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21/05/2012

SALVATORE NATOLI

La felicità si merita? Formazione e felicità


Sintesi dell’intervento
Appunti di A. Ferrante, revisionati dal dott. M. Vergani

Gli uomini sanno cos’è la felicità. Ne trovano i segni, ne fanno esperienza, anche se non
sempre sono in grado di dirla. E’ anche vero che le concezioni e dunque i vissuti della felicità
variano a seconda della cultura. Soffermiamoci allora sulle principali fenomenologie della felicità
nel mondo occidentale.
In prima battuta l’occidente pensa la felicità come un sentimento. Ma essa può anche essere
concepita come un bene stabile. Detto altrimenti, per il senso comune la felicità esiste, ma è fatta di
singoli momenti, di parabole di intensità ascendenti e discendenti. La felicità è inoltre, nel suo
significato più ampio, senso di espansione. È “fisiologica” - infatti quando si è felici si sente nel
corpo; si può dunque anche dire che è un vissuto del corpo, un senso di benessere, una gioia dei
sensi. Nella felicità infatti noi non esperiamo il mondo come resistenza. Al contrario, ci sentiamo
accolti e ospitati dal mondo. Ciò dà luogo ad un’esperienza che possiamo definire fusionale ed
effusiva.
Ma veniamo ad un altro aspetto fondamentale dell’esperienza della felicità, quello della sua
memoria cosciente: la felicità vissuta non si perde, si ricorda. Vi è inoltre una memoria in senso
molto esteso: memoria del piacere nel corpo e ricordo nella carne di ciò che ha dato piacere. Siamo
così richiamati al nesso felicità-piacere. Ebbene, il piacere è originario, è memoria immemorabile
della pienezza. Per questa condizione originaria del piacere la vita si vuole nonostante il dolore. È
una dinamica contrassegnata dalla volontà del ritorno, una ricerca dello stato originario di piacere.
Nonostante il dolore: questo significa che è necessario riconoscere il legame originario tra
dolore e piacere. Ma qual è la relazione tra i due? Secondo il modello di felicità che vi sto
esponendo nei suoi tratti essenziali, prima viene il piacere - quella che abbiamo definito la memoria
immemorabile della pienezza - poi il dolore. Se facciamo esperienza del dolore è perché in
precedenza abbiamo abitato il piacere. L’esempio immediato che ci aiuta a comprendere il senso di
questa antecedenza è quello del trauma della nascita: se possiamo parlare di trauma, se trauma si dà
è perché preliminarmente abbiamo vissuto la pienezza nel mondo intrauterino. Ma detto questo, se
intendiamo completare la riflessione sulle implicazioni temporali che l’esperienza della felicità
comporta, ebbene, dato che ne abbiamo la memoria immemoriale, dobbiamo anche aggiungere che
la felicità si proietta anche nel futuro, come una promessa. La felicità intensa genera infatti
nostalgia e struggimento. Si profila così un orizzonte di attesa ed in esso decisiva è l’importanza
dell’inatteso, di quanto cioè risulta improgrammabile, in quanto ci può solo essere dato.
Dopo questo quadro di fondo, siamo così giunti al punto decisivo per la nostra riflessione su
felicità e formazione: siamo noi che raggiungiamo la felicità o è la felicità che ci raggiunge, che
sopravviene? E’ sorte, caso, qualcosa che capita, accade, che viviamo ma non è in nostro potere?
Una riflessione etimologica ci aiuta ad approfondire il senso di queste domande. Eudaimonia è il
termine più ricorrente per felicità nel mondo greco: avere il demone favorevole. Ma il demone non
era un dio, era una potenza intermedia, caratterizzata da instabilità e tensione energetica. Il daimon
è questo rapporto tensionale rispetto a se stessi: quanto definisce chi siamo e cosa possiamo essere.
L’assunzione autoriflessiva di tale tensionalità energetica definisce il passaggio da un soggetto
come mero “fascio di percezioni”, ad un soggetto come “titolare di azioni”. Secondo questa
accezione dunque eudaimonia è la capacità dell’uomo di produrre da sé il proprio bene. La felicità
così non dipende dal caso, ma può essere un bene stabile, una crescita costante, qualcosa che
l’uomo produce, coltiva, possiede. È un livello di felicità più maturo del semplice esperire in alcuni
momenti la felicità.
Come dunque si diventa felici? Attraverso la realizzazione di sé. In tal senso possiamo definire la
felicità come il sentimento della vita riuscita, della “vita buona”. La felicità vuole dunque tempo
per stabilizzarsi, ma se questo è vero, bisogna aggiungere che una delle vie della felicità è il
confronto con l’ostacolo che la problematizza e la sfida. Per questa ragione, nella misura in cui la
felicità è sempre una messa alla prova di sé, è necessario rifiutare le concezioni che identificano la
felicità con la sazietà. Al contrario, date le sue implicazioni agonali, possiamo dire che essa risiede
piuttosto nella gloria della vittoria. In questa prova, inoltre, si scopre la potenza che si è. E ciò è
possibile attraverso l’esperienza del rischio. Il debole non è felice, se non in modo momentaneo,
perché non rischia. Eppure se la felicità necessita dell’esperienza della sfida, giocoforza dobbiamo
riconoscere che comporta anche la possibilità di esserne travolti, di essere travolti dalla vita.
Bisogna dunque trovare la misura delle proprie azioni, distinguere tra il meglio e il peggio e cercare
quel medio - quel “giusto mezzo”, per parlare il linguaggio di Aristotele, un maestro della felicità -
che ci spinge verso il meglio. Occorre guadagnare la capacità di riposizionamento costante di sé,
ossia l’abilità nello stabilizzarsi di volta in volta, non lasciandosi travolgere dal “vento della vita”.
E’ questa l’arte del governo di sé, per la quale gli antichi amavano infatti riferirsi alla pratica,
all’arte della navigazione e alla figura del marinaio. Ciò significa che il bene è stabile, ma non tanto
perché dura sempre, quanto piuttosto perché ogni volta lo si ritrova riposizionandosi nelle
molteplici variazioni della vita. Formare il carattere è dunque decisivo: se sappiamo chi siamo,
allora si moltiplicano le possibilità di incontro con il bene. La felicità in tal senso, come dice la
parola stessa, è la fioritura dell’ente. Ecco perché la felicità la si merita, bisogna guadagnarsela.