LA FINE DELLA GUERRA.
Nel 1943, dopo tre anni di guerra, le cose si erano messe male per l'Italia. Il regime fascista di Mussolini aveva decretato il proprio
fallimento con la storica riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Ne erano seguiti lo scioglimento del Partito
fascista, la resa dell'8 settembre, lo sfaldamento delle nostre Forze Armate.
Nei Balcani, e particolarmente in Croazia e Slovenia, le due regioni balcaniche confinanti con l'Italia, il crollo dell'esercito italiano
aveva fatalmente coinvolto le due capitali, Zagabria (Croazia) e Lubiana (Slovenia).Qui avevano avuto il sopravvento le forze politiche
comuniste guidate da Josip Broz, nome di battaglia "Tito", che avevano finalmente sconfitto i famigerati "ustascia" (i fascisti croati
agli ordini del dittatore Ante Pavelic che si erano macchiati di crimini), e i non meno odiati "domobranzi", che non erano fascisti, ma
semplicemente ragazzi di leva sloveni, chiamati alle armi da Lubiana a partire dal 1940, allorché la Slovenia era stata incorporata
nell'Italia divenendone una provincia autonoma.
La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell'armistizio, l'8 settembre 1943: in Istria oe in Dalmazia i partigiani
jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell'intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con
durezza, imponendo un'italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali.
Con il crollo del regime - siamo ancora alla fine del 1943 - i fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del
popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, circa un migliaio di persone. Le prime vittime di una lunga scia di
[Link] e i suoi uomini, fedelissimi di Mosca, iniziarono la loro battaglia di (ri)conquista di Slovenia e Croazia - di fatto annesse al
Terzo Reich - senza fare mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d'Istria (dove c'erano borghi e città
con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia), ma di tutto il Veneto, fino all'Isonzo.
IL FRENO DEI NAZISTI.
Fino alla fine di aprile del 1945 i partigiani jugoslavi erano stati tenuti a freno dai tedeschi, che avevano dominato Serbia, Croazia e
Slovenia con il pugno di ferro dei loro ben noti sistemi (stragi, rappresaglie dieci a uno, paesi incendiati e distrutti). Ma con il crollo
del Terzo Reich nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito, irreggimentati nel IX Korpus, e la loro polizia segreta, l'OZNA
(Odeljenje za Zaštitu NAroda, Dipartimento per la Sicurezza del Popolo). L'obiettivo era l'occupazione dei territori italiani.
Nella primavera del 1945 l'esercito jugoslavo occupò l'Istria (fino ad allora territorio italiano, e dal '43 della Repubblica Sociale
Italiana) e puntò verso Trieste, per riconquistare i territori che, alla fine della Prima guerra mondiale, erano stati negati alla
Jugoslavia.
LA LIBERAZIONE DEGLI ALLEATI.
Non aveva fatto i conti, però, con le truppe alleate che avanzavano dal sud della nostra penisola, dopo avere superato la Linea
Gotica. La prima formazione alleata a liberare Venezia e poi Trieste fu la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l'eroe della
battaglia di Cassino, appartenente all'Ottava Armata britannica. Fu una vera e propria gara di velocità.
Gli jugoslavi si impadronirono di Fiume e di tutta l'Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non
riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste.
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LA CONFERENZA DI PACE DI PARIGI.
Alla fine del 1946 la questione italo-jugoslava era divenuta per molti un peso che intralciava la soluzione di altre e ancora
più importanti questioni: gli Alleati volevano trovare una soluzione per Vienna e Berlino; l'Unione Sovietica doveva sistemare
la divisione della Germania. L'Italia era alle prese con la gestione della transizione tra monarchia e repubblica.
In sostanza bisognava determinare dove sarebbe passato il confine tra Italia e Jugoslavia. Gli Stati Uniti, favorevoli all'Italia,
proposero una linea che lasciava al nostro Paese gran parte dell'Istria. I sovietici, favorevoli ai comunisti di Tito, proposero
un confine che lasciava Trieste e parte di Gorizia alla Jugoslavia. La Francia propose una via di mezzo, molto vicina all'attuale
confine, che sembrava anche l'opzione più realistica, non perché rispettava le divisioni linguistiche, ma perché seguiva il
confine effettivamente occupato dagli eserciti nei mesi [Link] dramma delle terre italiane dell'Est si concluse con la
firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947. Alla fine, alla conferenza di Parigi venne deciso che per il confine si
sarebbe seguita la linea francese: l'Italia consegnò alla Jugoslavia numerose città e borghi a maggioranza italiana
rinunciando per sempre a Zara, alla Dalmazia, alle isole del Quarnaro, a Fiume, all'Istria e a parte della provincia di Gorizia.
Come è stato possibile che una simile tragedia sia stata confinata nel regno dell'oblio per quasi sessant'anni? Tanti, infatti, ne
erano passati tra quel quadriennio 1943-47, che vide realizzarsi l'orrore delle foibe, e l'auspicato 2004, quando il Parlamento
approvò la "legge Menia" (dal nome del deputato triestino Roberto Menia, che l'aveva proposta) sulla istituzione del "Giorno
del Ricordo".La risposta va ricercata in una sorta di tacita complicità, durata decenni, tra le forze politiche centriste e
cattoliche da una parte, e quelle di estrema sinistra dall'altra. Fu soltanto dopo il 1989 (con il crollo del muro di Berlino
e l'autoestinzione del comunismo sovietico) che nell'impenetrabile diga del silenzio incominciò ad aprirsi qualche crepa.
Il 3 novembre 1991 l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga si recò in pellegrinaggio alla foiba di Basovizza e,
in ginocchio, chiese perdono per un silenzio durato cinquant'anni. Poi arrivò la TV pubblica con la fiction Il cuore nel pozzo,
interpretata fra gli altri da Beppe Fiorello. Un altro presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, si era recato, in
reverente omaggio ai Caduti, davanti al sacrario di Basovizza l'11 febbraio 1993.
Così, a poco a poco, la coltre di silenzio che, per troppo tempo, era calata sulla tragedia delle terre orientali italiane, divenne
sempre più sottile e finalmente tutti abbiamo potuto conoscere quante sofferenze dovettero subìre gli italiani della Venezia
Giulia, dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia.
NORMA COSSETTA
Un dramma nel dramma è stato quello patito dalle donne. Norma Cossetta è una di esse. Il suo corpo è stato recuperato dalla
foiba di Surani. Il ricordo (lasciato ai posteri, è scomparso recentemente) è di Giuseppe Comand, che aveva 23 anni all'epoca
degli eccidi: «La povera Norma era stata sequestrata dai partigiani di Tito e per tutta la notte si erano sentite le sue urla
mentre la seviziavano e la stupravano in branco. Non aggiungo cosa le fecero prima di gettarla in foiba viva, non ce la faccio:
anche allora ero scioccato, ma erano tempi in cui all'orrore si era abituati, adesso soffro di più». La ragazza fu prelevata il 25
settembre del '43 insieme ad altri parenti e condotta nell'ex-caserma dei carabinieri dove subì un primo interrogatorio. La sua
colpa? Essere la figlia del segretario politico del Fascio locale. Fu dapprima rilasciata ma il giorno dopo nuovamente arrestata e
sottoposta a nuove torture e sevizie, legata a un tavolaccio per più giorni. L'episodio fu anche narrato da una testimone:
«Quel pomeriggio, dalla mia casa che era vicina alla scuola, diventata luogo di tortura e che aveva le imposte socchiuse, l'ho
vista legata ad un tavolo e delle belve abusare di lei; alla sera poi ho sentito anche i suoi lamenti: invocava la mamma e
chiedeva acqua, ma non ho potuto fare niente, perché avevo paura». Quando, dopo il periodo del terrore, i vigili del fuoco di
Pola cominciarono ad estrarre i cadaveri dalla fossa, quello di Norma fu tra i primi ad essere recuperato, con ancora i segni
delle brutalità subite. Nel 2005 il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, le conferì alla memoria la Medaglia d'oro
al merito civile con la seguente motivazione: «Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani Slavi,
veniva lungamente violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e
di amor patrio».
RUZA PETROVICA
A subire l'efferatezza della guerra fu anche Ruza Petrovic, contro la quale si accanirono dei militanti della Repubblica
sociale italiana in Istria. Venne perquisita la sua casa perché sospettata di aiutare i cosiddetti partigiani di Tito. Poiché
vennero trovati vestiti sospetti, fu arrestata e torturata. Nonostante le sevizie subite, non rivelò alcuna informazione. Dopo
essere stata rilasciata il giorno dopo, sulla via del ritorno a casa, venne fermata, nuovamente picchiata, legata ad un
albero e le furono cavati entrambi gli occhi con un pugnale. Ritrovata dagli abitanti del villaggio venne portata in ospedale
e sottoposta ad intervento chirurgico. Finita la guerra fondò l'Associazione dei ciechi di Pola, città dove morì nel 1958, a
47 anni. Un monumento è stato eretto nel luogo in cui fu accecata.
GRAZIANO UDOVISI
Nel febbraio 2006, su Famiglia Cristiana, usciva l’intervista all’ unico superstite italiano alla tragedia delle foibe istriane, cioè
Graziano Udovisi, morto nel 2010 all’età di 84 anni. Nell’intervista egli diceva:
“Mi fecero marciare sulle sterpaglie a piedi nudi, legato col filo di ferro ad un amico che dopo pochi passi svenne e così io,
camminando, me lo trascinavo dietro. Poi una voce in slavo gridò: "Alt!". Abbassai lo sguardo e la vidi: una fessura profonda nel
terreno, come un enorme inghiottitoio. Ero sull’orlo di una foiba. Allora tutto fu chiaro: ara arrivato il momento di morire.
Tutto è incominciato il 5 maggio 1945. La guerra è finita, depongo le armi e mo consegno prigioniero al comando slavo. Vengo
deportato in un campo di concentramento vicino Pola. Prima della tragedia c’è l’umiliazione: i partigiani di Tito si divertono a farmi
mangiare pezzi di carta ed ingoiare dei sassi. Poi mi sparano qualche colpo all’orecchio. Io sobbalzo impaurito, loro
[Link] ad altri compagni finisco a Pozzo Vittoria, nell’ex palestra della scuola. Alcuni di noi sono costretti a lanciarsi
di corsa contro il muro. Cadono a terra con la testa sanguinante. I croati li fanno rialzare a suon di calci. A me tocca in sorte un
castigo diverso: una bastonata terrificante sull’orecchio sinistro. E da quel giorno non ci sento quasi più. Eccoci a Fianona. Notte
alta. Questa volta ci hanno rinchiuso in un ex caserma. Venti persone in una stanza di tre metri per quattro. Per picchiarci ci
trasferiscono in una stanza più grande dove un uomo gigantesco comincia a pestarmi. "Maledetti in piedi! " strilla l’Ercole slavo.
Vedo entrare due divise e in una delle due c’è una donna. Poi giro lo sguardo sui i miei compagni: hanno la schiena che sembra
dipinta di rosso e invece è sangue che sgorga. "Avanti il più alto", grida il gigante e mo prende per i capelli trascinandomi davanti
alla donna. Lei estrae con calma la pistola e col calcio dell’arma mi spacca la mascella. Poi prende il filo di ferro e lo stringe attorno
ai nostri polsi legandoci a due a due. Ci fanno uscire. Comincia la marcia verso la foiba.
Il destino era segnato ed avevo solo un modo per sfuggirgli: gettarmi nella voragine prima di essere colpito da un proiettile. Una
voce urla in slavo "Morte al fascismo, libertà ai popoli!", uno slogano che ripetono ad ogni piè sospinto. Io, appena sento l crepitio
dei mitra mi tuffo dentro la [Link] precipitato sopra un alberello sporgente. Non vedevo nulla, i cadaveri mi cascavano
[Link] a liberare le mani dal filo di ferro e cominciai a risalire. Non respiravo più. All’improvviso le mie dita afferrano una
zolla d’erba. Guardo meglio: sono capelli! Li afferro e così riesco a trascinare in superficie anche un altro uomo. L’unico italiano, ad
essere sopravvissuto alle foibe. Si chiamava Giovanni,"Ninni" per gli amici. È morto in Australia qualche anno fa”.
LIDIA MUGGIA
Tra il 1943 e il 1945, migliaia di italiani subirono la persecuzione ad opera dei partigiani di Tito e furono gettati in
infernali inghiottitoi naturali nelle aree carsiche. Lidia Muggia, trapiantata a Reggio da oltre 50 anni, fuggì per restare
viva. Oggi Lidia Muggia ha 83 anni e questo episodio, fissato nella memoria di un'infanzia rubatale dalla storia e vissuto
quando era solo una bambina, la riporta agli anni trascorsi dentro un casello ferroviario vicino a Pola, nella penisola
istriana, quando da sola con sua madre, rimasta prematuramente vedova, e per qualche tempo con il fratello Domenico,
visse in mezzo al bosco, circondata: da una parte i tedeschi e dall'altra i partigiani Titini. Racconta Lidia Muggia che la
madre era subentrata alle Ferrovie al momento della morte prematura del padre Domenico, istriano, avvenuta nel 1941
quando aveva soltanto trentatré anni. Le era stata affidata la custodia di un casello, in mezzo al bosco e controllato da
ogni parte. Aveva solo 28 anni e quattro figli da crescere e mantenere. Loro figli furono così separati per superare quel
momento così duro. Non sapevano che non sarebbero mai più tornati a stare tutti insieme, nonostante la madre avesse
cercato di farlo accadere. La sorella più grande, Maddalena, andò dalla nonna materna a Cuneo, mentre l'altra sorella
Giovanna andò a stare dalla zia. Il fratello Domenico visse un pò con Lidia e la madre al casello e poi dai Frati.
Lidia, soltanto una bambina, e la madre restarono sempre insieme. Tutti e, in quegli anni così difficili, tra il 1943 e il
1945, la paura e il terrore che potesse accaderci qualcosa. Erano italiani e come tali erano ritenuti tutti fascisti prima
che persone e, dunque, odiati.
Come dimenticare quei fucili puntati dentro la loro casa quando la madre di Lidia veniva minacciata e costretta a
cucinare per l'esercito. In casa ma continuamente in allerta. Una tensione costante anche quando entrava Walter,
soldato tedesco che chiamava la madre 'Mami' ed era gentile. Se li avessero scoperto non sarebbero sopravvissuti. Se
quel barlume di umanità fosse stato anche solo intravisto, tutto avrebbero pagato il prezzo più alto. Questo racconta
Lidia Muggia che poi si sofferma su due episodi nella sua memoria ancora drammaticamente. Era fuori a giocare. Sua
madre le aveva dato un cucchiaio e le aveva suggerito di scavare nella terra per scoprire come vivevano le formiche. Lo
fece ed entrò per raccontarlo a lei quando sentì un boato. Era stata lanciata una granata, esplosa proprio vicino a dove
un attimo prima stava scavando con il cucchiaio per cercare le formiche. Era davvero piccola ed ebbe una paura grande
come quando esplose il treno e mia madre fu portata via per essere interrogata. Fu trattenuta per otto lunghissimi
giorni. Lidia e suo fratello furono accolti da una famiglia di origine padovana che gestiva una fattoria lì vicino.
Difficile accettare di vivere nel terrore, pur trovandosi nella sua terra di origine; complicato capire perché quella terra in cui
era nata, da nessuno veniva riconosciuta come sua. Era diventata ostile al punto che un giorno, in piena avanzata dei partigiani
Titini nel 1945, fu chiesto a Lidia e a sua madre di scegliere: restare in Istria e rinnegare la nazionalità italiana oppure
restare italiane e lasciare tutto. Le due donne, come tante altre persone, andarono via. Andarono a prendere suo fratello e
fuggirono, con i soli vestiti che avevamo in dosso, lasciando dietro di noi il padre mancato alcuni anni prima. Con un passaggio
di fortuna, arrivarono fino al confine con Trieste. Avevano paura che potessero fermarli e arrestarli. Lidia aveva i soldi che la
madre aveva messo da parte nascosti nel calzino. E a Trieste arrivarono tra il 1945 e il 1946. Ma qui la loro persecuzione non
era ancora finita. Qui conobbero altre discriminazioni e sentirono dell'orrore che si consumava nelle foibe. Eravamo vicini a
Basovizza, che chiamavano la Grotta gigante dove raccontavano che le persone venivano gettate e inghiottite per sempre.
SORELLE RADECCHI
Fosca, Caterina e Albina, di 16, 19, 21 anni, lavoravano in una fabbrica di Pola e furono soggette a
trattamenti disumani per giorni. Albina era anche prossima a partorire ma non le fu risparmiata nessuna
sevizia. Prelevate di notte dalla loro abitazione, furono prima violentate e poi gettate vive nelle foibe (solo
Albina, il cui corpo fu ritrovato con una ferita di arma da fuoco alla testa, probabilmente fu uccisa prima di
finire nella foiba). Lavoravano in una fabbrica di Pola, ed ogni sera, al ritorno dal lavoro, si soffermavano a
parlare con alcuni militari del vicino distaccamento di Fortuna, nei pressi di Altura, dove erano di base alcuni
reparti della Regia Aeronautica. Questa frequentazione pare possa essere la motivazione dell'arresto ma
soprattutto il fatto che erano giovani e belle fu determinante per l'ignobile decisione di prelevarle da casa.
Vennero impiegate come sguattere nei locali del comando e in questo periodo violentate varie volte, fino a
quando si decise la loro eliminazione. Tra coloro che furono destinati a riesumare dalle foibe quei poveri corpi
vi era anche Giuseppe Comand, col suo terribile ricordo: «L'odore della decomposizione era pestilenziale, l'aria
irrespirabile fino a chilometri di distanza. I miei compagni buttavano giù cognac prima di calarsi nella foiba:
scendevano per centinaia di metri con due corde e una specie di seggiolino, mettevano il cadavere nella cassa
e davano quattro colpi di corda, il segnale per dire: tiratemi su».
La Foiba di Basovizza
La cosiddetta "foiba" di Basovizza è una cavità artificiale che si trova in località Basovizza, nel comune di
Trieste, nella zona nord-est dell'altopiano del Carso a 377 metri di altitudine. Scavato all'inizio del XX secolo
per l'estrazione del carbone e poi abbandonato per la sua improduttività.
Questa è profonda oltre 200 metri e larga circa 4, durante le fasi finali della seconda guerra mondiale
divenne un luogo di esecuzioni sommarie da parte dei partigiani comunisti jugoslavi, dapprima destinati ai
campi d'internamento in Slovenia e successivamente uccisi a Basovizza. Iniziò così l’eccidio di prigionieri,
militari, poliziotti e civili durante l'occupazione jugoslava di Trieste.
In ricordo di tutte le vittime degli eccidi sull'area è stato costruito un Sacrario. Nel 1992 il presidente della
Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro ha dichiarato il pozzo monumento nazionale.
Le uniche documentazioni che abbiamo sono basate in parte sulle testimonianze dei parroci di Sant'Antonio in
Bosco e di Corgnale, rispettivamente don Francesco Malalan e don Virgil Šček.
Don Malalan - il cui fratello era commissario jugoslavo a Basovizza - affermò che gli ufficiali della IV Armata
jugoslava avevano le liste complete delle persone condannate, che sarebbero in seguito state pubblicate - cosa
che in realtà non avvenne - per dimostrare la legalità delle esecuzioni.
Malalan non fu presente agli infoibamenti ma testimoniò che don Šček gli aveva confidato d'aver assistito alle
uccisioni, dando conforto ad alcuni condannati.
Oltre a quelle dei due sacerdoti, è stata raccolta anche la testimonianza di un'anziana del luogo e di alcuni
bambini, che riferirono delle grida dei condannati.
Negli ultimi anni l’insegnamento delle “questioni storiche sensibili”, ovvero di quegli argomenti storici più controversi e capaci di
provocare un forte coinvolgimento emotivo, in quanto legati a conflitti di natura politica, religiosa, sociale, etnica o culturale, si è
fatto sempre più intenso. Uno degli argomenti che, almeno potenzialmente, rientra nelle questioni “sensibili” è sicuramente quello
delle foibe, come sta a testimoniare la “ Legge 30 marzo 2004 n. 92” che ha istituito il Giorno del Ricordo, che ricorre il 10
febbraio, anniversario del Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947, per «conservare e rinnovare la memoria della tragedia
degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo
dopoguerra». Il fine è infatti proprio quello di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le
vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata dopo il secondo conflitto mondiale e più in generale alle vicende del confine
orientale italiano.
Dopo l’istituzione del giorno del ricordo, le scuole di ogni ordine e grado dovrebbero prevedere iniziative per diffondere presso i
giovani la conoscenza di questi tragici eventi; oggi, dopo decenni di silenzio, quasi tutti i libri di testo trattano questo
argomento. Non serve spiegare sul modo in cui i manuali espongono la questione delle foibe, perché il racconto storico varia col
passare del tempo, è però utile ricordare le tre fasi della trattazione di questo argomento: una prima fase, fino agli anni
Novanta del secolo scorso, caratterizzata da un assoluto silenzio sulla vicenda; una seconda fase, fino al 2004, in cui il tema
comincia a diffondersi, trattato in modo superficiale e poco equilibrato; una terza fase, dal 2004 a oggi,
in cui finalmente il tema delle foibe diventa onnipresente ed è trattato con una certa ampiezza e con maggiore equilibrio. Nel
Giorno del Ricordo, considerato «solennità civile», sono attuate «iniziative per diffondere la conoscenza di quei tragici eventi
presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado» ed è «favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi,
convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende drammatiche.” (dall’ Art. 1)
È fondamentale ricordare, riportare alla memoria, perché questa non deve diventare ostaggio d’ideologie e protagonismi
personali che offendono e sfruttano la Memoria Stessa. Nessuno di noi è senza peccato, ma non c’è sciocco più grande di chi
non voglia riconoscere gli errori e non li sappia trasformare in binari, dai quali ripartire per un percorso migliore. Ripulire il
passato è impossibile, ci si deve confrontare con esso, però si può sempre affermare di aver sbagliato e di aver fatto tesoro
dell’errore, per camminare rettamente verso un mondo più buono.
Per comprendere ciò di cui stiamo discutendo è necessario conoscere la storia di quei territori, almeno a partire dalla nascita e
la diffusione dei nazionalismi italiano e slavo, nella sua Relazione pubblicata nel 2001 dal Governo sloveno, ma non dal nostro.
É giusto impartire una corretta informazione storica, raccontando tutto quanto è accaduto, anche quando la storia è ‘scomoda’,
non sottacendo quindi le responsabilità del nostro Paese, governato per oltre 20 anni dal regime fascista, che ha discriminato e
perseguitato la popolazione slovena, croata e tirolese in Alto Adige, che abitava i territori annessi dopo la Prima guerra
mondiale.
Dopo la fine della Grande Guerra è stata avviata dal governo italiano un’azione di ‘assimilazione’ di queste popolazioni che ha
portato ad una ‘italianizzazione forzata’ allo scopo di rendere quelle terre completamente ‘italiane’. Pertanto si voleva
distruggere la cultura allogena locale, perché gli Slavi, come disse Mussolini in un suo discorso del 1920 a Trieste, appartengono
ad una «razza inferiore e barbara».
Sempre questi durante la guerra con la Jugoslavia, iniziata nell’aprile 1941, circa 100.000 civili sloveni e croati sono stati
reclusi, perché considerati pericolosi, nei Campi di internamento, nei quali molti sono morti per le malattie e per gli stenti.
Tra il 1941 e il 1943 avevano, nella sola provincia di Lubiana, fucilato 1000 ostaggi, ammazzato proditoriamente oltre 8000
persone e deportato in campi di concentramento oltre 35.000 uomini, donne e bambini. Nel clima generale da cui dovremmo
prendere le distanze una volta per tutte, di odio etnico per il diverso, si torna a mettere in evidenza questo aspetto, perché una
volta smantellato il fascismo, la violenza balcanica nel momento di maggior forza del regime titino poté prendere il sopravvento
e procedere con la spirale della violenza nei confronti degli italiani meticci, trucidati e gettati all’interno di fosse, le Foibe.
● L'occupazione jugoslava che a Trieste durò quarantacinque giorni, fu causa non solo del fenomeno delle foibe ma anche
delle deportazioni nei campi di concentramento jugoslavi di popolazioni inermi. In Istria, a Fiume e in Dalmazia, la repressione
Jugoslava costrinse molte persone ad abbandonare le loro case. La popolazione italiana che apparteneva a quella regione fu
quasi cancellata e di quell'orrore, per troppo tempo, non si è mantenuto il doveroso ricordo. Non possiamo dimenticare e
cancellare nulla; non le sofferenze inflitte alle minoranze negli anni del fascismo e della guerra, né quelle inflitte a migliaia e
migliaia di italiani. (Pietro Grasso)
● Fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani
dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un
chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso
alle mani legate un masso di almeno 20 k. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva
paurosamente nera.
Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano
allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c’impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi
sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva
legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una
larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino la superficie dell’acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non
toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni
colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole “un’altra volta li butteremo di qua, è più comodo”, pronunciate da uno
degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione
dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove
rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese, per
tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo.
Roberto Spazzali e Raoul Pupo, Foibe