CORRADO GOVONI
Author(s): Giuseppe Angelo Peritore
Source: Belfagor, Vol. 9, No. 6 (30 NOVEMBRE 1954), pp. 654-665
Published by: Casa Editrice Leo S. Olschki s.r.l.
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Accessed: 02-04-2020 12:25 UTC
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RITRATTI CRITICI DI CONTEMPORANEI
CORRADO COVONI
Non si può scrivere di Govoni senza prima accennare alla m
nente dei suoi libri : in questo, egli continua una tradizione a
vicina, fertile di documenti. Le mille e più pagine del Carducc
e le novelle del D'Annunzio alternate alle raccolte di liriche e a
i volumi del Pascoli caratterizzano un gusto per l'opera tutta spiegata e
varia, aperta ad una filologia del sentimento che nulla vorrebbe sacrificare.
Non ci si può quindi stupire di certe resistenze del lettore o del tenta
tivo — che ogni tanto si rinnova — di un « caso » Govoni : la critica ha do
vuto avere le sue buone ragioni per orientare verso altre direzioni le proprie
ricerche; non ha mai del resto messo in dubbio la portata storica dell'esem
pio del Govoni, e solo l'ha inserito in un angolo visuale più modesto e quasi
di sbieco rispetto alle nuove prospettive. D'altra parte non è mancato il so
spetto di una insufficienza di sincerità nella preparazione bibliografica di
qualche studioso : per quanto estese, le letture di poesia non sono mai così
rassicuranti come si crede; un certo scrupolo deve presiedere ad ogni no
stra indagine. Sono lontani e forse irrevocabili i tempi in cui di una cor
rente o gruppo si voleva conoscere ogni più trascurabile impronta, e del libro
anche sparuto si leggeva dalla prima all'ultima pagina. Un abbandono as
soluto alla poesia evitava posizioni rigide : almeno così ci sembra oggi di
fronte alla scelta dei nomi e ai giudizi riassuntivi anche nelle raccolte di
saggi.
È comunque da considerare la simpatia disinteressata e autorevole che
ha sempre circondato la figura del Govoni, chiara fra tante altre, specie
per i tratti della biografìa e taluni particolari pittoreschi. Si leggeva con
trasporto l'articolo di Giovanni Papini, poi ristampato nelle Testimonianze :
accanto alle iperboliche « stroncature », scritte quasi per chiasso, Papini
aveva una sua maniera, da colto impressionista, nel darci tutta in luce, e
attraverso i più candidi affetti, la persona di un amico. Perciò il Govoni ci
apparve subito in una fresca cornice di colori romantici che allontanava dai
nostri più ingenui ricordi la figura di tanti altri.
Nella nostra tradizione mancava l'esempio diretto di un Mistral o di
un Burns (per essere più chiari, ecco questi versi di Govoni : « In te, o mia
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CORRADO GOVONI 655
libera pianura, — io sono cresci
cancello — incitavo con una lun
vano addirittura leggendari, e a
celandone l'impeto disadorno.
Con una inesperienza che sembrava voluta (si pensi, per contrasto, ai
sonetti parnassiani de Le fiale), il Govoni, in tutta la sua opera più origi
nale, dava l'impressione di voler soltanto apprestare il materiale per una
successiva elaborazione, con un sublime dilettantismo in cui era dimenticata
ogni regola o confronto e qua e là riluceva, senza intenzione, un'incantevole
tristezza.
Un qualche principio di perfezione, ricalcato su forme che si andava
estenuando, lo si può rintracciare solo agli inizi : appunto in quei sonett
o in strofe singole (di settenari e novenari o versi più brevi) di ambienti
crepuscolari e di maniera racchiusi in una foggia consumata di monile.
quegli antichi suoi versi il Govoni serbò sempre una certa letterarietà un
po' ingenua, la quale colorì meglio i sentimenti ; ciò che infatti negli alt
denotava inesperienza vera e difficoltà, in lui diventava una nota intim
dell'ispirazione. Il suo linguaggio, lento e approssimativo, con scarsa i
denza di toni lirici, pur confondendosi nella poetica crepuscolare, ebbe
ampi chiarimenti di gusto e d'impegni morali. Vi si avvertiva come una
nota dispersa di nuove possibilità, segnate anzitutto dalle tante immagini
inafferrabili e che svariano d'ogni colore dentro un disegno vago e indistinto.
IL Inaugurazione della primavera, 1915 (ma qualche pagina risaliva
al '913), rappresentò qualcosa di nuovo: sebbene in qualche tratto il Govoni
rifacesse in sordina i ritmi di un Pascoli minore a cui fosse negato il nitido
splendore delle Myricae, una maggiore curiosità o forse una distrazione dalla
pena più intima ch'era del Pascoli, consentiva toni più cordiali e inventati,
voci meno lontane, raccolte lì per lì, senza ricordi. Tutto ciò, ampliato in un
discorso che rompeva ogni indugio, piacque per i modi liberi e irregolari,
quasi negli stessi anni in cui il Gozzano era considerato già un piccolo clas
sico, fra il '14 e il '16; ed altri scrittori, come il Campana, avevano perfezio
nato all'estremo qualche derivazione classica nel gusto sempre più vivo dei
moderni; o come l'Ungaretti che, appunto nel '16, attraverso date precise
di un diario lirico divenuto poi celebre, aveva ridotto le antiche strutture
metriche alla forma assoluta di quel diario.
Noi intanto vorremmo riprendere qualche linea della biografia critica
del Govoni : trattandosi di un poeta così frammentario e suggestivo, una
qualche lentezza o discontinuità è anche in noi inevitabile. Non è esatto che
alla mole dell'opera non abbia sempre corrisposto il consenso : altri, lavo
rando nelle stesse cerchie ristrette, fra i piccoli gruppi delle riviste d'avan
guardia, erano lontani dal destare le simpatie che ovunque circondavano il
Govoni. Nella irregolarità diffusa dei suoi modi si avvertiva un che di can
dido, una fede ritrovata attraverso una rinunzia quasi continua alla let
teratura.
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656 GIUSEPPE ANGELO FERITORE
Govoni aveva da poco oltrepassati i trent
dedicava un fascicolo intero della « Riviera l
dell' Inaugurazione e prose della Santa verd
i motivi e i colori della sua ispirazione. L'ar
giorni (« Il resto del carlino », 26 settembr
e botte, n. 72) Giovanni Boine, dismettendo
aveva già avviato il lettore verso questa cono
rati : perché ciò cbe più colpiva nel Govoni
incantata della pagina, quel saper circondar
Anche Cecchi e Rabizzani si erano accostati
critici, per esempio il Cecchi, già impegnat
porti e di forme, e il Rabizzani, seguendo a
dalla prima Estetica del Croce, non aveva ce
a frammenti.
Infine, per rimanere ancora un poco in quegli anni così singolari per
la nuova letteratura, il libro-manifesto di Lionello Fiumi. Il libro di Fium
costringeva però Govoni — come scrisse Baldini (« La Ronda », aprile 1919)
in un'aria di sospiri e di singhiozzi che non era la più adatta a formare un
sintesi critica. Il libretto portava la data di stampa Ferrara, Taddei 26 ot
tobre 1918 ; circa tre mesi innanzi erano apparse presso lo stesso editore
Poesie scelte. Bisogna ammettere che fra le prime impressioni di uno sv
chiamento di tutto il lavoro precedente, molti di noi annoverarono ques
Poesie : chi non aveva potuto leggere direttamente VInaugurazione de
primavera e solo un poco più tardi potè ritrovare qualche raro fascicolo
della « Voce » o di « Lacerba » {La casa paterna, La primavera del mare, o
L'albergo del Pellegrino ; ma intanto Renato Serra scriveva al De Roberti
« Govoni ha delle buone qualità ; ma non è originale, non è lirico diretta
mente » ; 20 marzo 1915), ebbe subito il senso di un'altrui rivincita su tut
la propria educazione e il suo gusto. Nel trapasso quasi drammatico dai ver
rigidi e come preordinati ai versi senza forma e sbandati, anche i sentimen
sembrarono nuovi ; e quei colori accesi nel sole o come perduti dietro i vel
di nebbia, allungati in strisce all'infinito o riarsi dall'odore acre dei macer
furono il sorprendente esercizio di tutta una stagione.
Da quelle prime visioni di terre basse, con i campi di canapa e gli alti
argini, veniva su lentamente una malinconia che Boine aveva definito « i
fantile » (accennando anche a « sconfinamenti di tristezza » che dovevan
rendere smagata quella ch'era solo una malinconia di pochi affetti, talvol
assurda).
La poesia del Govoni è intessuta di sentimenti reali che dànno l'impres
sione di esser sempre i medesimi, e di rado sopporta significati complessi;
anzi talvolta sa di folklore e di vignetta, sebbene di un folklore che sembra
provenire da una mite aria di fiaba. Solo più tardi, dopo una lunga espe
rienza rimasta estranea ad un vero problema stilistico, quella malinconia si
tradusse in incanto e con riflessi letterari più profondi ; tanto che a un certo
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CORRADO GOVONI 657
punto lo studio della pagina pu
giocano sicuri effetti stilistici
senz'altro fermare una data : 1
Già nelle Poesie elettriche (1911) un'atmosfera di surrealtà accenna a
più vaglie prospettive : si formano attorno ai sentimenti, particolari di una
concretezza trasfigurata che variano la pagina e la riempiono di un indi
stinto barbaglio (i gialli pagliai nell'aie, simili a valanghe d'oro tagliate a
fette come il marzapane ; « in fondo, un pioppo con la luna — che sale die
tro la sua vetta — sembra una gialla penna di pavone»). Pensiamo soprat
tutto alla breve lirica II picchio : nella poesia di Govoni ogni tanto il silen
zio la campagna i lontani orizzonti, perfino il lento odore delle valli e le
piogge insistenti sono come popolati di tanti piccoli gnomi. È difficile rias
sumere, senza appoggio di citazioni, quest'esperienza stilistica basata sul
l'istinto e pur compiaciuta dei suoi estri. Per certe spontanee caratteristiche
essa si dirama fin dai libri giovanili e conduce alle Canzoni a hocca chiusa
(1938), a quel misto di « dialetto » e di increspature metafisiche che il Go
voni ha anche prestato al De Pisis, al pittore più che all'autore di versi. Le
immagini tutte scoperte in un realismo magico, talvolta interrotte, come
tagliate a metà ed aspre in quest'improvvisa rottura, ricercano un'impres
sione che risenta sempre più del divagare dell'anima in un difficile miraggio.
Una certa sfiducia nella lettura organica e continuata ha forse indiret
tamente giovato alla migliore conoscenza dei tanti nuclei di poesia; intanto
il lettore può disporre di appositi florilegi : nel '18 le Poesie scelte, a cura
di Alberto Neppi; nel '53 VAntologia poetica dello Spagnoletti. Due gene
razioni tanto diverse e lontane si son trovate d'accordo sui punti essenziali :
nella poesia del Govoni gli argomenti contano molto, essendo in qualche
parte nuovi ; anzi, come la Maremma è ormai parola « carducciana », la Pa
dania è tutta nei versi lenti e volubili del Govoni.
Nel momento attuale la sua poesia ci appare ancor vaga di curiosità e
di svolgimento : sebbene conchiusa in una ricerca ormai raggiunta (du
liriche del Brindisi alla notte, Canzoni a hocca chiusa e Qovonigiotto f
ai più recenti saggi), mostra una vena sempre aperta di suggestioni, c
del resto al suo primo apparire, fra una preziosità dannunziana che vole
mostrarsi un po' schiva in mezzo a troppi ornamenti, e talune inflessi
pascoliane. Era stato il D'Annunzio ad abituare a questa mutevolezza e
brusca diversità di toni : un'elegia romana, di poco posteriore all'edizione
definitiva del Canto novo ; l'Intermezzo, subito dopo Terra vergine. Oltre
che al D'Annunzio, Le fiale (1903) si riallacciano ad un Pascoli impegnato
nell'esercizio del sonetto (Il fonte, Il bosco, Il Santuario. Il 1903 è anche
l'anno dei sonetti Belfonte del Pastonchi; dell'anno dopo sono Luci ed om
bre di Marino Marin : per dire di una tendenza pascolidannunziana non
ancora studiata in tutti i suoi riflessi).
Risentono del D'Annunzio Ventaglio giapponese e Senza baci; ma un'eco
più nascosta, una caduta di accenti si riportano al Pascoli come ad un mo
li.
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658 GIUSEPPE ANGELO FERITORE
dello preferito. (Nella terzina finale di Alito di ventaglio la sesta e la de
cima sillaba riecheggiano I pujfini dell'Adriatico). Anche il Pascoli, attorno
al '90, risentì del D'Annunzio ; nel Govoni è perciò quasi naturale questa
mescolanza che secondo noi caratterizza i suoi esordi. Procedendo nella let
tura, quest'incontri diventano più chiari : nel sonetto Villa chiusa sono
scoliane la siepe di bosso e la ventarola arrugginita; dannunziana invec
fontana disseccata. Il significato di qualche immagine : l'ombra di una m
gica pineta che « non più rende inquieta » la fontana, ci riporta ancora
D'Annunzio. Particolari di scrittura e di stili diversi si sovrappongono con
qualche visibile contrasto: senza forzare il significato di codesti sonetti,
possiamo ancora indugiare su qualche punto.
In Parrocchiano di campane ritorna il Pascoli dei nidi vuoti nei corni
cioni e degli addii improvvisi o del cielo vuoto di autunno, mentre i fiam
minghi vi insinuano il grigiore degli orti battuti dalla pioggia e un dondo
lìo di suoni. E sempre D'Annunzio: il tempo che porta all'ottobre avare
bellezze. In un altro sonetto, Strada deserta, si legge questa indicazione
pascoliana di cose sospese : « A una odorosa ventata — trema dell'erba in una
gronda ».
In una storia della poetica crepuscolare o dell'impressionismo della
Voce e di Lacerba, questo Govoni che agita le cose con un tocco quasi inav
vertito, ha un rilievo diverso da quello degli altri : forse anche per questo
il Gargiulo (Letteratura it. del Novecento) lo definì « crepuscolare in mar
gine». Si pensi che in fondo il «crepuscolo» fu qualcosa di prezioso; nei
suoi toni dimessi fluiva un'intenzione di nuovo decoro, di più meditata ma
lizia : mentre nell'Inaugurazione della primavera — ch'è il vivaio di tutti
i germi e i motivi del Govoni — « crepuscolo » e impressionismo si atteggiano
e alternano in forme più elementari.
Anche nelle Fiale, ciò che poteva rappresentare un gusto ormai diffuso
era subito contrassegnato da particolari più immediati : il sole in ascesa
paragonato ad un ex-voto, lo scirocco che mormora irato « da i fori del suo
fagotto » (e qui si trascrive soltanto, non si giudica questa tendenza ad al
terare dall'esterno la realtà).
L'impronta crepuscolare della poesia del Govoni è, dunque, di una qua
lità diversa : vedremo in seguito se l'altro giudizio del Gargiulo, di « una
poco efficiente tendenza al canto » sia anch'esso giusto.
E intanto, oltre alla storia estrinseca delle date dei libri, cerchiamo di
seguire la storia interna di questa poesia, così concreta nei suoi sviluppi
eppure così difficile ad esser definita, per il sovrapporsi continuo di un'espe
rienza ad un'altra. Sarà sempre il riferimento ai Crepuscolari a darcene
la misura: fra i Crepuscolari venuti subirò dopo il Pascoli, ma intinti di
provincialismo intimista, Corrado Govoni fu colui che riuscì ad una certa
modulazione del prosastico, mediante le sorprendenti metafore e variazioni
della sua tavolozza o gli effetti cangianti dell'aggettivo. V'inserì la simi
litudine come motivo lirico autonomo più che per i nessi morfologici ; e nei
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CORRADO GOVONI 659
colori soliti introdusse toni p
lore, i campi di canapa, il te
assunsero prospettive da « nat
ravvivata con un tocco solo (l'ombrello verde del mendicante).
Sul Govoni crepuscolare agì, insomma, con l'antidoto di una riflessione
più acuta, il linguaggio del Pascoli, sia pure, in un primo tempo, attraverso
gli scarti delle Poesie varie e qualche derivazione da Severino.
Naturalmente, il rapporto col Pascoli (« l'acqua, in minute gocciole
scintilla sui fiori, ne le pentole d'argilla ») andrebbe approfondito : special
mente per ciò che riguarda la nota personale del Govoni. A un certo punto,
le attrattive per il Pascoli presero altre vie da quelle indicate nelle Poesie
varie o nei più umili Canti di Castelveccìiio ; le qualità spontanee del Go
voni, il suo istintivo allegorizzare, quel tradurre in simboli autobiografici
ogni cosa o forma inventata, ci richiamano ad una diversa poetica.
Alla fondamentale visione di questo poeta risponde un'istintiva defor
mazione o sproporzione di colori e di oggetti : la natura è un continuo evol
versi di significati; uno stesso oggetto, uno stesso colore variano di disegno
e di proporzione come una meraviglia del mondo. Con una tecnica che ha
dello « scarabocchio », tutta intersecata di associazioni assurde o contra
stanti, il Govoni riesce ad una « sorcellerie » dominata dal senso favoloso
0 pieno di richiami dell'aggettivo e dai formarsi continuo di una specie
di mito in ogni immagine : come nel Pascoli e nel D'Annunzio delle « prose ».
(Nel Pascoli : « i sonnolenti occhi dell'Orse » ; « le acri zanzare » ; la « voce
ruvida » e lo <o scalpiccio del vento » ; i « cirri di porpora e d'oro dei ful
mini » ; « scendea tra gli olmi il sole — in fasce polverose » ; « squassavano
le cavallette finissimi sistri d'argento » ; « il mattutino urto del vento » ;
« bianca l'aria vola come in un molino » ; « nel cielo sbisciano i lampi » ;
« dormono i nidi sotto le gronde come gli occhi sotto le ciglia » ; e, con non
minore frequenza, nel D'Annunzio : « le rondini a saetta rasentano l'erba e
sì risollevano con un grido che sembra beccare un acino dell'ultima luce » ;
e simili).
In quei sonetti del '903 le figurazioni, essendo concettose anziché trasfi
gurate in un segno irreale, erano ancora l'effetto di una soppressione vio
lenta delle similitudini : ne nasceva un che di forzato, un giro anche duro
della frase (« Il sole, entrando per la grata, — disegna su le assi de le
monete »). Ciò spiega il passaggio così rapido alle forme più leggere dei
Fuochi d'artifizio (1905) e alle stesse cantilene domenicali o conventuali del
l' Armonia in grigio (1903). Govoni ha forse perduto una certa armonia di
staccata della frase, la coerenza tradizionale di uno stile lavorato; ma ha
raggiunto modi più liberi ed una freschezza d'impressioni che svariano
l'una dentro l'altra attraverso una serie semplice e meravigliata di ritmi,
1 suoi cosiddetti «elenchi » (Gli aborti, 1907). Due o tre versi incisi di figure
allegrano la pagina, talvolta l'avvolgono in un più facile enigma (quel ro
spo rassomigliato a un piccolo Budda; i pipistrelli che ad una ad una smor
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660 GIUSEPPE ANGELO PEBITOBE
zano tutte le stelle ; l'azzurro del cielo stracciato come una vecchia ban
diera ; « vidi venirmi incontro la magnetica faccia del canale, — con gli
occhi enormi ed incantati — di serpente e di bue — delle arcate d'un
ponte ») ; ma è sempre il motivo che domina nella sua estrema originalità o
improvvisazione, anziché il modo letterario di definirlo.
Non è forse estraneo a questa scarsa educazione umanistica l'abbandono
delle forme metriche tradizionali : ma nel Govoni quest'apertura di uno
schema più ampio appare più sensibile che in altri per l'assenza vera di
vincoli, per la scorrevolezza dei toni narrativi. Si perde, nel contempo, il
movimento tutto spontaneo del canto. L'inserirsi di un verso regolare (un
esempio fra tanti : « costretti a mendicar per colpa mia ») può infatti sto
nare ; invece di assecondare il disegno degli altri versi documenta una po
vertà che il Govoni riesce a colmare mediante la felice invenzione delle sue
analogie. E allorché codesti esperimenti poterono anche giovarsi dell
tura e di una più acuta educazione artistica, le antiche cadenze dei v
tradizionali penetrarono senza contrasti nel tessuto ormai duttile della sua
versificazione e ne accrebbero la sensibilità musicale.
' I suoi versi però si citano solo in funzione di un'immagine, di un estro
insolito, di uno stato d'animo tutto abbandonato; non si citano per ric
chezza o coscienza di pause e di combinazioni varie di suoni. Eppure for
mano e staccano figure, dai contorni un po' sbrecciati ma tutte in rilievo.
In mezzo alla malinconia melodrammatica delle più note poesie (Era mia!
Gasa paterna, Spasimo, Povertà, Dov'è), ai ritmi spenti di tante pagine, si
svolgono a poco a poco le dolci forme geometriche della sua ispirazione,
scandita in ogni particolare, e assecondata dalla confusione abbagliante dei
ritmi.
Il Gargiulo giudicò le immagini govoniane « assolutamente indiscri
minate e soprattutto slegate » ; costituiscono, infatti, quadretti isolati, al
massimo di due o tre righe, di una sola strofa. È rara una pagina intera
che si regga per sé e con una certa cura che valga a definirne anche il pregio
letterario. Ma un accento da rapsodo, un ritmo diffuso di cantilena (si ve
dano specialmente le lasse di Casa paterna) fondono il troppo colore e l'ec
cesso delle comparazioni in una passione estemporanea del ricordo, intra
visto come un'avventura. In quest'arte di Govoni, l'effetto recitativo è troppo
disadorno ed esteriore per poter essere intimamente poetico : a questo pro
posito è giusta l'altra osservazione del Gargiulo (ribadita dal Momigliano)
di una scarsa tendenza al canto.
11 Govoni ha cercato in seguito di superare la fase narrativa e descrit
tiva : mantenendo all'espressione la sua disciolta ricchezza, ha preferito ai
precedenti schemi analitici i rapidi trapassi dell'impressione talvolta ap
pena accennata, ma piena d'imprevisti.
Ne II quaderno dei sogni e delle stelle (1924) e nel Brindisi alla notte,
anch'esso del 1924, s'incontrano quadretti descrittivi nei quali spesso l'im
magine è solo un baleno, un'apparizione intimamente conchiusa e che via
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CORRADO GOVONI 661
via svanisce in un accoramento. Si tratta di un impressionismo più delicato,
pieno di acquerelli e di affreschi che vorremmo staccare dal fondo della pa
gina con le stesse intenzioni di un restauro o per un ritocco all'indecisione
di ritmo e di linguaggio ; ma anche il particolare sbiadito o un po' stanco
risplende ovunque con armonia. Così II treno : un mandorlo fiorito, visto
di sfuggita, ora affina i suoi rami in un grigiore di capelli, sfiorisce rapido
e lontano nel volto pallido della madre ; così anche La trombettina, tutta
mossa e vibrata da un'insolita mestizia. Vederla soltanto come l'effetto di
un'esperienza localizzata nel tempo e cioè nell'aria della « Voce », è lo
stesso che non sentirvi l'appassionamento di tante cose, l'evidenza della
figura innocente che vi si staglia (l'impressionismo della «'Voce» ebbe di
rado questo tocco di colore attorno ad una figura centrale : ebbe piuttosto
più felici trasparenze).
Altre liriche : ila i meli in fiore non li hai visti, Le sarchiatrici di ca
napa (nel medesimo schema grafico della strofetta II picchio), Ean sentito
l'odore della primavera, Il lampo, Nella tempesta ; e infine, con la sua aria
di madrigale — ormai frequente nel Govoni — Bellezza.
A rendere più densa e come rilevata l'immagine, ora si mescola al co
lore un volto di donna, un affetto profondo; i versi si affinano, perdono
l'antica dovizia; e la similitudine diventa quasi involontaria, più scavata;
suscita impensati movimenti della frase e del ritmo.
Seguendo un ordine cronologico abbiamo toccato il punto più sensibile
della poesia di Govoni : precisamente un acquisto di morbidezza e di sen
sualità, in cui la stessa tinta sgargiante e barocca della tavolozza si fonde
in un'ombra, in una velatura più delicata e in un'osservazione della vita
che può essere anche profonda. La parola è più tersa, quasi vibrata, e i versi
hanno uno sfondo di lontananza che prolunga d'echi la pagina, in una ma
linconia inesperta e segreta. Così, è stato possibile ad altri variare di un
motivo più intimo la sua ispirazione : si legga del Govoni quest'Effetto di
nebbia : « Nella nebbia luminosa del mattino — la casa dolcemente indie
treggia e s'appanna; — si piegan sullo stelo, nel giardino, — dolci fio
spuma e di manna». Vi è tutto il Valeri posteriore agli schizzi di Umana
e di Crisalide (Valeri, poi, derivava da I canti di Castelvecchio — ad esempio
da L'or di notte — il quadretto di interni domestici, coi teneri affetti e
l'eco di una vita perduta : un trasognato abbandono che prima che dal Pa
scoli poteva essegli venuto direttamente dal Govoni e ch'è rimasto senza un
vero svolgimento. E si riscontri, sulla poesia del Valeri, una nostra vecchia
nota nel giornale «Il Baretti », Torino; novembre 1926).
La figura del Govoni ci appare ora più chiara, in qualche modo classica.
L'« immediatezza elementare» che il Gargiulo riconobbe a certe immagini
<( liriche » (per distinguerle dalle altre, semplici comparazioni) è divenuta
più consapevole, ricca di scorci e di suture. Il mondo naturalistico-idillico
nostalgico (è sempre definizione del Gargiulo), del quale erano motivo do
minante la pianura ferrarese e la casa paterna e gli « elenchi » di oggetti
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662 GIUSEPPE ANGELO FERITORE
appena accennati, si arricchisce di un c
tico. Antichi motivi (le fiere, le giostr
in un'aria incantata, quasi dolente : cos
e certi rapporti figurativi che il lettor
posizioni brevi del Quaderno dei sogni
Canzoni a bocca chiusa (1938). Entro le
gato della pagina anche il ritmo prend
studio attento dei suoni e delle parole,
divide il periodo in tante parti modu
colore, non più ammassato in un punt
canto, un volto di donna si perfezionan
solito di Govoni viene ad aggiungersi u
linconie. Cosicché il rapporto immagin
zioni dei migliori frammenti, ricerca altre e più intime analogie, quasi
un'asprezza nuova (quegli indistinti frantumi di un mondo perduto nella
pioggia «come barlumi di meduse morte»: La canzone del fuoco lontano
nel Flauto magico). Dappertutto un bagliore di stagioni che non riescono
a fermarsi e a durare penetra l'antico realismo di questa poesia. I richiami
agli oggetti e ai particolari che dovrebbero rendere più ricca e varia la ta
volozza delle immagini, sono ritrovati in somiglianze remote, quasi in anti
che superstizioni (il soffiare dei gufi giovinetti ; la dolciura degli alberi sotto
le radici). La natura è sentita come un'apparizione nel fiammeggiare improv
viso delle vermene (ftalici rossi) ; e l'usignolo, la conchiglia, il suono del
silenzio sono motivi di una ricerca interiore modulata di ricordi strani.
Le immagini e le analogie (vere e proprie « corrispondenze ») si for
come alterate da un concetto primitivo del mondo : talvolta vi brilla u
della bizzarria critica degli scultori di formelle e di tavolette sui por
delle vecchie chiese romaniche.
Una sorta di gnomica del colore e del sentimento ci fa ora ritenere lon
tane le esperienze poetiche anteriori alle Canzoni a bocca chiusa (con i ri
flessi che se ne avvertivano in qualche pagina del Quaderno e del Brindisi alla
notte) : la poesia del Govoni, variando i suoi ritmi, esperimentando una me
trica alternata di versi tradizionali e di versi irregolari, con effetti musicali
sempre un po' incerti ma ritrovati in una cadenza effusa trattenuta a tempo,
e nella quale è ancora più suggestivo quel residuo di eco crepuscolare che
subito s'insinua e si spegne nel tono più sostenuto ; si diceva che la poesia
del Govoni, col variare e trattenere i suoi ritmi in un canto fermo, ora pre
dilige qualche indugio, qualche alessandrina compiacenza. Soprattutto pre
ferisce un color perso a quello splendente di una volta.
Il punto dove si forma questa più nuova particolarità stilistica è in
quella pena di uomo che si sente perduto, in quell'attimo di malinconia che
spegne ogni effusione. Così che i componimenti diventano più brevi (almeno
i più felici), e come distaccati nella visione appassionata di un ricordo o di
un momento.
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CORRADO COVONI 663
È convinzione di molti che
po' lenta e monotona e senza
brano quelli medesimi dei Fu
recente sembra avere la sua o
poeta fa della natura con i sim
colore e per somiglianze talvo
degli anni giovanili. Ma per s
più vibrato, occorrerebbe seg
chiusa e del Govonigiotto. Spe
iniziale e poi, ognuno per sé,
madrigale, piena di movimen
tra raffigurazioni di eccezion
perizia stilistica si condensa i
o di un rilievo d'immagini op
sugli argini — tra i calici viol
il gusto delle forme solide, de
sopra l'aie ») ; o almeno ha pi
Certi stacchi bruschi svolgo
sto movimento alla strofa : il
visa svolta del periodo, con
specie di stupore nelle cose ch
alle finestre — stettero donn
tanea : La nuvola e la ragazza,
l'erba calda ad asciugarsi »).
Poesie di esametri o, almeno
tutte brevi (di sette otto righ
sta scrittura : abbiamo in men
dica un gusto più letterario, m
etrusco dove l'acqua- ignuda d
dello si trasforma in un mom
grandi occhi infantili — le b
atteggia alla maniera di Malla
paesaggio mitico in cui le cose
letteratura certamente insosp
tua, La sorgente, Brivido) aiu
gna romana, Su l'Appia, Nuvo
niscenza sola.
Studi, invenzioni, che l'arte di Corrado Govoni ora predilige come
fetto di una più ricercata stilistica: nella forma più breve la qualit
sentimenti è più profonda, e svaria in figure che non sono più semplici freg
ma- accennano, di lontano, ad antiche allegorie (Siepe, 0 mio Dio perch
hai piantato, Silenzio d'amore, Pietro marinaio). Un breve quadretto, a
una « tavoletta », iridata di sfondi azzurri e di segni leggeri a matita,
sume nei pochi versi trasandati (appunto nella lirica Pietro marina
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664 GIUSEPPE ANGELO PERITORE
un'aria di magia : a una svolta delia str
la canna si stagliano in un quadro che a
Noi vorremmo concludere subito : tra
Autunno, alcuni tratti del Passaggio degli aironi (quei lugubri gridi a on
date, a catena, che il poeta ode di soprassalto nella notte), Evasione, Chariot,
Chimerica corriera (tutte liriche di Patria in alto volo, 1953) e trascegliere
dal folto volume Preghiera al trifoglio (1950-1952) brani come questi :
....percorrendo la neve a volo, quasi
volassi dentro l'angelo custode,
trovai davanti a casa mia il fanale
già putrefatto, pieno di farfalle;
e cioè le stagioni, i paesaggi, i miti, le metamorfosi di una poesia che pur
facendo ormai roca la voce per un più di dolore e di nostalgia è venuta
quasi schiarendo la pagina (« Luci acquose di vetro stanno immote — dove
tra i sassi dormono le trote » : Torrente del « Govonigiotto », 1917 ; e così
Nel granaio, Questa pioggia che il vento decolora).
Dopo tanto lavoro della critica, un commento a piè di pagina, limitato
anche nel tempo, sarebbe oggi forse il solo modo di studio appropriato a
questa poesia: ne guadagnerebbe la stessa pagina creduta frammentaria.
Giuseppe Angelo Peritore
NOTA BIBLIOGRAFICA
Opra e. — Ogni nuovo volume di Corrado Govoni reca, con la data e il luogo di
stampa, l'elenco degli altri apparsi in precedenza : poesie romanzi novelle teatro, e due
antologie. In tutto, oltre a quelli inediti, trentasette volumi, ai quali si è aggiunto
(giugno lSKIt) Manoscritto nella bottìglia, con un saggio di G. Ravegnani, Milano, Mon
dadori. E inutile perciò ripetere un elenco che il lettore ha già a portata di mano; ci
limitiamo invece a qualche raro accenno retrospettivo, riferito a pagine singole e che
potrà essere riscontrato negli indici della « Riviera ligure » (1899-1919) compilato da
Mario Novaro (nel voi. Plausi e botte di Giovanni Boine, Guanda, 1939) ; della « Voce »
a cura di Enrico Falqui (Il libro italiano, marzo 1938) e di « Lacerba », a cura dello
stesso Falqui (ivi, maggio 1938).
Govoni collaborò a quasi tutte le riviste contemporanee di poesia, ora divenute rare
o introvabili (cfr. Guglielmo Bonuzzi, Le riviste it. nell'ultima fase letteraria, Milano,
« I libri del giorno », novembre 1919) : con un significato che andava oltre al semplice
contributo del nome. Fu tra i più assidui della rivista « Poesia » di Marinetti e compreso
nell'antologia 1 poeti futuristi (Altomare, Carrieri, Cavacchioli, Folgore, Marinetti, Pa
lazzeschi, ecc.), Milano, Ediz. Futuriste, 1912. Collaborò ali 'Almanacco della Voce, 191Ó.
Neil 'Antologia della Diana, Napoli, 1918, figura con una prosa La ranina e tre brevi
quadretti: Primavera, Musica, Arcobaleno («C'era in cielo un grande tiro a segno di
cartone a tre colori che la pioggia crivellava d'aghi fini.... »). La ranina fece poi parte
del Volume La santa verde, Taddei, 1920: pagine tutte ancora sgocciolanti di colore, la
cui stesura in prosa è solo un pretesto per inserirvi più concreti paesaggi e particolari
di racconto; ma l'andamento artistico è quello medesimo dei versi. Perfino vi si avverte
— in qualche breve riga o quadretto — il ritorno di un motivo preferito, di un'affettuosa
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CORRADO GOVONI 665
ironia, reso con gli etessi attacchi sintattici. Si confrontino Oli affissi e, nelle Poesie
elettriche, Il picchio. Nessuna prosa della Santa verde figura nell'antologia « Scrittori
nuovi » di Falqui e Vittorini, 1930.
Per ogni altra indicazione più recente si rimanda all'Antologia della Poesia italiana
(Guanda, 1950) e a Poeti del Novecento di Giacinto Spagnoletti (Mondadori, 1951) — in
particolare per le note bibliografiche di « studi critici » e « Antologie e Repertori » —, a
Lirica del Novecento di Luciano Anceschi e Sergio Antonielli, Vallecchi, 1953.
Mantenendo a questi cenni bibliografici il carattere di notizie poco note o trascu
rate, aggiungiamo che il Govoni scrisse la prefazione ai Canti della Croara di Filippo
De Pisis (Ferrara, Bresciani, 1916). Scriveva il Govoni: «....il cuculo ti chiamerà su
dai tristi tuoi libri di studio pesanti di inutile assurda sapienza : ti inviterà a giocare
a rimpiattino sulle tue dolci colline fiorite » ; e il giovanissimo amico gli rispondeva :
« Il cuculo non l'ho sentito cantare ancora ma il suo canto l'ho custodito qui dentro nel
petto fin dalla primavera passata»; nell'opuscolo Emporio, Ferrara, Bresciani, MCMXVI.
Critica. — Si veda la « Galleria » dedicata a Govoni nella « Fiera letteraria » del
10 maggio 1953; e continuando sul tono espresso in principio, ricordiamo il breve saggio
di Gherardo Marone, La sorte di Penteo (nel volume Difesa di Dulcinea, Napoli, « Li
breria della Diana», 1920; pp. 73-79. Sul cosiddetto gruppo della Diana si veda: Giu
seppe Lipparini, Storia della letteratura italiana vol. Ili, Milano, Signorelli, 1949;
pp. 315-6 e Aldo Capasso, nella « Fiera letteraria », 26 marzo e 16 aprile 1950).
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