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IJANTROPOLOGIA POLITICA

DI PAPA FRANCESCO

Diego Fares S.I.

«Ma fatevi questa domanda: quante volte Gesù è dentro e bussa


alla porta per uscire, per uscire fuori, e noi non lo lasciamo uscire, per
le nostre sicurezze, perché tante volte siamo chiusi in strutture cadu-
che, che servono soltanto per farci schiavi, e non liberi figli di Dio?>>.
345
È questa la domanda che Papa Francesco ha posto durante la Veglia
di Pentecoste del2013. Nelle sue parole risuonano, in un linguaggio
colloquiale, le cifre principali della cultura bergogliana dell'incontro.
«<n questa "uscita"- ha proseguito- è importante andare all'in-
contro; questa parola per me è molto importante: l'incontro con gli altri.
Perché? Perché la fede è un incontro con Gesù, e noi dobbiamo fare la
stessa cosa che fa Gesù: incontrare gli altri. Noi viviamo una cultura
dello scontro, una cultura della frammentazione, una cultura in cui
quello che non mi serve lo getto via, la cultura dello scarto. Ma
su questo punto vi invito a pensare - ed è parte della crisi - agli
anziani, che sono la saggezza di un popolo, ai bambini ... la cul-
tura dello scarto! Ma noi dobbiamo andare all'incontro e dobbia-
mo creare con la nostra fede una "cultura dell'incontro'; una cultura
dell'amicizia, una cultura dove troviamo fratelli, dove possiamo parlare
anche con quelli che non la pensano come noi, anche con quelli
che hanno un'altra fede, che non hanno la stessa fede. Tutti hanno
qualcosa in comune con noi: sono immagini di Dio, sono figli di
Dio. Andare all'incontro con tutti, senza negoziare la nostra appar-
tenenza. E un altro punto è importante: con i poveri. Se usciamo
da noi stessi, troviamo la povertà. Oggi - questo fa male al cuore
dirlo- oggi, trovare un barbone morto di freddo non è notizia>>1•

1. PAPA FRANCEsco, Veglia di Pentecoste con i movimenti, le nuove comunità le1

associazioni e le aggregazioni laica li, 18 maggio 2013 (corsivi nostri).

©La Civiltà Cattolica 2014 I 345-360 l 3928 (15 febbraio ,2014)


ARTICOLO

«Avvicinarsi bene ad ogni carne sofferente»

Perché ci sia un autentico incontro interpersonale, devono entra-


re in gioco la libertà, il rispetto, la giusta distanza di prospettiva, la
valorizzazione dell'altro, il dialogo. Ma una definizione del teologo
Romano Guardini, molto amato da Francesco, riassume tutte queste
caratteristiche e tocca la nostra sensibilità: c'è un incontro con l'altro
quando «sono ferito dal raggio del suo essere, quando sono tocca-
to dalla sua azione>>2 • Questo è ciò che il Papa raccomanda quando,
ad esempio, parla dell'elemosina, gesto in cui un autentico incontro
avviene se - e solo se - guardiamo negli occhi colui che aiutiamo,
tocchiamo la sua mano, scambiamo parole. <<Se avete soltanto gettato
la moneta ... , se non lo avete toccato, non lo avete incontrato»3 •
346 Tutta la mistica di Francesco, orientata in questo senso, trova forse
la sua migliore espressione nel corso di Esercizi spirituali La nostra
carne in preghiera, che egli predicò a La Plata nel gennaio del 1990.
Allora diceva: «Avvicinarsi bene ad ogni carne sofferente è aprire il
cuore, lasciarsi "commuovere le viscere", toccare la piaga, prendere
sulle spalle il ferito; è anche pagare i due denari e infine farsi garante
di quello che viene speso in più. Saremo giudicati su questo>>. E la ra-
gione è che «il Verbo fatto carne redime la carne dal peccato per mez-
zo della sua passione, cioè assumendo il dolore di ogni carne. Gesù
si avvicina bene a ogni carne dolorosa, paga l'ipoteca con la propria
carne. Gesù non "passa oltre". Noi saremo giudicati su questo avvici-
narci bene a ogni carne dolorosa, sul "farci prossimo" di ogni carne>> 4 •
La concezione stessa che Francesco ha della preghiera va nella
direzione del «toccare>>: <<La preghiera tocca la nostra carne nel suo
nucleo stesso, ci tocca il cuore>>. Da questa preghiera così descritta
trae origine il vero «andare incontro>>, come pùre le due dimensio-
ni trascendenti, accennate in precedenza: l'uscire da sé per recarsi
all'incontro con Dio nella preghiera, e con il prossimo nel servizio.

2. R. GuARDINI, Libertad, gracia y destino, Buenos Aires, Lumen, 1994, 40 (in


it.: Libertà~ grazia1 destino, Brescia, Morcelliana, 20094). Guardini ha in mente l'in-
contro di Paolo con Gesù, la cui grazia lo fa cadere e lo acceca, toccandogli il cuore.
3. J. M. BERGOGLIO, Riflexiones en esperanza, Buenos Aires, Usai, 1992, 16.
4. lvi, 15.
) .r\~"l'ROPOLOG!A POLITICADl PAPA FRANCESCO

Da un punto di vista antropologico, il primato dell'incontro si


deve al fatto che esso rappresenta la caratteristica umana per eccellen-
za, poiché «siamo esseri di incontro>>, esseri che vivono la vita perso-
l
nale attraverso questa modalità nient'affatto scontata: <<La relazione si
)
consuma quando anche l'altro uomo "incontra", (chi?), proprio me>>5 •
Volendo pensare in termini positivi, noi ci relazioniamo nell'incon-
)
tro in base alla nostra <<capacità di vibrare con>> gli altri e con tutte le
cose. Ecco perché dagli incontri scaturiscono realtà creative; perché
'• c'è sinergia, come si dice oggi. Ma, nel caso in cui non avvenissero
)
incontri autentici, lo spirito (e anche la nostra carne) si ammalerebbe.

)
Un womo di incontri»
347
Guardini parla delle malattie dello spirito. Lo spirito si trova in
1
relazione ai valori assoluti della verità, del bene e del giusto, quindi
ai valori che trascendono l'ambito dell'utilità. Se perde il suo riferi-
mento a questi, fìnisce per ammalarsi. Il riferimento più radicale è
quello alla verità. Se lo perdiamo, il nostro intelletto smarrisce la sua
apertura riflessiva all'essere, e ciò danneggia la capacità di amare il
bene e di essere giusti. <<Questo non avviene ancora quando lo spi-
rito cade in errore, poiché in tal caso saremmo tutti malati, poiché
tutti ci sbagliamo; e neppure quando mente, perfìno quando mente
l
frequentemente; ma quando perde radicalmente il riferimento alla
verità. Quando perde la volontà di raggiungere la verità e la responsa-
bilità che ha nei cònfronti di essa e rinuncia alla distinzione tra ciò che
l
è vero e ciò che è falso, allora lo spirito si ammala>> 6 •
Di qui derivano le esortazioni del Papa a <<uscire da noi stessi per
l
incontrare gli altri>>". Egli formula questo concetto dicendo che chi
esce da sé, aprendosi al mondo, può avere qualche incidente; ma
Francesco ribadisce di prefèrire una Chiesa incidentata a una Chiesa

5. lvi, 40 s.
6. R. GuARDINI, La existencia del cristiano, Madrid, BAC, 1997, 459 (in it.:
L'esistenza del cristiano, Milano, Vita e Pensiero, 1985).
7. lo., Begegnung und Bildung, Wiirzburg, Werkbund, 1956, 20. «I:uomo ha
consistenza non quando vive in se stesso e per se stesso, ma quando è "aperto",
quando si avventura a uscire verso ciò che è altro, soprattutto verso l'altro [...],per
consegnarsi a qualcosa che meriti che uno rischi di perdere se stesso per andare in
tale direzione» (ivi).
ARflCOl,()

malata, che rimane chiusa nelle sacrestie. Di qui derivano non solo le
sue instancabili e ripetute affermazioni sul fatto che Dio non si stanca
di perdonare, ma anche le sue raccomandazioni a essere chiari nella
confessione sacramentale e a dire: «Ho fatto questo, questo e questo>>.
Come vediamo, non si tratta di consigli che provengono da una
valutazione puratnente morale, ma di un discernimento esistenziale,
nel quale è in gioco la nostra salute spirituale (e fìsica). Quando uscia-
mo allo scoperto per l'incontro con l'altro (se è Dio, cominciando con
il confessare la nostra verità di peccatori; se è il prossimo, comincian-
do dal più bisognoso), è in gioco la nostra relazione con la Verità, l'A-
more e la Giustizia. Se non ci sono incontri autentici, se ci limitiamo
a relazioni autoreferenziali, utilitariste, funzionali o, ancora peggio,
di esclusione e di dominio, non solo facciamo del male agli altri, ma
348
noi stessi ci ammaliamo. A volte questo male, più o meno consa-
pevolmente, lo traduciamo in parole, quando diciamo che qualcuno
potente o vanitoso è <<malato di potere>>, <<malato di vanità».
Invece, vediamo come Guardini descrive un <<uomo di incon-
tri>>. Dice: <<Fintanto che un uomo è più vitale, fìnché il suo rap-
porto con il mondo è più originario, egli con maggiore frequenza
vive incontri, e più a lungo gli rimane la facoltà di averli, fìno alla
vecchiaia>> 8 • Aggiunge Guardini: <<Il contrario di tale facoltà è l'abi-
tudine, l'indifferenza, lo snobismo>>. Niente di più estraneo al nostro
Papa, il quale, lasciandosi toccare dalla novità di Dio, abbraccia tutti
personalmente e dà prova di una semplicità e di un'umiltà del tutto
estranee a qualsiasi forma di snobismo.
Papa Francesco ha espresso in vari modi che è una grazia quella
di <<avvicinarsi prima alla gente e poi di occuparsi dei problemi del
Vaticano>>. Egli stesso, scrivendo a Eugenio Scalfari, definisce così la
sua fede: <<La fede, per me, è nata dall'incontro con Gesù. Un incon-
tro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un
senso nuovo alla mia esistenza9• Ma al tempo stesso un incontro che

8. R. GuARDINI, Ética. Lecciones en la Universidad de Miinich, Madrid, BAC,


2000, 190 (in it.: Etica, Brescia, Morcelliana, 2003).
9. Più avanti, il Papa descrive Gesù come uno che ha una straordinaria «au-
torità», exousia, un potere che gli viene dal suo stesso essere: <<Un Gesù che in effetti
colpisce, spiazza, innova- egli stesso lo dice -a partire dal suo rapporto con Dio,
chiamato familiarmente "Abbà", il quale gli consegna questa "autorità" perché la
spenda a favore degli uomini».
LO
ANTROPOl .OCIA POLITICA DJ I\\ PA FRANCESCO

, le
LCa è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie
Ila a cui ho trovato l'accesso all'intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita
))),
nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i
na Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagi-
le, ne vera del Signore. Senza la Chiesa - mi creda - non avrei potuto
a- incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell'immenso dono
m che è la fede è custodito nei fragili vasi d'argilla della nostra umani-
Il- tà. Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza
\- di fede vissuta nella Chiesa che mi trovo a mio agio nell'ascoltare le
10 sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali
o, possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme>>10 •
1a Il relazionarsi di Papa Francesco alla verità non è quello di chi
l- <<per paura di sbagliarsi finisce per non dire nulla>>, ma al contrario
349
lO è quello di chi non rinuncia alla verità profonda dell'amore di Dio
verso ogni persona; egli non rinuncia a parlare, anche se le sue af.
1- fermazioni, collocate in astratto e fuori contesto, vengono spesso
)- mal interpretate.
:a
la La «cultura>> del popolo di Dio
l-

o La predicazione di Francesco mira a una vera e propria costru-


ti zione di una <<cultura dell'incontro». Questa sua intuizione viene
o da lontano ed è unita alla sua concezione di <<popolo fedele». L'ac-
cezione della parola <<cultura» non è usata qui per rendere l'incon-
a tro qualcosa di <<rifinito>>, <<educato», «colto a livello intellettuale».
~l Queste connotazioni possono trovarsi nella nostra mentalità, che
a unisce cultura e tendenza alla sofisticatezza, all'intellettualismo, alla
raffinata selezione di ciò che è più colto.
Il Già nel1974, l'allora giovane provinciale Jorge Bergoglio, all'a-
e pertura della Congregazione provinciale dei gesuiti argentini, met-
teva in rilievo <<il riconoscimento del senso di riserva religiosa che
.. il popolo fedele possiede>>11 • Lì esprimeva, <<a titolo personale, quello
che per me significa questa realtà: popolo fedele».

'a· 10. PAPA FRANCEsco, Lettera al giornalista Eugenio Scaljari, 11 settembre 2013.
11. J. M. BERGOGLio, Meditaciones para religiosos, San Miguel, Diego de Torres,
1982, 46. Da questo passo provengono anche le citazioni successive di questa pagina.
ARTICOLO

La prima cosa che ha fatto è stata <<raddoppiare la categoria>>:


<<Quando dico "popolo fedele", intendo riferirmi semplicemente al
popolo fedele>>; e aggiungeva: <<quello con il quale abbiamo maggiore
contatto nella nostra missione sacerdotale e nella nostra testimonian-
za religiosa>>. Le immagini che Bergoglio ha in mente sono quelle
del nostro popolo fedele in cammino a Lujan12 (da arcivescovo lì tra-
scorreva la notte a confessare la gente semplice, ogni anno); quelle
del nostro popolo fedele, che esprimeva il suo amore al Signore del
Miracolo a Salta13; quelle infìne del nostro popolo fèdele del barrio a
Los Polvorines, dove Francesco andò in missione da studente, o della
parrocchia del Patriarca San Giuseppe, dove fu il primo parroco.
In secondo luogo, Bergoglio abbandona qualsiasi <<presupposto
ideologico>>: <<Evidentemente "popolo" è ormai - tra noi - un ter-
350 mine equivoco dovuto ai presupposti ideologici con i quali si de-
finisce o si sente questa realtà del popolo>>. Perciò sottolinea: <<Ora
semplicemente mi riferisco al popolo fedele>> 14 •
In terzo luogo, lo definisce <<narrativamente>>: <<Quando studiavo
teologia, quando - come voi - ripassavo il Denzinger e i trattati
per dimostrare le tesi, mi colpì molto una formulazione della tradi-
zione cristiana: il popolo fedele è infallibile in credendo, nel crede-
re. Da qui poi trassi la mia formula personale, che non sarà molto
precisa, ma che mi aiuta molto: quando vuoi sapere ciò che crede
la Madre Chiesa, rivolgiti al Magistero, perché esso ha l'incarico di
insegnarlo in maniera infallibile; ma quando vuoi sapere come cre-
de la Chiesa, rivolgiti al popolo fedele>>. Questa <<formula personale>>
si concretizza nella frase seguente: <<Il Magistero ti insegnerà chi è
Maria, ma il nostro popolo fedele ti insegnerà come si ama Maria>> 15 •
La definizione di popolo fedele, allora, è una definizione feno-
menologica, che parte dall'azione, dai gesti di amore del nostro po-
polo nei confronti di Maria, dal suo <<come la ama>>. Qui Bergoglio
aggiunge: <<Il nostro popolo possiede un'anima e, poiché possiamo
parlare dell'anima di un popolo, possiamo parlare di un'ermeneuti-
ca, di un modo di vedere la realtà, di una coscienza ... della propria

12. Un grande santuario mariano argentino, popolare meta di pellegrinaggi.


13. Un altro popolare luogo di pellegrinaggi.
14. J. M. BERGOGLIO, Meditaciones para religiosos, cit.r 1982, 46 s.
15. lvi, 47.
OLO ANTHOPOLOGIA POLl'HCA Dl PA.PA Fl~\.~CESf:O

~ta»: dignità [...], coscienza che si è andata modellando in punti di rife-


e al rimento significativi e non è il frutto di una teoria, ma di una vita
1ore che, nella sua radice, è cristiana>>16 •
an-
elle Risanare la frattura tra Vangelo e cultura
~ra­

elle Nel 1975 viene pubblicata la Evangelii nuntiandi di Paolo VI e


del ha luogo la Congregazione Generale XXXII dei gesuiti. Bergoglio
wa ha sempre considerato la Evangelii nuntiandi un documento parti-
ella colarmente ispirato. In essa Paolo VI riconosceva che <<la rottura
tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca,
lStO come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vi-
:er- sta di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente
351
:le- delle culture. Esse devono essere rigenerate mediante l'incontro con
)ra la Buona Novella>P.
In un articolo, che fu intitolato Criteri di azione apostolica e che
lVO derivò dalla raccolta degli Atti che egli fece dell'ultima riunione
tati di superiori (2-3 maggio 1979) che presiedette come provinciale,
di- Bergoglio parlava del <<popolo come riserva>> e diceva che la <<incul-
fe- turazione del Vangelo>>, che mira al <<processo di cambiamento delle
1lto strutture (persino nelle strutture del cuore), [...] doveva compiere lo
~de sforzo di giustizia per non tradire la cultura del nostro popolo, i suoi
'di valori e le sue aspirazioni legittime, evitando di filtrarli attraverso la
re- nostra mentalità "illuminista">>18 • E proseguiva: <<Sono i popoli stessi
I e>> che mandano avanti la storia, e la Chiesa deve influire su di essi in
modo da evangelizzare la loro cultura [...]. L'incarnazione del Van-
gelo esige che Cristo venga annunciato e accolto in modi differenti
lO- a seconda della diversità dei Paesi o degli ambienti umani, tenendo
•o- conto delle ricchezze che sono loro proprie, e questo perché l'in-
lio culturazione, percepita da un punto di vista universale e - pertan-
no to - come criterio valido per essere applicato a diverse situazioni,
ti-
na
16. lvi.
gi. 17. PAoLO VI, Evanyelii nuntiandi, 20. Cfr]. M. BERGOGLIO, Memoria/ publico
a los padres de la comunidad del CIAS, 1977, n. 23.
18. Per questo scritto, cfr J. M. BERGOGLIO, Rejlexiones espirituales, San Mi-
guel, Diego de Torres, 1987, 285 ss.
ARTICOLO

significa la diversità (di culture, di funzioni, di modalità) nell'unità


di concezione (di fede e di spiritualità)>>19 •
Le altre caratteristiche del popolo fedele si evincono anch'esse
sul piano pratico: <<l popoli hanno abitudini, capacità di valutazione,
contenuti culturali che sfuggono a qualsiasi classificazione: sono so-
vrani nella loro possibilità di interpellare>>. Questo «essere sovrani>>
nella loro capacità di interpellare conduce ad «affinare l'udito per
udire tali richiami e presuppone umiltà, affetto, abitudine àll'in-
culturazione e, soprattutto, l'aver respinto da sé l'assurda pretesa di
trasformarsi in "voce" dei popoli, pensando forse che essi non la ab-
biano. Tutti i popoli ce l'hanno, magari ridotta a volte a un sussurro
a causa dell'oppressione. Bisogna aguzzare l'udito e ascoltarla, ma
non voler parlare noi alloro posto. Per un pastore, la domanda ini-
352
ziale di ogni riforma delle strutture dovrebbe essere: "Che cosa mi
chiede il mio popolo? Quale appello mi fa ... ?". E avere il coraggio
di ascoltare ... , e questo senza perdere di vista gli orizzonti più vasti
di tutta la storia>>20 •
Così, quando Papa Francesco parla di «cultura>>, parla dell'«anima
di un popolo>>; della sua voce, che a volte è ridotta a sussurro a causa
dell'oppressione; della consapevolezza della propria dignità, segnata
da eventi significativi della sua storia; del suo modo di amare Dio;
della sua sovranità, quando si tratta di interpellare i suoi interlocutori.

Camminare con il popolo

Il decreto più famoso della Congregazione Generale XXXII


dei gesuiti è stato il decreto IV: La nostra missione oggi: diaconia del-
la fede e promozione della giustizia. Bergoglio ha sottolineato sem-
pre che ciò .che gli sembrava più ispirato di questo decreto non era
la polemica tra fede e giustizia, ma i paragrafi sull'inculturazione.
Oggi possiamo dire che la sua intuizione ha colpito nel segno: «In
questi anni una crescente convinzione si va sedimentando nella co-
scienza apostolica della Compagnia; la missione di servire la fede

19. lvi. Cfr Decreti della Congregazione Generale XXXII della Compagnia di
Gesù, Roma, 1977, 4. 54.
20. lvi, 309 s.
OLO

promuovendo la giustizia si allarga verso il dialogo trasformatore


con le diverse culture e tra le diverse religioni>>.
A quell'epoca, i commenti di Bergoglio sul decreto IV, bandiera
~sse
di coloro che si impegnavano con i poveri giustificando perfino la
1ne,
lotta armata, e antibandiera di coloro che non si volevano assoluta-
so-
mente impegnare con essi, andavano nella direzione di dare risalto
tni»
innanzitutto alla lotta per la giustizia, rimanendo fedeli al bellissi-
per
'in- mo paragrafo 50. Diceva Bergoglio: «Camminando pazientemente
e umilmente con i poveri, scopriremo in che cosa possiamo aiutarli,
tdi
dopo aver prima accettato di ricevere da loro. Senza questo lento
ab-
camminare con loro, l'azione a favore dei poveri e degli oppressi
rro
sarebbe in contraddizione con le nostre intenzioni e impedirebbe ad
ma
ni-
essi di far sentire le loro aspirazioni e di acquisire da sé gli strumenti per
353
mi
una effettiva assunzione in prima persona del loro destino personale e
collettivo. Con un servizio umile avremo l'opportunità di condurli a
g!O
scoprire, nel cuore delle loro difficoltà e delle loro lotte, Gesù Cristo
lSti
vivo e operante con la potenza del suo Spirito. Potremo così parlare
loro di Dio nostro Padre, che riconcilia a sé l'umanità, stabilendola
ma
nella comunione di una vera fraternità>>21 • Potremmo dire che l'in-
usa
tuizione di Bergoglio fu che l'esigenza della giustizia era (ed è) una
ata
«interpellanza>> dei popoli.
•io;
)fl.
Non l'unica interpellanza: Paolo VI aveva chiesto alla Compa-
gnia di <<far fronte alle molteplici forme dell'ateismo contempora-
neo>>, delle quali l'ingiustizia strutturale era una forma di ateismo
pratico, ma non l'unica; neppure una interpellanza <<senza voce>>, da
parte di <<poveri considerati soltanto da un punto di vista sociolo-
CII
gico>>, o interpretati alla riduttiva luce di una prospettiva marxista.
'el-
Dalla fedeltà discreta allo spirito del decreto IV,- così come fu
n-
redatto e approvato in toto, derivò la formazione che Bergoglio pro-
~ra
mosse. Fu una formazione messa in pratica tra i poveri dei quar-
:le.
tieri di San Miguel, dove il contatto con <<la cultura e la religiosità
:In
popolare>> ci consentiva di <<imparare a poco a poco>> ad ascoltare le
o-
interpellanze del nostro popolo fedele. La concezione di Bergoglio
de

! di 21. J. M. BERGOGLIO, Rejlexiones espirituales, cit., 308. Cfr Decreti della Con-
gregazione Generale XXXII della Compagnia di Gesù, n. 50.
ART!( :OLI..)

superò chiaramente le false antinomie che dividevano i cristiani in St<


progressisti e conservatori. e
ar
SI<
Solidarietà come modo di fare la storia
al1
Nel1989 Bergoglio tenne la lezione inaugurale del corso acca- Ul
demico a San Miguel. Il tema era: <<Necessità di una antropologia az
politica: un problema pastorale>P. In quella occasione egli pose le
basi per rispondere alla domanda: qual è l'antropologia politica sulla al
quale si deve basare l'annuncio evangelico? m
Parlare di un'antropologia politica implica <<un giusto approccio su
ai valori dell'epoca»23 • Qui Bergoglio adottò il criterio di Guardi- su
ni: affrontò la relazione tra la possibilità di pienezza dell'esistenza
3S4
umana e le opportunità concrete offerte dalla nostra epoca per rag- m
giungerla. Questa semplice equazione, proiettata in ogni ambito ur
e situazione particolare, spiega il perché delle tensioni di crescente tri
angoscia e violenza che si esternano a livello culturale. Tutti vedia- I:i
mo la disuguaglianza nell'uso dei beni su cui facciamo affidamen- Vl:
to. E tale disuguaglianza indica <<mancanza di governo», mancan- m
za di controllo nei confronti dei meccanismi di potere. Essa è una de
<<espressione implicita di ciò che è incivile». sn
Il potere, che ha permesso di raggiungere la civiltà, ora è di- SCJ
ventato anonimo, poiché nessuno si assume la responsabilità delle la~
scelte fatte; questo fa sì che <<siano tornati ad aprirsi tutti gli abissi dei Sl
tempi primitivi: appare l'angoscia dei deserti e l'orrore delle tenebre. sp
I:uomo si trova nuovamente di fronte al caos»24 •
Bergoglio proponeva l'atteggiamento-valore della solidarietà an
come radice feconda per riscattare e far crescere atteggiamenti po- zo
litici concreti che superassero di· fatto i falsi dilemmi del presente. au
La solidarietà <<unisce il collettivo (elemento di forza oggi impre- di
scindibile) e l'individuale Wunicità della persona, espressa in atteg- se1
giamenti etici di responsabilità, lealtà e in apertura antologica di po
trascendenza agli altri e a Dio). Solidarietà come modo di fare la su:

22. Cfr J. M. BERGOGLIO, Ref/exiones en esperanza, cit., 273-299.


23. lvi, 286.
24. lvi, 290. Cfr R. GuARDINI, El ocaso de la Edad Moderna, Madrid, Cristian-
dad, 1981, 122 (in it.: La fine dell'epoca moderna, Brescia, Morcelliana, 1993).
:olfi A_l\TR(JPOI/)C.l /\POLITICA D l 1".-\PA 1-iRANCE.SCO

um storia; solidarietà come ambito vivente dove i conflitti, le tensioni


e gli opposti raggiungono l'unità multiforme che genera vita>>25 • E
ancora: <<Se vediamo l'uomo postmoderno sommerso nella confu-
sione del disinganno della sua fallita onnipotenza, non troveremo
altra forma di riscatto che il re-incontro solidale con il suo popolo,
:ca- uniti dal vincolo di desiderare il Dio che è Principio e fine della sua
Jgta azione libera>>26 •
e le La cultura dell'incontro, pertanto, va intesa facendo vibrare
ulla all'unisono la categoria di cultura con quella di popolo; dicendo
inoltre <<culture e popoli>>, al plurale, si pone l'accento sul rispetto e
:no sull'attenzione a quella diversità necessaria affinché l'unità non ri-
rdi- sulti astratta, ma concreta e viva.
nza Che cosa implica unire cultura e popolo? Molte cose, ma la pri-
:355
ag- ma è che il vero incontro interpersonale deve avvenire in mezzo a
Jito un popolo. Da un punto di vista cristiano, è chiaro che gli incon-
•nte tri interpersonali avvengono in seno alla Chiesa, popolo di Dio.
lia- L'intuizione di Bergoglio è che «si può trasporre analogicamente la
en- visione ecclesiale di Guardini -di cui una persona è partecipe nella
an- misura in cui appartiene allo spazio e tempo cattolico - alla visione
lna dei popoli, di ciascun popolo, che dovrebbe avere caratteristiche
simili>P. «Condividere la coscienza collettiva di un popolo è la-
di- sciarsi accompagnare dall'unica aggettivazione del bene reciproco,
elle lasciarsi illuminare dalla pietà con cui lo stesso popolo si ricolloca e
dei si lascia attrarre verso il fine che lo muove, che lo giustifica e gli dà
>re. speranza e gli conferisce la gioia di esistere>>28 •
Dietro questa concezione che Francesco ha del popolo troviamo
[età ancora Guardini; e dietro di lui, il Dostoevskij de I fratelli Karama-
lO- zov: «È il popolo che, nonostante le sue miserie e i suoi peccati, è
tte. autenticamente umano e, nonostante tutta la sua bassezza, è ricco
re- di contenuti e sano, perché affonda le sue radici nella struttura es-
~g­ senziale dell'essere>>; «Chi non crede in Dio, non crede neppure nel
di popolo di Dio; ma chi crede nel popolo di Dio, contempla anche la
' la sua santità, sebbene finora non abbia creduto in essa>>.

25. lvi, 297.


26. lvi, 298.
an- 27. lvi, 293, nota 30.
28. lvi. 298 s.
ART!COL()

Da un punto di vista antropologico, questa concezione va oltre le


relazioni <<astratte>>, occasionali, parziali che ci propone o ci impone la
globalizzazione, la cui libertà si rivela meramente funzionale alla lo-
gica del consumo. È una concezione anche foriera di numerosi spunti
per la riflessione e per il dibattito. Costa sempre <<ascoltare>>, non sol-
tanto il popolo, ma la parola stessa <<popolo>>. Essa <<fa rumore>>, sem-
pre. Non così, invece, altre parole. La parola <<cittadini>>, ad esempio,
sembra meno ideologizzabile, ed è politicamente corretta. In effetti,
quanto più le parole sono astratte, tanto meno creano conflitto. Ma
esse non sono né virus, né vitamina, come direbbe Bergoglio.
Già quando era arcivescovo di Buenos Aires, egli spiegava che
<<si può nominare il popolo soltanto se ci si impegna, se si partecipa.
Più che una parola, è una chiamata, una con-vocazione a uscire da
356 sé>>29• Lo ha detto bene anche l'arcivescovo Victor Manuel Fernin-
dez30. Alla domanda: <<Che cosa signifìca la teologia del popolo?
Perché dice che Francesco ha un "luccichio negli occhi" quando
usa la parola "popolo"?>>, egli ha risposto: <<La teologia del popolo si
distingue tanto dalle analisi marxiste quanto dalle posizioni liberali.
Perciò non le si addice nessuna di queste due prospettive. Implica
considerare i poveri non come meri oggetti di una liberazione o di
una educazione, bensì come soggetti capaci di pensare con le pro-
prie categorie, capaci di vivere legittimamente la fede a modo loro,
capaci di generare percorsi partendo dalla propria cultura popolare.
L'espressione "popolo" si distingue dall'espressione "massa", perché
suppone un soggetto collettivo in grado di generare processi sto-
rici. Gli si può aggiungere qualcosa, ma sempre rispettando la sua
identità e il suo stile>>31 .

La cultura dell'incontro dell'arcivescovo Bergoglio

Alla luce di queste riflessioni e rileggendo le parole e i gesti


dell'epoca in cui Papa Francesco era arcivescovo di Buenos Aires, è
possibile mettere in rilievo tre fatti signifìcativi.

29. J. M. BERGOGLIO, El verdadero poder es el servicio, Buenos Aires, Claretia-


na. 2007, 88.
30. Rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina.
31. V. M. FERNANDEZ, ((Intervista», in Clarin, 27 ottobre 2013.
COLO ~\N'J'R0!'0f.DG1A POf ,TTìCA DI PAPA FRA._NLE;>(:()

tre le In primo luogo, ci sembra necessario ripercorrere il momento in


mela cui si è configurato per la prima volta il tema della cultura dell'incon-
!a Io- tro in quanto tale. Bergoglio ne cominciò a parlare nel 1999; la pri-
Junti ma menzione risale al Te Deum del25 maggio. In esso raccomandò
L sol- di <<dare spazio alla nostra sete di incontro>>, come antidoto alla no-
sem- stalgia e al pessimismo. Mesi dopo, parlando davanti agli educatori,
rrp1o, il tema era <<Educare nella cultura dell'incontro>>. In tale occasione
fetti, il cardinale Bergoglio riprese e ampliò quanto aveva già trattato
.Ma nel 1989 in «Necessità di una antropologia politica. Un problema
pastorale>>, e lo organizzò in chiave di incontro. Diceva: «Mi per-
che metto di lanciare una proposta: abbiamo bisogno di generare una
:1pa. cultura dell'incontro. Di fronte alla cultura della frammentazione,
·e da come alcuni hanno voluto chiamarla, o della non-integrazione, ci
1in- 357
viene richiesto ancora di più nei tempi difficili: di non appoggiare
olo? coloro che pretendono di capitalizzare il risentimento, l'oblio della
.ndo nostra storia condivisa, o che godono nell'indebolire i vincoli>>32 • n
lo si Cardinale presentiva il pericolo della frammentazione sociale che
:rali. l'Argentina avrebbe sofferto a partire dal 2001 33 •
Jlica Un contributo a questa discussione è stato l'invito all'<<esercizio
o di di aprire spazi di incontro. Alla retroguardia della superficialità e
Jro- dell'opportunismo immediato (fiori che non danno frutto) ci sono
oro, un popolo dotato di una memoria collettiva che non rinuncia a
are. camminare con la nobiltà che lo caratterizza, gli sforzi e le attività
Thé comunitarie, la crescita delle iniziative locali, l'aumento di tanti mo-
sto- vimenti di aiuto reciproco, in un turbinio di partecipazione senza
sua particolarismi che di rado si è visto nel Paese. Noi dirigenti dobbia-
mo accompagnare questa vitalità del nuovo vincolo. potenziarlo e n
il proteggerlo può giungere a essere la nostra principale missione>>34 •
In secondo luogo, mettiamo in risalto le <<Proposte di Aparecida per
la pastorale della Chiesa argentina>> (15 giugno 2009). In questo testo
esti si concentra tutto il lavoro pastorale degli anni precedenti, soprattut-
'S, è

32. J. M. BERGOGLIO, Educar en la cultura del encuentro, 1o settembre 1999.


33. La formula acquistò man mano importanza, e Bergoglio la utilizzò nuo-
vamente a Luj<in e nella notte di Natale. In quelle occasioni centrò la cultura dell'in-
~tia- contro intorno a Maria, il cui «sguardo ci spinge a intessere la cultura dell'incontro»
(omelia a Luj<in); e a san Giuseppe, «nella vicinanza e nell'incontro con il quale nasce
e vive GesÙ» (omelia della notte di Natale).
34. J. M. BERGOGLIO, Educar en la cultura del encuentro, cit.
,-\!=niCOLO

to il lavoro di redazione di Aparecida (13-31 maggio 2007) 35 ; quello


della X Giornata di pastorale sociale, «Verso una cultura dell'Incon-
tro. La politica, mediatrice del bene comune>> (15 settembre 2007);
lo studio sulla cultura in <<Parrocchia e famiglia>> (gennaio 2007) e in
<<Cultura e religiosità popolare>> (19 gennaio 2008).
Le parole di Bergoglio sottolineano che <<la vita piena che Apare-
cida propone viene illuminata partendo dalla categoria di incontro>>.
E questo per due motivi: <<In primo luogo, perché credo che sia la
categoria antropologica più utilizzata nel Documento. In secondo
luogo, perché il nostro peccato principale, come popolo argenti-
no, è quello degli "scontri">>. Per Aparecida, «la vita piena scaturisce
dall'incontro con Gesù Cristo. Il testo di Cv 10,10 sulla vita piena ha
attirato come una calamita tutti i temi di Aparecida e li ha centrati
su di sé. In questo testo, il Signore defìnisce la sua missione pastorale:
"Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza"
(cfr nn. 33. 112. 355). La memoria dell'incontro fondante della no-
stra fede appare dall'inizio e giunge sino alla fìne del Documento>>36 •
Bergoglio fa notare che <<il contrario dell'incontro è la coscienza
isolata, dalla quale l'incontro con Gesù Cristo ci riscatta "per il tra-
boccare di gratitudine e gioia". La coscienza isolata provoca e raf-
forza i non-incontri. Colui che isola la sua coscienza dal cammino
del popolo fedele di Dio subisce una metamorfosi di distanza e di
involuzione>>.
Grande importanza è data ai <<tre aspetti di questo incontro che
ci propone Aparecida, e i loro contrari nella coscienza isolata: 1)
l'esperienza di incontri personali; 2) la vita piena che rìchiede che
l'incontro si stabilisca e continui, superando le fratture generazio-
nali; 3) la vita piena che richiede una pastorale dell'<<andare verso
l'incontro>>, che ci salva da quella forma di isolamento della coscien~
za costituito dall'autoreferenzialità, dagli autocompiacimenti, dai
clericalismi, dalle ideologie elitarie che escludono. Su quest'ultimo

35. Presso il santuario mariano di Aparecida, il più frequentato del Brasile, nel
2007 si è svolta l'ultima assemblea generale del Celam, cioè dell'episcopato dell'A-
merica Latina, e l'allora cardinale Bergoglio ha guidato il lavoro di redazione del
documento finale (NdT).
36. J. M. BERGOGLIO (ed.), Propuestas de Aparecida para la pastoral de la Iglesia
en Argentina, 15 giugno 2009. Da questo documento provengono anche le due ci-
tazioni successive.
DUì

ello punto, Aparecida pone l'accento su azioni, gesti, atteggiamenti e


cm- processi che contribuiscono a questo <<andare verso un incontro>>
J7); che vivifica: la gratitudine, l'inclusione, l'ascolto e la conversione.
;in
Recuperare l'alterità: il dialogo
re-
ro». In terzo luogo, nella XII e nella XIII Giornata di pastorale socia-
l!a le, il cardinale Bergoglio ha messo in rilievo i temi del dialogo e del
t do popolo.
lti- Il tema del dialogo: <<Per recuperare l'incontro, lo strumento for-
sce se più adatto è il dialogo. Suscitare la capacità di dialogo. Quando
ha una persona recupera l'alterità nell'incontro, inizia a dialogare, e
~ati dialogare implica non soltanto udire, ma ascoltare. Occorre recu-
359
Ùe: perare tale capacità di ascolto. L'altro, anche se su un piano ideo-
za" logico, politico o sociale si trova sulla strada opposta, ha sempre
lO- qualcosa di buono da dare, come io ho qualcosa di buono da dare
a lui. In questo incontro, in cui io traggo cose buone, si costruisce
rza una sintesi creativa e feconda. Il dialogo è fondamentalmente fe-
ra- condità. I monologhi non producono nulla. Uno dei grandi pen-
af- satori dell'Argentina, Santiago Kovadloff, parlava del pericolo, del
no rischio di omogeneizzare la parola; ma dietro a questo, c'è il rischio
di peggiore, la malattia peggiore, che è omogeneizzare il pensiero.
L'autismo dell'intelletto. L'autismo del sentimento, che mi induce
he a concepire le cose all'interno di una bolla; perciò è fondamentale
1) recuperare l'alterità e il dialogo>>37•
he Poi il tema del popolo: <<Per essere pienamente cittadini non
o- basta l'appartenenza alla società; per possedere la totale identità di
·so cittadino non basta - benché questo sia già un grande passo -
n- appartenere a una società. Stare all'interno di una società e ave-
lai re la qualifica di cittadino, nel senso di categoria, è un gran passo
IlO di funzionalità. Ma la persona sociale acquisisce la sua più precisa
identità come cittadino nell'appartenenza a un popolo. Questo è
nel fondamentale, perché identità è appartenenza. Non esiste identità
A- senza appartenenza. La sfida dell'identità di una persona come cit-
:!el
sia
:::i- 37. J. M. BERGOGLIO, Conferendo en la XII ]orna da de Pastoral Socio/, 19 set-
tembre 2009.
ARTICOLO

tadino è direttamente proporzionale alla misura in cui tale persona


vive la sua appartenenza. Appartenenza a chi? Al popolo in mezzo l
al quale nasce e vive [.. .]. Il successo di una cultura dell'incontro
che privilegi il dialogo come metodo, la ricerca condivisa di con-
sensi, di accordi, di quello che unisce al posto di quello che divide e
contrappone, è un cammino attraverso il quale dobbiamo passare.
Per questo dobbiamo privilegiare il tempo allo spazio, il tutto alla
parte, la realtà all'idea astratta e l'unità al conflitto. [...] [E questori-
chiede] avere come protagonista un soggetto storico che è il popolo
e la sua cultura, non una classe, una frazione, un gruppo o una élite.
n progetto deve riflettere i propositi strategici, quello che è possibile
realizzare e quello che il popolo desidera ardentemente>>38 •
cc
360 il
"Vicinanza». Questa è la proposta
VI
I:ultima menzione della cultura dell'incontro che Bergoglio ha ru
fatto in veste di cardinale è avvenuta durante la Messa di chiusura
dell'Incontro della Pastorale Urbana della Regione di Buenos Ai- lo
res: <<Il nostro Dio è un Dio vicino. Ed è speciale: guariva, faceva Sl~

del bene. San Pietro lo dice chiaramente: "Passava beneficando e se


risanando". Gesù non faceva proselitismo, accompagnava. [...] Il (o
Dio vicino, vicino alla nostra carne. Il Dio dell'incontro che va cc
all'incontro con il suo popolo. Il Dio che [...] mette il suo popolo pr
in una situazione di incontro. E con quella vicinanza, con questo la
camminare crea quella cultura dell'incontro che ci fa fratelli, ci fa e~
fìgli, e non membri di una Ong o proseliti di una multinazionale. l't
Vicinanza. Questa è la proposta,39 •
VI
pr
nt
la
es
SI
te
38. Io., Con{erencia en la XIIIJornada de Pastoral Social: Hacia un Bicentenario
en Justicia y Solidaridad 2010-2016. Nosotros como ciudadanos, nosotros como pueblo,
16 ottobre 2010.
39. lo., Omelia nella Messa di chiusura dell'Incontro di Pastorale Urbana della
Regione di Buenos Aires, 2 settembre 2012.