei si contano una sessantina abbondante di strutture fortifca-
te. Tra queste si distingue il sistema fortifcato che metteva capo a Rovolon e
trovava compiutezza nella vicina Carbonara con ben quattordici attestazioni
riportate tra XIII e XIV secolo, delle quali cinque rinviano espressamente a
un castrum/castellum. Per il territorio dellodierno comune di Rovolon, che
comprende le frazioni di Carbonara e di Bastia e si estende per circa 28 km2,
signifca teoricamente una fortifcazione ogni 2 km2. Ci signifca che in et
medioevale Rovolon era unarea densamente incastellata
2
.
Non vi sono invece testimonianze scritte di strutture fortifcate nellarea di
Rovolon tra il X e lXI secolo, nonostante sussistessero le premesse per una
precoce militarizzazione del territorio, dettate da una situazione di incertez-
za dovuta alle incursioni ungariche documentate a nord e a sud dei Colli Eu-
ganei e da un contesto geopolitico complesso dove interessi di forze diverse
convergevano nella stessa area di frontiera.
Sul comparto nord-occidentale dei Colli Euganei premevano infatti le istan-
Francesco Tognana
Dal villaggio medioevale alla villa:
insediamenti, castelli e strutture fortifcate
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 28
ze del vescovo e del capitolo di Verona da una parte, del vescovo di Vicenza
dallaltra. Gli uni attestati a Montegalda, Boccon, Cinto e Villa di Teolo, lal-
tro a Zovon, Boccon, Fontanafredda, Teolo e, appunto, Carbonara. In questa
cornice il vescovo di Padova, nellambito di una politica di ristrutturazione
dei confni del territorio diocesano, e forte di un privilegio imperiale del 911
che gli consentiva di erigere castelli ovunque necessario, con lesenzione
fscale per quei luoghi dove fossero gi stati costruiti, ribadiva le sue pre-
rogative su Rovolon, allora in diocesi di Padova ma inserita nellambito del
comitato vicentino sotto il proflo amministrativo, attraverso concessioni ad
enti ecclesiastici ed ad uomini fedeli ad esso collegati. Alcuni esempi: il mo-
nastero di Santa Giustina di Padova, monastero episcopalestrettamente
unito e incorporato alla Chiesa patavina, nel 970 ricevette in dono dal ve-
scovo Gauslino il diritto di decima e del quartese (cio la decima parte del
raccolto e la quarta parte della medesima) sulle pertinenze del villaggio di
Rovolon e della sua pieve. Altro esempio: nel 976 Nantkerio, vassallo del ve-
scovo, otteneva, per mezzo dei canonici di Padova, della terra nella contrada
Prada di Rovolon. Ed ancora: a riprova dellinteresse stringente dellepisco-
pio patavino su questo settore dei Colli Euganei, dietro unazione giudiziaria
intentata nel 1077 dal clero della cattedrale di Padova e dagli arcipreti e preti
delle pievi di Monselice e Rovolon per ottenere il banno regio (cio il potere
di costringere, giudicare e punire proprio della massima autorit pubblica)
in difesa di decime, quartesi e immobili in dotazione ai rispettivi luoghi di
culto, sarebbero da intravedere dirette responsabilit del vescovo o di suoi
aderenti, come studi recenti hanno sostenuto con fondate ragioni. Daltra
parte, in questo periodo, tuttintorno a Rovolon iniziavano a vedersi i primi
segni dellincastellamento. Al castello di Monselice (VI secolo) si aggiunsero
quelli di Arqu (X secolo) e Castelnuovo (XI), ma anche Este e Rocca Pendice,
attestate solo a partire dal XII secolo, erano quasi certamente state allestite
in et precedente
3
.
Eppure, al di l di possibili vuoti documentari, lincastellamento ha lasciato
tracce nelle fonti scritte relative a Rovolon solo a partire dalla prima met del
Duecento.
Si tratta per lo pi di toponimi i quali rinviano a uno sviluppo fortifcatorio
gi concluso o almeno defnito nelle sue principali forme al momento dellat-
testazione e che sono riportati nella documentazione relativa alle vicende del
patrimonio fondiario di realt signorili di matrice religiosa e laica che gravita-
vano su Padova: il monastero urbano di Santa Giustina, il monastero di Santa
Maria di Praglia e la discendenza dei conti di Vicenza e di Padova (questi
ultimi erano discendenti dei dogi Candiano di Venezia e a cavallo dei secoli X
e XI ricoprirono, appunto, la carica di conte, cio di delegato dellimperatore,
vale a dire di rappresentante della massima autorit pubblica nellammini-
strazione della giustizia, nella riscossione delle imposte, nellorganizzazione
militare del territorio). Il fenomeno dellincastellamento si manifesta nella
fase di consolidamento e di massima espressione di queste tre realt in ter-
mini di presenza fondiaria e di esercizio di poteri giurisdizionali tra XII e XIII
secolo, con esiti di cui resta traccia ancora nel secolo seguente.
Il monastero di Santa Giustina, forte della donazione del 970 fatta in suo
dal vi llaggi o alla vi lla 29
Bastia in una
cartolina illustrata
del 1943.
favore dal vescovo Gauslino e con-
fermata dai suoi successori con ul-
teriori elargizioni, increment la
propria base fondiaria a Rovolon a
partire da lasciti e donazioni della
famiglia Da Rovolon avvenuti nel-
la prima met del XII secolo. Della
famiglia si conservano labili tracce
nella documentazione scritta, le
quali riconducono, sembra, a lega-
mi importanti con la realt vassal-
latica vescovile veronese e padova-
na, tra antenati (Erzoni/Ingoni) e
pi prossimi parenti (Tanselgardi),
e rinviano ad una ancora relativa
disponibilit fondiaria. Il monastero entrava anche nella piena disponibilit
del diritto di decima su Rovolon del quale erano titolari i de Orlano (presu-
mibilmente Orgnano, nel Trevigiano), antica famiglia dellaristocrazia della
Marca Veronese Trevigiana, che ne fece espressa rinuncia a favore del mona-
stero nel 1192. Nel 1261, tramontata la dominazione ezzeliniana, nellambito
del riassetto delle proprie sostanze, il monastero era impegnato a riprende-
re sotto il proprio diretto controllo le propriet di Rovolon, e precisamen-
te quelle ubicate nel castello. Come sappiamo da documentazione di met
Trecento ma che rinvia a un periodo anche precedente, il monastero si era
radicato in loco anche attraverso una rete di vassalli, tra i quali spiccavano gli
Schinelli, eredi dei conti di Vicenza e di Padova e coinvolti a loro volta nella
vicenda dellincastellamento locale, come vedremo
4
.
Il monastero di Santa Maria di Praglia, fondato e patrocinato allinizio del
XII secolo dai Maltraversi, lontani parenti degli Schinelli, nel 1154 comprava
mansi a Costa dai Da Limena, vassalli degli stessi Maltraversi
5
. Il cenobio fa la
sua comparsa tra i proprietari terrieri di Rovolon e di Carbonara almeno da-
gli anni Settanta e Ottanta del XII secolo
6
. Da allora lente religioso accrebbe
la propria base fondiaria grazie ad acquisti, donazioni e ad una sapiente opera
di valorizzazione e colonizzazione del territorio, dai singoli appezzamenti ai
pi consistenti organismi fondiari, come quella curtis di Carbonara citata solo
dal 1205 ed epigono del tradizionale modello di organizzazione agraria il si-
stema curtense, appunto, articolato nella pars dominica, cio linsieme di terre
che il padrone (dominus) teneva sotto la propria gestione diretta, e nella pars
massaricia, linsieme di fondi assegnati a coltivatori dipendenti adottato an-
che nei Colli Euganei nel X secolo, almeno a Zovon, Boccon, Cinto, Villa di
Teolo, a Petriolo di Monselice e anche nella vicina Lovertino
7
. A corroborare
la crescente infuenza del monastero sul piano politico e socio-economico
locale erano diritti giurisdizionali propri di una signoria territoriale che lente
religioso deteneva a Carbonara almeno allinizio del XIII secolo. Tali diritti si
manifestavano nel 1205 cum omni honore et districta et signoria cio con
la facolt di costringere (costringere a obbedire, a prestare eventuali servizi
militari, a pagare i tributi) e di punire (e quindi di chiamare in tribunale). Il
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 30
Labitato
di Rovolon con
la chiesa circondata
dalla mura del
cimitero (in basso a
sinistra) e la rocca
in una mappa
del XVIII secolo.
loro esercizio era collegato al possesso di una motta (mota), un complesso
fortifcato di cui si dar conto in seguito
8
.
La componente laica del potere signorile era rappresentata dalla discendenza
dei conti di Vicenza e di Padova: i Conti e gli Schinelli per la linea padovana, i
Maltraversi Da Castelnuovo e i Maltraversi Da Lozzo, castelli dei Colli Euganei
vicini a Rovolon, per la linea vicentina. Lattestazione di pi rami della stessa
famiglia in loco induce a pensare ad una presenza del clan comitale a Rovolon
anteriore allarticolazione nei due rami principali, padovano e vicentino, avve-
nuta nella seconda met dellXI secolo. Di fatto membri della famiglia sono ri-
cordati attivi in questarea solo a partire dalla met del XII secolo con Alberto
fglio di Maltraverso, leponimo del ramo vicentino, confnante nel 1147 con i
beni del monastero di Santa Giustina. Il consolidamento della loro posizione a
Rovolon sembra corrispondere invece al ritiro dalla scena dei Da Rovolon e
dei de Orlano, ai quali erano forse legati per parentela e interessi. Infatti, risulta
sibillino che nel 1226 i discendenti di Manfredino conte (del ramo dei Con-
ti, appunto) dichiarassero tra i beni ereditati un fondo eorum de Rovolone,
in quo habitabant, et descendebant e che Zordanino, fratello di Manfredino
conte, si appellasse anche Da Orgnano per i diritti vantati su quel castello
del Trevigiano
9
. Nel 1174 Alberto Terzo dei Conti, zio dei predetti, riceveva
a titolo di feudo dal vescovo di Padova un terreno a Rovolon da lui preceden-
temente posseduto e ceduto al presule in cambio di terreni in citt
10
. signi-
fcativo che per irrobustire la loro presenza a Rovolon i Conti ricorressero al
vescovo, il pi antico possessore di beni a Rovolon, e allo strumento del feudo
il quale, creando un rapporto gerarchico tra il dominus (cio colui che conce-
deva il feudo) e il vassus (il vassallo, colui che riceveva il benefcio), tramite la
superiore autorit del vescovo, non limitava ma anzi conferiva veste legale al
dal vi llaggi o alla vi lla 31
La piana che dagli
Euganei si stende
verso i Berici.
potere del suo vassallo. La dimensione e il peso specifco del dominio signorile
della famiglia a Rovolon possono essere colti a pieno nel corso del XIII secolo
e sono da mettere in stretta relazione alle prerogative del casato sul castello
e alla disponibilit delle strutture fortifcate collaterali da parte dello stesso.
Leredit di Manfredino conte, alla quale si accennato sopra, vedeva il grosso
di beni e di clientele nel contado concentrato soprattutto a Rovolon: 51 nuclei
familiari che costituivano altrettante masnade ( bande armate al seguito di
un signore), 36 vassalli detentori di altrettanti feudi, 7 vassallatici, censi (af tti)
e servizi dopera (corves) sulle terre del signore, dovuti dai contadini locali,
oltre ad un centinaio di unit immobiliari cui da aggiungere il possesso di
interi mansi (poderi) e del monte di Rovolon (monte della Madonna). Eco
di tanta ricchezza e infuenza si rifette in una cronaca medioevale la quale
ricorda che i Conti di Padova e gli Schinelli montem Rovoloni posederunt.
Gli stessi Schinelli si appelleranno nel XIV secolo anche Da Rovolon e crona-
che del secolo seguente li avrebbero defniti, seppur tardivamente Comites
Rovolonis sive Schinelli, a sancire il vincolo tra la famiglia e il villaggio
11
. Essi
vigilavano i centri nevralgici di controllo del territorio: li ritroviamo confnan-
ti, ad esempio, nel 1232 nella contrada del Castello con i Maltraversi Da Ca-
stelnuovo e Da Lozzo e nel 1261 precisamente nel castello e ancora nel 1287
nelle contrade del Castelrotto e di Vigonovo, localit anchesse fortifcate
12
. La
vitalit del potere signorile di queste famiglie ancora nel tardo Duecento tro-
va conferma nel Liber possessionum
13
, una sorta di catastico, di inventario di
beni, di Adelmota dei Maltraversi Da Castelnuovo, progenitrice di quei Papa-
fava Da Carrara che nel XIV secolo, entrando in possesso anche delle sostan-
ze in Rovolon di Caterina Schinelli sposata Papafava, ricostituivano almeno
in parte lunit patrimoniale della famiglia comitale in loco
14
. Dal catastico
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 32
Dettaglio
della Gran Carta
del Padovano
(1780) di Giovanni
Antonio Rizzi
Zannoni.
In evidenza i rilievi
collinari, la viabilit
e i principali
proprietari
della zona.
risulta che la signora possedesse oltre mil-
le campi tra Rovolon, Costa e Carbonara, in
gran parte forieri di censi e prestazioni dovuti
dai livellari ivi insediati, cui si sommano quasi
un centinaio di unit immobiliari, alcuni feudi,
dieci masnade nonch la piena disponibilit di
duas partes sive medietatem comitatus totius
ville Rovolonis et eius districtus et duas partes
seu mediatatem roche et castellarii (due par-
ti o met di tutto il comitato del villaggio di
Rovolon e del suo distretto e due parti o met
della rocca e del castellaro). Con questultima
espressione si precisava lo spazio del dominio
della signora (domina), il quale abbracciava un
ambito territoriale che superava i confni delle
propriet della nobildonna e si estendeva, per
la quota che era dovuta, su tutto il villaggio,
il territorio e la sua popolazione. I diritti co-
mitali che le spettavano, eco lontana dei pote-
ri connessi alla funzione pubblica delegata ai
suoi antenati su tutto il comitatus di Vicenza e
di Padova e di cui si detto, o da ricondurre
ad investiture successive, di cui peraltro non resta traccia, si erano allepoca
ormai territorializzati. Essi si erano cio concentrati in una zona dove la
famiglia aveva un maggior numero di possessi e dove allepoca, il potere di
coercizione e di comando, di origine pubblica, non era esercitato solo sui suoi
coltivatori, ma su un territorio circostante pi esteso delle sue propriet e su
tutti i contadini che a vario titolo lo occupavano, fossero essi dipendenti del
signore o lavoratori di terre altrui o piccoli possessori che coltivavano la pro-
pria terra. E lesercizio di tali poteri risultava intimamente connesso al posses-
so della struttura fortifcata che ne era, per contro, lespressione e il simbolo
materiale. Il dettaglio documentario che un pronipote di Adelmota, Giacomo
di Rinaldo Papafava Da Carrara, possedesse ancora nel 1324 quartam par-
tem totius comitatus Carbonarie et cum suis districtibus et Coste secundum
quod habebat dicta domina Adelmota (la quarta parte di tutto il comitato di
Carbonara e di Costa con i loro distretti secondo quanto spettava alla signora
Adelmota) precisa quale fosse il volume e la consistenza del potere signorile
della nobildonna
15
.
Queste forze signorili si muovevano in unarea di frontiera caratterizzata da
una situazione ambigua e di parziale compromesso sotto il proflo geopoliti-
co ancora nel tardo XIII secolo. Se Rovolon e Carbonara erano ormai passate
entro quellepoca sotto la sfera di infuenza padovana rispondendo sia al si-
stema fscale del Comune della Citt euganea e sia, sotto il proflo religioso,
alla sua diocesi, la chiesa di Costa ricadeva in diocesi di Vicenza (1297) bench
il suo territorio aderisse al distretto padovano (1333). A ci si aggiunga anche
che parte delle sostanze di Adelmota nella zona di Rovolon sconfnava nel
distretto vicentino lambendo le propriet del comune di Vicenza
16
.
dal vi llaggi o alla vi lla 33
Carbonara in un
rilievo topografco
del 1828 elaborato
per il trasferimento
dellantico cimitero
in altro luogo.
Alcuni fatti permettono di misurare il
livello di tensione che poteva scaturire
dalla convivenza di tanti soggetti con
interessi distinti in un territorio dagli
incerti confni. Al 1268 risale la notizia
di un giudizio intentato dal monastero
di Santa Giustina contro Benedetta mo-
glie del fu Michele Schinelli, i suoi fgli
e il comune di Rovolon forse per la di-
strazione di alcuni beni del cenobio da
parte degli Schinelli appoggiati dalla co-
munit locale. Altro fatto: allindomani
della dedizione di Vicenza a Padova nel
1266, la partecipazione di Ansedisio e
Bartolomeo Schinelli al complotto ordi-
to dai Veronesi contro Padova nel 1279
andrebbe letta anche come risposta alla
rinvigorita attivit legislativa del Comu-
ne di Padova, volta a un controllo pi
serrato del contado a scapito di enclave
di autonomo potere feudale. Le nor-
me intendevano regolare lesercizio dei
poteri dei signori limitandone di fatto i
margini dazione e prevedevano nel 1276 listituzione di un podest di con-
tado anche per Rovolon e, appena due anni dopo, inquadravano nellordine
comunale nella citt di Padova le prerogative dei domini (signori) Da Castel-
nuovo e Schinelli in materia di polizia nel distretto rurale di Rovolon, a loro
soggetto
17
.
Se eminenti ragioni strategiche di dominio e di presidio del territorio sono
dunque alla base dellincastellamento, la defnizione di aree di potere signo-
rile e il consolidamento della trama dei castelli si palesano anche a Rovolon,
come altrove in Italia e in Europa tra XII e XIII secolo, in relazione a dinami-
che di carattere demografco e di concentrazione della forza lavoro in pro-
spettiva della colonizzazione dellambiente e della valorizzazione del territo-
rio. E in questo senso la struttura fortifcata, quale espressione materiale del
potere dei signori, diventa centro di coordinamento di terra e di uomini.
Per tutta let medioevale, lhabitat locale fu caratterizzato da una difusa
macchia boschiva. Si distinguevano la vasta area buskiva, palludiva et aqui-
va a Gazzo di Carbonara, il bosco di Mardelugo, sempre a Carbonara, quel-
lo della Carpeneda nella zona di Bastia, gli oltre duecentocinquanta campi
di bosco detto Viglanico a Rovolon con alberi di varia qualit: rovere, faggio,
frassino, cerro. Lo sviluppo delle potenzialit agricole del territorio si evince
dalla difusione di toponimi che rinviano al disboscamento quali Ronchaya,
in Runchis, in Roncha, in Ronchole, in contrata que dicitur vigris e alla bonifca
e alla messa a coltura che sono ricordate in espressioni come in Novoledo, in
Pratonovo o in Pranovo, in contrata que dicitur Campilongi, in Campis plantatis,
in Camporeo. Specifche colture sono richiamate da nomi di contrade e luoghi
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 34
Lantico abitato
di Rovolon.
detti Persicaria, Perara, Vignola, Preulivera. Ad esse si aggiungevano coltiva-
zioni di frumento, numerosi vigneti di uva schiava e garganica e oliveti. In
una sifatta realt agricola, fertile e prospera dove il contadino era tenuto a
bene laborare, arare, seminaresegare, lodamare, fosatos cavare, i signori
predisponevano spazi appositi per limmagazzinamento e lo stoccaggio in
vista delluso o del commercio dei prodotti nei mercati locali e in citt. Il mo-
nastero di Praglia aveva una canipa a Costa mentre Bonaccorso Schinelli ne
possedeva una a Rovolon.
La persistenza di ampi specchi lacustri, confermata in vari toponimi (contrata
Bagnolo, contrata Bagnara, in Ysolis, in Gurgo, Palusello, Palus Teure, una palude
a Rovolon, unaltra a Carbonara, unaltra ancora di Faedo), garantiva lat-
tivit piscatoria. Lungo i canali si sviluppava lattivit molitoria (supra rostas,
recitano puntualmente i documenti che ricordano anche una casa cum molen-
dino). Corsi dacqua detti calti incidevano le valli dei colli. Altri percorreva-
no la pianura antistante le pendici dei colli di Rovolon (contrata Spirani intus
ambas foveas, contrata Spirani ultra foveam con la degora comunis, tra Rovolon e
Carbonara, contrata rialis ovonis, rium Carbonarie, contrata que dicitur canalis a
Rovolon, in Fossepoye, a latere superiori de fossatum Braydolini, ultra foveam, fos-
satus bastardus). Questi ultimi erano utilizzati come vie del commercio locale
in collegamento con la principale via di comunicazione tra Padova e Vicenza,
il fume Bacchiglione: noti erano il navilium, il navilium medium, la fossa Nina
o de Pedevenda. Contemporaneamente essi segnavano il confne naturale
tra il Padovano e il Vicentino (fossatum quod est intus confnia civitatum Padue et
Vicentiae; navilium confnium). Pur in presenza di una serie di passaggi, ponti
(numerosi i rinvii a ponte; a ponte novo, a ponte de pria, a pontesellis; in Silva de
Ponte; a Ponte fratalie), vie arginate o rialzate ai margini del perimetro colli-
nare, si era di fronte a una realt lacustre di dif cile accesso, reso ancor pi
arduo da frate (cio fratte, terra lasciata volutamente intricata e cespugliosa),
la quale ofriva una prima difesa naturale sicura per i villaggi e le strutture
dal vi llaggi o alla vi lla 35
La pianura verso
i Berici ripresa dalle
colline di Rovolon.
fortifcate allestiti nelle zone daltura e lungo le pendici collinari (si ricordino
i toponimi in Monte, in Monte Rovolonis, in Monte Viale, in Montesello, in Pindi-
sella, solo per citarne alcuni)
18
.
Parallelamente allo sviluppo agricolo vi fu unespansione demografca che
raggiunse i suoi massimi livelli nel XIII secolo. Essa si fond su solide basi,
come prova il villaggio (villa) di Rovolon con la sua chiesa, attestati sin dal
X secolo come un nucleo abitato sostanzialmente defnito, che denota un
ambiente relativamente ben popolato dallAlto Medioevo. Tale crescita la-
sci tracce evidenti nella conformazione dellabitato e nel tessuto insediativo
del territorio (campanea Rovolonis) con una quantit di siti, localit, contrade
abitate, in gran parte non documentate prima del XIII secolo (oltre un cen-
tinaio i toponimi attestati nella sola Rovolon e pi di una cinquantina quelli
riportati complessivamente per Carbonara e Costa)
19
.
La pieve di San Giorgio di Rovolon, dotata di un palazzo porticato (nel 1287
un atto rogato infatti sub porticalli caminate ecclesie Sancti Georgi) si afacciava
sulla piazza (plathea ecclesie Sancti Georgi) e dava nome a una contrada dove
abitava anche Bonaccorso Schinelli. Il portico della caminata del villaggio
era il luogo di incontro della comunit riunita in assemblea (1261). Punti di
riferimento per la popolazione locale erano anche altri luoghi rurali di culto
o centri di ricovero per malati e viandanti ai quali rinviano toponimi come a
Sancto Andrea o in contrata Sancti Andree o in contrata que dicitur hospitalis e ab
hospitale Sancti Iacobi e linsediamento eremitico della chiesetta di Santa Ma-
ria de summitate montis Rovolonis. A una localit detta vigo (forse il nucleo
antico dellinsediamento) si sommarono nuove realt abitate dette espressa-
mente Vigonovo e Canove
20
.
Anche la vicina Carbonara, che nel X secolo ospitava dei casali (insedia-
menti agricoli accentrati di dimensioni ridotte forse collegati a forni per la
legna, come suggerisce la stessa voce Carbonaria), nellarco di due secoli ave-
va assunto le forme del villaggio, con propria chiesa dedicata a San Giovanni
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 36
La pianura attorno
a Frassanelle.
A destra
riconoscibile
la villa Papafava.
Battista (1190), forse con altri luoghi minori di culto (alla fne del XIII secolo
presso Carbonara menzionato un luogo detto Santa Giustina, in omaggio
alla patrona della citt di Padova, come era uso anche altrove nei Colli Euga-
nei e nel Padovano ne sono esempio le pievi di Santa Giustina di Teolo, di
Pernumia, di Santa Giustina di Monselice, di Pernumia, di Santa Giustina in
Colle, quella vicentina di Montegalda, ma in diocesi di Padova, e la chiesa di
Santa Giustina di Laurano presso Este o forse in riferimento alle sostanze
dellomonimo monastero urbano fortemente radicato a Rovolon) e con tan-
to di porte daccesso al paese (a capite ville, a portis Carbonarie e in Bagnara a
portis). Questi ultimi elementi permettono di immaginare la fsionomia di un
paese limitato forse da fossati, terrapieni, palizzate di legno
21
.
Solo a partire dal 1154 si ha notizia di un altro villaggio tra Rovolon e Car-
bonara. Si chiamava Costa e prendeva il nome della sua ubicazione a mezza
costa sul monte, appunto. Il villaggio era dotato di una chiesa dedicata a san
Pietro (1226) e tra i suoi edifci si poteva riconoscere una casa (domus) di Bo-
naccorso Schinelli (1288)
22
.
Una sorta di gerarchia tra i villaggi vedeva Rovolon distinguersi per la presen-
za della pieve, sede di fonte battesimale e cuore della vita religiosa locale, per
consistenza dellabitato (il dato relativo al patrimonio di Adelmota d 60 nu-
clei edifcati a Rovolon, 8 a Carbonara, 12 a Costa), per numero di fuochi (175
quelli di Rovolon, 16 e 10 quelli di Costa e di Carbonara, rispettivamente) e di
vicini, cio di capifamiglia (nel 1262 Rovolon ne contava ben 105) nonch per
numero di carri che i villaggi erano tenuti a fornire alla milizia comunale di
Padova per il trasporto di vettovaglie e pane (13 Rovolon, 3 Carbonara), dati
che illuminano, complessivamente, sul processo di crescita demografca e di
valorizzazione ambientale. Nei tre villaggi il solido nucleo abitato formatosi
attorno alla chiesa si risolveva senza soluzione di continuit in un tessuto
insediativo a maglie larghe tra cortili con alberi da frutto e viti, campi, prati,
boschi e un edifcato, composto da case murate in pietra o laterizio, quelle
dal vi llaggi o alla vi lla 37
Sopra,
Villa Papafava
a Frassanelle
in una cartolina
illustrata degli anni
Venti del secolo
scorso
Sotto, Carbonara
agli inizi degli anni
Settanta del secolo
scorso.
pi solide, o in paglia, le altre, ma tut-
te sostenute da elementi in legno con
tetti in coppi o di paglia
23
. Alla materia
prima con cui erano costruiti gli edifci
rinviano toponimi come a Calcara, in
Caal(c)e Carbonarie, Terralba o a Terre
blanche, ma anche il riferimento a cave
di pietra in contrada Riago e le strut-
ture dove la materia prima era lavorata
(Fornaxe, in Fornaxe, monte Vallis For-
nacis, in Valle Fornacis, in Villa Coste seu
Fornaxe, in confnibus Coste in contrata
que dicitur Fornaxe; in Fornaxe de Costa,
in Riva de Fornaxe, sempre a Costa)
24
.
su questo impasto di terra e di uo-
mini
25
che si defn il tessuto della ma-
glia fortifcata di Rovolon, in forme ar-
ticolate che non corrispondevano ne-
cessariamente solo a dimore nobiliari
ma che potevano prevedere, nellambi-
to dello spazio munito di difese, anche
case e aree coltivate eventualmente af-
fttate o concesse dal signore a propri
livellari.
Noto alle fonti a partire dal XIII seco-
lo, nel 1232 il castello di Rovolon dava
il nome a una contrada del villaggio
(contrata castelliin villa Rovolonis)
dove convergevano gli interessi fondiari di vari esponenti della famiglia comi-
tale (Schinelli, Da Castelnuovo e Da Lozzo)
26
. Le successive notizie relative
al castello forniscono invece informazioni sullubicazione del sito fortifcato
e sulle dimensioni del manufatto. Alla data del 1297 tra le pertinenze del ca-
stello vi era la chiesa di San Pietro (ecclesia de Rovolone o Monte Sancti Petri de
castro de Rovolone). La chiesa dipendeva dalla pieve di San Leonzio di Lozzo
e rientrava nellambito della diocesi di Vicenza retta nel primo Duecento dal
preposito Nicol Maltraversi Da Castelnuovo, il potente canonico padovano
congiunto Da Lozzo e divenuto vescovo di Reggio Emilia
27
. Per la sua posi-
zione risulta degna di nota lattestazione sul monte di Rovolon di una con-
trada di San Pietro, dove avevano beni il monastero di Santa Giustina (1269) e
i discendenti dei conti di Vicenza e di Padova
28
. Il riconoscimento della chiesa
di San Pietro del castello di Rovolon con quella di San Pietro in Costa di
Carbonara promosso in studi recenti, e il toponimo Costa attestato in territo-
rio di Rovolon suggeriscono la possibile ubicazione del castello di Rovolon
29
.
Daltra parte il villaggio di Costa, pur con una propria area di pertinenza
(confnia Coste) e una certa autonomia (nel 1333 la comunit locale si riuniva
in plena et comune vicinancia), ancora nel tardo Quattrocento rientrava
nel territorio di Rovolon e la sua chiesa identifcabile con l ecclesia Coste
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 38
Il Casto
de Roche
al Castero
di Rovolon:
resti di struttura
fortifcata.
Rovolonis confermata da Papa Urbano III al Capitolo della Cattedrale di Santa
Maria di Vicenza nel 1186 fu annessa a quella di Carbonara solo negli anni
Venti del Cinquecento
30
. Non resta per alcuna esplicita testimonianza di un
castello di Costa sebbene linedita notizia di muralee antique e di una domus
di pertinenza dei Papafava in Costa (1483) illumini sulla possibile presenza
di un qualche manufatto di una certa solidit. Per contro, il toponimo Castei
indica oggi unarea compresa tra il Castellaro e la chiesa di San Giorgio di
Rovolon, al lato del sentiero per Sella Fiorine localit tra il Monte Grande e
il Monte della Madonna
31
. Non si pu escludere, in conclusione, che il riferi-
mento tardo duecentesco al castello (e alla sua chiesa intitolata a San Pietro)
rinvii al tessuto insediativo locale incardinato su un complesso sistema fortif-
cato allestito in qualche forma a difesa dellabitato, tanto che la chiesa di San
Pietro era detta anche de Rovolone, tout court.
Del castello si conoscono solo parziali dimensioni: in castro vi era un sedimen
del monastero di Santa Giustina, un fondo con casa o destinato ad averla
(1261) e confnante con i beni degli eredi di Ugolino Schinelli; sempre in caste-
lo vi era un quarto di terra coltivata ad oliveto (tardo XIII-primo XIV secolo)
di Adelmota dei Maltraversi
32
. La pluralit di soggetti cointeressati nellarea
di pertinenza del castello denuncia limportanza per i diversi signori di poter
intervenire nel controllo del manufatto e dellarea circostante.
Altro elemento fortifcato di rilievo era la rocca. Dal catastico di Adelmota
essa risulta ubicata nel villaggio di Rovolon (rocha est in villa predicta Rovolonis,
precisa la fonte): la rocca marcava lo spazio di un potere signorile ingombran-
te che faceva sentire tutto il suo peso nella vita quotidiana della comunit.
Il toponimo Sotto la rocca (De subtus rocha) palesa di rifesso la posizione
soprelevata del manufatto fortifcato. Questultimo inoltre defniva attorno
dal vi llaggi o alla vi lla 39
Il Casto
de Roche
al Castero
di Rovolon: la
muratura rimasta.
a s uno spazio noto al tempo come la contrada detta la Rocca (contrata
que dicitur Rocha). Coordinato alla rocca ma da essa distinto era il castellaro,
spazio fortifcato circoscritto e ben defnito: terreni di Adelmota erano infatti
ubicati in castellaro de rocha o in castellaro.
La toponomastica locale conserva ancora oggi memoria di questi appresta-
menti fortifcati. Castero uno spuntone roccioso dove sorgeva il Casto de
Roche, di cui sono ancora visibili i resti, e si erge poco a sud del centro del
paese, alla base del fanco settentrionale del Monte Grande
33
.
Il castello e la rocca di Rovolon non furono esperienze fortifcate isolate.
Nel 1287 le fonti parlano di una contrada del Castelrotto (in confnio ville Ro-
volonisin contrata Castrirupti), la quale aveva tra i suoi confnanti un mem-
bro della famiglia comitale, Bonaccorso Schinelli. Il toponimo, con le varianti
contrata de Castello roto o del Castelo roto attestate tra XIV e XV secolo, rimanda
a una struttura fortifcata allepoca gi in rovina
34
. Il castelrotto era un manu-
fatto distinto dal castello, che infatti sembra ancora ef ciente nel tardo Due-
cento. Il castelrotto era ubicato verosimilmente sul dosso pi alto del Monte
Viale, dove attestato il toponimo Castarto e dove sono ancora visibili i
resti di una fortifcazione. In riferimento a questo luogo, emergenze recenti,
risalenti alla seconda met del XX secolo, e la relativa documentazione hanno
messo in luce un largo spiazzo sulla cime del colle e unantica torredi
forma quadrata con sbocco a met del monte tramite passaggio sotter-
raneo con la precisazione che anche la gente del posto tramanda questo
particolare ed opere in muratura di difesa della torre; anche la bibliografa
pi recente menziona sopra una sorte di valloi resti di un muro circolare
che chiude un breve rialzo dal quale si innalza la base di una torretta
35
. Con
ridotte potenzialit militari, lo spazio fortifcato del castelrotto che si esten-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 40
Dettaglio
della carta militare
austriaca del 1798.
deva per almeno due campi e dieci piedi, appartenuti ad Adelmota e passati
ai suoi discendenti, era coltivato a vite e ulivo
36
. Inoltre la distinta menzione
del castelo roto e di un castrum fractum nella contrata Castrifracti a Rovolon
in un documento del 1373, che riporta la dote di Caterina Schinelli sposa di
Giacomo Papafava, suggerisce lesistenza, forse, di un secondo manufatto al
tempo ormai anchesso in fase di destrutturazione
37
.
Segno del consolidamento della maglia fortifcata anche la menzione nel
tardo Duecento di un castellarum Canove e di un castello de Chanova, un agglo-
merato fortifcato sorto in corrispondenza di un preesistente nucleo abitato,
menzionato solo agli inizi del secolo come di recente formazione e dove ave-
va terreni la famiglia comitale. Nel castello di Canove Adelmota aveva un
casa murata con tetto di coppi, un fenile/ricovero (teza), unaia e un orto
abitata da livellario. E anche i suoi eredi vi possedevano campi ed edifci, pun-
tualmente ubicati in ora Canove supra chastelo Chanove (1324)
38
.
Al 1354 risale la menzione di un castrum Berlina, una struttura adibita forse a
prigione e sempre in territorio di Rovolon, probabilmente in corrispondenza
della contrada Costa Berline, attestata nel 1406
39
.
Un documento del 1373 ricorda quindi una rocca con torre di solida fattura
posta in posizione sopraelevata nellambito di una propriet di cento campi
di bosco sul colle della Vallalta di Rovolon, un ripiano alla base del versan-
te nord del Monte Grande e di pertinenza del monastero di Santa Giustina
(una rocha cum una turri de muro cum centum campis nemoris supra mon-
tem de la Valalta de Rovolone) e che sembra conciliasse funzioni militari e
esigenze di coordinamento della vasta propriet rurale circostante
40
.
Infne, nel 1394 nella contrada Vigonovo di Rovolon, localit nota almeno
dalla met del secolo precedente, vi era una mota. Rilievo pi o meno arti-
dal vi llaggi o alla vi lla 41
fciale che fondava le proprie potenzialit fortifcatorie su terra et aqua e che
alloccorrenza poteva servire da rifugio ai locali, la motta dava a sua volta il
nome a una contrada (contrata mote) estesa, appunto, tra macchie boschive,
terre dissodate (vigre) e corsi dacqua che le fonti ricordano con i termini fo-
vea, fovea Vicinovi, fovea Savarini e fossatum Brardulini
41
.
Il processo di incastellamento coinvolse anche la vicina localit di Carbonara
con fortifcazioni di forme apparentemente pi ridotte che avrebbero soste-
nuto le potenzialit di attacco e di difesa dei vicini castelli di Rovolon, crean-
do con essi un unico articolato distretto di difesa.
Allinizio del XIII secolo le fonti citano, come si accennato, una motta del
monastero di Praglia a Carbonara, alla quale aferiva lesercizio di poteri si-
gnorili e che, dotata di orto e collegata alla dimora (domus) del loro possesso-
re (1216), di Albrigetto de Luca, uomo vicino al monastero, dal quale lave-
va ricevuta in permuta, doveva sembrare una struttura a met tra azienda
agricola e fortezza e rappresentare cos, per il suo possessore, un segno di
distinzione sociale
42
.
Tra la fne Duecento e il secolo successivo si infttiscono le notizie di manu-
fatti fortifcati, pi o meno in relazione con la motta del monastero.
Al 1296 risale la prima attestazione di una contrada del Castelletto (contrata
Castelleti) dove il monastero di Praglia possedeva un bosco sito precisamente
ubi dicitur Castelletum (1308). Il toponimo sub Plano castelleti, dove Adelmo-
ta dei Maltraversi aveva dei terreni, denuncia la posizione sopraelevata del
luogo che ospitava il manufatto. Casteto chiamato oggi un promontorio
pianeggiante con il gruppo di case sottostanti verso la strada provinciale a
sud del centro abitato di Carbonara. Parziali riferimenti alle dimensioni delle
pertinenze del castelletto e del paesaggio agricolo circostante si deducono
inoltre dalla menzione, tra i beni della stessa Adelmota, di tre campi a viti e
ulivi in Plano casteleti e di altri tre, sempre coltivati a vite, ubicati nel castellet-
to (in casteleto). I terreni erano lambiti da corsi dacqua (caaltum in castelletto o
caaltos de casteleto) e attraversati da strade di campagna (via de chasteleto)
43
.
Nel territorio di Carbonara altre due erano le fortifcazioni che facevano capo
ad Adelmota e ai suoi eredi, il castelletto di Casarse (casteleto de Casearse) e quel-
lo di Bagnara (castelletto de Bagnara) declivio questultimo sotto il pianoro di
San Pietro in Costa, che da ponente si estende verso Zovon, a sud di Carbo-
nara al cui interno gli stessi possedevano terreni. Il castelletto di Bagnara,
in particolare, dava il nome a due contrade, la contrata Chasteleti e quella Plani
chasteleti di Bagnara, appunto, espressioni che richiamano la conformazione
del sito fortifcato
44
.
I primi segni di soferenza del sistema fortifcato di Rovolon si manifestarono,
come si visto, sin dalla seconda met del XIII secolo. Di ci rimane traccia
in espressioni come castelrotto e in altre risalenti al XIV secolo e con simi-
le signifcato come castrum fractum o castelletto de Casearse . Gli esiti
dellincendio appiccato al villaggio e al castello di Rovolon nei travagliati mo-
menti delle guerre con gli Scaligeri (1312) avrebbero reso necessario il rinno-
vo della chiesa di Costa (1314)
45
. La parallela menzione di strutture fortifcate
ancora ef cienti nel XIV secolo ed altre in fase di destrutturazione sin dalla
seconda met di quello precedente, sembra confermare che il settore nord-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 42
occidentale dei Colli Euganei fosse unarea strategica per la sua posizione di
confne e, per questo, oggetto di attenzioni speciali volte ora a potenziare ora
a recare danno al suo impianto fortifcato.
Nel tardo XIV secolo, anche a Rovolon appare un nuovo tipo di sito fortif-
cato, la bastia. Il vocabolo, noto in Italia e in Francia dal XIII secolo, indica-
va una struttura fortifcata allestita sommariamente con tavole, travi, assi di
legno, cinta da terrapieni circondati da fossati ed eventualmente munito di
altre torri lignee e rinvia al termine imbastire, edifcare in fretta, realizza-
re una struttura precaria, allestire provvisoriamente una difesa. Tra XIV e
XV secolo, periodo di massima difusione del nuovo modello fortifcatorio
in area padano-veneta, nellambito di strategie militari di signorie cittadine,
impegnate a espandere il loro potere su scala regionale, volte a valorizzare i
grandi centri fortifcati di dimensioni semiurbane, le terre murate, le bastie
risultavano particolarmente ef caci sul piano militare. Allestite a sostegno di
siti fortifcati preesistenti o in zone relativamente isolate in appoggio al movi-
mento degli eserciti, i nuovi manufatti erano piazzeforti provviste di soldati,
armi e vettovaglie e basi strategiche di attacco/difesa adatte a incursioni e
scorrerie. In area euganea si contano le quattro bastie costruite nel primo
Trecento durante la guerra scaligero-carrarese-veneziana in corrispondenza
delle porte del solido complesso fortifcato di Monselice (San Giacomo, San
Salvaro, San Michele e accanto al monte) e, al lato opposto dei Colli, dagli
anni Sessanta dello stesso secolo, quella di San Martino della Vanezza allestita
presso il castello, vicino al fume Bacchiglione
46
. Quella di Rovolon fu eretta
molto grande e forte nel 1386, quando infuriava la guerra tra gli Scaligeri, si-
gnori di Verona e i Carraresi, signori di Padova. Costruita presumibilmente a
partire dal maggio di quellanno, quando le truppe scaligere si accamparono
presso Rovolon per meglio controllare la frontiera tra il Padovano e il Vicen-
tino e nella speranza di ottenere maggiori successi di quanti ne avevano avuti
stando nella Scodosia di Montagnana pi a sud, la bastia port molto danno
alle montagne Padoane, cio i Colli Euganei. Gi nellagosto del 1386 la fortif-
cazione fu sottratta con la forza (per forza) dalle truppe inviate da Francesco
Da Carrara
47
. Nel 1392 la bastita Rovolonis, lambita da una fovea acquosa
con argini da entrambe le parti, posta nel distretto padovano, e detta la fossa
de la Nina seu la Vanea che scorreva vicino al fume Bacchiglione, era an-
cora ben riconoscibile allorizzonte di un paesaggio piatto e paludoso
48
. Nel
1402 la bastia era un avamposto militare ancora attivo a presidio del territo-
rio circostante al comando di un capitano
49
.
Dal XV secolo, ormai sotto il dominio di Venezia, furono le citt a giocare
un ruolo strategico nella scacchiera geopolitica che mirava ad orizzonti pi
vasti di scala sovraregionale. Tale politica accentu la destrutturazione del
tessuto fortifcato di cui si erano avvertite le prime avvisaglie gi nel seco-
lo precedente. Il lento abbandono o il riuso di antiche fortifcazioni lasci
spazio allafermarsi della grandiosa civilt di villa e alla difusione anche
nei Colli Euganei di dimore padronali, case di villeggiature in luoghi ameni
per vincere lafa, il caldo torrido e la pesantezza del clima cittadino
50
e che
permettevano di seguire i lavori agricoli, la riscossione degli af tti, la raccolta
dei prodotti, dando forma, ad esempio, ormai in piena et moderna, a quelle
dal vi llaggi o alla vi lla 43
fabbriche dominicali con annessi rurali di Niccol Coletti al Castaro de
Cristofanon di Rovolon (1756) o ad esiti architettonici di particolare fascino e
bellezza come le ville Ottavia, Da Rio, Lion e ancora Barbaro , Lippomano,
Papafava, Priuli
51
.
Note
1. FIORESE (2004), p. 318-319; 150-151.
2. SETTIA (1984); BORTOLAMI (2004); CASTIGLIONI (1994); TOGNANA (2006-2007).
3. CDP, I, doc. 27, p. 40; doc. 52, p. 76; doc. 53, p. 78; doc. 55, p. 80; doc. 62, p. 87; doc. 67,
p. 96; doc. 69, p. 102; doc. 70, p. 103; doc. 101, p. 136; doc. 93, p. 123; doc. 97, p. 131;
doc. 101, p. 136; doc. 117, p. 153; doc. 126, p. 162; doc. 146, p. 182; doc. 239, p. 266; doc.
274, p. 300; II, doc. 71 p. 58; doc. 767, p. 74; lespressione citata tra virgolette si trova
in FASSERA (1980), p. 11; BORTOLAMI (1988); BORTOLAMI (1996); BORTOLAMI
(2003); MONETI (1995); MONETI, DRAGHI (1997), p. 175; MONETI (2000); COLLO-
DO (2006), p. 24-25.
4. CDP, I, doc. 55, p. 80; doc. 98, p. 132; doc. 129, p. 165; doc. 187, p. 216; II - 1, doc. 50, p.
41; doc. 136, p. 112; doc. 360, p. 274; doc. 377, p. 287; doc. 455, p. 339; doc. 485, p. 359;
doc. 523, p. 381; II - 2, doc. 655, p. 6; doc. 840, p. 116; COLLODO (2006), p. 13-14; CA-
VALLARI (1965); ASPd, Corona, Santa Giustina, gen. 7424, part. 1602; CASAZZA (2008),
doc. 153, p. 302; doc. 184, p. 364; RIPPE (2003), p. 131, 150.
5. CDP, II -1, doc. 611, p. 437; BORTOLAMI (1999), p. 232.
6. CDP, II - 2, doc. 1085, p. 258 ; RONCARATI (1962 -1963).
7. BORTOLAMI (1999), p. 240; COLLODO (2006), p. 12 -13; cfr. nota 3.
8. RONCARATI (1962-1963), doc. 86, p. 154.
9. CDP, II - 1, doc. 485, p. 359; II - 2, doc. 1158, p. 300; CASTAGNETTI (1981), p. 187-
189; DONDI OROLOGIO, (1802-1817) I, p. 129-138; BORTOLAMI (1985), n. 21, p. 8-9;
ASPd, Diplomatico, 10628-917;
10. CDP, II -2, doc. 1158, p. 300.
11. BLASON BERTON (1972), p. 50; PAGLIARINI (1990), p. 243.
12. ASPd, Corona, Santa Giustina, gen. 7401, part. 1578; CASAZZA (2008), doc. 153, p. 302;
AGSLA, Archivio Papafava, codice 35, doc. 10.
13. AGSLA, Archivio Papafava, codice 26.
14. PAPAFAVA DEI CARRARESI (2005), p. 16.
15. BP, Documenti Carraresi - BP 990 I, doc. XXX.
16. GLORIA (1873), 912, p. 304-305; 955, 957, p. 311; 985, p. 319; 1006, p. 32 1 ; SELLA
(1941), p. 112-113, 253; AGSLA, Archivio Papafava, codice 36, doc. 4; AGSLA, Archivio
Papafava, codice 26, f. 57 v.
17. CASAZZA (2008), doc. 73, p. 154; HYDE (1985), p. 197-200, 209-210, 274-275; GLORIA
(1873), 326-332, p. 105-107.
18. AGSLA, Archivio Papafava, codice 26, f. 1 v., 2 r. v., 3v., 4 r., 5 r. v., 6 r., 7 v., 9 r. v., 10 r., 14
v., 15 r. v., 16 r. v., 18 r., 20 r., 21 r., 22 v., 23 r., 24 v., 27 r., 28v., 33 r., 40 v., 41 r., 44r., 46 r.,
50 r., 54 v., 56 v.; codice 35, doc. 9, 10; CARRARO (1997), doc. 27, p. 136; BORTOLAMI
(1999), p. 242, 245.
19. CDP, I, doc. 55, p. 80; doc. 239, p. 266; AGSLA, Archivio Papafava, codice 26; COLLODO
(2006), p. 21.
20. AGSLA, Archivio Papafava, codice 26, f. 6v., 8 r., 10 r., 19 r., 51 r.; codice 35, doc. 4, 9, 11,
12; ASPd, Corona, Santa Giustina, gen. 7401, part. 1578; Diplomatico, part. 2508 (1271,
dicembre 20); CARRARO (1997), doc. 27, p. 136; RIGON (1987) p. 131.
21. CDP, I, doc. 67, p. 96; ASPd, Corporazioni soppresse, S. Maria di Praglia, b. 3, catastico del
Marchettani, f. 121 v. - 124 v.; AGSLA, Archivio Papafava, codice 26, f. 24 r. v., 38 v., 40 v., 56
r.; BARZON (1955), p. 43-84.
22. CDP, II, doc. 611, p. 437; BORTOLAMI (1999), p. 232; ASPd, Corporazioni soppresse, S.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 44
Maria di Praglia, b. 3, catastico del Marchettani, f. 121 v. - 124 v.; AGSLA, Archivio Pa-
pafava, codice 35, doc. 13.
23. AGSLA, Archivio Papafava, codice 26, f. 4 r., 5 v., 6 v., 7 v., 8 r. v., 10 r. v., 12 r, 13 r. v., 15
r., 18 r. v., 19 r., 21 r., 22 r. v., 23 r. v., 24 r., 25 r. v., 26 r. v., 27 v., 29 r., 29 v., 30 r. v., 31 r.,
32 r., 33 r. v., 34 r., 39 r. v., 40 r., 41 r., 42 r. v., 43 r., 44 r. v., 46 r., 48 r., 49 v., 50 r., 51 r. v.,
52 r. v., 53 r. v., 54 r. v., 55 r., 56 r., 57 v; BP, Codice Statutario Carrarese - BP 1237, f. 241
-244; 249, 259; GLORIA (1873), 1011-1022, p. 325-327 ; BORTOLAMI (1983), p. 197-200;
CARRARO (1997), doc. 27, p. 136.
24. AGSLA, Archivio Papafava, codice 26, f. 3 r., 18 v., 24 r., 41 v., 46 r., 53 v., 54 v.; ASPd, Co-
rona, Santa Giustina, gen. 7713, part. 2208, c.26; Diplomatico, part. 2508 (1271, dicembre
20).
25. BORTOLAMI (2003), p. 28.
26. ASPd, Corona, Santa Giustina, gen. 7401, part. 1578.
27. SELLA (1941), p. 253; RIGON (1987), p. 144-146; CRACCO (1988), p. 75.
28. ASPd, Corona, Santa Giustina, gen. 7712, part. 2207, c.82 v.; AGSLA, Archivio Papafava,
codice 26, f. 6r, 7 r., 8 v., 46 r., 57 v.
29. CARPANESE (1985), p. 82-83; AGSLA, Archivio Papafava, codice 26, f. 2 r.
30. AGSLA, Archivio Papafava, codice 36, doc. 4; codice 26, f. 8 v.; codice 13, fasc. 29, f. 2 v.
- 26 r.; RIGON (1985), p. 71-73; CARPANESE (1985), p. 82-83; SCARMONCIN (1999),
doc. 14, p. 24; CARRARO (2010), p. 61-74.
31. AGSLA, Archivio Papafava, codice 13 f. 2 v., 10 v., 14 v., 26 r. ; MAZZETTI (1999), p.42.
32. CASAZZA (2008), doc. 153, p. 302; AGSLA, Archivio Papafava, codice 26, f. 7 v.
33. AGSLA, Archivio Papafava, codice 26, f. 3 r., 33 r. v., 57 r.;ASPd, Notarile, 34, f. 213
r.;MAZZETTI (1999), p. 42.
34. AGSLA, Archivio Papafava, codice 35, doc. 10; codice 36, doc. 10; ASPd, Notarile, 167
(notaio Traversari),f.291 r.
35. Documenti storici del Comune di Rovolon presso la sede municipale, n. prot. 7445 (anno 1973);
MAZZETTI (1999), p. 51.
36. AGSLA, Archivio Papafava, codice 26, f. 12 v., 13 v., 52 v.
37. ASPd, Corporazioni soppresse, Santa Giustina, b. 287, II, f. 1 r. - 2. v.; HOLZER (1997), p.
30-33.
38. ASPd, Corona, Santa Giustina, gen. 7401, part. 1578; AGSLA, Archivio Papafava, codice
26, f. 10 v., 12 r., 34 r., 51 v., 52 r., 57 v., 58 r; BP, Documenti Carraresi - BP 990 I, doc.
XXX.
39. ASPd, Notarile, b. 167 (notaio Meiorino Rustighela), f. 55 r.; AGSLA, Archivio Papafava,
codice 36, doc. 12.
40. ASPd, Corporazioni soppresse, Santa Giustina, b. 287, II, f. 2 v.
41. ASPd, Corporazioni soppresse, Santa Giustina, b. 220, vol. F, f. 2 r. - 4 v.
42. RONCARATI (1962-1963), doc. 82, p. 145; doc. 86, p. 154; doc. 109, p. 199; doc. 110, p.
201; doc. 121, p. 223; doc. 160, p. 236; SAMBIN (1961), p. 21.
43. ASPd, Diplomatico, part. 3800 (anno 1296); Coroporazioni sopporesse, Santa Maria di Pra-
glia, b. 165, f. 144 r.; f. 244 v.; AGSLA, Archivio Papafava, codice 26, f. 38 v., 39 r, 40 r. v.,
56 r. v., 58 r.; ACVPd, Feudorum, VI, f. 9 r.
44. AGSLA, Archivio Papafava, codice 26, f. 28 v., 39 r., 41 v.; BP, Documenti Carraresi - BP 990
I, doc. XXX.
45. MUSSATI (1727), col. 425; ASPd, Diplomatico, part. 5239.
46. DU CHANGE, 1 (1954); SETTIA (1986) e (1980); p. 599; GALLO (1988), p. 100-101;
ASPd, Notarile, b. 204, f. 299 r.
47. GATARI (1931), p. 246; 256.
48. ASPd, Notarile, b. 6, f. 113 r.
49. PASTORELLO (1915), p. 262.
50. GRANDIS (2005), p. 206.
51. ASPd, Foro Civile, b. 209, f. 205 r. - v.; dis. 70 A; ZUCCHELLO (2001), p. 445-453.
dal vi llaggi o alla vi lla 45
Legenda
Archivio Curia Vescovile di Padova = ACVPd
Archivio di Stato di Padova = ASPd
Accademia Galileiana di Scienze Lettere ed Arti di Padova = AGSLA
Biblioteca Civica di Padova = BP
Codice Diplomatico Padovano (vedi bibliografa) = CDP
busta = b.
documento = doc.
foglio = f.
generale = gen.
pagine = p.
recto = r.
verso = v.
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durante il XIII secolo, in Esperienze religiose e opere assistenziali nei secoli XII e XIII, a cura di G.G.
MERLO, Torino 1987, p. 125-162; G. RIPPE, Padue et son contado (X
e
-XIII sicle). Socit et
pouvoirs, Roma 2033; N. RONCARATI, Labbazia benedettina di S. Maria di Praglia (Padova)
dalle origini alla riforma del sec. XVI (con una silloge di 271 documenti inediti dal 1185 al 1235), tesi
di laurea, Universit degli Studi di Padova, rel. P. SAMBIN, a.a. 1962-1963; P. SAMBIN, Do-
cumenti inediti dei monasteri benedettini padovani (1183-1237), I, S. Michele di Candiana,
Padova 1961; Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII-XIV. Venetiae-Histria Dalmatia, a cura di
P. SELLA, G. VALLE, Citt del Vaticano 1941; I documenti dellArchivio Capitolare di Vicenza
(1083-1259), a cura di F. SCARMONCIN, nota introduttiva di F. LOMASTRO e G.M. VARA-
NINI, Roma 1999; I Colli Euganei, a cura di F. SELMIN, Sommacampagna (VR) 2005; G.
SERGI, Villagi e curtes come basi economico-territoriali per lo sviluppo del banno, in Curtis e Si-
gnoria rurale: interferenze fra due strutture medievali, a cura di G. SERGI, Torino 1993, p. 7-24;
A. A. SETTIA, Castelli e villagi nellItalia padana. Popolamento, potere e sicurezza fra IX e XIII
secolo, Napoli 1984; A. A. SETTIA, Castelli Euganei, in I Colli Euganei, p. 117-139; A.A. SET-
TIA, Crisi della sicurezza e fortifcazioni di rifugio nelle campagne dellItalia settentrionale, in Ca-
strum 3. Guerre, fortifcation et habitat dans le monde mditerranen au Moyen ge, Colloque or-
gnais par la Casa de Velsquez et lcole Franaise de Rome (Madrid 24-27 novembre 1985),
a cura di A. BAZZANA, Mcon, p. 263-269; A.A. SETTIA, Fortifcazioni collettive nei villagi
medievali dellAlta Italia. Ricetti, ville forti, recinti, Bollettino storico - bibliografco subalpi-
no, LXXIV (1976), p. 527-617; A.A. SETTIA, Motte e castelli a motta nelle fonti scritte dellItalia
settentrionale. Dati e problemi, in Mlanges darcheologie et dhistoire mdivales en lhonneur du
Doyen Michel de Board, Genve 1982, p. 371-383; A.A. SETTIA, Motte nellItalia settentrionale,
Archeologia Medievale, XXIV (1997), p. 439-444; A.A. SETTIA, Tra azienda agricola e for-
tezza: case forti, mottee tombe nellItalia settentrionale. Dati e problemi, Archeologia Medio-
evale, VII (1980), p. 31-54; F. TOGNANA, Lincastellamento medioevale nei Colli Euganei. Inse-
diamenti, societ e poteri, tesi di Dottorato di Ricerca in Storia (antica, medioevale, moderna
e contemporanea) - XVIII ciclo, Universit degli Studi di Padova, supervisore Prof. S. BOR-
TOLAMI, 2006-2007; E. ZORZI, Il territorio padovano nel periodo di trapasso da Comitato a
Comune. Studio storico con documenti inediti, Miscellanea della Deputazione di storia Patria
per le Venezie, s. IV, III, Venezia 1930; Ville venete la Provincia di Padova, a cura di N. ZUC-
CHELLO, Venezia 2001, p. 445-453.
La pianura fra
Euganei e Berici
un tempo popolata
dai boschi di rovere.
Il territorio comunale di Rovolon si stende per 27,56 chilometri quadrati e
comprende oltre al piano, dominato dallabitato di Bastia, lestremo lembo
collinare euganeo su cui si sviluppano le tre localit di Frassanelle, Carbonara
e Rovolon.
Osservando i versanti delle colline del Sereo, Viale, Grande, Madonna, loc-
chio attratto dal manto boschivo interrotto qua e l da radi squarci su cui
spuntano vecchie case costruite nei secoli passati. Gli alberi della fora eu-
ganea attraggono per la dolcezza che da lontano anima il cuore. Il piano,
invece, spoglio e marcato geometricamente da strade e fossati, argini e coltivi
induce a pensare che qui lagricoltura abbia radici profonde, capaci di per-
dersi nel buio del lontano Medioevo. I documenti ci raccontano invece una
storia diversa. Il paesaggio del piano, che dallunghia collinare si spande ver-
so lo scolo Bandezz oltre il quale inizia il Vicentino, frutto di una recente
trasformazione del suolo, di un mutamento radicale e profondo conseguente
alla scomparsa di varie quanto estese macchie di bosco planiziale. Una parola
strana planiziale inconsueta eppure familiare ai botanici. Planiziale vuol
dire pianura. Il territorio della pianura di Rovolon, infatti, fu a lungo ricoper-
to di boschi, in particolare di querce, farnie, roveri e olmi. avvincente legge-
re, nei documenti che dal XIII giungono al XIX secolo, il continuo rinvio alle
Claudio Grandis
I boschi
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 48
Il testo iniziale
della Parte presa
dal Consiglio
dei Pregadi il 20
febbraio 1598 in
materia di boschi,
inserita nella
Novissima Veneta
Statuta stampata a
Venezia nel 1729.
piante di rovere e scoprire che il tema dominante
non tanto quello della produttivit dei terreni
agricoli quanto, piuttosto, la preoccupazione di
non distruggere irrimediabilmente questa singo-
lare risorsa.
Tutti questi boschi di quercia avevano un proprio
nome di battesimo: Carpaneda, Vegrolongo, Car-
pi, Labixeto, Spexa Catena, e quanto mai singo-
lare che nel loro sfruttamento trovano origine
toponimi (i nomi di luogo) quali Fossona, Bastia,
Carbonara e Lovolo. Com possibile vien da
chiedersi? Qual il legame di nomi apparente-
mente estranei al lessico botanico. Carpaneda ci
riporta al Carpino, allessenza difusa della nostra
area euganea. Curiosamente per, almeno dal XV
secolo, Carpaneda fu uno dei principali boschi del
demanio statale veneziano: dietro a questo nome
si nascondono secolari vicende tutte comunque
annodate attorno alla singolare preoccupazione
di uno sfruttamento razionale, controllato, eco-
sostenibile. In altre pagine di questo libro narra-
ta, per sommi capi, la vicenda secolare di questo
bosco.
Non lontano dalla Carpaneda, contiguo sul peri-
metro di levante, si sviluppava il bosco del Vegro-
longo: un nome che signifca terreno non dissodato, non coltivato, uneste-
sa superfcie che superava il confne attuale per ammantare anche parte
dellodierno comune di Cervarese Santa Croce fno ai margini del castello di
San Martino della Vaneza.
Fossona dal canto suo un nome che ha origine proprio dallo sfruttamento
di questi due boschi. Per facilitare la condotta dei pesanti tronchi di rovere
dal bosco allimbarco situato allombra del castello di San Martino, nel 1676
il governo veneziano approv il progetto e fnanzi lopera di allargamento
dellalveo dello scolo Nina, corso dacqua allora chiamato anche fossa Mar-
tina e, anticamente conosciuto come Naviglio di Pedevenda. Ebbene quella
poderosa opera idraulica trasform il fossato in una fossona, come ricorda il
perito padovano Francesco Alberti incaricato di dirigere i lavori nel 1676. Nel
nome Fossona vi dunque memoria di questo singolare evento seppur oggi
si fatica a comprendere il collegamento della fossa Nina con il Bacchiglione
per linterramento del tratto iniziale, proprio tra il castello di San Martino e
il rettiflo di via Scapacchi.
1
Ai boschi, alla ricchezza di legname ci riporta anche il toponimo Bastia, una
fortezza, un luogo di difesa costruito con il legno, con i tronchi, come i forti-
ni dei vecchi flm western americani. La disponibilit di legname consigli gli
ingegneri militari delle truppe scaligere di abbattere gli alberi anzich estrarre
trachite o cuocere laterizi per dar vita alla bastita. Cos innalzata la difesa diven-
ne luogo di ricovero delle truppe per gli attacchi alle postazioni carraresi.
i boschi 49
La facciata
della chiesa
monastica
di Nonantola
(Modena).
I monaci
di questa antica
abbazia erano
in parte proprietari
dei boschi della
piana di Rovolon,
gestiti attraverso
il priorato
di San Leonardo
di Padova.
Cos pure Carbonara, al limitare del pendio di
Monte della Madonna, ci ricorda che qui vi era-
no le carbonaie, le cataste di legna ricoperte di
argilla per produrre carbone. Se a Carbonara
convergeva legname dai Colli, pur vero che
dai pendii giungevano anche tronchi di pezza-
tura diversa, raccolti nel cuore dei boschi della
contigua pianura.
In Lovolo, infne, rimasta memoria di un ani-
male oggi scomparso che popolava questi bo-
schi: il lupo.
2

Nomi di luogo che rimembrano paesaggi
scomparsi, popolati da attivit e quotidianit
che dif cilmente si possono immaginare. Il bo-
scaiolo, il saltaro (cio il custode dei boschi), i
carrettieri, i fabbri, sono fgure che siam soliti
ricondurre ai grandi manti boschivi delle Pre-
alpi e delle Alpi. Il radicale cambiamento, capa-
ce di lasciare, come detto, solo qualche traccia
nella toponomastica inizia nella seconda met
del XV secolo. Proprietari dei boschi di Rovo-
lon, da data che non ci nota, erano i monaci
di Nonantola (in provincia di Modena) che at-
traverso il controllo sul priorato di San Leonar-
do di Padova il 20 gennaio 1470 disposero la
concessione a lunga scadenza dei boschi ad Andrea Dandolo di Venezia; in
precedenza, nel 1464, avevano parimenti concesso a Ludovico Palazzolo e a
Bernardo Maraspina, una superfcie complessiva stimata in quasi 1300 campi
padovani, equivalenti oggi ad oltre cinquecento ettari.
3
Il bosco di Vegrolongo scomparve invece per il continuo taglio voluto dal go-
verno veneziano. Migliaia e migliaia di tronchi furono abbattuti nellantico bo-
sco di propriet del monastero di SantAgata e Cecilia, del monastero di San
Benedetto, delle famiglie Calza e Buzzacarini.
4
Nonostante i tagli ripetuti e continui delle piante, capaci di far scomparire
ettari su ettari, allalba del XIX secolo il comune di Rovolon vantava anco-
ra unestesa superfcie di bosco. Allinterno del Dipartimento del Brenta, i
tecnici rilevarono che i comuni euganei erano ammantati per una superfcie
complessiva di oltre 12.450 campi. A Rovolon se ne contavano pi di 1278,
pari cio a poco pi della decima parte di tutti i boschi euganei. Nella lista,
a precedere Rovolon, al primo posto vera il comune di V con 2661 campi
(quindi il 21,37% del totale), poi quello di Cinto Euganeo con altri 1785 cam-
pi, cio il 14,34% e al terzo posto il comune di Torreglia dove si concentrava-
no altri 1739 campi.
Il censimento eseguito allora tenne distinti i campi di bosco dello Stato, da
quelli dei comuni e pubblici stabilimenti e infne quelli di propriet esclusiva
dei privati. La maggior concentrazione di superfcie demaniale era proprio a
Rovolon dove i terreni a bosco di propriet pubblica comprendevano ben 532
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 50
campi, cio il 42% del totale. Nessun altro comune dellallora Dipartimento
del Brenta superava i 200 ettari di superfcie demaniale, segno questo del no-
tevole interesse e dellattenzione che il governo centrale riservava al nostro
territorio. Ma in questo quadro un ruolo importante lo ricopriva anche lau-
torit comunale. I boschi della collettivit sestendevano per quasi 60 campi
padovani, pari cio a 23,09 ettari attuali.
5
Una superfcie che nel 1850 era ancora saldamente iscritta nel patrimonio
comunale, e tale rimase per tutto il XIX secolo.
6
La superfcie a bosco era sud-
divisa in prese cio in zone, distinte con un numero romano. Queste prese,
seguendo un rituale le cui origini si perdono nella notte dei tempi, venivano
assegnate alle famiglie di Rovolon, con un contratto della durata settennale,
scaduto il quale le prese venivano af date ad altre famiglie, seguendo un cri-
terio a rotazione di cui ci sfuggono, per ora, le modalit. Le carte del nostro
archivio comunale ricordano che porzioni del bosco nel 1929 furono af ttate
a mezzadria ad Antonio Veronese, Aldo Martini, Rino Graziani e altri fno
al 1950, mentre unaltra presa fu af data nel 1925 a Giuseppe Zattarin. Una
memoria pi triste ci ricorda invece che la seconda guerra mondiale provoc
non pochi danni, soprattutto per i ripetuti furti di legname nel 1945.
7

Note
1. Claudio Grandis, Il paesagio scomparso. Acque, mulini, boschi e cave al tempo della domi-
nazione veneziana (Secoli XVI-XVIII), in Cervarese S. Croce. Proflo storico di un comune del
Padovano tra Bacchiglione e Colli Euganei, a cura di Alberto Espen e Claudio Grandis,
Cervarese S. Croce (Biblioteca Comunale Il Prato ed.) 2004, p. 113-118.
2. Dante Olivieri, Toponomastica veneta, Venezia-Roma (Istituto per la collaborazione cul-
turale) 1961 (rist. Firenze 1977), p. 71.
3. Devo alla cortesia di Giannino Carraro la segnalazione dei contratti stipulati dal prio-
rato di San Leonardo conservati in Archivio di Stato di Padova, Notarile 3337, c. 601;
Giannino Carraro, La parrocchia di S. Leonardo di Padova dipendenza nonantolana (sec.
XII-XVIII). Fondazione, sviluppo, soppressione, Benedictina, anno 50 (2003) fasc. M 1, p.
35-38, p. 82-86.
4. Manca a tuttoggi uno studio puntuale e completo sui boschi del Padovano, vera ri-
sorsa scomparsa nel corso dellet veneziana per lintenso sfruttamento decretato dal
governo della Serenissima. Basta scorrere i due inventari, quello del 1568 del perito
Surian [Archivio di Stato di Venezia (ASVe), Provveditori sopra boschi, vol. 130, c. 225-
240] e quello di Alvise Bembo del 1588 [Archivio di Stato di Padova (ASPd), Boschi,
busta 7, c. 199-290 Rovolon alle c. 261
v
-266
v
] per avere un quadro territoriale preciso
delle numerose macchie di bosco che popolavano lintera provincia. Purtroppo anche
i documenti sono dispersi: oltre alle quattordici buste di carte raccolte nel fondo Boschi
dellASPd, per svolgere unaccurata ricerca di quanto accaduto nel corso dei secoli
XVI-XVIII c bisogno di unindagine attenta su diversi altri fondi documentali prodotti
dagli uf ci che, seppur con competenze diverse, in passato amministrarono il patrimo-
nio boschivo provinciale.
5. ASVe, Provveditori sopra boschi, registro 172 Riassunto di tutti i boschi esistenti nel Dipar-
timento del Brenta.
6. ASPd, Censo stabile, Rovolon, vol. 311-316, in particolare il vol. 313, partite 162, 170,
203.
7. Archivio Comunale di Rovolon, buste 10.1.6 (Vertenza Bonino Francesco per la strada
vicinale del bosco, anno 1876) e 10.1.9 (bosco comunale, af ttanze e danni).
Il bosco della Carpaneda si trovava nel confne tra il territorio padovano e il
vicentino: riprendendo le parole di alcuni tecnici che lo visitarono nel 1574
ricadeva giuridicamente nella villa di Revolone, nella contrada di Vegrolon-
go et della Bastia. Il suo sviluppo era di forma pi lungo che largo, perch
lungo da levante a ponente, circa 1132 pertiche et largo da tramontana
a mezo giorno circa 250 pertiche, talch la circonferentia saria miglia tre et
un quarto.
1
Il bosco della Carpaneda inoltre era morbidissimo e bello di
publica ragione,
2
motivo per cui il suo legname veniva riservato allArsenale
di Venezia. Si trattava di una superfcie boschiva molto estesa, circondata da
un profondo fosso allesterno del quale selevava il relativo argine; entrambi,
fosso e argine, erano stati fatti costruire dalla Serenissima acciocch le ac-
que esteriori non intrassero, in detto boscho et li animali non vi andassero a
pascolare et farvi danno.
3

Il pericolo maggiore, per la Carpaneda, era costituito dalla penetrazione e dal
ristagno delle acque che facevano marcire i legni. Il bosco, infatti, sestendeva
tra il corso della Fossa Nina o Naviglio Vecchio a levante, e la Fossa Bandezz a
ponente: questultima divideva il territorio Padovano dal Vicentino.
4
Le due
fosse erano sempre colme di detriti e avevano argini insuf cienti a sopportare
le piene dacqua che, uscendo dallalveo del Bacchiglione, si spandevano nel
Padovano. Ad aggravare la situazione ci pensavano poi i vicentini: al tempo
delle excrescentie scrivono ancora i periti nella relazione del 1574 soglio-
no tagliar li arzeri di essa fossa in tre lochi
5
portando danni gravissimi alle
campagne padovane, ma soprattutto al bosco il cui fondo era basso e conca-
vo onde ogni poca di pioggia lo tiene tanto bagnato e morbido che sta mol-
to tempo ad asciugarsi.
6
Per questo nella Carpaneda si poteva trovare una
grandissima quantit di legnami di roveri, olmi e semenzali buoni e ancora
bellissime macchiate di semenzali seminate in alcune piazzette, e cos pure
gran quantit di legnami non buoni, n per venir buoni, come busi, saettati
scavezzati, morti e cavati.
7
Larginatura e lo scavo delle due fosse Nina e Bandezz e la costruzione di
un argine pi alto attorno alla Carpaneda, saranno le soluzioni invocate in
pi occasioni. Il 17 marzo 1559 il perito Domenico dellAbaco, inviato da
Giustiniano Foscarini, capitano di Padova, per un rilevamento sul posto a
causa di alcuni tagli fatti nellargine della Carpaneda, propose di scavare la
fossa Bandezz per una spesa di ducati 2373; la fossa Nina, per altri ducati
2100; di allargare il fosso e di arginare la Carpaneda per ulteriori ducati 600.
8

La stessa soluzione venne indicata nel 1574 dai periti che compirono sopral-
luoghi nella zona, tutti incaricati di pronunciarsi sulla controversia sorta tra il
Carla Frasson
Il bosco della Carpaneda
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 52
Il bosco della
Carpaneda nella
carta militare
austriaca del
Veneto di Anton
Von Zach (1798).
monastero di Praglia e i signori Da Rio.
9
La proposta avanzata nel corso del
XVI secolo fu condivisa anche da Francesco Valdagni che, diversi decenni pi
tardi, cio nel 1655, compose e pubblic un memoriale sul bosco. Il lavoro
era il frutto della sua lunga esperienza nella veste di capitano ai boschi, per
questo venne intitolato Osservazioni e ricordi sopra il bosco della Carpaneda ed
altri boschi circonvicini nella vicaria di Teolo. Ben conoscendo la realt dei luo-
ghi e delle istituzioni, nel testo dato alle stampe Valdagni sottoline che tali
opere di scavo e di arginatura, interessando un bosco demaniale, andavano
addebitate ai comuni circonvicini senza spese pubbliche.
10

Valdagni ben conosceva le condizioni che allora regolavano i rapporti tra il
vicariato di Teolo, il distretto Padovano e lautorit centrale. Un paio di secoli
prima, il 18 febbraio 1457, era stato siglato un concordio, approvato dal gover-
no veneziano il successivo 6 aprile, in virt del quale gli uomini che abitavano
nella vicara di Teolo dovevano provvedere gratuitamente non solo a tagliare
le piante e a condurre i tronchi dal bosco allimbarco, situato sotto la torre
del castello di San Martino, ma pure ad accollarsi lonere della manutenzione
delle strade, dello scavo periodico dei fossati di scolo, del rincalzo e del ripri-
stino degli argini. Dovevano inoltre assicurare la stabilit dei ponti di pubbli-
co transito, come quello di Tencarola, e sottostare ad altri eventuali obblighi
straordinari dovuti agli efetti dinattese avversit atmosferiche, quali erano
allora in particolare le esondazioni.
Lo scolo delle acque nelle due fosse vicine rimase per secoli linsoluto pro-
blema della Carpaneda e questo spiega labbondanza di documenti rimasti
nei nostri archivi. Sono carte che attestano i numerosi tentativi, spesso falliti,
promossi dal Capitano di Padova, dai Provveditori allArsenale, dal Vicario
di Teolo e dal governo centrale di risolvere una questione annosa.
11
A partire
dal secolo XVII la ricerca di una soluzione duratura verr af data ai retrat-
i l bosco della carpaneda 53
Nel 1655
il Capitano
dei boschi
Francesco Valdagni
pubblic un
opuscolo dal titolo
Osservazioni
e ricordi sopra
il bosco della
Carpaneda,
inserendovi questa
mappa topografca
della Carpaneda,
incisa da
Giacomo Rufoni.
Lorientamento
del Nord in basso.
ti (originaria denominazione degli attuali
Consorzi di bonifca), come quello di Loz-
zo che nel 1615 costruir un nuovo argine
nella Bandezz, poich quello esistente
era stato rovinato dalle acque lanno pre-
cedente;
12
o come quello di Ottoville, che
in pi occasioni sar protagonista nel ri-
mediare ai disordini e ai danni provocati
dalle acque nel bosco stesso.
13
Alla Carpaneda ulteriori danni furono
inferti dai proprietari dei terreni vicini, i
quali illegalmente praticavano tagli nei
gi disastrati argini delle due fosse Nina e
Bandezz e, in maggior misura, facevano
boccaroli e tagli nellargine del bosco. Nei
sopralluoghi compiuti nel 1574, ad esem-
pio, i periti ne contarono ben ventotto.
14
Per mantenere le terre asciutte, i proprie-
tari vicini di nascosto incidevano gli argini
creando dei condotti attraverso i quali fa-
cevano af uire le acque: il bosco le riceve-
va, avendo un piano posto ad una quota
altimetrica pi bassa di quello della cam-
pagna circostante. Come se non bastasse i
tecnici nei loro sopralluoghi constatarono
che, dalla parte dei padovani, il terreno
delli arzeri della fossa era stato portato in molti lochi per terrazzare, cio era
stato asportato per coprire avallamenti nelle loro propriet private.
15

Nel 1588 il provveditore sopra i boschi, Alvise Bembo, riport nel suo Catasti-
co (un vero e proprio inventario delle piante di rovere e olmo) che a Vegrolon-
go di Rovolon vi era un bosco de la Serenissima Signoria chiamato il bosco
della Carpaneda Il suo fondo buonissimo, lontano dal fume Bachigion
circa quatro miglia. Li legni, che sono in esso precisava nella sua relazione
non shanno numerati, n bolati, stimando ci pi tosto perdita di tempo, et
cosa superfua, essendo bosco publico nel quale non vi pu praticar alcuno,
ne pu esser tagliato non solamente roveri ma neanco altra sorte di legna-
me. Basta [sapere] che in esso vi sono roveri in gran quantit, et di bellissima
sorte, essendo la maggior parte di grossezza di quattro in cinque piedi, et
pi, con pur assai semenzali et olmi. A suo giudizio, dunque, le condizioni
di demanialit e di tassativo divieto di accesso erano ottime garanzie per la
conservazione della preziosa macchia cedua. I cinque e sei piedi equivaleva-
no rispettivamente a metri 1,75 e 2,10 attuali.
16

Sul fnire del XVIII secolo, quindi due secoli pi tardi, nel verbale di consegna
dei boschi del distretto Padovano il nostro bosco demaniale, unico ad essere
iscritto tra quelli di prima classe, fu cos descritto: Un solo bosco di Pubblica
Ragione esiste nella Provincia Padovana, e quest il Bosco della Carpaneda,
in villa di Bastia, vicariato di Teolo. Questo bosco di fgura quasi rettan-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 54
golare bislunga; di campi 265; di terreno dolce; piantato interamente di soli
roveri. Nellultima curazione del 1794 vi si sono recise piante n. 1316, delle
quali ne sono entrate nella Casa dellArsenale n. 337, e agli usi sociali se ne
sono somministrate n. 356; le altre si sono devolute al Magistrato alle legne.
Le piante, che esistono tuttora in questo bosco, dai piedi 3 di circonferenza
fno alli piedi 5, ascendono al numero di 4.000, tutte marcate di color rosso
ad oglio; e quelle di circonferenza minore di piedi 3, si calcolano allincirca
14.000; oltre essere ben provvedute di novellami e tenere pianterelle. Due-
centosessantacinque campi padovani sono equivalenti ad oltre 100 ettari at-
tuali, pi precisamente pi di un milione di metri quadrati attuali.
17

Tra le ultime memorie del bosco il caso di ricordare quella di Andrea Gloria,
risalente al 1862, che descrivendo Bastia ricorda che la Carpaneda appartie-
ne allo Stato. Intorno al quale scrive il Cittadella [1605] Bastia che fu terra,
ov il bello bosco del Carpaneo carico di quercie (quasi piccola Hircina) di
campi 333 che scolano nella fossa della Nina e Bandess e Bacchiglione per
commodit di condurre li legni allarsenale di Venetia e contiene il Vegro-
lungo copioso di lepri, volpi, lupi e talhora orsi e cinghiali.
18
Questi ultimi
selvatici son tornati dalle nostre parti, ma della Carpaneda, purtroppo, con le
roveri e gli olmi rimasto solo un labile ricordo.
Note
1. ASPd, S. Maria di Praglia, b. 107, c. 310
v
.
2. Francesco Valdagni, Osservazioni e ricordi sopra il bosco della Carpaneda ed altri boschi
circonvicini nella vicaria di Teolo, Padova 1655.
3. ASPd, S. Maria di Praglia, b. 107, c. 310
v
.
4. Si veda il disegno inserito nellopera di F. Valdagni.
5. ASPd, S. Maria di Praglia, b. 107, c. 311
r
.
6. Valdagni, Osservazioni e ricordi, s.p.
7. Valdagni, Osservazioni e ricordi, s.p.
8. ASPd, S. Maria di Praglia, b. 107, c. 166-167.
9. ASPd, S. Maria di Praglia, b. 107, c. 310-314.
10. Valdagni, Osservazioni e ricordi, s.p.
11. ASPd, S. Maria di Praglia, b. 107, c. 164
r
.
12. ASPd, S. Maria di Praglia, b. 108, c. 334.
13. ASPd, S. Maria di Praglia, b. 109, c. 77-105.
14. ASPd, S. Maria di Praglia, b. 107, c. 311.
15. ASPd, S. Maria di Praglia, b. 107, c. 311.
16. ASPd, Boschi, b. 7, c. 245
v
.
17. ASVe, Provveditori ai boschi, b. 89, fasc. 1 Catastico de Boschi di Prima e Seconda classe
esistenti nella provincia Padovana.
18. Andrea Gloria, Il territorio padovano illustrato, Padova 1862, vol. II, p. 85.
Adagiato sui declivi collinari e ai piedi del Monte Grande e del Monte del-
la Madonna, nella parte pi settentrionale dei Colli Euganei, il territorio di
Rovolon lestrema propaggine del territorio padovano, prima di entrare in
terra vicentina.
Le due diverse realt di cui si compone, pianeggiante e daltura, sono dal
punto di vista agrario assai diferenti. In pianura trovano la loro naturale
posizione colture di tipo cerealicolo, quali frumento, segale, miglio e orzo.
Le zone collinari, invece, sono contraddistinte da tratti boschivi e coltivazio-
ni quali vite e ulivo. Una tale diferenziazione era naturale, seppure lItalia
settentrionale seguisse nei metodi le tendenze europee, in particolare in un
mondo agrario caratterizzato da metodi di lavorazione della terra arcaici e da
una forza lavoro essenzialmente umana e animale.
Il periodo che si prender in considerazione in questo contributo defnito
come Et moderna. Questo arco di tempo si colloca fra la scoperta dellAme-
rica (1492) e la Rivoluzione Francese (1789), un momento di importante cesu-
ra per lEuropa e il Veneto. I fattori essenziali del cambiamento furono, da un
punto di vista politico, le conquiste di Napoleone e la successiva annessione
del Lombardo Veneto allAustria. Dalla fne del Settecento, inoltre, si vede
linizio della rivoluzione industriale che, partendo dallInghilterra, port a
innovazioni tecniche che, con tempi e modalit diverse, sconvolsero laspet-
to agrario del vecchio continente, non essendo pi lagricoltura il principale
settore delleconomia per percentuale di persone occupate.
produttivit e lavorazione
Tra 500 e 700 il settore trainante delleconomia fu, dunque, lagricoltura.
suf ciente pensare che circa l80% della popolazione vi era impiegato. Il
problema fondamentale era la produttivit, che si legava a svariati fattori,
talmente pericolosi da essere defniti i cavalieri dellapocalisse, ovvero epi-
demie, carestie e guerre. Anche il verifcarsi di uno solo di essi era suf cien-
te a mandare in crisi la produzione agricola di unintera annata. Purtroppo,
molto spesso si verifcavano in contemporanea o in sequenza ravvicinata.
Di frequente succedeva che una guerra avesse il potere di provocare una ca-
restia, causata generalmente delle scorribande e incursioni degli eserciti per
Stefania Montemezzo
Case vecie e campi magri.
Vivere contadino e sviluppo delle colture agricole
a Rovolon in et moderna
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 56
Una panoramica
su Rovolon in una
cartolina illustrata
del 1949.
procurarsi il vitto. Proprio a causa delle scarse condizioni igieniche dei sol-
dati e della malnutrizione della popolazione, dovuta alla carestia, vi era una
forte possibilit che si verifcasse unepidemia, che andava a colpire per primi
gli individui pi deboli, cio anziani e bambini.
Anche quando non vi era un evento catastrofco, come appena descritto, le
rese dei coltivi erano estremamente basse. Per tutta lEt moderna, in Italia,
per quanto riguarda i cereali si ottenne appena 6,3 volte il seme utilizzato per
la semina, per un raccolto medio per ettaro che si attestava sui 5/7 quinta-
li, seppur con diferenze notevoli tra le diverse zone.

Per un rafronto, basti
pensare che oggigiorno la resa media di 41,4 quintali per ettaro. I motivi
di un tale basso rendimento si possono rintracciare negli strumenti tecnici
utilizzati, che non permettevano di piantare i semi alla necessaria profondi-
t, alla scarsa concimazione e al persistere della rotazione triennale. Questo
metodo prevedeva che i campi fossero divisi in tre settori: il primo coltivato
con il frumento, a semina autunnale; il secondo ad avena e legumi, a semi-
na primaverile; lultima parte sarebbe stata destinata al riposo, il cosiddetto
maggese. Il sistema funzion inizialmente, alzando le rese, permettendo
una migliore distribuzione temporale del lavoro contadino e lasciando a di-
sposizione dellallevamento il campo incolto. Lanno di riposo tuttavia non
era suf ciente a fornire al terreno le sostanze azotate, sottratte dal frumento,
e ci comportava un costante impoverimento dei terreni che non andava a
vantaggio dei raccolti. La soluzione pi adatta, gi attuata in alcune zone
della penisola e nei Paesi Bassi, era la rotazione quadriennale, che prevedeva
lintroduzione nel ciclo delle piante foraggere, utili anche allallevamento sta-
bile. Il sistema prevedeva che due parti del terreno fossero coltivate a cereali,
una a legumi e lultima lasciata non incolta, ma a giardino (con le piante da
foraggio). Il nuovo metodo avrebbe esteso la dimensione della terra coltiva-
bile e aumentato considerevolmente la fertilit del suolo. A partire dallOt-
case veci e e campi magri 57
Bastia.
La corte della
famiglia Forestan.
tocento questa innovazione arriver anche nelle zone venete. Lavversit alle
innovazioni che si riscontro sul territorio suggerisce che la preferenza andava
verso la coltivazione di carattere estensivo pi che intensivo: vi era maggiore
interesse a mantenere le medesime rese e, in caso di necessit di cereali, si
sarebbe ricorsi semplicemente allestensione del coltivo.
Il clima era un elemento importante per la resa del suolo, cos come il tipo di
terreno. Sulla parte collinare del comune vi era molto spesso il problema del-
la siccit: il suolo trachitico combinato ai pendii faceva in modo che lacqua
piovana defuisse velocemente verso le valli, dove era rapidamente assorbita
dai terreni tufacei. In questo modo le zone collinari di Rovolon sofrivano la
siccit, che poteva compromettere la raccolta della frutta e la vendemmia.
Il basso livello tecnologico delle pratiche di lavorazione infuiva pesantemen-
te sul raccolto e provocava variazioni annuali anche molto pesanti. Un cam-
biamento, seppur minimo, poteva provocare scompensi, a causa delle basse
rese delle coltivazioni, danneggiando lintera economia rurale e non garan-
tendo il minimo di sussistenza per la popolazione. Lincremento demografco
avvenuto tra XI e XII secolo, aveva inoltre portato alla specializzazione delle
aziende agricole nella sola coltivazione dei cereali, eliminando le attivit silvo
pastorali, quali pesca e caccia, che nei secoli precedenti avevano integrato
lalimentazione contadina. Questa trasformazione port larea a essere mag-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 58
La diligenza
a Bastia in
unistantanea di
fne Ottocento.
giormente esposta alle carestie. Queste
ultime indicavano in efetti la penuria di
cereali che erano divenuti il maggiore
alimento nella dieta dei contadini e del-
le fasce di popolazione pi povere delle
citt.
coltivazioni e alimentazione
La produzione agricola era, dunque,
fortemente legata alle condizioni natu-
rali, in particolare in periodi in cui il la-
voro dei campi era caratterizzato da una
tecnologia poco sviluppata e dalla mancanza di concimazione dei suoli. Dal
XII secolo si and sempre pi intensifcando la coltivazione dei cereali, che si
stima potessero fornire tra l80% e il 90% della razione calorica giornaliera.
Il pane si poneva allora al centro dellalimentazione europea, un po come
il riso era, ed , al centro di quella cinese. I cereali, in particolare quelli che
producevano una farina panifcabile, divennero il prodotto da coltivare per
eccellenza. Come in buona parte dEuropa, i prodotti che pi si ritrovavano
nella campagna padovana erano: il grano e i farinacei di vario tipo nelle zone
pianeggianti con terra bonifcata; la vite, che si trovava nellalto Medioevo sia
in piano che in collina, ma che divenne poi coltura specializzata sulle alture,
assieme allulivo; il lino, nelle zone in cui vi erano acquitrini e paludi. Non
va dimenticato anche il manto boschivo, che ricopriva le colline e parte del
suolo pianeggiante di Bastia.
Il frumento era considerato il cereale nobile per eccellenza, nonostante un
calo nella produzione durante la crisi alto medievale che aveva momentane-
amente portato alla sua sostituzione con la segale (pianta meno delicata da
coltivare). Ideale per la produzione di farina adatta alla panifcazione, era il
cereale maggiormente coltivato nel padovano. Nel Veneto, era molto spesso
accompagnato da unaltra pianta: il sorgo. Importato dallOriente, in partico-
lare dalla Siria a cui deve il suo nome, era utilizzato gi in epoca romana. Era
considerato, tuttavia, un grano povero e generalmente destinato dai romani
al foraggiamento degli animali. In Veneto, e nel padovano in particolar modo,
il sorgo trov la sua terra di elezione e inizi a essere coltivato per la dieta
quotidiana, soprattutto degli strati pi poveri della popolazione. Con questo
grano minuto era prodotta, in particolare, una prima specie di polenta di co-
lore grigio, a diferenza della giallina prodotta col miglio nel Medioevo. Nel
XVI secolo, a seguito dellintroduzione del mais importato dalle Americhe,
il sorgo non fu pi seminato. Miglio e segale erano coltivati, ma in misura
inferiore rispetto a frumento e sorgo. Molto pi raro era lorzo, mentre avena
e farro erano totalmente assenti. I coltivatori, inoltre, tendevano ad accom-
pagnare ai cereali delle leguminose, come le fave. Assimilate ai grani grossi,
potevano essere ridotte in una farina adatta alla produzione di panifcati. Per
i cereali era utilizzata una rotazione triennale intensiva, che alternava alle
case veci e e campi magri 59
Un antico
lavabo nella casa
Colombara
di Monte Sereo.
piante invernali, quali frumento e fave, quelle
primaverili, cio sorgo e miglio.
I contratti agrari, e in qualche caso gli statu-
ti comunali, evidenziano che linteresse per i
grani grossi (come frumento e orzo) era so-
prattutto dimostrato dagli abitanti dei centri
cittadini. Essi, infatti, preferivano cereali che
fornissero farine fni e panifcabili. Il mon-
do rurale dimostra invece una predilezione
per i grani minuti, come il sorgo, pi adatto a
preparazioni come la polenta. Si and allora
specializzando nelle campagne padovane una
produzione di grani pregiati per le citt e una
di grani pi rustici per gli abitanti del contado.
Per il suo carattere pregiato, il frumento era
spesso utilizzato per il pagamento degli af tti,
come nel caso di Antonio Bertoldo di Rovo-
lon che dichiara che per campi dui in la contra
de Fondorizzo delli qualli pago de livello stara tre
formento allanno alli eredi del quondam signor
Rinaldo Papafava.
1
Dal Cinquecento vi fu la graduale introduzio-
ne della coltura del mais. Inizialmente coltivato
a fanco degli altri cereali, piantato a margine
dei campi o come alternativa al campo incol-
to, divenne sempre pi lalimento base della popolazione rurale. In un primo
tempo non fu tenuto in particolare considerazione dalla classe nobile, tanto
da non essere nemmeno menzionato nei contratti agrari. In seguito, invece,
soppiant gradualmente il sorgo. Ci fu possibile soprattutto grazie alla sua
alta resa: a met Seicento il rapporto semente/prodotto era di 1 a 15, mentre
il frumento stava a un rapporto di circa 1 a 5, con diferenze secondo le zone.
Il formenton giallo, dunque, se inizialmente concepito come integrazione alle
altre colture, divenne in seguito essenziale per il sostentamento della popola-
zione rurale prima, e cittadina poi. Non producendo una farina panifcabile,
fu sostituito al sorgo per la produzione della polenta, che divenne lalimento
base della dieta veneta. La forte produttivit port allestensione dei coltivi e
alla limitazione degli spazi destinati alla pastorizia e allallevamento animale,
con un conseguente calo dellassunzione di proteine da parte dei contadi-
ni. Lalimentazione rurale divenne in molti casi mono maidica. La dieta a
base di polenta per cominci a creare problemi di salute alla popolazione. Il
mais, infatti, se non opportunamente integrato con alimenti freschi, inibiva
lassimilazione di vitamine del gruppo B, come la niacina (vitamina P.P., che
signifca Pellagra Prevention). La mancanza di tale vitamina, oltre a causare
un abbassamento delle difese immunitarie e una maggiore esposizione alle
malattie epidemiche, faceva ammalare gli individui di pellagra. Questultima
responsabile di un quadro clinico defnito delle tre D (demenza, dermatite
e diarrea) e se non opportunamente curata con il reinserimento nella dieta
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 60
Uno scorcio
della campagna,
oltre lingresso
di un rustico.
della niacina, porta in molti casi alla morte en-
tro pochi anni. Fu soprattutto con lOttocento
che la popolazione veneta cominci a patire
le conseguenze di unalimentazione a base di
polenta di mais.
Il pane, che in campagna era nero e rafer-
mo, e la polenta di solito si accompagnavano
con delle zuppe, fatte con i prodotti dellorto,
come cavoli, rape e legumi secchi (piselli, fa-
gioli e fave). Quando ve nera possibilit, vi si
aggiungeva del pollame (galline, polli e cap-
poni) o del maiale, i quali non essendo tassati
erano molto spesso allevati dalle famiglie nel
proprio cortile, anche se non in quantit tali
da garantire ai contadini un suf ciente appor-
to di lipidi e proteine nella dieta. Per capire
quanto questo piccolo allevamento era difu-
so interessante osservare come fosse utiliz-
zato dai contadini per pagare, in parte o del
tutto, gli af tti agrari. Nel 1615 Alvise Bonfo
del fu Camillo dichiar di possedere
la meta duna casa de muro coperta de coppi con co-
lombara et cortivo serado de muro posta in Villa de Re-
volon in contr de mollini la quale confna con una roda
et meza de mollini in detta Villa et contra confnano
alla detta casa, la via comune MarcAntonio Corsato et
le ragioni del sopradetto Illustrissimo signor abbate Papafava sono af ttuari al presente
a domino Francesco Schio, et si cava ogni anno denari ducati trentasei, formento stara
quaranta, computa la casa sopradetta, ovi numero cento, capponi para uno, pollastri
para doi, galline para numero doi.
2
La quantit di prodotti avicoli in questione era abbastanza alta, questo fatto
suggerisce che la famiglia fosse ben rifornita di pollame.
La vite benefci per prima delle opere di bonifca sostenute dai monaci be-
nedettini, potendo crescere su terreni in condizioni non ottime, purch non
paludosi. Tuttavia, dal X e XI secolo, con laumentare della popolazione e la
destinazione delle zone pianeggianti alla coltivazione dei cereali, la vite fu
spostata sui pendii pi dolci dei colli, pur rimanendo ovviamente presente
anche in altre zone della pianura, quali alcuni tratti della riviera del Brenta
e nei pressi di Padova. Nel settore settentrionale degli Euganei, la vite non
sembra essersi attestata prima del XII secolo a causa della posizione meno
adatta. Il versante di Rovolon, essendo esposto a nord, era troppo freddo. Il
terreno di origine vulcanica rese, inoltre, almeno inizialmente, pi compli-
cata la crescita della pianta. La ripresa economica cittadina in atto spingeva
tuttavia i proprietari terrieri e i piccoli coltivatori ad aumentare la produzio-
ne di beni destinati al mercato come appunto cereali e vino. In questa pro-
case veci e e campi magri 61
Un antico aratro
con vomere
a collo doca nella
corte Forestan
al Vegrolongo.
spettiva si inserisce lo sforzo operato dai contadini per adattare la pianta a un
clima non favorevole. I contratti agrari stipulati tra proprietari del terreno
e contadini, i livelli in particolare (di cui si parler nel prossimo paragrafo),
dimostrano che fn dallalto Medioevo i conduttori tendevano da un lato a
migliorare la qualit delle viti, e di conseguenza delluva, tramite la potatura
dei rami che venivano defniti superfciali; dallaltro a incrementare la col-
tivazione dei vitigni, tramite imposizioni inserite proprio nei contratti. Dal
tredicesimo e soprattutto quattordicesimo secolo la vite divenne una risorsa
fondamentale per leconomia collinare, che svilupp progressivamente uve
tipiche. Secondo i Catastici dellepoca, le uve che dominavano il panorama
euganeo erano due: le vigne sclavae e quelle garganicae. La prima era bianca,
con maturazione precoce e riusciva ad adattarsi a tutto il territorio collinare.
La seconda era invece meno difusa, anche se aveva il vantaggio di produrre
vini che invecchiavano bene. La sempre maggiore estensione dei vigneti e
la specializzazione produttiva presuppongono la presenza di ben sviluppati
mercati vinicoli in citt. Seppur prodotto nelle campagne, infatti, il vino
veniva consumato soprattutto nei centri urbani. Le fonti rivelano come i
consumi rurali della bevanda alcolica fossero piuttosto bassi. Il contadino
beveva con ogni probabilit solo nelle occasioni di festa e non durante i pe-
riodi lavorativi. In campagna, inoltre, il consumo riguardava i vini di qualit
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 62
Il monastero
di Santa Giustina di
Padova, che tanta
parte ebbe nella
gestione delle terre
e nella vita religiosa
di Rovolon e Bastia.
inferiore: le lites preferivano i bianchi delicati, lasciando alle fasce di popo-
lazione pi povere le qualit rosse pi nutrienti. Una polizza presentata nel
1615 conferma questa situazione, dicendo:
Si paga ognanno de livello sopra li campi delle Pacagnole al magnifco signor Teodoro
Bacho lire dodici afrancabili et sopra tutti li beni per un lasso de Bortolamio Corsato si
paga ognanno mastello uno vin dolce de monte alla veneranda fraglia del Santissimo
Nome di Cristi di Padova.
3
La bevanda per eccellenza delle campagne rimaneva dunque lacqua, che po-
teva essere di sorgente o di pozzo.
Lulivo fu unaltra coltura specializzata dei colli. Pur af ancando la vite nelle
coltivazioni, era molto pi complicato da coltivare. Innanzitutto, necessitava
di almeno 20 anni per giungere a completa maturazione e poter cominciare
a dare i suoi frutti, contro i 5 delle viti. Inoltre, era molto pi sensibile ai forti
sbalzi di temperatura. La spremitura delle olive era poi assai pi complicata
di quella delluva e richiedeva un maggiore investimento di capitali nei mac-
chinari. Erano i ricchi proprietari a incentivare la coltivazione della pianta,
sostenendone anche i costi iniziali. Lolio era destinato principalmente allil-
luminazione, soprattutto nelle case dei ricchi e in citt (nel mondo rurale
si usava lolio di lino) e durante le liturgie nelle chiese e nei monasteri. Nel
territorio di Rovolon gli ulivi si trovavano principalmente sul versante nord-
orientale, pi esposto al sole e meno soggetto alle forti gelate. La produzio-
ne locale non era tuttavia paragonabile a quella di altre zone collinari, come
Arqu e Monselice, che avevano una posizione pi adatta.
Alcuni documenti suggeriscono che nelle zone pi acquitrinose del comune
case veci e e campi magri 63
Il monastero
di Praglia.
Fino al 1806
fu proprietario
di una vasta
azienda agricola
a Spirano
e della chiesa
di Carbonara.
vi fosse spazio per lintroduzione della coltura del lino. Questa produzione
mobilitava tutte le forze familiari, in particolare nel momento della raccolta
e successivamente delle lavorazioni che avrebbero portato alla flatura e alla
tessitura. La produzione era tuttavia minima e con un signifcato economi-
co relativo. Le fonti non riferiscono con precisione i luoghi dove si trovavano
le piantagioni.
Oltre alle coltivazioni selezionate, nelle zone collinari erano molto presenti
gli arbusti ad alto fusto. A quote inferiori si trovavano in generale i querceti,
di roveri e farnie, mentre a quote superiori vi erano i faggeti. Sin dallEt
romana il manto boschivo cominci a essere manipolato dagli abitanti che
inserirono, al posto del faggio, il castagno. Studi recenti sulleconomia colli-
nare hanno dimostrato che la pianta trov la sua posizione ideale proprio a
Rovolon, perch riparata dai venti del sud che non avrebbero favorito il suo
sviluppo. Il castagno era utile sia per il legno, particolarmente adatto alle
costruzioni in quanto resistente e di media durezza, sia per i frutti, da cui si
ricava unottima farina.
Sempre in epoca romana cominci un forte processo di disboscamento, che
tuttavia sinterruppe durante lalto Medioevo, a causa della recessione demo-
grafca, che fece calare la necessit di legname come anche di nuovi terreni
da mettere a coltura. La tendenza ebbe uninversione dal XII secolo. Con la
rinascita delle citt e il ripopolamento delle campagne crebbe la domanda
di legname, sia da ardere che per uso costruttivo, e di derrate alimentari,
con lestensione dei terreni a coltura per aumentare la produzione agricola.
I nomi di localit attualmente in uso che rimandano alla presenza di antichi
boschi sono molti: Rovolon, che probabilmente indica la forte presenza di
roveri; Frassanelle richiama la presenza di frassini; Carpaneda indica grandi
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 64
case veci e e campi magri 65
La Memoria
del turbine
abbattutosi a
Bastia il 17 agosto
1756 che caus
in parrocchia ben
nove morti e il
crollo della chiesa
appena ricostruita.
Lo stesso turbine
distrusse anche
la copertura del
Palazzo della
Ragione a Padova.
distese di carpini, albero ad alto fusto facente parte della stessa famiglia delle
betulle. In parallelo al disboscamento avveniva lopera di bonifca del suolo
a valle, promossa dai monaci benedettini, reso cos coltivabile. Del naturale
manto boschivo non rimane oggi quasi pi nulla, essendo stato quasi total-
mente manipolato dalluomo.
Oltre al castagno, nel territorio erano certamente presenti alberi da frutto,
di cui per si hanno scarse notizie. La dieta contadina era integrata da frutta
fresca o essiccata, ma dif cile dire in quali quantit e variet.
Lallevamento del bestiame conobbe nei secoli dopo il Mille un forte svi-
luppo. Ci avvenne per le esigenze dellagricoltura (tiro dellaratro, trebbia-
tura, concimazione dei terreni), del trasporto e dellartigianato tessile; ma
anche per il consumo alimentare di carne, latte e formaggio. In Et medie-
vale nei contratti i proprietari af davano il bestiame agli allevatori. Questi
avevano il compito di provvedere ai pascoli e governare le bestie. I contratti
sono chiamati di sccida. Allo scadere del contratto il bestiame era diviso
fra il proprietario (soccidante) e il pastore (soccidario) in modo variabile e in
base al precedente accordo, ma solitamente a met. Il bestiame pascolava
generalmente nelle terre comuni o nei campi a maggese. Il principale ani-
male da tiro utilizzato era il bue. Nei campi trainava laratro pesante, con il
vomere in metallo, che rivoltava le zolle ed ebbe una notevole difusione a
partire dal secolo XI. Le innovazioni tecniche (come la ferratura e un nuovo
tipo di collare che non strozzava gli animali durante il tiro) introdotte tra
XIII e XV secolo, migliorarono le possibilit di impiego del cavallo quale
animale da tiro. Questi fattori concorsero a produrre un incremento delle
rese. La crescita demografca che si stava realizzando nel periodo provoc
unestensione della cerealicoltura a scapito dellallevamento. Lallevamento
dei grossi capi, quali buoi, mucche e cavalli si ridimension a favore di pol-
lame, ovini e suini.
forme della propriet e contratti agrari
Nel 970 il territorio di Revolone e la cappella di San Giorgio, assieme a
Tribano, Pernumia, Conselve, Arre, Maser e Monselice, furono ceduti dal
vescovo Gauslino allAbbazia di Santa Giustina di Padova.
4
In particolare era-
no ceduti decime e quartesi. Questi erano un contributo, la decima parte del
reddito, che tutti i parrocchiani dovevano pagare al clero locale. Un quartese
(quarto di decima) era assegnato al pievano, mentre il rimanente era destina-
to alle attivit di assistenza ai credenti e al mantenimento del luogo di culto,
nel caso di Rovolon la cappella di San Giorgio. Nei secoli successivi, dopo le
ulteriori conferme dei vescovi padovani a Santa Giustina (Orso nel 1014, Bur-
cardo nel 1034, Ulderico nel 1064), molte zone di Rovolon pervennero nel
patrimonio di Praglia, monastero che and afermandosi e acquisendo terre
grazie alle continue donazioni dopo il 1117. Lopera dei monaci benedettini,
prima di Santa Giustina e successivamente di Praglia, si rivel fondamentale
soprattutto nel dissodamento e nella bonifca delle zone adiacenti Carbonara
e Bastia, che avevano terreni dif cilmente coltivabili a causa dell eccessiva
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 66
durezza del suolo. Allinizio del quindicesimo secolo i monaci benedettini in-
grandirono le loro propriet nella zona di Rovolon, subito dopo la conquista
veneziana e le relative confsche dei terreni ai nobili padovani compromessi
con i Da Carrara. Nel 1441 lAbbazia di Santa Giustina acquist, nelle vici-
nanze di Rovolon, la localit detta la Costa. Ricevette poi una donazione
di terreni, consistente in 700 campi padovani, posti nella zona del Vegrolongo.
Secondo le fonti il territorio era soprattutto boschivo e acquitrinoso, quindi
non coltivabile a meno di non essere bonifcato, operazioni che i monaci
svolsero assoldando braccianti locali. Sorse cos una corte benedettina, af-
fdata a un gastaldo che rispondeva dellandamento degli afari. La gestione
amministrativa era rimessa invece nelle mani di un rettore, anchegli monaco,
che dimorava in quella che oggi conosciuta come Villa Ottavia, e ubicata
sulla strada che attualmente si chiama Via Torre, ma che allepoca era cono-
sciuto come palazzo della Costa. I due monasteri mantennero i loro diritti
sulle pievi di San Giorgio e su quelle delle frazioni sottoposte fno al 1806
quando, assieme alla conquista francese, vi fu la soppressione napoleonica di
tutti i beni di diritto ecclesiastico.
Dal 1405 il territorio di Rovolon, come tutto il resto del padovano fno
allAdige, cadde sotto il dominio veneziano. Le autorit della Dominante fa-
vorirono linsediarsi di patrizi veneziani e la conseguente creazione di vasti
possedimenti, controllati da uomini e famiglie fedeli alla Serenissima. I nobili
lagunari cominciarono, come gi era accaduto in altre zone del padovano
come la riviera del Brenta, a costruire sui colli sfarzose ville che spesso si
ponevano al centro di grandi possedimenti coltivati. In tali possedimenti le
aree boschive andavano diminuendo a favore di coltivazioni cerealicole o vi-
ticole. Nel territorio comunale mantennero tuttavia le proprie possessioni
i Papafava. A causa della loro parentela con i Carraresi, signori di Padova
sconftti dai veneziani, la famiglia rischi la confsca di tutti i beni. Riuscendo
per a dimostrare che i possedimenti sui Colli Euganei erano frutto non della
parentela con la famiglia Da Carrara, ma della discendenza dagli Schinelli,
signori feudatari di Rovolon, mantennero le loro propriet.
Le soluzioni adottate dai veneziani per la gestione della Terraferma rispecchia-
no il metodo di dominio che la Repubblica aveva con successo gi sperimenta-
to nei suoi possedimenti oltremare, ma in contrasto con gli altri stati regionali
della penisola. Seppur con modifche e adattamenti fatti dalle magistrature di
riferimento rimasero in vigore gli statuti gi esistenti per regolare la vita delle
comunit di villaggio. La Repubblica promosse inoltre ulteriori diboscamenti
e dissodamenti dei terreni, oltre a mantenere attivo il sistema di canalizzazio-
ne che arrivava direttamente in laguna attraverso il Bacchiglione.
Nella gestione del sistema amministrativo, fscale e giudiziario i veneziani
mantennero limpostazione dei governi comunali. Questa prevedeva una
netta divisione tra campagna e citt, con la supremazia della seconda sul con-
tado. Rispettando poi una consolidata tradizione, Venezia accord alle citt
esenzioni e privilegi non concessi invece agli abitanti del territorio. A livello
fscale, Venezia assegnava le imposte da pagare, decise di volta in volta in base
al fabbisogno, gi ripartite tra i diversi corpi: Citt, Clero e Territorio.
La ripartizione delle somme dovute dai corpi fscali non era inizialmente sog-
case veci e e campi magri 67
Filari di viti sui
declivi Euganei.
getta a mutamenti. Con il passare
del tempo il sistema, che gi do-
veva essere a favore degli abitanti
della citt, venne perdendo il suo
equilibrio quando i cittadini an-
darono acquistando sempre pi
beni in campagna, rendendo pro-
prietari di secondordine, quando
non mezzadri e lavoranti, gli abi-
tanti dei borghi rurali. Lo scom-
penso che si veniva a creare rica-
deva in larga parte sulle comunit
rurali, che vedevano invariata la
quota di tributi ma con una base
imponibile che si andava ridu-
cendo. Un tale sistema portava i
contadini a contrarre forti debiti,
costringendoli a indebitarsi o con
un usuraio, cittadino, oppure con
i maggiori possidenti del luogo.
Dalla fne del Cinquecento la Re-
pubblica veneziana, che aveva interesse a una buona gestione della fscalit,
and riequilibrando la situazione.
Strumento fondamentale per la riscossione delle gravezze era lestimo. Era
una procedura che stimava la capacit contributiva del soggetto dimposta,
tramite la valutazione della base imponibile (rappresentata da reddito capi-
talizzato pi che dai beni posseduti) al netto delle detrazioni che si potevano
ottenere. Gli estimi dei tre corpi, di cui si detto sopra, rispecchiavano, se
sommati, la capacit contributiva del padovano. Lestimo aveva la peculiarit
di mostrare pi i beni di un territorio che quelli di una persona. Questa fonte
dunque preziosa per comprendere come fosse costituita la propriet di un
certo territorio. Ma come funzionava questo sistema, peraltro complesso e
abbastanza lungo? Quando si andava a fare estimo chiunque possedesse
beni immobili o potesse vantare utili di qualsiasi natura doveva presentare
una polizza, corredata di nome e cognome, contrada e luogo di residenza.
Inoltre doveva dichiarare:
- tutte le propriet fondiarie, descritte nei particolari;
- i beni immobili di propriet e il loro uso;
- le attivit svolte, mercantili e artigiane, con il capitale di traf co;
- gli eventuali livelli e censi.
Le polizze venivano poi registrate nella cancelleria per formare i libri dellesti-
mo. Partivano successivamente dei controlli per verifcare la qualit delle
possessioni e attribuire loro un valore accertato. Tale valore era indicato in
lire destimo, che rappresentavano la quota da pagare allinterno del totale
dei contributi dovuti da un corpo. Nel 1615 donna Caterina Pegoraro di-
chiarava nella sua polizza per i tre presidenti dei corpi:
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 68
Cattarina Pegorara rellita quandam Battista possede li sottoscritti beni come appare
per sua polizza con suo giuramento per lei presentata sotto di 20 giugno 1615 numero
10292.
Campi tre in circa arativi et zappativi con un campo de vegro, con una casa de muro
coperta de copi quale ha per suo uso, confna da una la via comune, dallaltra Gasparo
Fattore, dallaltra li padri di Santa Giustina, dallaltra MarcAntonio Corsato paga de
livello perpetuo al signor Antenore Bonfo Lire dodici, una gallina et un pollo et il quar-
tese al curato di Carbonara.
Quartieri de terra arrativa in detta villa senza piante confna da una il signor Stefano
Nani dalle altre due il signor Marsolio Papafava, dallaltra il detto Corsato et lo tiene per
suo uso paga de livello perpetuo al signor Carlo Genoa lire sette allanno.
Espedita in lire doicento et dieci fano di estimo ire 0, soldi 2, denari 1
5
La donna, allatto della dichiarazione, descrive minuziosamente tutte le pro-
priet e le fonti di reddito. Questo punto era fondamentale al fne di pagare la
giusta quota di tributi e non incorrere in sanzioni da parte dellautorit. Tut-
tavia, si tendeva generalmente a svalutare davanti allautorit il vero valore
dei propri beni, per cercare di pagare una quota inferiore di tasse.
Una volta inseriti in questo registro e appurata la consistenza delle propriet,
i pubblici uf ciali passavano allassegnazione della quota da pagare, espressa
in lira destimo. Nel 1518 Galeazzo Facchin fu inserito nel registro destimo
in questo modo:
200 Galeazzo Fachin del q. Zuane Piero
400 Lorenzo Conforto del q. Toma
Agnol suo fradello
0 campi quattro terra con una casa paga livello a miser Bernardin Spiciale stara otto
fromento et paro uno galline
47 campi dui in monte paga livello a miser Francesco Papafava 1 . 14 una galina
0 campi tri terra arativa parte paludiva in pianta in monte paga livello a miser Ber-
nardin Spiciale stara otto fromento et paro uno galline
200 Marco del q. Bertio Carmignan
228 campi sei proprii
0 una casa con campo mezo ara
6
Luomo viveva con i due fratelli Conforto a Rovolon, dove era registrato.
Come si pu vedere, oltre a possedere una casa, di cui non conosciamo la
consistenza materiale lavorava soprattutto su terreni concessi a livello da un
tale Bernardino speziale (rivenditore di spezie del villaggio) e dal nobile Fran-
cesco Papafava. Il livello era versato parte in contanti e parte con galline e
frumento. Lintegrazione del pagamento con prodotti in natura non oc-
casionale. Gli estimi del comune sono ricchi di esempi che confermano la
frequenza di questo costume.
Dopo aver delineato le caratteristiche della giurisdizione e delle forme di pro-
priet del territorio di Rovolon, importante capire quali fossero i contratti
che permettevano la coltivazione dei terreni da parte dei contadini.
Nelle campagne padovane del Sei e Settecento sono presenti diversi tipi di
case veci e e campi magri 69
conduzione dei terreni. Innanzitutto vi era la piccola propriet contadina,
molto presente soprattutto tra Cinque e Seicento. Laumento demografco
mise in crisi questa tipologia di azienda, che and cos diminuendo a favore
dei grandi possedimenti. Lindebitamento contadino in seguito allincremen-
to dei prezzi e la penetrazione di capitale cittadino nel contado, aveva messo
in crisi i precedenti equilibri.
Le propriet di grandi dimensioni appartenevano alla classe nobiliare o ec-
clesiastica. La gestione dei terreni avveniva secondo modalit diferenti. La
prima prevedeva la conduzione diretta, tramite lassunzione di braccianti.
Questi erano contadini senza terra che vendevano per un salario la propria
forza lavorativa ed erano impiegati di solito nella pars dominica, di stretta per-
tinenza del signore. Per i terreni pi vasti, la terra era concessa a famiglie di
coltivatori liberi.
Un contratto agrario molto difuso era la mezzadria. Si trattava di un accor-
do che prevedeva la compartecipazione di spese e ricavi da parte del proprie-
tario e del contadino. Il primo concedeva al secondo il terreno, gli attrezzi, i
concimi e, in alcuni casi, labitazione. Il mezzadro prestava la propria mano
dopera per tutte le attivit agricole e curava la manutenzione ordinaria dei
fondi e dei muri di sostegno.
Il livello era un altro contratto presente nelle campagne venete. Nei territori
del padovano la sua durata era di 29 anni e nella maggior parte dei casi veniva
rinnovato divenendo di fatto perpetuo. Il contratto prescriveva la quantit
di olio, di frumento, di vino che il colono doveva versare come pagamen-
to per la concessione del diritto di sfruttamento della terra. Il proprietario
non aveva alcun vincolo verso il concessionario, n interveniva nelle spese di
coltivazione o miglioramento: si riservava solo il riconoscimento giuridico
formale della propriet. Per questo motivo i contadini erano tenuti a versare
ulteriori contributi al concedente, a dimostrazione dellascendenza feudale
dellistituto. Lagricoltore agiva comunque in maniera autonoma. Il terre-
no non poteva essergli sottratto e il canone non poteva essere modifcato.
Egli, inoltre, poteva vendere il suo diritto o trasmetterlo per successione. Il
rapporto impediva, in genere, ogni innovazione delle colture, per non pre-
giudicare il canone di ftto. Inoltre, seppure avesse interesse ad aumentare la
produzione, il contadino non possedeva risorse suf cienti per apportare le
migliorie necessarie ai fondi che gestiva.
Un ulteriore forma di rapporto contrattuale era il livello francabile. Questul-
timo aveva la funzione di rappresentare un prestito mascherato. In Et mo-
derna non era, infatti, possibile prestare una somma di denaro e ricevere un
interesse sulla stessa, poich vietato dalla normativa religiosa. Il bisogno di
ricorrere al credito era, dunque, stato soddisfatto attraverso un piccolo stra-
tagemma. Se un contadino necessitava di una somma di denaro, vendeva il
proprio appezzamento di terreno a un ricco proprietario. Questultimo gli
pagava la somma pattuita, poniamo 100 ducati, ma gli concedeva immediata-
mente a livello lo stesso campo con la promessa di afrancarglielo (di qui fran-
cabile) dopo un certo periodo (normalmente 29 anni), tramite il pagamento
della stessa somma. Ogni anno, per tutta la durata del contratto, il contadi-
no gli avrebbe dovuto inoltre versare un canone pari a 5 ducati. La somma
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 70
rappresentava, cos, un modico interesse del 5% lanno, su base ventinoven-
nale. Durante il Cinquecento e i primi decenni del Seicento, lincremento
demografco, associato allaumento dei prezzi, aveva, infatti, contribuito al
continuo frazionamento della piccola propriet contadina, mettendo gli agri-
coltori nella condizione di non riuscire soddisfare i debiti precedentemente
contratti e costringendoli a trovare vie legali per ottenere denaro a prestito.
A Rovolon un contadino poteva comunque coltivare in parte la terra di sua
propriet, avendo poi altri terreni concessi a livello. Nellestimo del 1518 ri-
sulta che:
Beni de Baptista Cozante over sui heredi
50 una casa de muro con un quartiero de terra propria
6 campo uno boscho proprio
26 campi doj terra paga livello a miser Hanibal Papafava 4 allanno
7
Battista Cozante possedeva, oltre a una sua casa in pietra, evenienza non del
tutto usuale per lepoca, un quartiero (cio poco pi di 900 metri quadrati)
e un campo boschivo di propriet. Oltre a questo, aveva due campi a livello
da Annibale Papafava, nobiluomo e ricco possidente residente a Frassanelle.
Questo breve excursus sul vivere contadino nelle terre di Rovolon, tra basso
Medioevo ed Et moderna, sia permesso di ricostruire alcuni fra gli aspetti
dei problemi pi signifcativi di un territorio che, fra permanenze e lente tra-
sformazioni, si avvicina alle soglie dellEt contemporanea.
Note
Amintore Fanfani, Storia economica, Torino (UTET) 1970, I, p. 541. Pi in generale si rinvia
a Daniele Beltrami, Forze di lavoro e propriet fondiaria nelle campagne venete dei secoli XVII e
XVIII, Venezia-Roma (Istituto per la collaborazione culturale) 1961; Giorgio Borelli, Que-
stioni di storia economica europea tra Et moderna e contemporanea, Padova (CEDAM) 2001;
Lorena Favaretto, Listituzione informale. Il Territorio padovano dal Quattrocento al Cinquecen-
to, Milano (Unicopli) 1998; Jean Louis Flandrin, Lalimentazione contadina in uneconomia di
sostentamento, in Storia dellalimentazione, a cura di Jean Louis Flandrin e Massimo Monta-
nari, Roma-Bari (Laterza)1997, p. 465-489; Igino Michieli, I Colli Euganei. Vicende economiche
e sociali, Padova (Societ Cooperativa Tipografca) 1965; Massimo Montanari, La societ me-
dievale di fronte alla carestia. Osservazioni preliminari con particolare riguardo allItalia padana,
Societ e Storia, VI (1983), p. 379-385; Grard Rippe, Padoue et son contado (X
e
-XIII
e
sicle).
Socit et pouvoirs, Rome (cole Franaise de Rome) 2003, p. 603.
1. Archivio Stato di Padova (ASPd), Estimo 1575, reg. 98, c. 167
v
.
2. ASPd, Estimo 1615, reg. 181, c. 77
v
.
3. ASPd, Estimo 1615, reg. 181, c. 77
v
.
4. Rizieri Zanocco, Decime e quartesi in diocesi di Padova alla luce dei documenti, Padova
(Antoniana) 1951, p. 104-105.
5. ASPd, Estimo 1615, reg. 181, c. 81
v
.
6. ASPd, Estimo 1518, reg. 347, c. 12
r
.
7. ASPd, Estimo 1518, reg. 347, c. 11
v
.
Uno scorcio
di Rovolon ripreso
in via Principessa
Jolanda sul fnire
del XIX secolo.
Dopo la caduta della Repubblica di Venezia nel 1797 e la parentesi napoleo-
nica, il Veneto viene annesso allImpero austro-ungarico nel 1815 e rester
sotto il dominio austriaco fno al 1866. Seguir poi lannessione al Regno
dItalia.
Al di l delle vicende politiche che hanno infuenzato anche la vita del nostro
comune, quello che interessa scoprire quale fosse la condizione di vita della
popolazione di Rovolon nel corso dellOttocento. Non sempre facile, tra
dati statistici e relazioni, far luce su questa realt.
Il comune di Rovolon, in una descrizione dedicata alle notizie cronologiche e
statistiche del territorio di Padova nel 1818 risulta suddiviso nelle parrocchie
di Carbonara, con le contrade di Carbonara in piano e in monte, Bastia, con
le contrade Castigliana, Granza Frassanella sotto Revolone, Revolon con le
contrade Revolone in piano e in monte, Granza S. Giustina sotto Revolone,
Vegrolongo, Granza di Vegrolongo, Vegrolongo del bosco.
1

Ma di cosa viveva chi abitava in queste contrade?
NellArchivio di Stato di Venezia si trovano i preziosi Atti preparatori per il
catasto austriaco, di cui le Notifche Generali, redatte negli anni 1826-1829,
forniscono un quadro dettagliato per ogni singolo comune. Anche per Ro-
volon abbiamo quindi una descrizione di quale fosse la realt economica e
Cristina Capodaglio
Il Comune di Rovolon nellOttocento
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 72
le condizioni di vita della popolazione in quei primi decenni dellOttocento.
Prevaleva naturalmente lagricoltura, come principale attivit economica, e
la destinazione colturale dei terreni fu allora cos riepilogata:
Catasto austriaco 1826-1829

qualit di coltura pertiche censuarie
(1000 mq.)

aratorio 1.451
aratorio arborato 12.284
arboreto 2.258
prato 4.048
pascolo 464
bosco 4.881
valle 101
argine 366
incolto, zerbo 16
orto 51
brolo 196
giardino 14
fabbricati 294
vari 67
totale 26.491
Nella pianura di Rovolon predominavano i terreni laratorio arborato vita-
to. Su questi terreni, destinati alla semina tradizionale, lavvicendamento
delle colture prevedeva due anni a frumento e uno a granoturco, per i fondi
migliori, mentre per quelli di minor qualit due anni a frumento, uno a
sorgo turco e uno a riposo. Il contadino doveva preoccuparsi di conci-
mare il campo, spargendo il letame sui campi, calcolato in media tra 6 e 8
carri di letame. Di fatto per il letame disponibile in realt era insuf ciente
e bastava soltanto a concimare un terzo o un quarto della superfcie totale
coltivata dellintera superfcie agraria, con una conseguente minor resa delle
colture. In genere si seminavano in ogni campo arativo due staia e mezzo di
frumento (equivalenti a 72,45 litri), da tre quarti a uno staio di granoturco
(cio da 22 a 29 litri), un quarto di staro (7,25 litri) di sorgo turco. La resa,
a seconda dellubicazione dei terreni, se in piano o in monte, variava come
riportato in tabella:
piano monte

frumento sacchi 2,5 a staia 4 sacchi 1,5 a staia 3
granoturco sacchi 6 a staia 1,5 sacchi 2 a staia 1 e 1/4
sorgo rosso sacchi 4,5 a staia 2 -
i l comune di rovolon nell ottocento 73
Nelle parti pi basse predominava il prato, dove, a seconda dei terreni, si
praticavano uno o due tagli. I pascoli posti in pianura ofrivano una migliore
qualit di feno rispetto a quelli in monte. Di solito i pascoli non venivano
af ttati, ma dato che non esistevano n prati privati, n prati comunali, vi
avevano accesso le pecore del comune. In caso queste fossero state in nume-
ro insuf ciente, i pastori montani avevano il diritto di portarvi le loro peco-
re, mantenendo cos viva lantica consuetudine del pensionatico, con grave
danno dei proprietari. La servit del pascolo era limitata dal 29 settembre
al 17 marzo di ogni anno. certa la presenza di pastori montani provenienti
dallAltopiano di Asiago, che ogni anno sostavano a Carbonara, come risulta
dai registri parrocchiali: nel 1854 e 1860 Maddalena Marin e Bortolo Dalla
Bona, pastori domiciliati a Gallio ma in sosta a Carbonara, fecero battezza-
re i loro fgli in parrocchia.
2
Nel novembre 1864,
3
invece, Bortolo Tagliaro,
nato a Gallio nel 1834 e l dimorante, di professione pastore, spos Giovanna
Marin, pastora di Gallio, anchessa in sosta nella parrocchia di Carbonara. Il
comune di Rovolon, ancora ai primi del Novecento, come descritto nel Rego-
lamento dei pastori vaganti, permetteva il libero pascolo dal primo novembre
a tutto il mese di marzo, dal levare al tramontare del sole, previa richiesta al
proprietario del pascolo.
4

Il sistema di locazione pi usato nelle campagne era laf tto in denaro, data
lesistenza di grandi propriet soprattutto in piano, e si articolava tra la par-
tizione, adottata per le aziende di maggiori dimensioni, e laf tto misto con
canoni in natura (prodotti della campagna) e partizione. A Rovolon laf tto in
denaro era praticato sia dai privati che dalle amministrazioni pubbliche, in ge-
nere su una possessione a podere completo. Al proprietario lonere di pagare
tutte le tasse (prediali, provinciali, comunali, consorziali) e le spese per la ma-
nutenzione degli edifci; allaf ttuale la consegna delle decime e dei quartesi
(era prevista la questua a favore dei cappellani, dei campanari e degli organisti)
nonch le spese per lo scavo e la pulizia dei fossi interni alla campagna. Con-
suetudine antica e radicata poi la consegna delle onoranze, costituite da polli,
capponi, galline, carne di maiale (in poca quantit), che in certi casi poteva
corrispondere al 2- 3 % del valore dellaf tto. Laf tto di una possessione, sia
in piano che in monte, comprendeva anche il caseggiato rurale e il canone va-
riava dalle 28 alle 50 lire il campo, per il piano, dalle 35 alle 40 lire per i piccoli
appezzamenti in monte, e dalle 25 alle 30 lire per un campo zappativo; per il
bosco ceduo invece laf tto medio si aggirava tra 5 e 6 lire il campo.
Qualche agricoltore praticava anche il sistema di partizione: cio veniva pre-
levata una parte (da cui lespressione partizione) pari alla met del raccolto
di frumento, granoturco e uva. Il colono disponeva invece di tutta la legna
ricavata dai campi ed era proprietario del bestiame. Era anchesso, comun-
que, tenuto a pagare le onoranze in polli, galline e capponi. Alcuni proprie-
tari, ma solo in piano, adottavano il sistema di af tto in generi e partizione:
laf tto in generi ricadeva sui prodotti del suolo (frumento e granoturco),
mentre la partizione si limitava al vino. Laf ttuale mirava quindi a procu-
rarsi il frumento e il vino per poter pagare il canone daf tto, senza badare
al fatto che la coltivazione di tali prodotti fosse pi o meno adatta alla natura
dei terreni.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 74
Lantica chiesa
di Carbonara.
I proprietari di vaste estensioni di terra adottavano di norma il sistema del-
la conduzione dei terreni ad economia, per cui i lavori venivano svolti da
lavoratori salariati, chiamati obbligati. Questi, in cambio delle giornate di
lavoro, ricevevano il granoturco e la possibilit di poter zappare il granoturco
per 1/3 del suo prodotto (dai 3 ai 4 campi); per la pulitura e messa in granaio
del frumento ne ricevevano uno staio ogni undici staia di raccolto; abitavano
infne nelle case appartenenti ai proprietari terrieri versando in cambio un
canone daf tto. Accanto ai lavoratori obbligati cera il bovaio, a cui si asse-
gnava un salario in generi e denaro, che consisteva in 10 staia di frumento,
10 di frumentello, 30 di granoturco, 173 lire venete e la possibilit di abitare
gratuitamente una piccola casa. Nelle possessioni condotte ad economia,
servivano abbastanza spesso anche lavoratori assunti a giornata, o per un
periodo limitato di tempo, dopo averne pattuito il compenso. Nella stagione
della potatura, dei raccolti, per lo scavo dei fossi e la formazione di cavedagne,
servivano sempre lavoratori, che venivano anche da altri paesi, con i quali si
stipulavano dei contratti. In genere i giornalieri guadagnavano a giornata,
per le spese ordinarie e meno faticose, da 14 a 20 soldi, per il taglio del feno
da lire 1 a lire 1.10, per la mietitura del frumento, invece, il compenso andava
da 2 lire e 10 lire giornaliere oltre al vino grosso e ad alcuni anche il cibo.
I prodotti agrari principali del comune di Rovolon erano allora il frumento,
il granoturco, luva, il feno, la legna da fuoco, le castagne e un po di olive,
prodotti che, tranne il vino, erano tutti di qualit mediocre. Il vino, il frumen-
to, tolta la parte per le semine e quello consumato in paese, le castagne e la
frutta si vendevano a Padova o ai mercanti di Venezia. Il granoturco veniva
consumato in paese mentre il feno serviva per le bestie.
Un visitatore che fosse passato per Rovolon nella seconda met dell800
avrebbe visto in sui dossi di queste colline frutteti e viti sceltissime, e molti casta-
gni, che pregiansi di migliore qualit dopo quelli di Calaone.
5
Il vino era dunque
i l comune di rovolon nell ottocento 75
Villa Giro in una
cartolina degli inizi
del Novecento.
lunico prodotto che godeva di una certa rinomanza ed era fonte di denaro.
Il vino prodotto veniva venduto e in casa si beveva la graspia, una bevanda
ricavata dalle vinacce. Luva prodotta era in maggioranza nera e, a seconda
della diversit dei terreni, era di qualit diferente. Se ne produceva anche di
bianca pari al 10-15% della produzione di uve nere. In annate ordinarie, nella
prima met dell800 si producevano, calcolando luva gi ridotta in mosto,
dagli 8 ai 10 mastelli per vigneto.
I campi sul monte avevano bisogno di molti lavori, come la concimazione,
che veniva fatta trasportando letame a spalla, la zappatura e la potatura delle
viti. Accanto al vecchio vigneto, quando questo non produceva pi, se ne
piantava uno nuovo, togliendo a poco a poco le viti vecchie. La nuova pian-
tagione dava un buon prodotto solo dopo 12, 16 anni, a seconda dei terreni,
dal momento in cui era stata piantata. Molto spesso vicino ai flari di vite
venivano piantati alberi da frutto che erano fonte di cibo per la famiglia del
contadino, in particolari fchi, ciliegi, meli. Il terreno tra i flari veniva lasciato
a prato oppure anchesso coltivato: si seminava frumento e granoturco, op-
pure si piantavano ortaggi e fagioli.
6
Cera poi il bosco, da sempre fonte di legna, che serviva sia per essere bru-
ciata, sia per ricavare pali di sostegno per le viti o per la costruzione di botti.
La legna era fonte di guadagno perch veniva venduta ai vari commercianti
per essere smerciata a Padova o a Este o nei paesi vicini. La legna eccedente
veniva utilizzata per fare del carbone che veniva venduto in zona. Ancora nei
primi decenni del 900 restavano le tracce dei pojatti, i luoghi dove la legna
lentamente diventava carbone.
7
I boschi erano in maggioranza di castagni e
rovere, sottoposti a rigidi controlli. Erano sia privati, per la maggior parte,
sia comunali e appartenenti allerario. Il comune nel 1826 era proprietario di
un bosco di 75 campi e mediante asta pubblica ne vendeva il taglio. Il taglio
del bosco veniva fatto ogni 7 anni. Dai castagneti si allevavano polloni per
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 76
La copertina dei
Capitoli normali del
contratto di af ttanza
dellAmministrazione
Fogazzaro-Biego,
stampata a Vicenza
nel 1900. Il testo
contiene i patti che i
contadini di Rovolon
dovevano rispettare
quando prendevano
in af tto le terre di
Matilde Fogazzaro,
sposata con il conte
Alvise Biego di
Vicenza.
la costruzione di botti, che si tagliavano ogni
14 anni (chiamati doali); per il resto si ricavava
legna da fuoco, cio fasci e fascine. Dal bosco,
in particolare dai castagni, si ricavavano i pali
che servivano a sostegno delle viti.
Esistevano anche dei boschi speciali, come il
bosco forte della Carpaneda, di regio diritto e
altri due boschi privati sui quali il governo eser-
citava dei diritti speciali per cui il proprietario
godeva solo del taglio dei cespugli e di quello
di cui la regia direzione permetteva il taglio,
ogni 18-20 anni nelle aree dove il bosco era
troppo denso. Questi boschi erano in piano, in
posizione abbastanza comoda per il trasporto
del legname, che avveniva spesso via acqua.
Oltre allo Stato, era proprietario di boschi an-
che il monastero di Santa Maria di Praglia, che
li concedeva in af tto a pezzi, chiamati campi.
Nel 1817 ad esempio, il monastero cedeva in
af tto ad Andrea e Pietro Zattarin di Carbo-
nara, due boschi, denominati il primo la Bar-
bana, di 10 campi circa, di 3 anni e il secon-
do la Castagnola, di circa 2 campi e di 4 anni
det. Laf tto era di 8 lire venete il campo. Al
momento del taglio del bosco, ossia al com-
pimento dei 7 anni di et, laf ttuale doveva
chiedere il permesso del taglio al monastero. Anche il comune cedeva in af t-
to il bosco, suddiviso in prese.
8
Nel 1876 gli af ttuari di tre prese boschive co-
munali, fecero domanda per il taglio anticipato del bosco, di 6 anni, anzich
7, impegnandosi a pagare anche lultimo anno di af tto. Il comune accord il
permesso del taglio, dato che avrebbe ricavato in pi i soldi della nuova af t-
tanza, sicuramente aumentata nel valore del canone daf tto.
9
Il comune, inoltre, mediante asta pubblica, vendeva il taglio del bosco, ad
esempio per le prese del Monte della Madonna.
10
Laf tto del bosco veniva
concesso anche per la sorveglianza diurna e notturna, per impedire i furti di
legna, come era avvenuto con Giuseppe Zattarin, che per 21 anni (dal 1906)
aveva avuto in af tto le 16 prese boschive di propriet comunale, poste sul
Monte della Madonna.
11
Il Monte della Madonna, infatti, era chiamato anche
Monte comun.
Questa la situazione economica della prima met dellOttocento, che rac-
conta una vita di dif colt giornaliere per ricavare qualche soldo e un duro
lavoro sui campi e sui vigneti. Ci si mettevano poi anche le annate di cattivo
raccolto, come nel 1853-1854, che fu di grave carestia.
12
La zona dei Colli
Euganei ne risent molto e anche a Rovolon, nei mesi invernali, quando non
era possibile per molti contadini trovare lavoro, si verifcarono quei fenomeni
tipici del periodo come le questue, ossia un assembramento di persone senza
lavoro che si recava dai notabili del paese a chiedere da mangiare.
13
A Rovo-
i l comune di rovolon nell ottocento 77
Il fratello di
Rebecca Vanni con
la consorte agli
inizi del Novecento.
lon il 2 e 3 gennaio 1854 circa 30 contadini si
recarono, muniti di forche, bastoni e badili dal
conte Papafava, a chiedere lavoro e granotur-
co. Lagente della famiglia fece loro prepara-
re della polenta che i contadini mangiarono,
per allontanarsi poi tranquillamente. Il gior-
no seguente, circa 40 individui si recarono dal
possidente Giovanni Gritti e, minacciando il
gastaldo Michele Zaso di incendiare la casa,
pretesero della farina di sorgo turco; gli stes-
si si recarono poi da Matilde Fogazzaro, altra
grande possidente del comune, allora mino-
renne, dove ricevettero 2 sacchi di sorgo.
14
La miseria era tale che andarono in crisi anche
i matrimoni: in quel 1854 se ne celebrarono
appena uno a Rovolon e tre a Carbonara.
La situazione economica e sociale non sub
cambiamenti di rilievo nei successivi cin-
quantanni.
Nella seconda met dellOttocento i terreni
classifcati aratorio arborato vitato costituivano
la qualit predominante dei terreni; seguiva-
no, per estensioni ben pi ridotte i pascoli, loliveto e il castagneto.
15
Come mostra il prospetto che segue, nel 1860 a Rovolon sono registrati sette
proprietari terrieri titolari ciascuno di pi di 600 pertiche di terra e dove la
pertica metrica equivale oggi a 1000 metri quadrati:
Matilde Fogazzaro 4596 = mq. 4.596.000 = ettari 459,6
Conte Alessandro Papafava 2897 = mq. 2.897.000 = ettari 289,7
Nobile Leopardo Martinengo 1750 = mq. 1.750.000 = ettari 175,0
Erario civile ramo boschi 1704 = mq. 1.704.000 = ettari 170,4
Giovanni Gritti 1130 = mq. 1.130.000 = ettari 113,0
Cavaliere Lodovico Folco-Zambelli 918 = mq. 918.000 = ettari 91,8
Francesco Gasparini 752 = mq. 752.000 = ettari 75,2
Pi della met della terra era ancora di possesso nobiliare estesa al piano e
frazionata al monte, con unestensione media di 5 ettari per la frazionata.
16
La situazione economica era stazionaria: le coltivazioni non erano cambiate
e il frumento, il vino, la legna da fuoco, le castagne superavano i bisogni locali
e continuavano ad essere venduti sul mercato esterno. Erano invece insuf -
cienti i foraggi per il bestiame, il granoturco, i fagioli e il riso.
17
La scarsit di
foraggi rappresentava un grosso problema perch non permetteva lalleva-
mento estensivo del bestiame. Questultimo, poi, oltre a servire per il lavoro
nei campi, forniva il letame per la concimazione dei terreni, ma la cronica
insuf cienza non permetteva unadeguata concimazione con la conseguente
riduzione delle rese agricole.
Allindomani dellAnnessione del Veneto allItalia (1866) fu diramata una
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 78
Circolare da parte del Regio Ministero dellAgricoltura intesa a conoscere
la situazione della propriet fondiaria nei diversi comuni della Regione. Il 15
ottobre 1868 Angelo Rossi, agente del nobile Alberto Papafava e rappresen-
tante del comune di Rovolon nel Comizio Agrario di Padova, rispose ai nu-
merosi quesiti formulati da quella Circolare. Analizzando le risposte fornite
emerge che nel nostro comune i passagi di propriet nellultimo triennio (1865-
1868) erano stati insignifcanti, per cui non era possibile stabilire se la propriet
fondiaria tendesse a concentrarsi o a dividersi; molti dei proprietari del comune
rilevava lagente Rossi difettavano pi o meno del capitale bisognevole per la
coltura e per il miglioramento delle loro terre. Rossi, da esperto delle campagne
qual era, segnalava inoltre che i conduttori della terra nel procurarsi il denaro
non solo pi a forte interesse, lo facevano con grosse dif colt e con infnite brighe
e spesa, tanto che nel magior numero dei casi concludeva tornerebbe loro pi
conto vender piuttosto parte del fondo.
La liquidit monetaria, ricordava ancora luomo di fducia dei Papafava, era
uno fra i pi gravi ostacoli che inceppano il progresso dellagricoltura locale e nazio-
nale I braccianti, specialmente destate, si trovano in numero piuttosto inferiore al
bisogno; non si nota per in essi tendenza spiegata ad emigrare in citt; solo pochissi-
mi proprietari in comune hanno migliorato in parte gli antichi sistemi di coltivazio-
ne, gli altri fecero assai poco, vanno per imitando i buoni esempi.
18
Sul delicato versante delle bonifche, Angelo Rossi, scrive: Non gi terreni
incolti, ma alcuni tratti di prato naturale vennero sconsigliatamente disso-
dati in Comune. La irrigazione poi non sarebbe qui possibile che a prezzo
di unopera quanto utile altrettanto grandiosa, per derivare lacqua dal Bac-
chiglione, come accennai sulle mie proposte. Anche di prosciugamenti nulla
afatto si fece. E s abbiamo in comune unestesissima valle che con poca
spesa e con molto interesse potrebbe venire artifcialmente prosciugata; ma
sgraziatamente la maggior parte di questa valle appartiene ad un ricco pro-
prietario (vicentino).
La relazione diretta al Ministero dellAgricoltura cos concludeva: Nessun
importante mutamento si fatto in comune riguardo alla estensione delle
terre coltivate a cereali, legumi, viti. I principali prodotti agricoli del comune
esposti in ordine della loro importanza sono: vino, frumento, granoturco,
seta e frutti. Il risultato dei raccolti in questo ultimo triennio fu nel comples-
so abbastanza buono.
Landamento dellannata agricola nel 1868 ci viene descritto sempre da An-
gelo Rossi: La primavera che corse oltremodo calda e asciutta, fu molto
propizia alla foritura ed allallegamento della frutta, alla ultimazione dei la-
vori di terra e soprattutto alla seminagione del granoturco, la quale giammai
venne eseguita in condizioni migliori. Scarso fu il primo taglio del feno per
la soverchia siccit come scarso altrettanto fu lultimo per causa opposta, in
compenso per la stagione estiva fu cos favorevole alla produzione dogni
sorta di foraggio, che questo in complesso si calcola pi che suf ciente allor-
dinario consumo. Il prodotto dei bachi, relativamente alla poca coltivazione
che se ne fa in comune, fu soddisfacente. Le buone riproduzioni pareggiaro-
no i cartoni originali. Fallirono completamente le poche sementi indigene,
quelle del Portogallo e di ogni altra razza non giapponese. Abbondante pure
i l comune di rovolon nell ottocento 79
sarebbe stato il raccolto di frumento se i guasti enormi del cosiddetto riscal-
damento non lo avessero pi tardi decimato. Io sono davviso che si avrebbe
potuto facilmente prevenire questo infortunio, se il grano liberato dallumi-
do del suo involucro colla pi sollecita trebbiatura, fosse stato disseccato e
giornalmente spalato in granaio, come io e tanti facemmo. Luva, merc alle
ripetute diligenti solforazioni ed a favorevoli circostanze di sua maturazione,
si mostrava assai bella e prometteva in qualit in compenso alla quantit al-
quanto inferiore dellordinario; ma la grandine del 29 agosto e le susseguenti
continue piogge distrussero in parte e guastarono questo prezioso prodotto
oltre a ci, la troppa elevata temperatura allepoca della vendemmia fu di
non lieve danno alla buona e regolare fermentazione per le quali cose anche
la qualit del poco vino ottenuto in questanno, non pu essere certo mol-
to soddisfacente. Copioso fu il raccolto del granoturco, tanto al colle che al
piano. La seminagione del frumento, avversata dalle incessanti piogge, riusc
per ogni rapporto cattiva.
19
Per quanto riguarda la produzione di vino
20
i dati per quegli anni riportano:
a) ettari coltivati a viti 1405,00;
b) vigne ettari 125,00;
c) altre colture nellintermezzo dei flari, ettari 1280,00;
d) quantit duva (in miriagrammi) 110.000,00;
e) prodotti per ettaro in miriagrammi 76,56; a vigna 80,00;
f ) ettolitri di vino prodotti 6.000,00.
La produzione di vino avrebbe potuto essere di migliore qualit, ma la realt
di Rovolon rientrava nella media della provincia di Padova, che fgurava, negli
anni 70 dell800, fra le ultime nella graduatoria che considerava la produzio-
ne e la qualit del vino. Se ne duole, in proposito, un osservatore che scrive:
cosa questa che stringe il cuore a tutti coloro che hanno percorso i nostri
Euganei e che avranno assaggiato perfno nella capanna di qualche contadi-
no, un vinetto limpido, aureo, pieno di spirito, tale da inebriare un modesto
bevitore con pochi bicchieri. Quel vino, confezionato da mani intelligenti,
potrebbe centuplicare di valore, facendo concorrenza a molti dei migliori
vini esteri!.
21
Sempre di quegli anni, una relazione del 1871, elaborata per
descrivere le condizioni della viticultura e della vinifcazione nel circondario
di Padova, lamenta che: Se da una parte dobbiamo godere che nel nostro
Distretto siasi in via di progresso, per quanto riguarda la coltivazione della
vite, tanto nella scelta delle migliori qualit di uve, che sostituendovi a marito
loppio al noce, come pure estendendosi sempre pi la formazione dei vi-
gneti a palo secco, dallaltro canto dobbiamo rammaricarci come purtroppo
si pensi soltanto ad aumentare la quantit e poco a migliorare la qualit del
prodotto. Difatti, tranne qualche raro coltivatore del Distretto che attende
alla fabbricazione del vino coi nuovi metodi, la maggior parte continuano
negli antichi ottenendo cos un prodotto poco duraturo, non atto a sostenere
viaggi, e quindi da doversi vendere al pi presto possibile a prezzi che non
stanno in relazione colle cure usate per averlo. Fra coloro che progredirono
piaceci ricordare il Signor Angelo Rossi agente del Nob.Co. Papafava Alberto
in Rovolone. Causa di un tal lento progredimento in sifatto ramo di agri-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 80
Il forno
da calce della ditta
Quagliato ripreso
in una cartolina
illustrata spedita
da Bastia il
29 agosto 1912.
coltura dato dalla poco coltura agricola dei nostri proprietari, dalla crassa
ignoranza e dalla mancanza dei mezzi nei coloni.
22
La povert fra i contadini era molto difusa e cera chi cercava di industriarsi
come meglio poteva: a Carbonara ad esempio, chi viveva sul monte raccoglie-
va e poi vendeva altrove una polvere ferruginosa composta di frantumi di tra-
chite nera e quarzo che si adoperava per asciugare gli scritti.
23
Tale spolvero
si depositava a valle del piccolo ruscello alimentato da una sorgente naturale,
che serviva agli usi della popolazione. Questacqua per, se assaggiata, aveva
un sapore che ricordava il solfato di magnesio. Cera chi ne aveva suggerito
lanalisi da parte dei chimici, dubitando della buona qualit di questacqua,
tant che gli abitanti di Carbonara che ne facevano uso afermavano che,
bevuta a digiuno, purgasse il corpo.
Altra fonte di acqua dolce nel comune si trovava nel sito denominato Fonta-
na Coperta, una piccola fontana dacqua che dava origine ad un modesto rio
che scendeva nello scolo Comune e quindi nello scolo Nina. Come sottoline-
ato nel 1851 sulla situazione idrografca degli Euganei i Colli quanto sono
copiosi di acque termali o minerali, altres sono scarsi di acqua dolce, la quale
basta appena agli usi della popolazione.
24
Nonostante la miseria, gli abitanti di Rovolon vengono descritti come gente
di mente svegliata, arguti nel raziocinio e belli di fgura.
25
La situazione
divenne pi critica nellultimo trentennio dell800: nel 1874, ad esempio, cen-
tinaia di contadini e braccianti con le loro famiglie erano in una tristissima
condizione, senza alcun mezzo di sostentamento, in particolare senza grano-
turco. Il comune avvi quindi una serie di lavori di costruzione di strade per
dare lavoro ai padri di famiglia indigenti.
26
Negli anni seguenti la situazione
non miglior: si fecero sentire le conseguenze della crisi agraria che aveva
investito prima lEuropa e poi lItalia e il Veneto fu duramente colpito, con
il crollo dei prezzi dei prodotti agricoli, in particolare del frumento e del
i l comune di rovolon nell ottocento 81
La fornace
Quagliato oggi.
granoturco, cio i prodotti preva-
lenti della regione. In seguito alla
crisi, che veniva a sommarsi allar-
retratezza dellagricoltura e alle
tasse troppo gravose, nel distretto
di Padova diminu costantemente
il numero dei piccoli proprietari.
Un fenomeno che indusse non
pochi piccoli proprietari, residenti
sul monte, a vendere la terra e a
diventare braccianti.
Quando nel 1882 furono pubblica-
ti i risultati dellInchiesta Agraria
Iacini, cos chiamata dal parla-
mentare che la promosse e diretta
a conoscere le reali condizioni di
vita dei contadini in Italia, limma-
gine che ne emerse fu di tragica
criticit. Emilio Morpurgo, inca-
ricato di svolgere linchiesta per il
Veneto, descrive le condizioni dei
contadini del comune di Rovolon come molto infelici. Le abitazioni era-
no malsane, esposte al freddo dellinverno e al caldo estivo, col pavimento
di terra, e le famiglie, numerose, costrette a vivere in spazi angusti. Molte
delle case occupate dagli af ttuari erano ridotte in tristi condizioni, perch i
proprietari erano restii ad intervenire per la loro manutenzione. Anche dal
punto di vista morale i giudizi sul modo di vivere della popolazione del co-
mune risultavano abbastanza sfavorevoli soprattutto se confrontati con i
costumi delle popolazioni montane.
27
A testimoniare queste tristi condizioni
e la scarsa alimentazione v il fatto che nel 1882 nel comune si registrarono
52 pellagrosi.
28
La pellagra, defnita come la malattia della miseria, era causa-
ta dal mangiare granoturco deteriorato.
Negli anni 1889-1894, defniti gli anni pi critici delleconomia italiana, anche
nel Padovano la situazione economica si aggrav notevolmente, creando le
condizioni per possibili sommosse. Nel 1891-92 a Rovolon cera ancora un
centinaio di braccianti senza lavoro.
29
Lintroduzione di nuove macchine agricole stentava a difondersi. Gli unici
casi in cui si introdussero alla fne dell800 le nuove e costose macchine (erpi-
ce snodato, estirpatore, seminatrici, falciatrici, spandifeno, trebbiatrici mec-
caniche e a vapore) erano limitati alle grandi tenute, per iniziativa di qualche
proprietario illuminato. Tra questi cera il conte Alberto Papafava nelle sue
terre di Cervarese e Rovolon.
Lagricoltura era lunica attivit svolta dalla popolazione. Le uniche industrie
censite nel comune nel 1890 non ofrivano un lavoro fsso per tutto lanno:
cerano le sei cave di trachite, chiamata masegna, utilizzata per selciati e lavori
edilizi,
30
che davano lavoro a 27 operai; due fornaci da mattoni, tegole e calce,
che davano lavoro a 15 adulti per circa 190 giorni lanno; una fabbrica di botti
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 82
e tini dove lavoravano 4 operai; una fabbrica in cui si lavoravano trecce di pa-
glia che dava occupazione a 13 operai. Nel comune cerano poi nove telai per
la tessitura di lino e canapa e tre per la lavorazione di materie miste.
31
Il conte
Papafava possedeva un maceratoio per la canapa di notevoli dimensioni.
32

La popolazione di Rovolon
Ma quanti erano gli abitanti del comune due secoli fa? Chi erano tutte queste
persone che faticavano e sudavano del lavoro dei campi? I due prospetti che
seguono ofrono un quadro complessivo del numero di residenti censiti in
circostanze diverse, con lindicazione della crescita e della contrazione (indi-
cata col segno - ) della popolazione.
Popolazione residente

anno residente diferenza

1747 1625
1846 1819 194
1871 2204 385
1881 2891 687
1901 3408 517
1911 4208 800
1921 4843 635
1931 4882 39
1936 4682 -200
1951 4654 -28
1961 3858 -796
1971 3472 -386
Crescita della popolazione per singole frazioni

anno Rovolon Bastia Carbonara Totale

1822 788 590 639 2017
1841 762 725 571 2058
1871 883 757 364 2204
1881 1132 1005 751 2891
1901 948 1565 895 3408
1911 1118 2017 1073 4208
1921 1244 2293 1306 4843
Da questi dati vediamo come ci sia stata una crescita lenta, ma costante, dalla
met del Settecento a quella dellottocento (1% annuo). Sappiamo che nel
i l comune di rovolon nell ottocento 83
Cartolina postale
pubblicitaria della
ditta Fratelli Marin
titolare di forni
da calce a fuoco
continuo a Bastia.
Il biglietto reca il
timbro postale del
14 agosto 1920.
1822 cera un medico, il dott. Luigi Chiarellati di Teolo, che serviva le parroc-
chie di Rovolon e Carbonara, mentre nessun medico a Bastia. A Carbonara
cerano 3 levatrici, 1 a Bastia e a Rovolon (bravissima e che esercita senza
mercede).
33
Nella seconda met dellOttocento si ebbe un notevole aumento demograf-
co, come in tutta Italia, dovuta principalmente alla diminuzione del tasso di
mortalit, soprattutto quello infantile; la crescita della popolazione del co-
mune continu fno agli anni venti del Novecento, dovuta anche allarrivo di
nuove famiglie che acquistarono le terre vendute da famiglie nobili (i conti
Don Dalle Rose, gli eredi Martinengo, i Camerini, i Folco-Zambelli).
La popolazione aument in particolare nelle frazioni di Carbonara, che qua-
druplic la sua popolazione e Bastia, che la triplic. Il maggior sviluppo si
avuto quindi nelle frazioni in piano, dove cerano maggiori probabilit di
trovare un podere in af tto o un lavoro come salariato.
Nei decenni successivi al 1931 la popolazione del comune diminuita, con
unaccentuata tendenza allinvecchiamento: in particolare dal 1951 al 1963 la
diminuzione registrata del 19%, dovuta allesodo verso il capoluogo, Pado-
va, dallisolamento e dalla scarsit di risorse.
34
Linsediamento della popolazione sempre stato prevalentemente sparso
(88%), in quanto le case contadine si trovano di norma ai margini o nel cuore
dei poderi coltivati.
Com noto lattivit agricola condizionava la vita sociale. I matrimoni, ad
esempio, fno ai primi decenni del secolo scorso si celebravano nel periodo
invernale, prevalentemente in novembre, cio al termine dellannata agricola
quando la famiglia aveva raccolto un po di denaro, e in febbraio, prima dini-
ziare lattivit nei campi. Let media dei celibi e delle nubili al primo matri-
monio attorno ai 25-27 anni per gli uomini, 22-23 anni per le donne.
35
Ci
si sposava con persone abitanti nella stessa frazione o nelle altre frazioni del
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 84
1950. Rebecca
Vanni a lato
del classico tino
usato nei forni
da calce.
comune; se un coniuge era forestiero, proveni-
va in genere da un vicino paese dei Colli o della
provincia di Vicenza, come Albettone o Mon-
tegalda. Quando si sposava, la donna andava a
vivere in casa del padre dello sposo, aggregan-
dosi alle famiglie dei fratelli dello sposo. Questa
convivenza non doveva certo essere facile, come
testimoniano le tante interviste fatte agli abitan-
ti del comune.
Per quanto riguarda listruzione, il dato del cen-
simento del 1871 ci dice che lanalfabetismo era
difuso: su una popolazione di 2204 persone,
ben 1664 non sapevano n leggere n scrive-
re, degli altri appena 60 sapevano solo leggere
e 480 erano in grado di leggere e scrivere. Con
la costruzione delle scuole elementari in tutte e
tre le frazioni del comune, tutti cominciarono
ad andare a scuola, almeno fno alla terza ele-
mentare. Dobbiamo tener conto che i bambini
cominciavano a lavorare molto presto, aiutando
nel lavoro dei campi, e che spesso le famiglie
non avevano i mezzi suf cienti per comprare i
quaderni e i libri per la scuola.
Alcuni documenti, come ad esempio le relazioni
per le visite pastorali da parte del vescovo nelle
parrocchie, fanno luce sulla vita di quei tempi.
Il parroco di Carbonara, Pierantonio Valente,
nella relazione sulla parrocchia redatta per la vi-
sita pastorale del vescovo Modesto Farina del 17
settembre 1822, lamenta che gli adulti amano
poco linsegnamento della Dottrina Cristiana,
ma sono assai dediti al vino.
36
Cento anni dopo, le cose non sono cambiate:
nella visita pastorale del 6 aprile 1921 il prete di Carbonara, Giovanni Bernar-
dini, parroco dal 1911, riporta che predomina il vizio del vino e lamenta che
non c Schola cantorum, nonostante si sia provato pi volte, spendendo anche
denaro: a suo avviso il fallimento delliniziativa era dovuto alla mancanza
distruzione, di spirito di sacrifcio e soprattutto concluse per labbon-
danza di spirito di vino.
Anche il prete di Bastia nel diario della visita del 4 aprile 1921 riporta come
vizi della popolazione il turpiloquio, la bestemmia e in parte lubriachez-
za.
37
Allo stesso tempo ci dice che la popolazione sente vivamente la reli-
gione, che i sacerdoti sono rispettati e che il parroco ha infuenza, oltre che
sulla vita spirituale, anche negli afari domestici, sui quali viene quasi sempre
consultato.
Negli anni Venti, dopo la prima guerra mondiale, si difusero anche nelle
campagne le idee socialiste (nel 1921 venne fondato il Partito Comunista
i l comune di rovolon nell ottocento 85
Il giardino di villa
Giro agli inizi
del Novecento.
Italiano). A Bastia, nel 1922, vi
una lega rossa (anche se il prete
dice che in dissoluzione e quasi
tutti gli aderenti desiderano met-
tersi sotto la bandiera bianca); a
Carbonara il prete si lamenta che
lattivit dellassociazione, per le
giovani del Sacro Cuore di Ges,
che conta 120 iscritte, analoga
alle Figlie di Maria, da un anno
sospesa perch la pi parte,
nel famoso maggio 1920, si sono
lasciate trascinare dallidolo bol-
scevico, si sono ascritte alla lega
rossa, hanno preso parte a cortei
anche fuori di parrocchia al gri-
do di rivoluzione, con canti sovversivi, accompagnate da giovinastri e dalla
bandiera socialista, dando un miserabile esempio di follia, di degenerazione
e di ignoranza. Per, siccome fall completamente il programma bolscevico,
e molti e molte si sono ravveduti, si spera entro lanno di ricostruire su solide
basi la detta congregazione.
La conferma che gli abitanti della parrocchia di Rovolon dovessero ogni gior-
no scontrarsi con la miseria ci viene dalla testimonianza del parroco che la-
menta le dif colt di frequentare la dottrina cristiana la domenica da parte
di molti bambini: Data la stagione, o troppo caldo o troppo freddo, la sco-
modit della chiesa, la dif colt della strada e la mancanza di indumenti, la
frequenza non sempre confortante.
Se le fonti scritte ci forniscono pochi, anche se illuminanti, dati che possiamo
interpretare, le fonti orali, il racconto di chi cresciuto e ha vissuto a Rovo-
lon nella prima met del secolo scorso, ben ci restituisce le condizioni di vita
di quegli anni. Una condizione che ben si coglie dalle interviste ai vecchi del
paese, interviste in grado di far emergere la fatica per il lavoro, le usanze, i
riti, la miseria e la fame. Frasi e racconti che hanno confermato quanto i tanti
documenti scritti ci consentono di comprendere, ma con lo spessore dellani-
ma che il freddo documento cartaceo non sa esprimere. E a conclusione di
questo mio tentativo di ricostruire la vita nellOttocento e nei primi decenni
del Novecento della popolazione di Rovolon, mi piace riportare la frase con-
clusiva di una intervista: e vedo che smo vegn grandi o stso.
38
Note
1. Almanacco per lanno 1819 contenente le pi interessanti notizie cronologico-statistiche della
citt di Padova e suo territorio, n. II, Padova, Tipografa Penada, 1818.
2. Archivio Parrocchiale di Carbonara (= APC), Libro dei battezzati. Anni 1828-1900.
3. APC, Libro dei matrimoni. Anni 1816-1871.
4. Archivio comunale di Rovolon (=ACR), Deliberazioni consiliari. Anni 1900-1905, Regola-
mento dei pastori vaganti.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 86
5. Antonio Mastromarino, La vite nelleconomia agricola dei Colli Euganei, Rivista del Co-
mune di Padova, n. 5 (maggio 1934).
6. Marino Berengo, Lagricoltura veneta dalla caduta della Repubblica allUnit, Milano (Ban-
ca Commerciale Italiana) 1963, p. 232-243.
7. APC, Cronistoria. Anni 1938-1945.
8. Archivio di Stato di Padova (=ASPd), Corporazioni religiose soppresse, S. Maria di Praglia,
b. B, fascicolo 11, interno 1, 25 aprile 1817.
9. ACR, Deliberazioni consiliari. Anni 1872-1877. Boschi, taglio anticipato delle tre prese XI,
XII, XIV.
10. ACR, Deliberazioni consiliari. Anni 1882-1887. Vendita taglio boschivo.
11. ACR, Cat. 10, classe I. Estratto dalla deliberazione presa dal podest di Rovolon, 1928.
12. Antonio Keller, Prodotti agrari e cenni sullagricoltura della provincia di Padova, Padova
1884.
13. Piero Brunello, Ribelli, questuanti e banditi. Proteste contadine in Veneto e Friuli, 1814-1866,
Padova (Marsilio editori) 1981, p. 108.
14. ASPd, Presidio luogotenenziale, b. 104, I 3/125.
15. Andrea Gloria, Il territorio padovano illustrato, Padova (Tip. Prosperini) 1862, (ristampa
anastatica, Atesa editrice, Bologna 1984), vol. I, p. 92-95.
16. Keller, Prodotti agrari e cenni sullagricoltura, p. 7.
17. Keller, Prodotti agrari e cenni sullagricoltura, p. 52.
18. Il Raccoglitore, serie II, anno VI, 16 marzo 1869, p. 275.
19. Il Raccoglitore, serie II, anno VI, 16 novembre 1868, p. 76.
20. Il Raccoglitore, serie II, anno VII, 1 marzo 1869 (Statistica dei vini anno 1867), p.
228.
21. Il Bacchiglione, 29 maggio 1873, n. 64, p. 2.
22. Il Raccoglitore, serie II, anno VIII, 14 gennaio 1871.
23. Gloria, Il territorio padovano, vol. II, p. 80.
24. Statistica agraria della provincia di Padova, Padova 1873.
25. Gloria, Il territorio padovano, vol. II, p. 83.
26. ACR, Categ. 10, classe I, Progetti di strade, anno 1874
27. Emilio Morpurgo, Le condizioni dei contadini nel Veneto, in Atti della Giunta per lInchiesta
agraria sulle condizioni della classe agricola, 4. Relazione sulla 11 circoscrizione (province
di Verona, Vicenza, Padova, Rovigo, Venezia, Treviso, Belluno e Udine), parte I, Roma
1882, p. 351-352.
28. Oddo Arrigoni degli Oddi, La pellagra nella provincia di Padova, Padova 1883, p. 77.
29. Giulio Monteleone, Note sulle condizioni economiche e sociali della citt e provincia di Pa-
dova dopo lUnit, Padova (Societ Cooperativa Tipografca), 1969.
30. Gloria, Il territorio padovano, vol. I, p. 94.
31. Ferdinando Cavalli, Le condizioni industriali della provincia di Padova, 1890, (ristampa
anastatica, Bologna, Li Causi editore, 1984), p. 34.
32. Pier Franco Gaslini, Cronache padovane di vita economica, Padova (Banca Popolare di
Padova e Treviso) 1954, p. 135.
33. La visita pastorale di Modesto Farina nella diocesi di Padova, 1822-1832, a cura di Pio Pampa-
loni, Roma (Edizioni di storia e letteratura), 1983, p. 210.
34. Igino Michieli, I Colli Euganei. Vicende economiche e sociali, Padova (Societ Cooperativa
Tipografca) 1965, p. 196.
35. Dati ricavati dalla consultazione nellAPC del Libro dei matrimoni. Anni 1821-1900 e
1901-1928 e nellArchivio Parrocchiale di Rovolon, Libro dei matrimoni. Anni 1792-1909
e 1910-1929.
36. La visita pastorale di Modesto Farina, p. 211.
37. La visita pastorale di Luigi Pellizzo nella diocesi di Padova (1912-1921), a cura di Liliana Billa-
novich Vitale, 2 voll. Roma 1975 (Edizioni di storia e letteratura. Istituto per le ricerche
di storia sociale e di storia religiosa), vol. 1, p. 91-106.
38. Intervista a Tranquillo Alban, 13 ottobre, Bastia.
Lungo via Palazzina, di fronte allabitazione della famiglia Facchini, si scor-
ge una vecchia costruzione sepolta dal tempo e dalla vegetazione. Unantica
casa, abbandonata decenni or sono che pi nulla dice del suo passato, sia
per la semplicit costruttiva, sia per le ridotte dimensioni. Eppure se si apre
il vecchio Catasto elaborato nella met del secolo XIX, grosso modo cento-
settanta anni fa, si scopre che proprio in corrispondenza di questa vetusta
costruzione funzionavano tre distinti mulini ad acqua. Pochi anni prima un
tecnico, lingegnere Pietro Neri, era stato incaricato dai proprietari, i fratelli
Francesco e Alessandro Papafava, assieme ad un capomastro falegname di
nome Francesco Pavan detto Barichella, di stimare il loro esatto valore. Do-
vendoli af ttare la perizia serviva per avere precisa consapevolezza di quanto
valevano sul mercato delle attivit produttive. Quella relazione, scritta nel
1834, rimane uno dei documenti pi preziosi per la storia del mulino di Rovo-
lon e, pi in generale, per le ruote ad acqua dei Colli Euganei. In essa infatti
vi la minuziosa descrizione dellopifcio con le dimensioni espresse in metri,
lindicazione delle singole parti e lessenza arborea del legname impiegato
per costruirlo.
1
I mulini collinari erano diversi da quelli che macinavano in pianura lungo i
canali o immersi nelle acque dei grandi fumi, come il vicino Bacchiglione
o limponente Adige. I mulini degli Euganei avevano una specifcit che li
distingueva dagli altri presenti nella provincia di Padova: la loro ruota, infatti,
non era a pale bens a cassette, a coppe, da cui la denominazione di muli-
ni a coppedello. Erano detti anche mulini del Maltempo, poich, a diferenza
di quelli a pale, andavano a seconda del tempo. In altre parole solo quan-
do vera abbondanza dacqua, in grado di assicurare il funzionamento per
lintera giornata e anche la notte seguente, essi garantivano la produzione
di farina. Diversamente se ne stavano fermi in attesa del maltempo, cio
della pioggia che portava acqua nei calti di alimentazione generando preziosa
energia idraulica.
I mulini euganei, come del resto tutti quelli del tipo a coppedello, erano dota-
ti a monte di una grande vasca, di un invaso artifciale simile ad uno stagno,
che si riempiva raccogliendo le acque dei calti, cio dei torrenti delle nostre
colline. Linvaso era detto gorgo e si estendeva in media tra i trecento e i sei-
cento metri quadrati. Spesso era profondo e pericoloso, tant che le mamme
erano solite minacciare i bambini, af nch non si avvicinassero ai gorghi, con
il racconto della presenza misteriosa di fate, di esseri soprannaturali pronti
a rapire i piccoli che si fossero afacciati sullacqua. Era un modo ancestrale,
una metafora ef cace, per allontanare il rischio di veder cadere, mortalmen-
Claudio Grandis
Il mulino di Rovolon
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 88
Il mulino
a coppedello
disegnato per
lopera di Vittorio
Zonca, Novo teatro
di machine et
edifcii, stampato
a Padova nel 1607.
te, nellacqua i propri fgli, notoriamente cu-
riosi di tutto ci che insolito e sconosciuto.
Il mulino di Rovolon apparteneva dunque
alla tipologia degli impianti a coppedello ma
ricalcava al suo interno, nei meccanismi di
funzionamento e di trasmissione del moto
dalla ruota idraulica alle macine, lantico mu-
lino romano, documentato sin dai primi seco-
li dopo Cristo nelle colline del Gianicolo, la
zona trasteverina di Roma. Un ingranaggio
meccanico, infatti, trasformava un giro del-
la ruota idraulica in quattro, sei, otto fno a
quattordici giri della macina: una velocit in
grado di assicurare la trasformazione dei duri
chicchi in sof ce farina. Ma a Rovolon le ruote
che giravano furono per secoli ben tre e tutte
alimentate dalla stessa acqua. Fortuna vuole
che del nostro mulino sia rimasto un prezioso
disegno, stampato in un libro scritto da Vit-
torio Zonca e pubblicato dopo la sua morte
nel 1607. Lincisione che accompagna la de-
scrizione mostra ben bene come lacqua del
calto Figaro, raccolta nel gorgo soprastante il
mulino (laddove oggi prospera un vigneto),
condotta con un apposito canale giungesse in
prossimit del mulino raccolta in tre distinte
canalizzazioni (gorne) capaci di riversare equa-
mente lacqua su altrettante ruote idrauliche
a cassetta, o coppe. Collegato ad ogni ruota, attraverso un robusto albero
disposto orizzontalmente, lingranaggio (detto scudo, o sc) era innestato al
lubcchio (un cilindro a forma di lanterna), a sua volta solidale alla macina
superiore: in questo modo la trasmissione del movimento meccanico passava
dalla ruota alla mola che, cos girando, triturava i cereali trasformandoli in
sof ce farina.
2

Abbiamo detto sopra che nel 1834 il mulino apparteneva ai fratelli Papafava.
Ma da quanto tempo? e da quanto il mulino macinava lungo via Palazzina?
La domanda, oltre che lecita, ci appare doverosa anche per una curiosa ragio-
ne che fra poco spiegheremo. Durante il governo della Repubblica di Venezia
nel Padovano (1405-1797) fu deciso di rivedere e di censire tutte le concessio-
ni dacqua. La ragione partiva dalla semplice considerazione che lacqua un
bene pubblico e quindi appartiene a chi ha il potere sul territorio. Lacqua che
movimentava mulini, segherie, folli da panni, folloni, pistrini per lolio, magli
per battere il ferro e il rame o, ancora, per triturare gli stracci di fbra vegetale
da cui ricavare la carta, era un diritto esclusivo dello Stato, quindi nei secoli
XV-XVIII del governo di Venezia. Nel 1556, a seguito dellattivazione di un
nuovo ministero (allora si chiamava Magistratura, da non confondere con il
concetto attuale e con il signifcato che oggi noi diamo a questa parola) detto
i l muli no di rovolon 89
Schema
di funzionamento
del mulino
idraulico dei Colli
Euganei.
dei beni inculti, fu deciso di redigere un catasti-
co, cio un inventario, un censimento generale
di tutti coloro che utilizzavano, a vario titolo,
le acque pubbliche. Ognuno doveva pertanto
dimostrare che da almeno trenta anni utilizza-
va ininterrottamente sorgenti, corsi dacqua,
canali, fumi per ricavarne energia idraulica o
per irrigare i terreni coltivati, oppure, ancora,
per alimentare fontane private, riempire abbe-
veratoi o risaie. Dal censimento furono esclusi
solo i pozzi domestici. A quellordine tutti do-
vettero attenersi, presentando, allUf cio dei
beni inculti, i titoli, cio i documenti, le carte,
gli atti notarili, le denunce dei redditi (allora
dette polizze destimo) in grado di dimostrare
da quanto tempo le acque erano sfruttate.
Nel 1684 Francesco Papafava, proprietario
del molin a copedello sopra lacqua dei gor-
ghi, non fu in grado di produrre documenti
pi antichi del 1541. Poich il provvedimento
governativo era datato 10 gennaio 1560, i tre
decenni di sfruttamento non erano documentabili. Fu cos che Francesco
dovette inoltrare una supplica per ottenere una nuova concessione dacqua.
I magistrati incaricati dellesame furono tuttavia clementi e riconobbero che
se anche i documenti non andavano oltre il 1541 si poteva comunque soste-
nere lantichit del possesso di dette tre rode da molino.
3
In quello scorcio del XVII secolo i Papafava non trovarono tra le carte del
loro archivio, n in quelle dellArchivio generale dellUf cio dellestimo di
Padova, altre pezze giustifcative in grado di dimostrare che a Rovolon un
mulino era attivo ben prima del fatidico 1541. A soccorrere Francesco non fu
daiuto nemmeno una dettagliata pubblicazione di Pietro Saviolo stampata a
Padova nel 1667: pur riportando le rendite dei mulini dellintera provincia sin
dal 1431, Rovolon non fgurava nellelenco.
4

Eppure scorrendo le denunce presentate allEstimo (lUf cio incaricato di
tassare i beni immobili di Padova e Provincia) a partire dal 1418, un mulino a
Rovolon compare sin dal 1427. Non tra i beni Papafava, bens fra quelli della
chiesa parrocchiale di San Giorgio. Nellelenco, ricchissimo e lunghissimo
dei beni denunciati da prete Pietro, troviamo infatti nella lista dei livelli, un
sedime di mezzo campo con una casa coperta di coppi e con una tezza (tet-
toia) di pali e con una posta molendini. Era situata nella contrada detta
Peraria e rendeva, in forza del contratto daf tto a lunga scadenza (il livello
pocanzi ricordato) unitamente ad unaltra pezza di terra di vigne schiave po-
ste nella contrada Bagnolo, uno staio di frumento, uno di miglio, una spalla
di maiale (cio un prosciutto), una focaccia e un paio di galline. Dalla pur
breve descrizione ricaviamo anche il nome del conduttore del mulino e del
vigneto: Stefano Bronzato.
5

Il documento non ci consente di stabilire se contrada Peraria divenuta in
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 90
Il moderno mulino
di Bastia in una
cartolina illustrata
viaggiata agli inizi
degli anni Venti
del secolo scorso.
seguito lodierna via Palazzina: di certo , comunque, che un mulino da an-
tica data macinava a Rovolon. Attorno al suo edifcio si muoveva allora una
clientela che non sappiamo se continua e costante, visto che le ruote e le ma-
cine giravano solo quando vera disponibilit dacqua. Il canone di locazione
pagato dal mugnaio appare infatti modesto se rapportato agli af tti versati
per la conduzione di analoghi impianti di macinazione situati in pianura. Ma,
come gi abbiamo detto, si trattava di macine che giravano solo quando le
condizioni del tempo lo consentivano, quando cio labbondanza dacqua as-
sicurava la spinta necessaria sulle grandi ruote in legno. E per quanto grande
possa essere stato il gorgo che lo alimentava nel 1810 copriva una superfcie
di 730 metri quadrati una volta svuotato le ruote si fermavano.
Negli stessi volumi dellUf cio padovano dellEstimo vi sono anche altre te-
stimonianze di mulini: nel 1468 Bartolo Bozato a denunciare la conduzione
di un molin roto con unarea di ben sei campi di terra circostante. Ventanni
pi tardi, pi esattamente il 13 ottobre 1487, Bartolomeo del fu Curso fu
indicato come il gestore del mulino precisando che era exempto per la per-
sona per lo privilegio de molendinariis e che era titolare di vari beni a Rovo-
lon tra i quali un quartiere di terra cum uno molin da Mal Tempo proprio.
Nello stesso elenco, infne, tra i beni degli eredi di messer Bartolomeo da
Soncin si ritrovano campi dui parte araura e parte cum una caxa e uno
molin che riporta il documento in precedenza era nellelenco dei beni di
Corso Bozato.
6

I documenti custoditi negli archivi di Padova e Venezia, purtroppo, sono in
grado di fornirci un quadro piuttosto povero sulla storia del nostro mulino.
Abbiam detto che gi negli ultimi decenni del XVII secolo limpianto ap-
parteneva ai Papafava: a questo dato possiamo aggiungere che nel Catastico
dellUf cio dei beni inculti non v traccia di un mulino di propriet della
chiesa di San Giorgio di Rovolon. Possiamo ipotizzare ma con le dovute
i l muli no di rovolon 91
Giustina
Michelazzo con i
fgli a Carbonara.
Siniziava sin da
ragazzi ad andare
al mulino, spesso
per macinare pochi
chili di cereali.
cautele un passaggio di propriet tra i due soggetti (chiesa
nella veste di venditore e Papafava in quello di acquirente) an-
che se ci appare strano che un simile evento non abbia lasciato
traccia nel ricco archivio dei nobili padovani. Possiamo verosi-
milmente ipotizzare pi una sottrazione, lenta quanto irrever-
sibile, da parte dei Papafava nei confronti della chiesa, come
allepoca tra XVI e XVII secolo accadde anche in altri conte-
sti, come quello di Cervarese dove le monache di SantAgata di
Padova, proprietarie di una quota del mulino galleggiante nel
Bacchiglione, ad un certo momento si ritrovarono incapaci di
riscuotere i loro canoni livellari per la lenta, quanto losca, sot-
trazione nellutilizzo del mulino da parte della potente famiglia
Trento.
7
Dobbiamo rilevare che la contrada Peraria non compare, alme-
no dal XVII secolo, nei paraggi del mulino a meno che lantico
toponimo, per corruzione lessicale, non sia divenuto la Pria-
ria ricordata in documenti successivi. Limpianto, stando alle
dichiarazioni rese da Michele Albanese e Antonio Visentin, ri-
spettivamente il 4 marzo 1543 e il 18 novembre 1546 era infatti collocato nella
contr del Molin over Priara prossima alla contrada del Gorgo, ai margini
di terreni detenuti dal monastero di Santa Giustina. La contrada del Molin,
ricordano alcuni testimoni oltre un secolo dopo, era detta anche Savellon,
un toponimo che ci conduce a Monselice dove il locale stradario contempla
tuttora via Savellon Molini.
8

La discendenza di Francesco Papafava si estinse verso la met del XVIII se-
colo, cos che i beni tutti transitarono in un ramo collaterale rappresentato
in quel momento dallomonimo Francesco (1714-1790), fglio di Giacomo e
Maria Antonia Mussati. Alcuni documenti del XIX secolo illuminano brevi
momenti di vita del nostro mulino. Al 21 maggio 1800 data laf ttanza con la
quale la Commissaria Papafava creatasi per la morte prematura di Giacomo
avvenuta il 26 agosto 1785 cedette al mugnaio Pietro Fasolo e ai suoi fra-
telli la posta de mollini di rode tre, con sue caselle, e casa dabitazione con
un pezzo di terreno contiguo di 1400 metri quadrati. In cambio ai Fasolo
fu chiesto un af tto di 946 lire di cui 68 in onoranze. Una serie di clausole
stabil obblighi e diritti reciproci in merito alla conservazione dei fabbricati
e degli impianti di macinazione. Solo in caso di terremoto e fulmine che in-
cendiasse o rovinasse il mulino la ricostruzione rimaneva a totale carico dei
Papafava. I Fasolo nei pressi del mulino cerano gi nel 1792 e pi tardi, nel
1805, fgurano nella veste di conduttori. Il canone era rapportato allattivit:
se confrontato con impianti delle medesime dimensioni situati in pianura, ri-
sulta infatti di appena un quinto a riprova della contenuta attivit, nonostan-
te lindiscutibile rilevanza della sua presenza per lintero abitato collinare.
9
Dal censimento napoleonico del 1810 proviene lesatta articolazione plani-
metrica dei tre fabbricati sorreggenti le ruote, del gorgo e della vasca per
raccolta dellacqua, della superfcie di sessanta metri quadrati, ubicata a val-
le dellacqua stessa uscente dalle coppelle dellultima ruota. Da rilevare che la
vasca dacqua per uso di molino di 730 metri quadrati situata a monte in contra-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 92
da della Persegara, non apparteneva ai Papafava bens a Domenico Miotti del
fu Leonardo. Sintomatici pure i toponimi raccolti allora dagli agrimensori
nellarea: Molini, Gorgo, Molino di Mezzo, Molino di Sopra, Molino di Sotto,
Fontana Figaro, a conferma del ruolo di caposaldo topografco assunto dal
sito molitorio.
Nel 1826 i tecnici incaricati dallUf cio del Censo rilevarono a Rovolon due
molini da biada, notizia questa che fa il paio con le quattro ruote segnalate
nel 1862 da Andrea Gloria nel suo Territorio padovano illustrato.
10
La quarta
ruota era collocata in un edifcio ben pi a valle della posta dei Papafava e
apparteneva alla famiglia Miotto detta Munaro; le testimonianze orali degli
abitanti del luogo ricordano che essa gir fno al 1954, a ridosso del fabbrica-
to oggi abitato dalla famiglia Med. Le macine di questo impianto ottocen-
tesco vennero vendute poco dopo al mulino elettrico di Carbonara mentre la
ruota idraulica fu trasportata in un luogo imprecisato per servire da mezzo
pubblicitario.
11
La stima pi volte ricordata del 1834 ci presenta nella veste di mugnai Andrea
Martini e il fglio Giovanni, capostipiti della secolare generazione che lungo
tutto il secolo XIX condurr i mulini; solo nel 1914 le ruote a coppedello
cesseranno di girare, abbandonate da Giovan Battista Facchini, lultimo mu-
gnaio morto nel 1939.
Note
1. Devo alla cortesia della famiglia Facchini la messa a disposizione del prezioso documento.
2. Vittorio Zonca, Novo teatro di machine et edifcii, Padova 1607 (ristampa anastatica, con
premessa e note di Carlo Poni, Milano Il Poliflo ed. 1985), p. 21-24. Claudio Gran-
dis, I mulini ad acqua dei Colli Euganei, Este (Parco Regionale dei Colli Euganei) 2001.
3. Archivio di Stato di Venezia (= ASVe), Provveditori sopra beni inculti, b. 389 Investitura
dacqua alla famiglia Papafava 6 sett. 1684.
4. Pietro Saviolo, Compendio delle origini et relazione delli estimi della citt di Padova, Padova
(eredi di Paolo Frambotto) 1667, p. 262.
5. Archivio di Stato di Padova (= ASPd), Estimo 1418, vol. 297, c. 131
r
. La descrizione del
mulino, molto pi dettagliata rispetto alla polizza del 1427, si trova anche in un altro
inventario dei beni della chiesa di Rovolon redatto nellanno 1437 (ASPd, S. Giustina, b.
180, flza E.P. P.19, c. 7
v
).
6. ASPd, Estimo 1418, vol. 353, polizza n. 46 (13 ottobre 1487).
7. Claudio Grandis, Il paesagio scomparso. Acque, mulini, boschi e cave al tempo della domi-
nazione veneziana (Secoli XVI-XVIII), in Cervarese S. Croce. Proflo storico di un comune del
Padovano tra Bacchiglione e Colli Euganei, a cura di Alberto Espen e Claudio Grandis,
Cervarese S. Croce (Biblioteca Comunale Il Prato ed.) 2004, p. 69-86.
8. Claudio Grandis, I mulini di Bagnarolo, in Monselice. Storia, cultura e arte di un centro
minore del Veneto, a cura di Antonio Rigon, Monselice (Comune e Canova ed.) 1994,
p. 415-428.
9. ASVe, Censo provvisorio. Notifche della provincia di Padova. 1805, b. 119, num. 9822.
10. ASVe, Censo provvisorio (c.d, Catasto austriaco). Atti preparatori, b. 36, num. 4. Andrea
Gloria, Il territorio padovano illustrato, Padova (Tip. Prosperini) 1862, (ristampa anasta-
tica, Atesa ed., Bologna 1984), vol. II, p. 83.
11. Le informazioni provengono da interviste orali eseguite da chi scrive nel febbraio
1999.
Carbonara oggi.
Nel 1663 il
nobile veneziano
Bartolomeo Paruta
chiese al governo
la concessione
per costruire
un nuovo mulino,
a poche decine di
metri dalla chiesa.
Sono numerosi i mulini dei Colli Euganei per i quali si ignora la data di co-
struzione, visto che le attestazioni che ne documentano lesistenza di norma
si riferiscono a ruote gi in funzione. La loro comparsa nelle carte antiche ci
riporta spesso ad atti di compravendita, a denunce dei beni posseduti, a per-
mute e a concessioni idrauliche rilasciate a conferma del loro sfruttamento.
A volte capita dincontrarli tra i confni di altri immobili, segnalati inciden-
talmente da toponimi come Contr del Mulino o Rio Molino. In questo con-
testo viene spontaneo chiedersi quali siano state le ragioni che hanno dato
origine a questi impianti e quali le motivazioni di fondo che hanno favorito
la nascita delle due dozzine di poste molitorie, capaci di macinare per secoli
sui pendii Euganei. Di certo lanalisi della loro distribuzione sul territorio
collinare evidenzia una presenza maggiore sul versante occidentale rispetto a
quello orientale: su questo fronte, infatti, sallineavano i mulini di Mezzavia,
Battaglia, Pontemanco, Rivella e Bagnarolo che potevano benefciare della
disponibilit idrica assicurata dallidrovia Padova-Monselice.
Tra le carte delluf cio veneziano dei Provveditori sopra beni inculti rimasta
memoria di ben quattro concessioni rilasciate per la costruzione di altrettanti
nuovi mulini nellarea dei Colli Euganei: Carbonara 1664, Montegrotto 1675,
Valsanzibio 1678 e Faedo nel 1768. Di questi, tuttavia, solo quello di Valsanzi-
bio ebbe fortuna mentre degli altri sono rimasti solo sporadici ricordi. A que-
Claudio Grandis
Il mulino di Carbonara
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 94
Carbonara
in una istantanea
di fne anni 50.
sto elenco va poi aggiunto il mulino del
Molian costruito nel 1610 a Villa di Teolo
in anni in cui non era ancora tassativa e
obbligatoria la concessione governativa
per piccole ruote.
La richiesta di costruire un mulino a Car-
bonara fu presentata dal nobile venezia-
no Bartolomeo Paruta, fglio del defunto
MarcAntonio, il 7 settembre 1663. Nelle
intenzioni del richiedente vi era quella di
poter construire un molino da macinar
grano nel vicariato di Teolo, territorio
padovano nella villa di Carbonara con
lacque duna fontana detta della Casta-
gnara, posta sul versante settentrionale
del Monte della Madonna, da riconosce-
re, forse, nella fontana del Moretto delle mappe attuali, tra beni di Marcan-
tonio Corsatto, a valle, e del nobiluomo Trevisan a monte. Nel disegno dello
stato dei luoghi, elaborato dal tecnico delluf cio veneziano Iseppo Cuman
il 10 gennaio 1663 more veneto (cio lanno 1664), si pu ricavare la posizione
che Bartolomeo Paruta scelse per installare la nuova ruota da macinare. Il
fabbricato era previsto a poche centinaia di metri dalla chiesa di Carbonara,
lungo quella che oggi chiamata via San Giovanni Battista.
Dellefettiva costruzione, del funzionamento e della durata del mulino pur-
troppo nulla sappiamo: lunica cosa certa che ci rimasta la ricevuta del
versamento di 40 ducati, richiesti dal governo veneziano per linvestitura,
efettuato dal richiedente il 10 marzo 1664. Il silenzio sul nuovo impianto
confermato anche dalle carte dei Provveditori allarsenale di Venezia, incari-
cati di annotare tutte le autorizzazioni concesse ai proprietari dei mulini per
tagliare le roveri necessarie alla fabbricazione degli alberi delle ruote idrauli-
che: nel registro delle localit, purtroppo non compare Carbonara, segno che
il mulino, se attivato, non ebbe lunga esistenza.
Nota
Quanto si conosce della vicenda sul mulino di Carbonara ripreso da Claudio Grandis, I
mulini ad acqua dei Colli Euganei, Este (Parco Regionale dei Colli Euganei) 2001, p. 65, 72-
73. I documenti sono in Archivio di Stato di Venezia, Provveditori sopra beni inculti, b. 385,
mentre il disegno predisposto per la concessione nel medesimo fondo, rotolo 342, mazzo
14, disegno 7.
La storia che vi racconto tratta per intero da un fascicolo proces suale conserva-
to nellArchivio di Stato di Padova*. Altri do cumenti (di na tura amministrativa,
f scale, notarile ecc.) sarebbero in grado di fornire infor mazioni su molti dei perso-
naggi implicati: ma li ho sforati appena quanto basta per accer tarmene. Quanto al
processo aperto contro Teodoro Boattin, al luccisione sua e del suo amico Scoin, o al
proce dimento a carico di Ottavio Bellaca to che port al suo arresto fatti che han
radice esterna rispet to a quelli qui narrati, ma li interse cano in momenti cruciali
non ne resta traccia nei fondi padovani relativi alla giustizia criminale: ne soprav-
viveranno probabil mente in sedi diverse.
Insomma, queste pagine ricapitolano la prima tappa di un lavoro interrotto, e non
andrebbero mostrate in pubblico. Ma siccome non so se e quando mi rimetter a cer-
care notizie su questi casi e queste persone, tanto vale che li faccia conoscere a voi cos
come io oggi li conosco. Del resto non sono uno storico, solo uno che ama le storie; e
mi acconten to, ambi zioso obiet tivo mini mo, che chi legge ne ricavi qualche pia cere.
Lattentato rapto
1
La vicenda di questo capitolo, semplice antefatto di quelle narrate nei suc-
cessivi, occupa una settimana di mezzo set tembre di 340 anni or sono. Ve la
racconter cominciando dal suo ultimo atto, lunico che attir lattenzione
di molte persone, e si svilupp a partire dalla piazza di Bastia di Rovolon ve-
nerd 15 settembre 1656.
Dico piazza ma intendiamoci: piazza vera non pu esserci, se neppure c,
e non ci sar per i successivi tre secoli, vero paese. C piuttosto un nodo di
strade, e nel luogo della forti fcazione medievale che lo presidiava, da tempo
distrutta e rievocata fno ad oggi nel toponimo, c la chiesa parrocchiale; la
reggono i frati di Santa Giustina, massimi proprietari di terre in questa zona
che una bonifca ancor lontana dal compimen to ha gi cominciato a costel-
lare di corti e boarie. Ci sono nei pressi della chiesa i servizi di base richiesti
dallimpor tante incrocio viario: losteria di Francesco Fabio Falda e di sua
moglie Maria, e unoffcina di fabbro ferraio, lequivalente per lepoca di un
moderno meccanico dauto. Di una terza bottega conosco il nome del gesto-
re, Anzolo Michieletin Albanese, non la specialit merceo logica. Ci sono
poche altre abita zioni, fra cui qualche residenza di campa gna di proprieta ri
cittadini.
Aldo Pettenella
Altri promessi.
Storia padovana del secolo XVII
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 96
Sono le nove di mattina. Una ragazza esce dalla casa delle si gnore Gazze
incamminandosi frettolosa in direzione di Padova; Paulo Tof fan, boaro al ser-
vizio della stessa famiglia, la vede dalla piazza e si precipita a dar la campana
a martello, lascia poi lincombenza di sonare al primo che accorre e si lancia
allinseguimento. Nel trambusto pochi notano un tale che si allontana veloce
dal losteria attraverso i campi. Forse anzi sono due. Quanto agli altri pre-
senti, tutti si fanno a guardare ma non si mobilitano (in termini tecnici, non
si sollevano); il solo Mi chieletin si unisce al boaro, pi per curiosi t che per
dargli man forte, come vedremo.
Toffan raggiunge la ragazza e lafferra per un braccio. La gio vane si lascia ca-
dere a terra, Copeme, amazzeme, non voglio tornar a casa grida, ma altre
urla son quelle che arrestano il boaro: Cospettazzo di Dio lascialla andare!
Lascia star quella putta sangue di Dio che tu non sai con chi habbi che fare!
Ricordati che tu lhai fatta a Gio Batta Breo, che ti far trar in terra [= ti far
ammazzare] n me lo scorde r
1
.
Il giovanotto che cos minaccia e si nomina lo stesso che corso via poco fa
precipitosamente dallosteria: strepita ora da un prato prossimo alla strada,
spalleggiato da un compa gno silen zioso. Ha larchibugio in spalla e non lo
spiana, anche perch non occorre. Tre o quattro uomini di Bastia, l presso
impegnati a sterrare un fosso (che fa anche da con fne co munale) e chiamati
in soccorso da Paulo Toffan, si guardano in faccia (uno ha per soprannome
Faccia di rospo: parti colare che non potevo tacervi), si aggrappano con pron-
tezza e giudizio ad un cavillo giuridico (la donna gi oltre il confne del Co-
mune), e non volsero solevarsi. Michiele tin non mostra minor buon senso. Il
boaro molla la presa.
La ragazza si alz, si and ad unire con detto Breo e poi parti rono. Dissolvenza.
2
Questa scena, svoltasi in piena luce ed al cospetto di numeroso ancorch
passivo pubblico, lacme dramma tico dellepisodio intitolato Attentato rapto
della Sig.ra Anzo letta Gazza con bestemie.
Delle bestemmie sapete tutto: sono quelle che avete letto qui sopra cos si
bestemmiava allora, niente porchi, ma linten zione che conta.
Della Anzoletta (nata intorno al 1640, e fglia del q. Simon Gazzo, gentiluo-
mo padovano morto intorno al 1650: i cognomi si declinano per numero e
ge nere) conoscerete un po alla volta parecchio: basti per ora sapere che non
lei la fanciulla che avete visto scap pare.
La fuggitiva una certa Laura, di cui abbiamo anche il cognome (o il so-
prannome di famiglia, quella forse dei Ciu ci: in cerca di una grafa che lo
renda degno di comparir su carta il notaio inqui rente e verbalizzante scri-
ver invariabil mente Laura Chiu chia). al servizio delle signore Gazze (cio
di Chiara, la vedova di Simon, e di Angela) si pu dire per nascita, essendo
fglia della massara cui le signore affdano la loro casa di Padova (in via dei
Tadi, vicino al ponte) quando loro sono in villa. Potrebbe avere pi o meno
let della padroncina, 16-17 anni, ed essere, nella misura concessa dai ruoli
rispettivi, una sua amica: tutto il suo com portamento nei giorni precedenti
altri promessi 97
La campagna ai
piedi delle colline.
stato improntato a quei modi confdenti e disinvolti cui d diritto lamicizia,
non la dipendenza.
Ma nato poi il forte sospetto, per non dire la certezza, che si sia lasciata
comperare dal nemico, ed abbia agito dintelligenza con lui. Il nemico , ov-
viamente, il Breo.
3
Non sappiamo quanti anni abbia Gio Batta Breo: attri buia mogliene, per im-
maginarcelo meglio, tra i venti e i trenta. Qualcuno si riferir a lui come a
quel putto Breo, ma questo non appel lativo che possa aiutarci pi di tanto a
determinarne let (indica piuttosto la condizione di celibe e di fglio di fami-
glia, come oggi toso). Per sottolinearne gli umili trascorsi si ricorder di lui
che stato nolegin (variante nolecio, coc chiere di piazza), ma ora ha fatto passi
avanti: vendifen, gestisce cio con il padre un magazzino e rivendita di feno
in citt, in contr del Ponte dei Ta dentro la mura vecchia, pro prio dirim petto la
Sig.ra Chiara Gazza. Lui si defnirebbe un mercante. Inoltre tiene in afftto dal
Car dinal Braga din alcuni campi con abitazione discosto dalla villa di Bastia circa
tre miglia, in quel di Saccolon go.
I gentilhuomeni del medesimo rango della famiglia Gazzo sotto lineano viva-
cemente la sua condizione inferiore, di artegia no, di plebeo, di vilan; ma i lavo-
ratori di campagna e di citt non trala sciano, parlandone, il Signor davanti al
nome.
Gli affari devono andargli bene, i soldi non gli manca no. Ag giunger che
piuttosto conosciuto fra persone di ogni ceto. Il sabato che segue al famoso
venerd viaggia in carrozza da Sacco longo a Padova: altre due carrozze in
due di stinti momen ti lo incontrano. Rapido incro ciarsi docchiate at traverso
i fne strini e quattro ragguardevoli signori padovani lo ravvisano e posso-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 98
Campi coltivati
nei pressi di
Monte Grande.
no testimoniare (uno di questi, quando si dice
la combina zione, si chiama Nicol Verdabio:
cfr. par. 10).
Orbene, il giovane Breo ha messo gli occhi
sulla giovanissima dirimpet taia, la nobile An-
gela Gazza.
Sapendo lui non essere suo pari et che mai mi
sarebbe capitato in pensiero che costui la pre-
tendesse non che di dargliela, dir la madre,
signora Chiara, s andato imaginar di rapir-
la, non havendo riguardo alla sua conditione,
che dartegiano, alla mia, che di cittadina;
et sapendo questo anco, che mia fglia havr
di dote circa ducati quindeci mille, tanto mag-
giormente andato pensando deffettuare
questa sua mala intentione.
15.000 ducati! Gran bella dote, decisamente.
Ma forse la parola non qui usata in senso tec-
nico. La ragazza , per quel che si comprende,
lerede unica dei beni paterni. Tanto per dire,
di cento trenta campi piantati e videgati in villa di
Ar (Arre) con un palazzo con tezze di muro, con
tutti li mobili di ogni quali t, nonch la dimora
di Padova. Quanto basta per evitare linter-
rogativo: era bella lAnzoletta?, al quale non
avremmo comunque elementi per dare risposta. Sul suo aspetto ci dobbiamo
conten tare di due parole in tutto, che contestualizzerete a suo tempo, sana
et gagliarda.
4
E dunque, lartegiano Gio Batta Breo s andato imaginar di rapire la gentildon-
na. Impresa assai arrischiata, commentava il Manzoni a propo sito dellillu-
strissimo don Rodrigo che aveva fatto analo go disegno su Lucia Mondella,
operaia; eppure, se ci pen sate un momento, il disegno era analogo solo in
apparenza e il plebeo padovano rischia va meno del nobile mila nese.
Nel caso del Breo, sempre che avesse davvero in mente rapire la ragazza
(ma non da escludere che sperasse piuttosto in un suo consen so a fuggire
con lui: cfr. par. 7), il sequestro non aveva altro scopo che quello di forzare
lei e la sua famiglia ad accet tare il matrimonio. Il che, anche sul piano delle
conseguen ze legali, poteva fare una grandissima differenza
2
. Non voglio dire
che i rischi mancassero, ma potevano essere ragionevolmente messi in bilan-
cio a fronte dei benefci sperati.
Il progetto di rapimento non comunque la prima mossa documen tata del
Breo. Qual che settimana prima dei fatti che stiamo raccontando aveva offer-
to, a tu per tu, ad un uomo di fducia delle Gazze, il boaro che gi conosciamo,
100 ducati per guada gnare la sua media zione nella richiesta di matrimonio
altri promessi 99
(con 100 ducati, per intenderci, si comperavano sei buone vacche). Forse Pau-
lo Toffan ritenne poco affdabile la promessa; forse lacuto senso dello nore
proprio e altrui che esprimeva a parole era proprio sincero; fatto sta che non
riusc ad immaginarsi nelle vesti di chi proponeva una simile msalliance alla
padrona, donna, temo, incline a furie tempe stose. Rispose che non facieva di
queste attioni. Lui mi disse che era poca cosa, et che ero coglion a non pigliar
tanti soldi che in vita mia non ne guada gner tanti; le replicai che stimavo
pi il poter andare in ogni loco come huomo da bene che il far assai denaro
et non poter andar per tutto.
Che il Breo, trovata chiusa la strada col Toffan, sia riuscito ad aprirsene una
con Laura Chiuchia , a posteriori, facile de duzione. La spedisce da Padova a
Bastia (fno a Saccolongo lavr portata lui in carrozza), luned 11 settem bre,
a fare unim provvisata alle padrone. Le quali, come previsto, la invita no a
fermarsi, la fanno anzi mangiare quotidianamente a tavola con loro. La sua
missione? Preparare il terreno, per esempio lascian do cadere nella conver-
sazione che li mercanti havevano belli cavalli, belle carrozze, et che le loro mogli
havevano belle zogie e simili; ma soprattutto, convincere lAnzoletta ad uscire a
spasso con lei, in campagna, a uva, a insalata.
5
Fra quel luned e quel venerd Gio Batta Breo si fa vedere spes so a Bastia, non
lontana come sappiamo dalla campagna che ha in afftto; sta generalmente
dalloste, con la famiglia del quale in evidente dimestichezza, e il cui eser-
cizio dista poco pi che un trar di sasso dalla casa delle Gazze. Fa in modo di
incontrar le e di salutarle mentre vanno in chiesa. Si sapr poi che per alcuni
giorni (sicuramente il mercoled e il gioved) ha tenuto a sua disposizione
nelle vicinanze, in questa o in quella corte, una carrozza e dei compagni.
Di questi uno stato ricono sciuto: suo fratello, il Breo pittor, e con lui c
anche la moglie. Un pensiero indiscutibilmente gentile verso la candidata al
rapimen to.
Il mercordi mattina, 13 settembre, il boaro Toffan lo vede, in un formenton, con-
fabulare con Laura Chiuchia, ed pregato poi dal Breo stesso di non andare
a dirlo in giro: curiosissima gaffe, si vede che il Breo credeva laltro suo amico
pi di quanto non fosse. Il buon Paulo, geloso dellonore delle padrone e gi
al corren te delle ambiziose mire del personaggio, si mette in allar me rosso.
Avver te la signora Chiara: badi a non lasciar uscire lAnzo letta, guardi che la
Chiuchia devesser venuta per trapolar fuori di casa detta Sig.ra Angela, che il
Breo di sicuro era ivi per menarla via.
Chiara Gazza investe la Chiuchia: Ho qualche ombra che tu sij venuta qui
per qualche cativo fne, non ne son certa, che se ne fossi certa ti taglierei le
treccie, ma guarda bene come tu tratti, perche vedi come tratto teco tenen-
doti alla mia tavola. La Chiuchia: Dio guardi Sig.ra, come trovasti mai di
queste cose, sono venuta a spasso e parole simili.
E nonostante questo, Laura Chiuchia (con cui il Breo tiene con tatti frequenti
tramite lostessa Maria) riesce alfne a far uscire lAnzoletta nel tardo pome-
riggio di gioved, mentre la madre a letto indisposta, alla volta del brollo qui
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 100
attaccato alla casa che per loco apperto. La Chiuchia, deporr lAnge la, mi
disse: Andiamo un poco avanti qui in campagna a man giare del luva, ma io
non volsi andare, et mabatei casualmente guar dar verso una pezza di nostro
formenton poco discosto dal nostro brollo sudet to, et vidi due nel mezzo
detto formenton... Bisogna [che il Breo] havesse concertato con lei che mi
guidasse a quella parte per prendermi poi et menarmi via.
Anzoletta, cos racconta, alla vista dei due uomini torn in casa di corsa.
La servetta, accortasi che non poteva fare la botta che haveva dissegnato e che era
ormai scoperta al di l di ogni possibile diniego, la mattina seguente a tre hore
di sole si part di casa correndo verso Saccolongo, scatenando con la sua fuga lim-
pulsiva reazione del boaro; il seguito ci noto.
6
Questo praticamente tutto, per quanto riguarda lepisodio in questione.
Tutto, cio niente. Certo la temerit di un vendifen aspirante alla mano di una
gentildonna poteva risultare di per s scandalosa quanto un rapimento, o pi:
si rileggano su questo le parole della madre (par. 3). Non ho poi dubbi che
la corruzione di una domestica, indotta per denaro a tradire i padroni, fosse
considerata un atto detestabile, unin famia. Questo sotto il proflo del comu-
ne sen tire di allora. Ma sotto il proflo, come noi diremmo, della rilevanza
penale, era davvero accaduto qualcosa?
Lintenzione, se cera, non era neppur diventata un tenta tivo di rapimento,
n aveva prodotto altre azioni crimi nose che le be stemmie, la minaccia di
morte gridata a Paulo Toffan, il porto dar ma.
Bestemmie: non trascurabile imputazione, ma temibile in realt soprattutto
per vagabondi, marginali, magnaccia, ubria co ni, gente di mala vita, perch
contro di loro poteva valere quale precisa fattispecie di reato e consentire una
condanna severa, a puni zione di un insieme di condotte tanto poco defni bili
penalmente quanto socialmente indesiderabili
3
.
Minacce: proferite, vero, in presenza di testimoni, ma perse guibili solo se il
boaro se ne fosse querelato, il che non avven ne.
Armi: cosa da non darsene pensiero, quando si tratti di arcobuso longo portato
allesterno di citt e luoghi murati. Ci voleva s una licenza
4
(che il Breo avr
probabil mente avuta): ma anche a non averla, la pratica universale era di
girare con lo schioppo in spalla (schioppo da osellare, preci sa vano invariabil-
mente gli interessati). Altro par di maniche era mostrarsi con archibusi curti,
con pistole alla cintura; ma, le avesse pur avute in quelloccasione il nostro
uomo, un opportuno soprabito, la gaba nela, le nascondeva, e nessuno pot
dire di avergliene viste.
E comunque: bestemmie, minacce ed armi avrebbero potuto, se mai, essere
imputate unicamente a Gio Batta Breo. Invece non contro di lui soltanto, ma
anche contro Laura Chiuchia, in seguito a de nuncia presentata il 20 settem-
bre 1656
5
, vien formato presso il Malefcio di Padova un processo affdato al
nodaro Prosdocimo Fanton.
Spesi senza fretta alcuni mesi, sentiti numerosi testimoni, viene deciso (23
novembre) il cauto arresto della Chiuchia (di lei soltanto: al suo nome nessuno
altri promessi 101
Un panorama
di Rovolon
circondato da alberi
in fore, alla vigilia
della II guerra
mondiale.
mai premetterebbe Signora), che pe raltro fallisce (10 febbraio 1657: notate la
solerzia). Sia la donna che il Breo sono il 21 febbraio citati ad informar, e poich
non obbediscono un nuovo proclama intima loro il 29 aprile di presentarsi
alle prigioni per difendersi. Lultima nota di questa sezione dellin cartamento
registra, in data 28 giugno, una richiesta del Breo di poter disporre, prima di
pre sentarsi, di un altro mese per provvedere ai suoi affari: formula consueta
e normale prati ca dilatoria
6
, che unincuria oppor tuna mente incentivata po-
teva trasformare in soluzione defnitiva.
Sta di fatto che, quando circostanze impreviste imposero di spolve rarlo (cfr.
par. 27), il fascicolo dormiva ormai da nove mesi un sonno che non presen-
tiva risveglio.
7
Gio Batta Breo faceva lamore allAnzoletta in via dei Tadi, dal portone del
magazzino alla fnestra di fronte?
La signora Chiara: Signor no, perch tengo sempre le fenestre serate et sto
pochissimo a Padova. Ma via, Signora...
Con che occhi guardava lAnzoletta al corteggiatore? Attraverso occhiali
di ceto sicuramente: improponibile come marito. Lei poi non era una
nobile impoverita, come sappiamo. Detto questo, che restasse da dire
qualcosaltro?
Lipotesi che il giovanotto non le dispiacesse ha qualche appi glio. Non molto
evidente, in verit; ma a questo dovr ricorrere chi, nel corso dei prossimi
capitoli, maturasse qualche simpatia per la ragazza, per non vedere con so-
verchia tri stezza quel che le accadr fra diciotto mesi.
Torniamo alla sera di gioved 14 settembre, quando Anzoletta Gazza vide
due uomini in attesa tra gli alti fusti del mais, a poca distanza dalla casa da
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 102
Le colline di Monte
Grande e di Monte
della Madonna.
cui Laura Chiuchia laveva fnalmente convinta ad uscire. Li vide anche un
abitante di Bastia, Giacomo Andrian Zambon.
Lei dice che scapp subito indietro, e se noi vogliamo crederle nessuno ci
impedisce di farlo: anche il testimone la vide andare verso casa sua (sebbene,
dalle parole che usa, non sembri pro pria mente una fuga), ma non pu preci-
sare se prima ella avesse o no incontrato pi da vicino quei due.
Quel che voglio insinuare che forse la loro vista non fu per Anzoletta quella
sorpresa che lei ci vuol far credere: potrebbe darsi che lei fosse uscita apposta
per vederli, o meglio per vedere uno dei due ( uscita, ricordiamolo, dopo
che il Toffan aveva gi messa in guardia la madre), e gli avesse davvero parla-
to. E magari il Breo, nella speranza di persuaderla a scappare con lui, se non
quel giorno il giorno dopo, perse loccasione di portarla via con la forza.
Spingerebbe a pensarlo la parola di unaltra testimone, assai meno estranea
ai fatti, sospettata anzi di complicit e dunque meno credibile nelle sue af-
fermazioni: lostessa Maria. La quale ammette spontaneamente (e non so
perch dovrebbe mentire su questo) di aver portato alla giovane gen tildonna
la richiesta di un abboc camento da parte del Breo. Sostiene che Angela ha
rifu tato di uscire perch la madre era a letto ammalata; che a questo punto
la Chiuchia di sua iniziativa si offerta a lei, Maria, di portar fuori la ragazza
con pretesti (qui, ovviamente, la sua versione non ci convince affatto); che
quella sera stessa il Breo le ha confdato che lAnzoletta era pronta a scappar
di casa insieme a lui. Davvero luomo era tornato con questa convin zione
dal colloquio (se laveva ottenuto), o cercava solo di tran quil lizzare lo stessa,
convincendola che non ad un ratto stava dando mano, ma ad una fuga damo-
re? Oppure costei che vuol convincere linqui ren te daverlo creduto?
Interro gata se la Signora Anzoletta poi fosse daccordo di fuggir con il Breo, lostessa
Maria rispose con molto buon senso: Io non lo so, ma se fosse stata dac-
cordo poteva fugire, che non vera chi potesse tenirla. Possiamo anche noi,
visto come sono andate le cose, escludere che Angela fosse pronta a fuggire
altri promessi 103
con il Breo; uscire, per, era uscita. E forse solo quando fu rien trata seppe
di non voler correre la fascinosa avventura, si pent dellaudacia propria, si
spavent dellaltrui, diede alla madre la versione che sap piamo (cfr. par. 5),
fnendo di inguaiare la serva gi sospettata.
Un comportamento incauto, incoerente, contraddittorio, propenso a scari-
care su spalle altrui la propria parte di responsabilit, non sarebbe per questo
meno plausibile: anzi, vorrei quasi dire.
8
Aggiungiamo un paio di notizie sulle azioni del Breo successive a quella mat-
tina del 15 settembre 1656.
Il nostro un pianifcatore, avr altre occasioni di dimostrar lo, n successo
n insuccesso possono co glierlo di sorpresa, e la sua ritirata non una rotta
disordina ta. Nellabitazione di Sacco longo riunisce i compagni della fal lita
impresa (la Chiu chia, il fratello con la moglie, un altro huomo scarmo dett
dani 36 in circa non meglio identif cato), e per prima cosa scrive una lette-
ra compitissima (il giudi zio suo) alla signora Chiara Gazza chiedendole un
colloquio; poi una seconda al suo carissimo ms. [messer] Fabio oste di Bastia
(questa acclusa agli atti processuali, laltra no), perch metta bone parole con
la signora Chiara se questa lo man dese a trovare per fargli lecer la lete ra
7
, e per-
ch lo raggiunga a Sacco longo onde potergli discor rere abocha. Il giorno dopo
torner a Padova in carrozza (cfr. par. 3).
Il processo avviato contro di lui non lo allontana dalle occupa zioni e dai
luoghi consueti. Risulta che dia ricetto, oltre che a Laura Chiuchia, ad un
servitore delle Gazze: entrambi corrotti da lui, entrambi smascherati, si so-
no rifugiati presso quij vilani nominati li Breij
8
. Risulta anche che continui a
frequentare Bastia, ad infastidire ed a preoc cupare le Gazze, appoggiandosi
logistica mente non pi allosteria, ma alla casa del frate della chiesa della Bastia,
vicina a quella delle S.re Gazze che non vi altro che la strada in mezzo, a far lamor
con la S.ra Anzola se bene essa non voleva consentirgli; et lui per mezo di quel frate
procurava insinuarsi in casa di dette donne, anzi per questa causa le dette donne
sinimicarono con detto frate
9
.
Parecchi mesi dopo, nella notte che pre cede unalba di cui ripar leremo (quel-
la di luned 25 giugno 1657), movimenti dignoti fguri presso la casa destano
allarme, sempre che vogliamo pren der per buona questa informazione di
fonte sospetta
10
. In altra occasione un contadino confessa des sere stato pa-
gato (doi scudi dargiento) dallindefettibile Gio Batta perch gli procuri al cuni
effetti personali di Anzoletta (una cordella, o vero una scarpa) per poterle fare
un strighamen to.
Una casa resta senza donna ed unaltra senza uomo
9
A Padova, in un palazzo di via san Pietro (contr di San Piero), abitava allora
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 104
un ramo dellimportan te famiglia dei Bel lacati (anche Belacati, Pellacati, Pe-
lacati: sono forte mente tentato di vedere nelle diverse forme del cognome
altret tanti sforzi dallontanamen to da un originario Pelagatti, che direbbe
bene di uninclinazione riafforante qua e l nella discendenza. Ai Bellacati
piaceva comunque il loro cognome, che ricorre nelle loro generazioni anche
come nome proprio). Un Bellacato dottor, un Alvise medico, fratelli, si erano
trasferiti a Padova da Brescia verso la met del 500
11
, e il primo dei due
lante nato dei personaggi che incontreremo.
Non potevano vantare una nobilt araldica comparabile con quella dei Gaz-
zo, che discendevano da un Manfredino pode st di Padova nel 1206 o ama-
vano crederlo e farlo credere, ma erano forse anche pi ricchi. Accolti a pie-
no titolo nel novero della nobilt cittadina, sedevano da un secolo quasi nel
Maggior Consi glio e da decenni partecipava no alle cariche pi alte
12
.
Il 20 febbraio 1657, cinque mesi dopo i fatti esposti nel primo capitolo, nella
casa di via san Pietro muore Camilla, moglie di Ottavio Bellacato.
Il vedovo sulla sessantina, e non si sente troppo bene neanche lui. Gli amici
che vanno a trovarlo (i nobili signori Daniel Boromeo e Francesco Giusto)
lo trovano a letto, prostrato dalla perdita subita e pi ancora dalla preoccu-
pazione per la sua casa rimasta senza governo. A questo si rimedia facilmente,
gli sugge riscono: fai sposare tuo fglio Bellacato (devessere sui 15-16 anni;
di poco pi piccolo Girolimo o Momolo, fglio naturale di Ottavio e pure
convi vente). Mio fglio? Scherzate! troppo giovane. Le putte non voglion vec-
chi, gli ribattono, e gi subito a fare elenchi di possibili candi date.
Lidea buona viene al Giusto, che sta di casa vicinissi mo alla dimora padova-
Anni 50
del secolo scorso.
La famiglia
di Giovanni
Paccagnella,
con la moglie
Bruna Giona che
tiene in braccio
il fglio Oreste e,
a lato, Rebecca
Vanni. Davanti
i due fgli Orfeo
e Orlando.
altri promessi 105
na dei Gazzo: chiedere lAnzoletta. Fra le altre deporr le nominai questa
putta Gazza, dicendogli che sarebbe stata un buon partito per il giovine, ri-
spetto che anco haveva la madre, donna di buon spirito, et che sarebbe stata
atta a gover nar la sua casa.
Tutti i presenti a quel colloquio insistono volentieri sulla tesi dei due piccio-
ni con una fava, che appare come il peso che fa pender la bilancia; nessuno
invece riferisce che si sia fatto cenno allingente eredit destinata a seguire la
fanciulla: a va sans dire, letteralmente.
I Boromeo erano un po parenti della Chiara Gazza (un Antonio Boromeo
nominato come suo cognato), anche se non risultano rapporti fra lei ed il
signor Daniel; in ogni caso, non costui che si incarica della trattativa, anche
perch per aver la putta bisogna parlare non con la madre, ma con lo zio
Teodoro Boattin, e dunque un compadre di questo, il Sig.r Nicol Verda bio, sa-
rebbe stato buon mezzano, come quello che altre volte haveva tratato anco con il Sig.r
Ludovico Frecimelega (Frigimelica, famiglia padovana di primissi mo piano) per
questa putta Gazza, negotio che non si era poi con cluso.
10
Del gi nominato Nicol Verdabio (cfr. par. 3), egli pure abitante nella stessa
contr dei Giusti e dei Gazzo, nodaro ottimamente piazzato nelllite, membro
del Maggior Consiglio, solito rico prire incarichi pubblici, non sento il biso-
gno di dirvi altro; si sappia comunque che appartiene alla considerevo lissima
schiera di notabili cittadini solidale coi Bellacati nel corso delle vicende che
se guiranno.
Di Teodoro Boattin dir subito tutto quel che posso. invaria bilmente desi-
gnato come cognato della signora Chiara; faccio lipotesi che sua moglie Ma-
rietta, cui si accenna casualmente nel processo, sia la stessa persona di una
Marietta Gazza zia del lAngela (altra apparizione di striscio). Teodoro avreb-
be spo sato insomma la sorella del padre dellAnzoletta.
Era lui quello che haveva in custodia la detta giovine et la madre anchora, secondo
Daniel Boromeo: questo signi fcher, per come lo intendo io, che pupilla e
patrimonio gli erano stati legalmente affdati in tutela, e poich la dote a suo
tempo portata da Chiara non era scorporata dai beni della fglia (cfr. par. 15),
anche la vedova di fatto dipendeva da lui. Credo che la casa di Bastia dove
abitano spesso le due donne sia del Boattin, anche se per la maggior parte dei
testimo ni la casa delle Sig.re Gazze. Lui stesso ci abita, cos come a Padova
abita nella casa di via dei Tadi (questa sicuramente facente parte dellere dit
paterna di Angela). Nellepisodio del primo capitolo non appare mai, salvo
che per un accenno conte nuto in una frase del fdo boaro, da cui risulta mo-
mentaneamente assente e tocca infatti al Toffan in quella circostanza soste-
nere la parte del luomo di casa.
invece sicuramente a Bastia fra linverno e la prima vera del 57, in sieme
alle parenti. Se qui avete sussultato sorpresi avete fatto benissimo: a Bastia
in febbraio, in marzo? Non son mesi da star sene in campagna, quelli, clima
cattivo, fango dappertutto, pochi lavori, niente raccolti, e poi c il carnevale:
ma il nostro piccolo nucleo ha altro per la testa che balli e maschere. Te-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 106
Villa Manfredini
ripresa sul fnire
del secolo XIX
per una cartolina
illustrata.
odoro Boat tin stato proclamato
per lin quisitione, e teme di essere
arrestato; anzi, la Chiara Gazza
haveva mandato fuori di casa (da
quella di via dei Tadi) il meglio che
vi fosse, per tema che capitassero gli
sbirri per retenir il Sig.r Boatino
13
.
Dal che si trarr conferma che re-
almente la Chiara, donna di buon
spiri to, sa governare una casa con
previdenza (prevede facilmen-
te per esem pio che gli sbirri si
contenterebbero di portar via al
posto del procla mato ogni cosa di
valore): niente di preciso si ricava
invece sul genere di guai giudizia-
ri in cui il Boattin si trova va. Ri-
unendo gli sparsi accenni che sono in questo incarta mento, posso per dire
qualcosa della sua battaglia proce durale.
Al nostro doveva essere stato intimato, come si usava di frequen te (lab biamo
visto gi per il Breo), di presen tarsi alle carceri per far le sue difese (e nel
frattempo si stava dentro): natural mente, presentarsi non si usava con altret-
tanta frequenza (visto anche questo), e, fdando nella lentezza e trascuratag-
gine degli appa rati repressivi (visto), si lasciavano scadere i termini prescritti,
e intanto si frapponevano appelli, richieste di un nuovo termine (visto), ecc.
Un nuovo termine (cio la proroga della data ultima per la pre sentazione) ef-
fettivamente il Boattin lo ottenne quella primave ra, credo a maggio; se era,
come normale, di un mese, scadeva in giugno, e Teodoro visse abbastanza da
giocare la carta successi va: non un giorno di pi, come vedremo.
Non so quali fossero i rapporti quotidiani fra la Chiara e il cognato. Burra-
scosi, secondo una testimone
14
, intenzionata per a presentare la Sig.ra Gaz-
za come un caratteraccio lunatico e insofferente: mai lo lasciava star col dirli
che voleva levarsi da quella casa, che non voleva star sotto lobbedienza di alcuno e
(voleva) retirarsi da sua posta, et per tal causa ogni giorno se grida va. Fosse an-
che stato cos, sta di fatto che era lui lunico uomo a cui la vedova potesse
appoggiarsi.
Per tutto il seguito di questa storia nessun altro parente, e del resto nessunal-
tra persona che appartenga al suo ceto, muover un dito o dir una parola a
suo sostegno. Magari la madre Gazza era davvero un essere insopportabile e
aveva rotto i rapporti con tutti; magari lo scontro in cui si trover coinvolta
apparir al paren tado troppo impari per arrischiarcisi (Chiara sosterr che
lei e sua fglia erano abbandonate da parenti per spavento). Certo un simile iso-
lamento fa impressione, in una societ come quella, in cui relazioni di con-
sanguineit, solidariet di stir pe, alleanze di famiglia costituiscono obblighi
cogenti e inso stituibili ga ranzie.
Questo isolamento dalla parentela vale anche per il Boattin, che a Padova,
dove non pu farsi vedere, necessiterebbe di assistenza per la sua vicenda
altri promessi 107
La villa
di Frassanelle
allo scadere
del secolo XIX.
processuale e dice te stual mente li mieij parenti non me ne posso valer di
cossa alcuna. Non sembra per privo di appoggi fra le persone che conta-
no, a Padova e a Vene zia: allude in unoccasione alla protezione del lIll.mo
S.r Marco Priulli suo S.re; oltre che compare del Verda bio poi amico, per
esempio, di Gasparo Scoin, che ha casa al ponte di San Zuanne ed appartiene
alla crema della societ cittadi na, quel la fra cui turnano le cariche (era per
quellanno membro del Consi glio dei Sedici, anche se la mattina di domenica
24 giugno 1657, tenete a mente la data, venne sostituito in tale incarico per-
ch destinato ad assumerne uno diverso in luglio).
11
Fra Nicol Verdabio (pregato dal Giusto e dal Boromeo) e Teodoro Boattin
si sviluppa fra marzo e maggio una regolare corrisponden za. Quat tro lettere
del secondo sono accluse al processo, ed il loro argomento principale, ma
nientaffatto unico, la trattati va di matrimonio.
Le due Gazze, informate della proposta, mostrano un acconsenti mento non
entusiasta (la Sig.ra cugnata ne meno mia nezza non ga dispiaciuto) e nes-
suna fretta di concludere (come sar quetatto questo mio negotio i proble-
mi giudiziari, naturalmente o in bene o in male... si trat ter et spero che si
possi affetuare il tutto).
Fra le altre cose che dalle lettere del Boattin si ricavano almeno due vanno
ricordate. Una gi laccennavamo: non sono terminate le preoccupazioni a
causa di Gio Batta Breo, e Teodoro, in esilio dalla citt, soffre di non poter se-
guire da presso gli sviluppi del processo istruito contro costui, perche si tratta
della reputatione.
Laltra che i Bellacati sono per lui qualche cosa di pi di un nome noto: Sa
bene li ll.mo S.r Ottavio che li son servitor vechio, che quello non facesse per
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 108
Bastia. Festa
dei catechisti e
delle catechiste
diplomati
nellanno 1938.
luij non lo fareij per niuno, che sia sichuro che quello depender dalla mia
volont far tutto aci resta servito.
Lultima lettera, del 14 maggio, dichiara lintenzione del Boat tin (cui il nuovo
termine restituiva libert di movimento) di venire a Padova con le donne, et
se sequir quel tanto che conve r: non sa dire quando, perch lui in cattiva
salute e le due Gazze sono impegnate a dirigere il grande bucato di prima-
vera, il primo dei due annuali (come star melglio delli miei piedi et cossie
che mi butano la febre adosso et che queste gentildonne habiano fenito la sua
lisia veremo). Uno dei due impedimenti, credo, si protrasse troppo a lungo,
e la proroga doveva essere scaduta quando il Boattin si decise a recarsi a Pa-
dova: forse per questo ci and da solo, e arriv giusto fno a casa di Gasparo
Scoin, abbastanza vicino allin gresso della citt per chi veniva dalla parte dei
colli Euganei.
Qui, nella dimora dellamico, in una sera che probabilmente quella di sabato
23 giugno 1657, incontra Ottavio Bellacato accom pagnato da Nicol Verdabio.
Del colloquio, da presumere, sar stato testimone anche il padron di casa.
Secondo Ottavio Bellacato e Nicol Verdabio in tale occasione il negotio fu con-
cluso e la ragazza venne promessa, anche se non si mise nulla su carta, riman-
dando la scrittura nuptiale al momento in cui anche le Gazze fossero presenti.
Sono abbastanza incline a prestar loro fede su questo: mi piace rebbe per
che tale accordo esclusivamente verbale fosse stato confer mato dal Boattin
e, perch no, dallo Scoin. Questo non fu, ahim, possi bile.
Sta di fatto che in quel medesimo incontro, essercitando la confdenza di paren-
te, esso Boatino preg il S.r Ottavio che li facesse sicurt in forma alloffcio dellin-
quisitione, intenden do presentarsi, e gi la mattina dopo il Bellacato ghe fece la
sicurt de ducati 300 de ritornar allobbe dienza della Giustizia: insom ma (e que-
sto viene sottolineato quasi implicita conferma del patto concluso), impegn
i suoi soldi e il suo nome per garantire del lintenzione del Boattin di presen-
tarsi, rimettendolo cos tempo raneamente al riparo dal larresto.
altri promessi 109
Esemplare sollecitudine, come vedete; credo del resto che quella domenica
mattina Ottavio Bellacato si trovasse gi in centro, in zona uffci, per parteci-
pare alla seduta del Consiglio maggiore (cfr. par. 10) in cui fu eletto un nuovo
deputato al posto di Gasparo Scoin il qual dover entrare in Banca
15
.
Restituito dopo mesi, grazie a tale cauzione, alla libert di mostrarsi per le
strade di Padova, Teodoro Boattin quel pomerig gio stesso fece quello che
avremmo forse fatto voi ed io, usc a passeggio con lamico Scoin; e nei pres-
si del ponte di San Gio van ni, per ragioni che non so, da chi non so, luno e
laltro furono truci dati a schioppet tate. Forse uno dei due morto soltanto
perch era in compagnia del laltro, forse no. Intorno a questo assassi nio, che
certo Padova intera comment a lungo, non ho trovato altro che gli avari
accenni conte nuti in questo incar tamento. E pensate che rabbia: le allusioni
sono tanto asciutte proprio perch nessuno si di lunga sopra un fatto di cui si
gi tanto parlato, di cui tutti sanno tutto.
12
Di quel che vi ho raccontato fn qui sono abbastanza sicuro, anche se le Gaz-
ze negheranno alcuni particolari di non poco conto (diranno, ad esempio, di
essere state perfettamente allo scuro della trattati va di matrimonio: ma per-
ch il Boattin avreb be dovuto tacere con loro, e scrivere intanto al Verdabio
di aver avuto il loro consenso?).
Da qui in poi, non sono sicuro che alcune cose siano accadute davvero, e
quanto ai non pochi fatti indi scutibili, essi sono interpretabili, e vengono in-
terpretati dai protagonisti, in oppo ste maniere. Fra le diverse interpretazioni
ho le mie preferenze, ma anche quando la plausi bilit sembra stare netta-
mente da una parte (e non sta mica sempre dalla stessa, ma nellessenziale da
una s), non voglio rinunciare a mostrar vele entrambe. Separata men te, per:
vi raccon ter insomma due storie diverse, una dopo laltra.
La prima delle due quella che avreste sentito dalla bocca di Ottavio Bellaca-
to, o di Bellacato Bellacato, suo fglio e promes so sposo di Anzoletta, o di uno
dei loro numerosi e altolocati amici.
Un avvenimento stravagantissimo
13
Mentre si ritrovassimo il S.r Ottavio et io in casa del Turchet to in questa
citt capit nova che era stati interfetti li S.ri Theodoro Boatino et Scoino di
nome Gaspare. Ci da me inteso dissi al medesimo S.r Pellacato che non vi
era tempo da perdere se lui desiderava dhaver la putta per suo fgliolo, come
gli era stato promesso da suo barba Boatino, perche sapevo che vi eran altri
che la pretendevano dhaverla con violenza.
Come se il diffondersi della notizia che unereditiera era rima sta senza protet-
tore dovesse avere leffetto stesso del sangue che si spande in acque tropicali
pullulanti di squali; e su questo neanche voi, quando avrete letto la storia, vi
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 110
senti rete di dar torto a France sco Giusto. lui infatti che parla cos, e lombra
minacciosa evocata naturalmente quella di Gio Batta Breo (riferimenti alle
insidie provenienti da quella parte erano contenuti nelle lettere del Boattin).
Con sorprendente rapi dit agiscono ora Ottavio Bellacato e i suoi amici, deci-
si ad arrivare a Bastia prima che la nova vi giunga dalla citt
16
. Lomi cidio era
avvenuto nel pome riggio, lo avran no appreso ad unora ormai troppo tarda
per una par tenza imme diata: ma la sera stessa Ottavio ottiene dallallora Ca-
pitano di Pado va, Angelo Giustinian, suo singolar Sig.re (in tendo che il nobile
padovano avesse un particolare rapporto di clientela col nobile veneziano,
individuale o fami liare che fosse il legame), che gli faccia aprir le porte nellal ba
la matina seguen te.
Et cos restituisco la parola a Francesco Giusto la mattina a bon hora
partissimo da questa citt in quattro [con due servitori cio], et passassimo
davanti alla casa [la residenza di campagna] del S.r Nicol Verdabio Ten-
carola, al quale raccontas simo laccidente della morte di quelli due S.ri, lo
pigliassimo in carozza come quello che haveva tratato il negotio della putta
con suo zio et ci portassimo tutti alla Bastia.
Ognuno dei nostri ha, com naturale, il suo schioppo con s; stavo per dire
che solo un frate avrebbe viaggiato senza, ma non lo dico, perch mi sono
venuti in mente i nomi di un paio di frati che viaggiavano con.
A Bastia tutto tranquillo: nella casa di Teodoro Boattin, da poche ore quon-
dam, ancora si dorme.
Chiara Gazza si mise in un pianto grande alla nuova della morte del cognato
(che apunto non havevo altri che facessero per me se non quel solo et unico
parente, dir, e con ragione), ma, que tate le lacrime, altra la questione che
urge. Il povero Teodo ro, che il Signor labbia in cielo, aveva promesso lAngela
a Ottavio Bellacato per moglie di suo fglio; Nicol Verdabio, l pre sente, pu
testimo niarlo; avvenuto questo con loro consenso, ratif cano madre e fglia
lope rato del parente?
Tutti i membri della spedizione padovana riferiranno la rispo sta di Chiara
quasi con le stesse parole: Che se il S.r Teodoro fosse visciuto e si fosse pen-
tito, ad ogni modo esse non si sariano mai pentite.
Pi o meno questa anche la versione di Gio Batta Bonetti, altro compare
del Boattin che era venuto a trovarlo a Bastia, da Vicen za dove risiedeva, a
prender meglio aria perch convalescen te da una malattia, e si trov presente
allin contro
17
.
Mentre in corso questa visita (avvenuta, se i miei calcoli son giusti, luned
25 giugno 1657) arriva un fachino da Padova con una lettera della famiglia
Scoin che, oltre a portare lormai superflua tragica notizia, chiede istruzioni
e denari per la sepoltura di Teodoro Boattin. La Chiara non ha liquidi, Otta-
vio cava di tasca 4 o 5 zecchini e li passa al Verdabio, che manda ad un amico
tramite il messo medesimo soldi e istruzioni (il de funto riposer nella tomba
di famiglia dei Gazzo, nella chiesa di santAgostino ora scomparsa, presso
lattuale riviera Paleocapa).
Altri denari Ottavio d a Chiara per far tuor su il racolto, che era in stato; le la-
scia infne in prestito uno dei due servi tori che aveva con dotto seco, Pompeo
Patella, che possa sovrin tendere ai lavori della campagna (non c traccia in
altri promessi 111
Bastia.
Bambini e bambine
della Prima
comunione fatta
nel maggio 1938.
questocca sione della presenza di Paulo Toffan, chiss che fne ha fatto), ma
soprattutto che possa vegliare su quella casa restata senza uomo (perche
dubita va no che detto Breo capitasse a fargli qualche insulto essendo morto
il suo cognato).
Chiara stessa a chiederlo, che se potesse si trasferirebbe immediatamen te
a Padova (a questo punto probabilmente riferisce dessere stata spaventata
proprio quella notte da gente che si aggirava presso la casa: cfr. par. 8), ma
come si fa?, con il raccol to da seguire, con la residenza di citt praticamente
sguarnita di mobilia, e senza disporre di abiti adatti al lutto...
14
Nelle settimane successive pi volte per vario tramite (e con lettere scritte,
pare, dal Bonetti) la signora Gazza comunica con Ottavio, si fa mandare altri
soldi, chiede un incontro uffciale tra i novizi. Una nuova spedizione consente
lincontro, che assume i caratteri propri degli sponsali, di un rito di sposali zio
nel senso antico, extraecclesiastico, del termine: alla pre sen za dei consueti
Giusto e Verdabio avvengono il gesto del toccamano, un regalo di gioielli (una
gargantiglia, una collana cio, ed una vereta con un diaman tino), il bacio.
Al termine di questa visita, o, meno probabilmente, di una spedi zione succes-
siva, le due donne salgono in carrozza con i nuovi parenti (per la precisione,
il giovane promesso sposo, in serpa, carozzava personalmente) e via tutti a
Padova, con grande alegrezza, e con soste lungo la strada nelle ville di amici
che si felicitano, brindano, augurano.
Le due donne, vi meraviglierete, non smontano a casa loro, ma a casa dei
Bellacati, inaugurando una convivenza che va da quella seconda met del
luglio 57 al 17 marzo 1658.
15
Da subito, o quasi, i due giovani promessi cominciano uniti andare al letto.
Sul loro affatamento abbiamo in tutto poche intenerite parole di un amico
di famiglia: Vedevo questo gentil homo [Bellacato Bellacato] ...che molto
amava la S.ra Anzoletta destinatagli per isposa, alla quale faceva carezze che
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 112
parevano fossero puttini; puttini magari no, ma non fanno 35 anni in due.
Ad una pi uffciale cerimonia nuziale in forma religiosa natu ralmente si pen-
sa, ma senza fretta: anche perch la Chiara Gazza, avanti che fosse sposata la
S.ra Anzoleta sua fgliola, teneva a risolvere una questione patrimoniale. Dai
beni ereditari della fglia voleva in qualche modo scorporare ci di cui era
personal mente proprieta ria, cio la sua dotte e controdotte: come in effetti fece
(direi alla fne dagosto), assistita dal dottor Pochini (gi Avocato del q. S.r Bo-
atino suo congionto) e dal S.r Paulo Gragno ti proccura tor, con lincaminamento di
quegli atti che si potran no veder nei pubblici registri.
A sentire Ottavio Bellacato la Chiara ag in perfetto accordo con lui, che non
voleva se non le sue sodisfationi. Lo contraddice (involontariamente, penso) il
suo amico Giusto, che ricorda di aver cercato di mediare un vivace conflitto
fra i due, e di aver parlato alla donna per divertirla dallintentione che ha-
veva di voler ella star in casa del S.r Ottavio e manezar la sua dotte come gli
paresse, che il S.r Ottavio non si contentava volendo contribuirghe un tanto
allanno. Tanto era disgustata la signora che minacciava di andarsene da
quella casa portando seco la fglia, promessa o non promessa. Comunque sia,
il pagamento di dotte, o, per essere pi esatti, lassicurazione del suo valore in
beni stabi li, lottenne.
Veramente neanche Ottavio nega che ci siano stati momenti di tensione e
minacce di sfascio della nuova famiglia: ma li ricon duce ad altro motivo. La
Gazza madre avrebbe voluto raddoppiare gli sposalizi, e impalmare perso-
nalmente lui, il Bellacato padre: in questo senso su di lui faceva pressione
valendosi degli offci del giovane Bellacato. Al che rispose che essendo vecchio,
n buono per donne, n bene asciutte le lacrime di sua moglie, non poteva in questo
satisfarla. Sarebbe stata questa ripulsa a mandare in furia la madre, a farle
esprimere il proposito di menar via la fglia. Se vuole andarsene lei, padrona,
le si manda a dire, ma la Sig.ra Anzoletta era gia destinata in moglie al S.r Bella-
cato... e sopra la fede di matrimonio haveva dormito 40 e pi notte con esso: non era
il dover che la levasse.
Troppo giusto, troppo evidente. Parve che la sudetta Sig.ra Chiara si acquietas se.
Parve, ma da qui, ci vuol dire Ottavio, cov in lei lavversione per quellunio-
ne e per quella convi venza.
Pi o meno in quel periodo si trasferiscono in ca Bellacata dalla residenza di
Bastia diversi mobili (la parola aveva un senso pi ampio di quello odierno: si
tratta qui soprattutto di bianche ria), di cui si fanno valutazione ed elenco con
laiuto di un tecnico stimador di monte (dei pegni), e la Chiara, uffcial mente
investita del gover no, riceve chiavi e liste dei mobili di casa.
16
Verso la fne dagosto, o allinizio di settembre, la Chiara vuole essere por-
tata con la fglia nella villa che i Bellaca ti hanno a Tremignon, vicino a
Piazzola, ove haveva inteso haver belle cose. Le due donne vi si trattengono
con molto gusto e molto a lungo (aggiungeremo che il momento della se-
conda lisia dellanno, da farsi entro la fne della bella stagione), a perio di
con qualcuno dei Bellacati, a periodi sole. Ottavio Bellacato, in particolare,
altri promessi 113
Bastia.
I catechisti e
le catechiste
diplomate
nellanno 1937
mostrano
orgogliose la
pianeta rossa con lo
stemma vescovile,
ricevuta quale
premio per il terzo
posto raggiunto
nella graduatoria
diocesana.
deve seguire i suoi affari nelle numerose campa gne che possiede (ha, per
esempio, unaltra villa con relative perti nenze a Vigonza, nonch terre da-
te in afftto allArcella e altrove), e deve inoltre recarsi a Consel ve, di cui
stato eletto vicario.
Di sicuro in settembre, diciamo verso o dopo la met del mese, lo sposo Bel-
lacato Bellacato l con Anzoletta, visto che la ragaz za resta incinta. Quan-
do ne sar stata certa, e lavr comunica to? Non prima di novembre, si pu
supporre.
Et essendo di gi la Sig.ra Anzoletta resa gravida, la verit che esso S.r Bellacato
haveva deliberato per ogne buon termine di convenienza di voler che il S.r Bellacato
suo fgliolo sposasse la Sig.ra Anzoletta privatamente in detta villa; al che, se bene
esso S.r Ottavio ne fece molte instanze, non volse mai condescen dervi la Sig.ra Chia-
ra, dicendo che essendo sua fglia gentildon na voleva che fosse sposata in citt, il che
caus dilatione di matrimonio.
Due cose avvengono quasi contemporaneamente poco prima di Natale: le
Gazze tornano a Padova (il 20 o il 21 dicem bre), e Ottavio Bellacato viene
arrestato e messo in prigione. Il che, dato il calibro del personaggio, autore-
volissimo in Padova e investito proprio in quei mesi di un vicariato, deve di-
scendere da imputazioni di gran peso, legate forse ai suoi incarichi pubbli ci.
Per la terza volta un caso estra neo alla vicenda che qui si narra ne incrocia
il percor so, e per la terza volta devo rammaricarmi di averne fnora cercato
invano altre tracce archi vistiche. Se dispiace alla vostra curio sit, fgura tevi
alla mia.
La detenzione comunque non divert punto Ottavio dalla sua risso lutione, perch
fece elevar un mandato episcopale, il Carneval del 1658, perch potesse essa Sg.ra
Anzoletta sposarsi privata mente, et sarebbe seguito se la Sig.ra Chiara non si fosse
opo sta, dicendo che vol aspettare che il S.r Ottavio esche di pri gione.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 114
Bastia.
Il gruppo
delle missionarie
ripreso nel 1938.
17
Di prigione il signor Ottavio non uscir pi: ci morir lestate successiva, ma
questo per ora nessuno pu saperlo.
Basta per la notizia del suo arresto a riaccendere mire e trame della vecchia
nostra ostinatissima conoscenza, Gi Batta Breo. Cos almeno ricostruir i
rapporti causali e temporali Bellacato Bel lacati, lo sposo, nei suoi capitoli,
esposizione ordinata per punti di fatti e circostanze su cui si chiede lescussio-
ne di testi (era naturalmente opera di avvocati). Alla forzata assenza da casa
del vecchio corrisponde lintroduzione di una presenza nuova, quella di una
tal Gasparina che prende a frequentare quotidianamente le Gazze in qualit
di cameriera non residente.
Indovinate che cosa aveva fatto costei, che gi era stata al servizio del Boat-
tin, nellintervallo fra la morte del vecchio pa drone e lassunzione del nuo-
vo impiego? Ma era stata alle dipen denze del Breo, naturalmente: pi come
amante, si aggiunge, che come serva. Come sua agente in ogni caso viene
insinuata nella casa stessa Bella cata e posta al fanco delle nostre donne, ed
intro duce alla loro dimestichezza pure una complice, una tal dona detta la Se-
cha, moglie del cogo dei SS.ri Frizimelega, con la quale abita l presso. Per questo
doppio tramite il Breo si lavora le Gazze.
Le loro seduzioni rinfocolano facilmente in Chiara lavversione per la casa
Bellaca ta e il desiderio di una piena indipendenza, cos che tutte e tre si dan-
no a pressare la giovane Anzoletta perch si convinca a mollare lo sposino e
a cambiar sorte. La ragazza resisteva, che lei non si voleva partire dalla casa del
S.r Pellacato in alcuna maniera perche lo teniva in conto de padre... che non voleva
assolutamente far una cosa tale, che credeva esser amata e reve rita da tutti, che non
era di dovere usargli un affronto tale. Curioso che manchino, fra questi argo-
menti (stiamo seguendo, ve lo ricordo, la versione dei Bellaca ti), i due che
ai nostri occhi sarebbero i pi forti: voglio stare col mio sposo, e aspetto un
fglio da lui.
altri promessi 115
Lassedio comunque non si allentava. Gasparina e la Secca, pu testi-
moniarlo una vicina, uscendo al mattino di casa scherzavano fra loro: An-
diamo a conzar la testa alla S.ra Anzo letta, quasi volessero dire: a pettinarle
il cervello.
La testa della signora Anzoletta non docile da conzare, se pre stiamo fede a
coloro che nel corso stesso dellepisodio cui tra breve assisterete (v. par. 18)
la videro afflitta e mesta... pianger dirottamente, dimo strando contro sua voglia
esser guidata dalla Sig.ra Chiara sua madre.
Anche ad altre attivit si dedicano, a quanto pare, la Gasparina e la Secca.
Per esempio asportano a pi riprese dalla casa, con la connivenza della signo-
ra Chiara, viveri e biancheria. Ma soprattutto, da presumere, mediano un
ftto scambio di messag gi fra la Chiara e il Breo.
Trascorre intanto il carnevale sforando appena la casa il cui padrone incar-
cerato. Una sera entrano in casa alcune maschere, le pi belle maschere che si
possi vedere, a scherzare con le signore. A posteriori si riterr che fra di loro
ci fosse il Breo. Un sabbato de sera in tempo de quadragesi ma [il primo sa-
bato di quaresima cadde quellanno il 9 marzo: questa, o quella del 16, sono
le uniche date possibili] ...ca pitorno alcuni sona dori sotto le nostre fnestre,
racconta Orso la, massa ra dei Bellacati; sentij la S.ra Chiara dir verso sua
fgliola: vedito fgliola che belle musiche, se dio vor ghe ne haverai quante
vorai... Io poi le dissi se conoscevano quelli sonadori, la S.ra Anzoletta me
rispose: forse che s che li conosco.
18
Alcuni mesi fa il S.r Bellacato Bellacato fg.lo del S.r Ottavio contrasse sponsali con
la S.ra Anzoletta Gazza, et le don con forme il costume de sposi una gargantiglia di
gioie, le tocc la mano, la tradusse a casa come moglie, et havea gi elevato manda to
episcopale per poterla sposar in casa, che subito non si essequi per la prigionia del S.r
Ottavio padre del sposo.
Essendo in questo stato le cose, seguito avenimento stravagan tissimo; un tal Batta
Breo, artigiano temerario sopra il credere, et che altra volta faceva il vago con la detta
Anzoletta, le tese insidie et tent rapirla, presa occasione opportuna dalla prigio nia
del sodetto S.r Ottavio, hieri, 17 del corente, ha con ma niere infami fatte portar la
Sig.ra Anzoletta et madre di lei in una casa vicina alla Bellacata scortandole con
vinti in circa tutti armati darcobugi longhi et curti, et poi entrato in essa casa, che
della Sig.ra vedova Benedetti, ardi per forza far poner li cavalli della medesima
sudetta sotto la carrozza, et quelle condusse dove pi le piacque.
Questo fatto gravissimo per tanti riguardi ha commossa la citt tutta, vedendo
unartiggiano tanto ardire di levar con altissima ingiuria dalla casa di con spicuo
gentilhuomo una giovane gentil donna sposa del fgliolo; qual sij le conseguenze che
succeder possono ben le comprende la somma sapienza di Vostra Eccellenza (il Pode-
st di Padova, cui indirizzato lo scritto steso per conto di Bellacato Bellaca-
to in data 18 marzo 1658), ma perch eccesso gravissimo resti con suprema autorit
et con pena adegua ta seve ramente punito nelle persone del raptore et compagni et
complici, pertanto humilissimo il S.r Bellacato sposo suppli ca Vostra Eccellenza a
restar servita di portare con sue questa sincera espressione di fatto allEccellentissimo
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 116
Consiglio di Dieci a fne che si degni quel gran Sacrario delegare con autori t e rito
a Vostra Eccellenza, o aglEccellentissimi Rettori con lEccellentissima Corte, il caso
e tutte le cose connes se e consequenti... (liter qui auspicato si svolse in effetti sol-
lecitamente, e gi il primo daprile il processo era stato dele gato dal Consiglio
dei Dieci ai Rettori di Padova).
Lidea dellaccaduto che vi siete fatti leggendo queste righe necessiterebbe su-
bito di chiarimenti e corre zioni di non poco conto. Non basterebbe a darveli
un altro scrit to che reca la stessa data e che vi risparmio, la denuncia porta ta
alloffcio del Maleffcio da Zamaria Trevisan, capo di cento della Parrochia di San
Pietro (lequivalente in un di stretto cittadino del degano in un paese): non ba-
sterebbe per lottimo motivo che la denuncia ispirata dalla fonte medesima
e dalla medesima inten zione dellaltro documento, pur evitando una palese
falsit in quello contenuta (che il Breo avesse cio fatto por tar, con quel po
po di scorta, le due Gazze in casa Benedet ti).
Il nodaro Giacomo Maggione, cui tocc, a seguito di tale de nuncia, di avviare
una prima istruttoria, si fece certamente unidea pi chiara dei fatti interro-
gando quel giorno stesso la signora Livia vedova Benedetti e la sua servit.
Sulla base soprattutto di queste testimonianze (prudenti, ma nel comples so
abbastanza neutre) vi racconter a suo tempo (v. par. 26), per sommi capi e
per quanto possibile, quel che plausibilmente successe nella tarda mattina del
17 marzo 1658, domeni ca di pioggia. Ma il proposito che ho ri spettato in que-
sto capitolo era quello, ricorderete, di darvi una versione di parte; e voglio
che dei fatti in esso narrati sentiate adesso laltra, quella delle Gazze.
Una tribulacion sopra grande
19
Torniamo a Bastia di Rovolon e a quellora di prima mattina del 25 giugno
1657, quando larrivo di Ottavio Bellacato e dei suoi quattro compagni sve-
glia la casa in cui le Gazze stanno dormendo.
Son il corvo delle male nove, perch vi do avviso esser statto hieri a 20
hore... amazzato il S.r Theodoro Boatino vostro cogna to, esordisce il Bella-
cato. Gi la vista in casa sua di tanti uomini armati dachibuggi lunghi et curti
18

aveva spaven tata la signora Chiara, facendole sospettare qualche tradimento, o
altro male; la notizia la sbigottisce del tutto, e scoppia in dirotto pianto misu-
rando in un lampo la sua nuova solitudine e la sua nuova debo lezza: non
havevo altri....
Il Pellacato mi disse, continua Chiara, che apresso quella disgratia le ve-
niva ancor lui passione [traduciamo: che il lutto era anche suo], perch esso
S.r Theodo ro avesse promessa mia fgliola per moglie a S.r Bellacato di lui
fglio. Le due donne cadono dalle nuvole: questa in merito la prima parola
che sentono. Ma lui repplic esser questo verissimo, e lo fece anco attestare
da quei altri S.ri, che coadiuvavano in persuadermi. Propone addirittura che
le gentildonne traslochino subito in casa sua.
Noi povere donne timide, dir Anzoletta Gazza, non havessimo modo
altri promessi 117
Bastia.
Religiosi in posa
il 13 luglio 1937
in occasione della
prima messa solenne
del parrocchiano don
Ampelio Montemezzo.
Da sinistra a destra
in prima fla: padre
Eusebio o.f.m., don
Ampelio - sacerdote
novello, il parroco
e un sacerdote
ferrarese.
In piedi: il chierico
Ottorino Tubaldo,
don Antonio Forestan,
don Antonio Fraccaro
- cappellano, don
Vittorio Furlan.
di opponersi a quanto lui asseriva perch oltre lesser huomo et con quattro
compagni haveva in aggionta lui et gli altri gli archibusi alla mano et il sig.r
Ottavio in aggionta haveva le pistole18, alli altri non le vedessimo perch
havevan le gaba nel le: insomma, di mettere in dubbio le sue parole non han
corag gio. La madre fn col rispondere che non sapeva cosa alcuna di questi
tratati, ma che se era destinato dal S.r Dio quel matrimo nio, ghe penserebbe
e gli haverebbe mandata dire.
Le donne resistono per, in quella giornata, sul punto del tra sferimento. Qua-
si in risposta a questo (e non dunque a protezione da temute insidie del Breo:
su queste non si trover una parola nelle dichiarazioni delle Gazze) Ottavio
lascia di sua iniziativa in casa loro il suo servitore armato: per dar al mondo
ad inten dere dhaver lui preso possesso di casa mia, e levar forsi ad altri [al
Breo?] il modo di trattarsi per matrimo nio di mia fgliola, dice Chiara
19
.
Qualcuno, inspirato forsi da piet (il servo stesso, secondo Chiara; gente di fora
via, secondo altri) moltiplica le appren sioni delle signore Gazze commise-
randole, perch erano cativi questi Pellacati, e per dovevano temere dandar loro
in casa. Sono angosciate, le due donne, Povere noi, che sar di noi, andar in
casa di gente non conosciuta, e non haver alcun del cuore, eppure in quella
casa vanno davvero, forse un mese dopo quella mattina di giugno.
Il passaggio in ca Bellacata non vien preceduto, nel loro rac conto, da sponsali
di sorta, il che rende una decisione del genere ancora pi diffcile da spiegare:
loro parlano di impossi bilit di resistere alle pressioni di Ottavio soprattutto
dopo che egli, agli occhi del mondo, le aveva gi compromesse inse diando il
suo salariato in casa loro. Ribadisce Angela: Ero necessitata dalla reputazio-
ne, havendomi lasciato il sig.r Bella cato in casa un suo soldato quando vene a
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 118
Roma.
Un gruppo
di parrocchiani
di Bastia in
pellegrinaggio alla
Citt Eterna.
trovarmi, e con questa forma fece conoscere al mondo il possesso che haveva
sopra di me.
Le due donne si troverebbero gi dunque su di un piano inclinato diffcile da
risalire, necessitate dal bisogno di recuperare la reputazione a compiere atti che
le faranno scivolare via via pi lontane da tale obiettivo.
Qualche cosa che nella deposizione delle Gazze manca, e trapela invece da
quelle dei testimoni da loro stesse indicati, pu aiutarci a comprendere ap-
pena un po di pi: andare in casa di Ottavio Bellacato parve alla Chiara e
a sua fglia il male minore (semplicemente per la condi zione loro di donne
indifese, senza pi parenti che facesse ro per loro, o per qualche meno indefnita
minaccia?). certo che non us lui (il Bellacato) alcuna forza, n di parole n di
fatti; la servit di casa ricorda le parole della padrona quel giorno, fra le lacri-
me, che bisognava che andas se... con li Bellacati perch era sola, essa S.ra
Chiara, n sapeva a che banda buttarsi per li fatti suoi.
20
Nella nuova casa e nella nuova condizione Chiara appare, attra verso le sue
parole stesse, occupata immediatamente ed essenzial mente da un problema:
mettere al sicuro la sua dote, facendosela garantire dalla fglia su beni immo-
bili. LAngela prontamente condescese a domanda cos giusta. Ne abbiamo gi
parlato, e conosciamo allincirca tempi e modi in cui questa fac cenda si con-
cluse. Avevamo anche gi intui to che su questo punto era nato un robusto
litigio col vecchio Bellacato.
Ora apprendiamo che Ottavio fece dire in proposito ad Anzoletta che guar-
dasse a non far niente, perch ne sarebbe per provare una cattiva vita. Anzoletta,
proprio come un anzoletto, voltatasi guardar il cielo, disse: Pazienza, Sig.
ra madre, non dubitate, che se mi scorticassero voglio farvi la quietanza. Ad ogni
altri promessi 119
buon conto, per far venire in casa il Grignoti ed il Pochini (cfr. par. 15), le
donne aspettano che sia fuori la citt il vecchio in sieme col fgliolo, per mettere
allordine di andar a Conselve, cio per preparare il suo soggiorno col in veste
di vicario (cfr. par. 16).
Conselve dista pochi chilometri da Arre. Forse in quellocca sione il Bellacato
fece una visita che gli stava a cuore: vene a Ar il vechio, il S.r Ottavio,...
chera puoco tempo chera vicario a Conselve, e si fece ricono scere per pa-
drone dei beni di quelle S.re perch fece me e gli altri lavoratori fatticar nel
cavar fossi alle possessioni della sig.ra Chiara, onde da questo argo mento che
possi haversi impa dronito anco del resto della sua robba, racconta Pasqualin
Ferro, affttuale delle Gazze. Come padre dello sposo di Anzolet ta Ottavio
assume de facto lammini strazione dei suoi beni, nonch quella di alcune chie-
sure, sempre ad Arre, di propriet di Chiara, e riscuote da quel momento
tutte le loro entrate.
Se vogliamo a questo punto parlare anche di faccende minori, perch Chia-
ra non donna da passarci sopra, ella ricorda che poco dopo, avendo fatta
portare la sua roba da Bastia, di essa fu fatta valutazione attraverso persone
scelte da Ottavio, senza linserimento di alcuno che facesse per me, che poi
fnita la stima di tutta detta roba la mand subito a Conselve, per fornire la
casa del vicariato suo.
Ma non sono queste ormai le preoccupazioni dominanti delle due donne:
non sarebbe tempo di pensare alle nozze? Ad altro pensa il giovane Bella-
cato (lasci star dandare a dormire con mia f gliola, tenendo in pi ve-
neratione la sua puttana
20
). Ottavio, in questo agosto-settembre, va su e
gi da Conselve, ma promette che lo sposalizio presto si far; anzi la stessa
faccenda dei mobili di Bastia trasportati prima a Padova e poi nella sede del
vicariato era stata in ori gine presentata come trasloco del corredo per la
sposa: mand alla Bastia... per portar in citt le nostre robbe ci biancarie
e fornimenti della casa dogni sorte volendo far la stima alla putta, e sposarla
al suo fgliolo.
Invece Ottavio e Bellacato portano le donne a Tremi gnon, nella loro villa,
dove si celebrer intanto il rito della lisia; dopo qualche giorno se ne vanno
per essitar del frumento, promettendo di tornare di l a poco per la celebrazione
di quellaltro rito. In loco di ritornarvi, non s pi veduto n il vechio n il
fgliolo n altri di casa.
21
La vita delle due signore in villa (ci rimarranno, lo sappiamo, fn oltre la met
di dicembre) assume di giorno in giorno, nella relazione che esse ne fanno, i
caratteri da incubo dellesistenza in un lager, quasi una sadica punizione per
laffare della dotte di Chiara; e ricorder del resto anche Angela che Ottavio
le aveva fatto dire... che se io facevo quietanza alla Sig.ra Madre per il suo
mariozzo mi voleva [far] fare una vitta da cani: in somma non mi promesso
se non la verit.
Sono l con i loro abiti leggeri da estate, ma la sta gione avanza ed il clima si fa
precocemente invernale. Mancano in villa prov viste di mangiare, di legne, sale
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 120
e di tutto quello che fa di bisogno al sostentamento
duna casa, massime dinverno cos rigo roso; re-
stano senza esito le richieste di soccorso che
fan perve nire ai Bellacati attraverso i contadi-
ni della villa. Da questi sono state costrette a
tior ad imprestito il cibo, passen doci nel viver
di raveti la sera e la mattina de verze, che si
pu dire spiantassimo tutto quanto vi era in
quellorto.
La loro odissea di fame, di freddo e di abban-
dono assai ridi mensiona ta dalla deposizione
di una testimone da loro stesse prodotta
21
, ma
che le due patissero non v dubbio, lascia-
te comerano in quellattesa interminabile, a
pianger la loro mala fortuna, et maledire chi era
causa di queste crudelt e tirannie, con Angela
certa ormai della sua gravidanza che si chie-
deva se le nozze promesse sarebbero arrivate
mai, e quando pensava di no certo si dispera-
va, e quando pensava di s non so quanto se
ne consolasse. Forse in quel periodo (pi tar-
di, secon do il racconto della madre) la ragazza si ammala, tanto che fni sce
per trovarsi in letto quasi stroppiata.
22
Larresto di Ottavio Bellacato appare a Chiara come una speciale provviden-
za di Dio mirata al loro ristoro: e subito in effetti viene a prelevarle dalla terra
desilio il giovane Momolo. Ma del rientro nel palaz zo di via san Pietro non
avran motivo di ralle grarsi: pessimi maltratamenti, una vera reclusione (non
lascian doci mai uscir di casa ne anco per andar alle chiese), comporta menti
ingiuriosi (conducendoci il S.r Bellacato sotto li occhi diverse volte meretri-
ci, strappazandoci con parole di tutto di spregio). Ora che Angela incinta ed
ha pi che mai bisogno di farsi sposare la condotta di Bellacato Bellacato, che
ne ha in pugno la sorte, si fa nei suoi riguardi insopportabile
22
.
Torna s (non si sa per quanto) a dormire con lei, e con locca sione, secondo
la madre, lemp di male di rogna, scolamenti et altri sporchezzi, sempre che non
lavesse fatto prima, com opinione di Angela, la quale aggiunge allelenco
il mal francese: auguriamole che almeno questa, che ha tutta laria di essere
unautodiagnosi, non risultasse poi confermata.
Alle quotidiane, imploranti richieste la risposta, da dilatoria che era, si fa aper-
tamente ricattatoria: il giovane Bellacato stufo di giocare a carte coperte e
dichiara fuori dai denti che se vuol essere sposata la ragazza deve prima fargli
donazione for male dellintero patrimonio.
Quando io mi vedevo crescere il ventre, essendo gravida di lui, lo stimu-
lavo perch si facesse questo matrimonio: mi rispondeva che non voleva
far cosa alcuna, se non le donavo il mio. Io le rispondevo che non volevo
La facciata della
chiesa di Bastia.
altri promessi 121
privare la creatura che havevo nel ventre ne la mia persona della propria
robba, e lui mi rispondeva che non voleva far altro, et gettava il mandato
episcopale su la tavola et diceva: Vedetelo l, quella la licenza di sposarvi,
ma cospettonazzo, e sanguinazzo, con laggionta di Dio, io mai vi sposer
se non mi fatte questa donatione. O, se preferiamo sen tirla raccontare
dalla bocca della madre, altro non mi risponde va che desser matta e inspi-
ritata, e fnalmente nel repplicarli queste instanze, messe mano in scarsella
dicendo: Ecco qua il mandato per il sposalizio, ma non voglio farlo, voglio
andarmene a forbir il cullo, se volete che la sposi voglio che mi facci dona-
tione di tutto il suo.
Stiamo seguendo qui, non lo dimentichiamo, la storia come le Gazze la rac-
contano: ma, indipendentemente dalla sua verit, qual la sua logica? Che ai
Bellacati interessassero i beni di Anzo letta e non altro laveva mo capito subi-
to (lei po veretta ci arrivata poi, dal tono con cui dice: veramente conosco
che la mia robba mi ha fatto fortuna, et li SS.ri Bella cati solo sopra quella de-
signavano e di quello erano invaghiti). Ma non bastava sposare la ragazza?
Questa devessere stata, in effetti, la loro prima intenzione: forse stata
modifcata nellattimo stesso in cui appresero della morte di Teodo ro Boattin,
forse nel corso del mese che separa tale decisiva circostanza dallinizio della
conviven za, o forse persino pi tardi. Sta di fatto che nella mutata situazione
videro lopportunit di avere i beni pi direttamente e pi pienamente.
Angela, anche da maritata, sarebbe rimasta proprietaria della sua eredit pa-
terna; non avrebbe potuto disporne libera mente, sarebbe stata sotto la tutela
del marito (cos credo, almeno), ma lammi nistra zione di questultimo sareb-
be stata a sua volta sottoposta a vincoli precisi.
I fgli di Angela e di Bellacato sarebbero a tempo debito diven tati padroni di
quella robba, Bellacato mai. Dal punto di vista della strategia patri moniale
della famiglia non faceva differen za. Dal particolare punto di vista di Bellaca-
to, ed anche di suo padre Ottavio, la differenza era straordinaria.
23
Il nuovo soggiorno a Padova (durer, come sappiamo, tre mesi meno tre
giorni) non signifca neppure, nel racconto delle Gazze, la fne dei disagi ma-
teriali. Fin dal loro primo ingresso in casa dei Bellacati le entrate delle loro
campa gne son rimaste nelle mani di costoro, e loro due sono al verde, tanto
che devono farsi prestare poche lire da qualche affttuale che adesso, a Carne-
vale, va a trovarle per portar loro le tradizionali onoranze di pollame: bene-
dette onoranze, perch anche di vitto han scarsit, per non parlar daltro. Io
addimandavo al Sig.r Bellacato, che credevo essere mio novizo, qualche suf-
fragio s per il mangiare come per vestirmi, racconta Angela, e lui sempre
su le sue mi rispondeva che cospetazo... non haverei havuto niente se non li
facevo la donatione.
Intanto le condizioni di salute della ragazza si aggravano, ed essa si trova in
statto cos deplora bile,... che dubbitando io [Chia ra, naturalmente] potesse
intra venirgli anco la morte, per ch si era ridotta imobile et a segno che io la
voltavo con li lenzuoli, dissi per a lui [B. Bellacato] che si raccordasse di Dio,
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 122
la sposasse come haveva promesso, acci che non la morisse in quel peccato
mortale e che andasse a ca del diavolo.
Che la meschina sia proprio malridotta non lo sappiamo soltanto da lei e
dalla madre, perch anche altre persone lhan vista in quel periodo: la Tere-
sia, per esempio, da Carbonara (un miglio discosto da Bastia), flatrice di lino,
solita lavorar per le Gazze (secondo mi davano da lavorare li portavo il
fllo, et ne tollevo il lino a far dellaltro). andata con unamica a trovarle
a Padova, a febbraio, portando loro in omaggio la prima insalata selvatica
dellanno, quei ramponzoli che ancor oggi negli Euganei si ricercano come
una ghiottoneria: vedendo la Sig.ra Anzoletta in statto totalmente diverso
da quello che godeva in villa, dove era sana et gagliarda, e qui in citt la vidi
piena di rogne e di male, che teneva tutti due i brazzi appesi al collo, mi
fece compassione... veramente era in una cadrega imobile, che bisognava
sua madre le dasse il bocon in bocca, poich non poteva meno tener un
pirone in mano.
Si teme che possa disperdere, abortire; una levatrice chiamata a visitarla e le
fa con loccasione un rimedio da onzersi, penso per le infezioni cutanee (rogna)
di cui soffriva.
24
Angela, sofferente ed angosciata, si dibatte in una trappola che la tien prigio-
niera pi assai che le stanze da cui non la fanno uscire. La sua reputatione le
stata tolta, e solo chi glielha strappata pu restituirgliela con il matrimonio:
riu scire a farsi sposare lunico obiettivo cui pu tendere, e la gravidanza
deve darle motivi ed urgenze in pi per volerlo rag giun gere. Perch non fa
donatione di tutto il suo, perch non cede al ricatto? Il giovane Bellacato, che
unaquila non doveva es sere, era sicuro che si sarebbe sottomessa alle sue
condizioni. Perch lei non lha fatto?
Voi lavrete gi capito, lavevo capito gi anchio, ma facciamo lo dire a lei:
Dio le [= a Bellacato] ha levato il cervello, et ha permeso che lui habbi mul-
tiplicato tanto verso di me le ingiu rie, disperandomi che potessi recuperare
lhonore, che mi son risolta a partire da casa sua, e certo eleggerei prima la
morte che tornargli. Disperandomi che potessi recuperare lhonore: non ha ce-
duto per ch aveva perso ogni speranza che cedere potesse servire. Il mandato
episcopale che il suo promesso le sventolava sotto il naso era, laveva capito,
solo uno specchietto per allodole, e non credeva che Bellacato lavrebbe spo-
sata, quando lei si fosse piegata al ricatto.
Anzi, cominciava a pensare che una volta impadronitosi di tutto il suo lavreb-
be volentieri lasciata morire, se la malattia o il parto lavessero condotta in
pericolo di vita (se partorivo in casa sua certo sarei mor ta), o temeva che
lammazzasse addirit tura (altro non era ricercarmi la donatione che il voler-
mi privar di vita con morte violenta).
Rifutarsi di sottoscrivere la donazione doveva apparirle in quei giorni, prima
ancora che una difesa dei diritti del nasci turo (v. par. 22), lunica garanzia
possibile per la sua stessa vita: fnch non ho fatto la donazione non gli con-
viene che io muoia.
altri promessi 123
Il centro di Bastia
con il vecchio
Uf cio Postale
in una cartolina
illustrata spedita
nellestate 1931.
La Gasparina deporr, liberi noi di crederle, di esser venuta a conoscenza
di una conversazione fra Bellacato e Momolo, in cui quellebete del fratello
maggiore chiedeva al minore una consulenza di diritto patrimoniale (Momo-
lo doveva raccon tarla in giro per casa come quella barzelletta che era): Una
mattina il Sig.r Girolimo disse alla mia presenza che suo fratel lo lhaveva
ricer cato se, morendo la Sig.ra Anzoletta, le resta ria la robba, non havendola
sposata, e lui le disse di no.
25
Nella versione che ne danno le Gazze, la loro uscita da casa Bellacata solo la
fuga da qualcosa, non verso qualcosa, un puro riflesso di autoconservazione.
Non potendo pi mia fglia insistere alle tiranidi dhuomini cos crudeli... e
vedendosi anco avvicinata al parto con pericolo di perdere la vita senza confes-
sione n comunione, si rissolse di partire, e ancorch io la suadessi di distrarsi
da questo pensie ro, non volle assentire: usc una mattina come disperata, la
seguitai anchio per non abbandonarla. Andassimo dalla S.ra Bene detti con
gasparina
23
nostra camariera, quale mandassimo a trovar il S.r Z. Batta Breo,
come amorevole del q. S.r Boatino, perch venisse a levarci da quella casa,
dubbitando che se incon trassimo nei Pellacati ne potessero amazzare. Non lo
trov a casa, ma ben due dei suoi soldati [servitori], che non li conosco n so
li suoi nomi, quali vennero a casa della Benedetti, la quale impre stataci la sua
carozza partissimo; e mentre erimo in piazza del Castello sincontrassimo nel
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 124
In bicicletta
davanti alla chiesa
di Carbonara,
negli anni
dellultimo
dopoguerra,
quando il
campanile
attendeva ancora
la cuspide.
S.r Breo medesimo, che vene accompa gnarci
fno al ponte de legno, prendendo alloggio in
casa dun nobile non so chi sia. E la mattina an-
dassimo a Vene zia, facessi mo ricorso nellEc-
cellentissimo Consiglio di Die ci....
Lasciatemi per ora soltanto sottolineare in ros-
so quei due Sior davanti al nome del Breo:
chi li avrebbe potuti immaginare, un anno e
mezzo prima, in bocca a Chiara!
Non un lieto fne, ma poteva fnir peggio
26
Vi avevo promesso una pi attendibile ricostru-
zione del fatto clamoro so del 17 marzo 1658,
che abbiamo sentito raccontare in modi tanto
diversi dalle due parti in causa. Eccovela.
mezzogiorno passato. La vedova Benedetti,
signora Livia, andata con la sua carrozza alla
predica al Domo. Quando bussano al suo porto-
ne una domestica pensa che sia lei di ritorno
ed apre subito; entrano senza nean che dire si
pu Chiara ed Angela Gazze, accompagnate
da una cameriera (la Gaspa rina). Abitano l ac-
canto, han fatto solo pochi passi sotto i portici. La padrona in casa? Sar qui
a momen ti. Andorno di sopra nella salla e mi ordinarono che non dovessi
aprire la porta della strada se non sapevo a chi.
La vedova Benedetti arriva e si meraviglia di sentire che attesa di sopra
dalle Sig.re Bellacate (dice proprio cos): non sono evidentemente abituate a
frequentarsi. Le due fecero una grandis sima scusa per quellinvasione, e dichia-
rarono allattoni ta vicina di essere scampate via perch non erano sposate et che
volevano Giustizia essendo malissimo tratate, et che aspetavano una caroz za.
La Gasparina era intanto uscita dalla stanza: rientra per dire alle padrone che
la carrozza non disponibile, ma arrivata parte delli huomeni per riceverle.
Tutte e tre si volgono alla Livia, chiedendo che presti loro la sua vettura. Ma
quella nelle liti familiari dei vicini non ha intenzione di immischiarsi: Io le
dissi di no, n che volevo adosarmi questo negotio.
Al rifuto della vedova la Gasparina ridiscende e fa entrare in casa due uomini
armati, che riattaccano di mano propria i cavalli da poco staccati alla carrozza
che ancora nel cortile e ordina no di tornare in serpa al tremante cocchiere
della Benedetti. Assicura no a questultima che non subir alcun danno et di
breve il caroziero sarebbe ritornato in dietro con li cavalli et caroz za, fanno salire in
vettura le Gazze e la loro cameriera, e via: non dallingresso princi pale, ma da
quello posteriore, drio la mura (casa Bene detti si estendeva, come si compren-
de facilmente, fra le attuali via san Pietro e riviera A. Mussato, incorporando
altri promessi 125
Davanti
al vecchio
campanile
di Carbonara,
negli anni
tra le due guerre.
dalla parte di questa una porzione delle mura
medievali).
Uno dei due uomini precedeva la carrozza;
quando questa usc, altri tre la tolsero in mezo.
Tutti e cinque sono intabarati nei loro feraro li,
sotto i quali il povero caroziero (a pena ardivo
alzar locchi per paura) intuisce gli schioppi
imbracciati a canna in basso. Dove si va? a S.
Maria di Vanzo, al Torresino diremmo oggi,
per le riviere e il Castello.
Intanto ribussano a casa Benedetti, dalla par-
te di via san Pietro. Stavolta, ovvio, prima di
aprire la servit chiede chi . Gio Batta Breo,
vien risposto.
Noi che lo conosciamo abbiamo gi notato
questa sua spavalderia, di dir forte il suo nome
e cognome in situazioni compromettenti. Non
lo conosce invece la signora Livia, che equivo-
ca: Pensando io che fosse qualche hebreo che
volesse parlarmi, ordinai che fosse aperto, et
uno si affaci sopra la mia porta della strada
ricercando se quelle donne fossero partite, et
li fu risposto di s; il quale disse di non voler
altro e se ne and. Due compagni erano al
suo fanco: un drappello che vegliava su quel
lato, il pi pericoloso, e che, accertatosi della
riuscita del lopera zione, correr a raggiungere
la vettura procedente a passo duomo (pu ben essere a piazza Castello, pro-
babilmente attraver so un percorso interno alle mura antiche).
Nessuno o quasi vede la carrozza col suo corteggio: domenica, piove ed
lora di pranzo, le strade sono deserte.
Quel che si ricava da questa ricostruzione ha un signifcato non equivoco:
nessun rapimento avvenuto, piuttosto una fuga mi nuziosamente predispo-
sta e coperta da un robusto ed accurato dispositivo militare. Siamo lontani
dalla cifra di vinti in circa tutti armati, ma gli otto uomini dai nervi calmi e ben
appostati che con tiamo attra verso le testimo nianze sono una forza suff ciente
ad arrestare qualunque reazione proveniente da casa Bella cata; ottimamente
svolti i compiti di collegamento dalla staffet ta Gaspa rina.
Probabilmente davvero allultimo momento una carrozza che era prevista
viene a mancare. Vi sembrer forse indizio di organizza zione approssimati-
va; ma, com noto, ogni buona previsione deve tener conto dellimprevisto,
e pi dellincidente colpiscono la decisione e la prontezza con cui vien tro-
vato il rime dio. Tutto il carattere dellazione, rapida, pulita, senza strepito,
quasi da corpi speciali, direbbe mio fglio che guarda la televisione; se non
condividete, perch v mancata loccasione di farvi unidea di che pastic-
cioni fossero in genere i giovanotti delle poca, quando si trovavano un archi-
bugio in mano.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 126
Lettera del sindaco
di Rovolon del
26 agosto 1870
al Commissario
Distrettuale
di Padova
sullampliamento
della chiesa
parrocchiale di
Carbonara reso
necessario da
eminenti riguardi
di religione, di
moralit e di
pubblica igiene
in forza della
raddoppiata
popolazione.
Con la missiva
si comunica
limpossibilit di
contribuire alla
spesa essendo
il comune uno
dei pi miserabili
che appena pu
sostenere le spese
dobbligo imposte
dalla legge
Sulla meta della carrozza disponiamo di indicazioni insieme molto precise e
molto misteriose. Oltre il ponte che da piazza Castello conduce verso il Tor-
resino (ponte di S. Maria di Vanzo), la carrozza svolta per lattuale via Tiso di
Camposampie ro dietro lacqua che va in Cademia (piazza Accademia Delia), e
passato quelli sega dori di pietre si ferma ad una casa che al presente vene fabrica ta.
Nel palazzo in costruzione (propriet di un nobile di cui nessuno dir il nome,
e che del resto non era tenuto a saper nulla della faccenda) le donne trascor-
altri promessi 127
rono il pomeriggio e la notte: la mattina dopo parto no per Venezia, con il
Breo. Nella Dominante la Chiara domander giustizia per s e per la fglia
alla suprema autorit del Consi glio dei Dieci.
27
A partire dalla denuncia del capo di cento della Parrochia di San Pietro, dalla
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 128
Giustina
Michelazzo con la
fglia allalba degli
anni Sessanta
del secolo scorso
in una casa
a Carbonara.
contemporanea istanza di Bellacato
Bellacato al Podest, dal ricorso di
Chiara Gazza al Consiglio dei Dieci
si incrociano azioni legali, che ven-
gono unifcate pochi giorni dopo
nel processo delegato ai Rettori di
Padova.
Causa assai complessa, insieme pe-
nale e civile, generatrice dun pon-
deroso incartamento, cui fu alle-
gato, su richie sta dei Bella cati, an-
che il fascicolo relativo allat tenta to
rapto del settem bre 1656, quello del
primo capitolo. Sul piano penale, i
Bellaca ti agiscono contro il rapto-
re della promessa sposa (il Breo), i
suoi non identifcati compagni e gli
altri compli ci (la stessa madre Gaz-
za, Gaspa rina, la Secca); le due
gentil donne chiedono che i Bellaca-
ti siano puniti per linganno e per le
angherie che le hanno co strette a subire, e per lusurpazione che han compiu-
ta di quanto era loro. Sul piano civile, le Gazze chiedono di essere reinte grate
nel possesso dei loro beni stabili e mobili di cui la controparte s impadroni-
ta, e rimbor sate per le entrate che sono state loro sottratte.
Non seguir passo passo la vicenda giudiziaria, che si prolung almeno fno
allestate del 1660: ho gi posto a rischio eccessivo le mie competenze nelle
pagine precedenti, temo che alle scioc chezze che gi mi saranno scappate ne
aggiungerei di troppo grosse scendendo sul ter reno tecnico-procedurale, e
poi comince rete ad averne abbastanza.
Per dirvi subito come and a fnire: sul piano penale, il proces so manca di
qual sivo glia conclusione (non impossibile che le parti abbiano riti rato le ri-
spettive querele). Su quello civile la vittoria delle Gazze fu piena almeno in via
di principio: Chiara rientr subito in possesso dei suoi immobili, per quelli di
Angela fu il 15 aprile 1658 estratto a sorte et elletto Daniel Sala (uno dei Sedici del
Consiglio minore di quellanno) che li amministrasse con carit et amorevolezza
a gli avantaggi della medesima; per il recupero delle entrate, del bestiame, dei
mobili perduti dovette ro penare di pi, e non so se riebbero tutto.
Risultato comunque mirabile: alla prospettiva di vedere in altra forma puniti
i loro avversari probabile che le nostre gentil donne non avessero mai vera-
mente creduto, data la disparit di forze fra le due parti.
28
Chiara Gazza, in data 7 aprile 1658, 20 giorni dopo la fuga, rivolge una suppli-
ca ai Rettori affnch la provvedano di avvoca to: poich, spiega, non ho po-
tuto ritrovarne alcuno che non si dichiari preocupato [gi impegnato, cio]
altri promessi 129
Carbonara.
In gruppo davanti
alla chiesa.
dalla parte dei miei prepotenti adversarij, o per rispetti [per paura] della loro
formidabil tirannide non poter ne voler diffendermi.
Ci guarderemo bene dal prenderla alla lettera: sar gi successo anche a voi
di pensare che la signora sapeva mentire con disin vol tura ammirevole, e qui
chiaro il suo scopo di impres sionare i giudici a proprio favore. Direi che la
mossa doveva esserle stata suggerita dal Pochini, gi avvocato del defunto
cognato, che per non fare uno sgarbo aperto ai Bellacati avr preferito farsi
incaricare dai Rettori del patrocinio di Chiara piuttosto che assumerselo libe-
ramente: e lo penso perch le stra zione a sorte di un avvocato, avvenuta
l8 aprile, vide uscire pro prio il suo nome (non chiedetemi come avr fatto),
e perch la vecchia volpe, ottenuta in tale occasione per maggior coadiuta-
mento la nomina al proprio fanco di un secondo avvocato, Gasparo Todisca-
to, seppe far s che fosse poi sempre il nome di questi a compa rire in tutte le
occasioni (riservando a s, imma gino, compiti di regia).
Ma, se anche son giuste queste supposizioni, proprio se queste supposizioni
sono giuste, salta agli occhi il peso di un fattore ambientale che gioca ad
intero vantaggio dei Bellacati, nono stan te che questi stiano passando i loro
guai, tanto che Ottavio la sua ricostruzione dei fatti davanti al Cancelliere
pretorio la fa estratto dalle Carceri ove per altra causa satro va.
Forse le Gazze qualche alta protezione lavevano a Venezia (Teo doro Bo-
attin, ricorde rete, pensava daverne); quando non ce la vesse avuta Giovan
Battista Breo, affttuale del cardinale Braga din. Ma a Padova lisolamento di
Chiara, priva dappoggi nellam bito del suo parentado e dellintera sua classe,
totale. Sei illustri membri della mi glior societ padovana sflano a deporre
chiamati dai Bellacati (sei perch basta cos, per cari t, ma ce nerano in lista
almeno il doppio): ad essi le Gazze non han da contrap porne, del loro ceto,
uno che sia uno. Possono far venire conta dini e ga staldi, fla trici di lino e ser-
vi: le stesse per sone che si ricordavano di loro quanderano in ca Bellacata,
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 130
1964.
Festa di
famiglia per il
venticinquesimo
anniversario
di matrimonio
di Giovanni
Paccagnella e
Bruna Giona.
dove non ri sulta che una sola Sig.ra degna di questa sigla sia passata mai per
dar loro un salutino. Una solitudine da lebbrose: si dir che dipendeva dalla
poco onorevole condizione in cui si trovavano in quella casa; sar, ma le ra-
dici son pi vecchie.
Comunque dobbiamo riconoscere che le mosse di Chiara, o di chi la con-
siglia, sono molto abili, a cominciare da quella di appellarsi direttamente al
Consiglio dei Dieci, invocando la sua protezione sopra due sventurate che
hanno lasciato in casa dei loro tradito ri la robba e la reputatione, due povere
donne nobilmente nate, deboli per il sesso, abbandonate da parenti per spavento,
desti tuite da ogni sussidio humano, una delle quali deflorata, mai sposata,... strap-
pazzata dal Pellacato per il corso di dieci mesi continui con il pi turco trattamento
che mai sia stato usato nel mondo, nonch gravida.
Pensate che andandosene dalla casa delle loro tribolazioni le due Gazze pre-
sero con s alcuni gioielli (sono quelli, io credo, che Bellacato Bellacato re-
gal allAnzola il giorno del toccamano, quel toccamano di cui le due
gentildonne non sanno nulla). A sentir loro, non portarono nientaltro con
s, solo le strazze che ancora indossano, che non vagliono tre gazete (a sentire
i Bellacati, invece, tramite il lavoro da formichine della Gaspari na e della
Secca gli avevano gi prima pi o meno svaligiato la casa). Bene, proprio
mentre lamenta la radicale miseria sua e della fglia incinta, spogliate, annien-
tate, rima ste senza una mica di pane per alimento, di quei gioielli (che saran no
stimati quasi 700 lire) la Chiara fa un bel pacchet tino, e lo spedisce al Con-
siglio dei Dieci: questi, non dati come regali di marito, non ricevuti come
indegni pagamenti di concubito, si presentano con integerri ma ingenuit a
piedi dellEccellenze Vostre.
altri promessi 131
29
Volete sapere che ne stato della creatura che Angela aveva in grembo? Vor-
rei saperlo anchio. Quel che so dirvi che il 5 giugno 1658 Angela si dichiara
prossima a sgravarsi (facendo conto che abbia partorito entro quel mese ho
ipotizzato al par. 16 la data del concepimento). Se il parto sia andato bene, se
il bambi no sia o no rimasto con la madre, chi lo sa.
Unaltra cosa posso dirvi invece con sicurezza. Il 13 novembre 1659 Angela
si confessa, nero su bianco, ...intieramente sodi sfatta della sommini stracione [am-
ministrazione] de suoi beni, fatta dallIllustrissimo Sig.r Daniel Salla Comesario
elletto dalli Illustrissimi Eccellentissimi Retori; adesso, avendo alfne reseutto tutta
la roba di sua ragione...si chiama paga sotisfatta in fede. Il bigliettino reca poi: Io
Gio Batti sta Breo maritto di essa S.ra Anzoletta ho fatto il presente di propria
mano per non saper lei scrivere.
Avesse lei saputo scrivere, non avremmo magari neanche saputo che si era
sposata col Breo. Avremmo dovuto accontentarci di suppor lo, lavorando sui
materiali forniti dalle contrapposte versioni che abbiamo ascoltato e provan-
do a migliorare linterna plausibi lit della nostra storia.
30
Quanto allavvio della vicenda, mi piacerebbe moltissimo poter avanzare
lipotesi che i Bellacati, messi gli occhi sulleredit dellAngela Gazza, avessero
colto al volo loccasione che la morte del Boattin offriva loro per precipitar si
a Bastia, millan tare uninesistente promessa che nessuno poteva pi smen-
tire, trasci nare le Gazze nella loro trappola. Il che sarebbe fondamentalmen te
quel che le due signore vogliono far credere.
Non mi dispiacerebbe spingermi pi in l, ed insi nuare che essi potessero
aver avuto una qualche parte nellucci sione del povero Teodoro, o anche
solo che sapessero in anticipo che essa sareb be avvenuta, il che spiegherebbe
meglio la fulmineit della loro mossa del 25 giugno 1657.
Purtroppo non posso far niente di tutto questo, perch le lettere di pugno del
medesimo Teodoro, che il Verdabio consegna allin quirente (cfr. par. 11),
me lo impedisco no.
Ho preso in considerazione, naturalmente, lipotesi che si tratti di falsi, ma
non riesco a crederci. Chi avesse architettato e realizzato una simile impo-
stura sarebbe stato diabolicamente bravo (sar forse linvidia che proverei
per un simile romanziere che mi vieta di prender sul serio lipotesi della sua
esistenza). Le lettere mi sembrano troppo vere, troppo attraversate da un
disordine di preoccupazioni estranee alla trattativa matrimo niale ma inevi-
tabili per il povero Boattin coi guai che si ritro vava, per considerarle una
costruzione a posteriori di altra persona.
Escluso a malincuore questo quadro, seducente ed impossibile, dir che per
la prima met del 57 quello disegnato da parte dei Bellacati mi sembra nelle
linee di fondo assai pi credibile di quello trac ciato dalla controparte.
In altri termini, sono incline a credere che la trattativa matri moniale si sia
effettivamente svolta con il consenso delle si gnore Gazze; che esse, rima-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 132
Carbonara.
Corteo nuziale
degli anni Sessanta
del secolo scorso.
ste improvvisamente prive delluomo di casa, abbiano proceduto sulla via
gi trac cia ta senzaltre esita zioni forse che quelle ispirate dalle chiacchiere
raccolte nel frattempo (queste s plausibili) sulla cattiveria dei Bellacati; che
gli sponsali ci siano effettivamente stati; che nella deci sione delle due donne
di partir da Bastia e di prender dimora a Padova non nella casa Gazza ma
in quella Bellacata molto abbiano pesato i timori (saranno anche stati so-
prattutto della madre, questo non cambia nulla) per le insidie del Breo, che
minaccia vano di mettere defnitivamente Angela fuori di un mercato matri-
moniale degno di lei.
31
Ancor meno credibile quanto raccontano le Gazze sulle modalit della loro
fuga, e su questo non occorrer che mi dilunghi. Le evidenti bugie circo-
stanziali non devono per distrarre dalla verit sostanziale che le loro parole
contengono.
La loro fuga non sarebbe in alcun modo comprensibile se non fosse suggeri-
ta dallesaspera zione, dalla disperazione e dalla paura, da quella condizione
danimo su cui le parole di Angela, pi di quelle della madre, ci hanno aperto
spiragli eloquenti: ma anche da una lucidit a caro prezzo conquistata.
Che Bellacato Bellacato intenda sposare la ragazza, n lei n sua madre pos-
sono pi crederlo; ma ormai, fosse anche possibile, non lo vorrebbero loro.
Tanto che neppure in sede processuale, quando la stra tegia scelta dai loro
avversari offrirebbe lappiglio per spin gerli a quel matrimonio (la promessa
costituita dagli sponsa li era una cosa seria), appaiono mai sforate dal dubbio:
mi son risolta a partire da casa sua, e certo elegge rei prima la morte che tor-
altri promessi 133
Vigneti a
Frassanelle.
nargli (Angela); pi presto che ritornar in detta casa, si contentiamo andar
lemosinando per le strade (Chiara).
Io son convinto che la prigionia del vecchio Ottavio rovin in effetti un
piano che aveva ottime probabilit di riuscita, e che era senzaltro farina
del suo sacco. Fosse stato in casa, non credo che avrebbe permesso al fglio
di ostentare disgusto e disprezzo per Angela fno al punto da rendere del
tutto inverosi mile lintenzione di sposarla, e intollerabile lidea di sposar lo:
avrebbe magari architettato un gioco delle parti, in cui sarebbe toccato a
lui esercitare una pres sione sul fronte patri moniale, ed al fglio render cre-
dibile il compenso su quello matrimoniale; in ogni caso avrebbe proce duto
con un po di cer vello.
Invece Bellacato Bellacato, per quante istruzioni potesse rice vere dal padre car-
cerato, dovette allatto pratico cavarsela da solo, e il cervello Dio glielo lev, am-
messo che mai glielavesse dato. Cos la ragazza e la sua robba presero la fuga.
Solo che non fu un salto nel buio: Angela salt piut tosto sullunica sponda
che provvidenzialmen te ancora si offriva al suo sguardo, perch quella che
appariva in migliori momenti come sciagura da scon giurare si era mutata in
una via di scampo.
Non so se fu effettivamente il Breo a ritessere i rapporti con le due gentildon-
ne tramite Gasparina; loro stesse, aperti gli occhi fno in fondo sui termi ni re-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 134
ali e spietati della situazione in cui si trovavano, avrebbero potuto prendere
liniziativa, e maga ri lo fecero.
Bruciata comera nel ceto sociale a cui apparteneva, minacciata come si senti-
va (non credo senza ragione) nella sua stessa so pravvivenza, Angela si adegu
alla sola prospettiva che le resta va. Se il sacrifcio fu pi della madre che suo,
tanto meglio per lei. Al Breo in ogni caso, come il citato biglietto testimonia,
non fu costretta a fare donatione di tutto il suo.
Quanto al Breo, neanche per lui quella decisione rappresentava un puro
benefcio a costo zero. Lui non era mica il contadino nasco sto in fondo ad una
campagna, pronto per modico compenso a far da marito alla concubina di cui
il padrone si fosse stufato: era uno che voleva girare per Padova col Signor da-
vanti al nome. Direte che qui il compenso non era modico, e se lo disse certo
anche lui: nella strategia di una famiglia plebea in ascesa loccasione che gli si
presentava, e che aveva caparbiamente, lungamente insegui ta, era troppo pre-
ziosa per lasciarsela sfuggire, e lui, non abbiamo dubbi, sapeva pensare in pro-
spettiva. Il costo imme diato, per imbarazzante che fosse, gli sar sembrato pi
che accettabile, e se ne sar cari cato con quello spirito stesso che lo spingeva,
nei momenti in cui temeva daver paura, a dire a voce alta: Gio Batta Breo.
NOTE
1. Qui e in ogni successiva occasione cito senza modifcare lorto grafa, limitandomi a
svolgere molte abbreviazioni e a ritoccare con moderazione la punteggiatura.
2. Non che il consenso di una ragazza ad una fuga damore, o le intenzioni matrimoniali
di un rapitore, cancellassero il reato: la logica della legislazione veneziana e non solo
tutelava innanzitutto lonore e la volont della famiglia della donna. Piuttosto, di fron-
te a un ratto o a una fuga, purch riuscisse ro, la famiglia stessa avrebbe probabilmente
evitato di mettere la cosa nelle mani della Giustizia.
3. Cfr. R. Derosas, Moralit e giustizia a Venezia nel 500-600. Gli Esecutori contro la bestem-
mia, in G. Cozzi (a cura di), Stato societ e giustizia nella Repubblica Veneta (sec. XV-XVIII),
Roma 1980, pp. 456 sgg.
4. Cfr. C. Povolo, Aspetti e problemi dellamministrazione della giustizia penale nella Repubbli-
ca di Venezia. Secoli XVI-XVII, in G. Cozzi (a cura di), Stato societ e giustizia..., cit., pp.
221-223.
5. La storia della denuncia divertente. Denontio io Francesco Vacchin degano della
Villa di Revolone come il giorno di ve nere... Ms. Batta Breo vene alla Bastia, ecc.: ma
France sco Vacchin, interrogato come di prassi allatto della consegna della denuncia, di-
chiara candidamente: Io non so dir cosa al cuna, solo che la S.ra Chiara Gazza (i)eri mi
fece chiamare... et mi diede questa denoncia in mano acci la portassi alla Giusti zia.
6. Cfr. C. Povolo, Aspetti e problemi..., cit., pp. 221 sgg.
7. LAnzoleta, apprenderemo esplicitamente, non sapeva scrivere (cfr. par. 29); pi o me-
no analfabeta sar stata anche la madre, che vedremo ricor rere ad altri per farsi scrivere
lettere (cfr. par. 14).
8. Lespressione, come la notizia, tratta dalla lettera di T. Boattin a N. Verdabio del 18
marzo 1657 (cfr. par. 11). Del servitore di cui si parla non sappiamo altro.
9. Deposizione di Francesco Giusto (cfr. par. 9).
10. Ne parla ancora il Giusto. La notizia sembra fatta apposta per giustifcare lurgenza che
Chiara Gazza avrebbe mostrato di lasciare Bastia (cfr. parr. 13 e 14).
11. Una genealogia della famiglia in Prove di nobilt, ASP, b. 9, fasc. 32.
12. Cfr. P. Ulvioni, La nobilt padovana nel Sei-Settecento, in Rivista Storica Italiana, anno
103 (1992), fasc. III, pp. 803 e 807.
altri promessi 135
13. Testimonianza di Francesco Giusto.
14. Orsola fgliola di Vendramin Bottazzo, massara e probabile concubina di Ottavio Bella-
cato (cfr. nota 20).
15. Atti del Maggior Consiglio, b. 26, ASP. La Banca in que stione quella del Monte di Piet,
che fungeva anche da tesore ria citta dina. Per alcune vicende ad essa relative in quegli
stessi anni vedi P. Ulvioni, La nobilt padovana..., cit., pp. 812-816.
16. Se per i misteriosi movimenti notturni cui si accenna alla fne del paragrafo 8 ci furono
davvero, potrebbe darsi che la notizia fosse gi uscita dalle mura urbane la sera prece-
dente.
17. Questo Bonetti non fgura facilmente defnibile: raggiunto dalla notizia della morte
del suo compare in casa di lui, rimase fra 57 e 58 almeno a periodi a fanco delle Gazze,
ma con veste e nome pi di servitore che di amico di fami glia. Nel processo compare
come teste citato dai Bellacati e si uniforma nella sostanza alla loro versione.
18. La questione se oltre allo schioppo, ammesso con naturalezza, Ottavio avesse quel
giorno anche archibusi curti non oziosa come sembrerebbe a noi, gi se ne parlava
(cfr. par. 6). Lesibizione di pistole alla cintura era il contrassegno, si pu dire, del malin-
tenzio nato temerario, e costituirebbe, se fosse qui comprovata, un elemento forte di
quellatmosfera initimidatoria che le Gazze vogliono rendere palpabile.
19. In verit neppure i testimoni chiamati (ed istruiti, si pu crederlo) dalle Gazze appaiono
su questo punto del loro stesso parere: secondo la Catti, allora massara a Bastia, il servo
Pompeo viene lasciato ad effetto che serva di sicurezza alle donne medesime, e che nisuno non
andasse a dar loro molestia, e perch anco potesse attendere ai fatti della campagna.
20. Si trattava veramente, per quanto posso ricostruire, di una ragazza che era concubina
abituale di suo fratello Momolo. La casa dei Bellacati apparir, nella memoria di An-
gela, come un publico postribolo, in cui il vechio mantiene una puttana nomina ta orsola, et
Girolimo suo fgliolo pi piccolo, che deve haver 15 anni in circa, tiene una putazza detta maria
che deve haver tanti anni quanto lui, con la quale anco ha comercio il sig.r Bellacato, et questi
SS.ri tutti tre non si guardavano punto di farsi vedere a tutti di casa ad essercitar atti venerei
con quelle sue donne, come basi et mille altri sporchezi vituperosi: in somma in quella casa non
si fano altro che disoluteze, n mai da alcuno si parla di confessarsi n comunicarsi n di andare
a messa.
21. Maddalena, donna al loro servizio gi ai tempi di Bastia che le ha seguite nel nuovo
domicilio ed accompagnate anche a Tremi gnon, ricorda che alle volte li mandavano li
Bellacati quello che li bisognava per viver, ci carne, luganeghe, sisiole [giug giole], e li giorni
de pesse alcuna volta anco pesse, e delle volte non vi era n anco il sale; pane e vino per sempre
ve nera... et qualche volta si mangiava delle rave e delle verze, cos fra pasto. Quanto agli habiti
per vero che erano li leggeri da estate, e se bene li mandassimo a dire che ne capitas sero vestiti
dinverno per quelli contadini secondo venivano a Padova... mai li hanno mandato cosalcuna,
onde pattivano fredo, stavano per al fuoco.
22. Secondo Gasparina, lo sposo avrebbe dato in unoccasione ad Angela un fancone (un
colpo violento) per il quale stette molto male e credeva di disperdere (abortire). In altra oc-
casione, racconta sempre Gasparina, vene il sig.r Girolimo fgliolo minore casa con
schizeto dAquarosa, il quale schizeto preso dal fratello maggiore mi tir tutta lacqua
nelle spale, e poi con della orina schizet la Sig.ra Anzoletta Gaza, che si levava dal letto
et si calzava: quella Sig.ra si contamin tutta, ma non ard parlare, et esso sig.r Bellacato
la minchiona va... diceva che le pareva di veder un diavolo, e mille altre cose simili. An-
zoletta, che a questo episodio accenna, di altri non se la sente di parlare: altri vituperij
che non dir se dovessi per dere la vita.
23. Lascio qui, come ho fatto nella nota 20 per Orsola e Maria, liniziale minuscola del
nome pro prio: sono grafe assai rare nelle molte carte di questo proces so, e non forse
senza signifcato che in questi tre casi si appli chino a donne, serve di mestiere e pi o
meno esplicitamente indicate come concubine dei padroni.
SUL FILO DELLA MEMORIA
Leco della Grande Guerra non si era ancora spento quando il 10 giugno 1940
il Capo del governo italiano frm la dichiarazione di guerra alla Francia e
allInghilterra. Gli eventi che seguirono sono rimasti scolpiti nella memoria
dintere generazioni: quella dei padri e delle madri che videro partire i propri
fgli verso fronti ignoti e luoghi sconosciuti; quella dei giovani chiamati alle
armi, in unet compresa tra trentacinque e ventanni, parte della quale non
fece pi ritorno al paese natio; quella dei nipoti che durante linfanzia e lado-
lescenza hanno ascoltato i tanti racconti dei protagonisti con le innumerevoli
vicissitudini soferte per la guerra e per tutti gli efetti che essa provoc. A
distanza di settantanni da quel tragico e funesto evento, val la pena ripren-
dere le parole e i racconti di alcuni testimoni, soprattutto per ricordare, a
chi lavesse dimenticato, quanto preziosi siano la pace e la libert, assieme ai
valori della solidariet e della civile convivenza.
Nelle pagine che seguono stata raccolta la vicenda autobiografca di un
anziano che in divisa visse in prima persona, sul fronte, la disastrosa occupa-
zione della Russia: ottantamila uomini furono inviati con lARMIR (acroni-
mo di Armata Militare Italiana in Russia) sulle gelide steppe dellEst europeo
con lunica motivazione di voler estirpare il bolscevismo e il comunismo. Di
quella generazione di giovani italiani, solo ventimila fecero ritorno dopo la
lunga marcia del gennaio 1943, in mezzo alla neve e con temperature di ben
venti gradi sotto zero. Basta leggere Il sergente nella neve, del compianto Mario
Rigoni Stern, per capire quale tragedia si consumata in quelle lontane terre
bagnate dal Don.
Rimanendo a Rovolon dobbiamo qui accennare ad alcuni episodi accaduti
negli anni di guerra, soprattutto dopo lotto settembre 1943. A ricordarceli
sono le relazioni scritte dai parroci che allora guidavano le comunit di San
Giorgio di Rovolon, Santa Maria di Bastia e San Giovanni Battista di Carbo-
nara. Quelle relazioni, che narrano quanto accaduto entro i limiti di ciascuna
parrocchia, furono espressamente richieste nel giugno 1945 a tutti i parroci
della Diocesi dal vescovo mons. Carlo Agostini. Solo nel 2007 sono state rese
note, grazie allopera infaticabile di don Pierantonio Gios, nel poderoso vo-
lume Guerra e Resistenza. Le relazioni dei parroci della Provincia di Padova.
1
Le
riprendiamo, in parte, nelle righe che seguono accompagnate e integrate da
alcuni documenti emersi nel riordino dellArchivio comunale. Tra questi do-
cumenti un paio sono dindubbio interesse, non fosse altro perch rifettono
i problemi e le dif colt dellimmediato dopoguerra. In quella temperie di
speranze per la fne del confitto, a guida del comune liberato dai nazi-fascisti
il 29 aprile 1945 fu scelto il conte Novello Papafava. Un personaggio di rango
La seconda guerra mondiale a Rovolon
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 140
Foto di gruppo
con milizia fascista,
riconoscibile dai
distintivi
sul berretto.
e un intellettuale unico, un liberale capace di assumere, pochi anni dopo, la
Presidenza della RAI, Radiotelevisione Italiana.
Della guerra, degli efetti nefasti che la popolazione sub, accanto alle ferite
mai del tutto rimarginate per chi ha perduto afetti e familiari, oggi rimane
un quotidiano testimone: il Monumento ai caduti sulla piazza antistante il
Municipio. Non un documento muto, celebrativo, bens un segno della me-
moria capace di rinnovare il ricordo del tributo di sangue e di vite umane che
accompagna ognuno dei nomi scolpiti sul bianco marmo.
Rovolon

Nomi che non ritroviamo nelle relazioni dellarciprete don Achille Marchiori
(nato a Cittadella del 1888), di don Anselmo Bernardi e di don Antonio Co-
sta. Dei tre religiosi il pi sintetico nel riferire gli eventi al vescovo Agostini
fu proprio larciprete di Rovolon. Alla richiesta di quanti sfollati giunsero in
parrocchia don Achille rispose: Il numero degli sfollati in parrocchia stato fut-
tuante: al massimo sono arrivati a 375, quasi tutti provenienti da Padova, una fami-
glia dalla Sicilia e due da Napoli. I prigionieri di guerra aggiunge furono 25; gli
internati in Germania 35. Fra gli sfollati: 11 famiglie povere. A favore di queste furo-
no erogate . 500 e generi in natura come frumento, granoturco, fagioli, patate, legna,
grasso di maiale eccetera, forniti generosamente dai parrocchiani. Alla richiesta di
quanto fu fatto in materia di assistenza spirituale il reverendo sacerdote pre-
cis telegrafcamente che furono fatte speciali funzioni religiose per gli sfollati e
particolari istruzioni ai fanciulli.
Su quanto accadde nel territorio parrocchiale durante il movimento delle
truppe, don Achille si limit a registrare loccupazione delle ville Papafava
e Montesi, prima dalle truppe tedesche e successivamente da quelle inglesi,
la seconda guerra mondi ale a rovolon 141
non mancando di sottolineare che purtroppo non mancarono tresche e balli. La
parrocchia, fortunatamente, non sub n bombardamenti n mitragliamenti,
perch nel territorio non vi era alcun obiettivo militare e non vi erano arterie
di traf co. Pure la chiesa non sofr danni, fatta eccezione per la requisizione
della campana grande del peso di Kg. 1050 e la campanella di richiamo del peso
di Kg. 35. Oggetti immediatamente sostituiti al termine della guerra con
slancio unanime di tutto il popolo, in grado di raccogliere ben 170.000 lire per
acquistare una nuova campana grande. La relazione, datata primo agosto
1946. si concludeva con la dichiarazione che chiesa, casa canonica e casa del-
la Dottrina non ebbero a subire bombardamenti, come pure nessun danno
ebbero a sofrire i sacerdoti.
2

La laconica relazione di don Achille, una delle pi brevi dellintera serie e una
delle ultime ad essere consegnata al cancelliere vescovile, denota lassenza di
annotazioni nel registro cronistorico di quanto andava accadendo negli anni
del confitto a Rovolon, in palese inosservanza delle direttive impartite dal
vescovo Agostini a tutti i parroci della Diocesi ben prima dello scoppia della
guerra. Redigere puntualmente il libro Cronistorico era un dovere canonico
disciplinato da precise direttive sinodali e al di l della semplice registrazione
degli eventi, aveva lo scopo di conservare memoria della vita religiosa e ma-
teriale di ogni comunit cristiana.
Bastia
Un compito che assolse invece con diligenza don Anselmo Bernardi (classe
1913) a Bastia. Diversamente dal confratello di Rovolon, il parroco di Santa
Maria della Neve il 31 luglio 1945 rifer al vescovo un quadro molto pi ric-
co, articolato e puntuale di quanto successo soprattutto a partire dallotto
settembre 1943. Sembra di essere in un altro paese, in una localit lontana
chilometri e chilometri da Rovolon. Scrive don Anselmo.
I primi anni di guerra non portarono conseguenze gravi alla parrocchia, a parte
i richiami e la partenza dei giovani per la guerra. I soldati che complessivamente
nel periodo bellico prestarono il loro servizio militare si possono dire 260. Allotto
settembre 1943 molti di essi tornarono alle famiglie n pi ripartirono. Per gi una
trentina erano stati fatti prigionieri e portati nei campi di concentramento in tutto il
mondo. Altri 35 furono purtroppo internati in Germania, agiungendosi cos ad altri
5, che gi vi erano rimasti per motivi di lavoro. Durante tutta la guerra non vi furono
morti sui campi di battaglia; tre soldati rimasero dispersi e sulla loro sorte non si
possono fare illusioni le famiglie. In Germania morirono come prigionieri un giovane
e un uomo sposato. Col primo bombardamento di Padova il 16 dicembre 1943 in par-
rocchia incominciarono ad af uire vari sfollati o sinistrati dalla citt e dal suburbio
di Padova. Coi successivi bombardamenti altri se ne agiunsero fno a ragiungere il
numero approssimativo di 500. Si allogarono come meglio poterono nelle varie fami-
glie; anche la casa della Dottrina e la canonica furono da essi occupate. Tra gli sfollati
cerano dei ricchi, ma anche dei poveri. Si cerc di fare in modo che i ricchi aiutassero
i poveri. Fu pertanto subito costituita una speciale San Vincenzo, di signore sfolla-
te e parrocchiane, le quali avessero da interessarsi ai bisogni delle famiglie sfollate.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 142
Lopera fu davvero provvidenziale e riusc a fare gran bene, compresa sempre pi
ed appogiata dai parrocchiani e dalle autorit comunali. Si poterono cos assistere
tutte le famiglie bisognose, che successivamente ragiunsero il numero di 30. Furono
distribuiti efetti letterecci, indumenti, medicinali, buoni ed ogni altra cosa che fosse
necessaria. Il bilancio complessivo della San Vincenzo per gli sfollati si pu valutare
a Lire []. La pia associazione non si ancora sciolta e lavora con frutto anche ogi
a vantagio delle poche famiglie sfollate ancora rimaste; per le consorelle ogi sono
tutte parrocchiane, giacch le sfollate sono ritornate in citt.
Alla domanda sullassistenza spirituale oferta ai soldati al fronte, il parroco
di Bastia garant di avere inviato lettere nelle varie solennit dellanno, sia
con comunicazioni personali, sia con contatti diretti alle famiglie dei militari.
Ogni sabato in parrocchia si celebrava la messa del soldato, divenuta del pri-
gioniero e dellinternato dopo il fatidico otto settembre 1943. Per prevenire
gli orrori dellinvasione e del passaggio della guerra venne fatto solenne voto
al Sacro Cuore di Ges con limpegno di celebrare ogni venerd una funzio-
ne. Al termine della guerra quel voto si sciolse con lacquisto di una statua
del Sacro Cuore, opera dellartista padovano Luigi Strazzabosco e con una
solenne e sentita celebrazione tenuta il primo luglio 1945. Anche gli sfollati
trovarono conforto spirituale e assistenza morale, oltre a quella materiale,
tanto che diversi bambini si avvicinarono alla prima comunione.
Sul comportamento delle famiglie giunte a Bastia don Anselmo rilev in alcu-
ni un contegno un po libero in fatto di moda, ma non tale da generare scanda-
li. Dannoso e grave invece latteggiamento dei militari in transito. Furti e ra-
pine in quantit furono commessi dai tedeschi in ritirata: biciclette (anche quella del
parroco con la sua macchina da scrivere), buoi, cavalli, carretti, biancheria, eccetera
furono portati via: poco fu poi recuperato, annota amareggiato don Bernardi. Il
ballo, tuttavia, rimaneva lo scandalo numero uno, in grado di generare una
moda indecente, contro ogni altro pericoloso divertimento. Nonostante le batta-
glie verbali contro la moda dilagante le prediche non riuscivano a far argine.
Il pensiero della guerra veniva momentaneamente accantonato proprio con
le feste e il ballo, di cui gli sfollati spesso ne erano i frequentatori pi convinti.
In quegli anni iniziava il sostegno politico alla Democrazia Cristiana scrive
sempre don Bernardi e si combatteva la cellula comunista che faceva prose-
liti soprattutto fra gli operai della cava di calcare della ditta Marin.
Gli eventi bellici registrati a Bastia sono cos narrati dal parroco.
Durante la battaglia aerea del 28 dicembre 1943 caddero in parrocchia di Bastia varie
bombe che causarono la morte delluomo cattolico e confratello del Santissimo, Scac-
co Cesare, colle sue bambine: Pia di anni 4 e Silvia di anni 5. Fu un dolore per tutta la
parrocchia. Il 4 gennaio di questanno durante il passagio di varie formazioni una
bomba seppelliva il giovane Brocca Natale di anni 18. I tedeschi in ritirata di notte,
credendo di essere attaccati dai partigiani, spararono in direzione della campagna
dilaniando il bambino Baldin Franco di 5 anni. Altre vittime non vi furono, quan-
tunque i mitragliamenti siano stati assai numerosi durante la guerra e specialmente
durante la ritirata. Non manc un bombardamento a farfalla, il 21 marzo di questo
anno [1945]: vi perirono tre soldati tedeschi, ma nessun parrocchiano.
I danni materiali alle opere parrocchiali riguardarono i vetri e il tetto della
chiesa colpiti dal bombardamento a farfalla del 21 marzo 1945. In anni cos
la seconda guerra mondi ale a rovolon 143
Denuncia
dei danni subiti
dallingegnere
Veronese durante
la ritirata dei
tedeschi, datata
3 maggio 1945.
dif cili, tuttavia, la comunit seppe costruire il cinema Alessandro Manzoni
opera grandiosa e tanto utile alla parrocchia. Fu compiuta in 4 anni di lavoro e col-
la spesa complessiva di Lire 533.000, sottoline soddisfatto ed orgoglioso don
Bernardi nella sua relazione. Nella parte personale la relazione del parroco di
Bastia contiene questa testimonianza.
Il 23 novembre 1944 elementi delle SS italiane e della Muti, unitamente a due parroc-
chiani di Bastia, arrestarono e tradussero alla Casa di Pena di Padova il reverendo
cappellano di Bastia, don Gelindo Rizzolo. Egli era imputato di disfattismo con la
sua predicazione, di antifascismo, di aver sobillato i giovani a non presentarsi alla
leva. Il parroco fece tutto il possibile per afrettarne la scarcerazione e il 23 novembre
dello stesso anno il sacerdote fu dal comando della SS tedesca af dato a sua Eccel-
lenza monsignor vescovo perch da lui fosse messo in luogo quasi di prigione in cui
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 144
Settembre 1947.
Il conte Novello
Papafava, primo
sindaco di Rovolon
dopo il 25 aprile
1945, a Frassanelle
con la moglie e,
al centro, lo storico
Gaetano Salvemini
(Molfetta 1873 -
Capo di Sorrento
1957).
non potesse, a loro giudizio, essere nocivo. Durante la prigionia il sacerdote non ebbe
particolari maltrattamenti; fu interrogato senza violenze; ma dovette rimanere in
una cella fredda ed umida con un trattamento da carcerato. Al parroco riusc con
dif colt di confortarlo con una sua visita.
Al parroco sembra di poter dichiarare che il contegno del suo cappellano non giu-
stifcava larresto e la prigionia: il sacerdote, antifascista di vecchia data, qualche
volta nella predicazione e nella conversazione pronunci qualche parola di disappro-
vazione della violenza, dellodio e anche della politica fascista: questo specialmente
dispiacque, ma non doveva certo essere motivo suf ciente per una cattura.
Il parroco personalmente ritiene, durante il periodo bellico, di aver sempre tenuto
un contegno ispirato alla prudenza, astenendosi da qualsiasi politica e coltivando
soltanto il bene delle anime. Ci non toglie che abbia avuto qualche noia dalle trup-
pe tedesche di presidio: ma in complesso il suo contegno non fu criticato. Si occup
sempre e con tutti i mezzi di far del bene a quanti ebbero maltrattamenti ed arresti e,
grazie a Dio, in parrocchia non vi furono incidenti gravi e dolorosi.
Se qualche parola fu detta contro di lui dopo la liberazione, motivata dal suo con-
tegno riservato durante la guerra, in confronto con quello del cappellano, e special-
mente dellaver interposto i suoi buoni uf ci, in nome della carit cristiana, a favore
dei fascisti che furono tratti in arresto con delle accuse manifestamente ingiuste, anzi
assurde. Ora sembra che tutto sia tornato alla normalit. A chiusa della relazione, il
parroco esprime al Sacro Cuore di Ges la sua riconoscenza perch durante il fagello
la parrocchia fu preservata da gravi calamit e prega perch le soferenze passate
servano a bene dellavvenire.
3
Un avvenire di speranza fu il lascito di don Anselmo, in seguito divenuto
parroco di Bassanello in Padova e dei suoi amati barcari, e pi tardi primo
direttore del nuovo Seminario Minore a Tencarola. Chi lha conosciuto serba
in cuore il ricordo di un uomo pacato e sensibile, attento e premuroso.
la seconda guerra mondi ale a rovolon 145
Carbonara
Non molto diverso dalla relazione del parroco di San Giorgio di Rovolon ci
appare il resoconto di don Antonio Costa, parroco di Carbonara. Sugli sfol-
lati giunti in parrocchia il giudizio amaro si accomuna al disappunto per la
scarsa frequenza alla chiesa: il 10% ascoltano la santa messa alla domenica, una
percentuale ancora pi bassa ademp al precetto pasquale; i furti furono allordine
del giorno. La parrocchia visse momenti dif cili non solo per i 139 sfollati ma
pure per i 105 tedeschi fermatisi per sei mesi nella frazione di Lovolo.
La relazione di don Antonio, datata 25 luglio 1945, riferisce poi della batta-
glia aerea svoltasi sul cielo di Carbonara il 28 dicembre 1943. Lasciamo al
testimone la penna. Pi di cento velivoli inglesi contro un numero molto magiore
di tedeschi si contendevano il primato. Gli inglesi, visto la mal parata, cercarono di
fugire e per essere pi lesti cominciarono a scaricarsi delle bombe che portavano. Die-
ci bombe caddero alle Valli, attorno alla casa di Padovan Silvio, e per miracolo non
si lamentarono vittime. La casa sub molti danni e per parecchi mesi fu inabitabile e
intanto i componenti la famiglia (nove persone) si allogiarono in varie case, accolti
caritativamente dai buoni.
Sui rastrellamenti tedeschi compiuti nella zona settentrionale dei Colli Eu-
ganei il parroco annota ancora. Due furono i rastrellamenti sul Monte della Ma-
donna, ma senza esito perch gli sbandati fecero tempo a fugire. Due pure furono le
visite notturne dei cos detti ribelli: una l8 luglio 1944 dal fttavolo di Cogo Miotello
Giuseppe e portarono via una cavalla con biroccino e fnimenti col lasciar detto che
sarebbero ancora tornati e che il padrone preparasse ottantamila lire. Laltra visita
notturna ebbe luogo il 25 luglio da Pierantoni Antonio, il quale dovette consegnare
una schioppa da caccia a due canne e poi del denaro.
I fatti pi gravi, infne, accaddero negli ultimi mesi del 45. Scrive ancora don
Antonio Costa. Nessun sacerdote ebbe a sofrire per ferite o allontanamento; solo un
secolare, contadino, Soranzo Riccardo danni 42, da Lovolo il 28 aprile ore 10 fu ucci-
so nei suoi campi e non si sa il motivo. Il danno pi grande alle persone venne il 4 gen-
naio 1945, giorno nel quale si videro passare centinaia di veicoli e si crede che alcuni
furono colpiti dalla contraerea di Verona e nella fuga verso Padova una formazione di
sette bombardieri vol sopra questa parrocchia lasciando cadere una bomba a Lovolo
dove seppell un ragazzo di 17 anni da Bastia di cognome Brocca e poi ne lasci cader
una in via Palazzina colpendo in pieno la casa colonica di Veronese Giordano, abi-
tata dagli af ttuali Rinaldi e rimasero morte cinque persone: nonna Oliviero Angela
danni 58; mamma Sgarabottolo Albina danni 32; fgli Rinaldi Luciana danni 10,
Silvano danni 8, Ermenegildo danni 6.
Quanti disastri port questa inutile guerra e quanto forse dobbiamo sofrire ancora.
Ci aiuti Iddio buono e misericordioso.
4
Tra 1943 e 1945: gli ultimi venti mesi
Gli eventi narrati da questi autorevoli testimoni trovano riscontro anche tra
le carte dellarchivio comunale. Una nota del 21 settembre 1944 segnala al
Prefetto di Padova che gli sfollati registratisi a Rovolon furono complessiva-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 146
mente 607 di cui 255 maschi e 352 femmine. Dei bombardamenti sul paese
troviamo eco in un telegramma datato 28 dicembre 1943, che testualmente
recita: Ore 14,40. Ecc. Capo Provincia. Seguita battaglia aerea precipitato apparec-
chio caccia tedesco punto Pilota salvatosi facendo uso paracadute punto Sgan-
cio bombe apparecchio nemico provocato danni abitazioni et tre vittime et un ferito.
Commissario Prefettizio Rovolon. Il tragico evento della morte dei tre membri
della famiglia Scacco trov eco nei quotidiani del tempo, che descrissero bre-
vemente anche la cerimonia funebre che ne segu. Delle fortifcazioni rea-
lizzate nella zona per difendere il movimento delle truppe troviamo invece
riscontro in un manifesto, fatto stampare in dieci copie dal commissario pre-
fettizio del comune di Rovolon il 15 marzo 1945. Questo il testo:
Municipio di Rovolon

MANIFESTO
Il Militar Kommandantur 1004 ha disposto che attorno
alle opere di fortifcazione militare, sistemi di trincee
e simili, e precisamente per un raggio di 50 metri,
il terreno debba rimanere incolto, come campo
libero di tiro.
Qualora il terreno venga coltivato con piante di
bassa vegetazione (fno a 30 cm. di altezza), allora
suf ciente uno spazio libero del raggio di 20 metri.
Il predetto Comando precisa che tutti i danneggiamenti
eventualmente arrecati a tali impianti dovranno
essere riparati a spese dei responsabili e, qualora
questi non fossero identifcabili, a spese del Comune
Rovolon, 15 marzo 1945, XXIII
Il Commissario Prefettizio
(Amedeo Lotto)
Al termine della guerra come ci ricorda la minuta di una lettera datata
5 giugno 1945 le fortifcazioni tedesche furono smantellate, tanto da far
scrivere al Sindaco che esistono in Carbonara di Rovolon circa 60 quintali
di legname ricavato dalla demolizione delle opere di fortifcazione militare e
raccolta dal locale Comando dei patrioti, legname che conclude la missiva
ai sensi delle disposizioni pervenute, non pu essere assegnato se non a se-
guito di ulteriori disposizioni. Tra le carte dello stesso archivio si conservano
elenchi di animali da tiro e di efetti personali rubati durante la ritirata tede-
sca: furti che misero in seria dif colt i contadini, impossibilitati ad efettuare
i lavori agricoli richiesti dalla stagione.
Eventi che ricalcarono un passato mai dimenticato, come la fortezza di le-
gname (la bastita medievale) e, giusto cinque secoli dopo, il saccheggio e le
rapine compiute dalle truppe viscontee nel 1439. Allora la sottrazione di ani-
mali da lavoro mise in ginocchio un intero paese. La storia, come si pu in-
tuire, ripete il suo corso con i protagonisti, cio gli uomini, che non perdono
la seconda guerra mondi ale a rovolon 147
Bastia.
Le scuole comunali
in una cartolina
spedita nel 1953.
occasione per manifestare tutta la
loro miseria.
Quanto accadde al termine del
confitto lo troviamo descritto
in alcuni resoconti redatti nel
maggio 1945: Il Comune ven-
ne liberato il giorno 29 aprile,
nelle prime ore del mattino tra
lentusiasmo della popolazione,
recita la Relazione sulla situazione
creatasi a seguito dellavvenuta li-
berazione e quella stessa mattina
gli aderenti al Comitato di Libe-
razione Nazionale costituirono,
con concorde deliberazione, la
nuova amministrazione comuna-
le. A comporla furono il Co. Dr.
Novello Papafava dei Carraresi, nominato Sindaco; lingegnere e professore
Alessandro Veronese, nella veste di Vice-Sindaco; Giuseppe Manfredini, con
funzioni di assessore; Gino Fasolo, anchesso nominato assessore; Giuseppe
Benato, fglio di Antonio Modesto, pur esso assessore; e infne Giuseppe Zat-
tarin di Massimiliano, anchesso assessore.
La ricostruzione materiale fu dura. Gli efetti di quei tragici anni continuaro-
no a lungo a ripercuotersi sulla popolazione, come ci ricorda lultimo tragico
resoconto, con cui chiudiamo questo capitolo. tratto da una nota del 17
dicembre 1946. Al sindaco di Vicenza vengono inviati i nomi dei fucilati dai
nazifascisti, un elenco che riportiamo cos come fu stilato in quella nota:
Pasqualin Luigi di Natale e di Rinaldi Giuseppina nato a Rovolon il 29.11.1925;
Montemezzo Aldo di Ettore e di Toniato Gilda nato a Mossano il 18.6.1924;
Navarin Massimiliano di Giacomo e di Nardo Teresa nato a S. Angelo di Piove il
6.12.1925.
Tutti residenti in questo Comune, vennero arrestati dalle S.S. tedesche perch sospet-
tati di appartenere a formazioni partigiane e perch renitenti ai bandi di chiamata
alle armi della Repubblica di Sal.
Rinchiusi nella casa di pena di Padova e considerati ostagi vennero dopo pochi gior-
ni portati a Vicenza e fucilati per rappresaglia.
5
I tragici frutti della violenza della guerra.
Note
1. Pierantonio Gios, Guerra e Resistenza. Le relazioni dei parroci della Provincia di Padova,
Selci-Lama (PG) (Editrice Pliniana), 2007.
2. Gios, Guerra e Resistenza p. 395.
3. Gios, Guerra e Resistenza p. 39-42
4. Gios, Guerra e Resistenza p. 145-146
5. I documenti sono tutti custoditi nellArchivio comunale di Rovolon.
Nacqui il 10 gennaio 1920. Fui chiamato alle armi il 13 marzo 1939 dallEserci-
to Italiano, avevo 19 anni. Fui assegnato al 4 Reggimento Autieri di Verona.
Da l fummo inviati al distaccamento di Bolzano, dove rimanemmo per un
periodo di addestramento; successivamente rientrammo alla sede di Verona.
Era gi il 1940. L venne formata unAutosezione composta da 24 autocarri
(OM 137), 48 autieri, (dei quali facevo parte anche io), un meccanico, un mo-
tociclista, un Capitano e un Sergente: totale 52 militari. Ci mobilitarono per
la guerra: facevamo parte del Quartier Generale Divisione Pasubio.
La guerra ebbe inizio l11 giugno 1940. Ci mandarono al fronte francese ma,
quando arrivammo, la Francia capitol perch i Tedeschi erano gi arrivati a
Parigi. Dal Piemonte ci trasferirono a S. Pietro del Carso, in Istria. Ci fecero
entrare successivamente in Jugoslavia: lItalia infatti aveva dichiarato guerra
alla Jugoslavia. Entrammo in Jugoslavia e guidammo per 60 ore consecutive,
senza dormire perch bisognava arrivare a Sebenico. La Jugoslavia capitol e
i suoi soldati scapparono tutti a casa, disertando. Rimanemmo a Sebenico per
circa 40 giorni poi ci fecero rientrare a Verona.
A Verona giunse Mussolini, noi sflammo davanti a lui con la nostra Autose-
zione e tanti altri Reparti facenti parte della Divisione Pasubio. Del discorso
da lui pronunciato ricordo particolarmente questa frase: a noi concesso
lonore di andare a combattere in Russia contro il bolscevismo a fanco dei
camerati tedeschi.
Erano le tre del mattino del 22 giugno 1941 quando Hitler inizi linvasione
dellUnione Sovietica. Noi Italiani eravamo alleati con i Tedeschi. Mussolini
e lEsercito Italiano decisero di mandare un Corpo Spedizione Italiani in Rus-
sia (C.S.I.R.), composto da varie Divisioni, compresa la Pasubio di cui facevo
parte, e quindi il 14 luglio 1941 partimmo. Caricammo autocarri, ecc., alla
stazione Porta Nuova di Verona per raggiungere il fronte russo e combattere
a fanco dellalleato tedesco contro i Russi. Scendemmo a Suceava, in Roma-
nia, da l attraversammo su strada i Carpazi, catena montuosa della Romania,
per raggiungere lUcraina e quindi inoltrarci nel fronte russo, ove afrontam-
mo i primi combattimenti col nemico: FU GUERRA.
La Russia fu sorpresa dallattacco tedesco in quanto aveva stipulato patti dal-
leanza con la Germania. Hitler il sabato fece bombardare i campi di aviazio-
ne, distruggendo moltissimi aerei russi, e la domenica successiva present la
dichiarazione di guerra alla Russia. Laviazione russa sub moltissime perdite
di forze aeree.
Sulla scia dallentusiasmo delle vittorie ottenute in Europa, Hitler invase Po-
lonia, Cecoslovacchia, Olanda, Belgio, Francia, ecc., accumul un enorme
La mia giovent.
Ricordi di Vittorio Miotto
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 150
Vittorio Miotto
con Danilo Rubini
a Sebenico nellex
Jugoslavia il 18
aprile 1940.
bottino di guerra a spese di tutti questi pae-
si, ma non valut suf cientemente il perico-
lo di attaccare una nazione caratterizzata da
un territorio vasto che comprende 2000 km
di fronte, ambienti impervi con poche strade
asfaltate (in maggioranza carreggiate di cam-
pagna, sterrate: quando pioveva le macchine
slittavano e si mettevano di traverso, scivolan-
do verso il ciglio della strada). Le vetture che
avevano necessit di proseguire, nel fango fno
al mozzo, riuscivano a percorrere 1 km in un
giorno; un pantano impossibile: vedere per
credere! Bisognava aspettare due o tre giorni
per ripartire dopo la pioggia. Quindi la mac-
china da guerra subiva un arresto. Quanto
alle ferrovie, i treni russi correvano su binari
di 130 cm mentre i treni in Europa correva-
no su binari di larghezza inferiore, per cui bi-
sognava stringere tutti i binari per far s che
i treni nostri potessero entrare per portare i
rifornimenti alle truppe operanti. Hitler invio
le proprie Armate a sprofondare nel pantano
nellautunno 1941. Incredibile la situazione
che si era creata a causa di tutto questo im-
pantanamento!
La rapida avanzata delle truppe tedesche e al-
leate fecero s che i raccolti di grano e altro rimanessero abbandonati a mar-
cire nei campi. I Russi subirono gravissime perdite di uomini, fatti prigionieri
o morti in combattimenti e sotto i bombardamenti degli Stukas tedeschi.
Nelle citt si sofriva la fame perch non cerano mezzi di sostentamento. I
Russi, prima di ritirarsi, portavano via tutto, non lasciavano nulla al nemico
che avanzava. In una localit vicino al Mar Nero, di cui non ricordo il nome,
esistevano dei magazzini ove si raccoglieva grano, granoturco, avena, ecc.;
circa una ventina di capannoni immensamente grandi e ognuno di questi
conteneva migliaia di tonnellate di grano. Un mese, prima dellavanzata tede-
sca, i russi appiccarono il fuoco a tutti i capannoni che erano colmi.
Dopo mesi, andai anchio l a caricare del frumento bruciato per portarlo ai
molini a Stalino, dove veniva trasformato in farina. Era inverno ed eravamo
in una sacca, accerchiati dai Russi, e non arrivavano n posta n viveri, cos ci
davano da mangiare pane fatto con la farina del frumento bruciato. In segui-
to riuscirono a rompere laccerchiamento e tutto ritorn normale.
In guerra ogni giorno era buono per aspettarsi di tutto; al ritorno non si
pensava mai perch tanta era la distanza e il pericolo era costante. Non si era
sicuri neanche di notte perch destate, gli aerei lanciavano in cielo i bengala
che illuminavano a giorno per ore ed ore vastissime zone, mentre loro gira-
vano sopra e lanciavano bombe incendiarie che continuamente emettevano
bagliori ad intermittenza. E noi sotto, in attesa dello sgancio di bombe. Ave-
la mi a gi ovent 151
La 137
a

autostazione
dove prest
servizio militare
Vittorio Miotto.
vamo il cuore in gola dalla paura di esse-
re colpiti! Dinverno, quando il tempo lo
permetteva, cera Pippo, un aereo che
la notte ci volava sopra per bombardare
dove gli sembrava pi opportuno. Quindi,
si dormiva con molta ansia e paura, con i
nervi a for di pelle.
La nostra Autosezione (la 137 Autosezio-
ne Pesante) fu sempre impegnata nei tra-
sferimenti, trasportando tutto quanto era
necessario: ospedali da campo, forni per
panettieri, uf ci del Comando Divisione,
uomini, viveri, munizioni e quantaltro.
Percorremmo uninfnit di chilometri su
quelle strade che erano carreggiate sterrate di campagna, che con un po di
pioggia si trasformavano in fango scivoloso ed impercorribile. Superammo
tantissime dif colt dovute allambiente impervi grazie anche allesperienza
che avevamo fatto. Subimmo bombardamenti, attacchi aerei svariate volte;
per fortuna ce la siamo cavata.
Parliamo ora del clima russo
Linverno in Russia quanto di peggio uno possa pensare, da non augurare
a nessuno! Linverno 1941-42, quando eravamo l noi, il termometro rag-
giunse i 50C sotto zero. Erano 120 anni che non si verifcava un inverno
cos freddo, dicevano i Russi. Con lavanzata estiva si arriv al Bacino del
Donez. Noi, con la nostra Autosezione, ci accampammo a Gorlowka, dove si
trovavano le miniere di carbone. Con quel maledetto freddo, continuammo
sempre il nostro servizio di rifornimento alle truppe. Si correva su una lastra
di ghiaccio spessa 60-70 cm in continuazione, utilizzando il solo cambio e
pochissimi freni. Mettere in moto le macchine al mattino era un problema
dato il grande freddo.
Delle 24 macchine si utilizzava prima quella che aveva la batteria in condizio-
ni migliori, dopo aver fatto un foro nella camera di aspirazione si faceva aspi-
rare attraverso questo foro la famma di fuoco ottenuta da uno straccio im-
bevuto di gasolio a cui era stato dato fuoco. Con questa, che si utilizzava per
prima si trainavano le altre fnch si mettevano in moto. Una volta in moto,
si metteva lacqua nel radiatore e si doveva tenere il motore sempre acceso
perch se si spegneva si ghiacciava. Alla sera, quando si spegneva il mezzo, si
toglieva lacqua per poi rimetterla alla mattina successiva dopo averlo messo
in moto.
La strada era ununica pista tenuta aperta a suon di pale e badili, con la neve
ai lati alta 3-4 metri. Alla gente che lavorava per spalare la neve si congelavano
il mento, il naso, le sopracciglia; ho visto cose incredibili dovute al freddo. I
morti come cadevano rimanevano pietrifcati dal grande freddo. Le bufere di
neve duravano 8 e anche 15 giorni e quindi sommergevano tutte le piste.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 152
Soldati italiani
in Russia nel 1942.
Il 2 febbraio 1942 rischiai anchio di essere sommer-
so dalla neve in una di queste bufere; ne uscii per
puro miracolo. Andammo a caricare della carne a
Stalino e nel fare ritorno ci imbattemmo in una di
queste bufere di neve che poi dur 15 giorni e copr
tutta la pista.
La neve che continuava a cadere era ormai cos alta
sulla pista che copriva il cofano della macchina e si
divideva sul vetro. Ad un certo momento facevamo
fatica a tenere il volante. Se non ce lavessimo fatta
ad arrivare allaccampamento, durante il tragitto sa-
remmo stati sommersi da 4-5- metri di neve, lontani
da tutto, e quindi saremmo morti poich il vento e
la neve, che durarono giorni, avevano sommerso e
cancellato tutta la pista. Arrivammo a Gorlowka a
mezzanotte. Dio fece che arrivammo vicino al no-
stro accampamento ma andammo fuori pista e ci
piantammo. Intervennero i nostri compagni e con
unaltra macchina ci tirarono fuori. Faceva un fred-
do cane!
Quando si parla di inverno russo sarebbe meglio
dire inferno russo, considerato quel freddo sibe-
riano che raggiunse 40-50C sotto zero.
Ho visto lorrore della guerra. Prigionieri russi, a migliaia, camminare sulla
neve, sfniti, stanchi, esausti, dover continuare la marcia verso le retrovie; i
pi deboli, vecchi anche di 60-65 anni, non gliela facevano pi e rimanevano
indietro. Gli sparavano un colpo di pistola alla nuca: cadevano morti sulla
neve e rimanevano l marmorizzati dal freddo. Se li prendevi per un dito li
alzavi stecchiti come baccal!
Ho visto Ebrei costretti a scavarsi la buca con piccone e badile e, una volta
raggiunta la profondit di 2 metri, con un colpo di pistola alla nuca uno alla
volta cadevano morti dentro alla fossa.
Ho visto le deportazioni di massa. I Tedeschi emisero unordinanza per cui
tutte le donne dai 18 ai 60 anni dovevano presentarsi alla stazione il giorno
X; venivano caricate nel treno e deportate in Germania ai lavori. Cera tanta
fame difusa, specie nelle citt, non si trovava nulla per sfamarsi; inoltre si nu-
triva solo chi collaborava con i Tedeschi: a questi davano da mangiare mentre
a chi non lavorava non davano nulla. I Russi sofrirono tanto la fame in questa
situazione bellica. Figuratevi che trainando a mano la slitta sulla neve, col
freddo, facevano decine di chilometri nelle retrovie e tornavano con degli
arbusti secchi che mangiavano tritati fni con un po di grasso. Non avevano
nulla da mangiare. Se avessero avuto quello che le nostre mamme davano da
mangiare ai maiali qui in Italia sarebbe stata una festa per loro!
Ho visto chiese trasformate in magazzini, svuotate, ecc
Loro erano devoti alla Madonna, i quadri per li tenevano nascosti dietro al
cassone della farina perch era proibito tenerli esposti. Quando il nostro cap-
pellano militare, nei giorni di festa, quando era possibile, celebrava la messa
la mi a gi ovent 153
al campo, si vedevano molti Russi avvicinarsi e unirsi a noi per assistere alla
Santa Messa.
Nei paesi, lo Starosta il Podest aveva la radio e tutte le famiglie vi erano
collegate tramite altoparlanti: tutti erano obbligati ascoltare notizie che vo-
leva lo Starosta. Quando si avanzava si trovava gente impaurita perch gli si
diceva che noi gli avremmo tolto il cuore, gli occhi e gli avremmo tagliato le
mani. Noi di solito, in estate, dormivamo allinterno dei mezzi ma quando
cominci il freddo, si requisiva una stanza alle famiglie russe, ci si sistemava-
mo in gruppi di 4. Loro ci mettevano a disposizione la stanza ma rimanevano
in atteggiamento ostile e dif dente perch erano piuttosto impauriti. Io, nel
tentativo di modifcare questo loro atteggiamento, ofrii parte del mio rancio
ma non lo accettarono poich avevano paura che fosse avvelenato.
Insistei perch mangiassero ma loro mi fecero capire che prima dovevo as-
saggiarlo io.
Le famiglie russe che conobbi erano come noi, buona gente.
La Russia in quei tempi risultava un paese dal quale non trapelavano allester-
no notizie che la riguardavano, di nessun tipo. Non cera turismo, solo rela-
zioni diplomatiche tra Ministri degli Esteri.
Sono convinto che Hitler non abbia tenuto conto dellambiente impervio e
del clima terribilmente rigido dellinverno russo, con temperature che arriva-
vano a 40-50C sotto lo zero.
A settembre cominciarono le piogge miste a nevischio, a ottobre piogge e im-
pantanamenti a non fnire. Novembre brutto, con neve, nebbie, ecc. A dicem-
bre il grande e terribile freddo. La pianura russa ondulata e formata da pic-
cole collinette; la neve, dinverno, fa tutto un livello sicch nelle bassure rag-
giungeva anche i 4-5 metri. Si doveva aprire una pista per recarsi da un posto
allaltro ma quando arrivava una bufera di neve, che durava anche 8-15 giorni,
cancellava tutto e bisognava rifarla; la gente con i badili e ai lati argini (di neve)
alti 4-5- metri. A maggio, quando cominci lo scongelamento, lacqua corre-
va dappertutto e spesso trovava lo sfogo, ma dove non lo trovava, creava delle
pozzanghere come laghetti lunghi anche 500-600 metri, poco profondi ma
che noi dovevamo oltrepassare per non interrompere i rifornimenti.
Ai primi di giugno 1942 inizi lavanzata e, dopo aspri combattimenti contro
i Russi nella sterminata steppa del Caucaso, le nostre truppe raggiunsero il
fume Don e si accamparono sulla riva destra del fume. Per arrivare attra-
versammo campi minati pericolosissimi; gli artifcieri nella prima macchi-
na facevano saltare le mine e tutti dovevamo scrupolosamente seguire sulla
carreggiata le impronte della prima macchina, altrimenti cera il rischio di
saltare in aria. Attraversammo zone paludose con strade fatte con tronchi di
alberi uniti con ganci alla testa; e questo per 10-15 km.
Il Caucaso unimmensa steppa sterile, brulla con carreggiate di campagna.
Le case erano fatte con pali, sterco e terra, il tetto era di paglia e i pavimenti di
terra. Di solito composte di due vani, un terzo occupato da una grande stufa,
con spazio sopra per dormirci dinverno quando fa freddo e c tanta neve. I
pozzi erano una buca per terra, con del legno ai lati dellimboccatura e, per
attingere lacqua, un palo messo a bilanciere con una catena in punta. I mulini
erano a vento e dislocati sulle alture. Si trattava di zone primitive nelle quali ti
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 154
sembrava di essere ai confni del mondo. Questo per quanto riguarda le steppe
del Caucaso. Le citt invece erano posti pi evoluti, ma lontane centinaia di
chilometri luna dallaltra. I paesi invece, distavano 30-40 km luno dallaltro.
Dopo un anno di guerra, i Tedeschi avevano perduto per morti e congela-
mento, feriti e prigionia pi di un terzo dei loro soldati impegnati al fronte
russo. Cos per le truppe loro alleate. Durante il secondo anno di guerra,
e precisamente nel luglio-agosto 1942 furono mandate in Russia anche le
Divisioni Alpine, Julia, Tridentina, Cuneense e la Vicenza che, unite alle no-
stre, formarono l8^ Armata Italiana chiamata ARMIR. Trasportai io stesso
dalla stazione di notte, diversi alpini fno al fronte sul Don, ove si schieraro-
no a fanco delle nostre truppe. Durante lestate 1942, la 6
a
Armata tedesca,
composta da 260.000 uomini motorizzati e modernamente armati, entr a
Stalingrado verso il Volga e i pozzi di petrolio. Fu accerchiata dai Russi e, no-
nostante una strenua lotta, non riusc a rompere laccerchiamento. Ricevette
lordine da Berlino di resistere ad oltranza, poich sarebbe stata rifornita via
aerea ma poi sopraggiunse lautunno ed il tempo avverso e ci non fu pos-
sibile per il grande freddo. Dopo aspri combattimenti e stretti nella morsa
dellaccerchiamento, i soldati rimasero senza rifornimenti. Furono annienta-
ti dai Russi; gli ultimi superstiti sconftti si rifugiarono negli scantinati, fatti
tutti prigionieri e ridotti alla fame.
Noi eravamo a Ogalev, un paese sullansa del Don. Era dicembre. Una sera
arriv lordine di andare fuori di pattuglia perch cerano infltrazioni di pat-
tuglie russe, una cosa mai accaduta a noi autieri. Uscimmo per lintera notte,
faceva freddo e cera un po di nevischio. Al mattino, quando rientrammo, mi
sentivo male, faticavo a respirare e non sentivo pi i piedi per il freddo. Chiesi
di essere visitato e mi portarono allospedale da campo italiano, che era nella
scuola del paese. Sentivo i cannoni sparare vicino e il via vai dei nostri soldati
che arrivavano feriti dal fronte. Io non mi rendevo conto della gravit perch
ero notevolmente debilitato.
Un mattino entr il Capitano medico e dette ordine a due infermieri di vestir-
mi e di coricarmi in unautocarretta assieme ad altri due ammalati. Quando
mi misero nellautocarretta, pass una squadriglia di aerei Rata russi che mi-
tragliavano a bassa quota. Li vidi, saranno stati una ventina, sentii bene i colpi
sul ghiaccio ma per fortuna non mi colpirono: misi la testa fra le braccia ed
implorai Mamma!!! I Russi, dopo aspri combattimenti e con forze preponde-
ranti, riuscirono a passare il Don e a travolgere le nostre linee facendo molti
morti e prigionieri.
Passati gli aerei che mitragliarono, salirono in macchina il Capitano, un Tenen-
te cappellano e un Sergente autista e ci incamminammo per il ritorno, su pista
di neve che in qualche tratto era alta anche 4-5 metri. Si correva piano perch
la pista era innevata; ad un tratto, fnimmo la benzina. Ci accorgemmo di un
fusto che qualcuno aveva scaricato per alleggerirsi; avevamo cos la fortuna di
rifornirci e di continuare il viaggio. Arrivammo dopo un lunghissimo percor-
so lungo una pista tutta innevata a Voronezh ove il Capitano mi consegn a
due soldati della Croce Rossa, raccomandandomi a loro perch avevo polmo-
nite, pleurite e un congelamento ai piedi. Nelle retrovie erano spaventati per-
ch sapevano che i Russi avevano sfondato le nostre linee. Mi lasciarono tutta
la mi a gi ovent 155
Gli efetti del
bombardamento
aereo a Gorlowka,
in Russia, nel 1942.
la notte al freddo, seduto per terra in un
corridoio; al mattino ero di ghiaccio e
mi portarono in un letto; per riscaldarmi
un po stetti con la testa sotto le coperte
fno al mattino successivo.
Dopo due giorni mi caricarono in treno
e fui trasferito a Kharkov, in un ospe-
dale da campo italiano. Rimasi l una
settimana; mi fecero varie visite e deci-
sero di rimandarmi in Italia. Cos, il 31
dicembre 1942, mi caricarono sul treno
ospedale n. 18, con i vagoni riscaldati,
coperte e assistenza italiana. Non mi
sembrava vero, dopo tante soferenze!
Alla sera del 31 arrivammo alla stazione di Kiev e il treno rimase fermo per
tutta la notte perch fuori cerano i partigiani Rossi. Un cappellano militare
camminava per il corridoio del treno con la corona in mano e diceva: Ragaz-
zi preghiamo perch fuori ci sono i partigiani, sentivamo infatti sparare dei
colpi. Finch, al chiarore del mattino, il treno ripart e arrivammo in Italia il 6
gennaio 1943 e fui ricoverato allOspedale Macchi di Varese Campo dei Fiori.
Al ritorno, quando il treno arriv a Bolzano i soldati che potevano farlo sce-
sero dal treno e baciarono il suolo italiano, quello della propria Patria. Io non
ci riusc perch ero troppo debole, ma lavrei fatto volentieri. Dai fnestrini i
civili italiani ci lanciavano fori, cioccolato, sigarette.
Quando il treno che ci portava entr nella stazione di Varese vedemmo unin-
fnit di persone con le foto dei loro cari che erano stati mandati in Russia,
che chiedevano se qualcuno avesse notizie di loro. Noi lasciammo il fronte
nel momento in cui i Russi avevano sfondato le nostre linee:questione di ore
e saremmo caduti prigionieri anche noi.
La mia salvezza la devo al Comandante dellospedale che al momento di si
salvi chi pu allarrivo dei russi, mi fece fuggire con lui altrimenti io, con
polmonite, pleurite e congelamento ai piedi, sarei rimasto l e quindi sarei
stato fatto prigioniero il che avrebbe voluto dire morte, come successe a tanti
miei compagni che non fecero pi ritorno. Quando ci penso, tuttora ringra-
zio sempre Dio di avermi aiutato a tornare.
Eravamo partiti in 52 della 137 Autosezione Pesante; ritornammo in meno
di 10. Tutti gli altri o caddero in combattimento o furono fatti prigionieri e
quindi morirono nei campi di concentramento di freddo, fame e malattie che
li ridussero a larve umane; furono seppelliti in fosse comuni, assieme ad altri
soldati di e nazionalit diverse. Molti non fecero pi ritorno alle care famiglie.
Caddero sotto atroci combattimenti; colpiti da fuoco nemico in un deserto di
neve e ghiaccio, con temperature di 30-40C sotto zero, o fatti prigionieri; e
furono cos tanti che io e tutti quelli che a questa guerra parteciparono non
potremo mai dimenticare!
Io tornai dal fronte in barella con un treno ospedale, non avevo nulla, solo la
vita, che era tutto. Arrivato allospedale di Varese, quando sentii il rintocco
delle campane ebbi una grande emozione, come se fossi rinato. Erano 18
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 156
Cimitero di soldati
italiani a Gorlowka
(Russia) il 1
gennaio 1942.
lunghi mesi che non lo sentivo e ci mi
ridiede tanta serenit. Alla prima visita
medica, chiesi alla crocerossina cortese-
mente di procurarmi un foglio di carta,
una busta, un francobollo e una penna
per informare i familiari che ero ricove-
rato allospedale di Varese. Lei gentil-
mente mi port tutto subito e io scrissi
a casa visto che da parecchio tempo
non avevano mie notizie. Quando ar-
rivai dal fronte pesavo 39 kg, sulle mie
gambe non si vedevano pi muscoli dei
polpacci, si notava bene losso.
Mio padre mi raggiunse subito e lincon-
tro fu immensamente commovente!
Partimmo per la Russia nel 1941 e in
Italia cera ogni ben di Dio. Tornammo nel 1943 e trovammo unItalia in gran
parte distrutta dai bombardamenti, cera poco da mangiare, da vestire, tutto
si acquistava con tessera, anche le sigarette. Non cerano auto, tranne che
per il medico e il veterinario; biciclette poche e non si trovavano i copertoni;
mancava perfno il sale. Se trovavi qualcosa era al mercato nero. Io partii che
avevamo un grande magazzino di tessuti strapieno, ritornai ed era vuoto.
Tutto era stato distribuito con le tessere e non pi rifornito perch non cera
pi nulla: una disperazione! Pane, carne, vestiario, sigarette, ecc: tutto con la
tessera. Mancava tutto, non cera pi nulla nei negozi.
Gli Americani sbarcarono in Sicilia. L8 settembre 1943, Badoglio frm lar-
mistizio con gli Americani per far cessare la guerra dal momento che non
avevamo pi nulla e continuavano i bombardamenti sulle citt che distrus-
sero tutto poich quando venivano a bombardare le nostre citt gli aerei
americani erano centinaia. Quando il Gen. Badoglio frm larmistizio con
gli Americani, erano arrivati a Montecassino e sbarcati ad Anzio. Il governo
Mussolini cadde, ad opera degli stessi componenti. Con la frma dellarmi-
stizio sottoscritto dal Gen. Badoglio, che con la caduta del governo aveva
assunto il comando, i Tedeschi si sentirono traditi e immediatamente presero
posizioni ostili contro gli Italiani; disarmarono ed arrestarono i nostri soldati
ovunque fossero e li trasferirono in campi di concentramento in Germania,
assieme anche a molti civili.
L8 settembre 1943, molti Tedeschi si trovavano gi in Italia per il fronte di
Montecassino ma mandarono altri rinforzi e presero possesso di tutto. Perci
passammo da alleati ad invasi, sotto i loro cannoni. Fu un periodo molto nero
e brutto per lItalia! Si appropriarono di tutto ci che faceva loro comodo. Si
portarono in Germania migliaia e migliaia di bovini svuotando tutti i nostri
allevamenti in Emilia, in Polesine e in Veneto.
Passavano per Montegalda in gruppi di 500-600 quasi ogni giorno, diretti alla
stazione di Poiana, dove caricavano capi di bestiame sul treno e li spedivano
in Germania.
Caduto il governo, Mussolini si nascose in un rifugio sulla Maiella. Hitler lo
la mi a gi ovent 157
Le decorazioni
militari di
Vittorio Miotto.
mand a prendere con un elicottero; i soldati tedeschi fecero
un blitz, lo rapirono e lo portarono a Berlino da Hitler. Poi,
non so come, ritorn in Italia e il partito fascista fu ricosti-
tuito da volontari e fanatici simpatizzanti che collaboravano
con i Tedeschi, e quindi contro gli stessi fratelli italiani. Fa-
cevano rastrellamenti e quelli che venivano presi venivano
inviati nei campi di concentramento in Germania. Duran-
te loccupazione tedesca, dall8 settembre 1943 al 25 aprile
1945, trascorremmo un periodo nerissimo, molto pericolo-
so e dif cile. Non si dormiva mai a casa propria per paura
dei rastrellamenti, non cera pi nulla, mancava tutto, non
cerano mezzi di trasporto; se vedevano qualcosa per le stra-
de gli aerei americani mitragliavano. Di notte Pippo girava
e sganciava bombe, anche bombe a farfalla antiuomo. Alla
sera cera il coprifuoco.
Vivemmo momenti tremendi di guerra fratricida. Furono
uccisi molti uomini, furono impiccati anche alle piante, suc-
cesse di tutto. Dopo aver gi combattuto una guerra, ci si
trov in questa situazione, in unItalia distrutta dai bombar-
damenti e in una miseria assoluta. Dalle citt moltissimi sfollarono da parenti
o amici in campagna. Altri fuggirono in montagna per salvarsi e costituirono
dei gruppi di partigiani per difendersi. Passavano fotte di 300-400 aerei, for-
tezze volanti americane, bombardieri che andavano a bombardare in Germa-
nia, sganciavano migliaia di tonnellate di bombe. Io avevo anche un fratello,
Federico, classe 1913, che partecip alla guerra in Africa durante lo stesso pe-
riodo: fu fatto prigioniero dagli Americani e mandato in America. In seguito,
fu fatto rientrare in Italia a guerra fnita. Al suo ritorno arriv a Livorno e io
andai a prenderlo con mezzi di fortuna perch non cera altro modo. Io in
guerra in Russia e Federico, mio fratello, in guerra in Africa: pensate ai nostri
poveri genitori e fratelli! Per fortuna, ritornammo tutti e due.
Il 25 aprile 1945 arrivarono dal sud gli Americani a liberarci con i loro carri ar-
mati, autoblindo e mezzi corazzati. Tutta la gente era contenta, in festa per la
liberazione da questa infame situazione. I Tedeschi fecero saltare il ponte sul
Bacchiglione a Montegalda, durante la ritirata. Si ritirarono non senza fare
ancora morti fra gli Italiani. Si presero tutto quello che faceva loro comodo:
cavalli, carrette, buoi, carri, biciclette, tutto ci che trovarono e guai ad osta-
colarli perch uccidevano con la massima facilit. Al nemico che fugge fai i
ponti doro. Questa lesperienza che feci in guerra!
Il periodo delloccupazione tedesca, con il ricostituito partito fascista, fu un
periodo di guerra fratricida: morti, deportazioni, bombardamenti, miseria;
non cera pi nulla. Gli Americani passarono con le loro truppe corazzate
a liberarci, ci portarono il sole della libert, tanto desiderata! Alla fne della
guerra prima di andarsene lasciarono in Italia tutto il loro parco di autocarri
di cui ci servimmo per cercare di fare ripartire qualche attivit, perch non
avevamo nulla, dopo un periodo cos lungo di guerra. Grazie al Piano Mar-
shall, ci inviarono gratuitamente viveri per gli ospizi e per i bambini degli
asili, per tanti anni dopo la fne della guerra.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 158
Nel 1939, in pieno regime fascista, fu ordinato a tutte le famiglie di ofrire
alla Patria il ferro che avevamo (anche le inferriate), il rame che tutte le fa-
miglie avevano (perch si usava molto in cucina allepoca) e largento (chi
ne possedeva). Ricordo che anche mio padre ne ofr 120 grammi oltre che
agli oggetti in rame di famiglia. Nel 1940, durante la guerra fu ordinato dal
Partito di ofrire alla Patria tutte le fedi nuziali in oro delle spose. In ogni
paese veniva efettuata la raccolta e nessuno aveva la possibilit di sottrarsi
perch la stessa era controllata e se qualcuno si fosse sottratto sarebbe stato
segnalato come avversario del Partito Fascista, e ci sarebbe stato grave per-
ch tutti dovevano essere fascisti e seguire il Partito. LItalia un paese che
non ha materie prime.
Alla fne della guerra, le nostre industrie erano in gran parte distrutte ed ave-
vano esaurito ogni scorta. LAmerica ci mand di tutto: ferro, cotone, lana,
gomma, caf e quantaltro per far s che ci riprendessimo economicamente
e che le nostre industrie ripartissero. In un paese distrutto, gli Italiani si rim-
boccarono le maniche e si misero a lavorare intensamente per la ricostruzio-
ne. E ce labbiamo fatta, fno ad arrivare ad essere fra i primi del mondo nelle
competizioni automobilistiche e motociclistiche e, inoltre, la nostra Fiat
presente in tutti i settori: auto, trasporti pesanti, treni, navi, aerei, mezzi per
movimento terra, ecc Molte e molte altre industrie si ripresero e ne sor-
sero di nuove che fecero onore al nostro Paese, esportando allestero i loro
prodotti. Anche lagricoltura si molto sviluppata rispetto a una volta. Sono
stati forniti di mezzi nuovi che hanno dato ai contadini altre possibilit. Devo
anche aggiungere che sono brava gente, laboriosa ed ingegnosa; hanno tra-
sformato lambiente, in particolar modo i Colli, in fertili vigneti che ofrono
un ottimo prodotto.
Ho fatto un po il riassunto di quello che ho vissuto durante il periodo del-
la guerra 1939-1945 e post-guerra. Descrivere dettagliatamente tutto quello
che ho vissuto cosa impossibile perch sono stati tanti e tanti i pericoli che
ho corso e mi rendo conto che sono stato tanto e tanto fortunato ad essere
uscito miracolosamente da quellinferno. Quando ci penso, trovo la forza di
afrontare il futuro poich la mia sorte sarebbe potuta essere quella dei tanti
e tanti Italiani che non hanno fatto pi ritorno.
Bastia, 28.12.2008
Il monumento ai caduti eretto di fronte al Municipio di Rovolon in una cartolina spedita nel 1934.
Il monumento ai caduti
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 160
i l monumento ai caduti 161
ELENCO DEI CADUTI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
Benato Arturo di Vittorio Perin Antonio fu Giovanni
Bonello Filippo di Giovanni Povoleri Ernesto di Giuseppe
Breda Alban di Giovanni Regazzi Luigi di Giuseppe
Bressan Girolamo di Francesco Regazzi Michele di giuseppe
Bressan Virginio di Francesco Rotuli Venanzio di Ignoti
Bressan Pietro fu Luigi Rubini Arturo di Alessandro
Broetto Giuseppe di Gio Batta Rizzi Giovanni fu Florindo
Callegaro Pasquale di Antonio Specian Grazioso di Antonio
Cazzoli Attilio di Antonio Serra Giovanni di Ciro
Dal Zotti Antonio fu Pietro Trevisan Domenico di Lorenzo
Dalla Costa Floriano di Stefano Vedovato Giuseppe fu Enrico
Dalla Valle Carlo fu Giuseppe Vomiero Girolamo di Giuseppe
Fasolo Antonio di Luigi Veronese Massimo di Luigi
Forestan Attilio di Luigi Varotto Luigi di Giuseppe
Forestan Francesco di Luigi Veronese Abramo fu Francesco
Forestan Angelo di Gaetano Zabarella Luigi fu Serafino
Frigo Olinto fu Zacaria Zilio Antonio fu Angelo
Franchin Pietro fu Luigi Zambolin Riccardo di Giovanni
Goldin Vittorio di Giuseppe Zambolin Vittorio di Giovanni
Gomiero Ferruccio di Giuseppe Zattarin Luigi fu Antonio
Lazzaretto Emilio di Sante Zattarin Giuseppe di Fedele
Michelazzo Giovanni di Antonio Zattarin Riccardo
Mantovan Cesare di Pietro Bovo Riccardo di Domenico
Mantovan Giovanni di Pietro Carraro Giuseppe di Bortolo
Manfrin Sereno di Isidoro Donadello Benvenuto fu Antonio
Menaldo Valdemiro di Modesto Furlon Gino fu Antonio
Miola Tullio di Valentino Galasin Florindo di Luigi
Miotto Luigi fu Lorenzo Giurin Romolo di Vottorio
Miotto Verecondio di Luigi Raimondo Albino di Antonio
Marchi Marcello fu Giovanni Specian Clemente di Antonio
Muterle Egidio fu Gaetano Toffan Domenico di Luigi
Nardin Bortolo di Pietro Zordan Bentivoglio di Pietro
Pegoraro Vittorio di Pietro Zavattiero Giuseppe di Mariano
Polito Pietro fu Antonio Ambrosini Fioravante fu Agostino
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 162
i l monumento ai caduti 163
ELENCO DEI CADUTI NELLA GUERRA 1940-1945
MILITARI CIVILI
Albanese Paolo di Giovanni Baldan Franco di Giovanni
Canton Umberto di Antonio Brocca Natalino di Giuseppe
Colombo Vittorio di Giovanni Marcato Geremia fu Giuseppe
Fiocco Rino di Giovanni Olivetto Angela fu Leonardo
Giacomin Battista di Giovanni Rinaldi Ermenegildo di Gino
Magagnin Giorgio di Oreste Rinaldi Luciana di Gino
Mandruzzato Giuseppe di Luigi Rinaldi Silvano di Gino
Mantovan Nerino di Luigi Scacco Cesare fu Marcantonio
Michelazzo Ottorino fu Felice Scacco Pia fu Cesare
Montemezzo Augusto di Gelindo Scacco Silvia fu Cesare
Neri Domenico di Luigi Sgarabottolo Alba fu Luigi
Palladin Lorenzo fu Stefano Soranzo Riccardo fu Luigi
Romanato Decimo fu Giuseppe Zambolin Antonio fu Giuseppe
Taccon Modesto fu Clemente
Taccon Paolo fu Clemente DISPERSI
Toniolo Augusto di Rodolfo Brigadini Ottorino fu Angelo
Turetta Rino di Angelo Busato Matteo fu Pietro
Cecchetto Bruno fu Riccardo
PARTIGIANI Michelazzo Francesco di Quirino
Montemezzo Aldo di Ettore Sanvido Benedetto fu Bortolo
Navarini Massimiliano di Giacomo Sbicego Silvio di Antonio
Pasqualin Luigi di Natale Bregolato Antonio di Domenico
Pavanello Ugo fu Adolfo Bernardini Paolo fu Luigi
Militare Trevisan Mario Carlan Alcide fu Rita
Ziggiotto Giuseppe fu Silvio
Ziggiotto Tullio fu Silvio
Luigi Forestan
tiene laratro
con vomere
a collo doca.
Unintervista a Luigi Forestan
*
Ci siamo recati in via Loredan dove abbiamo avuto una simpatica conversa-
zione con il pi vecchio abitante della contrada, cav. Luigi Forestan, efettua-
ta quando era ancora in vita, la persona pi idonea a darci utili informazio ni
della localit su ricordi e fatti personalmente vissuti o rico struiti in base ai
racconti dei vecchi. Sono fatti e ricordi tipici di usanze e costumi che rispec-
chiano condizioni di una vita contadi na semplice, densa di sacrifci e umi-
liazioni e che certamente i ma gri prodotti della terra a stento riuscivano a
soddisfare le pi mo deste esigenze di una vita che a malapena si potrebbe
dire normale.
Le cose che il cav. Forestan ci ha raccontato sono tante e tantis sime altre cer-
tamente ne avrebbe da dire che un libro intero forse non basterebbe.
Ci hanno colpito specialmente notizie e fatti riguardanti il pe riodo della pri-
ma guerra mondiale, dove il posto era trasformante in luogo di riposo per i
soldati che tornavano dal fronte.
Nei granai e nei locali dellabitato si alternavano per brevi periodi di tempo
250- 300 soldati che poi ripartivano per dar posto ad altri.
Nella ritirata tedesca dellultima guerra poi, in seguito allin cendio di un car-
ro armato carico di esplosivi sul-
la strada comunale Campanella,
la colonna germanica in ritirata
scelse come alternati va, obbligati
nella fuga, la via Loredan e quin-
di gli abitanti do vettero assistere
inermi al passaggio dei tedeschi
attraverso la corte. Questi porta-
rono via il bestiame, i carri e le
biciclette. Furo no giorni di gran-
de paura e terrore, vissuti nella
solidariet e di videndo fame e
miseria con la gente sfollata dalla
citt che qui ave va trovato ospi-
tale rifugio. Tanti e tanti ricordi
del duro lavoro nei campi dove
* Sindaco di Rovolon dal 1959 al 1961.
Renzo Forestan
Storia e vita contadina
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 166
Filare di gelsi nella
campagna
di Rovolon.
non esistevano certamente le comodit dei moderni attrezzi agricoli. Fu un
grande avvenimento quando si inizi a treb biare il frumento con la macchi-
na a vapore; la falciatrice meccanica trainata dai buoi per esempio, allevi
moltissimo il lavoro dei contadini quando lerba doveva essere falciata tutta
a mano.
I ricordi poi del gran cantare che si faceva una volta durante i lavori e specie
nel periodo della vendemmia; le lunghe serate inver nali trascorse nel tepore
delle stalle dove i vecchi o gente di pas saggio che veniva a far fl, raccon-
tavano storie e avvenimenti che venivano poi tramandati continuamente,
travisati a volte e ampliati con particolari inventati. Esiste un patrimonio di
storie e di favole che sarebbe veramente interessante poter riscoprire.
Le domande rivolte al cav. Forestan sono state fatte senza uno schema pre-
ciso, tuttavia speriamo di dare lo stesso unidea di come si svolgeva la vita in
questo agglomerato di case dagli inizi di questo secolo. (In corsivo le doman-
de R = risposta)
Da quanto tempo abita qui?
R. Io sono nato qui nel 1906, ma mio nonno e mio padre si sono stabiliti qui
nel 1888, provenienti da Grisignano di Zocco. Erano fttavoli di 120 campi e i
proprietari di questa tenuta che comprendeva in realt ben 800 campi erano
i signori Regensburger, austriaci stabilitisi qui forse nel periodo del Regno
Lombardo Veneto. La te nuta si estendeva fno sotto il territorio di Cervarese
S. Croce.
Quando suo nonno si stabilito qui, questi edifci erano gi tut ti costruiti?
R. S, ed allaspetto si presentavano gi vecchi. Esisteva anche al lingresso in
corte una fornace di mattoni e tegole in piena ef cienza; mancava per il for-
no del pane, costruito verso il 1921 dopo che i signori Regensburger hanno
stori a e vi ta contadi na 167
venduto questa loro propriet ai signori Perazzolo. Cera invece il telaio per
tessere, molto vec chio e che stato da pochi anni bruciato.
La tela, per lo pi canapa e lino veniva tessuta per uso do mestico o per qual-
che vicino che ne facesse richiesta, il quale pa gava luso del telaio un tanto al
braccio di tela tessuta.
Come vi comportavate davanti ai padroni Regensburger?
R. Dovevamo tenere un contegno umile, rigoroso, sottomesso.
Il padrone Ottavio Regensburger aveva un aspetto nobile (non ave va per ti-
toli nobiliari), aveva studiato molto, leggeva due o tre giornali alla settimana
e fumava 12 sigari di marca Virginia al giorno.
Come si svolgeva la vita di voi contadini quando eravate fttavoli di Regensburger?
R. Cera sempre da temere ad avere i padroni in casa come si suol dire.
Infatti una volta mio fratello si era fatto fare una giacca che a vista dei padro-
ni sembrava troppo elegante per le nostre condizioni; quella giacca suscit
un mezzo scandalo e si dovette riportarla dal sarto perch la raggiustasse e
apparisse cos pi adeguata alle nostre condizioni sociali. Dovevamo pagare
un af tto molto caro; in pi nel contratto dove vamo mantenere due cavalli
per i padroni con il nostro feno, do vevamo dare un pollo per campo (le co-
sidette onoranse), una giornata lavorativa alla fornace per ogni campo e
altre spese gravose. Nonostante tutto questo, noi Forestan, con sacrifci che
facile immaginare, siamo riusciti a sopravvivere, mentre i Regensburger
sono falliti... quelli lavoravano a consumare. I Regenscurger sono andati via
da qui nel 1920.
Come si svolgeva la vita dei Regensburger? Che tipo di famiglia era?
R. Facevano una vita da gran signori! Andavano 3-4 volte alla settimana a Pa-
dova in land, specialmente lui il signor Ottavio; spesso andavano in vi sita
dai conti Barbaro, dai conti Giro a Rovolon, dai conti Papafava. Qui a casa
loro cerano sempre pranzi: compleanni, onomastici, anniversari vari... 15-16
grossi pranzi allanno.
Alla sera non uscivano mai, forse per paura.
Avevano inoltre un bel difetto per: non controllavano il loro fattore. Infat-
ti, il fattore se per esempio comprava un Kg. di carne di vitello per il padrone
ne comprava un Kg.e mezzo per la sua famiglia e naturalmente il conto da
pagare era per Regensburger, ci potrebbe sembrare un esempio banale, ma
dietro questo, come si sa, correva tutto il resto.
Ottavio Regensburger aveva una fglia sposata al dott. Piozzi. Dal matrimonio
nacquero quattro fgli a una fglia; questi studiarono tutti in citt ma purtrop-
po non riuscivano negli studi e arrivarono a 40 an ni senza avere un impiego.
Anche questa stata una causa della rovina dei Regensburger. Il dr. Piozzi
mor abbastanza giovane e quindi i fgli assieme alla madre chiamata la pa-
ronsina, ritornarono a vivere qui. In seguito tre di questi fgli Nini, Ottavio
e Pino si sposarono e andarono a vivere per conto proprio, ma per molto
spesso tornavano qui con le rispettive fa miglie e si fermavano anche per 7-8
mesi vivendo alle spalle del nonno.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 168
Il Signor Carlotto
in corte Forestan.
Quante persone vivevano pressa poco in questa corte?
R. In questa corte vivevano allincirca 40 persone senza contare i padroni.
Quali contatti avevate con il centro del paese?
R. Io, personalmente ero sempre in giro, il resto per della gente che abi tava
qui andava in paese solo la domenica, a piedi, per la Messa al mat tino e il
Vespero al pomeriggio. Chi se lo poteva permettere, si ferma va in osteria per
bere mezzo litro di vino ma poi subito a casa.
Durante la settimana sempre a casa. Lavorare e a letto, non cerano le attrat-
tive e le comodit del giorno doggi, purtroppo!
Come trascorrevate qui il tempo libero dinverno e destate e soprat tutto di sera?
R. Di sera in inverno si faceva un grande fl nella stalla; le donne flava-
no, gli uomini giocavano a carte e usavano come moneta i fagioli. Ad ogni
fagiolo corrispondeva una certa quantit di denaro. Alla fne del gioco per
quando si facevano i conti dei fagioli vin ti, tutti avevano fagioli in pi ! ! !
Si raccontavano storie, fatti successi, visti e sentiti di recente, la stalla era
quasi un centro di informazione. In estate invece ci si sedeva alla sera al cen-
tro della corte dove cera uno spiazzo erboso. Anche li si rimaneva fno alle
10,30-11, chiacchierando, raccontando qualche storia o barzelletta e facendo
qualche bel canto. Vi era una atmosfera di allegria specie fra i giovani.
Quando lei era piccolo come trascorreva il tempo?
R. Allo scoppio della guerra 1915-18, avevo 9 anni, e ho dovuto subito inco-
minciare a lavorare i campi con mio nonno e mio fratello, perch mio padre e
i suoi 5 fratelli che vivevano con noi, erano tutti in guerra. Due di questi sono
morti e dispersi, mio padre tornato mutilato, solo due sono rimasti sani,
uno dei quali ancora vivo residente a Bosconero (TO). Eravamo sempre sui
campi, facevamo na turalmente quello che potevamo, data let.
stori a e vi ta contadi na 169
Mi ricordo per che non vedevo lora di avere un po di tempo libero perch
ero sempre pieno di sonno e di stanchezza. Ecco, il nostro tempo libero lo
trascorrevamo a dormire.
Ci parli dellOrco.
R. Forse una volta qualcuno ha visto un fantasma, un po lontano da qui ma
sempre in questa campagna. Allora per distinguere lappezzamento di terre-
no, questo stato chiamato Orco e ancoroggi lo chiamiamo co s. Sapete,
lOrco era qualcosa che vedevi per un momento e poi ap pena chiuso locchio,
non lo vedevi pi. A quei tempi per, penso che la gente avesse avuto spesso
lo stomaco vuoto e quindi vedessero facilmente i fantasmi, oppure bevessero
il vino con la fogara co me si suol dire qua, e per questo vedevano lorco.
Un altro appezzamento di terreno, non lontano da qui, lo chiamano ancor
oggi traverso de canon a ricordo dei primi cannoni antigrandi ne sistemati
su quel posto. Cannoni ideati da un certo don Candeo, parroco di Mestrino e
costruiti qui a Bastia dalla ditta Tubaldo.
Come si spostava la gente qui una volta?
R. La fdanzata di mio padre, cio mia madre, da ragazza abitava qua vi cino,
ma poi si trasfer ad Albettone. Mio padre, il giorno del matri monio, anda-
to a prenderla a piedi, si sono sposati alle 10 ad Albet tone e quindi il corteo
nuziale a piedi ritorn qui, dove fecero il pranzo di nozze sotto il portico. Mi
hanno raccontato anche che dopo quella bella camminata di quindici chilo-
metri!, hanno mangiato e be vuto molto volentieri e con appetito!
Una volta non cerano annunci, bomboniere, confetti. La vita era mol to pi
semplice, si aveva meno esigenze e spesso eravamo pi felici di adesso.
Abbiamo sentito parlare dei resti di un cimitero esistente nella zona. Ci pu dare
qualche notizia in merito?
R. Non lontano da qui una volta stato scavato un fosso profondo.

stato
proprio l che durante i lavori sono af orati resti mortali: ossa di braccia, di
gambe, teste, pezzi di lapide. Mio padre tro v questi resti che furono poi messi
in cassette e portati nel cimi tero in paese. Comunque certo che qui esisteva
realmente un picco lo cimitero. I resti non si sa di chi fossero, le lapidi rinvenute
non avevano iscrizioni. Probabilmente, la presenza della chiesetta, di tanta gen-
te e tante case che si trovavano nel circondario di que sta corte e la lontananza
dal paese, giustifcano il fatto che la gente sepolta fosse di questa zona.
Che cosa era la boaria?
R. La boaria, oltre alledifcio adibito a stalla con fenile e porti co che co-
munemente si intende, era linsieme degli animali che si legavano davanti
laratro. Erano tre, quattro, anche cinque coppie di buoi, mucche, vitelli. Gli
animali erano muniti dal giogo. La prima coppia era attaccata allaratro, la se-
conda coppia era unita alla prima con un timone mobile (timonso) e cos
via. Due persone guida vano le bestie, un altro teneva laratro. Si era almeno
in tre persone. La boaria si usava cos numerosa, perch era dif cile arare in
quanto la terra qui molto argillosa.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 170
Bastia.
Viale della Posta
in una cartolina
viaggiata nel 1933.
Come si faceva il bucato una volta?
(A questa domanda ha risposto
la moglie signora Vittoria).
R. Una volta si faceva il bucato
ogni 6 mesi. Questo per quanto
riguardava
lenzuola, federe, tovaglie, ed
era chiamato lissia grande.
Si lasciava la biancheria da lava-
re in acqua per un giorno; si fa-
ceva un primo lavaggio e poi si
buttava sopra acqua bollente e
cenere; il giorno dopo si lavava
e alla sera si gettava sulla bian-
cheria ancora acqua calda e ce-
nere, infne il giorno seguente
dopo aver lavato e risciaquato si
stendeva al sole. Adoperavamo
due grandi mastelli di legno con due grandi tavole da lavare che conserviamo
ancora in cantina. Facevamo inoltre un bucato settimanale, per la biancheria
normale di tutti i giorni. Non cera inoltre nessun detersivo, solo un p di sa-
pone spesso fatto in casa.
emigrata molta gente da qui?
R. Non molti. I primi sono emigrati per lavorare altre campagne, perch qui
si era in troppi. Circa 20 anni fa alcuni miei cugini sono emi grati in Piemon-
te, alcuni per lavorare la terra, altri hanno cambiato mestiere e sono andati
nelle fabbriche. Attualmente anchio ho due fgli sposati che lavorano in fab-
brica a Torino
Riguardo le costruzioni che vediamo qui, stato demolito molto in questi ultimi
anni?
R. Qualcosa stato demolito: la fornace da molti anni, poi da non molto
tempo la casa del cocchiere, il cancello di ingresso in corte, il forno. Al loro
posto sono state costruite due case nuove: una do ve abito io e quella dove
abita mio nipote. Sapete, penso che a tut ti piaccia abitare in case decenti.
Qualcuno pu dire che abbiamo deturpato lambiente, forse, in parte vero.
Daltra parte non si pu restaurare case con locali bassi, umide e malsane
senza dover spendere un sacco di soldi.
Si parla ogi della riscoperta di una nuova forma di turismo.
Quella di trascorrere le vacanze, destate per esempio, in cam pagna. Intendiamo cio
quello che i giornali chiamano Agrituri smo. Lei ad esempio se si presentasse loc-
casione metterebbe a disposizione o restaurerebbe dei locali da af ttare a persone che
ne facessero richiesta?
R. Personalmente, no.
La pia tradizione delle Rogazioni (da latino rogatio, rogationis, cio preghiere,
richieste), si perde nella notte dei tempi. In epoca dove leconomia e la vita
erano prevalentemente di tipo agricolo, la processione a carattere penitenzia-
le, accompagnata da preghiere e canti propiziatori, era tutta intesa a favorire
la fecondit della terra e il buon raccolto.
Nellantico culto cattolico le rogazioni si distinguevano in maggiori, ce-
lebrate il 25 aprile e minori celebrate nei tre giorni antecedenti il gioved
dellAscensione.
Anche se con il Concilio Vaticano II, con la riforma liturgica, queste pie tra-
dizioni sono state abbandonate e lasciate a libere e generiche suppliche a
Dio per le comuni necessit delluomo o come atto di ringraziamento, noi
abbiamo ancora la fortuna di ricordarle e celebrarle secondo la tradizione dei
nostri padri.
Ma ha ancora senso oggi in tempi moderni dove tutto sembra si possa otte-
nere anche senza laiuto divino, celebrare un simile rito? Ma certamente s!...
Le preghiere e le benedizioni invocate sui campi, sui raccolti, sulle case de-
vono essere intese innanzitutto sulle persone, che oggi ancor pi di ieri lavo-
rano ancora sui campi, ma anche nelle fabbriche o negli uf ci. Auspichiamo
che dallaridit degli animi, sempre pi immersi e a volte vittime del mondo
tecnologico, parta ancora il coraggio di fermarsi un po per osservare la natu-
ra come bellezza del creato, dove i fori del campo o il canto degli uccelli che
non seminano e non mietono, lodano e ringraziano Dio.
A fulgure et tempestate libera nos Domine, a fagello terremotui... libera nos
Domine! Si ripeteva cantando in queste occasioni. E oggi quante tempeste
(anche se non metereologiche) af iggono luomo moderno? Quanti terre-
moti familiari af iggono la vita delle nostre case? Fermiamoci un po, e in
mezzo a questi campi foriti guardiamo verso lalto e umilmente proviamo a
dire grazie per quello che siamo e che abbiamo, in quanto noi da soli Siamo
niente, mentre Lui tutto, come soleva ripeterci, per chi si ricorda ancora, la
nostra compianta suor Battistina della Scuola materna. bello non dimenti-
care le tradizioni dei nostri padri che si af davano sempre alla Provvidenza.
Nellimminenza del pericolo, con gesti e segni particolari (come accendere la
candela benedetta della Candelora, bruciando nella fogara lulivo benedet-
to il giorno delle Palme e intonando il rosario e recitando giaculatorie come
Ges, Giuseppe, Maria salvateci, oppure Santa Barbara benedetta, tien
lontan el ton e la saetta), si mettevano un badile e un rastrello in forma di
croce sullaia e intanto il parroco usciva di chiesa per benedire il tempo e il
campanaro si metteva a suonare le campane a distesa.
Renzo Forestan
Un rito della campagna: le rogassion
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 172
Le crosete in corte
del Vegrolongo.
Purtroppo il Padre Eterno non sempre ascoltava le suppliche dei contadini,
perch ovunque dai resoconti storici dei parroci o dalle cronache del tempo
abbiamo descrizioni di disastri e morte.
Il freddo invernale, la siccit estiva, la grandine, le moeste, con trombe
daria e uragani, quante volte nei secoli passati distruggevano interamente i
raccolti seminando miserie e disperazione su tante famiglie.
Da cronache dellepoca viene riferito che il 3 maggio 1672 si manifest un
fero turbine che distrusse tutto in diversi comuni nei paesi di Bastia e Ro-
volon si fece un solenne voto a SantAntonio di far festa di precetto tutti
li marted di maggio, in perpetuo, e di far messa cantata in ognuno di tali
giorni, accioch con lintercessione di sudetto santo, Iddio tenga lontano le
tempeste.
Maggio ancor oggi, infatti, pu colpire duro, con la grandine che nasce dagli
sbalzi repentini della temperatura e con le moeste frequenti nei giorni dei
setoni 7/17/27.
A conclusione di questa rogazione, che in questo luogo [la corte Forestan
Carlotto Zafari, ex oratorio della corte benedettina al Vegrolongo dei mo-
naci di Santa Giustina di Padova] si ripete ogni anno da secoli, vogliamo rin-
graziare tutti i partecipanti e in particolare il nostro parroco don Claudio,
che anche questanno con la celebrazione della Santa Messa, ha voluto tener
vivo questo oratorio assicurando la protezione celeste sulle nostre campagne
e sulle nostre famiglie, certi che la Divina Provvidenza non ci abbandoner
quando con cuore umile e sincero la invocheremo.
Maggio 2009.
un ri to della campagna 173
Un componimento di Ignazio Canesso

Le Rogassion
No tanti ani f, la festa de lAssension
la gera de preceto co la so procession.
E senpre de chel d la vegna
conpagn dal deto che diza:
Pensa o no pensa,
de zoba vien La Sensa.
Che gera anca la tradission e gera belo,
de magnare la lingua de porselo.
Propio el d de la Sensa,
par no prdare lusansa.
I tre d prima de sta festivit,
se faza le Rogassion co solenit.
Zo dal leto a le quatro e mesa,
pa ssare a le sinque in cesa.
Prima, messa e pregare
e dopo, fora a cantare.
Se intonava le tane de i santi,
pa invocarli tuti quanti.
E via par trosi e cares,
a benedire i canpi,
da la tenpesta e sicit.
El paroco parlava in latin,
noaltri no capvimo on s-ciantin.
Quando el leza:
... da fulgore et tempestate,
et conservare digneris... ,
a noaltri tosi i mani diza;
... Ghio capio!
No bisogna goastare ignari.
Ogni raquante case on altareto,
co crosete e soto qualche oveto.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 174
Le crosete
da benedire.
El sagrestan li rancurava,
e tuti de longo cantava.
Tanti passando, vardava co devossion,
tuta sta zenle in procession.
Chi se segnava,
chi la testa calava.
Tuti pregavimo el Padreterno,
fduciosi del so aiuto,
par passar ben ist e inverno.
Ignazio Canesso
MONUMENTI E PALAZZI
Dalle origini al xvi secolo
Nella storia della diocesi di Padova la pieve di San Giorgio di Rovolon occupa
un posto di tutto rilievo, sia per lantichit del luogo sacro sia per lo stretto
legame che per lungo tempo mantenne con il monastero padovano di Santa
Giustina.
datato febbraio 970 il primo documento che la nomina espressamente: ec-
clesiam unam quae est aedifcata ad honorem sancti Georgii in loco dicto Robolone
cum terris et omnibus decimis quae ibidem pertinent et totam decimam que dare
debetur famulis sanctae Iustinae sive in montibus sive in vallibus.
1
Si tratta della do-
nazione fatta dal vescovo padovano Gauslino al monastero di Santa Giustina.
La chiesa, edifcata in onore di San Giorgio questa la traduzione del testo
latino si trova nel luogo detto Rovolon e viene ceduta ai monaci con le sue
terre e tutte le decime che le spettano, nonch quelle dovute dai famuli (cio
i lavoratori) del monastero di Santa Giustina per le terre che coltivano, poste
sulle colline e nelle valli.
Ledifcio sacro, descritto nellantica pergamena, in quella seconda met del
decimo secolo era in piena attivit. Per lordinamento ecclesiastico del tempo
fgurava tra le pievi della diocesi, in altre parole era una chiesa matrice, dota-
ta di un fonte battesimale, da cui dipendevano le cappelle dei paesi circostanti.
noto che per i primi secoli del secondo millennio solo nelle pievi fu ammi-
nistrato il sacramento del battesimo, vero rito diniziazione per i cristiani. In
quello scorcio del X secolo le pievi situate ad occidente di Padova si contava-
no sulle dita di una mano e, di norma, erano situate nel cuore dei villaggi pi
antichi e popolosi. Condizioni tutte che ritroviamo nella pieve di San Giorgio
e che indirettamente testimoniano il ruolo trainate, importante, primario
del villaggio di Rovolon rispetto agli abitati dellintera area che dagli Euga-
nei sestendeva ben oltre il Bacchiglione e fno a Montegalda. Le pievi della
diocesi di Padova, ricorda un altro documento di centanni dopo (14 mar-
zo 1077), erano proprio a Montegalda e Rovolon, a Lissaro, Arino, Caltana,
Conselve, Cona, Tribano, Maser, Albignasego, Abano, Torreglia, Galzigna-
no, Luvigliano, Curtarolo e Sarmazza. Nellelenco del 1077 non compare la
pieve di Selvazzano poich a quel tempo apparteneva alla diocesi di Vicenza:
un legame che verr reciso solo nel 1818.
2

Nel documento del 14 marzo 1077 ricordato un certo Giovanni nella veste
di arciprete di San Giorgio; suoi successori furono pi tardi Achille, che incon-
triamo in pergamene datate 8 e 24 luglio 1204 e ancora il 22 settembre 1216;
3

Galzignano, attestato da uno scritto del 1 maggio 1218;
4
Carlo, che troviamo
Don Antonio Pontarin
La chiesa di San Giorgio di Rovolon
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 178
La chiesa
di San Giorgio
di Rovolon
sul fnire
dellOttocento,
prima dei lavori
eseguiti nel 1911.
in un documento del 12 aprile 1232 assieme a prete Cono, e ai chierici Paolo,
Todisio e Ventura,
5
a conferma che nella pieve di San Giorgio viveva una co-
munit canonicale di sacerdoti e chierici. Nella deliberazione assunta dagli uo-
mini di Rovolon il 6 agosto 1262, per il destino del bosco Viglanicus, il rettore
di San Giorgio risulta essere domino Savarisio: al suo fanco il chierico Gerardo
e prete Guglielmo presbitero ecclesie de Carbonaria.
6
Nella decima papale del
1297 cos chiamata la straordinaria riscossione voluta da papa Bonifacio
VIII (1294-1303) per fnanziare il primo Giubileo dellanno 1300 il rettore di
San Giorgio di Rovolon, larciprete Pasquale, fu esentato dal versare la pro-
pria quota poich non percepiva alcun reddito (excusatus quia nichil percepit)
mentre i suoi collaboratori, cio i chierici Zambono, Federico Capodilista e
Ivasio, furono tassati per 20 soldi ciascuno, sia per la prima sia per la seconda
rata. Somme modeste se rapportate alle imposizioni richieste, ad esempio, ai
rettori delle chiese di Valsanzibio, Teolo, Zovon e Galzignano, ma in linea con
la povert che allo scadere di quel XIII secolo si registra a Bastia, Montemerlo,
Carbonara, Boccon, Castelnuovo e Cortel, tutte chiese esentate dallobolo
papale per le ridotte entrate di cui potevano benefciare.
7
Eppure il patrimonio della pieve di San Giorgio non era per nulla irrilevan-
te. Allindomani della conquista veneziana del novembre 1405 anche le co-
munit religiose furono obbligate a presentare la loro denuncia dei reddi-
ti, chiamata allora polizza destimo. Larciprete di Rovolon ottemper a
quellobbligo fscale denunciando un elenco, lunghissimo, di beni immobili
detenuti dallecclesia Sancti Georgii de Revolono. Una lista datata 7 agosto 1427
comprendente ben tredici sedimi, cio modeste estensioni di terra su cui
sorgevano altrettante abitazioni coloniche, disseminati in una dozzina con-
trade. Case af ttate che rendevano allarciprete canoni in denaro e in generi
alimentari (polli e galline). Tra queste costruzioni vera la domo de cupis con
teiete de paleis, (una casa in muratura con il tetto in coppi e una tettoia di pali
la chi esa di san gi orgi o di rovolon 179
in legno) edifcata su mezzo campo di terra, unita ad una posta molendini, cio
un mulino.
8
Pietro, rettore dicte ecclesie Sancti Georgij de Rovolono, in quellagosto 1427
ebbe il suo bel dafare nel compilare lelenco, nel descrivere uno ad uno gli
appezzamenti di terra posseduti, nel precisare contrade e localit, estensione
delle superfci, nomi dei fttavoli e, soprattutto, quanto quel patrimonio ren-
deva in denaro e altri generi. Seppur divise tra beni esclusivi, livelli (contratti
a lunga scadenza), vigne, prati, terre arative, terre vegre, cio non coltivate, e
decime, le unit elencate furono ben centoquarantaquattro. Erano per lo pi
modesti, anzi modestissimi appezzamenti di terra estesi mezzo o un quarto
di campo, alternati a prese de olivariis, cio piccole macchie di ulivi, o, ancora,
a fazzoletti di coltivi popolati di vigne schiave, palestre e pergole. Altre terre
erano invece a prato, nelle contrade Fontana Coperta, Fontaniva, Oltre Fos-
sa, Lovare, Costa. In questo paesaggio agrario del XV secolo non mancano i
boschi, i ronchi, i prati serati (le cesure) e, nelle aree di pianura, le paludi.
In coda alla lista delle terre, prete Pietro aggiunse il mobilio e gli arredi sacri
della chiesa: bonarum ecclesie. Al primo posto pose un messale pulcrum (splen-
dido), poi un calice altrettanto pulcrum de argento, seguito da un paramento ri-
camato. Precis poi che laltare era ornato di varie tovaglie, che sullambone
vi era un palio e che davanti allancona (forse una tavola dipinta racchiusa in
uninquadratura architettonica) vi era una tenda (cortina). Due le campane
in funzione sul campanile mentre una terza, piccola, era usata in chiesa ad
levandum Corpus Xristi, cio durante la consacrazione. A queste tre saggiun-
geva un piccolo campanello che accompagnava lEucarestia quando veniva
condotta fuori della chiesa.
Assieme agli oggetti sacri il nostro diligente rettore Pietro si preoccup din-
cludere anche i beni mobili della canonica: un torchio per luva, tre botti (ve-
getes), due casse, un letto e una catena usata nel camino per cucinare. Forse
dimentico di alcuni oggetti sacri, o perch custoditi nella canonica, aggiunse
il possesso di un salterio usurato (frustum), di un libro grande per il canto,
in cui era inserto un graduale, e un libro per benedire. Ritornato in cantina
complet linventario includendo un tino grande e uno piccolo per pestare
luva, tre stari per misurare il frumento, una cotta (ampia tunica) bianca di
tela e, infne, un tabernacolo in argento ad portandum Corpus Xristi sine pede,
cio privo di basamento.
9
Ricordato che, dopo prete Pietro, nel 1436 rettore della pieve di Rovolon era
prete Bartolomeo,
10
va qui sottolineato che sul fnire del secolo XV San Gior-
gio divenne parrocchia monastica a tutti gli efetti. Le vicende che portarono
a quel cambiamento e alla ricostruzione materiale delledifcio sacro, le se-
guiamo passo passo attraverso i documenti del tempo.
Rovolon diventa parrocchia monastica: cronaca di un evento
Con propria Bolla emanata a Venezia il 19 settembre 1499 il cardinale Gio-
vanni Borgia, legato della sede apostolica per lItalia, decretava in perpetuo
lunione, lannessione e lincorporazione della chiesa parrocchiale di Rovo-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 180
lon alla mensa abbaziale di Santa Giustina.
11
Latto di curia (il legato in quella
circostanza agiva come una sorta di Curia Romana itinerante), di fatto, acco-
glieva unesplicita richiesta del monastero di Santa Giustina e coronava una
serie di interventi da tempo coordinati a tal fne.
I motivi che avevano spinto a questa soluzione erano molti, parte enunciati
nei documenti e parte facilmente intuibili, e li vedremo man mano in se-
guito. Quello pi insistentemente messo in campo era legato alla fatiscenza
della chiesa di San Giorgio. Ledifcio sacro era di certo in cattivo stato: non
sappiamo a quando risalisse la costruzione poich nel testamento dellundici
aprile 1324 il notaio Zambono aveva lasciato solidos viginta parvorum an-
nuatim in perpetuum ad refactionem ecclesie S. Georgii de Rovolon
12
. La
quantit e il tipo di lascito fanno tuttavia pensare pi ad una manutenzione
ordinaria che ad una ricostruzione materiale delledifcio sacro.
Ad un rifacimento del tetto pensava labate Bernardo da Piacenza quando,
in una lettera del 14 marzo 1466, sosteneva che la spesa per lindennizzo di
prete Antonio da Fermo era stata generata dalla rovina totale della chiesa, in
quanto le travi per la copertura erano gi state tolte. I lavori dovevano quindi
esser pagati con i proventi del benefcio, proventi che labate temeva allora di
dover invece destinare al prete cacciato. Una qualche riparazione comunque
fu fatta se Giovanni Albanese lasciava poco dopo nel suo testamento lire 20
a la chiesa per lavuriero, cio per i lavori.
13
Quando, domenica 20 settembre 1495, sal a Rovolon il vescovo Pietro Baroz-
zi, la chiesa era ancora quella vecchia e il vescovo la riconcili secondo il rito
canonico assieme al cimitero circostante perch era stata violata; al pomerig-
gio cresim parecchi fedeli.
14
Purtroppo la scarsa cronaca
15
non dice di pi:
il luogo sacro era stato violato, non interdetto (per esempio per questioni
di decime), cera stato quindi probabilmente un fatto di sangue di cui non
sappiamo nulla.
16

Il vescovo quella sera rest certamente ospite dei monaci i quali, il luned
successivo (festa di San Matteo apostolo), lo accompagnarono al Vegrolongo
a consacrare laltare e la chiesa campestre ivi costruita dal monastero per
comodit dei contadini che abitano l attorno. Il giorno dopo, marted 22, il
vescovo Barozzi sal alla chiesa della Madonna del Monte, non senza essersi
prima fermato a S. Antonio del Covolo e averne consacrato laltare.
Si resta stupiti che ad un tale infaticabile consacratore sia sfuggita la chiesa di
S. Maria della Bastia da poco costruita; eppure deve esserci passato vicino, se
non proprio davanti, scendendo da Rovolon per il Vegrolongo. Il monastero
di Santa Giustina mirava di certo a ricomporre la parrocchia a suo modo: la
vecchia chiesa di S. Giorgio per la collina, vicino alla corte della Costa, e la
nuova cappella al Vegrolongo, nella zona ormai popolata e ampiamente mes-
sa a coltura e nel cuore della grande tenuta agricola in piano del monastero.
Rimaneva naturalmente la giurisdizione unitaria della vecchia chiesa madre.
In questo disegno la chiesa, sorta nella zona cerniera di Bastia, era fuori po-
sto, era cio una prioria con funzione del tutto devozionale e privata. Ma la
logica topografca del monastero non coincideva del tutto con i movimenti
spontanei del paese, nel quale Santa Giustina era s lelemento principale,
ma non lunico. La chiesetta del Vegrolongo fu dedicata a S. Vincenzo Fer-
la chi esa di san gi orgi o di rovolon 181
Veduta della chiesa
di San Giorgio
alla fne degli
anni Quaranta
del secolo scorso.
rer, domenicano spagnolo, grande predicatore morto a Vennes (Francia) nel
1419, canonizzato dal papa spagnolo Callisto III nel 1455. Non sappiamo le
ragioni di questa scelta certo non corrispondente alla piet popolare che ben
presto cambi il titolo alla chiesa con quello del pi amato santo protettore
S. Sebastiano.
17
Allattivismo dei monaci corrispose in modo singolare la totale assenza
dellarciprete di Rovolon, Andrea dal B, del quale nemmeno il nome com-
pare negli atti della visita; di certo questo sacerdote era avanti con let e
da qualche anno ormai si stava ventilando un suo ritiro concordato con i
monaci: la trattativa era giunta proprio allora alle ultime battute. Della cosa
essi parlarono senzaltro con il vescovo che, buon amico dellabazia di Santa
Giustina, non cre dif colt.
Dal 1480 circa arciprete a Rovolon era prete Andrea dal Bo, originario di
Monselice. La sua storia alquanto singolare: si era inizialmente sposato e
solo in un secondo momento, rimasto vedovo, aveva ricevuto lordine sacro,
ottenendo dallabate di Santa Giustina il governo della parrocchia di Rovolon.
In tal uf cio aveva manifestato particolare impegno nel riordinare la gestione
del benefcio parrocchiale. Nel 1488 appront un nuovo inventario dei beni
posseduti dalla chiesa di San Giorgio distinguendo, in successione ordinata,
le varie voci, cio i possedimenti che erano in capo allarciprete e che questi
faceva lavorare; i quartesi spettanti di diritto alla chiesa; i beni immobili con-
cessi in af tto.
18
In quelle circostanze il notaio Giacomo, fglio e amministratore dellarcipre-
te Andrea dal B, aveva chiesto ai monaci, verosimilmente a conoscenza del-
le intenzioni del padre deciso a lasciare il benefcio, ben sessantadue campi,
vale a dire pi di un terzo dei terreni parrocchiali da lui stesso inventariati
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 182
Viti alle pendici
di Monte Grande.
nel 1488. La lista della richiesta, manco a dirlo, contemplava i terreni miglio-
ri: un pezzo di oliveto, un prato, un bosco e discrete campagne di terra semi-
nativa (quattordici e dieci campi) e altro ancora in varie zone del paese, con
facolt di scambi e aggiustamenti per megio accomodarme.
19
I monaci
gli avevano fatto capire che non intendevano svendere il benefcio; il notaio
Giacomo il 15 febbraio 1494 present cos un secondo elenco di richieste
molto pi contenuto, non senza mancare di rilevare che, in passato, gli era
stato promesso di pi. Nelloccasione si sarebbe pertanto accontentato di
undici campi e mezzo (una pezza di otto e altre unit minori: un campo di
bosco alla Guiza, mezzo campo dietro casa sua).
20
Si intende, credo, che la
terra sarebbe stata data in godimento e non in possesso, ma a lui, e non al
padre, il quale nel contempo era intenzionato a domandare una pensione
annua di 60 forini doro di camera. Una pensione da assegnarsi sopra le
rendite della mensa abbaziale di Santa Giustina a decorrere dal momento
della sua rinuncia.
21
Le schermaglie economiche andarono per le lunghe e sembra quasi che solo
allora si scopr che il benefcio di S. Giorgio era particolarmente ricco: secon-
do un prospetto compilato dal notaio Giacomo dal B la chiesa riscuoteva
104 staia e mezzo di frumento a titolo di canone di ftti, altri 48 staia da cano-
ni parziari e ulteriori 96 staia dal quartese; 120 staia costituivano lentrata di
grani minuti (cereali quali il miglio, il sorgo, il panico, ecc.); 100 erano i ma-
stelli di vino che venivano raccolti dai vigneti gestiti direttamente e da quelli
raccolti per quartese e 201 lire e 15 soldi per canoni in denaro e onoranze.
22

Abbiamo detto che si era alle ultime battute quando il vescovo Barozzi giun-
se a Rovolon. Il venerd della stessa settimana, 25 settembre 1495, labate Ga-
spare Giordani da Pavia dopo aver informato il Capitolo monastico sulla si-
la chi esa di san gi orgi o di rovolon 183
Terreni coltivati
ai piedi dei colli.
tuazione della chiesa di S. Giorgio, autorizz il monaco Antonio dei Sulimani
ad impetrare dal papa quella parrocchia in commenda nella sua persona.
23

Due mesi dopo il notaio di fducia del monastero sal a Rovolon e nella chie-
sa di S. Giorgio scrisse fnalmente latto di procura con il quale Andrea dal
B incaricava tre personaggi, che allora si trovavano a Roma,
24
a presentare,
a suo nome, la resignazione del benefcio di Rovolon a favore del sacerdote
Antonio Solimani, riservandosi tutti i redditi della parrocchia fno alla sua
morte. Presenti in chiesa, come testimoni, vi erano in quella circostanza solo
due poveri braccianti (laboratores) immigrati: Antonio Fachin da Belenzona e
Pietro Baron da Martinenyo.
25

Il 10 settembre 1495, in mezzo a questo fervore di impegno non sappiamo
se si estendesse anche alla vita spirituale della parrocchia successe il colpo
di scena: prete Andrea dal B rinunci, tramite procuratore, nella mani del
padre abate al governo della parrocchia, o meglio, per essere pi precisi, ri-
nunci alla carica di arciprete, ma non al benefcio che, anzi, riservava a s in
vita sua. cos che il 25 settembre successivo, labate concesse licenza a don
Antonio Solimani, monaco di Santa Giustina, di chiedere alla curia romana
linvestitura in commenda della chiesa di San Giorgio.

La tormentata gestione della parrocchia tra XV e XVI secolo
La resignazione in Curia, cio la rinuncia fatta presso la curia romana e non
allautorit che lo aveva concesso, rendeva il benefcio pienamente disponibi-
le per concessioni in commenda da parte della curia stessa, aggirando in tal
modo possibili contestazioni e con piena facolt di cedere in benefcio stesso
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 184
La chiesa di San
Giorgio tra il verde
di Monte Grande.
a una persona determinata, scelta dal resignante allatto della sua rinuncia,
com nel nostro caso.
I documenti furono subito inviati a Roma, accompagnati da una lettera in-
formativa per chi doveva curare la pratica.
26
Essa riprende parola per parola
le motivazioni esposte negli atti uf ciali ed altre ne aggiunge: il parroco
vecchio, ha ben settantacinque anni (qualche mese prima, chiedendo la pen-
sione si era presentato come ultraottantenne, ma let allora era un fatto
opinabile), la parrocchia posta in loco montano e il ministero che dura da
diciotto anni gli costa ormai troppa fatica; il benefcio carico di debiti per le
tasse imposte dal governo della Serenissima, per le decime straordinarie, per
la trascuratezza del predecessore e per le grandinate insistenti cadute negli
ultimi anni; la chiesa sta cadendo ed ha bisogno di esser rifatta, cos pure la
canonica, ma non ci sono soldi. Larciprete sa che il monastero di Santa Giu-
stina ricco ed solito restaurare le chiese in rovina ad esso af date, inoltre
possiede molte terre e case contigue a quelle della parrocchia. Da questulti-
ma poi percepisce le decime mentre il quartese rimane alla parrocchia stessa
ed insomma tutto talmente mescolato che pi non si potrebbe, pertanto
sarebbe ottima cosa, vantaggiosa per luna e per laltro, che la parrocchia ve-
nisse annessa, unita e incorporata al monastero. Il parroco perci ha deciso
di rinunziare chiedendo lassegnazione vita natural durante dei redditi par-
rocchiali per il sostentamento suo e dei suoi servi, tolto ci che necessario
al culto e ai ministri: tali redditi non superavano gli ottanta ducati.
La pratica fu sbrigata velocemente in dicembre: don Solimani ottenne con
la bolla di papa Alessando VI, Religionis zelus, la chiesa di San Giorgio e si
afrett a spedirla da Roma assieme ad una procura al padre cellerario don
Modesto da Padova e a prete Antonello da Crema, rettore della chiesa di
la chi esa di san gi orgi o di rovolon 185
Artigiani al lavoro
per la costruzione
del pulpito
della chiesa di
Rovolon nel 1927.
S. Antonio del Covolo, perch ne prendessero
possesso a suo nome.
27
A questo punto la parrocchia era retta per la
seconda volta nella sua storia da un monaco
benedettino. Nel caso precedente si era tratta-
to di una breve reggenza dovuta a circostanze
straordinarie, ora invece si intendeva assegnar-
le stabilmente una nuova situazione giuridica.
Il monastero, cos rassicurato, mantenne le
promesse e diede il via ai lavori di ricostruzio-
ne totale della chiesa, tanto da risultare ormai
fniti negli ultimi mesi del 1499.
Prete Andrea dal B si godette ancora per
qualche anno il benefcio parrocchiale fno
agli inizi del 1499,
28
mentre il monastero te-
neva saldamente la parrocchia che, resa va-
cante da Antonio Solimani, fu conferita il 22
giugno 1498, dallabate Simone da Pavia, ad
un altro monaco, cio don Andrea da Piacen-
za.
29
Da qualche parte si avanzarono dei dubbi
di fronte ad un simile modo di procedere, ma
una decisione del governo di Venezia ingiun-
se ai rettori di Padova di dare il nulla osta alla
immissione in possesso del monaco.
30
La so-
luzione raggiunta presentava ancora qualche
punto debole e doveva essere perfezionata.
Lanno dopo parve giunto fnalmente il mo-
mento opportuno per condurre in porto una volta per sempre tutta la storia.
Dopo la morte del vecchio arciprete il benefcio era davvero libero e inoltre
si trovava a Venezia il cardinale Giovanni Borgia, legato della Sede apostolica
per lItalia e quindi munito di tutti i poteri, oltre che perennemente afamato
di prebende. Bastarono pochi giorni e il monaco don Andrea, parroco da un
anno appena, fece una nuova e spontanea resignazione in curia nelle mani
del legato e contemporaneamente il monastero di Santa Giustina present
la richiesta formale di incorporazione e unione alla parrocchia, gi ventilata,
come si ricorder, ma non ottenuta nel 1495. In questa occasione il legato
concesse quanto richiesto.
31

Come gi detto, dopo neppure tre anni, vi fu un nuovo cambio del titolare
della parrocchia: in forza del diritto di collazione e della dispensa apostolica
ottenuta con la bolla Religionis zelus, labate Simone da Pavia confer il gover-
no della parrocchia al monaco di Santa Giustina don Andrea da Piacenza.
32
Si arriva cos allultimo punto di un piano, gi collaudato a Villa del Bosco,
parrocchia non lontana da Correzzola (da non confondere con la Villa del
Bosco di Praglia, oggi conosciuta con il toponimo di San Biagio), su cui il
monastero esercitava, per antica consuetudine, il diritto di collazione, vale
a dire il diritto di scegliere il parroco senza lintervento dellautorit vescovi-
le.
33
Don Andrea da Piacenza rimase a Rovolon appena un anno: nel 1499 la
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 186
Cartolina dei primi
anni Settanta
con le tre chiese
del comune
di Rovolon. Bastia
ancora priva del
campanile.
parrocchia era di nuovo priva di rettore per libera rinuncia alluf cio fatta
spontaneamente nelle nostre mani e da noi accolta..., come si legge nel do-
cumento del legato apostolico.
34
Tutta loperazione, che mirava allunione della chiesa di Rovolon con il mo-
nastero di Santa Giustina, giunse cos in porto per la presenza a Venezia, in
quel settembre 1499, proprio del legato della sede apostolica romana per tut-
ta lItalia, il cardinale Giovanni Borgia. Nelle sue mani don Andrea da Piacen-
za comp quellatto (conosciuto in diritto canonico con il termine giuridico di
Resignatio in curia) in forza del quale, lasciando libero del titolare un benefcio
ecclesiastico nel nostro caso quello della parrocchia di Rovolon lo si rimi-
se a completa disposizione dellautorit centrale della Chiesa af nch questa
potesse scegliere un nuovo titolare. Contemporaneamente alla Resignatio in
curia di don Andrea, il monastero di Santa Giustina present al legato aposto-
lico una petizione, cio la richiesta formale di unire chiesa e benefcio di San
Giorgio al monastero.
Da tempo immemorabile il monastero di Santa Giustina esercitava il diritto
di collazione ogni qualvolta la parrocchia di Rovolon rimaneva priva del suo
arciprete, o per cause di morte o per trasferimento in altra sede o, come
abbiamo visto sopra, per la rinuncia da parte del titolare. Prima del 1499 il
prete, investito dal monastero delluf cio di arciprete di Rovolon, diventava
parroco a tutti gli efetti, con una reale autonomia di azione rispetto al mo-
nastero, anche nella gestione dei beni della chiesa. Ora il monastero, ottenuta
lunione-annessione della chiesa e del benefcio alla mensa abbaziale, diventa
esso stesso il titolare della parrocchia con la facolt di scegliersi preti secolari
riconosciuti idonei alla cura danime dallautorit vescovile, amovibili, ai qua-
li il monastero assicura un compenso annuo di 30 forini doro.
Per quanto riguarda il benefcio della chiesa di S. Giorgio il legato autorizzava
la chi esa di san gi orgi o di rovolon 187
Il centro di Bastia
in una cartolina
spedita nel 1937.
il monastero ad appropriarse-
ne liberamente, a tenerlo in
perpetuo e ad impiegare ogni
reddito e provento di esso per
gli usi e le utilit della chiesa e
dei monaci. Largomentazio-
ne accampata dal monastero
in appoggio alla richiesta fu
di ordine economico e si rife-
riva allesborso, nella fabbrica
della nuova chiesa di S. Gior-
gio, di ben 350 ducati quando
i frutti, le rendite ed i proven-
ti del benefcio parrocchiale
non superavano il valore an-
nuo di 60 ducati. E siccome
il procedimento adottato dal
monastero, pure inoppugna-
bile dal punto di vista del di-
ritto, conservava anche allora tutta lapparenza dello stratagemma, la bolla si
preoccupa, ricorrendo in abbondanza a formule usuali, ad assicurare il mona-
stero con la pi larga assoluzione da ogni genere di scomunica, sospensione e
da ogni altra censura ecclesiastica in cui potesse trovarsi innodato. Niente
potr pi annullare lunione tra la parrocchia di Rovolon e il monastero di
Santa Giustina, n sarebbero state pi possibili altre resignazioni in curia. Alla
fne c la nota del conto pagato dal monastero per ottenere il privilegio: 60
ducati di annata, tanto quanto era secondo la stima pi stretta lammontare
delle rendite annuali del benefcio parrocchiale di Rovolon.
Una volta ottenuta la bolla pontifcia di unione della chiesa al monastero, i mo-
naci ebbero fretta di darvi esecuzione; addirittura tirarono in campo lobbe-
dienza: Volentes uti flli oboedientes bullas unionis ... executioni mandare.
35

Il mercoled 25 settembre 1499, sei giorni dopo lappuntamento di Venezia,
fu convocato il Capitolo per designare la delegazione incaricata di prendere
possesso della chiesa di Rovolon.
36
Alla riunione furono presenti come testi
due laici: mastro Bartolomeo, mastellaio della contrada di Ognissanti, e Do-
menico detto Befa, mugnaio della contrada di Pontecorvo. Nel verbale del
capitolo monastico fu inserita una preziosa notizia: la chiesa, di cui il mona-
stero stava per entrare in possesso, era quella fabbricata recentemente dai
padri nella villa di Rovolon ... dedicata a S. Giorgio, l dove per laddietro
cera la vecchia chiesa parrocchiale, la quale minacciava totale rovina, anche
quella chiamata con il titolo di S. Giorgio.
Il marted primo ottobre giunse a Rovolon una delegazione di alto livello; dal
capitolo dei monaci erano stati constituti, creati, et specialiter electi, ordinati et
deputati:
37
labate Simone da Pavia, il decano Girolamo, il cellerario Girolamo
Bellomi da Venezia ed altri tre monaci. A presenziare in qualit di testi furono
chiamati due sacerdoti, cio prete Antonello de Scachis, priore di S. Antonio
del Covolo, e prete Pasquale de Rossi, cappellano della chiesa di S. Giorgio. Alla
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 188
stesura dellatto era presente anche Giacomo dal B, il fglio notaio dellarcipre-
te Andrea dal B, a quel tempo gi defunto, ed un certo ser Peregrino Zuchelo:
di fatto gli unici rappresentanti uf ciali di Rovolon. Oltre a questi, nellatto si
leggono i nomi anche di tre artigiani: magister Pietro del fu Giovanni, maran-
gon originario dal lago di Como ma abitante a Padova nella contrada di San
Canziano; magister Battista del fu Baldassare, anchesso da Como e residente a
Padova nella contrada di San Giorgio; magister Lorenzo lapicida del fu mastro
Giovanni Trevisan della contrada padovana di San Prosdocimo.
Verosimilmente si tratta di tre artigiani addetti alla fabbrica della chiesa: lope-
ra di costruzione doveva essere ancora in corso. Ma prestiamo attenzione al
solenne rituale impiegato nel rispetto della consuetudine per signifcare il
cambiamento dellarciprete per la chiesa di Rovolon: Entrati spontaneamen-
te di persona, pacifcamente e quietamente e senza incontrare opposizioni,
dimostrarono di prendere in reale tenuta il corporale possesso della chiesa di
S. Giorgio della villa di Rovolon toccando le estremit dellaltare maggiore e
le tovaglie di lino esistenti sopra lo stesso altare, salendo nello stallo, median-
te il suono delle campane, aprendo e chiudendo le porte della detta chiesa,
entrando e uscendo cos pure con altri atti.
Se oltre ai testimoni uf ciali, Giacomo dal B e Peregrino Zuchelo, abbiano
assistito come spettatori casuali altri parrocchiani non lo sappiamo: in caso
afermativo non poco deve essere stato il loro stupore vedendo lo svolgimen-
to di un cerimoniale del genere.
Tra le parrocchie del monastero di Santa Giustina

Ora importa sottolineare come questo atto di unione non fosse un episodio
isolato, ma facesse parte di una strategia pi generale seguita sia dal mona-
stero di Santa Giustina, sia da quello di Praglia. Lo dimostrano a suf cienza
alcuni dati. Prete Antonello de Scachis, presente alla presa di possesso in
qualit di teste, era reduce da unanaloga vicenda: investito nellanno 1464 del
benefcio di Villa del Bosco e della commenda della chiesa di Concadalbero, il
30 giugno 1488 faceva la resignatio, cio formale rinuncia alla parrocchia,
cos che il rettorato delle due chiese era assunto dal monaco Ambrogio da
Lodi. Questa svolta radicale nella conduzione della parrocchia era stata pre-
parata dal monastero gi due anni prima con la richiesta al papa del privilegio
di porre nel benefcio di S. Nicol di Villa del Bosco, quando si fosse reso va-
cante, solamente monaci dello stesso cenobio, rimovibili a sua discrezione e
lautorizzazione a rendere lefettivo servizio attraverso cappellani secolari o
regolari.
38
In altre parole nel caso della parrocchia di Villa del Bosco, nel cui
territorio il monastero aveva vasti possedimenti, si era fatto un po il collaudo
del procedimento adottato poi a Rovolon.
Per quanto riguarda Praglia, nel 1507, su esplicita richiesta del monastero,
papa Giulio II concesse ai monaci la chiesa di Carbonara con tutti i beni e i
diritti.
39
Su sollecitazione dello stesso monastero, nel 1517, una bolla di Le-
one X un, annesse e incorpor in perpetuo la parrocchia di Tramonte al
monastero di Praglia, raforzando una dipendenza preesistente.
40
Alcuni anni
la chi esa di san gi orgi o di rovolon 189
Il territorio di
Rovolon con flari
di viti che scendono
verso il piano.
prima, nel 1508, papa Giulio II aveva af dato, sempre allabbazia di Praglia,
la chiesa della Madonna posta sul monte omonimo ceduta dal comune di
Rovolon, i cui beni confnavano con quelli del monastero.
41
Lultimo passaggio di chiesa-benefcio al monastero di Santa Giustina riguar-
d la parrocchia di Legnaro, nel 1557.
42
Il pi delle volte questo genere di
petizioni veniva giustifcato con motivazioni di ordine spirituale e religioso,
quale lo stato di abbandono in cui versavano ledifcio della chiesa e la cura
delle anime. Ma il fatto che le parrocchie oggetto di simili petizioni fossero
caratterizzate dalla presenza di vasti possedimenti fondiari dei due monasteri
entro i confni del loro territorio, fa pensare che non sia mancato lintento
di conglobare insieme due ordini di cose: la potestas in spiritualibus con la
potestas in materialibus, il controllo delle anime e quello dei corpi. Nel caso di
Rovolon sembra abbastanza evidente il peso del movente economico. Che
la prospettiva di un afare non sia stata assente in tutta loperazione di incor-
porazione della chiesa-benefcio di San Giorgio al monastero, lo dimostra
il seguito dei fatti. Anzitutto una parte delle terre della chiesa confnava da
tutti i lati, o quasi, con le propriet del monastero,
43
mentre una parte dei
campi che componevano lex benefcio arcipretale fu utilizzata dai monaci
come materiale di scambio. Il monastero riusc in tal modo a dare compattez-
za ai suoi possedimenti nel territorio di Rovolon, altrimenti mortifcati dalla
frammentariet di tante piccole chiusure che, a guisa di corpi estranei, ne
interrompevano la continuit. Non a caso dallagosto 1502 allottobre 1504 si
portarono a termine ben sei operazioni di permuta.
44

vero che la bolla di unione risaliva al settembre 1499, ma per dar corso alle
sue direttive bisognava attendere la scadenza dei contratti daf tto in cor-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 190
Lo stemma
di Santa Giustina
sopra il portale
dingresso della
pieve di San
Giorgio.
so. Del resto prete Andrea, pur avendo rinunciato
alluf cio, si era riservato il benefcio in vita sua:
solo alla sua morte fu pertanto possibile stipulare
delle convenzioni tra monastero ed erede, cio il
pi volte ricordato notaio Giacomo dal Bo, cos
che ogni divergenza fosse appianata.
45
Intanto i lavori di ricostruzione erano fniti e il ve-
scovo Barozzi che aveva visitato la vecchia chiesa
poco prima della sua demolizione, ritorn a Ro-
volon a consacrare la nuova, domenica 24 aprile
1502, giorno successivo alla festa di San Giorgio,
che come noto cade il 23 aprile. Santo che rimane
il titolare della parrocchia e dellaltar maggiore,
mentre vengono almeno in parte cambiate le de-
diche degli altri due altari; in tutti e tre gli altari
il vescovo inserisce preziose reliquie come era
sua abitudine ed insieme le reliquie trovate nei tre
altari precedenti distrutti, reliquie di santi ignoti
quorum nomina ignorantur, scripta sunt autem
in libro vitae, come dice il verbale: bellesempio
di rispetto per la tradizione, se non di scrupolosa critica storica.
46
In seguito allorganica unione al monastero di Santa Giustina, la parrocchia di
San Giorgio divenne cappellania di San Giorgio: cos che la troviamo nomi-
nata in qualche atto del monastero di quegli anni.
47
Come si and confguran-
do il rapporto tra monastero e preti incaricati in qualit di cappellani-vicari
della cura danime? Dopo tre anni di rodaggio il monastero sent il bisogno di
stendere un regolamento col quale fssare in alcuni punti diritti e doveri,
sempre comunque nei limiti di un rapporto di chiara dipendenza.
48
Anzitutto
i nuovi rettori furono obbligati a compiere tutti gli atti in capo ad una chiesa
con cura danime, seguendo in tal modo la consuetudine de la cura de le anime e
lo costume de la parrocchia. Fu stabilito che la cura principale, vale a dire lazio-
ne direttiva, fosse svolta dai due cappellani a turno e con cadenza settimana-
le: una septimana luno et una laltro. Uno dei due scendeva la domenica a
celebrare nella chiesetta di S. Vincenzo o S. Sebastiano al Vegrolongo.
Quanto al delicato capitolo della remunerazione fu stabilito poi che: divida-
no tra loro tutti gli incerti che pervengono a dicta chiesa per met equalmen-
te. Dal canto suo il monastero garant a ciascuno dei due cappellani, a titolo
de salario allanno et a rason de donno, 18 ducati doro, un moggio di frumento
e dieci mastelli de vin de pian. Lultimo punto, molto chiaro nella sua formu-
lazione, stabil che in caso di comportamento cattivo Dio non lo voglia e noi
non lo crediamo fosse in libera facult et potest del ditto padre abate ... dare
commiato et licenziare sia uno solo sia entrambi i cappellani anche infra
annum, non obstante che lanno del accordio non fusse compiudo.
Il 1 novembre 1502 fu sottoscritto un patto fra due preti. Il padre don Eusebio
da Modena, abate di Santa Giustina, accett per suoi cappellani nella chiesa di
San Giorgio di Rovolon, prete Giovanni Rossi da Padova e prete Alessandro
Fabris da Ferrara. I patti, che in quella circostanza furono siglati, non erano
la chi esa di san gi orgi o di rovolon 191
Tabernacolo
del XV secolo
nella pieve
di San Giorgio.
tutti di facile esecuzione: la norma infatti pre-
vedeva la cura danime esercitata communiter
et promiscue (insieme e promiscua);
49
una pra-
tica che ben presto si rivel poco praticabile
a causa di interminabili discordie. Il visitatore
monastico che per conto dellabate visitava
periodicamente la chiesa Nicol Galerio nel-
la visita pastorale del 1587, di fronte a questa
insostenibile situazione disporr la creazione
di una nuova parrocchia nel luogo di Bastia:
solo cos verr posto fne alla dif cile coabita-
zione dei due cappellani.
Vari fattori segnarono negativamente la cura
danime af data ai due cappellani: in pi di un
caso si ha limpressione che il monastero assu-
messe sacerdoti un po ad occhi chiusi, in altre
parole pescando nel mercato che la manova-
lanza clericale ofriva, visto che non di rado si
trattava di personale ecclesiastico eterogeneo
e dalla provenienza pi disparata. Un modo di
procedere che riserv allabate, vero signore di San Giorgio di Rovolon, pi
di un inconveniente, soprattutto nel corso di quel tormentato XVI secolo.
Imbarazzante, in quanto accaduto in pieno clima di riforma post-tridentina,
fu il caso di prete Piero detto Gobbi e prete Francesco de Paoli, inquisiti nella
visita abbaziale del luglio 1575: ebbene il primo si trovava a Rovolon da non
pi di tre anni e laltro da soli cinque mesi, suf cienti comunque per farsi
segnalare negativamente agli occhi dellabate. Da rilevare che prete Pietro
detto Gobbi con molta probabilit aveva sostituito quel Marco Targa che al
visitatore vescovile del 1572 diede prova di saper leggere il latino del messale
senza capirlo.
50
Per tutto il corso del XVI secolo si registr inoltre una forte mobilit di cap-
pellani curati, dovuta verosimilmente al fatto di essere persone dipendenti,
continuamente sottoposte alla vigilanza del monaco-rettore che risiedeva
nel vicino palazzo della corte benedettina. I rettori della parrocchia di San
Giorgio erano infatti rimuovibili in qualsiasi momento da parte dellabate.
Un esempio di quelle movimentate vicende si registra nella visita pastorale
compiuta nel 1579. Il padre abate di Santa Giustina nel controllare le condi-
zioni dellabitazione dei due curati, di propriet dellabbazia, venne a sapere
che in una parte delledifcio abitava un nipote del curato, che allora era pre-
te Ludovico. Il nipote era sposato, circostanza sulla quale labate si riserv
di rifettere; in seguito avrebbe fatto conoscere al rettore le sue decisioni.
51

Qualche mese pi tardi labate di Santa Giustina ritorn a Rovolon e in quella
circostanza impart alcune direttive intese ad accentuare la dipendenza della
chiesa dal monastero padovano. Anzitutto, sotto pena di privazione del be-
nefcio don Ludovico non doveva pi tenere n ospitare la cognata sposata
nelle case di propriet del monastero, tanto meno nella casa parrocchiale. In
secondo luogo invit il curato a procurare un predicatore per lormai immi-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 192
nente tempo di Quaresima: una volta individuato avrebbe dovuto chiedere
comunque lassenso allabate. Infne, a salvaguardia della giurisdizione del
monastero sulla parrocchia di Rovolon, aggiunse un altro richiamo: quan-
do fosse stato necessario amministrare i sacramenti, prete Ludovico doveva
valersi soltanto delle suppellettili esistenti nella sua chiesa di San Giorgio
e nella chiesetta di San Sebastiano, soggette alla giurisdizione spirituale del
monastero e non delle altre chiese.
52
probabile che nella circostanza laba-
te alludesse alla chiesa di Santa Maria della Bastia, allora of ciata dai Servi di
Maria; pare di capire la natura dellinfrazione commessa dal curato Ludovi-
co: in date circostanze, per necessit o per comodit, egli andava a prestito
di qualche arredo liturgico dal religioso che of ciava la chiesa della Bastia e
magari, qualche altra volta, in quella chiesa avr celebrato la S. Messa o qual-
che sacramento. Labate con quella decisione impose un taglio netto ad una
forma di cooperazione, verosimilmente per timore che potessero ingenerare
confusioni di carattere giurisdizionale sulle chiese dipendenti dallabbazia.

Note
1. Codice diplomatico padovano dal secolo sesto a tutto lundecimo, a cura di Andrea Gloria,
Venezia (Monumenti storici pubblicati dalla Deputazione veneta di Storia patria) 1877,
doc. 55, p. 81.
2. Codice diplomatico padovano dal secolo sesto a tutto lundecimo, doc. 239, p. 266. Francesco
Selmin, Selvazzano. Documenti di storia, Selvazzano (Centro Sociale di Educazione Per-
manente) 1972, p. 40-48.
3. [Ireneo Daniele], La diocesi di Padova nel 1972, Padova (Tip. Antoniana) 1973, p. 478;
Archivio di Stato di Padova (= ASPd), Pergamene, generale 8928 e 7396.
4. ASPd, Pergamene, generale 8506.
5. ASPd, Pergamene, generale 11048.
6. Il Liber di S. Agata di Padova (1304), a cura di Giannino Carraro, con Nota di diplo-
matica di Gian Giacomo Fissore, Padova (ed. Antenore - Giunta Regionale del Veneto
- Fonti per la Storia della Terraferma Veneta, 11) 1997, p. 136.
7. Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Venetiae-Histria, Dalmatia, a cura di Pietro
Sella e Giuseppe Vale, Citt del Vaticano (Biblioteca Apostolica Vaticana - Studi e testi,
96) 1941, p. 111-114, num. 1323-1350.
8. Si veda in questo libro il capitolo dedicato al mulino di Rovolon.
9. ASPd, Estimo 1418, vol. 297, c. 131
r
-132
v
.
10. ASPd, Pergamene, generale 7484.
11. ASPd, Corona (provenienza monastero di Santa Giustina), generale 7659, part. 1881, col-
locazione CCCLX, Bolla di unione di San Giorgio di Rovolon al monastero di Santa
Giustina, datata 1 ottobre 1499.
12. [Daniele], La diocesi di Padova, p. 478.
13. Levento dovrebbe collocarsi tra il 1467 e il 1469.
14. Pierantonio Gios, Lattivit pastorale del vescovo Pietro Barozzi a Padova (1487-1507), Pado-
va (Istituto per la storia ecclesiastica padovana) 1977, p. 125 n. 20.
15. Archivio della Curia Vescovile di Padova (=ACVPd), Visitationes, III, c. 390. Si tratta
della pi antica visita pastorale di cui si abbia memoria, se si eccettua quella del vescovo
Marco Nigro (domenica 8 settembre 1465).
16. Gios (Lattivit pastorale del vescovo Pietro Barozzi, p. 133 n. 35), riporta un caso analogo
che riguarda la riconciliazione della chiesa e del cimitero di Camponogara propter
efusionem sanguinis di cui era responsabile Bernardino Nardini.
17. Forse fu un omaggio al papa regnante, Alessandro VI (al secolo Rodrigo de Borja y
la chi esa di san gi orgi o di rovolon 193
Doms, in italiano Borgia), nato a Jtiva (Valencia) nel 1431 ed eletto pontefce nel 1492.
Era nipote di Callisto III (1455-1458) e a Roma mor nel 1503.
18. Il notaio Giacomo dal B fu attivo a Padova tra il 1454 e il 1513 (ASPd, Notarile, vol.
2925, 2926, 2927, 2928).
19. ASPd, Corporazioni religiose soppresse. Monasteri della citt. Santa Giustina (= ASPd, S.
Giustina), b. 137, flza C.R P.II, c. 253 Contro il comune di Rovolon per causa di spese
nelle riparazioni della chiesa e del campanile (senza data, ma evidentemente anteriore
alla richiesta seguente).
20. ASPd, S. Giustina, b. 180, flza E.P P.19, c. 107 Atti contro larciprete di S. Giorgio di
Rovolon e contro comune di Rovolon per la chiesa di S. Giorgio di Rovolon e S. Maria
della Bastia.
21. ASPd, S. Giustina, b. 137, flza C.R P.II, c. 238
r
: brutta copia senza data di petizione in-
dirizzata a Beatissime Pater (il papa); lo stesso testo in bella copia a c. 232 con indirizzo
Reverendissime Domine, cio allabate. Larciprete si presenta qui pi che ottantenne e
oppresso da malattia e vecchiaia.
22. ASPd, S. Giustina, b. 137, flza C.R P.II, cc. 239-240. da notare che larciprete in questo
momento non coltiva pi cereali in proprio: gli bastano ad abundantiam quelli raccolti
come canone e quartese. Nella medesima flza, alle carte 258 e 260 (tra le quali stata
inserita in altro tempo la lettera formante la c. 259) c un bilancio pi tardo, fatto in
occasione della visita dellabate Giovanni da Trento nella domenica 3 luglio 1575 (Cfr.
ASPd, S. Giustina, b. 183, flza E.P P. 25, c. 46). Le spese sostenute furono queste: ai
due sacerdoti in cura danime il monastero passa lire 223 e 4 soldi di salario, 24 staia
di frumento, 4 di miglio, 4 di sorgo, 8 di legumi, 20 mastelli di vino, 25 libbre di carne
salata, 25 libbre di formaggio, un carro di feno e uno di paglia. Le entrate sono cos
calcolate: a) 12 ducati di reddito complessivo da 13 campi (seminativi, prati, vigneti) in
vari luoghi; b) 20 campi di bosco, li quali so inutili perch vi si potrebbe cavar legna
ogni 10 anni ma con tanta spesa, che non si fa le legne, perci reddito zero; c) canoni
riscossi da trentatre af ttuari: 79 lire e 3 soldi, 7 moggia, cio 84 staia, di frumento, 6
paia di polli e 6 di galline; d) il quartese parrocchiale che rende 5 moggia (= 60 staia) di
frumento, 2 moggia (= 24 staia) di cereali di variet diverse, uno staio di sorgo, 8 staia di
legumi e 25 mastelli di vino. Le due voci principali, denaro e frumento, danno in totale
rispettivamente lire 153, soldi 11 e 12 moggia (= 144 staia). La base fondiaria era stata
evidentemente modifcata e il tutto era gestito ora dal monastero, pur conservandosi
memoria di una certa distinzione.
23. ASPd, S. Giustina, mazzo 577 Instrumenti diversi in pergamena (1405-1567), perga-
mena n. 127. Estensore il notaio Lorenzo Violato. A questo punto erano state scartate
altre possibili soluzioni, compresa la pensione in forini per Andrea dal B, soluzioni di
cui resta traccia nelle minute di petizione sempre in ASPd, S. Giustina, b. 137, flza C.R
P.II, c. 238
r
: vi si chiedeva lautorizzazione per labate ad assegnare la chiesa, in caso di
vacanza, ad un monaco di Santa Giustina. Antonio Solimani acconsente come cellera-
rio ad una permuta di terre del benefcio parrocchiale di Rovolon il 19 dicembre 1493,
nella fattoria del monastero (ASPd, S. Giustina, b. 180, flza E.P P.19, c. 97
v
). Al momen-
to del Capitolo egli era assente, forse gi a Roma per imbastire la pratica.
24. Sono: Stefano Capponi da San Geminiano, canonico di Massa e sollecitatore presso la
Curia, Nicol da Barchinova priore del monastero ferrarese di S. Marco, ora a Roma nel
monastero di S. Paolo in urbe e il sig. Innocenzo de Leis, avvocato in Curia.
25. ASPd, S. Giustina, b. 180, flza E.P P.19, c. 108: atto del 27 novembre 1495, in copia fatta
dallo stesso notaio rogante Lorenzo Violato.
26. ASPd, S. Giustina, b. 137, flza C.R P.II, c. 255.
27. La bolla in ASPd, S. Giustina, mazzo 577, Instrumenti diversi in pergamena (1405-
1567), pergamena n. 128 datata 16 dicembre 1495; per la procura sempre in ASPd, S.
Giustina, vol. 8 (Annali, tomo VIII, anni 1429-1550), c. 749 in data 11 dicembre 1495.
Sulla fgura di prete Antonello da Crema si veda Giuseppina De Sandre Gasparini, Con-
tadini, chiesa, confraternita in un paese veneto di bonifca. Villa del Bosco nel Quattrocento,
Padova (Istituto per la storia ecclesiastica padovana) 1979, p. 119-112 e p. 139-144.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 194
28. Continuano ad essere a suo nome i contratti daf tto di terre parrocchiali (si vedano i
contratti del 31 dicembre 1496, alla presenza di prete Lodovigo cappellano e del 24 aprile
1497). Si vedano anche in ASPd, S. Giustina, b. 180, flza E.P P.19, c. 62: Pagamenti facti
ale decime per la ghiexia de messer S. Zorzi essendo rectore messer prete Andrea dal
B, che arrivano fno al 14 agosto 1498, con due versamenti di lire 26 e soldi 2 ciascuno.
Prete Andrea continu a pagare le tasse come fruitore efettivo del benefcio. Il 17 aprile
1499 invece il monaco Andrea da Piacenza rettore della chiesa di S. Giorgio che af tta
per tre anni una terra della chiesa (ibidem, c. 101). Su Carbonara: Antonio Rigon, La
parrocchia di S. Giovanni Battista di Carbonara, in LAbbazia di Santa Maria di Praglia, a cura
di Callisto Carpanese e Francesco Trolese, Milano (Silvana Editoriale) 1985, p. 71-73.
29. ASPd, S. Giustina, mazzo 577, Instrumenti diversi in pergamena (1405-1567), perga-
mena n. 130.
30. ASPd, S. Giustina, vol. 8 (Annali, tomo VIII), c. 761 in data 28 giugno 1498.
31. ASPd, Corona (provenienza monastero di Santa Giustina), generale 7659, part. 1881, collo-
cazione CCCLX, Bolla di unione di San Giorgio di Rovolon al monastero di Santa Giu-
stina, datata 1 ottobre 1499. Nel documento vengono citate la resignazione di don
Andrea e la petizione dei monaci. Alla bolla sono stati poi uniti, cos da formare un solo
rotolo, anche il mandato per la immissione in possesso e latto dimmissione citati qui
di seguito. Il procedimento seguito dai monaci per acquisire anche il benefcio parroc-
chiale, inoppugnabile sotto il proflo del diritto canonico, manifestava gi allora tutta
lapparenza di un esplicito stratagemma tanto che nella bolla del cardinale Borgia ci
si preoccup, ricorrendo in abbondanza a formule usuali, di proteggere il monastero
da ogni possibile ricorso. Nel testo della bolla, infatti, si coglie pienamente la volont
di tutelare il proprio operato e quello del monastero contro ogni genere di scomunica,
sospensione e da ogni altra possibile censura ecclesiastica.
32. Per quanto riguarda la gestione dei beni immobili, che doveva assicurare una rendita
tale da garantire la sopravvivenza dellarciprete, va rilevato che prete Andrea dal B ave-
va provveduto a redigere un accurato inventario, dimostrando attenzione e diligenza:
una cura che facilit in quei frangenti lacquisizione da parte del monastero dei beni
stessi. Un patrimonio che, liberamente detenuto dal monastero, consentiva di impiega-
re il reddito e i proventi per le necessit e i bisogni della chiesa e dei monaci. curioso
rilevare che largomentazione accampata dai benedettini di Santa Giustina in appoggio
alla richiesta fu di ordine squisitamente economico: era stato lo stesso monastero a im-
pegnare nella costruzione della nuova chiesa di San Giorgio ben 350 ducati e quindi
non la comunit civile come spesso accadeva in altri luoghi mentre i frutti, i redditi ed
i proventi della chiesa parrocchiale non superavano il valore annuo di 60 ducati.
33. I casi di ricostruzione o di nuova costruzione di chiese parrocchiali da parte dei comuni
sono diversi, qui ricordo quello di Galzignano, avvenuto nel 1674, che comport uno
sforzo fnanziario e un indebitamento del locale comune rurale, risolto con laliena-
zione di parte del patrimonio immobiliare (boschi e terreni coltivati) della collettivit
(Claudio Grandis, Il comune di Galzignano e la famiglia Giavarina, in Comune di Galzi-
gnano Terme, Inaugurazione della nuova sede municipale in palazzo Giavarina, Galzignano
Terme 2007, p. 19-21).
34. Vedi sopra alla nota 31.
35. Cfr. sopra nota 31.
36. Cos detto nel verbale della immissione in possesso.
37. Mandatum ad capiendam possessionem.
38. Missio in possessionem.
39. Si confronti per questa vicenda quanto scrive Giuseppina De Sandre Gasparini, Conta-
dini, chiesa, confraternita in un paese veneto di bonifca, p. 109-112 e 139-140; la citazione
da p. 140.
40. Rigon, La parrocchia di S. Giovanni Battista di Carbonara, p. 71
41. Giuseppe Tamburrino, La parrocchia di S. Giorgio di Tramonte e di S. Maria di Praglia, in
LAbbazia di Santa Maria di Praglia, a cura di Callisto Carpanese e Francesco Trolese,
Milano (Silvana Editoriale) 1985, p. 63-67.
la chi esa di san gi orgi o di rovolon 195
42. Callisto Carpanese, Il Santuario del Monte della Madonna nei Colli Euganei. Tra storia e
cronaca, Abbazia di Praglia 1987, p. 25-38.
43. ASPd, S. Giustina, mazzo 338, fasc. III, c. 1v-2r (copia siglata 322). D: Chiese, n. 3
privilegi. Scritture, ecc. appartenenti al possesso delle chiese soggette al monastero
1131-1749. Breve di papa Paolo IV del 19 novembre 1557; mazzo 553, fasc. 2, c. non
numerata dove si legge: Il Santo pontefce Paolo IV unisce al monastero di Santa Giu-
stina la chiesa parrocchiale di S. Biasio di Legnaro talmente che sia lecito al padre abate
e monastero prendere possesso di detta chiesa, ritenere perpetuamente le di lei entrate
e convertirle in uso proprio e della detta chiesa; nec non farvi esercitare la cura danime
per due preti secolari ad ognuno 60 ducati di Camera.
44. Il dato emerge dalla lettura dellinventario steso nel 1488. Una situazione durata nei
secoli seguenti come attestano vari documenti in cui terreni del monastero sono in
prossimit della chiesa di San Giorgio. A titolo di esempio si veda la perizia di Antonio
Turcato del 1787 che descrive un appezzamento di oltre cinque campi di terra diviso
in due pezze di cui una di ragione delli reverendi padri di Santa Giustina di Padova e
laltra posseduta dal reverendo signor arciprete, terre che si trovavano in contr delle
Roche, cio di fronte alla chiesa di San Giorgio oltre la strada che tuttora la costeggia
(ASPd, Notarile 6726, c. 157
r
).
45. ASPd, S. Giustina, vol. 8 (Annali, tomo VIII), c. 789, 793-795.
46. ASPd, S. Giustina, vol. 4 (Indice alfabetico per materia delle scritture del monastero, tomo IV,
lettere P-Z), sub voce Rovolon chiesa, in data 1500, 15 luglio.
47. ACVPd, Visitationes, III, c. 394. La curia padovana era naturalmente rimasta esclusa da
tutto il tramestio dei quegli anni.
48. ASPd, S. Giustina, busta 553, carta sciolta segnata 120: Pacti fatti con la cappellania di S.
Giorgio del 1 novembre 1502. Nella stesso contenitore vi anche il Libro dei capitoli
della Scuola della Morte eretta nella chiesa di S. Giorgio di Rovolon (1649).
49. ASPd, S. Giustina, busta 553, carta sciolta segnata 120.
50. Claudio Bellinati, La Pieve di Rovolon. Notizie e cenni storici dalle visite pastorali, in Fran-
co Holzer, Rovolon amore per una terra, Padova (ADLE edizioni) 1997, p. 36-37.
51. ACVPd, Visitationes, X, c. 296
v
, contiene il verbale della visita del vescovo Federico Cor-
ner efettuata a Rovolon il 1 luglio 1587. Il riassunto di quella visita in Bellinati, La
Pieve di Rovolon, p. 37-38.
52. ASPd, S. Giustina, busta 183, flza E.P P. 25, Visite delle chiese di S. Matteo, S. Giuliana,
S. Daniele, S. Giorgio di Rovolon, S. Martino dei Ronchi ed altre, con inventari, esami e
decreti dei superiori (1534-1699). Visita abbaziale alla chiesa di Rovolon del 7 maggio
1579.
53. ASPd, S. Giustina, busta 183, flza E.P P. 25, visita abbaziale alla chiesa di Rovolon del 28
gennaio 1580. Sulla chiesa di S. Giorgio: Francesco Giovan Battista Trolese, S. Giorgio
di Rovolon una chiesa donata a Santa Giustina di Padova cenni storici di un rapporto secolare,
in in Franco Holzer, Rovolon amore per una terra, Padova (ADLE edizioni) 1997, p. 47-
63. I verbali di visita dellabate sono in ASPd, S. Giustina, busta 183, flza E.P P. 25, c.
41 (1546); c. 45 (1582); c. 46-50 (1575); c. 103 (1579); c. 129 (1580); c. 169 (1587); c. 178
(1588); c. 230 (1699). Numerose notizie sulla vita della parrocchia sono anche nel lavoro
di Ludovico Francesco Maschietto, Ut grex dominicus salubriter regatur, conservetur et
custodiatur. Visite pastorali degli abati di S. Giustina in Padova alle parrocchie dipendenti
(1534-1791), Padova (Istituto per la storia ecclesiastica padovana) 1998.
La vecchia chiesa
di Bastia, demolita
per far posto
allattuale.
Nella pagina a
fronte: la chiesa
nel 1928.
Nel toponimo Bastia rimasto impresso il ricordo della fortifcazione in le-
gno eretta sul fnire del XIV secolo. Bastia ha la stessa radice linguistica di
bastone, bastonare. Pure bastire ci riconduce a questa matrice, tant che nel
lessico medievale voleva dire munire di bastia, steccato: un documento del
1319 relativo a Montefascone (in provincia di Viterbo) a tal proposito recita:
fecit bastiri per quosdam sticchones ligneos pro una roccha inibi facienda.
1

Per la storia del territorio che oggi fa capo alla nostra Bastia dunque inutile
cercare tracce pi antiche seguendone il nome di luogo. Questo spazio fsico
in passato doveva essere indicato con altre denominazioni, verosimilmente
una delle tante che ritroviamo citate nei documenti su Rovolon risalenti al
XII e XIII secolo. Lasciamo tuttavia ad altri ricercatori scoprire lantica deno-
minazione del luogo, partendo dalle pagine che in questo libro Francesco
Tognana ha dedicato alle strutture fortifcate del territorio comunale e in
particolare quelle riservate proprio a Bastia.
Questa breve premessa ci sembra doverosa prima di raccontare, per sommi
capi, la vicenda delle quattro chiese edifcate a Bastia, per la semplice ragione
che il tempio dedicato a Santa Maria della Neve (S. Mariae ad Nives de Bastia,
recita uf cialmente il Bollettino diocesano di Padova), con il compatrono San
Mauro, occupa proprio il luogo fsico della bastia, cio della struttura fortif-
La chiesa di Santa Maria di Bastia
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 198
La vecchia chiesa
di Bastia in una
cartolina illustrata
spedita il
28 febbraio 1927.
cata medievale. Linterramento cui sta-
to sottoposto il tratto di fossa Nina (det-
ta anche Fossa Martina, scolo Fossona o
naviglio di Pedevenda), non ci consente
di cogliere lunicit del sito, di questo
spazio, di questa isola vera e propria sulla
quale nel corso del XV secolo fu deciso
di costruire un tempio sacro. Tempio che
per oltre un secolo non fu riservato agli
abitanti di Rovolon, che lentamente era-
no andati popolando la pianura ritagliata
tra Monte Sereo e il grande bosco della
Carpaneda, bens al culto mariano pro-
mosso nella zona dallordine dei Servi di
Maria di Padova.
Loratorio al centro dellanello dacqua
cre in tal modo un quadro, uno scena-
rio, che nella visita abbaziale del 14 di-
cembre 1646 indusse il cancelliere notari-
le ad annotare che la chiesa ed il cimitero
erano circondati a fovea e accessibili
per ponte super foveam constructum.
Nel tempio e nel luogo delle sepolture si
giungeva dunque attraversando un pon-
te gettato sopra la fossa dacqua che pe-
rimetrava e defniva lintero spazio sacro.
Un ponte dotato anche di una porta per
impedire lingresso agli animali vaganti,
come i cani che non di rado nei cimiteri
tendevano a scavare sulle sepolture alla
ricerca di ossa; o degli ovini che brucava-
no lerba tra le tombe con limmaginabile strascico indecoroso che lasciava-
no al loro transito.
2
Proprio in questo luogo i frati serviti di Padova costruirono una chiesa de-
dicata a Santa Maria, loro grande protettrice. La defnizione esatta di questo
Ordine, fondato da sette mercanti forentini nel 1233, infatti Servi di Ma-
ria per la particolare devozione alla beata Vergine. A Padova lOrdine appro-
d nel corso del Trecento. Nel 1372, per volont di Fina Buzzacarini, moglie
di Francesco il Vecchio da Carrara, venne costruita una nuova chiesa sullarea
del demolito palazzo abitato del traditore Nicol da Carrara; chiesa che fu
consegnata uf cialmente ai Serviti il primo novembre 1392.
3
Nel mentre a Bastia lOrdine edifc un piccolo, modesto tempio mariano,
al Vegrolongo i monaci di Santa Giustina eressero un oratorio in onore di
S. Sebastiano (noto e invocato a protezione delle pestilenze, spesso in cop-
pia con S. Rocco), ponendolo alle dipendenze della chiesa di S. Giorgio di
Rovolon. Poich la pieve di S. Giorgio e loratorio di S. Sebastiano dipende-
vano entrambe da S. Giustina, e fsicamente si trovavano agli antipodi del
la chi esa di santa mari a basti a 199
La chiesa
con il fossato
circostante in una
cartolina spedita
il 16 agosto 1941.
territorio parrocchiale, labate del mo-
nastero dispose che vi fossero due sa-
cerdoti dimoranti nella medesima casa
canonica di Rovolon. A loro era af data
la cura danime e lobbligo di alternar-
si nella conduzione delle due chiese e
nella pratica religiosa: una promiscuit
che divenne confittuale per le disagia-
te condizioni di strade e ambiente. Lo
scontro violento e aperto tra i due sa-
cerdoti indusse labate di Santa Giustina
a proporre lo smembramento dellanti-
ca parrocchia di S. Giorgio.
Fu cos che, uf cialmente il primo lu-
glio 1587, Bastia assunse la veste di vera
e propria parrocchia, non pi dipen-
dente da Rovolon. Il decreto vescovile
che ne sanc la nascita, ofr tuttavia ai
monaci di Santa Giustina, titolari della
cura danime, la facolt di richiedere
ai Serviti di Padova ecclesiam Sanctae
Mariae della Bastia, al posto di tra-
sformare S. Sebastiano in parrocchia
per la posizione periferica del tempio
rispetto al grosso dellabitato. Listanza
fu accolta e il 10 ottobre 1590, si rese
cos esecutiva la volont pastorale. Da
quel momento gli uomini e il comune
di Vegrolongo, tutti i parrocchiani che
abitavano nelle case oltre la fossa Mar-
tina, presenti e futuri nessuno escluso,
dovevano essere considerati comunit parrocchiale di S. Maria della Bastia,
staccati di fatto e di diritto perch separati ac dismembrati dalla chiesa di S.
Giorgio di Rovolon.
La nuova comunit inizi a frequentare la chiesa che i serviti avevano edif-
cato nel 1470, per la posizione pi comoda rispetto al periferico oratorio S.
Sebastiano. Allabbazia di S. Giustina rimase il diritto di nominare il parroco,
come avvenne, ad esempio, nel 1645 con lelezione a rettore di don Cherubi-
no da Padova, monaco professo e decano del monastero che assunse lincari-
co con un salario di 100 ducati annui.
4
Il tempio di S. Maria purtroppo croll nel 1667; ricostruito, fu nuovamente
travolto dal turbine del 17 agosto 1756, quello che devast la copertura del
Palazzo della Ragione a Padova. Come ricorda una memoria custodita nella
canonica di Bastia, il violento fortunale fece crollare gran parte della chiesa
e uccise il cappellano, don Pietro Graziani di quarantanni, i due fgli minori
del campanaro Pietro Marcato e altri sei parrocchiani, due dei quali adole-
scenti. Nel breve volgere di un anno sorse un terzo edifcio, inaugurato il 6
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 200
La vecchia chiesa
in una cartolina
illustrata inviata
da Bastia il
6 ottobre 1911.
novembre 1757. Le ridotte dimensioni e gli insuf cienti ampliamenti attuati
nel corso del Novecento, indussero la comunit parrocchiale a progettare un
nuovo tempio pi ampio. Il 19 marzo 1949 fu cos benedetta la prima pietra
della quarta chiesa di Bastia, con la conseguente demolizione di quella sette-
centesca. I lavori si conclusero alcuni anni dopo permettendo la benedizione
del nuovo tempio il 1 maggio 1954.
5
Solo pi tardi prese avvio lerezione
del nuovo campanile, lultimo, in ordine di tempo, ad essere innalzato nel
quadrante ovest di Padova.
Note
1. Pietro Sella, Glossario latino italiano. Stato della Chiesa, Veneto, Abruzzi, Citt del Vatica-
no (Biblioteca Apostolica Vaticana) 1944 (rist. anastat. Modena 1979), p. 61.
2. Archivio di Stato di Padova (= ASPd), S. Giustina, b. 137, flza C.R P.II, c. 187.
3. Ruggero Maschio, S. Maria dei Servi, in Padova. Basiliche e chiese, a cura di Claudio Bel-
linati e Lionello Puppi, parte prima, Vicenza (Neri Pozza editore) 1975, p. 239.
4. ASPd, S. Giustina, b. 137, flza C.R. P.II, c. 185.
5. [Ireneo Daniele], La diocesi di Padova nel 1972, Padova (Tip. Antoniana) 1973, p. 103
Gli studiosi che in passato si sono occupati delle principali vicende di questa
chiesa e della relativa parrocchia sottolineano concordemente la stretta di-
pendenza che essa ebbe con il monastero di S. Maria Assunta di Praglia; una
dipendenza che iniziata nel 1507 si concluse giusto tre secoli pi tardi, nel
1806, con la prima soppressione dellantica abbazia benedettina.
Cenni di una sua esistenza ben prima di quel fatidico 1507, provengono da
un documento del 17 dicembre 1198: quel giorno labate do Praglia Alberto
concesse ad un certo Ofredino di Rafaldino alcuni terreni da coltivare, con
delle viti soprastanti. Erano appezzamenti del monastero situati a Carbonara
e uno di questi confnava con diritti (ius) della chiesa di San Giovanni di Car-
bonara.
1
A quella data, dunque, la chiesa esisteva gi ed era titolare di alcuni
beni che ne costituivano il benefcio, un patrimonio, tuttavia, di cui ignoria-
mo completamente la consistenza.
Da tempo nella zona il monastero di Praglia deteneva beni immobili; beni
che le antiche pergamene mostrano trasferiti a contadini attraverso listituto
contrattuale del livello, un af tto di lunga durata, di norma ventinovennale,
spesso rinnovabile alla scadenza. Vicino alla chiesa i monaci erano proprietari
di terre gi al debutto del XIII secolo, come ricordano due compravendite
rispettivamente del 24 luglio 1204 e 23 giugno 1205, e due livelli stipulati in
Carbonara apud ecclesiam (presso la chiesa) il 28 marzo 1210.
2
La prima attestazione di un presbitero a servizio della parrocchia de Carbo-
naria proviene dal verbale steso il 6 agosto 1262 in occasione della cessione
del bosco Viglanicus alle monache di SantAgata di Padova fatta dagli uomini
del comune di Rovolon. Nel lungo documento tra i primi nomi ad essere
registrati dal notaio appare infatti domino presbitero Guillelmo ecclesie de
Carbonaria. Di questo sacerdote nulla di pi sappiamo, ma la sua vicinanza
ai due altri preti di Rovolon, in quel giorno dagosto, sembra dimostrare non
solo lo stretto legame della cappella di Carbonara alla pieve di San Giorgio,
ma pure la diretta appartenenza della parrocchia al pi ampio territorio di
Rovolon.
3
Altre frammentarie notizie sulla chiesa di Carbonara si raccolgono dalle regi-
strazioni delle decime papali del 1297 e del XIV secolo. In quelle circostanze
fu incluso nel libro dei pagamenti il nome di prete Fino, ma a margine fu
annotata lespressione excusatus, esentato. A Carbonara, accanto al rettore
troviamo, sempre in quellanno, anche il chierico Castelnovus pur esso scusato
dal pagamento, verosimilmente, da pensare, per la miserevole rendita che
il benefcio procurava.
In un estimo seguente del XIV secolo alla chiesa di San Giovanni Battista
La chiesa di San Giovanni Battista
di Carbonara
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 202
Carbonara in una
cartolina illustrata
degli anni Trenta
del secolo scorso.
fu imposto il pagamento di unimposta sullentrata di 20 lire di piccoli, ben
poco se confrontato con quelle di Boccon, che era di 30 lire, o di Galzignano
calcolata in 50 lire.
4

Carbonara era allora lunica dipendenza della pieve di San Giorgio di Rovo-
lon, sorta a servizio di un piccolo villaggio dedito alla produzione del carbone
di legna, unattivit che sappiamo esser stata proibita dal Comune di Padova
con uno specifco provvedimento del 1267.
5
Ma la piccola realt demografca,
insediata sullunghia occidentale del Monte della Madonna, ben presto fn
nellorbita del monastero di Praglia, che sul fnire del XV secolo prese lini-
ziativa di acquisire la chiesa da tempo decadente e in stato di abbandono, tan-
to da non essere nemmeno nominata nei verbali della visita compiuta nella
zona dal vescovo Barozzi nel 1495.
6
Va comunque ricordato in proposito che
in precedenza, soprattutto dalla met del XIV secolo, Praglia visse una crisi
profonda e uno spopolamento dellabbazia, cessato solo con ladesione avve-
nuta nel 1448 alla congregazione De Unitate, detta anche di Santa Giustina e,
ancora, dellOsservanza e pi tardi Cassinense.
7

Nellambito della vasta opera di rinascita e di riorganizzazione dellampio pa-
trimonio fondiario del monastero euganeo si colloca dunque anche lacquisi-
zione della cappella di San Giovanni Battista di Carbonara. Come si svolsero i
fatti noto da tempo, sia per lo studio compiuto da Antonio Rigon nel 1985,
8

sia per la recente (2010) messa a punto di Giannino Carraro dedicata alla
cura danime del monastero di Praglia tra XII e XVIII secolo. In questultimo
lavoro si possono leggere anche i diversi verbali delle visite abbaziali com-
piute alla chiesa di Carbonara e scorrere lelenco dei sacerdoti che ressero
la parrocchia tra il 1527 e il 1839, dei quali ci rimasta memoria nelle carte
dellantico archivio monastico.
9
Tornando alle vicende di quellacquisizione, di quellunione con Praglia del
1507, dobbiamo ricordare che levento fu possibile per la nomina a procura-
la chi esa di san gi ovanni batti sta di carbonara 203
Carbonara in una
cartolina viaggiata
nel novembre 1941.
tore del monastero dellabate di Santa Maria di Saccolongo, al quale fu dato
mandato di trattare la cessione del benefcio ecclesiastico con il commenda-
tario Lelio da Teramo in cambio di un congruo risarcimento. Labate com-
mendatario di Saccolongo, Girolamo Sambuci, raggiunse lo scopo con lin-
tervento di papa Giulio II, di cui il molisano Lelio era scriptor et familiariis.
Praglia sassunse lonere di ricostruire la chiesa e di riordinarne il patrimonio.
Unoperazione che vide, pochi anni pi tardi, il coinvolgimento anche della
vicina chiesa di San Pietro in Costa, e che, di fatto, permise allabbazia di
Praglia di controllare e gestire le due chiese, frequentate soprattutto dai co-
loni che lavoravano le terre monastiche gravitanti sulla vasta corte agricola
di Spirano e Vegrolongo. In quel XVI secolo il monastero pragliese deteneva
nella zona un patrimonio fondiario stimato in 215 campi di terra valliva e
paludiva.
10
Divenuta propria dipendenza, il monastero provvide alla ricostruzione
delledifcio sacro e alla nomina del rettore. Nel 1532 iniziarono anche le vi-
site pastorali da parte dellabate: nella circostanza a reggere la parrocchia
vi era prete Matteo, un frate predicatore teutonico. I verbali di quelle visite
fotografano le condizioni delledifcio, degli arredi sacri, del comportamento
dei rettori, ma soprattutto la rinascita di una chiesa e di una piccola comunit
religiosa viva e presente. Sono homeni da ben e vivono cristianamente, an-
nota il curato Giovanni Crescenzio, nativo di Arqu, in occasione della visita
compiuta dallabate Giulio da Mantova lotto agosto 1599.
11
Condizioni che si perpetuano anche nei secoli seguenti e che dimostrano
come il monastero fosse interessato non solo allo sfruttamento dei terreni
che gravitavano attorno alla chiesa, ma pure al comportamento morale dei
contadini occupati nei campi. Tra le norme delineate nei primi decenni del
XVI secolo per disciplinare i contratti agrari note agli studiosi col termine
di capitula per la conduzione delle aziende agricole, i monaci di Praglia in-
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 204
Carbonara
in una cartolina
illustrata spedita
nel luglio 1936.
serirono tra i patti anche il rispetto della famiglia. Litigi, insulti, bestemmie,
separazioni coniugali, matrimoni di giovani senza il consenso dei genitori,
mancanza di rispetto agli agenti del monastero, erano motivo di annullamen-
to dei contratti agrari e di cacciata dalle terre monastiche.
12
Letica e la morale
dovevano servire da esempio quotidiano, felicemente coniugato alla pratica
religiosa, alla frequenza ai sacramenti. Era dunque la povert materiale che
a volte impediva lallestimento e un migliore decoro della piccola chiesa di
San Giovanni Battista, e non certo il convincimento religioso, come si coglie
dalle relazioni abbaziali.
Il monastero continu ad esercitare il diritto di collazione, cio la scelta del
parroco di Carbonara, alternando a monaci altri sacerdoti secolari, fno al
1770 allorquando il parroco divenne inamovibile. La chiesa nel frattempo fu
decorata e abbellita con gli altari laterali in pietra che nel 1696 sostituirono
quelli in legno.
13
Agli inizi del XVII secolo gli uomini habili erano in numero di duecento, se
diamo fede ai dati forniti da Andrea Cittadella; lo stesso autore riporta anche
le dimensioni della chiesa: 28 piedi di lunghezza per 16 di larghezza, pari
cio a 10 metri per 5,70 attuali.
14
Dimensioni rimaste pressoch invariate fno
allalba al 1912. Dalla visita vescovile compiuta nel giugno 1747 dal vescovo
padovano, il cardinale Carlo Rezzonico, futuro papa Clemente XIII (1758-
1769), ricaviamo alcuni dati sulla popolazione: 485 anime di cui 324 adulti e
161 minori.
15
Dopo la soppressione del monastero di Praglia decretata nel 1806, per tutto
la chi esa di san gi ovanni batti sta di carbonara 205
La cuspide
del campanile in
costruzione.
Lopera verr
inaugurata dal
vescovo di Padova
il 3 agosto 1957.
il secolo XIX lamministrazione materiale del-
la chiesa venne curata dal Regio Erario, cio
dallo Stato, prima austriaco e poi italiano. Nel
1827-28 su progetto dellingegnere ed archi-
tetto Valeriani, fu realizzato il nuovo cimitero,
abbandonando defnitivamente larea delle se-
polture adiacente alla chiesa, unarea ripetuta-
mente ricordata nelle visite abbaziali.
16
Dal 1806 al 1929 la chiesa di Carbonara fu
dunque propriet dello Stato, in quanto con-
fscata al monastero di Praglia. Allalba del
Novecento siniziarono i lavori per la costru-
zione di un nuovo edifcio sullo stesso luogo
del precedente. Il progetto, elaborato nel 1883
dallingegner Menegoni, inizialmente accan-
tonato venne ripreso nel 1912 e con rapidit
incredibile gi il 9 febbraio 1913 il parroco don
Giovanni Bernardini, con lassenso del vesco-
vo, fu posto nelle condizioni di benedire la
nuova chiesa, celebrarvi la Santa Messa canta-
ta e svolgere la processione eucaristica.
Altri lavori e altri ambienti saggiunsero in
seguito: a ricordo dei caduti della Grande
Guerra fu costruita una cappella in onore di
SantAntonio, inaugurata il 9 ottobre 1921. Il
2 maggio 1931 il vescovo Elia Dalla Costa con-
sacr la chiesa mentre solo il 21 novembre 1943 prese avvio la costruzione
del nuovo campanile, benedetto dal vescovo Girolamo Bortignon il 3 agosto
1957.
17
Note
1. Giannino Carraro, Monachesimo e cura danime. Parrocchie ed altre chiese dipendenti del
monastero di S. Maria Assunta di Praglia in diocesi di Padova (sec. XII-XVIII). Con edizione del-
le visite abbaziali, Padova (Istituto per la storia ecclesiastica padovana Fonti e ricerche
di storia ecclesiastica padovana, XXXIV) 2010, p. 61.
2. Carraro, Monachesimo e cura danime, p. 61-62.
3. Il Liber di S. Agata di Padova (1304), a cura di Giannino Carraro, con Nota di diploma-
tica di Gian Giacomo Fissore, Padova (ed. Antenore Giunta Regionale del Veneto
Fonti per la Storia della Terraferma Veneta, 11) 1997, p. 136.
4. Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Venetiae-Histria, Dalmatia, a cura di Pietro
Sella e Giuseppe Vale, Citt del Vaticano (Studi e testi, 96) 1941, p. 113, num. 1335 e p.
187 n. 2186.
5. Andrea Gloria, Il territorio padovano illustrato, Padova (Tip. Prosperini) 1862, (ristampa
anastatica, Atesa editrice, Bologna 1984), vol. II, p. 79.
6. Pierantonio Gios, Lattivit pastorale del vescovo Pietro Barozzi a Padova (1487-1507), Pado-
va (Istituto per la storia ecclesiastica padovana) 1977, p. 125 n. 20.
7. Callisto Carpanese, Cenni storici. Dal 1448 al 1980, in Labbazia di Santa Maria di Praglia,
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 206
Nubi allorizzonte:
una veduta
del panorama
mattutino da
una collina di
Carbonara.
a cura di Callisto Carpanese e Francesco Trolese, Milano (Silvana Editoriale) 1985,
p. 17-19.
8. Antonio Rigon, La parrocchia di S. Giovanni Battista di Carbonara, in Labbazia di Santa
Maria di Praglia, a cura di Callisto Carpanese e Francesco Trolese, Milano (Silvana
Editoriale) 1985, p. 71-73.
9. Vedi sopra alla nota 1.
10. Carla Frasson, Il monastero di Praglia nel secolo XVI. Conduzione agraria e bonifche, tesi
di laurea, Universit di Padova, Facolt di Magistero, relatore prof. Aldo Stella, a.a.
1978-79, p. 128.
11. Carraro, Monachesimo e cura danime, p. 342-345.
12. Frasson, Il monastero di Praglia nel secolo XVI, p. 94-95.
13. Rigon, La parrocchia di S. Giovanni Battista di Carbonara, p. 71.
14. Andrea Cittadella, Descrittione di Padova e suo territorio con linventario ecclesiastico bre-
vemente fatta lanno salutifero M.D.C.V, edizione a cura di Guido Beltrame, Conselve
(Veneta Editrice) 1993, p. 118.
15. Rigon, La parrocchia di S. Giovanni Battista di Carbonara, p. 72.
16. Il dato desunto da una copia del verbale redatto nel 1828, che riporta in copertina i
dati progettuali, tratto dallArchivio comunale di Rovolon ma di cui ignoro la colloca-
zione.
17. [Ireneo Daniele], La diocesi di Padova nel 1972, Padova (Tip. Antoniana) 1973, p. 165.
La villa Papafava
a Frassanelle.
Limponente complesso formato da pi corpi: la villa, le vicine cappelle, le
adiacenze rustiche, il tempietto jappelliano, una serie di fattorie, tutto inserito
in un ampio parco. La villa e le cappelle sorgono in cima alla collinetta ai cui
piedi si elevano le amplissime adiacenze, mentre gli altri edifci sopra elencati
sono integrati allinterno del parco romantico che li ha utilizzati spesso come
punti di fuga prospettici. La famiglia Papafava, che presente in zona sin dal
Cinquecento
*
con parecchie propriet terriere e costruzioni, edifca su alcune
preesistenze il suo palazzo: lo troviamo inserito gi nella Gran Carta del Pa-
Villa Papafava alle Frassanelle
Nel territorio comunale di Rovolon sono presenti diversi
edifci di pregio costruiti nel corso dei secoli per lini-
ziativa dei privati e per lintraprendenza delle comunit
benedettine, in particolare delle due abbazie di Santa
Giustina di Padova e Santa Maria di Praglia, interessa-
te a dare unorganizzazione adeguata e funzionale alle
esigenze produttive delle vaste tenute agricole detenute
nella nostra zona. I casi pi noti sono villa Ottavia, in
via Torre n. 18, e la corti benedettine di Spirano e Ve-
grolongo. LIstituto regionale per le ville venete ha
censito a Rovolon una decina di fabbricati meritevoli di
tutela e di attenzione: sono tutti classifcati con la quali-
fca di ville venete e ognuno di questi contraddistin-
to con una sigla alfa-numerica. Nellordine essi sono:
PD436 villa Barbaro, Marchesi, Pierantoni in via Ca
Marchesa; PD437 villa Da Rio, Rubini, Canal in via
Monte Sereo; PD438 villa Da Rio, Soranzo, Schiavi-
nato in via San Giorgio 9; PD439 villa Lion, Fardigo,
Fasolo in via San Giorgio 51; PD440 villa Lippomano,
Barbarigo, Martinengo, Montesi in via Monte Sereo 75;
PD442 villa Ottavia in via Torre 18; PD443 villa Pa-
pafava dei Carraresi in via Frassanelle; PD444 casa
Papafava, Casiraghi detta Il Palazzetto in via Spinaz-
zola 20; PD 445 villa Tosi, Priuli, Fogazzaro, Fagion in via Lovolo 56. Palazzi e
fabbricati di notevole valore storico e architettonico che meritano attenzione e che
conferiscono prestigio al territorio in cui sorgono. Di questi complessi riproponiamo
qui il testo che accompagna la loro descrizione iconografca nel volume stampato su
iniziativa della Regione Veneto nel 2001. Un elenco integrato da altri tre fabbricati di
particolare pregio che non fgurano nella lista dellIstituto regionale. Iniziamo con la
villa pi giovane, seppur nel nome dei proprietari conserva il legame pi antico con il
territorio di Rovolon: villa Papafava a Frassanelle.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 208
Uno dei due oratori
del cortile
di Villa Papafava.
dovano di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni
del 1780. Nelle forme attualmente visibili vie-
ne sistemato dal conte Alessandro Papafava
nel 1822, che ne proprietario e architetto.
Ledifcio ha pianta quadrata e si sviluppa
su tre piani; agli angoli quattro simmetriche
torrette, elevate sopra la quota del volume
centrale di un piano e coperte da un tetto a
piramide, completano la costruzione. Decisa-
mente lineare, la villa ha le aperture dei fronti
simmetriche, impostate su una tripla luce nel
volume mediano e doppia nelle ali; porte e
fnestre sono architravate, con semplice prof-
lo: solo quelle del primo piano presentano un
decoro aggettante sopra larchitrave. Tutto il
pian terreno ha lintonaco reso a conci di bu-
gnato liscio che termina su una modanatura
marcapiano aggettante ripetuta anche alle
quote soprastanti.
Limmobile poggia su un terrazzamento la-
stricato, circondato da un basso muretto, sul
lato ovest vi prospetta anche la cappella: citata nelle visite vescovili del 1680
e 1696 era dedicata a Santa Marina e viene menzionata sino al 1822; laltra
chiesetta, ad essa simmetrica, stata costruita solo per motivi decorativi. Alla
base del colle vi sono gli annessi e le scuderie.
Il tempietto di Giuseppe Jappelli in pieno stile neoclassico, impostato su
un solo piano; ha la pianta rettangolare e copertura a capanna che forma il
timpano triangolare in facciata. Al centro due colonne con capitello ionico
formano il loggiato, mentre i lati, decorati a conci lisci, sono aperti in una
monofora architravata priva di cornice.
Allinterno, tripartito, ora inserita unabitazione.
Sempre allo Jappelli si deve la sistemazione del parco, con lo scavo del laghet-
to e la costruzione della grotta artifciale, oltre al disegno dei percorsi ed alla
piantumazione di nuove essenze arboree.
Alla base della collina sorgono gli annessi, un lungo corpo porticato, occu-
pato dalle scuderie cui fa seguito una corte chiusa, con edifci variamente
adibiti, principalmente elevati di due piani con ampie sof tte a volume unico
coperte da splendide capriate lignee. In una parte della campagna di per-
tinenza sul versante opposto stato inserito un campo da golf, con tutti i
servizi necessari.
[Tratto da: Ville venete: la Provincia di Padova, a cura di Nicoletta Zucchello; responsabilit
scientifca Sergio Pratali Maffei, Pierluigi Fantelli; saggi introduttivi Guglielmo Monti,
Giuseppe Gullino, coordinamento Maurizio Gasparin, Venezia (Istituto regionale per le
ville venete - Marsilio) 2001, p. 450, PD443]
* In realt negli Estimi di Padova la presenza dei Papafava nella zona attestata sin dal pri-
mo Quattrocento [ndc].
Il prospetto
centrale di villa
Priuli, Fogazzaro
a Lovolo agli inizi
del Novecento,
ripreso in una
cartolina spedita da
Matilde Fogazzaro
nel dicembre 1913.
La recinzione ovest del complesso, formato da pi corpi: la villa padronale,
loratorio, le adiacenze rustiche e la torre colombara, segna il confne tra la
provincia di Padova e quella di Vicenza. I dati darchivio attestano qui una
propriet Priuli sin dal 1661, quando, in una Condizion agiunta, Cornelia
Corner relitta (vedova) di Zuanne Priuli per i fgli Alvise e Marco, dichiara
in Vegrolongo sive Carbonara una casa dominicale con cortivo, orto e brolo
di campi 5, oltre a beni in altre localit. Nel 1740 Ludovico Priuli dichiara in
Lovolo: casa dominicale con chiesa, barchesse, stalle, tezze, orto e brolo,
elencando il complesso praticamente cos come appare ancor oggi.
La datazione della costruzione stata posta da alcuni studiosi tra il 1625 ed il
1635, con una attribuzione progettuale a Baldassare Longhena dovuta princi-
palmente allimpostazione planimetrica della villa stessa: mancano a tuttog-
gi documenti darchivio che possano avvallare tale ipotesi.
1
Alla villa, preceduta dallampio giardino cintato si accede attraverso un por-
tale in ferro su pilastri; recentemente restaurata ha pianta rettangolare, eleva-
ta di due piani pi le sof tte, mostra una sopraelevazione timpanata centrale
in entrambi i fronti.
Il prospetto principale esposto a sud, impostato su unarea centrale, con
Villa Tosi, Priuli, Fogazzaro,
Faggion a Lovolo
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 210
notevole apparato decorativo, corrisponden-
te allandrone passante ed ali pi semplici che
terminano in spigoli marcati da una serie di
conci rustici sovrapposti da terra fno alla cor-
nice di gronda: questultima, potentemente
modanata, aggetta di molto rispetto al flo
della facciata.
Le ali hanno fnestre rettangolari, con le soglie
e gli architravi collegati da fasce marcapiano
lisce; sono prive di decoro agli stipiti. Il sotto-
tetto presenta piccole fnestrine rettangolari,
assiali alle aperture sottostanti, e ugualmente
decorate.
La partizione mediana ha il portale dingres-
so archivoltato con cornice a bugnato e, ai lati
della lunetta, un fnestrino quadrato secon-
do uno schema che ricorda la serliana. I pia-
ni soprastanti sono aperti in loggiati: il piano
nobile ha un triplo fornice a pieno sesto, con
piedritti a bugne e poderose agraf in chiave,
aperto su un terrazzo in pietra a colonne pog-
giato su mensoloni; la sopraelevazione delle
sof tte sostituisce i pilastri a bugne con pa-
raste lisce ed il terrazzo con balaustra, e tra-
sforma in architravate le tre aperture; sopra i
capitelli vi larchitrave ed il timpano triango-
lare. Questultimo ha segmenti poderosamen-
te modanati e reca uno stemma nobiliare al
centro.
Il prospetto posteriore caratterizzato dallag-
getto del volume nel quale inserito lo scalo-
ne monumentale, a doppia rampa con spigoli
decorati da conci sovrapposti. Allinterno tre
arcate immettono alle due rampe ed al cor-
ridoio voltato, mediano, che porta al porton-
cino archivoltato, con cornici a bugne; due
fnestre quadrate lo af ancano mentre triple
aperture stanno ai piani soprastanti, piccole al
sottotetto; un timpano triangolare, con corni-
ci a dentelli, defnisce il volume. Ai lati sem-
plici fnestre architravate, alcune tamponate,
completano il prospetto
Inserita allo spigolo nord-est del fabbricato
vi ladiacenza che, oltre un vano porticato
e due stanze, ancora parte dellabitazione, si
allunga verso est con corpi di fabbrica a fun-
zione abitativa e porticati ad uso agricolo, vol-
vi lla tosi , pri uli , fogazzaro, faggi on a lovolo 211
Tre istantanee dal
complesso di Villa
Tosi a Lovolo.
tando poi, con un altro lungo fabbricato,
verso sud.
Ai limiti esterni, a sud-est del giardino,
sorge loratorio dedicato alla Immacolata
Concezione, costruito nella prima met
del Settecento e citato nelle visite pastorali
del 1777; mostra allinterno un bellaltare
marmoreo.
Gli interni della villa mantengono i pa-
vimenti in terrazzo veneziano originali
anche nelle sof tte, e dato inusuale e cer-
tamente pregevole, si conserva anche un
camino originale in pietra nella stanza a
nord-ovest del pian terreno.
[Tratto da: Ville venete: la Provincia di Padova, a cura
di Nicoletta Zucchello; responsabilit scientifca Sergio Pratali Maffei, Pierluigi Fan-
telli; saggi introduttivi Guglielmo Monti, Giuseppe Gullino, coordinamento Maurizio
Gasparin, Venezia (Istituto regionale per le ville venete Marsilio) 2001, p. 452, PD445]
Nota del curatore
1. Dai registri catastali si rileva che nel 1840 titolare della villa era Giuseppe Fogazzaro del
fu Mariano. Oltre al palazzo padronale a Rovolon deteneva una superfcie complessiva
di ben 4.362,84 pertiche metriche, pari a 4.362.840 mq. di terra, cio oltre 436 ettari
attuali, per una rendita di 12.272,69 lire austriache. Nel 1846 Giuseppe acquis altri im-
mobili fno a raggiungere la superfcie di 5.054,97 pertiche metriche, per una rendita
di 13.361,13 lire austriache. Nello stesso 1846 si apr la successione per la morte del
proprietario: a subentrare nella propriet furono i fgli Francesco, il sacerdote Mariano,
Angelo, Caterina e Teresa. Lanno seguente mor anche Francesco cos che il 10 marzo
1853 buona parte dei beni situati a Rovolon pervennero alla fglia Matilde Fogazzaro:
la superfcie si era nel frattempo ridotta a 4.620,67 pertiche metriche, per una rendita
di 13.560,54 lire austriache. Una superfcie destinata comunque ad aumentare, visto
che nel 1894 lestensione della propriet di Matilde era di 5.123,56 pertiche metriche
per una rendita di 14.909,13 lire austriache. Maritata con il cav. Dott. Alvise Biego del
fu Antonio, Matilde era solita soggiornare a Lovolo, in considerazione anche dellarea
esclusiva che circondava il palazzo padronale capace di estendersi per ben 9.700 metri
quadrati (Archivio di Stato di Padova, Censo stabile, Rovolon, vol. 313, partite 237, 248).
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 212
Due immagini di Villa Papafava.
Il complesso della villa stato am-
piamente rimaneggiato e restaurato
dopo lacquisto da parte degli attuali
proprietari. Dalla documentazione
disponibile si evince che il complesso,
che ha impianto databile al XVIII se-
colo, era di propriet della contessina
Matilde Barbaro ed era formato da
un corpo padronale, pur di modeste
dimensioni, barchesse ed annessi ru-
stici vari oltre ad una chiesetta, posta
discosta dai restanti edifci ed un parco
piantumato da circa 200 secolari quer-
ce, ora scomparso.
La chiesetta ledifcio che ha subito
minori manomissioni: si presenta con
quattro lesene in facciata, disposte simmetricamente, che sorreggono il tim-
pano triangolare decorato da uno stemma centrale in marmo, il portale di in-
gresso architravato, con cornice, e sormontato da una fnestra termale semi-
circolare. Alcune superfetazioni postume, costruite sul lato oltre la stanzetta
delloriginaria sacrestia, ne hanno sconvolto limpianto molto regolare.
La barchessa ha ampie arcate a pieno sesto su pilastri a pian terreno mentre
piccole fnestrine quadrate illuminano il soprastante granaio.
La villa, rimaneggiata, mantiene limpostazione planivolumetrica alla vene-
ta, con vano centrale e stanze ai lati
*
.
[Tratto da: Ville venete: la Provincia di Padova, a cura di Nicoletta Zucchello; responsabilit
scientifca Sergio Pratali Maffei, Pierluigi Fantelli; saggi introduttivi Guglielmo Monti,
Giuseppe Gullino, coordinamento Maurizio Gasparin, Venezia (Istituto regionale per le
ville venete Marsilio) 2001, p. 445, PD436]
* Nella carta militre austriaca di Anton Von Zach del 1798 il complesso indicato con la
legenda Case Papafava [ndc]
Villa Barbaro, Marchesi, Pierantoni
Ca Marchesa
a Bastia in una
cartolina spedita
nel settembre 1907.
Nella pagina
a fronte la
Colombara
di villa Da Rio.
Questo complesso, citato da Alessandro Baldan
1
come di propriet della fa-
miglia Da Rio nel 1543, parte delledifcato agricolo sviluppatosi in seguito
alla fondazione benedettina quattrocentesca della Corte di Vegrolongo. La
costruzione si sviluppa secondo due assi ben distinti: lorizzontale delle bar-
chesse e degli accessori ed il verticale della colombara.
La barchessa si presenta con una simmetria di facciata molto accentuata: si
notano le due grandi aperture a sesto ribassato, che indicano i passaggi car-
rabili che attraversano lintero edifcio, e la porta dingresso centrale centina-
ta con tre fnestrelle rettangolari ai lati, disposte simmetricamente. Il piano
superiore caratterizzato da tre aperture centinate, poste al centro della co-
struzione. Sopra la cornice modanata di gronda la copertura a due falde a
capanna.
Un annesso rustico di dimensioni minori, ma con le stesse caratteristiche
forometriche della barchessa, fnestre centinate ed entrata archivoltata, sem-
bra quasi annunciare la verticalit della colombara. Questa si presenta come
una costruzione massiccia su pianta quadrata, con unelevazione di cinque
piani fuori terra. Fasce marcapiano ed archetti pensili sottolineano i piani alti
che si collocano al di sopra dellaltezza del corpo padronale della villa. Sul
prospetto principale della colombara le fnestre esistenti sono disposte ai lati
della costruzione.
La villa padronale si presenta come una costruzione molto compatta, elevata
di due piani pi le sof tte e costruita in aderenza alla torre, priva di decoro a
sottolinearne il suo valore agricolo. Altre costruzioni pi tarde completano
il complesso.
[Tratto da: Ville venete: la Provincia di Padova, a cura di Nicoletta Zucchello; responsabilit
scientifca Sergio Pratali Maffei, Pierluigi Fantelli; saggi introduttivi Guglielmo Monti,
Giuseppe Gullino, coordinamento Maurizio Gasparin, Venezia (Istituto regionale per le
ville venete Marsilio) 2001, p. 445, PD437]
Note
1. Alessandro Baldan, Ville venete in territorio Padovano e nella Serenissima repubblica. Do-
cumentazione iconografa testimonianze, Abano (Aldo Francisci Editore) 1986, p. 433-
434.
Villa Da Rio, Rubini, Canal
Nella pagina
a fronte villa
Da Rio vista
da via San Giorgio.
Limmobile citato per la prima volta in un documento del 1532 di Galeazzo
da Rio come casa di muro per uso. Alessandro Baldan riporta una polizza
di poco successiva, 1543, in cui Ludovico da Rio dichiara in contr Bastia over
Saltixello: campi 6 di broli, orti, cortivo per mio uso e dei lavoratori con abi-
tazion sopra di muro, colombara, chiesura e teza con pegorile per uso lavo-
ranti. Limmobile, poggiato ad un terrazzamento lungo il declivio collinare,
ha lampio brolo cintato da un muro verso monte, mentre verso valle, oltre il
salto del terrazzamento suddetto, si apre la campagna di pertinenza.
Ledifcio, le cui adiacenze addossate ad est sono state restaurate e parzial-
mente trasformate, si presenta con il fanco libero con la base contrafortata,
simile ad un fortilizio, e con aperture varie, ed a vario livello, protette da
inferriate in ferro battuto. Come cita la relazione allegata al decreto di vin-
colo ai sensi della legge n. 1089 del 1939, la villa presenta una distribuzione
interna molto particolare, fatto che la rende piuttosto anomala rispetto alla
classica pianta di villa veneta: osservando i prospetti infatti si notano luci po-
ste in maniera disordinata a causa dellalternarsi, negli interni, di stanze alte e
di mezzanini. Spicca comunque, nel fronte verso la valle, una trifora centrale
architravata, con luce mediana resa da una portafnestra e fnestre ai fanchi,
contornata da una cornice modanata in pietra di Nanto. Le altre aperture
sono regolarmente piccole nelle sof tte e pi ampie nel piano nobile: qui
hanno la cornice in pietra con la soglia leggermente sporgente e larchitrave
modanata assoggettante.
Lingresso, verso il giardino, ha portale architravato con cornice in pietra de-
corata. Limmobile coronato da una cornice di gronda a dentelli in laterizio
intonacati, sotto il cornicione.
Negli interni si mantengono le travature lignee alla sansovina, parte ancora
con decori originali. Al piano terra si conserva un camino in pietra ed un
portale, sempre con cornice modanata in materiale lapideo. La scala ad una
sola rampa, in pietra, e porta ai vani soprastanti; tra essi particolare una
stanza voltata a botte ribassata, mentre unaltra mantiene un camino con
mensole in pietra lavorata sulla cui cappa dipinto un cavallo impennato con
cavaliere. Tale decorazione stata rafrontata con il riquadro raf gurante
Antenore Vincitore di Gualtiero Padovano, attivo tra il 1520 e il 1535. La
decorazione delle pareti del salone passante costituita da una fascia a grot-
tesche in cui sono putti, alcuni inseriti in fnti oculi ovali; sotto tale fregio,
fnte architetture con colonne sormontate da piccoli capitelli a formare un
pergolato in prospettiva con viti e putti che spiccano gli acini; sullo sfondo
si vede un paesaggio con edifci, alberi, uccelli; un sovrapporta presenta una
Villa Da Rio, Soranzo, Schiavinato
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 218
Il prospetto
di villa Da Rio
su via San Giorgio.
fgura di donna seduta. Unaltra stanza ha un fregio sotto il sof tto con pa-
esaggi e grottesche. Le varie decorazioni sono state attribuite da Giuseppe
Fiocco allambito di Gualtiero Padovano, i putti invece alla mano di Dome-
nico Campagnola.
[Tratto da: Ville venete: la Provincia di Padova, a cura di Nicoletta Zucchello; responsabilit
scientifca Sergio Pratali Maffei, Pierluigi Fantelli; saggi introduttivi Guglielmo Monti,
Giuseppe Gullino, coordinamento Maurizio Gasparin, Venezia (Istituto regionale per le
ville venete Marsilio) 2001, p. 446, PD438]
Malgrado la sua collocazione nellabitato
di Rovolon la villa non ha perduto n la
propria leggibilit n le proprie caratteri-
stiche di casa, certamente di villeggiatu-
ra, riusalente, secondo lo storico Gianni
Degan, al XVII secolo. La mancanza di
annessi rustici evidenti ed il carattere au-
stero della facciata prospiciente la chiesa
del paese fanno di questa villa un singolare
manufatto di grande impatto, un oggetto
concluso in s.
La forometria presenta i classici cinque assi
in facciata con i contorni delle aperture in
conci bugnati in trachite. Lasse principa-
le determinato dallentrata archivoltata,
anchessa con bugne di trachite, la loggia
al primo piano sopra il salone centrale passante aperta su una balaustra in
pietra, le due fnestre al secondo piano collocate in mezzeria e un piccolo
foro tondo al centro nonch la piegatura del proflo esterno della facciata.
Il tetto a due falde ma non reso evidente nella facciata principale. I due
oculi ellittici, ai lati al secondo piano, sottolineano le aperture architravate
sottostanti. Il fronte volto ad ovest si apre su di un piccolo cortile e d accesso
al ristorante, inserito nel fabbricato
*
.
[Tratto da: Ville venete: la Provincia di Padova, a cura di Nicoletta Zucchello; responsabilit
scientifca Sergio Pratali Maffei, Pierluigi Fantelli; saggi introduttivi Guglielmo Monti,
Giuseppe Gullino, coordinamento Maurizio Gasparin, Venezia (Istituto regionale per le
ville venete Marsilio) 2001, p. 447, PD439]
* Nel 1787 la propriet dellarea indicata dal perito Antonio Turcato tra i beni della fami-
glia padovana Dottori (ASPd, Notarile 6726, c. 157
r
) [ndc]
Villa Lion, Fardigo, Fasolo
I dati darchivio partono da una Condition del 1661 per met di una casa
dominicale tenuta per mio uso, in Cereo, resa da Francesco Lippomano.
Nel 1689 la propriet passa ad Antonio Barbarigo, dalla cui famiglia prima
dellOttocento viene venduta ai Michiel.
Limponenza di questa villa colpisce per la sua originalit nellambito del pa-
norama dei Colli Euganei e delle ville coeve. Data la presenza del pendio, i
due fronti diferiscono di molto nel numero di piani: uno verso il monte e
tre verso valle, oltre alla sopraelevazione di un intero solaio nelle due torri
che abbracciano il volume centrale, secondo un modello spesso presente in
territorio vicentino nel Cinquecento.
Tutte le fnestre presentano cornice ed hanno le soglie e gli architravi collega-
ti da fasce marcapiano che sottolineano la partitura orizzontale del fabbrica-
to. La forometria, simmetrica, presenta i classici sette assi che si evidenziano
Villa Lippomano, Barbarigo,
Martinengo, Montesi
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 222
Villa Montesi vista
da via Roma.
di piano in piano in maniera diversa. Al piano terra lasse principale reso
evidente da ununica apertura archivoltata centrale mentre le fnestre, dispo-
ste simmetricamente ai lati, sono quadrate e in numero di tre per lato, equi-
distanti fra di loro. Il primo piano ha le fnestre aumentate di numero, sono
ben nove e diventate rettangolari con aumento dellaltezza; le tre centrali si
raggruppano attorno allasse principale. Al secondo piano oltre allaggiun-
ta di oculi, al di sopra delle fnestre architravate poste nei lati, si assiste alla
trasformazione delle tre aperture centrali in una trifora archivoltata resa da
portefnestre aperte su di un terrazzo in pietra.
Le due torri laterali superano di un piano laltezza del volume mediano sot-
tolineando, con gli alti camini, limpulso verticalizzante gi enfatizzato dalla
gradinata che collega il terreno al basamento della costruzione.
Il fronte opposto, ad un solo piano al centro e con ali a due livelli, si apre in
un loggiato a tre fornici architravati su colonne cui si sovrappone, sopra la
modanatura dellarchitrave, una sopraelevazione culminante in un timpano
aperta in una monofora archivoltata e raccordata da volute al tetto. Anche
in questa facciata, aperta in oculi ai lati del loggiato e sopra le fnestre archi-
travate, cornici, fasce marcapiano e conci, in corrispondenza dei tre distinti
volumi, segnano la muratura.
[Tratto da: Ville venete: la Provincia di Padova, a cura di Nicoletta Zucchello; responsabilit
scientifca Sergio Pratali Maffei, Pierluigi Fantelli; saggi introduttivi Guglielmo Monti,
Giuseppe Gullino, coordinamento Maurizio Gasparin, Venezia (Istituto regionale per le
ville venete Marsilio) 2001, p. 447-8, PD440]
Villa Ottavia
in una cartolina
stampata alla fne
del secolo XIX.
Le notizie della villa risalgono alla met del Quattrocento, 1441 per lesat-
tezza, quando i monaci benedettini di Santa Giustina di Padova acquistano il
terreno, e le fabbriche in esso presenti, da Giovani Parasini per farne la sede
amministrativa della Corte di Vegrolongo, sita in pianura. Passata in mano
ai Pasetti durante lOttocento, limmobile poi acquistato dalla famiglia Ne-
gro attorno al 1970; attualmente propriet della signora De Fabi Pezzani
Lucilla.
Accanto alla villa signorile sorge una barchessa, mentre una colombara ed
un annesso rustico completano gli edifci inseriti nellampio parco. La villa
padronale, i cui caratteri stilistici si ascrivono alla met del Cinquecento, si
eleva, a pianta rettangolare, per due piani pi le sof tte su unarea cantinata.
I fronti simmetrici sono scanditi da cinque assi di aperture, variamente rese.
Verso il giardino laccesso attraverso un portale architravato, con cornice a
listelli, posto al termine di una scalinata; gli si af ancano due fnestre e, a se-
guire, altre due monofore illuminano le stanze ai lati dellandrone passante.
Al piano superiore il centro del prospetto marcato da una trifora archivol-
tata, con lunette cieche, incorniciata da listelli scanalati e con ghiere a doppia
modanatura in pietra tenera. Due monofore simili stanno ai lati, in asse con
Villa Ottavia
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 224
Il cortile
e la torretta
di villa Ottavia.
le luci sottostanti; il sottotetto illuminato da cinque fnestrine quadrate.
Sopra tali aperture vi una fascia dipinta a spicchi, simile ad una serie di ar-
chetti ciechi e, oltre, si incontra lo sbalzo della travatura di sostegno del tetto.
Il fronte opposto a nord, pur simmetrico, sostituisce le monofore voltate del
piano nobile con simili fnestre architravate e trasforma in centinate le aper-
ture delle sof tte. Ad est addossato il corpo con il loggiato.
Ad ovest, sopra un pian terreno aperto al centro in un portale architravato
con fnestre ai lati ed un mezzanino, si incontrano cinque fornici a pieno
sesto, poggiati su colonnine con capitello vagamente corinzio; ai lati aper-
ta una singola luce su muratura piena. Il sof tto del loggiato a travatura
lignea.
Di fanco alla villa si eleva la barchessa, un edifcio pi simile ad un chiostro
monastico che ad un corpo rustico, con arcate a pieno sesto poggianti su
colonne rastremate e voltata a crociera su peducci.
Il fanco opposto alla villa ha un fornice a pieno sesto sormontato da un ocu-
lo circolare.
[Tratto da: Ville venete: la Provincia di Padova, a cura di Nicoletta Zucchello; responsabilit
scientifca Sergio Pratali Maffei, Pierluigi Fantelli; saggi introduttivi Guglielmo Monti,
Giuseppe Gullino, coordinamento Maurizio Gasparin, Venezia (Istituto regionale per le
ville venete - Marsilio) 2001, p. 448-9, PD442]
Ledifcio in oggetto era parte delle propriet della fa-
miglia Papafava dalla costruzione, attorno alla met
Settecento, sino al secondo decennio del Novecento.
Passato da allora attraverso pi mani stato recente-
mente acquistato, e restaurato, da Alberto Casiraghi
che vi risiede.
Il Palazzetto un edifcio molto semplice, imposta-
to su base rettangolare ed elevato di due piani pi le
sof tte su un seminterrato visibile, data la pendenza del terreno, sul fronte
esposto a nord, secondario, mentre il prospetto principale guarda a sud; per
la sua costruzione sono stati evidentemente utilizzati i materiali disponibili,
al tempo, in loco e ripristinati, per quanto possibile, durante il restauro.
Il fronte principale si presenta scandito da cinque assi di aperture, simmetri-
camente reso rispetto al centro, impegnato a pian terreno dal portale di in-
gresso, architravato, al quale sono af ancate due aperture in corrispondenza
delle due stanze laterali. Il piano superiore ripete le luci architravate mentre
il sottotetto ha tre soli piccoli fnestrini e due fnti fori per mantenere la sim-
metria del prospetto. Il retro essendo esposto a nord stato impostato con un
numero inferiore di aperture, ridotte a tre per piano.
In origine le scale erano due, ora ne resta una sola, quella centrale, in pietra;
al primo piano luna smontava in un camerino e la seconda partiva da un
secondo piccolo vano af ancato e saliva alle sof tte.
Al pian terreno le due stanze presentano originali camini in pietra in stile
Luigi XVI, che confermano lipotesi di datazione dellimmobile al Settecen-
to. Il vano delle sof tte a volume unico, con tetto a capriate in legno; il
seminterrato aperto verso tre lati, il quarto, a sud, addossato al pendio:
originariamente era adibito a cucina e a magazzino.
Il tetto a quattro falde collegate nel colmo.
Un fenile, presente nel terreno di pertinenza, stato riattato ed adibito a
deposito.
[Tratto da: Ville venete: la Provincia di Padova, a cura di Nicoletta Zucchello; responsabilit
scientifca Sergio Pratali Maffei, Pierluigi Fantelli; saggi introduttivi Guglielmo Monti,
Giuseppe Gullino, coordinamento Maurizio Gasparin, Venezia (Istituto regionale per le
ville venete - Marsilio) 2001, p. 451-2, PD444]
Casa Papafava, Casiraghi detta Il Palazzetto
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 226
Due signore
di casa Manfredini
allinizio del
Novecento.
Ritratto di famiglia
in casa Manfredini,
allalba del
secolo scorso.
In alto Marco
Manfredini, in
basso la moglie
Teresa Tretti.
Villa Manfredini si trova in via Loredan ed identifcata alla partita catastale
n. 1000317, mappale 6 del foglio 8 del catasto del comune di Rovolon. Lac-
cesso padronale in via Roma al n. 53 e il secondario, oramai in disuso, in via
Loredan n. 1.
attualmente propriet dei marchesi Manfredini discendenti da unantica
famiglia nobile, propaggine dei Duchi Ravennati, le cui origini risalgono al
752.
Come si evince dallo studio dei catasti storici il manufatto faceva parte di una
vasta propriet intestata alla nobile famiglia veneziana dei Loredan (o Lore-
dani come si legge nel sommarione del catasto napoleonico del 1810)
1
ed era
una casa di villeggiatura, nota come Palazzo Loredani, contornata da un
orto, un brolo, dei pascoli e degli aratori vitati e con unadiacente casa da
massaro divenuta poi casa colonica.
Alla morte del nobile Girolamo Loredan, probabilmente nel 1844, lintera
propriet, dietro compromesso datato 24 aprile 1844 viene assegnata in eredit ai
tre fratelli Mario, Adelaide e Colomba. Il palazzo e la casa colonica vengono
quindi divisi in tre parti, subendo cos una prima ristrutturazione.
I fratelli Mario e Adelaide Loredan nominavano lingegnere civile Piero Neri
di Padova,
2
mentre Colomba Loredan nominava lingegnere civile Giusep-
pe Sacchi anchesso di Padova, af nch compilassero lasse della sostanza da
dividersi. Essi debbono di questa sostanza formare tre parti uguali. Inoltre per la
confezione dellasse e pel conguaglio delle parti si abbia ad aver riguardo al valore at-
tuale delli fondi, che nelle divisioni debbasi avitare e togliere tutte le possibili servit
e promiscuit con lobbligo per che a ciascuna parte sia assegnata una porzione
delle fabbriche.
La perizia di stima cos redatta, in data 26 ottobre 1844, riporta lo stato di
fatto dellintera propriet Loredan e per quanto riguarda il Palazzo d una
descrizione dei vari ambienti con le loro caratteristiche principali.
Varie si susseguono negli anni le compravendite, fno a quando tra la fne
degli anni Cinquanta e linizio degli anni Ottanta dellOttocento, le tre parti
di ricongiungono, acquistate nel tempo da Francesco Pedrotta fu Pietro, li-
vellario dei Loredan, che a sua volta il 28 ottobre 1886 vender lintera pro-
priet alla nobile Teresa Tretti fu Giovanni Battista, maritata con il marchese
ingegnere commendatore Marco Manfredini.
Agli inizi del Novecento i nuovi proprietari interverranno con alcuni miglio-
ramenti:
alzando di poco la casa, aumentando laltezza delle fnestre in modo da
rendere vivibile il piano superiore.
Villa Manfredini
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 228
La parte della barchessa sul lato sinistro della casa dove vi era il portone
per laccesso ai campi viene ridotta, spostando il cancello di passaggio fra
la corte e via Loredan incernierato da un lato sulla casa e dallaltro sulla
barchessa, pi a sinistra, e costruendo in due fasi successive un piccolo
edifcio, a ridosso della casa con le fnestre a bifora al piano terra e rotonde
al piano superiore.
Modifcando lingresso dalla corte alla casa con una bussola di accesso e
tre scalini.
Eliminando la porta, che dal salone dava in via Loredan e probabilmente
spostando il muro che divideva il fondo del salone, costruito per divide-
re in tre parti la propriet del nobile Girolamo Loredan, creando una sala
da pranzo e dando una maggiore profondit alla sala dingresso.
probabile che in quel periodo la facciata della casa venga dipinta con
fasce orizzontali di vario colore, rendendo una migliore prospettiva allin-
sieme.
Il giardino viene ridisegnato, seguendo lo schema italiano, con unellisse,
dove lasse principale in continuazione del lungo viale dingresso.
Negli anni 1920-25 verr costruita la scuderia (presente nel catasto aggior-
nato nel 1929) allingresso del giardino, un edifcio merlato con un gran
portone di legno, dove entravano i cavalli e le carrozze, il quale riporta le
fnestre sotto merlatura rotonde, tipo quelle del piccolo edifcio gi citato a
lato della casa.
La corte dove venivano svolte le attivit agricole, ora stata ridotta in modo
consistente, nel 1973, in quanto la fabbrica di vasi crescendo di dimensioni
chiese, con il consenso dellamministrazione comunale, ed ottenne, di au-
mentare la sua presenza sul territorio acquistando i campi a lato della casa:
la zona che un tempo era agricola stata quindi trasformata in industriale,
eliminando la corte con i campi e riducendo quindi il valore storico della
zona.
Note del curatore
1. La famiglia veneziana dei Loredan era presente a Rovolon gi nel 1648, come ricorda
un verbale della vicara di Teolo del 28 settembre 1648. Quel giorno nella sala del Con-
siglio venne accolta la supplica del nobile Marco Loredan intesa a scorporare le terre di
propriet dal comune di Vegrolongo, entro cui ricadevano, in quello di Granza di Santa
Giustina; al termine del dibattito la richiesta fu accolta con quarantatre voti a favore e
tre contrari. Gli immobili di Marco Loredan in precedenza appartenevano alla nobil
donna veneziana Isabetta Falier (ASPd, Santa Giustina, vol. 116, c. 115).
2. Seppur poco noto, Pietro Neri, fglio di Giovanni, fu un abile professionista di Padova,
citt in cui nacque nel 1793. Collaboratore, e forse discepolo, di Giuseppe Jappelli, fu
tecnico di fducia della famiglia Papafava, da cui ricevette diversi incarichi, tra cui la
redazione della preziosa perizia sui mulini di Rovolon del 1834. Va ricordato per essere
stato il progettista della facciata neogotica di palazzo Romanin Jacur in piazza Antenore
a Padova (ASPd, Fogli di famiglia 1806-1816, n. 29, n. 3152/H).
vi lla manfredi ni 229
Data 22/02/2005
Spett. IL GAZZETTINO,
ho letto a pagina VII de IL GAZZETTINO di Marted 22 febbraio LE ALTRE
NOTIZIE la morte dellimprenditore Genero.
Vi ringrazio di aver ricordato che tale fabbrica artigianale sia stata condotta da
Vincenzo Manfredini, ma mi fa piacere metterVi al corrente della storia di tale at-
tivit, che tra laltro un p la storia di un periodo di vita di Bastia di Rovolon.
Mio nonno, el Marchese, (n.16.08.1883 m.11.09.1968 nato a Padova in Via Gali-
leo Galilei ex Vignale al civico n17), cos viene chiamato dalla gente, il Marchese
Manfredo Manfredini.
Dotato di una forte personalit e di instancabile capacit creativa.
La sua vita comincia presto, perch la sua mamma la Nobile Teresa Tretti muore
nel 1901, lasciandoli la propriet di Bastia di Rovolon. Fu il 7 patentato di Pado-
va, tanto che ebbe la medaglia doro dellA.C.I. come pioniere delle guida.
Appassionato di meccanica, a Padova, impiant in Riviera Albertino Mussato,
unof cina ed anche una falegnameria. Ma la sua passione era la campagna di
Bastia di Rovolon. Chiese alle autorit dellepoca cir-
ca il 1920 che venisse portata in Bastia la stazione dei
Carabinieri, cosa poi avvenuta. Inoltre si faceva man-
dare i giornali dellepoca, e una volta letti, li lasciava
al buon Carletto che provvedeva a portarli in paese
la sera creando cos la cultura della lettura anche nei
paesani. sempre per la sua passione di attivit quasi
febbrile che nel 1925 fu al centro di quei progetti di
trasformazione della vita agricola in industriale, cominci a progettare lelettri-
fcazione del comune di Bastia di Rovolon come Selvec (una ramifcazione della
SADE Societ Adriatica Di Elettricit) a portare i 10.000 Volt dalla Cabina dei
fratelli Marin attraverso il monte Sereo fno a 200 metri dal centro di Bastia e li
costru la prima sottocabina, trasformando il 10.000V in 220-127 Volt. Pass poi
a prolungare le linee elettriche a Rovolon. Non fu facile far capire ai contadini di
allora i vantaggi che avrebbero avuto, tanto che alcuni si opponevano allimpian-
to dei pali nei loro campi, anche se si cercava sempre di impiantarli ai confni. Il
1929, fu un anno molto freddo con temperature molto al di sotto della media
e per il Marchese fu una debacle; ci fu la recessione industriale e le materie
prime aumentarono di molto il loro costo, il rame, (cio i fli che utilizzava per
il trasporto della corrente elettrica) pass da 1 lira a 8-9 lire al Kg. Nel 1928 im-
pianta tremila viti da uva nei campi dietro la casa di Bastia di Rovolon, circa 20
campi padovani, ma con il freddo del 1929 morirono tutte. Sempre nel 1929 per
aver scritto un articolo sulla Gazzetta del Veneto contro quota 90, criticando un
discorso fatto a Pesaro da un personaggio (forse Starace) del regime Fascista fu
incriminato come antifascista, e confnato a San Severino Lucano. Lalbergo dove
alloggiava era in fondo al paese, composto di tre stanze al piano superiore, ed il
piano terra aveva una cucina con il pavimento di terra battuta, inoltre vi era un
maiale che entrava ed usciva a suo piacimento. Per fortuna tale confno non dur
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 230
a lungo, solo tre mesi. Successivamente and a Salerno dove si fece ricevere dal
Prefetto di allora Prof. Ottavio Dinale, nativo di Badoere in provincia di Trevi-
so. Successivamente torn a casa in Bastia di Rovolon agli
arresti domiciliari per sei mesi. Continu lampliamento
delle linee elettriche ad altri comuni. Fu la volta di Lovolo,
Albettone, poi Bosco di Nanto.
Tutto questo fu fatto con lausilio del bravo ed indimenti-
cabile Carlo Pressato, detto Carletto, instancabile lavorato-
re di una onest insuperabile. La storia racconta che Carlo
Pressato incontr il Marchese allet di 14-16 anni. Gli si
era forata una gomma della vettura e per cambiarla ave-
va chiesto a questo ragazzo, di sostituirla, cosa che il buon
Carlo fece rapidamente, tanto che il Marchese gli chiese se voleva lavorare con
lui. Mentre faceva questo, per allora, grande impresa di civilt, non trascurava
la sua passione per lagricoltura, fece i primi esperimenti sui cereali, in questo
caso, frumento. Erano le nuove produzioni di grano senza riste e con meno al-
tezza e pi precoci, cio si maturavano circa un mese prima del tempo previsto
e con una quantit di prodotto superiore al grano prodotto precedentemente.
Partecipa alla cosiddetta Battaglia del grano voluta da Mussolini, tanto che in
quel periodo lItalia riusc a non importare pi grano dallestero. Alleva mucche
lattifere e galline ovaiole Livornesi coltiva la viticultura e partecipa a mostre a
Bresseo e a Padova di uve pregiate meritandosi una diecina di premi e di attesta-
ti ancora esistenti. Pi tardi circa nel 1938 incominci la produzione di vasi ed
attrezzi agricoli; quali lerpice, lo sgranatoio, il torchio da uva, la diraspatrice, la
pigiatrice eseguita dal bravo Carletto. Infne si accorse che la terra dei campi era
unottima argilla per fare vasi da fori, ed altri oggetti, e cos impiant la cera-
mica. Prima fece un forno poi un secondo detto mufola per poter cuocere i
vasi dipinti dalla fglia Teresa, nella zona oggi ancora chiamata Of cina Privata
poi la trasfer nella corte della casa oggi in parte non pi dei Manfredini, facen-
dosi aiutare dal fglio. Quando il fglio Vincenzo (detto Enzo), torn a casa dalla
prigionia, in quanto combatt con i Leoni di Giarabub in Africa nella seconda
guerra mondiale, fu fatto prigioniero e dopo lonore delle armi, per la strenua
resistenza che opposero ai soldati Inglesi, fu deportato in India, gli af d la cera-
mica che condusse per parecchi anni, passando dal lavoro del vasaio con il tornio
in legno costruito nellof cina di casa, a quello delle macchine automatiche. La
ceramica divenne poi una fabbrica artigianale con il nome di VIMA. (Vincenzo
Manfredini), poi venduta a causa di un enfsema polmonare causato dal periodo
di prigionia al Sig. Attilio Genero.
El Marchese fu amico del Conte Novello Papafava dei Carraresi e del giorna-
lista direttore del giornale La Libert (sotto il patrocinio de Il Gazzettino)
Giuseppe Della Torre, che successivamente sar chiamato da Benedetto XV alla
direzione a Roma dellOsservatore Romano.
Ringrazio delleventuale spazio concesso ed invio cordiali saluti.
Manfredo Manfredini (nipote)
La trebbiatura
efettuata nella
corte della casa
Manfredini.
Al turista che si aggira nei dintorni di Bastia alla ricer-
ca di vecchie case rurali, via Loredan ofre materiale
degno di destare in lui curiosit e interesse. In questa
via si trova infatti un agglomerato di case, alle quali
si giunge attraverso un viale, lungo 800 metri, fno a
non molti anni fa alberato da due fle di gelsi e fan-
cheggiato da due fossati. Al termine di questo viale
rettilineo si giunge ad un grande cortile, di forma rettangolare, di circa 50
metri per 70, circondato per tre lati da edifci.
Fiancheggiano lentrata al cortile due costruzioni quasi nuove, che contra-
stano nettamente con il resto del sobborgo che si presume abbia allincirca
trecento anni.
Lungo il lato sinistro del cortile sorge una grande stalla, la cui facciata for-
mata da cinque arcate in cotto.
Attualmente ledifcio suddiviso in tre diverse propriet.
Di fronte allapertura del cortile si trova un caseggiato lungo circa 70 metri,
suddiviso in due costruzioni, contrastanti nettamente per lo stile, infatti quel-
la di sinistra era lantica casa (ora disabitata e crollata) dei fttavoli, formata
da circa dieci locali.
Il piano terra, visto dal cortile, si presentava con un lungo porticato, a tre
campate orizzontali.
Nel sottoportico era situata lantica stalla dei cavalli, una cantina, quella dei
fttavoli, e una scalinata in pietra che conduceva ai granai e che si pu con-
siderare particolarmente interessante, data let in cui si presume sia stata
costruita labitazione. Sotto detta scala si trovava un locale dove anni fa si
poteva ammirare un antico telaio per la tessitura della tela.
Adiacente a questo, sulla destra, oggi troviamo un edifcio pi alto, ancora in
buone condizioni, che usato dagli attuali proprietari.
Si nota una lunga facciata costituita da sei arcate e un grande sottoportico
pavimentato con lastroni di trachite, dove cinque colonne, due tonde e tre
quadrate, sorreggono due granai, uno anteriore per il granoturco e uno po-
steriore per il frumento, lunghi circa 30 metri.
Sotto il primo arco si trova un locale, adibito a deposito per le macchine
agricole, ma che al tempo degli antichi proprietari costituiva la rimessa della
carrozza e del calesse.
Nella parte posteriore delledifcio, a una profondit di circa 2 metri, si trova
una cantina, lunga quanto i granai, e ancor oggi parzialmente usata a questo
scopo.
Renzo Forestan
Il complesso rurale di via Loredan
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 232
Zappatura
della terra davanti
a villa Manfredini.
Sul lato destro di questo caseggiato, sorge lantica casa padronale, composta
da circa quindici locali, ora restaurata e abitata da due famiglie.
Il restauro rispecchia abbastanza fedelmente le linee architettoniche originali
della casa, sebbene sia evidente un certo contrasto.
Il lato destro del cortile privo di edifci e attualmente c un grande vigneto,
che fno a trenta anni fa costituiva il cos detto brolo o broeto dei padroni
(frutteto).
Sulla destra, nella parte anteriore, rimangono ancora dellantico caseggiato la
chiesetta del 1777 e i resti della vecchia casa del fattore, ora adibita a pollaio.
Lingresso in corte era delimitato da un grande can-
cello in ferro battuto, i cui cardini erano fssati ai pila-
stri col piombo. Su una lapide in pietra erano incise le
iniziali R.O. (Regensburger Ottavio) antico proprieta-
rio; inoltre sulla stessa lapide cerano delle iscrizioni
che a ricordo di persone espressamente interpellate
non si mai riusciti a decifrare. Perfno il vescovo di
Padova Carlo Agostini in visita pastorale alla chieset-
ta, incuriosito da tale lapide, non era riuscito a capire cosa fosse scritto.
Sulla sinistra esisteva lantica fornace di mattoni, mantenuta in funzione per
circa centodiciannove anni e che termin di funzionare allo scoppio della
prima guerra mondiale.
Da informazioni certe di persone ancora viventi sappiamo che questa for-
nace dava lavoro a circa trenta operai e che produceva circa 60.000 matto-
ni e 20.000 tegole ogni fornaciata. I mattoni e tegole erano siglati R.O (Re-
gensburger Ottavio).
Il tempo di cottura per i mattoni era di otto giorni e in un anno si facevano
circa sei o sette fornaciate.
Allestrema sinistra esisteva la casa del cocchiere dei proprietari terrieri.
A destra del cancello esisteva il forno del pane costruito circa novanta anni fa
dai signori Perazzolo che avevano acquistato la propriet dai Regensburger
nel 1920, un edifcio adibito a deposito per attrezzi agricoli, quindi la chieset-
ta e la casa del fattore.
Esiste ancora un sotterraneo, attualmente completamente interrato e di cui
non siamo risusciti a sapere luso al quale efettivamente serviva. Questo sot-
terraneo parte dalla casa dei vecchi proprietari ed arriva, attraversando tutto
il lungo cortile, sotto la chiesetta.
Durante la seconda guerra mondiale sappiamo con certezza per, che qui
veniva nascosto il frumento per evitare eventuali requisizioni.
Sulla destra, dove si trovava lantico giardino, ora sorgono disordinatamente
alberi. Nella corte si trovavano tre pozzi, ancora in funzione e una grande
vasca, a forma di parallelepipedo, ricavata da un unico blocco di pietra che
era lantico abbeveratoio per il bestiame.
Il 30 ottobre 2010 lIstituto Diocesano per il Sostentamento del Clero ha inaugura-
to il recupero architettonico di Ca Costigliola, un antico insediamento rura-
le che afonda le sue origini nel tardo Medioevo. Situato nel comune di Rovo-
lon, al confne con i comuni di Teolo e Cervaerse Santa Croce, sorge su una
piccola altura che domina la valle attraversata dallo scolo Rialto. Dopo esser
stato, nel corso dei secoli XV-XVII, di propriet della nobile famiglia venezia-
na dei Bold, il complesso rurale pervenne alla famiglia padovana Zambelli,
in seguito divenuta Folco-Zambelli per il matrimonio dellultima discenden-
te, Matilde, con il nobile vicentino Lodovico Folco. La famiglia mantenne
la propriet dellimmobile per lungo tempo e trasform radicalmente i due
iniziali fabbricati nel complesso che oggi possiamo osservare. Agli inizi del
Novecento, Ottavio, erede di questa famiglia, suddivise la grande campagna
circostante e nel 1926 cedette lintera azienda agricola al fattore Girolamo
Trova, il quale, a sua volta, la rivendette ai nobili da Camposampiero. Questi
ne conservarono il possesso fno al 1971, anno in cui Antonietta leg il bene
alla chiesa parrocchiale di Villa del Conte. Con la riforma del Concordato tra
lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica, nel 1992 lo splendido complesso agri-
colo passato allIstituto Diocesano per il Sostentamento del Clero che ne
ha curato e sostenuto lintero recupero. La presenza della famiglia Zambelli
fu rilevante per lintero territorio ad ovest di Padova tra XVI e XX secolo. Le
pagine che seguono ne ricostruiscono un breve proflo.
La famiglia Zambelli tra Padova e Venezia
Tra i pi famosi musei di Venezia spicca la raccolta statale allestita nelle Gal-
lerie dellAccademia. Chi vi entra, dopo aver visitato le diverse sale piene di
capolavori mozzafato, si ritrova in un ambiente molto ampio ricavato nella
parte elevata di unabside e della relativa navata antistante; poco oltre la sala,
discesi alcuni gradini, simbocca luscita dellincomparabile quadreria. Sof-
fermandoci sullambiente molto ampio solo locchio esperto coglie la singo-
larit della volta, seppur in alcuni casi agevolato dalla lettura delle guide pi
scrupolose, come quella di Giulio Lorenzetti che a tal proposito scrive: La
chiesa di S. Maria della Carit, soppressa nel 1807, ledifcio che, sebbene
dimezzato nellinterno dallarchitetto Giovan Antonio Selva per essere desti-
nato superiormente a Galleria, e al basso ad aule dellAccademia di Belle Arti,
conserva pi che gli altri, allesterno, il primitivo suo insieme costruttivo. La
descrizione dello studioso veneziano non sarresta tuttavia a questo stringato
Claudio Grandis
Ca Costigliola
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 234
Veduta
del complesso
di Ca Costigliola
dopo il restauro.
giudizio, in quanto prosegue con unulteriore aggiunta di notizie e di curiosi-
t sullAccademia di Belle Arti e sulla sua singolare Galleria.
1

Il riferimento alla chiesa di S. Maria della Carit che qui abbiamo ripreso non
afatto casuale in quanto ha un signifcato preciso nella vicenda prosopo-
grafca della famiglia Zambelli: in questa chiesa, infatti, il 29 aprile 1783 si
celebr lapoteosi di una fortuna, di una scalata sociale rincorsa quanto meno
per un paio di secoli. Quel giorno, in questa chiesa, sunirono in matrimonio
Matteo Zambelli, fglio di Giovan Giacomo e di Caterina Maria Giovanelli,
e Lucchesa Maria Priuli, a sua volta fglia di Marcantonio I e di Eugenia
Don.
2
Lucchesa era discendente diretta di una delle famiglie patrizie pi
importanti della citt lagunare. Tra i suoi antenati poteva vantare ben tre
dogi: Lorenzo (1556-1559), Girolamo (1559-1567) e Antonio (1618-1623), e
numerosi altri illustri personaggi che avevano occupato cariche importanti
nellamministrazione dello Stato e della Chiesa. Senza dimenticare cronisti,
come il diarista Girolamo Priuli (1476-1547) omonimo del doge autore
dei Diarii che documentano la vita quotidiana di Venezia a cavallo tra la fne
del XV e i primi anni del XVI secolo,
3
e musicisti come Giovanni Priuli (1575
ca Vienna 1629), organista prima a S. Marco e poi alla corte di Ferdinando
II dAustria, considerato uno dei pi apprezzabili esponenti dello stile con-
certato di scuola veneziana.
Matteo Zambelli coronava il sogno cullato dagli antenati sin dal 27 dicem-
bre 1648, cio da quando, versando 100.000 ducati doro, i fratelli Giovan
Giacomo (1602-1673) e Pietro Zambelli (1605-1653) avevano ottenuto dalla
Repubblica il titolo di Nobil Uomini (NN.HH) veneti.
4
Un salto notevole, mal
condiviso dallantica aristocrazia lagunare costretta suo malgrado ad aprire
le porte del patriziato pur di raccogliere denaro da destinare agli armamenti
militari, nel durissimo frangente della difesa di Candia dallassalto degli ot-
tomani. Quellanno il governo ofr la possibilit a quanti erano disposti ad
ca costi gli ola 235
acquisire il titolo di patrizi: una proposta che trov ben sessantasette nuove
famiglie pronte a versare quanto richiesto. Famiglie che nel corso degli ultimi
due secoli si erano arricchite sia in Terraferma sia nella capitale con commer-
ci ed usura. Lingresso di cos tanti nuovi, ricchi e potenti clan costrinse la
vecchia oligarchia a rivedere ruoli e spazi, compiti e gradi. Da quel dicembre
1648 la nobilt veneziana non fu pi la stessa e le diverse famiglie ormai in
declino, o al tramonto di fortunate genealogie, non avrebbero avuto pi oc-
casioni per risorgere.
In quello scorcio di met Seicento la famiglia Zambelli risiedeva a Padova
da quasi tre secoli per cui lacquisto del titolo e dellarma araldica impose
il trasferimento della dimora uf ciale a Venezia.
5
A Padova risiedeva in una
casa situata al Vlto della Malvasa, nel cuore del quartiere SantAndrea, un
luogo che nel tempo ne dett anche il soprannome (Zambelli dal Volto); la
tomba di famiglia era posta invece nella chiesa di San Francesco Vecchio.
6
Nel
corso del XVIII secolo poi la residenza padovana si spost nella contrada di
Santa Maria Iconia, nel popolare quartiere del Portello,
7
luogo presso il qua-
le si trovava anche la dimora Priuli stabilmente occupata per tutta la prima
met del XIX secolo.
8
A Venezia la nuova abitazione fu scelta nel sestier di Santa Croce, nella par-
rocchia di San Giacomo dallOrio: qui un sotoportego e una corte recano anco-
ra oggi il toponimo Zambelli.
9
Nellomonima chiesa di San Giacomo riposa
invece lultimo discendente maschile della famiglia: Pietro Zambelli, nato il
21 novembre 1786 (giorno della Madonna della Salute, da sempre venera-
tissima a Venezia) e morto lundici agosto 1809. Un freddo marmo bianco,
che ricopre la tomba al centro della cappella absidale dellAddolorata,
10
ne
riassume la breve vita nella seguente epigrafe:
petro. zambellio. / unico. matthaei. et. luchesiae. priuliae. filio. / patri-
tio. veneto. iuveni. egregiae. indolis / ingenii. et. memoriae. praestan-
tia. aeximio / latinis. tuscisque. litteris. apprime. edocto / gallico. et.
theutonico. idiomatibus. musicesque / studiis. exculto. pietate. in. deum.
in. parentes / praecipua. charitate. in. amicos. mira. benevolentiae /
praedito. morum. suavitate. et. integritate / singulis. exoptatissimo. in.
aetatis. flore / heu. inopino. funere. erepto. moestissimi / parentes. mo-
numentum. p. p. / obiit. iii. idus. augusti. mdcccix. annos / natus. xxii.
menses. viii. dies. xx.
Pietro ebbe solo una sorella, Matilde, nata il 30 giugno 1800 e morta il 22
luglio 1855, che spos il conte vicentino Lodovico Folco Leonardi portando
in dote lintero patrimonio di famiglia: dal loro matrimonio nacquero quat-
tro fgli, cio Francesco Pietro nel 1827, Pietro Giuseppe nel 1828, Matteo
Francesco lanno seguente e Lucchesa nel 1830. Con il matrimonio il padre
della sposa dispose che gli stemmi delle due famiglie fossero uniti e che si
mantenesse lantico cognome unendolo a quello dei Folco. In precedenza,
vale a dire il 1 marzo 1820, con sovrana risoluzione la famiglia Folco aveva
ottenuto la riconferma di nobilt momentaneamente cancellata dalla rivolu-
zione napoleonica.
11
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 236
Abbiamo detto della residenza padovana della famiglia Zambelli tra il Vlto
della Malvasa e la parrocchia di Santa Maria Iconia. Un antico manoscritto
custodito nellArchivio di Stato di Venezia narra le origini pi antiche del ca-
sato e indugia sullorigine bergamasca dei capostipiti. Il loro arrivo a Padova
si colloca al 1372, cio negli anni della signoria di Francesco da Carrara il Vec-
chio (1350-1384), e la loro fortuna fatta coincidere con il commercio di vini
la malvasa in particolare nei pressi dellomonimo Vlto.
12
Su di loro scrive
in proposito il padovano Giovanni Barbo nel 1585: Quelli dal Volto vennero
di Bergamasca, et erano poveri et vennero a Padova et cominciarono con li
denari delli Rologi [] a far la mercanzia presso il Volto e delli Relogi et il
padre di messer Zuan Giacomo, che hora vive, et di Varisco e fratelli, ch
morto, portava delloglio in piazza a vender et era poverissimo, esso poi tolse
ad af tto una di quelle botteghe dalli Rologi, e cominci a far mercantia con
li denari desci Relogi, talch sono diventati ricchissimi.
13
Le carte darchivio svelano, dietro la facciata di un incessante commercio, an-
che un traf co rilevante di prestiti in denaro, favorito da unincredibile liqui-
dit. Unattivit che consent alla famiglia di tradurre le fortune fnanziarie in
cospicui e sempre pi numerosi immobili. Terre, case, palazzi, soprattutto
tra la seconda met del XVI secolo e la prima met del successivo, andarono
ad allungare la lista del patrimonio familiare. Tra gli edifci di maggior spicco
fgura il palazzo dominicale di Tencarola, afacciato al Bacchiglione e in pros-
simit del ponte, oggi adibito a scuola materna, propriet delle suore dellIsti-
tuto Madame Clair. Ledifcio mostra due splendide serliane (porta centrale
arcuata contornata da fnestre con sopraluce a foro quadrato e con larchitrave
allineato alla chiave di volta dellarco della porta).
14
Nellestimo del 1615 sono
ben 477 le partite elencate, dove per partita sintende ogni singolo bene im-
mobile in grado di produrre reddito. Un patrimonio disseminato dentro e nei
sobborghi della citt; nel quadrante occidentale gravitante attorno alle pendi-
ci euganee di Teolo; nella Saccisica che da Foss scende ad Arzergrande, senza
dimenticare localit come Monselice, Camposampiero, Limena e Conselve.
15
Sofermandoci su alcuni esponenti della famiglia, un personaggio di spicco,
anche per la societ padovana di allora, fu nella seconda met del XVI secolo
Varisco Zambelli dal Vlto, fglio di Lorenzo, intraprendente banchiere
capace di prestare denaro a privati e a pubbliche istituzioni. Il 29 marzo 1571
lo troviamo impegnato a concludere un importante accordo con lUniversit
dellArte della Lana di Padova, impossibilitata a pagare la tansa del galeot-
to: per assolvere allimposizione fscale lUniversit ricorse ad un prestito di
300 ducati, che Varisco concesse a fronte dellistituzione di un livello di lunga
durata sul purgo delle Garzerie. Il contratto comport la retrocessione del
purgo allUniversit sotto forma di af tto (cio il livello) a fronte di un cano-
ne livellario de ducati 18 doro, in pratica un interesse annuo sul prestito
del 6%. Quattro anni dopo Varisco si accordava con il nobile veneziano Ales-
sandro Donato per permutare questo diritto in cambio di sette campi di terra
posti a Selvazzano; da un successivo atto del 13 agosto 1577 si apprende poi
che il fratello di Varisco, Giovan Giacomo, aveva accettato la dichiarazione
resa dal Donato di aver riscosso dagli Zambelli il livello di 18 ducati per lanno
in cui il livello stesso era stato permutato.
16
ca costi gli ola 237
Le valli
di Costigliola
sommerse
dallacqua esondata
dallo scolo Rialto.
Prima del 1594 Varisco esce dalla scena economica padovana, sostituito dal f-
glio Lorenzo, defnito in alcuni documenti Magnifcus. Questultimo nel 1604
appare nelle vesti di procuratore di Gaspare Dondi dallOrologio, fglio del
defunto Galeazzo, e nel 1608 di un altro Dondi di nome Galeazzo, a sua volta
fglio del defunto Giovanni Antonio. I rapporti con i Dondi dallOrologio,
come ricordano sopra le parole del Barbo, non furono comunque di sola
rappresentanza. Nel 1611 assieme ai fratelli, non nominati nel documento,
Lorenzo risulta creditore per parte della dote di Clotilde Strassoldo vedova di
Federico Dondi dallOrologio,
17
mentre in precedenza, esattamente nel 1588,
Lorenzo, assieme a Bernardin Verdabio, aveva indossato le vesti di gastaldo
dellUniversit dellArte della Lana, una carica dindubbio prestigio per la Pa-
dova del tempo.
18
Un altro Varisco, fglio di Lorenzo, negli anni tra il 1607 e il 1622 rivest la
carica di esattore generale della Cassa Fiscale del Territorio,
19
mentre il fra-
tello Giovan Giacomo, prima del 1581, fu tra i protettori dei frati cappuccini.
Assieme a Paolo Bevilacqua e Giovanni Longo, Giovan Giacomo concorse
nellacquisto di un appezzamento di terreno alla porta di Santa Croce, con-
tiguo al convento cappuccino istituito nel 1550, per poi donarlo ai frati al
fne di consentire loro la costruzione di una bella chiesa in sito diferente
dalla prima. La cessione del terreno permise nella circostanza anche lam-
pliamento della struttura conventuale.
20
Nei primi anni del XVII secolo si osserva una gestione familiare e consocia-
tiva del patrimonio, ef cacemente sintetizzata da Andrea Cittadella nel 1605
che defnisce gli Zambelli principalissimi mercanti della citt.
21
La famiglia
del resto, come molte altre dello stesso rango, non manc poi di stringere
afari e rapporti anche con il mondo ecclesiastico e con le istituzioni religiose
della citt. Allorigine vi sono prestiti, spesso ipotecanti immobili, altre volte
acquisti mascherati da prestiti giustifcati dallinsolvenza altrui. Un esempio
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 238
dato da Varisco che il 27 maggio 1606 acquista allasta, esperita dalla Camera
fscale di Padova, il livello del debitore Paolo di Crassi, istituito sul mulino,
di propriet della Sagrestia maggiore del Duomo di Padova, galleggiante nel
campo (specchio dacqua) di Pontemolino.
22
In unaltra circostanza, invece, la
famiglia procede allacquisto di diritti su terreni posseduti dalle monache di
SantAnna di Padova situati in localit Brentelle di Sotto.
23
La fame insazia-
bile di terre naturalmente fn col generare anche numerosi contrasti con le
comunit religiose quali San Prosdocimo, San Pietro, S. Agata e Cecilia, e il
monastero di Praglia. Intrecci, vertenze legali che tuttavia non impedirono
alla famiglia Zambelli di ottenere dalla Chiesa cattedrale di Padova lasse-
gnazione della decima e ragion di decimare nella villa di Tencarola et altri
luoghi circonvicini.
24
Le vicende che si snodano lungo tutta let moderna meriterebbero uno spa-
zio ben maggiore di questa breve nota. Il matrimonio celebrato il 29 aprile
1783 tra Matteo e Lucchesa Priuli costitu il sigillo pi luminoso sulla fa-
miglia Zambelli. La fortuna patrimoniale di Matteo ben nota da tempo.
Allalba dellOttocento, nei comuni di Selvazzano e Teolo egli concentrava
qualcosa come 996 ettari di terreno agricolo interamente dato in af tto a
coloni.
25
Per il solo comune di Selvazzano il sommarione napoleonico cens
una superfcie fondiaria di oltre 175 ettari, pari a 454 campi alla misura pa-
dovana: un decimo dellintero territorio comunale.
26
Delle vicende familiari
che seguirono gi abbiam detto. Qui dobbiamo solo ricordare che Matteo
Francesco Folco Zambelli Leonardi (un cognome, questultimo, aggiunto
nel 1816) soggiorn a lungo a Tencarola e che, essendo uno dei maggiori
proprietari fondiari, nel 1866 ricopr la carica di primo sindaco di Selvazzano
Dentro dopo lAnnessione del Veneto allItalia unita. Dal suo matrimonio
con la nobil donna vicentina Gabriella Branzo Loschi, vennero alla luce ben
undici fgli. Con la morte di Matteo, avvenuta a Selvazzano il 13 settembre
1897, gli eredi nel 1899 si divisero lintero patrimonio stimato dai periti incari-
cati in lire 1.284.135,12 equivalenti oggi ad oltre cinque milioni di uro.
27
Tra
quei beni erano inclusi i cinque campi, tre quartieri e settantaquattro tavole
della Montagnola, composti da terre prative in contr della Costigliola con
casa rusticale, con caneva, stala e tezza.
28
Note
1. Giulio Lorenzetti, Venezia e il suo estuario. Guida storico - artistica, Trieste (Lint) 1999
11

(1
a
ed. Venezia 1926), p. 650.
2. Archivio di Stato - Venezia (= ASVe), Avogaria di Comun, matrimoni con notizie dei fgli, IX,
c. 318.
3. I Diarii di Girolamo Priuli, 5 voll. a cura di Antonio Segre e Roberto Cessi, Rerum Ita-
licarum scriptores, vol. XXIV (1912-41).
4. Camillo Freschot, La nobilt veneta, o sia tutte le famiglie patrizie con le fgure de suoi scudi
et arme, Venezia 1707
2
, p. 438; Marco Barbaro - Angelo Maria Tasca, Arbori de patritii
veneti, in ASVe, Miscellanea codici, I - Storia Veneta, 17, t. VII, p. 297.
5. Freschot, La nobilt veneta, cos descrive larma della famiglia: Porta dazzurro con una
fascia vermiglia, il capo caricato dun huomo nascente vestito di rosso, e che sostiene
nelle mani stese due gigli doro, e un terzo giglio dargento in punta dello scudo.
ca costi gli ola 239
6. Sandra Faccini, Lineamenti della scultura nella chiesa di S. Francesco Grande - Appendice
III, in Il complesso di San Francesco Grande in Padova. Storia e arte, Padova (Associazione
Culturale Francescana di Padova - Signum), 1983, p. 227.
7. in questa casa che il 16 agosto 1788 muore Giacomo Zambelli, padre di Matteo, suo-
cero di Lucchesa Priuli e nonno di Matilde. Brevi note biografche sono in: Giuseppe
Gennari, Notizie giornaliere di quanto avvenne specialmente in Padova dallanno 1739 allan-
no 1800, introduzione, note ed apparati di Loredana Olivato, 2 voll., Cittadella (Rebel-
lato editore) 1982-1984, p. 503-4.
8. Archivio di Stato - Padova (= ASPd), Atti comunali, b. 684, n. 676 (anno 1827).
9. Giuseppe Tassini, Curiosit veneziane. Ovvero origini delle denominazioni stradali di Venezia,
Venezia (Filippi Editore) 2009 (1
a
ed. 1863), p. 748.
10. Antonio Niero, Chiesa di S. Giacomo dallOrio. Venezia, Venezia (Tip. L. Salvagno) 1990
2
,
p. 72.
11. Federico Schrder, Repertorio genealogico delle famiglie confermate nobili e dei titolati nobi-
li esistenti nelle provincie venete, Venezia 1830-31, vol. I, p. 330-331; vol. II, p. 465.
12. ASVe, Miscellanea codici, I serie, n. 153 (gi Miscellanea codici 929), Catastico Zambelli,
1372-1624.
13. Giovanni Barbo, Delle case nuove dei cittadini padovani dellanno 1585, ms. della Biblioteca
Civica di Padova, B.P. 707 II, Araldica famiglie varie.
14. Claudio Grandis, Note per una storia della famiglia Zambelli, in Tencarola pagine di storia,
Padova 1996, p. 63-78. Silvia Gonella, Un esempio di architettura minore in Terraferma
veneta: Ca Folco-Zambelli a Tencarola (PD), tesi di laurea, Universit degli Studi di Padova,
Facolt di Lettere e Filosofa, a.a. 1999/2000, relatore prof. Ruggero Maschio.
15. ASPd, Estimo 1615, b. 75, c. 1-41.
16. Maria Borgherini, Larte della lana in Padova durante il governo della Repubblica di Venezia.
1405-1797, Venezia (Deputazione di storia patria per le Venezie - Miscellanea di Studi e
Memorie, vol. X) 1964, p. 95.
17. Biblioteca Civica di Padova, Fondo Dondi dallOrologio, tomo 9, n. 39; tomo 10, nn. 13,
26 e 47.
18. Borgherini, Larte della lana, p. 148.
19. ASPd, Archivio Civico Antico, Cassa del territorio, b. 20, 21, 22 e 141.
20. Angelo Portenari, Della felicit di Padova, Padova 1623 (rist. anast. Sala Bolognese
1973), p. 467.
21. Andrea Cittadella, Descrittione di Padova e suo territorio con linventario ecclesiastico bre-
vemente fatta lanno salutifero MDCV, edizione a cura di Guido Beltrame, Conselve (Ve-
neta editrice) 1993, p.124.
22. ASVe, Provveditori sopra beni inculti, b. 398, investitura ai fratelli Zambelli del 3 settembre
1737.
23. Grandis, Note per una storia, p. 74-76.
24. ASPd, Corporazioni religiose soppresse, monasteri della citt, S. Prosdocimo, b. 23; b. 49, n.
237; S. Pietro, catastico vol. 2, c. 286, 712, 718; S. Agata e Cecilia, b. 42 n. 9; Notarile 4388,
c. 498-499.
25. Giovanna Trevisan, Propriet e impresa nella campagna padovana allinizio dellOttocento,
Venezia (Regione del Veneto - Giunta Regionale) 1980, p. 32, 53, 57; ASVe, Demanio
statistica, reg. 38, c. 112-116.
26. ASVe, Sommarione del catasto napoleonico, Selvazzano Dentro, n. 135.
27. Contratto divisionale rogato dal notaio Giovanni Da Ponte fu Girolamo, repertorio n.
413 del 26 settembre 1899. La morte di Matteo cos ricordata dal contadino dantista
di Selvazzano Giuseppe Tofanin detto Bepi Badle: Nel 13 settembre 1897 di mercord
sepolto il 15 settembre - moriva il Conte Folco Matteo di Vicenza con tenuta in
Selvazzano di anni 74 lasciando molti millioni che ai quali era molto attacato, ma mor
(Beniamino Bettio, Trecento anime disperse. Tessere di storia della comunit di Rubano, Par-
rocchia S. Maria Assunta in Rubano (Padova) 2007, p. 349).
28. Cos descritta la possessione detta la Costigliola in ASVe, Censo provvisorio. Notifche
della provincia di Padova, b. 209, n. 15109.
Carbonara.
Un vecchio
capitello lungo
via San Giovanni
Battista.
Nella pagina a
fronte: il capitello
allinizio di via
Ponte Valli a Bastia,
costruito con
alcuni elementi
architettonici della
vecchia chiesa
parrocchiale.
Abbiamo condotto una ricerca storico linguistica sul capitello e abbiamo sco-
perto che questa parola ha numerosi signifcati e non solo quello che comu-
nemente si crede nella zona in cui viviamo.
Generalmente il capitello si identifca in un elemento architettonico struttu-
rale di origine antichissima e universalmente difuso, avente lo scopo di rac-
cordare la struttura verticale (colonna, pilastro, parasta, anta) con la struttura
sovrastante (architrave, arco).
Nella sua forma pi semplice e pi difusa consta di una lastra interposta tra
colonna, pilastro e travatura e trova esempi praticamente in tutte le tecnolo-
gie edilizie.
Nel Veneto i capitelli indicano tabernacoli e presentano caratteri omogenei.
Per quanto riguarda la documentazione scritta le ricerche sono state con-
dotte direttamente per il territorio alla scoperta di tabernacoli, alberi, pali,
nicchie, che tuttavia stano scomparendo con gli ultimi rappresentanti di quel
mondo agrario antico che si muove con i capitelli. Il nome capitello ha un
nesso con il latino caput nel valore topografco della parola, cio nel senso
di capo, estremit, incontro di vie.
Scuola Secondaria di primo grado di Rovolon
I capitelli della devozione popolare
*
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 242
i capi telli della devozi one popolare 243
Nella pagina
a fronte, in
alto a sinistra:
Frassanelle,
capitello al
Palazzetto Rosso;
in alto a destra:
Bastia, capitello
in via San Mauro;
in basso a sinistra:
Bastia, via Ponte
Valli; in basso a
destra: Carbonara,
in via San Pietro.
In questa pagina,
in alto a sinistra:
Bastia, oratorio in
via Ca Marchesa;
in alto a destra:
Carbonara, in
via San Giovanni
Battista.
Documenti, dallalto Medioevo in poi, nominano con locuzione, in capite, tali
punti ai quali, di frequente, corrispondeva ed ancora corrisponde linsediamento
di centri abitati, il convergere di confni, linizio di una via. Questo confermato
dal fatto che i capitelli stavano e ancora stanno allincrocio delle vie.
Occupano lo stesso sito che gi era occupato dal compitum pagano (con
questo termine era indicato, nellantichit, tanto il ricovero del sacro, che il
convergere delle vie), anche questo riferito al culto dei lares compitales o
viales, poteva essere cappella, edicola, altare.
Nella citt di Padova se ne trovano relativamente pochi, ma nel nostro paese,
sono invece presenti un po ovunque.
Ad un primo momento limmagine quella di un edifcio di piccola mole
dal tetto a punta, aperto sul davanti o sorretto da colonnine o pilastrini, de-
stinato ai fedeli e sorto per loro iniziativa, contenente la raf gurazione di un
personaggio sacro e inserito, per lo pi, in uno spazio aperto e rurale.
Un tempo si proponevano come possibili forme di tipologia del capitello an-
che croci e alberi sacri.
chiaro che a questo punto il capitello rappresenta il segno pi tangibile
della devozione delluomo. Nei capitelli maggiormente rappresentata la
Vergine, poi Cristo, ma se la raf gurazione di Maria rappresenta sempre la
madre, per il fglio le cose vanno diversamente.
Pi che il personaggio sembra importante la sua funzione: Cristo bambino,
Cristo coronato di spine, che porta la croce, Cristo deposto; lo stesso vale per
i santi.
rovolon, stori e di una comuni t dei colli euganei 244
A Padova i santi che compaiono sono di due
categorie, i primi sono quelli che in citt ci
sono fsicamente e vi hanno operato; i secondi
sono quelli la cui devozione stata introdotta
da varie cause, ma non dalla loro personale
permanenza.
Il grande leader S. Antonio cui fanno seguito
gli altri tre protettori della citt: S. Prosdoci-
mo. S. Giustina, S. Daniele.
I santi dentro le mura risultano legati alla sto-
ria cittadina, a devozioni popolari, a ordini re-
ligiosi, a funzioni o protezioni civiche, inoltre
vi sono anche angeli, immagini religiose e al-
legoriche.
La forma tipica del capitello urbano-padovano
quello sotto i portici, nei sottarchi, tra un
portico alto e uno basso.
Come sono fatti?
Solitamente il materiale pietra tenera, terra-
cotta e ceramica invetriata. La loro comparsa
un fatto antico; di sette sono per state ritro-
vate le tracce.
Come sono nati?
Dalla riconoscenza per grazia ricevuta, per
protezione presente o futura, in memoria di
qualcuno, per celebrazioni di eventi comuni,
per celebrazioni di una comune solidariet.
Il capitello pu ammalarsi e morire come
sorto o vivere in simbiosi con la comunit
umana. Quando tale comunit si degrada,
cambia, emigra, il capitello come una mum-
mia ridotta a reperto archeologico.
* In occasione della 11
a
Festa della birra che si svol-
ta a Rovolon dal 15 al 28.07.1993, il Comitato festeg-
giamenti ha coinvolto gli alunni della scuola media A.
Manzoni di Bastia in una ricerca storica sui capitelli
della devozione popolare disseminati nel territorio co-
munale. Lo scopo principale della ricerca stato quello
di scoprire la devozione nel nostro territorio attraver-
so queste testimonianze alcune delle quali risalgono al
XVII secolo.
Tutta la documentazione ha costituito una interessante
mostra esposta nella sala nellasilo di Rovolon: in quel-
la circostanza il Comitato, alla presenza delle autorit
comunali e dei dirigenti del Parco Regionale dei Colli
Euganei, ha premiato e ringraziato studenti e docenti
delle scuole per lottimo lavoro svolto.
i capi telli della devozi one popolare 245
In questa pagina,
in alto: Bastia, capitello
in via Pozzetto;
in basso: Bastia, oratorio
in via Monte Sereo.
Nella pagina a fronte,
in alto: Carbonara,
Capitello in via Manzoni;
in basso: Bastia, quartiere
Garibaldi.
Foto aerea di Bastia, al centro la sede municipale.
Finito di stampare nel marzo 2011
da Cierre Grafica
via Ciro Ferrari 5, Caselle di Sommacampagna (VR)
tel. 045 8580900 fax 045 8580907
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