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Hans Blumenberg

Pensosit
Ogni forma di vita tende a dare senza indugio e senza scrupolo le risposte alle
domande che le si pongono. Lo schema di stimolo/reazione una
semplificazione troppo grande dei dati e dei fatti, eppure sembra essere il
segreto ideale per la buona funzionalit del comportamento organico. Solo
l'uomo si permette la tendenza opposta. l'essere che esita. Sarebbe, questa, una
omissione che la vita non perdona se lo svantaggio non fosse bilanciato da un
grande dispendio di prestazioni il cui risultato da noi chiamato esperienza. Che
non si percepiscano solo segnali ma cose, significa che abbiamo imparato ad
attendere quello che di volta in volta si manifester ancora. Lindecisione
rischiosa di fronte all'alternativa: fuga o attacco pu essere stato il primo passo
verso la civilt, non dimostrabile con alcuno scavo, come rinuncia, cio, alle
soluzioni rapide, alle vie pi brevi.
Lesitazione, misurata sulla norma della semplice funzione, pu certo venire
intesa come conseguenza di un turbamento: un cambiamento del biotipo o un
mutamento di flora e di fauna causato dalle oscillazioni climatiche potrebbe aver
turbato, deformato, modificato l'univocit e la sicurezza dei dati del mondo
ambientale per il comportamento. La famosa sintesi teorico-conoscitiva della
molteplicit delle sensazioni sarebbe sorta dalla mancanza di chiarezza, dalla
estraneit del mondo ambientale.
Nella esitazione non si trova alcun piacere della funzione, ma si sarebbe potuto
trovare il piacere dell'indugiare nel forzato rinvio dell'azione. Ogni nuovo spazio
conquistato di sicurezza protetta avrebbe permesso di ampliare l'ambito di
questo profitto di piacere.
La vita richiede utilit, per concede al suoi favoriti lesperienza della libert
dallo scopo. da qui che nasce ogni civilt. Gi nelle sue manifestazioni pi
primitive, negli ornamenti come nella decorazione sugli oggetti d'uso,
contenuto il gesto dell'acquisto della libert dallo scopo, della sospensione
dell'economia. Dall'esitazione come momentanea perplessit, come pura
utilizzazione di un rinvio, pu nascere la condizione che ha un valore di vita
diverso da quello dellesame delle scelte. Per questo valore di vita gli
equivalenti linguistici appaiono quasi del tutto consunti. Come quello, per
esempio, della condizione meditativa della vecchiaia, di cui si parlava una volta,
e che non dovrebbe consistere nel meditare su qualcosa cos da eliminarne
l'esperienza. Anche la pensosit non gode la benevolenza dei contemporanei che
esigono almeno una facilit di decisione. Essere pensosi considerata una
perdita di tempo abbastanza oziosa. Il pensare e il pensare sul pensare pu forse
conferire competenza tecnica; la pensosit non viene reclamata come possesso
proprio da nessuna professione o disciplina.
Lidea che abbiamo del pensare che realizzi il collegamento pi breve tra due
punti, tra un problema e la sua soluzione, fra un bisogno e la sua soddisfazione,
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fra gli interessi e il consenso ad essi, lungo quella corda del discorso su cui
fanciulli ormai critici debbono arrivare a celeri conclusioni ed emancipazioni.
Chi pensoso pu contare nel migliore dei casi sull'indulgenza. Non ci si aspetta
da lui risultati quando si alza. Quello che fa o piuttosto quello che non fa, non
eccita nessuno e meno di tutti lui stesso. Una delle descrizioni dell'essere
pensoso quella del farsi passare per la testa le cose cos come vengono.
Nella pensosit contenuta unesperienza di libert, e tanto pi una libert del
divagare. Lampiezza dello spettro in cui si reagisce al divagare si estende dai
culmini dello humour alla pura disperazione di coloro che in una cosa
vorrebbero arrivare alla conclusione.
Nessun genere di socialit pu permettere ai suoi membri di staccarsi dal
complesso delle funzioni. La digressione esige gradi di libert che non ci si pu
permettere nel discorso sui poteri del pensare. Le strategie del dialogo non
consentono a nessuno di restare pensoso. In questa situazione sarebbe infatti
permesso di far passare una cosa per l'altra, di rendere meno esigente la severit
dei controlli e quindi di non usare nessuna misura di grandezza nei problemi. Si
pu dubitare se sia possibile pensare il senso della vita secondo regole tecniche;
sar permesso pensarci anche senza riuscire mai ad avvicinarsi ad una risposta anche solo ad una tra le molte forse possibili, e pure alla fine non possibili.
La filosofia viene considerata la metodica disciplina di questi problemi, nel caso
limite la loro proibizione, per la dimostrata irraggiungibilit delle risposte in
maniera fededegna. Il pensiero regolato appare lontano dalla pura pensosit.
Molte figure della filosofia sembrano essere contrarie a questa separazione.
Socrate era un pensatore nel senso di questa severit?
I suoi risultati sarebbero stati allora i pi miseri di tutti quelli possibili: che cosa
si sarebbe raggiunto nel sapere che non si sa nulla? E che cosa, nel coinvolgere
gli altri, che si credevano in possesso del sapere, nell'attirarli e nello spingerli
ironicamente nella perplessit e nella confusione?
A meno che non lo s'intenda come il ricondurre il pensiero allesser pensosi, alla
sua origine, al terreno che ha abbandonato ma a cui deve sempre ritornare. Lo si
chiami pure, il terreno del mondo-della-vita.
In esso la filosofia ha superato ogni dubbio sul proprio diritto all'esistenza, con
grande meraviglia di chi la diceva morta. Per me la filosofia non uguale alla
pensosit, ma non si pu negare la sua origine da questa e soprattutto la sua
volont di servirla. La sua forma ideale non soltanto il pensatore che si
assicura secondo tutte le regole darte e che impedito ad ogni passo dalla pura
riflessione sui metodi.
Altrimenti Socrate, Diogene, Kierkegaard o Nietzsche sarebbero entrati nella
storia della filosofi?
Socrate, in carcere, prima della sua morte ritornato alle favole di Esopo che i
greci conoscevano gi dalla loro infanzia. Questo piccolo particolare un segno
che per il momento vorrei seguire.
La favola di Esopo una forma di estrema e tuttavia artistica semplicit.
Ecco un esempio: Un vecchio tagliava la legna, se l'era caricata sulle spalle e
aveva cominciato a camminare per un lungo tratto. La strada lo aveva stancato.
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Si tolse allora il carico dalle spalle e chiam la morte. Che apparve presto e gli
chiese perch lo avesse chiamato. Il vecchio rispose: perch tu mi aiuti a
rimettere sulle spalle di nuovo il mio carico.
Si sente che la storia breve, se le si presta attenzione, rende pensosi. N pi n
meno: pensosi.
Ora, le favole che sono state tramandate sotto i1 nome di Esopo non sono finite
quando il loro racconto alla fine. Hanno sentenze su ci che debbono
insegnare o abbiano potuto insegnare: il loro epimythion, la morale della
storia.
Gli umanisti e i filologi si erano accorti della sproporzione o della non
proporzione di queste sentenze con le storie a cui sono attribuite. Se ci si
lasciati andare alla pensosit cui la favola induce, la sua morale, come
risultato da intendere, non solo spesso estremamente deludente ma addirittura
sconcertante e tormentosa nella sua incomprensione. Sebbene quasi nessuna di
queste sentenze si possa definire sbagliata, tutte in fondo hanno qualcosa di
particolare e di inspiegabilmente improprio e inopportuno.
Nel caso della favola che ho scelto, Il vecchio e la morte, scritto che da tempo
antico, forse non antichissimo, la storia (logos) dimostra che ogni uomo
amante della vita (philzoos) e questo anche se le cose gli vanno male.
Certamente non sbagliato, eppure delude. Non soltanto una triste riduzione
del senso della favola, ma un turbamento della pensosit appena risvegliata.
costretta a misurare la banalit della morale, il significato del nudo
avvenimento; costretta al dubbio che una tale meravigliosa opera possa davvero
essere stata pensata per tale quintessenza.
Se si tenta da soli di estrarre dalla favola il messaggio, l'informazione che
vorrebbe trasmettere, ci si accorge presto che ogni frase che si pronuncia
appiattisce la profondit che pu essere compresa, non solo intesa, nella
pensosit; esclude troppo perch si possa accettare in questo modo, per quanto
sia giusto che non possa esistere alcun grado di miseria della vita che le tolga
completamente il suo valore.
Vorrei allora fare un passo avanti dicendo che la pensosit, che la favola
provoca, legata alla pensosit che nella favola si manifesta. Il vecchio di cui si
racconta non un pensatore che tra il buttare via il carico e l'arrivo della
morte abbia mutato una considerazione sul poco valore della vita, ma
qualcuno che nell'indugio impara il profitto che esso soltanto concede. Il
vecchio ha gettato via il carico insopportabile perch alla fine deciso e vuole
aspettare la morte, e laver gettato il carico gli concede ancora una dilazione,
trarre un respiro, guardare il mondo, che sotto il carico aveva osservato,
guardarlo ancora una volta per sentire quale sarebbe il prezzo per essere liberato
definitivamente dal carico. Mentre sta cos pensoso, si avvicina la morte
chiamata; e sembra che il vecchio ottenga dalla morte quel prolungamento della
dilazione che si era procurato con la sua stanchezza della vita.
La favola non dice nulla di quello che era passato in mente al vecchio per
commuovere la morte ad aiutarlo nel continuare a portare il carico, quasi fosse
stata chiamata per questo. Ma in quello, appunto, che la favola non dice, si
concede a noi lo spazio possibile in cui restiamo pensosi.
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La pensosit si manifesta anche nella sproporzione tra favola e morale. Si


vorrebbe quasi credere che gli epimythia siano stati inventati proprio per
dimostrare agli ascoltatori e ai lettori come ben poco si ottenga dal trarre una
morale dalla storia, dal ricondurla ad una frase conclusiva e comodamente
trasferibile, e come invece sia essenziale raggiungere una condizione di
pensosit che protegga da queste frasi. La pensosit una pausa anche rispetto
ai risultati banali che il pensiero ci procura quando ci si interroga sulla vita e
sulla morte, il senso e il non senso, 1essere e il nulla.
Il mio risultato - e per obbligo di professione ne devo pur dimostrare uno - che
la filosofia debba conservare se non rinnovare qualcosa della pensosit, della sua
origine dal mondo della vita.
Per questo non deve essere vincolata a particolari aspettative sul tipo della sua
utilit. Il legame col mondo della vita sarebbe distrutto se il diritto di interrogare
della filosofia fosse limitato dalla normativit delle risposte o anche solo dalla
costrizione di porre interrogativi secondo le possibilit delle risposte e della loro
disciplina.
La filosofia rappresenta solo un risultato pi generale in ogni cultura: quello
della insopprimibilit dei suoi bisogni e problemi elementari attraverso il suo
ipotetico superamento. Cultura anche rispetto dei problemi cui non possiamo
dare risposta e che ci fanno riflettere e ci lasciano pensosi. Heine ha riversato
tutta la sua beffarda ironia su Kant dicendo che ha scritto la sua seconda Critica,
quella della ragione pratica, con i temi della pensosit: libert, esistenza di Dio,
immortalit, soltanto per far piacere al suo vecchio servitore Lampe. Quando
l'audacia dell'ironico beffardo poeta si dissolta, si resta pensosi: non potrebbe
forse essere vero?
Non c' bisogno di fare nomi venerabili. Rispetto al mondo volevamo e
vogliamo sapere a che cosa attenerci.
E anche se siamo sicuri che non ci saranno da formulare risposte e che le
risposte formulate non saranno realizzabili, non ci lasciamo convincere
facilmente a rinunciare, solo temporaneamente, solo confidando nell'ersatz
(sostituzione) delle risposte.
A che cosa attenerci, a questo pensiamo, ora che siamo stati distolti dal non
pensarci.
Pensosit vuol dire: non tutto resta cos semplice e naturale comera.
Questo tutto.
Il testo ripropone il discorso di ringraziamento del filosofo tedesco Hans Blumenberg per
il premio di prosa Sigmund Freud ed comparso in Italia per la prima volta nella
traduzione di Lea Ritter Santini in In forma di parole, Elitropia Edizioni, Reggio Emilia
1981