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DON FERDINANDO RANCAN

RIFLESSIONI SUL MATRIMONIO


E SULLA FAMIGLIA

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questo Anello…
PRESENTAZIONE

Il presente opuscolo contiene la elaborazione scritta di quattro incontri per fidanzati in preparazione al matrimonio.
Queste conferenze, pur essendo destinate principalmente ai fidanzati, si sono rivelate utili anche alle nu-merose
coppie di sposi che desideravano approfondire la realtà del matrimonio e della famiglia alla luce del messaggio cristiano,
soprattutto in un periodo storico come il nostro in cui l'istituto della famiglia viene osteggiato e svilito nel suo significato
più profondo.
I temi furono sviluppati partendo da tre riferimenti essenziali:
• Dio, fondamento di ogni discorso sui problemi fondamentali della vita umana;
• la Rivelazione, fonte della verità autentica sull'amore e sul matrimonio;
• Cristo e la Chiesa, luogo dove il cristiano può realizzare pienamente questa verità.
• La famiglia come istituzione divina, luogo privilegiato per lo sviluppo dell'uomo.

Naturalmente queste pagine non contengono nulla di nuovo intorno ad un argomento che è della massima attualità,
e tanto meno hanno la pretesa di esaurire i molteplici aspetti di una realtà che interessa non solo la teologia ma tutte le
scienze umane, e che è stata trattata in centinaia di pubblicazioni, alcune molto buone, altre in verità discutibili, altre
ancora decisamente da sconsigliare.
Questa piccola fatica vuol essere semplicemente una risposta alla preoccupazione del Papa che da anni propone una
più intensa azione pastorale a sostegno della famiglia.
Perciò l'unica ambizione di queste pagine è di offrire a quanti sono chiamati a servire Dio nel Matrimonio
un'occasione in più per meglio conoscere, amare e vivere gioiosamente la stupenda vocazione, umana e divina, dell'amore
coniugale e della famiglia.

Don Ferdinando Rancan

Prima pubblicazione: 31 dicembre 1989


Festa della Sacra Famiglia

Seconda pubblicazione in occasione dell'Anno Internazionale della Famiglia, proclamato da Giovanni Paolo II°.
25 marzo 1994
Festa dell'Annunciazione del Signore

Terza ristampa, su richiesta di parrocchie e associazioni:


6 giugno 1997
Solennità del Sacro Cuore.
Quarta ristampa del presente opuscolo in occasione della chiusura del Grande Giubileo del 2000, con l'auspicio che la
Famiglia del Terzo Millennio ritrovi il progetto di Dio come è stato rivelato e realizzato in Cristo, unico Re-dentore
dell'uomo.
3 giugno 2001
Solennità della Pentecoste

DIO ESISTE

SCOPRIAMOLO INSIEME

1 - Il senso della vita

Gli incontri di queste sere hanno lo scopo di aiutare i fidanzati qui presenti a prepararsi alla vita coniugale e
familiare, ma possono servire a tutti per riflettere su alcune verità portanti della nostra vita cristiana, verità che
vengo-no facilmente dimenticate. Oggi esiste ben poca convinzione intorno a questi argomenti perché l'ambiente
culturale in cui viviamo, che determina il modo di pensare dominante, è pesantemente con-dizionato dalla
secolarizzazione, cioè da una visione della realtà che prescinde totalmente da Dio in una dimensione
esclusivamente terrena.
Ora, non c'è da stupirsi se tale mentalità secolarizzata ha fatto breccia anche dentro di voi; mi auguro,
perciò, che questi incontri vi offrano l'occasione di riscoprire le grandi certezze della fede, che danno alla nostra
coscienza la luce e l'orientamento necessario per muoverci in maniera giusta e retta nella nostra vita.
Giorni fa il Papa, parlando ai rappresentanti del Corpo Diplomatico, diceva: "Dobbiamo restituire
all'uomo i motivi di vivere". Infatti, ciò che l'uomo moderno ha smarrito più di ogni altra cosa è il senso della
vita, il significato dell'esistenza.
Molte nevrosi e molti disturbi psichici nascono dal vuoto esistenziale, cioè da una paurosa carenza di
significato.
Un vuoto che molte volte si cerca di colmare attingendo a un mercato culturale che presenta falsi valori,
false prospettive di felicità che alla fine deludono.
Quando proponiamo falsi valori alla nostra intelligenza la inganniamo, e consumiamo contro di essa un
tradimento che la ferisce profondamente e la oscura.
Sul piano personale la conseguenza peggiore che ne deriva è una falsa conoscenza di se stessi, che porta a
un profondo smarrimento interiore: non mi conosco più, non mi capisco più, non so più chi sono. Di qui un
modo sbagliato di stare nella propria vita e anche un modo sbagliato di vivere il rap-porto con gli altri.
È facile immaginare le conseguenze di tutto questo nel campo della vita coniugale e familiare.
2 - Il problema di Dio

Queste problematiche esistenziali riconducono inevitabilmente al problema di fondo, il problema di Dio.


Ne parleremo questa sera tra di noi in termini di tutta semplicità, scomodando il meno possibile l'impegnativa
terminologia filosofica.
Partiamo innanzitutto dal presupposto che non tutti credono in Dio e molti si giustificano ritenendo la
fede come facoltativa, oppure come un dono che Dio concede ad alcuni e non ad altri. Ora, quando mi incontro
con una persona che non crede, le dico subito: "Male!". Mi capita, ad esempio, nel fare la visita alle famiglie, di
bussare alla porta ed ecco un distinto signore che mi saluta e mi dice: "Sa, io non credo in Dio", pensando di
darmi così la spiegazione adeguata del fatto che a lui non interessa la mia visita. Allora la mia risposta è
immediata: "Molto male! Lo sa che è una colpa gravissima non credere in Dio?". E cerco di spiegargli che questo
atteggiamento non mette in gioco l'esistenza di Dio ma la nostra salvezza eterna, e anche la nostra sanità
mentale. Tant'è vero che il più acerrimo nemico di Dio, il demonio, non è ateo per niente; se c'è uno che "crede"
all'esistenza di Dio è proprio il demonio, perché ne fa le spese continuamente e sono spese tremende. Magari per
lui che Dio non ci fosse! E invece deve "subire" l'esistenza di Dio, per cui in un certo senso è contento che Dio
esista per poterlo odiare.
Il demonio deride l'ateismo dell'uomo perché, creatura eminentemente intelligente, sa che la negazione
dell'esistenza di Dio è assurda e ridicola. In realtà l'ateismo non è una negazione di Dio ma il rifiuto di Dio; ed
è precisamente quello che il demonio cerca di insinuare negli uomini. Ora, il rifiuto di Dio porta a negare ogni
riferimento a Lui e perciò a negare la stessa creaturalità dell'uomo.
"Sono creatura": ecco la realtà nella quale trovano soluzione tutti i problemi esistenziali: chi sono io? da
dove vengo? dove vado? che senso ha il mio esistere? che senso ha tutto ciò che mi circonda? perché gli altri?
Ricordatelo: non solo in questa sede ma in qualunque altra situazione della vita e davanti a qualsiasi
problema, per fare un discorso serio occorre sempre partire da questa realtà: siamo creature; creature vincolate
all'Essere infinito ed eterno che, per amore, ci ha partecipato l'esistenza chiamandoci a un destino di eternità e di
beatitudine.
Senza questa convinzione non possiamo discorrere seriamente su nessun argomento, tanto meno su
quello che è proprio di questi incontri, cioè l'amore, la famiglia, ogni rapporto umano, soprattutto quello
specifico dell'uomo e della donna.
Quindi, se noi questa sera recuperassimo anche solo questa consapevolezza: sono creatura di Dio, avremmo
già conseguito un notevole risultato.
Purtroppo, l'uomo laicista di oggi, vittima delle ideologie, rifiuta la propria creaturalità perché rifiuta
Dio. È convinto di affermare in tal modo se stesso come demiurgo che ha in mano il proprio destino, la propria
vita, e che risponde solo a se stesso, si auto progetta, si autodefinisce, si autoafferma. Questo era il senso di certe
affermazioni che negli anni passati, e ancor oggi, erano molto diffuse: "Il mondo è ormai maturo; rispetto al
passato l'umanità di oggi è autosufficiente; l'uomo, sempre più in possesso dei propri mezzi, va verso la sua
completa auto liberazione". Sono precisamente la ne-gazione della nostra creaturalità.

3 - Il nostro "essere creature"

Inoltre, riconoscere di essere creatura è, non solo accettare di essere relativo a Qualcuno che è sopra di me,
cui debbo la mia esistenza, ma anche accettare il progetto divino che questa esistenza contiene. Infatti l'esistenza
che riceviamo da Dio non è informe, indefinita; il nostro essere, che è unico e irrepetibile, contiene un progetto
che Dio vuole realizzare.
San Paolo, quando parlò agli Ateniesi nell'aeropago - il luogo ufficialmente riconosciuto come centro di
cultura dove si riunivano i sapienti di Gre-cia - alla presenza degli intellettuali del suo tempo, che però non
erano più all'altezza dei loro padri, riuscì da principio a farsi ascoltare con interesse. Pensavano infatti: "Ecco,
sentiamo questo Semita che viene dalla Siria che cosa ha da dirci di nuovo!". Ma San Paolo fa un discorso molto serio e
parla di Dio, fonte non solo del nostro essere ma anche del nostro vivere e del nostro agire: "In Lui, infatti,
viviamo, ci muoviamo ed esistiamo". (Atti 17, 28). Quindi, non solo noi veniamo dalla potenza creatrice di Dio che ci
fa partecipi del suo Essere, ma anche tutta la nostra vita contiene un progetto che è di Dio. Non sia-mo delle
creature che Dio ha messo su questa terra per gioco, senza alcuna prospettiva. Dio è infinita Sapienza, infinita
Potenza, infinita Provvidenza e infinito Amore, e vuole realizzare su di noi e con noi un disegno.
Ricuperare questa consapevolezza della nostra creaturalità è fondamentale per l'uomo europeo, perché
proprio l'uomo di questa vecchia Europa ha smarrito le radici cristiane della sua civiltà, smarrimento che ha
prodotto, per esempio, "l'uomo del rifiuto e della ribellione" descritto particolarmente da Nietzsche e da Sartre.
Sartre, nel suo libro "La Nausea", al quale si sono abbeverati non pochi giovani dei decenni scorsi, dà
sull'uomo il giudizio più negativo e brutalmente pessimista che mai sia stato dato: "Ogni uomo nasce senza
ragione, si prolunga per debolezza e muore per caso". Il suo ateismo voleva essere l'affermazione della piena maturità
dell'uomo che non ha più bisogno di Dio. Ma questo lo porterà a un vicolo cieco: nulla sarà più comprensibile,
nulla potrà più avere una spiegazione: è la crisi esistenziale, è "La Nausea". La vita, allora, non è altro che "uno
schifo", come si sente dire talvolta anche dai giovani.

4 - Verso Dio

Inoltre, ritrovare il senso della nostra creaturalità significa anche ritrovare il senso del nostro rapporto con
Dio.
Il primo passo in questa direzione consiste nel restituire a Lui la nostra intelligenza. Infatti, l'esistenza di
Dio è una verità che non appare evidente in se stessa; non conosciamo Dio con evidenza immediata, lo
conosciamo attraverso un ragionamento, cioè un atto dell'intelligenza che si esprime in un moto della mente
verso l'oggetto che essa vuol conoscere.
Dio è l'oggetto supremo della conoscenza umana; ci avviciniamo a Lui attraverso un cammino interiore
nel quale l'intelletto apre la strada al desiderio dell'anima. Ecco perché si parla di vie razionali che conducono
alla conoscenza di Dio, al-l'affermazione della sua esistenza.
Uno dei più profondi pensatori e mistici della Chiesa, San Bonaventura, parla di un "Itinerarium mentis in
Deum", l'itinerario della nostra mente che cerca Dio. Lo stesso atto di fede che noi facciamo quando recitiamo il
"Credo": "Credo in Dio" (il latino "in Deum" è anche più espressivo perché "in" con l'accusativo indica moto a
luogo) esprime la fe-de come cammino verso Dio. Noi abbiamo la possibilità di arrivare a Dio attraverso varie
strade ma è sempre l'intelletto che le deve percorrere; è questo il significato del nostro restituire a Dio
l'intelligenza.

5 - La "via" delle creature

La strada più comune è quella che passa attraverso le cose create. È celebre il passo di Sant'Agostino nel
quale il grande dottore ricorda come le creature, rispondendo al suo inappagato desiderio di felicità, gli
gridassero in coro: "quaere super nos - cerca al di sopra di noi!". Le cose create, se conosciute profondamente nella
loro bellezza, nella loro perfezione, nella loro razionalità stupendamente ordinata, ci conducono a Dio.
Amici cari, tutta le nostra vita è un cammino verso l'incontro con Dio, e anche quando l'abbiamo trovato,
abbiamo ancora bisogno di scoprirlo, perché Dio non è mai conosciuto né mai posseduto pie-namente. Ognuno
di voi ha ricevuto una formazione cristiana; avete tutti frequentato il catechismo, fatto la Prima Comunione,
ricevuto la Cresima e quindi avete ricevuto una formazione che è durata mesi, anni; sapete molte cose di Dio.
Ma ora, qui, non si tratta di sapere molte cose, si tratta di vedere con occhi nuovi le cose che già sappiamo, come
se una luce interiore le illuminasse in modo nuovo dentro la nostra anima. Le anime di vita interiore chiamano
questa luce "contemplazione". È la visione di Dio non più come idea astratta e soggettiva, come fantasma della
nostra mente, ma come una Realtà viva che innamora.
Penso a voi ragazze che siete qui: quante volte avrete sognato un ragazzo ideale, un fidanzato, un principe
azzurro e l'avete modellato dentro di voi dandogli tutte le qualità possibili; il discorso vale anche per voi,
ragazzi: chissà quante volte avrete sognato una donna, e avete dato corpo a questo de-siderio,
immaginandovela, ad esempio, bionda, con gli occhi azzurri, alta, snella, sportiva ecc... non ditemi di no perché
non è vero! Avete amato figure ideali di uomo o di donna e le avete amate anche appassionatamente, ma con
amore platonico. Erano solo nella vostra mente e dipendevano dalla vostra immaginazione; erano fantasmi
soggettivi.
Ma un giorno avete scoperto che cosa vuol dire veramente innamorarsi. È scattato dentro di voi qualcosa
di indescrivibile, dovuto al fatto che avete "visto" come una realtà viva la persona che vi ha innamorato e siete
rimasti a guardarla nella sua realtà fisica, l'avete "contemplata": in quel momento avete scoperto "l'essere", siete
passati dal fantasma alla realtà, dall'idea all'essere reale. Quella persona viva, di carne ed ossa, non dipendeva
da voi, era lì con la sua identità, la sua storia personale, magari tutta da conoscere, con le sue doti e i suoi difetti,
i suoi limiti e le sue caratteristiche, con la sua esistenza indistruttibile. E questo "essere" vivo, entrato in voi, ha
preso il posto di tutti gli altri fantasmi, ed è scomparso improvvisamente il sentimento di solitudine che prima
avevate. Eravate in compagnia di voi stessi, dei vostri fantasmi, delle vostre aspirazioni, delle vostre idee, ma
soli. Da quando è entrata in voi la persona che vi ha innamorato è cambiato tutto. Vi siete resi conto di una
presenza che non veniva da voi, non dipendeva dalle vostre facoltà interiori, ma vi superava. Infatti, non l'avete
creata voi ma l'avete ricevuta; è stato un dono.
Ora potete nettamente valutare la differenza tra l'idea o immagine di una persona e l'essere di una
persona. Quando essa entra in voi, sentite che influisce sulla vostra vita, cambia il vostro mondo interiore;
dovete fare i conti con una presenza che è un altro "io".
Qualcosa di simile accade quando la nostra mente, abbandonando il soggettivismo interiore, si apre
all'essere delle cose e "scopre" Dio non più co-me una pura possibilità astratta ma come una realtà viva: l'Essere
personale che mi guarda, mi tiene nel-le sue mani, mi vuole; allora la sua presenza mi illu-mina interiormente e
mi cambia la vita.
Potete ora comprendere meglio perché l'uomo contemporaneo è arrivato all'ateismo e al rifiuto della sua
condizione di creatura: ha voluto sostituire il proprio pensiero alla realtà, le idee forgiate dalla sua mente alla
verità delle cose. Allora ciò che conta non è più la realtà, ma ciò che io penso; e quello che per la mia intelligenza
doveva essere un viaggio facile e gioioso, che attraverso le cose create mi avrebbe portato a Dio creatore, è
diventato un tragico naufragio tra i flutti del dubbio, del sospetto, della confusione, alla deriva nelle correnti
fuorvianti delle ideologie.

6 - Necessità di una intelligenza sana

La grande malata di oggi è l'intelligenza. Il cancro che la rovina sono le ideologie; partendo da una visione
preconcetta e soggettiva dell'uomo e del mondo, esse portano a una conoscenza riduttiva, distorta e falsata della
realtà. Perciò vi dicevo che, per fare un qualsiasi discorso valido che porti a Dio, è urgente oggi risanare
l'intelligenza, ricuperarla e restituirla alla verità. Solo così è possibile realizzare l'avventura più affascinante che
l'uomo possa vivere sulla terra: incontrare Dio, conoscerlo nella sua bellezza, nella sua grandezza, nella sua
infinita sapienza, soprattutto saperlo accogliere quando Egli si dona, quando apre alla nostra anima il mistero
insondabile della sua vita e del suo amore.
Riguardo al problema di Dio, c'è un passo di San Paolo nella lettera ai Romani che è fondamentale: "In
realtà l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà ed ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia,
poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato". Vedete subito che la
conoscibilità di Dio e la possibilità di trovarlo sono garantite dal fatto che Lui stesso si è fatto manifesto alla
nostra mente. "Infatti, dalla creazione del mondo le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto,
nelle opere da Lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità." (Rom. 1, 20).
Questo è l'itinerario di una intelligenza sana e retta che non tiene "la verità prigioniera" nelle sbarre delle
ideologie o nella ingiustizia dell'empietà. "Perciò - continua San Paolo - sono inescusabili".
Ecco perché a chi mi dice: "Io non credo" rispondo, sia pure con affetto e comprensione: "Male, amico
mio!... È un peccato gravissimo non credere in Dio perché è la peggiore ingiustizia che possiamo compiere
sulla terra.".
Pensate ad un figlio e a tutto quello che i genitori fanno per lui: alla madre che lo ha amato prima che
nascesse, quando ancora lo portava in grembo e poi a tutti i sacrifici per crescerlo: notti insonni, preoccupazioni
per la salute, ansie per i suoi problemi e per le sue difficoltà, dispendio di energie, di tempo, di denaro, di libertà
per la sua formazione e poi...tanto affetto, tanta tenerezza, tanta dedizione! Ebbene, un giorno questo figlio,
diventato grande, entra in casa e non guarda in faccia sua madre, e se la guarda è per dirle: "Tu, chi sei? Cosa
vuoi? Chi ti conosce!". Poi si mette a tavola a mangiare ciò che sua madre gli ha preparato e continua ad usare
tut-te le cose che trova in casa e che suo padre gli ha procurato con duri sacrifici...; che cosa direste? che cosa
pensereste di questo figlio? Ebbene, noi ci com-portiamo molto peggio quando mettiamo Dio da parte, quando
lo emarginiamo nello scetticismo e nell'indifferenza, quando non lo riconosciamo come nostro Creatore e
Signore e tuttavia continuiamo a fruire di tutto quello che da Lui abbiamo ricevuto: la vita, l'intelligenza, il
tempo, la salute, le possibilità umane e soprattutto il suo amore, la sua tenerezza, la sua benevolenza.
Se ci pensiamo bene, l'ateismo, proprio perché rifiuto di Dio, è un'assurda ingiustizia, oltre che una
stupida follia. "Sono inescusabili - spiega San Paolo - perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria come Dio,
né gli hanno reso grazie". Che cosa vuol di-re dar gloria a Dio? Vuol dire riconoscere che sono sua creatura, che
Lui è la sorgente del mio essere, della mia vita, della mia persona; che gli vivo nelle mani molto più intimamente
di quanto non viva una creatura nel grembo materno. Come vedete, è tornare alla consapevolezza della nostra
creaturalità, con sentimenti di gioiosa gratitudine perché tutto è dono, infinitamente gratuito, di Dio.

7 - La "via" della coscienza

A questa malattia dell'intelligenza segue quasi inevitabilmente la corruzione del cuore. Alla autonomia
intellettuale, distacco dell'intelligenza dalla verità in nome del proprio pensiero, ideologicamente precostituito,
corrisponde l'autonomia morale, il distacco della coscienza dalla legge morale in nome di una libertà che rifiuta
ogni riferimento a un Legislatore supremo.
Quando l'uomo non si riconosce creatura, si autpropone come norma etica del proprio agire.
Non esiste più una legge morale trascendente, regola del comportamento umano, in armonia con il
disegno di Dio creatore. Così, anche la strada della coscienza, che è un'altra via per incontrare Dio perché
conduce a Lui come sommo Bene, diventa impraticabile.
Conosciamo tutti la pagina biblica che descrive il paradiso terrestre. Nell'Eden, l'uomo pretese "la
conoscenza del Bene e del Male", e così, là dove doveva realizzarsi il rapporto più intimo ed esaltante della
creatura con il suo Creatore, nell'armonia più perfetta della terra col Cielo, si consumò invece la ribellione più
tragica; e colui che, appropriandosi dell'albero della conoscenza del Bene e del Male, pretese di essere Dio, si
trovò nudo di ogni sua dignità, rivestito solo della sua vergogna, travolto dal disordine interiore nel quale, col
rifiuto del suo rap-porto con Dio, ha visto infrangersi ogni altro rapporto creaturale: con se stesso, con la natura,
con gli altri uomini.
Fin d'ora potete misurare (ci torneremo nei prossimi incontri), le conseguenze di tutto questo nel campo
dell'etica sessuale e della morale coniugale.

8 - La "via" della storia: la fede in Gesù Cristo.

A questo punto, la strada obbligata per incontrare Dio, si chiama GESÙ CRISTO. Alla luce naturale
dell'intelligenza che cerca la verità si aggiunge la luce soprannaturale della fede che ci fa conoscere, con la
Rivelazione, l'iniziativa di Dio e il suo intervento nella storia dell'umanità. Percorrendo, infatti, la storia umana
possiamo contemplare le meraviglie che Dio ha compiuto per noi; una storia di salvezza che culmina in Gesù,
l'Uomo-Figlio di Dio, in cui il Padre ha messo la pienezza della sua grazia, lo splendore della sua verità, la
tenerezza del suo amore.
Gesù di Nazareth: è lì dove l'uomo incontra Dio, o meglio dove Dio raggiunge ogni uomo.
Non è più soltanto il cammino dell'intelligenza attraverso le cose create, non è soltanto il cammino della
coscienza attraverso la legge morale, è il cammino della nostra anima spinta dalla fede che ci conduce a
Betlemme, a Nazareth, al Calvario, al Ce-nacolo, sulle orme di Cristo. "Beati gli occhi che vedono quello che voi
vedete!".
Cercare Dio e trovarlo è un problema tutto nostro. Ciò che impedisce all'uomo di incontrare Dio non è la
sua infinita trascendenza, perché Dio si è fatto conoscere e si fa sempre trovare. Vi dico con certezza, perché lo
afferma la parola di Dio, che nessun uomo che abbia cercato Dio con sincerità di cuore, può dire di non averlo
trovato. Così, se all'inizio vi invitavo a ritrovare o almeno a riscoprire la vostra creaturalità, vi suggerisco ora di
accendere nel vostro cuore la luce della fede che vi farà incontrare Dio non cercandolo a tentoni lontano da voi,
ma riconoscendo la sua presenza dolcissima e salvifica nell'intimo della vostra anima santificata dal Battesimo.
Abbiamo celebrato pochi giorni fa la solennità dell'Epifania. Il viaggio dei Magi può ricordarci l'iti-nerario
di tutte le anime che, seguendo la stella del-la fede, arrivano a incontrare Cristo. I Magi erano uomini di scienza,
uomini di cultura e di potere, e tuttavia hanno saputo trovare tanta semplicità e do-cilità di cuore da lasciarsi
condurre da una stella.

9 - Scienza e fede

Quando la scienza è vera scienza non impedisce la fede ma la facilita perché l'una e l'altra vengono da
Dio. L'orgoglio intellettuale, invece, strumentalizza la scienza per negare Dio. È, questa, una operazione
boomerang che si ritorce contro la credibilità stessa dello scienziato il quale, in questo ca-so, chiudendola alla
ricerca della verità, usa male della propria intelligenza.
Negli anni sessanta il ministro del culto della Russia sovietica ebbe tra le mani un rapporto sulla
situazione religiosa presso il popolo russo. Con sor-presa dovette constatare che dopo quasi 50 anni di massiccia
propaganda ateistica - l'ateismo era materia di insegnamento nelle scuole - la fede era tutt'altro che scomparsa e,
anzi, si notava un ritorno ad essa proprio negli ambienti scientifici. La causa fu individuata in un errore tattico:
la religione cioè veniva attaccata in nome della scienza, la fede veniva ridicolizzata come un oscurantismo
antiscientifico. La scienza, si diceva, è venuta a risolvere tutti i problemi dell'umanità; l'uomo, con la scienza e la
tecnica è diventato padrone della natura, col progresso può superare ogni limite e ogni condizionamento, con la
politica poi, potrà dare un assetto ide-ale e perfetto alle strutture sociali, incamminandosi verso un futuro
finalmente giusto, ordinato, felice.
In realtà questa impostazione, che può avere un certo successo solo in ambienti dominati dalla ignoranza
o dalla mala fede, in breve tempo ha mostrato la sua inconsistenza.
Quando uno scienziato si mette con intelligenza sana e con animo retto davanti al mistero della natura
è immediatamente convinto di trovarsi di fronte a una realtà che lo trascende, a fenome-ni e leggi che non
dipendono da lui e tuttavia non sono in grado di dare ragione di se stessi. Diventa quasi connaturale in lui un
atteggiamento di rispetto che gli consente di accostarsi alla realtà senza deformarla, e alla fine non può non
interrogarsi su Dio. Si prese allora la decisione di attaccare la fede in nome del Pensiero, con le armi della
filosofia e della cultura immanentista: l'uomo, unico arbitro delle proprie idee, delle proprie concezioni, ignora
la realtà o la piega ai propri schemi ideologici, si ri-serva molti settori in cui celebrare la sua libertà assoluta,
dove sentirsi demiurgo e creatore.
Il cambiamento di rotta si fece sentire immediatamente e anche in Italia gli "ordini di scuderia" furono
perentori: impossessarsi delle cattedre di filosofia e di lettere nelle università e nei licei. L'indottrinamento ebbe
un ritmo esplosivo: il '68 e gli anni di piombo in tutta Europa, come pure la scristianizzazione e la
secolarizzazione della società ad opera dei laicisti impadronitisi dei mezzi della comunicazione sociale, non sono
stati degli episodi extemporanei, fenomeni quasi fisiologici nella evoluzione sociale. Sono piuttosto, nel loro
impianto te-oretico e nella loro evoluzione pratica, il punto terminale di secoli di distacco dell'intelligenza dalla
saggezza metafisica e dalla fede; rispondono a un preciso disegno teorico e pratico che tende a realizzare
un'epoca post-cristiana dell'umanità.

10 - Il "viaggio" dei magi

Ricordo, in quegli anni di contestazione, l'intervento di un alunno di liceo durante una lezione; stavo
sforzandomi di far capire ai ragazzi che la no-stra vera dignità di creature umane sta nel conoscere Dio,
nell'amarlo e nel lasciarci amare da Lui, nel servirlo come figli sulla terra per partecipare eternamente alla sua
beatitudine in cielo... "Professore - mi disse - glielo dico io che cosa siamo: 70 chili di carne destinati alla
putrefazione". Tra questa definizione dell'uomo e quella data da Sartre - "l'uomo è un'inutile passione" - la sola
differenza sta nell'eleganza letteraria tipicamente francese del filosofo; mentre le due definizioni hanno in
comune la brutale e tristissima constatazione di che cosa resta di noi quando abbiamo perduto Dio.
Vi dicevo all'inizio che siete chiamati a cercare Dio in un contesto culturale che non vi aiuta, che anzi vi
deride e vi inganna.
Precisamente come nel viaggio dei Magi verso Betlemme. Arrivarono a Gerusalemme non senza sacrifici,
fatiche e difficoltà e certo si aspettavano di trovare la città in festa, tutta un tripudio per la nascita del grande Re.
E trovano invece una città assonnata, indifferente, sospettosa; per di più la stella che li aveva guidati e che era
stata la loro certezza scompare. Perfino le indicazioni dei sacerdoti e degli scribi, pur precise, vengono loro
fornite con grande distacco e con una strana freddezza; lo stesso entusiasmo falsamente interessato di Erode,
come poteva accordarsi con l'assoluta ignoranza di un fatto così importante? Ma i Magi non dubitano, non
desistono, continuano a fidarsi. Avevano visto la stella e non potevano dubitare. Gli uomini possono anche
ingannare e tradire, il Cielo no! E riprendono la loro ricerca con l'umiltà, la fiducia, la certezza che avevano
caratterizzato i primi passi del loro cammino. La riapparizione della stella li rassicura nuovamente e una grande
gioia si impossessa del loro cuore. È per questa loro fede che non si scandalizzano quando il grande Re si
presenta loro in un alloggio umile e disadorno, nella debolezza e nella semplicità di un bambino che non ha
nulla di regale, in un luogo lontano dai centri del sapere e della potenza mondana.

11 - La "stella"

Il nostro viaggio sulla terra conosce le stesse vicende e gli stessi momenti: ci saranno dubbi e stanchezze,
tentazioni e difficoltà, e a volte sembrerà che la stella della fede sia stata un'illusione o un inganno. Allora
pensate ai Magi; nel vostro cammino verso Cristo per conoscerlo, per amarlo, per seguirlo, non fermatevi mai
anche se dovete andate contro corrente. Non vi scoraggi la freddezza dell'ambiente, non vi fermi l'ostilità delle
persone, non vi intimorisca la paura del ridicolo.
Avete visto anche una sola volta, magari da bambini, la stella della fede nel cielo della vostra anima?
Vi è stata indicata la strada dal Magistero della Chiesa? Non dubitate, non arrestatevi! La meta non potrà essere
che il Bambino di Betlemme, dove la verità di Dio e la verità dell'uomo s'incontrano, dove la Vita prepara la sua
vittoria sulla morte, dove la nostra offuscata dignità di creature trova lo splendore della nuova dignità di figli di
Dio.
Voglio concludere questo primo incontro con la lettura di un passo che prendo da un documento molto
antico ma stupendo: "La lettera a Diogneto".
È del secondo secolo, al tempo dei primi cristiani, quando testimoniare la propria fede poteva costare la
vita. "Dio amò gli uomini, per essi creò il mondo, a loro diede la ragione e l'intelletto, li formò a sua immagine,
promise un regno nei cieli e lo da-rà a coloro che lo avranno amato.
E quando lo avrai conosciuto, di qual gioia non credi tu sarai ricolmo?".
È quello che auguro a tutti voi.
APPENDICE ALLA PRIMA LEZIONE

INTERVENTI

LA FEDE : UN DONO?

1ª DOMANDA: La fede, ha detto, è un dono di Dio. Ma non tutti ce l'hanno. Perché dobbiamo accusare allora i non
credenti di colpa o di peccato gravissimo?
RISPOSTA: Nella lezione ho parlato di "fe-de religiosa", che è l'atteggiamento positivo e cultuale verso
Dio da parte dell'uomo la cui intelligenza può, attraverso le cose create, affermare non solo l'esistenza di Dio, ma
anche molte delle sue perfezioni divine. Ho parlato anche di fede soprannaturale che è l'atteggiamento positivo
della nostra intelligenza, elevata dalla grazia, verso Dio che si rivela e si dona in Gesù Cristo. Ambedue sono un
dono di Dio: la prima è data a tutti gli uomini; infatti, attraverso la creazione Dio si rivela alla nostra intelligenza
naturale (Rom. 1, 20); la seconda è data a tutti coloro che Dio "ha scelto e predestinato da tutta l'eternità a diventare
conformi all'immagine del Figlio suo" attraverso il Battesimo. Tutti i battezzati, quindi, hanno ricevuto il dono della
fede soprannaturale. Dio, dunque, dà a tutti gli uomini la possibilità di conoscerlo. Ora, davanti ai doni di Dio
abbiamo due doveri: primo, essendo "doni", dobbiamo chiederli o almeno chiedere di saperli accettare. Il
Vangelo è ricco di episodi dove si chiede il dono della fede. "Signore, che io creda!", "Signore, aumenta la mia fede!",
"Signore, aiuta la mia incredulità!".
La fede quindi va chiesta a Dio con umiltà, con sincerità, con perseveranza; secondo, i doni una volta
ricevuti dobbiamo farli fruttificare.
Abbiamo infatti la possibilità di corrispondere ai doni di Dio ma anche di rifiutarli o lasciarli cadere.
Il rifiuto della fede diventa così rifiuto di Dio; ed è un peccato gravissimo perché la fede non è
facoltativa. Dio non è un accessorio della vita umana, ma l'unum necessarium, la sola cosa necessaria.
La fede è, sì, una libera adesione a Dio, altrimenti non sarebbe un atto meritorio, ma questo non significa
che possiamo impunemente rifiutarla. Vi ho portato l'esempio di un figlio che rifiuta i suoi genitori: noi siamo
creature e figli di Dio in senso molto più vero e più profondo.

LE "PROVE"

2ª DOMANDA: Lei ha parlato della conoscenza di Dio; potrebbe esporci in maniera più esplicita le prove della sua
esistenza? Come si può dimostrare in parole semplici l'esistenza di Dio in modo che nessuno possa dire di non credere
perché non ha avuto una dimostrazione chiara?

RISPOSTA: Innanzitutto diciamo subito che le prove dell'esistenza di Dio sono prove di carattere razionale e
non di carattere sperimentale, come spesso si pretende. Dico sperimentale non solo nel senso fisico, scientifico,
ma anche nel senso psicologico, emozionale.
Dio non può essere oggetto di esperienza sensibile. "Dio è spirito e bisogna adorarlo in spirito e verità" (Gv. 4,
25) È vero che Dio può comunicare se stesso in modo esperienziale, e a volte lo fa con certe anime, ma sono
fenomeni particolari, di carattere mistico, che qui non è il caso di esaminare. Resta il fatto che "Dio nessuno l'ha
mai visto: proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato". (Gv. 1, 18)
Dunque, non "esperienza" di Dio, ma rivelazione di Dio alla nostra intelligenza. Per questo nella
conversazione mi sono fermato soprattutto sulla necessità di avere una intelligenza sana, sgom-bra da pre-
comprensioni e ideologie, libera dall'orgoglio e da condizionamenti o da compromessi nel campo morale; in caso
contrario, nessuna prova è possibile o per lo meno sufficientemente probante. Inoltre, invece di prove, abbiamo
parlato di "vie razionali" che ci portano a Dio, perché Dio non si rivela direttamente in se stesso alla nostra
intelligenza (questo avverrà in Cielo, nella "visione beatifica"), ma si rivela "mediante" le sue opere e soprattutto
nell'Umanità santissima di Gesù Cristo.
È quindi una conoscenza mediata, che segue un itinerario razionale. Dicendo "prove" è facile in-nescare
un atteggiamento razionalistico di pretesa, come se uno non volesse credere all'esistenza di un latitante, del
quale magari tutti parlano, finché non lo si sia catturato.

LE "VIE" RAZIONALI

Tuttavia, è giusto che ricordiamo brevemente il processo logico-mentale che permette alla nostra
intelligenza di arrivare a Dio e di affermarlo. Il mec-canismo è molto semplice e consiste nell'applicazione di un
principio fondamentale della nostra mente: "il principio di causalità".
Se uno di voi, uscendo fra poco da questa sala, trovasse sul tetto della propria auto un buco largo 20
centimetri, a parte la sorpresa e il disappunto, si chiederebbe per prima cosa: "Chi sarà stato?"; e se un amico gli
rispondesse: "Ma chi vuoi che sia stato? Nessuno!" si sentirebbe preso in giro e magari lo guarderebbe con
sospetto. E così, di ogni cosa che accade cerchiamo subito la causa; è istintivo.
Cosa fa lo scienziato nelle sue ricerche? Appli-ca costantemente il principio di causalità; e lo applica senza
il minimo dubbio, lo dà per scontato. Lo ritiene infatti evidente, e perciò non dimostrabile. E lo applica in modo
tale da cercare non una causa qualsiasi del fenomeno che osserva, ma una causa proporzionata e sufficiente per
spiegare il fenomeno. Così, se vi dicessero che il buco sulla vostra auto l'ha provocato un sassolino oppure la
forza di un bambino neonato, prendereste quella spiegazione come ridicola perché non c'è assolutamente
proporzione tra l'effetto e la causa.
Per arrivare ad affermare l'esistenza di Dio, la nostra intelligenza applica il principio di causalità partendo
da vari aspetti dell'Universo conosciuti at-traverso l'esperienza e risalendo a Dio come alla sua causa.
Perciò, vi dicevo, si parla di un itinerario della mente, di "vie razionali" alla conoscenza di Dio.

I momenti di questo itinerario sono:


1. il punto di partenza;
2. l'applicazione del principio di causalità;
3. l'impossibilità di cause anche infinite ma non sufficienti, non proporzionate;
4. il momento finale: la necessità dell'esistenza della Causa ultima (Dio).

I punti dai quali la nostra ragione parte per argomentare l'esistenza di Dio sono i vari aspetti delle
creature, che però riconducono tutti all'essere dell'universo, alla sua esistenza; non interessa il "co-me"
dell'universo: come è strutturato, come è cominciato, come si è evoluto...
Tutto questo è oggetto della scienza, di una delle scienze più affascinanti nella storia della ricerca umana:
la cosmologia, che si avvale oggi dell'astrofisica e delle sue tecniche.
Gli scienziati e i non scienziati di tutto il mon-do si interrogano continuamente sull'origine dell'Universo.
Ma i cosmologi di estrazione immanentista, tutti i marxisti, i neo-positivisti ecc., in una parola i non
credenti, si guardano bene dall'affrontare il problema delle origini dell'Universo sotto l'aspetto della sua
esistenza, che effettivamente è un problema non scientifico ma filosofico. Si fermano allo stu-dio del "come" si è
arrivati all'attuale forma e struttura dell'universo, come era il mondo nel suo stadio iniziale.
Tutti avete sentito parlare della teoria del "big-bang", che oggi è la più comune e anche la più plausibile:
l'Universo attuale sarebbe cominciato con uno scoppio immenso, cosmico, (big-bang), di un nucleo originario
della materia che poi, in tempi lunghissimi, (15 miliardi di anni), avrebbe, per leggi intrinseche, dato origine a
tutto ciò che oggi esiste nel mondo, anche alla vita, anche all'uomo.
Lasciando da parte questi problemi, ci interes-sa la domanda: da dove viene l'esistenza dell'universo? di
questo universo e delle sue leggi?
I marxisti e gli atei se la cavano dicendo: "L'universo c'è, e basta! Non vogliamo sapere altro". E si
chiudono in un atteggiamento agnostico o di negazione, oppure affermano l'eternità dell'universo.
Ma affermare l'eternità dell'universo non è ancora rispondere al perché esiste.
Anche esistesse da sempre, chi lo fa esistere?
È per forza propria che esiste o per forza di un altro?
Ora, i punti di partenza delle vie razionali per arrivare all'affermazione dell'esistenza di Dio rivelano alla
nostra esperienza aspetti che manifestano l'assoluta contingenza dell'universo, cioè la sua insufficienza ad
esistere da se stesso, e quindi l'impossibilità di avere in sé la spiegazione della propria esistenza. Non è possibile,
ora, fermarci sulla descrizione di queste vie, voglio però ricordarvi che un'ulteriore conferma della contingenza
dell'universo ci viene oggi proprio dall'astrofisica.
Le leggi della fisica, soprattutto della termodinamica, applicate alla struttura della materia, an-che nelle
sue condizioni iniziali, portano a concludere che l'universo ha una struttura finita nel tempo. In altre parole,
l'universo è cominciato nel tempo (e il tempo è cominciato con l'universo), ed è cominciato dal nulla della
materia e quindi dal nul-la di sé. Il cosmo non è "autosufficiente" sul piano dell'esistenza.
Tutto questo porta a quel quarto momento del cammino intellettuale che ricordavo prima e che postula
una causa esterna, autosufficiente nell'esistenza, che trae fuori dal nulla il cosmo e gli comunica la forza
sufficiente ad esistere; è l'approdo a Dio Creatore, Causa Prima di ogni cosa.
FEDE E "CONVERSIONE "

Concludendo, torno a ricordarvi l'importanza di assumere un atteggiamento intellettuale corretto di


fronte al problema di Dio perché la dimostrazione dell'esistenza di Dio è strettamente collegata al problema
della conoscenza umana.
Chi non ammette la distinzione tra il pensiero e la realtà - la verità - delle cose, chi nega alla ragione
umana la capacità di conoscere l'essere delle cose, chi ritiene che l'unica conoscenza valida sia quel-la scientifica,
chi ha l'intelligenza oscurata da precomprensioni e da ideologie, non arriverà mai a convincersi dell'esistenza di
Dio. È come se pretendesse da me la dimostrazione dell'esistenza del monte Baldo ma restasse tappato in casa
anziché uscire all'aperto, tenesse gli occhi chiusi o incerottati anziché aprirli bene, o guardasse nella direzione
opposta anziché in quella giusta, costui non "vedrà" mai il monte Baldo, nonostante tutti i miei sforzi e i miei
ragionamenti. Occorre che egli cambi atteggiamento.
Questo vi fa capire che, alla base di certe difficoltà della fede, di certi dubbi o miscredenze, esiste un
problema di cambiamento interiore, un problema di conversione. A volte è una conversione soltanto
intellettuale, molto spesso è una conversione morale e spirituale.

AMORE E MATRIMONIO

NEL PROGETTO DI DIO


12 - Il cammino dell anima verso Dio

Nel nostro primo incontro abbiamo visto che se non partiamo da Dio tutta la nostra vita diventa un problema.
Noi stessi diventiamo incomprensibili alla nostra intelligenza e perdiamo a poco a poco la coscienza della nostra
identità e del nostro destino. Smarrito così il nostro riferimento a Dio e la nostra realtà di creature, nessun
discorso è più possibile sull'uomo; ognuno di noi diventa un minuscolo satellite che, svincolato dal suo centro, si
perde nell'universo disintegrandosi nel vuoto.
Senza Dio non avremmo nemmeno una conoscenza obiettiva e veritiera della realtà, e ne verrebbe di
conseguenza un modo sbagliato di stare nella vita, un modo distorto o per lo meno "smarrito" di stare nel
mondo; inoltre tutti i nostri ragionamenti girerebbero a vuoto intorno ai problemi senza approdare mai a una
risposta veramente risolutiva; non sarebbero che chiacchiere. Di qui la necessità di riscoprire più profondamente
il nostro "essere creatura" che sarà non solo la strada per ritrovare Dio, ma anche una efficace terapia per
risanare la nostra intelligenza e la nostra coscienza.
Questo "Itinerarium mentis in Deum", cammino dell'anima verso Dio, era diventato, per il peccato
originale, difficile e faticoso, anzi si era smarrito tra errori e idolatrie; non sarebbe rimasta per noi alcuna
possibilità se Dio non ci avesse riaperto la strada. Egli, infatti, ha ricostruito il nostro cammino per mezzo di
Gesù Cristo, che è diventato per noi "Via, Verità e Vita". Anzi in Lui la nostra realtà di creature si è trasfigurata
acquistando una dimensione trascendente, divina, che va oltre ogni possibilità uma-na: per Lui siamo diventati
figli di Dio. Siamo dunque molto più che creature: siamo figli, figli di Dio, chiamati a partecipare alla sua stessa
natura divina.
Permettete che io vi legga rapidamente questo passo di un autore spirituale contemporaneo: "Cerchiamo di
non ingannarci. Dio non è un'ombra, un essere lontano che ci crea e poi ci abbandona; non è un padrone che se ne va e non
ritorna. Anche se non lo percepiamo con i nostri sensi, la sua esistenza è molto più vera di tutte le realtà che vediamo e
tocchiamo. Dio è qui con noi, presente, vivo, ci vede, ci ascolta, ci guida e contempla le nostre più minute azioni, le nostre
più riposte intenzioni. Crediamo tutto questo? Ma viviamo come se Dio non esistesse, perché non abbiamo per Lui né un
pensiero, né una parola, perché non gli obbediamo, né ci sforziamo di dominare le nostre passioni, perché non gli esprimiamo
amore, né lo risarciamo delle offese... Vogliamo continuare a vivere con una fede morta?".

13 - La verità e le opinioni

Tutto questo conduce a interrogarci sul disegno che Dio ha su di noi. È il tema di questa sera: il progetto
di Dio sull'uomo e sulla donna nella loro vocazione all'amore.
Parlando dell'amore umano, del matrimonio e della famiglia, è importante che teniamo presenti alcune
considerazioni fatte la volta scorsa.
Parlavamo del nominalismo intellettuale e del soggettivismo morale che caratterizzano la cultura
dell'uomo contemporaneo il quale si trova con l'intelligenza gravemente malata e la coscienza tragica-mente
oscurata. Il nominalismo intellettuale, vi dicevo, è il distacco dell'intelligenza dalla verità delle cose e il
soggettivismo morale è il distacco della co-scienza dalla legge naturale e dai valori rivelati da Dio.
Le cose che stassera cercherò di dirvi sull'a-more umano e sul matrimonio non sono ciò che la gente
pensa, né tengono conto dell'opinione della maggioranza o dei partiti politici o dei giornali (quelli, appunto, di
opinione).
Abbiamo visto che una volta negata la realtà oggettiva delle cose, ciò che conta non è più la verità, ma ciò
che io penso, la mia opinione, o al massi-mo le opinioni della maggioranza. Basta pensare al peso che ha assunto
il criterio di maggioranza agli occhi degli uomini di oggi; con esso decidono tutto, come se fosse criterio assoluto
di verità su ogni cosa. Le ideologie hanno portato così all'uso improprio, spesso scorretto e immorale, della
democrazia: i valori, infatti, trascendono le opinioni e non si decidono per alzata di mano.
Ricordate quella famosa conversazione di Gesù con i suoi apostoli? Domanda loro che cosa pensa di lui la
gente, quali sono le opinioni degli uomini. Ma poi chiede: "Io, chi sono?" E a Pietro che gli risponde
immediatamente e senza incertezze: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" Gesù soggiunge: "Beato te, Simon
Pietro, perché non il sangue né la carne te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli"; cioè, questo che tu hai detto
non è la tua opinione ma la verità che ti è stata rivelata dal Padre.
Una prova che oggi si dà più credito alle opi-nioni che alla verità è il tipo di domande che vengono fatte
dagli intervistatori in certe telecronache o nei vari sondaggi televisivi: "Scusi, per lei chi è il Papa?"; "Secondo te,
chi è Gesù Cristo?", "Che cosa pensa lei del divorzio, della pillola?...".
A parte che le risposte sono spesso completa-mente fuori argomento, quasi sempre rivelano un'e-strema
povertà di pensiero e una carenza di formazione e di catechesi impressionante, anche in perso-ne credenti e
praticanti; l'accento è sempre sul "secondo me", "a mio avviso", "dal mio punto di vi-sta", o "secondo il mio
modesto parere" ecc.
Non è mai la ricerca della verità, ma sempre una raccolta di opinioni soggettive, molto spesso
improvvisate sull'onda delle emozioni o delle impressioni più superficiali, che poi, magari, vengono confrontate
tra loro, come se dal confronto saltasse fuori la verità, confortata, naturalmente! dalle percentuali.
Invano ti aspetti di sentire, ad esempio: "Il Papa è il successore di Pietro, il Vicario di Gesù Cristo, il Pastore
supremo e visibile della Chiesa universale", conformemente alla sua reale identità.

14 - L uomo nel disegno di Dio

Ecco dunque il tema del nostro incontro: l'a-more umano nel matrimonio e nella famiglia, ma non come è
inteso e spesso anche vissuto dagli uomini, ma come Dio lo ha pensato e voluto.
Dio, creatore dell'universo, è autore dell'uomo e della donna, del loro patto d'amore, e li ha uniti nella
prima e originaria società umana che è la famiglia.
Nella creazione, Dio si è proposto un unico scopo: partecipare ad altre creature la sua stessa fe-licità, la
sua stessa gloria. Dio è amore, e l'amore è per sua natura effusivo, partecipativo. Egli dunque ha creato per
amore e ha chiamato l'uomo a partecipare al suo amore. Creare è dare l'esistenza a una creatura ed è perciò
l'atto d'amore più grande.
Se amare significa volere l'esistenza di una persona, essere felici che essa esista, nessuno ci ama più di Dio
e nessuna vocazione è più grande di quella di collaborare all'amore creativo di Dio.
Nel disegno di Dio l'uomo è chiamato ad essere collaboratore con Lui nella creazione, nel trasmettere la
vita, nella redenzione e nella stessa glorificazione di tutte le cose:
• collaboratore di Dio nella creazione mediante il lavoro, che assurge così a una dignità divina;
• collaboratore di Dio nella generazione alla vita mediante l'amore coniugale e la famiglia;
• ancora collaboratore di Dio nella redenzione mediante la sua partecipazione alla vita e alla missione della
Chiesa;
• infine, collaboratore di Dio nella glorificazione del creato orientando a Dio e alla sua gloria tutte le cose.

15 - La "trascendenza" dell'uomo nella bibbia

Ora, affinché fosse capace d'amore e di collaborare all'amore, Dio ha creato l'uomo a "sua immagine e
somiglianza". Questa espressione biblica appartiene a quel passo della Genesi dove sono rivelate le verità
fondamentali sull'uomo, e "costituisce l'immutabile base di tutta l'antropologia cristiana". (MD n.6): "E Dio disse:
facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza, perché regni sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, sulle
bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra."
Innanzitutto è qui affermata la superiorità dell'uomo su tutti gli altri esseri creati; una superiorità non
soltanto di dominio per cui egli prevale sopra gli altri animali e sopra tutte le creature materiali, ma una
superiorità di "trascendenza". L'uomo, cioè, appartiene alla natura e si colloca al vertice della perfezione
naturale, ma nello stesso tempo la trascende, la supera, trovandosi in un altro ordine di realtà, quella dello
spirito.
La "trascendenza naturale" dell'uomo consiste nella sua dimensione spirituale. L'uomo rappresenta una
discontinuità nell'ordine naturale delle cose create. Possiamo dire con un autore contemporaneo che l'uomo è un
"essere di frontiera, ha ali e radici", appartiene cioè al mondo materiale e al mondo spirituale.
Il pensiero moderno, pesantemente condizionato da ideologie marxiste e atee, ha perduto questa verità e
considera l'uomo come un animale; un animale molto evoluto, anzi l'espressione più alta dell'evoluzione
naturale, ma sempre animale. La differenza con i suoi antenati o "colleghi" sarebbe solo quantitativa;
riguarderebbe in particolare la quantità di materia celebrale che lo caratterizza e la corrispondente
complessificazione strutturale del suo organismo.
Anche i fatti psichici più profondi non avrebbero alcun significato spirituale, sarebbero riducibili a
meccanismi biologici determinati da leggi naturali.

16 - Il cantico delle creature

L'attuale animalismo naturalistico che vuol rivendicare per l'animale e per l'uomo un "rapporto tra pari"
(Panorama, 08.04.1987), cosicché "in un avvenire non troppo lontano si porrà l'esigenza dell'uguaglianza giuridica tra
l'uomo e l'animale" (l'Unità 22.03.1987), è un sintomo di questa animalizzazione dell'uomo ormai dilagante non
solo in ambienti scientifici (vedi certe correnti della Etologia), ma in movimenti culturali e politici di estrazione,
inutile dirlo! ateo-marxista e laicista.
Si è arrivati a contestare violentemente gli stessi brani della Genesi che stiamo commentando fino a
mettere sotto accusa il Cristianesimo e a preferire, invece, le religioni orientali di tipo panteistico che idolatrano
la natura.
Sappiamo bene che gli animali e tutti gli altri esseri viventi che sono nella natura sono creature di Dio, ed
è conforme alla nostra dignità e saggezza rispettarle e averne cura; anzi, l'uomo dovrebbe di-ventare voce di
tutte le creature che proclamano la lode di Dio. Alcuni di voi ricordano certamente il Cantico delle Creature che
la liturgia suggerisce come ringraziamento dopo la Messa: "Benedite mostri marini e quanto si muove nell'acqua il
Signore, benedite uccelli tutti dell'aria il Signore. Benedite animali tutti selvaggi e domestici il Signore... benedite opere
tutte del Signore il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli". (Dan. 3, 79-81). Cantico che è stato ripreso con stupendo
impeto poetico da San Francesco.
Ma da questo a sostenere l'uguaglianza tra l'animale e l'uomo fino a negare la trascendenza dell'anima
umana, ci corre l'insensatezza di un'intelligenza oscurata dall'idolatria, o da una ignoranza rozza e colpevole.
È facile immaginare le conseguenze che questo modo di pensare provoca sul comportamento sessuale
dell'uomo.
Esso viene privato di ogni dignità, non soggiace più a nessuna legge morale, ma solo all'istinto
disordinato ed egoistico di una natura umana ferita e corrotta dal peccato.
Infatti, mentre gli animali obbediscono a leggi naturali che regolano il loro istinto (esiste una "stagione
degli amori", tutto è ordinato alla riproduzione della specie, senza dire che l'aborto negli animali è
assolutamente sconosciuto...) l'uomo, invece, è ca-pace di abbandonarsi a tutte le sregolatezze e vergogne.
17 - Uomo e donna

Affermare la trascendenza spirituale dell'uomo è affermare la sua dignità di persona che è appunto,
"immagine e somiglianza di Dio". Anche la differenziazione dei sessi è espressione e partecipa di questa dignità
che tocca profondamente la persona: "Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li
creò" (Gen. 1, 27). In questa semplice frase è affermata la dignità, il valore e il significato profondo della
sessualità. L'essere umano, proprio come uomo e donna, riflette l'im-magine di Dio; la femminilità e la virilità
sono realtà che, pur avendo il loro fondamento nella struttura corporea della persona, assurgono a una
dimensione che si riflette nella realtà stessa di Dio.
Il primo aspetto da considerare è la dignità della sessualità umana. Essa partecipa alla dignità della
persona. Da questo punto di vista l'uomo e la donna condividono una piena uguaglianza ontologica: uguale
natura, uguale destino, perciò uguale dignità. Inoltre essa partecipa alla dignità del servizio specifico alla vita,
servizio al quale è ordinata la stessa complementarietà dell'uomo e della donna. In questo senso l'uomo e la
donna riflettono l'immagine di Dio, non solo individualmente ma anche come coppia, nella loro unità corporea
di "una sola carne".
Perciò ogni discriminazione che venga operata a motivo del sesso è una violenza contro i diritti
fondamentali della persona, un'ingiustizia che offende l'uomo e la donna nella loro dignità.

18 - Dignità della sessualità

Ma il brano biblico citato, oltre a sancire la condanna di ogni discriminazione ingiusta fra uomo e donna,
aiuta anche a riscoprire il senso positivo e gioioso della sessualità. Una visione pessimistica e negativa del
sesso ha condizionato in varie epoche il pensiero filosofico e morale con conseguenze sul piano pedagogico; si
tratta di una visione che affonda le sue radici non nel cristianesimo ma nelle correnti manichee e dualistiche
della filosofia pagana e delle culture orientali. Esse vedevano la sorgente del male nella materia, e quindi nel
corpo e in tutto ciò che è corporeo, con particolare riferimento al sesso che veniva spesso identificato con la
femminilità. Il peso, quindi, delle conseguenze ricadeva soprattutto sulla donna. Ora, il corpo non è affatto
l'elemento negativo della natura umana ma, creato da Dio, è con-principio con l'anima della nostra persona ed è
chiamato anch'esso alla gloria di Dio.
La Chiesa, nel suo insegnamento, non è mai stata vittima di tabù riguardo al sesso, invece ha sempre
difeso la dignità della sessualità umana da ogni forma di degradazione edonistica che tende a farne uno
strumento di piacere fine a se stesso, da ogni abbrutimento vergognoso che ne fa merce di scambio, e da ogni
triste volgarità che ne fa stupido esibizionismo; ha sempre insegnato il rispetto all'intimità della persona, che ha
le sue radici nella sessualità e che va custodita e protetta con virtù gioiose come il pudore, la castità, la delicata
custodia del cuore.
Del resto, non dimentichiamo che proprio la femminilità, un Corpo Verginale di donna, è stato il luogo
dove il Figlio di Dio si è fatto carne, e la "virilità", un Corpo integro e verginale di uomo, immolato sulla croce, è
stato il luogo del nostro riscatto e della nostra pace.

19 - Il "dono" della femminilità

Non possiamo soffermarci su questa teologia del corpo e della sessualità perché ci porterebbe molto
lontano. Ciò che in questo primo punto è importante cogliere, alla luce delle parole della Genesi, è un senso
positivo della sessualità, che porta a rispettare, a difendere e ad amare la propria realtà personale di uomo e di
donna. Questo atteggiamento è importante soprattutto per la donna che, a differenza dell'uomo, è portata dalla
sua natura a un rapporto più intenso e problematico con la propria femminilità.
Quando una donna rifiuta o semplicemente non accetta la propria femminilità con gioia, fino ad amarla e
a sentirsi felice di essere donna, rischia di non ritrovare più sé stessa e tanto meno il suo ruolo e la sua identità.
Smarrita questa, la donna finisce preda della nevrosi o si rifugia nel femminismo, cioè in quella forma avvilita e
indurita di essere donna che si sfoga nella rabbia e nella stupidità. Il femminismo è il rifiuto della femminilità
come valore, ed è la rivendicazione della femminilità come violenza. Ma sappiamo che ogni violenza è una for-
ma camuffata di debolezza e di vigliaccheria. Se una donna non è in pace con se stessa, non sarà mai una "donna
di criterio" e le conseguenze nella vita coniugale e familiare, saranno disastrose.

20 - Il "profetismo" della femminilità

La "Mulieris dignitatem" è il documento sulla dignità, sul ruolo e sulla bellezza della femminilità.
Il Papa con una terminologia, sia pure analogica, dice cose bellissime della donna, come quando parla di
un "profetismo" della femminilità. La donna, cioè, è rivelazione di Dio all'uomo. È una rive-lazione triplice,
perché lo rivela come dono, come vita, come amore.
Dio è Dono: ed Eva è il "dono" fatto da Dio ad Adamo; Dio è Amore: la donna è l'amore che toglie l'uomo
dalla sua solitudine; Dio è il Vivente, Fonte della vita: la donna è depositaria e custode di questo mistero che essa
vive in prima persona.
Perciò la donna è, per natura, aperta alla fede e al rapporto intimo col soprannaturale (Dio); lo percepisce
più facilmente e lo trasmette come mistero. Ma se la donna aiuta l'uomo a percepire Dio, l'uomo, da parte sua,
aiuta la donna a capire se stessa. Quando il testo della Genesi descrive la creazione della donna come aiuto dato
all'uomo (la creazione di Eva dalla costola di Adamo addormentato non è un espediente puramente poetico),
aggiunge che Dio "condusse" Eva ad Adamo. Non dice "consegnò", perché la donna è un dono di Dio fatto
all'uomo nel senso che Dio ha affidato l'essere umano alla donna. È il significato profondo della maternità.
Ecco perché la donna sente una profonda attrattiva verso l'uomo, attrattiva che il peccato ha rovinato
trasformandola in schiavitù; ma originariamente era la voce limpida e gioiosa della sua natura che le faceva
vedere nell'uomo l'essere affidatole da Dio. Perciò l'uomo aiuta la donna a ritrovare e a capire sé stessa
attraverso un duplice rapporto: come marito e come figlio. Quando una donna si sposa, il suo pensiero non
termina allo sposo, va oltre, pensa a un figlio.
La donna "conosce" l'uomo non soltanto quando diventa con lui "una sola carne", ma soprattutto quando
lo genera nel suo grembo, quando lo sente germogliare dentro di sé, lo sente crescere, farsi da lei, dalla sua carne
e dal suo sangue. Ecco perché nell'aborto la donna non uccide soltanto l'es-sere umano che le è stato affidato, ma
uccide anche sé stessa come donna.

21 - Il valore della sessualità

Il secondo aspetto riguarda il valore della sessualità umana, cioè il suo contenuto. Riprendiamo il testo
della Genesi: "... maschio e femmina li creò. E Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra;
soggiogatela". (Gen. 1, 28).
Il valore della sessualità umana sta nella sua naturale ed essenziale disposizione a servire la vi-ta.
Infatti, tutta la sessualità, le strutture anatomiche che la caratterizzano, lo sviluppo fisiologico delle sue funzioni,
le risorse psicologiche che la accompagnano, tutto concorre a questo servizio, così che esso diventa l'aspetto
primario ed essenziale della sessualità stessa. In questo servizio alla vita trova anche l'espressione più
immediata e naturale, si po-trebbe dire storica, la reciprocità dell'uomo e della donna, la loro complementarietà fisica
e psicologica.
Inoltre tale servizio, essendo una collaborazione con l'opera creatrice di Dio, - il Dio della vita, il Vivente, -
assurge, come abbiamo sentito dalle pa-role della Genesi, alla dignità e al valore di missione, di compito che
suppone un disegno di Dio e quindi una chiamata, una vocazione divina che fa degli sposi "ministri del
disegno stabilito dal creatore". (Humanae Vitae).
Quando un uomo e una donna vedono scaturire, sbocciare, dalla loro unione una creatura, avvertono
quasi fisicamente che ciò che è avvenuto è qualcosa di superiore alle forze umane, è un evento più grande di
loro, un mistero nel quale essi sono stati semplicemente strumento. Guardando la loro creatura avvertono che lì
c'è il "dito di Dio".
Questo vi aiuta a capire la profonda immoralità della contraccezione, la sua intrinseca malizia. Nella
contraccezione, infatti, l'uomo e la donna rifiutano di cooperare con Dio; lo escludono arbitrariamente e con
violenza dal gesto che Egli ha voluto come rivelazione del suo amore e nel quale Egli si fa presente come
potenza creatrice.
La contraccezione è l'affermazione del "super-uomo" che vuole controllare da padrone assoluto le sorgenti
della vita. Col pretesto di "liberare" la sessualità, la contraccezione le usa violenza, perciò la umilia e la degrada.
A pagarne le conseguenze sarà anche la verità e la sincerità dell'amore coniugale. Nella contraccezione,
infatti, due coniugi non si sentono più sposi ma complici.
La vita umana non è una vita puramente animale; è la vita di una creatura fatta "a immagine e
somiglianza di Dio", perciò anche la collaborazione dell'uomo e della donna col Dio della vita riveste una
peculiarità la cui natura e le cui leggi sono in relazione con l'amore che è in Dio e che appartiene alla stessa vita
intima di Dio.
22 - Origine divina del matrimonio

Ma prima di addentrarci nell'approfondimento di queste riflessioni, ritorniamo alla Genesi in quel passo
del secondo capitolo che narra, a mo' di descrizione, la creazione della donna dalla costola di Adamo: "Il Signore
Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: 'Questa volta
essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta'. Per questo l'uomo
abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne". (Gen. 2, 22).
Questo gesto compiuto da Dio, di "condurre Eva ad Adamo" mostrandogliela, non è un inciso puramente
letterario del racconto biblico, quasi che Dio volesse assistere alla reazione dell'uomo nel ve-dere "l'aiuto simile a
sé" che egli aveva cercato inva-no, ma esprime con chiarezza il disegno di Dio che stabilisce l'unità profonda tra
l'uomo e la donna nell'amore coniugale.
L'unità di cui si parla nel testo biblico e che Dio stesso ha costituito è duplice: la prima riguarda l'amore, e
indica l'unità indissolubile dell'uomo e della donna nel loro legame coniugale, la seconda riguarda la sessualità,
cioè l'unità inscindibile del valore e delle finalità stesse della sessualità: la finalità unitiva e la finalità procreativa.
Alla prima si oppone il divorzio, alla seconda si oppone la contraccezione. "Perciò, - continua il testo
biblico - l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla sua sposa e i due saranno una sola carne".
Gesù stesso afferma che "fin da principio", cioè nel disegno stesso di Dio, l'uomo e la donna so-no stati
chiamati dal Creatore a una dedizione reciproca indissolubile nella trasmissione della vita umana, come
collaboratori dell'amore di Dio, fonte e Signore della vita. Cosicché non è più in potere dell'uomo separare ciò
che Dio stesso ha costituito in unità.
Questa è la verità sull'amore coniugale, sul matrimonio e sulla famiglia, come Dio ce l'ha rivelata e come
da sempre la Chiesa l'ha proclamata nel suo Magistero. Non c'è dunque vera famiglia, corrispondente al
disegno di Dio, se non è fondata sul matrimonio; non c'è vero matrimonio se non nel libero e indissolubile
patto d'amore che unisce un uomo e una donna nel comune servizio alla vi-ta. Tutto questo non è qualcosa di
puramente arbitrario, imposto all'uomo esteriormente, ma corrisponde alla natura stessa dell'uomo e della
donna che vedono realizzato in questo disegno di Dio il valore autentico della loro sessualità.

23 - Elementi costitutivi del matrimonio

È necessario, a questo punto, fermarci sugli elementi costitutivi del matrimonio emersi nel nostro
discorso, perché intorno ad essi esiste oggi molta confusione. Essi sono: l'amore coniugale, e il patto coniugale.
Parlare dell'amore coniugale potrebbe sembrare la cosa più scontata ed inutile perché tutti pensiamo di
sapere che cosa sia l'amore e pensiamo di esserne capaci. È vero che l'amore è una realtà insita nella natura
umana, ma è anche vero che, per essere autentico, l'amore esige impegno e lotta.
L'amore accompagna la vita umana in tutta la sua estensione, e ne esprime le ricchezze e la profondità.
Pensiamo all'amore materno e paterno con tutte le espressioni di dedizione e di generosità che esso sa trovare.
Pensiamo anche all'amore fraterno, dei fratelli verso i fratelli; all'amore filiale, dei figli verso i genitori; all'amore
di amicizia, dell'amico verso l'amico; all'amore di benevolenza, la dedizione di una persona verso le necessità dei
propri simili; e infine ecco l'amore coniugale, l'amore proprio dell'uomo e della donna nel loro legame nuziale.
Quest'ultimo, è normalmente preceduto e pre-parato dall'amore detto di fidanzamento, che è un amore di
amicizia, ma caratterizzato da una promessa di fedeltà, e finalizzato alla reciproca conoscenza in vista delle
responsabilità dell'amore coniugale.
Ognuna di queste espressioni dell'amore ha una sua natura e delle leggi che le sono proprie; natura e leggi
che vanno rispettate, pena la deformazione e anche la corruzione stessa dell'amore. Che direste se l'amore
materno o paterno diventasse amore coniugale? Orribile! O se l'amore fraterno pretendesse di esprimersi come
amore coniugale, e così pretendesse l'amore di amicizia? Altrettanto orribile!; quelle forme di amore non
sarebbero più amore; potete chiamarlo come volete ma non amore.
Ora, se in questi casi il disordine è abbastanza evidente, non appare altrettanto chiaro quando si tratta
dell'amore di fidanzamento o dell'amore extra coniugale, anche se legalizzato dalle leggi dello Stato. "Nell'amore
di fidanzamento - si dice - è già presente l'amore coniugale; ora, se un ragazzo e una ragazza si vogliono bene
sinceramente, un bene vero, esclusivo, che male fanno a dimostrarselo anche con l'incontro fisico? Anzi, è questa
una prova della sincerità dell'amore e, in più, è un aiuto a conoscersi meglio".

24 - Amore "sincero" o amore "vero"?

In questo, che agli occhi di molti sembra un ragionamento giusto e conseguente sono, invece, contenuti
due grossi errori e un sottile inganno.
Il primo errore è di credere che l'amore coniugale sia il costitutivo essenziale del matrimonio, per cui
basta volersi bene, - anzi è questa la cosa veramente importante: volersi bene! - il resto viene da sé; quando c'è
questo, tutto è lecito, purché sia fatto con amore sincero. Nel "resto" può esserci, al limite, anche la stessa
celebrazione del matrimonio, celebrazione che viene così ridotta a una formalità legale (salvo il Sacramento per i
credenti). Invece, no! Proprio quella che viene considerata una formalità, la celebrazione del rito, contiene l'ele-
mento essenziale e costitutivo del matrimonio. Ciò che viene compiuto in quella celebrazione, si svolga essa
davanti all'autorità civile per i non battezzati, o davanti ad un ministro della Chiesa per i battezzati, è un vero
patto, il "patto coniugale", che vincola a norma di giustizia, e si configura come un gesto ca-rico di socialità.
L'amore è certamente fondamento e presupposto del matrimonio - perciò importante e, potremmo dire,
necessario - ma non è sufficiente perché ci sia matrimonio. Non è sufficiente nemmeno perché i due siano
considerati marito e moglie, non solo davanti alla legge ma anche nell'ordine naturale. In altre parole, non basta
la "sincerità" dell'amore, occorre la "verità" dell'amore. Non sempre un amore sincero è anche un amore vero,
che rispetta cioè la verità.
Ricordate la nostra prima conversazione? Abbiamo visto come la causa di molti errori, e perciò di molti
mali, sta nel non rispettare la verità delle cose. Ebbene, due ragazzi che si concedono rapporti prematrimoniali
non rispettano la verità delle cose, non rispettano la natura dell'amore coniugale.
Ricordate quanto abbiamo detto sul valore della sessualità: essa rappresenta ciò che di coniugabile c'è
nella persona, su cui la persona stessa ha un esclusivo diritto. Il suo esercizio coinvolge quindi diritti
fondamentali, la cui natura non è stabilita da noi o dallo Stato ma dall'Autore del matrimonio e delle finalità
stesse della sessualità. La donazione reciproca di questi diritti inerenti alla persona dà origine a un patto. Per cui
l'amore coniugale esige per sua natura il patto coniugale; diversamente l'amore non è autentico, manca delle
caratteristiche che gli sono proprie, come la stabilità e la responsabilità; è un amore abusivo, una violenza alla
realtà; perciò è un grave disordine davanti a Dio.
Il secondo errore consiste nel considerare l'amore coniugale come fine a se stesso, indipendente dal
servizio e dal significato che gli sono propri. Normalmente i rapporti prematrimoniali non sono aperti alla vita, e
l'amore si ripiega su se stesso o, tutt'al più, termina nel partner che diventa così strumento o addirittura un
complice. Allora non si ha più un amore che si apre ad un altro amore, ma si ha un egoismo che si somma ad un
altro egoismo. La forma estrema di questo egoismo si chiama libero amore. Non a caso il femminismo di sempre
ha coniato l'espressione: Il matrimonio è la tomba dell'amore.
Infine, l'inganno che si nasconde in questa mentalità è credere che i rapporti prematrimoniali facciano
crescere l'amore e contribuiscano ad approfondire la conoscenza reciproca. Ma è falso, è una menzogna
camuffata; non dimentichiamo che ogni rapporto coniugale è un fatto unico, in un certo senso irrepetibile, anche
per gli stessi sposi, come l'amore, che è sempre nuovo anche dopo molti anni. Inoltre, abbiamo già visto che
esiste una differenza sostanziale tra un rapporto nel matrimonio e un rapporto prima del matrimonio.
Nel primo caso, esso esprime il dono senza riserve e senza condizioni di una persona all'altra, con la
consapevolezza di appartenersi reciprocamente in senso totale, esclusivo e duraturo; nel secondo caso, si tratta
di una concessione reciproca chiusa in se stessa, un appagamento fisico-affettivo che è abusivo e che ignora la
stabilità e la completezza del dono. Perciò entra nelle categorie dell'e-goismo, anche se camuffato, purtroppo,
dalle sembianze dell'amore.
Ora, l'egoismo è il più grosso ostacolo per comprendere una persona. Perciò le esperienze, e ancor più, le
convivenze prematrimoniali, non contribuiscono affatto alla conoscenza reciproca e nem-meno possono essere
garanzia di fedeltà e di durata del matrimonio. Sono invece espressione di complicità, e la complicità rende
sospettosi; e alla fine non ci si fida più l'uno dell'altro con grave pericolo della riuscita stessa del matrimonio.
Che poi i rapporti prematrimoniali facciano crescere l'amore può sembrare vero solo all'inizio, ma è un
fuoco di paglia che brucia subito e non può appagare; e colei che tu hai posseduto per un momento non puoi
chiamarla veramente "la mia donna" e viceversa "il mio uomo". La bigiotteria non potrà mai sostituire i gioielli.

25 - Il patto coniugale: costitutivo del matrimonio

L'altro elemento - che è l'elemento costitutivo del matrimonio - è il patto coniugale, cioè la libera volontà
personale di un uomo e di una donna di cedere irrevocabilmente i diritti sul proprio corpo, o meglio, su ciò che
di coniugabile c'è nella propria persona, alla donna o all'uomo che a sua volta cede i corrispettivi diritti con la
stessa volontarietà e libertà personale, in vista di un responsabile servizio alla vita.
Questo patto impegna la persona ed è rivolto alla persona e dura finché dura la persona. Da questo, cioè
dalla natura del patto coniugale, come anche dalla natura dell'amore coniugale e, vedremo, dal diritto nativo dei
figli, si comprende più facilmente la necessità intrinseca della stabilità e della indissolubilità del vincolo
matrimoniale.
Inoltre, appare evidente che il patto coniugale non è un fatto privato, come non è un affare privato l'amore
coniugale, perché coinvolge persone in una realtà che è fondamentale non solo per la singola persona ma per
l'intera comunità umana: la procreazione.
È perciò un fatto carico di socialità che non si restringe al solo interesse dei due sposi.
Tutto questo è negato dalla mentalità libertina che va sempre più diffondendosi e che considera l'amore
un affare puramente privato per cui giustifica, ad esempio, la libera convivenza e le libere relazioni sessuali.
Al contrario, sposarsi non significa "mettersi insieme" o anche "andare a vivere in-sieme", esprime invece
l'esaltante responsabilità di essere "due in una sola carne" tanto che, se nel matri-monio intervenisse qualche
impedimento che rendesse nullo il patto, diventerebbe inesistente anche il vincolo coniugale, anche se i due
fossero "legati" da immenso amore.
Negato il valore essenziale del patto coniugale, anche la celebrazione del matrimonio viene ridotta a una
formalità puramente legale, che serve solo a inscrivere la coppia e la sua convivenza nell'ordinamento civile, con
diritti e doveri sanciti dal codice dello Stato. Ciò significa affermare erroneamente che il matrimonio è una realtà
che non appartiene alla natura stessa e non coinvolge la persona nella sua profondità, ma è un fatto
semplicemente esterno dovuto all'intervento di un'autorità, civile o anche religiosa.
Infatti, molti pensano ancora che a sposarli sia il prete o il sindaco. Ciò induce alla convinzione che, se a
dare consistenza giuridica al matrimonio non è un legame scritto nella natura stessa dell'uomo ma è un
intervento esterno dell'autorità, niente impedisce che domani quella stessa autorità dichiari sciolta quella
convivenza coniugale. Così come l'intervento dell'autorità potrebbe dare valore legale a convivenze che
ripugnano alla natura stessa, come le convivenze omosessuali. Ed è ciò che sta accadendo in alcuni stati del
Nord Europa.
La mentalità libertina, detta anche permissiva, non è altro che una visione pseudo-culturale del rifiuto
della responsabilità; è la paura della verità e quindi dell'impegno, il crollo del senso vocazionale della propria
esistenza.

26 - L'amore "redento"

Riaffermare queste verità non significa dimenticare la realtà della condizione umana con le sue situazioni
di miseria, di debolezza, di violenza. Sappiamo che la natura umana porta i segni e le conseguenze di una ferita
antica quanto l'uomo, il peccato. Con esso l'uomo si è messo contro il disegno di Dio e ha offuscato in sé
quell'immagine e so-miglianza divina che possedeva per creazione. Vedremo nel prossimo incontro le
conseguenze di tut-to questo nel rapporto uomo-donna e come il Signore, che non subisce mai sconfitte, abbia
offerto all'uomo, per mezzo di Cristo, il rimedio e la salvezza.
Intanto, è giusto prendere atto che l'amore umano non è realizzabile senza lotta interiore e senza
sacrificio; se è vero che nel matrimonio l'a-more non è l'elemento costitutivo, è anche vero che solo l'amore
vissuto pienamente e gioiosamente fa del matrimonio l'immagine stupenda dell'Essere divino che è Trinità, che è
Padre - Figlio - Spirito Santo in un ineffabile rapporto tripersonale, per cui San Giovanni ha potuto dire: Dio è
Amore!
Non a caso gli sposi, durante il rito del matrimonio, si scambiano gli anelli, che sono il segno del loro
"patto d'amore", chiamando a testimone la Santissima Trinità: "Ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia
fedeltà. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo". Come vedete, l'Amore trinitario viene chiamato a
testimoniare l'Alleanza d'amore tra l'uomo e la donna.

27 - I nemici dell amore: l abitudine

Queste riflessioni possono aiutare gli sposi a capire che l'amore coniugale è il dono più prezioso del loro
matrimonio e va perciò difeso, custodito e alimentato ogni giorno. Infatti, il primo pericolo cui va incontro
l'amore umano è l'abitudine.
La patina del tempo si deposita anche sulle cose più preziose e, se non state attenti, anche l'amore può
perdere "attualità", può diventare una cosa scontata, una specie di diploma che finisce nel cassetto. Quando due
sposi non sentono più il bisogno di dirsi: "Ti amo", quando pensano: "Già tanto, si sa! ce lo siamo detto mille
volte!"; quando ritengono che scambiarsi gesti di tenerezza e di affetto sono cose per sposini in luna di miele e
che ormai "è passato il tempo!", vuol dire che l'amore sta correndo grossi rischi.
Vi siete sposati "per sempre", ma l'amore non è di "una volta per sempre". Qui sulla terra viviamo nel
tempo e perciò non esiste "una volta per sempre" che è proprio dell'eternità.
La vita pulsa nei mille attimi di ogni giorno; e così l'amore. L'abitudine può portare a convivere sotto lo
stesso tetto senza amarsi, ad avere anche rapporti fisici frequenti ma senza amore. L'abitudine è una tomba.
Mantenere nel tempo la freschezza dell'amore rinnovandolo ogni giorno nei mille gesti di attenzione, di
affetto, di tenerezza, di gioia, di comprensione, di perdono, è non solo un dovere ma un'esigenza dell'amore
stesso.
Quei mille gesti quotidiani, mentre sono manifestazioni d'amore, permettono anche - con eroismo
silenzioso - di esercitare tante virtù di cui l'amore si nutre.
Quando si dice virtù, s'intende un continuo superamento di se stessi in tutto ciò che sa di egoismo, o di
qualcosa di simile.
Si capisce allora che l'amore richiede sacrificio e lotta: non pensare a me stesso ma chiedermi
frequentemente come posso far felice la persona che amo; rinunciare a tante piccole comodità personali per
rendere bella la vita a chi mi vive vicino; dimenticarmi dei miei problemi e delle mie difficoltà per non pesare
sulla persona che condivide la mia vita; tutto questo esige virtù.
Perciò l'amore coniugale non si improvvisa ma si costruisce giorno per giorno.
L'amore va così maturando col maturare della vita e della persona; l'amore di entusiasmo dei primi tempi
lascia il posto a un amore più profondo perché si ama con l'anima, con un amore che va oltre le emozioni e gli
stati d'animo e mette in moto le facoltà e i sentimenti più profondi; si ama con la volontà e con l'intelligenza.

28 - I nemici dell amore: la disistima

Si capisce così l'altro elemento di cui l'amore ha bisogno: la stima profonda, assoluta, incondizionata della
persona amata.
Amare con l'intelligenza significa appunto sti-mare la persona che si ama. Quando viene meno la stima,
l'amore è già in crisi e facilmente si rompe alla prima incomprensione.
Allora basta un solo difetto per non vedere più tutte le doti e le cose buone che la persona amata possiede.
Perciò la stima di cui l'amore ha bisogno non è quella motivata dalle doti, dai pregi, dai meriti della
persona.
Tutto questo ha importanza perché fonda le motivazioni umane della stima e dell'apprezzamento che
facilitano l'amore coniugale e gli forniscono sicurezza e gratificazioni, ma non sono determinanti e nemmeno
essenziali nell'amore cristiano.
La "stima" nell'amore coniugale si ispira a quella che Dio ha verso l'uomo; Egli sa che col suo aiuto noi
siamo capaci di pentimento, di conversione, di redenzione.
Questa stima, che è partecipazione alla stima di Dio, rende possibile l'amore coniugale anche nelle
situazioni più difficili, quando, ad esempio, l'amore non è corrisposto, e rende possibile la fedeltà anche davanti
al tradimento, con un amore che diventa sacrificato, umile, lungamente paziente, magnanimo, capace di
perdono, che conoscerà la gioia e la festa del padre rimasto fedele al suo figlio prodigo e dello stesso Sposo-Jawé
rimasto fedele al-l'alleanza d'amore col suo popolo che lo aveva tradito e abbandonato, e che infine entrerà nella
categoria di quell'amore più grande che sa "dare la vita per la salvezza della persona amata" (Gv.15, 13).
Direte che tutto questo è utopia. Certo! Ma è l'utopia del Vangelo, l'utopia di un amore cristiano che getta
luce e orienta anche l'amore umano quando esso è vero, nobile e autentico.
Per questo vi dicevo prima, che la stima di cui ha bisogno l'amore coniugale deve essere profonda,
assoluta, incondizionata.
È il monito dell'apostolo Paolo contenuto in una delle letture del rito nuziale: "Gareggiate nello stimarvi a
vicenda.".
Se voi fidanzati non siete disposti ad amarvi con i difetti e i limiti che ciascuno di voi porta, non arriverete
a un amore coniugale vero; i difetti e i limiti che ora non vedete e, se li vedete, ancora non vi pesano, perché
salteranno fuori quando vivrete insieme, diventeranno quella parte del "peso d'amo-re" che solo una stima
incondizionata può sostenere e rendere duraturo.

29 - I nemici dell amore: l amore possessivo

Il terzo pericolo che può correre l'amore coniugale è quello di trasformarsi in amore possessivo, amore che
non rispetta la libertà dell'altro.
L'amore è dono e vede la persona amata come dono.
Quando il dono si trasforma in possesso, si strumentalizza la persona e si apre la strada alla pretesa.
L'amore non può essere né preteso, né comandato.
L'amore respira libertà e ha le stesse dimensioni della libertà; là dove essa è più profonda e più ampia,
maggiori sono le possibilità del dono, più nobile e magnanimo diventa l'amore.
Sullo sfondo di un amore coniugale possessivo proliferano le gelosie, le pretese, i sospetti, le in-
comprensioni più pericolose; il matrimonio diventa una schiavitù reciproca e la convivenza familiare un peso
insopportabile.
Conosciamo tutti la storiella della mezza mela che deve trovare per forza l'altra metà. Non deve
necessariamente esistere un "alter ego" che abbia le stesse inclinazioni, la stessa sensibilità, gli stessi gusti, quasi
un doppione della mia personalità, perché il rapporto coniugale sia perfetto e duraturo.
La diversità dei caratteri fa parte della natura stessa; nessuno è uguale ad un altro, ed è bene che sia così
perché è ricchezza.
Perciò, ora da fidanzati, e ancor più domani quando sarete sposi, non solo accetterete con pazienza, ma
sarete felici di essere diversi, di avere gusti, opinioni, inclinazioni diverse, e vi amerete co-sì con la vostra
personalità, senza pretese e senza reciproci condizionamenti.
Non siete due mezze persone che si uniscono per completarsi, ma due persone complete che si donano
l'una all'altra mettendo insieme le proprie doti, capacità, e tutta la ricchezza della propria storia ed esperienza
personale, in una stupenda impresa che è anche gioiosa responsabilità: servire la vita.
Le cosiddette "incompatibilità di carattere", le gelosie, le incomprensioni non nascono da differenze di
personalità, ma da carenza di virtù; mancano umiltà, generosità, finezza d'animo, semplicità di cuore, dominio
di sé, spirito di servizio, allegria, ottimismo..., l'amore possessivo conosce solo il lin-guaggio della pretesa,
invece l'amore vero si alimenta e si nutre di virtù come quelle descritte da San Paolo nelle lettere ai Romani e
ai Corinzi: "La Carità (l'amore) è paziente, la carità è benigna; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non
manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si
compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta." (1 Cor. 13, 4-7).

30 - Amore e piccole cose

Applicate tutto questo alle mille circostanze della vita coniugale.


Quando un coniuge tiene sempre in tasca la lista dei torti e delle ragioni per tirarla fuori e presentarla
all'altro ad ogni occasione di contrasto e di incomprensione; quando vi rispondete l'un l'altro: "Sono fatto così,
questo è il mio carattere, queste le mie abitudini..." per giustificare le vostre carenze, le vostre pigrizie, o il rifiuto
di rettificare il vostro cattivo comportamento; quando un marito torna a ca-sa dopo una giornata pesante: il
lavoro andato male, contrasti coi colleghi, attrito col capo ufficio o con la clientela... e non si sforza di lasciare
tutto questo fuori della porta di casa e mostrare a sua moglie, anziché una faccia lunga e tirata, un sorriso aperto
e vivo per la gioia di rivederla e di riabbracciare i suoi bambini; e similmente.
Quando la moglie aspetta il marito e, anziché accoglierlo ordinata nella sua persona dicendogli con un
sorriso o magari con un abbraccio affettuoso la gioia per il suo ritorno, gli scarica subito addosso il nervosismo
accumulato nell'intera giornata, gli intona con la faccia scura e la voce irritata: "Guarda cosa hanno fatto oggi i
bambini!; ecco che cosa ha combinato tuo figlio!..." e poi... la suocera, la vicina di casa e... giù tutto l'elenco delle
cose storte della giornata; ebbene, costoro non hanno ancora imparato ad amare.
Sì, perché non basta volersi bene, bisogna imparare a volersi bene.
E la scuola dove si impara ad amare l'ha aperta Gesù; solo Lui è Maestro di questo amore, solo da Lui
possiamo impararlo: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore...", "Amate come io vi ho amato".
Vi auguro e vi invito a iscrivervi a questa scuola e a frequentarla con profitto lungo tutta la vostra vita.

31 - Amore coniugale e amore sponsale

Non posso terminare questa conversazione senza accennare all'altra dimensione dell'amore u-mano.
L'amore coniugale, infatti, non esaurisce le possibilità e la profondità del rapporto uomo-don-na; esiste
una dimensione "sponsale" della sessualità. Se il matrimonio si inscrive in ciò che è coniugabile della persona, la
"sponsalità" va oltre e si rivolge a tutto ciò che nell'uomo e nella donna è "comunicabile" come dono.
Quel "non è bene che l'uomo sia solo" e quel "aiuto simile a lui" del testo biblico non si riferiscono
esclusivamente al rapporto coniugale del matrimonio, ma si espandono a una ricchezza di significati dove la
comunione interpersonale dell'uomo e della donna si realizza come dono di sé nelle molteplici espressioni della
chiamata ad esistere reciprocamente "l'uno per l'altro".
In questa reciprocità di ciò che è "maschile" e di ciò che è "femminile" nella natura umana, trova il suo
fondamento il significato sponsale della sessualità come dimensione della persona; significato sponsale che
attinge la sua più alta espressione nel servizio sacerdotale e nella verginità per il Regno dei Cieli.
È un tema che apre un capitolo stupendo sull'amore umano e per il quale è necessario ben altro tempo e
ben diverse circostanze.
IL SACRAMENTO

DEL MATRIMONIO

32 - "Ci hai fatti per te..."

Dobbiamo restituire a Dio la nostra intelligenza. Egli è l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine di tutto. Perciò, per
ragionare correttamente sulla realtà delle cose, sul senso della vita e dell'esistenza umana, sul significato e sul
valore del matrimonio, della famiglia e dell'amore, abbiamo fatto riferimento a Lui.
È un riferimento indispensabile perché la nostra intelligenza si muova nella verità e giunga a
comprendere il senso, l'ordine e la finalità di tutto ciò che esiste.
Ma Dio è anche Creatore. Perciò il nostro riferimento a lui non può essere soltanto intellettuale, una
necessità logica per un sano esercizio della nostra intelligenza, è anche esistenziale, tocca il nostro esistere. Siamo
relativi a Dio in ciò che abbiamo di più profondo: l'essere. Senza riferimento a Dio nulla è più intelligibile
veramente, e senza di lui tutto ripiomba nel nulla. Siamo creature, chiamate all'esistenza da un atto creativo di
Dio, un atto completamente gratuito, frutto d'amore.
Inoltre, Dio è sapienza infinita. Non siamo esseri prodotti da un gioco cieco e casuale della natura, il
risultato imprevisto e fortuito di forze irrazionali, senza un destino e senza una prospettiva: nella sua sapienza,
Dio vuole attuare in noi e con noi un progetto di felicità e di gloria che supera il tempo e la storia e si compie
nell'eternità.
Sono verità che tutti conosciamo perché le abbiamo ricevute fin da piccoli nella formazione cristiana
iniziale che ci è stata data in famiglia, nel ca-techismo, nella preparazione ai sacramenti. Ma sono anche verità
che il mondo, nella sua cultura e nella sua prassi attuali, ha abbandonato, ha volutamente rifiutato e spesso
violentemente contestato e deriso.
Ecco il perché del nostro proposito di prendere le distanze da una cultura dominante, che è una cultura di
menzogna, per ricuperare la nostra intelligenza alla verità di Dio e alla consapevolezza della nostra realtà di
creature fatte a sua immagine e somiglianza; ed ecco anche il proposito di ritornare a Dio con una fede più viva,
per appagare la sete e il desiderio di felicità che c'è nel nostro cuore.
"Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore non trova pace finché non si riposa in te". (Sant'Agostino). Quando
ci allontaniamo da Dio, facciamo violenza alla nostra natura perché siamo fatti per conoscere, amare, e servire
Dio, qui sulla terra guidati dalla fede e un giorno in cielo nella luce della gloria.

33 - Peccato e salvezza

Nella conversazione di questa sera compiamo un ulteriore approfondimento del disegno voluto da Dio in
ordine alla nostra realtà di creature, per quanto si riferisce all'amore umano e al matrimonio. Sappiamo che la
creazione è uscita perfetta dalle mani del creatore: "Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona" (Gen.
1, 31); ma purtroppo essa ha perduto il privilegio della sua condizione originaria a causa della ribellione
dell'uomo che, tentato dal maligno, si eresse contro Dio volendo conseguire la sua felicità, il suo fine, al di fuori
di Dio. È il "mistero del peccato", del male, che accompagna l'umanità lungo tutta la sua storia e che si rivela
nella condizione di debolezza e di miseria in cui l'uomo giace, con l'assoluta impotenza di liberarsi e di salvarsi
da solo.
Le conseguenze si fecero sentire anche nel rapporto uomo-donna, nel loro amore coniugale.
Ricordate il terzo capitolo della Genesi dove l'autore sacro descrive il turbamento che ha assalito Adamo
ed Eva dopo il peccato? Fuggirono a nascondersi e cominciarono ad accusarsi l'un l'altro davanti a Dio.
Fu il segno che l'unità dell'amore coniugale come immagine e somiglianza dell'Amore che è in Dio era
rotta; cioè, il peccato ha rovinato l'immagine di Dio non solo nella persona intesa singolarmente ma anche nella
coppia uomo-donna che Dio aveva configurato nell'unità di una sola carne.
Tutto questo fa pensare a quella "durezza del cuore" di cui parla Gesù e che aveva portato gli uomini,
anche quelli del Popolo eletto, a non capire più il disegno di Dio sull'amore e sul matrimonio.
Ma Dio non abbandona l'opera delle sue mani e avendo manifestato la sua onnipotenza nella
creazione, la manifesta ancora di più nella misericordia e nel perdono.
Dio creatore si fa redentore della sua creatura e riporta l'uomo a una perfezione ancora più alta, a un
rapporto con lui incomparabilmente più sublime. Egli realizza per noi un piano stupendo e commovente che
siamo soliti chiamare "mistero della salvezza"; una lunga storia di interventi divini che accompagnano
l'umanità fin da principio, dal giorno della sua caduta, e culmina nella "pienezza dei tempi" con Gesù, Redentore
dell'uomo.
Fin dal primo momento dopo il peccato, Dio si rivolge all'uomo e alla donna che si ritrovano nudi, coperti
solo dalla loro vergogna, e promette loro la salvezza: "Io porrò inimicizia fra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua
stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno" (Gen. 5, 15). Ecco affermata esplicitamente la volontà
misericordiosa di Dio che vuole attuare la nostra salvezza.

34 - Cristo: redentore dell uomo

Ma Dio non si limita a promettere la salvezza, vuole partecipi di questo progetto d'amore proprio
quell'uomo e quella donna che furono protagonisti del peccato. Alla donna affida la missione materna,
all'uomo la missione sacerdotale; l'una e l'altra si compiranno in Cristo e in Maria, Vergine e Madre. Infatti,
come Eva è stata colei alla quale Dio ha affidato l'uomo, così Maria sarà colei alla quale Dio affiderà il Redentore
dell'uomo, e come Adamo rifiutò a Dio il culto dell'obbedienza, così l'Uomo-Cristo celebrerà sulla croce il
sacrificio dell'obbedienza.
Cristo, Figlio di Dio fatto uomo: ecco il Redentore. È Lui il centro e il culmine di tutta l'opera di Dio. "Egli
ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto aveva prestabilito, per realizzarlo nella pienezza dei tempi:
il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra." (Ebr. 1, 9-10). Nella Incarnazione
il Figlio di Dio assume la nostra umanità non solo per risanare e restaurare la natura umana ma per elevarla alle
altezze della divinità.
Se il peccato è la "non-somiglianza" con Dio, l'Incarnazione è la elevazione dell'uomo alla stessa filiazione
divina del Verbo, per cui San Paolo scrive: "... quelli che Egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere
conformi all'immagine del Figlio suo" (Rom. 8, 29) Dalla "non somiglianza del peccato", Cristo ci riporta a una più
perfetta somiglianza con Dio; infatti a tutti coloro che lo accolgono Egli dà il potere di diventare figli di Dio
mediante quella stessa filiazione divina che abita in Lui dall'eternità.

35 - Per Cristo, con Cristo, in Cristo

Perciò il problema fondamentale è questo: lasciarci raggiungere da Cristo, innestarci in Lui; fare in modo
che Cristo abiti nei nostri cuori, anzi che la sua stessa vita si riproduca in certo qual modo nella vita di ciascuno
di noi. San Paolo scriveva ai Colossesi: "... in Lui avete parte alla pienezza della divinità, ... in Lui voi siete stati
circoncisi mediante la spoliazione del vostro corpo di carne, ... con Lui siete stati sepolti nel Battesimo, in Lui anche siete
stati risuscitati per la fede nella potenza di Dio, ... con Lui Dio ha dato vita anche a voi che eravate morti per i vostri
peccati... in Lui siete stati istruiti secondo la verità che è in Gesù, per la quale dovete deporre l'uomo vecchio con la condotta
di prima, ... e rinnovarvi, rivestire l'uomo nuovo creato secondo Dio. Perciò camminate nel Signore Gesù... in Lui ben
radicati e fondati... voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! (E) quando si manifesterà
Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con Lui nella gloria". Come vedete, la vita cristiana è
precisamente la vita in Cristo, o meglio la vita di Cristo in noi. Ormai, un rapporto nuovo si è instaurato tra
Dio e l'umanità, rapporto realizzato da Cristo come unico mediatore tra gli uomini e Dio. Vi ripeto, il problema
fondamentale è questo: lasciarsi raggiungere da Cristo e lasciarsi trasformare in Lui.

36 - La Chiesa: "Sacramento" di salvezza

Ma come è possibile che Gesù Redentore arrivi fino a me, dopo duemila anni, per comunicarmi la sua
salvezza e trasformarmi in Lui? Ecco allora la Chiesa. "E Gesù disse loro (agli apostoli): mi è stato dato ogni potere in
cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che io vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del
mondo. " (Mt. 28, 18-20).
Quest'ultima frase di Gesù è strettamente legata a quelle precedenti. Il suo significato è esplicito in quel
"... mi è stato dato ogni potere... andate dunque a tutte le nazioni". In altre parole, la presenza nel mondo e nel tempo
di cui Cristo intende qui parlare, non è soltanto una presenza di ricordo storico trasmesso da testimonianze,
come per altri personaggi del passato, ma una presenza "efficace", la presenza di un potere salvifico che egli ha
trasferito agli apostoli e quindi ai suoi successori: il potere non solo di insegnare ma anche di battezzare, di
rimettere i peccati, di rinnovare il suo Sacrificio sul-la croce, di continuare il suo sacerdozio eterno ("Fate questo
in memoria di Me"). In tutti questi gesti è presente il suo potere salvifico, cioè è presente lui stesso come redentore
dell'uomo. La Chiesa ha chiamato questi interventi di salvezza di Cristo: Sa-cramenti.
La Chiesa, dunque, fondata sugli apostoli, ha il compito di rendere presente efficacemente il mistero di
Cristo a tutti gli uomini di tutti i tempi, fino al ritorno di Gesù stesso nella sua seconda venuta; e lo fa mediante
l'annuncio della Parola e l'amministrazione dei Sacramenti. Perciò, quando io ricevo un sacramento, è Cristo
stesso che agisce nella mia anima, misteriosamente ma efficacemente, operando in me la salvezza che egli ha
portato nel mondo.
Capite allora come sia possibile che Gesù - "che è vivo, ieri, oggi e nei secoli" - mi raggiunga a duemila anni
di distanza e capite anche che non è possibile la vita cristiana, "vita di Cristo", senza sacramenti; o meglio,
senza la fede che mi viene dalla parola di Cristo e senza la grazia che mi viene dai sacramenti da lui istituiti. La
Chiesa appare, perciò, essa stessa, segno e sacramento (strumento) di salvezza, luogo dove si realizza ciò che si è
realizzato in Cristo: l'incontro tra Dio e l'uomo. La Chiesa è Cristo che continua nel mondo.

37 - Grazia e vita soprannaturale

I Sacramenti diventano così "segni efficaci" e insieme rivelazione dell'amore del Padre che si apre
all'umanità e la redime, amore che con la forza dello Spirito Santo ci trasforma in Cristo configurandoci a lui
come figli, chiamati alla sua stessa gloria. È di fondamentale importanza comprendere tutto questo per capire la
vita sacramentale e parteciparvi con l'atteggiamento interiore giusto e fruttuoso. Il distacco tra la fede e i
sacramenti, così diffuso nella mentalità di tanta gente, distacco che ha portato a un calo vertiginoso della vita
sacramentale in tanti cristiani che, d'altra parte, si dicono ancora fermamente credenti, ha la sua radice in questa
confusione e in questa ignoranza, spesso colpevole. I Sacramenti vengono allora considerati semplicemente dei
riti che stimolano il sentimento religioso o tutt'al più mezzi per un miglioramento morale.
L'errore o l'ignoranza grave, in tutto questo, riguarda la conoscenza e il concetto di "vita cristiana": essa
viene chiamata anche "vita di grazia" o "vita soprannaturale". Già queste espressioni sono sufficienti per farci
capire che noi possediamo, o meglio, che siamo chiamati da Dio a ricevere due vite: la vita naturale, propria
della nostra natura umana, e la vita soprannaturale, propria di Dio. Dio stesso ce ne fa dono: la prima attraverso
l'amore dei nostri genitori, la seconda per mezzo di Cristo attraverso la Chiesa. La vita cristiana è dunque, la
"vita di Dio in noi"; Cristo, che nella sua umanità l'ha posseduta con pienezza, ce la comunica come dono per
renderci santi, ed è chiamata perciò grazia santificante. Sono due vite, ma non parallele e nemmeno sovrapposte.
La vita divina si fa "una" con la nostra vita umana e si unisce così intimamente alla nostra natura da
"divinizzarla".
Così la nostra unica e identica persona è chiamata a vivere una vita che è insieme umana e divina. Come il
ferro "infuocato" che senza perdere la sua identità è talmente pervaso dal fuoco da esserne trasformato e
acquistarne le caratteristiche e le proprietà, così la grazia divinizza la nostra anima, la rende partecipe della vita
divina e perciò si-mile a Cristo, configurandoci sempre più a Lui. È questo il miracolo che compiono in noi i
Sacramenti. Vi rendete conto allora perché, su questa terra, per noi cristiani non c'è alternativa: o viviamo vita
divina, vita di figli di Dio, o viviamo vita animale. E comprendete anche perché non basta la fede ma occorre
anche la grazia; non è sufficiente credere in Dio, se poi non partecipiamo alla sua vita in Cristo mediante i
sacramenti affidati alla sua Chiesa. I Santi dicevano che la "disgrazia" peggiore che possa capitarci è appunto
quella di perdere la grazia, e perciò la nostra "comunione" con Dio.
38 - Il rito e la fede

Tornando dunque ai Sacramenti, essi sono "segni" della fede e per la fede, e "operano" in noi la Salvezza.
Chi riceve un sacramento manifesta e pro-fessa la sua fede in Cristo che gli comunica col segno sacramentale la
grazia. Sono dunque "segni ef-ficaci" cioè operanti e non soltanto riti esteriori che si rivolgono ai sensi e si
risolvono nelle emozioni che sono capaci di suscitare in noi.
Guardatevi dalla superficialità di tanti che si fermano all'esteriorità del rito e non sanno penetrare ciò che
in esso si compie.
Il rito, anche nel suo svolgimento esteriore, ha importanza perché la finalità sua propria è quella di parlare
ai nostri sensi e di essere "significativo" del mistero che esso contiene. Il rito, nei sacramenti, è analogo
all'umanità santissima in Cristo. Il Figlio di Dio, invisibile nella sua natura divina, si è fatto visibile nella nostra
natura umana che è diventata in Lui sacramento della nostra salvezza. E come l'u-manità di Cristo nella visibilità
della sua vita terrena è rivelazione dell'invisibile mistero di salvezza compiuto da Dio nel mondo, così il rito
sacramentale, nella visibilità dei segni sensibili, rivela l'azione salvifica compiuta da Cristo; ad essa si accede solo
mediante la fede. Perciò il rito, oltre a ciò che è proprio del Sacramento - la materia con cui si compie, le parole
che vengono pronunciate e i gesti che le accompagnano - si allarga in una ritualità che è rivolta a suscitare e a
intensificare in noi la fede; a questo scopo ha fondamentale importanza la proclamazione della Parola di Dio.
Il rito, dunque, va rispettato e curato nella sua dignità liturgica ma è indispensabile che la nostra anima
sappia penetrarlo con la fede per attingere alla ricchezza della grazia. Se penso a tanti "bei matrimoni", ricchi di
emozioni e di commozione - i fiori, gli addobbi, l'organo o le chitarre o "la mistica atmosfera" di un'antica
chiesetta... - ma tanto poveri di fede, mi chiedo che incidenza avranno nella vita e nella mentalità cristiana degli
sposi. Fra tutti i sacramenti, il matrimonio, proprio per la forte componente emotiva del rito, è quello più esposto
al pericolo della superficialità nella sua preparazione e nella sua celebrazione.

39 - Sacramenti e vita cristiana

Ma perché sette Sacramenti per l'unica salvezza compiuta da Cristo? Per essere a Lui configurati, non
basterebbe il Battesimo? Ebbene, Cristo ha assunto tutta la realtà umana e l'ha santificata nella sua globalità, ma
anche ha voluto santificare i momenti e le espressioni più significative che la caratterizzano. Così, ciascun
sacramento ci assimila a Cristo nella completezza del suo Mistero - l'Incarnazione, la Passione, la Morte, la
Resurrezione, il suo ministero profetico, regale e sacerdotale - ma anche realizza questo in modo diverso e sotto
aspetti diversi. Cinque sacramenti sono finalizzati alla vita soprannaturale personale, e hanno lo scopo di fare
di ogni uomo un "cristiano", un "altro Cristo"; gli altri due sono finalizzati a un "ministero", cioè abilitano a un
servizio.
Il Battesimo, che è il primo e fondamentale sacramento, ci rende simili a Cristo come Figlio di Dio; è il
sacramento della nascita cristiana. Il fonte battesimale è paragonato al ventre materno, il grembo della Chiesa,
dal quale escono alla vita divina i nuovi figli di Dio che partecipano alla stessa filiazione divina di Cristo.
Nel battesimo accade nella nostra anima qualcosa di grande, di meraviglioso. Si ripete ciò che è avvenuto
sul Giordano quando Gesù venne battezzato da Giovanni: "Si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere
come una colomba e venire su di Lui. Ed ecco una voce dal Cielo che disse: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi
sono compiaciuto". (Mt. 3, 16-17). Al momento del nostro battesimo, senza rumore di parole ma con efficacia reale,
il Padre celeste, guardandoci, dice: "Filius meus es Tu", tu sei mio Figlio: oggi, adesso, io ti ho generato; e
similmente, senza forma visibile di colomba ma con forza divina, lo Spirito Santo si posa su di noi e ci consacra
come tempio di Dio, come luogo della "sua compiacenza". E anche noi, come Gesù, possiamo rivolgerci a Dio
chiamandolo "Abbà, Padre".
Vi rendete conto, perciò, quanto sbagliano, e quale responsabilità si assumono davanti a Dio, i genitori
cristiani che rimandano il Battesimo dei loro figli. Come se fossero loro a decidere se un figlio deve o no
diventare "figlio di Dio", e non appartenesse invece a Dio questa decisione; a Dio che è Padre e chiama ogni
creatura alla comunione con Lui. Ogni figlio appartiene a Dio, e Dio lo "affida" ai genitori chiamandoli a
"collaborare" alla sua volontà divina, al suo disegno d'amore.
Dovremmo fermarci molto di più sul Battesimo perché, vi dicevo, è il Sacramento primo e fondamentale.
Tutta la vita cristiana, infatti, è lo sviluppo del Battesimo, e la santità non è che la pienezza della vita battesimale.
Anche la somiglianza con Cristo prodotta dagli altri sacramenti è il perfezionamento della somiglianza con
Cristo iniziata dal Battesimo.
Così la Cresima ci configura a Cristo come testimone della verità, come vincitore del Maligno e della sua
menzogna, ... "Vi manderò dal Padre lo Spirito di verità ... Egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete
testimonianza". (Gv. 156, 26-27).
La Confessione o Penitenza ci assimila a Cristo in quanto con la sua Morte di Croce Egli si offrì al
giudizio di Dio ed espiò il peccato riconciliandoci con il Padre.
Nell'Unzione dei malati è il dolore, la malattia e la morte stessa che vengono assunte da Cristo e
assimilate alla sua sofferenza e alla sua morte.
Ma è soprattutto nel sacramento dell'Eucaristia che la nostra somiglianza con Cristo viene portata alla sua
perfezione più alta. "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come io vivo per il Padre, così
colui che mangia di me vivrà per me." (Gv. 6, 56). È dunque il sacramento dell'amore unitivo, il sacramento della
"Comunione con Cristo" nel suo mistero di Incarnazione, Morte e Risurrezione che si rende presente sull'altare
nel segno sacrificale della Messa. Perciò l'Eucaristia, come fonte e culmine della vita cristiana, è il centro di tutti
i Sacramenti e ad essa tutti sono ordinati. Non a caso i Sacramenti vengono normalmente celebrati dentro la
liturgia eucaristica.

40 - I sacramenti per il "servizio"

Questi cinque Sacramenti riguardano la vita soprannaturale personale; mediante la loro azione ciascuno
di voi viene assimilato a Cristo nel suo mistero di salvezza e di amore, ma accanto a questi Egli ha istituito altri
due Sacramenti che sono ordinati a un ministero, abilitano cioè a un servizio, il servizio alla vita. Essi sono
l'Ordine Sacro, che ci fa ministri della vita soprannaturale e il Matrimonio, che ci fa ministri della vita naturale.
Ora, la vita non è un'astrazione, un'entità autoctona; la vita sgorga sempre dall'amore e perciò da Dio
perché l'Amore è Dio stesso. La vita naturale ci viene da Dio attraverso l'amore dei nostri genitori, la vita
soprannaturale ci viene da Dio attraverso l'amore di Gesù Cristo che ha dato se stesso per la sua Chiesa. Cristo è
l'unico Mediatore, solo Lui ha il potere di ricondurre a Dio tutte le cose; perciò anche l'amore di due sposi se
vuole essere davvero un servizio al Dio della vita, deve passare attraverso Cristo. Quando due coniugi già
configurati a Cristo per il Battesimo, rifiutano di celebrare il sacramento del Matrimonio, escludono Cristo
dal loro amore umano, perciò il loro patto coniugale non ha valore davanti a Dio, anzi, contiene la diabolica
pretesa dell'autosufficienza, la pretesa di trasmettere la vita rifiutando il servizio al Dio della vita.
Ma torniamo per un momento alla profonda corrispondenza tra il Matrimonio e il Sacerdozio. Sappiamo
che il Padre ha costituito Cristo come "Sacramento della Vita Eterna". Dice Gesù: "Come il Padre ha la vita in se
stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso..." e dice di essere venuto perché abbiano la vita e
l'abbiano in abbondanza, anzi: "verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno"
(Gv. 5, 26-28). Ciò significa che l'identità più profonda di Cristo è quella di Sacerdote Sommo ed Eterno. Egli,
avendo rappacificato in Sé tutte le cose e avendo annullato col Sacrificio della Croce l'abisso che ci separava dal
Padre, ha fatto scaturire le sorgenti della vita. Egli rivela questa sua identità sacerdotale nell'Incarnazione e la
realizza pienamente nel Sacrificio del Calvario. Dal petto squarciato di Cristo-Sacerdote, sono sgorgati sangue ed
acqua, simbolo dei sacramenti; di queste sorgenti della vita eterna il sacramento dell'Ordine Sacro,
configurandoci a Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote, ci costituisce ministri.
Come i sacramenti del Battesimo e dell'Eucaristia, anche l'Ordine Sacro ha un'importanza fondamentale
nella vita cristiana perché il Sacerdozio è costitutivo della Chiesa, come è costitutivo il Mistero di Cristo. Ma su
questo argomento non possiamo fermarci di più. Non dimenticate, tuttavia, la profonda corrispondenza che
esiste tra il Sacerdozio ministeriale e il Sacramento del Matrimonio: ambedue concorrono, ciascuno in modo
proprio, al servizio della vita che viene da Dio attraverso Cristo; l'uno, il Matrimonio, come figura dell'amore di
Cristo per la sua Chiesa, l'altro, il Sacerdozio, come stupenda realtà di un amore divino che ci fa rinascere come
figli di Dio per l'eternità.

41 - "Questo mistero è grande ..."

Il Matrimonio, dunque, è Sacramento dell'a-more sponsale; esso ci configura a Cristo come Sposo. La
qualifica di Sposo, Gesù stesso se l'è attribuita quando vennero a interrogarlo i discepoli di Giovanni Battista, il
quale, per parte sua, si era definito "l'amico dello Sposo"; viene riaffermata anche nelle parabole del banchetto
nuziale e delle dieci vergini. Questa qualifica di Cristo come Sposo e la sua identità profonda di sommo ed
eterno Sacerdote hanno lo stesso fondamento: l'Incarnazione e il Sacrificio supremo della Croce. Infatti,
unendo a sé intimamente la nostra natura umana, Gesù ha celebrato le nozze con l'umanità; e nel sacrificio sulla
croce Egli offre se stesso per la Sua Sposa, la Chiesa. Come dal fianco di Adamo addormentato, Dio ha plasmato
Eva dandola come sposa al nostro progenitore, così dal costato aperto di Cristo "addormentato" sulla croce, è
nata la Chiesa, Sposa "senza macchia e senza ruga, santa e immacolata."
La sacramentalità del Matrimonio è dunque inscritta nel rapporto che gli sposi cristiani contraggono con
Cristo nella sua Incarnazione e nella sua Morte di Croce, che sono i momenti nuziali del suo amore verso
l'umanità e verso ciascuno di noi.
Il carattere nuziale appartiene alla pienezza dell'amore; nell'Antico Testamento Dio ha manifestato la
nuzialità del suo amore nell'Alleanza col suo popolo; nel Nuovo Testamento Cristo ha realizzato la nuzialità
dell'Amore Divino nell'Alleanza col nuovo Popolo di Dio, la Chiesa, alleanza che Egli ha siglato col suo sangue
per sempre. Il Sacramento del Matrimonio, dunque, prefigurato nell'Alleanza dell'Antico Testamento, inserisce
gli sposi cristiani nell'amore nuziale di Cristo per la sua Chiesa. Insisto su queste considerazioni perché rimanga
sempre più chiaro nella vostra mente quale realtà sia il matrimonio cristiano, che cosa faccia il Sacramento del
Matrimonio del vostro amore e del vostro patto nuziale e perché San Paolo lo chiami "mistero grande". Per cui
non potete lasciarvi contaminare da una mentalità mondana che banalizza l'amore, lo avvilisce in manifestazioni
degradanti, lo abbandona in balìa dell'istinto o del capriccio, lo isterilisce nell'egoismo materialistico o
consumistico, lo depaupera privandolo delle responsabilità e dei nobilissimi doveri che gli sono propri.

42 - La grazia sacramentale

Comprendete anche che il sacramento del Matrimonio non è "transitorio", non è circoscritto al solo
momento della celebrazione ma vi accompagna per tutta la vita. Come nel sacramento dell'Eucaristia la presenza
sacramentale di Cristo continua nel-le specie consacrate anche dopo la celebrazione della S. Messa, così nella
vostra anima e nella vostra vita coniugale continua la presenza di Cristo-Sposo e del suo amore nuziale per la
Chiesa. Ogni Sacramento produce o aumenta la grazia santificante, ma anche porta con sé una grazia propria, la
grazia sacramentale. Nel matrimonio essa consiste nella gran-de ricchezza di aiuti specifici e di grazie che Dio
allega al sacramento perché possiate amarvi nobilmente e fedelmente per tutta la vita e possiate assolvere con
efficacia i compiti e i doveri propri dei genitori cristiani. Su questa grazia dovete contare ogni giorno, ma
cercherete soprattutto di ri-cordarvene nei momenti in cui amarvi diventa difficile e quando la vostra generosità
di genitori dovesse diventare eroica. Il sacramento del Matrimonio edifica sulla roccia della grazia di Cristo
l'impresa più grande e duratura che si possa compiere sulla terra: generare figli e crescerli nell'amore di Dio
per la vita eterna. Tutto ciò che investite in questa impresa: energie, tempo, salute, denaro, sacrifici... costituisce
l'investimento più redditizio che possiate fare. Un uomo, ogni creatura umana, è qualcosa di eterno. Tutto sulla
terra finisce: l'impero economico più potente, la dinastia più prestigiosa, l'opera d'arte più splendida..., anche le
tribolazioni finiscono, i sacrifici, le privazioni, ma una creatura umana resta per sempre; è immortale!
Se un giorno, in Cielo, ci fosse anche una sola persona in più che loda Dio per sempre e contribuisce alla
felicità di tutti i beati (perché in cielo la felicità di uno è felicità di tutti), e questo lo si dovesse alla vostra
generosità e al vostro sacrificio di genitori, avreste realizzato il dono più prezioso e gratificante per voi stessi e
per tutti.
La grazia sacramentale del Matrimonio vi aiuterà a dare al vostro amore e alla vostra vita coniugale
questa prospettiva di eternità, la gioia profonda e duratura della fecondità, il sapore tutto divino di una
generosità che vi fa partecipi della magnanimità di Dio.
43 - Materia - forma, - ministro

Il sacramento del Matrimonio, con gli effetti di grazia che esso produce, è dunque permanente e vi
accompagna lungo tutta la vostra vita coniugale. Potremo meglio capire questo se pensiamo che il contenuto del
sacramento è lo stesso patto coniugale che produce il vincolo giuridico fra gli sposi. Patto e vincolo sono per loro
natura indissolubili e perciò anche il Sacramento assume un valore permanente, si inserisce intimamente
nell'amore e nella vita coniugale. La "materia" del patto è il diritto al-le intimità coniugali, diritto sul proprio
corpo che gli sposi si cedono reciprocamente; esso diventa co-sì "materia" anche del Sacramento.
Perciò, ogni volta che gli sposi cristiani s'incontrano nella intimità coniugale, in quel momento vivono il
sacramento del Matrimonio che comunica loro la grazia, ma anche tutte le volte che abusano del loro incontro
coniugale fanno violenza al sacra-mento e ne rendono vana la grazia.
Inoltre, anche la formula rituale con cui gli sposi siglano il loro patto diventa "forma" del matrimonio.
In essa, mentre esprimono la cessione re-ciproca, consapevole e volontaria, del diritto sul proprio corpo, gli sposi
si comunicano, come strumenti di Cristo, anche la grazia.
Infine, essendo loro, gli sposi, che pronunciano la formula del Sacramento e ne provvedono la materia,
essi sono anche i "ministri" del Matrimonio. Quando l'uomo, rivolto alla donna dice: "Io prendo te coma mia
sposa...", in quel momento egli non solo offre se stesso in dono alla donna, ma anche le amministra il Sacramento
e le conferisce la grazia. Da quel momento egli diventa per lei non solo il "suo uomo", ma diventa anche la strada
per andare a Dio e santificarsi. Similmente quando la donna si rivolge all'uomo e dice: "Io prendo te come mio
sposo...", gli offre in dono se stessa, il sacramento e tutta la ricchezza di grazia che il Sacramento produce. Anche
lei, da quel momento, diventa per lo sposo, non solo la "sua donna" ma anche la strada per andare a Dio e
santificarsi.
Nessun uomo e nessuna donna, per quanto grandi siano i beni e le ricchezze che possiedono su questa
terra, potranno mai farsi un "regalo di nozze" così grande e prezioso come quello che si scambiano gli sposi
cristiani davanti all'altare. Nulla al mondo vale di più di Cristo e della sua Grazia che gli sposi ricevono nel
matrimonio.

44 - Le nozze di Cana

Nel matrimonio cristiano, infatti, accade ciò che è accaduto a Cana di Galilea durante un banchetto
nuziale al quale era stata invitata la Madonna con Gesù e gli Apostoli.
Gesù operò allora il suo primo miracolo, un miracolo fuori tempo, quasi una primizia; non era ancora
giunta la "sua ora". E non fu a caso che Gesù trasformò l'acqua in vino. Avrebbe potuto compiere un altro
miracolo magari più importante o più spirituale. Invece ha fatto una cosa molto materiale che poteva sembrare
anche superflua. E l'ha fatta su ri-chiesta di sua Madre, anticipando addirittura l'ora della sua manifestazione
come Messia.
Non mi trattengo a commentare questo famoso episodio della vita del Signore dove il vino significa il
nuovo Testamento inaugurato da Cristo, nonché il valore sopraeminente della Grazia rispetto alle Promesse, e
viene altresì indicata la missione materna di Maria e l'infallibile efficacia della sua Mediazione.
Mi interessa soltanto farvi notare la presenza di Cristo ad uno sposalizio dove egli compie il suo primo
miracolo; ed è un miracolo che riguarda qualcosa di strettamente collegato con una festa nuziale.
Il motivo primo di quel miracolo sembra quello di far risparmiare agli sposi una brutta figura togliendoli
da una situazione incresciosa che avrebbe potuto rovinare tutta la festa. Ma è troppo poco, se pensiamo che
Cristo impiega la sua onnipotenza divina e anticipa i tempi di Dio. Dobbiamo pensare a un significato più
profondo che riguarda il rapporto di Cristo con la realtà del Matrimonio. È un significato che si ricollega
all'Incarnazione: il Figlio di Dio eleva e santifica ogni realtà umana creata da Dio.
Alle nozze di Cana, con la sua presenza, trasforma il matrimonio in qualche cosa di divino, in strumento
di Grazia. L'acqua pulita e vitale dell'amore umano è trasformata da Cristo nel vino ge-neroso e fecondo
dell'amore di Dio, l'Amore trinitario che trabocca dall'intimo della vita divina. Una realtà naturale diventa
quindi strumento, "segno efficace", di una realtà soprannaturale.
Ecco dunque cosa significa per due coniugi cristiani celebrare il sacramento del Matrimonio: mettere
Cristo-Sposo, con la forza santificante del-la sua Redenzione, nel proprio amore sponsale per farlo diventare
sorgente di grazia e cammino di santità.

45 - Matrimonio e santità

Questo, del "matrimonio cristiano come cammino di santità" è uno dei capitoli più rivoluzionari nella storia
dell'ascetica cristiana.
Per secoli si è pensato che il matrimonio fosse un ostacolo alla santità, o comunque, una strada difficile e
impraticabile per chi voglia veramente servire Dio in santità di vita. Il Signore ha suscitato oggi nella Chiesa veri
"profeti" della vocazione alla santità rivolta anche ai coniugi cristiani.
Il Matrimonio è una vocazione divina, che fa dell'amore coniugale e della famiglia il luogo dove si
possono e si devono vivere, anche eroicamente, tutte le virtù cristiane ispirate dall'amore di Dio e del
prossimo.
Uno di questi profeti che hanno anticipato le solenni affermazioni del Concilio Vaticano II scrive: "Il
Matrimonio Cristiano non è una semplice Istituzione sociale, né tanto meno un rimedio alle debolezze umane: è
un'autentica vocazione soprannaturale (...). Il Matrimonio istituito da Gesù Cristo è indissolubile: segno sacro che santifica,
azione di Gesù che pervade l'anima di coloro che si sposano e li invita a seguirlo, perché in lui tutta la vita matrimoniale si
trasforma in un cammino divino sulla terra.
Gli sposi sono chiamati a santificare il loro matrimonio e a santificare se stessi in questa unione." (Escrivà: "È Gesù
che passa" n. 23).
Se ricordate, abbiamo cominciato questi nostri incontri di riflessione partendo dalla verità fondamentale
di Dio-Creatore. Li concludiamo, ora, tornando a Dio dopo aver considerato il mistero stupendo dell'amore
umano secondo il disegno di Dio e restaurato in Cristo. Torniamo a Dio con una conclusione che forse non
avevamo prima pensato: tra cristiani, ci si sposa per essere santi. Dovete prendere questa espressione alla
lettera, come vanno prese alla lettera le esigenze di santità contenute nel nostro battesimo.
Se è vero che il sacramento del Matrimonio è lo sviluppo della grazia battesimale in ordine alla vita
coniugale e familiare, allora la vocazione al matrimonio contiene e specifica la vocazione battesimale che è la
chiamata di Dio a vivere sulla terra vita divina, seguendo da vicino l'insegnamento e la vita di Cristo. In altre
parole, il sacramento del Matrimonio mette nell'amore e nella vita coniugale tut-ta la ricchezza e la potenzialità
soprannaturale del battesimo. Pensate allora alla grazia santificante che apre la vostra vita coniugale a un
rapporto più intimo e profondo con Dio, al senso vivo della filiazione divina, all'orazione e alla preghiera di
contemplazione, alla gioiosa conformità con la volontà di Dio; pensate alle virtù teologali: la fede, la speranza, la
carità, inserite nella vostra vita famigliare con tutto il valore soprannaturale che esse conferiscono alle cose
grandi o piccole della vita quotidiana; pensate ai doni dello Spirito Santo che la Cresima ha perfezionato in voi, e
tutte le risorse di forza, di criterio e saggezza che essi possono offrirvi nei momenti difficili della vostra missione
di coniugi e di genitori cristiani...
Ecco altrettanti capitoli della spiritualità coniugale che deve segnare il cammino della santità degli sposi
cristiani, con la stupenda testimonianza che ne deriva davanti al mondo e alla Chiesa.

46 - Matrimonio e apostolato

Vorrei concludere con le parole di quel "profeta" della santità laicale che vi ho prima citato: "Da
quarant'anni predico il significato vocazionale del matrimonio. Quante volte ho visto illuminarsi il volto di tanti, uomini e
donne, che credendo inconciliabili nella loro vita la dedizione a Dio e un amore umano nobile e puro, mi sentivano dire che il
matrimonio è una strada divina sulla terra!
Il matrimonio è fatto perché quelli che lo contraggono vi si santifichino e santifichino gli altri per mezzo di esso;
perciò i coniugi hanno una grazia speciale, che viene conferita dal sacramento istituito da Gesù Cristo. Chi è chiamato allo
stato matrimoniale trova in esso, con la grazia di Dio, tutti i mezzi per essere santo, per identificarsi ogni giorno di più con
Gesù e per condurre verso il Signore le persone con cui vive.
(...) Gli sposi cristiani devono avere la consapevolezza di essere chiamati a santificarsi santificando, cioè
ad essere apostoli; e che il loro primo apo-stolato si deve realizzare nella loro casa. Devono capire l'opera soprannaturale
che è insita nella creazione di una famiglia, nell'educazione dei figli, nell'irradiazione cristiana nella società. Dalla
consapevolezza della propria missione dipende gran parte dell'efficacia e del successo della loro vita: "la loro felicità".
("Colloqui con Mons. Escrivà" n. 91).
È questa felicità, umana e divina, che io auguro a tutti voi.

LA FAMIGLIA

EPIFANIA DELLA TRINITÀ

47 - La falsa autonomia dell'uomo

Abbiamo riflettuto, negli incontri precedenti, sul matrimonio come istituzione naturale in riferimento al disegno
di Dio, e come mistero in riferimento a Cristo che ha elevato il patto d'amore degli sposi a sacramento, fonte di
grazia per un cammino di santità e di servizio alla vita.
A questi discorsi abbiamo premesso una riflessione su Dio, perché è impossibile fare un discorso serio ed
esaustivo su queste realtà della vita umana prescindendo da Dio che ne è l'autore. L'amore umano e il
matrimonio sono realtà che ci precedono; precedono la volontà degli sposi e precedono le leggi degli uomini.
È opportuno, anzi urgente, richiamare tutto questo in una congiuntura socio-culturale come l'attuale in
cui la secolarizzazione ha portato gli uomini a rivendicare una autonomia assoluta da ogni valore trascendente,
attribuendo a se stessi il diritto - la pretesa - di stabilire il bene e il male, di determinare il vero e il falso. È la
tentazione che da sempre, da quando l'uomo è apparso sulla terra, insidia la sua intelligenza, da quando, come
dice la Bibbia, volle cibarsi dell'"Albero della scienza del Bene e del Male". La conseguenza di questa pretesa è
un esasperato soggettivismo che cancella ogni verità riducendo tutto a opinione, per cui ognuno ha la sua verità
e la sua morale.
Del resto, abbandonato Dio, all'uomo non resta che se stesso: le sue opinioni e il suo "pensiero debole", i
suoi Parlamenti e le sue ghigliottine, i diktat dei mass-media e gli imperativi della maggioranza, e infine la
tirannide delle sue democrazie. Quando l'uomo rifiuta Dio, diventa ridicolo e assur-do, e finisce poi nella
miseria intellettuale e morale come ha tragicamente dimostrato il secolo XX.mo. Ma in mezzo a tutte le sue
pretese certezze, l'uomo conserva dentro di sé l'implacabile domanda: "Cos'è, e dove sta la verità?". "Che cos'è il
bene?". La risposta non può venire da una "tavola rotonda", da un confronto di opinioni o da un qualsiasi altro
organismo democratico. L'unica risposta vera l'ha data Gesù, Figlio di Dio e Redentore dell'uomo, che ha detto:
"Io sono la Verità" e: "Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita", quel
Gesù che nelle Beatitudini ci ha indicato la strada della felicità.
Ciò non vuol dire che accogliere la verità di Cristo sia facile, e sia facile compiere il bene che egli ci ha
indicato. Lui stesso ci ha avvertiti: è stretta la via che conduce alla vita. Ma il Signore non si è limitato a indicarci
la verità e il bene lasciandoci poi alla mercé delle nostre povere risorse umane. Proprio parlando del matrimonio
che unisce l'uomo e la donna per tutta la vita in un vincolo indissolubile d'amore, impegno davanti al quale gli
Apostoli stessi si sono spaventati, Gesù affermava che ciò che è impossibile agli uomini non è impossibile a Dio,
perché "Tutto è possibile a Dio".
Si tratta dunque di far posto a Dio nella vostra vita coniugale. Non dimenticate che l'amore sponsale è
segno dell'Alleanza di Dio con l'uomo, alle-anza che Gesù ha portato a compimento nell'Incarnazione, quando
ha ricongiunto l'uomo con Dio, e nel sacrificio della croce, quando ha dato se stesso per la sua Chiesa. Perciò,
celebrando il sacramento del matrimonio, voi mettete Cristo-Sposo nel vostro amore umano. Ecco perché non c'è
vero matrimonio là dove non è presente Cristo. Rifiutare il sacramento del matrimonio è impedire a Cristo-
Sposo di entrare nella vostra vita coniugale e famigliare: quell'amore non porta il sigillo di Dio. Non è quindi un
amore che santifica, un amore che viene accompagnato dalle benedizioni di Dio.
Sapete dunque dove sta la verità, avete la possibilità di discernere ciò che è bene e ciò che è giusto agli
occhi di Dio, potete attingere con la preghiera e con i sacramenti all'amore di Cristo che cammina accanto a voi e
non vi lascia mai: in una parola avete a disposizione tutte le condizioni per essere felici. L'amore è la cosa più
preziosa, vale più di ogni bene e merita ogni sacrificio. Non lasciate che ve lo rovinino; proteggetelo e
difendetelo ad ogni costo. L'Amore, l'abbiamo già detto, è l'Essere stesso di Dio. E Dio è fedele; non venite meno
alla vostra alleanza con lui!

48 - Dio, autore della famiglia

Ciò che abbiamo detto dell'amore umano e del matrimonio, dobbiamo dirlo anche, e in certo senso a
maggior ragione, di quella realtà che nasce dal matrimonio e ha in esso il suo fondamento: la famiglia. Non
potevamo concludere questi incontri senza soffermarci su alcune fondamentali riflessioni intorno a questa realtà
oggi così maltrattata e brutalmente aggredita da tante parti.
La prima constatazione la desumiamo dalla Bibbia: la famiglia è icona della Santissima Trinità, una
metafora della divinità, figura che manifesta la vita intima di Dio. Infatti Dio è uno e unico, ma non è solo. Se
Dio fosse solo, fosse un essere monolitico come pensano i mussulmani, non sarebbe Amore.
L'amore infatti, sancisce il rapporto fra persone. Ora, Dio è amore proprio perché è Padre, Figlio e Spirito
Santo: è famiglia.
Quando Dio creò l'essere umano, lo volle a sua immagine e somiglianza. "E Dio creò l'uomo a sua immagine.
A immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò". L'essere umano è dunque immagine di Dio - porta la sua
firma - non solo come singolo individuo, come persona, ma anche come coppia, come uomo-donna
indissolubilmente uniti - "saranno due in una sola carne" - da un amore che è partecipazione all'amore sponsale di
Dio.
La famiglia affonda perciò le sue radici nell'essere stesso di Dio, è Lui il suo autore, è Lui il suo legislatore.
Dio è un autore geloso, perché quello che fa lo fa per il bene delle sue creature e per la loro felicità. Nessuno
dunque può mettere le mani sulla famiglia con la pretesa di alterarne la natura e le leggi: non gli sposi, non la
società, nemmeno la Chiesa e tanto meno lo Stato. Si comprende anzi perché la Chiesa proclami e difenda a gran
voce a davanti a tutti la dignità e la sacralità del matrimonio e della famiglia: sono cose di Dio.
Si capisce anche perché, avendo voltato le spalle a Dio e avendolo emarginato dalla vita, la so-cietà
attuale, soprattutto la cultura occidentale, abbia profanato l'amore umano e rovinato la famiglia, riducendo il
matrimonio a un affare privato, abban-donandolo alla mercé di opinioni, costumi e leggi che non rispettano il
disegno di Dio.
49 - La famiglia: realtà inscritta nella natura umana
Se, dunque, da una parte la famiglia è specchio della Trinità santissima e ha nel disegno di Dio le sue
radici, da parte dell'uomo essa si configura come una realtà inscritta nella natura stessa dell'essere umano.
Riguardo all'uomo, la famiglia è una istituzione naturale, universale, non evolutiva. In altre parole,
analizzando la natura dell'uomo in tutte le sue dimensioni, vediamo che la famiglia risponde a esigenze
costitutive dell'essere umano in quanto essere aperto alla solidarietà e alla comunione. Come individuo, infatti,
l'uomo è "persona", un assoluto unico e irrepetibile che rimanda a Dio, ma l'uo-mo è anche creatura e come tale è
limitato, è perciò relativo a Dio quanto all'esistenza e relativo ad altre creature quanto alla vita. Da queste due
relazioni, che definiscono gli aspetti più profondi ed essenziali dell'uomo come creatura razionale, nasce la fa-
miglia. Essa perciò è il luogo dove l'essere umano trova il suo "habitat" naturale.
La stessa differenziazione sessuale non è un fatto marginale nella natura umana. Essa rende possibile
quella relazione uomo-donna che è fondante della famiglia e configura tutti gli aspetti del-la vita famigliare.
L'uomo da solo non dà origine ad una famiglia e la donna da sola non dà origine ad una famiglia. E nemmeno
un uomo con un altro uomo, o una donna con un'altra donna danno origine ad una famiglia. Non è rispettoso
della verità e della natura delle cose confondere la famiglia con qualsiasi altro tipo di convivenza.
La famiglia scaturisce dalla comunione di vita e dalla solidarietà dell'amore tra un uomo e una donna che
sono ordinati per loro natura al servizio della vita. Solo da una famiglia così intesa l'essere umano viene al
mondo e si realizza pienamente co-me persona.
L'esistenza e la vita dell'uomo - la sua crescita e la sua formazione - trovano nella famiglia naturale il
luogo proprio e specifico per attuarsi, e l'uomo e la donna realizzano lì il loro servizio primario e fondamentale
all'essere umano, e nello stesso tempo trovano lì il modo di realizzare se stessi come uomo e donna. Allontanarsi
da questo modello di famiglia corrispondente al disegno di Dio e alla struttura dell'essere umano non è
instaurare un "modo diverso" di fare famiglia, ma è fare violenza alla natura, falsare la realtà delle cose e
stravolgere i significati dell'amore umano.

50 - Stabilità della famiglia

Non è dunque la stessa cosa essere marito e moglie o essere "compagni", o amanti o semplicemente
conviventi. E tanto meno essere i "dongiovanni" del cosiddetto "libero amore". Cosiddetto perché non è né libero
né ancor meno è amore.
La famiglia esige un marito e una moglie; è come dire che la famiglia si fonda sul matrimonio. Non
semplicemente su un uomo e una donna, ma su un uomo-donna uniti da un patto d'amore che li lega
indissolubilmente per tutta la vita.
Questa esigenza, di avere come fondamento il matrimonio, nasce per la famiglia da una delle sue
caratteristiche fondamentali: la stabilità.
L'uomo, soprattutto nelle fasi della sua nascita, del suo sviluppo fino alla maturità della sua persona, ha
bisogno di un ambiente familiare stabile. Non si tratta di una stabilità puramente esteriore, ambientale, ma di
una stabilità più profonda che attinge al rapporto stesso interpersonale dei coniugi, cioè a quel vincolo libero e
irrevocabile con il quale gli sposi si sono fatti dono l'uno all'altro, si sono uniti intimamente donandosi tutto ciò
che di coniugabile esiste nella loro persona, fino ad essere non più due ma uno.
Questa unità degli sposi fondata sul vincolo coniugale, unità che nessuna volontà può rompere, è la vera
garanzia della stabilità della famiglia. Non si tratta dunque di una unità materiale, quella di chi vive insieme
sotto lo stesso tetto, ma di una comunione di vita tra persone che si appartengono intimamente, comunione che
crea un modo di pensare e dà un tono ben preciso e caratteristico a tutto il comportamento degli sposi, al loro
esprimersi e al loro muoversi in casa. Quando manca questa unità, anche se apparentemente non sembra, i figli,
specialmente i figli piccoli che hanno come un sesto senso, lo avvertono, sia pure inconsciamente, e lo esprimono
in una inquietudine che è malessere, un malessere da insicurezza, dovuta al senso di instabilità che respirano
dalla famiglia.
La stabilità della famiglia non è soltanto una esigenza che riguarda i figli, la loro crescita e la loro
formazione, ma risponde anche a una condizione essenziale per la vita della coppia come tale. Anche gli sposi
devono crescere e maturare come sposi. Non basta essere marito e moglie se poi non si realizza una sempre più
matura e profonda comunione di vita. La stabilità familiare, se da una parte è conseguenza dell'unità del
matrimonio, dall'altra è condizione necessaria per la crescita umana e spirituale dei singoli sposi. Senza questa
maturazione, il matrimonio rimane un atto puramente formale, i rapporti coniugali si riducono a un freddo
scambio di prestazioni fisiche, che hanno perduto ogni calore e non hanno nulla a che vedere con l'amore.

51 - Le componenti dell'amore coniugale

Se la stabilità della famiglia deriva dall'unità del matrimonio, quest'ultima esige la "solidarietà
dell'amore".
Non possiamo qui tornare sul tema dell'amore coniugale di cui abbiamo trattato nel secondo incontro
(numeri nn. 27-35), sarà tuttavia utile un approfondimento per comprendere meglio e quindi vivere con
pienezza quell'unità del legame sponsale che è alla base della stabilità della famiglia.
Abbiamo già detto che l'amore coniugale, l'a-more degli sposi è l'asse portante di tutti gli altri amori o
espressioni dell'amore che si vivono in famiglia: l'amore paterno, materno, fraterno, figliale e la stessa amicizia
fra i vari personaggi della famiglia. Quando viene meno l'unità dell'amore sponsa-le ne soffrono tutte le altre
espressioni dell'amore.
Ora, che cosa comporta veramente l'amore nel matrimonio? Qual è la sua natura e le sue caratteristiche
essenziali? Finora abbiamo parlato dell'amore come virtù e come comportamento spirituale della persona; cioè
l'amore dal punto di vista morale, psicologico e ascetico.
Dal punto di vista morale, l'amore negli sposi riguarda l'esercizio della sessualità secondo una norma che
regola l'istinto, regola cioè l'attrattiva fisica che è legata all'aspetto concupiscibile dell'a-more.
Dal punto di vista psicologico, l'amore coniugale riguarda l'aspetto sentimentale e sensitivo dell'amore
che ha come movente e come oggetto le qualità della persona amata; è l'amore tipico degli innamorati ed è
caratteristico del fidanzamento.
Dal punto di vista ascetico, l'amore coniugale riguarda l'esercizio della virtù della carità con tutte le virtù
che le fanno corona: la stima, la pazienza, l'allegria, la comprensione, il perdono ecc.; copre tutto lo spazio della
vita spirituale e si apre alla sfe-ra soprannaturale dell'amore cristiano.
Va da sé che tutti questi aspetti devono essere presenti nell'amore coniugale. Se infatti mancasse la
componente sessuale (l'attrattiva fisica), o la componente psicologica (l'attrattiva sentimentale e affettiva), o fosse
carente la componente spirituale (l'attrattiva delle doti morali e delle virtù), difficilmente l'amore coniugale
reggerebbe, resterebbe comunque esposto a crisi ricorrenti e pericolose.
Tuttavia, queste componenti dell'amore coniugale si fermano alle "circostanze", vale a dire a ciò che sta
attorno alla persona amata e che è fonte di gratificazione per me; mi do a quella persona per ciò che quella
persona può darmi. Questo è inevitabile perché l'uomo non può vivere senza amare e senza essere amato.
L'amore in noi, che siamo creature, ha due movimenti: il dare e l'avere, va e torna. In Dio, che è la
pienezza dell'essere, c'è solo il dare: Dio, nei nostri confronti, è tutto e solo dono. Perciò il nostro amore a Dio è,
in realtà, il suo stesso Amore che dimora in noi, e chiede di essere accolto per realizzare con noi un'intima e
perfetta comunione.

52 - La componente "personale" nell'amore coniugale.


Proprio il concetto di "comunione" ci permette di andare oltre le componenti dell'amore coniugale che
abbiamo fin qui esaminato. Quelle componenti lasciano gli sposi ancora l'uno di fronte all'altro, con un legame
tra loro che si limita all'attrazione reciproca; sono un "io" e un "tu" che si vogliono bene, ma non realizzano
ancora il "non sono più due ma una sola carne", anche se si scambiano rapporti fisici. Sono due amori - il "mio" e
il "tuo" - che si attraggono, ma che non si sono ancora fusi in "unità". Si potrebbe dire che sono un amore
coniugale, ma non sponsale.
Il vero amore sponsale, ha scritto Giovanni Paolo II, "consiste nel dono della persona. La sua essenza è il dono
di sé, del proprio "io". È cosa diversa e nello stesso tempo qualcosa di più dell'attrazione, della concupiscenza, e perfino della
benevolenza. ( ) Donarsi è più che "voler bene" ( ) L'amore sponsale ha dunque un carattere che possiamo dire
metafisico, attinge cioè alla persona stessa, e realizza il reciproco donarsi di due persone in un unico dono che diventa intima
comunione. Insomma, l'amore sponsale realizza il passaggio del-l'"io" e del "tu" al "noi". Il "noi" è sempre un plurale; in
esso cioè non si annulla l'identità personale dell'io e del tu, e tuttavia in quell'unico "noi", l'io e il tu s'incontrano nella
comunione di una sola carne.".
Questi ragionamenti, che hanno l'apparenza di essere discorsi astratti, lontani dalla vita reale di ogni
giorno, sono invece carichi di conseguenze pratiche. Occorre fare un po' di sforzo ed entrarci dentro con
semplicità e convinzione per scoprirne tutta la ricchezza.
53 - La dinamica del "dono di sé". Maturità dell'io
Innanzitutto occorre comprendere con chiarezza che tutta la dinamica dell'amore sponsale sta nel dono di
sé, nella capacità degli sposi di farsi dono reciproco. Ho detto "capacità" di farsi dono: per donarsi intimamente
l'uno all'altro bisogna essere capaci di farlo; è una capacità che suppone una solida maturità umana. Purtroppo
l'attrattiva dell'uomo verso la donna e della donna verso l'uomo può ingannare, e quanto più questa attrattiva è
intensa (a volte addirittura travolgente), tanto più facilmente essa può nascondere l'inganno, può coprire
l'interiore incapacità di donarsi.
Il farsi dono come persona non si improvvisa, richiede una provata maturità personale. Occorre
innanzitutto un sicuro dominio di sé; non può donarsi chi non si possiede. Il responsabile dominio di se stessi,
del proprio io e delle proprie facoltà, è il segno più sicuro di una vera maturità umana. Chi si lascia trascinare
abitualmente, dico abitualmente, dalle proprie intemperanze di carattere, di sentimenti, di emozioni, di cattivo
temperamento, difficilmente raggiungerà la maturità umana necessaria per farsi dono; finirà per costruirsi una
egocentrica rete di egoismi che gli impedirà non solo di capire l'altro, ma semplicemente di "vederlo", di
pensarlo come un "tu" personale capace di farsi dono.
Abbiamo detto che il "noi" non annulla l'identità personale dei singoli sposi, ne esige invece una profonda
maturità umana e, se fosse possibile, una forte personalità. Questo deve spingere gli sposi al-la stima reciproca e
al rispetto della libertà di ciascuno. Quando un coniuge teme la libertà dell'altro significa che non ha stima di se
stesso, non è sicuro del proprio amore e quindi non sa farsi dono per l'altro. Anche in questo caso finisce nella
rete dell'egocentrismo, cioè della paura e della preoccupazione del proprio io, con la conseguente incapacità di
capire l'altro.
È questo infatti il secondo segno della vera maturità umana: la capacità di capire l'altro. Non si tratta
soltanto di conoscere e capire, ripeto: "conoscere e capire" la singolarità dell'altro nella sua personalità, ma per il
nostro discorso si tratta di un capirsi dell'uomo e della donna all'interno del loro amore coniugale. Comprendere
la personalità di un altro può risultare anche abbastanza facile. La donna soprattutto, dotata com'è per natura di
una psicologia molto concreta, quasi elementare ma sottile, capisce intuitivamente la personalità dell'uomo, ma
con fatica riesce a capire se stessa e il modo di comportarsi dell'uomo all'interno dell'amore coniugale. Per
questo la donna ha un forte bisogno di essere capita, soprattutto dall'uomo che ama, e sentirsi da lui
intimamente accolta.
La donna vive il dono di sé all'interno dell'amore coniugale come "abbandono" totale di se stessa all'uomo,
e quando l'uomo non si rende conto di questo atteggiamento o, immaturo nel suo egoismo, non si apre a questo
dono, causa nella donna un angoscioso senso di frustrazione; essa si sente rifiutata nel suo amore e svalutata
nella sua femminilità. L'uomo da parte sua vive il dono di sé nell'amore coniugale come "possesso". Dico
possesso in senso positivo in quanto l'uomo accoglie la donna come parte di se stesso, come un tesoro che entra
nel suo cuore e lo dilata togliendolo dalla solitudine e facendogli scoprire l'amore. È per questo che la donna nel
suo "abbandono" avverte l'impellente bisogno di sentirsi "posseduta" dall'uomo, perché in quel momento essa
avverte di essere per lui un valore e una ricchezza. Quando manca questa reciproca conoscenza e questa
reciproca comprensione, con la conseguente difficoltà di farsi dono, "l'abbandono" da parte della donna diventa
una sofferta rassegnazione unita ad un umiliante complesso di inferiorità, e nei casi peggiori un'arma di ricatto
contro l'uomo; mentre da parte dell'uomo, il "possesso" diventa fredda strumentalizzazione, a volte ignobile,
della femminilità della donna.
Molti matrimoni sono falliti perché gli sposi si sono accontentati di "volersi bene", si sono lasciati condurre
dalla attrattiva dell'amore che li ha spinti l'uno verso l'altro, anche intensamente, creando in loro la convinzione
che quell'amore sarebbe stato eterno e infrangibile. In realtà non era un "unico" amore, ma due amori, l'uno di
fronte all'altro che si scambiavano reciprocamente. Finché i due amori non diventeranno un "unico" amore
attraverso il dono di sé in un'intima comunione di vita, non si realizza quell'unità del matrimonio che è
fondamento della stabilità della famiglia.
Quando sarete sposati, vi accorgerete, col passare del tempo, che anche dopo tanti anni non vi conoscete
ancora pienamente. Anno dopo anno andrete scoprendo nel coniuge aspetti nuovi della sua personalità che non
conoscevate. Spesso sono limiti e difetti che subito non apparivano tali, ma che col passare del tempo rivelano
tutto il loro peso e la loro gravità. Ora, anziché costituire un ostacolo o un motivo di pessimismo, la difficoltà a
capirsi diventa un'ulteriore provocazione a maturare come persone e come sposi.

54 - Unicità dell'amore coniugale

Il dono di sé è possibile solo mediante l'amore. La persona, infatti, nell'ordine dell'essere, è inalienabile e
impartecipabile. Per sua natura - è un assoluto - la persona non può appartenere a nessun altro, solo a se stessa e
a Dio. Non può dunque alienarsi per farsi dono ad un'altra persona.
È sul piano della vita e non dell'essere che una persona è relativa ad un'altra persona e può farsi dono ad
essa in una intima comunione di vita. È appunto questo l'amore. Per cui Gesù poteva dire: "Non c'è amore più
grande di chi dà la vita per la persona amata" (e si potrebbe dire anche alla persona amata). E San Paolo
affermava: "Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me".
La vita è amore e perciò può farsi dono, un dono così pieno e intimo che i due sposi non sono più due vite
parallele che camminano insieme, ma una intima comunione di vita che realizza l'unità dell'amore.
Ricordate l'analogia su cui abbiamo riflettuto all'inizio tra la famiglia e la Trinità Beata: in Dio le Persone
sono distinte, l'una non è l'altra, e tuttavia circola in esse un'unica vita divina; le unisce un unico amore. L'uomo
e la donna sono nella loro individualità persone distinte, ma attraverso l'unità dell'amore possono tendere a una
piena comunione di vita.
Questa unità dell'amore ci aiuta anche a capire la "unicità" dell'amore coniugale: nel matrimonio si
uniscono un solo uomo e una sola donna.
Il dono di sé include tutto ciò che di coniugabile possiede una persona. Il "saranno due in una sola carne"
esclude la pluralità del vincolo coniugale. Unica è la persona, unica la vita, unico l'amore coniugale. Questo non
esclude che gli sposi vivano altre forme di amore e di dedizione in seno alla Chiesa e alla società, impegnando i
propri valori umani di uomo e di donna, ma queste forme hanno una natura diversa dall'amore coniugale e,
semmai, possono fare riferimento ad una sponsalità trascendente. Pensiamo, per citare l'esempio a noi più
vicino, alla dedizione totale della propria vita e della propria femminilità verginale di Madre Teresa di Calcutta,
come, del resto, la praticarono in passato San Vincenzo de Paoli e mille altri santi e sante che hanno vissuto il
dono di sé nelle forme più diverse ed eroiche.
55 - Il dono di sé nella reciprocità dell'amore

Questa unicità dell'amore coniugale è conseguenza anche della "reciprocità". Farsi dono potrebbe essere
espresso in altro modo; si potrebbe dire che consiste nell'aprire il nostro io per ospitare dentro di noi la persona
amata; è fargli posto dentro il nostro cuore, nei nostri pensieri, nei nostri progetti, è farla entrare con pienezza
nella nostra vita.
La stessa cosa, però, deve potersi dire della persona amata: essa deve aprire il suo "io" e far posto a "me";
devo anch'io poter entrare nella sua vita con pienezza, essere ospitato a pieno titolo nel suo cuore, nei suoi
pensieri, nei programmi della sua vita.
È questa la reciprocità dell'amore che realizza quell'unità coniugale di un cuor solo e un'anima sola. Come
segno visibile, possiamo pensare allo sposo che introduce la sposa nella propria casa, o alla stanza della sposa
che diventa un tutt'uno con la stanza dello sposo.
L'amore coniugale non può essere unilaterale né può limitarsi allo scambio di due amori. Se così fosse, gli
sposi finirebbero col dubitare l'uno dell'altro, e non potrebbero dirsi reciprocamente e con verità: "Tu sei il mio
uomo" - "Tu sei la mia donna", non con significato possessivo, ma nel senso complementare e unico. Inoltre essi
non sarebbero più sicuri del loro amore che andrebbe pian piano spegnendosi o rimarrebbe pericolosamente
superficiale, quando non prenderebbe direzioni di egoismo e di pura utilità reciproca.
Allora gli sposi resterebbero uniti da esclusivo interesse soggettivo di tipo sessuale o di tipo affettivo.
L'amore coniugale è uno e unico solo nella re-ciprocità, e solo nella reciprocità acquista il carattere della certezza
e della stabilità.
Scrive Giovanni Paolo II: "Perché nasca il 'noi', il solo amore bilaterale non basta, perché in esso, malgrado tutto,
ci sono due 'io', sia pur già pienamente disposti a diventare un solo 'noi'. È la reciprocità che, nell'amore, decide della
nascita di questo 'noi'. Esso prova che l'amore è maturato, è diventato qualcosa tra le persone, ha creato una comunità ed è
così che realizza pienamente la sua natura".
La stabilità della famiglia poggia dunque sulla reciprocità di un amore coniugale uno e unico che sa farsi
dono gratuito e totale in una comunione di vita sempre più profonda, frutto di una maturità umana mai
pienamente raggiunta, e tuttavia sempre umilmente cercata e conquistata sul campo delle varie circostanze della
vita e nelle piccole situazioni di ogni giorno.
56 - L'amore "vero"

L'amore non può essere dato per scontato, e il dono di sé non può essere fatto "una volta per sempre",
anche se si ha sempre l'intenzione di donarsi. Frasi come: "Fra noi tutto è finito" - "Ormai non abbiamo più nulla
da dirci" - "Non sento più niente per lui (o per lei)" - "Non ce la facciamo più a sopportarci" , rivelano un grave
errore di impostazione dei problemi o superficialità nella loro valutazione, superficialità che spesso va unita a
povertà morale e spirituale, quando non è gretto egoismo. Sono comunque segno di una avvilente immaturità
della persona.
Non ci sono difficoltà o sacrifici che siano più importanti o valgano di più dell'amore e della famiglia.
Certo, vivere con una moglie depressa o eternamente insoddisfatta non è un bel vivere, o convivere con un
marito poco espansivo o prepotente o latitante all'ambiente familiare non è una convivenza facile né gratificante.
Ma l'amore e la famiglia valgono di più e, salvo situazioni estreme per le quali può essere consigliabile una
temporanea o parziale separazione a scopo medicinale, l'a-more sa andare oltre le difficoltà, sdrammatizza le
situazioni, sa dare tempo alle cose, spinge a cambiare prima se stessi perché cambino gli altri, non vede solo gli
ostacoli o gli aspetti negativi delle vicende, ma cerca di ricavare il bene da ogni circostanza; spesso una litigata
dovuta a incomprensione o a divergenza di opinioni può essere utile per chiarirsi meglio, per rinnovare l'amore
e capirsi di più in avvenire.
Farsi dono reciprocamente vuol dire che ognuno pensa alla felicità dell'altro.
È una felicità che l'amore vero costruisce gior-no per giorno con tanti piccoli gesti che sono come piccoli
fiori freschi e profumati, che vi offrite l'un l'altro.
L'amore vero porta ciascuno di voi a dimenticarsi di se stesso, delle proprie comodità, dei propri gusti, dei
propri criteri. L'amore vero ama la persona integralmente, anche con i suoi limiti e i suoi difetti.
E d'altra parte l'amore vero spinge a lottare e superare i propri difetti per rendersi amabile alla persona
amata.
Come già abbiamo ricordato, l'amore vero non tiene in tasca l'elenco dei torti e delle ragioni, non umilia,
non rinfaccia le manchevolezze e gli in-successi, non ricorda il male ricevuto, ma perdona di cuore mille volte.
L'amore vero si fa sorriso nei momenti di stanchezza, si fa silenzio nei momenti di tensione e di
insofferenza, si fa servizio gioioso quando è il momento del sacrificio, si fa umile pazienza nelle piccole
contrarietà della vita.
Ancora, l'amore sa addolcire con un sorriso o una carezza i momenti di tensione o di rimprovero, e sa dire
tante cose con il linguaggio del cuore e con parole di silenzio. Il dono di sé, quando è vero e autentico, conosce
l'allegria e la gioia, diffonde serenità e ottimismo.
Due sposi che si amano hanno lo sguardo limpido, si guardano l'un l'altro senza timore e leggono nei loro
occhi il segreto dell'anima che ormai non ha più segreti. L'amore vero conosce anche la risata e l'amabile ironia
perché sa prendersi in giro quando è minacciato dall'inquietudine o dall'ira.
L'amore coniugale diventerebbe tremendamente noioso se non conoscesse l'umorismo e non illuminasse
la routine quotidiana con le invenzioni creative del buon umore.
La strada del dono di sé non finisce mai, perché la famiglia è un'impresa che impegna per tutta la vita.

57 - La famiglia: un'impresa

C'è una frase popolare che può aiutarci a capire quest'ultima affermazione e che ci dice quale spirito due
fidanzati devono acquisire e poi dovranno coltivare per tutta la vita coniugale, di fronte al matrimonio.
Di due che si sposano la gente dice che "mettono su famiglia" o "mettono su casa".
Ciò significa che costruire una famiglia è come mettere mano a un'impresa. Cioè, voi sposi, se volete
muovervi con l'atteggiamento giusto quando pensate alla famiglia, dovete fomentare in voi uno "spirito
imprenditoriale". Siete "imprenditori" di un'impresa che non ha eguali per importanza, dignità e valore, con
nessun'altra impresa terrena.
Potreste mettere su un impero economico, una istituzione gigantesca a livello mondiale o un
monumento meraviglioso che possa sfidare i secoli, saranno sempre imprese che finiranno,
diventeranno nel migliore dei casi ruderi per archeologi o turisti, ma ciò che la famiglia può dare non
finirà mai, ogni essere umano che sboccia in una famiglia e in essa cresce e matura è qualcosa di
eterno, va oltre il tempo e la vita terrena, si immerge nell'eternità perché ogni essere umano è
partecipazione all'Essere di Dio. Le energie e le risorse impiegate per crescere un figlio in una famiglia
che sia secondo il disegno di Dio, sono l'investimento più duraturo, più redditizio e più gratificante
che si possa fare; per tutta l'eternità quel figlio sarà per voi "gaudio e corona".
Come ogni impresa, anche la famiglia non si improvvisa; richiede tempo, dedizione, sacrificio,
ri-chiede soprattutto fiducia e volontà di farcela, una volontà che non si arrende, non si scoraggia,
non ce-de alla fatica o alla stanchezza o all'insuccesso, che è sempre apparente e provvisorio, perché
il tempo e l'aiuto di Dio vi renderanno giustizia: sì, l'aiuto di Dio, perché col sacramento del
matrimonio Dio si è impegnato con voi.
Per costruire una famiglia, devono prima di tutto crederci gli sposi e crederci fino in fondo.
Come per ogni impresa, il fallimento si ha quando non si mettono i mezzi e ci si lascia intimorire dal
dubbio, dalla paura, dalla incertezza; quando cioè viene a mancare agli sposi la convinzione di chi ci crede
seriamente. Purtroppo, oggi, gli sposi che vogliono "mettere su famiglia" non possono contare molto sull'aiuto
dello Stato e sulla considerazione da parte della cultura attuale.
La mentalità dominante sfacciatamente secolarizzata e, in Italia, leggi inique penalizzano la famiglia, la
minano nella sua natura e nella sua stabilità e ne svalorizzano i compiti e la missione.
Vi dico questo non per scoraggiarvi ma semmai per stimolare la vostra volontà e le vostre risorse interiori
perché sappiate, se necessario, andare contro corrente, sfidare il nichilismo di una società che ha smarrito e
tradito i valori perenni dell'uomo, e perché vi convinciate che alla fine ciò che vale veramente, ciò che è di Dio,
risulterà vincente.
Voi siete i protagonisti della famiglia e voi dovete difenderla, perché nessuno oggi ve la difenderà, tranne
la Chiesa.
È lei, oggi, l'unica voce nel mondo che difende l'uomo nella sua dignità di persona e nella sua missione di
"essere sociale", l'unica che promuove una società umana che sia conforme al progetto di Dio, società di cui la
famiglia è radice e cellula fondamentale.
Non abbiate dunque paura di mettervi dalla parte di Dio e della Chiesa.
58 - I protagonisti della famiglia

Certo, la famiglia è un'impresa tutta particolare: in essa tutti sono "soci" e tutti sono protagonisti. Vale la
pena che passiamo ora brevemente in rassegna i vari protagonisti della famiglia e il loro ruolo.
Il primo protagonista è colui che comunemente viene chiamato "Capo famiglia". Il Capo-famiglia è
insieme marito e padre. Queste due dimensioni, sebbene siano in se stesse ben definite come ruoli e come realtà
antropologiche, per il fatto di coesistere nella stessa persona possono presentare qualche difficoltà a chi le deve
gestire.
Questo però è imputabile non alla coabitazione dei due ruoli, ma a difficoltà o immaturità psicologiche
dell'uomo; in generale colui che sa essere un buon marito sa essere anche un buon padre, e chi sa ben gestire il
ruolo di padre sa anche vivere positivamente il suo ruolo di marito. Tutto dipende dal suo equilibrio e dalla sua
maturità umana.
Il capo-famiglia deve saper armonizzare i due ruoli di marito e di padre secondo le circostanze e secondo
l'età. Quando in una famiglia fa la sua apparizione un figlio, tutto cambia, l'equilibrio dei rapporti di coppia si
sposta; si avverte subito che un figlio non è un soprammobile o un oggetto in più in famiglia.
Un figlio è una presenza determinante nella vita della coppia e nell'ambiente familiare ed è importante
che il capo famiglia si renda conto che questo equilibrio deve spostarsi senza entrare in crisi o subire tensioni
pericolose.
Innanzitutto l'uomo deve rispettare il rapporto madre-figlio, specialmente nella prima infanzia del
bambino. Nei primi anni di vita il bambino ha un rapporto fisico con la madre, un rapporto tattile e olfattivo,
sente l'odore della madre, il profumo e il velluto della sua pelle. Il rapporto col padre è invece uditivo. Ciò che
del padre il bambino percepisce è dapprima la voce, e solo a poco a poco scopre il suo volto. Certe intemperanze
vocali del padre possono provocare un sussulto nel bambino e possono creare nella sua esperienza associazioni
negative. Se il padre non capisce e non rispetta questo rapporto "madre-figlio" si espone inconsciamente a crisi
di gelosia; dovrebbe invece capire che, nel suo immaginario materno, la donna vede in lui più il padre del
proprio figlio che non il marito.
Col passare degli anni, il bambino vede nel padre la "norma", cioè con termine più crudo la "legge". A
questo punto deve corrispondere nel pa-dre la scoperta dell'autorità o acquisire di essa una consapevolezza più
chiara. È allora infatti che comincia il periodo più delicato e importante del ruo-lo paterno. Da come viene
gestita, da quel momento in avanti, l'autorità paterna, si può valutare la maturità dell'uomo come padre di
famiglia. Naturalmente ha la sua importanza, come vedremo, il comportamento della donna come madre e come
sposa, ma non c'è dubbio che il ruolo più difficile è quello del padre e il peso maggiore dell'autorità è sulle spalle
dell'uomo.
Per due motivi soprattutto diventa più difficile il ruolo paterno: primo, perché occorre possedere la non
facile virtù della prudenza per gestire opportunamente l'autorità e saper prendere le decisioni più giuste nelle
singole circostanze della vita dei figli; secondo, perché in questo periodo il padre può trovarsi al centro di un
fuoco incrociato, cioè tra la contestazione dei figli e l'incomprensione o le critiche della moglie.
Nel primo caso, quando fa difetto la prudenza, il padre diventa facile preda dell'ambiguità, oscilla tra
autoritarismo e permissività, e finisce miseramente travolto nelle proprie contraddizioni. L'alternativa a questo
dilemma è la fuga, è sottrarsi alla propria autorità e rifugiarsi nell'assenteismo. La tentazione è forte e purtroppo
molto diffusa, anche perché trova come alleate la timidezza e la vigliaccheria. Nel secondo caso, quando prevale
il timore per le critiche o le contestazioni, il padre è tentato all'ammutinamento rifiutando ogni dialogo o
all'irrigidimento usando forme di violenza verbale e di durezza comportamentale.
Ora, non è possibile educare senza l'autorità, e il padre di famiglia deve affrontare la "fatica" dell'autorità
per non venir meno non solo al suo ruolo e alla sua responsabilità, ma anche alla piena realizzazione di se stesso
come persona, da cui discende la gioia di essere padre.
59 - La "fatica" dell'autorità

Per affrontare positivamente e gioiosamente la fatica dell'autorità, possono servire alcuni suggerimenti da
tenere presenti nel gestire il ruolo di padre. Innanzitutto l'uomo deve ricordarsi della sua adolescenza, di come
ha vissuto lui i problemi di quell'età, e valutarli alla luce della sua maturità di adulto e di padre. Questo lo
aiuterà a capire il figlio adolescente, e a non disunirsi con reazioni sproporzionate o con ostinate discussioni che
lo danneggerebbero nel suo prestigio di padre.
Secondo, non impedire al figlio di dire le cose anche se questi usa un linguaggio impertinente salvo poi
usare la severità necessaria per richiamar-lo al rispetto delle persone, e non stroncare mai le sue argomentazioni
anche se superficiali e sciocche, favorendo invece tutto ciò che può facilitare il dialogo personale, dialogo che è
condizione essenziale per qualsiasi intervento educativo.
Ancora, saper dire di no nelle cose che hanno importanza o in cose che rispondono a puri capricci. Perciò i
"no" non saranno molto frequenti e possibilmente saranno motivati, perché il padre, nel lessico familiare, non
diventi il "signor no" e neanche il "signor ni" per l'incertezza o l'insicurezza del-le decisioni. I "no" paterni
dovranno essere concertati con la moglie e da lei condivisi perché l'autorità non si presenti divisa in se stessa e
perciò fragile e inefficace dal punto di vista educativo.
Nei loro "no" padre e madre condividono l'autorità e non devono temere le contestazioni. Sappiamo che
l'adolescente vive un momento importante anche se scomodo e difficile della sua vita. Egli sta scoprendo il suo
"io", la sua individualità personale, e soffre un imperioso bisogno di autonomia.
Ora, il primo legame dal quale tende a rendersi indipendente è il legame con le persone più vicine, i
genitori. Egli, per realizzare la coscienza di se stesso e la sua autonomia, è spinto a prendere le distanze da loro,
pur sentendosi ancora confuso e insicuro di sé. Perciò l'adolescente, mentre contesta l'autorità, ne sente
contemporaneamente un assoluto bisogno, e guai se in quel momento l'autorità paterna fosse latitante.
Il passaggio all'adolescenza segna il momento del vero taglio del cordone ombelicale. Il rapporto con la
madre, che fino a quel momento era stato privilegiato dal figlio, entra in crisi, ed è in questa crisi che la presenza
del padre ha un'importanza decisiva. Ed è anche in questo momento che il padre si gioca tutta la sua credibilità.
A partire dall'adolescenza dei figli, l'autorità paterna sul piano di interventi decisionali va mano a mano
diminuendo, e acquista invece sempre più importanza la sua autorità morale. L'autorità morale il padre se la
conquista con l'esemplarità della vita, con l'integrità della condotta e con la coerenza con i principi. Gli
adolescenti sono giudici spietati, soprattutto del padre, e difficilmente accettano giustificazioni.
È questo il momento in cui, spesso, si assiste alla "Caduta degli dei". La figura mitica del padre forgiata
nell'immaginario infantile rischia di andare a pezzi appena il figlio scopre una incoerenza o peggio una doppia
vita nel padre. In quel momento l'autorità morale paterna può dirsi tramontata.
C'è infine un modo molto gratificante e pedagogicamente vincente di esercitare l'autorità paterna: è la
gestione collegiale dell'autorità. Quando si devono prendere decisioni che riguardano tutta la famiglia - e sono
tante - è estremamente utile rendere partecipi della decisione tutti i membri della famiglia, anche i bambini. Si
tratta di instaurare una specie di "Consiglio di famiglia" al quale, "democraticamente", tutti si sentono vincolati
con l'obbligo di rispettarne le decisioni.
È un modo elegante per impedire al padre di cadere nell'autoritarismo con la conseguenza di sentirsi
addosso da parte di tutti l'etichetta di padre-tiranno.

60 - I compiti educativi dell'autorità paterna

Ci sono tre compiti educativi particolarmente importanti nei quali l'autorità paterna e, come vedremo, la
presenza materna hanno un ruolo decisivo; essi sono: l'educazione sessuale (la più delicata), l'educazione alla
libertà (la più difficile), la trasmissione della Fede (la più importante).
La famiglia è il luogo dove si viene iniziati al mistero della vita, dove si scopre l'amore e dove si impara
cosa vuol dire essere uomo e donna che si amano, si rispettano e si donano l'una all'altro. Non dovete aver paura
di parlare apertamente, con naturalezza e con tempestività dell'amore umano con i vostri figli, ed essi
scopriranno cosa significa l'amore fra l'uomo e la donna da come sapete volervi bene voi. Nulla è più
rassicurante per un bambino del vedere papà e mamma strettamente uniti che si scambiano gesti d'affetto. Da
voi, poi, impareranno il pudore come sentinella dello spirito, come delicato custode dell'intimità della propria
persona e come espressione del rispetto profondo dovuto alla propria e all'altrui dignità.
La famiglia poi è il luogo dove ci si educa alla libertà. La conquista della libertà è la più difficile e la più
scomoda. La "fatica" dell'autorità trova qui il terreno più impegnativo, e costringe a partire da lontano.
Innanzitutto il padre deve avere idee chiare e precise sulla libertà per trasferirle efficacemente ai figli.
La libertà è un fatto interiore, una prerogativa della nostra intelligenza e della nostra volontà. Si è liberi
veramente se si è nella verità e se si vuole ciò che è bene. La libertà è "condizionata" da due soli legami: la verità
e il bene, legami che, lungi dal condizionare l'uomo, lo rendono veramente e pienamente libero. Non quindi
l'istinto, la comodità, il capriccio, l'interesse egoistico, non la moda corrente, la mentalità dominante, il consenso
degli amici, il comportamento massivo del gruppo, e nemmeno i luoghi comuni del "Tutti fanno così", "Tutti la
pensano così", "Ormai è convinzione comune di tutti " ecc., non in queste cose c'è libertà; c'è semmai plagio,
dipendenza, schiavitù.
La conquista della libertà passa attraverso l'emancipazione interiore da tutte queste cose, emancipazione
che porta ad essere se stessi con sincerità e fermezza, quando si è leali verso la verità e responsabili verso il bene.
Ecco appunto: lealtà e responsabilità, sono i due atteggiamenti che un padre deve esigere se vuol aiutare i
figli nella conquista della libertà. E lui, il padre di famiglia, deve essere per primo libero di questa libertà, se no
la sua autorità paterna rischia il fallimento. Per educare alla libertà bisogna essere liberi, e un figlio lo nota dal
comportamento dei genitori e dagli stessi discorsi che sente fare in casa.
Lealtà e responsabilità. Un padre deve far capire al figlio che si fida di lui, anche quando sente che lo sta
ingannando. Sarà, in questo campo, molto esigente e prenderà, se necessario, le opportune decisioni, ma
continuerà a fidarsi di suo figlio.
Inoltre, per educare alla libertà occorre dare libertà, anche se in proporzione alla responsabilità, cioè alla
capacità di rendere ragione delle proprie azioni e di assumersene il peso. La lealtà è già un segno di
responsabilità e perciò di maturità. È questo un binomio di fondamentale importanza non solo nell'esercizio
dell'autorità paterna in vista dell'educazione dei figli, ma in ogni campo dei rapporti umani. In particolare, è
essenziale nel rapporto marito-moglie. Due sposi devono potersi guardare negli occhi senza timore, senza
alcuna esitazione, perché non c'è doppiezza nei loro sentimenti, e non c'è nulla di nascosto nella loro vita dal
momento che esiste tra loro pieno rispetto della libertà di coscienza nella fedeltà alla verità e all'amore.

61 - Trasmissione della fede

La famiglia, infine, è il luogo dove si trasmette la fede. La fede è, con la vita, il dono più prezioso che
abbiamo ricevuto da Dio. Per questi doni i nostri genitori sono stati collaboratori con Dio: quanto al dono della
vita naturale con il loro amore, quanto al dono della fede chiedendo per noi alla Chiesa il Battesimo. Nel
Battesimo, infatti, insieme alla grazia che ci fa figli di Dio, riceviamo anche la fede, e i ge-nitori diventano della
fede i primi testimoni e i primi educatori.
Per educare bisogna insegnare, ed essere poi testimoni coerenti di ciò che si insegna. Ora, per vivere la
fede bisogna conoscerla anche nel suo contenuto dottrinale; da qui la necessità dell'insegnamento. Tale
insegnamento prende il nome di catechesi, nome usato da sempre nella Chiesa fin dai tempi apostolici. Occorre
oggi una catechesi che dia una conoscenza progressiva, chiara, completa e organica degli elementi fondamentali
della nostra fede, tenendo conto dell'ambiente culturale secolarizzato in cui viviamo. Quanta "catechesi"
secolarizzata da ideologie (materialismo, sociologismo, edonismo, evoluzionismo, scientismo ) viene
distribuita silenziosamente e proditoriamente dai mass-media e perfino dai testi scolastici che diffondono
concezioni distorte sull'uomo, sulla vita, sul mondo, sulla religione !
Il compito di testimoni e di educatori della fede compete indistintamente al padre e alla madre, ma con
modalità e tempi diversi. Nel periodo dell'infanzia è prevalente il ruolo della madre; è lei che al bambino fa
conoscere Gesù, la Vergine, l'Angelo Custode; è lei che insegna le prime preghiere e i primi gesti di devozione.
Possiamo dire che la fede tutti noi l'abbiamo succhiata col latte materno. Nell'infanzia e nella fanciullezza la fede
è tutta "ricevuta", e di solito non presenta particolari problemi perché il bambino crede tranquillamente quello
che dicono e in cui credono i genitori. In questo periodo ha una straordinaria importanza la preghiera in
famiglia. Non basta infatti ricordare al bambino che deve dire le preghiere, egli ha bisogno di vedere il papà e la
mamma che per conto loro si inginocchiano a pregare
Le cose si complicano e il compito dei genitori diventa più difficile nell'età dell'adolescenza: è il momento
in cui il figlio ha bisogno di passare da una fede "ricevuta" a una fede "voluta". In questo compito il ruolo
principale passa al padre, anche se rimane sempre necessario l'esempio dei due genitori. Un figlio infatti si rende
conto che la Messa domenicale è importante più di ogni altra cosa quando vede che il papà e la mamma ,
nonostante la stanchezza, la malavoglia, il brutto tempo e qualche leggera indisposizione o altri impedimenti,
fanno di tutto per non mancare a questo "dovere". Chiamiamolo pure così, senza paura: un dovere. Nei suoi
comandamenti Dio ci chiede non solo di non mentire, di non rubare, di non fare male al prossimo, di non
compiere cose oscene o usare linguaggi offensivi, ma ci chiede anche di santificare il "Suo" giorno, il "Giorno del
Signore", recandoci ad ascoltarlo (la Parola di Dio) e a ringraziarlo attraverso Gesù di tutto il bene che ci fa e che
ci vuole. Troppo facilmente oggi la gente, e i ragazzi in particolare, pensano che la religione, la preghiera, la
Messa, siano un optional per chi ha tempo, o voglia, o per chi se la sente, così che la fede appartiene
all'opinabile, e andare o no in Chiesa è una cosa facoltativa, alla quale si può impunemente sottrarsi.
Perciò il padre non deve temere di esigere dal figlio, anche nei primi anni dell'adolescenza, quando il
figlio per prendere le distanze dai genitori li contesta perfino sul piano religioso, di santificare la festa come
dovere di obbedienza non tanto ai genitori, ma a Dio, perché la buona educazione e il comportamento corretto
esigono che uno risponda quando una persona lo chiama, e sappia ringraziare quando viene beneficato.
Dopotutto, Dio non è l'ultimo arrivato che incontriamo per strada e possiamo permetterci di ignorarlo o di non
salutarlo. È un'esigenza che il padre di famiglia deve condurre con fermezza ma in modo amabile e suasivo,
senza ricatti e soprattutto dando motivazione.
Naturalmente arrivato alle soglie della giovinezza il figlio deve essere lasciato totalmente libero, restando
chiaro però che se egli non frequenta la chiesa è perché non "vuole", e non per altri motivi. È sempre un
problema di sincerità, cioè di lealtà e responsabilità con se stessi e con la propria coscienza. Semmai ciò che i
genitori devono evitare è di rendere sgradevole, se non odiosa, la fede con com-portamenti goffi e bigotti al
limite della stranezza, come anche di pesare sui figli con insistenti e ripetute raccomandazioni moralistiche.
La fede è qualcosa di solare, gioioso e promozionale dei valori belli e nobili della vita. Un cristianesimo
inibitorio, ripiegato su se stesso, e che conosce solo la fatica e la rinuncia, o addirittura intriso di tristezza e
melanconia non è per niente vendibile, e oltretutto non risponde a verità, è un cristianesimo noioso e falso. Il
Vangelo è un "lieto annuncio", e Gesù è venuto a portare la gioia, la gioia di essere salvati e di diventare figli di
Dio. La lotta interiore, forte ed esigente che il Signore ci chiede, il sacrificio generoso per seguire con fedeltà
Gesù Cristo, esigono un atteggiamento sportivo, e quando, con l'aiuto di Dio, è coronato da vittoria - penso alle
tante piccole vittorie nelle circostanze ordinarie del-la vita quotidiana - libera la nostra anima da egoismi,
pigrizie, malumori, intenzioni o sentimenti poco limpidi, e apre il cuore a una vita nobile e pulita, fatta per la
gioia e per l'amore.

62 - Famiglia e lavoro

Per concludere le riflessioni sul ruolo del padre nella famiglia è indispensabile un accenno al rapporto del
capo famiglia con il proprio lavoro. È un rapporto che tende ad essere gestito dall'uomo in modo esclusivo e
solitario, al di fuori cioè dei rapporti familiari.
In tempi non molto lontani, nella società a regime artigianale in cui la famiglia partecipava al lavoro del
padre e i figli imparavano da lui il mestiere che spesso continuavano poi loro stessi, oggi nella nostra società
industrializzata e super-orga-nizzata i famigliari non sono presenti al lavoro paterno che diventa una sorta di
mistero, di oggetto sconosciuto che interessa solo al padre.
Di conseguenza l'uomo è portato a vivere molto fuori casa, in un ambiente diverso e lontano dall'ambiente
familiare che spesso viene tenuto vo-lutamente fuori dal lavoro paterno. Ciò nonostante la vita professionale del
capo famiglia ha una risonanza inevitabile nell'ambiente familiare. I successi e gli insuccessi professionali si
percuotono in maniera a volte pesante nel comportamento dell'uomo all'interno della famiglia. È perciò molto
importante che l'uomo viva un rapporto sereno e, per quanto possibile, positivo col proprio lavoro, e comunque
non deve portare le tensioni e i problemi di lavoro all'interno della vita familiare. È un problema delicato e a
volte difficile che l'uomo deve affrontare misurandosi con la propria maturità e con la propria fede in Dio.
Semmai ne parlerà con la moglie; la donna, oltre a una innata fiducia nella vita, ha talvolta intuizioni illuminanti
che sfuggono alla razionalità maschile.
Altro aspetto che l'impegno professionale può presentare è dato dal pericolo di un eccessivo attaccamento
o un'eccessiva preoccupazione del padre di famiglia per il proprio lavoro, che viene privilegiato rispetto alla vita
familiare. Quando è la sete di guadagno o l'ambizione professionale il movente di questo disordine, allora il
lavoro diventa un serio pericolo per l'unità della famiglia, per la sua stabilità e per la crescita ordinata dei figli.
Quando un padre di famiglia riserva ai figli i ritagli di tempo nei quali indossa la divisa del garante dell'ordine
che impone la pace tra i componenti della famiglia, oppure si ricorda della moglie solo per il suo appagamento
fisico, questo padre sta pagando i suoi successi e le sue ansie professionali ad un prezzo troppo alto che può
diventare fallimentare sul conto di valori ben più importanti e preziosi.
Il lavoro, anche il più redditizio o il più gratificante, non vale più della famiglia. Un uomo sposato è prima
di tutto marito, poi padre, e poi professionista. Certo, in una società competitiva, governata dalla legge del
profitto, dove conta la produttività, il mercato e la concorrenza, il lavoro può subire la tirannia di criteri estranei
alla volontà del professionista, ma proprio per questo è necessario che l'uomo difenda il più possibile la sua
libertà per i ruoli familiari, e curi la qualità del tempo dedicato alla famiglia. Se poi all'attività professionale si
aggiungono impegni sociali, culturali, o religiosi, la vita del padre di famiglia dovrà inventarsi ritmi e percorsi
che esigeranno generosità e sacrificio, ma anche faranno emergere le sue doti di fantasia e di spirito sportivo.
È necessario comunque che il marito trovi la comprensione della moglie che egli cercherà di rendere
partecipe della sua attività e delle sue vicende, soprattutto di quelle belle e positive, così come la moglie deve
poter contare sulla comprensione del marito nelle sue attività e nei suoi impegni familiari. Quando un marito
non si sforza di capire la moglie nelle sue preoccupazioni per i figli e per la casa, e la moglie non cerca di capire
il marito nei suoi impegni di lavoro, il rapporto dei due rimane sfasato e corre un serio pericolo, e comunque
quegli sposi hanno ancora molti passi da compiere sulla strada del vero amore.
Gli sposi possono compiere un passo decisivo verso questo traguardo se capiranno che il loro lavoro non è
semplicemente un mezzo per mantenere la famiglia o per procurarsi i mezzi e le comodità della vita, ma è,
insieme al loro amore, la materia prima per la loro santificazione, il luogo dove incontrare Dio e servirlo con
gioia e con spirito di figli, cercando il bene di tutte le anime.

63 - Il ruolo della donna

Altro protagonista della famiglia, protagonista fondamentale e non secondo per importanza, è la donna,
colei che normalmente viene chiamata "madre di famiglia", termine che esprime la generale convinzione che "chi
fa la famiglia" è la donna.
Anche lei è chiamata a gestire il doppio ruolo di sposa e di madre, due ruoli che non sempre coesistono
serenamente e spesso mettono chi li gestisce in una condizione conflittuale.
È la donna stessa che, come sposa-madre, si sente in mezzo tra i figli e il marito, e non sempre riesce ad
armonizzare i due piatti della bilancia. Il motivo è scritto nella natura: la donna sente il figlio come parte di se
stessa, qualcosa che la riempie e la gratifica esistenzialmente, mentre non è così del marito. La riprova l'abbiamo,
ad esempio, nel diver-so comportamento che essa ha nei confronti dei figli e del marito: una donna è disposta a
perdonare qualsiasi cosa a un figlio, mentre è portata a non perdonare nulla al marito. Nel suo pensiero, un fi-
glio è sempre un figlio, e va capito, protetto e ricuperato a qualsiasi prezzo, per cui le offese che riceve da un
figlio non le sente come offese o per lo meno non bruciano, mentre il marito è un uomo fat-to, magari grande e
grosso, comunque con la testa sulle spalle e responsabile, e perciò non è scusabile; le offese del marito sono
offese, e bruciano perché umiliano.
Il diverso comportamento, abbiamo detto, è comprensibile, va capito e in parte giustificato; ciò che non
deve accadere è che venga esasperato fino a rovinare l'armonia familiare o a compromettere la serenità interiore
della donna che rischia così di vivere in permanente conflitto con se stessa. Per evitare questo pericolo, la donna
deve realizzare una grande chiarezza interiore, deve capire che la maternità e la nuzialità sono due realtà
completamente diverse e si appoggiano su sentimenti e comportamenti che sono propri. I rapporti col marito e
gli eventuali problemi che ne derivano vanno risolti sul piano dell'amore coniugale, quello vero e profondo che
abbiamo già descritto nei numeri precedenti, mentre il rapporto con i figli va risolto sul piano della
responsabilità: un figlio è un essere umano che le viene affidato per farne un uomo libero e responsabile. I due
ruoli non vanno confusi, soprattutto sul piano dei sentimenti, ma devono restare distinti per poter collaborare
efficacemente tra loro.
I conflitti interiori della donna nascono non soltanto da difficoltà all'interno della famiglia, nel rapporto
con i figli o col marito, ma anche dalla sua posizione sociale. La donna vive tra la famiglia e la società. Purtroppo
l'ideologia marxista, che ha contagiato non solo i paesi socialisti ma ormai tutti i paesi a qualsiasi regime, ha
tolto alla famiglia ogni rilevanza sociale che è stata invece attribuita tutta al lavoro.
È sintomatico che nelle Carte Costituzionali delle (cosiddette) democrazie occidentali si decreti che lo
Stato è fondato non sulla famiglia, ma sul lavoro. E si ha un bel dire che la Società civile e lo Stato non sono la
stessa cosa, e che la famiglia è pilastro e fondamento non dello Stato, ma della Società; sta di fatto che sia negli
Stati socialisti che nelle Democrazie la famiglia non viene considerata nemmeno come soggetto sociale.
Di conseguenza il lavoro in casa a servizio della famiglia non viene considerato socialmente rilevante e la
qualifica di casalinga è rimasta "squalificata", tanto da non essere socialmente tutelata né retribuita. Tutto questo
ha portato la donna a sentirsi socialmente esclusa ed economicamente dipendente (se è moglie, è considerata un
"carico" del marito), e perciò ha spinto la donna a cercarsi un lavoro extra-familiare, a volte per necessità
economiche, spesso per il bisogno di una sua qualifica sociale.

64 - Le ambiguità del femminismo

Su queste problematiche si è scatenato il populismo radical-marxista attraverso i movimenti femministi i


quali, lungi dal risolvere degnamente i problemi della situazione femminile, hanno falsificato l'identità della
donna e impedito il suo vero in-serimento nella società. Accanto a questo femminismo acido e arrabbiato, che si
squalifica da solo e finisce vittima della propria rabbia e della propria stupidità, si è aggiunto - provocando forse
un danno ancora maggiore - un femminismo soffice, strisciante, che si manifesta paludato di serietà e di
solidarietà verso la presunta inferiorità in cui è tenuta la donna, eternamente condannata ad essere "l'angelo
della casa" e a vivere, rassegnata, la sua sottomissione all'uomo. Questo tipo di femminismo, che ha fatto leva
sugli aspetti più vulnerabili della femminilità, ha creato, soprattutto nelle giovani generazioni, uno stuolo di
donne insoddisfatte, che mal sopportano di essere donna.
Purtroppo, è una campagna che risponde a un preciso disegno eversivo; sanno che, corrotta la donna,
viene a crollare l'istituzione "borghese" della famiglia e del matrimonio. Quando una donna non è felice di essere
donna, diventa facilmente vittima di strumentalizzazioni maschili; si lascia attirare da forme di compensazione
illusorie come quella di esibirsi scioccamente con superficiale leggerezza, o di svendere la propria femminilità su
rotocalchi ga-leotti, negli spogliarelli televisivi, o nelle stravaganze provocatorie della moda. Ebbene, la donna
deve ribellarsi all'immagine di donna che la cultura edonistica e secolarizzata di questo ultimo secolo ha vo-luto
imporle; essa ha più che mai bisogno di liberarsi dai condizionamenti ideologici che l'hanno spiritualmente e
psicologicamente violentata, derubandola dei suoi valori e della sua dignità.
Non è dunque un problema di "lavoro sì o lavoro no"; la donna deve riappropriarsi di se stessa, perché
solo così potrà dare alla società, a partire dalla famiglia fino ai più diversi ambienti della vita sociale, ciò che è
proprio e specifico della sua femminilità. Quando la donna sa essere se stessa, con la sua dignità e i suoi valori,
diventa un elemento umanizzante dell'ambiente dove vive e dove lavora, e potrà portare nel lavoro lo spirito e
l'aria di famiglia. Il lavoro esterno non dovrebbe comunque essere mai a tempo pieno, ma a mezzo tempo e
possibilmente anche meno.
La donna dovrà dunque liberarsi dal complesso della casalinga. Il lavoro domestico riveste una dignità e
un valore che nessun'altra occupazione possiede. Abbiamo già detto che non esiste al mondo impresa più
grande e duratura di quella di "costruire uomini". E la famiglia è il luogo dove l'uomo viene al mondo e dove si
realizza come persona. Perciò la qualifica di "casalinga" è quella a più alto contenuto sociale, e la donna
dovrebbe portare questa sua qualifica a testa alta, senza timori verso la mentalità corrente o complessi di
inferiorità verso "colleghe" socialmente più riverite.
Va detto, inoltre, che oggi governare la casa non è affatto un lavoro di poco conto; richiede non solo
dedizione e pazienza, ma anche conoscenze scientifiche di base, capacità tecniche e organizzative, e poi
fantasia, gusto, inventiva, e anche forza fisica.
Una casalinga che si dedichi alla famiglia e alla casa con questa consapevolezza e con queste disposizioni
d'animo arriverà ad acquisire tra l'altro due prerogative: il gusto della vera libertà personale e il godimento della
"poesia delle cose".
In una casa, chi dà di più è la donna, ed è quella che meno riceve.
Questo lo dico perché venga recepito e considerato opportunamente sia dall'uomo che dalla donna. Non
lo dico per i figli, perché un figlio abituato fin dal grembo materno ad avere la madre sempre e totalmente
disponibile, quasi a nutrirsi di lei, del suo sangue e della sua carne, difficilmente si rende conto di quanto ha
ricevuto e riceve gratuitamente; gli manca sul piano dell'esperienza un ter-mine di confronto. Del resto un figlio
mai potrà restituire quello che ha ricevuto da sua madre.
Questo la donna lo capisce e lo accetta.
Quello che invece la ferisce e la umilia, è vedere che "l'amore non è amato", l'amore che lei dona non trova
amore in chi lo riceve.

65 - Il bisogno di amare

Quest'ultima considerazione ci aiuta a capire l'altro aspetto della natura della donna, che spesso è causa di
sofferenza e di crisi esistenziali: il bisogno profondo che la donna ha di amare e di essere amata. È un bisogno
che si nasconde in ogni essere umano, ma nella donna si configura come un dato esistenziale; è in gioco la sua
vita interiore e il suo essere nel mondo. Cioè, amare ed essere amata sono come le coordinate della sua esistenza;
rappresentano nella vita della donna ciò che la diastole e la sistole del cuore rappresentano nell'organismo u-
mano.
Il punto debole di questa esigenza, che può diventare fonte di conflitti interiori, è la convinzione, che
spesso diventa pretesa, di essere amata allo stesso modo con cui lei ama. La donna getta nel suo amore tutto il
peso e la ricchezza della sua femminilità: instancabile generosità di donazione, ricchezza di sensibilità e di
affetto, tenerezza e delicatezza di sentimenti, cura dei tanti piccoli gesti di attenzione, di considerazione e di
affetto, nessun risparmio nel dono di sé fino ad avere un senso di colpa per non aver fatto di più, o per non
essersi data to-talmente, senza dire l'amabilità e la pazienza con cui affronta le fatiche e le difficoltà.
Questo modo appassionato di amare e di donarsi può non trovare risposte ugualmente vibranti o che
esprimano una pari corrispondenza emotiva e una pari consapevolezza; mancate risposte che la donna
interpreta come egoismo o indifferenza. Il che può spingere la donna ad avvilirsi, a chiudersi e a considerare
inutili i suoi sacrifici. Essa invece deve capire che il suo modo di amare è unico, deriva dal privilegio di
sperimentare il mistero della vita dall'interno e di gioirne in prima persona, un modo di amare che la rende
partecipe della assoluta gratuità dell'amore di Dio, il quale si dona a lei in maniera unica e speciale proprio
nell'essere umano che le viene affidato e di cui essa si prende cura; deve anche capire che l'amore paga di per se
stesso, è già esso stesso un dono perché l'amore è fecondità, è trasfondere la propria vita nella persona amata, è
come prolungare la propria esistenza verso l'eternità. Inoltre, su questa terra, amare è gioire e soffrire per la
persona amata, e l'amore non è mai pienamente compreso né totalmente corrisposto.
Infine, nel suo modo appassionato di darsi, la donna è portata a non pensare a se stessa, e rischia così di
trascurarsi. Invece, la donna deve trovare il tempo per se stessa e per la sua persona, per la sua formazione
culturale e professionale, per la sua vita spirituale, e anche per le sue "chiacchiere". Le chiacchiere hanno un
effetto sedativo sulla psiche della donna e, in fondo, esse altro non sono che l'espressione del bisogno di
comunicare insito nella donna. Voi donne siete una rivelazione di Dio all'uomo perché siete depositarie del
mistero della vita. Perciò non c'è gesto più triste e assurdo, più brutalmente offensivo della vostra dignità e della
vostra missione del crimine dell'aborto.
Respingere la creatura che Dio ha fatto sbocciare in voi, col vostro consenso o senza la vostra volontà,
attraverso un atto d'amore o un atto di violenza o altre circostanze, uccidere il bambino dentro il vostro grembo,
quel grembo che Dio ha creato perché fosse il "giardino della vita", è come l'assurda pretesa di uccidere Dio, il
Dio della vita.
Ma Dio non muore e non muore nessuna creatura concepita. Gli occhi di quel bambino, ai quali fu negato
di vedere la luce di questo mondo ma vedono eternamente la luce di Dio, gli occhi di quel bambino vi
seguiranno per tutta la vita.
Nessuna autorità di questa terra può farli tacere, nemmeno l'autorità dello Stato. Lo Stato, compreso
quello italiano, mentre persegue la criminalità organizzata, diventa esso stesso criminale quando autorizza e
finanzia coloro che uccidono con l'aborto un essere umano innocente nel grembo materno. Vedete fino a che
punto può arrivare l'ipocrisia dello Stato e la sua menzogna!
Ma voi non lasciatevi ingannare. Il mistero della vita che portate dentro di voi è la vostra forza. Per questo
Dio vi ama con amore di predilezione.
Quando ha inviato il suo Figlio sulla terra ha escluso completamente l'uomo e ha fatto tutto per mezzo
vostro, lo ha affidato al vostro grembo e la vostro seno. Perciò ha dato a voi la capacità di avvertire in modo
quasi sensibile la sua divina presenza nel mondo e nell'intimo del vostro cuore. Voi conoscete Dio e lo percepite
in maniera molto più immediata, diretta e intima dell'uomo. Perciò potete rivelarlo a lui. Soprattutto all'uomo
freddo e razionale della nostra civiltà secolarizzata dovete insegnare la saggezza della fede, il dovere, che è
giustizia, di aprirsi a Dio e di riconoscere la propria identità di creatura. Sapete che l'uomo fa fatica a
inginocchiarsi; lo ritiene poco virile e poco consono alla sua presunzione di demiurgo del creato e della storia.
L'uomo, nella sua superbia, è tentato di imitare Lucifero, voi lasciatevi sedurre dall'umiltà della Madonna; è
attraverso di lei che venne agli uomini il Salvatore.
Infine, voi donne, dovete riappropriarvi della famiglia. È lo spazio naturale della vostra persona e della
vostra missione. E dovete "costringere" gli uomini a difendere e proteggere questa realtà così umana e così
divina, perché è di Dio. E voi siete le più efficaci alleate di Dio.
Non vi scoraggiate se vi sembra una battaglia perduta; con la "cocciutaggine" che vi contraddistingue,
state davanti al mondo col vostro impegno e davanti a Dio con la vostra preghiera: la vittoria sarà vostra.
Non a caso è stata una Donna a schiacciare la testa al Serpente.

66 - Gli altri protagonisti della famiglia

Ci siamo dilungati a parlare dei due principali protagonisti della famiglia: gli sposi; sono essi l'asse
portante dell'edificio familiare. Non possiamo però concludere le nostre riflessioni senza accennare agli altri
personaggi che possono essere presenti nella famiglia.
Innanzitutto i figli. Riguardo ad essi, la prima considerazione fondamentale è questa: i figli sono un dono,
un dono di Dio e un dono che gli sposi si fanno reciprocamente. I figli non possono essere né oggetto di pretesa,
né considerati un peso, quasi un male da evitare o da limitare.
Nel primo caso il figlio è considerato una proprietà, una gratificazione all'egoismo affettivo materno, che è
una contraffazione della nobile e naturale aspirazione alla maternità. Se poi il figlio è voluto a tutti i costi e con
qualsiasi mezzo non sarà mai un figlio dell'amore, ma un orfano di laboratorio.
Nel secondo caso, il figlio è "sopportato", accudito "per dovere", facilmente causa di fastidio e di litigi.
Sono i bambini accontentati nei loro capricci perché non diano fastidio e non condizionino più di tanto la vita dei
genitori, soprattutto della madre. Le conseguenze sulla loro psicologia sono disastrose.
Seconda considerazione: è sommamente auspicabile che un figlio faccia anche l'esperienza della fraternità.
Un figlio dovrebbe realizzare la duplice condizione: di figlio e di fratello. Gesù stesso, pur essendo l'Unigenito
del Padre, ha voluto prendere la nostra natura per farsi Primogenito di una moltitudine di fratelli. È nota a tutti
la sindrome del figlio "unico", che è stato l'unico oggetto dell'attenzione di tutti, che non ha mai avuto la
necessità di far posto ad altri nel territorio vitale da lui occupato, non ha mai avuto il problema di condividere,
di spartire, di misurarsi con altri accanto a lui, di litigare o picchiarsi per un giocattolo, per una fetta di dolce, o
per un dispetto ricevuto, di doversi arrangiare perché papà e mamma erano impegnati con i figli più piccoli
La famiglia numerosa è l'ideale per una educazione equilibrata, completa, realistica dei figli. Oserei dire che la
vera famiglia comincia col terzo figlio.
Non possiamo proseguire su queste considerazioni che del resto potrete trovare ampiamente sviluppate
in una abbondante letteratura sulla famiglia. Quello che vorrei suggerirvi è di richiamare frequentemente alla
memoria quello che dentro di voi avete provato nel momento in cui avete avuto per la prima volta fra le vostre
mani il figlio appena nato: avete sentito che tenevate in mano un miracolo, lì c'era il dito di Dio; quello che
tenevate tra le mani superava enormemente le vostre forze e le vostre possibilità. Siete stati collaboratori di Dio,
avete messo le condizioni perché lui misteriosamente e silenziosamente agisse. Sì, misteriosamente, perché la
scienza può spiegarmi tutto ciò che biologicamente accade nel silenzio del ventre materno, ma non può dirmi chi
interviene e come, perché quell'essere che si sta formando nel silenzio delle leggi biologiche è una persona, è un
essere umano, biologicamente ed ontologicamente unico e irrepetibile, che non appartiene a nessuno se non a se
stesso e a quel Principio che lo ha immesso nel mondo.
Siete voi sposi a prendere le vostre decisioni davanti a Dio sulla consistenza numerica della vostra
famiglia, tuttavia lasciatevi consigliare dalla Paternità di Dio, dalla sua immensa generosità di creatore e di
padre! Non siate tirchi e paurosi di fronte alla vita! La provvidenza di Dio ha mani grandi, e la sua grazia non
conosce ostacoli. Una famiglia numerosa richiede certamente maggiori sacrifici, ma offre in proporzione
gratificazioni e gioie ben più grandi, oltre ad essere pegno di fedeltà e oggetto di copiose benedizioni di Dio.
Non private i figli della esaltante esperienza della fraternità. Certo, dai tempi di Caino e di Abele il
rapporto tra fratelli non è mai stato facile: si nasce fratelli, ma poi bisogna imparare a vivere da fratelli. Ed è
questo uno dei compiti più delicati e anche più urgenti di voi genitori. Cominciate educandoli alla responsabilità
degli uni verso gli altri, e insieme al rispetto della libertà di ciascuno perché possa fare le proprie scelte e
intraprendere la propria strada. Instillate poi nei figli un grande amore, fatto di solidarietà e di rispetto, verso la
propria famiglia, unito a un nobile orgoglio di appartenervi.

67 - Il clan familiare

Sugli altri personaggi che s'incontrano nella famiglia diremo solo un breve cenno a mo' di conclusione. I
nonni: da sempre hanno rappresentato, nella famiglia, la tradizione e la saggezza, e venivano trattati con grande
rispetto e venerazione.
Emarginati dalla famiglia alla fine del millennio, vengono oggi ripescati come baby-sitters.
È stato, sì, rivalutato il loro ruolo sociale, ma sono venuti meno il loro peso e la loro figura morale. La
distruzione della famiglia ha travolto anche la secolare sacralità del "Vecchio", grande bandiera e assoluto
riferimento per le generazioni.
Cognati e cognate, suocera e nuora, zii e nipoti: costituivano un giorno il clan familiare, oggi è la
parentela. Tanti caratteri, tanti gusti, tante opinioni, diverse provenienze, diversi percorsi educativi ; è
fondamentale che tutto questo venga considerato dai vari componenti della parentela non come un ostacolo ai
buoni rapporti, o peggio, come motivo di divisione e di conflitto, ma come una ricchezza, un patrimonio che
arricchisce tutti. Nulla di più facile dell'insorgere di sentimenti di invidia, di gelosia, di rivalità quando
all'interno della parentela ci si guarda gli uni gli altri come avversari, o addirittura come nemici. Tutto dipende
dall'atteggiamento interiore di ciascuno. Occorre un cuore grande, magnanimo, ospitale, disponibile alla
fraternità.
Il pericolo maggiore viene dalla successione di eredità o dalla ripartizione dei beni. In questo caso vale la
pena di tener presente che i beni acquisiti ingiustamente restano come motivo di condanna, e spesso vanno in
cancrena. E vale anche la pena ricordare l'avvertimento del Signore: "Se uno pretende la tua tunica, tu dagli anche il
mantello", cioè la concordia e l'amore fraterno valgono più di tutti i guadagni di questo mondo. In pratica il
Signore ci dice che piuttosto di perdere l'armonia e la carità fraterna, meglio perdere qualche vantaggio
economico. Del resto, San Paolo ammonisce che la cupidigia - l'attaccamento al denaro - è la radice di tutti i mali,
anche di molte sofferenze nell'avaro stesso, fino alla perdita della fede.
Infine, qualche suggerimento per gli altri personaggi del clan familiare. Le cognate dimentichino di essere
cognate e pensino piuttosto ad essere zie; zie che apprezzano, amano e si compiacciono dei figli della cognata,
astenendosi da ogni intervento, soprattutto da giudizi e da considerazioni negative. L'invidia e la gelosia sono
sempre in agguato, e sono sottili e perniciose.
Suocere e nuore. Una regola d'oro per la suocera: silenzio, disponibilità sorridente, preghiera. Una regola
d'oro per la nuora: parlare bene del marito, non pretendere una suocera secondo i propri desideri, "perdonarle"
affettuosamente l'età.
Per le zie, soprattutto nubili, e in genere per tutti i componenti della parentela: non cercare compensazioni
ai propri ideali o desideri mancati, o alle proprie frustrazioni, essere felici del successo e del bene dei vari
parenti, infine, dedicare tutto il tempo possibile a opere di volontariato assistenziale e sociale.
In una famiglia, tutti dobbiamo rinunciare a qualcosa e tutti dobbiamo cercare di dare molto. Alla fine, la
concordia e la pace sono beni che ripagano ampiamente; ci renderemo conto che nella famiglia, se essa rispetta il
disegno di Dio, si riceve molto di più di quello che si dona.

68 - La casa

Nella famiglia l'importanza fondamentale l'hanno i personaggi che la vivono e la interpretano, ma non è
pensabile la famiglia senza il luogo, l'abitazione dove scorre la vita e dove si snodano i destini, dei vari
protagonisti. È necessario cioè dire una parola sulla casa o sull'ambiente fisico dove dimora la famiglia. Ogni
essere vivente, anche il più nudo come i vermi, hanno un luogo dove "abitano"; alcuni, come molti molluschi, si
portano la casa appresso, altri se la fabbricano di volta in volta, altri se la adattano dove la natura lo permette.
Per l'uomo la casa è molto di più che una abitazione o un rifugio. La casa è per la famiglia quello che il
vestito è per la persona.
Come esiste una intimità della persona, che va custodita e difesa, così esiste una intimità della famiglia
che esige un luogo che la difenda e la custodisca, un luogo dove ognuno gode dell'intimità dell'altro, secondo le
leggi proprie della convivenza familiare, e tutti rispettano e difendono l'intimità di ciascuno.
Come l'abito rivela il gusto, la fantasia, le proprietà della persona, anche la casa esprime la personalità di
una famiglia. E poiché la casa è soprattutto l'habitat della donna, è la personalità della donna che emerge
dall'aspetto interno della casa.
L'ordine, la pulizia, l'arredo, la distribuzione dei mobili e degli oggetti non sono particolari insignificanti e
banali, hanno un loro linguaggio, quello della fantasia, della sensibilità, del gusto, ma soprattutto dell'amore alle
persone, che una madre di famiglia ha saputo coltivare. E non si tratta di quantità o preziosità degli oggetti;
spesso pochi oggetti e niente affatto costosi, ma ordinati con semplicità e grazia, ben curati e ben disposti,
rendono la casa ridente e accogliente, espressione della serenità e della disponibilità all'accoglienza della
padrona di casa.
Questo aspetto positivo ha però il suo rovescio che può disturbare e può trasformare la casa in un luogo
faticosamente vivibile, a volte anche opprimente: è il morboso attaccamento della donna alla sua casa.
È un attaccamento che rischia di mettere in castigo gli abitanti di quella casa, che non si sentono più
membri di una famiglia, ma inquilini mal sopportati; viene messa in pericolo quella simbiosi gioiosa della
famiglia con la casa che è garanzia dell'unità familiare e della crescita serena delle persone che vi abitano. Non
dobbiamo dimenticare che la casa è per l'uomo e non l'uomo per la casa.
Questo significa che la casa è per tutti, ma anche che ognuno deve avere il "suo" posto. Evidentemente il
luogo più intimo e delicato della casa è la stanza nuziale. È il "grembo" della famiglia, il luogo di cui la donna
deve essere estremamente gelosa. Perfino la famiglia nomade riservava una parte del-la tenda all'intimità, ed era
un luogo rispettato da tutti come sacro e inviolabile.
Sappiamo che il matrimonio è un sacramento che accompagna gli sposi per tutta la loro vita; perciò
quando essi si uniscono nel loro dono d'amore è come se celebrassero il sacramento. Ecco perché al-cuni santi,
come il Beato Josemaria Escrivà, paragonavano il letto nuziale a un altare, e profanare il matrimonio è come
profanare un sacramento.
Vengono poi i figli. La casa deve offrire un posto anche per loro. È fondamentale che i figli, fin da piccoli,
abbiano un luogo tutto per loro, dove godano una loro libertà, dove la parola "ordine" abbia un significato
sommario e approssimativo, e dove trovino posto i loro riferimenti infantili.
Lì dovranno imparare a gestirsi, a espletare le loro prime responsabilità e a svolgere i loro primi incarichi.
Già, perché tutti in famiglia dovrebbero essere titolari di incarichi personali, incarichi che siano per il bene di
tutti in famiglia, perché nessuno in casa deve considerarsi "a carico" degli altri, ma compartecipe e protagonista
della vita familiare.
E finalmente veniamo alla sala da pranzo: è il luogo che esprime l'unità familiare, la condivisione, l'amore
fraterno, e nello stesso tempo il luogo dove vengono rispettati e accettati pacificamente i ruoli dei vari
protagonisti della famiglia.
Contiene l'arredo più significativo di tutta la casa: la tavola.
Gli altri luoghi della casa sono per l'intimità di ciascuno, la sala da pranzo è di tutti.
La visibilità della famiglia come comunione di persone trova la sua espressione più perfetta nel momento
in cui tutta la famiglia è riunita intorno alla tavola.
La tavola, da sempre, ha rivestito nella simbologia umana una grande ricchezza di significati: essere a
tavola è partecipare alla intimità di una famiglia, è condivisione di sentimenti, di affetti, di legami profondi; è
segno di gioia, di festa, di particolari celebrazioni che segnano momenti importanti nella vita familiare. Gesù
stesso ha paragonato il Regno dei cieli a un banchetto nuziale.
Purtroppo la vita frenetica, efficientista, industrializzata dei nostri giorni, e soprattutto la perdita del
senso della famiglia, hanno inferto un duro colpo al ruolo della tavola e al suo significato. Fast-food, self service,
snack bar, e altre anonime invenzioni sono i tristi surrogati della tavola; essi tolgono alla vita familiare uno dei
momenti più intensi nei quali la famiglia ritrova sé stessa e si riconosce nei suoi valori di unità, di condivisione,
di accoglienza intorno al dono della vita.
Spetta a voi genitori ricuperare il senso umano e cristiano della tavola; ricuperatelo almeno nei giorni
festivi nei quali più facilmente la famiglia si ritrova al completo.
Pensate quale impatto fortemente educativo può avere il gesto del padre di famiglia che, nel giorno del
Signore, con tutta la famiglia riunita a tavola, benedice la mensa e prega insieme con tutti il "Padre nostro", con
l'atteggiamento di doverosa riconoscenza verso Dio che, nel pane quotidiano, rivela la sua amorosa provvidenza
di Padre.
Infine, la madre di famiglia deve cercare di essere non solo la regina della casa, ma anche la regina della
tavola; attraverso le "invenzioni" dei suoi menù essa può conquistarsi tutta la famiglia, può tenere tutti per la
gola; nelle sue mani tiene un mezzo formidabile per fomentare in tutti, in maniera sempre più efficace, il senso
della famiglia.
69 - Esperienza del dolore

Nella famiglia si nasce, si cresce e ci si forma come persone; un giorno in famiglia ci si ammalava, si
veniva assistiti e in famiglia si concludeva la propria vita.
Si imparava così a condividere la sofferenza e si scopriva il valore del dolore.
Oggi per queste cose ci sono gli ospedali. Motivi di ordine pratico: necessità di terapie specialistiche, di
attrezzature adeguate, impossibilità di assistenza domiciliare ecc. fanno sì che esperienze di così importante
spessore umano e spirituale come la malattia, la sofferenza e la morte stessa vengano, nella maggioranza dei
casi, dislocate negli ospedali, nelle case di cura o simili, lontano comunque dalle pareti domestiche e dalla
famiglia.
La nostra civiltà edonistica ha sviluppato nell'animo dell'uomo moderno un forte senso di rigetto del
dolore e della morte fino a cercare di sottrarli con ogni mezzo alla vista e all'esperienza diretta delle persone.
Se la difesa dal dolore e la ripugnanza della morte sono moti istintivi della nostra natura e perciò
pienamente comprensibili, resta però vero che l'esperienza del dolore, che rimane un ingrediente inevitabile
dell'esistenza umana, ha sempre forgiato anime forti e generose di fronte alla vita.
La scuola della sofferenza insegna e fa capire molte cose, spesso trasforma completamente il cuore
dell'uomo, lo rende certamente più profondo e più saggio, capace di valutare con sapienza gli avvenimenti di
questo mondo e di capire il vero senso del vivere.

***

La famiglia: "via della Chiesa", l'ha chiamata Giovanni Paolo II. Ma è anche la via della società, la via
dell'intera umanità e del suo futuro. A conclusione dei nostri incontri, vorrei ora richiamare alla vostra memoria,
perché resti scolpito nel vostro cuore, quello che fu il disegno iniziale di Dio nella creazione: la famiglia è la via
dell'uomo. È perciò la via di voi genitori che siete chiamati a realizzare attraverso le vie della famiglia la vostra
vocazione umana e cristiana, in altre parole la vostra vocazione alla santità.
Vedere la famiglia in prospettiva vocazionale, come cammino di santità, aiuterà voi sposi a risolvere
positivamente e nella pace tutti i problemi e le difficoltà che la vita familiare potrà presentarvi. Tutto quello che
farete perché la vostra famiglia sia "un focolare luminoso e allegro" (Beato Escrivà), vi ripagherà ampiamente, e la
via della famiglia sarà la via della vostra felicità, una felicità che qui sulla terra potrà avere "le radici in forma di
croce" (Beato Escrivà), ma che in cielo esploderà in un canto corale senza fine, con i vostri figli e con tutti i
protagonisti della vostra famiglia.
BIBLIOGRAFIA:

• DOCUMENTI DEL MAGISTERO DELLA CHIESA:


• Concilio Vat. II "Gaudium et spes" nn. 47-52.
• Pio XI - Lett. ecum. "Casti connubii".
• Paolo VI - Lett. ecum. "Humanae vitae"
• Giovanni Paolo II - "Familiaris Consortio"
• Giovanni Paolo II - "Mulieris Dignitatem"
• Giovanni Paolo II - "Lettera alle famiglie"

• CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE:


• Orientamenti educativi sull'amore umano.
• Rispetto della vita nascente e dignità della procreazione.

• AUTORI:
• J. Guitton: L'Amore umano Ed. Rusconi - Milano 1989.
• Tettamanzi: La chiesa domestica Ed. Dehoniane, Napoli 1979.
• Cormac Burke: La felicità coniugale. Ed. Ares, Milano
• G.Battista Torello: La famiglia: personaggi & interpreti. Ed. Ares, Milano, 1997
• G.Cottini - A.Zani: Fidanzamento, matrimonio & dopo. Ed. Ares, Milano, 1997
• Arturo Cattaneo: Matrimonio d'amore Ed. Ares, Milano, 2000

INDICE

• PRESENTAZIONE ... pag. 3


• DIO ESISTE:
SCOPRIAMOLO INSIEME .. pag. 6
Appendice alla prima lezione pag. 27

• AMORE E MATRIMONIO
NEL PROGETTO DI DIO pag. 35

• IL SACRAMENTO
DEL MATRIMONIO pag. 70

• LA FAMIGLIA . pag. 97

(cenno biografico da apporre sulla parte posteriore della copertina)

Don Ferdinando Rancan è nato a Tregnago, Verona, il 14 giugno 1926.


Dopo aver conseguito la maturità classica, si laurea in Scienze Naturali nel 1955 presso l'Università La
Sapienza di Roma.
Tornato a Verona e completati gli studi teologici, riceve l'Ordinazione Sacerdotale e si dedica per parecchi anni
all'insegnamento nel Seminario diocesano e nei Licei della città.
Dal 1980 svolge il suo ministero pastorale presso la Pieve dei Santi Apostoli, in Verona.

Altri suoi scritti:

• Il senso del vivere - Uomo - Tempo Eternità


Ed. Ares
• Mi invocherete e io vi esaudirò La preghiera e la Messa nella vita del cristiano Ed. Segno
• Non presentarti a mani vuote davanti al Signore - Come santificare il tempo Ed. Segno
• Fiori melograno Poesie Ed. Athesis

PER ORDINAZIONI RIVOLGERSI A:


DON ENZO BONINSEGNA
Via Polesine, 5 - 37134 Verona
Tel.: 0458201679 * Celi.: 338-9908824

DON FERDINANDO RANCAN


Via Risorgimento, 25 - 37126 Verona
Tel.: 3492134621

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