Sei sulla pagina 1di 1

13/5/2020 L'educazione civica dei filosofi

L'educazione civica dei filosofi

Coloro che sono usciti dalla caverna – prosegue Socrate – non vorrebbero mai tornare sottoterra e per
questo occorre indurli a farlo. Glaucone ripete una obiezione che era già stata fatta: in questo modo, i
filosofi sono trattati ingiustamente, perché vengono fatti tornare nella caverna quando stanno meglio
fuori.

Socrate gli risponde ripetendo che il suo nomos non è finalizzato al godimento di un benessere speciale
da parte di un gruppo, ma della intera (hole) polis: a questo scopo, i cittadini devono essere
armonizzati con la persuasione o con la forza, e i vantaggi di alcuni devono essere ripartiti fra tutti
(519e-520a).

Nell’ottima polis, sarà possibile ricorrere a un argomento solido per convincere i filosofi a occuparsi di
politica: essi non sono diventati tali da soli, ma, eccezionalmente, la loro educazione filosofica è stata
promossa e favorita dalla città, nei cui confronti hanno un debito di gratitudine. Per questo, a turno,
devono ridiscendere nel mondo tenebroso della caverna. Una volta riabituatisi all’oscurità, essi
discerneranno con più chiarezza le immagini che vi appaiono, per aver visto altrove il vero sul bello, il
buono e il giusto. Così, la città sarà governata dai desti e non in sogno, 54 come avviene ora. La città
meglio governata è quella i cui reggitori hanno meno voglia di dedicarsi al governo e meno interesse
privato per il potere (520b ss.).

È stato notato che il modello di paidéia presentato nella seconda parte della Repubblica, a partire dal
VII libro, viola il principio della giustizia come divisione del lavoro per almeno due motivi. In primo
luogo, fra i filosofi, che riescono aliberarsi e ad uscire dalla caverna, e tutti gli altri, non esiste una
distinzione funzionale: può diventare filosofo chiunque ne abbia il coraggio e la capacità. I filosofi sono
una minoranza, ma solo per la difficoltà della loro scelta. In secondo luogo, sembra bizzarro pretendere
che un contemplativo, come il filosofo che si è liberato dalla caverna, debba poi dedicarsi alla politica –
a meno di non intendere la città non come una comunità politica, bensì come una comunità filosofica.
Fra l’educazione mitica fondata sulla mousiké, teorizzata nella prima parte, e la paidéia della seconda
parte c’è una evidente discontinuità, che ha fatto pensare o che Platone non proponga un progetto
politico coerente, o che, in una delle due parti, non faccia sul serio.

L’ermeneutica del primato del punto di vista esterno propone una soluzione non esoterista di questo
problema: il progetto della prima parte della Repubblica è da intendersi come un progetto parziale e
storicamente collocato, che ben difficilmente potrebbe essere esportato al di fuori dell’esperienza della
città antica. La paidéia della seconda parte mette in luce le condizioni di possibilità che sono
esternamente alla base di un qualsiasi progetto filosofico-politico. Queste condizioni hanno a che vedere
con la pubblicità e la trasparenza della conoscenza e sono preliminari e prioritarie, anche qualora
facciano cadere in contraddizione il progetto politico, nella sua parzialità e collocazione storica. La
politica della conoscenza è preliminare alla conoscenza della politica: nessuna struttura politica, per
quanto perfettamente progettata, può esaurire in sé la comunità della conoscenza. La contraddizione fra
la politica e la politica della conoscenza è, in questo senso, strutturale: ma, se è vero che nessuno vuole
essere indottrinato, la prevalenza della politica della conoscenza e del punto di vista esterno può
spiegare lo slittamento del testo platonico verso la filosofia.

https://btfp.sp.unipi.it/dida/resp/ar01s36.xhtml 1/1