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ALESSANDRO MANZONI

 Vita:

Manzoni nasce a Milano il 7 Marzo 1785, da Giulia Beccaria, figlia di Cesare Beccaria e dal conte Pietro
Manzoni.
Alessandro trascorre l’infanzia prima presso i collegi a Lugano e poi a Milano. Nel lungo periodo trascorso in
collegio, non mostra grande interesse per l’educazione cattolica, sentendosi attratto dalle Idee
Democratiche e Libertarie che provengono dalla Francia Rivoluzionaria. Terminato il collegio frequenta
probabilmente i corsi dell’Università di Pavia. A Milano ha anche frequentato poeti già affermati e noti
come Ugo Foscolo e Vincenzo Monti.
Nell’estate del 1805, Manzoni raggiunge a Parigi la madre; alla morte di Imbonati, Manzoni compone il
carme in endecasillabi sciolti “In morte del fratello Giovanni”. Negli anni trascorsi a Parigi, ha l’opportunità
di allargare sempre di più il proprio orizzonte culturale; in questi mesi legge anche Voltaire e si accosta alle
idee romantiche.
Nel 1808 sposa Enrichetta Lucia Blondel, di religione calvinista; il confronto spirituale con la donna lo
portano ad una conversione religiosa. Il matrimonio con Enrichetta è celebrato secondo il rito calvinista ma,
alla nascita della primogenita Giulia, i genitori decidono per il battesimo il secondo rito romano. Quindi nel
1810 il matrimonio con Enrichetta venne celebrato di nuovo secondo il rito cattolico; nello stesso anno lo
scrittore lascia Parigi per tornare definitivamente in Italia.
Alessandro va abbandonando i versi dal tono classicheggiante e si apre a tutt’altro genere di lirica, assai più
originale e matura.
Nel 1812 inizia la composizione del primo degli Inni Sacri, la Resurrezione, che vedrà luce insieme con i
successivi tre (Il nome di Maria, Il Natale, La Passione). Più tarda è la Pentecoste, mentre Ognissanti rimarrà
incompleto.
Successivamente intraprende la scrittura di 2 canzoni civili: Aprile 1814 (incompiuta), Il proclama di Rimini
(dedicata alla rivolta campeggiata da Gioacchino Murat).
Nel gennaio del 1816, Manzoni, comincia la stesura della prima delle sue tre tragedie storiche: Il Conte di
Caramagnola.
dopo una nuova stimolante parentesi parigina, a Milano comincia per Manzoni un’intensa stagione
creativa; in cui realizza la tragedia Adelchi, l’inno sacro la Pentecoste e la prima edizione dei Promessi
Sposi.
Avverte l’esigenza di approfondire la riflessione sul mondo degli oppressori e degli oppressi: nasce così il
discorso sopra alcuni punti della storia longobarda in Italia.
Il 24 aprile intraprende la stesura del romanzo intitolato nella prima edizione “ Fermo e Lucia”. Alla morte di
Napoleone, avvenuta il 5 maggio nell’esilio di Sant’Elena, Manzoni compone l’ode il “Cinque Maggio”,
censurata dagli austriaci.
Tra il 1823/24 si dedica alla stesura del Fermo, di cui nel 1827 uscirà una seconda edizione con il titolo
definitivo: “I Promessi Sposi”. La stesura del romanzo lo induce a un’articolata riflessione linguistica; questo
lavoro lo assorbe per circa 10 anni, fino alla seconda e definitiva edizione del 1840.
Dal 1833 numerosi lutti e problemi familiari funestano la vita di Manzoni: prima il decesso dell’amata
Enrichetta, poi la morte prematura della figlia Giulia.
Nel 1837 sposa la vedova Teresa Borri Stampa.
Dal 1848 inizia per lo scrittore l’impegno diretto nella vita politica italiana. Nel frattempo si matura in lui un
distacco della produzione letteraria creativa, che lascia posto a studi filosofici, critici, storici e linguistici.
Compiutosi il processo dell’unità d’Italia, Manzoni è nominato Senatore del Regno d’Italia da Vittorio
Emanuele II. Nel 1862 Giuseppe Garibaldi gli fa visita presso la sua casa milanese, nel 1868 è nominato
Presidente della commissione statale per l’unificazione della lingua.
Manzoni muore il 22 Maggio 1873 dopo una penosa agonia nel gennaio precedente; nell’uscire dalla chiesa
di San Fedele, a Milano, era caduto sui gradini del sagrato battendo la testa.

 Pensiero e poetica:

La formazione di Manzoni avviene in una Milano in cui erano ancora vive le influenze della cultura
illuministica, diffusa in Lombardia dalla società dei Pugni e dal periodico “Il Caffè”.
Manzoni matura dall’esperienza illuministica l’idea di un forte impegno civile dell’intellettuale e della
letteratura come strumento di analisi critica della realtà, delle azioni e delle responsabilità umane nella
storia. La presenza di Manzoni dentro il Romanticismo è forte e autorevole, profonda e critica. I suoi ideali
di un’Italia libera e indipendente sono alla base di tutto il suo discorso poetico e risultano intrecciati al
cattolicesimo, a cui si avvicinerà in modo maturo e consapevole intorno al 1810.
Manzoni è artefice di una visione unitaria in cui si sintetizzano gli ideali e i valori di patria e religione, fede e
ragione, confluiti da più direzioni nella sua esperienza umana e culturale. Questa compenetrazione avviene
grazie a un’incessante riflessione teorica sempre attivata dal dubbio e dalla consapevolezza dei limiti
umani.
I primi anni della formazione dello scrittore risentono l’educazione rigida impartitagli dal padre, il Conte
Pietro Manzoni, che vuole per lui un’istruzione tradizionale di tipo classicistico e religioso.
A questi anni risalgono: 1. L’incontro traumatico con un cattolicesimo retrivo;
2. Alcune conoscenze importanti per la sua formazione: incontra il poeta Vincenzo
. Monti, che sollecita il lui l’interessa per la cultura neoclassica.
Questi contatti lo aprono alle idee rivoluzionarie giacobine e ad un anticlericalismo.
Tra il 1805 – 1809 si colloca la fase cruciale della formazione di Manzoni, un periodo di estrema importanza
per la maturazione dei suoi interessi culturali. Particolarmente rilevante si rivela la felice esperienza
parigina; durante il quale Manzoni entra in contatto con la cultura romantica.
Successivamente raggiunge a Parigi la madre Giulia, che vive con Carlo Imbonati, aristocratico milanese di
idee progressiste. A lui dopo la sua morte, sarà dedicato il poemetto: “In morte di Carlo Imbonati”; in 242
endecasillabi sciolti, in cui si narra di un dialogo avvenuto in sogno tra il vecchio e il giovane.

Il contatto con la cultura illuministica e con l’ambiente francese degli “ideologues” rafforza in Manzoni
alcune convinzioni:
1. La letteratura risponde ai fini etici e civili;
2. La letteratura deve ispirarsi al vero, quindi alla storia;
3. La nuova ricerca storica, che dà fondamento alla letteratura, deve portare alla luce il ruolo svolto
dalle masse anonime, solitamente ignorate dalla storiografia ufficiale.

La religione non è per Manzoni solo esperienza interiore, né costituisce uno spazio mistico o un’occasione
di conforto individuale, ma permette di conferire un volto nuovo all’esistente in tutte le sue forme e in tutti
i suoi modi. Significa dare forza alle antiche aspirazioni illuministiche, all’ansia di libertà, di giustizia e di
fratellanza tra gli uomini.
La conversione avvenuta ufficialmente nel 1810, è in realtà l’esito di un processo lento e travagliato; essa
costituisce per Manzoni la conquista di un nuovo punto di vista.
Nella visione dello scrittore affiora più volte l’idea che la storia sia abitata dal male, che si manifesta
innanzitutto come ingiustizia sociale e che si esprime nella costante sopraffazione dei potenti sui deboli. La
giustizia e le leggi degli uomini si rivelano il più delle volte insufficienti a correggere lo squilibrio tra
oppressori e oppressi. La conversione religiosa anche se non cancella questa visione pessimistica, offre però
al credente e all’intellettuale la fiducia nell’esistenza di una forza provvidenziale, che agisce all’interno della
sua storia. Grazie ad essa è possibile non solo lenire le proprie sofferenze, ma riconoscersi in quelle degli
altri; siamo difronte ad una particolare forma di pessimismo cristiano. Un pessimismo che ingloba e
comprende la negatività della storia all’interno del disegno provvidenziale, e affida alla fede il compito di
salvare l’uomo.
Nell’universo manzoniano, un ruolo importante è affidato alla grazia. Il suo intervento salvifico, non relega
l’uomo in un ruolo passivo: solo se il soggetto saprà riconoscere il segno divino e interpretarlo, spesso
grazie alla sofferenza, potrà ravvedersi e avvicinarsi a Dio. È il motivo della provida sventura di Napoleone
nel 5 Maggio.
L’accento posto sulla responsabilità individuale rispetto al Male e nei confronti della salvezza non esclude
l’azione della chiesa, di cui il cattolico Manzoni difende il ruolo storico e sociale. In questa prospettiva si
inserisce il progetto degli Inni Sacri; nato all’indomani della conversione e mosso dall’intento di spiegare il
significato religioso, morale e sociale delle principali festività cristiane. La sua sensibilità di temi civili e
patriottici non si esprime in un’azione diretta e concreta, essa si traduce però sul versante culturale. La sua
letteratura si impronta a un realismo carico di motivazioni politiche, morali, religiose, economiche e al
tempo stesso problematico, di continuo messo in discussione dalle sue intransigenti richieste di verità.
Manzoni per questo non sia mai pragmaticamente impegnato sulla scena politica, bisogna rilevare come i
suoi ideali siano romantici in senso stretto e i suoi sentimenti politici in perfetta sintonia con quelli dei
patrioti per lo più milanesi che gravitano intorno a il “Conciliatore”. La rivista attiva a Milano dal 1818 al
1819 sotto la direzione di Silvio Pellico.
Nel 1821 la morte di Napoleone gli ispira l’altra ode: “Il 5 maggio”; in cui si saldano fierezza morale e
sentimento religioso.
Al filone romantico – patriottico, si possono ricondurre i cori delle tragedie: Il conte di Caramagnola;
Adelchi.

Il secondo decennio dell’800, vede Manzoni impegnato nella definizione di un’idea di romanticismo inteso
come fedeltà assoluta al vero, cardine di una nuova letteratura chiamata ad assolvere un altro fine
educativo e civile. Poste queste basi, Manzoni rifiuta categoricamente ogni mitologia, ogni fantasia che
non abbia riscontri reali, e fonde storia e poesia in una sintesi di grande spessore etico.
Se la storia racconta gli eventi (vero storico), la poesia svela la verità soggettiva dei singoli protagonisti,
esplora e mette in luce le passioni degli uomini che accompagnarono quei fatti (vero poetico), racconta la
storia delle masse degli umili.
Lo stretto rapporto tra vero storico e vero poetico è al quanto centro di uno dei testi che meglio
documentano la riflessione manzoniana su questi temi: la Lettera a M. Chauvet, scritta nel 1820.
La letteratura da lui propugnata deve avere l’utile per scopo, il vero per soggetto e l’interesse per mezzo.
Nella lettera a D’Azeglio, Manzoni, si schiera apertamente contro l’uso della mitologia, che crea una
letteratura d’evasione, basata su un’imitazione acritica e anacronistica delle forme letterarie antiche.
Piuttosto, l’opera d’arte deve essere pedagogica, aiutando l’uomo a conoscere meglio sé stesso e il mondo.
Manzoni dopo aver espresso in diversi generi la sua ricerca del vero, approda al Romanzo Storico,
individuando negli umili, ignorati alla storiografia, il suo riferimento principale. Rinuncia nel corso degli anni
quasi del tutto alla narrativa e alla lirica, preferendo studi filosofici, critici, storici e linguistici. I generi misti
di storia e invenzione, come dramma e romanzo storico, portano a suo avviso a falsificare la verità storica.
Le scelte di Manzoni influiscono sulla lingua, per la necessità di rappresentare una realtà a più livelli,
stratificata nelle sue componenti sociali e per rispondere alle esigenze del nuovo pubblico, la borghesia.
L’intento manzoniano è di garantire un’ampia circolazione, non solo lombarda, del suo testo. Egli
sperimenta una serie di soluzioni:
1. La prima lingua adottata è un toscano arricchito dall’apporto della lingua parlata e da numerosi
francesismi;

2. Molto presto l’autore si orienta verso il toscano letterario;

3. Infine adotta un toscano colto parlato.


I PROMESSI SPOSI
La composizione dei Promessi Sposi, impegna per molti anni Manzoni. Questo romanzo, tutt’ora
considerato il monumento della nostra modernità letteraria, è costituito da 3 forme principali, ben
individuabili storicamente:
1. Il Fermo e Lucia, (1821 – 23);

2. I Promessi sposi (1827);

3. I Promessi sposi (1840 – 42)

Manzoni intraprende la stesura del Fermo e Lucia, durante i primi mesi del 1821; due lettere indirizzate una
all’amico francese Claude Fauriel, l’altra al filosofo Victor Cousin, testimoniano un progetto dai confini
piuttosto definiti. Nel corso dello stesso anno però Manzoni interrompe la stesura di questa prima edizione
per dedicarsi a scritture critiche e teatrali.
A partire dalla primavera del 1822 solo dopo la conclusione di Adelchi, che il problema del romanzo occupa
in modo febbrile Manzoni, impiegandolo sul piano creativo, teorico e linguistico. Da questo momento il
romanzo non conosce interruzioni, concluso nel Marzo 1823.
La storia dei Promessi Sposi va letta in parallelo con l’evoluzione della posizione manzoniana riguardo alla
funzione storiografica del romanzo. Manzoni incarna una posizione originalissima all’interno del dibattito
che su questo genere letterario si sviluppa nel Romanticismo.

 FERMO E LUCIA
La prima redazione conosciuta con il titolo di Fermo e Lucia, è pronta nell’autunno del 1823: si compone di
37 capitoli divisi in 4 parte e lo svolgimento della trama appare assai contorto. Frequenti risultano le pause
digressive, cioè i momenti saggistici o riflessivi che interrompono il flusso del racconto. Non è un caso che
Manzoni decise di eliminarla, fino a renderla un testo autonomo e collocarla nella forma finale del romanzo
come appendice storica.
Sul piano dei motivi già si individuano sia la scelta del punto di vista degli umili, sia l’interpretazione
provvidenziale della storia umana.
Nel Fermo e Lucia è come se il romanziere fosse propenso verso il chiaroscuro, verso una trama di colori di
mossa, di cui non vengono dissimulati gli aspetti inquietanti, al fine di coinvolgere emotivamente il
pubblico.
L’autore nutre dubbi e insoddisfazioni nei confronti della riuscita del romanzo, come traspare dalle
fittissime correzioni apposte ai margini del manoscritto e della cosiddetta “seconda introduzione”, (In cui
troviamo un bilancio generale dell’opera svolta: un bilancio fallimentare sotto il profilo espressivo e
linguistico), composta dopo il Fermo.

 I PROMESSI SPOSI DEL 1827


Si differenziano dal Fermo e Lucia per ragioni di ordine stilistico, strutturale, tonale, contenutistico. Sul
piano linguistico, Manzoni, punta ad un’attenta selezione del lessico.
La differenza più importante si coglie sul piano del riassetto dei materiali narrativi: le vicende dei due
personaggi storici per eccellenza, l’innominato e la monaca di Monza, vengono sfumate e ridotte. Il
romanzo ne acquista in Eleganza e coerenza stilistica, oltre che in suspense.

Per ciò che concerne la trama, si riscontrano poche aggiunte significative:


1. Il breve inserto di Cecilia;
2. La fuga notturna di Renzo;
3. La descrizione allegorica della sua vigna;
4. La pioggia purificatrice dopo la peste.

L’autore muta in nome di molti personaggi:


1. Fermo Spolino diventa Renzo Tramaglino;
2. Lucia Zarcila diventa Lucia Mondella;
3. Fra Galdino assume il nome di Padre Cristoforo;
4. Il Conte del Sagrato viene denominato Innominato.
Le mutazioni dei personaggi non avvengono nella solo onomastica parlante.

 I PROMESSI SPOSI DEL 40-42


Dalla pubblicazione dei primi Promessi Sposi, Manzoni di reca a Firenze e avverte la necessità di
trasformare la lingua del suo testo. Proprio mentre il romanzo nella forma degli anni ’20 prosegue la sua
marcia trionfale, Manzoni sembra riappropriarsi del testo e dare alla luce un’edizione sfarzosa del libro,
presentato ai lettori nella sua unica forma vera e certificata.
La revisione linguistica non è la sola novità di quest’ultima edizione: andranno ricordate, l’aggiunta di
un’appendice storica sulla colonna infame e la decisione dell’autore di dotare il testo di un ampio corredo
di illustrazioni.
In ogni caso, il passaggio dalla cosiddetta Ventisettanta alla Quaranta, fu molto meno traumatico rispetto a
quello del Fermo all’edizione del ’27: il titolo restò invariato, come pure il numero dei capitoli, e i nomi dei
personaggi.
La rivoluzione è quasi solo linguistica, il romanzo raggiunge la ricercata toscanizzazione.

TRAMA: L’azione è ambientata nella Lombardia del XVII secolo. La storia di Renzo e Lucia e del loro
matrimonio contrastato nell’arroganza del signorotto locale, Don Rodrigo, si intreccia ai grandi eventi storici
che lacerano il territorio milanese negli anni 1627/30.
La vicenda si sviluppa tra il paese nativo dei Promessi Sposi, nel territorio di Lecco, attraverso Monza,
Milano, e in terra bergamasca dove alla fine Renzo si trasferisce con Lucia e la suocera Agnese.
I due protagonisti, Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, sono costretti a rinunciare al loro matrimonio,
previsto per l’8 Novembre 1628, a causa dell’ingerenza di un prepotente signorotto locale, Don Rodrigo,
che alla vigilia delle nozze impone al timoroso parroco Don Abbondio, di non celebrare, tramite l’intervento
dei Bravi. Dopo il fallito tentativo di ricorrere all’aiuto di un avvocato, l’Azzecca-Garbugli, i due sposi si
affidano al cappuccino, Fra Cristoforo. Questi dapprima tenta di persuadere Don Rodrigo, poi, essendo
venuto a sapere delle intenzioni di quest’ultimo di rapire Lucia, trova per i due giovani un rifugio fuori dal
loro paese: un monastero di Monza per Lucia, un convento di Milano per Renzo. A Milano, però, Renzo
viene coinvolto nei tumulti popolari di rivolta contro i fornai, arrestato fugge verso il territorio della
Repubblicana di Venezia e trova ospitalità in un paesino bergamasco presso il cugino Bortolo.
Don Rodrigo, invece, venuto a conoscenza del luogo dove ha trovato rifugio Lucia, intende farla rapire con
la complicità di Gertrude, monaca del convento di Monza, e dell’Innominato, un potente malfattore della
zona. Ma una profonda crisi morale di quest’ultimo rovescia inaspettatamente la vicenda: l’Innominato
trova conforto nelle parole dell’arcivescovo Federigo Borromeo e fa liberare Lucia, che viene allor affidata a
una nobildonna milanese, donna Prassede.
Le misere condizioni della popolazione sono aggravate dalla peste e dalla guerra. Renzo, guarito dalla
malattia, nel settembre del 1629 raggiunge Milano, qui, nel lazzaretto, dove vengono radunati i malati di
peste, è condotto da Padre Cristoforo al cospetto di Don Rodrigo, ormai agonizzante, e gli concede il
perdono. Ritrova quindi Lucia, guarita dalla malattia; padre Cristoforo scioglie il vito di castità ch’ella aveva
contratto in occasione del rapimento. Il territorio di Bergamo sarà il teatro del lieto fine: i due promessi si
sposeranno, Renzo dopo il suo personalissimo romanzo di formazione diventerà proprietario di una filanda;
la nuova famiglia vivrà serena allietata da numerosi figli.
La vicenda è narrata con limpidezza, e con uno stile moderno. Manzoni vuole che il suo romanzo produca
nei lettori l’impressione di essere stato scritto nell’epoca in cui i fatti sono ambientati.
LA LINGUA:
La scelta a favore del genere romanzo implica per Manzoni non pochi ostacoli. Primo fra tutti, quello di
ordine espressivo e linguistico, visto che la tradizione letteraria non aveva precedenti analoghi cui fare
riferimento.
FERMO E LUCIA: La limitatezza e l’artificiosità della lingua letteraria italiano sono avvertiti in modo
drammatico da Manzoni. Egli seleziona quel peculiare tipo di impasto linguistico che era stato creato dagli
illuministi lombardi attraverso riviste e scambi intellettuali: una lingua europeizzante, cioè ricca di prestiti
francesi. Affianca un uso congruo della sintassi ed espressioni ricavate dal dialetto milanese. Il risultato è
una lingua molto soggettiva e capricciosa.
EDIZIONE ’27: Manzoni è spinto a rimodellare la veste espressiva del libro, svolge un lavoro febbrile di
scavo e di definizione linguistica, prendendo in rassegna i testimoni della tradizione letteraria toscana. Ciò a
cui mira è una lingua inesistente nel parlato, ma con una grande, concreta presenza nella tradizione
letteraria e dotata di una notevole gamma espressiva e cromatica; intende inoltre conferire un ruolo
centrale e dominante riservato alla voce milanese. Ma anche questa soluzione si risolverà inadeguata.
EDIZIONE ’40: Manzoni nel 1827 si reca a Firenze, e proprio questo viaggio sarà la causa di un altro
ripensamento: lo scrittore si accorge dell’enorme differenza tra la realtà espressiva della lingua toscana e la
forma consegnata ai libri e ai dizionari toscani. In quel momento capisce come sia proprio il fiorentino della
conversazione borghese a prestarsi in modo esemplarmente moderno alla fruizione del pubblico vario del
romanzo.
Il “miracolo” del romanzo di Manzoni sta nella sua capacità di comporre un sistema così complesso di
istanze e di piani riuscendo a saldarli tutti in perfetto equilibrio, in assenza di modelli nella letteratura
italiana precedente.
INNI SACRI & ODI CIVILI
Due differenti esigenze sembrano presiedere alla produzione in versi di Manzoni, compresa tra il 1812 e il
1822: da un lato si orienta verso l’innografia sacra, dall’altro verso la poesia civile. Ad accomunare questi
diversi orientamenti nonostante la distanza delle tematiche affrontate, è un’affine forma di impegno sul
versante etico.

INNI SACRI

Manzoni matura il progetto degli Inni Sacri all’indomani della conversione: l’idea iniziale è quella di
comporre dodici inni, ognuno teso a celebrare e illustrare altrettante festività di rilievo dell’anno liturgico
cattolico.
Solo 5 dei 12 Inni progettati sono portati a termine (La Resurrezione; Il nome di Maria; Il Natale; La
Passione; La Pentecoste), mentre Ognissanti rimane incompiuto.
Gli Inni sono animati da un movente etico – civile, in quanto Manzoni intende avvicinare a una materia
dottrinaria difficile il “popolo dei credenti”. Attraverso gli Inni sono spiegati il significato e il valore, religioso,
morale e sociale, di alcune festività cristiane rappresentative. In questo modo la poesia sacra diventa
poesia popolare, cioè di tutti i cristiani.
Usa una sintassi semplice, costruita su frasi breve e decide di escludere il verso endecasillabo.
La struttura dei singoli inni:
1. Nella prima parte viene dichiarato il tema;
2. La seconda parte è occupata dalla narrazione dell’evento sacro a cui l’inno fa riferimento;
3. La terza parte è riservata alla riflessione sull’attualità del significato che ha l’evento sacro, calato
nella via del cristiano.

ODI CIVILI

Due sono le liriche civili: Marzo 1821 & Il Cinque Maggio, entrambe composte nel 1821. La prima è scritta
in occasione dei morti piemontesi, la seconda invece è generata dalla notizia della morte di Napoleone,
esiliato a Sant’Elena.
A questa due liriche vanno aggiunte la canzone in 91 versi Aprile 1814 (dedicata alla vittoria degli austriaci
sui francesi in Lombardia), e il proclama di Rimini (composto di 51 versi interrotti bruscamente, suscitati
dell’effimero sogno di Gioacchino Murat).
Nelle odi emerge con forza la fede di Manzoni nell’unità nazionale.
Anche in virtù delle convinzioni cattolico – liberali che ispirano Manzoni è possibile cogliere una linea che
collega Inni Sacri e Odi. Essa è visibile nel legame interno che salda un inno come la Pentecoste e un’ode
come il Cinque Maggio.
Come a dire che anche l’ode solenne scritta in memoria di Napoleone Bonaparte è in qualche modo un
“Inno Sacro”, proprio come la Pentecoste.

LE TRAGEDIE
Manzoni arrivò all’ideazione e alla composizione di due tragedie d’argomento storico. Su di lui agiscono in
particolare alcune sollecitazioni dirette: la lettura delle Lezioni sulla letteratura drammatica di Schlegel e
l’interesse per i drammaturghi inglesi e tedeschi come Shakespeare, Goethe, Schiller.
Delle due tragedie manzoniane, entrambe in 5 atti e in endecasillabi sciolti, la prima, Il Conte di
Caramagnola, fu scritta tra il 1816 e il 1820 e rappresentata una sola volta a Firenze nel 1828; la seconda,
Adelchi, risale al periodo tra il 1820 – 1822 e fu rappresentata a Torino, Napoli e Milano.
Esse, secondo i critici, furono scritte più per essere lette che per essere rappresentata e che Manzoni avesse
una scarsa attitudine verso il teatro e la tragedia. Ma egli volle cimentarsi in queste due opere, uno perché
persuaso dell’utilità della tragedia e poi per elaborare una drammaturgia romantica e moderna.
Dopo un lungo lavoro di riflessioni ed elaborazione teorica, lo scrittore approda all’idea di un dramma
moderno, che si fondi sulla drammatizzazione del quotidiano e su un realismo drammatico.
Viene confermato il fine etico – pedagogica della creazione teatrale, rispetto alla quale lo scrittore è
chiamato a:
1. Focalizzare il soggetto su eventi storici;
2. Riservarsi una funzione d’intervento diretto;
3. Stimolare nel fruitore una coscienza etica e critica.
La complessa composizione delle sue tragedie, induce Manzoni ad abbandonare il progetto teatrale.

IL CONTE DI CARAMAGNOLA

Al centro de Il Conte di Caramagnola è la vicenda del capitano di ventura Francesco Bussone, che, dopo
essersi distinto nella lotta per la successione a Giovanni Maria Visconti nel ducato di Milano ed essere stato
nominato console, cade nel sospetto presso il nuovo duca e decide di offrire i suoi servizi proprio al
principale avversario politico e militare, la Repubblica di Venezia.
L’edizione a stampa, datata 1820, reca una prefazione teorica: in essa sono affrontati temi delle unità
drammatica ai fini morali del teatro, e la ridefinizione del ruolo del coro nella tragedia. L’elaborazione del
testo iniziò nel 1816.
NELL’ATTO I: a innescare l’azione della tragedia è l’attentato a Caramagnola ordito da Filippo Maria;
nonostante il suo fallimento, esso provoca lo sdegno del Senato Veneziano, e in particolare di Marco, fido
amico del capitano. Scoppia così la guerra di Venezia contro Milano e lo stesso Caramagnola assume il
comando delle truppe della Serenissima.
L’ATTO II: è dominato dalla grandiosa sfida militare di Maclodio vinta dai Veneziani: a conclusione, un coro
vibrante commenta questa guerra che lacera il territorio italiano.
NELL’ATTO III: riaffiora il sospetto nei confronti del protagonista; la sua clemenza verso i vinti milanesi
suscita diffidenza nella Serenissima. I successivi rovesci militare conducono il Senato a porre in discussione
le azioni e le fedeltà del capitano di ventura.
NELL’ATTO IV: Assistiamo non solo alle accuse sempre più aspre dei senatori e del doge, ma anche
all’abbandono di Marco, fin qui al fianco del Caramagnola, che alla fine opta per la ragion di Stato piuttosto
che per la fedeltà dell’amico. Nell’ultimo atto Caramagnola viene imputato di tradimento, messo alla
condizione di non potersi difendere, viene condannato all’esecuzione capitale. Gli resterà solo il tempo di
abbracciare la moglie e la figlioletta, proclamando la propria innocenza.
In questa prospettiva di rigenerazione spirituale, la morte potrà redimerlo del male e dai tradimenti
compiuti in vita.

ADELCHI

Nel 1820 di ritorno da Parigi, Manzoni rivolge la propria attenzione alla vicenda storiche che vedono i
Franchi di Carlo Magno prevalere sul regno longobardo.
La vicenda si svolge tra il 772 – 774, quando la penisola italiana era quasi del tutto occupata dai principati
longobardi finché il potentissimo nobile di Brescia Desiderio, nominato sovrano nel 756 non si spinse a
minacciare Papa Adriano I. Lo stato della Chiesa invocò allora il soccorso di Carlo Magno.
NELL’ATTO: Comincia con l’ingresso dello scuderio Vermondo nel castello reale di Pavia per annunziare
l’arrivo della figlia del sovrano longobardo, Emergarda, ripudiata dal marito Carlo Magno. Desiderio, ferito
nell’orgoglio e assetato di vendetta, medita di costringere il pontefice a conoscere sovrani dei Franchi quei
figli di Carlomanno che, cacciati da Carlo Magno, loro zio, si erano rifugiati alla sua corte. Una politica di
forza che non trova l’appoggio di Adelchi, figlio di Desiderio: egli teme lo scontro con il forte e
compatissimo esercito franco. Questo dissidio tra Padre e figlio è destinato ad acuirsi con l’arrivo della
giovane ripudiata.
Emergarda, straziata dal dolore, chiede di raccogliersi in preghiera in un convento a Brescia, retto dalla
sorella Badessa. Albino, ambasciatore franco, intima ai Longobardi di restituire al papa le città estorte;
Desiderio replica dichiarando guerra a Carlo.