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GILBERTO
FANFONI
Gilberto Fanfoni prima
ancora di dare sfogo alla sua
passione cinefila frequentando la
Facoltà di Medicina Veterinaria ha
avuto cani di diverse razze.
Il primo fu un bouledogue francese, di cui si
accattivò la simpatia giocando nella sua infanzia, Ha poi
posseduto ed allevato cani di razze diverse: dai fox
terrier, agli alani, ai pastori tedeschi, ai welsh corgi, ai
dalmati.
Ebbe la fortuna di svolgere decine di assistentati con
Maestri della Cinofilia ufficiale come il dr. Barbieri, il
Conte Brasavola, il mitico Giulio Colombo, il conte
Gatto, il dr. Gorrieri, la N.D. Grondona de Gresti, il prof.
Solaro, tanto per citarne alcuni.
Il colpo magico di fortuna l’ha avuto nascendo
nipote del Cav. Angelo Tavazzani che non ha proprio
potuto fare a meno di aiutarlo a sviluppare la latente
passione cinefila.
Si ritrovò ad essere il più giovane Giudice dell’Ente
Nazionale della Cinofilia Italiana. Non accettò
supinamente i metodi addestrativi a quel tempo in voga
ed in collaborazione con il dr. Claudio Bussadori e
Vittorino Meneghetti, fondò la scuola di pensiero tutta
italiana che diffuse “l’addestramento naturale” del quale
oggi tutti discutono, ma che allora fu una continua serie
di contrasti con l’apparato burocratico della cinofilia
europea.
Come Giudice divenne noto ed officiò in quasi tutta
Europa anche in manifestazioni a livello mondiale, fino al
giorno in cui ebbe un contrasto più violento degli altri con
l’apparato e si chiuse nel suo pensatoio. Per diversi anni
fu Membro fattivo del Comitato prove dell’ENCI per le
razze d’utilità e per le razze da caccia in tana. Fu Vice
presidente della Società Amatori del Pastore tedesco
(S.A.S.) con la responsabilità dell’intero settore
addestramento che trasformò presto in “settore carattere”.
Nella sua qualità di selezionatore della squadra
italiana per i Campionati europei del pastore tedesco, ha
rappresentato più volte l’Italia nei Congressi
internazionali. Ha sviluppato molte teorie sullo studio del
comportamento del cane domestico, anche in contrasto
con opinioni qualificate.
Divenuto un profondo conoscitore dell’impiego del
cane nell’ambito della Protezione civile rivestì diversi
incarichi nelle organizzazioni specialistiche. È stato
Consulente tecnico del Corpo Nazionale di Soccorso
alpino per i cani da valanga; docente di psicologia canina
ai corsi di preparazione delle Unità cinefile da scovo in
macerie sia alla Scuola di Trento che a quella di Milano;
ed ancora Consulente e Docente alla Scuola di
formazione delle Unità cinefile di Ser-rada per i cani da
ricerca in superficie e Giudice delle prove di abilitazione
per entrambe le specialità. È stato Membro fin dagli
esordi della Accademia delle Scienze e Tecnologie della
protezione civile del Centro Studi e Ricerche “G. Natta”.
È morto nel 1999 alla vigilia dei suoi settant’anni e del III
millennio a cui lascia le sue idee.
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COLLANA DI CINOTECNIA
DIRETTA DAL DOTT. FRANCO BONETTI

Coordinatore della collana:


Danilo Giorgio
SECONDA EDIZIONE
2011

Associazione Culturale
Editrice San Giorgio
Via Nazario Sauro, 1/2°
40121 Bologna
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GILBERTO FANFONI
GIUSEPPE MONTELEONE

PSICOLOGIA
DEL CANE
IL COMPORTAMENTO DEL CANE DOMESTICO

EDITRICE SAN
GIORGIO BOLOGNA
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A mia figlia Erika

G.F.
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Ringraziamenti

Devo all’Esimio Dottor FRANCO BONETTI, noto ed apprezzato Cinologo,


il suggerimento di mettere per iscritto tutte le esperienze accumulate in oltre
quarant’anni di frequentazione dei campi di lavoro nel diversi settori della
cinofilia attiva. Il Dottor Bonetti ha trovato gli argomenti giusti per farmi
superare l’innata pigrizia e quindi, senza il suo stimolo, questo volume non
sarebbe mai esistito.

Un amichevole e sentito grazie al caro Amico DANILO GIORGIO, notissimo


Giudice, per i suggerimenti fornitimi in corso d’opera e per lo sprone che è stato
capace di darmi, coinvolgendomi inoltre nelle lezioni sulla psicologia canina
svolte presso la facoltà di Veterinaria dell’Università di Teramo.

Infine un grazie particolare ed affettuoso al Professor GIUSEPPE


MONTELEONE per l’attenzione prestata allo sviluppo della presente opera, per
le ricerche effettuate per mio incarico, per i preziosi consigli e per la totale
revisione dei testi.

Gilberto Fanfoni
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Presentazione

Gilberto Fanfoni è stato nella seconda metà del secolo scorso uno dei
Giudici di Prove di lavoro per cani di utilità fra i più preparati ed apprezzati.
Mi sono spesso trovato a. giudicare con Lui e nelle pause serali delle
manifestazioni, spesso conversando insieme, potei scoprire con sorpresa e
ammirazione la Sua rara conoscenza di una materia assai poco diffusa: la
psicologia del cane.
Ebbi molto da imparare da Lui e sarei stato interessato ad approfondire
ancora numerosi aspetti di questa disciplina se Fanfoni, per motivi strettamente
personali, non avesse deciso di eclissarsi dal mondo della cinofilia per diversi
anni.
Poi improvvisamente venne a trovarmi a Bologna e mi presentò un suo libro
appena edito dal titolo “Un cane entra in casa. Istruzioni per l’uso”
Poco tempo dopo ci rincontrammo e in questa occasione, pur
complimentandomi con lui per il libro decisamente divulgativo che avevo nel
frattempo letto, non potei esimermi dal dichiarargli che con le Sue cognizioni di
psicologia animale, avrebbe dovuto impegnarsi in un’opera più importante e
significativa.
Sul momento rimase perplesso, non volle esprimersi, ma non molto tempo
dopo mi informò di aver accolto il mio invito e di essersi messo al lavoro per
realizzarlo.
Passò un periodo di tempo non breve; successivamente appresi che il libro
era stato scritto e che gli argomenti trattati erano stati utilizzati con successo nel
corso di lezioni tenutesi con Danilo Giorgio presso la Facoltà di Veterinaria
dell’Università di Teramo, lezioni d’avanguardia, volute dal Prof. Zaghini
dell’Università di Bologna e Teramo, ma purtroppo, nel frattempo, Gilberto
Fanfoni ci lasciava senza aver potuto vedere stampato il Suo libro.
Solo oggi L’Editrice San Giorgio mi lui fatto la gradita sorpresa di
presentarmi la prima bozza dell’opera, pregandomi di scriverne una
presentazione.
Ho accolto con piacere l’invito e dopo aver letto questo libro con molta
attenzione e soprattutto con grande interesse, mi sento di concludere che trattasi
di un’opera importante, di notevole valore tecnico, ricca di citazioni desunte da
importanti scritti di specialisti del settore, svolta con rigore scientifico e al
tempo stesso con un linguaggio semplice e sciolto, che ne facilita la
comprensione.
Mi sento perciò di raccomandarne la lettura ai Giudici, ai Medici
Veterinari, agli Allevatori e Cinofili perché sono convinto che consentirà a tutti
di arricchire le proprie conoscenze personali approfondendo un tema di cui fino
ad oggi troppo poco si è scritto e divulgato.
Dr Franco Bonetti
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Precisazione

Chiunque si occupi attivamente di cinofilia, ed in particolare dei problemi


caratteriali del cane d’allevamento o domestico, viene a contatto con un
linguaggio che è proprio del mondo scientifico, ma non tutti afferrano appieno il
significato dei termini usati e naturalmente, accade sempre più frequentemente
d’assistere a discorsi fra “tecnici” che non riescono a trovare il bandolo della
matassa a causa dei termini mal mutuati che usano.
Nel linguaggio cinofilo troviamo definizioni confluite dalla psicologia
umana, da quell’animale e dall’etologia intesa in senso stretto, il che rende ancor
più difficile la soluzione del problema.
In questo volume saranno quindi adottati termini specifici della psicologia
canina senza indulgere a sfoggio d’inutili assorbimenti da altre scienze applicate.
Salvo casi nei quali vi può essere confusione fra due termini simili od
equivalenti, è usato sempre il più comune, con l’intento d’essere in ogni modo
rispettosi della necessità di farsi comprendere anche da chi non abbia una
preparazione universitaria.
In ogni caso si precisa che il maschile “proprietario” è usato per brevità, ma
si può e si deve riferire anche alla proprietaria. Il “capogruppo” non sempre e
non necessariamente è il capofamiglia, maschio o femmina che sia, ma quella
persona del gruppo che il cane domestico riconosce come tale.
Gilberto Fanfoni & Giuseppe Monteleone
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Premessa

L’abbandono sulla pubblica strada di cani domestici è diventato, da alcuni


anni, un fenomeno tanto frequente da dover essere considerato con una certa
apprensione, da chiunque, anche da un normale automobilista poiché un cane
investito potrebbe procurare seri danni a sé e ad altri. Questa pratica è oggi
contrastata e punita dalla Legge, ma il numero dei soggetti abbandonati sembra
crescere ugualmente.
Quest’assurda abitudine fu adottata inizialmente da chi, dovendo partire per
le vacanze e non sapendo come risolvere in maniera economica il “fastidio” del
cane e del nonno, lasciò il nonno stesso in qualche “ricovero” ed abbandonò il
cosiddetto amico dell’uomo per strada.
Un fatto di pessimo costume, ma limitato fino agli ultimi anni, ad un solo
periodo stagionale. Oggi purtroppo non solo la pratica dell’abbandono cresce in
frequenza, ma copre l’intero arco dell’anno, perché oltre al motivo vacanze se ne
è aggiunto uno ancor meno controllabile: si tratta di abbandonare il cane che crea
dei problemi per la convivenza in famiglia o con i vicini. La causa prima del
fenomeno è, con certezza, l’estrema faciloneria con la quale s’acquista un cane.
L’acquisto del cane è solitamente deciso senza tener conto delle conseguenze
a medio e lungo termine, che esso comporta, sia perché il cucciolo fa bella
mostra di sé in qualche vetrina, sia perché regalarlo è di moda, sia perché occorre
soddisfare il capriccio dei bambini. Il cucciolo cresce e le spese per il suo
mantenimento, per le cure e per l’addestramento aumentano di pari passo, e
solitamente il bilancio familiare è decisamente insufficiente. In casa porta un
certo scompiglio, perché spesso resta affidato per diverse ore, proprio all’unica
persona che non era d’accordo sull’acquisto del cane: s’instaura quella che è
definita la classica “sindrome della suocera”. In genere questo familiare ha già
diverse altre incombenze e se ne vede aggiungere una che non gli è gradita, ma
che l’impegna sempre più. Questa persona sopporta il cucciolo fin che può, ma
poi fa sentire le sue doglianze, ed incominciano le discussioni. Nessuno in
famiglia è preparato alla bisogna e così il cane diventa un peso, del quale
s’incomincia a pensare di sbarazzarsi alla prima favorevole occasione.
Il cane, crescendo, riesce in qualche maniera ad ergersi come capobranco
all’interno della famiglia, o quantomeno tenta di farlo: ecco che il
comportamento che assume è sbrigativamente definito come “stupido” e
s’aggiunge così un motivo in più per disfarsene.
Talvolta anche i tecnici cui si rivolgono i neo proprietari per aiuto, non sono
all’altezza della necessità: solo da pochissimo tempo il Medico veterinario ha
nozioni sul normale comportamento del cane domestico. Qualche volta è
impreparato di fronte ai problemi del cane che esce da questa normalità. Gli
addestratori, che potrebbero essere fonte di aiuto, sono portati a considerare il
cane solo come oggetto di lavoro per un corso d’addestramento che prepara a
carriere specifiche, e sono scarsamente preparati a dare consigli sull’inserimento
del cucciolo in casa.
La letteratura disponibile, da poter consultare in lingua italiana, è scarsa e
frammentaria; essa non è in ogni caso disponibile in un’organica raccolta di
consigli pratici da mettere in atto non per “curare” - sempre troppo tardi - ma per
prevenire le possibili deviazioni caratteriali.
In quanto ai libri tradotti da lingue straniere, si scopre che il testo originale
risale spesso anche a decenni precedenti la traduzione, tanto che gli Autori non
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hanno nemmeno applicato le straordinarie scoperte che le ricerche del Lorenz e


dei suoi Collaboratori hanno portato alla conoscenza comune dopo il 1973.
La teoria dell’addestramento naturale, che è basato in pratica sulla profonda
conoscenza del comportamento del cane domestico, e che vide i suoi primi
assertori proprio in Italia negli anni ottanta, non viene né spiegata né tenuta in
conto mentre, al contrario, potrebbe essere di grande aiuto per il neofita nei guai.
Infine la pratica dei controlli caratteriali precoci che potrebbero dare
indicazioni di massima sul carattere del cucciolo, non è diffusa come
meriterebbe. Il proprietario del cane si ritrova quindi privo d’assistenza e s’affida
troppo spesso ai consigli di “praticoni” i cui suggerimenti sono, nella quasi
totalità, assolutamente inadeguati, quando non sono addirittura contrari alla
soluzione del problema.
Queste constatazioni, sia pur vere, non giustificano la pratica
dell’abbandono, ma davvero, esauriti anche i tentativi di regalare il cane ad altri
più esperti, che, proprio per questa loro particolare condizione, lo rifiutano, e
dopo estenuanti tentativi di allocarlo in un apposito canile, al malcapitato e
frettoloso acquirente resta ben poco da fare. La pazienza dell’intera famiglia è
esaurita, e la soluzione dell’abbandono sembra essere l’unica percorribile. Ci
sono possibili alternative, ma il neofita non le conosce e, spesso, le disdegna,
quali il ricorso ai pochi specialisti o, al limite, all’eutanasia che è pur sempre una
pratica dolorosa, ma certamente meno pericolosa dell’abbandono.
Il cane abbandonato ha pochissime probabilità di salvarsi dai rischi del
traffico, e la responsabilità di chi l’abbandona, è gravissima se, a causa di un
investimento, i danni provocati a terzi sono sensibili, come purtroppo talvolta
accade.
Deve essere chiarito, che nella maggior parte dei casi la colpa del “cattivo”
comportamento del cane deriva dal proprietario o da qualche suo familiare, che
agiscono in modo psicologicamente errato nei confronti di quello che invece
ambisce ad essere un vero amico.
Salvo casi particolari di razze allevate da tempo per scopi che non sono
quelli di vivere in casa dell’uomo (i cani da combattimento e quelli da traino), e
sempre tenendo conto che può accadere che singoli soggetti di razze
comunemente inserite nell’ambiente domestico, possono avere un bagaglio
genetico caratteriale non consono alla media della razza stessa, il cane domestico
intende e vuole avere rapporti con l’uomo, e non da capobranco, ma da
subordinato nella gerarchia. Quest’atteggiamento, che fra le doti innate del cane
s’identifica con la “docilità”, nasce dal fatto che è l’uomo a preoccuparsi dei
fabbisogni giornalieri, ancorché essenziali, così come farebbe in natura il
capobranco distribuendo compiti e diritti fra i diversi membri del clan.
Una serie d’esperienze, viste dal cane in modo negativo, può costituire la
base di un sovvertimento di questo desiderio ed allora il suo io tende a spingerlo
a diventare il capobranco per rimettere ordine nelle relazioni del gruppo secondo
la sua maniera di pensare. Ricordiamo che il cane capobranco è difficilissimo da
“manovrare” anche per un vero esperto, figuriamoci per un neofita.
Negli Stati Uniti d’America, dove i numeri sono sempre “grandi”, il
fenomeno dei problemi che il comportamento anomalo del cane provoca, ha
assunto dimensione notevoli. In quella Nazione però gli Psicologi canini esistono
da tempo, e la loro esperienza diretta, nei casi più comuni, è davvero grande
appunto perché legata all’ampiezza del fenomeno.
E’ certamente opportuno ed auspicabile che anche in Italia la figura del
Medico veterinario specializzato in psicologia del cane domestico, assuma presto
un significato importante, per la specifica preparazione raggiunta e per la
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diffusione capillare sul territorio.


Lo scopo di questo volume è di raccogliere in un solo testo quante più
conoscenze oggi possibili sul corretto comportamento del cane domestico.
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Cane di San Bernardo, da soccorso in montagna


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Capitolo I

ORIGINI ED
EVOLUZIONE
DELLA PSICOLOGIA
CANINA
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Konrad Lorenz nel suo libro “E l’uomo incontrò il cane” ipotizza il primo
incontro pacifico fra un nostro progenitore primitivo ed uno sciacallo con una
ricostruzione fantasiosa, ma romantica, che potrebbe essere vicina alla realtà.
L’uomo e lo sciacallo sono rivali nella caccia alle prede destinate alle
rispettive mense. L’uomo, armato delle lance con le punte in osso, e lo sciacallo,
in branchi sparuti, sono entrambi predestinati ad avere pochi successi e la
continua necessità di cacciare porta entrambi i clan ad essere costantemente
nomadi, sospinti del resto anche dal terrore verso i grandi predatori tanto feroci e
potenti.
La casualità dell’incontro fra un ragazzo ed un cucciolo di sciacallo, forse
ciascun rimasto un po’ isolato rispetto al suo clan, favorisce la possibilità che per
la prima volta un animale accetti del cibo... dall’uomo! Questo semplice fatto
sollecita l’attenzione di un uomo dalla mente più sveglia, e gli suggerisce che
una collaborazione può aiutare entrambe le specie a stare insieme in modo più
proficuo e quindi a vivere meglio.
È logico ritenere che non tutti gli sciacalli siano da subito disponibili a
trasformarsi in cane, in pratica a dividere con l’uomo il cibo, il ricovero, i rischi,
i successi, gli insuccessi. L’uomo inizia una selezione mirata ad avere dei bravi
collaboratori fra gli sciacalli pseudodomestici e a trasformarli in cani veri e
propri, applicando, senza saperlo, le regole della psicologia canina. La ricerca
delle doti naturali che rendono confacente all’uomo il canide primitivo significa
selezionare gli individui secondo criteri utilitaristici, con la sola aggiunta di un
sia pure primitivo apprendimento.
Altri autori ritengono che il progenitore del cane sia il lupo, o il dingo od il
coyote. Questa pluralità potrebbe aver favorito nel tempo la così grande
diversificazione fra le attuali razze canine. Oggi però si preferisce considerare il
lupo come il principale, se non l’unico, progenitore del cane domestico.
Da quel giorno, passarono molti secoli, millenni forse, prima che il
progenitore del cane moderno, derivato dal lupo o dallo sciacallo, potesse avere
altre funzioni nel clan dell’uomo. Le prime sistemazioni stanziali dell’uomo
furono rese possibili sfruttando il cane non solo come cacciatore, ma anche come
guardiano. Il cane cacciatore permise all’uomo delle battute meno impegnative e
più vicine al luogo abituale di residenza; quello da guardia consentì la vigilanza
contro le altre tribù e gli altri predatori.
A seguito del consolidarsi delle comunità stanziali, fu possibile coltivare dei
vegetali destinati all’alimentazione e l’uomo iniziò così la lenta trasformazione
da cacciatore a contadino. Divenne anche più facile trattenere del bestiame e
l’uomo divenne pastore. Solo il cane poté condurre il gregge e difenderlo giorno
e notte da altri predatori. Senza il cane la pastorizia non sarebbe mai nata.
Fu dunque compiuto un successivo passo, sempre involontario, verso lo
studio della psicologia canina. Per compiere questo passo divennero
indispensabili una selezione dell’indole del cane e la conseguente assimilazione
di talune regole fondamentali, un po’ più complesse, di comunione di vita fra due
specie. Certo la selezione fu brutale: solo i soggetti rispondenti appieno ai
bisogni dell’uomo furono accettati nel gruppo, gli altri crudelmente soppressi per
togliere di mezzo inutili bocche da sfamare ed anche dei possibili concorrenti
all’ancor scarso cibo.
In qualsiasi periodo storico lo studio degli animali ha portato come prima
conseguenza alla loro classificazione; così Senofonte, quattro secoli prima di
Cristo, divise i cani in due soli gruppi: a) da caccia; b) da guardia.
La selezione del cane su basi unicamente caratteriali continuò per molto
tempo ancora con l’affidamento d’altre incombenze, come quella ad esempio
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della collaborazione in guerra.


La prima selezione su base morfologica s’ebbe dopo che il re Canuto emanò
nel 1016 le ben conosciute “Forest laws”: Leggi della foresta. In quest’editto si
stabilisce non solo che tutte le foreste, ma anche quanto in esse contenuto,
vivente o meno, sono di proprietà esclusiva della corona. La selvaggina di grande
mole interessa al Re ed ai nobili, mentre quella di piccola taglia od i volatili sono
scarsamente ambiti dalle mense ricche.
L’accesso alle foreste è permesso solo ai cani di piccola taglia, da misurarsi
con apposito cappio di corda (una sorta di primitivo cinometro), soprattutto per
la caccia spicciola destinata alle mense dei ceti più poveri, anche se nella realtà
non sempre questa concessione è rispettata dai signorotti locali molto abili nei
soprusi.
I cani più grandi sono considerati pericolosi per la selvaggina nobile e quindi
non possono entrare nelle foreste, senza l’amputazione di due dita per zampa, in
modo da rendere impossibile la rincorsa delle prede pregiate. Ne derivò di
conseguenza, che furono selezionati per la prima volta dei cani di piccola taglia
abilitati alla caccia nella foresta.
Una selezione su base morfologica molto primitiva, ma anche efficace,
perché ne derivarono nuovi tipi di cani descritti dal dottor John Keys (alias dr,
Caius) nel 1570. Nel suo trattato “De canibus britannici” il dr. Caius, un noto
medico e studioso di zoologia, classifica i cani allora presenti sul territorio
britannico secondo quanto riportato nella seguente tavola

leverarius-harriers=
segugi
hounds terrarius-terrier=
terrier
venatici= caccia alla sanguinarius= grandi
selvaggina da pelo seguci
.gentle kind= agaseus-gaze hund
cani da sport cani tipo pointer
huntig
lepararius= levrieri

index = cani tipo


aucupatori-cani da setter
fowling
uccellagione
aquaticu= spaniel
canis pasturali= cani
da pastore
cani canis villaticus=
homely kind country
campagnoli mastini
canis cabernarius=
cani da bovaro
admonitor wapp= cani da guardia

currish kind degenerate vernerpator turnspet= bassotti

dauncers= cani da
saltator
spettacolo
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È chiaramente identificabile la suddivisione per impiego che già s’attua


attraverso scelte caratteriali. La classificazione, rispetto alle precedenti, è ancor
più marcata, ciò significa che le scelte di selezione sono più accurate e che,
ancora una volta senza saperlo, si fa della psicologia canina.
Scienza, quella degli allevatori dell’epoca? No di certo: piuttosto inventiva,
buon senso, perspicacia e tanto spirito d’osservazione. Non è la prima volta che
l’inventiva garantisce all’uomo l’uso di un marchingegno, che la scienza
spiegherà solo più tardi: anche in questo caso, tutte le ricerche scientifiche sulla
psicologia canina arriveranno dopo che l’allevatore le ha già applicate.
In questo modo la storia della psicologia canina continua ad essere una “non
storia” giacché fino al 1904 nessuno compie ricerche o studi, ma in sostanza la si
applica in allevamento.
In quell’anno il professor Ivan Petrovich Pavlov, riceve il premio Nobel per
la Medicina e la Fisiologia, in riconoscimento dell’importanza delle sue ricerche
sui sistemi circolatorio e digestivo. Quasi per caso, nel corso degli esperimenti
che lo portano ad elaborare le sue teorie, s’imbatte in un’osservazione che ha
segnato l’inizio della storia scientifica della psicologia canina.
Nel capitolo sui modi dell’apprendimento sarà trattato il tema del
condizionamento classico che è la grande scoperta del Pavlov, ma qui è
importante segnalare la casualità della stessa. Sembrerebbe quasi un destino che
la scienza della psicologia canina debba avere avuto una nascita così strana e
travagliata. Dopo il Pavlov le ricerche sulla psicologia in generale e quindi anche
di quella dedicata al cane, furono appannaggio esclusivo dei fisiologi che
orientarono tutti gli studi in senso a loro più consono.
Una volta stabilito che l’unico modo d’apprendimento del cane è il
condizionamento classico, ne deriva che a governare il suo comportamento non
possono che essere gli istinti.
Nel 1908 l’inglese William McDougall sostiene che senza gli istinti
l’organismo non sarebbe in grado di compiere una qualsiasi attività!
Un decisivo passo in avanti è compiuto dal fisiologo americano Edward
Thorndike della Colombia University, che ha studiato l’apprendimento su basi
completamente diverse da quelle del Pavlov. Il Thorndike introduce il concetto
d’apprendimento per tentativi ed errori ed all’uopo, non potendo avere riscontri
facili da trovare in natura, inventa le gabbie da esperimento che tuttora portano il
suo nome.
Elabora una legge dell’effetto, secondo la quale tutte le risposte che hanno
conseguenze positive si rafforzano, ed al contrario s’indeboliscono quelle che
hanno effetto negativo.
Un grande, Burrhus Skinner, che studia in altra Università, quella di
Harvard, quasi contemporaneamente e per una strada analoga a quella di
Thorndike scopre il valore del “rinforzo” in pratica del premio o della punizione
che segue alla risposta del soggetto esaminato Arriva poi il vero ciclone: Konrad
Lorenz che rivela al mondo scientifico i risultati delle sue ricerche ed ottiene,
insieme con il Tinbergen, per la prima volta nella storia, il premio Nobel 1973
per la medicina portando le tesi d’etologia che avevano raccolto in anni di studio.
Da quel momento la spaccatura fra le due scuole di pensiero dominanti il campo
delle ricerche in psicologia si fa profonda: da una parte i fisiologi quasi tutti
russi, che sono ancora legati alla preminenza delle doti ereditarie nello stabilire il
comportamento del cane, dall’altra gli etologi che al contrario danno una grande
importanza all’apprendimento e meno alle doti innate. In questa diatriba ne
escono sconfitti quasi totalmente gli istinti, almeno per i cani domestici, dei quali
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sono in pochi ad occuparsi ancora e dei quali s’incomincia a disconoscere la


validità.
Siamo così arrivati alle conoscenze attuali che hanno creato un buon mix fra
le diverse teorie e riconoscono, come del resto ha sempre raccomandato il
Lorenz (non certo i suoi allievi!): una validità accertata delle doti naturali
ereditariamente trasmesse, e che possono essere modificate, sia positivamente
quanto negativamente, da quanto è assimilato dai processi d’apprendimento.
S’accetta il principio che l’apprendimento non riesce a ricreare, da solo,
comportamenti che sono, di solito, dettati dalle doti innate, ma anche è vero che
senza un adeguato apprendimento le doti ereditarie sono destinate a spegnersi nel
tempo.
Ciò stabilito, diventa necessario suddividere la popolazione canina in gruppi
diversi fra loro, sotto il profilo della loro dipendenza diretta dall’uomo, perché
questa ne condiziona moltissimo il comportamento a seconda che sia più o meno
accentuata.
Allo stato attuale si possono individuare quattro tipi fondamentali di cani che
sono più o meno direttamente collegati e dipendenti dall’uomo: il selvatico ed il
rinselvatichito, il randagio, il cane da allevamento ed il domestico.
Il cane selvatico nasce libero e vive indipendente dall’uomo, forma un
branco solamente con i suoi veri conspecifici. È il più simile al primitivo canide.
Il cane rinselvatichito ha avuto qualche esperienza più o meno lunga con l’uomo,
l’ha abbandonato volontariamente1, a seguito d’esperienze negative, non
ambisce a reinserirsi in un nuovo gruppo misto uomini-cani. Sceglie d’aggregarsi
ad un branco di cani selvatici già esistente e così, come questi ultimi, vive in
assoluta indipendenza dall’uomo.
Al randagio invece l’abbandono del gruppo con l’uomo è stato imposto, sia
perché scacciato, abbandonato, perso oppure perché è nato per strada figlio di
randagi. Il randagio dipende dall’uomo in maniera indiretta perché si nutre degli
scarti di cibo che trova abbandonati nei cassonetti della spazzatura; difficilmente
trova la possibilità di provvedere al suo sostentamento con la caccia. La sua
massima aspirazione è di ritrovare un capogruppo uomo disponibile ad
accoglierlo. Difficilmente s’associa ad altri cani nelle sue identiche condizioni, e,
quando lo fa, la collaborazione dura solo per brevi periodi ed ha scopi specifici e
limitati. Il randagio che, in qualche modo, riesce ad intrufolarsi di nuovo in casa
dell’uomo, si comporta esattamente come il cane nato ed allevato in
appartamento. Ha in più certi atteggiamenti e comportamenti che ha appreso
come cane da strada, e che ogni tanto sono riportati alla luce, quando la memoria
e le circostanze lo consentano o li evocano.
È in ogni caso l’isolamento sociale che colpisce il cane randagio (e peggio
quello abbandonato) diventa una situazione innaturale. Sino ad un momento
prima dell’evento, il cane è stato dipendente dall’uomo, di colpo precipita nella
solitudine e nella necessità di autogestirsi nei suoi bisogni fondamentali di
sopravvivenza. Il povero randagio cerca disperatamente un uomo con il quale
costituire un nuovo branco. Generalmente però incontra solo e prevalentemente
risposte negative, per cui s’isola sempre più in un sentimento (il timore verso
l’essere umano) che costituisce una novità per lui.
Le sue reazioni, a quel punto, sono del tutto imprevedibili e particolari, ma
già un dato è certo: non sono le stesse che avrebbe avuto da cane ancora
domestico.
Il cane da allevamento dipende direttamente dall’uomo, ma vive un po’ a
margine dalla casa di questi. Non ha quindi tutte le possibilità che la stretta
convivenza con l’uomo potrebbe fornirgli.
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Il cane domestico propriamente detto, è quello che vive in casa o nel


giardino dell’uomo e da questo dipende direttamente, con una scala di variazioni
che va dal povero botolo legato tutto il giorno alla catena, a quello che dorme
sulle poltrone dell’appartamento. È da notare come, nel caso del cane da
appartamento, il comportamento non varia fra quello di razza ed il meticcio.
In questo scritto ci occuperemo prevalentemente del cane che vive in stretta
simbiosi con l’uomo ed è, in pratica, un suo dipendente.
Poniamo quindi un paletto divisorio con l’etologia, la scienza applicata che
studia il comportamento degli animali nel loro habitat naturale, dove l’uomo non
interferisce - salvo casi estremi - con la loro vita e le loro scelte.
L’etologia s’occupa del cane selvatico ed eventualmente del rinselvatichito;
incontra già grosse difficoltà ad occuparsi del randagio, per la sua semi-
dipendenza dall’uomo e per la sua motivazione di fondo di rientrare nel gruppo
casalingo, mentre è completamente spiazzata nello studio del cane domestico, ai
cui bisogni essenziali provvede l’intervento dell’uomo. Questo fatto muta
completamente i rapporti intraspecifici, ma soprattutto muta il criterio di giudizio
sul comportamento del cane domestico e quindi del suo carattere. Questo fattore
veramente importante è stato compreso dal Lorenz, ma non da qualche suo
allievo, e così si sono avuti clamorosi errori di giudizio, espressi persino con
attacchi diretti contro gli allevatori cinofili, che invece dovrebbero essere
ammirati per la loro capacità di ben allevare e selezionare le circa quattrocento
razze canine oggi riconosciute dagli Organismi cinofili internazionali.
Anche se indubbiamente qualche errore è stato commesso, purtroppo però
per la scarsa conoscenza delle informazioni scientifiche gradatamente
disponibili.

1 - La volontà è la decisione autonoma che include anche il concetto di libertà e di


responsabilità. L’atto volontario mette in moto tutta la personalità del soggetto, mentre la
decisione presa ed il comportamento adottato per metterla in pratica coinvolgono tutta la struttura
psicologica.
19

Capitolo. II

L’EVOLUZIONE
DEL CANE
DOMESTICO
20

Per meglio comprendere come sia stata possibile la trasformazione dal


canide primigenio all’attuale cane domestico, occorre considerare alcune
differenze sostanziali esistenti fra i due estremi dei processo evolutivo.
Le differenze più evidenti sono riscontrabili soprattutto nelle caratteristiche
esteriori quali: il mantello, il modo di muovere e portare le orecchie, l’altezza al
garrese, il tipo ed il colore del pelo.
Il mantello dei canidi selvatici è generalmente di colore uniforme, con solo
qualche macchia localizzata prevalentemente sul muso e sulle zampe. Nel cane
esiste tutta una serie di combinazioni le più disparate: dal nero al bianco totale,
dal maculato al focato2 e così via.
In quanto alla qualità del mantello nei canidi troviamo una certa omogeneità
nella lunghezza del pelo e nell’essere più o meno folto, ma omogeneo, e
generalmente ricco di sottopelo, secondo il clima prevalente. Nel cane domestico
riscontriamo una varietà in pratica infinita ed esiste almeno una razza che in
sostanza è del tutto priva di peli.
L’altezza al garrese è maggiore nei canidi: fatte salve alcune razze giganti
del cane domestico, lupi e sciacalli sono più alti della media dei cani domestici
attuali. La stessa corporatura è più muscolosa nell’esemplare selvatico.
Altra differenza si ritrova nelle dimensioni del muso, che sono inferiori nei
cani domestici e che sembra quasi rappresenti un’espressione ed una costruzione
più infantile rispetto a quella dei canidi.
Nessun canide in età adulta ha padiglioni auricolari pendenti. Nei cani
domestici al contrario vi sono razze che non riescono a raddrizzare le orecchie
neppure nei momenti di maggior attenzione.
La struttura ossea e muscolare consente al canide, d’esprimere una buona
velocità anche su tratti prolungati, e contemporaneamente di coprire al trotto od
al passo lunghe distanze ogni giorno e per più giorni. Nel cane domestico vi sono
razze superveloci (il levriere in genere), ma anche tipi che consentono solo
movimenti lenti (il bull dog).
È quindi evidente che la selezione naturale ha consentito la sopravvivenza
dei canidi abili nell’inseguire la preda. Nel cane domestico la selezione artificiale
praticata dall’uomo, in particolare verso la fine del secolo scorso, ha prodotto
razze con peculiari caratteristiche morfofunzionali volte all’espletamento
d’attività diverse. Abbiamo così cani costruiti per trottare a lungo, come i bracchi
ed i pastori tedeschi, oppure dei velocisti, come i levrieroidi od il dobermann, o
galoppatori sulle lunghe distanze come i pointer ed i setter.
Nessuna razza di cane domestico, almeno fra le più diffuse ed arrivate sino a
noi, riunisce in sé le qualità e le capacità di movimento dei canidi selvatici.
Vi sono anche differenze di comportamento e quindi caratteriali.
Ciò che colpisce di primo acchito è che i cani domestici non hanno timore
alcuno delle novità; i canidi, anche gli adulti, al contrario temono molto
situazioni ed incontri che non rientrano nella loro esperienza ed in genere evitano
d’entrare in contatto con ciò che non conoscono: sono infatti diffidenti, ansiosi e
talvolta anche vili, secondo il nostro modo di considerarli.
Questi che consideriamo difetti nella nostra Società se vengono riscontrarti
in cani domestici configurano un comportamento anomalo e riprovevole.
La stessa struttura psicologica del branco obbliga il canide a sfidare gli altri
membri, in genere dapprima i più deboli, poi i più forti fino al limite del
possibile.
Nel cane domestico - con il suo comportamento sociale - e che ha un
normale proprietario, questa sfida non accade. Gli individui più deboli con i quali
il cane domestico viene a contatto, sono soggetti da difendere non da sopraffare.
21

Se compare un atteggiamento di sfida nel confronti del capogruppo, è


quest’ultimo ad essere il responsabile ed il provocatore con il suo
comportamento equivoco od indeciso.
Il cane domestico può prolungare il periodo del gioco sino alla fase della
senescenza, mentre il canide lo limita solo ai primi periodi di vita quando
attraverso l’espressione ludica impara i segreti della sopravvivenza.
Tutti gli atteggiamenti che riguardano il gruppo costituito dall’uomo e dal
cane, sono regolati dalla dote “docilità”, che non si riscontra affatto nel canide
selvatico.
La selezione effettuata dai nostri avi è stata, l’abbiamo già visto, per la più
parte casuale e solo l’osservazione che due soggetti aventi uguali caratteristiche
comportamentali riproducono le stesse doti nella prole, può aver aiutato in
quest’opera di diversificazione delle razze.
I coniugi Lorna e Raymond Coppinger dello Hampshire College,
Massachusetts, hanno elaborato, a proposito dell’evoluzione del cane domestico,
una teoria secondo la quale tutte le razze create dall’uomo rientrano in una
determinata configurazione fisica corrispondente, grosso modo, ad una fase o
stadio di sviluppo del cucciolo e del cucciolone e che avrebbe un preciso schema
di comportamento statisticamente costante. Il presentarsi nel cane ormai adulto
di caratteristiche infantili è definito “Neotenia”.
I coniugi Coppinger elencano così quattro fasi o stadi tipici della crescita del
cane domestico:
a) la fase di dipendenza parentale;
b) la fase del gioco;
c) la fase della parata;
d) la fase del tallonamento.

Nella prima fase o stadio tipico del cucciolo (cranio globoso, abbondanza di
rughe) il suo aspetto e gli atteggiamenti sono così disarmanti che non viene
disturbato dai conspecifici, anzi, allo stato selvatico, si salva, talvolta, anche
dall’aggressione del predatore. Non è raro infatti che una femmina di predatore,
frenata proprio dall’aspetto del cucciolo, finisca con l’assumersi l’incarico
d’allattare quella che avrebbe potuto essere una preda molto comoda da
catturare.
Il comportamento del cucciolo, in questa fase, è di estrema dipendenza
parentale e di totale diffidenza verso gli estranei di qualsiasi specie, davanti ai
quali, in genere, guaisce e scappa nell’angolo più recondito della cuccia.
La seconda fase è quella del gioco: l’aspetto fisico muta per una minore
globosità generale del cranio e la tendenza delle rughe a scomparire. Il
comportamento rivela una minor diffidenza verso il mondo esterno in modo tale
che il cucciolo tende ad esplorarlo, e la motivazione dei suoi comportamenti
s’identifica con il gioco. Inizia ad essere indipendente dalla madre.
La terza fase è definita della parata: essa inizia quando la lunghezza del
muso diventa maggiore ed il cranio tende ad appiattirsi molto e le orecchie sono
portate semi erette.
La tendenza del cucciolone è d’inseguire e bloccare qualsiasi oggetto od
essere in movimento da lui percepito. La metodologia di questo bloccaggio sta
nel tagliare la strada a ciò che si muove. In altri termini il cucciolo “para” il fug-
gitivo, oggetto od essere animato che sia; in questa fase continua il comporta-
mento ludico ed appare una certa primitiva aggressività.
La quarta fase è indicata come stadio del tallonamento, e si rileva quando il
cucciolone ha ormai il muso sufficientemente lungo ed il cranio piatto. Dal punto
22

di vista comportamentale, il cucciolo tende a bloccare ciò che si muove (in


questo caso principalmente esseri viventi) tallonandolo da vicino e cercando
d’afferrarlo da dietro.
Secondo la teoria dei coniugi Coppinger, i creatori delle diverse razze si
sono avvalsi della possibilità di “bloccare” quest’evoluzione alla fase o stadio
preferito per ottenere dei cani domestici di tipo particolare, fruendo anche di tutti
i momenti intermedi che esistono fra le quattro fasi principali.
I coniugi Coppinger si sono spinti anche a segnalare quali possono essere le
razze facilmente identificabili con le singole fasi. Così, ad esempio, le razze che
possono essere ascritte al primo stadio di sviluppo, sono i maremmani, i mastini,
i San Bernardo e all‘incirca tutti i molossoidi. Hanno il cranio piuttosto grosso e
bombato, le orecchie cadenti, sono impacciati nei movimenti niente affatto
sciolti.
Dal punto di vista caratteriale segnalano uno scarso possesso di moduli di
comportamento socializzante, salvo le solite singole eccezioni individuali. Di qui
il sempre possibile instaurarsi per esempio di un comportamento neofobico (in
altre parole di timore delle novità) talvolta imprevedibile.
Al secondo stadio possono ricondursi quasi tutti i cani delle razze da caccia.
Esse hanno le orecchie pendenti o semi erette, il cranio meno bombato con muso
già d’apprezzabile lunghezza. Il loro comportamento denuncia una facile
socializzazione ed una grande docilità, si nota la comparsa dei primi rudimenti
della scala sociale nel gruppo uomo-cane.
Al terzo stadio fanno capo quasi tutti i cani da pastore, che per tenere unito il
gregge, usano la tecnica dell’intercettamento tagliando la strada a chi s’allontana.
Siamo in presenza di uno spiccato senso della gerarchia all’interno del gruppo o
branco e questi cani, attrezzati di docilità sono molto socializzanti con l’uomo.
Al terzo gruppo è ascrivibile la maggioranza delle razze canine selezionate
dall’uomo soprattutto quelle destinate a svolgere lavori socialmente utili.
Al quarto gruppo appartengono tutti i cani nordici e qualche razza terrier di
piccola taglia, oltre a quelle di recente formazione selezionate per il combatti-
mento.
Dal punto di vista della conformazione sono i più simili al progenitore
canide selvatico.
Questi soggetti tendono ad avere scarsi rapporti socializzanti nei riguardi
dell’uomo, li conservano solo con chi li ha accuditi ed allevati. Gli altri uomini
sono già fuori dal gruppo o branco.
Uno dei dati più interessanti è che questi cani abbaiano pochissimo, essendo
la comunicazione vocale un residuo del periodo giovanile che nell’età adulta
mostra scarse motivazioni, se non in casi particolarissimi.
La teoria degli studiosi americani va interpretata come una tendenza e come
una delle possibili spiegazioni dell’evoluzione delle razze.
Anzitutto lo sviluppo fisiologico e psicologico non è “bloccato” insieme con
l’aspetto dell’esteriore conformazione. Se così fosse i soggetti del primo gruppo
non arriverebbero mai a riprodursi, né avremmo la possibilità che i cani del
secondo e terzo stadio si rendano così utili all’uomo attraverso la loro intel-
ligenza e personalità.
Il comportamento del cane non dipende dalla sua conformazione fisica più o
meno evoluta, ma da ben altri fattori che sono assolutamente disgiunti dall’a-
spetto esterno.
Non rientra nei temi di questo scritto analizzare a fondo se la teoria dei
Coppinger sia o meno valida e sino a qual punto. Sembra invece opportuno
ricordare che la selezione artificiale condotta dall’uomo è stata dapprima solo ed
23

esclusivamente funzionale. Poi, con l’affermarsi d’alcuni principi estetici,


s’ebbero i primi accenni di selezione anche estetica e furono create soprattutto le
prime razze da compagnia, che sopravvissero alle corti dei potenti.
Fino al momento in cui furono organizzate le prime esposizioni canine, vale
a dire intorno al 1840, la selezione fu di nuovo prevalentemente di tipo
funzionale. Le esposizioni portarono necessariamente a fissare le caratteristiche
estetiche della singola razza in uno standard, quindi la selezione tornò ad essere
prevalentemente morfologica. Solamente per talune razze, specialmente inglesi e
tedesche, all’inizio del ‘900 si tentò una miscela fra la selezione morfologica e
funzionale assieme. Furono anche create delle razze in questo secolo, e sul finire
del precedente, che nascevano nell’immaginazione degli ideatori, di bello aspetto
estetico, ma dedicate ad un compito particolare. Come esempio si citano il
pastore tedesco moderno, il dobermann ed il boxer.
A onor del vero, allo stato attuale delle cose, non si è ancora raggiunta la
corretta miscela delle due tendenze, perché hanno ancora più valore
nell’allevamento e nell’immaginifico degli appassionati, i risultati ottenuti in
esposizione piuttosto che quelli faticosamente raccolti in prove di lavoro.
Questa può essere indicata come una colpa dei regolamenti vigenti delle
prove, che vecchi di decenni come sono, nonostante le modifiche subite nel
tempo, non sono affatto corrispondenti alle reali necessità della platea degli
appassionati.
Le società specializzate, sotto l’egida dell’E.N.C.I, stanno facendo molto in
questo senso, con una spiccata preparazione specifica dei loro dirigenti, ma la
strada da percorrere non sembra così facile né la meta così vicina.
Quello che sappiamo, da tecnici, è che il cane ideale, espressione di una
razza non può essere o solo bello, o solo bravo, ma deve essere bello e bravo
contemporaneamente e, non da ultimo, deve avere un bagaglio genetico
veramente importante. Senza tutto ciò la selezione è una parola vuota! E ciò che
più conta, è che finiremmo con il trattare dell’involuzione anziché
dell’evoluzione.

2 - Si definisce focato il mantello, solitamente nero o marrone, che presenta dei disegni di
colore marrone/fuoco ben delimitati e particolari in alcune precise regioni della testa, del corpo e
delle zampe.
24

Capitolo III

IL CAMPO
D'INDAGINE
DELLA PSICOLOGIA
CANINA
25

Il comportamento degli animali in relazione alla convivenza con l’uomo,


costituisce l’oggetto di studio della scienza PSICOLOGIA ANIMALE.
Questa scienza è di notevole complessità perché le specie animali sono
diverse centinaia, ed una ricerca complessiva non può fornire risposte esatte
adattabili ad ogni singola specie. In questi tempi, del resto, è molto sentita la
necessità di parcellizzare il più possibile l’oggetto delle ricerche per cui si
studiano gruppi d’animali od anche specie singole. È consentito spingersi molto
a fondo nelle specializzazioni, l’importante è che non si perdano di vista alcune
regole nella ricerca e nello studio. Per esempio in psicologia umana sono
approfondite le ricerche nel mondo infantile o in quello dell’anziano e si è
sviluppata persino la psicologia del lavoro o quella commerciale. Per ciascuna
attività umana può crearsi una branca della psicologia.
Si comprende allora il motivo di studiare esclusivamente il cane tenendo
conto delle sostanziali differenze fra i diversi tipi che metteremo in luce.
Nell’ambito della specie di cui c’interessiamo, abbiamo almeno quattro grandi
categorie da esaminare, per scoprirne alcuni sviluppi comuni e le molte
differenziazioni che le caratterizzano.
Abbiamo già visto che il cane può essere selvatico o rinselvatichito, oppure
randagio, ed ancora d’allevamento ed infine strettamente domestico, in pratica
abitante nella casa dell’uomo. Il comportamento degli appartenenti ad uno di
questi gruppi a fronte di variazioni dell’ambiente che servono da stimoli, è assai,
diverso da quello dei cani d’altro tipo. Alcuni esempi possono meglio chiarire il
concetto.
All’epoca dell’accoppiamento il cane selvatico ha già stabilito all’interno del
branco una gerarchia precisa ed inequivocabile, che porterà un solo maschio, il
capobranco (salvo casi limite particolari) a provvedere alla bisogna di perpetuare
la specie.
Nel cane randagio la decisione è subordinata al caso, in quanto la selezione
avviene al momento, e dipende da fattori casuali quali l’essere in grado da parte
dei maschi dei dintorni di raccogliere e rispondere allo stimolo sessuale
proveniente dalla femmina. In questo caso quindi non è il cane più forte, il più
intelligente, il capobranco assoluto a procreare, ma è il più forte, il più astuto fra
quelli che hanno risposto allo stimolo della femmina. È una differenza
certamente sostanziale qualora si prenda in considerazione il carattere della
progenie come elemento di paragone.
Nel cane d’allevamento ed in quello casalingo non c’è alcuna competizione
fra possibili pretendenti perché il tutto dipende dall’uomo. Esistono però delle
differenze, che non sono mai di piccolo conto, che vanno messe in evidenza.
Nel programma di selezione che l’Allevatore mette in atto, la scelta dei
riproduttori è fatta con molta oculatezza, prendendo in esame diversi fattori che
vanno da quello puramente estetico, a quello morfo-funzionale e a quello
caratteriale. Alla fine della ricerca, ad una determinata femmina
dell’allevamento, si destina un determinato maschio che potrebbe persino vivere
a centinaia di chilometri di distanza.
Nel cane domestico o casalingo, allorquando i proprietari sono propensi a
sobbarcarsi l’onere di una cucciolata, la scelta del maschio è fatta sempre dal-
l’uomo, ma dipende non più dallo studio di un programma di selezione mirata,
ma più semplicemente dalla comodità d’avere un maschio che si trovi quanto più
possibile vicino a casa.
I quattro tipi di cani che abbiamo elencato, si comportano in modo
totalmente diverso per la scelta del luogo dove vivere. Il cane selvatico sceglie
un terreno che gli garantisce nel tempo sia il cibo sufficiente a mantenere il
26

branco, nascituri compresi, sia la possibilità di difenderlo facilmente ed in toto,


dai suoi predatori che esistono ancora3.
Il cane randagio è sempre ramingo. Unica eccezione sta nel trovare, per una
serie di fortunate combinazioni, un luogo ricco di risorse alimentari dove poter
sostare più a lungo. In pratica la scelta della residenza dipende dalla possibilità di
trovare il cibo, ma quasi mai dal cacciare una preda, non ha quindi un suo
territorio da difendere fatto salvo il casuale bidone di rifiuti che gli da
temporaneo sostentamento.
Il cane d’allevamento nasce, vive e muore nello stesso luogo che
l’Allevatore ha scelto per lui. Normalmente un box od un recinto, anche
confortevole, ma sempre scelto senza che il cane possa esprimere una propria
preferenza. Raramente esce da questo recinto e le sue possibilità di assimilazione
sono piuttosto scarse per mancanza di esperienze. Questo vale soprattutto per i
cani allevati in grandi complessi, dove ci s’occupa persino di cinque/dieci razze
contemporaneamente, che sono, in genere, quelle di moda al momento. Ben
diverso è il quadro che si riscontra in un piccolo-medio allevamento dove le
offerte si limitano ad una sola razza, al massimo due affini fra loro. La situazione
in questo tipo d’allevamento è quasi paragonabile a quella del cane domestico in
senso stretto.
Il cane domestico o casalingo ha, di solito, una maggior possibilità di scelta
del luogo dove vivere, in quanto, stabilita la casa in cui risiedere, può preferire di
volta in volta il giardino, od il box, lo scantinato, il sottoscala, eccetera, oppure
se vive in appartamento, scegliere la poltrona od il tappeto preferito e
normalmente, con il tempo, riesce ad installarvisi.
Dagli esempi citati è chiaro che non si possono studiare -i quattro gruppi
insieme. I cani, pur appartenendo alla stessa specie, presentano delle
differenziazioni sostanziali che influiscono sulla formazione del carattere e di
conseguenza sul comportamento.
Il cane selvatico e quello randagio devono badare, anzitutto, a soddisfare gli
istinti primari, che sono identificabili nell’esigenza di sopravvivenza del singolo
e di perpetuazione della specie. Nel cane d’allevamento ed in quello domestico
questo soddisfacimento dei bisogni primari è stato assunto in modo precipuo
dall’uomo. È fin troppo evidente come questa differenziazione basilare muti i
comportamenti dei diversi gruppi di cani. Va osservato che i cani selvatici sono
di tipo abbastanza omogeneo all’interno del singolo branco, i randagi sono
prevalentemente dei meticci (salvo casi purtroppo frequenti d’abbandono anche
di cani di razza), quelli dall’allevamento sono selezionati su correnti di sangue
anche di valore elevato e sono tutti cani di razza, infine i cani domestici possono
essere indifferentemente di razza o meticci.
Queste differenziazioni sono sostanziali nell’esame del comportamento in
quanto le doti naturali trasmissibili geneticamente dovrebbero essere molto
uniformi nei cani selezionati per razza, ed all’interno di questa, per correnti di
sangue, mentre sono totalmente dissimili fra i randagi, con tutti i gradi intermedi
legati appunto alla purezza o meno della selezione naturale che è involontaria.
Per definizione l’ETOLOGIA studia il comportamento degli animali, e
quindi del cane vivente allo stato brado; le differenze poste in evidenza fra i
soggetti selvatici e quelli domestici, favoriscono una diversa ricerca che porta ad
una nuova scienza applicata che è la PSICOLOGIA CANINA. Essa s’occupa del
comportamento del cane domestico che vive con l’uomo, in sua . stretta,
dipendenza. È intuitivo che le osservazioni svolte nei rispettivi settori dalle due
scienze, si possono e si debbono confrontare, ma sempre alla luce di quel punto
cruciale che è la responsabilità del soddisfacimento dei bisogni primari, la quale
27

fa mutare, fuor d’ogni possibile dubbio, l’atteggiamento generale del cane.


Per questo motivo sembra fuori discussione la tesi dei comportamentisti che
sostengono come la psicologia animale se non vuole essere un vuoto gioco di
parole, deve essere solo ricerca etologica. Viste le differenze già elencate, e
quelle assai importanti che saranno sviluppate nel prossimo capitolo sembra
proprio vero il contrario e cioè che la ricerca etologica può portare fuori strada la
psicologia canina.
La causa prima del dissenso fra etologi comportamentisti e psicologi fu che i
primi negarono sempre al cane una capacità cognitiva . Per questi ricercatori il
cane è un animale nel quale l’apprendimento realizza solo variazioni di risposte
semplici, mai quel tipo di modifiche intellettive che ritengono proprie del solo
genere umano.
Lo studio della psicologia canina avviene con il più classico dei metodi,
scartando in ogni modo le impressioni personali, ma tenendo conto dei soli dati
obiettivi e ripetibili, eseguendo dei controlli sperimentali. Il
COMPORTAMENTO è inteso come l’attività del cane che risponde a condizioni
esterne ed interne all’individuo nella vita quotidiana. Fra le condizioni esterne,
oltre a quelle determinate da fattori sui quali il cane non ha controllo, noi
possiamo annoverare però anche il correre, il saltare, il mangiare, il comunicare,
eccetera, che sono sottoposti alla decisione del singolo. Fra quelli interni
annoveriamo il pensare, l’imparare, il ricordare, l’amare, eccetera.
Studiare il comportamento del cane significa scoprirne la personalità, in
parole più comuni: il CARATTERE attraverso l’analisi dell’INDOLE (bagaglio
di doti psichiche trasmesse geneticamente) e la ricerca dei modi e dei tempi di
APPRENDIMENTO (il formarsi dell’esperienza diretta e la sua
memorizzazione), ma anche e soprattutto, analizzare il rapporto con l’uomo. Ci
occuperemo degli aspetti sia dell’indole sia dell’apprendimento nei capitoli
futuri.
Poiché i ruoli del cane domestico e di quello d’allevamento vanno sempre
più spesso accavallandosi, nello studio dei due gruppi occorre tener conto di una
delle scoperte più importanti degli ultimi studi, che hanno appurato come un
ambiente povero di stimoli (tale è in genere il box del canile) non solo produce
individui meno intelligenti di quelli allevati in casa, ma è anche responsabile di
un minor sviluppo della corteccia cerebrale.
Il tipico esempio che avvalora questa constatazione riguarda la Scuola di
formazione dei cani guida dei non vedenti di St. Raphael in California. Stimolati
dalla necessità d’aumentare il numero dei cani da preparare alla bisogna, a
seguito di un’improvvisa maggiore richiesta di cani guida, gli studiosi della
scuola, hanno messo a punto una serie di verifiche da eseguire in giovanissima
età (sessanta/novanta giorni) per scartare, già da quel momento, i cuccioli che
caratterialmente non avrebbero potuto fornire, una volta giunti all’età del
l’addestramento (all’epoca fissata in dieci/dodici mesi), dei risultati accettabili in
prospettiva di un loro impiego specifico.
I tecnici della scuola ebbero la sorpresa di verificare che, nonostante i
controlli precoci, la percentuale dei cani non adatti, una volta arrivati all’età
scolare, era, all’incirca del cinquanta per cento. Scartata l’ipotesi che i controlli
precoci non fossero rispondenti alle effettive esigenze di una selezione mirata,
l’attenzione venne rivolta al fatto che dopo questi test i cuccioli erano restituiti
alla vita di canile. Fu tentato allora un esperimento straordinario: subito dopo
aver superato il test precoce, il cucciolo fu affidato ad una famiglia, di cui
faceva parte anche un bambino, perché fosse allevato fino all’età scolare. Il
successo raggiunse il novanta per cento dei casi, grazie alle possibilità
28

d’apprendere meglio, che la vita trascorsa a fianco all’uomo concede al cane


domestico.
Se noi blocchiamo il cucciolo in un box dove le stimolazioni sono scarse,
può anche perdere tutte od in parte le doti innate testate come presenti ad
un’analisi precoce. Al contrario se lo facciamo vivere normalmente in famiglia,
permettendogli così di memorizzare le esperienze più diverse, otteniamo un cane
molto rispondente alle nostre esigenze.
Ecco la ragione di una tecnica molto seguita negli allevamenti di piccole
dimensioni che prevede come, a turno, i cani vivano, almeno qualche ora il
giorno, a stretto contatto con l’allevatore o con l’uomo che somministra il cibo,
lasciando che entrino anche in casa ove possibile.
La controprova si constata con il cane per lo scovo della droga. Questo cane,
in genere, conosce il solo conduttore che l’accudisce in ogni senso, ma in
maniera monastica nel box destinatogli. Con il conduttore gioca ogni volta che
esce dal box, e gioca sempre con lo stesso oggetto, di solito un salsicciotto di
stoffa lungo pochi centimetri. Gli stimoli che riceve sono quindi di tipo ben
preciso e sono ripetitivi nel tempo. Quando il cane associa l’odore d’alcune
droghe al fatto che, al fianco di queste, troverà il suo giocattolo (che non è solo il
preferito, ma è l’unico) cercherà l’emanazione della droga per giocare di nuovo.
Sta all’abilità del conduttore, durante un azione di reale ricerca, di far trovare al
cane il suo salsicciotto insieme con la droga che all’ausiliare interessa solo come
stimolo chiave. È questo un esempio, divenuto un classico, di limitazione
dell’apprendimento dovuta alla necessità di preparare il cane alla ricerca della
droga, in uno dei modi possibili finora individuati.
Per quanto attiene al concetto di bellezza morfofunzionale, noi non
dobbiamo dimenticare che, secondo il dr. Franco Bonetti - insigne Cinotecnico,
nel suo libro “Zoognostica del cane” - Ed. San Giorgio, la bellezza psichica è
una “bellezza fondamentale per qualsiasi animale”. Essa considera infatti il
carattere di un animale e conseguentemente l’optimum dell’equilibrio. Nel caso
specifico del cane, si deve poter analizzare l’optimum comportamentale sia nei
confronti dell’appartenenza ad uno dei quattro gruppi citati, sia nei confronti del
compito principale che si vuole affidare al singolo cane domestico,
specializzazioni che sono oggi almeno una ventina, e per ciascuna delle quali è
richiesta una diversa “bellezza psichica”.
Per meglio studiare il comportamento del cane domestico occorre ricordare
che questo ha una capacità di sopravvivenza per lunghi periodi senza dare segni
di debolezza, ha una notevole destrezza di movimenti, un ottimo udito, un
eccellente olfatto, una vista che pur essendo inferiore alla nostra, riesce a
cogliere molto bene i movimenti (ad eccezione di quelli frontali) e che vanta una
buona memoria. Questi presupposti rendono il cane domestico perfettamente in
grado di sopravvivere, nonostante i molti interventi (talvolta negativi) compiuti
dall’uomo, per motivi prevalentemente estetici. Vi sono razze che l’uomo ha
creato non tenendo conto delle leggi fondamentali della natura, e che sono
pertanto in vera difficoltà di perpetuazione. Non sono, per fortuna, la
maggioranza, anzi costituiscono piuttosto l’eccezione.
Ad esempio alcune razze hanno un diametro trasverso del cranio che
ostacola non poco il parto tanto che è richiesta spesso una certa manualità
ausiliaria, se non il taglio cesareo per far nascere i cuccioli. In altre si è ridotta
l’altezza al garrese agendo esclusivamente sulla lunghezza degli arti con
conseguente diminuzione della capacità deambulatoria, specie durante la corsa,
portando conseguentemente un più rapido instaurarsi del fenomeno della
stanchezza.
29

La selezione d’alcune caratteristiche estetico - funzionali ha provocato in


talune razze, l’insorgere di tare sicuramente da condannare (ad esempio: la
displasia dell’anca). Va precisato che ci si è finalmente accorti della deleteria
importanza di quest’anomalia e si sta correndo ai ripari.
Dal punto di vista caratteriale, va evidenziato che il compito affidato, nel
passato a talune razze, ha perpetuato comportamenti che mal s’adattano ad un
facile inserimento nella società odierna. L’aggressività e la combattività e
l’impulso alla lotta di molte razze terrier inglesi, dei bassotti tedeschi e degli
jagdterrier continentali, sono veri ostacoli alla costituzione di un gruppo insieme
con l’uomo, o, al limite, ad ottenere un comportamento non fastidioso per gli
altri uomini. È pur vero che non si deve generalizzare, e che vi sono molti
appartenenti a queste razze che sono ben inseriti, ma il proprietario che non fosse
capace d’assumere e mantenere il ruolo di capogruppo4 sarebbe veramente nei
guai. Persino certe interpretazioni un po’ fantasiose dei regolamenti delle prove
di lavoro possono essere fonte di problemi. Per un cane delle razze d’utilità
sottoposto alle prove di lavoro, può essere sufficiente che un comportamento
maldestro del figurante (l’uomo che finge d’attaccare l’esaminando) porti la sua
azione oltre un preciso limite, perché il soggetto passi da una risposta aggressiva
ad una combattiva. Il limite di questo passaggio è individuale e sta proprio
nell’abilità e nelle conoscenze del figurante il non oltrepassarlo mai. È
opportuno, infatti, che il cane non si trovi mai nella sfera combattiva, perché può
diventare pericoloso in quanto non esiste, a quel livello, alcun freno inibitore alla
combattività, freno che invece esiste per l’aggressività. Va sempre tenuto fermo
il concetto che il cane domestico ha un comportamento normale quando, in ogni
occasione, vive le circostanze della vita senza uscire dagli schemi di convivenza
sociale. È necessario quindi, oggi più che mai, procedere con una selezione
d’allevamento altrettanto attenta alle doti psicologiche quanto alla
conformazione morfofunzionale.
Da qui l’assoluta necessità che la psicologia canina sia ben conosciuta dai
Medici veterinari per la loro opera di prevenzione e diagnosi, ma anche dagli
allevatori perché ne riconoscano l’importanza che riveste il loro lavoro di
selezione. Gli addestratori ed i direttori dei corsi d’addestramento, insieme con i
loro collaboratori più stretti, debbono anche conoscere i metodi di reinserimento.
Sono però i singoli proprietari dei cani domestici che devono essere preparati
alla bisogna, in quanto trascorrono molte ore con il loro amico, e da loro dipende
il suo giusto inserimento ed il corretto bagaglio d’esperienze capace d’ottenere
un ragionevole inserimento nella società dell’uomo.

3 - Cfr. il glossario alla voce territorio.


4 - in psicologia canina l’uomo che assume la direzione del gruppo o clan costituito da lui
stesso, dai familiari e dal cane o dai cani che vivono allo stato domestico è preferibile venga
definito come capogruppo, riservando la dizione di capobranco al cane che esercita le sue
funzioni specifiche allo stato selvatico
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Capitolo IV

LE DOTI NATURALI
DEL CANE
DOMESTICO
31

Esistono due metodi per descrivere le variazioni del comportamento degli


animali. Il primo fa ricorso al grado, alla forza, alla distribuzione delle
contrazioni muscolari o dell’attività ghiandolare ed, in genere, alle modificazioni
d’ordine fisiologico conseguenti all’atteggiamento del soggetto in esame.
Il secondo metodo si basa sulla descrizione delle conseguenze evidenziabili
esternamente.
Per i fini che questo libro si prefigge, è preferibile adottare il secondo
metodo che può essere definito “Descrizione tramite la conseguenza”. Sembra
corretto agli effetti dello studio del comportamento del cane domestico, porre
l’accento sul risultato visibile delle variazioni, argomento questo più interessante
e che ci da maggiori possibilità di studio.
Per conoscere le reazioni comportamentali del cane domestico, importa poco
se la leva di una gabbia sia stata abbassata con uno sforzo di determinata
intensità, o se il materiale usato per crearsi una cuccia, sia di un certo tipo o di un
altro.
Ogni singolo individuo ha una sua maniera di reagire ai mutamenti
d’ambiente, e questa diversa possibilità è dettata dalla sua “personalità”, vale a
dire dal carattere. Il carattere è formato da un delicato misto di doti innate e dalla
somma d’esperienze derivanti dall’apprendimento. Le esperienze vengono
vissute durante tutta la vita del cane e pertanto il carattere è in lenta, continua
variazione in stretta dipendenza del vissuto.
L’ambiente, in psicologia canina, è tutto ciò che è esterno al cane, quindi
l’uomo, gli animali, le cose inanimate, in genere tutto ciò che le percezioni
sensoriali possono captare.
È subito evidente che ogni singolo cane ha un suo specifico carattere, che
non è ripetibile in toto in altri soggetti neppure tra i fratelli di cucciolata, i quali
potrebbero avere identiche doti innate, ma che, quasi certamente, subiscono
processi d’apprendimento diversi.
Le DOTI NATURALI o “predisposizioni innate” sono gli elementi
dell’INDOLE del cane, vale a dire di quel bagaglio genetico che il cucciolo,
nascendo, si ritrova e che avrebbe da solo la possibilità di determinare il suo
comportamento se fosse ipotizzabile evitare ogni forma di apprendimento, il che
non è possibile. L’apprendimento ha la facoltà di mutare almeno parzialmente
l’indole, ma non può creare doti naturali laddove non esistono.
Da qualche tempo a questa parte si tende a definire le doti naturali come
doti istintive. Già l’uso di questi termini può creare, nella lingua italiana,
malintesi secondo il lessico, ma certamente è in ogni caso errata l’adozione dal
punto di vista scientifico. Le doti innate non hanno alcunché che le avvicini agli
istinti: la prova potrebbe essere data allevando un gruppo di cuccioli in un luogo
appartato dove l’influenza dell’apprendimento fosse quasi totalmente ininfluente
(quasi in situazione di deprivazione sensoriale). Si noterebbe allora, come le
risposte agli stimoli, varierebbero secondo l’indole del singolo cane, senza la
minima forma stereotipata che è propria degli istinti.
La dizione pertanto è da rifiutare perché crea confusione e non è corretta, è
opportuno invece usare termini come doti naturali o innate.
Le doti innate sono un tutto inscindibile e ognuna influenza le altre; sono
però identificabili e quantificabili studiando i risultati dei test di controllo.
Alcune di queste possono essere fortemente influenzabili dall’esperienza
memorizzata, altre sono solo apparentemente modificabili attraverso un processo
d’assuefazione5, altre infine non subiscono modificazione alcuna. Va in ogni
caso osservato che, in linea generale, le doti innate sono modificate in maggior
misura e più velocemente in senso peggiorativo rispetto a quanto richiesto dai
32

compiti previsti per ciascun singolo cane.


Esaminiamo le doti naturali del cane domestico tenendo presente che,
secondo lo Scanziani, si evidenziano almeno due gradi positivi e due negativi
per ciascuna. Gli aggettivi adottati hanno solo valore lessicale, ed in pratica si
preferisce usare il sistema algebrico. Si deve chiarire che non sempre la qualifica
“2+” raffigura il miglior cane in assoluto e quella “2-” il peggiore.
La valutazione va sempre strettamente correlata all’impiego che abbiamo
scelto per il nostro cane.
L’AGGRESSIVITÀ è definita da Konrad Lorenz nel “Cosiddetto male
oscuro” come una tendenza innata di conflitto verso i propri simili.
Nell’uomo è considerata come un’inclinazione della personalità a dominare,
ad emergere, quindi ad aggredire, spesso innescata da uno stato di frustrazione.
Considerando che il cane ritiene l’uomo come appartenente al suo branco,
quindi un suo simile, l’aggressività può essere rivolta anche verso queste
persone. Non esiste aggressività, come tale definibile, del cane verso altri animali
né verso uomini che non appartengono al branco.
La pulsione ad attaccare altri animali deriva piuttosto dall’ impulso
venatario6 mentre quella d’attaccare gli uomini estranei deriva dall’impulso di
difesa dell’area protetta e del gruppo.
In ragione del grado d’aggressività rivelato dal comportamento tenuto
durante i controlli caratteriali, possiamo graduare il cane in:
impulsivo (2+) allorquando ci imbattiamo nella massima aggressività,
focoso (1+) se siamo ad un livello inferiore al massimo, ma sempre in zona
positiva per ciò che riguarda la presenza di questa dote,
tiepido (1-) se invece entriamo in zona negativa per scarsa reattività,
apatico (2-) se manca del tutto una reazione aggressiva di qualsivoglia tipo.
La caratteristica fondamentale dell’aggressività è che attraverso i segnali
rituali ed in conseguenza dell’educazione parentale impartita al cucciolo, la
pulsione aggressiva può essere istantaneamente inibita in qualsiasi momento.
Nel capitolo dedicato all’aggressività ed alla combattività7 ne vedremo i
singoli sviluppi. È bene sapere fin d’ora che proprio in funzione di questa
possibilità d’inibizione, l’aggressività si differenzia sostanzialmente dalla
combattività.
La COMPETITIVITÀ è la dote naturale più negletta dagli specialisti ed è
invece la più importante soprattutto nel periodo della formazione caratteriale.
Serve al cucciolo per conquistarsi il miglior posto per suggere il latte materno dal
capezzolo più fornito e di più comodo accesso. Quando la cucciolata assume i
primi pasti dello svezzamento, il cucciolo competitivo si piazza nel miglior posto
attorno alla ciotola, e talvolta, all’interno della stessa.
All’arrivo del proprietario o della persona che accudisce alla cucciolata, il
cucciolo più competitivo è il primo ad accorrere per ricevere la quantità
maggiore di carezze e di ricompense.
Il cucciolone, crescendo, guadagna il posto nel branco, comprende
immediatamente l’importanza dell’area protetta, e realizza, ove necessario,
l’aggressività. È veramente impossibile graduare delle variazioni nella
competitività, perché le reazioni ai controlli si mescolano con l’impulso al gioco,
con il temperamento e con l’aggressività. Per questo motivo è preferibile
considerare la competitività dai suoi frutti finali, piuttosto che dalle situazioni
che si sviluppano gradualmente durante il susseguirsi dei controlli caratteriali.
La CURIOSITÀ è la dote che spinge il cane ad interessarsi in continua-
33

zione ai mutamenti dell’ambiente che lo circonda.


Dai controlli caratteriali si può evidenziare il cane:
bramoso (2+) quando è alla continua, esasperata, ricerca di nuove
informazioni;
avido (1+) nel caso in cui l’interessamento al mondo esterno è ancora ben
presente, ma non parossistico;
noncurante (1-) se appartenente già alla fascia negativa, ma che risponde
almeno a stimoli di una certa qualità.
disinteressato (2-) se totalmente privo d’interesse per ciò che accade attorno
a lui.
I sensi che entrano in gioco per soddisfare la curiosità del cane, sono
prevalentemente l’olfatto e la vista. Lo sviluppo della curiosità è quindi
essenziale per un buon uso dell’olfatto da parte del cane. Un cane da protezione
civile o per la ricerca della droga deve essere in continuazione bramoso di
conoscere l’ambiente che lo circonda, sia che stia lavorando per l’uomo, sia
s’interessi in funzione di una propria pulsione.
La DOCILITÀ è la qualità naturale che regola il rapporto fra uomo- pro-
prietario ed il cane, facendo in modo che il cane accetti naturalmente il
proprietario quale suo capogruppo. Il cucciolo domestico considera l’uomo ed i
membri della famiglia come suoi conspecifici appartenenti allo stesso suo
gruppo. Questa tendenza, che potrebbe anche definirsi come attaccamento o
fiducia, è dovuta al fatto che il proprietario ed i familiari s’occupano dei suoi
fabbisogni sia materiali, sia “spirituali” e di conseguenza sostituiscono i parenti
nella gerarchia del cane.
Così mentre l’uomo - purtroppo - arreca molti danni al cane cercando
d’antropomorfizzarlo, il cane si “difende” considerando l’uomo suo conspecifico
e trattandolo come tale. Il cane domestico deve quindi mettere in essere subito
una gerarchia, in altre parole stabilire chi è il capogruppo naturale e chi il
sottoposto e quale posizione lui stesso occupa nella conseguente scala
gerarchica.
L’uomo, in considerazione della sua mole, e per l’evidente suo impegno a
soddisfare i bisogni del cane, ha tutte le carte in regola per diventare capogruppo
e se non sbaglia clamorosamente atteggiamento, il compito gli riesce in modo
molto facile.
Esiste una piena accettazione di ruoli fra cane (subordinato) ed uomo
(capobranco), che realizza l’instaurarsi di un rapporto di docilità basato sulla
logica che il bene del branco ha la preminenza rispetto all’interesse dei singoli,
secondo la regola del mutuo soccorso vigente nel gruppo omogeneo.
Attenzione quindi che la docilità è ben diversa dalla sottomissione che è una
situazione imposta e non una qualità naturale, e che è forzatamente ottenuta solo
con atteggiamenti molto autoritari dell’uomo. Nel riferirsi alla docilità occorre
dare risalto alla subordinazione piuttosto che alla sottomissione da parte del cane,
ma si deve anche pretendere che il proprietario non domini il soggetto, ma che
piuttosto eserciti saggiamente i suoi doveri di capogruppo.
Secondo i gradi di docilità rilevati possiamo avere un individuo:
accondiscendente (2+) quando siamo in presenza della docilità assoluta,
mansueto (1+) se è docile ancora in grado rilevabile, ma con qualche
accenno d’indipendenza,
distaccato (1-) quando si può rilevare la docilità solo in situazioni particolari,
ma non costantemente,
intollerante (2-) quando la dote non è assolutamente presente e manca il
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rapporto naturale fra uomo e cane.


Il “ribelle” non è il contrario del cane docile, ma semmai è contrapposto al
sottomesso, quello che non avendo trovato un modus vivendi corretto, si oppone
alla situazione imposta tentando di diventare lui il capobranco.
In quasi tutte le specializzazioni alle quali si voglia adibire il cane, la docilità
dovrebbe essere sempre ben presente, ma vi sono alcuni compiti, come quelli che
interessano la protezione civile, nei quali il cane deve essere assolutamente
accondiscendente con qualche possibilità per il mansueto solo per i soggetti
dalle grandissime capacità olfattive. Anche nell’attività agonistica sarebbe bene
che il cane fosse altamente dotato di docilità; nella realtà, purtroppo, i metodi
d’addestramento, tranne quello naturale, fanno sì che il cane appaia docile, ma
nella realtà sia solo sottomesso.
Taluni Autori hanno considerato la DUTTILITÀ come una dote naturale. Si
è però constatato come può ricondursi ad un cocktail fra docilità, tempra e
sociabilità che la rendono irriconoscibile come dote a se stante. È di conseguenza
un termine solo esplicativo al quale non corrisponde alcuna dote riconoscibile.
La POSSESSIVITÀ indica la capacità per il cane domestico d’identificare
l’area protetta e gli oggetti di interesse del gruppo.
È importante premettere che il tradizionale concetto di territorio, così come
è inteso dagli Etologi, è inapplicabile al cane domestico.
Il fatto che ai bisogni primari provvede l’uomo, per delega voluta od
accettata, toglie significato al dover avere intorno a sé una determinata
estensione di terreno dove rinvenire facilmente le prede che soddisfino alle
esigenze alimentari del branco canino.
Il cane domestico od addomesticato, ha quindi mutato il concetto di territorio
nelle sue motivazioni principali, sostituendo alla necessità di sopravvivenza
quella di un’altrettanta indispensabile tranquillità di vita garantita da recinzioni
od altro e che s’identifica con “l’area protetta”.
Anche nell’attenzione che il cane domestico presta agli oggetti di sua
proprietà, ma anche a quelli d’appartenenza del gruppo, si denota la sua
possessività.
Al contrario d’altre doti innate che hanno una graduazione propria, la
possessività o è presente o non lo è. Le graduazioni, rilevabili dai controlli,
dipendono da altre doti come la vigilanza oppure il temperamento, ma non da
una particolare diversificazione del singolo per quanto attiene alla possessività. È
però una dote molto labile nel senso che un addestramento errato può annullarla,
ma per fortuna è anche facilmente ricuperabile di solito attraverso il gioco e la
stimolazione aggressiva.
Nei regolamenti di selezione caratteriale adottati da alcune Società
specializzate per la tutela di determinate razze, si ritrova elencato fra le doti
naturali; anche l’IMPULSO DI DIFESA, ma risulta subito evidente anche ad
un’analisi superficiale che si tratta appunto di un IMPULSO e non di una DOTE
NATURALE.
Un elemento affatto particolare dell’indole è la SICUREZZA, che indica la
capacità d’equilibrio del cane di fronte a qualsiasi tipo di stimolo gli proviene
dal mondo esterno. Equilibrio significa saper fornire una risposta corretta ad uno
stimolo, e quindi non eccedere in reazioni, che possono essere abnormi rispetto
alla qualità ed all’intensità dello stimolo stesso. Può essere testata sia con il cane
in stato di tranquillità assoluta, in pratica quando sta compiendo altre azioni
distraenti, oppure in momenti particolari d’accentuata tensione. In questo caso si
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definisce come SICUREZZA SOTTO STIMOLO. Non vi sono diversi gradi di


sicurezza; pertanto l’analisi si tradurrà in una definizione univoca: sicuro od
insicuro.
La SOCIABILITÀ indica la capacità del cane d’inserirsi nel mondo
dell’uomo. Non deve essere confusa con la socievolezza, che è invece il risultato
di tutta una serie d’esperienze apprese, per le quali si ha già un adattamento alle
situazioni, e non va scambiata con la socializzazione che costituisce un periodo
specifico dell’apprendimento.
Tanto più il cane possiede sociabilità, tanto più facilmente può inserirsi nella
vita e nella società dell’uomo ed unitamente ad un temperamento ed una docilità
positive, innesca quella situazione ritenuta ideale per tutte le specializzazioni, dal
cane da compagnia a quello per la ricerca in superficie, che si definisce come
perfetto sincronismo d’azione fra uomo e cane in modo tale che si parla di Unità
Cinofila (UC) per intendere l’assoluta intesa del duo.
Effettuati i controlli, abbiamo una classificazione siffatta:
espansivo (2+) è il cane adatto al massimo grado all’inserimento nella
società umana,
socievole (1+) è il cane che ancora evidenzia in alto grado la tendenza
d’entrare nel mondo dell’uomo,
incerto (1-) indica una certa resistenza ad entrare nella società dell’uomo,
rappresentabile da un atteggiamento sospettoso soprattutto verso gli estranei e gli
appartenenti al clan di rango inferiore al suo.
diffidente (2-) significa che il cane in esame non accetta la vicinanza
dell’uomo e lo rifiuta come partner nel branco.
I cani hanno tutti gradi diversi d’impulso a formare gruppo con l’uomo,
essendo fondamentalmente animali consociativi, come del resto lo siamo noi.
Conseguentemente il cane con forte impulso al clan è molto dotato di
sociabilità, quello che la sente meno è quantomeno diffidente nei confronti
dell’uomo. Va ricordato quanto sostenuto da Eibl-Eibesfeldt, che ha osservato
come in un branco ben regolato non sia sufficiente contare che nella scala
gerarchica vi siano individui disposti a stare al vertice. Occorrono anche altri
individui che accettino d’essere dei subordinati, ed è proprio quest’accettazione,
maturata nei secoli, che ha fatto del cane l’animale più socializzato con l’uomo.
Solo una serie di comportamenti errati, o qualche grave errore, che
compromettono, secondo il cane, questa buona armonia del gruppo, obbligano il
subordinato a mettere in discussione la scala gerarchica esistente ed esprimere la
volontà d’andare a sostituirsi al capobranco. Non si confonda
quest’atteggiamento, più che legittimo, con un eccesso d’aggressività: sarebbe
davvero un grave errore.
Si tenga in ogni modo presente che in avvenire la sociabilità sarà sempre più
determinante ai fini dell’accettazione del cane da parte della società dell’uomo.
Già da ora sono vivi dei movimenti anticinofili che, soprattutto riferendosi al
problema dell’igiene ambientale e della sicurezza caratteriale nei confronti
dell’uomo, mettono in discussione il diffondersi della cinofilia.
Il TEMPERAMENTO identifica la prontezza di risposta del cane ad uno
stimolo di qualsivoglia tipo, proveniente sia dall’ambiente esterno, sia da
quello interno.
Un cane è definito come:
esuberante (2+) se reagisce con assoluta immediatezza,
vivace (1+) se il tempo di reazione è ancora rapido, ma non istantaneo,
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pigro (1-) se la reazione avviene con lieve, ma sensibile ritardo,


indolente (2-) se la reazione è tardiva o manca addirittura.
Il temperamento è dote fondamentale, e nessun soggetto indolente può
trovare impiego pratico a favore dell’uomo.
Va notato che nel cane da guardia, più che il temperamento deve essere
rilevata una reale consapevolezza del concetto di “area protetta”, che una volta
violata dagli estranei dà un maggior supporto all’azione di questo tipo di cane
rispetto al suo temperamento.
La TEMPRA è la capacità espressa dal cane di resistere agli stimoli
spiacevoli sia dal punto di vista fisico che psichico. La capacità di resistere agli
stimoli spiacevoli si manifesta non solo nel tollerarli, ma anche nel dimenticarli
il più velocemente possibile. Un cane che si sia fatto male saltando un ostacolo,
ha una tempra positiva se lo risalta subito e senza esitazioni. Ma anche il cane
che si ritrovi in condizioni di difficoltà già in precedenza patite, per esempio
durante una ricerca, le riaffronti anche a distanza di tempo, impedendo alla
memoria un intervento negativo ai fini dell’esecuzione del lavoro, è un cane
dalla tempra ben presente.
Il cane si definisce:
coriaceo (2+) quando dimostra una forte capacità di resistere e dimenticare
gli stimoli spiacevoli,
duro (1+) se ha ancora la tendenza a resistere e dimenticare, ma con qualche
accenno di cedimento che si manifesta solo a tratti e sempre in situazioni
particolari,
cedevole (1-) se ha una rilevabile tendenza a non gradire gli stimoli
spiacevoli e in ogni caso ad evocarli nei comportamenti successivi,
molle (2-) se non sopporta gli stimoli spiacevoli e se la memoria di questi è
talmente persistente, che in situazioni analoghe dà origine a comportamenti
d’evitamento o conflittuali8.
Il cane molle non è adoperabile in alcuna specialità che interessi l’uomo,
anzi anche se lasciato a poltrire in casa od in canile, è sempre un cane infelice
perché spaventato di tutto persino del suo stesso timore.
Al contrario il cane coriaceo può avere qualche impiego saltuario e specifico
(esempio il traino), ma non può servire nella protezione civile a meno che non
abbia grandissime doti di fiuto e sia anche accondiscendente per quanto attiene
alla docilità (combinazione davvero rarissima). Per questo tipo di cane occorre in
ogni modo un conduttore molto esperto.
I dati informativi sugli stimoli spiacevoli derivano tutti dai sensi, ma la
reazione è determinata dal sistema nervoso volontario; ha perciò poco senso
distinguere fra stimoli fisici e psichici, se non ai fini didattici.
La VIGILANZA è la dote naturale che consente al cane di percepire tutti i
pericoli e di segnalarli, per tempo, agli altri membri del gruppo.
Va chiarito che la vigilanza è strettamente legata ai concetti di area protetta
e di tempo d’attenzione9 nel senso che tanto più vasta è l’area che il cane si è
prefigurato di proteggere, tanto più tempestivo può essere l’allarme per
l’invasione di estranei. In contrasto esiste il rischio che un’area protetta troppo
vasta e quindi una vigilanza molto accentuata, provochi un numero esagerato di
allarmi inutili che alla fine turbano la quiete del gruppo ed in ogni caso rendono
meno credibili tutte le successive segnalazioni.
Ugualmente un tempo d’attenzione troppo breve, può far cessare la vigilanza
troppo presto rispetto al pericolo reale tuttora esistente e provocare quindi danni
37

al gruppo.
Nel caso della vigilanza quindi i due estremi della scala dei valori sia positivi
sia negativi non sono da raccomandarsi, mentre il meglio è rappresentato dai
gradi intermedi.
Abbiamo pertanto un cane:
sollecito (2+) quando la vigilanza è molto accentuata e la vastità dell’area
protetta stabilita dal cane è troppo al di sopra della media calcolabile,
attento (1+) quando la vigilanza è spiccata, ma non esagerata,
disattento (1-) quando l’intervento tarda rispetto al momento in cui si ha un
accenno di minaccia esterna,
svagato (2-) quando la reazione alla minaccia è ritardata oltre ogni normale
attesa.
La vigilanza è strettamente correlata al temperamento; non si confonda
pertanto un cane a corto di vigilanza con un cane di scarso temperamento. Il
primo caso può essere corretto con un addestramento appropriato, il secondo è
solo apparentemente modificabile.

5 - Cfr. Cap. 6.
6 - Cfr. Cap. 5.
7 - Cfr. Cap. 5.
8 - Cfr. Cap. 17
9 - Cfr. Cap. 11
38

Capitolo V

L’AGGRESSIVITÀ
E LA
COMBATTIVITÀ
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L’aggressività e la combattività sono nel cane domestico assai simili fra


loro, ma non identiche. I loro confini sono piuttosto difficili da cogliere mentre
le conseguenze che possono portare nella vita sociale del cane domestico, sono
assai diverse. Per questi motivi occorre studiarle con l’attenzione dovuta alle
problematiche difficili.

L’AGGRESSIVITÀ
Il dibattito sull’aggressività del cane domestico divampa violento ogni volta
accade un fatto clamoroso: un “amico dell’uomo” (ma solitamente sono più
d’uno) attacca un bambino od anche un adulto, lo morde al punto tale da ferirlo
gravemente e persino ucciderlo.
I media se ne occupano per un paio di giorni, poi del fatto non si ritrova
traccia alcuna in quanto non fa più notizia. Di conseguenza i particolari non sono
mai rivelati, né si stabiliscono le responsabilità, al di fuori di quella generica del
proprietario, non s’accenna ad una causa scatenante, non si descrive il
comportamento dell’uomo o del bimbo ferito. Nel ricordo della gente resta solo
il comportamento “assassino” di questo cane, solitamente molto tranquillo, che
improvvisamente morde e forse anche uccide senza una apparente motivazione.
Un atteggiamento dei media di questo tipo coltiva la falsa convinzione che
tutti i cani, alla fine, possano diventare pericolosi per l’uomo. La psicosi
raggiunge poi dei limiti assurdi, quando riguarda una razza che già è un poco
“chiacchierata”, ed allora nascono delle teorie fantascientifiche, del tipo che il
dobermann non può essere un cane normale, perché le dimensioni della sua
scatola cranica sono troppo piccole, per contenere un cervello normale.
Senza entrare nel merito di un singolo caso specifico, del quale del resto
nulla si conosce più, dobbiamo fare alcune considerazioni e trarne le relative
conclusioni.
In primo luogo è indispensabile riflettere che non è ancora chiara a tutti la
differenza fra due componenti caratteriali che possono essere causa del
comportamento anomalo, agendo sia in modo alternativo sia sommandosi fra
loro.
Va ricordato che solo recenti ricerche hanno potuto appurare le
diversificazioni comportamentali dovute a ciascuna componente, differenza che
si nota in misura assai contenuta nel cane selvatico, ma che quello domestico ha
sviluppato in modo sicuramente superiore proprio a seguito della prolungata
convivenza con l’uomo e quindi di averlo accolto quale conspecifico.
L’aggressività nel cane si manifesta fin da cucciolo attraverso il gioco con i
genitori e con i fratelli. Il cane deve imparare che questa dote naturale ha dei
limiti ben precisi, raggiunti i quali, la pulsione aggressiva deve trovare una sua
estinzione pressoché immediata.
Sono il padre e la madre che s’incaricano di “educare” il cucciolo e lo fanno
con adeguata severità, ripetendo più volte la tecnica prevista che scatta quando il
morso, giocoso, del figlio supera un certo livello di dolore.
Scatta allora la reazione parentale che d’un tratto blocca l’azione del giovane
cane attraverso il “morso inibitore”, tanto più violento quanto maggiore è la
stretta del cucciolo stesso. Dopo che quest’atteggiamento dei genitori si
manifesta per alcune volte, ecco che il cucciolo sta ben attento a non affondare i
dentini sul corpo del cane adulto oltre i limiti consentiti, e non lo farà più, per
tutta la vita, con i suoi conspecifici.
Il cucciolo, giocando con i suoi fratelli, sviluppa la necessaria gerarchia del
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branco ed impara a conoscere che alcune posture (atteggiamenti) fanno cessare


di colpo ogni azione aggressiva, qualsiasi sia il livello raggiunto. Impara a
conoscere e a praticare la cosiddetta “postura di sottomissione”10 che, nella quasi
totalità dei casi, segnala la cessazione d’ogni azione aggressiva.
Il tutto, è d’uopo ripeterlo, per il cucciolo avviene nell’ambito del gioco
educativo.
Abbiamo quindi due constatazioni preliminari:
1) l’aggressività si sviluppa dal gioco per una specie di trascinamento, anche
involontario, che spinge i giocatori a comportamenti sempre più duri sino
a giungere alla violenza;
2) l’aggressività ha dei limiti ben definiti, che stanno nella durezza del
morso e nella cessazione d’ogni azione di resistenza da chi si ritiene, per
propria decisione, soccombente nella disputa del momento.
Nel cucciolone e nel giovane cane l’aggressività si sviluppa per alcune
precise ragioni ed in genere si protrae anche nel periodo adulto:
a) motivi di predominio o dominanza, per stabilire una scala gerarchica
indispensabile per il buon funzionamento del branco, il che allo stato
brado significa la differenza fra la vita e la morte, e nel cane domestico
significa un buon inserimento o meno nella società dell’uomo;
b) motivi d’origine familiare, per il controllo di situazioni che si presentano
durante tutto il ciclo riproduttivo;
c) motivi d’ordine sessuale, per la scelta del miglior riproduttore possibile
all’interno del branco;
d) motivi di preclusione alla fuga, allorquando ogni via di scampo diventa
impercorribile: ne è l’esempio classico quello del “cornered rat” o topo
rinchiuso in un angolo dal quale gli è impossibile fuggire, ed anche il
timoroso topo deve aprirsi la strada aggredendo;
e) motivi d’origine reattiva, quando soggetti timidi o paurosi aggrediscono
per primi al fine di celare quanto più possibile la loro inferiorità. È la
formula classica di chi porta per primo un’offesa, atteggiamento questo
che potrebbe anche ottenere lo scopo di far desistere l’avversario dalla
sua azione;
f) motivi di difesa dell’area protetta nei confronti d’estranei conspecifici.
Nel periodo senile si possono osservare atteggiamenti aggressivi per
motivi dettati dall’insofferenza.
Una differenza sostanziale, che il Lorenz rileva, fra l’aggressività dell’uomo
e quella degli animali in genere, è che l’apprendimento condiziona moltissimo
quella umana, fattore che invece sembra avere meno valore nelle specie animali.
Prima di giungere al contatto fisico con il concorrente, ogni cane ha una serie
di comportamenti di minaccia e di provocazione che ne rendono comprensibili le
intenzioni. A seguito di queste minacce possono accadere tre cose:
1) lo sfidato reagisce, dimostrando un’identica propensione allo scontro e
questo ha luogo;
2) lo sfidato abbandona il campo, perché riconosce aprioristicamente la
superiorità dell’altro;
3) il tutto si tramuta in una “baruffa” certamente più gestuale e vocale; che
di scontro fisico.
L’“aggressività da predominio” o “da dominanza” è la specifica forma che
riguarda la posizione sociale all’interno del branco. Il branco è una eccezionale
istituzione di mutuo soccorso, senza la quale la vita del singolo cane selvatico
sarebbe davvero difficile, ma per ben funzionare, ha necessità d’avere una sua
gerarchia interna molto precisa e ben calibrata. Dal momento che ai cani che ne
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occupano gli scalini più alti, spettano molti privilegi diventa normale che
ciascuno dei membri del clan cerchi, se può, di sopravanzare chi lo precede.
Questa disputa avviene nella maggior parte dei casi limitandosi ad un
preliminare aggressivo solo posturale e verbale, ma può talvolta degenerare in un
breve lotta che termina per dichiarazione d’impotenza di uno dei concorrenti.
Questa digressione sul cane selvatico serve per renderci conto delle diffe-
renze comportamentali che ritroviamo in quello domestico. È indispensabile
tracciare un limite preciso dal quale partire nella disamina dell’aggressività del
cane domestico e cioè che questo ritiene d’aver formato un branco insieme con i
membri della famiglia in cui vive, non importa quale ne sia il numero.
Entrato in casa da cucciolo ha subito compreso che il capogruppo è il
proprietario: questo ha equilibrio, coerenza nelle decisioni, correttezza dei
comportamenti e senso di giustizia, elementi tutti che convincono il cucciolone a
non metterne in discussione il ruolo. Con gli altri famigliari la situazione varia
secondo il reciproco interessamento: se la moglie accudisce ai bisogni
fondamentali del cane, diventa automaticamente un superiore della scala
gerarchica. I figli maggiori, secondo la loro disponibilità al gioco, assumono il
ruolo di pari grado o di sottoposti.
I figli più piccoli sono annoverati come cuccioli da proteggere ad ogni costo,
ma anche da educare come tali, e quindi da rimproverare severamente in caso
d’errori ed il rimprovero normalmente si limita ad un ringhio deciso, magari
seguito da un leggero morso, una stretta più che altro, quando davvero il
comportamento dei bambini diventa non coerente con l’armonia del gruppo.
Questo per ciò che riguarda l’interno della famiglia. Ci sono poi i parenti e
gli amici più stretti, che arrivano spesso in visita e sono considerati “affiliati” al
gruppo e tollerati, specie se tengono il comportamento che il cane ritiene
corretto: un rapporto un po’ staccato di reciproco rispetto, con nessun tentativo
d’invadere, se non accetti, l’area protetta.
Queste persone possono alternarsi nel ruolo di conspecifici o no, secondo il
loro comportamento visto sempre dalla parte del cane.
infine vi sono tutti gli altri uomini. Questi non fanno parte, neppure come
affiliati, del branco. Sono osservati con indifferenza o sospetto sempre secondo il
loro comportamento. Nello stabilire questi confini ha giocato molto la dote
naturale “sociabilità”, ed anche un mirato apprendimento cognitivo, che è stato
svolto soprattutto nel periodo della socializzazione.
Se mancano sia questa dote naturale sia l’apprendimento, il gruppo è formato
solo dai famigliari conviventi e da un numero ristretto d’amici. Gli altri sono
considerati estranei.
In quanto ai rapporti con gli altri cani l’atteggiamento può essere duplice. Il
cane domestico che si sente inserito realmente nel clan con l’uomo e ha buoni
rapporti con tutti gli uomini in genere, rifiuta il rapporto da conspecifico con gli
altri cani, che hanno in comune a lui solo un certo tipico odore ed alcune
abitudini.
Al contrario se il rapporto con il clan dell’uomo è instabile, difficile da
vivere, ed il cane non è ben inserito, gli altri cani possono anche essere
considerati conspecifici a pieno titolo, purché rispettino le normali regole di vita
in comune.
Esistono delle differenze comportamentali sostenute da altre doti innate che
influiscono sulla pulsione aggressiva: non è pensabile, infatti, paragonare il
comportamento frenetico, vivace, impulsivo del fox terrier e quello un po’
pacioso, sornione, talvolta apatico del bracco italiano.
Il temperamento, la docilità, la sociabilità giocano un ruolo altrettanto
42

importante dell’aggressività nello stabilire il comportamento del cane domestico


e ricordiamo che le doti naturali interagiscono in ogni caso ed in ogni momento.
Un cane dal temperamento esuberante può diventare, ma non è una regola,
più aggressivo di un indolente. Il cane espansivo sarà tendenzialmente meno
aggressivo di quello diffidente, e così via.
Per completezza d’informazione occorre precisare che alcuni Autori, dal
punto di vista teorico hanno suddiviso il comportamento aggressivo in due
grandi categorie: l’aggressività intraspecifica e l’aggressività interspecifica, la
prima rivolta contro un appartenente alla stessa specie, la seconda che riguarda
soggetti di specie diverse.
Le modalità d’espletamento della pulsione aggressiva intraspecifica sono
quelle già citate, dalla fase d’avvertimento a quella di sfida ed a quella di lotta,
con l’aggiunta della fuga di uno dei contendenti in caso di manifesta inferiorità.
Il cane del resto è un profondo conoscitore della massima: soldato che fugge,
buono per la prossima battaglia!
L’aggressività interspecifica è rivolta agli appartenenti di tutte le altre specie,
ma con graduazioni variabili secondo il comportamento dell’altro animale, che
può anche essere tollerato per periodi più o meno lunghi.
Alcuni Autori ritengono che l’atto di cacciare una preda da parte del cane
selvatico, sia l’espressione di un’aggressività interspecifica. La caccia soddisfa
un bisogno: la fame, quindi è sostenuta dall’istinto predatorio e semmai trova
nella mordacità la dote naturale necessaria per stringere alla gola la preda ed
ucciderla. Questo quando si tratti di prede erbivore, che solitamente costituiscono
la fonte alimentare prediletta dal cane selvatico.
L’aggressività interspecifica diretta ad eliminare un potenziale concorrente
nello sfruttamento delle risorse alimentari presenti sul territorio, è solitamente
scatenata contro gli altri predatori in particolare quelli che sono etichettati come
“nocivi” ed è quindi motivata dal concetto di difesa del territorio.
Tutto ciò nel cane selvatico, ma come potrebbe essere presente l’aggressività
interspecifica nel domestico?
Anni d’esperienze sui campi di prove per cani da caccia al nocivo in tana,
hanno chiarito che almeno il cinquanta per cento dei soggetti terriers e bassotti,
hanno perso per strada le motivazioni che guidano il cane selvatico. Esse restano
invece parzialmente presenti, ma vanno affievolendosi, nello jagdterrier
continentale, perché si tratta di una razza selezionata da pochissimo tempo, e la
cui selezione è avvenuta con la scelta di soggetti provetti cacciatori.
Eppure il fox terrier non ha perso la sua aggressività verso i conspecifici,
anche se l’ha molto ridotta a spese di un aumento della combattività, come
vedremo.
Niente più istinto predatorio, niente più concetto di territorio come
nell’antica accezione. Il terrier ed il bassotto, anche il meno vivace, sono spesso
aggressivi con le persone estranee: segno evidente che mancano di sociabilità. In
effetti possono essere adibiti a ben poche attività che si risolvano a favore
dell’uomo, ed il loro principale compito è quello di vivacizzare la vita di qualche
proprietario sportivo e capace di controllarli. Infatti possono mettere spesso in
discussione il ruolo del capogruppo ed occorre veramente un sapiente gioco di
carota e bastone per controllarli.
Nei rapporti interspecifici entra in gioco la combattività perché solitamente i
terrier ed i bassotti, avendo un temperamento molto vivace e tempi di reazione
lestissimi, sono pronti a rispondere a qualsiasi atto che possono interpretare come
una possibile minaccia. E del resto, per l’attività che svolgono, o che hanno
svolto, la pulsione aggressiva non è sufficiente e nella caccia in tana diventa
43

indispensabile la combattività.
Una seconda differenziazione può essere fatta fra il cane che vive
normalmente in appartamento e quello che, vivendo in villa od in allevamento,
trascorre gran parte del tempo fuori della casa. Si nota che il secondo cane è
sicuramente più aggressivo del primo, per il semplice fatto che quello
prettamente domestico ha già accumulato alcune esperienze che quello
d’allevamento o da giardino deve ancora vivere.
Che poi l’aggressività intraspecifica del cane domestico sia diventata poco
più di un rituale, è dimostrato da un esperimento che chiunque può ripetere.
Quando un cane rinchiuso in un ampio recinto, il giardino di una villa ad
esempio, è avvicinato all’esterno da un cane estraneo, naturalmente inizia
attraverso la rete metallica di recinzione un rituale aggressivo specifico. Il tutto
termina poi in un gran abbaiare ed un gran correre avanti ed indietro dei due cani
ciascuno dalla propria parte della recinzione. Questa ha normalmente un
cancello, che i proprietari timorosi che il loro cane possa scappare, tengono
sempre accuratamente chiuso. Ebbene se un giorno fosse aperto quando già è
incominciato il rituale dell’inseguimento si potrebbe notare un comportamento
da giudicare a prima vista assolutamente anomalo. Nessuno dei cani varcherebbe
il cancello aperto per dar seguito ai tanti rituali aggressivi già consumati. Perché?
Semplicemente perché il rituale non era aggressivo, ma ludico. Varcando la
soglia del cancello uno dei due cani interromperebbe il gioco: perché far cessare
un passatempo così divertente?
Al cane domestico restano ben poche occasioni per sviluppare
comportamenti aggressivi. Può giungervi ancora per la preclusione d’ogni via di
fuga, nel caso in cui ritiene l’atteggiamento della controparte sicuramente
minaccioso, ma è un’evenienza che si ritrova piuttosto nel cane d’allevamento,
che in quello domestico. La fuga, di fronte ad un avversario considerato
gerarchicamente superiore oppure di tipo sicuramente dominante, è un’evenienza
che tende a scomparire nel cane domestico, preferendo un diverso atteggiamento
di subordinazione o di sottomissione. Del resto che senso avrebbe la fuga di
fronte all’uomo capogruppo, se poi si deve sempre dipendere da lui per il
soddisfacimento dei bisogni primari?
L’atteggiamento di fuga si ritrova ancora nei cani che hanno la sfortuna
d’avere a che fare con un proprietario distratto, nel migliore dei casi, o tanto
sprovveduto e sciocco da non comprendere il comportamento di sottomissione
del proprio soggetto. È lampante che un proprietario che continui a ritenere che
la punizione sia la sola strada percorribile per ottenere dal cane l’ubbidienza,
obbliga quest’ultimo a rivedere tutto il sistema di comunicazione.
In questo caso, che non è poi così infrequente, sono diversi i cani che
adottano la fuga come estrema soluzione.
Resta la difesa dell’area protetta. Ecco un nuovo motivo che porta a
considerare come il cane domestico stia perdendo progressivamente il concetto
originario di territorio. Dell’area protetta fa parte anche l’automobile che a stretto
rigore non dovrebbe appartenere al territorio: quali risorse venatorie può dare
infatti un automobile?
Però l’estraneo che s’avvicina all’automobile, lo fa mettendo alla prova il
patto di mutuo soccorso fra proprietario e cane, patto che si basa sui reciproci
compiti di difesa dell’area da loro vissuta. Poiché il proprietario non difende
l’auto, quando per esempio è fermo al casello autostradale, ecco che alla bisogna
si sente in dovere di supplire il cane. A quel punto diventa assolutamente patetico
lo sforzo del proprietario, frastornato dall’abbaio e preoccupato per un eventuale
e possibile intervento aggressivo del cane, che tenta di tenerlo calmo, magari
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mettendosi a sua volta ad urlare, così da eccitarlo ancor di più.


Si ritiene pertanto che molte affermazioni di diversi Autori possono essere
accettabili per il cane selvatico, ma non per quello domestico, la cui aggressività
andrebbe ristudiata e ridimensionata nei limiti reali.
Terminando possiamo affermare che l’aggressività, per il cane domestico,
non è più il “male oscuro” del Lorenz, ma anzi stanno sempre più mutando le
condizioni perché, sia pure lentamente, perda ogni valore. Come si spiegano
allora certi comportamenti di lotta dei cani domestici fra conspecifici e non? Per
la presenza sempre più pregnante della combattività, finora piuttosto sconosciuta
e misconosciuta.

LA COMBATTIVITÀ
La COMBATTIVITÀ contempla una risposta di lotta - quindi il mordere -
ad uno stimolo esterno che è considerato dal cane come spiacevole o
minaccioso, da chiunque portato.
Alcuni cani vi giungono attraverso la pulsione aggressiva e dopo averla
scaricata, altri invece vi arrivano direttamente senza che sia implicata
l’aggressività.
Questo dipende sia dal grado d’addestramento, sia dall’assimilazione di
diverse esperienze, autonomamente sviluppata nel singolo soggetto.
La combattività come reazione di lotta, è quindi una risposta volontaria a cui
il cane ricorre, solitamente, in casi estremi, o a cui è portato per errori di
preparazione e di inserimento nella società dell’uomo. Potrebbe essere indicata
come un residuo istintuale mal interpretato e dovuto nel cane domestico da
fattori esterni al soggetto.
Per stabilire semplicisticamente ed in breve la differenza fra aggressività e
combattività si potrebbe definire la prima come il pugilato sul ring e la seconda
come la rissa in osteria. La prima con delle regole ben precise, la seconda
totalmente priva di norme codificate.
La combattività è essenzialmente una reazione di lotta di fronte ad uno
stimolo esterno ritenuto pericoloso dal cane. Non è quindi un’azione volontaria
come l’aggressività, ma una risposta a stimoli esterni. Nel tempo la combattività,
è stata chiamata: istinto di lotta, istinto a mordere ed anche confusa con la
competizione (che al contrario è una spinta ad emergere e non una lotta fisica) e
soprattutto facente parte dell’aggressività.
È molto importante quindi chiarire cosa significa “stimolo esterno
pericoloso” perché la combattività ha una sua prerogativa: è una risposta che non
può avere inibizioni di sorta tanto che, una volta innescato il processo, molto
difficilmente può essere bloccato.
Un semplice gesto che in altre occasioni potrebbe non avere significato
alcuno, può, per esempio, scatenare la combattività all’interno dell’area protetta.
Un gesto, come il chinarsi sul cane, costituisce una postura di minaccia, tanto è
vero che il conduttore l’adotta proprio quando deve rimproverarlo.
Una mimica che richiami la gestualità dell’uomo d’attacco, per un cane
addestrato alle prove, è individuato come uno stimolo pericoloso, così il corrergli
incontro urlando oppure anche il trepestare i piedi sul posto. Insomma sono
stimoli pericolosi tutti quelli che evocano passate esperienze che il cane ha
classificato come spiacevoli e che non desidera affatto ripetere.
Per evitarle il cane risponde combattendo e dal momento che non può
praticare arti marziali, usa l’unica arma che possiede: il morso.
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Ecco la spiegazione più probabile dei diversi incidenti che hanno visto dei
cani mordere a fondo non solo degli sconosciuti, ma anche dei membri del
gruppo familiare.
Solitamente il cane domestico che si sente minacciato dapprima tenta una
ritirata, perché lo spirito di autoconservazione lo guida in questo senso; è un
momento d’avvertimento molto importante che può durare anche solo pochi
secondi. L’uomo in questo caso dovrebbe immobilizzarsi e rassicurare il cane
con un lungo discorso, anche sconclusionato, ma sempre rivolto con toni gentili e
calmi, assolutamente privi di qualsiasi accenno di paura. In questo caso il cane
dopo un tempo neppure lungo si calma, si convince delle buone intenzioni e può
anche avvicinarsi con curiosità e poi senza diffidenza a chi gli ha evocato una
minaccia,.
Ogni cane ha una sua “distanza di fuga”, che coincide con lo spazio minimo
che separa il soggetto dalla presunta minaccia, e che consente ancora la
possibilità di scelta fra la ritirata e l’attacco. Questa scelta fra le due soluzioni è
obbligata solo con gli appartenenti a specie diverse, mentre con i conspecifici
esiste anche una terza possibilità: l’attuare un comportamento di sottomissione.
Pertanto la “distanza di fuga” non è sempre aprioristicamente quantizzabile
da parte dell’uomo, perché dipende dalla socializzazione già acquisita dal cane,
dal suo attuale stato di salute, da un eventuale senso di timore, e da altri fattori
endogeni ed esogeni.
Il fatto che solo con i conspecifici il cane attui atteggiamenti (posture) di
sottomissione, deve consigliare all’uomo la massima attenzione alle sue reazioni
quando s’imbatte in queste posture. Tale attenzione va raddoppiata ove il cane
sia normalmente legato alla catena oppure rinchiuso in un recinto dalle
dimensioni relativamente piccole.
Superata questa fase di fuga senza che l’uomo, per ignoranza o per
noncuranza, cessi dalla sua, anche inconsapevole, azione minacciosa, il cane non
fugge più e si lancia decisamente all’attacco. Il morso del cane, è ben noto, fa
molto male, anche quando è portato in modo molto leggero, per la compressione
esercitata sui tessuti cutanei. La reazione dell’uomo è normalmente duplice:
grida per lo spavento e per il dolore ed accentua così la minaccia, ed inoltre tenta
di strappare il braccio o la gamba dal morso, azione alla quale corrisponde una
reazione analoga, ma in senso contrario. Il cane tira a sé l’arto e provoca quindi
nuovo dolore e nuovo spavento.
È difficile anche per un esperto a quel punto cavarsela con poco danno, se
poi ad essere affrontato è un bambino od una donna debole, il guaio può anche,
essere molto grave, forse irreparabile.
Diverso è il caso dei cani da combattimento. Questo crudele sport vede
protagonisti dei cani abituati sin da piccoli alla lotta, hanno in genere una tempra
durissima e probabilmente provano piacere nel combattimento.
L’esperienza ha un effetto notevole sul successivo comportamento. Il cane
con combattività limitata, ma sempre a livello apprezzabile, che vinca o perda
vede diminuire la qualità della propria risposta.
Al contrario nel cane con combattività spiccatissima le vittorie l’aumentano
ancora e le sconfitte la scalfiscono molto relativamente,
Due conseguenze quindi diverse fra loro e legate probabilmente alla tempra
ed alla somma delle esperienze assunte.
L’americano Thorndike ha definito la combattività come “il piacere
dell’eccitarsi”; l’austriaco Menzel l’ha chiamata “amore per la lotta”.
Comunque la si voglia definire, anche ingentilendola, la combattività è una
cattiva compagna di viaggio per il cane domestico e dovrebbe essere ben valutata
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dai controlli caratteriali per non eccedere nella “quantità”.


Il solo impiego pratico che riteniamo consono ad un cane battagliero è la
guardia delle greggi contro i pericoli rappresentati dai predatori degli ovini,
anche quelli a due zampe!
Un cane battagliero, od anche solo agguerrito, è ovviamente da sconsigliare
nella maniera più assoluta ad una famiglia ove siano presentì dei bambini o che
abbia una vasta cerchia d’amici che possono visitarla.
Alcune teorie hanno cercato di spiegare la differenza fra aggressività e
combattività facendo ricorso al “riflesso di difesa attiva” (RDP) identificabile
nell’aggressività, e al “riflesso di difesa passiva” (RDP) codificata come risposta
combattiva.
Queste teorie generano qualche dubbio allorquando spiegano che i riflessi di
difesa attiva sarebbero sostenuti da uno stato di ipereccitabilità che sta ad
indicare una soglia di stimolo piuttosto bassa, mentre i riflessi di difesa passiva
sarebbero appannaggio dei soggetti più calmi e riflessivi.
Il difetto principale sta nel fatto che la sovraeccitabilità che da origine alla
pulsione aggressiva, non è controllabile dalle singole doti innate o dal
comportamento appreso, ma solo dal mutamento delle condizioni ambientali
esterne al cane (fatte salve situazioni patologiche d’ordine organico),
constatazione facilmente rilevabile “in vivo”, che non ammette quindi ogni
possibile riferimento alla volontarietà o meno della pulsione del cane. Al
contrario l’aggressività è assolutamente determinata e controllata dalla volontà
del singolo soggetto.
A parte questa svista, la teoria dell’esistenza di una risposta di difesa attiva e
di una passiva è da verificare sperimentalmente perché aprirebbe nuovi confini
alla esatta conoscenza dei processi dovuti alla combattività, in modo particolare
per quanto attiene al passaggio fra azione aggressiva ed azione combattiva,
passaggio a cui si assiste spesso.
A conclusione si deve quindi considerare che l’aggressività è un pregio
relativo legando il giudizio ai compiti sociali affidati al cane domestico, mentre
la combattività è, salvo casi particolari, un difetto assoluto.

10-Cfr.Cap. 14.
47

Capitolo VI

GLI ISTINTI,
GLI_IMPULSI
E_LE_MOTIVAZIONI
48

Nel corso di quest’ultimo secolo tutti gli studiosi del comportamento animale
si sono interessati agli istinti, vuoi per avvalorarne l’importanza, vuoi per
sminuirla secondo i momenti e le scuole di pensiero predominanti. All’inizio del
secolo per lungo tempo gli Istinti furono considerati come un modello
sostanziale di comportamento. Nel 1908 lo psicologo inglese William
McDougall scriveva: “Possiamo assicurare che direttamente od indirettamente
gli istinti sono i motori principali di tutta l’attività dell’uomo (!). Se togliessimo
questi impulsi potenti, l’organismo non sarebbe capace di svolgere alcuna attività
e rimarrebbe immoto ed inerte come un orologio cui fossero state tolte le
lancette”.
Subito dopo gli anni venti, s’incomincia a studiare gli effetti
dell’apprendimento, in maniera più decisa, e su piani diversi da quelli tracciati
dal Pavlov.
Gli studi di Thorndike e di Skinner sul condizionamento operante, tolgono
valore agli istinti, poiché il comportamento dell’animale è profondamente
segnato da quanto riesce ad apprendere. L’apprendimento può mutare, anzi muta,
tutta l’influenza del bagaglio genetico sino a trasformare totalmente il
comportamento dell’animale. Quindi gli istinti passano in seconda fila e servono
solo a spiegare certi comportamenti anomali che ogni tanto s’affacciano
nell’animale e che sono tutto il contrario, ma in senso negativo, di quello che
dovrebbe essere il comportamento corretto.
Arrivano poi gli etologi che restringono il loro campo di ricerca ai soli
animali viventi allo stato brado, od almeno di preferenza verso questi.
Abbiamo quindi oggi nello stretto ambito dell’etologia una certa
rivalutazione degli istinti.
Tutto ciò considerando l’intero mondo animale, ma se restringiamo il campo
alla sola specie canina, si deve considerare l’esistenza ormai conclamata dei
quattro tipi di cani già indicati (selvatici, randagi, d’allevamento e casalinghi),
ciascuno dei quali alle prese con i propri problemi d’adattamento che non sono
comuni fra un gruppo e l’altro.
Gli etologi, intesi in senso stretto, s’occupano dei cani che vivono allo stato
brado e che hanno grandi capacità decisionali e sono indipendenti dall’uomo. Nel
momento in cui gli etologi applicano nell’ambito del cane domestico le loro
teorie comportamentali, non mancano gli equivoci. Si trovano infatti coinvolti
nella difficoltà di districarsi nei problemi, loro sconosciuti perché non cinofili.
Intorno agli anni settanta, per esempio, fece clamore il caso di un allievo del
Lorenz, che per verificare alcune teorie sui cani domestici scelse come soggetti
da esperimento i dingo, dei meticci raccolti per strada e dei norsk elghund
norvegesi, tutti tenuti in un contraddittorio stato di semilibertà fra enormi recinti
e l’accesso volontario alla casa dell’esperimentatore.
Questo non rifletté, dal suo canto, che il dingo non è mai stato animale
domestico, che i meticci non possono fornire buoni punti di riferimento, giacché
troppo sconosciuto è il loro bagaglio genetico, e che gli elghund, sino a vent’anni
addietro, non erano mai entrati nelle case dell’uomo.
Purtroppo i libri di quest’Autore furono diffusi anche in Italia da una
importante Casa editrice, ed ebbero una grande divulgazione, destando scalpore e
curiosità anche nell’ambito della cinofilia ufficiale. Ci vollero poi anni di duro
lavoro con la base cinofila, perché gli equivoci derivanti dalle asserzioni di quel
ricercatore potessero essere chiariti e ristabilita la verità.
Naturalmente questa critica specifica non inficia minimamente, né lo
potrebbe, la validità dell’enorme mole di lavoro svolta dagli etologi
comportamentisti, vuole solo indicare come possa essere difficile, per chi non è
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cinofilo, studiare il cane da fuori ambiente.


Alcuni standard di razza e persino alcuni regolamenti di selezione stilati
dalle Società specializzate che tutelano le razze stesse, per quanto attiene alla
descrizione delle caratteristiche psichiche, usano concetti e termini ormai
obsoleti. Non è raro trovare espressioni come: “istinto di lotta” che per esempio
oggi si ritiene essere non una pulsione istintuale, bensì una risposta deviata del
cane domestico, la cui caratteristica fondamentale è la variabilità rispetto allo
stesso stimolo. È proprio questa variabilità che non consente di definire istinto la
combattività.
Può essere che le dizioni che si rivelano errate siano il risultato di una cattiva
traduzione dalla lingua originaria, oppure di una versione effettuata non da
tecnici, resta però il ritardo nel rivedere le regole, secondo l’avanzare delle
conoscenze e lo sviluppo del comportamento dei soggetti di razza.
Sarebbe davvero molto grave, invece, se a suggerire quei termini fosse una
mancata conoscenza od un rifiuto preconcetto a rispettare le stesse.
Molti Autori, per lungo impegno professionale o per motivi editoriali,
s’occupano del comportamento del cane domestico.
Il loro difetto sta nel ritenere che certi comportamenti anomali siano la
conseguenza di un’indole scorretta e disequilibrata nelle diverse componenti. Di
solito questi comportamenti, che sono scorretti nell’ambito dell’adattamento del
cane alla società dell’uomo, derivano invece da un errato inserimento precoce, e
dalla mancanza di corretti rinforzi negativi nel momento in cui erano
indispensabili.
Prima quindi di procedere allo studio della formazione caratteriale nel cane
domestico, occorre sgomberare il campo dalle inesattezze e dagli errori, che
derivano sempre dalla stessa causa: l’aver considerato sino a poco tempo addie-
tro il nostro compagno domestico come appartenente alla stessa tipologia
psicologica di quello selvatico.
Ancora una volta, si deve richiamare l’attenzione sul fatto che l’ormai
lunghissima convivenza con l’uomo, ha condizionato notevolmente il cane
domestico influendo profondamente sul suo comportamento. Senza tenere
presente questo fattore lo studio della psicologia del cane domestico perde ogni
valore e diventa un’esercitazione di tipo letterario.
Questo ci porta a dover considerare tre cardini fondamentali che, in ordine di
tempo, hanno attirato l’attenzione dei ricercatori per dare alcune spiegazioni al
comportamento del cane domestico.
Essi sono gli istinti, gli impulsi e le motivazioni che vedremo essere, ed
essere stati per lunghi periodi, i punti di riferimenti d’ogni ricerca.

GLI ISTINTI
Gli istinti sono, oggi, definiti come “modelli di comportamento, per cui
TUTTI gli individui appartenenti ad una STESSA SPECIE reagiscono in
modo assolutamente IDENTICO ad uno stimolo SPECIFICO”.
Deve essere ben chiaro che questa definizione è valida solo nella sua
interezza: solo che manchi una delle condizioni suesposte viene a cessare la
possibilità di chiamare istinto la pulsione che guida il comportamento del cane
domestico.
Gli istinti dunque debbono rispondere, per essere considerati e riconosciuti
come tali, alle seguenti inderogabili condizioni:
a) stereotipati, vale a dire con le risposte che seguono sempre, anche in
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tempi diversi, il medesimo copione;


b) specifici, dunque caratteristici di tutti i soggetti appartenenti alla stessa
specie;
c) evocati sempre da stimoli uguali in modo regolare e costante e ripetibile
nel tempo.
Analizzando gli istinti, possiamo rilevare che si riferiscono tutti alle
necessità della sussistenza, dell’individuo ed alla perpetuazione della specie.
Fra gli altri conosciamo l'istinto predatorio, l’istinto alla lotta per la supre-
mazia nel branco, l’istinto sessuale, l'istinto della difesa del territorio, quello
della protezione della prole, quello del lavoro di gruppo finalizzato ad un miglior
risultato della caccia, e tanti altri ancora che sono poi derivati o sfumature di
quelli citati.
Anche solo ad un esame affrettato si può comprendere come questi istinti
siano propri del cane selvatico che deve provvedere da solo vuoi alla sua
sopravvivenza vuoi alla salvaguardia della specie. Si può tranquillamente
affermare che questi istinti sono tuttora presenti nel cane domestico?
Per rispondere dobbiamo anche tener presente che tanto più un cane è in alto
nella scala evolutiva, tanto meno fa ricorso agli istinti, per risolvere i suoi
problemi di rapporto con l’ambiente cui deve adattarsi.
Dal momento che il vivere con l’uomo in stretta simbiosi consente al cane
d’evolversi anche dal punto di vista intellettivo, il ricorso agli istinti si fa sempre
più ridotto e forse nullo. Del resto i processi d’assimilazione ed anche le più
semplici prestazioni intellettive assumono una maggior importanza, e
garantiscono una maggior capacità decisionale rispetto a quanto è possibile
ottenere nell’ambito degli schemi fissi istintivi.
La risposta all’interrogativo è di conseguenza negativa.

GLI IMPULSI
Gli impulsi sono tendenze ad agire senza alcuna determinazione
preliminare. Per questa ragione si differenziano dagli atti volontari e sì
manifestano all’improvviso, ma per quanto attiene alla determinazione
differiscono totalmente dagli istinti.
Nell’ambito della psicologia umana gli impulsi sono quasi tutti
scolasticamente correlati a fenomeni che in qualche misura riguardano
l’aggressività e, talvolta, in campo patologico la volontà di compiere atti illeciti e
d’avere comportamenti asociali.
In psicologia del cane domestico, si preferisce definire impulsi quelle
manifestazioni, che sono il derivato diretto degli istinti del progenitore selvatico,
e che si sono modificati nel corso dei secoli di vita trascorsi a fianco all’uomo.
perdendo lentamente la loro valenza originaria a ragione delle modificazioni
comportamentali che sono il frutto dell’esperienza appresa.
Talvolta, anche in psicologia canina, un comportamento che è ritenuto
dall’uomo anomalo ed asociale, ha una sua base in qualche istinto primitivo del
cane selvatico, che è rimasto anche in quello domestico e che riaffiora
improvvisamente senza che ci siano segnali premonitori. Alcuni avvenimenti
tragici come l’assalire all’improvviso degli essere umani, preferibilmente
bambini o persone dagli atteggiamenti incerti, accadono proprio a causa di
comportamenti istintuali che evidentemente sono attivati in particolarissime
circostanze, quando in altri termini il comportamento appreso e la somma delle
esperienze non possono intervenire efficacemente a bloccare l’istinto. È possibile
51

quindi ritenere che istinti ed impulsi siano derivati dalla stessa matrice, ma la
convivenza con l’uomo e la qualità dell’apprendimento, hanno fatto sì che nel
cane domestico, gli schemi fissi istintivi si siano diluiti e mutati in risposte
flessibili che è pertanto opportuno definire come impulsi per necessità di
chiarezza di linguaggio. Mentre, nel cane domestico, gli istinti non provano a
monte nessuna spinta ad agire, gli impulsi sono regolati dalle motivazioni.

LE MOTIVAZIONI
Il professore Audrey Manning dell’Università di Edimburgo, autore de “Il
comportamento animale” rileva che la risposta dello stesso cane allo stesso
stimolo, presentato però in tempi diversi, può variare e di molto.
Da questa constatazione sono partite le ricerche che hanno portato
all’individuazione, nel cane domestico, della “motivazione” o “drive” che si
manifesta come una forma d’interesse ad uno specifico evento manifestato in un
momento determinato. La motivazione è ovviamente un fattore interno
all’individuo e quindi non immediatamente determinabile come tale, ma solo in
conseguenza del comportamento che innesca, ed è rivolta ad uno specifico
scopo. La motivazione è di carattere fisiologico (sete, fame, eccetera) ed allora si
preferisce chiamarla “bisogno”, oppure è un processo d’ordine psicologico. Essa
condiziona a tal punto il comportamento del cane domestico da sovrastare anche
agli impulsi ed a supplire, talvolta, anche a mancanze di doti innate. Per esempio
un cane tenuto a digiuno ha come motivazione principale il soddisfacimento del
bisogno fame11, e di conseguenza non esegue volentieri gli eventuali esercizi
richiesti, e talvolta non li esegue affatto perché troppo motivato dal bisogno fame
per ascoltare stimoli diversi.
Il cane per la ricerca di dispersi in superficie ha come motivazione di base il
ritrovamento di quell’uomo determinato e non di un uomo qualsiasi, mentre
quello per lo scovo su macerie segnala la presenza di tutti gli uomini sepolti,
senza distinzione alcuna. Questa sostanziale diversità di motivazione fa si che il
cane da ricerca non può svolgere, con grandi probabilità di successo, il lavoro di
scovo su macerie od in valanga, e naturalmente viceversa.
Qualche anno fa durante una prova di lavoro per cani delle Forze di polizia
svoltasi sulle pendici del Monte Pellegrino a Palermo, un gregge di pecore ha
attraversato la pista di un cane della Pubblica sicurezza, proprio mentre questo
stava per sopraggiungere. Il cane ha attraversato tutto il gregge di pecore, senza
distrarsi un solo attimo dal suo lavoro di ricerca della pista; e si trattava di un
pastore tedesco, quindi esponente di una razza da condotta e difesa delle pecore.
La motivazione “seguire la pista” era tanto forte e pregnante, che l’impulso a
radunare il gregge venne tacitato nel modo più assoluto e convincente.
Quando il “drive” si ripete con frequenza innesca una “tendenza”.
Nell’esempio precedente del cane affamato possiamo parlare di drive
alimentare, ma se la situazione dovesse ripetersi più volte dovremmo definirla
come tendenza nutrizionale.
Lo studio delle motivazioni è molto facile nell’uomo perché si può risalire
alle “emozioni”12 che provocano le motivazioni stesse. Nel cane domestico
conosciamo solo poche emozioni attraverso le sue risposte di fronte a
determinate situazioni che sono misurabili perché d’ordine fisiologico: quali
l’aumento della frequenza cardiaca, la secchezza delle fauci e del tartufo,
eccetera.
Sono state riscontrate emozioni del tipo: gelosia, paura, rabbia, nervosismo,
52

ma anche una forte protezione del gruppo, della custodia della casa e così via.
Dall’osservazione diretta del comportamento del cane, senza quindi riscontri
fisiologici misurabili, notiamo come talvolta un soggetto di rango elevato non
potendo portare la sua sfida ad un ipotetico avversario, perché da questi isolato,
s’avventa sul primo sottoposto a disposizione e l’attacca. Si tratta di un
comportamento sostitutivo13. In linea generale si possono definire tre momenti
dello sviluppo e dell’attuazione di una specifica motivazione. Il primo riguarda la
ricerca dell’obiettivo della motivazione. Il secondo mette in azione il
comportamento orientato a raggiungere l’obiettivo. Il terzo consta in una fase di
riposo o di quiescenza della motivazione specifica.
L’esempio classico può essere indicato nel lavoro del cane per la ricerca dei
dispersi in superficie. Il primo stadio comporta il lavoro del cane che, naso a
terra, tende a dettagliare tutte le orme per poi scegliere quella che ritiene essere
la giusta da seguire. Una volta che il cane ha potuto e saputo rintracciare
quest’emanazione sul terreno, alza la testa al vento, si dispone in direzione
opposta alla corrente d’aria predominante in loco ed attua il secondo stadio della
motivazione finendo con l’entrare nel cono dell’odore14. Rintracciato il disperso
il cane ha un periodo di quiescenza della “motivazione ricerca di quel
determinato uomo”. Questo non significa che la quiescenza riguardi tutte le
motivazioni, al contrario coinvolge solo quelle specifiche.
Normalmente il disperso in superficie è solo, ma può avvenire che siano in
due che sono inizialmente insieme e che poi si dividono per avere una maggior
probabilità di salvezza. Il cane in questo caso riprende subito la ricerca del
secondo uomo: come è conciliabile questa soluzione con la norma del terzo
stadio della motivazione che prevede la quiescenza? La soluzione è molto
semplice: il cane per la ricerca in superficie tenta di ritrovare un determinato
uomo e non tutti gli uomini indistintamente. Ritrovato che l’abbia mette in
quiescenza quella motivazione, ma resta aperta l’altra di ritrovare un secondo
determinato uomo, e così il cane può tranquillamente ripartire per terminare il
suo lavoro.

L’EVOLUZIONE DEGLI ISTINTI


Nel cane selvatico gli istinti hanno tuttora una grossa valenza nel
determinarne i comportamenti, dal momento che le condizioni ambientali sono
poco mutate rispetto alla vita del progenitore di tante migliaia d’anni addietro.
Al contrario nell’ambito del cane domestico tutti i bisogni primari di
sussistenza sono stati presi in carico dall’uomo che provvede al cibo, al ricovero,
persino all’allevamento dei cuccioli. Conseguentemente di questi istinti primitivi
restano solo dei brandelli che tendono, fra l’altro, a scomparire.
Un esempio di questa dissolvenza è dato dal comportamento delle fattrici al
momento del parto: sino a qualche decennio addietro tutte le mamme “sapevano”
come comportarsi per rompere la placenta e far muovere il cucciolo verso la
mammella. Oggi sono sempre più numerose le femmine che non “ricordano”
queste azioni ed attendono che sia l’uomo a compierle al loro posto. Questo non
è il solo istinto che è in via di smarrirsi, anzi ve ne sono alcuni che sono ormai
trasformati stabilmente in impulsi. Un meccanismo scatenante innato (istinto)
può essere assai modificato da uno appreso (impulso) il che, tutto sommato torna
più utile sia al singolo sia alla specie. Talvolta, abbiamo visto, possono anche
coesistere e l’istinto che apparentemente è dato per scomparso e sostituito,
riaffiora prepotente e per quel tipo di risposta allo stimolo scatenante non c’è
53

esperienza appresa che serva a frenarlo.


Prendiamo ad esempio un istinto che al momento attuale è considerato
motivo di molti comportamenti abnormi del cane domestico e talvolta trova una
sua collocazione anche in eventi assolutamente distanti da questa motivazione. È
insomma di moda! Si tratta dell’istinto predatorio, quello che consente al cane
selvatico di cacciare e di nutrirsi. Se lo trasferissimo come tale anche nel cane
domestico commetteremmo un grossolano errore perché l’odierno cane da ferma
o da cerca, non va a caccia perché affamato, quindi per procurarsi il cibo, va
invece in battuta venatoria, ritrova la preda e la consegna al proprietario. Un
evento assolutamente impensabile in natura a meno che non si tratti di nutrire i
cuccioli. Il cane domestico ha quindi perso l’istinto predatorio ed ha acquisito in
sostituzione due impulsi:
a) quello venatorio che lo porta di nuovo a cacciare, ma per collaborare con
il capogruppo uomo e consegnargli quanto ritrovato;
b) l’impulso al gioco che il cane attua quando lancia per aria o muove con le
zampe, qualsiasi oggetto gli piaccia per il gusto d’afferrarlo in
movimento. È lo sviluppo della tecnica dell’inseguimento e della
parata15.
Qualcuno ha attribuito all’istinto predatorio anche eventi molto dolorosi che
hanno provocato la morte di un neonato qualche tempo addietro, giustificando
l’azione dei bassotti, autori del misfatto, attraverso l’abitudine che questi cani
hanno nel cacciare in tana. È fin troppo ovvio invece che avendo i genitori
provvisoriamente messo a dormire il bimbo sul divano normalmente usato dai
cani, questi hanno attuato un programma di difesa della loro area protetta e
dopo i consueti avvertimenti di tipo aggressivo, sono passati a mordere,
purtroppo in modo troppo violento vista la tenera età della vittima. Nulla quindi a
che vedere con l’istinto predatorio, ma semplicemente con la dote possessività
ed il concetto d’area protetta.
Un altro esempio classico è dato dal concetto di territorio, che nel cane
selvatico significa individuare i limiti di una zona, laddove il suo branco può
trovare quanto necessario per il sostentamento anche della futura prole. Il
territorio deve essere difeso da estranei, conspecifici o meno, perché potenziali
distruttori delle fonti di sostentamento del branco. È un calcolo molto sottile
quello che il cane selvatico deve eseguire perché il territorio deve essere
abbastanza vasto da fornire il nutrimento, ma tale da poter essere costantemente
sorvegliato e difeso dai membri del branco.
Proviamo a trasferire questo concetto all’habitat del cane domestico.
L’ambiente (habitat) non è solo lo spazio vitale dell’individuo, ma anche
l’insieme degli stimoli che agiscono sul cane domestico.
Il sostentamento non è più un problema vitale perché è assicurato dall’uomo
sin dai giorni dello svezzamento del cucciolo, tanto che il cane domestico ritiene,
in perfetta coerenza, che non dovrà mai preoccuparsi del cibo.
L’atteggiamento del cane appena disperso, lo dimostra, resta a lungo a
digiuno perché veramente non conosce l’arte della predazione, e poi in genere
preferisce a questa il più facile sostentamento con quanto trova nei cassonetti dei
rifiuti.
Il compito del cane, insieme con quello svolto dal capogruppo uomo,
riguardo al territorio è diventato quello di garantirne la tranquillità e perciò non
sono tollerati gli estranei, uomini od animali che siano, a meno che il capogruppo
non dia il suo assenso. Quando questo non è presente il cane opta per la difesa
della sua “area protetta” definizione assai più appropriata al cane domestico che
quella di territorio che è specifica del cane selvatico.
54

Una caratteristica dell’area protetta è la sua suddivisione in due fasce più o


meno ampie in rapporto alla qualità della dote naturale vigilanza e dell’eventuale
timore che può condizionare in alcuni casi, il comportamento del cane insicuro.
La fascia più larga è quella di preallarme e quando un estraneo indesiderato
(e lo sono in genere tutti gli estranei) s’avvicina il cane domestico inizia a
ringhiare sordamente per avvertire i conspecifici dell’approssimarsi di un
pericolo. Questo ringhio diventa sempre più sommesso a mano a mano che
l’estraneo s’avvicina. Se il cane ottiene risposta al suo preavviso allora, si getta
letteralmente verso la fonte dello stimolo; se non l’ottiene, e la minaccia
s’avvicina sempre più, il cane tende ad abbaiare in maniera decisa avendo due
scopi: quello principale di “svegliare” i sordi membri del gruppo e quello di
spaventare l’intruso. Se poi l’estraneo insiste ed entra ugualmente nell’area più
piccola, quella che non va solo presidiata ma anche difesa, scatta la risposta
aggressiva e se del caso quella combattiva secondo il tipo di doti naturali del
cane e dei suoi apprendimenti.
Nel cane domestico la lotta per il predominio all’interno del gruppo, che è
atteggiamento istintivo e sociale del cane primitivo riunito nel branco, è stato
sostituito dall’impulso al gioco e questo perché, se il proprietario non ha
commesso errori e continua ad essere equilibrato e coerente, il suo sottoposto
non mette mai seriamente in discussione la funzione di capogruppo che l’uomo
stesso, per le sue qualità intrinseche, ha assunto nella considerazione del cane.
Solo in famiglie che già abbiano qualche problema di disaccordo interno, può
accadere che il cane tenti di sopravanzare nella scala gerarchica qualche
personaggio, che sia a mezzo fra lui ed il capogruppo, ma è un’eventualità che si
presenta sempre più raramente, ed è causata da uno scambio continuo dei ruoli e
degli umori di coloro che provvedono ai diversi fabbisogni del cane.
Persino l’istinto sessuale ha subito trasformazioni anche importanti: se noi
allevassimo un cucciolo in completo isolamento da altri cani, in pratica gli
impedissimo di raccogliere un’emanazione che assomiglia alla sua e di conoscere
che esistono altri suoi simili oltre all’uomo, l’atto sessuale sarebbe tentato con
uno dei membri della famiglia. Talvolta accade che l’atto sia rivolto verso un
oggetto, tavolo, poltrona, giocattolo, ed in questo caso evidentemente non è più
possibile definirlo istinto sessuale, essendo totalmente fuori dagli schemi univoci
di risposta che gli istinti prevedono per tutti i soggetti della stessa specie.
Infine si può fare riferimento alla difesa delle cose e degli oggetti attuata dal
cane domestico, che è ben diversa cosa rispetto a quella portata avanti dal cane
selvatico per la protezione del branco e del territorio. Quest’ultimo
comportamento deriva dall’istinto predatorio che in natura prevede la difesa della
preda catturata nei confronti degli estranei, e si manifesta quindi come un
impulso alla difesa delle cose, oggetti od animali che costituiscono una preda da
difendere sia essa edibile o no.
Orbene questi sono degli esempi, se ne possono elencare altri.
Effettivamente oggi muove a stupore leggere persino negli standard indicazioni
come “istinto di lotta”, “istinto venatorio”, ed altre inesattezze di questo genere.

11 - Il bisogno non è solo uno stato di mancanza fisica (come il bisogno di bere), ma anche di
carenza psichica come il bisogno affettivo.
12 - L’emozione è una reazione affettiva intensa e di non lunga durata determinata da stimoli
ambientali: il bello delle Dolomiti, il pauroso della valanga, eccetera,
13 - Cfr. Cap. 17.
14 - Il “cono dell’odore” è la forma che assume l’emanazione dell’uomo disperso, sotto la spinta
del vento. La punta del cono è costituita dalla vittima, mentre l’odore trasportato dal vento tende
a disperdersi in ogni senso longitudinale alla direzione del vento: per questo motivo la
55

raffigurazione grafica del fenomeno si chiama cono dell’odore.


15 - Cfr. Cap. 2, teoria dei Coppinger.
56

Capitolo VII

I PROCESSI
DELL’APPRENDIMENTO
57

L’apprendimento, vale a dire la somma delle esperienze memorizzate,


influenza il comportamento del cane domestico, andando talvolta a modificare in
modo sensibile alcune doti caratteriali innate.
W.H. Thorpe nel suo “Learning and Instinct in Animals” definisce così
l’apprendimento come: “...il processo che si manifesta nel comportamento
dell’individuo sotto forma di mutamenti adattativi indotti dall’esperienza”.
L’aggettivo “adattativi” chiarisce che l’apprendimento è volto a consentire
all’individuo di dare delle risposte che sono necessarie per la sua sopravvivenza.
Il termine “processo” invece indica che l’apprendimento non può essere
misurato per se stesso, ma è individuabile e definibile solo ciò che il cane
memorizza delle informazioni apprese e che ne modifica il comportamento.
La memorizzazione è stata molto studiata in psicologia umana grazie alla
possibilità di un controllo diretto, mentre per gli animali in genere, è resa di
difficile ricerca, per l’impossibilità di una comunicazione diretta, verbale o
scritta, il che impedisce una immediata valutazione di “quanto” è memorizzato
dell’esperienza vissuta.
In ogni caso anche nel cane domestico possiamo accettare la suddivisione di
cui è autore I.M.L. Hunter nel suo “Memory” che divide il processo della
memoria in quattro fasi:
a) apprendimento, secondo la definizione del Thorpe su riportata;
b) memorizzazione, il processo di registrazione delle conoscenze acquisite;
c) memoria o ricordo, l’evocazione di una conoscenza appresa in passato;
d) dimenticanza od oblio, il progressivo annullamento del ricordo.

L’APPRENDIMENTO
L’argomento sarà trattato dettagliatamente nei successivi capitoli. Qui
importa ricordare che esistono due grandi categorie d’apprendimento:
a) la disordinata, che costituisce la via normalmente percorsa da quasi tutti i
cani domestici del quale il proprietario s’occupa poco e male non
ritenendo sia necessario attuare un concreto piano d’inserimento nella
vita sociale e tanto meno un addestramento particolare;
b) la sistematica, che si basa su un programma d’inserimento del cucciolo e
sull’addestramento generico o particolare del cane domestico adulto.

LA MEMORIZZAZIONE
Secondo J.Z. Young in “Un modello del cervello” l’intero meccanismo che
regola l’apprendimento, la memorizzazione e l’evocazione dei processi mnestici,
si definisce “sistema mnemonico” proprio per esaltare la contiguità dei singoli
eventi.
È assodato che la via periferica d’acquisizione dei dati è costituita dal
sistema sensoriale. Nel cane domestico sono molto ben sviluppati il sistema
olfattivo e quello uditivo, in secondo piano quello visivo e di minor uso gli
apparati tattile e gustativo.
Allo stato attuale delle conoscenze tutti i meccanismi che accompagnano
l’immagazzinamento dei dati, non sono completamente chiariti, tuttavia si può
correttamente affermare che la corteccia cerebrale ha un’importanza
fondamentale nel processo di memorizzazione.
I dati percepiti dai sensi sono trasmessi alla corteccia cerebrale che ha delle
“aree sensoriali” specifiche per ciascuna provenienza.
58

Non è possibile occuparsi dettagliatamente delle diverse teorie tuttora in


discussione, per la conoscenza delle quali, così come per i cenni d’anatomia e
fisiologia del cervello, è opportuno consultare dei testi specializzati. Alcuni di
questi trattano prevalentemente dell’uomo, ma i concetti espressi si possono
adattare quasi totalmente al cane domestico.

LA MEMORIA O RICORDO
La memoria è la capacità di conservare e d’evocare quanto si è appreso.
È però anche la possibilità di collegare le diverse esperienze fra loro e costi-
tuisce anche un aspetto dell’intelligenza.
La memoria è strettamente collegata all’apprendimento perché non si può
ricordare ciò che non si è appreso, e risulta più facile memorizzare ciò che si è
appreso bene e ripetutamente.
Le vie d’accesso alla memoria sono i sensi, capaci di trasformare degli sti-
moli e delle risposte, in impulsi diretti al sistema nervoso centrale.
Gli studi effettuati per stabilire dove si trovi il “deposito” di tutte le infor-
mazioni, non hanno dato risultati univoci e convincenti.
Sembra però ormai assodato che la corteccia cerebrale giochi un ruolo molto
importante per l’immagazzinamento delle informazioni, che sono dette “tracce
mnemoniche” o “tracce mnestiche” ed ancora “engrammi”.
Allo stato attuale delle ricerche sembra che anche altre zone dell’encefalo
presiedano ad aspetti diversi della memoria. Soggetti con lesioni ai lobi
temporali ed anche all’ipotalamo hanno dato manifesti segni di deficit di
memoria.
Del resto è noto a tutti che, a seguito di un forte trauma cranico, si rileva che
il paziente conserva la memoria di moltissimi fatti del passato anche remoto, ma
ha dimenticato completamente quanto accaduto immediatamente prima
dell’incidente.
In ogni modo la localizzazione della sede o delle sedi della memoria, è un
problema che attiene alla ricerca fisiologica, mentre per chi s’occupi di
psicologia del cane domestico, assume maggior importanza lo studio degli effetti
negativi e positivi della memoria stessa sul comportamento.
Ovunque sia situato questo “magazzino” è ipotizzabile che non abbia una
capienza illimitata e che quindi esistano meccanismi adatti a tagliare la gran
parte delle informazioni, che non interessano oltre un certo livello il
comportamento del cane domestico, oppure a far permanere in memoria per
breve tempo l’informazione che poi scade di valore ed è rimossa.
Da tempo si discetta quindi di “memoria a breve termine” e di “memoria a
lungo termine”. Non tutti i fenomeni possono facilmente rientrare in queste due
condizioni e così oggi si tende ad introdurre una “memoria a medio termine”.
Constatiamo così le seguenti condizioni:
a) la memoria a breve termine è interessata da informazioni che sono
percepite dagli organi di senso del cane, e che sono però presto
dimenticate, perché non ritenute tanto interessanti da portare
l’informazione al sistema nervoso centrale. Essenziale per la
conservazione, sia pure per breve tempo, della memoria di questo tipo è
che il soggetto non sia “disturbato” da altre informazioni d’interesse
maggiore in periodo sequenziale. È probabile che questa selezione
avvenga a livelli di una qualche sinapsi dei nervi deputati alla
trasmissione d’informazioni dai sensi al sistema centrale;
59

b) la memoria a medio termine che permane certamente più a lungo, ma


che ad un certo momento, probabilmente per l’assenza d’altre
informazioni uguali, o quanto meno analoghe, e quindi ripetitive, è
rimossa perché diventata inutile;
c) la memoria a lungo termine che invece resta per lunghissimo tempo,
talvolta per tutta la vita, ed è difficilmente rimossa anche in assenza
d’informazioni analoghe, uguali od equipollenti.
Alcuni esempi pratici possono chiarire meglio i concetti sopra espressi.
Il cucciolo impara presto a mantenere “pulita” la casa dove vive e le
immediate vicinanze, l’apprende in tenera età e, salvo casi particolari
d’incontinenza, mantiene questa regola per tutta la vita. Siamo di fronte ad un
effetto della memoria a lungo termine.
Probabilmente, ogni volta che il cane domestico, avverte la necessità di
liberarsi, tende a farlo seduta stante, ma interviene la memoria a rammentargli
che ciò non è possibile e così il cane stesso inizia tutto quel rituale tipico messo
in atto quando desidera uscire in giardino o per strada per dare sfogo alle sue
necessità.
Un tipico esempio della memoria a medio termine è rintracciabile
nell’accoglienza che il cane domestico tributa ad un amico di famiglia, spesso in
visita. Non fa parte del gruppo, ma è accolto dal cane con una certa cordialità o
con indifferenza fin tanto che le visite hanno una certa frequenza. L’amico di
famiglia, per motivi diversi, cessa dal compiere queste visite per un periodo
sufficientemente lungo e poi ricompare. Il cane non lo riconosce più come amico
in visita, ma lo cataloga come estraneo. La memoria a medio termine è stata
rimossa e di conseguenza la figura del visitatore cambia aspetto agli occhi del
cane.
La memoria a breve termine è facilissima da riscontrare in un cane
domestico: osservatelo quando riceve uno stimolo da una foglia che cade in
giardino, va ad annusarla, la trova del tutto indifferente e si dedica ad altro. Non
tornerà più su quella foglia che ormai fa parte dell’ambiente immoto, ma andrà
ogni volta ad annusare altre foglie in caduta libera. L’informazione “foglia che
cade” non è passata in memoria e quindi ogni nuova foglia sarà un nuovo
stimolo per il cane. È bene por mente al fatto che la memoria delle esperienze
recenti, è assai più esposta a fattori di disturbo, rispetto a quella che rammenta
eventi lontani nel tempo.
Si ritiene ormai assodato in via definitiva che le tracce mnestiche abbiano
correlazione stretta con la sintesi proteica e con l’acido ribonucleico (RNA).
Questa relazione ha portato molti studiosi alla ricerca d’eventuali possibilità di
trasferire le tracce mnemoniche da un soggetto ad un altro, ma le conclusioni non
sono ancora chiare e definitive.

LA MEMORIA DI RAZZA
Ci interessa stabilire se esista o meno la “memoria di razza”. In pratica se un
gruppo di cani appartenenti ad una stessa razza possa avere una trasmissione
ereditaria degli engrammi. L’osservazione di molti soggetti, appartenenti tutti ad
una stessa razza, ha consentito di stabilire che certe risposte a determinati stimoli
identici, possono essere se non uguali, almeno molto simili in un numero
notevole di cani. Scartata l’ipotesi che tutti i soggetti esaminati abbiano avuto
una o più fasi d’apprendimento uguali od analoghe, non rimane che considerare
due possibilità.
60

La prima, molto affascinante, è che la traccia mnestica possa in qualche


modo essere accolta nel DNA e diventare quindi trasmissibile alla prole. Allo
stato attuale delle ricerche, sembra ormai possibile affermare una consistente
validità di questa teoria.
Oppure, ed è ipotesi molto tecnica, che la selezione praticata dall’allevatore
su basi prevalentemente caratteriali, ha rivelato dei soggetti che hanno un
bagaglio genetico di doti naturali pressoché identico, e che, pertanto, le
esperienze fatte dai singoli soggetti s’impiantano su una base molto omogenea
dando quindi risposte pressoché costanti agli stimoli identici o molto simili.
Le caratteristiche di un determinato cane di razza dipendono, in altre parole,
dalle modificazioni comportamentali che si sono verificate nel lungo periodo, tali
modificazioni comportamentali diventano caratteristiche razziali fissate
geneticamente in quantità attualmente indicabili all’incirca nel venti per cento.
È un’evenienza da studiare meglio e più profondamente, dal momento che
sono chiari a tutti i risultati che potrebbero derivare dall’esistenza di una reale
memoria di razza.

LA DIMENTICANZA OD OBLIO
Si tratta di un processo non direttamente osservabile che produce una
diminuzione del ricordo. Si ricorda solamente ciò che si è appreso, e lo si ricorda
tanto meglio e più a lungo, quanto migliore è stato il processo d’apprendimento,
e quindi tante più volte s’è ripetuto il processo stesso.
La teoria che spiega l’insorgere della dimenticanza, prende il nome di
“teoria del decadimento” che sostiene come le tracce mnemoniche
immagazzinate nel cervello perdano lentamente valore, si dissolvano e decadano
con il passare del tempo. Il processo di decadimento è tanto più veloce, quanto
minore è il ricorso all’evocazione di queste tracce mnestiche. In altri termini se
non evochiamo con una certa frequenza i ricordi, tanto più velocemente li
perdiamo. Questa situazione sembra da addebitarsi al fatto che, in ogni momento,
il cane realizza nuove esperienze e, di conseguenza, le nuove interferiscono con
le vecchie e fanno si che queste ultime decadano. Ad un’analisi superficiale
parrebbe che le nuove esperienze abbiano necessità di “spazio” e per questo
annullino le precedenti.
In questo caso, la dimenticanza subentra più facilmente per quelle tracce
mnemoniche che sono state immagazzinate a seguito d’apprendimenti frettolosi e
poco ripetuti.
La forma di decadimento descritta riguarda ciò che si è appreso in passato e
per questo è definita come “interferenza retroattiva”. Esiste però anche una
“interferenza proattiva” vale a dire rivolta al futuro. Questa è spiegata come un
ostacolo che l’esperienza già immagazzinata pone alla memorizzazione di nuove
esperienze. Insomma il vecchio tende ad impedire la memorizzazione del nuovo,
ma il nuovo scaccia il vecchio: un bel rebus davvero!
61

Unik Marel e la campionessa Greta Unik Marel (1970) dell’allevamento polacco.


Proprietario e conduttore Danilo Giorgio. È stato il primo Boxer in Italia che ha conseguito la
classe C internazionale tra militari e civili, vincendola. Ha rappresentato l’Italia insieme la
campionessaGCreta (1971) all’Atibox di lavoro di Ginevra (1974) e ali Atìbox di lavoro a
Russelsheìm (1975) in SCH H3
62

Capitolo VIII

LE PERCEZIONI:
I_MEZZI
DELL’APPRENDIMENTO
63

L’analisi del processo complessivo dell’apprendimento non sarebbe


comprensibile, senza la conoscenza dei mezzi dei quali il cane domestico
s’avvale per assumere le informazioni: i sensi.
Nel cane sono cinque come nell’uomo, ma sono usati con una scala di valori
prioritaria totalmente diversa dalla nostra.
L’uomo è un animale prettamente visivo, e completa le informazioni
attraverso l’udito, il gusto, il tatto e l’odorato nell’ordine. Quest’ultimo senso è,
negli ultimi tempi, molto compromesso a causa di reali difficoltà ambientali
quali lo smog, le emissioni di gas dell’industria e del traffico, e le molte allergie
che si traducono in costanti disturbi respiratori che affliggono una buona
percentuale di noi. A completare il quadro s’aggiunge il fumo, e poco importa se
attivo o passivo, così molti esseri umani hanno perso, o visto diminuire
notevolmente, la possibilità d’avere valide informazioni olfattive.
Il cane domestico, al contrario, dimostra un’assoluta prevalenza dell’olfatto
sugli altri sensi, e ciò è dovuto al fatto che per millenni, a guidarlo nella caccia e
a difenderlo dai predatori, è stato proprio il suo naso. Il cane ed i suoi antenati
hanno vissuto nelle immense praterie con erba alta, arbusti e piante altissime. In
considerazione della sua altezza, il cane non è stato in grado d’usare la vista per
cacciare, neppure sforzandosi d’alzare al massimo la testa. Ha quindi messo a
punto il senso dell’olfatto per salvaguardare la propria sopravvivenza.
Solo poche razze di cani domestici che hanno vissuto in zone ad erba e
vegetazione bassa, possono cacciare a vista e lo fanno ancor oggi: è il caso, per
esempio, d’alcuni levrieri.
L’ordine preferenziale nell’uso dei sensi per il cane domestico è dunque il
seguente:
a) l’odorato,
b) l’udito,
c) la vista,
d) il tatto,
e) il gusto.
Gli organi sensoriali trasformano il processo fisiologico dello stimolo in un
codice di conduzione nervosa.
Per quanto attiene alla costruzione anatomica dei diversi apparati sensoriali,
vista la natura del libro, siamo costretti a rinviare il Lettore ai testi d’anatomia
oggi segnalati nelle principali Università italiane.

LA PERCEZIONE GUSTATIVA
Il cane selvatico ha dei gusti particolari nello scegliere il cibo per il suo
sostentamento. Di natura è un carnivoro che però si ciba quasi esclusivamente
d’erbivori e di qualche onnivoro, quasi mai d’altri carnivori, a meno che non
abbia veramente molta fame. Dello stesso erbivoro ucciso consuma inizialmente
le viscere in toto e se, dopo quest’antipasto, non ha più fame, bada a seppellire la
parte muscolare ed ossea in luogo sicuro. La rintraccia e la mangia solo dopo
alcuni giorni quando in pratica sono iniziati i processi putrefattivi di degrado.
Il cane in via d’addomesticamento nei primi tempi della convivenza con
l’uomo si è cibato di scarti e di carogne, meritandosi il compito ufficiale
d’operatore ecologico delle comunità primitive, ruolo mantenuto poi per secoli.
Il cane ha vissuto nella comunità umana per millenni, nella sua qualità di
spazzino, anche quando l’opera d’ausiliario a caccia, nella pastorizia e nella
guardia è diventata sempre più importante.
64

Sembra proprio che Maometto abbia accettato la presenza dell’”immondo


cane”, esclusivamente perché senza di questo gli arabi non avrebbero saputo
come liberarsi delle carogne d’animali, e talvolta anche dei cadaveri degli
uomini, che erano gettati fuori dalla comunità, villaggio o città che fosse.
Ai nostri giorni il cane domestico non è più libero di scegliere il suo cibo, e
forse non sarebbe neppure più in grado di farlo. Ci pensa l’uomo secondo teorie
scientifiche più o meno corrette, mentre si va sviluppando un’industria
mangimistica del settore con fatturati elevatissimi. Queste industrie adoperano
sottoprodotti di lavorazione di tipi diversi di carni (bovina, equina, avicola,
eccetera; si conosce persino qualche azienda che ha usato carne di canguro)
mescolata in genere con cereali già semicotti o predigeriti.
Il senso del gusto del cane è quindi molto deviato rispetto a quello che fu
l’originale.
Nel processo d’apprendimento si è tentato d’usare il cibo come stimolo e
come rinforzo nell’insegnamento di determinati esercizi, ma ci si è imbattuti in
una difficoltà imprevista.
I cani voraci non riconoscono nel cibo un rinforzo positivo valido dal loro
punto di vista, ma semplicemente il soddisfacimento di un loro bisogno primario.
Con questi cani, viene così a cadere la convenienza d’usare un metodo
d’addestramento, basato sul digiuno e sul rinforzo costituito dal cibo.
In quanto poi ai cani più selettivi nei gusti, quelli che mangiano in “punta di
forchetta”, questi disdegnano un cibo qualsiasi e danno segni di riconoscimento
molto deboli solo verso rinforzi costituiti da bocconi che per loro sono una
leccornia.
Per tutti i cani domestici è poi risultato che il metodo del digiuno è poco
pagante nel medio periodo perché quest’animale ha una particolare resistenza
alla mancanza di cibo, con la possibilità di non nutrirsi anche per una settimana.
Il proprietario e gli addestratori più evoluti hanno ormai abbandonato il cibo
come mezzo d’apprendimento, vi restano fedeli solo quelli che hanno poca
fantasia e che leggono ancora notizie ormai sorpassate nella loro validità.
Negli ultimi tempi nella specialità di scovo della droga e degli esplosivi, a
seguito dell’affinarsi delle contromisure prese dai malviventi, si sta tentando
ancora una volta la tecnica della fornitura di cibo come rinforzo.
I risultati di questo nuovo esperimento si conosceranno però solo fra qualche
anno.

LA PERCEZIONE TATTILE
Questo senso, spesso negletto dall’uomo, ha invece una decisiva importanza
per il cane, specialmente, ma non solo, da cucciolo
Il cane neonato è assolutamente cieco, quasi totalmente sordo ed ha
limitatissime capacità olfattive. La sua sopravvivenza è legata al senso del tatto,
che gli consente di percepire il calore proveniente dalla zona mammaria del
ventre del madre. È il solo segnale che può captare e che gli permette di
sopravvivere nei primi quindici giorni di vita.
Il cucciolino che scivola lontano dalla madre, muovendosi goffamente
s’orienta con il calore e si presenta davanti alla zona dove sono allineate le
diverse mammelle. Se avesse i sensi del gusto e dell’olfatto funzionanti non
avrebbe problemi per orientarsi subito verso i capezzoli, ma ciò non è, ed il
cucciolo deve suo malgrado andare per tentativi prima d’arrivare finalmente ad
approvvigionarsi.
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La presenza di un fratello che sta già succhiando, potrebbe far pensare che il
cucciolino s’orienti sui rumori della suzione, ma ciò non è, perché è di nuovo il
calore del corpo del fratello a confonderlo e spesso lo stesso cucciolino ricerca
l’improbabile mammella sul corpo caldo del fratello.
Più invecchiato, all’epoca, dello svezzamento il cucciolo impara a sollecitare
la madre a dargli del cibo predigerito, toccando ripetutamente con la punta del
naso la commessura labiale della mamma. Lo stesso comportamento attua poi
con la persona che normalmente lo nutre, toccandolo insistentemente un po’
dovunque, non avendo la capacità d’arrivare alle labbra dell’uomo a causa della
differente altezza.
Questo gesto di “preghiera” diventa poi postura che il cane adotta con i
conspecifici di rango più elevato per avere la loro approvazione, ed il rivolgere lo
stesso tipo d’attenzione verso l’uomo capogruppo non significa volerlo
“baciare”, ma semplicemente chiedere amicizia, aiuto, protezione.
Nel corso dell’apprendimento la mano dell’uomo riveste una grandissima
importanza come rinforzo. La mano non andrebbe mai usata per punire, ma solo
per lodare.
Il cane molto socievole ama farsi accarezzare fra le orecchie, sui lati del
muso, alla giogaia, persino sul garrese, mai però sul Cranio. Quando un cane di
rango elevato vuole imporre la sua volontà ad un sottoposto, è sufficiente che
appoggi la testa od una zampa sul cranio dell’inferiore perché questi accetti
l’ordine. Allora perché il capogruppo uomo, mentre sta premiando il cane
sottoposto, deve anche sovrastarlo gerarchicamente, mentre non c’è affatto
bisogno di un simile atteggiamento?
Per quanto attiene alle percezioni tattili si può rilevare una curiosità che
deriva dall’osservazione che ad ogni azione del conduttore corrisponde un’ana-
loga reazione del cane, solo di segno e di direzione opposta.
Accade spesso che, con il cane seduto al fianco del conduttore, quest’ultimo
prema con il ginocchio contro la spalla. La conseguenza è che, a sua volta il cane
spinge in senso contrario appoggiandosi totalmente alla gamba del conduttore.
Una tecnica d’insegnamento dell’esercizio di seduto a comando, tecnica per
altro sorpassatissima, prevede che l’addestratore prema fortemente verso il basso
sulla groppa del cane per costringerlo a sedersi. Solitamente l’unico risultato che
questa tecnica riesce a dare, a meno di non essere violenti, è che il cane
s’opponga alla mano dell’addestratore spingendo sempre più in alto la groppa
per reazione tattile.
L’ignoranza di queste basi fondamentali è la causa prima di molti insuccessi
durante il programma d’addestramento.
La contraddizione massima si ha allorquando l’addestratore, mentre preme
sulla groppa, unisce all’azione delle mani gli ordini verbali. Il cane aumenta la
resistenza alla manipolazione perché interpreta in senso contrario lo stimolo che
sta ricevendo ed allora l’addestratore lo ritiene un testardo ed un incapace,
mentre non riesce a comprendere come gli ordini verbali siano, per il cane. degli
stimoli volti ad incitarlo ad opporre resistenza alle mani dell’uomo. Ancora una
volta la mancanza di conoscenza della psicologia canina porta i suoi frutti
negativi.
Infine non è condivisibile la teoria d’alcuni Medici veterinari americani, che
sostengono come la percezione tattile costituisca un serio ostacolo nel rapporto
fra uomo e cane, tendendo a far risalire la causa di molti comportamene anomali
proprio a questa percezione tattile così deviante, a loro giudizio.
L’osservazione di un qualsiasi soggetto domestico, ci porta a considerare
che, al contrario, il cane cerca costantemente il contatto con l’uomo, e non lo
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rifiuta mai, ad eccezione di quanto si è visto per la mano appoggiata sopra il


cranio.
Un cane perfettamente sconosciuto, smette ogni azione difensiva, non
appena s’avvicini alla parte inferiore del suo muso il palmo della mano aperto e
rivolto verso l’alto: più dimostrazione di questa...!

LA PERCEZIONE VISIVA
Il cane domestico non raggiunge la nostra capacità visiva, e non adopera il
senso della vista come fondamentale per la raccolta delle sue informazioni
provenienti dall’esterno. Questa constatazione però non deve trarci in inganno e
farci considerare del tutto secondario il processo di percezione visiva. È
possibile, anzi, affermare che la capacità di dettaglio di un oggetto in movimento
è più accentuata nel cane che non nell’uomo.
La prima sostanziale differenza che si nota fra le due specie, è il numero
proporzionalmente più alto di bastoncelli che il cane possiede. I bastoncelli sono
i mediatori “annegati” nella retina, che permettono un miglior dettaglio fra il
bianco ed il nero. Per questo motivo il cane vede meglio dell’uomo nelle
situazioni in cui la luce è scarsa, come la sera o a cielo coperto.
Il numero dei coni, mediatori dei colori, è invece proporzionalmente
inferiore nel cane, per cui si può presumere che la sua visione non possa
dettagliare fra minime differenze di colore.
Sarebbe in ogni caso da contrastare la teoria secondo la quale il cane
vedrebbe solo in bianco e nero: se ciò fosse vero, perché nella retina, vi sareb-
bero ancora dei coni?
Un secondo dato da tenere in debito conto è che l’ampiezza dell’angolo di
visuale monoculare del cane è certamente superiore alla nostra, talvolta anche di
una sessantina di gradi.
In teoria coprirebbe con la vista, a testa ferma, un arco sicuramente superiore
al nostro. Sennonché la sua visione bioculare, in pratica dei due occhi insieme, è
regolata dalla posizione degli stessi rispetto alla fronte del cane.
Questa posizione può variare moltissimo ed è tipica di ciascuna razza e nel
caso di meticci, di ciascun cane.
Per definire la posizione degli occhi in modo molto semplice, anche se non
del tutto corretto dal punto di vista zoognostico, è sufficiente tracciare una retta
che passa per gli angoli nasali d’entrambi gli occhi. Partendo dall’angolo nasale
di un occhio si traccia poi una semiretta che passa per l’angolo temporale dello
stesso occhio. Avremo così il formarsi di un angolo che può variare dagli zero
gradi ai 45° secondo le razze.
Abbiamo così una posizione frontale degli occhi quando l’angolo
corrisponde a zero gradi, ed è tipica delle razze brachicefale e come esempio si
cita solitamente il Griffoncino di Bruxelles.
Ad un angolo di circa 10° corrisponde la posizione subfrontale degli occhi, e
si fa riferimento, come esempio, al pointer.
Nella posizione semilaterale l’angolo è di circa 25° e l’esempio tipico è il
setter inglese.
I cani nordici hanno una posizione laterale con un angolo intorno ai 35°.
Infine i levrieri russi hanno una posizione ultralaterale con angolo di circa
45°.
È intuitivo che, a testa ferma, la visione laterale sarà maggiore per gli
individui con posizione degli occhi ultra laterale, e minore per quelli che l’hanno
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frontale.
La visione bioculare, a testa ferma, è inferiore per i cani con gli occhi in
posizione frontale. Nei cani con gli occhi in posizione ultralaterale il punto
morto, dove si perde la percezione di un oggetto, è relativamente distante dal
cane, proprio a causa del sovrapporsi delle due visioni singole tanto distanti fra
loro.
Proprio questa pratica impossibilità di stabilire con certezza la distanza di un
oggetto, che si presenta in movimento frontalmente per il cane, fa sì che molti
soggetti finiscano travolti dal traffico veicolare, perché non hanno ben calcolato
velocità e distanze relative del veicolo e proprie.
Analogamente alcuni attacchi portati sul figurante (il finto “cattivo” delle
prove di lavoro) che si traducono in un grossolano errore di presa del cane,
talvolta sono attribuibili a carenza caratteriale, ma in genere hanno invece la
giustificazione corretta in questa difficoltà obbiettiva di calcolare la distanza, e
nel fatto che il punto morto della visuale frontale è molto più distante del nostro.
Di conseguenza può accadere che il cane sbagli direzione, altezza e distanza
nell’effettuare una rapida, immediata presa sull’uomo d’attacco.
Naturalmente il cane può ovviare a questa difficoltà muovendo la testa più
volte in tutte le direzioni.
Esiste ancora una caratteristica che merita attenzione: quella che riguarda le
razze con pelo abbondante che ricopre anche gli occhi, ad esempio nel bobtail
inglese. La visione del cane è costituita da tante strisce d’immagine, interrotte
appunto dai peli e, poiché il movimento dell’oggetto che è osservato, attraversa
di volta in volta queste strisce in rapida successione, possiamo immaginare che la
visione di quel cane sia di tipo stroboscopico.

LA PERCEZIONE UDITIVA
Fino dai tempi antichi, è nota la possibilità che il cane ha di percepire suoni
ben più acuti di quanti ne possa captare l’uomo.
Il nostro campo di variabilità della frequenza passa dai 20 cicli/secondo ai
20.000. Il cane spazia dai 20 cicli/secondo ai 50.000. Soprattutto nell’ambito
delle alte frequenze, esiste un grande campo di variabilità che dipende dal
singolo individuo oppure dallo stato di salute o d’interferenze di tipo
psicosomatico.
In ogni caso la differenza è enorme, e spiega come mai, in decine di casi, il
cane si metta in allarme assai prima che noi si riesca ad udire un qualsiasi suono
e rumore.
A questo maggior campo di frequenze s’aggiunge la potenzialità
dell’apparato sensorio uditivo: verifichiamo che un rumore che noi possiamo
captare ad una distanza di cinque metri, dal cane è udito a circa cinque volte
questa distanza. Sono stati anche segnalati casi in cui il cane ha percepito segnali
a distanze ben superiori a quella indicata come massima e sperimentalmente
accertata.
C’è un particolare fatto da citare a proposito dell’udito. Il cane domestico
tollera molto male che qualcuno fischi stando molto vicino a lui, e non sopporta
assolutamente che gli si soffi nell’orecchio.
Queste due reazioni dovrebbero essere a conoscenza di tutti i cinofili, in
quanto anche quel soggetto che sembra meglio aver socializzato con l’uomo, in
queste occasioni potrebbe anche reagire mordendo. Evidentemente sia il
fischiare, sia il soffiare nell’orecchio, procurano un qualche dolore al cane che
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reagisce nella maniera da lui ritenuta corretta. Non concordiamo invece sul fatto
che entri in gioco l’istinto di difesa in quanto i due suoni evocherebbero nel cane
la presenza di un predatore: nel caso del fischio qualche nemico alato e nel caso
del soffio qualche serpente in fase d’attacco. Se fosse vero e provato l’intervento
di quest’istinto, il cane dovrebbe reagire anche se la fonte del rumore fosse a
qualche metro di distanza dalle sue orecchie. In questi casi invece il cane è com-
pletamente indifferente ai due tipi d’azione che s’attuano relativamente lontano
dalle sua orecchie; risulta quindi difficile credere a questa teoria.
Altra straordinaria capacità del cane è di focalizzare i cambiamenti di
posizione della fonte generante il rumore, che arriva a stabilire differenze sino a
3°, mentre la capacità umana non va al di sotto dei 15° circa!

LA PERCEZIONE OLFATTIVA
La percezione olfattiva del cane ci deve sorprendere per le effettive
possibilità che, non dimentichiamolo, possono essere messe a disposizione
dell’uomo.
È opportuno ripetere che noi “vediamo” il mondo che ci circonda con gli
occhi, il cane lo “annusa” con l’olfatto. La prima percezione che il cane mette in
atto è quella olfattiva, la quale al massimo può essere corretta da altre percezioni,
ma mai anticipata.
Quando il cane avverte rumori sospetti, prima di dare segnali d’avviso
realizza, attraverso l’olfatto, con precisione la natura e la posizione di ciò che
costituisce lo stimolo dell’attenzione.
Se proprio non può adoperare l’olfatto perché, ad esempio, è chiuso in casa,
l’intervento del cane è meno deciso e meno pregnante, sembrerebbe che la
mancanza di una conferma olfattiva lo blocchi su sensazioni di cui non è
perfettamente sicuro.
La natura, nel corso dell’evoluzione millenaria, ha avvantaggiato molto
l’apparato olfattivo del cane mettendolo in condizioni anatomofisiologiche tali
da rasentare la perfezione rispetto alla funzione da compiere.
Anatomicamente il naso del cane ha un’appendice esterna detta “tartufo”
che grazie alla mobilità delle alette laterali può consentire un aumento del
passaggio d’aria, la quale, sfiorando il tartufo s’inumidisce leggermente. Il cane
infatti ha l’abitudine di tenere il proprio naso esterno costantemente bagnato
dalla saliva che trasporta con la lingua. Quest’atto può essere sostituito, in caso
d’operatività concreta del cane, dalla pulizia effettuata con acqua fresca ad opera
del conduttore.
Il naso interno, suddiviso in diversi piani, usa il passaggio inferiore per
l’attraversamento dell’aria diretta ai bronchi, mentre l’espirazione avviene, di
solito, per mezzo della bocca e così non si hanno mescolanze d’odori. Inoltre una
mucosa particolarmente insanguinata, può temporaneamente impedire il
passaggio d’aria per la respirazione, deviandola tutta verso i “turbinati” per un
maggior afflusso d’informazioni. I turbinati sono i canali superiori del naso
interno ed hanno conformazione simile a quella di una turbina, di qui il nome.
L’aria attraversandoli, viene fra l’altro riscaldata per un fenomeno d’aumento
della pressione costituendo così la combinazione fisiologica ideale per una buona
analisi degli odori in essa contenuti.
Il numero delle cellule annegate nella mucosa olfattiva è enorme: si tratta di
un minimo di 150.000 sino ad un massimo di 250.000. I cani di taglia più piccola
ne contano meno, perché mai adoperati per qualche attività che potesse
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consentire una selezione mirata alla qualità olfattive. Fanno eccezione i fox
terrier, i bassotti ed i welsh corgi, rappresentanti di razze da lavoro che quindi
hanno subito selezioni artificiali anche basate sulle capacità olfattive.
Le cellule olfattive sono in scarso numero anche nei levrieri, giacché sembra
ormai assodato che questi cani preferiscano cacciare a vista anziché a naso.
Si è constatato come alcuni cani di una determinata razza specialista nel
lavoro di fiuto, percepiscono meglio alcuni tipi d’odori, altri soggetti al contrario
avvertono meglio emanazioni ancora diverse. Si pone dunque una domanda: la
predisposizione a percepire un determinato odore è forse legata in qualche modo
ad una mutazione ereditaria?
L’Hubert ha svolto nel 1980 degli esperimenti in proposito, ma con risultati
troppo contrastanti per costituire un’indicazione accettabile. Da allora nessuno ha
ritentato questi esperimenti.
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Greta (1971) Propr. Allevamento dei Re di Roma


Campionessa italiana, Sociale, Internazionale
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Capitolo IX

I TEMPI
DELL’APPRENDIMENTO
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Il cane, come l’uomo, può apprendere nuove esperienze durante l’intera vita.
Vi sono periodi in cui gli è particolarmente facile apprendere, altri che sono
meno favorevoli. Momenti in cui il cane necessita di una sola esperienza per
memorizzarla, altri durante i quali sono necessari ripetuti accadimenti uguali o
strettamente assimilabili, perché possano essere stabilmente memorizzati.
La sperimentazione ha dimostrato che le esperienze che il cane considera
negative sono di più rapida memorizzazione rispetto a quelle positive. Questa
constatazione deve farci riflettere sul comportamento da tenere con il cane in
ogni occasione onde evitare di creare dei problemi. Risulta spontaneo reputare
che, per dimenticare ogni esperienza negativa, il cane deve affrontare diverse
altre positive, analoghe od uguali. Questo sistema di apprendimento è veramente
insolito e sembra più semplice evitare che il cane abbia esperienze negative,
grazie alla stesura di un programma d’inserimento nella società, ben studiato e
meglio seguito.
Occorre considerare che il cane non solo potrebbe faticare per dimenticare
l’esperienza negativa, ma potrebbe mascherarne temporaneamente gli effetti,
senza rimuovere la causa: questo porterebbe al riapparire di un comportamento
anomalo nei momenti più impensati e magari meno adatti.
Fisiologicamente il cane nasce ancora incompleto, considerando la sua
temporanea impossibilità di raccogliere messaggi esterni, attraverso i sensi
dell’udito, dell’olfatto e della vista, che costituiscono i mezzi che il cucciolo ha
per apprendere e che non sono funzionanti alla sua nascita.

IL PERIODO NEONATALE
Il neonato non vede, sente pochissimo e solo su frequenze molto alte, odora
poco ed in condizioni non ottimali, mentre l’unico senso veramente efficiente è il
tatto che gli consente di percepire il calore della cute della madre e di
localizzarne le mammelle.
Questo periodo d’assenza di possibilità di ricevere stimoli esterni si prolunga
per circa quindici giorni, e solo dopo tale data il cucciolo si rende gradualmente
disponibile ad apprendere i messaggi provenienti dal mondo esterno. Inizia da
quel momento il periodo neonatale che dura sino al trentacinquesimo -
cinquantesimo giorno di vita.
È opportuno chiarire che tutte le indicazioni relative all’età costituiscono una
media, delle osservazioni fatte. La lunghezza di tutti i periodi, è strettamente,
correlata alla mole della razza: tanto più questa è grande, tanto più a lungo dura il
ciclo, ma dipende inoltre dallo stato di salute e quindi dall’alimentazione,
dall’ambiente più o meno stimolante, dal carattere della madre ed anche,
parzialmente, dalla frequentazione del box di uno o più uomini.
Durante il periodo neonatale il cucciolo riceve stimoli dalla madre, dai
fratelli di cucciolata, dal mondo esterno. Allo stato brado il cucciolo è
solitamente in contatto anche con il padre che ha un compito educativo molto
importante da svolgere. La presenza del padre può esservi anche per il cucciolo
domestico o d’allevamento, ma è un’eventualità sempre più rara a verificarsi.
La persona addetta alla somministrazione del cibo, sia esso l’allevatore od un
incaricato, fornisce stimoli al cucciolino, ma a quell’età occorrono atti ripetuti
più volte perché memorizzi qualche esperienza. È difficile dunque che in questo
periodo l’uomo possa avere un’influenza pregnante sull’apprendimento.
Il cucciolino inizialmente esplora la cuccia e, se riesce a muoversi
agevolmente, cerca di conoscere la stanza e soprattutto inizia quei rituali di gioco
73

con la madre e con i fratelli che consentono un normale controllo


dell’aggressività che in qualche modo è già riscontrabile in soggetti di quest’età
sotto forma di competitività.
Ciò che è appreso in questo periodo neonatale, pur essendo basilare nella vita
quotidiana del cucciolo, non ha una gran valenza nel lungo termine, perché si
tratta in ogni caso di una serie d’esperienze non determinanti nel proseguo
dell’apprendimento.

IL PERIODO DI SOCIALIZZAZIONE
Intorno al cinquantesimo giorno di vita, inizia un periodo caratteristico
dell’apprendimento che, al contrario del precedente, incide pesantemente sul
carattere del cucciolo e del cane adulto.
Si tratta del periodo di socializzazione.
È il periodo in cui il cucciolo allo stato brado o come cane domestico, deve
apprendere alcune regole di vita che sono fondamentali per la sua sopravvivenza.
Il Lorenz lo ha definito come “imprinting” proprio perché ciò che il cucciolo
apprende in questo periodo lo caratterizza per tutta la vita, ne costituisce
l’impronta incancellabile e di solito immodificabile, salvo che come espressione
esteriore, mai come valore memorizzato!
Questo periodo dura dalla fine del ciclo neonatale sino ai novanta giorni
circa di vita del cane. È un intervallo molto breve, durante il quale il cucciolo
deve entrare in contatto con il mondo esterno, nella maniera più completa
possibile e deve fare il maggior numero d’esperienze che gli sono concesse.
Talvolta accade che un proprietario esperto riesca a prolungare oltre i novanta
giorni d’età, il periodo della socializzazione. È un risultato che apre la via a più
ampie esperienze e che si risolve sempre positivamente per il cucciolo. Purtroppo
per il cane domestico nel vivo del periodo di socializzazione avviene il
cambiamento di proprietà fra l’allevatore ed il futuro capogruppo con relativo
cambio di residenza, d’abitudini e di membri del clan. Questo passaggio è di per
sé un momento delicatissimo, ma lo diventa ancor di più se compiuto in questo
frattempo.
La fase evolutiva presa in esame riguarda anche lo sviluppo corporeo che in
questo periodo è molto accentuato. Si pensi che in certi giorni la crescita
ponderale di un alano può superare anche i cinquecento grammi. Il proprietario
potrebbe quindi essere distratto da questi mutamenti e non prestare la dovuta
attenzione alle fasi critiche della formazione caratteriale.
Di primo acchito parrebbe consigliabile ritirare il cucciolo dall’allevamento,
solo a periodo di socializzazione terminato, ma questa soluzione presenta alcuni
difetti di fondo che possono incidere molto sulla formazione del cane domestico
ed è quindi assolutamente sconsigliabile. Sappiamo, infatti, che lasciare il
cucciolo in un box del canile che è normalmente quasi del tutto privo di stimoli,
è una soluzione da rifuggire. L’assenza di stimoli annulla pressoché totalmente la
possibilità d’apprendere.
Proprio in questo periodo è assolutamente necessario il far assumere al
cucciolino, senza spaventarlo, quante più esperienze possibili, ed anche
d’iniziare il programma d’inserimento precoce nella società umana.
È compito dell’Allevatore e del Medico veterinario curante, l’illustrare al
neoproprietario come comportarsi con il cucciolino e quali sono i limiti da non
oltrepassare.
Il cucciolo che è allevato allo stato brado, impara a socializzare con i membri
74

del suo branco attraverso il gioco. Apprende che con il padre (presumibile
capobranco) si può giocare, ma fino ad un certo limite, oltre il quale occorre
portare solo massimo rispetto ove non si voglia incorrere in punizioni severe. Si
può giocare con la coda del padre, ma non si può morderla a fondo, perché in
questo malaugurato caso, il cucciolo impara subito a sue spese come frenare
l’aggressività alle soglie del vero dolore.
Si può camminare sul padre sdraiato a terra, ma non si può transitare sopra il
suo cranio perché il capobranco non può assolutamente tollerare che i sottoposti
gli “montino” in testa.
Il cucciolo può giocare con la madre con maggior confidenza, ma anche con
questa, sia pure più lentamente, sono posti dei limiti alla violenza. Con i fratelli
poi si sviluppa una sana competizione, sia pure condotta per gioco, che stabilisce
la graduatoria tra loro. Insomma s’instaura la legge del branco.
Il cucciolo domestico si trova di fronte agli stessi problemi, fatto salvo che il
capogruppo è solitamente il padrone di casa, poi gerarchicamente viene la moglie
e poi gli eventuali altri parenti, figli compresi.
Per ottenere chiarezza in questa graduatoria il cucciolo domestico sfida
spesso tutti gli altri membri del gruppo e deve convincersi che esistono alcune
supremazie che sono da rispettare, mentre pretende, spesso senza ottenerlo, dai
membri gerarchicamente inferiori a lui (quelli che hanno risposto male alla sfida
portata loro) un uguale trattamento di rispetto.
Il cucciolo domestico deve imparare, durante questo periodo, a conoscere e
ad obbedire ai quattro comandi fondamentali per la sua sopravvivenza nella
società dell’uomo: il “richiamo” (vieni!), il “fermo” dove si trova, il significato
della parola “NO!” e a “camminare al guinzaglio” senza disturbare il
conduttore.
il “richiamo” è indispensabile perché, vista l’attuale situazione della società
umana, non è neppure pensabile che un cane possa essere lasciato senza
controllo diretto del proprietario, che del resto ne è responsabile ai sensi
dell’articolo 2052 del Codice Civile.
Il “fermo sul posto” salvaguarda la vita del cane ed evita di causare
incidenti anche molto gravi: si pensi ad esempio alla necessità d’impedire al
cucciolo d’attraversare una strada battuta dal gran traffico. Non solo è
un’impresa pericolosa per l’incolumità del cane, ma può provocare anche una
inimmaginabile sequenza d’incidenti, la cui responsabilità diretta, ancora una
volta, è del proprietario.
La parola “NO!” mette fine, nel momento stesso in cui vorrebbe metterla in
atto, a qualsiasi azione del cane giudicata sconveniente.
Infine il “camminare al guinzaglio” in modo da non intralciare con
improvvisi ed inopportuni cambiamenti di direzione poco prevedibili,
l’accompagnatore del cane, diventa indispensabile per non creare inutili
problemi.
Si tratta d’impartire al cucciolo un “programma d’inserimento precoce nella
società umana”, che serve ad ogni cane, qualunque attività si voglia fargli
svolgere in un futuro prossimo. Anche il cane prettamente “compagnone” deve
conoscere queste basi, alle quali si possono aggiungere, in tempi successivi, altri
esercizi come: il seduto e/o il terra che sono sempre facenti parte del programma
di base, ma che non devono essere insegnati nel periodo di socializzazione
perché troppo costrittivi.
Il cucciolo, in questo periodo dell’apprendimento, deve essere messo a
contatto con tutto il mondo che lo circonda o che lo circonderà, facendogli
conoscere ogni possibile evenienza in modo tale che ne possa memorizzare
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prevalentemente, se non esclusivamente, i lati positivi.


Il compito principale del proprietario o di chi accudisce il cane, è di risolvere
ogni problema in maniera premiante per il cucciolo, non devono quindi mancare
le lodi e le parole d’incoraggiamento. A questo proposito, è bene rammentare
sempre che il cane comprende benissimo il tono con il quale le parole, di lode o
d’incoraggiamento, sono pronunciate ma non è certo in condizione di capirne il
significato... letterario. Conviene quindi usare poche parole, magari senza
significato, ma pronunciate in modo allegro, rassicurante, calmo, con tono molto
dolce quasi, che diventino termini chiave del nostro linguaggio percepibile dal
cane.
Durante il periodo della socializzazione si sviluppano, in modo importante, i
collegamenti fra gli organi di senso ed i centri nervosi; di conseguenza è bene
che il cucciolo sia favorito nel suo desiderio, del resto naturale, d’usare i due
sensi che maggiormente sono d’aiuto al suo apprendimento: l’odorato e l’udito.

IL PERIODO GIOVANILE
Normalmente intorno al terzo - quarto mese d’età inizia il cosiddetto
periodo giovanile che dura sino alla completa maturità sessuale.
Le capacità d’apprendere sono, in questa fase della vita del cucciolo, di
pochissimo inferiori a quelle del periodo di socializzazione. Ad equilibrare
definitivamente la situazione concorre anche il fatto che, il cane, fisicamente,
diventa più forte e più resistente di giorno in giorno e che, dal punto di vista della
memorizzazione delle esperienze, diventa ancor più ricettivo, in modo tale che è
sufficiente un minor numero di stimoli per provocare una determinata risposta.
Aumenta invece il numero necessario delle ripetizioni delle esperienze,
perché queste siano definitivamente inserite nella memoria a lungo termine.
È questo il periodo in cui occorre decidere del futuro impiego del cane, e di
conseguenza predisporre le basi dell’addestramento alla relativa specialità
prescelta. Conseguentemente s’insegnano, sempre sfruttando in prevalenza il
gioco, i primi rudimenti di pista per tutti i cani destinati a questa specifica
attività, o a quella di ricerca o da caccia e così via.
Molto importante, in questa fase, dell’insegnamento, è lo sfruttare sia gli
impulsi che sono propri del cane domestico, sia le doti innate che a quest’età
sono ancora del tutto integre, salvo casi dovuti all’incapacità dell’uomo.
Questo sistema d’insegnamento fa parte integrante dell’addestramento
secondo il metodo naturale, che ormai è ben codificato, e che dovrebbe sempre
servire da guida in quest’età giovanile.
L’uso della coercizione od anche solo di rinforzi negativi (punizioni) in
questo periodo è da condannare nella maniera più assoluta. Una precoce
sottomissione rende il cucciolone meno socievole, ne diminuisce il
temperamento, ne frustra la curiosità ed abbassa il tono della tempra.
In casi limiti può anche suscitare una certa aggressività nei confronti del
proprietario, alla quale diventa poi difficile porre un facile rimedio. In questo
periodo il sistema nervoso centrale acquisisce la quasi piena maturazione, di pari
passo con l’instaurarsi del funzionamento d’alcune ghiandole ormonali, in
particolare quelle rivolte al governo della maturità sessuale.
L’instaurarsi d’alcune pulsioni tipiche della maturità, come l’impulso alla
difesa, si constata nell’esempio del cucciolone che non accoglie più festosamente
come sino ad ieri, gli estranei che si presentano alla porta, anzi tende sempre più
a tenerli a distanza.
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L’abitudine alla convivenza con l’uomo in questo periodo, è molto


interessante perché diventa sempre più forte il legame che li unisce, e
specialmente se il proprietario sa giocare con il cucciolone nella maniera giusta e
corretta, ne fa il fedelissimo suddito capace di tutta la docilità possibile che è il
giusto mix fra il rispetto dei ruoli e la riconoscenza affettiva.

IL PERIODO ADULTO
Segue il periodo adulto che arriva sino alla vecchiaia del cane.
In questo periodo non solo si può e si deve chiudere il ciclo addestrativo ma
si deve dare luogo a quello pratico, per cui il cane deve continuamente essere
sottoposto ad allenamento specifico durante l’intero anno.
Non è trascorso molto tempo da quando i cinofili, in particolare i cacciatori
cinofili, hanno compreso che il cane non può essere abbandonato per dieci mesi
l’anno e poi pretendere che nei due restanti si comporti al top della condizione
psicofisica.
Questa fu però pratica assolutamente comune e non furono pochi i soggetti
che ricevettero impallinate, anche mortali, ad opera del loro insipiente
proprietario che non tollerò né errori, né stanchezza, pur essendo il primo ed
unico colpevole della scarsa resa del cane. Questo non è una macchina che si può
mettere in moto ogni volta che si vuole, e che si pretende funzioni sempre bene:
il cane ha le sua esigenze e fra queste quella d’essere veramente domestico, in
altre parole di vivere insieme con l’uomo per il maggior tempo possibile.
Ci sono specialità di tutto riposo per il cane come ad esempio quella della
compagnia. In questo caso è sufficiente che il cane rispetti alcune regole
fondamentali di pulizia e di gestione della casa, perché il suo compito termini. Il
cane deve naturalmente rispettare anche le leggi e le consuetudini esterne alla
casa, è bene dunque che il proprietario gli rinfreschi spesso i quattro esercizi
fondamentali del ciclo d’inserimento precoce.
Esiste, al contrario, il soggetto che è sotto pressione tutti i giorni, come il
cane militare o quello della protezione civile. In questo caso è importantissimo
che il conduttore conosca perfettamente i limiti di resistenza psicofisica del cane,
onde evitare che un eccessivo affaticamento, od una concentrazione troppo
prolungata, possano causare stati di stress.
Si ripete insomma il concetto generale che il cane è un essere vivente e come
tale ha i suoi pregi eccezionali, ma anche i suoi limiti che vanno attentamente
rispettati.

IL PERIODO SENILE
Ad un certo momento della vita del cane, si nota una decisa diminuzione
della resistenza fisica, un forte desiderio di riposare ed una quasi assoluta
incapacità di concentrarsi per un periodo superiore a qualche minuto. È il segnale
che siamo giunti al periodo senile che indica il declino della vita attiva del cane.
Al momento dell’acquisto di un cucciolo, è difficile pensare che il cane
invecchierà e che andrà incontro a problemi specifici così come accade per noi
uomini.
Nessuno pone mente al fatto che la speranza di vita di un cane è mediamente
attorno ai dieci anni secondo la razza, la mole e l’attività svolta nella sua
esistenza. Un cinofilo deve, purtroppo, prevedere che nella sua vita avrà a che
fare con almeno sei - sette cani, ognuno dei quali invecchierà prima di lui.
77

Il comportamento del cane anziano è stato un aspetto alquanto trascurato


dalla ricerca, quasi che la sua vita, in quel periodo, sia semplicemente solo la
conclusione logica ed ovvia del processo comportamentale normale dell’adulto.
Non è così! Il cane anziano è un soggetto stanco, poco vivace, sempre meno
interessato a quanto accade attorno a lui, ma conserva un suo comportamento che
è il frutto delle esperienze acquisite nei periodi dell’imprinting e giovanile.
Trascura invece ciò che ha appreso durante il periodo adulto e mostra poco
interesse per la specialità alla quale è stato preparato (cane da compagnia, per lo
scovo in macerie, da condotta gregge, eccetera).
È sempre più restio a giocare e quando altri lo fanno, si ritira in buon ordine,
in un angolo nell’intento di non essere né coinvolto, né disturbato.
1 giochi dei cani più giovani non l’interessano più, anzi li rifugge. Diventa
ogni giorno più testardo e meno socievole.
Nei confronti dei membri del suo gruppo diventa iperprotettivo e dimostra
necessità di contatto fisico, d’interessamento, di moine. Al contrario con gli
estranei tende a diventare sempre più brontolone, bisbetico, talvolta anche
eccessivamente aggressivo per la caduta dei freni inibitori.
Sopporta male i mutamenti d’ambiente che sconvolgono profondamente il
suo bisogno di quiete.
Non ha più alcun desiderio d’apprendere, anche perché i veicoli sensori
stanno perdendo progressivamente le proprie capacità, e trasmettono pochissime
nuove informazioni. La soglia di stimolo s’alza paurosamente, ma può talvolta
subire abbassamenti improvvisi che rendono imprevedibile il comportamento del
vecchio amico.
Tende a dimenticare alcune regole, anche di pulizia, sino ad allora ben
conosciute ed applicate.
Può essere incapace d’adattarsi ad un cambiamento della dieta.
È insomma la fotocopia del nostro comportamento d’uomini durante il
periodo estremo della nostra vita.
Quando poi ci s’accorge che il cane soffre o di sordità o di cecità o di dolori
fisici, d’incontinenza di feci ed urine, allora scatta la molla della richiesta di
porre fine in anticipo ai suoi giorni attraverso l’eutanasia.
È questa una pratica, talvolta necessaria, ma da prendere in considerazione
dopo aver valutato con estrema precisione ed obbiettività ogni eventuale altra
possibilità d’intervento.
Un cane che sta diventando sordo può costituire un serio pericolo non solo
per sé, ma anche per altri uomini od animali.
Esiste però un rimedio che non è difficile da attuare: si tratta di mutare il
linguaggio vocale dell’uomo che impartisce gli ordini, con un linguaggio
gestuale.
A quest’eventualità, per non essere sorpresi dal problema, occorre pensare
fin dai primordi dell’addestramento. Al di fuori dei soggetti che concorrono alle
prove di lavoro per cani delle razze d’utilità e difesa, ogni altro cane può
apprendere ordini contemporanei sia vocali sia gestuali. Si può infatti ottenere
che il cane venga al fianco, sia con l’ordine vocale “piede”, sia con il gesto della
mano sulla coscia del conduttore.
E così via per tutti i comandi necessari ad un cane educato: camminare al
fianco, sedersi a comando, tornare dal proprietario, restare immobile dove si
trova. La stessa regola vale anche per l’addestramento alle diverse specialità,
salvo l’eccezione già citata.
Il vero problema è quello d’ottenere che il cane guardi il conduttore: per
questo è da suggerire un metodo ben preciso. Ogni volta che il cane tende a
78

distrarsi, durante un allenamento, il conduttore deve lanciargli fra le zampe,


possibilmente senza colpirlo in modo sensibile, un qualsiasi oggetto naturale
raccolto dal terreno: sassolino, bastoncino e quant’altro a portata di mano.
Occorre che l’oggetto faccia parte della natura. È da sconsigliare del tutto l’uso
del collare o d’altri arnesi costruiti dall’uomo, perché il cane non deve accorgersi
che ciò che gli capita fra le zampe proviene dal suo conduttore. Le interferenze
provenienti dall’uomo l’infastidiscono molto rendendolo inutilmente apprensivo.
Il cane non può immaginare che un oggetto naturale gli provenga dal
conduttore, e quindi cerca quest’ultimo con lo sguardo, come per ottenere
protezione ed a quel momento il proprietario potrà richiamarlo al piede con un
gesto. Quando il cane gli sarà al fianco, il conduttore lo loderà in modo
spropositato con una dose di rinforzi positivi che il soggetto ricorderà sempre
volentieri.
La sordità, da quel momento, non conterà più, perché alla fine s’otterrà che il
cane controlli sempre i movimenti del conduttore e lo segua con la necessaria
attenzione.
È ovvio che un cane sordo non deve mai essere sottoposto, per alcuna
ragione, a pericoli inutili.
Per il cane che sta diventando cieco suppliscono, solitamente, l’odorato e
l’udito e serve molto la memoria, specie per il soggetto che vive in casa.
Occorre ricordare che la dislocazione dei mobili non deve mai cambiare, e se
proprio è necessario attuare dei cambiamenti, occorre spruzzare i mobili stessi,
nuovi o spostati che siano, con una forte essenza che li renda facilmente
percepibili al cane.
Il cane cieco può essere ancora portato a spasso, con la precauzione di stare
lontano dal traffico, tenendolo costantemente al guinzaglio, e senza esporlo a
rischi inutili.
Per quanto attiene alle incontinenze di vario genere, è possibile intervenire
con medicamenti appropriati consigliati dal Medico Veterinario abituale.
Insomma anche in casi come quelli descritti, il pensiero dell’eutanasia può
essere quanto meno procrastinato nel tempo.
Certamente quando due o più dei fenomeni descritti colpiscono
contemporaneamente il cane, ogni programma di salvataggio può essere messo
in discussione, ma quello che non è accettabile per il Medico Veterinario è che si
ricorra all’eutanasia solo per quieto vivere e perché si vuole rifuggire da
seccature.
79

La campionessa Greta con uno dei suoi cuccioli


80

Capitolo X

LE CATEGORIE
DELL’APPRENDIMENTO
81

Partendo dalla definizione del Thorpe sull’apprendimento, possiamo


individuare almeno queste categorie:
a) apprendimento intuitivo,
b) apprendimento latente,
c) apprendimento per riflessi condizionati o per reazioni - condizionate,
d) apprendimento per prove ed errori o condizionamento - operante,
e) apprendimento precoce,
f) assuefazione.
Queste categorie sono attuali per il cane domestico, avvertendo che
l’apprendimento per riflessi condizionati ha scarsa importanza pratica sia per
l’inserimento precoce, sia per l’addestramento, nei quali si preferisce applicare il
condizionamento operante.
L’apprendimento intuitivo è in stretta correlazione con l’intelligenza del
singolo cane; quello latente è spesso usato (od almeno si tenta di farlo)
soprattutto nelle fasi dell’addestramento.
L’assuefazione è una tecnica usata in casi specifici e particolari come ad
esempio la reazione abnorme ai rumori improvvisi, sta un po’ cadendo in disuso
per la difficoltà d’applicazione pratica.
Sarebbe invece auspicabile un maggior ricorso all’apprendimento precoce,
ma questa tecnica urta con l’ancora troppo scarsa conoscenza della psicologia
canina da parte dei proprietari,

L’APPRENDIMENTO INTUITIVO
Si definisce apprendimento intuitivo la capacità del cane domestico di
trovare soluzioni originali a problemi mai presentatisi prima.
Siamo di fronte ai limiti delle possibilità di un mammifero superiore
d’avvalersi della capacità di collegare con successo nessi logici.
Si tratta effettivamente di saper trovare una soluzione “pensata” dopo aver
“previsto” le conseguenze della sua risposta.
Non esiste, ad oggi, la possibilità di verificare e dimostrare in maniera
definitiva, che il processo che determina una soluzione al problema del
momento, che si presenta nell’uomo con il classico “lampo di genio”
(intuizione), sia presente anche nel cane domestico, nello stesso modo e misura.
Va però osservato che il vivere a costante contatto con l’uomo, sotto la guida
dello stesso dà, al cane domestico, una infinita possibilità d’apprendere, e
favorisce una maggiore applicazione di questo comportamento tanto ricercato.
Esistono molte testimonianze di proprietari di cani, che raccontano episodi la
cui spiegazione si può trovare solo se si ricorre all’intuito come forma di
sostegno al comportamento.
Certamente non costituiscono prove scientifiche, ma nessuno degli Autori, il
Manning anzitutto, che finora si sono occupati di questo fenomeno, hanno fatto
ricerche sul cane domestico.
Esiste un esperimento di W. Koehler sugli scimpanzé che illustra un classico
esempio d’intuizione. Uno scimpanzé ricevette dei bastoni e delle cassette di
legno vuote e sopra la gabbia in cui fu richiuso, ad altezza irraggiungibile per
l’animale, furono legate delle banane.
Orbene dopo molte meditazioni e qualche tentativo di sovrapporre le cassette
per giungere all’altezza giusta, e ciò malgrado non riuscendo ad impadronirsi
dalle banane, lo scimpanzé impugnò un bastone, ma anche questo si dimostrò
troppo corto, ed ecco l’intuizione: sovrapponendo due bastoni uno all’altro
82

(avevano semplici incastri) lo scimpanzé riuscì a raggiungere il casco di banane


e a farlo precipitare all’interno della gabbia, con enorme sua soddisfazione.
L’esperimento, cosiffatto, non può essere proposto al cane perché questo
manca dell’abilità manuale necessaria.
È vero però, che diversi proprietari raccontano come il loro cane abbia aperto
una porta chiusa, agendo prima sulla maniglia con una sola zampa ed una volta
socchiuso l’uscio, abbia saputo aprirla del tutto per raggiungere la meta che si era
prefisso.
Altri cani tenuti normalmente nei box hanno imparato ad aprire i chiavistelli
scorrevoli dei cancelletti, tirandoli con i denti, ed uscendo tutti trionfanti dal loro
isolamento.
In ogni caso occorre osservare come alla base di ciascun atto intuitivo, o
“insight” ci sia sempre un apprendimento generale precedente.
Sia Thorpe, sia il Koehler, ritengono che in alcuni animali superiori, sia
possibile la “formazione di (un) concetto”, in una certa misura anche astratto e
generalizzato.
L’esempio tipico si ritrova nel cane da guida dei non vedenti. Sotto un
determinato ostacolo il cane, da solo, passerebbe agevolmente, ma non così il
cieco che potrebbe urtare con la testa vanificando così l’aiuto della guida.
Si ha così una forma di “estensione personale” che fa valutare al cane il
concetto astratto delle dimensioni dell’uomo che deve condurre, e
conseguentemente ne condiziona il comportamento. Comportamento che il cane
non ripete di certo quando si trova a passare, da solo, sotto lo stesso ostacolo.

APPRENDIMENTO LATENTE
Il Thorpe lo definisce come: “...l’associazione di stimoli indifferenti senza
un rinforzo apparente”. Ciò che è appreso non è rivelato al momento anzi tende
a restare nascosto, “latente”.
L’apprendimento latente od “incidentale” è stato studiato sperimentalmente
sui topi da E.C. Tolman. In una gabbia il Tolman mise un gruppo di topi che fu
regolarmente rinforzato positivamente, una volta giunto alla fine del percorso. In
altra gabbia, simile alla prima, mise invece un gruppo di topi che non ricevettero
alcuna ricompensa a successo ottenuto. Il Tolman notò che il secondo gruppo di
topi impiegò un tempo largamente inferiore al primo, per trovare la soluzione,
partendo dal momento in cui fu rinforzato adeguatamente. Definì quindi la fase
precedente come apprendimento latente in quanto acquisito dagli animali, ma
non portato alla luce per mancanza di una chiara motivazione.
Il grande Piero Scanziani, un insigne cinologo che per primo in Italia studiò,
verso la fine degli anni quaranta, la psicologia canina, riferisce di soggetti molto
giovani portati ad assistere a lezioni dell’esercizio di riporto impartite a cani più
anziani.
Il comportamento di questi giovani non fu apparentemente modificato
dall’aver assistito a queste lezioni, ma la sorpresa venne allorquando essi stessi
furono chiamati, dopo un certo periodo, ad imparare lo stesso esercizio.
Questi giovani improvvisamente si rivelarono capaci d’eseguire l’esercizio
in tutta la sua interezza rispettandone tempi e modi. Il fatto, che inizialmente
stupì tutti, divenne chiaro nel tempo, formulando l’ipotesi che si fosse trattato
d’apprendimento latente, in pratica avvenuto in contemporanea all’aver assistito
alle lezioni altrui, ma “esploso” come apprendimento, ormai verificato, nel
momento in cui quei soggetti erano chiamati sul campo di lavoro in prima
83

persona.
Molti addestratori professionisti che hanno applicato questo metodo, talvolta
migliorandolo, possono confermare che non si tratta d’evenienza isolata, ma di
una metodologia che può dare un buon numero di risultati positivi.

APPRENDIMENTO PER RIFLESSI CONDIZIONATI O REAZIONI


CONDIZIONATE16
Nel 1904, il fisiologo russo Ivan Petrovic Pavlov ottenne il premio Nobel
per la medicina per una serie di ricerche sulla fisiologia della digestione. Per
studiare meglio il fenomeno della digestione salivare, pensò d’ottenere, da un
cane, l’emissione della saliva raccogliendola in un’ampolla mentre gli era
somministrato il cibo. Con acuto spirito d’osservazione, s’accorse però che il
cane iniziava la salivazione ben prima di vedere il cibo, ma semplicemente a
seguito dell’emissione di un suono o all’accensione di una luce, evento che
“normalmente” precedeva la somministrazione della carne in polvere usata per
l’esperimento.
Incuriosito da questa che ritenne una particolarità del cane, estese le sue
ricerche e poté appurare che qualsiasi stimolo precedesse la somministrazione
della carne conduceva all’emissione della saliva. Persino degli stimoli
lievemente dolorosi!
Pavlov si ritrovò così di fronte a due stimoli e a due risposte differenti fra
loro. Il primo stimolo è costituito dalla somministrazione della carne che per non
avere nessuna condizione preliminare è detto stimolo incondizionato (SNC). Il
suono del campanello o l’accensione della luce costituisce uno stimolo
condizionato (SC) dalla successiva somministrazione del cibo. Senza questa
complementarità è chiaro che lo stimolo luce o suono rimarrebbe inascoltato:
pertanto è definito stimolo condizionato.
Lo stesso criterio vale per la risposta. L’emissione di saliva che segue la
somministrazione del cibo, è una risposta incondizionata (RNC), mentre quella
che segue la percezione del suono o della luce è una risposta condizionata (RC)
dovuta alla fornitura del cibo. Il Pavlov si spinse oltre su questa strada e in
sostanza fu il primo ad interessarsi del comportamento animale. Si diede poi allo
studio dell’uomo interessandosi della schizofrenia.
Naturalmente in considerazione del regime politico imperante in Unione
sovietica il Pavlov ebbe minor popolarità all’estero di quanto forse non
meritasse, ma soprattutto per opera dei suoi allievi vi furono troppi scontri con
gli studiosi occidentali, tanto che alla fine lo scienziato fu piuttosto isolato e solo
da poco è rivalutata la sua opera.

APPRENDIMENTO PER PROVE ED ERRORI =


CONDIZIONAMENTO OPERANTE
È indubbiamente difficile poter osservare, nel comportamento abituale del
cane domestico, una forma pura d’apprendimento per riflessi condizionati.
A seguito soprattutto di questa constatazione molti seguaci del Pavlov,
specialmente nell’Unione sovietica, tentarono d’approfondire nuove vie. Furono
però ancora una volta i ricercatori occidentali che, cambiando metodologia di
ricerca, spostando l’interesse dalla fisiologia alla psicologia, trovarono la
soluzione del problema attraverso quello che è indifferentemente definito come
“apprendimento per prove ed errori” oppure “condizionamento operante”17.
L’apprendimento per prove ed errori va di un passo oltre quello per riflessi
84

condizionati. Il nucleo centrale del problema si sposta sulla catena


stimolo risposta rinforzo
dando a quest’ultimo elemento una straordinaria valenza. Lo stimolo può essere
dato, nel caso del cane domestico, dall’ordine del proprietario o del conduttore;
la risposta è l’azione del cane che esegue l’ordine ricevuto, ed il rinforzo
costituisce, nel linguaggio comune, anche se scorretto, il premio o la punizione
che spetta al cane per aver eseguito bene o male l’ordine ricevuto.
Diversi ricercatori, dallo Skinner al Thorndike hanno studiato e realizzato
diverse gabbie18 o cassette dove sono stati rinchiusi prevalentemente dei topi da
laboratorio che hanno ottenuto cibo solo premendo una determinata leva od
azionando un altro facile meccanismo. Di qui la definizione di “apprendimento
per prove ed errori” in quanto è logico pensare che un animale, non preparato
prima, provochi l’apertura di tante cellette vuote di cibo, fino a che non scelga
casualmente quella contenente il premio mediante una pressione su una ben
determinata leva.
Perché questo tipo di apprendimento sia valido, diventa determinante
l’analisi della qualità del rinforzo, premio o punizione che sia. Anzitutto il
rinforzo deve essere somministrato con assoluta contiguità alla risposta. Bastano
pochi secondi perché il valore del rinforzo venga perso quasi totalmente, anche a
seguito di altri stimoli ed altre risposte susseguenti in tempi stretti.
Talvolta può essere necessario dare un “rinforzo secondario” che
provvisoriamente sostituisca il rinforzo specifico che per motivi diversi venga a
tardare. Si pensi ad un esempio al ritrovamento di un sepolto in valanga: il cane
si attende un rinforzo da parte della vittima salvata, ma certamente occorre del
tempo fra la segnalazione del cane (risposta) e l’effettivo ritorno in superficie del
sepolto (rinforzo). Di conseguenza onde evitare una possibile futura estinzione
della risposta (ricercare il sepolto) il conduttore del cane deve somministrare un
rinforzo secondario, al quale far poi seguire quello che il cane s’attende ad opera
del sepolto segnalato e riportato alla luce. Il dato più importante è dunque la
“contiguità”. È intuitivo che la risposta deve sempre precedere il rinforzo. È
questa la condizione che determina l’assoluta diversità fra l’apprendimento
classico e quello strumentale. Nel primo caso il rinforzo precede la risposta, nel
secondo la segue. Senza questa differenza, per altro sostanziale, le due categorie
di apprendimento avrebbero dei confini molto indeterminati.
La “qualità del rinforzo” merita un’attenta considerazione. Deve essere,
oltreché tempestiva, di adeguata valenza. Un rinforzo troppo debole può essere
inteso come una assenza di rinforzo, uno troppo forte può richiedere in tempi
successivi intensità tali da non essere facilmente realizzabili.
Se il rinforzo positivo non costituisce un vero problema, proprio perché si
risolve comunque a favore del cane, quello negativo merita invece una maggiore
attenzione.
Il rischio fondamentale è già stato delineato: se si inizia con un rinforzo
negativo di sensibile intensità ci si può trovare di fronte facilmente ad eccessi
che possono provocare al cane uno stato di ansia o di conflittualità tali da rendere
impossibile od inutile la sua collaborazione anche per lungo tempo.
In ogni caso attenzione al rinforzo negativo dato con molto ritardo, non solo
potrebbe non servire, ma addirittura andare ad interessare una risposta diversa da
quella che ha originato la necessità di un programma di assuefazione
Un esempio per chiarire meglio: un cucciolo viene lasciato solo in casa per
diverso tempo e, quando si accorge di essere solo, va a prendere un qualsiasi
oggetto del proprietario e lo tiene con sé, magari masticandolo. Poi il proprietario
rientra ed il cucciolo gli si pone di fronte pronto a fargli le feste, cioè ad
85

accoglierlo nel migliore e più amichevole dei modi. Ma il proprietario nota che il
cucciolo ha combinato qualche disastro e per questo motivo lo sgrida e lo
punisce. Il cucciolo associa il concetto di punizione all’evento “rientro del
proprietario” e non quello “distruzione di un oggetto”.
Il cucciolo, da quel giorno, non fa più alcuna festa perché per questo fatto, e
non per il disastro combinato, si considera punito.
Va notato ancora una volta che l’assenza di rinforzo costituisce di per sé un
rinforzo negativo, quindi può essere un buon punto di partenza questa abitudine
di non dare rinforzi di sorta in occasione di palese errore del cane.
Una importanza fondamentale ha dunque l’equilibrio del proprietario che
non deve mai eccedere, neppure nei momenti di maggior nervosismo. Il cane
riconosce le virtù del capogruppo proprio nel suo senso di equilibrio e giustizia.
Il tono della voce, non già il significato delle parole, è determinante per costituire
un buon rinforzo sia positivo che negativo e l’atteggiamento del corpo del
conduttore è altrettanto importante: non si può sovrastare il cane quando lo si
loda, e non si possono assumere atteggiamenti rilassati quanto lo si rimprovera.
Perché l’apprendimento per prove ed errori abbia una sua validità occorre
che venga di volta in volta rinforzato dalle “ripetizioni” dell’esercizio.
Tanto più l’esercizio viene ripetuto, tanto maggiore è la capacità del cane di
ricordare le fasi e di rispondere sollecitamente agli stimoli.
Nel cane addestrato la condotta al guinzaglio viene presto sostituita dalla
condotta al piede, ma senza guinzaglio, che è ritenuta meno fastidiosa per il
conduttore e comunque più rivelatrice dell’assonanza di intenti fra proprietario e
cane.
Ciononostante tutti gli addestratori sanno benissimo che ogni seduta d’alle-
namento deve iniziarsi con la condotta al guinzaglio che serve per ricordare al
cane che da quel momento in poi si sta lavorando e non agendo per proprio
piacere o per gioco.
Altra caratteristica importante del condizionamento operante è data dalla
“generalizzazione degli stimoli” e dalla “discriminazione” degli stessi.
Due suoni molto vicini fra loro possono indurre il cane a commettere errori
di interpretazione: ad esempio ad un cane che si chiami Fritz non dovrebbe mai
essere impartito l’ordine di sedersi con il termine tedesco di “sitz”.
I due suoni sono troppo simili ed il cane potrebbe generalizzare.
Al contrario la validità del processo di generalizzazione sta nel fatto di poter
contare su precedenti esperienze, a seguito di stimoli similari, che facilitano
l’apprendimento perché ogni volta non occorre ripartire da zero.
Con la generalizzazione sono evidentemente possibili molti errori, ma
proprio per questo motivo soccorre la discriminazione, che ne è l’esatto
contrario.
La discriminazione fra due stimoli molto simili si ottiene tanto più
facilmente se ad una delle due risposte si da un costante rinforzo, mentre si lascia
cadere l’altra.
È chiaro che il meccanismo dell’estinzione causa la rapida dimenticanza
della seconda risposta.
Attenzione però che a distanza di tempo la stessa risposta estinta, potrebbe
ripresentarsi senza alcuna ulteriore forma di apprendimento. Si tratta di un
processo noto come “recupero spontaneo”.
È opportuno che si presti la massima attenzione al fatto che un cane
domestico che viene spinto oltre la sua capacità di discriminazione e quindi nella
impossibilità di distinguere fra due stimoli diversi, diventa agitato, ed al limite
anche aggressivo e mordace.
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Alcuni casi di attacchi improvvisi all’uomo, specie se questi ha un


comportamento che, visto dalla parte del cane, appare indeciso ed equivoco,
potrebbero così spiegarsi coinvolgendo anche soggetti normalmente equilibrati.
Un particolare non trascurabile del rinforzo è che questo può diventare a sua
volta stimolo di una nuova catena, evento che assume quindi un particolare
valore dal punto di vista psicologico.
Il cane per lo scovo su macerie che segnala un sepolto e che da questi viene
premiato con un rinforzo, viene automaticamente stimolato a cercare altri sepolti.
È la miglior condizione possibile perché il lavoro abbia il massimo del successo.

L’APPRENDIMENTO PRECOCE
Le prime ricerche sull’apprendimento precoce risalgono alla fine del 1800,
ad opera di D. Spalding che ebbe modo di notare come, qualche giorno dopo la
schiusa delle uova, i pulcini seguissero qualsiasi animale od oggetto in
movimento. Il primo ad occuparsi di questa categoria dell’apprendimento, con la
necessaria attenzione e continuità, fu però il Lorenz il quale fu in grado di
descrivere questo processo dalle caratteristiche peculiari, non riscontrabili in
altre categorie d’apprendimento.
Prima del Lorenz era convinzione comune che l’attaccamento dei piccoli di
qualsiasi specie fosse diretto solo verso la figura materna. Oggi sappiamo che
persino qualsiasi oggetto in movimento diventa, per i neonati, un sostituto
materno. Naturalmente dal punto di vista sperimentale questa constatazione è più
facilmente rilevabile negli animali che possono appena nati, nutrirsi da soli,
senza dipendere dal latte materno, come sono ad esempio i volatili.
Nel cane il fenomeno non è normalmente riscontrabile fino al giorno in cui
inizia lo svezzamento e quando il cucciolino ha acquisito la capacità sensoriale
completa, ed una corretta deambulazione e non dipende più esclusivamente dalla
madre per la nutrizione. Ecco che a partire da quell’età, il cucciolo allevato in
canile, vorrebbe seguire indifferentemente sia la vera madre quanto la persona
che gli reca il cibo o che provvede alla pulizia del box.
Per meglio comprendere la validità assoluta dell’apprendimento precoce
occorre considerare alcune situazioni particolari.
Il Lorenz assunse egli stesso nei confronti di una nidiata d’oche selvatiche, la
“figura materna”. Solo in un secondo tempo constatò che una sagoma di cartone,
purché avesse la possibilità di muoversi, poté rivestire un identico ruolo.
Allora quali sono gli stimoli che sviluppano questo comportamento?
Anzitutto quelli visivi di movimento, non importa quale forma o colore abbia
l’oggetto; il movimento però non è sempre indispensabile perché basta compiere
un gioco di luci perché, a sagoma ferma, i pulcini si raccolgano intorno allo
stesso feticcio. Alla fine diviene superflua persino la luce, è sufficiente sostituirla
con stimoli sonori per ottenere uguale risultato. A questo punto diventa
importante stabilire se sia la qualità del suono, oppure la capacità di
discriminazione dei piccoli, in fase di crescita, a far preferire suoni assai simili a
quelli che sono propri della specie d’appartenenza.
Altra osservazione importante è che i pulcini che vivono in gruppo sono nel
medio periodo, meno sensibili a questa pseudomadre, mentre il pulcino solitario
mostra un interesse maggiore e protratto nel tempo. Furono così individuati dei
limiti temporali alla durata del periodo d’apprendimento precoce, che potevano
variare da pochi giorni a qualche settimana. Ultimo dato assolutamente
stupefacente fu che i pulcini, diventati ormai del tutto indipendenti, smettevano
87

di considerare la “madre alternativa” come oggetto d’attenzione; ma se questa


apparteneva ad una specie animale diversa da quella del pulcino, accadeva che
questo, diventato sessualmente adulto, tentasse l’accoppiamento proprio con gli
esponenti della specie che l’aveva allevato.
Certi atteggiamenti del cane domestico che corteggia un essere umano, sono
la dimostrazione che questa regola coinvolge anche i mammiferi. Il cane
domestico ritrova interesse per gli uomini avendo fotografato nella sua mente la
persona che l’ha allevato. In ogni modo si rileva che l’apprendimento precoce,
pur avendo alcune caratteristiche comuni con le altre categorie, consta di talune
peculiarità evidenti: la rapidità, l’irreversibilità e caratteristiche fasi sensibili, ma
soprattutto l’assoluta assenza del rinforzo che ne fa un’eccezione alla regola
dell’apprendimento.
Nelle altre categorie una o più di queste caratteristiche sono riscontrabili,
mai però tutte e quattro assieme!

ASSUEFAZIONE
L’assuefazione è il tipo d’apprendimento più semplice in quanto non ha
come finalità l’acquisizione di nuove risposte, ma piuttosto quella di
cancellazione delle precedenti esperienze.
Abbiamo già visto come una mancanza dì risposta protratta nel tempo porta
alla dimenticanza della qualità dello stimolo.
Nel cane domestico abbiamo un esempio classico che è dato dal soggetto che
apparentemente distratto assiste al colloquio del padrone con un amico. Durante
questo colloquio il proprietario menziona dei fatti che riguardano il cane e per
semplicità di comprensione ne pronuncia più volte il nome.
La prima volta che ciò accade, il cane l’intende come un richiamo a lui
rivolto e si aspetta un ordine, che al contrario non viene e quindi lo stimolo
costituito dal nome stesso, cade nel vuoto. La seconda volta che il proprietario
menziona il cane, questi si mostra ancora attento, ma in misura minore, e così
ogni volta che sente il suo nome, ha una reazione sempre più blanda. Alla fine
del racconto, il cane non da più alcun segnale di reazione, anche a seguito di un
eventuale vero e proprio richiamo del proprietario. È scattata la forma
d’assuefazione perché agli stimoli d’avvertimento non sono seguiti gli stimoli
chiave che richiedono una risposta obbligatoria. La “soglia di stimolo” del cane
si è alzata ed il cane è diventato “sordo” perché assuefatto.
Occorre prestare attenzione perché esistono dei confini molto incerti fra il
fenomeno assuefazione e quello che si può definire come una “diminuzione
della risposta”.
In linea generale, si ritiene che l’assuefazione coinvolga anche il sistema
nervoso centrale, mentre la diminuzione della risposta riguardi solo gli organi di
senso, che bloccano al loro livello gli stimoli abituali ai quali non corrisponde
più un’adeguata risposta.

16 - Questa dizione è oggi preferita nel mondo scientifico, a quella originale, ma è meno diffusa
fra gli operatori cinofili.
17 - Questo condizionamento è definito operante in quanto influisce sull’ambiente.
18 - Le gabbie dello Skinner furono definite “gabbie per insegnare” in quanto gli animali che vi
erano rinchiusi impararono ad uscirne solo dopo aver tentato più volte dei gesti predeterminati,
come lo schiacciare una leva, che consentivano loro d’eseguire tutte le prove necessarie e
compiere gli errori dovuti all’inesperienza, prima di giungere alla soluzione favorevole del
problema che dava adito alla somministrazione del premio.
88

Capitolo XI

ALTRI ELEMENTI
CHE REGOLANO
L’APPRENDIMENTO
89

A regolare ed influenzare tutte le categorie dei processi d’apprendimento del


cane domestico, intervengono anche altri meccanismi caratteristici, che è
opportuno trattare per una conoscenza più dettagliata.

ABITUDINE
L’abitudine è un comportamento che spinge ad agire in modo meccanico
ripetendo ciò che si è già acquisito per esercizio. Essa ha un gravissimo difetto:
ostacola la possibilità d’apprendere delle novità.
Il cane domestico abituato a sistemarsi su una determinata poltrona, che la
famiglia gli ha in pratica riservato, reagisce infastidito nel caso in cui la stessa sia
spostata da un lato all’altro della stanza, tanto da rifiutare di risalirvi.
Il cane addestrato a certi esercizi sempre ripetuti con uguale scaletta
d’esecuzione e che si trova improvvisamente mutata la sequenza, tende,
nonostante gli ordini contrari, a seguire l’abitudine precedente. Gli addestratori
sanno bene che un cane abituato a lavorare sempre ed unicamente in un solo
luogo, si trova in difficoltà nel momento in cui gli si fanno ripetere gli esercizi in
posti diversi dall’abituale.
Il cane domestico è tendenzialmente un abitudinario e tale atteggiamento si
rafforza con l’avanzare dell’età, allorquando l’interesse per il mondo esterno va
scemando ed il “vecchio poltrone” preferisce rifugiarsi nelle vecchie abitudini.

ADDESTRAMENTO, AMMAESTRAMENTO ED EDUCAZIONE


Obbiettivamente esiste una certa confusione fra questi termini che in
psicologia canina non sono affatto equivalenti, e che neppure hanno uguale
valenza lessicale.
ADDESTRARE: significa rendere abile e pronto. Questo concetto oggi
imperante, e tanto diverso da quello di un tempo, riconosce che il cane sa già
eseguire le azioni che noi gli chiediamo. Per mezzo dell’addestramento lo
rendiamo “pronto” a dare esecuzione al movimento richiesto quando e dove noi
desideriamo. In precedenza il concetto d’addestramento partiva dal principio che
fosse necessario “insegnare” non solo la tempistica dell’esercizio, ma anche i
movimenti. Come se, per esempio, il cane non sapesse sedersi da solo grazie alla
sua costruzione anatomica ed al suo grado di stanchezza.
Rendiamo “abile” il cane domestico, dal momento che ne affiniamo la
tecnica: per esempio richiediamo che la posizione di “fermo a terra” sia quella
cosiddetta a sfinge e non quella scosciata.
AMMAESTRARE: significa istruire a compiere qualche movimento che non
è naturale, come il camminare sui soli arti posteriori, ciò che certamente non
rientra nella sfera d’interesse della psicologia.
EDUCARE: significa guidare le facoltà intellettive degli adolescenti.
L’unica forma d’educazione, in senso stretto, che riceve il cucciolo è il
morso parentale che serve ad innescare il meccanismo inibitorio dell’aggressività
portata oltre il lecito.
Il riscontro, che può esserci dato nell’attuare alcuni programmi che
coinvolgono l’intelligenza del cane domestico, è sempre tardivo perché si basa
sull’osservazione dei mutamenti avvenuti nel comportamento. È quindi certa-
mente corretto non riferirsi al termine educazione, nel momento in cui si richiede
90

al cane l’apprendimento e l’esecuzione d’alcuni atti basilari per la convivenza


nel gruppo dell’uomo.
Così il “programma d’educazione di base”, che contempla gli ormai noti
quattro esercizi19 deve essere definito più propriamente come “programma
d’inserimento precoce nella società o sodalizio umano”.
L’uso del termine “educare” nel lessico odierno viene riservato alla sfera
etica, ad un campo che nel cane è tuttora quasi inesplorato.

AMICIZIA - EMPATIA
Esiste l’amicizia fra uomo e cane? Certamente si, ammesso che abbia un
qualche valore il legame che esiste fra moltissimi proprietari ed il loro cane.
Talvolta si raggiungono livelli tali che il cane è definito come il miglior amico
dell’uomo, ed a sostenere questa tesi non sono solamente vecchietti
arteriosclerotici o vecchiette solitarie bisognose d’affetto, ma persone
assolutamente normali. Queste riconoscono di avere con il loro cane un rapporto
così intenso ed articolato da comprenderne il linguaggio in maniera
assolutamente perfetta.
Queste persone riconoscono anche i valori dell’amicizia fra uomini, a cui
danno valenza diversa, in fondo sempre sospettosi dell’effettiva fedeltà
dell’amico, mentre non hanno dubbi su quella del cane.
Dalla parte del cane non sempre può essere totalmente superato lo scoglio
della gerarchia del gruppo, ed allora si mescolano con un buon risultato finale,
sia l’amicizia quanto la dipendenza.
Che il giudizio sull’amicizia fra uomo e cane non sia inficiato da un errore di
valutazione è dimostrato dal fatto che la stessa persona, cambiando cane, non
sempre riesce ad instaurare con il nuovo soggetto un rapporto analogo a quello
avuto con il precedente.
È interessante anche scoprire che queste fusioni fra uomo e cane non
nascono nel tempo, ma s’instaurano d’acchito già dal primo incontro.
In qualche modo entra in gioco l’“empatia” cioè la capacità di comprendere
immediatamente i pensieri ed i sentimenti altrui.

EMULAZIONE - TENDENZA ALL’EMULAZIONE


È un processo che deriva direttamente dalla considerazione che, per il cane
domestico, gli esseri viventi che hanno con lui un rapporto sociale, vengono
trattati inconsciamente come propri simili. Per effetto delle reazioni scatenate
durante il periodo dell’imprinting, il comportamento del proprio simile deve
essere imitato e da qui nasce la tendenza all’emulazione. Accade spesso che i
cani domestici di grandi dimensioni emulino l’uomo persino in atteggiamenti
semplici come il sedersi. Appoggiano infatti solamente il fondo schiena sulla
poltrona e stanno a gambe ben diritte piantate sul pavimento. Questo curioso
atteggiamento non è ovviamente naturale nel cane che senza la tendenza
all’emulazione, si acciambellerebbe sulla poltrona, ma viene assunto per esempio
da quasi tutti gli alani, che hanno una reale maggior tendenza all’imitazione.

I FEROMONI
I feromoni sono dei secreti organici che differiscono, dal punto di vista
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dell’azione, dagli ormoni veri e propri perché gli effetti si fanno sentire
prevalentemente verso l’esterno del corpo e non all’interno. Regolano cioè il
comportamento non del cane secretore, ma di riflesso ed in risposta, quello del
soggetto che si trova a percepirli.
Il cane secerne feromoni e poi li porta all’esterno attraverso le urine, le feci,
la respirazione ed i cuscinetti plantari.
La loro funzione fondamentale è di marcare il territorio e di avvertire che la
presenza del cane secretore è minacciosa nei confronti degli eventuali intrusi.
Sembra infatti assodato che soggetti che, pur annusando la presenza dei
feromoni, violino ugualmente i confini dell’area protetta, siano decisi ad
attaccare senza dar vita ad alcun preliminare di sorta.
La femmina secerne i feromoni, ma lo fa per richiamare l’attenzione del
maschio: si nota infatti che la secrezione aumenta sensibilmente durante il
periodo di estro e tende a diminuire in modo deciso subito dopo
l’accoppiamento.
I feromoni in quasi tutte le evenienze, possono costituire un fattore esaltante
dell’aggressività.

IL GIOCO
Abbiamo già potuto osservare l’importanza del gioco nella formazione
caratteriale del cucciolo e del cane adulto e la sua influenza diretta e non, sul
comportamento dei cani domestici. Si è anche detto che lo sfruttare il gioco è
uno dei cardini del programma d’inserimento precoce del cucciolone e del
metodo naturale di addestramento adottabile nella maggior parte delle
specializzazioni in cui il cane, oggi, si rende utile all’uomo. L’utilità di ricorrere
al metodo naturale d’addestramento è data anche dal fatto che, in tal modo, si
sfrutta quello che in psicologia è definito come apprendimento dei compiti. Il
cane casualmente apprende che, assumendo la posizione di seduto, in
contemporanea ad uno stimolo del proprietario che pronuncia la parola “siedi”,
riceve una ricompensa. Ecco una forma d’apprendimento molto semplice e molto
premiante nei risultati.
L’addestramento del cane domestico “compagnone”, non richiede alcuna
precisione d’esecuzione, risulta quanto mai sufficiente che il cane esegua
l’ordine impartito al momento giusto anche se con atteggiamento finale un po’
rabberciato.
Questo significa che all’ordine “terra” deve sdraiarsi subito, ma non
importa, come per altre specialità, che assuma la posizione “a sfinge”, che invece
è obbligatoria nel cane che partecipa alle gare di lavoro.
Pertanto per questo cane destinato a fare compagnia all’uomo ed ai suoi
famigliari il metodo addestrativo può basarsi interamente sul gioco.
Vi sono al contrario delle specializzazioni, come quella delle gare d’utilità,
che richiedono al cane ed al conduttore la massima precisione di esecuzione ed
impongono l’assunzione di posizioni particolari fisse e non “ad libitum” del
cane.
In questo caso il metodo interamente basato sul gioco non porta a risultati
molto favorevoli, perché il cane che gioca molto, tende ad avere lo stesso
comportamento anche quando non dovrebbe, perché la sua motivazione non sta
nell’eseguire bene l’esercizio, bensì nel giocare tramite l’esercizio!
Occorre allora mettere in pratica un mix molto dosato fra gioco,
assolutamente valido all’inizio, applicazione scrupolosa del rinforzo variabile, e,
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ove occorra, arrivare anche ai rinforzi negativi purché questi siano sempre
applicati con senso di giustizia ed equità.
In talune specializzazioni quali ad esempio la ricerca della droga o
dell’esplosivo, lo scovo su macerie, la ricerca dei dispersi, occorre alternare alle
sedute d’allenamento ed alle azioni operative reali, delle sessioni esclusivamente
dedicate al gioco.
In quest’ultime occasioni il conduttore deve dimenticare l’esistenza di
stimoli chiave, costituiti dagli ordini, e provocare solamente uno scarico ludico
che assume contemporaneamente significato di rinforzo positivo di estrema
valenza, e di manifestazione collettiva di gioia di tutto il gruppo a ragione del
successo ottenuto.

LATENZA - TEMPO DI LATENZA


Può accadere anche ad un cane domestico di temperamento più che normale,
di dare la risposta ad un determinato stimolo con un certo ritardo rispetto ai limiti
di tempo abituali. Queste “pause” più lunghe del solito, ma pur tuttavia sensibili
all’osservazione del proprietario, possono avere diverse cause: lo stato di salute,
la stanchezza, i motivi di distrazione, l’ansia, e così via.
Costituiscono un segnale pericoloso per l’efficienza del cane quando
appaiono durante un lavoro troppo ripetitivo, indicano infatti una diminuzione
sensibile della spinta motivazionale.
In siffatta occasione il conduttore deve applicare tutta la sua capacità
inventiva per escogitare nuove stimolazioni e poi nuovi rinforzi, che siano capaci
di ridare la necessaria carica motivazionale al cane, in assenza della quale,
diventa difficile che questo ricuperi appieno le proprie capacità operative.

LA MATERNITÀ
Gli stati d’estro, di gravidanza e di maternità alterano il rapporto fra l’uomo
e la cagna domestica. I gradi di quest’alterazione sono pochissimo accentuati,
quasi irriconoscibili se l’uomo capogruppo ha saputo conquistare la piena ed
assoluta fiducia della cagna. Diventano molto preoccupanti quando il
proprietario è stato uno sprovveduto nel suo rapporto con la cagna, e l’ha
sottomessa anziché portare alla luce l’innato desiderio di sociabilità.
La femmina di solito, profitta di questi stati, per far chiaramente intendere al
proprietario quanto abbia sbagliato e può anche arrivare a morderlo se questi
s’avvicina ai cuccioli neonati, che lascerebbe invece maneggiare con estrema
fiducia, anche al momento dell’espulsione, da un padrone intelligente.
In ogni caso tutte e tre le situazioni fisiologiche citate provocano un
abbassamento del livello di motivazione specifica, perché subentra nella
femmina l’istinto della riproduzione (uno dei pochi non del tutto cancellati dalla
convivenza con l’uomo) che è di maggior valenza rispetto alla motivazione
abituale che sostiene il lavoro solitamente svolto dalla cagna.
Inutile, anzi dannoso, è il pretendere di lavorare in queste condizioni.
La cagna non apprende alcunché e lavora così svogliatamente da rendere
indispensabili dei rinforzi negativi, che sono altrettanto ingiustificati; meglio
quindi lasciare a riposo la femmina per tutto intero il periodo che va dall’estro
allo svezzamento dei cuccioli.
La maternità, in particolare, fa temporaneamente aumentare il livello
d’aggressività e devia la sociabilità in almeno la metà dei casi. Di questo fatto si
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deve tenere debito conto per meglio regolare i rapporti fra la cagna e gli altri
membri del gruppo. Gli estranei, durante il periodo del parto e dell’allattamento
non devono aver accesso al locale dove è tenuta la cucciolata, almeno a cagna
presente.

IL MODELLAGGIO
Nel corso del programma d’addestramento ad una qualunque specialità, ci si
trova spesso, a dover far apprendere al cane un esercizio abbastanza complesso,
costituito da fasi separate, ma modulari. È evidente che non si può pretendere dal
cane che “impari” l’esercizio per intero in un’unica soluzione.
In questi casi è utile adottare la tecnica del “modellaggio” o
“modellamento”, che consiste nel frazionare l’intero esercizio complesso, in
momenti diversi e distinti.
Per ogni tappa risolta brillantemente occorre abbondare in rinforzi positivi
ben calibrati e ripetere diverse volte, quanto si è appreso. Solo dopo che ogni
singola parte è ben memorizzata, si può proseguire oltre.
È come se le singole tracce mnestiche relative alle diverse parti, fossero
conglobate in un engramma complessivo con una sequenza ben prestabilita. Il
cane nel ripetere l’esercizio non ne salterà alcuna parte, anzi, se noi lo
fermassimo a metà programma, ne rimarrebbe del tutto sconcertato.

LA PAURA
È una reazione emotiva di fronte a situazioni giudicate d’estremo pericolo.
Va subito precisato che a determinare la paura nel cane non sono le conseguenze
dello stimolo, ma lo stimolo stesso. Al contrario di quanto accade nell’uomo, per
esempio, la paura nei confronti di un colpo d’arma da fuoco, nel cane domestico
non è data dal pericolo che può rappresentare la pallottola sparata, ma più
semplicemente dal rumore improvviso e secco.
La paura dà origine a disturbi di natura organica quali il mutamento del ritmo
cardiaco e della respirazione, ad alterazioni digestive, ad iperproduzione e
perdita d’urina.
La paura distoglie l’attenzione, che è totalmente rivolta alla fonte del
fenomeno minaccioso, ed annulla la motivazione, che non ha più alcun valore nel
guidare il cane ad un determinato scopo.
Nel cane, a differenza dell’uomo, la paura non può essere controllata dalle
convenzioni sociali che agendo sull’emotività possono anche frenarla e non
renderla palese all’esterno.
Qualche volta accade che un buon conduttore, che conosce molto bene il
proprio ausiliario, riesca a controllarlo attraverso stimoli adeguati e sostitutivi,
ottenendo così, quanto meno, d’evitarne la memorizzazione, che costituirebbe un
grave ostacolo per il futuro proseguo dell’attività del cane, potendo influire
direttamente sul comportamento normale.
Le cause della paura sono molteplici e fra queste non vanno dimenticate
quella derivata dall’imitazione e quella dipendente dalla trasmissibilità genetica.
Un cucciolino che sta ancora insieme con la madre nel box e, che, per la
prima volta, ode un colpo improvviso e forte può rimanere sorpreso, ma è subito
rassicurato dal comportamento indifferente della genitrice che non dimostra
alcuna paura. Può accadere invece che la madre abbia paura dei rumori forti ed
improvvisi, e vada quindi, per questo motivo, a rifugiarsi nel più profondo della
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cuccia: ecco che il cucciolino, suo malgrado, pur non avendo avuto reazioni
negative, da quel momento incomincia ad avere paura del colpo, perché imita in
questo l’esempio della madre.
Alcuni ricercatori americani hanno potuto stabilire con certezza, che la paura
dei rumori forti ed improvvisi provoca anche un dolore fisico, e favorisce un
comportamento di fuga: si tratta di una componente ereditaria legata ad un
fattore di consanguineità ed a mancanza di una seria selezione dei parenti rispetto
a questo tipo di comportamento.
Il cane dapprima ha paura solo dell’oggetto che provoca lo stimolo
spiacevole, ma per il processo di generalizzazione, diventa poi pauroso anche per
rumori assai simili a quello che fu la causa scatenante. L’esempio classico è dato
dal cane che s’impaurisce per il passaggio di una motocicletta scoppiettante;
dapprima avrà paura solo di quella determinata moto, ma in breve
generalizzando, dimostrerà uguale paura anche di tutte le altre motociclette!
Di fronte allo stimolo che provoca una reazione di paura, il cane cade in
frustrazione ed ha due diversi modi di comportamento:
a) sviluppa l’aggressività reattiva da paura nei confronti dell’oggetto o
dell’essere che ha provocato lo stimolo;
b) sente un senso fortissimo d’inferiorità e fugge con un comportamento
d’elusione.
Nel primo caso la gestualità del cane sarà un misto d’espressione di paura
(orecchie tese all’indietro, coda fra le gambe, posizione molto vicina a terra) e
d’aggressività dimostrata soprattutto dalle labbra che scoprono i denti, ma senza
che la lingua esca dal cavo orale, dalla tensione muscolare e dallo sguardo fisso
che “mostra il bianco degli occhi”.
Purtroppo la causa profonda di un tale comportamento può essere anche un
conduttore poco perspicace, e la ragione del suo atteggiamento risiede nella
paura che prova per la reazione del cane.
Nel secondo caso il desiderio di fuga è talmente forte che il cane svelle
qualsiasi ostacolo, e può anche mordere la persona che tenti di bloccarlo.

LA REGRESSIONE
È un meccanismo di difesa messo in atto da un soggetto che tende a ritornare
inconsciamente a fasi antecedenti all’attuale sviluppo psicologico, assumendo
comportamenti puerili ed immaturi. Casi di regressione sono stati osservati in
cani domestici che hanno un capogruppo non equilibrato e con scarso senso di
giustizia. Il ritorno morboso al gioco è la forma più comunemente usata, ma la
meno compresa per diagnosticare lo stato di regressione.
Talvolta il cane domestico può regredire a tal punto da ricominciare a
soddisfare i suoi bisogni corporali esattamente come faceva da cucciolo.
Si possono constatare comportamenti infantili dovuti a regressione
allorquando nel branco s’introduce un nuovo membro, specie se bambino o
cucciolo e si tende a trascurare i soggetti che già erano all’interno del gruppo. La
situazione è assolutamente analoga a quella che si verifica, alla nascita di un
fratellino, nella famiglia in cui i genitori non sanno controllare i propri
sentimenti con il bilancino dell’equità e al bimbo più grande sembra che amino e
dedichino più tempo al nuovo venuto piuttosto che a lui.
Nel cane domestico la situazione è oggettivamente più grave. Non esiste
infatti il modo di comunicare direttamente i sentimenti. Il capogruppo deve
quindi assumere un atteggiamento assolutamente imparziale, anzi deve
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accentuare le attenzioni verso il “vecchio” elemento del clan.

LA RIMOZIONE
La “rimozione” è un meccanismo di difesa che respinge gli impulsi od anche
i ricordi che sono sgradevoli, coinvolgendo quindi eventi del passato che
sembravano dimenticati.
In ogni caso, quando il cane è obbligato ad affrontare queste situazioni, che
vorrebbe rimosse, cade nel comportamento conflittuale che sarà trattato nel
capitolo 17.

IL RINFORZO VARIABILE
Sulla qualità e sulla quantità dei rinforzi vi sono alcune regole cui prestare
attenzione.
Anzitutto devono essere forniti in modo assolutamente tempestivo, se
possibile contigui nel tempo alla risposta. Se per avventura si dovesse tardare nel
dare un rinforzo, meglio non fornirlo in seguito, per evitare di premiare o
rimproverare qualche altra risposta subentrata nel frattempo.
Molto importante non è la sola “quantità” del rinforzo, ma soprattutto la
“qualità“. Un rinforzo dato in modo quasi automatico, eventualmente ripetitivo
sia nella gestualità sia nel tono della voce, perde progressivamente in valore.
Il rinforzo ripetitivo è poco gradito al cane, che tende ad abituarsi ai gesti o
al tono, e quindi a non considerare più l’azione del proprietario come rinforzo.
Conseguentemente, e l’abbiamo già notato diverse volte, la mancanza di rinforzo
positivo diventa un rinforzo negativo, con evidente calo della motivazione e
relativo innalzamento della soglia di stimolo.
Ogni volta che si desideri dare un rinforzo positivo al cane, occorre mutarne
la qualità e la quantità, passando dal lieve al forte, secondo le occasioni e
badando bene di non ripetersi.
Chi è abituato a dare come rinforzo positivo una leccornia, è bene che sappia
che questo sistema ha molti limiti nel medio e lungo termine, in quanto se
somministrato ad un cane “mangione” (in pratica sempre affamato e di bocca
buona) perde progressivamente d’efficacia concreta. Può valere per quel soggetto
un po’ più selettivo nei gusti, ma in ogni caso, sono sempre preferibili dei
rinforzi vocali o gestuali, che meglio s’accompagnano alla situazione di
reciproco rapporto che è definito come la costituzione dell’unità cinofila.

LA SOGLIA DI STIMOLO
Chiunque abbia avuto a che fare con un cane, sa che un uguale stimolo,
presentato in tempi diversi, è recepito dal cane con velocità di risposta diverse e
talvolta persino ignorato totalmente.
Lasciando a parte la motivazione che semmai condiziona la risposta e non i
tempi della stessa, considerando che il temperamento non può influire perché
sempre costante nello stesso soggetto, occorre chiedersi la ragione di siffatto
comportamento anomalo.
Esso è da attribuire ad un fenomeno indicato come “soglia di stimolò” e che
significa come, in determinate particolari situazioni, per ottenere una risposta
occorrono qualità di stimoli più forti, o più deboli, di quelli normalmente
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sufficienti.
Immaginiamo, per esempio, d’essere andati a letto la sera con gli avvolgibili
arrotolati quando la nostra abitudine è di dormire al buio. Al sorgere del sole non
saremo svegliati dall’aurora, perché nonostante l’abitudine al buio, la nostra
mente è ancora a riposo, ma non appena un raggio di sole penetrerà nella stanza,
anche senza colpirci gli occhi, ecco il brusco risveglio. Se, al contrario, siamo
abituati a riposare con le tapparelle aperte, occorre una quantità di luce ben
superiore per svegliarci. Questo significa che la luce (stimolo) provoca la
risposta (lo svegliarsi) solo quando raggiunge una determinata quantità di lumen.
Esiste un gradino al di sotto del quale i nostri sensi e la nostra mente non
sono sollecitati, ma superato il quale la trasmissione dello stimolo al sistema
nervoso centrale diventa obbligatoria ed automatica.
La soglia di stimolo può riguardare tutti i processi ed allora abbiamo una
“soglia assoluta”, mentre può riferirsi ad uno solo e quindi indicata come
“specifica”.
Poiché dipende da molteplici fattori è bene considerare che essa varia in
occasione di malattie (con rialzo della soglia a livelli notevoli), o nelle femmine
in estro (per motivi d’origine ormonale), o per assenza di motivazione, o per
situazione contingente come il gioco o come lo svolgere altre attività molto
interessanti per il cane domestico.
Un ruolo importante può averlo inconsciamente il proprietario del cane che
tarda, per esempio, a dare un rinforzo o che lo da in quantità insufficiente rispetto
all’impegno profuso dal cane, oppure lo da in maniera troppo ripetitiva.
Se poi la stessa motivazione viene a scemare, si ha in conseguenza un
notevole aumento del livello di soglia di stimolo.
Soprattutto durante l’esecuzione dei test di controllo è necessario non
attribuire ad una carenza di temperamento la scarsa velocità della risposta,
anziché ad una soglia di stimolo particolarmente elevata.
Il conduttore non deve confondere questa particolare situazione, ben
governabile ed in maniera rapida, con l’indolenza o peggio con la voglia di non
fare!
Due difetti che sono invece difficilissimi da togliere e che richiedono un
processo di rieducazione ben mirato.

IL TEMPO D’ATTENZIONE
Chiunque frequenti le aule universitarie, conosce il “rito” del quarto d’ora
accademico, in altre parole del voluto ritardo con il quale inizia la lezione,
ritardo spesso attribuito ad impegni del Docente, ma che invece trova la
giustificazione esatta nel fatto che anche una mente ben allenata, come quella di
un universitario, non riesce a seguire una lezione oltre un determinato tempo
limite che per convenzione è fissato in quarantacinque minuti. Sulla durata
giocano anche altri fattori, come l’obbiettivo interesse all’argomento, la
monotonia dell’esposizione verbale, la mancanza di dimostrazioni visive,
eccetera.
Nel caso del cane domestico ciò significa che una volta percepito lo stimolo
il soggetto può dare una risposta che può essere di breve durata, ma che può
richiedere anche diverso tempo per vederne l’attuazione finale. Ad esempio il
tempo per eseguire un ordine di “seduto” è di pochi secondi, ma il periodo
d’attività che risponde al comando “cerca”, nel corso di una ricerca di un
disperso, può durare anche un’ora e più.
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Il tempo d’attenzione è dunque legato strettamente al valore della risposta


che il cane deve dare allo stimolo chiave “ordine”.
Ha come caratteristica fondamentale un lentissimo, ma progressivo
affievolimento che s’accentua in modo veramente sensibile verso la fine del
periodo.
Si potrebbe paragonarlo ad un pneumatico dell’automobile che si sta
sgonfiando molto lentamente, ma che giunto ad un certo punto va a terra di colpo
sovrastato dal peso del veicolo.
Quando il tempo d’attenzione sta per dissolversi, ogni intervento diventa
inutile, forse persino controproducente, mentre la ripetizione di stimoli chiave
può essere di grosso aiuto prima che siano segnalati i sintomi di un crollo del
tempo d’attenzione.
Proprio considerando un’attività complessa come quella del cane per lo
scovo su macerie possiamo stabilire che il rinforzo positivo costituito dal
ritrovamento del primo sepolto, non solo diventa stimolo per la prosecuzione del
lavoro, ma serve anche per restaurare al massimo dei valori il tempo
d’attenzione.
Per la verità questo secondo tempo d’attenzione, non sarà esattamente lungo
come il primo, e con l’andare del tempo anche altri ritrovamenti (rinforzi
positivi) non riusciranno più a prolungare il tempo d’attenzione fino ai limiti
della prima volta, si tratterà di periodi sempre più brevi, fino a quasi ad esistere
solo per pochi secondi.
In queste condizioni l’attività del cane diventa assolutamente inutile, anzi
potrebbe instaurare un principio di stress, e quindi disabilitare per lungo tempo
l’ausiliario dal lavoro effettivo.
Meglio quindi, al manifestarsi del primo segno di cedimento, smettere il
lavoro, far riposare a sufficienza il cane e poi eventualmente riprendere l’attività
che verrà svolta con rinnovato vigore.
Occorre badare anche al fatto che la mancanza di tempismo nel dare gli
ordini, o nel distribuire ricompense, fa crollare il tempo d’attenzione
principalmente a causa dell’affievolirsi della motivazione.

IL TIMORE
Il timore è una reazione emotiva ad una situazione che potrebbe diventare
spiacevole. Siamo quindi ad un livello sicuramente inferiore alla paura, ed ha
cause diverse perché non s’instaura per uno stimolo improvviso, ma perché il
cane deve affrontare una situazione che non è piacevole, anche se talvolta è
abituale. Un conduttore che scelga la sottomissione come mezzo
d’addestramento, deve sapere che la posizione del cane è subordinata al fatto che
qualora non obbedisca è punito ed anche severamente. Il cane quindi ha timore di
lavorare con questo tipo di conduttore, che non stima, non ama e non comprende.
Sa solo che deve obbedire altrimenti...!
Il cane affronta quindi ogni passaggio addestrativo con tanto timore,
cercando di procurarsi, con un atteggiamento sottomesso, il perdono o quanto
meno la comprensione del proprietario. Accade normalmente che quando il cane
impara che in certe occasioni il conduttore non può usare mezzi coercitivi, lo
sbeffeggi disattendendo, nella maniera più plateale, gli ordini del conduttore.
È quanto accade normalmente nei soggetti addestrati alle prove di lavoro per
cani d’utilità, i quali imparano presto che sul terreno della prova, sotto il
controllo dei Giudici, il conduttore non può usare mezzi violenti, e così
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finalmente danno sfogo a tutto il timore accumulato nel tempo.


La considerazione peggiore che si possa fare su un conduttore di questo tipo
deriva dal suo comportamento immediatamente successivo. Al di fuori del
controllo e della vista dei Giudici, questo conduttore, che non merita certo stima,
passa alla somministrazione di un rinforzo negativo aggravando così il problema
che invece potrebbe risolvere molto facilmente, diventando lui, il conduttore, un
po’ meno sciocco!
Un errore, purtroppo frequente, comune a molti proprietari sta nel cercare di
“cambiare” un cane timoroso con la stessa tecnica che s’userebbe in identiche
condizioni con i bambini.
Poiché il cane non comprende quest’atteggiamento, esso finisce con
l’associare una situazione di rinforzo positivo (carezze, parole dolci, leccornie,
ecc.) con l’aver dimostrato timore.
Di conseguenza ripete la stessa situazione per ottenere di nuovo un rinforzo,
anche quando si sia assuefatto allo stimolo spiacevole.
L’atteggiamento del proprietario deve essere totalmente diverso: giocoso,
sicuro ed allegro nei gesti quanto nella voce. Solo in questo modo può
tranquillizzare il cane evitando il rischio di un eventuale errore d’interpretazione.

19 - Cfr. Cap. 9: Periodo della socializzazione.


99

Capitolo XII

L’INTELLIGENZA
DEL CANE
DOMESTICO
100

Allo stato attuale delle conoscenze è corretto ritenere che il cane sia
intelligente e quindi sia in grado di pensare?
Se lo chiedessimo ai cinofili avremmo una risposta affermativa ed
entusiastica, con il chiaro sottinteso che il proprio cane è il più intelligente di
tutti.
Però anche grandi filosofi ed uomini di scienza, tanto tempo fa, hanno
affermato che il cane ha una sua intelligenza ed una sua capacità di pensare.
Il filosofo stagirita Aristotele s’interessò ai problemi della vita e, riflettendo
sui diversi aspetti di questa, indicò sfere diverse d’attività: l’essere vivente
mangia, si riproduce, esplora l’ambiente. Fa anche qualcosa di più: ha delle
possibilità che investono la sfera mentale; scopre con i sensi il mondo che lo
circonda, memorizza le sensazioni, apprende dall’esperienza, ragiona ed
analizza.
Aristotele con una grande intuizione afferma che il cane (così come altri
animali) differisce dall’uomo solo per la complessità di queste sensazioni e di
questi processi mentali, ma anche i cani imparano, hanno memoria,
s’avvantaggiano dell’esperienza, in altre parole usano l’intelligenza. Certo in
grado diverso dall’uomo cui è consentito di far meglio degli animali. Nessuno
infatti, anche allo stato attuale delle conoscenze, potrebbe sostenere che fra
l’uomo ed il cane non c’è differenza sul piano dell’analisi dell’intelligenza.
Charles Darwin nella sua “ORIGINE DELL’UOMO” scrisse che: “I sensi
e le intuizioni come l’amore, la memoria, l’attenzione, la curiosità, la ragione,
dei quali l’uomo va tanto fiero, pure si riscontrano in fase almeno iniziale anche
negli animali”. Aggiunge che la differenza non sta nel tipo, nel genere, bensì
nella quantità. Non vi dovrebbe quindi essere più alcun dubbio sull’intelligenza
del cane, almeno nella misura in cui l’opinione di questi due Grandi ha valore.
Invece...?
Verso la metà degli anni settanta, fui invitato a tenere una lezione di
psicologia canina, al corso di formazione dei conduttori di cani per lo scovo in
valanghe, organizzato dal Corpo Nazionale di Soccorso Alpino.
Per la prima volta un Organismo ufficiale, al di fuori dell’Ente Nazionale
della Cinofilia Italiana, s’interessò di fornire ai propri volontari un minimo di
conoscenze per capire e farsi comprendere meglio dal cane.
Il corso si tenne in Alto Adige ed il Parroco del luogo, ci ospitò tutti nella
sua bellissima Casa della montagna. Egli è un alpinista di grande esperienza, un
soccorritore volontario coraggioso e preparato, che ha personalmente addestrato
due cani allo scovo di sepolti in valanga. Nel momento in cui lasciai libera la
platea di porre domande e di chiedere spiegazioni, il sacerdote, mi domandò:
“Ma allora per lei i cani hanno un’anima?”.
Io avevo per la verità parlato d’intelligenza e capacità cognitive e
d’apprendimento, ma mi sovvenne subito che la posizione della Chiesa cattolica
era ferma, in quegli anni, alla teoria di Cartesio che nega la presenza
d’intelligenza negli animali, cane compreso, perché senza l’anima non può
esservi intelligenza, e gli animali non possono avere l’anima. Su questa
posizione si trincerò, trecento anni più tardi, anche quel Parroco, mentre io
rimasi dell’opinione che quanto riferito da Aristotele, da San Tommaso
D’Aquino e da Darwin fosse più logico ed importante di quanto sostenuto da
Cartesio.
101

UN PO’ DI STORIA
Ci si chiede: perché allora l’intelligenza del cane, è stata misconosciuta e
rifiutata, anche dalla scienza ufficiale, per centinaia d’anni?
Purtroppo il cane incontrò o meglio si scontrò con le religioni. San
Tommaso nel tredicesimo secolo, accettò che il cane, come altri animali, avesse
una forma d’intelligenza, sia pur ridotta rispetto a quella dell’uomo. I teologi del
momento, che già legavano l’intelligenza alla presenza dell’anima, non poterono
accettare che gli animali avessero un’anima. Questo avrebbe complicato di fatto
tutta la loro teoria, in effetti a quell’epoca sarebbe stato difficile spiegare come
un daino od un topo potessero avere un anima, e fu, quindi, giocoforza
respingere l’assunto di San Tommaso.
A far calare definitivamente il silenzio su queste ricerche ci pensò Cartesio
che nel diciassettesimo secolo affermò come il cane, ad uguaglianza di tutti gli
altri animali non avesse caratteristiche mentali in ogni modo paragonabili o
commisurabili con quelle umane.
Questa fu la posizione ufficiale della Chiesa cattolica sino a pochi anni or
sono, ed anche le altre religioni monoteiste non riuscirono ad accettare il cane
come essere intelligente.
Per la religione islamica il cane è un essere impuro. Il semplice contatto con
il cane comporta per i canoni fondamentali islamici una serie d’atti di purifica-
zione.
Lo stesso Maometto, spaventato dal numero enorme di cani che
circondavano Medina, ritenne opportuno ordinarne l’abbattimento. Solo un atto
d’estrema resipiscenza salvò questi poveri paria, eccezion fatta per quelli dal
mantello nero che rappresentavano il male.
I motivi per cui Maometto non diede corso alla sua decisione, furono
d’ordine religioso (anche i cani sono creature di Allah, e quindi solo lui può
togliere loro la vita) ma anche e più importanti e più fermamente sostenibili,
furono quelli d’ordine pratico: tolti di mezzo i cani, chi avrebbe provveduto alla
pulizia delle strade, chi a fare la guardia, chi ad andare a caccia?
La religione ebraica ritiene anch’essa che il cane è un essere impuro.
Ai tempi si nutriva di cadaveri, e già questo era un atto di contaminazione,
vuoi per motivi religiosi, vuoi pratici perché il controllo delle malattie infettive
era all’epoca inesistente. Il compito di tenere pulite le strade e gli spazi fuori
dalle mura della città, era affidato ai cani, che svolgevano così la loro opera di
spazzini.
È vero che talvolta è accaduto a singole personalità religiose di possedere ed
amare un cane, ma era un momento della loro vita privata che nulla aveva da
interferire con il credo religioso.
Dal momento che però l’intera cultura dal Medioevo all’Illuminismo,
s’identificò con la religione, ecco che quanto era stato sostenuto nel passato da
pur autorevoli autori, non fu minimamente tenuto in conto.
Solo l’Illuminismo mise fine a questa situazione e consentì alla scienza di
percorrere strade diverse dalla religione.

LA DEFINIZIONE E LE CATEGORIE
Molti psicologi umani hanno tentato di dare una definizione
dell‘intelligenza, ma nessuna fra quelle proposte è accettata come universale e
definitiva. Gli psicologi animali hanno cercato una definizione per l’intelligenza
del cane, ottenendo risultati un po’ migliori in considerazione del minor grado di
102

complessità trovata.
Una buona definizione potrebbe suonare così: “È la capacità di capire, di
ricordare, di fruire delle esperienze precedenti di fronte a nuove situazioni”.
Non devono però essere dimenticate la capacità d’apprendere in fretta e di
poter scegliere fra soluzioni diverse, anch’esse facenti parte dell’intelligenza.
Per analizzare meglio cosa sia l’intelligenza del cane domestico, si può
osservare che esiste un livello complessivo ed uno settoriale. L’intelligenza
globale s’impone in diversi spazi della conoscenza. Quella settoriale si limita ad
una sola area oppure a quelle esattamente limitrofe.
Stabiliti dei test su argomenti diversi, nell’uomo si possono avere per alcuni
degli ottimi risultati in molti settori dello scibile, ma per altri si trovano risultati
positivi solo su determinati campi. Sintomatico può essere l’esempio ormai
notissimo del premio Nobel per la teoria della relatività, il fisico Albert Einstein,
il quale ha scritto anche testi di filosofia e si è esibito in concerti di violoncello.
Il suo cruccio era quello degli estratti conto bancari, con i quali pare non
concordasse mai, perché s’ostinava a fare le somme e le sottrazioni senza
calcolatrice e così commetteva sempre errori d’aritmetica! Chissà se poi, qui sia
la verità, oppure qualche fasullo scoop giornalistico? Ma “vox populi, vox dei”.
Limitatamente alla sfera d’interesse del cane domestico possiamo
identificare dei soggetti che accolgono esperienze e svolgono analisi in molti
settori d’applicazione, altri invece che sono grandi solo in aree specifiche.
È molto difficile, anche se non da escludere a priori, che un pastore tedesco
eccella come cane da ferma, mentre difficilmente un setter inglese riesce a
ricercare un uomo disperso.
Vi sono però dei cani, le cui origini sono da caccia e da ferma, che riescono
molto bene nel lavoro di scovo su macerie o di ricerca in superficie come
esempio i kurzhaar: si tratta di razze che sono state selezionate certamente per un
buon carniere, ma anche contemporaneamente per difendere la preda e la zona di
territorio dove la caccia si svolge.
Ponendo mente alle diverse capacità d’apprendimento che le razze
sviluppano, notiamo una gran disparità, ad esempio, fra un testardo Dandie
Dinmont terrier ed un vivace Airedale terrier.
Lo stesso dicasi per la possibilità d’adattarsi più o meno rapidamente alle
diverse situazioni: sembrerebbe che il pastore tedesco sia il più duttile, mentre
altre razze sono più difficili in quanto a contemperare le nuove esigenze con le
proprie abitudini. Recentemente sta affacciandosi alla ribalta per la sua duttilità
una razza prettamente italiana: il cane corso, che dalle prime, anche se ancor
recenti, osservazioni sembrerebbe molto adatto a diversi impieghi pratici, quindi
in possesso di un’intelligenza, nei limiti canini, di tipo globale.
Per analizzare meglio le differenze fra i tipi canini dovremmo analizzare
altre categorie dell’intelligenza, ben studiate sull’uomo, e stabilire quali siano
riconducibili anche al cane.
In psicologia umana si conoscono almeno questi tipi d’intelligenza:
ambientale: appresa dall’esperienza condiziona l’intelligenza fluida,
fluida: vanta grande interesse per l’ambiente, afferra bene le situazioni,
conosce i mezzi per raggiungere gli obiettivi,
rappresentativa: la capacità di sostituire un oggetto, o un’azione, con un
gesto, un suono, ecc.,
sensomotoria: prevede la presenza fisica di un oggetto per agire su di esso,
verbale: la capacità d’esprimersi in modo corretto e comprensibile.
Nel cane domestico quali di queste categorie sono riscontrabili? Verrebbe
d’acchito di rispondere: “Tutte!”, ma sarebbe una maniera d’agire da cinofili po’
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troppo di parte per avere un minimo di correttezza sperimentale.


Certamente esiste quella verbale anche se fatta di suoni e di “posture” e non
solo il cane riesce a comprendere noi attraverso gli ordini (stimoli) chiave, ma
riesce benissimo a farsi comprendere da noi attraverso mimiche ed emissioni
vocali che sono tipiche per ogni argomento di... conversazione. Rimandiamo al
Cap. 14 la sua disamina particolareggiata.
Più difficile da ritrovare è l’intelligenza sensomotoria in quanto il cane non
ha possibilità di manipolazione e quindi conosce poche situazioni in cui un
qualsiasi mezzo lo può aiutare nella risoluzione del problema. È accaduto però
che nascondendosi nel fondo dell’autovettura di cui aveva trovato i finestrini
aperti, una meticcia riuscisse ad entrare nella casa dell’uomo per vivere con lui
anche la sera e la notte, oltreché il giorno che passavano insieme in ufficio.
L’intelligenza rappresentativa ha dei limiti in quanto al cane manca la
possibilità di disegnare o di scrivere, che sono le vie sostitutive più pertinenti,
oltre ai suoni, di questa categoria. Chi ci dice però che, mentalmente, il cane non
si raffiguri il tipico oggetto che in quel momento ha colpito le sue facoltà
intellettive? In effetti i primi risultati di una sperimentazione effettuata nel
Gloucestershire (GB) di comunicazione con i cavalli per mezzo di immagini
sono decisamente positivi poiché sta di fatto che per poter comunicare a mezzo
immagini anche la controparte deve avere una intelligenza rappresentativa.
Il cane può avere una grande intelligenza pratica: di fronte al problema
riconosce presto la via per risolverlo, conosce benissimo l’ambiente in cui vive,
ha una forte motivazione per risolvere tutti i problemi che gli si pongono. Decine
e decine di controlli caratteriali hanno messo in evidenza questa categoria
dell’intelligenza canina. E poi basta osservare il nostro cane lungo la giornata per
accorgersi di quanto sia intelligente in questo settore.
In quanto all’intelligenza cristallizzata ed a quella fluida, vi sono variazioni
individuali che non sono generalizzabili a tutta la specie.
L’intelligenza ambientale che crea una buon adattamento con l’ambiente
che circonda il cane, è presente in alto grado in tutti quei i cani delle razze da
compagnia, nei pastori tedeschi, nei welsh corgi, nei boxer, in diverse razze da
caccia specie in quelle da riporto. In genere è di un livello inferiore nei cani
particolarmente nevrili come ad esempio il pastore belga, il dobermann, i terriers,
i bassotti, i pointer. L’intelligenza ambientale è, per ora, molto scarsa in quelle
razze che sono divenute domestiche, nel senso stretto della parola, da poco
tempo.
Deve essere affrontata l’analisi di una speciale categoria d’intelligenza:
quella operativa.
Si ritiene utile ricordare che nella situazione ambientale in cui viviamo oggi,
è molto importante che tutti i cani, anche quelli il cui destino è la poltrona,
abbiano un minimo grado d’addestramento, quel grado che è indicato come
programma d’inserimento precoce nella società umana.
Si è notato, e ben lo sanno gli addestratori professionisti, che vi sono razze
che riescono meglio ed altre che invece hanno necessità di maggior tempo e di
un numero maggiore d’esperienze, per memorizzare l’appreso.
Ovviamente all’interno della stessa razza vi sono singoli soggetti che si
discostano dalla media e possono essere più o meno intelligenti d’altri.
Una disamina a fondo dell’intelligenza operativa, è stata tentata
dall’Associazione dei giudici di prove di lavoro degli USA prendendo in esame i
risultati di centinaia di manifestazioni tenute ogni anno in quella Nazione.
Dobbiamo però tener presente che l’influenza di un forte movimento
animalista impedisce lo svolgersi della sezione attacchi, e che la sezione olfatto è
104

appannaggio dei cani per la ricerca.


Il settore ubbidienza è quindi, esaminato da solo, troppo aleatorio per la
definizione caratteriale di un cane e della sua intelligenza addestrativa.
A mero titolo informativo riportiamo i dati di questa speciale classifica, che
nonostante tutto non si discostano troppo da quanto si sarebbe potuto mettere in
preventivo.
Al primo posto della speciale classifica si piazza il Border collie, razza solo
di recente conosciuta in Italia, ma molto nota nel resto del mondo per le sue
capacità, poi i barboni e terzi i pastori tedeschi.
Fra le razze più conosciute in Italia possiamo indicare al 5° posto il
dobermann, al 9° il rottweiler, al 11° il welsh corgi, al 15° il pastore belga, al 19°
l’airedale terrier.
Non desta stupore il 48° rango attribuito al boxer, che in questa valutazione
risulta assai penalizzato dalla mancanza delle sezioni attacco e pista, e dell’alano
che trova difficoltà enormi nel seguire ed attuare un regolamento studiato
prevalentemente per soggetti di media taglia, assai più agili e scattanti.
Malissimo i terriers in genere ed i bassotti. Chiude la classifica il
simpaticissimo levriere afgano, troppo nobile ed indipendente per poter
volentieri soggiacere alle “cose di tutti i giorni”.

AI CONFINI DELLA REALTÀ


Si è affermato che il cane ha un suo grado d’intelligenza, ma finora non si
sono raccolti esempi a suffragio di questa tesi, ma solo ricerche teoriche.
Ecco allora tre brevi racconti, cui non seguirà nessun commento, se non una
domanda orientativa, da interpretare secondo le proprie convinzioni personali.

A) Un noto allevatore d’alani degli anni sessanta, il capitano di vascello


Paolo Contini possedeva in Fiesole una casa di campagna con un ampio
appezzamento coltivato ad ulivi.
Qui teneva anche un quindicina d’alani in quasi assoluta libertà, e fra questi
soggetti c’era un’anziana madre nota per essere una spietata cacciatrice di gatti
dei dintorni, tanto da depositarne uno quasi tutte le mattine, sullo zerbino di casa.
A nulla erano valsi tutti i mezzi che il comandante Contini aveva messo in atto
per farla desistere dall’insana abitudine. A stretto contatto con la madre viveva
anche un figlio maschio ormai adulto, ma che però disdegnava assolutamente
d’occuparsi dei gatti, per lui erano entità metafisiche!
La madre un giorno muore per vecchiaia ed è seppellita sotto un ulivo, come
spesso accade in quella zona di Toscana. Da quel giorno il maschio adulto
diventa a sua volta uno spietato cacciatore di gatti, ed ogni mattina sul luogo
dove è sepolta la madre è trovato un gatto morto: chi ha affermato che il culto dei
morti è stato inventato dagli uomini?

B) Circa venticinque anni addietro diversi quotidiani toscani, ma anche un


paio di giornali a diffusione nazionale, s’occuparono di un avventura di un
meticcio subito ribattezzato “il cane di Cecina”. All’epoca, i treni diretti (più o
meno gli espressi attuali), avevano dei servizi di prim’ordine, come la vettura
ristorante che era agganciata ai treni di lunga percorrenza, a cavallo della tratta
che il treno copriva durante l’ora del pranzo e della cena.
Il personale di cucina di una di queste vetture ristorante notò un giorno sul
marciapiede della stazione di Cecina, in Toscana, un povero randagio, che stava
105

cercando del cibo, un’occupazione allora ed oggi indefessa per questi poveri
cani. Poiché c’erano alcuni avanzi di cucina da smaltire, il cuoco gettò sul mar-
ciapiede qualcosa, che il cane subito divorò. Da quel giorno, e per lungo tempo,
al passaggio del treno, il cane si faceva trovare puntuale in stazione, tanto più che
il cuoco aveva avvertito anche i suoi colleghi d’altre vetture ristorante di trattarlo
bene!
Un giorno in cui il personale di bordo era molto occupato nel preparare i
piatti di portata, al cane non fu gettato nulla, e questo, dopo un attimo di
smarrimento, non ci pensò oltre e saltò sulla vettura ristorante che aveva lo
sportello aperto. Poiché quando il personale s’accorse dell’intrusione il treno era
già in movimento non fu possibile rifocillare il cane e farlo scendere subito.
Discese quindi alla stazione successiva: San Vincenzo.
Il giorno seguente il cuoco s’aspettava di trovare il cane a San Vincenzo,
dove riteneva che avesse pernottato, invece se lo trovò ancora a Cecina, pronto
questa volta a saltare a bordo e a farsi il viaggetto con pranzo da Cecina a San
Vincenzo.
Dopo un mesetto circa il cuoco decise di vederci chiaro nel comportamento
del cane e fattosi sostituire nel turno, giunto a San Vincenzo scese dal treno e
seguì le mosse del cane. Questo rimase a vagabondare per i marciapiedi della
stazione per circa un’oretta, fino a quando cioè arrivò un treno locale che
procedeva in senso contrario al diretto. Profittando dello sportello lasciato aperto
da un passeggero in arrivo, il cane saltò sul “locale” e ne discese a Cecina,
avviandosi poi verso il centro della cittadina.
Tutte le azioni di questo meticcio sono spiegabili ricordando le teorie
sull’apprendimento, meno una: come fece il cane a scegliere la prima volta un
treno che procedeva in senso contrario al diretto-dispensa?

C) Qualche anno fa, sui giornali canadesi, è apparsa una notizia che ha
dell’incredibile, se non fosse riferita da persona di fiducia. Due amici, una
mattina, partirono equipaggiati di tutto punto per una battuta di caccia
accompagnati da un Golden Retriever. Alla fine della mattinata, stanchi ed
affamati i due amici si fermarono sulle rive di un fiume e si tolsero diversi
indumenti visto che ormai la temperatura era più che accettabile. Fra questi i loro
due cappelli, uno del tipo alla cow-boy e l’altro un berretto con visiera.
Rifocillati che furono, si misero in marcia per tornare all’automobile, ma
dimenticarono entrambi il copricapo. Giunti alla vettura s’accorsero della
dimenticanza e mandarono il cane a ricuperare i cappelli. Con loro grande
meraviglia dopo qualche minuto il cane tornò con i bocca i due copricapo, il più
grosso conteneva il più piccolo! Ma allora cosa dire della certezza che taluni
esprimono nel sostenere che il cane non ha il concetto astratto di misura?

È MISURABILE L’INTELLIGENZA DEL CANE?


La risposta è positiva per quanto attiene all’intelligenza di tipo ambientale ed
operativa, che sono in sostanza quelle che più interessano la convivenza d’uomo
e cane.
Va subito chiarito che il test sull’intelligenza, è cosa ben diversa dalle prove
attitudinali, anche se in qualche caso potrebbe farne parte, ma è in ogni modo un
che di parziale rispetto a queste ultime.
L’età migliore per eseguirlo si colloca intorno alla maturità sessuale, quindi
varia secondo la razza ed è più precoce per le femmine.
106

Non occorre creare delle situazioni particolari, ma è sufficiente osservare il


cane durante la giornata e prendere appunti sulle sua reazioni rispetto a
determinati eventi che si producono normalmente.
Si osserva per esempio come il cane reagisce quando vede prendere in mano
il guinzaglio. Di norma questo significa che si sta per uscire con il cane per una
delle quotidiane passeggiate. Osserviamo il cane come si comporta: va
direttamente verso la porta, oppure attende che ci si muova, od ancora è neces-
sario che lo si chiami per farlo alzare dal suo posto? Il massimo d’espressione
dell’intelligenza è dato dal cane che si muove spontaneamente non appena vede
maneggiare il guinzaglio. Un avvertimento però: non deve essere trascorso
troppo tempo dall’ultima passeggiata perché allora il cane potrebbe essere spinto
dal bisogno e non dall’intelligenza.
Un secondo test può essere il seguente: con il cane tranquillo al suo posto,
guardatelo e non appena v’osserva rischiarate il viso con espressione di gioia. Il
cane intelligente viene subito verso di voi, con un atteggiamento altrettanto
compiaciuto, a dimostrarvi d’aver compreso la vostra intenzione di stare per un
po’ in sua stretta compagnia.
E così via: se ne possono inventare di tutti i tipi sfruttando sempre i diversi
momenti topici della giornata.
Esistono anche test molto elaborati, ma costringono sia l’esaminatore come il
cane a determinate fatiche che poi non danno risultati così clamorosi da ritenerli
indispensabili.
L’importante è che la misurazione dell’intelligenza canina non sia eseguita
in conformità a confronti di tipo umano, ricordarsi sempre che esistono delle
differenze sostanziali fra le due specie e che non si possono accomunare le stesse
conclusioni. Altrimenti sarebbe intelligente solo quel cane che sapesse fare
esattamente e solamente ciò che “piace” all’uomo, e non ciò che è utile alla
convivenza.

È MEGLIO AVERE UN CANE “STUPIDO” O…?


A tutta prima sembrerebbe una domanda del tutto pleonastica, ma poi nello
scorrere certe pubblicazioni, soprattutto quelle scritte da Autori che sono
Veterinari psicologi specialisti, ci s’accorge che la domanda non sempre è così
peregrina.
Qualcuno infatti sostiene che tenere in casa un cane molto intelligente crea
molti più problemi di uno meno dotato. Secondo questi Autori finché il cane ha
solo funzioni “di compagnia”, l’intelligenza non ha una grande importanza! Il
cane intelligente afferra prima e meglio tutte le situazioni ambientali e,
sfruttando l’eterno punto debole del proprietario che è incapace di mantenere il
suo ruolo di capogruppo, riesce a sovvertire la situazione a suo favore. O meglio
ci tenta, il più delle volte con relativo successo.
Il cane meno intelligente impara meno cose, assume un numero minore
d’esperienze e di qualità inferiore, quindi avendo minori esigenze dà meno
fastidio.
Sembra proprio un’affermazione sensata sempreché non si considerino due
fattori che sono importanti.
Il primo, meno importante, ma più fastidioso, riguarda i] cane che
apprendendo poco resta più che mai infantile e i suoi atteggiamenti non sono
conseguenza di regressione, ma sono assolutamente naturali. È quindi meno
ubbidiente, meno pulito, sempre ad impicciare anche quando non dovrebbe e
107

probabilmente anche pericoloso perché incapace d’esprimere la necessaria


sicurezza comportamentale.
Il secondo motivo è più grave: quel proprietario non imparerà mai a
convivere con un cane e ripeterà nel corso della vita la stessa condotta
irresponsabile e dannosa per sé e per i cani futuri. Molto meglio che abbia uno
scontro subito con un cane intelligente, capace, volitivo che gli insegni come si
convive serenamente.
È tempo di ripetere che la maggior parte delle cause che portano ad un
comportamento anomalo del cane domestico, sono da addebitare al proprietario!
Una regola che, se dimenticata, può creare danni a non finire.
Quindi molto, ma molto meglio un cane intelligente. E poi chi vorrebbe
vivere con uno stupido, anche se cane?

LA PERSONALITÀ DEL CANE


Clarence Pfaffenberger fu il primo addestratore di cani per la guida di non
vedenti, a captare la differenza sostanziale esistente fra la personalità e
l’intelligenza nel cane domestico.
All’incirca verso la fine della seconda guerra mondiale studiò, provò e mise
a punto dei test caratteriali precoci e di controllo, ed incominciò anche ad
affidare i cuccioli migliori alle cure di famiglie estranee all’allevamento ed alla
scuola, purché vi fossero dei bambini disponibili ad occuparsi dei cani. L’intento
era di far lievitare statisticamente i risultati positivi dell’addestramento tentando
d’ottenere un aumento della percentuale di riuscita che riteneva non superasse il
10%, un dato molto basso che non avrebbe mai giustificato un impianto così
costoso e difficile da gestire.
Il Pfaffenberger aveva individuato una delle chiavi di volta per giudicare
l’intelligenza canina: lo studio della personalità del cane domestico.
I test che approntò da quel momento sono ben calibrati per non confondere
intelligenza, soprattutto adattativa ed addestrativa con la personalità.
Una delle ragioni per cui il cane da pastore tedesco ha avuto il successo di
diffusione in tutto il mondo, è che rappresenta una razza certamente intelligente
dal punto di vista dell’adattamento, ma con una personalità molto passiva nei
confronti dell’uomo. Nel senso che attende proprio le direttive del proprietario
per attuare “insieme” qualcosa d’utile. È una razza assai docile, molto
socializzata, ideale per formare delle Unità cinefile.
I terriers al contrario sono all’opposto della scala dei valori: sono
indubbiamente altrettanto intelligenti del pastore tedesco, ma risolvono da soli i
loro problemi in quasi assoluta indipendenza dall’uomo. Infatti sono poco
socializzanti, per nulla docili e solo le eccezioni possono arrivare ai vertici
dell’attività di gruppo con l’uomo.
Non tutte le razze terrier però sono cosi: l’eccezione più conosciuta è data
dall’airedale, che però, si noti, è stato il primo ad abbandonare lo scopo per cui
era stato creato: la caccia alla lontra sulle e dentro le rive dei fiumi.
Da questa premessa deriva la definizione di personalità: quell’insieme
caratteriale complessivo che nel cane domestico s’evince dal suo comportamento
generale, dalla capacità decisionale, dalla maniera d’esprimersi, ed
evidentemente per conseguenza dal suo pensiero.
Va chiarito che avere personalità non significa automaticamente essere
intelligenti, non dimentichiamo mai che il cane è intelligente quando vive al
meglio la sua vita nel gruppo dell’uomo, prestandosi alla mutua assistenza che
108

sta alla base del nuovo concetto di branco.


109

Capitolo XIII

I CONTROLLI
CARATTERIALI
110

LA BELLEZZA PSICHICA
Il cane può essere valutato sotto diversi aspetti secondo le diverse esigenze
dell’uomo. Possiamo ad esempio giudicarlo per l’aspetto estetico: il cane è bello
o meno, secondo la nostra inclinazione personale ed esiste anche un gusto
comune per cui il bulldog piace ad un numero inferiore di persone mentre i più
prediligono invece il pastore tedesco.
Talvolta questa tendenza è persino un fenomeno di moda e ci riferiamo
allora alla cosiddetta “bellezza convenzionale” legata al capriccio del momento.
Possiamo esaminare il cane sotto il profilo dell’utilità per l’uomo: abbiamo
così uno specialista nello scovo su macerie che è, sentimentalmente più
ammirato di quanto non lo sia un occupante il salotto di casa.
Dal punto di vista morfologico, abbiamo un cane che è stato trasformato per
ottenere il massimo possibile dalla sua costruzione anatomica e fisiologica a
vantaggio dell’attività prefissata. Ci troviamo di fronte al classico esempio di
bellezza d’adattamento o utilitarista.
Un giudizio può essere dato tenendo conto della bellezza armonica che
secondo il prof. Giuseppe Solaro, insigne studioso di cinotecnia e Presidente per
anni dell’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana, è espressa “dalla perfezione
delle proporzioni”, secondo un’unicità di stile di costruzione anatomofisiologica.
Per l’analisi del comportamento ci si riferisce alla “bellezza psichica”
introdotta, come concetto, in cinotecnia da quel grande studioso che fu il dottor
Ignazio Barbieri. La bellezza psichica si rivela in un cane, allorquando il
carattere corrisponde perfettamente alle esigenze dell’impiego al quale noi
vogliamo adibirlo. Il cane per la ricerca dei dispersi ha un carattere diverso da
quello da salvataggio in acqua. Il cane da ricerca della droga differisce
totalmente da quello destinato alla guardia, e così via. In considerazione della
complessità della vita odierna persino il più disoccupato fra i cani: quello da
salotto, deve avere un suo carattere molto ben definito, se vuole vivere accanto
all’uomo moderno senza creargli problemi e, soprattutto, se vuole integrarsi nella
nostra moderna società in costante evoluzione.
Il carattere del cane è rivelato dal suo “comportamento” che è costituito,
vale la pena di ricordarlo, sia dalle doti innate, sia dalle conoscenze apprese
attraverso le diverse esperienze. L’addestramento, specie se si tratta di quello che
va sotto il nome di “metodo naturale”, fa parte delle esperienze apprese e
conseguentemente entra di diritto nella formazione caratteriale.
Stabilito quanto sopra diventa normale ritenere che siano stati predisposti dei
mezzi di controllo per la bellezza psichica, mezzi che s’avvalgono, ancora una
volta, della “descrizione delle conseguenze” rilevabili nelle variazioni del
comportamento del cane domestico.
In altri termini non è possibile lo studio caratteriale diretto, come si farebbe
con l’uomo, grazie all’esistenza di una buona comunicazione verbale, ma occorre
studiare il comportamento del cane per trarne le relative conclusioni sul
carattere.
I controlli caratteriali sono di tipo disparato, e corrispondono, ancora una
volta, alle esigenze di una vita “normale” del cane domestico, inserito nella
società dell’uomo.
Alcuni fra questi controlli possono anche essere personalizzati, allorquando
si deve rintracciare una concausa di un comportamento che esce per qualche
verso dalla normalità
111

I CONTROLLI PRECOCI
Diciamo subito che i controlli precoci o test giovanili sono i più difficili da
attuare e da leggere.
Difficili da attuare perché devono essere assolutamente ininfluenti sul
carattere del cucciolo. Non devono lasciare traccia alcuna della loro effettuazione
sul giovane cane.
Difficili da leggere perché, se condotti in modo rispettoso dell’integrità
caratteriale del cucciolo, mettono in evidenza solo poche reazioni, anche se
fondamentali, che sono talvolta così impercettibili da sfuggire ad un occhio poco
esperto.
Per mille motivi andrebbero eseguiti unicamente dall’allevatore della
cucciolata o dall’uomo che provvede materialmente al sostentamento della
stessa.
Solamente ove esistano dei fondati dubbi, prima dell’acquisto del cucciolo si
potrebbe ricorrere all’opera di professionisti preparati nel settore, come giudici
neutrali.
I controlli precoci vanno svolti ad un’età compresa fra i quaranta ed i settanta
giorni, in diretta dipendenza con la razza, avendo cura di ritardare per i cani di
media e grande mole.
Il loro svolgimento deve evidenziare se esistano, nella misura necessaria, le
doti naturali che sono indispensabili per ottenere un buon risultato dalla
preparazione ad uno specifico lavoro od attività che sia prescelta per il cane che è
esaminato.
Il cane destinato allo scovo su macerie, non deve dare, da cucciolo, segni
d’aggressività. Deve essere portato al gioco ed alla confidenza verso gli uomini
in generale (sociabilità), il cane destinato al servizio d’ordine pubblico deve
dimostrare, già da cucciolo, di possedere una buona tempra, ed anche una decisa
carica d’aggressività.
Il cane da salotto deve essere un buon compagno di giochi, poco aggressivo,
ma se, per esempio, vi sono dei bambini piccoli in casa, deve anche avere una
buona tempra per sopportarli, caratteristica quasi superflua se la famiglia è
composta solo da adulti.
Si comprende quindi come questi controlli siano tanto variegati nella loro
esecuzione, che non si possano dare indicazioni specifiche, le quali spettano, per
i cani di razza, alle singole società specializzate che le tutelano e, per i cani
destinati alla vita strettamente domestica, sono di competenza d’esperti psicologi
canini.
Al contrario di questa logica quasi tutti gli Autori che hanno scritto
sull’argomento dei controlli caratteriali, hanno divulgato il loro metodo
d’indagine. L’errore non sta nella presunzione che le prove caratteriali devono
rimanere segrete ed appannaggio solo di pochi, ma più semplicemente perché la
loro pubblicazione ha scatenato reazioni abnormi fra i cinofili interessati.
Molti allevatori si sono subito preoccupati di sottoporre ai controlli descritti
le proprie cucciolate, prima che fossero esaminate dai tecnici, falsando così
totalmente i risultati. Alcuni tecnici hanno provveduto, dal loro canto, a
modifiche, spesso inutili se non dannose ai fini di una corretta stesura della
diagnosi. Infine c’è stato chi, profittando dell’ignoranza altrui, si è presentato
come tecnico dando origine a situazioni davvero ridicole,
Si ricordi che le verifiche caratteriali precoci non devono essere provate
prima, e che vi sono cautele particolari da mettere in atto soprattutto prima che
siano eseguiti i controlli precoci.
112

Nel periodo precedente l’effettuazione del controllo precoce, la cucciolata


deve avere contatti solo con un massimo di due persone: quella che l’accudisce e
la sfama ed una seconda che normalmente si pone in posizione assolutamente
assente nei confronti dei cuccioli, pronto però a sostituire la prima quando questa
è assente per turno, ferie o malattia. La seconda persona, e dal momento che i
cuccioli hanno la tendenza a giocare persino con i lacci delle scarpe, deve badare
che il suo abbigliamento sia assolutamente privo d’interesse per loro. Al
contrario potrà lasciarli giocare nel momento in cui sostituirà la persona
normalmente addetta alla cucciolata.
Questo perché alcune prove fondamentali per testare precocemente i
cuccioli, consistono nel loro “maneggiamento” da parte di persona estranea, nel
gioco e nella ricerca della curiosità.
Mettendo i cuccioli a contatto, prima del test, con più persone sono molte più
frequenti le occasioni di gioco, di curiosità e di maneggiamento, e si possono
falsare i risultati della verifica caratteriale precoce.

I CONTROLLI D’ALLEVAMENTO
Con il termine allevamento, si prende in considerazione solo il cane di razza.
Sarebbe invero un poco strano che ci fosse chi si dilettasse ad allevare dei
meticci, a meno che non avesse scopi di ricerca scientifica oppure l’intento di
creare una nuova varietà, compito invero assai arduo.
I controlli d’allevamento sono studiati e prescritti dalle singole Società
specializzate, che sono state costituite ed operano per la tutela di una singola
razza o di un gruppo di razze molto affini fra loro.
L’esame della storia delle razze in generale e della selezione dei soggetti a
queste appartenenti, c’indica che i criteri di scelta dei riproduttori furono da
sempre due: quello funzionale, mirato in pratica ad uno o due compiti specifici, e
quello morfofunzionale che tiene conto anche della bellezza armonica.
Dal punto di vista della selezione caratteriale, a partire dal secondo
dopoguerra, la cinotecnia ha fatto passi da gigante, avendo finalmente compreso
che un cane non può essere “bello in assoluto” se anche il carattere dello stesso
non è consono ai dettami della razza. Un bel rappresentante di una razza che però
è pauroso o troppo mordace, non può essere un “bel cane” anzi deve essere
senz’altro squalificato nelle esposizioni di bellezza e talvolta, nei casi davvero
allarmanti, non ammesso alla riproduzione, mediante il ritiro del certificato
d’iscrizione al Libro delle Origini Italiano (il cosiddetto pedigree).
L’odierna tendenza prevalente prende in esame sia il comportamento
(bellezza psichica) quanto le bellezze armoniche e d’adattamento, concedendo
alla bellezza convenzionale ben poco: il taglio della coda o delle orecchie, per
esempio.
L’ideale rappresentante di una razza è descritto in una raccolta d’indicazioni
tecniche che si chiama “standard”. Lo standard costituisce la summa della razza
ed il giudizio espresso sui cani ad essa appartenenti fa riferimento alle norme ivi
indicate, pur con delle piccole variazioni personali dovute al gusto estetico
proprio del giudice.
C’è chi ha una preferenza per un determinato colore, chi per un altro: ecco
per esempio una differenza assai piccola rispetto al complesso delle norme da
rispettare, che può fornire differenti giudizi soprattutto per quanto attiene la
classifica (valore relativo dipendente dal numero occasionale dei concorrenti),
non certo la qualifica (valore assoluto d’aderenza all’ideale dello standard).
113

Tralasciando i concetti che non attengono direttamente alla psicologia


canina, dobbiamo occuparci delle prove che mettono evidenza sia quanto
appreso dall’esperienza, sia le doti innate che possono aver subito delle
variazioni in quantità, ma difficilmente in qualità, conseguentemente alle
esperienze vissute da ogni singolo cane.

LE GARE AGONISTICHE
Per una disamina migliore occorre por mente anche a prove che poco hanno
a che fare con il controllo d’allevamento, ma che spesso sono confuse, nel
concetto dei più con queste.
Le gare agonistiche hanno il chiaro compito di mettere a confronto diversi
soggetti, e di stabilire, fra i presenti, quindi relativamente alla concorrenza
occasionale, il miglior cane che s’identifica in quello che esegue il lavoro
secondo gli stretti criteri di un regolamento complesso e che difficilmente lascia
spazio a valutazioni d’ordine psicologico.
Un esercizio deve essere eseguito in un determinato modo, e ciò che conta è
la perfezione nell’esecuzione.
È facile arguire come tutto il programma addestrativo ed il relativo controllo
attraverso le gare agonistiche siano assolutamente artificiali e quindi poco
attendibili per l’indicazione fornite ai fini di un lavoro di selezione.
Si potrebbe per il vero ricorrere a criteri di giudizio diversi da quelli che
sono oggi correntemente applicati, ma l’operazione, già tentata, negli anni
settanta/ottanta, non è di facile attuazione per motivi diversi.
Il giudizio nelle gare agonistiche è formulato a punteggio con una dotazione
iniziale di cento punti per ogni specialità: pista, obbedienza, attacchi.
Si valutano gli errori commessi dai cani e dai conduttori e si sottrae ai cento
punti iniziali, una determinata quota per ogni sbaglio. Naturalmente non tutti gli
errori hanno lo stesso peso e, di conseguenza, quel soggetto che ne commette il
minor numero, finisce con il conservare il massimo della dotazione del
punteggio, rispetto agli altri cani, che ne commettono di più gravi od in maggior
quantità.
La classifica è presto stilata e tiene appunto conto prevalentemente
dell’esecuzione dell’esercizio. Nulla si lascia alla valutazione caratteriale perché
risulta difficile penalizzare un soggetto per esempio apatico, ma preciso per i
cinque minuti in cui si svolge la gara, rispetto ad un cane vivace di
temperamento e quindi portato eventualmente a commettere delle inesattezze.
Non tenendo conto di queste doti naturali, ma badando solo all’esteriore
comportamento del cane, le gare di lavoro non sono affatto un metro di giudizio
valido per definire il carattere del singolo e tanto meno la sua aderenza ai canoni
della bellezza psichica più volte citata. Le gare restano e sono, quello che dice la
definizione: un confronto estemporaneo fra scuole, metodologie
d’addestramento, capacità del conduttore nel sostenere il cane in difficoltà, ma
nulla di psicologicamente valido.
Possono avere ed hanno in questo momento una valenza propagandistica ben
chiara ed interessante per gli sviluppi che può portare, specie la cosiddetta gara
d’agility, una sorta di prova d’abilità contro il tempo, che è spettacolare ed attira
molti interessi, ivi comprese le riprese televisive.
Il valore espresso dalle gare agonistiche è dunque relativo e dipende dalla
concorrenza per quanto concerne la classifica, e dalla occasionalità del
rendimento in quella determinata giornata, del cane, per ciò che concerne la
114

qualifica attribuita (eccellente, molto buono, buono, sufficiente, non classificato).


Due eventi che, come si può notare, non hanno nulla a che fare con i valori
assoluti, che invece si ricercano negli esami attitudinali, i quali sono poi gli unici
veramente interessanti per la disamina di una seria selezione caratteriale condotta
dalla Società specializzata.

I BREVETTI: LE PROVE ATTITUDINALI


Le prove attitudinali sono state istituite in Italia solo da circa tre decenni,
dalle singole Società specializzate con l’autorizzazione dell’E.N.C.I. e sono
denominati comunemente “brevetti”,
Esse sono basate essenzialmente sul concetto del controllo delle doti innate e
di una parte del comportamento appreso, in quei soggetti che sono destinati alla
riproduzione selezionata, mirata alla conservazione di talune qualità psichiche
ritenute essenziali.
In questo momento i brevetti sono adottati dalle Società specializzate che
tutelano le razze d’origine tedesca e poche altre, ma ci s’augura che possano
essere estese anche ad altre razze, sarebbe anzi auspicabile che l’iscrizione al
Libro delle Origini di ciascuna razza possa essere consentita solamente alle
cucciolate nate da riproduttori che abbiano superato questi controlli.
Ogni Società specializzata, in accordo con la corrispondente Società che
tutela la razza nel Paese d’origine della stessa, elenca le doti naturali, le qualità
apprese e statuisce le norme per il controllo. Periodicamente segnala i principali
difetti di comportamento eventualmente rilevati onde suggerire agli allevatori
una selezione più attenta e mirata ad eliminarli.
A giudicare questi controlli sono solitamente chiamati dei Giudici specialisti,
profondi conoscitori della razza in questione dal punto di vista caratteriale.
Le prove sono normalmente molto simili per tutte le razze, talvolta identiche,
in caso di necessità, può variare il criterio di giudizio in conseguenza ad
eventuali difetti particolari che tendono a generalizzarsi. Questi difetti possono
essere trasmessi da riproduttori sfuggiti al controllo oppure che hanno un
bagaglio genetico diverso da quanto è stato valutato nel corso del test
attitudinale. Quest’ultima eventualità è molto probabile quando il
comportamento appreso, grazie ad artifici di tipo addestrativo, sovrasta
nettamente le doti innate ed anche l’occhio esperto del Giudice può essere
ingannato.
I brevetti normalmente si basano sul controllo delle qualità olfattive in pista,
sulla verifica dell’obbedienza, intesa come comportamento corretto (anche se
non sempre precisissimo, nello svolgimento degli esercizi previsti) e nella
graduazione della reattività aggressiva a minacce, portate in misura conveniente
perché non si travalichino i limiti della combattività.
Possono essere prove sostenute singolarmente dal cane all’esame senza
confronto con altri concorrenti, ma possono, anche essere il risultato di una
competizione la cui classifica finale assume un’importanza assai ridotta rispetto
alla qualifica ottenuta.
Secondo le difficoltà da superare si possono così avere dei brevetti di 1°, 2° e
3° grado, ognuno dei quali apre la carriera del cane anche per quanto attiene il
Campionato sociale di bellezza. Nessun campione può essere tale se non ha
superato qualche grado di brevetto. Questo almeno per le razze tutelate da
Società specializzate orientate anche al controllo caratteriale.
115

Una riflessione per terminare è necessaria. La Cinofilia è essenzialmente,


amore, passione per il cane bello o brutto, di razza o meticcio, d’ottimo carattere
o pieno di complessi, adatto o meno alle speranze espresse al momento
dell’acquisto. È un dato di fatto che tutto ciò sta alla base della quasi totalità dei
rapporti uomo-cane, e consente di considerare la cinofilia un movimento di
massa.
Se la cinofilia dovesse tornare ad essere un costoso hobby per pochi
appassionati, verrebbe meno persino il programma di selezione studiato dalle
Società specializzate.
Sta bene quindi che vi siano regole ferree per talune manifestazioni, ma
sembra irrealizzabile il sogno del tecnico puro che vorrebbe vedere attuati dei
rigidi meccanismi di selezione su scala generalizzata.
Parimenti l’allevamento canino, pur avendo una propria consistenza
economica (talvolta misconosciuta o poco considerata) non può seguire regole di
selezione rigorosamente reddituali.
È quindi difficile il compito dei dirigenti delle Società specializzate e del
movimento cinofilo in genere, che si vedono costretti a contemperare le ovvie
regole di selezione della razza, mirata al miglioramento qualitativo e
quantitativo, con l’esigenza di considerare che il cane è di per se stesso, ancor
oggi, il più fedele amico dell’uomo, indipendentemente dal suo comportamento,
purché questo non costituisca un serio pericolo per l’equilibrio della vita sociale.
116

Capitolo XIV

IL LINGUAGGIO
DEL CANE
DOMESTICO
117

PREAMBOLO
Al capitolo 12 abbiamo elencato fra le forme d’intelligenza anche quella
verbale che sta nel sapersi esprimere in modo corretto e comprensibile,
La comunicazione è essenziale per il cane sia domestico che selvatico senza
eccezione di sorta. Quello domestico perché deve poter esprimere ai membri del
suo gruppo tutto ciò che ritiene necessario.
Nel cane selvatico la comunicazione diventa semplicemente essenziale per la
sopravvivenza. Stabilito che all’interno del branco occorra una scala gerarchica,
diventa normale ritenere che esistano delle continue sfide per sorpassare in
autorità, e vantaggi, chiunque sia più avanti.
A rigore di logica quest’atteggiamento favorisce la selezione del branco, la
qualità dei singoli e l’armonia della specie, se considerata globalmente. La lotta
fra due o più membri del branco anche autorevoli, può però arrecare
conseguenze gravi ai singoli soggetti, con una loro menomazione che potrebbe
anche essere permanente, quindi un danno vero e proprio.
Ecco quindi nascere le già note inibizioni al proseguimento della lotta per la
supremazia oltre i limiti d’interesse comune.
Occorre però che esista un mezzo per comunicare all’avversario che questa
situazione limite è stata raggiunta e che pertanto non serve andare oltre nella
lotta; senza questo messaggio che deve essere chiaro e percepibile a chiunque,
l’inibizione del singolo non avrebbe alcun significato perché la controparte
continuerebbe nella lotta.
Ecco dunque creati i mezzi di comunicazione fra i lupi, prima, ed i cani
selvatici, dopo, che hanno avuto necessità di lunghi tempi d’apprendimento, in
quanto è noto che oltre a chi sia capace d’insegnare, occorre vi sia chi è disposto
ad apprendere: conseguentemente ci sono volute molte generazioni perché tutti
gli appartenenti alla specie abbiano potuto memorizzare queste gestualità.
Di qui la persistenza, anche nel cane domestico, di questo comportamento
tanto ben radicato, con una differenziazione però importante: nel cane domestico
si è passati dal linguaggio prettamente gestuale, proprio del canide selvatico, ad
un misto fra gestualità e vocalizzazione con una progressiva tendenza ad usare
quest’ultima forma. Dal momento che l’uomo usa con il cane domestico, in
prevalenza, il linguaggio vocale, è diventato ovvio per questo imitarlo, passando
lentamente, ma inesorabilmente dal gesto alla voce.
È un dato di fatto che l’uomo sta imparando, solo ora ad apprezzare
concretamente le “posture” del cane e ad interpretarle nel modo dovuto.
Il linguaggio con il quale il cane domestico comunica con noi, che ritiene
suoi conspecifici, comprende due grandi categorie: il verbale ed il gestuale.
Chiunque compia ricerche sul linguaggio canino non dovrebbe dimenticare
una differenza sostanziale fra questo ed il nostro linguaggio: la comunicazione
del cane riguarda l’attualità (sensazioni, avvertimenti, sentimenti, tutti del
momento), quella dell’uomo è più estesa nel tempo ed oltre al presente può
riferirsi al passato ed anche al futuro.
Il linguaggio verbale del cane consta di queste possibilità: l’abbaiare, il
guaire, il ringhiare, l’uggiolare e l’ululare.
Quello gestuale può contare su una gamma molto vasta di “posture” che
interessano di volta in volta l’intero corpo oppure una parte di questo. In genere
le più importanti coinvolgono sia le orecchie quanto la coda.
118

IL LINGUAGGIO VERBALE: L’ABBAIARE


Il cane domestico abbaia solitamente per quattro distinte motivazioni:
a) quando si sente solo ed isolato dagli altri membri del suo branco; in
questo caso l’abbaio consiste in una sequenza a volume medio alternata a
tempi di silenzio e talvolta, dopo un breve tempo, con l’ululato. Vale
come un messaggio di richiesta di compagnia e di riunione di gruppo;
b) quando avverte degli stimoli che gli comunicano una possibile minaccia
per sé o per gli altri membri del gruppo, l’abbaio consiste in una
successione lenta a tono basso talvolta mescolata al ringhio. Trasmette un
messaggio d’allarme;
c) quando esprime gioia, per esempio “facendo le feste” al proprietario
capogruppo, al suo rientro a casa, consiste in una sequenza di suoni anche
acuti continui a piena gola, nei cani giovani spesso mescolati ad uggiolii.
Vale come saluto e benvenuto;
d) quando avverte gli altri appartenenti al branco d’avere dei bisogni
particolari, per esempio andare a passeggiare, ed in questo caso i colpi di
voce sono isolati e frammisti ad un aumento dell’attività gestuale, il tono
è medio e la frequenza è alternata a periodi di silenzio. Vale come
richiamo dell’attenzione altrui, ma senza toni di pericolo.
Nel cane domestico vi sono però altre occasioni d’abbaio, che sono il frutto
dell’addestramento o di una rievocazione d’antichi rituali di caccia.
Il cane per la ricerca in superficie o per lo scovo sulla neve e su macerie
abbaia al ritrovamento del disperso o del sepolto.
Il cane addestrato alle prove d’utilità abbaia durante alcune fasi di affronto
dell’uomo che finge d’essere un malfattore (il figurante).
Il segugio abbaia in maniera assolutamente tipica ed inconfondibile durante
l’inseguimento della preda. È una maniera per spaventare e distrarre quindi
l’attenzione del selvatico e contemporaneamente attirare quella del cacciatore
sulla località raggiunta: è definito propriamente “latrato”.
L’abbaiare al suono del campanello di casa o a quello del telefono, sono solo
aspetti di cattive abitudini che sono state accettate dal proprietario a suo tempo,
ma che in ogni modo possono servire in caso qualcuno, in famiglia, abbia
difficoltà d’udito. Sarebbe bene in ogni caso educare il cane a non abbaiare in
queste occasioni.
In natura il cane selvatico abbaia anche per altri motivi, che hanno però tutti
riscontro nel fatto che, per soddisfare il bisogno principale del sostentamento,
occorre organizzare la battuta di caccia e quindi comunicare con tutti i membri
del branco che possono essere raggiunti solo dal richiamo alla voce.
È opportuno qui ricordare che nella città di New York sono previste delle
multe piuttosto salate per i proprietari di cani che abbaino anche se rinchiusi nel
proprio appartamento in maniera noiosa per i vicini.
È probabile e che questa decisione del Sindaco della Grande Mela trovi altri
proseliti negli Stati Uniti e anche in Europa, di qui la necessità ancora una volta
di “educare” il cucciolo alla convivenza civile.

IL GUAIRE
È un suono generalmente flebile a mezzo tono che nei caso di una singola
emissione significa dolore acuto ed improvviso.
Una serie prolungata può essere semplice reazione al dolore prolungato, ma
anche ad uno stato di forte timore o di paura. In questo caso è opportuno prestare
119

la massima attenzione all’atteggiamento generale del cane che, proprio per paura,
potrebbe sfociare anche in azioni aggressive. Occorre allora reagire usando un
tono di voce cordiale, un atteggiamento sorridente, ma senza toccare il cane.
Il guaito accompagnato da movimenti festosi è espressione di gioia per
quanto sta per accadere: uscire di casa, ricevere il cibo, eccetera.
Nel caso in cui, malauguratamente, quest’atteggiamento dovesse dare
fastidio sarebbe necessario impartire l’ordine “No!” ed in sequenza il “Siedi!”,
affrettando poi le operazioni d’uscita o di somministrazione del cibo.

IL RINGHIARE
Il ringhio è un verso continuo e ripetuto molto profondo, in genere
accompagnato dal sollevamento di un breve tratto delle labbra. Ha un tono
baritonale percepibile solo da vicino, ma può diventare talvolta più marcato,
accompagnato dal totale sollevamento delle labbra e dallo spostamento
all’indietro del padiglione auricolare esterno.
Attenzione al cane che ringhia: un tono sicuramente basso segnala che il
soggetto intende avvertire il suo gruppo dell’avvicinarsi di un pericolo molto
serio per tutti, ed usa lo stratagemma del suono appena percettibile per non
rivelare la sua presenza al probabile nemico.
Se al contrario il cane ringhia a noi o a qualunque altra persona presente, in
modo molto udibile ed assume posture di una certa minaccia, può attaccare da un
momento all’altro. Qualche azione che abbiamo compiuto o che stiamo
compiendo, lo disturba quindi ci avverte in maniera perentoria che è in procinto
di attaccare. Potrebbe però anche scegliere una seconda soluzione tipica del cane
domestico, che consiste nell’allontanarsi dal presunto pericolo, obbedendo al
noto principio che “soldato che fugge è buono per un’altra volta!”
(comportamento di fuga).
Qualche cane usa ringhiare anche dopo il gioco e può avere anche la
dentatura scoperta, ma l’atteggiamento generale del corpo non è di minaccia.
Qualche soggetto preparato alle gare per cani d’utilità può ringhiare una
volta cessata la pulsione aggressiva contro l’uomo d’attacco (il finto malfattore):
questo accade in particolare quando il cane ha interpretato l’esercizio come un
gioco, vuoi per un difetto di metodo d’insegnamento, vuoi per qualche errore
commesso o dal proprietario o dall’uomo d’attacco.
In proposito non si può concordare con quanti sostengono che il cane che
ringhia nel momento in cui il figurante si ferma e l’ordine di lasciare non è
ancora pervenuto, non può contemporaneamente mantenere una buona presa.
L’emissione vocale del ringhio avviene anche a bocca e dentatura
perfettamente chiuse attraverso la commessura labiale la cui muscolatura è
assolutamente indipendente da quella dei masseteri, i principali muscoli che
entrano in gioco durante la presa.
Il soggetto che ringhia nella fase descritta sta semplicemente segnalando al
figurante la esplicita minaccia “se tu muovi, riattacco”.

L’UGGIOLARE
L’uggiolio, un verso indeciso e molto lamentoso, è tipico del cane molto
giovane che esprime due distinti sentimenti. L’essere in difficoltà nell’attuare un
suo desiderio, oppure dimostrare attenzione verso l’occasionale presenza di un
suo superiore nella scala gerarchica del branco.
120

Il cucciolo che si trova bloccato in un qualche luogo, dopo aver visto la


madre ed i fratelli allontanarsi, e compiuti inutilmente tutti gli sforzi per seguirli,
non riuscendo nel suo intento, uggiola per richiamare l’attenzione della genitrice
sulle sue vicende.
Il cucciolone uggiola al rientro del proprietario, e dal momento che non ha
ancora imparato bene il rituale delle “feste”, e quindi vuol fare tante cose
insieme, cade in difficoltà d’esecuzione. È come un chiedere scusa per essere
così inesperto e confusionario.
Il cane adulto conserva in parte quest’atteggiamento, ma lo mescola con
l’abbaio e con l’ululato che conosce quali mezzi ben più percepibili del semplice
uggiolio.
Il cane adulto può talvolta ripetere quest’atteggiamento, soprattutto quando il
sentimento di gioia per il ritrovamento del capogruppo è così forte che lo
costringe a sfogarsi anche con movimenti disordinati e discontinui.

L’ULULARE
Il cane selvatico ulula solitamente quando annuncia agli altri del branco che
è giunto il momento della caccia a scopo alimentare.
Questa non è più la motivazione del cane domestico, che spesso ulula, al
contrario del selvatico, anche di giorno e non solo di notte.
Nei cani da caccia, specie nei segugi, può accadere che fiutino nelle
vicinanze l’odore di una possibile preda e di conseguenza avvertano il
capogruppo cacciatore, della possibilità d’andare a fare una bella battuta
venatoria.
Il cane domestico non va a caccia per il proprio sostentamento, anzi
probabilmente non ricorda neppure che qualche suo lontano antenato vi è andato.
Si danno così due spiegazioni al suo ululare: la prima è che sentendosi
isolato ha abbaiato per diverso tempo per attirare l’attenzione dei suoi del
branco, non vi è riuscito e pertanto usa un tono ancor più pietistico.
La seconda ragione riguarda la trasformazione dell’istinto predatorio in
pulsione venatoria. Per il cane domestico è preda tutto ciò che si muove al di
sopra di una certa velocità, a maggior ragione se muovendosi provoca un rumore
sgradevole e provocatorio. Fanno parte di questa categoria le automobili, le
motociclette, i trattori, talvolta anche le biciclette o chi s’allena per la maratona.
Poiché non può raggiungerli, dal momento che si trova confinato in casa od
in giardino, il cane domestico, ulula con il proposito di distrarre l’attenzione
della possibile preda.

IL LINGUAGGIO GESTUALE
Il linguaggio gestuale è parzialmente di derivazione ereditaria e parzialmente
è appreso dai genitori e dai fratelli. Conseguentemente non può essere omogeneo
per tutti i soggetti in ogni sua parte, ma si possono rilevare facilmente degli
atteggiamenti che sono pressoché comuni alla totalità dei cani domestici. Gli
atteggiamenti che il cane assume durante lo scambio gestuale delle informazioni
si chiamano “posture”.
Il linguaggio gestuale s’esprime attraverso: gli occhi, le orecchie, la bocca, la
posizione della testa e del collo, quella del torace e dell’addome rispetto al
terreno, l’inclinazione del pelo, il portamento della coda e la flessione degli arti.
In altri termini tutto il cane o solo una sua parte, può partecipare alla
121

trasmissione del linguaggio gestuale.

LE POSTURE SEMPLICI: L’ADDOME


Normalmente l’addome del cane è disteso e non presenta particolarità nella
comunicazione. Un addome arcuato verso l’alto significa un forte dolore che
merita un’indagine diagnostica approfondita.
Una simile postura che il cane assume in presenza di un altro conspecifico,
indica una certa insicurezza, che propende sicuramente verso la sottomissione.

GLI ARTI ANTERIORI


Il cane che spinge molto in avanti gli arti
anteriori sino quasi a toccare il terreno con il torace,
sta invitando l’interlocutore al gioco, questa
posizione è alternata con battute dei piedi sulla
pavimentazione e con brevi, improvvisi
indietreggiamenti. Gli arti anteriori proiettati in avanti
a formare un angolo di circa 25° con il terreno,
indicano invece uno stato di timore o di paura.

Infine gli arti portati in avanti, ma solo appena al


di fuori della verticale d’appoggio dimostrano che il
cane ha avvertito qualche stimolo molto interessante e
che desidera concentrarsi su di questo.

LA BOCCA

Un soggetto che mostra tutti i denti ed anche una


parte delle gengive scoperte, ma con la lingua
trattenuta nel cavo orale, segnala il massimo
dell’aggressività: di fronte ad una simile posizione
ogni gesto dell’uomo può scatenare la reazione del
cane. Non resta che rimanere immobili ma non
rigidi, assumere un’espressione del volto il più
possibile distesa, sorridere con le labbra, ma senza
emettere suoni di sorta. I muscoli devono essere
rilassati e gli occhi rivolti a terra senza guardare il cane che può sentirsi sfidato
dallo sguardo diretto. In genere il primo accenno di minaccia è portato dal cane
che tiene la bocca chiusa con solo una limitata visione della dentatura,
solitamente è accompagnato da qualche segnale vocale, più spesso da un
sommesso ringhio.

La bocca aperta, magari con lingua penzoloni, se


fa caldo, è sempre un segnale d’assoluta tranquillità:
nessun cane attacca con la bocca aperta, prima la
chiude.
Il cane può anche sbadigliare, e qualcuno anche
122

rumorosamente. Gli sbadigli molto saltuari non hanno alcun significato, e di


solito s’accompagnano con lo stirarsi dopo il sonno. Al contrario quando sono
molto frequenti possono mettere in guardia come uno dei sintomi iniziali
dell’instaurarsi dello stato di stress.

Un gesto che non è compreso nel giusto significato, è


quello del soggetto che avvicina il proprio muso agli
angoli della bocca di un altro cane o dell’uomo e porta
piccoli colpetti, brevi e leggeri. Si tratta di un
atteggiamento di subordinazione e di richiesta di
protezione ad un tempo. Ripete infatti la procedura del
cucciolo che sollecita la madre a fornirgli del cibo
parzialmente digerito durante il periodo dello
svezzamento.

LA CODA
La coda esprime molto bene i comportamenti del cane domestico.
Occorre distinguere anzitutto i soggetti che hanno la coda integra che ha per
base un numero variabile di vertebre normalmente intorno alle venti; fra questi il
pastore belga, il pointer, l’alano, il setter ed in genere la maggior parte delle
razze canine oggi allevate.
Possono esservi cani con coda integra, ma non così lunga ad esempio
l’épagneul breton.
All’opposto esistono cani che nascono senza coda evidente (anuri): il bobtail
e lo skipperke; oppure con una coda cortissima di poche vertebre come il welsh
corgi pembroke.
Esistono poi diverse razze cui la coda è amputata artificialmente a lunghezza
diversa, nei primi giorni di vita, o per motivi estetici (boxer, dobermann) o
funzionali, perché la coda potrebbe ferirsi in battute di caccia (bracchi italiani e
tedeschi, spinoni) o perché la coda serve come presa in talune situazioni
particolari (nei fox terrier in azione durante la caccia in tana).
Un’altra distinzione va fatta per quello che è definito “portamento” in
pratica la direzione che la coda presenta normalmente con il cane tranquillo né
eccitato né rilassato.
Il portamento può essere quasi orizzontale, con la coda in sostanza diritta
parallela al suolo, come nel pointer, oppure a scimitarra vale a dire con una
curvatura prima verso il basso e poi dolcemente verso l’alto (pastore scozzese),
arrotolata sul dorso (volpino) e a candela in pratica pressoché diritta verso l’alto
(fox terrier).
Fra queste posizioni base vi sono infinite variazioni tipiche di ciascuna razza.
Una curiosità è data dal bull dog che porta la coda in maniera che ricorda il
cavaturaccioli.
Per comprendere meglio i messaggi che il cane lancia con la coda, occorre
fare ancora altre distinzioni che derivano delle indicazioni già fornite.
Vi sono cani anuri o brachiuri artificiali che, non potendo esprimersi con la
coda, muovono l’intero posteriore (atteggiamento tipico ad esempio del boxer).
Nello scottish terrier la gioia è espressa con il cane seduto che batte ritmicamente
la coda sui terreno dall’alto verso il basso.
La guida per la disamina delle espressioni della coda può fare riferimento
123

alla razza più diffusa al mondo: il pastore tedesco.


La coda portata alta sulla schiena, ha il significato di dominanza, quella
quasi orizzontale segnala l’inizio di un programma di sfida per la supremazia, se
portata fra le gambe indica timore o sottomissione e fra le gambe, fino a

raggiungere il ventre rende evidente lo stato di paura.


Un dato importante è fornito anche dal pelo della coda: quando è ritto
(orripilazione) significa tendenza alla sfida.
Altri segnali forniscono successive informazioni. Dei lievi ondeggiamenti
della sola estremità della coda, indicano uno stato d’attenzione verso qualche
stimolo. Tipico è l’atteggiamento del pointer proprio prima della ferma (o
segnalazione) della selvaggina.
Movimenti limitati, ma che coinvolgono tutta la coda, comunicano al
conduttore del cane da scovo in macerie o su valanga le sensazioni del partner
che rassicura d’essere impegnato nel suo lavoro e di non essere distratto da altri
interessi. Un cane che cerca con la coda immobile, indica sofferenza o stan-
chezza eccessiva oppure che sta per scadere il suo tempo d’attenzione.

GLI OCCHI
Lo sguardo del cane è un segnalatore perfetto di due momenti che riguardano
in particolar modo la gerarchia del branco. Il cane alpha (quello in altre parole
destinato a comandare) ha sempre uno sguardo attento, vivace, fissa negli occhi
la persona o l’animale che incontra e difficilmente li distoglie. Il cane che sta nei
posti inferiori della scala gerarchica, ha uno sguardo sfuggente, mai vivace e che
denota sempre un certo timore nei confronti della persona o dell’animale che
incontra. Per evidenti motivi non si deve aver paura di un cane ; mentre il
sottoposto impaurito può anche avere le reazioni tipiche di questo stato d’animo
e, in determinate occasioni, può mordere.
Il cane che “mostra il bianco”, in pratica che mette in evidenza una porzione
di cornea superiore alla normale, può essere un cane temibile perché ha
sicuramente paura e quindi poca o nulla è l’efficacia degli stimoli che potrebbe
ricevere e che darebbero in ogni caso spesso origine ad un comportamento molto
aggressivo.

LE ORECCHIE
Per quanto riguarda le posture delle orecchie, occorre suddividere le razze
canine in almeno tre grandi gruppi:
a) i cani dalle orecchie completamente erette sia per selezione quanto per
intervento estetico - chirurgico (pastore tedesco e belga, boxer,
dobermann...);
b) i cani dalle orecchie semi erette, in pratica con la base eretta e la punta
ripiegata (pastore scozzese, fox terrier...);
124

c) i cani con le orecchie pendenti (cocker, barboni…).


Evidentemente le razze del gruppo a) sono di più facile osservazione; quelle
del gruppo b) sono in situazione quasi uguale; mentre per quelle del gruppo c)
occorre una maggior attenzione ed un miglior spirito d’analisi.
Il cane attento porterà sempre le orecchie rivolte verso l’avanti, in posizione
il più possibile eretta, e nei soggetti a padiglioni semi eretti, la punta sarà staccata
dalla base e protesa anch’essa verso l’avanti.

Il cane a riposo avrà le orecchie di lato. Nei soggetti del gruppo c) per
distinguere le posture si pone mente agli angoli d’attacco anteriore e posteriore.
In attenzione l’angolo d’attacco anteriore sarà certamente più rialzato di quello
posteriore. In caso di riposo l’intero padiglione auricolare sarà perfettamente
combaciante con il cranio.
Il segnale di paura è indicato dall’orientamento dell’orecchio rivolto quasi
all’indietro. Il padiglione è abbassato e deviato, con la parte interna, verso il
suolo.

IL PELO
Tutti i cani, anche quelli a pelo corto o raso, hanno la facoltà di sollevare il
singolo pelo rispetto al suo asse normale. Quest’operazione è nota come “ere-
zione del pelo” ed è consentita dalla presenza di piccolissimi muscoli erettori.
Nei cane a pelo raso, liscio o semi lungo è evidentissima la differenza che salta
all’occhio, più difficile da notare nei soggetti a pelo lungo perché il muscolo
erettore non ha la potenza sufficiente per drizzare il singolo pelo e quindi si
forma un rigonfiamento meno percepibile pur essendo pronunciato. La zona
interessata a questo fenomeno è tutta la linea dorsale dal collo alla coda.
Il cane solleva il pelo per motivi diversi:
a) quando incontra un avversario e nell’esibizione della personale potenza
fisica aumenta il volume del proprio corpo per fare maggiore
impressione;
b) quando lascia il campo senza accettare il confronto con l’avversario, ma
senza assumere atteggiamenti di sottomissione. Questo comportamento è
comune a tutti quei soggetti che invadono per sbadataggine l’area protetta
di qualche altro cane. La lotta in questo caso sarebbe contraria al normale
comportamento del cane domestico, ma la qualità dell’errore commesso
non è tale da richiedere un atteggiamento di sottomissione;
c) quando esprime aggressività solitamente provocata e sostenuta dal timore
forte od anche dalla paura
In ogni caso è bene controllare le proprie reazioni alla presenza di un cane
che ha “alzato” il pelo.
125

LE POSTURE COMPLESSE
Un cane che ha lo sguardo aperto, la bocca
spalancata, la lingua pendente, una posizione del corpo
fra la semieretta e l’eretta, la coda in movimento,
difficilmente, anche se ringhia, attacca. Preferisce
definire la questione eventualmente insorta, in maniera
diversa dalla lotta.
Al contrario un cane a bocca chiusa, con la lingua
ben ritenuta nel cavo orale, gli occhi stretti a fessura, il
pelo orripilato, le orecchie all’indietro ed una
posizione generale vicina a terra con gli arti
parzialmente distesi è, di solito, intenzionato ad
attaccare. S’è detto “di solito” e non “sempre”, perché
talvolta anche il cane più aggressivo all’ultimo
momento decide di soprassedere per qualche stimolo
inibitorio che in qualche modo riesce ad evocare.
Il cane che, rimproverato, distoglie lo sguardo,
porta le orecchie all’indietro e tiene la coda bassa,
assume quest’atteggiamento non perché “offeso”, ma
solo perché si sente; insicuro. Quest’insicurezza
prelude probabilmente ad un atto di subordinazione
rispetto a chi gerarchicamente lo sovrasta. Non è certo
il caso d’insistere oltre nel nostro rimprovero.
Il cane forte ed intelligente (l’individuo alpha)20 a
contatto con un suo effettivo conspecifico di grado inferiore gli appoggia una
zampa sulla schiena all’altezza del garrese, in segno
di manifesta superiorità.
È questa la posizione iniziale assunto dal maschio
durante il corteggiamento e prelude agli altri rituali
dell’accoppiamento. Conseguentemente il
comportamento del cane dominante che tenta di
copulare il sottoposto, non è il segnale di una
deviazione sessuale, bensì il logico compimento del
rituale di sottomissione. Dopo il primo infruttuoso
tentativo tale comportamento, di norma, cessa.
Analogamente il cane può tentare un gesto simile anche con l’uomo, quando
veramente lo consideri un suo conspecifico. In tale caso non è un atto di
corteggiamento, come taluni purtroppo credono, bensì un chiaro segnale del
tentativo del cane di mettere in discussione il ruolo dell’attuale capogruppo.
Quando questo accade all’uomo non resta che far eseguire in rapida
sequenza una successione di esercizi di ubbidienza, senza concedere alcun
rinforzo positivo. Il tutto sempre con assoluta
calma ed equità.
Il cane seduto, con la coda fra le gambe, gli arti
anteriori leggermente spinti in avanti, il collo basso,
il muso rivolto al terreno, lo sguardo spento e la
lingua pendente dà la fotografia del soggetto stanco
fisicamente. La posizione di terra simile alla
precedente, ma con la coda portata a lato di una
126

coscia, la bocca chiusa e lo sguardo rivolto verso l’alto non è un segnale di


stanchezza fisica, bensì di frustrazione.

Il cane che si getta a terra con l’addome rivolto verso l’alto, gli arti anteriori
flessi, quelli posteriori allargati, e la coda sul ventre invia un segnale di massima
sottomissione.
Quest’atteggiamento è assunto sia con altri cani dominanti, sia con l’uomo
capogruppo.
Una posizione di subordinazione che il cane assume solo con l’uomo e con
gli individui alpha è di mettersi seduto, con gli arti un po’ allargati, il collo
allungato, la testa verso l’alto, con le orecchie diritte all’indietro e lo sguardo
supplice, la bocca chiusa con la commessura labiale ben tesa all’indietro e la
coda raccolta sotto il ventre. Si tratta della postura normale del cane sottomesso
che viene sgridato dall’uomo che invece ha una normale posizione eretta.
È intuitivo che le posture del cane sono innumerevoli, perché segnalano ogni
stato d’animo e non solo quelli di dominanza o di sottomissione. In genere
occorrono molti anni d’esperienza per comprenderle tutte, tenendo però conto
che esiste sempre la possibilità di differenziazioni personali ancorate in ogni caso
ad un comportamento generale stereotipato.

20 - Nella gerarchia del branco è il capobranco oppure un cane destinato a diventarlo perché
riunisce in sé doti fisiche eccezionali e doti psichiche al massimo grado.
127

Capitolo XV

L’EREDITARIETÀ
DELLE DOTI
CARATTERIALI
128

La genetica è la scienza che studia il processo di trasmissione dai genitori ai


figli di determinate caratteristiche anatomiche, fisiologiche, morfologiche ed
anche caratteriali.
È una materia che ha interessato l’uomo fin da tempi assai remoti avendo
notato come taluni caratteri fossero trasmissibili dai genitori alla prole, fenomeno
che interessò persino Aristotele, ma che identifica il fondatore della genetica
moderna in Gregor Mendel.
Fu questo un monaco che s’occupò di matematica e di fisica nel Monastero
di Brno (Moravia) e, grazie a questa preparazione, poté studiare, nella seconda
metà del XIX secolo, con vera passione e cognizione, la problematica della
genetica, partendo dai noti incroci effettuati con il “Pisum Sativum” il comune
pisello dei nostri orti.
Non rientra certo negli scopi di questo volume, l’occuparsi della storia e
delle teorie genetiche in toto, per le quali si rimanda ai testi specialistici che oggi
si occupano anche dei cani.
L’oggetto di questo capitolo è la branca della “genetica del comportamento”
del cane domestico.
Le ricerche in proposito risalgono a pochi anni addietro; da quando il
movimento cinofilo, da costoso hobby di pochi, si è trasformato in una seria
attività economica.
L’allevamento del cane costituisce una vera e propria fonte di reddito, che ha
una certa importanza, in quanto, a seguito dell’inurbamento della popolazione e
del successivo trasferimento in case e villette dei più abbienti, il numero dei cani
allevati è in costante aumento in tutto il mondo.
Se al puro valore della produzione d’allevamento, s’aggiunge l’indotto che la
cinofilia porta con sé, arriviamo a movimenti annuali di denaro calcolabili in
milioni di euro o dollari.
Si tratta del corrispettivo d’interventi di professionisti, di medicinali, di
presidi medici e chirurgici, d’accessori, di prodotti per l’igiene e per
l’alimentazione, dell’organizzazione delle esposizioni e delle prove di lavoro,
eccetera. Tutto ciò al momento si calcola limitato alla sola Europa, al Nord
America, ad Oceania ed in parte a zone dell’Asia e dell’America latina. Esistono
quindi ancora margini di sviluppo che saranno possibili una volta risolti i
problemi della fame nel mondo. Ne deriva che la genetica che per molto tempo
ha trascurato le ricerche sui cani, si trova oggi chiamata in causa per tentare di
risolvere alcuni problemi che affliggono l’allevamento canino
Analogamente a quanto accaduto per altre specie animali, i primi studi sui
cani si sono rivolti a risolvere specifici quesiti relativi a tare e malattie a
predisposizione ereditaria: quali ad esempio la displasia dell’anca o l’atrofia
della retina del setter irlandese.
Problemi questi davvero esiziali per l’esistenza stessa di talune razze e
quindi con logico diritto di precedenza su altri.
Oggi anche il comportamento del cane domestico diventa oggetto di ricerca,
in quanto purtroppo la rapida diffusione della cinofilia ha creato due problemi
che si sovrappongono e che sembrano interessare molti proprietari.
Il primo problema riguarda gli allevatori che, a ragione delle impellenti
richieste di mercato, hanno “sfornato” molti cuccioli senza tener conto delle
possibili conseguenze dovute ad una non applicata selezione caratteriale. Per la
verità gli allevatori professionisti seri e le Società specializzate costituitesi a
tutela delle singole razze, non hanno accettato questo compromesso, ma altri,
specie nei Paesi dell’Est europeo, hanno prodotto soggetti d’ogni tipo con poco
riguardo alla “bellezza psichica” e spesso anche a quella “morfologica” ed
129

“adattativa”.
Il secondo problema riguarda i neoproprietari, che hanno acquistato dei cani
sotto lo stimolo d’impulsi non razionali, e che si sono trovati impreparati di
fronte all’ovvia necessità d’aiutare il proprio cane ad adattarsi a condizioni di
vita tanto mutevoli ed in così breve tempo.
Il risultato è tale che oggi si possono contare molti soggetti che soffrono di
una vita stentata all’interno delle mura domestiche, assillati da insormontabili
problemi d’adattamento.
La soluzione è demandata agli specialisti siano essi Medici veterinari o
addestratori o direttori di corsi collettivi. Questa è però la soluzione al problema
momentaneo, mentre le Autorità cinofile sono impegnate a fare in modo che in
avvenire l’attuale situazione non abbia a ripetersi.
Per questo hanno chiesto aiuto alla genetica del comportamento, per scoprire
la validità di certe teorie, onde garantire l’applicazione dei risultati delle ricerche,
volte a dare una risposta ai tanti interrogativi che riguardano questa branca della
scienza.
L’analisi delle differenze messe in evidenza da diversi individui
nell’esprimere un determinato comportamento introduce una problematica
preliminare: il modello d’attuazione è prevalentemente influenzato
dall’ereditarietà oppure dall’ambiente, inteso come tutto ciò che può operare sul
cane per mutarne le reazioni?.
La controversia fra ereditarietà ed ambiente, è stata formalmente superata
attraverso l’adozione di un concetto noto come “norma di reazione”, che fa
assumere al ricercatore una posizione intermedia fra le due teorie estreme quella
che fa risalire alla sola ereditarietà delle doti naturali la determinazione del
comportamento e quella che invece crede nella sola influenza
dell’apprendimento.
A fondamento di questo concetto, sta la constatazione che il “genotipo” (il
bagaglio genetico d’ogni individuo), può trasformarsi in diversi “fenotipi” (nel
caso specifico le espressioni comportamentali realmente mostrate dal soggetto in
esame) trasformazioni queste regolate dall’apprendimento.
Siamo dunque alla presenza di un intimo coinvolgimento fra due cause da
ritenersi apparentemente sullo stesso piano.
Gli studi in proposito si sono svolti sull’uomo, come quelli di Francis
Galton sui gemelli omozigoti ed eterozigoti (situati alla fine del XIX secolo
scorso), e da Franz Kallmann sulla schizofrenia (intorno al 1930).
L’interesse dei ricercatori sugli animali si è rivolto invece su di alcuni
comportamenti specifici come ad esempio il corteggiamento.
Una svolta indicativa è venuta quando sono stati studiati gli effetti
dell’ereditarietà, dell’apprendimento e del comportamento sul metabolismo del
singolo individuo.
Si è avuta la ventata degli etologi che però si sono, al solito, occupati della
“selezione naturale” studiando l’animale quanto più possibile in assoluta libertà
ed indipendenza dall’uomo; situazione che abbiamo già constatato non essere
valida per i cani domestici.
È ancora una volta la storia che ci soccorre nel fornirci una base di partenza
per la ricerca mirata.
Gli antenati dell’attuale cane domestico furono dapprima dei semplici
collaboratori dell’uomo in battute di caccia talvolta aiutandolo a localizzare ed
abbattere la preda, talaltra volgendo il risultato della battuta al loro
sostentamento. Poi, diventando spazzini delle prime comunità, furono degli
ausiliari più completi, ma sempre prevalentemente cacciatori. L’uomo che nel
130

frattempo ebbe necessità di guardiani nei primi insediamenti fissi, selezionò


alcuni caratteri in modo del tutto empirico, ma efficace se è vero, come è vero,
che si formarono i primi cani da guardia. In un terzo tempo abbisognò che il cane
conducesse il gregge, ed anche in questo caso, empiricamente, l’uomo selezionò
dei soggetti che certamente avevano perso l’istinto predatorio perché non era
possibile mettere a contatto l’ovino con il suo tradizionale predatore senza
evidenti contraddizioni.
Questi criteri di selezione, rivolti al raggiungimento di tipi (difficile ancora
parlare di razze) di cani ciascuno specializzato in un determinato compito è
continuato per secoli fino ai primi anni del XIX secolo. In quei giorni vide la
luce un nuovo sport: l’esposizione canina. Da allora i criteri di selezione
prevalenti furono quelli della conformazione morfologica stabilita dagli standard
d’ogni singola razza. Questi standard previdero, fin dall’inizio, un’indicazione di
massima anche delle doti caratteriali, ma da questo punto di vista furono spesso
inapplicati. Si ricordi il fenomeno della razza setter inglese, nella quale il “tipo
d’esposizione” (essenza della razza) era totalmente diverso da quello impiegato a
caccia.
Il diffondersi della passione per il cane d’utilità (quello che può essere
d’ausilio all’uomo al di fuori della pratica venatoria), ha portato con sé la
necessità di contemperare, nello stesso cane, un perfetto mix di “forma
esteriore” (indice di una buona conformazione morfofunzionale) ed una
“bellezza psichica” (costituita da una giusta indole e da un apprendimento
corretto), miscela tale da costituire un esempio di “bellezza d’adattamento”.
Si può dunque concludere che sono state le Società specializzate, che
s’occupano delle razze d’utilità, a stimolare la ricerca nell’ambito delle
ereditarietà del comportamento, avendo necessità di produrre soggetti sempre più
adatti ai molti compiti che sono oggi richiesti al cane di quelle razze.
Se indubbiamente i primi ad occuparsi del carattere sono stati i tedeschi,
occorre affermare con la necessaria fermezza, che anche i dirigenti e gli
allevatori italiani non sono restati a guardare, anzi talvolta hanno persino
preceduto i colleghi tedeschi nella ricerca.
A proposito è da citare il caso, davvero lodevole ed innovativo, della banca
dati del dobermann gestita su iniziativa della Associazione Italiana Amatori
Dobermann (AIAD). Questa banca dati raccoglie informazioni su decine di
migliaia di dobermann di tutto il mondo, notizie che investono anche, nei limiti
ora possibili, le doti caratteriali del cane e dei suoi ascendenti. Un’opera davvero
ciclopica ed altamente meritoria e che servirà a molti ricercatori come guida di
notevole rilievo.
È in ogni caso facile osservare come l’ereditarietà influisce direttamente sul
comportamento, in almeno due casi: quando limita le capacità funzionali, e
quando modifica i processi fisiologici, per l’influenza che su di essi hanno gli
ormoni.
Allo stato attuale delle conoscenze, possiamo essere certi che le doti
caratteriali che sono alla base dell’indole di ciascun cane sono certamente
trasmissibili ereditariamente. Gli studi in corso di genetica umana saranno
certamente sfruttati per conoscere meglio il meccanismo di trasmissione, che
finora non è del tutto chiarito. È assodato che le “informazioni” di questo tipo
sono inserite nel DNA, ma l’intera problematica non è ancora completamente
risolta.
Certamente alcune doti sono immodificabili dall’apprendimento: al più una
cattiva tecnica d’addestramento può lentamente far scemare, per esempio, la
tempra del singolo, ma se questo nasce senza tempra non v’è artificio
131

addestrativo o sistema d’assimilazione che la possa creare. Anche quando, con


l’ausilio d’ottimi professionisti si riesce a far apparire il soggetto come un cane
di buona o media tempra, dobbiamo ricordare che è una qualità incollata e non
realmente costituente la base caratteriale. È sufficiente qualche successivo errore,
o contingenza particolare, perché il cane dimostri tutta intera la sua mancanza di
tempra.
Pertanto se attraverso le prove attitudinali condotte un po’ troppo
frettolosamente e distrattamente, non si riesce a mettere in evidenza la mancanza
di tempra, ci si può attendere che i figli di questo cani ripresentino la stessa
identica caratteristica del genitore per nulla modificata dall’apprendimento.
Altre doti invece, come la curiosità, il temperamento, l’aggressività, sono
assai modificabili dall’apprendimento e da un buon programma d’istruzione.
Perciò il risultato dei controlli va, in quest’occasione, a cogliere la giusta
qualità caratteriale presente al momento del test. Il problema allora diventa
questo: nei figli sono fornite solo le informazioni genetiche proprie del
riproduttore alla sua nascita, oppure quelle che presenta dopo un appropriato
periodo d’apprendimento? Si noti che nel cane che sta ad alti livelli della scala
dell’intelligenza, (l’individuo alpha: quello che dovrebbe essere più usato per la
riproduzione) l’aumento delle qualità caratteriali può venire anche dalla
sommatoria delle esperienze apprese involontariamente, in pratica senza un
programma addestrativo apposito.
La tendenza del pensiero attuale è che ciò che è appreso, specie se ripetuto
per generazioni, tende a modificare le informazioni genetiche nel senso della
selezione mirata voluta dall’uomo.
E ciò vale anche sia per le modificazioni provenienti dall’ambiente esterno
che da quello interno (soprattutto modificazioni ormonali).
Tenendo fede al principio informatore relativo al metodo di studio del
comportamento del cane basato sulla “descrizione tramite le conseguenze”
esaminiamo alcuni aspetti relativi alla possibilità di trasmissione genetica delle
esperienze apprese che hanno in qualche misura modificato le doti innate dei
genitori.
È convinzione comune di tutti coloro che si sono occupati di addestramento
che i figli dei cani addestrati sono, in genere, più facilmente addestrabili dei figli
di cani senza preparazione alcuna.
Questo è un primo punto a favore della trasmissibilità almeno parziale di
certi mutamenti comportamentali frutto dell’apprendimento.
Soprattutto in questo tipo di disamina occorre contenere la ricerca nel solo
ambito del cane domestico, certamente più controllabile di quello del selvatico o
del randagio e si deve far mente al tipo di dote naturale che si vuol esaminare,
pur essendo consci che l’indole è un tutt’uno inscindibile e che non si può
modificare una dote senza interessare anche le altre.
In linea generale dal punto di vista genetico le doti innate che interessano
tutte le razze sono: la competitività, la curiosità, la docilità, la sicurezza, la
sociabilità, il temperamento e la tempra.
Queste doti che dovrebbero essere presenti anche nei cani da compagnia
sono assolutamente indispensabili in quelli da caccia e d’utilità.
L’aggressività, la possessività, e la vigilanza sono doti naturali che diventano
specifiche per taluni settori d’attività del cane collaboratore dell’uomo.
Un cane “da poltrona” non è opportuno che sia aggressivo, il cane per lo
scovo in valanga non serve che sia vigilante e così via.
A queste doti caratteriali vanno aggiunti per i lavori ausiliari almeno un buon
olfatto ed una certa indipendenza d’azione specie se legata all’impulso venatorio.
132

I risultati finora conosciuti relativi alla trasmissibilità dei comportamenti


appresi o quanto meno delle variazioni che questi fanno adottare alle doti innate,
occorre riflettere con un attimo d’attenzione ed attendere appropriate conferme
anche dopo il trascorrere di diverse generazioni prima di poterle indicare come
certamente ereditabili.
Si noti che il numero dei soggetti finora esaminati è stato piuttosto ridotto e
l’analisi avrà un suo senso compiuto definitivo quando le rilevazioni
riguarderanno molte razze (non solo alcune) ma anche diverse specializzazioni.
Oggi, normalmente, si reputa che, potendo quantizzare ipoteticamente il
valore delle trasformazioni delle doti innate dovuto all’apprendimento, almeno il
venti per cento di queste variazioni passino nel bagaglio genetico.
Un secondo punto a favore si rileva valutando l’incidenza degli istinti sul
comportamento di alcune razze.
Non è un caso che i terrier, ad esempio, eccezion fatta per gli Airedale,
siano, in genere, poco dotati di intelligenza operativa, al di fuori del loro compito
specifico di caccia ai nocivi in tana. In queste razze è ancora ben presente e
rilevabile l’istinto predatorio.
È necessario quindi operare con estrema prudenza nel trarre conclusioni dal
metodo della “descrizione tramite le conseguenze” e rispondere toto corde
affermativamente alla domanda se i mutamenti dovuti al comportamento appreso
diventino parte integrante del “genotipo”.
133

Capitolo XVI

IL CANE
DOMESTICO
134

CONSIDERAZIONI GENERALI

Il cane è un animale molto socievole che difficilmente sceglie di vivere solo.


Lo dimostrano l’associazione in branco dei cani selvatici, la ricerca parossistica
del randagio per trovare un nuovo partner, la quasi assoluta incapacità di
sopravvivere del cane abbandonato.
In genere non si creano problemi di sorta nella convivenza con l’uomo, a
patto che siano rispettate tre regole fondamentali;
a) la scelta ponderata della razza;
b) il cane giusto al proprietario giusto;
c) una corretta diagnosi caratteriale precoce.
Anzitutto quindi la scelta di una razza che sia consona alle peculiarità del
proprietario che non sono solo quelle caratteriali, ma anche d’ambiente dove
vive, del tempo disponibile per il cane, dei suoi impegni di lavoro e così via.
Un alano in un monolocale di città costituisce, già in partenza, un problema
qualunque sia il carattere del cane e la disponibilità del proprietario. Un fox
terrier affidato ad una persona anziana con difficoltà di movimento porta con sé
problemi infiniti. Un cane da caccia tenuto in casa per molte ore il giorno da un
non cacciatore va incontro a sofferenze.
Purtroppo la moda del momento è spesso cattiva consigliera: ne hanno patito
le razze che sono diventate protagoniste di film di successo; è accaduto prima ai
pastori scozzesi, poi ai pastori tedeschi, ed ancora ai dobermann e da ultimi ai
dalmati.
Acquistati da persone poco competenti per un impulso della moda, regalati
da amici faciloni, reclamati dai figli con capricci vari, sono diventati dei poveri
cani stressati e spesso sono riusciti a stressare anche la famiglia in cui hanno
vissuto.
Oculatezza massima quindi nella scelta della razza, facendo anzitutto, una
rapida indagine presso diversi allevatori sulle caratteristiche dei cani di una
determinata razza e sulle loro esigenze, confrontandole con le proprie reali
possibilità e capacità.
Un Medico veterinario preparato è in grado di dare, con distacco
professionale, le migliori indicazioni.
L’aumento dell’urbanizzazione ha provocato un effetto secondario nella
richiesta di un maggior numero di cani domestici. Un tempo ogni razza era
allevata per adibirla ad un determinato impiego, mentre oggi è troppo diffusa la
moda del cane dal dolce far niente. Pazienza se a questo ingrato compito è
destinato un cane delle razze da compagnia, si tratta per lo più di soggetti
avvezzi al movimento, integrato da una sorprendente accettazione della vita
sedentaria. I soggetti delle razze da caccia e d’utilità, allorquando non sono
avviate sulla strada della loro specializzazione, soffrono grandemente della
mancanza di un adeguato moto giornaliero.
Da questo fatto derivano problemi d’adattamento che possono coinvolgere
anche la salute del cane. Negli anni cinquanta furono di moda i cocker spaniel
come cani da città e non più come ausiliari a caccia. I Medici veterinari
dell’epoca ebbero il loro lavoro dal momento che i cocker soggiacquero
facilmente ad obesità, dermatiti ed otiti. Quei poveri cani, viventi in
appartamento in città, non avevano modo di svolgere neppure un quarto
dell’attività fisica consona al loro essere cacciatori.
È chiaro che le doti naturali sono un corredo che appartiene al singolo cane,
esistono però delle regole che riguardano tutta una razza. Si può anche andare a
135

caccia con un pastore tedesco, e far fare la guardia ad un pointer, ma non è


meglio invertire subito le parti dal momento che esistono razze già “orientate”
alla pratica venatoria ed altre alla vigilanza?
Queste affermazioni sembrano persino ovvie, ma pure ancor oggi accade
che per motivi diversi ci s’orienti su una razza non del tutto idonea ai compiti ai
quali si vorrà adibire il cane adulto. Il compito apparentemente più semplice è
quello che attende il cane di casa tenuto solo per affetto, ma non è detto che sia
poi sempre così facile l’automatismo dell’adattamento.
Un fattore che non deve essere dimenticato dal futuro proprietario del cane, è
se vorrà o meno farlo “lavorare”, una volta diventato adulto, e quale sia la
specialità scelta.
Alcune razze sono adattabilissime al ruolo di cane “compagnone” perché
necessitano di poco moto, non hanno interessi pressanti al di fuori delle pareti
domestiche e restano dei buoni compagni anche nel periodo della loro vecchiaia.
Altro esempio d’incongruenza nella scelta della razza, ma con conseguenze
ben diverse, si può notare oggi con i cani da traino. Abituati e selezionati per le
estese lande sulle quali correre trascinando veicoli vari, essi vivono davvero una
vita di sacrificio in casa, e diventano presto dei soggetti stressati, con una buona
dose di manifesta aggressività da sfogare alla prima, per loro, favorevole
occasione.
Relativamente al riuscire a trovare il cane giusto per il proprietario giusto è
bene meditare su quanto indicato nel capitolo 19. Chiunque non si riconosca in
almeno una delle caratteristiche fondamentali indicate come indispensabili per
essere un buon “padrone”, è forse opportuno che abbandoni l’idea di avere un
cane come amico. Si dedichi ad altre specie animali, ma non al cane che non è
fatto per lui.
In quanto al terzo punto fermo indicato, va subito chiarito che la pratica del
controllo caratteriale precoce non è oggi così diffusa come meriterebbe. Sono
ancora pochi, purtroppo, gli allevatori che la praticano con costanza, e che sanno
leggere correttamente i risultati dei test. La maggior parte di loro si fida molto di
più del proprio programma di selezione, che certamente si basa anche sulla scelta
delle qualità caratteriali e del comportamento dei genitori e degli altri ascendenti,
dimenticando però troppo spesso che i risultati dei controlli d’allevamento in
genere possono anche essere diversi dalla realtà genetica perché manipolati
attraverso l’addestramento. È pur vero che oggi si ritiene possibile che nel DNA
di un cane siano inseriti, almeno in parte, i mutamenti di comportamento dovuti
all’apprendimento, ma occorre sempre ricordare che tale inserimento, quando
avviene, produce i suoi effetti in misura molto lenta attraverso diverse
generazioni e non in toto e subito nei figli.
Un proprietario che intende acquistare un cane da difesa personale, non può
entrare in possesso di un soggetto scarso in aggressività, apatico, e distratto da
altri interessi. Il cane “compagnone” dei bambini di casa deve avere una gran
tempra per sopportarli, ma la stessa dote può essere troppo spiccata per la
preparazione alle gare sportive di cani d’utilità.
L’analisi accurata del singolo cucciolo, dopo aver centrato il problema della
razza, diventa quindi assolutamente necessaria. Occorre di nuovo la
collaborazione dell’allevatore al quale è necessario esporre le proprie esigenze.
Talvolta malgrado queste attenzioni accade che il cane non abbia una buona
riuscita rispetto alla meta prefissa, e qui soccorre il senso critico del proprietario
intelligente che, dopo riflessione accurata, deve stabilire se per caso, non esistano
colpe sue personali o dei familiari per la cattiva riuscita del cane, che non
sempre, anzi quasi mai, dovrebbe essere ritenuto il solo responsabile
136

dell’insuccesso patito.

IL CANE D’APPARTAMENTO
La vita in casa dell’uomo è certamente molto protetta e appagante, specie per
quei cani che hanno nella loro indole assai sviluppata la dote sociabilità (ma è
folta di rinunce con alcuni problemi d’adattamento).
L’uomo troppo spesso ritiene d’aiutare il cane premiandolo con allettanti
bocconcini che il soggetto, inizialmente, accetta ben volentieri soprattutto per
l’atavica fame cronica dei suoi lontani antenati, di conseguenza il bocconcino è
ritenuto un rinforzo positivo di notevole valore. Con il trascorrere di un tempo
neppure molto lungo, il cane domestico gradisce poco questo tipo di rinforzo La
ragione è sempre la stessa: l’assuefazione ad un determinato tipo di rinforzi: ne
fa diminuire il valore!
Il condurre la propria vita a costante contatto con l’uomo, fa si che il cane
può anche imitarne i gesti ed il comportamento generale. Non è certo un danno
se il comportamento dell’uomo è quello illustrato al capitolo 19.
È un dato di fatto che spesso si sente sussurrare: “Guarda quel cane come
assomiglia al padrone’”, o viceversa. Talvolta si tratta di una vaga somiglianza
fisica, limitata ovviamente al solo viso ed al muso, ma altre volte ci si riferisce
proprio ad un’assoluta affinità caratteriale e comportamentale.
Tutto ciò deriva da un sentimento che taluni chiamano amore, ma che per
ovvie ragioni, è forse più opportuno definire “affetto”. Questo accade sovente
quando il cane entra in casa da cucciolino e sviluppa tutta una serie d’esperienze
a fianco del proprietario. Il cane prova anche affetto per le altre persone facenti
parte del gruppo e le difende, se necessario, dai pericoli che individua. È proprio
una motivazione affettiva che fa sviluppare il concetto di “area protetta”. Di
questa fanno parte anche le cose inanimate come la casa, gli oggetti diversi.
Tutti i cani che entrano nell’automobile, guardano con sospetto chiunque
s’avvicini e, se hanno carattere e prestanza fisica, la difendono anche in assenza
del proprietario. A maggior ragione, a meno d’apprendimenti particolari dovuti
all’addestramento, il cane difende l’auto anche quando vi sono a bordo il
proprietario ed i suoi familiari. L’estraneo che siede nell’auto, è rispettato e
difeso dal cane, perché il quel momento fa parte, sia pur provvisoriamente, del
gruppo.
Serve qui ricordare un fatto reale che sembra apparentemente senza uni
motivazione e che invece indica un comportamento ben chiaro, se lo conside-
riamo dalla parte del cane.
Dovendo affrontare un lungo viaggio di centinaia di chilometri, una persona
di tutta fiducia ed esperto di cani, accettò l’ospitalità di un automobilista che si
stava recando con il cane, nello stesso luogo. L’ospite fu presentato al cane in un
luogo appartato e lontano dall’automobile, fu fatto salire per primo e subito
dopo, quasi contemporaneamente, salirono il cane ed il proprietario. Nessuna
reazione durante il viaggio, ma una volta giunti ad un’area di servizio e
desiderando tutti di sgranchirsi le gambe, il proprietario fece scendere per primo
il cane e poi l’ospite.
Spiegò che tale comportamento era dovuto al fatto che, se il cane fosse
rimasto in automobile con l’ospite avrebbe potuto avere reazioni di minaccia nei
confronti di quest’ultimo. A sentire il proprietario, la minaccia sarebbe stata solo
“verbale”, senza azioni serie contro l’ospite, ma in ogni caso fu convinzione
comune che non valesse la pena, in quel momento, di verificare l’asserzione.
137

Perché dunque un comportamento così “fuori dalle righe” e certamente


scomodo ed impegnativo? Un accurata anamnesi consentì di stabilire che il
proprietario ed il cane avevano fra loro un ottimo rapporto, che il soggetto era
perfettamente docile, e che l’uomo viveva solo da diverso tempo, in ogni modo
da prima che il cucciolo entrasse in casa.
Il cane non aveva quindi avuto la possibilità di socializzare seriamente e
stabilire altra gerarchia con uomini diversi dal capogruppo; sentendosi solo s’era
vestito dei panni del “vice capogruppo”. Per questo motivo l’automobile, area
protetta, nei momenti in cui era presente il proprietario era affidata alla sua
custodia, in quanto unico ad avere capacità e potere decisionale, ma non appena
il capogruppo scendeva dall’auto il compito della vigilanza era automatica mente
assunto dal cane “vice capogruppo”.
Comportamenti di questo tipo non sono poi così rari nei cani domestici
propriamente detti. Non sono neppure spiacevoli, a meno che non si raggiungano
livelli parossistici.
Uno dei segreti che possono garantire una buon’armonia nella convivenza
fra uomo, famiglia e cane domestico, è stabilire i reciproci diritti e doveri,
tenendo sempre in massimo conto non solo le esigenze della società umana, ma
anche quelle dell’amico a quattro zampe.
La logica suggerisce che il cane ha diritto ad una sana e sufficiente
alimentazione, ad un piano di profilassi contro le malattie infettive, ad un suo
posto in casa ed infine ad un minimo di cura quotidiana per l’igiene personale.
Fino a questo punto si può ritenere che tutti i proprietari siano d’accordo, e
soprattutto, siano disponibili nonostante le ristrettezze di tempo e la fatica
supplementare loro richiesta.
Il cane domestico ha una gran carica d’energia motoria che va
accumulandosi di giorno in giorno. Queste energie non trovano sufficiente sfogo
nella rare uscite quotidiane al guinzaglio, compiute per lo più per soddisfare i
bisogni fisiologici del cane. Il cane, così trattato, sfoga la sua carica d’energia,
realizzando anche programmi distruttivi od altre attività sostitutive, che possono
essere anche molto fastidiose.
Il cane d’appartamento deve poter correre libero, anche lontano dal
proprietario, almeno una o due volte la settimana per un tempo d’almeno
quindici minuti. Solitamente scaduto questo termine il cane smette di scorrazzare
libero e si dà all’esplorazione del terreno circostante: ha esaurito le pile e non ha
più energia motoria in sovrabbondanza da spendere. Si può richiamarlo ed
inventare dei giochi insieme che non presentino eccessivo dispendio di forze
muscolari.
L’esigenza di far conoscere l’esterno della casa al cucciolo è ovvia:
attraverso le corse in un prato, questo assume tutta una serie di sensazioni,
avvicina nuovi soggetti, impara a conoscere le cose animate e non, insomma fa
esperienza. Il cucciolone deve entrare in contatto con i suoi conspecifici “veri”
della stessa età al più presto possibile, per non creare reazioni di sorpresa nel
proseguimento della vita.
Poi ci sono gli incontri con animali d’altre specie, che sono parimenti
importanti per evitare l’abnorme comportamento di quel pastore bergamasco, da
sempre razza da condotta e difesa del gregge, che un giorno sul passo San Marco
fra le valli Orobiche e la Valtellina, incontrò per la prima volta in vita sua le
pecore. Ad otto mesi d’età una volta constatata la presenza degli ovini, scappò
velocissimo guaendo disperatamente. C’è da chiedersi, di fronte ad esempi come
questi, come si possa ancora sostenere che sono gli istinti la matrice del
comportamento del cane domestico!
138

All’aria aperta, quindi in condizioni favorevoli per attuare liberamente tutti i


comportamenti di fuga possibili, si possono conoscere altri esponenti della specie
umana, e quindi non aver problemi d’adattamento nella vita quotidiana
soprattutto con i bambini, incontrando i quali il cucciolone darà sfogo alla sua
propensione al gioco e potrà anche comprendere come i bambini siano dei
sottoposti da difendere e non dei pari grado di cui essere gelosi e da sfidare.
Naturalmente per poterlo lasciare in piena libertà, il proprietario deve avergli
già impartito alcune norme del programma d’inserimento precoce: almeno il
“No!” ed il “Vieni!”.
A completamento della sua formazione il cane dovrà essere lasciato libero
anche al buio. Sarà anzi questa l’occasione per constatare con certezza il grado
d’apprendimento raggiunto e qualche aspetto caratteriale innato.
Fin qui i diritti, passiamo ai doveri che un buon proprietario deve far
rispettare ad ogni costo ed in qualsiasi occasione.
Il cane ha un suo posto assegnato in casa dove poter riposare ed uno dove
mangiare: questi posti non devono mai essere cambiati perché questa stabilità
aiuta il buon ménage familiare.
Se il cane può avere a sua disposizione una vecchia poltrona, meglio per lui,
altrimenti può bastare una coperta purché sollevata da terra con assi di legno per
evitare sia il freddo sia le infiltrazioni d’umidità che spesso si riscontrano a
livello dei pavimenti.
Il cane deve dormire, la notte, nel posto assegnatogli; in particolare gli deve
essere vietata tassativamente la camera da letto.
Deve avere anche un posto dove consumare i suoi pasti, s’è detto, e che non
deve mai essere mutato. Da escludere completamente l’accesso al cane alla sala
da pranzo od al tinello, e non solo per motivi igienici, ma perché deve essere
evitata qualsiasi offerta di cibo proveniente direttamente dalla tavola da
chicchessia, ospiti compresi. Poiché non si è certi che tutti rispettino questa
regola, specie gli ospiti, e che quindi il cane corra il rischio di trasformarsi nel
classico accattone, con atteggiamenti fastidiosi. Mettere off limit la stanza dove si
mangia abitualmente è la sola soluzione che ci attende.
Il cane, specie se cucciolo, deve giocare con i suoi giocattoli e non
confondere la sua proprietà che può distruggere quante volte vuole, con gli
oggetti di proprietà nostra che non ha il diritto di distruggere.
Attenzione però che talvolta è opportuno, quando si è costretti a lasciare il
cane da solo in casa, offrirgli un nostro oggetto perché ci giochi, piuttosto che la
nostalgia lo attanagli e che sia lui a scegliere magari una qualsiasi cosa anche di
solo valore affettivo, e di distruggerla.

IL CANE DA GIARDINO O DA CORTILE


Similmente al cane da appartamento anche quello che vive prevalentemente
in giardino, od in cortile, necessita di tutte le cure che abbiamo già elencato fra i
diritti del soggetto che vive nelle nostre stanze.
Necessita anche lui d’avere l’opportunità di fare qualche sgambata
all’aperto, anzitutto perché, per quanto grande sia il giardino (a meno di non
essere libero in un parco), una corsa veloce su spazi più grandi costituisce
sempre una necessità fisica. Per il cane da giardino la conoscenza del mondo
esterno è essenziale come per gli altri che hanno sistemazioni diverse come
residenza abituale.
Altrimenti certe esperienze gli sarebbero precluse, e proprio alla mancanza di
139

conoscenza del mondo esterno, potrebbe essere addebitata la causa della


maggiore aggressività che in genere questi soggetti sviluppano.
È bene che, saltuariamente, conosca la casa che sta all’interno del giardino,
al fine di poterla considerare come area protetta e difenderla. Non si può
difendere nulla che non si conosce. Non possiamo, nel caso del cane,
indottrinarlo teoricamente come faremmo eventualmente con una guardia del
corpo a due gambe.
Riteniamo che la situazione dei cani tenuti costantemente alla catena sia
ormai un retaggio del passato, dovuto alle mille sciocche conoscenze poco
profonde che si avevano un tempo sulla psicologia del cane. Crediamo quindi
inutile soffermarci su questa situazione, ma occorre però mettere in guardia chi
eventualmente si trovasse a prendere contatto con un cane in queste condizioni:
attenzione l’aggressività è certamente una “malattia” del soggetto tenuto alla
catena.
La catena d’oggi è costituita dall’area protetta ed al limite dal recinto, dove
fra l’altro, sia sempre possibile isolarlo in occasioni del tutto particolari.
Molti proprietari di cani da giardino, tenuti per la guardia, ritengono che il
lasciarli liberi la notte di vagare per tutto lo spazio disponibile sia un buon
sistema per consentire un corretto svolgimento del loro compito di guardiano.
Al contrario, visti i mezzi oggi a disposizione dei male intenzionati, per
neutralizzare il cane, il fatto che questo sia libero di circolare in ogni zona del
giardino, favorisce la sua neutralizzazione temporanea, ed ahimè anche
definitiva. Occorre individuare una zona da proteggere che sia di dimensioni più
ridotte e dove, dall’esterno, non vi sia possibilità di prendere contatto con il cane,
senza che questi dia preventivamente l’allarme. Probabilmente questo “recinto”
fortificato coincide con la casa padronale o con qualche edificio commerciale od
industriale. È bene che il cane vi sia ricoverato durante la notte per due motivi. Il
primo è intuibile: per la sua sicurezza, ma allora occorre che vi sia chi interviene,
proprietario o guardiano, in suo appoggio, quando il cane dà l’allarme.
La seconda ragione sta nel fatto che il cane, la notte quando sente dei minimi
rumori sospetti od avverte la presenza in zona di qualcuno estraneo, abbaia
ripetutamente. Questo fatto può provocare inutili allarmi ripetuti che alla fine
non consentono più d’intervenire efficacemente in caso d’allarme vero. Il cane
che sta all’interno di una costruzione non “abbaia alla luna” come comunemente
si dice, e questo è già una bella selezione, ma oltre a ciò, non disturba i vicini,
che, se irritati, possono causare una serie di noie infinite, forse con qualche
ragione.

IL CANE D’ALLEVAMENTO
Il cane d’allevamento non può essere considerato esclusivamente come una
macchinetta sforna cuccioli, e quindi lasciato a se stesso, per tutto il tempo
rinchiuso in un box, anche se grande, anche se comodo.
A turno deve essere portato ad affrontare il mondo esterno per apprendere
che non esiste solo il canile. A turno deve poter vivere come un cane da giardino,
quindi almeno di giorno, portato in grandi recinti insieme con altri cani, dove
poter organizzare una sua vita sociale che costituisce la sua massima aspirazione.
La casa del proprietario deve essere conosciuta, magari una sola volta, ma il
cane deve apprendere che, oltre all’uomo di canile, esistono anche altri uomini e
se possibile ne deve conoscere la relativa struttura sociale.
Certi risultati negativi, che alcuni allevatori ottengono alla prima apparizione
140

sui ring delle esposizioni canine, sono dovuti quasi esclusivamente alla
mancanza d’esperienza di questi soggetti che per la prima volta mettono il piede
fuori dal loro box e non conoscono l’esistenza d'altri cani e d’altri uomini.
141

Capitolo XVII

IL
COMPORTAMENTO
CONFLITTUALE
142

Nel cane domestico si dovrebbe indicare come “comportamento


conflittuale” l’evento di una risposta anomala, data ad uno stimolo ben
conosciuto, ed al quale in precedenza s’è sempre ottenuto un atteggiamento
assolutamente corretto e coerente con il processo d’adattamento alla società
dell’uomo.
L’uso del condizionale diventa obbligatorio quando si considera che, sotto
l’usbergo del comportamento conflittuale, si catalogano, oggi, anche altri eventi
che hanno cause le più disparate.
Il vero comportamento di conflitto è riconoscibile solo quando si
manifestano contemporaneamente due tendenze: quella a fare e quella contraria.
Tutte le altre situazioni non rientrano nel comportamento conflittuale.
Si ricorre a quest’etichetta in maniera così tanto frequente, da renderla
quanto meno sospetta di celare altri problemi, che in realtà hanno poco a che fare
con il comportamento conflittuale vero e proprio.
S’attribuisce tutto allo stress, alla frustrazione, all’ansia dimenticando magari
che se è vero, come è vero, che lo stress realizza un comportamento conflittuale,
è altrettanto vero che anche altre cause lo possono generare.
Quasi tutti gli Autori che si sono occupati di psicologia canina, derivano la
loro esperienza dall’essere a contatto con i casi patologici che sono sottoposti
alla loro attenzione come professionisti. Può anche accadere che una visione così
parziale del problema abbia fatto dimenticare loro un’analisi del comportamento
normale, che per fortuna del cane domestico coinvolge la stragrande
maggioranza dei nostri amici a quattrozampe.
A considerare gli scritti e le opinioni di questi Autori sembrerebbe che il
cane domestico sia solo una fonte di problemi, mai di soddisfazioni. Il che non è
affatto vero, dal momento che la statistica dei casi patologici, o presunti tali,
indica una percentuale bassa d’eventi deviati o devianti, rispetto al grandissimo
numero dei cani che vivono nelle case dell’uomo in perfetta assonanza con le
reciproche esigenze.
Le situazioni che possono dare adito ad un comportamento conflittuale, sono
diverse, e molte di loro s’eliminano diagnosticando le singole manifestazioni e di
conseguenza annullando i motivi di quest’atteggiamento insolito.
Un proprietario molto nervoso e poco coerente, non può attribuire ad un
comportamento conflittuale l’inconsueto atteggiamento del cane. Egli stesso è lo
stimolo che innesca tale comportamento, normalizzando il carattere del
proprietario scompare anche il cosiddetto comportamento conflittuale del cane.
È l’ambiente che, altre volte, innesca il comportamento anomalo. Diventa
ovvio che solo un mutamento più o meno radicale dell’ambiente, è sufficiente
per non dare più luogo a comportamenti giudicati ancora una volta erroneamente
conflittuali.
Appare chiaro che, prima di formulare una diagnosi di comportamento
conflittuale, alla quale deve seguire un programma di rieducazione, è opportuno
ricercare ed eliminare le cause esterne al cane, ma che ne condizionano
negativamente l’atteggiamento.
Sono invece sempre reali le cause del comportamento conflittuale che sono
interne al cane stesso.
Tra i casi più frequenti s’annovera l’intervento della memoria a lungo
termine che blocca una risposta che potrebbe essere normale, evocata però da
uno stimolo che, in passato, è stato causa di spiacevoli esperienze per il cane.
Può accadere che per il processo di generalizzazione anche stimoli simili a
quello scatenante possano dare origine a fenomeni conflittuali.
Le cause fondamentali, per cui è possibile che instauri un effettivo
143

comportamento di conflitto, sono:


a) la presenza inconsueta d’ostacoli esterni che impediscono al cane
d’attuare la sua risposta normale (una porta, una recinzione), oppure di
fattori che lo disturbano e lo distraggono;
b) l’intervento della memoria che blocca ogni risposta appunto in
conseguenza di trascorse spiacevoli esperienze, forse dovute alla carenza
di rinforzi adeguati oppure a rinforzi negativi;
c) le situazioni che coinvolgono la salute del cane od il suo stato di forma, la
stanchezza (appunto lo stress);
d) la scarsa valenza degli stimoli in assenza d’adeguata motivazione;
e) una forma d’iperattività nell’ambito del timore e/o della paura eccessiva.
Nella prima categoria abbiamo però la presenza di una sola tendenza, quella
di fare, che è ostacolata dall’esterno, ed il cane di conseguenza potrebbe anche
porsi nelle condizioni di superare gli ostacoli. Non facendolo, cade in stato di
frustrazione che segnala appunto la presenza di una sola tendenza.
Nei casi due e tre le tendenze che si manifestano sono due: quella a fare che
deriva dallo stimolo e quella di evitare dovuta a cause diverse.
La quarta categoria indica, in realtà, un’assenza di tendenze, proprio perché
il messaggio è nullo, come inesistente.
Infine la quinta categoria che normalmente segnala un cane molto eccitabile
timoroso di tutte le esperienze nuove (afflitto in altre parole dalla neofobia) e
pauroso per precedenti esperimenti negativi.
Gli effetti che si manifestano in tutte le categorie elencate, sono identici sia
dal punto di vista caratteriale, sia comportamentale sia fisiologico e pertanto la
distinzione diventa più teorica che pratica e si possono prendere in esame tutte le
situazioni insieme.

GLI OSTACOLI ESTERNI


Chiunque si sia occupato del settore cinofilo nell’ambito della protezione
civile, ha avuto esperienza di grosse difficoltà incontrate dal cane nell’attuare il
suo programma di ricerca o di scovo.
Sulle macerie esistono passaggi difficili al punto da costituire un reale
pericolo per il cane. Di fronte a questi ostacoli il conduttore dovrebbe
intervenire, richiamare il cane e riposizionarlo laddove l’ostacolo non sia più
d’impedimento. Talvolta diventa impossibile compiere questa diversione, ed
allora si possono notare dei soggetti che, sostenuti da un grande equilibrio
caratteriale, riescono in ogni caso a passare l’ostacolo con un comportamento
assolutamente consono alle esigenze. Altri meno dotati caratterialmente (in
pratica è la qualità della tempra che è in gioco) che di fronte all’ostacolo attuano
un chiaro comportamento conflittuale: possono scegliere se abbandonare
l’impresa e cercare nuove vie, ma sono la minoranza, oppure bloccarsi in una
situazione di stallo che permane fino al momento in cui il conduttore non
propone qualche diversa soluzione.
Il caso limite è probabile che sia stato raggiunto da un cane da pastore belga,
che postosi in una situazione giudicata obiettivamente di vero pericolo, rimase
fermo immobile su uno spezzone di muro per oltre quaranta minuti. Per risolvere
la questione, esauriti tutti gli stimoli possibili, perché almeno il cane tornasse sui
suoi passi, il conduttore dovette a quel punto recarsi di persona sul muro e
prendere in braccio (!) il suo cane per portarlo a terra.
Un pastore tedesco già vincitore di diverse gare, durante l’esecuzione di una
144

pista incappò in un difficile cambiamento di terreno complicato dalla presenza di


un leggero strato d’acqua piovana, già in stato di semi putrefazione.
Il cane, dopo aver dettagliato a lungo tutto intorno al punto in cui aveva
“perso la pista”, e dopo aver ascoltato gli interventi sempre più pressanti e
bruschi del conduttore, che vedeva compromessa la gara in corso, si mise
tranquillamente a seguire un pista che s’inventò li per li, senza dare il minimo
segno d’atteggiamento falso o studiato.
Il conduttore, per la fiducia che aveva nel cane, lo seguì convinto che
finalmente qualcosa avesse ripreso a funzionare nel modo corretto: mal gliene
incolse perché al Giudice non rimase altro che constatare la falsità della pista
seguita.
Il cane domestico può trovare anche nella stessa casa degli ostacoli
improvvisi alla sua azione e quindi restare perplesso, e sempre secondo il suo
carattere, tentare nuove soluzioni corrette oppure smettere qualsiasi attività,
anche se urgente, per manifesta incapacità di superare lo scoglio
improvvisamente presentatosi.

L’INTERVENTO DELLA MEMORIA


Un ordine impartito ad un cane, che ne conosca il significato, e non seguito
da una risposta corretta, è il comportamento proprio del soggetto che ha
memorizzato esperienze negative collegate a quel determinato stimolo o a quel
determinato evento.
È un accadimento frequente nel corso dell’esecuzione delle piste nelle prove
di lavoro per cani delle razze d’utilità.
Lo stimolo olfattivo induce il cane ad compiere un determinato percorso, ma
l’intervento della memoria è inesorabile. È accaduto tempo addietro che proprio
durante l’esecuzione di una prova analoga, il cane sia stato maltrattato dal
conduttore per un indecisione nel lavoro. Il cane automaticamente non desidera
affrontare di nuovo la stessa situazione e quindi si rifugia in quello che è definito
come “comportamento d’evitamento” che può manifestarsi in due aspetti
diversi:
Il primo che prende il nome di “attività conflittuale” si mostra nel restare
immobile e non fare alcunché.
Per uscire da questa situazione occorrono degli stimoli sempre più forti ed
un’altissima qualità nei rinforzi positivi.
Il secondo aspetto, che il Tinbergen definisce come “attività sostitutiva”, fa
si che il cane inventi un diverso interessamento, una sorta di canale sostitutivo in
cui convogliare tutta la sua energia, quasi che volesse giustificarsi dall’aver
abbandonato il primitivo compito in funzione di qualcosa più importante e più
avvincente, ma che naturalmente finge solo di percepire.
Il Rowell presuppone che per il manifestarsi di un’attività sostitutiva
occorrano tre condizioni indispensabili:
a) uno stato d’equilibrio fra le due tendenze contrastanti;
b) il perdurare di questo stato d’equilibrio per il tempo sufficiente perché
l’attività sostitutiva si manifesti;
c) degli stimoli esterni di valenza e durata sufficiente, perché influiscano
sulla comparsa dell’attività sostitutiva, come è il caso, ad esempio, del
conduttore che spazientito, alza sempre di più la voce nel dare gli ordini.
Per uscire da questa situazione occorre un’opera di ricupero
comportamentale, che prevede il blocco della memoria attraverso il metodo
145

dell’assuefazione21.
In ogni caso devono essere sempre studiati degli stimoli nuovi e forniti dei
rinforzi d’alta qualità.
Il cane domestico può trovare importanti interventi negativi nella memoria:
un pastore tedesco era ben lieto di sentire tintinnare il suo collare perché quel
rumore significava passeggiata all’aperto. Si mise in “attività conflittuale” nel
percepire il tintinnio del collare dal giorno in cui fu colpito sui testicoli dal lancio
da parte del conduttore, autore di una magnifica pensata, che voleva farlo
desistere da un’azione a lui non gradita. Ci vollero tanta pazienza e mille astuzie,
fra queste l’adozione di un collare di cuoio, per ottenere che il cane tornasse a
manifestare la propria gioia nel predisporsi ad uscire di casa.

LO STRESS
È un fenomeno di cui si conoscono molti aspetti, e che è dibattuto anche al di
fuori dello stretto ambito scientifico, dai media e nei salotti.
Il cane, come l’uomo, è soggetto a questa situazione che ha tali e tanti gradi
d’influenza sull’organismo da poter essere un disturbo di poco conto, ma anche
diventare una serissima malattia dalla quale diventa difficile uscire guariti del
tutto.
Di volta in volta è stato definito come “stato d’ansia”, “ angoscia”,
“esaurimento”, “logorio”, “ sofferenza”, “tensione” e così via: tutti lemmi che
tradotti in linguaggio comune indicano uno che “non ce la fa più”!
Alcuni studiosi hanno però posto in evidenza che senza lo stress
mancherebbe “il sale della vita” intendendo che talvolta, a patto di mantenerlo
entro certi limiti, lo stress funziona da meraviglioso stimolo.
Altri studiosi hanno completato le ricerche affermando che anche le
emozioni piacevoli, quando sono esageratamente ripetute, o di gran valenza, od
improvvise, possono essere causa di stress.
Ogni volta che ci troviamo di fronte ad una novità, possiamo reagire in
maniera corretta o meno, e quando l’organismo ha una reazione non consona
ecco scattare a livello del sistema nervoso l’intervento dell’ipotalamo che
provoca uno stato di sofferenza.
Nel cane domestico i motivi stressanti sono inferiori per numero rispetto a
quelli dell’uomo, se non altro, perché dobbiamo scartare molti momenti negativi
che sono propri del pensiero astratto (ad esempio: pensare a Dio, riflettere sulla
giustizia, eccetera).
In compenso, e lo si è osservato in diversi casi, il cane può giungere allo
stress perché già ne è stato colpito il proprietario, e non si conosce ancora se ciò
avvenga per “simpatia” o perché un padrone stressato è, per il cane, ma non solo
per lui, un uomo nevrotico.
Durante il lavoro di scovo su macerie o in valanga, accade più volte di notare
dei cani che lavorano con tale forte motivazione da riuscire a restare sul campo
per ore consecutive. Qui deve soccorrere l’abilità e la conoscenza del conduttore,
il quale in ogni caso, deve sapere quale è il momento di rottura fra la fatica
psicofisica del lavoro di ricerca, e la grande motivazione che sostiene il cane e
che lo porterebbe a continuare nella sua attività.
Individuato il punto di rottura il conduttore può togliere momentaneamente
dal lavoro attivo il cane e farlo riposare il tempo necessario. Andare oltre invece,
significa portare il cane alle soglie dello stress da affaticamento, oppure, nei casi
più sfortunati, precipitarvi di colpo, con gravissime conseguenze per l’ausiliare
146

che diventa inutilizzabile per tempi anche lunghi e con il risultato che quella
Unità Cinofila non può continuare nel suo servizio.
La situazione di conflitto che s’instaura e che è generata dallo stress, può
portare a conseguenze lievi, nelle quali è riscontrabile solo un aumento d’attività
del sistema nervoso autonomo, quindi un’influenza diretta sia sull’apparato
gastroenterico che su quello muscolare. Si ha anche un rilevabile aumento
dell’attività delle surrenali con presenza d’adrenalina nel sangue.
Lo stato di stress può anche essere più grave, ed allora abbiamo, fra l’altro,
un aumento del battito cardiaco, ed una respirazione più celere.
Nei casi veramente gravi, si può arrivare a stadi molto pericolosi e persino
alla morte, soprattutto se non si rimuovono celermente la cause scatenanti.

ALTRE CAUSE
Nel cane domestico, salvo rarissime eccezioni, il conflitto territoriale non ha
significato, in quanto evidentemente legato alla ricerca del cibo che è diventato
compito dell’uomo ed al quale solo in casi eccezionali il cane fa più riferimento.
L’eventuale comportamento aggressivo nei confronti degli altri membri del
branco quando sia generato dal desiderio d’avanzare nella scala sociale,
difficilmente diventa causa di un comportamento conflittuale, salvo che non si
tratti d’aggressività di dominanza assoluta, nel qual caso è possibile che
l’eventuale repressione di questa tendenza abbia effetti frustranti.
Il corteggiamento non può essere causa di comportamenti conflittuali, in
quanto è breve e non mette in discussione la tendenza alla riproduzione
d’entrambi i soggetti. Solamente se al maschio è presentata una femmina che non
è ancora “disponibile” per motivi fisiologici, all’accoppiamento, questa mancata
soddisfazione principale potrebbe generare, specie se ripetuta più volte, uno stato
di frustrazione, mai un comportamento conflittuale.
È da richiamare invece come una delle cause più importanti dei conflitti che
portano allo stress, il problema dell’adattamento alle abitudini domestiche, che
non incide allo stesso modo su tutti gli individui.
Si possono riscontrare persino delle razze che sono meno sottoposte a questo
pericolo, altre in misura maggiore. Gli individui appartenenti a razze che vivono
allo stato domestico da più tempo, sono meno sottoposte allo stress (cani da
caccia da ferma, l’alano, il dalmata, il pastore tedesco) altri che sono diventati
cani “casalinghi” da poco tempo sono più deboli rispetto a quest’aspetto del
problema (cani da traino, da combattimento, terrier).
Vi sono poi delle cause che, al solito, sono dovute all’insipienza del
proprietario e non alle tendenze contrastanti del cane. Si tratta, in genere, di quei
piccoli cani cosiddetti da compagnia (barboncini, toys) che troppe gentili signore
tendono ad antropomorfizzare tanto da spegnere ogni loro precipua personalità.

21 - Cfr. Cap. 10 e 18
147

Capitolo XVIII

IL RICUPERO
COMPORTAMENTALE
148

Il ricupero comportamentale del cane anomalo è obbligatorio per porre


fine a tutta una serie di spiacevoli situazioni. Non tentando questo ricupero
restano ben poche scelte: o regalare il cane, cosa niente affatto facile, oppure
sopprimerlo od abbandonarlo, comportamenti questi che non fanno certo onore a
chi li attua.
Alla base d’ogni buon programma di ricupero comportamentale sta la
riconquista del proprietario del suo ruolo di capogruppo. È la perdita di questo
ruolo che solitamente fa diventare necessaria la rieducazione.
Nella veste di capogruppo il proprietario deve dimostrare d’essere l’unico in
grado di prendere decisioni ed iniziative e stabilirne anche le procedure, i tempi,
l’inizio e la fine d’ogni evento che coinvolge uomo e cane.
Se del gruppo fanno parte anche la moglie e dei ragazzi, occorre spiegare
loro il programma da seguire ed il ruolo che in esso devono avere. Si deve
esigere che tutti lo rispettino senza esitazioni o tentennamenti.
Uno fra i primissimi provvedimenti da prendere è di non ammettere che
eventuali amici invitati, specie se bambini, giochino con il cane.
Il cane che inizia un programma di ricupero comportamentale, considera
i bambini come suoi sottoposti e quindi al limite li tollera, ma non ubbidisce loro,
anzi se è infastidito troppo può assumere atteggiamenti moderatamente
aggressivi. A questo punto il bambino, solitamente, non dà chiari segnali di
subordinazione, che del resto non conosce, anzi, assume atteggiamenti o toni che
la controparte considera ancor più provocatori, ed allora può accadere che il cane
morda il piccolo esattamente come fa il padre con i cuccioli indisciplinati.
Per questo motivo, certo non secondario, è opportuno che i bambini, anche
quelli di casa, siano esclusi dal programma di rieducazione, meglio anzi se
vivono nell’assoluta temporanea, reciproca indifferenza.
Il ricupero di un cane dal comportamento anomalo, ove si vogliano ottenere
risultati duraturi, può e deve essere svolto preferibilmente dal solo proprietario.
Il lavoro dovrà essere programmato con l’aiuto d’esperti (Medici veterinari
in primo luogo, ed addestratori specializzati in corsi collettivi) e dopo che il
proprietario avrà appreso un minimo di nozioni relative alla psicologia canina.
Un’operazione importante è quella d’eliminare, prima d’iniziare il
programma di riabilitazione, quelle reazioni psicologiche che sono legate a
disturbi fisici. Questi disturbi possono dare mutamenti temporanei nel
comportamento del cane, ma talvolta sono causa di reazioni anche di lunga
durata. Vanno quindi attentamente ricercati ed eliminati con la corretta terapia
specifica.
Un’altra ricerca preliminare deve essere rivolta a conoscere se esistono cause
d’ordine ereditario nel comportamento anomalo. Oppure se nel periodo
d’assimilazione più fervido, quello della socializzazione od imprinting, non vi
siano stati errori, che andrebbero quindi eliminati prima d’iniziare il programma
vero e proprio.
Dal punto di vista della preparazione del proprietario, occorre che questi
comprenda molto bene che non può umanizzare ogni atteggiamento del cane e
tentare d’interpretarlo a suo modo. Quindi dovrà conoscere anzitutto
l’importanza che il cane dà all’uso dei sensi: noi siamo animali visivi, il nostro
amico fiuta!
Noi abbiamo perso da secoli la coda e non abbiamo i padiglioni auricolari
così mobili come quelli del cane. Eppure le due costanti di comunicazione non
verbale che riguardano il cane sono proprio la coda e le orecchie. Occorre quindi
comprenderne il linguaggio e non ritenere che il cane muova le orecchie solo
perché sente un suono, od agita la coda solo per ‘‘fare le feste”.
149

Dal complesso delle posture del cane nasce il suo desiderio di comunicare
con noi, mentre a lui non interessa il significato delle parole che noi usiamo, ma
piuttosto il tono delle stesse.
Una prova si può avere subito: è sufficiente insultare il cane, ma con un tono
affettuoso, perché questo si precipiti verso di noi, mentre se lo lodiamo con
acconce parole, ma con tono di rimprovero, lo vediamo rifugiarsi in cuccia od in
un angolino dispiaciuto del nostro atteggiamento. Tutti i cani domestici
conoscono almeno una ventina di “parole chiave”, quelle cioè che corrispondono
ad una precisa richiesta del proprietario.
Un’eccezione a questa regola, è data dal cane, al quale è stato impartito un
programma d’inserimento di base ed un addestramento mirato a qualche servizio.
Questo soggetto conosce il significato esatto d’almeno un centinaio di parole
chiave, ad ognuna delle quali corrisponde una risposta che il cane deve fornire
all’uomo.
Le parole sono: “Vieni”, “Vai”, “Fermo”, “Seduto”, “Cerca” “Attacca” e
così via.
Il cane da salotto conosce tante altre parole chiave come: “A spasso”, “Giù
di lì”, “Pappa”, e così via.
Ci sono poi soggetti che conoscono molte più parole chiave e sono quelli che
vivono costantemente con il proprietario, magari seguendolo in automobile
anche durante la sua vita di lavoro.
Un altro tabù da dimenticare è la convinzione che molti proprietari hanno di
non essere loro in grado di modificare la situazione spiacevole.
Conseguentemente affidano il cane ad una scuola d’addestramento con la
certezza che il tecnico possa risolvere il problema. In effetti, in un ambiente
totalmente diverso, le deviazioni comportamentali possono anche non presentarsi
od essere di piccola entità, rispetto a quelle manifestate nella situazione
domestica.
Il professionista, a conclusione del ciclo di rieducazione, restituisce il cane
potendo garantire il mutamento positivo.
Purtroppo accade che dopo pochi giorni la grande maggioranza dei cani così
rieducati, ma ritornati nel medesimo ambiente, che nel frattempo non ha subito
modifiche sostanziali, riaffaccino tutte le problematiche precedenti al corso di
rieducazione. Di chi la colpa? Certamente del mancato adeguamento
dell’ambiente domestico, cose ed uomini, che è stata la causa prima delle
deviazione comportamentale iniziale, e che ridiventa il motivo della nuova
spiacevole ripetizione. Se infatti la causa risiedesse nel bagaglio caratteriale del
cane, non subirebbe alcuna influenza ambientale durante il breve periodo
trascorso alla scuola.
Si è notato più volte che il cane che vive con una coppia in crisi, cade
spessissimo in uno stato di conflitto verso entrambi i partner. La stranezza si
rileva nel fatto che, se decide di scegliere fra una delle due parti, non sempre
sceglie il capogruppo, ma spesso si schiera con il cosiddetto “coniuge perdente”.
Altro ostacolo serio da superare è la mancanza fattiva e continuata da parte
del proprietario e dei familiari in genere.
Da principio i consigli sono seguiti alla lettera, ma poi la fatica e la
mancanza di tempo da dedicare all’opera di rieducazione, fanno si che il
proprietario diminuisca la frequenza degli interventi e soprattutto la qualità degli
stessi. Con il passare dei giorni tutti diventano sempre più indisponibili a seguire
il programma preciso di rieducazione, con il risultato negativo facilmente
immaginabile.
Infine, non deve essere dimenticata la tendenza di molti proprietari ad
150

interpretare in chiave “umana” certi atteggiamenti del cane, che sono invece
chiare espressioni di dominanza. Un esempio fra tutti: il cane appoggia spesso la
propria zampa sulla gamba del proprietario seduto, questo gesto è inteso come
una richiesta d’affetto e di comprensione. Al contrario, è un gesto che
normalmente usa il superiore della scala gerarchica del branco (l’individuo
alpha) nei confronti dell’inferiore, appoggiando la zampa sul dorso dello stesso
in segno di dominanza.
Se questo gesto ed altri simili, non sono interpretati nella maniera corretta, il
programma di rieducazione non ha significato alcuno fino al momento in cui il
proprietario non si è ripreso il ruolo di capogruppo.
Costituisce, al contrario, un segnale d’amicizia il portare l’arto anteriore
ripetutamente a contatto con l’uomo, ma il movimento non è tanto ampio da
arrivare al ginocchio e soprattutto è intermittente. Ripete in pratica il movimento
che il cucciolino esegue con la zampa sulla mammella perché sia sollecitata la
secrezione lattea.
È perfettamente inutile iniziare un programma di ricupero se tutte le
premesse non sono favorevoli alla buona riuscita della stesso.
Vi sono comportamenti anomali che, per la loro gravità meritano interventi
di tipo farmacologico, quali l’uso dei sedativi che devono essere
obbligatoriamente prescritti dal Medico specialista e somministrati sotto il suo
diretto controllo.
I problemi meno complessi, oppure che si presentano in condizioni tali da
non rendere necessario l’intervento terapeutico, possono trovare buon ausilio in
alcune tecniche che gli esperti ben conoscono.
Negli Stati Uniti d’America, laddove per la legge dei grandi numeri, tutto
assume una proporzione gigantesca, si possono contattare decine di migliaia di
proprietari che hanno, o credono d’avere, un cane-problema. Sono stati così
istituiti decine e decine di centri di ricupero per cani disadattati che hanno cioè
comportamenti non consoni alle esigenze della vita sociale.
Premesso che il corso inizia ripassando, o instaurando le tecniche
dell’inserimento precoce (in pratica gli esercizi d’ubbidienza), s’applicano
tecniche specifiche dopo aver individuato alla radice la causa del comportamento
giudicato anomalo. Quello che appare strano, nello scorrere le norme applicative
è che esso risulta un mix d’attuazioni pratiche di conoscenze psicologiche
modernissime, con fasi che ormai dovrebbero essere considerate superate.
Dal punto di vista psicologico si tende a sfruttare il riflesso condizionato del
Pavlov, nel tentativo di spostare la motivazione del cane da uno scopo ad un
altro. Per esempio nel caso del cane timoroso dei rumori improvvisi, un aiutante
fa fuoco con una rivoltella a salve, mentre l’addestratore somministra il cibo
giornaliero all’allievo. Con questa tecnica si possono ottenere dei buoni risultati,
nel breve periodo, soprattutto se ripetuta in luoghi ed occasioni diverse.
Non si capisce, a questo punto, come mai altri comportamenti scorretti siano
modificati, od almeno si tenti di farlo, con il ricorso a palliativi anziché
adoperare sempre la stessa tecnica. Ad esempio ai proprietari di cani che
inseguono ed uccidono le galline, si consiglia di legarne una al collare del cane e
lasciarla per almeno ventiquattro ore. Oppure si ricorre addirittura a stimolazioni
elettriche e a mezzi chimici da cospargere laddove abitualmente il cane attua il
suo comportamento scorretto.
La chicca finale di queste metodologie, sta nel consiglio di mescolare un
emetico al bocconcino offerto da un estraneo, per attuare il programma di rifiuto
del cibo dato da persona non appartenente al gruppo.
Ammesso che il cane possa comprendere la correlazione che c’è fra
151

l’assumere il cibo dalla mano d’estranei, ed il susseguente sconvolgimento


gastrico, come conciliare questa tecnica con la quotidianità e la ripetizione di
tutte le tentazioni possibili?
Esiste dunque il sospetto che nei programmi di queste scuole, per motivi
meramente economici, non si vogliano indicare con esattezza le tecniche seguite
per continuare a controllare un “mercato” così fiorente.
La tecnica descritta a proposito della somministrazione di un emetico e del
legare il pollo al collare si chiama “creazione dell’avversione”.
Della terapia dell’ “ambiente”, vale a dire degli interventi rivolti ad agire
non sul cane, ma sul proprietario, sui famigliari e talvolta persino sulle cose
inanimate, che circondano il soggetto afflitto da comportamento scorretto, si è
già detto più volte e qui si ricorda solamente che alcune terapie svolte sul cane
hanno avuto esito negativo perché non si sono adottate contemporaneamente
terapie ambientali.
152

Capitolo XIX

IL RUOLO
DEL
PROPRIETARIO
153

Piero Scanziani, nel suo libro “IL CANE UTILE”, già citato e dato alle
stampe nei primi anni cinquanta, scrive che, in genere, la causa degli insuccessi
nell’addestramento, deve addebitarsi in gran parte ad errori degli uomini e non a
colpe del cane. Un’intuizione davvero geniale, ove si consideri che solo in questi
ultimi anni novanta, alcuni studiosi americani sono giunti alla stessa conclusione,
mettendo finalmente in discussione la teoria che per decenni aveva attribuito al
solo cane la causa della cattiva riuscita comportamentale. La perspicacia dello
Scanziani rimase per molto tempo confinata nel ristretto ambito degli studiosi
dell’addestramento, che furono in grado di mettere a punto nuovi metodi
d’insegnamento da contrapporre ai vecchi dettati, tutti basati sulla sottomissione.
Non è certamente esagerato sostenere che senza la sua opera non si sarebbe
arrivati in Italia, primi nel mondo, alla ricerca sul metodo addestrativo naturale di
cui si tratterà diffusamente nel capitolo successivo.
In questa sede c’interessa analizzare, seguendo le osservazioni dello
Scanziani, i diversi tipi di proprietari, candidati capogruppo, per conoscerne
qualità e difetti.
Con un poco di autocritica chiunque s’occupi di cani domestici dovrebbe
analizzare il proprio comportamento e ritrovarsi in una delle categorie descritte,
sia per conoscere se stesso, o almeno come ci “vede” il cane, sia per evitare dei
comportamenti non corretti che a loro volta potrebbero costituire valido motivo
per causare un comportamento anomalo.

LA FIGURA DEL PROPRIETARIO IDEALE


Vediamo subito come può essere individuato il proprietario ideale, ed ancora
una volta ci soccorre lo Scanziani che ne elenca le doti con molta precisione.
Esse sono:
a) il senso di giustizia
b) la pazienza,
c) la perseveranza,
d) la freddezza,
e) la capacità di farsi comprendere,
f) l’amore verso il cane,
g) l’intelligenza
Il senso della giustizia è fondamentale per il rapporto uomo-cane. Un
proprietario non giusto, desta mancanza di fiducia nel cane, il quale si comporta
in maniera scorretta per evitare cadute di rapporto a suo danno. Questo significa
saper lodare o punire sempre al momento giusto, e per una causa che il cane può
comprendere, e nella misura esattamente paragonata alla qualità della
motivazione che ha spinto il soggetto ad agire in quel determinato modo.
La pazienza entra in gioco allorquando si tratta di ripetere più e più volte le
stesse parole, gli stessi gesti, sempre con buon umore, sia che il cane non
comprenda l’ordine, sia che eviti d’eseguirlo. Il farsi trascinare da gesti
spazientiti o dimenticare che la violenza non serve, alla lunga paga pochissimo,
forse nulla. È il proprietario che deve ricordarsi di avere una capacità
raziocinante superiore a quella del cane e deve quindi mettere in atto, con
pazienza, tutti gli accorgimenti che la fantasia gli suggerisce e l’esperienza gli
consiglia.
La perseveranza consente di mirare ad uno scopo che potrebbe essere
raggiunto anche in tempi più lunghi del previsto. Tutti sono capaci di rapide
soluzioni, mentre pochi resistono al logorio imposto dai periodi di lavoro
154

prolungati e magari, ripetitivi.


La freddezza serve a dominare tutte quelle pulsioni, che attraversano la
nostra testa, nel momento in cui il cane compie un’azione non prevista o rifiuta
d’ubbidire ad un ordine. Una mente fredda sa che c’è sempre una soluzione non
passionale, da poter attuare, sa di poter risolvere ogni problema con un minimo
di logica.
La capacità di farsi comprendere dal cane significa conoscere il nostro
amico molto profondamente, averne individuato le leve d’accesso e di comando,
in altre parole aver penetrato la sua personalità. Significa però anche saperlo
comprendere a fondo nelle sue esigenze, interpretare i suoi atteggiamenti e
soprattutto saper prevenire comportamenti anomali, anziché correggerli. Per
questo la comprensione reciproca è indicata come momento indispensabile nel
buon rapporto uomo-cane.
L’amore per il cane è l’indispensabile tentativo di farne un vero amico, di
costituire l’Unità cinofila: non è necessario addestrare il proprio compagno, se
non lo si ama profondamente, meglio lasciar perdere. Addestrarlo significa
valorizzarlo agli occhi di tutti, dargli grandi soddisfazioni, elevarlo nella scala
dei valori che noi inconsciamente diamo a tutte le creature che ci circondano.
Fin qui l’identikit del proprietario ideale.
Il proprietario equilibrato e ricco d’esperienza, è però difficile da trovare,
caratterialmente può essere rintracciabile, ma solo una lunga “gavetta” maturata
con diversi tipi di cane può renderlo veramente perfetto.
Al contrario ci s’imbatte più facilmente con tipi discosti dall’ipotesi del
proprietario capace, serio, costante e ricco d’esperienza.

I PROPRIETARI “DIFETTOSI”
Si dividono fondamentalmente in due grandi categorie: quelli che vogliono
“dominare” il cane a tutti i costi e quelli che invece non s’accorgono di “essere
dominati”.
I primi vogliono il potere esprimendo non la superiorità psichica, bensì, in
genere, quella fisica. Impartiscono gli ordini sempre con qualche tono superiore
al necessario in modo tale che quelli dati a voce normale non vengono neppure
percepiti perché, per il cane, non corrispondono a stimoli-chiave. Questi
proprietari non s’accontentano di dominare il cane con la voce, ma anche con le
posture a muscolatura rigida, talvolta sovrastandolo dall’alto della statura.
Un proprietario di questo tipo non riesce a preparare il suo cane a nessuna
specialità ed anche il soggetto tenuto per compagnia è privo d’iniziative, triste, e
poco socievole; ha sempre un atteggiamento dettato dal comportamento
d’evitamento, proprio a causa dell’eccessiva prepotenza dell’amico uomo. Il
risultato però è ovvio: un cane totalmente sottomesso, impaurito, dubbioso sul da
farsi per tema di sbagliare, sordo ai toni di voce dolci.
Altro tipo di proprietario destinato ad avere problemi d’adattamento nel
rapporto con il cane, è il “disilluso”. Solitamente si tratta di chi non ritrova nel
secondo cane che possiede, tutte quelle belle qualità che ha individuato nel
soggetto precedente, o, ancor più spesso, che si è inventato nei ricordi. Questo
proprietario non si rende conto che ogni cane ha un suo personalissimo carattere
irripetibile in altri soggetti, e poiché non ottiene ciò che desidera, definisce il
nuovo soggetto uno stupido, un inetto.
Quando si scontra con le prime difficoltà, non riflette sul fatto che per ogni
cane può essere necessaria una metodologia diversa, insiste su quella già
155

applicata, passa facilmente ai rinforzi negativi, alza il tono della voce, diventa
impaziente ed alla fine si rassegna a non poter ottenere nulla dal nuovo cane e
riversa le colpe tutte sull’amico che l’ha tradito. Il cane certamente avvalora
quest’ipotesi di mancanza di capacità perché resta sconcertato e poco
socializzato con l’uomo. Diventa un cane triste, sottomesso, ma purtroppo anche
assai propenso a reazioni aggressive che possono destare qualche allarme.
Anche il proprietario “disilluso” è destinato a non avere successo con altri
cani, fino a quando non comprende che ogni soggetto ha una sua personalità e
che a questa si deve adeguare.
Fin qui i proprietari del tipo “dominante”, occupiamoci ora dei “dominati”
loro malgrado.
Esiste il proprietario che antropomorfizza il cane in modo eccessivo, tende
ad assumere atteggiamenti da sottoposto nella scala gerarchica, perché nella
smania di renderselo amico gli lascia il ruolo di capogruppo.
Si potrebbe definire come il classico caso della “zitella” e poco importa se il
proprietario sia donna od uomo.
Il cane s’impone, domina e diventa pericoloso per tutti coloro che non fanno
strettamente parte del gruppo familiare. Il suo ruolo di capogruppo gli impone di
fatto l’adozione d’alcune regole di difesa, che lo portano a non tollerare estranei
nell’ambito dell’area protetta che ha individuato.
Dal suo canto il proprietario, che non ha compreso la vera essenza del
processo di trasformazione, s’inorgoglisce sempre più del ruolo decisionale che
il cane sa assumere, lo definisce intelligentissimo e lo ritiene il compagno ideale.
In genere quando s’accorge del sorgere del problema, è troppo tardi e con le sue
sole forze non riesce più a dominare la situazione.
Esiste poi anche il proprietario “lusingatore” che è altrettanto deleterio.
Solitamente ha alle spalle un’esperienza negativa dovuta a metodi impositivi di
cui ha compreso la negatività, ma reagisce con il nuovo cane, con un
atteggiamento non equilibrato, ma altrettanto estremo però di segno opposto.
A qualunque costo non vuole più essere impositivo, quindi diventa troppo
lassista con blandizie sia verbali sia con rinforzi gestuali (carezze, gioco troppo
protratto, bocconcini, eccetera). Premia il cane persino quando non è
strettamente necessario pur di “farselo amico”, e quando poi lo punisce, perché
costretto a farlo, usa mezzi duri che vanno al di là dal corretto comportamento e
dell’equilibrio che dovrebbe dimostrare.
Il cane non comprende nulla e decide di diventare anche in questo caso il
capogruppo; ci tenta e, solitamente, vi riesce, dato lo sconcertante
comportamento del proprietario. Diventa pericoloso non solo per gli estranei, ma
purtroppo anche per il proprietario stesso ed i suoi famigliari con chiari
atteggiamenti di minaccia assai riprovevoli.
Questi sono i tipi fondamentali dei proprietari difettosi ma ne esistono tutta
una serie di sfumature intermedie.
In ogni caso il proprietario peggiore è quello che lascia in un box per
lunghissimo tempo il cane badando solo a fornirgli il cibo e poche altre cure, ma
che poi, quando ritiene giunto il momento che il cane gli abbisogna, pretende che
questi abbia un buon rapporto con lui, si dimostri indipendente quel tanto che
basta e collabori con attenzione alla buona riuscita dell’intrapresa.
Va detto che fino a qualche tempo addietro, era questa la posizione comune a
moltissimi cacciatori che si dichiaravano poi insoddisfatti delle prestazioni del
proprio cane, magari stupiti che al contrario l’amico uomo, compagno di battuta,
avesse una certa dimestichezza con il cane che sembrava più affezionato
all’occasionale accompagnatore che non al proprietario stesso. Talvolta questo
156

accade perché esistono degli “uomini di cane” così come esistono gli uomini di
“cavallo”, quelli che hanno in altre parole una “mano” tanto felice con l’animale
da possedere una speciale aura!
Altre volte accade perché il cane d’altri è generalmente trattato bene
dall’occasionale cacciatore che non lo conosce e che ritiene quindi di doverlo
studiare assumendo una posizione neutra, ma aperta: ed è questa una sensazione
che in genere i cani percepiscono al volo.

IL PROPRIETARIO TROPPO SICURO DI SÈ


È questo un tipo particolare di proprietario che non rientra negli schemi
precedenti, e che si comporta con il cane così come si comporta nella vita
quotidiana anche con le persone con cui è in contatto.
Il mancato riconoscimento dei propri errori, è, forse, la causa fondamentale
della cattiva riuscita di un programma d’inserimento del cane nella vita sociale.
Questo proprietario non accetta di mettere in discussione se stesso, e neppure
s’accorge dei propri errori che possono rinforzare l’errata interpretazione del
cane nel dare la risposta allo stimolo (ordine).
Quando si spiega ad un tipo simile di proprietario, dove sta sbagliando, egli
difficilmente accetta questo rimprovero, cerca altre cause a carico del cane, mai a
sua colpa È ovvio che un simile atteggiamento preclude ogni possibilità di
miglioramento, porta anzi verso l’instaurarsi di un cattivo rapporto uomo-cane.
In genere, questo tipo di proprietario giunge persino a rifiutare l’idea che
esiste il problema dell’adattamento, e che, di conseguenza, occorre un minimo di
comprensione e di buona volontà per comprendere il cane. Forte della sua, in
questo caso, presunta, superiore capacità intellettiva ritiene che il cane debba
credere, ubbidire e combattere, pardon... eseguire! Un pensiero che sappiamo
dove può portare chi lo vuol mettere in pratica.
Questo tipo d’uomo, al limite, può riconoscere che si tratta d’un evento
temporaneo, quindi che sarà modificato e controllato con il tempo. Purtroppo
questa profezia non s’avvera e costituisce di per sé un motivo di nuovi
rimproveri al cane, con i risultati, del tutto negativi, che è facile immaginarie.

L’IMPORTANZA DEL “COLLOQUIO” CON IL CANE


Per un buon proprietario il “colloquio” con il cane è molto importante: non
importa molto cosa si dice, ma certamente al nostro amico fa piacere che ci si
rivolga a lui spesso, il che lo rende molto disponibile ad ascoltarci e a seguirci. È
convinzione comune che il cane comprende meglio il tono di voce piuttosto che
l’intimo significato delle parole dette. A questa regola esiste un’eccezione che è
data dalle “parole chiave”, che diventano per quel determinato cane “stimoli
chiave”, e quindi danno origine ad una risposta univoca e ripetuta nel tempo22.
Per un gran numero di cani queste parole chiave sono poche, circa una trentina, e
sono apprese nel corso dello svolgimento del programma d’inserimento precoce
ed all’inizio dell’attività addestrativa.
Il cane domestico, che vive in famiglia tutto il giorno, ne apprende altre,
tutte in ogni caso legate ad un’azione piuttosto comune come potrebbe essere il
cibarsi o l’andare a spasso.
Altri cani, più seguiti dal proprietario sono capaci di fornire risposte a
domande come “Dov’è Maria?”, andando a cercare quella persona e non altre.
Hanno collegato quindi il nome proprio della persona all’individuo.
157

Gli addestratori professionisti sanno bene che la frase “Ok, è finito”


pronunciata al termine della seduta d’addestramento è liberatoria per il cane.
Naturalmente il cane comprende meglio il significato di una parola quando
all’emissione vocale contemporaneamente s’accompagna un gesto. Alla parola
“vai!” s’accompagna l’alzare il braccio nella direzione desiderata ed il cane
esegue più prontamente, almeno le prime volte.
Con l’affinarsi di queste facoltà, che dipendono unicamente dalla capacità
del proprietario di farsi comprendere, si possono però affacciare anche piccoli
problemi che è bene iniziare a gestire da subito. Può accadere infatti, che il
proprietario, involontariamente, nel corso di una conversazione con amici, usi
una specifica parola chiave per il cane. Questo la percepisce come un ordine, ma
ad esso non è, ovviamente, dato seguito da parte del proprietario, e quindi il cane
tende nel tempo a disinteressarsi delle parole del proprietario.
La soluzione è semplicissima. Anzitutto non pronunciare mai le parole
chiave se non per ordinare, e quindi evitare che le parole chiave siano troppo
comuni, meglio usare un “corri” piuttosto che un “vai”. Insieme con
quest’accorgimento mettere sempre in pratica una regola aurea: prima di
pronunciare una parola chiave richiamare sempre l’attenzione del cane
pronunciandone ben distintamente il nome. In tal modo il cane è preavvertito che
la parola chiave è destinata a lui e non ad altri !

MEGLIO MASCHIO O FEMMINA?


Questa può costituire una difficoltà che va risolta prima dell’acquisto del
cane. Ci sono dei proprietari che per il loro carattere gestiscono meglio i cani
maschi, altri le femmine.
Per molto tempo quasi tutti i cinofili hanno ritenuto che il maschio fosse
sempre e in ogni modo superiore alla femmina, basando il giudizio
principalmente sul fatto che almeno due volte l’anno per fenomeni legati al ciclo
riproduttivo, la femmina muta atteggiamento e diventa meno ubbidiente.
Poi si è scoperto che di fronte allo stimolo sessuale il maschio cambia
atteggiamento in tutti i giorni dell’anno, e quindi si è rimessa in discussione la
ragione della scelta, prescindendo da questi fattori.
La femmina è solitamente più gentile, più agile, più dolce e più ubbidiente
del maschio, perde il confronto in potenza, ma sopperisce a questo con l’agilità.
Il maschio richiede un polso più duro, occorre prevenirne certi atteggiamenti
aggressivi che gli sono propri, specie quando s’incontra con altri maschi ed è
tenuto al guinzaglio. La femmina, salvo i periodi ben noti, si dimostra totalmente
indifferente verso i cani estranei, a meno che questi non tendano ad invadere la
sua privacy.
Un proprietario ancora un po’ insicuro o alle prime armi è opportuno che
scelga una femmina, chi vuole cimentarsi con qualcosa di più interessante scelga
il maschio.
Attenzione che vi sono specializzazioni che per loro natura, i cani per lo
scovo sulla valanga per esempio, prevedono l’uso esclusivo del maschio perché
nella femmina uno dei famosi periodi di instabilità psicologica legata a problemi
sessuali, potrebbe proprio capitare nel pieno della stagione d’intervento
operativo, togliendo così di mezzo una Unità cinofila per diverso tempo.
In una casa dove vi sono dei bambini piccoli, la scelta della femmina è quasi
obbligatoria, pur riconoscendo che esistono dei maschi capaci di svolgere
ottimamente il compito di baby-sitter.
158

Attenzione quindi a fare una scelta oculata, secondo le proprie capacità, ma


che prescinda dalle vecchie credenze ormai superate.

22 - Di questo si è già trattato al capitolo precedente.


159

Capitolo XX

DELL’ADDESTRAMENTO
160

UN MINIMO DI ADDESTRAMENTO È INDISPENSABILE


La necessità che il cane domestico debba essere preparato a vivere meglio e
con meno problemi d’adattamento nella casa e nella società dell’uomo, è
chiaramente fuori discussione.
È impensabile che il cane possa essere trattato oggi come lo era ieri; stiamo
assistendo a tutta una serie di fatti che, se interpretati nel modo corretto, stanno
ad indicare che persino le Autorità stanno prendendo in esame l’opportunità di
regolamentare la vita dei cani di città secondo criteri di sicurezza sociale.
Da tempo esiste una Carta dei diritti degli animali che da un lato garantisce
condizioni di vita accettabili per questi, e dall’altra statuisce i doveri dei
proprietari sia per la salvaguardia degli animali stessi, sia per il corretto
inserimento nella società dell’uomo.
Recentemente, un Assessore del Comune di Firenze si è reso autore di una
serie di “raccomandazioni”, che sono vere e proprie disposizioni dell’autorità,
perché i proprietari di cani della città sappiano con esattezza sia i loro doveri
quanto i diritti degli animali. Siamo lieti che queste disposizioni collimino quasi
interamente con quanto abbiamo esposto in questo scritto.
D’altro canto un’oggettiva analisi condotta sui cani che presentano problemi
d’adattamento, ha rivelato che questi sono nella quasi totalità a digiuno delle due
pratiche fondamentali di preparazione alla vita sociale. Il riferimento al
“programma d’inserimento precoce” ed al piano di lavoro per l’”addestramento
specifico” è d’obbligo.

IL PROGRAMMA D’INSERIMENTO PRECOCE


È giunto il momento di trattare con maggior dovizia di particolari questi due
aspetti.
Il “programma d’inserimento precoce” consta nell’ottenere sempre e in ogni
caso una determinata risposta del cane agli “stimoli chiave” che sono il minimo
indispensabile per garantire sia la corretta partecipazione del cane domestico alla
vita sociale, sia la sua salvezza fisica.
Gli “stimoli chiave” fondamentali dovrebbero essere ormai ben noti, ma vale
la pena di ripeterli. Essi sono: il “seduto” od il “terra” a comando, la “condotta
al guinzaglio”, il “fermarsi sul posto” e la paroletta “No!” che deve far cessare
all’istante ogni azione del cane che fosse pericolosa o sgradita al proprietario ed
infine, il cosiddetto “richiamo” che serve a far ritornare sotto controllo quel
soggetto che si fosse allontanato troppo dal conduttore.
Sono semplicissimi esercizi che, se insegnati nell’infanzia del cucciolo,
restano poi un bagaglio pronto ad essere evocato per tutta la vita.
Fra gli esercizi indicati, il più difficoltoso da ottenere è il “terra”, che però è
una posizione di riposo che il cane assume naturalmente quando è stanco oppure
quando ritiene di fermarsi a lungo nello stesso posto. Dal suo punto di vista
psicologico, questa posizione è però molto pericolosa in quanto si sente
vulnerabile e non pronto a reagire in caso di stimoli ritenuti negativi o pericolosi.
Per questo motivo assume questa posizione volentieri solo in luoghi conosciuti e
ritenuti tranquilli.
Ben diversa è la situazione quando il proprietario gli impone, per sua
comodità, d’assumere questa posizione: ad esempio fuori da un negozio o mentre
apre un cancello od una porta che desidera non sia oltrepassata dal cane.
161

Per ottenere questa posizione occorre quindi un minimo d’addestramento. I


vecchi metodi ormai in disuso, prevedevano una tecnica forzosa che agendo sulle
zampe anteriori portate in avanti, sul collare spinto verso il basso e sulla groppa
schiacciata a terra, costringevano, con la totale sottomissione, il cane a stendersi.
Ovviamente il cane reagiva dapprima irrigidendosi, poi tentando di sottrarsi
alle manovre, infine quando anche la via di fuga era preclusa poteva anche
ringhiare e persino mordere per difesa.
La ragione di questo comportamento assolutamente normale per la
psicologia canina è semplice da indicare: chi mai desidera mettersi
volontariamente in condizioni di manifesta inferiorità?
Non poteva quindi che apparire come uno spettro nei rapporti fra proprietario
e cane la tanto vituperata sottomissione.
Oggi si riconosce che è sufficiente sdraiarsi a terra di fianco al cane, usare un
gioco od un bocconcino come rinforzo e stimolo secondario per ottenere la piena
tranquillità e la fiducia del cane, sfruttando tra l’altro la naturale tendenza che il
cane ha di imitare i gesti del proprietario.
Occorre sottolineare che questi esercizi sono indispensabili anche al comune
cane compagnone che passa la maggior parte della giornata in appartamento
sulla poltrona.
Un buon proprietario però non si ferma a questo e con calma e poco
sacrificio, mentre il cucciolone cresce gli può insegnare anche altri esercizi
altrettanto facili, che seppure non hanno lo scopo di salvare la vita del cane e di
renderlo nel contempo ben accetto da tutti, servono però come esercizio fisico
aggiuntivo di grande valenza e sono anche un mezzo molto semplice per distrarre
il cane da eventuali comportamenti sgraditi. Costituiscono infine un mezzo per
imporsi senza violenza e necessità di rinforzi negativi per ricordare in ogni
momento al proprio amico chi è il capogruppo.
In generale si citano l’esercizio di “condotta senza guinzaglio”, il ‘richiamo
al piede” in pratica al fianco del proprietario, il “portare” degli oggetti, e nel
caso di cani da caccia, anche il consegnare degli animali feriti o morti.
Con maggior cautela si può preparare il cane, anche quello casalingo, a
“seguire” una breve pista e ad avere delle “reazioni moderatamente aggressive”
su ordine del proprietario, mai autonome.
Una preparazione molto simpatica può essere svolta seguendo il programma
delle gare d’agility che comprendono salti, passaggi dentro e fra degli ostacoli, il
tutto eseguito con spirito agonistico. L’agility permette al cane ed al conduttore
una certa dose di movimento che è molto salutare per entrambi.
Fino a questo punto si tratta di un addestramento di base ridotto proprio ai
minimi termini, che chiunque può mettere in atto con la collaborazione di una
persona esperta. Dal punto di vista psicologico è sufficiente che il cane sia
mansueto, socievole e di temperamento vivace.

L’ADDESTRAMENTO AVANZATO
Per il proprietario che invece ha intenzione di svolgere con il cane delle
attività sia agonistiche, sia pratiche ed operative s’aprono diverse vie, ognuna
delle quali richiede un diverso tipo d’addestramento specifico che però non può
prescindere dall’aver già acquisito e memorizzato il programma di base.
Il primo consiglio che può essere dato a chi vuole affrontare una
specializzazione è d’esaminare bene e con atteggiamento critico anzitutto se
stessi.
162

Un volontario della protezione civile deve sapere che, in possesso di un cane


operativo, deve essere pronto a rispondere in qualsiasi momento a chiamate di
soccorso e a presentarsi sul luogo dell’intervento in perfetta forma e con il cane
ben allenato.
Chi desidera affrontare la carriera sportiva, deve conoscere che i sacrifici che
questa richiede non sono certamente pochi e che le soddisfazioni in genere
premiano alcuni eletti, mentre tutti gli altri fanno in genere la figura del
comprimario.
Il secondo consiglio che deve essere fornito riguarda il carattere del cane e le
sue capacità d’apprendere: un cane aggressivo non può essere utile nella
protezione civile, un soggetto che ha timore del nuovo o che ha insufficiente
temperamento, non può eccellere nelle prove d’utilità.
Prima d’iniziare quindi l’addestramento specifico occorre far testare
nuovamente il cane da persone competenti che ci possano indicare se il soggetto
ha una qualche probabilità di riuscita o meno. Iniziare una fatica quale è per il
proprietario e per il cane, l’addestramento specifico, senza avere almeno un buon
70/80 per cento di probabilità di riuscita significa correre incontro a disillusioni e
perdite di tempo. Meglio far vivere bene il nostro amico come cane
d’appartamento piuttosto che stressarlo in una carriera senza sbocchi.
Un terzo consiglio, che sembra ovvio, ma non lo è, consiste nel far
considerare che il sito dove vive il cane deve coincidere il più possibile con i
luoghi dove potrebbe essere chiamato ad operare. Un cane da soccorso in acqua è
ovviamente inutile, salvo rarissime eccezioni, se vive in una grande città lontana
dal mare o dai laghi. Il tempo d’intervento utile verrebbe totalmente sprecato
nella corsa verso il luogo d’intervento anche se fosse compiuta con i mezzi più
moderni quale l’elicottero.
Un cane che vive in una città di mare lontana dalle montagne, non ha certo
occasione d’operare in valanga, e così via.
Anche il cane da caccia o quello d’utilità che sia preparato alle prove
agonistiche, costituisce un problema se la residenza del proprietario è troppo
lontana dai luoghi ove normalmente si volgono queste prove. Lo stress del
viaggio difficilmente consente una buona riuscita del cane nella prova.
Chiunque abbia deciso di proseguire nel programma addestrativo del proprio
cane, si pone il problema di dove, come e con chi addestrarlo.
È bene chiarire subito che per talune specialità esistono delle regole fissate
dalle Leggi che limitano molto l’impiego del cane condotto da un dilettante che
non faccia parte di gruppi organizzati.
Il cane per lo scovo della droga o degli esplosivi per disposizione di Legge
può appartenere solo ad un Corpo armato dello Stato: Carabinieri, Polizia e
Guardia di Finanza. Sarebbe molto bello e probabilmente anche proficuo, un
lavoro di prevenzione affidato ai privati, almeno all’esterno delle scuole, ma le
attuali regole non consentono al dilettante il possesso della quantità e della
varietà di stupefacenti necessarie per allenare il cane.
Tutte le operazioni di soccorso che si svolgono in montagna ad altezze
superiori ai mille e cinquecento metri s.l.m. si svolgono sotto l’egida ed il
controllo del Corpo nazionale di soccorso alpino, un’affiliazione del Club Alpino
Italiano. Il CNSA organizza corsi specialistici per cani per lo scovo in valanga ed
il conduttore deve avere determinate caratteristiche che nr fanno un esperto della
montagna. Salvo casi assolutamente eccezionali, difficili persino da ipotizzare,
per un privato è impossibile operare al di fuori di quest’organizzazione.
I cani della Protezione civile, quelli che intervengono in caso di calamità
naturali quali i terremoti, le frane, gli alluvioni fanno tutti riferimento ad una
163

struttura che può essere anche privata, ma che deve essere inquadrata
nell’organizzazione generale del Dipartimento di Protezione civile. Queste
Organizzazioni di volontariato hanno propri campi particolarmente attrezzati per
l’allenamento, una struttura di corsi con personale esperto e qualificato sia a
livello di dirigenti sia di collaboratori.
In ogni caso l’intervento operativo, salvo di nuovo casi assolutamente
eccezionali, è consentito solo ad Unità cinofile che abbiano superato una serie di
prove ed esami attitudinali che sono organizzati dal Dipartimento suddetto.
Le altre specializzazioni sono invece libere a tutti senza limitazioni.
Occorre solo ricordare che ostacoli non di poco conto sono talvolta frapposti
agli allenamenti ed alle prove dei cani da caccia, in particolar modo quelle da
tana, da organizzazioni protezionistiche.

SCUOLA O CAMPI D’ADDESTRAMENTO?


Compiuta questa ulteriore scelta s’affronta finalmente il nocciolo del
problema: come, dove e con chi addestrare il proprio cane.
Ci sono subito due vie da esaminare ciascuna con i suoi pro e contro.
La prima strada è quella d’affidare il cane ad un addestratore professionista
che lo prepari alla carriera prevista. È certamente una via poco faticosa, almeno
inizialmente, però certamente costosa ed impegnativa nel momento in cui il
proprietario deve sostituirsi all’addestratore nel condurre il cane.
Si devono fare anche i conti con gli impegni della scuola che possono anche
far slittare l’inizio del periodo di adattamento oltre i termini psicologicamente
corretti. Il che si risolve in ogni caso in maggiori difficoltà d’adattamento e
maggiori spese.
La seconda via è quella di procedere di persona alla preparazione del proprio
cane. È certamente una via impegnativa e talvolta, faticosa, ma ricca di
soddisfazioni.
Anche in questo caso esistono diverse possibilità. Trasformarsi in autodidatti
che mettono in atto quanto appreso dai libri o dai suggerimenti di amici, oppure
frequentare un campo d’addestramento organizzato.
Esistono in commercio diversi testi che trattano dell’addestramento del cane
a questa od a quella specialità. Tutti questi testi hanno un loro valore, se sono
letti allo scopo di comprendere quale sia l’esatto significato d’ogni momento
addestrativo. Al contrario, se sono seguiti quale unica falsariga disponibile,
occorre impiegare molta prudenza nella scelta dei testi.
Alcuni fra questi testi sono infatti solo riedizioni di libri stampati anni
addietro con spiegazioni di tecniche ormai certamente obsolete. Altri sono il
frutto di una possibile speculazione d’ordine commerciale, sono scritti da
persone anche competenti, ma che non hanno alcun interesse a svelare troppi
messaggi. Così si limitano alle fasi generali, e non indicano le soluzioni dei casi
particolari, che pure si presentano con grande frequenza sul campo di lavoro.
In sostanza sono pochi i buoni testi da consultare, e si deve considerare che
gli unici veramente buoni, sono quelli che si basano esclusivamente sul metodo
naturale d’addestramento.
In quanto poi ai consigli degli amici, autonominatisi esperti, vale forse la
pena di ricordare quel vecchio detto: dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici
mi guardo io!
In genere queste persone si considerano esperte perché hanno preparato e
presentato un cane in prove e poi magari non sono più riuscite ad emergere con
164

dei nuovi cani, semplicemente perché conoscono una sola metodologia che non
può essere il toccasana per tutte le occasioni.
Per fortuna del neofita esistono oggi diversi campi attrezzati che forniscono
quanto meno un capo-corso, degli aiutanti, un’attrezzatura generica e specifica,
un’assistenza tecnica specializzata al tipo d’addestramento che si desidera
impostare.
Sono normalmente organizzati da gruppi cinofili che fanno capo alle Società
specializzate oppure ad associazioni di volontariato, garantiscono, con il rispetto
di precisi orari una continua assistenza per tutto l’arco dell’anno.
In genere si ricorre alla scuola quando si vuole un tipo d’addestramento
generico, oppure molto avanzato nel settore delle prove per cani delle razze
d’utilità o del cane da caccia in grande cerca. Per le altre specialità è più comodo
addestrare direttamente il proprio cane.
Le caratteristiche comportamentali di un buon addestratore sono quelle già
indicate al capitolo 18 per il buon proprietario. Non v’è differenza alcuna, se non
che l’addestratore deve avere tutte quelle qualità ed esprimerle al massimo grado
senza tentennamenti o momenti di pausa.
La durata dei corsi organizzati impegna generalmente per alcuni mesi per
una prima base di fondo e poi, secondo le specialità, per un periodo più o meno
lungo che per taluni (cani per lo scovo in macerie) può essere un impegno di un
paio d’anni prima d’arrivare al brevetto operativo.
Per chi poi desidera partecipare davvero alle prove sia sportive quanto
d’attività di protezione civile, allora l’allenamento può essere settimanale oppure
quindicinale, ma in genere dura tutta la vita del cane, almeno fino a quando
questo non diventa troppo anziano, per affrontare con desiderio e giusta
motivazione, le prove.

L’ETÀ PER INIZIARE L’ADDESTRAMENTO


Dal punto di vista dell’età alla quale iniziare l’addestramento, si deve
precisare che la tendenza base è di sfruttare il periodo giovanile per fornire il
programma d’inserimento avanzato, cioè dare e richiedere al cane qualcosa in
più rispetto al programma d’inserimento precoce.
Va cadendo in disuso il limite minimo dei dodici mesi d’età, che è
conservato ancora in qualche scuola, ma per motivi diversi da quelli che
riguardano le capacità d’assimilazione del cane.
Sfruttare l’enorme capacità d’apprendimento che il cucciolone dimostra, nel
periodo giovanile, significa insegnare presto e bene i fondamentali di tutte le
specializzazioni.
Occorre però una certa prudenza nella scelta dei gruppi d’esercizi con i quali
iniziare l’addestramento.
Il cane adopera l’odorato come percezione prevalente in pratica fin da
quando ha quindici giorni circa di vita, quindi possiamo, attraverso il gioco e con
l’ausilio della dote curiosità, sfruttare al meglio questa propensione, insegnando
al nostro cucciolone quanto è interessante il lavoro di pista o di scovo o di ricerca
o di caccia.
In genere con i soggetti di tempra dura, intolleranti e con un temperamento
molto vivace s’inizia parallelamente anche con gli esercizi d’ubbidienza.
Questi esercizi invece devono essere dimenticati con i cani di tempra molle,
pigri e disinteressati.
Un buon avvio del programma prevede in ogni modo per tutti lo sviluppo
165

della curiosità e dell’impulso ludico.


Normalmente con un cane giovane si tende ad omettere l’addestramento alla
difesa o all’attacco. È bene infatti che l’aggressività non sia subito evocata, per
evitare lo scarso controllo che il cucciolone, in fase di riequilibrio mentale,
potrebbe avere sulla stessa.
In caso di soggetti particolarmente timidi, ma che, presentando altre qualità,
si tende a voler salvare, si può suscitare qualche reazione usando il cosiddetto
salsicciotto, un sacco arrotolato su se stesso, tenuto a mezzo di una lunga corda
per evitare ogni contatto fisico diretto, agitato come oggetto in movimento per
cui s’arriva ad una reazione che si basa più sull’impulso ad inseguire che su
quello aggressivo. È una pratica che va ben dosata e che si consiglia d’adottare
con la guida di un esperto capo-corso.
Si è citata più volte la curiosità: è una dote naturale che nel periodo giovanile
va assolutamente esaltata e mai repressa in nessunissima occasione. Neppure
quando il cane desidera fermarsi a lungo per annusare ogni pianta del viale dove
di solito lo portiamo a passeggiare. Una volta che ci si è assicurati con una buona
profilassi eseguita dal Medico veterinario di fiducia, lasciamo che il cane
s’interessi a qualsiasi oggetto animato o no che trova sulla strada.
Togliere al cane questa possibilità d’assumere informazioni, che gli si
presentano significa annullarne la curiosità e quindi il ritrovarsi spesso con un
cane apatico e dalle scarse motivazioni. In altri termini sarebbe come impedire
ad un bambino di “assaggiare” gli oggetti che lo circondano per conoscerli
meglio.
Per meglio inserirsi nella società dell’uomo, il cucciolone deve conoscere
l’ambiente che lo circonda, quindi deve poterlo annusare.

IL METODO NATURALE D’ADDESTRAMENTO


Deve essere chiaro che addestrare il cane significa ottenere che esegua a
nostro comando qualcosa che in natura già sa fare, ma che attua per sé e quando
vuole. Per esempio il cane “sa” mettersi a terra e lo fa benissimo quando e come
vuole. Addestrarlo significa fargli assumere questa posizione che già conosce
quando e dove vogliamo noi. Niente di più o di diverso.
Per ottenere questo risultato, si mettono in atto tecniche basate sul
“condizionamento operante” e si forniscono le “motivazioni” adatte per dare al
cane lo stimolo psicologico necessario.
Queste affermazioni che oggi paiono così naturali da essere persino ovvie se
espresse solo una quarantina di anni addietro avrebbero suscitato la
commiserazione di tutti gli “esperti” del settore.
Gli unici metodi addestrativi allora conosciuti, propagandati ed applicati
erano quelli coercitivi.
Lo stesso grande cinologo Piero Scanziani, che ebbe nell’immediato
dopoguerra la magica intuizione che il metodo addestrativo avrebbe potuto
essere diverso da quello fino allora applicato, poi nel proseguo del suo libro “IL
CANE UTILE” cita ancora metodi obsoleti derivati da vecchi trattati, special-
mente tedeschi, tutti e sempre basati sulla coercizione.
È un vero peccato che lo Scanziani non abbia portato a termine quel
sacrosanto principio da lui stesso coniato: “L’insuccesso nell’addestramento
canino è dovuto generalmente a mancanza di cognizioni teoriche”.
Ha però aperto la strada alla riflessione di pochi coraggiosi, Giudici ed
Addestratori italiani, che hanno coltivato nei primi anni settanta la teoria
166

dell’addestramento naturale riuscendo, cattivi profeti solo in Patria, a portarlo


all’attenzione di molti all’estero dove gli studi sono proseguiti ed ampliati con
successo. Non va dimenticato il Pfaffenberger che negli Stati Uniti, alla ricerca
di conferme sull’intelligenza del cane, aveva già messo a punto dei test
caratteriali e dei metodi addestrativi moderni. I suoi lavori però sono stati resi
noti in Italia solo verso la fine degli anni settanta.
Il “metodo naturale” nasce perché qualcuno si è ricordato che all’inizio del
XX secolo un famoso Capitano di Cavalleria della Scuola di Pinerolo, aveva
studiato con metodo il comportamento del cavallo nell’esecuzione dei salti e dei
percorsi di campagna con diversi superamenti d’ostacoli quali valloni, fossati,
steccati eccetera.
Il cap. Caprilli, questo il nome dell’ufficiale in questione, ha stabilito che
l’assetto del cavaliere fino allora richiesto anziché favorire il cavallo nel
superamento degli ostacoli, ne era di grosso impaccio ed impedimento.
Ha capovolto completamente la tecnica della monta su ostacoli ed ha
ottenuto, non senza ostilità e difficoltà, dei risultati eccezionali sia personali che
dei suoi allievi, talché per anni Pinerolo è diventata la Scuola citata e frequentata
da tutti gli eserciti delle Nazioni europee.
Perché, ci si è chiesto, non seguire quell’esempio?
Il cane si siede da solo, è una posizione per lui naturale, fiuta per conoscere
le informazioni provenienti dal terreno, morde perché non ha altri mezzi per
afferrare ciò che sta per sfuggirgli.
Se il cane sa fare tutto questo per conto suo il problema dell’addestramento
si semplifica molto. Esso diventa: facciamoglielo fare quando vogliamo noi!
Senza violenze, sottomissioni, collari a strangolo o a punte, corrente elettrica e
chi più ne ha da aggiungere a questo museo degli orrori lo faccia pure.
È ovvio che se la manualità costrittiva per far sedere il cane a comando può
essere trasmessa senza fatica alcuna, perché di manualità si tratta e neppure tanto
raffinata, al contrario per ottenere dal cane l’esecuzione degli esercizi a comando
secondo il metodo addestrativo naturale, si deve conoscere molto bene la
psicologia del cane, occorre allargare le proprie conoscenze ben di là della
semplice manualità.
È indispensabile essere disponibili a studiare a fondo ogni cane, perché ogni
soggetto è diverso dagli altri. Soprattutto scompare la pretesa del cane tuttofare
che è stato un po’ il pallino di molti appassionati.
Ciascun cane può svolgere bene e volentieri solo un compito, al massimo
due affini fra loro, ma non può andare a caccia pratica, fare il guardiano,
difendere le persone, gareggiare in prove ed infine svolgere il suo dovere di
guida dei non vedenti, il tutto in una volta!
In un mondo che va verso una disperata specializzazione, sarebbe un tal
controsenso al quale non conviene neppure por mente.
Il proprietario di un cane che vuol “lavorare” deve quindi essere preparato
come, e forse meglio, di qualsiasi automobilista che voglia condurre la propria
vettura senza rischi ed incidenti. Deve conoscerlo a fondo, altrimenti è destinato
all’insuccesso.
Parimenti gli addestratori professionisti ed i direttori dei corsi devono essere
degli ottimi psicologi canini, talvolta anche umani per risolvere al meglio certe
situazioni.
Purtroppo, va detto per amore di verità, la sottomissione è un male non del
tutto scomparso. Recentemente si è saputo di uno strano metodo addestrativo
seguito per preparare il cane al lavoro di pista. Vale la pena d’accennarne tanto
per far conoscere quanto sia sciocco il preparatore che non ha fantasia e
167

sufficienti conoscenze teoriche.


A seguire la pista dovrebbe, secondo logica, essere il cane con la potenza del
suo fiuto, con la motivazione della ricerca, con le doti naturali di curiosità e di
temperamento. Nossignori: è stato inventato un metodo sostitutivo eccezionale!
Un conduttore tiene il guinzaglione lungo la pista e si situa dietro al cane al
centro. Ci sono poi due aiutanti, ciascuno con un guinzaglione altrettanto lungo,
che si mettono ai fianchi del conduttore. Non appena il cane che segue la pista e
che quindi “vuole” dettagliare qualche emanazione, mette il naso fuori dalla pista
interviene forzosamente uno degli aiutanti laterali che lo riporta, agendo sul suo
guinzaglione, sulla retta via. Da notare che la retta via è quella che ha stabilito
l’uomo con il suo potentissimo odorato! Una maniera come un’altra per divertire
chi è veramente esperto, peccato che ci vada di mezzo il cane!
168

Capitolo XXI

L’ANALISI
COMPORTAMENTALE
DEL CANE
OPERATIVO
169

Per tentare di chiudere l’ormai lungo esame del comportamento del cane
domestico, ci si deve occupare del soggetto operativo, quello che abbandonata la
comoda poltrona del salotto è impiegato in qualche maniera al servizio del
gruppo familiare e/o della comunità.
Essenzialmente può essere fatta una suddivisione di massima, seguendo
anche la terminologia abitualmente usata nei rapporti fra i cinofili:
a) cane da caccia,
b) cane da compagnia,
c) cane d’utilità,
d) cane di servizio.
Il cane da caccia è l’ausiliario dell’appassionato cacciatore nelle battute
venatorie. I tipi di caccia, i terreni su cui si svolgono, la selvaggina da scovare,
sono i motivi che fanno suddividere il cane venatorio in altri sottotipi: da ferma,
da cerca, da riporto, da caccia in tana, da seguita, eccetera.
Il cane da compagnia è generalmente considerato quello che trascorre gran
parte del proprio tempo nell’accogliente casa del capogruppo, preferibilmente nel
salotto, pieno di vizi e di pretese. Forse sarebbe bene considerare l’aspetto
dell’apporto che il cane dà a molti individui soli, della sua fedeltà indiscussa,
della capacità di riempire una giornata a molte persone destinate altrimenti a
trascorrere le loro ore sul campo di bocce o a giocare a scopa!
Se consideriamo quest’aspetto, il cane “compagnone” ne esce certamente
rivalutato e degno della nostra attenzione. Ovviamente vi sono razze che sono
state create apposta per la compagnia, ma tutti i cani, di razza o no, che non
hanno un loro lavoro specifico rientrano in questa categoria.
Il cane d’utilità si rende interessante all’uomo per le tantissime attività che
può svolgere: la guardia, la difesa, la guida dei non vedenti, il traino, l’agility, la
condotta del gregge o della mandria, eccetera.
Anche in questo caso ogni specialità ha raccolto intorno a sé delle razze
specifiche che sono state pensate e create apposta per quel lavoro specifico.
Infine il cane di servizio: esso ha i compiti più affascinanti da svolgere. La
ricerca dei dispersi, il salvataggio in acqua, lo scovo in valanga o sotto le
macerie, la ricerca delle armi o della droga e di recentissima attuazione delle
fughe di gas, costituiscono la sublimazione dell’utilità del cane nel nostro secolo.
Il solo pensare per un attimo che la vita di uno o più uomini, dipende dalle
capacità fisiche ed intellettive di un cane, rende quest’animale un qualcosa
d’insostituibile e di grandissimo

I CANI DA CACCIA
Il bagaglio caratteriale del cane da caccia, esclusi quelli da tana, ha il
fondamento principale su uno spiccato impulso venatorio che li porta ad agire
per la cattura od il recupero della preda che deve essere ceduta al cacciatore,
bandendo quindi dal proprio agire l’istinto predatorio che li porterebbe a cibarsi
della preda ritrovata.
Senza quest’impulso venatorio che deriva anzitutto dalla motivazione di
collaborare con il proprietario alla cattura della preda, non esiste il cane da
caccia.
Questo deve avere poi un quadro di doti naturali siffatto: aggressività max.
1+, curiosità min. 1+, docilità min. 1+, sociabilità almeno 1+, temperamento
almeno 1+, tempra min. 1+, vigilanza min. 1-.
L’aggressività, anche se è opportuno che sia presente, non deve essere tale
170

da poter costituire imbarazzo durante le battute di caccia od i trasferimenti, un


cane da caccia senza tempra o senza temperamento è una larva d’ausiliare che
serve a poco, a meno che il proprietario non si diletti ad essere sempre molto
arrabbiato.
La curiosità è importantissima non solo perché da cucciolo attizza l’uso
fiuto, ma perché è quella che sostiene il lavoro del cane anche dopo diverse ore
di fatica, magari improduttiva.
I cani da caccia in tana fanno eccezione al quadro indicato, perché alla fine
della ricerca del nocivo si sviluppa, all’interno dei cunicoli, la lotta contro lo
stesso. Quindi occorre molta aggressività, una tempra durissima ed un
temperamento vivace, tutte doti naturali che non s’accordano con la sociabilità e
con la docilità che quindi rendono questi soggetti sempre difficili da controllare e
non molto adatti alla vita sociale. Naturalmente esistono anche in questo campo
le eccezioni, che possono anche essere numerose, ma che però non costituiscono
la regola, non raggiungendo la maggioranza.
Alcune delle razze da caccia da ferma riescono particolarmente bene in altre
specialità come la guardia e la protezione civile.
La guardia alle prede abbattute ed anche all’equipaggiamento usato, è
fondamentale per molti cacciatori del centro Europa, così i cani da ferma
tedeschi sono in genere ottimi vigilanti della proprietà.

I CANI DA COMPAGNIA
Per svolgere il suo importantissimo compito di carattere morale il cane
compagnone deve essere il più inserito fra i tutti i soggetti domestici nella società
dell’uomo.
Deve conoscere le regole di comportamento generale del gruppo in cui vive,
chi viene in visita, chi è il fornitore, chi (come il portalettere) non ha nessuna
intenzione di commettere violazioni dell’area protetta e chi, al contrario, può
rivelarsi un malfattore. Sembra strano a prima vista, ma quello del cane da
compagnia, specie di persone sole, è il compito più difficile che l’uomo abbia
affidato al suo amico.
Il quadro delle doti caratteriali ha questo sviluppo: aggressività max. 1+,
curiosità preferibilmente 1+, docilità 2+, sociabilità 2+, temperamento preferibile
1+, tempra 1- (se non ci sono bambini nel gruppo, altrimenti 1+), vigilanza 1+.
Un minimo d’aggressività è necessaria perché potrebbe diventare utile in
condizioni particolari, come un tentativo di rapina od altro, importanti sono la
docilità e la sociabilità al massimo grado possibile, sta bene un po’ di
temperamento e di curiosità, ma una dose superiore potrebbe costituire un
problema specialmente per le persone di una certa età.
Il cane compagnone deve avere un minimo d’addestramento, il programma
d’inserimento precoce è sufficiente, ma ricordiamo che ha tante necessità che
sono state già tratteggiate nel capitolo 16 al quale rimandiamo.
Fra i cani da compagnia possiamo includere, senza grande scandalo, anche
quelli da sport, che sono avviati alla carriera sportiva sia essa in esposizione di
bellezza o in prove di lavoro. A ben guardare, questi cani da sport servono solo a
soddisfare l’ambizione dei proprietari, fermo restando che molti dei soggetti
presentati alle esposizioni ed alle prove caratteriali (non alle gare), vi sono
portati per un confronto di valutazione fra allevatori ed esperti, ed hanno quindi
un grande valore dal punto di vista cinotecnico.
I cani da esposizione sono dei soggetti che aderiscono molto all’ideale di
171

standard di ciascuna razza. Sono quindi presentati alle esposizioni per farli
conoscere e per procurarsi quel minimo di popolarità, che consente poi al loro
proprietario d’adoperarli come soggetti da riproduzione.
Il cane da gara è addestrato per completare, quando possibile, tutto l’iter
delle diverse classi in cui queste gare sono suddivise. Portare un cane al titolo di
Campione italiano di lavoro è un risultato eccezionale che costituisce
l’aspirazione di molti, anche se poi sono in pochi a riuscirci.
Il cane da agility, una specialità molto recente sulla scena cinofila, diverte
ed appassiona molti proprietari di cani delle razze più diverse dai piccolissimi ai
giganti. Si tratta di un passatempo che ha funzioni salutistiche per il conduttore e
per il cane, ed una grande capacità d’attirare l’attenzione del pubblico e quindi
d’essere un interessante veicolo promozionale. Non ha significato tecnico
d’alcun tipo.
L’ideale caratteriale del cane da sport è: docilità 2+, temperamento 2+,
sociabilità almeno 1+. Secondo poi i diversi regolamenti, dovremo avere anche
aggressività, tempra, vigilanza eccetera nella misura che è normalmente indicata
dalle singole Società specializzate che redigono o commentano gli standard di
ciascuna razza.

IL CANE D’UTILITÀ
Le specialità tipiche del cane d’utilità sono quelle che tornano vantaggiose a
gran parte dell’umanità al di fuori delle specializzazioni venatorie.
Dette specializzazioni sono molte e diverse fra loro; non è quindi possibile
tracciare un quadro sinottico riassuntivo, ma occorre soffermarsi su ogni singola
specialità.
La prima che possiamo esaminare è quella del cane da guardia che, a sua
volta, ha due compiti: uno passivo ed uno attivo. Il compito passivo concerne il
cane avvisatore (alias “campanello”), il cui dovere è solo di segnalare la
probabile invasione d’estranei nell’area protetta. Possono esservi adibiti i
soggetti di tutte le razze se dimostrano un vigilanza sollecita 2+, mansuetudine e
docilità 1+, gran senso del gruppo ed un’aggressività 1+.
La guardia attiva è invece riservata a soggetti di razze di taglia media e
grande, perché di solito prestano servizio di guardia da soli senza l’appoggio
dell’uomo, in capannoni o proprietà isolate e quindi non possono limitarsi a far
squillare l’allarme, ma se opportuno devono anche difendere l’area protetta. Per
questo abbisognano di aggressività 2+, di tempra dura, di temperamento vivace e
di un gran senso di possessività nei confronti dell’area protetta e quanto
contenuto, non occorre una vigilanza superiore al 1+ perché è bene che
intervengano solo in caso di accertato pericolo; dal punto di vista della
personalità devono avere spiccate capacità decisionali.
Il cane da difesa, propriamente detto, deve essere una specie di gorilla a
quattro zampe, pronto ad intervenire all’ordine vocale o gestuale del proprietario
o dei famigliari. Sociabilità 1-, temperamento almeno 1+, tempra preferibilmente
1+ e docilità almeno 1+.
Il cane da pastore e quello da mandria hanno perduto molto della loro
possibilità di rendersi, come tali, utili all’uomo.
L’uso del cane da mandria si è ristretto, almeno in Italia, a poche situazioni
che fanno capo alla pratica dell’alpeggio estivo.
Di qui la scarsa richiesta d’impiego pratico di queste razze. In ogni caso ha
una discreta sociabilità con gli uomini perché in genere, la sera, si rientra nelle
172

malghe dove si incontrano anche persone del tutto estranee che non vanno
disturbate.
Il cane da pastore sta rincominciando ad essere adoperato con favore specie
dai pecorai che hanno un discreto numero d’ovini da custodire. Anche in questo
caso esiste una differenza fondamentale tra il cane da condotta e quello da difesa
del gregge. Il cane da condotta tiene riunito il gregge durante le brevi fasi di
trasferimento giornaliero, dal momento che i lunghi percorsi oggi si compiono a
mezzo autocarro essendo la transumanza a piedi un non senso per la fatica, la
perdita di tempo ed in considerazione delle condizioni attuali del traffico
veicolare.
Al pascolo ha poi il compito di non far allontanare troppo i soggetti
indisciplinati e d’andare a recuperare gli eventuali dispersi. Per una certa facilità
d’individuazione solitamente questi soggetti hanno un pelo dal colore che si
stacca nettamente da quello delle pecore.
Caratterialmente si rilevano: aggressività max. 1+, temperamento 2+, tempra
2+, docilità 2+ ed una grande capacità di autogestione decisionale.
Il cane da difesa del gregge ha il compito di proteggerlo da eventuali
attacchi di predatori e da tentativi d’abigeato. In questo caso si preferiscono cani
dal mantello quasi uguale a quello delle pecore, perché il predatore od il ladro
devono scoprire solo all’ultimo momento che quella “pecora” morde ed attacca.
Il cane da pastore da guardia del gregge non ha molta dimestichezza con
l’uomo in genere, ma solo con il pecoraio, perché vive la maggior parte del
tempo distante dagli insediamenti umani. Deve avere una tempra 2+, un
temperamento almeno 1+, aggressività almeno 1+, una grande resistenza alla
fatica.
Il cane guida per i non vedenti ha un compito affatto particolare, perché
deve muoversi in situazioni assai disparate, senza mai mettere a repentaglio
l’incolumità del cieco, di cui costituisce il mezzo fondamentale per liberi
spostamenti. Deve quindi imparare a conoscere molto bene il senso della misura
fisica: laddove il cane può passare facilmente, il non vedente può urtare contro
l’ostacolo a causa della differenza d’altezza fra i due. La segnalazione di un
ostacolo non può essere fatta all’ultimo momento, ma deve essere preceduta
dall’invio di chiari e percepibili segnali d’avvertimento.
Il traffico, le persone che incontra per via, gli altri cani, le tante evenienze
facilmente ipotizzabili sono qualcosa che non deve mai distrarre dal suo lavoro il
cane da guida ciechi.
Di qui un quadro delle doti naturali siffatto: aggressività 1-, curiosità max.
1+, docilità 2+, sociabilità 2+, temperamento preferibile 1+, tempra 1+, vigilanza
1+. A ciò si deve aggiungere una spiccata personalità nel senso delle capacità
decisionali autonome.
S’annovera infine la categoria dei cani da traino caduti in disuso con
l’avvento, anche in montagna, della motorizzazione e ripresi oggi per lo sport del
traino delle slitte sulla neve.
Trattiamo quindi per ragioni storiche questo tipo di cane fra quelli
strettamente appartenenti alla categoria del cane utile, anche se, fatte le dovute
eccezioni per certe popolazioni del Nord, il cane da traino dovrebbe oggi essere
inserito fra i cani da sport.
Il bagaglio caratteriale si estrinseca in una tempra di almeno 1+, in queste
razze sono pochi i contatti con l’uomo che non sia il “musher” o conducente
della slitta. In questo caso è raro trovare la docilità, la sociabilità ed in genere
tutte quelle doti che si rivelano solo attraverso il contatto con l’uomo. In questi
cani, proprio per la loro lontananza dal tipo di cane domestico, è ancora forte e
173

vivo il senso del branco, molto meno quello del gruppo.


Con i cani da traino termina quindi l’elenco dei cani che ancor oggi sono da
considerare d’utilità per l’uomo. Restano da esaminare i cani di servizio.

IL CANE DI SERVIZIO
Il cane di servizio copre diverse specializzazioni che vanno dalla protezione
civile al vestire la divisa di un Corpo armato dello Stato con funzioni di polizia
ed anche di soccorso.
Le specialità proprie del cane militare sono quelle dell’ordine pubblico,
dello scovo della droga e delle armi ed esplosivi, che non possono essere affidate
a privati cittadini per motivi ovvi anche legali.
Il cane addetto ad accompagnare l’Agente in servizio d’ordine pubblico ha
le stessa caratteristiche del cane da difesa, con l’unica differenza che deve essere
perfettamente socializzato con l’uomo, ancor più docile e dal punto di vista della
personalità non deve avere timore delle situazioni nuove che possono presentarsi.
Il cane per lo scovo della droga, delle armi e degli esplosivi sembra
destinato ad una vita di continuo gioco: il metodo addestrativo che è usato più
frequentemente è quello di far conoscere al cane una sola persona, il suo
conduttore, di farlo giocare con un piccolo salamotto fatto di stracci per cui la
sua ricerca è guidata al ritrovamento del giocattolo. Questo giocattolo è sempre
associato alla presenza di droga o d’esplosivo, quindi il cane segnala al
conduttore quanto è ricercato, e che non gli interessa minimamente, salvo che
come stimolo ad eseguire una ricerca più intensa. La motivazione è quindi di
carattere prettamente ludico e della droga, contrariamente a quanto talvolta
ancora si crede, al cane proprio non interessa nulla.
Negli ultimi tempi, specialmente negli USA, si sta adottando il sistema del
boccone come rinforzo. Sappiamo però quali e quante sono le difficoltà di una
ricompensa d’ordine gustativo e, a meno che non si trovino soluzioni
complementari diverse, quanto poco duri nel tempo questo tipo di rinforzo e
stimolo.
Anche la recente specializzazione del cane da ricerca di fughe di gas o di
perdite di oleodotti, è basata sul gioco. In questo caso il salsicciotto (giocattolo) è
impregnato di odore di gas o di petrolio.
Il soggetto per la ricerca dei criminali agisce come un normale cane da
ricerca delle persone scomparse della Protezione civile. La diversità essenziale si
nota nel momento del ritrovamento perché se al cane della Protezione civile è
consentito solo di seguire gli eventuali spostamenti che il ritrovato sotto stress
può compiere, il cane con le stellette non deve permettere al criminale nessuna
azione che possa costituire pericolo.
Il cane da protezione civile ha diverse specialità che mal s’adattano ad un
impiego onnicomprensivo dello stesso soggetto, perché sono diverse le
motivazioni e le doti naturali che entrano nell’attività pratica, e spesso anche le
caratteristiche di resistenza alle condizioni esterne, con le quali si lavora.
Il cane per lo scovo in macerie deve avere, anzitutto, una tempra 2+, che
gli consente di poter lavorare a lungo in condizioni difficili e stancanti, un
temperamento almeno 1+, una curiosità 2+, una sociabilità 2+, una docilità
almeno 1+ mentre è da bandire l’aggressività.
Dal punto di vista della personalità il cane per lo scovo in macerie deve
avere una spiccata capacità decisionale, dal momento che è lui, e non il
conduttore, a guidare la danza nell’operatività reale. Il Volontario di protezione
174

civile deve conoscere molto ben tutte le possibili reazioni del suo cane, e le
posture, che questo assume nei diversi momenti della ricerca. La motivazione di
base è la ricerca di qualsiasi uomo indeterminato, sepolto dalle macerie, dai
detriti di una frana, dal fango eccetera.
Il cane per lo scovo su valanga ha le stesse doti caratteriali di base del
soggetto impiegato nello scovo in macerie. In più deve avere una resistenza al
freddo ed alle avverse condizioni climatiche, e deve essere abituato a muoversi
in alta montagna, senza debito d’ossigeno che limiterebbe le sue capacità
sensoriali olfattive. In un certo senso è però facilitato nel suo compito perché non
si trova in presenza, se non in casi rari, d’odori ed emanazioni diverse da quelle
dell’uomo.
Si tratta quindi prevalentemente di diversità d’ordine fisico nei due lavori
tanto simili fra loro.
Il cane per la ricerca in superficie deve invece ricercare solo quel
determinato uomo, e non altri, di conseguenza la motivazione non è rivolta
all’individuazione di una persona purchessia, ma del disperso in particolare.
Tempra anche in questo caso 2+, temperamento 2+, sociabilità almeno 1+,
nessuna neofobia, resistenza fisica e gran docilità al momento del ritrovamento.
Il cane per la ricerca in superficie rappresenta il massimo della capacità
d’autogestione, perché solo a lui in ogni momento del lavoro, sta la scelta di ciò
che deve fare, per ottenere il soddisfacimento della sua motivazione.
Il metodo della ricerca è completamente diverso da quello dello scovo: i cani
per lo scovo lavorano naso a terra per captare anche le più deboli informazioni
che provengono dal sotto della superficie. Il cane da ricerca lavora
prevalentemente, nelle fasi risolutive, con il naso all’aria alla percezione
dell’emanazione portata dal vento (tecnicamente indicata come cono dell’odore).
Ma la grande differenza sta, come già indicato, nella motivazione che guida
il cane. Nello scovo si cercano le emanazioni di qualsiasi uomo, nella ricerca
solo quelle di quel determinato uomo, ed è una differenza assolutamente
sostanziale.
In tutte queste specializzazioni l’aggressività deve essere in sostanza
inesistente ed è logico riflettere sui guai che, dopo il ritrovamento, deriverebbero
al sepolto o al disperso, se a seguito di suoi atteggiamenti inconsulti, dovuti allo
stato di stress, il cane l’aggredisse.
Diverso è il compito del cane da soccorso in acqua che normalmente svolge
due funzioni: quella di sostituto bagnino mentre salva persone in pericolo
d’annegamento, oppure la più modesta opera di trasportatore, sia pure in
condizioni di periglio, di cavi od attrezzature diverse alle barche in avaria od in
pericolo oggettivo.
La caratteristica fondamentale è la naturalezza con cui il cane affronta
l’acqua salata o dolce che sia, con tutti i fenomeni che l’accompagnano. Una
gran resistenza fisica, quindi una tempra 1+ ed un temperamento 2+. Il cane
lavora per ubbidire volonterosamente agli ordini del conduttore e, salvo brevi
periodi di particolari difficoltà, non deve avere capacità decisionali spiccate, anzi
talvolta è più opportuno per la buona riuscita dell’operazione e la salvaguardia
della sua vita, che non prenda iniziative, ma dipenda nell’azione esclusivamente
dagli ordini del conduttore stesso, conseguentemente la docilità deve essere 2+
ed anche la sociabilità deve raggiungere un minimo di 1+.
175

GLOSSARIO
176

Abbaiare: l’abbaio del cane fa parte della comunicazione verbale che può
avvenire fra conspecifici o ritenuti tali; è da notare che il canide selvatico abbaia
pochissimo, preferendo altri mezzi, mentre quello domestico comunica spesso
abbaiando senza trascurare però il linguaggio gestuale.
Abitudine: è la tendenza che spinge ad agire in modo meccanico come
espressione di ciò che si è appreso per esercizio. Costituisce una grave difficoltà
per apprendere nuove esperienze nello specifico settore.
Adattamento (sindrome generale dell’adattamento): è l’insieme dei sintomi
sia organici, sia psicologici, che s’osservano quando il cane domestico si deve
adeguare alle novità.
Addestrare: nel concetto moderno significa ottenere che il cane esegua dei
movimenti che gli sono naturali, però a comando e nel momento e nell’occasione
desiderata dal proprietario.
Aggressività: è una dote naturale di tutti i cani, domestici e non, che il
Lorenz definisce come una tendenza innata di conflitto verso i propri simili.
L’Autore è quindi restrittivo nel campo d’intervento dell’aggressività,
limitandola agli appartenenti alla stessa specie del cane o agli assimilati del
branco. Oggi s’incomincia però a studiare anche una pulsione diversa
dall’aggressività che è rivolta verso tutti, conspecifici o meno: si tratta della
combattività. Attenzione: l’aggressività, come azione principale, non è mai una
risposta a stimoli altrui, ma è portata per volontà propria del singolo.
- da predominio: è la forma specifica dell’aggressività correlata alla scala
gerarchica del branco che porta con sé l’aspirazione ad un miglioramento e
quindi a portare sfide a chi, al momento, sta più in alto. Si tratta, per la maggior
parte, di sfide formali.
- interspecifica: riscontrabile particolarmente nel cane selvatico è rivolta
verso gli appartenenti a specie diverse da quella canina. Nel cane domestico è
preferibile fare riferimento alla combattività.
- intraspecifica: è rivolta all’interno della specie canina e nel cane
domestico, per estensione, anche verso gli uomini appartenenti al branco od, al
più, agli “affiliati” allo stesso, intendendo fra questi gli amici in visita, le persone
casualmente per strada e così via.
AIAD: l’Associazione Italiana Amatori Dobermann è la Società specializzata
che tutela la razza dobermann in Italia.
Allevamento: è tutto ciò che riguarda la produzione del cane di razza pura:
dallo studio delle correnti di sangue, pregi e difetti dei riproduttori, alla ricerca
del miglior partner possibile, alle cure durante la diverse fasi
dell’accoppiamento, della gravidanza, del parto e dell’allattamento. L’allevatore
si cimenta spesso in competizioni ufficiali, anche a carattere internazionale,
sottoponendo i suoi prodotti al controllo dei Giudici ufficiali d’esposizione e di
prove di lavoro. Raccoglie spesso intorno a sé dei proseliti ai quali tenta di
trasfondere ciò che conosce, realizza, insieme con gli altri allevatori, la società
177

specializzata della razza. Costituisce il centro del movimento cinofilo, inteso


sempre come salvaguardia del cane di pura razza, selezionato secondo criteri
cinotecnici ben precisi e mirati.
Ambiente: è lo spazio vitale per il cane, ma anche l’insieme di tutti gli
stimoli esterni che gli arrivano durante l’intero corso della vita.
Amicizia: è un sentimento che lega uomo e cane e che entrambi provano. Si
conoscono anche espressione d’amicizia di cani fra loro. L’uomo è totalmente
amico del cane, mentre questo può essere frenato dal concetto di rispetto dei
valori gerarchici nel branco, dalla docilità o dalla dipendenza per il
soddisfacimento dei bisogni. Superati questi limiti, s’ottiene la forma più corretta
di reciproca amicizia che s’identifica con quel tutt’uno che ha nome —► Unità
Cinofila
Ammaestrare: significa far eseguire, al cane, movimenti ed assumere
atteggiamenti che non gli sono naturali, quali ad esempio il camminare sulle sole
zampe posteriori. Al di fuori delle piste nei circhi sembra che questa tecnica sia
completamente in disuso.
Antropomorfizzazione: tendenza di taluni uomini a ritenere il cane troppo
simile all’uomo nel suo comportamento psicologico. Questo porta a clamorosi
errori interpretativi ed alla possibilità di comportamenti anomali del cane stesso.
Apprendimento: modificazione del comportamento del cane domestico
dovuta all’esperienza.
- intuitivo: è la capacità del cane domestico di trovare soluzioni originali a
problemi mai presentatisi prima.
- latente: secondo la definizione del Thorpe è costituito dall’associazione di
stimoli indifferenti senza un rinforzo apparente. Ciò che si è appreso non è
rivelato al momento, ma resta nascosto: latente.
- per riflessi condizionati: è il gradino più semplice ed immediato nella scala
dei valori dell’apprendimento. Si tratta dell’instaurarsi di un risposta
condizionata da qualche stimolo condizionato: l’esempio classico è dato dal cane
del Pavlov che alla vista della ciotola del cibo secerne la saliva.
- per prove ed errori —► condizionamento operante.
Area protetta: è quella porzione di terreno, di giardino, di casa, che il cane
domestico identifica come sua, perché ci vive, ci gioca, perché ha contatti con il
suo branco. La motivazione per cui il cane domestico difende l’area protetta, è
ben diversa da quella del canide selvatico che difende il suo territorio fonte unica
del suo sostentamento. Nel concetto d’area protetta s’introduce anche quello di
proprietà.
Assuefazione: è il meccanismo volto a cancellare ciò che si è appreso e che è
ritenuto inutile o dannoso. È diventato un metodo addestrativo che può dare dei
risultati momentanei.
Attività conflittuale: si tratta dell’effetto dell’intervento della memoria sulla
risposta del cane ad uno stimolo. Nel passato questo stesso stimolo è stato fonte
di guai per il cane, che in questo momento rifiuta di fare alcunché fingendo in
sostanza di non averlo percepito.
178

Attività sostitutiva: l’intervento della memoria in caso d’esperienze


precedenti negative per il cane, fa si che lo stimolo non è tenuto in conto ed il
soggetto s’inventi un altro compito sostitutivo.
Atto intuitivo: è il momento scatenante dell’apprendimento intuitivo quello
che segue la formazione del concetto, ma che, in ogni modo, si basa su di una
conoscenza generale precedente.
Bellezza convenzionale: è il tipo di bellezza che indica la tendenza, la moda
del momento. Classico il taglio delle orecchie anche nei cani che non potrebbero
mai subire danni al padiglione auricolare intero, ma che esteticamente sono
ritenuti più attraenti rispetto ai soggetti integri.
- d’adattamento o utilitaristica: è la trasformazione subita dalla razza, dal
punto di vista anatomico e fisiologico che si è adattata al particolare compito
prefissatole. Esempio il bassotto al quale è stata ridotta la lunghezza degli arti per
permettergli un miglior lavoro in tana.
- armonica: secondo il prof. Solaro è espressa dalla perfezione delle
proporzioni secondo un’unicità di costruzione anatomo-fisiologica.
- psichica: secondo il dottor Barbieri indica la perfetta corrispondenza del
carattere del cane alle esigenze dovute alla convivenza nella società umana ed ai
diversi compiti che possono essergli affidati.
BCI: il Boxer Club d’Italia è la Società specializzata che tutele la razza
boxer in Italia.
Bisogno: stato di carenza dell’organismo che blocca qualsiasi motivazione,
ad esempio la fame, la sete, eccetera.
Branco: nel canide selvatico è costituito da tutti gli individui, in genere
parenti fra loro, che hanno deciso di vivere assieme per una sorta di mutua
assistenza e di suddivisione del lavoro. Nel caso del cane domestico è rimasta la
stessa dizione, anche se è più opportuno usare la parola “gruppo” o clan, per
indicare gli uomini ed il cane od i cani che vivono insieme.
Brevetti —► controlli attitudinali.
Cane d’allevamento: s’intende quel soggetto destinato prevalentemente alla
riproduzione e che vive la maggior parte del suo tempo nei box dei canili. Ha
contatti con gli uomini solo in occasione di partecipazioni a manifestazioni
sportive. Nell’ambito del gruppo sceglie in genere l’uomo di canile come suo
capo, però con molte perplessità. Il proprietario che non si cura personalmente
d’accudire il cane d’allevamento, e non lo tiene qualche volta con sé, è un
perfetto estraneo.
Cane da esposizione: è destinato a compiere la carriera del soggetto da
mostra laddove è selezionato, valutato e premiato secondo che s’avvicini o meno
allo standard ideale di razza.
Cane domestico: è il soggetto che vive in appartamento, in giardino od in
allevamento a stretto contatto con l’uomo con il quale ha formato un sodalizio di
reciproca assistenza. In particolare dipende dall’uomo per il soddisfacimento di
tutti i suoi bisogni primari.
179

Cane randagio: è quel soggetto che per essere nato in mezzo alla strada o
per essere stato abbandonato, vive solitario senza alcun aiuto dell’uomo, salvo il
fatto di poterne godere i rifiuti della mensa nei cassonetti della spazzatura. La
scelta del randagismo è imposta al cane da eventi esterni alla sua volontà, e se
potesse, rientrerebbe subito nella società dell’uomo, la sua diffidenza è tale che
non riesce quasi mai a compiere il passo decisivo. Non riesce a vivere in branco
con gli altri randagi, infatti non conosce le regole della cooperazione, per
mancanza di precedenti esperienze.
Cane selvatico: è il soggetto che è nato in un branco di cani inselvatichiti o
selvatici da sempre. È quindi soggetto in pieno alle leggi del branco inteso come
unione primitiva degli antenati del cane domestico. È del tutto indipendente
dall’uomo, non lo cerca e, quando può, lo evita come un nemico e come un
concorrente delle risorse naturali del suo territorio. Difficilmente un cane
selvatico, a meno che non sia stato portato in casa da cucciolo molto giovane,
riesce ad inserirsi nel consorzio umano e non appena possibile l’abbandona.
Capobranco: per il cane selvatico è il soggetto più forte, più capace, quello
che gode d’alcuni privilegi, ma anche è portatore delle maggiori responsabilità di
scelta. In psicologia del cane domestico è invece opportuno, al fine di non
confondere situazioni del tutto diverse, definire il superiore del clan costituito da
uomini e cani come —► Capogruppo.
Capogruppo: costituisce la definizione più appropriata dell’uomo che guida
il gruppo o clan costituito dai familiari e dal cane o dai cani che convivono allo
stato domestico.
Carattere: è l’insieme delle caratteristiche psicologiche del cane domestico
che lo differenziano da tutti gli altri soggetti, ne condizionano il modo d’agire,
l’atteggiamento ed i rapporti con il mondo esterno. È formato dalle doti innate
modificate, più o meno, dall’apprendimento.
Coda: i movimenti della coda consentono d’identificare gli stati d’animo e le
comunicazioni che il cane vuole inviarci. In questo senso sono da interpretare le
diverse posture che il cane assume.
Combattività: è la risposta di lotta ad uno stimolo esterno, da chiunque
portato, che è considerato dal cane spiacevole o dannoso o minaccioso. È quindi
rivolta anche ai non conspecifici.
Comportamento: indica la maniera di reagire di fronte a specifiche
situazioni.
- conflittuale: è la conseguenza della contemporanea presenza di una
tendenza a compiere ed una ad evitare d’attuare una determinata azione.
- d’evitamento: indica la precisa volontà del cane di non ripetere esperienze
negative del passato legate al ricordo evocato da uno stimolo uguale o simile.
- normale: è il comportamento del cane domestico perfettamente aderente
alle norme della convivenza nella società dell’uomo e che conseguentemente,
non crea problemi. È molto più diffuso di quanto non si creda. Poiché tutti gli
studi sono rivolti ad esaminare i comportamenti anomali, sembra che questi siano
molto numerosi, mentre nella realtà statisticamente non vanno oltre il cinque per
cento dei cani nella loro globalità.
180

- sostitutivo: indica l’atteggiamento del cane che di fronte ad un’attività


conflittuale sceglie di “inventarsi” un diversivo interessandosi a qualcosa
d’immaginario.
Condizionamento operante od apprendimento per prove ed errori: è uno
dei metodi di apprendimento individuati dal Thorpe, più esattamente quello che
si basa sulla contiguità degli elementi della catena stimolo —► risposta —►
rinforzo.
Conseguenza —► descrizione tramite la conseguenza.
Contiguità: indica la stretta sequenza di tempo che occorre rispettare fra lo
stimolo e la risposta, e fra questa ed il rinforzo. La contiguità è assolutamente
indispensabile, perché nel tempo intercorrente fra lo stimolo e la risposta, e fra
questa ed il rinforzo, si possono inserire altri stimoli od altre risposte, generando
così confusione.
Corsi d’addestramento: sono generalmente tenuti da esperti che lavorano in
campi d’addestramento autogestiti od associati a Società specializzate o a Gruppi
sportivi. Sono attrezzati di tutto punto e hanno personale ausiliario
particolarmente preparato alla bisogna. Costituiscono un punto di ritrovo anche
per chi ha un cane già pronto alle prove o agli interventi operativi e che desidera
mantenerlo in allenamento.
Curiosità: è una dote naturale di grande importanza per l’apprendimento del
cane domestico. È quella che lo spinge a ricercare sempre nuove informazioni
provenienti dall’ambiente. Si sviluppa in modo particolare nel periodo giovanile,
ma in molti soggetti resta attiva per tutta la vita. È pratica involontaria, ma
dannosa, quella del proprietario che distoglie il cane dall’esplorazione
dell’ambiente.
Decadimento (teoria del): chiarisce i meccanismi dell’insorgere della
dimenticanza od oblio. Le tracce mnemoniche presenti nel cervello dopo un certo
periodo sono destinate a perdere il loro valore, a dissolversi e a decadere, se
l’esperienza che le ha generate non è più ripetuta. Questa sorta di cancellazione
sembra dovuta al gran numero d’esperienze nuove, che in ogni istante il cane
domestico vive e che portano nuove tracce mnestiche tendenti a scacciare le
vecchie.
Deprivazione sensoriale: è l’isolamento totale da stimoli sensoriali; porta
come conseguenza la pratica impossibilità d’assumere esperienze e quindi
d’avere un qualsivoglia apprendimento.
Descrizione tramite la conseguenza: è il metodo di studio della psicologia
canina che si basa sull’osserva/ione dei cambiamenti evidenziati nel
comportamento del cane domestico a seguito dell’assunzione di nuove
esperienze.
Dimenticanza: si tratta di un processo che produce una diminuzione del
ricordo; è difficilmente osservabile direttamente, ma piuttosto attraverso gli
effetti che comporta,. È anche chiamato oblio —► decadimento (teoria del).
Discriminazione degli stimoli: chiarisce che una risposta specifica viene data
solo ad un determinato stimolo distinguendolo fra gli altri, è quindi basilare
nell’apprendimento.
181

Distanza di fuga: coincide con lo spazio minimo che separa il soggetto dalla
presunta minaccia, e che consente ancora la possibilità di scelta fra la ritirata e
l’attacco. Questa scelta fra le due soluzioni è obbligata solo con gli appartenenti
a specie diverse, mentre con i conspecifici esiste anche una terza possibilità:
l’attuare un comportamento di —► sottomissione.
Dominanza —► predominio.
Doti naturali: è la serie di qualità psicologiche che sono trasmesse
ereditariamente e che costituiscono la base del carattere del cane domestico.
Formano fra loro un tutt’uno, ma possono essere esaminate e vagliate una per
una per stabilire l’esatta mappa caratteriale del cane. Vengono più o meno
modificate dal comportamento appreso, alcune solo in senso negativo, per altre si
può ottenere un miglioramento. Senza una qualità naturale presente in un certo
grado è impossibile ottenere dal cane domestico un determinato tipo di attività.
Docilità: è la qualità naturale che consente al cane domestico d’accettare il
proprietario come suo naturale superiore.
Drive —► motivazione.
Duttilità: a stretto rigore di definizione non si tratta di una dote naturale, ma
è piuttosto una mescolanza fra docilità, tempra e sociabilità che rendono il cane
più recettivo all’apprendimento ed alla convivenza con l’uomo e gli altri membri
del gruppo.
Educare: significa guidare le facoltà intellettive. Allo stato attuale delle
conoscenze s’incomincia ad ammettere che anche il nostro fedele amico abbia
capacità di comprendere richieste dirette all’intelligenza, alla conoscenza anche
astratta ed all’associazione delle idee con relativa discriminazione..
Effetto —► legge dell’effetto.
Emozione: si tratta di una reazione affettiva intensa, ma di non lunga durata
determinata da stimoli ambientali. È stata studiata a fondo in psicologia umana.
La ricerca nel cane domestico è più difficile, dal momento che questo
difficilmente riesce a trasmetterci, con il suo linguaggio, la notizia
dell’emozione, probabilmente perché non abbiamo ancora studiato abbastanza il
fenomeno.
Empatia: è l’instaurarsi già dal primo incontro di uno stretto legame
d’amicizia fra uomo e cane. Significa comprendere i pensieri, le reazioni, i
sentimenti del partner. Sembra l’incontro di due “anime gemelle”!
Emulazione (tendenza all’emulazione): la convivenza con l’uomo e la
capacità innata del cane ad imitare quasi ogni gesto o mimica altrui fanno si che
esista una somiglianza d’atteggiamenti fra proprietario e cane, come ad esempio,
la maniera di sedersi di certi cani di taglia adatta che appoggiano il posteriore
sulla poltrona e tengono ben tese verso terra le zampe anteriori, imitando così,
come è loro possibile la posizione del proprietario. Questi atteggiamenti non
sarebbero possibili negando la validità della tendenza all’imitazione.
E.N.C.I.: l’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana controlla l’intero
comparto dell’allevamento italiano del cane di pura razza. Il principale compito è
la tenuta dei —► Libri Origini Italiani che gli è stata affidata dal Ministero delle
182

politiche agricole e forestali. Provvede o sovrintende alla gestione delle


manifestazioni di tutti i tipi che riguardano il cane di razza, stimola le Società
specializzate, redige regolamenti, prepara e nomina Giudici, sostiene le ricerche
scientifiche che hanno per tema il cane puro. È formalmente costituito da Soci
Allevatori di una o più razze. Si gestisce con i proventi che derivano dalla sua
stessa attività. La sede è in Milano, via Corsica 20.
Engramma: indica l’informazione a suo tempo assunta e passata in
memoria. Viene anche chiamato traccia mnestica o traccia mnemonica.
Ereditarietà: indica il processo che consente la trasmissione di caratteri di
qualsivoglia tipo dai genitori ai figli.
Estinzione della risposta: indica l’estinzione di una risposta ad uno stimolo.
È evento normale quando il rinforzo non viene dato oppure è insufficiente per
qualità e/o quantità.
Etologia: è la scienza che s’occupa dello studio degli animali che vivono allo
stato selvatico. I risultati della ricerca etologica sono solo parzialmente
applicabili al cane domestico in quanto è l’uomo che provvede, in sua vece, al
soddisfacimento dei bisogni primari come il sostentamento e la cura
dell’allevamento della prole.
Evoluzione delle razze: prende in esame tutti gli stadi, durati millenni, che
hanno consentito al canide selvatico di diventare il cane domestico attuale.
L’evoluzione del passato remoto è solo ipotizzabile attraverso i pochi documenti
giunti a noi, quella attuale che ha portato alla formazione di circa quattrocento
razze canine è invece praticamente del tutto provata.
Feromoni: sono degli ormoni particolari che anziché influenzare il
comportamento del soggetto che li secerne, dal momento che sono portati
all’esterno dello stesso, influenzano direttamente quello altrui.
Frustrazione: è uno stato psicologico d’estrema gravità, dovuta a difficoltà
d’adattamento o a stress. Il cane domestico solitamente reagisce diventando
temporaneamente più aggressivo oppure scegliendo la fuga.
Fuga —► distanza di fuga.
Generalizzazione degli stimoli: in psicologia canina indica che una risposta è
fornita non solo ad uno stimolo specifico, ma anche a stimoli molto simili. La
maggiore delle cause che comportano l’instaurarsi di quest’atteggiamento, è data
dallo scarso valore che gli uomini attribuiscono alla loro gestualità nei rapporti
con il cane.
Genetica del comportamento: è la scienza che s’occupa della trasmissione
fra genitori e figli delle caratteristiche comportamentali e caratteriali in genere.
Sta vivendo i suoi primi passi, però è già arrivata a dimostrare che le doti che
sono indicate come facenti parte dell’indole del cane, sono geneticamente
trasmissibili. Le modificazioni comportamentali dovute all’apprendimento, sia
pure con maggior discrezionalità, riescono in qualche modo a trasmettersi alla
prole. In questo senso ha un ruolo importante anche —► la memoria di razza.
Gioco: rappresenta la caratteristica più importante dell’apprendimento del
cane domestico che si protrae per tutta la vita, quando non è interrotta dalla
183

cattiva volontà dell’uomo. Secondo il Lorenz il gioco arricchisce il cane che


deve sviluppare nuovi atteggiamenti di fronte alle continue novità che gli si
presentano. In tal modo il cane domestico sviluppa l’intelligenza e la sua
capacità d’apprendimento.
Gruppo: è costituito dal cane domestico, dal proprietario e dai familiari di
quest’ultimo. Si tratta delle versione più appropriata del termine ‘‘branco” che
vale invece come riferimento all’associazione di diversi cani allo stato selvatico.
Guaire: fa parte della comunicazione verbale del cane domestico. Indica
solitamente uno stato di dolore oppure di forte apprensione. Se è prolungato ed è
accompagnato da altri atteggiamenti di dolore occorre un immediato intervento
specialistico veterinario per formulare una diagnosi corretta.
Gusto: la percezione gustativa del cane domestico è seriamente
compromessa dalle abitudini alimentari che l’uomo gli ha fatto assumere. Si è
creduto che potesse servire soprattutto come via di somministrazione di un
rinforzo positivo, ma ci si è accorti che non per tutti i cani domestici il cosiddetto
“bocconcino” ha valore di premio. Per molti cani non ha nessun effetto.
Habitat —► ambiente.
Identificazione: processo che consente al cucciolo d’imitare il
comportamento della madre (eventualmente del padre convivente) ed assumerne
modelli ed atteggiamenti.
Impulsi: sono i naturali sostituti degli istinti che nel cane domestico sono in
via di scomparsa. In pratica si tratta di una tendenza ad agire senza alcuna
determinazione preliminare, quindi non tutti i soggetti danno uguale risposta ad
uguale stimolo. Per esempio l’istinto predatorio del canide selvatico che caccia
per sé e per il suo branco, nel cane domestico è sostituito dall’impulso venatorio,
che induce il soggetto a cacciare per il proprietario, cui cede la preda ritrovata.
Imprinting: termine scelto dal Lorenz per indicare l’impronta vale a dire una
tendenza a seguire il primo animale od oggetto mobile che è percepito dopo la
nascita. Nel cane domestico è anche identificato come periodo della
socializzazione ed ha grande importanza nel favorire il miglior apprendimento
possibile.
Indole —► naturali.
Inibizione: limitazione di specifici comportamenti del cane domestico, in
specie quelli aggressivi, dovuti ad interventi parentali o del proprietario
capogruppo.
Intelligenza: è la capacità d’apprendere, di ricordare le esperienze, di
prendere decisioni, di fare delle scelte. Il cane è tanto più intelligente, quanto
meglio riesce ad inserirsi nella struttura sociale domestica. In linea generale si
conoscono benissimo i meccanismi dell’intelligenza come un’associazione
d’esperienze. La scienza sta indagando sulle possibilità d’individuare anche
pensieri astratti, dopo i molti episodi che non possono solo riferirsi all’esperienza
assunta e memorizzata.
- ambientale: o intelligenza adattativa. Si tratta della capacità intellettiva
d’adattarsi all’ambiente in cui il cane vive senza creare comportamenti difformi
184

dalle attese.
- cristallizzata: è quella forma che avvalendosi delle esperienze apprese, in
qualche modo condiziona l’innata abitudine ad affrontare nuove situazioni.
Conseguentemente non sempre costituisce un pregio.
- fluida: rappresenta un’innata tendenza ad affrontare nuove esperienze. È
sempre un pregio.
- globale: è l’intelligenza che permette di comprendere molte, se non tutte, le
esperienze nei diversi campi in cui si presentano.
- operativa: è l’intelligenza che il cane dimostra nel saper comprendere ed
ubbidire agli ordini del proprietario. È una forma molto importante per i soggetti
che svolgono un qualsiasi lavoro che torni utile all’uomo: dall’ausiliario a caccia,
al cane della protezione civile, al soggetto in servizio d’ordine pubblico e per
scopi di ricerca di droga od altro e per quello che partecipa alle prove di lavoro.
Non se ne deve disconoscere l’importanza anche per il cane “da compagnia”.
- pratica: è l’intelligenza volta a risolvere i problemi pratici semplici e
costanti che l’ambiente in genere porta con sé.
- rappresentativa: è l’intelligenza che consente di sostituire un oggetto o
un’azione con mezzi di comunicazione come il disegno, la musica, eccetera. È
ovviamente difficile da riscontrare nel cane.
- sensomotoria: esprime la capacità d’agire su di un oggetto o su di un essere
vivente in maniera sempre corretta e coerente.
- settoriale: è l’intelligenza particolarmente sviluppata su un tipico
argomento o su argomenti affini.
- verbale: è la capacità d’esprimersi con suoni comprensibili agli altri
membri del branco. Nel cane domestico s’estende anche alla capacità gestuale.
Interferenza proattiva: è la forma di —► dimenticanza che riguarda ciò che
è possibile ancora apprendere, ma che trova difficoltà ad inserirsi nella memoria
per la presenza di precedenti esperienze non ancora decadute.
Interferenza retroattiva: è la forma di dimenticanza che riguarda ciò che s’è
appreso in passato e che tende ad interferire sull’assunzione di nuove esperienze.
Inserimento precoce: si tratta di un semplice programma d’insegnamento di
alcune norme di comportamento essenziali per la convivenza del cane fra le mura
domestiche. Gli esercizi da insegnare sono molto semplici, ma il conoscerli può
salvare il cane da situazioni pericolose ed il proprietario da momenti
imbarazzanti. Costituisce il minimo indispensabili di esercizi da insegnare al
cane tenuto per compagnia.
Insight —► atto intuitivo.
Intuito —► atto intuitivo.
Istinto: il canide selvatico è principalmente guidato nel suo comportamento
dalle necessità essenziali della sua sopravvivenza e della perpetuazione della
specie. Gli istinti sono quindi schemi di comportamento che interessano in ugual
misura, tutti i canidi selvatici, e che impongono soluzioni volte a soddisfare
185

quanti sono i suoi bisogni primari. Nella stessa specie, tutti gli individui che sono
interessati da un determinato stimolo danno un’identica risposta. Questo è il
presupposto fondamentale ed assoluto perché un comportamento sia definito
istintuale. Nel cane domestico, dal momento che a provvedere ai bisogni del
soggetto pensa l’uomo, gli istinti hanno perso la loro originaria valenza. Alcuni
sono già scomparsi, altri sono evocati raramente, ed altri ancora, sono in via
d’estinzione ed in genere sono stati sostituiti dagli impulsi.
Latenza (tempo di): si tratta del periodo intercorrente fra la percezione di
uno stimolo e la risposta che è data. Può dipendere dal —► carattere del cane,
ma anche dal suo stato di salute oppure dalla soglia di stimolo.
Legge dell’effetto: è una legge del Thorndike secondo la quale sono
acquisite solo le risposte seguite in contiguità dai rinforzi. L’Autore ha precisato
d’aver rilevato come le risposte con rinforzi positivi si rafforzano continuamente,
mentre quelle che hanno avuto esito negativo s’indeboliscono, salvo che non
costituiscano engramma.
Libro origini (LOI): il Libro Origini Italiano (LOI), gestito dall’E.N.C.I. per
incarico del Ministero delle politiche agricole e forestali, elenca tutti i soggetti di
pura razza denunciati come nati od importati in Italia in via definitiva, bona fide
dal proprietario o dall’allevatore.
Linguaggio gestuale: è il mezzo di comunicazione preferito dal canide
selvatico usato anche dal cane domestico nei suoi rapporti con il gruppo. Con gli
individui al di fuori del branco il cane preferisce usare il linguaggio verbale o
sonoro, ciò non toglie che, per abitudine, anche in questo caso abbia degli
atteggiamenti (posture) tipici dello stato d’animo che intende esprimere.
Linguaggio verbale: è il mezzo che il cane domestico usa normalmente nella
comunicazione con l’uomo, specie quando è assillato da bisogni o teme pericoli.
In genere è associato anche ad evidenti posture tipiche.
Lupo: è ora comunemente ritenuto il progenitore del cane.
Maternità: dal punto di vista caratteriale lo stato di maternità ed il periodo
dell’allattamento modificano i rapporti con il gruppo, nel senso che le cure
parentali fanno scemare il livello di sociabilità ed aumentano quello
dell’aggressività per difesa della prole.
Memoria: indica la possibilità e la capacità psichica di conservare ciò che si
è appreso.
- a breve termine: le informazioni percepite sono ricordate solo per
brevissimo tempo. Sembra essere il caso di più stimoli in diretta sequenza
ravvicinata che si annullano l’un l’altro.
- a lungo termine: le informazioni assunte hanno un particolare significato e
pertanto sono conservate per lungo tempo.
- a medio termine: le informazioni hanno un significato importante, ma non
rilevante, per cui sono conservate per un certo periodo. Anche in questo caso
sono importanti le eventuali distrazioni.
- di razza: la selezione mirata degli allevatori per ottenere una piena
rispondenza di comportamento del cane domestico alle esigenze di ciascuna delle
186

specializzazioni cui adibirlo, ha fatto in modo che fossero usati dei riproduttori
aventi specifiche caratteristiche. L’insieme delle doti naturali caratteriali dei
soggetti selezionati costituisce la cosiddetta memoria di razza.
Memorizzazione: le informazioni assunte attraverso l’esperienza da
percezioni si trasformano in —► engrammi. Il processo è di natura chimica e
coinvolge sia il sistema nervoso centrale sia quello periferico.
Metodo naturale (addestramento con il): si tratta di un metodo
d’addestramento che sfrutta ciò che il cane già conosce per ottenere che metta in
pratica certe posizioni e certi atteggiamenti nel momento da noi desiderato. Per
esempio il cane sa già sedersi da solo: si tratta di una sua naturale posizione
d’attesa e parzialmente di riposo. Bandendo il metodo violento un tempo
propugnato dagli addestratori, oggi s’ottiene che il cane si sieda non solo quando
ne sente il desiderio, ma anche quando gli viene ordinato. Il metodo addestrativo
naturale non fa ricorso a coercizioni di sorta, si basa invece sulla ripetizione
costante di tanti stimoli lanciati con estremo tempismo.
Modellaggio o modellamento: si tratta della suddivisione in momenti
successivi dell’addestramento ad un esercizio complesso. S’insegna una prima
parte, poi la si ripete sino a che è perfettamente memorizzata, si passa poi alla
successiva legandola in stretta sequenza alla precedente, e così via sino ad
ottenere il risultato finale. Evita l’affastellarsi di tanti apprendimenti in una sola
soluzione che può portare a notevoli difficoltà. Durante il periodo d’uso di
questo metodo per ogni fase dell’apprendimento deve essere dato un rinforzo.
Morso inibitore: è il tipico intervento parentale volto a frenare l’eccessiva
aggressività del cucciolo durante il gioco. Poiché il morso è solitamente
doloroso, costituisce un’esperienza molto pregnante, che è conservata per tutta la
vita, e che consente —► l’inibizione delle risposte aggressive troppo violente.
Motivazione: pulsione interna che sviluppa un’energia comportamentale
volta al conseguimento di un determinato scopo.
Neotenia: secondo la teoria dei coniugi Coppinger è il permanere nel cane
adulto di caratteristiche psico-fisiche del periodo infantile.
Oblio —► dimenticanza.
Odorato: è la percezione sensoriale più sfruttata dal cane. La
specializzazione dell’odorato nasce dal fatto che i canidi primigeni vivevano in
boscaglie o radure con erba molto alta e per questo motivo non riuscivano a
vedere le eventuali prede, né i loro predatori. Per rimediare alla situazione di
difficoltà hanno quindi sviluppato potentemente il senso dell’odorato,
provocando l’instaurarsi di condizioni anatomiche e fisiologiche rimaste poi
anche nel cane domestico.
Parola chiave: si tratta di un’espressione che induce nel cane domestico una
risposta specifica ad una sollecitazione che può essere un ordine, uno stimolo od
anche un semplice richiamo, come il pronunciare il nome del soggetto. È in ogni
caso un parola della quale il cane conosce benissimo il significato.
Paura: è la reazione emotiva di fronte ad una situazione giudicata
pericolosissima. Blocca in genere ogni motivazione, e suggerisce la fuga. Va
affermato che al contrario di quanto avviene nell’uomo, la paura non è data dalle
187

conseguenze dello stimolo, bensì dallo stimolo stesso. L’uomo ha paura delle
conseguenze di un colpo d’arma da fuoco, il cane del colpo in sé come fenomeno
acustico.
Pedigree: o certificato d’origine. Si tratta dell’unico documento rilasciato
dalle Autorità cinofile nazionali (in Italia dall’E.N.C.I.), che attesta, su
dichiarazione bona fide dell’allevatore, che il cane è figlio di genitori a loro volta
iscritti ad un libro genealogico italiano od estero, e che di conseguenza, è un cane
di razza pura.
Percezione sensoriale: elaborazione delle informazioni captate dai centri
periferici aventi per oggetto l’essenza del mondo esterno e delle sue, anche
temporanee modificazioni.
Periodo neonatale: è il periodo formato da due settimane immediatamente
successivo alla nascita. Nel cane domestico l’unico senso parzialmente in
funzione è il tatto, che consente al cucciolo d’avvicinarsi alla mammella e
nutrirsi. In genere il cucciolo lo trascorre dormendo per la maggior parte del
tempo.
Periodo di socializzazione: va dal termine del periodo neonatale sino ai
novanta giorni circa d’età del cane. Per le razze di grande mole è leggermente
più lungo. Definito dal Lorenz come periodo dell’imprinting, è riconosciuto
come il lasso di tempo durante il quale le facoltà cognitive del cucciolo si
esprimono al meglio. Per questo motivo si deve accelerare lo svolgimento del
programma d’inserimento precoce nella vita sociale dell’uomo. È indispensabile
che questo tempo sia adoperato per il meglio, malgrado segni, in genere, il
momento della separazione dalla cucciolata e dell’entrata nella nuova casa.
Occorre che il neoproprietario conosca molto bene il comportamento da tenere,
perché le esperienze accumulate in questo periodo sono pressoché indelebili per
il cane, e sono ancor più difficilmente cancellabili se negative.
Periodo senile: è l’ultima fase della vita, durante il quale il cane domestico
subisce alcune importanti trasformazioni comportamentali. Non gioca più, è
disturbato dalle novità, s’affatica in breve tempo.
Personalità: è una forma psicologica dell’individuo nel suo complesso e che
nel cane s’individua nel modo di pensare, d’esprimersi, nelle azioni, nell’abilità
di adattarsi, negli atteggiamenti e nelle sue capacità decisionali.
Possessività: è la dote naturale che porta il cane domestico a riconoscere e a
difendere la sua area protetta, le persone e le cose che la interessano.
Posture: sono i diversi atteggiamenti del corpo del cane domestico, per
mezzo dei quali comunica con il resto del branco e talvolta anche con gli
estranei. Nei rapporti fra conspecifici veri assumono una grande importanza
soprattutto nella sfera d’interesse dell’aggressività.
Predisposizioni innate —► doti naturali.
Predominio: indica la specifica forma di sfida gerarchica all’interno del
branco. Particolarmente sentita nel canide selvatico, ha una minor rilevanza in
quello domestico, eccezione fatta per talune razze che non sono troppo docili e
socializzate con l’uomo
188

Psicofisiologia: si tratta dello studio contemporaneo del comportamento e


dell’aspetto fisiologico. È una scienza relativamente recente che ha posto fine
allo scontro fra psicologi e comportamentisti.
Psicologia animale: è lo studio del comportamento degli animali domestici.
È ormai assurta a ruolo di scienza applicata.
Psicologia del cane domestico: è lo studio degli effetti dovuti all’influsso
delle doti innate, dell’apprendimento e della memoria, sul comportamento del
cane domestico.
Pulsione: indica l’energia che spinge il comportamento verso un determinato
fine.
Randagio —► cane randagio.
Regressione: è un meccanismo di difesa del cane domestico che lo spinge ad
assumere atteggiamenti e comportamenti infantili così da vanificare gli
apprendimenti dei periodo antecedenti alla causa scatenante del fenomeno.
Ricordo: vedi memoria
Ricupero comportamentale: si tratta di un programma tendente a reinserire
il cane domestico che presenti dei comportamenti anomali nella società umana
per evitare danni al cane e all’uomo. È un processo specialistico di difficile
attuazione e coinvolge direttamente il proprietario e gli altri membri, se del caso,
del gruppo.
Rimozione: fenomeno non facilmente rilevabile nel cane domestico, che
indica come alcuni impulsi, determinati sentimenti e comportamenti appresi
siano mantenuti volontariamente a livello inconscio evitando il loro riaffiorare.
Rinforzo: costituisce l’ultimo anello della catena che lega lo stimolo, la
risposta ed appunto il rinforzo. Aumenta la possibilità che il cane domestico attui
un comportamento che gli evoca un rinforzo ricevuto. Erroneamente viene anche
indicato come premio o ricompensa (se positivo) o punizione (se negativo).
- secondario: un elemento indispensabile nella catena che lega lo stimolo, la
risposta ed il rinforzo è la —► contiguità. Quando questa, per motivi diversi,
viene a mancare o a tardare troppo, specie fra risposta e rinforzo, occorre
sostituire provvisoriamente il rinforzo effettivo che il cane s’aspetta, con uno
secondario che in ogni modo potrà avere una valenza temporanea. Ad esempio
nel caso del lavoro di scovo in macerie, alla risposta del cane che segnala il
ritrovamento di un sepolto, il soggetto si aspetta d’essere complimentato
entusiasticamente dal ritrovato. Le manualità necessarie per riportare alla luce
questa persona, possono però durare anche a lungo, sarà quindi il conduttore a
lodare il cane istituendo un rinforzo secondario.
- variabile: il cane ama avere dei rinforzi sempre diversi per intensità e per
qualità. La monotonia finisce con il far perdere di valore al rinforzo. Sta alla
fantasia del proprietario di variare per tempo appunto qualità e quantità di
rinforzo.
Ringhiare: è il segnale verbale di massima attenzione, che il cane lancia
all’uomo, sia per avvertirlo che altri stanno invadendo l’area protetta, sia per
spiegargli che il suo atteggiamento impensierisce il cane e lo rende timoroso
189

delle conseguenze.
Risposta condizionata (RC): secondo gli esperimenti del Pavlov, appare
dopo la somministrazione di stimoli neutri ripetuti, come il suono del campanello
o l’accendersi della luce.
Risposta non condizionata (RNC): o anche risposta incondizionata, sempre
secondo il Pavlov è una risposta innata che segue ad uno stimolo; un classico
esempio è quello della salivazione alla vista del cibo.
SAS: la Società Amatori Schaeferhunde è la Società specializzata che tutela
in Itala la razza del cane da pastore tedesco.
Sciacallo: per diverso tempo è stato ritenuto da molti, Lorenz compreso, il
progenitore del cane odierno. Questa teoria ha ormai assunto un ruolo marginale
e poco dimostrato.
Scuole d’addestramento: sono dei complessi gestiti da professionisti che
ricevono i cani di altri proprietari e li preparano secondo un programma
concordato in precedenza.
Selezione: indica essenzialmente i criteri per cui si allevano determinati
individui e non altri. Può essere naturale, senza quindi l’intervento dell’uomo e
quindi è mirata alla sola perpetuazione della specie, senza che siano tenute
presenti le esigenze di convivenza con l’uomo stesso. Oppure può essere
artificiale, guidata in pratica dall’uomo e rivolta a perpetuare quelle specifiche
caratteristiche che sono utili alla società e che possono riguardare ogni settore da
quello caratteriale, a quello anatomico, a quello funzionale.
Sicurezza: è una dote naturale che segnala un grande equilibrio di fronte a
stimoli di qualsiasi tipo. Può essere testata come tale oppure sotto sforzo, in
pratica di fronte ad una grave provocazione.
Sistema mnemonico: è il meccanismo che regola la memorizzazione
l’apprendimento e l’evocazione dei processi mnestici.
Sociabilità: è la dote naturale che consente al cane domestico di formare un
gruppo con l’uomo, di farne parte con gran piacere e di predisporsi a vivere una
tranquilla vita nella società umana.
Società specializzate: sono associazioni d’allevatori e d’appassionati ad una
razza o ad un gruppo di razze affini (es. i terriers) che sotto l’ègida dell’E.N.C.I.
svolgono attività tecniche, propagandistiche, di selezione e sportive. In questo
periodo in Italia esiste una Società specializzata per quasi tutte le razze.
Soglia di stimolo: indica il livello oltrepassato il quale ad ogni stimolo
corrisponde una risposta. Dipende dal carattere del singolo cane, ma anche dal
suo stato di salute. Talvolta subisce l’influenza di fattori psicologici precedenti
quali il ricordo d’esperienze negative oppure della rimozione.
Sottomissione: è il livello massimo dell’ubbidienza ottenuta attraverso
l’imposizione ed i rinforzi negativi. Nel vecchio concetto d’addestramento tutto
era basato sulla sottomissione. Oggi con l’adozione del metodo naturale
d’addestramento, la sottomissione è totalmente denegata e rifuggita.
Standard: elenco delle caratteristiche fisiche e psicologiche che
190

rappresentano l’ideale di ciascuna delle quasi quattrocento razze oggi selezionate


nel mondo. Si tratta della descrizione del tipo di cane, delle misure in peso ed
altezza, della qualità del mantello, delle caratteristiche dell’andatura e così via.
Negli standard moderni sono inserite anche le caratteristiche psicologiche del
tipo ideale di ciascuna razza.
Stimolo: è costituito da ogni oggetto animato o no, che fa parte dell’ambiente
esterno. Sono stimoli anche gli eventuali cambiamenti dell’ambiente stesso. Fra
questi cambiamenti devono essere annoverati anche gli ordini diretti al cane.
- condizionato (SC): si tratta di uno stimolo neutro, aspecifico, che evoca
una risposta acquisita. Nei suoi vari esperimenti il Pavlov lo individua nel suono
del campanello, nell’accendersi della luce, eccetera, eventi ai quali segue
inizialmente la somministrazione di cibo; anche quando questa somministrazione
non si ripete, il cane, per un certo periodo, continua a salivare nel percepire lo
stimolo condizionato.
- non condizionato (SNC): si tratta di un segnale che evoca una risposta
solitamente innata od appresa per lungo tempo. Il Pavlov lo indica nella
presentazione del cibo che evoca poi la salivazione.
Stress: stato di tensione dell’organismo che deve affrontare avvenimenti
nuovi o spiacevoli.
Subordinazione: è il riconoscimento ufficiale che il cane domestico tributa
al proprietario accettando volontariamente la scala gerarchica del gruppo. È in
stretta correlazione con la docilità e concorre a formare —► l’Unità cinofila.
Tatto: è una percezione spesso troppo negletta dagli studiosi. Il cane
domestico ama il contatto con l’uomo e tende molto spesso a comunicare anche
attraverso questo senso. Nel cane le cellule tattili sono in sostanza diffuse su tutto
il corpo.
Temperamento: indica la prontezza di reazione di fronte a qualsiasi tipo di
stimolo. Nel linguaggio cinofilo comune purtroppo è spesso confuso con il
carattere, retaggio di sorpassate terminologie che recano sempre grave
confusione.
Tempo d’attenzione: indica il periodo in cui il cane sente ancor viva la
motivazione che ne ha ispirato l’azione, percepisce ancora molto bene gli stimoli
e dà una risposta efficace agli stessi. Dopo un lasso temporale più o meno lungo
questo tempo d’attenzione viene meno, nel senso che la motivazione tende a
spegnersi, gli stimoli sono percepiti con periodi di latenza sempre più lunghi e le
risposte si fanno attendere molto. Occorre smettere subito qualsiasi attività,
mettersi a giocare con il cane e far seguire un periodo di riposo.
Tempo di latenza —► latenza
Tempra: indica la capacità del cane domestico di sopportare le conseguenze
di stimoli spiacevoli ed anche dannosi. Un cane dalla tempra molle non è
adoperabile in alcuna specialità mentre al contrario un soggetto coriaceo ha
pochi sbocchi nella vita sociale con l’uomo.
Territorio: nel cane selvatico indica quella porzione di terreno anche molto
ampia nella quale si trovano un sufficiente numero di prede che possono
191

garantire la sopravvivenza del branco compresa l’eventuale prole. Deve essere


vasto in misura tale da poter essere vigilato e difeso da estranei al branco. Nel
cane domestico, ai cui fabbisogni primari provvede l’uomo, il concetto di
territorio è stato sostituito da quello di —► area protetta che ha tutt’altro
significato.
Test caratteriali: costituiscono l’applicazione pratica del metodo scientifico
per l’analisi degli aspetti psicologici dell’individuo.
- agonistici: sono dei controlli particolari che hanno principalmente lo scopo
di stabilire una graduatoria di tipo sportivo, anche se hanno una qualche
attinenza con l’esame caratteriale propriamente detto. La qualifica e la classifica,
dipendono sia dalle condizioni ambientali, sia dalla presenza d’altri concorrenti,
conseguentemente, si preferisce non tener conto di queste prove nella
valutazione selettiva caratteriale destinata a far testo per la scelta dei riproduttori.
- attitudinali: sono dei veri e propri test caratteriali che indipendentemente
dalla valutazione di altri soggetti iscritti, danno il valore assoluto del cane
esaminato. Si possono esprimere con un “approvato” o “non approvato”, oppure
con una qualifica di merito a valore assoluto tipo: eccellente, molto buono,
eccetera. Si possono ripetere più volte, ed anzi sarebbe opportuno che i
riproduttori venissero sottoposti periodicamente a questi test, specie dopo
eventuali tipi d’apprendimento ed esperienze particolari, che potrebbe influire sul
comportamento del cane.
- precoci: sono i controlli caratteriali eseguiti a pochi giorni di vita del
cucciolo. Sono d’estrema delicatezza e debbono essere guidati ed eseguiti da
personale esperto. Non devono modificare il comportamento del cucciolo, né
influenzarlo in alcun modo specialmente in senso negativo. I dati rilevati sono
molto interessanti per orientare il proprietario verso una determinata attività, e
come pietra di confronto con i risultati dei test attitudinali, per comprendere
quanto l’apprendimento possa aver mutato l’indole geneticamente trasmessa.
Timore: è uno stato d’animo o reazione emotiva che il cane prova di fronte
ad una situazione che a suo giudizio potrebbe trasformarsi in spiacevole. Il
timore acuisce l’attenzione, affievolisce la motivazione, anche se non la cancella.
È in ogni modo una situazione pericolosa che il proprietario deve risolvere subito
abbandonando eventuali atteggiamenti sottomissivi.
Tracce mnemoniche —► engramma.
Tracce mnestiche —► engramma.
Udito: la percezione uditiva del cane è assai più potente di noi umani e gli
consente d’afferrare, con molto anticipo, segnali più lontani, più deboli, ma
anche più acuti di quelli che possiamo percepire noi.
Uggiolare: altro mezzo di comunicazione vocale che i cuccioli usano molto
spesso per dimostrare l’imbarazzo in cui si trovano momentaneamente o perché
isolati oppure perché impediti nel fare qualcosa che vorrebbero attuare. Nel cane
adulto accompagna qualche volta il rientro a casa del proprietario e diventa
quindi espressione di gioia.
Ululare: è la forma verbale comunicativa più usata dai canidi selvatici. Nel
cane domestico è usata solo quando questo si sente rinchiuso, impossibilitato ad
192

attuare un suo specifico programma.


Unità cinofila (UC): si definisce come UC la coppia conduttore e cane che
sono talmente all’unisono da destare il dubbio che fra loro esista una
comunicazione qualsiasi al di fuori dell’empatia. Si tratta dell’espressione più
alta e felice della collaborazione fra il proprietario ed il cane. Nel linguaggio
burocratico militare ha il significato di un insieme di conduttore e cane che sono
temporaneamente addetti allo stesso servizio.
Vigilanza: è una dote naturale che consente al cane di percepire ogni
possibile invasione dell’area protetta e di reagire con quello che ritiene il
migliore dei modi.
Vista: la percezione visiva del cane domestico, dipende dalla posizione che
gli occhi hanno rispetto alla linea mediana del muso. Abbiamo pertanto
variazioni di campo visivo totale molto forti. In ogni caso nel cane non ha la
stessa valenza che noi attribuiamo alle sensazioni visive. Entra in gioco solo
dopo l’odorato e l’udito, ed il cane non mostra d’essere sempre sicuro di ciò che
vede!
Volontà: decisione autonoma che coinvolge l’intera struttura psicologica
dell’individuo nel mettere in atto il comportamento prescelto. Indubbiamente
investe anche la sfera della libertà decisionale e della responsabilità.
193

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Whitney L.:Dog psycology. The Basis of Dog Training, New York. 1979
197

APPENDICE
E
CONSIDERAZIONI
FINALI
198

IL CANE VA COMPRESO

Oggi è troppo facile acquistare un cane: le ultime statistiche accettabili


indicano in circa tre milioni e mezzo i soggetti denunciati alle Autorità
competenti. In questo settore, come in altri, ci sono poi i “distratti” che evitano
di seguire le disposizioni di Legge in proposito e quindi facilmente possiamo
indicare in quattro milioni almeno, i cani che hanno un proprietario fisso. Il che
significa che un cane abita presso una famiglia italiana all’incirca su quattro.
Questa constatazione potrebbe anche essere un indicatore che la cinofilia,
ufficiale e o meno, sta assumendo il ruolo, numericamente parlando, che hanno
quasi tutti i Paesi europei.
Non è così, e a fornirci subito il dato contrastante è il numero dei cani
abbandonato in tutti i periodi dell’anno, ma specie in estate, allorquando il
soggetto reca disturbo alla vita quotidiana della famiglia. Sono in costante
aumento questi abbandoni e non è difficile prevedere che se non si porrà un
rimedio che risulti essere assai più efficace delle attuali norme, sia pur
recentemente rivedute, il fenomeno potrà creare dei seri problemi alla comunità.
Un tempo l’acquisto od anche il semplice regalo di un cane era un evento
ben meditato nelle famiglie e di conseguenza chi decideva per l’entrata di un
soggetto in famiglia, aveva tutto il tempo necessario per prevedere e prepararsi
all’evento senza ulteriori sorprese in tempi successivi.
Oggi il cucciolo in vetrina, la pubblicità sui media, il diffondersi delle
manifestazioni cinofile, il senso di pietà verso gli animali abbandonati, sono tutti
fattori che fanno decidere in fretta e senza troppe considerazioni, molte persone
per l’acquisto di un cane.
Forse anche senza interpellare prima la nonna di casa, che poi diventa la vera
e sola responsabile del buon mantenimento del cane e non solo dal punto di vista
alimentare.
Questo accade perché il bimbo, dopo qualche tempo, impreparato com’è
solitamente, si stanca del nuovo “giocattolo”, i genitori sono troppo spesso e
troppo a lungo assenti da casa per poter accudire al cane, e quando rientrano
nell’alloggio scoprono improvvisamente di essere troppo stanchi. In questo modo
l’accudire al cane diventa compito degli anziani, i quali del resto ne traggono un
parziale giovamento, se sono dei cinofili, per la grande “compagnia” e
l’immenso affetto che ricevono dall’animale.
Possedere però un cane non significa solo sborsare una cifra iniziale di tutto
rispetto, ma provvedere al suo cibo, alla sua igiene, alle cure eccetera e quindi
presto il “giocattolo” può diventare un costo anche di rilievo nel bilancio
familiare. Arrivano poi gli imprevisti, come malattie, traslochi ed altro ancora,
che complicano la vita della famiglia costretta a prendere decisioni guidate dalla
presenza dell’amico a quattrozampe.
Infine a rafforzare il disagio arrivano ineluttabili le ferie, non solo quelle
estive, con tutte le limitazioni che accompagnano la presenza del cane al seguito
della famiglia. Problemi in albergo, in spiaggia, in auto, persino sulle piste
innevate. A questo punto alla famiglia impreparata ed imprevidente il cane pesa
eccessivamente: si decide di trovare un nuovo proprietario per “Fido”, ma
l’operazione non si rivela facile: sono troppi i rifiuti che si ottengono e non
sempre si hanno le disponibilità per mandare in una “pensione per cani” il fedele
amico.
Ed allora di fronte alla premura di risolvere la situazione improvvisamente
199

creatasi molti, purtroppo, scelgono la via più imbecille: abbandonano il cane a se


stesso su una qualsiasi via ben lontano dalla sua abitazione. Qualcuno lo fa con
le lacrime agli occhi, ma questo tardivo sentimento non cancella la pochezza
dell’individuo!
E questa è la vicenda più becera, ma anche quella che finora ha avuto la
maggior frequenza. Da qualche tempo si va instaurando una ben diversa e più
pericolosa abitudine. Quella di abbandonare il cane che a giudizio dei Proprietari
ha un comportamento anomalo od anche anormale.
Chi mastica qualcosa di cani sa perfettamente che, salvo poche eccezioni, un
cattivo comportamento di “Fido” nella società umana è quasi sempre causato dal
Proprietario o da qualche familiare. Questo perché non sono poi molti i cinofili
che hanno una qualsiasi pur piccola conoscenza della psicologia canina.
Non sanno ad esempio che esistono delle doti psicologiche innate che fanno
da fondamenta del carattere del singolo cane e quindi ne condizionano il
comportamento. Non sanno che esiste una “memoria di razza” intesa come una
trasmissione genetica di certi comportamenti che altrettanto delimitano i confini
di alcune capacità di apprendimento. Non sanno che l’apprendimento del cane si
concretizza in una catena di prove e di errori, e che da queste esperienze deriva al
cane un modello di vita che raccoglie in memoria e che molto abilmente sfrutta
per comparare i fatti, per conoscere le soluzioni e per agire di conseguenza nel
modo che ritiene più utile e corretto per la sua maniera di vivere.
Un esempio vale su tutti: sappiamo che il cucciolo ama, se lasciato solo in
casa, ricercare qualche oggetto del Proprietario o dei famigliari, lo prende e gioca
ed alla fine avendo una bocca per lacerare, finisce con il distruggere l’oggetto
stesso. Se al rientro in casa, con il cucciolo che s’avvicina tutto festoso a
complimentare il Proprietario, questi s’accorge che il cucciolo ha divorato la sua
nuova ciabatta, e per questo lo redarguisce anche aspramente e magari “a botte”,
ecco che il cucciolo associa il rientro del padrone alla punizione, che sono i due
eventi immediatamente susseguenti, e non può certo associare il rinforzo
negativo al fatto di aver distrutto la ciabatta.
Da quel momento il cane sarà molto restio a fare “le feste al Proprietario” ed
avrà mille ragioni per tenere un comportamento sospettoso in quelle occasioni
non desiderando certo avere altre punizioni. Potrebbe sembrare cosa di poco
conto, ma non lo è affatto: il cane ha un rapporto con l’Uomo fondato su alcune
regole ben precise. Una fra queste è quella di socializzare al massimo con il
Proprietario e con i membri della famiglia. S'instaura cioè una situazione di vita
di “gruppo” in cui ciascuno ha il suo ruolo, ma quello del capo, l’uomo, deve
essere basato anzitutto sulla giustizia e sulla calma. Due virtù che il padrone
della ciabatta ha dimenticato nel momento del suo nervosismo, ma il cane non
dimentica tutto ciò e quindi viene a mancare un rapporto fiduciario
assolutamente indispensabile per un corretto comportamento sociale del cane.

G. Fanfoni
200

APPUNTI SUL CANE NELLA PROTEZIONE CIVILE

La tenaglia di emozioni che il Volontario soccorritore cinofilo prova nel


momento in cui il suo cane segnala una persona sepolta dalle macerie o sperduta
nel bosco, è qualcosa di indescrivibile a parole. Forse la miglior definizione è
quella che una Signora ticinese, Volontaria cinofila, mi ha suggerito: “Mi è parso
di partorire di nuovo e che il mio cane m’abbia tolto ogni dolore!”.
Un brivido nella schiena prende anche tutti gli astanti perché il miracolo di
una vita salvata non può lasciare indifferente alcuno.
Il cane nella protezione civile è una realtà di cui si occupano spesso i mass-
media, ma nella sua interezza è un problema poco conosciuto specie dalle
Autorità. Queste lo considerano un semplice accessorio cui ricorrere, di solito,
con grave ritardo e solo quando altri mezzi non hanno dato i risultati sperati.
Le dirigenze cinofile non hanno ancora bene valutato quali potranno essere
in futuro i possibili reali impieghi del cane. Certamente il cane domestico avrà
una diffusione sempre maggiore, forse il cane da caccia avrà un
ridimensionamento volto alla qualità dell'olfatto e non al numero dei soggetti,
altre specialità verranno anche propagandate e seguite, ma il cane della
protezione civile sarà sempre insostituibile.
È vero che sono allo studio delle macchine, ovviamente computerizzate, in
grado d’aiutare i Soccorritori su macerie e nelle frane, ma il cane sarà sempre più
veloce, più abile e soprattutto più efficace di ogni invenzione umana.
Del resto il suo fiuto, almeno nella gran parte dei casi, è già un meccanismo
naturale assolutamente perfetto, che, se correttamente adoperato per mezzo di
un’adeguata preparazione, non fallisce certo.
Il Volontario soccorritore cinofilo deve anzitutto essere un “uomo di cani”,
in altre parole amare il cane e conoscerlo bene. Deve poi essere intriso di spirito
di volontariato, sentimento che oltre alla disponibilità verso il prossimo prevede
anche una gran capacità di sacrificio.
La preparazione del cane della protezione civile (volutamente non uso il
termine addestramento) è lunga e difficile, perché si devono dimenticare o
procrastinare molti altri passatempi. Tutta la famiglia deve essere d’accordo in
quest’impegno, perché, solitamente, gli allenamenti si svolgono il sabato e la
domenica cosicché vanno in fumo le gite fuori porta o tanti altri impegni
familiari.
Nel caso del cane da scovo o da ricerca s'usa il termine “preparazione”,
invece di quello di “addestramento”, perché fra noi cinofili addestrare significa
imporre la propria volontà. Il cosiddetto “metodo naturale d’addestramento”, che
è il meno impositivo anche nella preparazione del cane d’utilità, pure prevede
che l’ausiliario ubbidisca sempre in modo veloce e con precisione agli ordini del
Conduttore. È vero che questo metodo prevede l’applicazione di talune regole,
che ruotano intorno alla differenziazione della qualità dei rinforzi piacevoli o
meno (premi o punizioni), e non sulla costrizione come s’usava solo un decennio
addietro, ma è, in ogni caso, impositivo perché obbliga il cane a svolgere un
compito specifico nel momento in cui il Conduttore lo desidera.
Nel cane da scovo in macerie o da ricerca in superficie, l’allievo lavora
invece di sua volontà e per suo diletto, oltreché per far piacere al Conduttore.
Con un gioco di stimoli che siano assolutamente consoni al cane, si ottiene
dapprima che il soggetto adoperi il suo fiuto imbattibile per ricercare il padrone
in seguito si passa alla ricerca di estranei, con molta calma, prudenza e con una
201

tecnica che mai forza l’ausiliare.


Il metodo consente al cane d’assumere delle precise motivazioni che lo
spingono a ricercare l’uomo, con tempi d’attenzione lunghissimi ed una tenacia
inimitabile. Motivazioni che diventano un bagaglio psicologico del singolo cane
e che lo rendono disponibile in qualsiasi momento al lavoro.
Il cane esegue il suo lavoro in quasi totale indipendenza e gioisce quando,
ritrovato l’uomo, può sfogare la sua voglia di ricevere i complimenti del
Conduttore e soprattutto può giocare con lui. Se poi il ritrovato, ed è l’evenienza
di sempre durante gli allenamenti, gioca e complimenta anche lui il cane, questi
si ricarica nella sua motivazione ed è pronto per un’altra prova.
Per quanto attiene agli esercizi d’ubbidienza, non occorre che il cane
apprenda molte cose: bastano quelle che ogni soggetto “educato” dovrebbe aver
già appreso nella sua gioventù. Il valore imperativo della paroletta “NO!” che
vieta determinate azioni o che le blocca se già iniziate. La posizione di “seduto”
e di “terra” che servono per far stare tranquillo il cane in occasioni disparate,
come l’entrare in un negozio durante la passeggiata, o poter tranquillamente
distrarsi ad ammirare un paesaggio intorno a sé senza doversi preoccupare di un
indisciplinato amico che vorrebbe trascinarci via.
La condotta con e senza guinzaglio è indispensabile per tutti i cani, se non si
vuole trasformare ogni uscita da casa in una lotta con il guinzaglio stesso, e che il
cane cammini in modo non disordinato al nostro fianco, ritengo che sia degno
d’ogni buon cinofilo. L’essere indifferente agli estranei che gli passano vicino od
ai cani che vorrebbero provocarlo, è un pregio per ogni soggetto che vive con
noi.
Non occorre andare oltre in questa specializzazione, e quindi gli esercizi da
insegnare non si discostano dalle norme di comportamento, che dovrebbero
essere proprie di un normale cane domestico.
Ciò che al contrario occorre in assoluto, è che Conduttore e cane formino
una vera Unità cinofila, in altre parole che il Conduttore comprenda
immediatamente e talvolta anticipi quei segnali caratteristici che il suo ausiliario
gli lancia in particolari situazioni e che si comporti in modo tale da aiutare e dare
sostegno al cane, non ostacolarlo.
Il cane dal canto suo deve lavorare con molto piacere, sia per se stesso sia
per il Conduttore, la cui presenza e collaborazione costituiscono un notevole
rinforzo positivo alla sua motivazione.
L’Unità cinofila finisce così per essere inscindibile, e molte esperienze lo
dimostrano.
Un cane già abilitato al soccorso che sia affidato ad altro Conduttore,
normalmente impiega molto tempo per adattarsi a lui, e la resa sul campo per i
primi tempi è nulla. Talvolta accade che il nuovo Conduttore debba riprendere
gli allenamenti quasi dal principio, il cane non ricorda d’aver mai svolto un
compito di scovo o di ricerca.
Il Conduttore prova la stessa sensazione di disagio, quando, a causa di tristi
avvenimenti, è costretto ad iniziare il lavoro con un nuovo cane. Non prova le
stesse sensazioni che ha già vissuto con il cane precedente, spesso ritiene quello
nuovo un soggetto incapace o sciocco ed è tentato di desistere. Nulla di più
errato, semplicemente non si è ancora costituita l'Unità cinofila.
Le domande che ci sono rivolte sono le solite: quale razza riesce meglio? A
che età occorre iniziare la preparazione? Dove si possono avere maggiori
dettagli?
In quanto alla razza non ci saranno preferenze particolari, è preferibile che
sia di taglia media, con predisposizione ad usare il fiuto, abbia caratteristiche
202

molto accentuate di resistenza fisica allo sforzo. Sono riusciti benissimo soggetti
da caccia da ferma, cani da pastore ed in genere quelli delle razze da utilità.
Anche i cani di taglia relativamente modesta possono essere assai utili: su
certi tipi di macerie ho visto utilizzare dei welsh corgi che, grazie alla loro
modesta altezza, possono entrare in cunicoli in cui mai potrebbe un soggetto di
taglia media.
Ho ammirato un leonberger che ha resistito, in una ricerca su detriti di una
frana, molto più a lungo di soggetti di razze più piccole.
Occorre che il singolo cane abbia le doti caratteriali e di forza fisica
necessarie e la razza, a questo punto, conta poco. E' chiaro a tutti che il
rappresentante di una razza creata apposta per il lavoro ha maggiori possibilità di
riuscire di quello di una razza formatasi per altri scopi, la corsa o la compagnia
ad esempio. È però sempre il carattere o comportamento del singolo cane a
guidarne o meno la riuscita.
L'età migliore per iniziare è la più giovane possibile, fin da cuccioletto
insomma. Va chiarito che anche cani adulti sono perfettamente riusciti nel loro
compito, in questo caso è assolutamente indispensabile che il cane abbia
riconosciuto nel suo Conduttore il vero capo gruppo del clan. Nell’ambito del
cane domestico il capo gruppo sostituisce ed integra la figura del capo branco
propria solo dei cani selvatici o inselvatichiti.
Infine l’Organizzazione cui rivolgersi per ottenere maggiori informazioni:
nulla di meglio che la Redazione di questo foglio. Essa è in grado, attraverso le
notizie in suo possesso, di mettere in comunicazione il Lettore desideroso di
conoscere altro sul cane della protezione civile, con gli Esperti a lui più vicini.

Gilberto Fanfoni
203

Ricordo di Gilberto Fanfoni

Il nome di Gilberto Fanfoni è indissolubilmente legato alla psicologia canina,


una scienza applicata e che nasce per caso. I ricercatori sperimentano qualcosa e
scoprono cose nuove e impensate. Quando le ricerche diventano specifiche si
comincia a creare una nuova scienza. Gilberto Fanfoni è l’ultimo e il primo di
una lunga serie di sperimentatori nonché di teorici sul comportamento del cane,
soprattutto del cane domestico. Il suo nome va allineato insieme a quello di
Pavlov, Lorenz, Motz, Tinbergen, Scanziani solo per citarne alcuni. Soprattutto
l’influenza del Cane Utile del grande cinologo svizzero ha avuto su di lui un
grande impatto. Purtroppo - come amava dire lui- i tempi non erano maturi - la
cinofilia ufficiale non riuscì a recepire le nuove tecniche di addestramento e di
giudizio. Gilberto Fanfoni faceva parte di uno sparuto gruppo di giovani Giudici
che partendo dai loro studi di veterinaria, iniziarono un’operazione di revisione
critica del metodo di giudizio. La loro innovazione consisteva nel non
privilegiare più le perfezioni nell’esecuzione spesso ottenuta con mezzi coercitivi
ma puntare in special modo sulle doti caratteriali di base del cane con due
evidenti risultati pratici: a) i concorrenti furono costretti a mutare il loro metodo
di addestramento in quanto la sottomissione spegneva le doti naturali che quindi
non potevano essere differenziate; b) le società specializzate per la tutela della
razza ebbero un aiuto considerevole poiché i migliori riproduttori dal punto di
vista caratteriale venivano continuamente segnalati e apprezzati anche dal
mercato. La novità cominciava ad essere apprezzata non solo in Italia ma anche
nei congressi europei il metodo naturale comincia farsi strada in mezzo a mille
difficoltà. Le più importanti società tra cui il Boxer Club d’Italia nella persona
del suo presidente e amico il dottor Franco Bonetti interpretarono
immediatamente il suo pensiero e ne cominciarono l’applicazione.
Gilberto Fanfoni si è convertito alla psicologia canina... da sempre. Amava
ricordare la sua bouledogue francese Vicky di cui si accattivò la simpatia
giocando nella sua infanzia e oggetto dei suoi primi esperimenti. Era un germe di
una passione che c’è sempre stata in lui. La scelta della facoltà di Veterinaria gli
consentì di studiare il comportamento animale sui pochi testi disponibili in
biblioteca. Ha poi posseduto ed allevato cani di razze diverse: dai Fox terrier,
agli Alani, ai Pastori tedeschi, ai Welsh Corgi, ai Dalmati. Ebbe la fortuna di
svolgere decine di assistentati con Maestri della Cinofilia ufficiale come il dr.
Barbieri, il Conte Brasavola, il mitico Giulio Colombo, il conte Gatto, il dr.
Gorrieri, la N.D. Grondona de Gresti. il prof. Solaro, tanto per citarne alcuni e di
lavorare con la sig.ra Tina Violi Gussani. Il colpo magico di fortuna l’ha avuto
nascendo nipote del Cav. Angelo Tavazzani che non ha proprio potuto fare a
meno di aiutarlo a sviluppare la latente passione cinofila. Divenne il più giovane
Giudice dell’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana. I suoi nipoti cinofili, il loro
entusiasmo, il continuo mettersi a confronto gli diedero il coraggio di “predicare
nel deserto”. Questi giovani pionieri erano il dr. Claudio Bussadori, oggi
valentissimo Veterinario, Vittorino Meneghetti, ottimo addestratore, Mario
Riccella,. oggi apprezzato bancario, Ruggero Plottegher, capo istruttore del CAI,
Enrico Silingardi, responsabile della scuola milanese per cani da ricerca; Enzo
Vezzoli, direttore della Scuola dei cani da valanga del CAI e della Scuola per
cani da ricerca della provincia autonoma di Trento. Tanti sono usciti dalla sua
scuola in ogni parte d’Italia: Luigi Cusato, Claudio Tripepi, Cassiano Davare,
Lado Sassi ed altri ancora che lo ricorderanno con rimpianto.
204

Il metodo naturale è applicabile in ogni specializzazione, dalla caccia al


soccorso passando per l’antidroga: la sociabilità e l’amore che il cane ha per
l’uomo sono lo molla che fa lavorare l’amico dell’uomo.
Che dire ancora? Ho conosciuto Gilberto Fanfoni quando si occupava di
piani finanziari e di dichiarazioni dei redditi (la sua seconda laurea in Economia
e Commercio era diventata più pratica di quella in Veterinaria) e per gioco
abbiamo iniziato un libro per aiutare coloro che desiderano vivere con un cane.
Da quel giorno dopo le amarezze degli anni precedenti Gilberto Fanfoni è tornato
a pensare e ad avvicinarsi di nuovo all’ambiente della cinofilia privilegiando il
suo vero amore: la protezione civile. Nasce così una collaborazione con il
Gruppo soccorritori di Nerviano e la richiesta di tornare a giudicare le prove di
selezione attitudinali per unità cinofile il 19 settembre a Cremona e il 29
novembre a Nerviano. L’Università di Teramo lo ha voluto insieme al dottor
Danilo Giorgio, suo carissimo amico, a tenere delle lezioni di psicologia canina.
Il 25-26-27 Novembre 1998 Gilberto Fanfoni - gli dicevo - è diventato
professore. Aveva in mente tante altre cose ma la morte è arrivata prima
spegnendo il grande della psicologia canina italiana.

“Il cane da pastore tedesco” n. 115/99

Gilberto Fanfoni se n’è andato in una brumosa giornata invernale; alla


chetichella senza disturbare nessuno. È voluto partire per l'ultimo viaggio quando
era all’inizio di una nuova stagione amorosa, lasciando nel dolore i suoi affetti
più chiari, la sua dolce figlia Erika e gli amici che gli volevano bene.
Il nostro sodalizio durava ormai da cinque anni e con il trascorrere del tempo
si era trasformato in un’amicizia delle più sincere e vere.
L'avevo conosciuto per caso dal mio fornitore di acque minerali dove lui
prestava la sua opera di consulente finanziario (oltre alla laurea in Veterinaria si
era dotato con oculatezza tutta genovese di una laurea in Economia e
Commercio). Giramondo com’era ho scoperto dopo qualche mese che abitava a
quattro passi da casa mia. Allora io stavo sistemando la mia tesi di laurea per
darla alle stampe (si parla volentieri di certe cose!) e lui mi dice candidamente
che da anni avrebbe voluto riordinare i suoi appunti (un baule di appunti) e le sue
carte (una valanga) inerenti alla cinofilia e la psicologia canina. Nel mare
magnum di quelle carte comincia a farsi strada Un cane entra in casa.
Istruzioni per l’uso1, libro che a qualcuno fa dire: “Ma allora il dott. Fanfoni è
ancora vivo!”. Su questo ci scherzavamo. Ti ricordi, Gilberto? E qualcuno nei
nostri giri di presentazione del libro ce l’ha anche sussurrato. Pensavano che tu
fossi morto! Ora invece lo possono pensare e dire veramente.
La morte ti ha rapito dopo le tue lezioni all’università di Teramo del 25-26-
27 Novembre dove avevi affascinato le allieve e gli allievi veterinari e dopo il
giudizio delle prove di selezione attitudinali per unità cinofile del 19 settembre a
Cremona e del 29 novembre a Nerviano. A Nerviano, proprio a Nerviano dove
siamo andati tante volte, i nostri amici soccorritori Cinofili Volontari ti
ricorderanno con estrema gratitudine per i puntuali e preziosi suggerimenti:
anche tu lo eri verso di loro che ti hanno costretto a riavvicinarti ai cani della
protezione civile. Devo esser sincero: avevi ragione: piace anche a me. Il giorno
delle esequie sono venuti con i cani, quei cani che tu apprezzavi e i loro
conduttori ti hanno salutato portandoti in regalo quel giubbotto che non hai fatto

1 - Gilberto Fanfoni - Giuseppe Monteleone, Un cane entra in casa. Istruzioni per l’uso, Varese 1996,
Macchione Editore.
205

in tempo ad indossare.
Caro Gilberto a volte ci scherzavi con la morte. Come quel martedì prima di
Natale quando sei venuto a pranzo a casa mia e di Tiziana, per l’ultima volta.
Nelle nostre discussioni affiorava ogni tanto il pensiero della morte quasi come a
voler allontanare e scacciare questo passaggio obbligato per noi comuni mortali.
Ti chiedevi cosa ci sarà dopo, laggiù, lassù, di la o di qua: io non ho risposte
precise o meglio una ce l’avrei e la dico: tanti cani che ti faranno le feste.
Caro Gilberto dalla vita non si riesce mai ad avere tutto quello che si vuole o
si vorrebbe avere. Non ero pronto a vivere senza la tua amicizia.
Caro Gilberto è con sofferenza che ho scritto queste poche righe soprattutto
per ricordarti come uomo e maestro. Nelle prossime settimane dovrò correggere
da solo le bozze dei libri a cui avevamo lavorato. Non sarà faticoso dal punto
meramente grammaticale ma lo sarà dal punto affettivo. L’eredità di studi che mi
hai lasciato è grande ma ce la farò. Stanne certo.

Prof. Giuseppe Monteleone


206

INDICE

Psicologia del cane .................................................................................................. 4


Ringraziamenti ...................................................................................................... 6
Presentazione ........................................................................................................ 7
Precisazione........................................................................................................... 8
Premessa ................................................................................................................ 9
Origini ed evoluzione della psicologia canina ........................................................ 13
L’evoluzione del cane domestico ........................................................................... 19
Il campo d’indagine della psicologia canina .......................................................... 24
Le doti naturali del cane domestico ....................................................................... 30
L’aggressività e la combattività ............................................................................. 38
L’aggressività ........................................................................................................................... 39
La combattività ......................................................................................................................... 44
Gli istinti, gli impulsi e le motivazioni .......................................................................... 47
Gli istinti ................................................................................................................................... 49
Gli impulsi ................................................................................................................................ 50
Le motivazioni .......................................................................................................................... 51
L’evoluzione degli istinti .......................................................................................................... 52
I processi dell’apprendimento ...................................................................................... 56
L’ apprendimento ...................................................................................................................... 57
La memorizzazione ................................................................................................................... 57
La memoria o ricordo ............................................................................................................... 58
La memoria di razza ................................................................................................................. 59
La dimenticanza od oblio .......................................................................................................... 60
Le percezioni: i mezzi dell’apprendimento ................................................................. 62
La percezione gustativa ............................................................................................................ 63
La percezione tattile .................................................................................................................. 64
La percezione visiva ................................................................................................................. 66
La percezione uditiva ................................................................................................................ 67
La percezione olfattiva .............................................................................................................. 68
I tempi dell’apprendimento .......................................................................................... 71
Il periodo neonatale .................................................................................................................. 72
Il periodo di socializzazione ..................................................................................................... 73
Il periodo giovanile ................................................................................................................... 75
Il periodo adulto ........................................................................................................................ 76
Il periodo senile ........................................................................................................................ 76
Le categorie dell’apprendimento ................................................................................. 80
L’apprendimento intuitivo ........................................................................................................ 81
Apprendimento latente .............................................................................................................. 82
Apprendimento per riflessi condizionati o reazioni. condizionate ............................................ 83
Apprendimento per prove ed errori ........................................................................................... 83
L’ apprendimento precoce ........................................................................................................ 86
Assuefazione ............................................................................................................................. 87
Altri elementi che regolano l’apprendimento ............................................................. 88
Abitudine .................................................................................................................................. 89
Addestramento, ammaestramentoed educazione ...................................................................... 89
Amicizia - Empatia ................................................................................................................... 90
Emulazione - Tendenza all’emulazione .................................................................................... 90
207

I feromoni ................................................................................................................................. 90
Il gioco ...................................................................................................................................... 91
Latenza - Tempo di latenza ....................................................................................................... 92
La maternità .............................................................................................................................. 92
Il modellaggio ........................................................................................................................... 93
La paura .................................................................................................................................... 93
La regressione ........................................................................................................................... 94
La rimozione ............................................................................................................................. 95
Il rinforzo variabile ................................................................................................................... 95
La soglia di stimolo................................................................................................................... 95
Il tempo d’attenzione ................................................................................................................ 96
Il timore .................................................................................................................................... 97
L’ intelligenza del cane domestico ................................................................................ 99
Un po’ di storia ....................................................................................................................... 101
La definizione e le categorie ................................................................................................... 101
Ai confini della realtà ............................................................................................................. 104
È misurabile l’intelligenza del cane? ...................................................................................... 105
È meglio avere un cane “stupido” o …? ................................................................................. 106
La personalità del cane ........................................................................................................... 107
I controlli caratteriali .................................................................................................. 109
La bellezza psichica ................................................................................................................ 110
I controlli precoci .................................................................................................................... 111
I controlli d’allevamento ......................................................................................................... 112
Le gare agonistiche ................................................................................................................. 113
I brevetti: le prove attitudinali................................................................................................. 114
Il linguaggio del cane domestico ................................................................................. 116
Preambolo ............................................................................................................................... 117
Il linguaggio verbale: l’abbaiare ............................................................................................. 118
Il guaire ................................................................................................................................... 118
Il ringhiare .............................................................................................................................. 119
L’uggiolare ............................................................................................................................. 119
L’ululare ................................................................................................................................. 120
Il linguaggio gestuale .............................................................................................................. 120
Le posture semplici: l’addome ................................................................................................ 121
Gli arti anteriori ...................................................................................................................... 121
La bocca .................................................................................................................................. 121
La coda ................................................................................................................................... 122
Gli occhi ................................................................................................................................. 123
Le orecchie.............................................................................................................................. 123
Il pelo ...................................................................................................................................... 124
Le posture complesse .............................................................................................................. 125
L’ereditarietà delle doti caratteriali .................................................................... 127
Il cane domestico ......................................................................................................... 133
Considerazione generali .......................................................................................................... 134
Il cane d’appartamento ............................................................................................................ 136
Il cane da giardino o da cortile ................................................................................................ 138
Il cane d’allevamento .............................................................................................................. 139
Il comportamento conflittuale .................................................................................... 141
Gli ostacoli esterni .................................................................................................................. 143
L’intervento della memoria..................................................................................................... 144
Lo stress .................................................................................................................................. 145
Altre cause .............................................................................................................................. 146
Il ricupero comportamentale ............................................................................... 147
Il ruolo del proprietario .............................................................................................. 152
La figura del proprietario ideale ............................................................................................. 153
I proprietari “difettosi” ............................................................................................................ 154
208

Il proprietario troppo sicuro di sè ............................................................................................ 156


L’importanza del “colloquio” con il cane ............................................................................... 156
Meglio maschio o femmina? ................................................................................................... 157
Dell’addestramento ..................................................................................................... 159
Un minimo di addestramento è indispensabile ....................................................................... 160
Il programma d’inserimento precoce ...................................................................................... 160
L’addestramento avanzato ...................................................................................................... 161
Scuola o campi d’addestramento? .......................................................................................... 163
L’età per iniziare l’addestramento .......................................................................................... 164
Il metodo naturale d’addestramento ........................................................................................ 165
L’analisi comportamentale del cane operativo ......................................................... 168
I cani da caccia........................................................................................................................ 169
I cani da compagnia ................................................................................................................ 170
Il cane d’utilità ........................................................................................................................ 171
Il cane di servizio .................................................................................................................... 173
Glossario ............................................................................................................. 175
Bibliografia ......................................................................................................... 193
Appendice e considerazioni finali............................................................................... 197
Il cane va compreso ................................................................................................................ 198
Appunti sul cane nella protezione civile ................................................................................. 200
Ricordo di Gilberto Fanfoni .................................................................................................... 203