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“Guarda, ti sta salutando Gianni” Si girò, ma non vide alcun essere vivente, nessun bonario e baffuto bevitore

emiliano, nemmeno qualche cane chiamato con quel nome da padroni con un pessimo gusto. Solamente quei tre
alberi, che segnavano l'ingresso del viale, stormendo al vento, quei prati di tarassaco a delimitare l'argine del
fiume.

L'uomo ha sempre avuto una convinzione, inveterata, granitica, inamovibile: quella di essere superiore. Poco
importa quale sia il secondo termine di paragone, in ogni momento della sua ricerca filosofica esso si è dato
privilegi ed esclusive che in realtà poco hanno a che vedere con la verità dei fatti. Noi, al vertice della creazione,
noi, che sappiamo comunicare, noi, che usiamo la tecnica e modifichiamo ciò che ci sta attorno; e solo dopo
arrivano gli altri, coloro che “non sono”. Ma proprio lo strumento della nostra presunta superiorità ha squarciato
il velo, mostrandoci cose che ancora non riusciamo a comprendere nella loro essenza, perché non riusciamo ad
accettarle. Così, pur essendo razionalisti, si è ancora scettici sulla presenza di forme di vita extraterrestri,
ignorando volontariamente che nell'universo esistono un numero di galassie nell'ordine dei 100 miliardi (
http://it.wikipedia.org/wiki/Galassia ), o che secondo stime pessimistiche dell'equazione di Drake le civiltà che
potrebbero comunicare con noi in questo momento sono 23 ( http://it.wikipedia.org/wiki/Equazione_di_Drake ).
“Siamo soli?” è solamente una domanda retorica: sarebbe arrogante, e quasi impossibile dal punto di vista
statistico, pensare di essere l'unica specie dominante dell'unico ecosistema esistente in tutto l'universo, un delirio
di onnipotenza che alcuni dissimulano attribuendo a Dio la decisione di creare un unico mondo, un unico genere
umano a sua immagine e somiglianza. E noi dovremmo essere il solo capolavoro del Supremo, noi, umani
meschini, fragili, soggetti alle intemperie emozionali e opportunisti verso i nostri simili? Sarebbe più opportuno
definirci come una delle tante specie di uno dei tanti ecosistemi presenti nell'universo. Dovremmo insomma
abbassare la cresta anche all'interno del nostro campionato, anche quando giochiamo in casa, poiché nuove
scoperte scientifiche stanno rendendo palese come il nostro vantaggio evolutivo non sia poi così schiacciante, e
come molte delle nostre caratteristiche, come la comunicazione, l'intelligenza ed il movimento, che prima
sembravano un'esclusiva delle specie superiori, siano in realtà proprie anche di batteri (
http://www.ted.com/talks/bonnie_bassler_on_how_bacteria_communicate.html ) e piante (
http://www.ted.com/talks/stefano_mancuso_the_roots_of_plant_intelligence.html ). È stato poi fatto notare
come il nostro modello evolutivo non sia il solo vincente: per Stephen Hawking, ad esempio, davanti a un
evento catastrofico di dimensioni planetarie come la caduta di un grande asteroide, l'eruzione continuata di
ceneri da uno dei tanti vulcani attivi sulla crosta terrestre o un conflitto nucleare, sarebbero probabilmente
alcune specie di batteri, gli esseri più semplici dell'albero evolutivo, a sopravvivere e a prosperare, forti del loro
numero e della loro mutabilità genetica, e non noi ( Stephen Hawking, L'universo in un guscio di noce, Milano
2010). E la via che ha portato alla specie Homo non è nemmeno l'unica percorribile, come dimostrano il seppur
fallito esperimento evolutivo dei fossili di Ediacara ( http://it.wikipedia.org/wiki/Fauna_di_Ediacara ). Inoltre, il
nostro organismo si sta poi dimostrando un meccanismo sempre più integrato con l'ambiente circostante e
dipendente da altri esseri viventi, senza i quali non potrebbe sopravvivere, tanto che il nostro corpo è formato da
un numero di batteri simbionti 10 volte superiore a quello delle cellule umane propriamente dette.

In sintesi, non vi è un crepaccio ineliminabile tra l'uomo e gli altri esseri viventi, con i quali condividiamo un
codice genetico comune e gran parte della nostra storia evolutiva, e molte delle caratteristiche considerate
prettamente umane sono presenti in embrione o con altre modalità anche in altri esseri viventi. L'albero
evolutivo non va quindi visto come una piramide aristotelica di continuo perfezionamento che ci vede al vertice,
ma come un sistema integrato dove una parte può esistere solo in presenza del tutto, dove è la comunicazione la
vera realtà, quella che genera vita dalla materia, la melodia che amalgama suoni che altrimenti sarebbero
scoordinati e disarmonici. Una comunicazione che come già detto non è prerogativa umana, ma che coinvolge
un numero molto grande di organismi, che vanno così a formare una rete sociale che crea reciproco vantaggio e
che ha come scopo ultimo il mantenimento della vita piuttosto che del singolo individuo, sfruttando anche
meccanismi simbiotici. E proprio questo è l'altro punto fondamentale senza il quale non si può capire il senso di
questo lavoro: biologicamente parlando, il fine ultimo di ogni singolo essere vivente è la conservazione della
specie, della popolazione, dal quale poi scaturisce solo in un secondo momento l'interesse del singolo. Questo
obiettivo ultimo potrebbe sembrare raggiungibile solamente tramite rapporti di competizione con le specie
simili e rapporti di predazione con quelle appartenenti a livelli trofici inferiori, ma un altro tipo di rapporto, più
raffinato e avanzato, può subentrare: quello cooperativo, sia intraspecifico che interspecifico, un legame che non
cerca lo scontro ma la collaborazione reciproca, la simbiosi, a vantaggio di entrambi i contraenti il patto.
Attraverso la comunicazione e la condivisione di informazioni si arriva ad un ulteriore livello di organizzazione
cellulare, pluri-organismo, che trascende quello cellulare e quello pluricellulare, formando un tutto unico che ha
caratteristiche profondamente diverse dalle sue parti costituenti. Sarà questo il focus centrale del lavoro, i
collegamenti esistenti a vari livelli tra gli organismi viventi, linee che sono più importanti dei punti dai quali
iniziano e che formano una intricata ragnatela che collega batteri e uomo, piante e insetti. Interazioni che un
tempo erano considerate solamente competitive o predatorie, ma che oggi si rivelano molto più cooperative di
quello che si credesse (pag. 535-6, 15.37). Il principio che regola queste relazioni è sempre quello della
conservazione della specie, che però è ottenuta attraverso strade aliene allo scontro.
Si arriverà a dipingere un quadro nel quale la realtà è scambio di energia, dove ogni singolo essere vivente non
può esistere se non in connessione con l'esterno, con altri essere viventi, con un unico grande super-organismo,
formato dalla miriade di legami esistenti tra le singole entità viventi. Un vero e proprio flusso di energia che
scorre lambendo ogni singolo ciotolo, sfumandone i contorni. Una consapevolezza a cui i poeti, liberi dagli
angusti limiti del metodo sperimentale, sono approdati con netto anticipo rispetto agli scienziati, quasi come se
fosse un concetto innato presente nel naturale ordine mentale dell'uomo.

FASE 1: LA DISTRUZIONE DELLO SCIOVINISMO CEREBRALE (pag 36)


Nel mondo scientifico è radicata l'idea secondo la quale lo sviluppo dell'intelligenza sia forzatamente legato alla
presenza di un sistema nervoso centrale, in sintesi di un cervello, un'unità di elaborazione centrale che incameri
tutte le informazioni provenienti dagli organi sensoriali esterni ed interni e che trasformi questi stimoli in
risposte adeguate. Ma consideriamo la radice etimologica della parola “intelligenza”, che deriva dal verbo latino
intelligĕre, che significa “capire”, “leggere tra le righe”, “estrapolare un significato”. In termini biologici, gli
aspetti importanti dell'intelligenza sono quelli che permettono ad una specie di avere un vantaggio evolutivo
rispetto ad altre specie (Warwick 2001, pag 32); la definizione di intelligenza potrebbe allora essere tradotta
parzialmente come comportamento adattivo, modifica del proprio fenotipo in risposta a stimoli esterni. Allora,
anche piante e batteri possono essere considerati esseri intelligenti. Sono stati condotti diversi esperimenti che
mostrano come gli organismi vegetali agiscano intelligentemente nell'acquisire risorse, modificando attivamente
il proprio fenotipo in risposta ai complessi cambiamenti ambientali che avvengono intorno a loro e
assicurandosi così il massimo benessere. La risposta non scaturisce dall'analisi del singolo elemento, ma è
dovuta ad un'analisi integrata di tutti i fattori esterni ed interni. In altre parole, le piante mantengono un certo
comportamento in relazione al contesto esterno, ai fattori biotici complessi che sono stati rilevati (presenza di
luce, acqua e minerali, stimoli meccanici, umidità, composizione del suolo, temperatura e composizione
dell'aria), proprio come fanno gli animali, usando solamente risposte di diverso tipo: se gli animali utilizzano
come modalità primaria il movimento, le piante possono servirsi di cambiamenti di turgore, alterazione del tasso
di traspirazione delle foglie e dell'orientamento di queste, modifica della percentuale di biomassa destinata ai
vari organi. Tra i fattori biotici che vengono analizzati dagli organi sensoriali della pianta vi è anche la presenza
e l'identificazione di possibili “vicini di terreno”, con i quali la pianta può eventualmente comunicare, scambiare
informazioni.
Inoltre, sembra che le piante siano in grado di ricordare eventi passati e possano quindi imparare dall'esperienza
passata. Diverse piante sono in grado di memorizzare passate esperienze stressanti e di richiamare tali
informazioni, che sono capaci di influenzare le future attività della pianta (Goh et al. 2003, pag 51). Per
esempio, delle piante di mais precedentemente attaccate dal coleottero Diabrotica sono state in grado di
riconoscere in un secondo attacco lo stesso insetto, grazie all'azione di vari recettori chimici e di un catalogo
precedentemente memorizzato in grado di associare le sostanze chimiche raccolte con un dato nemico biologico
con cui la pianta era già entrata in contatto. Una volta riconosciuto il nemico, la pianta ha iniziato a produrre
volativi con lo scopo di attirare un terzo incomodo, nemico naturale del succitato coleottero.

Si potrebbe però pensare che i cambiamenti fenotipici siano dovuti non ad una elaborazione delle informazioni,
ma ad una risposta automatica codificata nel genoma della pianta; ma il numero di fattori che una pianta deve
tenere in considerazione è troppo alto perché l'informazione necessaria alla risposta automatica ad ognuno di
essi possa essere contenuta nel genoma della stessa. Inoltre, individui clonati rispondono diversamente agli
stimoli esterni. Si può quindi parlare a tutti gli effetti di un comportamento adattivo, quindi di intelligenza. Ma
per gestire una tale mole di informazioni è necessaria la presenza di un sistema avanzato e dedicato.
Questo compito è svolto dalle cellule dell'apice radicale, specializzate non solo nell'esplorazione del terreno per
la ricerca di nutrienti, ma anche nella trasmissione di potenziali di azione e di neurotrasmettitori come l'auxina. I
singoli apici radicali sono singole entità di raccolta e di elaborazione dati, collegate tra loro a formare una rete
condivisa e non gerarchizzata. Diverse scoperte indicano che il modo in cui le informazioni vengono trasmesse
all'interno di questa rete è molto simile a quello usato dagli animali superiori e dall'uomo stesso. I primi indizi
di una vita vegetale intelligente vennero dalla alte concentrazioni di auxina presenti nell'apice radicale di molte
piante (Mancuso et al. 2005), zona che tra l'altro assorbe ossigeno e rilascia ossido nitrico in
grandi quantità (Mancuso,Mugnai, Volkmann, Baluška, unpublished data). Inoltre, queste cellule
presentano flussi ripetuti di ioni (Baluška et al. 2004b); tutte caratteristiche propriamente
neuronali. (INDICARE GLI INDIZI)
I potenziali di azione sono trasportati dalle fibre vascolari (vascular strand) del floema (Mancuso 1999), mentre
le sinapsi sono formate da connessioni stabili create ai poli di due cellule adiacenti appartenenti ad uno stesso
filamento e supportate da fibre di actina attraverso le quali l'auxina e altri neurotrasmettitori guidati da sentieri
vescicolari di trasporto (vescicular traffiking pathways) sensibili alla F-actina e al Brefeldin A. Le vescicole
usate dalle piante sono le stesse usate dalle sinapsi neuronali umane (Baluška et al. 2005a). Le cellule apicali e
le fibre vascolari sono protette da cellule di supporto, proprio come i neuroni del cervello umano (Sachs 2000,
pag 55).
In particolare, vi è una zona dell'apice radicale che ci interessa: in questa zona, le cellule sono
disposte si file parallele distinte ed ordinate. Questa disposizione è dovuta ai legami sinaptici
esistenti tra i poli delle cellule aderenti appartenenti ad una stessa fila. È in questa zona che sono
state rilevate le più alte concentrazioni di auxina e di altri neurotrasmettitori (Baluška et al.
2003a, b, 2004b, 2005). Questa area, detta zona di transizione, è posta tra l'apice meristematico,
sede sensoriale, e la zona di distensione, dove avviene la crescita in lunghezza della radice. La
zona di transizione ha capacità sensoriali, e da cui ha inizio la curvatura della radice (Baluška et
al. 2001c), ma fino a pochi anni fa non si capiva l'esigenza di questa struttura intermedia tra
apice e zona di distensione. Adesso, si capisce la sua vera funzione, quella neuronale. Infatti,
dato che le cellule della zona di transizione non sono coinvolte in alcuna azione che richieda un
grande dispendio energetico, come una rapida divisione mitotica, esse sono libere di focalizzare
tutte le loro risorse sull'acquisizione, l'elaborazione e la memorizzazione delle informazioni. Come
sempre in natura, è stata scelta la posizione migliore per questo tipo di cellule, che si trovano
vicino all'apice meristematico della pianta, sede sensoriale tattile, chimica e gravitropica e ai siti
di scarico del floema (Il floema è il tessuto di conduzione della linfa elaborata, la soluzione
zuccherina che viene traslocata da un'area di produzione, come ad esempio la foglia matura, ad
una regione di utilizzo che richiede gli zuccheri per la propria crescita o ad una di accumulo). Le
cellule della zona di transizione possono quindi godere di un alta concentrazione di saccarosio
(glucosio + fruttosio) (Stadler et al. 2005, pag 57), che permette loro di condurre in grande
quantità processi ATP-dipendenti, come ad esempio quelli legati alla chiusura e all'apartura dei
canali ionici, essenziali alla trasmissione del segnale elettrico, o ancora la produzione di vescicole
e continui riarrangiamenti del citoscheletro. Le cellule postmitotiche che entra nella zona di
transizione per via del rinnovamento cellulare e dell'allungamento radicale subiscono una
riorganizzazione strutturale dei filamenti di actina, che passano da una rete diffusa ad un robusto
fascio che collega i poli della cellula (Baluška et al. 1997; Volkmann and Baluška 1999; Voigt et
al. 2005). Una volta raggiunti i poli cellulari, i fasci di F-actina si ancorano ai nucleoli specializzati
nella formazione delle vescicole che contengono l'auxina e gli altri neurotrasmettitori (Baluška et
al. 2003b, 2004b, 2005). Questi fasci di actina hanno quindi il compito di fare da tramite
attraverso le varie sinapsi, come una sorta di assoni intracellulari. La zona di transizione
contribuisce quindi ad ottimizzare la ricerca di ossigeno, acqua e ioni, raccogliendo e
interpretando i segnali che arrivano dall'apice radicale e dando indicazioni alla zona di
distensione. I segnali provenienti dalla zona di transizione possono fare crescere con velocità
diverse i lati opposti della zona di distensione, permettendo una rapida svolta di tutto l'apparato
radicale (Massa and Gilroy 2003). Il movimento risultante della radice non è casuale, ma è frutto
di una elaborazione delle informazioni provenienti dall'ambiente.
Quindi, ogni apice radicale si comporta come una singola unità di elaborazione. Come si può
intuire, il numero di apici radicali in una pianta è molto alto, e tutto queste “unità cerebrali” sono
unite da fibre vascolari, i “nervi” della pianta, andando a formare sistema neuronale seriale, che
non ha un sistema di controllo centrale ma che permette l'elaborazione e la memorizzazione di
una quantità enorme di informazioni.
Quindi, l'intelligenza non è assolutamente una prerogativa degli animali superiori. Abbiamo visto
come anche le piante possano essere considerati esseri intelligenti, capaci di avere
comportamenti adattivi. Ma lo stesso ragionamento può essere allargato a molti altri tipi di
organismi, i quali utilizzano a loro volta sistemi non gerarchizzati. A cambiare è solamente la
singola entità, che può essere un batterio appartenente ad una colonia come un uccello facente
parte di uno stormo. In entrambi i casi, si tratta di sistemi auto-organizzati, che non prevedono
una gestione centrale, nei quali un'azione complessa scaturisce da un'intelligenza collettiva. È la
cosiddetta swarm intelligence, l'intelligenza sciame, dove l'organismo prende il posto del singolo
neurone per andare a formare una rete condivisa e auto-gestita, un tutto che è maggiore della
somma delle singole parti. Nella swarm intelligence, ogni individuo del sistema dispone di
capacità limitate rispetto all'intero sistema, ogni individuo non conosce lo stato globale del
sistema e non è prevista l'esistenza di un ente coordinatore. In questi casi,

Besides
these constitutive plant synapses, plants are also capable of forming facultative
cell-to-cell junctions with cells of other organisms
reviewed by Baluška

– specialized cell-to-cell adhesion domains that involve the plasma


membranes of the two organisms that are opposing each other. Such