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ITALIANO

Abbandonando ora l’aspetto educativo della musica, orienterei la trattazione da un altro punto di vista,
quello che permise a Gabriele D’Annunzio, poeta decadentista, di attuare il suo ideale di vita elitaria.

Esponente dell’estetismo, movimento artistico e letterario che concepiva la vita come un’opera d’arte,
ricercandone gli aspetti più sfarzosi, lussuriosi e eroici, pose all’apice di questa filosofia la Musica, in quanto
arte che per eccellenza riusciva a conciliare le emozioni derivanti dai cinque sensi.

Possiamo meglio comprendere questa scelta se ricordiamo l’amicizia dell’autore con il grande musicista
Richard Wagner, famoso contestatore degli schemi tradizionali, che prediligeva un’espressione angosciosa
e inquietante della realtà tramite suggestive sonorità. Il poeta rimase appunto affascinato da questa visione
e decise di porre l’elemento musicale a cardine della sua poetica, per dare maggiore espressione
all’esigenze dell’esteta prima e del superuomo poi.

Il capolavoro di orchestrazione dannunziana è rappresentato dalla lirica “La pioggia nel pineto”, in cui tutto
il mondo circostante diventa parte integrante di una concertazione di suoni e sentimenti; l’autore narra di
una passeggiata con l’amata Eleonora Duse, chiamata Ermione tramite un riferimento mitologico, in un
bosco della Versilia, quando all’improvviso un temporale estivo si abbatte su di essi creando un’atmosfera
surreale.

Il poeta ha uno straordinario bisogno di allontanarsi dalla frenetica vacuità della città per ritornare in
contatto con la purezza originaria della natura; invita infatti la donna a fare silenzio “Taci” per lasciarsi
trasportare dalla poesia del momento. Tale sinfonia conduce i due amanti in una dimensione onirica che li
porta poi ad una fusione e metamorfosi con la personificazione della natura stessa” piove sui nostri volti
silvani”, poi con similitudini si riferisce a Ermione dicendo “il tuo volto ebro è molle di pioggia come una
foglia, e le tue chiome auliscono come le chiare ginestre”.

Il tutto culmina in una visione panica in cui l’uomo tende ad umanizzare la natura e ad identificarsi in essa
provando una gioia prima fisica poi spirituale.

Tramite una sorta di climax considera l’amore come una “favola bella che ieri t'illuse, che oggi m'illude” una
condizione di sentimenti inevitabili ma fuggevoli; D’Annunzio non parla di sentimenti amorosi profondi, è
tutto vissuto come un’illusione che porta gli innamorati ad essere “or congiunti, or disciolti”.

Il solo elemento che pare allietare questa concezione piuttosto pessimistica del poeta è la musica; tramite
l’arte egli infatti si eleva dalla bassezza della quotidianità e vive un’esperienza profondamente rigenerativa.
Conclude con un asindeto cristallizzando quel momento in cui, con l’amata, si abbandona alla potenza della
natura “E piove sui nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, sui nostri vestimenti leggeri, sui
freschi pensieri che l'anima schiude novella, sulla favola bella che ieri m'illuse, che oggi t'illude, o Ermione”;
diventando parte integrante di quel turbinio, proprio come l’esecutore di una sinfonia musicale, dando
estremo potere al peculiare “sapore” della parola poetica.