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GIUSEPPE VERDI

Giuseppe Verdi è uno dei Maestri che annoveriamo tra i più grandi dell’Ottocento. Nonostante
l’immenso successo che ottenne con la stesura di circa 40 opere, tra le cui pagine si scorge il
percorso della sua vita, ebbe degli esordi piuttosto travagliati; nato a Roncole di Busseto nel 1813
da una famiglia di umili origini, dimostrò sin da bambino una grande predisposizione alla musica. A
causa delle poche possibilità economiche però, all’inizio, prese lezioni d’organo dal sacerdote del
paese. Successivamente si trasferì in città per frequentare il ginnasio e parallelamente proseguire
gli studi musicali. Provò addirittura ad entrare in Conservatorio a Milano senza riuscirci. Lo
richiamarono poi a Busseto dove divenne maestro della Banda.
Malgrado le difficoltà di inserimento nel panorama musicale e i poveri bacini di apprendimento a
cui si apprestò, iniziò a dar voce al suo flusso creativo, esordendo alla Scala di Milano con “Oberto,
conte di San Bonifacio”, opera che riscosse molto successo.
Purtroppo in quel periodo, anni ’40 dell’Ottocento, la sua vita venne scossa da gravissime perdite,
quali la morte della prima moglie e dei due figli.
Il giovane Verdi, seppure offuscato da immenso dolore, perseverò nella stesura della sua prima
opera buffa” Un giorno di regno”, che si rivelò un fiasco.
Trascorse quindi un periodo seguente molto buio, in cui pensò di abbandonare per sempre la
carriera, fino a quando venne in contatto con un impresario che gli propose la stesura de
“Nabuccodonosor”. Si dice che inizialmente il Maestro non volle saperne e che lanciò con non
curanza il libretto sul tavolo; fu proprio questo il momento fortuito, poiché il libretto si aprì sulle
pagine del “ Va’ pensiero”. Verdi rimase positivamente colpito da quelle parole e, preso da forte
ispirazione, si mise a scrivere quello che poi sarebbe diventato il grande corale dell’opera, tra le
composizioni più riproposte di tutti i tempi.
Da quel momento fu un successo dietro l’altro (“I lombardi alla prima crociata”, “Ernani”,
”Machbet”, “Luisa Miller”), fino a quando si arriva all’apice della sua carriera, attorno agli anni ’50
dell’Ottocento, in cui scrive la cosiddetta “TRILOGIA VERDIANA”. Della trilogia fanno parte “La
Traviata”, “Il Rigoletto” e “Il Trovatore”; sono opere in cui venne dato spazio ai “diversi”,
protagonisti ben distanti dai canoni dell’epoca, poiché gli emarginati della società.
Parallelamente alla carriera musicale, verso il 1860 entra attivamente in politica entrando come
deputato nel Primo Parlamento Italiano e, più tardi, diventando senatore.
È in questi anni che scrive la “Messa da Requiem”, in onore della morte di Alessandro Manzoni.

IL REQUIEM DI VERDI
Dopo il grande successo di “Aida”, Verdi si ritirò per un lungo periodo dal teatro dell’opera; fu
proprio allora che si diede alla stesura della messa. Già anni prima promosse l’organizzazione di
una messa a più mani, per la morte di Gioachino Rossini, ma il progetto non andò in porto.
Quale occasione migliore di quella del 1874, anno dopo la morte di Alessandro Manzoni, per
realizzare questo suo desiderio.
Verdi rimase molto colpito dalla morte del compatriota, col quale aveva condiviso gli ideali
risorgimentali che hanno poi condotto all’unità d’Italia del 1861.
Fu lo stesso Verdi a scrivere alla Ricordi di poter onorare anche lui il defunto Manzoni con una
grande messa da morto in cui si sarebbe avvalso di grande orchestra e coro e di quattro solisti.
Dopo il permesso accordatogli dal sindaco, il Requiem venne eseguito a Milano nel maggio del
1874, diretto dallo stesso Verdi, che riscosse un sentito plauso per il capolavoro scritto.
Il Requiem è una riflessione sull’anima dopo la morte. Vi è il senso di umiltà dell’uomo, angosciato
dalla propria vita e dal dolore, davanti al Dio supremo. Il “Kyrie” di Giuseppe Verdi inizia piano,
sottovoce, come le anime supplichevoli di fronte ad un giudice. Esplode poi il “Dies irae”, il giorno
del giudizio universale, in cui il coro emette suoni laceranti, l’orchestra è in fortissimo e spiccano
trombe e grancasse che riecheggiano come tuoni; affiora il terribile giudizio e l’angoscia.
Ma nel Requiem di Giuseppe Verdi vi è anche il lirismo del “Recordare”, un duetto tra il soprano e
il mezzosoprano, un inno d’amore e d’affetto verso Gesù, ma anche la disperazione del
“Lacrimosa”, vera gemma verdiana. In questo turbinio di suoni, armonie e emozioni, si arriva al
momento del “Lux Aeterna”, che precede il quadro finale, dove il tremolo dei violini iniziale e il
mezzosoprano danno l’idea della luce che viene da Dio, ma il basso, i timpani e ottoni ci ricordano
che la punizione divina c’è per tutti.
Si sfocia infine nel “Libera me domine”, momento di grande tensione in cui la parte fondamentale
è affidata al soprano dialogante con coro; qui si alternano momenti di estrema tensione e
angoscia, in cui si prega e si invoca disperati la redenzione e altri in cui emerge uno stato di
beatitudine e di distensione, ottenuto anche mediante i filati del soprano che a tratti sembrano
simbolicamente slanciare l’anima verso la Luce divina. Parte poi l’ultimo fugato del coro, in
minore, che si conclude con la ripetizione dell’inciso “Libera me”, realizzato a fil di voce e con un
diminuendo fino a sparire, come ad indicare un rispettoso inchino dinanzi a tanta potenza e
bellezza.

COMPOSIZIONI SACRE
Il requiem non fu la sola composizione sacra, infatti scrisse il “Pater Noster” con l’intento di
riprendere le tradizioni sacro-culturali italiane e negli ultimi anni di vita si dedicò alla stesura di
quella che diventò la raccolta di “quattro pezzi sacri” di cui fanno parte “Ave Maria su scala
enigmatica” per coro, “Laudi alla Vergine Maria” per femminile a quattro voci, il cui testo è preso
dal 23° canto del Paradiso dantesco, “Stabat Mater” per coro e orchestra e “Te deum” per doppio
coro e orchestra.