Sei sulla pagina 1di 364

Unione Matematica Italiana

Studi e testi di storia della matematica


I.
Enrico Giusti

Euclides reformatus
La teoria delle proporzioni nella scuola galileiana

Bollati Boringhieri
Prima edizione giugno l 99 3

© 1 993 Bollati Boringhieri editore s . r . l., Torino, corso Vittorio Emanuele 86


I diritti di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento totale
o parziale con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono
riservati
Stampato in Italia dalla Stampatre di Torino
CL 6 1 -9685-3 ISBN 8 8 - 3 3 9-0 7 26-0

Questo lavoro è stato eseguito nell'ambito dei programmi di ricerca del M.U.R.S.T.
(40%) e stampato con il contributo del C.N.R.

Euclides reformatus : la teoria delle proporzioni nella scuola galileiana / Enrico Giusti. - Torino Bollati
Boringhicri, 1993
XII, 348 p. ; 24 cm. - (Unione matematica italiana)
I. GIUSTI, Enrico
I. PROPORZIONI. Teoria. Scc. XVI-XVII
CDD 513.24
(a cura di S. & T. - Torino)
Indice

1 Introduzione

5 r. La teoria delle proporzioni nel Cinquecento


1. L'acquisizione del testo euclideo: interpolazioni e interpretazioni, 5
2. Due percorsi di lettura, 9
3. I commenti di Guidobaldo dal Monte, 13
4. La riforma di Giovan Battista Benedetti, 22

35 2. La teoria delle proporzioni e il linguaggio della natura


1. Il linguaggio della natura, 35
2. La geometrizzazione delle grandezze fisiche, 37
3. Il moto accelerato, 41
4. La proporzione composta e l'assioma della quarta proporzionale, 44

57 3. La teoria galileiana delle proporzioni


1. La quinta giornata e la storiografia galileiana, 57
2. La pubblicazione della Giornata aggiunta: reazioni e commenti, 59
3. La critica galileiana: la questione della semplicità, 65
4. La definizione di grandezze proporzionali, 68
5. La similitudine degli eccessi, 71
6. La definizione generale, 7 6
7. La dimostrazione della definizione euclidea, 78

83 4. Variazioni sul tema galileiano : Torricelli


1. Genesi del De Proportionibus Liber, 83
2. La teoria torricelliana: le definizioni, 86
3. La teoria torricelliana: gli assiomi, 90
4. La teoria torricelliana: i teoremi, 96
5. La teoria galileiana delle proporzioni e la tradizione archimedea, rn6

115 5. L"'Euclides Restitutus" di Giovanni Alfonso Barelli


1. Né Euclide né Galileo, 1 15
2. La sistemazione borelliana, 122
3. Borelli e Valerio, 13 o
VI Indice

134 6. Verso la conclusione : Viviani, Marchetti, Noferi


r. La Scienza Universale delle Proporzioni di Viviani, l 35
2. Critiche alla teoria di Borelli: Vitale Giordano, 143
3. Proporzioni senza definizioni: Angelo Marchetti, 145
4. La polemica antiborelliana di Cosimo Noferi, 152

7. Epilogo

Appendice. Schizzo di una teoria «galileiana » delle proporzioni


r. Grandezze, 164
2. Rapporti, 166
3. Proporzioni, l 66
4. L'assioma del quarto proporzionale, 167
5. Diseguaglianze, 170
6. La dimostrazione della definizione euclidea, 171

175 Testi
177 Premessa
179 I commenti euclidei di Guidobaldo dal Monte
181 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis : In Quintum
Euclidis Elementorum librum. Commentarius. Opusculum
243 G . ( uidi) U . (baldi) De proportione composita. Opusculum
La Quinta Giornata dei « Discorsi »
279 Trattato del Galileo . Sopra la definitione delle Proportioni
d'Euclide. Giornata Quinta da aggiungersi nel libro delle Nuove
Scienze
299 Il « De Proportionibus Liber » di E . Torricelli
301 De Proportionibus liber

341 Bibliografia

347 Indice dei nomi


Euclide, Elementi
Libro V, Definizioni 1-7

a: MÉpoç Ècnì µÉyet?oç µeyÉt?ouç tò ÈÀ.acmou 'TOÙ µEiçovoç, otav KataµEtpij


t6 µeiçov.

!}'. IloÀ.À.anM.cnov oè tò µeiçov tou ÈÀ.cittovoç, otav Kataµetpfjtm unò t0ù


ÈÀ.cittovoç.

y'. A6yoç Ècrtì Mo µeyet?&v òµoyev&v ii Katà 7t'f1À.lKO't'f1'TU 7t0la axÉcnç.

o: A6yov ÈXEtV npòç èiÀ.À.'f1À.a µeyÉ� À.ÉyEtm, éì cSUvatm noÀ.À.anÀ.acnaç6µeva


<ÌÀ.À.1\À.OOV U7tEPÉXElV.

e: 'Ev tép autép À.OYC!l µeyÉt?ll À.Éyetm eìvm np&wv npòç oet'.>tepov Kaì tpiwv
7tpÒç 'TÉtaptOV, O'TUV tà 'TOÙ 7tpcO'TOV KUÌ tpitOV ÌOUKl<; 7tOÀ.À.U7tÀ.cicna 'TOOV
t0ù OEUtÉpou Kaì tEtcipwu iaciKt<; noÀ.À.anÀ.aairov Kat?' ònowvoùv
noÀ.À.anÀ.acnaaµòv ÉKcitepov ÉKatÉpov iì ciµa unepÉXll iì ciµa iaa ù iì ciµa
ÈÀ.À.EimJ À.'f1cpt?Évta KatciÀ.À.'f1À.a.

ç: Tà OÈ tòv aùtòv èxovta Myov µeyÉt?ll àvciÀ.oyov KaÀ.eiat?ro.

ll'. "Otav oè t&v iaciKtç noÀ.À.anÀ.aaioov tò µèv toù nprotov noÀ.À.anÀ.cicnov


Ò7tEPÉXU t0ù t0ù oeutÉpov noÀ.À.anÀ.aaiou, tò oè t0ù tpiwu noÀ.À.anÀ.cicnov
µi] ònepÉXU t0ù t0ù tEtcipwu noÀ.À.anÀ.aaiou, t6te tò np&tov npòç tò
oeutepov µeiçova À.6yov ÈXEtv À.Éyetm, i;nep tò tpitov npòç tò tÉtapwv.
r. Una quantità è parte di una quantità, la minore della maggiore, quando
misura la maggiore .
2. La maggiore è molteplice della minore, quando è misurata dalla
minore.
3. Rapporto è una certa relazione tra due grandezze omogenee, per
quanto attiene alla quantità.
4. Si dice che due grandezze hanno rapporto l'una ali' altra, quando mol­
tiplicate si possono superare .
5. Si dicono nello stesso rapporto delle grandezze, la prima alla seconda
e la terza alla quarta, quando gli equimultipli della prima e della terza,
rispetto agli equimultipli della seconda e della quarta, secondo una
qualsiasi moltiplicazione, o sono insieme maggiori, o sono insieme
uguali, o sono insieme minori.
6 . Le grandezze che hanno lo stesso rapporto si dicono proporzionali.
7. Quando degli equimultipli, l' equimultiplo della prima sarà maggiore
di quello della seconda, ma l' equimultiplo della terza non sarà mag­
giore di quello della quarta, allora la prima alla seconda si dice aver
rapporto maggiore, che la terza alla quarta.
Euclides reformatus
Introduzione

Quando sul finire del quattrocento l'invenzione della stampa determina


una repentina accelerazione nella diffusione delle opere dei classici, sot­
traendole alla laboriosa e sotterranea circolazione manoscritta, tra i primi
testi matematici che la tipografia mette a disposizione degli studiosi figu­
rano gli Elementi di Euclide. Il numero sterminato di edizioni, traduzioni,
ristampe, che si succedono per tutto il sedicesimo secolo, 1 testimonia
della capillare diffusione dell'opera euclidea, la cui assimilazione contri­
buirà non poco al diffondersi di una cultura matematica unitaria, e dun­
que al formarsi di una comunità scientifica universale.
Il processo di appropriazione degli Elementi è diseguale. Alcuni capitoli
più semplici, come i primi quattro, o i libri dal settimo al nono, dedicati
ali' aritmetica, o anche, seppure con qualche maggiore difficoltà, quelli che
trattano della geometria solida, vengono rapidamente assimilati, non senza
dar luogo in alcuni casi a lunghe discussioni, come quelle sulle linee asin­
tote e più generalmente sul postulato delle parallele,2 o le controversie
interminabili sull' angolo di contatto.3 Altre parti, come ad esempio il

1 Dare anche una sommaria bibliografia delle edizioni degli Elementi sarebbe fatica improba e
anche inutile, dato che basterà consultare il notissimo Saggio di una Bibliografia Euclidea di P. Ric­
cardi (Gamberini e Parmeggiani, Bologna 1 88 7 - 1 890).
2 Questo aspetto degli studi geometrici nel cinquecento è stato studiato da L. Maierù: L 'influsso
del Narbonense sui commentatori euclidei del Seicento Italiano circa il problema delle parallele, Atti
del Convegno « La Storia delle Matematiche in Italia», C agliari 1 9 8 2 ; Gli in/lussi del Narbonense
nell'opera di Francesco Barozzi, « Storia delle Matematiche in Italia », Cortona 1 983, Symposia Mathe­
matica, XXVII ( 1 986) ; Il «meraviglioso problema» in Oronce Finé, Girolamo Cardano e Jacques Pele­
tier, Boll . Storia Sci. Mat . IV ( 1 984) .
Non potendo qui dar ragione della sterminata bibliografia sul problema delle parallele, riman­
diamo al classico R. Bonola, La geometria non euclidea. Esposizione storico-critica del suo sviluppo,
Zanichelli, Bologna, 1 906 (traduzione inglese, Non-euclidean geometry, Dover, New York, 1955),
e al più recente J. C . Pont, L 'aventure des parallèles. Histoire de la géométrie non euclidienne: précur­
seurs et attardés, Berne, Lang, 1 986.
3 Una ricostruzione parziale di questo dibattito si trova in L. Maierù, La polemica fra]. Pele­
tier e C. Clavio circa l'angolo di contatto , Atti del Convegno « Storia degli Studi sui Fondamenti
della Matematica e connessi sviluppi interdisciplinari », Pisa-Tirrenia 1 984, voi. I.
2 Introduzione

decimo libro, sono tecnicamente più ardue e meno comprensibili; la loro


acquisizione è più lenta e non di rado vengono tralasciate, specie nelle trat­
tazioni più elementari, essendo ritenute, non a torto, di livello superiore
e dunque riservate agli specialisti.
In questa scala di complessità crescenti, il quinto libro degli Elementi,
in cui si introduce la teoria generale delle proporzioni, occupa un posto
singolare. Da una parte, esso è per generale riconoscimento una pietra ango­
lare dell'edificio geometrico, che senza di esso non potrebbe elevarsi al
di sopra delle considerazioni più elementari. La teoria che vi si stabilisce
si situa a un livello di astrazione molto maggiore di quello della parte geo­
metrica dell'opera, quasi una metageometria, o piuttosto una mathesis
universalis4 nella quale trova il suo fondamento tutta la matematica. Di
più, proprio per questo suo carattere non immediatamente né necessaria­
mente legato alla formalizzazione geometrica, la teoria delle proporzioni
sarà il linguaggio naturale per la filosofia naturale matematizzata che comin­
cia a vedere la luce nel XVI secolo e che troverà in Galileo la prima realiz­
zazione compiuta.
Ma allo stesso tempo, il quinto è un libro difficile e complesso. Diffi­
cile per il grado di astrazione di gran lunga superiore al resto del trattato,
difficile per la mancanza di una qualsiasi rappresentazione grafica che per­
metta di «vedere » la necessità dei risultati al di là del lento procedere delle
dimostrazioni, difficile per la persistenza di una tradizione medievale che,
insistendo sulle proporzioni razionali e sulla loro classificazione e nomen­
clatura, impediva di cogliere le sottigliezze della teoria generale o quanto
meno le annacquava in una prospettiva aritmetizzante, che ne tradiva il
senso geometrico traducendone gli enunciati in numeri e operazioni. Infine,
difficile soprattutto per la sua stessa architettura assiomatica fondata sulle
definizioni di rapporti uguali e disuguali, due definizioni che nulla conce­
dono all'intuizione e che richiedono che si proceda per pura deduzione.5
A tutto ciò si deve aggiungere poi un ulteriore fattore di complicazione:
il testo stesso del quinto libro, o quanto meno il testo di cui disponevano
gli studiosi medievali e cinquecenteschi, si presentava corrotto e interpo­
lato, una circostanza che è allo stesso tempo fonte di ulteriori problemi
di interpretazione, e segno della complessità della materia e delle diffi­
coltà che si frapponevano a una sua corretta comprensione e di conseguenza
alla correzione dei passaggi più discutibili .
4 Sul tema della mathesis universalis si veda il volume omonimo di G. Crapulli, Edizioni del­
!' Ateneo, Roma r 969 .
5 Peraltro una prova decisiva delle difficoltà che ostacolavano una corretta interpretazione, e
dunque l'assimilazione della definizione euclidea, sta nell'enorme numero di commenti al quinto
libro che vengono scritti lungo tutto larco del XVI e XVII secolo, dei quali solo una piccola parte
giunge alle stampe.
Introduzione 3

Infine, non ultimo, il rispetto quasi religioso per dei testi che, per imper­
fetti che potessero sembrare ai geometri più avvertiti, rappresentavano l' ere­
dità di una cultura scientifica incomparabilmente più sviluppata di quella
di chi li studiava, e il cui compito era non di giudicarne o correggerne le
presunte manchevolezze, ma di spiegarne, per quanto possibile, i passi più
oscuri, o piuttosto quelli che apparivano tali a causa della distanza tra « la
suprema accuratezza d'Euclide» e le capacità limitate degli interpreti.
Il processo di appropriazione del quinto libro degli Elementi si articola
in tre fasi successive . La prima, che va dalla riscoperta del testo euclideo,
o meglio della traduzione latina di una versione araba, fino all'incirca alla
metà del cinquecento,6 si può chiamare con buona approssimazione la
fase della giustificazione. Il testo degli Elementi viene assunto in toto, indi­
pendentemente dalle difficoltà di interpretazione, al limite dell'incompren­
sibilità, che esso pone in vari luoghi, e che traevano la loro origine da errori
di trascrizione e di traduzione, presenti fin dalle prime traduzioni latine
e forse già nel codice su cui qué ste vennero condotte, limitandosi il tra­
duttore a una mera versione letterale, e il commentatore all'interpretazione
dei passi più oscuri, che con esempi e commenti cercherà di rendere in
qualche modo accettabili.
Segue poi un periodo di sistemazione, che si estende fino alla fine del
secolo, nel quale, favoriti dalla possibilità di accedere direttamente a codici
migliori, ma anche da una più estesa cultura scientifica e da una maggiore
fiducia nelle proprie capacità, gli studiosi riescono a procurare delle edi­
zioni filologicamente più corrette e soprattutto matematicamente coerenti.
Su tali edizioni si formeranno i nuovi scienziati, che avendo assimilato
il contenuto scientifico del quinto libro, se ne serviranno come strumento
di ulteriori ricerche sia in ambito strettamente geometrico, sia nel pro­
cesso di creazione della nuova scienza, che in esso troverà il proprio lin­
guaggio matematico .
L'incontro con la filosofia naturale segna una svolta nel processo di assi­
milazione della teoria delle proporzioni, che ora non viene giudicata più
soltanto dal punto di vista della coerenza interna, ma anche soprattutto
da quello dell'efficacia strumentale . E come la complessità delle defini­
zioni euclidee aveva rallentato la piena comprensione della struttura mate­
matica della teoria, così, ora che i principi geometrici e le tecniche dimo­
strative si possono considerare acquisiti, altre esigenze, stavolta estranee
alla coerenza interna della costruzione euclidea ma non per questo meno
impellenti, spingono per una semplificazione dell' apparato assiomatico,

6 Forse una data significativa può essere il 15 3 3 , quando viene pubblicata a Basilea l'editio
princeps del testo greco .
4 Introduzione

allo scopo di diminuirne la macchinosità e di conseguenza di accrescerne


l'efficacia.
Si apre dunque una terza fase, quella della « riforma » del testo eucli­
deo, e della proposta di formulazioni alternative, centrate sull'esigenza di
maggiore semplicità di principi e di dimostrazioni, anche in vista della neces­
sità di servirsene come strumento di indagine nelle nuove scienze. Si tratta
di una serie di ricerche che non sempre giungono a divenire pubbliche con
le stampe, e che si sviluppano per lo più durante il diciassettesimo secolo,
fino al momento in cui il nuovo calcolo infinitesimale si proporrà con ben
altra efficacia quale linguaggio unificante della filosofia naturale .
Lo scopo di questo saggio è per l' appunto di portare alla luce questa
terza strada, molto spesso ignorata o studiata in maniera frammentaria ed
episodica, senza cioè rintracciare un filo comune che lega i diversi tenta­
tivi di revisione. Non potendo, per ragioni di spazio e di mole di inter­
venti, dare una descrizione esauriente di tutte le opere di riforma del quinto
libro degli Elementi, neanche limitata alle più significative, abbiamo volu­
tamente ristretto il nostro campo di indagine a un gruppo di scienziati che
hanno operato in Italia tra la metà del cinquecento e la fine del seicento,
nei quali la ricerca matematica si legava strettamente a nuovi metodi di
indagine della natura, e ne costituiva il linguaggio naturale e necessario .
La maggior parte di questi studiosi fanno parte di quella che in senso
lato si può definire la « scuola galileiana»; altri, come Cristoforo Clavio
o Guidobaldo dal Monte, sono stati in stretto rapporto scientifico con Gali­
leo, e ne hanno condiviso le ricerche e le scoperte; altri infine, come Gio­
vanni Battista Benedetti, hanno avuto non piccola parte nella sua forma­
zione scientifica. Per tutti possiamo parlare di « ambiente galileiano », in
quanto Galileo non solo è il più importante tra di loro, e colui che più
di ogni altro ha propugnato nei fatti la nuova scienza matematizzata; ma
anche quello le cui idee hanno maggiormente influenzato le ricerche in
un campo che oggi può sembrare marginale, specie alla luce degli sviluppi
successivi della matematica, ma che per molto tempo è stato uno dei più
importanti e controversi settori dell'indagine geometrica.
I.

La teoria delle proporzioni nel cinquecento

r. L'acquisizione del testo euclideo: interpolazioni e interpretazioni

Le edizioni degli Elementi di maggiore diffusione traggono la loro ori­


gine da due traduzioni latine; la prima, dall'arabo, di Campano di Novara
(o come è più probabile, di Adelardo di Bath),1 la seconda compiuta
direttamente su un testo greco da Bartolomeo Zamberti. Nessuna delle
due edizioni è soddisfacente; quella di Zamberti, piuttosto scorretta a causa
della scarsa dimestichezza del traduttore con la geometria, ha comunque
il vantaggio, per la parte che ci riguarda, di un testo privo di evidenti mano­
missioni. Non così invece la traduzione di Campano, o anche quella, meno
nota, attribuita a Ermanno di Carinzia,2 che presentano al quinto posto,
tra le definizioni relative ai rapporti e quella di rapporti uguali, una defi­
nizione chiaramente incongruente e spuria, probabilmente dovuta a un
errore di un antico copista: 3
Quantitates que dicuntur continuam habere proportionalitatem: sunt quarum eque­
multiplicia: aut eque sunt: aut eque sibi sine interruptione addunt aut minuunt.4
Le difficoltà di inserire una tale definizione in un sistema coerente, o
comunque di giustificare in qualche modo la sua presenza nel testo eucli-

1 Si veda M. Clagett, The medieval latin translations /rom the arabic of the Elements of Euclid,
with special emphasis on the versions of Adelard of Bath, lsis, 44 ( 195 3 ) .
2 Si veda H . L . L . Busard, The translation of the Elements of Euclid /rom the Arabic into Latin,
by Hermann of Carinthia (?), Janus 54 ( 1967) .
} Il codice o i codici arabi utilizzati per queste traduzioni non sono noti. Peraltro la presenza
sistematica di alcuni passi chiaramente corrotti fanno pensare che le traduzioni latine, in particolare
quelle più importanti di Adelardo di Bath e di Ermanno di Carinzia, siano state condotte sullo stesso
codice o quanto meno su codici con la stessa origine.
4 Citiamo dall 'edizione di Luca Pacioli: Euclidis Megarensis Opera a Campano interprete traslata,
Paganino de' Paganini, Venezia 1509, c. 3 2v. Il Tartaglia, nel suo Euclide Megarense Philosopho dili­
gentemente reassettato per Nicolò Tartaglia, traduce: « Le quantità le quale sono dette hauer la propor·
tionalità continua, sono quelle delle quali li multiplici egualmente tolti, ouero che sono eguali, ouero
che egualmente senza interruptione se sopravanzano, ouero sminuiscono . » c. 83 v. Della versione
di Tartaglia, pubblicata a Venezia nel 1543, si ebbero numerose ristampe, praticamente identiche,
per tutto il cinquecento. Noi citeremo da quella di G. Bariletto, Venezia, 1569 .
6 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

deo, non sono piccole; e non è escluso che essa sia all'origine di più d'un
errore interpretativo, errore destinato a ripercuotersi immediatamente sulla
successiva definizione di grandezze proporzionali e di conseguenza a com­
promettere l'intero edificio della teoria delle proporzioni . Già C ampano
nei suoi commenti aveva confutato una precedente interpretazione, secondo
la quale il costante sopravanzarsi o eguagliarsi degli equimultipli si doveva
intendere nel senso della uguaglianza delle differenze:
verbi gratia. Sint tres quantitates eiusdem generis A, B, C, ad quas sumantur D,
E, F, eque multiplicia: ut sicut D est multiplex ad A ita E sit multiplex ad B et
F ad C . . . itaque sicut D addit super E aut minuit ab ipso: ita E addat super F
aut minuat ab ipso . Cum hec inquam multiplicia sic se habuerint erunt tres quan­
titates A, B, C, continue proportionales . Multiplicia autem non intelligas similiter
sic se habere in addendo aut minuendo quantum ad quantitatem excessus, sed quan­
tum ad proportionem: aliter enim diffinitio esset falsa. Nam quarumlibet quanti­
tatum eiusdem generis equis se differentiis excedentium eque multiplicia accepta
equis etiam differentiis se excedunt . . . . Nec tamen priores quantitates sunt continue
proportionales , imo minorum est semper maior proportio. Hoc autem ideo evenit
quoniam earum multiplicia non similiter se excedunt quantum ad proportionem:
sed solum quantum ad quantitatem excessus . . . Verbi gratia sumantur tres numeri
equis differentiis se excedentes : immediate videlicet arithmetice ut 2, 3 , 4. Horum
trium equemultiplices equaliter se excedunt, dupli quidem binario : tripli terna­
rio, et sic de ceteris: non tamen sunt 2 , 3 , 4, continue proportionalia: imo mino­
rum est maior proportio: est enim ipsorum proportio sesquialtera: et maiorum
sesquitertia.5

Naturalmente anche la proposta di C ampano, che le similitudine degli


eccessi si debba intendere nel senso della proporzione, è insostenibile, dato
che essa non significherebbe altro che tre grandezze sono proporzionali
quando i loro multipli sono proporzionali . Ed invero questa è la conclu­
sione di Campano :

5 Euclidis Opera, cit . , c. 33'· Tartaglia, c. 84' : « esempli gratia, siano le tre quantità d'un mede­
simo genere A, B, C, alle quali siano tolte le D, E, F equalmente multiplice, cioè che si come la
D è multiplice alla A che così la E sia multiplice alla B & la F alla C . [e] si come la D avanza
. .

sopra alla E over manchi da quella, così la E avanzi sopra la F over manchi da quella; dico che quando
questi multiplici seranno a questo modo le tre quantità A, B, C seranno continue proportionale .
Ma non intendere li multiplici esser simili nel soprabondare, overo nel mancare in quanto alla quan­
tità delli eccessi, ma in quanto alla proportione, perché altramente la diffinitione seria falsa, perché
di qualunque quantità (di uno medesimo genere) che si eccedino per differentie equale, tolto li mul­
tiplici equalmente, anchora li multiplici se eccedono per differentie equale, . .. nientedimeno le prime
quantità non sono continue proportionale, anci sempre delle minore quantità è maggior la propor­
tione, & questo adviene perché li multiplici di quelle non se eccedono similmente in quanto alla
proportione, ma solamente in quanto alla quantità delle differentie . . . esempli gratia, siano tolti
tre numeri che se eccedono per differentie equale immediatamente cioè arithmetice come 2, 3, 4 ;
tutti [i] multiplici [di] questi 3 numeri tolti, equalmente s i eccedono tra loro, li doppi per il binario
& li treppi per il ternario & così li altri; nientedimeno li tre numeri 2, 3, 4 non sono continui propor­
tionali, anci di duoi minori è maggiore la proportione, perché la proportione di quelli è sesquialtera
& di duoi maggiori è sesquitertia. »
1. Interpolazioni e interpretazioni 7

Patet ergo similitudinem illam additionis aut diminutionis non intelligi quantum
ad quantitatem excessus : sed quantum ad proportionem. Erit itaque sensus difini­
tionis premisse. Continua proportionalia sunt quarum omnia multiplicia equalia:
sunt continue proportionalia. Sed noluit ipsam diffinitionem proponere sub hac
forma: quia tunc diffiniret idem per idem.6

Lo stesso concetto è ribadito nel commento alla definizione seguente,


nella quale si tratta in generale della proporzionalità di quattro grandezze
(Elementi, V. 5 ) , che viene letta come una variazione dell'altra, relativa­
mente al caso di grandezze non continuamente proporzionali:
Similitudo autem in addendo aut diminuendo intelligatur hic sicut in diffinitione
continue proportionalium: videlicet non quantum ad quantitatem excessus : sed
quantum ad proportionem . . . . Erit itaque sensus istius diffinitionis. Incontinue
proportionales, sunt quatuor quantitates . . . cum sumptis equemultiplicibus ad pri­
mam et tertiam. Itemque equemultiplicibus ad secundam et quartam, erit propor­
tio multiplicis primae ad multiplex secunde: sicut multiplicis tertie ad multiplex
quarte.7

Pur riconoscendo la circolarità della definizione, Campano riteneva dun­


que di poterla accettare sotto la forma oscura in cui appariva nella sua ver­
sione degli Elementi. E d' altra parte non si vede come si possa sfuggire
a una tale interpretazione circolare, se si vuole inserire la definizione in
uno schema coerente, sicché la lettura proposta da C ampano, pur riducen­
dosi a una tautologia, è la sola accettabile senza evidenti e immediate con­
traddizioni .
Peraltro affermazioni di questo genere non si trovano solo in commen­
tatori medievali, ma anche in alcuni scrittori cinquecenteschi, come Oronce
Finé che sostiene una tesi simile a quella di C ampano :
ait Euclides , magnitudines in eadem esse rationem, prima quidem ad secundam,
& tertia ad quartam, quando primae & tertiae, hoc est antecedentium magnitudi­
num sumptis aeque multiplicibus, & consequentium itidem magnitudinum, secundae
videlicet & quartae, aeque multiplicibus (etiam in alia quavis ab antecedentium

6 Ibidem. Tartaglia: « adunque è marùfesto che quella similitudine di sopragiongere over di dimi­
nuire over mancare non se intende in quanto all a quantità delle differenze ma in quanto all a propor­
tione, e per tanto il senso della soprascritta diffinitione sarà in questo modo : le quantità continue
proportionale son quelle delle quali tutti li multiplici egualmente tolti, sono continui proportionali:
ma il non volse ponere essa diffinitione sotto questa forma perché all'hora se diffineria tal cosa per
quella medesima. »
7 Ivi, c. 34' . Tartaglia, c. 85 ' : « Ma la similitudine del sopra aggionger, over diminuir, sia inteso
in questo loco si come in la diffinitione delle quantità continue proportionale, cioè non in quanto
alle quantità delli eccessi, ma in quanto alla proportione, . . . Serà adonque il senso di questa diffini­
tione in questa forma. quattro quantità son proportionale discontinue . . . quando che li multiplici
tolti egualmente alla prima e tertia, & similmente li multiplici tolti egualmente alla seconda e quarta,
serà la proportione del multiplice della prima al multiplice della seconda siccome è del multiplice
della tertia all a multiplice della quarta. »
8 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

multiplicatione) assumptis, multiplex primae ad multiplicem secundae eam servat


rationem, quam multiplex tertiae ad multiplicem quartae.8

Si tratta però di posizioni sempre più isolate e sporadiche, spesso oggetto


di critiche e confutazioni,9 e nella seconda metà del XVI secolo I' assimi­
lazione delle definizioni del quinto libro può considerarsi compiuta. In par­
ticolare, viene espunta la definizione spuria che abbiamo riportato sopra,
e vengono respinte di conseguenza le interpretazioni di Campano e di quanti
lo avevano seguito. Così Tartaglia, pur riportando la definizione in que­
stione, dice:

la qual diffinitione, penso questo & tengo per fermo che la non sia di Euclide . . .
perché tal diffinitione non ha in s e alcuna ragione de diffinitione, perché né secondo
il modo che parla tal diffinitione, né secondo che dice lo espositore di quella potremo
conoscere, over dimostrar tre quantità continue, esser continue proportionale, &
molto mi meraviglio del commentatore che vol diffinire tre quantità continue pro­
portionale per tre quantità continue proportionale. 10

Analogamente il Clavio:

C ampanus vero atque Orontius longe aliter definitionem hanc exponunt. Dicunt
enim Euclidem velle, tum demun quatuor magnitudines eandem habere propor­
tionem, cum primae & tertiae aequemultiplicia, a secundae & quartae aequemulti­
plicibus, utrumque ab utroque, vel una deficiunt proportionaliter, hoc est, in eadem
proportione, vel una aequales sunt, vel una excedunt proportionaliter, si ea suman­
tur, quae inter se respondent . Clarius, ut ait C ampanus, quando earum multipli­
cia proportionalia sunt, id est, cum eandem proportionem habet multiplex primae
ad multiplex secundae, quam multiplex tertiae ad multiplex quartae. Sed quis non
videt, si ita intelligetur definitio, Euclidem idem per idem definire?11

8 Orontii Finaei ... in sex priores libros Geometricorum Elementorum Euclidis Megarensis demon­
strationer Parisiis, apud S . Colinaeum, 1536. Noi citiamo dalla terza edizione, Parigi 155 1, c. 7ov:
« dice Euclide che [quattro] grandezze sono nella stessa proporzione, la prima alla seconda e la terza
alla quarta, quando presi equimultipli della prima e della terza, cioè delle antecedenti, ed equimulti­
pli delle conseguenti, ossia della seconda e della quarta (anche secondo un numero differente da
quelli delle antecedenti), il multiplo della prima a quello della seconda ha lo stesso rapporto del mul­
tiplo della terza a quello della quarta ».
9 Si veda, a proposito del Finé, De Erratis Orontii Finaei Regii Mathematicarum Lutetiae Pro/es­
soris . . . Petri Nonii Salaciensis Liber unus, in Pedro Nunes, Obras, Academia das Cièncias de Lisboa,
Voi. III, 1960 , pag. 94- 99.
10 Euclide Megarense, cit . , c. 84v .
1 1 Euclidis Elementorum Libri XV. Romae, apud V . Accoltum, 1574. c. 155 v- 156' : « Campano
invero, e Oronce [Finé] interpretano questa definizione molto diversamente. Dicono infatti che Euclide
voglia che allora quattro grandezze abbiano la stessa proporzione, quando gli equimultipli della prima
e della terza, degli equimultipli della seconda e della quarta, uno ad uno, o sono insieme proporzio­
nalmente minori, cioè nella stessa proporzione, o sono uguali, o sono proporzionalmente maggiori,
se si prendono le grandezze corrispondenti. Più chiaramente, come dice Campano, quando i loro
molteplici sono proporzionali, cioè quando il molteplice della prima al molteplice della seconda ha
la stessa proporzione che il molteplice della terza ha al molteplice della quarta. Ma chi non vede
che, se si interpreta così la definizione, Euclide definirebbe una cosa per mezzo di sé stessa? »
2. Due percorsi di lettura 9

Più succintamente Commandino :


bisogna intender leccesso, & il diffetto semplicemente, non secondo la propor­
tione, come volle il C ampano, altramente il medesimo se dechiararia per il mede­
simo, che è inconveniente 1 2

un commento che nel suo In quintum Euclidis Elementorum librum Com­


mentarius 1 3 Guidobaldo dal Monte riprenderà ed amplierà, criticando
insieme ambedue le interpretazioni errate. Siano infatti, dice Guidobaldo,
quattro grandezze A, B, C, D, e siano E, G equimultipli di A e C, e F,
H equimultipli di B e D. Ora, quando si comparano E con G ed F con H,
in hac comparatione non est intelligendum quod sicut E superar G ita et F debeat
superare H in eadem quantitate, ut si E superar G decem, quod et decem debeat
F superare quoque H. Nam sufficit ut se superent, veluti E superar quidem G
decem, F vero superar H quinque. Similiter propter hanc definitionem non est
necesse ut F ad H sit in eadem proportione ut est E ad G, hoc namque modo esset
petere principium, quia nondum scimus quando quattuor magnitudines in eadem
existunt proportione . 1 4

2. Due percorsi di lettura

La prima parte del XVI secolo si consumerà dunque nella ricerca di un


senso geometrico della teoria delle proporzioni; un'operazione complessa e
di lunga lena, che si potrà considerare conclusa solo nell'ultimo quarto del
secolo, anche grazie all 'apparire di nuove traduzioni più corrette sia dal punto
di vista matematico che da quello filologico, quali quelle già ricordate di Fede­
rico Commandino 15 e di Cristoforo Clavio . 1 6 La prima, condotta diretta­
mente su un codice greco, verrà anche tradotta in italiano nel 1 5 75 . 17
12
De gli Elementi di Euclide Libri Quindici. Urbino, appresso D. Frisolino. 1575. La scelta della
versione italiana ci dispenserà dal dare una traduzione in nota.
IJ Biblioteca Oliveriana di Pesaro, MSS 630. Pubblichiamo questo testo nella seconda parte di
questo volume.
14 Commentarius, c. 8 ' -8v: « in tale comparazione non si deve intendere che come E supera G
così anche F debba superare H della stessa quantità, come ad esempio se E supera G di dieci, anche
F debba superare H di dieci. Infatti è sufficiente che si superino, come quando E supera G di dieci,
e F supera H di cinque. Similmente, in questa definizione non è necessario che F stia ad H nella
stessa proporzione di E a G, infatti questa sarebbe una petizione di principio, dato che non sap­
piamo ancora quando quattro grandezze stanno nella stessa proporzione . »
15 Euclidis Elementorum libri XV. Pisauri, apud C . Francischinum, 157 2 . Una seconda edizione
venne pubblicata, sempre a Pesaro, nel 1619 . La traduzione di Commandino fu poi alla base di nume­
rose edizioni, tra cui quella oxoniense curata da David Gregory ( 1703).
16
La traduzione del Clavio , pubblicata originariamente nel 1574, fu poi considerevolmente
ampliata e conobbe varie edizioni, tra cui citiamo quelle di Roma del 1589 e del 1603 , quelle di
Colonia, 159 1 e 1607 e di Francoforte, 1607 e 16 1 2 . Essa fu poi ristampata in Christophori Clavii
Opera Mathematica, Mainz 16 1 2 .
1 7 Una seconda edizione venne pubblicata a Pesaro nel 1619 . Questa traduzione venne poi uti­
lizzata da Viviani per il suo Elementi piani e solidi d'Euclide, Firenze, Bindi, 1690, più volte ristampato.
IO La teoria delle proporzioni nel cinquecento

In ambedue le edizioni è sparita ovviamente la definizione spuria sopra


riportata; non però del tutto l'ambiguità interpretativa, che prende le mosse
stavolta da un'altra definizione, anch'essa espunta come interpolata da I. L.
Heiberg nella sua edizione degli Elementi,18 e dopo di lui da tutta la
critica moderna, ma nondimeno presente in tutte le edizioni antiche del
testo euclideo.
Né il testo, né la stessa posizione di questa definizione all'interno delle
diverse versioni degli Elementi sono univoci; talvolta, come nella versione
di Commandino, essa occupa l'ottavo posto; in altri casi, ad esempio nel­
l'edizione di Clavio, essa figura al quarto, immediatamente dopo la defi­
nizione di rapporto.19
La stessa situazione si riscontra peraltro nei codici greci che ci sono per­
venuti, in alcuni dei quali essa si trova, spesso scritta in margine, dopo
la terza definizione, in altri dopo la settima.20 Anche leggermente diversa
è la forma che essa prende nei due casi: nel primo, quando cioè porta il
numero 4, dice in genere: 21
'AvaA.oyia oè it t&v A.6yrov taut6triç22

mentre nel secondo suona:


'AvaA.oyia oè fottv it t&v A.6yrov òµot6triç23

La presenza di una tale definizione, e la sua differente collocazione nel


testo euclideo, provocherà delle diversità di lettura non trascurabili, al punto
che non mi pare errato parlare di due ben distinti percorsi interpretativi;
percorsi che sono ben esemplificati nelle due edizioni degli Elementi di
Clavio e di Commandino, e che pertanto assoderemo ai nomi dei due stu­
diosi. Per metterli in luce, dovremo esaminare comparativamente le due
versioni, che riportiamo affiancate24 in modo da metterne in luce la dif­
ferente impostazione.
Le prime due definizioni, che riguardano in ambedue i testi le nozioni
di parte e di multiplo, non sono rilevanti per la nostra esposizione. Inizie­
remo dunque dalla terza.

1 8 Euclidis Ekmenta. Edidit et latine interpretatus est I. L. Heiberg, Voi. II. Taubner, Lipsia 1884.
A questa si ispirano tutte le edizioni e le traduzioni moderne, ivi compresa la più recente edizione
del testo greco: Euclidis Ekmenta. Post I. L. Heiberg edidit E. S. Stamatis. Taubner, Lipsia, 1970 .
1 9 Di conseguenza, la numerazione delle definizioni subisce un aumento di uno a partire dalla

quarta nel primo caso, dall'ottava nel secondo. Ciò provoca una certa ambiguità nella designazione
delle differenti definizioni da parte di vari autori, della quale si dovrà tener conto nell'individuare
a quale definizione ci si riferisce.
20 In qualche caso, come ad esempio nel codice XXVIII della Biblioteca Laurenziana di Firenze,
essa è riportata in entrambi i luoghi.
2 1 Ma non nella versione di Clavio, che preferisce ! ' altra lettura.
22 La proporzionalità è identità di rapporti.
23 La proporzionalità è similitudine di rapporti.
24 La seconda nella traduzione italiana.
2. Due percorsi di lettura II

Clavio Commandino
3. Ratio est duarum magnitudinum eiusdem 3. La proportione è di due grandezze del
generis mutua quaedam, secundum quanti­ medesimo genere, in quanto appartiene alla
tatem, habitudo . quantità, una certa convenienza.

4. Proportio vero est rationum similitudo. [8.]


5. Rationem habere inter se magnitudines 4. Le grandezze si dicono haver proportione
dicuntur, quae possunt multiplicatae se se fra loro, le quali moltiplicate si possono
mutuo superare. avanzare.

6. In eadem ratione magnitudines dicuntur 5. Le grandezze si dicono essere nella mede­


esse, prima ad secundam, & tertia ad quar­ sima proportione la prima alla seconda, & la
tam, cum primae & tertiae aequemultiplicia terza alla quarta, quando le ugualmente molti­
a secundae & quartae aequemultiplicibus, plici della prima, & della terza, o vero insieme
qualiscumque sit haec multiplicatio, utrum­ avanzano le ugualmente moltiplici della
que ab utroque vel una deficiunt, ve! una seconda, & della quarta secondo qual si voglia
aequalia sunt, vel una excedunt; si ea suman­ moltiplicazione, o vero insieme le pareggiano
tur, quae inter se respondent. o vero insieme sono avanzate da loro.

7. Eandem autem habentes rationem magni­ 6. Le grandezze, che hanno la medesima pro­
tudines , Proportionales vocentur . portione si chiamino proportionali.

8. Cum vero aeque multiplicium multiplex 7. Quando delle ugualmente moltiplici, la


primae magnitudinis excesserit multiplicem moltiplice della prima avanzerà la moltiplice
secundae; At multiplex tertiae non excesse­ della seconda, & la moltiplice della terza non
rit multiplicem quartae; tunc prima ad secun­ avanzerà la moltiplice della quarta, all'hora
dam maiorem rationem habere dicetur, quam la prima alla seconda si dirà haver maggior
tertia ad quartam. proportione, che la terza alla quarta.

8. L'Analogia è una somiglianza di pro­


portioni.

Se si esclude dunque la definizione in questione, le due traduzioni si cor­


rispondono perfettamente, a conferma ulteriore dell'avvenuta acquisizione
delle idee e delle tecniche euclidee. E però, anche se poco o punto influente
dal punto di vista dell'uso (o se si vuole delle applicazioni) della teoria delle
proporzioni nei problemi geometrici, la presenza, o meglio la diversa dispo­
sizione della definizione Clavio 4 (Commandino 8), non è senza conseguenze
dal punto di vista dell'interpretazione della nozione di proporzionalità, e dun­
que di tutta la teoria delle proporzioni; determinando delle differenze di let­
tura di notevole rilevanza, stante anche il carattere sostanzialmente astratto
(non legato cioè a rappresentazioni o immagini geometriche) del quinto libro.
Infatti la versione di Commandino conduce ad un percorso di lettura
«classico», nel quale il ruolo chiave è giocato dalla definizione di rapporti
uguali; un percorso molto simile all'interpretazione moderna, e che si snoda
lungo le fasi seguenti:
a. Introduzione del concetto di rapporto (ratio o proportio, in italiano solitamente
tradotto con rapporto o proporzione, ma anche con ragione) tramite la Defini­
zione 3 e la 4, che in un certo senso precisa cosa debba intendersi per « gran­
dezze del medesimo genere ».
12 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

b. Definizione di rapporti uguali, per mezzo degli equimultipli (Commandino 5),


con la conseguente definizione di grandezze proporzionali (Commandino 6).
c. Definizione di rapporto maggiore (Commandino 7).

Al contrario, la lezione di Clavio, nella quale la definizione spuria Cla­


vio 4 occupa un posto cruciale, al confine tra le nozioni di ratio e di pro­
portio, suggerisce un'interpretazione del testo di Euclide secondo lo schema
seguente:
a. Introduzione del concetto di rapporto (Definizione 3).
b. Definizione di proporzione (proportio o proportionalitas, in italiano reso con pro­
porzionalità) come uguaglianza (similitudine) di rapporti (Clavio 4).
c. Chiarificazione della Definizione 3 mediante la precisazione della nozione di
grandezze del medesimo genere (Clavio 5).
d. Precisazione della nozione di similitudine (uguaglianza) di rapporti per mezzo
degli egualmente molteplici (Clavio 6) e della diseguaglianza (Clavio 8).

Il ruolo della definizione di uguaglianza di rapporti (Clavio 6, Comman­


dino 5) è dunque completamente diverso nei due casi: centrale nella let­
tura di Commandino, esplicativo e tutto sommato secondario in quella di
Clavio, in cui essa serve unicamente a precisare la nozione di rapporti uguali,
o se si vuole a offrire un criterio per riconoscere l'uguaglianza e la dise­
guaglianza di due proporzioni. In questa veste, essa non mancherà di
scontrarsi con il sentimento comune che l'uguaglianza sia uno di quei
concetti primitivi che è inutile, e anzi non di rado dannoso, definire, dato
che non è riconducibile ad alcun concetto più semplice e immediato. Al
contrario, la lettura di Commandino è tutta centrata sulle Definizioni Com­
mandino 5 e Commandino 7; mentre qui è la Definizione Commandino 8
ad essere spiazzata, al punto da richiedere un'interpretazione diversa da
quella usuale,25 e già in parte prefigurata dalla scelta di lasciare inalterato
il termine greco àvaÀ.oyia, che non viene tradotto (in contrasto ad esem­
pio con Clavio e Tartaglia) col corrispondente latino proportio/proportio­
nalitas o con quello italiano proporzionalità.
In conclusione, abbiamo da una parte una lettura «classica» del quinto
libro, fondata sulla centralità della Definizione Commandino 5 il cui signi­
ficato matematico non è più oggetto di discussione e che con la fine del
cinquecento entra a far parte del bagaglio tecnico della maggior parte dei
geometri, una lettura che trova la sua espressione più matura nell'edizione
degli Elementi di Commandino.
Accanto ad essa però, troviamo un diverso percorso interpretativo, che
nella versione claviana è solo accennato, ma è inequivocabilmente presente,

25 Si vedano più oltre i commenti di Guidobaldo dal Monte .


3 . I commenti di Guidoba!do dal Monte

e che ha il suo pernio nelle definizioni di rapporto: una relazione tra due
grandezze, per quanto attiene alla quantità, e di proporzionalità: similitu­
dine (uguaglianza) di rapporti. Sono queste due definizioni simili e simme­
triche, dato che nessuna delle due mira a dare dei metodi operativi; lo scopo
di ambedue non è di fornire delle regole di calcolo o dei criteri per mezzo
dei quali si possa riconoscere l'uguaglianza di due rapporti, ma piuttosto
di favorire nella mente del lettore la formazione di un'idea, o piuttosto
di un'immagine delle cose definite, con la quale addentrarsi nel difficile
terreno della teoria delle proporzioni. Questo secondo punto di vista, che
aggira con uno sforzo di intuizione le difficoltà di una definizione com­
plessa e per molti versi innaturale, farà sentire la sua forza non appena
altre esigenze, stavolta esterne alla matematica in senso stretto, domande­
ranno una revisione della teoria euclidea.

3. I commenti di Guidobaldo dal Monte

Tra gli studiosi che nel sedicesimo secolo si sono confrontati con il
testo euclideo, un posto non secondario è occupato da Guidobaldo dal
Monte, non tanto, e non solo, per l'interesse intrinseco dei suoi com­
menti al quinto libro e alla definizione euclidea di proporzione compo­
sta, quanto piuttosto per la sua posizione di osservatore privilegiato, vicino
da una parte al lavoro filologico di Federico Commandino di cui fu allievo
nelle scienze matematiche, e dall'altra alle ricerche fisiche e geometri­
che del giovane Galileo, di cui fu corrispondente e in una certa misura
protettore.
Sulla teoria delle proporzioni, Guidobaldo dal Monte ci ha lasciato due
manoscritti. Il primo, che abbiamo avuto occasione di menzionare, è un
commento al quinto libro degli Elementi; il secondo, dal titolo G. U. de
proportione composita. Opusculum, riguarda la definizione euclidea di pro­
porzione composta.26 Si tratta di due opere più volte citate negli studi
sulla matematica nel cinquecento, ed in particolare sulla scuola urbinate,27

26 Biblioteca Oliveriana di Pesaro, MSS. 63 1 . Le introduzioni di ambedue i manoscritti sono


state pubblicate da G. Arrighi, Un grande scienziato italiano: Guidoba!do dal Monte, Atti dell'Ace .
Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti, XII ( 1965 ) , pag. 183 - 199. Sul secondo, si veda P. D. Napoli­
tani, Su/l'opuscolo De Proportione Composita di Guidoba!do dal Monte, Atti del Convegno « La Sto­
ria delle Matematiche in Italia », Cagliari 198 2 .
27 Oltre ai lavori appena citati di G . Arrighi e P. D . Napolitani, s i vedano G . Marniani, Elogi
storici di Federico Commandino, G. Ubaldo del Monte, Giulio Carlo Fagnani, Nobili, Pesaro, 1 8 2 8 ,
come pure G. Libri, Histoire des Sciences Mathématiques en Italie, Renouard, Paris 1838 . Più di recente,
l'attenzione su tali opuscoli è stata richiamata da Paul L. Rose, The Italian Renaissance o/ Mathema­
tics, Droz, Genève 1976. Su Guidobaldo dal Monte, e in generale sulla scuola matematica urbinate,
si può vedere il volume di E. Gamba e V. Montebelli, Le scienze a Urbino nel tardo rinascimento,
Ed. Quattroventi, Urbino, 1988.
14 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

ma che nonostante alcuni tentativi di pubblicazione, sono finora rimaste


inedite.
Nessuno di questi due opuscoli contiene innovazioni di rilievo rispetto
al testo degli Elementi. Al contrario, lo scopo dichiarato di Guidobaldo,
lungi dal riformare in qualche modo il procedere del geometra alessandrino,
è quello di seguire alla lettera la teoria euclidea, limitando il proprio inter­
vento alla chiarificazione e alla discussione dei suoi punti più oscuri, o
comunque più difficili:
in quibus ne verbum quidem Euclidis immutabitur alterabituroe, ita ut quae declara­
tione indigebunt seorsum a nobis tractabuntur, ut fideli explicatori convenit.28

Una spiegazione comunque, anch'essa aderente allo spirito e alla let-


tera degli Elementi, e priva di qualsiasi intervento che si sovrapponga al
dettato euclideo:
Neque enim secundum nostram sententiam Euclidem /ateri intentio nostra est. Volu­
mus enim ut Euclides Euclides remaneat.29

Questa operazione che pretende di intervenire sul testo senza alterarlo,


ma limitandosi a gettare luce sui punti più oscuri senza peraltro aggiun­
gere nulla che non sia già presente, poteva fondarsi solo su una versione
anch'essa oggettiva e fedele: quella di Commandino.
Quoniam autem multi huius quinti libri Commentarij multaeque versiones passim
circumferuntur, nos tamen Federici Commandini tantum latinum contextum seque­
mur tamquam grecorum verborum fidelis interpretis , cum precipue ipsius verbis Eucli­
dis nihil addiderit, vel minuerit, vel immutaverit, ordinemque omnino tam in de/ini­
tionibus, quam in propositionibus seroaverit.30

L'adesione al testo di Commandino implica naturalmente l'interpreta­


zione delle definizioni del quinto libro secondo il percorso commandiniano,
in particolare per quanto riguarda il significato del termine àvàÀ.oyia che,
come abbiamo detto, Commandino aveva lasciato senza tradurlo sia nella
versione latina che in quella italiana. Gli Elementi di Commandino non
recano alcun commento in proposito, e si limitano a riportare la defini-

28 Commentarius, cit . , c. r v: « nei quali non si cambierà né si altererà una sola parola di Euclide,
in modo da trattare particolarmente quelle che hanno bisogno di spiegazione, come si conviene a
un fedele interprete ». Le parti in corsivo sono sottolineate nel testo .
2 9 Ibidem: « Né è nostra intenzione far parlare Euclide secondo la nostra propria interpretazione.
Vogliamo infatti che Euclide rimanga Euclide ».
30 Ivi, c. 2 : « Benché infatti circolino molti commenti e molte versioni di questo quinto libro,
'

noi tuttavia seguiremo solo la versione latina di Federico Commandino, in quanto fedele interprete
del testo greco, e che in particolare niente ha aggiunto, o tolto , o mutato alle parole di Euclide,
e ne ha totalmente conservato l'ordine sia nelle definizioni che nelle proposizioni » .
3 . I commenti di Guidobaldo dal Monte

zione senza neanche tentare di chiarire cosa debba intendersi con tale ter­
mine; un silenzio comprensibile dato che un qualsiasi tentativo in questo
senso sarebbe stato equivalente a una traduzione .
Al contrario, Guidobaldo dedica un lunghissimo commento alla Defi­
nizione Commandino 8 . , che collega alle Definizioni 1 9 (ex aequali) e 2 0
(analogia perturbata) e dunque interpreta nel senso di una relazione che
intercorre tra due serie di grandezze rispettivamente proporzionali:
Cum analogia sit proportionum similitudo, quare oportet, ut sint plures propor­
tiones similes ad costituendam analogiam. Ita nempe ut proportionem quam habet
A ad B eandem habeat E ad F, deinde quam habet B ad C eandem habeat F ad
G et quam habet C ad D, eandem habeat G ad H et ita deinceps si plures fuerint.
Eruntque hoc modo ABCD et EFGH in analogia, quia in EFGH similes erunt pro­
portiones, ut in ABCD.31

In questo modo il termine analogia è interpretato in un senso più gene­


rale del termine proporzionalità usato da Clavio . Quest'ultima è limitata
a quattro grandezze, la prima invece riguarda una doppia serie di gran­
dezze in numero arbitrario e a due a due proporzionali : le grandezze
ABCD . . e le EFGH. . . saranno in analogia quando A : B = E : F, B : C F: G,
. =

C: D G : H, e così di seguito . La nozione di proporzionalità tra due cop­


=

pie di grandezze si trova dunque ampliata a due serie arbitrarie; allo stesso
tempo però essa perde di specificità, al punto che, in mancanza di un ter­
mine apposito, lo stesso concetto di proporzionalità tra quattro grandezze
diventa difficile da esprimere . E così, quando Guidobaldo vuole confron­
tare tra loro i due concetti di proporzionalità e analogia, dovrà ricorrere
a un aggettivo : proportionales per denotare il primo :
Ex dictis elici quoque potest, proportionales primo respicere magnitudines , deinde
proportiones , analogia vero primo proportiones , deinde magnitudines: ita ut pro­
portionales respiciant magnitudines in proportione, Analogia vero proportiones in
magnitudinibus .32

Ma il commento di Guidobaldo non si limita a chiarificare questo punto


delicato della teoria delle proporzioni, o meglio della lettura derivante dalla
traduzione di Commandino, né ad illu strare come la maggior parte dei com-

3 1 Commentarius, c. r5': « Essendo l' analogia similitudine di proporzioni, occorre dunque che
vi siano più proporzioni simili per costituire un'analogia. Così ad esempio, supponiamo che la stessa
proporzione che A ha a B, E l' abbia ad F; e poi che la stessa proporzione che B ha a C, F l' abbia
a G; e quella stessa che C ha a D, G l'abbia ad H, e così via se ce ne sono di più. In tal modo
ABCD ed EFGH saranno in analogia, poiché in EFGH vi sono le stesse proporzioni che in ABCD. »
32 lvi, c. r8v: « Da quanto detto si può ricavare che le [grandezze] proporzionali riguardano prima
le grandezze, poi le proporzioni, l' analogia prima le proporzioni, poi le grandezze; di modo che le
[grandezze] proporzionali riguardano grandezze in proporzione, l'analogia proporzioni in grandezze ».
Il corsivo è mio.
16 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

mentaton 1 passi più difficili, quali ad esempio la definizione di gran­


dezze proporzionali e non proporzionali; in altre parole, Guidobaldo non
si propone, o quanto meno non solamente, di fornire un'interpreta­
zione della teoria delle proporzioni allo stesso tempo plausibile dal punto
di vista matematico e corretta da quello filologico . Di più, egli vuole
giustificare le singole frasi, quasi le singole parole, del testo euclideo,
che come si è visto identifica totalmente con la versione di Comman­
dino . Così ad esempio, sempre sulla scorta della sua interpretazione del-
1' analogia, viene impugnata la versione che, diversamente da Comman­
dino e da Clavio, parlava di uguaglianza invece che di similitudine di
rapporti:
Hic vero observandum occurrit, propterea Euclides non dixisse, Analogiam esse
proportionum aegualitatem, sed proportionum similitudinem, ut ab analogia omnes
proportiones aeguales esse debere excluderet, ut magnitudinibus proportionalibus
contingit, guae cum in eadem sint proportione, aeguales guogue semper continent
proportiones inter se. Itague analogiam definivit per proportionum similitudinem,
ut aegualitas, et inaegualitas proportionum in analogia existere possint . Aeguali­
tas guia binae binis in proportione respondere debent, ut proportio, guae est inter
AB ipsi proportioni, guae est inter EF respondeat, veluti guae sunt inter BC, FG
et inter CD, GH. Inaegualitas, guia contingere potest, ut proportio ipsorum AB,
EF non sit eadem cum proportione ipsorum BC, FG, et huiusmodi aliae. In hoc
enim sensu Euclides proportionum similitudines accipit. At vero cum analogia sit
proportionum similitudo, nil prohibet, guin omnes guogue proportiones possint
esse inter se aeguales, ut in magnitudinibus continue proportionalibus ; similitudo
enim aegualitatem non excludit .33

Un analogo intervento è quello compiuto nel commento alla Definizione


1 2 , che nel testo greco dice :

'0µ6A.oya µeyW11 A.tyetm tà µl:v iiyouµeva wiç iiyouµévmç tà c51: É7t6µeva wiç
É7toµévmç 34

33 Ibidem. « Qui vale la pena di osservare, come Euclide non abbia detto lAnalogia essere
uguaglianza di proporzioni, ma similitudine di proporzioni, escludendo in tal modo che nell' ana­
logia tutte le proporzioni debbano essere uguali, come avviene nelle grandezze proporzionali, che
essendo nella stessa proporzione, contengono proporzioni sempre uguali tra loro . E così definì
l' analogia tramite la similitudine di proporzioni, in modo che nell'analogia possano coesistere l'ugua­
glianza e la disuguaglianza delle proporzioni. L'uguaglianza, in quanto devono corrispondere in
proporzione a due a due, in modo che la proporzione tra A e B corrisponda a quella tra E ed F,
come pure quelle tra B C, FG e tra CD, GH. La disuguaglianza, in quanto può accadere che la
proporzione tra A e B , e tra E ed F non sia la stessa di quella tra B e C e tra F e G, e così le
altre. In questo senso Euclide prende la similitudine delle proporzioni. Peraltro, essendo I' ana­
logia similitudine di proporzioni, niente vieta che tutte le proporzioni possano essere uguali tra
loro, come avviene nelle grandezze in proporzione continua; infatti la similitudine non esclude
l'uguaglianza. »
34 Euclidis Elementa, cit . , voi. II, pag . 2 : « Si dicono grandezze omologhe, le antecedenti alle
antecedenti e le conseguenti alle conseguenti ».
3 . I commenti di Guidobaldo dal Monte

e che Commandino traduce affiancando al termine greco la traduzione,


o meglio la parafrasi di Zamberti:
Homologae vel similis rationis magnitudines dicuntur, antecedentes quidem ante­
cedentibus, consequentes vero consequentibus .

L'aggiunta al termine omologhe della precisazione di rapporto simile intro­


duce la proporzione in quella che era solo una definizione di nome, e col­
lega la definizione in esame alla successiva, che tratta della ragione per­
mutata. Guidobaldo conosce e approva la traduzione e ne trova la
giustificazione nella considerazione di rapporto simile tra antecedenti e
conseguenti, ma nello stesso tempo respinge il collegamento immediato
tra questa definizione e la seguente. Per far ciò, egli deve riferire il ter­
mine omologhe a tutte e quattro le grandezze in questione, e non separata­
mente alle antecedenti e alle conseguenti, e allo stesso tempo deve negare
che si possa parlare di grandezze omologhe solo nel caso in cui le quattro
grandezze siano proporzionali.
Verba enim ve! similis rationis non sunt Euclidis sed interpretis , qui explicare volens
magnitudines homologae dixit eas esse similis rationis, ac recte quidem. Nam si
antecedens A erit similis rationis antecedenti C, veluti quoque consequens B con­
sequenti D similis rationis, magnitudines ABCD dicuntur homologae. Quod si fuerit
antecedens C et consequens D, fueritque antecedens E et consequens F, quin C
non est similis rationis ipsi E, siquidem C est alterius generis quod E, veluti quoque
D est alterius generis quod F, magnitudines ergo CDEF non sunt homologae,
quamvis accidere possit eas in eadem esse proportione, ut scilicet sit C ad D ut
E ad F. In hac enim definitione non attenditur proportio magnitudinum, sed
quaenam sint magnitudines homologae. Cumque dicuntur magnitudines homologae
non est necesse ut sint proportionales ; homologae enim et proportionales res sunt
diversae . . . . Si enim magnitudines esse proportionales oporteret, Euclides utique
dixisset . 35
. .

A questo punto, ben poco resta a caratterizzare le grandezze omologhe:


esclusa la proporzionalità, non rimane che la possibilità di una compara­
zione, e cioè l'essere di uno stesso genere:
In hac igitur definitione (omissis proportionibus) sufficit ut antecedens antece­
denti et consequens consequenti comparari possit. Hoc enim significant magnitu-

35 lvi, c. 2 J' : « Le parole di ragione simile non sono di Euclide, ma del traduttore, che volendo
spiegare le grandezze omologhe le disse di ragione simile, e giustamente. Infatti se ! 'antecedente A
è di ragione simile all'antecedente C, come anche il conseguente B di ragione simile al conseguente D,
le grandezze ABCD si dicono omologhe. Mentre se l' antecedente fosse C e il conseguente D, e fosse E
l' antecedente e F il conseguente, quando C non è di ragione simile ad E, ad esempio se è di genere
diverso di E, come anche D di F, le grandezze CDEF non sarebbero omologhe, anche se può acca­
dere che siano nella stessa proporzione, cioè che C sia a D come E sta a F. Infatti in questa defini­
zione non si guarda alla proporzione delle grandezze, ma se siano grandezze omologhe. E quando
si dice grandezze omologhe, non è necessario che siano proporzionali; infatti omologhe e proporzio­
nali sono cose diverse. . . Se infatti fosse stato necessario che le grandezze fossero proporzionali, Euclide
!' avrebbe detto . . . » .
18 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

dines homologae; ut duae lineae inter se, duae superficies inter se, et huiusmodi,
ut sunt antecedentes A C, quae inter se comparari possunt, veluti quoque conse­
quentes BD.36

Lo stesso criterio di aderenza totale al testo domina il secondo opuscolo


di Guidobaldo dal Monte. L'origine del problema è la Definizione VI. 5
di proporzione composta, che nell' edizione di Commandino dice:
Proportio ex proportionibus componi dicitur, quando proportionum quantitates
inter se multiplicatae, aliquam efficiunt proportionem.37

La definizione mal si accorda con la teoria precedentemente svolta nel


quinto libro, ed è in tutta probabilità, secondo l'opinione di Heiberg,38
frutto di un'interpolazione antica, certamente anteriore al quarto secolo.
Essa non appare nella versione dall' arabo di C ampano, mentre è presente
in quella di Zamberti . L'interpretazione classica, risalente ad Eutocio, è
che la quantità di una proporzione si debba interpretare in termini di deno­
minatore:
OtUV ai tÒ>V "J...6yrov 7tTJÀ.lKOtTJtEç Èqi È autàç 7tOÀ.À.a7tÀ.a<naat?Eiaat 7t01Ò>OlV tlVU,
7tTJÀ.tK6tTJtoç 8TJ">..ov6t1 Af:yoµéVTJç toli àpu?µou , ou naprovuµ6ç &atw ò 81cS6µi:voç
">..Oy oç.39

Questa opinione è largamente accettata nel cinquecento; ad essa aderi­


sce tra gli altri Cristoforo Clavio, che nei suoi commenti al quinto libro
definisce il denominatore di un rapporto :
Denomina tor . . . cuiuslibet proportionis, dicitur numerus, qui exprimit distincte,
& aperte habitudinem unius quantitatis ad alteram.40

e discute a lungo la classificazione delle proporzioni commensurabili e i


loro denominatori, per poi servirsene per interpretare la proporzione
composta:

36 « Dunque in questa definizione (messe da parte le proporzioni) basta che lantecedente si possa
comparare con l' antecedente e la conseguente con la conseguente. Ciò infatti significa grandezze
omologhe; come due linee tra loro, due superficie tra loro, e cose del genere, come sono le antece­
denti A C, che si possono comparare tra loro, come pure le conseguenti BD. »
37 Euclidis Elementorum Libri XV, cit . , c. 7 1 •: « Una proporzione si dice composta da propor­
zioni, quando le quantità delle proporzioni, moltiplicate tra loro, avranno prodotto qualche pro­
porzione. »
38 Euclidis Elemento, cit.
39 Commento alla Prop. IV del secondo libro della Sfera e cilindro di Archimede (Archimedis
Opera omnia, edidit ]. L. Heiberg. Lipsia, Teubner 19 1 5 , voi . III, pag. 120): « se moltiplicate tra
loro le quantità dei rapporti producono una qualche quantità; dove si chiama quantità il numero
dal quale il dato rapporto è denominato . » Si veda anche il commento alla Proposizione r l del primo
libro delle Sezioni coniche di Apollonio (Apollonii Pergaei quae grece exstant cum Commentariis anti­
quis, edidit J. L. Heiberg. Lipsia, Teubner 189 3 , voi. Il, pag. 2 16- 2 2 1) .
40 Euclidis Elementorum libri XV, cit . , c. 15 1': «Il denominatore di un a qualsivoglia proporzione
è quel numero, che esprime distintamente e con evidenza la relazione di una quantità all'altra. »
3 . I commenti di Guidobaldo dal Monte

Quoniam denominator cuiuslibet proportionis exprimit, quanta sit magnitudo ante­


cedens ad consequentem, . . . dici solet propterea denomina tor a Geometris, quan­
titas proportionis ; ut idem significet quantitas alicuius proportionis, quod deno­
minator. Vult igitur hac definitio, proportionem aliquam ex duabus , vel pluribus
proportionibus componi, quando harum denominatores, seu quantitates inter se
multiplicatae effecerint illam proportionem, seu (ut vertit Zambertus) effecerint
illius proportionis quantitatem, sive denominatorem.41

Diversamente da Clavio, il commento di Commandino è molto strin­


gato, limitandosi a rimandare ai commenti di Eutocio . I motivi di questa
freddezza di Commandino nei riguardi dell'interpretazione tradizionale
divengono evidenti nell'opuscolo di Guidobaldo . In primo luogo infatti
la posizione della definizione nel sesto libro degli Elementi, prima cioè dei
libri aritmetici, è segno inequivocabile della generalità della stessa, che deve
quindi servire sia nel caso di rapporti tra numeri che in quello tra gran­
dezze, dunque anche se i rapporti sono incommensurabili, anzi piuttosto
in questo caso che nell ' altro:
Praeterea nulli dubbium est, hanc definitionem tam de numeris, quam de magni­
tudinibus loqui, ut diximus . At vero quia Euclides eam collocavit in sexto libro,
uhi nondum facta est mendo de numeris , ideo videtur accomodandam esse potius
magnitudinibus quam numeris.42

Al contrario, coloro che si rifanno al concetto di denominatore devono


necessariamente restringere ai soli numeri la portata della definizione :
Tamen fere omnes eam numeris interpretant, et quamvis magnitudines in medio
afferant, eas tamen ac si essent numeri accipiunt, et per multiplicationem propor­
tionum (ut in numeris diximus) extremarum proportionem ostendunt .43

Né è più accettabile l'altra interpretazione, che vuole che la proporzione


delle estreme sia composta da tutte le proporzioni intermedie, un'inter­
pretazione che trae origine dalla dimostrazione della Proposizione VI.
2 3, 44 nella quale si prova che i parallelogrammi equiangoli hanno la pro­
porzione composta di quelle dei lati. La dimostrazione procede mediante

41 lvi, c. 186 v- 187': « Poiché il denominatore di una qualsiasi proporzione esprime quanta sia
la grandezza antecedente rispetto alla conseguente, . . . per questo si suol chiamare dai Geometri
quantità della proporzione; cosicché la quantità di una certa proporzione, e il denominatore, sono
sinonimi. Questa definizione dice dunque che una proporzione si compone di due o più propor­
zioni, quando i loro denominatori, o quantità, moltiplicate tra loro, produrranno quella proporzione,
ovvero (come traduce Zamberti) produrranno la quantità, o il denominatore, di quella proporzione. »
42 De Proportione Composita, cit . , c. 7': « Inoltre a nessuno sfugge che questa definizione parla
sia di numeri che di grandezze. Anzi, dato che Euclide l'ha posta nel sesto libro, dove non si parla
ancora di numeri, essa è rivolta più alle grandezze che ai numeri. »
43 Ibidem: « Tuttavia quasi tutti la interpretano in numeri, e anche se tirano in mezzo le gran­
dezze, le considerano come numeri, e ricavano la proporzione delle estreme (come abbiamo detto
in numeri) per mezzo di una moltiplicazione delle proporzioni. »
44 Vedi più oltre, cap. 2 .
20 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

l'introduzione di tre grandezze ausiliarie K, L ed M, osservando che K : M


è la proporzione composta di K : L e di L : M.
Quod quamvis hoc quoque sit secundum quendam comunem usum mathematico­
rum proportionem componere, veluti quoque ipsemet Euclides in demonstratione
praefatae propositionis dixit, hoc tamen non est id, quod definitio docet, guae
quidem (ut diximus) proprie non quaerit, quomodo se habeant extrernitates , sed
quomodo fiat aliqua proportio ex proportionibus per multiplicationem quantita­
tum proportionum.45

Ora ciò non accade quando si dice che il rapporto K : M è composto da


K : L e da L : M. Infatti,
quamvis hoc verum sit, non propterea haec proportio trium terrninorum est ea
quam in definitione quaerit Euclides . Quia proportio K ad M non oritur eo modo
ut definitio iubet . Etenim, ut inveniatur proportio K ad M nulla prorsus fit multi­
plicatio, neque terrninorum, neque proportionum, cum non . . . multiplicetur pro­
portio K ad L cum proportione L ad M. 4 6

Sulla base di una totale aderenza al testo Guidobaldo esclude dunque


sia la lettura in termini di denominatori, dato che essa non si addice ai
rapporti incommensurabili, sia quella che vuole il rapporto degli estremi
essere composto di quello dei medi, dato che qui non interviene nessuna
moltiplicazione, come è invece esplicitamente prescritto dalla definizione.
Resta naturalmente da dire cosa si debba intendere per quantità delle
proporzioni, e come queste quantità si possano moltiplicare tra loro . Per
questo, rifacendosi a un'interpretazione già presente in Regiomontano,47
e identificando i termini quantitas e magnitudo , Guidobaldo sostiene che

45 De Proportione Composita, cit . , c . 6•-7' : « 11 che , benché sia in un certo senso comporre le
proporzioni secondo l'uso comune ai matematici, come anche Euclide stesso fece nella dimostra­
zione della proposizione suddetta, non è tuttavia ciò che prescrive la definizione, che propriamente
non domanda (come abbiamo già detto) come stiano tra loro le estreme, ma come dalle proporzioni
si produca un' altra proporzione per moltiplicazione delle quantità delle proporzioni stesse. »
46 lvi, c. 6' : « benché ciò sia vero, non pertanto questa proporzione di tre termini è quella che
domanda Euclide nella definizione. Poiché la proporzione di K ad M non si genera nel modo che
la definizione prescrive. Infatti per trovare la proporzione di K ad M non si fa alcuna moltiplica­
zione, né dei termini, né delle proporzioni, dato che non . . . si moltiplica la proporzione di K ad
L con quella di L ad M. »
47 In Ptolomaei Magnam Constructionem Libri Tredecim conscripti a Ioanne Regiomomtano, Nori­
bergae, apud I. Montanum & U. Neuberum, 1 550, c. Cii•: « Quando autem una [proportio] fuerit
alteri addenda: ducimus terminum primum unius in terminum primum alterius: productusque sta­
tuitur terminum primum compositae. Item terminum secundum unius in terminum secundum alte­
rius : & productum statuimus terminum secundum compositae ex eis. » (Quando si devono sommare
due proporzioni, si moltiplichi il primo termine dell'una per il primo termine dell'altra, e il prodotto
sarà il primo termine della composta. Parimenti il secondo termine della prima per il secondo ter­
mine della seconda: il prodotto sarà il secondo termine della proporzione composta). Si ricordi comun­
que che per Regiomontano l'affermazione precedente non è una definizione, ma un teorema, e che
comunque egli si muove in un universo quasi esclusivamente numerico, e che ad esempio nel suo
De Triangulis planis et sphaerici libri quinque si trovano enunciati del tipo: « Omnem proportionem
datam in numeris reperiri » (Ogni proporzione assegnata si trova in numeri) .
3 . I commenti di Guidobaldo dal Monte 21

quelli che si devono moltiplicare sono i termini delle proporzioni:


Inquit enim Euclides : ut proportionum quantitates inter se multiplicentur; quod
intelligendum est, ut multiplicentur termini, quibus constituuntur proportiones ,
qui sunt proprie quantitates proportionum. N o n enim inquit, u t multiplicentur
proportiones , sed quantitates proportionum. Hoc est quantitates, guae proportio­
nes constituunt.48

Le modalità di questa moltiplicazione sono ovvie nei numeri, e Guido­


baldo si dilunga a dimostrare che si debbono moltiplicare gli antecedenti
con gli antecedenti e i conseguenti con i conseguenti, e non altrimenti .
Nelle grandezze invece
multiplicare quantitates est id, quod fit ex ipsis magnitudinibus .49

Ma perché questo prodotto sia possibile si deve abbandonare la nozione


generica di grandezza, e limitarsi alle grandezze geometriche, e in primo
luogo ai segmenti, i cui prodotti sono i rettangoli:
Ut sit rectangulum E id quod fit ex A, B , guae quidem A, B sint latera ipsius E . . .
Deinde sit similiter F id quod fit ex C, D , quippe guae sint latera ipsius F, . . . pro­
portio quam habet E ad F dici potest composita ex proportionibus, quas habent
A ad C, et B ad D. Quod autem haec compositio ipsius E sit per multiplicationem
quantitatum A, B, ex prima definitione secundi libri Elementorum patet. Nam
rectangulum E dicitur contineri rectis lineis A, B , quia tamquam ex ductu alterius
in alteram consurgit quantitas , et area, hoc est superficies rectanguli E.50

Il tentativo dunque di suggerire un'interpretazione della proporzione


composta che salvi la lettera della definizione euclidea termina con una
necessaria forzatura di altri passi degli Elementi; in questo caso la prima
definizione del secondo libro , interpretata, in conformità al commento di
Commandino , in termini di area, ma soprattutto la Proposizione VI . 2 3
che diventa equivalente ad affermare che i parallelogrammi equiangoli hanno
la stessa proporzione dei rettangoli con gli stessi lati .
Ma oltre a queste difficoltà, ben più importante è la riduzione, necessa­
ria nella formulazione di Guidobaldo, di tutte le grandezze a grandezze

48 De Proportione Composita, cit . , c . 7': « Dice infatti Euclide che si devono moltiplicare tra loro
le quantità delle proporzioni: il che si deve interpretare nel senso che si moltiplicano i termini che
costituiscono le proporzioni, i quali sono propriamente le quantità delle proporzioni. Non ha detto
infatti che si dovessero moltiplicare le proporzioni, ma le quantità delle proporzioni, cioè le quantità
che costituiscono le proporzioni ». Il corsivo è mio .
49 Ivi, c. 2 ' : « moltiplicare le quantità è ciò che si produce dalle stesse grandezze ».
50 Ibidem : « Sia il rettangolo E il prodotto di A e B , i quali A e B siano i lati di E . . . Simil­
mente, sia F il prodotto di C e D . . La proporzione tra E ed F si potrà dire composta delle propor­
.

zioni che hanno A a C e B a D. Che poi questa composizione di E si faccia tramite moltiplicazione
delle quantità A e B, è chiaro dalla prima definizione del secondo libro degli Elementi. Infatti il
rettangolo E è detto essere contenuto dalle rette A, B, perché come dal condurre l'una sull' altra
si forma la quantità, e l area, cioè la superficie del rettangolo E. »
22 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

geometriche, o addirittura a segmenti . Infatti è solo quando le grandezze


in gioco siano dei segmenti che il meccanismo di composizione escogitato
da Guidobaldo conduce a un risultato accettabile matematicamente, anche
se difficilmente condividibile dal punto di vista, che è poi quello dichia­
rato dell' autore, della ricostruzione del pensiero euclideo . È ben vero che
lo schema funziona ancora quando uno dei rapporti da comporre è dato
come rapporto tra due superfici e l' altro tra due linee, nel qual caso la pro­
porzione composta è tra figure solide, e Guidobaldo se ne serve per dimo­
strare che parallelepipedi rettangoli hanno rapporto composto delle basi
e delle altezze; ma questo è il limite ultimo di validità del metodo di Gui­
dobaldo : quando nel problema entrano in gioco delle grandezze non geo­
metriche, e questo avverrà sempre più di frequente con l' applicazione della
geometria alla filosofia naturale, l'interpretazione suggerita dall'urbinate
diverrà un ingombro e una remora allo sviluppo delle idee.
Il fatto è che Guidobaldo, anche se partecipe delle novità galileiane,
lo è soprattutto in veste di spettatore o di « curioso », interessato più ai
principi e agli esiti della nuova filosofia, che non alla sua elaborazione .
Il ruolo che si è scelto è quello di commentatore e continuatore dei clas­
sici, lungo la strada aperta da Commandino; una strada in cui la matema­
tica è più un corpo di dottrine da sistemare sulla base della loro coerenza
interna e della fedeltà alla lettera dei testi ora finalmente restituiti, che
non lo strumento di cui servirsi per aprire nuove vie nella scienza.

4. La riforma di Giovan Battista Benedetti

Il primo tentativo moderno di intraprendere una riforma organica del


quinto libro degli Elementi è senza dubbio quello compiuto da Giovanni
Battista Benedetti nel suo Diversarum Speculationum Mathematicarum &
Physicarum Liber.5 1
Molto poco si sa sul trattato che, con il titolo di In quintum Euclidis
librum, Benedetti inserì in quella che doveva essere la sua ultima opera
pubblicata. Gli autori che, dopo la riscoperta di Benedetti nel secolo scorso,
si sono occupati dello scienziato veneto,5 2 ne hanno per lo più studiato la

5 1 Io. Baptistae Benedicti Patritii Veneti Philosophi. Diversarum Speculationum Mathematicarum,


& Physicarum Liber. Taurini, apud Haeredem Nicolai Bevilaquae, MDLXXXV . Il trattatello delle
proporzioni occupa le pagine 1 9 8-203 .
52 Tra questi citeremo, oltre al Libri che attirò per primo l'attenzione degli s tudiosi sull ' opera
di Benedetti nel terzo volume della sua Histoire des sciences mathématiques en Italie, cit . ; Giovanni
Vailati, Le speculazioni di Giovanni Benedetti sul moto dei gravi, Atti della R. Accademia delle Scienze
di Torino, XXXIII ( 1 898), ristampato in Scritti di G. Vailati, Barth & Seeber, Leipzig-Firenze 1 9 1 1 ;
Giovanni Bordiga, Giovanni Battista Benedetti filosofo e matematico veneziano del secolo XVI, Atti
4 . La riforma di Benedetti

dottrina del moto dei gravi, anche in relazione alle ricerche galileiane, e
hanno riservato solo una minima attenzione al trattatello delle proporzioni,
che anche per mole mal si può paragonare ai più importanti studi di mec­
canica. Lo stesso Bordiga, che pure non ha dimenticato nessun aspetto
dell'opera di Benedetti, ha dedicato alle ricerche sulle proporzioni solo due
pagine, nelle quali fa poco più che riportare per esteso gli assiomi posti
all'inizio del trattato .53
Né maggiori elementi abbiamo per situare cronologicamente lo scritto
in esame nell' ambito delle speculazioni benedettiane, ché il Benedetti, soli­
tamente avaro di notizie personali e di riferimenti biografici, è in questa
occasione addirittura muto . Così sappiamo solo che egli aveva studiato gli
Elementi di Euclide sotto la guida del Tartaglia, ma senza andare oltre il
quarto libro,54 e che aveva insegnato Euclide ad Emanuele Filiberto.55 È
forse da questa sua funzione di precettore del duca di Savoia, suggerisce
il Bordiga, che Benedetti può aver tratto lo spunto per la sua risistema­
zione della teoria euclidea delle proporzioni.
Ma indipendentemente da queste motivazioni più o meno occasionali,
il motivo scientifico che spinge Benedetti a sostituire la sistemazione
euclidea con una nuova teoria delle proporzioni è lo stesso che aveva dato
luogo alla lunghissima serie di commenti cinquecenteschi al testo degli
Elementi: l' oscurità delle definizioni euclidee di grandezze proporzionali.
I commentatori cinquecenteschi erano pervenuti a stabilire un'interpreta­
zione corretta delle definizioni quinta e settima (o altrimenti sesta e ottava) ,
rispettivamente di proporzionalità e di maggior proporzione; essi non erano
però riusciti (né potevano riuscire) a rendere queste definizioni naturali,
e cioè immediatamente presenti all'intuizione . Così, anche se alla fine del
XVI secolo sono rari gli errori interpretativi come quelli di C ampano e
di Oronce Finé, pochi sono coloro che, pur padroneggiando i metodi dimo­
strativi del quinto libro, possono affermare di averne pienamente com­
preso gli assiomi.

del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, LXXXV ( 1 925-26) , parte 2, pag. 585-754 (ristam­
pato recentemente con aggiunte bibliografiche di P. Ventrice) , che resta tuttora il più esauriente
saggio generale su Benedetti. Per studi più recenti si veda Carlo Maccagni, Le speculazioni giovanili
«de motu » di Giovanni Battista Benedetti, Domus Galilaeana, Pisa 1 96 7 , e il volume Cultura, scienze
e tecniche nella Venezia del Cinquecento, Atti del convegno « Giovan Battista Benedetti e il suo tempo »,
Istituto Veneto di Scienze . Lettere ed Arti, 1 9 8 7 . Notizie biografiche su Benedetti, peraltro desunte
nella quasi totalità dal citato saggio del Bordiga, si possono trovare nel Dizionario biografico degli
italiani e nel Dictionary o/ scientific biographies, ad vocem, ai quali rimandiamo per una più completa
bibliografia.
53 Giovanni Battista Benedetti, cit . , pag. 628-630.
54 Questa circostanza è ricordata dallo stesso Benedetti nella prefazione alla Resolutio omnium
Euclidis problematum . . . una tantummodo circini data apertura, Venezia 1 5 5 3 ·
5 5 D a una relazione ( 1 5 70) inviata d a Francesco Morosini , ambasciatore della repubblica di
Venezia, al Senato di quella città, riportata dal Bordiga, cit . , pag. 600.
La teoria delle proporzioni nel cinquecento

In altre parole, le difficoltà che il quinto libro degli Elementi presenta


al lettore non sono tanto di carattere tecnico, quanto piuttosto di tipo fon­
dazionale: all'immediatezza degli enunciati dei teoremi fa riscontro la pro­
fondità, al limite dell'incomprensibilità, delle definizioni. Con questa accusa
di oscurità, accusa che verrà poi sistematicamente ripetuta da gran parte
di coloro che intraprenderanno l'opera di rifondazione della teoria delle
proporzioni al punto da diventare un luogo comune nel secolo successivo,
si apre il trattato di Benedetti:
Quamvis omnia libri quinti Euclidis verissima sint, animadvertimus tamen per­
multos summa cum difficultate eorum demonstrationes percipere. Praecipue uhi
quinta, aut septima deffinitiones eiusdem libri necessaria sunt . Illae enim adeo
obscurae videntur, ut longe facilius admissuri sunt hac nostra postulata tamquam
clariora . . . . Quandoquidem ijs nostris postulatis admissis, sequentia Theoremata
perfacillima reddentur .5 6

Le difficoltà di impadronirsi delle dimostrazioni del quinto libro sta dun­


que soprattutto nel fatto che in esse si usano definizioni complesse e poco
naturali; sono queste definizioni che rendono i teoremi difficili da assimi­
lare, e non il contenuto intrinseco di questi ultimi, che invece è il più delle
volte immediato e quasi ovvio, al punto che ci si può chiedere col Nardi,
matematico non certo di prim' ordine, ma attento lettore dei classici e dei
moderni, il motivo della loro collocazione tra i teoremi :
Euclide nel p0 libro, nel quale come negl' altri trattasi delle cose eguali, e dise­
guali, pose questo principio naturalmente noto, e cioè, che le cose eguali ad una
medesima sono tra loro eguali. Un proporziona! principio per mio credere poteva
prendersi nel sesto libro, dove trattasi delle cose simili, cioè, che le cose simili
ad una medesima sono tra di loro simili, e quindi non occorreva numerare nelle
proposte dimostrabili la 2 1 a ove dicesi « quae idem rectilineo sunt similia, et inter
se sunt similia ». L'intelletto certamente nelle prove di somiglianti proposte poco
guadagno fà, e si riduce quasi allo « idem per idem »: lo stesso che della 2 1 a del
6° penso delle 7 . 9. 1 1 del 5° libro, quali si possono forse prendere per principij
naturalmente noti. In conformità di che si giudichi quale di queste due proposte
contenga maggior evidenza. La prima dimostrata dice « le grandezze eguali hanno
alla medesima grandezza la medesima proporzione ». La 2 a presa come principio
dice « quelle grandezze che sono egualmente moltiplici d'una medesima, o dell'e­
guali, sono eguali tra loro ». Io per me credo, che se alcuna di queste proposte hab­
bia vantaggio non sia molto facile a giudicare quale l'habbia.57

56 In quintum Euclidis Librum, pag. 198: « Benché tutto nel quinto libro di Euclide sia veris­
simo, abbiamo nondimeno notato che moltissimi seguono le dimostrazioni con somma difficoltà,
specie dove sono necessarie la quinta o la settima definizione dello stesso libro. Queste infatti appaiono
talmente oscure, che molto più facilmente si ammetteranno i nostri postulati come più chiari. . . .
Una volta poi ammessi questi, i teoremi seguenti diventeranno faéilissimi. »
57 Scene, Biblioteca Nazionale di Firenze, Ms. Gal. 1 3 0, pag . 9 7 5 . Il testo delle proposizioni
citate è riportato più sotto.
4. La riforma di Benedetti

Una riformulazione della teoria delle proporzioni passa dunque in primo


luogo per la via del ristabilimento dell'ordine naturale, che nelle dimo­
strazioni matematiche va dal semplice al complesso. Ciò comporta un rove­
sciamento dei ruoli di definizioni e teoremi: sono questi ultimi, o almeno
i più semplici ed evidenti tra essi, che saranno assunti come assiomi, allo
scopo di evitare, o addirittura di dimostrare, le definizioni, innaturali perché
complesse, di grandezze proporzionali e di rapporto maggiore . Un tale
approccio, comune a tutte le revisioni del quinto libro degli Elementi, è
particolarmente sensibile nella teoria di Benedetti, che assumerà come
assiomi ben sette teoremi del quinto libro, e precisamente le Proposizioni
7- r 3 .
Questi ultimi sono preceduti da due postulati non desunti immediata­
mente dal testo euclideo, e sono seguiti da altri tre, per un totale di dodici
assiomi:
1. Quod tota composita ex aequali numero partium aequalium, sunt invicem aequa­
lia. Ut si quis diceret omnes proportiones quae compositae sunt ex aequali
numero aliarum proportionum invicem aequalium, sunt etiam invicem aequa­
les , quod Euclides conatur demonstrare in 2 2 . et 2 3 . quinti libri.
2. Quod si a totis aequalibus detractae fuerint aequales partes, quae remanent erunt
partes invicem aequales . Et e converso si aequalibus aequalia addas composita
erunt invicem aequalia. Quod in ipsis proportionibus hoc loco semper intelli­
gendum est .5 8

Le parti iniziali di questi due assiomi rinviano dunque in primo luogo


alle nozioni comuni del primo libro degli Elementi, e precisamente alla
seconda e terza, delle quali costituiscono una parafrasi. Queste infatti reci­
tano , nella versione italiana di Commandino :
2. Se alle cose uguali si aggiungono cose uguali, tutte sono uguali tra loro .
3. Se dalle cose uguali si traggono cose uguali, etiandio le rimanenti sono uguali
fra loro.59

In particolare, il primo assioma ha una spiccata somiglianza con la seconda


nozione comune, di cui costituisce per così dire una generalizzazione al
caso in cui il numero delle parti sia maggiore di due . Una tale apparenza
familiare non deve però trarre in inganno, inducendoci a trascurare la parte
finale dei due enunciati, in cui fanno la loro comparsa i protagonisti del

58 In quintum Euclidis Librum, pag. 1 9 8 . « r . I tutti composti da un numero uguale di parti


uguali, sono uguali tra loro. Ad esempio, tutte le proporzioni che sono composte da un numero uguale
di altre proporzioni tra loro uguali, sono anch ' esse uguali tra loro, cosa che Euclide si affanna a
dimostrare nella 2 2 e 2 3 del quinto libro. 2 . Se da tutti uguali vengono tolte parti uguali, le parti
-

che rimangono saranno tra loro uguali . E viceversa, se si aggiungono uguali ad uguali, i tutti compo­
sti saranno tra loro uguali. Il che si deve sempre intendere qui nelle stesse proporzioni . »
59 De gli Elementi di Euclide, cit . , c . 7 ' .
26 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

quinto libro : i rapporti o proporzioni. L'operazione effettuata da Bene­


detti è chiara: rileggere due delle più evidenti ed immediate tra le nozioni
comuni euclidee in termini adatti ad una loro applicazione alla teoria delle
proporzioni. Per far ciò, egli legge rapporto dove Euclide scriveva parte,
ed interpreta la somma delle parti come composizione di rapporti. Il ter­
mine ricorrente compositum, usato sia per denotare la somma delle parti
che, più propriamente, la composizione delle proporzioni, funge da ponte
per questo slittamento semantico .
Riletto, come si deve fare, in termini di proporzioni, il primo assioma
(e la seconda parte del secondo che del primo costituisce un caso partico­
lare) dice che i rapporti composti da proporzioni a due a due uguali sono
uguali tra loro, o altrimenti che l'uguaglianza di rapporti si conserva per
composizione; esso corrisponde, contenendoli come casi particolari, ai Teo­
remi 2 2 e 23 del quinto libro, nei quali Euclide « si sforza di dimostrare »
la conservazione della proporzionalità ex aequali e per analogia perturbata.
Più interessante, e più originale, è la prima asserzione del secondo
assioma, che si comporta come una sorta di legge di cancellazione nella
struttura moltiplicativa generata dalla composizione . Siamo vicini ad una
visione dei rapporti come gruppo moltiplicativo; se questa non emerge è
perché manca l'identificazione della proporzione di uguaglianza (A : A , o
un arbitrario rapporto equivalente B : B) come l'unità della composizione,
e di conseguenza del rapporto B : A come l'inverso di A : B . 60
Cosa sia poi la proporzione composta, e come si debba operare per com­
porre due proporzioni, Benedetti non dice esplicitamente . Il senso diviene
però chiaro quando si esaminino più da vicino le dimostrazioni : date tre
grandezze omogenee A, B e C, il rapporto A : C è composto dei rapporti
A : B e B : C. È d' altra parte solo in questo senso che il primo assioma è
equivalente, o meglio contiene, come vuole Benedetti, le Proposizioni 2 2
e 2 3 degli Elementi.
La prima di queste dice che se A : B D : E e B : C E : F, allora risulta
= =

A : C = D : F; nella seconda si ha la stessa conclusione supponendo che


A : B = E : F e B : C = D : E . L' asserita equivalenza tra queste due proposi­
zioni ed il primo assioma, ribadita poi nel corso delle dimostrazioni, è in
definitiva una definizione implicita della composizione dei rapporti nel senso
appena detto .
La mancanza di definizioni è peraltro una caratteristica evidente del
trattato di Benedetti. A differenza del quinto libro euclideo nel quale ad
una grande copia di definizioni non corrisponde alcun assioma o postu­
lato, qui abbiamo la situazione contraria: gli assiomi non si basano su alcuna

60
Per brevità indicheremo con A:B il rapporto tra A e B .
4. La riforma di Benedetti

definizione esplicita. Né si può pensare che Benedetti assuma tacitamente


le definizioni euclidee, dato che è proprio dall'esigenza del loro abban­
dono (o quanto meno dell' abbandono di quelle tra loro su cui pesa la tac­
cia di oscurità) che trae origine la sua ricerca. Al lettore spetta dunque
il compito non semplice di trascegliere quelle tra le definizioni euclidee
che siano compatibili con lo sviluppo delle argomentazioni (ma forse si
dovrebbe piuttosto dire con le intenzioni) di Benedetti; come pure di rica­
vare per induzione dalle dimostrazioni quelle che, come la definizione essen­
ziale di proporzione composta, non sono riconducibili alle definizioni degli
Elementi. La debolezza di un tale impianto teorico è senz' altro una delle
cause, se non la principale, della scarsa influenza dell'opera di Benedetti
anche sugli autori più direttamente interessati a una riforma della teoria
delle proporzioni.
Così ad esempio il Nardi potrà liquidare il tentativo di riforma di Bene-
detti con poche parole :
Il Benedetti Geometra insigne non si accorse, che volendo riformare il 5° libro
di Euclide, trascurò la definizione della uguale , e disuguale ragione, quale princi­
pio è il fondamento dell'opera. Stupiscomi certo di tale inavertenza.61

In realtà le definizioni che Benedetti assume implicitamente si riducono


a tre: quelle di rapporto e di proporzionalità prese direttamente dagli Ele­
menti (l'ultima ovviamente secondo il percorso claviano : « Proportio vero
est rationum similitudo ») , e quella di proporzione composta nella forma
che abbiamo visto sopra. Su di esse e sugli assiomi, sui dodici elencati all'i­
nizio del trattato come su altri implicitamente assunti nel corso delle dimo­
strazioni, Benedetti costruisce la sua teoria alternativa delle proporzioni.
Manca dunque completamente, sia in forma esplicita che implicita, una
qualsiasi definizione di proporzione maggiore, che venga a rimpiazzare
quella euclidea abbandonata da Benedetti. Unico riferimento, la presenza
degli Assiomi 5, 6 e 9, che danno alcune regole elementari per operare
sulle disuguaglianze tra rapporti; troppo poco per poter servire di fonda­
mento ad una teoria compiuta.
Ai due postulati iniziali sui quali si è finora concentrata la nostra ana­
lisi, seguono una serie di assiomi presi direttamente dagli Elementi, dei
quali costituivano le Proposizioni 7- 1 2 . Benedetti riformula gli enunciati
in termini alquanto involuti, al punto che talvolta solo il confronto con
la corrispondente proposizione euclidea riesce a chiarificarli . Riportiamo
dunque gli assiomi di Benedetti, con accanto gli enunciati dei relativi teo­
remi degli Elementi, presi dalla traduzione italiana di Commandino; 62 il
lettore potrà fare i necessari raffronti .
61
Scene, cit . , pag . 846 .
62
De gli Elementi di Euclide, cit . , c. 6 7 '·-70'.
28 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

Benedetti Commandino
3. Quod si fuerint plures termini aequales 7 . Le grandezze uguali alla medesima hanno
invicem, ratio seu proportio unius ipsorum la medesima proportione, & la medesima alle
ad alium terminum maiorem, minoremve, uguali .
sed eiusdem generis, erit eadem quae cuiusvis
alterius termini ad eundem tertium. Et e con­
verso, quae fuerit proportio tertij termini ad
unum praedictorum aequalium, eadem erit,
specie, cum alio eorundem terminorum.

4 . Quotiescumque proportio unius plurium 9. Quelle grandezze che alla medesima hanno
terminorum collatorum cum aliquo tertio eiu­ la medesima proportione, sono uguali fra
sdem generis, eadem fuerit cum ea quae est loro ; & quelle, alle quali la medesima ha la
cuiusvis alterius dictorum terminorum cum medesima proportione, sono anchora fra loro
eodem tertio, aut proportio dicti tertij , cum ugu ali .
aliquo dictorum, eadem fuerit cum ea quae
ipsius est ad aliquem alium eorundem termi­
norum, tunc eiusmodi termini, aequales
erunt inter se.
5. Quoties plures erunt termini, quorum unus 8 . Delle grandezze disuguali, l a maggiore alla
fuerit maior altero, si comparentur alicui ter­ medesima, ha maggior proportione, che la
tio eiusdem generis, proportio maioris ad ter­ minore; & la medesima alla minore ha mag­
tium illum, maior erit ea, quae est minoris ad gior proportione, che alla maggiore.
praedictum tertium, & proportio illius tertij
ad maiorem, minor erit ea quae eiusdem ter­
tij ad minorem terminum comparati.
6. Quoties proportio unius, ex pluribus ter­ r o . Delle grandezze che hanno proportione
minis comparatis ad aliquem tertium, maior alla medesima, quella che ha maggior propor­
fuerit proportione alicuius alterius dictorum tione, è maggiore; & quella alla quale, la
rum eodem tertio, primus ille terminus, altero medesima ha maggior proportione, è minore.
maior erit. Et quoties proportio tertij termini
ad unum quam ad alterum terminum maior
fuerit, eiusmodi terminus altero minor erit .
7. Proportiones, quarum unaquaeque cum 1 1 . Quelle proportioni che sono le medesime
aliqua tertia aequalis est, inter se sunt aequa­ ad una medesima, sono anchora le medesime
les . Ut illud, quae uni & eidem sunt aequa­ fra loro .
lia, sibi invicem sunt aequalia.
8. Quotiescumque proportio unius ex pluri­ 1 2 . Se quante grandezze si vogliano siano
bus antecedentibus cum suo ex pluribus con­ proportionali, come una delle antecedenti ad
sequentibus, aequalis fuerit ei cuiusvis alte­ una delle conseguenti, così saranno tutte le
rius dictorum antecedentium, cum suo antecedenti, a tutte le conseguenti.
plurium consequentium, proportio totius
aggregati antecedentium cum toto aggregato
consequentium, dictae primae proportioni
aequalis erit, nempe illius antecedentis ad
suum consequens .

9 . Quotiescumque aliqua proportio plurium 1 3. Se la prima alla seconda habbia la mede­


proportionum invicem aequalium, tertia ali­ sima proportione che la terza alla quarta, e
qua proportione, maior aut minor fuerit, la terza alla quarta habbia maggior propor­
quaelibet praedictarum aequalium inter se, tione, che la quinta all a sesta, anchora la
tertia illa proportione maior aut minor pari­ prima all a seconda haverà maggior propor­
ter erit . tione , che la quinta all a sesta.
4 . La riforma di Benedetti 29

Siamo qui in presenza di una serie di assunzioni per la gran parte « natu­
rali », che riguardano le proprietà elementari dell'uguaglianza e della disu­
guaglianza di rapporti. In particolare gli Assiomi 3 -6 mettono in relazione
l'uguaglianza e la disuguaglianza tra grandezze e le analoghe relazioni tra
rapporti, mentre gli Assiomi 7 e 9 stabiliscono la proprietà transitiva del­
l'uguaglianza, e rispettivamente della disuguaglianza, tra proporzioni. Sono
queste delle semplici conseguenze delle definizioni euclidee, che assurgono
al rango di postulati non appena queste definizioni vengano abbandonate .
Di tipo diverso è invece l'Assioma 8 , che appare a prima vista più com­
plesso e meno naturale degli altri, al punto che appare difficile giustifi­
carne la presenza tra i postulati . 6 3 Esso entra solamente nella dimostra­
zione del Teorema XV, peraltro non in maniera essenziale, e dei Teoremi
XVII e XVIII, le cui dimostr.azioni, proprio a causa dell'uso del suddetto
assioma, risultano tra le più deboli dell'intera teoria.
Le ragioni dell'inclusione tra gli assiomi di questa proposizione non sono
del tutto chiari, al di là dell' ovvia ipotesi che Benedetti non sia riuscito
a dedurla dagli altri postulati . D ' altra parte, in mancanza di chiare e sem­
plici definizioni delle nozioni fondamentali, Benedetti si trova costretto
a seguire pedissequamente lo svolgersi delle proposizioni euclidee, modi­
ficandone le dimostrazioni quando ciò risulta possibile, ed assumendole
tra i postulati quando la loro dimostrazione non possa essere portata a ter­
mine senza usare le definizioni del quinto libro .
Ciò facendo , egli si preclude la possibilità di costruire una teoria com­
piuta da sostituire a quella euclidea, all a quale egli è costretto a rifarsi siste­
maticamente: la sua teoria delle proporzioni ne risulta globalmente insod­
disfacente, anche se non priva di spunti interessanti e di idee innovatrici.
La serie degli assiomi benedettiani termina con tre postulati, di cui solo
il primo si può considerare un vero assioma, mentre gli altri due sembre­
rebbero piuttosto delle definizioni . Questi sono :
10. Quotiescumque fuerint ex una parte plures termini (sive coniuncti sive disiuncti
sint) aequales singuli uni tertio termino; ex altera vero parte totidem fuerint
alteri tertio termino aequales, proportio aggregati priorum terminorum ad suum
tertium, aequalis erit proportioni aggregati reliquorum terminorum ad suum
tertium, & e converso , ita se habebit primus tertius terminus ad suos multos
terminos , sicut se habet secundus tertius terminus ad suos simul sumptos .
11. Aggregatum ex partibus proportionalitatis continuae, quod inter maximum,
& minimum terminum omnium terminorum proportionalium compraehendi­
tur, semper multiplex est ad singulas partiales proportiones , ex quibus ipsum
componitur .

63 Si tratta di una proposizione che spesso verrà enunciata con la frase: « ut unum ad unum,
sic omnia ad omnia », e che avrà importantissime applicazioni nella teoria degli indivisibili.
30 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

12. Quaevis proportio quocumque modo divisa fuerit, ex iis partibus componitur,
in quas dividitur. 64

Interpretando la prosa involuta di Benedetti, la prima di queste assun­


zioni stabilisce che, date due grandezze A e B, ed un intero k, il rapporto
kA : A è uguale al rapporto kB : B, e viceversa A : kA = B : kB . Combinando
le due, si deduce l'uguaglianza tra rapporti:
kA : mA = kB : mB ;
I n altre parole, il rapporto tra due grandezze commensurabili kA ed
mA dipende solo dai numeri k ed m, e non dall a particolare grandezza
A. Si tratta di un assioma che assimila i rapporti razionali con quelli tra
numeri interi, e che tra l' altro ha il compito di collegare le proporzioni
tra grandezze con quelle tra numeri, che Euclide tratta nel settimo libro
degli Elementi, e che Benedetti tralascia completamente. Come vedremo,
anche Torricelli includerà questo tra i suoi postulati.
Di carattere diverso sono i due assiomi finali, che si dovrebbero piutto­
sto trattare da definizioni. Ciò è particolarmente evidente per l'undice­
simo, che non è altro che una parafrasi delle Definizioni V. 1 o e V. 1 1 degli
Elementi, che nella traduzione di Commandino suonano :
10. Quando tre grandezze sono proportionali, la prima alla terza si dirà avere doppia
proportione di quella, che ha alla seconda.
11. Quando quattro grandezze s aranno [continuamente] proportionali, la prima
all a quarta si dirà haver tripla proportione di quella, che ha alla seconda, &
sempre una di più, secondo che l'Analogia procederà innanzi. 65

Più complessa è la posizione dell'ultimo assioma, che asserisce che una


proporzione si compone delle stesse parti nelle quali era stata divisa. Così
enunciato, esso ha tutte le caratteristiche di un assioma, e lo sarebbe se
Benedetti avesse definito, anche implicitamente, il concetto di proporzione
divisa . Mancando una tale definizione indipendente, l'Assioma 1 2 assume
per l' appunto questa funzione: si dice che una proporzione è divisa in due
altre proporzioni quando componendo queste ultime si ottiene la prima. È
in questa forma che il termine proporzione divisa si trova nelle dimostrazioni.

6 4 In quintum Euclidis Librum, pag. 2 0 0 . « 1 0 . Ogniqualvolta vi siano da una parte più termini
(sia congiunti che disgiunti) eguali singolarmente ad un terzo termine, e dall'altra altrettanti uguali
ad un altro terzo termine, la proporzione dell' aggregato dei primi termini al proprio terzo è uguale
alla proporzione dell'aggregato dei restanti termini al loro terzo ; e viceversa, così starà il primo terzo
termine ai suoi molti, come l'altro terzo termine ai suoi presi assieme. r 1 . L' aggregato delle parti
-

di una proporzionalità continua, che è compreso tra il massimo e il minimo di tutti i termini propor­
zionali, è sempre molteplice delle singole proporzioni parziali, dalle quali è composto. - 1 2 . Una
qualsiasi proporzione, in qualunque modo sia divisa, è composta dalle parti nelle quali si divide. »
65 De gli Elementi di Euclide, cit . c . 63 v.64 '.
4 . La riforma di Benedetti 31

Una volta elencati gli assiomi, Benedetti prende in esame successiva­


mente le proposizioni del quinto libro, al quale egli rimanda in molti casi,
ridimostrandole solo quando ciò è necessario per evitare il ricorso alle con­
troversa definizione euclidea di grandezze proporzionali. A questa, che
rappresentava il cardine delle dimostrazioni di Euclide, egli sostituisce il
gioco ingegnoso delle proporzioni composte .
Per non appesantire eccessivamente l'esposizione, ne prenderemo in
esame solo qualcuna, scegliendola tra quelle più caratteristiche del metodo
di operare di Benedetti. La prima è il Teorema 1 6 del V libro, che sempre
nella versione di Commandino dice :
Se quattro grandezze siano proportionali, saranno anchora permutandosi propor­
tionali. 66

e che Benedetti dimostra come segue :


Sit, exempli causa, eadem proportio A ad B guae est C ad D. Dico quod ita se
habebit A ad C sicut B ad D. Cogitemus itaque alterum istorum terminorum C
aut B medium inter A et D. Quare primum intelligamus B inter A et D. Proportio
ipsius A ad D componetur ex ea guae est A ad B & ea guae est B ad D ex r 2
postulato. Et ex eodem, ill a ipsa proportio A ad D pariter componetur ex ea guae
A ad C & ea guae C ad D, sumpto C pro medio termino . Ex quo sequitur, aggrega­
tum duarum proportionum, videlicet A ad B et B ad D aequale esse aggregato A
ad C et C ad D. Ex quibus aggregatis aequalibus si duas proportiones aequales
subtraxerimus, eam videlicet guae est A ad B, & illam guae est C ad D, supererunt
duae proportiones inter se aequales . Erit enim proportio A ad C aequalis propor­
tioni B ad D ex prima parte secundi postulati divisim. 67

In altre parole, e più brevemente, la dimostrazione si basa sull'osserva­


zione che il medesimo rapporto A : D si può scrivere sia come composi­
zione dei rapporti A : C e C : D, che di A : B e B : D . Togliendo da questi
i rapporti uguali C : D ed A : B , i rimanenti A : C e B : D saranno uguali per
il secondo postulato .
Più complessa, e allo stesso tempo più discutibile, è la dimostrazione
della Proposizione r 7, che Commandino enuncia:
Se l e grandezze composte siano proportionali, s aranno anchora divise propor­
tionali. 68

66 Ivi, c . 7 r ' .
6 7 In quintum EuclidisLibrum, pag . 2o r . « Ad esempio sia la proporzione di A a B uguale a quella
di C a D. Dico che A starà a C come B sta a D. Immaginiamoci l'uno o l' altro dei termini B o C
come medio tra A e D, e prima supponiamo B tra A e D. La proporzione di A a D si compone
di quelle di A a B e di B a D, per il dodicesimo postulato . Per lo stesso, la medesima proporzione
di A a D sarà composta di quelle di A a C e di C a D, prendendo C come termine intermedio . Da
ciò segue, che l' aggregato delle due proporzioni, di A a B e di B a D è uguale all ' aggregato delle
proporzioni di A a C e di C a D. Dai quali aggregati uguali, se sottraiamo due proporzioni uguali,
e cioè quelle di A a B e di C a D, rimarranno due proporzioni uguali tra loro . La proporzione di
A a C sarà dunque uguale a quella di B a D, per la prima parte del secondo postulato . »
68
De gli Elementi di Euclide, c. 7 2 ' .
32 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

e della quale Benedetti propone la dimostrazione seguente :


Ita se habeat A CB ad CB sicut se habet DFE ad FE. Probo ita se habere A C ad
CB sicut se habet DF ad FE. Cogitemus itaque alterum terminum, scilicet NF,
qui sic se habeat ad FE sicut se habet AC ad CB . Quare ex praecedenti theore­
mate ita se habebit AC ad NF sicut se habet CB ad FE & ex 8 postulato ita se
habebit ACB ad NFE sicut se habet CB ad FE. Sed cum ex praesupposito ita se
habeat ACB ad CB sicut se habet DFE ad FE, ideo ex praecedenti theoremate
ita se habebit A CB ad DFE sicut se habet CB ad FE.
�A������C+-��--1 B
D1
F

N/
Demonstratum autem est ita se habere CB ad FE sicut se habet ACB ad NFE.
Quare ex 7 postulato proportio ACB ad DFE aequalis erit proportioni ACB ad
NFE & ex 4 postulato DFE aequalis erit NFE. Itaque ex 3 postulato primi Eucli­
dis FD aequalis erit NF. Quamobrem proportio AC ad DF aequalis erit propor­
tioni AC ad NF ex secunda parte tertij axiomatis praemissi. Igitur ita se habebit
AC ad DF sicut CB ad FE ex 7 postulato, & sic ex praecedenti theoremate ita
se habebit AC ad CB sicut DF ad FE, quod erat propositum: Quotiescumque igi­
tur dabuntur 4 quantitates coniunctim proportionales , divisim quoque proportio­
nales erunt .69

Riassumendo , si supponga che ACB : CB DFE : FE, e si voglia provare


=

che A C : CB DF : FE.
=

Si prenda NF in modo che risulti AC : CB NF : FE; dal precedente teo­


=

rema si ricava permutando : AC : NF CB : FE, e dunque per l'ottavo postu­


=

lato ACB : NFE CB : FE. Permutando di nuovo, si ottiene ACB : CB


= =

= NFE : FE, e confrontando con l'ipotesi si ricava NFE DFE per il postu­=

lato 4, e in definitiva NF DF. =

A questo punto il teorema potrebbe considerarsi dimostrato, ma invece


Benedetti continua con ulteriori ragionamenti nei quali non lo seguiremo .
Ci soffermeremo invece sull a parte che abbiamo discussa, da cui emergono
appieno i molti punti deboli della dimostrazione, e in generale della teoria.

6 9 In quintum Euclidis Librum, pag . 202. « Come sta ACB a CB , così sia DFE a FE. Dimostro
che AC sta ad AB come DF ad FE. Immaginiamo un altro termine , ad esempio NF, che stia a FE
come AC sta a CB . Ora dal teorema precedente AC sta ad NF come CB a FE, e per l'ottavo postu­
lato A CB sta a NFE come CB ad FE. Per ipotesi A CB sta a CB come DFE ad FE, e dunque per
il teorema precedente ACB sta a DFE come CB a FE. Ma si è dimostrato che CB sta ad FE come
A CB a NFE; dunque per il settimo postulato la proporzione di A CB a DFE sarà uguale a quella
di A CB a NFE, e per il quarto postulato DFE sarà uguale a NFE. Ne segue , per il terzo postulato
del primo libro di Euclide, che FD è uguale a NF. Ma allora la proporzione di AC a DF sarà uguale
a quella di AC a NF, per la seconda parte del terzo assioma premesso. Di conseguenza, come AC
a DF, così CB a FE per il settimo postulato; e quindi per il teorema precedente AC starà a CB come
DF a FE, come si doveva dimostrare . Ogniqualvolta dunque si daranno quattro quantità congiunta­
mente proporzionali, anche dividendo saranno proporzionali . »
4. La riforma di Benedetti 33

I l primo di questi deriva dall'uso ripetuto dell'inversione, che era stata


dimostrata nel teorema precedente, sfruttando elegantemente le proprietà
della proporzione composta. Ora l'inversione è possibile solo quando tutti
i quattro termini della proporzionalità sono omogenei, cosicchè il suo uso
nella dimostrazione introduce una condizione di omogeneità del tutto estra­
nea al risultato in esame . Peraltro Benedetti sembra del tutto insensibile
a questioni di omogeneità, ed anzi, benché ciò non sia mai enunciato espli­
citamente, sembra limitare la sua teoria a una sola classe di grandezze: i
segmenti. D ' altra parte, è lo stesso schema assiomatico proposto dal nostro,
ed in particolare l'assunzione dell'Assioma 8 essenziale in questa proposi­
zione, che determina il percorso dimostrativo : il postulato di cui avevamo
già rilevato la complessità si dimostra così anche inadeguato . In ogni caso
il gruppo di proposizioni formato dall' ottavo postulato e dai Teoremi 1 7
e 1 8 rappresenta la parte più debole della costruzione benedettiana.
Ma non è questo il solo punto discutibile. Un secondo è costituito dal-
1' assunzione di un quarto proporzionale, precisamente quando si prende
una grandezza NF, che a posteriori risulterà uguale a DF, in modo da veri­
ficare la relazione A C : CB N F: FE; un quarto proporzionale la cui esi­
=

stenza non è garantita da nessun assioma esplicito . Si potrà certo osser­


vare che non è la prima volta che ciò avviene, e che non sarà l'ultima.
Già Euclide si era servito più volte del quarto proporzionale senza preoc­
cuparsi di postularne l'esistenza; Galileo ne farà uno dei cardini della sua
sistemazione . E però l' intervento occulto di tale assunzione nell'opera di
Benedetti è in un certo senso meno accettabile che negli altri casi. Rispetto
ad Euclide, perché negli Elementi questo avviene solo nelle applicazioni
della teoria delle proporzioni alla geometria, e per lo più in situazioni in
cui il quarto proporzionale si può costruire geometricamente; 70 rispetto a
Galileo, perché di questo assioma Benedetti si serve solo episodicamente,
e senza riconoscerne in alcun modo l'importanza e le implicazioni.
D'altronde, l'interesse della teoria di Benedetti non sta nel risultato glo­
bale, ma soprattutto nel ruolo chiave della proporzione composta, e in par­
ticolare nella creazione di un algoritmo di calcolo agile ed elegante. In questa
direzione, Benedetti giunge alla soglia dell'individuazione dei rapporti come
gruppo moltiplicativo; nessuno dopo di lui riuscirà a spingersi più oltre .
Per il resto, la sua proposta risulta macchinosa e imprecisa, piena com'è
di ipotesi nascoste e di definizioni implicite, e basata su un numero rile­
vante di assiomi non sempre ben scelti. Né sembra possibile un affina-

70 Peraltro nella massima parte dei casi le dimostrazioni si possono condurre in porto anche
senza supporre l' esistenza del quarto proporzionale. Si veda a questo proposito il mio Ricerche gali­
leiane: il trattato De motu aequabili come modello della teoria delle proporzioni, Boll. di S toria delle
Sci. Mat. VI ( r 986) , fase. 2 , pag . 89- r o8 .
34 La teoria delle proporzioni nel cinquecento

mento della teoria che ne elimini le evidenti asperità; al contrario, è proprio


la parte più interessante e innovativa della sistemazione benedettiana - la
proporzione composta come operatore moltiplicativo nell'insieme dei rap­
porti - che richiederebbe, per essere sistemata su basi logicamente accet­
tabili, una completa riformulazione della teoria o quanto meno un appa­
rato assiomatico ben più strutturato e complesso di quello che Benedetti
vuole o sa offrire .
Di ben altra consistenza, anche se distesa in forma di dialogo e quindi
non formalizzata e talora decisamente ambigua, sarà la proposta galileiana.
2.

La teoria delle proporzioni e il linguaggio della natura

r . Il linguaggio della natura

Quando, negli ultimi anni della sua vita, Galileo detta a Torricelli la
Giornata Quinta, da aggiungersi al libro delle Nuove Scienzie, era radical­
mente cambiata la posizione della teoria delle proporzioni, che ne costi­
tuiva l' argomento, nell' ambito del metodo scientifico . Il secolo precedente
aveva stabilito un testo corretto, o quanto meno accettabile, del quinto
libro degli Elementi, e assieme aveva visto consolidarsi un'interpretazione
sicura, anche se non univoca, delle definizioni chiave della teoria. Da que­
sta avevano preso le mosse i tentativi di revisione, come quello di Bene­
detti, la cui giustificazione non era da ricercarsi in incongruenze o in errori
di interpretazione del testo euclideo, ormai inteso senza equivoci, ma nella
mancanza di semplicità delle definizioni, che alterava il naturale dispie­
garsi della teoria dal facile al complesso, e di conseguenza causava inde­
bite difficoltà di comprensione, e notevoli complicazioni nelle applicazioni.
In ogni caso, il quinto libro degli Elementi si muoveva su un terreno esclu­
sivamente geometrico, e se pure di tanto in tanto veniva usato fuori del-
1' ambito della geometria pura, molto raramente si andava al di là di sem­
plici applicazioni, che in pratica si limitavano a mutuarne il linguaggio .
Il programma galileiano di geometrizzazione della natura, che aveva come
obiettivo principale la sostituzione delle sottigliezze interpretative della
filosofia naturale di derivazione aristotelica con un metodo di indagine
fortemente matematizzato, viene a scompigliare il mondo esclusivamente
geometrico nel quale si inseriva la teoria euclidea delle proporzioni,
estraendo quest'ultima dal corpo degli Elementi per farne il cardine e il
linguaggio della nuova scienza. Galileo si rivolge alla matematica per dare
risposte quantitative, dunque verificabili sperimentalmente, ai problemi
della meccanica e del moto; problemi che coinvolgevano corpi fisici ideali,
nei quali la multiforme varietà degli oggetti veniva a cristallizzarsi attorno
a poche grandezze fondamentali : il peso , la densità, la velocità. Di conse-
La teoria delle proporzioni e il linguaggio della natura

guenza, egli ha bisogno di una matematica che possa trattare direttamente


queste quantità non immediatamente geometriche, spogliandole per così
dire delle loro caratteristiche corporee e riducendole alla pura geometria.
Se il linguaggio dell'universo, come vuole lo stesso Galileo, è fatto di rette,
triangoli e cerchi, prima che la meccanica possa esprimersi in esso è
necessario che i suoi termini subiscano una radicale modifica, e là dove
essi dicevano peso, momento, velocità, si possa leggere segmento, figura,
angolo .
Questa opera di traduzione, dunque di geometrizzazione, può essere
svolta soltanto dal quinto libro degli Elementi, la sola costruzione nella
matematica classica che abbia come oggetto le grandezze nel loro aspetto
più generale, e non solamente quelle più familiari e conosciute della
geometria.
Ponte tra il mondo che si vuole studiare e la sua rappresentazione in
termini matematici, la teoria delle proporzioni occupa dunque un posto
singolare nel metodo galileiano, e Galileo, che matematico non è, sente
nondimeno l' esigenza di sottoporre ad esame gli stessi suoi fondamenti,
ben sapendo che a ogni semplificazione della teoria corrisponderà una
migliore comprensione dei fenomeni che essa descrive . La semplicità che
Galileo invoca non è solo la semplicità logica del geometra che vuole dimo­
strare teoremi complessi a partire da definizioni e assiomi chiari e evidenti;
è soprattutto quella filosofica di chi ritiene non esservi contraddizione tra
la struttura dell'universo e quella della matematica che l'uomo crea per
descriverlo, e che dunque la semplicità delle leggi fisiche possa emergere
solo dall'immediata evidenza dei concetti matematici che soggiacciono alla
loro formulazione .
Ma la scelta di un linguaggio matematico, in particolare quello della teoria
delle proporzioni, non è senza conseguenze nella descrizione del mondo,
e nella stessa immagine che lo scienziato si forma dei concetti di cui si
serve: alla brulicante molteplicità dei corpi reali che si muovono, che pesano,
che si equilibrano, il fisico matematico sostituisce un universo cristalliz­
zato di figure, grandezze, moti invariabili, nel quale l'infinita varietà delle
cose viene sostituita dal gioco sistematico di relazioni semplici. E se è vero
che il fisico sceglie una o un' altra teoria matematica in relazione alla loro
aderenza alla realtà da studiare (ma Galileo aveva poi molta libertà in questa
scelta?) , non è meno vero che, una volta la decisione presa, essa condi­
ziona sostanzialmente la comprensione dei fenomeni . Nel nostro caso,
quando si è scelta la teoria delle proporzioni per le descrizione dei feno­
meni fisici, le sole relazioni possibili tra i corpi naturali sono quelle che
la teoria prevede tra le grandezze astratte, ed è su queste che le nostre
immagini della natura dovranno essere modellate, con tutte le possibili
2 . La geometrizzazione delle grandezze fisiche 37

distorsioni che ne conseguono . L' aforisma « traduttore, traditore » non vale


solo in letteratura.
Se la fisica viene in un certo senso cristallizzata dalla struttura matema­
tica soggiacente (ma a scanso di equivoci ripetiamo che questo è il solo
modo per uscire dalla « meraviglia » e avviarsi verso la comprensione dei
fenomeni naturali) , e diventa per così dire un « modello » della teoria mate­
matica di cui si serve, essa non resta però inerte, e non manca di far sen­
tire le proprie esigenze, in special modo quando le semplificazioni intro­
dotte impediscono una comprensione adeguata dei fenomeni in esame . Si
osserva a questo punto un' azione simmetrica del mondo fisico sul linguag­
gio che lo descrive . Se la matematica aveva preteso di congelare l'universo
in un gioco semplice di concetti astratti, escludendo tutto ciò che non era
riconducibile a relazioni tra questi ultimi, esistono nondimeno delle
domande a cui è indispensabile dare una risposta, e che non possono essere
eluse solo perché non si pongono nel linguaggio prescelto. Vengono così
posti in continua tensione gli stessi concetti matematici sui quali si fon­
dava la teoria di base, nel tentativo di forzare il quadro interpretativo,
e di assumerne uno più ampio , nel quale porre e possibilmente risol­
vere i problemi che il precedente impediva anche di enunciare . E quando
una teoria più generale non è disponibile, il filosofo naturale diventa
matematico , e si cimenta esso stesso con le rigidità del metodo di cui si
serve .
Ambedue questi aspetti sono presenti nell'opera di Galileo , che da una
parte modella le sue scienze nuove sullo schema fornito dalla teoria delle
proporzioni, e dall' altra, spinto anche dalle resistenze di questa, cerca di
rivederne i concetti fondamentali per renderli più adeguati ai loro com­
piti. A queste interazioni tra la meccanica galileiana e i concetti e le tecni­
che della teoria matematica delle proporzioni rivolgeremo ora la nostra
attenzione .

2. La geometrizzazione delle grandezze fisiche

La prima e più naturale funzione della teoria delle proporzioni appli­


cata alle scienze della natura, consiste nel porre su basi quantitative alcune
relazioni semplici tra le grandezze che intervengono nella descrizione di
un fenomeno fisico. La situazione più elementare è quella in cui sono coin­
volte solamente due variabili, in particolare quando queste sono legate tra
loro da una relazione di proporzionalità. È questo il caso , ad esempio, di
enunciati quale il Teorema I del trattato De motu aequabili, contenuto nella
terza giornata dei Discorsi e Dimostrazioni matematiche intorno a due nuove
La teoria delle proporzioni e il linguaggio della natura

Scienze, 1 che possiamo parafrasare nel modo seguente:


Nello stesso moto uniforme, gli spazi percorsi sono proporzionali ai tempi2

ovvero del Teorema 3 del Promotus Archimedis di Marino Ghetaldi:


Corpora gravia eiusdem generis . . . eandem in gravitate rationem habent, quam
in magnitudine .3

Leggermente più complesso è il caso della proporzionalità inversa, come


nel Teorema III del moto equabile :
Inaequalibus velocitatibus per idem spatium latorum tempora, velocitatibus e con­
trario respondent 4

Infine, si possono avere relazioni più generali, quando una delle varia­
bili è proporzionale ad una potenza dell' altra. Un tipico esempio è la Pro­
posizione XII . 2 degli Elementi:
I cerchi stanno tra loro come i quadrati dei diametri

o, per restare in ambito galileiano, la Proposizione IV della resistenza dei


materiali :
Ne i prismi e cilindri egualmente lunghi, ma disegualmente grossi, la resistenza
all ' esser rotti cresce in triplicata proporzione de i diametri delle lor grossezze, cioè
delle lor basi.5

In definitiva, la forma più generale di una relazione tra due variabili,


che possa essere trasformata in un enunciato della teoria delle proporzioni,
si ha quando una potenza della prima è direttamente o inversamente pro-

1 Per il testo dei Discorsi, e in generale per tutte le opere di Galileo, faremo riferimento all'Edi­
zione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, a cura di A. Favaro, la cui ultima ristampa, peraltro
essenzialmente identica all e precedenti, è stata pubblicata a Firenze nel 1 968, per i tipi di G. B ar­
bèra. Nel seguito tale edizione sarà indicata brevemente con la dizione Opere di Galilei, seguita
da un numero romano indicante il volume. Per i Discorsi si può vedere anche l' edizione pubblicata
da Einaudi, Torino 1 990.
2 Opere di Galilei, VIII, pag . 1 9 2 . In effetti il teorema in questione parla di moti uniformi con
la stessa velocità, piuttosto che dello stesso moto uniforme. D ' altra parte lo stesso Galileo sembra
considerare la due formulazioni come equivalenti, ad esempio quando usa l'Assioma I, che parla
dello stesso moto uniforme, nella dimostrazione del teorema in questione . Come risulterà chiaro
in seguito, la nozione di velocità presuppone in un certo senso la considerazione di moti uniformi
differenti, e dunque si situa in uno stadio più elaborato e logicamente successivo, qual'è quello dei
teoremi seguenti, che prevedono appunto la considerazione di moti a velocità diverse .
3 Marini Ghetaldi Patricii Ragusini Promotus Archimedis. Romae, apud Aloysium Zannettum
1 60 3 , pag. 2: « Gravi dello stesso genere hanno lo stesso rapporto in gravità e in grandezza ». Sull ' o­
pera di Ghetaldi si veda P . D . N apolitani, La geometrizza:done della realtà fisica: il peso specifico
in Ghetaldi e Galileo , Boll . di S toria delle Sci. Mat . VIII ( 1 988), pag. 1 3 9-2 3 7 .
4 Opere di Galilei, VIII, pag . 1 9 2 . « I tempi d i mobili che percorrono l o stesso spazio con velo­
cità diverse, sono inversamente proporzionali alle velocità ».
5 Opere di Galilei, VIII, pag . 1 60 .
2 . La geometrizzazione delle grandezze fisiche 39

porzionale ad una potenza della seconda, come ad esempio nella terza legge
di Keplero :
I quadrati dei periodi di rotazione dei pianeti sono proporzionali ai cubi degli assi
maggiori delle ellissi descritte .

Si tratta, come si può facilmente avvertire, di uno schema di gran lunga


troppo povero per essere sufficiente alle necessità della fisica; sia pure di
una fisica abbastanza elementare come quella galileiana. In effetti, in esso
rientrano solo proposizioni di un unico tipo, e cioè quelle in cui tutte le
grandezze in gioco sono fissate tranne due, 6 che risultano proporzionali.
Si ottengono così solamente enunciati del tipo:
A parità di tutto il resto, A è proporzionale a B.

La fisica che ne risulta non può che essere estremamente limitata; per
compiere progressi bisogna far variare quanto nello schema precedente
veniva tenuto costante, e osservare le conseguenze di tali variazioni sulla
proporzionalità che si era stabilita.
In termini moderni, quando cioè la relazione precedente viene scritta,
secondo le regole dell' algebra, come
A = kB ,
s i tratta di determinare l a dipendenza della costante d i proporzionalità k
dai parametri che in un primo tempo venivano tenuti costanti. In molti
casi è proprio la costante di proporzionalità k che viene scelta per descri­
vere la varietà degli aspetti del fenomeno, a volte usando la relazione pre­
cedente, che nella forma
k = A/B
serve a tramutare k in una nuova grandezza, che avrà con le precedenti
le più semplici relazioni possibili . È questo il caso ad esempio della velo­
cità, che viene definita come il rapporto tra lo spazio e il tempo, o del
peso specifico, rapporto tra il peso e il volume .
Nella teoria delle proporzioni questo cammino non è percorribile, dato
che in essa i rapporti sono possibili solo tra grandezze omogenee, e che
in ogni caso i rapporti sono di natura diversa dalle grandezze, e quindi
mal si prestano alla loro definizione . Di conseguenza, l'introduzione di
una nuova grandezza come la velocità o il peso specifico deve essere com­
piuta indipendentemente, mediante una definizione « metafisica » e una
serie di assiomi che la legano alle grandezze precedenti e ne determinano
il comportamento in relazione a queste .

6 Ognuna delle quali può essere una potenza, con esponente positivo o negativo , di una gran­
dezza data.
La teoria delle proporzioni e il linguaggio della natura

Si aprono così due ordini di problemi . In primo luogo, occorre scegliere


la nuova grandezza che compendi, per così dire, la variabilità della natura
in ordine al fenomeno in esame . Non essendo praticabile la strada del quo­
ziente, tale scelta verrà compiuta in base alla rilevanza del nuovo concetto
rispetto agli scopi che ci si propone; e se nella maggior parte dei casi, come
ad esempio per la velocità, la scelta è naturale e quasi obbligata, talora
sono possibili opzioni diverse, e la preferenza tra l'una o l ' altra di queste
è determinata da vari fattori, non ultimo la tradizione. Ciò avviene ad esem­
pio nel caso dei rapporti peso/volume, dove per distinguere i vari corpi
Galileo si orienterà verso il peso specifico (la gravità in specie) , mentre Ghe­
taldi preferirà una grandezza meno comoda ma più immediata quale la per­
dita di peso in acqua.7 Una volta compiuta questa scelta, sarà possibile
apportare variazioni terminologiche anche negli enunciati dei teoremi pre­
cedentemente stabiliti; così invece che di stesso moto equabile8 si parlerà
di moti a velocità uguale,9 e invece di corpi dello stesso genere 1 0 si dirà della
medesima gravità in ispecie. 1 1
Risolto il problema fisico, restano naturalmente d a stabilire le relazioni
che intercorrono tra la nuova grandezza e le precedenti . Anche quando
la scelta compiuta è quella naturale, corrispondente cioè in termini alge­
brici a prendere come grandezza ausiliaria il quoziente A/B , le relazioni
tra questo e le grandezze iniziali non sono una conseguenza immediata della
definizione, che non è data in termini algebrici ma « metafisici », e devono
essere ricavate dagli assiomi, espliciti o sottintesi, che accompagnano la
definizione. È a partire da questi che si ricaveranno, secondo i canoni della
teoria delle proporzioni, le relazioni cercate .
Un tipico esempio è costituito dalla velocità nel moto uniforme : men­
tre prima dell'introduzione di quest'ultima era possibile un solo risultato,
e cioè che gli spazi sono proporzionali ai tempi, la considerazione di moti
a velocità diverse permette di ottenere una notevole gamma di teoremi,
di cui il più caratteristico stabilisce che gli spazi stanno nella proporzione
composta dei tempi e delle velocità. 1 2 Allo stesso modo , dopo aver intro­
dotto la gravità in specie, o meglio una volta detto cosa si debba intendere
per « materie egualmente gravi in specie »Y
7 Su questo punto s i può vedere P. D . Napoli tani, La geometrizzazione della realtà fisica . , cit .
. .

8 Opere di Galilei, VIII , pag. r 9 r , Assioma I .


9 Ivi, pag . r 9 2 , Teorema I .
10 Promotus Archimedis, cit . , Teor . 3 , pag . 2 .
1 1 Discorso intorno alle cose che stanno in su l'acqua, in Opere di Galilei, IV, pag. 7 4 .
1 2 Per una discussione più approfondita si veda il mio Ricerche galileiane: il trattato De motu
aequabili, cit .
13 Noteremo per inciso che Galileo è piuttosto riluttante a imbarcarsi in definizioni metafisi­
che , come ad esempio quella di « momento » in Maurolico : « Momentum est vis ponderis a spatio
quopiam contra pendentis » (il momento è la forza di un peso pendente da una certa distanza) , Admi-
3 . Il moto accelerato 41

chiamo ugualmente gravi quelle materie, delle quali eguali moli pesano egual­
mente 14

Galileo può dimostrare che


I pesi assoluti de' solidi hanno la proporzion composta delle proporzioni delle lor
gravità in specie e delle lor moli . 1 5

Il meccanismo è generale : la scelta della costante di proporzionalità k


come grandezza ausiliaria (una scelta, ripetiamolo, che si deve fare a priori,
e guidati dall'intuizione fisica più che dall'evidenza algebrica) consente
la costruzione di una teoria più flessibile e ricca di variazioni, la più impor­
tante delle quali consiste nel passaggio dall'enunciato «A è proporzionale
a B » a quello più ampio ed elaborato « le grandezze A stanno tra loro in
proporzione composta di quella delle B e di quella delle (nuove) grandezze
k ». In questo arricchimento della teoria gioca un ruolo centrale la nozione
di proporzione composta.

3 . Il moto accelerato

Le limitazioni dovute all'uso della teoria delle proporzioni si fanno sen­


tire con forza ancora maggiore quando Galileo affronta il problema del
moto accelerato, e quindi si trova a dover fare i conti con un concetto
complesso e sfuggente quale quello di velocità istantanea.
Qui la via che abbiamo delineata, consistente nel variare la costante
di proporzionalità, non è praticabile, dato che la velocità istantanea, non
permanendo per alcun tempo finito, non può produrre nessun movimento
apprezzabile . Per introdurre questa nuova specie di velocità c'è dunque
bisogno di un processo che si consumi anch'esso in un istante, in modo
tale però da produrre effetti misurabili, dai quali si possa risalire alle velocità.
Galileo individua tale processo nell'urto contro una materia cedente;
gli effetti di quest'urto, le deformazioni cioè subite dall' ostacolo, saranno
indice e misura della velocità al momento dell'urto . Il passo è notissimo :

randi Archimedis syracusani monumenta, cit . , pag . 86; o quelle di velocità in Saccheri: « velocitas est
affectio motus, secundum quam tanto tempore tanta longitudo percurri intellegitur » (la velocità
è una proprietà del moto, secondo la quale in un dato tempo s ' intende percorsa una data lunghezza.)
Neostatica, Milano qo8, pag . r , o in Frisi: « Celeritas est illa corporis moti affectio, quae fit ut
maius ve! minus spatium dato tempore absolvatur » (la velocità è quella proprietà del corpo in moto,
che fa sì che in un dato tempo si precorra uno spazio maggiore o minore. ) Opere, Milano q 8 3 ,
Tomo Il, pag. 7 6 .
14 Discorso intorno alle cose che stanno i n s u l'acqua, Opere d i Galilei I V , pag . 6 7
15 Ivi, pag. 7 4 . D a notare che l a mancanza di una definizione d i gravità i n specie non s i f a sen­
tire , dato che Galileo identifica i rapporti tra queste con i rapporti tra i pesi a parità di volume .
42 La teoria delle proporzioni e il linguaggio della natura

Posate un grave sopra una materia cedente, lasciandovelo finché prema quanto
egli può con la sua semplice gravità: è manifesto che, alzandolo un braccio o due,
lasciandolo poi cadere sopra la medesima materia, farà con la percossa nuova pres­
sione, e maggiore che la fatta prima co'l solo peso; e l'effetto s arà cagionato dal
mobile cadente congiunto con la velocità guadagnata nella caduta, il quale effetto
sarà più e più grande, secondo che da maggiore altezza verrà la percossa, cioè
secondo che la velocità del percuziente s arà maggiore. Quanta dunque sia la velo­
cità d'un grave cadente, lo potremo noi senza errore conietturare dalla qualità e
quantità della percossa. 1 6

La velocità istantanea si misura dunque con l' effetto che il grave opera
percuotendo su un ostacolo cedente; in mancanza di una definizione « alge­
brica», i rapporti tra le nuove grandezze sono dati in termini dei rapporti
tra altre grandezze note, che di conseguenza vengono assunte a priori come
proporzionali alle prime .
Ancora una volta siamo di fronte a un fenomeno del tutto generale .
Per poter inserire delle nuove grandezze in uno schema geometrico pree­
sistente, è necessario porre un assioma che riduca i rapporti tra queste a
rapporti tra grandezze note . Così le velocità si misureranno mediante gli
spazi percorsi a tempi uguali, i momenti staranno tra loro come i pesi a
distanze uguali, i pesi specifici come i pesi a volumi uguali . Di più, nel
caso della velocità istantanea la grandezza campione che servirà per misu­
rarla sembra l'unica possibile, dato che solo con l'urto processi istantanei
producono effetti sensibili.
Di qui il termine « momento della velocità», che Galileo usa per indi­
carla. Se con lo stesso Galileo traduciamo momento con «efficacia », avremo
chiaro il quadro concettuale che governa la velocità istantanea. Un
movimento 17 si compie con una certa velocità, ma al momento dell'urto
è efficace solo quella che il corpo possiede in quell'istante : la velocità istan­
tanea misura l' efficacia della velocità in ordine all'urto .
Che poi Galileo supponesse, almeno in un primo momento, la velocità
istantanea proporzionale all' altezza di caduta, è conseguenza di un meccani­
smo tipico dell'uso della teoria delle proporzioni: la trasformazione di una
dipendenza monotòna in una dipendenza lineare. In altre parole, se l'effetto
della percossa cresce col crescere dell'altezza da cui il corpo cade, la supposi­
zione più semplice, e dunque la prima, è che le due grandezze siano propor­
zionali. Questa ipotesi, unita con la precedente, spinge Galileo a supporre
che il grave cadente vada continuamente accrescendo la sua velocità secondo che
accresce la distanza dal termine da cui si partì, 18

16
Opere di Galilei, VIII, pag. r 99 .
1 7 Intendiamo qui u n moto generico , dunque non necessariamente uniforme; anzi necessaria­
mente non uniforme, dato che il proposito è di studiare il moto di caduta dei gravi.
18
Opere di Galilei, VIII, pag. 3 7 3 .
3 . Il moto accelerato 43

in altre parole che la velocità sia proporzionale allo spazio percorso a par­
tire dalla quiete.
È però chiaro che le due assunzioni da cui deriva l'ipotesi precedente,
e cioè la proporzionalità tra velocità e percossa e quella tra percossa e altezza,
provengono da due meccanismi diversi. La prima dipende dalla definizione
stessa di velocità istantanea, la seconda è per così dire un' ipotesi dettata
dalla semplicità. Una tale diversità di livello diviene evidente nel momento
in cui Galileo, avendo verificato che la velocità di un grave cadente è pro­
porzionale non allo spazio percorso ma al tempo impiegato, e dovendo di
conseguenza abbandonare l'una o l'altra delle due ipotesi, non esita a sba­
razzarsi di quella (giusta) della proporzionalità tra percossa e altezza di
caduta, pur di mantenere quella tra percossa e velocità, errata quanto si
vuole, ma necessaria per ancorare gli altrimenti evanescenti momenti della
velocità alle altre grandezze macroscopiche, permettendone così una trat­
tazione matematica.
Naturalmente, una volta stabilito l' andamento della velocità di un grave
cadente, sia esso il « principio indubitabile » ma errato della proporziona­
lità tra velocità e altezza di caduta, che Galileo comunicava a Paolo Sarpi
alla fine del 1 604 19 o quello corretto di proporzionalità tra velocità e
tempo, ormai acquisito meno di dieci anni dopo, occorrerà risolvere il pro­
blema dell' « integrazione » del moto, e cioè dedurre da questo principio
le relazioni tra spazi e tempi in un movimento accelerato .
Anche in questa operazione la teoria delle proporzioni non mancherà
di far sentire le sue ragioni, o piuttosto la sua forza. Infatti dove altri,
Descartes in primo luogo, operando in un universo algebrizzato, moltipli­
cheranno ogni velocità per un tempuscolo inassegnabile, per ricavarne infine,
sommando tutti gli spazietti così ottenuti, lo spazio percorso nel tempo
assegnato, Galileo sarà costretto a percorrere strade diverse e più tortuose,
che si riveleranno alla fine dei vicoli ciechi.
Nella teoria delle proporzioni infatti, non è possibile moltiplicare velo­
cità e tempi: sono i rapporti, non le grandezze, meno che mai grandezze
eterogenee, che si moltiplicano tra loro . Ne consegue che Galileo sommerà
non gli spazi infinitesimi percorsi dal mobile nei singoli istanti, ma bensì
le velocità istantanee, i momenti delle velocità ora divenuti « gradi di velo­
cità», componenti elementari di una velocità complessiva dalla quale rica­
vare la relazione tra spazio e tempo .
In ambedue i casi giocano le stesse idee matematiche, che consentono
di ridurre il calcolo della somma al confronto delle aree dei triangoli che
rappresentano le velocità crescenti, secondo quel metodo degli indivisibili

1 9 Opere di Galilei, X, p . r r 5 .
44 La teoria delle proporzioni e il linguaggio della natura

che alcuni anni più tardi un allievo di Galileo, Bonaventura C avalieri, svi­
lupperà a partire dalle idee del maestro . E però, mentre per gli « algebri­
sti » le aree dei triangoli corrispondono immediatamente agli spazi percorsi,
per Galileo esse sono ottenute sommando delle velocità, e dunque rappre­
sentano ancora una velocità, questa volta di tipo macroscopico, che biso­
gnerà di nuovo combinare con il tempo , secondo le relazioni usuali, per
ottenere il risultato voluto .
Da questa gabbia interpretativa Galileo non riuscirà mai ad evadere;
e se per un certo tempo cercherà di forzarla e di dedurre la legge del moto
accelerato compiendo delle vere e proprie piroette dimostrative, destinate
peraltro ad essere in breve riconosciute come tali e di conseguenza abban­
donate, alla fine sarà costretto a rinunciare a un legame organico tra le
grandezze macroscopiche da una parte e le velocità istantanee dall' altra,
e a fondare la propria cinematica su un risultato (il Theorema 1 del moto
accelerato) nella cui dimostrazione gli artifici retorici hanno la meglio sui
procedimenti matematici. 20

4. La proporzione composta e l'assioma della quarta proporzionale

Possiamo concludere qui questa breve illustrazione, condotta soprat­


tutto sulla teoria galileiana del moto, degli influssi che la matematica che
si usa può avere sul dispiegarsi del discorso filosofico (o se si preferisce
fisico) , e in definitiva, dato che non si pensa che quel che si può espri­
mere, sullo stesso pensiero .
Nel caso di Galileo, abbiamo anche un fenomeno simmetrico, nel
momento in cui le necessità della fisica tendono a forzare la rigidità del
quadro matematico; un fenomeno tanto più evidente, quanto più deboli
sono i concetti matematici che lo scienziato pisano ha a sua disposizione .
Un caso per molti versi emblematico è rappresentato dalla proporzione
composta, che da un lato è uno strumento essenziale nell'elaborazione di
una fisica matura, ma che nello stesso tempo, come abbiamo già osservato,
rappresenta uno dei punti più deboli della teoria delle proporzioni quale
ci è pervenuta negli Elementi euclidei. Non è dunque motivo di meravi­
glia, specialmente dopo quanto abbiamo detto fin qui, che uno degli aspetti
della riforma galileiana della teoria riguardi appunto la sua definizione .
La critica di Galileo a questo proposito è molto precisa. Dopo aver ripor­
tato la definizione dal sesto libro degli Elementi :

20
Per una discussione più ampia di questo punto, si può vedere il mio Aspetti matematici della
cinematica galileiana, Bollettino di S toria delle Scienze Matematiche I ( 1 9 8 1 ) , fase. 2 , pag . 3 -4 2 .
4. La proporzione composta 45

Allora una proporzione si dice comporsi di più proporzioni, quando le quantità


di dette proporzioni moltiplicate insieme avranno prodotto qualche proporzione 21

Galileo fa dire a S alviati:


Osservo poi che né il medesimo Euclide, né alcun altro autore antico, si serve della
stessa difinizione nel modo nel quale ell'è stata posta nel libro; onde ne seguono
due inconvenienti, cioè al lettore difficultà d'intelligenza, e allo scrittore nota di
superfluità. 22

cui fa eco Sagredo :


Questo è verissimo; ma non mi par probabile che la suprema accuratezza d' Eu­
clide abbia fra' suoi libri posta questa difinizione inconsideratamente ed in vano .
Però non sarei affatto fuor di sospetto che ella vi fosse stata aggiunta da altri,
o almeno alterata di tal sorte, che ella oggidì non si riconosca più, mentre dagli
autori si pone in opera nel dimostrare i teoremi . 2 3

Rigettata così la definizione tradizionale, Galileo ne propone una alter-


nativa, più aderente alla prassi:
S 'immagini V . S . le due grandezze A, B dello stesso genere; avrà la grandezza A
alla B una tal proporzione; e dopo concepisca esser posta fra di loro un' altra gran­
dezza e, pur dello stesso genere : si dice che quella tal proporzione che ha la gran­
dezza A alla B viene ad essere composta delle due proporzioni intermedie, cioè
di quella che ha la A alla C e di quella che ha la C alla B. Questo è per l' appunto
il senso secondo 'l quale Euclide si serve della predetta difinizione . 2 4

La definizione galileiana è ineccepibile, e ben poco c'è da aggiungere


che non rischi di complicare piuttosto che chiarire . C ' è da dire semmai
che essa non è totalmente nuova, e anzi che in forma di teorema (dedotta
cioè dalla definizione euclidea riletta in termini di denominatore di un rap­
porto) si trova già, come abbiamo detto, sia in Eutocia che in testi medie­
vali, ad esempio nei trattati De proportionibus di Giordano Nemorario e
di Campano , 2 5 nei quali rispettivamente leggiamo :
Quocumque duobus interposito medio cuius ad utrumque aliqua proportio, erit
proportio primae ad tertiam composita ex proportione primae ad secundam et pro­
portione secundae ad tertiam . Esto enim inter D et F, E medium. Dico quod pro­
portio D ad F constar ex proportione D ad E et proportione E ad F. 2 6

21 Opere di Galilei, VIII , pag. 3 5 9 .


2 2 Ibidem.
23 Ibidem .
24 I vi, pag . 360.
25 I due testi sono stati pubblicati da H.L.L. Busard, Die Traktate De proportionibus van Jor­
danus Nemorarius und Campanus, Centaurus XV ( 1 96 1 ) .
2 6 « Interposto tra due [grandezze] un qualunque medio, che abbia con ognuna una qualche pro­
porzione; la proporzione della prima alla terza sarà composta della proporzione della prima alla seconda
e della proporzione della seconda alla terza. Sia E medio tra D ed F. Dico che la proporzione tra
D ed F consta della proporzione tra D ed E e di quella tra E ed F ».
La teoria delle proporzioni e il linguaggio della natura

e ancora:
Quotlibet mediis inter duo extrema interpositis erit proportio extremorum ex omni­
bus intermediis composita.27

Peraltro, oltre che come teorema, essa doveva essere presente anche sotto
la veste di definizione se, come abbiamo visto, Guidobaldo dal Monte si
preoccupa di discuterla e di confutarla. Ma non sono certo le questioni
di priorità che qui ci interessano, ma piuttosto il ruolo che questa nuova
definizione, e in particolar modo il suo operare nella prassi, riveste nel-
1' ambito della revisione galileiana della teoria. Per questo, cominciamo con
alcune osservazioni .
In primo luogo, Galileo si preoccupa unicamente (come in parte farà,
o meglio aveva fatto, per la definizione di proporzionalità) di ricondurre
alla sua la definizione euclidea. In altre parole, lo scopo di G alileo non
è quello di costruire ex novo una teoria completa delle proporzioni, più
adatta alle esigenze della sua ricerca, ma di fondare su basi più solide la
costruzione di Euclide, che in tal modo viene acquisita e giustificata. Que­
st' ottica giustificazionista costituirà uno dei principali limiti del tentativo
galileiano, e gli impedirà ad esempio di cogliere il carattere operazionale
della composizione delle proporzioni, che pure era stato intravisto da Bene­
detti. Nel caso della proporzione composta poi, egli si limita a far vedere
in che modo si possa intendere la definizione euclidea quando le grandezze
in questione sono dei segmenti, limitandosi nel caso generale a dire :
Se li quattro termini delle due proporzioni non fossero in linee, ma in altre gran­
dezze, immaginiamoci che e' sieno posti in linee rette .28

Ciò posto,
Facciasi poi delle due antecedenti A, C un rettangolo, siccome delle due conse­
guenti B, D un altro rettangolo : è chiaro, per la 23 del sesto d'Euclide, che il ret­
tangolo fatto dalle A, C, al rettangolo delle B, D, avrà quella proporzione che è
composta delle due proporzioni A verso B e C verso D, le quali sono quelle due
che ponemmo da principio a fine di ritrovare qual fosse la proporzione che risul­
tava dalla composizione di esse.29

La proporzione composta è dunque la proporzione dei rettangoli for-


mati con le linee in questione ,
Ma la formazione de' rettangoli nelle linee della geometria corrisponde per appunto
alla multiplicazione de' numeri nell' arimmetica, come sa ogni matematico anche
principiante . . . . Ecco dunque come, multiplicando insieme le quantità o le valute

27 « Interposti quanti si vogliono medi tra due estremi, la proporzione tra gli estremi è compo­
sta da tutte le intermedie ».
2 8 Opere di Galilei, VIII, pag . 3 6 2 .
29 Ibidem .
4. La proporzione composta 47

delle date proporzioni semplici, si produce la quantità o la valuta della propor­


zione la quale si chiama poi composta di quelle .30

Viene così giustificata e in qualche modo recuperata la definizione degli


Elementi, secondo un'interpretazione che richiama quella di Guidobaldo
dal Monte, e che qui trova la sua spiegazione nel fatto che la formazione
dei rettangoli corrisponde alla moltiplicazione in aritmetica. E però men­
tre per Guidobaldo la moltiplicazione dei segmenti forniva l'interpreta­
zione genuina della definizione euclidea, per Galileo essa serve solamente
per permettere di conservare quest'ultima accanto a quella più rigorosa
da lui proposta. Di conseguenza, la definizione euclidea risulta svalutata,
anche perché la corrispondenza tra la formazione dei rettangoli e il pro­
dotto dei numeri è possibile solamente nell' ambito di una aritmetizzazione
della geometria, che può essere intrapresa solo ignorando i complessi pro­
blemi dell'incommensurabilità, che impediscono una corrispondenza tra
grandezze e numeri, e dunque muovendosi in un universo matematico
approssimativo, proprio più dell' aritmetica pratica che della geometria teo­
rica. E così dove Galileo dice « come sa ogni matematico anche princi­
piante », si sarebbe tentati di leggere « come può affermare solo un mate­
matico principiante ».
Una seconda riflessione - quasi una digressione - è suggerita dal modo
con cui Galileo ricava la definizione di proporzione composta. Qui non
si tratta, come avverrà per la definizione di proporzionalità, di sostituire
a quella euclidea, di cui peraltro non si nega la validità, una nuova defini­
zione, che viene preferita sulla base di considerazioni di semplicità e di
aderenza alla realtà dell'oggetto da definire; considerazioni che in ogni caso
non hanno nulla a che fare con questioni di rigore . Nel nostro caso invece
è proprio il rigore che viene meno nella definizione euclidea, che dunque
deve essere rimpiazzata con un' altra che sia esente da tale difetto . Si tratta
in definitiva di ricostruire la vera definizione euclidea, che nel testo degli
Elementi appare evidentemente corrotta. Per far ciò, Galileo non si fa gui­
dare dalla pura logica, ma estrae la definizione dal corpo delle dimostra­
zioni. A Salviati che proponeva la definizione galileiana, Simplicio aveva
già replicato :
È vero che Euclide intende in questo modo la proporzione composta,3 1
ma sarà Sagredo a chiarire esplicitamente la via seguita per estrarre dal
testo il vero senso dell'operazione di composizione :

30 Ibidem.
31 Ivi, pag . 360.
La teoria delle proporzioni e il linguaggio della natura

ho più di una volta osservato l'artifizio d'Euclide nella proposizione dove ei dimostra
che i parallelogrammi equiangoli hanno la proporzione composta delle proporzioni
de' lati. Egli si trova in quel caso aver le due proporzioni componenti in quattro
termini, che sono i quattro lati de' parallelogrammi : però comanda che quelle due
proporzioni si mettano in tre termini solamente, sicché una di quelle proporzioni
sia fra 'l primo termine e 'l secondo, l' altra sia fra 'l secondo e 'l terzo; nella dimo­
strazione poi non fa altro se non che e' dimostra che l'un parallelogrammo all' al­
tro è come 'l primo termine al terzo, cioè ha la proporzione composta di due pro­
porzioni, di quella che ha il primo termine al secondo e dell ' altra che ha il secondo
al terzo, le quali sono quelle due proporzioni che prima egli aveva disgiunte ne'
quattro lati de' parallelogrammi .3 2

Il vero senso delle definizioni si può ricavarlo solo dall'esame del modo
in cui esse operano nelle dimostrazioni; è solo a partire da queste ultime
che si potranno chiarire le definizioni ambigue, e ricostruire quelle man­
canti o guaste . Questa regola, che Galileo non enuncia, ma che - felice
paradosso - si può dedurre dal precedente passo galileiano applicandovi la
regola stessa da ottenere, è di non poco aiuto a chi si rivolga a studiare
la storia della scienza, e in particolare della matematica.
Ma torniamo alla proporzione composta. Chi abbia scorso anche super­
ficialmente le opere fisiche di Galileo, ed in particolare i Discorsi che delle
sue speculazioni sono l'espressione più alta, si sarà senz 'altro reso conto
del ruolo centrale che la composizione dei rapporti riveste nella formula­
zione galileiana, al punto che si può affermare che la maggior parte delle
proposizioni ivi contenute siano, dal punto di vista della struttura formale,
delle variazioni su questo tema. Se si confronta sotto questo punto di vista
l' architettura dei Discorsi (ma lo stesso si potrebbe dire, anche se in misura
minore, per le altre opere di Galileo) con quella degli Elementi di Euclide,
balza subito agli occhi il ruolo essenzialmente diverso giocato dalla com­
posizione dei rapporti: marginale negli Elementi, costantemente in primo
piano nei Discorsi.
Questa differente collocazione non può mancare di avere effetti sulla
stessa organizzazione della teoria delle proporzioni . Gli Elementi euclidei
sono fondati sulla Definizione V. 5 di uguaglianza di rapporti, che da una
parte è il cardine attraverso il quale la nozione di rapporto si lega con quella
di grandezza (in particolare riconducendo l'uguaglianza tra i primi al con­
fronto tra le seconde) , e dall' altra è lo strumento principale per condurre
in porto le dimostrazioni. Diversamente, nell'uso che della teoria delle pro­
porzioni Galileo fa nelle sue opere, essa conserva sì un ruolo importante,
ma parallelo e in molti casi ancillare a quello della proporzione composta.
Ora l'introduzione di quest'ultima nel corpo euclideo non può essere com-

32 I vi, pag. 3 6 r .
4. La proporzione composta 49

piuta senza una profonda ristrutturazione della teoria, e ciò non solo perché
cambia lequilibrio relativo delle varie parti, ma anche, e forse principalmente,
perché essa rende necessaria l'introduzione di un' altra innovazione di non
piccola portata: l' assioma dell'esistenza del quarto proporzionale.
Anche in questo caso, come abbiamo già osservato, siamo di fronte a
un'assunzione già presente, anche se non formulata esplicitamente come
un assioma, negli Elementi; più volte infatti, nel corso di una dimostra­
zione, si assume che esista una grandezza quarta proporzionale dopo tre
grandezze date.33 E però in Euclide tale assioma è pur sempre marginale,
dato che, come si è detto, in molti casi la quarta proporzionale può essere
costruita, e nella maggior parte dei rimanenti, se non in tutti, potrebbe
essere evitata mediante un uso più esteso delle disuguaglianze tra rapporti.
Non così in Galileo, dato che già la nozione di proporzione composta lo
rende necessario .
Infatti la definizione di quest'ultima concerne solo il caso in cui i rap­
porti da comporre siano ridotti in termini tali che il conseguente del primo
sia anche l' antecedente del secondo : il rapporto A : C sarà in questo caso
il rapporto composto di A :B e B : C. Essa non ci dice però nulla quando
si debba calcolare la proporzione composta di due rapporti qualsiasi A :B
e C:D. In questo caso, occorrerà trovare tre grandezze K, L ed M in modo
tale che risulti
A :B K: L e C:D L :M = =

dopo di ché il rapporto cercato, composto dei rapporti A:B e C:D, sarà uguale
a K:M.34 In altre parole, occorre rappresentare i rapporti dati mediante
altri ai quali si possa applicare la definizione galileiana. Il meccanismo,
implicito in Galileo, è enunciato chiaramente da Viviani, nella cui opera35
esso diviene una definizione :
Quando si dirà, o si proporrà di provare ch'una proporzione ignota fra due gran­
dezze omogenee è composta di due altre, o di tre, o di più note proporzioni, che
sieno date in termini dello stesso, o pur di differenti generi, altro non si dovrà
intendere, né altro si vorrà provare se non che ridotte le note proporzioni in quali
si sieno termini omogenei continuati (se però in tali non fossero date prima) la
proporzione ignota è la medesima, o simile alla proporzione, che è tra 'l primo,
e l'ultimo de' medesimi presi termini continuati. E questo è uno de mezzi, per
cui !'ignote proporzioni rendonsi note.

33 Ad esempio , nelle Proposizioni V. 1 8 , VI. 1 9 , VI . 2 2 , VI . 2 3 , XII . 2 , XII. r r , XII. 1 2 , XII. 1 8 .


34 Questo schema ammette delle variazioni. Talvolta infatti (si veda ad esempio il Teorema V
della resistenza dei solidi) si scelgono K ed L uguali rispettivamente ad A e B e poi si prende M
in modo che risulti L:M C:D. In ogni caso, resta sempre indispensabile !' assunzione di una quarta
=

proporzionale.
35 Quinto libro degli Elementi d'Euclide, ovvero scienza universale delle proporzioni spiegata colla
dottrina del Galileo. . . , Firenze, alla Condotta, 1 67 4 , pag . 7 .
La teoria delle proporzioni e il linguaggio della natura

Lo schema formale delle dimostrazioni che coinvolgono la proporzio­


nalità composta è governato da questo meccanismo . Per illustrarlo con un
esempio, ci rivolgeremo alla Proposizione VI . 2 3 degli Elementi, ricordata
poco sopra dallo stesso Galileo, che riportiamo nella traduzione italiana
del Commandino .
Theorema XVII, Propositione XXIII. I parallelogrammi equiangoli hanno fra loro
la proportion composta da i lati.
Siano i parallelogrammi equiangoli AC, CF, che abbiano l'angolo BCD uguale all' an­
golo ECG. Dico il parallelogrammo AC al parallelogrammo CF bavere la propor­
tione composta da i lati, cioè composta dalla proportione che ha la BC alla CG,
& dalla proportione che ha la DC alla CE. Pongasi la B C per diritto alla CG; sarà
dunque la DC per diritto alla CE, e compiscasi il parallelogrammo DG, & propo­
sta la linea retta K, facciasi come la BC alla CG, così la K alla L: & come la DC
alla CE, così la L alla M. Adunque le proportioni di K ad L & di L ad M sono
le medesime che le proportioni de' lati, cioè BC a CG, & DC a CE.
Ma la proportione della K alla M è composta dalla proportione della K alla L &
dalla proportione della L alla M, onde etiandio la K alla M ha proportione compo­
sta da i lati. E perché come la BC alla CG, così è il parallelogrammo AC al paralle­
logrammo CH, & come la BC alla CG, così la K alla L, sarà come la K alla L così
il parallelogrammo AC al parallelogrammo CH. Similmente, perché come la DC
alla CE, così è il parallelogrammo CH al parallelogrammo CF, & come la DC alla
CE, così la L alla M, sarà come la L alla M così il parallelogrammo CH al parallelo­
grammo CF.
A D H

E F
K L M

Ed essendosi dimostrato che come la K alla L, così il parallelogrammo A C al


parallelogrammo CH, e come la L alla M, così il parallelogrammo CH al parallelo­
grammo CF, sarà per !'ugual proportione come la K alla M così il parallelogrammo
AC al parallelogrammo CF. Ma la K alla M ha la proportione composta da i lati.
Adunque anchora il parallelogrammo A C al parallelogrammo CF haverà la propor­
tione composta da i lati . Onde i parallelogrammi equilateri hanno fra loro la pro­
portion composta da i lati, il che bisognava dimostrare .36

Lo stesso meccanismo permane inalterato in tutte le dimostrazioni basate


sulla proporzione composta.
3 6 De gli Elementi di Euclide Libri quindici, cit . c . 8 8 v .
4. La proporzione composta 51

Queste coinvolgono tre grandezze mutuamente dipendenti, che siano


A, B e C C(A , B) ,31 e mirano a determinare i rapporti tra le grandezze
=

C in funzione di quelli tra le A e le B. La dimostrazione si articola sistema­


ticamente come segue :
I. Si fissa B e si dimostra che le c sono proporzionali alle A ; in formule:

C(A 1 , B) : C(A 2 , B) = A 1 :A 2 •
2. Si fissa ora A e si prova che le C sono proporzionali alle B :

C(A, B 1 ) : C(A , B 2 ) = B 1 :B 2 . (2 )
3 . Siano ora C = C(A , B ) e C = C(A 1 B ) . Per determinare il rapporto tra C
1 1 1 2 2 2 1
e C si considera una grandezza intermedia C = C(A2 , B ) . Poiché C e C hanno
2 1 1
la stessa B si potrà applicare la ( 1 ) . Analogamente, a C e C si può applicare
2
la ( 2 ) , dato che in esse è costante la A . Si ottengono così le relazioni :
C : C = A :A ; C: C2 = B 1 :B 2
1 1 2
Chi ha seguito finora lo svolgersi del ragionamento al di là delle com­
plicazioni formali sarà tentato a questo punto di concludere la dimostra­
zione osservando che la proporzione composta di quelle di cl a e e di e
a C2 è per definizione C 1 : C2 , e che dunque quest'ultima è composta delle
proporzioni di A 1 ad A 2 e di B 1 a B 2 • E in effetti, ciò è quanto osserva
Clavio nel suo commento alla Proposizione VI . 2 3 riportata sopra:
Expeditius idem demonstrabitur hoc modo. Coniunctis parallelogrammis, ut prius;
Cum sit ut AC, ad CH, ita B C, ad CG, & ut CH, ad CF, ita DC ad CE; proportio
autem AC, ad CF, componatur, per definitionem, ex intermediis proportionibus
AC, ad CH & CH ad CF; componetur quoque eadem proportio AC, ad CF, ex
proportionibus BC, ad CG & DC, ad CE, guae illis intermediis sunt aequales. Quod
erat propositum.38

In realtà né Galileo, né Euclide prendono questa scorciatoia, che per


essere percorsa presupporrebbe in qualche modo la considerazione della
composizione come un'operazione di tipo moltiplicativo sui rapporti. Al
contrario, per essi la composizione di due proporzioni è eseguibile solo

37 Ad esempio, come nel teorema precedente, i due lati e l area; ovvero il tempo , la velocità
e lo spazio in un moto uniforme. Naturalmente sia in Galileo che negli altri matematici suoi contem­
poranei, per non dire di Euclide, manca qualsiasi notazione funzionale, e l' idea stessa di dipendenza
funzionale è presente, se pure lo è, solo in uno stadio estremamente primitivo . Lo schema generale
che qui descriviamo si trova pertanto espresso solo a parole nei singoli casi particolari, dai quali
peraltro emerge con sufficiente chiarezza.
38 Euclidis Elementorum Libri XV, cit . , pag . 8 4 7 : « Più brevemente, si dimostrerà come segue .
Disposti i parallelogrammi come sopra, poiché AC sta a CH come BC sta a CG, e CH sta a CF
come DC a CE, e la proporzione di AC a CF si compone, per definizione, delle proporzioni inter­
medie di AC a CH e di CH a CF, la stessa proporzione di AC a CF si comporrà anche delle pro­
porzioni di BC a CG e di DC a CE, che a quelle intermedie sono uguali . Il che si doveva dimo­
strare ».
52 La teoria delle proporzioni e i l linguaggio della natura

nel caso previsto dall a definizione, e cioè quando il conseguente della prima
proporzione coincide con l' antecedente della seconda. Essi dunque fin dal-
1' inizio della dimostrazione costruiscono tre altre grandezze - in genere
dei segmenti - K, L e M, in modo tale che si abbia

e che quindi K :M sia la proporzione composta di A :A 2 e di B :B 2 • Poi­


1 1
ché ora risulta

si ha, ex aequali,

e dunque la tesi .
Peraltro, anche quando venisse adottata la linea dimostrativa proposta
da Clavio, una seconda difficoltà renderebbe necessario l' assioma dell'esi­
stenza del quarto proporzionale. Per esaminarla, torniamo per un momento
al punto 3 . della nostra schematizzazione. Questo prevedeva che si conside­
rasse una grandezza C = C(A 2 , B,), che intermediava tra le C, = C(A , , B ,)
e C2 = C(A 2 , B 2 ) . Ora l'assunzione di una tale grandezza, che è suggerita
dal carattere funzionale della relazione tra le grandezze A, B e C, non risul­
tava pacifica a Galileo, che non disponeva né di una notazione né della
stessa idea di funzione. Così, mentre in qualche caso è il carattere stesso
delle grandezze in gioco a suggerire la scelta della C e la conseguente dimo­
strazione,39 per lo più 40 Galileo segue un'altra strada, e invece di assumere
la grandezza C = C(A 2 , B ,) e dimostrare (come abbiamo fatto in 3 . ) che
A, : A 2 = C, : C, egli prende una grandezza X quarta proporzionale dopo
A , , A 2 e C1 , e cioè tale che A :A 2 = C1 :X, e dimostra che X = C(A 2 , B,) .
1
La cosa non deve sorprendere; se infatti, dati due cilindri, è semplice e
naturale assumere un cilindro che ha la base del primo e l' altezza del
secondo, la considerazione della velocità con la quale si percorre un certo
spazio in un dato tempo condurrebbe in ogni caso alla questione del quarto
proporzionale. Infatti, essendo preclusa la strada della divisione dello spazio

39 Si veda la Proposizione V della resistenza dei solidi: « I prismi e i cilindri di diversa lunghezza
e grossezza hanno le lor resistenze all' esser rotti di proporzione composta della proporzione de i
cubi de' diametri delle lor basi e della proporzione delle lor lunghezze permutatamente prese ». Opere
di Galilei, VIII, pag . 1 62 - 3 .
4° Come nei Teoremi IV-VI del moto uniforme; Opere di Galilei, VIII, pag . 1 94-6. Ulteriori
esempi si troveranno in P. D. Napolitani, La geometrizzazione della realtà fisica, cit .
4. La proporzione composta 53

per il tempo, tale velocità potrebbe essere data solo in rapporto ad un' al­
tra, e dunque come quarta proporzionale .4 1
In definitiva, l'uso della proporzione composta nelle dimostrazioni
richiede una rappresentazione dei rapporti A 1 :A 2 e B 1 :B 2 mediante rap­
porti tra grandezze omogenee K:L e L:M, in generale dei segmenti, in modo
tale che K:M rappresenti la proporzione composta delle due date . La pos­
sibilità di eseguire questa rappresentazione di rapporti, e dunque di porre
in opera l'utensile matematico della composizione delle proporzioni, è stret­
tamente legata all' esistenza della quarta proporzionale dopo tre grandezze
date . Ed infatti, per rappresentare il rapporto A 1 :A 2 come rapporto di
segmenti K:L, non c'è altro modo che postulare l' esistenza di un segmento
L quarto proporzionale dopo A , A e K, ovvero di dare esplicitamente,
1 2
nei casi piuttosto rari in cui ciò è possibile, la sua costruzione geometrica.
Nella Proposizione Vl . 2 3 degli Elementi entrano in gioco solo rapporti
tra segmenti, per i quali la quarta proporzionale può essere costruita espli­
citamente. Ed infatti la VI . 2 3 è preceduta dalla VI . 1 2 (Problema 4) nella
quale si insegna come trovare la quarta proporzionale dopo tre rette date.
Quando però da segmenti si passi a grandezze più generali, una tale costru­
zione non è più possibile, e l' esistenza della quarta proporzionale dovrà
essere l'oggetto di un assioma apposito . Gli Elementi trattano solo delle
figure geometriche e dei loro rapporti, e dunque la limitazione imposta
dall' assenza di tale assioma non si fa sentire che marginalmente.42 Per
Galileo invece, che della teoria delle proporzioni ha in vista soprattutto
le applicazioni alla meccanica e più in generale alla filosofia naturale, come
ad esempio alla teoria del moto, l'uso della proporzionalità composta in
situazioni generali è essenziale .43 Con esso diventa centrale il postulato
della quarta proporzionale, dal quale non si può prescindere neanche rima­
nendo nell' ambito classico della teoria euclidea.
Peraltro, non è solo per il tramite della proporzione composta che l' as­
sioma della quarta proporzionale entra in maniera determinante nelle teo­
rie galileiane . In realtà esso soggiace, essenzialmente anche se non esplici-

4 1 A ben vedere dunque, la strada percorsa da Galileo per individuare, nel caso dei teoremi del
moto uniforme, la grandezza C(A 2 , B 1 ) , è l' unica possibile a chi si muova nell' ambito della teoria
delle proporzioni .
4 2 Ciò non vuol dire però che essa non sia sensibile. A d esempio , si noterà la mancanza, negli
Elementi, di un teorema che asserisca che due prismi (o due cilindri) retti hanno tra loro la propor­
zione composta di quelle delle basi e delle altezze . Si tratta di una proposizione che richiede la ridu­
zione del rapporto di due figure piane a quello di due rette, e che dunque può essere condotta a
termine senza l' assioma del quarto proporzionale, mediante una applicazione al lato (Prop . I. 44) .
In ogni caso la dimostrazione risulta piuttosto complessa.
43 Si vedano ad esempio i Teoremi IV-VI del moto uniforme (sui quali si potrà leggere il mio
Ricerche galileiane, cit . ) nella terza giornata dei Discorsi (Opere di Galilei, VIII) .
54 La teoria delle proporzioni e il linguaggio della natura

tamente, alla possibilità di rappresentare i tempi, le velocità, e in genere


le grandezze fisiche, mediante segmenti; un 'operazione che Galileo com­
pie sistematicamente e senza la quale la maggior parte dei suoi teoremi
sarebbero indimostrabili, a partire dal fondamentale Teorema I della terza
giornata.
Qui Galileo vuole dimostrare che lo spazio percorso in un dato tempo
in un moto uniformemente accelerato a partire dalla quiete è uguale a quello
percorso nello stesso tempo in un moto uniforme con velocità uguale a
metà della massima. Per questo egli riporta sulla verticale i tempi e sull' o­
rizzontale le velocità sia del moto accelerato che di quello uniforme :

Repraesentetur per extensionem AB tempus in quo a mobili latione uniformiter


accelerata ex quiete in C conficiatur spatium CD; graduum autem velocitatis adauc­
tae in instantibus temporis AB maximus et ultimus repraesentetur per EB , utcum­
que super AB constitutam; iunctaque AE, lineae omnes ex singulis punctis lineae
AB ipsi BE aequidistanter actae, crescentes velocitatis gradus post instans A reprae­
sentabunt.44

A G e

A questo punto, Galileo può dimostrare abbastanza facilmente, facendo


uso dell'uguaglianza tra il rettangolo AGFB e il triangolo AEB, l'uguaglianza
tra gli spazi percorsi; avvalendosi peraltro di un metodo dimostrativo che
ha dato luogo a non poche pagine di commento .45

44 Opere di Galilei, VIII , pag . 208-209: « Si rappresenti con l'estensione AB il tempo nel quale
viene percorso la spazio CD da un mobile in moto uniformemente accelerato dalla quiete in C; e
il massimo ed ultimo grado della velocità crescente negli istanti del tempo AB lo si rappresenti con
EB , condotta comunque su AB; e tracciata AE, tutte le linee condotte parallelamente alla BE dai
singoli punti della linea AB, rappresenteranno i gradi di velocità crescenti dopo l' istante A ».
45 Tra tutti, mi sia consentito di citare di nuovo il mio Aspetti matematici della cinematica
galileiana, cit .
4. La proporzione composta 55

Ma non è la cinematica del moto accelerato che ci interessa in questa


sede, quanto invece un altro procedimento meno noto , ma non per questo
meno importante. Come si è visto, Galileo rappresenta sia i tempi sia le
Yelocità mediante dei segmenti, sulla verticale i primi, orizzontali i secondi.
Questa rappresentazione è essenziale affinché la dimostrazione possa pro­
cedere: si tolga la corrispondenza tra tempi, velocità e segmenti della figura,
e tutta la costruzione galileiana crollerà senza rimedio . E non si tratta qui,
o meglio non si tratta solo, di quel processo di geometrizzazione, di spa­
zializzazione ad oltranza, così ben descritto da Koyré nei suoi Ètudes gali­
léennes,46 ma di una necessità derivante dall'uso delle idee della teoria
degli indivisibili nella cinematica: la riduzione delle grandezze in gioco a
dei segmenti è condizione necessaria per il dispiegarsi della dimostrazione
galileiana . Ora una tale riduzione è possibile solo mediante l' assioma del
quarto proporzionale, che fa sì che possiamo rappresentare qualsiasi gran­
dezza con segmenti in modo da conservare i rapporti reciproci, e dunque
che garantisce in ultima analisi che la natura è geometrizzabile .
Ecco dunque un punto di tensione tra le necessità della fisica che Gali­
leo vuole sviluppare, e le possibilità della matematica che Euclide è in grado
di fornire . Il destino della teoria euclidea delle proporzioni non si gioca
solo sulla semplicità delle definizioni e sull'eleganza delle dimostrazioni,
ma soprattutto sull'efficacia nel rispondere alle esigenze della nuova fisica.
Ed è su queste esigenze (e in particolare, lo ripetiamo, sull'uso della pro­
porzione composta e sulla rappresentazione geometrica delle grandezze fisi­
che) che la teoria euclidea mostra la propria debolezza.
Più tardi, l'assunzione di opportune unità di misura farà sì che tutte
le grandezze si riducano a numeri, un' operazione che senza dubbio facili­
terà la trattazione matematica, anche se a scapito del rigore geometrico .
Per Galileo , che della rivoluzione dell' algebra di Viète e di Descartes non
è partecipe , e che anzi si muove in un universo matematico separato, l' as­
sioma del quarto proporzionale gioca un ruolo analogo, permettendo la ridu­
zione di tutte le grandezze a segmenti .
Si delinea dunque una motivazione meno esplicita, ma più profonda,
dell' abbandono della teoria euclidea delle proporzioni. Non sono solamente
le esigenze di semplicità e di maggior comprensibilità quelle che fanno incli­
nare la bilancia verso la sistemazione proposta da Galileo nella Giornata
aggiunta . A queste si deve aggiungere l'inadeguatezza della teoria euclidea
delle proporzioni a servire da base per la nuova scienza matematizzata,
mancando in essa l' assioma del quarto proporzionale, essenziale per le appli­
cazioni alla filosofia naturale .

46 Hermann , Paris, 1 966. Si veda in particolare il capitolo La loi de la chute des corps, pag .
8 1 - 158.
La teoria delle proporzioni e il linguaggio della natura

Né è possibile pensare alla pura e semplice aggiunta di un postulato appo­


sito alla teoria euclidea. Infatti la quarta proporzionale non esiste in gene­
rale nelle grandezze discrete, e dunque l'introduzione di un assioma in que­
sto senso rende impossibile quella trattazione congiunta delle grandezze
continue e discrete che è uno dei pregi maggiori della teoria euclidea. Biso­
gnerà allora riformulare completamente la teoria delle proporzioni, trat­
tando separatamente le due specie di grandezze a seconda della validità
o meno dell' assioma del quarto proporzionale : in altre parole, incammi­
narsi per la strada o quanto meno nella direzione indicata da Galileo .
Abbiamo qui un esempio caratteristico delle mutue relazioni e dei con­
dizionamenti reciprochi che intercorrono tra la comprensione fisica di un
fenomeno, e la matematica che viene usata per descriverlo . Da una parte
quest'ultima, nel nostro caso la teoria delle proporzioni, stabilisce una
regione dell'esprimibile, dunque del pensabile, e di conseguenza condiziona
in maniera determinante la formulazione della meccanica galileiana e addi­
rittura la stessa intuizione fisica di Galileo . Di contro, assistiamo al feno­
meno simmetrico dell'influenza del mondo fisico sul linguaggio che lo
descrive: l'ingresso della filosofia naturale nella geometria (o meglio : le
esigenze della meccanica galileiana di cui la teoria delle proporzioni è il
linguaggio e il fondamento matematico) determinano la necessità di una
profonda revisione delle basi stesse della teoria che nella sua formulazione
classica è insufficiente ai nuovi compiti .47
È anche in questa luce che la teoria, o forse più propriamente il tenta­
tivo, di Galileo deve essere valutato .

47 Su questo argomento si veda per maggiori dettagli il mio Aspetti matematici della cinematica
galileiana , cit . , o anche l'introduzione ai Discorsi e dimostrazioni matematiche sopra due nuove scienze,
. . .

Einaudi, Torino, 1 990.


3.
La teoria galileiana delle proporzioni

r. La quinta giornata e la storiografia galileiana

Il Principio della Quinta Giornata del Galileo, come Viviani ebbe a tito­
lare lo scritto galileiano che nelle intenzioni dell'autore doveva aggiungersi,
insieme ad un' altra giornata concernente la forza della percossa, ai Discorsi
e dimostrazioni matematiche sopra due nuove scienze, 1 è stato allo stesso
tempo oggetto di scarsa attenzione e fonte di molto imbarazzo per gli stu­
diosi dell'opera dello scienziato pisano .
Il dialogo è interamente dedicato all a discussione di due punti delicati
degli Elementi di Euclide . Uno di questi, di cui abbiamo già parlato, è la
definizione di proporzione composta, una definizione spuria che si trova
all'inizio del sesto libro, e che Galileo non fatica a sostituire con una più
appropriata e senz ' altro più aderente allo spirito della trattazione eucli­
dea. Più importante e più controverso è l'altro punto toccato da Galileo :
la definizione stessa di grandezze proporzionali . Qui non si tratta di sosti­
tuire un passo interpolato e comunque incongruo con un altro più ade­
guato, di compiere cioè un' operazione di pulizia su un testo, come quello
euclideo, non nuovo a simili interventi, non sempre positivi. Al contrario ,
la definizione che Galileo critica e che di conseguenza si propone di modi­
ficare, è stata più volte indicata come una delle più profonde della teoria
euclidea delle proporzioni , 2 quasi un' anticipazione della moderna teoria
dei numeri reali.
Ecco dunque un primo motivo di imbarazzo: Galileo non si renderebbe
conto della centralità della definizione di Euclide, che pretende di rim­
piazzare con un' altra. Ma c'è di più: la teoria che il prigioniero di Arcetri

1 Opere di Galilei, VIII. Per quanto riguarda la Quinta giornata, ci riferiremo al testo che pub­
blichiamo in calce al volume.
2 Si veda ad esempio: L. Lombardo Radice e B. Segre, Galileo e la matematica, in « S aggi su
Galileo Galilei », Manifestazioni celebrative del IV centenario della nascita di G . G alilei, Firenze,
B arbera, 1 96 7 .
La teoria galileiana delle proporzioni

propone al posto di quella euclidea, lungi dal costituire un progresso o


quanto meno un' alternativa matematicamente accettabile, sembra viziata
da errori elementari (petizioni di principio, circoli viziosi) peraltro non nuovi
e già abbondantemente discussi e confutati nei vari commenti agli Ele­
menti che Galileo aveva a disposizione . Come si vede, ce n'è abbastanza
per spiegare imbarazzi e reticenze, al punto che praticamente non esiste
nessuno studio dedicato alla teoria galileiana delle proporzioni, che pure
è un argomento non secondario dei Discorsi, dei quali costituisce, per così
dire, il linguaggio matematico. Né miglior sorte essa trova nelle edizioni
moderne degli stessi Discorsi, che in genere limitano il commento a poche
note, quando non preferiscono addirittura sopprimere in toto la quinta
giornata.
E così chi cerchi una descrizione e una discussione delle proposte gali­
leiane in tema di teoria delle proporzioni dovrà rivolgersi a lavori che non
sono dedicati appositamente a tale studio, ma piuttosto a esposizioni degli
Elementi euclidei, dove necessariamente il tentativo galileiano non può rice­
vere che un' attenzione limitata.3
Nell'esaminare la giornata aggiunta non potremo dunque valerci, né
dovremo misurarci, con nessuna analisi precedente; ciò ci consentirà di
affrontare direttamente il testo di Galileo, cercando sia di ricostruire le
motivazioni che hanno spinto lo scienziato pisano a intraprendere la sua
revisione della costruzione euclidea, sia di rinvenire una teoria galileiana
delle proporzioni, depurata dalle interpretazioni molto spesso fuorvianti
che ad essa sono state sovrapposte fin dal suo apparire, ed esente quanto
meno dai madornali errori che le vengono comunemente attribuiti.

3 In effetti, la maggior parte dei commenti traggono origine dalle pagine scritte da M.T. Zapel­
loni, certamente su ispirazione di F. Enriques , nell' articolo Il concetto di rapporto nel V libro del­
l'Euclide, Periodico di Matematiche VII ( 1 927), ristampato con minime modifiche nel secondo volume
de Gli Elementi di Euclide e la critica antica e moderna, editi da F. Enriques, Bologna 1 93 0 . Alle idee
di Enriques si ispirano A. Natucci, La teoria delle proporzioni nel rinascimento italiano, Atti del 4 °
Congresso Un. Matem. Ital . , 1 95 1 ; A . Frajese s i a nel suo Galileo matematico, Roma 1 964, che nel
commento all'edizione degli Elementi da lui curata assieme a L. Maccioni (UTET, Torino 1 970),
come pure A. Carugo nel redigere le note ai Discorsi e Dimostrazioni Matematiche intorno a due Nuove
Scienze, a cura di A. Carugo e L. Geymonat, Boringhieri, Torino 1 958. Per la verità, una lunga
analisi del dialogo galileiano, come anche del trattato di Torricelli, si può trovare nel quinto volume
della monumentale Storia del Metodo Sperimentale in Italia di R. C averni (Civelli, Firenze 1 898),
e precisamente alle pagine 7 7 -1 r o . Bisogna però avvertire subito che, almeno per quanto riguarda
questo argomento, l'opera del Caverni è del tutto inattendibile sotto il profilo storico (si veda a
questo proposito A. Favaro, Amici e corrispondenti di Galileo. XIX. Giannantonio Rocca, Atti Ist.
Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, LXVI ( 1 906- 1 907); ristampa anastatica Salimbeni, Firenze 1 98 3 ,
voi. II, pag . 67 1 -699), e inconsistente dal punto d i vista matematico, come appare evidente a prima
vista. Più precisi, anche se molto ellittici, i commenti di S. Drake in Galileo at work. His Scientific
Biography, The University of Chicago Press, 1 978, pag . 4 2 2 (trad. ital . : Galileo. Una biografia scienti­
fica. Il Mulino, Bologna 1 988, pag . 545) .
2 . La pubblicazione della Giornata aggiunta 59

2. La pubblicazione della Giornata aggiunta: reazioni e commenti

Prima di esaminare la struttura matematica della teoria galileiana, sarà


opportuno rivolgersi per un momento alle vicende dell'opera, e in partico­
lare alle reazioni suscitate al momento della sua pubblicazione, nonché alle
analisi moderne dei suoi contenuti, per la verità queste ultime non molto
numerose.
Nel progetto originale di Galileo la quinta giornata, insieme a una sesta
sulla forza della percossa, avrebbe dovuto far parte dei Discorsi e dimostra­
zioni matematiche sopra due nuove scienze, pubblicati a Leida dagli Elze­
viri nel 1 63 8 . Nessuna di queste due giornate era però distesa compiuta­
mente, e dopo un periodo d' attesa i Discorsi vennero stampati in una
versione limitata alle sole prime quattro giornate . In realtà la quinta gior­
nata non era che in uno stadio d'abbozzo, se è vero che essa venne dettata
a Torricelli solo nel 1 64 1 . Peraltro anche a quell'epoca la stesura doveva
essere tutt' altro che definitiva, almeno a giudicare dalla bozza di mano
del Torricelli conservata alla Biblioteca Nazionale di Firenze insieme a una
redazione successiva, sempre dello stesso Torricelli, e a copie di mano del
Serenai e di C arlo Dati.4 Né è certo che la bozza torricelliana sia effet­
tivamente quella dettata da Galileo, anche se tale attribuzione sembra plau­
sibile .
La giornata vide la luce solo nel 1 674, quando Vincenzo Viviani la pub­
blicò nel suo Quinto Libro degli Elementi di Euclide, ovvero Scienza Univer­
sale delle Proporzioni.5 Alla giornata galileiana il Viviani aggiunse una sua
rielaborazione delle dottrine del maestro, quest'ultima in forma di trat­
tato, poi ristampata assieme allo scritto galileiano in una fortunata edi­
zione degli Elementi piani e solidi d 'Euclide che, apparsa per la prima volta
nel 1 690,6 conobbe numerose ristampe durante il XVIII secolo .7
La pubblicazione simultanea della quinta giornata e dell'elaborazione
di Viviani ha fatto sì che questa sia stata vista dai più come una chiarifica­
zione e una delucidazione dei punti oscuri di quella, col risultato che esse
sono considerate come formanti un tutto se non unico, certamente omo­
geneo . Questa confusione dei rispettivi contributi ha accompagnato la gior­
nata galileiana fin dal suo apparire, e non è stata messa in discussione nean­
che dalla critica moderna.

4 Tutti questi manoscritti sono riuniti nel Volume 75 della collezione galileiana. Nel seguito indi-
cheremo quest'ultima con la sigla Ms. Gal.
5 Firenze, alla Condotta.
6 Firenze, per il C arlieri.
' Altre edizioni dell'operetta videro la luce nel 1 7 1 8 , 1 73 4 , 1 746 e 1 769.
60 La teoria galileiana delle proporzioni

Varrà per tutti a questo proposito l'esempio della sezione dedicata al


quinto libro nell'opera Gli Elementi di Euclide e la critica antica e moderna,
edita e ispirata da F . Enriques , nella quale la curatrice M. T. Zapelloni
scrive: 8
L'indirizzo indicato da Galileo fu poi fedelmente seguito dal Viviani, che amava
chiamarsi ultimo suo discepolo, nel V Libro degli Elementi di Euclide (ovvero La
Scienza universale delle proporzioni) .

D ' altra parte, lo ripetiamo, mancando lavori dedicati specificatamente


all'esame dello scritto galileiano, le analisi che abbiamo a disposizione dei
suoi contenuti matematici peccano, né poteva essere altrimenti, di una certa
approssimazione .
Ora, come ci proponiamo di mostrare nel seguito, il Viviani ha in larga
misura frainteso le idee del maestro, proponendoci una teoria delle pro­
porzioni ingenua e inaccettabile; difetti che non hanno mancato di riper­
cuotersi sulla teoria galileiana, che dalla identificazione con la lettura di
Viviani è uscita stravolta e irriconoscibile.
In effetti, già al suo apparire la teoria elaborata dal Viviani fu oggetto
di critiche piuttosto pesanti, come ad esempio quelle non prive di acre­
dine che gli vennero rivolte da Alessandro Marchetti.9 Le relazioni tra
quest'ultimo, matematico a Pisa, e il Viviani non erano mai state molto
cordiali, riflettendosi su di esse le ruggini tra lo stesso Viviani e Giovanni
Alfonso Borelli, che di Marchetti fu maestro, e anche la notevole diffe­
renza di livello scientifico, tutta a favore di Viviani . La freddezza si cam­
biò poi in aperta ostilità quando il Viviani si oppose alla pubblicazione
dello studio del Marchetti sulla resistenza dei solidi, un argomento al quale
egli aveva lavorato per un certo tempo, e sul quale progettava di scrivere
un trattato .
Fu il cardinale Leopoldo dei Medici a richiedere al Marchetti di sospen­
dere per sei mesi la pubblicazione del De resistentia solidorum 1 0 in attesa
che Viviani avesse portato a termine il suo libro, una richiesta alla quale
il Marchetti non poté che acconsentire, pur dolendosene apertamente col
Borelli, che così gli scriveva il 20 marzo 1 66 8 :
Ricevei l a sua cortesissima lettera del 2 6 del passato per via d i Mare, e d h o sentito
con estremo mio dispiacere l' assassinamento fattogli dal Viviani, ma molto più

8 Voi . II, pag . l 3 n.


9 In mancanza di studi recenti su Alessandro Marchetti ( 1 6 3 2 - 1 7 1 4) , si potranno ancora con­
sultare A. Fabroni, Vitae italorum doctrina excellentium, Genesius, Pisa 1 7 7 8 , voi. 2, come pure Vita,
e poesie d'Alessandro Marchetti da Pistoia, Valvasense, Venezia 1 7 5 5 , quest'ul tima peraltro un po'
parziale, essendo stata scritta dal figlio Francesco .
1 ° Firenze, 1 66 9 . Il Marchetti aveva dapprima chiamato il suo lavoro Galileo ampliato (vedi qui
sotto la lettera di Borelli) , per poi mutarlo in quello più neutro di De Resistentia Solidorum.
2 . La pubblicazione della Giornata aggiunta

son rimasto scandalizzato del Sig . C ardinale, dispiacendomi di non essermici tro­
vato io, che facilmente avrei potuto rimediare, o persuaso S .A . del torto, che si
faceva a V S . ma in questo vi ha anco colpa VS . , il quale non ha prontezza; dovea
subito rispondere al Signor C ardinale, che per servizio di S . A . si sarebbe astenuta
del nome di Galileo ampliato, ma che in quanto alle cose non potea far di meno
di non pubblicarle, e che non avrebbono potuto pregiudicare le cose d'un Princi­
piante ad un'uomo tanto famoso, qual'era il Sig . Viviani; che per altro sarebbe
cosa molto tirannica il proibire agli altri, che studino, né esser ragionevole, che
S . A . stimasse paternamente meno V S . che Lui . . . "

Il termine stabilito di sei mesi passò peraltro senza che il Viviani potesse
completare il trattato, che così restò allo stato di abbozzo, 12 mentre il De
resistentia solidorum vedeva la luce l' anno successivo . L'episodio comun­
que non mancò di segnare negativamente le relazioni tra i due matema­
tici; relazioni che non erano certo migliorate negli anni seguenti, se il Mar­
chetti ancora nell'agosto 1 676 ricordava al Redi, che tentava di interporre
tra i due i suoi buoni uffici,
ciocchè passò fra noi, a tempo del Sereniss . Sig. Principe Cardinale a cagione del
mio libro delle resistenze de' Corpi duri, nella quale occasione, Egli, credo per
mera invidia della mia povera fatica, fu per farmi perdere insieme col detto Libro
la grazia, che io stimava molto più, del -medesimo Sig. C ardinale. 1 3

Peraltro il Viviani non aveva perso occasione per criticare, spesso a


ragione, gli scritti scientifici del Marchetti, a cominciare dal trattato della
resistenza dei solidi fino agli infelici libriccini che questi aveva pubblicato
sui problemi dell'olandese, 14 un gruppo di dodici problemi di carattere tri­
gonometrico che negli anni attorno al 1 675 occuparono molti tra i mate­
matici italiani, non ultimo lo stesso Viviani che ne diede alle stampe una
soluzione.15 Il Marchetti non si lasciò dunque sfuggire lopportunità offerta

11 Riportata in Risposta apologetica dell'avvocato Francesco del nobile Alessandro Marchetti da

Pisto;a, nella quale si confuta il Saggio dell'Istoria del Secolo Decimo Settimo, scritta in varie Lettere
dal signore Gio. Battista Clemente Nel/i. Giuntini , Lucca r 762, pag. 7 0 . Sull a controversia tra Mar­
chetti e Viviani, oltre al volume sopra citato e al Saggio del Nelli fi menzionato, si potranno vedere:
A. Marchetti, Lettera scritta a Su ' Eccellenza il Sig. Bernardo Trevisano, Bindi, Pisa r 7 r 3 ; G. Grandi,
Risposta apologetica . . . alle opposizioni fattegli dal Signor Dottore A. M. , Frediani, Lucca r 7 r 2; come
pure il citato Vita, e Poesie d 'Alessandro Marchetti, Venezia r 75 5 .
12 L'opera di Viviani venne poi riordinata da G. Grandi, e inserita nell'edizione fiorentina delle
Opere di Galilei, a cura di T. Bonaventuri, Tartini e Franchi, Firenze r 7 r 8 .
1 3 Risposta apologetica di F. Marchetti, cit . , pag. 7 6 . S i veda anche l a Vit:; di A. Marchetti, cit . ,
pag . 39-40.
1 4 Problemata sex a Leydensi quodam geometra Christophoro Sadlerio missa, . . . resoluta autem ab

Alex. Marchetti. Ferretti, Pisa r 67 5 , al quale fa seguito: Septem problematum geometrica, ac trigono­
metrica resolutio . , ivi, r 6 7 5 . Sui « Problemi dell'Olandese » si veda la tesi di laurea di A. Anania,
.

I dodici problemi dell'olandese, Pisa r 98 r .


1 5 Diporto geometrico, Firenze, alla Condotta r 676. Oltre a Marchetti e Viviani, si cimentarono
nella soluzione dei problemi dell'olandese P. Casati (Problemata ab anonymo geometra Lugduni Bata­
vorum proposita, Del Frate, Parma r 675), A. Monforte (Epistola continens solutiones problematum
quae Leidensis geometra proposuit, Venezia? r 676) , P. Mengoli, le cui soluzioni rimasero inedite, e
alcuni anni più tardi R. Ventimiglia (Sphinx geometra, Pazzoni e Monti, Parma r 694) .
La teoria galileiana delle proporzioni

dalla pubblicazione dello studio di Viviani sull a dottrina delle proporzioni,


anche se, forse su esortazione del Redi che si adoperò costantemente nel­
l'intento, se non di rendere amici, almeno di riappacificare i due, non
diede alle stampe le sue critiche, ma si limitò a scriverle al Viviani in una
lunga lettera che, sebbene non pubblicata, non dovette restare ignota al
pubblico . 1 6 Scrive Marchetti:
Dico adunque venendo al fatto, che appena avuta nelle mani quella sua Scienza
universale ec. tutto allegro per la speranza, che io concepii di vedere stabilita una
parte essenzialissima degli Elementi Matematici, che da molti de' Professori è cre­
duta mal fondata, e vacill a nte, ansioso mi messi a leggerla attentamente, comin­
ciandomi, come vuole ogni buon' ordine dalla sua definizione. Ma non sì tosto ebbi
lette le prime cinque, nelle quali, a dir vero, non incontrai difficultà, che arrivando
a leggere la sesta, mi vidi subito ingombrar l' Intelletto da tanti dubbi, che non
trovando sufficiente la debolezza del mio talento a risolverne pur uno solo, confu­
sissimo, e mal contento deposi il Libro, e con esso ogni mia speme d'imparar nulla.
Nacque ciò dal vedere, che volendo V . S . dare ad intendere quali siano le propor­
zioni fra di loro simili, dice appunto in questa maniera:
« Proporzioni simili fra le quantità, che anco si dicono indifferentemente propor­
zioni eguali, e proporzioni medesime, cioè fra la prima, e la seconda, e fra la terza,
e la quarta intendansi allora, quando la prima grandezza, essendo per esempio
eguale, o moltiplice, o summultiplice della seconda, anco la terza sia eguale, o altret­
tante volte multiplice, o summultiplice della quarta, & anco quando la prima con­
tenendo la seconda più volte, e di più qualche parte aliquota di essa seconda, anco
la terza contenga la quarta altrettante volte con altra simil parte aliquota di essa
quarta, siccome quando la prima essendo contenuta più volte dalla seconda con
qualche avanzo, anco la terza dalla quarta sia contenuta altrettante volte, e con
altro simile avanzo, cioè finalmente quando la prima non sia niente maggiore, né
minore del bisogno per avere alla seconda rispetto, o relazione simile a quella, che
ha la terza verso la quarta, che è il medesimo, che dire, quando la differenza, che
è fra la prima, e la seconda, sarà simile alla differenza che è tra la terza, e la quarta,
allora queste due relazioni, o rispetti, o proporzioni dicansi proporzioni simili, o
medesime, o eguali, come più aggrada. E questa maniera di spiegare le propor­
zioni simili, tanto si adatta alle quantità continue, che alle discontinue, le quali
sono quelle, che si possono esprimere con i numeri, ec . » 17

Dopo questa citazione letterale della sesta definizione del Viviani, il


Marchetti dà inizio alle sue critiche . La prima, tutto sommato marginale,
riguarda il fatto che Galileo, e con lui Viviani, suppone implicitamente
che le proporzioni si mantengano convertendo, una affermazione che,
osserva il nostro, richiede anch'essa una dimostrazione . 18

16
Dice il Grandi nella sua Risposta apologetica, cit . , pag. 90: « Né pago di queste querele, sparse
il Sig. M . tra gli Amici una lunga Scrittura contro di esso Viviani, una copia della quale, da me
veduta, è di pagine 26 in foglio, di carattere assai minuto , ove accennando d'aver moltissime cose
da riprendere . . . si ferma finalmente in criticare la sola diffinizione sesta del Libro delle Proporzioni ».
17
Risposta apologetica di F. Marchetti, cit . , pag . 90-9 r .
18
M a si veda lAppendice, dalla quale appare c h e Galileo poteva non essere così lontano dal
giusto nel postulare che le proporzioni si conservano per inversione .
2 . La pubblicazione della Giornata aggiunta

Ma lasciando ornai star da parte queste sì fatte cose di minor peso, venghiamo di
grazia a ponderarne altre di più momento. Ella, dopo !'averci dichiarato quali sieno le
proporzioni simili commensurabili . . . segue tentando di definire o le proporzioni simili
incommensurabili, o più tosto generalmente tutte le proporzioni fra loro simili . . .
Io dunque per bene intendere ciò che Ella presuma di definire con quelle parole:
Siccome quando la prima essendo contenuta dalla seconda più volte con quakhe avanzo,
anco la terza dalla quarta sia contenuta altrettante volte, e con altro simile avanzo
ec. e con quell' altre: Quando la differenza che è tra la prima e la seconda sarà simile
alla differenza, che è fra la terza e la quarta, allora queste due relazioni, o rispetti,
o proporzioni dicansi proporzioni simili ec. , volentieri le dimanderei con qual regola
io ho da conoscere quando la prima quantità essendo contenuta dalla seconda più
volte con qualche avanzo, anco la terza sia contenuta dalla quarta altrettante volte,
e con altro simile avanzo? . . .
Inoltre mi dica in grazia V . S . , e che cosa pretende Ella di definire in quelle
parole : quando la prima non è maggiore, né minore di quel che bisogna per avere alla
seconda la medesima proporzione, che ha la terza verso la quarta ec. Certo null' altro,
che le proporzioni simili tra di loro . Ma quando la prima quantità non è maggiore
né minore di quel che bisogna ec . non è appunto quel che bisogna? cioè non ha
appunto la medesima proporzione alla seconda, che ha la terza verso la quarta?
Or chi ne dubita? Adunque volendomi Ella spiegare, quando due proporzioni si
chiamino simili, cioè quando la prima quantità alla seconda abbia la medesima pro­
porzione, che ha la terza verso la quarta, Ella in sostanza altrimenti non me lo
spiega, che col dirmi, che allora la prima quantità alla seconda ha la medesima
proporzione, che ha la terza verso la quarta, quando la prima alla seconda ha la
medesima proporzione, che ha la terza verso la quarta, errore che, come Ella ha
imparato da quel buon Frate, il quale già un tempo le insegnò Logica, 1 9 si chiama
appresso i Maestri di cotal Arte con latino vocabulo nugazione, ed è quando uno
pigliando a definire una cosa ignota, la definisce per un' altra ignota, che è come
dicono gli stessi Logici idem per idem .20

Non continueremo a seguire il Marchetti nelle sue prolisse ma giustifi­


cate critiche alla definizione vivianea; rivolgendoci invece al passo in cui
egli viene a parlare della giornata galileiana.
Né qui vorrei io già che V. S . conoscendo di non aver alcuno scudo, con cui coprirsi
dalle mie Armi, tentasse almeno di declinarle con dire, che non è Ella, ma il Gali­
leo quel che ha inventato, non pur la detta definizione , ma buona parte ancora
de gli altri fondamenti di quel suo Libro, ch' Ella solamente da Lui gli ha presi,
e di pigliarli anco di più ingenuamente si è dichiarata, per la qual cosa a Lui solo
se ne deve tutta la lode o tutto il biasimo, e non a Lei, alla quale essi altrimenti
non appartengono, che per lo averli Ella ordinati insieme, e pubblicati. Tolga Iddio
Sig. Viviani ch'Ella in tal maniera pigli a difendersi, conciossiacosaché io non posso
già persuadermi, che quando Ella determinò di farci partecipi di queste nove cose,
e da noi non più vedute ec . del suo Maestro Ella le giudicasse mal fondate, e poco

1 9 Si tratta di Sebastiano da Pietrasanta, come si può leggere a pag. 88 del Quinto libro degli
Elementi di Euclide, cit .
20
Risposta apologetica di F. Marchetti, cit . , pag . 9 2 - 9 3 .
La teoria galileiana delle proporzioni

sicure . . . per tacere, che se Ella avesse solamente fatto stampare quel frammento
della quinta Giornata del Galileo, nella quale Egli, per dimostrare ciò, che da molti
veniva desiderato in Euclide, premette come principio la sopradetta, o poco diffe­
rente definizione, potrebbe forse, benché con non piccolo suo biasimo, salvarla in
parte da una sì timida ritirata; ma se Ella, sopra il medesimo fondamento, ha oltre a
ciò appoggiato una nuova macchina, dimostrando, o pe' me' dire, credendo di dimo­
strare, non già, come il medesimo Galileo la quinta, e la settima definizione del quinto
libro d'Euclide, e i loro conversi, ma tutta la scienza universale delle proporzioni;
e chi non vede esser questa una prova infallibile, e concludente che Ella l'ha per
saldissimo reputato, e come tale l'ha ricevuto, e se l'ha fatto quasi suo proprio? 21

C'è dunque di che restare in imbarazzo; e si può comprendere come


la difficoltà di conciliare tanta puerilità con il genio di Galileo generi reti­
cenze e interpretazioni non sempre giustificate dai testi da parte di chi
si trovi nella necessità di rendere conto della proposta galileiana. Dice ad
esempio la Zapelloni, nel citato Gli Elementi di Euclide e la critica antica
e moderna : 22
Nella trattazione anzidetta si vede Galileo interpretare la def. 3 di Euclide nel
senso dell'ordinario procedimento della misura: date due grandezze, egli cerca una
parte aliquota dell' una che sia contenuta nell' altra, e si appoggia sulla considera­
zione che, se vi è un resto, questo può ridursi, in ogni caso, piccolo a piacere
introducendo in tal modo considerazioni infinitesimali di cui non si trova
traccia nello scritto galileiano, tutto rigorosamente basato sulla considera­
zione di grandezze finite. E non esita nemmeno ad attribuire a Galileo punti
di vista che cominciarono a manifestarsi solamente vari decenni più tardi:
Il commento galileiano alla teoria delle proporzioni appare in questa luce come
un chiarimento allo sviluppo stesso del pensiero di Galileo, che - attraverso lo
studio dei problemi del moto - era venuto a considerare il rapporto come un
invariante della coppia x,y , al variare di x . . . . Nella considerazione galileiana vi
è l' esigenza, se non ancora il riconoscimento, del rapporto come numero, al di
là del caso commensurabile : la stessa esigenza che verrà poi affermata da Newton
nella sua definizione di numero . 2 3

Abbiamo qui delle affermazioni difficilmente condivisibili, mancanti


come sono di un qualsiasi sostegno documentario . Se abbiamo ritenuto
di riportarle, non è tanto per quello che esse sostengono, quanto perché
esse testimoniano il tentativo, di difficile riuscita, di coniugare il genio
galileiano con l'inconsistenza della sua teoria delle proporzioni, o meglio
della versione di questa dovuta al Viviani . Considerate dal punto di vista
della critica testuale, le interpretazioni giustificazioniste della Zapelloni,

21 lvi, pag. 94-96.


22 Cit . , pag. r 3 .
2 3 lvi, pag . r 4 . Le stesse affermazioni si trovano ripetute sia d a Frajese che d a Carugo nelle
opere menzionate nella nota 3 .
3 . La critica galileiana: la questione della semplicità

peraltro riprese e ripetute dalla maggior parte dei pochi commentatori


del trattato galileiano , cedono davanti ali' analisi demolitrice del Mar­
chetti.
Un assunto rimane comunque lo stesso in ambedue i casi, e cioè la sostan­
ziale identità della teoria galileiana con l'elaborazione compiuta dal Viviani.
Per verificare quanto questa affermazione sia poco rispondente al vero biso­
gnerà in primo luogo esaminare da vicino il dialogo galileiano .

3. La critica galileiana: la questione della semplicità

La critica galileiana alla « quinta, o come altri vogliono sesta, difinizione


del quinto libro d'Euclide »24 si inserisce nel sistema interpretativo gene­
rato dalla lettura del testo euclideo che abbiamo convenzionalmente asso­
ciato al nome di Clavio . La doppia numerazione della definizione dimo­
stra come Galileo avesse ben presenti le due versioni; e anzi sembrerebbe
che la sua preferenza vada alla lettura di Commandino che egli menziona
per prima. Ma quando dalle indicazioni formali si passa all'esame appro­
fondito dei contenuti, traspare chiaramente la posizione galileiana: la
quinta/sesta definizione è una definizione della similitudine dei rapporti
e non della proporzionalità. È in questa chiave che si leggeranno i pas­
saggi nei quali Galileo esprime le sue critiche, che non riguardano l'esat­
tezza matematica della definizione in questione, ma piuttosto la sua oppor­
tunità : un enunciato complesso e innaturale, qual'è quello che riduce la
proporzionalità a confronti di equimultipli, non è adatto a fungere da defi­
mz1one.
Dico poi, che per dare una difinizione delle suddette grandezze proporzionali la
quale produca nell'animo del lettore qualche concetto aggiustato alla natura di esse
grandezze proporzionali, dovremmo prendere una delle loro passioni, ma però la
più facile di tutte e quella per appunto che si stimi la più intelligibile anco dal
volgo non introdotto nelle matematiche. Così fece Euclide stesso in molt' altri luo­
ghi. Sovvengavi egli non disse, il cerchio essere una figura piana, dentro la quale
segandosi due linee rette, il rettangolo sotto le parti dell'una sia sempre uguale
al rettangolo sotto le parti dell' altra; ovvero, dentro la quale tutti i quadrilateri
habbiano gli angoli opposti uguali a due retti. Quand' anche così avesse detto, sareb­
bero state buone difinizioni : ma mentre egli sapeva un' altra passione del cerchio,
più intelligibile della precedente e più facile da formarsene concetto, chi non s ' ac­
corge che egli fece assai meglio a mettere avanti quella più chiara e più evidente
come difinizione, per cavar poi da essa quell' altre più recondite e dimostrarle come
conclusioni?25

" Opere di Galilei, VIII , pag. 350.


25 Ivi, pag. 35 r .
66 La teoria galileiana delle proporzioni

Lo stesso esempio della definizione del cerchio si troverà più tardi in


Torricelli, che addirittura si spinge a pensare che le definizioni del quinto
libro, e in particolare la quinta, siano frutto di interpolazioni :
Quanam sciolorum transcriptorum inconsiderantia factum esse dicam, ut apud
Euclidem, cuius in omni fere theoremate veritas tam dare elucet, aliquando tanta
obscuritas reperiatur, ut nihil incertius, ne dicam fallacius iudicandum sit? Huiu­
smodi videtur Quintus Liber, qui in ipsis praesertim definitionibus corruptus et
contaminatus est eousque ut, me iudice, non mereatur excusari .26

Ancora più decisa è la posizione torricelliana sull' arbitrarietà delle defi­


nizioni, che il faentino contesta risolutamente, e non tanto sulla base di
motivazioni di carattere scientifico o di architettura espositiva, quanto
invece perché le definizioni, e specialmente quelle già presenti in qualche
modo nell'opinione comune, dovrebbero mirare il più possibile al consenso
generale:
Excusant non nulli antiquos, quicumque fuerint, qui in Definitiones Euclidis manus
inijcere non dubitaverunt , dicentes neminem teneri ad reddendam rationem Defi­
nitionum Geometricarum: ideo Euclidem (bune enim brevitatis causa nominabi­
mus) potuisse definire proportionalitatem quocumque modo voluerit: . . . At, nisi
ego fallor, non leviter falluntur, qui talia iactant. Geometra enim in definiendis
illis rebus, quarum conceptus iam aliquo modo apud multitudinem praeexistit, liber,
et sui iuris omnino non est: sed debet accomodare definitionem suam tali concep­
tui, quemadmodum fecit Euclides ipse in definitione circuii, et in definitione pro­
portionis numerorum, et in aliis quamplurimis.27

Perché ciò accada, tra tutte le definizioni possibili si devono scegliere


le più semplici e immediate :

26 Opere di Evangelista Torricelli, a cura di G. Loria e G. Vassura, Lega, Faenza 1 9 1 9 , Volume I;


De proportionibus, pag . 3 0 1 : « Per quale trascuratezza di copisti saputelli è avvenuto che in Euclide,
in quasi tutti i cui teoremi la verità riluce così chiaramente , di tanto in tanto si trovi tanta oscurità,
che nulla si potrebbe giudicare più incerto, per non dire più errato? Così si vede il quinto libro,
che nelle stesse definizioni è corrotto e contaminato a un punto che, a mio giudizio, non è possibile
scusare. » Il riferimento all'edizione faentina, che nel seguito indicheremo brevemente con Opere
di Torricelli, è puramente indicativo, dato che , a causa dell 'estrema scorrettezza delle trascrizioni,
abbiamo provveduto a eseguire una nuova edizione, condotta direttamente sull'autografo torricel­
liano, che assieme a una copia in parte autografa e in parte di mano di Lodovico Serenai (a diffe­
renza di quanto si afferma nelle Opere di Torricelli, il Proemio è di Serenai , il resto autografo) e
a una seconda copia di mano ignota, si trova nel volume l 36 dei manoscritti galileiani . A questa
edizione, che pubblichiamo in calce a questo saggio, riferiremo tutte le citazioni dal De proportionibus.
2 7 De proportionibus, pag . 3 0 2 : « Taluni scusano gli antichi, chiunque essi fossero, che non esi­
tarono a mettere le mani nelle definizioni di Euclide, dicendo che nessuno è tenuto a rendere ragione
delle definizioni geometriche : e dunque Euclide (per brevità nomineremo solo lui) poteva definire
la proporzionalità in qualsiasi modo volesse: . . . Ma, se non sbaglio io, si sbagliano di grosso quelli
che dicono così . Infatti il geometra, nel definire quelle cose il cui concetto è già in qualche modo
preesistente presso i più, non è totalmente libero e nel suo diritto; ma deve aggiustare la sua defini­
zione a tale concetto, come fece lo stesso Euclide nella definizione del cerchio , in quella del rap­
porto dei numeri, e in moltissime altre ».
3 . La critica galileiana: la questione della semplicità

Nam pro definitione alicuius subiecti in Mathematicis non debemus perperam usur­
pare quamcumque affectionem eiusdem subiecti; praesertim vero quando ea diffi­
cilis fuerit intellectu; et de cuius possibilitate prompta sit, et non iniusta dubita­
tio. Sed accipienda erit aliqua ex facilioribus, et notioribus, atque illa prorsus, quae
magis se accomodat conceptui de eiusmodi subiecto preexistente, ex qua defini­
tione postea, tamquam ex fonte, omnes alias cognatas passiones eiusmodi subiecti
possumus derivare .28

La definizione deve dunque rispecchiare la natura della cosa definita,


quale appare evidente per assenso comune . È appunto questa proprietà
che manca alla definizione euclidea di grandezze proporzionali, una defi­
nizione difficile da capire, e soprattutto lontana dal riscuotere consenso
universale . Infatti
io credo che rari saranno gl'ingegni i quali totalmente s' acquetino a questa difini­
zione, se io con Euclide dirò così: Allo ra quattro grandezze sono proporzionali,
quando gli ugualmente multiplici della prima e della terza, presi secondo qualun­
que multiplicità, si accorderanno sempre nel superare, mancare o pareggiare gli
ugualmente multiplici della seconda e della quarta. E chi è quello d' ingegno tanto
felice, il quale abbia certezza che allora quando le quattro grandezze sono propor­
zionali, gli ugualmente multiplici s 'accordino sempre? ovvero chi sa che quegli ugual­
mente multiplici non s ' accordino sempre anco quando le grandezze non sieno pro­
porzionali ? 29

Quest'ultima frase di Galileo è importante perché stabilisce senza pos­


sibilità di equivoci la sua lettura del quinto libro secondo il percorso cla­
viano: la proporzionalità tra quattro grandezze non si definisce mediante
gli equimultipli, come vuole la quinta/sesta definizione del V libro, ma tra­
mite l'uguaglianza dei rapporti. E infatti Galileo continua:
Già Euclide nelle precedenti difinizioni haveva detto, la proporzione tra due gran­
dezze essere un tal rispetto o relazione tra di loro, per quanto si appartiene alla
quantità . Ora, avendo il lettore concepito già nell'intelletto che cosa sia la propor­
zione fra due grandezze, s arà difficil cosa che egli possa intendere che quel rispetto
o relazione che è fra la prima e la seconda grandezza, allora sia simile al rispetto
o relazione che si trova fra la terza e la quarta grandezza, quando quegli ugual­
mente multiplici della prima e della terza s ' accordan sempre nella maniera pre­
detta con gli ugualmente multiplici della seconda e della quarta, nell' esser sempre
maggiori, o minori, o uguali .30

2 8 Ibidem: « Infatti come definizione di un qualche oggetto matematico non dobbiamo pren­
dere a caso una sua qualsiasi proprietà, specie quando essa è difficile da comprendere, e quando
sulla sua possibilità sorgano immediati e non infondati dubbi. Al contrario, se ne dovrà pren­
dere una delle più facili e note, e insomma quella che più si accomoda al concetto preesistente
di tale oggetto; dalla quale definizione, come da una fonte, possiamo poi derivare tutte le altre pro­
prietà di tale oggetto . »
29 Opere di Galilei, VIII, pag. 3 5 i .
io Ibidem.
68 La teoria galileiana delle proporzioni

Ancora più decisa, come al solito, la posizione di Torricelli, che addi­


rittura vede nella definizione euclidea una doppia definizione della pro­
porzionalità:
Accedit insuper alia difficultas non levior priore. Non debet Geometra eiusdem
subiecti duas simul exibere definitiones, quarum unitas, et concordantia statim
apparere non possit, nisi adducta demonstratione . Data enim prima definitione,
quaecumque ea sit, si deinde aliam afferat guae manifestam non habeat connexio­
nem atque unitatem cum priore definitione, secunda haec non erit amplius defini­
tio, sed statim degenerabit in Theorema, quod omnino sua peculiari demonstra­
tione indigebit. Vera definitio proportionalitatis habetur apud Euclidem dum inquit
Proportio vero est rationum similitudo . Quaecumque alia deinceps de proportiona­
litate adijciatur, guae idem aperte non sonet cum adducta iam definitione, omnino
reiicenda erit inter Theoremata, et evidenti demonstratione comprobanda.3 1

La proporzionalità è dunque similitudine di rapporti, come vuole la Defi­


nizione Clavio 4, e la successiva Definizione Clavio 6 non è che una dupli­
cazione di quella, la cui validità richiede una opportuna dimostrazione .
La stessa esigenza è espressa da S alviati nei Discorsi:
Comunque ciò sia, parmi questo d 'Euclide più tosto un teorema da dimostrarsi,
che una difinizione da premettersi. Però, havend'io ' ncontrato tanti ingegni i quali
hanno arenato in questo luogo, mi sforzerò di secondare con la difinizione delle
proporzioni il concetto universale degli uomini anche ineruditi nella geometria,
e procederò in questo modo .32

Con queste parole di S alviati, Galileo propone una trattazione alterna­


tiva della teoria delle proporzioni, che rispetti l'ordine naturale, dal più
semplice al più complesso, proprio delle teorie matematiche ben costruite.
In essa le definizioni e gli assiomi verranno scelti in base alla loro evidenza
e semplicità, e la definizione controversa diverrà un teorema.

4. La definizione di grandezze proporzionali

Nel momento in cui ci accingiamo a discutere la teoria delle propor­


zioni che Galileo espone nella giornata aggiunta è importante ricordare

3 1 De proportionibus, pag . 306: « Si aggiunge inoltre un' altra difficoltà non più lieve della pre­
cedente . Il geometra non deve dare contemporaneamente dello stesso oggetto due definizioni, l'unità
e la concordanza delle quali non possa apparire, se non dopo una dimostrazione . Posta infatti la
prima definizione, qualunque essa sia, se poi se ne introduce un' altra che non abbia una manifesta
connessione e unità con la prima, quest'ultima non sarà più una definizione, ma immediatamente
degenererà in un teorema, che avrà bisogno di una sua peculiare dimostrazione . La vera definizione
di proporzionalità si ha in Euclide quando dice : La proporzionalità è similitudine di rapporti. Qual­
siasi altra definizione di proporzionalità si aggiunga ora, che non suoni apertamente identica a quella
introdotta, la si dovrà relegare senz ' altro tra i teoremi, e provare con una evidente dimostrazione ».
3 2 Opere di Galilei, VIII, pag . 3 5 2 .
4. La definizione di grandezze proporzionali

che essa fu dettata a Evangelista Torricelli durante il 1 64 1 , e che Galileo


non potè darle la forma definitiva. Di più, il manoscritto venne rielabo­
rato dal Torricelli, che gli diede la forma finale, e ritoccato dal Viviani,
che vi aggiunse ad esempio le note marginali, al momento della sua pub­
blicazione. Mancando un codice sicuramente identificabile con la prima
stesura del l 64 l , non è possibile stabilire con certezza quanta parte della
giornata sia da attribuirsi all'intervento del faentino . D ' altra parte i senti­
menti di venerazione che Torricelli e Viviani nutrivano per il grande mae­
stro, e la circostanza che ambedue abbiano scritto una propria versione
della teoria, lasciano pensare che gli interventi si siano limitati a questioni
di forma e non abbiano interessato la sostanza dell'opera. Così parleremo
sempre, come abbiamo fatto finora, di una teoria galileiana delle propor­
zioni, intendendo con ciò la teoria che si può ricavare dal testo elaborato
da Torricelli e pubblicato da Viviani. Una riprova della limitatezza del­
l'intervento torricelliano si potrebbe vedere nella presenza di qualche incon­
gruenza nell'esposizione, che probabilmente sarebbe stata eliminata in una
seconda stesura. La più evidente è costituita dall'enunciazione del postu­
lato dell' esistenza della quarta proporzionale:
Suppongasi primieramente (come le suppose anco Euclide, mentre le difinì) che
le grandezze proporzionali si trovino: cioè, che date in qualunque modo tre gran­
dezze, quella proporzione, o quel rispetto o quella relazione di quantità, che ha
la prima verso la seconda, la stessa possa haverla la terza verso una quarta33

che Galileo pone all ' inizio del suo trattato, prima ancora di aver detto cosa
si debba intendere per grandezze proporzionali. È solo dopo aver enun­
ciato tale postulato, che Galileo avanza le sue critiche alla definizione eucli­
dea di grandezze proporzionali, delle quali abbiamo parlato qui sopra. Ora
è ben vero che, muovendosi come abbiamo già detto nell' ambito di quella
lettura degli Elementi che noi abbiamo associata all ' edizione claviana, Gali­
leo identifica la proporzionalità con la similitudine dei rapporti; ma in una
trattazione definitiva non avrebbe potuto considerare tale definizione come
acquisita, e avrebbe probabilmente iniziato precisando questo concetto fon­
damentale, per di più in vista dell' abbandono della definizione euclidea.
Al contrario, nella versione dettata a Torricelli non troviamo nulla di tutto
ciò, e la definizione della proporzionalità secondo il percorso claviano è
lasciata sottintesa, anche se essa può essere identificata senza equivoci .
È come al solito Salviati che ha il compito di farsi portavoce delle idee
galileiane. Egli inizia considerando il caso semplice di grandezze multiple

33 Opere di Galilei, VIII , pag. 35 r . Ho corretto qui il testo a stampa, che dice « una terza verso
una quart a » . Si tratta di un errore di stampa, come appare evidente a chi esamini il manoscritto,
errore peraltro presente già nella prima edizione di Viviani , e mai corretto nelle successive.
La teoria galileiana delle proporzioni

l'una dell ' altra, e poi più generalmente di grandezze commensurabili :


Allora noi diremo quattro grandezze esser fra loro proporzionali, cioè haver la prima
alla seconda la stessa proporzione che ha la terza alla quarta,34

dove appare, anche se non nella dovuta evidenza, la definizione di pro­


porzionalità come uguaglianza di rapporti:
quando la prima sarà uguale alla seconda e la terza ancora sarà eguale alla quarta;
ovvero quando la prima sarà tante volte multiplice della seconda, quante volte pre­
cisamente la terza è multiplice della quarta . . . . Ma perché non sempre accaderà
che fra le quattro grandezze si trovi per l' appunto la predetta egualità ovvero mul­
tiplicità precisa, procederemo più oltre, e domanderò al Sig. Simplicio: Intendete
voi che le quattro grandezze allora sieno proporzionali, quando la prima contenga,
per esempio, tre volte e mezza la seconda, ed anco la terza contenga tre volte e
mezzo la quarta? 35

A questa domanda Simplicio risponde :


Intendo benissimo fin qui, ed ammetto che le quattro grandezze sieno proporzio­
nali non solo nel caso esemplificato da V . S . , ma ancora secondo qualsivoglia altra
denominazione di multiplicità, o superparziente, o superparticolare .36

In altre parole, precorrendo le intenzioni di Salviati, Simplicio accetta,


nel caso di grandezze commensurabili, la riduzione della proporzionalità
all'uguaglianza dei « denominatori », e cioè dei numeri che esprimono i rap­
porti tra le due coppie di grandezze . Si tratta di una definizione meno
ovvia di quello che può sembrare a prima vista, dato che essa serve per
escludere ogni altro tipo di proporzionalità (ad esempio quella aritmetica
o quella armonica) , e a caratterizzare la proporzionalità geometrica. Del­
l'importanza di questa precisazione è ben conscio Torricelli, che nel suo
De proportionibus liber, di cui parleremo diffusamente più oltre, la postula
esplicitamente:
Aequales magnitudines quotcumque sint eandem habent rationem, quam habent
numeri a quibus numerantur. Exempli gratia: Septem lineae palmares ad quatuor
lineas palmeres eandem habent rationem quam habet numerus 7 ad numerum 4 .
V el quinque quadrata palmaria ad novem quadrata palmaria eandem habent ratio­
nem, quam habet numerus quinque ad numerum novem .37

34 Ivi, pag. 3 5 2 .
35 Ibidem.
3 6 Ibidem.
37 De proportionibus, pag. 3 1 1 : « Grandezze uguali, prese in numero arbitrario, hanno lo stesso
rapporto dei numeri dai quali sono numerate . Ad esempio : sette linee di un palmo a quattro linee
di un palmo hanno Io stesso rapporto che il numero 7 al numero 4. Oppure cinque quadrati di un
palmo di lato a nove quadrati di un palmo di lato hanno Io stesso rapporto che ha il numero cinque
al numero nove . »
5 . La similitudine degli eccessi 71

Ma torniamo a Galileo . All'intervento anticipatore di Simplicio, Sal-


viati replica con una definizione riassuntiva:
Per raccogliere dunque ora in breve e con maggiore universalità tutto quello che
si è detto ed esemplificato fin qui, diremo che: Allo ra noi intendiamo quattro gran­
dezze esser proporzionali fra loro, quando l'eccesso della prima sopra la seconda
(qualunque egli sia) sarà simile all'eccesso della terza sopra la quarta.38

Abbiamo qui un punto molto delicato della quinta giornata, che biso­
gnerà chiarire prima di procedere oltre . Lasciamo dunque per un momento
il dialogo, e rivolgiamoci al problema aperto dalla definizione di Salviati.

5. La similitudine degli eccessi

La proporzione tra quattro grandezze dipende dunque dalla similitu­


dine degli eccessi . Ma cos 'è questa similitudine di eccessi? Per rispondere
a questa domanda sarà inutile cercare lumi nel De proportionibus torricel­
liano , che non fa alcuna menzione di tale similitudine . Invece il Viviani
interpreta la frase di S alviati come se dicesse:
Quando la differenza tra la prima e la seconda s arà simile alla differenza, che è
tra la terza, e la quarta, allora queste due relazioni, o rispetti, o proporzioni dicansi
proporzioni simili, o medesime, o eguali, come più aggrada.39

Viviani dunque traduce il termine galileiano eccesso con differenza, e


riduce la proporzionalità delle grandezze alla similitudine delle loro diffe­
renze. Così posta, la definizione è evidentemente inaccettabile; se non altro
perchè le differenze sono esse stesse delle grandezze (come quelle di cui
si vuol definire la proporzionalità) e non si capisce quando due grandezze
siano da dirsi simili, tanto più che in generale esse possono anche essere
eterogenee. Se poi, incoraggiati dalla sinonimia più volte ripetuta dal Viviani
tra i termini simile, uguale e medesimo, leggiamo la definizione nel senso
di differenze uguali, non facciamo che ricadere in un'interpretazione della
proporzionalità che era stata introdotta per giustificare la definizione poi
espunta di proporzione continua (e in ogni caso valida solo quando le gran­
dezze sono tutte omogenee) , e che, come abbiamo visto, era stata esami­
nata e rigettata già da C ampano nei suoi commenti più volte ristampati
nel secolo precedente .
È difficile credere che Galileo, in non poche occasioni dimostratosi pro­
fondo conoscitore dei dettagli tecnici della teoria delle proporzioni, potesse

30 Opere di Galilei, VIII, pag. 3 5 2 .


39 Quinto libro . , cit . , pag . 3 .
.
72 La teoria galileiana delle proporzioni

ignorarne aspetti teorici così ampiamente dibattuti e riproporre un' inter­


pretazione così evidentemente errata della definizione euclidea. D ' altra
parte, anche ammesso per un istante che il significato della frase in que­
stione sia proprio quello che gli viene attribuito dalla lettura vivianea, non
si vede come la definizione che ne risulta possa accordarsi con la discus­
sione che l' aveva preceduta, in particolare come essa possa aspirare a « rac­
cogliere in breve e con maggiore universalità tutto quello che si è detto
ed esemplificato fin qui », quando in tutta la precedente esposizione mai
si era fatto menzione di differenze, ma sempre di rapporti . Per dare un
senso compiuto al discorso galileiano, e insieme evitare di attribuire a Galileo
errori già ampiamente confutati in testi che egli conosceva benissimo,
dovremo allora interpretare il termine eccesso in modo diverso da Viviani.
Torniamo un momento allo snodarsi del discorso: Salviati ha prima defi­
nito la proporzionalità dei multipli; poi, con l' aiuto di Simplicio, ha esteso
il concetto ad arbitrarie quantità commensurabili. A questo punto, volendo
riassumere quanto stabilito, dice che quattro grandezze saranno propor­
zionali « quando l'eccesso della prima sopra la seconda (qualunque egli sia)
sarà simile all'eccesso della terza sopra la quarta». Se si legge eccesso come
differenza, la frase non ha alcun legame con quanto la precede . Non così
avviene se noi interpretiamo il termine eccesso come relativo non alla quan­
tità, ma alla « quantuplicità » .4° Così facendo, la frase riassume realmente
la discussione che l'ha preceduta, e la definizione è esente dalle evidenti
ingenuità della lettura di Viviani.
A conforto della nostra interpretazione sta anche il fatto che nel caso
esaminato da Galileo la prima quantità è sempre maggiore, e dunque eccede
la seconda. Ora la proporzione di una quantità maggiore a una minore si
dice talvolta proporzione di eccesso, come si può vedere nella seguente defi­
nizione, tratta dal volumetto di Angelo Marchetti dal titolo La natura della
Proporzione e della Proporzionalità: 4 1
La proporzione d'inegualità, che ha una quantità maggiore a una minore, suol chia­
marsi comunemente proporzione di maggiore inegualità; e potrà anche dirsi pro­
porzione di maggioranza, o proporzione eccedente, o proporzione di eccesso .42

cosicché il termine eccesso, ancorché ambiguo, è almeno appropriato .


M a ancor più probante ci sembra l'esame del manoscritto originale 43 della

40 Questa è anche l'interpretazione di S. Drake, che nel suo Galileo at Work, cit . , pag . 4 2 5 ,
traduce l a definizione i n esame con un' inserzione chiarificatrice: « W e understand four magnitudes
to be proportional when the excess [by multiplication] of the first over the second, whatever this
may be, is similar to the excess [if any] of the third over the fourth . »
4 1 Pistoia, 1 69 5 . Sull ' opera di Marchetti si veda il cap. 6 .
4 2 La natura della Proporzione, pag . 3 8 .
43 M s . Gal. 7 5 .
5 . La similitudine degli eccessi 73

giornata aggiunta, un manoscritto in cui sono evidenti una serie di inter­


venti e di revisioni anche profonde di mano di Torricelli .
Si tratta di un documento che non è mai stato studiato in maniera appro­
fondita, né dai curatori delle varie edizioni delle Opere di Galilei (anche
il Favaro nell'Edizione Nazionale seguì sistematicamente l' edizione di
Viviani, della quale riprodusse anche l'errore di stampa segnalato sopra) ,44
né dagli studiosi di cose galileiane . Dice il Favaro nell' Avvertimento :
Ora, noi abbiamo bensì, nel T. V (car. r o '- 2 3 ' e 4 '- 9 ' . ) della Par . V dei Mano­
scritti Galileiani,45 un testo della Quinta Giornata che è autografo del Torricelli
e che consta di due parti ben distinte anche nell' aspetto esteriore : ma nella prima
parte (car . r o ' - 2 3 ') , che comprende molto più che la prima metà della scrittura,
esso è sicuramente copia che il Torricelli ha fatto da una bozza anteriore; e della
seconda parte (car. 4 '- 9 ') , che è appunto un frammento della bozza da cui il Tor­
ricelli esemplò la prima parte, non abbiamo indizio veruno per poter dire che abbia
appartenuto al codice scritto in Arcetri sullo scorcio del 1 64 1 . . . . Date queste cir­
costanze, ci parve che lo studio dell' autografo torricelliano sino a noi pervenuto
e delle altre copie , in confronto con l' edizione del Viviani, se avrebbe potuto, tut­
t ' al più, avvicinarci alcun poco a quella forma in cui la scrittura fu stesa in Arce­
tri, non ci avrebbe però condotto mai a conseguirla con sicurezza.46

Le ragioni addotte dal Favaro possono essere convincenti quando si tratti


di conseguire con sicurezza il testo galileiano, quale fu dettato a Torricelli :
a meno di improbabili ritrovamenti un tale testo è da considerare perduto.
Quando però si abbia di mira non tanto il problema filologico di ottenere
il testo originale di Galileo , quanto invece quello esegetico di ricostruire
il pensiero galileiano, le successive stesure, anche se dovute a Torricelli,47
sono di una certa utilità, dato che dal loro esame è possibile talvolta chia­
rire oscurità e incertezze presenti nel testo definitivo . Nel caso che ci inte­
ressa, il testo a stampa differisce in alcuni punti dal manoscritto di mano
di Torricelli descritto dal Favaro, che contiene alcune varianti poi cancel­
late e sostituite dalla versione finale .
Una di queste riguarda per l' appunto il passo in questione, e in partico­
lare il passaggio dagli esempi di quantità proporzionali alla prima defini­
zione di proporzionalità. Abbiamo già riportato, nel paragrafo precedente,
il brano galileiano nella sua versione definitiva pubblicata da Viviani : Sal­
viati esemplifica la proporzionalità nel caso in cui la prima grandezza con­
tenga la seconda tre volte e mezza, e così la terza contenga la quarta; Sim-

,, Vedi nota 3 3 .
" Oggi M s . Gal. 7 5 .
46 Opere di Galilei, VIII, pag . 3 2 - 3 3 .
" M a neanche questo s i può affermare con sicurezza, e i successivi interventi potrebbero ben
provenire da Galileo .
74 La teoria galileiana delle proporzioni

plicio generalizza la definizione a qualsiasi rapporto razionale, e infine Sal­


viati dà la prima definizione generale di rapporto . Nella prima versione
l'intervento di Simplicio è soppresso, ed è S alviati che si incarica di giun­
gere direttamente alla definizione generale. Il testo è il seguente:
Intendete voi che le quattro grandezze allora sieno proporzionali, quando la prima
per esempio contiene la seconda una o più volte, e di più ancora una o più parti
aliquote di essa seconda, et la tertia ancora contenga parimente la quarta una o
più volte, et inoltre una o più parti aliquote di essa quarta. Per esempio, se la prima
contenga tre volte e mezzo la seconda, et anca la terza contenga tre volte e mezzo
la quarta, allora s 'intenderà che queste grandezze sieno proportionali . Ma per rac­
cogliere in breve, e con maggior universalità tutto quello che si è detto, et esem­
plificato, diremo che allora intendiamo esser quattro grandezze proportionali ,
quando l'eccesso della prima sopra la seconda (di qualunque denominazione egli
si sia) è simile all'eccesso della terza sopra la quarta.48

Rispetto al testo a stampa, qui abbiamo il termine denominazione rife­


rito all'eccesso di una grandezza su un' altra. Ora denominazione è un ter­
mine tipico della classificazione delle proporzioni 49 e si riferisce sempre
e unicamente ai rapporti : sono i rapporti, le proporzioni , che hanno un
denominatore, mai le grandezze . Il fatto allora che Salviati parli di deno­
minazione dell'eccesso prova che quest 'ultimo non può interpretarsi come
una differenza tra grandezze (che sarebbe ancora una grandezza) , ma deve
riguardarsi come un rapporto .
L'esame del manoscritto ci conferma dunque nella nostra ipotesi; nella
versione a stampa invece è Simplicio che parla di « qualsivoglia denomina­
zione di multiplicità », cosicché il termine chiarificatore, probabilmente
per evitare ripetizioni, viene eliminato dalla definizione generale, nella quale
la frase tra parentesi: « (di qualunque denominazione egli si sia) » diventa
« (qualunque egli sia) », introducendo così un forte elemento di ambiguità.
Ma il concetto di denominatore non riguarda in generale i rapporti; al
contrario esso è caratteristico della classificazione dei rapporti razionali,
ed è a tale scopo che esso è introdotto nei commenti di Clavio . Questo
punto non è colto da Viviani, che in margine della definizione che stiamo
esaminando, scrive :
Difinizione generale delle grandezze proporzionali, o commensurabili tra loro, o
incommensurabili.50

4 8 Ms. Gal. 7 5 , c . 1 4 '.


49Citiamo dai commenti del Clavio : « Denomina tor ergo cuiuslibet proportionis , dicitur is
numerus, qui exprimit distincte, & aperte habitudinem unius quantitatis ad alteram. Ut denomina­
tor proportionis octuplae, est 8 . . . Similiter denominator proportionis sesquiquintae est l 1 /5 . »
.

Euclidis Elementorum Libri XV, cit . , c. 1 5 1 ' e c. 1 5 2 v . (Si dice denominatore di una qualunque pro­
porzione quel numero, che esprime distintamente e esplicitamente la relazione di una quantità ali' altra.
Così [ad esempio] il denominatore della proporzione ottupla è 8 . . . Similmente il denominatore
.

della proporzione sesquiquinta è l 1/5 ) .


so
Opere d i Galilei, VIII, pag. 3 5 2 .
5 . La similitudine degli eccessi 75

Ancora una volta, questa osservazione del Viviani è in contrasto con


la discussione che la precede, nella quale si è sempre trattato di rapporti
tra grandezze commensurabili . In effetti, la definizione che abbiamo
discusso finora non è affatto, come vuole Viviani, la definizione generale
di proporzionalità, ma al contrario è ancora limitata alle sole grandezze
commensurabili . Questa affermazione, oltre che sulla struttura logica del
dialogo che abbiamo finora delineato, e sul testo manoscritto che si è appena
finito di esaminare, si fonda anche sull' analisi di un altro manoscritto, che
troviamo nel volume 1 3 5 della collezione galileiana, dovuto alla penna di
Raffaello Magiotti .
Si tratta di un breve sunto della parte iniziale della quinta giornata,
in forma non dialogica, contenuto nella carta 5 4 (recto e verso) . Scrive
Magiotti:
Suppongasi primieramente (come suppose ancora Euclide quando le definì) tro­
varsi le grandezze proportionali, cioè che date tre grandezze, quella relazione, overo
rispetto, di quantità che ha la prima alla seconda, la medesima possa avere la terza
ad una quarta. Ora per assegnare una aggiustata definizione a queste proporzioni
bisogna che ci serviamo d'una passione loro; ma la più facile e la più intelligibile
anco dal volgo non introdotto nella cognizione della Geometria . . . . Non v ' è dub­
bio alcuno nell'intendere che siano proportionali quattro quantità, mentre la prima
è uguale alla seconda, e la terza alla quarta: overo la prima e terza egualmente
multiplici della seconda e della quarta. Aggiungo quando la prima contiene la
seconda una volta e 2/3 o 3/4 , et similmente la terza della quarta. Et finalmente
la definizione data nel 7° dei numeri proportionali non mi par habbia in sé difficultà.

La definizione generale di S alviati è dunque interpretata da Magiotti


nel senso delle grandezze commensurabili; addirittura collegandola espli­
citamente con la definizione del settimo libro degli Elementi, che tratta
appunto della proporzionalità tra numeri. Questa stessa interpretazione,
e lo stesso riferimento al settimo libro degli Elementi, si trova negli Ele­
menti piani e solidi di Euclide di G . Grandi, che nel suo commento alla
definizione euclidea di grandezze proporzionali dice :
Per questo appunto io ho notato quanto sopra tale materia insegna il medesimo
Galileo coerentemente a ciò, che era stato insegnato da Euclide nel Libro VII trat­
tando de' Numeri: allora, son parole di Galileo, noi diremo quattro grandezze esser
fra loro proporzionali, cioè avere la prima alla seconda la stessa proporzione, che ha
la terza alla quarta, quando la prima sarà uguale alla seconda, e la terza ancora sarà
uguale alla quarta; ovvero quanto la prima sarà tante volte molteplice della seconda,
quante volte precisamente la terza è molteplice della quarta .51

Prima di procedere oltre, riassumiamo brevemente le conclusioni alle


quali siamo giunti sin qui . Galileo inizia la sua trattazione con la defini-

51 La citazione è presa dall a quarta edizione, Firenze 1 7 96, pag . r 24n.


La teoria galileiana delle proporzioni

zione di proporzionalità tra grandezze commensurabili. Egli procede per


gradi, prima considerando il caso di grandezze multiple l'una dell' altra,
poi un caso particolare di rapporti razionali; infine dà una definizione gene­
rale valida per tutte le grandezze commensurabili. L'enunciato è espresso
mediante la similitudine degli eccessi; un termine che, rigettando la let­
tura di Viviani, abbiamo interpretato come sinonimo di rapporto, o meglio
ancora di rapporto razionale . Una volta chiarito questo punto importante,
possiamo riprendere l analisi della teoria galileiana delle proporzioni .

6 . La definizione generale

La definizione di grandezze proporzionali, che Salviati ricava al termine


dell'esame delle proporzioni tra grandezze commensurabili, non è ancora
sufficiente allo sviluppo della teoria in quanto limitata ai soli rapporti razio­
nali (o in ogni caso perché essa non dà alcun metodo per riconoscere quando
vi sia proporzionalità tra grandezze incommensurabili) . Per ovviare a que­
sti inconvenienti, S alviati aggiunge
anco in qual altro modo s 'intendano quattro grandezze esser fra loro proporzio­
nali; ed è questo. Quando la prima per avere alla seconda la medesima propor­
zione che la terza alla quarta non è punto né maggiore né minore di quello che
dovrebbe essere, allora s 'intende aver la prima alla seconda la medesima propor­
zione che ha la terza alla quarta.52

una definizione che Viviani parafrasa, come abbiamo visto, come segue :
Proporzioni simili fra le quantità , cioè fra la prima, e la seconda, e fra la terza,
e la quarta, intendansi allora, . . . quando la prima non sia niente maggiore, né minor
del bisogno, per avere alla seconda rispetto, o relazione simile a quella, che ha
la terza verso la quarta.53

Ancora una volta, siamo di fronte a un testo che preso alla lettera pecca
di evidente circolarità, così che a prima vista non si può che concordare
con la reazione del Marchetti . Bella definizione invero, questa che chiama
proporzionali quattro grandezze quando la prima non è né maggiore né
minore di quanto occorre per fare le grandezze proporzionali! D'altra parte
non possiamo credere che il genio di Galileo, ancorché indebolito dall'età,
abbia potuto commettere errori così puerili, né che Torricelli abbia potuto
trascrivere quanto Galileo andava dettando senza rilevare e far rilevare
l' evidente incongruenza della definizione . Di nuovo si tratterà allora di

52 Opere di Galilei, VIII, pag . 3 5 3 .


53 Quinto libro . , cit . , pag. 3 .
. .
6. La definizione generale 77

cercare una lettura del testo galileiano che quanto meno l o renda esente
da banali errori logici.
Per trovare una chiave, cominceremo dalle parole che Galileo pone all'i­
nizio della frase, e che Viviani ignora nella sua parafrasi, e cioè che questo
è un altro modo per intendere la proporzionalità di quattro grandezze. Ora,
ci si chiederà, un altro rispetto a quale? Un altro relativamente a quello
della similitudine degli eccessi, che Galileo aveva appena introdotto, dato
che qui, come risulta evidente dal contesto, si sta parlando di rapporti gene­
rali, e non solo di quelli razionali. Ma anche un altro rispetto alla prima
definizione: Proporzionalità è similitudine di rapporti, che soggiace, come
si è più volte ripetuto, a tutta la teoria galileiana. La proprietà enunciata
da Galileo si configura dunque come una precisazione, una chiarificazione,
della definizione generale di proporzionalità.
Resta il problema della sua interpretazione . Per questo, bisognerà fare
qualche passo indietro, e ritornare all' inizio del dialogo, quando Salviati
suppone
che le grandezze proporzionali si trovino: cioè, che date in qualunque modo tre
grandezze, quella proporzione, o quel rispetto, o quella relazione di quantità, che
ha la prima verso la seconda, la stessa possa averla la terza verso una quarta54

in breve, l'esistenza della quarta proporzionale. Naturalmente, sarà del tutto


equivalente l'ipotesi dell' esistenza della prima proporzionale; o più preci­
samente la supposizione che, date tre grandezze B, C e D, esista sempre
una prima grandezza A che stia a B come C sta a D. Alla luce di questo
postulato, la definizione in esame prende un significato totalmente diverso
da quello che potrebbe suggerire una sua lettura immediata e isolata. Sup­
poniamo infatti di avere quattro grandezze : P, Q, R ed S, e di voler stabi­
lire se esse stiano o no in proporzione . Si potrà allora procedere in questo
modo : prese le ultime tre Q, R ed S, sia A la prima proporzionale, la cui
esistenza è garantita dal postulato; e cioè una grandezza che sta a Q come
R sta ad S. Confrontiamo ora A con P: se esse sono uguali, allora P « non
è punto né maggiore né minore di quello che ella dovrebbe essere » per
avere a Q la stessa proporzione che R ha ad S; in questo caso le quattro
grandezze date sono proporzionali. Se invece P è maggiore di A, allora
il rapporto tra P e Q sarà maggiore di quello tra R ed S, come dice anche
Salviati:
Ma quando la prima grandezza sarà alquanto più grande di quel che ella dovrebbe
essere per avere alla seconda la medesima proporzione che ha la terza alla quarta,
allo ra voglio che convenghiamo di dire che la prima abbia maggior proporzione
all a seconda, di quella che ha la terza alla quarta.55

54 Opere di Galilei, VIII, pag . 3 5 r .


55 lvi, pag . 3 5 3 .
La teoria galileiana delle proporzioni

È esattamente in questo senso - come vedremo - che le definizioni


galileiane di grandezze proporzionali e non proporzionali entreranno nelle
dimostrazioni; ed è questa la migliore, direi l'unica, pietra di paragone per
discriminare tra diverse letture di un testo, come il nostro, che lascia aperte
varie possibilità di interpretazione .
Giunti a questo punto, possiamo riassumere la nostra ricostruzione della
teoria galileiana delle proporzioni. Essa si snoda lungo il cammino seguente:
r. Definizione d i rapporto , o proporzione , nella terminologia che Galileo mutua
dall'edizione degli Elementi del Commandino: « la proporzione tra due gran­
dezze [è] un tal rispetto o relazione tra di loro, per quanto si appartiene alla
quantità ».
2. Definizione di proporzionalità, tramite la Definizione Clavio 4: « Proporziona-
lità è similitudine [uguaglianza, identità] di proporzioni ».
3. Postulato che garantisce l'esistenza della quarta [o della prima] proporzionale .
4. Definizione di similitudine di proporzioni nel caso di grandezze commensurabili.
5. Definizione generale di similitudine di proporzioni, tramite l'assunzione della
prima proporzionale (postulato 3) e il suo confronto con la prima delle gran­
dezze date .
6 . Definizione di proporzione maggiore e minore, sempre mediante l'assunzione
della prima proporzionale e il confronto con la prima delle grandezze date.

Si tratta di uno schema certamente non privo di imperfezioni, tra le


quali la doppia definizione (2 . e 5 . ) di grandezze proporzionali, e la discus­
sione della proporzionalità tra grandezze commensurabili, che invece che
a una definizione dovrebbe portare a un assioma; tutti difetti che verranno
corretti nel trattato di Torricelli. D ' altra parte esso è esente dalle evidenti
ingenuità che una lettura superficiale (o nel caso di Viviani una interpre­
tazione letterale dovuta in non poca parte alla venerazione dell'ultimo disce­
polo di Galileo per il suo maestro) vi avevano voluto vedere .
Sulla possibilità di una sistemazione rigorosa della teoria delle propor­
zioni secondo il cammino galileiano torneremo nell'Appendice. Prima però
vogliamo proseguire la nostra analisi del testo della quinta giornata, con
la dimostrazione galileiana dell'equivalenza tra la sua teoria e quella euclidea.

7. La dimostrazione della definizione euclidea

Una volta precisati i concetti fondamentali della costruzione galileiana,


possiamo passare all'esame della parte centrale della teoria delle propor­
zioni secondo Galileo : la dimostrazione della complessa definizione eucli­
dea di grandezze proporzionali . È appunto questa dimostrazione lo scopo
dichiarato della quinta giornata. Galileo infatti non si propone la costru-
7 . La dimostrazione della definizione euclidea 79

zione di una sua teoria delle proporzioni da contrapporre a quella traman­


dataci da Euclide (un'operazione questa che condurranno a termine, per
vie diverse e con differente successo, sia Torricelli che Viviani, e definiti­
vamente Borelli) , ma più semplicemente di ricondurre la teoria euclidea,
mediante appunto la dimostrazione di quella che sembrava « più tosto un
teorema da dimostrarsi, che una difinizione da premettersi », a fondamenti
più intuitivi se non più sicuri, o meglio: più sicuri in quanto più vicini
al senso comune . La strada suggerita da Sagredo :
Parmi ora che ella si sia messa in obbligo di adempire una delle due cose: cioè,
o di dimostrare con questi suoi principi tutto il quinto d'Euclide, ovvero di dedurre
da queste due difinizioni, poste da V . S . , quell' altre due che Euclide mette per
quinta e per settima fra le difinizioni, sopra le quali poi egli fonda tutta la mac­
china del medesimo quinto libro. Se V . S . dimostrerà queste come conclusioni, non
mi resterà più che desiderare intorno a questa materia 56

è prontamente fatta propria da S alviati:


Questa per l' appunto è l'intenzion mia: poiché quando si comprenda con evidenza,
che date quattro grandezze proporzionali conforme alla medesima difinizione, gli
ugualmente multiplici della prima e della terza s ' accordano eternamente in pareg­
giare o mancare o eccedere gli ugualmente multiplici della seconda e quarta, allora
senz' altra scorta si può entrare nel quinto libro d ' Euclide e si possono ' ntendere
con evidenza i teoremi delle grandezze proporzionali. Così ancora, se con la posta
difinizione della proporzion maggiore dimostrerò che in qualche caso, presi gli ugual­
mente multiplici della prima e della terza ed anca della seconda e della quarta,
quel della prima ecceda quel della seconda, ma quel della terza non ecceda quel
della quarta, si potrà con questa dimostrazione scorrere gli altri teoremi delle gran­
dezze sproporzionali, poiché questa nostra conclusione sarà per appunto la difini­
zione della quale, come per principio, si serve Euclide stesso.57

La scelta di Galileo va dunque verso una riappropriazione della teoria


euclidea delle proporzioni mediante la dimostrazione dei capisaldi di que­
sta, e precisamente le definizioni quinta e settima (nella versione di Com­
mandino) , rispettivamente di grandezze proporzionali e non proporzionali.
Si tratterà dunque di dimostrare che grandezze proporzionali secondo la
definizione galileiana (vedi sopra al punto 5) lo sono anche secondo quella
euclidea degli equimultipli, e che grandezze non proporzionali secondo Gali­
leo (punto 6) non lo sono neanche in senso euclideo. La prima di queste
due proposizioni richiede un ulteriore assioma, e precisamente che se si
parte da quattro grandezze proporzionali,
il multiplice della prima abbia la stessa proporzione alla seconda, che ha !'ugual­
mente multiplice della terza alla quarta, cioè che la prima, multiplicata quante volte
ci pare, abbia alla seconda quella proporzione stessa che ha la terza, multiplicata
altrettante volte, verso la quarta.58

56 Ibidem.
" Ivi, pag. 353-354.
5s Ivi, pag. 3 5 4 .
80 La teoria galileiana delle proporzioni

Lo stesso varrà poi se si moltiplicano la seconda e la quarta:


Ora tutto quello che io ho esemplificato fin qui col multiplicare le grandezze ante­
cedenti, ma non già le conseguenti, immaginatevi che sia detto anco intorno al
multiplicare le conseguenti solamente, senza punto alterare I' antecedenti .59

A questo punto non è difficile dimostrare che la proporzionalità si con­


serva anche prendendo contemporaneamente multipli sia delle antecedenti
che delle conseguenti; in altre parole che se A, B, C, D stanno in propor­
zione, allora saranno proporzionali anche le grandezze mA, kB, mC, kD.
Una volta acquisita la conservazione della proporzionalità per moltiplica­
zione degli antecedenti e dei conseguenti, la definizione quinta di Euclide
segue immediatamente .
Confesso che di ciò resto completamente appagato; ed ora intendo benissimo la
necessità per la quale gli ugualmente multiplici delle quattro grandezze proporzionali
eternamente s' accordano nell'essere o maggiori o minori o uguali, etc. Poiché, men­
tre presi gli ugualmente multiplici della prima e della terza e gli ugualmente multi­
plici della seconda e della quarta, V . S . mi dimostra che il multiplice della prima
al multiplice della seconda ha la medesima proporzione che il multiplice della terza
ha verso il multiplice della quarta, scorgo manifestamente che quando il multi­
plice della prima sia maggiore del multiplice della seconda, allora il multiplice della
terza dovrà necessariamente (per servar la proporzione) esser maggiore del multi­
plice della quarta; quando poi sia minore, ovvero uguale, anche il multiplice della
terza dovrà esser minore, ovvero uguale, al multiplice della quarta.60

In altre parole, dato che comunque si prendano due numeri interi m


e k risulta sempre mA :kB mC:kD, tutte le volte che mA è maggiore di
=

kB , anche mC dovrà essere maggiore di kD, e così negli altri casi . Le gran­
dezze proporzionali in senso galileiano lo sono dunque anche in senso eucli­
deo . Varrà la pena di notare che nel corso della dimostrazione Galileo fa
uso della proprietà di monotonia dei rapporti, e cioè del fatto che se quat­
tro grandezze P, Q, R ed S sono proporzionali, e se P è maggiore di Q,
allora anche R dovrà essere maggiore di S. Questa proprietà, come d' al­
tronde l' assioma precedente, è una conseguenza immediata della defini­
zione euclidea di proporzionalità; se però si usa la definizione galileiana,
come si sta facendo, la proprietà di monotonia non è affatto immediata.
Non sembra comunque che Galileo si sia accorto della necessità di una
sua dimostrazione .

59 Ivi, pag. 354-3 5 5 .


60
Ivi, pag. 3 5 5 - 3 5 6 . Osserviamo che questa dimostrazione si trova già nei commenti al quinto
libro del matematico arabo Ahmed ibn Yusuf, la cui traduzione in latino, col titolo Tractatus de
Proportionibus, si trova in vari codici manoscritti, tra cui quelli provenienti dalla Biblioteca di
S. Marco in Firenze e recanti i numeri 1 84 (ora conservato alla Biblioteca Laurenziana) e 2 1 6 (ora
alla Biblioteca N azionale di Firenze, alla segnatura Conv. Soppr . I . V . 1 8) . Si veda la loro descri­
zione in A . A . Bjèirnbo , Die mathematischen S.Marcohandschriften in Florenz, Domus G aliaeana, Pisa,
1 976.
7 . La dimostrazione della definizione euclidea

In realtà la dimostrazione della definizione euclidea di proporzionalità


dipende unicamente dalle due proprietà che abbiamo esplicitamente enun­
ciate, e cioè la proporzionalità degli equimultipli e la monotonia dei rap­
porti, cosicché ogni definizione di proporzionalità che goda di queste pro­
prietà verificherà necessariamente la definizione euclidea. Da questo punto
di vista la definizione euclidea (per la quale , come abbiamo già osservato,
queste due proprietà sono evidentemente verificate) è la più generale tra
tutte le definizioni che godono di tali proprietà.
Più complessa è la dimostrazione della proposizione inversa, e cioè del
fatto che grandezze proporzionali in senso euclideo lo sono anche in senso
galileiano ; una proprietà che Galileo dimostra facendo vedere
come (supposte le quattro grandezze sproporzionali) sia vero che gli ugualmente
multiplici non servino sempre quella concordanza nell' esser maggiori, minori o
uguali.6 1

La dimostrazione procede nel modo seguente. Siano P, Q, R ed S quattro


grandezze non proporzionali, e si supponga ad esempio che la P sia mag­
giore di quanto occorre . Ciò significa che detta P' una grandezza tale che
P ' : Q R : S, risulta P > P ' . Sia ora m un intero tale che m (P - P ' ) > Q,
=

e sia k un altro intero scelto in modo che (k - r ) Q < mP ' < kQ. Si avrà
allora:
mP mP ' + m (P - P ' ) > (k - r ) Q + Q kQ.
= =

D ' altra parte le quantità P', Q, R ed S sono proporzionali, ed essendo


mP ' < kQ dovrà anche essere mR < kS . Abbiamo allora trovato due interi
m e k tali che mP > kQ, ma mR < kS, cosicché le quattro grandezze date
non sono proporzionali in senso euclideo . Si noterà che le diseguaglianze
mP > kQ e mR < kS sono strette, cosicché Galileo dimostra qualcosa di
più di quanto enunciato nella Definizione 7 del quinto libro degli Elementi;
una circostanza che egli stesso mette in evidenza:
Pongansi le quattro grandezze date AB, C, D, E, e sia la prima AB alquanto mag­
giore di quello che ella dovrebbe essere per avere alla seconda C quella medesima
proporzione che ha la terza D all a quarta E: mostrerò, che presi in certa particolar
maniera gli ugualmente multiplici della seconda e della quarta, quello della prima
si troverà maggiore di quello della seconda, ma quello della terza non sarà altri­
menti maggiore di quello della quarta, anzi lo dimostrerò minore .62

Ciò premesso, Galileo prosegue secondo lo schema dimostrativo che


abbiamo schematizzato, e cioè :

6 1 I vi, pag. 3 5 6 .
62 Ibidem.
La teoria galileiana delle proporzioni

a) Assunzione della prima propo'!'Zionale:


Intendasi dunque esser levato dalla prima grandezza AB quell'eccesso il quale la faceva
maggiore di quanto ella dovrebbe essere acciò fosse precisamente proporzionale,
e sia tale l' eccesso FB : resteranno ora dunque le quattro grandezze proporzionali,
cioè la rimanente AF alla C avrà la medesima proporzione che ha la D alla E.

b) Determinazione del primo intero (m) e manipolazioni algebriche:


Multiplichisi FB tante volte, ch'ella sia maggior della C, e sia questo multiplo il
segnato Hl; prendasi poi HL altrettante volte multiplice della AF, e la M della
D, quante volte per appunto l' Hl sarà stata presa multiplice della FB . Stante que­
sto, non è dubbio alcuno che tante volte sarà multiplice la composta LI della com­
posta AB , quante volte l' Hl della FB , ovvero la M della D, è multiplice.

Si noterà che in questo passaggio , come nel seguente, Galileo assume,


senza postularla esplicitamente, la validità dell' assioma di Archimede .
c) Determinazione del secondo intero (k):
Prendasi ora la N multiplice della C con tal legge, che la stessa N sia prossima­
mente maggiore della LH; ed in ultimo, quanto sarà multiplice la N della C, altret­
tanto pongasi la O multiplice della E.

d) Prima disuguaglianza:
Ora, essendo la multiplice N prossimamente maggiore della LH, se noi dalla N inten­
deremo esser levata una delle grandezze sue componenti (che sarà eguale alla C) ,
resterà il residuo non maggiore della LH. S e dunque alla stessa N renderemo la
grandezza eguale alla C (che intendemmo esser levata) , ed alla LH, che non è minore
di detto residuo, aggiungeremo la Hl, che pure è maggiore dell' aggiunta all a N,
sarà tutta la LI maggiore della N. Ecco dunque un caso nel quale il multiplice della
prima supera il multiplice della seconda .

e) Seconda disuguaglianza:
Ma essendo le quattro grandezze AF, C, D, E fatte proporzionali da noi, ed essendosi
presi gli ugualmente multiplici LH ed M della prima e della terza ed N ed O della
seconda e della quarta, saranno essi (per le cose già stabilite di sopra) sempre concordi
nell'esser maggiori o minori o uguali; però, essendo il multiplice LH della prima
grandezza, minore del multiplice N della seconda per nostra costruzione, sarà anco
il multiplice M della terza, minore necessariamente del multiplice O della quarta.

f) Conclusione
Si è pertanto provato, che mentre la prima grandezza sarà alquanto maggiore di
quello che ella dovrebbe essere per avere alla seconda la stessa proporzione che
ha la terza alla quarta, allora sarà possibile di prendere in qualche modo gli ugual­
mente multiplici della prima e della terza ed altri ugualmente multiplici della seconda
e della quarta, e dimostrare che il multiplice della prima eccede il multiplice della
seconda, ma il multiplice della terza non eccede quel della quarta.63

L'equivalenza tra le definizioni euclidee e quelle galileiane è dunque


completamente dimostrata.
6 3 Ivi, pag. 356-3 5 7 .
4.
Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

l. Genesi del De Proportionibus Liber

Se lo scopo dichiarato di Galileo era non di ricostruire ex novo una teo­


ria delle proporzioni da sostituire al quinto libro degli Elementi di Euclide,
ma piuttosto di ridurre alle proprie le definizioni euclidee dimostrandone
l'equivalenza, Torricelli, al contrario, seguirà la seconda delle possibili alter­
native indicate da S agredo, e cioè « di dimostrare con questi suoi principi
tutto il quinto d'Euclide », 1 o quanto meno di costruire una teoria com­
piuta delle proporzioni, alternativa a quella euclidea, e di esporla organi­
camente in un trattato.
Lo scritto che prenderà il titolo di De proportionibus liber viene steso
nella primavera del 1 64 7 , pochi mesi prima della morte di Torricelli. Per
la prima volta lo troviamo menzionato in una lettera indirizzata a Torri­
celli da Michelangelo Ricci, e datata 1 8 maggio . Scrive Ricci :
Mi fu inviata . . . una lettera di V . S . con la nuova della sua ricuperata sanità, della
quale io mi son rallegrato sommamente . Gli studiosi d ' Euclide dovranno restare
obbligati molto all' infermità di V. S . , che avendole tolta la lena di correre verso
i più rilevati posti di geometria, l abbia costretta a contentarsi di scherzar intorno
agli elementi e proporzioni , con ridurre il tutto a quella facilità che può promet­
tersi ciascheduno dall'ingegno di V . S . Ho dato speranza di quest' opera a certi
.

gentiluomini miei amici, dai quali è adesso desiderata con qualche ansietà. 2

La circostanza della malattia di Totricelli ci permette di datare con più


precisione la composizione del trattato, o meglio delle sue parti fondamen­
tali, dato che, come vedremo , questo non fu terminato che alla fine dell' e­
state. In effetti, Torricelli era stato malato intorno all'inizio di aprile; nella
sua corrispondenza abbiamo un vuoto tra il I 4 marzo e il l 3 aprile, date

1Opere di Galilei, VIII, pag. 3 5 3 .


2Opere di Torricelli, Voi . III, pag . 445 . Si veda anche il primo volume de Le Opere dei discepoli
di Galileo Galilei, Carteggio 1 64 2 - 1 64 8 , a cura di P. G alluzzi e M. Torrini, Firenze 1 9 7 5 , pag. 363 .
Nel seguito, questo volume sarà indicato con Carteggio.
Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

di due lettere a Vincenzo Renieri. Il 10 aprile questi scrive a Viviani:


il Sig.r Evangelista Torricelli, che m'haveva promesso di assistere all a stampa, sta
poco bene 3

ma già il r 3 Torricelli riprendeva la fitta corrispondenza con Renieri, e


lo stesso giorno Viviani poteva rispondere
il Sig.re Torricelli (essendo tornato al pristino stato di sanità) va continuando l' as­
sistenza alla stampa.4

Peraltro, nel momento in cui il faentino comunica a Ricci, insieme alla


notizia della recuperata salute, anche quella della composizione del trat­
tato, questo non era ancora terminato. Né lo era due mesi più tardi, quando
a seguito di una nuova richiesta del Ricci :
Certi amici miei vivono desiderosi di leggere le invenzioni di V . S . dirette ad age­
volare il Secondo ( ! ) d'Euclide, avendo avuto notizia da me fin d' allo ra che ella
si compiacque onorarmi con tale avviso.5

Torricelli rispondeva descrivendo in maggior dettaglio la struttura e la fina­


lità dell'opera:
Farò che V . S . habbia quelle mie bagattelle sopra le proposizioni del V libro d 'Eu­
clide . Vi manca un po' di proemio, et in ultimo un' appendice che mostra il modo
di propagare anco agli altri generi di quantità, quello che io dimostro nel genere
delle linee. L' operetta è piccolina pare a me di 1 7 proposizioni per lo più brevis­
sime, et il proemio e l' appendice s aranno molto brevi. Il male è che qua non hab­
biamo copisti mercenarij , che io l'havrei fatta sbrigare subito . Ho poi pensiero
(se così parrà a V . S . dopo haverla veduta) di lasciarla stampare ma sotto il nome
di alcuno di questi miei giovani, e con la medesima occasione si potrà pubblicare
ancora il dialogo dettato dal Galileo negli ultimi giorni della sua vita sopra la defi­
nizione delle proporzioni d'Euclide, et il frammento dettatomi dal medesimo sopra
la proporzione composta. Se io stamperò ora queste pochissime baie mie, non lo
farò se non con rossore e per necessità. La necessità consiste qui, che io sicura­
mente non voglio più leggere il V libro di Euclide, se non nella mia maniera qua­
lunque ella si sia; però è necessario che il libretto sia stampato, acciò gli uditori
possano haverlo appresso di sé, altrimenti o subito usciti di squola la dottrina sarà
dimenticata, overo, dovendo copiarla, lasceranno più tosto la patria, nonché la
squola, per non haver questo tedio .6

È solo alla fine di agosto che il trattatello è terminato . Il 24 agosto Tor-


ricelli scrive ancora a Ricci:
L' appendice al mio libretto delle proporzioni è già messa al netto. Il Proemio mi
riesce lunghissimo, particolarmente in riguardo dell'opera. Ma è pur necessario
diffondersi per mostrar l'insufficienza, e difetto del V libro d'Euclide.7

3 Carteggio, pag . 357. Il libro a cui Renieri si riferisce è il suo Tabulae motuum coelestium uni-
versales, Firenze, Massa, 1 64 8 , la cui stampa, essendo il Renieri a Pisa, veniva curata da Torricelli.
4 lvi, pag. 3 5 9 .
5 Roma, inizio d i luglio 1 6 4 7 . Carteggio , pag . 3 8 1 .
6 Firenze, 20 luglio 1 647 . Carteggio, pag . 386.
7 Firenze, 2 4 agosto 1 64 7 . Carteggio, pag. 3 86 .
l . Genesi del De Proportionibus Liber

e una settimana più tardi comunica a Cavalieri il completamento dell'opera:


Non sarebbe gran fatto, ch' io stampassi adesso un libretto, che ho già messo in
polito sopra le proporzioni del Quinto Libro d' Euclide, cioè la mole del medesimo
Quinto Libro construita di nuovo da me, e nel proemio, con qualche occasione,
dessi notizie delle mie bagattelle.8

Meno di due mesi dopo, Torricelli moriva senza poter dare alle stampe
questa né altre opere, in particolare quel trattato de novis lineis che nella
stessa lettera descriveva a C avalieri:
Io ho in pensiero (se Dio vorrà) di stampare un libro con titolo de novis lineis.
Nuove linee chiamo le parabole, Iperbole, le spirali di molte sorti, le Cicloidi, le
logaritmiche , e qualche altra simile, con i Teoremi delle quadrature, solidi intorno
diversi assi, tangenti, e centri di gravità, e cose simili.9

Le vicende dei manoscritti torricelliani sono ben note, e non varrà la


pena di richiamarle in questa sede; basti dire che nonostante i molti pro­
getti editoriali, il trattato delle proporzioni, come la maggior parte degli
scritti torricelliani, vedrà la luce solo nell'edizione faentina delle Opere . 1 0
Cionondimeno, l'operetta non rimase sconosciuta, almeno nella cerchia
degli amici di Torricelli, e anche al di là di questa, se, come dice il
Caverni, 11 servì talora come libro di testo nelle scuole in luogo dei libri
V e VI di Euclide .
Di certo essa non fu ignota al Viviani, che più volte nel suo testo
fa riferimento al « Trattato delle Proporzioni del Torricelli », né al Barelli
che in alcuni passi allude chiaramente, anche se non esplicitamente, alla
teoria di Torricelli. Un'ulteriore conferma della familiarità di Viviani
col trattato torricelliano, e allo stesso tempo della diffusione del mede­
simo, la troviamo tra i manoscritti di Viviani che, tra i primi abbozzi
delle definizioni e degli assiomi del quinto libro scrive dopo la Defini­
zione V :
L e rimanenti definizioni date d a Euclide nel quinto libro s i spiegheranno in
questo a' luoghi loro, in quella guisa che fece il celebratissimo Torricelli nel suo
libro delle proportioni , come si vede dalle copie che egli medesimo ne diede
fuori. 1 2

8 Firenze, 3 1 agosto 1 647. Carteggio, pag. 402 .


9 Ibidem.
10
Ampi stralci ne aveva peraltro pubblicato Raffaello Caverni nella sua Storia del metodo spe­
rimentale in Italia, Voi. V, pag. 1 0 2 - 1 06. Un' analisi del trattato di Torricelli si può trovare nell'arti­
colo di F. Podetti: La teoria delle proporzioni in un manoscritto inedito di Evangelista Torricelli, Boli.
di Bibl. e Storia delle Scienze Matematiche (Loria) XVI ( 1 9 1 4) , pag. 67-76.
11
I vi, pag. 1 0 2 . Si confronti con la lettera di Torricelli a Ricci sopra riportata.
12
BNF, Ms. Gal. 77, c. 4.
86 Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

2. La teoria torricelliana: le definizioni

Come quella di Viviani di cui parleremo più avanti, anche la dottrina


delle proporzioni elaborata da Totricelli trae le proprie origini dalla gior­
nata aggiunta galileiana. E però mentre Viviani scrive il suo Quinto libro
inserendo in un impianto strettamente euclideo le idee del grande mae­
stro, che si sforza di riportare il più fedelmente possibile, per Torricelli
il dialogo galileiano è soprattutto una base di partenza sulla quale costruire
una propria dottrina delle proporzioni, modellata, ma non ricalcata, su quella
di Galileo . Naturalmente, le idee fondamentali, in particolare la defini­
zione di proporzionalità e l'uso sistematico del quarto proporzionale, pas­
sano inalterate dal dialogo del maestro al trattato dell' allievo; d'altra parte
è proprio la forma classica di quest'ultimo che consente di valutare appieno
i pregi e i limiti della proposta galileiana.
Comune a tutte le teorie che si basino su una definizione non operativa
di proporzionalità è la necessità di sopperire a questa mancanza con un
elevato numero di assiomi, che ne descrivano le principali proprietà. Da
tale limitazione non è esente la costruzione torricelliana, anche se la defi­
nizione galileiana di grandezze proporzionali consente se non altro di limi­
tare la lista degli assiomi a proposizioni in qualche modo semplici ed evi­
denti. Di questo aspetto della teoria è ben cosciente Torricelli :
Primum mea methodus neque ipsa caret difficultatibus suis : nam praeter definitio­
nes habet etiam suppositiones non paucas , quibus veluti fundamentis molem suam
superaedificat. Adde etiam quod inter suppositiones accenseo non nulla , quae Eucli­
des demonstratione indigere iudicavit . Ab his breviter me expedio . Euclides sup­
positis difficillimis principijs faciliora quaeque demonstravit . Ego contra praemis­
sis facilioribus, notioribusque principijs difficillima quaeque demonstrare conatus
sum. Nemo certe negabit apud Euclidem difficiliora esse principia, quam Theore­
mata, cui methodo contrariam penitus me secutus esse non despero. 1 3

Ancora una volta, quello che gioca è la facilità dei principi, e non il
loro numero . E infatti Torricelli, seguendo in ciò l'esempio di Benedetti,
non esita a proporre come assiomi un notevole numero di proposizioni eucli­
dee, di quelle appunto che Euclide aveva giudicato abbisognare di dimo­
strazioni .

13 De proportionibus, pag . 307 : « In primo luogo neanche il mio metodo è privo di difficoltà;
infatti oltre alle definizioni ha anche non poche supposizioni, sulle quali come su fondamenti edifica la
sua costruzione. Si aggiunga inoltre che tra le supposizioni ne metto alcune, che Euclide giudicò aver
bisogno di dimostrazione . A questo rispondo brevemente. Euclide, assunti principii difficilissimi,
dimostrò tutte le cose più facili. lo al contrario , premessi principii più facili e più noti, ho cercato di
dimostrare tutte le cose più difficili. Nessuno infatti negherà che in Euclide i principii siano più diffi­
cili dei teoremi, un metodo al quale non dispero di averne sostituito uno profondamente contrario » .
2 . La teoria torricelliana: le definizioni

Il De proportionibus liber di Torricelli si fonda su nove definizioni e sei


assiomi. Il nostro esame prenderà le mosse dalle prime .
Definitiones
1. Pars est magnitudo magnitudinis , minor maioris, cum minor metitur maiorem.
2. Multiplex autem est maior minoris, cum minor metitur maiorem.
3. Ratio est quaedam duarum magnitudinum eiusdem generis unius ad alteram
secundum quantitatem habitudo. 1 4
4. Eiusdem generis sunt magnitudines , guae possunt multiplicatae se se mutuo
superare .
5. Proportio est rationum similitudo, hoc est: In eadem ratione magnitudines dicun­
tur esse, prima ad secundam et tertia ad quartam, quando ratio primae ad secun­
dam similis fuerit rationi, quam habet tertia ad quartam. 1 5
6 . Eamdem autem habentes rationem magnitudines proportionales vocentur.
7. Proportio in tribus paucissimis terminis consistit .
8. Cum autem tres magnitudines proportionales fuerint, prima ad tertiam dupli­
catam habere rationem dicitur eius, quam habet ad secundam. At cum quatuor
magnitudines proportionales fuerint in proportione continua, prima ad quar­
tam triplicatam habere rationem dicitur eius quam habet ad secundam.
9. Homologae, seu similes ratione magnitudines dicuntur antecedentes quidem ante­
cedentibus , consequentes vero consequentibus . 16

È qui d'obbligo un confronto con le analoghe definizioni del quinto libro


degli Elementi .
Una prima differenza che salta subito agli occhi è che Torricelli è inte­
ressato solamente al problema centrale della teoria delle proporzioni : la

14 Nell'autografo (Ms. Gal. 1 36, c . 60 ') questa definizione è il risultato di correzioni su una
versione precedente, più aderente al testo euclideo, che suonava: « Ratio est duarum magnitudinum
eiusdem generis mutua quaedam secundum quantitatem habitudo ».
1 5 Nell' autografo la Definizione 5 era originariamente divisa in due parti, di cui la prima, recante

il numero 5, diceva: « Proportio vero est rationum similitudo », e la seconda, col numero 6: « In eadem
ratione magnitudines dicuntur esse, prima ad secundam, et tertia ad quartam, quando ratio primae
ad secundam similis fuerit rationi guae est inter tertiam et quartam ». Di conseguenza, tutte le altre
definizioni recavano un numero maggiore.
1 6 De proportionibus, pag . 3 1 0 : « ( r .) Una grandezza è parte di un'altra grandezza, la minore della

maggiore, quando la minore misura la maggiore. ( 2 . ) La maggiore è multiplo della minore, quando
la minore misura la magg iore. (3 .) Rapporto è una certa relazione di due grandezze dello stesso genere,
l'una all' altra, per quanto attiene alla quantità. (4.) Dello stesso genere sono quelle grandezze, che
moltiplicate possono mutuamente superarsi. (5 .) La proporzione è similitudine di rapporti, cioè: [quat­
tro] grandezze si dicono nello stesso rapporto, la prima alla seconda e la terza alla quarta, quando
il rapporto della prima alla seconda è simile al rapporto che la terza ha all a quarta. (6.) Grandezze
che hanno lo stesso rapporto si dicono proporzionali. ( 7 . ) Una proporzione consiste di almeno tre
termini. (8.) Quando tre grandezze sono proporzionali, la prima si dice avere alla terza ragione duplicata
di quella che ha all a seconda. E se quattro grandezze proporzionali sono in proporzione continua,
si dice che la prima ha alla quarta una ragione triplicata di quella che ha alla seconda. (9.) Si dicono
omologhe, o simili in rapporto, le grandezze antecedenti alle antecedenti, e le conseguenti alle con­
seguenti . »
88 Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

definizione di proporzionalità. Pertanto egli elimina tutta la classificazione


delle operazioni sulle proporzioni (permutando, convertendo, componendo,
dividendo, ecc.) che nella trattazione euclidea occupano le Definizioni l 3-20
( 1 2 - 1 8 nell'edizione di Heiberg 1 7 e poi in tutte le edizioni moderne) , e si
limita alla parte che riguarda più precisamente i concetti di rapporto e di
proporzionalità.
Ma non è questo il punto di maggior interesse delle definizioni torricel­
liane . Ciò che colpisce maggiormente è infatti la loro quasi perfetta ade­
renza a quel tracciato di lettura che abbiamo discusso all'inizio di questo
studio, associandolo convenzionalmente al nome di Clavio. E infatti le defi­
nizioni della teoria delle proporzioni elaborata da Torricelli seguono quelle
di Euclide, con una sola decisiva eccezione : la scomparsa completa delle
Definizioni Commandino 5 e 7 (Clavio 6 e 8) , e cioè delle definizioni di
uguale e di maggiore proporzione . Se quest'ultima troverà posto tra gli
assiomi, pur modificata secondo le idee galileiane, della prima non resterà
traccia, la proporzionalità essendo definita, come vuole la lettura claviana,
come similitudine di rapporti.
A parte ciò, le altre definizioni sono molto simili a quelle di Euclide, alle
quali però Torricelli apporta alcuni significativi cambiamenti. In primo luogo,
la definizione di proporzionalità, che nella versione di Clavio come nella
prima stesura di Torricelli suonava semplicemente Proportio vero est ratio­
num similitudo , si arricchisce di un commento che non aggiunge nulla di
sostanziale, limitandosi a ripetere con maggior prolissità lo stesso concetto,
ma che serve per dare corpo alla definizione, e a segnalarne la centralità.
Inoltre, rispetto alla versione di Clavio (ma si ricordi che quello di Cla­
vio è solo un nome convenzionale, la disposizione delle definizioni essendo
la stessa in tutte le edizioni degli Elementi derivate dalla traduzione di Cam­
pano) si deve notare lo scambio di posto tra essa e l'assioma di Archimede
(definizione di grandezze che hanno rapporto) . Quest'ultima definizione,
che in Clavio segue quella di proporzione, nella sistemazione torricelliana
la precede; di più, essa viene trasformata in modo da definire cosa debba
intendersi per grandezze dello stesso genere, cosicché essa va a precisare
la definizione di rapporto, che in quest'ordine alterato la precede imme­
diatamente .
In questo modo , Torricelli riesce a fornire una sistemazione coerente
delle definizioni del quinto libro, secondo il percorso claviano. Essa si snoda
secondo le tappe seguenti:
a. Definizioni l e 2.

1 7 Euclidis Elementa, cit . , Voi . II.


2 . La teoria torricelliana: le definizioni

Sono le prime due definizioni del V libro degli Elementi, riprese senza
alcuna modifica dal Clavio .
b. Definizioni 3 e 4.

Viene introdotta la nozione di rapporto (ratio) usando la definizione eucli­


dea, ma con in più la precisazione del termine eiusdem generis, che negli
Elementi veniva introdotto senza ulteriori delucidazioni, e che i commen­
tatori illustravano in genere con esempi. Così Clavio dice:
Itaque si comparetur linea aliqua cum superficie quapiam, vel numerus cum linea,
non dicetur ea comparatio proportio; quod neque linea & superficies , neque nume­
rus & linea sunt eiusdem generis quantitates . 18

Al contrario, Torricelli si serve della Definizione Clavio 5 per precisare


il termine eiusdem generis, e dunque la altera sostanzialmente. Quella che
nella versione originale era la definizione di grandezze che hanno rapporto
tra loro:
Rationem habere inter se magnitudines dicuntur, guae possunt multiplicatae se
se mutuo superare, 19

diventa, mediante la semplice sostituzione della frase iniziale : « Rationem


habere inter se magnitudines dicuntur », con l'altra: « Eiusdem generis sunt
magnitudines », una precisazione della definizione di rapporto, in cui le
grandezze dello stesso genere vengono identificate con quelle che verifi­
cano l' assioma di Archimede . 20
c. Definizione 5.

Questa definizione, la cui importanza nel tracciato claviano avevamo


già sottolineato, assume nella teoria torricelliana il ruolo centrale di defi­
nizione della proporzionalità tra quattro grandezze. Di conseguenza, la Defi­
nizione Clavio 4, da cui essa trae origine, viene accresciuta con una rifor­
mulazione che non aggiunge alcunché di sostanziale , ma che ha lo scopo
da una parte di sottolinearne l'importanza, e dall' altra di cancellare la defi­
nizione euclidea tramite gli equimultipli, riprendendone la parte iniziale :
in eadem ratione magnitudines dicuntur esse, prima ad secundam, et tertia ad
quartam

1 8 C. Clavio, Euclidis Elementorum libri XV, cit . , c. 1 45 ' · « E così se si compara una linea con
una superficie, o un numero con una linea, questa relazione non si chiama proporzione, perché né
la linea e la superficie, né il numero e la linea sono quantità dello stesso genere ».
19 Ivi, c. 1 5 3 ' · « Si dicono aver tra loro rapporto quelle grandezze che moltiplicate possono
mutuamente superarsi ».
20
Non si tratta, come si potrebbe ritenere, di un'identificazione pacifica. Basterà pensare all ' in­
terminabile controversia sull ' angolo di contatto (per la quale rimandiamo ai lavori citati nel primo
capitolo) , che si gioca tutta sulla differenza tra grandezze dello stesso genere e grandezze che hanno
rapporto tra loro .
Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

ma proseguendo con una reiterazione della definizione di proporzione come


similitudine di rapporti :
quando ratio primae ad secundam similis fuerit rationi , quam habet tertia ad
quartam.

d. Definizioni 6-9 .
Qui Torticelli non fa altro che riprendere le definizioni euclidee ( Cla­
vio 7, 9, r o- I I e I 2 ) . Resta solo da notare la scomparsa della Definizione
Clavio 8, che come abbiamo detto troverà posto tra gli assiomi.

3. La teoria tomcelliana: gli assiomi

Le definizioni non danno alcun criterio per operare con i rapporti né


per riconoscere quando quattro grandezze siano proporzionali. D ' altra parte
non è questo il loro compito, dovendo servire piuttosto per individuare
con precisione gli enti matematici che saranno oggetto della successiva teoria
(nel nostro caso i rapporti tra grandezze omogenee) , come pure a intro­
durre alcuni termini che verranno usati nel seguito .
L'ufficio di stabilire quali siano le operazioni che si possono effettuare
sui nuovi enti è invece proprio degli assiomi, che stabilendo criteri, modi
e regole di manipolazione danno agli oggetti introdotti per mezzo delle
definizioni uno spessore operativo .
Nella sua teoria delle proporzioni, Torricelli introduce sei proposizioni
sotto il nome generico di Suppositiones et Axiomata . Ci rivolgeremo ora
ad essi per dedurne la struttura della proposta torricelliana.
1. Quae eidem sunt eaedem rationes inter se sunt eaedem .
2. Aequales magnitudines ad eandem eandem habent rationem; et magnitudines ,
guae a d eandem magnitudinem eandem habent rationem, sunt aequales .
3. Eadem magnitudo ad aequales eandem habet rationem; et si eadem magnitudo
ad duas magnitudines eandem habeat rationem, illae sunt aequales inter se.
4. Inaequales magnitudines ad aliquam tertiam magnitudinem supponimus non
habere eandem rationem, sed diversam. Ratio vero maioris magnitudinis ad illam
tertiam magnitudinem, vocatur maior quam sit ratio minoris ad eandem; non
quia sit maior, namque hoc nimis obscurum esset in proportionibus , sed quia
a maiore magnitudine procedit . 2 1

21
Questo assioma mostra varie correzioni successive . In un primo tempo esso suonava sempli­
cemente: « lnaequales magnitudines ad eandem supponimus non habere eandem rationem; sed ratio
maioris magnitudinis ad eandem vocatur maior quam sit ratio minoris ». Successivamente venne
aggiunta la frase: « non quia sit maior, namque hoc et obscurum esser, et Proportionibus nimis diffi­
cile intellectu, sed quia a maiore magnitudine procedit », poi infine corretta fino ad assumere la forma
definitiva.
3 . La teoria torricelliana: gli assiomi 91

5. Si vero fuerint quatuor magnitudines, et prima ad secundam supponatur, sive


dicatur habere maiorem rationem quam tertia ad quartam; hoc nihil aliud signi­
ficat , neque aliud unquam intelligendum est apud Auctores, nisi primam illam
magnitudinem maiorem existere, quam esse deberet ad hoc, ut ipsa sit ad secun­
dam quemadmodum est tertia ad quartam; diciturque maior, non quia maior
sit, nam hoc nimis obscurum esset, sed quia procedit a magnitudine quae maior
est quam esse deberet. 22
6. Aequales magnitudines quotcumque sint eandem habent rationem, quam habent
numeri a quibus numerantur. Exempli gratia: Septem lineae palmares ad qua­
tuor lineas palmares eandem habent rationem quam habet numerus 7 ad nume­
rum 4. Vel quinque quadrata palmaria ad novem quadrata palmaria eandem
habent rationem, quam habet numerus quinque ad numerum novem. 2 3

I primi tre assiomi non sono altro che le Proposizioni 1 1 , 7 e 9 del quinto
libro degli Elementi. Lì esse erano dimostrate a partire dalla definizione
di grandezze proporzionali; qui la dimostrazione non è ovviamente possi­
bile, e devono essere assunte come assiomi . È da segnalare che gli Assiomi
2 e 3 , pur essendo complessivamente identici alle Proposizioni 7 e 9, non
lo sono singolarmente. Infatti le proposizioni in questione recitano :
7. Le grandezze uguali all a medesima hanno la medesima proporzione, e la mede­
sima alle uguali.
9. Quelle grandezze che alla medesima hanno la medesima proporzione sono uguali
fra loro; e quelle, alle quali la medesima ha la medesima proporzione sono ancora
fra loro uguali.

Comunque sia, questi due assiomi hanno il compito di ricondurre in


alcuni casi (e cioè quando gli antecedenti o i conseguenti siano uguali) l'ugua­
glianza di rapporti a quella di grandezze.

22 Corretto nell'autografo con l'aggiunta di <rnnquam » e di « apud Auctores », e con la modi­


fica della frase finale, la cui prima versione diceva: « diciturque maior, non quia maior sit, nam hoc
in proportionibus nimis obscurum esset, sed quia a maiore magnitudine procedit ». Dopo l'Assioma 5 .
il manoscritto reca un Assioma 6 . , cancellato con u n tratto d i penna, che riporteremo più avanti.
23 De proportionibus, pag . 3 1 0- u : « ( ! . ) I rapporti che sono uguali a uno stesso sono uguali tra
loro. ( 2 . ) Grandezze uguali hanno alla stessa grandezza lo stesso rapporto. E le grandezze che hanno
lo stesso rapporto alla stessa, sono uguali tra loro. (3 . ) La stessa grandezza a due grandezze uguali
ha lo stesso rapporto; e se la stessa grandezza ha lo stesso rapporto con due grandezze, quelle sono
uguali tra loro. (4.) Supponiamo che grandezze diverse non abbiano lo stesso rapporto con una stessa
grandezza, ma uno diverso. E il rapporto della grandezza maggiore all a terza si dirà maggiore del
rapporto della minore alla stessa: non perché sia maggiore, infatti ciò sarebbe troppo oscuro nelle
proporzioni, ma perché proviene da una grandezza maggiore. (5 . ) Se poi sono date quattro gran­
dezze, e la prima alla seconda si supporrà, ovvero si dirà avere rapporto maggiore che la terza alla
quarta, ciò non significa altro, né altro mai si deve intendere presso gli Autori, se non che quella
prima grandezza è maggiore di quanto dovrebbe essere perché stia all a seconda esattamente come
la terza sta alla quarta. E [il rapporto] si dice maggiore non perché sia maggiore, infatti ciò sarebbe
troppo oscuro, ma perché proviene da una grandezza maggiore. (6 . ) Grandezze uguali in numero
arbitrario hanno lo stesso rapporto che hanno i numeri dalle quali sono numerate . Ad esempio: sette
linee di un palmo hanno a quattro linee di un palmo lo stesso rapporto che il numero 7 ha al numero
4. O anche, cinque quadrati di un palmo a nove quadrati di un palmo hanno lo stesso rapporto
che il numero cinque al numero nove ».
92 Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

Per quanto riguarda l'Assioma I , esso stabilisce quella che in termini


moderni si chiama la proprietà transitiva dell'uguaglianza. 24
Più singolare è la posizione del quarto assioma, con il quale entriamo
nel vivo della teoria torricelliana delle proporzioni . Esso si compone di
due parti ben distinte, di cui solo la prima potrebbe essere classificata tra
gli assiomi, mentre la seconda dovrebbe rientrare piuttosto tra le defini­
zioni . In realtà la prima parte non è un assioma, o almeno non un nuovo
assioma, così come la seconda non è una definizione, almeno nel senso
usuale del termine .
Che la prima parte non dica nulla di nuovo è subito visto; essendo un'im­
mediata conseguenza dell'Assioma 2 . Infatti grandezze diseguali non pos­
sono aver lo stesso rapporto con una stessa grandezza, perché altrimenti,
in virtù della seconda parte di tale assioma, dovrebbero essere uguali . Per
quanto riguarda la parte rimanente, essa non è la definizione di rapporto
maggiore, che viene data nella sua generalità solo nel successivo Assioma 5 ,
di cui quello in esame è un caso particolare.
Da un punto di vista strettamente matematico lAssioma 4 è dunque
totalmente pleonastico . Esso ha invece un posto rilevante nella strategia
espositiva di Torricelli . Egli infatti si appresta, nel successivo Assioma 5 ,
a introdurre il concetto centrale della teoria delle proporzioni, quello di
rapporto maggiore. Si tratta, come le difficoltà interpretative che hanno
accompagnato fin dall'inizio la formulazione galileiana testimoniano elo­
quentemente, di un concetto difficile, e che si presta facilmente ad equivoci.
Il ruolo dell'Assioma 4 è allora di familiarizzare il lettore con questa
nozione basilare, e di preparare il terreno per la definizione seguente. Lo
studioso che ha già accettato come naturale che grandezze uguali abbiano
lo stesso rapporto con la stessa grandezza (Assioma 2 ) , ammetterà pari­
menti che grandezze disuguali non possano avere lo stesso rapporto con
una terza, e sarà disposto a chiamare maggiore il rapporto della grandezza
maggiore; in altre parole a trasferire ai rapporti la disuguaglianza delle gran­
dezze allo stesso modo che gli Assiomi 2 e 3 avevano trasformato l'ugua­
glianza di grandezze in uguaglianza di rapporti. Quando poi nell' assioma
successivo la disuguaglianza di rapporti verrà introdotta nella sua genera­
lità, il lettore troverà nel precedente un caso particolare, ma anche un
modello esplicativo : rivolgendosi a esso troverà che la grandezza maggiore
è effettivamente più grande di quanto occorre per avere alla terza la stessa
proporzione della minore, e sulla base di tale modello sarà indotto ad accet-

2 4 È da notare che Torricelli non sente il bisogno di introdurre ulteriori assiomi per garantire
le altre proprietà della similitudine di rapporti, la riflessiva e la simmetrica, che dovevano sembrar­
gli evidenti .
3 . La teoria torricelliana: gli assiomi 93

tare la definizione generale . È peraltro la stessa formulazione di quest'ul­


timo, con la ripetizione dell'ultima frase: « non quia maior sit, nam hoc
nimis obscurum esset . . . », a rimandare direttamente ali' assioma precedente
per un esempio chiarificatore .
L'ufficio di quest'ultimo è dunque quello di collegare gli assiomi dell'u­
guaglianza con la definizione di diseguaglianza di rapporti. Quest'ultima
ha un ruolo centrale nella teoria torricelliana, e dunque merita di essere
esaminata sotto vari aspetti .
In primo luogo, è evidente la sua derivazione galileiana. In effetti, almeno
per quanto riguarda la prima parte, l'Assioma 5 non è che una parafrasi
dell' enunciato di Salviati:
Ma quando la prima grandezza sarà alquanto più grande di quel che ella dovrebbe
essere per avere all a seconda la medesima proporzione che ha la terza alla quarta,
allora voglio che convenghiamo di dire che la prima abbia maggior proporzione
alla seconda, che la terza all a quarta. 2 5

con in più l'affermazione, tutta torricelliana, che è esattamente questo il senso


da dare al termine « rapporto maggiore » che si legge presso i vari autori.
E però rispetto al testo galileiano Torricelli introduce un'importante
innovazione: invece di definire separatamente l'uguaglianza e la disugua­
glianza dei rapporti, egli introdi:ice solo quest'ultima, tralasciando la prima.
Sulle ragioni di questa omissione non si possono fare che delle conget­
ture . Una possibilità è che Torricelli avrebbe riconosciuto che la defini­
zione di uguaglianza è già contenuta implicitamente sotto forma negativa
in quella di disuguaglianza: due rapporti sono uguali quando non sono disu­
guali . Peraltro , come è noto , è esattamente questo il modo in cui l'ugua­
glianza (qui come altrove) viene dimostrata: escludendo cioè le due oppo­
ste disuguaglianze . In definitiva, Torricelli avrebbe omesso la definizione
di uguaglianza di rapporti in quanto pleonastica.
Contro questa ricostruzione si potrebbe obiettare che poco prima,
appunto nell'Assioma 4, Torricelli non ha esitato a introdurre ripetizioni;
non sempre le necessità espositive coincidono con la concatenazione logica.
C'è però un' altra spiegazione , molto più solida della prima: la debolezza
intrinseca della definizione galileiana di grandezze proporzionali. In primo
luogo, si tratta di una doppia definizione : Galileo, e Torricelli con lui, ha
già una definizione generale di grandezze proporzionali (proporzionalità
è similitudine di rapporti) , all a quale la seconda si sovrappone . Di ciò testi­
moniano anche le parole di S alviati:
Stabilita questa per definizione, soggiungerò anco in qual altro modo s 'intendano
quattro grandezze esser fra loro proporzionali 2 6

25 Opere di Galilei, VIII, pag. 3 5 3 .


26 Ibidem.
94 Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

che Viviani ribadisce con la nota marginale :


Altro modo di difinire le grandezze proporzionali . 2 7

Ora Torricelli, che aveva criticato la struttura del quinto libro di Euclide
ravvisando nella Definizione Clavio 6 un raddoppiamento della Clavio 4,
non poteva cadere nello stesso errore che aveva appena individuato, e che
costituiva una delle principali ragioni per l abbandono della sistemazione
euclidea.
A ciò si aggiunga che la definizione di Galileo contiene una specie di
circolo vizioso, in quanto l' assioma dell'esistenza del quarto proporzionale
viene usato appunto per definire la proporzionalità. Torricelli si rende conto
che per uscire da questa circolarità non c'è che un modo : rinunciare alla
definizione galileiana di grandezze proporzionali e limitarsi alla disugua­
glianza di rapporti.
In relazione a quanto detto fin qui, citeremo di nuovo la prima stesura
torricelliana del dialogo di Galileo . In questa, la definizione di grandezze
proporzionali è aggiunta su un foglietto incollato alla carta I 4 , mentre
'

nella prima versione S alviati passava direttamente dalla discussione delle


grandezze commensurabili alla disuguaglianza di rapporti, e invece di intro­
durre quello che Viviani chiamerà « Altro modo di difinire le grandezze
proporzionali », diceva solamente:
Stabilito questo, definirò la proporzione maggiore in questo modo

proseguendo con quella che Viviani in margine chiama « Difinizione delle


grandezze non proporzionali, o commensurabili o incommensurabili », e
che noi abbiamo riportato in precedenza.
In definitiva, Torricelli mostra su questo punto una serie di ripensa­
menti. In un primo momento, nel redigere il dialogo galileiano, aveva intro­
dotto solamente la definizione di rapporto maggiore; poi, in una seconda
stesura, egli, o forse lo stesso Galileo, era tornato sul testo per inserirvi
anche la definizione generale dell'uguaglianza di rapporti; infine, nella sua
versione della teoria, torna sulla sua decisione e si limita di nuovo ai soli
rapporti disuguali .
Quali sono i motivi che determinano questi cambiamenti? Ancora una
volta siamo nel campo delle ipotesi. Non è però irragionevole pensare che
Torricelli, pur rendendosi conto delle difficoltà inerenti alla definizione
galileiana di grandezze proporzionali, abbia nondimeno voluto inserire tale
definizione per restare il più possibile aderente al pensiero del maestro ;
e l' abbia espunta solamente nella propria versione della teoria.
Ma lasciamo il campo delle congetture, per tornare alla nostra analisi .

27 Ibidem.
3 . La teoria torricelliana: gli assiomi 95

Un'ultima osservazione concerne la posizione dell'enunciato in questione.


A un primo esame infatti la sua collocazione tra gli assiomi sembra incon­
grua, dato che manifestamente non di un assioma si tratta, ma della defi­
nizione della disuguaglianza di rapporti. E in effetti come definizione l' ab­
biamo sempre trattata, anche se talvolta, per seguire la numerazione
torricelliana, l' abbiamo indicata come Assioma 5 . C ' è da chiedersi dun­
que per quale ragione Torricelli l' abbia inserita tra gli assiomi. Una rispo­
sta può venire dall' analisi del primo dei due manoscritti autografi, sul quale
Torricelli ha operato un gran numero di correzioni . In esso, dopo l' As­
sioma 5 se ne trova un sesto, poi cancellato con un tratto di penna. Esso
dice:
At si prima magnitudo maior existat quam esse deberet ut ipsa ad secundam ean­
dem habeat rationem quam tertia ad quartam, tunc ratio primae ad secundam voca­
tur maior quam ratio tertiae ad quartam . 2 8

Questo assioma insieme al precedente forma un complesso del tutto ana­


logo alla seconda (o alla terza) supposizione; è solo la relativa semplicità
di queste ultime che ha permesso di riunire le due proposizioni simmetri­
che in un solo enunciato .
C'è però una differenza non trascurabile. Il secondo (come pure il terzo)
assioma legava tra loro due concetti già definiti, o quanto meno conosciuti
in precedenza: uguaglianza di grandezze e similitudine (identità) di rap­
porti. Al contrario, il quinto assioma con il successivo mettono in rela­
zione la disuguaglianza tra grandezze, che si può supporre acquisita, con
quella tra rapporti, che invece non è stata mai definita. Il fatto che la frase
da noi riportata sia stata espunta mostra come Torricelli si sia accorto di
questa anomalia, e di conseguenza abbia deciso di abbandonare la formu­
lazione originale, e di conservare solo l'Assioma 5 , che da assioma diventa
definizione . La sua mancata collocazione tra queste ultime dipenderebbe
poi dalla mancanza di una revisione finale .
Anche se plausibile, la nostra ricostruzione resta sempre nel campo delle
ipotesi. Possiamo però formulare diversamente la domanda, e chiederci :
in che senso la nostra proposizione si può riguardare come un assioma?
Così posta, la domanda ammette una risposta meno ipotetica: la defini­
zione di rapporti diversi, nella formulazione che Torricelli deriva da Gali­
leo , contiene un assioma nascosto: l'esistenza della quarta (o se si vuole
della prima) proporzionale . Di questo assioma, enunciato anche se margi­
nalmente nel dialogo galileiano, e più tardi ripreso esplicitamente da Borelli

28
De proportionibus, pag. 3 1 1 : « E se la prima grandezza fosse maggiore di quanto dovrebbe
essere per avere alla seconda lo stesso rapporto che la terza all a quarta, allora il rapporto della prima
alla seconda si dirà maggiore di quello della terza alla quarta ».
Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

e da Viviani, non c'è traccia nella teoria torricelliana. Meglio, non se ne


ha una formulazione esplicita, dato che esso soggiace sia alla definizione
che stiamo esaminando che alla dimostrazione di non pochi dei teoremi
del De proportionibus. La collocazione della nostra definizione tra gli assiomi
è un indice della sua presenza, ancorché implicita, nell'elaborazione di
Torricelli.
La lunga analisi dell'Assioma 5 non deve farcene perdere di vista un
altro, questo sì inequivocabilmente tale, altrettanto fondamentale del pre­
cedente . Si tratta dell'Assioma 6, con il quale si chiude la lista delle sup­
posizioni . Esso stabilisce in sostanza che il rapporto di due grandezze com­
mensurabili, ambedue cioè multiple di una grandezza data, coincide con
quello dei numeri che le misurano . L'effetto di questa supposizione è
duplice. Da una parte infatti essa serve per individuare, tra tutte le possi­
bili specie di proporzionalità (aritmetica, geometrica, armonica) , quella che
costituisce loggetto della teoria: la coincidenza, nel caso commensurabile,
con l'usuale rapporto di numeri, è possibile solo per la proporzione
geometrica, che viene così individuata univocamente. Ma l' azione dell' As­
sioma 6 non si limita a questa pur importante funzione . Esso infatti, in
concerto con il postulato di Archimede che stabilisce una qualche proprietà
di densità dei rapporti razionali, e con l' assioma nascosto dell'esistenza
del quarto proporzionale, fa sì che le proprietà delle proporzioni razionali
si trasferiscano alle proporzioni irrazionali .

4. La teoria tonicelliana: i teoremi

L' azione congiunta dei principi fin qui esposti, e in particolare dei tre
che abbiamo appena sottolineato, risulterà con maggior chiarezza dall' e­
same di alcuni dei teoremi che Torricelli dimostra nel De proportionibus.
Di questi, particolarmente illuminante è la Proposizione 3 , che corrisponde
alla prima del sesto libro degli Elementi:
Triangola eiosdem altitodinis eandem habent rationem qoam bases. 2 9

La proposizione è preceduta da un lemma (Proposizione 2) nel quale


lo stesso risultato è dimostrato nel caso in cui le basi siano commensura­
bili. Più precisamente, l' enunciato è il seguente :
Si fuerit qoodcomqoe triangolom ABC, coios basis AC secta sit in qootcomqoe
partes inter se aeqoales , et ex vertice trianguli ad poncta singola divisionom basis
docantor rectae lineae, erit totom triangolom divisom in triangola inter se aeqoa­
lia, qood constat ex propositione 3 8 Primi Libri.

29 De proportionibus, pag. 3 1 3 : « l triangoli con la stessa altezza hanno lo stesso rapporto delle basi ».
4. La teoria torricelliana: i teoremi 97

Dico quamlibet summam horum triangulorum, exempli gratia ABD, ad reliquum


DBC, ita esse, ut basis AD ad basim DC; hoc est triangula ABD ad triangula DBC
eandem habere rationem, quam habet recta AD ad rectam DC.30

La dimostrazione è interamente basata sull'Assioma 6, in base al quale


il rapporto tra i triangoli ABD e DBC è uguale al rapporto tra i numeri
dei triangoli elementari che li costituiscono. Poiché questi sono tanti quanti
sono i segmenti che compongono le basi, lo stesso rapporto intercorrerà
tra le basi dei due triangoli. A questo punto basterà applicare l'Assioma r
per ottenere la tesi del teorema.
Una volta provato il risultato nel caso commensurabile, entrano in gioco
la Definizione 5 (assioma di Archimede) e l assioma implicito dell'esistenza
del quarto proporzionale . La dimostrazione, come avviene sempre nel caso
di grandezze incommensurabili, procede tramite una riduzione all' assurdo.
Prima però l'enunciato del teorema viene riformulato in relazione alla figura:
Sint dua triangula eiusdem altitudinis ABC, CBD. Dico ita esse triangulum ABC
ad triangulum CBD ut est basis AC ad CD; hoc est rationem trianguli ABC ad
CBD similem esse, atque prorsus eandem cum ratione basis AC ad CD.
Nam, si possibile est, non sit ita, sed quam rationem habet triangulum ABC ad
triangulum CBD, eandem concipiamus habere aliquam aliam rectam lineam EC
ad CD, sive EC minor sit sive maior quam AC.31

A questo punto la dimostrazione si divide in due parti, relative alle due


possibilità prospettate . Noi ne seguiremo solo una, e precisamente quella
in cui EC è minore di AC, dato che il ragionamento nell' altro caso è pres­
soché identico .
Il principio di Archimede (o meglio la Proposizione r che di questo è
conseguenza) garantisce che per mezzo di successive bisezioni si può tro­
vare una parte aliquota di CD minore di AE, differenza tra AC ed EC:
Secetur CD bifariam, atque iterum bifariam, et hoc fiat semper, donec remaneat
quaedam recta CI minor quam sit AE.32

30 Ivi, pag. 3 1 2 - 1 y « Se è dato un qualsiasi triangolo ABC, la cui base AC sia divisa in un arbi­
trario numero di parti uguali, e dal vertice del triangolo si conducono delle rette ai singoli punti
di divisione della base, il triangolo risulterà diviso in triangoli uguali tra loro. Il che segue dalla
Proposizione 38 del primo libro [degli Elementi] . Dico che una qualsiasi somma di questi triangoli,
come ad esempio ABD, sta alla rimanente DBC come la base AD alla base DC; cioè i triangoli ABD
ai triangoli DBC hanno lo stesso rapporto che la retta AD alla retta DC».
3 1 Ivi, pag. 3 1 3 : « Siano ABC, CBD due triangoli di uguale altezza. Dico che il triangolo ABC
sta al triangolo CBD come la base A C a CD, cioè che il rapporto del triangolo ABC a CBD è simile
e identico al rapporto della base AC a CD. Supponiamo infatti che non sia così, se è possibile, ma
che il rapporto che ha il triangolo ABC al triangolo CBD, lo abbia una qualche altra retta EC a
CD, sia che EC sia minore, sia che sia maggiore di A C ».
32 Ibidem. « Si divida CD a metà, e poi ancora a metà, e così si faccia sempre, finché rimanga
una retta CI minore di AE ».
Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

Se ora, a partire dal punto C, si divide l' altra base AC in parti uguali alla
CI, uno dei punti di divisione cadrà tra A ed E:
Tunc dividatur tota CD i n partes aeguales ipsi CI, guae guidem tota absumetur
praecise: et recta CA dividatur in partes aeguales eidem CI, facto initio ex puncto
C, donec divisio fieri poterit, sive aligua divisio cadat in A, sive non. C ertum est
guod aliguod ex punctis divisionum cadet omnino intra puncta E et A, cum ipsa
CI mensura divisionum ex constructione minor sit guam ipsa EA . C adat ergo intra
puncta E, A, aligua divisio, guae sit L; tum ad singula divisionum aegualium puncta
ducantur rectae ex B puncto .33

Il triangolo LBC, per la proposizione precedente, starà al triangolo CBD


come LC sta a CD, e quest'ultimo rapporto, essendo LC maggiore di EC,
sarà maggiore del rapporto tra EC e CD. A maggior ragione allora il trian­
golo ABC, maggiore di LBC, avrà a CBD un rapporto maggiore di quello
di EC a CD. Questo contraddice l'ipotesi di partenza, e dunque la prima
alternativa (e cioè che il rapporto tra i triangoli sia minore di quello delle
basi) è così esclusa. Un ragionamento analogo fa escludere la possibilità
opposta, e dimostra quindi il teorema.
B

A L E e I D

Iam in casu primae figurae, guia recta LC major est, et EC minor, non habebunt
LC et EC eandem utrague rationem ad CD, sed recta LC maior erit, quam esse
deberet ad hoc, ut ad CD eandem habeat rationem, quam habet EC minor ad ean­
dem CD. Triangulum vero LBC ad CBD eandem habet rationem guam habet recta
LC ad CD; propterea etiam triangulum LB C erga triangulum CBD maius erit
quam esse deberet, ut ad ipsum habeat eandem rationem, quam habet recta EC
ad CD, ergo multo magis triangulum ABC maius erit, guam esse oportet ad hoc,
ut sit ad ipsum CBD quemadmodum est recta EC ad CD . Quod est contra sup­
positum .34

33 Ivi, pag. 3 1 4 : « Si divida allora l'intera CD in parti uguali alla CI, la quale intera sarà come
è ovvio misurata precisamente, e con inizio nel punto C si divida la CA in parti uguali alla stessa CI,
finché ciò sia possibile, sia che qualche punto di divisione cada in A sia che no. Di certo comunque
qualcuno dei punti della divisione cadrà tra i punti E e A, dato che per costruzione la CI, che misura
la divisione, è minore di EA . Cada dunque tra i punti E e A qualche punto di divisione, e sia L,
e dal punto B si tirino delle rette a tutti i singoli punti di divisione ».
34 Ibidem. « Ora nel caso della prima figura, poiché la retta LC è maggiore, ed EC minore, LC
ed EC non avranno lo stesso rapporto con CD, ma la retta LC sarà maggiore di quanto dovrebbe,
4. La teoria torricelliana: i teoremi 99

Una dimostrazione simile si ritrova nelle Scene del Nardi, un'opera inedita
che è conservata nel volume 1 3 0 della collezione galileiana. Una presenza
significativa perché, assieme alle copie di Magiotti e alle elaborazioni pur­
troppo perdute di C avalieri e di Rocca,35 testimonia dell' ampiezza delle
ricerche sul quinto libro degli Elementi in tutto l' ambiente galileiano .
Diversamente da Torricelli, Nardi dimostra il suo teorema per rettan­
goli di altezza uguale, condensando in una le tre prime proposizioni del
De proportionibus:
Se il rettangolo AB al rettangolo AH di egual altezza non sia come la base CB
alla base CH, sarà come a CG maggiore, o come a CI minore: sia come a CG, e
di nuovo se HG sia parte di CB , e di CG, intendasi CB divisa in parti uguali alla
HG, e per i punti delle divisioni tirinsi nel rettangolo AB linee parallele ad AC
suo lato, e si facciano altrettanti rettangoli quante sono l e divisioni i n CB , et uno
di essi pongasi HF: quali parti dunque sono i rettangoli di AH in riguardo dei ret­
tangoli di AB , tali sono le parti di CH in riguardo alle parti di CB , dunque i ret­
tangoli tutti di AB, cioè il rettangolo AB , hanno ai rettangoli tutti di AH, cioè
al rettangolo AH la stessa ragione che tutte le parti di CB a tutte le parti di CH,
cioè che CB a CH conforme a una definizione del 7° conversa, e trasportata da'
i numeri alle grandezze : dunque dal porsi non essere il rettangolo AB al rettangolo

e o I HE G B

per avere a CD Io stesso rapporto che la minore EC ha alla stessa CD. D'altra parte il triangolo
LBC ha a CBD Io stesso rapporto che ha la retta LC a CD, e dunque anche il triangolo LBC
nei confronti del triangolo CBD sarà maggiore di quanto dovrebbe per avere allo stesso il mede­
simo rapporto, che la retta EC ha a CD. Di conseguenza il triangolo ABC sarà molto maggiore
di quanto sarebbe necessario perché stia allo stesso CBD come la retta EC sta a CD. Il che è contro
l'ipotesi ».
35 Si tratta di una dimostrazione che Rocca aveva mandato a Cavalieri, e che questi aveva pro­
posto a Galileo . Di essa non resta traccia, tranne che in due lettere di Cavalieri a Galileo, la prima
del 19 dicembre 1 63 4 e la seconda del 6 febbraio 1 63 5 ; e in una lettera dello stesso Cavalieri a
Giannantonio Rocca, del 4 gennaio 1 63 5 . Scrive Cavalieri a Galileo: « Scrivo con frezza, perciò
mi scusi della negligenza nello scrivere, e ciò per haver io voluto trascrivere un pensiero intorno
alla def. 5 del quinto d' Euclide, quale li mando per sentirne il suo parere. È cosa fatta a richiesta
di un giovane studioso. Se li paresse cosa buona, havrei pensiero di metterla nel fine della mia Geo­
metria »; e al Rocca: « Scrissi già al Sig . Galileo, e li mandai una copia della dimostrazione intorno
alla def. 5 del quinto d'Euclide da V. S. promossa, per intenderne il parer suo ». Il parere di Galileo
non dovette essere incoraggiante, se nella seconda sua lettera Cavalieri dice: « Quanto all ' appendice
intorno alla def. 5 del quinto, conforme che mi pare che inclini il suo parere, la lascierò stare, .. . ,
e differirò a più opportuna occasione il pubblicarla. » Tutte l e tre lettere s i trovano nel volume XVI
delle Opere di Galilei, rispettivamente alle pag. 1 76, 1 9 1 e 204. Nella sua citata Storia del metodo
sperimentale in Italia, il Caverni credette di poter identificare Io scritto di Cavalieri nelle carte
82 '-83 v del volume 75 della collezione galileiana, che più tardi A. Favaro (Amici e corrispondenti
di Galileo: G. Rocca, cit .) dimostrò essere invece un sunto della giornata aggiunta galileiana, di mano
di R. Southwell.
IOO Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

AH come CB a CH direttamente si mostra essere come CB a CH, e lo stesso avverrà


se si ponga esser come CB a CI, mentre Hl sia parte di CB e di CH; ma non sia
HG parte di CB e di CH, e presa CO parte di CB, e minore di HG (il che è facile
a farsi col dividere, e suddividere per metà CB sino che s ' arrivi a una minore di
HG) si moltiplichi CO in modo che prossimamente avanzi CH e tale sia CE. Adun­
que sarà per le cose dette il rettangolo AB al rettangolo AE come CB a CE; e però
il rettangolo AB a un rettangolo minore di AE cioè ad AH s arà come CB a una
minore di CE, ma si era posta come a CG maggiore di CE. Adunque male si era
così posta, e lo stesso inconveniente segue dal porla minore. Quindi vien dimo­
strata la prima del 6 ° , e con lo stesso metodo si dimostra l'ultima dello stesso,
e l' altre tutte de' i solidi, che con l aiuto della 5 a definizione del 5 ° immediata­
mente si provano con qualche oscurità.3 6

Nella dimostrazione di Torricelli, come peraltro in quella del N ardi, non


mancano le ipotesi nascoste; in altre parole, Torricelli fa uso nel corso della
dimostrazione di proprietà dei rapporti che, pur essendo suggerite da evi­
denti analogie con le analoghe proprietà delle grandezze, non sono né postu­
late esplicitamente né dimostrate .
Mi riferisco qui alle proprietà delle disuguaglianze tra rapporti, e in par­
ticolare a quella transitiva: se il rapporto tra A e B è maggiore di quello
tra C e D, e quest'ultimo è a sua volta maggiore di quello che intercorre
tra E ed F; allora la proporzione tra A e B sarà maggiore di quella tra E
ed F. La stessa conclusione vale se, fermo restando il resto, una delle disu­
guaglianze viene sostituita da un'uguaglianza.
Si tratta, come abbiamo detto, di due proprietà naturali, suggerite cioè
dallo stesso termine maggiore usato per designare la disuguaglianza tra rap­
porti. Inoltre, come si mostrerà nell'Appendice, queste proprietà si pos­
sono dedurre dagli assiomi torricelliani. Cionondimeno Torricelli, che pure
aveva ben presente l'importanza della proprietà transitiva dell'uguaglianza,
al punto da dedicarle un assioma, non fa altrettanto per la disuguaglianza.
Si era forse reso conto della possibilità di una sua dimostrazione? È poco
probabile . Piuttosto, si dovrà dire che Torricelli non si pone come scopo
di restituire nella sua interezza e completezza l'intera teoria delle propor­
zioni, ma solo di adombrare la possibilità di una sua ricostruzione sulla
base della sua sistemazione degli assiomi galileiani.
A riprova di ciò sta il fatto che egli non si cura neanche di recuperare
la definizione euclidea (come aveva fatto prima G alileo, e come più avanti
farà Viviani) , e con essa almeno implicitamente il quinto libro degli Ele­
menti; né ritiene di dover spendere qualche parola per rettificare la defini­
zione euclidea di proporzione composta, un concetto del quale non si trova,
nell'opera torricelliana, che una traccia debolissima nella definizione di
proporzione duplicata e triplicata.

36 Scene, pag. 975-976.


4. La teoria torricelliana: i teoremi IO!

Così facendo , Torricelli si priva di un importante strumento di dimo­


strazione; mancandogli il quale è costretto, nel dimostrare nelle Proposi­
zioni 6-9 le proprietà usuali della proporzionalità (convertendo, compo­
nendo, dividendo, permutando) , a limitarsi al caso in cui le grandezze in
proporzione siano dei segmenti, introducendo così nella teoria delle pro­
porzioni elementi estranei di geometria dei triangoli .
Lo stesso Torricelli è conscio della debolezza del suo metodo, se si sforza
in un' appendice di estendere i risultati
in gratiam eorum, qui cum proportionum accidentia circa lineas demonstrata vide­
rint, dubitare adhuc poterunt, an ea vera sint etiam in superficiebus , in solidis ,
i n temporibus , e t i n omni allo genere quantitatis .37

La riduzione viene compiuta nel caso delle superfici e dei solidi, e con­
sta di due passi. In primo luogo si riducono le superfici a triangoli di altezza
uguale; quindi si usa la proporzionalità tra tali triangoli e le loro basi per
ridursi a rapporti tra segmenti. Le proprietà dimostrate per questi ven­
gono quindi trasferite di nuovo ai triangoli, e da questi alle figure origi­
nali. Ecco ad esempio come procede la dimostrazione della proprietà di
inversione (convertendo) , che abbiamo scelto tra le altre sia perché è la
prima che Torricelli dimostra, sia anche per correggere la figura pubbli­
cata nella edizione faentina delle Opere, quest'ultima non solo totalmente
differente da quelle che si trovano sui manoscritti, ma anche incongrua
col testo .
Esto recta A ad B ut superficies C ad superficiem D. Dico, Convertendo, rectam
B ad A ita esse, ut superficies D ad C.
Concipiamus duo triangula EIG, GIL eiusdem altitudinis inter se, quorum pri­
mum EIG aequale sit spatio C, secundum vero GIL aequale sit spatio D.

A B

E�
G
L

37 De proportionibus, pag. 3 3 1 : « a beneficio di coloro che, avendo visto le proprietà delle pro­
porzioni dimostrate per le linee, potrebbero dubitare che esse non siano vere per le superfici, i solidi,
i tempi, e per ogni altro genere di quantità ».
102 Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

J am recta A ab B per suppositionem est ut spatium C ad D, sive oh aequalitatem


ut triangulum EIG ad GJL, hoc est ut basis EG ad GL; ergo convertendo in lineis ,
recta B ad A erit procul dubio u t recta LG ad GE, sive u t triangulum LIG ad
GIE, nempe ut spatium D ac C oh aequalitatem.3 8

Similmente, il caso dei solidi si dimostra riducendoli a cilindri di data


base, e utilizzando il teorema che stabilisce la proporzionalità tra questi
e le loro altezze; un risultato che Torricelli dimostra con la stessa tecnica
usata nelle Proposizioni 2 e 3 nel caso dei triangoli.
Nessuno dei due passi è particolarmente felice. Per quanto riguarda la
riduzione a triangoli o cilindri, Torricelli è ben conscio del fatto che la
possibilità di tale riduzione non era sempre ammessa, se ritiene di doverla
giustificare ricorrendo alla divisione tradizionale tra teoremi, in cui costru­
zioni come queste si possono senz' altro considerare come fatte, e problemi,
nei quali occorre invece indicare le modalità di operazione. Dice Torricelli:
Neque vero quis me arguat quod in superiori, vel in aliqua ex sequentibus con­
structionibus conceperim, et velut facta supposuerim dua triangula aequealta, et
quibuscumque datis figuris aequalia: nam is parum se Geometram ostenderet. Cer­
tum enim est in demonstratione Theorematum nos supponere posse tamquam fac­
tum quicquid manifeste constat fieri posse, licet a nemine unquam factum fuerit .
I n Problematibus vero aliter se res habet.39

riecheggiando così analoghe affermazioni di Luca Valerio, che della possi­


bilità di ridurre figure arbitrarie in triangoli aveva dato una dimostra­
zione basata sul principio di continuità,40 e di Bonaventura Cavalieri, che
rispondendo a una simile obiezione di Guldino affermava:
Et siquidem Problematice id exequendum esset, certe omnes lineae figurae SPFR
producendae essent usque ad AE , & ex singulis abscindendae aequales sibi respon­
dentibus: sed Theorematice sufficit ex una intellectum percipere modum, quo in
reliquis id prestandum sit. Non enim pro demonstrationis veritatem necesse est, has

38 Ivi, pag. 3 3 2 : « Sia la retta A a B come la superficie C all a superficie D. Dico, convertendo,
che la retta B sta ad A come la superficie D a C. Consideriamo due triangoli EIG, GIL di uguale
altezza, di cui il primo EIG sia uguale allo spazio C, il secondo GIL allo spazio D. Ora per ipotesi
la retta A sta a B come lo spazio C a D, ovvero per l'uguaglianza come il triangolo EIG a GIL,
cioè come la base EG a GL; dunque convertendo nelle linee, la retta B ad A sta senz' altro come
la retta LG a GE, ossia come il triangolo LIG a GIE, e cioè come lo spazio D a C ».
39 Ibidem: « Né qualcuno mi opponga che nella costruzione precedente, come in alcune delle
seguenti, ho concepito, e supposto costruiti due triangoli della stessa altezza, e uguali a due figure
date ad arbitrio . Ben poco geometra si rivelerebbe costui. Infatti è certo che nelle dimostrazioni
dei teoremi noi possiamo supporre come fatto tutto ciò che risulta evidentemente possibile, anche
se non sia mai stato fatto da alcuno. Diversamente vanno le cose nei problemi ».
40 Subtilium indagationum liber, cit . , pag. 7 . « Theorema VII. Figura plana curva cuiusvis genere
comprehensa, rectilineum aequale fieri potest ». (Si può costruire una figura rettilinea uguale a una
figura piana racchiusa da una curva qualsiasi) . Su questo e altri aspetti dell'opera di Luca Valerio,
si consulti il saggio di P. D. Napolitani, Metodo e statica in Valerio, Bollettino di Storia delle Scienze
Matematiche II ( 1 982), pag. 3 - 1 7 3 , nel quale si troverà anche una riproduzione anastatica del Subti­
lium indagationum liber.
4. La teoria torricelliana: i teoremi

figuras analogas actu describere, sed sufficit intellectui ill a s supponere descrip­
tas . . , et consequenter nihil absurdi inferri [potest] , si istae figurae tanquam fac­
tae supponantur.41

Inoltre, la strada scelta non si applicherà che alle superfici e ai solidi,


dato che, come si può facilmente vedere ripercorrendo la dimostrazione,
il metodo richiede non la semplice riduzione di rapporti tra grandezze arbi­
trarie a rapporti simili tra segmenti, riduzione che si può sempre effet­
tuare tramite l'assunzione del quarto proporzionale, ma di più un teorema
(come quello che stabilisce la proporzionalità tra i triangoli con la stessa
altezza e le loro basi) che consenta di tornare indietro una volta effettuata
la conversione sui segmenti.
Quando tale teorema non sussiste, la dimostrazione viene meno . Sup­
poniamo infatti di voler ridimostrare il teorema precedente (convertendo)
quando A e B sono due segmenti, mentre C e D sono due grandezze non
geometriche, ad esempio due pesi . Si comincerà a ridursi a segmenti pren­
dendo una terza linea y e mediante l' assioma del quarto proporzionale,
una quarta ò in modo che C : D y : ò . Risulterà allora A : B = y : ò, e dun­
=

que convertendo tra segmenti B : A = ò : y . A questo punto però il metodo


si blocca, dato che in mancanza di un teorema specifico, non è più possi­
bile risalire da questa relazione a quella voluta: B : A = D : C, dato che occor­
rerebbe dimostrare che da C : D y : ò segue 8 : y D : C, e cioè il teorema
= =

iniziale .
Peraltro, anche quando si abbia un metodo esplicito per ridurre una data
classe di grandezze a segmenti, questo richiederà necessariamente una dimo­
strazione diversa per ogni singola classe di grandezze, riducendo così un
teorema generale alla somma di una miriade di casi particolari .
I pregi dell' appendice non risiedono comunque in questa estensione delle
proprietà delle proporzioni, dimostrate nel trattato solo nel caso di seg­
menti, a grandezze più generali (superfici, solidi, tempi) . Piuttosto, un
motivo di interesse è costituito dalla dimostrazione, condotta con il metodo
illustrato sopra nel caso della Proposizione 3 , di una serie di risultati vuoi
degli Elementi, vuoi presi altrove,42 che lì venivano provati ricorrendo

4 1 Exercitationes Geometricae Sex, cit . , pag. 2 2 3 . « E se si dovesse procedere come nei problemi,
allora di certo si dovrebbero prolungare fino ad AE tutte le linee della figura SPFR , e da ognuna
delle corrispondenti se ne dovrebbe tagliare una uguale: ma nei teoremi è sufficiente da una sola
ricavare con l'intelletto il modo col quale si deve operare nelle rimanenti. Dunque per la verità della
dimostrazione non è necessario descrivere effettivamente queste figure analoghe, ma è sufficiente
supporle descritte con l'intelletto . . . e di conseguenza non si può dedurre nulla di assurdo , se si
suppongono queste figure come già fatte ».
4 2 Si tratta del primo teorema delle Spirali di Archimede, che coincide col primo teorema del
trattato galileiano De motu aequabili che si trova nella terza giornata dei Discorsi (Opere di Galileo,
VIII, pag. 1 9 2 ) : Gli spazi percorsi in uno stesso moto uniforme sono proporzionali ai tempi.
Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

alla complessa definizione euclidea di grandezze proporzionali. In tal modo


la teoria si sviluppa secondo il cammino naturale dal semplice al complesso,
come Torricelli ancora una volta ribadisce alla fine del suo trattato :
Nisi enim fallor, positis notioribus , et facilioribus principijs tum in definitioni­
bus , tum etiam in suppositionibus , difficiliora inde Proportionum Theoremata
deduxi.43

Vengono così dimostrate le proposizioni del quinto libro, come anche


altre successive in modo da renderle indipendenti dalla definizione euclidea:
Addidi propositionibus V libri, praeter primam, secundam, tertiam atque ultimam
sexti, etiam vigesimam quintam undecimi , et decimam tertiam duodecimi libro­
rum Euclidis , partim quia meae intentioni inservire videbantur, partim ut appa­
reat quomodo omnia illa Theoremata in quibus proportionalitas per aequemulti­
plicia demonstratur, ad tertiam huius libelli Propositionem reducantur .44

Così termina il trattato torricelliano delle proporzioni; e poiché l'ultima


proposizione del Sesto Libro degli Elementi, che nei manoscritti del De
Proportionibus si trova subito dopo le proposizioni 1 7 e 1 8 , e prima del­
l' appendice,45 è stata omessa nell'edizione faentina, sarà necessario ripor­
tarla qui nella sua completezza.
Propositio ultima libri sexti
In eodem sive in aequalibus circulis et sectores et anguli ad centrum constituti eandem
inter se rationem habent cum peripherijs quibus insistant.
Sit in eodem, vel in aequalibus circulis duo anguli ABC, CBD ad centrum consti­
tuti (quicquid enim de angulis dicemus , et de sectoribus ipsis dici putandum est) .
Dico angulum ABC ad CBD ita esse ut arcus AC ad CD. Nam si possibile est non
sit ita, sed ut angulus ABC ad CBD ita sit quidam alius arcus EC ad CD, sive EC
minor sit, sive maior quam AC. Secetur bifariam arcus CD, atque iterum bifa­
riam, et hoc fiat semper donec remaneat quidam arcus CI minor quam AE; quo
facto totus arcus CD dividatur in partes aequales ipsi CI; quod fieri poterit, totu-

43 De proportionibus, pag. 340: « Se non erro, assunti principii più noti e più facili sia nelle defi­
nizioni che nelle supposizioni, ho dimostrato di lì i più difficili teoremi delle proporzioni ».
44 Ibidem: « Ho aggiunto alle proposizioni del quinto libro, oltre alla prima, seconda, terza e
ultima del sesto, anche la venticinquesima dell'undicesimo, e la tredicesima del dodicesimo libro
di Euclide, in parte perché servivano al mio proposito, e in parte perché appaia come tutti quei
teoremi, nei quali la proporzionalità si dimostrava per mezzo degli equimultipli, si riducano alla
terza proposizione di questo libretto ».
45 Nell' autografo del De proportionibus questa proposizione si trova alle carte 73 e 74, aggiunte
più tardi tra la proposizione 1 6 e le proposizioni 1 7 e 18 che sono dimostrate insieme. In calce a
queste ultime, nel margine basso della carta 76 ' , si legge la scritta autografa: « Qui seguita Propos'
ultima lib: VI come nel foglio a parte qui congiunto ». E in effetti lì si trova sia nella copia di mano
di Torricelli a c. r o8- r o9, sia nella seconda copia apografa a c. 1 5 0- 1 5 2 . Peraltro in quest'ultima
le proposizioni XVII e XVIII sono dimostrate separatamente e per esteso, e tra queste e la proposi­
zione in questione ne sono inserite altre due, e precisamente « Propositionis Primae Libri Sexti Ele­
mentorum Pars Altera » e « Propositionis Tertiae Libri Sexti Euclidis Pars Altera ». Tutti questi testi
sono riportati nella nostra edizione del De proportionibus .
4. La teoria torricelliana: i teoremi

sque arcus CD praecise absumetur ; dividatur etiam arcus CA in partes aequales


ipsi CI initio facto ex puncto C, quousque divisio fieri poterit . Certum est quod
aliquod ex punctis divisionum cadet inter puncta A et E, quandoquidem arcus
CI mensurans minor est quam AE. Cadat ergo inter A et E divisio L; tum ex cen­
tro B ad singula divisionum aequalium puncta ducantur semidiametri . Jam in casu
primae figurae, arcus LC ad CD non habebit eandem rationem quam habet arcus
minor EC ad eundem CD; sed ipse LC maior erit quam esse deberet . Ut autem
arcus LC ad CD ita angulus LBC ad CBD (colligitur hoc ex prima et 6 a supposi­
tione ut in 2 a propositione huius de triangulis factum est; uterque enim tam arcus
LD quam angulus LBD in totidem partes aequales divisus est) , ergo etiam angulus
LBC versus angulum CBD maior erit quam oporteret; et multo magis angulus ABC
erga eundem CBD maior erit quam esse deberet , ut ad eum eandem habeat ratio­
nem quam habet arcus EC ad CD . Quod est contra suppositum .

B B

In 2 a vero figura angulus LB C ad angulum CBD non est ut angulus minor ABC
ad eundem CBD, sed maior est quam esse deberet. Arcus vero LC ad CD est ut
angulus LBC ad CBD (ex pa et 6a suppositione ut paulo ante monitum est) ergo
etiam arcus LC versus CD maior erit quam esse deberet, et multo magis arcus EC
erga eundem CD maior erit quam esse oporteret ut ad eundem haberet eandem
rationem quam habet angulus ABC ad angulum CBD. Quod est contra suppositum.
Patet ergo quod angulus , sive sector ABC ad CBD est ut arcus AC ad CD . Siqui­
dem demonstratum est quam rationem habet angulus sive sector ABC ad CBD,
eandem nullum alium arcum excepto A C posse habere ad CD.
Eadem et constructio, et demonstratio potest fieri de angulis ad peripheriam con­
stitutis; nos angulos tantum ad centrum constitutos depiximus ut communem cum
sectoribus figuram haberent . Multo tamen brevius ostendemus etiam angulos ad
peripheriam constitutos inter se esse ut arcus quibus insistunt, quia subdupli sunt
angulorum ad centrum constitutorum, et super ijsdem arcubus insistentium, ergo
anguli ad peripheriam ex 1 4 Propositione huius sunt inter se ut anguli ad cen­
trum, nempe ut arcus quibus insistunt.46

46 De proportionibus, pag. 3 2 9-30: « Ultima proposizione del sesto libro. Negli stessi cerchi o in cer­
chi uguali sia i settori che gli angoli al centro hanno tra loro lo stesso rapporto degli archi che staccano .
Negli stessi cerchi, o in cerchi uguali, siano ABC e CBD due angoli al centro (tutto ciò che diremo
degli angoli si dovrà intendere anche dei settori) . Dico che l' angolo ABC sta a CBD come l'arco
AC a CD. Infatti non sia così se è possibile, ma come l' angolo ABC a CBD così sia qualche altro
arco EC a CD, sia che EC sia minore, sia maggiore di AC. Si divida a metà l' arco CD, e poi ancora
1 06 Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

5. La teoria galileiana delle proporzioni e la tradizione archimedea

La dimostrazione torricelliana dell'ultima proposizione del sesto libro


degli Elementi rimanda immediatamente alla Collezione Matematica di
Pappo, nella quale troviamo una dimostrazione dello stesso teorema lungo
linee che presentano una fortissima analogia.47 In effetti, la dimostrazione
di Torricelli e quella di Pappo non differiscono che per dettagli tecnici;
identico è invece l'impianto logico, che si snoda lungo lo stesso percorso :
dimostrazione diretta nel caso commensurabile, dimostrazione per assurdo
nel caso incommensurabile mediante l'assunzione di una quarta propor­
zionale e la conseguente riduzione al caso precedente per mezzo dell'in­
serzione tra l' arco in considerazione e quello ottenuto come quarto pro­
porzionale (che per la riduzione all' assurdo si suppone diverso dal primo)
di un terzo arco commensurabile .48

a metà, e ciò sempre finché resti qualche arco CI minore di AE; fatto ciò, si divida l'arco CD in
parti uguali a CI, il che si può fare, e l'intero arco CD sarà diviso precisamente. Si divida anche
l' arco CA in parti uguali a CI cominciando dal punto C, finché la divisione si può fare. Di sicuro
qualcuno dei punti della divisione cadrà tra i punti A ed E, in quanto larco CI che misura è minore
di AE. Cada dunque tra A ed E il punto L; e dal centro B si conducano dei raggi ai singoli punti
della divisione. Ora, nel caso della prima figura, l' arco LC a CD non avrà lo stesso rapporto che
ha l' arco minore EC allo stesso CD, ma LC sarà maggiore del dovuto . D'altra parte come l' arco
LC a CD così langolo LBC sta a CBD (questo si deduce dalla prima e sesta supposizione come si
è fatto nella seconda proposizione sui triangoli; infatti ambedue l' arco LC e l'angolo LBC sono divisi
in altrettante parti uguali) , dunque anche l' angolo LB C nei confronti dell'angolo CBD è maggiore
di quanto dovrebbe essere; e a maggior ragione l' angolo ABC rispetto allo stesso CBD sarà maggiore
di quanto dovrebbe, per avere a questo lo stesso rapporto che ha l'arco EC a CD, il che è contro
l'ipotesi. Nel caso poi della seconda figura, l'angolo LBC non sta all'angolo CBD come l'angolo minore
ABC allo stesso CBD, ma è maggiore del dovuto. Ora l' arco LC sta a CD come l' angolo LBC a CBD
(per la prima e sesta supposizione come si è detto poco sopra) , dunque anche l'arco LC rispetto
a CD sarà maggiore di quanto dovrebbe, e ancor più l'arco EC rispetto a CD sarà maggiore del neces­
sario per avere allo stesso il medesimo rapporto che ha langolo ABC ali'angolo CBD. Il che è contro
l'ipotesi. È dunque chiaro che l' angolo, ovvero il settore ABC sta a CBD come l' arco AB a CD.
Infatti si è dimostrato che il rapporto che l'angolo o il settore ABC ha a CBD, nessun altro arco
tranne AB può averlo a CD. La stessa costruzione, e la stessa dimostrazione, si può fare per gli
angoli alla circonferenza; noi abbiamo trattato solo gli angoli al centro in quanto hanno la figura
comune coi settori. Peraltro con molto maggior brevità dimostreremo che gli angoli alla circonfe­
renza stanno tra loro come gli archi corrispondenti, dato che essi sono la metà degli angoli al centro
che insistono sugli stessi archi, e dunque gli angoli alla circonferenza, per la l 4 proposizione,
m•

stanno tra loro come gli angoli al centro, e cioè come gli archi sui quali insistono ».
47 Libro V, Prop. 1 2 . Lo stesso teorema si trova anche nel libro VI del Commentario su Tole­
meo (Commentaires de Pappus et de Théon d 'Alexandrie sur l'Almageste. Texte établi et annoté par
A. Rome, Bibl . Apost. Vaticana, Roma 1 93 1 , voi. l , pag . 256-258).
4 8 Non sarà fuori luogo osservare come la dimostrazione contenuta negli Elementi soffra di qual­
che difficoltà, in relazione alla stessa definizione euclidea di angolo come « inclinazione reciproca
di due linee complanari » (1, Def. 8 ) . Una tale definizione rende piuttosto problematico immaginare
angoli maggiori di 2 n , e dunque impedisce la considerazione di multipli arbitrari, come richiesto
dalla definizione euclidea di proporzionalità. Al contrario, la dimostrazione di Torricelli, o se si
vuole di Pappo, è rigorosamente limitata ad angoli minori di 2 n .
5 . La teoria galileiana delle proporzioni e la tradizione archimedea

Queste somiglianze indurrebbero a vedere nella Proposizione r 2 del


quinto libro della Collezione una fonte di ispirazione per Torricelli, e forse
per lo stesso Galileo . In realtà le cose non sono così semplici, dato che
la conoscenza dell'opera di Pappo da parte di Galileo e della sua scuola
è piuttosto frammentaria, e legata semmai alle tematiche meccaniche del-
1' ottavo libro .
Nelle opere di Galileo infatti, il nome di Pappo è menzionato due sole
volte, di cui una per osservare che la costruzione di una linea quarta pro­
porzionale dopo tre date era dovuta non a Pappo, cui erroneamente l' aveva
attribuita Baldassar C apra,49 ma ad Euclide; e l' altra a proposito del pro­
blema del momento di un grave su un piano inclinato: nelle Meccaniche5 0
Galileo critica la soluzione data da Pappo nell'ottavo libro delle Collezioni,
ma senza citare il teorema (Teorema V, Proposizione IX) al quale si riferi­
sce. Né più spesso il matematico greco appare nella corrispondenza, dove
è ricordato solo quattro volte, sempre di sfuggita, e mai da Galileo .51
Per quanto poi riguarda Torricelli, osserveremo soltanto che nell'inven­
tario dei suoi libri, eseguito dal Serenai il 26 ottobre 1 64 7 , all'indomani
della morte di Torricelli, la Collezione non figura affatto .5 2
Ben diverso è invece il rapporto con Archimede, la cui opera è stata
fonte costante di ispirazione per Galileo e i suoi seguaci, che al siracusano
fanno continuo ed esplicito riferimento . Così avviene anche nella giornata
aggiunta, che si apre, dopo i primi convenevoli, proprio con un rinvio alla
produzione archimedea. Dice S alviati:
Io poi confesso che per qualche anno dopo aver istudiato il V libro d'Euclide, restai
involto con la mente nella stessa caligine. Superai finalmente la difficultà, quando,
nello studiare le meravigliose Spirali d ' Archimede, incontrai nel bel principio del
libro una dimostrazione simile alla predetta del nostro Autore . Quell'occasione
mi fece andar pensando, se per fortuna ci fosse altra strada più agevole, per la
quale si potesse arrivare al medesimo fine ed acquistare per me, ed anco per altri,
qualche precisa cognizione nella materia delle proporzioni .53

Se la prima proposizione delle spirali dà loccasione per cercare una teoria


delle proporzioni alternativa a quella di Euclide, e che permetta di dissi­
pare la caligine creata dalle definizioni euclidee delle grandezze propor-

49 Usus et /abrica circini cuiusdam proportionis. Si vedano le Opere di Galilei, II, pag. 464-465
e pag. 569-570.
50 Opere di Galilei, II, pag 181 .
51 Per la precisione, troviamo Pappo menzionato da un autore ignoto (Opere di Galilei, X,
pag. 2 2 ; si veda anche I, pag. 1 84), due volte da Guidobaldo dal Monte (X, pag. 31 e pag 3 7) e
una volta da G. B. Baliani CXVIII, pag. 69) . Solo la seconda lettera di Guidobaldo poi si riferisce
a un passo specifico della Collezione (IV, prop. r o) , senza peraltro suscitare apparente interesse nel
suo interlocutore.
52 Opere di Torricelli, IV. pag. 99- 1 04 .
5 3 Opere di Galilei, VIII, pag. 3 5 0 .
1 08 Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

zionali, il legame tra l'opera archimedea e la teoria galileiana si trova piut­


tosto nell' Equilibrio dei Piani, dove troviamo di nuovo una dimostrazione
« non euclidea ».
Si tratta della proposizione che stabilisce che due piani stanno in equi­
librio se le loro grandezze (cioè, dato che si suppongono omogenei, i loro
pesi) sono inversamente proporzionali alle distanze dei loro centri di gra­
vità dal fulcro . Archimede dimostra tale teorema prima nel caso di gran­
dezze commensurabili (Proposizione 6) , per estenderlo poi al caso gene­
rale mediante una riduzione all' assurdo .
La dimostrazione di questa parte finale è mutila, e dunque è stata varia­
mente integrata nelle differenti edizioni degli Equiponderanti. Più preci­
samente, essa viene riportata e tradotta senza aggiunte né commenti nelle
prime edizioni delle opere di Archimede, sia nella traduzione latina di Tar­
taglia del r 54 3 54 che nell'edizione di Basilea dell' anno successivo dove,
accanto alla versione in latino, appare per la prima volta il testo greco .55
È solo nelle edizioni successive, e in particolare nella Parafrasi di Guido­
baldo dal Monte 56 e nell'edizione seicentesca del Rivault 57 che il passo
mancante viene reintegrato in modo da completare la dimostrazione .58
Riportiamo dall'edizione di Basilea il testo della Proposizione 7 . Archi­
mede, che ha già dimostrato nel precedente teorema che grandezze com­
mensurabili si fanno equilibrio se poste a distanze inversamente propor­
zionali alle grandezze stesse, passa qui a trattare il caso di grandezze
incommensurabili .
Si magnitudines incommensurabiles fuerint, similiter aequeponderabunt, si in distan­
tiis suspendantur, quae proportionem inter se magnitudinum mutuam habuerint.
Sunto AB, C magnitudines incommensurabiles, distantiae vero DE, EF. Habeat
autem AB ad ipsum C eam proportionem, quam distantia ED ad EF. Dico quod
magnitudinis compositae ex AB, C centrum gravitatis est punctum E.

54 Opera Archimedis Syracusani, Venezia 1 543 ·


55 Archimedis Syracusani . . Opera quae quidem extant omnia , Basilea 1 544·
5 6 In duos Archimedis Aequeponderantibus libros Paraphrasis Scholiis illustrata, Pesaro l 588. In
realtà, almeno per quel che riguarda la proposizione in questione, più che di una parafrasi si tratta
di una traduzione latina del testo di Archimede, nel corpo della quale Guidobaldo interpola alcuni
passaggi esplicativi. I due testi si distinguono anche per l'uso di diversi caratteri di stampa: corsivo
per il testo archimedeo, tondo per le interpolazioni di Guidobaldo .
57 Archimedis Opera quae extant novis demonstrationibus commentariisque illustrata, Parigi 1 6 1 5 .
5 8 Naturalmente, ci siamo limitati alle edizioni pubblicate prima del 1 650, e dunque non
abbiamo menzionato l' edizione di Maurolico : Admirandi Archimedis Syracusani monumenta omnia
mathematica, Palermo 1 685, che pur essendo stata scritta più di un secolo prima, ha visto la luce
in data molto posteriore al periodo che ci interessa. Peraltro lopera di Maurolico è più una rielabo·
razione che una vera edizione del testo archimedeo. In particolare, la proposizione che ci interessa
viene dimostrata in maniera completamente diversa, utilizzando la definizione euclidea di grandezze
proporzionali . Quanto poi all'edizione di Commandino : Archimedis Opera non nulla, Venezia 1 55 8 ,
ricordiamo che essa non contiene gli Equiponderanti.
5 . La teoria galileiana delle proporzioni e la tradizione archimedea

D E F

Nam si non aequeponderabit AB positum ad F, ipsi C posito ad ipsum D, vel


maius est AB ipso C, ita ut aequiponderet ipsi C, vel non. Esto maius, & auferatur
ab ipso AB minus excessu quo AB excedit C, ita ut aequeponderent : & residuum
sit commensurabile ipsi C, quod sit A . Quoniam igitur magnitudines A, C sunt
commensurabiles , & minorem habet proportionem A ad C quam DE ad EF,
non aequeponderabunt A & C in distantiis DE, EF, posito ipso A in F, & C in
ipso D. [. . . ] Per haec eadem neque si C maius existit, quam ut aequeponderet
ipsi A [B].59

Come abbiamo già osservato, il primo a completare la dimostrazione


archimedea, o quanto meno il primo a dare alle stampe una dimostrazione
completa, è Guidobaldo dal Monte nella sua Parafrasi. Per la verità, egli
non solo interviene, completandola, sulla dimostrazione di Archimede, ma

5 9 Archimedis Opera, cit . , pag 1 2 7 - 1 2 8 . « Se poi le grandezze sono incommensurabili, ugualmente


si equilibreranno, se sospese a distanze aventi fra loro la proporzione inversa delle grandezze. Siano
AB e C grandezze incommensurabili, e DE, EF le distanze. Abbia poi AB a C la proporzione che
ha la distanza ED ad EF. Dico che il centro di gravità della grandezza composta da AB e C è il
punto E. Infatti, se AB posto in F non equilibrasse C posto in D, sarebbe o maggiore di C ai fini
dell'equilibrio, o no. Sia maggiore, e si tolga da AB meno di quanto AB eccede C ai fini dell'equili­
brio : in modo che il residuo, sia questo A, sia commensurabile con C. Poiché ora le grandezze A
e C sono commensurabili, e A ha a C una proporzione minore che DE ad EF, A e C non si faranno
equilibrio a distanze DE ed EF, posto A in F e C in D. [ . . . ] Per lo stesso motivo C non è neanche
maggiore, affinché equilibri A [B]. » È evidente una mancanza nel testo nel luogo segnato . Nel suo
lavoro: Archimedes and the pre-euclidean proportion theory, Archives lnternat. Hist. Sciences, 28 ( 1 978),
W . Knorr suggerisce che la mancanza possa essere dovuta a un errore del copista, e propone di inte­
grare il testo con la frase « but C will be too great to balance A. But this is impossible, since it
was supposed that A when placed at F was stili too great to balance C at D ». Mi pare che la proposta
di Knorr sia globalmente accettabile, anche se è preferibile apportarvi una leggera modifica, e inse­
rire al suo posto una frase che in latino suonerebbe pressappoco: « sed maius erit C ipso A, ut aequi­
ponderent; quod est contra suppositum, erat enim A maius ipso C, ita ut aequeponderent, posito
ipso A in F, & C in ipso D. » (ma C sarà maggiore di A ai fini dell'equilibrio. Ciò è impossibile;
infatti A si era supposto maggiore di C ai fini dell'equilibrio, posto A in F e C in D) . Questo testo
ha a mio parere due vantaggi rispetto a quelli proposto da Knorr. Il primo è che rende ancor più
plausibile l'ipotesi di Knorr di un errore del copista, che a causa della ripetizione della frase « posto
A in F e C in D » sarebbe passato direttamente dall a prima alla seconda occorrenza, tralasciando
il testo intermedio. Il secondo è che l'espressione di Knorr « C sarebbe troppo grande per far equili­
brio ad A » suggerisce una lettura « galileiana » del testo archimedeo, che potrebbe essere interpre­
tato come « C sarebbe maggiore di quanto occorre per far equilibrio ad A ». E invero così viene
letto da Frajese nella sua traduzione italiana delle Opere di Archimede, Torino 1 974, pag. 408 . In
realtà Archimede non dice mai « P è maggiore di quanto dovrebbe per equilibrare Q >>, ma invece
«P è maggiore di Q ai fini dell'equilibrio » (µ&1çov &<Hl rn AB TOU r T] ùlO"t& 1ooppom:1v) . Questa distin­
zione, che non è rilevante ai fini delle tesi difese da Knorr, lo è invece ai nostri propositi .
! IO Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

ne aggiunge una propria, in un certo senso simmetrica. Archimede aveva


infatti operato sulle grandezze, lasciando immutate le distanze dal fulcro;
Guidobaldo compie la sua dimostrazione
applicando divisibilitatem, & commensurabilitatem non magnitudinibus, verum
distantij s . 60

Riportiamo dunque la nuova dimostrazione . Seguendo Archimede, Gui­


dobaldo dimostra dapprima il risultato nel caso in cui le distanze dal ful­
cro siano tra loro commensurabili; quindi nel caso generale :
Sint incommensurabiles magnitudines A, C, distantiae vero DE, EF, sitque ut A
ad C ita DE ad EF. Dico A in F, C vero in D aequeponderare. Si autem (si fieri
potest) non aequeponderabunt; distantiae DE, EF aliter sese habere debebunt,
ut magnitudines A, C aequeponderent . Quocirca vel longior est EF, quam opus
sit, vel longior est ED. Sit EF longior, sitque excessus GF, ita ut posita magnitu­
dine A in G ipsi C in D aequeponderet. Fiat EH maior EG, minor vero EF. Sit
autem EH ipsi ED commensurabilis . Quoniam igitur DE ad EH maiorem habet
proportionem, quam ad EF; & ut DE ad EF, ita est A ad C; maiorem habebit pro­
portionem DE ad EH, quam A ad C. Suntque longitudines ED, EH inter se com­
mensurabiles ; ergo magnitudo A in H ipsi C in D non aequeponderabit, sed ut
aequeponderet, maiori opus est longitudine, quam sit EH; ita ut A ipsi C in D
aequeponderare possit . Atque adeo cum adhuc minor sit EG quam EH; magni­
tudo A in G magnitudini C in D nullo modo aequeponderabit .

D E G H F

e A

Quod fieri non potest; supponebatur enim A in G, & C in D aequeponderare.


Eademque prorsus ratione, si ED longior fuerit, quam opus sit, ita ut magnitudi­
nes aequeponderent, ostendetur magnitudinem C nullo pacto aequeponderare posse
ipsi A in F in minori distantia quam DE. Quare magnitudines incommensurabiles
A, C ex distantijs ED, EF, quae eandem permutatim habent proportionem, ut
magnitudines, aequeponderant . Quod demonstrare oportebat . 6 1

60 Paraphrasis, cit. , pag. 70: « applicando la divisibilità e la commensurabilità non alle grandezze,
ma alle distanze. »
6 1 Ivi, pag . 7 2 . « Siano A e C le grandezze incommensurabili, e DE, EF le distanze, e sia come
A a C, così DE ad EF. Dico che A in F e C in D si equilibrano. Se infatti (se fosse possibile) non
si equilibrassero, le distanze DE ed EF dovrebbero avere fra loro un rapporto diverso da quello
di equilibrio, e cioè o EF o ED sarebbe più lungo del necessario . Lo sia EF, e sia GF l'eccesso, in
5. La teoria galileiana delle proporzioni e la tradizione archimedea III

La lacuna nella dimostrazione archimedea non poteva sfuggire a Gali­


leo, profondo conoscitore delle opere del siracusano . Al contrario, egli
l' aveva non solo rilevata, ma anche colmata; almeno se dobbiamo attri­
buire a Galileo quelle postille ad Archimede che Viviani trascrisse in
margine a un esemplare della menzionata edizione di Basilea. 62 Di que­
ste, il Favaro ha pubblicato nel primo volume delle Opere di Galileo 63
la sola parte attinente al De Sphaera et Cylindro, attribuendole sicuramente
a Galileo, sulla scorta di una lettera di Vincenzo Santini a Viviani .64 Gli
interventi sul testo sono però molto più numerosi, e riguardano l'intero
volume, e in particolare gli Equiponderanti. Una di queste ultime, posta
al margine della pagina 1 2 8 , riguarda appunto il teorema che ci interessa.
Essa dice :
A igitur positum in F maius adhuc est quam ut aequiponderet ipsi C, et quia A
ad C minorem rationem habet quam AB ad C hoc est quam DE ad EF; quam ratio­
nem habet A ad C hanc habebit DE ad lineam maiorem ipsa FE. Sit EH, positi­
sque A, C in punctis H, D aequeponderabunt in puncto E, quod est contra suppo­
situm : A enim positum in F maius erat quam ut aequeponderet ipsi C; et si A
ponatur in H multo magis praeponderabit . 65

D E F H

modo che posta la grandezza A in G faccia equilibrio a C in D. Sia EH maggiore di EG e minore


di EF, e commensurabile con ED. Poiché DE ha ad EH rapporto maggiore che ad EF, e DE sta
ad EF come A sta a C, DE avrà ad EH rapporto maggiore di quello di A a C. Ma le lunghezze ED
ed EH sono commensurabili; dunque la grandezza A in H non equilibrerà C in D, ma perché possa
equilibrare C in D avrà bisogno di una lunghezza maggiore di EH. A maggior ragione, dato che
EG è minore di EH, in nessun modo la grandezza A in G equilibrerà la grandezza C in D. Ma ciò
non può accadere; infatti si era supposto che A in G facesse equilibrio a C in D. Con lo stesso ragio­
namento, se ED si suppone più lunga del necessario, si mostrerà che la grandezza C in nessun modo
può equilibrare A in F da una distanza minore di DE. Ne segue che le grandezze incommensurabili
A, C da distanze ED, EF che hanno proporzione contraria delle grandezze, si fanno equilibrio. Che
è quanto si doveva dimostrare . »
62 Il volume di Viviani è conservato alla Biblioteca Nazionale di Firenze, alla segnatura Post. r o 2 .
6 3 Voi. I, pag. 2 2 9-242
64 Tale lettera, trascritta quasi per intero dal Favaro nell' introduzione alle Postille (Voi. I,
pag . 2 3 1 ) , si trova a c . 1 88 del voi. 255 dei Ms. Gal.
6 5 « Dunque A posto in F è maggiore di quanto dovrebbe per equilibrare C, e poiché A ha a
C rapporto minore che non AB a C, cioè che DE ad EF, il rapporto che A ha a C Io avrà DE a
una linea maggiore di FE. Sia questa EH, e posti A e C nei punti H e D si equilibreranno nel punto
E, il che è contro quanto supposto : infatti A posto in F era maggiore di quanto avrebbe dovuto
per equilibrare C; e se A si porrà in H prepondererà molto di più . »
112 Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

Di questo intervento galileiano 66 ci interesserà non tanto il modo


scelto per completare la dimostrazione (in particolare l'introduzione di una
distanza EH maggiore di EF che costringe a intervenire anche sulla figura) ,
ma piuttosto il leggerissimo ma essenziale cambiamento di linguaggio : dove
il testo a stampa recitava sistematicamente «AB excedit C, ut aequepon­
derent », e cioè « AB è maggiore di C ai fini dell'equilibrio », Galileo dice
invece «A maius est quam ut aequeponderet ipsi C»; in altre parole : « A
è maggiore di quanto dovrebbe essere per equilibrare C». Il linguaggio è
già quello usato nella giornata aggiunta.
Abbiamo dunque una relazione tra la dimostrazione di Archimede e la
teoria delle proporzioni elaborata da Galileo, relazione che passa attra­
verso la dimostrazione archimedea degli Equiponderanti. Lo stesso brano
lo troviamo menzionato due volte nella corrispondenza di Torricelli, ambe­
due le volte nel primo semestre del 1 64 7 , il periodo in cui con tutta proba­
bilità egli veniva stendendo il suo De Proportionibus . Scrive Torricelli a
Nicolò Zucchi, il 1 2 marzo 1 64 7 :
L ' altra cosa che h o notato è l'obiezzione che V . S . f a alla Propos : 6 degl' Equipon­
deranti. Io non nego che Archimede sia un poco scarso in quella Propos .ne e che
gl' espositori siano anche loro difettosi (comprendendovi anche Guidobaldo da me
poco stimato), e però confesso che l'obiezzioni di V . S . hanno ragionevole appa­
renza, ma nulladimeno io credo che Archimede sia incolpabile, e si possa dimo­
strare che la proposizione è verissima, e ben dimostrata anche secondo la strada
che piglia esso Archimede .67

Nella seconda lettera il teorema di Archimede viene indicato a Torri­


celli da Michelangelo Ricci, che rileva esplicitamente come a esso soggiac­
cia una teoria delle proporzioni diversa da quella euclidea. Scrive Ricci :
Quanto alle proporzioni, io vi ho affaticato sopra molto poco, non facendovi io
capita! veruno, perché osservo che Archimede non usò mai la Sesta Definizione
d'Euclide delle quattro quantità proporzionali, ma s ' incamminò assai diversamente,
come potrà scorgere dalle dimostrazione della 6 . a degli Equiponderanti, all' imita­
zione della quale Marino Ghetaldo, nel suo Archimede Promoto, dimostra il 2 . do
e 3 . zo Teorema.68

L' opera menzionata da Ricci è il Promotus Archimedis, che il ragusino


Marino Ghetaldi (Getaldic) aveva stampato a Roma nel 1 603 . In essa, come
dice Ricci, Ghetaldi dimostra, usando il metodo di Archimede, che nei
corpi dello stesso genere la gravità è proporzionale alla grandezza. Come

66 In linea di principio, non è certo che esso debba attribuirsi a Galileo, e a rigore potrebbe
essere dovuto allo stesso Viviani. In ogni caso, si tratta di un testo originato senza dubbio nell'am­
biente galileiano .
6 7 Opere di Torricelli, III, pag. 439-440.
68 Ivi, pag. 48 1 ; Carteggio , pag . 408.
5 . La teoria galileiana delle proporzioni e la tradizione archimedea I I3

al solito, il risultato viene provato dapprima nel caso commensurabile (Pro­


posizione 2) e quindi esteso al caso incommensurabile:
Et incommensurabilia corpora eiusdem generis eandem in gravitate rationem habent,
quam in magnitudine.
Sint incommensurabilia corpora A, BC, quorum gravitates D, ipsius A, & EF, ipsius
BC. Dico esse ut A ad B C, ita D ad EF. Si enim non est ut A ad BC ita D ad
EF, erit ut A ad BC ita D vel ad minorem quam EF, vel ad maiorem. Sit primum
ad minorem, nempe ad EG, & exponatur aliquod corpus K, eiusdem generis cum
corporibus A, B C, cuius gravitas sit aequalis ipsi GF, & a corpore BC auferatur
aliqua pars HC, guae sit minor corpore K, ita ut reliqua pars BL sit commensura­
bilis ipsi A. & sit partis HC gravitas IF, ergo reliquae partis BL gravitas erit El.
Quoniam igitur corpus A commensurabile est ipsi BL, erit ut A ad BL, ita D ad
El, sed ut A ad BC ita est D ad EG, atque A, primus proportionalium terminum
in serie prima, maiorem habet rationem ad BL, secundum terminum, quam A ,
primum terminum i n serie secunda, ad B C secundum; ergo & D, tertius terminus
in serie prima, ad El, quartum, maiorem habebit rationem quam D, tertius termi­
nus in serie secunda, ad lG, quartum.

Quoniam igitur D maiorem habet rationem ad El quam ad EG, erit El minor quam
EG, quod est absurdum. Non igitur est ut A ad BC, ita D ad minorem quam
Ef.69

Allo stesso modo si esclude l'alternativa opposta, e si dimostra il teorema.


Gli esempi che abbiamo riportato dimostrano ampiamente l' esistenza
di una serie di studi archimedei, nei quali il metodo dimostrativo usato
negli Equiponderanti viene assimilato e usato per dimostrare teoremi ana­
loghi. Allo stesso tempo si fa luce la consapevolezza che la teoria che sog-

69 Promotus Archimedis, cit . , pag. 2·3. «Anche i corpi incommensurabili dello stesso genere hanno
lo stesso rapporto in gravità e in grandezza. Siano A e BC due corpi incommensurabili, e sia D la gra­
vità di A ed EF quella di BC. Dico che come A sta a BC così D sta ad EF. Se infatti non è così,
A starà a BC come D a una maggiore o minore di EF. Sia a una minore, come EG. e si prenda
un altro corpo K, dello stesso genere con A e BC, la cui gravità sia uguale a GF, e dal corpo BC
si tolga una parte HC minore di K, in modo t ale che la parte restante BL sia commensurabile con
A. Sia IF la gravità della parte HC, cosicché la gravità della parte rimanente BL sarà El. Poiché
il corpo A è commensurabile con BL, A starà a BL come D ad EI. Ma come A a BC così D ad EG,
e così A , primo termine della prima serie, ha a BL, secondo termine, rapporto maggiore di quello
di A, primo termine della seconda serie, a BC, secondo. Dunque anche D, terzo termine della prima
serie, avrà a EI, quarto, rapporto maggiore di quello di D, terzo termine della seconda serie, a EG,
quarto. Poiché dunque D ha rapporto maggiore ad EI che ad EG, EI sarà minore di EG, il che è
assurdo. Dunque è impossibile che A stia a BC come D a una minore di EF. »
1 14 Variazioni sul tema galileiano: Torricelli

giace alla dimostrazione archimedea è diversa da quella classica degli Ele­


menti, in quanto evita le complicazioni e l'oscurità legate all a definizione
di proporzionalità tramite gli equimultipli. A questa tradizione archime­
dea si riallacciano consapevolmente Galileo, e dopo di lui Torricelli, nel
formulare la loro teoria delle proporzioni . Naturalmente, non si vuole qui
asserire l'esistenza di una filiazione diretta tra il metodo archimedeo di
dimostrazione e la teoria di Galileo, elaborata da Torricelli. D ' altra parte
la teoria sulla quale si fonda la dimostrazione archimedea 70 non traspare
esplicitamente dalla lettura del testo, per di più monco, degli Equiponde­
ranti, ma richiede quanto meno un'opera di ricostruzione, se non di divi­
nazione.
Ciò detto, non si può fare a meno di rilevare la coincidenza quasi per­
fetta tra la teoria galileiana e la sua sistemazione da parte di Torricelli,
e quella teoria pre-euclidea delle proporzioni, che Knorr ha ricostruito sulla
base dei brani di Pappo, e soprattutto di Archimede . Le opere di Galileo
e di Torricelli costituiscono una riscoperta di tale teoria, autonomamente
compiuta sotto l'influsso, indiretto ma sensibile, dell' opera del matema­
tico siracusano .

70 Per una ricostruzione delle idee fondamentali di questa teoria si veda il già citato lavoro di
W. Knorr, Archimedes and the pre-euclidean proportion theory.
5.
L' ' 'Euclides Restitutus' ' di Giovanni Alfonso Borelli

r. Né Euclide né Galileo

Se la sistemazione torricelliana aveva chiarificato non poco le idee di


Galileo sulla natura della proporzionalità, e le aveva formalizzate in una
teoria coerente e maneggevole, in essa non mancavano tuttavia punti deboli
e difficoltà interpretative, alcuni dei quali abbiamo rilevato nella nostra
analisi, e che rendevano opportuna una sua revisione, se non altro per eli­
minare i difetti e le oscurità residue . Ma indipendentemente dalle imper­
fezioni tecniche della teoria di Torricelli, era proprio l'impostazione assio­
matica che abbiamo messo in luce a suscitare se non riserve esplicite, che
difficilmente si sarebbero potute rivolgere a un'opera inedita anche se lar­
gamente nota quale era il De proportionibus, quanto meno differenze di
punti di vista e di conseguenza operazioni di revisione .
Un posto particolare per profondità e precisione dei concetti merita l'opera
di Giovanni Alfonso Borelli . 1
1 Euclides restitutus, sive prisca geometriae elementa, brevius, & facilius contexta, in quibus praecipue
Proportionum theoriae nova, firmiorique methodo promuntur. A Io: Alphonso Borellio, in Messanensi pri­
dem, nunc vero in Pisana Academia Matheseos professore. Pisis, ex officina Francisci Honophri. 1 658.
Successive edizioni si ebbero nel 1 679 (Romae, ex typogr. Mascardi) e nel 1 695 (Romae, typis Dom.
Ant. Herculis) . Dell' Euclides restitutus uscì inoltre una traduzione italiana, limitata ai primi cinque
libri, a cura di Domenico Magni (ma apparentemente rivista e corretta dallo stesso Borelli), con il
titolo Euclide rinnovato (Bologna, presso G . B . Ferroni, 1 663). Peraltro quella del Magni, più che una
traduzione, è un compendio nel quale sono eliminate le parti esplicative mantenendo solo quelle dot­
trinali. Così nella parte che ci interessa mancano o sono ridotti a poche parole la maggior parte degli
esempi che nel testo latino accompagnano le varie definizioni, come pure la lunga discussione delle
teorie precedenti, ivi compresa quella torricelliana, che Borelli fa seguire alle definizioni. Il testo di
Magni è invece pressoché completo negli enunciati e nelle dimostrazioni. Noi ci serviremo qui di que­
sta traduzione (che indicheremo con Magni) nel dare la versione italiana dei passi latini, tutte le volte
che ciò sarà possibile. La teoria delle proporzioni in Borelli è stata oggetto di un articolo di F. Podetti,
La teoria delle proporzioni in un testo del XVII secolo, Boll. di Bibliogr. e Storia delle Matem. (Loria)
X'V ( 1 9 1 3 ) pag. 1 -8 e 33-4 r . Lo studio di Podetti, che risente dell'influenza del punto di vista di Enri­
ques, si avvale della traduzione di Magni, ed è rivolto soprattutto a sottolineare le analogie tra la teoria
di Borelli e la moderna teoria dei numeri reali. Più recentemente su di essa hanno scritto C. Vasoli:
Fondamento e metodo logico della Geometria nell Euclides Restitutus del Barelli, Physis, 1 1 ( 1 969),
'

pag. 5 7 1 -598 e F. Palladino: Sulla teoria delle proporzioni nel seicento, Nuncius VI (2) ( 1 9 9 1 ) , pag. 33-8 r .
I I6 L ' "Euclides Restitutus " di Giovanni Alfonso Barelli

Galileo, e con lui Torricelli, aveva proposto una teoria basata sul rigetto
della definizione euclidea di grandezze proporzionali, e sulla sua sostitu­
zione con la Definizione Clavio 4 e con una serie di assiomi che consentis­
sero di operare con grandezze proporzionali. Al contrario, Barelli non ritiene
possibile eliminare completamente una definizione operativa di grandezze
proporzionali, e pur rigettando a causa della sua oscurità la definizione
euclidea, si propone di sostituirla con una che risulti più immediata, dun­
que più accettabile di quella proposta da Euclide . In questo modo egli si
pone in una posizione critica sia rispetto a Euclide che a Galileo : al primo
rimprovera la complessità, e di conseguenza l'oscurità delle definizioni;
al secondo l' assenza di un criterio operativo che permetta di decidere quando
quattro grandezze siano proporzionali.
Alla ricerca di una strada intermedia tra le due, Barelli dedica il terzo libro
del suo Euclides restitutus.
Il punto di partenza è ancora una volta la critica delle definizioni euclidee:
Liber quintus elementorum Euclidis adeo difficilis , & imperceptibilis unicuique
videtur, ut merito dubitari possit aliquid in eo desiderari. C aetera vero opera Eucli­
dis ita dare, & evidenter percipiuntur, ut ne umbra quidem difficultatis reliquant,
sicuti puritas scientiae demonstrativae exigit. Qua ergo ratione fieri posset, ut omnes
in hoc opere de proportionibus, tanquam in scopulum incidentes , haererent per­
plexi & dubij , nisi aliquid non rite, aut non dare expositus in principiis assumptis ,
aut in progressu reperietur? 2

La ragione sta ovviamente nell'oscurità e difficoltà della definizione,


o meglio nelle definizioni, di propozionalità. Barelli riprende qui la critica
torricelliana alla doppia definizione (Clavio 4 e Clavio 6) :
Multifariam definivit Euclidem proportionalitatem, in libro quinto duplici modo,
& aliter in septimo . In quinto enim . . . in quarta definitione addit proportionalitatem
esse proportionum similitudinem. Deinde in sexta dixit : in eadem proportione . 3 . .

e anzi la amplia includendovi anche la Definizione 20 del VII libro :


Hisce definitionibus adductis , non quievit Euclides , sed libri VII defin. 2 0 agens
de quadam species quantitatis, scilicet de numero, hanc aliam attulit definitionem

2 Euclides restitutus, pag. 1 1 7 . « li quinto libro degli elementi di Euclide sembra a tutti talmente
difficile e incomprensibile, che a ragione si può dubitare che in esso manchi qualcosa. Le altre opere
di Euclide invero si comprendono con tanta chiarezza ed evidenza, da non lasciare nemmeno l'om­
bra di una difficoltà, come esige la purezza della scienza dimostrativa. Per quale ragione dunque
può accadere che in quest'opera sulle proporzioni tutti, come se inciampassero su un sasso, si arre­
stano perplessi e dubbiosi, se non perché o nei principii assunti, o nelle dimostrazioni, vi si trova
qualcosa esposto in maniera non conveniente, o non chiara? »
3 Ibidem. « Euclide definisce la proporzionalità in molti modi, in due modi nel quinto libro e
ancora diversamente nel settimo. Nel quinto . . . dice nella quarta definizione: La proporzionalità èsi­
militudine di proporzioni. Quindi alla sesta aggiunge: Nella stessa proporzione . ». Borelli, e noi con
. .

lui, segue costantemente la versione di Clavio, alla quale si riferisce per la numerazione delle defini­
zioni e delle proposizioni.
r . Né Euclide né Galileo 1 17

proportionalitatis: Numeri proportionales sunt, cum primus secundi, & tertius quarti
aeque multiplex est, vel eadem pars, vel eaedem partes . Eadem ergo res, eodem nomine
proportionalitatis signata, tribus modis ab Euclide definitur, adhibitis tribus pas­
sionibus diversis inter se. Et guoniam, ut dictum est, Definitio, guae est princi­
pium Scientiae, debet exponi per passionem omnium notissimam, & primam earum,
guae subjecto definito conveniunt: cumgue tres dictae passiones non possint esse
omnium notissimae, & primae; necessario aliguae ex eis , si non omnes, superfluae,
aut adulterinae, aut pravae erunt.4

In realtà si tratta non di tre, ma di due definizioni , poiché Barelli (come


aveva fatto poco prima, seguendo Torricelli, con la terza e la quinta) ,5
legge la sesta definizione come una precisazione della quarta:
Verisimile etiam est definitiones 4 , & 6 , duas distinctas non esse, & separatas ;
sed constituere unicam tantum; & continuari debere, ut sensus sit : Magnitudines
proportionales sunt illae, quae habent similes respectus: & tunc respectus similes inter
se dicuntur, cum aeque multiplices earum habeant dictam conditionem : & sic non
sit opus , ut ostendatur, guod magnitudines habentes similes respectus, habeant
conditionem sextae definitionis, nec e contra. 6

L'unione delle due definizioni, quarta e sesta, prelude al rigetto di ambe­


due : se la sesta definizione è complessa e difficile da verificare, la quarta
senza la sesta è ambigua e dunque inadatta a fungere da fondamento per
la teoria delle proporzioni. Sul tema dell'ambiguità della quarta definizione
Barelli insiste a lungo, dato che su questo argomento si baserà per respin­
gere le precedenti costruzioni di Benedetti e di Torricelli.
At ego huic sententiae acguiescere non possum; eo guod fondamentum eius, guod
nimirum 4 . definit. lib . V Euclidis (solitarie sumpta) sit bona, & scientifica, mihi

4 Ivi, pag. r 1 7- r r 8 : « Una volta poste queste definizioni, Euclide non si fermò, ma trattando
nella Definizione 20 del VII libro di una particolare specie di quantità, e cioè dei numeri, diede
quest' altra definizione di proporzionalità: Quattro numeri sono proporzionali, quando il primo del
secondo, e il terzo del quarto, o sono equimultipli, o sono la stessa parte, o le stesse parti. Dunque
la stessa cosa, denotata con lo stesso nome di proporzionalità, viene da Euclide definita in tre modi,
tramite tre proprietà diverse. E poiché, come si è detto, le Definizioni, che sono i principii della
Scienza, si devono introdurre per mezzo della proprietà più nota di tutte, e la prima tra quelle che
convengono al soggetto definito: e poiché d'altra parte queste tre proprietà non possono essere tutte
e tre le più note e le prime; di necessità alcune di esse, se non tutte, saranno o superflue, o adulte­
rate, o cattive. »
5 I vi, pag. r r T « Euclides . . . dixit tertia definitione: proportionem esse duarum magnitudinum
eiusdem generis, scilicet quae possunt multiplicatae se se mutuo superare, habitudinem quandam seu
respectum secundum quantitatem. » (Euclide . . . disse alla terza definizione: la proporzione è una certa
convenienza, ovvero rispetto, secondo la quantità, di due grandezze dello stesso genere, cioè tali che
moltiplicate si possono superare l'un l'altra.) Seguendo Commandino, tradurremo oxéaic; (habitudo)
con convenienza.
6 Ivi, pag. r r 9 : « È verosimile anche che le due Defini2ioni 4 e 6 non siano distinte e separate;
ma costituiscano una sola definizione, e si debbano leggere di seguito, in modo che il senso sia:
Grandezze proporzionali sono quelle che hanno rispetti simili: e i rispetti si dicono simili quando gli
equimultipli di quelle verificano la detta condizione: e così non sia necessario dimostrare che le gran­
dezze che hanno rispetti simili verificano la sesta definizione, e viceversa. »
I I8 L " 'Euclides Restitutus " di Giovanni Alfonso Barelli

stabile non videtur, ut mox ostendam . Quaelibet res in mente praeconcepta non
potest declarari, & exponi absque vocabulis, significantibus illam rem; propterea
pro tali declaratione inepta erunt vocabula ambigua, confusa, & non expressiva . . . .
Iam passio adhibita in definitione proportionalitatis, guae est similitudo respectuum,
quo ad quantitatem pertinet, si exponitur vocabulis ambiguis, & obscuris, cum non
decleret evidenter quid proportionales sint, & quare distinguantur a coeteris rebus,
erit ignota; & propterea non erit bona definitio , idest non poterit esse principium
scientiae; quandoquidem ne dum certam, & evidentem cognitionem non affert,
sed potius incertitudinem, & ignorantiam.7

Occorre dunque esaminare la Definizione 4 , per vedere se la proprietà


che essa introduce sia descritta con parole univoche e precise . La rispo­
sta sarà ovviamente negativa: una conclusione determinata fin dall'inizio
dalla scelta della versioni più moderne di Commandino e soprattutto di
Clavio, che parla di similitudine invece che di identità di proporzioni 8
anche quando la relativa definizione porta il numero 4 . E in effetti è
proprio contrapponendo l' ambiguità del termine similitudo alla chiarezza
di termini come aequalitas e simili, che Borelli conduce la sua argomen­
tazione :
vocabula illa, quorum significatus simplex est, non aequivocus ; usu receptus , &
ut talis ab omnibus percipitur sine haesitatione, acceptantur in scientiis mathema­
ticis, nec indigent declaratione; ut sunt haec vocabula: Totum, Portio, Aequale,
Maius, Minus, Excessus , Defectus, & alia quamplurima, quorum germana signifi­
catione nemo est, qui non intelliget : Reliqua vero vocabula, guae non sunt huius
generis non admittuntur in mathematicis, nisi prius expresse declaretur quidnam
per illa significari velimus, ut aequivocationes omnino tollantur.9

Tra i vocaboli primitivi figura ovviamente il termine « uguale », ma non


« simile »; e infatti questo termine è usato dallo stesso Euclide con signifi­
cati diversi in luoghi diversi :

7 Ivi, pag. 1 20 . « lo non posso consentire con questa opinione; dato che il suo fondamento, cioè
che la quarta definizione del V libro di Euclide (presa da sé sola) sia buona e scientifica, non mi
sembra solido, come ora mostrerò . Una cosa qualsiasi immaginata nella mente non può essere defi­
nita ed esposta, se non con parole che la significhino; e dunque per tale spiegazione saranno inadatti
vocaboli ambigui, confusi, e non espressivi . . . . Ora la proprietà usata nella definizione di proporzio­
nalità, che è una similitudine di rispetti, per quanto attiene alla quantità se è esposta con vocaboli
,

ambigui e oscuri, non dichiarando con evidenza cosa siano le quantità proporzionali, e come si distin­
guano dalle altre cose, sarà ignota, e per ciò non sarà una buona definizione, e non potrà servire
da principio alla scienza, in quanto non produce una cognizione certa ed evidente, ma piuttosto
incertezza e ignoranza. »
8 Non così, ad esempio, l'edizione di Zamberti (Euclidis Megarensis . . . Elementorum libri XIII. . .
Venetiis, i n aedibus Ioannis Tacuini, 1 5 05), che ha: Proportio vero est rationum identitas.
9 Euclides restitutus, pag . 1 2 0. « Quei vocaboli, il cui significato è semplice, non equivoco, con­
sacrato dall'uso, e che come tale è riconosciuto da tutti senza esitazione, si accetteranno nelle scienze
matematiche senza che abbiano bisogno di spiegazione; come sono ad esempio questi: Tutto, Parte,
Uguale, Maggiore, Minore, Eccesso, Difetto, e vari altri, il cui genuino significato nessuno ignora.
Gli altri vocaboli, che non sono di questo tipo, non sono ammessi nelle matematiche se non dopo
aver spiegato cosa intendiamo con essi, in modo da evitare ogni equivoco. »
1 . Né Euclide né Galileo 1 19

Nam Euclides ipse vocem similitudinis declaravit in tertio libro dum ait: circulo­
rum segmenta similia esse, quando anguli in segmentis aequales sunt. Et in lib. VI,
aliter eam exposuit, dum ait: triangula, & polygona sunt similia, quando sunt aequian­
gula, & circa angulos aequales latera sunt proportionalia . Similiter in lib . XI solida
similia esse dixit quae ex paribus multitudinibus polygonorum similium continentur;
atque conos, & cylindros similes inter se esse, quando axes, aeque inclinati ad bases,
proportionales sunt diametri basium. Quare manifestum est vocem similitudinis esse
ambiguae significationis; & ideo sensus horum verborum: similitudo respectuum,
quo ad quantitatem pertinet, erit confusae significationis; propterea quod similia
vocantur ea, guae in aliquo conveniunt, idest, guae habent aliquam identitatem . . . .
Sed . . . quando & quomodo respectus ille est similis isti? An quando prima magni­
tudo maior est secunda, pariterque tertia maior est quarta? An quando prima minor
est secunda, & tertia quoque minor est quarta? An si prima maior est secunda,
tertia vero minor est quarta? Vel cum excessus ambarum antecedentium supra con­
sequentes aequales sunt inter se, aut potius, cum ambarum antecedentium defec­
tus a consequentibus aequales fuerint? In his enim omnibus similes sunt respec­
tus, aut in excedentia, aut in deficientia, aut in aequalitate, vel in aequali mensura
excessuum, vel defectuum. Neque negari potest esse tales respectus, seu habitudi­
nes, quo ad quantitate pertinet: scimus tamen huiusmodi habitudines non esse
proportionales . 1 0

È così pienamente dimostrata l' ambiguità della Definizione 4 , che non


dà se non in alcuni casi una definizione chiara della proporzionalità. E
in effetti, la somiglianza dei rapporti non si può percepire immediatamente
se non quando questi siano razionali, poiché in questo caso essi si possono
ridurre a rapporti di numeri; non così nel caso dei rapporti incommensu­
rabili, nei quali in nessun modo la similitudine dei rispetti appare nella
necessaria evidenza.
Giunto a questo punto, Barelli prende le distanze dalla proposta di Gali­
leo, o meglio dall'elaborazione torricelliana di tale proposta. Galileo, e Tor­
ricelli con lui, aveva concepito una teoria assiomatica delle proporzioni,

10
Ivi, pag. 1 20- 1 2 1 . « Infatti Euclide nel terzo libro definisce la similirudine dicendo: i segmenti
dei cerchi sono simili quando gli angoli nei segmenti sono uguali [def. 1 I ] . E nel VI libro la espone
diversamente, quando dice: i triangoli e i poligoni sono simili quando sono equiangoli, e i lati attorno
agli angoli uguali sono proporzionali [def. 1 ] . Ancora, nel libro XI dice: sono simili i solidi contenuti
da un numero uguale di poligoni simili [def. 9] , e i coni e i cilindri simili sono quelli i cui assi sono
ugualmente inclinati sulle basi e proporzionali ai diametri delle basi [def. 24]. È dunque chiaro che
la voce similirudine è di significato ambiguo, e dunque il senso delle parole similitudine di rispetti,
per quanto attiene alla quantità sarà di significato confuso; dato che si chiamano simili quelle cose
che hanno qualcosa in comune, e cioè che hanno una qualche identità . . . . Ma quando, e come un
rispetto sarà simile all'altro? Forse quando la prima grandezza è maggiore della seconda, e parimenti
la terza è maggiore della quarta? O forse quando la prima è minore della seconda e la terza minore
della quarta? O se la prima è maggiore della seconda e la terza minore della quarta? Oppure quando
gli eccessi di ambedue le antecedenti sulle conseguenti sono uguali tra loro, o piuttosto quando sono
uguali i difetti di ambedue le antecedenti sulle conseguenti? In tutti questi casi i rispetti sono simili,
o nell'eccedere, o nel mancare, o nell'essere uguali, o nell'avere uguali eccessi o difetti. Né si può
negare che tali rispetti, o convenienze, siano attinenti alla quantità; e tuttavia sappiamo che queste
convenienze non sono proporzionalità. »
1 20 L " 'Euclides Restitutus " di Giovanni Alfonso Bore/li

nella quale l' ambiguità, così ben messa in luce da Barelli, della definizione
di proporzionalità secondo il percorso claviano, veniva superata per mezzo
di un apparato assiomatico preciso e completo; così che non la definizione,
che non entrava mai in gioco, ma gli assiomi erano i veri protagonisti della
teoria. 1 1 Barelli coglie bene questo punto della formulazione torricelliana,
ma lo rifiuta in nome della necessaria evidenza delle definizioni. Si scon­
trano qui due concezioni alternative del ruolo delle definizioni in una teo­
ria matematica. La prima, affermatasi nell'ultimo secolo, annulla sostan­
zialmente la distanza tra definizioni e assiomi, e ripone in questi ultimi
il senso dell'oggetto definito . È questa la posizione di Galileo e di Torri­
celli, quanto meno implicita nelle teorie dei due scienziati una volta che
si sia riconosciuta la sostanziale ambiguità della definizione di rapporto
sulla quale si fonda. Contro questo atteggiamento formalista, Barelli oppone
la necessità di definizioni costruttive, che permettano di individuare con
chiarezza la cosa definita. Naturalmente, né Galileo né Torricelli sono mai
nominati, né potevano esserlo dato che sia la Giornata aggiunta del primo
che il libro delle proporzioni del secondo, ancorché largamente conosciuti,
erano rimasti inediti; essi sono però chiaramente riconoscibili quale ber­
saglio immediato della polemica borelliana.
Neque admitti potest sententia praestantissimi neoterici Auctoris, qui censet, quam­
quam expresse, & evidenter declarari nequeat quidnam sid illud, per quod una
proportio est similis alteri, sufficere tantum, ut una concedatur similis alteri, &
denique admittatur in natura dari proportionalitatem. At inquam ego, quomodo
possum hoc concedere, si non percipio quidnam proportionalitas sit? Et quomodo
distinguere possum quando una habitudo, quo ad quantitatem pertinet, est simi­
lis , vel non, alteri, si hucusque tradita non est passio prima, & evidenter cognita,
per quam similes respectus dignosci possint? Et tandem quomodo concedere pos­
sum reperiri in natura respectus similes, quo ad quantitatem pertinet, si horum
verborum germana significatione non percipio? 1 2

1 1 D'altra parte, anche se terminologicamente Torricelli usa il termine « similitudo », per lui, e
per Galileo prima di lui, questo termine era usato come un sinonimo di « uguaglianza ». Si confronti
la quinta giornata galileiana, dove lo scienziato pisano usa indifferentemente i termini simile (« l'ec­
cesso della prima sopra la seconda sarà simile all'eccesso della terza sopra la quarta ») , stesso e mede­
simo (« aver la prima alla seconda la stessa [medesima] proporzione che ha la terza alla quarta ») . Più
esplicitamente Torricelli parlerà di rapporti uguali: « erit ratio A ad B eadem cum ratione B ad E »;
e Viviani dirà: « Proporzioni simili tra le quantità (che anco si dicono indifferentemente proporzioni
uguali, e proporzioni medesime) . . . ». Peraltro nemmeno Barelli riesce a separare completamente i
termini « simile » e « uguale », e ad esempio nella definizione XII dirà: « vocetur incommensurabilis
proportio quantitatis primae ad secundam eadem, ve! similis proportioni quantitatis tertiae ad quar­
tam » (la proporzione incommensurabile tra la prima e la seconda si dirà uguale, o simile alla propor­
zione tra la terza e la quarta. [Il corsivo è mio]) .
12 Euclides restitutus, pag. 1 2 2 . « Né si può ammettere l'opinione di un eminente autore contem­
poraneo, il quale sostiene che, benché non si possa spiegare espressamente ed evidentemente cosa
sia quello che fa sì che una proporzione sia simile a un' altra, sia tuttavia sufficiente che si conceda
essere l'una simile all' altra, e che si ammetta che in natura si dia la proporzionalità. Ma, dico ,
I . ;\Jé Euclide né Galileo 121

L'identificazione dell'autore contemporaneo con Torricelli è confermata,


se ce ne fosse bisogno , da un brano successivo nel quale il procedimento
torricelliano è descritto con maggior dettaglio per individuarne i punti deboli
e ritorcergli contro le accuse da lui mosse a Euclide :
Vanus est ergo labor clarissimi huius auctoris in suo acutissimo lib . V de propor­
tionibus , qui facta hac suppositione , quod nimirum dentur in natura magnitudi­
nes proportionales , quae scilicet habeant similes respectus, quo ad quantitatem
pertinet, assumit propositiones 7 . 8. 9. r o . r r . & 1 3 . Euclidis, ut per se notas,
& ut axiomata. Deinde in duobus triangulis aeque altis probat basis unius non
esse maiorem, neque minorem, quam opus est, ut ad basim alterius eandem pro­
portionem habeat , quam triangulum ad triangulum: quod ostendit ex dictis pro­
nunciatis , more antiquorum per deductionem ad inconveniens , mediante commen­
surabili proportione triangulorum, & basium commensurabilium. Sed praedictus
progressus videtur obscurus, & imperfectus: nam tradita non est definitio propor­
tionalium, per aliquam primam, & evidenter cognitam passionem; quandoquidem
similitudo respectuum, quo ad quantitatem pertinet ambigua, & obscura est; &
ideo ignoratur an in natura dentur proportionales, & multo magis ignoratur, quando
prima magnitudo est maior, aut minor, quam opus est, ut ad secundam habeat
eandem proportionem, quam tertia habet ad quartam. 13

La definizione deve dunque permettere di individuare senza ambiguità


l'oggetto definito, e deve essere operativa, nel senso che in base ad essa
si deve poter distinguere se un oggetto possiede o meno la proprietà richie­
sta. Per questo motivo , oltre che per ragioni di evidenza e di semplicità,
la definizione deve far uso della più semplice e più evidente delle proprietà
della cosa definita. Né la quarta né la sesta definizione del V libro degli
Elementi possiedono queste caratteristiche; la quarta per la sua ambiguità,
la sesta per la sua complessità. Occorrerà dunque cercare altrove il fonda­
mento della teoria delle proporzioni .

come posso concedere ciò se non so cosa sia la proporzionalità? E come posso distinguere quando
una convenienza , per quanto attiene alla quantità, sia simile o no a un ' altra, se fin qui non è stata
assegnata la proprietà prima , ed evidente, per la quale si poss ano riconoscere i rispetti simili? E
infine, come posso concedere che si trovino in natura rispetti simili , in quanto attiene alla quan­
tità, se non colgo il vero significato di queste parole? »
13 lvi, pag . I 2 3 : « È dunque vana la fatica di questo chiarissimo autore nel suo acutissimo V
libro sulle proporzioni , dove fatta una tale supposizione , che cioè si diano in natura grandezze pro­
porzionali, vale a dire che abbiano rispetti simili, per quanto attiene alla quantità, assume le Propo­
sizioni 7. 8. 9. r o . I I . e I 3 . di Euclide come di per sé note, e come assiomi . Dopodiché dimostra
che in due triangoli della stessa altezza la base dell' uno non è né maggiore, né minore di quanto
è necessario , affinché abbia alla base dell' altro la stessa proporzione, che ha il triangolo al triangolo:
e lo dimostra, a partire da tali assiomi , al modo degli antichi mediante una riduzione all' assurdo,
per mezzo della proporzione commensurabile dei triangoli e delle basi commensurabili. Ma un tale
procedimento è oscuro e imperfetto ; infatti non viene data la definizione di [quantità] proporzionali
per mezzo di qualche proprietà prima ed evidente; e dunque la similitudine dei rispetti per quanto
attiene alla quantità è ambigua e oscura; cosicché non si sa se in natura si diano [quantità] propor­
zionali , e a maggior ragione non si sa quando la prima grandezza è maggiore o minore di quanto
occorre, per avere alla seconda la stessa proporzione che ha la terza alla quarta . »
122 L ' "Euclides Restitutus " di Giovanni Alfonso Barelli

2. La sistemazione borelliana

Il terreno peraltro è già preparato dalla discussione precedente: se le


Definizioni 4 e 6 del V libro sono da rigettare, non rimane che rivolgersi
all'unica che resta: la Definizione 20 del VII libro, e costruire la teoria
delle proporzioni sulla base dei rapporti razionali .
In questa operazione, Barelli si pone nella stessa linea di pensiero di
Torricelli, che vedeva nei rapporti razionali la chiave per una teoria delle
proporzioni che evitasse la definizione euclidea. Ma diversamente dal faen­
tino, per il quale i rapporti commensurabili entravano nelle dimostrazioni
(con la riduzione ali' assurdo del caso generale) senza per questo toccare
altro che marginalmente le definizioni e gli assiomi, Barelli opera, per così
dire, una « riduzione all ' assurdo » nelle stesse definizioni, dove la defini­
zione generale di proporzionalità (ovvero di uguaglianza di proporzioni)
procede escludendo la possibilità che uno dei rapporti in questione sia mag­
giore dell'altro . Abbiamo ancora una volta gli echi dell'idea galileiana, che
però nelle riflessioni di Barelli assume l' aspetto di una catena esplicita di
definizioni, priva di salti logici e di assunzioni nascoste . Così se da una
parte Barelli si allontana dalla formulazione « assiomatica » di G alileo e di
Torricelli, che anzi respinge esplicitamente, dall' altra egli appare come il
continuatore naturale della linea di pensiero già presente implicitamente
in Archimede, e poi più sistematicamente nei due scienziati che lo hanno
preceduto, e che consiste nel passaggio dai rapporti razionali agli irrazio­
nali mediante una riduzione ali' assurdo, o in altre parole per mezzo di una
definizione negativa.
Ma lasciamo da parte la discussione generale per venire alla descrizione
più dettagliata della costruzione di Barelli . Il punto di partenza è la defi­
nizione di rapporto, nella quale egli si discosta dalla formulazione eucli­
dea per separare fin dall' inizio il caso razionale dall' irrazionale :
Si antecedens quantitas fuerit multiplex, aut pars , partesve conseguentis, vocetur
comparatio primae cum secunda Proportio commensurabilis ; diceturque primam
ad secundam, proportionem mensurabilem habere. At si null a alia quantitas, pro­
portionem mensurabilem habens ad consequentem, esse potest aequalis antece­
denti, sed semper maior, aut minor est illa; dicetur antecedens ad consequentem
habere proportionem non mensurabilem . 14

14 lvi, pag. u o , Def. VII; Magni, pag. r 29 : « Se una antecedente quantità sarà moltiplice, o
parte, o parti d'una quantità conseguente, si chiami la comparazione della prima con la seconda
Proporzione commensurabile. E si dirà aver la prima alla seconda proporzione commensurabile. E
se niuna altra quantità che abbia commensurabile proporzione alla conseguente, può essere eguale
all' antecedente, ma è mai sempre maggiore, o minore di quella, si dirà l' antecedente avere alla con­
seguente proporzione incommensurabile. »
2 . La sistemazione borelliana

Una volta introdotto così il concetto di rapporto, Barelli può affron­


tare la definizione di proporzionalità, o uguaglianza di rapporti . Il primo
passo riguarda i rapporti razionali:
Si quatuor quantitatum (eiusdem generis, sive non) prima ipsius secundae, & ter­
tia quartae aeque multiplices fuerint, vel eadem pars , aut eaedem partes: vocetur
commensurabilis proportio quantitatis primae ad secundam eadem, vel similis pro­
portioni quantitatis tertiae ad quartam; & huiusmodi quatuor quantitates vocen­
tur proportionales commensurabiles . 1 5

Segue a questo punto un gradino intermedio, nel quale Barelli defini-


sce la disuguaglianza di due rapporti, quando uno di essi è razionale :
Si vero quantitas prima maior fuerit illa quantitate, quae ad secundam, eandem
rationem commensurabilem habet , quam tertia habet ad quartam : vocetur pro­
portio quantitatis primae ad secundam maior commensurabili proportione quanti­
tatis tertiae ad quartam. Et, si prima minor fuerit quantitate illa, quae ad secun­
dam, eandem rationem commensurabilem, quam tertia, habet ad quartam: vocetur
proportio quantitatis primae ad secundam minor proportione commensurabili, quam
tertia habet ad quartam quantitatem. 1 6

Si sarà senz' altro riconosciuto lo schema della definizione galileiana:


per riconoscere se un dato rapporto è maggiore o minore di un secondo ,
si confronta il suo antecedente con la grandezza che ha col conseguente
rapporto uguale al secondo dato . Si guarda, per dirla con Galileo, se la
prima grandezza è più grande o più piccola di quanto occorre per avere
alla seconda la stessa proporzione che la terza ha all a quarta. Quello però
che per Galileo era un procedimento generale, applicabile cioè e applicato
a qualsiasi tipo di rapporto, per Barelli è limitato ai soli rapporti razionali,
definiti in termini di molteplici, parte o parti.
Ciò che occorre dunque non è l assioma generale dell'esistenza del quarto
(o qui del primo) proporzionale, un assioma che pure Barelli enuncerà espli­
citamente nel seguito, ma che posto a questo punto esporrebbe la sua teo­
ria alle stesse critiche che egli non risparmiava a quella galileo-torricelliana,

1 5 Ivi, pag . 1 1 1 , Def. VIII : « Se di quattro quantità (dello stesso genere o no) la prima della
seconda e la terza della quarta saranno equimultiple, o la stessa parte, o le stesse parti: la propor­
zione commensurabile della prima quantità alla seconda si dirà uguale, o simile, alla proporzione
della terza quantità alla quarta; e tali quattro quantità si diranno proporzionali commensurabili ».
La traduzione del Magni dà invece: « Dirò una proporzione commensurabile essere la medesima,
che un'altra proporzione; quando il primo terrnine del secondo, ed il terzo del quarto, saranno equi­
moltiplici, o la medesima parte, o pure le medesime parti: e tali quantità si diranno proporzionali
commensurabili » (Magni, pag. 1 2 9- 1 3 0). Le nozioni di equimultiplo, di stessa parte e di stesse parti
sono introdotte con le Definizioni IV, V e VI, pag. 1 09 .
16 Ibidem, Def. IX; Magni, pag. 1 3 0 : « Chiamo la proporzione della prima alla seconda mag­
giore della proporzione commensurabile, che ha la terza all a quarta, quando la prima avanza quella,
la quale all a seconda sta come la terza alla quarta. E dirò la proporzione della prima alla seconda
esser minore della proporzione commensurabile, che ha la terza alla quarta, quando la prima è minore
di quella, che alla seconda sta come la terza all a quarta ».
1 24 L " 'Euclides Restitutus " di Giovanni Alfonso Barelli

di assumere cioè come nota una proprietà (l'esistenza del quarto propor­
zionale) di un oggetto (la proporzionalità) ancora da definire. Basterà invece
supporre l'esistenza di una quarta proporzionale nel caso di rapporti com­
mensurabili; meglio ancora, non sarà neanche necessaria una tale ipotesi
dato che essa è sempre costruibile, quando solo si assuma la possibilità
di dividere una qualsiasi grandezza in un numero arbitrario di parti uguali.
Siamo giunti così alla vera ipotesi soggiacente a tutta la teoria borelliana:
l'assioma di partizione, ovvero la divisibilità di una qualsiasi grandezza
in un numero arbitrario di parti uguali. Una volta accettato questo assioma
nascosto , o direi piuttosto questa tecnica dimostrativa, la costruzione di
Borelli diventa pienamente consistente, ed esente da quel ragionamento
circolare che a suo avviso viziava la teoria galileiana. E d' altra parte il ruolo
dell' assioma di partizione era in un certo senso apparente già nella defini­
zione stessa di proporzionalità commensurabile, che per suo tramite viene
ridotta al computo delle parti.
A questo punto non è difficile estendere l'ordinamento al caso di rapporti
incommensurabili: un rapporto sarà maggiore di un altro se tra i due è possi­
bile inserire un rapporto razionale, minore del primo e maggiore del secondo:
Et, si quatuor quantitatum (eiusdem generis, sive non) antecedentes fuerint incom­
mensurabiles consequentibus; & proportio quantitatis primae ad secundam maior
fuerit atque proportio quantitatis tertiae ad quartam minor sit eadem tertia com­
mensurabili proportione: Vocetur proportio quantitatis primae ad secundam maior
illa incommensurabili proportione, quam tertia habet ad quartam quantitatem. 1 7

Allo stesso modo si definisce la disuguaglianza opposta, e infine la pro-


porzionalità, ovvero uguaglianza di rapporti :
At in eisdem incommensurabilibus quatuor quantitatibus, si proportio quantitatis
primae ad secundam non fuerit maior, neque minor ea proportione incommensu­
rabili, quam tertia habet ad quartam quantitatem: vocetur incommensurabilis pro­
portio quantitatis primae ad secundam eadem, vel similis proportioni, quam tertia
habet ad quartam quantitatem. Et huiusmodi quatuor quantitates vocentur pro­
portionales incommensurabiles . 18

1 7 Ivi, pag . l 1 2 , Def. X : «E se di quattro quantità (dello stesso genere o no) gli antecedenti
sono incommensurabili coi conseguenti; e la proporzione della prima quantità alla seconda è mag­
giore, mentre la proporzione della terza quantità alla quarta è minore, di una stessa terza propor­
zione commensurabile : La proporzione della prima quantità alla seconda si dirà maggiore di quella
proporzione incommensurabile che la terza ha alla quarta quantità ». Più brevemente il Magni,
pag. 1 3 1 : « E chiamerò una proporzione maggiore d'un' incommensurabile proporzione; quando la
prima proporzione è maggiore, ma la seconda proporzione è minore d 'una medesima terza propor­
zione commensurabile ».
18
Ivi, pag. 1 1 4, Def. XII. Magni , pag . 1 3 2 - 1 3 3 : « Ma se nelle medesime quattro quantità, la
proporzione della prima quantità alla seconda non sarà maggiore , né minore di quella proporzione
incommensurabile, che ha la terza all a quarta quantità, la proporzione della prima quantità alla seconda,
si chiami medesima, overo simile alla proporzione incommensurabile, che ha la terza alla quarta
quantità. E somiglianti quattro quantità si chiamino proporzionali incommensurabili ».
2 . La sistemazione borelliana 1 25

Appare così evidente la somiglianza anche terminologica della teoria di


Barelli con la formulazione di Galilei e Torricelli . In effetti, l'intervento
di Barelli si limita a modificare la parte circolare del sistema galileiano,
quella cioè che si serviva del postulato dell' esistenza del quarto proporzio­
nale per definire la proporzionalità. A questa parte, Barelli sostituisce la
definizione di proporzionalità per grandezze commensurabili mutuata dal
settimo libro degli Elementi, e un criterio di confronto a due tappe : nel
caso in cui una delle proporzioni è razionale utilizzando una forma ristretta
dell' assioma del quarto proporzionale, limitato ai rapporti razionali ed equi­
valente a un principio di divisibilità; e nel caso generale tramite l' inser­
zione di un rapporto razionale .
Una volta evitato lo scoglio della definizione circolare, Barelli può intro­
durre l' assioma generale del quarto proporzionale , che anzi divide in due
parti:
II. Tribus quantitatibus propositis, quam proportionem habet prima ad secun­
dam, habebit tertia ad aliquam aliam quantitatem eiusdem generis.
III . Et quam proportionem habet prima ad secundam, habebit aliqua alia quanti­
tas eiusdem generis ad tertiam . 19

e intraprendere su queste nuove basi la dimostrazione delle proposizioni


del V libro degli Elementi, come pure, ancora una volta seguendo Galileo,
delle definizioni euclidee di rapporti uguali e maggiori .
Non seguiremo Barelli su questa strada, che peraltro non contiene novità
rilevanti; vogliamo invece segnalare la scarsa attenzione che Barelli dedica
a un punto, pure non secondario, della teoria delle proporzioni: la que­
stione dell'omogeneità delle grandezze che costituiscono un rapporto . In
realtà, proprio l' approccio graduale tenuto da Barelli (dai rapporti razio­
nali agli irrazionali) e di conseguenza la prevalenza del caso commensura­
bile, tende a porre in secondo piano il problema dell'omogeneità, che è
oscurato e quasi sostituito dalla considerazione dei multipli e delle parti .
In effetti il solo accenno a questo aspetto (che, ricordiamo, occupa le Defi­
nizioni 3 e 4 degli Elementi) è contenuto nel commento alla Definizione I,
omesso dal Magni :
Manifestum est quantitates , quae aequales , vel inaequales inter se dici nequeant,
comparabiles non esse; ut linea cum superficie, aut numerus cum corpore, vel motus
cum pendere comparari non potest; propterea quod nec aequalis , nec maior, aut
minor alter alterius dici potest, cum sint diversorum generum. 2 0

19 lvi, pag. 1 1 5, Assioma II e III ; Magni, pag. 134 : « 11. Proposte tre quantità, quella proporzione,
che ha la prima alla seconda, averà la terza a qualche quantità del medesimo genere. III. E quella
proporzione, che ha la prima alla seconda, averà qualche altra quantità del medesimo genere alla terza ».
20
I vi, pag. 1 0 7 : « E manifesto che le quantità che non si possono dire uguali o disuguali tra loro,
non sono comparabili; come non si possono comparare la linea con la superficie, o il numero col
1 26 L ' "Euclides Restitutus " di Giovanni Alfonso Barelli

Abbiamo qui un aspetto tipico del trattato borelliano, nel quale alla preci­
sione delle definizioni fa riscontro una non altrettanto rigorosa formulazione
degli assiomi, tra i quali troviamo, oltre al già riportato postulato dell'esi­
stenza della quarta proporzionale (peraltro raddoppiato, dato che l'Assioma
III è conseguenza del precedente e della Proposizione IX) , anche enunciati
che possono essere dimostrati sulla base delle definizioni, e un altro che
Euclide aveva posto tra le definizioni, ma che è piuttosto un'osservazione .
Si tratta in quest'ultimo caso dell'Assioma V, che corrisponde alla Defi-
nizione 8 degli Elementi:
Duae proportiones in tribus paucissimis terminis contineri, aut continuari possunt :
si nimirum unus sit consequens , aut antecedens communis; vel si unus sit antece­
dens unius proportionis, & consequens alterius . 2 1

Completano gli assiomi tre asserzioni che Barelli dimostra, e che per­
tanto dovrebbero piuttosto figurare tra le proposizioni :
I. S i prima quantitas secundam metiatur, secunda vero tertiam mensuret; prima
quoque tertiam metietur .
IV. Si duarum quantitatum aequalium una partes fuerit alicuius tertiae : & altera
quoque eaedem partes erit eiusdem tertiae, ac erat prima.
VI . Si quatuor quantitatum prima maior fuerit, quam secunda, sed tertia non sit
maior" quam quarta: habebit prima ad secundam maiorem proportionem, quam
tertia habet ad quartam. 22

Si può dunque riscontrare un calo di attenzione nel passaggio dalle


definizioni ai successivi sviluppi della teoria, nella quale, a fronte di una
considerevole precisione nelle definizioni, in particolare in quella contro­
versa di proporzionalità, troviamo una serie di assiomi pleonastici o ines­
senziali, 2 3 come pure l'uso sistematico nelle dimostrazioni della Defini­
zione XII, senza distinzione tra il caso commensurabile e quello incom­
mensurabile, o quanto meno senza che Barelli si preoccupi di mostrare
che essa si adatta anche al caso razionale .24 Difetti questi che non climi-

corpo, o il moto col peso; perché l'uno non può dirsi né uguale, né maggiore, né minore dell' altro,
essendo di generi diversi ».
2 1 Ivi, pag . u 6 ; Magni, pag. 1 3 5 : «I manco termini che si richieggono per esprimere due pro­
porzioni, saranno tre, prendendosi uno, come due conseguenti, o come due antecedenti, overo uno
solo come antecedente d'una proporzione, e conseguente dell'altra. »
22 Ivi, pag. 1 1 5- 1 1 6 ; Magni, pag . r 3yr 36: « (I.) Se una prima quantità misurerà una seconda,
e la seconda una terza, la prima misurerà ancora la terza. (IV . ) Se di due quantità eguali l'una sarà
parti di qualche terza, l' altra ancora sarà le medesime parti della medesima terza, come era la prima.
(VI .) Se di quattro quantità sarà la prima maggiore della seconda, ma la terza non è maggiore della
quarta, averà la prima alla seconda maggior proporzione, che non ha la terza alla quarta. »
2 3 D ' altra parte occorre ricordare che il significato classico del termine « assioma » è quello di
proposizione nota, e comunemente accettata. Il che non impedisce che essa possa essere dimostrata.
24 Questa e altre manchevolezze della trattazione borelliana sono state messe in luce dal Podetti,
cit . , par. 5. In effetti Barelli si era preoccupato, nel commento alle Definizioni X e XI (omesso
2 . La sistemazione borelliana 127

nuiscono l'interesse del tentativo di Borelli, e che semmai testimoniano


come il suo proposito principale fosse soprattutto di sistemare in maniera
rigorosa la definizione di proporzionalità, secondo la linea di Galilei e di
Torricelli.
Non possiamo però passare sotto silenzio un punto di importanza molto
maggiore . Chi ci ha seguito fin qui avrà notato che né tra le definizioni,
né tra gli assiomi figura un enunciato di importanza capitale in tutte le
teorie delle proporzioni, sia nella formulazione classica di Euclide che in
quelle moderne di Galileo e Torricelli : l' assioma di Archimede . Né si può
pensare che di questo assioma si possa fare a meno, perché anzi proprio
il gioco dei rapporti razionali e irrazionali, così centrale nella teoria di
Borelli, ne richiede l'uso sistematico nell'una o nell' altra forma. E in realtà
Borelli se ne serve costantemente nelle dimostrazioni, come ad esempio
nella Proposizione seconda del terzo libro :
Inaequalium quantitatum maior ad eandem maiorem proportionem habet quam
minor . Et eadem ad minorem maiorem proportionem habebit, quam ad maiorem
inaequalium. 2 5

Si tratta di una proposizione che non ha caratteri intrinseci di novità,


non essendo altro che la Proposizione ottava del quinto libro . Nella for­
mulazione di Torricelli, questa proposizione era un assioma (Assioma 4),
o meglio, come si è detto, costituiva la preparazione alla definizione di
rapporti disuguali . Borelli, che invece ha definito indipendentemente la
disuguaglianza tra proporzioni, può intraprenderne la dimostrazione . Noi
prenderemo in esame solo la prima parte, che consiste nel provare che se
AB è una grandezza maggiore di C, e D una terza grandezza, allora il rap­
porto AB:D è maggiore di C:D. La dimostrazione si articola in vari passi
success1v1 :
r. Si individua un sottomultiplo di D minore della differenza tra AB e C:
Ex maiore AB intelligatur ablata FB aequalis ipsi C, residua erit AF: intelligatur­
que secta D bifariam, & bifariam successive, quousque reperiatur eius pars G guae
minor sit quam AF. 2 6

dal Magni e quindi non preso in esame da Podetti) di dare una definizione unica, valida cioè sia
per grandezze commensurabili che incommensurabili, della disuguaglianza tra rapporti; ma non aveva
fatto altrettanto per la proporzionalità, che restava definita separatamente nei due casi .
25 Euclides restitutus, cit . , pag. 1 5 5 . Magni, pag . 1 3 9 : « Di due diseguali quantità, la maggiore
a una medesima ha maggiore proporzione, che non ha la minore. E la medesima alla minore averà
maggiore proporzione, che alla maggiore delle diseguali. »
26 Ibidem. Magni: « Dalla maggiore AB s ' intenda levata via la FB eguale alla C, sarà AF l'avanzo,
e s 'intenda la D segata in parti eguali, e successivamente in altre parti eguali, finché si ritrovi la
sua parte G, la quale sia minore di A F. »
1 28 L ' "Euclides Restitutus " di Giovanni Alfonso Barelli

Si costruisce una grandezza N, commensurabile con D e compresa


2.
tra C e AB :
Postea sumatur G semel, aut bis , vel ter, & sic ulterius, quousque consurgat N,
ex G composita, quae proxime maior sit quam FB , scilicet excessus ipsius N supra
FB non sit maior, quam una eius particula G: cumque G minor sit, quam AF, . . . ,
N minor erit quam AB, sed . . . maior quam C. 2 7

3 . Il rapporto commensurabile N: D è maggiore di C: D e minore di


AB :D:
Estque proportio quantitatis primae AB a d secundam D maior illa commensura­
bili proportione, quam habet N ad eandem D (eo quod AB maior est, quam N) ;
atque proportio quantitatis tertiae C ad quartam D minor est eadem commensura­
bili proportione, quam habet N ad D (cum C sit minor quam N) . 2 8

4. La conclusione segue dalla definizione di disuguaglianza di rapporti :


Ergo quantitas AB ad D maiorem proportionem habet, quam C ad D.29

Il procedere della dimostrazione è abbastanza chiaro di per sé, e mostra


il gioco della definizione di rapporti disuguali, come pure il ruolo del-
1' assioma di Archimede nella teoria di Borelli . Si tratta di un ruolo niente
affatto secondario, dato che in ogni caso la riduzione di disuguaglianze
tra rapporti irrazionali alle analoghe tra rapporti razionali (che possono
essere verificate per semplice conteggio delle parti) passa attraverso una
costruzione del tipo di quella che abbiamo appena visto in un caso sem­
plice . È dunque ancora più sorprendente il fatto che Borelli non abbia
enunciato esplicitamente un tale assioma tra quelli della teoria delle pro­
porzioni, e lo abbia menzionato solo nei commenti. Nel corso della dimo­
strazione, Borelli si limita a dire che «è chiaro potersi fare, benché molte
volte ne ' numeri si devano usare i rotti », e a rimandare allo scolio della
Proposizione 27 del secondo libro . Il Magni, che non traduce questo
scolio, rinvia direttamente alla corrispondente proposizione .
L'enunciato di quest'ultima è il seguente:

2 7 Ibidem. Magni, pag. 1 3 9 - 1 40 : « Di poi si prenda la G una volta, o due, o tre, e così proce­
dendo tante volte, finché non ne risulti la N composta dalla G , la quale sia prossimamente maggiore
della FB cioè l' avanzo della stessa N sopra la FB non sia maggiore d'una sua particella G; ed essendo
,

la G minore della AF, . . . , la N sarà minore della AB, ma . . . maggiore della C >>.
28 Ivi, pag. r 3 r - r 3 2 . Magni, pag. 1 40 : « Et è la proporzione della quantità prima AB all a seconda
D maggiore di quella commensurabile proporzione, che ha la N alla medesima D, avvenga che la
AB è maggiore della N ; ed è la proporzione della quantità terza C alla quarta D minore della mede­
sima commensurabile proporzione che ha la N all a D (per esser la C minore della N) . »
29 Ibidem. Magni: « Adunque la quantità AB alla D ha maggiore proporzione, che non ha la C

alla D ».
2 . La sistemazione borelliana 1 29

Si fuerint duae lineae inaequales, & ex maiore auferatur eius semissis , & a residuo
rursus tollatur eius semissis , & hoc repetatur semper : relinquetur tandem aliqua
linea, quae minor erit proposita minore linea.30

e cioè il Teorema r del decimo libro degli Elementi, con la differenza che
lì si trattava di grandezze arbitrarie, mentre qui si parla di linee, e che
dove Euclide parla di togliere la metà o più della metà, Barelli conduce
la sua dimostrazione nel caso particolare della bisezione, salvo poi enun­
ciare il caso generale nel Corollario r . Naturalmente la dimostrazione pro­
cede nei due casi allo stesso modo, in particolare per quanto riguarda il
ruolo dell' assioma di Archimede, che garantisce che un multiplo della gran­
dezza minore supererà la maggiore . Così dove Euclide diceva:
Tò r 7tOÀÀU7tÀacnaç6µEVOV foi:m 7t01:È: i:o ù A B µeìçov, 3 1

Barelli scrive :
Multiplicetur C toties, quousque efficiatur DH maior quam AB.3 2
Ora, mentre l'asserzione euclidea, anche se non esplicitamente,33 fa
riferimento ali' assioma di Archimede introdotto nel quinto libro, in Barelli
essa è assunta senza commento, come se fosse già implicita nella defini­
zione stessa di linea. Naturalmente, Barelli sa bene che una simile ipotesi
non si può sottintendere quando si passi dalle linee a grandezze generi­
che, e nello scolio che segue osserva:
Haec propositio, quae de lineis passionem supradictam concludit, valet etiam, si
loco linearum sumantur quaelibet duae magnitudines, dummodo sint eiusdem spe­
ciei; idest si quaelibet earum multiplicata reliquam excedere possit .34

identificando ancora una volta grandezze dello stesso genere con quelle
che verificano l' assioma di Archimede .35
Non proseguiremo oltre la descrizione dell' opera di Barelli, che nelle
sue grandi linee, e limitatamente alla versione del Magni, è già stata data
dal Podetti; 36 ci limiteremo solo a osservare che Barelli, con la sola rile-

30 Euclides restitutus, pag. 1 0 1 ; Magni, pag. l 1 7 : « Se saranno due linee diseguali, e dalla mag­
giore se ne tolga via la metà, e se ne levi di nuovo dalla rimanente un' altra metà, e questo si reiteri
sempre, rimarrà finalmente una linea, che sarà minore della minor proposta linea ».
l l Elementi, X, l : « Infatti e moltiplicata diverrà maggiore di AB ».
32 Euclides restitutus, pag. 1 0 1 ; Magni, pag . l 18: « Si moltiplichi la C tante volte, che ne venga
la DH maggiore della AB ».
33 Infatti l'enunciato del Teorema X . 1 non parla di « grandezze dello stesso genere », e meno
che mai di « grandezze che hanno proporzione », ma semplicemente di « grandezze disuguali ». Que­
sta circostanza provocherà non poche discussioni, in relazione alla polemica sull' angolo di contatto.
34 Euclides restitutus, pag . l 0 2 : « Questa proposizione, che dimostra la detta proprietà per le
linee, vale anche se invece delle linee si prendono due grandezze qualsiasi, purché siano della stessa
specie; cioè se ognuna di esse, moltiplicata, possa eccedere l'altra ».
35 Vedi sopra, nota 5.
36 La teoria delle proporzioni, ci t .
L " 'Euclides Restitutus " di Giovanni Alfonso Bore/li

vante eccezione di cui parleremo , si limita a ripercorrere il quinto libro


degli Elementi ridimostrandone le proposizioni secondo il proprio metodo,
per giungere in fine alla dimostrazione delle definizioni euclidee di gran­
dezze proporzionali e non proporzionali .

3. Barelli e Valerio

Di diversa natura sono invece le Proposizioni 2 3 e 2 4 , nelle quali Barelli


esce dall'impianto strettamente euclideo che aveva caratterizzato l'intero
terzo libro, per dimostrare due risultati intimamente connessi a questioni
di quadrature e di centrobarica. Nella formulazione classica, e in partico­
lare nelle opere di Archimede, tali problemi venivano affrontati per mezzo
della tecnica di esaustione, un procedimento di riduzione all' assurdo di
cui più volte è stata messa in luce la macchinosità. Proprio per superare
le lungaggini della dimostrazione indiretta propria delle tecniche classi­
che, Cavalieri aveva introdotto pochi anni prima la sua teoria degli indivi­
sibili,37 una teoria che aveva sollevato non poche controversie, ma che
nel contempo aveva consentito di ottenere una quantità impressionante
di nuovi risultati, e soprattutto di snellire notevolmente le dimostrazioni .
Tra i due poli dell'ortodossia archimedea e dell'innovazione teorica cava­
lieriana, Barelli sceglie una strada intermedia, costituendo , con le Propo­
sizioni 2 3 e 2 4 del terzo libro, un quadro teorico che gli permette di evi­
tare la ripetizione costante delle dimostrazioni per assurdo, senza però
abbandonare l'impianto dimostrativo classico . In altre parole, egli confi­
gura una situazione generale che soggiace a tutte le dimostrazioni per esau­
stione, e dimostra il risultato chiave una volta per tutte, procurandosi così
un metodo generale al quale ricondurre gli infiniti casi particolari.
Si tratta di un' operazione non nuova, e che richiama immediatamente
un tentativo analogo compiuto mezzo secolo prima da Luca Valerio nel
suo De centro gravitatis solidorum,38 un' opera che in quegli stessi anni
veniva ristampata a Bologna da C arlo Manolessi, nell' ambito di un' ambi­
ziosa operazione di riproposta della matematica classica e della scienza
galileiana.39 Ed è in effetti a Luca Valerio, e in particolare al primo tea-

37 Sulla teoria degli indivisibili, e sulle controversie a essa associate, si vedranno i miei lavori
Bonaventura Cavalieri and the theory o/ indivisibles, Cremonese 1 980, e Dopo Cavalieri. La discus­
sione sugli indivisibili, Atti del convegno « La storia delle matematiche in Italia », Cagliari 1 9 8 2 ; nonché
l' articolo di K. Andersen, Cavalieri 's method o/ indivisibles, Archive far History of Exact Sciences,
3 1 ( 1 985) .
3 s Roma, Bonfadini, 1 603 .
39 Dalla tipografia degli eredi del Dozza escono nel 1 650 la seconda edizione de Lo specchio usto-
3 . Barelli e Valerio

rema del secondo libro del De centro gravitatis che la Proposizione 2 3 di


Barelli rimanda immediatamente, anche se non esplicitamente. In quel teo­
rema Valerio dimostrava che
Si duae magnitudines una maiores, vel minores prima, & tertia minori excessu,
vel defectu quantacumque magnitudine proposita eiusdem generis cum ill a, ad quam
refertur, eandem proportionem habuerint, maior vel minor prima ad secundam,
& una maior vel minor tertia ad quartam; erit ut prima ad secundam, ita tertia
ad quartam .40

un teorema che nella formulazione di Barelli diventa:


Si fuerint quatuor quantitates, & duae aliae proportionales consequentibus sint
una maiores, aut una minores antecedentibus excessu, vel defectu a prima minori
quocumque dato, erunt ill ae proportionales.4 1

Gli enunciati delle due proposizioni, più prolisso quello di Valerio, più
stringato quello di Barelli, non coincidono perfettamente. In ambedue i
casi si richiede che sia possibile approssimare arbitrariamente gli antece­
denti con grandezze che conservano la stessa proporzione; ma mentre Vale­
rio richiede che l' approssimazione sia possibile da un solo lato (ad esem­
pio con grandezze maggiori) in modo che ambedue gli eccessi delle
approssimanti (sulla prima e sulla terza) siano piccoli a piacere, Barelli
impone questa approssimazioné solo riguardo alla prima, ma richiede una
convergenza sia dall' alto che dal basso . In termini moderni, il risultato

rio, e nel 1 653 quella della Geometria indivisibilium di Cavalieri; nel 1 656 le Opere di Galilei; nel 1 660
la terza edizione ampliata dell'opera di B. Castelli Della misura delle acque co7?'enti e la Collezione Mate­
matica di Pappo; nel 1661 (ma il frontespizio della Quadratura della Parabola porta la data 1 660) la
seconda edizione del De centro gravitatis e della Quadratura parabolae di Luca Valerio; ed infine nel
1 669 gli Opuscoli filosofici di B. Castelli, stampati da Giacomo Monti, ma ad istanza degli eredi del
Dozza. Questo programma editoriale, annunciato già nella dedica della Geometria di Cavalieri e nella
prefazione Al lettore delle Opere di Galileo, è enunciato esplicitamente nella prefazione Lectori mathe­
seos studioso della Collezione: « Iam tum menti obversantur Apollonij Conica, Archimedis Opera, ut
Trigonum priscorum summorum in Mathesi Virorum perficiam. Hisce adde Neotericos primae notae
Auctores, Guidonem Ubaldum a Marchionibus Montis, Federicum Commandinum, Lucam Valerium,
Bonaventuram Cavalerium, Benedictum Castellum » (Fin d'ora ho presente all a mente le Coniche di
Apollonia e le Opere di Archimede, così da portare a termine questo triangolo di antichi sommi mate­
matici. A questi aggiungi autori moderni di prim'ordine: Guidobaldo dei Marchesi del Monte, Fede­
rico Commandino, Luca Valerio, Bonaventura Cavalieri, Benedetto Castelli) .
"' De centro gravitatis, cit . , Bologna 1 66 1 , pag. 69 : « Se due grandezze, insieme maggiori o minori
di una prima e di una terza, il cui eccesso o difetto sia minore di una qualsivoglia quantità data
(dello stesso genere di quella cui si riferisce) , avranno la stessa proporzione, [cioè] la maggiore o
minore della prima a una seconda, e quella insieme maggiore o minore della terza a una quarta;
sarà come la prima alla seconda, così la terza alla quarta . »
4 1 Euclides restitutus, pag . l 5 5 . Magni, pag. 1 79 : « Se sararmo quattro quantità di tal condizione,
che prese due al tre proporzionali alle conseguenti siano insieme maggiori, o insieme minori delle
antecedenti, in maniera che l'eccesso o il difetto della prima sia minore di qualsivoglia data; saranno
dette quantità proporzionali . »
L ' "Euclides Restitutus " di Giovanni Alfonso Barelli

di Valerio si può enunciare come segue:


Siano a, b, A , B quattro grandezze, e si supponga che fissate comunque le gran­
dezze e, E (omogenee ad a, b e a A, B rispettivamente) si possano trovare due
grandezze e e C, maggiori rispettivamente di a e di A, e tali che e - a < e, C - A <
E e e : b C : B . Allora a : b A : B .
= =

mentre quello di Borelli è equivalente a:


Date quattro grandezze a, b, A, B , s i supponga che, fissata comunque una gran­
dezza e omogenea ad a e b, esistano due grandezze e , e rispettivamente mag­
giori, e due grandezze d e D rispettivamente minori di a ed A, tali che e - a < e,
a - d < e, e inoltre c : b C : B e d : b D : B . Allora a : b A : B .
= = =

A questa diversità di enunciati corrisponde però una dimostrazione


pressoché identica, quando si confronti quella di Borelli con la seconda
dimostrazione di Valerio . Infatti ambedue sono condotte come segue .
Se la tesi non fosse vera, esisterebbe una grandezza g (maggiore o minore
di a) tale che g : b = A : B . Supponiamo g < a . Per ipotesi, esistono due
grandezze e e C tali che g < e < a, C < A , e c : b = C : B. Si ha dunque
C : B < A : B g : b < e : b, contro l'ipotesi . Nelle parole di Borelli :
=

Dico AB ad C esse in eadem ratione, ac D ad F. Si enim hoc verum non est, aliqua
quantitas maior, vel minor, quam AB in natura reperiri poterit, quae habeat ad
C eandem rationem, quam D habet ad F, & sit illa, vel vocetur GB , quae primo
sit minor quam AB , deficiens ab ipsa quocumque defectu AG. Et quoniam H &
O proportionales ipsi C, & F, supponuntur esse una minores antecedentibus AB
& D, ita ut defectus ipsius H a prima AB minor sit quacumque assignabili quanti­
tate, poterit esse defectus ipsius H a prima AB minor, quam AG; & ideo H maior
erit quam GB , dum O minor supponitur quam D.

A G B

Est vero GB ad C in eadem ratione ac D ad F. Igitur H ad C maiorem proportio­


nem habet, quam O ad F, quod est falsum.42

4 2 Ivi, pag. 1 55 - 1 56: « Dico che AB a C ha lo stesso rapporto, che D a F. Se infatti non è così,
si potrà trovare in natura un' altra quantità maggiore o minore di AB , che abbia a C la stessa propor­
zione che D ha a F, e questa sia, o piuttosto si chiami, GB , che in primo luogo si supponga minore
di AB, differendo da questa per un difetto qualsiasi AG. E poiché H e O, proporzionali a C e F,
3 . Barelli e Valerio 133

È solo a questo punto che le dimostrazioni divergono, in quanto per


escludere la possibilità opposta che sia g < a Barelli fa uso di un' approssi­
mazione dal basso, mentre Valerio si riconduce al caso precedente scam­
biando tra loro i rapporti a : b e A : B .
Non proseguiremo oltre l' analisi dei rapporti tra l'opera di Valerio e
l' Euclides borelliano, né ci addentreremo nelle applicazioni della Proposi­
zione 24 e dei suoi corollari alla misura di figura piane e solide , che Barelli
compie nei libri successivi; 43 ambedue le direzioni ci porterebbero troppo
lontano dal tema di questa ricerca. È però significativo che un risultato
complesso come quello che abbiamo esaminato, sul quale si fonda gran parte
dell'opera di Valerio, un' opera dagli spiccati caratteri innovativi,44 si trovi
a mezzo secolo di distanza inserito in un libro anch'esso originale ma pur
sempre elementare come l' Euclides di Barelli. Segno che i temi e i metodi
« archimedei » propri della scuola galileiana erano se non del tutto esauriti,

certo completamente assimilati .

si suppongono essere insieme minori delle antecedenti AB e D, in maniera tale che il difetto di H
dalla prima AB sia minore di una qualsiasi quantità assegnabile, questo difetto della H dalla prima
AB potrà essere minore di AG, e così la H s arà maggiore di GB , mentre O si suppone minore di
F. Ora GB sta a C nello stesso rapporto che D a F. Ne segue che H ha a C proporzione maggiore
che O a F, il che è falso ». Mi sono discostato dalla traduzione del Magni, pag. 1 79- 1 80, qui piutto­
sto infedele.
43 Un esempio si potrà trovare nel più volte citato articolo di Podetti.
44 Su Luca Valerio, e in particolare sul tema delle novità da questi introdotte nel metodo mate­
matico si veda il saggio di P. D. Napolitani, Metodo e statica in Valerio, cit . La biografia di Valerio
è stata ricostruita in un recente saggio di U. Baldini e P. D. Napolitani, Per una biografia di Luca
Valerio, Boll. Storia Sci . Mat. XI ( 1 99 1 ) pag. r - 1 5 7 .
6.

Verso la conclusione : Viviani, Marchetti, Noferi

Con il trattato di Barelli si conclude, se non la discussione relativa alla


teoria delle proporzioni, certo la stagione delle novità e delle invenzioni .
Quelli che verranno dopo, saranno interventi e controversie le cui moti­
vazioni, più che nell' ambito dell'operare sc'ientifico, sono da ricercare in
quello della supremazia intellettuale, quando non dei risentimenti e delle
ruggini personali . Vediamo così Viviani prendere posizione contro Barelli
e, perché no?, contro Torricelli; Marchetti intervenire contro Viviani;
Noferi inveire nei confronti di Barelli . In ogni caso, il tono dell' elabora­
zione scientifica scade considerevolmente, e si assiste a drastiche sempli­
ficazioni delle teorie faticosamente elaborate dai maestri, quando non a
evidenti incomprensioni e fraintendimenti . Ognuno dei tre scienziati di
cui ci occuperemo, Viviani, Marchetti e Noferi, si dichiara scolaro di uno
dei fondatori della teoria galileiana delle proporzioni. Viviani, « ultimo disce­
polo del Galileo », rivendicherà con decisione il suo ruolo di difensore e
interprete dell'ortodossia galileiana, attingendo direttamente alla opere del
maestro, ed eliminando tutte le interpretazioni che ne potessero anche mini­
mamente alterare il senso letterale . Alessandro Marchetti, che fu allievo
di Barelli e che, come si è detto, fece circolare acri commenti contro il
trattato di Viviani, preferirà non cimentarsi direttamente con il fioren­
tino, ma farà pubblicare a suo figlio Angelo , allora ventunenne, un volu­
metto intitolato La natura della proporzione e della proporzionalità, che si
riallaccia alla sistemazione di Barelli dalla quale elimina però tutta la strut­
tura formale . Infine Noferi, che si proclama allievo di Torricelli, si lancia
alla difesa del suo maestro e dello stesso Euclide , criticando aspramente
l' Euclides borelliano in uno scritto di rara violenza polemica. Tutte opere
che aggiungono poco o nulla alle idee elaborate dai maestri, e che testimo­
niano la sempre più accentuata decadenza e provincialità delle ultime pro­
paggini della scuola galileiana .
r . La Scienza Universale delle Proporzioni di Viviani 1 35

1 . La Scienza Universale delle Proporzioni di Viviani

Quando nel 1 674 Viviani pubblica la Giornata aggiunta di Galileo, accom­


pagnata dal suo trattato dal titolo alquanto altisonante di Quinto libro degli
Elementi d'Euclide, ovvero Scienza universale delle proporzioni spiegata colla
dottrina del Galileo , 1 il suo scopo dichiarato è di rielaborare la teoria gali­
leiana delle proporzioni in forma di trattato, attribuendosi l'ufficio, per
così dire, di traduttore, ma anche allo stesso tempo di interprete genuino
del pensiero del maestro .
Sono già scorsi venticinque anni che dal Serenissimo, e Reverendissimo Signor
Principe C ardinal Leopoldo de' Medici, io fui onorato d'una Scrittura intitolata
Principio della quinta Giornata del Galileo, presentatagli poco prima da Evange­
lista Torricelli, l'uno, e l'altro a bastanza celebre nel Mondo per la sublimità delle
loro altissime speculazioni . Di questa, ch'era di mano di esso Torricelli, (con tutto
che del suo contenuto io avessi anticipata notizia) così imperfetta com' era, e quale
qui vedrete, con permissione dell'Altezza Sua io mi presi copia . . . E poiché in tale
scrittura vien detto che, posti simili fondamenti, si sarebbe potuto poi compen­
diare in parte, e riordinare tutto 'l quinto Libro d' Euclide, ritrovandomi alcuni
anni sono per grave indisposizione della mia testa, affatto inabile a più ardue con­
templazioni, mi posi a riformare, e a distendere su le medesime Dimostrazioni
del Galileo questa Scienza universale delle Proporzioni . 2

Ma la pubblicazione del trattato consente anche a Viviani di scendere


in campo e di rivendicare i suoi diritti di ultimo allievo di Galileo e dun­
que di unico legittimo custode della memoria e dell' ortodossia galileiana:
Il fatto si è, che per mia gran ventura, io son l' ultimo suo Discepolo, perché egli
fu continuo Maestro a me solo per gli ultimi tre anni di sua Vita, e di quanti ci
trovammo presenti all'ultimo suo respiro, . . . , io solo (benché l'ultimo, nell'esser­
mene approfittato) sono a tutti sopravvissuto, e quasi anche rimasto l'ultimo di
quanti più intimamente lo praticarono . 3

Forte dunque di questa sua posizione, Viviani può dare alle stampe il
dialogo galileiano , assieme alla sua rielaborazione in trattato, steso questo
« sulle medesime dimostrazioni del Galileo », non solo per diffondere un'o­
pera del Maestro , ma anche
per assicurare al mio Galileo le sue proprie dimostrazioni, che con qualche peri­
colo erano andate in volta, già son molti anni .4

1 Firenze, alla Condotta. I l titolo f u scelto solo dopo varie esitazioni, stando almeno alle prove
di diversi titoli di mano di Viviani, che troviamo all a carta r r ' del volume 77 dei Ms. Gal . : Euclide
e Galileo; Euclide Savissimo; Euclide abbreviato; Euclide compendiato; Euclide toscano .
2 Quinto libro , cit . , Dedica.
3 Ibidem.
4 Ibidem.
Verso la conclusione: Viviani, Marchetti, No/eri

L' allusione a Barelli è qui palese, dato che egli era all'epoca l'unico ad
aver pubblicato il suo trattato delle proporzioni. Come pure evidentemente
è ancora diretto a Barelli, dato che le Speculazioni di Benedetti erano ormai
troppo lontane nel tempo per poter costituire un valido termine di para­
gone, l' altro brano, in cui Viviani dice:
Quello poi ch' io mi senta della validità della presente maniera del Galileo, in com­
parazione di quelle tenute da altri Autori , i quali per altre vie hanno tentato, e
con somma lode, di render più chiara questa scienza, io veramente, essendo i para­
goni sempre mai odiosi, non ardirei pronunziare .5

Ma non è solo contro Barelli, con il quale i rapporti non erano all'epoca
dei più amichevoli,6 che Viviani rivolge le sue allusioni. Anche nei riguardi
di Torricelli traspare di tanto in tanto una punta di rancore, quasi che il
suo arrivo a Firenze avesse usurpato una posizione, quella di custode degli
ultimi anni del Maestro, che Viviani aveva riservato per sé. È lui, e non
Torricelli, a essere stato allievo di Galileo per gli ultimi tre anni della sua
vita; è a Viviani, prima ancora dell' arrivo di Torricelli, che Galileo aveva
cominciato a dettare, tra le correzioni e le aggiunte da apportare ai Discorsi,
quel dialogo sulle proporzioni che poi sarebbe toccato al faentino di porre
in forma definitiva:
Per una simile occasione di dubitare intorno alla quinta, e alla settima difinizione
del quinto d ' Euclide mi aveva per avanti conferito il Galileo le dimostrazioni di
quelle difinizioni del Quinto Libro, senza però applicarle a figure, che, fermatomi
poi in Arcetri, egli mi dettò in Dialogo assai prima della venuta quivi del Torri­
celli, quando ancora il Galileo non aveva risoluto di porla nella quinta Giornata,
ma pensava tuttavia d' aggiungerla alla quarta a facce 1 5 3 dell'impressione di Leida,
dopo la prima Proposizione de' Moti equabili, nel caso del ristamparsi con l' altre
opere sue quell' ultima delle due nuove Scienze . Questa tal dettature diede poi qual­
che facilità al medesimo Galileo, e al Torricelli per fare quel più ampio disteso
in Dialogo, che si è veduto: e la medesima, come inutile, rimase a me, & ancora
la conservo .7

Né Torricelli dunque, né a maggior ragione Barelli, possono pretendere


di aver penetrato il senso del dialogo galileiano delle proporzioni; a far
questo non potrà essere che Viviani, che, forte dell'insegnamento diretto
di Galileo ed erede unico del maestro , ne pubblicherà il testo originale,
e insieme la sua unica interpretazione genuina.
E in effetti, a questa dichiarata funzione di interprete il Viviani si attiene
scrupolosamente, al punto che, soprattutto nelle dimostrazioni delle pro­
posizioni del quinto libro, egli non fa che porre in forma di trattato quanto

5 Ibidem.
6 Vedi sopra, cap. 3
7 Quinto libro , cit . , pag. 1 00 . Di questa prima versione non si è trovata traccia.
r . La Scienza Universale delle Proporzioni di Viviani 137

il maestro aveva dettato in dialogo, aggiungendovi quando necessario pro­


posizioni prese direttamente dagli Elementi di Euclide e dimostrate per
lo più allo stesso modo . Solo una volta infatti egli si discosta dalla dimo­
strazione galileiana, per l'esattezza quando nella Proposizione III prova
che grandezze non proporzionali secondo Galileo non lo sono neanche
secondo Euclide . Anche in questo caso peraltro Viviani si limita a correg­
gere un punto tutto sommato secondario, senza alterare la struttura della
dimostrazione .
La differenza tra la teoria galileiana e la traduzione di Viviani si fa invece
più netta nelle definizioni e negli assiomi, quando cioè si tratta di stabilire
i fondamenti della teoria, un' operazione questa che richiede non solo un
lavoro di riorganizzazione ma anche e soprattutto uno sforzo di interpre­
tazione .
Viviani pone a fondamento della sua Scienza universale (o, come talvolta
pure la chiamava, Scienza elementare) delle proporzioni, quindici definizioni,
nove assiomi e un postulato . Vediamoli nell'ordine, cominciando dalle defi­
mz10m:
r. Grandezze omogenee s'intendon quelle, che son tra loro d'un medesimo genere.
Cioè quelle, alle quali si conviene la stessa difinizion generale della lor quan­
tità, o estensione .
2. Tra due grandezze omogenee , e terminate disuguali : la maggiore si dice Multi­
plice della minore, quando la minore presa più volte pareggia, e misura appunto
la maggiore .
3. Parte, o summultiplice, cioè sottomultiplice si dice la minore di due grandezze
omogenee , terminate, e disuguali, che multiplicata più volte misura appunto
la maggiore .
4 . Le grandezze di qualunque genere dicansi egualmente multiplici delle loro omo­
genee, quando quelle contengan queste ugual numero di volte .
5. Proporzione , detta in latino indifferentemente con le voci, e Proportio , e Ratio
(che forse più propriamente sarebbe detta Relatio) è quella scambievole rela­
zione, o ragione , che anno insieme due grandezze omogenee terminate, per
quanto s' appartiene alla lor quantità, o continua, o disgiunta. E le grandezze,
o le quantità, fra le quali si fa tal paragone , si dicono i termini della pro­
porzione .8

Fin qui ci muoviamo, anche se con una certa prolissità, giustificata


comunque dall'essere il trattato rivolto ai Geometri principianti, nell' am­
bito degli Elementi euclidei . Da notare però , come in Barelli, la scomparsa
del principio di Archimede , o meglio la sua introduzione non come una
definizione o un assioma a sé stante, ma nel commento alla definizione
precedente . Dice infatti Viviani :

' lv i , pag . r - 2 .
Verso la conclusione: Viviani, Marchetti, No/eri

non si dà proporzione, o relazione tra due grandezze omogenee, se non tra quelle,
che multiplicate possono avanzarsi, le quali poi sono solamente le grandezze
omogenee terminate: siccome non si può far paragone tra due grandezze omo­
genee infinite, né similmente tra una finita, ed un' altra di quantità realmente
infinita.9

Segue a questo punto la lunghissima definizione di grandezze propor­


zionali, della quale abbiamo già avuto occasione di parlare in precedenza.
Da un punto di vista formale, Viviani segue la strada tracciata da Galileo,
introducendo dapprima il caso commensurabile :
6. Proporzioni simili tra le quantità (che anco si dicono indifferentemente pro­
porzioni uguali, e proporzioni medesime) cioè fra la prima, e la seconda, e fra
la terza, e la quarta intendansi allora, quando la prima grandezza, essendo per
esempio uguale, o multiplice, o summultiplice della seconda, anco la terza sia
eguale, o altrettante volte multiplice, o summultiplice della quarta. Ed anco
quando la prima contenendo la seconda più volte, e di più qualche parte ali­
quota di essa seconda, anco la terza contenga la quarta altrettante volte con
altra simil parte aliquota di essa quarta.

poi la similitudine degli avanzi :


Siccome quando la prima essendo contenuta più volte dalla seconda con qualche
avanzo, anco la terza dalla quarta sia contenuta altrettante volte, e con altro simil
avanzo.

il non essere né maggiore né minore del dovuto:


Cioè similmente quando la prima non sia niente maggiore, né minor del bisogno,
per avere alla seconda rispetto, o relazione simile a quella che à la terza verso la
quarta.

per tornare alla similitudine degli eccessi/differenze :


Che è il medesimo che dire : Quando la differenza tra la prima, e la seconda sarà
simile alla differenza, che è tra la terza, e la quarta, allora queste due relazioni,
o rispetti, o proporzioni dicansi proporzioni simili, o medesime, o eguali, come
più aggrada. E questa maniera di spiegare le proporzioni simili tanto s ' adatta alle
quantità continue, che alle disgiunte, le quali son quelle, che si possono esprimer
co' numeri. 10

In definitiva, Viviani riunisce tutte le definizioni galileiane in una sola,


senza distinguere tra i passi del dialogo di carattere preparatorio (quali ad
esempio il caso di grandezze uguali o multiple l'una dell' altra) e quelli nei
quali Galileo introduce le sue definizioni di grandezze proporzionali. A
ciò si deve aggiungere che Viviani non fa alcuna differenza tra la defini­
zione nel caso commensurabile e quella generale , una differenza che era

9 Ivi, pag. 2 .
10 Ivi, pag. 3 .
l. La Scienza Universale delle Proporzioni di Viviani 1 39

presente, se pur in forma non esplicita, nel dialogo . Ne risulta una defini­
zione prolissa e, a voler essere benevoli, poco comprensibile.
Ma il difetto maggiore sta nel fatto , già ricordato sopra, che il ter­
mine galileiano eccesso viene tradotto come differenza, cosicché la somi­
glianza degli eccessi diventa, grazie anche all'insistenza con la quale Viviani
identifica similitudine con identità, uguaglianza delle differenze . Viene
riproposta in tal modo , per restare fedele alla lettera del dialogo gali­
leiano, una definizione di proporzionalità inaccettabile e già ampiamente
confutata.
Si fa sentire qui con forza la mancanza di indipendenza di Viviani: pur
di marcare la sua aderenza al testo di Galileo, che per lui doveva rappre­
sentare un documento indiscutibile, anche se disteso da Torricelli, rifiuta
di accettarne qualsiasi revisione, condannandosi a un'interpretazione che
non possiamo credere giudicasse corretta. Se è vero che l'importanza scien­
tifica dell'ultimo discepolo di Galileo è stata talvolta molto sopravvalu­
tata, e se pure è possibile che Magliabechi non fosse completamente obnu­
bilato dall'ira quando scriveva di lui « asinus, qui praeter Euclidem nihil
scit » , 1 1 è anche vero che qui proprio di Euclide si tratta, un testo che
Viviani, abile restauratore della matematica classica, non poteva non cono­
scere in tutti i suoi risvolti. A tanto arriva la fedeltà di un allievo che non
riesce non dico a superare, ma neanche a interpretare il maestro .
Le successive definizioni non presentano novità di rilievo . Degne di nota
sono la mancanza delle definizioni euclidee concernenti le operazioni sui
rapporti e sulle proporzioni (convertendo , dividendo, . . . ); come pure la
presenza della definizione di maggior proporzione e di proporzione com­
posta secondo le idee galileiane. Da notare la Definizione 1 5 , che costitui­
sce per così dire una versione operativa della definizione di proporzione
composta. Inutile dire che in questa, come nella Definizione 8 di maggior
proporzione, gioca un ruolo essenziale l'esistenza della quarta proporzionale.
7. Grandezze, o quantità proporzionali, dicansi i termini delle proporzioni simili.
8. Di due Proporzioni, quella della prima grandezza verso la seconda dicasi Pro­
porzione maggiore di quella della terza verso la quarta : Cioè dicasi la prima
all a seconda aver maggior proporzione di quella della terza verso la quarta,
quando la prima sarà alquanto maggior del bisogno, acciocché la proporzione
d ' essa verso la seconda sia simile alla proporzione della terza verso la quarta.
9. Analogia, altrimenti detta Proporzionalità, è la simiglianza di più Proporzioni
tra grandezze proporzionali, e omogenee, o pur anco di generi differenti .

11
« un asino , che oltre a Euclide non sa niente ». Lettera a Leibniz, 5 luglio 1 692 . Landesbi­
bliothek Hanover, pubblicata da A. Robinet , Les rencontres de G. W. Leibniz avec V. Viviani et leurs
suites (Florence, novembre-décembre 1 689), Boli . di Storia delle Sci. Mat. VII ( 1 987), e poi nel fonda­
mentale G. \V. Leibniz Iter Italicum, Firenze, Olschki, 1 988, pag . 2 4 5 .
1 40 Verso la conclusione: Viviani, Marchetti, No/eri

r o . Analogia, o Proporzionalità continua, si chiama quando, nella comparazione


di tre, o di quattro, o di più termini di grandezze omogenee, e proporzionali, que'
di mezzo si prendono due volte, servendo ciascuno prima di termine conseguente
di una proporzione, e poi di termine antecedente dell' altra simil proporzione, che
le succede: cioè quando il primo termine al secondo sta come 'I secondo al terzo,
e come 'l terzo al quarto, e così continuando fino all' ultimo termine, chiamandosi
tutti quantità continue proporzionali.
r r . Analogia, o proporzionalità discontinua, o disgiunta si chiama quando,
fra due, o tre, o quattro, o più coppie di Proporzioni simili tra quantità omo­
genee, o pure anco tra grandezze a due a due di generi differenti, i termini de'
simili rispetti si paragonano a coppia a coppia talmente che niuno mai de' ter­
mini conseguenti d'una Proporzione serva d' antecedente all' altra simile, che le
consegue .
r 2 . Nell'Analogia, o Proporzionalità continua, la prima quantità all'ultima si
dice aver proporzione tante volte multiplicata della proporzione della prima gran­
dezza alla seconda, quant'è 'I numero delle proporzioni, che cadono fra' termini
estremi.
1 3 . Grandezze omologhe, ovvero corrispondenti s 'intendon, nelle Proporzioni
simili, i termini antecedenti fra loro, ed i conseguenti fra loro .
1 4 . Quando saranno due, o tre, o quattro, o più proporzioni in continui ter­
mini omogenei, per esempio negli A, b, C, d; la proporzione che è tra il primo
termine A, e l'ultimo d, si dirà Proporzione composta di tutte quelle date propor­
zioni, cioè della proporzione, che è tra A, e b, di quella che è tra b, e C, e di quella
che è tra e, e d.
r 5 . Quando si dirà, o si proporrà di provare ch'una proporzione ignota fra due
grandezze omogenee è composta di due altre, o di tre, o di più note proporzioni,
che sieno date in termini dello stesso, o pur di differenti generi, altro non si dovrà
intendere, né altro si vorrà provare se non che ridotte le note proporzioni in quali
si sieno termini omogenei continuati (se però in tali non fossero date prima) la
proporzione ignota è la medesima, o simile alla proporzione, che è tra 'l primo,
e l'ultimo de' medesimi presi termini continuati . E questo è uno de mezzi, per
cui !'ignote proporzioni rendonsi note . 12

Alle due ultime definizioni, che dovevano certamente presentare un


carattere di novità, Viviani fa seguire una serie di esempi nei quali entra
la proporzione composta, presi sia dalla geometria (Come ad esempio la
Proposizione VI, 2 3 degli Elementi: (I parallelogrammi equiangoli hanno
la proporzione composta dei lati) , sia dalla meccanica galileiana, dalla quale
riporta la Proposizione 4 del trattato del moto equabile (Gli spazi percorsi
hanno la proporzione composta di quella dei tempi e delle velocità) , sia
infine quella proposizione sui momenti dei gravi (I momenti hanno la pro­
porzione composta dei pesi e delle distanze) che, Viviani attribuisce al

12
Ivi, pag . 3 - 7 .
l. La Scienza Universale delle Proporzioni di Viviani

Rocca, 1 3 e che fu al centro di un ' accusa di plagio mossa nei confronti di


Alessandro Marchetti, che l' aveva inserita, senza indicarne la provenienza,
nel suo De Resistentia Solidorum . 1 4
Ma torniamo alla dottrina delle proporzioni . Alle definizioni, Viviani
fa seguire, come abbiamo detto , nove assiomi e un postulato . Quest'ul­
timo riguarda l'esistenza della quarta proporzionale , e dice :
Domanda . Concedasi che, date due grandezze omogenee terminate, qual propor­
zione à la prima grandezza alla seconda, tale possa averla la seconda ad una terza
a quelle omogenea. O pure che tale possa averla una terza di qualunque genere
ad un' altra quarta a sé omogenea. 1 5

Gli assiomi che precedono il postulato sono presi per la maggior parte
dal dialogo galileiano o dal trattato di Torricelli :
1. Se quattro grandezze saranno proporzionali, cioè che, in senso della sesta Dif­
finizione di questo Trattato, la prima alla seconda abbia la medesima propor­
zione, che la terza alla quarta; anco qualunque multiplice della prima alla seconda,
avrà la stessa proporzione che I' egualmente multiplice della terza alla quarta.
Cioè 3 , o 4 , o 7 , o I O , &c . delle prime alla seconda staranno come 3 , o 4 , o
7 , o I O , &c. delle terze alla quarta.

2. Similmente, se la prima alla seconda starà come la terza alla quarta, anco la
prima a qualunque multiplice della seconda starà come la terza all' egualmente
multiplice della quarta. Cioè la prima a 4 , o 9, o 2 0 , &c . delle seconde starà
come la terza a 4 , o 9, o 2 0 , &c . delle quarte .
3. L e grandezze omogenee uguali a d un' altra qualunque terza anno l a medesima
proporzione. Siccome la medesima terza grandezza all'eguali à la medesima pro­
porz10ne.
4 . Le grandezze omogenee disuguali ad un' altra qualunque terza omogenea non
anno la medesima relazione, o proporzione, ma diversa. E la proporzione della
maggior grandezza alla terza, in vigor dell ' 8 diffinizione, si dirà maggiore della
proporzione della minor grandezza alla medesima terza.
5. Se una di due proporzioni simili, cioè uguali, è uguale, o maggior, o minor d'una
terza proporzione, l ' altra ancora sarà uguale , o maggior, o minor della mede­
sima terza proporzione. E pel contrario, Se una proporzione sarà uguale, o mag­
gior, o minor d'una di due proporzioni simili, la medesima sarà ancora eguale,
o maggior, o minor della rimanente proporzione .
6. Quelle proporzioni, che sono simili ad una medesima proporzione, son' anco simili
fra di loro , ed all' incontro, Quelle proporzioni, alle quali è simile una mede­
sima proporzione, sono simili fra loro .

1 3 Si vedano B. Ca\·alieri, Exercitationes geometricae sex, Bononiae , typis J. Monti 1 64 7 , e le


Opere di Torricelli, cit . , voi . I, pag . 1 5 7 - 8 . In realtà, Rocca dimostra ben altro, precisamente il teo­
rema di Guldino per i solidi .
" Vedi G. Grandi, Risposta apologetica , cit . , pag . 1 4 .
1 5 Quinto libro , cit . , pag . 1 7 .
Vmo la conclusione: Viviani, Marchetti, No/eri

7 . Quelle grandezze, eh' ad una medesima grandezza anno la medesima pro­


porzione sono fra loro uguali; E pel contrario, Quelle grandezze, alle quali una
medesima grandezza à la medesima proporzione similmente sono uguali fra loro.
8. Se la minor di due proporzioni disuguali s arà maggior d'una terza propor­
zione, la maggior di esse due proporzioni sarà molto maggior della medesima terza
proporzione .
9 . Quelle proporzioni, che son composte delle medesime . o d'ugual numero di
proporzioni simili, ciascuna a ciascuna, son le medesime, cioè simili fra di loro . 1 6

Gli elementi di novità, sia rispetto al dialogo galileiano che al trattato


di Torricelli, non sono molti. Da notare gli assiomi 3 e 4 , che corrispon­
dono ai postulati 2-4 del De proportionibus, senza tuttavia la ripetizione
che abbiamo a suo tempo rilevata. Viviani preferisce la forma negativa
dell'Assioma 4, che gli permette di rinviare all a definizione generale di
rapporto maggiore, correggendo così completamente il quarto dei postu­
lati torricelliani.
Più interessanti sembrano i due ultimi assiomi. L'ottavo, che esprime
la proprietà transitiva della disuguaglianza di rapporti, non si trova enun­
ciato esplicitamente né da Galileo né da Torricelli. Esso comunque è una
conseguenza della definizione di proporzione maggiore e degli altri assiomi.
Più interessante è l'ultimo, che ricorda il primo postulato di Benedetti; 1 7
un assioma che adombra la possibilità di un' algebra dei rapporti, almeno
per quel che riguarda la struttura moltiplicativa. Su questa strada comun­
que Viviani si spinge meno di quanto non avesse già fatto lo stesso Benedetti.
Le successive proposizioni del trattatello sono un'estensione e un'ela­
borazione in forma tradizionale del dialogo galileiano, senza contenere peral­
tro caratteri di novità né riguardo all'organizzazione della materia né alle
tecniche di dimostrazione . Da questo punto di vista, Viviani è veramente
un fedele traduttore delle idee galileiane; ed è forse proprio per questo
motivo che si è ritenuto per lo più che tale aderenza al pensiero del mae­
stro si estendesse a tutta l'opera, inclusi cioè le definizioni e gli assiomi .
Come abbiamo mostrato, ciò non è vero soprattutto per quanto riguarda
la definizione di grandezze proporzionali, nella quale Viviani equivoca
pesantemente, unificando e confondendo definizioni diverse.

16
lvi, pag. 1 5 - 1 7 .
17 Vedi sopra, cap. r.
2 . Critiche aUa teoria di Barelli: Vitale Giordano 1 43

2. Critiche alla teoria di Barelli: Vitale Giordano

Vitale Giordano (o Giordani) da Bitonto, lettore di matematiche nella


reale Accademia di Francia in Roma, non ci ha lasciato nel suo Euclide
restituto 1 8 una sua propria teoria delle proporzioni; unico timido elemento
di novità è l'innesto di temi per qualche verso cartesiani (moltiplicazione
e divisione di segmenti mediante l'uso di un segmento unità) su un impianto
strettamente classico , allo scopo di giustificare la definizione euclidea di
proporzione composta, e di dimostrare a partire da questa la definizione
galileiana. 1 9
Per il resto, egli si limita a ripetere la costruzione euclidea, spiegando
e difendendo le definizioni controverse con argomenti non dissimili a quelli
di Cristoforo Clavio . In questa difesa egli deve fare i conti con le critiche
che Barelli muove all' impostazione di Euclide, e soprattutto con la nuova
dottrina da questi proposta al posto di quella classica.
Dell' Euclides il Giordano rigetta l' architettura generale, che si basa sui
rapporti razionali e dunque mescola indebitamente la quantità discreta con
la continua, mentre esse
non hanno niente in comune, se non che grandezza è l'una, e grandezza è l' altra;
del rimanente la quantità continua riguarda la sola estensione, e la discreta la sem­
plice moltitudine . 2 0

Ora se le grandezze discrete, più semplici e maneggevoli, possono essere


usate con profitto per esemplificare e dunque per intendere con più faci­
lità le continue, e lo stesso Giordano, seguendo Clavio, le usa nel suo com­
mento alla Definizione V.5 per mostrare come si diano grandezze propor­
zionali secondo la definizione euclidea; 21 esse non possono per la loro
eterogeneità essere poste a fondamento della teoria generale delle propor­
zioni . La critica all'impostazione borelliana è evidente, e diventerà espli­
cita quando Giordano intraprende a criticare altri
gravi Autori (che per altro sono degni di ogni gloria) 22 i quali definiscono la mag­
gior proportione nel seguente modo : Chiamo la proportione della prima alla seconda
maggiore della proportione commensurabile, che ha la terza alla quarta, quando la
prima avanza quella, la quale alla seconda, sia come la terza alla quarta .23

1 8 Roma, Bernabò, 1 680.


19 Euclide restituto , Libro sesto, pag. 2 6 1 - 2 7 r .
20 Ivi, pag . 1 8 8 .
2 1 Euclide restituto, pag. 1 7 0- 1 7 5 .
2 2 Ricordiamo che Borelli era morto l' anno precedente.
23 Euclide restituto, pag. 1 90 .
1 44 Verso la conclusione: Viviani, Marchetti, No/eri

A questa definizione, che riprende letteralmente dalla versione del


Magni, Giordano obietta che essa è accettabile quando anche il rapporto
della prima alla seconda è commensurabile, ma non altrimenti. Siano infatti,
egli dice, AB, C, DE e F quattro grandezze proporzionali commensurabili ,
e sia GB una grandezza maggiore di AB della particella A G . Ora
se aggiunta la particola AG alla quantità AB ne risultasse la composta GB com­
mensurabile alla quantità C, all'hora GB sarebbe parti di C di maggior multitu­
dine di quello che DE è parti di F; cioè GB sarebbe maggiore di quello che fa
bisogno accioche sia parti di C come DE è parti di F; e l' eccesso sarebbe parte,
o parti, overo moltiplice di C, ed in questo caso la definizione non sarebbe man­
cante . . . .

0 .1 I
G A B
� �E

Ma la difficoltà sta quando, aggiunta la particella AG alla AB , e ' ne risulti GB


incommensurabile alla quantità C, nel qual caso non è AG parte, o parti, o molti­
plice di C; e però non sappiamo se la proportione di GB a C sia cresciuta, o
diminuita. 2 4

Questa negazione del principio di continuità non viene suffragata da


argomenti matematici, ma da due esempi, tratti il primo dalla teoria delle
acque correnti, e il secondo dall'idrostatica. In ambedue i casi si tratta
non tanto di violazioni del principio di continuità, o comunque di diver­
genze tra il caso commensurabile e l'incommensurabile, ma piuttosto di
situazioni nelle quali avviene l' opposto di quello che ci si poteva aspettare
a prima vista. Il primo esempio, tratto dall' effetto di argini nel caso di
piena di un fiume, è alquanto tecnico , e la sua spiegazione ci porterebbe
fuori del nostro proposito . Il secondo è il seguente . Si sa che una pallina
di piombo posta in acqua discende a fondo. Supponiamo ora di voler aumen­
tare il suo peso aggiungendovi una certa quantità di cera; orbene la pallina
così zavorrata andrà a fondo più lentamente, e in qualche caso resterà a galla.
Donde se havremo riguardo solamente a questi due gravi aggiunti insieme, trove­
remo ch'il peso della cera aggiunto al peso del piombo non ha prodotto accresci­
mento di velocità, ma bensì il tutto havrà minor velocità. 2 5

24 Ivi , pag. 1 90- 1 9 r .


25 Ivi , pag. 1 9 2 .
3 . Proporzioni senza definizioni: Angelo Marchetti 1 45

Cosa tutto ciò abbia a che fare con le grandezze commensurabili e incom-
mensurabili, Giordano non lo dice; egli aggiunge solamente
So che le cause di quest' effetto sono cognite, ma abbiamo ancora la cognizione
di molt' altre cose, che ce ne aprono la strada; ma nelle quantità incommensurabili
non habbiamo sin' a questo luogo cognizione alcuna delle loro passioni; anzi che
non senza difficoltà se ne può formar concetto; e perciò difficilissimo stimo a poter
dimostrare ch'una quantità commensurabile ad un' altra, accresciuta sin che non
diventa incommensurabile, tale accrescimento non possa fare tal composto con
la prima, che comparata ad'una terza produca proportione minore di quella, che
haveva a quella terza prima dell' accrescimento .26

e conclude, confondendo ad arte teoremi e definizioni:


E quanto questo Theorema è più difficile di dimostrarsi, tanto I' antedetta defini­
tione è più oscura, e dipende da passione remotissima. Per il che tutta la machina
delle passioni appoggiate a questa definitione, con quel che gli segue appresso, resta
indimostrato .27

3. Proporzioni senza definizioni: Angelo Marchetti

Come il trattato di Viviani aveva come unico referente il dialogo gali­


leiano, così il libriccino di Angelo Marchetti 28 si situa tutto nell'orbita
dell' Euclides di Barelli. Ma a differenza del Viviani, il cui proposito è di
tradurre in forma di trattato le idee di Galileo il più fedelmente possibile,
il Marchetti si pone di fronte all' opera di Barelli con intenti più critici,
e con propositi di semplificazione . Ancora una volta il punto dolente è
la complessità delle definizioni, e in particolare della definizione di gran­
dezze proporzionali, che in Barelli giunge solo al termine di una lunga catena
di definizioni propedeutiche . A questa costruzione elaborata, Marchetti
contrappone la necessità di un approccio immediato e intuitivo.
La chiave della critica di Marchetti è la doppia forma della Definizione
Clavio 4: « Proporzionalità è similitudine/identità di rapporti ». Barelli aveva
optato per la prima soluzione , e aveva basato sull' ambiguità del termine
« similitudine » la sua critica delle Definizioni Clavio 4 e 6, e il loro abban­
dono a favore della Definizione VII . 2 0 degli Elementi. Al contrario, Mar­
chetti sceglie la seconda lettura, peraltro conforme al percorso claviano,
e su di essa fonda la sua argomentazione .
La tesi di Marchetti è drastica e semplificatrice : l' uguaglianza e la disu­
guaglianza sono concetti primitivi, che non si debbono definire pena l' oscu-

26 Ibidem.
" Ibidem.
28
La natura della proporzione e della proporzionalità con nuovo, facile, e sicuro metodo spiegata
da Angelo Marchetti, Pistoia, Gatti, 1 6 9 5 .
1 46 Verso la conclusione: Viviani, Marchetti, No/eri

rità e l'errore . Oscurità ed errore in cui sono caduti tutti i maggiori mate­
matici,
avvegnaché essi hanno in primo luogo tentato di definire che cosa sia, e in che
consista l' egualità, e l'inegualità delle proporzioni, . . . , dove la detta egualità, e
inegualità dovevano non definirsi, ma bensì supporsi come cose per sé chiare e
manifeste. 2 9

D' altronde
né Euclide, né alcun'altro Matematico si è mai messo a definirla quando l'ha voluta
applicare all' altre cose; il perché a me non pare, che essi nemmeno dovessero pre­
tendere di far ciò applicandola alle proporzioni.30

Qui Marchetti può permettersi di seguire, quasi traducendo, l' argomen-


tare di Barelli:
I termini, o vocaboli che dir vogliamo, del significato de'quali noi, senza ch' e '
ci siano altrimenti dichiarati, c i formiamo u n vero, e distinto, e real concetto, non
debbono né possono sottoporsi a definizione; e fra questi principalmente meri­
tano d' essere annoverate le voci eguale, maggiore, minore, &c . ciascheduna delle
quali chiunque vorrà prendere a definire, invece di dichiararla, l'oscurerà.3 1

Come dunque l'uguaglianza di linee, di superfici, di corpi, di numeri,


così anche l'uguaglianza e la disuguaglianza di proporzioni si devono assu­
mere per note e non definire per mezzo di termini più lontani dall'evi­
denza di quelli che pretendono di chiarificare . Non ci sono infatti diffe­
renze sostanziali tra le linee e le altre grandezze geometriche da una parte,
e le proporzioni dall' altra, almeno in quanto attiene alla grandezza:
Né mi si dica che le proporzioni sono mere relazioni, e che perciò, come t ali, più
tosto simili, o dissimili tra loro, che uguali o disuguali voglion chiamarsi. Onde
siccome la similitudine delle figure o piane, o solide ch' elle siano, non si piglia
per termine per sé noto, ma da i Geometri si definisce, così debbesi definire la
similitudine delle proporzioni. Imperocché a chi mi facesse tale obbiezione, io subito
risponderei, le proporzioni esser veramente relazioni; ma però relazioni che hanno
grandezza; fra le quali è maggioranza, e minoranza, e in conseguenza anche
egualità.3 2

Se le proporzioni sono relazioni dotate di grandezza, la corretta succes­


sione dei termini non è maggiore/simile/minore, ma maggiore/uguale/minore:
dove c'è il maggiore e il minore deve trovarsi anche l'uguale. E infatti pro­
segue il Marchetti:
E che ciò sia vero, quei medesimi, che più volentieri simili che eguali chiamano
le proporzioni; di quelle poi che essi non chiamano simili, non dicon' eglino altre

29 Natura della proporzione, pag. 2 .


3 0 Ibidem.
3 1 Ibidem.
3 2 Ivi, pag. 3 .
3 . Proporzioni senza definizioni: Angelo Marchetti 1 47

essere, e doversi chiamar maggiori, altre minori? ma Dio buono ! tra il maggiore
e il minore e che altro vi è egli di mezzo, che l' eguale?33

D' altra parte, che anche le relazioni possano dirsi uguali lo prova l' esem-
pio degli angoli :
Ma per mostrare . . . che se bene le proporzioni sono relazioni, nondimeno egli non
è punto repugnante alla lor natura l' avere elleno quantità, e come quante essere
anche tra loro eguali e diseguali; riduchiamoci alla memoria che cosa sia l' angolo;
e troveremo esso non esser altro, che un 'inclinazione di due linee, che si tocchino
in un punto , dal che è chiaro che l' essenza dell' angolo altro non è che relazione,
giacché relazione appunto e non altro dee stimarsi l'inclinazione di due linee; e
pure questa tal sorta di relazione, non può negarsi che ella sia quanta, né che degli
angoli come quanti, alcuni siano fra loro eguali, altri disuguali.34

In definitiva ha commesso grave errore « il sig . Barelli, immitando in


ciò Euclide, e gli altri Matematici già mentovati » quando
ha preteso di definire quello che per sua natura è indefinibile, cioè l' egualità e
l'inegualità delle proporzioni .35

Ma non è questa la sola manchevolezza della teoria di Barelli. Un secondo


punto riguarda la stessa architettura della costruzione borelliana, che defi­
nisce le proporzioni generali per mezzo di quelle commensurabili, contro
ogni buona norma di logica, che vuole che si definisca prima il genere,
e poi la differenza. Ma anche ammessa la definizione di proporzioni com­
mensurabili, nonpertanto quella generale può considerarsi accettabile. Anzi,
a ben vedere essa non è neanche una definizione, ma piuttosto un assioma.
E qui ritroviamo a venti anni di distanza quelle stesse argomentazioni che
Alessandro rivolgeva contro la definizione galileiana elaborata da Viviani :
Allora dice egli debbono chiamarsi [proporzionali] quattro quantità, quando la pro­
porzione della prima alla seconda non è maggiore, né minore della proporzione della
terza alla quarta . Ma quando una cosa, che può a un' altra paragonarsi, non è né
maggior, né minore di lei, non è egli vié più noto, . . . che ella le è eguale? Indarno
adunque sembra che la chiami eguale il Sig . Borelli, mentre ella pur tale si sarebbe
ancorché egli tale non la chiamasse. Onde superflua in tutto pare che venga ad
essere così fatta definizione, e che perciò debba escludersi dal numero de' prin­
cipj ; fra' quali se pure ella dovrà riceversi, ella non come definizione dovrà rice­
versi, ma solamente come assioma .36

Allo stesso modo si devono rigettare le dimostrazioni di proprietà evi­


denti dell'uguaglianza e della disuguaglianza, come quella Proposizione terza

33 Ivi, pag . 3-4.


34 Ivi, pag . 4.
;i Ivi, pag . 14.
36 Ivi, pag . r 4- r 5 .
Verso la conclusione: Viviani, Marchetti, No/eri

nella quale Barelli


pretende di dimostrare . . . che le eguali quantità hanno alla medesima eguali propor­
zioni in questo modo. Se la A eguale alla B non ha alla C proporzione eguale a quella
che ha essa B alla medesima C, qual proporzione ha B a C, tale l'averà alla stessa
C qualche altra quantità, che per esempio si chiami E; sarà dunque E maggiore o
minore di A, &c. Ma Dio buono ! dico io, e da che può mai dedurre il Sig. Borelli
una si fatta conseguenza? dal considerare (parmi che egli medesimo mi risponda)
che se E non fosse maggiore, o minore di A, e perciò le fosse eguale, ella averebbe
a C la medesima proporzione di essa A . . . Ma rispondendo ciò il Sig. Borelli (che
altro al certo alla suddetta interrogazione non può rispondersi) non vien' egli a con­
fessare che se le due quantità A, E, fossero eguali, esse avrebbero a C egual propor­
zione, che è poi un supporre quel ch'ei pretende di dimostrare? 37

Naturalmente Marchetti non ignora che la definizione borelliana viene


solo al termine di una lunga catena di definizioni, riguardanti l'uguaglianza
e la disuguaglianza di proporzioni nel caso commensurabile; né che la dimo­
strazione viene condotta secondo il passaggio dal primo al secondo caso,
operato nella proposizione precedente. Quello che però contesta è la liceità
di una tale procedura: se l'uguaglianza e la disuguaglianza sono di per sé
note, allora ogni loro proprietà sarà un assioma se, come nel caso prece­
dente, è essa stessa naturale ed evidente, o altrimenti diventerà un teo­
rema da dimostrare . In questo modo la critica galileiana alle definizioni
del quinto libro di Euclide è giunta al suo esito naturale : una volta elimi­
nate le controverse e oscure definizioni degli Elementi, non occorre sosti­
tuirle con delle altre definizioni di uguaglianza e disuguaglianza di pro­
porzioni più chiare delle precedenti, ma solo con una serie ben scelta di
assiomi. La teoria delle proporzioni sarà dunque una teoria senza definizioni.
E in effetti ciò è quanto Marchetti fa nella seconda parte del suo tratta­
tello, quando , conclusa la parte critica, propone una sua propria sistema­
zione . Questa affermazione può sembrare strana a una prima lettura del
testo di Marchetti, dato che egli enumera ben trentuno definizioni; se però
si guarda più attentamente si vedrà che queste non riguardano in alcun
modo le contestate definizioni di proporzioni uguali o disuguali, ma mirano
soprattutto a stabilire una terminologia e una classificazione delle propor­
zioni . E in effetti, le definizioni si possono suddividere come segue :
1. Definizione di quantità del medesimo genere. Abbandonando la defi­
nizione euclidea, si dicono tali « quelle che possono insieme paragonarsi,
cioè delle quali si può affermare esser'elleno o eguali, o diseguali ».
2. Definizione di rapporto, o proporzione (Elementi, Definizione V . 3 )
3-6. Proporzioni di egualità e inegualità.

37 Ivi, pag. 1 7 - 1 8 .
3 . Proporzioni senza definizioni: Angelo Marchetti 1 49

7-2 2 . Proporzioni commensurabili e loro classificazione (molteplice, super­


particolare, superparziente, ecc .)
2 3 - 2 7 . Definizione d i proporzionalità come uguaglianza di rapporti, e di
grandezze proporzionali, sia commensurabili che incommensurabili.
28-3 r . Analogia ordinata e perturbata (v. Elementi, Def. V. 1 7 e 1 8)
Ben più ricca è la struttura assiomatica proposta da Marchetti, artico­
lata in quindici assiomi, che si possono dividere in sei classi.
La prima, composta da due assiomi, regola le relazioni tra le strutture
d'ordine delle grandezze e dei rapporti :
r. La medesima quantità all'eguali, e I' eguali all'eguali, e alla medesima hanno egual
proporzione .
2. Delle quantità diseguali paragonate all' eguali, o alla medesima, la maggiore ha
maggior proporzione.

Il secondo gruppo è composto di un solo assioma, che regola le propor­


zioni commensurabili :
3. Proposte quattro quantità, se la prima sarà o egualmente moltiplice, o la mede­
sima parte, o le medesime parti della seconda, che è la terza della quarta, la
proporzione della prima alla seconda s arà eguale alla proporzione della terza
alla quarta.3 8

La terza classe riguarda la proprietà transitiva delle relazioni di ugua­


glianza e di ordine tra proporzioni, ed è composta da tre assiomi:
4. Le proporzioni eguali a una terza sono eguali fra loro .
5. Di due proporzioni eguali, se una di esse è maggiore, o minore di una terza,
anche l altra è maggiore, o minore della medesima.
6. Se una terza proporzione è maggiore, o minore d'una delle eguali, ella è mag­
giore, o minore anche dell'altra.

La quarta classe di assiomi riguarda l'operazione di composizione di pro­


porzioni o, nella terminologia di Marchetti, l' aggiungere e il togliere di
proporzioni . Queste operazioni non erano state definite in generale; e anzi
nelle definizioni troviamo solo l' aggiungere proporzioni uguali a propor­
zioni uguali, sia ordinatamente (Definizione 2 8) che perturbatamente (Defi­
nizione 2 9) . A questa povertà di definizioni, Marchetti supplisce con un
elevato numero di assiomi (sette) che ne delineano la struttura:
7. Se a proporzioni eguali si aggiungeranno proporzioni eguali, le composte saranno
eguali.
8. Se da proporzioni eguali si leveranno proporzioni eguali, le rimanenti saranno
eguali.

38 Vedi Borelli, Euclides restitutus, Definizione III . 8 .


150 Verso la conclusione: Viviani, Marchetti, No/eri

9 . Se a proporzioni eguali si aggiungeranno proporzioni diseguali, le compo­


ste saranno diseguali, cioè maggiore sarà quella, che risulta dall' aggiunta della
maggiore.
r o . Se a proporzioni diseguali si aggiungeranno proporzioni eguali, le com­
poste saranno diseguali, cioè maggiore sarà quella, che anche a principio era
maggiore.
r l . Se da proporzioni eguali si leveranno proporzioni diseguali, le rimanenti
saranno diseguali, cioè minore sarà quella, dalla quale si leva la maggiore.
1 2 . Se da proporzioni diseguali si leveranno proporzioni eguali,39 le rimanenti
saranno diseguali, cioè maggiore sarà quella, che anche a principio era maggiore .
1 3 . Le proporzioni che sono doppie, triple, &c . , la metà, la terza parte, &c,
o di proporzioni eguali, o della medesima, sono eguali .

Infine gli ultimi due assiomi costituiscono ognuno una classe a sé. Il
primo di essi entra nella dimostrazione della definizione euclidea di gran­
dezze proporzionali; Marchetti se ne serve anche per introdurre i termini
« antecedente » e « conseguente »:
q. Proposte quattro quantità, s e l a proporzione della prima alla seconda sarà eguale
alla proporzione della terza alla quarta, le due antecedenti, cioè la prima e la
terza, saranno o insieme maggiori, o insieme minori, o insieme eguali alle due
conseguenti, cioè alla seconda e alla quarta.

il secondo è l' ormai consueto assioma del quarto proporzionale :


l5 . Proposte tre quantità, qual proporzione ha la prima alla seconda, tale l ' averà
la terza a una quarta, e tale l' averà una quarta alla terza. 40

Si può osservare che non si tratta di assiomi indipendenti; infatti gli


Assiomi 9 e r o sono conseguenza dell'ottavo, e gli 1 1 e 1 2 del settimo,
non appena si dia al termine levare il senso di operazione inversa dell' ag­
giungere . 4 1 Peraltro gli Assiomi 8- 1 3 non vengono mai usati nelle dimo­
strazioni, cosa che lo stesso Marchetti riconosce nell'Annotazione finale :
Molte delle definizioni poste da me nel principio di questa seconda parte, siccome
alcuni degli Assiomi, non sono stati necessari per dimostrare i Teoremi in essa
contenuti: perlaqualcosa io non ho auto congiuntura di servirmene; ma nondimeno
perché senza la loro notizia sarebbe riuscita imperfetta l' Opera: quindi è, che per
non apparir manchevole nello spiegare il proposto Tema, io non ho voluto lasciar­
gli indietro .42

39 Per un errore di stampa, il testo porta diseguali.


40 Natura della proporzione, cit . , pag. 50-5 2 .
4 1 S i noterà come queste operazioni ricordino le analoghe introdotte d a Benedetti, u n autore
che non doveva essere sconosciuto al Marchetti, che lo cita a pag . r o , anche se probabilmente sulla
scorta di un analoga menzione a pag . r 19 dell' Euclides restitutus del Borelli .
42 Natura della proporzione, pag . 8 0 .
3 . Proporzioni senza definizioni: Angelo Marchetti

Una volta terminata l'esposizione degli assiomi, Marchetti dimostra una


serie di teoremi standard, tra i quali, come è ormai usuale, anche le defini­
zioni euclidee . Non ci attarderemo a ripercorrerne le dimostrazioni, per
le quali rimandiamo direttamente alla lettura del testo; rivolgendoci invece
per un momento alle ultime quattro proposizioni, che forniscono una siste­
mazione teorica, peraltro già discussa a proposito del libro di Barelli, del
metodo di esaustione . Marchetti ripercorre le proposizioni di Barelli, ma
invertendone l' ordine; più precisamente dimostra prima lo Scholium della
Proposizione 2 4 , 43 poi la Proposizione 2 3 , e infine la Proposizione 2 4 del
testo di Barelli . Per quest'ultima, egli introduce una precisazione, che se
non comporta nulla di nuovo rispetto alla dimostrazione di Barelli, ne pre­
cisa comunque il senso, per la verità piuttosto oscuro, dell'enunciato : 44
Proposte quattro quantità di tal condizione, che se ne possano trovare due altre
proporzionali alle conseguenti, le quali siano, a libito nostro , o insieme maggiori,
o insieme minori delle antecedenti, e che l'eccesso, o il difetto della quinta dalla
prima sia minore di qualunque quantità assegnabile; le dette quattro quantità
saranno proporzionali .45

In altre parole, Marchetti precisa che deve essere possibile di prendere


le approssimanti sia dall' alto che dal basso, senza la qual condizione il risul­
tato non sussiste, come fa vedere nella seguente, e ultima proposizione
del volumetto . Che d' altra parte questa fosse l'interpretazione di Barelli
risulta chiaramente sia dalla dimostrazione, che dalle applicazioni che egli
ne fa nei libri successivi. E questo è anche il parere di Marchetti:
Ma quello che maggiormente deve avvertirsi, è la condizione da me aggiunta in
quelle parole, a libito nostro, senza la quale essa proposizione non è universalmente
vera, il che si farà chiaro da quello che io di sotto dimostrerò. Mi giova bene il
credere che l'intenzione del Sig . Barelli fosse la medesima che la mia, cioè che
le due quantità G, H si possano pigliare o insieme maggiori, o insieme minori delle
due A, B, secondo che più ci viene in acconcio , il che io tanto più credo, quanto
io osservo che egli nell'XI proposizione del suo libro V se ne serve solo nel detto
senso .46

Questa frase finale mostra chiaramente l'atteggiamento di Marchetti


verso Barelli : un atteggiamento critico nei confronti delle parti dell'opera
che egli ritene di dover abbandonare, ma di grande rispetto e ammirazione
altrimenti. E così non vengono lesinate le lodi quando se ne presti l' occa­
sione, come nell'Annotazione finale :

43 Sono rispettivamente le Proposizioni 2 3 , 24 e 25 della Natura della proporzione. Si noti che


in margine alla Proposizione 2 3 un errore di stampa rinvia allo scolio alla Proposizione 1 9 dell' Eu­
clides restitutus, e non della 24 come dovrebbe essere.
44 Vedi sopra, C ap. 5 .
4 5 Natura della proporzione, pag . 76.
46 Ivi, pag. 77-78.
Verso /,a conclusione: Viviani, Marchetti, No/eri

Ne ho ben dimostrate alcune [proposizioni] . . del Sig. Borelli, sì perché anch' el­
leno sono molto belle per sé medesime, e sì anco perché sono utilissime a sapersi,
se non per altro, almeno per intendere le profonde, e mirabili Opere del detto
Sig . Borelli, il quale molto spesso se n'è servito, e particolarmente nel suo Euclide,
nel suo Apollonia , e nel suo Archimede,47 libri che a onta del tempo, e dell' invi­
dia, insieme con gli altri suoi vivranno eterni, e da tutti gl'intendenti saranno tenuti
in altissima stima.48

Chi ha orecchi per intendere, Viviani intenda.

4. La polemica antiborelliana di Cosimo No/eri

Quanto le critiche del Marchetti non si separavano mai da espressioni


di rispetto e di stima per la persona e l' opera di Barelli, altrettanto aspra
e puntigliosa è la polemica condotta contro I' Euclides restitutus da parte di
Cosimo Noferi.49 Il motivo di così diversi atteggiamenti non è difficile da
comprendere: mentre da parte del Marchetti sono sempre vivi, anche nella
diversità di opinioni, i sentimenti di chi, anche se per il tramite del padre
Alessandro, si considera un allievo dello scienziato napoletano (e d' altra parte
non sappiamo quanto abbia contribuito lo stesso Alessandro alla stesura del
trattatello del figlio) ; il Noferi, che aveva seguito per suo stesso dire le lezioni
di Torricelli, considera inopportuni e maliziosi gli appunti mossi da Barelli
a un'opera che Torricelli non aveva potuto condurre a termine, e che comun­
que non aveva pubblicato, ed entra in lizza per difenderne la memoria e
la dottrina in un opuscolo dal titolo lunghissimo :
A.M. D. G. Disceptatio pro Euclide et Torricellio, in qua proportionum Theoriae per
methodum Multiplicium defenduntur et confirmantur. Contra Euclidem Restitutum
a ]o. Alphonso Borellio in Pisana Academia Matheseos professore. Adduntur etiam
notae ad librum de Analogi;s ipsius restituti Euclidis, quae omnia exponit Cosmas de
Nopheris Florentinus Ad veritatis defensionem.

Dell'opera, che non è stata mai pubblicata, si conoscono due codici,


il primo presso la Biblioteca Comunale di Urbania,50 l' altro presso la
Biblioteca Nazionale di Firenze 51 A quest'ultimo codice è allegata una let-

47 Si tratta dell'opera Elementa conica Apollonii Paergei et Archimedis Opera Nova & breviari
methodo demonstrata a I. A. Borellio Roma, Mascardi 1 6 7 9 .
48 Ivi, pag. 80.
49 Le notizie su Cosimo Noferi sono poche e per lo più incerte, e non vanno oltre quelle con­
tenute nell'articolo di G. Giovannozzi, Un asserito discepolo di Galileo (Cosimo No/eri) , Memorie
Ace. Pontificia dei Nuovi Lincei, S. II, voi. V ( 1 9 1 9) . Sono incerte le date di nascita ( 1 625 o 1 628),
e ancor più quella di morte, che comunque non dovrebbe essere successiva al 1 665 .
50 Ms. 44. Segnalato in A. Procissi, Bibliografia Matematica del/,a Grecia c/,assica e di altra civiltà
antiche, Boll. Storia Sci. Mat . l ( 1 980) . Nel seguito citeremo da questo codice.
5 1 Mss. Magliabechiani, Cl. VIII, 1 546, cc. 80 '- 1 3 4 ' .
4 . La polemica antiborelliana di Cosimo No/eri 1 53

tera di Noferi a Domenico Fontana, datata 6 agosto 1 663 , che permette


di datare lopera non più tardi della prima metà di quell' anno . Peraltro
il tono del trattato fa pensare piuttosto a un pamphlet scritto a caldo che
a un'elaborazione meditata, e dunque consiglierebbe di spostare la data
di composizione più verso il 1 658 . In ogni caso queste due date ( 1 6 58- 1 663)
si possono prendere come termini indicativi.
L'intento polemico è evidente già dalla dedica a Giovan Battista Mica-
lori, e ancor più nella prefazione Ad Lectorem:
Non extat Euclides , non extat Torricellius , cuius scripta utpote typis non man­
data, aut laudanda sunt, aut silentio praetereunda. Nescio enim qua audacia impro­
bat quintum Torricellij librum Borellus , qui paginarum fragmentis superfuit oh
ipsius intempestivam mortem, et quam notam immerito impressam praeceptori meo
in disceptatione delebo . Non habent defensores citati auctores: nescio, inquam,
qua causa merita tam illustrium virorum sint abolenda; primi enim per tot saecula
cuncto terrarum orbi notissima admiranda sunt potius quam invidenda; secundi
recentioris extant opera quae corruant mordaci quolibet dente corrosa difficil­
limum .5 2

A soccorso di Euclide e Torricelli entra dunque in campo il nostro; di


Euclide, perché principe dei matematici, di Torricelli, perché precettore
e dunque quasi padre :
Torricellium defendere meum est, utpote qui ipsum tangit, tangit et oculi mei
pupill a m.53

I due matematici, il greco e il faentino, sono così accumunati in una


difesa che è soprattutto un esame puntiglioso dell'opera di Borelli, e che
non trascura nessun passo dell' Euclides, a partire dallo stesso titolo :
Primo intuitu, ut disceptatio hinc incipiat, sese offert voluminis editi titulus, qui
dicit Euclides Restitutus. Verum enim hoc Restitutus plures habet significationes .
Prima significatio est Redditio, alia est in pristinum statum reductio; sive etiam
restitui patriae dicimus, qui prius sive exulabat, sive abfuerat : restituere etiam
habet nobilitatis significationem, et dicitur restitutio natalium, quae etiam voca­
tur nobilitatio . Instaurare, et reficere, etiam dicitur restituere, innovare etiam,
et plura, et alia significata, quae libenter omitto .

5 2 Disceptatio, c. 1 '·-2 ' : « Non c'è Euclide, non c'è Torricelli, i cui scritti non pubblicati sono
o da lodare, o da passare sotto silenzio . Non so infatti con quale audacia Borelli disapprovi il quinto
libro di Torricelli, che è restato frammentario per la sua morte prematura; ma io cancellerò in que­
sta controversia la macchia impressa immeritatamente sul mio maestro . Gli autori citati non hanno
difensori : non so, dico , per qual motivo si debbano abolire i meriti di uomini tanto illustri; quelli
del primo , notissimi per tanti secoli a tutto il mondo , sono da ammirare piuttosto che da invidiare;
del secondo più recente ci sono opere che molto difficilmente possono venir rosicchiate da quale
che sia dente mordace . »
53 Ivi, c. 2 ': « Difendere Torricelli spetta a me, poiché chi lo tocca, tocca la pupilla dei miei
occhi . »
154 Verso la conclusione: Viviani, Marchetti, No/eri

Multae harum significationum, immo nullae ullo modo competere possunt volu­
mini supradicto. Primo enim quod sit reductio in statum pristinum falsissimum
est, quia huiusmodi ardo, nequaquam desumptum est, nec esse potest ab origina­
libus linguis graecis, arabicis, et caldeis conscriptis , et propterea non dici potest
restitutum volumen et methodum Euclidis . . . . In quo etiam casu cadit all a signifi­
catio nobilitatis, quam habet verbum hoc restitutus, quia quotiescumque ad pristi­
num statum redactum volumen est, restituitur etiam nobilitati pristinae . . . . guae
proprietates sive significationes nullo pacto competere possunt volumini Borellij ;
nam ut diximus, nec ipse potest denegare, volumen non est desumptum ex inter­
pretatione graeca . . . nec est restitutum in statum pristinum, sed methodo arbitra­
ria defatigatum; hinc nec iure merito dici potest Euclides restitutus, cum praecipue
nec talis mens fuerit Euclidis, nec ardo : quare potius mihi videtur Euclides men­
dax, permutatus, dirutus, peroolutus, inversus, et simili appellatione inscribendus ,
ipsius volumini magis propria, quam Euclides Restitutus.54

Il lungo brano che abbiamo riportato può dare un'idea dello stile del
Noferi, e del tenore dei suoi argomenti . Non è nostra intenzione dare qui
un resoconto dettagliato dell'opuscolo, nel quale peraltro il Noferi non trova
mai l'occasione per uscire dalle secche della polemica per tentare elabo­
razioni originali, contentandosi solo di riaffermare la supremazia della
teoria euclidea sulle novità borelliane . Ci interesseranno invece i passi
relativi al trattato di Torricelli, e in particolare alle critiche di Borelli
all'impostazione torricelliana.
Borelli non aveva mai nominato esplicitamente né Galileo né Torricelli,
ma quest'ultimo era chiaramente riconoscibile sotto le vesti dell' autore
moderno di cui Borelli respinge le conclusioni . Di certo, l' allusione a Tor­
ricelli non poteva sfuggire a Noferi:
Accedamus iam non solum ad defensionem Euclidis, sed praestantissimi Neote­
rici Auctoris cuius nomen suppressit Professor: debuerat enim dicere Evangeli­
stae Torricellij , cuius defensio, utpote praeceptoris mei sumenda est quam acer-

54 Ivi, c. 3 "": « In primo luogo, per cominciare la controversia, ci si offre lo stesso titolo del
volume pubblicato, che dice: Euclides restitutus. Invero questo termine restitutus ha più significati .
Il primo è rendere, un altro è ridurre allo stato originale; ma anche si dice restituire alla patria quando
uno prima era esule, o era lontano . Restituere ha anche significato di nobiltà, e si dice restituzione
dei natali, ovvero anche nobilitazione. Restituere sta anche per restaurare e ricostruire come pure
ha il significato di rinnovare, e molti altri che ometto volentieri. Di significati ce ne sono dunque
molti, ma nessuno di essi può competere in alcun modo al detto volume. In primo luogo, che sia
riduzione allo stato originale è falsissimo, in quanto il suo ordine non è e non può essere desunto
dagli originali scritti nelle lingue greca, araba e caldea, e quindi non si può dire reso il testo e il
metodo di Euclide . . . . Nel qual caso cade anche laltro significato di nobiltà, che ha questo termine
restitutus, in quanto ogniqualvolta un libro è riportato allo stato originale, è anche restituito all ' an·
tica nobiltà . . . le quali proprietà o significati in nessun modo possono competere al libro di Barelli;
infatti, come si è detto, né egli stesso potrà negarlo, il volume non è desunto da una traduzione
greca, . . . , né è reso allo stato originale, ma infiacchito con un metodo arbitrario; per cui a rigore
non si può dire che Euclide sia restituito, in quanto soprattutto non era così né la mente, né l'ordine
di Euclide: e mi sembra che si dovrebbe chiamare piuttosto Euclide bugiardo, capovolto, distrutto,
stravolto, rovesciato, e titoli simili, più adatti a questo volume, che non Euclide restituito ».
4. La polemica antibore/liana di Cosimo No/eri 155

rime, e t a d hoc u t clarius inepta, inconcinna, et falsa reddatur accusatio contra


Torricelli uro. 55

che, lasciato per un momento Euclide, si rivolge al trattato torricelliano,


che peraltro giudica fondato sugli stessi principii del primo :
Sciendum est hunc praestantissimum virtute, ingenio, doctrina, morum suavitate
nemini secundum, multis annis elapsis professorem fuisse scientiarum Mathema­
ticarum in Fiorentino Studio, et amicis , et auditoribus exposcentibus, instantibu­
sque, redegit in decem circiter paginas suum conceptum de analogiis, principiis,
suppositionibusque desumptis ex ipso Euclide; quibus subiunxit demonatrationes
non multas, sed modos solum argumentandi, convertendo, permutando, &c. , et
sua humanitate curo auditoribus communicavit, inter quos, insignis nostrorum die­
rum Geometra Vincentius Vivianus , Alexander Segnius, Augustinus Nellius , Hie­
ronymus Piccardus, egomet alijque quamplurimi, asserens libellum deficere appen­
dicem et multa alla, guae pro tempore sibi indaganda proposuerat, . . . , sed inter
haec, et paucis post mensibus e vita migravit, relinquens opusculum imper­
fectum.5 6

Abbiamo dunque già una prima identificazione della teoria di Torri­


celli con il metodo euclideo; identificazione che diventa sempre più espli­
cita via via che, lasciata la narrazione, il Noferi si addentra nel merito delle
critiche di Borelli. Bisogna subito dire che chi pensasse di trovare nella
Disceptatio di Noferi spunti chiarificatori del metodo torricelliano reste­
rebbe deluso; la discussione si mantiene sempre al livello estremamente
superficiale delle questioni di parole. Borelli aveva respinto il postulato
galileo-torricelliano dell' esistenza del quarto proporzionale in quanto esso
precedeva la definizione di grandezze proporzionali, definizione che, inver­
tendo lordine logico del discorso, veniva a basarsi su questo assioma. A
ciò Noferi replica:
Hoc loco interpretandus est conceptus Torricellij , nec damnandus, quia loquit de
possibili. Inquit enim dari potest similitudo respectuum, ergo concipi potest . Ante­
cedens probatur dupliciter; quia non repugnat V. G. primam magnitudinem ad

55 Ivi, c. 1 3 ' : « Veniamo ora non solo alla difesa di Euclide, ma di quell'insigne autore moderno
il cui nome il Professore ha soppresso: avrebbe dovuto dire infatti Evangelista Torricelli, la cui difesa,
in quanto mio maestro, dovrò condurre con grande asprezza, perché più chiaramente risulti malde­
stra, fuori bersaglio e falsa l accusa contro Torricelli. »
5 6 Ivi, c. 1 3 '· ' : « Si deve sapere che quest'uomo insigne per virtù, per ingegno, e per dottrina,
e secondo a nessuno per dolcezza di carattere, molti anni fa fu professore di Matematiche allo Stu­
dio Fiorentino, e per gli amici e gli uditori, che glielo domandavano con insistenza, redasse in circa
dieci pagine il suo punto di vista sulle proporzioni, su principii e supposizioni desunti dallo stesso
Euclide; a cui aggiunse non molte dimostrazioni, ma solo i modi di argomentare: convertendo, per­
mutando, ecc . , e per sua bontà li comunicò agli uditori, tra i quali erano l'illustre geometra contem­
poraneo Vincenzo Viviani, Alessandro Segni, Agostino Nelli, Girolamo Piccardi, io stesso, e molti
altri, avvertendoci che il libretto mancava dell' appendice e di molte altre cose, che si proponeva
di indagare a suo tempo . . . ma nel frattempo, a distanza di pochi mesi, uscì di questa vita, lasciando
lopuscolo imperfetto ».
Verso la conclusione: Viviani, Marchetti, No/eri

secundam habere similem respectum, quoad quantitatem, tertiae ad quartam . . .


2 ° , quia ipse Borellius admittit similitudinem respectus, s altem in commensurabi­
libus quantitatibus . . . Et consequens adhuc probatur: quia intellectui creato non
denegatur a natura conci pere similitudinem respectuum . . . 57

Una volta tramutato un problema matematico in una discussione scola­


stica, il nostro non può far altro che ricondurre il metodo di Torricelli sotto
l' ala accogliente degli Elementi di Euclide . E in effetti, a Borelli che osser­
vava come nel libretto torricelliano fossero assunti come assiomi molti teo­
remi dimostrati negli Elementi, egli risponde:
Quod supposuerit Torricellius propositiones 7 . 8 . 9 . 1 0 . r i . et 1 3 Euclidis per
se notas, non ob id inculpandus, cum supponat propositiones iam ab ipso Euclide
demonstratas, et guae non indigent novis doctrinis ad hoc ut demonstrentur, admis­
sae per tot saecula, guae aut verae sunt, aut non. Si non, ergo falsae demonstratio­
nes Euclidis , quod asserere crimen est omnium criminalissimum in geometricis;
immo inscitia, insania, et cerebri evaporantis imago.58

né si accorge che porre le proposizioni euclidee come assiomi significava


per l' appunto la rinuncia alle dimostrazioni degli Elementi, e che proprio
in ciò consisteva l'interesse del trattato torricelliano, che invece la difesa
del Noferi riduce da proposta alternativa a complemento della teoria eucli­
dea. Allo stesso modo viene respinto l' argomento dell'oscurità dei princi­
pii su cui si fonda la dottrina di Euclide, contro cui il Noferi produce un
corposo argomento ad hominem:
Sed forsan Borellius respondet non falsas esse, sed demonstrata per obscura prin­
cipia. Ex quo contra ipsum argumentor. Demonstrantur per obscura principia, ergo
obscurae sunt, nec intelligibiles . Antecedens est ipsa responsio, et consequens pro­
batur, quia quod pendet ab obscuris principijs, obscurum est, nec intelligibile; sed
demonstrationes allatas pendent ab obscuris principijs, ut vult Borellius , ergo sunt
obscurae, nec intelligibiles . Forsitan cogitabit hoc argumentum sibi ipsi favere :
quod non; nam aut Borellius, et cum ipso series tot illustrium et praestantissimo­
rum virorum, qui duodecim usque saeculis floruerunt intellexerunt quintum Eucli­
dis , vel non. Quod non intellexerint falsum est asserere, et illis tribueretur igno-

57 Ivi, c. q ' : « Qui bisogna interpretare il pensiero di Torricelli, e non condannarlo, in quanto
egli parla di ciò che è possibile. Dice infatti che si può dare la similitudine dei rispetti, dunque la
si può concepire. L' antecedente si dimostra in due modi: perché non ripugna ad esempio che la prima
grandezza abbia alla seconda un rispetto simile, in quanto attiene alla quantità, [di quello] della terza
alla quarta . . . Secondo, perché lo stesso Borelli ammette questa similitudine di rispetti, benché limi­
tata alle quantità commensurabili . . . . E il conseguente ancora si dimostra: perché all 'intelletto creato
non si nega dalla natura il concepire la similitudine dei rispetti . . . »
58 Ivi, c. 1 6 ' : « Non si deve incolpare Torricelli perché suppone come note le Proposizioni 7 ,
8 , 9 , 1 0, I I e I 3 d i Euclide, i n quanto suppone proposizioni già dimostrate dallo stesso Euclide,
e che non hanno bisogno di nuove dottrine per la loro dimostrazione; ammesse per tanti secoli,
e che o sono vere, o no. Se no, allora sono false le dimostrazioni di Euclide, un'asserzione questa
che è crimine criminalissimo in geometria, anzi insipienza, pazzia, e indizio di evaporazione del
cervello . »
4. La polemica antiborelliana di Cosimo No/eri 157

rantiae turpe nomen. Ergo intellexerunt . Ergo etiam Borellius, alias non erit con­
numerandus, ut iure optimo censeri potest inter tot Geometras , et ut ipse forsitan
praesumit; si intellexit, ergo demonstrationes sunt intelligibiles ; ergo non
obscurae.59

e conclude infine:
Concludendum ergo est ex dictis , demonstrationes, quas ut suppositiones Torri­
cellius posuit opusculo, veras esse, et demonstratas . Ergo debent admitti; ergo opu­
sculum, cum fundamentum habeat a principijs demonstratis, et per se notis, non
erit culpandum, ut sine ull a causa inculpatur a Borellio .60

Potremmo terminare qui l'esame dell' opuscolo di Noferi, nel quale


comunque sarebbe vano cercare un argomento di carattere anche vagamente
matematico, di cui non si troverebbe traccia né nella Disceptatio, né nelle
Notae che occupano le carte 3 6 v- 3 9 ', né infine nelle Conclusiones, nelle
quali Noferi ribadisce i suoi attacchi contro Barelli . Concluderemo invece
con lo stesso Noferi, che dopo aver identificato la dottrina di Torricelli
con quella di Euclide, sembra fare altrettanto con Benedetti:
Ex verbis denique Io. Baptistae de Benedictis in quintum Euclidis librum male
infertur propositiones eiusdem libri minime demonstratas esse, et multo minus
ab auctoritate aliorum virorum praestantissimorum sextam definitionem non esse
principium scientiae, cum sit theorema demonstrabile; huiusmodi enim virorum
ignorantur nomina, et nunquam extiterunt in rerum natura. Neque enim potest,
ex auctoritate eiusdem de Benedictis redargui Euclides, nisi eum redarguamus etiam
auctoritate Torricellij ; servant enim hi auctores eundem ordinem in suppositioni­
bus et postulatis.61

59 Ivi, c. r6M': « Ma forse Barelli risponderà che non sono false, ma dimostrate per mezzo di
principii oscuri. Al che risponderò contro di lui. Si dimostrano per mezzo di principii oscuri; dun­
que sono oscure, e non intellegibili. L' antecedente è la stessa risposta, e il conseguente si dimostra
in quanto tutto ciò che dipende da principii oscuri è oscuro, e non intelligibile. Ma le dimostrazioni
in questione dipendono da principii oscuri, come vuole Barelli, e dunque sono oscure e inintelligi­
bili. Forse penserà che questo argomento parli in suo favore, e invece no. Infatti o Barelli, e con
lui la serie di tanti illustri e insigni uomini, che sono fioriti da dodici secoli in qua, hanno capito
il quinto libro di Euclide, o no. Che non lo abbiano capito è falso, e sarebbe tacciarli di ignoranza.
Dunque lo hann o capito . Dunque anche Barelli, altrimenti non sarebbe da annoverare tra tanto
grandi geometri, come si può ritenere a ragione, e come forse egli stesso presume. Se lo ha capito,
allora le dimostrazioni sono intellegibili, e dunque non oscure . »
60 Ivi, c. r6v: « Si deve dunque concludere da quanto detto, che le proposizioni che Torricelli
ha posto nel suo opuscolo come supposizioni, sono vere, e dimostrate. Dunque si devono accettare;
dunque l'opuscolo, che ha i suoi fondamenti su principii dimostrati, e noti di per sé, non è da incol­
pare, come senza alcun motivo viene incolpato da Barelli. »
61
Ivi, c. 43 v-44 ' : « Infine dalle parole di Giovan Battista Benedetti sul quinto libro di Euclide,
male si deduce che le proposizioni dello stesso libro siano mal dimostrate, e molto meno, dall'auto­
rità di altri insigni uomini, che la sesta definizione non sia principio della scienza, essendo un teo­
rema dimostrabile. Di questi uomini infatti si tacciono i nomi, e non sono mai esistiti nella realtà.
Infatti non si può censurare Euclide sull ' autorità di Benedetti, a meno che non lo censuriamo anche
sull'autorità di Torricelli, dato che questi autori conservano lo stesso ordine nelle supposizioni e
nei postulati. »
7.
Epilogo

Con le ultime propaggini di quella che, in maniera forse troppo gene­


rica, è stata chiamata la scuola galileiana, termina questa ricerca sulla teo­
ria delle proporzioni . Prima però di abbandonare definitivamente l ' argo­
mento, non sarà inutile tirare di nuovo le fila di un discorso che nel
procedere dalla formulazione originale di Galileo verso gli ultimi contri­
buti di Viviani e Marchetti si è venuto separando in piccoli rivoli, nei quali
rischia di perdere unità e interesse.
In primo luogo, mi pare che questo studio venga a correggere sostan­
zialmente il giudizio sul valore e la portata della teoria galileiana delle pro­
porzioni, e sia valso a far giustizia di interpretazioni riduttive, che vedevano
in quest'opera, certo minore, dello scienziato pisano, più un balbettamento
senile che il frutto di mature meditazioni. Al contrario, il dialogo galileiano,
una volta depurato dalle impurità dovute a una stesura affrettata e alla
mancanza di revisione, rivela un tessuto matematico per nulla così inge­
nuo e trascurabile come più volte si è affermato, e un punto di vista di
una certa originalità. D ' altra parte, e questo è un punto sul quale vorrei
ancora insistere, l'operazione galileiana non è mossa da finalità puramente
matematiche, ma trova le sue origini e la sua giustificazione nell'uso siste­
matico della teoria delle proporzioni nella fisica, e in particolare nella mec­
canica di Galileo, e nelle tensioni che le necessità di quest'ultima crea­
vano nella formulazione euclidea.
Una seconda considerazione concerne l'ampiezza del dibattito sul quinto
libro di Euclide, e il persistere di questi temi per tutto il diciassettesimo
secolo; un indice, non degli ultimi, del progressivo distacco della ricerca
italiana dal corso principale della matematica europea.
Quest 'ultima infatti, nello stesso volgere di anni, stava procedendo spe­
ditamente sulla strada che, partendo dalla Géométrie di Descartes, avrebbe
condotto in meno di mezzo secolo alla fondazione del calcolo infinitesi­
male e alle sue applicazioni alla geometria e alla meccanica. Ben poco delle
discussioni e delle ricerche originate dalla nuova geometria cartesiana rie-
Epilogo 1 59

sce a superare le frontiere della penisola e a suscitare echi anche deboli


in Italia, dove i temi principali restano gli sviluppi della teoria cavalieriana
degli indivisibili, e soprattutto le ricerche, originate dai Discorsi galileiani,
tendenti a stabilire una teoria matematica dei principali fenomeni fisici.
Tutti gli scienziati che in qualche modo si rivolgono all'esperienza gali­
leiana, siano essi parte della cosiddetta scuola galileiana o semplicemente
influenzati dal pensiero dello scienziato pisano e stimolati dalle possibilità
aperte dal programma galileiano di geometrizzazione della natura, si cimen­
teranno con successo maggiore o minore con le questioni aperte dai Discorsi
o comunque derivanti dalle ricerche di Galileo . Il moto dei gravi in tutti
i suoi risvolti (Torricelli, Baliani, Cavalieri, Borelli) , la dottrina delle acque
(C astelli, Michelini) , la resistenza dei materiali (Viviani, Marchetti) , fino
alla trattazione borelliana del moto muscolare, sono tutti temi galileiani
sui quali si concentreranno le energie dei principali scienziati italiani della
seconda metà del secolo .
La Géométrie di Descartes è del 1 63 7 , l' anno precedente la pubblica­
zione dei Discorsi. L'opera, come ha dimostrato ampiamente L. Pepe, 1
ebbe in Italia una diffusione materiale pronta, specie nei circoli galileiani,
nei quali fu conosciuta ancor prima della sua traduzione in latino . 2 Nel
contempo la sua assimilazione fu molto più lenta, al punto che si può soste­
nere con ragione che essa penetrò in Italia assieme al calcolo infinitesi­
male, dunque con almeno mezzo secolo di ritardo . In ogni caso la sua
influenza in Italia fu secondaria anche nel campo degli studi algebrici, dove
si assiste piuttosto alla preminenza dei metodi di Viète .
Le ragioni di questo sfasamento tra la penetrazione materiale e la rice­
zione scientifica sono molteplici : l'impostazione « geometrica » delle ricer­
che della scuola galileiana, la cautela verso il nuovo dopo la condanna di
Galileo, la poca familiarità con l' algebra da parte dei galileiani.3 A ciò si
aggiunga che l' opera cartesiana è di difficile lettura, in primo luogo per
la novità dei metodi e la stringatezza dello stile ma anche, non ultimo,
per l'uso di una lingua, il francese, non molto conosciuta in Italia. In effetti,
a parte qualche sporadico riscontro,4 si dovrà attendere l' edizione latina

1 Note sulla diffusione della Géométrie di Descartes in Italia nel secolo XVII, Bollettino di Storia
delle Scienze Matematiche, II ( 1 98 2 ) .
2 I n particolare, una copia n e f u inviata a Galileo già nel 1 6 3 7 , e una a Torricelli nel 1 644.
3 L. Pepe, Note sulla diffusione della Géométrie . . , cit . In effetti, benché Castelli e più tardi
.

Michelangelo Ricci scrivessero trattatelli di algebra, anche la conoscenza dei metodi di Viète rimase
sempre piuttosto superficiale nei circoli galileiani, al punto che Cavalieri nel 1 640 scriveva a Rocca:
« le operazioni algebraiche non le ho troppo alle mani », e a Torricelli nel 1 644: « se [mi] fosse stata
nota la pratica dell'Algebra litterale, come allora non ci avevo badato, et ho visto poi doppo, levavo
tal confusione e finivo anch'io la dimostrazione ».
4 L. Pepe, cit. Si interessarono all a Géométrie soprattutto studiosi gesuiti o comunque vicini ai
gesuiti, come G. A. Rocca, A. M. Costantini, che ne tradusse parte in italiano, G . B. Baliani e G. L .
Confalonieri.
1 60 Epilogo

del 1 649, e ancor più quella del 1 659-6 1 , per avere un testo che possa essere
letto direttamente dai matematici italiani, corredato per di più di quei com­
menti e trattati introduttivi che in qualche modo ne mitigavano la diffi­
coltà. Quando ciò avviene, il destino della prima scuola galileiana si è con­
sumato, e di un gruppo di scienziati di fama europea non restava che un
piccolo numero di studiosi sempre più isolati tra loro e dalla comunità inter­
nazionale dei letterati.
Ma le vicende personali, anche se della massima importanza, non possono
spiegare la totale assenza della geometria cartesiana dalla scena matematica
della penisola. Il fatto è che esiste uno iato profondo tra la proposta mate­
matica di Descartes e le necessità della scienza galileiana. Quest'ultima
chiede alla matematica dei metodi e degli strumenti che permettano di
affrontare i problemi più complessi della meccanica, in primo luogo quelli
del movimento; con una certa improprietà di linguaggio, potremo dir che
ciò di cui Galileo ha bisogno sono le tecniche infinitesimali, che ad esem­
pio traducano in termini geometrici le relazioni complesse tra spazi, tempi
e velocità istantanee, e in particolare consentano di risalire da queste alla
legge del movimento . Quello che invece la geometria cartesiana offre è
una geometria delle curve, per di più una geometria globale, legata cioè
all'identificazione tra curva ed equazione algebrica, nella quale anche pro­
blemi come quello delle tangenti vengono trattati senza alcun riferimento
a metodi e idee infinitesimali. Per usare una sottile distinzione leibniziana,
la geometria di Descartes è una geometria « apolloniana », mentre la nuova
scienza di Galileo ha bisogno di una geometria « archimedea »:
Geometriae duae sunt partes, toto genere a se invicem diversae, altera Apollonia magis,
altera Archimedi tractata, prior solam rectilineorum magnitudinem adhibet, curva­
rum autem tantum positionem quippe rectarum magnitudine determinatam, poste­
rior ipsas curvas quantitates metitur . . . ltaque ill a magis determinatoria, hanc magis
dimensoriam dicere posses .5

Di questa geometria di posizione, la scienza galileiana, interessata soprat­


tutto alle relazioni quantitative tra le grandezze fisiche, non sa che far­
sene . Né è possibile pensare a una pura e semplice assunzione del linguag­
gio algebrico, più agile certamente, ma molto meno rigoroso e diffuso, al
posto di quello della geometria classica: anche quando non vi si oppones-

5 Scientia infiniti, in C . I . Gerhardt, Zum zweihundertjiirigen Jubiliiu m der Entdeckung des Algo­
rithmus der hOheren Analysis durch Leibniz, Monatsberichte der Konig-Preuss Akad. der Wissensch.
zu Berlin, 1 875 ( 1 876), pag. 5 9 5 : « Due sono le parti della geometria, totalmente diverse tra loro,
l'una trattata principalmente da Apollonio, l altra da Archimede. La prima usa solo le lunghezze
delle linee rette, mentre delle curve tratta solo la posizione in quanto determinata dalla grandezza
delle rette; la seconda misura le stesse quantità curve . . . Pertanto la prima si potrà dire di determi­
nazione, la seconda di misura. »
Epilogo 161

sero questioni di rigore, pure non secondarie nell' elaborazione galileiana,


occorrerebbe quanto meno un'opera di riscrittura della matematica « archi­
medea », tutta tradizionalmente espressa nello stile euclideo; un'operazione
di dubbia efficacia, e che comunque richiederebbe uno sforzo di gran lunga
superiore ai risultati.
Mi pare questo un motivo, non meno importante degli altri, delle rea­
zioni negative di Galileo in primo luogo, e poi di gran parte dei suoi allievi,
nei riguardi della geometria cartesiana; allo stesso tempo esso spiega il per­
sistere nella scuola galileiana di temi classici quali quelli che abbiamo qui
trattato, che pure erano sul punto di diventare obsoleti.
Il calcolo infinitesimale viene a rompere questa contrapposizione, rea­
lizzando una fusione tra i temi apolloniani e archimedei, e allo stesso tempo
fornendo uno strumento di gran lunga più flessibile, e adatto all'indagine
della natura. Non è dunque inappropriato che la nostra narrazione si arre­
sti a questo punto, non già per mancanza di ulteriori interventi, ancora
numerosi per tutto il secolo successivo 6 e anche oltre, ma piuttosto per­
ché l' avvento del calcolo cambia radicalmente lo status della matematica
greca e in particolare della teoria delle proporzioni .
È il calcolo , e non la Géométrie, o meglio il calcolo in quanto esito della
Géométrie, che segna la fine dei metodi classici, e in particolare della teo­
ria delle proporzioni in quanto mathesis universalis . Prima del calcolo, questa
.

era il linguaggio d'elezione della filosofia naturale, e insieme uno strumento


essenziale per l'indagine matematica della natura; dopo il calcolo la teoria
delle proporzioni, ma si potrebbe dire tutta la geometria classica, cessa
di essere uno strumento matematico, superata dalle tecniche infinitesimali,
di gran lunga più efficaci.
Con ciò non si vuole ovviamente affermare che nel volgere di un tren­
tennio (tanto è il tempo che occorre per l' affermazione indiscussa dei nuovi
metodi) lo studio dei classici venga sostituito in toto da quello della nuova
analisi; al contrario, proprio in Inghilterra, una delle patrie del calcolo,
il secolo decimottavo si apre con una serie di edizioni bilingui (greco e
latino) delle opere di matematici greci.7 Quello che è però radicalmente
cambiato è lo spirito con cui i geometri guardano alla matematica classica.
Gli autori della generazione precedente al calcolo si rivolgevano a essa per
trovarvi metodi e strumenti da utilizzare nelle loro ricerche, disposti a modi-

6 Basterà pensare al lunghissimo trattato dal titolo Teoria generale delle proporzioni geometriche,
contenuto nel primo tomo delle Produzioni matematiche del Conte Giulio Carlo di Fagnano, Pesaro,
1 75 0 .
' Citeremo qui l e edizioni oxoniensi di Euclide: Euclidis quae supersunt omnia, 1 703 , curata da
D. Gregory, di Apollonia: Apollonii Pergaei Conicorum Libri Octo, 1 7 1 0 , a cura di E. Halley, e
infine di Teodosio: Theodosii Sphaericorum Libri Tres, pubblicata nel 1 707 da ] . Hunt .
Epilogo

ficarla quando si fosse dimostrata inadeguata alle loro necessità. Al con­


trario, i matematici del settecento la considerano soprattutto dal punto
di vista filologico : il loro scopo non è di ricavarne lumi che ormai essa non
può più dare, o almeno non così potenti da poter rivaleggiare con la geo­
metria dei moderni, ma di stabilirne un testo quanto più possibile corretto
e depurato dagli interventi successivi. Parallelamente, gli Elementi eucli­
dei, e in particolare la teoria delle proporzioni che via via diventa sempre
più difficile da intendere, vengono sempre più spesso tradotti in termini
algebrici .
In questo processo, le ricerche di Galileo e della sua scuola rappresen­
tano l'ultimo tentativo di rifondare la teoria delle proporzioni su basi più
idonee ai fini dell'investigazione della natura; un tentativo che sarà spiaz­
zato dall' introduzione del nuovo calcolo al punto da rendere difficile anche
oggi una corretta valutazione dei loro risultati e delle loro motivazioni.
Appendice
Schizzo di una teoria « galileiana » delle proporzioni

Prima di delineare una possibile elaborazione della teoria delle propor­


zioni che segua in qualche modo la strada accennata nella quinta giornata
galileiana, sarà opportuno spendere alcune parole per delimitare senza pos­
sibilità di equivoci lo scopo di questa appendice .
In primo luogo essa non ha la pretesa, che a mio modo di vedere sarebbe
priva di qualsiasi merito in una ricerca storica, di ricostruire le « vere » idee
galileiane : quello che voleva dire, Galileo lo ha detto nei suoi scritti, che
devono essere letti in relazione con gli autori e i problemi del suo tempo,
e non tradotti in un linguaggio moderno che nasconde e oscura più di quanto
non chiarifichi e spieghi.
Né d' altra parte essa mira a dare una teoria compiuta delle grandezze
e delle proporzioni, un'operazione un po' desueta in cui altri si sono cimen­
tati con vario successo: 1 anche a voler prescindere dallo scarso interesse
di una tale ricerca (interesse, sia ben chiaro, che può essere giudicato solo
dal punto di vista della matematica, e non della storia di cui fa parte solo
marginalmente) , essa prenderebbe uno spazio ben maggiore di quello che
in questo studio , già abbastanza lungo, possiamo riservarle . Per questo
motivo la nostra trattazione si arresterà, come quella di G alileo, all' acqui­
sizione delle definizioni euclidee di grandezze proporzionali e non pro­
porzionali .
Quello che invece mi propongo è di mostrare come sia possibile ridurre
in forma logicamente coerente una versione della teoria delle proporzioni
che a giudizio di chi scrive segue, o meglio ricorda, le idee galileiane che
abbiamo discusso nel corso di questo saggio . Da questa sistemazione emer­
geranno, spero con sufficiente chiarezza, le posizioni relative di proposi­
zioni e assiomi, sia espliciti che sottintesi, che abbiamo via via esaminato;

1 Si veda ad esempio R. Bettazzi, Teoria delle grandezze, Pisa, 1 890. Più recentemente, un ana­
logo tentativo è stato compiuto da F. Beckmann, Neue Gesichtpunkte zum 5. Buch Euklids, Archive for
the History of Exact Sciences, 4 ( 1 967), al quale rimandiamo anche per la bibliografia sull'argomento.
Appendice

e risulterà chiaro quali di essi si dovranno assumere come assiomi e quali


potranno invece essere dimostrati a partire dai primi. Mi pare che un tale
lavoro non sia inutile .
Ma non è questo il solo scopo dell' appendice. Essa infatti prova che
è possibile una ricostruzione matematicamente corretta della teoria delle
proporzioni secondo il percorso « claviano »; più precisamente, che è pos­
sibile una definizione assiomatica dei concetti fondamentali della teoria,
e in particolare di quello di rapporto, in contrasto con la definizione « per
astrazione » sostenuta da Enriques ,2 e dopo di lui ripetuta da tanti, e
quasi considerata acquisita.3

1. Grandezze

Col nome di grandezze designamo gli elementi di un insieme r, nel quale


quale supponiamo definita una relazione di equivalenza """ , e cioè una rela­
zione riflessiva (a """ a), simmetrica (a """ b <==> b """ a) e transitiva (a """ b & b """
""" e => a """ e) . Due grandezze a e b per le quali risulti a """ b si diranno omo­
genee, e le classi di equivalenza di r rispetto a tale relazione si chiame­
ranno classi di grandezze omogenee.
In ognuna di queste classi <§ supporremo inoltre definite :
a) Una relazione di equivalenza, che denoteremo con ,4 =

b) Un ordinamento stretto (<),


c) Una somma ( + ) , associativa e commutativa,

e supporremo soddisfatti i seguenti assiomi :


2 Gli Elementi di Euclide e la critica antica e moderna, cit . , voi. II, pag. 7- 1 2 . Si veda anche il
commento di Frajese alla più volte citata edizione degli Elementi, pag. 297-300.
3 In un certo senso, la differenza tra la definizione assiomatica e quella per astrazione è ana­
loga a quella tra /razioni e numeri razionali. In breve, le frazioni sono coppie ordinate di interi posi­
tivi, i numeri razionali le classi di equivalenza di queste rispetto alla nota relazione di equivalenza:
m/n = h/k se mk hn. Allo stesso modo, i rapporti definiti assiomaticamente si possono riguardare
=

come coppie ordinate di grandezze omogenee, mentre quelli definiti per astrazione sarebbero le classi
di equivalenza di queste coppie rispetto alla relazione di equivalenza data dalla definizione V. 5 di
rapporti uguali. Non sarà comunque fuori luogo osservare che nel passaggio al quoziente le frazioni,
come anche i rapporti, perdono per così dire la loro individualità: una volta definiti i rapporti per
astrazione, la formula a : b = A : B non sta a significare altro che a : b e A : B sono, o meglio denotano,
Io stesso rapporto, cioè a dire la stessa classe di equivalenza. Ciò corrisponde a considerare il
segno nella medesima formula come se indicasse l'uguaglianza delle classi, piuttosto che la rela­
=

zione di equivalenza. A mio parere, questa interpretazione è alquanto forzata, dato che in altre occa­
sioni (ad esempio quando si parla di grandezze come le figure piane o solide) uguale ha un significato
ben diverso da congruente, e grandezze uguali (come un rettangolo e un triangolo con la stessa base
e altezza doppia) non vengono affatto identificate tra loro .
4 Ad esempio, nella classe delle figure piane sono equivalenti figure piane sono equivalenti figure
con la stessa area. A rigore, ogni classe ':#di grandezze omogenee ha una diversa relazione di equiva­
lenza. Non essendoci possibilità di confusione, potremo usare lo stesso simbolo = per tutte.
r. Grandezze

Assioma 1 [ordinamento totale] Per ogni a, b e <:§ si verifica una delle


tre alternative mutuamente esclusive:
a = b, a < b, b < a .

Assioma 2 [Positività] Per ogni a, b e <:§ risulta a < a + b.


Si noti che non esiste lo zero , ovvero l'elemento neutro della somma.

Assioma 3 [Sottrazione] Si ha a < b se e solo se esiste c e <:§ tale che


a + c = b.

Assioma 4 [Cancellazione] Se a + c = a + d allora c = d.


In particolare, l'elemento c dell' assioma 3 è unico, a meno di equiva­
lenze .5 Tale elemento verrà indicato con il simbolo b - a.

Definizione 1 [Multipli] Possiamo definire ricorsivamente il prodotto di


una grandezza per un intero positivo al modo usuale:
r a = a; na = (n - r ) a + a .
Se A = na, A si dice n-multiplo ( o più semplicemente multiplo) di a. 6

Assioma 5 [Archimede] 7 Per ogni coppia di grandezze omogenee a e b


esiste un intero positivo n tale che
a < nb .
Non è difficile dimostrare i risultati che seguono :

Teorema 1 Se a < b e b = c, allora a < c.

Dimostrazione Per l' assioma 3, esiste d tale che a + d = b = c. o

Teorema 2 Se a < b e c = d allora a + c < b + d.

Teorema 3 Se a < b e c < d allora a + c < b + d.

Teorema 4 Risulta na = nb se e solo se a = b.

5 S i potrebbe eliminare questa e successive ambiguità passando al quoziente rispetto alla rela­
zione di equivalenza in ogni classe <§. Preferiamo comunque evitare questo passaggio, che ci sembra
estraneo al pensiero classico.
6 Elementi, V, Def. 2 .
7 Elementi, V, Def. 4 .
I 66 Appendice

Teorema 5 Risulta na < nb se e solo se a < b .

Definizione 2 [Sottomultipli] Sia A una grandezza ed m u n intero posi­


tivo. Una grandezza a :::::: A si dice m-sottomultiplo di A se ma = A. 8 Si dice
poi che a è un sottomultiplo di A se è un m-sottomultiplo per qualche intero m.

2. Rapporti

Con il termine rapporto designeremo una coppia ordinata di grandezze


omogenee .9 Se a e b sono grandezze omogenee (a :::::: b) , indicheremo il
rapporto di a e b col simbolo a : b.
Indichiamo con Pl l'insieme dei rapporti. Si ha:
Pl = U 1Y x 1Y
dove l'unione è fatta al variare di 1Y nelle classi di equivalenza di r rispetto
alla relazione ::::::

3. Proporzioni

Chiameremo proporzionalità una relazione di equivalenza nell'insieme


Pl dei rapporti tra grandezze omogenee. 10
Indicheremo tale relazione col segno = non essendo possibile alcuna con­
fusione con lo stesso segno usato per le grandezze . Se
a:b = A :B
diremo che le quattro grandezze a, b, A e B sono proporzionali. 1 1
Supporremo che siano soddisfatti i seguenti assiomi :

Assioma 6 [lnvertendo] 1 2 Se a : b = A : B allora b : a = B : A .

Assioma 7 Se a, b e c sono grandezze omogenee, risulta a : b = c : b se e


solo se a = c. 1 3

8 Elementi, V, Def. r .
9 Elementi, V , Def. 3 .
10 Si confronti la definizione Clavio 4: « Proporzionalità e similitudine di rapporti ».
11 Elementi, V, Def. 6.
12 Elementi, V, Def. 1 3 . Da notare che questo assioma, che negli Elementi è un'immediata conse­
guenza della definizione di grandezze proporwionali, al punto da non richiedere nemmeno una dimo­
strazione apposita, deve invece essere assunto quando della proporzionalità si dia una definizione assio­
matica. E infatti esso è assunto da Galileo nella giornata aggiunta (Opere di Galileo, VIII, pag. 3 5 2 ) .
1 3 Cfr. E . Toricelli, De Proportionibus, Assioma 2 .
4. L 'assioma del quarto proporzionale

Assioma 8 Se a : b = A : B, risulta a > b [a < b] se e solo se A > B [A < B].

Assioma 9 [Ex aequali] 14 Se a : b = A : B e b : c = B : C, allora a : c = A : C.

Assioma I O [Rapporti razionali] 1 5 Siano c, e due grandezze, ed m, k


due interi positivi. Allora:
mc : kc = mC : kC.
Abbiamo i seguenti semplici teoremi :

Teorema 6 Si ha a : b = a : c se e solo se b = c. 1 6

Dimostrazione Segue dagli assiomi 6 e 7. o

Teorema 7 La grandezza a è un m-sottomultiplo di A se e solo se


mA : A = A : a.

Dimostrazione Dall' assioma r o segue che mA : A = ma : a . D' altra parte


per l assioma 7 si ha ma : a = A : a se e solo se ma = A e la tesi segue dalla
proprietà transitiva dell'uguaglianza dei rapporti. o

4. L 'assioma del quarto proporzionale

Veniamo ora a due definizioni che preludono all ' introduzione del quarto
proporzionale .

Definizione 3 [Rappresentazione di rapporti] Siano ff e <§ due classi


di grandezze omogenee, e sia fY C ff X ff. Diremo che i rapporti di fY si rap­
presentano in <§ X <§ se per ogni rapporto a : b e fY esiste un rapporto a : (3 e
e <§ x <§ con a : {3 = a : b.

Definizione 4 [Rappresentazione fedele di grandezze] Siano ffe <§due


classi di grandezze omogenee. Diremo che ffsi rappresenta fedelmente in <§
se esiste un 'applicazione f : ff-+ <§ tale che per ogni a, b e ff risulta :
a : b = /(a) : /(b) .

1 4 Elementi, V, Def. 1 7 e Teor. 2 2 . Cfr. G. B. Benedetti, In quintum Euclidis librum, Postulato


I . Si veda anche la definizione di proporzione molteplice in Opere di Galilei, VIII, pag. 360.
15 Opere di Galilei, VIII, pag. 3 5 4 ; De Proportionibus, Assioma 6 .
1 6 De proportionibus, Assioma 3 .
1 68 Appendice

Osserviamo che le due definizioni vanno per così dire in direzioni oppo­
ste. La prima descrive la situazione in cui certi rapporti speciali si possono
descrivere in termini più semplici; la seconda quella in cui una classe di
grandezze si può considerare come immersa in una più generale . Un esem­
pio tipico del primo caso è quello dei rapporti tra grandezze commensura­
bili . Indichiamo con E la classe dei segmenti, con J11 quella dei numeri
naturali (interi positivi) , e con 9 l'insieme dei rapporti tra segmenti costi­
tuito da tutti i rapporti tra segmenti commensurabili. Poiché ogni rapporto
tra segmenti commensurabili si può esprimere come un rapporto tra interi
positivi, 9 si rappresenta in J1I X fl. La seconda definizione copre la situa­
zione opposta: fissato un segmento unità, a ogni numero naturale si può
far corrispondere un multiplo dell'unità, ottenendo così un' applicazione
f: J1I -+ E che conserva i rapporti, cosicché J1I si rappresenta fedelmente in E .
D a notare che dal fatto che ff x ffsi rappresenti in <'§ X <'§ non segue
che ffsi rappresenti fedelmente in I§; ad esempio, indicando con !!}, la
classe dei numeri razionali, !!}, X !!}, si rappresenta in J1I X A; ma !!}, non
si rappresenta fedelmente in fl.

Teorema 8 Se ff si rappresenta fedelmente in <'§, allora la funzione


f: ff-+ <'§ conserva l'ordinamento .

Dimostrazione Si ha infatti a : b = f(a) : /(b) , e per l' assioma 8 se a > b


risulta f(a) > f(b) . o

In particolare, la funzione f è iniettiva.

Definizione 5 Diremo che la classe <'§ è chiusa se comunque si fissino


tre grandezze a, b, c e <'§ esiste una quarta grandezza d tale che
a : b = c : d.
Non bisogna confondere l'esistenza del quarto proporzionale con la
nozione moderna di completezza . Infatti ad esempio i numeri razionali for­
mano una classe chiusa, in quanto esiste sempre il quarto proporzionale
dopo tre numeri razionali . Non sono invece chiusi i numeri naturali; dato
che non c'è alcun intero positivo x tale che 2 : 3 = r : x .

Teorema 9 Una classe <'§ è chiusa se e solo se per ogni tre grandezze
b, c, de <'§ esiste a e <'§ tale che a : b = c : d.

Dimostrazione Se <'§ è chiusa, esiste a tale che d : c = b : a . Per l'as­


sioma 6, c : d = a : b. Il viceversa si dimostra allo stesso modo . o
4. L 'assioma del quarto proporzionale

Teorema 10 [Unicità della quarta proporzionale] Se a : b = A : B e


a:b = A : B ' allora B = B ' .

Dimostrazione Segue immediatamente dal teorema 6 . o

In maniera analoga si dimostra l'unicità della prima proporzionale .

Teorema I I Se ff x ffsi rappresenta in <§ X <§, e <§ è chiusa, allora ff


si rappresenta fedelmente in <§.

Dimostrazione Si fissi x0 e ff e y0 E <§. Per ogni x e ff esistono a, {3 E <§


tali che x : x0 = a : (3. Poiché <§ è chiusa, esiste un elemento y tale che
y : y 0 a : {3 = x : x0 • Per il teorema r o , tale elemento è univocamente
=

determinato, e pertanto sarà definita una funzione f: ff- <§. Siano ora
x 1 , x2 e ff e siano y 1 = /(x 1 ) e y 2 f(x) i corrispondenti elementi di <§.
=

Risulta x 1 : x0 = y 1 : y 0 e x2 : x0 = y 2 : y 0 • Per gli assiomi 6 e 9 si ha x 1 : x2 =

=
Y 1 : y 2 = /(x 1 ) : / (x2 ) . o
Definizione 6 Diremo che o/i è una classe universale se è chiusa, e se
ogni classe ff si rappresenta fedelmente in Oli.

Teorema 1 2 Due classi universali o/i e r sono isomorfe.

Dimostrazione Sia f: o/i - r una rappresentazione fedele di o// in Y.


Poiché f è inietti va, basterà far vedere che è surgettiva. Fissato un elemento
Vo = /(uo) E/( o/i ) , sia V E r. Detta g: r- o/i una rappresentazione fedele di
Yin o/i, si ha v : v0 g (v) : g(v0) . Poiché o/i è chiusa, esisterà un elemento
=

u ' E U/1 tale che g (v) : g (v0 ) u' : u 0 • D ' altra parte u ' : u 0 f(u ' ) : /(u 0) , e
= =

dunque in conclusione v : v0 j(u' ) : v0 • Per l' assioma 7 si ha v f(u' )


= =

e quindi f è surgettiva. o

Assioma I I Esiste almeno una classe universale.

Questa ipotesi è implicita non solo nella teoria galileiana delle propor­
zioni, ma in tutti i Discorsi, nei quali sono i segmenti a rivestire il ruolo
di classe universale di grandezze . Tenendo conto del terema r r , o// è una
classe universale se U/1 è chiusa e se U/1 « contiene tutti i rapporti », o più
precisamente se per ogni classe ff, ff X ff si rappresenta in U/1 X U/1.
Una volta ammessa l'esistenza di una classe universale, ogni altra classe
di grandezze si potrà considerare come immersa in questa mediante una
rappresentazione fedele, e dunque come una sottoclasse di una classe uni­
versale. Nel seguito supporremo fissata una classe universale U/1, e per ogni
ffuna rappresentazione fedele fy- : ff- U/1.
Appendice

5. Diseguaglianze

La classe universale consente di introdurre una struttura d'ordine nel­


l'insieme dei rapporti.

Definizione 7 Date quattro grandezze a, {3, "f, o e � diremo che a : {3 > 'Y : o
se, detta a la grandezza che verifica la relazione a : {3 = 'Y : o, risulta a > a. Se
invece si ha a < a, diremo che a : {3 < 'Y : o . 1 7

Definizione 8 Siano a, b e ff e A, B e � Diremo che a : b < A : B se risulta


fff (a) : f�b) < f<§(A) : /<§ (B) .
In maniera analoga si definisce la diseguaglianza opposta .

In altre parole, per confrontare tra loro i rapporti tra grandezze si con­
frontano quelli delle loro immagini nella classe universale . Ne segue che
basterà dimostrare tutti i risultati per quest'ultima.
Naturalmente, se le classi in questione (o almeno una di esse, ad esempio
ff) sono chiuse, potremo confrontare i rapporti direttamente, senza cioè
passare per la classe universale. Supponiamo infatti di voler confrontare i
rapporti a : b e A : B . Se si indica con w la grandezza per cui w : b = A : B, si ha
w:b = A :B � fff (w) : /ff (b) = f<§ (A) :/<§ (B)
e dunque, in virtù dell' assioma 8, risulterà w > a se e solo se /ff(w) > fff (a) .
D ' altra parte, senza l'introduzione di una classe universale, i rapporti
in classi non chiuse potrebbero non essere confrontabili tra loro . Ad esem­
pio, Nella classe .Al dei numeri naturali non sarebbero confrontabili i rap­
porti 3 : 5 e 4 : 7. La rappresentazione invece di tutti i rapporti come rapporti
in � consente di introdurre un ordinamento totale in �.

Assioma 1 2 [Invertendo] Risulta a : b > A : B se e solo se


b : a < B : A.

18
Teorema 1 3 Si ha a : c > b : c se e solo se a > b .

Dimostrazione Segue dalla relazione b : c = b : c. o

Teorema 1 4 Risulta a : b < a : c se e solo se b > c.

1 7 Opere di Galilei, VIII, pag . 3 5 3 .


18
De Proportionibus, Assioma 4.
6. La dimostrazione della definizione euclidea

Dimostrazione Segue dall' assioma l2 e dal teorema l3. o

Teorema I 5 Se a : {3 < a : b e a : b = A : B, allora a : {3 < A : B .

Dimostrazione Per la definizione 7 esiste 'Y > a tale che 'Y : (3 = a : b e


dunque per questa 'Y si ha 'Y : (3 = A : B . o

Teorema I 6 Se A : B = a : b e a : b < a : {3, allora A : B < a : {3 .

Dimostrazione Per gli assiomi 6 e 1 2 risulta (3 : a < b : a e b : a = B : A .


La tesi segue allora dal teorema 1 5 e dall' assioma 1 2 . o

Teorema I 7 Se a : b < A : B allora A : B > a : b e viceversa. 1 9

Dimostrazione Consideriamo una grandezza c tale che c : b A : B, e =

una C che verifica C : B = a : b. Vogliamo dimostrare che a < c # A > C. Si


ha per l'assioma 6, b : c = B : A, e dunque per l' assioma 9, a : c = C : A . La
tesi segue dall' assioma 8. o

Teorema I 8 Se a : b < A : B e A : B < a : {3, allora a : b < a : {3.

Dimostrazione Per la definizione 7 esiste c > a tale che c : b = A : B ,


e dunque per il teorema l 6 s i avrà c : b < a : (3 . Questo implica che esiste
d > c > a tale che d: b = a : (3. o

Teorema I 9 [Tricotomia] Dati due rapporti a : b ed A : B, si verifica una


delle alternative seguenti:
a : b < A : B; a : b = A : B; a : b > A : B.

Dimostrazione Detta c la grandezza tale che c : b = A : B , risulta veri­


ficata una delle alternative c > a, c = a, c < a, alle quali corrispondono le
analoghe alternative per le proporzioni. o

6. La dimostrazione della definizione euclidea

Teorema 20 Date due grandezze A ed a e un intero positivo k, esiste un


sottomultiplo b di A, con kb < a .

19 Opere di Galilei, VIII, pag. 3 5 3 .


Appendice

Dimostrazione Per l'assioma di Archimede (assioma 5) esiste un intero


positivo m tale che ma > A . Se b è un km-sottomultiplo di A (la cui esi­
stenza è garantita da quella della quarta proporzionale) si ha kmb < ma
e dunque kb < a per il teorema 5 . o

Teorema 2 I Date due grandezze A e B, e un intero positivo k, risulta:


kA : kB = A : B .

Dimostrazione Altrimenti, sia a tale che a : kB = A : B, e supponiamo che


sia a > kA . Per il teorema 2 0 esisterà un sottomultiplo b di B (mb = B) tale
che kb < a - kA . Sia s un intero positivo tale che sb < A < (s + l ) b; risulta
skb < kA < (s + l ) kb < a,
e dunque:
a : kB > (s + l ) kb : mkb = (s + l ) b : mb.
D ' altra parte
A : B < (s + l) b : mb,
e quindi per il teorema 1 8 :
A : B < a : kB
contro l'ipotesi .
In maniera analoga si esclude il caso a < kA . o

Teorema 2 2 Se a : b = A : B allora ka : b = kA : B . 20

Dimostrazione Altrimenti sia a tale che a : b = kA : B, e supponiamo


che sia a > ka . Sia (3 un sottomultiplo di b (m(3 = b) tale che risulti
k(3 < a - ka . Sia ancora s un intero positivo tale che
s(3 < a < (s + l) (3,
e sia o tale che mo = B . Dalle relazioni
so : mo = s(3 : m(3 < a : b = A : B
segue che so < A . Allo stesso modo si prova che (s + l ) o > A , e dunque
in definitiva:
kso < kA < k (s + l) o; ks(3 < ka < k (s + l) (3 < a .

20
Opere di Galilei, VIII, pag . 3 54-3 5 5 .
6. La dimostrazione della definizione euclidea

Ma allora :
kA : B < k (s + I ) o : mo = k (s + I ) (3 : m{3 < a : b
contro l'ipotesi . In maniera analoga si esclude la possibilità che sia
a < ka . o

Una semplice applicazione dell' assioma 6 dà immediatamente:

Corollario I Se a : b = A : B allora per ogni intero positivo m si ha a : mb =


= A : mB .

Corollario 2 Se a : b = A : B e k, m sono interi positivi, allora ka : mb =


= kA : mB.

Teorema 2 3 Se a : b = A : B, allora presi comunque due numeri naturali


k ed m, si ha ka > mb [ka < mb] se e solo se kA > mB [kA < mB] . 2 1

Dimostrazione [Galilei] 22 Segue immediatamente dal corollario 2 e


dall' assioma 8 . o

Teorema 24 Se a : b < A : B, allora esistono degli interi positivi k ed m


tali che:
ka < mb e kA > mB . 2 3

Dimostrazione [Galilei] 2 4 Sia c > a tale che c : b = A : B , e sia m un


intero positivo tale che m (c - a) > b. Sia inoltre k il numero naturale per
il quale risulta
kb < mc :::; (k + i )b.
Si ha:
ma = mc - m (c - a) < mc - b :::; kb .
D ' altra parte, per il teorema 2 3 , essendo mc > kb, dovrà anche essere
mA > kB. Abbiamo allora trovato due interi positivi m e k tali che ma < kb,
mentre mA > kB , come era richiesto . o

21 Elementi, V, Def. 5 .
2 2 Opere di Galilei, VIII, pag . 3 5 5 .
23 Elementi, V, Def. 7 .
2 ' Opere di Galilei, VIII , pag . 3 5 6 .
Testi
Premessa

Dei trattati che presentiamo a corredo del saggio, i primi due, dovuti alla penna
di Guidobaldo Dal Monte, sono praticamente inediti. Di essi infatti sono state pub­
blicate le sole introduzioni, a cura di G. Arrighi. Gli altri due invece sono già stati
pubblicati in precedenza, e anzi quello dovuto a Galileo ha conosciuto un notevole
numero di ristampe. Varrà dunque la pena di delineare brevemente i motivi che hanno
consigliato di darne una nuova edizione .
Si tratta in primo luogo di motivi filologici, sensibili per la Quinta giornata di Galileo,
e fortissimi per il De proportionibus torricelliano .
Il trattato di Galileo vide la luce nel 1 674, quando Viviani la inserì nel suo Quinto
libro degli Elementi di Euclide. Da allora, è stata ristampata numerose volte, sia a cor­
redo del fortunato libretto sugli Elementi piani e solidi, pubblicato per la prima volta
da Viviani nel 1 690, e poi più volte durante tutto il settecento, 1 sia nelle varie edi­
zioni delle Opere di Galileo, a cominciare da quella fiorentina del 1 7 1 8 e di qui in
tutte le successive.
Tutte queste ristampe, compresa quella procurata dal Favaro nell'Edizione Nazio­
nale delle Opere di Galileo, non fanno che riprodurre letteralmente la prima edizione.
Ora Viviani non si limitò a proporre il testo che Galileo aveva dettato a Torricelli
all'inizio del 1 64 1 , ma compì una serie di interventi rilevantissimi per numero, anche
se per lo più limitati a correzioni di ortografia e di stile .
Per quanto riguarda poi il testo di Torricelli, giova ricordare che esso fu pubbli­
cato nel Primo Volume, Parte Prima delle Opere di Torricelli, edito nel 1 9 1 9 a cura
di G. Loria e G. Vassura. Dei difetti di questa edizione si è parlato più volte, e insi­
stervi può sembrare di cattivo gusto. Suscita comunque ancora meraviglia costatare
come anche di un' opera che l' autore aveva preparato per la stampa, e della quale esi­
stono numerosi codici di facilissima lettura, si sia riusciti a dare un'edizione estrema­
mente scorretta, non solo per i numerosissimi errori di trascrizione, ma anche per
l'omissione di interi passi e addirittura per la presenza di figure che non corrispon­
dono né al testo né ai manoscritti originali.
A questi motivi, già per sé soli sufficienti, specie per il trattato di Torricelli, a
giustificare la fatica di una nuova edizione, si aggiunge poi un' altra considerazione.
Ambedue gli autografi torricelliani, sia il suo De proportionibus che il dialogo dettato­
gli da Galileo, si presentano come due testi molto sofferti, densi di interventi succes­
sivi che venivano a modificare anche profondamente la struttura precedente, e dei

1 Per la precisione, nel 1 1 1 8 , 1 7 34, 1 146, 1 169.


1 78 Testi

quali abbiamo più volte tenuto conto nella nostra analisi dei due lavori. Di questi
interventi non c ' è traccia, né poteva essere altrimenti date le diverse finalità dei cura­
tori, nelle edizioni fin qui pubblicate .
Lo scopo della presente edizione è dunque duplice. Da una parte, e in primo luogo,
abbiamo inteso ovviare agli inconvenienti più volte lamentati, e di porre a disposi­
zione degli studiosi un testo affidabile. D all' altra, abbiamo cercato di rendere il più
fedelmente possibile tutti i successivi interventi, in modo da ricostruire le diverse
stesure dell'opera. Nel far ciò, abbiamo dovuto operare un relativo compromesso tra
la fedeltà al manoscritto e la leggibilità del testo; vogliamo sperare di aver colto l'in­
stabile punto di equilibrio .
Nell' edizione abbiamo seguito i criteri seguenti:

1. Le parole e le frasi cancellate sono riportate in corsivo tra parentesi quadre, come
ad esempio : [Proportionum doctrina] .
2. Le parole aggiunte in interlinea sono poste tra parentesi acute, come: ( incon­
siderantia ) .

Ciò vale anche quando parte dell'intervento sia stato effettuato correggendo diret­
tamente la parola da cambiare. Nel caso invece di una semplice correzione, abbiamo
solo dato la versione finale, segnalando in nota.

3. Le aggiunte in margine sono riportate tra triple parentesi acute: (( ( Non quia) ) ) ».
4. Le note marginali sono inserite tra parentesi graffe nel luogo a cui si riferiscono,
che di solito è indicato sul manoscritto con un asterisco : ( ex quarta suppositione J .

Il risultato finale è un testo nel quale sono presenti tutti gli stadi dell'elaborazione;
dunque di una certa complessità. Il lettore interessato solamente alla versione defini-
tiva dell'opera la ricaverà facilmente omettendo tutte le parti in corsivo, e leggendo
il rimanente senza tener conto delle parentesi acute. Al contrario, sostituendo le parti
in corsivo alle frasi tra parentesi acute si otterrà la prima versione, depurata da tutti
gli interventi posteriori.
Per il resto, le convenzioni usate sono quelle comuni nelle edizioni moderne :
abbiamo sciolto le abbreviazioni, abbiamo modificato la punteggiatura nei casi in cui
ciò era necessario alla comprensione del testo, abbiamo indicato con dei puntini [ . . . ]
una parola rimasta indecifrata, e con un punto interrogativo (?) una lezione dubbia.
Infine, abbiamo posto tra doppie parentesi quadre : [[si]] le rarissime integrazioni
che ci sembravano necessarie per la comprensione del testo .
Abbiamo poi tracciato di nuovo le figure, contravvenendo così a una prassi, oggi
molto in voga, che vuole che si riportino le figure originali, anche a scapito della chia­
rezza. In questa nostra decisione ci è di conforto il fatto che si tratta unicamente
di figure geometriche, per lo più semplicissime, e dunque di interpretazione non con­
troversa; oltre alla considerazione che le figure sono intrinsecamente legate al testo,
e dunque non si vede perché si dovrebbero rendere fotograficamente le une, e tra­
scrivere l' altro .
I commenti euclidei di Guidobaldo dal Monte

I due scritti di Guidobaldo dal Monte che pubblichiamo sono conservati nella
Biblioteca Oliveriana di Pesaro, alle segnature Mss. 630 e Mss. 63 1 . Si tratta di due
codici autografi, se si fa eccezione un foglio sfuso che si trova allegato al secondo,
contenente quella che è presumibilmente un riassunto di parte dello stesso, nel quale
si è riconosciuta la mano di Pier Matteo Giordani. 1 In esso troviamo citato l'Euclide
del Clavio, la cui prima edizione risale al 1 5 7 4 , e che permette se non di datare il
codice, almeno di assegnare un limite inferiore .
Il primo dei due codici, dal titolo In quintum Euclidis Elementorum librum Com­
mentarius, è costituito da 55 carte in folio numerate al recto, oltre a due carte bian­
che all'inizio e tre alla fine. Il secondo, De proportione composita , contiene in tutto
20 carte di formato leggermente più piccolo, oltre a una carta bianca all'inizio e una
in fine, e il foglio sfuso di cui sopra.
Alcuni tentativi di edizione dei due codici, il primo dello stesso figlio di Guido­
baldo, Orazio, poi di Muzio Oddi, e infine più recentemente di D. Gambioli 2 non
hanno avuto successo; come abbiamo più volte ripetuto, solo le introduzioni sono
state pubblicate da G. Arrighi .3

1 Su Pier Matteo Giordani ( 1 556- 1 636) si \'eda E . Gamba e V. Montebelli, Le scienze a Urbino
nel tardo rinascimento , cit .
2 Si veda A. Natucci, La teoria delle proporzioni nel rinascimento italiano, cit.
3 Un grande scienziato italiano: Guidobaldo dal Monte, cit .
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis
In Quintum Euclidis Elementorum librum Commentariu s .
Opusculum

In hoc quinto libro de proportionibus agere manifestum est, eas vero


proportiones tradere quae spectant ad quantitatem continuam: quam Eucli­
des sub nomine magnitudinis comprehendit . Nam quae ad quantitatem
discretam, hoc est ad numeros pertinent in septimo, octavo nonoque libro
agit . Novit enim Euclides (ut Aristoteles primum Posteriorum docet) magni­
tudinem, ac numerum habere quidem proprium commune genus, sed inno­
minatum, quo de proportionibus pertractare debuisset ita ut et magnitu­
dinibus numerisque simul convenire tantum potuisset . Quare coactus fuit
in septimo, octavo nonoque libris multa repetere, quae in hoc quinto libro
ostenduntur; quod quidem non est proprie repetere, sed ea suis propriis
locis determinare ac demonstrare . Quoniam igitur de proportionibus per­
tractare intendit, ea tantum in medio attulit, quae ad Elementa pertinere
sibi visa sunt, ut solet. Quare ea tantum selegit, quae magis communia
sunt, et tamquam priora omnibus proportionibus , caeteris omissis, quae
quidem ad Elementa minime pertinere videntur . Quod si ea omnia quae
in quinto libro demonstrari possunt, hic inter Euclidis definitiones pro­
portionesque inserere vel his addere voluerimus , omnes fere Geometriae
libros una cum hoc tradere cogeremur, quod esset quidem absurdum, ordo­
que sane confunderetur, quo Euclides maxime excellit, ac supra omnes pre­
cipue commendatur; qui quidem si adhuc multa inserantur et adijciantur
evanesceret, suumque ammitteret decorum. Neque enim alia quae in 1 1 hoc 1'
libro inserere adijciereque possunt ipsi latebant : sed ea consulto ommisit;
nam quae ad Elementa non pertinent , quamvis scitu quoque digna sunt,
hinc reijcienda sunt, in alijsque libris pertractanda. Cognita 1 Euclidis
intentione, ordo praecipue huius quinti libri (ut fieri solet [[)]] patefieri
debet. At vero cum nondum cognitum sit nobis quid sit proportio, et alia
nonnulla , quae ad proportionum cognitionem necessaria sunt : ideo et ordo

1 Auctor scripsit Cognita . . . cognoscatur post pervertere ordinem, sed postea ordinem verborum
immutavit apponendo numeros 1 -7 .
182 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

necnon peculiaris quoque scopus in exponendis definitionibus ac theore­


matibus aperietur, in quibus ne verbum quidem Euclidis immutabitur alte­
rabiturve, ita ut quae declaratione indigebunt seorsum a nobis tractabun­
tur, ut fideli expositori convenit . Neque enim secundum propriam nostram
sententiam Euclidem facere intentio nostra est. Volumus enim ut Euclides Eucli­
des remaneat, ut eius preclarus docendi modus cognoscatur . Praeterea sum­
mopere cavendum erit, ne ea quoque proponamus, quae sequentibus Eucli­
dis libris indigent , etiam si ad ipsius Euclidis interpretationem pertinere
videantur, quia proprie non pertinent . Neque enim ullo modo credendum
est hanc fuisse intentionem Euclidis ; esset utique hoc proprie totum per­
vertere ordinem. Qui quidem etsi in omnibus alijs libris preclarus est, in
hoc tamen prestantissimus est, siquidem fundamentum totius mathemati­
cae disciplinae pertractat, quod est quidem fundamentum omnium pro­
portionum. Quare huic libro tota fere Geometria tamquam maximo pro­
prioque fondamento innititur, cum enim in demonstrationibus de
2' proportionibus agitur, statim ad hunc quintum 1 1 librum omnia reducun­
tur. Quare summopere omnia diligenter consideranda sunt. Quoniam autem
multi huius quinti libri Commentarij multaeque versiones passim circum­
feruntur, nos tamen Federici Commandini tantum latinum contextum
sequemur tamquam grecorum verborum fidelis interpretis, cum precipue
ipsius verbis Euclidis nihil addiderit, vel minuerit, vel immutaverit, ordinem­
que omnino tam in definitionibus, quam in propositionibus servaverit. Et cum
nonnulli sextum sequens librum aureis litteris scribendum putarunt, et recte
quidem, ita nos quoque non minus hunc quintum librum quam sextum
aureis litteris scribendum existimamus .
Quintus enim liber totam sexto libro viam pulchritudinemque affert.
Hic vero quintus per se subsistit, alioque non indiget . Itaque ut recte hic
liber intelligatur in deffinitionum cognitione summo studio in primis labo­
randum est, ita ut non solum quomodo accipiendi sint termini recte cogno­
scatur, verum etiam ut ipsarum definitionum ordinem connexionemque
summopere intelligamus , quae quidem postquam a nobis cognita fuerint,
reliqua plana erunt, ut patebit .
Exordium itaque sumit Euclides a parte, et multiplici, tamquam alijs
simplicioribus et prioribus, nam quoniam proportiones de quibus agere
intendit per multiplicia et aequemultiplicia inveniuntur, ut suis locis mani­
festum fiet, ideo ea prius quam proportiones definivit . Ordo enim harum
definitionum plane admirabilis est, et quemadmodum propositio a propo-
2' sitione dependere 1 1 solet, ita quoque in his definitio a definitione oriri
videtur . 1 1
In Quintum Euclidis Elementorum /ibrum

In primam definitionem
In hac definitione duae supponuntur magnitudines inaequales ita ut
minor alteram metiatur, et haec quae minor est dicitur pars, quare pars
est magnitudo minor altera maiori magnitudine, quae quidem pars maio­
rem magnitudinem metiatur; quod utique intelligendum est, ut metiatur
ad unguem, et quando hoc modo metitur, dicitur pars eius, ut 2 est pars
ipsius 6, quia 2 perfecte metitur 6 tribus vicibus . Exempla in numeris sunt
quippe aptissima, quia rem manifeste representant, sed tamquam magni­
tudines esse intelligi debent, ut AB sit ut 6 et AC sit ut 2 .

A C F G B

D E

H K

Secundum hanc definitionem AC est pars ipsius AB quia in AB multi­


plicata perfecte pervenerit in 6, quod idem dicendum est de magnitudine
DE, quae si multiplicata in AB ipsam AB perfecte metiatur, erit utique
DE pars magnitudinis AB .
Sed quando non ita metitur, non dicitur pars, ut AF, quae quamvis dua­
bus vicibus metiatur AB , ut AF, FG, tamen quia ad unguem ipsam non
metitur (superest nam GB, quae minor est utraque AF et FG) proprie non
dicitur AF pars ipsius AB, atque hoc dumtaxat modo in hoc quinto libro
Euclides hoc utitur termino, videlicet quando absolute metitur. Nam si
intelligere quoque voluisset de parte quae ad unguem non metitur, ut AF,
alteram quoque definitionem tradidisset, eamque pro partes difinivisset
ut in septima definitione se 1 1 ptimi libri numeris fecit, quod cum non fecerit, 3'
perspicuum est eum non intelligere nisi de parte quae ad unguem metitur,
et ita intelligendum est: si ABC fuerit vel linea vel superficies, vel corpus,
vel etiam angulus, cui etiam proportio competit ut in ultima sexti libri propo­
sitione perspicuum est, quod utique in omnibus alijs exemplis huius quinti
libri observandum est, quod quamvis non sit adhuc facta mentio de corpori­
bus nihil refert, nam sub nomine magnitudinis Euclides quascumque intelli-
git magnitudines quae corporibus, superficiebus ac lineis comprehenduntur.
In hoc enim quinto libro ea quae communia sunt pertractantur. Ut vero
definitio recte intelligatur observandum est Euclidem ab hac definitione
excludere ut non posset dici pars id quodcumque metitur . Nam si HK fue­
rit aequalis AB , quamvis HK metitur AB (semel enim ipsam metitur) non
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

tamen vult ut HK dicatur pars ipsius AB , quia pars debet esse minor cuius
est pars . Preterea excludit quoque Euclides ut non possit dici pars quod­
cumque minus est alterius, sicuti est pars totius ut pars AF totius AB, cum
totus sit semper maius sua parte, non enim sufficit ut pars sit minor, sed
oportet ut magnitudinem perfecte metiatur, cuius est pars .
Quare ad constituendam partem duo requiruntur, nempe, ut sit magni­
tudo minor maiori magnitudine, deinde ut perfecte metiatur maiorem. Ex
4, quibus patet partem maiorem esse non passe quam climi 1 1 dium eius cuius
est pars, ut pars ipsius 1 2 non passe esse maior quam 6. Nam 7 vel 8 etc .
ipsum l 2 perfecte metiri non possunt . At vero dimidium, ut 6 , minusque
quam dimidium potest quidem esse pars , ut 4, 3 , 2 , l , siquidem omnes
perfecte metiuntur l 2 . Quod tamen non est intelligendum, ut omne quod
est minus dimidio possit esse pars : nam 5 minor est quam 6, tamen 5 non
est pars ipsius l 2 , quandoquidem 5 ipsum l 2 ad unguem non metitur .

In secundam definitionem
Cognita superiori definitione, statim haec innotescit; supponuntur enim
eadem, et haec definitio superioris definitionis pars esse videtur, nam mul­
tiplex est magnitudo maior magnitudinis minoris, quando haec minor est
pars eius, ut in superiori exemplo AB est multiplex ipsius AC , ipsiusque
DE, non autem ipsius AF, quia DE est pars ipsius AB, siquidem DE ad
unguem metitur AB , veluti quoque AC est pars ipsius AB . Tunc enim
magnitudo est multiplex, quando in partes minori magnitudini aequales
dividi potest, ut Euclides in demonstrationibus, prima scilicet, secunda,
tertia, et alijs huius quinti libri efficit .
Ex quo colligitur quid sit proprie pars , guae quidem est, guae multipli­
cem metitur perfecte, aliter enim id, quod a minori metitur, non esset eius
multiplex, quia in partes ipsi parti aequales dividi nunquam posset . Ex
4v his duabus 1 1 definitionibus patet, multiplicem referri ad partem, veluti
pars refertur ad multiplicem.
Et ut in praecedenti diximus partem non esse maiorem quam dimidium
cuius est pars, ita multiplex minor esse non potest quam duplum eius cuius
est multiplex . Ut multiplex ipsius 4 non est minor 8 . Maior vero esse qui­
dem potest ut 1 2 , 1 6 , etc. ita ut multiplex ipsius magnitudinis cuius est
multiplex sit semper vel duplum, vel triplum, vel quadruplum, et ita
deinceps .
Sumitur autem i n hoc libro multoties haec vox aequemultiplex, u t cum
dicimus l 2 esse aequemultiplicem ipsius 4 veluti 6 ipsius 2 , toties enim
continet 1 2 ipsum 4, quoties 6 ipsum 2 , ac propterea dicuntur aequemul­
tiplices. Statim enim ac cognita est multiplex, illico nota quoque est aeque-
In Quintum Euclidis Elementorum librum

multiplex. Euclides vero aequemultiplicem non definivit, quia vox ipsa quod
significat praerefert, neque enim omnia, quae sunt per se nota definire
oportet . Cum multiplicatio terminorum, scientiam potius confundat quam
illustret , ex Aristotele .

In tertiam definitionem
Cum Euclidis intentio sit de proportionibus pertractare, nunc propor­
tionis definitionem aggreditur . Primumque inquit proportionem esse
mutuam quandam habitudinem duarum magnitudinum eiusdem generis.
Haec mutua habitudo est ea comparatio quam habent inter se, quae­
cumque sit,2 et est id, in quo simul con 1 1 veniunt ; quod proprie quaedam 5'

habitudo est, ut cum dicimus haec magnitudo dupla est alterius magnitu­
dinis, illud dupla est habitudo quam habet altera ad alteram, quae quidem
habitudo aliquando explanari non potest. Et quo ad intelligentiam pro­
portionis quae (exempli gratia) est in AB , sufficit ut intelligamus earum
proportionem esse mutuam habitudinem quam habet A ad B, vel quam
habet B ad A, quamvis quaenam sit haec habitudo ignoremus .

I------< I-----{ 1------i


B C D

Deinde inquit Euclides proportionem esse duarum magnitudinum, quod


utique dixit, quia proportio inter duas tantum reperitur magnitudines, neque
in pluribus, neque in paucioribus . Sola enim magnitudo ad se ipsam non
habet proportionem: proportio enim refertur ad aliud, neque una magni­
tudo proportionem habere dicitur ad duas, vel tres magnitudines, etc . ita
ut inter has sit una proportio, veluti A non dicitur habere proportionem
ad BCD invicem seiunctas , ita ut inter ipsas sit una proportio . Habet qui­
dem A proportionem ad B et habet ad C et ad D, ita ut inter duas magni­
tudines AB sit proportio, veluti inter duas AC et inter AD . Unde constat
recte dixisse Euclidem proportionem inter duas magnitudines reperiri.
Addidit preterea ut magnitudines sint eiusdem generis, quod quidem
nomen generis non est accipiendum ut logici accipiunt , quod sit id quod
habet species sub se, sed magnitudines eiusdem generis eae sunt, quae (ut
v
ita 1 1 dicam) eiusdem sunt naturae, quippe quae inter se communi nomine, 5

2 corr. ex sim .
1 86 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

communique definitione convenire possunt, ut sunt duae lineae inter se,


duae superficies inter se, itidemque duo corpora inter se; et ideo linea et
superficies inter se proportionem habere non possunt , et his similia. Linea
vero recta, et curva inter se proportionem habere possunt, quia nomine,
et definitione inter se conveniunt, et ita in alijs, hoc namque modo magni­
tudines sunt eiusdem generis . Et ideo linea, et numerus, et similia, inter
se proportionem habere non possunt .
Aliam deinde conditionem quoque addit Euclides, nempe quatenus ad
quantitatem pertinet. Haec enim conditio necessaria est, nam si fuerint duo
homines, qui quoniam sunt eiusdem generis, videtur nos asserire posse inter
hos duos homines, quatenus homines sunt, proportionem existere, quod
tamen est falsum, cum nullus homo sit magis homo ( ( ( neque magis
anima} ) ) ) quam alter; quia vero unusquisque longitudinem habet, ideo
inter homines secundum longitudinem proportio existit, quandoquidem
longitudo in quantitate consistit; et ita similiter album ad album, quate­
nus alba sunt, proprie non habent proportionem. Considerata vero super­
ficie uniuscuisque albi recte secundum superficiem duo alba proportionem
habebunt . At vero quoniam dici posse videtur aliquod album esse magis
album altero albo, ita ut haec alba inter se quodammodo mutua quandam
habere habitudinem videantur, ac per consequens proportionem; propte-
6' rea Euclides, ut has proportiones excludat, quae ad 1 1 quantitatem non
spectant, dixit quatenus ad quantitatem pertinet. Ut intelligamus eum non
nisi de ijs esse verba facturum, quae tantum ad quantitatem pertinent, quae
proprie proportionem inter se habere possunt .
Quare colligitur duas res inter se proportionem habere, quatenus illae
res ad quantitatem pertinent, dummodo sint eiusdem generis . Quoniam
autem haec omnia limitationem quandam habent, ut semper vera esse pos­
sint : ideo Euclides sequentem statim tradidit definitionem.

In quartam definitionem
Regulam nobis Euclides ostendit qua duae magnitudines (ut in praece­
denti definitione dictum est) cognosci possint, inter quas proportio sem­
per reperiti potest .
Primumque supponit oportere similiter datas esse duas magnitudines
ut AB, deinde si contigerit, altera ipsorum sumpta, ut A, eamque toties
multiplicata, ut C, donec fuerit C maior B, inquit inter AB proportionem
reperiri .
A B

e
In Quintum Euclidis Elementorum librum

Similiter potest multiplicari B , donec id quod provenit sit maior A, sed


quoniam in exemplo allato B maior est A, in hoc casu non est necesse multi­
plicari B , quia cum sit B maior A, B pro multiplicata haberi potest, eritque
ob id inter AB nihilominus proportio, quod si A B essent inter se aequales,
tunc modo una, modo altera multiplicari poterit, proportioque inter ipsas
si 1 1 militer existere non est dubitandum, aliter haec definitio vera non esset . 6V
Haec utique regula semper est vera, nisi altera ipsarum duarum magni­
tudinum fuerit infinita, vel ambae infinitae . Ut si B fuerit infinita et A
finita, tunc inter AB proportio non existit , quia non potest toties multi­
plicari A donec infinitam B superet in longitudinem; infinitum enim supe­
rari non potest, immo neque aequari. Similiterque, si AB datae fuerint
utraeque infinitae, inter ipsas proportio minime reperiri potest, quia non
solum multiplicata magnitudine A ipsam B superabit , verum etiam quia
magnitudo A infinita supponitur, multiplicari non poterit, quia infinitum
excedit quamlibet multiplicatam magnitudinem.
Quare definitio ostendit quod inter finitum et infinitum non datur pro­
portio, et ea quae sunt infinita a proportionibus excludi. Ex hac igitur et
praecedenti definitioni colligitur inter quaslibet duas magnitudines termi­
natas eiusdem generis, quatenus ad quantitatem pertinent , proportionem
semper reperiri.

In quintam definitionem
Postquam docuit Euclides quaenam sint magnitudines quae proportio­
nem habent inter se, nunc admirabilem definitionem tradit, ut possumus
detrminare quando quattuor magnitudines eandem habeant proportionem
inter se, ita enim ut prima A ad 1 1 secundam B eandem habeat proportio- 7'
nem quam tertia C habet ad quartam D .
Vult enim Euclides ut primae A et tertiae C sumantur aequemultiplices EF,
iuxta quamvis multiplicationem, hoc est ut sit E ipsius A toties multiplex
ut nobis magis placuerit, dummodo sit et F quoque ipsius C toties multiplex
quoties est E multiplex ipsius A, unde erunt EF ipsarum AC aequemultiplices,
ut exempli gratia sit E tripla ipsius A, et F itidem tripla ipsius C existat.
20
18

12 12 12

8
6
4

O K E
I
A
I
B G M Q
1 88 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

9 IO
6 6 6
4

I I
p L F
3

e
I
2

D
I I
H N
I R

Deinde eadem prorsus ratione sumantur ipsarum BD, hoc est secundae
et quartae aequemultiplices GH iuxta quamvis multiplicatione, hoc est quo­
modocumque libuerit, ut diximus ; sitque G dupla ipsius B, H vero sit quo­
que dupla ipsius D; et est advertendum non esse necessarium ut GH sint
aequemultiplices ipsarum BD veluti EF sunt aequemultiplices ipsarum AC ,
quemadmodum non est quoque intelligendum ut GH ullo modo esse non
possint aequemultiplices ipsarum BD sicut EF sunt aequemultiplices AC ;
hoc enim nihil refert, nam propterea dixit Euclides iuxta quamvis multi­
plicationem; quia sive sint, sive non sint, res semper eodem modo se habet .
7v At vero quoniam contingere potest 1 1 ut E , quae est multiplex primae
A, proveniat maior quam G, quae est multiplex secundae B, ut in exem­
plo allato E maior est G; deinde contingere potest ut E sit ipsi G aequalis,
deinde ut sit E ipsa G quoque minor, propter varietatem aequemultipli­
cium quae fieri possunt iuxta quamvis multiplicationem, ut diximus . Prop­
terea, quoniam in exemplo allato E maior est G, eadem ratione rursus
sumantur ipsarum AC aliae aequemultiplices , KL, quae quidem sint duplae
ipsarum AC ; ipsarum vero BD aliae aequemultiplices MN, iuxta3 quam­
vis multiplicationem, sintque MN triplae ipsarum BD; contingatque K
aequalem esse ipsi M . Deinde similiter ipsarum AC aliae rursus sumantur
aequemultiplices, OP, ut sint rursus OP duplae ipsarum AC , deinde ipsa­
rum BD aliae aequemultiplices, QR, iuxta quamvis multiplicationem, sit­
que Q quintupla ipsius B, veluti R quoque quintupla ipsius D, fueritque
O minor Q. Tunc si evenerit E maiorem esse quam G, fueritque F maior
quam H. Deinde si K fuerit aequalis M, contingatque et L aequalem esse
ipsi N, denique si O fuerit minor quam Q, fueritque P minor quam R;
8' nos tunc determinare poterimus, primam A 1 1 ad secundam B eandem
habere proportionem, quam habet tertia C d quartam D .
Et hoc est, quod inquit Euclides , utraque utramque vel una superant,
vel una aequales sunt, vel una deficiunt , inter se comparatae; ut intelliga­
mus utramque EF utramque GH vel una superare, vel utramque KL utri­
que MN aequales esse, vel utramque OP utraque QR minorem esse . Sed
observandum est, non dixisse vel utraeque utrasque superant in plurali,

3 corr. ex iuxtam.
In Quintum Euclidis Elementorum librum

ne intelligamus quod utraeque EF simul sint maiores quam GH simul sump­


tae, quod quamvis hoc sit quoque verum, tamen propter ordinem defini­
tionis intelligendum est quod utraque utramque superet in singulari, ut
scilicet unaquaeque unamquamque superet, hoc est si E superat G, et F
superare H, similiterque si K est aequalis M, et L esse aequalem N ; ac
denique si O minor sit 4 Q , esseque P minorem R. Atque hoc modo
magnitudines erunt inter se comparatae; quae quidem comparatio iuxta
ordinem, quo constitutae sunt , fieri debet, ut scilicet quando compara­
mus E cum G, quod etiam comparamus F cum H, non autem L cum K
vel alijs modis, sed KM cum LN ; deinde OQ cum PR, et in hac compara­
tione non est intelligendum quod sicut E superat G ita et F debeat supe­
rare H in eadem quantitate, ut si E superat G ut decem, quod et decem
debeat F superare quoque H . Nam sufficit ut se superent veluti E superat
quidem G decem, F 1 1 vero superat H quinque . Similiter, propter hanc 8'
definitionem non e s t necesse ut F a d H sit in eadem proportione u t est
E ad G, hoc namque modo esset petere principium, quia nondum scimus
quando quattuor magnitudines in eadem existunt proportione. Quod quam-
vis hoc quoque sit verum, nempe quando supponitur A ad B esse ut C
ad D , tunc enim et E ad G est ut F ad H, hoc tamen est demonstrabile,
Euclidesque in quarta huius propositione demonstrat hoc; in hac vero defi­
nitione haec minime supponi possunt , quia quando quattuor magnitudi­
nes sunt in eadem proportione scire querimus, quare ob huius definitionis
cognitionem non est attendenda proportio in aequemultiplicibus, sed sufficit
ut E quocumque modo possit esse maior quam G, similiterque quocumque
modo minor G, necnon ipsi G aequalis, veluti quoque possit F quocum­
que modo esse maior, vel minor quam H, possitque esse ipsi H aequalis . I l
Praeterea perpendenda sunt verba disiunctiva, nempe vel una superant, 9'
vel una aequales sunt, vel una deficiunt, quod non est intelligendum ut ad
cognitionem an A ad B sit ut C ad D sufficiat ut E sit maior G, et F maior
H, vel sufficiat ut O minor sit Q, et P minor R, vel sufficiat ut KM sint
aequales, et LN aequales . Nam intelligendum est ut omnes comparentur
inter se, et simul omnes tres praefatae conditiones semper reperiantur, ac
propterea illud vel sive illa tria vel intelligenda sunt (ut ita dicam) coniunc­
tive, non autem disiunctive, ita ut coniunctim semper reperiantur, illaque
vel quoniam opus est multiplicia comparari inter se, nil aliud distingunt,
nisi quod in tribus comparationibus accidit multiplicia vel se superare, vel
aequare, vel deficere . Quod si haec tria contingunt , tunc asserire possu­
mus primam ad secundam eandem habere proportionem quam tertia ad
quartam, esseque propterea A ad B ut C ad D .

' sit : est sit C .


Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

Quod autem non sufficiat una tantum conditio, sint quattuor magnitu­
dines, ut ABCD, sumanturque primae A et tertiae C aequemultiplices EG,
secundae vero B et quartae D aequemultiplices FH, ut dictum est. Et quo­
niam E est maior F, et G maior H, non propterea A ad B habet eandem
9' proportionem quam C ad D . Atque ita 1 1 non sufficeret, si E fuerit minor
quam F, et G minor quam H ut in altero exemplo; non enim potest r o
eandem habere proportionem ad 2 quam habet 4 ad idem 2 , sed est tamen
semper verum quando evenerit ut EF sint aequales et GH aequales (ut
in tertio exemplo) , A ad B eandem habere proportionem quam C ad D .

E A B F E A B F E A B F
30 10 2 8 20 10 2 40 24 8 6 24

12 4 2 8 8 4 2 40 12 4 3 12
G C D H G C D H G C D H

Quod cum ita sit, cur Euclides non tradidit hanc definitionem per aequa­
litatem multiplicium tantum? Ut nempe si multiplex E fuerit aequalis ipsi
F et multiplex G aequalis H, A ad B esse ut C ad D. Frusta enim videtur
fecisse per plura, quod potuit fieri per pauciora. Attamen Euclides nec
debuit, nec potuit hanc deffinitionem determinare per unam tantum con­
ditionem aequalitatis multiplicium.
Primum quia per hanc solam conditionem animus non quiescit, ut A
ad B sit ut C ad D quia EF sunt aequales, et GH aequales, veluti per omnes
tres conditiones animus facile concipit rem aliter se habere non passe.
Deinde cum dicimus quam EF sunt aequales, et GH aequales, ac propte­
rea in eadem esse proportione A ad B ut C ad D, hoc utique se offert tam-
r o' quam Theorema, ac per 1 1 consequens ut demonstrabile, potestque hac
quinta definitione supposita demonstrari, nosque post quartam huius quinti
libri propositionem theorema hoc ostendemus . Quae vero demonstrari
possunt non sunt supponenda, et inter principia reponenda. Non igitur
potuit Euclides definitionem tradere per unam tantum conditionem aequa­
litatis multiplicium, et ideo in demonstrationibus huius quinti libri sem­
per per omnes tres conditiones invenit magnitudines in eadem proportione
existere.
Caeterum, ut intimius huius definitionis sensum intelligamus, quomodo
nempe scire possumus an A ad B sit ut C ad D, postquam (ut in primo
exemplo) consitututae fuerint primae A et tertiae C aequemultiplices EF,
deinde secundae B ac quartae D aequemultiplices GH ut dictum est, cete­
ris aequemultiplicicibus ommissis , probatusque fuerit, si E superat G et
F superare H, et si E est aequalis G et F esse aequalis H, et si E minor
In Quintum Euclidis Elementorum librum

est G et F minorem esse H : tum asserire possumus ita esse A ad B ut C


ad D, ut Euclides in demonstratione quartae propositionis huius, et in omni-
bus alijs, quan 1 1 do his utitur, fecit . Hoc utique colligi potest, quia aeque- rnv

multiplices EFG H deserviunt pro aequemultiplicibus quoque KLMN et


OPQR, quia contingit ut E ad G tribus modis se habere possit, nempe
ut E sit vel maior G et F maior H, vel ut E sit aequalis G et F aequalis
H, vel sit E minor G et F minor H . Itaque definitionis sensus magis pro­
prius est quando dumtaxat sumptae sunt aequemultiplices primae et ter­
tiae, et aliae aequemultiplices secundae et quartae iuxta quamvis multipli­
cationem, comparatasque inter se vel una superant , vel una aequales sunt,
vel una deficiunt, ut diximus, tunc prima ad secundam eandem habebit
proportionem quam tertia ad quartam.
Eandem autem habere proportionem significat (exempli gratia) si A
est 5 dupla ipsius B ut et C sit ipsius D dupla, vel alijs modis. Similiter
B ad A eandem proportionem habebit quam D ad C, si (ut in primo exem­
plo) B fuerit [[(]] exempli gratia) duae tertiae ipsius A et D sit duae tertiae
ipsius C, vel alijs quoque modis, etsi saepe contingat proportionem exprimi
non posse, ut in praecedenti definitione diximus, et hoc I l modo magni- II'
tudines eandem habebunt habitudinem inter se, ac propterea eandem pro­
portionem. Et hinc quoque patet evidentia huius definitionis, quia si datis
quattuor magnitudinibus, fiant aequemultiplicia, quae quidem comparan-
tur inter se, ut definitio precipit, nempe si vel una superant, vel una aequalia
sunt , vel una deficiunt, ut diximus , si proportio exprimi poterit , semper
apparebit primam ad secundam eandem habere proportionem quam tertia
ad quartam.
Ex conversione huius definitionis verus quoque elicitur huiusmodi sen­
sus ; videlicet si prius supponatur magnitudinem A ad B eandem habere
proportionem quam C ad D, factisque aequemultiplicibus EF et GH ut
dictum est, nimirum est semper verum, si multiplex E superat multipli­
cem G et multiplicem F superare multiplicem H; si vero E erit ipsi G aequa­
lis , erit et F ipsi H aequalis , quod si E fuerit minor quam G, erit quoque
F minor quam H, et in hoc sensu hac utitur definitione Euclides in quarta,
undecima, duodecima et decimaseptima huius libri propositionibus .
At vero neque praetereundum est in hac definitione, si fuerint magni­
tudines C, D alterius generis quam sint magnitudines A, B (sumendo genus,
ut in praecedentibus definitionibus dictum est, quod et in sequentibus simi­
liter intelligendum est) eodem prorsus modo vera est haec definitio , dum­
modo fiant aequemultiplicia eiusdem generis, ita scilicet ut OKEABGMQ
sint eiusdem generis inter se, deinde PLFCDHNR eiusdem generis in 1 1 ter 11v
se. Sed quoniam (ut dicfum est) aequemultiplices EFGH sufficiunt, ideo

5 est: corr. ex ad .
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

si (exempli gratia) CD fuerint duae superficies et AB duae lineae, suman­


turque ipsarum AC aequemultiplices EF, sit vero E eiusdem generis ipsius
A, F vero eiusdem generis ipsius C ; deinde ipsarum BD sumantur aeque­
multiplices GH, sitque G eiusdem generis ipsius B et H eiusdem generis
ipsius D, ita ut EG sint lineae, et FH superficies .

E A B G

F
De
D
D H

His ita constitutis, si (ut dictum est) E superat G et F superat H ; et


si E est aequalis G et F est aequalis H; ac denique si E minor est G et F
minor H, habebit linea A ad lineam B eandem proportionem quam habet
superficies C ad superficiem D. Proportio enim comparatur inter magni­
tudines tantum eiusdem generis, ut tertia definitio precipit. Atque hoc modo
utitur Euclides hac definitione in demonstratione primae propositionis sexti
libri lineis et superficiebus , et in ultima eiusdem sexti lineis et angulis,
itidemque lineis ac superficiebus; in demonstratione vero vigesimae quin­
tae propositionis undecimi libri hac utitur definitione superficibus ac soli­
dis, et in demonstratione decimae tertiae propositionis duodecimi libri lineis
ac solidis . 1 1

I2' In sextam definitionem


Postquam dixit Euclides, quomodo reperiantur quattuor magnitudines
in eadem proportione, nunc inquit has vocari proportionales, ut si A ad
B eandem habet proportionem quam C ad D, vocantur ABCD proportio­
nales; neque enim necesse est ut A ad B eandem habeat proportionem quam
B ad C , et B ad C eandem habeat quam C ad D, etenim sive sit B ad C
ut A ad B, sive non sit, nihil refert; sufficit enim ut A sit ad B sicut C ad D .
In Quintum Euclidis Elementorum librum 1 93

A B e D

In his enim illae tantum proportiones considerantur, quae in antece­


denti definitione pertractatae fuerint, quae quidem in quattuor terminis
duae dumtaxat proportiones consideratae fuerunt . Quare ut ABCD sint
proportionales sufficit ut A ad B sit ut C ad D. Quoniam igitur hae quat­
tuor magnitudines sunt proportionales, ut in praecedenti definitione dic­
tum est, si fuerint duae, CD, alterius generis quam sint AB , ita ut (exem­
pli gratia) sint CD superficies et AB lineae, vel alijs modis, nihilominus
erunt ABCD magnitudines proportionales .

A B e D

Oportet autem ut binae AB sint eiusdem generis inter se, veluti quo-
que binae CD eiusdem generis inter se, ut inter ipsas proportio existere
possit, ut in tertia definitione dictum est. Utiturque Euclides his magni­
tudinibus diversi generis in ijsdemmet locis in fine praecedenti definitio-
nis citatis . C aeterum in huiusmodi magnitudinibus proportionalibus 1 1
diversi generis non potest considerari proportio quae est inter B C ; quia 12'
B supponitur linea et C superficies . Quod si proportionem quam habet
B ad C considerare quoque voluerimus, primum hoc ad hanc definitionem
proprie non pertinet, quia superior definitio non utitur tribus proportio­
nibus in quattuor terminis, sed duabus tantum, ut diximus, quamvis in
proportionibus pertractandis saepe accidat ut tres proportiones in quat­
tuor terminis considerare oporteat, nempe ut sit E ad F ut F ad G, et ut
F ad G ita sit G ad H, sed in his oportet ut magnitudines sint omnes eiu­
sdem generis inter se.

E F G H
1 94 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

Nam si proportio quam habet E ad F, eandem habeat F ad G, necesse


est ut EG sint eiusdem generis ipsius F; quare et inter se erunt etiam eiu­
sdem generis, et ita probatur FGH esse eiusdem generis, unde omnes EFGH
inter se eiusdem generis esse debent, et hoc modo quattuor magnitudines
EFGH continue proportionales vocantur, vel in continua proportione esse
dicuntur. Euclides vero non tradidit definitionem magnitudinum continue
proportionalium, primum: quia quando sunt huiusmodi, semper additur illud
continue, et quod statim est per se notum ommisit . Deinde, cum magnitu­
dines continue proportionales sint in analogia, ad analogiae definitionem,
nempe usque ad octavam definitionem earum cognitionem reliquit. 1 1

A B C D E F

'
13 Praeterea si fuerint plures proportiones ac plures termini, ut sit A ad
B ut C ad D , et ut C ad D ita E ad F, hoc quoque , per ea quae dieta sunt ,
ad definitionem hanc minime pertinet.
Deinde an hae omnes magnitudines inter se sint proportionales est
demonstrabile, Euclidesque hoc in undecima huius propositione demon­
stravit.

In septimam definitionem
Haec definitio una cum quinta definitione una tantum definitio esse
videtur, quia cum inquit Euclides Quando autem, sequitur id quod in quinta
definitione dixerat , et haec quoque supponit, ut eodem modo fiant aeque­
multiplicia, ut in quinta definitione . Necesse vero habuit Euclides inter
quintam et hanc septimam definitionem constituere sextam definitionem;
quia post quintam determinare oportebat magnitudines, in quinta defini­
tione inventas , esse proportionales , cum magnitudines in hac definitione
inventae non sint proportionales, sed ex hac inveniatur quaenam magni­
tudines maiorem, ac minorem inter se habent proportionem, quod utique
invenitur exponendo aequemultiplicia, ut dictum est .
'
13 Ut si quattuor 1 1 magnitudines ABCD (utimur enim numeris loco magni-
tudinum ut initio diximus) quarum primae A et tertiae C fiant aequemulti­
plices EF; secundae vero B ac quartae D fiant aequemultiplices GH; deinde
eodem modo invicem comparentur, contingat vero E maiorem esse quam
G, sed F non esse maiorem quam H, habebit utique A ad B maiorem pro-
In Quintum Euclidis Elementorum librum 1 95

portionem quam C ad D; statim enim cum perturbatur ordo multiplicium


continuo apparet ABCD non esse proportionales .
Dixit enim Euclides non esse maiorem, quia si fuerit F non solum minor
H, verum etiam ipsi aequalis, eodem prorsus modo A ad B maiorem habe-
bit proportionem quam C ad D. Cur vero quando sunt proportionales necesse
est reperiti tres illas conditiones quintae definitionis, quando autem non
sunt proportionales una tantum conditio sufficit? Hoc utique non est mirum,
quia 6 ad alicuius rei constitutionem multa concurrere debent, ad destruen­
dum vero sufficit unum . Verum ut sensum huius definitionis recte intelli­
gatur, observandum est definitionis verba non esse ita intelligenda ut con­
verso quoque modo ita vera sint, ut quotiescumque A ad B maiorem habet
proportionem quam C ad D, quod semper contingat E maiorem esse debere
quam G, F vero non esse maiorem quam H. I l Nam evenire potest ut et I4'
F maior quoque aliquando proveniat quam H . Ut inventis eodem modo ipsa­
rum AC alijs aequemultiplicibus KL, deinde ipsarum BD alijs MN , in his
K maior est quam M et L similiter maior est quam N,7 et tamen A ad B
maiorem habet proportionem quam C ad D. Veluti contingere quoque potest,
ut factis alijs aequemultiplicibus OP et QR, ut O sit minor Q et P sit minor
R, itidemque A maiorem habet proportionem ad B quam C ad D . ltaque
sensus definitionis est quod factis prius aequemultiplicibus , ut dictum est,
contingatque ut E multiplex primae superet G, multiplicem secundae, F
vero multiplex tertiae non superet H multiplicem quartae, tunc omnino sequi-
tur A ad B maiorem habere proportionem quam C ad D, et hoc est semper
verum, verbaque definitionis hoc modo manifesta sunt . Euclidesque in hoc
sensu hac utitur definitione in octava decimaque propositionibus huius libri.
Converso autem modo sensus non est semper verus, sed aliquando , ut
ostensum est . Quare si prius supponatur primam A ad secundam B maio-
rem habere proportionem quam tertia C ad quartam D, tunc dicendum
est possibile esse, ut quibusdam factis eodem modo aequemultiplicibus,
ut multiplex primae A superet multiplicem secundae B, multiplex vero ter-
tiae C non superet multiplicem quartae D, quae quidem multiplicia ob id,
quia possibilia sunt , necesse est ut inveniri quoque possint . Haec enim pos­
sibilitas 1 1 contingit necessario ; quemadmodum inventae sunt EGFH, et 14'
in hoc sensu assumit Euclides conversam huius definitionis in demonstra­
tione decimaetertiae propositionis huius libri .
In hac quoque definitione ut in quinta observandum est magnitudines
CD esse posse alterius generis quam sint magnitudines AB , dummodo sint
EG eiusdem generis ipsarum AB , et FH eiusdem generis ipsarum C D , ita
ut si AB fuerint lineae, itidem et EG sint quoque lineae, veluti si CD fue­
rint solida, sint quoque et FH solida.

6 co". ex quiam .
7 M C.
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

Pro notitia vero maioris proportionis , ut in hoc exemplo, dicitur 8 ad 4


maiorem habere proportionem quam 5 ad 3 , quia 8 duplus est ipsius 4 , et 5
minor est quam duplus ipsius 3 . Unde 8 supra 4 est maior quam 5 supra
3 , ac propterea dicitur maiorem habere proportionem 8 ad 4 quam 5 ad 3 .

O K E A B G M Q
16 64 24 8 4 20 12 20

10 40 15 5 3 15 9 15
P L F C D H N R

Converso autem modo dicitur 3 ad 5 maiorem habere proportionem quam


habet 4 ad 8 , quia 4 est dimidia pars ipsius 8 , 3 vero est maior quam dimi­
dia pars ipsius 5 . Unde 3 plus continet ipsius 5 quam 4 continet ipsius 8 ,
e t ob id dicitur 3 maiorem habere proportionem ad 5 quam habet 4 a d 8 .
E t his duobus modis ostenditur quaenam sint ea, quae maiorem habent
'
15 propor 1 1 tionem, et haec omnibus magnitudinibus accidunt, quamvis pro­
portio aliquando exprimi non possit .

In octavam definitionem
Cum Euclidis intentio sit de proportionibus pertractare, quoniam supe­
rioribus definitionibus ostendit quod sit proportio, et quaenam sint magni­
tudines proportionales , et quae maiorem, et minorem habent inter se pro­
portionem, [post quarum cognitionem] nunc aliam tradit definitionem, nempe
de analogia, qua cognoscere possumus quando magnitudines in analogia
existunt . Quae quidem definitio ad proportiones pertinere , et ipsiusmet
verbis manifestum est.
Cum analogia sit proportionum similitudo, quare oportet, ut sint plu­
res proportiones similes ad costituendam analogiam. Ita nempe ut propor­
tionem quam habet A ad B eandem habeat E ad F, deinde quam habet
B ad C eandem habeat F ad G et quam habet C ad D, eandem habeat
G ad H et ita deinceps si plures fuerint . Eruntque hoc modo ABCD et
EFGH in analogia, quia in EFGH similes insunt proportiones, ut in ABCD .
Neque enim requiritur tamquam necessarium, u t AB , B C , CD sint in
v
15 eadem proportionem, ac per consequens et EF, FG, GH in eadem I l exi­
stant proportione; nam sive sint , sive non sint in eadem proportione nihil
omnino refert; utroque enim modo in analogia esse dicentur. Necesse vero
est ut in his adsit proportionum similitudo , ut definitio precipit, ut binae
binis respondeant, ut scilicet proportio quae est inter AB sit similis pro­
portioni quae est inter EF, similiterque ut B C , FG similes contineant pro­
portiones, veluti quoque C D , GH.
In Quintum Euclidis Elementorum librum 1 97

I
A B e D

E F G H
Quare intelligi potest AB, EF (caeteris omissis) esse in analogia, quemad­
modum tres tantum ABC , tresque EFG, in analogia existere, et ut diximus
quattuor ABCD, et EFGH, in analogia esse, et ita si plures fuerint. Hunc
esse germanum huius definitionis sensum, patet etiam per ea, quae ipsemet
Euclides infra in definitionibus decimanona et vigesima dixit, in quibus de
Analogia quoque agit . Vero ad perfectam analogiae cognitionem, ea quae
in ipsis definitionibus pertractantur cognoscenda sunt, ut perspicuum fiet .
In hac quoque definitione nil prohibet , quin 8 magnitudines EFGH
esse possint alterius generis, quam sint magnitudines ABCD, dummodo
in similitudine proportionum binae binis respondeant , ut dictum est . At
vero necesse est ut magnitudines ABCD sint inter se eiusdem generis, veluti
quoque EFGH, nam comparatur primo proportio quae est inter AB, deinde
proportio quae est inter BC , unde B erit eiusdem generis ipsius A, et ipsius C,
et propterea erunt ABC 1 1 inter se eiusdem generis . Atque hac ratione 1 6'
ostendetur tres quoque BCD esse inter se eiusdem generis, et ita si plures
fuerint . Ex quibus sequitur omnes ABCD esse inter se eiusdem generis,
et hoc prorsus modo ostendetur omnes EFGH inter se eiusdem generis
esse debere. Haec autem perspicua magis erint per ea, quae in praefatis
definitionibus decimanona, et vigesima dicentur.

A B e D
Praeterea ob ea quae dieta sunt, si fuerit A ad B ut B ad C , erunt uti­
que AB , BC in analogia, quia continent proportiones similes, quod si dein­
ceps fuerit ut B ad C , ita C ad D, erunt similiter ABC , et BCD in analo­
gia, siquidem similes continent proportiones inter se, et ita si adhuc plures
extiterint . In bis enim B gerit vice duorum terminorum, veluti quoque C ,
e t quoniam hae magnitudines sunt continue proportionales, erunt 9 quo­
que inter se eiusdem generis , ut in sexta definitione dictum est .

8 corr ex quando.
9 corr. ex eruntque .
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

Ex definitionibus hucusque pertractatis differentia inter proportionem


et analogiam, et inter magnitudines proportionales et magnitudines in ana­
logia colligi potest. Cum Euclides proportionem, et analogiam seorsum defi­
nierit, procul dubio inter has aliquam reperiri differentiam necesse est,
ut ex ipsarum definitionum satis perspicuum est: nam proportio (ut in ter­
tia definitione) est quaedam habitudo , quam habent inter se duae magni­
tudines. Analogia vero est proportionum similitudo, unde constat analo-
1 6V giam supponere proportionem. 1 1 Ex quibus differentia inter magnitudines
proportionales et magnitudines in analogia inveniri quoque poterit . Ac pri­
mum quidem manifestum est, magnitudines esse passe in analogia, et tamen
omnes inter se proportionales non esse, ut ABCD et EFGH sunt in analo­
gia, attamen non est A ad B sicut C ad D, at per consequens non est E
ad F ut G ad H . Unde ABCD et EFGH proportionales non existunt.

A B e D

Hoc autem evidentissime apparet in definitionibus decimanona et vige­


sima huius quinti, in quibus perspicuum est magnitudines esse passe in
analogia, attamen proportionales non existere inter se.
At vero quoniam aliquando contingit, ut magnitudines in analogia et
magnitudines proportionales inter se conveniant, ideo ut quando haec acci­
dunt dignoscere possimus, primum si quattuor tantum AB , CD sint pro­
portionales , erunt quoque in analogia, et converso modo, si sunt quattuor
magnitudines AB , CD in analogia, oportet ut sit A ad B, ut C ad D, et
ut inter se similem contineant proportionem.
Si vero fuerint tres magnitudines proportionales , ut ABC , et aliae tres
17' DEF in eadem proportione, hae quoque omnes erunt in analogia, 1 1 quia
omnes proportiones sunt similes , sed non e converso .

A B C D E F

G H K L M N
In Quintum Euclidis Elementorum librum 1 99

Nam si tres GHK, tresque LMN sunt in analogia, non sequitur ergo
tres GHK sunt proportionales , et tres LMN proportionales , nisi quando
proportiones omnes fuerint similes inter se. Hoc namque modo si sunt in
analogia sunt quoque proportionales , quia magnitudines evadunt continue
proportionales , ut contingit magnitudinibus ABC , DEF, non autem ipsis
GHK, LMN , quippe quae quamvis in analogia existant, quia tamen pro­
portio, quae est inter GH non est similis proportioni, quae inter HK repe­
ritur, non erit etiam G ad H ut H ad K, quare GHK non erunt proportio­
nales, sicuti quoque LMN quae quidem esse debent , ut GHK.
C aeterum si fuerint quattuor magnitudines proportionales ABC D , et
in eadem proportione aliae quattuor EFGH, tunc possunt esse ac non esse
in analogia. Erunt quippe semper, si ABCD sunt continue proportionales ,
quia e t EFGH erunt i n eadem continua proportione, eruntque propterea
inter AB , EF et inter B C , FG, et inter C D , GH, proportiones similes,
unde et in analogia quoque existent .

A B C D E F G H

Converso autem modo, si quattuor magnitudines et aliae nu 1 1 mero aequa- 17'

les fuerint in analogia, non sequitur quod magnitudines sunt continue pro­
portionales (ut in prima huius figura) nisi quando proportiones omnes sunt
similes inter se, ut contingit magnitudinibus ABC D , EFGH , quae in con­
tinua proportione positae sunt .
At vero si quattuor magnitudines ABCD quattuorque EFGH sint pro­
portionales , ( non autem in continua proportione ) , hae quippe in analogia
non existunt, eruntque utique binae tantum AB , EF in analogia inter se,
quia similes continent proportiones , quod idem dicendum est de magnitu­
dinibus C D , GH inter se , ut antea diximus , quod si BC , FG casu fuerint
in eadem proportione, erunt utique quattuor omnes magnitudines ABCD ,
e t EFGH i n analogia, quia similes proportiones continent binae binis . Con­
tra vero, si ABC D , EFGH sunt in analogia, non sequitur quod sunt pro­
portionales , sed tantummodo sequitur quod possunt esse proportionales ,
ita ut, vel in continua sint proportione, si omnes proportiones sint simi­
les , vel tantummodo esse posse proportionales , quando scilicet in analogia
proportiones inter AB, C D , et EF, GH sunt similes inter se. Quia vero
in analogia contingere potest, ut proportio, quae est inter AB non sit simi-
200 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

lis proportioni inter CD existenti . Sicuti proportiones quoque inter EF,


GH existentes non erunt similes , quod neque ABC D, neque EFGH pro­
portionales esse possunt , quae quidem antea quoque dieta sunt . 1 1
18' Si vero ABCD et EFGH similiter fuerint proportionales , sed B C , FG
non fuerint in eadem proportione, neque ABCD, EFGH erunt in analo­
gia. Converso autem modo, [[si]] ABC D, EFGH non sunt in analogia, non
sequitur quod non sunt proportionales, etenim A ad B et C ad D , veluti
E ad F et G ad H, in eadem proportione esse possunt . Differunt enim
magnitudines proportionales , et magnitudines in analogia, quia in magni­
tudinibus proportionalibus proportio fieri potest interrupta; ut cum dici­
mus A ad B est ut C ad D, proportione qua habet B ad C omissa. Analogia
vero continuate incedere debet, ita ut omnes proportiones, quae sunt inter
AB, et inter B C , et inter CD considerati oporteat .
Quoniam autem in magnitudinibus continue proportionalibus omnes con­
siderantur proportiones, in his enim proportio non fit interrupta, omne­
sque proportiones sunt similes inter se , propterea huiusmodi magnitudi­
nes sunt quoque semper in analogia, non autem e converso, ut antea
ostensum est .
Praeterea in magnitudinibus proportionalibus proportiones semper sunt
similes inter se, sive sint continue proportionales, sive in continua propor­
tione non existant. Ut eadem semper est proportio, quae est inter AB, et
C D : ac per consequens quae est inter EF, GH, in analogia vero hoc non
est necessarium, ut antea diximus , sufficit enim ut proportionem inter AB ,
18v E F existentes (ut in primo exemplo) 1 1 sint tantum similes inter se, e t inter
BC , FG tantum similes inter se, et inter CD, GH tantum inter se similes .
Hic vero observandum occurrit, propterea Euclides non dixisse, Ana­
logiam esse proportionum aequalitatem, sed proportionum similitudinem,
ut ab analogia omnes proportiones aequales esse debere excluderet , ut
magnitudinibus proportionalibus contingit , quae cum in eadem sint pro­
portione, aequales quoque semper continent proportiones inter se. ltaque
analogiam definivit per proportionum similitudinem, ut aequalitas, et inae­
qualitas proportionum in analogia existere possint . Aequalitas quia binae
binis in proportione respondere debent, ut proportio , quae est inter AB
ipsi proportioni, quae est inter EF respondeat, veluti quae sunt inter BC ,
FG et inter C D , GH . Inaequalitas , quia contingere potest, ut proportio
ipsarum AB , EF non sit eadem cum proportione ipsorum BC , FG, et huiu­
smodi aliae . In hoc enim sensu Euclides proportionum similitudines acci­
pit . At vero cum analogia sit proportionum similitudo, nil prohibet, quin
omnes quoque proportiones possint esse inter se aequales , ut in magnitu­
dinibus continue proportionalibus; similitudo enim aequalitatem non exclu-
In Quintum Euclidis Elementorum librum 201

dit . E x quibus s i plures fuerint magnitudines , differentia, quae est inter


magnitudines proportionales et magnitudines in analogia inveniri potest.
Ex dictis elici quoque potest, proportionales primo respicere magnitu­
dines, deinde proportiones , analogiam vero primo proportiones , deinde
magnitudines : ita ut proportionales respiciant magnitudines in proportione,
Analogia vero proportiones in magnitudinibus . 1 1

Diffinitio IX
Analogia vero in tribus minimis terminis consistit

Postquam dixit Euclides, quid sit analogia, nunc inquit analogiam ad


minus in tribus terminis consistere, quia si analogia in similitudine pro­
portionum consistit , oportet ut ad constituendam analogiam requiratur ad
minus similitudo duarum proportionum, siquidem analogia est similitudo
proportionum, duae vero proportiones requirunt quattuor terminos, vel
ad minus tres termino s . In quattuor terminis, ut sit A ad B , ut C ad D ,
dicunturque AB , e t CD esse in analogia.

A B C D

E F G

In tribus vero terminis sit E ad F ut F ad G, similiterque EF, et FG


in analogia existunt . Quare perspicuum est nos non passe analogiam con­
stituere nisi ad minus in tribus terminis, cum duae proportiones [ad minus]
in paucioribus , quam tribus constitui minime possunt . Terminus enim
medius F duorum terminorum vicem gerit, quae quidem omnia ex ijs, quae
in precedenti diffinitione dieta sunt , manifesta sunt .
Ex his perspicuum est magnitudines proportionales in tribus quoque
terminis ad minus constitui passe, cum magnitudines proportionales, ut
EFG in tribus terminis existentes in continua semper sint proportione,
cuius ratio est, quam magnitudines continue proportionales sunt semper
in analogia, ut in praecedenti diffinitione ostensum est . Analogia vero in
tribus tantum terminis ad minus constituitur, ergo et magnitudines 1 1 con- 19'
tinue proportionales in tribus tantum terminis ad minus constitui possunt .
202 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

[Rane conclusionem in magnitudinibus continue proportionalibus colligere


voluimus, quia quando magnitudines non sunt continue proportionales quat­
tuor ad minus terminos requirunt. Siquidem quocumque modo sint proportio­
nales, ad minus inter ipsas duas proportiones considerari oportet, ut ex quinta,
et sexta diffinitione, et ex ijs, quae supra diximus, satis perspicuum est. Quare
in omnibus magnitudinibus proportionalibus proportio in tribus tantum ter­
minis ad minus constitui potest. ]
Ex ijs vero, quae dieta sunt , colligere licet, proportionem quidem in
duobus tantum terminis existere, ut in tertia diffinitione dictum est, magni­
tudines vero proportionales in tribus terminis ad minus reperiti.

Diffinitio X
Quando tres magnitudines proportionales sint, prima ad tertiam duplam
proportionem habere dicetur eius, quam habet ad secundam

Decima definitio supponit tres magnitudines esse proportionales , hoc


est esse in analogia, ut in proxima superiori definitione constituit Eucli­
des , ut nempe habeat A ad B eandem proportionem quam habet B ad C .
Quando vero sunt huiusmodi, inquit quod prima A ad tertiam C dicitur
20' habere duplam proportionem, eius scilicet proportionis quam habet 1 1 prima
A ad secundam B . Haec utique definitio cum precedenti non caret conne­
xionem, nam postquam Euclides determinavit analogiam in tribus termi­
nis ad minus reperiti, quod quidem fit quando tres magnitudines sunt pro­
portionales , ut in precedenti ostendimus : nunc statim infert, quod quando
sunt huiusmodi, tunc prima ad tertiam duplam dicitur habere proportio­
nem eius , quam habet ad secundam.

A B C D

Haec igitur definitio et ad proportionales magnitudines et ad analogiam


respicere videtur; ad proportionales , quia oportet ut ABC sint in conti­
nua proportione, et quia A ad C duplam dicitur habere proportionem eius
proportionis quam habet A ad B; hoc utique respicit ad analogiam quan­
doquidem analogia ad proportiones respicit, ut in octava definitione dic­
tum est. Et perinde est ac si diceremus , quod proportio, quae est inter
AC , dupla dicitur eius proportionis quae est inter AB . Sensus vero huius
definitionis non est ut oporteat, ut vel sit A ipsius B dupla, vel A ipsius C
In Quintum Euclidis Elementorum librum

dupla, quemadmodum nec tripla, nec alio modo determinata. Hoc enim
sive sit , sive non sit, nihil refert . Ad hoc enim non respicit definitio, quia
si prima fuerit C quae ad secundam B sit ut secunda 1 0 B ad tertiam A,
eodem semper modo prima C ad tertiam A duplam dicetur habere propor­
tionem eius, quam habet prima C ad secundam B . Definitio enim respicit
ad proportiones duplas quaecumque illae sint ; nam sit (ut prius) prima A,
v
secunda B, et tertia C, tunc inter AB constituitur 1 1 una proportio, deinde 2o

inter BC altera proportio . Unde inter AC duae constituuntur proportio-


nes . Quia vero dici non potest A ad C duas habere proportiones, siqui­
dem inter duas magnitudines una tantum proportio reperiri potest, ut ex
tertia definitione perspicuum est; ideo Euclides inquit, quod A ad C dici-
tur habere duplam proportionem eius proportionis , quod habet A ad B ,
quia i n hoc casu e x A ad C fit transitus per duas aequales proportiones ,
quae scilicet sunt proportio inter A B e t proportio, quae est inter B C , quare
ex A ad C duplatur proportio , et propterea dicitur primam A ad tertiam
e duplam habere proportionem. Quoniam autem scire oportet cuiusnam
sit haec proportio dupla, hoc est quaenam sit proportio quae duplatur,
idcirco addidit Euclides, eius quam habet ad secundam; ut sciamus quod
proportio quae duplatur est ea, quam habet prima magnitudo A ad secun­
dam magnitudinem B . Inde cum prima proportio sit ea, quae est inter [BC]
AB, secunda vero ea quae est inter B C , et hae quidem proportiones inter
se sunt aequales , recte dicitur A ad C duplam habere proportionem eius
proportionis quam habet A ad B, ita ut proportio, quae est inter AC , dicatur
dupla proportionis, quae est inter AB . Praeterea non est intelligendum,
quod magnitudo A simpliciter sumpta 1 1 ad magnitudinem C simpliciter 21'

sumptam semper habet duplam proportionem. Etenim si A fuerit prima


magnitudo, C vero fuerit secunda, D vero tertia; sitque A ad C ut C ad
D, tunc A ad D duplam habebit proportionem eius, quam habet A ad C ,
quia in hoc casu duplatur proportio , quae est inter AC . Haec enim est
prima proportio; secunda vero est ea, quae est inter CD. Quare secundum
ordinem, quo tres constituuntur magnitudines, ita quoque dicuntur duplam
habere proportionem. N am A ad C dicitur duplam habere proportionem
eius quam habet ad B; deinde A ad D duplam dicitur habere proportio­
nem eius quam habet ad e .
In hac definitione magnitudines inter se eiusdem generis esse debent,
quia tres magnitudines proportionales semper sunt eiusdem generis, ut
in sexta definitione ostendimus, veluti sunt magnitudines ABC et ACD .

ex
10
corr. secundam .
204 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

Diffinitio XI
Quando autem quattuor magnitudines sint proportionales , prima ad
quartam triplam habere proportionem dicetur eius, quam habet ad
secundam, et semper deinceps una plus, quoad analogia processerit

Haec definitio est pars superioris definitionis, quod ex primis verbis


manifeste apparet. Cum enim inquit Euclides : Quando autem, sequitur
ea quae dieta sunt in precedenti. Ut quando fuerint quattuor magnitudi-
2rv nes propor l l tionales, ut ABCD, prima A ad quartam D triplam propor­
tionem habere dicetur eius , quam habet prima A ad secundam B .

A B C D

Primum autem observandum est, ut ABCD sint eo modo proportiona­


les , quo sunt tres magnitudines precedentis definitionis , nempe ut sint in
continua proportione, ita ut sit A ad B, ut B ad C , et ut B ad C ita sit
C ad D, siquidem tres magnitudines precedentis definitionis in continua
proportione existunt. Neque enim sufficeret, ut quattuor magnitudines sint
proportionales; ut A ad B sit ut C ad D, ut definitionis verba sanare viden­
tur. Sed nec propterea Euclides fuit diminutus, quia (ut diximus) cum haec
definitio sit pars definitionis superioris, eo prorsus modo, quo tres ter­
mini in superiori definitione sumpti fuere, ita quoque in hac definitione
quatuor termini accipi debent . Unde in utraque definitione in continua
proportione existere magnitudines accipiendae sunt; atque ideo Euclides
praetermisit dicere, quam quatuor magnitudines debent esse continue pro­
portionales . Nam perinde est, ac si haec definitio diceret : Quando autem
praefatis tribus magnitudinibus additur quarta proportionalis, prima ad
quartam triplam proportionem habere dicetur eius, quam habet ad secun­
dam; ut ex ultimis huius definitionis verbis elicitur, cum inquit : et semper
deinceps una plus . Et hic est proprius huius definitionis sensus . Aliter defi-
22' nitio nihil exclude 1 1 ret . Nam si fuerit tantum A ad B ut C ad D, tunc
dici non posset A ad D triplam habere proportionem eius proportionis,
quam habet ad B , quia inter AD non constituentur nisi duae tantum pro­
portiones, nempe ea quae est inter AB, et ea quae est inter C D . Quare
necesse est, ut inter AD tres constituentur proportiones, quod quidem aliter
fieri non potest, nisi quando quatuor termini ABCD in continua fuerint pro-
In Quintum Euclidis Elementorum librum 205

portione . Itaque inter AB erit prima proportio, inter BC secunda, et inter


CD tertia . Inde cum sint haec tres proportiones aequales inter se, recte
dici potest primam A ad quartam D triplam habere proportionem eius pro­
portionis , quam habet eadem A ad secundam B . Proportio enim, quae est
inter AB triplatur, et ne saepius eadem repetantur ea, quae in explicatione
superioris definitionis considerata fuerunt , in hac quoque considerari
debent .
Postremo tradit Euclides regulam in infinitum tendentem: Et semper
deinceps una plus quoad analogia processerit . Nempe ut si fuerint quin­
que magnitudines eodem modo proportionales, hoc est si quatuor praefa­
tis magnitudinibus addatur quinta proportionalis E, prima A ad quintam
E quadruplam habere dicetur proportionem eius, quam habet eadem A
ad secundam B ; quatuor enim constituuntur proportiones inter AE eius
proportionis , quae est inter AB ; et hoc modo si fuerint sex, vel septem
similiter dicetur, et ita in infinitum.
Neque praetereundum est, Euclidem dixisse: quoad analogia processe-
rit ; ut intelligamus has magnitudines in continua proportione semper exi­
stere debere , siqui 1 1 dem continuate incedere debent , ut analogiae conve- 22V

nit . Ex quo has definitiones ad analogiam quoque pertinere perspicuum


est, quandoquidem magnitudines continue proportionales in analogia semper
existunt .
In hac quoque definitione (ut in praecedenti diximus) magnitudines eiu­
sdem generis inter se esse debent , siquidem in continua sunt proportione .
Quoniam autem Euclides in hoc quinto libro his duabus definitionibus
nunquam utitur, sed in propositionibus decimanona, et vigesima sexti libri
sequentis, videtur has quoque definitiones inter definitiones sexti libri col­
locare debuerit . Verumtamen hic est proprius locus, quia hic prius traddi­
dit definitiones magnitudinum proportionalium et analogiae, quibus hae
definitiones constituuntur, de quibus in definitionibus sexti libri nulla fit
mentio .

Diffinitio XII
Homologae vel similis rationis magnitudines dicuntur, antecedentes
quidem antecedentibus, consequentes vero consequentibus

In hac definitione supponit Euclides magnitudines ita esse dispositae, ut


duae primae sint antecedentes, duaeque consequentes; ( ( ( comparatio enim
inter duas fit magnitudines ) ) ) antecedensque est id quod prius, ( ( ( conse­
quens vero quod posterius ponitur, ut nomina per se indicant. Antecedens
enim antecedit, ) ) ) consequens vero consequitur. Ut sit A antecedens, B vero
sit consequens; deinde C antecedens, et D consequens; et inquit ut hae magni-
206 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

23 ' tudines sint homologae oportet 1 1 ut antecedens antecedentibus sint magni­


tudines homologae, itidemque consequentes consequentibus magnitudines
homologae, hoc est ut antecedentes inter se et consequentes inter se sint
magnitudines homologae . Verba enim vel similis rationis non sunt Euclidis
sed interpretis , qui explicare volens magnitudines homologae dixit eas esse
similis rationis , ac recte quidem . Nam si antecedens A erit similis rationis
antecedenti C, veluti quoque consequens B consequenti D similis ratio­
nis , magnitudines ABCD dicuntur homologae . Quod si fuerit antecedens
C et consequens D, fueritque antecedens E et consequens F, quin C non
est similis rationis ipsi E, siquidem C est alterius generis quod E, veluti
quoque D est alterius generis quod F, magnitudines ergo C DEF non sunt
homologae, quamvis accidere possit eas in eadem esse proportione, ut sci­
licet sit C ad D ut E ad F. In hac enim definitione non attenditur propor­
tio magnitudinum, sed quaenam sint magnitudines homologae. Cumque
dicuntur magnitudines homologae non est necesse ut sint proportionales ;
homologae enim e t proportionales res sunt diversae, u t perspicuum e s t in
quarta sexti libri propositione, in qua Euclides utitur hoc termino, nempe
in aequiangulis triangulis homologa latera esse, quae aequalibus angulis sub-
23 ' tenduntur . Quod autem haec latera sint proportionalia, demonstra 1 1 tioni
indiget, Euclidesque hoc prestat eodem loco . Docuit vero quae sunt homo­
Ioga latera, ut quae pro antecedentibus et consequentibus accipi debent
dignoscatur. Unde cum dicuntur magnitudines similis rationis non est intel­
ligendum eas esse similis proportionis, quod quamvis aliquando ratio et
proportio sint idem, tamen hic verba similis rationis nil aliud significant ,
nisi id quod significant homologae, siquidem propter huius vocis declara­
tionem tantum posita sunt . Si enim magnitudines esse proportionales opor­
teret, Euclides utique dixisset, ut in decima et undecima definitione dixit.
In hac igitur definitione (omissis proportionibus) sufficit ut antecedens
antecedenti et consequens consequenti comparari possit . Hoc enim signi­
ficant magnitudines homologae; ut duae lineae inter se, duae superficies
inter se, et huiusmodi, ut sunt antecedentes AC , quae inter se comparari
possunt, veluti quoque consequentes B D .

A e

B D

At vero antecedentes C E inter se comparari minime possunt, sicuti DF;


non enim linea cum superficie comparari potest , et alia huiusmodi. Prae­
terea observandum est ad cognitionem magnitudinarum homologarum, non
In Quintum Euclidis Elementorum librum 207

nisi quod comparationem antecedentium inter se, consequentiumque inter


se veniri 11 posse, ut dixit Euclides, quia si comparatio fierit inter 12 ante­
cedentem et consequentem, inter se magnitudines multoties non essent
homologae, ut sunt C D , EF. 1 1 Nam quamvis antecedens C consequenti 24 '

D sit similis rationis, veluti est antecedens E consequenti F , non propte-


rea magnitudines CDEF sunt homologae; definitioque hoc modo esse pror-
sus inepta, quia semper in magnitudinibus antecedens consequenti consti­
tuitur similis rationis, siquidem inter se comparari debent . Recte igitur
Euclides comparando antecedentem antecedenti, ut A ipsi C , et conse­
quentem consequenti, ut B ipsi D, omnes magnitudines ABCD semper
esse homologas inter se colligere potuit .
Hanc definitionem Euclides tradidit, quia in sequenti definitione magni­
tudines esse homologas necesse est.

Diffinitio XIII
Permutata ( ratio ) est sumptio antecedentis ad antecedentem,
et consequentis ad consequentem

Euclides in hac definitione quattuor reperire terminos supponit , nempe


antecedens cum consequente, alterque antecedens cum consequente . Ut
sit A antecedens , B vero consequens , rursus sit C antecedens , sitque D
consequens .

A B e D

E F G H

His ita constitutis , inquit , si hos terminos permutare volumus , oportet


ut comparemus antecedentem ad antecedentem, et consequentem 1 1 ad 24V

consequentem, ut A ad C et B ad D , et vocatur haec ratio permutata, quia


permutatur ordo . In hoc autem necessaria conditio requiritur, ut scilicet
magnitudines ABCD sint homologae, ut in praecedenti definitione dictum

11
co". ex inveniri .
12
CO". ex in.
208 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

est, aliter permutata ratio fieri non potest . Veluti si fuerit antecedens E
consequens vero F; deinde antecedens G et consequens H . Permutando
accipi debet antecedens ad antecedentem, ut E ad G, et consequens ad
consequentem, ut F ad H . At vero E non potest comparari cum G, neque
F cum H, quia magnitudines EG non sunt homologae, et FH similiter non
sunt homologae, ac propterea hanc definitionem iuxta praecedentem appo­
suit . C aeterum ob intelligentiam huius definitionis observandum occur­
rit, rationem non esse hoc loco accipiendam pro proportione, ita ut in magni­
tudinibus AB , C D , in quibus permutata ratio fieri potest, quando
permutando dicitur A ad C et B ad D , oporteat ut A ad C eandem habeat
proportionem quam B ad D . Nam quamvis hoc verum sit quando AB , C D
sunt proportionales, tamen hoc est demonstrabile, Euclidesque hoc in deci­
masexta propositione ostendit. Veluti neque intelligendum est, quamvis
in hac definitione non attendatur proportio A ad C et B ad D , ut sit sal-
25 ' tem necessarium, ut antecedentes ad consequentes in eadem 1 1 sint pro­
portione, ita ut sit A ad B sicut C ad D . Etenim quoad intelligentiam defi­
nitionis , sive sint , sive non sint in eadem proportione, hoc nihil refert .
Siquidem in utroque casu permutata ratio fieri potest, veluti si A habeat ,
vel non habeat ad B eandem proportionem, quam C ad D ; nihilominus
rationem permutare possumus, ut A ad C , et B ad D. Quod si magnitudi­
nes proportionales esse oporterit, Euclides utique dixisset , ut alijs locis
fecit, ut in praecedente diximus . Praeterea ex hac definitione duo Theo­
remata demonstrari possunt , primum hanc permutatam rationem propor­
tionibus applicando , ut Euclides in decima sexta praefata propositione
demonstrat , si quatuor magnitudines sint proportionales , et permutando
proportionales esse. Deinde nil prohibet, quin demonstrari quoque pos­
sit , si quatuor magnitudines non sint proportionales , et permutando quo­
que proportionales non esse . Quare permutata ratio nihil aliud in hac defi­
nitione significat , nisi ordinem, et modo sumendi terminos permutatae
rationis . Itaque in hac definitione non est attendenda proportio , sed tan­
tum ut magnitudines sint homologae . Nam quando Euclides in praefata
decima sexta propositione ostendit, si quatuor magnitudines proportiona­
les sint , et permutando proportionales esse, si fuerint quatuor magnitudi­
nes EFGH, habeatque E ad F eandem proportionem quam G ad H, nun­
quam dici poterit permutando E ad G eandem habere proportionam quam
F ad H, cum inter EG, veluti inter FH, nulla possit esse proportio , ut
ex tertia definitione huius perspicuum est; nulla enim inter has mutua esse
"
25 potest habitudo , 1 1 quia non sunt eiusdem generis . Ex quibus manifestum
est tam in hac definitione , quam in decima sexta propositione, magnitudi­
nes homologae esse debent .
Observandum vero est, quod quamvis in hac definitione non sit intelli-
In Quintum Euclidis Elementorum librum 209

genda terminorum proportio , ut ostendimus, tamen ob proportiones hanc


Euclides tradidit definitionem, ut scilicet permutata ratio proportionibus
precipue deserviat , ut in decimo sexto theoremate assecutus est, ut dixi­
mus , quod idem prorsus de sequentibus definitionibus intelligendum est .

Diffinitio XIV
Conversa ratio est sumptio consequentis 13 ut antecedentis ad
antecedentem ut ad consequentem

In hac quoque definitione supponi solent duae antecedentes, ac duae


consequentes , ut similiter in superiori figura AB , et C D , et inquit Eucli­
des si volumus rationem convertere oportet ut sumamus consequentem loco
antecedentis , et antecedentem loco consequentis, ita scilicet B ad A, et
D ad C . B enim efficitur antecedens , et A consequens, veluti D antece­
dens , et c consequens .

A B e D

E F G H

Observandum 1 1 vero est, ut in secundo superiori exemplo, si fuerit 26'


E antecedens et F consequens, deinde G antecedens et H consequens, con­
vertendo erit F ad E ut H ad G in quibus quamvis quatuor magnitudines
EF, GH, non sint homologae, nullum tamen oritur inconveniens, quia com­
paratio fit inter magnitudines homologae inter se, nempe inter FE et H G .
C aeterum u t intimius huius definitionis sensum intelligamus, attendenda
est proprietas verborum Euclidis, dum inquit Conversa ratio est sumptio
consequentis ut antecedentis ad antecedentem ut ad consequentem. Non enim
inquit est sumptio consequentium ut antecedentium ad antecedentes ut
ad consequentes . Nam si hoc modo in plurali locutus fuisset, ad minus
requirerentur quatuor termini, duo nempe antecedentes ac duo consequen-

13 corr. ex antecedentis .
2 10 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

tes . At vero quoniam locitus est in singulari, ad intelligendam vim huius


definitionis duo tantum termini necessarij sunt, ut A, B, ut sit unus tan­
tum antecedens A et unus consequens B, qui quidem optime sufficiunt .

Nam conversa ratio erit B ad A, hoc est sumptio consequentis B ut ante­


cedentis ad antecedentem A tamquam ad consequentem; propterea dici­
tur conversa ratio, quia convertitur orda : consequens enim fit antecedens,
et antecedens consequens, et ut in praecedenti diximus, ratio hic quoque
26' non significat proportionem, sed tantum ardi 1 1 nem, modumque accipiendi
terminos conversae rationis, quod quidem in hac definitione multo magis
quam in praecedenti manifestum apparet, quia quamvis proportio in duo­
bus terminis existat, ut in tertia definitione dictum est, tamen dum pro­
portiones a Geometris pertractantur, nunquam in duobus simplicibus tan­
tum terminis proportio consideratur, quamvis contrarium quandoque
apparere videatur, ut quando in duabus tantum lineis, ut AB, considera­
tur proportio, quae (exempli gratia) est inter diametrum et latus quadrati.
Sed hoc est falsum, ut in duobus tantum terminis haec proportio existat .
Etenim recte consideranti, hi re vera non duo, sed quatuor sunt termini,
quia perinde est, ac si dixerimus lineam A ad lineam B eandem proportio­
nem habere, quam diameter quadrati ad latus, et ita quatuor terminos con­
stituimus, duas nempe lineas, deinde diametrum et latus quadrati. Quare
in duobus tantum terminis non pertractatur proportio, ac propterea in hac
definitione proportio minime considerari debet, quod idem in sequenti­
bus quoque, ne eadem saepius repetantur, intelligendum est . Praeterea si
plures fuerint antecedentes cum suis consequentibus , in omnibus quoque
conversa ratio fieri poterit . Velut Euclides in corollario quartae proposi­
tionis huius ostendit, si quatuor magnitudines sint proportionales , et con­
vertendo proportionales esse. 1 1
In Quintum Euclidis Elementorum librum 21!

Diffinitio XV
Compositio rationis est sumptio antecedentis una cum consequente
tamquam unius ad ipsum consequentem
Ex ijs quae dieta sunt , facile vis verborum huius definitionis intelligi­
tur, quae quidem ut in precedenti duos tantum similiter requirit termi­
nos , nempe antecedentem A et consequentem B, quibus si volumus ratio­
nem componere, oportet ut sumamus antecedentem una cum consequente,
ut AB, tanquam unius , hoc est pro uno tantum termino, nempe pro ante­
cedentem, ad consequentem B, hoc est ad id, quod prius erat consequens .
Dicitur enim haec composita ratio , quia componitur antecedens et conse­
quens simul, amboque simul comparantur ipsi conseguenti .

A B

C D E
Neque ad hanc quoque cognitionem pluribus indigemus terminis quam
duabus , ut AB , ita ut unum sit antecedens A et unum consequens B, erit-
que compositio rationis AB ad B. Vel ut in altero exemplo clarius, sit CD
antecedens , et DE consequens, erit utique composita ratio CE ad ED, cum
sit CE sumptio antecedentis CD una cum consequente DE tamquam unius
ad ipsum consequentem E D . Quod si plures fuerint antecedentes et con­
sequentes , in omnibus fieri potest compositio rationis . Et Euclides appli­
cando hanc definitionem 1 1 ad proportiones demonstrat quando sint quatuor 27'
magnitudines proportionales , et componendo esse quoque proportionales .

Diffinitio XVI
Divisio rationis est sumptio excessus , quo antecedens superat
consequentem ad ipsam consequentem
Ne eadem saepius repetantur, sit antecedens AB et consequens BC, quae
quidem duo tantum sufficiunt pro intelligentia huius deffinitionis . Nimi­
rum divisio rationis erit AC ad C B ; sumitur enim AC qui est excessus quo
antecedens AB superat consequentem B C , ad ipsam consequentem C B .

A C B
Diciturque divisio rationis, quia dividitur antecedens, et idem si plures
huiusmodi termini extiterint, in omnibus fieri potest divisio rationis, Eucli­
desque in decima septima huius propositione in proportionibus hac utitur
definitione; ostendit enim, si compositae magnitudines sint proportiona­
les, et dividendo proportionales esse . 1 1
212 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

28' Diffinitio XVII


Conversio rationis est sumptio antecedentis ad excessum quo antecedens
ipsam consequentem superat

In hac similiter definitione tantum requiritur antecedens , ut AB et con­


sequens , ut BC . His enim conversio rationis fieri potest, ut BA ad AC ,
quia sumitur antecedens BA et comparatur ad AC , qui est excessus quo
antecedens AB superat consequentem BC .

A C B

Et ut in alijs, si fuerint hoc modo plures antecedentes ac plures conse­


quentes, in omnibus termini conversionis rationis sumi poterunt . Eucli­
desque hanc definitionem proportionibus applicando, in corollario deci­
mae nonae propositionis huius libri colligit , si fuerint quatuor compositae
magnitudines proportionales , et per conversionem rationis proportionales
esse .
Neque hic praetereundus est alius modus conversionis rationis, quo utitur
Apollonius libro primo propositione trigesima octava. Ut si fuerit antece­
dens CA et consequens AB , conversio rationis erit AC ad C B ; sumitur
enim similiter antecedens AC ad C B , qui est excessus quo consequens AB
superat antecedentem AC . Euclides vero hunc modum praetermisit , for­
tasse tamquam parum usitatum, et ob id in elementis praetermittendum.
Quia vero gravissimi auctoris est, eum praeterire noluimus . Cum itaque
Euclidis definitio sit Conversio rationis est sumptio antecedentis ad exces-
28' sum, quo antecedens 1 1 ipsum consequentem superat, ita quoque fieri poterit
altera definitio, nempe Conversio rationis est sumptio antecedentis ad exces­
sum, quo consequens ipsum antecedentem superat . Ex quibus patet, quod
in definitione Euclidis necesse est, ut antecedens superet consequentem,
in altera vero consequens superat antecedentem. Quod si unam tantum
definitionem efficere voluerimus , hoc modo dici poterit: Conversio ratio­
nis est sumptio antecedentis ad excessum quo antecedens ipsum conse­
quentem superat, vel a consequente superatur . Quod proportionibus appli­
cando hunc alterum modum conversionis rationis post praefatum
corollarium ostendemus : si fuerint quatuor magnitudines proportionales ,
hoc quoque modo per conversione rationis proportionales esse.
In Quintum Euclidis Elementorum librum 213

Diffinitio XVIII
Aequa ratio , sive ex aequali est, cum plures magnitudines extiterint,
et aliae ipsis numero aequales , quae binae sumantur, et in eadem
proportione fuerint , ut in primis magnitudinibus prima ad ultimam,
ita. in secundis magnitudinibus prima ad ultimam; vel aliter est
sumptio extremarum per subtractionem mediarum .

I n hac definitione plures constituere magnitudines oportet , u t ABC D ;


deinde totidem alias , u t EFGH quae binae sumantur, 1 1 idest quae binae 29 '

sumi possint , et in eadem proportione, hoc est sit A ad B ut E ad F , sitque


B ad C ut F ad G, sitque C ad D ut G ad H . Hisque ita 14 constitutis,
ex aequali erit ( ut ) in primis magnitudinibus prima A ad ultimam D , ita
in secundis magnitudinibus prima E ad ultimam H .

A B C D E F G H

Itaque quando sunt plures magnitudines ABCD et aliae ipsis numero


aequales EFGH, quae binae sumantur et in eadem proportione, ex aequali
dicendum est A ad D et E ad H . Quod non est intelligendum A ad D ean­
dem habeat proportionem quam habet E ad H (hoc enim est demonstrabile)
sed quomodo accipiendi sunt termini in aequa ratione . Duobus vero modis
tradit Euclides hanc ex aequali definitionem, nempe, ut in primis magni­
tudinibus prima ad ultimam, ita in secundis magnitudinibus prima ad ulti­
mam. Altero vero modo : Vel aliter est sumptio extremarum per subtractio­
nem mediarum. Idem enim est prima A ad ultimam D et prima E ad ulti­
mam H, veluti si sumamus extremas AD, EH subtrahendo medias BC et
v
FG; utroque enim modo eaedem sumantur magnitudines AD, EH, 1 1 sive 29

intelligamus eas esse primas et ultimas , vel esse extremas per subtractio­
nem mediarum . Atque ita si adhuc plures fuerint magnitudines, ex aequali
fiet sumendo extremas . At vero mirum fortasse videri potest cur Euclides
constituit duos ordines magnitudinum, nempe primus, ut ABCD , et secun-
dus , ut EFGH, ut ex aequali dicatur in utroque A ad D et E ad H, cum
in simplici ordine aequa ratio inotescere passe videatur, ut in solis magni­
tudinibus ABCD ex aequali sit A ad D. Ut Euclides in praecedentibus defi-

14 corr. ex His it a que .


214 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

nitionibus , in conversa ratione, in compositione, divisione , et conversione


rationis duabus tantum magnitudinibus simpliciter praestitit . Verum hoc
in aequa ratione non erat conveniens, primum quia, cum dicimus ex aequali,
statim ex ipsa voce intelligimus hoc efficere deberi in pluribus , ita ut pri­
mae et secundae magnitudines constitui debeant, ut aequaliter in utrisque
sumi possit prima ad ultimam ( vel in utrisque sumi possint extremae ) ,
et aequaliter subtrahere medias, quod nisi duo magnitudinum ordines con­
stituantur aequaliter, ex aequali fieri non potest . Praeterea, ut fieri possit
'
30 ex aequali, ne 1 1 cesse est ut sumi possint binae et in eadem proportione,
quod est utique factum, ut primae magnitudines cum secundis magnitudi­
nibus inter se conveniant, ut aequaliter in ipsis fieri possit aequa ratio .
Quippe quae magnitudines tam in primo quam in secundo ordine tres ad
minus esse debent, ut ABC , EFG, quia in his possumus ex aequali dicere
A ad C , et E ad G, quae sunt primae ad ultimas, vel intelligendo AC et
EG esse extremas per subtractione mediarum B F . In paucioribus vero ter­
minis quam tribus hoc fieri non posse perspicuum est. Nam si fuerint tan­
tum duae AB et EF, A ad B et E ad F non esse possunt extremae per
subtractionem mediarum, neque nisi improprie dici potest A ad B prima
ad ultimam, et E ad F prima ad ultimam. C aeterum neque dixisset Eucli­
des : quae binae sumantur etc . si duabus magnitudinibus in utroque ordine
tantum existentibus fieri posset ex aequali. Ex quibus verbis liquet in utro­
que ordine plures esse debere proportiones . Definitionis vero verba (quae
binae sumantur et in eadem proportione) [duplicem habent sensum] intelli­
genda sunt esse in analogia, ut patet ex ijs, quae diximus in octava defini­
tione, et per ea quae in duabus sequentibus definitionibus Euclides dixit ,
'
30 quas quidem ob id adiecit , quoniam verba: Quae binae sumantur et 1 1
in eadem proportione, duplicem habent sensum; ideoque ipsemet in dua­
bus sequentibus definitionibus quomodo accipienda sunt ostendere voluit .
Caeterum videtur Euclidem loco verborum: quae binae sumantur, et in eadem
proportione, dicere potuisset, et brevius : quae sunt in analogia. Sed hoc
efficere non potuit, quia in analogia in utroque ordine duas esse tantum
magnitudines possunt, et in eadem proportione, ut in octava, nonaque defi­
nitionibus manifestum fecimus . Quod quamvis hoc quoque modo plures
in utroque ordine magnitudines existerent, tamen in his tantum duabus
ex aequali fieri non potest , ut supra ostendimus . Itaque in utroque ordine
plures proportiones requiruntur, ut aequa ratio fieri possit . Quoniam autem
hae quidem proportiones in analogia existere debent, idcirco Euclides recte
in plurali dixit : quae binae sumantur, et in eadem proportione; unde plu­
res quoque magnitudines in utroque ordine reperiri oportet , quae quidem
omnia ex ijs , quae in octava definitione dieta sunt, nec non ex sequenti­
bus definitionibus perspicua sunt .
In Quintum Euclidis Elementorum librum 2 15

In hac definitione, quoniam magnitudines sunt in analogia, oportet ut


ABCD inter se sint eiusdem generis, similiterque EFGH inter se sint eiusdem
generis. Possunt autem EFGH esse diversi generis, quam sint ABCD, dum­
modo binae binis in propor 1 1 tione inter se conveniant, ut in octava defini- 3r'
tione dictum est; et quamvis ABCD alterius sint generis, quam sint EFGH,
eadem ratione dici potest ex aequali A ad C et E ad G, sive A ad D et E ad H.

Diffinitio XIX
Ordinata analogia est quando fuerit ut antecedens ad consequentem,
ita antecedens ad consequentem; ut autem consequens ad aliam
quampiam, ita consequens ad aliam quampiam.

Ordinata analogia est quando in primis magnitudinibus fuerit antecedens


A ad consequentem B , ita in secundis magnitudinibus antecedens D ad con­
sequentem E; deinde in primis magnitudinibus consequens B ad aliam quam­
piam C , ita in secundis magnitudinibus consequens E ad aliam quampiam F .

A B C G D E F H
Dixit Euclides : ad aliam quampiam, ut intelligamus non esse necessa­
rium ut sit A ad B sicut B ad C ; non enim tamquam necessarium vult,
v
ut ABC sint in continua proportione. Etenim I l sive sint, sive non sint, 31

nihil omnino refert; quod si oporteret eas esse proportionales , tunc C pro­
veniret 15 determinatae magnitudinis , Euclidesque non dixisset: ad aliam
quampiam. Dixit autem, quia C non est determinata, et quomodocumque
esse potest, dummodo postea sit E quoque ad F, ut B ad C . In hac enim
ordinata analogia sufficit, ut ordinate binae sumantur et in eadem propor­
tione. Ut nempe sumantur binae AB , DE quae sint in eadem proportione,
deinde sumantur binae BC , EF, quae sint in eadem proportione, et sive
BC, EF in eadem sint proportione ut AB, DE, sive non sint, hoc nihil refert.
Sufficit enim ut binae AB , DE in eadem sint proportione tantum inter se.
Deinde ut binae BC, EF tantum inter se in eadem existant proportione,
ut analogiae competit, et hoc modo oritur ordinata analogia, quia ordi­
nate incedit, siquidem in primis magnitudinibus antecedens est ad conse­
quentem, 16 et consequens ad aliam, ita in secundis magnitudinibus antece­
dens ad consequentem,17 et consequens ad aliam; et ex hac definitione,

15 corr. ex perveniret .
16 consequens C .
17 consequens C .
216 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

et ex superiori in vigesima secunda propositione huius demonstrat Eucli­


des, si fuerint quotcumque magnitudines, et aliae ipsis numero aequales,
32 ' quae binae sumantur i n eadem proportione, et ex aequali 1 1 in eadem esse
proportione . At vero in vigesima secunda propositione datae sunt quot­
cumque magnitudines; in hac vero definitione non videtur nisi in utroque
ordine de tribus tantum magnitudinibus verba facere, cum tam in primis
quam in secundis magnitudinibus tres tantum terminis constituantur, nempe
antecedens, consequens , et alia magnitudo, sed ut ordinatam analogiam
Euclides ostenderet non nisi his tribus terminis uti potuit, quibus proprie
ordinata constituitur analogia, ex quibus deinde progressus in infinitum
facile fieri potest hoc pacto, ut nempe sit deinde C ad aliam G, ita F ad
aliam H. Sed ut analogiae ordinatae ordo servetur, ut definitio praecipit
in primis magnitudinibus intelligatur antecedens B, qui ad consequentem
C sit, ut in secundis magnitudinibus antecedens E ad consequentem F;
rursus in primis magnitudinibus sit consequens C ad aliam quampiam G ,
ita i n secundis magnitudinibus consequens F a d aliam quampiam H; erunt­
que BCG et EFH in analogia ordinata. At vero quoniam ABC , DEF in ana­
logia ordinata etiam existunt, nimirum erunt omnes ABC G , DEFH in
analogia ordinata, quia ordinate binae sunt in eadem proportione, siquidem
AB , DE in eadem sunt proportione inter se, deinde B C , EF inter se sunt
v
32 in eadem proportione, I l denique CG, FH in eadem sunt proportione inter
se . Et ita alij quoque termini in analogia ordinata reperiri poterunt .
In hac quoque definitione eodem modo, ut in praecedenti dictum est,
magnitudines DEFH diversi generis esse possunt quam sint ABCG .

Diffinitio XX
Perturbata vero analogia est quando tribus existentibus
magnitudinibus , et aliji ipsis numero aequalibus , fuerit ut in primis
magnitudinibus antecedens ad consequentem, ita in secundis
magnitudinibus antecedens ad consequentem, ut autem in primis
magnitudinibus consequens ad aliam quampiam, ita in secundis alia
quaepiam ad antecedentem.
Cognita superiori definitione, haec facile inotescit; nam ea omnia, quae
in ea considerata sunt, hic quoque intelligenda sunt .

A B C G H F D E
In Quintum Euclidis Elementorum librum 217

Neque enim inter has duas definitiones nulla alia inest differentia, nisi
ordo ; quia in perturbata analogia in primis magnitudinibus antecedens A
est ad consequentem B , ita in secundis magnitudinibus est antecedens D
ad consequentem E ; ut autem in primis magnitudinibus consequens B ad
'
aliam quampiam C , 1 1 ita in secundis magnitudinibus alia quaepiam F ad 33
antecedentem D . Et quia haec analogia non est ordinata, ut in superiori
definitione, ideo dicitur perturbata: perturbatur enim ordo . In hac quo-
que definitione binae sumi possunt magnitudines et in eadem proportione,
quia AB, DE inter se sunt in eadem proportione, duaeque BC , FD in eadem
sunt inter se proportione . Unde ex hac, et ex decima octava definitione
ostendit Euclides in vigesima tertia propositione huius libri huiusmodi
magnitudines ex aequali eandem habere quoque proportionem . Ex quibus
primo cur Euclides in decima octava definitione conditionem posuit, ut
binae sumi possint magnitudines, et in eadem proportione; praeterea haec
verba duplicem habere sensum, propter analogiam ordinatam et analogiam
perturbatam, manifestum est; in analogia enim ordinata binae, et in eadem
proportione, tam in primis , quam in secundis magnitudinibus ordinate
sumuntur ; in perturbata vero non ordinate, sed inordinate sumuntur, ut
in his duabus postremis definitionibus perspicuum est. His itaque duobus
modis in primis , et secundis magnitudinibus fieri potest ex aequali, et ex his
duabus definitionibus (cum de analogia pertractent) verus, perfectusque
definitionis octavae, hoc est analogiae sensus apparet, ut in eius expositione
adnotavimus . Praeterea in perturbata quoque analogia ostendi potest pro­
"
gressus in infinitum, 1 1 ita nempe ut antecedens B ad consequentem C 33
sit ut antecedens F ad consequentem D ; ut vero consequens C ad aliam
quampiam G, ita alia quaepiam H ad antecedentem F. In his enim omni-
bus binae sumi possunt magnitudines , et in eadem proportione inter se, ut
binae AB , DE, binae BC , FD , binaeque C G , HF, et ita fiet in alijs , quae
quidem omnes post vigesimam tertiam propositionem ostendi possunt ex
aequali in eadem esse proportione . Euclidesque hunc praetermisit modum
progressus ad infinitum, vel tamquam ex ijs , quae dixit , inventu facilem,
neque enim omnes casus Euclides explicare consuevit, vel tamquam parum
ad modum usitatum, et ob id parum fortasse elementis conveniens .
Similiter ut in antecedentibus definitionibus magnitudines ABCG alte­
rius generis esse possunt, quam sint magnitudines HFDE . 1 1
Definitionibus completis , Euclides accedit ad Theoremata, et ordinem 34 '

quem in definitionibus observavit, similiter in Theorematibus secutus est.


In definitionibus autem primum multiplicium cognitionem tradidit, ut in
duabus primis definitionibus ; postea ea quae ad proportiones pertinebant,
usque ad finem definivit . Ita prorsus in Theorematibus agit . Primum enim
ea tradidit , quae ad multiplices spectant ; deinde usque ad finem ea, quae
218 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

ad proportiones pertinent demonstravit . Hanc vero Theorematum divi­


sionem rursus subdividemus , sed suis locis , ut omnia clariora reddantur .
ltaque primum Euclides , quomodo se habent aequemultiplices ostendit .
Nam cum de proportionibus agere sit eius intentio, proportiones vero per
earum aequemultiplices, ut in quarta definitione diffinitum est, cognoscun­
tur; ideo 18 quae prius aequemultiplicibus, tamquam simplicioribus acci­
dunt, demonstrare aggreditur; quae quidem ad ea, quae proportionibus
contingunt , demonstranda, tamquam necessaria assumuntur . Hoc autem
sex primis propositionibus assequitur . 1 1

34v Theorema I , Propositio I


Si fuerint quotcumque magnitudines quotcumque magnitudinum
aequalium numero, singulae singularum aequemultiplices; quotuplex
est una magnitudo unius, totuplices erunt et omnes omnium.

Tota heac demonstratio ex secunda definitione pendet, in qua ostendi­


mus multiplicem, ut AB, dividi passe in partes aequales ipsi E, quia E est
pars ipsius AB .
A
e

B E D F

Eademque ratione CD dividi potest in partes ipsi F aequales. Unde quo­


niam AB, CD sunt aequemultiplices ipsarum E , F, dividi quoque possunt
in partes ipsis E , F aequales , ita ut partes quae sunt in AB aequales ipsi
E, sint numero aequales partibus in CD existentibus ipsi F aequalibus .
Ex quibus postea Euclides conclusionem colligit , quod idem in duabus
sequentibus propositionibus observandum est.
In hac propositione oportet, ut magnitudines sint eiusdem generis, ali­
ter sumi non possent magnitudines AB, CD simul, et E , F simul . ltaque
possunt esse lineae, superficies, solida et anguli . 1 1

corr. ex
18
ideoque.
In Quintum Euclidis Elementorum librum 219

In secundam Propositionem

Magnitudines in hac propositione possunt esse diversi generis, dummodo


AB , BG et C sint eiusdem generis inter se, veluti DE, EH et F inter se
sint eiusdem generis, etsi AG, C sint alterius generis quam sint DH,19 F .
Et quamvis haec demonstratio fundetur i n praecedenti demonstratione,
in qua oportet omnes magnitudines esse eiusdem generis, nihil refert, quia
antecedens demonstratio applicatur in hac tantummodo magnitudinibus
eiusdem generis, nempe ut quot magnitudines sunt in AG aequales C , tot
sint in DH aequales F .

I n tertiam Propositionem

Magnitudines in hac quoque propositione possunt esse diversi generis;


oportet autem ut FE , A, B sint eiusdem generis inter se, et GH, C, D itidem
eiusdem generis inter se, ut inter ipsas fieri possit comparatio inter multi­
plices et earum partes , ut inter A et B, et inter EF et A et B, veluti quoque
inter C et D, et inter GH et C et D, ut in demonstratione perspicuum est.

In quartam Propositionem

In hac propositione quando inquit Euclides , aequemultiplices eandem


habere proportionem, non est intelligendum ut E ad G et F ad H eandem
habeant proportionem quam habet A ad B et C ad D; nam sive habeant,
sive non habeant, hoc nihil refert . Sat enim est, ut E ad G sit ut F ad H,
hoc est ut aequemultiplices tantum eandem habeant proportionem inter se .
Dum autem Euclides in demonstratione inquit: et quoniam est 1 1 ut A 35 v

ad B ita C ad D , sumptae autem sunt ipsarum AC aequemultiplices KL,


et ipsarum BD aliae utcumque aequemultiplices MN, si K superat M, supe­
rabit et L ipsam N, et si aequalis , aequalis , et si minor, minor . Hoc utique
sequitur ex conversione quintae definitionis, ut ibidem adnotavimus . Quod
et in alijs nonnullis sequentibus demonstrationibus observandum est .
Colligit praeterea Euclides corollario, si quatuor magnitudines sint pro­
portionales , et contra, hoc est conversa ratione quoque proportionales esse.
Hoc autem probat superioribus verbis, quae posuit post completam demon­
strationem, dum inquit: Quoniam igitur demonstratum est si K superat M,
etc . , quibus colligit si M superat K, et H superare L, et si aequalis , aequa­
lem esse, et si minor, minorem . Suntque MN aequemultiplices GH, et KL

19 BH C.
220 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

aequemultiplices EF. Ex quinta definitione G sit prima magnitudo, E vero


secunda, deinde H tertia, et F quarta, quare prima G ad secundam E ean­
dem habet proportionem, quam habet tertia H ad quartam F. Haec uti­
que est conversa ratio, quia cum positum fuit E antecedens, G consequens ,
rursus F antecedens et H consequens, dum igitur dicitur G ad E et H ad
F fit conversa ratio, quia sumitur consequens tamquam antecedens ad ante­
cedentem tamquam ad consequentem, ut in decima quarta definitione dic­
tum est .
In hac quarta propositione similiter diversi generis magnitudines esse
possunt, dummodo magnitudines KEABGM sint eiusdem generis inter se,
36' 1 1 et magnitudines LFC DHN itidem eiusdem generis inter se . Comparan­
tur enim inter se magnitudines quae inter se sunt tantum eiusdem generis
ut in demonstratione patet . Ex quibus sequitur in conversa ratione, ut in
corollario, magnitudines AB alterius generis esse posse, quam sint C D ,
dummodo A B sint eiusdem generis inter se, e t CD eiusdem generis inter se.
Hic vero non videtur proprius esse locus pertractandi de conversa ratione,
sed esse inter theoremata, quae de permutata ratione, de compositione,
de divisione, et conversione rationis pertractant . Quare proprius locus esset
a propositione decima sexta usque ad vigesimam huius . Cum presertim
in hoc quarto theoremate agat Euclides , quomodo se habent aequemulti­
plices inter se, quia tamen ex demonstratione hoc corollario colligere potuit,
hoc fere tamquam per accidens praeterire noluit, ut mos est mathemati­
cis , qui ne demonstrationes multiplicent, multa ut demonstrationum occasio
praestat per corollaria determinant .
Theorema vero quod hoc loco demonstrandum in quinta definitione pol­
liciti sumus, ostendemus hoc pacto; cuius quidem magnitudines diversi gene­
ris eodem prorsus modo esse quoque possunt .

Si fuerint quatuor magnitudines , sumanturque primae et tertiae utcum­


que aequemultiplices, deinde secundae et quartae aliae utcumque aeque­
multiplices; multiplex vero primae fuerit aequalis multiplici secundae, mul-
36v tiplexque tertiae fuerit aequalis multiplici quar 1 1 tae, prima ad secundam
eandem habebit proportionem quam tertia ad quartam.

Sint quatuor magnitudines AB , CD, sumanturque primae A tertiaeque C


utcumque aequemultiplices E, F; secundae vero B, quartaeque D aliae utcum­
que sumantur aequemultiplices G, H , et sit E aequalis G et F aequalis H .
In Quintum Euclidis Elementorum librum 221

I
K E A B G M

I
L F C D H N

Dico A ad B eandem habet proportionem quam habet C ad D . Rursus


ipsarum E, F sumantur aequemultiplices K, L , ipsarum vero G, H aliae
utcumque aequemultiplices M, N . Quoniam igitur E , F sunt aequemulti­
plices ipsarum A, C, et K, L aequemultiplices ipsarum E, F, erit { ex ter-
tia huius } K aequemultiplex ipsius A veluti L ipsius C . Eademque prorsus
ratione ostendetur M aequemultiplicem esse ipsius B, sicuti N ipsius D .
Quoniam autem E ad G eandem habet proportionem, quam F ad H , sunt
enim aequales inter se, cumque sint KL aequemultiplices EF, et MN aeque­
multiplices GH, si K superat ( per conversum quintae definitionis huius }
M et L superabit N , quod si K erit aequalis M et L erit aequalis N , si
vero K erit minor M, et L erit minor N. At vero quoniam KL sunt aeque­
multiplices primae A et tertiae C , et MN sunt ipsarum BD, hoc est secun-
dae et quartae, aequemultiplices, quae quidem (ut ostensum est) vel una
superant, vel una aequales sunt , 1 1 vel una deficiunt inter se comparatae; 37'
prima ergo A [ quinta definitio huius } ad secundam B eandem habet pro­
portionem quam tertia C ad quartam D. Si igitur fuerint quatuor magni­
tudines etc . , quod demonstrare oportebat .

In quintam Propositionem

Vult Euclides ut prius datae sint AB, AE aequemultiplices ipsarum C D ,


C F . Postea demonstrat E B , A B aequemultiplices esse ipsarum F D , C D ,
e x quibus patet omnes AB , AE , EB ipsarum C D , CF, F D aequemultipli­
ces esse.
In hac propositione magnitudines AEB , GCFD eiusdem generis esse
inter se necesse est, cum inter se comparati oporteat .
222 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

In sextam Propositionem
Huius propositionis sensus est, si AB est aequemultiplex E veluti C D
ipsius F , auferaturque e x A B magnitudo A G quae sit aequemultiplex ipsius
E ut est CH, quae auferatur ex CD , multiplex ipsius F. Nimirum reliqua
GD vel erit aequalis ipsi E , ut in primo exemplo, vel erit GD multiplex
E , ut in secundo . Quod si GB erit ipsi E aequalis, erit etiam et HD ipsi F
aequalis, ut in primo exemplo. Si vero fuerit GD ipsius E multiplex, et HD
erit totidem multiplex ipsius F , ut in secundo exemplo, ita ut GB , HD sint
ipsarum E, F vel aequales vel aequemultiplices. Hoc utique patet in expo-
37v sitione ac determinatione. Inquit enim Eu 1 1 clides : sit enim primum GB
aequalis E. Dico et HD ipsi F esse aequalem. Deinde in fine inquit : si
GB multiplex fuerit ipsius E , et HD ipsius F aequemultiplicem esse.
Videtur autem sumpsisse Euclidem id quod probandum erat, nempe ut
GB reliquatur vel aequalis vel aequemultiplex ipsius E. Sed hoc est fere
per se manifestum; nam cum sit AB multiplex ipsius E, si dividatur AB
in partes ipsi E aequales , profecto ex his partibus possumus auferre AG
ita ut quae relinquitur GB sit una tantum ipsarum partium, quae quidem
ob id erit ipsi E aequalis, ut in primo exemplo . Vel ut in secundo ex parti­
bus in AB existentibus possumus auferre AG ita ut quae relinquitur GB
plures adhuc contineat partes ipsi E aequales, et propterea erit GB multi­
plex ipsius E. Quibus ita se habentibus, demonstrat Euclides quando GB
est aequalis E, et HD esse aequalem F, ut in primo exemplo. Quando autem,
ut in secundo, GB est multiplex ipsius E , et HD totidem esse multiplicem
ipsius F, ita ut GB, HD ips arum E, F sint vel aequales, vel aequemultiplices .
Postquam demonstravit Euclides, si GB est aequalis E, et HD esse aequa­
lem ipsi F, inquit : similiter demonstrabimus si GB multiplex fuerit ipsius
E, et HD ipsius F aequemultiplicem esse. Eadem enim est fere demon­
stratio. Nam ut in secundo exemplo, ponatur CK multiplex ipsius F, ut
38' est GB ipsius E, ita ut GB , KC ipsarum 1 1 E, F sint aequemultiplices,
et quoniam AG aequemultiplex est E et CH ipsius F , est vero GB aeque­
multiplex E atque CK ipsius F; erit ( 1 . huius ) AB aequemultiplex E ut
KH ipsius F; aeque autem multiplex ponitur AB ipsius E atque CD ipsius
F. Ergo KH aequemultiplex est F, atque CD ipsius F, ac propterea KH
ipsi CD aequalis existit . Communis autem auferatur CH; ergo reliqua C K
reliquae HD e s t aequalis; quare cum sit CK multiplex F , erit et HD mul­
tiplex F ut est CK eiusdem F. At vero quoniam GB, CK sunt ipsarum
EF aequemultiplices, erunt et GB, HD quoque earundem EF aequemulti­
plices, quare ita est aequemultiplex GB ipsius E, atque HD multiplex ipsius
F. Quod demonstrare oportebat .
Observandum autem occurrit, ut AB non sit minor quam tripla ipsius
In Quintum Euclidis Elementorum librum 223

E , veluti quoque CD ipsius F ; aliter enim non posse auferri A G guae sit
multiplex E ut theorema proponit. Nam si AB sit minor quam tripla, ut
si fuerit AB dupla ipsius E, tunc guae auferri potest ex AB erit AG, guae
ipsi E non multiplex, sed aequalis existet, ut ea guae relinquitur pars , ut
GB, ex necessitate ipsi E saltem aequalis esse possit , quamvis propositio
hoc quoque modo vera esse possit .
In utroque casu huius propositionis magnitudines diversi generis esse
possunt , dummodo magnitudines AGB , E sint eiusdem generis inter se.
Deinde KC , HD, F sint similiter eiusdem generis 1 1 inter se. Hoc namque 38v

modo in demonstratione magnitudines eiusdem generis inter se compa­


rantur .
His theorematibus demonstratis , observandum est id quos Euclides in
primo theoremate de multiplicibus ostendit , postea in duodecimo theore­
mate universalius de omnibus proportionibus,20 guae quidem multiplices
quoque comprehendunt, demonstravit, eiusque demonstratio in hoc theo­
remate fundatur . Itidemque guod in secundo theoremate de multiplicibus
demonstravit, in vigesimo quarto universalius de proportionibus21 osten­
dit . Quod vero in tertio de multiplicibus , postea in vigesimo , et vigesimo
primo proportionibus accomodavit, deinde universalius omnibus propor­
tionibus in vigesimo secundo ac vigesimo tertio theoremate demonstra­
vit . Quod autem in quinto de multiplicibus , universalius in decimo nono
de omnibus proportionibus ostendit. His enim manuducit nos Euclides
ad cognitionem proportionum. Etenim ex his theorematibus demonstra­
tis , alia quoque ostenduntur, donec ad theoremata guae de proportioni­
bus agunt pervenire possimus .
Postquam igitur Euclides ea guae multiplicibus accidunt demonstravit,
nunc ad proportiones se convertit, primumque, ut res ipsa expostulare vide­
tur, a simplicioribus inchoat . In quatuor enim sequentibus theorematibus ,
quomodo proportio tribus magnitudinibus contingit, ostendere aggredi­
tur, et guae pertinent ad aequales magnitudines in septima et nona; guae
ad inaequales in octava et decima pertractat . 1 1

In septimam Propositionem

In hac demonstratione attendendum est, quomodo quinta definitio tri­


bus magnitudinibus cum suis aequemultiplicibus deservire possit . Cum in
definitione opus esse ut sint guatuor ostensum sit, tamen optime demon­
stratio concludit, guia C pro duabus magnitudinibus, et F pro duabus aeque-

20
co". ex propositionibus.
21
co" ex. propositionibus.
224 Guidi Uba/di e Marchionibus Montis

multiplicibus fungit officio, et perinde est ac si prima magnitudo sit A,


secunda vero C , deinde tertia magnitudo sit B , quarta vero sit rursus eadem
C . ltaque aequemultiplices primae A et tertiae B sunt D E , secundae vero
C et quartae C aequemultiplices sunt F, quae quidem F pro duabus accipi­
tur . Bis enim dum fit comparatio in demonstratione assumitur, nempe quo­
niam DE sunt aequales, si D superat F et E superat F, et si aequalis aequalis,
et si minor minor . Ex quo sequitur, primam A ad secundam C ita esse,
ut tertia B ad quartam C .
Pro secunda vero parte propositionis , quando Euclides ostendit C ad
utramque A, B eandem habere proportionem, prima magnitudo est C ,
secunda vero A , rursus tertia magnitudo est eadem C , et quarta B . Primae
igitur C ac tertiae C aequemultiplices sunt F; secundae vero A et quartae
B aequemultiplices sunt DE . Et quoniam DE sunt aequales , si F superat
D, et F superat E, et si aequalis aequalis, et si minor minor. Ex quinta
igitur definitione prima C ad secundam A est ut tertia C ad quartam B. 1 1
39v Magnitudines omnes in hac propositione debent esse inter se eiusdem
generis, quia comparatur A ad C, et B ad C . Unde AC et BC eiusdem
generis esse debent, quare oportet , ut ABC inter se sint eiusdem generis . Ex
quibus patet et aequemultiplices quoque DEF ipsarum ABC , ac propterea
omnes ABC , DEF eiusdem generis esse debere . Quod idem ob eandem
causam sequentibus propositionibus , octava, nona ac decima contingit .

In octavam Propositionem

In hac demonstratione inquit Euclides : sumanturque ipsius D dupla qui­


dem L, tripla vero M, et deinceps una plus, quoad ea, quae sumitur, mul­
tiplex fiat ipsius D, et primo maior quam K. Hoc est sumantur gradatim
multiplicia ipsius D, et harum prima, quae fuerit maior quam K erit ea
quam querimus . Veluti sumatur primum L dupla ipsius D, quae si esset
maior quam K, ulterius non esset progrediendum. Sed quia L non est maior
K, altera sumatur M quae sit tripla ipsius D, quae si esset maior K ipsa
esset quam querimus . Quia vero M non est maior K, ergo adhuc altera
sumatur N quadrupla ipsius D, et quoniam N maior est K, erit N ea magni­
tudo quam querimus, et dicitur N primo maior quam K, quia magnitudi­
num LMN prima est N quae est maior K. Quod cum sit N primo maior
40 ' K, eadem ratione (ut Euclides quoque 1 1 inquit) dicitur K primo minor22
quam N quia magnitudinum LMN prima est N qua minor est K. At vero
si N non esset adhuc maior K, ulterius progrediendum esset , alteraque

22
maior C .
In Quintum Euclidis Elementorum !ibrum

magnitudo sumenda esset, quae ipsius D quintupla esset , et ita in alijs ,


donec inveniatur prima quae esset maior K .
I n prima parte demonstrationis, similiter u t i n praecedenti, prima magni­
tudo est AB, secunda D, tertia vero C , et quarta eadem D , quae quidem
pro duabus magnitudinibus accipitur. Deinde FH , K sunt aequemultipli­
ces ipsarum AB , C , nempe primae ac tertiae; N vero est aequemultiplex
secundae ac quartae D; et veluti D pro duabus magnitudinibus , ita quo­
que N pro duabus aequemultiplicibus officio fungit . Quibus ita se haben­
tibus, quoniam FH , quae est multiplex primae AB maior est N, quae est
multiplex secundae D; K vero multiplex tertiae C minor est N multiplici
quartae D, ex septima definitione sequitur primam AB ad secundam D
maiorem habere proportionem quam tertia C ad quartam D .
Quando autem i n demonstratione inquit Euclides : Dico praeterea et
D ad C maiorem habere proportionem quam D ad AB ; quae est altera pars
demonstrationis, sumit Euclides pro prima magnitudine D, pro secunda
C , pro tertia eadem D, et pro quarta AB ; pro aequemultiplicibus vero pri­
mae ac tertiae D sumit N, at pro aequemultiplicibus secundae C et quartae
AB sumit K, FH . Ex quibus quoniam N multiplex [est] primae D superat
K multiplicem secundae C ; multiplex 1 1 vero N 23 tertiae D non superat 40 '
FH, quae quidem est multiplex quartae AB , ob eadem septimam defini­
tionem prima D ad secundam C maiorem habet proportionem, quam ter-
tia D ad quartam AB .
Postea vero inquit Euclides : sed sit AE maior quam E B , etc . Hoc uti­
que ad secundum divisionis membrum pertinet initio demonstrationis fac­
tum . Dixit enim ut minor ipsarum AE , EB multiplicetur, primumque sup­
posuit AE minorem esse quam E B ; nunc vero inquit ut supponamus AE
maiorem esse quam EB. Quo quidem supposito demonstrandum est simi­
liter AB ad D maiorem habere proportionem quam C ad D. Deinde D
ad [D] C maiorem habere quam ad AB . Ceterum antequam ulterius pro­
grediamur haec Euclidis divisio insufficiens esse videtur; nam AE non solum
esse potest vel minor vel maior quam E B , verum etiam ipsi EB aequalis .
Verum Euclides hoc membrum praetermisit, quia eadem prorsus demon­
stratio sequitur si AE vel sit minor quam E B , vel sit AE ipsi EB aequalis .
Supposita itaque A E maior quam E B , vult Euclides primam partem pro­
positionis demonstrare, quamvis totam minime compleat demonstrationem,
quae quidem progreditur usque ad verba: Quoniam EG maior existens quam
GH, hoc est quam K, non superat N , quibus quidem verbis Euclides ratio­
nem reddit, quare K non superat N. Nam cum sit FG minor quam N, siqui­
dem facta est N primo maior quam FG, et cum FG maior GH, quia FG,

n M C.
226 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

GH sunt aequemultiplices ipsarum AE , EB quarum AE maior est E B , 1 1


4r ' erit igitur FG maior G H . Quoniam autem GH, K sunt aequemultiplices
E B , C , quae quidem E B , C inter se sunt aequales, erunt et GH, K inter
se aequales , quod cum sit FG maior GH, erit et FG maior K. Itaque quo­
niam GH est maior D , erit FH maior M, D simul sumptis , hoc est maior
est FH quam N, siquidem N ipsis M, D simul sumptis est aequalis . His
ita constitutis, intelligatur AB prima magnitudo, D vero secunda, deinde
C tertia et quarta D: aequemultiplices vero primae et tertiae sint FH, K,
secundae vero et quartae aequemultiplices sint N . Quoniam igitur FH supe­
rat N , K vero non superat N, habebit AB ad D maiorem proportionem
quam habet C ad D .
Pro secunda vero parte propositionis, eodem prorsus modo u t antea,
intelligatur prima magnitudo D , secunda C, tertia eadem D , et quarta AB ;
similiterque aequemultiplices primae ac tertiae sint N , aequemultiplices
vero secundae et quartae sint K, FH . Et quoniam N multiplex primae supe­
rat K multiplicem secundae; N vero, ut multiplex tertiae, non superat FH
multiplicem quartae, ex septima definitione prima D habebit ad secun­
dam C maiorem proportionem quam tertia D ad quartam AB .

In nonam Propositionem

Haec est conversa septimae propositionis . Quod cum ita sit , Euclidem
aliquantulum ordinem pervertisse videtur; nam haec iuxta septimam erat
"
4r collocanda, veluti sequens iuxta octavam, quae simi 1 1 liter est eius conversa.
Tamen Euclides hoc efficere non potuit, quia demonstratio huius nonae
propositionis indiget demonstratione octavae propositionis, quare post prae­
cedentem huius propositionis proprius erat locus , ut ordo in mathematicis
rebus consuetus maxime servaretur. Praeterea, quamvis propositio sequens
iuxta praecedentem octavam collocari potuisset, tamen quia prius in sep­
tima de magnitudinibus aequalibus , in octava vero de inaequalibus per­
tractavit , ita quoque hunc ordinem servare voluit, ita ut nona de aequali­
bus , decima vero de inaequalibus agat .

In decimam Propositionem

Haec est quoque conversa octavae propositionis . Cur autem hanc iuxta
octavam Euclides non collocaverit antea diximus . Sensus vero huius pro­
positionis est, magnitudinum ad eandem magnitudinem proportionem
habentium, quae maiorem proportionem habet, illa maior est . Magnitudi­
num vero , ad quam eadem magnitudo maiorem habet proportionem, illa
minor est .
In Quintum Euclidis Elementorum librum 227

Postquam Euclides demonstravit ea, quae secundum proportionem tri­


bus magnitudinibus contingunt, nunc tribus sequentibus propositionibus
ostendit quomodo se habent plures in proportione magnitudines inter se,
tamquam in pluribus ordinibus expositae. In undecima vero, et duodecima,
quando sunt in eadem proportione; in decima tertia vero quando in eadem
proportione omnes non existunt . Quae quidem ad ea, quae deinceps demon-
stranda 1 1 sunt, necessaria sunt . 42 '

In undecimam Propositionem

Pro ultima conclusione prima magnitudo est A, B vero secunda, tertia


deinde est E, et quarta F .
I n hac vero propositione magnitudines i n triplici ordine diversi generis
esse possunt inter se; oportet autem ut GABL sint eiusdem generis inter
se, deinde HCDM eiusdem generis inter se, et KEFN eiusdem generis inter
se. Ita ut (exempli gratia) GABL sunt lineae, HCDM solida, KEFN vero
superficies , quintaque definitio optime deservit, quia comparantur inter
se quatuor tantum magnitudines , ut in demonstratione patet; primum enim
comparantur magnitudines AB, CD quae quidem possunt esse diversi gene­
ris , ut in eadem definitione ostendimus . Deinde comparantur quatuor
magnitudines CD, EF, quae similiter diversi generis esse possunt inter se.
Denique comparantur quatuor magnitudines AB , EF, quae quidem eodem
modo diversi generis esse possunt .

In duodecimam Propositionem

In demonstratione, quando inquit Euclides : suntque G et GHK ipsa­


rum A et ACE aequemultiplices etc . , vult reducere aequemultiplices ad
quintam definitionem, ut possit concludere id, quod in theoremate pro­
positum fuit. Quare A accipi debet pro prima magnitudine, B pro secunda,
deinde ACE simul sumptae pro tertia, et si 1 1 mul BDF pro quarta. Itaque '
42
aequemultiplices primae A ac tertiae ACE sunt G et GHK simul sump-
tae; aequemultiplices vero secundae B et quartae BDF sunt L et LMN simul
similiter sumptae. Quibus ita constitutis, quoniam probat Euclides si G
superat L, et omnes simul GHK superare omnes simul LMN , et si aequa-
lis , aequales , et si minor minores . Ex quinta igitur definitione prima A
erit ad secundam B ut tertia ACE ad quartam BDF.
Magnitudines in hac propositione debent esse omnes eiusdem generis ,
quia inter se comparantur A, B et ACE, BDF. Deinde earum quoque aeque­
multiplices, ut G, L et GHK, LMN , ut in prima huius dictum quoque fuit .
228 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

In decimam tertiam Propositionem


In demonstratione inquit Euclides : sunt quaedam ipsarum CE aeque­
multiplices , et ipsarum DF aliae utcumque aequemultiplices, et multiplex
quidem C superat multiplicem D, multiplex vero E non superat multi­
plicem F. Haec verba ad ea pertinent , quae in septimam definitionem
circa finem adnotavimus. Prius enim supponit Euclides C ad D maiorem
habere proportionem quam E ad F. Ex hoc deinde supponit quoque ut
harum magnitudinun sint quaedam aequemultiplices, ut septima definitio
43 ' praecipit , quae ita se habere possunt inter se, ut 1 1 multiplex ipsius C
superet multiplicem ipsius D, multiplex vero ipsius E non superet multi­
plicem ipsius F, ac propterea dixit Euclides : Quaedam aequemultiplices ;
quia non omnes possunt habere has conditiones, ut in expositione septi­
mae definitionis ostendimus . Quoniam igitur quaedam inveniri possunt,
ideo statim inquit : Sumantur, et sint ipsarum C E aequemultiplices GH,
et ipsarum DF aliae utcumque aequemultiplices KL. Quoniam autem hae
quidem aequemultiplices inter se conditionem habere debent, ut multi­
plex quidem C superet multiplicem D, multiplex vero ipsius E non supe­
ret multiplicem F, ideo id, quod fieri possibile est, factum iam esse quoque
supponit. Quare sequitur Euclides : ita ut G quidem superet K, H vero
ipsum L non superet.
Huius propositionis magnitudines tripliciter diversi generis esse possunt,
dummodo MAB , N sint eiusdem generis inter se, et GCD, K eiusdem gene­
ris , et HEF, L eiusdem generis inter se. Hoc namque modo comparantur
tantum inter se, ut in propositione undecima diximus . 1 1
V
43 Ex hac demonstratione simili quoque modo demonstrare possumus, si
est prima A ad secundam B ut tertia C ad quartam D; C vero ad D mino­
rem habere proportionem quam quinta E ad sextam F, et A ad B mino­
rem habere proportionem quam E ad F .
Intelligantur similiter aequemultiplices MGNK, et quoniam E ad F maio­
rem habet proportionem quam C ad D, possibile quidem est, ut quaedam
sint aequemultiplices, ut inter se comparatae, multiplex quidem E superet
multiplicem F, multiplex vero C non superet multiplicem D, quae quidem
aequemultiplices sint HG, LK, ita ut H superet L, G vero non superet
K. At vero quoniam si G non superat K, neque M superat N, ut in demon­
stratione Euclidis ostensum est, ergo H superat L et M non superat N ,
quare maiorem habebit proportionem E ad F quam A a d B .
Minorem igitur proportionem habebit A a d B quam E ad F, hoc est
prima ad secundam, quam quinta ad sextam. Haec autem adiecimus ob
sequentem demonstrationem, et alias nonnullas .
In Quintum Euclidis Elementorum librum 229

M A B N G C D K H E F L

Postquam Euclides varijs demonstrationibus ad proportionem pertinen­


tibus hucusque progressus est, nunc sex sequentibus propositionibus ad
magnitudines proportionales se convertit, et 1 1 quid illis contingat osten- 44 '

dit . Et in his praecipuus huius quinti scopus apparet, siquidem ea, quae
mathematici in frequentiori sunt usu, pertractat, quae quidem ob id ad
elementa maxime pertinere videntur . Demonstrat enim si quatuor magni­
tudines sunt proportionales , et permutando esse quoque proportionales ;
similiter, e t componendo, dividendo, etc . proportionales esse, e t veluti a
duodecima definitione usque ad decimam octavam, quomodo hi termini
sint accipiendi simul docuit, ita quoque haec theoremata simul demonstravit.
Conversa tamen ratione excepta, de qua Euclides in quarta propositione
eiusdem corollario pertractavit , et quemadmodum has definitiones circa
finem definitionum posuit, ita quoque has propositiones circa finem col­
locavit, ut ordo propositionum, definitionumque eodem modo incedere
videatur, ut antea diximus .

In decimam quartam Propositionem

Inquit Euclides in demonstratione : habebit A ad B maiorem proportio­


nem, quam C ad B. Sed ut A ad B, ita C ad D; ergo et C ad D maiorem
habebit proportionem quam C ad B. Quae quidem verba ex se intelligibi-
lia sunt, tamen ad praecedentem propositionem reducenda sunt, ut vis
demonstrationis recte intelligatur . ltaque sumatur prima C quae ad secun­
V
dam D eandem habeat proportionem quam tertia A ad quartam B, 1 1 atque 44

tertia A ad quartam B maiorem habet proportionem quam quinta C ad


sextam B ; ergo prima ( r 3 huius } C ad secundam D maiorem habet pro­
portionem, quam quinta C ad sextam B .
Praeterea inquit Euclides : Similiter demonstrabimus , e t si A aequalis
sit ipsi C , et B ipsi D esse aequalem . Si enim A est aequalis C , habebit
A ad B eandem ( 7 huius } proportionem quam C ad eandem B . Sed ut
A ad B, ita e ad D; ergo ( I I huius } e ad B eandem habet proportionem
quam eadem C ad D, ac propterea ( 9 huius } B, D inter se sunt aequales .
Deinde, u t omnes propositionis partes absolvat Euclides inquit : e t s i A
sit minor quam C , et B quam D minorem esse; hoc est similiter demon-
230 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

strabimus . Cum itaque sit A minor C , C ad B maiorem { 8 huius } habebit


proportionem quam A ad B . Quare prima C ad secundam D est sicut ter­
tia A ad quartam B; sed tertia A ad quartam B minorem habet proportio­
nem quam quinta C ad sextam B; ergo et prima C ad secundam D mino­
rem habet proportionem quam quinta C ad sextam B, ut in praecedenti
ostendimus ; quare B { r o huius } minor est quam D .
Magnitudines in hac propositione debent esse eiusdem generis inter se, quia
primo comparantur inter se AB et CD, deinde comparantur inter se AC et BD.
Haec utique propositio est veluti lemma, quae decimae sextae proposi-
45 ' tionis, ac decimae octavae deservit; in hac enim Euclides ma 1 1 nuducit nos
ad proportionem permutatam . Nam cum sit antecedens A ad consequen­
tem B ut antecedens C ad consequentem D, ostendit permutando, si ante­
cedens A maior fuerit antecedente C , et consequentem B esse quoque maio­
rem consequente D, et si aequalis aequalem, et si minor minorem, qui
quidem sunt termini permutatae rationis .

In decimam quintam Propositionem

Sensus huius propositionis est, partes eandem habere inter se propor­


tionem, quam habent earum aequemultiplices eadem ratione sumptae. Hoc
est pars ad pattern est ut multiplex ad multiplicem, ut inquit Euclides in
determinatione, nempe ita est C ad F, quae sunt partes, sicut AB ad D E ,
quae sunt aequemultiplices eadem ratione sumptae. Haec autem proposi­
tio est quoque tamquam lemma sequentis .
I n hac similiter propositione magnitudines debent esse eiusdem generis;
comparantur enim inter se primum AB , C et DE, F, deinde AB, DE et CF.

In decimam sextam Propositionem

In hac pulchra demonstratione 24 A est antecedens , B consequens,


deinde C antecedens et D consequens . Quando autem vult Euclides colli-
45 v gere ultimam conclusionem, tunc A intelligenda est prima magnitu 1 1 do ,
C secunda, B tertia et D quarta, factaeque sunt primae ac tertiae aeque­
multiplices EF, et secundae et quartae aequemultiplices GH; et si E supe­
rat G, F quoque superat H, et si aequalis, aequalis , et si minor minor,
ut ab Euclide in demonstratione ostensum est; ergo ex quinta definitione,
ita est prima magnitudo A ad secundam C , ut tertia B ad quartam D . Quae
quidem si reducantur ad antecedentia et consequentia prius exposita, ante­
cedens A ad antecedentem C eandem habebit proportionem, quam conse-

24 corr. e x demonstrationem.
In Quintum Euclidis Elementorum librum

quens B ad consequentem D , qui sunt termini permutatae rationis, ut in


decima tertia definitione dictum est.
In hac propositione omnes magnitudines eiusdem generis esse debent,
quandoquidem quatuor magnitudines AB , C D debent esse homologae, ut
in definitione decima tertia dictum est . Quia non solum comparantur A
cum B et C cum D , sed A cum C et B cum D , veluti quoque earum aeque­
multiplices, nempe EF, GH et EG, FH, unde omnes magnitudines eiu­
sdem generis esse debent.

In decimam septimam Propositionem

lnquit Euclides in demonstratione : superet igitur GK ipsam HX . Haec


verba nil aliud significant , nisi ac si Euclides dixisset : cum ostensum iam
sit GK vel superare passe HX, vel ipsi aequalem esse, vel ipsi minorem,
supponatur itaque primum GK ipsam HX superare .
Ex quo colligit Euclides , si GK 1 1 ipsam HX superat , et LM ipsam NP 46 '
superare; quare postea inquit Euclides : similiter demonstrabimus e t s i GK
sit aequalis HX, et LM ipsi NP esse aequalem; quod quidem ostendetur
supponendo secundum membrum . Nempe si vero fuerit GK aequalis HX,
dempta communi HK, erit GH aequalis KX, parique ratione cum sit LN
ad MP ut GK ad HX, est vero GK aequalis HX, ergo erit LN ipsi MP
aequalis; quare dempta communi NM erit LM ipsi NP aequalis . Deinde
inquit: et si minor minorem . Hoc est similiter demonstrabimus, si GK sit
minor HX,25 et LM ipsi NP minorem esse, quod ostendetur hoc modo .
Si denique fuerit GK minor HX , dempta communi KH, erit GH minor
KX . Quod cum sit LN ad MP ut GK ad HX, et GK minor est HX, erit
et LN minor quoque MP. Quare dempta NM communi, erit et LM minor
NP. Ex quibus sequitur si GH superat KX, et LM superare NP, et si aequa-
lis aequalem, et si minor minorem. Postea vero conclusio sequitur hoc modo,
nempe sit AE prima magnitudo, EB secunda, tertia vero CF, et FD quarta,
et quoniam ipsarum quidem AE , EF aequemultiplices sunt GH, LM, ipsa­
rum vero EB, FD aequemultiplices sunt KX , NP, quae quidem invicem
'
campa 1 1 ratae utraque utramque vel una superant , vel una aequales sunt , 46
vel una deficiunt, ut quinta praecipit definitio . Ergo ita est AE ad EB
ut C F ad FD . At vero quoad divisionem rationis AB est antecedens et
BE consequens , veluti C D antecedens et DF consequens, et cum demon­
stratum sit , ita esse AE ad EB ut CF ad FD; hoc utique est dividendo ,
quia AE , C F sunt excessus quibus antecedentes AB , CD superant conse­
quentes B E , DF, et AE , CF eandem habent proportionem ad ipsas conse­
quentes E B , FD ut in decima sexta definitione dictum fuit.

25 GH sit minor KX C.
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

Magnitudines in hac propositione possunt esse diversi generis, dummodo


magnitudines AB , GX sint eiusdem generis inter se, veluti quoque C D ,
L P eiusdem generis inter s e ; quare dividendo fieri potest comparatio, ut
AE ad EB sit ut CF ad FD, quamvis AB , CD diversi sint generis inter
se, ut (exempli gratia) si AB fuerit linea, CD vero superficies, vel alijs modis .

In decimam octavam Propositionem

In demonstratione verba: similiter ostendemus neque esse ad maiorem


quam DF; hoc modo similiter declarari possunt, nempe sit AB ad BE ut
'
47 CD ad DH, quae sit maior DF, 1 1 erit utique dividendo AE ad EB ut C H
ad HD. S e d u t A E a d E B , ita e s t C F ad FD, quare ita e s t C H ad HD,
ut CF ad FD .
A

At vero prima C H minor est quam tertia C F , ergo secunda HD minor


est quam quarta FD . Sed et maior, quod utique fieri non potest . Ex qui­
bus sequitur ita esse AB ad BE, ut CD ad FD . In hac enim propositione
AE , CF sunt antecedentes, et EB, FD consequentes, et ostensum est ita
esse AB ad BE ut CD ad DF, qui quidem sunt termini rationis composi­
tae, quia sumantur antecedentes et consequentes simul ad ipsas consequen­
tes , ut in decima quinta definitione dictum est .
Ut in praecedenti, magnitudo AB alterius generis esse potest quam sit
magnitudo C D .

I n decimam nonam Propositionem

Necesse est in hac propositione magnitudines AB , CD sint eiusdem gene­


ris , quia inter se comparantur .
'
47 In corollario colligit Euclides si compositae magnitudines 1 1 sunt pro-
portionales, et per conversionem rationis quoque proportionales esse, quod
quidem superioribus verbis demonstrat, quando post demonstrationem
inquit : Et quoniam ostensum est, ut AB ad C D , ita esse etc . usque ad
finem. In his autem AB est antecedens , et AE consequens , itidemque CD
antecedens et CF consequens . Termini vero conversionis rationis sunt ante-
In Quintum Euclidis Elementorum librum 233

cedens A B a d B E , nempe a d excessum quo antecedens A B superat conse­


quentem AE, qui quidem excessus est E B . Veluti quoque antecedens CD
ad DF, quia DF est excessus quo CD superat consequentem EF, ut in
decima septima definitione dictum est . Quoniam autem Euclides huius
corollarij demonstrationem colligit ex demonstratione superius posita, quae
quidem permutata ratione utitur, quam etiam rursus in hac particulari
demonstratione repetit . Quippe quae permutata ratio magnitudines homo­
logas supponit, ut in decima sexta propositione diximus . Propterea in hac
rationis conversione homologas quoque magnitudines supponeri videtur,
ita ut AB , CD eiusdem generis esse debeant , quod utique verum est, ut
diximus . Quoniam autem conversio rationis fieri potest etiam magnitudi­
nibus 1 1 diversi generis, ut mathematici saepe utuntur, ideo absque hac 48 '

decima nona propositione hoc demonstrari quoque poterit hoc modo .


Si fuerint compositae magnitudines AB ad AE ut CD ad C F . Dico per
conversionem rationis ita esse AB ad BE ut C D ad DF. Quoniam enim
est BA ad AE ut DC ad C F , erit dividendo BE ad EA ut DF ad FC ; con­
vertendoque AE ad EB ut CF ad FD; rursusque componendo AB ad BE
ut CD ad DF, quod demonstrare oportebat .
Euclides vero hanc praetermisit demonstrationem, fortasse tamquam
ex ijs , quae demonstravit cognitu facilem . Quoniam autem nos Federici
Commandini textum secuti sumus, ut initio diximus, propterea verba, quae
post corollarium posita sunt , nempe : factae autem sunt proportiones etc . ,
quamvis in graeco codice reperiantur, nos Euclidis non esse existimamus,
cum proportiones sesquialteras et sesquitertias nominet, de quibus verba
facere Euclidis intentio non est, neque enim ad haec particularia deve­
nire, sed ea quae proportionibus tantum communia sunt pertractare decre-
vit, ut in toto hoc librum manifestum est, ut initio diximus . Praeterea neque
sesquialteras 1 1 proportiones et sesquitertias, et his similia in hoc libro 48 '
amplius nominavit, neque definivit . Quare haec verba tamquam ab aliquo
alio addita, vel tamquam alicuius scolium reijcimus, non quia quod inquit
verum non sit, sed quia ad institutum susceptum minime conveniunt . Prae­
terea haec verba Euclides nunquam dixisset : factae autem sunt proportio-
nes , et in aequemultiplicibus etc . Nam hic est loquendi modus, quo non­
nulli, graecique presertim, utuntur in suis scolij s , ut quomodo ea quae
pertractantur intelligi debeant perspicuum sit , quod utique Euclides hoc
modo de se ipso nunquam fecisse videtur . Praeterea in fine horum verbo-
rum inquit : quod demonstrare oportebat; quae quidem verba non nisi inepte
apposita sunt . Quare omnino Euclidis ea non esse manifestum est .
Hic autem operae pretium duximus alterum per conversionem rationis
modum ostendere, ut in decima septima diximus definitione, ita tamen
ut magnitudinibus diversi quoque generis conveniat, nempe :
234 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

Eandem habeat proportionem, antecedens BE ad consequentem BA,


quam habet antecedens DF ad consequentem DC, quod cum ita sit, erit
utique convertendo AB ad BE ita CD ad DF, dividendoque AE ad EB
ut CF ad FD , ac denique rursus convertendo, BE ad EA erit ut DF ad
FC , quod est quidem per conversionem rationis , quia antecedens BE se
49 ' habet ad EA, qui est excessus 1 1 quo consequens BA superat anteceden­
tem BE, sicuti antecedens DF se habet ad FC , qui est excessus quo
( similiter ) consequens DC superat antecedentem DF, quippe qui sunt ter­
mini conversionis rationis, ut in eadem decima septima definitione diximus .
Euclides igitur, guae quatuor magnitudinibus proportionalibus praecipue
insunt demonstravit , scilicet si quatuor magnitudines sint proportionales ,
e t permutando proportionales esse, u t i n decima sexta propositione osten­
dit . Deinde si quatuor magnitudines compositae proportionales sint, et divi­
dendo quoque proportionales esse, ut in decima septima propositione, et
e converso, nempe si quatuor magnitudines divisae sint proportionales ,
e t componendo proportionales esse, u t i n decima octava. Praeterea s i simi­
liter quatuor magnitudines compositae fuerint proportionales , et per con­
versionem rationis proportionales esse, ut in corollario decimae nonae, quod
si fuerint quatuor magnitudines proportionales , et convertendo propor­
tionales esse. Hoc utique praestitit in corollario quartae propositionis , qui
quidem modi a mathematicis quam saepissime sunt usurpati, quippe qui
maximam in demonstrationibus suppeditant argumentandi facultatem . 1 1
49 v In quatuor vero sequentibus theorematibus , definitionum ordinem
seguendo de aequa ratione, et ex aequali agit . Et hic quoque argumen­
tandi modus est communissimus, qui quidem pluribus quam quatuor magni­
tudinibus competit.

In vigesimam Propositionem

Huius propositionis sensus est, ut tres magnitudines et aliae ipsis numero


aequales sint in analogia ordinata. Verba enim : Quae binae sumantur, et
in eadem proportione nihil aliud significant, nisi ut utraeque tres magnitu­
dines sint in analogia ordinata, ut in decima nona definitione dictum fuit ;
nam post haec verba nil aliud addidit Euclides, ut in seguenti fecit . Prop­
terea magnitudines in analogia ordinata existere intelligendum est, ut Eucli­
des in expositione declaravit .
In demonstratione vero, quando Euclides inquit : Quoniam enim A maior
est quam C, supponit enim primo A maiorem esse quam C , quia cum osten­
dendum sit , si A maior est C , et D maiorem esse quam F, et si aequalis
aequalem, et si minor minorem, ideo secundum hunc ordinem supponit
primo A quam C maiorem esse . Deinde quando inquit : Et convertendo,
In Quintum Euclidis Elementorum librum 235

ut C ad B ita esse F ad E tacite supponit quod antea supposuerat, nempe


B 1 1 ad C ita esse, ut E ad F, unde convertendo sequitur C ad B ita esse, '
5o

ut F ad E , ac propterea sequitur Euclides : ergo et D ad E maiorem habet


proportionem quam F ad E. Cum enim sit A ad B ut D ad E, sitque C ad
B ut F ad E, maiorem vero proportionem habet A ad B quam C ad B ,
ergo D ad E maiorem habebit proportionem quam F ad E . E x quo sequi-
tur D maiorem esse quam F. Quamvis autem hoc modo omnia perspicua
sint , at vero ut vis demonstrationis magis exprimatur, et ad praecedentes
demonstrationes omnia reducantur, hac quoque ratione conclusio deduci
poterit. Postquam enim ostensum est ita esse A ad B ut D ad E, et ut
C ad B ita F ad E . Quoniam igitur prima D ad secundam E est ut tertia
A ad quartam B; tertia vero A ad quartam B maiorem habet proportio­
nem quam quinta C ad sextam B, prima quoque D ad secundam E maio-
rem ( 1 3 huius } habebit proportionem quam quinta C ad sextam B. Rur-
sus quoniam est prima F ad secundam E ut tertia C ad quartam B, tertia
vero C ad quartam B minorem habet proportionem quam quinta D ad sex-
tam E, habebit et prima F ad secundam E minorem proportionem quam
quinta D 26 ad sextam E, ut post decimam tertiam huius propositionem
ostendimus . Ex quibus sequitur D maiorem ( r o huius } esse quam F. 1 1

A B e

D E F

Circa finem vero inquit Euclides : similiter ostendemus, et si A sit aequalis 50'

C , et D ipsi F aequalem esse.


Si enim A est aequalis ipsi C, erit ( 7 huius ) A ad B ut C ad B , et quo­
niam est D ad E ut A ad B , ut vero A ad B ita C ad B , erit ( r r huius )
igitur D ad E ut C ad B . Sed quoniam D ad E est ut C ad B , ut vero
C ad B ita est F ad E , ergo ( r r huius ) D ad E est ut F ad E, ac propterea
D ipsi F aequalis existit.
lnquit deinde : et si minor minorem. Simili enim ratione, ut paulo ante
diximus , si A minor est C , habebit ( 8 huius ) A ad B minorem proportio­
nem quam C ad B .

,. F C .
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

A B e

D E F
Cumque ita sit A ad B ut D ad E , et ut C ad B ita F ad E , habebit
et D ad E minorem proportionem quam F ad E . Quare { 1 0 huius } D minor
est F . Sed aliter .
Quoniam prima D ad secundam E est ut tertia A ad quartam B , tertia
vero A ad quartam B minorem habet proportionem quam quinta C ad sex­
tam B, habebit prima D ad secundam E proportionem minorem quam quinta
C ad sextam B , ut ostendimus post decimam tertiam propositionem. Rur­
sus quoniam prima F ad secundam E est ut tertia C ad quartam B; tertia
vero C ad quartam B maiorem habet proportionem quam quinta D ad sex­
tam E, prima ergo F ad secundam E { 1 3 huius } maiorem habet propor­
tionem quam quinta D ad sextam E . Unde sequitur { I O huius } D mino­
rem esse quam F. 1 1
5r Haec propositio est lemma vigesimae secundae propositionis, quae qui-
dem paulatim ducit nos ad proportionem ex aequali in analogia ordinata.
In hac propositione magnitudines esse possunt diversi generis inter se,
dummodo eiusdem generis sunt ABC inter se, deinde eiusdem generis DEF.
Non enim comparantur inter se nisi ABC , et inter se DEF. Quod idem
prorsus contingere potest in sequenti propositione .

In vigesimam primam Propositionem

Haec propositio per ea quae dieta sunt in vigesima propositione facile


intelligitur .
In demonstratione cum inquit : Quoniam enim maior est A quam C ;
supponit enim primo A maiorem esse quam C , u t in superiori demonstra­
tione quoque diximus .
Similiter in verbis : Et convertendo ut C ad B ita E ad D ; nam quoniam
supponitur B ad C ita esse ut D ad E, convertendo erit C ad B ut E ad D .
Inquit deinde Euclides : quare e t E ad F maiorem habebit proportio­
nem quam E ad D. Hanc conclusionem breviter deduxit Euclides, quam
nos simili modo , ut in praecedenti deducemus hoc pacto . Quoniam enim
v
5r prima E ad secundam F est ut 1 1 tertia A ad quartam B; tertia vero A
ad quartam B maiorem habet proportionem quam quinta C ad sextam B ;
In Quintum Euclidis Elementorum librum 237

ergo prima E ad secundam F maiorem ( I 3 huius } habet proportionem


quam quinta C ad sextam B . At vero quoniam ita est prima E ad secun­
dam D ut tertia C ad quartam B; tertia vero C ad quartam B minorem
habet proportionem quam quinta E ad sextam F; habebit igitur prima E
ad secundam D minorem proportionem quam quinta E ad sextam F, ut
ostendimus post decimam tertiam propositionem. Ex quo sequitur ( I O
huius } D maiorem esse quam F .
Praeterea inquit Euclides : similiter ostendemus e t s i A sit aequalis C ,
e t D ipsi F esse aequalem . Habebit enim A ad B ( 7 huius } proportionem
eandem, quam C ad B, et quoniam ita est E ad F ut A ad B; ut vero A
ad B ita e ad B , erit igitur ( I I huius } E ad F ut e ad B .

A B e

D E F

Rursus quoniam E ad D est ut C ad B ; C vero ad B est ut E ad F, ergo


( I I huius } et E ad nn erit ut E ad F; quare D, F inter se ( 9 huius }
sunt aequales . 1 1
'
Denique inquit Euclides : et si minor minorem . Si enim A minor fuerit 52
quam C , habebit ( 8 huius } ad B minorem proportionem quam C ad ean­
dem B .

A B e

D E F

Quoniam igitur prima E ad secundam F est ut tertia A ad quartam B ;


tertia vero A ad quartam B minorem habet proportionem quam quinta

" co". ex F.
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

C ad sextam B , ergo prima quoque E ad secundam F minorem habebit


proportionem quam quinta C ad sextam B, ut ostendimus post decimam
tertiam propositionem. At vero quia ita est prima E ad secundam D ut
tertia C ad quartam B; tertia vero C ad quartam B maiorem habet propor­
tionem quam quinta E ad sextam F, prima igitur E ad secundam D maiorem
{ r 3 huius } habet proportionem quam quinta E ad sex tam F, ac propterea
D minor est { r o huius } quam F .
Hoc vero theorema est tamquam lemma vigesimi tertij theorematis . Hoc
enim paulatim ducit nos ad proportionem ex aequali in analogia perturbata. 1 1

52V In vigesimam secundam Propositionem


Hoc theorema supponit ut magnitudines sint in analogia ordinata, demon­
strationemque efficit Euclides tribus magnitudinibus ABC , et alijs tribus
DEF, guae binae sumptae in eadem sint proportione, hoc est sint in analo­
gia ordinata, guae quidem omnia in decima nona definitione declarata sunt .
In demonstratione cum inquit : eadem quoque ratione erit ut K ad M ita
L ad M. Quoniam enim est ut B ad C , ita E ad F, et sumptae sunt ipsarum
BE aequemultiplices KL, et ipsarum CF aliae utcumque aequemultiplices
MN , erit utique { 4 huius } K ad M ut L ad N .
Praeterea, cum inquit: suntque GH ipsarnm AB aequemultiplices, et MN etc.
Nimirum erunt GH primae A et tertiae D aequemultiplices, MN vero aliae
erunt aequemultiplices secundae C et quartae F; quare ex quinta definitione
erit prima A ad secundam C ut tertia D ad quartam F, quod est ex aequali.
Magnitudines in hac propositione diversi generis esse possunt; oportet
autem ut ABC , GKM sint eiusdem generis inter se atque DEF, HLN eiu­
sdem generis inter se; comparantur enim inter se magnitudines , guae sunt
eiusdem generis , ut in demonstratione perspicuum est .
53 ' Caeterum quoniam in propositione inquit Euclides : Si sint 1 1 quotcumque
magnitudines ; demonstrationem tamen absolvit tribus tantum magnitudi­
nibus , et alijs ipsis numero aequalibus , neque enim omnes casus demon­
strare solitus est, ideo si plures fuerint magnitudines ABC G, DEFH, guae
binae sumantur, et in eadem proportione, hoc est sint in analogia ordi­
nata, ut in fine decimae nonae definitionis diximus, faciliter ostendi potest
ex aequali A ad G et D ad H in eadem esse proportione .

A B e G

D E F H
In Quintum Euclidis Elementorum librum

Nam quoniam A est ad C ut D ad F, ut Euclides hoc theoremate demon­


stravit, est vero C ad G ut F ad H; tribus igitur existentibus magnitudini­
bus ACG , alijsque ipsis numero aequalibus DFH in analogia ordinata, erit
ex hac Euclidis demonstratione ex aequali A ad G ut D ad H, et ita si
adhuc plures fuerint idem ostendetur, quod demonstrare oportebat .
Magnitudines vero ABCG eodem modo diversi generis esse possunt
quam sint magnitudines DEFH .

In vigesimam tertiam Propositionem


Quod requiratur ut magnitudines in perturbata sint analogia in vige­
sima definitione dictum est. 1 1
53v
In demonstratione vero cum inquit Euclides : sunt autem GK ipsarum
A D aequemultiplices etc . Sunt quippe G K aequemultiplices primae A et
tertiae D, et LN aliae sunt aequemultiplices secundae C et quartae F; ex
quinta igitur definitione erit prima A ad secundam C ut tertia D ad quar-
tam F, quod est quidem ex aequali .
In hac similiter ut in praecedenti diversi generis magnitudines esse pos­
sunt, dummodo ABC , GHL sint eiusdem generis ; deinde DEF, KMN eiu­
sdem generis inter se. In demonstratione enim non comparantur, nisi magni­
tudines quae sunt eiusdem generis inter se.
Quamvis autem Euclides, tam in propositione, quam in demonstratione
supponat tres tantum esse debere magnitudines, et alias ipsis numero aequa­
les, tamen si adhuc plures fuerint in analogia perturbata, ut in fine vigesi­
mae definitionis diximus, similiter ex aequali in eadem esse proportione
faciliter ostendemus .

A B e G

H D E F

Sint enim ut ibidem diximus A ad B ut E ad F , et ut B ad C ita D


ad E . Ut vero C ad G ita H ad D . Quoniam igitur ex Euclidis demonstra­
tione ita est A ad C ut D ad F; est vero C ad G ut H ad D; tribus igitur
existentibus 1 1 magnitudinibus ACG, alijsque ipsis numero aequalibus HDF 54'
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

in perturbata analogia, erit utique ex hac vigesima tertia propositione ex


aequali A ad G ut H ad F, et ita in alijs , si plures fuerint .

I n vigesimam quartam Propositionem

In demonstratione inquit Euclides : Ex aequali ut AB ad BG, ita DE ad


EH. Tres enim sunt magnitudines , AB , C, BG, et aliae ipsis numero aequa­
les et in eadem proportione in analogia ordinata DE, F, E H . Quare ex
vigesima secunda propositione ex aequali esse AB ad BG ut DE ad E H .
Similiter paulo infra inquit: Ergo e x aequali, ut A G ad C , ita erit D H
a d F . Sunt enim tres magnitudines, A G , GB, C e t aliae tres similiter in
analogia ordinata, DH, HE, F. Ex eadem vigesima secunda propositione
ex aequali est ut AG ad C, ita DH ad F .
I n hac propositione magnitudines diversi generis esse possunt, dummodo
eiusdem generis inter se sint ABG , C , deinde DEH, F eiusdem generis
inter se. Hoc namque modo inter se tantum comparantur, ut in demon­
stratione perspicuum est . 1 1
'
54 In hoc theoremate ordinem pervertisse videtur Euclides; hic enim videtur
non esse locus huius theorematis , quin hic non agitur de magnitudinibus
proportionalibus usque ad quintam et sextam magnitudinem, sed inter deci­
mum et decimum quartum collocandum erat , quandoquidem in illis tribus
de magnitudinibus proportionalibus eodem modo usque ad quintam et sex­
tam magnitudinem pertractant . Quod utique Euclides fecisse omnino cre­
dendum est si potuisset, at necessitate coactus , usque ad hunc locum hoc
theorema distulit, quam in hac demonstratione argumentari ex aequali
necesse habuit, ut in vigesimo secundo theoremate demonstravit, quare
post vigesimum secundum erat necessario collocandum . At vero inter vige­
simum secundun ac vigesimum tertium , ut efficere potuisset, hoc collo­
care noluit, ne illorum duorum theorematum ordinem perturbasset, guae
quidem ambo de aequa ratione pertractant . Locus igitur proprius hic esset,
praecipuus enim rerum mathematicarum ardo , ac presertim Euclidis est,
'
55 ut demonstrationes fiant per ea guae antea demonstrata 1 1 sunt, non autem
per ea guae sunt demonstranda. Hoc enim esset proprie ordinem perver­
tire, et ab Euclide maxime alienum .

I n vigesimam quintam Propositionem

Hoc theoremate quinto libro Euclides finem imposuit , neque prius de


hoc theoremate mentionem fecit, quamvis hoc post decimum nonum theo­
rema collocari potuisset, ut ex demonstratione patet . Quae quidem decimo
nono tantum theoremate indigebat, tamen ne eorum theorematum seriem,
In Quintum Euclidis Elementorum librum

quae de praecipuis argumentandi modis , qui de permutando, dividendo,


componendo, ac de conversione rationis, ac denique de aequa ratione, sive
ex aequali agunt, perturbaret, hucusque hoc theorema distulit; et eo magis,
quia nullum aliud huius quinti libri theorema de maioribus minoribusque
magnitudinibus in proportione existentibus hoc modo agit.
Magnitudines vero huius propositionis omnes inter se eiusdem generis
esse debent , quia primo comparantur inter se AB , CD et EF, deinde in
conclusione comparantur AB , F et C D , E quia simul coniunguntur, quod
55v
1 1 nisi essent eiusdem generis fieri non posset .
Hoc de proportionibus theoremata, quantum ad elementorum cogni­
tionem, Euclidi sufficere visa sunt , ac certe summa consilio factum. Ete­
nim caetera omnia ad huiusmodi proportiones spectantia his theoremati­
bus demonstrari poterunt .
G . (uidi) U . (baldi)

De proportione composita.
Opusculum

Inter [loca] ( praeclara rerum ) [mathematica] ( mathematicarum loca)


quae ad [multarum rerum] exprimendas proportiones , et ad conficiendas
demonstrationes apta sunt , infimum locum, qui de proportione composita
inventus est, minime obtinere videtur. Etenim si eius praestantia, eiusque
usus recte diagnoscatur, non dubito quin inter praestantiora, excellentio­
raque ab omnibus collocetur . Scimus multos tum Graecos , tum Latinos
de hoc loco verba fecisse, multaque [praeclara] in lucem prodijsse; ut pote
dignus, ut ab excellentissimis [mathematicis] ( viris ) pertractetur. Quae qui­
dem omnia in hoc brevi Opusculo discutere nostra intentio non est. Cum
praecipuus nobis scopus sit, tantum pro nostra tenuitate declarare quid
intelligendum sit per compositam proportionem, atque hoc non omnibus
modis , quibus intelligi potest proportio composita, sed tamtum in eo sensu,
quo Euclides in quinta definitione sexti libri Elementorum determinavit,
et in vigesima tertia propositione eiusdem libri demonstravit. Quid quidem
sensus ab omnibus praestantissimis mathematicis eodem modo acceptus fuisse
videtur. Quae vero ab alijs dieta sunt, nonnulla tantum obiter attingemus.
Itaque huius declarationis exordium a prae/ata quinta definitione incipiendum
est, quae ut perspicua reddatur, ex ipsiusmet verbis in primis patefacienda est;
ita tamen, ut eius expositio vigesimae tertiae propositioni iam dictae deservire
possit; ut omnia sibi consona sint. [Sed] ( Quare ) iam definitionem aggre­
diamur, quae ita se habet. 1 1

[Quinta de/initio] Sexti libri Elementorum Euclidis r'

( Defini tio quinta )

Proportio ex proportionibus componi dicitur, quando proportionum


quantitates inter se moltiplicatae aliquam efficiunt proportionem.

( ( ( In hac definitione exponenda, antequam ad veram eius expositionem


deveniamus propter eius obscuritatem paulatim incedendum est, ita ut ex
2 44 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

ijs , guae a nobis deinceps dicentur tandem ad perfectum definitionis sen­


sum pervenire valeamus . ltaque in primis ) ) ) Si proportio ex proportionibus
componi debet, oportet ut prius datae sint proportiones ex quibus oriri
debet proportio, [ita ut] ( ( ( et quoniam Euclides in plurali loquitur, compo­
sitionem fieri ex proportionibus , ideo necesse est, ut ad minus datae sint
duae proportiones , quarum unaquaequae in duobus terminis consistit, ut
in tertia definitione quinti libri Elementorum perspicuum est. Quae qui­
dem ad huius loci cognitionem satis sunt . Quare oportet ut prius ) ) ) dati
sint antecedentes, et consequentes , quibus proportiones constituuntur .
At vero quoniam definition universaliter de quantitate loquitur, prop­
terea tam numeris, quam magnitudinibus deseruire videtur. ( Quare seor­
sum in utrisque Definitio exponenda est. ) [Quare] ( ltaque ) prius in numeris
datae sint proportiones , nempe ut 7 ad 5 et 8 ad 3 , quid autem faciendum
sit, ut ex proportionibus 7 ad 5 et 8 ad 3 componi possit aliqua proportio,
inquit Euclides ut proportionum quantitates inter se multiplicentur ex qua
multiplicatione aliqua consurgat proportio .
[ltaque] ( ( ( Quoniam autem Euclides in definitione minime determinare
videtur quaenam sint quantitates, guae inter se multiplicari debeant, idcirco
multiplicatio haec ob vim verborum definitionis multis modis fieri passe
videtur, nempe ut ) ) ) multiplicetur 7 per 5 , fiatque 1 35, rursus numerus 3
multiplicans ( 8 ) efficiat 2 2 4 ; ex qua multiplicatione oriatur 3 proportio,
quam habet 3 5 ad 2 4 , guae quidem dici poterit 4 composita ex ( datis )
proportionibus 7 ad 5 , et 8 ad 3 . Deinde fieri po test multiplicatio antece­
dentium inter se et consequentium ( itidem inter s e ) , veluti multiplicetur
8 per 7, [efficiatque] ( eveniatque ) 5 6 , 5 vero per 3 , et fiat 1 5 , ex
quibus habebimus 5 proportionem 56 ad 1 5 , guae [similiter dici potest esse]
( dicitur ) composita ex ( ( ( proportionibus ) ) ) 7 ad 5 et 8 ad 3 . [Praeterea
'
2 ob vim verborum definitionis] ( Similiterque ) possumus quoque 1 1 multipli­
care 7 per 3 , et 8 per 5 , ex quibus componetur proportio 2 l ad 4 0 , ( ( ( guae
quidem dicetur quoque composita ex proportionibus 7 ad 5 , et ex 8 ad
3 . ) ) ) His namque modis semper proportionum quantitates multiplicantur,
[neque enim de/initio praecipit quaeniam sint quantitates multiplicandae] ( ut
definitio praecipit ) , guae quidem quantitates, non est necesse, ut sint pro­
portionales , definitio enim hoc [quoque] non esprimit.

1 corr. ex efficiatque.
2 corr. ex efficiatque .
3 corr. ex oritur .
4 corr. ex potest .
5 corr. ex habemus .
De proportione composita 2 45

A B C D

Parique ratione in magnitudinibus, primumque de [pkmis] ( superficiebus )


(de solidis enim in fine pertractabitur) . Datae sint proportiones A ad B ,
e t C ad D . U t vero e x proportione A ad B , e t e x proportione C ad D, com­
poni possit aliqua proportio, similiter oportet ut proportionum quantitates
inter se multiplicentur, ut ex multiplicatione consurgat aliqua proportio.
In magnitudinibus vero (cum in ipsis unitates proprie non insint) mul­
tiplicare quantitates est id, quod fit ex ipsis magnitudinibus . Ut sit rec­
tangulum E id quod fit ex A, B , quae quidem A, B sint latera ipsius E ,
( ( ( hoc est sit latus G H aequale ipsi A, sitque latus H K aequale ipsi B ) ) ) .
Deinde sit similiter F ( id ) quod fit ex C , D, quippe quae sint latera ipsius F,
[unde] (( ( ita scilicet, ut latus LM sit ipsi e , latusque MN sit ipsi D aequale, 2V

et ) ) ) proportio quam habet E ad F dici potest 1 1 composita ex proportio­


nibus, quas habent A ad C , et B 6 ad D .
Quod autem haec compositio ipsius E sit [multiplicatio] ( per multipli­
cationem) quantitatum A, B, ex prima definitione secundi libri Elementorum
patet . Nam rectangulum E dicitur contineri rectis lineis A, B , quia tanquam
ex ductu alterius in alteram consurgit quantitas, et area, hoc est superficies
rectanguli E . Quod idem dicendum est de rectangulo F, quod fit ex C , D .
Sicuti enim quadratum dicitur productum ex latere in se ducto, ita rectan­
gulum est productum ex ductu laterum, quod quidem ductum nihil aliud
significat, nisi multiplicatio quaedam; ut ex decima sexta propositione primi
libri Ioannis de Monteregio de triangulis 7 colligi quoque potest . [Deinde

6 C , et B: B, et C C .
' Ioannis Regiomontani . . . De Triangu!is p!anis et sphaericis. Basileae, per Henricurn Petti r 56 r : « Quod
sub duabus inter se datis rectis lineis continetur parallelograrnmurn rectangulurn latere non potuit ».
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

ex verbis definitionis] ( His ita se habentibus ) possumus proportionem quo­


que componere ex eo, quod fit ex A, C , et ex B, D, [veluti quoque ex A,
D et ex B, C1 ( ( ( ita ut ex A, C consurgat 0 , 8 et ex B, D eveniat P, pro­
portioque O ad P dicetur composita per proportionem A ad B, et C ad
D . Deinde alio quoque modo ex A, D fiat Q, et ex B , C fiat R, ) ) ) compo­
nendo scilicet parallelogramma, quorum quidem proportio ex [ipsis]
( proportionibus ) A ( ad ) B , et ex C ( ad ) D , composita intelligi potest .
Et quamvis omnibus his ( tribus ) modis videtur nos proportionem com­
positam intelligere passe, tamen uno dumtaxat modo hanc fieri passe com­
positionem intelligi oportet, ( eo ) nempe [in eo sensu] ( modo ) quo in pro­
positione vigesima tertia sexti libri utitur Euclides . Inquit enim in
propositione : 1 1
3' Equiangula parallelogramma inter se proportionem habent ex lateribus
composi tam .
Quae quidem est tanquam huius definitionis conversa. In ea ( enim )
demonstratione demonstrat Euclides parallelogrammum AC ad parallelo­
grammum C F , dummodo sint aequiangula, compositam habere proportio­
nem ex proportione BC ad C G , et ex ea quam habet DC ad C E .

Et in hoc casu parallelogrammum A C constat e x antecedentibus B C ,


CD, parallelogrammum vero CF constat e x consequentibus CG, C E . [Ete­
nim] ( Unde ) proportionum quantitates ita intelligendae sunt esse disposi­
tae, ( nempe ) ut antecedens sit BC, consequens CG, rursus antecedens CD,
et consequens CE, ( ( ( ut proportio accipiatur, ut fieri solet, siquidem inquit
Euclides ex proportione BC ad C G , et ex proportione DC ad CE ) ) ) .
Ex hac propositione [vigesima tertia] aperitur nobis [adhuc magis] sensus

8 Figura habet rectangula O, P, R et Q in margine.


De proportione composita 247

praefatae quintae definitionis ( ( ( ac primum proportio quae componitur per


multiplicationem quantitatum proportionum constitui debet ex anteceden­
tibus et consequentibus , veluti diximus AC constare ex antecedentibus
BC , C D ; CF vero ex consequentibus CG, C E , ut infra clarius patebit .
Deinde quoniam propositio loquitur) ) ) [Propositio enim loquitur] de omni­
bus parallelogrammis aequiangulis, quae comprehendunt rectangula, et quae
non sunt rectangula. [Unde] ( Erit ) hoc quoque modo exponenda [est] defi­
nitio, intelligendo nempe, ut ea, quae [oriuntur] ( componuntur ) ex [late­
ribus] ( quantitatibus proportionum ) possint esse rectangula, et non rec­
3v
tangula, dum l l modo sint aequiangula. Ut si AC , CF non [sunt] ( fuerint )
rectangula, [tamen] ( nihilominus ) eodem modo intelligi potest superficies
AC , CF [esse] alteram quidem ex ductu BC in C D , alteram vero ex ductu
CG in CE ( esse ) productas .
N am cum parallelogramma sint aequingula, simili modo sunt producta
secundum angulum B C D , vel GCE acutum, vel ( etiam ) obtusum, [ ( si
nempe fuerit BCD obtusum ) ] quemadmodum rectangula fiunt ex ductu late­
rum secundum angulum rectum. [Atque interpretatio haec verbis definitionis
valde consona est. Nam] ( Ex quibus apparet cur parallelogramma debent esse
aequiangula, ut scilicet eodem modo sint producta, nempe ) ( ( ( ut secun­
dum eundem angulum, vel acutum, vel rectum, vel obtusum sint consti­
tuta. Hac namque ratione parallelogrammorum proportionem ex lateribus
esse compositam inveniri potest, quod si non fuerint aequiangula omnino
fieri non posset . Observandum vero est, quod ) ) ) etsi quaelibet duo aequian­
gula parallelogramma, quae habeant latera alijs duobus ( parallelogrammis )
aequalia, alterum alteri, sive duo sint rectangula, sive minus, dummodo
quaelibet duo sint aequiangula, semper eandem inter se habebunt 9 pro­
portionem; tamen ad hoc non respicit definitio, quia sive sint, sive non
sint in eadem proportionem non curat .
Et ideo inquit , ut proportionum quantitates inter se multiplicatae ali­
quam efficiant proportionem. Nempe quaecunque ea sit, et quocunque
modo se habeat . Etenim quod ( praefata parallelogramma) semper inter se
eandem obtineant 1 0 proportionem, demonstratione indiget : ut ex eadem
vigesima tertia propositione colligi potest. Quoniam cum parallelogramma
aequiangula semper habeant proportionem ex ijsdem lateribus composi­
tam, sive sint rectangula, sive non, 1 1 eandem semper inter se proportio- 4'

nem [habebunt] ( habere necesse est ) . Hoc tamen praecipue ( hoc quoque
modo ) demonstrabitur [hoc modo] .

9 corr. ex habent .
10
eandem obtineant: obtineant eandem C, sed ordinem verborum immutavit a super eandem et
b super obtineant notando .
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

Sint rectangula ABC D , EFGH ; deinde sit parallelogrammum DKIC ,


equalia habens latera lateribus rectanguli AC , hoc est sit DK aequale DA,
etcaet . ; sitque similiter HGLM parallelogrammum cuius latera sint aequalia
lateribus rectanguli EG, ut sit HM aequale HE , etcaet. ; sed angulus MHG
sit aequalis angulo KDC , ita ut DI, HL [sint] aequiangula ( existant ) . Dico
AC ad EG ita esse, ut DI ad HL.
Producantur DK, CI usque ad AB , et CI perveniat in N ; rursusque pro­
ducatur HM, GL usque ad EF, pertingatque GL in O . Deinde a punctis
K, M ad DC, HG perpendiculares ducantur KP, MQ . Quoniam igitur trian­
gulum KDP simile est triangulo MHQ , siquidem anguli qui ad D , H sunt
aequales , velut qui ad P, Q aequales , cum sint recti; erit { 4 sexti ) utique
DK ad KP, ut HM ad MQ . Sed DK est aequalis ipsis DA et BC ; et HM
est similiter aequalis ipsis HE et FG . Erit igitur BC ad KP, ut FG ad MQ .

A B N

D
J P C

H Q G

C aeterum sit R punctum, ubi KI, BC se invicem secant , sitque simili­


ter S punctum, ubi ML, FG sese dispescunt . Erit { 3 4 primi ) utique RC
ipsi KP aequalis , et S G ipsi MQ . Quam BC ad C R erit, ut FG ad G S ;
4v u t autem 1 1 BC ad C R , ita est NC a d C I , siquidem est R I parallela ipsi
B N , quae efficit { ex 4 sexti ) triangula C B N , C RI similia; ob eandemque
causam ita est FG ad G S , ut OG ad GL, quandoquidem SL ipso FO aequi­
distat . Ergo { ex r r quinti ) erit NC ad CI, ut OG ad GL. At vero quo­
niam sicuti est NC ad C I , ita { r sexti ) est parallelogrammum ND ad DI,
et ut OG ad GL, ita parallelogrammum OG ad ipsum HL; erit { ex r r
quinti ) [ut] ( igitur ut ) ND ad DI, ita OH ad HL. Sed quoniam DN est
{ ex 3 5 primi ) aequalis AC , et HO i psi EG; erit AC ad DI ut EG ad HL.
Et permutando { 16 quinti ) parallelogrammum AC ad parallelogrammum
EG est, ut parallelogrammum DI ad parallelogrammum HL. Quod demon­
strare oportebat .
De proportione composita 2 49

Idem quoque similiter ostendetur, si AC , EG non fuerint rectangula. Sed


lineae KP, MQ ipsis B C , FG parallelae fieri debent . [De/initio igitur]
( ( ( Haec autem obiter dieta sint ut solum ostendamus praefata parallelo­
gramma eandem inter se habere proportionem, non autem ut definitionis
sensum demonstremus; cum definitiones demonstrationibus non indigeant .
Itaque definitio ) ) ) (ut dictum est) ad hanc eandem ( parallelogrammorum )
proportionem non respicit . Hanc enim demonstrationibus reliquit . Nam
ipsi satis est ut ex multiplicatione quantitatum proportionum consurgat
aliqua proportio aequiangulorum parallelogrammorum, quaecunque sit,
siquidem duo quaelibet parallelogramma inter se aliquam semper habent
proportionem. Quaenam vero sit determinata aequiangulorum parallelo­
grammorum proportio quia demonstratione indiget , Euclides hoc in prae­
fata vigesima tertia propositione demonstrat . Et hic videtur esse germa­
nus huius definitionis sensus, ( ( ( ut scilicet ex multiplicatione quantitatum
proportionum componatur proportio parallelogrammorum, quorum alte­
rum ex antecedentibus , alterum vero ex consequentibus sit constitutum,
parallelogrammaque sint quomodocunque ( ita constituta) , dummodo sint
aequiangula) ) ) ut infra quoque clarius elucescet . ( ( ( Siquidem ad perfec­
tam huius definitionis intelligentiam nonnulla sunt adhuc diligentius
consideranda ) ) ) . Alij hanc proportionis compositionem (quod viderim)
[composuere] 1 1 ita ( composuere ) , ut sint primum tres quantitates A, B , 5'

C , sitque (exempli gratia) A ad B dupla et B ad C tripla.

I
A B e

Asseruntque proportionem A ad C compositam esse ex proportionibus A


( ad ) B et B ( ad ) C . Quod etsi concedatur, non propterea hoc videtur esse
id, quod ( in hac definitione ) intelligit Euclides , quia nulla fit hoc modo
multiplicatio . Sed dicunt multiplicetur [proportio] ( demoninatores propor­
tionum, hoc est proportio ) AB in proportionem B C ; hoc est 3 per 2 ,
et quoniam efficit sex, affirmant proportionem A ad C esse sextuplam.
Quod quamvis hoc sit quoque verum, nihilominus haec non videtur esse
Euclidis intendo, qui ( proprie ) non quaerit extremorum proportionem,
non enim inquit ut ex multiplicatione proveniat extremorum proportio,
sed aliqua proportio, et ea ex multiplicatione quantitatum proportionum.
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

Sed in hac multiplicatione multiplicatio quantitatum ( proportionum ) nulla


fit ( sed proportionum ) ; quod si E uclides ex tremo rum proportionem per
multiplicationem proportionum intellexisset ; hoc utique per demonstra­
tionem invenire opus fuisset ut a nonnulli s demonstratum fuit . Qui tamen
fortasse, neque universaliter, sed in numeris tantum, ac de proportioni­
bus solum rationalibus ostenderunt; in demonstrationibusque extremorum
proportionem per ea, quae in septimo libro [ ( vel nono ) ] ab Euclide demon-
5' strata sunt invenerunt 1 1 quod quidem huicce definitioni sexti libri con­
venire ullo pacto concedi passe videtur. [Neque enim, credendum est Eucli­
des huius definitionis sensum et explicationem] ( ( ( Inusitatum enim imo
absurdum est definitonem demonstrare . Etenim ea quae demonstrari pos­
sunt inter definitones collocari non debent, neque enim Euclides excelen­
tissimus, mathematicorumque praeceptor eximius ea, quae demonstratione
indigent, inter definitiones collocasset, ac multo minus si huius definitionis
demonstrationem ) ) ) ab ijs , quae in [septimo libro ( nonoque) ] ( ( ( sequen­
tibus libris ) ) ) demonstravit, pendere voluisset . Hoc quippe in mathemati­
cis inusitatum, praecipueque in elementis inconveniens esset . Siquidem
hac ratione pulcherrimum ordinem, quo Euclides maxime commendatur,
quique in hisce elementis summopere attendendus est, pervertere cogere­
mur, quo nihil absurdius . Sed adhuc clarius hanc non esse mentem Eucli­
dis facile ostendetur; si ( ex modo loquendi et ) quomodo [hanc] compositio­
nem assumpsit 11 [demonstrandam] in vigesima tertia propositione praefata
consideremus . Neque enim utitur Euclides hac compositione in tribus ter­
minis, sed in quatuor cum duabus proportionibus . lnquit enim parallelo­
grammum AC ad parallelogrammum CF compositam proportionem habere
ex BC ( ad ) CG et ex DC ( ad ) C E , qui quidem sunt quatuor termini
duas proportiones comprehendentes .

K L M �---� F

1 1 co". ex sumpsit .
De proportione composita

Neque obstat quod Euclides coniungat duas proportiones quatuor late­


rum in tribus terminis, dum inquit : fiat { 1 2 sexti } K ad L ut BC ad CG, et
L ad M, ut DC ad CE; unde sequitur K ad M proportionem habere [ex ipsis
lateribus] compositam ( ex K ad L et ex L ad M ) . I l Quod quamvis hoc 6'
verum sit, non propterea haec proportio [K ad M] ( trium terminorum )
est ea quam ( in definitione ) quaerit Euclides . Quia proportio K ad M
non oritur eo modo ( ( ( (quod utique oh huius loci interpretationem sum­
mopere observandum est) ) ) ) ut definitio iubet . Etenim, ut inveniatur pro­
portio K ad M nulla prorsus fit multiplicatio, neque terminorum, neque
proportionum, cum non multiplicentur termini B C , CG, neque DC , CE
neque multiplicetur proportio K ad L cum proportione L ad M (ut supra
ostendimus) [ut inveniatur quaenam sit proportio K ad M, ut alij volunt; quam
quidem proportionem K ad M Euclides in hac vigesimatertia absque ulla mul­
tiplicatione invenit ex aequali esse eam quam habet AC ad CF. ut infra quoque
perspicuum fiat. Quare] ( [Haec igitur interpretatio verbis huius quintae defi­
nitionis nullo modo convenire potest. Praeterea] ) . ( Praeterea) proportio ipsa­
rum K, L, M nil aliud est, nisi constituere duas proportiones, quae sunt
in quatuor terminis B C , CG et D C , C E , in tribus K, L, M, ( ( ( ut ex ver-
bis demonstrationis patet, dum Euclides inquit proportiones igitur ipsius
K ad L, et L ad M eaedem 12 sunt, quae proportiones laterum, videlicet
BC ad CG et DC ad C E , quae quidem ita constituta sunt ) ) ) ut possit
Euclides in demonstratione pro medio uti proportione K ad M ad osten­
dendum aequiangula parallelogramma proportionem habere ex lateribus
compositam, quae quidem in demostratione est ultima conclusio. Eucli­
des enim hoc utitur syllogismo, scilicet K ad M proportionem habet com­
positam ex lateribus BC ( ad ) CG, et DC ( ad ) C E , sed parallelogramma
AC , CF proportionem habent, quam K ad M; ergo parallelogramma AC ,
CF proportionem habent compositam ex lateribus BC ( ad ) CG, et DC
( ad ) CE. Maior ex constructione manifesta est; minor vero in demonstra­
tione probatur hoc modo. [Nam] Cum ( enim ) sit I l K ad L, ut BC ad CG, 6v
et ut BC ad C G , ita { r sexti } parallelogrammum AC ad parallelogram­
mum DG; erit igitur { r r quinti } K ad L ut AC ad DG. Rursus quoniam L
ad M est, ut DC ad C E , et ut DC ad C E , ita est { r sexti } parallelogram­
mum DG ad ipsum CF; erit ergo L ad M { r r quinti } ut DG ad CF, quare
in eadem proportione sunt K, L, M, ut AC , DG, C F . Ergo ex aequali { 2 2
quinti } K ad M est, ut parallelogrammum AC ad parallelogrammum CF.
Ex quibus ( ( ( sequitur conclusio, nempe AC ad C F compositam habere
proportione ex lateribus BC ad CG et ex DC ad C E , neque enim in con­
clusione colligit Euclides AC ad CF compositam habere proportionem ex

12 aeedem C .
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

K ad L et ex L ad M, sed eam, guae ex lateribus BC ad C G et ex DC ad CE


componitur . Unde ) ) ) perspicuum est Euclidem guatuor uti terminis, dua­
busgue tantum proportionibus ab ipsis terminatis, guod secundum aliorum
interpretationem fortasse nunguam fieri poterit. E tenim cum in guatuor
terminis proportionem componunt, in ipsis tres intelligunt proportiones ,
u t i n guatuor A, B , C , D inest proportio , guam habet A ad B , e t e a guam
habet B ad C , et guam habet C ad D .

A B C D

Ex guibus colligunt proportionem extremorum A, D ( ( ( esse compositam


ex proportione A ad B , et ex proportione B ad C , et [ex] proportione C
ad D ) ) ) . Similitergue inter A, D plures [quoque] adhuc constituunt termi­
nos medios, ut inter primum et ultimum proportionem inveniant . Quod
guamvis hoc quoque sit secundum ( guemdam) comunem usum mathema­
ticorum proportionem componere, ( ( ( veluti quogue ipsemet Euclides in
demonstratione praefatae propositionis dixit ) ) ) , hoc tamen ( non ) est id,
quod definitio docet, guae ( guidem ) (ut diximus) ( proprie ) non quaerit,
quomodo se habeant extremitates , sed quomodo fiat aliqua proportio 1 1
7' ex proportionibus per multiplicationem quantitatum ( proportionum ) .
Inquit enim Euclides : ut proportionum quantitates inter se multiplicentur;
quod intelligendum est, ut multiplicentur termini, guibus proportiones con­
stituuntur,13 qui sunt proprie quantitates proportionum. Non enim inquit,
ut multiplicentur proportiones, sed quantitates proportionum. ( Hoc est
quantitates, guae proportiones constituunt . )
Praeterea nulli dubbium est, hanc definitionem tam de numeris, quam
de magnitudinibus loqui, ut diximus . At vero quia Euclides eam colloca­
vit in sexto libro, ubi nondum facta mentio de numeris, ideo videtur acco­
modandam esse potius magnitudinibus quam numeris . Tamen fere omnes
eam numeris interpretantur, et quamvis magnitudines in medium afferant,
eas tamen ac si essent numeri accipiunt ( ( ( et per multiplicationem propor­
tionum (ut in numeris diximus) extremarum proportio ostendunt ) ) ) . Quo­
modo autem in tribus magnitudinibus , sive quatuor, sive pluribus , ut ipsis
proponunt, inveniatur proportio inter primam, et ultimam, seclusis numeris,

1 3 proportiones constituuntur : constituuntur proportiones C, sed ordinem verborum immutavit


a super proportiones et b super constituuntur notando .
De proportione composita 253

non docent . [Quamvis, ut dictum est, Euclides hanc extremorum proportio­


nem non perquiret, siquidem] ( Quod quidem ostendere necesse esset, siqui­
dem haec definitio magnitudinibus absque numeris procul dubio compe­
tit, ut diximus ) .
( ( ( At vero in tribus magnitudinibus A, B , C , quomodo per denominato-
res proportio A ad B per proportionem B ad C multiplicari potest ita ut
proportio A ad C proveniat? Quod si fuerint quatuor magnitudines A, B ,
C , D idem esset faciendum tribus magnitudinibus A , B , C , tribusque A,
C, D , ex quibus proportionem A ad D compositam est ex A ad B, et ex B
ad C , et ex C ad D invenire poterimus, ut in numeris ab omnibus fit . Quae
quidem omnia, etsi magnitudinibus absque numeris fieri possent, demo­
strationibus tamen id esset sequendum, quippe quae definitionibus nullo
modo convenire possunt , ut antea ostendimus. Quare haec sunt omnino
ommittenda, cum praesertim ) ) ) EucJ_ides in definitione, et in vigesi­
matertia propositione, ( absque numeris) duas tantum [quaerit] ( constituat )
proportiones, quae quidem habere debent quatuor terminos, ex quibus com­
poni debet aliqua proportio [et non dixit: ex quibus oriantur plures propor­
tiones, ut ex ipsis tandem perveniatur ad ultimam extremorum. Quare in his] .
( ltaque in definitione ) quaeritur 1 1 aliqua proportio, quae componatur 7v
ex duabus proportionibus, ita ut unaquaeque duos terminos possideat invi­
cem seiunctos ab alijs duobus . Quod si fuerint datae ( duae ) proportiones
in tribus terminis, oportet terminum medium gerere vicem duorum termi­
norum, ut A, B, C .

A
1B 1 C

[His cognitis exquisitius adhuc definitionem hanc intelligere oportet. Nam]


Intentio ( enim ) Euclidis est ex hac definitione posse colligere proportio­
nem quorumcumque parallelogrammorum, dummodo sint aequiangula.
Sicuti enim ex quarta eiusdem sexti libri definitione, quae determinat quo­
modo accipienda sit altitudo, Euclides in prima propositione invenit paral­
lelogramma eandem altitudinem habentia inter se se habere, ut eorum bases;
veluti quoque, ut ex secunda eiusdem sexti definitione, quae ostendit quo­
modo accipiendae sunt reciprocae figurae , in decima quarta propositione
demonstrat aequiangula parallelogramma, quando circa aequales angulos
habent antecedentes , et consequentes, qui sibi invicem ex contraria parte
respondeant, esse inter se aequalia; et quemadmodum ex prima eiusdem
libri definitione , quae docet, quaenam sint similes figurae, et ex decima
254 Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

definitione quinti libri, quae determinat, quid sit duplam habere propor­
tionem, in vigesima sexti libri propositione colligit similia polygona, quae
8' similia quoque comprehendunt 1 1 parall elogramma, in dupla proportione
se habere laterum homologorum; ita et universalius ex hac quinta defini­
tione cognita, quae docet, quomodo sit accipienda proportionis composi­
tio, quamvis parallelogramma non sint similia, quamvis non sint reciproca,
quamvis eandem altitudinem non habeant, dummodo sint tantummodo
aequiangula, in vigesimatertia propositione Euclides invenit, quaenam sit
eorum proportio; quae quidem exprimitur per proportionem ex lateribus
compositam. Parallelogrammum enim AC ad CF ( fig • r } 14 proportionem
habet eam, quae componitur ex lateribus BC ad CG et ex DC ad C E . Ex
quibus facillimum est invenire proportionem in duobus tantum terminis .
Exponatm.: enim quantitas K ad libitum, deinde fiat K ad L, ut BC ad
C G ; fiatque L ad M ut DC ad C E , perspicuum est ex eadem vigesimater­
tia, et ut antea ostendimus , proportionem AC ad CF esse, ut K ad M,
et observandum est idem esse si dicamus parallelogrammum AC ad ipsum
CF proportionem habere compositam ex BC ( ad ) CG et ex DC ( ad ) C E ;
veluti ( parallelogrammum ) A C ad ( ipsum ) CF ita esse, u t K ad M . Utro­
que enim modo exprimitur parallelogrammorum proportio . Sicuti enim in
vigesima propositione eiusdem sexti libri, cum dicitur, similia polygona
inter se duplam habere proportionem, quam latus homologum ad homolo­
gum latus, exprimitur ( similium ) polygonorum proportio; ita si lateribus
gv homologis tertia inveniatur linea proportionalis , ita ut sint tres 1 1 termini
in continua proportione; idem est dicere [vel] similia polygona inter se
duplam proportionem habent laterum homologorum, ( vel ) similia poly­
gona inter se proportionem habere quam primus terminus ad tertium ter­
minum, ut in prefatae propositionis corollarijs constat; 15 utroque enim
modo in his quoque exprimitur eadem proportio .
C aeterum [ ( adhuc scrupulus remanere videtur] ) ] ( ( ( illud obstare vide­
tur ) ) ) , quod in demonstratione [Euclidis dictae vigesimaetertiae] ( praefatae
propositionis ) per proportiones K ad L, et L ad M prius invenitur paralle­
logrammorum AC , CF proportio, quam in lateribus , ideo videtur quintam
hanc definitionem prius intelligendam esse in tribus terminis consistere,
quam in quatuor [ut diximus]; tamen si has proportiones intimius conside­
remus perspicuum erit proportionem K ad L, et proportionem L ad M oriri
ex proportionibus laterum BC ( ad ) C G , et DC ( ad ) C E , ita ut nisi prius
data fuerint latera, impossibile esset hoc modo parallelogrammorum AC ,

14Vide fig. pag. 2 5 0 .


15 Auctor scripsit similia . . . homologorum post corollarijs constar, sed postea ordinem verborum
immutavit apponendo numeros 2-6.
De proportione composita 255

CF proportionem invenire ex proportione K ad M. [Et autem assumere volue­


rimus proportionem] ( Et observandum est Euclidem in praefata demonstra­
tione invenire proportionem parallelogr ammorum) ( ( ( esse quidem, ut K ad
M, sed non propterea dixit proportionem parallelogrammorum composi­
tam esse ex K ad L, et ex L ad M, sed compositam esse ex BC ad C G ,
et e x DC a d C E . Praeterea e x eadem demonstratione [constat] ( dixit
Euclides ) K ad M compositam habere proportionem ex quatuor lateribus
BC ad C G , et DC ad C E , et non e contra. Cum igitur de proportione
composita huius definitionis agitur, semper in quatuor terminis consistere
intelligenda est, nam compositio , quae in tribus terminis simpliciter fieri
potest, ut ) ) ) ( proportio ) K ad M ( ( ( primum ) ) ) absque lateribus [passe]
componi ( potest ) , sumpto quovis termine medio L, [est utique verum] ut
in demonstrationibus nonnumquam [usitatur; sed ad Euclidis demonstratio­
nem hoc nihil pertinere videtur, siquidem] ( fieri contingit ) ; potestque 16 L
esse maior, et minor ad libitum. lnsuperque eadem proportio K ad M com­
poni potest ex duobus quibuscumque terminis intermedijs , ac non solum ex
duobus, verum etiam, ex tribus , ex viginti, ex mille , ita ut in infinitis modis
1 1 possit hoc modo proportio K ad M componi, ut omnes fatentur. At vero 9,
si hoc recte perpendamus, improprie forsitan haec dicitur compositio; nihil
enim componitur. Nam [quando] ( si ) prius dati 17 fuerint ( termini) K, M
( ( ( quoniam) ) ) inter K, M unus vel plures termini assumi possunt; [tandem­
que] ( ideo ) ex proportione K ad L et L ad M nihil aliud infertur, nisi iam
propositam proportionem terminorum K, M tunc componi ex proportione
K ad L et ex proportione L ad M. [Preterea] ( ( ( Sed ad Euclidis demonstra­
tionem hoc nihil pertinere videtur. Quod quamvis in eadem demonstra­
tione dicat Euclides proportionem K ad M componi ex K ad L et ex L
ad M , ) ) ) proportio ( tamen ) K ad M [(ere nunquam invenitur ex multi­
plicatione proportionis K ad L in proportionem L ad M, ita ut ex hac multiplica­
tione inveniatur proportio extremorum K, M, ut omnes hanc compositionem
demonstrare nituntur hoc modo; quae quidem multiplicatio proportionum ad
praefatam definitionem nihil pertinet, ut antea diximus.] ( in hac demonstra­
tione non invenitur ex multiplicatione quantitatum proportionum, neque
ex multiplicatione proportionis K ad L in proportionem L ad M, ut antea
quoque diximus ) . Haec enim cognitio ( multiplicationis proportionis K ad
L in proportionem L ad M) ad inferendam proportionem K ad M non
est necessaria. Quoniam sufficit, ut dicatur proportionem K ad M com­
poni ex K ad L, et ex L ad M. Ill a tio enim haec (ut ita dicam) [est] ( videtur
esse aliquando ) voluntaria, ( aliquando autem necessaria ) ; quia tunc volu­
mus , vel quia tunc expedit nobis constituere inter K et M terminum L,

16 corr.ex potest .
17 datae C .
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

vel plures, si oportuerit [qui tamen compositionis modus in demonstrationi­


bus ad multa invenienda conducit, atque utilis est. Quare componere hoc modo
proportionem trium vel plurium terminorum ad Euclidis definitionem minime
pertinere videtur. Cum praesertim]. ( Caeterum) absque [K L M] ( cognitionem
proportionis K ad M ) invenire quoque possumus proportionem [ipsorum]
9 '' paralle 1 1 logrammorum AC , CF componi ex lateribus . Nam inter AC , C F
sumere possumus terminum medium DG ( qui non ad libitum, sed e x late­
ribus oritur ) , quo quidem breviter estendi potest AC ad CF proportio­
nem habere compositam ex BC ( ad ) C G , et ex DC ( ad ) C E , ut ab alijs
quoque demonstratum fuit, ( hoc ) nempe ( modo . ) Quoniam AC ad DG
est, ut [ r sexti } BC ad C G , deinde DG ad CF est, ut DC ad C E , propor­
tio autem AC ad CF componitur ex AC ( ad ) DG et ex DG ( ad ) C F ;
ergo A C a d C F compositam proportionem habet e x BC ( ad ) C G , e t ex
DC ( ad) C E . At ob eandem causam proportionem ex tribus terminis AC ,
DG, CF compositam ad definitionem de qua nunc sermo est, minime per­
tinere existimandum est, quia nulla fiat multiplicatio [neque compositio],
guae quidem tantum pro medio in demonstratione deservit; ut possumus
concludere AC ad CF proportionem habere compositam ex BC ( ad ) C G ,
e t e x DC ( ad ) C E . Quando autem K, L, M oriuntur [ut antea] e x B C
( ad ) CG, e t e x D C ( ad ) C E , tunc rectius proportio K ad M aliquo modo
dici potest composita [ex BC, CG, et ex DC, CE], quia ex lateribus eodem
modo inter se semper ( se ) habentibus ortum ducit, ( quod ) quamvis per
multiplicationem (ut definitio praecipit) non oriatur; tamen aliquid compo­
nitur, nempe proportio K ad M. Unde perspicuum est proportionem com­
positam proprie esse eam, cuius in sexto libro Euclides definitionem tradi­
dit, quia per multiplicationem terminorum componitur aliquid. Constituuntur
enim parallelogramma aequiangula, oriturque simul eorum proportio, ( guae
10' in 2 3 • propositione ostendit ) . Compositio 1 1 enim illa rationis, de qua in
definitionibus [ def. r 5 } quinti libri Elementorum fit mentio, ad rem nostram
nihil pertinere videtur, quia nihil aliud efficit, nisi tantum aggregare termi­
nos . Itaque cum de parallelogrammis agitur, si quando sunt tres termini
[dicatur] ( asserere voluerimus ) AC ad CF [determinatam] compositionem
habere ex K ( ad ) L et ex L ( ad ) M, haec utique determinata proportio
non oritur proprie ex ipsis tribus terminis K, L, M, sed ex BC ( ad ) C G
e t DC ( ad ) C E , quia facta fuit proportio K ad L, u t BC a d CG, e t L
ad M, ut DC ad C E . Ex quibus perspicuum est in ipsis dumtaxat tribus
terminis hoc modo sumptis, nempe absque cognitione proportionum BC
( ad ) CG, et DC ( ad ) C E , non passe ullo modo determinare proportio­
nem parallelogrammorum. Quod tamen recte fieri potest ex proportione
laterum absque cognitione K, L, M ( ( ( neque enim ex K, L, M, inveniri
possunt latera BC , CG, DC, CE, sed ex lateribus oriuntur K, L, M, ) ) ) quia
De proportione composita 25 7

[ex] ( in ) ipsis ( lateribus ) semper [exprimitur] ( inest ) proportio determi­


nata. Siquidem ipsius BC ad CG semper est eadem proportio, veluti DC
ad C E . Si enim recte perpendamus verba propositionis vigesimae tertiae,
perspicuum erit, Euclides nil aliud, nisi aequiangulorum parallelogrammo-
rum proportionem determinare voluisse. Inquit enim aequiangula paralle­
logramma inter se proportionem habent. Haec verba sunt manifesta, nempe
quod Euclides vult determinae proportionem, quam habent inter se paral­
lelogramma aequiangula . Ita ut expresse dici possit, quaenam sit eorum
proportio determinata; quam quidem proportionem inquit esse eam, quae
ex lateribus componitur. Cum itaque dicimus AC ad CF proportionem I l
habere compositam ex BC ( ad ) C G , et ex DC ( ad ) C E ; nil aliud signifi- rov
catur, nisi quod explicatur, quae sit proportio inter AC , et C F . Nonnun­
quam vero erit oportunum [invenire] duas proportiones in quatuor termi-
nis B C , CG et DC, CE existentes , in tribus K, L, M ( invenire ) ut antea
factum est, [(quam etiam nonnunquam assequi poterit numeris per multipli­
cationem proportionum, ut /ere omnes docent) ut si oportuerit parallelogram­
morum proportio, quae in proportione composita quatuor laterum B C, CG,
DC, CE reperitur, distincte magis ostendatur in duabus, nempe K, M, veluti
in vigesima sexti libri propositione eiusque corollarijs, si duobus homologis
lateribus similium rectilinearum figurarum tertius inveniatur terminus propor­
tionalis, harum figurarum proportio, quae est in dupla proportione laterum
homologorum, similiter distincte ostendi potest in duobus terminis, primo nempe
ac tertio. Quod quidem numeris quoque fieri poterit.] ( ( ( ut proportio K ad
M ostendat proportionem parallelogrammorum AC , CF, sed hoc est quid
posterius, hoc enim ex datis lateribus invenitur . Itaque quoniam (ut dic-
tum est) ex huius definitionis cognitione Euclides in vigesima tertia pro­
positione demonstrat parallelogrammorum aequiangulorum proportionem
ex lateribus componi, propterea quemadmodum in definitione accipiun-
tur quantitates proportionum, ita et in propositione vigesima tertia accipi
quoque debent latera parallelogrammorum, ut scilicet eo modo quo in defi­
nitione exponuntur proportiones, ita similiter in propositione laterum pro­
portiones accipiantur, u t definitio cum propositione conveniat . ) ) )
[Itaque] ( C aeterum ulterius progrediendo, ) summopere advertendum
est, quomodo facienda sit haec multiplicatio quatuor quantitatum propor­
tionum.

A B C D
Guidi Ubaldi e Marchionibus Montis

Etenim supra diximus , quando exponuntur quatuor quantitates, ut


A, B , C , D , ( videtur ) nos oh vim verborum definitionis passe paralle ­
logramma constituere ex AB , et CD, vel ex AC , BD, vel etiam ex AD,
BC; videtur enim hoc esse voluntarium, nihil enim prohibet, quin prout
I I libuerit, quaecumque parallelogramma aequiangul a ex quatuor I l quanti­
'
tatibus quamodocumque sumptis constituere possimus . Res tamen aliter
se habet, nam proprium huius definitionis est ( ut ) parallelogrammum [com­
ponere] ( componatur) ex antecedentibus AC , et consequentibus BD, [veluti
in superiori Euclidis] ( ut in altera ) figura sint quatuor termini, ut antea
diximus , dispositi, ( nempe ) ut ( proportione datae sint ) BC ( ad ) C G ,
e t DC ( ad ) C E . Hoc namque modo parallelogrammum A C componitur
ex antecedentibus BC, DC , parallelogrammum vero CF componitur ex con­
sequentibus C G , C E .

F K L M

Ex hoc enim Euclides in vigesimatertia propos1t10ne demonstrat


( aequiangulum ) parallelogrammum, ( unum quidem) ex antecedentibus
B C , CD compositum, ad parallelogrammum ex consequentibus C G , GE
constitutum, proportionem habere compositam ( ex datis proportionibus ,
hoc est , ) e x B C a d C G , e t e x DC a d C E . [Ideo] ( Et ) hic proprius huius
definitionis usus esse videtur; quandoquidem mathematici omnes hoc uno
dumtaxat modo hanc proportionem componunt, neque unquam aliter eam
assumunt, cuius nulla alia est causa, nisi quia cognoverunt proportionem
compositam nunquam aliter se habere, quod recte consideranti perspicuum
I I V esse potest. Nam si intellexerimus quatuor quantitates esse hoc ordine
dispositas , ut B C , C D , C G , C E , ex quibus prioribus BC , CD constitua­
tur 1 1 parallelogrammum AC , ex posterioribus vero C G , CE parallelogram­
mum CF; tunc si dicimus AC ad CE habere proportionem compositam
De proportion