Socio 2
Socio 2
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LA GLOBALIZZAZIONE
Con globalizzazione si intendono quei processi tecnologici, economici, politici e culturali che tendono
ad unificare il mondo, ridurre o eliminare le barriere che dividono le varie nazioni, al fine di creare una
società globale interconnessa a tutti i livelli. Questo processo è iniziato con le prime esplorazioni
geografiche del Rinascimento, è proseguito con il colonialismo e l’imperialismo e si è accentuato con
la seconda Rivoluzione industriale (legata alla meccanica), la fine della guerra fredda (crollo del Muro
e fine dei tre mondi: capitalista, comunista e terzo mondo), la terza rivoluzione industriale (legata
all’elettronica) e l’evoluzione dei trasporti e delle telecomunicazioni (in effetti senza l’evoluzione
tecnologica, navi, aerei, televisione, Internet, ecc non sarebbe stata possibile nessuna globalizzazione).
La globalizzazione economica (produttiva e commerciale), ovvero il fatto che tutte le economie dei
singoli Stati siano interconnesse e collegate su scala mondiale, è un necessario derivato del capitalismo
industriale, che necessita di muoversi oltre i confini della propria nazione per approvvigionarsi delle
materie prime mancanti e per avere nuovi mercati dove collocare i prodotti, visto che inevitabilmente
dopo un poco il mercato interno satura e ci si trova in crisi di sovrapproduzione. Al capitalismo è
necessario non avere barriere protezionistiche, doganali o politiche al fine di poter commerciare
ovunque, cioè sul mercato mondiale e ciò è stato possibile solo a partire dalla fine degli anni Ottanta
del Novecento. Ovviamente sul mercato mondiale oggi non ci sono più solamente i paesi occidentali
(europei e americani), perché si sono affacciati su di esso anche altri fattori, ovvero quelli che una
volta erano chiamati paesi in via di sviluppo e oggi sono potenze economiche assolute: di conseguenza
la concorrenza è diventata spietata e tutti cercano di produrre il miglior prodotto al miglior prezzo (a
parte i prodotti di lusso per i quali si deve fare un discorso a parte) e ciò ha comportato la riduzione dei
salari e di conseguenza lo sfruttamento dei lavoratori, oltre allo sfruttamento delle nazioni povere ma
con molte materie prime. Un effetto clamoroso della globalizzazione economica sono le
multinazionali, aziende monopoliste o oligopoliste che possiedono e controllano attività di produzione
di beni e servizi in vari paesi del mondo. Esse operano in tutti settori dell’economia mondiale (attività
estrattive, agricoltura, industria e servizi). Un altro fenomeno tipico della globalizzazione economica è
la delocalizzazione, cioè la tendenza da parte di molte aziende occidentali a trasferire determinati
segmenti della loro attività produttiva in paesi diversi da quello di origine, nei quali esistono
condizioni economicamente più vantaggiose (bassi salari, materie prime a basso costo, bassa
tassazione) che consentono di ricavare maggiori profitti. Essa danneggia i lavoratori del paese di
origine dell'azienda che delocalizza, in quanto toglie loro lavoro e non benefica più di tanto i lavoratori
del paese dove si trasferisce l’azienda perché vengono sfruttati. Anche i mercati finanziari oggi sono
globalizzati e mondializzati e le varie Borse valori (New York, Londra, Tokyo, Francoforte, Milano,
ecc) sono collegate e interconnesse e funzionano come un mercato unico dove si comprano e si
vendono azioni, obbligazioni, titoli di stato, valute. Ciò è da un lato un vantaggio, in quanto chi ha dei
risparmi può investirli in aziende e paesi sicuri, ma dall’altro lato è un enorme problema, perché
quando un paese importante entra in crisi, mette in difficoltà anche gli altri paesi, creando crisi
economiche e finanziarie su scala mondiale.
Con globalizzazione politica si intende il fatto che la politica dei singoli Stati non sia più notevolmente
autonoma come avveniva in passato, ma debba tenere presente anche gli altri Stati, soprattutto quelli
più potenti, ma in generale tutta la compagine internazionale. Ogni Stato è in teoria autonomo nel
prendere le sue decisioni, ma in pratica deve decidere tenendo presente le altre nazioni, visto che la
politica internazionale è ormai una politica globale e su scala mondiale, dove ogni decisione presa è
causa di molti effetti. Ciò è dimostrato dalle tante organizzazioni internazionali che si occupano (più o
meno efficacemente) delle grandi problematiche che affliggono l’umanità: ONU per le questioni
politiche, OMS per le questioni sulla salute, FAO per le questioni di alimentazione, UNICEF per i
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problemi dell’infanzia, UNESCO per quanto riguarda la cultura e l’ambiente e tanti altri. Oltre a tali
organizzazioni abbiamo i Summit tra i grandi paesi della terra (G7, G8, G20) e le ONG
(Organizzazioni Non Governative) che sono enti privati che si occupano di aiuti umanitari e di progetti
di cooperazione e sviluppo (Greenpeace per l’ambiente, Amnesty International per i diritti umani,
Emergency per le vittime delle guerre e la croce rossa).
Nei paesi occidentali è radicata da tempo l’idea che la democrazia sia la migliore forma di governo e
di convivenza tra gli uomini, in quanto portatrice di libertà, uguaglianza e progresso. Ciò ha portato
all’idea che la democrazia andasse esportata in tutti i paesi, anche con la forza, attraverso ad esempio
la negazione di aiuti economici, l’embargo o l’invasione militare. In realtà dietro questa dottrina si
nascondono interessi economici enormi da parte delle grandi potenze, che utilizzano questa scusa per
giustificare gli interventi militari compiuti solamente allo scopo di sottomettere un altro paese e
sfruttarlo, sostituendo il leader o l’élite al governo con una più disposta a venire incontro alle richieste
economico-politiche delle grandi potenze stesse. La realtà è che molti paesi non sono ancora pronti per
attuare un processo democratico, in quanto esso necessita di certe condizioni, che richiedono un lungo
percorso storico per attuarsi. Tale dottrina ideologica, inoltre, risente di un evidente etnocentrismo,
ovvero dell’idea distorta che la cultura occidentale sia la migliore e perciò vada imposta a tutti. La
cosa appare ancora più assurda soprattutto in un periodo come quello della globalizzazione, dove vi è
una evidente recessione democratica in tutti i paesi occidentali, i quali dovrebbero essere i baluardi e le
sentinelle della democrazia, dove per reggere la concorrenza sul mercato mondiale, si priva la maggior
parte dei lavoratori, soprattutto i giovani, delle tutele e dei diritti che si sono affermati con il sacrificio
delle generazioni precedenti.
Con globalizzazione culturale si intende il fatto che oggi, in gran parte del mondo, le persone
condividono conoscenze, abitudini, costumi, norme e modelli di comportamento. Insomma vi è una
omogeneizzazione culturale grazie sia agli old media come la televisione che soprattutto ai new media
come Internet. L’uomo della società globalizzata può spostarsi da un confine all’altro della terra senza
mai sentirsi straniero in nessun luogo. Ovviamente ciò avviene solamente ad un livello superficiale,
materiale, perché le culture non occidentali sono in realtà molto differenti se si scava un poco in
profondità. Alcuni sociologi hanno parlato di mcdonaldizzazione del mondo, intendendo con ciò che la
globalizzazione sia in realtà una americanizzazione del mondo o in generale una sua
occidentalizzazione, cioè il fatto che lo stile di vita americano-occidentale sia quello dominante, quello
più esportato, quello a cui tutti aspirano e che tutti imitano, seppur con delle varianti interpretative
legate alla cultura originaria di appartenenza. Ormai tutto è standardizzato e ripetibile, ogni idea e ogni
oggetto, anche se su standard mediocri e massificati, tali da risultare graditi un po’ a tutti. Con la
globalizzazione anche altri modelli culturali sono stati esportati, come ad esempio molti aspetti delle
culture orientali, ma comunque quello occidentale è ancora quello prevalente. La cultura globalizzata
in parte distrugge le usanze locali e in parte mescola tutto in un enorme calderone. Per la mescolanza
di globale e locale si parla di “glocalizzazione”. /// In ogni caso con il progredire e l’affermarsi sempre
maggiore della scienza e della tecnologia nel mondo, tutto sarà standardizzato e omogeneizzato e
rimarrà ben poco spazio alle culture che hanno visioni differenti da quella scientifica.
La globalizzazione presenta aspetti positivi e aspetti negativi. Tra gli aspetti positivi abbiamo:
1) l’accorciamento delle distanze tra le persone e i popoli 2) la notevole mobilità di cose, idee e
persone 3) il più facile accesso alle informazioni (la società globalizzata è una società
dell’informazione) 4) un mercato mondiale dove è possibile vendere, comprare, lavorare 5) grandi
possibilità di sviluppo economico per paesi che prima erano tagliati fuori dal mercato mondiale
(BRICS). ///
Tra quelli negativi abbiamo:
1) la ineguale distribuzione della ricchezza a livello mondiale, dove alcuni stati possiedono enormi
ricchezze e altri sono poveri e sfruttati 2) la diseguale distribuzione della ricchezza all’interno dei
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singoli stati, dove si allarga sempre più la forbice tra ricchi e poveri e dove poche famiglie detengono
il potere economico politico e culturale 3) la proletarizzazione del ceto medio 4) l’aumentare del
sottoproletariato fatto di disoccupati o emarginati 5) le migrazioni di popoli che fuggono dalla fame e
dalla guerra 6) la perdita di molti diritti a livello lavorativo a causa dei bassi stipendi e della
insicurezza generata dalla precarietà dei contratti 8) l’aumento della disoccupazione in generale e
soprattutto giovanile a causa dell’eccesso di tecnologia 9) la riduzione del Welfare State o Stato sociale
10) l’enorme inquinamento delle case, delle auto e delle industrie, che sta portando addirittura
mutamenti climatici come il surriscaldamento del pianeta e gli squilibri ambientali causati da un
insostenibile sfruttamento dell’ecosistema. Come si può notare per adesso sono più i punti a sfavore
che quelli a favore della globalizzazione. Probabilmente è un meccanismo che non si può fermare e se
strutturato bene potrebbe portare anche molti vantaggi, ma sicuramente i governi di tutto il mondo
dovranno trovare dei correttivi, altrimenti si rischia che finisca in un disastro. La distruzione
dell’ambiente per produrre sempre di più appare una follia, anche perché non si capisce in quale
direzione si voglia andare; un’altra assurdità è quella della povertà dilagante, che oltre ad essere un
problema etico è anche un problema politico ed economico: infatti le masse di persone senza un lavoro
non consumano e quindi non danno una spinta all’economia e non possono che iniziare a delinquere
per sopravvivere. ///
Alla globalizzazione e alle sue distorsioni si oppone /// la teoria della decrescita, sviluppata da
sociologi come Latouche. Essi criticano il modello di sviluppo fondato sulla crescita economica
continua e sulla crescita del PIL ///(prodotto interno lordo): ciò non è garanzia di benessere se la
ricchezza non è distribuita, se i lavoratori sono sempre più sfruttati e se l’ambiente viene distrutto.
Bisogna ridurre i consumi e cercare soprattutto la qualità della vita e non la quantità (basarsi anche
sull’essere e non solo sull’avere, come potremmo dire parafrasando Fromm). Bisogna che vengano
messi dei correttivi al mercato globale da parte degli stati o delle organizzazioni internazionali, perché
la teoria della mano invisibile di Smith che ispira le politiche neoliberiste applicate attualmente da
quasi tutte le nazioni, ha già dimostrato di essere fallimentare in tante occasioni nella storia, come
hanno dimostrato le grandi crisi economiche di sovrapproduzione che si sono avute più volte (la più
clamorosa fu quella del 29).
La globalizzazione ha effetti decisivi anche sulla coscienza psicologica, ossia sul modo col quale le
persone vivono e percepiscono la loro vita. Le persone sentono che il mondo è diventato più piccolo e
che ciò che avviene in qualsiasi punto del mondo ha effetti decisivi sulla vita di tutti a causa
dell’interdipendenza globale. L’uomo globalizzato vive un senso di smarrimento e di impotenza,
perché capisce che di fronte ai grandi eventi della storia, che oggi può conoscere, non ha alcun potere.
Tutto è più grande di lui. L’uomo del passato si preoccupava meno perché non era a conoscenza dei
grandi eventi e si interessava più che altro della vita quotidiana. L’uomo globalizzato vive nella
precarietà e nell’incertezza sia a livello materiale che spirituale, perché vive in una società liquida,
dove tutto è precario, dal lavoro all’amore. Prima si viveva in una società solida, dove la famiglia, la
comunità, la Chiesa e lo Stato decidevano ogni singolo aspetto della vita dell’individuo. Oggi vi è una
libertà difficile da gestire, sia perché è più apparente che reale, sia perché non ci sono più riferimenti
ed è facile perdersi.
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Le istituzioni-organizzazioni sono strutture di tipo burocratico che si trovano in luoghi fisici come
grandi edifici, con degli uffici appositi e dell’apposito personale: è possibile comunicare con esse per
via diretta o indiretta, cioè di persona, per iscritto oppure on-line, per fare le proprie richieste e far
valere i propri diritti. Le istituzioni sono la struttura della società e si occupano di soddisfare le varie e
necessarie funzioni sociali: 1) il sistema di produzione economica sia agricola che industriale 2) il
sistema politico 3) il sistema dell’istruzione, della cultura e della scienza 4) il sistema giuridico 5) il
sistema sanitario 6) il sistema di sicurezza 7) il sistema di protezione sociale 8) il sistema
commerciale e dei servizi 9) il sistema familiare 10) il sistema giudiziario
11) il sistema sportivo 12) il sistema religioso 13) il sistema finanziario. A volte una istituzione
svolge più funzioni, oppure una funzione è svolta da più istituzioni. Le istituzioni hanno funzioni
latenti e funzioni manifeste. Le istituzioni sono sistemi burocratici e come tali possono sviluppare delle
disfunzioni, come ad esempio la rigidità procedurale, l’eccessiva impersonalità o la personalizzazione
dei rapporti, l’ipertrofia, l’eccessiva complicazione, lo smarrimento dei fini o la trasposizione delle
mete.
Le norme sociali sono regole che descrivono e prescrivono una serie di comportamenti che le persone
appartenenti ad una certa società sono tenute a seguire o a evitare. Le norme di una società riflettono i
valori civili, morali e religiosi che la caratterizzano e il tipo di razionalità di quella società. La loro
inosservanza prevede solitamente delle sanzioni. Possiamo distinguere le norme sociali nelle seguenti
tipologie: 1) norme giuridiche: emanate dallo Stato per iscritto e perciò obbligatorie e con sanzione
pecuniaria o detentiva per chi non le rispetta 2) norme morali: norme tramandate oralmente che però
la tradizione di quella cultura o società ritiene fondamentali per una ordinata vita civile e perciò chi
non le rispetta va incontro a disapprovazione o emarginazione 3) usanze e consuetudini: norme di
comportamento ritualizzate e tramandate oralmente, che sono seguite dalla maggioranza della
popolazione di quella certa cultura, ma che possono essere in parte disattese senza che ciò susciti per
forza disapprovazione o emarginazione nella maggioranza della popolazione. Le norme sociali
possono poi essere esplicite o implicite.
I valori in generale sono concetti che indicano ciò che deve essere oggetto di preferenza o di scelta, sia
a livello materiale che spirituale. I valori culturali sono invece concezioni condivise da una certa
società o etnia o cultura, riguardo a che cosa sia desiderabile o rifiutabile: sono gli ideali di un certo
gruppo che orientano, in tutto o in parte, i pensieri e i comportamenti dei soggetti che fanno parte di
quel gruppo stesso. Hanno perciò una funzione regolativa e discriminativa.
Le istituzioni, le norme e i valori di ogni singola società sono soggetti a mutamenti che, normalmente,
avvengono lentamente nei secoli o nei decenni: a volte abbiamo delle accelerazioni, altre volte dei
rallentamenti, a seconda della dinamicità o della staticità dei periodi storici. In passato le società erano
monoculturali, mentre oggi, in seguito alla globalizzazione, abbiamo società multiculturali con un
monoculturalismo di fondo, ovvero quello della cultura dominante in quello stato. Ovviamente vi sono
delle norme e dei valori che sono eterni e universali e valgono per tutti i popoli assolutamente, non
essendo soggetti alla variabilità spazio temporale, ma si tratta di pochi valori molto astratti, che poi
nella loro applicazione pratica risentono della variabilità legata alla dimensione spazio temporale. La
maggior parte delle norme e dei valori è specifica di quel popolo o di quella epoca storica.
IL MUTAMENTO SOCIALE
Per mutamento sociale si intende il verificarsi di cambiamenti abbastanza ampi e duraturi nella
struttura e nell’organizzazione di una comunità o società. Un esempio clamoroso di mutamento sociale
fu quello che avvenne in Occidente alla fine del 1700 e ancor di più alla fine del 1800 col passaggio da
una società agricola e artigianale ad una industriale. Ogni società tende a darsi un carattere stabile e a
mantenere la propria struttura e organizzazione; tuttavia i conflitti che si originano al suo interno,
spingono inevitabilmente verso una trasformazione, che può avvenire tramite processi graduali o
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movimenti rivoluzionari. I modelli interpretativi usati dai sociologi per interpretare il mutamento
sociale sono:
1) modello funzionale: la società è un organismo con delle funzioni. Se tutte le funzioni riescono a
realizzare i loro scopi, allora tutto l’organismo funzionerà a dovere; se anche solo una funzione si
inceppa, tutto l’organismo ne risente. Il mutamento sociale avviene quando una o più delle istituzioni
che realizzano quella determinata funzione sociale, smettono per qualche motivo di funzionare,
rischiando di bloccare tutto il meccanismo sociale: allora è necessario riformare o modificare quella
istituzione affinché torni ad avere le caratteristiche adatte all’espletamento della sua funzione e ciò
crea mutamento sociale 2) modello conflittuale: la società è quasi sempre stratificata e lo scontro,
latente o manifesto, tra le classi sociali dominanti e quelle dominate è il motore del mutamento sociale.
LA STRATIFICAZIONE SOCIALE
In tutte le società vi sono categorie di persone che occupano posizioni di potere e prestigio e altre che
occupano posizioni subalterne. Questa disposizione gerarchica dei vari gruppi umani nella società è
detta stratificazione: per stratificazione sociale si intende infatti la disposizione gerarchica di categorie
di persone che si distinguono per la ricchezza, il potere, il prestigio, il livello culturale, lo stile di vita.
Le classi sociali più importanti sono: alta borghesia, media borghesia, piccola borghesia, agricoltori,
classe operaia, sottoproletariato.
Nelle società antiche vi erano le caste e i ceti, ai quali si apparteneva per nascita. La mobilità sociale,
ovvero la possibilità di spostarsi da una casta o ceto ad un’altra, era bassissima e legata a casi
eccezionali. Le caste o ceti erano : la classe sacerdotale, la classe nobile e guerriera, la classe degli
artigiani e commercianti, la classe contadina, la classe dei servi. In Occidente, durante l’età moderna,
ovvero dal 1300 al 1700, si fece strada la classe dei borghesi, ovvero degli artigiani e commercianti, la
quale divenne ricca e potente, ma non aveva potere politico: attraverso una serie di Rivoluzioni
(scientifica, inglese, americana, francese, industriale) riuscì ad imporsi e a sconfiggere e relegare ad un
ruolo di secondo piano le vecchie classi dominanti, cioè il clero e la nobiltà, diventando la classe
egemone sia sul piano economico, che politico e culturale, grazie allo sfruttamento delle classi operaie.
Oggi il termine più usato per indicare la stratificazione sociale è quello di classe sociale il quale deriva
da Marx. Le due classi sociali più importanti sono: la borghesia capitalista, proprietaria dei capitali che
gli hanno consentito di acquistare i mezzi di produzione e il proletariato o classe operaia, che non
possiede i mezzi di produzione e rappresenta la forza lavoro: le due classi in parte collaborano e in
parte si contrappongono in quanto hanno interessi diversi. Marx diede una connotazione prettamente
economica al termine classe sociale, anche perché egli considera l’aspetto economico come un aspetto
strutturale, mentre tutti gli altri aspetti sono subordinati ad esso e sono sovrastrutturali. Il sociologo
considerava tutte le altre classi sociali non altrettanto importanti e pensava che con il tempo sarebbero
state riassorbite verso l’alto o verso il basso. Weber invece utilizzava il termine ceto per indicare il
prestigio e lo stile di vita di un certo gruppo, ritenendo che non fosse importante solo l’aspetto
economico, ma anche quello culturale e politico. I funzionalisti ritengono che la stratificazione sociale
sia una condizione positiva e necessaria per garantire produttività ed efficienza al sistema sociale:
infatti senza lo stimolo ad elevarsi a livello sociale la società stagnerebbe e degraderebbe. Le persone
devono essere collocate al livello che appartiene alla loro natura, per il buon funzionamento
dell’organismo sociale, quindi se particolarmente dotate svolgeranno funzioni sociali elevate, se meno
dotate funzioni sociali inferiori. In ogni società vi sono status e ruoli più elevati e altri meno elevati e
quelli più elevati devono essere ricompensati maggiormente a livello economico. I teorici del conflitto,
ovvero tutti i sociologi di matrice marxiana, invece sostengono che l’esistenza di posizioni sociali più
elevate sia una causa della stratificazione, piuttosto che una sua conseguenza. Il sistema delle
disuguaglianze nella società capitalista tende a conservarsi e a riprodursi, quindi è un fenomeno
autoreferenziale: esso è funzionale al capitalismo, ma il sistema capitalista non è l’unica possibilità,
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perché sono possibili altre forme di società più giuste. Inoltre la selezione delle persone per i ruoli più
elevati non è sempre adeguata, come dimostrano i fenomeni del nepotismo, del familismo, del
clientelismo o della corruzione; a volte certe persone ricoprono importanti ruoli senza meritarselo, ma
solamente perché sono utili in quel ruolo a qualcuno più potente di loro. A volte le persone sembrano
meno capaci solamente perché non gli si è data l’opportunità di dimostrare le loro capacità. Inoltre i
funzionalisti non mettono in discussione il dogma dell efficientismo: infatti non sta scritto da nessuna
parte che sia necessario produrre sempre di più o che tutti debbano essere dei talenti, perché una
società si regge sull’impegno di tutti, ognuno secondo le sue capacità, non importa di che livello siano.
Molte volte potere, ricchezza e prestigio sono status ereditati e solo raramente acquisiti: la mobilità
sociale esiste solo in rari casi e solo in certi periodi di boom economico.
Un discorso a parte meritano le cosiddette classi medie, spesso trascurate dalla sociologia classica, in
quanto meno importanti nell'Ottocento e più presenti adesso, anche se con l’avvento della
globalizzazione stanno perdendo terreno. Marx sapeva della loro esistenza ma credeva che di fronte
alla Rivoluzione si sarebbero schierate o con i capitalisti (la maggior parte della classe media, da
quella ricca a quella sufficientemente benestante) o con il proletariato (la classe media più povera o
impoverita dal capitalismo monopolista e oligopolista). Vi sono tre termini inglesi per indicare la
stratificazione sociale: upper classes, middle classes, working classes. Un altro termine utilizzato per
indicare le middle classes è colletti bianchi (in contrapposizione ai colletti blu che indicano la tuta da
lavoro degli operai) in ricordo del fatto che gli impiegati in passato portavano la camicia bianca al
lavoro. I ceti medi sono scarsamente omogenei, perché vanno dal libero professionista (avvocati, notai,
commercialisti, medici) al semplice impiegato di qualche ufficio, passando per varie figure intermedie
come il commerciante, l’artigiano, il tecnico dell’industria, il docente, il poliziotto o il militare, il
clero. Essi non hanno scopi sociali o interessi comuni, un codice unitario di valori, per cui la loro
condotta sociale è imprevedibile, come il loro comportamento elettorale, spesso spregiudicato ed
estremo. Si tratta di una classe cuscinetto tra il mondo imprenditoriale e politico e il mondo operaio.
Essendo privi di un reale potere di intervento sociale (che possiedono solo le élites di potere o in parte
la massa dei proletari), spesso accettano passivamente i modelli culturali della società di massa e ciò
permette che vengano manipolati dall’alto. Essi sono sempre più vicini alla classe operaia a livello
economico, ma aspirano ad uno status sociale più elevato e si sentono inoltre superiori sul piano
culturale e dello stile di vita, perciò ciò fa sì che prendano le distanze dal proletariato e si schierino più
facilmente con le élites di potere. Dal secondo dopoguerra in poi, nelle società industriali avanzate, si
sono apparentemente omogeneizzati gli stili di vita. Il miglioramento delle condizioni economiche e
l’aumento del tempo libero, hanno consentito alle classi popolari un accesso a beni e servizi che prima
erano loro preclusi. I mass media sono riusciti a far credere che si sia avuto un livellamento delle
differenze sociali (infatti spesso si vede che il cellulare all’ultima moda lo possiede sia il figlio del
dirigente che quello dell’operaio). In realtà chi nasce in una classe sociale meno importante, non ha le
stesse possibilità di colui che nasce in una classe sociale privilegiata. Per tutto il periodo scolastico le
differenze si vedono meno, ma poi emergono in tutta la loro forza successivamente. Chi nasce e vive
ad un livello sociale più alto, ha maggiori probabilità di raggiungere un elevato livello di istruzione,
grazie al supporto economico o culturale familiare, alla possibilità di vivere esperienze formative
extrascolastiche di vario tipo (come per esempio viaggi di studio all’estero). La possibilità, per tutte le
classi, di comprare in qualche caso beni e servizi dello stesso valore o similari, serve solamente a
nascondere in parte le differenze sociali affinché non vi sia ribellione, ma anche a non nasconderle del
tutto affinché l’individuo si impegni al massimo per realizzare le sue aspirazioni di benessere.
Alle classi sociali si appartiene solo parzialmente per nascita, perché oggi non vi sono più vincoli
giuridici o religiosi che impediscano la mobilità sociale, per cui è possibile passare da una classe
sociale all’altra in linea di principio, ma nella realtà dei fatti gli studi dimostrano che è sempre
piuttosto raro che si possa passare da una classe sociale più bassa ad un’altra più alta, a parte i casi di
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matrimonio, di fortuna o di particolare talento che non possono riguardare ovviamente molte persone.
Le persone perlopiù rimangono nella classe sociale di appartenenza alla nascita e se riescono a salire lo
fanno di un gradino. Solo nel corso delle generazioni è possibile aumentare notevolmente di livello.
Più facile è invece scivolare verso il basso. Col concetto di mobilità sociale si intende, in linea di
principio, la possibilità di passare da una classe sociale all’altra e quindi di mutare la propria posizione
all’interno della scala sociale. Ovviamente la mobilità può essere ascendente o discendente. Con
mobilità assoluta si intende il numero complessivo di persone che si spostano da una posizione sociale
all’altra, mentre con mobilità relativa si intende il grado di uguaglianza nella possibilità di ciascuno di
migliorare la propria posizione. Le dinamiche della stratificazione si sono modificate negli ultimi anni
a causa dei flussi migratori. Le comunità immigrate vivono nella precarietà sia a livello giuridico che
economico e sono separate dal resto della popolazione. La popolazione residente attua nei confronti
degli immigrati il meccanismo della “compensazione di status”, cioè accentua la distanza da questi
gruppi e si sente nettamente superiore ad essi. Al tempo stesso vedrà gli aiuti di Stato a queste persone,
famiglie e comunità come una sottrazione dei suoi diritti di cittadino, in quanto tali aiuti non sono a lui
riservati.
LA POVERTA’
La povertà assoluta è la mancanza delle risorse necessarie per soddisfare i bisogni umani fondamentali come
il cibo, il vestiario e l’abitazione. Fino alla fine della seconda guerra mondiale anche in Occidente un terzo
della popolazione viveva in condizioni di povertà assoluta, mentre dagli anni 50 in poi si è avuta solo la
povertà relativa. Nei paesi in via di sviluppo o sottosviluppati invece esiste ancora la povertà assoluta per
buona parte della popolazione. La povertà relativa invece è la mancanza delle risorse necessarie a
raggiungere le condizioni di vita prevalenti nella società di appartenenza. I nuovi poveri del mondo
occidentale sono quelli che soffrono la povertà relativa, cioè che pur vivendo in condizioni dignitose,
mancano delle opportunità che gli consentirebbero di raggiungere il tenore di vita medio della propria
società. In Italia la percentuale di poveri è maggiore al Sud, rispetto al Centro e al Nord, per una serie di
motivi storici, politici e culturali. Esiste poi la povertà fluttuante, cioè quando si cade improvvisamente in
situazioni di povertà a causa di problemi inaspettati, come un licenziamento, un divorzio o una malattia. Da
queste situazioni però si può uscire più o meno velocemente con il passare del tempo e il mutare delle
condizioni in senso positivo. Povertà è anche una qualità della vita pessima, anche se casomai si possiedono
buone condizioni economiche, a causa della solitudine, della mancanza di libertà, di affetti, del disagio
psichico o fisico, della carenza di istruzione. La povertà si calcola secondo due indici: 1) la Soglia di
Povertà: è stabilita dall International Standard of Poverty Line, che definisce povera una persona che
disponga di un reddito non superiore alla metà di quello nazionale 2) l’Indice di Sviluppo Umano (ISU o
HDI ) che va da 0 a 1 ed è determinato da quattro fattori: speranza di vita, indice di alfabetizzazione, indice
di scolarizzazione, PIL per abitante.
LA DEVIANZA SOCIALE
La devianza sociale è costituita da un comportamento dove l’infrazione alle norme sociali e alle regole
istituzionali assume un carattere sistematico e ricorrente. Le condotte devianti variano in base alle norme e
alla cultura dell’ambiente cui si appartiene. La devianza sociale spesso è un tentativo di sottrarsi al controllo
sociale. In ogni società comunque esiste un certo grado di anticonformismo, dissenso e diversità. Inoltre le
società non hanno un carattere statico, e i valori che esse esprimono cambiano nel tempo e di conseguenza
anche l’idea di ciò che è un comportamento deviante. L’atto deviante non è sempre negativo: a volte esprime
una esigenza di cambiamento. Le cause della devianza sono solitamente le seguenti: la presenza di modelli di
riferimento criminali, le carenze affettive, i modelli educativi incoerenti o negligenti o estremi. Spesso la
devianza si trova nelle subculture. Con subcultura si intende un insieme di valori, modelli di comportamento
e linguaggi, elaborato da una parte marginale della società, come una classe sociale povera, un gruppo etnico
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di minoranza, un gruppo giovanile. Abbiamo le seguenti forme di subcultura: 1) conflittuale: coloro che
usano la violenza per distruggere i simboli del sistema dominante, in segno di protesta per la loro esclusione,
al fine di acquisire prestigio all’interno della loro subcultura di appartenenza 2) rinunciataria: coloro che
non sono riusciti a integrarsi nel sistema sociale e perciò rifiutano la società ufficiale e dominante cercando
un’evasione nell’alcool, nella droga, nel barbonismo, nel vagabondaggio o nell’accattonaggio 3) criminale:
coloro che sono nati in un clima familiare e sociale dove il crimine è normale essendo o una tradizione
consolidata o l’unica forma di sopravvivenza. Un altro fenomeno di devianza molto presente in Occidente è
la delinquenza minorile, che può avere origine nel tipico ribellismo giovanile o essere tipica dei giovani che
soffrono di un qualche disagio sociale (materiale o psicologico o sociale). Tali fenomeno si esplica in furti,
consumo e vendita di stupefacenti, aggressioni fisiche, reati sessuali, vandalismo, alcolismo. Le influenze
ambientali, per quanto riguarda i ragazzi, sono comunque determinanti molto più della natura della persona.
Se la famiglia, la scuola e l’ambiente sociale attorno ai ragazzi è sano le probabilità di devianza si riducono
notevolmente. La devianza degli ambienti poveri è spesso legata alla violenza, quella degli ambienti
altolocati a questioni economiche e quindi alla corruzione. Entrambe hanno costi sociali elevatissimi. In ogni
caso sulle origini della devianza abbiamo le seguenti posizioni: 1) quella lombrosiana, che crede che la
devianza abbia origini biologiche (lo scienziato italiano Lombroso aveva creato una scienza chiamata
fisiognomica, secondo la quale una personalità deviante si riconosceva da determinati caratteri fisici) 2)
quella della Scuola di Chicago, secondo la quale le condotte devianti derivano dalle subculture, dalla
mancata integrazione sociale 3) quella neofunzionalista di Merton, secondo il quale la devianza deriva dalla
frustrazione conseguente al divario tra le mete socialmente desiderabili e l’assenza di mezzi utili a
realizzarle; rispetto a questa situazione abbiamo i criminali, i rivoluzionari, gli innovatori, i ribelli, i
rinunciatari e i ritualisti. La devianza può essere primaria o secondaria: quella primaria si ha quando la
persona trasgredisce casualmente o episodicamente una norma ma poi rientra nei ranghi del conformismo,
mentre quella secondaria si ha quando la persona trasgredisce regolarmente una o più norme. Alla devianza
contribuisce anche l’etichettamento, ovvero quel fenomeno per il quale una volta che la persona trasgredisce
una o poche volte una norma, finisce per essere etichettata come deviante abituale e trattata come tale e ciò
rafforza in essa il senso di emarginazione e la convinzione di essere destinata ad essere ineluttabilmente
deviante, per cui essa finisce per assumere come suoi tutta una serie di comportamenti tipici dell’etichetta,
iniziando una carriera deviante e associandosi a persone simili a lui. In questo caso la persona etichettata
passa dalla devianza primaria a quella secondaria. Tale stigmatizzazione avviene più che altro per le persone
che appartengono alla classe sociale più bassa da parte di persone che appartengono alla classe sociale media
o alta. Tale processo di attribuzione è anche detto “profezia che si autoadempie” o “teorema di Thomas”,
per il quale se si definisce la realtà in un certo modo, ciò avrà conseguenze nella vita concreta. Ogni società
attua il controllo sociale, cioè possiede strumenti concreti per indurre le persone a rispettare le regole della
società cui appartengono e scoraggiare ogni forma di trasgressione o punire le trasgressioni. Tali strumenti di
controllo possono essere esteriori o formali e interiori o informali. Le sanzioni giuridiche sono esteriori e
formali, mentre l’emarginazione o il disprezzo sono interiori e informali. Le istituzioni penitenziarie, come
tutte le altre istituzioni totali, sono una delle principali forme di controllo esteriore e interiore della devianza.
In esse si finisce per un certo numero di anni se si infrangono delle norme giuridiche: prima c’è l’arresto da
parte della forze di polizia e poi il processo davanti al magistrato che infligge la pena in base alla legge. Fino
al 1700 il carcere era, molte volte, un luogo nel quale si sostava in attesa del supplizio o esecuzione pubblica,
che poteva andare dalla tortura fino alla morte, alla vera e propria pena capitale e solitamente si trattava di
pene incredibilmente atroci. L’efferatezza del meccanismo serviva a spaventare le persone che di fronte ad
uno spettacolo così truculento, che solitamente avveniva in una piazza e quindi era pubblico, si credeva
fossero dissuase dal trasgredire, proprio a causa del terrore che provavano di fronte a quella orribile scena.
Tutto ciò serviva inoltre al potere politico per dare una dimostrazione di forza al popolo. Nel 1700, grazie ad
illuministi come Beccaria, che nell’opera “Dei delitti e delle pene” dimostrarono l’assurdità di quel sistema
penale, il diritto penale divenne più razionale e umano, con l’abolizione della tortura e della pena di morte in
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buona parte dell’Occidente. Egli spiegò come la tortura fosse assurda, perché le persone pur di far cessare il
dolore confessavano qualsiasi cosa, per cui solo i più robusti resistevano e si salvavano, mentre i più deboli
invece cedevano e venivano condannati. Inoltre le scene truculente rendevano il popolo non più spaventato,
ma più feroce e sadico, a causa dell’abitudine a certi “spettacoli”. Egli dimostrò anche come la pena di morte
fosse assurda, in quanto non è con essa che si limita la devianza, come dimostra il fatto che dove vi è la pena
di morte i delitti non sono minori, rispetto ai luoghi dove essa non è presente. Affinché un sistema penale sia
funzionale è necessario che l’azione di prevenzione e di polizia sia capillare, in modo che nessuno sfugga
alla legge, inoltre le pene devono essere proporzionate e razionali: tutto ciò funzionerà meglio di un sistema
farraginoso che giustizia crudelmente di tanto in tanto qualche sventurato, ma è sostanzialmente inefficace e
ingiusto, in quanto di fronte alla miseria le persone sono disposte a rischiare. Inoltre è contraddittorio
pretendere dai cittadini che non uccidano e poi uccidere a propria volta dietro la maschera dello Stato (che
comunque è sempre formato da cittadini). Il carcere non deve essere una vendetta dello Stato, bensì una
riparazione proporzionale alla trasgressione, che lo Stato chiede al cittadino deviante. Le persone, secondo
l’autore, hanno più paura di perdere la libertà e dei lavori forzati (che Beccaria proponeva come riparazione
del danno sociale commesso) che di morire. Beccaria inoltre attuò la distinzione tra reato e peccato: il reato
è un danno che si procura alla società e quindi una questione legale, mentre il peccato è un danno morale e
religioso che attiene alla sfera individuale e non sociale. Il sistema penale si deve occupare di questioni
sociali e quindi legali e non morali e religiose che riguardano solamente la coscienza interiore di ogni
persona. La legge regola la società, il suo ordine e il suo buon funzionamento, non le coscienze, che
dipendono dall’educazione ricevuta e dalle proprie scelte in fatto di valori.
Il carcere è stato inteso dal 1700 in poi in diversi modi: 1) secondo l’impostazione di tipo religioso, come un
luogo di penitenza, dove la persona rimane per un periodo per espiare le proprie colpe, per pentirsi di esse
(da ciò il termine penitenziario ) 2) secondo le teorie retributive, come un luogo nel quale il reo deve restare
e lavorare fin quando non avrà ripagato la società del danno causatole, per cui la pena pecuniaria o
detentivo-lavorativa è la giusta punizione per il danno causato alla società che va ripagata 3) la teoria
utilitaristica, per la quale la pena si giustifica con la sua finalità di utilità sociale, in quanto è innanzitutto una
forma di neutralizzazione del reo e del pericolo che rappresenta, poi serve per far vedere alla società che lo
Stato c’è e a dissuadere le altre persone dal trasgredire per non finire in carcere 4) la teoria rieducativa, per
la quale il carcere deve essere uno strumento di recupero sociale e di rieducazione per un futuro
reinserimento del reo nella società. L’interpretazione rieducativa o riabilitativa è la più umana e razionale, in
quanto ragiona in questo modo: la persona viene allontanata dalla società perché pericolosa e quindi per
essere rieducata (con lo studio e il lavoro ad esempio) e finché ciò non sarà avvenuto non potrà uscire dal
carcere: quando ciò sarà avvenuto dovrà essere aiutata a reinserirsi nella società. Praticamente il deviante è
trattato come un malato psichiatrico. Ovviamente spesso l’opinione pubblica popolare è contraria a questa
interpretazione e invoca sempre maggiore durezza, ma attualmente l’orientamento prevalente in Occidente è
questo. Per Durkheim la devianza ha la funzione di ricompattare il corpo sociale e il carcere sarebbe una
sorta di rituale collettivo che ha questa funzione tranquillizzante, cioè di rafforzare i legami nel corpo sociale
e isolare il trasgressore.
LA SOCIETA’ DI MASSA
Il concetto di società di massa nasce con l’avvento della società industriale, ma anche oggi che siamo nella
società postindustriale, ci troviamo in una società massificata. Con questo concetto si intende una società
dove: 1) la maggior parte delle persone vive ammassata nei grandi agglomerati urbani come le metropoli o le
megalopoli 2) la produzione industriale ha permesso, grazie alla scienza e alla tecnologia, la produzione in
serie di qualsiasi tipo di oggetto 3) i principali settori economici sono quello industriale e dei servizi e anche
l’agricoltura è stata industrializzata 4) i mass media influenzano l’opinione pubblica e creano una cultura
adatta alle masse 5) le informazioni, più o meno veritiere, sono a disposizione di tutti e vi è un
interconnessione virtuale tra le persone grazie ai media interattivi 6) le varie classi sociali vivono a stretto
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contatto 7) lo Stato organizza totalmente la vita collettiva attraverso le sue élite politiche ed economiche 8) i
rapporti sono perlopiù impersonali e regolati da norme 9) è molto avanzato il processo di laicizzazione e
secolarizzazione 10) il mondo è globalizzato e interconnesso e sono più facili gli scambi commerciali e di
informazione e gli spostamenti da un luogo all’altro del pianeta 11) vi è una diffusa scolarizzazione ( a
diversi livelli) grazie alla scuola di massa. Nella società preindustriale tutto era piuttosto differente: 1) la
maggior parte delle persone viveva nelle campagne 2) l’attività economica principale era quella agricola
3) tutto era prodotto artigianalmente 4) la mentalità comune era influenzata dalla religione e dalla Chiesa
5) le classi sociali vivevano l’una lontana dall’altra 6) la cultura era solamente di alto livello mentre le
masse erano ignoranti 7) non vi era una organizzazione statale stringente 8) i rapporti erano perlopiù
personali 9) le persone vivevano prevalentemente nei luoghi d’origine e conoscevano poco o niente del
mondo a parte i casi di guerre, emigrazioni o commerci 10) le scuole erano solamente per le élite.
LA SOCIETA’ DEMOCRATICA
Nella storia umana abbiamo avuto varie forme di Stato: monarchie assolute o costituzionali e parlamentari,
teocrazie, tirannidi, oligarchie, democrazie. Abbiamo avuto anche associazioni tra città-stato, imperi, sistemi
feudali. Attualmente la forma di Stato più diffusa è la democrazia, anche se non mancano i sistemi totalitari e
inoltre la democrazia stessa sta assumendo sempre più forme totalitarie. Democrazia significa governo del
popolo. Solamente nelle poleis greche si esercitava la democrazia diretta, in quanto essendovi un numero
esiguo di abitanti, tutto il popolo della città poteva votare direttamente chi avrebbe assunto le cariche
politiche temporanee, mentre le democrazie attuali sono tutte democrazie indirette, in quanto gli abitanti di
uno Stato sono troppo numerosi per poter avere la democrazia diretta, che rimane solamente nei referendum
propositivi o abrogativi. Nelle attuali democrazie il popolo vota i partiti e al massimo può esprimere delle
preferenze tra i candidati di quel partito. In ogni democrazia vince la maggioranza e quindi ogni democrazia
è una dittatura a tempo della maggioranza. La minoranza può solo fare opposizione e proporre un
programma politico alternativo nella speranza di diventare in futuro a sua volta maggioranza. Ogni
democrazia prevede la divisione dei tre poteri fondamentali che sono indipendenti l’uno dall’altro: legislativo
affidato ad un Parlamento che contiene maggioranze e minoranze, esecutivo affidato ad un Governo che
rappresenta la maggioranza, giudiziario affidato alla magistratura. Ogni democrazia presenta le seguenti
caratteristiche: 1) libertà di espressione e d'informazione 2) libertà di associazione 3) diritto di voto e di
essere votati ed eventualmente eletti per tutti i cittadini e libere elezioni 4) eleggibilità delle cariche
pubbliche 4) uguaglianza di fronte alla legge per tutti i cittadini 5) libertà religiosa 6) presenza di istituzioni
che organizzino la macchina dello Stato tramite un apparato amministrativo che permetta di espletare tutte
le sue funzioni 7) libertà di iniziativa economica, politica e culturale 8) difesa dei diritti dei cittadini e
rispetto delle leggi. Molto importante è distinguere tra democrazia formale e sostanziale, in quanto libertà e
uguaglianza di opportunità per tutti sono i principi cardine di ogni democrazia, ma non devono rimanere tali
solo sulla carta, bensì diventare effettivi.
Nelle società totalitarie dei primi decenni del Novecento (comunista, fascista e nazista) le cose erano ben
diverse: qui vi era assenza totale di democrazia e lo Stato era più importante dei cittadini. I regimi totalitari
erano caratterizzati da un unico partito al potere e da una ristretta classe dirigente con un capo supremo al
suo vertice. Il loro scopo era il controllo totale dello Strato e della società, sia sotto l’aspetto politico, che
economico, che sociale e culturale. Il popolo veniva soggiogato in parte con una ossessiva propaganda atta a
convincerlo della bontà dell’ideologia dominante, in parte con la violenza della polizia politica e dei servizi
segreti. La libertà veniva considerata un male, in quanto si riteneva il popolo bisognoso di una guida e
incapace di autodeterminarsi. L’informazione era pilotata e controllata.
Nella società democratica vi è la partecipazione dei cittadini alla vita politica del paese, sia come elettori che
come eletti. Alle elezioni politiche che in ogni democrazia vengono fatte ogni quattro o cinque anni (salvo
che il governo cada prima perché non vi è più una maggioranza in Parlamento) i cittadini che si recano a
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votare possono esprimere tre tipi di voto: 1) di appartenenza 2) di scambio 3) di opinione. Il primo è tipico
di chi ha una forte credenza nelle ideologia di un partito per tradizione famigliare o per condizione sociale o
per convinzione personale; il secondo è tipico di chi vota quel partito perché crede che lo favorirà dal punto
di vista economico; il terzo è tipico di chi vota quel partito perché ritiene probabile che in quel momento sia
quello che esprime le idee migliori per le necessità della nazione, ma non è legato a precise ideologie. Esiste
poi il fenomeno dell’astensionismo, ovvero di che non vota perché non è informato di nulla o perché non
crede più in nulla, che può manifestarsi sia non andando a votare che andandoci ma votando scheda bianca o
nulla. In tutte le democrazie vi è una pubblica opinione, ovvero una serie di idee che si genera all’ interno
della vita sociale e che esprime l’orientamento prevalente delle persone sui temi che riguardano la società. Di
solito l’opinione pubblica si forma per stereotipi e pregiudizi creati dai mass media che ripetono
ossessivamente certe idee finché non penetrano nella mente del popolo o dagli opinion leader, ovvero
persone influenti socialmente come politici e imprenditori che vengono ascoltate da chi è in relazione con
loro, in quanto erroneamente si crede che chi ha una posizione sociale di rilievo la occupi per le grandi doti
intellettive, mentre spesso le sue qualità sono altre, come indicato da autori come Pareto, ovvero la forza, la
determinazione, l’astuzia, la spietatezza. Non sembra reggere l’idea di alcuni sociologi come Lazarsfeld, il
quale ritiene che le persone operino quella che lui chiama un’esposizione selettiva, ovvero che l’influenza dei
media sulle masse sia limitata dal fatto che le persone scelgano di esporsi solo a quei media che confermano
le opinioni che già possiedono. In realtà è più probabile che avvenga ciò che la sociologa Noelle-Neumann
chiama spirale del silenzio, ovvero il fatto che i media offrendo maggiore visibilità a determinati
orientamenti e opinioni funzionali al potere, a scapito di altri, ne consolidano la presenza e la capacità di
presa in seno alla popolazione, scoraggiando le idee alternative, che diventano così effettivamente perdenti.
Così l’opinione maggioritaria è sempre più visibile, mentre quella minoritaria è sempre più in ombra. Nelle
democrazie non vi è la repressione violenta delle idee ribelli come nei sistemi totalitari o teocratici, bensì
l’isolamento di esse. Molte persone poi, pur avendo idee diverse finiscono per tacerle per non andare
incontro all’isolamento e all’emarginazione, diventando conformista o opportunista. Nelle attuali società
democratiche quindi certi elementi del totalitarismo si stanno facendo lentamente e subdolamente strada,
come hanno rilevato molti sociologi di stampo conflittualista, come ad esempio i francofortesi. Le élite
democratiche vogliono avere il controllo totale così come i regimi totalitari, solamente che usano altri mezzi,
ovvero i mass media e l’industria culturale oppure l’emarginazione del diverso, invece della violenza.
Individualismo, edonismo, consumismo, qualunquismo, manipolazione della verità e delle coscienze,
esaltazione o denigrazione di qualcosa o qualcuno, sono tutte tecniche che vengono utilizzate per indirizzare
le masse nella direzione voluta.
IL WELFARE STATE
Il termine Welfare State significa letteralmente Stato del benessere, ma viene tradotto spesso con il termine
Stato sociale. Con esso si intende un sistema di politiche sociali attuate dallo Stato, il quale si assume
l’incarico di soddisfare le esigenze dei propri cittadini, soprattutto dei più deboli e bisognosi. Fanno parte del
Welfare le politiche previdenziali o pensionistiche, quelle sanitarie, quelle assistenziali e quelle
dell’istruzione. Lo Stato insomma si impegna a garantire gratuitamente a tutti i cittadini, ma soprattutto ai più
bisognosi, il lavoro o un minimo di reddito in sostituzione di esso, l’alimentazione, la casa, la salute e
l’istruzione, cioè i beni di prima necessità. Lo Stato sociale prevede un intervento dello Stato stesso
nell’economia, al fine di regolarne gli squilibri, senza però togliere libertà di impresa, libera concorrenza e
libertà di mercato. Nel mondo agricolo e in quello industriale dei primi decenni, il lavoratore non aveva
alcuna forma di garanzia: poteva essere licenziato senza nessun motivo e lo era di fatto se avesse avuto
problemi di salute o di vecchiaia o la fabbrica non avesse avuto più bisogno di lui. La prima forma di Stato
Sociale fu creata dal cancelliere prussiano Bismarck alla fine dell’Ottocento, che rese obbligatorie le
assicurazioni sugli infortuni, le malattie e la vecchiaia. La seconda forma di Stato sociale fu creata dal
presidente degli USA Roosevelt dopo la crisi del 1929. Egli lottò soprattutto contro la disoccupazione allora
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dilagante, attraverso l’ investimento di fondi dello Stato nell’economia. Anche i sistemi totalitari
(comunismo, fascismo, nazismo), nonostante le persecuzioni contro i nemici interni del regime, cercarono di
realizzare la piena occupazione. Nel secondo dopoguerra lo Stato sociale si diffuse in tutta Europa. Con il
Trattato di Maastricht del 1992 e la conseguente realizzazione della UE, il Welfare è stato previsto e portato
avanti da tutti i successivi trattati sul diritto europeo e garantito dalla Corte di Giustizia Europea. Vi sono due
modelli di Welfare nel mondo occidentale: 1) quello bismarckiano-assicurativo 2) quello
beveridgiano-universalistico (da Beveridge, un uomo politico inglese che alla fine della seconda guerra
mondiale organizzò i servizi sociali britannici). La prima forma si basa su assicurazioni che vengono pagate
con parte dello stipendio se si lavora o dallo Stato se non si lavora e che vanno a coprire malattie, infortuni,
disoccupazione e vecchiaia. La seconda forma si basa sulla fiscalità generale dello Stato, ovvero malattia,
infortuni, disoccupazione e vecchiaia vengono pagate con i soldi derivanti dalle tasse dei cittadini. Italia,
Inghilterra, Francia e Spagna hanno adottato il sistema universalistico, mentre Usa, Germania e altri paesi
quello assicurativo. Il Welfare più completo lo forniscono i paesi del nord Europa come la Svezia, la
Danimarca, la Finlandia, la Norvegia. In Italia lo Stato sociale è garantito dalla nostra Costituzione del 1948,
che in più punti si erge a garanzia dei diritti di ogni tipo) del cittadino e ancora rimane un baluardo a difesa
di questi diritti. La Costituzione italiana rimane sostanzialmente la stessa da allora, nonostante i tentativi di
modificarla messi in atto negli ultimi decenni da diversi governi, ai quali però i cittadini italiani si sono in
molti casi opposti attraverso i referendum costituzionali (che sono forme di democrazia diretta). E’
soprattutto negli anni Settanta del Novecento che le riforme e le politiche sociali hanno avuto grande slancio,
in seguito alle rivolte giovanili di quegli anni (che hanno portato anche al diritto all’aborto e al divorzio). E’
del 1970 la creazione dello Statuto dei lavoratori, del 1971 l’istituzione degli asili nido e la tutela della
maternità, del 1975 il nuovo diritto di famiglia e del 1977 il diritto della donna ad una pari retribuzione con
l’uomo, del 1978 l’istituzione del Sistema Sanitario Nazionale. A partire dagli anni Novanta del Novecento
lo Stato Sociale è stato progressivamente ridotto a livello di finanziamenti. Lo Stato sociale ha comunque tre
settori: il primo settore sono i servizi forniti dallo Stato, il secondo settore sono i servizi forniti dai privati a
pagamento (convenzionati con lo Stato), il terzo settore sono i servizi forniti dalle associazioni di
volontariato o dalle cooperative sociali. Le forme di aiuto del Welfare inoltre sono di tre tipologie:
residenziali, semiresidenziali o domiciliari, ovvero l’aiuto può essere fornito in una struttura nella quale si è
accolti per tutto il tempo che è necessario, in una struttura che accoglie la persona solo in certi momenti della
giornata, oppure presso la propria abitazione. Oggi purtroppo lo Stato sociale riceve continue riduzioni a
causa dei tagli alla spesa pubblica previsti dalle politiche neoliberiste ormai dominanti in Occidente o
conseguenti alle crisi economiche tipiche del capitalismo. Ciò ha fatto si che molti diritti conquistati con anni
di lotte politiche siano stati ridotti e si prevede una ulteriore riduzione nei prossimi anni, per essere più
competitivi sul mercato globale.
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