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METRICA
Quando parliamo di metrica ci riferiamo ad un tentativo moderno di studiare questi versi antichi; la
metrica è la scienza che tenta di individuare le regole alla base della formazione di un verso metrico
latino. Quintiliano, uno dei primi professori della scuola, ha realizzato un manuale l’Istitutio Oratoria,
dove riporta e definisce un percorso di come si debba diventare oratori. In un passo a par. 4, 115 dice
che è nato prima il canto rispetto all’osservazione. Quella che chiamiamo metrica è quella che lui
chiamava observatio carminis. Carmen, parola religiosa, condivide il suo etimo con camena, versione
latina di musa, utilizzata per la prima volta da Livio Andronico per la traduzione dell’Odissea.
Il primo schema metrico, per così dire, prima ancora degli esametri, c’è un metro misteriosissimo, il
saturnio, una forma di verso che lo stesso Ennio definirà il metro dei fauni.
Questa idea di canto non era posta in una struttura, ma era il rytmos, un flusso che aveva una sua
musicalità, fluidità musicale, di cui il verso rappresentava un segmento, con il tentativo di incanalare
questo flusso in una struttura.
La metrica latina è una metrica quantitativa; i romani avevano una percezione fortissima della durata
con cui si emetteva un suono. La durata indica il tempo impiegato per pronunciare una consonante o
una vocale. Per essi era fondamentale pronunciare quella vocale con la durata corretta. Questa gente
era abituata a costruire i versi giocando con queste quantità, anche se purtroppo non abbiamo la
certezza che la quantità come la intendiamo noi fosse effettivamente così.
I romani non ragionavano in termini di distinzione tra prosa e poesia. Le orazioni di Cicerone sono
costellate di testi poetici, ad esempio; egli amava chiudere un periodo con delle sequenze quantitative
ben definite, per stupire ancora di più l’uditorio colto. Il fattore della quantità, dunque, era connaturato
alla lingua, tanto alla prosa quanto alla poesia.
Non sappiamo se la quantità fosse una differenza nella durata o ad esempio nell’intonazione e altezza
della voce.
Il primo passo per lo studio della prosodia è comprendere che le parole di un verso sono tutte
concatenate; il secondo passaggio dopo aver fuso tutte le parole insieme, è quello di enucleare le
sillabe, enucleare l’unità minima della parola; dopo aver tradotto quella lunga parola in una sequenza
di quantità, ci ritroveremo una fila di quantità e a quel punto si andranno a guardare gli schemi metrici
e vedremo a quale schema questa sequenza di quantità corrisponde.
Anche le consonanti hanno una loro quantità. Esse si distinguono in occlusive o mute, poi si
specificano in labiali, dentali, le velari o gutturali, e le labiovelari (qu e gu). Le labiovelari non sono
formate da una consonante più una vocale, perché quella “u” è una appendice che non ha uno statuto
vocalico; quindi, qu ad esempio va considerata come un’unica consonante. Si aggiungono le fricative,
che si dividono in sibilanti, nasali, liquide e spiranti. Vi è una consonante doppia, la x, formata dalla
velare sorda e dalla fricativa sibilante; la z è una consonante di importazione greca, perché essa non
era conosciuta dai romani.
Le vocali sono a, e, i, o, u, y.
La quantità è semanticamente distintiva; già in età tardoantica i romani iniziarono a perdere la
percezione di questa quantità.
A queste vocali vanno aggiunte le semivocali, i dittonghi e le lettere ramiste. Se in principio di parola
vi è una i seguita da una vocale, quella i è una semivocale/semiconsonante o meglio una i consonante.
Per esempio, iam>già in italiano; iugum>giogo; questo si verifica anche in parole composte.
Il dittongo deriva dal greco e vuol dire “due suoni”, dìctongos. Il dittongo è un complesso vocalico
sentito come unitario dove vi è una vocale che si espande con l’aggregazione di una vera e propria
vocale. I dittonghi sono ae, oe, au e meno ricorrenti ai, eu, oi; limitato a poche parole ui. Questi
dittonghi hanno sempre quantità lunga, perché sono formati dalla somma di due vocali.
I romani non conoscevano la u maiuscola, ma conoscevano solamente la v. In latino abbiamo la V
maiuscola ma non la v minuscola e la u minuscola e non la U maiuscola. I romani non conoscevano
il nostro suono consonantico v. La v è nata all’inizio del XVI sec.
Abbiamo la testimonianza di Varrone, il quale ci dice che i bambini quando piangono pronunciano la
prima sillaba di un colle di Roma, Vaticanus, testimoniando dunque che si pronunciava “ua”.
La pronuncia restituta è reazionaria rispetto a quella ecclesiastica che ha preso maggiormente piede
in Italia. La pronuncia restituta è presentata come lettura scientificamente più corretta, anche se
probabilmente già quando scrive Apuleio la pronuncia del latino era quella che già oggi adoperiamo.
Le regole di una corretta divisione in sillabe:
ADEAMUS, prima p.p. del congiuntivo del verbo ADEO. Abbiamo una parola che inizia per vocale
seguita da una consonante, quella vocale costituisce sillaba autonoma. Poi vi è una consonante e dopo
questa vi è una vocale e un’altra ancora; ora, queste due vocali attigue formano un dittongo? No,
dunque possiamo scindere le due vocali, quindi A-DE-A-. la sinizesi è un aggiogamento, come se le
due vocali fossero due buoi sottoposti al medesimo gioco.
Adesso, abbiamo una vocale seguita nuovamente da consonante e vocale e poi mus che non si può
separare, dunque A-DE-A-MUS. Tuttavia, se è seguita da una parola come aquam, quella S formerà
una sillaba con la a seguente, dunque A-DE-A-MU-SA-QUAM.
Generalmente distinguiamo le sillabe in due categorie, sillabe che terminano per vocale e sillabe che
terminano per consonante.
Prendiamo l’incipit dell’Iliade: ARMA VIRUMQUE CANO
AR-MA-VI-RUM-QUE-CA-NO.
Questa divisione in sillabe è la prima operazione da svolgere. La sillaba che termina per consonante
si definisce sillaba chiusa, mentre quella che si chiude con vocale si definisce aperta.
Nel caso di MU-SA-QUAM visto sopra, la MUS non è una sillaba chiusa, ma è aperta, perché la S
forma una sillaba con la a seguente.
Tutte le sillabe CHIUSE sono sillabe LUNGHE. La quantità è un requisito non solo per le vocali ma
anche per le consonanti. Ma quando il romano identificava la sillaba, essa a sua volta ha una sua
quantità sillabica che deriva dalla quantità vocalica e prevale sulla quantità vocalica.
Prendendo la sillaba RUM è una sillaba chiusa. Chiedersi quante consonanti ci sono dopo una vocale
è fondamentale, se ve ne sono più di una già a priori quella sillaba sarà chiusa. La quantità della u di
questa sillaba è breve, ma perché allora RUM è lunga? Semplicemente fin quando u non è seguito da
altre consonanti abbiamo imperante la quantità vocalica, ma quando abbiamo una consonante si
somma idealmente anche la loro quantità; quindi, alla quantità vocalica si somma idealmente la
piccola quantità vocalica della consonante che segue e per questo diventa lunga, in quanto, la quantità
sillabica prevale sempre su quella vocalica.
Per quanto riguarda la sillaba aperta, è necessario conoscere la quantità di quella vocale ed in base a
quella si definirà la quantità sillabica.
AMANTIS si divide in A-MAN-TIS, la prima è aperta, la seconda è chiusa, mentre la terza non lo
sappiamo perché dipende cosa c’è dopo. Quindi sillabe chiuse, dittonghi sono già lunghe in
automatico. Una ulteriore agevolazione:
TE-NE-BRAE. Quando una delle due consonanti è una delle occlusive, come la B, labiale sonora,
seguita da una liquida quel gruppo è percepito come unitario e dunque non scorporabile, muta cum
liquida.
TOXICUM possiamo dividerlo in TOC-SI-CUM.
Per quanto riguarda la i semiconsonante:
IAM, è un monosillabo e non si divide; se prendiamo ADIECTUM, A-DIEC-TUM. Un caso
particolare di i consonante in seno di parola, MAIUS>MAGGIORE; i romani la percepivano come
doppia come vediamo dall’italiano gg, quindi la divideremo in MAI-IUS.
PEDEM>PIEDE. Quando la e diventa ie vuol dire che la e latina è breve; idem per la o, come nel
caso di O-VUM>UOVO.
MITTO, la dividiamo in MIT-TO, MIT è chiusa, dunque lunga, ma questo non significa che la i di
MIT sia lunga, infatti la sua quantità è breve, infatti MITTO>METTO in lingua romanza.
13-03-23
METRICA PT2
Le sillabe aperte possono trovarsi all’inizio, al centro o alla fine di una parola. Se si trova alla fine
parliamo di una desinenza, la parte più variabile di una parola. Ci sono in tal caso delle regole ferree
e mnemoniche.
Le sillabe interne di parola quando sono aperte mettono in difficoltà, ma ci sono dei fenomeni, in
particolare un fenomeno meccanico che permette di individuare le quantità.
Le sillabe all’inizio di parola sono le sillabe radicali, che coincidono con la radice della parola.
LE RADICI:
AGO, divisa in sillabe è A-GO, entrambe sillabe aperte. GO è la sillaba desinenziale, A è radicale. Il
modo più certo è consultare il dizionario prosodico; la radice è la parte irriducibile della parola ed è
quella parte che poi si trova in comune con tante lingue neolatine.
La tendenza delle sillabe radicali è quella di essere brevi; la prova del nove si può vedere nel
paradigma, perché quando nel passaggio al perfetto la vocale cambia aspetto allora risulta debole,
quindi ha quantità breve (ago, agis, aegi, actum, agere).
SILLABE INTERNE:
Oltre al fenomeno meccanico, vi sono delle regolette più semplici da poter utilizzare.
MONEO, MO-NE-O. La sillaba radicale è MO, NE è interna ed è aperta. Questi casi rientrano in casi
molto semplici, vocalis ante vocalem corripitur (o brevis est), vocale davanti ad altra vocale è breve
o si abbrevia; dunque, con molta semplicità possiamo mettere su quella E una quantità breve. Il latino
può mettere un preverbio, un infisso o un suffisso, quindi nel caso di DE-A-MO, la sillaba radicale
non è DE, ma è sempre A.
Abbiamo delle piccole eccezioni:
UNIUS, forma pronominale al genitivo. U-NI-US. La sillaba NI qui nonostante sia vocalis ante
vocalem è lunga.
DIEI, gen. sing. di dies; DI-E-I anche qui la E ha quantità lunga. Molto spesso ciò accade perché sono
parola di derivazione greca, come nel caso I-PHI-GE-NI-A; infatti, dove vi era la I di NI vi era un
dittongo in greco.
Seconda regola:
Le leggi degli accenti; la prima è quella della baritonesi, ovvero non esistono parole accentate
sull’ultima sillaba in latino, ma vi sono alcune eccezioni di parole ossitone, come ad esempio ILLUC,
parole che per apocope hanno perso l’ultima sillaba e si ritrovano ad avere l’ultima accentata ma che
all’inizio era la penultima; idem per ADDUC, da DIC uno dei quattro imperativi atematici, e questo
è un composto che in origine era ADDUCE, ma che ha perso la E e dunque diventa ossitona, una
ossitonia secondaria.
ARPINAS, quello per eccellenza era Cicerone; in origine era ARPINATIS. Quindi questi casi si
chiamano ossitonie secondarie.
La seconda regola è il trisillabismo, ovvero l’accento può retrocedere solo fino alla terzultima sillaba.
La terza legge è quella della penultima sillaba; A-MAN-TIS, MAN è lunga perché è chiusa. DO-NA-
TI-O, TI è breve per vocalis ante vocalem, mentre NA non è semplice. Quando con la legge della
penultima sillaba la penultima è breve dunque l’accento va sulla terzultima , non è detto che questo
ci dia la conferma della quantità lunga della terzultima, perché la legge del trisillabismo ci impone di
fermarci lì.
Apofonia latina o meccanica:
FACIO , FA-CI-O, il fatto che il perfetto ha la e ci aiuta a pensare che la A di FA sia breve, anche se
in questo caso la A è entrata in un secondo momento per sostituire la shwa antica.
Quando lo facciamo entrare con un preverbio, esempio CUM-FACIO, che nel dizionario troviamo
conficio. La I prende il posto della A, un cambiamento vocalico meccanico che vede un vocale
all’inizio di una parola cambiare timbro quando si trova all’interno della parola e questo lo vediamo
quando si verifica una composizione. Se una vocale in questi casi cambia timbro vuol dire che quella
vocale era breve; A>I. FA è sillaba aperta, FI è sempre sillaba aperta, dunque è breve. Questo
cambiamento da A ad I è possibile perché FI è in sillaba aperta.
Conficio, cònficis (l’accento è sulla o per la legge degli accenti in quanto la i di fi è breve). Mentre
leggo confìcio, perché CI, quindi la penultima sillaba è breve per vocalis ante vocalem. Mentre in
cònficis, FI è la penultima sillaba, ed essendo breve per la legge della penultima se questa è breve
devo ritrarre l’accento sulla terzultima. Questa regola riguarda molti verbi, specialmente quelli della
terza declinazione. Il supino è CONFECTUM, nel momento in cui quel FA iniziale di facio, non si
trova più in sillaba aperta, perché è chiusa in due consonanti, il fenomeno apofonico si arresta ad un
grado intermedio, quindi E, e non più I che si ottiene solo in sillaba aperta.
Abbiamo anche casi di derivazione, non solo di composizione:
I-LI-CO, è un avverbio che significa sul posto/lì; esso è la fusione di in+loco>illoco>il(l)oco>ilico.
Questo è un caso di derivazione; poiché loco è l’ablativo di locus. La O di Loco diventa I, dunque è
breve.
Un terzo caso dove agisce l’apofonia latina è la flessione. CA-PUT, C è sillaba aperta ed è anche
radicale, quindi ha la tendenza ad essere breve, ma può essere utile provare a cercare dei composti. Il
genitivo, CAPITIS, PUT è diventato PIT, quindi la U è BREVE. Questo vale un po’ per tutti i
sostantivi di terza declinazione, esempio SEMEN, SEMINIS.
Un altro fenomeno regolare interessa le parole bisillabiche che hanno una particolare caratteristica;
esempio mihi, dativo pron. Personale di prima persona.
MI-HI, TI-BI, SI-BI, U-BI, I-BI, hanno sempre la prima sillaba breve e la seconda sillaba lunga.
vengono definiti bisillabi giambici, perché hanno la configurazione del giambo. Abbreviamento del
giambo, è una legge che vede abbreviarsi la seconda sillaba, correctio iambica in latino; quindi, dopo
questo fenomeno le abbiamo entrambe brevi. Quindi quando abbiamo bisillabo può esserci la
correctio iambica, e in questo caso abbiamo il pirrichio, che in greco vuol dire due brevi. Ovviamente
la correctio iambica non è sempre utilizzata, ma è a discrezione dello scrittore in base a ciò che gli
serve.
Sinalefe, una idea di accorpamento che interessa generalmente due parole in sequenza, quando la
prima parola termina in vocale o per m mentre la seconda inizia per vocale.
*musisque deoque è una banca dati di testi poetici latini dove è possibile fare ricerche testuali.
*[Link], si trovano i testi con l’analisi prosodica già fatta e gli accenti poetici segnati per i testi
in esametri e in distici.
DE-SER-TU-MO-BLI-TA (desertum oblita); se vi è la m a fine parola e la seguente inizia per vocale
quell’UM non viene prosodicamente considerato per il fenomeno della sinalefe. Si legge infatti de-
ser-to-bli-ta.
NEQUE IN, anche qui interviene la sinalefe, quindi la E finale di neque non avrà valore prosodico.
Un fenomeno parallelo a questo ci porta ad ignorare la sillaba iniziale della parola successiva. Magno
est, MA-GNO-EST, dovremmo applicare la sinalefe, ma quando la seconda parola è una voce del
verbo sum, o meglio la seconda e la terza persona singolare dell’indicativo presente (es ed est) si
verifica l’aferesi o prodelisione; quindi, si ignora la E di est, dunque leggeremo magnost.
Quando parliamo di finale in m parliamo di desinenze quali accusativo o genitivo dove la consonante
è definita debole o cadùca. HOMO EST>HOMOST; in molti manoscritti troviamo spesso questi
termini già univerbate; idem per FACTUM EST>FACTUMST.
Quando si incontrano due vocali se formano un dittongo vanno misurate come lunga, ma se non
formano dittongo costituiscono due sillabe a se stanti. Ma a volte ai poeti nonostante vi siano vocali
distinte serve una unica sillaba, dunque vi possono essere vocali considerati come dittongo anche se
non sono tali.
EA, deriva da IS, EA, ID. EA non forma dittongo, ma per il fenomeno di sineresi o sinizesi, due
vocali che normalmente formano dittongo possono fondersi in un’unica sillaba.
SPECIEI, SPE-CI-E-I, ma non è escluso che E ed I si possano accorpare. Per capirlo bisogna
procedere a tentativi, inizialmente dividendo il verso normalmente, ma se viene fuori un verso
ipermetro allora bisogna tornare indietro e capire se vi è una sinizesi.
15-03-23
LE SILLABE FINALI DI PAROLA
Le sillabe finali di parola sono sempre sillabe aperte; ROSA: la prima possibilità è che la A sia breve
nel caso del nominativo e del vocativo, mentre all’ablativo è lunga. la differenza è dovuta al fatto
che in origine l’ablativo aveva la terminazione in -AD, poi la D è venuta meno per ragioni dovute alla
pronuncia nel sermo quotidiano e per sopperire vi è stato l’allungamento di compenso della vocale
precedente.
AMA, imperativo di amo, che coincide con il puro tema. Poiché i temi della prima coniugazione
hanno la finale lunga, quella A sarà sicuramente lunga.
FRUSTA, POSTEA, ANTEA, PRAETEREA, SUPRA, hanno la A finale lunga.
Nei casi retti del neutro (plurale) della seconda e della terza declinazione, la finale è sempre
breve, come nel caso di BELLA.
La sillaba -AC in fine di parola, come in FAC, imperativo apocopato di facio, e per quello stesso
discorso fatto la volta scorsa di FACIO, quella A è breve in quanto è debole.
La sillaba -AL, come in ANIMAL, la A finale, seguita da L è breve. In genere in sillaba finale di
parola se vediamo una vocale seguita da una consonante diversa dalla s, la vocale precedente è
breve.
La desinenza -AM, come in ROSAM, essendo la A seguita da consonante diversa da s è breve.
La desinenza -AR , come in CALCAR, la A è breve, la troviamo nelle desinenze del passivo come
FLANGAR.
La desinenza -AS, invece ha la A lunga.
PAR questa forma, compresi i suoi composti, è sempre lunga.
LAMPAS ha la A finale breve per una derivazione greca.
AMAT, la A che precede la T avrebbe quantità lunga perché è la vocale tematica del verbo. Qui
interviene un fenomeno spiegabile storicamente; la A che dovrebbe mantenersi lunga diventa breve
per via della correptio iambica.
AMAT<AMAVIT, a volte può succedere di trovare la A finale lunga, quando è frutto di una sincope
di AMAVIT, e si continuerà ad accentare la A finale per la legge degli accenti.
MARE, IPSE, ILLE, CONSULE, LEGE, AMARE, -CE, -NE, -QUE, sostantivi della terza
declinazione neutri, pronomi, ablativo della terza coniugazione, imperativo della terza, tutti gli
infiniti, e le enclitiche, hanno la E finale breve. Fa eccezione l’imperativo della seconda coniugazione,
come MONE, perché la E costituisce la vocale tematica.
Possono esserci anche avverbi terminanti in E lunga, come VALDE, DOCTE, PULCHRE. Nel caso
di DIE, ESSENDO ABLATIVO, è sicuramente lunga.
Desinenza -EC, -EL, -EM, -EN, -ER, -ET, -IC, -IM, OC, -OR, -UC- UD, -UR, sempre breve, perché
consonante finale diversa da S.
HOSPES, per la ragione apofonica che abbiamo detto, la E è breve; infatti, al genitivo cambia in
I (hospitis), dunque bisogna fare attenzione ai sostantivi in s della terza declinazione.
-I, la possiamo trovare ad esempio nell’imperativo presente singolare di quarta coniugazione, ed in
questi casi la I è lunga, ma spesso è soggetta a correptio iambica, SIBI, TIBI, UBI, MIHI.
-IS, dativo e ablativo plurale, genitivo di terza declinazione, SECONDA SINGOLARE della seconda
coniugazione. ROSIS, LUPIS, AUDIS. Nel genitivo della terza declinazione la I ha quantità
breve.
La -O finale di parola, quando è prima persona singolare di tutte le forme verbali è sempre lunga
perché rispecchia l’omega greca. Tendenzialmente questa O è lunga, anche se vi sono frequenti casi
di correptio iambica che l’abbreviano. MODO ha una successione giambica, ma può molto spesso
subire correptio e quindi diventa breve, così come in molti altri bisillabi.
INDU, quindi -U, forma arcaica che precede IN, quindi la U finale è breve.
-UM ha quantità lunga solamente in alcune eccezioni, come nel genitivo plurale DRACHUM, spesso
presenti nella prima declinazione e facente parte di forme particolari di genitivi grecizzanti.
-US non è sempre lunga, ad esempio in LUPUS, TEMPUS, in generale termini con variazione
apofonica è sempre breve. -US è lunga quando è la desinenza del plurale di quarta declinazione, o in
sostantivi di terza come SENECTUS dove non vi è apofonia o anche nel caso di DOMUS.
MONOSILLABI
A/AB monosillabo moto a luogo, causa efficiente. La A è lunga perché se può diventare A per caduta
della B vi è una sorta di allungamento di compenso. Generalmente, i monosillabi terminanti per
vocale sono lunghi. AMOVEO, A-MO-VE-O, la sillaba radicale è MO, LA A, essendo una sorta di
prefisso, è un monosillabo quindi è lunga.
DEAMO, per il principio di vocalis ante vocalem il DE, pur essendo lungo, subisce l’abbreviamento.
PRO, ha una quantità lunga, come tutti i monosillabi terminanti in vocale, ma in alcuni composti
verbali ha quantità breve, come in PROHIBEO<PRO-HABEO. Ha quantità breve perché l’H non è
una consonante, ma una semplice aspirazione, quindi vocalis ante vocalem. PROFITEOR,
PROFUNDO, hanno O breve.
-NE, eclitica spesso usata per formare le interrogative dirette, come VIDESNE. Generalmente la la S
soccombe di fronte la nasale, poi apocope, VIDESNE>VIDENE>VIDEN, la E sarà lunga e ci
troveremo in un caso di ossitonia secondaria. NEC>NEQUE, apocope di E e nasce NEC, sono
allotropi di matrice arcaica, quindi sarà lunga.
MONOSILLABI TERMINANTI IN CONSONANTE, possono essere sia brevi sia lunghi. QUEM è
breve perché finisce per M, QUOS è lunga per la S.
DUC è LUNGA perché la U non è soggetta ad apofonia, FAC è breve, VEL è breve, AB è breve per
consonante diversa da s ecc. Nella maggior parte dei casi, questi monosillabi terminanti per
consonante sono dunque brevi.
La E finale di un polisillabo è breve, es. MA-RE.
I verbi di terza coniugazione si caratterizzano per vocale tematica breve, REDDERE, RED-DE-
RE, in DE è breve.
ESAMETRO
Verso primordiale della tradizione greca ed in un certo senso anche della tradizione romana, con
Ennio. È il verso dell’epos, della letteratura celebrativa del guerriero perfetto. Nel tempo viene
piegato ad esigenze diverse, come i poemi didascalici, astronomici…
Spesso invece di esametro troviamo la denominazione di versus heroicus.
È formato dalla ripetizione per sei volte di un metro, ovvero una unità di misura.
Longum verrà utilizzato per indicare la sillaba lunga, breve per indicare la sillaba breve, sostituendo
al concetto di sillaba quello di elementum. LONGA e BREVIA se li diciamo al plurale.
17-03-23
LE CESURE
Cesura è un termine latino che indica un taglio e che più opportunamente andrebbe definita pausa.
Le cesure nascono per esigenze pragmatiche nella tradizione greca. In quella latina, venendo meno la
necessità mnemonica la pausa non sarebbe più necessaria, ma la cesura rimane come tratto stilistico.
Non c’è una legge nella scelta delle sedi in cui si trovano le cesure, perché la loro scelta e
combinazione rientra in un fatto di stile.
Le prime due sono la tritemimera/e o semiternaria: la cesura richiede come condizione la fine di
parola. Questa cesura cade dopo la terza parte, avendo contato gli elementa longa o due brevia; i duo
brevia vengono considerate come biceps, ovvero due teste. Quindi dopo aver contato tre elementa e
vi è fine di parola abbiamo questa cesura.
La pentemimere o semiquinaria: cade dopo la quinta parte, quindi contando fino a cinque.
Semisettenaria o eftemimera: dopo il settimo elemento
Cesura dopo il terzo trocheo: il trocheo è una unità di misura formata da lunga-breve. Se troviamo
una fine di parola nel dattilo che è in terza sede, ovvero se dopo il primo breve di quel dattilo vi è una
pausa, cioè una fine di parola, vi è questa cesura. Questa è l’unica cesura che troviamo dopo un
elemento breve.
Cesura o dieresi bucolica: si trova esattamente dopo l’ottavo elemento. Questa cesura si trova
immediatamente prima del quinto metron, ovvero la quinta sede dell’esametro è preceduta da una
pausa, da una fine di parola.
CATULLO CARME 68
Questo metro è il distico elegiaco. Sistema epodico, ovvero il verso che viene dopo un altro verso in
maniera sistematica. La pausa che troviamo si chiama dieresi e divide le due parti del pentametro. È
un verso asinarteto, ovvero combina due parti di verso, e queste due parti di verso possono essere
definite cola, ovvero membro o parte di verso. Dunque, un asinarteto costituito dall’unione di due
cola. Si può anche adoperare in termini di emistichio, che vuol dire metà verso. Nonostante ci sono
sei accenti si chiama pentametro. Infatti, tale denominazione è stata fatta da Ermisianatte, un
alessandrino, ma è impropria. Questo si deve al fatto che i due longa che rimangono isolati, iniziavano
ad essere interpretati come parti di un unico metro corrispondente quindi a uno spondeo. Altri
ritengono che tale nome derivasse da una diversa suddivisone del metro, considerando il terzo metron
uno spondeo, così il quarto che inizia con due brevi fosse in realtà un anapesto e poi un altro anapesto,
così che arriviamo a cinque metra, accettando questa massiccia inversione del metro. La visione più
corretta è arrivata da Efestione, definendo questo verso come un verso che non dobbiamo
necessariamente pensare come derivato da qualcos’altro, ma semplicemente un verso asinarteto che
nasce dall’unione di due cola; egli utilizza il termine elegiaco, dunque rendendolo noto per la sua
funzione fondamentale, cioè stare insieme con l’esametro nell’elegia. Nel pentametro, solamente i
primi due piedi possono essere dattili o spondei, gli altri sono immutabili.
Verso 2 la LA di lacrimis è breve, perché cr che segue è muta cum liquida quindi vanno insieme e
per questo non dividiamo lac-ri.
Iniziamo con un brano di un autore che non è elegiaco a differenza degli altri in programma. Poiché
Girolamo con i Chronica parla di Catullo e che morì a trent’anni, quindi verosimilmente è morto
intorno al 55-54 a.C.
È un poeta che vive nella prima metà del I secolo a.C. e nasce a Verona, regione che Roma aveva
acquisito come provincia, la Gallia cisalpina. Catullo beneficia dei tratti linguistici celtici della sua
terra. Nasce da una famiglia verosimilmente abbiente, nonostante ad esempio nel carme 13 si presenta
come un poveraccio, anche se non è così. Dal carme 44 sappiamo che possedeva ville a Tivoli, a
Verona ed era benestante. Il carme 11 come il 113 fanno riferimento alle campagne di Cesare in
Britannia. Catullo in virtù delle buone risorse economiche della famiglia, può lasciare Verona e
trasferirsi a Roma, evento facente parte del cursus honorum dei giovani benestanti. Catullo avrebbe
dovuto studiare giurisprudenza, essere avvocato o magistrato. Catullo si ritrova in un contesto
culturale vivacissimo, in una città di giovani ragazzi che amavano fare poesia come Cinna, Licinio
Calvo, Cornificio; facevano una poesia particolare, chiamata da Cicerone neoteroi, poeti nuovi.
Questi ragazzi inizino a leggere piccole poesie greche, voltando le spalle ai metodi di insegnamento
tradizionale, e prendendo le distanze dalla vita politica. Questi ragazzi che un po’ come degli epicurei
perseguono la fuga dalla vita politica, ma sanno bene ciò che sta per succedere, ovvero le guerre civili
tra Cesare e Pompeo. Questi poeti si ritirano non perché vi è disinteresse, ma perché sanno che non
c’è nulla da fare.
Ecco perché nel libro di Catullo troviamo una storia d’amore con una donna di dome Lesbia, Clodia,
sorella di Publio Clodio Pulchro, tribuno della plebe. Lei andò in sposa a Quinto Metellio, proconsole
della Gallia Cisalpina. Metellio viene invitato a casa della famiglia di Catullo e in quel momento
Catullo vide questa donna e se ne innamora; una relazione che nasce intorno al 62 a.C. Clodia rimane
vedova nel 59 e onora la memoria del marito opponendosi a mille uomini, tra cui anche Catullo.
Questa relazione tra i due finisce intorno al 58-57 a.C., perché nel 57 egli partì per un viaggio verso
la Bitinia e parte al seguito di Gaio Mennio, politico dedicatario del De rerum Natura di Lucrezio.
Raggiunge la Bitinia e sosta in Troade, dove si era svolta la guerra di Troia. Dopo il 57 non abbiamo
più notizie di Catullo.
Di Catullo abbiamo 116 componimenti più qualche frammento, attualmente conservati in forma di
libellus, libricino, così chiamato dallo stesso Catullo, che al suo interno presenta le tracce di una
tripartizione che molto probabilmente non risale a Catullo ma a qualcuno della sua cerchia. Carme 1-
60, sezione comune nelle caratteristiche, componimenti brevissimi e polimetrici; 61-68 è la sezione
dei carmina docta, ovvero componimenti molto lunghi ed estesi, nella prima parte vi sono ancora
metri particolari come il galliambo nel 63, e anche il 61 ha metro differente, 62 e 64 esametri e gli
altri sono distici elegiaci; 69-116 sono tutti epigrammi, componimenti sempre brevi ma in forma di
epigramma. L’epigramma è un componimento che nasce come componimento breve inciso sulla
pietra nei sepolcri o come genero commemorativo, poi si differenzia in più generi diversi come
erotici, epidittici, dimostrativi…
La rivoluzione di Catullo è stata sostanzialmente una, quasi tutti i suoi componimenti sono rivolti
all’amore. La novità rivoluzionaria per la mentalità del tempo è essersi innamorato di una donna
spostata, e del fatto di volerlo cantare ai quattro venti senza farsi scrupoli del mos maiorum,
nonostante fosse una relazione adulterina, Catullo la considera degna delle nozze. Lo capiamo dal
fatto che canta questo amore adottando tutto il formulario nuziale conosciuto al tempo, applicando
un fedus nuziale, parla come se parlasse di sua moglie. Nel carme 67, ad esempio, quando deve dire
che vi è un politico famoso che non chiama per nome, ma ne definisce tutti i connotati (capelli
rossicci...) e dice che entra in casa di una prostituta. La rivoluzione sta nel superare lo schema mentale
del mos maiorum e nell’applicare il lessico nuziale a quel tipo di relazione.
Catullo è il padre dell’elegia, ha sperimentato tutto ciò che l’elegia erotica è diventato, ma in modo
più autentico e esplorando quei campi che gli elegiaci veri e propri non hanno mai sperimentato.
20-03-23
CATULLO
Le vicende di un testo si intrecciano indissolubilmente con l’interpretazione del testo stesso. Per
edizione critica si intende la restituzione di un testo ad opera di un editore che ha vagliato tutti i
manoscritti sull’argomento e ha definito un testo di riferimento. Ovviamente il testo è stato
manipolato per millenni, ma proprio perché si tratta di classici è bene dire che in passato non esisteva
l’idea dell’autorialità. Vi era l’idea in passato che il lettore doveva sentirsi autorizzato ad intervenire
sul testo. Ricordiamo l’opera di Canfora, Il copista come autore.
Le vicende che hanno caratterizzato la diffusione di Catullo hanno fortemente influenzato la
trasmissione del testo e il modo in cui questo è giunto a noi.
Sappiamo che è vissuto nel I secolo a.C., purtroppo nell’immediato suscitò una tale rivoluzione da
mettere in imbarazzo chi lo ha seguito. Abbiamo citazioni catulliani in Virgilio, Orazio, negli elegiaci,
ma pian piano cadde nell’oblio. Quintiliano dice che non bisogna far leggere poeti sconci come
Orazio e Catullo. Dopo la morte di Catullo, a parte queste schegge di memoria che riaffiorano in vari
autori, non si sa nulla. Bisogna aspettare il V-VI secolo d.C., un vescovo di nome Benanzio Fortunato,
che nello scrivere carmi dedicati alla principessa, poi regina, cita una espressione tratta dal carme 68
di Catullo, utilizzando il vero iulco agros, spaccare la terra. Questo verbo, iulco, fin quando non lo
aveva ripreso il vescovo nel carme 6, 10-6 non era stato più usato. Dunque, è ovvio che questo
vescovo conosca Catullo. Se passiamo in rassegna la letteratura superstite dal VI secolo in poi non
abbiamo altre referenze, fino all’845 dove un monaco, Ildemaro di Brescia, che scrive una poesiola
in cui dice lui che viene da Brescia, madre di Verona è la mia Brescia; madre inteso come metropoli,
come città fondatrice. Questa è una citazione ripresa da un carmina docta di Catullo dove a parlare è
una porta di casa. Lì dove Catullo frequentava la sua famiglia, qualcosa deve essere rimasto. Nel 966
il vescovo Raterio scrive che durante la giornata fa i sermoni ma la sera non gli deve togliere nessuno
la possibilità di leggere Catullo, che lui stesso dice nessuno aveva mai letto. Perché questo vescovo
che opera a Verona dice che di questo Catullo avevamo perso le tracce? Un motivo ci dev’essere.
Dopo questa testimonianza fugace ritorna nell’oblio. Riemerge nel circolo di pre-umanisti padovani
tra il 1290 e il 1310 che scrivono poesie e vanno cercando Catullo. Capire dalla tipologia degli errori
di trascrizione che cosa leggessero queste persone, è fondamentale.
In questo carme 68 Catullo si rivolge a un amico che ancora oggi non sappiamo se si chiami Allio o
Mallio, ma a un certo punto nella tradizione alcuni scrivono Allio, altri scrivono Mallio.
Questa ricorsività nell’errore fa pensare a un paleografo a un errore dovuto a una semplice grafia
Maiuscola del V secolo, dove ad esempio QUAMALLIUS poté essere diviso sia QUA-MALLIU, sia
QUAM-ALLIUS, oppure, QUAEALLIUS o QUAFALLIUS. Questi esempi sono sintomatici, ma
spesso sono errori giustificabili perché gli antigrafi utilizzati erano in una grafia che si prestava ai
fraintendimenti.
I preumanisti padovani citano Catullo nelle loro poesie, nonostante vi siano delle incongruenze
dovute ad errori presi da codici però che erano spagliati; Lovato Lovati scrive imbres invece di
scrivere ignes.
Intorno al 1315 si inizia a parlare in questi circoli umanistici di una resurrezione di Catullo; Catullo
viene riscoperto, riemerge e viene nuovamente conosciuto. Nel 1315 risorge perché nei codici inizia
ad apparire un epigramma di tale Benvenuto Campesani che dice che Catullo è tornata ad opera di un
Franciscus, un notaio, che avrebbe riportato dalla Francia questo Catullo. Dobbiamo pensare che
questo Catullo deve avere lasciato il contesto veronese e abbia raggiunto la Francia. È saltato fuori
alcuni decenni fa un piccolo codice di area francese appartenuto a Jacques De Tou, oggi siglato con
la lettera T.
I manoscritti di Catullo sono circa 127. T saec. IX è il codice più antico di Catullo che abbiamo e
sembra provenire dalla Francia, ma contiene solo il carme 62.
Petrarca nel 1345-1348 interviene sull’argomento. Petrarca, innamorato di Catullo, già riecheggia nel
Canzoniere i fragmenta di Catullo che scrive cose piccoline, libricini ecc.
Umberto Bosco sosteneva che Petrarca non aveva una edizione completa di Catullo, ma forse
un’antologia. Anche Petrarca nel 1345 usa un codice di Catullo in Gotica, in littera textualis. Petrarca
stesso dice che i suoi ocelli (diminutivo catulliano), i suoi piccoli occhi non ce la facevano più a
leggere e quindi promuove la riforma della scrittura. Lasciato Petrarca, nel 1360 compare il primo
Codice di Catullo, il codice Oxtuniensis, conservato a Oxford, il codice O. è un codice scritto da un
copista che non capisce bene il latino e quindi si basa su ciò che legge nel manoscritto, senza
intervenire. Nel 1375 abbiamo un codice, il parisinius latinus 14137 siglato G, e poi il Vaticanus
Ottobonianus lat. 1829 datato al 1390. Di questo codice non si sapeva nulla, ma si sapeva che
appartenne a Ottogoni e che quindi doveva trovarsi in Vaticano. Questo codice non si trovava perché
un bibliotecario nel fare il catalogo invece che scrivere 1829 scrive 1809, quindi non viene trovato.
Per parlare dell’Elegia bisogna partire da questo carme, summa di tutte le caratteristiche elegiache
che esistono che poi spesso non si trovano nemmeno negli elegiaci veri e propri. Quintiliano nel
decimo libro dell’Istitutio oratoria, par. 43 dice che possiamo sfidare i Greci anche nell’elegia.
Quintiliano dice in qualche modo che l’elegia è una invenzione latina, anche se non è proprio così.
Gli elegiaci latini sono Cornelio Gallo, Tibullo, Properzio e Ovidio. All’elegiaco interessa ciò che
prova lui, ciò che prova la sua donna a cui ha consacrato la sua vita e ciò che fa provare alla sua
donna. È una forma di sottomissione eterosessuale all’amata. La poesia che celebra l’annichilimento
in un certo senso del poeta; l’amore è servitium amoris, una schiavitù d’amore, la donna è una domina,
la padrona. Sono termini molto forti nel I secolo perché erano termini usati prima di allora solo per il
rapporto schiavi-padroni. Questa totalizzante esperienza d’amore comporta la recusatio, il rifiuto di
tutto ciò che non è amore. È un disonore, un’offesa traumatizzante per questi poeti distogliere
l’attenzione dalla propria amata.
Per questa gente è vitale dedicarsi solamente a questo genere letterario. Nel momento in cui la donna
contraccambia, e stiamo parlando di donne dotte, che leggono la poesia e analizzano anche le stesse
opere scritte da questi autori. Sono delle poetesse inespresse, in qualche modo. Nel momento in cui
la donna contraccambia vi è un impegno rigoroso, la militia amoris, da qui l’uso del lessico militare
per descrivere questo agguerrito rapporto d’amore. Loro stessi utilizzato il termine flebile carmen,
cioè quel carme di lacrime, che ha fatto piangere chi lo compone e mentre lo compone. Basti vedere
il v 2 del carme 68. Lacrimis è un complemento di mezzo ma anche di luogo, conscriptum lacrimis
epistolium, Catullo ha ricevuto da questo amico una lettera scritta con le lacrime al posto
dell’inchiostro e nelle lacrime in cui lui si trova in quel momento.
Come nasce l’elegia latina, che in questa forma non è presenta nell’elegia greca? Teoria di Friederich
Leo, che ritiene che i Greci avessero sperimentato un genere di questo tipo, una elegia ellenistica che
è andata perduta del III-II secolo. A questa teoria se ne oppose un’altra, quella di Jacobi, altro studioso
di area tedesca, il quale dice che invece si sviluppò dall’epigramma ellenistico, in quanto lì sono
sviluppati in piccolo dei temi che saranno alla base dell’elegia latina. Entrambi hanno detto delle cose
sensate, ma oggi la posizione più corretta è che l’elegia latina sia un prodotto culturale nuovo, ma che
ha valorizzato aspetti della tradizione greca di vari generi letterari. Kreuzung der gattungen, incrocio
dei generi letterari, espressione recente, ma non veritiera in questo caso perché non si tratta di un
meccanico incrocio di generi.
In questa elegia entra la poesia ellenistica di Callimaco, che negli Aitia introduce delle cornici di
carattere letterario dei temi di vita quotidiana, in prima persona. È come se i poeti latini avessero
sviluppato quest’utilizzo delle cornici e l’attenzione per le piccole cose. C’è molto anche
dell’epigramma ellenistico, come vediamo nella raccolta stessa catulliana. Vi sono anche elementi
della tragedia, per la tendenza dei poeti elegiaci e drammatizzare i loro rapporti umani, c’è molto di
Medea, di Clitemnestra, di Giocasta. Ma vi è molto anche della commedia. Un intreccio letterario,
ma non meccanicamente costruito, ma come conseguenza della lettura di queste letture.
Ufficialmente il primo vero elegiaco è Cornelio Gallo, personaggio di cui sappiamo poco. Fino ai
primi anni ’70 ne conoscevamo pochissimi versi. Nella X Bucolica di Virgilio sappiamo che Gallo è
il primo elegiaco, in quanto qui cerca in tutti i modi di persuadere l’amico a non praticare questo
nuovo genere. Sappiamo che era un militare che era stato spedito al confine con il Sudan, nel posto
più a Sud conosciuto dai romani. Negli anni ’70 durante una campagna di scavi in quell’area del
Sudan, gli archeologi scoprono il bagaglio di un ufficiale romano, con vari documenti da cui non si
legge quasi nulla; è rimasto solamente un frammentino dove si legge il nome Licoride, il nome della
donna a cui Cornelio gallo aveva consacrato la sua vita. Il caso ha voluto che questo poeta non facesse
altro che vagare per i boschi e scrivere nelle cortecce il nome di questa donna.
Catullo anticipa tutti questi temi, esaltandoli all’ennesima potenza.
Carme 68
Catullo si trova a Verona ed è in uno stato di sofferenza tremenda, perché è morto suo fratello, e
riceve una lettera da parte di un amico, questo Allio o Mallio, in cui esprime una richiesta ben precisa,
ovvero quello di confortarlo con la poesia. Inizia ad emergere il tema della poesia con funzione
terapeutica. Nella prima parte del carme il tema è questo; Catullo ci fa capire cosa vi fosse scritto
nella lettera che ha ricevuto e cosa può fare lui e dove si trova e in che stato si trova. Nella seconda
parte del carme, dove deve cercare di accontentare l’amico, che si rattrista a sua volta dell’amore
finito con Lesbia.
È interessante che a un certo punto Catullo si sente in dovere di aiutare l’amico; infatti, scrive tu una
volta mi hai aiutato con Lesbia, prestandomi casa tua che era libera, quindi non posso negarti questo
aiuto. Questo ricordare Lesbia, anche al solo citare il nome dell’amata, inizia una celebrazione di
queste ragazze, non riescono ad offenderle, tranne come fa nel carme 11 dove dice che ormai è finita.
Nel carme 68 rievocare questa storia ormai moribonda, unisce il ricordo di Lesbia alla morte di suo
fratello, che giace sepolto nella Troade, terra dove è finito il mondo a un certo punto a causa di una
donna, Elena. Coinvolge e intreccia le grandi storie mitiche con le vicende personali.
Il testo di Catullo è un paradigma elegiaco a tutti gli effetti, contiene tutti i temi dell’elegia portati
alle estreme conseguenze. Catullo non chiama Lesbia domina, la chiama Era, la dea, padrona sacra,
la supremazia, la natura signorile della dea è espressa da Era. Il rapporto tra Catullo e Lesbia non è
quello tra uno schiavo e la domina, ma di un orante e la sua divinità. Catullo è un poeta ateo. Il carme
101 si conclude con ave atque vale. Questo porta Catullo a ricercare il divino nell’umano, come il
carme 5, un manifesto teologico, aprendo e chiudendo un verso con l’anafora e con l’epifora, sta
dicendo che l’infinito è aprire e chiudere un verso così e se non riproduco questa ciclicità nella sua
esperienza terrena, muore. È l’emblema di un infinito puramente terreno che ha il nome di Lesbia.
Nel carme del passero di Lesbia, fa intendere che per lui esiste un oltretomba, con quell’Illuc, che in
realtà è l’intervento secondario di uno studioso intervenuto nel codice O, che trova nel testo qualcosa
che viene corretto. A seguire il codice D replica questa variante Illuc e poi si trova in tanti altri codices
recentiores, imponendosi nella tradizione anche se non è originario, infatti in V vi è Illud. Con Illud
la differenza è capitale, perché così a verso 12 non esiste più lo stesso concetto, ma intende “proprio
quello”, quindi non esiste più una destinazione fisica, ma un viaggio dal quale si dice che non si
ritorna, ma non una destinazione, non esiste l’aldilà. Cambia totalmente la prospettiva.
22-03-23
Catullo sta parlando di una lettera ricevuta da un amico, il cui nome ora è imprecisato, una lettera
scritta nelle lacrime (per gli elegiaci diverrà il flebile carmen). Inserisce una similitudine tratta da un
contesto marinaio, paragonando lo sconforto a quella di un naufrago che sta per annegare e ha bisogno
della mano di un amico che lo salvi. Dice che non solo però l’amico non è un naufrago, ma non c’è
rimedi per questo dolore, in quanto Venere non lo fa dormire la notte, perché il letto è vuoto, e non
ci sono poesie per consolarlo, in quanto è continuamente sveglio e non riesce a stare fermo.
Il periodo rimane incompleto, dopo pervigilat con i due punti la sintassi si interrompe. Il soggetto a
v. 2 non ha un verbo principale; dopo l’annuncio del soggetto si insinua una proposizione relativa
propria, introdotta dal quod in posizione incipitiaria a verso 1. Ovvero il fenomeno della prolessi del
relativo. Il fatto che anticipi la relativa è un tipico elemento del genere epistolare; inizia il suo carme
come una epistola in versi e il quod rappresenta l’anello di congiunzione sintattica con la lettera che
gli ha scritto l’amico, dando anche la misura del colloquialismo del sermo quotidianus.
La prop. Relativa propria ha come verbo mittis, 2 p. s. presente mitto. Lettera in versi> anticipa ciò
che farà Ovidio che scrive le Heroides.
Questa relativa, quod mittis, si arricchisce di un altro elemento interessante. Catullo mantiene questa
aprosdoketon, ovvero l’effetto a sorpresa, rimanendo nella suspence all’inizio; non dice il nome
dell’amico ma ne descrive la condizione. Oppressus part. perf. Da opprimo, composto di premo, da
concordare con il tu sottinteso, ed è un participio perfetto con valore predicativo del soggetto. Fortuna
casuque acerbo sono ablativi di causa efficiente. Casu è sostantivo di quarta, ma è una vox media,
sia buona che cattiva sorte. Per questo accosta fortuna casuque in forma di endiadi, ovvero accostare
due Termini che più o meno dicono la stessa cosa. Acerbo è un aggettivo che deve inquietare chi
legge, perché pone il lettore nella condizione di aspettarsi un lutto, una morte prematura. Conscriptum
part. perf. di conscrivo, fa riferimento alle lacrime di Mallio che cadono sul papiro e che sembrano
sostituire l’inchiostro. Robinson Ellis fa corrispondere questa espressione con wrtitten in tears, cioè
scritto con le lacrime. Catullo inaugurerà una tradizione con questa espressione. Personaggi come
Seneca, lo imiteranno; egli parlerà di libri scritti con il sangue. Conscriptum concorda con epistolium,
lacrimis come complemento di mezzo. Hoc, nominativo neutro, ha una valenza fortemente deittica.
L’espressione degli scritti cosparsi di lacrime torna in Plutarco, che riporta l’espressione nelle Vita di
Antonio.
Non abbiamo epistula, ma epistolium, che è un grecismo a tutti gli effetti, corrisponde al greco
epistolion; qui non vuol dire però letterina. Epistolium si trova qui e poi solo in due passi
dell’Apològia di Apuleio. Questo termine corrisponde al biglietto, non è una letterina. Dopo il primo
distico quell’ut introduce una proposizione finale, dunque i verbi saranno al congiuntivo, sublevem e
restituam. Sublevem, congiuntivo presente sublevo, sollevo dal passo verso l’alto. Bisogna
concordarlo con il te sottinteso, che si lega anche a naufragum eiectum, come una sorta di
apposizione. Eiectum è participio perfetto di eicio. La metafora del naufrago sballottato dalle onde è
ben attestata nella tradizione greca, a partire da Simonide di Amorgo, lirica arcaica. Per arrivare a
Catullo, tra la lirica greca arcaica e il I secolo, vi è la tradizione di epigrammi, raccolti nell’Antologia
Palatina. In particolare, il 7 libro dell’Antologia parla di naufraghi che sono morti senza sepoltura.
Catullo impiega ben 2 versi per descrivere la condizione di naufrago dell’amico, tirando fuori un
armamentario letterario che innalzano lo stile. Spumantibus undis aequoris è compl. di moto da luogo.
A mortis limine i commentatori hanno pensato ad un riferimento ad un oltretomba, Croll soprattutto.
Secondo Tolston niente fa pensare a questo, anzi questa espressione è molto Lucreziana.
Tra il v. 1 e il v. 4 si crea una discrasia; Mallio soffre per la morte di qualcuno, ma il fatto che dice
che deve salvarlo vuol dire che lo stesso Mallio ne sta morendo. A v. 5 quem introduce una
proposizione relativa propria, dove il pronome relativo ha funzione di accusativo. Sancta venus è il
soggetto; perperitur, 3 singolare presente di perpetior; quindi, da patior e quando viene composto
con per acquisisce un valore intensivo. Da perpetitur dipende una proposizione infinitiva oggettiva.
Catullo usa Sanctus anche nel carme 36 a v. 3.
Per alcuni commentatori Sancta sarebbe un titolo di cultum; in realtà è corradicale del verbo Sancie,
che indica il legame, un impatto. Quindi vuol dire Venere che presiede alla tutela dei rapporti
coniugali. Catullo fa sua una Venere che si accontenta tutti, ma le attribuisce la funzione che aveva
sempre avuto Giunone, diventa Santa, attribuendogli un valore matrimoniale. Catullo non dice tutto
in modo chiaro, ma un lettore dotto raccoglie tutti questi riferimenti letterari. Tutto questo fa pensare
alla morte dell’amata dell’amico; di fatto, a v. 6 troviamo una descrizione dell’amico. Desertum è un
participio perfetto da desero, ovvero abbandonare, da concordare con il quem del verso precedente,
quindi ha valore causale; in lecto celibe ha valore di stato in luogo, anche molli somno è uno stato in
luogo figurato. Requiescor è un verbo anfipologico.
Celebe, da celebs, aggettivo di seconda classe, si trova spesso nella commedia plautina; in genere è
usato in contesti che parlano di relazioni coniugali, ma qui è metonimicamente collegato con lecto.
Croll ha ricordato che abbiamo un testo dello Pseudo-Luciano che cita “che si alza dal letto celibe”.
Letto celibe, c’è chi ha pensato alla morte dell’amata di Allio, ma in realtà questa donna non è morta,
come capiremo nel seguito, ma se ne è semplicemente andata; questo celibe indica una pausa, un
allontanamento temporaneo del partner. Catullo usa spesso questi termini per indicare i capricci della
donna, che cambia idea all’improvviso e lo si deve accettare.
Il carme 66, la chioma di Berenice, parla della catasterizzazione della chioma della donna; orbum
cubile, cioè un giaciglio d’amore rimasto vedovo, ma non perché il marito sia morto ma perché è
semplicemente lontano.
Prosegue la prop. relativa con quel nec, che giustappone paratatticamente una proposizione all’altra.
Preannuncia i due termini, l’amore e la poesia, Venere e le Muse. Il soggetto qui sono le Muse,
oblectant, forma intensiva, dulci carmine, complemento di mezzo. Scriptorum può essere genitivo
plurale di scriptor, ma anche genitivo plurare di scriptum-i.
Catullo ci dice che le muse non sono in grado di allietare con un dolce canto degli antichi questo
povero ragazzo; se Mallio scrive a Catullo per essere confortato anche poeticamente, gli sta chiedendo
di comporre qualcosa per lui. Si può pensare più implicitamente a scrittori antichi, perché è implicita
questa prosopopea, in quanto si rende meglio quell’idea anche un po’ machiavellica di dialogo
continuo con gli antichi. In un passo della Medea, v. 421, Euripide dice Le muse dei cantori nati
nell’antichità, espressione che sembra riecheggiata da Catullo.
Cum mens anxia pervigilat, siamo in presenza di una proposizione cum+indicativo; si deve pensare
ad una causale. Anxia è significativo, la mente è ansiosa. Chi aveva anche letto Lucrezio si poteva
capire il riferimento di Catullo ad un amore insoddisfatto; nel verso 993 del terzo libro del De rerum
natura, si dice che vi è un dolore ansioso in chi aspira ad un amore duraturo. Quanto a pervigilat, al
di là della costruzione intensiva frequentativa, indica l’incapacità di trovare riposo.
v. 10 abbiamo il fenomeno eccezionale della dieresi latente. Fenomeno che si trova maggiormente
negli epigrammi del secondo gruppo della raccolta. Celare la dieresi vuol dire attenuare la spaccatura
tra i due colon, ma per quale motivo? Vuole suggerire il manifesto degli elegiaci, basta una dieresi
latente per sottolineare la coincidenza tra amore e poesia, tra amore e vita professionale. Salda così i
munera musarum con i munera veneris.
vv.9-10
Questa mi è gradita (riprende la proposizione principale, questa lettera) perché tu dici me amico tuo,
e da qui chiedi i doni delle muse e di Venere.
24-03-23
Generalmente il pentametro serve a condensare il contenuto dell’esametro, precisandolo meglio.
Il v. 9 amicus richiede il dativo. La dispositio delle parole all’interno del verso risponde ad esigenze
metriche ed espressive.
Dopo id gratum est mihi, che riprende il quod iniziale, ci saremmo aspettati quoniam per introdurre
la proposizione causale. L’anastrofe con cui Catullo pone prima me e poi quoniam, fa sì che questo
pronome personale me si trovi a contatto con lo stesso pronome al dativo, mihi, creando un poliptodo.
Con quel quoniam, di sapore molto lucreziano, distanzia mihi me da tibi. Notare l’allitterazione
insistita sulla m, per gli antichi suono tipico dell’affetto e della melanconia, che si prolunga a verso
successivo con munera musarum.
Hinc è di per sé un avverbio di modo da luogo. Peto richiede come costrutto ao/ab+ablativo.
vv. 11-14
Ma affinchè non siano a te Manlio ignoti i miei turbamenti o affinchè tu non creda che io sfugga al
dovere di amico ospitale, ascolta in quali flutti della sorte io a mia volta sia immerso/ mi immerga, e
non chiedere più a un infelice i doni della felicità.
Dal punto di vista sintattico, a v. 11 proposizione finale negativa, introdotta da ne, con verbo
principale al congiuntivo sint, il soggetto è incommoda, un aggettivo qui adoperato in funzione
sostantivale, perché letteralmente sarebbe le cose scomode. Ignota, che propriamente è part. Perf. Di
ignosco, spesso viene adoperato in latino come parte di un predicato.
Finalmente ci troviamo davanti al nome di questo amico; Manli non è al dativo come tibi, è in
vocativo. Un punto nevralgico nell’esegesi del carme è proprio questo nome. In apparato vediamo
Manli attribuito al codice Ricc. 606, ovvero Riccardiano 606 (quindi conservato a Firenze). L’editore
dice che lo prende da un codice umanistico che non è uno di quei tre più antichi. Dice anche che in
alfa vi è pure manli; Lachmann proponeva mani, Diels mi Alli. Nel codice V, che indica l’accordo
tra O, G, R, regge in realtà Mani, che è una vox incomprensibile, con la precisazione di R 2 al. Mauli,
ovvero aliter Mauli. Mauli non significa nulla, ma spesso questa u veniva confusa, specialmente
nelle grafie pre-caroline, dove spesso la n si confondeva con la u. Per questo, verosimilmente, non
era Mauli ma Manli. Questo conferma ciò che vi è in Ricc. e anche nel codice alfa. La mano che
corregge il codice R è quella di Coluccio Salutati. Forse per questo l’editore ha usato Manli, pensando
che Mauli fosse solo una corruttela della lezione corretta. Anche la terza correzione del codice G, il
Parisinus, aggiunge una o premessa al vocativo. Non è escluso che sia intervenuta una univerbazione
dovuta alla sinalefe e che sia nato Manli a partire da un’originario mihi Alli, il mio Allio (il mio caro)
poi scempiato in Malli. Questa ipotesi è interessante perché permetterebbe di risolvere la questione
dell’unità del carme, diviso a v. 40 nel 68 b. Infatti, una delle difformità su cui si concentrano i
separatisti è proprio che nella seconda parte questo personaggio viene chiamato Allio. Questa ipotesi
viene fatta in modo esplicito da Diels, come detto in apparato.
Dopo la proposizione finale negativa, ne segue un’altra a v. 12 in forma disgiuntiva; introdotta da
neu, forma disgiuntiva di ne, il cui verbo è putes, da cui dipende poi una infinitiva oggettiva, il cui
soggetto è me e il verbo all’infinito è odisse, verbo difettivo, all’infinito perfetto, ed essendo uno dei
così detti perfetti logici si traduce al presente; in questo caso non vuole dire odiare ma avere fastidio.
Il dovere di ospitalità Catullo lo sente con urgenza per il favore fatto da Mallio in precedenza. Dopo
queste duplici proposizioni finali, si arriva alla proposizione principale, formata solo dal verbo accipe,
seconda persona singolare di accipio, accogliere. Usa un verbo che vuol dire anche “comprendi”, ma
è anche un verbo tipico del linguaggio dell’ospitalità, quindi è un verbo di transizione, indicando una
transitio semantica dalla sfera dell’accoglienza a quella della comprensione.
Da questa principale, che viene dopo 2 subordinate, dipende una interrogativa indiretta introdotta
da quis.
*ripassa la costruzione delle interrogative indirette.
Quis è un ablativo plurale, che in forma più comune sarebbe quibus; quindi, è una sorta di forma
arcaizzante utilizzata da Catullo, che ricorre anche nel carme 63 e nei carmina docta. Merser è
congiuntivo presente riflessivo, verbo intensivo; si può rendere come riflessivo, come suggerito da
quell’ipse, indicando una azione fatta compus sui, ovvero con piena lucidità e consapevolezza,
guarda come io a mia volta sia travolto dai flutti della sorte (complemento di causa efficiente,
riprendendo i complementi di causa efficiente a v. 1).
In seguito, al v. 14, sarebbe più interessante intendere quel ne petas come un imperativo negativo,
reso con ne più congiuntivo presente, quindi non chiedere più (amplius, comparativo di maggioranza
avverbiale) ad un misero. Beata si traduce delle persone felici, quindi come se fosse beatorum.
vv. 15-18
Nel tempo in cui per la prima volta fu consegnata a me la candida toga, quando l’età florida conduceva
la favorevole primavera, ho scherzato a sufficienza molto. La dea non è inconsapevole/ignara di me,
(la dea) che mescola la dolce amarezza agli affanni.
Catullo sta rievocando il momento in cui da giovane gli fu consegnata la toga candida, quella toga
che i giovani romani indossavano, totalmente bianca, senza quell’orlo di porpora che indicava la toga
praetexta. La toga candida era indossata tra i 15 e i 17 anni; indicando il passaggio ad una fase più
matura; durante i Liberalia, il 17 marzo, l’ultimo stadio sarebbe stato l’assunzione della toga virilis.
La toga candida indicava l’inizio dei piaceri erotici, l’età in cui si iniziava a conoscere e sperimentare
l’eros.
Catullo sta ricordando questo momento, quindi quando aveva iniziato ad affacciarsi ai sentimenti e
dice che ha avuto molte esperienze d’amore e dice che Venere lo conosce molto bene; vi è uno
stravolgimento religioso straordinario, perché nelle preghiere era l’orante che diceva alla dea che la
conosce molto bene, qui è Venere che conosce lui.
Il periodo si apre a v. 15 con una proposizione temporale, o meglio, un complemento di tempo reso
con l’ablativo semplice, tempore, a cui fa seguito una relativa propria. Questa prima indicazione
temporale è resa a v. 16 con una vera proposizione temporale resa con CUM+CONGIUNTIVO.
Multas satis lusi è la principale. Segue un nuovo periodo costituito da una principale cui segue una
relativa propria.
A v. 15 il soggetto della relativa propria è vestis pura, variatio di toga candida, un po’ inedita come
iunctura. Adotta vestis che aveva usato nel carme 64 per indicare la coperta nuziale, sottolineando la
sua valenza erotica e non l’aspetto politico. A v. 16 vediamo florida. Tradita est è un indicativo
perfetto del verbo trado. Iucundum cum è un’anastrofe; il soggetto di questo cum narrativus è aetas
con cui si concorda florida; florida è inconsueto perché in genere era florens a concordare con aetas.
Aetas florida indica l’età del vigore fisico, però è interessante notare che i Romani erano abituati a
dire agere aetatem, condurre la vita. Qui Catullo per la prima volta ribalta questa dipendenza
sintattica, fa aetas soggetto.
La seconda novità è che va dipendere da agere questo ver.
Riguardo iucundum, nelle edizioni di Catullo è più probabile trovare iocundum, perché si ritiene che
a quel tempo prevalga quella forma di aggettivo che non ha ancora avuto l’oscurantismo della o.
Qualcuno, quindi, fa leva su questo aspetto storico, ma in realtà quando troviamo iocundus in età
vagamente cesariana, questo deriva da una falsa etimologia, pensando che fosse imparentato con
iocus; Catullo sa perfettamente che è legato al verbo iugo, cioè capace di portare aiuto. Il fatto che
sia concordato con ver è ancora più interessante, perché prima di lui non lo aveva fatto nessuno.
Primavera favorevole è una metafora, che indica qui il momento in cui nella giovinezza questi
problemi di amore non esistevano; dunque, la primavera con l’ebrezza che può suscitare, aiuta
spontaneamente un essere umano, tenendolo lontano dagli affari, curis. Iucundum è l’ancora di
salvezza lessicale, a cui si aggrappa per stare meglio, guarda al passato perché il presente è doloroso.
Multa satis lusi, il verbo principale è lusi, da ludo; questo verbo ha il suo accusativo, multa, neutro
plurale sostantivato, costrutto dell’oggetto interno, satis vuol dire a sufficienza, quanto basta. Vuol
dire che tutti i giochi d’amore che doveva fare li ha fatti in sufficienza a quell’età.
Ludo è usato per esprimere due azioni, o i giochi d’amore, oppure la scrittura di componimenti; nel
carme 50 a v. 2 dice che ha scherzato molto sulle sue tavolette cerate, quindi qui usato con un valore
scrittorio. Qui lusi ha una valenza più erotica, ma probabilmente questi due valori qui coesistono,
anche perché il tema della sovrapposizione tra poesia e vita è un caposaldo dell’elegia. Nostri a v. 17
è un plurale maiestatis, segue una proposizione relativa introdotta da de.
Catullo incrocia due immagini, perché Venere è l’amore, dunque già per i greci ha valore dolce e
amaro, e Catullo aggiunge anche il dolore e l’affanno.
vv.19-22
Ma la morte di mio fratello ha portato via a me ogni passione con questo lutto, o fratello sottratto a
me, infelice. Tu morendo, o fratello, hai infranto i miei piaceri, con te in una sola volta/momento, è
stata tutta la nostra casa sepolta.
Inserto molto importante sul fratello, trattato nel carme 101, dove Catullo riecheggia sé stesso, a v. 6,
frater adempte mihi, qui ripreso esattamente.
vv. 19-20 abbiamo un unico periodo, il soggetto è fraterna mors, il verbo principale è abstulit, verbo
che per il poeta esprime la morte che toglie una persona ai suoi cari; il complemento oggetto richiesto
da abstulit è totum studium, ovvero tutta la passione. Complemento di mezzo è hoc luctum, con una
valenza quasi deittica, come a v. 9 dicis ha valore deittico.
A v. 21 è come se dimenticasse l’amico e si rivolge al fratello, non crede nell’aldilà ma spera
comunque di potergli parlare; adempte è participio perfetto da adimo, che in qualche modo è connesso
paretimologicamente a imus, aggettivo che indica la profondità, ovvero un distacco che lacera nel
profondo. Continua a parlare al fratello con il vocativo in clausula. Catullo consapevolmente sta
abbandonando la solenne ipotassi dei versi precedenti, passando improvvisamente alla paratassi, a
frasi giustapposte, perché sta piangendo. Questa frattura è sottolineata da fregisti, da frango, che vuol
dire rompere, con una valenza quasi metaletteraria. Ha infranto ogni cosa, compreso l’istinto ad essere
poeta. Tu è soggetto di fregisti, moriens ha valore di predicativo del soggetto, è participio presente
con valore strumentale. C’è la terza proposizione a v. 22 con una ulteriore giustapposizione, c’è solo
paratassi, dicendo che non riesce a consolare nemmeno tutta la famiglia. Catullo ha lasciato Roma ed
è tornato a Verona per confortare tutta la famiglia che è sepolta (da sepelio) nel dolore dalla perdita
del fratello.
vv. 23-24
Con te in un solo momento sono morte tutte le nostre gioie, che in vita il tuo dolce amore nutriva.
Distico che iperbolicamente precisa i versi precedenti. Qui riaggancia un po’ l’ipotassi, con la
principale a cui segue una relativa propria quae tuus in vita…In forma pleonastica sta tornando sullo
stesso tema; a v. 23 se da una parte torna a una forma di ipotassi abbiamo raggiunto il massimo stato
di annichilimento del poeta, perché sta dicendo che con lui sono morti tutti; quindi, ora il soggetto
diventa prosodicamente gaudia, quelle felicità che ormai hanno abbandonato la famiglia e sono morti
insieme al fratello. È il massimo della catastrofe che si oggettivizza in modo graduale, percepita
fortemente dagli antichi.
27-03-23
vv. 24-30
Io alla sua morte/nel momento della sua morte ho messo in fuga da tutta la mente queste passioni e
tutti i piaceri dell’animo. Per questa ragione quello che tu scrivi e cioè che stare a Verona è turpe/
Vergognoso per Catullo perché qui qualunque persona per bene (de meliore nota) riscalda le fredde
membra in un letto abbandonato/ deserto, proprio ciò o Manlio non è vergognoso, piuttosto è triste.
vv. 25-26 chiude i concetti precedenti, con una rinkcomposition, ovvero costruzione ad anello. Da
verso 27, introdotto da quare, Catullo cita quasi testualmente le parole che trovava scritte nella lettera
dell’amico, facendoci capire cosa gli avesse detto Manlio. Manlio gli dice che sta facendo male ad
essere a Verona, perché mentre è lì, Lesbia si sta divertendo a Roma da sola.
vv.25-26, già il fatto che un poeta dice ego è rivoluzionario, l’io lirico messo in risalto. Dopo ego
abbiamo una tritemimere, che sottolinea il distacco dal fratello. Dopo vi è interitu cuius, interitus di
quarta declinazione, ed è un ablativo di causa o uno di tempo puntuale.
Questo cuius che traduco con suo è un nesso relativo (del quale). La proposizione principale ha come
verbo fugavi. tota de mente è una espressione cara a Catullo, usata anche ad esempio nel carme 64,
assumendo quasi per enallage una valenza di avverbio. Nel pentametro, che completa il senso
dell’esametro precedente, vengono elencati gli accusativi dipendenti da fugavi, studia e omnes
delicias. Questi accusativi sono una sorta di endiadi in quanto indicano pressoché la stessa cosa.
Studia era stato già usato a v. 19, mentre delicias è quasi una parola tematica nel repertorio catulliano
ed è uno dei pluralia tantum. Abbiamo concluso la sezione dedicata alla morte del fratello, ora inizia
quello della lettera di Manlio.
v. 27 si apre con quare, a quod bisognerebbe sottintendere id, che deve fungere da soggetto ad una
principale che non sappiamo quale fosse, perché Catullo la sta ritardando quella cosa che tu scrivi,
quod scrivis è una relativa propria. C’è un soggetto taciuto, fa seguito una infinitiva epesegetica
che va da Veronae fino ad esse, esse turpe, con cui lui deve spiegare ciò che aveva scritto Manlio
nella lettera e cioè turpe Catulle esse Veronae. L’infinitiva epesegetica è costituita da un esse
sottinteso che bisogna associare a turpe, ovvero è vergognoso a Catullo, che cosa? Esse Veronae,
ovvero lo stare a Verona, in caso locativo. Il soggetto di questa infinitiva epesegetica è a sua volta
una infinitiva espressa che è esse Veronae. Catullo sta spiegando al lettore cosa ci fosse nella lettera,
e non con “…”, quindi sintatticamente deve regolare la consecutio temporum, utilizzando il discorso
indiretto, attraverso una subordinazione.
Dopo esse con quod inizia una proposizione causale, che ha come soggetto quisquis e come verbo
tepefactet, terza singolare del congiuntivo presente di tepefacto, verbo intensivo frequentativo di
prima coniugazione ed il congiuntivo qui è richiesto dal fatto che questa a sua volta è una subordinata
di secondo grado che dipende dalla subordinata di primo grado, l’infinitiva epesegetica. Frigida
membra è il complemento oggetto di tepefactet; questo è tra l’altro un verso argenteo, perché al
centro c’è tepefactet, a sinistra ci sono gli aggettivi, mentre a destra ci sono i sostantivi, al primo
sostantivo corrisponde il primo aggettivo di destra, al secondo il secondo di destra.
Questa generazione di poeti è figlia del trattato Perì iupsus, Sul Sublime.
Deserto cubili è un complemento di luogo, cubili indica il giaciglio, mentre deserto è participio
perfetto da deseo. Hic è un locativo, de meliore nota è un complemento di qualità all’ablativo,
espressione che desume dalla sfera dei vini, e la nota era un’etichetta dove si indicava l’anno, la
tipologia e il proprietario; l’etichetta migliora è quella posta sulle anfore che nella cantina sono riposte
più in fondo, dunque le più vecchie; dunque, per traslato la persona migliore che si distingue dal
popolo, forse per anzianità, magari un riferimento sarcastico e sottile ai senatori.
Se ipotizziamo che qui Catullo sta esplicando la lettera e non riportando le esatte parole, c’è un
controsenso rappresentato da Hic; se è Catullo a dire Hic è controsenso, perché lui si trova a Verona.
Questa differenza locativa non va ignorata; l’altro problema è la sintassi difficile delle infinitive
precedenti.
A v. 30 troviamo la proposizione principale, quell’id è finalmente espresso, Manli è sempre un
vocativo, magis da cui deriva il nostro ma per apocope di gis. Se ipotizzassimo di mettere due punti
dopo scribis, Per questa ragione quello che tu scrivi: “poi discorso diretto riportando le parole esatte
di Manlio”, e poi recuperare la voce di Catullo a v. 30, proprio questo, non è vergognoso ma triste.
In questo caso hic così funziona come locativo indicante Roma. Però adesso tepefactet al congiuntivo
non serve più, ci starebbe l’indicativo. Vedendo l’apparato al v. 29 vediamo subito che tepefactet non
si trova nei codici, ma lo ha introdotto Berkg. La famiglia gamma ha tepefeci. In V, che rappresenta
O, G ed R si legge tepèfacit, indicativo terza persona di tepefacio, che non può però essere inserito
perché è formato da quattro sillabe brevi, che non vanno bene per il testo, in quanto dopo to serve una
lunga per fare uno spondeo, o una lunga per fare il dattilo; le due brevi le abbiamo, ma fa di tepefacit
dovrebbe essere lungo, perché da lì dovrebbe partire il nuovo piede, ma è breve e dunque non
funziona. Una soluzione è -factat, correzione di R2, dalla penna di Coluccio Salutati, passando
all’intensivo tepefactat, e questa è la soluzione migliore. Tra l’altro spesso il nesso ct veniva confuso
con cit per via della scrittura. Questo tepefactat, intensivo, che indica la ricorsività dei rapporti di
questa donna, potrebbe essere una varia lectio recuperata dall’antigrafo che aveva Coluccio e non
una congettura; dunque, così va bene sia metricamente sia perché c’è l’indicativo.
Questi verbi non sono composti di facio; tepefacio è formato da tebe, bisillabo, più facio. Quando il
preverbo non è un monosillabo, non si tratta più di composizione ma di giustapposizione, quindi il
verbo non subisce apofonia.
La principale così sarebbe est turpe. La clausola del v. 27, Catullo; se immaginiamo che siano le
parole scritte da Manlio, questo dativo Catullo non ha più senso, perché non ha senso usare la terza
persona. In apparato vediamo che in V si legge Catulle, ovvero hanno in vocativo, perfetto per questo
contesto.
vv. 31-36
Dunque (mi) perdonerai se non dono a te quei doni che il dolore mi ha sottratto, perché non posso.
Infatti il fatto che non è presso di me una grande abbondanza di scrittori, avviene per questo, perché
vivo a Roma; quella la mia casa, quella la mia sede, lì si consuma la mia vita, qui mi segue un solo
piccolo contenitore tra molti.
La principale è ignosces, seconda indicativo futuro semplice, segue una sorta di proposizione ipotetica
introdotta da sì e con l’indicativo, tipica del sermo cotidianus. Il periodo si complica perché c’è la
prolessi della proposizione relativa, perché haec munera è posposto rispetto alla relativa queae
(neutro plurale, pronome relativo) con funzione di accusativo, ademit. Cum nequeo è un semplice
cum+indicativo, ma anche qui come a v. 8 ha valore causale.
Nel distico successivo, il quod è una sorta di relativa esplicativa con valore epesegetico, id è
sottinteso. Il soggetto di questa relativa è copia e scriptorum è il genitivo dipendente da copia.
Scriptorum qui è più problematico, se lo interpretiamo come scriptores si può pensare alla richiesta
di Manlio di avere altri scrittori, cioè scritti di altri, altrimenti indica i modelli prediletti di Catullo
che in quel momento non ha con sé ed ecco che scriptores e scripta vadano bene ugualmente, sia che
la richiesta fosse di qualcosa di nuovo che di qualcosa di già scritto.
Stiamo sottintendendo id; avviene a causa di ciò, interpretando hoc con ablativo di valore causale.
Quod è relativa dichiarativa, per il fatto che vivo a Roma. Altra interpretazione è che non sia sottinteso
id, ma il fatto che non ha libri, questo, avviene perché non vivo a Roma. In questo caso non sarebbe
più relativa, ma causale, perché io non vivo a Roma.
Ora vi è un tricolon ascendente, illa domus, 2 parole, illa mihi sedes, 3 parole, illic…aetas, 4 parole.
Sono tre cola e in tutte e tre le cola dice che casa sua non è più Verona. La differenza tra prima e
seconda proposizione è minima, dunque sono due endiadi. Edra in greco indica il seggio regale,
quindi sedes indica un luogo più nobile, inoltre indica un luogo più ampio, dunque la città.
Illic è un locativo, carpitur, terza singolare indicativo presente passivo di carpo, pensando a carpe
diem, sintagma oraziano. Ma in Orazio aetas non dipende dal giorno, mentre Catullo lo fa dipendere.
Per Orazio esiste l’aetas universale, il tempo comune a tutte le creature, e poi per gli uomini ci sono
i dies, che essi devono sottrarre all’aetas. Per Catullo è il suo tempo, la sua aetas, non quello del
genere umano.
v. 36 il verbo principale è sequitur, il soggetto è capsula, sintomo di una prosopopea, di una
personificazione, una cassetta che segue Catullo con i suoi piedi; ex multis è partitivo. Il partitivo si
può fare così, con genitivo, oppure con inter+accusativo.
Capsula, c’è da pensare che sia un diminutivo.
vv.37-40
Essendo così questa cosa, non vorrei che tu pensassi che io faccia ciò non animo maligno/con mente
malevola, o con animo non sufficientemente autentico; il fatto che non è stata apposta per te che
chiedi abbondanza dell’una e dell’altra cosa. Io ti donerei anche di più se qualche abbondanza fosse
a me/ se avessi qualche abbondanza.
Il periodo si apre con il cum narrativo ed il soggetto è quod, che equivale a hoc, nesso relativo. La
proposizione principale è nolim, congiuntivo presente non volo, nolo, non vorrei. Perché si tratta di
un verbo voluntatis spesso abbiamo una subordinata al congiuntivo senza ut. Da questo status dipende
una infinitiva soggettiva, che ha come soggetto in accusativo nos e come verbo all’infinito facio, che
ha come complemento oggetto id. poi abbiamo dei complementi di mezzo o causa. Poi vi è la relativa
dichiarativa che deve esplicitare meglio il quod, ovvero il fatto che non ci sia per te abbondanza
dell’una e dell’altra cosa. Il soggetto della relativa è copia, che riprende il copia di v. 33, il verbo è
posta est, forma sincopata di posita est, indicativo perfetto passivo di pono, tibi è un dativo di
vantaggio a cui si aggiunge il participio congiunto al dativo petendi. Nel v. 40 abbiamo un periodo
ipotetico della irrealtà, avendo nell’apodosi deferrem è congiuntivo imperfetto, nella protesi abbiamo
pure un congiuntivo imperfetto; quindi è un periodo dell’irrealtà nel presente, se fosse stato nel
passato avremmo avuto il perfetto. Ultre è un avverbio. Nella protasi il si è univerbato a qua, che sta
per aliqua, ovvero l’indefinito e bisogna concordarlo con copia.
29-03-23
v.70-76
Questo è l’inizio della descrizione tra Catullo e Lesbia; Catullo è grato ad Allio perché in passato gli
ha prestato la casa per l’incontro con Lesbia, presumibilmente il primo incontro. Il tono si fa
elevatissimo ed è come se incastonasse nel carme un piccolo epos; si interromperà subito perché vi è
poi il riferimento mitologico a Laudamia. Poi nuovamente la ripresa del racconto con Lesbia.
Là la mia candida dea si portò con leggero piede e si fermò sulla sonora suola poggiando sulla logora
soglia il fulgido calzare, come una volta Laudamia bruciante d’amore per lo sposo giunse/ entrò nella
casa di Protesilao, in vano cominciata perché non ancora una vittima aveva pacificato i padroni celesti
col sangue sacro.
Catullo si sta soffermando su questo momento, Lesbia che entra in casa. È proprio questo momento
che suggerisce al poeta la digressione su Laudamia. La casa di Protesilao è indicata come casa ancora
iniziata, ma invano, inutilmente, in quanto da lì a poco Protesilao morirà. Lui lo dice in maniera più
vaga.
Il periodo si apre a verso 70 con un nesso relativo, che sta per et hoc, quel luogo indicato è la casa di
Allio; dopo c’è la proposizione principale, mea candida diva, soggetto di intulit, terza persona
indicativo perfetto(?) di infero. È interessante che lui associ questo verbo a una persona, perché indica
un modo di agire non umano, infatti è indicata come diva. Ne segue una coordinata alla principale,
introdotta da et, con il verbo constituit, il soggetto è sempre candida diva. Poiché il soggetto è il
medesimo, possiamo far riferire anche quel se che avevamo trovato (si fermò), con sfumatura
riflessiva, con la figura retorica dell’apocoinù. Vi è un participio perfetto che possiamo rendere con
participio presente, innixa, verbo particolare che presenta il tema del perfetto e del supino in velare.
Da questo innixa dipende fulgentem plantam; poi abbiamo due complementi di stato in luogo, arguta
solea e in limine trito. Inizia la similitudine mitica introdotta da ut, particella modale che si lega subito
all’avverbio quondam. Questa similitudine è una coordinata giustapposta alla precedente. Il soggetto
è Laodamia, il verbo principale è advenit; questa Laodamia è qualificata con un participio presente,
flagrans, amore è un complemento di causa. Protesilaeam domum è un complemento di moto a luogo,
poeticamente reso con l’accusativo. Segue in fortissimo enjambement inceptam frustra, dove
inceptam, participio perfetto di incipio, concorda con domum, mentre frustra è un avverbio. Segue
una proposizione con cum narrativo che ha valore causale, subordinata con soggetto hostiam.
Pacificasset è il verbo, al congiuntivo perfetto perché nella principale ci sono tempi storici. Il
complemento oggetto di questo verbo è caelestis eros, dove caelestis è accusativo maschile singolare
con desinenza arcaizzante.
Tornando a v. 70, quo indica il luogo. In latino quando troviamo un aggettivo riferito a un sostantivo
è più che sufficiente; invenzione neoterica e Catulliana è incrementare il sostantivo con il possessivo
affettivo, che rende l’espressione molto ridondante. Abbatte le distanze tra dei e uomini con quel mea;
è anche quasi una presa di posizione di carattere religioso. Il fatto che Lesbia sia identificata come
una dea è molto importante e avrà grandi conseguenze nella tradizione elegiaca.
Siamo nell’ambito letterario dell’epifania divina; nella tradizione omerica e iliografica, rappresentata
dagli inni omerici, si cristallizza questo schema letterario, l’orante che rivolge una preghiera e la
divinità che fa la sua apparizione nel luogo in cui sta pregando.
Ricorda i Fasti di Ovidio, dove ad esempio quando a Gennaio deve parlare della festa di Giano, dice
subito che mentre chino sulle sue tabelle Giano entra nella sua stanza ed è lui a dirgli ciò che poi ha
scritto. L’epifania di Giano ha delle caratteristiche precise, la stanza viene inondata da un fascio di
luce…tutto ciò ha le sue radici nella tradizione omerica.
Catullo si inscrive in questa tradizione epifanica, con l’aggettivo a candida e con molli pede. Candida
è un aggettivo molto originale, perché se nel mondo antico il candore era sintomo di bellezza, Catullo
è il primo ad utilizzare questo aggettivo per associarlo al mondo femminile. È originale l’uso
nell’ottica dell’epifania, perché qui non indica solo la bellezza, ma rimanda anche alla luminosità
quasi accecante della dea. Candida è incastonato in una costruzione chiastica, che sembra suggellare
la descrizione di Lesbia. Anche l’uso di diva è molto consapevole; avrebbe potuto usare dea, ma usa
l’allotropo diva per indicare una divinità in particolare, quindi Lesbia sta prendendo le sembianze di
una dea in particolare, Venere, che quasi metempsicosamente si incarna in Lesbia.
Il sospetto è che qui Lesbia sia una novella Venere; quanto a molli pede, molli indica quasi il suo
fluttuare. Nella coordinata a questa prima proposizione, sembriamo avere dettagli molto più
prosastici. Lesbia entrando poggia il piedino sulla soglia della casa e il piede sta in un calzare che
emette dei suoni. Sembra quasi un contrasto con la fluttuazione divina, ma in realtà è come se fosse
un confronto tra divino ed umano. Lei prende fattezze umane man mano che si avvicina alla porta.
Forse qui c’è l’impronta del secondo idillio Teocriteo, dove c’è una donna, Simeta, che aspetta
l’amato Delfi e la soccorre la serva che accelera l’arrivo dell’amato. Quando Delfi arriva e deve
varcare la soglia, innesta in Simeta tutti i simboli tradizionali dell’innamoramento.
Il primo elemento è constituit se, si fermò, gesto tipico del soldato che si pianta in terra ad ascoltare
gli ordini. Si ferma su questa soglia e appoggia la fulgida pianta nella soglia logora. Siamo sull’uscio,
come dice Catullo, e il fatto che questo limen sia tritus, participio perfetto di tero. Catullo dice che il
calzare è fulgido; la suola sonora, arguta; argutus è un aggettivo che indica generalmente un suono,
facendo pensare all’arrivo della divinità. Della Corte ha pensato che arguta abbia un valore attivo,
cioè che la suola faccia scricchiolare la soglia della casa. Si unisce dunque un dettaglio uditivo.
Ci dice che si ferma sulla soglia e poggia questo piede sulla soglia; sta descrivendo un gesto
inconcepibile per la mentalità antica, in quanto una ragazza che deve raggiungere la prima volta la
casa dell’amato doveva saltare la soglia, non calpestarla perché era segno infausto. Lesbia, che era
una sorta di nova nupta, arriva e poggia il piede. Qualcuno ha pensato che lo stia facendo
consapevolmente per gettare un’ombra di cattivo presagio per la relazione che finirà male; anche se
è poco verosimile. Piuttosto Catullo volle inserire questo dettaglio che non possiamo interpretare
come realistico, vuole ricordare ai lettori che per lui è come una relazione nuziale, ma non son vere
nozze; quindi, non gli interessa se il rito viene rispettato o meno. Chiude con la violazione di una
norma religiosa e ci parlerà subito dopo di una storia di amore a cui gli antichi indicavano a monte la
violazione di una norma religiosa.
Inizia la similitudine con l’anastrofe coniugis ut. Quasi come se inizia una nuova sezione, ma chiude
la precedente dicendo con coniugis che è come se fosse entrata in casa di Allio sua moglie. Abbiamo
poi quondam, avverbio caro a Catullo; qui avrebbe potuto usare altre forme, ma quondam in genere
è adoperato per indicare un passato felice oppure un passato mitico. Il soggetto è Laudamia, inizia il
racconto della storia; il primo dettaglio è Protesilaèam, aggettivo che non troviamo attestato prima di
Catullo. Interessante dal punto di vista prosodico perché è costruito direttamente sul greco, in quanto
a ed e non formano dittongo e si leggono separati. Inoltre, è un aggettivo di sei sillabe, che peraltro
in greco è molto raro, lo troviamo in Strabone in forma sostantivata per indicarne il sepolcro, oppure
è adoperato come aggettivo che qualifica la festa in onore di Protesilao, in uno scolio ad un’istmica
di Pindaro a v. 11. L’uso dell’aggettivo getta quindi già un’ombra su questo ragazzo. Questo aggettivo
non sarà più utilizzato nella latinità. V. 74-75 forte enjambement, a v. 75 c’è una pentemimere e una
tritemimere che isola quel frustra. Le censure servono quasi a descrivere icasticamente la distruzione
dei lavori di questa casa. Poi c’è il cum narrativo con valore causale; non era stato compiuto un
sacrificio che doveva rabbonire gli dei. Su questo sacrificio cui Catulo fa riferimento sono state
proposte varie interpretazioni di questa scena. Nella tradizione greca Euripide nell’Ifigenia in Aulide
parla del sacrificio prima delle nozze nei versi 716-719, protèleia, ovvero che si deve fare prima.
Thomas (è FRANCESE) aveva ipotizzato che il sacrificio a cui qui Catullo fa riferimento è quello di
Ifigenia. Probabilmente non è l’interpretazione più corretta. Catullo ci sta dicendo che le nozze
dovevano prevedere una parte del rito, dei sacrifici che si facevano e che la coppia non ha fatto per
ragioni di tempo. C’è semmai un riferimento alla stessa natura sacrificale di Protesilao. V. 75 quel
sanguine sacro ci riporta ad un contesto religioso; se ne ricorderà Tasso nella Gerusalemme liberata
di questa espressione, quando nel canto 11 descriverà la morte di un personaggio.
vv. 77-78
Niente piaccia a me a tal punto, o Vergine di Ramnunte, da intraprendere a caso contro il volere dei
padroni/ nolenti i padroni.
Il periodo è basato su un congiuntivo esortativo, una delle forme del congiuntivo indipendente.
Niente piaccia a me tanto fortemente, è la principale, valde è un avverbio in forma sincopata, da
valide. Da qui dipende una relativa impropria con valore consecutivo, quod suscipiatur. Invitis è un
aggettivo di prima classe che vuol dire che non vuole, imparentato con volo, deriva da vis, che è una
forma suppletiva, seconda persona singolare del verbo, da veis originario che da vis,
INVEITIS>INVITIS. Invitis eris sono due ablativi, e va interpretato come un ablativo assoluto
ellittico di sum; lo troviamo quando l’ablativo richiederebbe il participio presente di sum che non
esiste. Il participio presente di sum esiste solo nei suoi composti.
La vergine di Ramnunte, demo attico; questa vergine è Nemesi, dea della vendetta, che si implora
affinché non agisca ì, come in questo caso, o perché non si vuole che agisca. Nel demo di Ramnunte
vi era una statua in marmo pario di questa dea fatta da Fidia.
Ramnusion si trova nelle iscrizioni, lo troviamo anche in Eschine. Ramnusia in associazione a Virgos
è un apax.
vv.79-86
Quanto l’altare digiuno desiderasse il sangue dovuto, Laudamia (lo) apprese perduto il marito/con la
perdita del marito; (lei) costretta a lasciare/abbandonare il collo del nuovo marito prima che un
inverno e un altro inverno di nuovo ritornante (prima che un inverno dopo l’altro) saziasse il (loro)
avido amore in lunghe notti, affinché lei potesse vivere (ancora una volta) spezzata l’unione che le
Parche sapevano non sarebbe vissuta per lungo tempo se lui fosse partito come soldato alla volta delle
mura di Troia/Iliache.
Il v. 79 ci presenta subito una proposizione subordinata che proletticamente anticipa la principale,
Laudamia docta est, ma nel verso precedente troviamo la subordinata che è una sorta di interrogativa
indiretta qui resa all0indicativo anziché al congiuntivo. Al v. 81 il periodo prosegue con un participio
perfetto, coacta, concordato con Laudamia, da cui dipende l’infinito dimittere. Dopo il participio si
inserisce una proposizione temporale introdotta da ante che dobbiamo strettamente connettere a
quam; il più delle volte in poesia i poeti con la tmesi spezzano i componenti della forma unica
antequam, che va considerato nel suo insieme quale elemento che introduce la temporale, che ha
come verbo saturasset, forma sincopata di saturavisset, con soggetto hiems; veniens è participio
congiunto a hiems. Si vive come un dramma il contrasto tra la ciclicità della natura e il limite della
loro vita mortale. Noctibus in longis è complemento di stato in luogo figurato, in quanto noctis sta
qui come sinonimo metonimico di cubile; Plauto nell’Amphitruo, quando deve descrivere
l’assunzione di Giove dei panni di Amfitrione e giace con Acumena per una notte infinita, troviamo
una reminiscenza anche dell’epifania. Vi poi una proposizione finale, posset ut, con anastrofe,
abructo coniugio è ablativo assoluto con valore temporale. Il miglio destino era che il matrimonio
durasse pe moltissimi anni e che solo la morte lo avrebbe interrotto, ma dopo molto tempo. Sono
verbi anfipologici, perché da una parte indicano la lontananza del marito, dall’altra la morte del
marito, come in dimittere collum. Abbiamo una relativa, qualcuno pensa alla causale, ma è meglio
quod come pronome relativo che riprende coniugio del verso precedente, ma che svolge in questa
relativa propria la funzione di soggetto in accusativo dell’infinitiva oggettiva, dipendente da Parcae
scibant, abesse non longo tempore. Poi vi è la protasi del periodo ipotetico, mentre isset è il
congiuntivo più che perfetto sincopato per eo.
31-03-23
vv.85-86
A v. 85 abbiamo un pronome relativo che possiamo riferire a coniugio; il quod funge da complemento
oggetto in funzione di soggetto di avesse e che questa proposizione fosse una infinitiva oggettiva
proveniente da scibant, anche se ci saremmo aspettati sciebant, è una forma contratta, infatti,
frequente in Catullo. Quod può anche avere valore causale e questo perché qualcuno ha indicato la
scarsa validità di quod utilizzato nel primo caso. Le Parche sapevano che questo matrimonio in questa
situazione non sarebbe durato. A v. 86 abbiamo una protesi del periodo ipotetico, reso con il
congiuntivo ppf, che si spiega con la consecutio temporum; infatti, troviamo questa forma nei periodi
ipotetici dell’irrealtà. Ma non è questo il caso, tuttavia è in questa forma perché l’apodosi di questo
periodo ipotetico è una infinitiva, dunque è un periodo ipotetico dipendente. Noi ci saremmo invece
aspettati un periodo ipotetico della possibilità.
vv.131-134
Momento in cui Catullo abbandona l’inserto mitologico e ritorna alla scena d’amore con Lesbia.
Continua a descrivere ciò che vede quando Lesbia entra in casa.
Allora degna o per nulla o poco di cedere a costei la mia luce si portò nel nostro grembo, e Cupido
svolazzando intorno a lei da una parte e dall’altra spesso, riluceva/brillava candido in una tunica
dorata.
Il periodo si apre con un nesso relativo, ma qui il nesso è fortemente posposto al centro della frase
dopo la pentemimere, cui. Questo cui è un dativo di genere femminile e si riferisce a Laodamia dei
versi precedenti e lo usa come aggancio per tornare a Lesbia.
Catullo ammicca a queste tecniche rapsodiche del contesto greco, con questi versi che si devono
fondere tra di loro. La proposizione principale è lux mea come soggetto e se contulit come verbo. A
v. 131 da una descrizione di Lesbia in forma comparativa rispetto a Laodamia. Per fare questo usa
l’aggettivo digna, da concordare con lux mea (Lesbia); da digna dipende concedere. Lesbia, la mia
luce, degna di essere confrontata con Laodamia, entrò in casa ecc.
Facendo dipendere da digna il verbo concedere, la novità sta nel fatto che concedere è usata con il
significato di cedere e non di concedere, di dare qualcosa, ma nel senso di sottomettersi, di cedere a.
Catullo è come se preferisse la forma composta concedo a quella semplice cedo. Dice degna di cedere
a Laodamia, cioè di essere sottomessa, ma con una endiade negativa in forma litotica; infatti, dice per
niente o per poco. Nihil è un accusativo usato con valore avverbiale, mentre paulo è un avverbio.
Come vediamo in apparato, qualcuno in passato ha visto una stonatura tra accusativo e avverbio,
dunque l’umanista Colozio, lo corregge in paulum per farli concordare.
Il v. 133 è introdotto da quam, un pronome relativo che si riferisce a lux mea; qui ricorre a uno
stratagemma retorico, l’anastrofe, in quanto quam dipende da circumcursans. Si apre una relativa di
cui è soggetto Cupido, il verbo è fulgebat, mentre circumcursans è un participio presente congiunto
da concordare con Cupido. Quam è come se fosse un complemento di stato in luogo reso con un
semplice accusativo perché il verbo richiede l’accusativo. Candidus è da concordare a Cupido,
equivalente a un predicativo del soggetto in quanto indica uno status.
Tornando a v. 131: avevamo abbandonato la descrizione con Lesbia che calpestava la soglia;
compiuto il gesto Lesbia entra in casa, che appare come una figura eterea che acquista man mano
sembianze umane. Adesso Catullo ci dice che le sembianze di Lesbia sono uguali a Laodamia;
dunque, un personaggio non divino; dice di pensare a tutte le raffigurazioni dove c’è Laodamia e dice
ai lettori di immaginarsi Lesbia in quel modo, facendo riferimento a quadri, sculture, dipinti realmente
esistenti. Abbandona poi immediatamente la similitudine con Laodamia, perché a v. 132 c’è la luce,
che riporta al contesto dell’epifania, quindi ritorna al divino. Una luce non fisica, ma quasi divina.
Lux mea era una espressione tipica del linguaggio familiare, infatti la usa spesso Cicerone nelle lettere
familiari riferendosi a Terenzia. Se contulit lo avevamo già trovato a v. 70-71, replicando la stessa
espressione, ma qui per descrivere l’andare in braccio a Catullo. Nostrum è un plurale di maestà.
Ci sono indizi concreti che fanno pensare ad una identificazione di Lesbia con Venere, in quanto ad
accompagnare Lesbia c’è Cupido, il suo scudiero. L’immagine di Catullo è molto interessante, già
utilizzata nel carme 45, ed anche lì la associa a Lesbia. Quando parla dell’amore di altre coppie, lo
riportano sempre al suo amore. Catullo è sempre colpito dalla caratteristica della mobilità di cupido,
come se fosse irrequieto, perché salta da un amante all’altro. Catullo ci dice anche come lo immagina
vestito: indossa una veste giallo-dorata, e questo giallo si unisce al candore della sua pelle; per la
prima volta in poesia, in un contesto sentimentale, vengono accostati questi due colori che non sono
in realtà contrastivi; infatti, nell’epigrammatica greca in genere il contrasto era tra rosso e bianco.
Qualcuno ha qui pensato che ci sia un riferimento alle vesti nuziali, infatti rosso e bianco sono i colori
della veste di Imeneo, dio delle feste nuziali, del quale parla nel carme 61.
Circumcursans lo troviamo solo in un luogo plautino, Rudens 223, e nelle Autontimorumenos di
Terenzio. Qualcuno pensa che quindi Catullo stia usando un verbo usato dalla scena comica, quindi
abbassando il tono solenne, ma in realtà non è così, in quanto lui sta rivalutando il lessico della
quotidianità. Ancor prima della critica nei codici umanistici epsilon e beta lo correggono in
circumversans.
Quanto a crocina, in latino abbiamo il sostantivo crocus, crocum, ma l’aggettivo proveniente da esso
era croceus, mentre Catullo si inventa crocius, un calco dal greco, anche se in parte venne usato da
Plauto, nella commedia Curculio. Ma Plauto usa crocinum come sostantivo, non come aggettivo e in
questo caso vuol dire unguento. Crocina tunica non trova altra attestazione. A proposito di concedere
cui, a v. 131, abbiamo l’uso del verbo con il dativo, manipolazione della sintassi di casi che trova
attestazione nel IV libro del De Bello Gallico, par.4, dove Cesare usa lo stesso costrutto.
vv. 135-137
Tuttavia, anche se costei non si accontenta del solo Catullo, sopporterò i rari inganni della (mia) casta
signora/ padrona, affinché non siamo/ per non essere fastidioso come gli stolti.
Il periodo si apre con il nesso relativo anche qui, con il quae introduttivo, che sta per et haec (lesbia).la
principale è a v. 136, preceduto da una piccola coordinata alla principale; etsi prima di univerbarsi
era et si, quindi protasi del periodo ipotetico del primo tipo dell’oggettività, dove la protesi è resa
dell’indicativo presente non est, mentre l’apodosi è resa dal futuro semplice feremus. Segue una
proposizione finale negativa a v. 137, resa con il congiuntivo presente, secondo la consecutio
temporum.
Lesbia è una donna sposata, ma Catullo la considera sua moglie; c’è da pensare che avesse relazioni
adulterine plurime. La frase qui assume connotazioni negative più forti, infatti mette in modo
altisonante il suo nome, parlando di sé in terza persona; questo succede quando vuole stuzzicare la
commiserazione del lettore.
v. 136 dice in modo orgoglioso che quella è la sua condizione di tristezza e poi feremus, con il plurale
di maestà, sopporterò tutto questo per la mia signora. Cosparge il liber con questi richiami
motivazionali continuamente. Sta vivendo una sorta di flusso di coscienza. Questa conflittualità
diventerà la legge nel poema epico latino per eccellenza, l’Eneide. Da una parte dice che non si
accontenta del solo Catullo, quindi ha tante relazioni, ma d’altra dice che queste scappatelle sono rare
e poi ci dice che questa donna è casta, verecunda, che arrossisce all’idea di guardare un altro ragazzo.
Questa contraddizione è astata colta dalla critica e qualcuno ha pensato di togliere verecunde per
avere un po’ di coerenza. Tutti i codici riportano questa lezione, ma la tendenza dei copisti
rinascimentali era scrivere il dittongo ae come una e con cediglia. Magari i copisti non copiavano poi
quella cediglia e si generavano incomprensioni; a quel punto interviene un bravo umanista magari e
dice di ripristinare ae, ma può succedere che in origine ci sia verecunde e che poi dopo per
ipercorrettismo qualcuno ha pensato che il testo nascondesse l’ae e quindi verecundae. Ipotesi però
non totalmente credibile. Verecundae come avverbio vorrebbe dire castamente, prudentemente, e si
potrebbe riferire a feremus. Paleograficamente è più semplice, ma concettualmente banalizza perché
non ci fa vedere contraddittorietà e quindi non più Catullo sofferente e contraddetto. Si potrebbe
anche riferire comunque al fatto che Lesbia tradisce con prudenza, con eleganza, ipotesi che fornisce
maggiore unità. Molto spesso Catullo assume una prospettiva didascalica, come se prendesse Lesbia
come modello di ragazza da educare al vero amore. È come se dicesse a Lesbia che la perdona e che
la vorrebbe così, verecunda, in quanto è un termine polisemantico.
Nella proposizione finale negativa dice che fa così perché non vuole risultare molesto. Stultorum
more ci da uno spaccato della mentalità del tempo; perché stai a piangere nonostante ti abbia tradito
e la supplichi di fare la donna casta? È considerato molesto colui che richiama all’ordine, al mos
maiorum, ma è una società che grida allo scandalo per la relazione adulterina. È quasi un’esegesi
esplicitata dal testo, in quanto c’è more; dunque, il mos maiorum è citato; è una sottilissima forma
di ossimoro, Catullo che non è romano deve richiamare al mos, in quanto la società considera stolto
chi richiama all’ordine, il che è assurdo.
Contenta est, indicativo perfetto passivo da contineo. Non è un indicativo perfetto passivo
propriamente detto, ma una forma perifrastica, dove vediamo giustapposto il verbo sum con il
participio pf che dobbiamo tradurre al presente.
v. 138-140
Spesso anche Giunone la più grande fra gli dei del cielo inghiottì/ soppresse l’ardente collera per la
colpa del consorte, conoscendo i molteplici misfatti del voglioso Giove.
Omnivoli è un apax assoluto di Catullo e mai più usato nella letteratura.
La proposizione principale è Spesso anche Giunone represse la rabbia, abbiamo solo a v. 137 una
apposizione qualificativa riferita a Giunone, maxima, la più grande tra gli dèi celesti.
3-04-23
vv. 138-140
Catullo introduce la figura di Giunone. L’introduzione di questa figura è interessante, in quanto finora
l’identificazione è stata con Venere; quindi, è interessante che Giunone sia qui figura di Catullo e non
di Lesbia, in quanto anche Giunone ha sopportato i tradimenti di Giove. Dal punto di vista metrico
l’inserto inizia con un pentametro e non con un esametro. Il riferimento a Giunone come simbolo
della gelosia era tipico, specie nella tradizione greca, come in un inno a Delo di Callimaco. Quanto a
maxima caelicolum, una apposizione, maxima è un superlativo relativo di magnus e caelicolum è un
genitivo partitivo; è di chiara provenienza enniana, nel frammento 491 degli Annales dove si legge
optima caelicolum. Questo tono solenne del pentametro sembra scivolare nel sermo cotidianus al
verso successivo. In questo verso la tradizione manoscritta non ci da contudit iram, come vediamo in
apparato, in quanto questa è una congettura di uno studioso tedesco. Vi è un’altra congettura di
Lachmann, concoquit iram. Coditiana del codice O e quotidiana in G ed R. ovviamente, quello di O,
G ed R non può essere adottata, anche per motivi prosodici. Questi tentativi di aggiustamento del
verso iniziano nel secolo XV secolo.
Il fatto che ci sia flagrantem, è insolito, perché non è una suggestione, visto che fa seguito a in culpa.
Questa espressione, cogliere in flagrante, nella tradizione latina è attestata molto tardi, addirittura nel
corpus Giustiniano, e questo potrebbe dire che dopo flagrantem ci poteva essere qualcosa che meglio
indicava Giove colto in flagrante da Giunone nel tradimento. Santen, ha pensato a continet iram,
contenere l’ira. Quella di Hertzberg è la migliore dal punto di vista paleografico. Generalmente nei
manoscritti la nasale non era espressa, ma veniva apposta una lineetta sopra la vocale, dunque cotid,
ipotizzando un segno di nasalizzazione, potrebbe arrivare a contudit.
Interessante che Catullo adoperi in culpa, tradotto con complemento di causa, ma che sarebbe una
sorta di complemento di stato in luogo figurato, nella colpa del coniuge.
Il v. 140 chiude la pericope su Giunone con noscens, ulteriore precisazione, congiunto a Iuno.
Noscens è participio presente da nosco, è un simplex pro composito, conosciuto maggiormente con
cognosco, plurima facta è il complemento oggetto, superlativo di multus. Facta è participio perfetto
neutro plurale con funzione sostantivata. Vediamo qui che facta si alterna nella tradizione a furta;
quest’ultima potrebbe essere una lectio facilior, condizionata dal fatto che era già presente a v. 136.
Facta è invece una vox media che descrive le azioni di Giove, dal punto di vista sia positivo che
negativo. Chi sostiene furta, che indicherebbe i tradimenti, ricorre ad una motivazione: nella poesia
successiva la clausola facta Iovis non si trova; facta Iovis quinti ha fatto sorgere dei dubbi, mentre
furta è attestato, anche se non è proprio così. Certo è, a prescindere, che i codici più antichi hanno
facta. Il fatto che sia una clausola non attestata dopo, fornisce al verso una solennità di tono.
v. 141
Eppure, non è giusto confrontare gli uomini con gli dei.
Si conferma questa solennità, perché sta chiudendo la digressione su Giunone con una sentenza, e la
sententia è di per sé simbolo di grande solennità. Il tono solenne è confermato dall’uso di componier,
che è una lezione un po’ tarda del Palatino 1652, e che poi si ripete in altri codici. I codici più antichi
hanno però componere, ma non possiamo accoglierli nel testo perché prosodicamente non va bene,
in quanto ci costringerebbe a fare sinalefe con aequumst. Componier è una forma di infinito riflessivo/
passivo arcaizzante che si trovava in Ennio, frequentissimo nella poesia del II secolo a.C.
Nel carme 61, carme nuziale, è costituito a fine di ogni strofa da un ritornello, e a un certo punto vi
scrive: Chi oserebbe paragonarsi a questo dio (Imeneo), dice compararier. Quindi è uno stilema
catulliano a tutti gli effetti.
La proposizione principale è est aequum, mentre homines divis è l’infinitiva oggettiva.
vv. 142-148
Sopporta il peso ingrato di un padre trepidante, tuttavia lei non consegnata dalla mano paterna a me,
entrò nella casa fragrante di profumo assiro, ma diede/ concesse doni furtivi nel cuore della notte
sottratti proprio al grembo di suo marito; per questa ragione mi è sufficiente questo (quello), se viene
dato/ concesso soltanto a me quel giorno che lei contrassegna con un sasso più bianco.
Dopo aequum est ci sono i puntini per indicare che verosimilmente vi sia una lacuna. Potrebbe non
essercene alcuna, in quanto il 141 è un esametro e il 142 è un pentametro, ma dal punto di vista
concettuale c’è uno stacco molto forte. Non capisce cosa c’entri l’apparizione di questo padre con ciò
che ha detto prima. Sta comunque immaginando una scena nuziale, quando il padre consegna la
fanciulla al marito. In realtà le fonti non indicano che ci fosse questo tipo di ritualità, il padre durante
il rito, come la intendiamo noi oggi, da qui la difficoltà nell’interpretazione.
È come se qui Catullo stesse tornando a rivolgersi a Mallio o a sé stesso, ancora meglio, ed è come
se stesse dicendo che quando c’è il tradimento, l’atteggiamento deve essere come quello di un padre
che sopporta e tollera l’ingratitudine della prole, l’indulgenza di un padre tremante, che anche in tarda
età deve continuare a subire gli errori dei figli.
Abbiamo l’imperativo tolle, avente il perfetto substuli, con una forma di suppletivismo, in quanto tuli
era già il perfetto di fero. Questo è inoltre un verso aureo, v. 142, che ha anche una disposizione
chiastica.
Catullo diche dunque che d’altro canto neppure lei ha lasciato la casa di suo papà per entrare nella
mia casa che profumava di profumi assiri, ma si è concessa a me,, nella furtività, ciò che avrebbe
dovuto dare a suo marito. È una ulteriore di giustificazione a se stesso, guardandosi dall’esterno,
capisce che non può piangere, in quanto non è sua moglie.
La principale è nec illa venit domum, però si complica perché abbiamo un participio perfetto
congiunto a illa che è deducta, dextra paterna complemento di causa efficiente, mihi complemento
di vantaggio o causa efficiente, domum complemento di moto a luogo, reso in accusativo semplice
senza in, concordato con flagrantem. Anche questo è un verso aureo. Assiro diventa un aggettivo
esortativo per indicare qualunque materiale provenienza orientale, perché tutti questi prodotti prima
di giungere a destinazione si fermavano al porto della Siria. A v. 145 una proposizione coordinata
alla principale che vede come soggetto illa e come nuovo verbo dedit, con sottinteso mihi. Munuscula
è diminutivo, media nocte è complemento di tempo ma anche di luogo figurato. Anche se media è
una congettura, come vediamo in apparato, in quanto in O, G ed R c’è mira, ovvero meravigliosa, da
mirus, a, um.
Mira nocte starebbe molto bene, ma l’editore opta per media, un po’ più prosastico. I poeti giocano
molto spesso con l’enallage, es. volse lo sguardo brillante alle stelle, quando brillante si dovrebbe
riferire alle stelle. Se piazziamo qui media, esso sta benissimo con nocte, da qui la nostra mezzanotte,
ma per enallage quel mira, che dovremmo sempre riferire a nocte, dovremmo associarlo a munuscula.
Satis est illud è la principale, illud ha funziona prolettica, preannunciando ciò che verrà detto nella
protesi del periodo ipotetico dell’oggettività. Questa protasi vede come soggetto is, nobis è plurale di
maestà. Si nobis is datur unis è la protasi, da questa dipende una relativa propria introdotta da quem,
il cui soggetto è illa. Quel diem, presenta una attrazione del soggetto al relativo, una attrazione del
relativo che si complica ulteriormente perché si insinua un iperbato inverosimile, perché Catullo
avrebbe comunque anticipare quel diem a prima del pronome relativo e non dopo. Questo fenomeno
che in qualche caso ha dato difficoltà agli stessi copisti, come vediamo in apparato; diem è comunque
lectio difficilior. La condizione di massima normalità sarebbe stata is dies. L’apparato ci dice che nel
1473 si interviene in dies e diviene diem, e lo fa il curatore dell’editio princeps di Catullo.
Anche con l’attrazione del relativo sono stati fatti dei tentativi di ritocchi, perché comunque il
sostantivo doveva stare prima del relativo, prima di quem; sfugge però la sinchisi, fenomeno
particolarissimo attestato in poesia augustea, che sarebbe un iperbato con scavalcamento del relativo,
usato a Virgilio nell’Eneide nel I libro a v. 109.
I giorni bianchi erano segnati in calendario con i giorni fasti, mentre con i neri i nefasti; quindi, è una
metafora per indicare un giorno felice. Candidiore è un comparativo di maggioranza in ablativo di
candidus.
VIRGILIO
È un poeta che viene dalla provincia, Mantova o Andes, intorno al 70 a.C., e appartiene a una famiglia
benestante, in quanto il padre possedeva una ditta che produce vasi e proprietari odi terre, permettendo
al giovane Virgilio di trasferirsi a Roma. Quando si combatte la battaglia di Filippi nel 42 a.C., tutti i
soldati a fine guerra pretendevano le terre che gli erano stati promessi e il governo le prende dai
proprietari terrieri, soprattutto del nord Italia, tra cui suo padre. Sappiamo che Virgilio si salva, non
sappiamo per merito di chi, ma di una figura di cui parla nella IV ecloga, dove qualcuno ha addirittura
pensato a Gesù.
La prima opera di un giovane Virgilio che a Roma frequenta i giovani, ma frequenta anche le lezioni
di filosofia di Sirone a Napoli, scrive come prima opera le Bucoliche o Ecloghe, tra il 42 e il 39 a.C.
e poi entra nel circolo di Mecenate, cosa non facile, perché per entrarvi Mecenate doveva aver sentito
parlare di questa persona, poi lui lo convoca e sta qualche minuto in silenzio e poi dopo qualche mese
arrivava o meno l’invito ad entrare nel circolo. Scrive in questa fase le Georgiche, poema didascalico,
in quattro libri, dedicato ad una sorta di insegnamento su come si debbano coltivare i campi, le api,
ma non è un manuale agricolo, ma un’opera poetica che canta la vita pastorale e i pregi della
tradizione italica.
Tra il 29 e il 19 a.C. si dedica all’Eneide, mai completato e ritoccato, infatti Virgilio voleva bruciarlo,
ma venne comunque pubblicato.
Le Bucoliche sono una raccolta di 10 componimenti, dal greco Bukolikà, un neutro plurale, ovvero
canti bucolici, ovvero canti dei bovari. Ben presto nella tradizione si impose anche il titolo di Ecloghe,
dal greco che vuol dire componimenti ben scelti. Quest’opera risponde ad una struttura ben precisa;
mentre nel liber catulliano i suoi amici diedero un ordine metrico, qui Virgilio ha scelto di disporle
in questo modo, e lo capiamo dai richiami interni concentrici fortissimi, ad anelli concentrici, perché
la prima corrisponde alla decima, la seconda si collega alla nona e così via. Nella sesta entra in gioco
Cornelio Gallo, protagonista dell’ecloga che analizzeremo.
Prima delle Bucoliche a Roma, per quanto ci sia dato sapere, non abbiamo canti di pastori-poeti.
Varrone aveva scritto il De re rustica, Catone il de agricoltura, ma erano opere votate
all’insegnamento dei proprietari terrieri, dunque è una novità assoluta, mentre non lo è rispetto alla
tradizione greca, in quanto Virgilio si ispira a Teocrito, il quale scrive in dorico i suoi idilli. Teocrito,
autore rispetto al quale si presenta continuatore, aveva immaginato questi pastori che vivono una vita
beata, lontana dalle armi, dalla politica, perfettamente inseriti in questi contesti di campagna che sono
per lui quelle di Enna o di Caltanissetta, comunque del panorama Siciliano. Teocrito finiva per
confondere questi spazi dell’entroterra con spazi mitici, perché essendosi trasferito ad Alessandria,
dall’altra parte del mondo, quei paesaggi siciliani diventano quelli dell’infanzia ed ecco che il mito
diventa lo strumento del ricordo affettivo, dell’adolescenza spensierata che viene mitizzata perché
qualcosa di meraviglioso. La mitizzazione per Teocrito equivale all’identificazione con l’arcadia,
l’aria della Tessaglia, i territori più tristi ma allo stesso tempo più distanti da Atene, Sparta, dalle
isole. L’Arcadia diviene non solo il luogo incontaminato, ma anche il luogo dove albergano le muse.
Sicilia=mito=arcadia. Per Virgilio i paesaggi entro cui si muovono i protagonisti delle ecloghe sono
quelli italici, descritti attraverso il filtro siciliano, siracusano, arcade. La differenza sta nel fatto che
Teocrito si apriva spesso alla città, come in Le Siracusane, mentre in Virgilio la città, se appare, è
sempre in forma contrastiva; altra differenza è che nel caso di Virgilio c’è il desiderio di calarsi
nell’animo dei personaggi, cosa che a Teocrito non interessa, perché non si entra nel vivo dei
personaggi, nell’introspezione psicologica che poi raggiungerà il culmine nell’Eneide. Anche dal
punto di vista stilistico si apprezza una poikilia, varietà di registri stilistici che riproduce la continua
alternanza di livelli più o meno prosaici e altisonanti.
12-04-23
ECLOGA 10
È l’ultimo componimento ed è dedicato a Gallo. Virgilio non introduce il componimento parlando
subito a Gallo, ma ce lo presenta in una situazione di grande sconforto. Abbiamo Gallo in grave
sconforto perché durante il suo impegno come ufficiale nel governo della Cisalpina tra il 41 e il 39
a.C. o nel 38 quando aveva seguito Antonio in Oriente (in ogni caso era lontano da Roma per impegni
militari), viene abbandonato da Licoride, questa ragazza di cui è perdutamente innamorato che se ne
è andata con un altro uomo e lo ha seguito nelle sue campagne. Virgilio tenta di consolarlo, provando
a sottrarlo ad una vita consacrata all’amore, dunque sottrarlo all’elegia, a questo genere letterario
dove vi è una perfetta simbiosi tra forma e stile di vita.
Immagina di trasferirlo in un mondo estatico, rappresentato dall’Arcadia, assegnandogli lo statuto del
pastore e consacrandolo alla natura. Mette in atto un processo di dafnizazzione; Teocrito nel primo
dei suoi idilli aveva descritto la vicenda di Dafni, un pastore che si era perduto nell’amore per una
giovane e decide di lasciarsi morire pur di non cedere all’amore, abbandonandosi alla natura. Quindi
Virgilio gli fa seguire l’esempio di Dafni. Gallo è come se gradualmente accettasse questa
metamorfosi, immaginando una sorta di pseudo-infanzia nostalgica, pensando che sarebbe stato bello
condurre questo stile di vita fin da piccolo. Questa metamorfosi di Gallo inizia ad arrestarsi e comincia
a vacillare, a non essere più così convinto, sterzando sull’arte militare ad un certo punto,
concentrandosi un momento sulla caccia. Non funziona però nemmeno la caccia, perché pian piano
viene riassorbito da quel vortice amoroso. Virgilio cita pezzi di elegie di Gallo. Riemerge Licoride e
alla fine entrambi dovranno esclamare che bisogna cedere all’amore, era follia quella di Dafni perché
non si può rinunciare all’amore; alla fine troviamo un autoritratto di Virgilio, che deve dichiarare la
sua sconfitta, e in ambito metaletterario deve riconoscere la sua sconfitta in ambito letterario, in
quanto all’elegia non si può porre un freno. Questa bucolica è anomala rispetto alle altre, perché se
lo guardiamo dalla storia del genere bucolico, Virgilio riesce a concepirli come componimenti aperti
a temi che la tradizione non aveva mai ammesso, facendo un incrocio tra elegia e genere pastorale.
vv.1-3
Oh Aretusa, concedimi quest’ultima fatica, pochi versi devono essere detti per il mio Gallo/ dal mio
Gallo, ma che possa leggere la stessa Licoride: chi negherà versi a Gallo?
Il primo verso è monostico, ovvero un verso che si esaurisce sintatticamente e concettualmente in sé
stesso; è anche il verso introduttivo di un prologo. Questa ecloga consta di primi 8 versi che formano
un prologo, modus operandi tipico dei poemi epici. Questo prologo si definisce la propositio, dove
l’autore dice di che cosa parlerà e poi abbiamo l’interrogatio, ovvero una domanda che immette il
lettore nel contenuto del componimento (vedi v. 9). È dunque uno stratagemma epicheggiante.
Qui invoca il soccorso di Aretusa; essa è una delle celebri nereidi, una ninfa protagonista di una
vicenda molto triste; dunque, già questo riferimento preparava l’animo al lettore. Mentre si trovava a
bagnarsi presso le acque del fiume Alfeo, in Arcadia, il dio del fiume si invaghisce di lei, cerca di
carpirla, lei fugge e viene soccorsa da Artemide, dea della caccia, che la trasforma a sua volta in un
corso d’acqua che per sfuggire al fiume si tuffa in mare, continua a fuggire, fin quando non riemerge
presso Ortigia in quella fontana esistente già in epoca Virgiliana. Sta istituendo un contatto tra
l’Arcadia greca e il mondo Siciliano di Teocrito, attraverso la figura di Aretusa, che doveva
riecheggiare nel lettore dotto come divinità invocata da Dafni in Teocrito.
Ci preannuncia già la vicenda di un amore infelice con la storia di Aretusa, anche se ritocca un po’ la
vicenda mitica, in quanto Aretusa riesce qui a preservare la sua caratteristica di acqua dolce
incontaminata dal sale, anche se questa era una prerogativa del fiume Alfeo (questo elemento verrà
ripreso nell’Eneide).
Extremum laborem è un fortissimo iperbato, che evidenzia la fortissima fatica che Virgilio deve
compiere; indica l’ultima ed estrema fatica anche perché è l’ultimo componimento della raccolta.
V. 2-3 pauca carmina è un fortissimo iperbato. Sintatticamente la frase è semplice, alla principale
segue una relativa impropria con valore consecutivo-finale. Segue una interrogativa introdotta da
neget, congiuntivo presente da nego, congiuntivo qui indipendente.
Tornando alla principale, carmina vuol dire componimenti, ma già nel I secolo a.C. può voler dire
singolo verso; se interpretiamo per il mio Gallo è una sorta di dativo di vantaggio, ma si può intendere
anche come dativo d’agente, normalmente richiesta dalla perifrastica passiva sunt dicenda. Sta
cercando di trasformare l’amico in poeta pastorale, ma a sua volta sta cercando lui di trasformarsi in
poeta elegiaco. La conferma della simbiosi ci viene dalla relativa impropria; è tipico degli elegiaci
tentare di consolare l’amico onorando sempre la donna per cui stanno soffrendo e ipotizzando che
anche lei possa leggere questi versi. Qui sta riecheggiando dei versi di Gallo, in quanto Gallo scriveva
finalmente le muse hanno detto poesie (carmina) che io possa cantare perché degne della mia donna.
Quando a Licoris che si trova in clausola è un nome parlante; probabilmente questo pseudonimo
indicava una donna di dome Volumnia, una liberta di Volumnio Eutràpelo e probabilmente anche
amante di Marco Antonio. Non sappiamo come si chiamasse realmente, prima di essere liberata;
probabilmente il suo nome originario era Citeris, Citeride, nome legato allo spettacolo e alla musica;
quindi, forse un’attrice o una mima proveniente dalla Grecia. Per la mentalità romana la mima si
identificava con la meretrix, con la prostituta. Questa dimensione di meretrice sembra essere qui
recuperata, perché nel ricordarla come Licoride, termine avente la radice di lukos, ovvero lupo.
vv. 4-8
Così Doride salmastra non mescoli la propria onda a te, quando scorrerai sotto i flutti sicani: comincia;
cantiamo gli amori ansiosi di Gallo, mentre le camuse caprette brucano i teneri virgulti. Non cantiamo
per (destinatari) sordi, le selve rispondono a tutte le cose/ risuoneranno a tutti i versi.
v.4-5, con sic introduce un congiuntivo desiderativo in forma negativa, che vede come soggetto Doris
e come verbo intermisceat, terza singolare di intermisceo. Amara per anastrofe è posposto a Doris, la
propria onda è una sineddoche per indicare le acque, tibi è il dativo richiesto da intermisceo, cum
fluctus…è una temporale, subterlabere è uguale a subterlaberis, seconda persona singolare
dell’indicativo futuro semplice di subterlabor; questo sub regge l’accusativo fluctus sicanos. Si sta
rivolgendo sempre ad Aretusa. Il mare adriatico è chiamato Doride amara; Doride era la sorella e
moglie di Dereo, padre di Aretusa. A v. 6 Virgilio isola incipe, imperativo di incipio; la cesura che
isola il primo dattilo, abbastanza rara, è molto interessante. Dicamus prima persona plurale
congiuntivo indipendente con valore esortativo da dico. Parla di amores al plurale, espressione che si
trova già nella commedia per indicare un’unica vicenda amorosa, e viene utilizzato da Catullo per
indicare Lesbia, meus amores. Si sta riferendo agli Amores di Cornelio Gallo, quindi celebriamo
anche la raccolta poetica di Gallo, omaggio a quest’opera letteraria che iniziava ad avere una sua
diffusione. Sullicitus è aggettivo tipico di chi è amante vittima dell’irrequietezza, come l’Arianna di
Catullo; questo termine in Properzio è strettamente connessa alla melanconia, alla tristezza, al
languore in cui vive l’amante che non riesce ad accettare la sconfitta amorosa. Tra i frammenti di
Gallo è proprio lui a parlare di tristitia, dove nel primo componimento si legge tristi Licoride per il
tuo cattivo agire.
Dopo abbiamo una temporale resa con dum+indicativo presente, il soggetto è capellae simae;
celebriamo gli amori mentre guardiamo le caprette che brucano, contesto bucolico, Virgilio che scrive
bucoliche ma che si interessa all’elegia. Nonostante il tentativo di controbilanciare facendo il
riferimento alle caprette, l’amore inizia a far presa su Virgilio, perché le caprette sono dette simae,
camuse, ma non solo dal punto di vista del suo profilo fisico, perché nella fisiognomica antica il
profilo camuso, come dice Teofrasto, è tipico della donna lasciva, protesa all’eros. Non vede più la
realtà com’è, in quanto anche le caprette diventano lascive; dunque, l’amore inizia a pervadere anche
la poesia bucolica.
Dice che non cantiamo per persone sorde, canibus da cano.
Al primo verso aveva usato labor, una sorta di grecismo, tra laborem e subterlabere c’è una
paronomasia. Identificazione tra autore e ninfa che fanno cose che non gli appartengono, in quanto
dice ad Aretusa stai attenta a non contaminarsi con le acque salmastre, allo stesso modo dice a se
stesso di cantare l’elegia, ma di stare attento a non farsi contaminare da questa.
Il canto del pastore che trova accoglienza nella natura, a v. 8.
vv.9-10
Quali boschi o quali colline/balze trattennero voi, o fanciulle naidi, quando Gallo si struggeva per un
amore indegno.
Una interrogativa diretta da quae…naides, habuere, forma arcaica parallelo ad habuerunt, da questo
dipende la temporale cum+peribat, indicativo da pereo. Questa è l’interrogatio.
Si sta rivolgendo alle naidi, ovvero le divinità delle acque, ed è come se le stesse rimproverando
perché non c’erano quando Gallo aveva bisogno di loro. È uno stratagemma retorico per invocarne
l’aiuto e sta riprendendo un passo dell’idillio I di Teocrito, nei versi 66-69, dove c’è Dafni
agonizzante e dice dove mai eravate quando Dafni si struggeva, dove mai o ninfe?
Nemora da nemus, nemoris, sostantivo neutro, mentre saltus è di quarta declinazione. Indigno amore
è traducibile anche con ingrato. Peribat traduce etaketo, usato da Teocrito, lett. si struggeva.
vv.11-12
Infatti né i giochi del Parnaso, né quelli del Pindo fecero indugio a voi, né la aonia (beotica) Aganippe.
Sintatticamente abbiamo solo fecere, terza plurale con desinenza arcaizzaante all’indicativo perfetto.
Iulla iuga è da associare sia al genitivo Parnasi che a quello Pindi, aonia Aganippe è il terzo soggetto.
Se torniamo all’idillio di Teocrito, egli diceva forse nelle belle vallate del Peneo o in quelle del
Pindo…? Virgilio sembra rispondere a Teocrito, dicendo che le ninfe non si trovano nemmeno in
quei luoghi, territori che fanno riferimento all’Elicona, luoghi del dominio delle muse. Il Pinto è una
catena montuosa tra la Tessaglia e l’Epiro, da dove nasceva il Peneo, il fiume citato da Teocrito,
mentre l’Aganippe è una celebre fonte. Tutti e tre i luoghi fanno riferimento a questi luoghi abitati
dalle Muse. Virgilio dice che le rappresentanti tipiche del genere pastorale non sono le Muse e lo
rende con questa espressione facendo riferimento al fatto che se le naiadi non sono lì allora non sono
le Muse; si scoprirà più avanti che si trovano in Arcadia. Dunque per Virgilio la poesia non si colloca
più sull’Elicona ma in Arcadia; lo dice per preparare il terreno al suo argomento.
vv.13-15
Persino gli allori, persino le tamerici, piansero lui, persino il Menalo pinifero (ricco di pini) e le rocce
del gelido Liceo piansero lui che giaceva sotto (su) una rupe solitaria.
v. 13 abbiamo due soggetti di flebere, lauri e myricae; nei due versi seguenti si replica la struttura,
avendo due soggetti pinifer Maenalus e saxa gelidi Lycaei, il verbo fleuerunt. Sta dicendo che se non
sono le Muse tradizionali a consolarlo, allora sono le muse pastorali, ovvero le piante, la natura; il
Menalo è associato a Pan. Queste piante hanno una grande risonanza letteraria, l’alloro per Apollo e
Dafne, mentre il Liceo è un monte che a Pan aveva dato i natali. La conclusione di Teocrito aveva
una evocazione al dio Pan. Il Pino ha un richiamo erotico, perché prima era un ragazzo Pytis, poi
amato da Pan e trasformato in Pino. Quindi per Virgilio Gallus è divus, un divino poeta. L’amico è
un dio, vittima anche lui di un amore sfortunato. Il Liceo è gelido, quasi a bilanciare il pinifero e fa
riferimento ai luoghi verso cui è fuggita Licoride, verso il Reno. Iacentem è participio presente da
iacio, verbo elegiaco. Sub sola rupe: il fatto che dica sotto fa pensare a una grotta; quando il poeta
elegiaco usa sub+abl. Indica una sfumatura di moto a luogo; interessante è che la rupe sia solitaria
quando lo è Gallo, dunque è una enallage, descrivendo un fenomeno di panismo, una metamorfosi,
la sua solitudine è la solitudine della natura.
14-04-23
Sola sub rupe la usa Orazio per parlare di Arianna abbandonata da Teseo, dunque è un’immagine
neoterica.
vv.16-18
Stanno intorno anche le pecore, non sdegnano esse noi/loro non si vergognano di noi e tu non sdegnare
il gregge, divino poeta, anche il bell’Adone fece pascolare le pecore presso i fiumi.
Virgilio sta sviluppando una peroratio retorica, una sollecitazione forte a Gallo, dicendogli che se
crede che gli stia proponendo di addentrarsi in un mondo rozzo si sbaglia; ricorda che gli elementi
naturali hanno sempre partecipato con umiltà agli eventi umani e poi in una sorta di climax ascendente
dice che prima di lui personaggi ben più illustri come Adone non hanno disprezzato l’ambiente
agricolo.
Sintatticamente gioca su frasi semplici, con giustapposizione sintattica e dopo circum c’è una
pentemimere. Gioca anche sulle anastrofi, in quanto et, qui con valore di etiam, è posticipato rispetto
ad antem. Paenitet, uno degli impersonali, si costruisce con l’accusativo della persona che prova il
sentimento e con il genitivo della cosa che lo genera. Giustapposta a questa frase ve ne sia un'altra
con anafora e poliptodo con verbo al congiuntivo presente con valore di imperativo negativo; pecus,
pecoris. L’ultimo verso, frase giustapposta alle precedenti con et che funge da etiam, entra in gioco
la figura di Adone. Divino poeta funge già da transizione dalla sfera pastorale alla sfera divina, in
quanto dal v. 18 farà una serie di teofania, anticipata da questa espressione. Divino poeta ricorre
nell’Ecloga V e VI, quando si parla di Gallo e di Dafni. La prima divinità è Adone, perché è la più
vicina a Gallo, in quanto è un ragazzo pastore, povero, rozzo, ma bellissimo e quindi capace di
conquistare Venere. Questi personaggi vengono citati perché sono sempre protagonisti di vicende
tragiche. Oues sta per ouis; pauit, perfetto da pasco.
vv.19-23
Venit è qui perfetto per via della quantità metrica, perché la è qui ha quantità lunga e non breve.
Venne anche un pecoraio, vennero i lenti porcai, venne dalla ghianda invernale l’umido Menalca.
Tutti chiedono donde a te questo amore? Venne Apollo, Gallo perché impazzisci, dice, il tuo tormento
Licoride ha seguito un altro attraverso nevi e attraverso orridi accampamenti.
Dopo l’apparizione di Adone, abbiamo un piccolo intermezzo di Menalca, accompagnato da un
pecoraio e da porcai; poi entra in scena Apollo, che è il primo ed anche l’unico, a parte il successivo
Silvano, aèprendere la parola.
vv. 19-20 troviamo la stessa struttura e la stessa funzione di et; upilio-onis è di terza declinazione ed
è raro, in quanto lo troviamo anche nella forma opilio. Upilio con la u ha la o lunga, mentre con la o
sarebbe stato breve; quindi, lo usa così per ragioni metriche. Subulci indica i porcai, novità assoluta,
perché prima mai nessuno aveva citato una tale figura in poesia; in apparato vediamo che gli umanisti
si sono posti il problema, in quanto essa è lezione dei codici, poi Egnatius propone di correggerlo e
usare bubulci che invece vuol dire bovari.
Dalla ghianda invernale è una forma brachilogica (tecnica retorica del discorso abbreviato, che
permette di eliminare parti di frase ma lasciando immutato il senso) di complemento di moto da luogo
per indicare tornò dal raccolto delle ghiande di inverno. Immagine interessante perché vuole
immettere l’amico nella vita quotidiana del mondo pastorale, sottolineando lo svolgimento di queste
funzioni. Uuidus sottolinea le condizioni del pastore, tutto bagnato perché ha calpestato e toccato la
terra umida. Virgilio lo sta sublimando per far capire come voglia esaltare la bellezza delle piccole
cose e lo fa utilizzando al v. 20 un versus aureus. Gradualmente questi lavori quotidiani dei pastori
prendono vita, in quanto ora c’è un discorso diretto e a farlo è un generico omnes, probabilmente tutti
quelli che Virgilio ha citato e che in coro gli fanno la domanda, dove è sottinteso est e tibi è da
spiegare come un dativo di possesso. Con Apollo riprende la rassegna teofanica iniziata con Adone,
figura umana ma divinizzata per via di Afrodite. In Teocrito c’era con Ermes, Priapo e Afrodite.
Silvano è una divinità pastorale, Pan pure è connesso, mentre in greco c’era Apollo Nobius, ovvero
Apollo protettore di pastori. Vediamo citata nuovamente Licoride in clausola, ovvero a fine verso, ad
indicare che deve finire questo amore; con apposizione prolettica è messa con tua cura, cioè la tua
croce ha seguito un altro uomo. Iperbato fortissimo tra soggetto e predicato segna la distanza fisica
tra Gallo e la donna amata e anche la distanza sentimentale che Virgilio auspica per il suo amico.
Virgilio sta volendo rimarcare la natura di prostituta della ragazza, in quanto l’amante che lei ha
preferito è qualificato come alius, diverso da alter che vuol dire l’altro fra due; qui usa alius, che
invece vuol dire un altro fra molti. Il fatto che la sintassi sia frammentata da iperbati indica la
frantumazione di questa relazione. Nives è una metonimia per indicare i luoghi montani e sta
descrivendo l’iter del viaggio di Licoride. Nives è accusativo plurale di nix, sostantivo in velare della
terza declinazione. Questo Menalca è l’alter ego di Virgilio, in quanto nell’Ecloga V Menalca canta
la divinizzazione di Dafni, anche se è Virgilio che lo sta tessendo.
vv.24-27
Venne anche Silvano con l’onore agreste del capo (ornato il capo di fiori campestri), scuotendo canne
fiorite e grandi gigli. Venne Pan, dio d’Arcadia, che io stesso vidi rosseggiante di sanguigne bacche
di sambuco e di cinabro.
Fa il suo ingresso in scena Silvano e poi Pan. Entrambe le divinità sono descritte con maggior dovizia
di particolari; Silvano è una divinità italica dei boschi, ritenuta in età arcaica protettrice dei campi e
dei greggi e poi nell’iconografia venne associato a Fauno e a Pan. Anche Pan ha una raffigurazione
tipica con l’epio, una pianta caratteristica con bacche rosse, mentre il cinabro è un minerale simile al
solfuro di mercurio, con colorazione rossa. Il cinabro è caratteristico alle divinità legate alla terra e
alla fertilità, con funzione apotropaica.
vv.24-25, la costruzione è disturbata dal fatto che si trova in ablativo honore quando ci saremmo
aspettati capitis in ablativo; rientra nell’enallage questo caso, quasi a dire che si vede prima la
decorazione sulla testa che la testa stessa. Quassans è participio presente di quasso, frequentativo
intensivo di quatio, che indica scuotere e indica al lettore dotto l’immagine delle baccanti, quindi
riportandoci ad una dimensione lasciva e di furor. Le ferule era delle ghirlande che avevano la
caratteristica di essere intrecciate con fiori inodore e con foglie variopinte, in netto contrasto
cromatico con i gigli che sono bianchi. Usa quest’espressione per indicare il nero e la morte, quindi
il dolore. Il giglio invece è il fiore rievocato dal mito di Narciso, che si trasforma in un giglio. Poi
entra in scena Pan, dio dell’Arcadia e entra in scena anche essa come luogo bucolico. Pan deus
Arcadia venit è la principale, poi il soggetto è un sottinteso nos. Rubentem ha valore di predicativo
dell’oggetto e che potremmo rendere con l’infinito, mentre i complementi ad esso legati sono di causa.
Silvano che scuote i gigli e le ferule si trovava nel IV libro di Lucrezio, dove descrive Pan che agita
un ornamento.
vv.28-30
Dice (Pan) quale limite ci sarà, l’amore non si cura di tali cose, né l’amore crudele si sazia di lacrime,
né l’erba (si sazia) dei ruscelli, né le api (si saziano) di citiso, né le caprette di fronde.
Il concetto è l’insaziabilità della passione amorosa; l’allusione a quel passo lucreziano del IV libro
getta le basi a questo concetto, in quanto Lucrezio sempre nel IV libro, alla fine, spiega quanto sia
pericoloso affidarsi all’amore eterno, quindi sempre il concetto di insaziabilità dell’amore. Riassunta
in due versi una pagina lucreziana.
Ecquis modus diventerà proprio un grido elegiaco. Dopo l’interrogativa diretta, abbiamo una prima
proposizione, a cui segue asindeticamente una proposizione coordinata con 4 nominativi che
condividono apokoinù un unico verbo, saturantur. Gramina viene dal gramen-inis; fronde, cytiso
sono ablativi di limitazione.
vv. 31-36
Ma lui triste dice (Gallo), tuttavia, Arcadi, voi canterete queste cose sui vostri monti, Arcadi, i soli
esperti nel cantare, o con quanta dolcezza le ossa riposerebbero a me (mi riposerebbero) se la vostra
siringa (strumento musicale) una buona volta cantasse i miei amori o se fossi stato uno di voi e del
vostro (endiadi), oppure custode del gregge oppure vendemmiatore di uva matura (forma
pleonastica).
Prende la parola Gallo e risponde insistendo su due concetti: mi ritrovo qui in questo mondo, dove se
devo rassegnarmi all’amore l’unica consolazione che rimane è che voi cantiate i miei amori; il
secondo è il vagheggiamento elegiaco della morte, assumendo da subito i panni di Dafni e
percorrendo la stessa strada. Ne segue un terzo, tipico della morte, ovvero il rimpianto ad una vita
non vissuta.
La proposizione principale a v. 31 e seguente è at ille tristis inquit, at non ha sempre valore
avversativo, qui è come elemento di passaggio ad un altro discorso. Tristis ha valore di predicativo
del soggetto, qui rendibile con un avverbio. Montibus vestris è complemento di stato in luogo con
ablativo semplice, ma potrebbe essere anche un dativo, cioè parlare ai monti. Il secondo arcades a v.
33 in anadiplosi rispetto al precedente, e poi una apposizione resa con soli, che concorda con periti.
Cantare è un infinito con valore di complemento di limitazione.
Si apre poi un periodo a v. 33 che è un periodo ipotetico del secondo tipo o della possibilità con
congiuntivi presenti. Si fistula dicat è la protasi. A v. 35 c’è un congiuntivo desiderativo indipendente
con valore ottativo introdotto da utinam. Ex vobis è un complemento partitivo.
Dal punto di vista morfologico greges, viene da grex, nominativo sigmatico in velare.
vv.37-41
Certamente sia che fosse a me (che avessi) Fillide, sia Aminta, sia qualunque altro furore -che importa
se Aminta è scuro, anche le viole sono nere e i giacinti/ mirtilli neri- giacerebbe con me tra i salici
sotto una vite flessuosa, Fillide coglierebbe per me ghirlande, Aminta canterebbe.
Gallo sta cercando di fare un’opera di auto persuasione; Fillide e Aminta sono figure teocritee di
bellezza maschile pastorale. C’è la concezione antica per cui il biondo o la bionda era considerati più
belli dal punto di vista estetico. Non gli importa la bellezza fisica, ma che chiunque sia riesca a
consolarlo.
vv.37-38 troviamo la protasi di un periodo ipotetico del terzo tipo, cioè dell’irrealizzabilità, qui nel
presente, da certe fino a furor. Già denuncia la falsità dell’accettazione del processo di dafnizzazione,
dando per scontato che questo non accadrà. In questa protasi, dove esset va inteso come parte di un
costrutto di dativo di possesso; furor in forma metonimica indica qualsiasi altro amore. L’apodosi è
ritardata dall’incidentale, dove sono sottintesi est e refert, in quanto è un piccolo periodo ipotetico di
primo tipo, dove la protasi più che esprimere una condizione esprime una sorta di funzione
concessiva, cioè ammesso che sia così, perché dovresti lamentarti? Che importanza ha? Quid tum è
l’apodosi, si fuscus Amyntas la protasi. V. 40 è l’apodosi del periodo ipotetico che era rimasto in
sospeso. Il soggetto di iaceret in questa apodosi è sempre quello della protasi, Fillide, Aminta e furor.
Lenta per enallage si riferisce a Fillide, tipico di un moribondo che non riesce a fare altro. A v. 41,
con un chiasmo, queste 2 frasi, separate dalla virgola, continuano ad essere apodosi del periodo
ipotetico del terzo tipo.
Ci siamo lasciati con l’immagine di Gallo che comincia a prendere coscienza della situazione in cui
si trova, c’è sempre però una nota negativa e di dolore, nei versi 40 e 41 c’è la nota dolente e qualcosa
di amaro che fa da contraltare rispetto a quest’idea di conforto, la vite flessuosa tra i salici, nei paesi
della fascia mediterranea la vite si marita all’olmo e mai al salice, il salice è una pratica tipica dei
paesi nordici e più freddi, ciò ci fa pensare che il povero Gallo mentre pensa a questa geografia
arcadica inizia a pensare ai paesi freddi in cui è fuggita Licoride, Cornelio Gallo è partito verso una
spedizione militare in paesi impervi e Licoride che si è messa al seguito di un altro ufficiale militare
tutto ciò nell’intento di tradire Cornelio Gallo, l’idea del paesaggio invernale fa vacillare la certezza
che Cornelio gallo sembra aver ottenuto.
Vv 42-45
Oh Licoride, qui sono le gelide sorgenti, qui i teneri prati, qui il bosco, qui io mi lascerei consumare
dallo stesso tempo ora il folle amore del duro Marte trattiene me in armi (armato) in mezzo ai dardi
(tra i dardi mediani) e tra nemici ostili.
Nel verso 42 e 43 fino a nemus vedono svilupparsi un periodo ellittico del verbo, il predicato sottinteso
sunt funge da predicato per tre soggetti, perciò gallo continua nella sua pera di convincimento, tre
soggetti con un predicato sottinteso. Prima notazione di carattere esegetico, Cornelio Gallo cerca di
ricostruire attorno a sé il perimetro di locus amenus, piccoli paradisi terrestri in cui il poeta immagina
momenti felici, nella letteratura italiana il locus amenus ha delle prerogative ben precise, anche qui
l’operazione di Virgilio presenta sempre degli elementi di disturbo, i fontes però sono gelidi, si ritorna
al paesaggio invernale evocato poco prima, i mollia prata evocano certo un immagine di serenità, ma
mollia richiama il molliter usato da Virgilio per designare la morte, quello che Virgilio suggerisce al
lettore è che quello che per lui sembrerà un locus amoenus diventerà un locus orridus, la conferma
definitiva si trova in clausola, riappare Licoride, è un crescendo una sorta di climax ascendente a
livello concettuale.
Nemus è l’ultimo riferimento, nemus è sì un elemento di Locus Amoenus ma è anche luogo di ombra,
si conferma questa pseudo morte di Cornelio Gallo. Successivamente abbiamo una proposizione
slegata da quella precedente ma costruire con il congiuntivo e fungendo da verbo principale andrà
considerato come congiuntivo imperfetto passivo prima persona singolare da consumo va da
considerare come congiuntivo indipendente, l’uso da parte di personaggi letterari del deittico si
introducono nella poesia romana dalla tragedia e dalla commedia. Questa presenza rimarcata di un
dettaglio comico-tragico suggerisce la dimensione fittizia di questo locus amoenus, il congiuntivo
imperfetto sembra suggerire un desiderio nel passato, ipso aevo è un ablativo di causa efficiente,
prima di Virgilio usa questo verbo in connessione con aevo Lucrezio nel libro 5° in cui dice, in curis
consumit in manibus aevo; che valore assume questo richiamo lucreziano? Lucrezio dice che vede la
sua gente consumare il tempo cercando il vuoto, tutto quell’affanno della Roma del primo secolo che
Orazio descriverà come strenua inertia, come un’agitata affannosa stasi come il desiderio dell’uomo
di trovare la verità da un'altra parte perdendo il vero centro della vita che è all’interno dell’uomo, se
Virgilio fa dire al suo personaggio che consumerebbe qui il suo tempo, sta dicendo che vorrebbe
lucrezianamente ritirarsi dai suoi impegni e diventare un poeta pastorale, ciò nasconde Virgilio che
cerca di dare alla poesia elegiaca una vena filosofica, al contrario dice Virgilio che è più bello
guardare alla società primitiva caratterizzata da innocenza e definita come età dell’oro, età felice è
l’eden che si trova nella letteratura ebraica. Gli antichi amavano designare queste età con dei metalli.
C’è un passo dell’ottavo libro delle Eneide in cui parlerà della corruzione intesa come decolor aetas,
il tempo che va scolorendosi. Il soggetto è insanus da cui dipende Duri Martis, detinet, terza persona
singolare di detineo che richiede come complemento oggetto me, in armis è una sorta di complemento
di stato in luogo figurato, hostis equivale a hostes, accusativo plurale maschile, adversus è aggettivo,
tela è un sostantivo di seconda declinazione neutro. Cornelio Gallo si trova impegnato in una
spedizione militare e comincia a rimpiangere il passato, stiamo intendendo duri martis come un
genitivo oggettivo, la differenza col genitivo soggettivo cioè quando funge da soggetto (Amor matris
verso qualcuno matris è soggettivo, invece per la madre è un genitivo oggettivo), in virtù di quel
richiamo al verso 22 che si riferiva all’amore per Licoride c’è chi ha pensato di far dipendere duri
martis da in armis, si tratta di una lectio facilior, finisce per essere difficilior la dipendenza di duri
martis da insanus amor, si crea al v. 44 una condizione ossimorica nell’immagine di Cornelio Gallo,
egli si considera vittima dell’amore folle che lo società romana ha per la guerra, al di la di ciò dice
che l’amore folle per il duro Marte trattiene lui armato, nel codice P troviamo invece inermis, come
se Cornelio fosse inerme, incapace, come si fosse in mezzo a un campo di battaglia e nemici avversi
ed egli si trova in mezzo, vittima di due parti avverse, un uomo pur essendo armato è inerme, quella
che poi Ovidio chiamerà inutilitas armis, cioè l’incapacità di usare le armi che hanno addosso.
Vv 46-49
Tu lontano dalla patria (o potessi io non credere a tanto/ ne sia a me il credere tanto [lett.]) vedi da
sola senza di me, insensibile, le nevi alpine e il freddo del Reno, o il freddo non ti offenda ah, il
ghiaccio tagliente non ferisca a te le tenere piante (cioè i piedi).
Cornelio Gallo si rivolge direttamente a Licoride che diventa un interlocutrice e non più un ricordo,
dice subito con un iperbato la distanza tra lui e l’amata, procul significa da lontano e si accompagna
a un complemento di luogo, Virgilio fa dire a Cornelio Gallo che al verso 48 tramite un anastrofe
poco comune che me dipende da sine, inverte l’ordine delle parole per esprimere la condizione di
abbandono, a ciò si aggiunge il fatto che Virgilio fa definire a Licoride il sola e poi il dura, due
aggettivi predicativi del soggetto da concordare a tu, il primo sola perché Cornelio Gallo dimentica
che non è partita sola ma con un altro ufficiale, quanto invece a dura del verso precedente si concorda
sempre a tu, nel senso di insensibile, questa donna è come un soldato irremovibile, Virgilio ci spiega
come nasce uno dei temi prediletti dei poeti elegiaci, il poeta si fa soldato perché ha a che fare con
soldatesse. Il dettaglio parimenti interessante è che dura si può concordare anche con frigora, in
quanto a breve si può considerare quel dura come un neutro plurale è una forma di enallage.
Questa donna si è perfettamente uniformata in quel paesaggio invernale in cui è arrivata con l’amante.
Le frasi successive presentano dei congiuntivi indipendenti da interpretare come congiuntivi ottativi,
nonostante tutto augura a lei buon viaggio e spera che non prenda freddo. Tanto è che già Servio, un
commentatore di Virgilio sospetta che questo pezzo fosse un pezzo di elegia di Cornelio Gallo e non
di Virgilio e se questi sono versi trapiantati, quando Cornelio Gallo dà queste formule del
propepticon, il canto di buon augurio di buon viaggio e che si pratica per gli innamorati. Il suono A
ripetuto ricorda molto un lamento funebre, inserto che deve esprimere l’incredulità di Cornelio Gallo
viene nell’uso dell’infinito più dativo più sum rimanda molto al greco εστί viene sentito come un
grecismo sintattico.
Vv 50-54
Io andrò e modulerò sul flauto del pastore siciliano, canti che sono stati composti da me in verso
calcidico, certo è da preferire il soffrire nelle selve tra le spelonche delle fiere e incidere i miei amori
sui teneri alberi (cortecce) cresceranno quelle, crescerete amori.
I primi due versi, il soggetto è sottinteso ed è ego, ibo futuro semplice di eo, modulabor futuro
semplice passivo modulo e il complemento oggetto è carmina a cui si deve concordare il pronome
relativo quae neutro plurale al nominativo, proposizione relativa prolettica, abbiamo una principale
con due verbi e una relativa propria, sunt condita, perfetto indicativo passivo da condo, cioè gettare
le fondamenta di una città o di una poesia, perciò comporre un opera letteraria, mihi dativo d’agente,
verso calcidico fa pendant con avena, significa che afferma che egli andrà ed abbandonare
definitivamente Licoride e canterà con il flauto siciliano quei versi che egli già ha scritto in passato
nel metro calcidico, il flauto siculo dice che anche lui inizierà a fare il pastore bucolico, cioè come
Teocrito, egli già in gioventù ha composto dei versi e dice che egli ha scritto imitando un poeta che
veniva da Calcide e che aveva scritto versi elegiaci, cambia e li rimodula, fa riferimento a Euforione
che aveva fatto scuola a Roma ma noi non abbiamo conferme che Euforione abbia scritto elegie,
quindi bisogna chiedersi come chiarire questo punto abbastanza oscuro, possiamo dire che all’interno
delle bucoliche Virgilio attribuisce a Euforione un poemetto dedicato la ricostruzione eziologia
dedicata a un bosco il bosco Grinèo e Virgilio cita direttamente Cornelio Gallo, dicendo che appunto
egli merita di essere consacrato nell’ Elicona perché egli aveva scritto sul monte Grineo su cui aveva
scritto Euforione di Calcide. Successivamente abbiamo una proposizione infinitiva soggettiva
rappresentata da Pati fino a ferarum, la seconda da tenerisque a arboris, il verbo di questa
proposizione è est riferito a ciascuna delle due, malle che è un infinito non è un’infinitiva a sua volta
che deriva da malo mavis malui malle ed equivale quasi ad un aggettivo o nome del predicato e certum
da considerare con valore avverbiale. Spelea altro grecismo che deriva da spelaionon ed è un calco
dal greco, nella seconda infinitiva soggettiva, arboribus in enjambement per porlo in rilievo e
richiama il teneras plantas, la fisicità che perde la recupera incidendo gli alberi. Successivamente
abbiamo due preposizioni giustapposte l’una all’altra c’è un potere vivifico legato all’amore per
Licoride e qui crescerete amori, si auto inganna, fuor di metafora sta dicendo che prolifereranno. Il
termine latino per disegnare l’acqua è linfa equipollente a ninfa, il termine linfatus, cioè riempito
d’acqua significherà pazzo, perché significherà ninfatus.
Nei versi successivi Cornelio Gallo sembra tornare nei passi pastorali che aveva cominciato, è
l’ultimo rigurgito bucolico prima di cedere all’amore elegiaco.
Vv 55-57
Nel frattempo io errerò per il menalo fra miste le ninfe (in mezzo alle ninfe) o caccerò ai violenti
cinghiali. Nessun freddo vieterà a me di circondare le balze del Partenio con i cani.
Dopo interea, composto tra inter +ea, abbiamo due proposizione coordinate l’una all’altra tramite
congiunzione disgiuntiva aut, i futuri sono i verbi della risolutezza, lustrabo, futuro semplice
indicativo prima persona singolare da lustro, abbiamo il complemento oggetto alla greca menala,
designa il monte dell’arcadia, mixtis ninfis è ablativo assoluto e deriva da misceo, la seconda
coordinata che vede come verbo menabo prima singolare indicativo futuro semplice, acris è forma
parallela di acer acra acrum, aggettivo prima classe a tre uscite. Virgilio usa spesso il plurale per
ragioni metriche, vuole indicare la ricorsività delle basse temperature, frigora è soggetto di vetabunt,
da veto, poi l’infinito circùmdare, verbo che fa eccezione per l’accento, dell’azione vietata e
l’accusativo della persona che subisce il divieto, canis ablativo strumentale e saltus complemento
oggetto di circumdare sostantivo di 4° declinazione. Virgilio afferma ciò che dirà Properzio, cioè
avendo l’amata lontana egli si distrae con la caccia, se in Virgilio viene recepito questo momento
elegiaco della caccia, in Ovidio ciò diventerà un suggerimento. Al verso 55 abbiamo Nynfis in
clausola e nei versi precedenti Cornelio Gallo guarda al suo amore per Licoride come acqua salutare,
Virgilio ci suggerisce questa esegesi per capire se stessi.
Vv 58-61
Già io sembro a me andare (già mi vedo andare) per le rupi e per i boschi risonanti piace scagliare
frecce cidonie con l’arco dei parti –come se questa fosse (sia lett.) al nostro furore o come se quel Dio
imparasse a intenerirsi alle sofferenze degli uomini.
La certezza che Cornelio Gallo fa trasparire nei versi precedenti vacilla come se uscisse di senno
perché comincia ad osservarsi, quella che errerà è solo un ombra perché lui nel frattempo è morto. Il
fatto che adoperi videor e mihi ha una grande forza evocativa, io sembro a me, sarebbe letteralmente
io vedo me come se lui si osservasse da fuori, ciò attribuisce a ire un valore assoluto, come se fosse
l’andare dell’anima dissociata dal corpo, come se fosse un naufrago che non ha avuto degna sepoltura.
Al verso 33 Cornelio Gallo affermava di essere un personaggio in cerca di sepoltura, nel verso
precedente abbiamo un doppio complemento di moto per luogo, siamo nel 4° libro delle Georgiche,
un bosco è risonante per il fragore dei corsi d’acqua, dopo ciò asindeticamente giustappone alla
proposizione una coordinata di struttura diversa, che presenta un’infinitiva soggettiva il cui verbo è
libet, un verbo impersonale è interessante che Cornelio Gallo non inserisca un pronome personale
come se ponesse le distanze dall’arte della caccia, c’è il desiderio di non dire qualcosa che il lettore
dovrebbe percepire.
Le frecce cidonie, i cidoni erano un popolo abitante nell’area nord occidentale di creta che in poesia
finiscono per indicare i cretesi in generale, e i cretesi erano i migliori arcieri e a produrre gli archi
migliori erano i Parti con i quali combattevano in modo spietato scoccando frecce in movimento
colpendo gli inseguitori. Quindi il profilo è quello di un arciere cretese che usa archi partici. Cidonia
è attestato per la prima volta in poesia con questa prosodia con la <o> lunga, cornu non è l’arco ma
il materiale con cui è fatto. Inizia l’incidentale costruita con l’uso di due congiuntivi sic e discat,
tamquam che si traduce come se abitualmente introduce una comparativa ipotetica, perciò abbiamo
due comparative ipotetiche, come se la medicina al tormento d’amore fosse la caccia, è un incidentale
estremamente tragica, come se fosse una voce fuori campo e cede il passo al disincanto totale. Nostri
è un genitivo oggettivo, plurale di maestà. Nella seconda comparativa ipotetica, discat congiuntivo
terza persona singolare da disco discis, didici.
Vv 62-69
Già né le amadriadi e neanche gli stessi canti piacciono a me, del resto, allontanatevi anche voi selve
i nostri affanni (i miei affanni) le mie fatiche non possono mutare quello neppure se noi bevessimo
in mezzo ai freddi l’ebbro e se affrontassimo le nevi sitonie dell’inverno acquoso e neanche se quando
morendo la corteccia si secca sull’alto olmo pascolassimo le pecore degli etiopi sotto la costellazione
del cancro, l’amore vince ogni cosa anche noi cediamo all’amore.
Il poeta Gallo dice che tutto ciò che egli ha detto è un falso, a lui non piace nulla di tutto ciò che è il
mondo bucolico che Virgilio gli ha prospettato. I soggetti sono hamadriades e carmina, in questa
proposizione abbiamo un vocativo, cocedite è imperativo. Il v. 64 segna la decisione di lasciare questo
mondo bucolico con il ritmo spondaico e i versi spondei sono segno di gravitas, che deve esprimere
l’irremovibilità della decisione presa, la sintassi è molto piana, questa proposizione funge da apodosi
di un periodo ipotetico misto, però le protasi sono della possibilità perché abbiamo si con il
congiuntivo presente, abbiamo 3 protasi che rinviano al periodo ipotetico del secondo tipo, come se
ammettesse la possibilità di vagare in luoghi sempre più impervi, egli si immagina trapiantato nei
luoghi climaticamente più temibilia, perciò la Tracia, luogo più freddo, la Sitonia è una delle tre
penisole della calcidica e per sineddoche indica la Tracia; bibamus congiuntivo presente di bibo,
subeamus congiuntivo presente di subeo, ienis è genitivo singolare di iens, versemus, congiuntivo
frequentativo intensivo di verto.
C’è un accostamento repentino dei traci e degli etiopi che si trova già in Teocrito. L’uso di liber con
il valore di corteccia, ulmo ablativo è sostantivo femminile indicante una pianta. Cedamus
congiuntivo esortativo prima persona plurale del verso cedo. Amor la <or> è lunga per un effetto di
allungamento in arsi, probabilmente qui Virgilio sta inserendo pezzi di versi di Cornelio Gallo, una
caratteristica ricorrente è la ricerca di effetti quasi di rima interne fondati sull’uso dell’anafora, riesce
a fare un pentametro in forma di esametro facendo in modo che il primo emistichio sia un perfetto
emistichio di pentametro. La dafnizzazione non ha avuto successo. Virgilio deve chiudere la raccolta.
Vv 70-74
Sarà sufficiente o dee, che il vostro poeta abbia cantato queste cose mentre sta seduto e mentre
intreccia un cestello di gracile ibisco o pieridi, voi renderete queste cose graditissime a Gallo a Gallo
(epanalessi) il cui amore cresce tanto in me di ora in ora quanto al rinnovarsi della primavera il verde
ontano si innalza.
Epanalessi parola ripetuta da un verso all’altro Nel primo verso Virgilio torna a rivolgersi alle dee,
abbiamo una proposizione soggettiva infinitiva perché funge da soggetto a erit sat, tra la fine e l’inizio
di un verso. Sat forma monosillabica di satis, al v. 71 abbiamo una doppia proposizione temporale
resa da dum e indicativo, pierides vocativo da concordare con dive, come se specificasse quali fossero
le dee a cui si sta riferendo. Come se Virgilio avesse collocato nella chiusa di questa ecloga una sorta
di autoritratto, è il sigillo che vuole lasciare di sé e ci stesse facendo vedere dove ha composto questa
ecloga, seduto in un giardino intento ad intrecciare un cestello, cioè intrecciare poesie di poco conto,
si tratta di una metafora, facietis, seconda plurale di indicativo futuro semplice di facio, Virgilio ha
quasi riprodotto i versi dell’amico e ha cercato di scrivere come avrebbe scritto Cornelio Gallo, come
se dicesse che l’elegia merita di avere successo, verenovo in anastrofe, cioè complemento di tempo
puntuale che indica la ciclicità, la primavera che torna sempre subicit presente indicativo del verbo
subicio e viridis alnus soggetto.
Vv 75-77
Alziamoci l’ombra suole essere nociva per coloro che cantano, l’ombra pesante del ginepro, le ombre
nuocciono anche alle messi, andate a case, andate caprette sazie, sopraggiunge espero.
Espero la stella della sera, non è un contesto di quiete, ma qualcosa che danneggia i raccolti e l’attività
letteraria. Virgilio si auto dipinge nel momento abbiamo una proposizione giustapposta alla principale
asinteticamente, grauis predicativo del soggetto e cantantibus dativo di svantaggio, solet verbo
semideponente, in enjembement abbiamo un’apposizione del soggetto umbra, la sintassi procede per
asintedo, nocet, indicativo presente da noceo, et col valore di etiam e frugibus dativo di svantaggio.
Il verso che chiude l’ecloga ha l’imperativo ite, domum accusativo semplice moto a luogo,
incidentale con lieve sfumatura causale, paratassi martellante, Servio coglie quest’anfibologia ed è
una forma di esperienza dell’elegia. Virgilio è per un attimo diventato elegiaco, ha composto questo
libro con finezza di stile. Esperus è il dio che accompagna la fase conclusiva però è interessante che
Virgilio lasci sempre una tracia ottimistica della sua scrittura, surgamus verbo tipico della levata
mattutina. Nell’Eneide dimostrerà di aver assimilato la lezione degli elegiaci oltre a quella dei tragici.
26-04-23
TIBULLO
Con Tibullo entriamo nel genere dell’elegia vero e proprio. Cominciamo ad affrontare la lettura di un
testo codificato come elegiaco.
Albio Tibullo: sul praenomen non abbiamo certezza, come non ne abbiamo su tanti aspetti. C’è una
Vita Tibulli, probabilmente riconducibile al De poetis di Svetonio, biografo di età imperiale. Abbiamo
le testimonianze di alcuni amici, come Orazio che ne parla nella 33 ode del I libro e ne parla Ovidio
nella elegia 9 del 3 libro degli Amores. Domizio Marso, poeta augusteo, riferisce che Tibullo sarebbe
morto in concomitanza con Virgilio, quindi tra il 19 e il 18.
Nasce nel Lazio, probabilmente a Paetum, nei pressi di Tiboli, fra il 55 e il 50 a.C.; nei suoi
componimenti Tibullo si presenta come povero, parla esplicitamente di paupertas, anche se bisogna
stare attenti perché la paupertas non indicas una condizione di indigenza ma di moderata agiatezza.
La povertà per i romani era aegestas, cioè la mancanza di mezzi. Orazio nella IV epistola del I libro
parla invece di divitiae.
Probabilmente ci dev’essere stato qualche evento economico che ha avuto una conseguenza sulla
famiglia, come è successo a Virgilio, per la confisca delle terre ad opere dei veterani di Pompeo.
A Roma si lega con Messalla Corvino, e il circolo che si lega intorno a lui i letterati sono più autonomi
rispetto al regime. Tibullo entra in questo circolo, e tra i tanti si lega a Ligdamo, e una ragazza,
Sulpicia, che scrive poesie molto belle per un ragazzo di nome Cirillo.
La raccolta di poesie, il corpus tibullianus, è stata tramandata in forma abbastanza compatta, ma non
abbiamo codici anteriori al XIV secolo, dunque di tradizione umanistica, come quello del 1374 della
biblioteca Ambrosiana e quello Vaticano del XIV/XV secolo, scoperti nel 1876 da uno studioso
tedesco di nome Berens.
Questi codici sono i progenitori di quasi tutti i manoscritti tibulliani in nostro possesso. Ci sono poi
gli excerta, ovvero opere, antologie dove troviamo solo estratti e frammenti dell’opera di Tibullo,
come gli excerta parisina.
Dall’ispezione di questi manoscritti emerge che il corpus doveva originariamente essere costituito da
3 libri di elegie, ma in età umanistica il terzo libro è stato sdoppiato in 2. Questo ha portato a dubbi
sulla autenticità o meno del quarto libro e sulla autenticità o meno di alcuni componimenti del corpus.
Nel I libro abbiamo 10 elegie, del 26-25 a.C., dove le prime 5 sono poesie d’amore per Delia, nomen
loquens che rinvia all’isola di Delo. A queste 5 ne seguono 3 dedicate a un ragazzo di nome Màrato;
una di queste 3 è una sorta di ars amatoria per i pueri, e una dedicata a Messalla (biglietto di auguri
per il suo compleanno) e un’ultima dedicata al tema della pace. Il secondo libro compone 6 elegie,
24-19 a.C.: 3 sono dedicate a Nemesi, la vendetta, descritta come una cortigiana crudele e
spregiudicata che vuole prendere il posto di Delia; c’è una poesia di auguri per il compleanno
dell’amico Cornuto, altri componimenti che celebrano la vita campestre.
I primi 2 libri sono sicuramente tibulliani nella loro interezza; l’autenticità inizia ad essere messa in
dubbio dal terzo in poi, mentre il quarto è totalmente in dubbio. Nel terzo (e quarto, gli umanisti fanno
partire il quarto dal panegiricus) ci sono 20 elegie, le prime sei dedicate a Neera e sono opera di
Ligdamo (c’è chi ha pensato si trattasse di Ovidio, ma non è certo), fa seguito il panegiricus
messallae, probabilmente di Catullo, databile al 30 a.C. ca, in quanto coincide con il consolato di
Messalla del 30. Gli altri 13 componimenti sono di vari poeti, tra cui Sulpicia, nipote di Messalla. Le
elegie dalle 13 alla 18 sono tutti biglietti d’amore di Sulpicia per Cerinto, mentre quelli rimanenti
sono testi d’amore ma non sappiamo se attribuirli a Ligdamo. C’è chi pensa che Cerinto fosse una
deformazione per Cornuto.
Elegia I
Qui Tibullo sembra stilare un programma poetico e di vita. È il primo componimento della raccolta
ed è anche il primo dei 5 testi dedicati a Delia, dunque potrebbe essere stato composto il 29 a.C. ca,
perché alcuni elementi ricordano un viaggio del poeta con Messalla in Oriente, quando arrivati a metà
viaggio Tibullo si sente male, scende a Corfù e torna a Roma. Questa occasione concreta trova
corrispondenza nel testo, in quanto sono prospettate delle scelte di vita che i romani venerano come
sacre, come la guerra, la politica, la vita agricola, dei negotia che per i romani sono punti
incontrovertibili. Tibullo è un rivoluzionario, perché qui dice tutto il contrario, una serie di elementi
che per il tempo erano delle eresie. Il suo programma di vita è invece di avere un piccolo orticello
che produce poco, concentrarsi sulla meditazione sull’amore e su temi delle filosofie ellenistiche. È
interessante che non va incontro alla censura; in realtà egli più di Properzio, che ha faticosamente
cercato di allinearsi al potere di Augusto, riesce a valorizzare aspetti della propaganda augustea che
erano capitali, come l’autàrcheia nazionalistica, i valori della società arcaica. Tibullo ha la doppia
capacità di fuggire dalla propaganda augustea ma in maniera furba.
Sono distici elegiaci.
vv.1-6
Un altro accumuli per sé ricchezze di oro biondo e possegga molti iugeri di terra coltivata, (un altro)
che il lavoro assiduo (la fatica quotidiana) atterrisca a causa del vicino nemico (a causa della vicinanza
del nemico), (un altro) a cui le trombe di Marte/marziali/ di guerra suonate con tutto il fiato mettano
in fuga i sonni (il sonno): la mia modesta agiatezza mi conduca verso una vita inerte purchè il mio
focolare luccichi/brilli di un fuoco assiduo.
Il primo esametro è imperniato su congerat, congiuntivo di congero, accumulare. Soggetto è alius
(un altro fra due, dunque un tu generico, qualsiasi altro civis romano); divitias che è un pluralia tantum
della prima declinazione. Sibi è un dativo di vantaggio, mentro fulvo aureo è un ablativo di materia.
Congerat è un congiuntivo concessivo indipendente, sia pure un altro ad accumulare ricchezze.
Coordinata a questa ne abbiamo un’altra speculare, con verbo teneat, congiuntivo presente sempre
con valore concessivo, avente per soggetto sempre alius. In questo v. 2 c’è un chiasmo; lo iugerum
è imparentato con gioco, quindi indica la porzione di terra che poteva essere coltivata con 2 buoi,
quindi 2550 metri quadri ca.
Segue una relativa con valore consecutivo impropria, resa con il congiuntivo terreat, ed indica una
tale ricchezza da; dice che più ricchezze accumuli più è probabile che ti rubino in casa. L’affanno
quotidiano per la gestione di un grosso appezzamento di terra espone a questi rischi. La seconda è
sempre una relativa impropria con valore consecutivo, il soggetto della quale è classica, aggettivo qui
sostantivato, che passa ad indicare per metonimia per trombe, classificate come marziali, dunque di
guerra, ma il participio perfetto pulsa deriva da pello, verbo che di per se non si giustificherebbe in
rapporto alla tromba, perché è un verbo tipico degli strumenti a percussione o a corda. È una sorta di
tropo inconsueto che bisogna necessariamente tradurlo con soffiare, ma non si trova in nessun luogo
poi nella tradizione. Fugent, congiuntivo presente da fugo; dire i sonni indica la condizione di un
soldato che la notte non può dormire perché è sempre all’erta, dunque, può fare solo dei micro-sonni,
dunque scrive così per necessità metrica ed icastica.
v. 5 una nuova frase con congiuntivo indipendente esortativo e desiderativo, da traduco; Tibullo
predilige la prosopopea, sia nei primi versi che qui con paupertas. Vitae inerti è particolare, perché
abbiamo un dativo con valenza locativo di moto a luogo, ma in apparato vediamo che qualche
manoscritto ha optato per accusativo, o per ablativo con valore strumentale o luogo figurato. Il dativo
è però difficilior, dunque preferibile. Inerti rinvia all’inerzia, ovvero uno stato di passività, una
inettitudine che si compone di in+ars, cioè privo di ogni arte e tecne, qui come incapacità nell’uso
delle armi. Vuole vivere da inetto, da emarginato, purché abbia serenità. Nella proposizione
concessiva del v. 6 è come se facesse un’antitesi con il v. 3, cioè prospetta una vita di sussistenza
come oggetto non di lamento, ma di serenità.
Rientra nella strategia retorica del preambolo, che i tedeschi hanno ribattezzato con priamel, ovvero
l’elencazione di una serie di scelte di vita chiusa poi dalla scelta di vita che per chi sta parlando è al
di sopra di ogni altra. Si può parlare anche di alius motif, ovvero il motivo dell’altro.
Quanto alla paupertas non va intesa come povertà, che è invece inopia o egestas, come spiega bene
Seneca nell’epistola 87 a Lucilio, paragrafo 40: io non vedo che cos’altro possa essere la paupertas
se non il possesso del piccolo, del poco. Quanto al divitias iniziale c’è la satira II del I libro di Orazio
a v. 13 si legge: il ricco è colui che è ricco di terra, ma soprattutto di denari collocati in fenule (fenus),
facendo riferimento all’usura.
Luceat, congiuntivo perfetto di luceo.
vv.7-10
Io stesso/in persona, da contadino pianterò tenere viti nella opportuna stagione e alberi da frutto
grandi (metonimia per indicare il frutto, quindi frutti grandi) con mano esperta e la speranza non mi
deluda, ma offra sempre mucchi di biade e mosto denso nel tino ricolmo.
Parla in prima persona; il primo periodo si apre con questa proposizione principale, dove ipse è
soggetto e rustico da predicativo del soggetto. Seram, futuro semplice di sero, verbo omografo
rispetto a sero che significa intrecciare. Facili insieme a manu costituisce un ablativo strumentale.
Nei versi 9 e 10 nec spes destituat è un congiuntivo desiderativo di cui è soggetto spes; è una frase
innovativa perché destituo con spes era vincolato a 2 costruzioni, ora destituere spem, cioè
abbandonare la speranza, con spes in accusativo, oppure destitui a spe, cioè essere abbandonati dalla
speranza, in ablativo di causa efficiente, mentre qui è totalmente innovativo e rientra sempre nella
prosopopea; è maiuscolo perché probabilmente c’è il riferimento al tempietto della speranza che si
trovava a Roma nella piazza del mercato degli ortaggi. Poi avversativa rispetto a questa una frase con
congiuntivo esortativo da prebeo.
Pinguia musta, al neutro plurale poetico è il secondo complemento oggetto.
C’è un doppio valore con sero, perché quello omografo vuol dire intrecciare canti; quindi, tesserà i
suoi canti e pianterà alberi.
vv.11-14
Infatti, sia che un tronco abbandonato o una vecchia pietra abbiano nei campi ricche ghirlande di fiori
o nel trivio (ricche ghirlande di fiori) io (li) venero e qualunque frutto il nuovo anno mi produca come
una primizia viene deposto davanti al dio della campagna.
Nel primo distico la principale è solo nam veneror, cioè fare il devoto, qui ha valore assoluto; poi
abbiamo due subordinate introdotte da seu, in correlazione disgiuntiva, all’interno delle quali stipes
e lapis sono i due soggetti. Gli accusativi dipendenti da veneror devono ricavarsi implicitamente da
questi due accusativi. Sia che un tronco abbandonato abbia serti di fiori nei campi, questo stipes,
questo tronco abbandonato, descrive la pratica di delimitazione dei campi. Esistevano dei cippi, dei
puntelli, che dovevano demarcare la proprietà e dunque oggetto di venerazione perché lì stava il dio
termine, ovvero quello di confine. Nella seconda ipotesi abbiamo invece una pietra antica nel trivio,
dove fa riferimento ai trivi, cioè alle stradine di campagna, nei crocicchi, dove si pensava che
abitassero divinità familiari, i lares compitales, da compito che vuol dire incontrarsi.
Nel distico seguente abbiamo una nuova proposizione principale introdotta dalla congiunzione
copulativa et; libatum è un participio perfetto da libo, che non funge immediatamente da soggetto,
ma implica un sottinteso determinativo, questa cosa assaporata viene deposta davanti il dio della
campagna. Soggetto sottinteso di ponitur è un id, rispetto al quale libatum è un participio perfetto con
valore predicativo. V. 13 una relativa prolettica che anticipa id oppure hoc che abbiamo sottinteso,
mentre quodcumque è usato con valore di aggettivo. Agricolae è per la prima volta utilizzato da
Tibullo in funzione di aggettivo e non si sostantivo.
Plinio il Vecchio spiega come l’abitudine antica fosse di offrire ogni tipo di frutto alla divinità ma
non prima di verificare che fossero effettivamente buoni.
C’è da pensare che si riferisca a Priapo come dio dell’agricoltura.
vv.15-16
O Bionda Cerere, per te c’è una corona di spighe dal nostro campo, che possa pendere/stare appesa
alle porte del tempio.
Viene come allocuzione Cerere, con metonimia per indicare per spighe di grano. Corona fit tibi è la
principale. Segue una relativa impropria con valore finale, affinchè possa pendere dalle porte del
tempio.
28-04-23
Cerere era venerata sull’Aventino.
vv.17-18
E donato nei giardini fruttiferi un rosso custode affinché spaventi gli uccelli con la temibile falce, o
Priapo.
Il distico si apre con un esametro concluso in se stesso, una proposizione molto semplice. Ruber
custos vede in iunctura un aggettivo maschile singolare. Segue una proposizione finale di cui continua
ad essere soggetto il ruber custos; seva falce è un ablativo strumentale. Un problema di carattere
ecdotico: in apparato si vede che donatur è correzione di alcuni umanisti, rispetto a ponatur del
consensus codicum quasi unanime, con valore di congiuntivo esortativo. Terreat ut è un’anastrofe.
Alcuni editori preferiscono non porre quelle due virgole agli estremi di Priapus, perché così siamo
costretti ad interpretarlo come un vocativo esemplato su un nominativo, ma se le togliessimo
riguadagnerebbe la funzione di nominativo e quindi venga posto negli orti fruttiferi un rosso custode,
cioè Priapo…. Priapo è il dio della fecondità, ma qui Tibullo si riferisce all’immagine di Priapo incisa
in tavolette lignee molto rozze in forma antropomorfa del dio, colorate di mineo, cioè in rosso, che
fungevano da spaventapasseri. C’è l’uso apotropaico di piccole crocette di legno che servivano per
allontanare gli uccelli; da qui si giustifica la preferenza di donatur. Il culto di Priapo proveniva
dall’Ellesponto e qui Tibullo ci sta prospettando culti di matrice arcaica recepiti dalla tradizione
arcaica per influenza greca.
vv.19-22
Anche voi custodi di un campo un tempo fertile, ora povero, voi Lari, ricevete i vostri doni. Allora
una vitella sacrificata purificava innumerevoli giovenchi, ora, un’agnellina è grande vittima di un
campo piccolo.
Nel primo distico fertis è il verbo principale, da fero, seconda persona pl., con 3 nominativi, vos,
custodes, Lares. Quoque è posposto rispetto al sostantivo cui si riferisce; poi in dipendenza da
custodes un genitivo oggettivo agri, poi proletticamente qualificato prima come felicis, poi come
pauperis. Nel distico seguente due coordinate asindeticamente.
Il primo distico è suggestivo perché il terreno finora preparato trova piena espressione in questo
distico. Esplicito per il recupero della tradizione arcaica, parafrasando la celebre evocazione arcaica
della vocazione ai Lares, chiamati dai latini Lases, detto carmen arvale, legato agli Amvarvalia, cioè
camminare in giro per i campi, ovvero ciò che facevano questi lares, degli agricoltori che
propiziavano in questo modo i loro terreni accompagnati dai sacerdoti.
Il distico seguente chiarisce questo rito degli Amvarvalia: oltre alla recitazione di una preghiera la
vitellina sgozzata serviva per disperdere il sangue nel terreno e sulle giovenche.
Nunc indica la differenza rispetto l’epoca arcaica, ora vista la situazione economica al massimo può
sacrificare solamente un’agnellina (riferimento alle conquiste delle terre).
vv.23-28
Per voi cadrà un’agnella intorno alla quale la gioventù rustica possa gridare “Evviva, date messi e
buon vino”, o se ormai io potessi vivere contento, per quanto mi riguarda, del poco e non essere
sempre dedito a una lunga via, ma potessi evitare il sorgere stivo della canicola sotto l’ombra di un
albero presso i ruscelli di acqua che scorre.
Nel primo distico la principale è agna cadet vobis, cadet è terza singolare del futuro semplice di cado.
Segue una relativa impropria con valore finale, con clamet, a cui segue il discorso diretto. Poi una
congiunzione principale resa con un congiuntivo desiderativo, possim, e contentus ha valore di
predicativo del soggetto rispetto ad ego. Seguono altre due proposizioni coordinate, introdotte da nec
e da sed; nella prima bisogna sottintendere sempre possim, o meglio, l’esse in clausola dipende dal
possim precedente.
Ortus è il complemento oggetto di vitare. Sub umbra complemento di stato in luogo, ad rivos altro
complemento di luogo di modo a luogo, praetereuntis, participio presente al genitivo da praetereo,
composto di eo, il cui nominativo è -iens, -euntis, che indica che più l’acqua scorre velocemente più
è pulita.
vv. 23-24 dice che i ragazzi potranno comunque implorare raccolti propizi e buon vino. Io a v. 24 è
una interiezione desunta recta via dal greco, dove è però impiegata in contesti bacchici, dionisiaci,
quindi in contesti deliranti; in latino questa interiezione appare nelle commedie latine arcaiche in
ambiti legati a Dionisio. Nella lirica appare in Catullo nel carme 61, carme nuziale, associato però al
dio Imeneo, preparando il terreno per il trapianto di questa interiezione bacchica, da un contesto
euforico a uno nuziale. Il lettore colto avrebbe colto questo richiamo Catulliano.
Nei 2 distici successivi esprime più esplicitamente il suo intento. C’è il motivo della recusatio,
rinuncia, delle grandi ricchezze accumulabili o con grandi attività agricole o la lunga via; quindi, il
soldato che si mette in cammino per le grandi spedizioni; infatti, deditus esse è un tecnicismo militare
per indicare le varie mansioni in un accampamento.
La canicola, Canis è la costellazione del Cane tra il 21 luglio e fine agosto, quindi la stagione più
calda. Frescura determinata dal riparo di un albero, dai ruscelli, elementi tipici del locus amenus.
vv.29-32
Né tuttavia avrei vergona ad impugnare di tanto in tanto la zappa o ad incitare con il pungolo i lenti
buoi, oppure non proverei fastidio a riportare a casa un’agnella nel seno/in braccio, o un capretto
abbandonato dalla madre dimentica.
Dal punto di vista sintattico sono giocati su congiuntivi eventuali, quindi indipendenti, impersonali.
Il primo è pudeat, da pudet, che si costruisce con il genitivo, infinito o ablativo della cosa che suscita
vergogna, e fa parte dei verbi assolutamente impersonali. Increpuisse è infinito perfetto da increpo,
come tenuisse anche se avremmo dovuto avere degli infiniti presenti, ma qui assume lo stesso valore
dell’infinito aoristico greco, che esprime una azione puntuale, momentanea nel passato. Nel secondo
distico abbiamo un infinito presente da cui dipende domum, complemento di modo a luogo con
semplice accusativo. Il complemento oggetto richiesto da referrem è triplice. Oblita matre è un dativo
di agente.
Questo concetto della vergogna è particolare, perché non suscita scalpore che un poeta rinomato si
dedichi alla campagna, basti pensare a Catone, ma colui che poteva ridicolizzarlo era il contadino
stesso, i servi della gleba. Nel secondo distico si passa all’infinito presente: si percepisce una pagina
catulliana, riportare a casa una capretta abbandonato dalla madre dimentica, si sente riecheggiare il
carme 64 dove Arianna abbandona la casa, dimentica della sua famiglia, per seguire Teseo. Lì dice
che era Arianna oblita, qui è la madre oblita del figlio. Sta preparando il terreno per il discorso erotico
che ci sarà a breve; prefigurazione di Delia che vuole portare a casa sua e che vorrebbe sganciare
dalla famiglia e dalla madre perché ormai è all’età giusta per lasciare la madre.
vv.33-36
Ora voi ladri e lupi risparmiate l’esiguo gregge, la preda deve essere presa da un grande gregge. Da
qui io sono solito purificare ogni anno il dio dei pastori e cospargere di latte la benevola Pale.
Nel primo distico il verbo principale è parcite e il soggetto è vos a cui si accompagna il vocativo
fureque lupique. In forma asindetica segue una coordinata e ilo verbo è reso con la perifrastica
passiva, est petenda. Il secondo distico il soggetto cambia, con ego come soggetto e il verbo principale
è soleo, uno dei semideponenti, da cui dipendono due infiniti.
Si rivolge ai nemici più temuti dai contadini, i lupi e i ladri. Tibullo sottolinea il grande vantaggio di
un produttore a bassa attività, in quanto non costituisce una preda appetibile. Nel secondo distico dice
che anche lui ama svolgere i propri riti propiziatori nel proprio orticello, purificando il dio di pastori
e cospargendo di latte la Pale. Il dio dei pastori non sappiamo con certezza chi sia, una divinità agreste,
un dio dei pastori di dubbia identificazione; dubbio è il fatto che subito dopo viene indicata la dea
della pastorizia, ovvero Pale. Pale è una divinità arcaica, in onere delle quale vi erano le palilie, in
coincidenza alla seconda metà di aprile; rito che prevedeva spruzzare latte sui pastori e sul bestiame.
Properzio nella V elegia del secondo libro descrive benissimo questo rituale. O pensiamo a una grande
endiadi tra esametro e pentametro; quindi, sia 35 che 36 si riferirebbero a Pale, e considerare il
maschile come femminile e il v. 35 una anticipazione prolettica del pentametro. In apparato ci
accorgiamo che pastorumque deum è una correzione di Passerat, che corregge pastoremque meum.
Il testo ci restituirebbe una fisionomia del rito forse anche più attendibile, perché sarebbe da qui io
sono solito purificare ogni anno il mio pastore e la placida Pale; quindi, facendo riferimento ai
pastori al suo servizio e indicando ciò che effettivamente il rito prevedeva.
vv.37-40
O dei, assistetemi e voi non disprezzate i doni (provenienti) da una povera mensa, né da semplici vasi
di terracotta. L’antico contadino per la prima volta fece per se coppe di argilla e le fabbricò di morbida
creta.
Invocazione generica alle divinità, con un congiuntivo esortativo. Coordinata a questa proposizione
ne abbiamo un’altra introdotta dalla congiunzione disgiuntiva nec. E paupere mensa è un
complemento di provenienza. Poi una piccola annotazione arcaizzante con cui ricorda che un tempo
l’abitudine di costruire recipienti di terracotta fosse abitudine nobile. Insiste sul fictilibus, sull’uso
non dell’oro con cui iniziava l’elegia, ma la creta, l’argilla, che viene rimarcata, prima in funzione
sostantivata a v. 38, poi fictilia è usato come aggettivo ma in iperbato forte con pocula. Si apprezza
facilis nella funzione etimologica, corradicale rispetto a facio, esaltando l’artigiano.
Fictilia è l’aggettivo neutro plurale da fictilis,e, e non ha alcun sostantivo con cui concordare. Poiché
nel verso precedente lo ha usato in funzione sostantivale, qui ha un sostantivo posticipato a verso
successivo con cui concordare, ovvero pocula, in quanto insieme dipendono sia da fecit sia da
composuit.
5-05-23
vv.41-44
Io non cerco le ricchezze e i guadagni dei padri che la messe riposta nel granaio portò all’antico avo.
È sufficiente un piccolo raccolto, è sufficiente riposare nel letto, se è lecito, e ristorare le membra sul
consueto giaciglio.
La principale, non ego requiro, con dipendente da requiro un’accusativo scomposto in due sostantivi,
divitia e fructus. Segue una relativa propria introdotta da quos, con soggetto messis. Nel secondo
distico si ripete questa struttura con sintassi giustappositiva, molto martellante; il soggetto è parva
est, con satis (forma piena, che nel tempo diviene sati, che poi si apre in e breve; poiché questa e è
breve spesso si passava al semplice sat). Nella prima frase usa satis con valore aggettivale, mentre
nel secondo caso non ha la stessa funzione, perché qui satis est viene usato per introdurre una
infinitiva soggettiva, e a fungere da soggetto è requiescere lecto, il tutto in posizione chiastica. Segue
una micro-incidentale, si licet. Segue una ulteriore infinitiva soggettiva da legare al secondo satis est,
il tutto in posizione chiastica.
Il riferimento ai patres è interessante, perché ci dice che la sua famiglia era ricca. Nella relativa
propria il soggetto è condita messis; condere, oltre il significato di fondare, ha anche il valore di
riporre, in particolare il gesto di riporre l’anfora di vino nei propri magazzini. Si sta quindi profilando
nell’immaginario del lettore una famiglia veramente ricca. Messis vuol dire prodotto mietuto, mentre
seges grano ancora nello stelo; una famiglia ricca è una che miete il raccolto e ha la possibilità di
stiparlo. Nel distico seguente contrappone a quella scelta di vita che fu dei suoi antenati, la sua. Vuole
vivere di un piccolo raccolto, vuole stare la giornata a rilassarsi a letto. Terza scelta di vita: vv.43-44
c’è una sottile differenza, perché levare membra è diverso da requiescere, come dire toro e lecto,
perché toro in realtà è il letto visto dall’angolatura dei rapporti sessuali, perché indica la materia di
cui è fatto il letto, il materasso fatto di tessuto intrecciato; infatti, è corradicale rispetto a torceo che
vuol dire intrecciare, e poi si collega all’intreccio delle membra durante il rapporto. Le uniche
battaglie che vuole fare sono quelle a letto (Properzio), valore rovesciato ed unico dell’elegia.
vv.45-48
Quanto (mi) piace ascoltare da coricato i venti furiosi e tenere la mia signora fra le tenere braccia,
oppure (quanto mi piace) quando l’austro invernale avrà versato le (sue) gelide acque, al sicuro
seguire il sonno/ assecondare i sonni, mentre la pioggia aiuta (al picchiettio suadente della pioggia).
È una grande esclamativa, retta dalla principale quam iuvat. Da questo dipendono tutti gli infiniti
seguenti, continuisse infinito perfetto con valore aoristico da tradurre con il presente, audire ecc.
queste infinitive soggettive rispetto a iuvat, all’interno il soggetto in accusativo è sempre il me
sottinteso, come vediamo dagli attributi cubantem, participio presente; nella terza infinitiva l’attributo
è securum, un aggettivo. Fuderit è un indicativo futuro anteriore da fundo e forma una temporale.
Nella piena stagione invernale, l’auster che sarebbe il libeccio, lui se ne sta a casa sua ad ascoltare la
musica della pioggia che non gli tange e stare insieme all’amata. In questo quadretto l’ablativo
assoluto imbre iuvante: in apparato vediamo che una parte della tradizione lo riporta, mentre un’altra
abbondante serie di manoscritti riporta igne. In quest’ultimo caso l’interpretazione sarebbe diverse,
introducendo l’elemento suggestivo del fuoco che scoppietta. È prosodicamente equipollente ed
anche poeticamente valido, quindi andrebbero bene entrambe. Dal punto di vista paleografico sono
molto vicini, in quanto tra il VI e il VII secolo d.C. si usa la semionciale dove la b e la g si confondono
facilmente, specie se nel caso di imbre la nasale è espressa con un trattino posto di sopra. L’unica
cosa certa è che l’immagine di due amanti che si coccolano al suono di questa pioggia si trova in un
frammento greco, una tragedia di Sofocle, I suonatori di timpani. Se ci atteniamo a questo frammento
pensando che Tibullo lo conoscesse si può optare per imbre.
Quando usa queste immagini sta facendo l’epicureo, riprendendo il secondo libro del De rerum
natura, dove dice che è bello stare sulla spiaggia a guardare il mare in tempesta. Rara trasposizione
poetica di questo principio lucreziano. Spia lucreziana è anche securum, perché se curus, stare senza
preoccupazioni, quindi l’autarkeia epicurea.
vv.49-52
A me tocchi questo, diventi ricco giustamente/ a buon diritto, colui che può sopportare l’infuriare del
mare e le tristi piogge. O quanto di oro e di smeraldo esiste perisca piuttosto che una ragazza pianga
a causa delle mie vie (metonimia per viaggi).
Finita l’enunciazione della sua scelta di vita, inizia un tono esortativo. Inizia un periodo con un
congiuntivo concessivo che è sit, a cui segue qui da legare con un sottinteso is, formando una relativa
propria. Abbiamo poi una esclamativa con congiuntivo esortativo che regge a sua volta una
comparativa, con sfumatura temporale, introdotta da potius quam. Iure, forma avverbiale derivata da
ius-iuris. Auri e smaragdi sono genitivi partitivi dipendenti da quantum.
Le ricchezze per lui possono andare alla malora, perché la sua consolazione è che non debba far
piangere la sua ragazza quando lui si allontana da Roma. Properzio stesso condanna chi si occupa
degli affari piuttosto che della propria ragazza.
Rimane vaga ancora l’immagine della ragazza.
vv. 53-56
O Messalla, a te si addice fare la guerra per terra e per mare, affinché la (tua) casa metta in mostra le
spoglie nemiche. Le catene di una bella ragazza trattengono me prigioniero/avvinto/incatenato, e io
sto seduto come un portinaio davanti ai duri battenti.
Motivo topico: il poeta elegiaco che respinge delle proposte fatte dai loro patroni, amanti della cultura,
ma politici che fanno la guerra. Essendo politici militari questi personaggi chiedevano ai loro poeti
qualcosa che celebrasse le imprese di cui erano protagonisti. Accade che questi poeti lascino cadere
queste informazioni, detto qui in maniera raffinata, con il motivo della recusatio, il gentile declinare
le offerte del patrono, in questo caso l’epos.
Nel primo distico abbiamo una infinitiva soggettiva che funge da soggetto di decet, verbo
relativamente impersonale. Segue una proposizione finale. Nel distico successivo spiega perché non
può farlo, perché è un prigioniero romano che sta in casa, metafora bellica per la guerra d’amore.
Vincla è forma sincopata per vincula, catene, ed il compl. oggetto, me, è vinctum participio perfetto
di vincio, corradicale rispetto a vinculum. Segue una coordinata alla principale, ianitor ha valore di
predicativo del soggetto. Vinctum e vinculum rinviano alla prigionia: nella tradizione epigrammatica
greca si riferiscono all’immobilità delle statue. Già Catullo nel carme 64 aveva descritto Arianna
come la statua di una baccante, rimasta pietrificata di fronte all’azione di Teseo. La statua di un
innamorato che non può fare nulla, in una condizione di paralisi, e lo spiega meglio con l’immagine
del portinaio che sta fermo davanti la porta e sta ad aspettare lì senza far nulla, se non essere attento
a non fare entrare gli amanti o che la porta si apre per fare entrare lui (paraklausituron). Nel
Gorgoglione di Plauto si parla dei chiavistelli che spera si girino da soli e che la porta si apra per fare
entrare l’innamorato.
I battenti sono definiti duri, tipico della donna recalcitrante, dicendo che la Delia di cui dopo parlerà
è difficile da conquistare.
vv.57-60
Io non mi curo di essere lodato, o mia Delia, pur di restare con te mi chiamino pure/sia pure chiamato
ozioso e indolente. Su di te si posi il mio sguardo quando sopraggiungerà per me l’ora estrema, io
possa tenerti mentre muoio con la mano che cade giù.
Nel primo distico, dopo l’affermazione con curo unito all’infinito, abbiamo il vocativo e poi una
proposizione introdotta da dum modo, purché, che forma una proposizione condizionale con il
congiuntivo sim. Quaeso forma intensiva di quaero, con valore quasi incidentale. Segue un primo
congiuntivo esortativo, spectem te, da specto forma frequentativa intensiva da specio che non esiste
più. Segue temporale con cum+indicativo, con futuro anteriore di venio, e poi te teneam, altro
congiuntivo desiderativo, moriens participio presente predicativo del soggetto con valore temporale,
manu ha valore strumentale. Immagine poetica ripresa al contrario da Ovidio negli Amores, dove
immagina Nemesi in questa condizione.
vv.61-64
O Delia, piangerai e darai baci frammisti anche a tristi lacrime a me posto sul letto destinato a
bruciare. Piangerai e non sono i tuoi precordi avvinti da duro ferro, né nel tuo tenero cuore sta una
dura pietra.
La prima proposizione è solo flebis, segue la coordinata et dabis con doppio accusativo. Nell’indicare
la persona che riceve i baci abbiamo un participio perfetto concordato con me che è positum, e il lecto
è quello dove veniva posto il cadavere da bruciare nel rogo, arsura, participio futuro. Due coordinate
l’una all’altra con 2 congiunzioni negative, non e neque. Precordi sono la parte più intima del cuore.
Una pietrificazione sintomo di una aridità di sentimenti.
vv.65-68
Nessun ragazzo, nessuna ragazza potrà riportare a casa gli occhi asciutti da quel funerale. Tu non
trascurare i miei Mani (la mia ombra, il mio spirito) ma risparmia i capelli sciolti e, Delia, risparmia
le tenere guance.
Una volta che è morto e il suo cadavere è carbonizzato, tutti se ne tornano a casa in lacrime,
suggerendo una forma di gelosia parlando di una ragazza. Nel secondo distico dice che deve onorarlo,
però non sbilanciarti troppo in manifestazioni di dolore eccessive, perché io pur nella tomba mi
sentirei male a vedere i tuoi occhi deturpati da lacrime, le lacrime che rigavano le guance e i capelli
sciolti. Quindi non fare come le prefiche che si strappano i capelli. Nel primo distico abbiamo una
proposizione principale, poterit futuro semplice di possum, lumina è il complemento oggetto che
forma litote con sicca. Il congiuntivo esortativo negativo è reso con imperativo preceduto da ne, ne
lede.
v. 69
Nel frattempo, mentre il fato (ce lo) consente, uniamo gli amori.
Abbiamo una temporale con dum+indicativo, iungamus congiuntivo esortativo.
8-05-23
Il riferimento al fato presuppone un richiamo all’incombere della morte, anticipato dalla
prefigurazione di uno scenario funebre della sua morte. Una sorte di movimento a pendolo in tutta
l’elegia, dall’amore alla vita, alla morte ecc.
vv.70-72
Presto verrà la morte coperta nel capo da tenebre, presto subentrerà l’età inerte, né converrà amare,
né pronunciare dolci parole con un capo incanutito.
v. 70, un pentametro, chiarifica meglio l’esametro precedente. Viene subito introdotta l’immagine
della morte ed è un periodo imperniato su due coordinate in forma asindetica, rese con indicativi
futuri semplici; a queste due ne segue un’altra introdotta da una congiunzione negativa, dove non
abbiamo più un soggetto vero e proprio, ma fungono da soggetti le infinitive amare e dicere.
Veniet Mors fa riferimento alla dea della morte, novità rispetto alla tradizione greca, dove vi è Ade,
l’Erebo, Proserpina, ma una dea Mors non si riscontra. Sta rivestendo di una identità femminile il dio
greco Ares, perché c’è un passo dell’Iliade, v. 845 del V libro dove si parla del casco di Ade, dunque
infernale, indossato da Atena e serve per proteggersi da Ares. È interessante che si serve di questo
casco per diventare invisibile; la Morte è come se sfuggisse alla vista dei presenti, adoperta tenebris
caput, cioè ricoperta nel capo dalle tenebre, adoperta part. perf. da adoperio da concordare a mors,
caput è accusativo alla greca, mentre tenebris è complememnto di causa efficiente. Nella seguente il
soggetto è lines aetas; ma non nel senso di inerte, inattiva, ma nel senso di priva di strumenti di
conquista per l’amore. Da una parte negli anni 30-20 a.C., Orazio muntuerà questo aggettivo in forma
di sostantivo per indicare l’incapacità dell’uomo di trovare riposo e appagamento, la strenua inerzia,
una instancabile inerzia, la caratteristica di chi sta fermo ma si stanca.
Sempre in Orazio nemmeno con la senectus si può rinunciare all’amore: nel IV libro delle Odi,
composto verso il 15 a.C., continua a parlare di amore.
Perché è un’età inerte? Non conviene amare perché suscita il riso della società, sarà indecoroso parlare
d’amore. Corrispondenza colonnare con caput v. 70 e capite a v. 72.
vv.73-78
Ora deve essere maneggiata la lieve Venere finchè non si prova vergogna nel rompere gli stipiti e
(finchè) giova/piace attaccare brighe. Qui io (rimango come) condottiero e buon soldato, voi vessilli
e trombe andate lontano, portate ferite agli uomini desiderosi, ma portate anche ricchezze. Io,
spensierato, riempito il granaio, mi farò beffe dei ricchi e mi farò beffe della penuria di cibo.
Si torna all’immagine dell’amore. V. 73, una sorta di imperativo, una affermazione di carattere
gnomico e sentenzioso attraverso l’uso della perifrastica passiva con valore sentenzioso. Il verbo è
est tractanda, sum+gerundivo, frequentativo intensivo da trago, trascinare. Qualcuno ha pensato che
Venus qui sia l’ipotiposi di Delia.
Segue una duplice proposizione temporale introdotta con dum e resa con pudet e iuvat, impersonali.
Immaginiamo la rottura delle porte, degli stipiti, riferendoci non solo alla veemenza con cui
l’innamorato può entrare in casa dell’amata, ma anche alle guerre d’amore dentro la stanza da letto,
come già vediamo nelle Ecclesiazuse di Aristofane. C’è più un riferimento di carattere scenico, perché
ritorna quest’immagine delle Ecclesiazuse o il secondo idillio di Teocrito.
A metà della temporale, inseruisse è un infinito perfetto ma con valore aoristico puntuale, traducibile
con presente. Hic ego…è la principale. La provocatoria indicazione di questi poeti dell’amante come
un soldato, l’innamorato è come un soldato.
Ora il contrasto tra il poeta e gli altri, io sono il vero soldato, gli altri lo sono pure, ma vessilli e trombe
(con doppio accusativo) devono stare lontano da me. Queste indicano metonimicamente le battaglie
militari. Cupidus è usato dai neoterici per indicare il desiderio erotico (Veneres cupidinesque in
Catullo). Soldato disposto a perdere parti del corpo pur di seguire le insegne militari in guerra.
I due verbi della principale è despiciam e despiciamque, in posizione chiastica. Despicio,
all’indicativo futuro semplice, da spicio, guardare+de, quindi guardare dall’alto in basso. Il soggetto
si accompagna all’aggettivo securus. Composito acervo una sorta di ablativo assoluto.
PROPERZIO
Sesto Properzio, nasce intorno al 48 a.C., anno celebre per la battaglia di Farsalo. In Umbria,
probabilmente ad Assisi. Una famiglia che vive in maniera tormentata, lutti, confische di terreni per
via della guerra di Perugia, rivolta scoppiata per decisione dei contadini del posto contro Ottaviano e
che poi lui seda nel 40 a.C.
Properzio lascia presto Perugia, va a Roma, rifiuta la strada forense e politica e inizia a frequentare i
circoli mondani, ambiente raffinato ed è qui che conosce Cinzia, che probabilmente si chiamava
Hostia, discendente dal poeta Hostius vissuto del II secolo a.C., autore di un’opera perduta di carattere
epico-storico. Nel 28 a.C. pubblica il primo libro, il Monobiblos, perché sembra concepito come libro
a se stante dedicato ad un personaggio di nome Tullio. In questa fase della vita c’è il sodalizio con
Mecenate, che lo introduce ad Augusto e a Mecenate dedica il secondo libro. gli studiosi sono dibattuti
sul concepimento dei libri. I libri in totale sono 4, ma quest’ultimo segna uno stacco molto forte: se
il primo e il secondo sono marcatamente di carattere amoroso, nel terzo abbiamo 5 odi che segnano
un cambiamento di rotta verso temi più di contiguità verso il regime di Augusto, le così dette elegie
romane, che hanno corrispondenza con le odi romane di Orazio. Poi dominano motivi di carattere
eziologico. Deve trattare tematiche più vicine alla politica, ma siccome politico non è si fa nuovo
Callimaco, un bibliotecario, il quale scrive gli Aiti e concepisce il quarto libro come eziologico.
Siccome non può rinunciare all’amore, nel raccontare ad esempio il culto di Tarpea insinua elementi
d’amore in quella storia. Se Livio dice che Tarpea tradisce i cittadini perché apre la porta ai nemici
per le promesse di oro, Properzio dice che si è innamorata di Totazio e per questo lo fa entrare,
rileggendo in chiave erotica le tradizioni romane. Muore intorno al 16 a.C.
Anche nel caso di Properzio parliamo di manoscritti molto tardi: un codice Neapolitanus. Tutti gli
altri codici sono umanistici databili dal XIV secolo in poi. I tresbiri amoris infatti, Catullo, Tibullo e
Properzio girano insieme nei manoscritti. Fino all’inizio del XIX secolo, quando la filologia classica
non aveva preso pienamente forma, ovvero una edizione critica che non teneva conto di più codici
possibili, ma solo di quello che avevano a disposizione. Nel 1816 Lachmann rivoluzionò il metodo
introducendo la collatio codicum ed è lui che fa una nuova edizione di Properzio basandosi su più
manoscritti, ma realizza una sorta di ipercorrettismo sdoppiando il terzo libro, facendo 5 libri di
Properzio.
I elegia I libro
Dei 4 libri di elegie questo è quello in cui è vivido in rapporto con Cinzia; l’elemento di maggiore
interesse in questa relazione rispetto a quella degli altri poeti, è che questa storia d’amore viene fin
da subito presentata come travagliata, come difficile. Possiamo datare il momento in cui è scritta
questa elegia: Properzio ha conosciuto Cinzia un anno prima di scrivere questa elegia; quindi, si apre
con Cinzia ma il poeta deve ancora conquistarla. Questo Properzio vede sé stesso come
immeritatamente punito dal destino, perché non riesce rispetto agli altri a guarire o a conquistare le
ragazze. Non può fare altro che pensare alle maghe come soluzione. Prospetta una tale quantità di
variabili che riesce a rivolgersi a qualsiasi tipo di amante, qualificandosi come praeceptor amoris.
vv.1-2
Cinzia per prima prese me, misero, con i suoi occhi (me) non toccato prima/in precedenza da alcuna
passione.
Il soggetto e Cynthia, il verbo è cepit, terza singolare indicativo perfetto di capio. Contactum,
participio congiunto, è participio perfetto da contingo da concordare a me del verso precedente. Ante
è versione poetica di antea, cupidinibus è complemento d’agente.
Cynthia è un nomen loquens, del monte dell’isola di Delo, sacro ad Apollo. Quando la qualifica come
prima, ci fa pensare che prima di Cinzia non ha mai avuto alcuna relazione. In realtà nella 15 elegia
del 3 libro, vv.5-6, dice di aver avuto una iniziazione all’amore prima di incontrare Cinzia, ovvero
una schiava di nome Licinna. Da subito Properzio, strutturando in tal modo l’elegia, si ispira
all’epigramma 101 del libro 12 della palatina, attribuito a Meleagro di Gadara, Non ero stato ancora
ferito dai desideri, ma topino mi ha colpito nel petto con i suoi occhi.
Quanto a questo primato di Cinzia merita di essere ricordata l’elegia 12 del I libro: ma io da lei non
posso staccarmi, e non posso amare alcun’altra donna, Cinzia è stata la prima e Cinzia sarà l’ultima.
Cupidines sono gli amorini, che in greco sono gli erotes.
vv.3-6
Allora Amore mi ha fatto abbassare gli occhi di una ostinata alterigia/ che erano ostinatamente alteri
e (Amore) ha pressato il mio capo con i piedi posti sopra, finchè (Amore) ìmprobo mi ha insegnato
ad avere disgusto per le caste ragazze e a vivere senza alcuna regola.
Nei versi 3-4 abbiamo 2 coordinate mediante et; nel primo caso il complemento oggetto è lumina con
mihi come un dativo di vantaggio/svantaggio, mentre complemento oggetto di pressit è caput e
impositis pedibus è un ablativo strumentale. Segue una temporale introdotta da donec che richiede
l’indicativo. La cosa insegnata viene resa con l’infinito. Nullo consilio è una sorta di ablativo assoluto
ellittico del verbo essere. Che Amore gli abbia fatto abbassare gli occhi è un motivo che rinvia alle
tragedie di Euripide, un uomo che crede di poter resistere all’amore e che altezzosamente guarda
sempre in alto, con uno sguardo fiero verso le donne che non lo tangono. L’idea è di qualcuno
convinto presuntuosamente di essere immune a qualcosa e poi ne paga le conseguenze. Fastus è
genitivo di 4 declinazione. Ora non riesce più a reggere lo sguardo, arrossisce, e Amore mette
fieramente i piedi sulla sua testa: immagine del gladiatore romano che schiaccia a terra il capo di
colui che batte, dunque è una espressione tipica.
La temporale: la relazione con Cinzia è la relazione con una donna che al momento fa pensare ad una
meretrix, ma in realtà emergerà che si tratta di una donna che appartiene all’alta società e che è
semplicemente capricciosa. Rientra nel motivo greco dell’eros didàscalos, quell’amore che deve
insegnare a non subordinare i sentimenti alle regole sociali.
vv.7-10
E questa passione non si allontana da me da tutto un anno, eppure, io sono costretto ad avere avversi
gli dèi. O Tullio Milanione, non sottraendosi ad alcuna fatica riuscì a piegare la crudeltà della figlia
di Iaso.
v. 7 costruzione semplice, hic furor in anastrofe, ad indicare anche un confusionario stato
sentimentale. Deficio viene costruito con il dativo, che tradotto così non crea disturbo, ma non lo era
per i romani, perché la grammatica antica prevedeva che si costruisse con ao/ab+abl. L’uso del dativo
è raro, ma come vediamo in apparato lo troviamo anche in altre opere. Sicuramente un preziosismo
sintattico. Toto anno è un ablativo di tempo che predilige rispetto ad un accusativo di durata, quasi a
voler indicare il fatto che per lui quell’anno è come se fosse un solo giorno. Cum tamen ha valore
quasi avversativo; cogor da cui dipende l’infinito habere. È propriamente una temporale con
sfumatura avversativa.
Dopo il vocativo Tulle, il destinatario del libro. Tullio è un amico di Properzio, probabilmente poeta,
ma sicuramente appartenente ad una famiglia politicamente impegnata, perché lo zio, Lucio Tullio
era stato console insieme ad Ottaviano poco prima della battaglia di Azio. Milanion è il soggetto,
contulit da contundo, verbo principale. Sevitiam è il complemento oggetto. C’è un ablativo gerundio
con valore strumentale che è fugendo. La differenza sostanziale tra gerundio e gerundivo, è la
possibilità di usare il gerundio quando il verbo è transitivo.
Milanione: abitudine di ricorrere all’exemplum mitico o per analogia o per antitesi. Qui in funzione
antifrastica, una oppositio didascalica. Il mito è quello di Atalanta: tra tutte le donne più ostili
all’amore, Atalanta si era consacrata alle gare e alla caccia, ma ad un certo punto solamente Ippomene
riuscì a vincere la gara con un inganno. Properzio recupera il ricercare nel mito o versioni già esistenti
o invernarne di nuove, gioco tipicamente ellenistico. La versione qui è quella che vede invaghito per
Atalanta questo Milanione, che si lascia sottoporre ad ogni tipo di prova pur di riuscire a conquistarla.
Quello che ora ci dirà è un elenco di tutte le prove che Milanione farà e alla fine riuscirà a conquistarla:
Properzio ci prova da un anno, ha fatto tutte le prove possibili, ma non ci riesce.
v.10 Iasidos è genitivo di Iasis.
vv.11-14
Infatti, or ora, lui errava negli antri del Partenio e andava per vedere le fiere irsute. Inoltre, lui colpito
dalla ferita del ramo ileo, ferito rivolse il suo lamento alle rupi d’Arcadia.
Soggetto di errabat è sempre Milanione, la versione ufficiale del mito ricordava che Atalanta era stata
abbandonata sui monti Parteni e lì si dedica alla caccia; presentare la versione secondaria del mito
imbastardendola con elementi di quella principale, per far capire al lettore dotto che era perfettamente
cosciente del mito principale.
Ibat et è anastrofe; ibat viene da eo e viene costruito con infinito con valore finale, invece di
ut+congiuntivo. Ille etiam altra anastrofe, unito a percussus, che richiede il complemento di causa
efficiente vulnere, metonimia indicando l’effetto per la causa, percosso dal colpo. Rami Hylaei, anche
qui ricorre ad una metonimia, indicando con il materiale di cui è fatta la clava Ilea, ovvero la clava di
Ileo, con un riferimento mitico alla clava più celebre della storia, Ileo era un centauro, ma è anche la
clava usata dalla stessa Atalanta, confezionata dai centauri. Saucius è aggettivo, termine virgiliano
presente nell’incipit del IV libro dell’Eneide, quando Didone si definisce saucia cura. C’è una duplice
interpretazione di ingemuit: gemette sulle rupi arcadi/rivolse il suo gemito alle rupi arcadi, quindi
come stato in luogo o come dativo (interpretazione della traduzione).
10-05-23
vv.15-18
Dunque (Milanione) poté addomesticare la veloce ragazza, tanto valgono in amore le preghiere e i
buoni gesti. Nel mio caso (in me/riguardo a me) Amore lento non escogita alcuna astuzia, né ricorda
di andare come in passato per le vie ben note.
v.15 il soggetto è Milanione, chiudendo l’inserto mitologico dei versi precedenti. Da potuit dipende
domuisse, infinito perfetto da domo. Vediamo un perfetto con valore di aoristo greco, puntuale, da
tradurre con un nostro presente. La ragazza veloce è Atalanta, poiché nessuno riesce a batterla in gara.
Nella versione di Properzio non si parla mai della sua bravura in gara, ma anche qui serve per far
capire ai lettori che conosce la versione maggiore.
v.16 i soggetti sono preces e benefacta, participio perfetto con valore sostantivato. V.17 se la prende
con Amore, accusandolo di essere tardo, caratteristica che Amore non ha mai avuto, che invece è
sempre improntato all’azione, dunque è inconsueto. Viene presa in considerazione questa lentezza
nell’escogitare qualcos’altro, magari a indirizzarlo ad altre fiamme. Nella tradizione manoscritta
abbiamo nullas, ma l’editore espunge la n.
nec meminit introduce una coordinata alla principale, con il verbo che si rende al presente, essendo
perfetto logico. Da ire dipende un accusativo dell’oggetto interno che è vias, con un uso transitivo di
eo. Notas part. perf. Concordato con vias, da nosco. Prius ha valore avverbiale, ma è il comparativo
di maggioranza di neutro di pre (prior-prius, primus al superlativo).
vv.19-22
Ma voi, che avete l’inganno (dat. di possesso) della luna tirata giù e il compito di svolgere riti
propiziatori sugli altari magici, ecco orsù provate a cambiare la mente della mia padrona e fate in
modo che lei impallidisca più del mio volto.
Inizia la serie degli aiuti in cui confida adesso Properzio, che si guarda intorno e cerca qualcuno che
lo aiuti. Il fatto che la sezione inizi con at, c’è chi pensa che sarebbe più opportuno ipotizzare et nelle
congiunzioni, chiedendo aiuto a tutti contemporaneamente, altri che sarebbe meglio aut, come se lui
ammettesse o l’uno o l’altro attraverso le disgiuntive.
Si rivolge alle streghe, indicate da vos, che funge da soggetto del convertite del v. 21, ma suona anche
come un vocativo. La principale è spezzata dalla relativa propria che va da deductae fino a focis del
v.20; all’interno della relativa i soggetti sono fallacia e labor. Fallacia si può costruire
nell’immediato con un genitivo, infatti deductae, participio perfetto, che lett. vuol dire la luna portata
giù. Opta per il participio perfetto che compendia l’espressione. La sottile differenza rispetto
all’infinito del verso seguente è che qui fa riferimento alle streghe che facevano scendere la luna, ma
era un gioco illusionistico fatto con rapidità tanto che lo spettatore non si rendeva conto di ciò che
stesse accadendo. Si ispira a Sofrone, scrittore di mimi, Le donne che dicono di tirar giù la luna, oltre
che a Teocrito, che nell’8 idillio parla a v. 69 di Ecate Selene. Anche Orazio ne parlerà nell’Epodo 5,
particolarmente attratto dalle streghe, Canidia, Sagada e Folia.
Focis magicis è in realtà l’immagine tradizionale delle streghe con il pentolone sul fuoco. En agedum
inizia la principale, convertite ha valore imperativo. E fate in modo che, in genere con fac facite ut,
qui resa in forma colloquiale con omissione di ut. Palleat congiuntivo presente, magis primo termine
di paragone, il secondo è meo ore.
vv.23-26
Allora io potrei credervi e cioè (potrei credere al fatto) che voi possiate guidare con gli incantesimi
sia le stelle sia i fiumi. Oppure voi, amici, che tardi richiamate chi è caduto. Cercate aiuti per un cuore
pazzo.
In questo primo distico sta chiudendo il discorso sulle streghe. Erano considerate capaci di invertire
il corso di un fiume, o di una stella. Properzio è disposto a credere nelle streghe se riescono ad aiutarlo
a spegnere questa passione. Crediderim, congiuntivo imperfetto con valore potenziale indipendente;
richiede normalmente il dativo, ma qui da questo verbo non dipende solo vobis, ma anche una
infinitiva oggettiva, posse duce carminibus, il cui soggetto sottinteso è sempre vos. Sidera e amnis
sono accusativi con valore di complementi oggetti richiesti da ducere. Amnis sta per amnes.
Il codex Neapolitanus ha cythalinis, che non vuol dire assolutamente nulla, da qui vari tentativi che
vediamo in apparato. Probabilmente in questa forma che non si riesce a ricostruire c’è una porzione
di testo autentico, quel cyt iniziale che fa pensare, visto il contesto, a Medea, la maga della Colchide,
perché se pensiamo all’immagine di Medea non è escluso che questo termine si riferisca a lei, perché
si ritrovano in Cytae-Cytarum, città della Colchide. Cytaeines, indica colei che viene dalla Colchide,
dipenderebbe da carminibus, io crederei che voi possiate guidare le stelle e i fiumi con gli incantesimi
di colei che viene da Cite (Medea), ma è solo una congettura, anche se metricamente andrebbe bene.
v. 25 vediamo come molti codici hanno et, altri aut. Qui si rivolge agli amici con una relativa propria,
poi la principale. Vocativo della persona invocata, immediata relativa propria per qualificarlo, poi
imperativo per chiedere la grazia che si cerca di ottenere, struttura ricorrente in questa elegia, e
modulo innodico, modulo tipico delle preghiere; è presente negli inni omerici, in Callimaco e in
molti altri poeti. Non sani pectoris è un genitivo oggettivo, come se fosse un complemento di scopo.
vv.27-32
Con forza sopporteremo il ferro e i fuochi crudeli, purché ci sia la libertà di dire le cose che la rabbia
voglia. Portate(mi) per le genti lontane e per i mari là dove nessuna donna possa conoscere il mio
cammino. Rimanete voi a cui un dio ha annuito con orecchio benevolo/favorevole, e siate sempre
concordi in un amore sicuro.
In modo trionfalistico dice che sarà capace di resistere a tutto questo, anche se nessuno riuscirà a
trovare un rimedio. Elemento che troviamo già in Catullo. Fortiter è un avverbio, ignis sta per ignes,
accusativo plurale, tipiche torture a cui venivano sottoposte i prigionieri. Segue una condizionale
reintrodotta da sit modo in anastrofe; da questa subordinata condizionale dipende un infinito.
Interessante l’uso transitivo di loquor; quae sottintende ea (le cose che) e introduce una relativa
propria resa con un congiuntivo, velit, all’interno della quale il soggetto è ira. Troviamo il congiuntivo
perché c’è una sfumatura eventuale e perché si tratta di una relativa dipendente da una infinitiva;
dunque, la consecutio richiede l’uso del congiuntivo. Gentis è accusativo plurale, per gentes.
Riecheggia inevitabilmente il carme 101 di Catullo, che a sua volta riecheggia per un verso omerico.
Abbiamo la desinenza in -is: i sostantivi in vocale della terza declinazione in origine hanno desinenze
tutte loro che conservano la vocale primigenia, come nel caso di civis-civis, che in origine aveva
l’accusativo plurale era -is, che ancora prima era ns, che per una assimilazione poi è diventato -is; poi
per analogia per un processo di normalizzazione, le scuole di Pergamo e di Alessandria hanno pensato
di lasciare un unico accusativo -es, anche per la naturale tendenza della -i breve di aprirsi in e.
v.30 proposizione introdotta da qua, che introduce una sorta di relativa particolare, una relativa
impropria con valore finale. Norit è forma sincopata per noverit, congiuntivo perfetto da nosco. Il
rimedio che cerca non è l’eliminazione di questo furor, ma un modo per conviverci. Remanete si
rivolge a tutti gli altri amanti che a Roma stanno godendo d’amore, infatti segue una relativa propria,
con riferimento a un dio generico, non sappiamo se Amore. Annuo vuol dire: dire di sì, annuire ed
indica icasticamente il gesto del capo per dire di sì. Facili aure è ablativo strumentale.
vv.33-38
Quanto a me, la mia Venere mette alla prova notti amare e Amore che mai si riposa non manca in
alcun momento. Vi ammonisco, evitate questo male, la propria preoccupazione si fermi presso
ciascuno (ciascuno non si allontani dal proprio dolore) né cambi luogo dal suo amore consueto, che
se qualcuno avrà rivolto le tarde orecchie ai (miei) moniti o con quanto dolore, aimè si ricorderà delle
mie parole.
Nel primo distico torna l’uso di in me, complemento che esprime ostilità. Coordinata alla principale
abbiamo Amor defit, da defit-defieri, composto di fio non completo. Vacuus antonimico rispetto al
tardus dei versi precedenti. V. 35 una nuova esortazione a chi sta godendo di amori stabili, con
l’incidentale moneo. Vv35-36 il soggetto è sua cura, ma siccome sta volendo personificare il dolore
di questo amante inverte i termini grammaticali. Moretur è congiuntivo esortativo, come esortativa è
la proposizione successiva, con ne con funzione avversativa e coordinante. Mutare locum richiede
l’ablativo di allontanamento, assueto amore. Nell’ultimo distico abbiamo un periodo ipotetico del
primo tipo dell’oggettività, la cui protasi è adverterit, l’apodosi è referet.
Interessante che l’apodosi sia strutturata in forma esclamativa; il quod incipitiario è una sorta di
causale dichiarativo, spesso usato in questo tipo di poesia. Auris sta per aures, tarde non sono le
orecchie ma colui che le gestisce, quindi è una sorta di enallage. Le orecchie che ascoltano sono
tipiche della tragedia greca, i muri che ascoltano e hanno le orecchie.
ELEGIA 2,26
Il secondo libro continua ad essere dedicato a Cinzia, avendo l’amore come tema dominante. Qui
racconta un sogno, un incubo; sogna di vedere Cinzia in mezzo al mare in tempesta, che sta per
annegare e invoca l’aiuto di Properzio. L’incubo sta nell’aspetto che all’invocazione di Cinzia
Properzio non riesce a rispondere con un soccorso immediato, perché sta per lanciarsi da uno scoglio,
ma non fa in tempo perché la soccorre un delfino, lo stesso delfino che secoli prima aveva soccorso
in mare il famoso poeta Arìone. Questo nei primi 20 versi. Dal verso 21 in poi inizia un’altra scena,
quasi talmente in contrasto con la prima che molti copisti pensarono di dividerla. Qui, infatti, inizia
una sorta di diffusione sulla fedeltà d’amore tra Cinzia e Properzio che sembra non c’entrare nulla
sulle cose dette in precedenza. In realtà poi inizia a descrivere la pianificazione di un viaggio fuori
porta da parte di Cinzia, con tutte le preoccupazioni che un poeta elegiaco viveva: voleva andare con
lei, ha paura che andrà incontro ad un naufragio, poi cerca di consolarsi dicendo che in genere gli
amanti vengono risparmiati dalle creature marine.
In realtà il sogno raccontato in prima battuta va interpretato come un sogno premonitore; dunque, il
testo non è da dividere.
vv.1-6
Vita mia, ti vidi in sogno su una imbarcazione distrutta sollevare le mani stanche dal mare Ionio
(Scilla e Cariddi, lo stretto ti Messina) e (ti vidi) confessare tutte quelle cose che avevi mentito a me
e (ti vidi) ormai non riuscire a fare emergere dall’acqua i capelli pesanti, come Elle agitata dai flutti
purpurei che un dorato montone portò sul molle dorso.
Si rivolge immediatamente a Cinzia con questa allocuzione affettiva, prolettico rispetto al tema stesso
dell’elegia.
La principale è vidi, da cui dipendono delle infinitive oggettive, la prima delle quali è te ducere manus.
All’interno di questa prima infinitiva oggettiva abbiamo un complemento oggetto dipendente da
ducere, lassas manus, poi un compl. di moto da luogo, Ionio rore, che indicherebbe lo spumeggiare
superficiale del mare; fracta carina stato in luogo, con sineddoche di carina che indica una parte
della nave. Poi un’altra infinitiva oggettiva, con soggetto sottinteso te e come infinito fateri, in
clausola a v.3. quaecumque è un pronome relativo indefinito, che introduce una relativa; in me funeras
mentita forma perifrastica di ppf da mentior, verbo deponente.
12-05-23
Properzio nel raccontare questo sogno introduce subito delle similitudini mitologiche. Paragona
Cinzia ad una ragazza di nome Elle, descritta come agitata dai flutti purpurei ma soccorsa di un
montone. Si sta facendo riferimento alla figlia di Atamante, re di Tebe; il suo nome era Elle, fanciulla
perseguitata dalla matrigna che voleva ucciderla e per sfuggirvi decide, insieme al fratello Frisso, di
fuggire da Tebe su un montone da vello d’oro. Durante questo viaggio precipitano in mare, Elle perde
la vita in quel tratto di mare che a lungo si è chiamato Ellesponto. La similitudine: Properzio teme
che Cinzia faccia la stessa fine e che quel mare prenda il suo nome.
vv.7-10
Quanto temetti che il mare prendesse per caso il tuo nome e che il nocchiero scivolando sulla tua
acqua piangesse te. Quante cose allora io promisi a Nettuno, quante cose (promisi) allora al fratello
con Castore e quante cose a te, Leucotoe, ormai dea.
Inizia nel primo distico una esclamativa; da timui dipende una subordinata vagamente completiva. In
latino un verbum timendi si fa timeo+ne+cong. Vuol dire temo che accada qualcosa,
timeo+ne+non+cong. Temo che non accada qualcosa. Qui abbiamo la prima costruzione con
congiuntivo haberet. Anche al verso seguente abbiamo la seconda completiva dipendente da timui;
nella prima completiva il soggetto è mare, mentre nella seconda è navita, che qui vede concordato il
participio presente labens, da cui dipende tua aqua, complemento di stato in luogo. Nel distico
seguente abbiamo un’altra esclamativa introdotta da quae, quae, non qui pronome relativo. In questa
esclamativa vv.9-10, il verbo principale è excepi, da excipio, e richiede il dativo che qui sono:
Nectuno, fratri (Polluce), tibi (Leucotoe). Iam dea è una apposizione in vocativo rispetto a Leucotoe,
ma madre di Elle e Frisso, che in realtà si chiamava Ino, figlia di Cadmo. Donna divinizzata con il
nome di Matuta per i romani, che in qualche modo dovrebbe tutelare questi figli minacciati dalla
matrigna. Immagina già Cinzia come nuova Elle, rivolgendosi alle divinità e chiedendogli di non farla
annegare.
vv.11-16
Ma tu, sollevando a stento dal gorgo le prime mani (la punta/il sommo delle mani) ormai sul punto
di morire spesso invochi io mio nome, che se per caso Glauco avesse visto i tuoi occhi a me cari
saresti diventata la signora del mare Ionio e le Nereidi avrebbero schernito te per invidia, candida
Nesea, azzurra Cimotoe.
At indica un cambio di scena. Tu è soggetto di vocas, verbo principale a v.12. c’è un fortissimo
iperbato tra soggetto e verbo, quasi a voler esprimere il fatto che questa ragazza si trovi in punto di
morte, a significare la dissociazione delle capacità vitali da questa ragazza, ovvero il porter parlare,
ormai ha una flebile voce perché le acque stanno gravando su di lei. Nel distanziare soggetto e verbo
inserisce extollens da concordare con tu; gurgite complemento di stato in luogo. Peritura, participio
futuro che non indica solo l’imminenza di una azione, ma indica anche la predestinazione, il destino
ormai segnato. Nei distici seguenti trova sviluppo un lungo periodo ipotetico, introdotto da quod, una
sorta di intercalare che funge da snodo con una lieve sfumatura causale. La protasi si impernia su
vidisset, congiuntivo ppf, quindi periodo ipotetico di terzo tipo, della irrealtà. Esses facta è l’apodosi,
congiuntivo ppf di fio o di facio al passivo. Puella ha valore di dea, stilema elegiaco. Una seconda
apodosi è a v. 15, dove però abbiamo increpitarent, congiuntivo imperfetto; Properzio sta ritoccando
l’irrealizzabilità dell’ipotesi che ci sta indicando. Considera irrealizzabile che diventi signora del mare
Ionio, ma non è impossibile che appaiano improvvisamente le Nereidi. Glauco, pescatore della
Beozia, andato incontro ad una triste sorte. Properzio sta indicando una ipotesi verosimile, ma che
vuole allontanare; quest’altra è possibile, perché fa riferimento alla possibile apparizione delle nereidi
che al momento della morte di Cinzia riderebbero di lei perché invidiose della sua bellezza e dunque
contente di vederla naufragare.
In dipendenza da increpitarent abbiamo tibi; fa riferimento a 2 Nereidi, figlie di Nereo e Doride.
vv.17-20
Ma vidi un delfino correre in soccorso a te, (un delfino) che io credo un tempo aveva trasportato la
lira di Arìone e già io mi sforzavo di lanciarmi dalla sommità dello scoglio. Quando all’improvviso
la paura disperse a me tali visioni.
Sed vidi è la principale. Costrutto del doppio dativo, il soccorso in dativo e il dativo della persona a
cui si da aiuto. Segue una relativa propria introdotta da qui, che si riferisce al delfino, riferendosi ad
Arìone inventore della lira. Ante ha valore di avverbio perché corrisponde ad antea. Nel distico
seguente abbiamo una nuova principale, con verbo conabar, da conor, verbo deponente da cui
dipende l’infinito mittere. Summo saxo complemento di moto da luogo. Segue una temporale resa da
cum+indicativo perfetto. Discussit viene da discutio. Mihi è una sorta di dativo epico.
Adesso è quel punto in cui si passa alla concretizzazione di quel sogno.
vv.21-24
Dunque, si stupiscano pure che una ragazza tanto bella mi si conceda. E sia pure detto potente in tutta
la città. Se tornassero i fiumi di Cambise e di Credo, lei non direbbe poeta scendi dal mio letto/alzati
dal nostro giaciglio.
Admirentur è un congiuntivo concessivo, da admiror, e si rivolge a tutti quei ragazzi che in città
facevano come le Nereidi con Cinzia, cioè ridicolizzano Properzio, perché non essendo uno sportivo,
non essendo interessato alla vita politica, come può pensare di conquistarla? E ora tutti gli vanno
contro perché è riuscita a conquistarla. Completiva introdotta da quod e resa con i congiuntivi serviat
e dicar. Nel distico seguente abbiamo un periodo ipotetico della potenzialità e possibilità, si redeant
flumina è la protasi, mentre dicat è l’apodosi. Si apre il discorso diretto, surge imperativo. È un
periodo ipotetico della possibilità, ma non è che pensa che possano tornare in vita Credo e Cambise,
famosi re persiani celebri per le loro ricchezze. In apparato c’è Gige, anche lui sovrano ricchissimo.
Alcuni sostengono che Cambise qui è al genitivo singolare e non al plurale. È un exemplum finctum,
nella sfera dell’adynata, quindi rendere come possibile qualcosa di irrealizzabile.
Toro indica il materasso del letto, connotazione erotica.
vv.25-28
Infatti, quando lei (Cinzia) legge le mie (poesie) dice di odiare i ricchi. Nessuna donna venera tanto
santamente le poesie. La fede giova molto in amore, la costanza (giova) molto. Colui che può dare
molto può anche amare molto.
Questi versi hanno fatto pensare che la scelta sia totalmente cambiata, ma è un inserto. Cinzia è
talmente innamorata di Properzio e della sua scrittura, che non le interessano le ricchezze altrui. In
amore ciò che fa la differenza è la fedeltà, la costanza e la perseveranza.
Nel primo distico abbiamo una temporale, resa con cum+indicativo, recitat, che rinvia alla esecuzione
di una poesia. Ma probabilmente è un falso tecnicismo. Segue la principale che è dicit, avente sempre
Cinzia come soggetto. Mea è un aggettivo neutro sostantivato che possiamo riferire a carmina. Da
qui dipende una infinitiva oggettiva.
Nel verso successivo abbiamo una proposizione asindeticamente coordinata alla principale. Poi
abbiamo versi di carattere sentenzioso.
Il soggetto sottinteso del secondo potest è is, un determinativo, che indica quello che può dare molto.
L’ultimo verso si apre quindi con una relativa prolettica alla principale.
vv.29-32
Ahimè, la mia ragazza medita di andare per il lungo mare. Seguirò costei e un solo soffio sospingerà
noi due fedeli, una sola spiaggia sarà per noi, assopiti, e un solo albero con un tetto e berremo spesso
da una sola sorgente d’acqua.
v.29 abbiamo una esclamativa introdotta dall’interiezione lamentevole. Mea puella, citazione
catulliana. Pensare alla vastità e pericolosità del mare è un motivo topico. A v. 30 abbiamo due
coordinate l’una all’altra. Nella prima coordinata abbiamo sequar con soggetto ego, indicativo futuro
semplice. Nella seconda proposizione il soggetto cambia ed è una aura, ovvero un solo respiro terrà
in vita due amanti fedeli. Sopitis è un dativo di vantaggio che presuppone un sottinteso nobis; secondo
soggetto è una arbor, tecto un ablativo strumentale.
Una terza coordinata è nos bibemus da una sola acqua. Sono elementi molto vicini all’idillio 11 di
Teocrito.
vv.33-40
E un solo banco potrà accogliere noi due amanti, sarà per me un giaciglio o la prua o la poppa.
Sopporterò tutto, incalzi pure il crudele euro e il freddo austro sospinga pure le vele verso l’incerto.
E anche voi, venti di ogni sorta, che travagliaste l’infelice Ulisse e le mille navi dei Danai sulla
spiaggia dell’Eubea, e voi che muoveste due sponde, quando guida della nave Argo era una colomba
lanciata nel mare ignoto.
Perpetiar indicativo [Link], composto di patior. Urgeat e agat sono congiuntivi concessivi. Qui
sta passando dall’augurare buon viaggio a Cinzia, alla sottile proposta di partire insieme a lei. E se
così sarà sopporterà di buon grado il vento e il mare in tempesta. Riecheggia un evento storico-mitico,
Ulisse e i Danai che devono passare dall’Eubea. Ulisse è miser, visto dal punto di vista di marito di
Penelope. Si aggiunge un dettaglio tecnico, parla di mille navi. Gli Achei quando tornarono da troia
fecero un naufragio provocato da Nauglio, re dell’Eubea, che chiese a Poseidone di punirli per aver
ucciso suo figlio Palamede. Il movimento di due sponde sono i venti che separarono le Simplegadi al
passaggio della nave Argo, mentre era diretta al porto Eusino. Argus è un genitivo appositivo di quarta
declinazione, rispetto a ratis.