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© 2005, 2012, Nuova Editrice Berti
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TESTI: John Main, Laurence Freeman


TITOLI ORIGINALI: The Gethsemany Talks - Cistercian Studies, 1977, 1978
Christian Meditation: Your Daily Practice, Novalis, Ottawa, 1998
TRADUZIONE: Adriana Seri
Seconda edizione italiana

L’Editore si dichiara a disposizione


per eventuali omissioni o errori di attribuzione.
3

John Main, Laurence Freeman


Imparare a meditare
nella tradizione cristiana

Nuova
Editrice
Berti
4

MEDITAZIONE CRISTIANA

Conferenze al Getsemani
di John Main OSB
5

Le Conferenze al Getsemani furono inizialmente pubblicate in tre


numeri consecutivi dei Cistercian Studies, 1977-1978. Sono
disponibili anche in traduzione francese, tedesca e portoghese.
I brani scritturali qui riportati si basano sulla traduzione
interconfessionale dal testo greco in lingua corrente e sulla Bibbia
di Gerusalemme. [N.d.T.]
6

SOMMARIO

CONFERENZE AL GETSEMANI (di J. Main) ............... 4

Introduzione (di L. Freeman) .................................................... 9

Prima conferenza ................................................................... 15

Seconda conferenza............................................................... 30

Terza conferenza.................................................................... 47

LA PRATICA QUOTIDIANA (di L. Freeman) ............ 66

Prefazione .............................................................................. 67

1. Che cos’è la preghiera? ...................................................... 69

2. Come pregare? ................................................................... 75

2.1 Silenzio ......................................................................... 75


2.2 Quiete .......................................................................... 77
2.3 Semplicità .................................................................... 78

3. La tradizione cristiana di meditazione .............................. 82


Il Sermone della Montagna ............................................... 83
Il Momento presente ......................................................... 84
7

4. John Main: La sua vita e il suo insegnamento ................. 87


Introduzione alla meditazione ........................................... 87
Una tradizione moderna .................................................... 89
Insegnamenti essenziali ..................................................... 90

5. La pratica ............................................................................ 93
La meditazione .................................................................. 93
Il Corpo .............................................................................. 93
Tempo e luogo ................................................................... 94
Distrazioni .......................................................................... 96

6. I frutti della meditazione ................................................... 99


Un mutamento interiore ................................................. 100

7. “Progresso”: il viaggio ..................................................... 103


1.Conversione .................................................................. 105
2.Salita ............................................................................. 105
3.Varco............................................................................. 105
4.I Poveri di Spirito .......................................................... 106

Scritture ............................................................................... 109


Vangelo secondo Matteo ................................................ 110
Vangelo secondo Marco .................................................. 110
Vangelo secondo Luca ..................................................... 110
Vangelo secondo Giovanni .............................................. 110
Atti degli Apostoli ............................................................ 111
Lettere di san Paolo ai Romani ........................................ 111
Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi ............................... 111
Lettera di san Paolo ai Galati ........................................... 112
Lettera di san Paolo agli Efesini ....................................... 112
8

Lettera di san Paolo ai Filippesi ....................................... 112


Lettera di san Paolo ai Colossesi ...................................... 112
Prima Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi ..................... 112
Seconda Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi ................. 113
Lettera di san Paolo a Timoteo ........................................ 113
Seconda Lettera di san Paolo a Timoteo ......................... 113
Ebrei................................................................................. 113
Lettera di Giacomo .......................................................... 113
Prima Lettera di Pietro .................................................... 113
Prima Lettera di san Giovanni ......................................... 114
9

Introduzione
di Laurence Freeman

Nel novembre del 1976 John Main venne invitato a


parlare ai trappisti dell‟abbazia dei Getsemani nel
Kentucky, il monastero di Thomas Merton, del tema
della preghiera. Le conferenze da lui tenute, pubblicate
in questo libro, segnano un momento storico nella sua
vita di maestro e nella storia spirituale del nostro
tempo.
Possiamo qui ascoltarlo in veste di monaco che
parla ai confratelli della tradizione monastica. Tuttavia,
questa nuova edizione delle Conferenze al Getsemani
rappresenta un insegnamento spirituale che ha guidato
persone in svariati percorsi di vita, e provenienti da
diverse tradizioni, per oltre vent‟anni. Queste
conferenze trasmettono una preziosa e antica via
d‟accesso alla preghiera e alla pratica spirituale, di
portata universale. Ma il tono di queste conferenze è
personale, ci ricorda che la tradizione spirituale,
essenzialmente orale, si comunica da persona a
persona.
Così, in un modo personalmente coinvolgente,
John Main descrive la propria scoperta della
meditazione, prima attraverso l‟Oriente e
successivamente tramite la riscoperta della tradizione
10

cristiana negli insegnamenti dei primi monaci, i Padri


del Deserto. Il suo singolare percorso di meditazione
lo condusse poi a una comprensione rinnovata del
ruolo del monaco nel mondo moderno, come maestro
e costruttore di ponti tra le tradizioni, e tra quelle
tradizioni e le terre desolate del materialismo e
dell‟ansia tipiche del nostro tempo. Fu profondamente
consapevole di come la semplice pratica della
preghiera pura potesse essere importante per le tante
persone in cerca di una più autentica profondità
d‟esperienza, nella loro fede cristiana e nella vita
quotidiana. Ancora più radicale, forse, fu la sua
intuizione della meditazione come via per risvegliare la
dimensione contemplativa in ogni settore del vivere,
convertendo così la vita in una ricerca del Dio che ci
sta cercando. Il meditante e il monaco sono uno
nell‟essenza.
L‟interesse e l‟utilità di questo libro, comprovati in
oltre vent‟anni, illustrano la convinzione di John Main
secondo la quale esiste un‟unica essenziale vocazione
cristiana. Essa consiste in una chiamata a un radicale
discepolato: a compiere in sé una totale conversione
auto-trascendente verso lo Spirito nel nostro cuore.
Meditare da cristiani, nella visione di John Main, è
semplicemente vivere fino in fondo la pienezza del
discepolato cristiano nella profondità del nostro
essere: lasciarsi alle spalle l‟io per seguire il maestro nel
11

suo ritorno auto-trascendente verso il Padre. Per fare


questo occorre che ci spostiamo dalla mente al cuore,
dal credo intellettuale alla fede sentita con il cuore. La
meditazione ci inizia a questo movimento di
approfondimento della coscienza, conducendoci verso
quel che John Main definiva “esperienza”. La
tradizione è il contesto di radicamento vivificante per
il dispiegarsi di questa personale esperienza.
Vent‟anni hanno mostrato che l‟enfasi posta da
John Main sulla necessità di un ritorno all‟esperienza,
guidata dalla tradizione, tocca il nervo della spiritualità
contemporanea. Il superficiale rifiuto della tradizione
cristiana, a causa dei fallimenti istituzionali della
Cristianità, o delle sue debolezze, provoca un danno
incommensurabile sia a chi lo compie sia alla cultura
rifiutata. Avendo compreso questo, il Dalai Lama
ammonisce le persone a mantenere la ricerca
nell‟ambito della propria tradizione. Ma, per molti, si
tratta di qualcosa di troppo complesso da attuare senza
il contatto con le realizzazioni più profonde di tale
tradizione, e senza una pratica contemplativa
storicamente e teologicamente radicata nella fede
cristiana.
John Main ha reso tutto ciò subito accessibile su
vasta scala. La sua comprensione dell‟esperienza
contemplativa nutre la comunità - genuina esperienza
dell'ecclesia - ed è provata dalla continua crescita della
12

comunità di meditazione in tutto il mondo. Miriadi di


piccoli gruppi si incontrano ogni settimana in case,
chiese, ospedali, scuole e luoghi di lavoro; nelle città i
centri di Meditazione Cristiana sono aperti a chi
appartenga a una qualche tradizione o a nessuna;
l‟annuale John Main Seminar tenuto da cristiani con
ruoli di spicco in vari campi, dalla medicina alla
letteratura, e in un‟occasione anche dal Dalai Lama;
l‟ispirazione condivisa, derivante dalla pratica
contemplativa, tra le persone che lavorano a fianco dei
poveri e per la giustizia; la casa editrice specializzata in
insegnamenti contemplativi: tutto questo rappresenta i
frutti della meditazione nel sentiero che John Main ha
dischiuso a così tante persone. Opera che continua a
compiersi.
In questo che è il suo primo insegnamento
pubblico sulla Meditazione Cristiana, John Main
espone i temi che negli anni successivi della sua vita
avrebbero risuonato nei cuori di quanti furono iniziati
alla meditazione.
Innanzi tutto, semplicità. Per lui la meditazione è
semplice. Qui risiede il fascino e l‟impegnativa sfida
verso i contemporanei. Noi riteniamo che „semplice‟
significhi facile e rapido. John Main preferisce parlare
della meditazione come di una disciplina, piuttosto che
di una tecnica o di un metodo in grado di fugare le
illusioni. Egli identificò, come altri maestri prima di
13

lui, i principali ostacoli al raggiungimento di tale


semplicità. Viene prima di tutto il nostro cronico stato
di distrazione ma, subito dopo, l‟abituale egoismo ed
egocentrismo. Solo la semplicità può, semplicemente.
Solo la purezza può purificare. E così il mantra, la
'formula' di san Cassiano, è il sacramento di questa
semplicità che guida il/la meditante alla beatitudine
evangelica, alla povertà di Spirito e alla purezza di
cuore.
Il moderno bisogno di spiritualità dimostra che le
persone stanno cercando uno stile di vita integrale,
equilibrato, in un contatto autentico con tutti gli
aspetti della propria umanità. John Main dimostra che
si tratta di uno scopo saggio e raggiungibile, ma che
richiede più della buona volontà. Richiede di affidarsi
al viaggio interiore di semplificazione della mente e di
purificazione del cuore. I frutti della meditazione, egli
ci assicura, si renderanno poi manifesti nei mutamenti
elaborati nella nostra personalità e in ogni nostra
risposta al mondo. Soprattutto, è nelle nostre
relazioni, dove l‟io e l‟alterità s‟incontrano nel mistero
d‟amore e trascendenza, che noi comprendiamo
perché la disciplina, liberamente seguita, conduca alla
libertà d‟amore. Questa visione stupenda è radicata
nella semplice pratica quotidiana della meditazione, e
nel comprendere che i due periodi di meditazione,
ogni giorno, discoprono e lasciano scorrere il flusso
14

dell‟“acqua di vita” che Gesù proclamò come la verità


essenziale della natura umana. Come generazioni di
monaci prima di lui, John Main sapeva che la
disciplina dei momenti di preghiera quotidiana
conduce a uno stato di orazione continua e
ininterrotta.
Altri libri, e molte registrazioni, fecero seguito
all‟esordio del suo insegnamento pubblico sulla
meditazione al Getsemani. Essi rimangono sempre
d‟attualità e d‟ispirazione per una nuova generazione
attratta dalla salda centratura e dalla forte gentilezza
spirituale della sua visione. Ma le Conferenze al Getsemani
mostrano che quel che poi John Main disse in tanti
modi è semplice nella sua essenza e può essere detto
in poche chiare parole. Il presente libretto rimane
quindi la migliore introduzione alla meditazione nella
tradizione cristiana e al fascino dello Spirito e dello
stile di John Main come maestro.

Centro Internazionale Comunità Mondiale per la


Meditazione Cristiana - novembre 1998
15

Prima conferenza
IL FONDAMENTO PERSONALE DELLA MEDITAZIONE

Nella prima conferenza alla comunità, padre John


parlò della sua iniziazione alla meditazione.

PADRE
Miei carissimi fratelli in san Benedetto: nel corso di
queste conferenze spero di condividere con voi una
conoscenza e un‟esperienza di preghiera che è
qualcosa di più di una semplice teoria della preghiera.
A me pare che la teoria impersonale, per quanto giusta,
navighi sempre nella stratosfera. Per essere ricondotta
sulla terra, essa necessita di un contesto personale, e
solo allora avrà il diritto di essere non solo giusta ma
anche vera.
Fui iniziato alla meditazione molto prima di
diventare monaco, mentre prestavo servizio nel
British Colonial Service in Malesia. Mio maestro fu
uno swami indiano residente in un tempio fuori Kuala
Lumpur. Quando all‟inizio lo incontrai, per una
qualche ragione ufficiale o altro, rimasi
profondamente colpito dalla sua saggezza, colma di
pace e di quiete. Ero felice di constatare quanto egli
sembrasse desideroso di parlare a un livello personale
16

e, dopo che gli affari furono conclusi, ci mettemmo a


conversare. Egli allora mi domandò se fossi un uomo
di fede. Gli risposi che ero cattolico. Allora mi chiese
se meditavo. Gli risposi che tentavo e, al suo invito,
descrissi in breve quello che conoscevamo come il
metodo di meditazione di Ignazio. Restò un poco in
silenzio, quindi con gentilezza osservò che la sua
tradizione meditativa era completamente diversa. Per
lo swami, scopo della meditazione era giungere alla
consapevolezza dello Spirito dell‟universo che abita
nei nostri cuori, e così recitò questi versi delle
Upanishad: "Egli contiene tutte le cose, tutte le opere
e i desideri e tutti i profumi e sapori. Egli dispiega
l‟intero universo e, in silenzio, verso tutto è
amorevole. Questo è lo Spirito che è nel mio cuore.
Questo è Brahman”.

Lo swami lesse il brano con tale devozione e tale


eloquenza che gli chiesi se volesse accettarmi come
discepolo per insegnarmi a meditare a quel modo. Egli
rispose: “La meditazione è molto semplice... tutto quel
che devi fare è meditare. Se vorrai imparare, proverò a
insegnarti. Ciò che suggerisco è questo... che tu una
volta alla settimana venga a meditare con me. Prima di
meditare ti dirò alcune cose, ma l‟importante è che
meditiamo insieme”.
Iniziai a visitare il sant‟uomo regolarmente e questo
17

è quanto mi disse durante la mia prima visita. Così mi


parlò: “Per meditare devi fare silenzio. Devi essere
quieto. E ti devi concentrare. Nella nostra tradizione
conosciamo un modo per arrivare a quella calma, a
quella concentrazione. Noi usiamo una parola
chiamata mantra. Per meditare, quel che devi fare è
scegliere questa parola e poi ripeterla, con fede e
amore, di continuo. Questo è tutto sulla meditazione.
Di fatto, non ho altro da dirti. E ora meditiamo”.

E così ogni settimana, per circa diciotto mesi, mi


recai da quest‟uomo di Dio e, sedendogli accanto, con
lui meditavo per una mezz‟ora. Mi disse che, provata
la serietà della mia ricerca, era assolutamente
necessario meditare due volte al giorno per trenta
minuti. Egli disse: “Meditare solo quando vieni a
trovarmi sarebbe superficiale.
Meditare una volta al giorno sarebbe superficiale. Se
vuoi essere serio e se vuoi radicare questo mantra nel
tuo cuore, allora l‟impegno minimo è che tu mediti al
mattino per mezz‟ora, come prima cosa, e di sera per
un‟altra mezz‟ora. E per tutta la durata della
meditazione, nella tua mente, non devono esservi
pensieri, parole, immagini. L‟unico suono sarà il suono
del tuo mantra, la tua parola. Il mantra, così continuò,
è come un suono armonico. Mentre pronunciamo
questo suono armonico, dentro di noi cominciamo a
18

costruire una risonanza. Tale risonanza ci conduce


allora verso la nostra propria interezza... Cominciamo
a sperimentare l‟unità profonda che tutti possediamo
nel nostro stesso essere. E allora il suono armonico
inizia a costruire una risonanza tra te e tutte le creature
e tutta la creazione, e un‟unità tra te e il tuo Creatore”.

Spesso avrei voluto chiedere allo swami: “Quanto ci


vorrà? Quanto ci vorrà per raggiungere
l‟illuminazione?” Ma lo swami avrebbe ignorato la mia
grossolanità oppure avrebbe risposto con le parole che
di fatto riassumono il suo insegnamento e la sua
saggezza: “Recita il tuo mantra”.
Durante quei diciotto mesi fu questo il nucleo
essenziale di tutto quel che ebbe da dire: “Recita il tuo
mantra”.
Al mio ritorno in Europa per insegnare legge al
Trinity College di Dublino, anni prima dell'avvento
dei Beatles e della scoperta della Meditazione
Trascendentale, non trovai nessuno che conoscesse la
meditazione come la intendevo io. All‟inizio cercai di
sollevare la questione con degli amici sacerdoti ma,
con mia sorpresa, le mie domande furono accolte con
grande sospetto, talvolta con ostilità.

Per quanto mi riuscì di dedurre dalla


conversazione, questi uomini saggi praticavano con
19

molta fede una meditazione di stampo gesuita e i


migliori tra loro preparavano, per la propria preghiera
mentale del mattino, una dettagliata lista dell‟ordine
del giorno. Mi pareva qualcosa di molto esoterico e
per vari aspetti complicato.

Il libro di maggiore influenza presso questi uomini


di fede era L'anima, dell'apostolato di padre Chautard
che, come appresi, era molto raccomandato ai
seminaristi negli anni Trenta. Un libro che mi colpì
per la sua discreta complessità. Per me,
personalmente, restava tutta la gioia e l‟eccitazione
della meditazione mattutina e serale. Ogni volta
l‟attrazione per la meditazione cresceva, e i momenti
del mattino e della sera divennero il vero asse sul
quale si costruiva la mia giornata.

All‟incirca in questo periodo, nel 1958, uno dei figli


di mia sorella si ammalò gravemente e morì. La
scomparsa di questo bambino ebbe su di me un
effetto enorme e mi portò ad affrontare, a viso aperto,
la questione della vita e della morte, dell‟intero scopo
dell‟esistenza. In questa fase di revisione della mia vita,
ero fortemente colpito dal fatto che la cosa più
importante, nella mia intera esistenza, fosse la
meditazione quotidiana. Decisi, quindi, di strutturare
la mia vita sulla meditazione e, attenendomi a questo,
20

mi feci monaco.

Divenendo monaco, tuttavia, mi venne impartito


un diverso metodo di meditazione che io accettai in
obbedienza al mio nuovo status di novizio
benedettino. Questo nuovo metodo era la cosiddetta
preghiera degli atti: vale a dire, una mezz‟ora
impiegata in atti di adorazione, contrizione,
ringraziamento e supplica, una mezzora, cioè, di
preghiere che consistevano per gran parte in parole
indirizzate a Dio nel cuore e, nella mente, in pensieri
su Dio. Accettai questa svolta con quella sorta di
fatalismo sottesa alla frase di Alexander Pope:
“Qualunque cosa sia, è giusta”. Nell‟attesa, rimandavo
qualsiasi confronto serio con il fatto che la nuova
forma di preghiera diveniva sempre più
insoddisfacente. E, naturalmente, siccome ero sempre
più impegnato come monaco, l‟urgenza diminuì.

In retrospettiva, considero questo periodo della mia


vita una grande grazia. Involontariamente, il mio
maestro di noviziato aveva predisposto le cose per
insegnarmi il distacco dal centro stesso della mia vita.
Imparai a distanziarmi da una pratica che era per me la
cosa più sacra e sulla quale tentavo di costruire la mia
esistenza.
Imparai d‟altra parte a costruire la mia vita su Dio
21

stesso. Gli anni immediatamente successivi furono


anni tetri, in termini di sviluppo spirituale, ma sempre
tornavo all‟obbedienza, che era il fondamento della
mia vita di monaco. Ritengo inoltre che, da qualche
parte nel mio profondo, ci fosse la fiducia che Dio
non mi avrebbe lasciato vagare per sempre nella
desolazione, e che sarei tornato sul mio sentiero.
L‟importante era che vi sarei rientrato nei suoi termini,
non nei miei.
Alla fine ci fu uno stadio, in questa regressione, in
cui tutto sembrava predisposto per un eterno rinvio di
ogni atto teso al ritorno a una forma di preghiera più
vitale. Divenni preside della St. Anselm‟s School di
Washington, Columbia, e mi trovai immerso nel
periodo più frenetico della mia vita monastica. Le
questioni più urgenti erano la raccolta di fondi per un
nuovo dipartimento scientifico, la sistemazione del
college, le valutazioni in sede d‟esame. Nel bel mezzo
di tutto questo, comunque, un giovane giunse al
monastero chiedendo di imparare qualcosa sul
misticismo cristiano. Aveva trascorso del tempo con
un maestro indiano, ma ora era in cerca del punto di
vista cristiano.
Così, con una qualche deliberata malizia, gli
consegnai Holy Wisdom di Baker, come primo testo di
studio, ritenendo che lo avrebbe tenuto interamente
occupato, per molte settimane, a sbrogliare quei balzi
22

di frase alla Dryden. Con mio stupore, invece, egli


reagì con immediato entusiasmo, in misura tale che mi
sentii in dovere di rileggerlo anch‟io. Ci mettemmo a
leggerlo insieme, dopodiché cominciammo a meditare.

In Baker io riscoprivo un senso di meraviglia per la


vocazione monastica che anni di semplice attività
avevano intorpidito, insieme a una folgorante
comprensione della preghiera nella sua semplicità e
nella sua realtà presente. In Baker si riscontra anche
una conoscenza intuitiva del mantra in quei passaggi
che riguardano gli “atti”, in “quelle che sono
comunemente chiamate giaculatorie”.1 L‟autore scrive
con la sicurezza e il fascino di un uomo che ha
riconosciuto come le svolte erronee siano state, in
qualche modo, in grado di riportarlo sul giusto
sentiero. Egli autorevolmente scrive:
Certo è che le preghiere vocali, mai tanto prolungate e mai
in solitudine autentica, non produrranno mai questo effetto
[di raccoglimento] laddove non si conosca l’autentico
spirito della preghiera contemplativa, e tale ignoranza è
reperibile anche negli ordini di più elevata astrazione e
austerità; pertanto possiamo vedere come Germano e
Cassiano, nonostante una pratica di molti anni nella rigida
vita di cenobio, restarono tuttavia sorpresi all’udire i
discorsi dei santi eremiti sulla pura preghiera spirituale,
2
libera da immagini.

Per la prima volta fui seriamente spinto verso le


23

Conferenze di Cassiano per l‟enfasi insistente di san


Benedetto, spesso ricordata da Baker. Fu con
meraviglioso stupore che lessi, nella Conferenza X,
della pratica d‟impiego di una sola breve frase per
l‟ottenimento della quiete necessaria alla preghiera:
In questo modo la mente scaccia e reprime la ricca e vasta
materia di tutti i pensieri: riducendosi alla povertà di un
3
singolo versetto.

Leggendo queste parole in Cassiano, e il capitolo x


della medesima Conferenza sul metodo della
preghiera continua, ero ancora una volta arrivato a
casa, ritornando alla pratica del mantra.
Le storie di Giovanni Cassiano e del suo amico
Germano, non meno dell‟insegnamento e della
saggezza degli stessi Colloqui, sono di
un‟impressionante attualità. Come migliaia di
occidentali di oggi in cammino verso l‟Oriente, questi
due giovani monaci del quarto secolo volevano, sopra
ogni altra cosa, imparare a pregare e pativano
sofferenze senza tregua alla ricerca di un maestro.
Andarono dapprima al monastero di Betlemme in
cerca di una tradizione vivente, ma provarono atroce
dolore “per la vita che là si conduceva”4 e all‟arrivo di
san Gerolamo, impegnato in stormi di controversie
intellettuali, ottennero il permesso d‟incamminarsi
verso il deserto d‟Egitto. Nella Conferenza IX
24

Cassiano narra della visita ad abba Isacco e della


supplica a lui rivolta perché parlasse della preghiera.
Isacco rispose parlando loro chiaramente col cuore,
non con la pura teoria. Le sue parole venivano
dall‟esperienza, con distillata saggezza; saggezza
appresa nella fedeltà costante alla preghiera e alle
veglie.

Cassiano e Germano ascoltavano con crescente


stupore il sant‟uomo, e compresero di aver trovato il
loro maestro allorché sentirono il cuore bruciargli
dentro mentre parlava della preghiera continua. La
loro risposta fu entusiasta: questo è quel che noi
vogliamo fare! Anche noi dobbiamo, nella nostra
stessa vita, praticare la memoria continua della santa
presenza di Dio. Dobbiamo realizzare, nella nostra
vita, quanto quest‟uomo santo ha compiuto nella sua.
Con tale spirito fervente risvegliatosi in loro, presero
congedo da Isacco per far ritorno alla loro cella, ma
esitarono nei loro passi. Si dissero l‟un l‟altro quel che
tanti avevano già detto: sappiamo che la preghiera è
l‟unica cosa! Sappiamo di voler pregare. Sappiamo che
lo Spirito di Colui che sollevò Gesù dalla morte
dimora in noi e darà nuova vita ai nostri corpi mortali.
Noi sappiamo tutto questo! Non avremmo fatto tutta
questa strada se non l‟avessimo saputo. Ma quel che il
santo abate non ci ha detto è: come ci riusciremo?
25

Come raggiungeremo questo raccoglimento e questa


preghiera continua?

Così fecero ritorno da Isacco e parlarono con tono


rispettoso, venato d‟impazienza: “Ci hai parlato con
eloquenza e amore dell‟argomento della preghiera e ci
hai quasi accecati con le tue auree parole! Ma quel che
non ci hai detto è come dovremo fare”.
La risposta di Isacco a questa esplosione
d‟idealismo giovanile è allo stesso tempo incoraggiante
e moderatrice. Egli dà persino l‟impressione di aver
previsto tutto, di aver messo alla prova l‟autentica
serietà del loro intento, e così:
Credo che non troverò difficoltà alcuna nell’introdurvi a
quello che potrei definire il vestibolo [della preghiera], i cui
recessi voi percorrerete come indicherà il Signore... Poiché
è prossimo a capire chi attentamente ravvisa quel che
dovrebbe chiedere, né è lontano dal sapere chi comincia a
5
capire quanto ignorante sia.

Cassiano, sottilmente, crea il contesto necessario


alla rivelazione di abba Isacco nei capitoli iniziali della
Conferenza. Egli l‟apre con la dichiarazione solenne
che la dottrina che si accinge a spiegare è “così
importante che gli uomini non possono ignorarla
senza terribile bestemmia e danno grave alla fede
cattolica”.6
26

Questa solenne dottrina è personificata in modo


interessante nella successiva storia dell‟abate
Serapione. Serapione, un anziano della comunità del
deserto, era da tempo caduto nell‟eresia
antropomorfita, avendo fatto Dio a sua immagine e
somiglianza. Secondo Cassiano il grave rischio per
ogni preghiera cristiana è questo: ritagliare Dio al
nostro stesso livello per parlare con Lui, farne una
comoda spalla su cui versare le nostre lacrime e un
conveniente idolo che salvaguardi dall‟abisso della Sua
alterità.
Quel che dovremmo ora comprendere, d‟altra
parte, è la Sua assoluta trascendenza e la Sua totale
vicinanza a noi nel Suo Spirito inabitante. E a questa
comprensione della preghiera che Serapione viene ora
guidato dal dotto Fotino, il Serapione che i
quarant'anni di travaglio ascetico nel deserto non
erano riusciti a condurre fuori dalle inutili secche
dell‟eresia antropomorfita. Di nuovo, non è con la
teoria, ma con la pratica, che Serapione viene iniziato a
quella che Cassiano continua a chiamare la via
“cattolica” della preghiera:7 preghiera priva di
immagini, che si limita alla ripetizione di un solo
versetto, la preghiera della povertà‟.
Cassiano ci dice che quando gli altri eremiti nel
deserto udirono che Serapione si era convertito alla
27

preghiera della fede cattolica, vennero tutti a pregare


con lui e ne gioirono. Ma Serapione scoppia in lacrime
e grida con pena:
Mi han tolto il mio Dio e ora non ho nessuno su cui possa
8
confidare, non so chi adorare né a chi rivolgermi.

È prova della sottigliezza di Cassiano che questa


storia sia collocata al vertice della Conferenza. Qui la
teoria è innanzitutto portata sulla terra, con il
commovente racconto della conversione di Serapione.
E, fatto ancora più importante, viene sottolineato
come nessuna considerazione umana possa oscurare
l‟assoluta trascendenza di Dio e come questa
conoscenza debba occupare un posto predominante
nel nostro modo di concepire la preghiera. Ci viene
indicato di portare rispetto alla preghiera. E ci viene
mostrato, soprattutto, come in ogni preghiera il
Signore Dio stesso sia il motore primo, essendo Suo il
primo movimento, quello di mandare a noi Suo Figlio
Gesù.
Così se ci troviamo davvero dentro la „tradizione
cattolica‟ di Cassiano, si comincia a comprendere che
la preghiera in sostanza ci predispone al levarsi, nei
nostri cuori, dei gemiti della preghiera di Gesù.

Cassiano fa poi riferimento alle istruzioni di Isacco


sul modo di proferire questo mantra, questo versetto.
28

E il versetto che egli consiglia è “Deus in adiutorium


meum intende‟, tenuto in così alta considerazione da san
Benedetto, tanto da farne l‟esordio di ogni nostro
Uffizio. Del mantra, questo dice Cassiano:
Questo mantra deve sempre essere nel vostro cuore.
Quando vi coricate ripetete questo versetto finché, da
esso plasmati, coltiverete l’abitudine di ripeterlo anche
9
durante il sonno.

Al risveglio esso dovrebbe “anticipare ogni


pensiero di veglia” e durante il giorno dovrebbe
restare incessantemente nei “recessi del cuore”.

La metafora del pellegrinaggio ci viene spesso in


mente quando riflettiamo sulla nostra vita o anche su
alcuni suoi aspetti particolari. Essa bene descrive la via
indiretta sulla quale Augustine Baker scoprì il proprio
varco nella tradizione della preghiera cristiana, e
descrive anche l‟impresa fisica di Cassiano e Germano
in viaggio nel deserto d‟Egitto. Ma ognuno di noi è
chiamato a seguire lo stesso pellegrinaggio per
scoprire la preghiera di Gesù dentro il proprio cuore.
Quanto vi ho detto questa sera è quello che sono
stato in grado di scoprire nella mia limitata esperienza.
Non intendo affatto suggerire che questa sia l‟unica
via alla preghiera. Ci sono, naturalmente, molte
dimore del Regno del Padre. Ma questa è l‟unica via
29

che sono stato capace di scoprire ed è una via di


grande semplicità. Tutto quello che dovete fare è
trovare la vostra parola, idealmente con l‟aiuto di un
maestro, e poi ripeterla fedelmente. Ma non lasciatevi
sviare.
Effettivamente, recitare la parola mattino e sera,
senza tregua, inverno ed estate, che vi piaccia o no,
richiede una buona dose di risolutezza,
determinazione e un nerbo d‟acciaio. Ricordatevi di
Serapione. Ma se siete in grado di recitarla, penso che
essa vi porterà alla comprensione della vostra vita
monastica, che ne sarà incredibilmente arricchita.
Se mi è consentito, mi piacerebbe concludere con
questa breve citazione dalle Scritture:
Per questo motivo, dunque, io mi inginocchio davanti a
Dio Padre, a lui che è Padre di tutte le famiglie del cielo
e della terra. A lui chiedo di usare verso di voi la sua
gloriosa e immensa potenza, e di farvi diventare
spiritualmente forti del suo Spirito; di far abitare Cristo
nei vostri cuori, per mezzo della fede. A lui chiedo che
siate saldamente radicati e stabilmente fondati
nell’amore. Così voi, insieme con tutto il popolo di Dio,
potrete conoscere l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la
profondità dell’amore di Cristo, che è più grande di ogni
10
conoscenza, e sarete pieni di tutta la ricchezza di Dio.
30

Seconda conferenza
MEDITAZIONE: DALLA TEORIA ALLA PRATICA

In questa seconda conferenza padre John parla


della meditazione come del metodo di verifica
personale della validità della nostra fede.

FIGLIO
Stasera con questa conferenza, miei cari fratelli,
vorrei condividere con voi quanto io stesso ho
sperimentato, nella mia vita, circa le verità della nostra
religione attraverso quel genere di meditazione di cui
ieri vi ho parlato.
Dio è nostro Creatore e Padre. E lo Spirito Santo
dimora in ciascuno di noi in modo tale che siamo -
come abbiamo udito nella bellissima Liturgia dei
Vespri questa sera - noi tutti siamo, proprio
letteralmente, “templi di santità”. Ora, la meditazione
è semplicemente il processo per mezzo del quale
veniamo a patti con queste verità: verità su Dio, verità
su noi stessi, verità, anche, sul nostro prossimo. Nelle
nostre meditazioni quotidiane, ci ritraiamo da tutto
quello che possiamo riassumere come effimera
immediatezza, per aprirci completamente alla
grandezza e alla meraviglia di Dio, al durevole
presente. E in questo processo scopriamo la nostra
31

grandezza e liberiamo la nostra capacità di stupore.


Potremmo ugualmente dire che, nella scoperta del
nostro stesso valore, noi scopriamo Dio, il Creatore di
tutto quel che è prezioso. Scopriamo, con Gerard
Manley Hopkins, che il mondo “è carico della
grandezza di Dio”.11

La parola chiave di quanto ho detto è „liberazione‟.


La meditazione è un processo di liberazione:
dobbiamo liberare queste verità nella nostra vita. E a
me sembra, miei carissimi fratelli, che come cristiani
abbiamo tanto spesso vissuto la nostra vita su di una
base di solo proponimento. La struttura della nostra
risposta a Dio ne risulta così incompleta, strettamente
razionale: un mero compendio di credi e formule. Ma,
nella preghiera meditativa, ci prepariamo alla piena
esperienza della personale presenza di Gesù dentro
noi, essendo questo pleroma, la presenza personale del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo - l‟intera vita
della Santissima Trinità -, vissuto dentro di noi.
Ora, è esattamente questo genere di proposizione
che dobbiamo liberare nei nostri cuori: liberarlo dalle
sue formulazioni squisitamente teologiche e retoriche
in modo che viva, arricchendo e trasformando la
nostra vita, e ciò si compie, secondo le parole di san
Pietro, “all'interno del vostro cuore”.12
La meditazione, così, è anche un processo di
32

apprendimento. E il procedimento per imparare


l‟attenzione, la concentrazione. Dobbiamo attendere sia
nell‟accezione inglese di prestare attenzione sia in quella
romanza di aspettare. Noi tutti dobbiamo apprendere
questa lezione fondamentale se mai avessimo
intenzione di scoprire la piena ricchezza della fede
cristiana, la ricchezza della nostra intima relazione e
del nostro coinvolgimento con Gesù.
Nella meditazione, quindi, impariamo a prestare
attenzione alla presenza personale di Gesù in noi.
Cominciamo ad apprendere questo imparando a non
essere distratti, a essere in pace, attraverso il pieno
gioire della meraviglia della nostra creazione.
Impareremo allora a cantare con il salmista dalla
pienezza del cuore: “Ti lodo, perché mi hai fatto come
un prodigio”.13
Vorrei tentare di mettere in rilievo per voi, cari
fratelli, una verità che tanto spesso sfugge nella realtà
pratica della vita quotidiana, vita quotidiana spesso
riempita solo di opere. La verità fondamentale è che
ciascuno di noi è creato da Dio; ciascuno di noi ha,
quindi, un‟origine divina. Ora, questa è una
proposizione talmente elementare della nostra fede,
che la maggior parte di noi l‟ha imparata
meccanicamente in tenera età, ma non siamo inclini a
comprenderla pienamente, a liberarla da tutte le
astrazioni di proposizione stantia, così da permetterle
33

di servire al suo scopo, vivificando il nostro Spirito.


Credo che avesse in mente qualcosa del genere
l‟autore che scrisse questa energica esortazione agli
Ebrei:
Perciò lasciamo da parte gli insegnamenti più semplici su
Cristo, e passiamo a un insegnamento più profondo...
14
Andiamo avanti! Se è volontà di Dio, faremo così.

Se le persone riflettessero - non in modo


discorsivo, ma diretto - sulla loro origine divina, quasi
sicuramente riuscirebbero ad accrescere ogni giorno,
anche se debolmente, quel senso d‟atmosfera
meravigliosa dentro la quale tutti noi abbiamo l‟essere.
E la meravigliosa qualità del nostro essere non viene
sminuita né minacciata, bensì elevata in modo
inimmaginabile dall‟infinito potere e dalla meraviglia di
Dio, nostro Creatore. Questa verità, da sola, dovrebbe
bastare a sostenerci in adorante timore per un‟intera
vita. Ma nella rivelazione di Gesù, nostro Redentore,
nostro Fratello, scopriamo che non soltanto abbiamo
questa origine divina, ma che siamo anche partecipi, e
siamo chiamati a partecipare, della Sua stessa natura ed
essere. Abbiamo allora, ciascuno di noi, ugualmente e
unicamente, un‟importanza infinita e un infinito
valore. Non solo siamo stati creati dal nulla da Dio,
ma, ognuno di noi, siamo stati redenti, liberati, da Suo
Figlio Gesù. E allora, come garanzia permanente della
34

nostra origine e come garanzia permanente della


nostra importanza e valore, Gesù ha mandato il Suo
Spirito ad abitare dentro di noi, facendo di ognuno di
noi un tempio di santità: Dio stesso abitando dentro di
noi.
La „maturità‟ al cui raggiungimento l‟autore
esortava gli Ebrei era lontana dall‟essere
un‟elaborazione discorsiva di proposizioni, “rudimenti
di Cristianità” come erano da lui definite. Si trattava
piuttosto della liberazione dalle inevitabili limitazioni e
distorsioni della pura teoria. E questa maturità, egli
proseguiva, si è sviluppata quando gli uomini
hanno avuto già una volta la luce di Dio, hanno provato il
dono celeste, hanno ricevuto lo Spirito Santo, hanno
gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo
15
futuro.

Ora, noi tutti abbiamo grande familiarità con tali


verità, sul piano della teoresi teologica. Ma, in
meditazione, si cerca di vivere tali verità nella pratica;
o, forse più esattamente, si cerca di vivere queste verità.
La preghiera meditativa non è un esercizio intellettuale
nel quale riflettere su proposizioni teologiche. Nella
meditazione non vi è affatto un pensare a Dio, né un
pensare a Suo Figlio Gesù, né allo Spirito Santo. Nella
meditazione cerchiamo di fare qualcosa di
immensamente più grande: cerchiamo di essere con Dio,
35

di essere con Gesù, di essere con lo Spirito Santo; non


unicamente di pensare a loro. Una cosa è sapere che
Gesù è la rivelazione del Padre; una cosa è sapere che
Gesù è la nostra via verso il Padre. Ma ben altra cosa è
sperimentare la presenza di Gesù dentro di noi,
sperimentare il potere del Suo Spirito in noi; e in quella
esperienza essere portati alla presenza del Padre Suo,
Padre nostro.
Quando riflettiamo sul nostro status creaturale,
status che è la nostra condizione umana, cominciamo
a capire che il porre attenzione a questa relazione
fondamentale di Creatore-creatura nella nostra vita
non è attività marginale o facoltativa; né che si tratta
soltanto di un dovere. La preghiera è l‟esperienza
fondamentale e basilare di qualsiasi cosa noi siamo.
In altre parole, la preghiera è il processo dentro al
quale scopriamo sia chi siamo sia perché siamo. In
sostanza, è il processo per cui e in cui prestiamo
attenzione, con concentrazione totale, alla nostra
natura umana in modo che, ponendo mente alla nostra
propria creaturalità, arriviamo a frequentare e ad
ascoltare il nostro Creatore.
Sant'Agostino espone questo concetto in modo
conciso e stupendo:
L’uomo deve dapprima essere restituito a sé stesso,
facendo di sé come un gradino, e da lì ascendere ed
36

16
essere portato a Dio.

Così la preghiera, la meditazione, non è


esattamente un modo di „fare‟ qualcosa, ma è il modo
di „diventare‟ qualcuno; diventare noi stessi: creati da
Dio, redenti da Gesù e templi dello Spirito Santo.

Dunque, carissimi fratelli, nella meditazione si va al


di là dei pensieri, perfino dei santi pensieri. La
meditazione concerne non tanto il pensare, quanto
l‟essere. E nella preghiera contemplativa cerchiamo di
diventare la persona che siamo chiamati ad essere:
non pensando a Dio, ma essendo con Lui. Essere
semplicemente alla Sua presenza è tutto quel che
occorre. Stare semplicemente con Lui significa venire
condotti ad essere la persona che Egli ci chiama ad
essere. Questo è il messaggio del comandamento di
Gesù: cercate prima il Regno e tutto il resto sarà dato.
Ma non è impresa facile per quelli di noi che sono
cresciuti nell‟odierna cultura occidentale. Noi tutti
siamo stati condizionati dall‟eccessiva considerazione
in cui questa cultura tiene l‟attività cerebrale. Ci siamo
definiti in modo troppo restrittivo come „creature
razionali‟. A me sembra che questa sia una delle
principali ragioni dell‟impoverimento della nostra vita
di preghiera. La risposta dell'intera persona a Dio si è
infranta e solo schegge cerebro-verbali rimangono in
37

azione nel nostro modo riduttivo di intendere la


preghiera. Nostro scopo, nella preghiera cristiana, è
permettere alla presenza silente e misteriosa di Dio in
noi di diventare sempre di più, non solo una di quelle
realtà che il cardinale Newman definiva „consenso
speculativo‟, ma la realtà che dà significato, forma e
scopo a ogni cosa che facciamo, a tutto ciò che siamo.
E così, la preghiera non è il tempo delle parole, per
quanto magnificamente e sinceramente proferite.
Tutte le nostre parole sono assolutamente inefficaci
quando entriamo nel mistero della comunione con
Dio, la cui Parola è prima e dopo ogni altra parola.

Nella preghiera, quindi, cerchiamo la via della


semplicità. E questo è quanto nella mia personale
esperienza ho scoperto sulla via del mantra. Ascoltate
ancora Giovanni Cassiano:
Questa è la formula alla quale la mente potrebbe
incessantemente aggrapparsi finché, fortificata da un uso
costante e da una meditazione continua, essa rigetta e
allontana il copioso e vasto materiale di ogni genere di
17
pensiero restringendosi alla povertà di un solo versetto.

Quello che intendo suggerirvi è che esiste


l‟effettivo pericolo per il religioso - e di fatto per ogni
uomo - di passare l‟esistenza rispondendo soltanto a
delle proposizioni piuttosto che approfondendo la
38

propria consapevolezza, la propria comprensione e


l‟impegno a vivere la verità provandola in prima
persona. Esiste il reale pericolo, per noi religiosi, di un
appagato compiacimento, nel ripetere le nostre
formule di credo. Quasi come i politici che possono
comodamente adagiarsi parlando di libertà, fraternità e
uguaglianza. E il risultato di questa eccessiva
intellettualizzazione della nostra vita è che, in molti
casi, siamo vivi solo a metà.
O, detto in modo meno gradevole, siamo mezzi morti.
Proprio come fa declamare alle donne di
Canterbury T.S. Eliot in Assassinio nella cattedrale,
visione appunto della mezza-vita che conduce alla
morte:
E così abbiamo tirato avanti,
Vivendo e vivacchiando,
Per raccattare i cocci [...]

Allora qual è la via per proseguire? Curiosamente,


paradossalmente, è la via della povertà. Tutti i cristiani
sono chiamati a vivere un certo spirito di povertà nella
loro vita: vale a dire, ognuno di noi è chiamato a quel
grado di altruismo che consentirà di essere pienamente
e profondamente sensibili alla realtà dell'altro: Dio, il
nostro prossimo. E questo, così mi sembra, è quanto
attiene alla povertà religiosa: un riconoscimento
vissuto della meraviglia di Dio in tutta la sua gloria. E
39

al medesimo tempo è riconoscimento di tutto il nostro


essere come partecipazione e riflesso del Suo Essere.
È un concetto che dobbiamo nuovamente
considerare, per renderlo effettivo nella nostra vita
reale. In passato, abbiamo molto spesso parlato di
povertà in termini puramente negativi, solo come
rinuncia, mentre avremmo dovuto considerare e
comprendere la ricchezza inimmaginabile della
povertà cristiana, nella quale noi diveniamo, come dice
lo stesso Giovanni Cassiano, “grandiosamente
poveri”.18 Attraverso la nostra povertà vissuta
ammettiamo, sia affermando sia accogliendo, la verità
della gloria e della ricchezza di Dio. E in questa
ammissione, in questa affermazione e accettazione,
noi siamo, ciascuno di noi, resi consapevoli che la
nostra vera ricchezza e la nostra gloria risiedono in Lui
e non nel mero possesso di beni. Lo spirito di povertà,
quindi, nel suo più profondo senso è affermazione del
nostro proprio valore infinito. Noi siamo i soggetti
preziosi dell‟amore di Dio.

Il voto di povertà, che prendiamo come monaci, ci


impegna dunque a un‟esperienza durevole di Dio, che
permea la nostra vita più a fondo della semplice
rinuncia alle proprietà personali. La povertà che come
religiosi promettiamo di seguire e vivere è soltanto
segnalata e simbolizzata dal nostro distacco dal denaro
40

e dai beni materiali. La povertà reale che dobbiamo


praticare è un impoverimento dall‟egoismo isolante: la
vera rinuncia è a tutte le tendenze alienanti di un
materialismo che può così facilmente erigere barriere
intorno a ciascuno di noi; barriere autentiche, come le
spesse mura di una città medievale o il filo spinato a
protezione dei quartieri residenziali. Dietro a queste
barriere isolanti potremmo sembrare al sicuro. E
tuttavia la nostra sicurezza non sarà quella che deriva
dall‟accettazione, dal vivere in armonia con
l‟ambiente, con il prossimo, ma sarà una sicurezza
che, in definitiva, dipende da netto rifiuto e
repulsione, come indica la violenza che siamo pronti a
usare contro chiunque minacci il nostro isolamento.
Ma, direte voi, che cosa ha a che fare, questo, con la
meditazione? Nella meditazione, nella preghiera
meditativa, contemplativa, noi cerchiamo di praticare
la povertà di fondo: secondo le parole di Giovanni
Cassiano, “restringendo l‟attività della mente alla
povertà di un solo versetto”, il mantra. E la chiara
asserzione di Cassiano è questa: che tramite ciò noi
scopriamo la ricchezza infinita di Dio. Allora, la
nostra sicurezza non sarà costruita su forze negative,
ma radicata nell‟unica forza positiva del cosmo, il
Signore Iddio stesso, conosciuto e sperimentato
nell‟amore di Gesù. Tale forza è il fondamento della
fiducia e del coraggio che hanno dato autorità alle
41

parole e alle opere di Gesù.


Dobbiamo quindi avere molta cura nell‟uso di
termini ed espressioni come „rinuncia a sé‟. Nella
preghiera cerchiamo veramente di volgere il nostro
intero essere alla contemplazione della bontà di Dio,
del suo infinito amore. Ma possiamo fare ciò, con un
qualche grado di efficacia, quando per prima cosa
saremo davvero giunti in prossimità di noi stessi. La
preghiera, di per sé, è la via per sperimentare la verità
delle parole di Gesù: “Chi cercherà di conservare la
sua vita, la perderà; chi avrà perduto la propria vita per
me, la ritroverà”.19
Dobbiamo però fare un passo preliminare. E
questo primo passo consiste nell‟ottenere la sicurezza
necessaria per affidare la nostra vita alla povertà di
quest‟unico versetto, nella meditazione. Questa è la
straordinaria importanza della comunità cristiana:
quando viviamo con i fratelli, facendo l‟esperienza di
noi come riveriti e amati, si costruisce la sicurezza
necessaria per entrare nella preghiera, dove praticare
questa povertà totale, questa totale rinuncia. E la
cristiana rinuncia a sé è sempre un affermarsi in
Cristo.
La meditazione e la sua povertà non sono forme di
autonegazione. Non siamo in fuga da noi stessi, e
42

neppure ci abbiamo in odio. Al contrario, la nostra è


una ricerca di noi stessi ed è esperienza della nostra
personale e infinita capacità di essere amati. L‟armonia
del vero Sé che è al di là di ogni egoismo, oltre ogni
attività egoica, è ben testimoniata nella tradizione
cristiana.
Santa Caterina da Genova esprime il concetto in
maniera succinta: “Il mio io è Dio. In lui soltanto
conosco me”.20 Ma per giungere al nostro sé - ed è a
questo invito che rispondiamo nella meditazione - o,
detto nel più felice e forse più accurato linguaggio
orientale, per realizzare noi stessi, dobbiamo passare
attraverso l‟esperienza radicale della povertà
personale, con un abbandono risoluto.
E nella nostra resa, quello a cui rinunciamo è,
secondo il pensiero Zen, non l‟io né la mente, ma
piuttosto l‟immagine dell‟io e della mente con la quale
abbiamo erroneamente identificato il nostro vero
essere. Questa non è una proposizione che, per
esprimerci col linguaggio della Nube, dobbiamo
“interpretare con abilità ingegnosa”.21 Ci viene invece
indicato che quello a cui rinunciamo nella preghiera è,
essenzialmente, irrealtà. E il dolore della rinuncia sarà
proporzionato all‟ampiezza del nostro coinvolgimento
con l‟irreale, alla misura in cui abbiamo ritenuto reali
le nostre illusioni. Nella preghiera ci spogliamo
dell‟illusione dell‟io separatore: compiamo questo con
43

un deciso atto di fede, spostando tutto il nostro sé


lontano dall'idea di noi, e concentrandoci sul vero Sé,
da Dio creato, da Gesù redento, tempio dello Spirito
Santo.
Dobbiamo per prima cosa giungere vicino a noi
stessi, trovando il nostro vero Sé. Ma dobbiamo
ancora imparare a entrare nel paradosso che Gesù ci
pone davanti: “L‟uomo che vuole trovare la sua vita
[psyche] prima dovrà perderla”. La meditazione è
preghiera di fede perché siamo pronti a perdere la
nostra vita per seguire il comandamento del Maestro:
siamo pronti a perdere la nostra vita per poter
pienamente realizzare la nostra potenzialità personale.

E quando avremo trovato il nostro vero Sé, il


nostro compito non sarà che all‟inizio. Poiché, non
appena avremo trovato noi stessi, quel che abbiamo
fatto - ancora nell‟espressione di sant‟Agostino - è
l‟aver trovato il “gradino” essenziale che ci condurrà a
Dio. Perché allora, e soltanto allora, troveremo la
sicurezza necessaria per intraprendere il passo
successivo, che consisterà nel cessare di guardare al
nostro Sé appena scoperto, per orientare il riflettore
lontano da noi, verso l‟Altro. E la meditazione è
preghiera di fede proprio perché lasciamo noi stessi
indietro prima che l‟Altro appaia, senza la garanzia
44

precostituita della sua apparizione. L‟essenza della


povertà consiste in questo rischio di annientamento.
Questo è il salto di fede da noi verso l‟Altro; ed è il
rischio compreso in ogni atto d‟amore. Solo un po‟
d‟esperienza della pratica di meditazione vi rivelerà
come il processo dell‟impoverimento continuo
costituisca un‟esperienza di preghiera sempre più
radicale. Si tratta di un momento delicato nello
sviluppo della nostra preghiera. Perché quando
iniziamo a comprendere la totalità della dedizione
necessaria alla preghiera profonda d‟abbandono, vi è
una forte tentazione di tornare indietro, di sottrarsi
alla chiamata di povertà, di abbandonare la
meditazione, rinunciando all‟ascesi del mantra per
tornare alla preghiera centrata su di sé, piuttosto che
su Dio.
Tentazione di tornare a quella preghiera che
potremmo descrivere come preghiera di fluttuante
pietà anestetizzata: la preghiera che Giovanni
Cassiano definisce “pax perniciosa” (pace dannosa) e
“sopor letalis” (sonno letale).22 È una tentazione che
dobbiamo superare. Gesù ci ha chiamati a perdere la
nostra vita; non a darla in prestito, non a cederla
negoziando condizioni vantaggiose. Se noi la perdiamo,
e soltanto se la perdiamo, la troveremo in lui. La
visione di preghiera di Giovanni Cassiano, che
restringe la nostra mente a una parola, è la prova della
45

genuinità della nostra rinuncia. In questa visione di


preghiera rinunciamo al pensiero, all‟immaginazione,
all‟autocoscienza stessa, alla matrice del linguaggio e
della riflessione.
Ma dobbiamo essere molto chiari sul perché
rinunciamo a tutti questi doni di Dio al momento
della preghiera, in quello che l‟autore della Nube
chiama “il tempo del lavoro”.
Non sarebbe sufficiente dire che vi rinunciamo
soltanto perché essi „distraggono‟. Sarebbe davvero
assurdo da parte nostra negare che questi sono i
primari mezzi naturali per comprendersi e
comunicare. E neppure vi rinunciamo perché li
consideriamo fuori luogo nella nostra vita sociale o
nel contatto personale con Dio. È chiaro che l‟intera
nostra risposta liturgica a Dio è basata su parola, gesto
e immagine. E Gesù stesso ci ha detto che, in suo
nome, possiamo pregare il Padre per qualsiasi nostro
bisogno, per i bisogni del mondo intero.
Tutte queste considerazioni devono costantemente
essere tenute presenti. Ma, al centro del nostro essere,
penso che noi tutti conosciamo la verità di quel che
Gesù intende, allorché ci invita a perdere la nostra vita
per poterla trovare. In questo medesimo centro noi,
tutti noi, sentiamo il bisogno di una semplicità
46

radicale, di un muoversi al di là delle nostre attività


verso il principio unitario dell‟attività stessa: causa e
fine del movimento. In altre parole, noi tutti
conosciamo il bisogno che abbiamo di gioire, dentro il
nostro essere, nel punto della sua massima semplicità,
dove semplicemente esso esiste senza ragione alcuna
se non per la gloria di Dio che l‟ha creato, che lo ama
e che lo mantiene nell‟essere. Ed è nella preghiera che
sperimentiamo la pura gioia che vi è nel semplice
essere. Avendo rinunciato a tutto quel che abbiamo, a
ogni cosa per mezzo della quale esistiamo o sappiamo
di esistere, restiamo davanti al Signore Gesù in
semplicità assoluta. E la povertà del singolo versetto,
che Giovanni Cassiano prescrive, è nella meditazione
il mezzo che consente di perdere la nostra vita per
poterla trovare, diventare niente per poter divenire il
Tutto.
47

Terza conferenza
DOMANDE E RISPOSTE

Nella sua terza conferenza padre John risponde alle


domande poste dalla comunità.

SPIRITO
Padre John: Miei cari fratelli, è un po‟ difficile trovare
il modo di procedere in un‟occasione simile, perché mi
accorgo che a volte, se chiedo che vengano poste
domande, ne segue un grande silenzio. Può darsi che
questo non sia il vostro caso. Ma ho pensato che un
modo utile per proseguire sia quello di offrirvi una
breve sinossi di quanto ho cercato di esporvi,
basandomi sul presupposto che un bravo insegnante
annuncia ai propri studenti cosa sta per dire, quindi lo
dice, infine fa una sintesi di quel che ha detto.

Così, in breve, per come io la comprendo, tutta la


preghiera cristiana è consapevolezza crescente di Dio
in Gesù. E per giungere a questa crescente
consapevolezza dobbiamo arrivare a uno stato di non
distrazione, a uno stato di attenzione e
concentrazione: vale a dire, a uno stato di
consapevolezza. Per quanto sono stato in grado di
stabilire nei limiti della mia vita, il solo modo che sono
48

riuscito a trovare per giungere a quella calma, a quella


non distrazione, a quella concentrazione, è la via del
mantra.
Ora, vorrei in effetti chiarire un punto, che è
questo: per quanto mi è dato di comprendere, san
Benedetto concepiva la vita monastica in termini di
oratio (preghiera), lectio (lettura) e labor (lavoro), il tutto
legato e armonizzato dall‟amore, dalla carità
vicendevole. Quello di cui vi ho parlato negli ultimi
due giorni riguarda l'oratio ma, naturalmente, anche le
altre due componenti sono essenziali; in particolare la
lectio, la lettura della Bibbia e soprattutto del Nuovo
Testamento, fondamentale per una completa risposta
cristiana. Per quanto concerne l'oratio, esiste più di una
forma di preghiera cristiana. Noi abbiamo la nostra
preghiera liturgica comunitaria, abbiamo la preghiera
vocale alla quale naturalmente ci dedichiamo e poi
abbiamo la preghiera più strettamente contemplativa.
Quel che ho scoperto, nella mia limitata esperienza,
sulla relazione tra queste forme della partecipazione
alla preghiera di Gesù, è quanto segue: avendo
praticato nel corso degli anni la forma di meditazione
di cui vi ho parlato, l‟Uffizio Divino è diventato
sempre di più un piacere, e sempre meno un dovere.
Penso che ciò avvenga perché, come vi ho
suggerito in queste conferenze, la meditazione
49

progressivamente ci schiude la realtà della nostra fede.

Quando una volta a Carl Jung fu domandato, nel


corso di un‟intervista, se credesse in Dio, egli si fermò
per alcuni minuti e semplicemente rispose: “No. Io lo
so”. Cassiano, al termine della Conferenza II di abba
Isacco, arriva allo stesso punto, evidenziando come la
meditazione ci guidi nel mondo dell‟esperienza diretta.
Ad esempio, egli dice che attraverso questa pratica
non ci limitiamo più a leggere i Salmi o a memorizzarli,
ma “arriviamo al loro significato non tramite la lettura
del testo ma con l‟esperienza e anticipandolo”. E il
senso delle parole della Scrittura, egli afferma, non
viene rivelato da un commentario, ma da quella che
viene definita “prova pratica”, perché la nostra
personale esperienza rivela proprio le vene e il midollo
della Parola di Dio.
Walter Hilton è testimone molto attendibile di
come non vi sia screzio tra la preghiera contemplativa,
la preghiera vocale e la preghiera liturgica. Egli traccia
una sorta di progressione tra queste forme, da non
intendersi però nel senso che potremmo giungere a
uno stadio della nostra vita in cui saremo andati oltre la
preghiera liturgica o la preghiera vocale. Lo sviluppo
che di fatto rileva è un incremento del gaudio con il
quale si entra in una qualunque forma di preghiera,
appropriata a un determinato momento. E tutte
50

queste formule di preghiera sono naturalmente


complementari, a patto che le conosciamo per quello
che davvero sono: vie d‟accesso all‟eterna preghiera di
Gesù, che è il suo amorevole ritorno al Padre. In ogni
tempo della nostra vita le svariate correnti
confluiscono, vincolandoci sempre più intimamente al
Signore Gesù nell‟oceano universale della sua
preghiera.
Se riusciamo a vedere la preghiera in tale contesto
ci troviamo, credo, sulla via per superare la nostra
intima repulsione verso le forme o le tecniche. Si deve
porre speciale attenzione, considerando la forma di
preghiera che ho descritto, a non essere fuorviati dal
pensiero della tecnica. Non potrebbe esserci niente di
più semplice di prendere un‟unica parola come 'Gesù'
o 'abba'. Ma, talora, sentendo parlare di meditazione
per la prima volta, molte persone perdono di vista la
semplicità che ne è l‟essenza, per fissarsi su ciò che
vedono come una sorta di esoterica, estranea tecnica
di preghiera. Quando proviamo a insegnare ai laici, in
Europa o in America, scopriamo che spesso essi si
sentono abbastanza confusi al primo ascolto, e il
messaggio che abbiamo difficoltà a comunicare - il
solo messaggio che c‟è da trasmettere - è che non c‟è
ragione di turbarsi, perché tutto è assolutamente
semplice.
51

Mesi fa c‟era una cara signora irlandese che veniva


a uno dei nostri gruppi, dove spiegavo brevemente
cosa si doveva fare. Dicevo ai miei uditori che il
mantra da me consigliato è Maranatha. Lo suggerisco
perché è in aramaico, la lingua parlata da Gesù, e
perché è probabilmente la più antica preghiera della
Chiesa: san Paolo con essa termina la Lettera ai
Corinzi, Giovanni suggella con essa l‟Apocalisse, la si
ritrova nella Didaché, e altrove. Dal principio alla fine
nella Nube della non-conoscenza, l‟autore ci esorta a
scegliere una parola colma di significato; ma, una volta
scelta, bisogna distogliersi dal suo significato e dalle
varie associazioni, per ascoltarla come suono.
Maranatha, da quel punto di vista, è un mantra
perfetto. Comunque, questa brava signora ascoltò
tutto quanto, dopodiché iniziammo a meditare. Poi,
verso l‟uscita, mi disse: “Oh, padre, è successa una
cosa terribile quando sono entrata in sala di
meditazione: mi sono dimenticata il mantra!” E
continuò: “Mi sono seduta e pensavo: come faccio a
meditare senza il mantra? Ma vede, padre, Dio è
buono; o non me lo sono ricordata quasi subito?
Macooshla, Macooshla!”.23
Così, il mantra è un dispositivo molto, molto
semplice, inteso a portarvi con tutta semplicità alla
presenza di vostro Signore. Se ora vi andasse di fare
52

delle domande, potremmo procedere.


** * **
Domanda: Quanto è stato importante meditare,
all‟inizio, con il tuo maestro, il tuo guru, il santo
swami indù?
Padre John: Per me è stato certamente di grande aiuto.
Era un uomo di santità profonda e di manifesta
potenza, il solo essergli accanto significava per me
sapere di essere alla presenza autorevole di un
essere umano davvero radioso. E penso non vi
siano dubbi sul più grande bisogno della Chiesa di
oggi: un numero sufficiente di uomini di quella
autenticità, maestri di preghiera che possano, con la
loro vita e con la loro esperienza, guidare davvero
gli altri verso la consapevolezza profonda di Dio in
Gesù. Ho imparato a meditare con un uomo che
non era cristiano, ma che certamente credeva in
Dio - conosceva Dio - e, come vi ho letto dalle
Upanishad l‟altra sera, egli aveva un forte, vivo
senso di Dio in lui inabitante. Ora, può essere
significativo il fatto che solo dopo quindici anni da
quando imparai a meditare con lui ho iniziato
vagamente a capire quel che il mio maestro mi
aveva insegnato, a comprendere l‟incredibile
ricchezza della sua piena integrazione nella visione
53

cristiana. Ciò avvenne mentre studiavo la dottrina


della inabitazione dello Spirito Santo con padre
Cipriano Vagaggini a Roma. Non avere un maestro
o un insegnante può, in certi casi, essere di sollievo
nel vostro pellegrinaggio, oppure può farvi
rimanere più a lungo del necessario al margine della
strada o su una via senza uscita. E c‟è un grande
vantaggio per chi inizia a meditare con un maestro:
questi, con il proprio impegno totale, crea
un‟atmosfera di serietà e trasmette uno spirito di
perseveranza. Si tratta di elementi di grande
importanza per chi si avvia su questo sentiero.
** * **
Domanda: C‟è una postura particolare adatta alla
meditazione?

Padre John: Credo, se siete in grado di assumerla, che la


posizione migliore sia meditare con la colonna
vertebrale diritta. Questa raccomandazione sembra
costituire un fattore comune in ogni tradizione, a
livello universale. E che lo facciate in ginocchio,
seduti su una sedia o sul pavimento, o nella postura
perfetta della posizione del loto, è questione di
preferenza personale, se non di possibilità
personale! Nel nostro monastero di Ealing i giovani
54

che si uniscono a noi, ogni volta per un periodo di


sei mesi, di solito adottano la postura perfetta,
ovvero la posizione del loto, sedendosi a gambe
incrociate sul pavimento. Io stesso temo di non
essere in grado di imitarli, e mi seggo su una sedia.
Però sto dritto. L‟importanza della postura, a mio
avviso, è questa: la nostra forma di meditazione
porta a un rilassamento completo, e al medesimo
tempo a una totale attenzione.
Walter Hilton, di nuovo, è molto chiaro su questo
punto. Dobbiamo, egli dice, portare noi stessi a una
completa unità, dalla quale procedere oltre i limiti
della nostra corporeità per scoprire la libertà totale.
E santa Teresa afferma qualcosa di simile invitando
a scegliere un modo comodo di pregare, per non
essere distratti dal corpo. Ora, essere del tutto
rilassati e del tutto coscienti è qualcosa di cui pochi,
in Occidente, hanno una qualche esperienza. O
siamo del tutto rilassati come al momento di
andare a dormire, oppure mentre seguiamo una
partita alla tv, muniti di chewing-gum o cose del
genere; o siamo completamente coscienti, con tutta
la nostra adrenalina in circolazione. Quello a cui
dovete arrivare è imparare a combinare questi due
stati di coscienza. Vi serve quindi una posizione
comoda e tuttavia vigile.
55

** * **
Domanda: Puoi dirci qualcosa di più sull‟atteggiamento
verso la parola, sulla sua funzione o su come
possiamo considerarla?
Padre John: L‟arte della meditazione consiste nel
ripetere il mantra. È semplice, ma impegnativo. Il
veramente semplice assai di rado è facile. Quando
eravamo agli esordi, a Londra, andai a trovare un
amico che è monaco di Ramakrishna. Egli disse:
“Bene, trovo molto interessante vedere come voi
cattolici stiate iniziando a insegnare alla gente a
meditare. Ora, dimmi esattamente quel che
insegni”. E così raccontai all‟incirca ciò che vi ho
detto: sedete, sedete eretti, ripetete il mantra, e
questo è quanto. Ed egli mi disse: “Padre John, in
questo consiste esattamente la nostra tradizione
meditativa, che abbiamo ricevuto da Ramakrishna
stesso attraverso swami Vivekananda. Ma se andate
a dirlo a un gruppo di occidentali non vi
crederanno, perché pare troppo semplice. A questo
punto il mio consiglio è di complicare un po‟ la
cosa. Così, quando la gente inizierà a farsi viva, dite
che avete qualche conoscenza esoterica, trasmessa
all‟ordine monastico tramite Giovanni Cassiano:
questo va detto, è un nome che suona bene, la
56

gente ne sarà interessata. Ma questa conoscenza


riveste una tale importanza, dovete dire, che non
potete trasmetterla loro se non verranno al vostro
centro di meditazione per almeno dieci settimane o
giù di lì. E allora, alla fine, potrete iniziarli”. E, in
effetti, nella Meditazione Trascendentale si deve
fare qualcosa del genere.
Il mio amico aveva certamente colto il maggior
problema che molti occidentali incontrano
rapportandosi alla meditazione: credere
semplicemente nella sua essenziale semplicità. Dire
il mantra è, di per sé, semplicità. E non si pongono
complicazioni riguardo alla tecnica. Ma, tanto per
delineare il corso che la cosa prende per la maggior
parte delle persone, posso dirvi questo: molti di noi
iniziano recitando il mantra nella testa. E diciamo:
Ma-ra-na-tha. Nella mia pluriennale esperienza
d‟insegnamento, trovo che molte persone devono
recitare il mantra a quel modo per un considerevole
lasso di tempo. Poi, seguendo l‟esortazione di
Cassiano a tenere sempre presente il mantra -
quando di notte vi coricate, quando al mattino vi
svegliate, quando vi calate nella preghiera, sempre
preparandovi per la vostra meditazione -, il mantra
comincia a radicarsi. Allora è come se iniziasse a
risuonare nel cuore, voi inizierete così a sentire il
mantra a un livello più centrale del vostro essere.
57

Potreste dire che a questo stadio, definibile come il


secondo, voi udite il mantra. Il terzo stadio inizia
quando cominciate ad ascoltare il mantra, e solo
allora la vostra meditazione avrà inizio, con l‟inizio
dell‟ascolto. Il mio maestro di solito diceva questo:
“Quando arrivi a questo stadio d‟ascolto è come se
tu stessi arrancando su per il fianco di una
montagna e il mantra risuonasse nella vallata di
sotto. Più in alto sali, più debole diventa il suono
del mantra. E poi arriva il giorno in cui il mantra
sarà completamente fuori dalla portata del tuo
orecchio”. Ve lo dico come incoraggiamento. È
stato per me davvero un grande piacere stare con
voi, ma purtroppo domani dovrò partire. Tuttavia
è mio compito ammonirvi che dovete accostarvi
alla meditazione con semplicità assoluta. Non
potete star lì a riflettere: “A quale livello mi trovo?
Sto dicendo il mantra? Il mantra sta risuonando?
Sto ascoltando il mantra? Di quanto sono salito
sulla montagna? Tutto questo finirà in un paio di
settimane?” La sola cosa che dovete fare è ripetere
il mantra in assoluta semplicità e con assoluta
fedeltà. Senza aspettative, “poiché la speranza
sarebbe speranza di cose sbagliate” come ha bene
espresso Eliot. La nostra giustificazione, nel
compiere questo, si troverà ricordando le parole di
san Paolo: “Lo Spirito di colui che sollevò Gesù
58

dalla tomba abita dentro di voi e darà nuova vita


al vostro corpo mortale”.
** * **
Domanda: Che cosa consigli alle persone che si stanno
preparando ad accostarsi alla meditazione?
Padre John: La condizione delle persone che vengono
da noi è, naturalmente, molto diversificata. Alcuni,
ad esempio, vivono soli, altri sono padri e madri di
famiglie numerose, e così via. Ma quello che
consiglio a ognuno di loro, se è possibile, è di
meditare la mattina come prima cosa, vale a dire
prima che le distrazioni del giorno li abbiano
sopraffatti. Per la maggior parte delle persone che
vengono a meditare con noi, ciò vuol dire alzarsi
una mezzora, o più, prima del resto della famiglia,
per meditare in quella pausa di silenzio nel loro
ambiente. Riguardo alla seconda meditazione, i più
devono veramente fare del loro meglio. Quello su
cui davvero insisto con tutti loro, e quel che mi
aspetto comunque dal progredire della meditazione
(credo che questa sia la testimonianza universale
dei nostri gruppi di preghiera), è che dopo aver
meditato per un periodo di circa sei mesi, si
comincia a guardare alla propria vita con una
diversa gamma di valori.
59

Tutti dicono che la vita comincia a cambiare.


Mentre prima passavano parte del loro tempo
piazzandosi pigramente davanti al televisore, ora
cominciano a pensare che il tempo è qualcosa di
più prezioso. E piuttosto vanno a leggere il Nuovo
Testamento, o libri che ho consigliato al loro
gruppo; in ogni caso fanno qualcosa di più serio.
Direi, in generale, che il modo più immediato e
migliore per prepararsi a una sessione di
meditazione sia una fase di silenzio, o anche di
ascolto musicale. Cassiano lo esprime in maniera
concisa nella Conferenza I di abba Isacco: “Quel
che vogliamo di noi scoprire mentre stiamo
pregando, quello dobbiamo prepararci ad essere
prima del tempo della preghiera”.
** * **
Domanda: Come si concilia la meditazione con l‟ascesi
monastica?

Padre John: Il denominatore comune è la povertà. La


risposta alla domanda è, come vi ho suggerito
l‟altra sera, che tutte le osservanze esteriori della
vita monastica, tutta la disciplina che san Benedetto
comanda, servono semplicemente a guidarci in
questa direzione, semplicemente a prepararci a
60

questa centrale ascesi nel nucleo del nostro essere.


Per molti versi è abbastanza facile praticare la
povertà comunitaria, è abbastanza facile praticare
l‟obbedienza, è abbastanza facile praticare la castità.
Tutte queste cose richiedono una grande dedizione,
ma restano, da un certo punto di vista, nel regno
esteriore. Ed è solo interiorizzando totalmente
l‟ascesi che la nostra vita inizia davvero ad
assumere significato. Se imparate a praticare la
povertà, a praticare l‟obbedienza e a praticare la
castità proprio nel centro del vostro essere, nel
vostro cuore, allora credo che sarete nel vero cuore
dell‟ascesi monastica, in questa fedeltà alla radicale
semplicità del mantra.
Pertanto ritengo che questa sia una forma di
preghiera particolarmente adatta ai monaci, perché
essa comprende sia la povertà essenziale sia la
semplicità essenziale: povertà e semplicità di una
parola. C‟è castità essenziale: l‟intero vostro essere
è consacrato al Signore. C‟è obbedienza essenziale:
obaudire, ovvero stare in ascolto del Maestro che
parla. E, ancora, credo che sia solo praticando la
totale rinuncia, quel che Giovanni della Croce
chiama il totale “annichilimento”, e solo allora, che
emergerà la vostra piena identità, la vostra piena
realtà. Quella piena realtà è che voi siete creati da
Dio, siete redenti da Gesù e siete tempio dello
61

Spirito Santo.
** * **
Domanda: Hai qualcosa da aggiungere su come
affrontare le distrazioni in questo tipo di preghiera?
Padre John: La ripetizione del mantra è il trattamento
per eccellenza delle distrazioni, perché lo scopo della
parola unica è semplicemente quello di portare la
mente alla pace, al silenzio e alla concentrazione.
Non di portarla a riposare solo con santi pensieri,
ma di trascendere interamente quello che
conosciamo come pensiero. E il mantra, servendo a
questo scopo, è come un aratro che attraversa la
vostra mente spingendo di lato ogni altra cosa:
“rende lisci i luoghi incolti”. Ricordate cosa diceva
Cassiano del suo “rigettare e respingere il copioso e
vasto materiale di ogni genere di pensiero”. È
perché la mente è “leggera e vagante”, suscettibile
ai pensieri e alle immagini come una piuma alla più
lieve brezza, che Cassiano propone il mantra come
modo per superare le distrazioni e raggiungere la
quiete. L‟essenza, l‟arte di recitare il mantra è: dirlo,
farlo risuonare, ascoltarlo e semplicemente ignorare
le distrazioni. Date al mantra la priorità su ogni altra
cosa. Gradualmente, perseverando nel dire il
mantra, le distrazioni andranno poco a poco
62

perdendo di consistenza. Il mio maestro era solito


dire che i primi tre scopi, agli esordi, sono questi:
prima di tutto, dire il mantra per l‟intero periodo
della meditazione. Quello è il vostro primo
traguardo e potrebbe richiedere un anno, potrebbe
richiederne anche dieci. Il secondo traguardo è dire
il vostro mantra ed essere perfettamente calmi di
fronte al sopraggiungere di qualsiasi distrazione. E
il terzo scopo preliminare è: dire il mantra per tutto
il tempo della meditazione senza distrarsi.
** * **
Domanda: Che cosa puoi dirci della preghiera di
petizione e della preghiera d‟intercessione? In che
rapporto sono con questo tipo di preghiera?

Padre John: È una domanda assai pertinente, e molto


importante. Ritengo che tante persone
concepiscano la meditazione come una specie di
esercizio stoico nel quale si tende a incrementare la
propria santità o saggezza, escludendo ogni altra
relazione e interesse. È necessario capire con
chiarezza che la preghiera meditativa non è l‟unica
forma di preghiera esistente. Come ho detto, le
forme vocali e liturgiche hanno una loro sede
appropriata.
63

Ma quando veniamo a meditare ci apriamo


pienamente alla presenza inabitante di Dio dentro di
noi, nella semplice fede che quella presenza è il
Tutto-in-tutti. I nostri cuori sono completamente
aperti a questo amore. E i nostri cuori,
naturalmente, sono anche aperti al suo attento
esame. Egli conosce con precisione tutti i nostri
interessi, ogni nostro amore, tutte le nostre paure
prima che vengano articolati. In questa che
giustamente è chiamata “preghiera di fede”, noi
non li articoliamo, ma li offriamo a Lui in fedele
silenzio. Chi medita, allora, non è un freddo
procacciatore di saggezza, ma un seguace di Cristo
che viene a Lui, fonte e sorgente di ogni amore,
viene per essere colmato di quell‟amore per poi
trasmetterlo. In verità noi mediamo il frutto della
nostra meditazione.
** * **
Domanda: Come si deve recitare il mantra, con quale
velocità e frequenza?

Padre John: La meditazione è soprattutto la preghiera


della semplicità. Dobbiamo dunque, ciascuno di
noi, apprendere la naturalezza e permettere ai
processi naturali di dispiegarsi secondo i loro
64

tempi. Così, ognuno di noi trova la propria velocità


per la recitazione del mantra. Molte persone lo
ripetono al ritmo del proprio respiro. L‟importante
è articolarlo con chiarezza nel silenzio della mente,
silenzio che ogni volta si approfondisce e si
espande, e concentrarsi su di esso escludendo ogni
altro pensiero. Ricordatevi: iniziate dicendolo, poi
fatelo risuonare nel vostro cuore e infine arrivate ad
ascoltarlo con totale attenzione. Riguardo alla
frequenza, dovete recitare il mantra per l‟intero
periodo della meditazione al ritmo che trovate in
voi. Sarete tentati di adagiarvi sui remi, di fluttuare
in un vostro altro mondo anestetizzato. La via per
superare la tentazione è l‟assoluta fedeltà al mantra.
Questa è la condizione per radicarlo nel vostro
cuore.
Miei cari fratelli, è stato un piacere stare qui con
voi. Vi ringrazio molto per la vostra gentilezza e
per la meravigliosa ospitalità. Ricorderò sempre
con affetto queste giornate passate insieme a voi.
65

JOHN MAIN (1926-1982)

John Main nacque a Londra da genitori irlandesi il 21


gennaio 1926. Venne educato dai gesuiti alla
Westminster Choir School. Sul finire della guerra si
arruolò nell‟esercito, successivamente studiò a Roma
entrando in un ordine religioso. Lasciò l‟ordine per
andare in Irlanda, dove studiò legge al Trinity College
di Dublino, per poi prestare servizio nel British
Colonial Service.
Mentre lavorava come traduttore dal cinese in Malesia,
incontrò un monaco indiano che lo iniziò alla
meditazione. Al ritorno in Europa divenne professore
di legge a Dublino finché, nel 1957, si fece monaco
benedettino nell‟abbazia di Ealing, a Londra. Studiò
teologia a Roma per poi insegnare nelle scuole
benedettine inglesi e americane, fino alla sua riscoperta
dell‟insegnamento cristiano in materia di meditazione
nelle opere di Giovanni Cassiano. Nel 1975 padre
John Main aprì il primo Centro di Meditazione
Cristiana e, subito dopo, accolse l‟invito
dell‟arcivescovo di Montreal a fondare là una
comunità benedettina dedicata all‟insegnamento e alla
pratica della meditazione. Era il luogo dove sarebbe
morto, il 30 dicembre 1982.
66

MEDITAZIONE CRISTIANA

La pratica quotidiana
di Laurence Freeman OSB
67

Prefazione
Questo piccolo libro è stato concepito allo scopo di
fornire gli elementi essenziali della meditazione
secondo la tradizione cristiana, come supporto per le
persone che conducono i gruppi settimanali di
meditazione, nella nostra comunità sparsa per il
mondo. Ma, siccome tali elementi essenziali sono di
per sé molto semplici, il libro può anche servire come
introduzione alla meditazione, per chiunque voglia
approfondire la propria vita spirituale.
Questi elementi essenziali sono pratici. Spero che vi
possano aiutare ad aprirvi a una più piena dimensione
di coscienza nella vostra vita di tutti i giorni,
intraprendendo la semplice pratica quotidiana del
silenzio e della quiete.
La meditazione è semplice. Per questo motivo si
può facilmente complicare. Il libro suggerisce un
modo di intendere e di intraprendere questa facile via a
persone che hanno domande di fondo e che sono
magari state indotte a credere che la meditazione sia
complicata e difficile.
Se possiamo davvero essere incoraggiati a meditare,
piuttosto che a pensarvi e basta, le domande
cominciano a trovare risposta, si semplificano tramite
l‟esperienza stessa. Qualunque libro, conferenza o
corso di meditazione ha valore soltanto se conduce
direttamente alla soglia dell‟esperienza del silenzio.
68

Questi sette capitoli possono essere letti nel loro


insieme, ma anche impiegati parzialmente per una serie
di conferenze introduttive per gruppi di meditazione,
oppure adattati per un‟unica conferenza preliminare.
La testimonianza diretta e l‟autenticità di una
convinzione personale sono elementi essenziali di ogni
comunicazione spirituale. Ma, soprattutto, noi
insegniamo meditazione in primo luogo meditando
con le persone.
Il successivo elenco di letture, in chiusura del libro,
fornisce una fonte per ampliare le nostre prospettive
sulla meditazione nella tradizione cristiana. La pratica
mostrerà come la meditazione, all‟interno di qualsiasi
tradizione, divenga un ponte per la pace e l‟unità. E
come essa superi ogni barriera, e ogni genere di
resistenza, verso “la vita di pienezza” promessa da
Gesù.
69

1. Che cos’è la preghiera?


In una definizione molto antica la preghiera viene
descritta come “l‟elevazione del cuore e della mente a
Dio”. Che cos‟è la “mente”, che cos‟è il “cuore”? La
mente è l‟organo che pensa - essa interroga, pianifica,
si preoccupa, fantastica. Il cuore è l‟organo che sa -
esso ama. La mente è l‟organo della conoscenza, il
cuore l‟organo dell‟amore. La consapevolezza mentale
deve alla fine cedere il passo aprendosi a quella via di
conoscenza più piena che è la conoscenza del cuore.
L‟amore è conoscenza completa.
La maggior parte del nostro addestramento alla
preghiera, comunque, si limita alla mente. Da bambini
ci insegnavano a recitare le preghiere chiedendo a Dio
secondo il nostro o altrui bisogno. Ma questa è
soltanto una parte del mistero della preghiera.
L‟altra parte è la cosiddetta preghiera del cuore, nella
quale non pensiamo a Dio, non gli parliamo né gli
chiediamo qualcosa. Noi, semplicemente, siamo con
Dio, che è in noi nello Spirito Santo che Gesù ci ha
dato. Lo Spirito Santo è l‟amore, la relazione d‟amore
che scorre tra Padre e Figlio. È lo Spirito che Gesù ha
soffiato dentro ogni cuore umano. La meditazione,
allora, è la preghiera del cuore che ci unifica all‟umana
consapevolezza di Gesù nello Spirito.
Nemmeno sappiamo come pregare, ma lo Spirito stesso prega
70

Dio per noi.


(Romani 8:26)

Per la preghiera mentale - il pregare con le parole o


servendosi di pensieri su Dio - si possono dare delle
regole. Esistono molti “metodi di preghiera mentale”,
ma per la preghiera del cuore non esiste tecnica né
regola alcuna: “Dove c‟è lo Spirito, c‟è la libertà”
(2Cor. 3:17).
Lo Spirito Santo, nella Chiesa contemporanea, in
modo particolare dopo il Concilio Vaticano nei primi
anni ‟60, ci ha insegnato a ritrovare quest‟altra
dimensione della nostra preghiera. I documenti
conciliari sulla Chiesa e sulla liturgia enfatizzano il
bisogno di sviluppare “un orientamento
contemplativo” nella vita spirituale dei cristiani di
oggi. Tutti sono chiamati alla pienezza dell‟esperienza
di Cristo, quale che sia il loro modo di vivere.
Questo significa che dobbiamo muoverci oltre il
piano della preghiera mentale: parlare a Dio, pensare a
Dio, chiedere a Dio secondo i nostri bisogni.
Dobbiamo andare nella profondità, là dove lo Spirito
di Gesù stesso è in preghiera nei nostri cuori, nel
grande silenzio della sua unione con il Padre nostro
nello Spirito Santo.
La preghiera contemplativa non è prerogativa dei
monaci e delle monache, né di una particolare
71

tipologia mistica. È una dimensione di preghiera verso


la quale noi siamo chiamati. Non si tratta di esperienze
straordinarie o di stati alterati della coscienza. È quello
che Tommaso d‟Aquino chiamava “il semplice
godimento della verità”. William Blake parlava della
necessità di “pulire le porte della percezione”, in modo
da poter vedere ogni cosa come veramente è: infinita.
Questo è tutto sulla coscienza contemplativa vissuta
nella vita quotidiana. La meditazione ci conduce a ciò,
è parte integrante del mistero della preghiera, nella vita
di ogni persona alla ricerca della pienezza dell‟essere.
Pensate alla preghiera come a una grande ruota: la
ruota muove l‟intera nostra vita verso Dio. La
preghiera è parte essenziale di una vita pienamente
umana. Se non preghiamo, siamo solo mezzi vivi e la
nostra fede è semi-sviluppata.
I raggi della ruota rappresentano i vari tipi di
preghiera. Si prega in differenti modi, in tempi diversi,
secondo come ci sentiamo. Persone diverse hanno un
loro modo preferito di pregare. I raggi rappresentano,
ad esempio, l‟Eucarestia, gli altri sacramenti, la
preghiera spirituale, di petizione e intercessione, la
preghiera carismatica, le devozioni, il rosario ecc.
Ma quel che rende cristiane tutte queste forme di
preghiera è il fatto che esse siano centrate in Cristo. I
raggi sono le forme o espressioni di preghiera che si
adattano al mozzo della ruota, che è la preghiera di
72

Gesù stesso.
La sua preghiera è il significato essenziale e la fonte
stessa della preghiera per il cristiano. Potremmo
parafrasare san Paolo: non sono più io che prego, ma
Cristo prega in me. Così, in questo modello della
ruota, tutte le forme di preghiera fluiscono nello (e
dallo) Spirito di Gesù che prega Dio nella (e per la)
creazione. Ogni forma di preghiera ha validità. Tutte
sono efficaci. Esse sono informate dalla preghiera
dell‟umana coscienza di Gesù che è in noi per grazia
dello Spirito Santo.
Questa è una fede in accordo con la ruota della
preghiera. Noi non pensiamo a tutto questo nel tempo
proprio della meditazione. Sul piano pratico, la ruota
ci insegna anche qualcosa di molto importante. Nel
mozzo della ruota, al centro della preghiera, trovate
l‟immobilità. Senza immobilità al centro, non
potrebbe esservi movimento né crescita della
circonferenza. Il lavoro della meditazione è trovare e
divenire questa immobilità, marchio d‟autenticità dello
Spirito. “Fermatevi e sappiate che Io sono Dio!”
La preghiera contemplativa è apertura totale in
unione con la preghiera di Gesù.
Contemplazione è l‟essere in silenzio, nella calma e
nella semplicità. E il cuore della preghiera di Gesù è la
comunione d‟amore con il Padre, il volgere
l‟attenzione verso il Padre, nello Spirito Santo.
73

La preghiera cristiana, dunque, significa entrare


nella vita della Santa Trinità, attraverso e con la mente
umana e il cuore di Gesù.
Per molte persone, la preghiera è
fondamentalmente un richiamo a Dio per un aiuto
speciale in particolari momenti di difficoltà. È naturale
esprimere la nostra fede e fiducia in Dio a questo
modo, in simili momenti. Ma che cos‟è la nostra fede
in Dio? Non è forse vero che, come dice Gesù, Dio
conosce i nostri bisogni prima ancora che noi
chiediamo?
Noi non esprimiamo a Dio i nostri bisogni, né
informiamo Dio su qualcosa che non conosce, e
neppure persuadiamo Dio a cambiare idea. Se di fatto
preghiamo per i nostri bisogni, è soprattutto perché,
nel farlo, si approfondisce la nostra fiducia in Dio che
conosce e in Dio che si prende cura.
Se la nostra fede non è chiara e profonda, la nostra
preghiera può facilmente impantanarsi frenando la sua
evoluzione, bloccandosi a livello dell‟ego. Per molti
credenti, questa è oggi la crisi della fede, che riflette un
livello spesso superficiale di spiritualità cristiana.
La preghiera del cuore, la preghiera contemplativa,
la meditazione, è essenzialmente preghiera di fede. Nel
silenzio accettiamo che Dio conosca i nostri bisogni e
che questa conoscenza è amore che crea e che alla fine
ci completerà.
74

Se quanto detto aiuta a rispondere alla domanda


“Che cos'è la preghiera?” la domanda successiva sarà
“Come si prega?” Solo pregando noi possiamo
effettivamente scoprire cosa la preghiera significhi,
come debba occupare il cuore di ogni vita realmente
significativa.
75

2. Come pregare?
San Paolo ha detto che noi non sappiamo come
pregare, ma che lo Spirito prega dentro di noi (Romani
8:26).

Questa è la chiave per comprendere l‟effettivo


significato della preghiera cristiana. Ci suggerisce che si
impara a pregare non tentando di pregare, ma
rinunciando allo sforzo, nell‟abbandono. E imparando,
invece, a essere.
Questo apre l‟accesso alla più profonda preghiera
del cuore, dove scopriamo che “L‟amore di Dio è
stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito
Santo che ci è stato dato” (Romani 5:5). Questa è
esperienza pura, al di là del pensiero, del dogma e
dell‟immaginazione.
La questione importante è come possiamo aprire
integralmente il nostro sé a questa pura esperienza
d‟amore nel nostro “essere più interiore”. E per prima
cosa consideriamo ancora una volta i tre elementi
essenziali della contemplazione. Essi rispondono alla
domanda “come” preghiamo: noi preghiamo
divenendo silenziosi, calmi e semplici.

2.1 Silenzio
Abbiamo bisogno di silenzio per la nostra salute
76

psichica come anche per la nostra crescita spirituale.


Con il televisore, lo stereo e il rumore del traffico nelle
città moderne, il silenzio sta diventando sempre più
difficile da sperimentare. Ma il vero silenzio è
interiore. Infatti, anche se ci troviamo in un luogo
molto rumoroso, possiamo essere silenziosi se siamo
concentrati, il che significa in contatto con il nostro
centro.
Noi impariamo ad essere silenziosi prestando
attenzione. L‟attenzione porta il centro del nostro
essere in piena coscienza. Ci porta dal passato e dal
futuro dentro un presente gentile e riposante.
Non c‟è ragione per cui non possiamo essere
silenziosi in una strada affollata, in un ingorgo, o in
coda al supermercato. Imparare ad essere silenziosi
nel tempo della meditazione ci insegna a pregare‟ in
ogni momento. Ci insegna anche a usare ogni ritardo
o frustrazione quotidiana come un‟opportunità, un
dono, per andare più in profondità, per imparare
l‟ascolto, per attendere nella scoperta nuova del
silenzio. Il silenzio è veritiero. È guaritore. È
pacificatore del nostro tumulto interiore. È la cura per
la rabbia distruttiva, l‟ansia e l‟amarezza.
Nel silenzio impariamo il linguaggio universale
dello Spirito. Dio proferisce la parola creativa da uno
sconfinato silenzio che pervade ogni nostro pensiero e
atto.
77

Il silenzio è preghiera: come tra due persone, è segno


di fiducia e accettazione. Senza la capacità di essere
silenziosi, siamo incapaci di ascoltare l‟altra persona.
Nella sua essenza, il silenzio non è nient‟altro che
adorazione in Spirito e verità. Esso, dunque, non è
soltanto assenza di rumore. Il silenzio è piena
attitudine all‟essere, alla relazione, è apertura alla
conoscenza reciproca, all‟inter-essere che è amore.

2.2 Quiete
Uno dei Salmi recita: “Fermatevi e sappiate che io
sono Dio” (Salmo 46:10). La calma non significa uno
stato d‟inerzia o morte. Conoscere Dio è essere
pienamente vivi. La calma è equilibrio di tutte le
svariate forze ed energie che costituiscono una
persona: fisiche, mentali e spirituali.
Come con il silenzio, la calma ha una dimensione sia
esteriore sia interiore. La calma non ha niente a che
fare con il trattenere, il bloccare o il reprimere il
movimento e l‟azione.
Nella preghiera dobbiamo arrivare alla calma fisica.
Questo è il primo passo del viaggio interiore verso
Dio al centro del nostro essere. La calma fisica ci aiuta
a comprendere che il nostro corpo è sacro - “tempio
dello Spirito Santo” (1Cor. 6:19).
Infatti, solo imparare a sedere immobili è un
78

grande passo in avanti nel sentiero spirituale. Per


molte persone è la prima lezione per andare oltre il
desiderio, l‟urgenza, di grattarsi o muoversi. La nostra
irrequietudine fisica riflette non soltanto la tensione
del corpo, ma anche l‟ansia mentale e la distrazione.
La calma fisica ha un effetto diretto sul silenzio della
nostra mente, aiutando così immensamente a portare
il corpo, la mente e lo spirito nell‟armonia. Ma la
dimensione successiva della calma è interiore. Arrivare
alla calma mentale è la grande sfida della preghiera.
Come possiamo affrontare l‟incessante attività della
mente? I buddisti affermano che la mente comprende
fino a 151 operazioni che avvengono
simultaneamente. Desideri, sogni e grandi aspettative
possono lacerare e dominare la nostra mente.

2.3 Semplicità
La preghiera cristiana è risveglio alla realtà che ora
siamo a casa nel Regno di Dio. Gesù ci ha detto che il
Regno di Dio è dentro di noi, che dobbiamo diventare
come bambini per entrare in questo regno. "Il Regno
non è un luogo ma un‟esperienza" (John Main).
Essere semplici non è facile. Stiamo sempre ad
analizzare noi stessi, i nostri sentimenti, le nostre o
altrui motivazioni, e la nostra costante insicurezza ci
rende assai complicati e confusi. Ma Dio è semplice -
79

l‟amore è semplice. La meditazione è semplice. Essere


semplicemente significa essere noi stessi. Significa
smettere di essere insicuri, di analizzarsi e di rifiutare
sé stessi. La meditazione è una pratica spirituale
universale che ci guida verso questo stato di preghiera.
Ci porta verso il silenzio, la calma, la semplicità.
Il mezzo è la ripetizione fedele e amorevole di una
sola parola sacra nel tempo della meditazione. Oggi
chiamiamo mantra la sacra parola. Si tratta di un
metodo cristiano di preghiera molto antico che è stato
riscoperto per i cristiani moderni dal monaco
benedettino John Main.
John Main riscoprì questo metodo per ricondurre
la mente a riposare nel cuore, attraverso
l‟insegnamento dei primi monaci cristiani, i Padri del
Deserto, specialmente Giovanni Cassiano (IV secolo
d.C.). È la medesima tradizione della Nube della Non-
conoscenza scritta in Inghilterra nel XIV secolo.
John Main ha insegnato che per meditare occorre:

1. sedere in tranquillità con la schiena dritta;


2. chiudere gli occhi;
3. ripetere il mantra interiormente e continuamente.

Ogni mattina e ogni sera, si deve scegliere un


momento e un luogo tranquilli e meditare per circa
venti-trenta minuti ogni volta. Un mantra ideale è
80

l‟antica frase aramaica Maranatha. Il mantra va ripetuto


staccando dolcemente le quattro sillabe di uguale
ampiezza, chiaramente e continuamente: MA-RA-NA-THA.
Bisogna ripeterle senza fretta e senza aspettarsi che
succeda qualcosa. Ascoltando il mantra con tutto il
nostro essere. Dolcemente, poi, bisogna tornare ad
esso ogni volta che ci si distrae. Occorre essere
semplici. E fiduciosi.
L‟aramaico è la lingua parlata da Gesù, la stessa lingua
della parola abba, che egli costantemente impiegava
riferendosi a Dio. Maranatha è la più antica preghiera
cristiana. Significa “Vieni Signore”, oppure “Il Signore
viene”. San Paolo termina la prima Lettera ai Corinzi,
e san Giovanni l‟Apocalisse, con questa frase che
esprime la profonda e semplice fede della Chiesa
primitiva. Il significato e il suono della parola sono
entrambi importanti. Ma mentre si ripete la parola non
bisogna pensare al significato. Il mantra porta più in
profondità rispetto al pensiero, conduce al puro
essere. Ci guida per mezzo della fede. Va ripetuto con
fede e amore. Ascoltare il mantra mentre lo recitiamo
è un lavoro di progressivo approfondimento in un
cammino di fede. Quattro regole ci aiutano a
perseverare:

1. non avere richieste o aspettative;


2. non sottovalutare la meditazione;
81

3. integrarla alla vita quotidiana, con una pratica mattutina e


una serale;
4. viverne le conseguenze, giorno per giorno.
82

3. La tradizione cristiana di meditazione


Come cristiani, meditiamo perché crediamo nel
Cristo Risorto, che è vivo e vive in noi. Come
discepoli di Gesù, il Maestro, abbiamo fede quando ci
esorta a dimenticare noi stessi per seguirlo nel Regno
di Dio, per “partecipare al vero essere di Dio”.
È la nostra fede a rendere cristiana la nostra
meditazione. Essa è cristiana anche perché viene
centrata in quella che è l‟umana coscienza di Gesù
presente nella profonda interiorità del nostro essere.
Come cristiani, naturalmente, meditiamo con altri
cristiani, e la nostra vita è guidata e arricchita in
comunità dalle Scritture, dai sacramenti e da ogni altro
modo di assistere il prossimo nell‟amore e nella
compassione dello Spirito.
La teologia alla base della meditazione è la teologia
alla base del Vangelo di Gesù, che con la sua vita,
morte e resurrezione, ci ha rivelato la via verso Dio, e
che mandandoci lo Spirito Santo è divenuto nostra via
e nostra guida.
Gesù non ha insegnato alcun metodo particolare di
preghiera, ma possiamo capire, da quanto egli dice
della preghiera nel Sermone della Montagna, che la
meditazione è una via per trovarlo e per seguirlo. La
meditazione è in armonia totale con il suo
insegnamento sulla preghiera.
83

Il Sermone della Montagna


1. La preghiera, come le opere buone, non deve essere
puramente esteriore. Non significa apparire santi né
ottenere l‟ammirazione altrui. E neppure vuol dire
sentirsi santi: Gesù dice “la vostra mano sinistra non
sappia quello che fa la destra”. La preghiera è un
umile e costante lavoro che ci aiuta a discernere la
realtà (Matteo 6:1-4).
2. La preghiera deve essere interiore. Le persone a cui
piace rendere troppo pubblica la loro preghiera
cadono facilmente nell‟ipocrisia, che è discordia tra
identità interiore ed esteriore. Gesù indica che è
necessario andare “nella nostra stanza privata” e
pregare in quel “luogo segreto”. La parola „segreto‟
significa anche misterioso. Il Mistero non è magia.
È un‟esperienza della realtà che la coscienza
mentale di per sé non può contenere né capire. La
preghiera è per sua natura misteriosa, e il luogo di
più profondo mistero nella vita umana è il cuore.
Nella “tua camera” è una metafora per indicare
l‟interiore camera del cuore (Matteo 6:5-6).
3. Nella preghiera non dobbiamo „borbottare‟. Un
maggior numero di parole non ci fa udire meglio da
Dio. La preghiera non riguarda la quantità - “ le
preghiere” - ma la qualità - “l‟attenzione” (Matteo
6:7-8).
84

4. La preghiera non è chiedere a Dio delle cose perché


egli “sa di quali cose avete bisogno ancora prima
che le chiediate” (Matteo 6:8).
5. Dobbiamo dare priorità ai tesori spirituali del regno
piuttosto che al benessere materiale (Matteo 6:19-
21).
6. Dobbiamo imparare a smettere di preoccuparci del
futuro e affidarci a Dio. L‟ansia è nemica della
preghiera. Ci rende troppo egocentrici, impedendo
di realizzare il dono, già deposto con amore, nel
nostro cuore (Matteo 6:25-37).
7. Infine, Gesù dice che la preghiera consiste in
questo: “cercate il Regno di Dio”. In altre parole,
dobbiamo porre attenzione all‟“unica cosa
necessaria” - esserne memori. Allora ci saranno
date anche tutte le altre cose (Matteo 6:33).
Questi sette insegnamenti di Gesù sulla preghiera
sono ciò che mettiamo in pratica nella meditazione:
umiltà, interiorità, silenzio, fiducia, spiritualità, pace e
attenzione.

Il Momento presente
Egli ci dice: “Non preoccupatevi per il domani”.
Nella meditazione smettiamo di pensare al passato e al
85

futuro e impariamo a vivere pienamente nel momento


presente.
Purtroppo, spesso, ci sembra che Dio sia assente
perché non siamo nel qui e ora. Spendiamo gran parte
della nostra vita ripiegati su pensieri riguardanti il
passato e su sogni circa il futuro.
Pensare al passato fa nutrire sentimenti di
rimpianto, nostalgia, malinconia o colpa. Vivere nel
futuro genera rapidamente ansia, paura e
preoccupazione. La combinazione di umori creata da
questi sentimenti non dà come risultato la pace. Tra
passato e futuro, che sono costrutti della mente, si
trova il momento presente che è realtà assoluta. Il
momento presente - che è quello in cui entriamo in
meditazione - è infinitamente piccolo, e infinitamente
spazioso. Il mantra rende chiara la via per oltrepassare
tutti i pensieri sul passato e sul futuro e rivelarci, liberi
da pensieri, la radiosa realtà del qui e ora: il momento
di Cristo.
È solo nel momento presente che possiamo
trovare Dio, quel Dio che chiama sé stesso “IO SONO”.
Vivere nel momento presente è un arte che viene
praticata nella vita quotidiana. La vita di tutti i giorni è,
per tale motivo, la miglior scuola di meditazione. Essa
ci fa capire come sia errato identificare Dio con la
religione, il tempio, la sinagoga, la moschea o la
chiesa, con il linguaggio pio o con il rituale. Dio è in
86

ogni luogo, in ogni tempo. La meditazione è la


disciplina quotidiana che ci insegna a vedere Dio nel
qui e ora.
Esperienza contemplativa è il semplice essere in
piena coscienza nel momento presente. Non
dobbiamo padroneggiare delle tecniche o delle teorie
complicate per poter meditare. Dobbiamo soltanto
essere a casa e svegliarci. Questo è ciò che il mantra ci
insegna a fare.
87

4. John Main: La sua vita e il suo


insegnamento
Per tante persone, in ogni parte del mondo, John
Main resta un incomparabile guida verso una vita di
più profonda spiritualità, attraverso la trasmissione
della tradizione cristiana di meditazione. Egli vide nella
meditazione un modo per “accogliere il dono del
proprio essere”, come anche un modo per
“confermare le verità della propria fede”. Insisteva
molto sul nostro bisogno d‟imparare a stare in silenzio,
e la sua vita è da leggersi come parabola della
contemporanea ricerca di Dio. Bede Griffiths,
confratello benedettino, disse che, per la sua personale
esperienza, John Main è e può considerarsi la più
eminente guida spirituale della Cristianità odierna.

Introduzione alla meditazione


John Main nacque a Londra nel 1926, da una
famiglia irlandese e cattolica. Terminato il liceo, nella
fase finale della guerra combatté al fronte. Quindi
entrò in un ordine religioso per circa due anni, e ne
uscì per laurearsi in legge al Trinity College di
Dublino. Al termine degli studi entrò nel British
Foreign Office, da dove fu inviato in Malesia, per
unirsi allo staff del governatore e approfondire gli
studi di lingua cinese.
Un giorno si trovò in visita presso un monaco indù
88

che dirigeva un orfanotrofio e un ashram nei sobborghi


di Kuala Lumpur. Al termine delle procedure
d‟ufficio, il funzionario britannico si mise a conversare
di argomenti spirituali, avvertendo immediatamente di
trovarsi alla presenza di un uomo santo e illuminato, la
cui profonda esperienza interiore costituiva una fonte
diretta d‟energia e ispirazione per la sua opera di
compassione e di riconciliazione. Da questo monaco,
John Main imparò un semplice metodo di
meditazione: la fedele recitazione di un mantra
durante due periodi di raccoglimento, prima e dopo il
lavoro. In seguito, ogni settimana sarebbe tornato dal
suo maestro per meditare con lui, rinforzando la
propria fiducia nella disciplina del silenzio, della calma
e della semplicità. Tornato in Europa, dopo aver
insegnato diritto internazionale per un certo numero
di anni, John Main divenne monaco benedettino a
Londra. Con suo rammarico, il maestro di noviziato
gli impartì l‟istruzione d‟abbandonare la meditazione,
perché non era "una via cristiana di preghiera". Nelle
Conferenze al Getsemani (pp. 25-26) John Main scrive:
In retrospettiva, considero questo periodo della mia vita
una grande grazia. Involontariamente, il mio maestro di
noviziato aveva predisposto le cose per insegnarmi il
distacco dal centro stesso della mia vita. Imparai a
distanziarmi da una pratica che era per me la cosa più
sacra e sulla quale tentavo di costruire la mia esistenza.
Imparai d’altra parte a costruire la mia vita su Dio stesso.
89

Gli anni immediatamente successivi furono anni tetri, in


termini di sviluppo spirituale, ma sempre tornavo
all’obbedienza, che era il fondamento della mia vita di
monaco. Ritengo inoltre che, da qualche parte nel mio
profondo, ci fosse la fiducia che Dio non mi avrebbe
lasciato vagare per sempre nella desolazione, e che sarei
tornato sul mio sentiero. L’importante era che vi sarei
rientrato nei suoi termini, non nei miei.

Alcuni anni più tardi, attraverso la lettura degli


insegnamenti dei primi monaci cristiani, ovvero le
Madri e i Padri del Deserto, e in particolare delle
Conferenze di San Giovanni Cassiano, venne ricondotto
al suo cammino: John Main scoprì la tradizione
cristiana del mantra e continuò a insegnarla all‟interno
del contesto scritturale e liturgico cristiano.

Una tradizione moderna


Egli comprese che in questa semplice e antica
tradizione di preghiera, le persone di oggi, in ogni
percorso di vita, avrebbero trovato una pratica
spirituale quotidiana adatta al loro modo consueto di
vivere. E percepì che l‟incontro delle grandi religioni
del pianeta si sarebbe compiuto solo se i membri di
ciascuna fede fossero stati avvicinati l‟un l‟altro da
questa profondità d‟esperienza spirituale, insegnata
nelle rispettive tradizioni.
Il metodo d‟insegnamento di John Main ci ricorda
la tradizione orale nella quale questa via di sapienza
90

contemplativa è sempre stata trasmessa. Le sue


conferenze registrate continuano a guidare gruppi di
meditazione, ogni settimana, in tutto il mondo. Egli
era un maestro che amava condurre gli altri dentro la
loro propria esperienza, e credeva che si potesse
insegnare meditazione solo meditando con le persone.
Il movimento dal pensiero all‟esperienza, dalla teoria
alla realtà, dalla mente al cuore, è centrale nella sua
visione della crescita spirituale.
La sfida maggiore della meditazione per la gente di
oggi, egli diceva, è la semplicità. Noi siamo educati a
rispettare la complessità. Tuttavia la semplicità non è
facile da apprendere e, quindi, essa richiede disciplina.
Sebbene insistesse sulla necessità di praticare la
meditazione come una disciplina interiore giornaliera,
sottolineava anche il bisogno di pazienza e di
gentilezza nell‟apprendere tale disciplina.

Insegnamenti essenziali
La meditazione, egli insegnava, è una strada di
autoconsapevolezza e autoaccettazione. Questo è il
primo indispensabile gradino verso una qualche
conoscenza di Dio. Ma non si tratta di una
conoscenza in primo luogo intellettuale, poiché viene
raggiunta attraverso un‟armonia profonda, nella calma
del corpo e della mente. Il corpo stesso è parte del
viaggio verso Dio. Né questo è un viaggio isolato e
91

solitario. La solitudine della meditazione ci risveglia


alla nostra profonda interdipendenza con le altre
persone e così “la meditazione crea comunità”. La
comunità è, come John Main intese, la Chiesa del
futuro. Il rinnovamento spirituale della Cristianità è il
grande passo ulteriore, nel suo movimento
dall‟identità medievale a quella moderna. Da qui
scaturirà un nuovo apprezzamento della concezione
cristiana di fondo della preghiera stessa. Preghiera non
è parlare o pensare a Dio, ma essere con Dio. La mia
preghiera non è affatto essenzialmente mia, se
trascendo la mia ristretta visione egocentrica della
realtà. L‟essenza della preghiera cristiana, così diceva, è
la coscienza umana di Gesù che adora Dio nello
Spirito al centro della persona umana.
Egli tuttavia asseriva di non ritenere il mantra
l‟unica via verso questo centro.
Non intendo affermare che la meditazione sia l’unica via,
ma piuttosto che è l’unica via che io ho trovato. Nella mia
personale esperienza, è la via della pura semplicità che ci
permette di diventare pienamente, integralmente
consapevoli dello Spirito che Gesù ha mandato nei nostri
cuori; e questa è l’esperienza testimoniata nella corrente
della tradizione cristiana che va dai tempi apostolici fino ai
nostri giorni.
(Dalla parola al silenzio, p. 42)

John Main morì nel 1982 in una piccola comunità


canadese, dalla quale il suo insegnamento ha
92

continuato a propagarsi in ogni parte del mondo. Ora


la sua opera viene portata avanti dalla Comunità
Mondiale per la Meditazione Cristiana, che si sviluppa
in una rete di numerosissimi Centri di Meditazione
Cristiana nel mondo e di un migliaio circa di gruppi
che si riuniscono settimanalmente coordinati dal
Centro Internazionale di Londra.
93

5. La pratica
La meditazione
La meditazione è sperimentale. È perciò una
modalità d‟esperienza piuttosto che una teoria o un
pensiero. “L‟esperienza è maestra” diceva Giovanni
Cassiano, che ispirò John Main nella riscoperta di
questa tradizione di preghiera per i cristiani di oggi.

Il Corpo
La meditazione è una via incarnata di preghiera.
Il corpo non è una barriera tra noi e Dio. È il
sacramento del dono dell‟essere che Dio ci ha fatto
creandoci. È tempio del Santo Spirito di Gesù
risorto.
Per questa ragione il corpo è parte integrante
dell‟esperienza di preghiera. Possiamo scoprirlo solo
meditando. Le regole sono semplici:
- sedetevi: il corpo è a riposo ma non predisposto al sonno;
- sedete tranquilli: il corpo esprime l'attitudine della
persona all'attenzione e alla venerazione integrali;
- tenete dritta la schiena: il corpo è vigile e desto;
- respirate normalmente: l'ideale sarebbe la respirazione
addominale;
94

- siate rilassati ma vigili: è la formula per la pace


Per prima cosa, quando vi sedete per meditare,
concedetevi un attimo per trovare una posizione
comoda e stabile. Rilassate le eventuali tensioni del
corpo, delle spalle, del collo, degli occhi e della
fronte.
Sedendovi, potete provare queste posture di
base: su una sedia con la schiena dritta, su uno
sgabello da preghiera, a gambe incrociate sul
pavimento con un cuscino di supporto. Il video Il
corpo in preghiera offre utili consigli su tali posizioni.
Vale la pena sperimentarle finché non troverete
quella più adatta a voi.
Le posizioni yoga e gli esercizi di respirazione
costituiscono per il corpo un‟eccellente pratica
spirituale. Vi insegneranno a riverire il vostro corpo
come dono di Dio e suo tempio. Forniranno per la
meditazione un‟ideale preparazione al rilassamento.

Tempo e luogo
Scegliete un tempo ed un luogo di quiete dove,
possibilmente, non verrete disturbati. Considerate
prioritari i momenti dedicati alla meditazione. Inserite
la segreteria telefonica o staccate il telefono.
Arriverete a capire perché i/le meditanti ritengano
questi tempi come la parte più importante della loro
95

giornata. Se possibile, mantenete ogni giorno lo stesso


luogo e tempo, poiché questo aiuta ad approfondire il
ritmo della preghiera nella vostra vita. Ma, soprattutto,
siate gentili con voi stessi. Prendetevi il tempo
necessario per inserire questa nuova disciplina nella
vostra vita. Ricordate che la parola disciplina, come la
parola discepolo, deriva da una radice verbale che
significa imparare.
Il momento migliore per il primo periodo di
meditazione è al mattino, presto, prima di leggere il
giornale o di mettersi al telefono. Per il secondo
periodo di meditazione, il momento migliore è
all‟inizio della sera, dopo una giornata di lavoro, prima
di cena e delle attività serali.
È generalmente più difficile restare fedeli alla
meditazione della sera. Fate del vostro meglio,
accettate però l‟inevitabile se vi capita di non poterla
praticare. Ma non rinunciate facilmente a una regolare
seconda meditazione nell‟arco della giornata. Fatele
spazio riconsiderando a fondo la vostra routine
giornaliera.
Molto spesso sono proprio le persone più
impegnate a prendersi ogni giorno il tempo per
meditare: perché? I due periodi quotidiani offrono alla
giornata molto più dell‟ora che sottraggono. Ma
soltanto la vostra personale esperienza ve ne potrà
convincere.
96

Potete preparare e concludere ogni meditazione


con della musica, o in ogni altro modo che vi acquieti
e vi permetta di concentrarvi. E, naturalmente, la
meditazione può essere integrata con altre forme di
preghiera, come l‟Eucarestia o le Scritture.
Stabilite il tempo della vostra meditazione in modo
regolare e disciplinato. È preferibile farlo dall‟esterno,
ad esempio con un comodo segnalatore acustico. Non
abbreviate né estendete il periodo di meditazione in
maniera indulgente, ma siate allo stesso tempo dolci
con l‟autodisciplina.
La meditazione settimanale di gruppo è un potente
mezzo per approfondire la pratica. Riceverete
incoraggiamento e ispirazione dagli altri, ascoltando
ogni settimana l‟insegnamento essenziale, ed entrando
in quella dimensione di presenza cristica che si rivela
“dove due o tre sono riuniti nel mio nome” (Matteo
18:20). Col tempo, anche voi sarete capaci di
condividere con gli altri il dono che avete ricevuto.

Distrazioni
La grossa difficoltà pratica che tutte le persone
affrontano nella meditazione è il problema delle
numerose distrazioni. Non scoraggiatevi. Chiunque
abbia mai pregato, perfino i grandi maestri di
preghiera, le ha sperimentate. Le distrazioni sono
semplicemente l‟effetto della vostra costante attività
97

mentale. Il mantra è il più semplice ed efficace


metodo di trattamento per ogni genere di pensiero.
1. Non cercate di eliminare le distrazioni, siano esse
pensieri, immagini o sensazioni.
2. Ponete tutta la vostra attenzione al mantra,
tornando ad esso gentilmente, fedelmente, dal
principio alla fine nel tempo di meditazione.
3. Non prestate attenzione alle distrazioni. Trattatele
come rumori di fondo, come il rumore del traffico
proveniente da fuori.
4. Siate umili, pazienti, fedeli, e mantenete il senso
dell‟umorismo: non fate di ogni nube una notte
oscura. Ma non sottovalutate la perseveranza che
occorre e la grazia che verrà data.

Il mantra è come un sentiero attraverso una fitta


giungla. Per quanto stretto possa essere, seguitelo
fedelmente: il sentiero vi condurrà dalla giungla della
mente allo spazio aperto del cuore. Ogni volta che
scoprirete di avere vagato fuori dal sentiero, tornate
semplicemente là, senza indugio.
Il grande dono del mantra è l‟immediatezza. Per
quanto a lungo vi siate distratti, perduti nella giungla
della mente, mai vi troverete lontano più di un passo
dal sentiero. Cominciate di nuovo a recitare il mantra,
e là vi ritroverete. Con l‟attenzione tornerete al
momento presente, che è il momento di Cristo.
98

Successo o fallimento non sono termini rilevanti


per descrivere la vostra esperienza di meditazione.
Sono termini dell‟ego, e nella meditazione impariamo
a “lasciarci l‟ego alle spalle”. Non esiste successo o
fallimento, ma solo la fede: fede attiva nell‟amore.
Se sensazioni di successo o fallimento prendono
campo, c‟è semplicemente da osservarle ricordando da
dove sono sorte. Subito si eclisseranno e la vostra fede
ne sarà rafforzata.
99

6. I frutti della meditazione


Cosa avviene nei tempi effettivi della meditazione
non ha grande importanza.
Spesso, anzi abitualmente, non accade nulla. Come
in un lungo viaggio aereo, guardando fuori dall‟oblò
vedrete le nuvole, nient‟altro che nuvole e azzurro. A
volte, tuttavia, ci sono dei sobbalzi e così,
allacciandovi le cinture, vi affidate al pilota. A volte
vedete la più meravigliosa alba o il più favoloso
tramonto o incredibili giochi di luce. Ma quel che
conta è che state regolarmente volando verso la vostra
destinazione. Per quanto bello, turbolento o scialbo
sia il viaggio, non vi viene certo in mente di chiedere
al pilota di spegnere i motori!
La meditazione non è entrare in uno stato alterato
di coscienza o sperimentare e vedere qualcosa al di
fuori dell‟ordinario. Essa piuttosto consiste nell‟entrare
appieno nell‟ordinario, scoprendovi, con assoluta
meraviglia, la presenza di Dio: l‟ordinario è
attraversato dallo straordinario. Con il consolidarsi
della vostra meditazione in due momenti della
giornata, scoprirete che la regolarità diviene
importante per l‟equilibrio globale e la pace di ciascun
giorno. Se perdete uno dei due momenti, sentirete la
mancanza di qualcosa di essenziale. Anche se la vostra
meditazione è agitata e distratta, è tuttavia la parte più
importante della giornata. State vivendo un
100

discepolato quotidiano seguendo una disciplina


semplice.

Un mutamento interiore
È nella vita quotidiana, specialmente nelle vostre
relazioni, che noterete i frutti della meditazione. La
consapevolezza di questo vostro personale
mutamento interiore potrà non essere rapida o
teatrale. Può venire riflessa da coloro che vivono e
lavorano intorno a voi. Loro possono notare il vostro
cambiamento!
Tale mutamento può essere meglio descritto da
quello che san Paolo ha chiamato “il raccolto dello
Spirito” (Galati 5:22): amore, gioia, pace, pazienza,
benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé.
Pensate a ognuna di queste qualità in termini
personali. Voi sapete meglio di chiunque altro, tranne
lo Spirito, di quale avete più bisogno.
Notate che l'amore è posto all‟inizio, il “dono più
elevato”. Nel suo sentiero troviamo anche una nuova
gioia di vivere, pur nei periodi di tensione e
sofferenza.
La gioia è più profonda del piacere o della felicità. Si
trova in un gusto nuovo per le cose semplici e naturali
della vita.
La pace è il dono che Gesù ci dà nel suo Spirito. È
101

l‟energia della sua profonda armonia interiore con sé


stesso, con il Padre e con tutta la creazione.
La pazienza è la cura per i nostri sfoghi di irritabilità,
rabbia e intolleranza, e per tutti i metodi impiegati per
controllare e possedere gli altri.
La benevolenza è il dono di trattare il prossimo come
noi vogliamo essere trattati.
La bontà non è “nostra”, ma noi siamo
essenzialmente buoni, e la nostra natura umana è
divina perché noi siamo creati da Dio e perché Dio
vive in noi.
La fedeltà è il dono che arriva attraverso la disciplina
della meditazione quotidiana e del mantra. Perché ogni
relazione sia pienamente umana e amorevole, è
necessario approfondirla con fedeltà.
La mitezza è la pratica della non-violenza, verso gli
altri come verso noi stessi.
Il dominio di sé è necessario per gioire della vita nella
piena libertà dello Spirito. È il frutto dell‟equilibrio
meditativo, la via di mezzo tra gli estremi. “I peccatori
sono i migliori contemplativi” secondo la Nube della
Non-conoscenza. Questa è l‟essenza evangelica e della
vita cristiana: Gesù è venuto a chiamare i peccatori,
non i giusti. I frutti dello Spirito crescono
gradualmente in noi allorché cominciamo a volgerci al
potere d‟amore presente nel centro del nostro essere.
Tutti questi doni vengono liberati mentre
102

impariamo l‟ascolto del linguaggio del cuore, che è


silenzio in attesa di noi al di là dell‟orbita rumorosa
della fissazione su noi stessi.
La sorgente del nostro essere è anche la sorgente
che guarisce e rende integri. Essere interi, integri, vuol
dire essere santi. Nella meditazione siamo santificati
all‟interno del (e attraverso il) processo dell‟essere
guariti.
103

7. “Progresso”: il viaggio
John Main definiva la pratica della meditazione un
pellegrinaggio verso il proprio cuore. Un
pellegrinaggio è un viaggio fatto nel potere dello
Spirito verso un luogo sacro. E il luogo più sacro al
mondo è il cuore umano. Possiamo viaggiare da soli,
ma non siamo mai soli. La solitudine della
meditazione risana la nostra solitudine più penosa
rivelandoci che siamo in profonda e sostanziale
relazione.
È meglio pensare al viaggio della meditazione come
a una spirale o a un labirinto piuttosto che a una linea
retta tra due punti. Per questo il mandala è un simbolo
universale del viaggio spirituale. A volte potrebbe
sembrare che stiamo divagando in cerchi, ma di fatto
stiamo procedendo circolarmente, avvicinandoci
sempre più al centro.
Il Labirinto del Pellegrino, sul pavimento della
cattedrale di Chartres, risale al XIII secolo. Se tracciate
un percorso dall‟entrata al centro, avrete una buona
idea del viaggio verso il cuore intrapreso meditando. A
volte con frustrazione, a volte con la sensazione di
smarrimento o di perdita di tempo, eppure mai
distanti dal centro, ci si avvicina sempre in
progressione circolare, finché si arriva - dove mai si è
cessato di essere per tutto il tempo del viaggio, mentre
104

si era in strada. “Tutta la via verso il cielo è cielo”


diceva santa Caterina da Siena “perché Gesù è la Via”.
Uno dei primi scrittori cristiani una volta paragonò
il mistero di Dio a un cerchio, il cui centro è ovunque
e la cui circonferenza è in nessun luogo. Gesù
paragonò lo Spirito al vento di cui “non potete dire da
dove venga né dove vada”. Non possiamo misurare lo
spirituale. Allo stesso modo non dobbiamo misurare o
valutare la preghiera.
Gesù diceva di sapere da dove veniva e dove
andava. La preghiera è un viaggio nella conoscenza di
sé. Mentre gradualmente ci distacchiamo dal nostro
egocentrismo egoista, aumentiamo il sapere su ciò che
veramente siamo. Il “vero sé” è il più prezioso valore
nella vita perché è il nostro punto d‟incontro con Dio,
dove siamo uno con Dio e quindi con tutto. La
meditazione quotidiana è il procedimento normale di
tale comprensione.
In ogni viaggio ci sono delle tappe, anche se,
trattandosi di un viaggio spirituale, non le possiamo
misurare.
105

1.Conversione
La parola 'conversione' significa mutamento di
direzione. Quando si comincia a meditare, possiamo
sentire il 'primo fervore' della conversione. La
disciplina sembra facile, siamo pieni d‟entusiasmo
come nella prima fase del rapporto con un‟altra
persona. Questo iniziale entusiasmo, naturalmente,
verrà messo alla prova e necessita di essere
approfondito, con fiducia.

2.Salita
Il cammino può diventare duro ma, imparando a
perseverare, noi apprenderemo i profondi misteri di
Dio e della nostra stessa natura. Durante questo
processo, ci saranno periodi turbolenti, nei quali
sentimenti e ricordi rimossi possono affiorare alla
superficie della coscienza. Questo è purificante e
liberatorio anche se, al momento, potrà apparire solo
negativo. L‟aiuto da parte degli altri, in momenti simili,
è di grande sollievo.

3.Varco
Altre volte, specialmente dopo una fase prolungata
di salita, sentiamo che stiamo sorpassando ogni
resistenza in direzione di una maggiore profondità di
conoscenza e amore verso Dio, verso noi stessi e
verso gli altri. Allora sentiamo una pace e una gioia
106

pervadente. È importante accogliere momenti ed


esperienze simili senza tentare di possederle, ripeterle
o manipolarle. 'Grazia' significa dono. Un dono cessa
di essere un dono quando ci aggrappiamo ad esso.

4.I Poveri di Spirito


La grande qualità che impariamo a riverire in
questo viaggio è la povertà.
Beati i poveri in Spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
(Matteo 5:3)
Se noi intendiamo il mantra come la nostra via
verso la povertà, il viaggio si mantiene semplice. Ma
semplice non vuol dire facile. Povertà significa lasciar
andare: continuamente e tutto. Giuliana da Norwich
descriveva la povertà come “Una condizione di
semplicità totale che chiede nient‟altro che tutto”. Il
mantra ci aiuta nell‟adempiere l‟insegnamento di Gesù
a “dimenticare sé stessi” e ad “abbandonare tutto
quello che avete”.
Meditando giorno dopo giorno, scopriremo che il
mantra si sta radicando nel nostro cuore, tanto da
poter compiere il consueto alternarsi di lavoro e di
riposo con una maggiore consapevolezza della
presenza di Dio. La nostra vita si fa più contemplativa,
vale a dire più radicata nel momento presente, più
cosciente e più compassionevole.
Gli stadi del viaggio interiore si riflettono
107

nell‟approfondirsi del mantra e nel minor sforzo


impiegato a ripeterlo. All‟inizio, diciamo il mantra
nonostante le distrazioni pressoché costanti. In
seguito, il mantra viene recitato con minor fatica,
senza le interruzioni dovute alle distrazioni. Infine,
ascoltiamo il mantra in un coinvolgimento che porta
completamente al di là del potere della distrazione.
Naturalmente, il mantra è una disciplina, non una
finalità in sé. È una via verso la povertà di Spirito; non
è il Regno stesso. Poi arriva un tempo, da noi non
calcolato, in cui il mantra ci condurrà nell‟assoluto
silenzio, al di là di sé stesso, nell‟unicità della pura
preghiera. Questa esperienza non va anticipata,
immaginata o costruita. Quando diventiamo
consapevoli di essere silenziosi, dovremmo
semplicemente ricominciare a ripetere il mantra. Se
siamo coscienti del silenzio, allora naturalmente non
siamo del tutto silenziosi; stiamo pensando, e allora
dovremo ricominciare con il mantra.
Le direttive sono infallibili se le seguiamo con reale
semplicità: ripetere il mantra finché non possiamo più
dirlo; non scegliere quando smettere di recitarlo, e
riprendere a recitarlo non appena capiamo di avere
smesso.
Tutti questi stadi di meditazione sono sia ciclici sia
progressivi. Copriamo più volte lo stesso terreno
finché tutto il lavoro è stato fatto.
108

La cosa più importante da ricordare quando


pensiamo di progredire è che siamo, tutti noi, sempre
e soltanto principianti. Essere coscienti di questo
riempie la vita di stupore e libertà. I principianti sanno
meglio come ringraziare.
109

Scritture

La meditazione intensifica enormemente il modo di


leggere la Scrittura, aprendo nuove finestre di
significato con l‟approfondirsi dell‟esperienza
interiore. I seguenti passaggi del Nuovo Testamento
rivestirono un‟importanza speciale per John Main, che
li sottolineò nella sua copia personale. Agevolando
una feconda lettura cristiana della Bibbia, la
meditazione ci rende sensibili anche alla sapienza sacra
delle scritture di altre fedi.
110

Vangelo secondo Matteo


CAPITOLI VERSETTI
6 7-14;19-21;33-34; 13-14;
10 7-8
13 44-46
16 24-26
24 42

Vangelo secondo Marco


CAPITOLI VERSETTI
8 34-36
10 15

Vangelo secondo Luca


CAPITOLI VERSETTI
3 1-6
5 16
6 12
9 23-24
12 27-31
13 18-19
14 15-24

Vangelo secondo Giovanni


CAPITOLI VERSETTI
1 14; 29-34
3 3-8; 13-17
4 13-14; 23-24
5 19-23; 24-26; 39
6 29; 40; 63; 69
7 16-18; 28
8 12; 24; 29-30; 31; 35-36
10 10
12 24-26
111

13 34-35
14 2-6; 15-21
15 5-17
16 12-14; 33
17 20-26

Atti degli Apostoli


CAPITOLI VERSETTI
2 32-34
15 8-9
17 24-31

Lettere di san Paolo ai Romani


CAPITOLI VERSETTI
3 21-26
5 1-5
6 1-11; 13-14; 23
7 14
8 4; 9-11; 14-17; 26-30; 38-39
10 4-10; 11; 14; 17; 20-21
11 6; 18
12 1-2
14 7-12; 15-16
15 13

Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi


CAPITOLI VERSETTI
1 4-9; 17
2 1-16
3 15-19
4 4-6; 16
5 2; 14-16; 18
9 6
13 4-5
112

Lettera di san Paolo ai Galati


CAPITOLI VERSETTI
2 20
3 26-29
4 6-7
5 6; 18; 22-25

Lettera di san Paolo agli Efesini


CAPITOLI VERSETTI
1 1; 3-10; 17-33
2 6-7; 12-14; 17-22
3 4-9; 12-13; 14-21
4 6-7; 13-14
5 15-18; 25-33

Lettera di san Paolo ai Filippesi


CAPITOLI VERSETTI
1 9-10; 20-21
2 5
3 9; 10-11; 21
4 1; 17

Lettera di san Paolo ai Colossesi


CAPITOLI VERSETTI
1 11-20; 26-27
2 1-5; 6-7; 9-10; 20
3 4; 9-11
4 23

Prima Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi


CAPITOLI VERSETTI
4 1
113

Seconda Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi


CAPITOLI VERSETTI
2 13-17

Lettera di san Paolo a Timoteo


CAPITOLI VERSETTI
4 9-10
6 6-7; 15-16

Seconda Lettera di san Paolo a Timoteo


CAPITOLI VERSETTI
1 7-10
2 1
3 7

Ebrei
CAPITOLI VERSETTI
6 1-6
9 11-14
10 19-20
12 28-29

Lettera di Giacomo
CAPITOLI VERSETTI
3 13
5 13-16

Prima Lettera di Pietro


CAPITOLI VERSETTI
1 1; 4; 13-16
2 1-10; 24
3 4; 13-16
4 6; 8
114

Prima Lettera di san Giovanni


CAPITOLI VERSETTI
2 24-25; 28-29
3 14-16; 18; 23-24
4 7-10
5 11-12
115

La COMUNITÀ MONDIALE PER LA MEDITAZIONE CRISTIANA, nei paesi in cui è


presente, opera attraverso un Centro Nazionale che collega, sostiene e
propone iniziative ai vari meditatori e ai diversi gruppi presenti sul
territorio.
Ogni anno, per favorire la diffusione della pratica della meditazione,
viene organizzato un ritiro in silenzio e una Conferenza Nazionale alla
presenza del Direttore Spirituale della Comunità Mondiale di
Meditazione Cristiana, padre Laurence Freeman, OSB.

INDIRIZZI UTILI

COMUNITÀ MONDIALE PER LA MEDITAZIONE CRISTIANA


Contrada San Giovanni, 8 - 2 5 1 2 2 Brescia
TEL.: +39 366 2828630
E-MAIL: meditazionecristiana@wccmitalia.org
WWW.MEDITAZIONECRISTIANA.ORG

THE WORLD COMMUNITY FOR CHRISTIAN MEDITATION


St. Mark‟s, Myddelton Square
London EC1R 1XX - England, UK
TEL.: +44 020 7278 2070
FAX: +44 020 7713 6346
E-MAIL: mail@wccm.org
WWW.WCCM.ORG
116

Nuova
Editrice
Berti

Finito di stampare
Nel mese di luglio 2012 presso
Grafiche Lama S.r.l., Piacenza
117

John Main è riconosciuto come uno dei più grandi maestri


spirituali del nostro tempo, in particolare per la sua riscoperta
dell'antica tradizione della preghiera contemplativa cristiana. Il
suo discepolo Laurence Freeman ne ha proseguito il
pionieristico lavoro, condividendo questa pratica in varie parti
del mondo, in cooperazione con analoghe tradizioni di altre
fedi. Questo libro riunisce due loro opere fondamentali,
indispensabili per conoscere e comprendere la pratica della
meditazione cristiana.

John Main (1926-1982), monaco benedettino, nel 1969 riscopre


un'antica pratica di meditazione diffusa nel IV secolo da
Giovanni Cassiano e dedica il resto della vita a insegnare questa
tradizione perduta del cristianesimo.
Laurence Freeman, monaco benedettino, è il successore di John
Main e dal 1992 dirige la Comunità Mondiale
118

NOTE

1 A. Baker, Holy Wisdom, or Directions for the Prayer of Contemplation, Burns &
Oates, 1964, p. 321.
2 Ibidem.
3 Conferenza x di Cassiano (xi).
4 Conferenza XVII (x).
5 Conferenza X (ix).
6 Ivi, proemio.
7 Ivi, iii.
8 Ibidem.
9 Ivi, xiv.
10 Efesini 3:14-19.
11 G.M. Hopkins, God’s Grandeur (La grandezza di Dio).
12 Pietro 3:4.
13 Salmo 138:14.
14 Ebrei 6:1-3.
15 Ebrei 6:4-6.
16 Trattati 1 (viii) 3 (Migne PL XXXII).
17 Conferenza X (xi).
18 Ibidem.
19 Matteo 10:39 (RSV).
20 Citato in E. Underhill, The Mystics of the Church, Clarke, 1975.
21 The Cloud of Unknowing (La nube della non-conoscenza), Penguin Books,

1961, capitolo 36.


22 Conferenza X (viii).
23 Si allude qui alla parola irlandese (mo chuisle) che all‟incirca corrisponde

all‟inglese darling. [N.d.R.].