Ungaretti Saba
Ungaretti Saba
Giuseppe Ungaretti nasce nel 1888 ad Alessandria d’Egitto, da genitori lucchesi. Studiò a Parigi, dove conobbe le
avanguardie. È considerato poeta della guerra, più precisamente della prima guerra mondiale. Si arruolò
volontariamente nell’esercito nel 1915, e si trovò a combattere nel Carso.
La sua prima raccolta è il “Porto sepolto” (1916), successivamente “Allegria naufragi”, e poi “Allegria” nel 1931 (amplia
quella precedente e cambia nome).
Scrisse in trincea, di questa cosa se ne accorse Ettore serra, critico letterario, giornalista, che notò la poesia
rivoluzionaria e chiese di portare con sé queste poesie, che poi vennero editate. Ungaretti fu purtroppo coinvolto in una
serie di lutti: quella di suo fratello e del figlio Antonietto, nel 1933 infatti scrisse “Sentimento del tempo”, e nel 1947 “Il
dolore”.
Nel corso della sua vita si avvicinò al fascismo, ma successivamente si allontanò conoscendo la parte rivoltosa. Fu
candidato al premio Nobel, ma essendo un ex-fascista non lo vinse.
Nel “Porto sepolto” troviamo le poesie del fronte dove racconta che ad Alessandria sotto al porto ci fosse un altro porto
alessandrino. Il titolo fu condizionato da questa leggenda, diceria. Il porto sepolto, è una metafora della nostra anima in
cui deve scendere il poeta per tirare fuori i suoi versi. La sua poesia attinge all’anima, ai sentimenti.
Ungaretti volle discostarsi da questa immagine da poeta di guerra per questo motivo il titolo fu cambiato in “Allegria di
naufragi” (ossimoro) Naufragi: guerra ma anche momenti dolorosi, esperienze negative; ma Allegria poiché siamo
qui, riusciamo ad essere felici per la vita anche nei momenti no.
L’ultimo titolo è “Allegria”, con la quale toglie ogni rapporto con l’esperienza bellica tanto dolore ma c’è comunque
la felicità, un senso di attaccamento alla vita nonostante tutto. Morì nel 1970.
STILE
Sentimento del tempo: condizionato da Bersong: tempo come durata, si può percepire con i sentimenti. Il suo stile è
un’evoluzione:
Le prime poesie sono scarne, asciutte, epigrammatiche, brevi, fulmine (Vociani: poesia del frammento, poesia
sostenuta dalla rivista la voce, brevi illuminazioni di verità);
Seconda fase denominata poeta professore: forme metriche più tradizionali, poesie lunghe e strutturate.
TECNICA
Vuole sfoltire la poesia da ciò che è inutile, deve rimanere un un’analogia senza fini (come nei futuristi, però rifiuta l’idea
di una poesia senza sentimenti). Verbo spesso all’infinito.
Versi Ungarettiani: versi formati da una sola parola. Le parole adottate sono usuali, comuni, e riesce così a dare un
significato diverso con questa tecnica dell’isolamento. (Sottrai le parole dall’uso che ne fa la tribù per dare loro
verginità: lo disse un parigino, Maurmet).
PORTO SEPOLTO
Poesia scritta in trincea, senza titolo non si comprende il significato della poesia. Scritta a Mariano, data e luogo
caratteristica delle poesie di ungaretti. È una poesia breve con versicoli, non c’è punteggiatura, avverbi o aggettivi. La
sua condizione probabilmente influenza la poesia, e la voce, apprezza molto Ungaretti. Il titolo rimanda ad un porto
sepolto sotto l’acqua (la vita), il porto è un po’ la nostra anima. Sente il bisogno di scrivere i suoi conti ed essi diventano
patrimonio di tutti gli uomini. C’è gioco tra “questo è quello“ ripreso da Leopardi. Il testo, come già detto, è un richiamo
alla funzione del poeta che è quella di riportare alla luce ciò che è nascosto, ciò che non si vede, ciò che è rimasto
sepolto dalla dimenticanza e dal tempo. Il poeta ha quasi la funzione di un palombaro che si inabissa per compiere un
processo culturale e psicologico; infatti egli sprofonda al disotto della superficie della vita e ed è proprio lì che prende la
forza per il suo canto e riporta con le sue parole alla luce quello che è rimasto nascosto.
L'uso del pronome "Vi" sta a significare che il poeta viaggia verso il "SUO" porto sepolto, un luogo familiare, e vi si
immerge; esce di nuovo alla luce con i propri versi; e li dona al mondo, disperdendoli. Il porto è un luogo reale, ma è
anche un luogo privo di dimensioni, perciò la poesia resta alla fine un qualche cosa di inafferrabile e lo stesso termine
porto sepolto resta un paradosso espressivo. Per Ungaretti la Poesia delle cose è nascosta ed il poeta deve scoprirla per
poi restituirla a tutti, ma rimarrà sempre qualcosa di segreto nella poesia (inesauribile segreto!!!), perché è questo che la
rende tale. La poesia è ciò che può sopravvivere nel difficile momento della guerra, della sofferenza, della distruzione. Il
messaggio che il poeta ci vuole dare è quello di un nulla, di un segreto sconfinato che, per ciò stesso, è un segreto
inesauribile.
COMMIATO
Scritta per Ettore Serra, amico di fronte che editò le sue poesie. La poesia parte dalla nostra vitae fa parte di un mondo
siamo tutti uguali. Nasce da noi ma è destinata a tutti. Attraverso la parola Ungaretti spiega la sua vita, con parole che
devono essere fiorite (esteticamente importante a modo suo). Dentro di noi abbiamo un magma di emozioni (delirante
fermento) e sentimenti e se riesci a capirti, e a tirare fuori quello che hai dentro con la parola sei fortunato, se la parola è
fiorita ancora di più.
IN MEMORIA
Fa un omaggio ad un suo amico di Parigi, non di fronte, origine nomade. La poesia parla della morte di un caro amico di
Ungaretti, Mohammed Sceab, con il quale Ungaretti aveva condiviso una parte della sua vita negli anni giovanili ad
Alessandria d'Egitto e in seguito a Parigi in Francia. Nella poesia emergono i due destini a confronto: il destino tragico
di Mohammed e il destino, sempre sofferente, ma con un diverso epilogo del poeta. Entrambi i personaggi si ritrovano
senza patria, senza radici, sono apolidi. Mohamed diventa Marcel francesizza il nome perché non vuole vivere le sue
tradizioni ma non si sente nemmeno francese realmente, è sradicato, suicida. È diverso però l'esito: Ungaretti, come si
coglie nel finale, si salva grazie alla poesia, cioè nel canto, in cui trova una risposta alle sue sofferenze, perché ha la
funzione di conservare nella memoria gli avvenimenti e le persone, mantenendo in vita il loro significato. Invece per
l'amico la poesia non è intervenuta a costituire un elemento di aiuto e di risposta ai propri bisogni ed alle proprie ansie.
Si nota da questo testo che Ungaretti vede nella poesia una funzione sacrale, in quanto la poesia è una conoscenza che
si diffonde su una totalità di contenuti che risultano indeterminati: l'uomo, la vita, la morte. Attraverso la scrittura
l'uomo, pur essendo senza radici, riesce a sublimare i valori dello sradicamento, della mancanza di una patria e della
vita in solitudine in un paese straniero dove è difficile ambientarsi. In sostanza il testo, posto a premessa della raccolta,
è un canto che inneggia al valore e anche dalla funzione della poesia come memoria e ricordo. Il cimitero dove è stato
sepolto (in modo quasi anonimo) è un sobborgo d’identità, e nessuno andrà più a trovarlo (ricorda a zacinto di foscolo,
mito della sepoltura lacrimata). Poesia programmatica, che per lui è consolazione e sfogo. (leopardi invece la usa come
forma e pensiero)
VEGLIA
Ungaretti si trova dentro la trincea, il 23 dicembre. Il titolo rimanda alla veglia natalizia. Ha trascorso un'intera nottata
(una nottataccia) a fianco a un compagno massacrato con la bocca deformata rivolta verso la luna piena e con le dita
delle sue mani rigide e gonfie per la morte, che lasciano un profondo senso di sgomento in lui e, ammutolito, non può
fare altro che restargli accanto anti igienico + trauma post guerra . In questo momento il poeta ha sentito l'esigenza
di scrivere lettere d'amore (per il bisogno di dichiarare affetto ai suoi cari) e qui, di fronte alla tragedia della morte,
rivela che non si era mai sentito così tanto attaccato alla vita (segno della protesta contro la guerra). Utilizza parole non
poetiche, ad esempio massacrato, recuperando l’espressionismo, dove c’era alienazione del soggetto (ad esempio
Munch con l’urlo). Dice che non riesce ad esprimere il dolore che prova ed è pietrificato. Nel finale non usa più il
participio passato bensì il presente: di fronte alla morte ha scritto lettere di amore, voglia di vivere, flusso vitale nel
dolore.
FIUMI
Poesia che scrive durante la notte. “Vero momento nel quale la poesia insieme a me prende coscienza di sé”: ha capito
che vuole fare il poeta e che poesia vuole fare. Utilizza 3 fiumi per descrivere i momenti della sua vita. La poesia è stata
scritta a Isonzo, dove si è lavato dopo la guerra: questo è per lui come un nuovo battesimo dove sei ricordato di amare
la vita. C’è una sorta di carta d’identità del poeta e della sua poetica:
-Fiume Isonzo: La natura viene personificata come se facesse parte e fosse vittima della guerra e l'uomo diventa parte
della natura, ma non in modo estetizzante, bensì per indicare che ci sente pietra, vuoto. Il primo fiume di ricorda che la
sua vita è precaria, è il fiume della consapevolezza. L’acqua che lo avvolge gli regala la rara felicità: nasce in questo
momento con l’acqua, per questo motivo si parla di battesimo. Vari riferimenti: Urna d’acqua: immagine religiosa che
ricorda o la morte o il battesimo. Reliquia: altro riferimento per dire che, anche se vivo si sente morto. Acrobata
sull'acqua: riferimento Gesù, ma che rimanda anche all'insicurezza. Riferimento alla preghiera musulmana dei beduini;
- Fiume Nilo: Fiume dei giorni felici della giovinezza (Leopardi);
- Fiume Senna: Le esperienze fatte a Parigi non erano limpide, ma lì a capito che voleva fare poesia. ”La mia vita
mi appare una carolla di tenebre”: la carolla (vita), che dovrebbe essere fiorita, è diventata buia, ma proprio in
questo forse si riconosce il valore della vita.
Messaggio del “Porto sepolto”: l’importanza della vita nei momenti tristi, che ci devono ricordare quelli belli.
GIROVAGO
Maggio 1918. Questa poesia fu scritta in guerra ma non parla della guerra: bensì parla dell’incapacità di trovare una
propria dimensione. Si è stancato della città in cui si trova (Leopardi, la noia) (Orazio, viaggiare altrove non aiuta).
Sintassi con gerundi ed infiniti. Si appaga subito di quello che trova e si annoia subito. L'augurio che fa è quello di
trovarsi in un posto in cui si possa godere della vita incontaminata, vergine: quando si è appena nati. Non cerca un
paese fisico ma innocente. Cerca quindi un luogo in cui tra gli uomini ci sia la solidarietà e sentirsi protetti come in un
nido, ma non c’è riuscito proprio per questo gira per trovarlo.
NATALE
Ungaretti si trova Napoli, durante una pausa dalla guerra, non ha ancora un luogo dove andare. Parla del caos del
Natale, ma lui non vuole partecipare. "Stanchezza", "non ho voglia": parole particolari e concrete. A Napoli si sente
soltanto il caldo buono, e per antitesi si ricorda della sua vita in trincea dove il caldo buono e non esiste, non riesce a
staccarsi dalla trincea . Ha bisogno di innocenza, senza caos (capriole).
SOLDATI
La poesia Soldati è stata scritta dal poeta Giuseppe Ungaretti nel luglio del 1918 quando era un soldato di trincea e il
suo titolo originario era Militari. È l'unica del gruppo proveniente non dalla sezione Il Porto Sepolto, ma da quella
intitolata Girovago, sempre all'interno del libro L'allegria. È tra i componimenti più brevi di Ungaretti, dove le parole
valgono non in sé, ma per le immagini che evocano, per la loro forza allusiva. Nelle poche, ma intensissime parole di
questa brevissima lirica, è espressa la drammatica provvisorietà del vivere dei soldati in trincea. La poesia fa un
paragone tra le foglie in autunno ed i soldati in guerra: le foglie sono così deboli nella stagione autunnale che basta un
lieve soffio di vento per farle cadere, mentre ai soldati basta un colpo di fucile per essere uccisi. In entrambi i casi le due
vite sono attaccate a un filo rendendo meglio il concetto di precarietà della condizione umana durante la guerra.
MATTINA
La poesia "Mattina" è stata scritta dal poeta Giuseppe Ungaretti e viene ricordata sotto il nome "M'illumino d'immenso"
proprio perché è l'unica frase del testo della poesia. Fu scritta il 26 gennaio 1917 a Santa Maria la Longa e il suo titolo
originario era Cielo e mare; e fa parte della raccolta L'allegria, nella sezione Naufragi. È la più breve poesia di Ungaretti
e sicuramente quella con il significato più profondo ed interpretativo. I temi affrontati sono la tensione verso la luce,
l'aspirazione all'armonia e la fusione con l'infinito. In questa poesia Giuseppe Ungaretti si mette nei panni di un soldato
che esce dalla trincea e si fonde con l'universo quindi c'è un sentimento di libertà. Questo primitivo titolo aiuta ad
attribuire il giusto significato al testo: Ungaretti si alza di mattina, in riva al mare; qui il poeta s'illumina perché assiste al
sorgere del sole, la cui luce si riflette sul mare. L'idea di immenso scaturisce invece dall'impressione che cielo e mare,
nella luce del mattino, si fondono in un'unica, infinita chiarita. Fa parte dell'ermetismo e con questa poesia Ungaretti ha
voluto esprimere tutto l'entusiasmo del nuovo giorno, la sua gioia nel vedere il mondo al mattino. Ciò che produce la
sensazione di magia non può essere spiegato, altrimenti perderebbe il suo fascino e secondo molti esperti in letteratura
questa poesia è più vera e piena di significati che alcuni romanzi. Bisogna tenere conto che a quanto pare l'ispirazione
per questa poesia Ungaretti l'ebbe durante il servizio militare, quando un mattino scorse dalla sua postazione nei pressi
di Trieste in montagna il sole riflesso nel mare adriatico che diventa così un annuncio di speranza, e volge il pensiero
dalle brutture della guerra alle bellezze del creato. Egli ha voluto così esprimere con due parole la gioia di immergersi
nella bellezza del creato dopo il frangente doloroso della guerra, quando tornò dal fronte con i suoi amici martoriati.
Umberto Saba
Nasce a Trieste (città emarginata) da madre ebrea mentre il padre lo lasciò poco prima che nascesse. Lo incontrerà
successivamente a vent’anni. La madre era molto fredda ed anaffettiva per questo in seguito ai tuoi genitori che aveva
deciso di ereditare il cognome dalla sua tata, Peppa Sabaz, che lui vede come madre. A tre anni la madre deciso di
licenziarla poiché si rese conto che stava prendendo il suo posto. 2 grandi traumi:
- Abbandono del padre;
- Abbandono della tata.
Studiò da autodidatta, non ha diploma, e provò ad inserirsi in un circolo a Firenze, ma rimase sempre escluso. Si sposò
con Lina, conosciuta durante un congedo dalla guerra per le nevrosi di cui soffriva, ma questo fu un matrimonio con
tradimenti e molti litigi.
Aprì a Trieste una libreria “antica e moderna” che era anche casa editrice e riuscì a pubblicare la raccolta “il canzoniere”,
omaggio Petrarca, e ne fece un po’ diversioni, dal 1921 al 1961. Dopo la guerra entrò in terapia da un alunno di Freud,
Weiss. A causa delle leggi razziali fu costretto a vendere la libreria e scappare in giro per l’italia. Morì in casa di cura nel
1957. Saba non ha avuto un riconoscimento poiché le nuove avanguardie erano novità, Saba invece richiama la
classicità in quanto recupera il sonetto, la forma, musicalità, comprensibilità, chiarezza, in più c’è un forte biografismo
(parlare di sé stessi). Per queste ragioni fu accusato di poesie troppo semplice. Ritornando nel forte biografismo, nel
canzoniere possiamo trovare tre capitoli riguardanti gli stati della sua vita:
- Tempo dell’esperienza: età infantile, adolescenza, guerra, matrimonio e figlia Linuzza;
- Tempo della conoscenza: con la ragione si può guardare il passato. Analizza i suoi traumi;
- Tempo sapienza: vecchiaia, considerazioni ampie.
Come si può notare c’è ordine cronologico come in Petrarca. Saba è stato recuperato soprattutto da Pasolini, che nel
1953 editò un saggio su Saba, dove disse che è un poeta complesso con significati dolorosi e non banali, in più c'è una
forte triestinità (come Svevo si distacca dalle mode), diventò poi un pregio non seguire le nuove mode. Fece due saggi:
Nel 1911 “quello che resta da fare i poeti”: devono fare poesia onesta che non nasconda le debolezze dell’essere umano,
una poesia autentica e comprensibile. La “voce” lo rifiuta;
Nel 1946 “poesia, filosofia, psicoanalisi”: le arti e le nevrosi hanno origine nel subconscio: porta creativa. Togliere la
nevrosi allora porta a togliere l’arte e l’originalità, per questo motivo smise di curarsi e si dedicò all’oppio.
Scrisse anche “storia e cronistoria del canzoniere”, un testo dove spiega tutti i significati della sua poesia per non farsi
che fosse fraintese e quindi poi criticata.
AMAI
Endecasillabi, eccetto il terzo verso metrica classica. Amore-fibre-cuore: rima che non si doveva più usare poiché è
troppo scontata. Saba va al “fondo” a prendere le sue verità (per Ungaretti era il porto sepolto). Ha bisogno di persone
che lo ascolti. Ci sono parole semplici.
Il discorso riguarda il cuore ed esprime un impegno soprattutto morale, in quanto il dolore rende amica anche la verità
più dura; per Saba non c'è amore senza dolore, tanto che il "doloroso amore" costituisce l’essenza della vita. Ma la vita è
anche una fonte insostituibile di gioia e di consolazione, come risulta dai due versi conclusivi, che si riferiscono
direttamente al lettore ("Amo te che mi ascolti"), per renderlo partecipe di un’esperienza che resta comunque preziosa.
ULISSE
Riutilizza la figura di Ulisse, molto amato poiché lui è il viaggiatore. Il viaggio diventa metafora della vita, ed Ulisse è
l’uomo del viaggio per eccellenza. Il viaggio è la vita, nella quale ci si perde e coglie le sfumature, anche quelle negative,
mentre Itaca diventa la morte. Immagine simbolica per tutto il novecento. Utilizza l’anastrofe (stilnovismo). Dice che
nella sua giovinezza ha navigato dove c’erano i rari uccelli: simbolo della solitudine: come ha fatto Ulisse, dobbiamo
andare avanti. Gli scogli sommersi rappresentano gli ostacoli della vita. Richiamo a Foscolo: il tormento. Doloroso
amare: ossimoro, doloroso perché la vita non è sempre facile, ma vivere dire accettarla, altrimenti ci si rinchiude nel
porto, il nido per pascoli. Confrontandosi con Ulisse, l'eroe viaggiatore dell'antichità, Saba fa un bilancio della propria
vita. Anche lui ha conosciuto delusioni e drammi; tuttavia non si è fatto prendere dalla disperazione, né dalla tentazione
di un pigro riposo: ha scelto, pur con fatica, di continuare il viaggio fino ai confini del mondo, cioè, fino ad abbracciare la
vita tutta intera e fino alle radici segrete del proprio io.
Anche il poeta sente di avere un regno, come Ulisse che era Re di Itaca. Il poeta è "sospinto ANCORA al largo dal non
domato spirito", così come Ulisse, uccisi i Proci, riparte verso terre lontane invece di godersi la vecchiaia insieme i suoi
cari, anche il poeta conserva uno spirito di meraviglia e d'avventura pur essendo in un'età di maturità letteraria.
Altra raccolta, TRIESTE E UNA DONNA (moglie):
CITTÀ VECCHIA
Si riferisce alla zona del porto, zona più degradata della città di Trieste. Uomini e merci sono visti come lo scarto. In
compagnia degli ultimi sente che è il suo pensiero si fa più puro: da voce a chi non ne ha. Nel mondo umile, che anima i
vicoli stretti e bui, Saba ritrova l'essenza dell'umanità e la consapevolezza che chiunque, anche il più derelitto degli
uomini, è partecipe del mistero della vita (Dio s'agita in tutte le creature, come nel poeta stesso) che accomuna tutti gli
esseri viventi. Grazie a tale scoperta, il poeta può sentirsi vicino e uguale a questa umanità, provando di conseguenza
un personale senso di liberazione. La poesia trova la sua forza proprio nella descrizione sentimentale del poeta nei
confronti del mondo descritto.
TRIESTE
È una scontrosa grazia: a due facce, difatti è una città portuale, aperta, disinibita e sempre giovane di vita nuova e
fresca, ma allo stesso tempo è una città riservata e diffidente, graziosa e scontrosa. Dall’angolo in cui si trova controlla
tutta la città. Nell’ultima strofa: ama così tanto Trieste che si vede come la città.
PADRE ASSASSINO
Etichetta data dalla madre. Racconta di quando lo incontrò per la prima volta vent’anni, e capì perché la relazione tra i
suoi genitori non ha funzionato: la madre era pesante, il padre era leggero. Saba lo capì e lo perdonò. Sua figlia aveva
bisogno di un padre forte, ma causa dei suoi traumi Saba è debole, si sente un bambino (Serve forza e fiducia per essere
padre, e lui non li ha).
MIA MOGLIE
Prima poesia e la letteratura per la propria moglie. Lui la paragona a diversi animali domestici:
Bianca pollastra: perché brontola; Giovenca: gravidanza; Cagna: fedeltà; Pavida coniglia: timida; Rondine che torna:
primavera, ogni tanto va via ma poi ritorna; Provvida formica: accudimento.
Ha una sua idea di femminilità altamente anti-d’annunziana e stilnovista, descrive una donna vera e comune.
LA CAPRA
Poesia complessa. Parla del dolore che affligge tutti gli animali e gli uomini. La situazione è apparentemente irreale:
finge un dialogo con la capra (ricorda il pastore errante di leopardi). L’argomento è molto simile al pastore di Leopardi:
La capra si lamentava e si sentiva a disagio, è sazia materialmente ma non emotivamente. Il belato diventa una voce,
come se fosse un essere umano. C’è riferimento al dolore che hanno anche gli ebrei: hanno dovuto lottare per ottenere
una patria.
Il muso della capra ricorda il profilo degli ebrei e il loro dolore per la cattività babilonese.
Scrisse solo un romanzo “Ernesto”, dove parla indirettamente di se stesso e del suo inizio della sessualità con un uomo
che lavorava con lui. Chiede alla figlia di non farlo mai editare, ma poi la lo farà lo stesso.