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Letteratura di viaggio

La letteratura di viaggio è un genere letterario che si occupa del viaggio, delle


motivazioni e dei processi del viaggiare. Bisogna però distinguere il caso in cui il
tema del viaggio si trova accanto ad altri temi in opere di genere molto diverso tra
loro (epica, novella, romanzo…), da quello in cui ha un ruolo determinante, tanto da
diventare il principio strutturante dell’azione narrativa. In quest’ultimo caso esso
condiziona il genere stesso e fa sì che si possa parlare propriamente di “letteratura di
viaggio”, in riferimento a opere che ruotano intorno a viaggi di esplorazione, di
conquista, di studio o di formazione. Verranno qui prese brevemente in esame due
esempi di tale letteratura di natura differente: le Argonautiche di Apollonio Rodio che
tratta il viaggio in maniera fantastica secondo lo stile dell’epica e l’Iter Brundisinum
di Orazio che si presenta più come la memoria o il diario di un viaggio.

Le Argonautiche di Apollonio Rodio è il racconto di viaggio meglio conosciuto del


mondo antico. Secondo il poeta, Giasone e gli eroi che lo accompagnano salpano da
Pagase, il porto di Iolco in Tessaglia, e raggiungono la Colchide seguendo un
percorso che li condurrà passati Lemno e la Samotracia, attraverso l’Ellesponto e il
Bosforo fino alle coste meridionali del Mar Nero. Importanti punti di riferimento
geografici come porti, promontori e isole sono inclusi nel resoconto.

νῆα δ᾽ ἐπικρατέως Ἄργου ὑποθημοσύνῃσιν

ἔζωσαν πάμπρωτον ἐυστρεφεῖ ἔνδοθεν ὅπλῳ

τεινάμενοι ἑκάτερθεν, ἵν᾽ εὖ ἀραροίατο γόμφοις

δούρατα καὶ ῥοθίοιο βίην ἔχοι ἀντιόωσαν.

σκάπτον δ᾽ αἶψα κατ᾽ εὖρος ὅσον περιβάλλετο χῶρον,

ἠδὲ κατὰ πρῴραν εἴσω ἁλὸς ὁσσάτιόν περ


ἑλκομένη χείρεσσιν ἐπιδραμέεσθαι ἔμελλεν.

αἰεὶ δὲ προτέρω χθαμαλώτερον ἐξελάχαινον

στείρης, ἐν δ᾽ ὁλκῷ ξεστὰς στορέσαντο φάλαγγας:

τὴν δὲ κατάντη κλῖναν ἐπὶ πρώτῃσι φάλαγξιν,

ὥς κεν ὀλισθαίνουσα δι᾽ αὐτάων φορέοιτο.

ὕψι δ᾽ ἄρ᾽ ἔνθα καὶ ἔνθα μεταστρέψαντες ἐρετμὰ

πήχυιον προύχοντα περὶ σκαλμοῖσιν ἔδησαν (Libro I, vv.367-379)

“Poi, su consiglio di Argo, per prima cosa legarono

[solidamente la nave

dentro, con una fune intrecciata, tesa da ambo le parti,

così che restassero ben commesse le travi inchiodate

e potesse resistere all'assalto del mare.

Subito poi scavarono il suolo per una larghezza

pari alla nave, lungo tutto il percorso

dalla prora al mare, che doveva percorrere a forza di braccia; procedendo scavavano
sempre più nel profondo

al di sotto della carena, e nel canale disposero

tronchi rotondi, politi, e verso i primi inclinarono

Argo in avanti, perché scivolasse al di sopra di essi.

Poi rivoltarono in alto i remi, dall'una e dall’altra parte e li legarono con scalmi

In maniera che sporgessero soltanto d’un cubito.”


Nella scena del varo della nave Argo c’è tutto lo stile di Apollonio Rodio: precisione
nei particolari ma interesse incentrato sulle linee di forza delle azioni, estrema cura
nel delineare i rapporti di causa ed effetto, volontà di mettere a nudo il meccanismo
originario che presiede allo svolgimento dei fatti, indicazione delle varie fasi di
ciascun evento così come si succedono nel tempo, asciuttezza narrativa che nasce da
una mentalità scientifica tipica della poesia alessandrina, rifiuto per ogni
abbellimento che non sia funzionale al dispiegarsi del racconto stesso. Tutto ciò si
ritroverà anche in seguito: la descrizione dell’amore di Medea o quella dell’agguato
ad Assirto non nascono da un impegno narrativo o da una tensione artistica differenti
da quelli che hanno prodotto questo passo relativo al varo della nave.

Di ben altro tenore il racconto di viaggio di Orazio, che invece di un periplo come Le
Argonautiche, descrive sotto forma di satira il racconto divertente di un viaggio
(dunque, un carme di tipo odeporico) da Roma a Brindisi, che Orazio fece in
compagnia di Mecenate e di qualche altro amico nel 37 a.C. Esso è modellato
sull'iter Siculum di Lucilio, dove l’autore descrive il viaggio effettuato tra il 119 e il
116 a.C., motivato dalla volontà di fare un sopralluogo dei poderi detenuti dal poeta
in Sicilia. Il viaggio di Orazio venne fatto per ragioni diplomatiche, al fine di
comporre i dissensi tra i due principali capi politici del periodo, Ottaviano e Antonio;
inoltre il percorso è descritto come una “odissea” terrestre (a piedi e a cavallo) in
chiave comica, durata una quindicina di giorni. I versi sono esametri, come in
Apollonio.

Egressum magna me accepit Aricia Roma

hospitio modico; rhetor comes Heliodorus,

Graecorum longe doctissimus; inde Forum Appi


differtum nautis cauponibus atque malignis.

Hoc iter ignavi divisimus, altius ac nos

praecinctis unum: minus est gravis Appia tardis. (vv.1-6)

“Uscito dalla grande Roma, m'accolse ad Ariccia una modesta locanda; m'era
compagno il retore Eliodoro, senza confronti il più dotto dei greci: di lì a Forappio,
brulicante di barcaioli e di osti malandrini. Noi, sfaticati, dividemmo in due questa
tappa, che per gente più svelta è una sola; ma l'Appia è meno faticosa a chi la prende
comoda.”

Magna è qui attributo di Roma, in iperbato. Aricia è qui accostato volutamente a


Roma per contrasto, come evidenziato anche dall’enjambement. A partire dal Forum
Appi, corrispondente al moderno villaggio di San Donato, incominciava la palude
pontina, attraversata da un argine e da un canale, navigabile con barche piatte.
Vengono inseriti subito interventi in prima persona che riportano il lettore
all’ambiente in cui visse il poeta.

Una situazione di rottura della dimensione temporale e di intervento diretto sull’opera


si riscontra, ad esempio, anche in Apollonio Rodio in quei casi in cui l’autore ricerca
sopravvivenze del mito nel presente, esattamente come faceva quasi negli stessi anni
Callimaco nei suoi Aitia.

αὐτίκα δ᾽ ἠερίη πολυλήιος αἶα Πελασγῶν

δύετο, Πηλιάδας δὲ παρεξήμειβον ἐρίπνας

αἰὲν ἐπιπροθέοντες: ἔδυνε δὲ Σηπιὰς ἄκρη,

φαίνετο δ᾽ εἰναλίη Σκίαθος, φαίνοντο δ᾽ ἄπωθεν


Πειρεσιαὶ Μάγνησά θ᾽ ὑπεύδιος ἠπείροιο

ἀκτὴ καὶ τύμβος Δολοπήιος: ἔνθ᾽ ἄρα τοίγε

ἑσπέριοι ἀνέμοιο παλιμπνοίῃσιν ἔκελσαν,

καί μιν κυδαίνοντες ὑπὸ κνέφας ἔντομα μήλων

κεῖαν, ὀρινομένης ἁλὸς οἴδματι: διπλόα δ᾽ ἀκταῖς

ἤματ᾽ ἐλινύεσκον: ἀτὰρ τριτάτῳ προέηκαν

νῆα, τανυσσάμενοι περιώσιον ὑψόθι λαῖφος.

τὴν δ᾽ ἀκτὴν Ἀφέτας Ἀργοῦς ἔτι κικλήσκουσιν. (Libro I, vv.580-592)

“Ben presto si dileguò nella nebbia la fertile terra pelasga,

gli eroi costeggiarono le scogliere del Pelio,

sempre correndo in avanti: svanl il promontorio Sepiade,

comparve sul mare Sciato, comparvero in lontananza Piresia e nel sereno

le rive magnesie e la tomba di Dolope. Qui, verso sera, sbarcarono per il vento
contrario, e nella notte gli resero onore bruciando carni di pecora;

il mare, gonfio, infuriava. Restarono fermi due giorni su quella spiaggia; al terzo
misero in mare la nave, levando in alto la sua grandissima vela.

Quella spiaggia si chiama ancor oggi Afete, e cioè ["partenza" di Argo.”

I primi luoghi costeggiati da Argo sono narrati in maniera piuttosto veloce: la terra
pelasga indica una delle regioni della Tessaglia, su cui si tramanda avesse regnato
Pelasgo, eroe eponimo del mitico popolo, il capo Sepiade è la punta sud-est nella
penisola della Magnesia (come anche la città di Piresia), al largo della quale si trova
l’isola di Sciato. Anche l’episodio della tomba di Dolope è narrato in modo assai
sintetico e serve ad introdurre l’aition di chiusura. Frequentissimi nel poema, questi
excursus sono narrazioni di antefatti mitici che spiegano l’origine della
toponomastica, di usanze cultuali e rituali e di testimonianze architettoniche
contemporanee al poeta. Attraverso gli aitia, collocati alla fine delle sequenze
narrative, si attua nelle Argonautiche una contaminazione tra il presente della vicenda
(la saga degli Argonauti), il passato del mito (gli aitia, appunto) e la contemporaneità
storica.

Anche il viaggio di Orazio prosegue attraverso una successione di località arricchite


in mezzo da simpatiche notazioni personali e su personaggi locali.

Milia tum pransi tria repimus atque subimus

inpositum saxis late candentibus Anxur.

Huc venturus erat Maecenas optimus atque

Cocceius, missi magnis de rebus uterque

legati, aversos soliti conponere amicos.

Hic oculis ego nigra meis collyria lippus

inlinere. Interea Maecenas advenit atque

Cocceius Capitoque simul Fonteius, ad unguem

factus homo, Antoni, non ut magis alter, amicus.

Fundos Aufidio Lusco praetore libenter

linquimus, insani ridentes praemia scribae,

praetextam et latum clavum prunaeque vatillum.

In Mamurrarum lassi deinde urbe manemus,


Murena praebente domum, Capitone culinam. (vv.24-37)

“Dopo colazione, ci arrampichiamo per tre miglia fin sotto alle pendici di Anxur,
arroccata su rupi che biancheggaino lontano. Lì, con Cocceio, doveva raggiungerci il
mio buon Mecenate, ambasciatori entrambi di affari importanti e abituati ormai a
rabbonire gli amici in discordia. Stavo, per la congiuntivite, ungendomi gli occhi con
il collirio nero, quando giungono Mecenate, Cocceio e insieme a loro Fonteio
Capitone, uomo di grande cortesia e amico di Antonio quant'altri mai.

Con sollievo lasciamo Fondi, dov'è pretore Aufidio Lusco, ridendo delle insegne di
quello scribacchino matto: pretesta, laticlavio ed il braciere acceso. Affaticati
pernottiamo a Formia, la città di Mamurra; Murena ci offre l'alloggio, Capitone la
cena.”

Pare che Orazio, anziché l’abitato di Terracina, voglia indicare questo tempio, i cui
ruderi di spettacolosa grandezza e bianchezza sono visibili di lontano. Qui incontrano
Lucio Cocceio Nerva, giureconsulto e seguace di Ottaviano. Notare l’espressione
aversos…amicos in chiave quasi ossimorica per indicare i due triumviri più
importanti. L’espressione ad unguem del verso 32 deriva dalla consuetudine degli
scultori di passare l’unghia sulle loro opere per rilevarne qualche imperfezione. Al
verso 33 non ut è anastrofe per ut non magis alter: sottinteso sit.

Il gruppo poi si sposta a Formia, piccola prefettura, dal soggiorno poco piacevole,
dove il pretore urbano aveva mandato il vanitoso scriba Aufidio Losco, il quale, per
darsi importanza dinanzi agli eccezionali visitatori, aveva indossate le insegne proprie
del pretore: la praetextam era la toga ornata propria dei magistrati curuli e dei
senatori, ma il cui uso era stato esteso anche ai magistrati di municipi e colonie. Al
verso 38 abbiamo il termine culinam, ovvero, per metonimia, la cena. L’ospitalità
viene ripartita dunque in maniera simmetrica: alloggio presso un sostenitore di
Ottaviano, vitto presso quello di Antonio.

Durante il suo passaggio a Canosa, Orazio da, a modo suo, un riferimento mitologico:

Nam Canusi lapidosus, aquae non ditior urna:

qui locus a forti Diomede est conditus olim. (vv.91-82)

“Perché a Canosa, località fondata un tempo dal forte Diomede, oltre a mancar
l'acqua, il pane è di pietra”

Interessante notare che il viaggio non è scelto dagli Argonauti ma è subìto solo per
realizzare una richiesta di Pelia, che a sua volta non ha veramente a cuore il vello
d’oro, ma spera che in un’impresa così dura Giasone possa trovare la morte e venga
così scongiurata la realizzazione della profezia che vuole lo stesso Pelia ucciso dal
figlio di Esone (Giasone appunto): il viaggio non ha quindi senso in sé né per chi lo
compie né per chi lo impone, e non sarà difficile in questo cogliere una metafora
esistenziale che ben raffigura la condizione dell’uomo dell’ellenismo, ormai non più
arbitro del proprio destino ma ininfluente pedina di un gioco più grande di lui.

Ἀρχόμενος σέο Φοῖβε παλαιγενέων κλέα φωτῶν

μνήσομαι οἳ Πόντοιο κατὰ στόμα καὶ διὰ πέτρας

Κυανέας βασιλῆος ἐφημοσύνῃ Πελίαο

χρύσειον μετὰ κῶας ἐύζυγον ἤλασαν Ἀργώ.


Τοίην γὰρ Πελίης φάτιν ἔκλυεν, ὥς μιν ὀπίσσω

μοῖρα μένει στυγερή, τοῦδ’ ἀνέρος ὅντιν’ ἴδοιτο

δημόθεν οἰοπέδιλον ὑπ’ ἐννεσίῃσι δαμῆναι·

δηρὸν δ’ οὐ μετέπειτα τεὴν κατὰ βάξιν Ἰήσων,

χειμερίοιο ῥέεθρα κιὼν διὰ ποσσὶν Ἀναύρου,

ἄλλο μὲν ἐξεσάωσεν ὑπ’ ἰλύος ἄλλο δ’ ἔνερθεν (Libro I, vv-1-10)

“Da te sia l’inizio, Febo, a che io ricordi le gesta degli eroi antichi che attraverso le
bocche del Ponto e le rupi Cianee, eseguendo i comandi di Pelia, guidarono al vello
d’oro Argo, la solida nave. Il re Pelia aveva appreso un oracolo, che l’aspettava una
sorte atroce in futuro: chi tra i suoi sudditi avesse visto venire calzato di un solo
sandalo, quello con le sue trame gli avrebbe dato la morte. Non molto tempo dopo,
secondo il tuo oracolo, Giasone, mentre guadava d’inverno l’Anauro, trasse in salvo
dal fango.”

L’uso in sede proemiale di ἄρχομαι con il genitivo è stilema innografico di uso


consolidato. L’invocazione ad Apollo, anziché alle Muse, costituisce un’infrazione
alla norma epica, che trova la sua giustificazione nel ruolo di assoluta centralità che il
dio assume nel corso del poema. Κλέα φωτῶν costituisce un esempio di variazione
rispetto a espressioni omeriche (es. Iliade IX 189: ἄειδε κλέα ἀνδρῶν «canta degli
eroi»). Le rupi Cianee (ovvero “Scure”) erano isole rocciose, poste all’imboccatura
del Bosforo, dette anche Simplegadi, “Cozzanti” (verbo συμπλήσσω). Secondo la
leggenda, esse cozzavano le une contro le altre, stritolando le imbarcazioni che vi si
fossero avventurate. Il motivo del viaggio è l’oracolo al verso 5: il termine φάτις
(dalla radice φα- di φημί) è qui impiegato nel senso di «voce che interpreta il volere
divino, oracolo», un’accezione estranea all’uso omerico, che si riscontra a partire dai
tragici.
Apollonio, comunque, fa riferimento anche alle Muse in diverse parti dell’opera
perché lo “assistano” nel suo canto. Orazio, durante un convito in Campania, chiama
a sua volta la Musa per dare un’intonazione epica (in maniera ironica) all’occasione
festiva.

Hinc nos Coccei recipit plenissima villa,

quae super est Caudi cauponas. Nunc mihi paucis

Sarmenti scurrae pugnam Messique Cicirri,

Musa, velim memores et quo patre natus uterque

contulerit litis. Messi clarum genus Osci;

Sarmenti domina exstat: ab his maioribus orti

ad pugnam venere. Prior Sarmentus "Equi te

esse feri similem dico". ridemus, et ipse

Messius "Accipio", caput et movet. "O tua cornu

ni foret exsecto frons", inquit, "quid faceres, cum

sic mutilus minitaris?" at illi foeda cicatrix

saetosam laevi frontem turpaverat oris. (vv.50-61)

“Più avanti ci accoglie, provviste di ogni cosa, la villa di Cocceio, subito sopra le
osterie di Caudio. Ora vorrei, Musa, che tu mi ricordassi brevemente la rissa di
Messio Cicirro con quel buffone di Sarmento, da quale padre siano nati e come
vennero a lite. La gloriosa stirpe di Messio sono gli osci e di Sarmento vive ancora la
padrona: discesi da tali antenati, vennero a contesa. "Io dico", comincia Sarmento,
"che tu assomigli a un cavallo selvaggio". Ridiamo, e Messio a sua volta:
"L'ammetto", e scuote la testa. "Cosa faresti," dice l'altro, "se non t'avessero reciso
dalla fronte il corno, visto che pur mutilato minacci?" E per la verità una brutta
cicatrice gli deturpava in mezzo ai peli della fronte la parte sinistra del viso.”

Si svolge, per diletto dei convitati, una specie di Atellana, genere drammatico di
probabile derivazione osca, fra il liberto Sarmento al séguito di Mecenate e un colono
del luogo Messio Cicirro, forse al servizio di Cocceio.

οἳ δή τοι γραπτῦς πατέρων ἕθεν εἰρύονται,

κύρβιας, οἷς ἔνι πᾶσαι ὁδοὶ καὶ πείρατ᾽ ἔασιν

ὑγρῆς τε τραφερῆς τε πέριξ ἐπινισσομένοισιν. (Libro IV, vv.279-281)

“Essi conservano le tavole incise dai loro padri, sulle quali sono indicati i confini e
tutte le vie di terra e di mare per chi compie l’intero giro del mondo”

Gli Argonauti proseguono il loro percorso aiutati sia dall’indovino Fineo (2.317-407)
che li fornisce per così dire di una « mappa orale», sia grazie ad un’iscrizione, il cui
resoconto è fornito dalla nave Argo (4.256 ss.). Notevole qui anche il riferimento
(πέριξ ἐπινισσομένοισιν) a quelli che i Greci chiamavano periploi che riflette lo
sviluppo del viaggio marittimo dopo il periodo di Alessandro Magno. Infatti, sebbene
siano noti periploi più antichi, solo alla fine del IV secolo a.C. essi divennero
realmente popolari. Il contesto narrativo, il pericoloso nostos degli Argonauti, offre
ad Apollonio Rodio l’opportunità di integrare nella sua epica, e di evidenziarla
poeticamente, una considerevole quantità di nozioni geografiche circa l’oikumene.
Anche qui il materiale geografico è organizzato secondo le linee di un periplo o nei
termini di una cartografia quasi a volo d’uccello (vv. 541 ss.). Ogni scelta di rotta ed
ogni cambio di percorso viene chiaramente giustificato.

τίς χθὼν εὔχεται ἥδε; πόθι ξυνέωσαν ἄελλαι

ἡμέας; αἴθ᾽ ἔτλημεν, ἀφειδέες οὐλομένοιο

δείματος, αὐτὰ κέλευθα διαμπερὲς ὁρμηθῆναι

πετράων. ἦ τ᾽ ἂν καὶ ὑπὲρ Διὸς αἶσαν ἰοῦσιν

βέλτερον ἦν μέγα δή τι μενοινώοντας ὀλέσθαι. (Libro IV, 1251-1255)

“Che terra è mai questa? (lett. Questa terra, che terra si vanta d’essere) Dove ci ha
scagliato la bufera? Avremmo dovuto ripercorrere il cammino dell’andata attraverso
le rupi, scacciando la maledetta paura: se anche fossimo andati contro Zeus meglio
sarebbe stato per noi morire tentando qualcosa di grande!”

Qui il rimpianto degli Argonauti diventa eccezionalmente nostalgia della dimensione


eroica, ricalcando il tema omerico del rischio onorevole da preferire a una sofferenza
ingloriosa. La descrizione della fascia costiera del deserto libico, articolata in
notazioni dell’autore e commenti dei personaggi per un’estensione di circa quaranta
versi, sottolinea la squallida inerzia a cui sono sottoposti gli eroi e si caratterizza allo
stesso tempo per una straordinaria esattezza.

κεν ἐπισμυγερῶς διὰ δὴ πάλαι ἥδ᾽ ἐκεάσθη

νηῦς ἱερὴ χέρσου πολλὸν πρόσω: ἀλλά μιν αὐτὴ

πλημμυρὶς ἐκ πόντοιο μεταχθονίην ἐκόμισσεν.


νῦν δ᾽ ἡ μὲν πέλαγόσδε μετέσσυται, οἰόθι δ᾽ ἅλμη

ἄπλοος εἰλεῖται, γαίης ὕπερ ὅσσον ἔχουσα.

τούνεκ᾽ ἐγὼ πᾶσαν μὲν ἀπ᾽ ἐλπίδα φημὶ κεκόφθαι

ναυτιλίης νόστου τε. (Libro IV, vv.1267-1273)

“Da un pezzo la sacra nave si sarebbe miseramente infranta molto all’interno, nella
terraferma, se la marea sollevandola non l’avesse portata qui. Ora però il mare si
ritira lasciando solo una schiuma non navigabile, che a stento copre la terra.”

In questo caso gli eroi appaiono piegati non da un ostacolo che oltrepassa le ordinarie
forze della natura, ma proprio da un’insidia connessa con la normale navigazione di
tutti i tempi. Anche in assenza di mostri immani e di prove artificiose il mondo
riserva già di per sé pericoli tremendi per chi pretende di percorrere tutte le sue vie:
questo è un tratto ben riconoscibile all’interno della grecità ellenistica.

Gli ostacoli geografici sono affrontati alla sua maniera anche da Orazio.

Incipit ex illo montis Apulia notos

ostentare mihi, quos torret Atabulus et quos

nunquam erepsemus, nisi nos vicina Trivici

villa recepisset lacrimoso non sine fumo,

udos cum foliis ramos urente camino. (vv. 77-81)


“A quel punto cominciano a mostrarsi i monti a me ben noti dell'Apulia, che sono
bruciati dallo scirocco e che mai noi avremmo valicati, se non ci avesse ospitato un
casale vicino a Trevico e tutto pieno di fumo da farci lacrimare, perché il focolare
bruciava ramaglie umide e foglie”.

Ex illo indica l’uscita da Benevento e poi prosegue con la notazione geografica dei
monti Apuli e dello scirocco, vento proveniente dall’Africa, che prevale nella Puglia.

Ma c’è anche un caso che merita di essere riportato in cui Apollonio commenta con
una certa ironia e umana comprensione il naturale bisogno sessuale degli Argonauti,
vero e proprio oggetto di desiderio delle donne di Lemno. (I, 849-852):

καὶ δ’ αὐτοὺς ξεινοῦσθαι ἐπὶ σφεὰ δώματ’ ἄγεσκον, ῥηιδίως· Κύπρις γὰρ ἐπὶ γλυκὺν
ἵμερον ὦρσεν, Ἡφαίστοιο χάριν πολυμήτιος, ὄφρα κεν αὖτις ναίηται μετόπισθεν
ἀκήρατος ἀνδράσι Λῆμνος. (Libro I, vv.849-852)

E non fu difficile per le donne portarseli a casa come ospiti! Cipride aveva destato in
loro un dolce desiderio per compiacere l’ingegnoso Efesto, affinché in seguito
Lemno, di nuovo integra, fosse ancora abitata da uomini.

A cui fa eco il poeta latino:

Hic ego mendacem stultissimus usque puellam

ad mediam noctem exspecto; somnus tamen aufert

intentum veneri; tum inmundo somnia visu

nocturnam vestem maculant ventremque supinum.


“Lì sono tanto sciocco da aspettare sino a mezzanotte una ragazza bugiarda; poi il
sonno mi coglie assorto nelle voglie d'amore e le visioni lascive di un sogno mi fanno
bagnare supino la tunica da notte e il ventre.”