Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
25 visualizzazioni10 pagine

Diritto C5-C6

Il documento descrive il funzionamento della giustizia in Italia, evidenziando il ruolo della Magistratura nell'assicurare il rispetto delle leggi e la risoluzione delle controversie. Sottolinea l'importanza dell'indipendenza dei giudici e il diritto di ogni cittadino di agire in giudizio per tutelare i propri diritti, con particolare riferimento alla responsabilità penale e civile. Infine, analizza le diverse giurisdizioni e i principi fondamentali, come la presunzione di innocenza e l'irretroattività della legge.

Caricato da

boscatolidia
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
25 visualizzazioni10 pagine

Diritto C5-C6

Il documento descrive il funzionamento della giustizia in Italia, evidenziando il ruolo della Magistratura nell'assicurare il rispetto delle leggi e la risoluzione delle controversie. Sottolinea l'importanza dell'indipendenza dei giudici e il diritto di ogni cittadino di agire in giudizio per tutelare i propri diritti, con particolare riferimento alla responsabilità penale e civile. Infine, analizza le diverse giurisdizioni e i principi fondamentali, come la presunzione di innocenza e l'irretroattività della legge.

Caricato da

boscatolidia
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

Lo Stato democratico deve garantire la certezza del diritto, cioè deve assicurare che vengono

rispettate le leggi, e che le controversie sulla loro interpretazione siano risolte in base al diritto
vigente. Poiché l’esistenza di nome giuridiche non ne garantisce il rispetto, si rende necessaria
un’autorità imparziale, che stabilisca se un determinato comportamento sia conforme
all’ordinamento giuridico e, in caso di contrasto, applichi le sanzioni previste. La funzione
giurisdizionale viene esercitata dalla Magistratura.
I magistrati sono tutti coloro che appartengono all’ordinamento giudiziario, tra cui i presidenti del
tribunale e i magistrati non togati che vengono sorteggiati dal popolo per giudicare il Presidente
della Repubblica, mentre il giudice è il magistrato che esercita la funzione giurisdizionale. Ciò
significa che tutti i giudici sono magistrati, ma non tutti i magistrati sono giudici. Ad esempio, il
Pubblico Ministero è un magistrato che non ha funzione giudicante, ma rappresenta la parte
pubblica del processo penale. Egli, infatti, esercita l’azione penale nei confronti dell’indagato, che
verrà poi giudicato dal giudice.
L’ordinamento giuridico italiano si basa principalmente su leggi, o atti aventi pari efficacia, che la
Magistratura si limita ad applicare. Le norme scritte, infatti, costituiscono l’apice della gerarchia
delle fonti, mentre le consuetudini e gli usi sono fonti di carattere secondario che valgono nelle
situazioni in cui il comportamento non è regolato da leggi scritte. Questo sistema prende il nome
di “civil law”, e si contrappone al “common law”, che vige invece in Paesi come la Gran Bretagna
o gli Stati Uniti. In questo caso, invece, il diritto si basa sugli usi e le consuetudini, ovvero su
norme di comportamento non scritte ma assunte come valide da chi le applica. Le sentenze,
dunque, si basano su quelle precedenti, emesse da altri giudici in situazioni analoghe.

L’attività giurisdizionale si basa sull’esistenza di una controversi tra almeno due soggetti, che
rappresentano le parti del processo.
La controversia viene poi analizzare dal giudice, che ha il dovere di risolverla in modo imparziale
con una decisione chiamata sentenza. Quest’ultima rappresenta la massima espressione
dell’attività giudiziaria, poiché deve essere motivata e deve ripercorrere i ragionamenti su cui si
basa. Il giudice più emettere anche decreti o sentenze, che tuttavia rappresentano dei
provvedimenti secondari.
Egli deve basarsi esclusivamente sull’ordinamento giuridico, applicando la norma giuridica
generale e astratta al caso concreto che ha di fronte. Tuttavia è inevitabile che in questa fase ogni
giudice dia una propria interpretazione, detta interpretazione giudiziale.

Per essere imparziale, innanzitutto, il giudice deve essere indipendente. Questa autonomia nasce
con lo stesso magistrato, che è il vincitore di un concorso pubblico, e si realizza in una gerarchia
assente e in un potere indipendente sia da quello legislativo che da quello esecutivo.
L’art. 97 della Costituzione stabilisce che alla Pubblica Amministrazione si accede per concorso
pubblico, che è garanzia di indipendenza. Questa procedura vale anche per la nomina dei giudici
e ha il fine di evitare favoritismi e assicurare che essi possiedano un’adeguata preparazione.
L’art. 107 della Costituzione, di seguito, tutela l’autonomia do ogni magistrato all’interno dello
stesso ordine giudiziario. Quest’ultimo, infatti, non è organizzato in modo gerarchico, perché
nessun giudice di grado superiore può dare ordini ad un giudice di grado inferiore. Inoltre i
magistrati sono inamovibili, ovvero non possono essere trasferiti in un’altra sede, essere assegnati
ad un altro incarico o essere espulsi dalla Magistratura, a meno che non violino nome di carattere
disciplinare.
L’art. 104 della Costituzione, infine, afferma che la Magistratura costituisce un ordine autonomo e
indipendente da ogni altro potere, e che i magistrati sono soggetti soltanto alla legge. Ciò significa
che, da un lato, nessuno può impartire loro ordini, assegnare loro premi o punirli per le sentenze
che emettono e, dall’altro, che non spetta loro decidere se le norme che applicano siano giuste o
meno. Si tratta di una conseguenza del principio della certezza del diritto. Ogni cittadino deve
rispettare le norme dell’ordinamento giuridico, e deve essere sicuro che incorrerà in una sanzione
solo se le viola.

L’art. 24 della Costituzione afferma che ogni cittadino può esercitare il diritto di azione, ovvero
agire in giudizio per la tutela di quelli che afferma essere i propri diritti, contro chi ritiene abbia leso
tali diritti.
Ogni parte deve avere la possibilità di esporre liberamente le proprie ragioni e di utilizzare tutti i
mezzi leciti per provarle. Inoltre ogni cittadino possiede il diritto alla difesa, ovvero a farsi
rappresentare in giudizio da un avvocato. Mentre nel processo civile il soggetto chiamato in
giudizio può rifiutarsi di reagire e di prendere parte al processo, questo diritto è irrinunciabile nel
processo penale, anche nel caso in cui l’imputato voglia confessare.
Lo Stato, infatti, non ammette l’autodifesa e assicura la nomina da parte del giudice di
un’avvocato d’ufficio nel caso in cui l’imputato non individui il suo difensore di fiducia. Il gratuito
patrocinio, invece, si ha quando il soggetto chiamato in giudizio ha scelto il suo difensore di
fiducia ma, dato che si trova in difficoltà economiche, chiede che venga pagato dallo Stato.

L’art. 27 della Costituzione afferma il carattere personale della responsabilità penale. Ciò significa
che ognuno risponde dei propri comportamenti e che nessuno può essere punto per reati
commessi da altri. In Italia si è penalmente responsabili al compimento dei 14 anni, per cui:
- il minore con un’età inferiore ai 14 anni non è imputabile
- il minore con un’età compresa tra i 14 e i 18 anni viene giudicato dal “Tribunale per minorenni”,
che condanna il colpevole a pene minori rispetto a quelle previste per il maggiorenne
La responsabilità civile, invece, è dei genitori fino al compimento della maggiore età.
La presunzione di innocenza è, assieme al doppio grado di giurisdizione, un caposaldo di tutti gli
ordinamenti democratici.
Secondo il primo principio, l’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva.
L’altro, invece, garantisce alla parte che non si ritiene soddisfatta al termine di un processo di
proporre appello contro la sentenza, ovvero richiedere un nuovo processo sulla stessa questione.
Il processo d’appello deve svolgersi davanti ad un giudice diverso e può concludersi con una
sentenza differente dalla precedente, poiché le parti possono fornire nuovi argomenti al
magistrato, e quest’ultimo può dare una diversa interpretazione della legge.

Contro la sentenza d’appello è possibile ricorrere alla Corte di Cassazione, che più giudicare sia in
materia civile che penale. La Cassazione non può effettuare un controllo di merito, perciò la
ricostruzione dei fatti operata in appello è definitiva e immodificabile, ma deve effettuare un
controllo di legittimità, dunque verifica che il giudice di secondo grado abbia applicato
correttamente la legge sia nello svolgimento del processo sia nella sentenza. In caso contrario, si
procede alla cassazione della sentenza d’appello e, se è necessario emettere una nuova sentenza
che la sostituisca, il processo viene rinviato al giudice di rinvio, che deve riesaminare la causa
secondo i principi di diritto enunciati dalla Cassazione stessa. La funzione che esercita la Corte di
Cassazione esaurisce i gradi di giudizio, perché la sentenza emessa è definitiva.

Esiste una differenza tra l’ordinamento giuridico italiano la giurisprudenza. Il primo, infatti,
coincide con il sistema di “civil law” secondo cui la regolamentazione degli interessi delle parti è
stabilita dalla legge. Dato che le norme cui ci si appella sono scritte, è necessario che vengano
interpretate, e ciò da origine ad un orientamento giurisprudenziale. Quest’ultimo si basa su una
dottrina, che riflette l’interpretazione data da un determinato insieme di studiosi alla legge. La
giurisprudenza, dunque, è l’insieme delle sentenze contenenti le diverse interpretazioni giudiziali,
e consente di conoscere l’orientamento che ha assunto la Magistratura nei singoli casi. In base
alla questione trattata, inoltre, si distingua tra giurisprudenza maggioritaria e minoritaria.

Il principio ella certezza del giudizio presuppone che il processo si concluda con una sentenza
conclusiva che definisca il processo e gli dia un determinato assetto. La sentenza passa in
giudicato quando sono stati esauriti i tre gradi di giudizio oppure se le parti hanno accettato il
giudizio di primo o secondo grado e non hanno proposto appello.

La custodia cautelare è il periodo di tempo fra l’arresto e la sentenza definitiva in cui l’imputato
subisce una restrizione della libertà personale senza essere stato condannato. La carcerazione
preventiva rappresenta un’eccezione al principio della presunzione di non colpevolezza e viene
adottata quando c’è il rischio che il soggetto possa inquinare le prove se lasciato in libertà. La
custodia cautelare può comportare la detenzione in carcere oppure l’arresto domiciliare presso il
proprio domicilio o un’altro a discrezione dell’imputato. Nel momento in cui quest’ultimo viene
dichiarato colpevole, la custodia cautelare diventa una pena anticipata che viene scontata da
quella stabilita dalla sentenza, se invece viene scagionato può essere richiesta una riparazione in
termini economici.

L’art. 27 della Costituzione stabilisce che le pene inflitte devono essere proporzionate al reato
commesso e devono tendere alla rieducazione del condannato. Per questo motivo in Italia la pena
di morte è stata abolita e in molti credono che la stessa sorte debba toccare all’ergastolo, in
quanto il condannato che rimane in carcere per tutta la vita non potrà mai realizzare l’obiettivo di
reinserirsi nella società.

Una volta esauriti tutti i gradi di giudizio, se intervengono fatti nuovi, la sentenza definitiva di
condanna può subire una revisione, mentre quella di assoluzione è immodificabile. Spesso,
tuttavia, le revisioni dei processi si sono rivelate tentativi inutili viziati dalla soggettività delle parti e
bloccati sul nascere dai giudici.

L’art. 25 della Costituzione stabilisce il principio di irretroattività della legge. Quest’ultimo è valido
in duplice senso, poiché l’imputato non può essere punito né per un fatto che verrà considerato
reato in un momento successivo né per un reato che non è più previsto dal codice penale.
Quando le norme penali sono favorevoli all’imputato, infatti, sono retroattive, perché il diritto non
ritiene giusto punire reati che non sono più considerati tali dall’ordinamento giuridico.
Il giudice competente a giudicare un fatto deve essere individuato prima che quel fatto avvenga.
Infatti, se il giudice naturale fosse scelto dopo il verificarsi del fatto, sarebbe violato il principio di
imparzialità, perché tale scelta potrebbe essere condizionata dall’interesse di una delle parti.
Secondo la norma sull’incompatibilità tra funzione giudiziaria e caso concreto, infatti, se il giudice
ritiene si esser in conflitto di interessi con il giudicato deve astenersi oppure deve essere ricusato
da un terzo. In questi casi viene indetta la remissione del processo che, quindi, viene spostato in
un’altro territorio.

L’art. 102 della Costituzione prevede che il popolo partecipi all’amministrazione della giustizia.
Questo articolo si riferisce, da un lato, alla possibilità di visionare le sentenze in quanto atti
pubblici e, dall’altro, alle giurie popolari, che funzionano sia in Corte d’assise che in Corte d’assise
d’appello. I giudici popolari vengono sorteggiati da appositi albi dove possono iscriversi i cittadini.

Il giudice deve motivare ogni sua decisione, dunque non solo la sentenza, ma anche l’ordinanza e
il decreto. Tuttavia, nel primo caso la motivazione è necessariamente più articolata più articolata,
poiché deve essere reso pubblico alle parti l’iter logico-argomentativi che ha portato alla
definizione della sentenza in modo che possano impugnarla nel caso in cui emergano dubbi.

La lentezza della giustizia penale italiana allunga i tempi della custodia cautelare, e questo fatto
può portare ad enormi ingiustizie, poiché una persona può restare in carcere per anni prima di
essere giudicata in un processo. Per quanto riguarda la giustizia civile, invece, la lunghezza e il
costo dei processi sono tali da scoraggiare i cittadini dal tutelare i propri diritti.

La giurisdizione si suddivide in amministrativa, ovvero relativa agli atti della Pubblica


Amministrazione, e ordinaria, che si divide in civile e penale.

La giurisdizione civile giudica sulle controversie tra i privati in caso di presunta violazione di un
diritto soggettivo. Le materie che possono dare vita ad un processo civile sono numerose, tra cui
la famiglia, la proprietà privata, i contratti e i rapporti di lavoro, e corrispondo ad altrettante sezioni
della giurisdizione civile. L’azione civile è possibile solo su richiesta della parti, perciò in mancanza
dell’iniziativa del privato non si può attivare il processo civile che, per questo motivo, viene anche
definito processo di parte. L’attore, detto anche ricorrente nei processi di divorzio o in materia di
lavoro, chiama in giudizio il convenuto, chiamato anche resistente, e lo accusa di aver leso o
minacciato un suo diritto soggettivo. Dopo il contraddittorio, il giudice dichiara con sentenza se
c’è stata o meno la lesione del diritto soggettivo e, in caso positivo, ristabilisce l’ordine giuridico.

Per le controversie fino a 2538 euro e per quelle di risarcimento dei danni di circolazione fino a
15494 euro è competente in primo grado il Giudice di Pace e in secondo grado un Tribunale
collegiale formato da 3 giudici. In entrambi i casi si parla di giudici di prossimità, poiché spesso
esercitano la loro funzione in piccoli comuni per questioni meno significative. Per le controversie
più gravi e per quelle che coinvolgono la società e il diritto di famiglia è competente in primo
grado un Tribunale monocratico composto da un giudice unico e in secondo grado la Corte
d’appello, che è formata da 3 giudici.
La giurisdizione penale giudica le persone accusate di aver commesso un reato, ovvero un fatto
che, per la sua gravita, non solo colpisce i diritti soggettivi di un singolo, ma mette in pericolo
l’intera comunità. L’accusa è sostenuta dal Pubblico Ministero (PM) in nome dello Stato, mentre la
difesa è costituita dall’imputato assistito da un’avvocato. Il Pubblico Ministero è un magistrato e,
in quanto tale, è indipendente dagli altri poteri, inamovibile e nominato per concorso. Egli,
tuttavia, non gode di completa autonomia, perché i PM, detti anche Sostituti Procuratori della
Repubblica, sono organizzati all’interno di uffici giudiziari, ovvero le procure, dove dipendono dai
Procuratori della Repubblica. Il PM non ha funzione giudicante ma inquirente, e rappresenta la
parte pubblica nel processo penale. La parte privata, invece, è l’imputato che deve essere
giudicato dal giudice, mentre una terza parte è rappresentata dalla vittima del reato. L’azione
penale è obbligatorie e deve essere sostenuta dal PM quando ha notizia che è stato commesso
un reato, indipendentemente dalla volontà della parte offesa di perseguire il responsabile. Solo
per i cosiddetti reati “bagattellari”, ovvero di scarsa importanza, è il privato a coltivare l’azione
penale tramite la querela.

Per i reati in cui è prevista una pena detentiva fino a 4 mesi a è competente in primo grado il
Giudice di Pace e in secondo grado un Tribunale collegiale formato da 3 giudici. Per i reati in cui è
prevista una pena detentiva da 4 mesi a 10 anni è competente in primo grado un Tribunale
monocratico composto da un giudice unico e in secondo grado la Corte d’appello, che è formata
da 3 giudici. Per i reati in cui è prevista una pena detentiva superiore è giudice in primo grado la
Corte d’assise, formata da 2 giudici togati, di cui un presidente e un giudice professionista, e da 6
giudici popolati senza precedenti penali. La Corte d’assise d’appello ha la stessa composizione e
giudica gli stessi reati in secondo grado.
La Corte di Cassazione rappresenta in entrambi i casi il terzo grado di giudizio ed è composta dai
giudici di legittimità, detti anche giudici di Piazza Cavour dalla località a Roma dov’è ubicata la
loro sede, che si occupano di questioni di finezza giuridica.
Il passaggio tra un grado e l’altro si ha quando l’attore o il convenuto impugnano la sentenza per
soccombenza parziale, quando ritengono che la sentenza del giudice sia troppo lieve o troppo
dura, o totale, se non si è d’accordo sull’innocenza o sulla colpevolezza del soggetto chiamato in
giudizio. Se è il convenuto a fare ricorso in secondo grado, questi diventa l’attore.

Fino alla fine del secolo scorzo nel processo penale l’imputato era posto in una condizione di
entra inferiorità, perché molte decisioni sul suo conto erano prese direttamente dall’accusa, e non
da un giudice imparziale. Nel nuovo Codice di procedura penale l’accusa e la difesa hanno gli
stessi diritti, perché tutte le decisioni riguardanti l’imputato sono prese da un giudice sopra le
parti. Il principio del giusto processo, infatti, ribadisce questa tutela dell’imputate e, inoltre,
stabilisce che l‘accusato possa avviare un’indagine difensiva al pari del PM, nonostante
quest’ultimo possa sempre avvalersi di mezzi di ricerca delle prove più efficienti e costosi, tra cui,
in primis, le forze di polizia. In aggiunta a ciò si prevede un risarcimento per l’imputato nel caso in
cui il processo si dilunghi eccessivamente.

La responsabilità penale si ha quando un magistrato commette un reato e, ad esempio, è


colpevole di corruzione. In questo caso il giudice, come qualsiasi cittadino, viene sottoposto a
processo penale davanti ad un altro magistrato. La legge, in questo caso, prevede una
distribuzione territoriale automatica, per cui il giudice che deve giudicare nel processo non
appartiene mai allo stesso distretto del giudicato.
La responsabilità disciplinare si ha quando i giudici commettono infrazioni meno gravi, tra cui
l’indisciplina e la negligenza. In questo caso sono sottoposti a procedimento disciplinare davanti
al Consiglio Superiore della Magistratura, che può infliggere loro determinate sanzioni prive di
effetti penali, come la sospensione o la destituzione dall’incarico.
La responsabilità civile si ha quando il giudice emette una sentenza sbagliata solo se deriva da
colpa grave o da un comportamento negligente del giudice, perciò non ogni qualvolta si ricorre in
secondo o in terzo grado. In questo caso il cittadino danneggiato deve essere risarcito con una
somma si denaro dallo Stato, che sir vale poi sul giudice colpevole.

Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è l’organo di autogoverno della Magistratura che
garantisce l’indipendenza dei magistrati da ogni altro potere. Il CSM è presieduto dal Capo dello
Stato, che ha anche il potere di scioglierlo anticipatamente, ed è composto da 2 membri di diritto,
ovvero il Primo Presidente e il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, e 24 membri
elettivi, dei quali:
- 16 eletti da tutti i magistrati ordinari
- 8 eletti dal Parlamento in seduta comune
Il CSM:
- provvede alle assunzioni dei magistrati
- decide sulle assegnazioni, sui trasferimenti e sulle promozioni dei giudici
- adotta i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati
- ogni 4 anni giudica sulla professionalità dei magistrati

L’art 5. stabilisce che l’Italia è uno Stato unitario, tuttavia l’indivisibilità della Repubblica non
contrasta con i principi dell’autonomia e del decentramento.
Si ha autonomia quando lo Stato concede agli enti locali la possibilità di decidere da soli in alcune
materie di interesse collettivo. La Repubblica, dunque, tiene conto delle diversità presenti sul
territorio italiano che furono invece soffocate sia dal Regno d’Italia, che aveva il problema di
realizzare la riunificazione, sia dal regime fascista, che creò uno Stato fortemente accentrato. Lo
Stato italiano si divide in enti autonomi territoriali, ovvero le Regioni, i Comuni, le Province e le
Città Metropolitane, che sono nati nel 1970 e si caratterizzano sopratutto per un’autonomia
politica, poiché sono dotati di organi eletti direttamente dai cittadini.
Col decentramento, invece, si ha la creazione di uffici locali che continuano a dipendere
dall’amministrazione centrale, perciò non c’è autonomia. Il decentramento coincide con
l’articolazione dello Stato centrale nelle sue periferie, attraverso cui esercita le sue funzioni nel
territorio. In particolare gli organi decentrati rispondono al Ministero degli Interni, e comprendono,
ad esempio, le questure, i commissariati, i comandi della guardia di finanza e le prefetture.
L’art. 114 della Costituzione stabilisce che gli enti territoriali autonomi hanno propri statuti, poteri
e funzioni. L’Italia è divisa in 20 Regioni, di cui 5 a Statuto speciale, che comprendono le Province,
le cui attribuzioni sono state notevolmente ridimensionate, fatta esclusione per Bolzano e Trento
che sono Province autonome, e le Città metropolitane. Le Province sono a loro volta suddivise in
Comuni.
La loro autonomia politica si realizza nell’attuazione di un proprio indirizzo politico. I loro organi
decisionali, infatti, sono rappresentativi, perché vengono eletti dai cittadini alle elezioni
amministrative, con l’eccezione delle Province. Gli enti autonomi, dunque, non devono seguire la
linea politica del Governo, a differenza degli organi decentrati.
La funzione legislativa, oltre ad essere esercitata dal Parlamento e dal Governo, può spettare
anche alle Regioni e alle Province di Trento e Bolzano, che possono approvare leggi aventi la
stessa forza di quelle ordinarie. Le altre Province, le Città Metropolitane e i Comuni, invece,
possono adottare solo regolamenti di validità inferiore rispetto alla legge. Le norme approvate
dagli enti territoriali sono efficaci solo nel loro territorio.
Per concretizzare le decisioni prese dagli organi politici locali, gli enti autonomi territoriali adottano
degli atti amministrativi. Gli enti locali, infatti, sono dotati di autonomia amministrativa, poiché
dispongono di un apparato burocratico che dipende dalle amministrazioni locali e non dallo Stato.
Ogni ente autonomo territoriale più darsi uno statuto, per regolamentare la propria organizzazione
interna. Si tratta di un corpus normativo che permette alle autonomie locali di distinguersi tra loro
sulla base delle proprie caratterizzazioni territoriali e allo Stato di riconoscere le diverse identità
locali che lo compongono. Infatti, l’autonomia statuaria non è propria solo delle Regioni, ma è
estesa anche ai Comuni, alle Province e alla Città metropolitane, che possono differenziare la loro
organizzazione in base ai bisogni locali.
In base al principio di sussidiarietà, lo Stato deve intervenire solo quando gli enti autonomi
territoriali non sono in grado di farlo. Nei settori che non sono di sua esclusiva competenza,
dunque, lo Stato non deve intervenire se gli enti autonomi sono in grado di risolvere i loro
problemi da soli. Si tratta di una conseguenza del riconoscimento della loro autonomia da parte
dello Stato per determinate materie, che implica a sua volta l’intervento dello Stato nelle
competenze regionali quando la Regione è manchevole oppure se la questione oltrepassa il
territorio regionale. Lo stesso comportamento viene adottato dalle Regioni nei confronti dei
Comuni, che è l’ente più vicino al cittadino e perciò detiene ampi poteri amministrativi.
Lo Stato, tuttavia, non ha completamente attuato il principio costituzionale dell’autonomia fiscale
degli enti territoriali. Infatti ogni provvedimento tributario promosso all’interno del territorio
regionale deve sempre essere approvato dallo Stato.

In base all’art. 116 della Costituzione il Friuli Venezia Giulia, la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto
Adige e la Valle d’Aosta sono Regioni a statuto speciale. Ciò significa che il loro statuto è stato
adottato con legge costituzionale, perché possono derogare alle norme stabilite dalla Costituzione
per le Regioni ordinarie. La loro particolare condizione di autonomia è dovuta alla presenza di
spinte autonomiste al loro interno che avrebbero potuto causare gravi conseguenze a livello
territoriale. Addirittura la Sicilia, che era animata dai moti del movimento separatista, preesiste
rispetto alla stessa Italia Repubblicana perché la legge costituzionale che la costituisce è del
1947, mentre la Costituzione è entrata in vigore nel 1948. Queste regioni sono caratterizzate da
particolarità sia geografiche, come la vicinanza alle frontiere o l’insularità, sia etniche, ad esempio
la presenza di minoranze di lingua latina e tedesca in Alto Adige, di lingua slava nella Venezia
Giulia e di lingua francese nella Valle d’Aosta. Le Regioni speciali hanno competenze legislative
più ampie rispetto alle Regioni ordinarie che vengono stabilite dagli statuti e non dalla legge
italiana. In caso di contrasto, la legge della Regione speciale è destinata a prevalere sulla
legislazione ordinaria.
Le Regioni a statuto ordinario sono 15, e il loro statuto è adottato e modificato con legge
regionale approvata dal Consiglio regionale a maggioranza assoluta dei componenti, ovvero con
voto favorevole della maggioranza degli aventi diritto.

A capo della Regione sta il Presidente della Giunta regionale, che è eletto direttamente dai
cittadini maggiorenni a suffragio universale e diretto, ovvero in un unico turno. Egli rimane in
carica per 5 anni, o per 4 anni in Trentino Alto-Adige e della Valle d’Aosta, e può essere rieletto.
Egli deve:
- nominare e revocare gli assessori della Giunta, come nel caso del Presidente della Repubblica,
che però nomina i ministri su proposta del Presidente del Consiglio incaricato
- dirigere la politica della Giunta
- promulgare le leggi regionale ed emanare i regolamenti regionali
- dirigere le funzioni amministrative delegate dallo Stato alla Regione
L’impedimento permanente, la morte o le dimissioni volontarie del Presidente della Regione
comportando le dimissioni della Giunta e lo scioglimento del Consiglio.

La Giunta regionale, nominata dal Presidente, è l’organo esecutivo. La Giunta è composta da un


numero variabile di assessori, ognuno dei quali dirige un settore dell’amministrazione regionale.
Questo organo ha il potere di:
- attuare l’indirizzo politico della Regione
- esercitare l’iniziativa legislativa sulle leggi regionali
- dirigere l’apparato burocratico regionale
- garantire l’attuazione delle leggi approvate dal Consiglio
Il Consiglio Regionale è l’organo legislativo della Regione e viene eletto insieme al Presidente. E’
previsto un premio maggioritario alla coalizione legata al Presidente vincente, in modo che questo
possa contare su una sicura maggioranza in Consiglio. Per i consiglieri regionali sono previste
delle incompatibilità, perciò non possono rivestire determinate cariche assieme a quella di
consigliere e, nel caso si trovassero in questa situazione, sono tenuti a scegliere tra le due. Vale
inoltre il principio dell’assenza del vincolo di mandato, secondo cui i consiglieri non possono
essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro
funzioni. Tuttavia, a differenza dei parlamentari, non godono dell’immunità, che consiste
nell’impossibilità a soggiacere a determinati istituti giuridici, ovvero la perquisizione personale e
domiciliare e l’arresto, a meno che non si tratti dell’applicazione di una sentenza definitiva o che si
venga colti in flagrante. L’organizzazione interna è analoga a quella del Parlamento, poiché si
basa sulla divisione in tante commissioni quanti sono i rami della pubblica amministrazione
regionale e in gruppi che raccolgono i consiglieri aderenti ai vari partiti.
Il Consiglio regionale può:
- approvare le leggi regionali
- approvare e modificare lo statuto
- provocare le dimissioni del Presidente della Regione con una mozione di sfiducia approvata a
maggioranza assoluta, che comporta però sia le dimissioni della Giunta che l’autoscioglimento
del Consiglio stesso ma, differenza di quanto accade in Parlamento non c’è la possibilità di
riformare una maggioranza e eleggere un nuovo Consiglio dei Ministri e un nuovo Presidente
del Consiglio, perché quest’ultimo viene eletto dal Presidente della Repubblica, mentre il
Presidente della Regione è eletto direttamente dai cittadini.

La Regione ha innanzitutto funzione di integrazione rispetto ai compiti dello Stato, in quanto


partecipa agli atti dello Stato.
In particolare:
- il Consiglio regionale può fare proposte di legge alle Camere
- all’elezione del Presidente della Repubblica partecipano 3 delegati regionali eletti dal Consiglio
regionale, mentre la Valle d’Aosta ha un solo delegato, per un totale di 58 rappresentanti delle
Regioni
- 5 Consigli regionali devono essere sentiti quando bisogna disporre la fusione di Regioni
esistenti o la creazione di nuove Regioni, come è accaduto negli anni Sessanta per la
separazione tra Molise e Abruzzo

La Regione è anche l’unico ente autonomo che ha funzione legislativa.


Si distingue fra:
- la legislazione esclusiva dello Stato, quando solo le leggi ordinarie possono regolare
determinate materie, tra cui la politica estera, l’immigrazione, la difesa e la moneta
- la legislazione concorrente, quando le Regioni possono approvare leggi in determinate materie,
come l’istruzione, la sanità o la valorizzazione dei beni culturale e ambientali, ma devono
seguire i principi generali stabilità dallo Stato, ovvero non possono oltrepassare i limiti della
concorrenza, altrimenti può nascere un conflitto di attribuzione che deve essere risolto dalla
Corte Costituzionale
- la legislazione sussidiaria delle Regioni, che possono approvare leggi in tutte le materie non
riservate allo Stato in base al principio di sussidiarietà
E’ possibile effettuare un referendum regionale, che, a differenza del referendum nazionale che
può essere indetto solo in ambito legislativo, può riguardare leggi e atti amministrativi della
Regione, e che deve essere regolamentato dallo statuto.
Il procedimento di formazione di una legge regionale è simile a quello seguito dalla legge
ordinaria:
- l’iniziativa del singolo consigliere regionale o della Giunta regionale
- l’approvazione del Consiglio regionale dopo l’esame di una commissione competente in
materia
- la promulgazione del Presidente della Regione che dà efficacia alla legge
- la pubblicazione sul Bollettino ufficiale della Regione
- l’entrata in vigore dopo 15 giorni
La Regione esercita la funzione legislativa, attraverso cui realizza la sua attività esecutiva e di
indirizzo politico sul territorio. Come per la pubblica Amministrazione dello Stato, esistono
molteplici rami che si occupano di diverse materie.
Le Regioni sono soggette ad un controllo statale sia sugli atti, che possono causare conflitti di
attribuzione se riguardano le materie di competenza concorrente o esclusiva dello Stato o di altre
Regioni, che sugli organi, anche se spesso sono diretti sopratutto a quelli dei Comuni.
Nel primo caso, infatti, sia il Governo che le Regioni possono promuovere la questione di
legittimità costituzionale dinnanzi alla Corte costituzionale in caso si presunto eccesso di
competenza da parte dell’altro organo.
Nel secondo caso è possibile rimuovere il Presidente della Regione e sciogliere il Consiglio nel
caso abbiano compiuto atti contrari alla Costituzione o gravi violazioni.
La Costituzione prevede uno Stato regionale che:
- favorisce il pluralismo, perché ogni Regione può compiere scelte politiche diverse a seconda
delle proprie esigenze
- garantisce maggiore efficienza all’azione politica, perché gli ornai regionali risolvono più
velocemente i problemi delle diverse realtà territoriali
Quest’ultimo si differenzia dallo Stato federale perché:
- è lo Stato che istituisce le Regioni, che non possiedono quindi attribuzioni originarie
- lo Stato limita il potere legislativo delle Regioni e esercita su di loro una funzione di controllo
- le Regioni non dispongono di forze di polizia
Dal 2014 le Province hanno perso la loro caratterizzazione politica e sono state sostituite dalle
Città metropolitane che, tuttavia, sono limitate dal punto di vista numerico, poiché occupano solo
poche aree territoriali dello Stato. I Comuni, che invece sono numerosissimi, rappresentano quindi
ad oggi gli enti territoriali piccoli più importanti.
I Comuni sono liberi di adottare un proprio statuto che:
- organizza l’ordinamento degli uffici comunali
- specifica le competenze degli organi comunali
- decide le forme per agevolare la partecipazione popolare all’attività del Comune
- facilita l’accesso dei cittadini agli atti dell’amministrazione comunale
Nei Comuni che superano i 15 000 abitanti il Sindaco viene eletto dai cittadini col sistema
maggioritario a doppio turno di ballottaggio. Ogni candidato alla carica di Sindaco è collegato a
una lista di candidati al Consiglio comunale ed è possibile il voto disgiunto. Se al primo turno il
candidato non riesce ad ottenere la maggioranza assoluta dei voti validi, dopo due settimane si
procede ad una nuova votazione fra i due candidati più votati. Alla lista collegata al Sindaco eletto
viene assegnato il 60% dei seggi del Consiglio comunale, mentre le altre liste di suddividono il
restante 40% col metodo proporzionale.
Nei Comuni con meno di 15 000 abitanti il Sindaco viene eletto dai cittadini col sistema
maggioritario. L’elettore deve dare un voto unico al Sindaco e alla lista collegata. Viene eletto
Sindaco chi ottiene la maggioranza relativa dei voti e la lista collegata ottiene i 2/3 dei seggi del
Consiglio comunale, motivo per cui il Sindaco dovrebbe essere al riparo da crisi comunali, mentre
i seggi restanti vengono suddivisi fra le altre liste col sistema proporzionale.

Il Sindaco rappresenta il Comune sia internamente, dunque rispetto ai cittadini, che


esternamente, ovvero nei rapporti con i terzi e inoltre:
- nomina e revoca gli assessori della Giunta
- convoca e presiede la Giunta
- è responsabile del funzionamento dell’amministrazione comunale
La Giunta comunale è l’organo esecutivo del Comune, ed è nominata direttamente dal Sindaco.
Questa è formata dal Sindaco, che la presiede, e da un numero variabile di assessori.
La Giunta comunale:
- collabora col Sindaco nel determinare l’indirizzo politico-amministrativo del Comune
- esige le delibere approvate dal Consiglio
- riferisce annualmente al Consiglio sulla propria attività
- delibera su tutte le materie che non sono riservate per legge al Consiglio
Il Consiglio comunale è l’organo di controllo politico-amministrativo del Comune e:
- approva lo statuto, il bilancio e i regolamenti comunali
- controlla l’attività di Sindaco e Giunta attraverso commissioni d’indagine
Come per la Regione, il Sindaco e la giunta dicono dimettersi in seguito ad una mozione di
sfiducia citata dai consiglieri comunali a maggioranza assoluta degli aventi diritto, ma tale
mozione comporta l’autosciogliemnto del Consiglio stesso.

Il Sindaco, gli assessori comunali e i consiglieri comunali restano in carica per 5 anni e non
possono essere confermati per più di due mandati consecutivi.
La decadenza degli orfani comunali può anche essere decisa dal Governo, su proposta del
Ministero dell’interno, nel caso di:
- atti contrari alla Costituzione
- gravi e persistenti violazioni di legge
- mancata approvazione del bilancio entro i termini di legge
- mancato funzionamento degli organi comunali
Il Governo indice le nuove elezioni comunali e affida ad un Commissario la gestione temporanea
del Comune.

Il segretario comunale viene scelto dal Sindaco in un apposito albo nazionale a cui si accede per
concorso. Il segretario comunale coordina il funzionamento dell’amministrazione comunale e
verifica la legittimità degli atti del Comune.

I Comuni con più di 100 000 abitanti devono suddividere il loro territorio in circoscrizioni,
corrispondenti a quartieri, ed eleggere in ognuna un Consiglio di circoscrizione. Ciò permette di
decentrare l’erogazione di alcuni servizi comunali.

In materia di servizi sociali, il Comune partecipa alla gestione delle Aziende unità sanitarie locali
(Ausl).
Per promuovere lo sviluppo economico, regia l’attività degli esercizi pubblici, ovvero dei locali
aperti al pubblico in cui si svolge un’attività di impresa che ha come oggetto la prestazione di
servizi.
Nell’assetto del territorio, tramite i regolamenti approvati dal Consiglio Comunale, il Comune:
- redige il pano regolatore comunale seguendo le disposizioni delle leggi regionali
- rilascia le concessioni edilizie
- controlla l’utilizzo del verde pubblico
- si occupa dell’edilizia popolare e di quella scolastica per le scuole d’infanzia e del primo ciclo
- provvede ai problemi connessi con la viabilità
- gestisce i servizi di base
La provincia ha un proprio territorio, composto da vari Comuni, e una propria popolazione,
corrispondente all’insieme dei cittadini dei diversi Comuni. Il capoluogo di Provincia è il Comune
più importante, dove hanno sede gli uffici provinciali e gli organi provinciali.

Il Presidente della Provincia è eletto, per 4 anni, dai sindaci e dai consiglieri comunali dei Comuni
della Provincia.
Egli rappresenta l’ente sia internamente, dunque rispetto ai cittadini, che esternamente, ovvero
nei rapporti con i terzi, e inoltre:
- convoca e presiede il Consiglio provinciale e l’Assemblea dei sindaci
- sovrintende al funzionamento dei servizi e degli uffici e all’esecuzione deli atti provinciali
Il Consiglio Provinciale è composto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei Comuni della
Provincia, che lo eleggono per 2 anni.
Le sue funzioni sono:
- proporre all’Assemblea dei sindaci lo statuto
- approvare regolamenti, piani, programmi e atti provinciali
- approvare il bilancio della Provincia, dopo aver sentito il parere convolante dell’Assemblea dei
sindaci

L’Assemblea dei sindaci è costituita dai sindaci dei Comuni appartenenti alla Provincia e ha poteri
propositivi, consultivi e di controllo secondo quanto disposto dallo statuto.

Dal 2015 sono state istituite 9 Città metropolitane: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna,
Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria.

Gli organi della Città metropolitana sono il Sindaco metropolitano, il Consiglio metropolitano e la
Conferenza metropolitana e hanno rispettivamente le stesse funzioni del Presidente della
Provincia, del Consiglio provinciale e dell’Assemblea dei sindaci.

Dato che la città di Roma non è solo il centro delle decisioni politiche, ma anche delle diverse
affluenze socio-politiche, ovvero di scioperi, proteste e manifestazione, che costituiscono un
arricchimento ed un indebolimento allo stesso tempo, le è stata riconosciuta un’ampia autonomia
statuaria, amministrativa e finanziaria. Roma Capitale, oltre alle funzioni amministrative che erano
del Comune di Roma, esercita anche le attribuzioni che di norma spettano alla Regione:
- valorizzazione dei beni storici, artistici, ambientali e fluviali
- sviluppo economico e sociale in particolare nel settore produttivo e turistico
- sviluppo urbano e pianificazione territoriale
- edilizia pubblica e privata
- organizzazione e funzionamento dei servizi urbani e di collegamento con i comuni limitrofi
- protezione civile

Potrebbero piacerti anche