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13/5/2020 Il secondo libro: la sfida di Glaucone

Il mito dell'anello di Gige

Per illustrare la sua tesi, Glaucone racconta il mito dell’anello di Gige, un pastore della Lidia, in Asia
minore, che lavorava alle dipendenze del sovrano locale. Un giorno, un nubifragio accompagnato da un
terremoto aprì una voragine nel terreno dove il pastore pascolava il suo gregge. In questa voragine,
Gige trovò un cadavere di enormi proporzioni, con un anello al dito. Impadronitosi dell’anello, Gige si
rese conto per caso che, se ne girava il castone dalla parte interna della mano, diventava invisibile, e
tornava visibile girandolo di nuovo verso l’esterno. Riuscì a diventare un messaggero del re e sfruttando
l’invisibilità garantitagli dall’anello, gli sedusse la moglie e col suo aiuto lo assalì, lo uccise, e si
impadronì del suo potere. Se due anelli di questo tipo, commenta Glaucone, venissero dati a una
persona giusta e a una ingiusta, entrambe, essendo al riparo dalla vista e quindi dalla punizione degli
altri, ne approfitterebbero per comportarsi secondo i loro capricci, «come un dio fra gli uomini». Questo
dimostra che si è giusti solo se si è costretti, e privatamente tutti giudicano più vantaggiosa l’ingiustizia,
piuttosto che la giustizia (359c ss.).

Glaucone usa il mito dell’anello di Gige – rielaborando profondamente la versione di Erodoto (I, 8-12) –
per illustrare le conseguenze etiche del suo contrattualismo: se l’unico motivo per essere giusti è dato
dalle convenzioni sociali, allora ha senso comportarsi giustamente soltanto in pubblico, quando non
abbiamo la forza di farne a meno. Il mito non soltanto sopprime la condizione di validità della morale
tradizionale, basata sulla reputazione, ma vieta anche di costruire qualsiasi modello di giustizia civile e
personale che faccia riferimento, anche in minima parte, al controllo e alla contrattazione sociale. Un
invisibile può comportarsi secondo giustizia solo se crede personalmente, nella sua autonomia, che la
giustizia sia, di per sé, la scelta migliore. L’invisibilità lo libera dalla necessità di contrattare una giustizia
politica diversa dalla sua giustizia personale: l’unica giustizia politica possibile, a questa condizione, è
quella identica alla giustizia personale. L’unico potere politico possibile è quello che riposa
esclusivamente sul consenso intellettuale e morale dei cittadini. Reciprocamente, una giustizia degli
invisibili deve essere costruita in modo tale da rinunciare ad ogni forma di controllo che presupponga
l’eteronomia dei suoi soggetti.

Al problema della giustizia degli invisibili, cioè di e per soggetti morali liberi e autonomi, è strettamente
connesso il problema del controllo della conoscenza. Gige, come suddito, con il suo anello può dominare
l’informazione su di sé e può accedere a luoghi e conoscenze che, se guardato a vista, gli sarebbero
precluse. Per questo, il potere costituito – se fondato sul controllo della conoscenza – lo sentirà
necessariamente come un pericolo e cercherà di limitare e di criminalizzare i portatori di anelli,
soprattutto se li distribuiscono ad altri. L’anello di Gige, se è posseduto dai governati, propone la sfida di
edificare una giustizia accettabile in una situazione in cui le istituzioni politiche non controllano la
conoscenza. D’altra parte, Gige, divenuto re, ottiene e conserva la sua carica solo perché controlla
l’informazione su di sé ed è in grado di accedere ad informazioni precluse agli altri: il suo anello, se
posseduto esclusivamente da chi governa, è una garanzia di controllo monopolistico o oligopolistico
della conoscenza, e dunque di potere.

Il racconto esemplare di Glaucone propone il problema generale della preferibilità della giustizia
indipendentemente dal controllo sociale. La questione, pertanto, è posta dal lato dei governati e non da
quello dei governanti: nella realtà quotidiana, la giustizia può affidarsi al controllo sociale perché la
conoscenza è distribuita e controllata in modo incompleto e disuguale, ma che giustizia sarebbe
possibile se la conoscenza fosse distribuita e controllata in modo completo e uguale, cioè se tutti
avessero un anello di Gige al dito? Se una persona giusta e una persona ingiusta potessero fare tutto
quello che vogliono, senza controllo, entrambi cercherebbero di pleonektéin (soverchiarsi) a vicenda,
perché kata physin, secondo natura, questo è il bene, e solo il nomos, cioè la convenzione o la legge,
costringe a rispettare l’uguaglianza.

Infatti in privato ogni uomo pensa che l’ingiustizia sia molto più utile della giustizia, e a ragione,
come direbbe chi facesse un simile discorso: perché se qualcuno, venuto in possesso di una tale
facoltà, non volesse mai fare ingiustizia né arraffare cose altrui, a quelli che se ne accorgessero
sembrerebbe disgraziatissimo e dissennatissimo, anche se lo loderebbero dinanzi agli altri,
ingannandosi a vicenda per paura di subire ingiustizia (360c-d).

Nel mondo di Glaucone c’è una sfera privata fatta di sopraffazione e disordine, e una sfera pubblica
fondata su timore ed insincerità. La divaricazione fra pubblico e privato è dovuta anche ad una
differente libertà della conoscenza: quello che si dice e si pensa in privato si tiene per sé, e in pubblico il
flusso di quello che si sa e si pensa è tenuto sotto controllo per paura. Una giustizia fondata sulla paura
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13/5/2020 Il secondo libro: la sfida di Glaucone

e sul controllo della conoscenza tiene insieme la sregolatezza della vita privata e la sorveglianza della
sfera pubblica. La sfera pubblica, oltre ad essere il luogo della sorveglianza, è anche il luogo della
manipolazione: se abbiamo i mezzi per farlo, ci conviene essere ingiusti e farsi passare per giusti,
piuttosto che essere giusti ma avere la reputazione di ingiusti (361b ss.).

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