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ASTRI, SEGNI, SOGNI E PROFEZIE:

LA DIVINAZIONE NEL MONDO ANTICO


di Sergio Ribichini

Introduzione
Le principali tecniche della divinazione antica
1. Il mondo in un fegato
Ossa oracolari cinesi
Il fegato di Piacenza
2. Il segno e il prodigio
Il sistema KIN
3. Un battito d’ala
Le Tavole Iguvine
4. La sorte e le sorti
La dea Fortuna
Astragali: per gioco, e non solo
5. La bocca della verità
“In vino veritas”
Così parlava il dio ariete
6. La consultazione dei defunti
“Venite da me”
La “Bella Festa”
7. Il sogno rivelatore
Una gravidanza particolare
L’interprete dei sogni
8. La fede negli astri
Che anno sarà?
Lo Zodiaco di Grand
9. Una temibile “curiosità”
L’oracolo nell’acqua
Il mercante di fichi

Per saperne di più


INTRODUZIONE

Sul piano generale, si può dire che oggi con il termine “divinazione” s’intende un
sistema di conoscenza che travalica la ragione umana per apprendere cose future o altrimenti ignote. Come
tale, essa costituisce un fenomeno pressoché universale, praticamente conosciuto da tutte
le civiltà e particolarmente quelle a documentazione archeologica. A questa universalità
corrisponde tuttavia un’ampia articolazione del fenomeno stesso, che si distingue dall’una
all’altra civiltà per i suoi metodi, il suo oggetto, i suoi protagonisti, i rapporti che stabilisce
con il sistema di valori proprio di ciascuna cultura. Di conseguenza, la varietà della
documentazione attestante il ricorso all’una o all’altra pratica divinatoria rinvia sempre ad
una diversità di modelli e di quadri ideologici, che solo giustificano la scelta della
tecnica adottata.
Possiamo insomma distinguere, accanto al problema fenomenologico della divinazione
(cioè quello di una sua classificazione tipologica1), un problema storico (cioè quello della
funzione che essa svolge nell’edificazione e nell’evoluzione delle culture in cui si trova
documentata), e un problema filosofico (cioè quello della considerazione accordata al sapere
divinatorio), ciascuno specificamente inerente alle diverse situazioni in cui la divinazione
viene considerata come componente, spesso essenziale, della cultura.
In particolare, presso le culture arcaiche e quelle dei popoli illetterati, la divinazione
costituisce l’unica modalità con cui esse si rivolgono a un tempo futuro con l’intenzione di
conoscerne il più esattamente possibile, gli accadimenti, in particolare quelli vitalmente più
rilevanti, relativamente alla malattia, alla morte, alla raccolta, alla caccia.
Una classificazione delle pratiche divinatorie di particolare antichità si trova nel
trattato Sulla divinazione di M. T. Cicerone, e deriva dalle teorie in voga al suo tempo
sull’argomento. Cicerone distingue una divinazione “naturale”, fondata sull’intervento
diretto della divinità che parla attraverso una persona ispirata o tramite segni casuali,
indipendenti dalla volontà dell’uomo, e una divinazione “artificiale” (da ars, “tecnica,
scienza”), in cui i segni sono appositamente provocati per ottenere un responso.
Su questa base, A. Bouché-Leclercq ha proposto per la divinazione nelle culture del
mondo antico una classificazione di ampia portata, distinguendo una divinazione
spontanea o “intuitiva”, da una divinazione artificiale o “induttiva”, con una serie di
sottodivisioni per l’una e l’altra forma divinatoria. Rientrano ad esempio nella prima
categoria (divinazione intuitiva) le pratiche connesse ai sogni (oniromanzia) o all’evocazione
individuale di defunti (necromanzia) e di esseri non-umani (divinazione entusiastica o
cresmologica, tramite invasamenti, incubazione, oracoli, ecc.). Figurano invece nella seconda
categoria (divinazione induttiva) le pratiche che fanno ricorso all’osservazione di atti
istintivi di esseri animati (per es. uccelli: oionistica, ornitomanzia) o della loro struttura (per es.
esame dei visceri: extispicina, epatoscopia, aruspicina; di tratti della mano: chiromanzia; della
pelle, del viso, dell’insieme del temperamento: fisionomantica); le tecniche che interpretano il
movimento o la disposizione di oggetti inanimati, come il fuoco (piromanzia), le pietre
(litomanzia), l’acqua (idromanzia), l’incenso (libanomanzia), l’olio (lecanomanzia), le statue
(idolomanzia), i corpi celesti (astrologia, oroscopi), ecc.; i responsi ottenuti dalla meteorologia,
dalla matematica (aritmomanzia), dalla conformazione del suolo (geomanzia) o dall’estrazione
a sorte di oggetti particolari (cleromanzia), e così via.

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Partendo dalla premessa che si tratta di una categoria di fenomeni vasta e diversificata al punto che
raggrupparli sotto la stessa etichetta “divinazione” costituisce una definizione operativa, di comodo.

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Per il mondo antico, l’archeologia fornisce spesso documentazione per l’una e per
l’altra categoria, restituendo oggetti e strumenti della divinazione induttiva (modelli di
fegato per epatoscopia, sortes, astragali, testi mantici, ecc.), riscontri monumentali per luoghi
di culto consacrati alla divinazione intuitiva (con oracoli, incubazione, ecc.), raffigurazioni
di personaggi ispirati e di cerimonie consultatorie, documenti scritti di evidente
connessione con pratiche dell’uno e dell’altro tipo, sia nella forma di veri e propri testi
mantici sia in quella più semplice di resoconti di avvenute consultazioni oracolari. La
documentazione archeologica è invece solitamente meno ricca d’informazioni sul quadro
ideologico e sui contesti socioculturali che ispiravano le varie tecniche. Per questi aspetti è
importante poter disporre anche di un’ampia documentazione letteraria, dal momento che
l’interpretazione di una medesima tecnica può seguire in ciascuna cultura regole differenti.
Da questo punto di vista, la situazione documentaria delle civiltà antiche varia da cultura a
cultura: abbondante e conservata in testi letterari per le civiltà classiche, è invece costituita
da notizie scarne o talora solo indirette per le popolazioni italiche, mentre per il Vicino
Oriente preclassico l’epigrafia fornisce i testi direttamente usati nelle pratiche divinatorie,
documenti di archivio o rituali.
D’altro canto, le distinzioni tra le categorie tipologiche sopra indicate o altre ancora,
proposte nella storia degli studi, non sono necessariamente alternative, non sempre
risultano così nette (la stessa pratica può essere definita in modo diverso, conformemente
ai criteri di classificazione adottati), e comunque non esauriscono tutte le implicazioni
socio-culturali del fenomeno.
Lo stesso Cicerone distingue in proposito tra divinazione romana e greca,
osservando che a tale pratica gli antichi Romani hanno dato un nome derivato dagli dèi
(“divinazione”) e ne hanno fatto un metodo per conoscere la volontà attuale delle divinità
circa il presente. Diversamente i Greci l’hanno chiamata “mantica”, stando a Platone,
derivandone il nome dal furore estatico e considerandola come una forma di vera
conoscenza, parte integrante e irriducibile del sapere. Platone, in effetti, si mostra assai
critico verso la divinazione basata su “tecniche”, e specialmente verso l’oionistica, mentre
esalta e dà ampio credito a quella fondata sull’ispirazione divina.
Per la Grecia classica sappiamo del resto, anche da iscrizioni e documenti
iconografici, che una divinazione di tipo induttivo trovò spazio e a lungo persistette nel
sistema delle poleis, dove si praticavano sia l’extispicina sia l’interpretazione dei prodigi; ma
questo tipo di tecniche non riuscì mai a raggiungere l’importanza e il prestigio attribuiti
invece alla parola del veggente, al messaggio oracolare inteso come aletheia, “verità”,
specialmente quando esso veniva dal santuario di Apollo a Delfi, la sede mantica per
eccellenza. Garanzia fondamentale dell’autorità di questo oracolo era appunto la
divinazione resa attraverso la parola ispirata della Pizia, sacerdotessa del dio che sedeva a
tal fine nell’adyton del santuario, sopra una fessura del suolo (chasma) dalla quale si pensava
che salisse aria mefitica (e che talora utilizzava anche tecniche induttive, come il gettito
delle sorti o la lecanomanzia). Stando ai responsi rinvenuti negli scavi o conservati nella
letteratura (specialmente Erodoto, Pausania, Plutarco e i neoplatonici), si trattava di un
sistema binario, che proponeva alla divinità un’alternativa tra il fare o non fare una
determinata azione, pubblica o privata, già stabilita dall’interrogante; così il quesito
oracolare e la sua risposta non tendevano alla predizione del futuro, bensì a stabilire se vi
era assenso degli dèi per l’azione che si voleva intraprendere.
Di larga fama e di notevole testimonianza archeologica sono comunque in Grecia
anche altri oracoli connessi a culti divini o eroici, a cominciare da quello di Zeus a Dodona,
nel centro dell’Epiro, dove i responsi si ottenevano mediante l’osservazione dello stormire
di una quercia sacra, delle acque di una sorgente e dei movimenti o gridi delle colombe che

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ivi stazionavano. Le domande e le risposte, affidate all’interpretazione dei sacerdoti Selloi e
delle sacerdotesse Peleiadi, erano scritte su lamine di piombo, che dal VI al II secolo a.C.
documentano soprattutto una mantica volta alla soluzione dei piccoli problemi della vita
quotidiana. Parimenti famosi erano gli oracoli di Asclepio a Epidauro, nell’Argolide, in un
santuario ricolmo di ex-voto, nel quale si praticava l’incubazione (il dio-eroe si rivelava nel
sonno al consultante, che poi faceva interpretare il proprio sogno dai medici-sacerdoti
Asclepiadi, ricavandone prescrizioni curative), quello cipriota dell’Afrodite di Pafo, dove la
consultazione avveniva mediante aruspicina, e quello di Zeus Ammon nell’oasi libica di
Siwa (fondato sui movimenti di un idolo), noto ai Greci dopo la fondazione di Cirene nel
630 a.C. e interrogato anche da Alessandro Magno nel 332 a.C. Per taluni di questi oracoli
si giunse anche a raccogliere serie omogenee di domande e risposte divinatorie, dando vita
ad una letteratura oracolare talora apocrifa; fin dal V sec. a.C. è così documentata l’opera di
vari “cresmologi”, più o meno degni di fede. Si può peraltro osservare che, sebbene la
parola divina dell’oracolo delfico guidò a lungo l’etica e la politica dell’intera Grecia, la
mantica di base rimase, per larga parte della popolazione, quella delle pratiche induttive.
Queste ottennero poi anche un fondamento filosofico, soprattutto nella speculazione degli
stoici e dei neoplatonici. Mentre infatti Platone poneva la “follia” profetica al di sopra di
qualunque scienza interpretativa dei segni, e mentre pensatori come Senofane, Epicuro e
Carneade negavano ogni valore a questo particolare aspetto della religione e del sapere, la
dottrina della Stoà, fin dai suoi inizi, giustificò la generale fiducia in ogni forma di
divinazione, in base ad un ferreo determinismo e alla fede nella provvidenza divina: tutti gli
eventi sono cioè, per il pensiero stoico, prevedibili in quanto prefissati, e gli dèi stessi
forniscono, per il bene dell’uomo, i mezzi atti a pronosticarli.
Anche il mondo romano conosceva indovini e libri ispirati dagli dèi, ma il collegio
degli auguri, attorno ai quali ruota ogni forma di divinazione consentita, agiva piuttosto
secondo una tecnica rigorosa, indipendente da ogni carisma personale, finalizzata
all’interesse dello Stato e fondata sull’osservazione di segni naturali (auspicia). L’augure
istituzionale, in altri termini, non si preoccupava di “pre-vedere” cose future: egli
consultava Giove, di cui era l’“interprete ufficiale”, per indicare in base agli auspici
l’approvazione o la disapprovazione divina sulla decisione che lo Stato voleva
intraprendere. Per stabilire la comunicazione col dio l’augure delimitava nel cielo uno
spazio orientato, detto templum, all’interno del quale osservava i segni (principalmente il
movimento degli uccelli, da cui il latino auspicium, ma anche fulmini, lampi, tuoni), sia
prestabiliti (auspicia impetrativa) sia inattesi (auspicia oblativa). L’istituzione del collegio degli
auguri era attribuita al re Numa, ma il primo augure della tradizione romana è il fondatore
stesso della città, Romolo, e l’accesso a tale carica, con il tempo, abbandonò ogni
connotazione regale o aristocratica, per diventare un servizio cittadino. Il templum, che
costituiva la tecnica fondamentale dell’augurato, poteva essere tracciato non soltanto nel
cielo ma anche sulla terra: un compito importante degli auguri, durante l’epoca
repubblicana, fu dunque quello di “inaugurare”, cioè di rendere utilizzabile un determinato
luogo o edificio, come la Curia, il Comizio o i santuari delle divinità. La città stessa di
Roma era concepita come un grande templum, nel quale trarre gli auspicia urbana.
Il sistema divinatorio basato sugli auspici e sulla costituzione del templum non era
prerogativa dei soli Romani; esso era praticato ad esempio anche dagli Umbri, come
introduzione alle cerimonie sacrificali. Ne sono diretta testimonianza le tavole bronzee in
lingua umbra ritrovate nel 1444 a Gubbio (l’antica Iguvium) e note col nome di “Tavole
Iguvine”, che contengono appunto prescrizioni rituali e tecniche augurali di stretta analogia
con quelle legate agli auspici nella tradizione romana.
La pratica della divinazione romana trova comunque largo fondamento e varie
motivazioni ideologiche nella etrusca disciplina, espressione che indicava in latino il

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complesso di norme e di tecniche divinatorie derivate dalla tradizione degli Etruschi, che
godevano larga fama nell’arte del vaticinio e specialmente in quella dell’aruspicina. Il
bronzo etrusco ritrovato nel 1877 a Piacenza raffigurante un fegato di ovino e suddiviso in
zone, corrispondenti a una particolare divisione dello spazio e del tempo e recanti il nome
delle divinità preposte, così come le immagini di aruspici divini (Tagete, Calcante) incise su
molti specchi e varie informazioni letterarie contenute nelle opere di autori come Cicerone
e Tito Livio, indicano con chiarezza la grande competenza degli Etruschi in quest’arte, il
ricorso a modelli tradizionali e di grande antichità, l’esistenza di una casistica prestabilita e
complessa. L’etrusca disciplina era esposta in una serie di libri sacri di cui si conosce solo
approssimativamente il contenuto: l’osservazione dei visceri degli animali (libri haruspicini), o
dei fulmini (libri fulgurales), e l’interpretazione dei prodigi (ostentaria, libri fatales, ecc.). Ci sono
tuttavia alcune differenze, nella pratica e nell’ideologia che essa sottende.
Per l’aruspice etrusco, ad esempio, il fegato di un animale immolato per la
consultazione costituiva una rappresentazione in miniatura del cosmo ed era come questo
divisibile in diverse zone, variamente soggette al potere delle divinità e suscettibili quindi di
offrire indicazioni oracolari variabili; per il celebrante romano il ricorso all’esame dei visceri
era piuttosto funzionale alla liturgia sacrificale, si compiva, cioè, prima del sacrificio per
garantire l’assenso divino al rito stesso. Parimenti, il moto degli uccelli era materia di
vaticinio per l’indovino etrusco, che distingueva nel suo templum l’azione di più divinità,
mentre per l’augure romano indicava l’accordo o il disaccordo del solo Giove sull’iniziativa
in programma. C’è poi da dire che, accanto al collegio ufficiale dell’ordo haruspicum, il quale
ancora nella tarda repubblica godeva della fiducia del senato romano, operavano con le
tecniche dell’aruspicina e per consultazioni d’interesse privato anche personaggi discutibili,
mercenari della credulità pubblica; ben si comprende, pertanto, l’aspra polemica che
l’augure e filosofo Cicerone rivolge con ironia contro le devianze e il degrado di una
tecnica divinatoria giudicata troppo soggettiva.
La tradizione romana conosce anche altri scritti, estranei alla etrusca disciplina e di
contenuto prettamente oracolare: i carmina Marciana, ad esempio, attribuiti a un leggendario
profeta di Marte, e specialmente i Libri Sibillini, cioè una raccolta di oracoli che si faceva
risalire a una Sibilla. Questa particolare figura di personaggio ispirato si distingue
nell’antichità classica come una profetessa isolata, che parla in nome del dio che la possiede
ma non ha legami con un oracolo istituzionale. I Libri Sibillini erano attribuiti alla più
famosa delle Sibille (se ne conoscono in Libia, Frigia, Lidia, Eritrea, Caldea e perfino a
Delfi), cioè a quella di Cuma, resa celebre da Virgilio nell’“Eneide”. Secondo la tradizione,
dunque, la Sibilla Cumana avrebbe proposto al re Tarquinio il Superbo di acquistare i suoi
libri. Il re finì per comprarne tre, che fece custodire nel tempio di Giove Capitolino. I Libri
venivano consultati, su ordine del senato, dai viri sacris faciundis, in caso di prodigi o eventi
critici, come un’epidemia o una disfatta militare. La raccolta originaria andò quasi distrutta
nell’83 a.C., in un incendio; al tempo di Augusto quanto ne rimaneva, ripristinato o rifatto
dopo ampie consultazioni, venne trasferito nel tempio di Apollo sul Palatino. I Libri
furono bruciati poi da Stilicone nel 408 d.C.; ma in quell’epoca l’avvento del Cristianesimo
aveva ormai reso gli strumenti e i concetti della divinazione inconciliabili con quelli di una
fede che considerava già conclusa la rivelazione personale del dio unico e affidava alla
provvidenza divina ogni preoccupazione per il futuro (cosa ben diversa da questi Libri,
sono gli “Oracoli Sibillini”, raccolta di sentenze giudaico-ellenistiche e giudaico-cristiane su
temi apologetici del monoteismo, del messianismo, con accentuazione di motivi
apocalittici).
Un dato che emerge con chiarezza sempre maggiore dall’archeologia è in particolare
la diffusione della cleromanzia nelle culture dell’Italia antica, a mezzo di particolari
oggetti, detti sortes. Si tratta di tavolette di legno, ciottoli, verghe e dischi in metallo,

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contenenti spesso incise in greco, latino, etrusco, osco, parole o singole lettere con cui, me-
diante estrazione, si componevano frasi, affidate poi all’interpretazione di uno specialista.
E’ un tipo di divinazione noto anche in Grecia, presso i Celti, i Germani, gli Sciti e altrove.
Le sortes ritrovate nel Lazio, Marche, Umbria, Etruria, Campania e Veneto, sembrano
indirizzate a una casistica di consultazioni individuali, sui problemi della gente comune.
Emergono insomma, dal loro esame, ampie conferme di quanto suggerito dalla
documentazione iconografica (trittico votivo di Ostia, del I sec. a.C.) e dalle testimonianze
letterarie, sulla presenza di una divinazione “privata” nel mondo romano diversa da quella
ufficiale dello Stato, operante in santuari della dea Fortuna (come a Preneste), di Ercole
(come a Ostia e Tivoli) o di altre divinità, e ben attiva, sia pure con un ruolo marginale
rispetto alla pratica augurale e nonostante il discredito ufficiale; una divinazione di antica
origine, come si è detto, che Cicerone condanna come “un’invenzione ingannatrice”. Ma
nonostante le proteste teoriche di questo scrittore, sia questa che altre forme divinatorie
estranee alla dimensione dell’interesse pubblico, ebbero comunque a Roma largo credito:
dai prodigi che annunciavano la collera divina e che pure richiedevano un intervento dello
Stato, ai presagi di vario tipo, dai sogni ritenuti profetici agli oroscopi e all’astrologia.
Quest’ultima trovò particolare terreno di sviluppo soprattutto nell’età dell’impero, nelle
forme di una sapienza barbara, diversa da quella della tradizione, portata a Roma dai
sacerdoti Caldei e dai seguaci di altri culti orientali.
Del resto, proprio nelle civiltà del Vicino Oriente preclassico la divinazione, e
soprattutto quella di tipo induttivo, aveva prodotto da lungo tempo una rigorosa
organizzazione dei fenomeni mantici, in un corpo di dottrine e trattati che non trova
confronti nel mondo greco e romano. L’archeologia documenta, già nella Mesopotamia del
III e II millennio a. C., l’esistenza e gli sviluppi di una “scienza” divinatoria veramente
enciclopedica, che ebbe il periodo di massimo splendore in epoca neobabilonese (VII-VI
secolo a.C.). La documentazione è costituita per la gran parte dai numerosissimi testi in
cuneiforme a contenuto ominoso: veri e propri “trattati di casistica divinatoria”, dove
accanto ai segni e ai prodigi realmente accaduti trova spazio anche la dimensione
dell’eventuale e dell’immaginabile, secondo criteri di organizzazione e di decodificazione
interni al sistema stesso.
Per i Babilonesi e gli Assiri tutto poteva essere oggetto di osservazione mantica e
offrire presagi favorevoli o sfavorevoli: dal sogno al fenomeno casuale, dal calendario al
parto anormale. I responsi venivano raccolti in collezioni, per essere opportunamente
consultati dagli operatori specializzati in quest’arte. La formula dei trattati prevede
solitamente una protasi (“Se accade che”) che annuncia al presente o al passato la
situazione del presagio, e un’apodosi, che esprime al futuro il pronostico; per l’una e l’altra
sono previste varianti, anche numerose e contraddittorie, che arricchiscono le informazioni
e le possibili interpretazioni. Talvolta al testo si accompagna un complemento grafico, che
precisa la situazione divinatoria; ciò vale, in modo specifico, per i trattati di extispicina ed
epatoscopia, dove il rapporto tra l’aspetto del presagio e il pronostico da trarne è finanche
evidenziato dalla riproduzione in argilla dell’oggetto anatomico, specialmente fegati di
ovini, con le annotazioni del caso.
L’indovino dell’antica Mesopotamia interveniva nelle più diverse occasioni, per
dare appoggio e garanzia divina all’operato dell’autorità sovrana, ma anche per rispondere
alle necessità private dei singoli. Il suo intervento s’intrecciava talvolta nella pratica con la
diagnostica medica, precedendo e prevedendo anche la possibilità d’intervenire, per evitare
la realizzazione di un presagio sfavorevole. La sua capacità di riconoscere, creare e
interpretare i segni era fondata sulla conoscenza puntuale dei trattati esistenti, ma
soprattutto su una dottrina di analisi e classificazione delle coincidenze ritenute
significative, che traeva la sua giustificazione da un cosmo concepito, esso stesso, come un

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mondo da leggere, uno spazio in cui gli dèi avevano “scritto” da tempo immemorabile le
loro decisioni. Questa potenzialità spiega, secondo J. Bottéro e D. Sabbatucci, l’importanza
per la Mesopotamia preclassica di tutte le forme divinatorie rinvianti ad una forma di
“lettura”; i presagi, in altri termini, erano intesi come i segni del destino, tracciati dagli dèi
in un universo carico di significati e leggibile in tutte le sue componenti.
Questa “scienza” divinatoria trovò ampia diffusione, già nel II millennio a.C., in
tutte le culture vicino-orientali coeve della Mesopotamia, fino all’Anatolia hittita. In Siria e
poi in Israele, si deve anche sottolineare l’importanza preminente acquisita dalla
divinazione di tipo intuitivo, che si espresse in varie forme di profetismo, a carattere
istituzionale e privato. Nell’Egitto faraonico godevano di largo credito soprattutto gli
oracoli, ottenuti con varie tecniche e spesso presentati nei testi come decreti divini, capaci
d’indirizzare gli affari privati, guidare operazioni di alta politica, proporre perfino la
soluzione di controversie giuridiche. Generale era anche il ricorso all’oniromanzia,
documentata specialmente dai “Libri (o Chiavi) dei Sogni”, veri e propri manuali nei quali
si trovava raccolta, classificata e interpretata un’ampia casistica di esperienze oniriche, con
una metodicità che richiama da vicino quella dei trattati babilonesi e aspiri.
La divinazione intesa quale sistema di cosmicizzazione e d’interpretazione organica
della realtà si trova documentata anche nella cultura cinese antica: qui, anzi, appare ancor
più evidente uno stretto legame tra i segni della scrittura (gli “ideogrammi”, cioè
rappresentazioni della realtà per immagini), preliminarmente incisi sugli strumenti
divinatori e quelli che nascevano dall’attività divinatoria stessa. Nell’antica Cina, infatti,
soprattutto all’epoca della dinastia Shang (circa 1520-1030 a.C.) assunse rilievo particolare
un sistema di divinazione che si trova documentato dal Neolitico (IV millennio a.C.) al
1000 a.C. circa ed ebbe una certa diffusione anche nelle coeve culture del Giappone. Esso
è fondato sulla lettura mantica delle incrinature prodotte su ossa di animali, sottoposte a
speciale trattamento con il fuoco (piro-osteomanzia). Gli scavi condotti soprattutto
nell’area di Anyang (500 Km a sud di Pechino), hanno restituito decine di migliaia di ossa
oracolari, più anticamente scapole di bovini e ovini poi sostituite dal carapace di una
tartaruga, con incisioni e iscrizioni. I divinatori Shang ponevano le loro domande agli
antenati, interrogandoli su futuri fenomeni naturali, raccolti, spedizioni di caccia, viaggi e
imprese militari, sul probabile decorso di una gravidanza o di qualche infermità, sul
significato di sogni, ecc., seguendo un rituale tanto collaudato quanto particolare. Essi
incidevano le ossa oracolari con serie di cavità disposte in file regolari, entro le quali
ponevano poi uno strumento incandescente, provocando in tal modo, sulla faccia opposta
dell’osso, varie screpolature. Su questo lato erano state preliminarmente scritte coppie
antitetiche di domande, che trovavano dunque la risposta nella particolarità delle
incrinature prodotte dal fuoco. Le ossa venivano quindi conservate, a formare archivi da
consultare anche in futuro; si giunse, in pratica, alla creazione di repertori di segni ben
classificati, che favorì il graduale abbandono della casualità nelle risposte dell’osteomanzia e
la nascita di un sistema oracolare coerente. E’ appunto da questo sistema, e da un altro
parimenti di largo uso nella Cina antica (noto con il nome di “achilleomanzia”, perché in
esso si faceva ricorso a 50 steli di achillea, che attraverso una serie complessa di operazioni
consentivano di ottenere un esagramma, formato da una o più linee intere o spezzate), che
si sviluppò nel corso dei secoli un modo sistematico e razionale di approccio a tutti i
problemi dell’esistenza umana. Questo trovò poi compimento nell’I-Ching, il “Libro dei
Mutamenti”, di largo credito anche in Occidente, dopo l’interesse suscitato dalla prima
traduzione inglese del 1948 con introduzione di C.G. Jung. Il nucleo dell’I-Ching risulta
formato da 64 segni base (“esagrammi”) e da un testo, composto intorno all’VIII-VII sec.
a.C. che accompagna ciascun esagramma e ne offre le chiavi di lettura.

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L’accenno alla visione cosmologica derivata dalla mantica cinese bene esemplifica il
problema dell’attendibilità delle pratiche divinatorie all’interno delle società in cui esse si
trovano documentate. Risulta qui come altrove evidente una prospettiva fortemente
analogica, che nelle conformazioni dell’oggetto divinatorio scorge somiglianze e rinvii alle
situazioni oggetto della consultazione, sulla base di una “solidarietà
macrocosmo/microcosmo”, di cui l’esperto della divinazione si fa interprete e rivelatore:
leggere le screpolature sulle ossa oracolari cinesi significa leggere il reale, così come il fegato
divinatorio babilonese o etrusco si qualifica come replica dell’universo e il templum celeste
dell’augurato romano viene inteso quale controparte della terra. Anche il tempo, come lo
spazio, può assumere d’altra parte una dimensione divinatoria specifica: agli esempi già
citati di libri ispirati, di trattati e di raccolte oracolari dell’antichità vicino-orientale e
classica, se ne possono aggiungere altri, provenienti da ben diversi ambienti culturali: basti
qui ricordare che, stando alle cronache dei conquistatori spagnoli, presso gli antichi Maya
era in uso la pratica di “leggere” il futuro o capire l’ignoto ricorrendo alla cronaca del
passato, consultando cioè i libri in fibra vegetale nei quali si annotavano periodicamente gli
avvenimenti importanti; analogamente, il calendario azteco non serviva solo alla
misurazione del tempo ma fungeva anche come canone divinatorio. Si può dire, insomma,
che la divinazione, teologicamente e mitologicamente giustificata, giunge non di rado a
configurarsi come vera e propria forma di “gnosi”, in quanto conoscenza di cose nascoste
e meccanismo di comprensione globale della realtà. La logica del sistema posto in opera
per decifrare l’ignoto o il non ancora avvenuto, tuttavia, non risponde a criteri
universalmente validi, ma varia con il mutare delle culture, così come variano, di
conseguenza, la posizione sociale del personale divinatorio, le strategie conoscitive, i tempi,
i luoghi e i requisiti previsti per la consultazione.
Si può anche osservare, con J.-P. Vernant, che se da un lato la divinazione ha per
oggetto sequenze di eventi particolari, attorno ai quali si cerca una risposta preliminare,
perché sono, appunto, d’ordine aleatorio, dall’altro le procedure che la divinazione applica
vengono trattate secondo una logica generale, che porta ad escludere il caso dalla trama
degli eventi, a sopprimere l’elemento aleatorio, rinviando ad un ordine universale. Ciò
conferisce, in certo modo, un carattere paradossale all’arte divinatoria, che si propone al
contempo come conoscenza di avvenimenti particolari e aspirazione al sapere totale. A
questa ambiguità ciascuna cultura risponde in modo autonomo, attribuendo alla
divinazione un posto e una funzione che variano in riferimento alla storia, alla società, ai
processi evolutivi del proprio sistema di valori.
La divinazione esce dalla scena della cultura egemone occidentale con l’avvento del
cristianesimo, il quale condusse contro di essa – intesa come un tentativo illecito di
sondare i disegni imperscrutabili di Dio – una lotta senza quartiere (Dante colloca gli
indovini nell’inferno, costringendoli a muoversi col viso rivolto all’indietro). Spostata dal
“centro” alla “periferia” della cultura egemone, la divinazione sopravvive fino ai giorni
nostri nelle svariate forme assegnatele dalla cultura popolare: dalla chiromanzia alla
cartomanzia. Ritorna in auge negli ambienti urbani delle società avanzate – in funzione di
rassicurazione dei più diversi tipi di angoscia per il futuro prodotti dalla moderna
razionalità formale – dove la salvezza viene sovente cercata nelle ambigue figure dei maghi
del nostro tempo, che “leggono” entro le loro sfere di cristallo, attingendo (o millantando
di saper attingere) a un “sapere” pseudo-scientifico che aveva una sua logica all’interno
delle antiche civiltà, ma che ormai dovrebbe risultare del tutto fuori luogo nella nostra
società.
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Come studiare, allora, la divinazione? Un’analisi delle diverse tecniche facilità
indubbiamente la definizione del fenomeno come tale. Un esame del ruolo dei vari maghi,
cartomanti, astrologi dei nostri giorni può portare a considerazioni interessanti, soprattutto
sul piano della sociologia religiosa.
Ma è solo un approccio storico, e in particolare un esame condotto sulle civiltà del
mondo antico, che consente di capire come si è giunti alla stessa definizione del fenomeno,
quali valori sono stati attribuiti con il passare del tempo a determinate tecniche divinatorie,
perché altre tecniche sono state abbandonate e altre ancora privilegiate, quali rapporti si
siano stabiliti tra la divinazione e altre forme della religione di una determinata civiltà, quali
ideologie religiose hanno portato all’adozione (o al rifiuto) di determinate tecniche di
conoscenza dell’ignoto.
Qui di seguito, i due approcci vengono condotti in parallelo, con riferimento al
mondo antico, sia per mostrare l’articolazione delle tecniche divinatorie, sia per individuare,
tramite l’esame degli specifici contesti storici, la relatività culturale dei fatti osservati.

LE PRINCIPALI TECNICHE DELLA DIVINAZIONE ANTICA


Seguendo una classificazione dei fenomeni divinatori stabilita dagli Stoici e riferita da Cicerone, si possono
individuare due grandi gruppi, sulla base del carattere artificiale o spontaneo della tecnica adottata.
1) Divinazione ominale o induttiva = interpretazione di segni o fenomeni (in latino omina), spontanei o
provocati ad arte, che contengono la volontà di esseri sovrumani. Essa comprende:
Aritmomanzia = divinazione per mezzo dei numeri
Astrologia = osservazione dei corpi celesti per conoscerne l’influenza o il significato nella vita
sulla terra; da essa dipende anche la genetliaca, cioè l’osservazione della
posizione degli astri al momento della nascita di un individuo per stabilirne
l’oroscopo (chiromanzia)
Cleromanzia = divinazione realizzata tirando a sorte particolari oggetti (sortes, carte, tarocchi)
Extispicina = esame dei visceri di un animale (appositamente) sacrificato e in particolare del
suo fegato (epatoscopia, aruspicina)
Idromanzia = osservazione dei movimenti dell’acqua
Lecanomanzia = esame delle forme createsi versando olio in un bacino
Libanomanzia = esame delle volute del fumo d’incenso o del fuoco sacrificale
Ordalia = forma di divinazione in funzione giudiziaria: la sentenza era emessa mediante la
consultazione di sorti, o sottoponendo a certe prove (anche mortali) le parti in
causa.
Ornitomanzia = osservazione del volo degli uccelli; i Romani ne traevano l’augurium e l’auspicium
Piromanzia = divinazione compiuta tramite il fuoco; caso particolare quello dell’osteopiromanzia
delle ossa oracolari cinesi

2) Divinazione spontanea o intuitiva = manifestazione diretta dell’essere sovrumano all’uomo. Comprende


principalmente:
Cresmologia = divinazione per mezzo di persone “invasate” da un essere sovrumano (profeti,
Pizia, Sibille, ecc.)
Necromanzia = rivelazione ottenuta tramite consultazione dei defunti
Oniromanzia = presagi dedotti dall’interpretazione di sogni, spontanei o provocati (incubazione)

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1. IL MONDO IN UN FEGATO

Se nella parte destra del fegato (della pecora sacrificata) si trovano due escrescenze
ditiformi: è il presagio del Tempo d’Anarchia
testo epatoscopico babilonese

Catone diceva di meravigliarsi molto che un aruspice, incontrandone un altro per la


strada, riuscisse a trattenersi dal ridere
Cicerone

«Al novilunio del mese di Hiyaru tramontò Shapash e Rashap fu suo portiere. Due
fegati si esaminarono; pericolo!». Così, con linguaggio mitico e in poche righe, una tavoletta
in cuneiforme alfabetico degli archivi di Ugarit, sulla costa siriana, conserva il resoconto
della più antica eclisse di sole registrata nella storia. Sulla data, per vero, ancora si discute,
con due ipotesi alternative (3 maggio del 1375, oppure 5 marzo del 1223 a.C.), giacché i
dati dell’epigrafe non consentono di risolvere del tutto l’enigma. Più chiara, invece, è la
reinterpretazione culturale che venne data al “tramonto” della dea-Sole Shapash e forse
anche alla sua “congiunzione” con il dio Rashap (il pianeta Marte?): furono sacrificate due
pecore e gl’indovini esaminarono i loro fegati, traendone un presagio negativo; poi fu
redatto un verbale sulla tavoletta, perché servisse in futuro per casi analoghi. Altre tavolette
e perfino modelli in argilla riproducenti organi di animali, ritrovati negli stessi archivi di
Ugarit, attestano che si trattava di un procedimento abituale, per questioni pubbliche o
private. Su un modellino di polmone si legge ad esempio: «Se la città è conquistata, se la
morte coglie il popolo, si sacrifichi un capro e si scruti il futuro nei suoi visceri»; su un altro
è invece registrato: «(Fegato esaminato) per Agipsharri, quando stava per acquistare un
garzone da un Cipriota».
La pratica dell’extispicina (= esame dei visceri) e in specie quella dell’epatoscopia
(= esame del fegato) per trarre pronostici oggi può apparire bizzarra; in realtà è una tecnica
complessa e di lunga storia, testimoniata dall’inizio del II millennio a.C. fino all’avvento del
cristianesimo. La usarono dapprima le civiltà dell’antico Oriente, l’adottarono poi gli
Etruschi e gran parte dei popoli del Mediterraneo, Greci e Romani compresi. Essa si fonda
su concezioni religiose profonde, le stesse che regolano gran parte delle tecniche poste in
atto da molti popoli per conoscere avvenimenti non ancora accaduti oppure ignoti, cioè
tutto quello che comprendiamo col termine “divinazione”, desunto dagli scritti di
Cicerone. Si basa anzitutto sulla presenza e sul potere delle divinità, che s’identificano con
il cosmo e lo regolano, e che dunque possono comunicare all’uomo la propria volontà o
informarlo su questioni che sfuggono alla sua comprensione; e poi sull’idea di un’armonia
fondamentale del mondo, secondo la quale ogni cosa interferisce con le altre e tutto può
essere “segno” di qualcos’altro. Pertanto, con l’assenso degli dèi e mediante tecniche
d’indagine specifiche, l’uomo, lo specialista, può cercare, in un piccolo mondo di segni che
è specchio e immagine del mondo reale, indicazioni valide a comprendere quanto avviene,
è avvenuto o sta per avvenire. Il mondo in un fegato, si potrebbe dire senza esagerare, con
un rinvio diretto ai reperti archeologici che bene esemplificano l’intero fenomeno della
divinazione antica. Tutti i popoli che praticarono l’esame dei visceri immaginavano infatti
che la conformazione di un fegato, di un polmone o di un altro organo interno, ricco di
sangue e d’importanza vitale, potesse rappresentare e rivelare la realtà, il futuro e l’ignoto.
Gli Ugaritici che ricorrevano all’epatoscopia alla fine dell’Età del Bronzo seguivano
tecniche e modelli elaborati in Mesopotamia dai Babilonesi, che furono i grandi iniziatori e

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maestri di quest’arte laboriosa. Per secoli gli indovini della Mesopotamia continuarono a
ricopiare e consultare i loro testi su argilla, aggiornandoli e trasmettendoli da una località
all’altra, da una generazione a quella successiva. I fegati più antichi finora conosciuti
vengono dagli scavi di Mari, città sul medio Eufrate, e risalgono all’inizio del II millennio
a.C. Più o meno alla stessa epoca si datano le prime tavolette epatoscopiche, che già
presentano un’elaborata terminologia tecnica e sviluppati metodi d’analisi. In epoche
successive poi, e specialmente in quella neoassira della metà del I millennio, i testi si
raccolgono in veri e propri trattati, con accurate compilazioni di segni anatomici e
l’indicazione dei presagi che si devono trarre in relazione alla forma, alla dimensione, alla
posizione, allo stato e al colore delle interiora. Dagli scavi delle città babilonesi e assire, ma
anche dagli archivi delle località in cui questa tecnica si diffuse, per esempio in Anatolia
(Hattusha), in Siria (Alalah, Mari, Ugarit) e in Palestina (Megiddo, Hazor, Gibeon), emerge
insomma una documentazione imponente, che testimonia anche l’alta specializzazione
raggiunta.
Gli studiosi distinguono tra l’altro un’extispicina di osservazione, caratterizzata da
pronostici indipendenti e qualitativi, e un’altra di consultazione, che rispondeva a questioni
precise di un consultante e traeva, dai presagi contenuti nelle raccolte, il valore favorevole o
sfavorevole. Probabilmente l’extispicina di osservazione, riportata nei trattati, era quella
insegnata nelle scuole per la formazione degli specialisti, mentre quella di consultazione era
l’extispicina effettivamente praticata. Anche tra i modelli di fegato, del resto, si possono
distinguere quelli realizzati a scopo didattico da altri, relativi a specifiche interrogazioni,
solitamente d’interesse pubblico, come le questioni di alta politica e le imprese militari.
«O Shamash che scrivi la sentenza divinatoria nelle interiora della pecora!» dice un
testo babilonese, suggerendo il principio di fondo di questa tecnica: sono gli dèi che hanno
“scritto” quello che il baru, l’indovino-specialista, si limitava a “leggere” e interpretare. La
pratica, probabilmente, trovò origine dall’osservazione di particolari anomalie nei visceri,
esaminati in sacrifici connessi a specifiche situazioni storiche (guerre, carestie, epidemie); su
tali basi venne dunque formata l’ossatura dei manuali, che si arricchirono poi con elementi
desunti dall’esperienza quotidiana o da associazioni d’idee più o meno logiche, così da
fornire al baru una casistica la più completa possibile.
Nella tarda età del Bronzo la tecnica inventata dai Babilonesi, che poi i Romani
chiamarono aruspicina, era nota anche a Cipro, dove forse la conobbero i Greci: già
Omero vi allude in un passo e molti vasi a figure nere e rosse mostrano l’esame dei visceri
condotto nel corso di un sacrificio. Per Platone il fegato è un vero e proprio specchio
dell’essere; e tuttavia l’epatoscopia riveste, nella religione greca, una posizione più discreta
rispetto all’Oriente: non è una tecnica per conoscere il futuro bensì un metodo per valutare
l’opportunità di compiere un’azione o di proseguire un rito sacrificale.
Anche i Romani fecero tesoro di quest’arte ed è Cicerone a documentare l’idea che il
fegato di un animale sacrificato, divisibile in zone corrispondenti alle diverse regioni del
cosmo, potesse permettere di trarre conclusioni sulla situazione nel mondo reale. Per i
Romani l’aruspicina era comunque una tecnica straniera, di cui erano titolari e maestri
soprattutto gli Etruschi, che rivaleggiavano talora con gli indovini ufficiali dello Stato
romano, pur non avendo la loro autorità religiosa.
Gli studiosi discutono sull’origine dell’aruspicina etrusca e l’ipotesi di una
derivazione dall’extispicina babilonese rimane probabile ma non provata. E’ certa invece
l’importanza di questa tecnica in quella che gli autori latini presentano come l’etrusca
disciplina, cioè un insieme di libri che trattavano delle tecniche divinatorie diffuse in Etruria
e adottate anche dai Romani. La riprova di questa importanza, evidente in una nutrita serie
di documenti letterari, viene dall’archeologia. Due specchi etruschi, uno del V secolo a.C.

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da Vulci e l’altro posteriore di circa un secolo da Tuscania, presentano ad esempio scene di
aruspicina. Nel primo si vede il mitico indovino Calcante intento ad esaminare un fegato, la
gamba sinistra poggiata su un masso; nel secondo l’aruspice Pavatarchies, nella medesima
postura, sembra insegnare la sua arte al fondatore di Tarquinia. Da queste e da altre
figurazioni artistiche è anche possibile ricostruire il costume dell’aruspice etrusco, sul quale
i Romani talvolta ironizzavano: il copricapo cilindrico, il mantello trattenuto sul petto da
un fermaglio, il coltello e la scure per il sacrificio. Il documento più importante è però
rappresentato da un modello di fegato in bronzo, ritrovato presso Piacenza. Sul lato piatto,
con la rappresentazione plastica della cistifellea, si leggono quarantadue iscrizioni e il nome
di ventisette divinità; corre, lungo il bordo, un nastro di sedici caselle, che corrispondono
alla divisione del cielo in altrettante regioni e numi tutelari, attestata in latino da un autore
tardo, Marziano Capella. Il fegato di Piacenza è insomma la testimonianza più chiara di ciò
che gli aruspici etruschi, come quelli babilonesi, trovavano nel fegato dell’animale
sacrificato: non una carne sanguinolenta ma uno specchio significativo di quel mondo
divino che essi sapevano “leggere” e interpretare.

OSSA ORACOLARI CINESI


Viene dalla Cina della dinastia Shang (1200 circa a.C.) un’imponente documentazione archeologica
che fornisce la più antica testimonianza della scrittura e della divinazione cinesi. Sono oltre
centocinquantamila pezzi di ossa, per la gran parte gusci di tartarughe, scoperti a partire dal 1899 non lontano
dall’attuale città di Anyang. Sulle ossa sono incisi caratteri cinesi arcaici, dei quali più di mille sono stati
identificati e classificati. Gli animali erano probabilmente offerti in sacrificio agli antenati; gusci di tartarughe
e scapole di altre vittime (bovini, capre, cervi), venivano poi levigati e sottoposti all’azione del fuoco, che
provocava incrinature; queste prendevano grosso modo la forma del carattere cinese pu («divinazione»: una
linea verticale unita a una orizzontale proveniente da destra), fornendo all’indovino la risposta cercata.
L’operatore registrava a questo punto sul retro dell’osso la data, il proprio nome, la domanda in questione
(sulla pioggia e altri fenomeni meteorologici, predizioni sui raccolti, viaggi e imprese militari) e qualche nota
sul responso avuto; poi conservava l’oggetto, per ulteriori operazioni o consultazioni. Da tale pratica
nacquero veri e propri repertori di segni divinatori, dai quali prese origine anche la raccolta I-Ching, famosa
ancora oggi in Occidente come “Libro dei Mutamenti” (che però si basa soprattutto sulla manipolazione
degli steli della pianta dell’achillea).

IL FEGATO DI PIACENZA
L’oggetto che da solo rappresenta l’alto grado di analisi raggiunto dall’aruspicina etrusca è un modello
di fegato di montone in bronzo massiccio, trovato nel 1877 a Settima di Gossolengo, presso Piacenza. Pesa
635 grammi ed è conservato al Museo archeologico della città. Esso sarebbe stato perduto da un aruspice nel
218 a.C., cioè nel corso della battaglia della Trebbia in cui l’esercito romano si contrappose ai Cartaginesi di
Annibale. Per alcuni studiosi, tuttavia, esso è più recente, daterebbe intorno al 150 a.C. e proverrebbe dalla
regione di Chiusi e di Cortona; per altri si tratterebbe invece di un modello realizzato per uso didattico, o
ancora dell’attributo di una statua di aruspice. Da un santuario di Falerii (Civita Castellana) proviene un altro
modellino di fegato in terracotta, datato al IV-III secolo a.C. e conservato al Museo etrusco di Villa Giulia
(Roma).

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2. IL SEGNO E IL PRODIGIO

Ho gettato l’olio nell’acqua e l’olio va sotto, risale e circonda l’acqua: per la


spedizione arriva la sventura; per il malato la mano del dio è pesante. Una bolla si
forma sul lato ovest e rimane: bottino per la spedizione; il malato recupererà la salute
trattato di lecanomanzia babilonese

Se una donna partorisce uno storpio: disordine nel paese; la casa dell’interessato sarà
dispersa. Se una donna partorisce un bambino barbuto, che parla, cammina e ha i
denti: grave mortalità, tremendo attacco, disastro nel paese, epidemia
trattato shumma izbu

Andiamo, là dove ci chiamano i prodigi degli dèi e l’ingiustizia degli uomini. Il dado
è tratto
Cesare, nel racconto di Svetonio, dopo aver visto un uomo
bellissimo suonare la tromba e attraversare il Rubicone

L’esame dei visceri non era l’unico mezzo per conoscere il futuro o l’ignoto; non
tutti, peraltro, potevano permettersi una pecora da sacrificare per farne esaminare le
interiora. Gli dèi del resto, già per i Babilonesi, avevano riempito l’universo di “segni”, così
che all’indovino non restava che la ricerca del modo migliore per comprenderne il valore.
Segni osservabili direttamente nella natura, oppure provocati ad arte. Fenomeni
meteorologici, comete, fulmini, gesti di uomini e d’animali; il canto di un gallo, la vista di
un uccello, uno starnuto improvviso: ogni evento che non si verificasse automaticamente
poteva costituire un presagio. All’occorrenza, i segni potevano essere cercati, con tecniche
adeguate: anche le forme assunte da un po’ d’olio versato in un catino d’acqua (è la
lecanomanzia), o le volute del fumo che saliva da un fuoco d’incenso sull’altare (per la
libanomanzia) permettevano allora di conoscere, con poca spesa, la volontà divina.
Per ciascuna di queste tecniche, come per l’extispicina, i Babilonesi avevano
elaborato specifici trattati, che registravano tutte le possibilità e i relativi pronostici. Come
testimoniano i documenti ritrovati, essi cominciarono a farlo intorno al XVII secolo a.C. e
proseguirono fino all’epoca seleucide, con speciale impegno di trascrizione nel periodo
assiro; i testi principali di quest’arte enciclopedica provengono infatti dalle biblioteche dei
sovrani di Assur e di Ninive.
Un settore particolarmente osservato era quello dei parti anormali, documentato in
un trattato, in più tavolette cuneiformi, che ha il titolo di Shumma izbu, «Se il parto
anormale (presenta certe caratteristiche, accadrà che ...)». Vi si trova di tutto, ai limiti
dell’inverosimile, giacché accanto a nascite anomale, realmente osservate, i compilatori del
trattato ne immaginarono altre, per raccogliere un’ampia casistica e prevedere ogni
evenienza. Di fronte a presagi funesti, inoltre, si poteva anche agire preventivamente: lo
prova un centinaio di testi magici, composti tra l’VIII e il VI secolo a.C. e poi raccolti in un
trattato definito col termine sumerico namburbu (che vuol dire «scioglimento del presagio»)
dove sono registrati appunto i riti da compiere per evitare la sventura annunziata.
Fenomeni insoliti e prodigiosi come i parti mostruosi, e in specie gli ermafroditi,
spaventavano anche i Romani, che consultavano in proposito un’altra raccolta di libri
appartenente all’etrusca disciplina. Di tale insieme di testi restano solo alcuni frammenti, che
documentano però a sufficienza l’atteggiamento specifico dei Romani di fronte al prodigio:
questo, più che annunciare il futuro, manifestava un errore, compiuto in atti pubblici o
privati, e la conseguente collera divina, che occorreva dunque espiare con minuziose

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purificazioni. Si distingueva peraltro il presagio, cioè un avvertimento divino (omen) in
segni fortuiti o convenuti, che bisognava interpretare, dal prodigio, che andava espiato con
una procedura (procuratio) appropriata.
Particolarmente sviluppata, e celebre almeno quanto l’aruspicina, era poi la dottrina
dei fulmini, anche questa di derivazione etrusca. L’interpretazione si basava sulla
suddivisione dello spazio celeste tra le divinità, per la quale lo stesso fegato di Piacenza
fornisce una preziosa documentazione. I Romani distinguevano i fulmini notturni, lanciati
dal dio Summano, e quelli diurni, arma del supremo Giove. Questi scagliava tre diversi tipi
di saette: un fulmine benigno, di consiglio o avvertimento; uno terrificante, seguito dal
rombo del tuono; un terzo perentorio, che bruciava e uccideva.
L’arte classica è piuttosto avara di rappresentazioni di presagi o di prodigi, benché la
letteratura latina sia piena di racconti che ne indicano l’importanza nella vita pubblica e
privata. Non mancano però reperti che illustrano e completano la documentazione
letteraria. Le raffigurazioni dei diversi tipi di fulmini, ad esempio, sono piuttosto frequenti
già nell’arte etrusca, specie sugli specchi e in riferimento alle divinità folgoranti, come Tinia
(il Giove etrusco) che è menzionato tre volte sul fegato di Piacenza. Sulla colonna Traiana
è raffigurato Giove che saetta i Daci mentre combattono contro i Romani; nella colonna di
Marco Aurelio, eretta tra il 175 e il 193, il fulmine divino colpisce invece una macchina da
guerra nemica; un’altra scena del monumento ricorda poi il prodigioso temporale che
rinfrescò i soldati romani e trascinò via l’esercito barbaro in torrenti di pioggia. Vanno
ricordati infine un affresco della cosiddetta Villa dei Misteri, a Pompei, che potrebbe
raffigurare una scena di lecanomanzia (si vedono alcuni personaggi intenti a scrutare
l’acqua di un catino) e un altro nella Casa di Livia sul Palatino, probabile figurazione di un
presagio ottenuto per mezzo di capelli gettati nel fuoco.

IL SISTEMA KIN
Tra i numerosi procedimenti divinatori testimoniati nei testi dell’antica capitale del regno ittita,
Hattusha (oggi Boghazköy), sembra essere caratteristico del mondo anatolico un particolare sistema, indicato
dal sumerogramma KIN, «Opera», testimoniato in una ventina di testi. Era fondato sulla ripetizione di una
specie di sorteggio. L’interpretazione veniva tratta dall’incontro di alcuni simboli, che rappresentavano
divinità, uomini o particolari situazioni. Ai simboli veniva dato preventivamente un valore, così che alcuni
potessero operare come “agenti”, su altri “passivi”, in un movimento verso ulteriori simboli che costituivano
la “mèta finale” dell’operazione. I simboli erano forse rappresentati da oggetti sparpagliati appositamente da
una maga, che i testi chiamano la “vecchia”; secondo un’altra ipotesi, l’operatrice osservava piuttosto il
movimento di un animale (il quale assumeva dunque il valore di simbolo-agente) in un’area suddivisa in spazi
ugualmente simbolici. La maga stabiliva se l’atteggiamento delle divinità era favorevole o no, rispetto alla
domanda posta, ripetendo tre volte la consultazione e osservando ogni volta il comportamento del simbolo-
agente, la cui azione viene di norma indicata dal verbo “prendere”. Per conoscere l’esito di un’impresa
militare, ad esempio, così un testo registra i tre movimenti realizzati dal simbolo-agente rispetto ai simboli
passivi e alla mèta finale: «Il re ha preso la spedizione, il fuoco, l’arma, ha oltrepassato il muro; ed essi sono
disposti al nemico presso la colpa»; nel secondo movimento «Gli uomini di Hatti hanno preso la disgrazia, la
forza, l’anno e la protezione; ed essi sono dati alla dea Hannahanna»; nel terzo movimento «Il nemico ha
preso la battaglia e l’intera anima ed essi sono dati all’amico». Il risultato ottenuto è dunque «Favorevole».

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3. UN BATTITO D’ALA

Molti uccelli volano sotto i raggi del sole, ma non tutti portano presagi
Omero, nell’Odissea

Questa cerimonia s’inizi con l’osservazione degli uccelli, il picchio verde e la


cornacchia da occidente, il picchio e la gazza da oriente. ... Allora non si faccia
rumore né ci si intrometta con dediche sacre; diversamente l’auspicio sarà nullo
citazione dalle tavole di Gubbio

Gli àuguri dello Stato sono gli interpreti dell’onnipotente Giove

Non sono uno di quegli àuguri che pretendono di conoscere l’avvenire


Cicerone

Tra le tecniche divinatorie privilegiate da alcuni popoli del Mediterraneo antico,


seguendo forse una tradizione indoeuropea, figura quella che con termine specifico si
chiama ornitomanzia, cioè l’osservazione del volo, delle grida e del comportamento degli
uccelli. Testimonianze consistenti sulla sua utilizzazione si trovano già negli archivi della
capitale del regno ittita, Hattusha, nel II millennio a.C. Anche in Mesopotamia, per vero,
venne praticata l’ornitomanzia, dando luogo ad una casistica che permetteva di valutare il
significato favorevole o sfavorevole di ogni osservazione; ma la tecnica documentata nei
testi ittiti aveva talune caratteristiche originali, che in seguito, e presso altre culture,
assunsero un valore specifico. I testi ittiti attestano l’osservazione del volo di una trentina
di volatili, dei quali si registrava la provenienza, la tipologia del volo e la direzione presa
nell’ambito di uno spazio precedentemente stabilito dall’indovino. Il disegno inciso
sommariamente su una tavoletta di argilla insieme a vari responsi ottenuti con questa
tecnica, suggerisce più in particolare che l’osservatore suddividesse nel cielo uno preciso
spazio rettangolare di osservazione e che valutasse come significativi solo gli uccelli
comparsi in tale confine.
Il sistema ittita anticipa così di qualche millennio quello elaborato presso varie civiltà
dell’Italia nell’Età del Ferro e specialmente a Roma, dove l’osservazione degli uccelli
rappresentò per secoli la tecnica divinatoria ufficialmente prevista dalla religione pubblica.
Il termine per indicarla era augurio, o anche auspicio (da aves, «uccelli», e specere,
«osservare»), e l’àugure era il sacerdote incaricato di scrutare il cielo seguendo precise
regole: con il bastone rituale, il lituo, egli tracciava nel cielo un templum, cioè uno spazio
rettangolare, determinato da due linee perpendicolari tra loro e orientato secondo i punti
cardinali, all’interno del quale osservava i segni inviati da Giove, unica divinità che potesse
inviare gli auspici.
La dottrina augurale era un’arte segreta, sicché, oltre le raffigurazioni del costume
sacerdotale e degli strumenti rituali sui monumenti artistici, possediamo informazioni
numerose, ma incomplete, dagli storici e dai grammatici latini. Il sacerdote incaricato del
rito apparteneva ad un collegio la cui istituzione veniva attribuita al re Numa, primo
successore di Romolo, cioè del primo àugure della tradizione (gli dèi lo avevano infatti
preferito al fratello Remo, lasciandogli vedere più uccelli nel cielo). Il collegio era
inizialmente formato da tre membri; poi aumentò di numero: al tempo di Silla gli àuguri
erano quindici e divennero sedici dopo la riforma di Giulio Cesare. L’istituzione augurale
era una delle massime cariche dello Stato; per importanza, essa veniva subito dopo quella
del pontefice massimo. L’àugure però non agiva mai di propria iniziativa, ma solo su

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incarico dei magistrati, che indicavano la necessità di trarre gli auspici e poi potevano anche
non accettarli. Egli, inoltre, non doveva predire il futuro con l’auspicio, bensì stabilire se vi
fosse o meno il consenso divino per una determinata azione. Si traevano auspici per ogni
decisione pubblica importante, nonché per la consacrazione di particolari luoghi; in questi
casi si ripeteva allora sul terreno il templum celeste e per effetto dell’augurazione (e
dell’accettazione degli auspici da parte dei magistrati) il luogo prescelto era esorcizzato e
reso disponibile (da ciò deriva anche il nostro “inaugurare”).
Una famosa pittura della tomba François di Vulci attesta la presenza
dell’ornitomanzia anche presso gli Etruschi. Nella scena si vede il personaggio di Vel Saties,
in vesti solenni, mentre interpreta i presagi offerti dal volo di un picchio, trattenuto con
una cordicella da un giovane assistente. C’è inoltre un documento prezioso, che testimonia
la diffusione di quest’arte nella religione degli Umbri: si tratta di sette tavole in bronzo
ritrovate a Gubbio, nelle quali la tecnica dell’auspicio è descritta in dettaglio, come rito
preliminare per una solenne cerimonia espiatoria.

LE TAVOLE IGUVINE
Nel 1444, presso il teatro romano di Gubbio, furono rinvenute sette tavole in bronzo di varie
grandezze (min. 28X56 cm.; max. 39x83 cm.), databili tra gli inizi del II secolo a.C. e gli inizi del secolo
successivo. Il testo è scritto in parte con grafia umbra e in parte con grafia latina; contiene prescrizioni per
varie cerimonie e norme per il funzionamento del collegio dei Fratelli Atiedi, ai quali era affidata l’esecuzione
dei riti. La tavola I in umbro e le corrispondenti tavole VI e VII in latino, più in particolare, presentano una
grande cerimonia espiatoria da compiersi sulla rocca di Iguvium, che prende avvio con l’operazione
dell’àugure il quale, rivolto verso sud-est, traccia nel cielo il cosiddetto templum e vi osserva il volo degli
uccelli, per trarne gli auspici. Il testo stabilisce minuziosamente il tipo di volatili e la posizione da cui devono
essere visti; le condizioni per la validità dei segni e il loro significato in rapporto allo spazio cittadino; le
clausole di nullità e le eventuali sanzioni. Le tavole conservano il rito più ampio e importante di tutta
l’antichità classica e sembrano costituire il riflesso su bronzo dei libri rituali in uso presso i popoli dell’Italia
centrale contemporanei.

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4. LA SORTE E LE SORTI
La bellezza del santuario e l’antichità delle tavolette di Preneste hanno mantenuto
intatta la loro fama fino ai nostri giorni, almeno agli occhi del popolo. Ma quale
magistrato le consulta? Dovunque altrove le sortes sono state dimenticate
Cicerone

Sassi, fave, bastoncini, frecce, dadi, astragali e altri oggetti, mescolati e poi scelti a
caso, erano gli strumenti per un altro grande settore della divinazione antica, quello della
cleromanzia. E’ un metodo sperimentale, che ancora si utilizza, in modo profano, per
rimettere al caso decisioni non rilevanti dal punto di vista sociale, politico o religioso. Ma
nelle culture antiche la casualità era piuttosto uno dei tanti parametri con i quali gli esseri
sovrumani si esprimevano, sicché il sorteggio ritualizzato consentiva di scegliere la via da
seguire nel rispetto del volere divino anche per questioni importanti come la nomina di
magistrati. Non per nulla, in Italia si venerava una dea Fortuna e in Grecia una dea Tyche
(l’Opportunità), l’una e l’altra Patrone della sorte. Sortes è per l’appunto il termine con cui si
designano in latino gli oggetti che servivano a tale scopo, che potevano contenere simboli,
lettere, numeri o anche epigrafi con le domande sottoposte alla divinità consultata.
«Lisania vuole sapere se il bambino che Annila porta in seno è suo»; «Cleuta
domanda se sia per lui giovevole e utile esercitare la pastorizia»; «Lisodemo chiede se avrà
figli che possano curarlo in vecchiaia, se gli conviene abitare ad Atene ed esserne
cittadino». Ecco alcuni degli oltre centocinquanta testi incisi su tavolette di piombo
ritrovate nel santuario di Zeus a Dodona, nell’Epiro, che era ritenuto il più antico oracolo
della Grecia. Le epigrafi appartengono per la gran parte all’epoca ellenistica, ma coprono,
nell’insieme, l’arco di tempo che va dalla seconda metà del VI fino al II secolo a.C. La
consultazione, come si comprende agevolmente, poneva un’alternativa alla divinità, che
rispondeva con un sì o con un no (la procedura esatta non è chiara: gli autori antichi
parlano dello stormire delle fronde di una quercia al centro di un piccolo santuario,
riportato alla luce dagli scavi, e del cinguettìo di colombe profetiche). Sul retro di ogni
documento i sacerdoti registravano l’argomento della domanda, il nome del fedele e segni
di numerazione; poi lo conservavano negli archivi.
Un altro modo di ottenere risposte divine tramite sorteggio è documentato nel
santuario di Apollo che sorgeva a Ierapoli di Frigia: dagli scavi di una missione italiana
sono state recuperate tre iscrizioni, incise su due blocchi di marmo riutilizzati nel III secolo
d.C. per un rifacimento del tempio. Esse conservano un elenco di ventiquattro sortes,
ciascuna delle quali s’inizia con una diversa lettera dell’alfabeto: ci sono incoraggiamenti al
bene e alla prudenza, formule di speranza e di serenità, del tipo «Non tentare, navigando da
solo, di resistere alle correnti»; «Perché ti affretti? Aspettando, puoi procedere più
serenamente»; «Più in là nulla sarà sospetto, anche se ora lo è». I fedeli, probabilmente,
consultavano l’oracolo estraendo a sorte un oggetto su cui era incisa una lettera
dell’alfabeto; quindi, e magari con l’aiuto dei sacerdoti, leggevano il responso contenuto nel
verso dell’epigrafe corrispondente alla medesima lettera, adattandolo alla propria
situazione.
In Etruria la divinazione per sorteggio era posta sotto il patronato di Aplu, l’Apollo
etrusco, e veniva realizzata mediante dischetti o lamine di metallo estratte da mazzi, con
diverse possibilità di responsi. Se ne conoscono alcuni esemplari da Arezzo, da Tarquinia,
da Cerveteri e dal Viterbese. Il metodo si affermò anche tra le popolazioni degli Osci e dei
Falisci, soprattutto nell’età tardo-repubblicana di Roma; varie località della penisola
(Fornovo di Taro, Chiusi, Fiesole, Arezzo, Sepino, Histonium e Torino di Sangro, ad

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esempio) hanno in effetti restituito un numero considerevole di sortes, consentendo di
stabilirne anche una classificazione per tipi e periodi. Gli strumenti più antichi erano
semplici ciottoli in pietra, poi sostituiti con dischi di bronzo o di piombo e quindi con
verghe di legno o di metallo, che in età classica assunsero la forma di tavolette, con un
testo oracolare più ampio. E’ ben documentata anche la particolare antichità di questo
sistema di divinazione in Italia: al VII secolo a.C. si data infatti un ciottolo in pietra da
Cuma, che costituisce peraltro il più antico esempio di epigrafe oracolare greca finora
conosciuto. La pietra conserva un testo a spirale, con l’indicazione di non insistere
ulteriormente nella consultazione: «(La dea) Era non consente che si torni a consultare
l’oracolo».
Un altro esempio di questo tipo di divinazione è offerto dall’oracolo della Fortuna
Primigenia a Preneste, famoso ancora al tempo di Cicerone. Gli scavi condotti dopo
l’ultima guerra hanno restituito un tempio monumentale, che occupava buona parte
dell’area della moderna città di Palestrina con una serie di terrazze, di gradinate e di portici,
e un numero cospicuo di testi epigrafici. L’importanza del santuario era strettamente legata
alle tavolette divinatorie in legno, ricoperte di segni arcaici, che qui si conservavano
dall’epoca leggendaria in cui erano prodigiosamente uscite da una spaccatura della roccia.
Per l’estrazione a sorte, un bambino scendeva in una specie di pozzo (ma non è certa la sua
identificazione con l’“Antro delle Sorti” che oggi si mostra ai turisti) e sceglieva a caso una
delle tavolette con i responsi, che poi i sacerdoti interpretavano.
E’ significativo osservare che in Roma la dea Fortuna aveva vari templi, ma in
nessuno di essi è documentato il sorteggio oracolare; le autorità romane, in altri termini,
pur non ostacolando la frequentazione del santuario di Preneste (che anzi Silla fece
restaurare e rese più fastoso), non guardavano con interesse a questo tipo di divinazione,
preferendo di gran lunga, per le decisioni pubbliche importanti, incaricare gli àuguri di
trarre gli auspici.

LA DEA FORTUNA
L’astrazione divina del concetto di sorte favorevole aveva a Roma vari santuari, tra i quali uno
importante al Foro Boario. Il suo culto fu probabilmente introdotto in città da altre località del Lazio, dove
esistevano santuari prestigiosi della dea, come ad Anzio e a Preneste. La dea era considerata portatrice di
fertilità e benessere; veniva rappresentata con il corno dell’abbondanza, con un timone (col quale dirigeva la
vita degli uomini) e spesso cieca. Era inoltre adorata con epiteti particolari e numerosi che indicavano le
qualità e le mille sfaccettature della Sorte. In epoca ellenistica e nella Roma imperiale fu identificata con la più
ambigua figura greca di Tyche e con quella provvidenziale dell’egiziana Iside.

ASTRAGALI: PER GIOCO, E NON SOLO


Le piccole ossa del tarso posteriore di capre o di pecore (astragali) si usavano nell’antichità come
strumento per giocare: se ne indovinava il numero pari o dispari in una sacca, si lanciavano in aria cercando di
riprenderli col dorso della mano, si usavano come biglie per centrare una fossetta nel terreno, oppure come
dadi, in varie combinazioni che si ottenevano riproducendo sugli oggetti lettere o figure con valori diversi.
I giochi con gli astragali erano molto diffusi in Grecia, soprattutto nel periodo ellenistico, e anche a
Roma. Le necropoli di Lemno e nel santuario di Artemide a Efeso, ad esempio, hanno restituito un grande
numero di astragali, sia naturali che riprodotti in argilla, madreperla, avorio e perfino in oro e pietre preziose.
Molti astragali recano inoltre un piccolo foro; essi venivano dunque utilizzati anche come ornamento, forse
con un valore apotropaico, per orecchini o collane. Ma gli astragali si usavano parimenti a scopo divinatorio,
sia in Grecia che nella Roma imperiale. La pratica è testimoniata ad esempio da Pausania per il santuario di
Eracle a Bura, in Acaia: chi voleva interrogare l’eroe dapprima recitava una preghiera davanti alla sua
immagine, poi gettava gli astragali su una tavola. Per ogni figura o combinazione creatasi con gli oggetti vi era
una spiegazione, scritta sulla tavola stessa. A tale uso divinatorio alludono peraltro varie figurazioni del gioco
con gli astragali davanti a un idolo, su monete di Samo e di Efeso. Anche alcune iscrizioni oracolari si

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riferiscono a tale uso: un’epigrafe su pietra da Termessos, nella Pisidia, contiene ad esempio 56 responsi; per
ciascuno vengono riportati i numeri ottenuti con la gettata degli astragali, il nome del dio titolare del responso
e il consiglio ottenuto dalla consultazione.

5. LA BOCCA DELLA VERITÀ

- A Grinno re di Tera che la consultava su altri argomenti, la Pizia consigliò di


fondare una città in Libia; ma quello obiettò che era troppo vecchio e stanco per
intraprendere un viaggio e se ne ritornò in patria senza tener conto dell’oracolo, non
sapendo neanche dove si trovasse questa Libia.
- A Epidauro la terra non dava più frutti, per cui gli abitanti mandarono a Delfi a
consultare il dio sul flagello. La Pizia consigliò loro di erigere statue a Damia e
Auxesia. Gli Epidauri allora chiesero se le statue dovevano essere di bronzo o di
marmo e la Pizia rispose che dovevano essere d’ulivo coltivato.
- Cipselo, recatosi a Delfi a consultare l’oracolo, ebbe un responso favorevole, fidando
nel quale attaccò Corinto e se ne impadronì. Questo è il testo del responso:
Felice quest’uomo, che oggi al mio tempio discende;
Cipselo Eetide, re della grande Corinto,
felice lui e i suoi figli, ma non i figli dei figli.
- Cobone, uomo potente a Delfi, aveva persuaso la profetessa Perialla a dire ciò che
Cleomene avesse voluto. ... Ma si venne a conoscere la frode: Cobone fu esiliato da
Delfi e la Pizia destituita dal suo ufficio.
oracoli delfici, in Erodoto

Ermias, tesoriere, domanda se sia cosa preferibile e migliore e gradita a Tyche che
l’altare della dea sia posto accanto agli altari degli altri dèi, intorno all’ara principale
di Apollo oppure no. Il dio vaticinò: “Conviene onorare tutti gli dèi e venerarli tutti”.
iscrizione da Didima di Mileto, III secolo d.C.

Il messaggero di Acab disse al profeta Michea: “Ecco, le parole dei profeti sono
concordi nel predire il successo del re; ora la tua parola sia identica alla loro;
preannuncia il successo”. Michea rispose: “Per la vita del Signore, comunicherò
quanto il Signore mi dirà”. E Michea disse al re: “Ecco dunque, il Signore ha
messo uno spirito di menzogna sulla bocca dei tuoi profeti; ma il Signore a tuo
riguardo preannuncia una sciagura”
dalla Bibbia ebraica, I libro dei Re

Così dal suo tempio la Sibilla Cumana diffonde


il maledetto orrore dei suoi ambigui oracoli,
e muggisce nel suo antro, dove la verità
s’ammanta d’ombra
Virgilio, nell’Eneide

“Parlare a nome di un dio”: è un’altra forma di divinazione, assai diffusa


nell’antichità, che si caratterizza per essere una tecnica di conoscenza diretta, intuitiva. Il
profeta, cioè “colui che parla a nome di un dio”, riceve infatti personalmente, senza
intermediari né artifici, il messaggio divino. I Greci descrivevano questo stato eccezionale
come un “entusiasmo”, per dire che “dentro c’è un dio” e Platone parla di “follia divina”,
per esprimere il particolare rapporto tra il profeta e il dio Apollo, così come “follia” erano
anche l’invasamento nei riti di Dioniso, l’ispirazione poetica data dalle Muse e l’amore
provocato da Afrodite.

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E’ appunto in Grecia che questo metodo divinatorio spettacolare, con un medium in
trance che profetizza, trovò grande sviluppo, specie in relazione ad alcuni grandi santuari
oracolari. Ma la divinazione profetica (mantica, o cresmologia) aveva trovato credito già
nel Vicino Oriente preclassico, non solo nel I millennio a.C. con i profeti di Yahweh o di
Baal presso le corti d’Israele, di Giuda e dei centri fenici, ma anche in epoche precedenti e
particolarmente nella città di Mari, al tempo di Zimri-Lim (1782-1759 a.C.). L’archivio di
questo sovrano ha restituito infatti una cinquantina di testi profetici, per lo più in forma di
lettere indirizzate al re dai suoi familiari o funzionari. Essi gli riferiscono le profezie rese da
vari personaggi, qualificati come “rispondenti”, cioè capaci di consultare la divinità su
preciso incarico, o diversamente come “estatici”, che in momenti d’invasamento (talora
provocato con l’assunzione di particolari bevande inebrianti) oppure in sogno avevano
ricevuto il messaggio di un dio, con l’ordine di comunicarlo al sovrano.
Anche nella Grecia arcaica, peraltro, erano note figure indipendenti di personaggi
ispirati, celebrati nelle arti figurative e letterarie: gli indovini dell’età eroica Tiresia,
Melampo e Calcante, ad esempio; e poi Cassandra, che per non essersi concessa ad Apollo
aveva predetto inascoltata sventure ai Troiani; infine le Sibille, vaticinatrici dell’epoca
primitiva, raffigurate nei panni di vecchie donne col capo velato e immaginate come
profetesse errabonde. Ma in epoca classica l’ispirazione dei personaggi che il dio faceva
andare in estasi, per comunicare il suo messaggio, non era né libera né spontanea; si
produceva in luogi precisi e a data fissa, per questioni specifiche sottoposte dal consultante.
Così avveniva soprattutto a Delfi, nel principale santuario di Apollo, dove esercitava la
Pizia; ma anche altri luoghi, consacrati al dio o ad altre divinità in numerose località del
mondo greco d’Oriente e d’Occidente, avevano i loro vati che profetavano in prosa o in
versi.
Nel santuario di Delfi, inizialmente, Apollo dava i suoi responsi tramite la Pizia solo
una volta l’anno; poi, forse a partire già dal VI secolo a.C., le consultazioni divennero
mensili e tali rimasero fino al I secolo d.C., quando la fama del santuario venne oscurata da
altre forme di divinazione. Nei giorni stabiliti una grande folla si radunava nel santuario per
sottoporre all’approvazione divina decreti statali, questioni d’ordine politico o religioso,
domande d’interesse pubblico o privato. I consultanti dovevano compiere un certo numero
di riti, sotto la guida dei sacerdoti che controllavano il culto, e lasciare un’offerta in denaro.
La Pizia si purificava dapprima alla fonte Castalia, poi scendeva nella parte più bassa del
tempio, presso un’apertura circolare nel terreno da cui salivano vapori, sedeva su un
tripode e agitando un ramoscello d’alloro cominciava a delirare, invasata dal dio,
pronunciando suoni e grida che poi i sacerdoti si preoccupavano d’interpretare. Questa,
almeno, è la ricostruzione del rito proposta da autori di epoca tarda e da scrittori cristiani
decisamente lontani dall’epoca in cui la Pizia esercitava, sicché è lecito nutrire dubbi sulla
qualità della sua “possessione” divina. L’unica raffigurazione antica della Pizia intenta a
rendere l’oracolo è su una coppa attica del V secolo, che non basta a garantire
sull’autenticità della sua estasi. Questa, peraltro, certamente non era una dote naturale della
profetessa: Plutarco, che fu sacerdote a Delfi, scrive infatti che al suo tempo la Pizia era
scelta tra le ragazze di Delfi per la sua integrità morale e non per aver manifestato
particolari predisposizioni profetiche. Anche l’ipotesi che la profetessa traesse ispirazione
dai vapori vulcanici che salivano dalla crepa nel terreno, avanzata in epoca ellenistica, è
stata contraddetta dagli scavi nel tempio, che non hanno rivelato nulla di simile. Da
Erodoto e altri scrittori, così come dai resoconti epigrafici delle consultazioni ritrovati nel
santuario si apprende peraltro che alla Pizia si sottoponeva solitamente un’interrogazione
semplice o un’alternativa (la formula più frequente era «Se sia preferibile per ... [fare l’una o
l’altra cosa]»), sicché il responso si riduceva in un sì o in un no oppure in uno dei termini

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della domanda binaria. Si è dunque ipotizzato che in realtà la Pizia scegliesse le sue risposte
tirando a sorte, come si faceva in altri santuari, sia pure così agendo per conto del dio.
In ogni caso, a Delfi come altrove, i sacerdoti del santuario prendevano cura nel
registrare gli oracoli, su papiro, su tavolette o anche su pietra. A Didima di Mileto, più in
particolare, gli archeologi hanno individuato una di queste segreterie oracolari,
identificandola in un edificio del III secolo a.C. che ancora conserva sui suoi muri le
iscrizioni fatte incidere dai sacerdoti. Questo tipo di documenti, inoltre, dette slancio a un
genere letterario specifico, la raccolta di oracoli, che ebbe grande successo nell’antichità,
nonostante le numerose falsificazioni. Già nella Grecia del VII secolo si conoscevano
oracoli famosi, come quelli attribuiti a Museo che Onomacrito raccolse ad Atene, su
incarico ufficiale, verso il 520 a.C. Ma di fama incomparabile, fino ai primi secoli del
cristianesimo, furono in particolare gli oracoli attribuiti alle Sibille, che circolavano in forma
di suggerimenti e d’istruzioni per porre rimedio a disastri d’ogni tipo. I più famosi erano gli
oracoli della Sibilla localizzata a Cuma, della quale al tempo di Pausania si mostrava l’urna
contenente le ossa; e poi quelli della Sibilla Eritrea, per la quale un’iscrizione del tempo di
Marco Aurelio, in una grotta di Eritre, assicura che era appunto vissuta in quel luogo.
Anche a Roma, dove pure alla divinazione ispirata si guardò sempre con grande
diffidenza, erano diffuse varie raccolte di oracoli: si sa, tra l’altro, che nel 213 a.C. il senato
ordinò di distruggere i libri profetici in circolazione e che parimenti Augusto fece bruciare
oltre duemila volumi di oracoli. Una sola raccolta, ufficiale, ebbe costantemente un influsso
sulla vita pubblica: quella dei libri sibillini, che secondo la tradizione erano stati acquistati al
tempo dei Tarquini dalla Sibilla Cumana. I libri, scritti in greco, erano conservati nel tempio
di Giove capitolino, dove un’apposita commissione li consultava, su incarico del senato e
nel caso di portenti particolarmente minacciosi, al fine di stabilire le purificazioni da
compiere secondo la tradizionale procedura dell’espiazione dei prodigi. Nell’85 la raccolta
andò bruciata in un incendio sul Campidoglio; venne allora costituita una nuova raccolta di
libri, che Augusto fece depositare nel tempio di Apollo sul Palatino, dove rimase in uso
fino al 363 d.C., data dell’ultima consultazione conosciuta.

“IN VINO VERITAS”


Tra i testi di Mari, risalenti al XVIII secolo a.C., vi sono due lettere che documentano l’abitudine di
provocare l’ispirazione profetica di particolari personaggi mediante bevande inebrianti. Entrambe sono
indirizzate dalla regina al suo sposo, il re Zimri-Lim. Nella prima si annuncia il successo del sovrano di Mari
su Hammurabi di Babilonia in questo modo: «Ho dato da bere agli Incaricati dei santi segni e ho posto loro le
mie domande. Ho saputo che l’uomo di Babilonia trama cose cattive contro questo paese, ma non avrà
successo. Tu, mio Signore, vedrai ciò che la divinità farà a quell’uomo: lo catturerai e lo dominerai. I suoi
giorni sono prossimi alla fine; non sopravviverà. Che il mio Signore lo sappia!». La seconda lettera riferisce
invece la promessa di una vittoria sul re assiro Ishme-Dagan: «A proposito della spedizione militare che il mio
Signore intende compiere: ho dato da bere agli Incaricati dei santi segni, un uomo e una donna, e ho posto
loro le mie domande. Il responso che ho ricevuto è senz’altro favorevole al mio Signore».

COSI’ PARLAVA IL DIO ARIETE


Nell’oasi di Siwa, tra le sabbie del deserto libico sono state ritrovate le rovine del santuario oracolare
intitolato al dio che gli Egiziani identificarono con Ammon-Ra, i Greci e i Romani con Zeus (o Giove)
Ammone. La prima consultazione di cui si ha notizia è del 549 a.C., quando giunsero nell’oasi gli
ambasciatori inviati dal re Creso di Lidia; ma il pellegrinaggio più celebre fu quello che vi fece Alessandro
Magno nel 331, per sentirsi salutare dai sacerdoti come “figlio di Zeus” e per farsi garantire dal dio
l’aspirazione al dominio universale.
Le tracce archeologiche del culto di Ammone a Siwa risalgono al tempo della XXVI dinastia egiziana
(663-525 a.C.) e proseguono almeno fino al II secolo d.C., epoca cui si data una stele votiva oggi conservata

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al Museo di Alessandria. Nell’iconografia delle monete greche della Cirenaica, già alla fine del VI secolo, il dio
compare nelle fattezze di uno Zeus barbuto, con barba e capelli trattati come un vello caprino e le tempie
ornate da due corna d’ariete; talvolta (per esempio su emissioni databili intorno al 500 a.C.) il dio è invece
rappresentato con fattezze umane e testa d’ariete. Stando alle fonti letterarie, era la stessa immagine divina a
rendere oracoli, mentre veniva portata in processione su una barca dorata. Gli officianti, recando quel peso
sulle spalle, si muovevano ondeggiando su ispirazione del dio, che esprimeva la propria volontà con gli
spostamenti dell’idolo e i riflessi dei gioielli, mentre un coro di fanciulle e di pie donne inneggiava
salmodiando alla sua gloria. Il procedimento rispecchia una tecnica divinatoria di origine egiziana,
testimoniata ad esempio nell’iscrizione di Tutmosis III (1490-1436 a.C.) nel tempio del dio Amon a Karnak.

6. LA CONSULTAZIONE DEI DEFUNTI

Quando con voti e con suppliche le stirpi dei morti


ebbi invocato, prendendo le bestie tagliai loro la gola
sopra la fossa: scorreva sangue nero fumante. S’affollarono
fuori dall’Erevo le anime dei travolti da morte,
giovani done e ragazzi e vecchi che molto soffrirono,
fanciulle tenere, dal cuore nuovo al dolore;
e molti, squarciati dall’aste punta di bronzo,
guerrieri uccisi in battaglia, con l’armi sporche di sangue.
Essi in folla intorno alla fossa, di qua, di là, si pigiavano
con grida raccapriccianti: verde orrore mi prese
l’evocazione dei morti nel libro XI dell’Odissea

Saul consultò il Signore e il Signore non gli rispose né attraverso sogni, né mediante
gli Urim, né per mezzo dei profeti. Allora si camuffò, si travestì e partì con due
uomini per consultare una necromante nella città di Endor. Arrivò da quella donna
di notte e le disse: “Evocami lo spirito di colui che ti dirò”. E quella rispose: “Sai
bene quello che ha fatto Saul: ha eliminato dal paese i necromanti e gli indovini;
perché mi tendi un tranello e vuoi uccidermi?”. Saul le giurò per il Signore: “Non
avrai alcuna colpa in questa faccenda. Evocami Samuele”
Saul e la pitonessa di Endor, nel I libro biblico di Samuele

Dèi tutti della notte, assistetemi! Grazie a voi, quando voglio i fiumi tornano alle
sorgenti, scaccio i venti oppure li chiamo, sradico le pietre, le querce, le selve, ordino ai
monti di tremare, alle ombre di uscire dai sepolcri
Medea, nelle Metamorfosi di Ovidio

«Qui interroghiamo indovine e spiriti dei morti, per sapere se il dio Assur continuerà
a curarsi di te»: così si legge in una lettera paleoassira, scritta intorno al 1800 a.C., che
documenta in modo esplicito una pratica divinatoria assai diffusa ma considerata
inquietante e spesso dichiarata illecita. Si tratta della necromanzia, cioè del ricorso agli
spiriti dei morti, ritenuti capaci di conoscere l’avvenire dei vivi. Etemmu era il nome che si
dava in Mesopotamia a tali spettri, evocati con un rito al quale, forse, si ricorreva solo in
caso di estrema necessità. E’ un’impressione che si ricava anche in altri contesti culturali;
così è, per esempio, nel racconto biblico della consultazione dello spirito di Samuele da
parte di una donna della città di Endor, alla quale il re Saul si era rivolto, pur avendo egli
stesso proibito in Israele il ricorso ai necromanti, giacché si era rivelato inutile ogni altro
metodo divinatorio per conoscere la volontà di Yahweh. Così è, del resto, anche per la
necromanzia praticata nella Roma imperiale da occultisti che operavano ai limiti del lecito,
stimati ma soprattutto temuti per la loro arte. I papiri magici del tempo, le gemme, gli
intarsi ci mostrano con vivide immagini il mondo tenebroso in cui operavano i necromanti,
che si richiamavano agli dèi dell’antico Oriente, a Zoroastro e al faraone Nectanebo, per

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vantare doti eccezionali e dichiararsi capaci di svegliare i cadaveri, di forzare a rispondere
anche i defunti più nocivi, quelli deceduti per morte violenta o prematuri.
Pericolosa e funesta quale doveva essere la necromanzia, non meraviglia la rarità
delle attestazioni che la concernono o la discrezione che circonda le notizie giunte fino a
noi, che pure non mancano, fin dalle più antiche civiltà. Le biblioteche dei re assiri
contenevano anzi testi rituali molto espliciti, con le formule che avrebbero consentito di
evocare uno spettro e istruzioni di questo tipo: «Recita l’incantesimo per tre volte, poi ungi
i tuoi occhi con la pozione (un intruglio a base di grasso, peli d’animale, insetti, vino, acqua
e latte) e scorgerai lo spettro: egli ti parlerà, tu potrai vederlo».
In Grecia era d’antica fama, e liberamente aperto alla frequentazione dei fedeli,
l’oracolo dei morti che esisteva nell’Epiro meridionale a Èfira, presso l’Acheronte, il fiume
utilizzato già dall’epopea omerica per localizzare il viaggio di Ulisse tra le ombre dell’Ade.
Scavi recenti hanno qui posto in luce le rovine del santuario che si datano per la gran parte
al III secolo a.C., quando vennero restaurate in una costruzione monumentale le strutture
precedenti (alcuni ex-voto risalgono al IV e V secolo a.C.). Ma l’oracolo era famoso già nel
VI secolo: stando a Erodoto, infatti, verso il 600 a.C. il tiranno di Corinto Periandro vi
aveva consultato lo spirito della moglie defunta. La disposizione degli edifici ritrovati
suggerisce che i consultanti trascorressero la notte nel santuario e che l’evocazione dei
morti avvenisse in una cripta, al centro del complesso. E’ anche possibile che un congegno
favorisse, per così dire, l’apparizione dei defunti e che si consumassero a tal fine sostanze
con effetti allucinogeni: lo suggerisce il ritrovamento dei resti di un macchinario in metallo
e di quantità importanti di taluni cereali. Le ipotesi, invero, sono basate soltanto sui reperti
e mancano di conferme letterarie; tuttavia Pausania, nel II secolo d.C. parla di
un’esperienza probabilmente analoga a quelle provate da chi frequentava il santuario di
Èfira, che egli stesso aveva vissuto, in prima persona, consultando l’oracolo dell’eroe
Trofonio a Lebadea, in Beozia.
La consultazione qui avveniva di notte, compiendo dapprima sacrifici di animali e
facendone esaminare le interiora, per assicurarsi la buona disposizione di Trofonio; poi
prendendo bagni e acque dalle sorgenti dell’Oblìo e della Memoria; quindi scendendo in un
locale sotterraneo, dove, nel buio, un vortice trascinava l’uomo brutalmente ancora verso il
basso, in un altro luogo dove lo attendevano visioni e rumori spettacolari. Chi consultava
l’eroe si ritrovava poi all’aperto, dove raccontava sensazioni e visioni avute nell’oscurità ai
sacerdoti del santuario, che l’aiutavano a capire il responso e registravano tutto su tavolette.
Era, insomma, una sorta di viaggio negli inferi, dal quale si usciva seriamente provati:
«Quando ritorna - scrive Pausania - colui che cerca l’oracolo ha disimparato il riso».

“VENITE DA ME”
Un’iscrizione funeraria in lingua greca c’informa che la tomba di una sacerdotessa, ancora in epoca
tarda, poteva diventare un oracolo, almeno per un ristretto numero di iniziati. Trovata a Tiatira, in Lidia (oggi
Akhissar), l’epigrafe è incisa su un piccolo altare funerario databile fra il II e il III secolo d.C. e dice così: «In
memoria di Ammias, sacerdotessa degli dèi, i suoi figli e gli iniziati degli dèi hanno eretto questo altare con
l’urna. Se qualcuno vuole conoscere da me la verità, venga a pregare presso questo altare e l’otterrà sempre,
per visione, di notte e di giorno».

LA “BELLA FESTA”
Al tempo della XXI dinastia egiziana è documentata una particolare pratica divinatoria che utilizza la
tecnica delle “statue parlanti” (attraverso il movimento ondulatorio dell’idolo portato in processione)
applicata a questioni giudiziarie. La testimonianza principale viene da un grande rilievo inciso su un muro
orientale del tempio di Amon a Karnak, con una lunga iscrizione e l’immagine della consultazione oracolare.
Entrambe concernono un alto funzionario del tempo di Pinegem II (990-970 a.C.), accusato di frode. Il
verbale del processo, registrato attorno alla scena, testimonia che l’imputato fu prosciolto dal dio nel corso

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della grande cerimonia della “Bella Festa dell’Udienza Divina”, celebrata in uno spazio del tempio
appositamente predisposto (il “Sole d’Argento della Casa di Amon”), con varie sessioni e con la
partecipazione di altre due divinità, Khonsu e Mut. Al 13° giorno, per due volte la statua del dio aveva scelto
la tavoletta che scagionava il funzionario e respinto quella con l’accusa; con lo stesso metodo divinatorio
vennero individuati e giudicati i veri colpevoli. L’uso giuridico degli oracoli, per questioni di alta politica,
risale in Egitto all’epoca ramesside; in età tolemaica è documentato dai papiri del Fayum anche per
controversie più banali, furti, questioni d’amore o di salute.

7. IL SOGNO RIVELATORE

Un giorno mi venne un bubbone enorme e l’inguine mi si riempì di pus. I medici ne


dissero di tutti i colori: chi voleva incidere, chi invece cauterizzare con farmaci. Il dio
però era di avviso opposto: mi disse (nel sogno) di lasciar crescere il bubbone. E
dovendo obbedire ai medici o al dio, c’era poco da scegliere. Il bubbone intanto
cresceva e la mia condizione si faceva disperata. Fra i miei amici, alcuni ammiravano
la mia tenacia, altri mi accusavano di lasciarmi troppo condizionare dai sogni, altri
ancora mi davano del vigliacco, perché non mi lasciavo operare né curare con
medicamenti. Quattro mesi durò quella vita. Alla fine il Salvatore mi diede nella
notte l’indicazione di un certo farmaco, di cui non ricordo i componenti, ma
certamente c’entrava il sale. Appena lo spalmai sopra il bubbone, questo scomparve e
all’alba i miei amici erano là, esultanti e increduli
dai Discorsi sacri di Elio Aristìde

Asclepio ordinò a Demandro, che soffriva di sciatica, di venire a Lebena per farsi
curare. Appena si fu addormentato, il dio lo tagliò e Demandro se ne partì guarito
iscrizione del santuario di Asclepio a Lebena, Creta

«Amico mio, il sogno che hai fatto è un segno favorevole, è un sogno prezioso! La
montagna che tu hai visto in sogno significa che prenderemo il mostruoso Humbaba, lo
uccideremo e getteremo il suo cadavere nella pianura». Sono le parole di risposta, che
l’opera più celebre della Mesopotamia preclassica, l’Epopea di Gilgamesh, attribuisce a
Enkidu, il compagno dell’eroe, quando Gilgamesh gli chiese d’interpretare il suo sogno; ed
è solo uno dei tanti esempi offerti dalle antiche letterature sull’importanza dei sogni nelle
culture arcaiche. Babilonesi, Egiziani, Canaanei, Greci, Romani e altri popoli del
Mediterraneo antico: sono tutte, senza dubbio, “civiltà del sogno”, per il valore che assunse
in essi l’attività onirica, intesa appunto come mezzo di conoscenza privilegiato. Sogni
rivelatori, accettati come profezie venute da un mondo parallelo per suggerire fatti non
ancora avvenuti oppure ignoti; e poi anche sogni malefici, che portano spavento e
obbligano a una purificazione o espiazione; oppure sogni ingannevoli, dei quali l’uomo non
riesce a comprenderne il senso se non ricorrendo a un interprete esperto; sogni, infine,
provocati ad arte, come mezzo per ottenere dal dio informazioni e consigli (oniromanzia),
con tutto il fascino e i rischi a ciò relativi.
I testi dell’antico Oriente sono ricchi di sogni rivelatori: ne fecero i sovrani sumerici
del III millennio a.C., come Eannatum e Gudea, ai quali gli dèi annunciarono in sogno
vittorie e suggerirono perfino come costruire i loro templi; ne fecero i faraoni egiziani,
come quello che all’ombra della sfinge di Giza venne a promettere il trono e il successo al
giovane principe Tutmosis IV (1412-1402 a.C.), ancora leggibile nei geroglifici che
decorano la sua stele tra le zampe anteriori della sfinge; ne facevano perfino gli dèi, come
quello che al supremo dio di Ugarit, El, annunciò il ritorno dello scomparso Baal, con l’olio

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che pioveva dai cieli e il miele che scorreva nei torrenti; ne facevano anche i comuni
mortali, che poi correvano dagli interpreti per farseli spiegare. Così nacque, in
Mesopotamia come in Egitto, una letteratura apposita, registrata sulle tavolette in argilla o
sui papiri, che dei sogni stabiliva la casistica e la chiave interpretativa, così da fornire agli
specialisti un manuale per ogni occasione. Sono i “Libri dei Sogni”, dei quali vari esemplari
sono giunti fino a noi, come quelli rinvenuti nella biblioteca di Assurbanipal a Ninive o
come i papiri egiziani di epoca ramesside e romana. Più o meno tutti seguono un
medesimo schema: per ogni situazione onirica si dà un pronostico, tratto da considerazioni
ovvie oppure stravaganti, del tipo: «Se un uomo sogna una persona che muore ciò gli
allunga la vita»; «Vedere un nano: la vita si accorcia»; «Tuffarsi nel fiume: assoluzione dai
mali»; «Mangiare un uovo: perdita dei beni».
Nell’Egitto di età ellenistico-romana, nei templi di Bes ad Abido, nel Serapeo di
Canopo e in quello di Menfi, nel luogo sacro di Hathor a Dendera, v’era anche l’abitudine
di cercare ritualmente nei sogni rivelazioni divine che sciogliessero angosce o guarissero dai
mali: ci si recava dunque nei santuari degli dèi guaritori e qui, dormendo, si attendeva la
rivelazione divina.
E’ il rito dell’incubazione, che in Egitto si era però diffuso per influenza greca. E’ in
Grecia, infatti, che questa pratica trovò grande e duratura espressione, specialmente
nell’ambito del culto di Asclepio, figlio di Apollo e dio risanatore per eccellenza. Presso i
suoi templi, ma anche presso il santuario dell’eroe Anfiarao a Oropo, si pronunciavano
oracoli basati su un’interpretazione dei sogni che aveva le connotazioni di un intervento
medico-sacrale. Il centro più famoso, dalla seconda metà del VI secolo a.C., era il santuario
di Asclepio a Epidauro, nell’Argolide, che già nel V secolo fu in grado di creare “filiali” a
Egina, Atene, Coo, e poi nel secolo successivo anche a Pergamo in Asia Minore, a Balagrai
in Cirenaica, a Lebena sull’isola di Creta e perfino a Roma, sull’isola tiberina, nel tempio
che risale al 291 a.C.
Iscrizioni, monumenti e fonti letterarie c’informano sulla procedura seguita: il fedele
compiva anzitutto sacrifici e purificazioni, poi veniva introdotto nel tempio, dove passava
la notte; nel sonno arrivava la visione del dio, che direttamente guariva il malato oppure
indicava la cura da seguire per risolvere affanni e mali di vario tipo. Con tali connotazioni i
grandi centri oracolari di Asclepio erano più simili ai moderni sanatori che non agli altri
santuari dell’epoca: spesso impiantati presso sorgenti e stazioni termali, prevedevano
sempre locali o portici adibiti a dormitori (in greco definiti solitamente col termine abaton,
«luogo inaccessibile») ed erano frequentati da medici-sacerdoti che sapevano dare la giusta
spiegazione ai sogni dei pellegrini venuti a supplicare il “miracolo”. Il clero si occupava poi
di registrare le guarigioni (in latino sanationes) compiute dalla divinità, in apposite
compilazioni di propaganda che attingevano alle tavolette votive lasciate dai fedeli, dipinte
a vivaci colori e conservate sui muri del santuario. Sia a Epidauro che a Lebena, in
particolare, gli scavi hanno restituito importanti documenti epigrafici incisi su pietra, con
l’elenco dei miracoli più importanti registrati dai sacerdoti; nel primo caso si tratta di alcune
stele che risalgono al IV secolo a.C., mentre nel secondo è un catalogo di sanationes, inciso
sulle pareti dell’edificio-dormitorio tra il II e il I secolo a.C.
Le iscrizioni forniscono informazioni precise anche sui modi in cui agiva la divinità.
In sogno Asclepio dava talvolta semplici consigli, del tipo «Il dio mi ordinò di non adirarmi
così tanto». Più spesso il dio risanava miracolosamente, imponendo la mano sul fedele (è il
gesto che lo caratterizza sui monumenti, per esempio su un celebre bassorilievo del museo
del Pireo datato intorno al 400 a.C.), che al mattino si svegliava guarito. Lo ricorda ad
esempio un certo Gorgia di Eraclea in una delle epigrafi ritrovate nell’Asclepieo di
Pergamo: «Per una ferita ricevuta in battaglia egli aveva riempito di pus sessantasette

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bacinelle. Dormendo ebbe una visione: gli sembrò che Asclepio estraesse dal suo polmone
la punta della freccia. Quando venne il giorno si alzò e se ne andò, tenendo nelle mani
l’oggetto che l’aveva ferito». In altri casi il dio indicava la cura da seguire, del tipo registrato
in un’iscrizione di Lebena per un malato cronico di tosse purulenta: «Il dio lo prese per
mano; gli diede ... vino italiano aromatizzato con pepe, amido in acqua calda, polvere di
ceneri sacre, un uovo e della resina di pino, pece umida, iris con miele ...». Dal punto di
vista letterario, invece, ha grande valore la testimonianza del retore greco Elio Aristìde, che
lasciò in un libro (i Discorsi sacri) il resoconto delle esperienze oniriche da lui stesso
ripetutamente sperimentate; dall’opera si può dedurre che al tempo dello scrittore, cioè nel
II secolo d.C., la guarigione miracolosa aveva meno rilievo dei rimedi che il dio suggeriva
nel sogno (soprattutto idroterapie e psicoterapie).

UNA GRAVIDANZA PARTICOLARE


Risalgono al IV secolo a.C. quattro stele, rinvenute negli scavi del santuario di Asclepio a Epidauro,
contenenti l’elenco delle guarigioni più celebri compiute dal dio. Lo scrittore Pausania, che le vide nel II
secolo d.C., attesta che esse furono redatte dai sacerdoti del dio per magnificarne la gloria. La stele meglio
conservata racconta per prima la storia di una donna, Cleò, che incinta da cinque anni venne al santuario e
dormì nel locale apposito. «Non appena uscì ella partorì un bambino, che subito si lavava da solo alla fontana
e andava in giro con la madre. Cleò fece incidere allora un ex-voto con questa frase: “Non ammirate la
grandezza del mio dono votivo, ma il dio che mi ha guarito. Per cinque anni ho portato un peso nel ventre,
poi giacqui nell’abaton e il dio mi guarì”». Come spiegare lo straordinario miracolo? Per l’epigrafista
Margherita Guarducci, la soluzione è nell’epigramma che si leggeva sull’ex-voto: il sacerdote che redasse la
stele avrà liberamente interpretato quel “peso nel ventre”, che in greco può significare sia una vera che una
falsa gravidanza, e costruito ad arte il vivace racconto del prodigio, con particolari che lo avvaloravano.

L’INTERPRETE DEI SOGNI


Vari testi semitici dell’antico Oriente menzionano un indovino la cui funzione era quella d’interpretare
i sogni: probabilmente uno scriba capace di leggere le raccolte commentate di sogni, accreditato presso le
corti dei sovrani. In Egitto egli aveva il titolo di “Scriba della Casa della Vita”, che era il luogo dove appunto
si ricopiavano e studiavano i manoscritti sacri. Quando nell’ellenismo la pratica dell’incubazione raggiunse
proporzioni notevoli, nei templi di Asclepio come in quelli del dio greco-egiziano Serapide, a questa funzione
si consacrò un numero considerevole di scribi, che esercitavano anche in modo indipendente presso i
santuari. Non lontano dal Serapeo di Menfi è stata ritrovata l’insegna che un Interprete aveva posto presso il
suo “studio”, alla fine del IV secolo a.C. E’ una stele a forma di portico, nella quale è dipinto il bue divino
Apis presso un altare; l’epigrafe, scritta in alto con inchiostro nero, dice così: «Interpreto i sogni, avendo
ricevuto per questo un mandato dal dio. Buona Fortuna. L’interprete che qui lavora è un Cretese».

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8. LA FEDE NEGLI ASTRI

Per partire, dice il prete al re, il 2° giorno del mese è favorevole, il 4° è


particolarmente favorevole
trattato assiro di emerologia

Se avviene un’eclisse nel mese di Nisan: vi sarà distruzione e il fratello ucciderà il


fratello; se avviene nel mese di Ab: Adad inonderà il paese; nel mese di Tashrit: ci
sarà una rivolta; nel mese di Ulul; il nemico devasterà il paese
trattato assiro di astrologia

«Dov’è il Re dei Giudei? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad
adorarlo». Il passo evangelico sui Magi c’introduce a un ultimo aspetto della divinazione
antica, documentando l’interesse che si poneva per lo studio degli astri nei primi secoli
dell’impero romano. Un interesse che era stato da tempo rivolto non solo a comprendere i
meccanismi e la frequenza dei fenomeni celesti (dando origine alle prime espressioni
dell’astronomia), ma anche a stabilirne l’influenza sulla vita degli individui e trarne presagi.
Questa, appunto, è l’astrologia, che circondata dal prestigio di una scienza esatta e dal
fascino delle dottrine venute dall’Oriente esercitò un’attrazione irresistibile sul finire
dell’evo antico, imponendosi sugli altri sistemi divinatori e influenzando ogni ambito della
teologia pagana imperiale.
Nel Mediterraneo romanizzato la fede nella potenza delle stelle era generale; gli
astrologi esercitavano presso le corti dei re, nei palazzi degli aristocratici o anche, più
semplicemente, all’angolo dei crocicchi per i meno abbienti. Essi influenzavano perfino
l’arte, suggerendo modelli originali di edifici e monumenti ispirati ai pianeti, ormai
considerati arbitri del destino dell’uomo. Gli astrologi erano in ciò favoriti dalla fiducia che
da secoli, ormai, si dava alle loro dottrine, in quella sorta di “villaggio globale”
mediterraneo che le conquiste di Alessandro Magno avevano consentito di realizzare, con
una circolazione delle idee e degli individui da Oriente a Occidente mai prima realizzata.
Anche in epoche precedenti l’ellenismo, per vero, sia Greci che Romani avevano
prestato attenzione religiosa ai fenomeni celesti, come manifestazione del volere divino. In
Grecia, peraltro, gli sviluppi delle conoscenze astronomiche di filosofi e pensatori come
Talete ed Eudosso di Cnido procedettero a lungo di pari passo con l’evolversi di quelle
dottrine religiose che trasferivano, nelle configurazioni dei pianeti, gli dèi e gli eroi della
tradizione mitica: Saturno, Venere, Mercurio, il Leone, il Toro e tutti gli altri personaggi
che ancora popolano il cielo degli astrologi. La maggior parte delle scuole filosofiche (con
l’eccezione degli Epicurei) riteneva del resto possibile che le stelle potessero influenzare i
fatti terrestri. Ma l’astrologia fondata sull’osservazione dei pianeti nello zodiaco diventò
credenza diffusa solo quando in Occidente giunsero con l’ellenismo le dottrine elaborate
dai Caldei, cioè dai sapienti babilonesi che ebbero un successo incredibile, dapprima in
Grecia, dove suscitarono polemiche ma anche adesioni tra i filosofi, e poi a Roma, dove
provocarono ripetute reazioni delle autorità repubblicane, nel II e I secolo a.C., per
conquistare poi pubblico e credito assoluti.
La data di nascita dell’astrologia greca si può porre intorno al 280 a.C., quando un
prete caldeo di nome Berosso s’installò a Cos e vi aprì una scuola. La sua opera, una Storia
di Babilonia dedicata al re di Siria Antioco I, è andata purtroppo perduta; ma restano alcuni
frammenti dai quali si apprende che l’insegnamento di Berosso si fondava sui testi
consultati negli archivi delle città della Mesopotamia, dove era conservata l’antichissima

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tradizione astrologica babilonese, che oggi, grazie all’archeologia, è nuovamente
disponibile.
Le tavolette cuneiformi di contenuto astrologico, restituite dagli archivi dei re
babilonesi e assiri, o dai centri sottoposti alla loro influenza in Siria, in Anatolia e in Elam,
si contano infatti a migliaia. Lo studio degli astri e dei fenomeni celesti comincia ad essere
attestato nella prima metà del II millennio a.C. e prosegue fino all’epoca ellenistica. Si tratta
per un verso di almanacchi, con annotazioni di giorni favorevoli e sfavorevoli per ciascun
mese, del tipo: «Il 7° giorno del mese di Nisan è un giorno di collera, funesto, pericoloso
per il malato. Il medico non curi, l’indovino non pronunci parola; non è propizio per
alcuna impresa». Si tratta poi di veri e propri manuali, con presagi raccolti in repertori che
gli specialisti conservavano e consultavano ripetutamente. Il trattato più famoso, ritrovato a
Ninive nella biblioteca di Assurbanipal, venne redatto in oltre settanta tavolette; ventitre
sono dedicate alla luna, altre al sole, ai fenomeni atmosferici e alle eclissi, che erano
generalmente considerate segno di sventura.
Alle dottrine dei Babilonesi si deve far risalire anche l’origine dello zodiaco,
strumento principale dell’astrologia ellenistica e romana; le più antiche raffigurazioni dello
Scorpione, dei Pesci, del Sagittario, del Capricorno e della Vergine compaiono infatti sulle
pietre confinarie (kudurru) del periodo cassita (seconda metà del II millennio a.C.).
Quando dunque si conobbe in Occidente, l’astrologia dei sacerdoti Caldei era ormai
una scienza complessa ed enormemente sviluppata, che in patria aveva relegato nell’ombra
perfino la tecnica divinatoria principale, fondata sull’extispicina, e che ormai veniva messa a
disposizione di tutti, umili o potenti che fossero. Dalla Mesopotamia l’astrologia si diffuse
anche in Egitto, all’epoca della dominazione persiana e sotto i Tolomei. Qui la fiducia negli
astri trovò sviluppi ulteriori, che la resero ancor più interessante e ne favorirono la
diffusione in tutto il Mediterraneo.
Dall’Egitto venivano, ad esempio, i libri santi della nuova fede, cioè i trattati del
faraone Nechepso e del sacerdote Petosiris, che erano stati tradotti in greco ad Alessandria
verso il 150 a.C.; in Egitto si elaborarono anche previsioni astrologiche per intere nazioni,
come documenta un famoso papiro del Cairo, in demotico; sempre in Egitto sono attestati
gli zodiaci più celebri del mondo antico, scolpiti nel grande tempio di Hathor a Dendera in
epoca imperiale. Si comprende dunque l’entusiasmo dei sacerdoti egiziani che verso il 59
a.C. magnificarono l’antichità della loro scienza allo scrittore Diodoro Siculo.
Nella seconda metà del I millennio a.C. compaiono in Mesopotamia anche i primi
oroscopi personalizzati, che presagivano il futuro e la personalità di un individuo dalla
posizione delle stelle al momento della sua nascita o del suo concepimento. Il più antico,
scritto su una tavoletta oggi conservata a Oxford, venne calcolato per il 9 aprile del 410
a.C.; il più recente venne redatto nel 69 a.C. Adottata in Egitto e da tutto il mondo
ellenistico-romano, la pratica degli oroscopi divenne una moda diffusa, che raggiunse il suo
culmine tra il II e il III secolo d.C. Dagli scavi sono stati recuperati numerosi esemplari di
oroscopi, qualcuno in pietra, come quello che fece scolpire il re Antioco di Commagene
per la sua tomba, la maggior parte su papiro, come quelli restituiti dall’Egitto, in greco e in
demotico. Gli astrologi registravano i dati anagrafici del richiedente e quelli astronomico-
astrologici risultanti dal calcolo delle posizioni planetarie per la sua nascita; poi
aggiungevano formule di buon augurio. Ve ne sono per ogni periodo, dal I secolo a.C. fino
al V d.C., a documentare la continuità di una pratica e di un costume che per primi
seguirono gli stessi imperatori di Roma, cercando negli astri le ragioni del loro destino
glorioso. Già Augusto, racconta Svetonio, dopo aver consultato l’astrologo Teogene ebbe
così grande fiducia nelle stelle che fece divulgare il suo oroscopo e coniare monete recanti
il segno del Capricorno sotto il quale era nato. Anche Tiberio aveva il suo astrologo

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personale e nella corte dei Severi nessuno negava il prestigio e l’autorità della fede negli
astri.

CHE ANNO SARÀ?


Un trattato astrologico in lingua siriaca, tramandato su un codice manoscritto del XV secolo ma
risalente, nella sua composizione originaria, all’epoca degli imperatori Vespasiano o Adriano (I-II secolo
d.C.), fornisce in dodici paragrafi, corrispondenti alle “case” dello Zodiaco, previsioni sull’andamento dei
raccolti, dei trasporti per mare, sulle piene del fiume Nilo, su malanni, epidemie, guerre e altri cataclismi che
si verificheranno in relazione al segno zodiacale in cui l’anno nasce. Molte formule del trattato (che ha come
titolo Trattato di Sem, figlio di Noè) richiamano assai da vicino i modelli della letteratura astrologica babilonese;
per altre si possono invece stabilire paralleli con la tradizione araba.
Ecco ad esempio la previsione contenuta nel quinto paragrafo: «Se l’anno nasce nel Leone, ci sarà
pioggia primaverile. La terra sarà impoverita a causa dei venti del nord; il raccolto sarà gradevole e anche il
cibo degli uomini sarà buono. Il frumento, il riso, i legumi, l’olio e i datteri saranno cari. Si diffonderà una
malattia; donne gravide e bestiame minuto moriranno. Un re combatterà contro un altro re. (...) Il Nilo
strariperà in un’inondazione elevata. Ci sarà mal di testa tra gli uomini. Alla fine dell’anno ci sarà pioggia
abbondante».

LO ZODIACO DI GRAND
Sul fondo di un pozzo, tra le rovine di un santuario gallo-romano, sono state ritrovate nel 1967 due
coppie di tavole in avorio, oggi conservate nei musei di Saint-Germain-en-Laye e di Epinal. Gli oggetti
vennero intenzionalmente distrutti (sono stati recuperati ben 188 frammenti di avorio) e gettati nel pozzo, in
una data che il contesto archeologico consente di porre intorno al 170 d.C. Le tavole compongono due
dittici, ciascuno dei quali rappresenta uno zodiaco completo, inciso nell’avorio, con tracce di pittura in
policromia. Sono rappresentate, in quattro ovali concentrici, le figure dei decani con i nomi egiziani trascritti
in greco e i rispettivi simboli numerici; poi i segni caratteristici dello zodiaco, così com’è attestato a Dendera,
nell’Alto Egitto, nel I secolo a.C.; nel cerchio centrale figurano invece il sole e la luna. I due zodiaci illustrano
graficamente i testi della letteratura astrologica del tempo, che insegnava a curare le affezioni del corpo
umano collegando ciascun organo a un particolare decano. L’intenzionalità della distruzione e la natura del
luogo (un santuario-sanatorio) rendono indubbio il valore sacro delle tavole, che sono verosimilmente di
provenienza alessandrina.

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9. UNA TEMIBILE “CURIOSITÀ”

Nessuno consulti un aruspice o un astrologo, nessuno consulti un indovino. Cessi la


professione abietta degli àuguri e dei profeti. I Caldei, i maghi e tutti gli altri, che il
popolo chiama “stregoni” per l’ampiezza dei loro misfatti, non ordiscano nulla in
questo senso. In tutti e per sempre, si riduca al silenzio la “curiosità” della
divinazione. E subisca la pena capitale, abbattuto dalla spada vendicatrice, chiunque
rifiuterà obbedienza alle prescrizioni.
L’imperatore Costanzo, nel Codice Teodosiano

Nonostante avesse per secoli condizionato la politica di governanti, le decisioni


pubbliche degli Stati e la vita privata di migliaia di uomini, benché avesse resistito al
progresso della scienza e della filosofia (pensatori come Platone e Cicerone s’interrogarono
a lungo sul suo valore), l’intero sistema delle pratiche divinatorie, nel corso del IV secolo
d.C., venne duramente represso dall’autorità imperiale, con una serie di leggi poi raccolte
nel Codice Teodosiano. A segnare la fine di questo sapere ambizioso non furono tanto le
ripetute segnalazioni degli errori in cui, inevitabilmente, aruspici e indovini finirono per
cadere (è significativo l’epitaffio latino che scrissero i genitori di un bambino morto a
quattro anni, denunciando le menzogne dell’astrologo rinomato che aveva predetto per lui
brillanti destini). La sua condanna non venne neppure dalla constatazione che il significato
di uno stesso fatto dipendeva dalla sua valutazione culturale e che dunque un presagio
potesse essere interpretato in modo diverso e perfino contrastante, secondo le culture (già
Cicerone registrava ad esempio che la destra e la sinistra erano diversamente valutate in
Grecia e a Roma). Né ebbe ragione del fenomeno la varietà delle forme di consultazione
elaborate nella storia e il diverso peso ad esse attribuito in ciascuna società (la completezza
della casistica in Mesopotamia, l’ispirazione oracolare in Grecia, la preoccupazione di
assicurarsi l’accordo divino nella Roma repubblicana e il fatalismo astrale in quella
imperiale). La sua repressione fu perfino indipendente dalla condanna che della divinazione
fecero i Cristiani, giudicando falsi tutti gli oracoli dei falsi dèi pagani. A rendere illecita la
divinazione fu piuttosto il suo stesso valore come sistema di conoscenza diretta e
soprannaturale; proprio perché capace di leggere i “segni” del cosmo, la divinazione finì
per rappresentare una temibile “curiosità”, che al pari della magia interferiva con il potere
assoluto e universale dell’imperatore, anch’esso garantito dagli dèi e inserito nell’ordine
cosmico. Si può dire pertanto che la repressione della divinazione nasca con l’impero: se gli
stessi imperatori avevano potuto conoscere in anticipo il proprio destino ed essere
legittimati dalle stelle o da altri “segni” divini nella loro ascesa al potere, l’arte degli indovini
rappresentava un potenziale e pericoloso strumento di conoscenza illegittima: consultare
un aruspice o un astrologo per fatti privati divenne così un crimine contro lo Stato; cercare
ancor più nelle stelle, o nei visceri di una vittima, la sorte del sovrano regnante o gli
sviluppi di un affare pubblico, venne giudicato, inevitabilmente, un delitto, impossibile da
punire se non con la pena di morte.
L’ORACOLO NELL’ACQUA
Sul monte Libano, a una giornata di cammino dalla città di Biblo e a pochi metri dalla grotta dove
sorge il fiume Nahr Ibrahim, rimangono i resti di un santuario, probabilmente del IV secolo d.C., distrutto da
un terremoto nel VI. Esso sorgeva sulle rovine di un antichissimo tempio dedicato all’Afrodite fenicia, che
era stato demolito per ordine di Costantino; le strutture comprendevano tra l’altro una specie di stagno che,
stando ad alcuni storici del V secolo, era il luogo di un oracolo idromantico. I fedeli gettavano le loro offerte
preziose nell’acqua: se i doni erano bene accetti alla dea, andavano a fondo; diversamente restavano a galla.
Così, ad esempio, la dea avrebbe annunciato agli abitanti di Palmira la rovina imminente della loro città.

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IL MERCANTE DI FICHI
Tra gli esempi citati da Cicerone, per illustrare le tecniche divinatorie in uso al suo tempo e la
necessità di saper interpretare i segni inviati dagli dèi, è riportato un aneddoto divenuto famoso. A Crasso che
si preparava a partire per la guerra contro i Parti era stato dato un presagio della morte che lo aspettava in
quell’impresa: era, per vero, soltanto un mercante che gridava per la via CAVNEAS (sottinteso FICOS), cioè
«Comprate i miei fichi», riferendosi alla frutta di Cauno, città della Caria. Il generale romano non comprese,
purtroppo, l’avvertimento divino presente in quel grido; avrebbe dovuto intendere il presagio come CAV(E)
N(E) EAS, cioè «Non andarci!».

PER SAPERNE DI PIÙ

In generale A. BOUCHÉ-LECLERCQ, Histoire de la divination dans l'antiquité, I-IV, Paris


1879-1882 (ristampa 1963); J.-P. VERNANT (ed.), Divinazione e razionalità, Torino 1982; F.
SAXL, La fede negli astri. Dall’antichità al Rinascimento, Torino 1985; C. SANTI, I libri sibillini e i
decemviri sacris faciundis, Roma 1985; D. SABBATUCCI, Divinazione e cosmologia, Milano 1989; A.
AMMASSARI, L’identità cinese: note sulla preistoria della Cina secondo le iscrizioni oracolari della
dinastia Shang, Milano 1991; R. BLOCH, La divinazione nell’antichità, Napoli 1995.
Qualche studio: A. ARCHI, L’ornitomanzia ittita, in “Studi Micenei ed Egeo-
Anatolici”, 16 (1975), 119-80; F.M. FALES – C. GROTTANELLI (edd.), Soprannaturale e potere
nel mondo antico e società tradizionali, Milano 1985; C. PIGNATO, Lo specchio fumante. Forme della
divinazione e modelli della conoscenza, Roma 1987; G. GUIDORIZZI (ed.), Il sogno in Grecia, Bari
1988; D. BACCANI, Oroscopi greci. Documentazione papirologica, Messina 1991; M. SORDI (ed.),
La profezia nel mondo antico, Milano 1993; L. CAGNI, Le profezie di Mari, Brescia 1995; C.
SAPORETTI, Come sognavano gli Antichi. Sogni della Mesopotamia e dei popoli vicini, Milano 1996;
A. MENGOZZI, Trattato di Sem e altri testi astrologici, Brescia 1997; G. PETTINATO, La scrittura
celeste. La nascita dell’astrologia in Mesopotamia, Milano 1998; G. SFAMENI GASPARRO, Oracoli,
profeti, Sibille. Rivelazione e salvezza nel mondo antico, Roma 2002.
Questa pagine costituiscono la rielaborazione di un testo pubblicato con lo
stesso titolo nell’agosto del 1998 quale dossier sul n° 162 della rivista “Archeo”, (De
Agostini - Rizzoli Periodici), pp. 59-91.

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