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Appunti di Sociologia

Appunti di Sociologia IL MAL DI VIVERE Il Disagio Di Essere Adulti AIR BOOKS RINO Rino

IL

IL MAL DI VIVERE
IL MAL DI VIVERE

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IL MAL DI VIVERE

DI

VIVERE

Il Disagio Di Essere Adulti

Appunti di Sociologia IL MAL DI VIVERE Il Disagio Di Essere Adulti AIR BOOKS RINO Rino

AIR BOOKS

RINO

Rino Sapere

IL MAL DI VIVERE

Sempre più siamo consapevoli che il disagio degli adolescenti e dei giovani affonda le sue radici anche in un Disagio del mondo adulto, sottoposto, ancor prima che quello degli adolescenti, a contraddizioni profonde che continuamente mettono in discus- sione ogni forma di io irrigidito. Essere disponibili a rivedere la biografia del proprio io rende gli adulti “interlocutori attendibili” nelle situazioni di rapporto con gli altri adolescenti che li mettono alla prova e, nello stesso tempo, li aiuta a comprendere meglio se stessi, attraverso la presa di coscienza del “disagio di essere adulti”.

[Un adulto attendibile accetta le cicliche provocazioni e ripetute aggressioni; egli è consapevole della presenza di oscillanti con- traddittorie emozioni nel periodo adolescenziale, non le percepi- sce come attacchi personali, non innesca dinamiche difensive, poichè ha superato ed elaborato la personale fase adolescen- ziale ed ha conquistato una solida identità ed una soddisfacente vita personale affettiva, che gli permettono di mettere in discus- sione le proprie convinzioni, i propri costrutti rigidi, in un fertile rapporto di tipo dialettico.

Ma a volte le cose non vanno cosi !]

I DISAGI “DELL’ADULTITA’”

Anche se l’adolescenza e la giovinezza, nella complessa civiltà occidentale, risultano sempre più prolungate, a causa dell’in- gresso sempre più ritardato nella vita adulta, esse si risolvono generalmente in modo positivo. Naturalmente, il graduale ingresso nell’età adulta non comporta, come nelle favole e nei film di un tempo, un finale del tipo “e vis- sero per sempre felici e contenti”. Comporta soltanto il passag- gio a nuove condizioni di vita, forse più sfumate ed incerte che nel tempo, le quali implicheranno ancora cambiamenti, modifica- zioni e ristrutturazioni per tutta la vita.

Ciò si riferisce a quella condizione adulta che si identifica con il gestire l’’adultità, intesa come quell’insieme di eventi dalla grande evidenza sia sociologica che psicologica (comporta- menti, funzioni, emozioni, responsabilità, compiti, trasforma- zioni) che soltanto entrare in certe esperienze dà modo di sperimentare: il lavoro, la maternità/paternità, il quotidiano (D.Demetrio).

Da qui, forse, il primo disagio dell’adultità: ritrovarsi adulti quasi <<per caso>>, e scoprire che le fatiche e le difficoltà adolescen- ziali non si sono affatto risolte nel momento in cui si inizia a rice- vere uno stipendio regolare (!), si arreda la propria casa, ci si sposa, si hanno dei figli

I DISAGI “DELL’ADULTITA’”

Altre scansioni dell’adultità e che possono essere fonte di disa- gio per la contraddittorietà con cui vengono a volte vissute sono:

il conseguire qualche successo (nell’amore, nel lavoro, ecc.) e il non esserne soddisfatti, alla ricerca di un “di più” o di un “meglio” (disagio da insoddisfazione nella carriera, nel sesso, nelle competizioni del tempo libero, e così via)

il non conseguire affatto (disagio da impotenza a rischio: ne- vrosi, alcolismo, autolesionismo, aggressività e maltrattamenti)

il non riuscire a scegliere con la dovuta tempestività (disagio da differimento) nelle occasioni salienti poi generatrici di rim- pianto

il pentirsi subito dopo aver scelto (il coniuge, la professione, il club, ecc.) o molto dopo (disagio da retrospezione fallimen- tare)

il non aver mai tempo per sè/per la famiglia/per i genitori (di- sagio da espropriazione temporale)

il dover dire troppi “si” o il non saper dire nel modo giusto “no”

l’accorgersi di essere ancora legati a filo doppio a padri, madri, fratelli, partners (disagi dovuti a disagi preadulti)

il ripetersi (disagio da routine: stessa faccia, stessi legami,

stessi colleghi, stessi gesti, stesse vacanze

)

e ognuno di noi adulti può integrare liberamente l’elenco par- tendo dalla propria esperienza !

UNA POSSIBILE RISPOSTA AI DISAGI “DELL’ADULTITA’”

La formazione professionale

Per comprendere meglio “chi oggi siamo noi adulti” non pos- siamo tener conto dell’importanza di spazi personali e della di- sponibilità a rivisitare la propria biografia in divenire:

un cammino di formazione per questa età, come risposta ai nostri disagi, ci permette di ripensare a noi stessi quasi in forma di self-help. Non tener presente tale possibilità è fonte di rimozioni pericolose, perchè potrebbe significare di “aver paura di guardarsi allo specchio”.

La formazione può aiutare noi adulti, genitori, insegnanti, educa- tori, operatori del sociale, ecc ad imparare a fare con più profitto e maggior consapevolezza ciascuno il proprio “mestiere”. Essa verrà così ad assumere tutte le caratteristiche di una pro- cedura d’aiuto e facilitazione per tutti gli adulti che, dovendosi interessare delle storie degli altri, non devono né possono co- munque dimenticare la propria ! L’obiettivo finale sarà quello di rafforzare negli adulti-educatori la fiducia in se stessi e le capa- cità e l’autonomia sufficienti a riconoscere ed eventualmente modificare le condizioni che creano disagio proprio e degli altri.

IL DISAGIO DELL’ADULTO NELLA RELAZIONE CON L’ADOLESCENTE

All’uscita dalla propria adolescenza molti adulti hanno operato una sorta di rimozione totale, una specie di rinuncia, di nega- zione dei propri desideri, fantasie, e credenze di quel periodo. La presenza di un adolescente che vive le trasformazioni pro-

prie in questa fase costringe i genitori e gli adulti in genere a confrontare quanto era stato rimosso, attiva molte delle difficoltà che sembravano superate. Diventa impotente pertanto riflettere sull’impatto che il disagio dei ragazzi ha sulla nostra sfera emo- zionale ! Nel rapporto con l’adolescente il disagio riguarda non solo le sue relazioni con noi ma anche quelle che egli ha con il mondo esterno, extrafamiliare o extrascolastico, sul quale vorremmo avere influenza, potere di gestione e di decisione, in funzione di una nostra supposta maggiore competenza ed esperienza; mossi in tutto ciò da amore e preoccupazione. I diversi tipi di disagio possono consistere in:

a) un senso di inadeguatezza rispetto alla difficoltà di com-

prendere la natura del problema

b) un senso di delusione dovuto alla sensazione di essere stati

esautorati, messi da parte

c) un senso di irritazione dovuto alla percezione di ostilità e

provocazione

d) un senso di sconforto per la impossibilità di rispondere ad

una richiesta

e) un senso di dispiacere per la percezione di una sofferenza

adolescenziale non espressa e di un bisogno non riconosciuto Per quanto riguarda l’effetto che il disagio ha su di noi e la rea-

zione a cui può indurci, esso può, in corrispondenza ai diversi tipi appena elencati:

a) bloccare ogni desiderio di iniziativa

b) farci desiderare addirittura farci decidere di non voler aver

nulla a che fare col problema

IL DISAGIO DELL’ADULTO NELLA RELAZIONE CON L’ADOLESCENTE

c) indurci ad intervenire in maniera coercitiva, imponendo il

nostro punto di vista sulla natura e sulla risoluzione del pro- blema o del conflitto in atto

d) sollecitare a chiarire l’origine, la natura, insomma il signifi-

cato del disagio provato. L’uno o l’altro atteggiamento dipende dal fatto di percepire la si- tuazione come provocazione o, al contrario, come un segnale di difficoltà e di bisogno di aiuto impossibile o difficile da comuni- care. Solo se sentiamo che il nostro ragazzo non è affatto animato da una intenzionalità malevola, ma che egli non può far altro che metterci a disagio, dato che riconoscere il suo bisogno e le sue difficoltà gli creerebbe, dal suo punto di vista, più problemi che vantaggi, solo in tal caso proviamo il desiderio di andare a fondo sulla natura della situazione

GLI ADOLESCENTI NON SI RIBELLANO CONTRO I GENITORI, GLI INSEGNANTI, GLI ALTRI ADULTI.

SI RIBELLANO CONTRO IL LORO POTERE

DAL “POTERE SU “ AL “POTERE CON” GLI ADOLESCENTI

Esistono due forme fondamentali di potere, controllo o disci- plina:

1) Il “potere/controllo/disciplina su” gli altri, che è imposto dal- l’esterno (eteronomia), e deriva dal fatto di possedere i mezzi per soddisfare i bisogni dell’altro o per deprivarlo di qualcosa che lo soddisfi (potere coercitivo/manipolativo/competitivo) 2) Il “potere/controllo/disciplina con” gli altri, quello che cer- chiamo insieme e che ci impegniamo a rispettare consapevol- mente da soli (autonomia). Quel potere che viene dalla capacità di ascoltare e farsi ascoltare, di comprendere e farsi comprendere, di aiutar e farsi aiutare. Quel “potere con”, che trae la sua forza dal cercare insieme con fiducia e impegno creativo soluzioni condivise e verificabili ai nostri problemi (po- tere educativo/sinergetico/collaborazione ed integrazione delle risorse) Tutti gli educatori ritengono migliore la seconda forma ma, in re- altà, la maggior parte di essi ancora finisce per porre limiti, dare regole, comandare, costringere, punire o minacciare. Molti pen- sano che la disciplina imposta ai bambini dall’esterno, col tempo venga “internalizzata” e trasformata in autodisciplina, Questa opinione trova ancora molto credito, anche se la sua validità e tutt’altro che dimostrata. Gli educatori che ricorrono al “potere su”, lo giustificano con il principio machiavellico “il fine giustifica i mezzi”; alcuni di loro si rifanno a esperienze personali di potere subito in passato (il male è fatto a fin di bene). Espressioni del tipo “lo faccio per il tuo bene” spesso si traducono in comportamenti tutt’altro che benefici e salutari per i ragazzi.

DAL “POTERE SU “ AL “POTERE CON” GLI ADOLESCENTI

Sono ancora in tanti a essere convinti dell’utilità ed efficacia delle punizioni, anche quelle corporali. Si perde di vista ciò che costituisce l’essenza di una relazione educativa: proprio la qua- lità della relazione stessa. Purtroppo l’attenzione degli educatori, anziché focalizzarsi sul “come” promuovere lo sviluppo delle persone, si interessa sempre soltanto di “cosa” far apprendere loro.

La scuola e la famiglia sono i luoghi privilegiati in cui ci ad- destriamo all’esercizio del potere. Purtroppo gran parte della nostra esperienza con il potere è traumatica. Nella nostra vita veniamo angariati, controllati, manipolati, puniti e maltrattati da persona di potere. Questo è il motivo per cui noi cerchiamo di evitare il nostro stesso potere: ne abbiamo paura !

E’ nella scuola e nella famiglia che impariamo come viene usato il potere. Tutte le comunità “funzionano” grazie al potere; tutte le famiglie “funzionano” grazie al potere. E’ in questi luoghi che ap- prendiamo cosa è il potere dell’insegnante, del dirigente scola-

stico, dei compagni, dei genitori, dei fratelli, delle sorelle

insegnanti e genitori non lo chiamano proprio così, essi preferiscono usare i termini di disciplina, dipendenza, con- trollo e perfino “amore. Nelle famiglie vi è ancora amore, e, se si è fortunati, in esse possiamo apprendere a essere consapevoli, a essere liberi, a collaborare e condividere il nostro potere.

Molti

DAL “POTERE SU “ AL “POTERE CON” GLI ADOLESCENTI

Il potere non è controllo, né autorità, né comando

ma siamo

troppo abituati al concetto di potere quale “potere su” qualcuno

o dominio, che non bada alle necessità e ai desideri di quanti

sono influenzati dal nostro potere, per riuscire ad esercitare il nostro ”potere con” gli altri in maniera responsabile, tenendo in considerazione la soddisfazione e la crescita delle persone coin- volte.

La sinergia è il fine più elevato del “potere con”. Vi è unione, cooperazione soddisfacente per tutti. Fiducia reciproca, com- prensione comune delle motivazioni e dei compiti, impegno vi- cendevole verso un piano di azione. Ma questo non è sempre possibile né sempre facile da raggiungere !

Il potere dipende dalla qualità delle relazioni tra le persone. E’

fondamentale, ad esempio, il consenso deli altri. Trattar male gli altri è spesso un segno di mancanza di potere. La collera è spesso una spia di una temuta o reale perdita di potere.

Smettendo di usare il potere coercitivo/manipolativo/competitivo per sostituirlo con una leadership partecipativa (educazione e collaborazione) i genitori, gli insegnanti, gli altri adulti promuo- vono lo sviluppo di bambini e ragazzi capaci di autostima e au- tonomia. Relazionandosi con i ragazzi in modo democratico, gli adulti rendono più accettabili per i ragazzi le leggi e le regole del vivere civile, stimolando autodisciplina, consapevolezza, re- sponsabilità, stima di sé.

LA QUALITA’ DELLA RELAZIONE E’ ESSENZIALE

Tutti noi adulti-educatori vorremmo costruire relazioni collabora- tive e democratiche con i nostri ragazzi, ma in pochi riusciamo a farlo concretamente

I genitori, gli insegnanti, gli educatori migliori non sono quelli che hanno l’assillo di educare i figli o far apprendere gli studenti, ma che assolvono a questi impegni con serenità e serietà, senza

perdere di vista l’essenziale

gazzi ma la qualità della relazione che riusciamo a instaurare

con loro.

Questo può essere espresso con un paradosso: i migliori inse- gnanti, genitori, educatori sono quelli che sanno tendere verso la propria autoeliminazione. Sono quelli che sviluppano nei ragazzi la consapevolezza delle loro potenzialità e la fiducia nelle loro attuali risorse personali e ambientali, incoraggiano la ricerca di soluzioni autonome e crea- tive dei problemi che incontrano, si rendono disponibili per es- sere loro stessi risorsa per i ragazzi, soprattutto quando i problemi sono comuni. Compito degli adulti non è tanto quello di decidere cosa è bene per i bambini e gli adolescenti e di portarlo a fare le scelte con- sequenziali, quanto di offrirgli, secondo il paradigma rogersiano, una relazione di grande accettazione, rispetto, fiducia, atten- zione, empatia, sincerità e autenticità. Compito degli insegnanti, dei genitori, degli altri adulti è allora soprattutto quello di creare un clima di rispetto e accettazione che escluda la minacciosità dei giudizi e rinunci all’uso coerci- tivo di potere, senza per questo sfociare del disinteresse nel permissivismo, che renderebbero ancora più insicuri e confusi i ragazzi.

che non è cosa insegniamo ai ra-

L’approccio democratico alle relazioni va costruito !

LA QUALITA’ DELLA RELAZIONE E’ ESSENZIALE

T.Gordon: “io non ho mai usato il termine disciplina nelle mie opere perché sono convinto che il controllo basato sull’uso del potere, non abbia ragion d’essere nell’educazione scolastica e familiare”.

C.Rogers sostiene che quando il controllo è condiviso e la qua- lità della relazione è garantita, si hanno rapporti vitali, profondi e arricchenti: “la mia influenza è sempre aumentata quando io ho

condiviso il mio potere e la mia autorità

gere o dirigere, credo di aver stimolato l’apprendimento, la crea-

tività e l’autonomia”.

rifiutandomi di costrin-

Conseguenza dell’uso del potere Prima di tutto, il potere del’adulto suscita un potere esattamente contrario (potere da opposizione) nelle vittime (studenti, figli, ecc), per cui l’adulto deve rafforzare a sua volta il suo potere. Secondo, il ricorso al potere riduce l’influenza dell’educatore, “costringendo” i ragazzi a comportarsi nei modi prescritti. Questo è il motivo per cui i ragazzi generalmente riprendono il loro solito comportamento non appena l’autorità è rimossa ( per es., quando l’insegnante lascia la classe). Terza conseguenza: i rapporti con i ragazzi non saranno mai se- reni. I ragazzi infatti non amano, e sviluppano un odio crescente nei confronti di chi usa il potere con loro. L’uso del potere sui più piccoli e i più deboli provoca sensi di colpa in chi lo esercita.

LA QUALITA’ DELLA RELAZIONE E’ ESSENZIALE

Le stesse cose valgono quando sono i ragazzi ad esercitare il

potere: diventono dispotici e saranno detestati dai loro educatori

e dagli altri compagni.

E’ terribilmente difficile provare affetto nei confronti di questo tipo di ragazzi ! Sono sempre più numerosi gli adulti che, dopo aver sperimen- tato le conseguenze del “potere su” gli altri, si accorgono che il vero potere non riguarda la loro capacità di costringere o mani- polare i ragazzi quanto la loro profonda consapevolezza che non c’è nulla che influenza di più i nostri adolescenti del dare

l’esempio ed offrire loro un sincero e autentico rispetto per i loro tempi e le loro modalità di accesso al cambiamento. Possiamo cambiare le persone solo accettandole semplice- mente così come sono e investendo la maggior parte del tempo

e delle energie ed amare noi stessi, a sviluppare il nostro po-

tenziale personale, sicuri che questo è il modo migliore per amare gli altri e facilitare la loro crescita e il loro sviluppo.

D Un’antica preghiera indiana può riassumere poeticamente queste considerazioni e aiutarci a mantenerle vive nella nostra memoria:

Quand’ero giovane le mie preghiere a Dio dicevano:

“Signore dammi la forza di cambiare il mondo”. Quando fui vicino alla mezza età, mi resi conto che non avevo cambiato una sola anima; la mia preghiera allora diceva:

“Signore dammi la forza di cambiare quelli che mi sono vicini, la famiglia e gli amici”. Ora che sono vecchio, la mia preghiera è: “Signore, fammi la grazia di cambiare me stesso”. E se fin dall’inizio avessi pregato per questo, non avrei sprecato la mia vita.

GLI EFFETTI DEL POTERE E MECCANISMI DI ADATTAMENTO (DIFESA)

Se noi ripensiamo al nostro modo di affrontare il potere dei no- stri genitori o insegnamenti, potremmo sicuramente ritrovarci in uno dei punti della seguente tabella.

Sentimenti

Meccanismi di difesa

Risentimento, rabbia, ostinità

Resistenza, sfida, ribellione, sfiducia

Frustazione

Contestazione, aggressione, ritorsione e dispetti

Odio

Mentire, nascondere i propri sentimenti, fare la spia

Vergogna

Accusare altri, spettegolare

Imbarazzo

Ingannare, imbrogliare

Paura, ansia, disagio

Dominare, imporsi (prepotenza), intimi- dire (infierire sugli altri)

Infelicità, tristezza, depressione

Bisogno di vincere, la paura di perdere

Amarezza, vendetta

Organizzarsi, mostrarsi remissivi e ser- vili

Ostinazione

Adulare, lusingare

Competitività

Non correre rischi, adeguarsi, necessità di essere rassicurati a priori sulle pro- babilità di sucesso di un’attività da in- trapendere

Umiliazione, apatia

Fuggire (introversione, evasione, fanta- sticare, regredire)

PREMI E CASTIGHI

Il “potere su” un altro, deriva dal fatto di possedere i mezzi per

soddisfare i bisogni o per deprivarlo di qualcosa che lo soddisfi. Premi e castighi però non sempre funzionano.

I premi funzionano se:

chi ricevere il premio è completamente dipendente da chi ha

il poter di premiarlo (non può cioè procurarsi il premio da altri o conseguirlo da solo)

il premio è veramente importante per chi lo riceve

il premio è dato subito

I castighi funzionano se:

chi ricevere il castigo non, può in alcun modo, evitarlo

il castigo è talmente duro da essere veramente temuto

il castigo è comminato subito dopo la disobbedienza

la minaccia del castigo è costante e incombente

Esiste un rapporto inversamente proporzionale tra forza del po- tere e maturità delle persone su cui si esercita. Questo spiega molte difficoltà che insorgono nell’educazione autoritaria degli adolescenti e dei giovani. Da una parte gli adulti, ormai abituati all’uso del potere, non riescono a stabilire rapporti interpersonali ispirati al rispetto della persona e alla collaborazione; d’altra parte i giovani, divenuti più forti e tenaci, imparano a sfuggire al controllo degli adulti con varie tecniche come l’inganno, la fuga, il rinvio, l’aggressività e le minacce. Gli educatori cominciano col blandire e premiare, quando poi le blandizie non bastano, passano alle minacce e ai castighi; quando neppure i castighi funzionano, confessano la loro impo- tenza e delusione e finiscono per diventare, loro malgrado, per- missivi.

PREMI E CASTIGHI

Data la frequente utilizzazione di premi e castighi nelle intera- zioni educative, può essere utile riflettere sulle conseguenze del loro uso.

Conseguenze dei premi:

i ragazzi finiscono per legare la loro condotta all’ottenere

premi come ricompense, regali, soldi, facilitazioni, elogi, ecc.

i ragazzi finiscono per dipendere dagli adulti e dalla loro ap-

provazione, conferma, giudizio

quando i ragazzi scopriranno gli scopi abilmente manipola-

tivi dei premi e delle lodi proveranno delusione e sentimenti ambivalenti

i premi talora contengono elementi di critica, come quando il

genitore dice: “Sono contento che oggi non hai rinviato i com-

piti a dopo cena come avevi fatto nei giorni passati”, oppure un professore dice: “Sono contento che questa volta sei arrivato con i compiti fatti, al contrario degli altri giorni

le lodi, se esagerate o immeritate, non sono coerenti con il

concetto di sé del ragazzo e possono portarlo verso un illusivo

senso di superiorità

i premi e le lodi innalzano il livello di competitività e rivalità

tra i fratelli e le altre persone della famiglia, tra i compagni di

classe

PREMI E CASTIGHI

Conseguenze dei premi:

la punizione deve essere somministrata con rigore e seve-

rità, e i ragazzi cercano di sfuggire in tutti i modi, anche con

l’inganno (la famiglia, con la classe, rischiano di diventare una scuola di ipocrisia e slealtà)

in alcuni dei ragazzi educati con metodi punitivi e repressivi

affiorano tendenze autopunitive, depressive e suicide

i ragazzi nevrotici hanno spesso alle spalle sistemi punitivi

i ragazzi con bassa autostima hanno avuto spesso genitori o

insegnanti autoritari che non spiegano i motivi delle loro richie- ste

i ragazzi educati con metodi repressivi hanno più difficoltà a

socializzare con coetanei, mancano di spontaneità

i figli puniti aggrediscono i genitori con notevole frequenza

le scuole i cui sono ancora in uso punizioni corporali regi-

strano una più alta frequenza di episodi di vandalismo

AUTOEFFICACIA

E’ la convinzione individuale di poter eseguire con suc- cesso i comportamenti richiesti da una particolare situa- zione Tale percezione circa la propria efficacia può costituire un impor- tante strumento direzionale del comportamento individuale. La percezione dell’autoefficacia influenza gli obiettivi che le per- sone stabiliscono per se stesse e i rischi che sono disposte ad affrontare; gli individui, che vedono se stessi scarsamente effi- caci nel far fronte agli impegni della vita, sono vulnerabili all’an- sia e possono sviluppare dei modelli di evitamento allo scopo di ridurre le loro paure. Inoltre sono inclini alla depressione e pos- sono persino mostrare degli indebolimenti del sistema immunita- rio in situazioni in cui devono affrontare dei fattori di stress che ritengono di non essere in grado di controllare.

AUTOSTIMA

L’ AUTOSTIMA

E’ il giudizio che l’individuo esprime sul proprio valore Costituisce un aspetto importante del concetto di sé. Diverse valutazioni di sé riflettono, in gran parte, il feed-back che l’ambiente di continuo rimanda. Questi processi di valutazione di sé sono importanti per com- prendere come si vedono le persone e come rispondono alle proprie esperienze e a ciò che essi definiscono “successi” o “fal- limenti”.

L’autostima dipende da molti fattori

- commenti e giudizi degli altri

- messaggi su come ci si dovrebbe o non ci si

dovrebbe comportare

- sentimenti che abbiamo imparato ad esprimere

o non esprimere

- norme e valori culturali

- attenzioni che riceviamo dagli altri

- esperienze di successo o fallimento e dalla loro elaborazione cognitiva

Di fronte ad una stessa esperienza negativa si può reagire in

modi diversi.

- “E’ andata male, pazienza ci riproverò

oppure

- “E’ andata male, sono un incapace, non valgo niente

Si può pensare

E’ la capacità di/la propensione ad apprezzare il valore e l’importanza della propria persona, nella consapevolezza

di poter fare affidamento su se stessi e di agire responsabil- mente nei confronti oltre che se stessi anche degli altri” (L’autostima, G.Steinemem)

L’ AUTOSTIMA

L’autostima è la conoscenza e l’esperienza di quello che siamo. Si riferisce a quanto conosciamo di noi stessi, e a come consi- deriamo ciò che sappiamo. Potremmo definirla anche come quel sentimento che si prova nei propri confronti. Una sana autostima significa: “Mi sento bene, ho un valore per- ché esisto !”. Chi ne è privo è invece continuamente incerto, critico verso se stesso, e accumula sensi di colpa. Ogni persona costruisce la propria autostima negli anni sulla

base delle interpretazioni che dà di ciò che accade intorno a sé. Il nostro senso di autostima si costruisce fin da bambini con ciò che i genitori, nonni, maestri, professori e compagni dicono di

noi

otteniamo. Esso viene alimentato da due esperienze: innanzitutto quando una persona per noi importante “ci vede”, e ci identifica per quello che siamo; e poi quando “sentiamo” di essere riconosciuti ed apprezzati dagli altri per quello che siamo. Queste due per- cezioni, oltre alla possibilità di esprimersi con un proprio lin- guaggio personale, sono i requisiti preliminari per instaurare una vita proficua per noi e per gli altri.

e va a rafforzarsi o modificarsi grazie ai primi risultati che

Il concetto di autostima racchiude:

- come ciascuno vede se stesso

- come si giudica

- che tipo di valore si attribuisce

L’ AUTOSTIMA

Una bassa autostima dipende molto da come interiorizzamo

messaggi tipo quelli che dicono (o trasmettono) solo: “sei OK”,

“sei un tipo atletico”, “non hai rughe”

può sentire “non OK”

un certo modo”,

cioè come detto prima. Seguono alcuni esempi di messaggi - costrutti, pericolosi se l’in-

teriorizzazione è disfunzionale e che ci portano ad una bassa autostima:

sere desiderati, apprezzati “devi essere solo

ecc;

poco alla volta ci si

ecc;

si perde autostima perché per es-

in

- Ma perché mi è venuto in mente di fare il terzo figlio !?

Il bambino si sente il terzo incomodo tra due genitori “innamoratissimi”

- Ah, non fossi mai nato !

I bambini non desiderati, un aborto non riuscito

I messaggi di amore condizionato: “ sei amabile solo se

”, “solo

se stai fermo

vinci

Frasi come “non correre

per l’autostima. In definitiva, non solo la famiglia ma anche la cultura generale, gli stereotipi (vedi la pubblicità, la moda, gli stereotipi sessuali) possono portare a bassa autostima.

non sono certo positivi

”.

“solo se sei il primo della classe

”,

ecc.

non

sudare

”,

”.

“solo se

”,

“solo se sei bello

L’autostima ha delle ripercussioni su tre aspetti im- portanti della vita quali:

- il proprio modo di presentarsi agli altri

- la facilità con cui si passa all’azione per realizzare i propri obiettivi

- il modo di reagire a successi e insuccessi della vita

L’ AUTOSTIMA

E’ molto importante essere consapevoli del fatto che la stima che abbiamo di noi stessi influenza il nostro comportamento, le nostre relazioni sociali, la nostra efficienza sul lavoro, la nostra vita affettiva; questi, a loro volta influenzano, i risultati che otte- niamo in ogni ambito. Quindi, per equazione, la stima che abbiamo di noi stessi in- fluenza, determina i risultati che otteniamo.

Credi in te stesso per primo se vuoi che anche gli altri lo facciano

Poniti obiettivi concreti e realizzabili e agisci intensa mente per raggiungerli

Alza i tuoi standard, ossia la soglia al di sotto della quale non vuoi scendere

metti in risalto i motivi per cui sei una persona meravi- gliosa e tienili sempre presenti

 

- Non riconoscere le qualità

- Non avere fiducia in se stessi

- Essere modesti

Barriere

all’AUTOSTIMA

- Umiltà

- Essere prudenti

 

- Senso di colpa

- Sacrificarsi

L’ AUTOSTIMA

L’AUTOSTIMA DEGLI ADULTI

(da “il bambino è competente” - Jesper Juul)

Molti genitori si chiedono se sia possibile sostenere l’autostima dei bambini, quando loro stessi soffrono della sua mancanza. E’ possibile, a patto che i genitori siano disposti a uno sforzo attivo e cosciente per migliorare la propria. L’autostima si sviluppa nel corso di tutta la vita, e nella misura in cui cerchiamo di arrivare a una maggiore conoscenza di noi stessi; può essere potenziata come quantità, ma non necessa- riamente dal punto di vista della qualità. Possiamo imparare a conoscerci megli, ma questo non implica che ci consideriamo migliori. Per arricchire la qualità della nostra autostima, dovremo fare uno sforzo cosciente, anche se la nostra percezione iniziale può essere incerta, autocritica, superficiale o pessimistica. Se non facciamo questo sforzo, la nostra autostima perennemente in bi- lico andrà a far parte dell’ereditarietà sociopsicologica” che la- sceremo ai nostri figli. Non c’è bisogno di avere una sana autostima prima di diventare genitori per poter crescere dei figli che ne siano dotati. Ma biso- gna continuare a svilupparla insieme a loro, e questo si può fare agendo con integrità. Ricordiamoci che i bambini amano i genitori incondizionata- mente, comunque vengano trattati. Lo sviluppo dell’autostima in un bambino è importante non per il suo modo di valutare i genitori, ma nel termine in cui si piacerà e si vorrà bene.