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Quaderni del Gruppo di Ur III SUB SPECIE INTERIORITATIS

Sub Specie Interioritatis

Ogni quaderno del Gruppo di Ur raccoglie, in forma organica e sintetica, quanto emerso nell'omonimo forum, in relazione ad un determinato argomento. In esso si trovano, perci, sia citazioni degli autori studiati, sia commenti. I quaderni si devono considerare in continuo aggiornamento, dal momento che l'emergere di nuovo materiale sull' argomento trattato pu rendere opportuna una nuova edizione.

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PIETRO NEGRI SUB SPECIE INTERIORITATIS


Coelum, ......, nihil aliud est quam spiritualis interioritas. (GUIBERTUS - De Pignoribus Sanctorum IV, 8). Aquila volans per aerem et Buso gradiens per terram est Magisterium. (M. MAYER - Symbola Aureae Mensae duodecim Nationum, Francoforte, 1617, p. 192). Sono trascorsi oramai molti anni da quando ebbi, per la prima volta, coscienza della immaterialit. Ma, nonostante il fluire del tempo, l'impressione che ne provai fu cos vivida, cos possente, da permanere tuttora nella memoria, per quanto sia possibile trasfondere e ritenere in essa certe esperienze trascendenti; ed io tenter, oggi, di esprimere, humanis verbis, questa impressione, rievocandola dagli intimi recessi della coscienza. Il senso della realt immateriale mi balen nella coscienza all'improvviso, senza antefatti, senza alcuna apparente causa o ragione determinante. Circa quattordici anni fa stavo un giorno, fermo ed in piedi, sul marciapiede del palazzo Strozzi a Firenze, discorrendo con un amico; non ricordo di che ci intrattenessimo, ma probabi1mente di qualche argomento concernente l'esoterismo; cosa del resto senza importanza per l'esperienza che ebbi. Era una giornata affatto simile alle altre, ed io mi trovavo in perfetta salute di corpo e di spirito, non stanco, non eccitato, non ebbro, libero da preoccupazioni ed assilli. E, ad un tratto, mentre parlavo od ascoltavo, ecco, sentii diversamente: la vita, il mondo, le cose tutte; mi accorsi subitamente della mia incorporeit e della radicale, evidente, immaterialit dell'universo; mi accorsi che il mio corpo era in me, che le cose tutte erano interiormente, in me; che tutto faceva capo a me, ossia al centro profondo, abissale ed oscuro del mio essere. Fu un'improvvisa trasfigurazione; il senso della realt immateriale, destandosi nel campo della coscienza, ed ingranandosi col consueto senso della realt quotidiana, massiccia, mi fece vedere il tutto sotto una nuova e diversa luce; fu come quando, per un improvviso squarcio in un fitto velario di nubi, passa un raggio di sole, ed il piano od il mare sottostanti trasfigurano subitamente in una lieve e fugace chiarit luminosa. Sentivo di essere un punto indicibilmente astratto, adimensionale; sentivo che in esso stava interiormente il tutto, in una maniera che non aveva nulla di spaziale. Fu il rovesciamento completo della ordinaria sensazione umana; non solo l'io non aveva piu l'impressione di essere contenuto, comunque localizzato, nel corpo; non solo aveva acquistato la percezione della incorporeit del proprio corpo, ma sentiva il proprio corpo entro di s, sentiva tutto sub specie interioritatis. Ben inteso, occorre qui cercare di assumere le parole: entro, interno, interiore, in una accezione ageometrica, semplicemente come parole atte, alla meglio, ad esprimere il senso del rovesciamento di posizione o di rapporto tra corpo e coscienza; ch, del resto, parlare di coscienza contenuta nel corpo altrettanto assurdo ed improprio quanto parlare di corpo contenuto nella coscienza, data l'eterogeneit dei due termini del rapporto. Fu un'impressione possente, travolgente, soverchiante, positiva, originale. Si affacci spontanea, senza transizione, senza preavvisi, come un ladro di notte, sgusciando entro ed ingranandosi col consueto grossolano modo di sentire la realt; affior rapidissima affermandosi e ristando nettamente, tanto da consentirmi di viverla intensamente e di renderne conto sicuro; eppoi svan, lasciandomi trasecolato. Era una nota del poema eterno quel ch'io sentiva... ; e, nel rievocarla, sento aleggiare ancora, nell'intimo della coscienza, la sua ierativa solennit, la sua calma e silente possanza, la sua purezza stellare. ***
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Questa fu la mia prima esperienza della immaterialit. Nell'esporla, ho cercato soltanto di rendere fedelmente la mia impressione, a costo anche di incorrere eventualmente nell'appunto di non essermi debitamente attenuto alle norme di una precisa terminologia filosofica. Posso anche riconoscere che la mia competenza filosofica non era e non all'altezza di queste esperienze spirituali, e posso anche ammettere che, dal punto di vista degli studii filosofici, sarebbe desiderabile che di queste esperienze fossero fatti partecipi quelli, e quelli soltanto, che . hanno grandi meriti filosofici; ma, espresso il rammarico, bisogna pur riconoscere che il punto di vista degli studii filosofici non l'unico ammissibile, e che lo spirito soffia dove vuole, senza tenere speciale conto della capacit filosofica. Nel caso specifico della mia esperienza personale, il trapasso avvenne indipendentemente da ogni speculazione scientifica o filosofica, da ogni lavorio cerebrale; e sono piuttosto propenso a ritenere che questa indipendenza non sia stata fortuita ed eccezionale. Non sembra invero che la speculazione razionale possa condurre pi in l di una semplice astrazione concettuale, di carattere piu che altro negativo, ed incapace di suggerire o provocare l'esperienza diretta vissuta, la percezione della immaterialit. Il modo consueto di vivere si impernia sopra il senso della realt, materiale, o, se si vuole, sopra il senso materiale. della realt. Esiste quel che resiste, il compatto, il massiccio, l'impenetrabile; le cose sono in quanto esistono, occupano posto, fuori del, ed anche entro il nostro corpo; esse sono, per cosi dire, tanto maggiormente reali quanto pi solide, impenetrabili, inattaccabili. Il concetto empirico ed ordinario di materia, come di una res per s stante che occupa posto, .che si tocca e che offre resistenza al tatto, una funzione della via corporea; le necessit della vita in un corpo solido, denso, pesante, abituato a poggiare sopra il terreno solido e stabile, generano l'abitudine ad identificare il senso della realt con questo modo particolare umano di sentire la realt, e fanno nascere la convinzione aprioristica che esso sia il solo possibile e che non ve ne siano e non ve ne possano essere altri. Non pertanto pur vero che questi caratteri tipici della realt materiale vanno gradatamente attenuandosi e svanendo quando dalla maeria solida si passa alla liquida, alla fluidica ed alla gassosa; e l'analisi scientifica porta, attraverso ai successivi stadii della disintegrazione molecolare ed, atomica, ad una concezione della materia ben lontana da quel concetto empirico primitivo, che sembrava un dato cos sicuro ed immediato dell'esperienza. Alla universale smaterializzazione dei corpi corrisponde necessariamente, passando dalla scienza alla filosofia, l'astrazione concettuale idealistica, la risoluzione del tutto nell'io; ma il riconoscimento concettuale della spiritualit universale non conduce alla conquista od all'acquisto effettivo della percezione della realt spirituale, ed possibile seguire una filosofia idealistica continuando ad essere ciechi spiritualmente tanto quanto il piu crasso materialista; possibile dirsi filosofi idealisti e credere di avere toccato la vetta dell'idealismo mediante la semplice e laboriosa conquista concettuale, pure escludendo o non pensando affatto alla possibilit di una percezione ex imo; possibile confondere, e pensare che si debba confondere, ogni epifania spirituale con un semplice atto del pensiero. Naturalmente con simili chiodi nella testa si pu seguitare un pezzo ad arrampicarsi su per i peri dell'idealismo assoluto senza altro effetto che quello di stroncare qualche ramo sulla testa dei colleghi in ascensione. Veramente non vale la pena di guardare con tanto disdegno i vecchi filosofi positivisti, vittime povere s ma oneste di una semplicistica accettazione del criterio empirico della realt materiale! Toglier a questo senso empirico materialistico della realt il suo carattere di unicit, di positivit e di insostituibilit, non significa invero togliergli ogni valore, ma soltanto definirne il valore. Esso seguita ad avere diritto di cittadinanza nell'universo, accanto ed insieme agli altri eventuali modi di sentire la realt. Raggiunta l'astrazione idealistica concettuale, non dunque il caso d'intonare. il peana della vittoria. E, per la esistenza e la entrata in campo del senso della realt immateriale, non segue parimente, ben inteso, che si debba rovesciare la posizione, accordando al nuovo senso della realt i privilegi dell'antico, esaltandolo a spese dell'altro. La verit dell'uno non porta la falsit dell'altro; l'esistenza dell'uno non esclude la coesistenza dell'altro. Illusorio ed arbitrario credere che non vi sia, e non vi debba essere, che un solo modo di sentire la realt; se il criterio empirico della realt materiale si riduce fatalmente in ultima analisi

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ad una semplice illusione, ciononpertanto questa modalit di coscienza, che si impernia sopra un'illusione, esiste effettivamente tanto che sopra questo senso poggia la vita di innumerevoli esseri, anche quando questo criterio venga superato concettualmente, anche quando venga superato spiritualmente, inghiottito dal sopraggiunto senso della immaterialit. La mia esperienza, per quanto fugace, mi dette la dimostrazione pratica della possibile effettiva simultanea coesistenza delle due percezioni della realt, la percezione spirituale pura e quella ordinaria corporea, per quanto contraddittorie all'occhio della ragione. un'esperienza elementare di cui non certamente il caso di inorgoglirsi; ma pur sempre un'esperienza fondamentale che ricorda quella di Arjna nella Bhagavad-gita e quella di Tat nel Pimandro, pur sempre una prima percezione effettiva diretta di quello che i cabalisti chiamavano il santo palazzo interiore, ed il Filalete l'occulto palazzo del Re, ed anche di quello che Santa Teresa chiamava il castello interiore. Per quanto elementare, una esperienza che inizia una vita nuova, doppia; il dragone ermetico mette le ali e diviene anfibio, capace di vivere in terra e di staccarsi da terra. Ma perch mai, si dir, di solito si sordi a questa percezione, ed io stesso che scrivo non me ne ero accorto prima? Perch si dilegu? Ed a che serve? Non forse meglio di non sospettare neppure l'esistenza di cosi perturbanti misteri? E perch non si insegna come si fa ad ottenere questa impressione? Ed giusto che alcuni pochi ne sian partecipi e gli altri no? Non facile rispondere esaurientemente a queste ed alle altre domande che si possono porre in proposito. Quanto alla sordit spirituale, mi sembra che essa provenga o dipenda dal fatto che solitamente l'attenzione della coscienza talmente fissata sul senso della realt materiale, che ogni altra sensazione passa inavvertita. dunque una questione di orecchio: il tema melodico svolto dai violini richiama di solito tutta l'attenzione ed il profondo accompagnamento dei violoncelli e del contrabbasso passa inavvertito. Forse, anche, la monotonia di questa nota, bassa e profonda, che la sottrae alla percezione ordinaria; e io ricordo bene lo stupore provato, similmente, quando una volta, in montagna, sopra un gran prato fiorito, il ronzio sordo ed eguale prodotto da innumerevoli insetti mi percosse l'orecchio ad un tratto, come per caso, o meglio, solo ad un tratto e senza ragione apparente divenni cosciente di quel ronzio, certo preesistente alla mia improvvisa percezione. La risposta, come si vede, non consiste che in una comparazione con fenomeni consimili, e probabilmente non appagher i lettori. Cosi pure temo forte che alle altre domande non potrei dare risposte piu soddisfacenti; e perci porr fine a questo scritto, cosa del resto che ormai tempo di fare, non fosse che per discrezione.

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L'esperienza narrata da Pietro Negri in "Sub Specie Interioritatis" stata oggetto di un saggio di Ren Guenon, intitolato "Spirito nel Corpo o Corpo nello Spirito?" (Etudes Traditionnnelles n 234 -1939) nel quale lo stesso argomento viene trattato dal punto di vista dottrinario del Vedanta, un "darshana" ind nel quale purtroppo "maya" interpretata soltanto come "illusione", anzich come quella misteriosa potenza magica, che nei Veda appartiene sia ai Deva che agli Asura. Per trasporre quanto detto da Guenon in un contesto magico occidentale, ci si pu rifare ad es. a quanto detto da Maestro Eckhart, sostituendo ad Atma, la Divinit impersonale (Gottheit), a Jivatma la "Scintilla" e al raggiungimento diretto di Atma quello del "Piccolo Punto", al quale per in magia (ed questo che la distingue da una via soltanto contemplativa) segue tutta una serie ulteriore di stadi, noti globalmente come "opera al rosso".

Ren Guenon SPIRITO NEL CORPO O CORPO NELLO SPIRITO?


La concezione corrente, secondo cui lo spirito risiede in qualche modo nel corpo, non pu che sembrare molto strana a chiunque possieda anche soltanto le pi elementari nozioni di metafisica, non solo perch lo spirito non pu essere localizzato , ma perch, anche se si tratta solo di un modo di dire pi o meno. simbolico, evidente in esso l'illogicit ed il capovolgimento dei rapporti normali. In effetti, lo spirito non altro che Atma, il principio di tutti gli stati dell'essere in tutti i gradi della sua manifestazione; orbene, tutte le cose sono necessariamente contenute nel loro principio, e in realt non possono in alcun modo esserne fuori, n tanto meno rinchiuderlo nei loro limiti; sono dunque tutti questi stati dell'essere, e per conseguenza anche il corpo che semplicemente una modalit d'uno di questi, a dover essere in definitiva contenuti nello spirito, e non viceversa: Il meno non pu contenere il pi , n tanto meno produrlo, il che d'altronde applicabile a diversi livelli, come vedremo in seguito; ma consideriamo per il momento il caso estremo, quello che concerne il rapporto tra il principio stesso dell'essere e la modalit pi ristretta della sua manifestazione individuale umana. A tutta prima si potrebbe essere tentati di concludere che la concezione corrente sia dovuta unicamente ad ignoranza da parte della grande maggioranza degli uomini, e corrisponda ad un semplice errore di linguaggio ripetuto senza riflettere per la forza dell'abitudine; ma la questione non cosi semplice, e questo errore, se errore esiste, ha ragioni ben pi profonde di quanto a prima vista si potrebbe credere. A queste considerazioni, bisogna premettere che l'immagine spaziale del contenente e del contenuto non deve essere presa alla lettera, poich uno solo di questi due termini, il corpo, possiede effettivamente il carattere spaziale, lo spazio non essendo niente altro che una delle condizioni proprie dell'esistenza corporea. L'impiego del simbolismo spaziale e di quello temporale, come abbiamo ripetutamente spiegato, non solo legittimo, ma anche inevitabile, in quanto necessariamente dobbiamo servirci d'un linguaggio il quale, essendo quello dell'uomo corporeo, anch'esso sottoposto alle condizioni determinanti l'esistenza di quest'ultimo come tale: basta aver sempre presente che tutto quanto non appartiene al mondo corporeo non pu essere, in realt, n nello spazio n nel tempo... Secondo la dottrina ind, si sa infatti che jivatma, il quale in realt Atma stesso, ma considerato nel suo rapporto con l'individualit umana, risiede nel centro di questa ed rappresentato simbolicamente dal cuore; ci non vuole affatto dire che jtvatma sia racchiuso nell' organo corporeo che porta questo nome, o in un organo sottile corrispondente; implica invece che, in un certo senso, sia situato nell'individualit, e pi precisamente nella parte pi centrale di questa. Atma non pu essere veramente n manifestato n individualizzato e, a maggior ragione, non pu essere incorporato; e tuttavia, in quanto jivatma, appare come se

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fosse individualizzato e incorporato; evidentemente questa apparenza non pu essere che illusoria riguardo ad Atma, e nondimeno ha una sua esistenza da ,un certo punto di vista, quello stesso punto di vista, proprio della manifestazione individuale umana, per cui jivatma sembra essere distinto da Atma. dunque da questo punto di vista che si pu dire che lo spirito situato nell'individuo; e inoltre si potr dire che situato nel corpo, a condizione di non scorgervi una localizzazione in senso letterale, se lo si considera dal punto di vista pi particolare della modalit corporea di tale individualit; non si tratta dunque d'un vero e proprio errore, ma solamente dell' espressione d'una illusione che, pure essendo tale se riferita alla realt assoluta, corrisponde tuttavia ad un certo grado della realt, quello stesso degli stati di manifestazione ai quali detta illusione si riferisce, e che diventa errore solo quando si ha la pretesa di applicarla alla concezione dell'essere totale, come se il principio stesso di quest'ultimo potesse essere influenzato o modificato da uno dei suoi stati contingenti. Abbiamo finora fatto una distinzione tra la modalit corporea dell'individualit e l'individualit integrale, quest'ultima comprendente anche tutte le modalit sottili; e, a questo proposito, possiamo aggiungere un'osservazione la quale, bench accessoria, aiuter senza dubbio a comprendere ci che principalmente abbiamo in vista. All'uomo ordinario, la cui coscienza in qualche modo sveglia unicamente nella modalit corporea, tutto ci che pi o meno oscuramente viene percepito delle modalit sottili, appare come incluso nel corpo, perch questa percezione corrisponde solo al rapporto che quelle hanno con questo, piuttosto che a ci che sono in se stesse; in realt, le modalit sottili non possono essere contenute nel corpo e venir condizionate dai suoi limiti, anzitutto perch proprio in esse che si trova il principio immediato della modalit corporea, e poi perch esse sono suscettibili d'una estensione incomparabilmente maggiore, per la natura stessa delle possibilit che comportano. Queste modalit, inoltre, se effettivamente sviluppate, appaiono come prolungamenti estendentisi in ogni senso al di l della modalit corporea, cosicch questa viene interamente a trovarsi, per cos dire, avvolta da esse; sotto questo aspetto, per chi abbia realizzato l'individualit integrale, avviene una specie di rivolgimento , se cos ci si pu esprimere, rispetto al punto di vista dell'uomo ordinario. In questo caso, del resto, le limitazioni individuali non sono ancora superate, ed per ci che all'inizio parlammo d'una possibile applicazione a diversi livelli; fin d'ora per si potr comprendere, per analogia, che un rivolgimento si opera ugualmente, in un altro piano, quando l'essere sia passato alla realizzazione sopra-individuale. Fin quando l'essere non raggiungeva Atma, altro che nei suoi rapporti con l'individualit, cio come jivatma, questo gli appariva come incluso nell'individualit e non poteva di certo apparirgli altrimenti poich era incapace di oltrepassare i limiti della condizione individuale; ma quando egli raggiunge Atma direttamente ed in s stesso, l'individualit, e con essa tutti gli altri stati individuali e sopra-individuali, gli appaiono invece compresi in Atma, com' effettivament,e dal punto di vista della realt assoluta, poich essi non sono nient'altro che le possibilit stesse di Atma, al di fuori del quale niente pu avere un grado qualsiasi di realt. Abbiamo cos precisato i limiti entro i quali, da un punto di vista relativo, si pu dire che lo spirito contenuto sia nell'individualit umana che nel corpo; e, inoltre, ne abbiamo indicato la ragione, ragione che in definitiva inerente alla condizione stessa dell'essere per il quale questa prospettiva legittima e valida. Ma non tutto: bisogna ancora tener presente che lo spirito si considera situato non solo nell'individualit in generale, ma in un suo punto centrale, al quale corrisponde il cuore nell'ordine corporeo; ci richiede altre spiegazioni, le quali permetteranno di conciliare i due punti di vista, apparentemente opposti, riferentisi rispettivamente, alla realt relativa e contingente dell'individuo ed alla realt assoluta di Atma. facile rendersi conto che queste considerazioni devono basarsi essenzialmente su una applicazione del senso inverso dell'analogia, applicazione che nello stesso tempo dimostra, in modo particolarmente chiaro, le precauzioni che si richiedono nella trasposizione del simbolismo spaziale, in quanto, contrariamente a quello che avviene nell'ordine corporeo, cio nello spazio inteso nel senso proprio e letterale, si pu dire che nell' ordine spirituale l'interno a comprendere l'esterno, ed il centro a contenere tutte le cose.

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I Cieli Una delle migliori illustrazioni dell' applicazione del senso inverso, data dalla rappresentazione dei diversi cieli, corrispondenti agli stati superiori dell'essere, mediante altrettante circonferenze o sfere concentriche come se ne ha un esempio in Dante. In una simile rappresentazione sembra a tutta prima che i cieli siano tanto pi vasti, cio meno limitati, quanto pi sono elevati e quindi anche pi esteriori , nel senso che figurano pi distanti dal centro, quest'ultimo essendo allora costituito dal mondo terrestre; questo il punto di vista dell'individualit umana, rappresentato precisamente dalla terra, punto di vista che corrisponde ad una verit relativa, la quale tale nella misura in cui l'individualit reale nel suo ordine, e per il fatto che bisogna necessariamente partire da quest'ultima per passare agli stati superiori. Ma quando l'individualit venga superata e si operi il rivolgimento di cui abbiamo parlato (che in realt un raddrizzamento dell'essere), tutto l'insieme della rappresentazione simbolica viene ad essere in qualche modo rovesciato; allora il cielo pi elevato ad essere nello stesso tempo il pi centrale, poich in esso risiede il centro universale stesso; e, per contro, il mondo terrestre viene in questo modo a situarsi all'estrema periferia. In questo rivolgimento di posizione, bisogna inoltre osservare che il cerchio corrispondente al cielo pi elevato deve tuttavia rimanere il pi ampio e comprendere tutti gli altri (infatti, seondo la tradizine islamica, il Trono divino abbraccia tutti i mondi); e deve essere cos perch, nella realt assoluta, il
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centro che contiene tutto. L'impossibilit di raffigurare materialmente questo punto di vista, secondo cui il pi vasto nello stesso tempo il pi centrale, non fa che esprimere le limitazioni alle quali il simbolismo geometrico inevitabilmente sottoposto per il fatto stesso d'essere il linguaggio della condizione spaziale, cio di una delle condizioni proprie del nostro mondo corporeo, e quindi esclusivamente inerenti all'altro punto di vista, quello dell'individualit umana. Per quanto riguarda il centro, si vede nettamente qui che, per il rapporto inverso esistente tra il centro effettivo (quello dell'essere totale oppure dell'Universo, a seconda che si considerino le cose dal punto di vista microcosmico o macrocosmico) e il centro dell'individualit o del suo particolare dominio d'esistenza, il primo, che il pi grande nell'ordine della realt principiale, diventa in certo qual modo (senza venir per nulla alterato o modificato in s stesso) l'ultimo ed il pi piccolo nell'ordine delle apparenze manifestate. Si tratta dunque, continuando a servirci del simbolismo spaziale, del rapporto esistente tra il punto geometrico e ci che potremmo analogicamente chiamare il punto metafisico: quest'ultimo il vero centro primordiale, che contiene in s tutte le possibilit, ed quindi quanto v' di pi grande; non assolutamente situato , poich nulla lo pu contenere o limitare, mentre sono tutte le cose a situarsi rispetto ad esso (va da s che anche ci deve intendersi simbolicamente, perch qui non si tratta unicamente delle possibilit spaziali). Il punto geometrico poi, che come tale situato nello spazio, evidentemente ci che v' di pi piccolo anche in senso letterale perch privo di dimensioni, il che vuol dire che non occupa rigorosamente nessuna estensione; ma questo niente spaziale corrisponde direttamente al tutto metafisico, e questi, si potrebbe dire, sono i due aspetti estremi dell'indivisibilit considerata rispettivamente nel Principio e nella manifestazione. Per quel che riguarda le considerazioni circa il primo e 1' ultimo , sufficiente aver presente, come abbiamo gi spiegato, che il punto pi alto ha il suo diretto riflesso nel punto pi basso; ed a questo simbolismo spaziale si pu aggiungere un simbolismo temporale, per il quale ci che primo nel dominio principiale, e quindi nel non-tempo , appare come ultimo nello sviluppo della manifestazione. Tutto ci facilmente applicabile a quanto abbiamo preso in considerazione all'inizio: in effetti proprio lo spirito (Atma) il centro universale che contiene ogni cosa; ma esso, riflettendosi nella manifestazione umana, appare appunto per ci come localizzato al centro dell'individualit e, pi precisamente ancora, al centro della sua modalit corporea, poich quest'ultima, in quanto termine della manifestazione umana,. ne anche la modalit centrale , ed quindi appunto il suo centro, per quanto riguarda l'individualit, ad essere propriamente la rappresentazione ed il riflesso diretto del centro universale. Questo riflesso non che un'apparenza, cos come lo la stessa manifestazione individuale; ma fintantoch l'essere limitato dalle condizioni individuali, questa apparenza per lui la realt e non pu essere altrimenti, perch esattamente dello stesso ordine della sua coscienza attuale. Solo quando l'essere ha superato questi limiti, l'altro punto di vista diventa per lui reale, cosi com' (ed sempre stato) in modo assoluto; il suo centro allora nell'universale, e l'individualit (ed a pi forte ragione il corpo) non pi che una delle possibilit contenute in questo centro; per il rivolgimento che si cos effettuato, i veri rapporti tra tutte le cose si trovano ristabiliti, quali non hanno mai cessato d'essere per l'essere principiale. Aggiungeremo che questo rivolgimento in stretta relazione con il cosiddetto spostamento delle luci del simbolismo cabalistico, ed anche con la seguente espressione che la tradizione islamica attribuisce agli awliya: I nostri corpi sono i nostri spiriti, ed i nostri spiriti sono i nostri corpi (ajsamna arwahna, wa arwahna ajsamna), la quale, non solo indica che tutti gli elementi dell'essere sono completamente unificati nella Identit Suprema , ma anche che il nascosto, diventato 1' apparente ed inversamente. Sempre secondo la tradizione islamica, l'essere che passato dall'altra parte del barzakh in qualche modo l'opposto degli esseri ordinari (e questa ancora una stretta applicazione del senso inverso dell'analogia tra 1' Uomo Universale e l'uomo individuale): se cammina sulla sabbia, non lascia tracce; se cammina sulla roccia, i suoi piedi vi lasciano l'impronta (1). Se al sole, non proietta ombra; nell'oscrit, una luce emana da lui. (1) Ci ha un evidente rapporto con il simbolismo delle impronte di piedi sulle rocce, che risale alle epoche preistoriche e che si ritrova in quasi tutte le tradizioni; senza abbordare

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considerazioni troppo complesse su questo soggetto, possiamo dire che, in generale, queste impronte rappresentano la traccia degli stati superiori nel nostro mondo.

Localizzazione o Delocalizzazione dello Spirito?


In relazione a quanto detto da Pietro Negri e Guenon circa la localizzazione o delocalizzazione dello spirito, vogliamo segnalare questa breve nota che Paul Brunton, alias Raphael Hurst (1898-1981), noto filosofo e orientalista londinese, aggiunse alle edizioni successive della sua opera The Quest of the Overself (prima edizione London 1937), nella quale, dedica pi di un capitolo a quella traslazione del senso di s nel cuore, spesso sottolineata nelle monografie di Ur. Nelle sue opere, Brunton usa il termine "Overself" per indicare il principio di consapevolezza, senza forma ed inoggettivabile, nucleo del nostro essere.

Paul Brunton
Nota conclusiva del capitolo L'Overself

Ci si pu chiedere:- Perch l'Overself viene localizzato, come un atomo, nel cuore; nel presente lavoro, mentre nei miei libri, che seguirono a questo , descritto come senza localizzazione? Non vi qui una contraddizione lampante, una posizione assurda?-. Rispondo che nei primi miei libri trattai dell'esercizio dello yoga, non dello studio della metafisica. Lo yoga una tecnica pratica, e con lo scopo di rendere efficiente questa tecnica, la meditazione sul centro del cuore stata prescritta da tempo immemorabile in Asia. Il presente capitolo quindi giusto in quanto localizza l'Overself col fine di fornire una regola pratica di meditazione e non con lo scopo di attestare una sublime verit metafisica. Esso descrive l'Overself come raggiunto per mezzo di un processo nel tempo e nello spazio, mentre la metafisica descrive l'Overself come esso esiste, senza tempo, senza spazio, e quindi non raggiunto da alcun processo. La differenza una questione di punto di vista. Dobbiamo incominciare dal punto di vista pratico, che quello dello yoga, aggiungervi quello teoretico, cio quello metafisico, ma terminare con quello filosofico che include e armonizza tutti e due.
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Il Punto e lo Spazio

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Natura Paradossale Dell'Io


di Frater Petrus

Quanto hanno detto Pietro Negri, Guenon e Brunton pu essere messo in relazione con le osservazioni, relative all'Io o S, fatte da John Ellis Mc Taggart, soprattutto nella sua opera "Studies in Hegelian Cosmology" (1901). Egli evidenzia che la natura dell'Io paradossale, perch contemporaneamente include in s ed esclude da s ci di cui consapevole: da un lato, ingloba tutto ci che conosce nel campo della sua conoscenza, mentre, dall'altro lato, da tutto si distingue, come soggetto di contro ad oggetto. Sono proprio questi due aspetti della sua natura a rendere possibili i due punti di vista extranormali, che hanno evidenziato i tre autori citati all'inizio. Il fatto che l'Io inglobi tutto ci che conosce nel campo della sua consapevolezza rende possibile l'esperienza, descritta da Pietro Negri, in cui tutto vissuto "sub specie interioritatis", anche il corpo fisico. Al contrario, nel suo distinguersi da tutto come soggetto di contro ad oggetto, l'Io pu giungere a distinguersi dallo stesso corpo fisico che anima, percependolo come altro da s e cos ridursi ad un punto senza dimensioni.

Un luogo che favorisce l'esperienza descritta da Pietro Negri, nella monografia "Sub Specie Interioritatis", la montagna e, in particolar modo, la sua vetta, perch, come ricorda lo scalatore ed esoterista Domenico Rudatis (1898-1994) nel saggio "La Grande Solitudine" (pubblicato nella rivista La Torre n 4, 15 marzo 1930), di l le cose tutte sono contemplate come dal loro Creatore . La vertigine che impedisce quel tipo di esperienza ha anch'essa un analogo nella vertigine che pu produrre la vetta nell'animo dell'uomo comune. Superare la seconda vertigine, pu permettere di affrontare la prima. Quel che segue la terza ed ultima parte del suddetto saggio.

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Domenico Rudatis

LA GRANDE SOLITUDINE
Insegnava Buddha ai suoi discepoli che la liberazione, la meta suprema da conseguire al di l della vita e della morte, il nirvana. Ma il nirvana era anche il supremo mistero, che la mente umana non poteva concepire. Ansiosi di sapere, chiesero un giorno i suoi discepoli quale cosa sulla terra avesse pi somiglianza col nirvana, e Buddha rispose che ci che sulla terra aveva maggiori somiglianze col nirvana era l'alta montagna. La vetta della montagna il simbolo e la realt della montagna stessa. Il silenzio e la solitudine della vetta sono il suo linguaggio e il suo mistero. Da una vetta di alta montagna si scopre il mondo, ch di l - disse un poeta d'oriente - le cose tutte sono contemplate come dal loro Creatore. Si sente davvero qualcosa che precede e sta sopra la terra dell'uomo. Una realt nuda deserta violenta, un caos primordiale e prodigioso. L'immensit incombe satura di silenzio e di potenza. La solitudine e la vertigine delle vette agita in ogni individuo le pi oscure profondit del suo essere, spingendo ad affiorare alla sua coscienza sensazioni intraducibili. Essa fermento dell'infinito. Agisce su tutte le nature, trasforma chi vive, e opera in modo distruttivo su chi sta per spegnersi spiritualmente. Gli individui passivi, civilmente addestrati a meglio funzionare nel meccanismo sociale moderno, individui i cui bisogni di libert si limitano ai vasti orizzonti di garza dipinta dei palcoscenici, quando si affacciano sul mondo da una vetta, hanno un'inquietudine oscura, uno smarrimento, il cui senso a loro sfugge. Il mondo si presenta loro nella sua realt pi concreta e pi potente, e nulla di tutto ci che costituisce la loro esistenza abituale, nel pensiero e nell'azione, minimamente aderisce a questa realt eterna e originaria. Tutta la mentalit affaristica, l'imponente armatura moderna, al primo contatto con l'essenza adamantina di tale realt che giunga a parlargli senza attenuazioni, si sfascia, come terracotta sbattuta contro la roccia, con un immediato e sconsolato suono di cocci infranti. Temono gli uomini, paurosamente temono di dover convincersi che i mille puntelli che quotidianamente sorreggono la loro vita rovinino nell'abisso dell'inconsistenza, che tanto pomposo progresso non sia che una complicazione caricaturale avente la ridicola e dolorosa pesantezza di chi obeso fino all'impotenza; ed questo angoscioso timore il segreto della vertigine che prende anche sulla cima pi ampia e incrollabilmente solida. Non soltanto vertigine fisica ma una vertigine intima che investe il loro spirito e lo travolge. Insorge in loro, nell'interno al pari che nell'altro esterno, un bisogno di retrocedere, di sostenersi, di ritirarsi, di rientrare nelle loro proprie limitazioni. Diventa loro necessario dimenticare al pi presto di aver dubitato, di aver temuto; attaccarsi pi di prima, disperatamente, a ci che, nell'incubo della vetta, nell'abisso, presentirono crollante. l'effetto distruttivo della solitudine delle vette sugli spiriti che stanno per spegnersi. la contrazione che precede la fissit ultima di ci che non vive pi. Il potere della solitudine delle vette cosi grande che agisce non solamente sull'individuo isolato ma anche su pi individui assieme. Allora essi reagiscono alla vertigine che li sorprende eccitandosi tra loro, gridando, cantando. Ma, dopo ogni voce, il silenzio ripiomba pi grave e sconcertante. La vetta per come prostra chi scende, esalta chi sale. Chi nell'ascesa che egli affronta, fra il pericolo d'ogni gesto e d'ogni passo, realizza quasi il simbolo di un significato superiore e interno, nella solitudine intangibile e silente delle vette

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adombra la promessa del Vangelo: A chi ha, sar dato . Poich gli sar dato illimitatamente, di bellezza, di vita, di potenza, tanto quanto sar capace di reggere e di conservare. Forme e colori si rivestono di istanti di tale bellezza che sembrano dare alle cose una espressione e una essenza definitiva per tutta l'eternit. L'orizzonte sembra vivere nello spazio e propagarsi come una spirale galattica nell'immensit. Si sente lo spazio stesso come concentrarsi sulla vetta e riespandersi in un respiro oceanico sconfinato che pare trasportarci con s lontano e dovunque. Il silenzio fa risuonare nell'anima le melodie esaltanti dell'infinito. Sorge dal profondo il senso come di una grandezza ritrovata, di una realt di vita superiore non ancora presente, ma gi pi vicina, forse imminente. La solitudine della vetta assurge a forme di rito, di compimento, di simbolo. Chi riuscir a essere possentemente solo nella Grande Solitudine, si sentir anche Uno, e pi si sentir Uno, pi si riconoscer Tutto.

Si vedono grandi cose dalla valle, ma solo piccole cose dalla vetta (G.K. Chesterton)

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Applicazioni all'Alchimia Interiore


di Fabritalp

In "Sub specie interioritatis" si parla dell'attenzione diretta alla realta' materiale o spirituale. Ad es. si dice: ...mi sembra che [la sordit spirituale] provenga o dipenda dal fatto che solitamente l'attenzione della coscienza talmente fissata sul senso della realt materiale, che ogni altra sensazione passa inavvertita. Saltando al saggio di Luce, "La concentrazione e il silenzio", quest'ultimo viene introdotto dicendo di non occuparsi del pensiero. Si pu scorgere qui una analogia: entrambi - il senso materiale e il pensiero - sono mezzi che talvolta per si rivelano ostacoli al raggiungimento di certe esperienze (altri mezzi a loro volta). Insomma, comportandosi nei confronti del senso materiale come si fa nel ''Silenzio'' nei confronti del pensiero - si pu cercare appunto di percepire la realt spirituale. Nel saggio di Leo, "Sull'attitudine dinanzi all'insegnamento esoterico", detto : ...lo stato che viene descritto deve essere immaginato come formantesi in noi - quasi come se noi stessi lo "inventassimo".... Si potrebbe applicare alla monografia di "Pietro Negri", in cui viene appunto descritto uno stato. "Leo" parla anche (v. "Barriere" e "Aforismi") di irrealt dei limiti corporei, di cosmo che si continua nell'uomo... altre similitudini con quell'esperienza. Infine, "qua e l" vengono trattati certi comportamenti egoistici/possessivi che si possono avere nei confronti dei risultati, e che finiscono per contrastarli. Esempio: terzo volume, "Vedere senza voler vedere". Quando sembra di percepire qualcosa, si fa uno sforzo per usare i sensi o per comprenderlo intellettualmente. Ancora una volta entra in gioco il senso materiale o comunque un "retrocedere": con simili reazioni, proprio ci che si vorrebbe conquistare viene inibito. Senza dubbio, ci saranno anche altre possibilit di allaccio, negli scritti dei vari autori...

Artefio, "il viandante", ci ha inviato, per la stesura di questo III Quaderno, una serie di immagini, realizzate al computer. Egli, ritenendo che le parole possano cogliere con difficolt il tema trattato, propone, a loro ausilio, un lavoro grafico e invita i lettori ad osservare le immagini con attenzione, "cercando di sondare nella propria interiorit, alla ricerca della presenza di risonanze inesprimibili". Ed aggiunge: "Ogni pagina (immagine) una pagina della storia. La storia ha un significato se viene letta pagina dopo pagina". Pubblichiamo le immagini di Artefio senza il commento che le accompagnava, affinch le eventuali risonanze interiori "parlino" effettivamente da sole, senza la possibile suggestione prodotta dalle parole dell'autore.

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Comunicazioni e Percezioni
di Artefio "Il Viandante"

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