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Montaigne - Filosofare È Imparare A Morire

Il saggio discute della necessità di prepararsi alla morte accettandola come inevitabile conseguenza della vita. Montaigne sostiene che meditare sulla propria mortalità ci rende più liberi e ci insegna a vivere pienamente, senza attaccamenti terreni.

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Montaigne - Filosofare È Imparare A Morire

Il saggio discute della necessità di prepararsi alla morte accettandola come inevitabile conseguenza della vita. Montaigne sostiene che meditare sulla propria mortalità ci rende più liberi e ci insegna a vivere pienamente, senza attaccamenti terreni.

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Montaigne – Filosofare è imparare a morire

Cicerone dice che filosofare non è altro che prepararsi alla morte. Così inizia il saggio, spiegando
che tutti i ragionamenti e la saggezza del mondo si riducono a questo, ovvero insegnarci a non
temere della morte. Tutti concordano sul fatto che il nostro fine ultimo è il soddisfacimento del
piacere. Anche nella virtù, lo scopo ultimo è la voluttà, che dà l’idea di un soddisfacimento
supremo, eccessivo. La felicità e la beatitudine che risplendono nella virtù si estendono a tutto ciò
che ha a che fare con esse. Tra i principali benefici della virtù c’è il disprezzo per la morte. Mentre
alcuni mali e disgrazie non sono esperiti da tutti, la morte è inevitabile.

La meta della mostra corsa è la morte, è questo l’oggetto necessario della nostra mira: se ci spaventa
com’è possibile fare un passo avanti senza agitazione? Il rimedio del volgo è non pensarci
è la morte, è questo l’oggetto necessario della nostra mira: se ci spaventa com’è possibile fare un
passo avanti senza agitazione? Il rimedio del volgo è non pensarci. Gli antichi romani addirittura

Già gli antichi romani addirittura cercavano di addolcire il termine e piuttosto di dire ‘è morto’,
preferivano il termine ‘ha cessato di vivere, ha vissuto’. La morte giunge in egual misura sia nei
giovani che nei vecchi, per questo al
momento del suo arrivo è bene essere preparati ed essere coscienti di aver vissuto al meglio e quindi
essere pronti ad accogliere la morte come una semplice conseguenza della vita. Montaigne propone
l’esempio di Gesù e Alessandro Magno che benché furono figure eminenti, morirono giovani,
all’età di 33 anni. Montaigne offre ancora una lista di esempi di persone importanti morte in
circostanze casuali e imprevedibili, dimostrando come la morte abbia diversi modi di apparire e di
come non sia prevedibile. Richiama anche al fratello che giovane morì inaspettatamente dopo ore
dall’aver ricevuto una palla in testa. M. suggerisce perciò di prepararsi all’evenienza della morte, di
pensarci sempre, il più possibile, di modo che quando essa sopraggiungerà saremo più preparati ad
accoglierla. La meditazione della morte è meditazione della libertà. Il saper morire ci affranca da ogni
soggezione e costrizione. M afferma che mai ha pensato ad un tema così ardentemente
ogni soggezione e costrizione. M. afferma che mai ha pensato ad un tema così tanto ardentemente
nella sua vita, anche in giovane età. Inizialmente l’idea della morte poteva procurargli tristi pensieri,
che però si addomesticavano al sempre pensarci. Non essendo sicuro che sarebbe tornato vivo a
casa, seppur pienamente in salute, M. racconta di quando scrisse sul suo taccuino una cosa che
avrebbe voluto facessero dopo la sua morte, nel caso in cui essa fosse sopraggiunta in quel
momento e non fosse riuscito a tempo a comunicarlo ai suoi. Chi insegnasse agli uomini a morire,
insegnerebbe loro a vivere. In più la natura in certo modo ci aiuta nella morte e ci da coraggio
insegnerebbe loro a vivere. In più, la natura in certo modo ci aiuta nella morte e ci dà coraggio
perché se la morte è rapida e violenta, non abbiamo tempo di temerla, se invece una malattia ci
pervade ci accorgiamo piano piano del sopraggiungimento di essa e quindi iniziamo a provare un
certo disprezzo per la vita e quindi desideriamo quasi la morte. È più difficile gestire questi pensieri
sulla morte quando ci si trova in salute che quando invece è malato perché in questo ultimo stato
attua un graduale disprezzo per la vita che lo fa distaccare da essa rendendolo sempre più pronto
alla morte. Se vi cadessimo improvvisamente, non credo che saremmo capaci di sopportare un tal
mutamento [] sicché non sentiamo alcuna scossa quando muore in noi la giovinezza, che è in
sostanza e in verità una morte più dura che non sia la morte totale di una vita languente, e la morte
della vecchiaia [] la nostra religione non ha avuto alcun fondamento umano più sicuro del disprezzo
della vita [] di fatto, perché dovremmo temere di perdere una cosa che, perduta, non più essere
rimpianta? Vivere e morire hanno la stessa entità, ci costò entrare in vita e così ci costa
mutamento. […] sicché non sentiamo alcuna scossa quando muore in noi la giovinezza, che è in
sostanza e in verità una morte più dura che non sia la morte totale di una vita languente, e la morte
della vecchiaia. […] la nostra religione non ha avuto alcun fondamento umano più sicuro del
disprezzo della vita. […] di fatto, perché dovremmo temere di perdere una cosa che, perduta, non
può essere rimpianta? Vivere e morire hanno la stessa entità, ci costò entrare in vita e così ci costa
uscirne, ma come è follia piangere perché da qui a tot anni non saremo in vita, lo è anche piangere
perché tot anni fa non lo eravamo. Non può esser doloroso ciò che è una volta sola. La morte è una
componente necessaria dell’universo, così come siamo nati, siamo destinati poi a morire. Il primo
giorno della vostra nascita vi avvia a morire come a vivere [] la continua opera della vostra vita è
costruire la morte. Vi è un’esortazione a vivere la vita al meglio, al saperla sfruttare di modo che
giorno della vostra nascita vi avvia a morire come a vivere […] la continua opera della vostra vita
è costruire la morte. Vi è un’esortazione e vivere la vita al meglio, al saperla sfruttare di modo che
al momento della morte ci se ne possa andare via sazi e tranquilli; comunque, se essa invece
risultava inutile e priva di senso, andarsene senza lamentarsi di averla perduta perché tanto vissuta
in miseria. La vita in sé non è né un bene né un male: è la sede del bene e del male secondo quale
voi decidete di accogliere. Essa non vi riguarda né da morto né da vivo: vivo, perché siete; morto,
perché non siete più. L’utilità del vivere non è nella durata, ma nell’uso. Montaigne attraverso gli
voi decidete di accogliere. Essa non vi riguarda né da morto né da vivo: vivo, perché siete; morto,
perché non siete più. L’utilità del vivere non è nella durata, ma nell’uso. M. attraverso
gli
ammonimenti di madre natura nell’ultima parte, ribadisce il fatto che non ha senso lamentarsi di
qualcosa che non si è ancora provata su sé stessi, né su altri. Non bisogna fuggire né la vita, né la
morte; l’immortalità non è stata creata proprio per questo, per prepararci ad entrambe le cose e per
non abbracciare la vita con troppa avidità. Per Talete (considerato il primo filosofo) il vivere e il
morire erano indifferenti. Sono di più i preparativi di cui la circondiamo che ci fanno più paura, più
che la morte stessa. Bisogna togliere la maschera alle cose come alle persone; tolta che sarà, ci
troveremo sotto quella stessa morte che un servo o una semplice cameriera sostennero
ultimamente senza paura. Felice quella morte che non concede tempo sufficiente per i preparativi di
un tale apparato! Sembra voler dire anche che ci ha poco, le persone di basso rango, sono più
preparate
troveremo sotto quella stessa morte che un servo o una semplice cameriera sostennero
ultimamente
senza paura. Felice quella morte che non concede tempo sufficiente per i preparativi di un tale
apparato! Sembra voler dire anche che chi ha poco, le persone di basso rango, sono più preparate
alla morte di chi invece da perdere nella vita ha molto (inteso a livello quantitativo più che
qualitativo).

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