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LE TRADIZIONI DIMENTICATE

Carlo Paredi

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LE TRADIZIONI DIMENTICATE

Con questo libro mi ripropongo di riportare in auge tutte quelle


tradizioni e conoscenze che appartengono al nostro retaggio
storico, e che rischiano di essere dimenticate a causa
dell’attuale cultura, tutta protesa all'esterofilia.
E poiché il linguaggio è uno degli elementi che caratterizzano
una popolazione, concorrendo a documentarne le origini etniche,
la stessa indole, i trascorsi storici, è un monumento da
conservare gelosamente e tramandare ai posteri.

Tradizioni, usanze, consuetudini che duravano da secoli, dalla


bellezza di millenni sono tramontate, si sono perse, sono sparite
quasi senza che ce ne rendessimo conto. Ce se ne accorge ora
ripensandole, riparlandone e rievocandole.

Questo lavoro, grazie ai racconti di mio padre, è volto al


recupero delle tradizioni popolari, per non disperderne il
patrimonio culturale che in esse si è trasmesso e mantenuto
vivo, nei racconti e nelle leggende tramandate oralmente, un
patrimonio inestimabile da rivalutare.

Un mondo che si è trasmesso tramite il “sapere simbolico” che


traduce la realtà in modo non razionale ma non per questo
meno Vivo e Reale. Per gli antichi il Cielo era il padre e la Terra
la madre, nutrice, e personificavano idee e divinità alle quali
indirizzare preghiere e invocazioni. La tradizione popolare
nasce dai culti religiosi, quelli legati in particolare al culto
solare e lunare. Le nostre Tradizioni provengono da un retaggio
storico di matrice celtica, che ha saputo trasmettere inalterati
nel tempo, credenze e usanze.

Nel mondo popolare contadino, il “Lunario” era uno strumento


tradizionale di conoscenza, che raccoglieva assieme alle fasi
lunari, un calendario dove segnare le festività religiose, le fiere,
le sagre e i mercati regionali. Si basava sui cicli stagionali che la
cultura contadina ha sempre seguito sin da epoche arcaiche,
tramandandolo di generazione in generazione. Feste e lavoro si

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intrecciavano seguendo il corso naturale delle stagioni, il ciclo
solare, grandi cicli della vita individuale, e dei momenti di
celebrazione collettiva che culminava nelle feste. Ogni festa era
legata ad un particolare momento delle stagioni: l’anno del
mondo popolare non cominciava però a gennaio bensì a
novembre, poiché il ciclo agricolo è sempre cominciato con la
svinatura, momento in cui il mosto diventa vino e in cui si entra
nel lungo periodo invernale, già iniziato il 1° di novembre con
feste e riti antichi di matrice celtica. Nel calendario celtico,
infatti, l’anno nuovo coincideva con questa data quando i
trapassati tornavano sulla terra. La Tradizione lombarda vuole
che in questo giorno si accenda un lume, si prepari un bicchiere,
del cibo (polenta e castagne), dolci da lasciare in dono ai defunti
e portando di casa in casa le “Lümere”, ossia zucche scavate con,
all’interno, delle candele accese.

Elena Paredi

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LA VOCE DELLE NONNE

Solevano un tempo le nonne, trattenersi attorno al focolare o


anche, nei momenti più freddi dell’anno, nelle stalle dove
d’inverno conversavano “armate” di rocca e fuso a passare la
sera al riparo dal freddo.
La “lumm” (lume) a quattro bracci, prendeva da una trave, ed
illuminava tenuamente la stanza.
Fra il mormorio di questi salotti rustici, arredati di pance ei
sgabelli, troneggiava spesso l’arcolaio.

Le nonne erano solite narrare, storie “liend” di streghe, maghi e


folletti, con il capo acconciato con ampi fazzoletti, e con i
nipotini seduti di fronte sui trespoli della mungitura, e con la
bocca spalancata dalla meraviglia e gli occhi sbarrati in trepida
attesa.
Tutta la saggezza delle civiltà contadine era costellata di
aforismi “sentenziosi”, per facilitare la tradizione mnemonica
dall’una all’altra generazione, quando ancora era sconosciuto
ogni sistema di scrittura.
I proverbi, i racconti, le favole, come disse il Manzoni, sono la
sapienza del genere umano, perché frutti dell’esperienza di
molti secoli.
Quasi la totalità di questi erano legati alla “stagionalità”, poiché
era loro compito commemorare l’alternanza delle stagioni, il
prolungarsi o meno delle giornate, il controllo empirico
dell’andamento metereologico.

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UL DI DE LE LÜMERE

Da bambino ero solito festeggiare la notte del 31 ottobre una


antica festa chiamata "ul dì de le Lümere".

Durante la giornata, che cominciava all'alba del 31, in famiglia


si cominciavano i preparativi della festa, mettendo nelle
scodelle in coccio (a volte in rame) castagne e polenta (a volte
anche del pane nero) ed un calice di vino rosso, da lasciare sul
comò della cucina per la notte ed il giorno successivo.

“Inscì”, diceva mia madre, "i spirèt poeuden bev e paccià, e sta
assema de nunch" !

Alla sera, terminata la cena a base di polenta e castagne, si


beveva del latte fresco. Mia madre e mia nonna accendevano 3
candele da porre sul davanzale di casa, e fuori dalla porta, ed
altre candele da inserire nelle zucche che avevano intagliato
assieme durante la giornata.
Io mi mettevo un semplice lenzuolo di lino, sul quale mia madre
aveva disegnato occhi e bocca "che fann pagura", e uscito di casa
mi appostavo assieme ai miei amici accanto all'ingresso del
cimitero, e in punti bui delle viette del paese, per spaventare le
vecchiette che vi transitavano.
La serata proseguiva con i bambini che, festosi, andavano a
bussare l'uscio delle case chiedendo del cibo (mandarini, arance,
e frutta secca): se non accettavano di donarglierne, allora gli
lasciavano davanti alla porta d'entrata un sacco pieno di letame
! (a volte lo gettavano addosso alle finestre).

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Il tutto si concludeva con danze gioiose per tutte le vie del
paese, con i fuochi accesi in mezzo alla piazza.
La mattina del 1° novembre mia madre spazzava l'uscio di casa
con una scopa di saggina: "ul brugh".

Questo racconto risale al lontano 1944, ed il paese era


Pontelambro (Como). Un racconto che faceva parte della
medesima reminiscenza di mia nonna: anche lei festeggiava
quel giorno con le stesse modalità, a metà dell’800.

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ALBAN ARTHUAN: IL NATALE ed il SOLSTIZIO
D’INVERNO

"Cavara, cavara
del cincirincin bell,
senza còa
e senza pell”...

Ero ancora bambino, circa cinque anni, in tempo di guerra


quando, alla vigilia di quel Natale fui portato, a piedi, in mezzo
ai prati ed ai boschi innevati; a Schieppo (Schèpp) località
presso Ponte Lambro, lungo il sentiero che portava a Proserpio,
meta di pellegrinaggio nel periodo pasquale.
Giunti nella fattoria di uno stretto parente, cominciai a giocare
presso l'ampio camino dove ardeva un grosso ciocco di quercia,
con i miei numerosi cuginetti, eccitati dall'atmosfera natalizia
piena di magia e di misteri.
Iniziò a nevicare così forte che fu deciso dai grandi di rimanere
a dormire quella notte: l'indomani avrebbe smesso di nevicare,
permettendogli di rientrare al paese.
Consumata la legna nel camino, il fuoco ormai spento, la brace
messa nello “scaldenn” per la notte, venne deciso di trasferirsi
tutti nella stalla: si usava ancora passare parte delle serate
d'inverno in compagnia di mucche, cavalli, pecore, capre, cani e
gatti; tutti uniti nel tepore naturale della stalla.
Correndo veloci nella neve sempre più alta, entrammo nella
stalla e noi bambini ci mettemmo vicino alla mucca più anziana,
enorme, che alitava in viso aria calda e profumata: una nonna e
le altre donne accanto a loro a lavorare a maglia.
Gli uomini, dal lato dei cavalli discutevano animatamente e
bevevano a lunghi sorsi dalla ciotola di coccio, "ul ragètt", vino
aspro novello, ricavato principalmente dalle uve fragoline
(americana) e dal Clinto, passandosela di bocca in bocca.
Ad un certo punto la nonna prese a raccontare storie di fate,
folletti, gnomi che ancora popolavano il bosco vicino alla
cascina.

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Poi parlò sempre più basso, con voce sempre più cupa, dei
diavoli e delle streghe: noi bambini tremavamo eccitatissimi nel
sentire storie così terribili, mentre il fuori il vento ululava, e noi
eravamo al caldo ben protetti.

Ad un tratto si fece un silenzio irreale e si sentì uno scalpitare


sinistro e tremendo, un tonfo ed un cozzo contro la porta della
stalla.

Nessuno dei grandi si scomponeva: noi bambini, invece, ci


stringevamo alle sottane delle donne mentre la nonna,
appoggiato in grembo il lavoro a maglia, agitando le braccia a
mulinello, declamò a grande voce:

«Càvara,
Càvara del Cincirincin Bell,
senza còa e senza pell,
con la pell
vòltada in còo:
vegn de dentar: ta mangiaròo»

Minaccia estrema, la nonna in quel momento sembrava essa


«stessa una enorme capra nera, dagli occhi di bragia, che
avrebbe addentato ciascuno di loro, sol che l'avessero meritato
per il loro cattivo comportamento...

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La Càvara del Cincirincin Bell era, senza dubbio, una non
lontana parente della mitica Heidhrunn, dell'Edda Germanica.

Heidrunn, la gigantesca capra che, appoggiata con le zampe


posteriori sul tetto del Valhalla, brucava le foglie del pino
Loradhr, epigono del «Frassino del Mondo» mentre abbeverava
con l'idromele sgorgante a fiotti dalle sue grandi poppe gli
Einheriar, gli eroi guerrieri che, con le loro magnifiche gesta,
avevano meritato di salire al Valhalla.

Capra del Cincirincin Bell, femmina del Caprone...

...La Luna di Capricorno: la Luna Nuova degli eroi che salivano


al Valhalla attraverso la «Porta degli Dei».
La Luna Piena di Capricorno, in esilio, strumento magico a
disposizione per potenziare le opere malefiche delle streghe nei
boschi della Brianza, nei boschi della Sassonia, nei boschi della
verde Irlanda...

...Càvara,
Càvara
del Cincirincin Bell, ...

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IL NATALE

In un lontanissimo passato, si vegliava alla vigilia di Natale,


mettendosi accanto all’albero e ad un grosso ceppo che ardeva
nel camino.
Le nonne, come sempre, raccontavano ai nipotini fiabe e nenie
durante la lunga notte.
Quando stava per scoccare la mezzanotte, una donna di casa,
solitamente la più anziana, doveva essere pronta al pozzo del
cortile, con il secchio già penzoloni sopra il “curlô”, pronta per
azionare la manovella non appena i rintocchi dessero il via al
rito della “calata”.
Quell’acqua era sacra, attinta proprio in un attimo dei più
solenni, e se ne doveva bere un lungo sorso purificatore e
corroborante.
La mattina di Natale, si gettavano sul fuoco i rami di lauro, e
col fumo che ne scaturiva bisognava “purificarsi” mani e volto,
recitando alcune frasi magiche, propiziatorie.

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GIÖBIA

Posta ai piedi delle montagne lombarde sta un lembo di terra


formata da dolci colline, che furono un tempo coperte di
lussureggianti foreste.
Dalle tribù celtiche che la abitarono essa fu chiamata Brianza,
che significa "terra delle colline" (dal celtico "bran'": collina).
Si narra che a quei tempi, quando le selve popolose di animali si
estendevano a perdita d'occhio, qui vivessero le Streghe.
In brianzolo "Giöbia" è sinonimo di strega e anche di giovedì che
era considerato il giorno in cui le streghe si incontravano per le
loro danze.

L'ultimo giovedì di gennaio in Brianza era chiamato "ul dì de la


Giöbia" e le leggende raccontano che proprio in questa occasione
la strega Giöbia comparisse per rapire le giovani donne.
Il suo arrivo era preceduto da grida di avvertimento, dopodiché
si calava dalla cappa del camino, facendo dapprima penzolare la
sua lunga gamba rossa.

La Giöbia era descritta di enormi proporzioni, tali che un suo


piede stava sul tetto di una casa e l'altro su un tetto lontano.
Aveva una gamba coperta da una calza rossa ed era vestita di
stracci per i quali aveva la massima cura.
Si diceva anche che la Giöbia, stando sui tetti, filasse un magico
filo che lanciava lungo i camini e con il quale rapiva le giovani.
Questo filo aveva probabilmente il senso di un appiglio a cui
qualche fortunata fanciulla avrebbe potuto aggrapparsi o anche
di una traccia lasciata perché, chi ne era degna, potesse seguirla
per arrivare alla Giöbia. Nel "dì de la Giöbia" pare fosse molto
pericoloso anche attraversare i boschi avvolti nella nebbia,
poiché era possibile incontrarla appollaiata sui rami degli

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alberi.
Se una giovane e graziosa fanciulla si trovava a passare sotto le
sue gambe, la Giöbia le appariva maestosa e bellissima e le
narrava di arcani misteri assicurandole un cammino sicuro e
senza pericoli in cambio della promessa che non avrebbe
raccontato a nessuno quanto le era stato segretamente rivelato.
Assai diversa era la faccenda se sotto le sue gambe passava un
uomo; l'incauto viandante veniva investito da uno scroscia di
pioggia calda, giallina e spumeggiante.
Pare infatti che l'aspetto bello e meraviglioso della Giöbia fosse
riservato alle sole donne.
Non si sa di quali arcani misteri venissero a conoscenza le
prescelte, ma le leggende raccontano con dovizia cosa accadesse
a loro che, tornate nelle loro case, non rispettavano l'impegno
assunto.

Consapevoli di aver infranto la promessa, tali fanciulle si


rifugiavano tremando nelle loro stanzette facendo
probabilmente più volte segni di scongiuro.
Ma la notte la Giöbia, gigantesca e in aspetto terrificante,
arrivava a grandi passi pesanti e, avvicinandosi, gridava: "Sto
arrivando ... Sto arrivando ... Mi mancano solo sette passi ... , mi
mancano solo sei passi ..."

E così via fino a raggiungere le tremanti fanciulle che nulla


potevano fare per evitare il loro destino.
La Giöbia le ghermiva con le sue lunghe mani adunche
terminanti con unghie affilate come rasoi e le portava chissà
dove.
Coloro invece che sapevano custodire il segreto seguitavano ad
incontrarla nei boschi nel suo aspetto di splendida regina,
ricevendo da le preziosi insegnamenti.

Una leggenda di Cantù (CO) narra del carattere burlone e di


una curiosa abitudine della Giöbia: con un magico filo intesseva
splendide vesti che accomodava nascostamente sui letti delle
donne, specie se saccenti, presuntuose ed egoiste. Costoro,
veduto il bellissimo abito, non riuscivano a trattenersi
dall'indossarlo.
Quindi scendevano in strada per darne sfoggio e, quando erano

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sufficientemente lontane dalla loro abitazione, la Giöbia, che
controllava la scena dai tetti, faceva tornare a sé il filo,
lasciando le povere donne seminude ed imbarazzate a tentare di
coprirsi quanto più potevano con mani, braccia e gambe,
assumendo curiose posizioni con il corpo o facendosi prendere da
crisi di svenimento.

Questo è quanto raccontano le vecchie leggende, ma sta di fatto


che sino a qualche decennio fa in Brianza, nell'ultimo giovedì di
gennaio, si svolgeva ancora una festa a cui partecipavano solo le
donne; per festeggiare l'inizio del nuovo anno agricolo e
propiziare il nuovo raccolto si incontravano in una stalla o in un
grande stanzone cucinando tutte assieme cibi a base, di
castagne ed il tradizionale "pulin", una specie di polenta molle
fatta con farina gialla e bianca. Al termine della cena
cantavano, danzavano e si raccontavano storie fino a notte
inoltrata.

Si potrebbe probabilmente presupporre che, quando la Brianza


era ancora "la terra delle colline", la Giöbia rappresentasse
qualche divinità femminile legata alla fertilità della terra ed ai
suoi cicli, ovvero colei che poteva far sì che il raccolto dell'anno
fosse abbondante, e che la festa dell'ultimo giovedì di gennaio
rappresentasse la celebrazione di antichi culti femminili.
Si può pensare anche che, purtroppo, a seguito di tutti i
cambiamenti operati dagli uomini nel territorio brianzolo, le
ultime Giöbie disgustate si siano ritirate chissà dove,
abbandonando i luoghi che un tempo furono ricchi della loro
magia.
(Le implicazioni magico/astrologiche di questo e degli altri
racconti che lo hanno preceduto, saranno oggetto di analisi e
chiarimenti nei prossimi numeri).

La chiave di lettura delle tradizioni antiche, comprese quelle


rimaste vive solonella ritualità del popolo delle campagne, è
sempre di natura astrologica.

Il triangolo lariano, per la sua particolare conformazione


geologica e per le popolazioni che si sono avvicendate nei secoli
sul suo territorio, ha mantenuto intatti gli ambienti, letti come

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luoghi atemporali, nei quali si può far rivivere, a piacere,
esperienze "Sottili", del passato, sol che se ne individuino
esattamente le modalità operative.
La Giöbia, sia dal nome, che dal giorno della sua comparsa
annuale (l'ultimo giovedì del mese di gennaio) è una figura
femminile di natura gioviniana.
A causa della rigidità del clima, il Rito veniva condotto
all'interno della stalla, riscaldata dall'alito caldo degli animali,
ed officiato dalle sole donne:

"Una vecchia", la più vecchia, circondata dalle giovani, mature


per la procreazione, mentre negli angoli, i bambini con gli occhi
sgranati, ascoltavano il sussurrare misterioso e dolce che
evocava presenze arcane, terribili ma, in un certo senso, amiche.
L'anello veniva chiuso, da Saturno alla Luna, con l'azione
interposta di Giove.
Infatti, a mezzanotte, il Sole, appena entrato nel secondo decano
di acquario, Mercurio in esaltazione, si trovava sotto l'orizzonte,
all’imo cielo.
Al medio cielo, il segno del leone presentava il decano di Giove
che, è legge sottile, comandava l'operazione che era stata
preparata a partire dal suo sorgere all'EST, quando il sole
tramontava.

Al Meridiano, la luna in leone, piena, dava il consenso al Rito:

"La discesa dell'Oro Celeste, attraverso la luna, entrava nel


ventre delle giovani, pronte per creare, con il corrispondente
polo positivo, l'ampolla magnetica sacra, perché si realizzasse la
risalita nei cieli stellati.

Per coloro le quali, povere infelici, avessero sprecato tanto


tesoro in un connubio un animale, avrebbero decretato la loro e
l'altrui fine, pronte per essere ingoiate dalla bocca enorme e
ghignante della Giöbia, divenuta figlia del Coccodrillo Sacro,
divoratore di anime perdute.

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Incanta le pietre, i fiori;
Trasforma
in rocche setose
i capelli delle fanciulle.
Eloquente
è il Salice
nella dimora invernale.
Oh arcana !
Riconduci il tuo sentimento
Presso di noi.

Oh Brigitt
regina vittoriosa
dalle maestose vesti
che ricoprono ogni parte del mondo
Tu
che doni ai poveri
il conforto del tuo sorriso fruttato
Tu
che riempi i nostri giorni
col miele aromatico
delle tue fonti perenni
Sei trionfatrice
nel Tempio dell'Uomo
Protettrice
nel giardino delle nostre Anime.

(di: Elena Paredi)

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LE RAGANELLE PROPIZIATORIE DELLA PRIMAVERA

La raganella era uno strumento particolare, andato ormai in


disuso tra noi, che un tempo si utilizzava nelle campagne,
all’inizio dell’equinozio di Primavera, e che era costruito in modi
diversi, in legno di faggio o nocciolo, che doveva riprodurre un
fragoroso gracidio simile a quello delle rane.

“ôl tricchetracch, ôl patatrach, ôl trippetrapp” era uno strumento


che si suonava durante le funzioni più solenni, del rito chiamato
“ciamà l’erba” o “suna mars”.

“picca fô, picca pian, ca l’inverna cascia pian, spunta mars adree
a l’era, che ven scià la primaera”

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ANTICO RITUALE ESTIVO

Nella stagione estiva si ha l'opportunità, più che nel resto


dell'anno, di entrare in contatto con quello che è rimasto della
vita di campagna, sol che ci si incammini per sentieri di
montagna poco conosciuti.

Nel ramo del Lago di Lecco, sotto le Grigne, ci sono cascine nelle
quali giocano i bambini non ancora fagocitati dalla vita
moderna, e quindi più vicini ai giochi trasmessi dalle nonne.

Una bimbetta di non più di tre anni, dondolava una bambola di


pezza, cantilenando:

«Dindiridan Luzia,
sòtta a quel cassinòtt,
gh’è là ona veggia Stria
che la fà ballà i pigòtt».

(Dindirindan, Lucia, in quel cascinale, c'è là una vecchia che fa'


ballare i pupi)

L'indagine attenta della Tradizione locale, ha chiarito che la


filastrocca si riferisce ad un episodio realmente accaduto a
Varenna nel sedicesimo secolo, che non interessa ricordare in
questa sede.
Molto più importante è il substrato magico che traspare, oltre la
specifica azione sulla "pigotta" da parte della bimbetta, valida

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in ogni tempo ed anche ai nostri giorni, per trasmettere la
propria volontà istintiva sul futuro della propria vita.

«La veggia stri che fa ballà i pigott» (la vecchia strega che fa
ballare i pupi), si riferisce alle operazioni di magia Naturale che
in tutto il Comasco, a ricordo della tradizione Celtica, erano
prerogativa delle vecchie che vivevano isolate, ai margini dei
centri abitati, ed in contatto diretto con le forze della natura.
In Luna Piena, nei segni zodiacali più «idonei», le vecchie Strie,
su richiesta, oppure "motu proprio", operavano sui «pupi» per
realizzare operazioni d'Amore o di Odio, a seconda dei casi.

Ancora oggi, quando si incontrano «cassinott» in pietra,


diroccati, e si sosta riportandoci "in via sottile" ad un tempo
«Sospeso», si sentono muovere i folletti, generi, esseri, esseri
incorporei che «raccontano» di tanti fatti accaduti, che le pietre
hanno registrato nella memoria centrale della Natura.

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LA STRIA LUZIA

E la vegia Stria trii fìö la ghera


trii i a meteva in cuna
trii vestii de lünna
trii a la finestra
trii vestii de festa
trii al taurin
che fa balà la sciora Tarisin.

Riportiamoci mentalmente nell'ambiente dove si svolsero gli


avvenimenti della piccola Luzia, con la presenza della Stria "che
la fà balla i pigott" , poniamo nell'anno di grazia 1598, e
vediamo la Stria intenta a preparare una Pigotta da animare.
Non già per danneggiare la piccina, anzi, per aiutarla ad essere
in buona salute, crescere bene ed essere felice, compatibilmente
con il suo stato di figlia di poveri contadini che vivono sulle dolci
rive del lago di Como.

Nel mezzo del bosco, ai piedi della Grigna, si apre una radura e
ai margini della quale sta una casetta in pietra, in parte
diroccata, dal cui camino esce un fumo azzurrognolo.
Splende la luna piena, che sfuma i contorni del paesaggio, quasi
in una dimensione eterea.
Rumori smorzati e misteriosi provengono dal fitto bosco.

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Si apre la porta, cigolando sui cardini, e la Stria, con il viso
tondo sorridente, i capelli a crocchia, gli occhietti azzurri
sfavillanti, indossa una strana veste di foggia antichissima, con
ghirlande di convolvoli che ballonzolano al suo incedere
saltellante, quasi a mezz'aria. Giunta al centro della piccola
radura, si fa largo fra le alte felci, afferra un ramo di betulla e
traccia un ampio cerchio intorno alla propria ombra proiettata
in terra dalla luna piena allo zenit.
Delicatamente, posa al centro del cerchio la Pigotta, con la testa
rivolta ad Est e le pone sul viso e sul cuore due piccole rose.
Poi si erge, ritta e con le braccia levate al cielo ed intona una
dolce nenia in lingua arcaica....
Lentamente la radura si popola di strani esseri fluttuanti:
folletti e gnomi che escono da tane nascoste da funghi
giganteschi, ondine che lasciano il vicino stagno e danzano
intorno alla Stria; animaletti teneri ed ammiccanti: tutti
annuiscono al suono della voce incantata e par che dicano:
"Dolce Luzia, fortunata bimba di questo mondo, cresci serena,
che tu abbia una vita piena di gioie...".

La luna piena prende a scendere lentamente, celandosi


gradualmente die¬tro le cime degli alberi frondosi; la Stria, con
un gesto ieratico delle mani, fa scomparire in un lampo la
Pigotta che, divenuta una piccola e lucente stella, sale
velocemente verso il cielo.

Tutto scompare ed il buio totale prende il sopravvento, mentre


la Stria si chiude dietro le spalle la porta di casa: ella non è più
la graziosa vecchia di prima, ma è una splendida fanciulla dai
capelli rosso fuoco e la carnagione di pesca, coperta da fitte
efelidi:

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"Guardate in avanti ad EST
Il fiore degli anni
splende su questa gentile Anima
Il giorno del Sole Musica dello Spirito Ieri
Oggi
Domani
Sempre armonioso Sempre in salute
Uno
Due
Tre
Il Cuore è ricolmo".

(di: Elena Paredi)

"un Triskell d'argento le pende al collo... e si perde nel buio


della casa... della grotta... del castello della dolce Ibernia, terra
di sogno..."

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La STRIJA

"Cavara,
cavara
del cincirincin bell,
senza coa
e senza pell,
con la pell
vóltada in coo;
vegn de dentar:
ta mangiaroo".

[Capra, Capra del Bel Cincirincino, senza coda e senza pelle,


con la pelle voltata sulla testa: veni qui dentro: ti mangerò]

Cerchiamo di estrarre il messaggio recondito, di natura


iniziatica, che viene abilmente celato dietro una terminologia
solo apparentemente senza senso comune, per ricavare quegli
elementi operativi che ci possono guidare nella lunga e
perigliosa via del Ritorno al Padre.
La capra, è lapalissiano, è la femmina del capro, simbolo del
segno del Capricorno.
Il Saturno di Capricorno è la bocca che vibra come una corda
d'arpa che emette un profondo suono direttamente in contatto
con l'Astrale.
Se il capro è Saturno, nel suo domicilio notturno, la capra
rappresenta la Luna che in Capricorno è nel suo Esilio, essendo
Cancro il suo Domicilio.

L'Abate Tritemio ha con puntualità indicato che le operazioni di


“Magia Naturalis”, vanno condotte attraverso la luna, ma che
sia completamente priva di aspetti con altri pianeti, ed in
particolare con Saturno e Marte. Questa è una “Conditio sine
qua non”.

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Il problema degli Aspetti è una “vessata questio”, non compresa
dai più: non si ha ben chiaro a quale cielo si riferiscono e come
vanno interpretati, consigliamo caldamente di non
intraprendere nessun tipo di operazione sottile, pena di "vertere
in stupore”, ed altro, senza prima aver approfondito e capito
bene le basi teoriche ristudiando a fondo) Tolomeo

D'altronde, anche Enrico Cornelio Agrippa afferma,


sibillinamente, che:
“nulla si può fare, senza il concorso della Luna”.

Si sappia che gli aspetti da prendere in considerazione sono


quelli riferiti al moto giornaliero, dei pianeti, e non altro !

La nostra capra, la Heidhrunn delle saghe nordiche, è senza


coda, senza pelle, e con la pelle voltata sulla testa !.
E' una chiara indicazione che essa non appartiene al mondo
fisico, bensì all'Astrale, (lo indica l'inversione/specularità) ed è
quindi in quella dimensione che dobbiamo operare.
L'invito perentorio (l'invocazione) di venire dentro (nella
dimensione fisica del proprio corpo), per potersi cibare delle sue
carni (controparte energetica di quella fisica) è una chiara
operazione di attrazione magnetica, che presuppone una forte
potenzialità attrattiva da parte dell'operatore.

Potenzialità che si può ottenere solo con la perfetta conduzione


di tutte le fasi preparatorie del Rito:
"Premettere ciò che è da premettere"
come sibillinamente dice l'Abate Tritemio nel suo secondo libro
della Steganografia.
Infine, lo stato che l'operatore deve raggiungere è quello del
Bambino, giusta l'ammonizione di Gesù nel Vangelo:
"Lasciate che i bambini vengano a me".

Da qui l'estrema validità del ritorno alla nostra Santa e Beata


Infanzia, per rivivere le magnifiche esperienze a contatto con la
Natura, maestra di Vita.

Ul Strôlicc

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L'INVERNO LUCENTE

"Di villaggio in villaggio Il Segreto cammina


Io scrivo la Via di Casa,
Gli occhi negli occhi,
L'inverno dorato,
Il canto delle donne d'Estate"

(di: Elena Paredi)

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IL MAGO DI COLLE BRIANZA

Ancora oggi la Brianza presenta luoghi pieni di fascino e di


mistero.

Se si abbandonano gli abitati, sparsi per la campagna e si sale


per i sentieri nei boschi prealpini, si entra in un mondo senza
tempo, dove presenze sottili si appalesano non appena ci si pone
in posizione di “Ascolto”, avendo cura di scegliere il tempo
adatto.

Nel peregrinare solitario, intenzionale, quasi sulla vetta del


Colle Brianza, mi siedo all'esterno di una piccola chiesa
romanica, dedicata a San Pietro.
Le ombre estive, abituata la vista, mi fanno intravedere, da una
finestrella laterale al portone chiuso con un grosso catenaccio,
un piccolo altare disadorno, abbellito con fiori freschi di campo il
cui profumo giunge fino a me.
Vedo ombre vaghe agitarsi e mi giungono all'orecchio sussurri
lievi.
Un sacerdote ritto in piedi sull'altare sta parlando con un uomo
che mi da le spalle Entrambi vestono panni di foggia antica.... il
loro interloquire e' vivace e sempre più nitidamente articolato.

Mago: "Conosco un posto dove e' sepolto un grande tesoro, di un


grande re antico. Prete, se lo vuoi fare tuo dammi l'ostia
consacrata...."

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Prete: - "Mago, non mi chiedere quello che non ti posso dare".

Mago: - "Bene , non importa, ma se tu scavi sotto questo altare,


troverai due colonnine d'alabastro ed un'urna contenente la
parte più preziosa di questo tesoro”.

La parte meno importante, ma di maggiore quantità, e' in un


punto del fiume Molgara che non ti posso dire, nella tomba del
grande re guerriero Merebaudo".

Poi la scena cambia, improvvisamente: vedo uomini che


scavano, l'altare e' aperto, mani febbrili cercano.... vedo due
colonnine d'alabastro, di forma dolce ed allungata, candida con
incise due lettere di forma strana che poi individuo essere una J
e una B.
L'urna, nera, non può essere aperta perché la chiave e' spezzata
in due tronconi.... Una luce improvvisa illumina la scena, e mi
accorgo solo allora che e' scoppiato un violento temporale ma,
stranamente, io non mi bagno
Riappare il Mago che rinsalda la chiave con tre dita della mano
destra ed apre l'urna: I visi accaldati dei presenti si illuminano,
eccitati.
Dentro l'urna si vedono monete di Piombo.
Il prete le conta sono settantadue, di forma antichissima, e
mandano un cupo tintinnio.
Il Mago sparisce e si ritrovano seduti e delusi, passando di
mano in mano le monete "di poco valore".
Tutto svanisce alla mia vista, il cuore prende a battere
violentemente ed un gelo profondo mi percorre la spina dorsale,
mentre la chiesetta ritorna vuota, l'altare disadorno con i fiori
di campo che profumano, il sole di mezzodì che crea ombre
nitide. Mi siedo pensieroso sulla panchina di granito:
Devo guardare ancora.......
lentamente mi si presenta una nuova scena
Un Sacerdote, in tenuta solenne, sta celebrando la Santa Messa,
ma la chiesa e' vuota.... al Sanctus, segnalato da un dolce
tintinnio di campanelli scosso dalla mano di un paffuto
chierichetto; le braccia si alzano nell'atto della Consacrazione,
ma non ha l'ostia tra le dita, bensì una moneta d'oro....

26
Il chierichetto con un sorriso luminoso, conta, lentamente, le
altre set¬tantuno monete luccicanti d'oro.

"San Peder, San Peder,


ul Mag del Còll Brianza l’ha faa ul miracol....
...e me tegni tutt i danee”

(San Pietro, San Pietro, il Mago del Colle Brianza ha fatto il


miracolo...... e io mi tengo tutti i soldi...)

Scendo da un altro sentiero verso la piccola valle ed a una curva


mi si presenta una grotta scura, profonda.

Mi passa vicino un bimbo che mi urla:


"va minga dent, che l'è la cà del Mag de la Brianza” (Non
andare dentro, perché è la casa del Mago della Brianza)

27
LE ESPERIENZE DEL MAGO DI COLLE BRIANZA

L'esperienza vissuta con il Mago di Colle Brianza ed altre


similari, possono essere rivissute a certe condizioni.
Nell'antichità, essendo la costituzione psicosomatica dell'Uomo
sostanzialmente differente da quella attuale, indubbiamente
meno "materiale", le possibilità di penetrazione della
dimensione Subliminale direttamente a contatto con la
composizione corporea, erano decisamente maggiori.
Ai nostri giorni è più difficile (!...?) ma non impossibile.

E' importante precisare che noi ci riferiamo ad un'operazione


attiva, quindi escludiamo a priori, qualsiasi azione passiva, da
Medium, che respingiamo decisamente, in quanto negativa e
pericolosa per lo stesso operatore.
Dovremmo anche riflettere sull'attuale fenomeno del risveglio
della Tradizione Celtica che, al di là di mode più o meno
strumentali, costituisce un indubbio segno dei tempi.

Ci ricordiamo tutti l'esplosione improvvisa dell'Alchimia, negli


anni settanta, quando, dal nulla, comparvero un numero
notevolissimo di libri sull'argomento; questo fenomeno durò
poco più di tre anni, dopo di che esso si attenuò all'improvviso.
Noi sappiamo che nulla accade per caso, e che al di là degli
aspetti prettamente commerciali, è esistito ed esiste un
substrato che risponde a sti-moli che provengono dal piano
Sottile, in obbedienza all'Eone della sotto era dell'Argilla, in via
di definitiva nascita, come ultimo anello di una catena fatale
che ha avuto inizio nel lontano 5500 a.C.
Come disse l'Aedo greco Esiodo, nella sua "Opere e i Giorni", noi
siamo nel tempo ultimo, prima della stretta finale, quando è
ancora possibile avere sprazzi di Vita Superiore, prima che gli
Dei, coprendosi i loro bei corpi, ripercorrano le ampie strade del
ritorno ai Cieli e ci abbandonino definitivamente, prede dei
Demoni oramai padroni assoluti.
Tutto questo premesso perché le operazioni di contatto con il
soprasensibile sono possibili in particolari condizioni.
Si deve anche conoscere come scegliere le condizioni di Luogo e

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Tempo.

In primis, stendiamo il tema oroscopico del momento, seguendo


le indicazioni che l'Abate Tritemio riporta nel Secondo libro
della Steganografia (edito da Kemi Hathor nel 1981 — vol. II).
Nell’anno 1998, essendo dominato dalla Luna (vedi il Serto di
Iside —Ed. Kemi Hathor, vol. 2, 1989), è possibile utilizzare il
suo influsso, facendo particolare attenzione alla sua fase, la più
favorevole. Debitamente purificati, all'alba, poco prima che il
sole appaia all'orizzonte, ci si incammina di buon passo,
respirando ritmicamente. Appena il sole diffonde il suo fulgore,
assorbiamo mentalmente il suo magnetismo, bruciando i residui
tossici rintanati nei recessi delle nostre cellule.
Poniamo di essere nel segno del Toro, stiamo riequilibrando la
nostra terra: depurando l'Avarizia che ci ha accompagnato per
tanta parte del nostro cammino umano, e stiamo acquistando,
gradualmente, la virtù della Prudenza.
Sostiamo di fronte alla cappella della Madonna, da poco
restaurata, posta al limitare del bosco, ed assaporiamo il
delicato profumo dei fiori freschi che adornano la Sua
immagine.
Lentamente, con “Vox submissa”, prendiamo a recitare il salmo
142.

“Domine, exaudi orationem meam, aurbius percipe


obsecrationem meam in veritate tua; exaudi me in tua justitia.
Et non intres in judicium cum servo tuo, quia non justificabitur
in cospectu tuo omins vivens”

Nel silenzio che segue, il tempo sembra sia sospeso, ed il canto


degli uccelli ora si confonde con un tenue mormorio che sale
dalla Selva.
Avanziamo e penetriamo nel folto del bosco, e vediamo le auree
magnetiche delle piante che si aprono consenzienti perché, non
aggredite, conoscono la ragione della nostra presenza.
Quando si apre di fronte a noi una radura e, là in fondo,
nell'ombra, vediamo una argentea cascatella d'acqua che
precipita da una roccia ricoperta di muschio e che ci annuncia di

29
essere giunti dove volevamo.
Ci chiniamo delicatamente verso un cespuglio di digitale e
allunghiamo la mano per ghermire qualche fiore; ma ci
fermiamo per un lungo attimo, e ci sorprendiamo a declamare
una strana invocazione, in una lingua sconosciuta ma che,
stranamente, comprendiamo:
“Salute a voi bianca digitale, sono venuto a cogliervi affinché mi
rendiate la salute, poiché sono affetto dal gozzo”.

Che strano fiore, esso ha settantadue petali bianchi che, una


volta raccol¬ti ed adagiati nel cesto, su di un panno
bianchissimo di lino, si trasforma¬no in settantadue magnifici
petali d'oro.

“San Peder, San Peder, ul magg del còll Brianza l’haa faa ul
miracol ... e me tegni tutt i daneé”.

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BRUSA' OL BALON

Nel mondo incantato della mia infanzia, ogni occasione era


buona per andare a girovagare, senza meta, nei boschi e lungo i
torrenti.
In estate, col caldo afoso, l'itinerario preferito era quello che,
attraversando il ponte sul Lambro, mi portava sui monti
circostanti il paese. Sia all'andata che al ritorno, sostavo
dinnanzi alla cappella di San Rocco e San Sebastiano.
Mi attaccavo alle grate del cancello sempre chiuso e, poco alla
volta, abituavo la vista abbagliata dal sole, per osservare,
incantato, le figure dei due Santi: alla mia sinistra San
Sebastiano trafitto dalle frecce, e sulla destra San Rocco, in
veste di pellegrino, col bastone e la zucca dell'acqua appesa,
accompagnato da un cagnolino nero scodinzolante.
Il primo mi provocava quasi un fastidio fisico, perché non
sapevo concepire un guerriero che passivamente si facesse
martirizzare, in particolar modo in quel periodo di guerra dove
le armi in pugno ai vari combattenti presenti in paese,
affascinavano la mia fantasia di bambino.
Il secondo, invece, mi ispirava una dolcezza ed un fascino
recondito, non spiegabile, che mi teneva incatenato per
interminabili minuti.
Nel mese di luglio e nei primi giorni di agosto poi, in gran
segreto, entravo nei locali dell'oratorio femminile per spiare, da
una finestra compiacente, le giovani vergini del luogo che, con la
madre superiora, rimpolpavano un globo di lamine di ferro
appeso al soffitto, con batuffoli di bambagia bianca e petali di
rosa.
Il 16 di agosto di domenica, o la prima domenica dopo questa
data in Luna Piena, si teneva in paese una messa solenne, ed
anche io, insieme agli altri miei coetanei chierichetti, facevamo

31
a gara per avere l'onore di dare fuoco al globo appeso ad uno dei
grandi candelabri che scendevano dal soffitto.
E' indelebile e profondo, in mé, il ricordo della musica d'organo
che inondava la chiesa, l'incenso che annebbiava la vista, ed il
magnifico spettacolo della sfera di fuoco che mandava splendidi
bagliori.
Vedevo allora, nel fumo, strane figure di giovani inghirlandate
che danzavano intorno ad un dolmen, ed un druido che officiava
con le braccia alzate rivolte verso il sole sfolgorante, che
intonava una strana nenia che si confondeva con quella
liturgica cantata dalle giovani vergini che stavano dietro
l'altare.
Mi immaginavo nei panni di Sigfrid, l'eroe dei Nibelunghi, che
lottava con le fiamme a cavallo e con la spada in pugno, per
liberare la sposa Brunilde che stava nel castello di Hindafiall.
Ma, spente le fiamme del globo, mi ritrovavo a piedi, con
indosso il saio del pellegrino, il bastone con la zucca appesa
nella destra, ed il cagnolino nero che mi seguiva scodinzolando
lungo l'erto cammino, attraverso i boschi, su su, fino in cima
alla montagna, ..... con il cuore leggero di un bambino....

”voraria anmò pizzà ul foeugh e brusall, ‘me ona vòlta”.


(Vorrei ancora dar fuoco al pallone e bruciarlo, come una volta).

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Significato esoterico del “Balon”

Ogni Tradizione si è servita sempre dei veicoli simbolici


introdotti ad arte, in particolare nei templi e nelle raffigurazioni
sacre.

La Tradizione Celtica e quella Romana si sono sovrapposte in


quella Cristiana, facendo sortire oggetti di culto popolare di
raffinata complessità velata da un'apparente semplicità. Le
immagini di San Sebastiano da una parte e di San Rocco,
dall'altra, lo testimoniano ampiamente.
In esse viene sintetizzata la via marziana o guerriera, per la
costruzione della pietra del Ka, o del Legno di Vita.
Esse rappresentano pure il tema portante della cerca del Santo
Graal, ed insistono su di un' apparente sentimentalità, per
adombrare la Via Templare.
Infatti, il sacrificio di San Sebastiano non è causato dall'esterno,
ma è una mortificazione (morte) auto imposta della spinta
marziana, per trasmutarla su di un piano superiore, ciò per
finalizzare la Volontà in atto non già alla conquista delle cose
terrene ma per la sublimazione di un traguardo di pura natura
spirituale.
Per morire, ci si deve spogliare della corazza del Guerriero ed
indossare il Saio, non già del penitente, ma di colui che dona
tutto se stesso per redimersi e redimere l'Umanità.
Viene, quindi, scelto il momento cruciale di questo trapasso,
proprio nel periodo di maggior vigore della Natura, quando il
Sole dardeggia implacabile, per dinamizzare maggiormente la
propria calamita, si da accogliere nel proprio athanor, dalla
bocca di Dio, le forze cosmiche che discendono sull'asse acquario
- leone.
Il sublime atto di rinuncia di sé, la mortificazione cosciente del
proprio io, accende il fornello alla base del nostro Albero del
Mondo, provocandone l'esplosione e la salita in verticale.

Non a caso “ol balon” ha un'intelaiatura di ferro ricoperta di


puro cotone, e posto in opera da mani pure di vergini, il cui
magnetismo naturale è al massimo della potenzialità.
Il rito si perde nella notte dei tempi, ed il riverbero luminoso

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rischiara ancora oggi l'interno dei templi, o le radure nei boschi
sacri.

Non è più tempo di eroi in guerra, ma è ancora il tempo


dell'Eroe solitario che percorre inciampando, il sentiero periglio
so che lo condurrà alla Casa del Padre.........

Lame fatate
di Cuori cortesi
Bisbigli profondi
di Bandruí silenti
Fulgida corona di Luce inviolata
Tessono lodi
di cavalieri erranti
.......................
Invoca la Banfile
il Sole Celeste
il Sole Guerriero
Il Drago di fuoco
modella il respiro
per l'albero profeta:
questa è la sentenza.

(di: Elena Paredi)

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LA CÜCCAGNA

Nella mia beata e spensierata infanzia, anche la guerra rimase


lontana dalle contrade dell'Alta Brianza fino ai primi mesi
dell'anno fatale 1945.
La vita scorreva scandita dalle stagioni.
Naturalmente, quella più goduta era l'estate, con le sue
interminabili giornate, riempite da giochi ed avventure senza
fine.
Nella ricorrenza del Santo Patrono, il paese si riempiva di
bancarelle e giostre, che moltiplicavano, quasi all'infinito suoni,
colori, suggestioni.
Ma il punto culminante, quello che raggiungeva, o faceva
raggiungere, le vette di un momento atemporale, magico, era la
salita all'albero della Cuccagna.
Oggi, purtroppo, caduto nel dimenticatoio come la maggior
parte delle ricorrenze tipiche del mondo rurale Brianzolo.
Veniva, questo, eretto al centro della piazza antistante la
Chiesa, e consisteva in un tronco di frassino odi pino di circa
sette metri, ben levigato, con sulla cima un anello di ferro, retto
da sette raggi metallici.
Allo stesso venivano appesi salami di ogni tipo, polli, formaggi e
mercanzie di pregio, preda ambita e sognata da tutti perché
eccezionale, non foss'altro per la quantità inusuale,
particolarmente in quei tempi di estrema indigenza, anche se in
campagna era possibile avere in tavola cibi che in città
pochissimi si potevano permettere.

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Al culmine della giornata di festa, tutti gli abitanti ed i
forestieri gremivano la piazza in ogni sua parte ed io, grazie alla
piccola statura e alla agilità, riuscivo sempre a trovarmi in
prima fila così che, a naso in su, vedevo i premi ambiti che si
stagliavano, lontani, confusi nell'azzurro del cielo, come se a
questo appartenessero, e dondolavano cullati dalla brezza che,
vicino al tramonto del sole, sempre scendeva dai monti, a
rinfrescare dalla calura estiva.
Veniva, prima, il palo spalmato di grasso animale per tutta la
sua lunghezza, così che la sua salita diventava pressoché
impossibile per i bambini. Io mi cimentavo, eludendo la
sorveglianza degli adulti, ma non riuscivo a salire più di un
metro.
Un improvviso silenzio, seguito da un brusio di ammirazione,
salutava la squadra dei concorrenti, che erano coperti solo da un
paio di pantaloni corti ed una sacca, appesa alla cintura, che
conteneva cenere di pino e di frassino: infatti, l'abilità di chi
saliva consisteva nel togliere il grasso dal tronco e ricoprirlo di
cenere, per rendere possibile la presa di gambe e braccia.
Muscoli possenti si tendevano, e, quasi sempre, arrivava in cima
il Beppe, un tipo tremendamente muscoloso e rosso di capelli,
dai tratti spiccatamente germano-celtici.

Dopo numerosi tentativi di tutti i concorrenti, alcuni dei quali si


aiutavano salendo l'uno sulle spalle dell'altro, sbuffavano, si
contorcevano, ma alla fine, arrivati a due terzi d'altezza,
scivolavano giù senza remissione.

L'urlo degli abitanti diventava boato, quando il Beppe con


movimenti ritmici e felini, quasi in una sequenza armonica
rituale, saliva, saliva, saliva e per primo riusciva ad afferrarsi
al cerchio di ferro.
Ma, la cosa strana era che, il vincitore staccava tutti i premi e li
scagliava giù, sulla folla, mentre per lui teneva un nastro rosso
che si avvolgeva attorno alla nuca, alla maniera dei pellerossa,
così che la fronte spaziosa e sudata, veniva tagliata a metà.
Poi, quasi con un balzo, volava a terra, accolto dagli altri
concorrenti che lo portavano in trionfo.

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Finita la gara, sfollata tutta la gente, la piazza vuota avvolta
ormai dalle prime ombre della sera, trovava mio padre,
bambino, ancora incollato alla base dell'albero della Cuccagna, a
naso in su: il cerchio di ferro, ormai vuoto, si confondeva con le
prime stelle che apparivano in cielo.

Quanto avrei dovuto crescere, quanto avrei dovuto rinforzarmi


per poter salire anch’io in cima all'albero Yggdrasill il Frassino
Magico ?

Sì, ci sarei riuscito, sempre che fossi stato capace di ritrovare, ai


miei piedi, la fonte Mimir, anche se, come Odino, avrei dovuto
donare un occhio (quello sinistro) per poter bere la sua fresca
acqua rigeneratrice.
O, come il Mago Merlino, salire in cima all'albero del pino
Belnmentor, dopo aver resuscitato Artù, il re mai morto...

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LE ATMOSFERE DELLA CUCCAGNA

Tornai dopo molti anni, nella piazzetta del paese della mia
infanzia.
D'estate, all'alba, attrezzato per la salita in montagna, mi sono
ritrovato come se il tempo non fosse mai passato.
Non c'era nessuno in giro, salvo un gatto che rientrava a casa
dopo una notte trascorsa tra i campi.
C'era ancora la fontana del lavatoio dove sgorga un'acqua
gelida, vivificante.
Rinfrescatomi il viso, ne ho bevuto un lungo sorso e la nuova
energia mi è penetrata nell'intimo del corpo ridiscendendo nelle
caverne dalle quali proveniva.
Ha guardato il centro della piazza e, piano piano, ma sempre
più distintamente, ha rivisto tutta la scena della salita alla
Cuccagna, capendone il senso profondo, palingenetico.
Si, sono cresciuto, ho percorso tanto cammino, e finalmente, ho
acquistato la capacità di risalire il Frassino Magico, Yggdrasill.
Non ho donato l'occhio sinistro, ma me ne sono servito per
vedere chiaramente il sentiero della risalita.
Il Re Artù non è ancora risorto del tutto, ma ha riacquistato
sufficiente forza per rizzarsi in piedi e, sguainata la spada
Exalibur, riprende a duellare con un ipotetico avversario.
Il Mago Merlino, semi nascosto da un folto cespuglio di
biancospino, pare che sorrida sornione.
Il gatto, da lontano, mi osserva stupito perché vede anch'esso
tutta la scena nei suoi dettagli, e rizza il pelo, eccitato.

È pur vero, come viene affermato da più parti, che il popolo è la


memoria storica della Tradizione. Il popolo, beninteso, che vive
ancora secondo i ritmi naturali.
Ma, purtroppo, la nostra civiltà tecnologica ed edonistica ormai
ha corrotto i più.
Siamo, comunque, in quella fase che fu preconizzata da Esiodo,
nella quale l'uomo può vivere, a sprazzi, ancora a contatto con
gli dei, traendone forza e gioia.

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Il risveglio della Kundalini e la sua risalita può essere ancora
possibile, ma i rischi connessi all'operazione sono
indubbiamente maggiori che per il passato, vista la progressiva,
fatale ed estrema materializzazione del nostro essere.
Inoltre, la vita profana che siamo costretti a vivere, inquina
inevitabilmente i nostri canali sottili, gli unici che possono
alimentare il centro energetico, veicolando l'oro astrale. Ma il
cammino prosegue.

Mi avvio verso la montagna e prendo a salire, ed il sole che


nasce, mi riscalda la schiena...

... E le antiche Arpe


intonarono il Cantico Primordiale
Lodarono gli Uomini
l'Estate primitiva
in eterno Pulsare.
Le Api
si spogliarono del Sole
per riversarne l'anima
alla terra dei Poveri.
Così gli Dèi
intrecciarono gli spiriti
per il trionfo dell'Unisono
e gli archi celesti si spalancarono
ad accoglierne l'essenza.

(di Elena Paredi)

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Biografia

Carlo Paredi e’ nato il 9 marzo 1939 a Milano nella Clinica San


Giuseppe vicina alla sua amata Basilica di Sant’Ambrogio.
I suoi primi percorsi di studio furono seguiti da un Padre
Gesuita, tale Don Giullietti. Egli confidò con “vergogna”, al
Padre, di averla vista apparire alcune volte nella sua povera
cameretta, da fanciullo sfollato, durante il secondo conflitto
mondiale, a Lezza Carpesino vicino ad Erba, luogo di nascita
della madre: là dove nacque tra l’altro Radio Vaticana.
Con la scuola dell’obbligo fu primo e vinse il Concorso “Veritas”.
Si scostò dalle istituzioni ecclesiastiche per varie vicissitudini.
Negli anni settanta, grande lettore e curioso per cultura, si
avvicinò all’approfondimento di filosofia, religioni, visioni del
mondo e pratiche esoteriche. Tra queste quelle dell’India antica
e delle tecniche Yoga, come il Pranayama. Iniziò, inoltre, ad
accostarsi a varie correnti esoteriche.
Profondo Alchimista, mise in pratica gli insegnamenti del suo
maestro Angelo Angelini, e di un “fantomatico” Angelo Gentili
(scoprì solo in seguito, conoscendolo più a fondo, che erano la
stessa persona), di cui fu allievo sin dagli inizi degli anni’80.
Collaborò attivamente alla rivista di studi alchemici “Kemi
Hathor”, approfondendo e portando avanti tali insegnamenti
con l’Associazione omonima dal 1997 fino al 2000, tenendo corsi
di Astrologia Medica e Spagiria.
All’età di 45 anni, per migliorare la propria natura e comunicare
il proprio sapere, si accostò alla Libera Muratoria impegnandosi
e ricoprendo tutte le posizioni di Loggia dei Lavori dei tre gradi
iniziali.
Non stiamo ad elencare tutte le sue onorificenze e posizioni
apicali all’interno della Massoneria, dei riti simbolici e dei gradi
scozzesi.
Ricordiamo tra gli ultimi impegni, l’erezione delle colonne della
“AlphaBetinOmega”, loggia milanese, assieme anche, tra gli
altri 3 firmatari, suo figlio M:. Nicola.
Dal 2001 al giugno 2016, ha insegnato tra Lombardia e
Piemonte: Astrologia medica Egizia, Astrologia Giudiziaria,
Alchimia Verde o Spagiria, Alchimia metallurgica, Alchimia

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Steganografica (magia operativa), Cabala Ebraica ed
Egittologia.
Muore il 5 luglio 2016 nella stessa Clinica in cui era nato, nella
sua cara Milano sotto il “dominio” di Santo Ambrogio. Nacque
prematuro e morì prematuro nello stesso luogo, chiudendo un
cerchio ideale.

Autore di tre libri:

“La Volasfera - i 360 gradi dello Zodiaco”, edito Kemi


Hathor (1998) - prima traduzione italiana del monomeri della
Volasfera,

“La Steganografia dell’Abate Tritemio - III° volume”,


(traduzione e commento), edito Kemi Hathor (1999) -
Traduzione e commento della maggior opera Magico-Pratica di
tutti i tempi.

“La Spiga e la Vite”, libro pubblicato postumo, è un saggio


esoterico scritto in chiave narrativa, lo vede protagonista. Un
viaggio immaginario, in un lontano passato, che aiuta a
comprendere il percorso iniziatico. Una presa di coscienza di
questi tempi moderni, che sono molto più difficili rispetto a
quelli degli Antichi, per ciò che riguarda la crescita interiore, di
ciascuno di noi, tramite la conoscenza e l’attuazione delle
discipline esoteriche.

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