Sei sulla pagina 1di 24

La scuola media dalla riforma Casati alla riforma Gentile

La storia della scuola italiana ha inizio con l’unità politica d’Italia, e


precisamente nel 1859, anno in cui fu emanata la legge Casati (R.D. 13 novembre
1859, n. 3725), che è una legge delegata, promulgata da Vittorio Emanuele II,
succeduto al padre Carlo Alberto nel 1849. Prima dell’emanazione di tale legge la
Chiesa esercitava sull’istruzione e sulla gestione delle scuole di ogni ordine e grado
una giurisdizione assoluta ed incontrastata. Solo con la rivoluzione francese e la
conseguente nuova atmosfera liberatoria che incominciò a dilagare in tutta l’Europa,
il dominio religioso esercitato sulla scuola venne progressivamente scardinato, anche
per effetto della proclamazione solenne della libertà di insegnamento che mise in crisi
le vecchie concezioni metodologiche e didattiche ispirate a principi pedagogici
superati. La legge Casati sancì un unico ordinamento legislativo scolastico per il
Piemonte e la Sardegna, valido per tutte le Regioni che progressivamente entravano a
far parte del Regno d’Italia. Essa ebbe il merito di avere per prima imposto (almeno
nel grado elementare) l’obbligo scolastico, iniziando così la lotta contro
l’analfabetismo, e di aver saputo dare agli insegnanti una figura giuridica precisa,
delineando uno statuto in cui erano previsti i diritti ed i doveri di questi operatori
scolastici.
La finalità della legge Casati era quella di realizzare, attraverso la scuola, un’unità
nazionale operante nella coscienza dei cittadini, risultato questo che poteva essere
conseguito solo se fossero state create nuove condizioni di vita, se fossero state
eliminate miserie, ingiustizie, arretratezze d’ogni genere. Ma in realtà la scuola non
poté trovare terreno adatto per mettere radici e porre in atto una operosa vita
intellettuale a livello popolare anche perché, tutto sommato, l’organismo scolastico
creato con la legge Casati e allargato in seguito a tutta la penisola, rispondeva agli
interessi delle classi privilegiate, mentre la cultura del popolo rimase ristretta ad un
insufficiente corso popolare, che, nella maggior parte dei Comuni, non andava oltre il
secondo anno di studio.
La legge Casati era una legge organica, dettava cioè norme sull’ordinamento di
tutta l’istruzione pubblica e non soltanto su aspetti particolari o su uno o alcuni ordini
di scuola. Era costituita da 374 articoli, divisi in 5 titoli o parti. I caratteri
fondamentali e le strutture della scuola, delineati nella legge Casati, saranno solo
negli aspetti marginali modificati dagli interventi successivi: il sistema scolastico
italiano è ancora sostanzialmente quello tratteggiato da questa prima legge organica.
Essa istituiva l’obbligatorietà dell’istruzione elementare, affidata ai Comuni. La
scuola elementare era ordinata in due gradi, ciascuno di due classi distinte: inferiore
di due anni, formalmente obbligatorio e gratuito, da istituire in luoghi che avessero
almeno 50 bambini, e superiore, istituito nei comuni con più di 4000 abitanti.
Quella che noi indichiamo oggi, con termine entrato ormai nell’uso comune,
come « istruzione secondaria di primo e di secondo grado», veniva frequentata solo
dai figli delle classi abbienti.
La scuola secondaria era divisa in istruzione classica e istruzione tecnica.
La legge Casati divideva l’istruzione umanistica da quella tecnica, considerando
quest’ultima la brutta copia della prima e non considerava l’istruzione professionale,
affidata al Ministro dell’Agricoltura.
L’istruzione classica prevedeva il Ginnasio Inferiore e Superiore (art. 189) della
durata complessiva di 5 anni. Al ginnasio inferiore si accedeva dopo la IV
elementare, dopo aver superato un esame di ammissione “su tutte le materie che
s’insegnavano nelle quattro classi elementari (art. 219) ”: la sua durata era di 3 anni
dopo i quali si accedeva al biennio del Ginnasio superiore.
Il secondo grado prevedeva oltre al triennio del Liceo classico, il biennio del
corso Magistrale, che non dava acceso all’Università (art. 199).
L’istruzione magistrale comprendeva 3 anni di Scuola Complementare, cui
facevano seguito 3 anni di Scuola Normale (art. 753-772).
L’istruzione tecnica nella legge Casati comprendeva due gradi, ciascuno di 3
anni. Il primo grado, cui si accedeva dopo il quadriennio della scuola elementare,
andava sotto il nome di Scuole Tecniche, mentre al secondo grado provvedevano gli
Istituti Tecnici. Le prime erano finanziate dai Comuni, cui però concorreva in buona
parte lo Stato (art. 279-280), le seconde solo dal Regno.
La legge Casati prevedeva un obbligo scolastico limitato al primo biennio
elementare, che non bastava ad alfabetizzare sul serio il popolo. Dopo le elementari
poi, il bambino a soli 10 anni veniva obbligato a subire, sempre che le condizioni
economiche della famiglia lo consentissero, in base a delle competenze richieste in un
esame di Stato, la scelta del proprio futuro professionale: se intellettivamente
inferiore gli spettava la scuola tecnica, se superiore il Ginnasio. E quasi sempre il
grado di inferiorità e superiorità coincideva con la condizione sociale di
appartenenza.
Non molto o quasi nulla cambiò fino alla riforma Gentile nel primo ciclo della
secondaria (Ginnasio Inferiore e Scuole Tecniche). Le riforme successive
riguardarono la scuola elementare: la legge Coppino del 1877, che stabiliva sanzioni
per chi evadesse l’obbligo scolastico, e innalzava di un solo anno l’obbligo
scolastico; la riforma di Gabelli (1888), che, sotto l’influsso del positivismo, si
concentrava sul metodo, verificato con il metodo sperimentale, e che introdusse
l’insegnamento di materie nuove nella scuola elementare come storia, geografia e
ginnastica; la legge Orlando (1904) portò l’obbligo della scuola elementare a 4 anni.
Nel 1905, l’anno in cui furono approvati i nuovi Programmi per le Scuole
Elementari, il ministro della Pubblica Istruzione Leonardo Bianchi, nominò la
commissione reale d’inchiesta per discutere su proposte per il riordinamento
dell’istruzione secondaria. In un primo momento si formò nella commissione una
maggioranza favorevole alla tesi che proponeva l’istituzione di una scuola secondaria
di primo grado di tre anni, comune a tutti. Alfredo Galletti e Gaetano Salvemini,
però, erano del parere, però, che la scuola elementare aveva già provveduto alle
esigenze dell’istruzione popolare, e ritenevano che un’unica scuola media non
avrebbe favorito né chi fosse entrato nel mondo del lavoro né chi avesse proseguito
gli studi. Per Salvemini la scuola non poteva cancellare l’esistenza di condizioni
sociali molto diverse.
Nel 1909 la Commissione concluse i lavori e presentò una relazione finale ove si
proponevano tre scuole: ginnasio, scuola tecnica e scuola complementare.
Nello stesso anno avvenne il congresso della Federazione Nazionale Insegnanti
Scuola Media, ove Pierfrancesco Nicoli si scontrò contro la posizione di Galletti e
Salvemini, proponendo una Scuola Media Unica, in nome di una formazione
culturale comune a tutti, che rifiutava ogni utilitarismo. Benedetto Croce, in
un’intervista pubblicata sul Giornale d’Italia, dichiarò di essere contrario ad una
Scuola Media Unica. Lo stesso Gentile condivideva le conclusioni di Salvemini e
Galletti, anche se basate su considerazioni e concezioni molto diverse, e nel 1923 le
applicò nella riforma scolastica, che prese il suo nome.

La scuola media dalla riforma Gentile agli anni ‘60

La Riforma Gentile del 1923 fu, dopo la legge Casati, la seconda riorganizzazione
generale della scuola italiana. I provvedimenti di Gentile rispettavano un
compromesso filosofico-politico fra il filosofo siciliano e Mussolini. La Riforma
affondava le radici in anni di riflessione e dibattiti dei più noti rappresentanti della
cultura italiana ed arrivò in porto grazie al fascismo che aveva creato le opportunità
politiche perché si realizzasse. Essa si ispirava alle esigenze di una restaurazione
autoritaria dello Stato, del contenimento della popolazione scolastica, del primato
della cultura filosofica e umanistica, di una severa selezione nella scuola secondaria e
nell’università e quindi nella formazione della classe dirigente. La selezione doveva
avvenire secondo il merito da accertare con esami severi.
In realtà, anche in conseguenza del sistema scolastico che si costituì, avveniva in
base al ceto sociale di provenienza, cosicché l’auspicata scuola aristocratica ed
elitaria per meriti culturali fu una scuola classista in cui la scelta dei migliori, dei più
capaci e dei più meritevoli, si compiva all’interno dei ceti più abbienti senza
coinvolgere la generalità della popolazione. L’auspicata aristocrazia di merito diventò
inevitabilmente una aristocrazia di censo.
La scuola riformata, nell’originario intento gentiliano, mirava da una parte alla
risoluzione del problema dell’analfabetismo, dall’altra alla limitazione del numero di
laureati e diplomati che il mercato non riusciva ad assorbire. Obiettivo fondante era
inoltre la formazione delle classi dirigenti: portò, infatti, la Riforma e la scuola
italiana nella direzione classico-centrica.
La riforma dell'ordinamento scolastico promossa da Gentile, si fondava sul
concetto che è dovere dello Stato provvedere all'istruzione. L’obbligo scolastico
veniva perciò prolungato sino a 14 anni.
La scuola elementare era divisa in grado inferiore di tre anni (prima, seconda e
terza classe) e in grado superiore di due anni (quarta e quinta). Nel settore
dell’istruzione media, il principio fondamentale a cui si ispirò la riforma Gentile fu la
finalità eminentemente formativa dell'educazione, che portò come conseguenza
logica alla diminuzione della quantità (numero) degli istituti e al potenziamento delle
scuole a carattere umanistico (Licei, Ginnasi; Licei scientifici, Licei femminili)
giudicate come le uniche capaci di dare un’educazione formativa.
In sintesi con la riforma Gentile si ebbero i seguenti istituti medi di primo grado:
la Scuola complementare (di 3 anni), senza alcuno sbocco; il Ginnasio inferiore di 3
anni e il Ginnasio superiore di 2, che rimase identico alla riforma Casati; il Corso
Inferiore dell'Istituto tecnico (di 4 anni); il Corso inferiore dell'Istituto Magistrale (di
4 anni) e la scuola d’arte.
L’innovazione più importante portata da Gentile avvenne a livello dell’istruzione
secondaria nei cui corsi inferiori, eccetto la scuola complementare, fu introdotto il
latino.
La scuola media superiore venne organizzata, a sua volta in 5 cicli: Liceo classico
(di 3 anni), a cui si accedeva solo dal ginnasio superiore, che assumeva un carattere
molto selettivo ed era l’unica scuola che permetteva l’accesso a tutte le facoltà
universitarie; Corso superiore dell'istituto Tecnico (4 anni), che dava accesso a
Economia e Commercio e Agraria; Corso superiore dell'Istituto magistrale (di 3 anni)
e Liceo Scientifico (4 anni), a cui si accedeva dopo 4 anni di scuola media.
L’introduzione dell’Esame di Stato, la riduzione degli istituti, il riconoscimento
del primato del Liceo classico e in genere della cultura umanistica a scapito di quella
tecnico-scientifica riservata a scuole complementari, costituiscono tutti elementi che
denotano l’impianto elitario e gerarchico della Riforma Gentile; il primato di una
formazione culturale classica che gerarchizza i saperi, classifica i bisogni culturali,
penalizza a ghettizza la cultura scientifica, e permette così alla scuola di allontanarsi
inevitabilmente dai processi reali della società ora sempre più vistosamente tendente
alla massificazione per l’intrinseca fisiologia dinamica della società sempre più
industriale.
La figura dell’insegnante subiva una generale “deprofessionalizzazione” per il
fatto che, soprattutto ai maestri, erano richieste doti spirituali più che un sapere
specifico professionale. La formazione dei docenti era tutta incentrata sull’asse
umanistico-filosofico dal quale erano escluse la psicologia e la pedagogia, riassorbite
dalla filosofia, mentre era negata validità alla didattica dal momento che si concepiva
l’educazione come naturale svolgimento delle doti presenti nell’alunno in potenza
che andavano realizzandosi nell’atto spirituale unico e irripetibile.
La Riforma, secondo gli intenti del suo ideatore, riuscì ad ottenere una
diminuzione del numero dei figli degli operai che accedevano all’istruzione
secondaria, come luogo deputato alla formazione generale, ben separata dalla
formazione tecnica. Un simile impianto fortemente elitario, selettivo, chiuso, volto al
contenimento della scolarità popolare, molto benevolo verso la scuola privata, poco
favorevole a promuovere la mobilità sociale, rigidamente stratificato e poco flessibile
alle esigenze sociali, nel breve volgere di qualche tempo non risultò affatto
funzionale agli interessi del regime. Il mondo della scuola, con la Riforma Gentile, si
separò decisamente dal mondo del lavoro e della scienza andando nel senso contrario
alla direzione che la società stava assumendo. I nuovi ordinamenti, infine, non
risposero alle esigenze del governo Mussolini, che aveva interesse ad un’azione
populistica, come emerse con la fascistizzazione e la creazione della gioventù di
regime. In breve l’idealismo gentiliano non si conciliava più con l’orientamento
totalitario fascista.
Il fascismo ritoccò molte volte la riforma Gentile.
La Carta della Scuola elaborata dal Ministro dell’educazione nazionale Giuseppe
Bottai, approvata dal Gran Consiglio del fascismo l'8 febbraio 1939 e promulgata il
giorno 15 successivo, fu la maggiore revisione al piano educativo del filosofo
idealista. La Carta divideva la scuola italiana nei seguenti ordini: elementare, medio,
superiore, universitario. Il grado obbligatorio comprendeva la Scuola elementare (dai
6 ai 9 anni) e la Scuola del lavoro (dai 9 agli 11 anni) come corsi scolastici comuni a
tutti. Dagli 11 anni ai 14, il ragazzo doveva scegliere tra varie possibilità: la Scuola
artigiana, la Scuola media, che dava accesso a tutte le scuole dell'Ordine superiore, la
Scuola professionale, dalla quale si poteva accedere alla Scuola tecnica. Quindi, in
realtà, la Scuola media (anche se aveva il merito di fondere, sostituendoli, Ginnasio
inferiore, Istituto tecnico inferiore ed Istituto magistrale inferiore, non era Scuola
media unica, come la si intende attualmente, ma una delle tre scuole intese a coprire
l’area 11-14 anni, alla quale erano assicurati tutti gli sbocchi successivi (Ordine
superiore); mentre la Scuola artigiana, rivolta ai giovani della stessa età (come la
Scuola media) era fine a se stessa. La Scuola professionale, pur appartenendo
all'Ordine medio, come la Scuola media, costituiva una specie di Scuola artigiana ma
di lusso, poiché dava accesso, senza esami, alla Scuola tecnica, e, con esame di
ammissione, a tutte le scuole dell'ordine superiore.
Nel secondo dopoguerra i governi repubblicani guidati dai moderati del Centro
apportarono pochissime modifiche alla scuola secondaria di primo grado, con un
atteggiamento non molto dissimile da quello classista e razzista del fascismo. Nel
dopoguerra l’obiettivo di una scuola media inferiore uguale fu sostenuto dai partiti
politici della sinistra, mentre moderati e conservatori si batterono perché fossero
lasciati aperti percorsi didattici differenziati.
La scuola elementare era quinquennale, con un esame d’accesso alla Scuola
Media, da cui si poteva andare a frequentare qualsiasi scuola superiore. C’era poi
l’avviamento, che durava 3 anni, senza lo studio del latino, che non dava sbocco ad
altri tipi di studio. A undici anni dunque i bambini, o meglio le loro famiglie,
decidevano: una parte, la minoranza andava al ginnasio per proseguire gli studi fino
all'Università, gli altri andavano alle scuole di avviamento professionale e, a
quattordici anni, cercavano un lavoro. Il ginnasio era un corso molto severo,
caratterizzato dallo studio del latino.

La scuola media unica

Il 31 dicembre del 1962, con la legge n.1859, nasceva in Italia la “scuola media
unica” per tutti i ragazzi dagli 11 ai 14 anni, obbligatoria, gratuita e senza
l’insegnamento del latino.
L’istituzione della scuola media unificata fu un grande passo avanti sulla via della
democratizzazione delle istituzioni scolastiche. Non più una scuola per le classi
dirigenti di alta cultura ed un’altra per le classi meno abbienti. La scuola media
unificata veniva istituita per essere adeguata alle crescenti istanze sociali e culturali
provocate dalla organizzazione del lavoro in serie e sempre più automatizzato, dalla
fruizione di massa della cultura, dalla generalizzazione della frequenza scolastica. La
scuola media si presentava formativa più che informativa, tale da garantire al futuro
lavoratore i mezzi per far fronte alle esigenze sociali, politiche, dell’industria, della
tecnica e della produzione.
L’istituzione della Scuola Media unificata costituì una innovazione di primaria
importanza per l’assetto del sistema scolastico formativo di base che, a norma
dell’art. 34 della Costituzione, avrebbe dovuto garantire a tutti, per almeno otto anni,
la prevista istruzione inferiore, obbligatoria e gratutita. Si concludeva così un lunga e
interessante dibattito, sviluppatosi fin dalla Costituente, sull’ idea di una “scuola per
tutti” fino a 14 e magari fino a 16 anni, che fosse in grado di concorrere alla
formazione dell’uomo e del cittadino e di favorire l’orientamento di ogni persona
nella vita sociale, civile, politica. Non si trattava, quindi di una scuola preparatoria a
corsi e indirizzi successivi, ma di una scuola avente in sé le proprie finalità e i propri
originali strumenti di formazione, al servizio dello sviluppo personale e sociale di
ogni alunno.
Dopo 103 anni di scuola italiana, soltanto nel 1962 nasce quindi una scuola media
unica, che sostituisce qualsiasi altro tipo di scuola secondaria inferiore e cancella le
istanze elitarie e razziste: infatti, in ottemperanza all'art. 34 della Costituzione, è
gratuita e obbligatoria per tutti i ragazzi dagli 11 ai 14 anni. Si elimina finalmente la
discriminazione sociale degli allievi, anche in considerazione del fatto che il criterio
ispiratore di tale scuola non è la selezione, bensì l'orientamento. A tale criterio
corrisponde anche l'ampia gamma di discipline e l’abolizione dell'insegnamento del
latino.
Gli elementi fondamentali che caratterizzavano la Scuola media erano i seguenti:
- la Scuola Media sostituiva ogni altra forma dell’obbligo dopo le
elementari;
- essa era scuola secondaria di primo grado;
- ad essa si accedeva dal quinquennio elementare e il suo corso triennale si
concludeva con un esame di stato;
- il diploma di licenza dava accesso a tutti i tipi di scuole, anche se per il
classico vi era una prova di latino di accesso;
- il piano di studi comprendeva religione, italiano, storia ed educazione
civica, geografia, matematica, scienze naturali, lingua straniera, educazione artistica,
educazione fisica;
- le applicazioni tecniche e l'educazione musicale erano obbligatorie il
primo anno, ma diventavano facoltative nel secondo e terzo.
- il latino era studiato da tutti in seconda, e in terza diventava facoltativo.
- le classi non dovevano avere « di norma » più di 25 alunni.
Nella situazione di tumultuoso sviluppo della scolarizzazione si affacciarono
grandi problemi (ancora oggi in parte non risolti): la selezione, la dispersione
scolastica, gli abbandoni e infine la selezione occulta quando ad una promozione
formale dell’alunno, non corrispondevano una promozione e una crescita reali.
Furono costruite Scuole Medie in tutti i paesi al di sopra dei 3000 abitanti: iniziò
quel fenomeno conosciuto come "scolarizzazione di massa”, il tasso di
scolarizzazione dei ragazzi di età compresa fra gli 11 ed i 14 anni passò dal 30%
degli anni ‘50 al 98/99% degli anni ‘70.
Nelle Scuole Medie si aprì allora un confronto dialettico talora aspro, ma sempre
in ogni caso fruttuoso ed utile ad una crescita comune, fra quei docenti che non
avevano mai cessato di considerare la Scuola Media come un ginnasio inferiore che
vedeva la sua naturale prosecuzione nei licei e quei docenti che consideravano invece
la Scuola Media come scuola dell’obbligo che non può e non deve selezionare ed
emarginare le fasce sociali più deboli. Più della metà dei docenti, ancorati
direttamente o meno all'eredità gentiliana, si dimostrarono, ad un’inchiesta del 1966,
violentemente contrari al carattere non selettivo della Scuola Media unica, cioè senza
dubbio si opponevano all’aspetto più importante e profondo della riforma.
Non era certo difficile prevedere l'opposizione degli insegnanti alla riforma della
Scuola Media.
Un documento molto importante di questo periodo è il volume Scuola di
Barbiana, Lettera ad una professoressa, che fu un’aspra polemica verso la scuola del
tempo. In esso si denunciava come la Scuola Media, nata per istruire gli alunni dagli
undici ai quattordici anni appartenenti a tutte le classi sociali, emarginasse i figli delle
classi più basse: non solo non li aiutava ad apprendere, ma perfino li relegava alla
loro marginalità sociale.
La vicenda della scuola nel cinquantennio repubblicano è la storia di una crescita
che ha visto un mutamento quantitativo di dimensioni tali da essere esso stesso un
mutamento qualitativo, soprattutto a livello secondario. Lo sviluppo scolastico, così
come quello economico e civile, è stato assecondato, ma non governato dalla politica
cui si devono sul piano normativo solo interventi su singoli segmenti del sistema.

I decreti delegati

Tra i provvedimenti legislativi che hanno influito sull’ordinamento scolastico in


Italia, va certamente considerato il complesso dei provvedimenti che si riferiscono
alla legge di delega 30 luglio 1973, n.477 ed ai relativi decreti delegati del 31 maggio
1974, i D.P.R. nn.416-417-418-419-420.
La legislazione delegata del 1974 costituisce, infatti, un riferimento ineludibile
per l’analisi del processo di cambiamento di tutta la scuola italiana, nei vari ordini e
gradi, soprattutto per quanto riguarda l’avvio della partecipazione democratica alla
gestione della scuola.
Con l’entrata in vigore dei decreti delegati, l’ordinamento scolastico italiano
subisce, quindi, un profondo rinnovamento sul piano strutturale, organizzativo,
gestionale, partecipativo. Da una gestione verticale, gerarchica e monocratica, si
passa ad una gestione orizzontale aperta e democratica.
La scuola non viena più gestita dai soli addetti ai lavori, ma anche dai genitori
degli alunni, dal personale docente e non docente, dalle forze sindacali e dalle classi
sociali indirettamente interessate, quali le amministrazioni pubbliche e le forze
produttive, imperniata sui fondamentali principi dell’autonomia amministrativa e
della libertà d’insegnamento.
La legge delega 477/1973, recante “delega al Governo per l’emanazione di norme
sullo stato giuridico del personale direttivo, ispettivo, docente e non docente della
scuola materna, elementare, secondaria e artistica dello Stato”, parla di una scuola
“adeguata alle esigenze personali e sociali”, intesa come “comunità scolastica nella
quale si attua non solo la trasmissione della cultura, ma anche il continuo e autonomo
processo di elaborazione di essa, in stretto rapporto con la società, per il pieno
sviluppo della personalità dell’alunno nell’attuazione del diritto allo studio” (art.2).
Facendo propria questa concezione della scuola, il D.P.R. 416/1974, relativo alla
“istituzione e riordinamento degli organi collegiali”, riconosce alla “partecipazione”,
realizzata attraverso gli organi collegiali, la funzione preminente di dare alla scuola
“il carattere di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e
civica” (art.1).
Un’altra innovazione centrale, introdotta dai Decreti delegati per tutta la scuola, è
quella che riguarda la definizione della funzione docente, contenuta nel D.P.R.
417/1974 e intesa “come esplicazione essenziale dell’attività di trasmissione della
cultura, di contributo alla elaborazione di essa e di impulso alla partecipazione dei
giovani a tale processo e alla formazione umana e critica della loro personalità”
(art.2). Nella ridefinizione della funzione docente, è pure importanta evidenziare la
ribadita garanzia della “libertà di insegnamento” (art.1 del predetto decreto
417/1974), il cui esercizio “è inteso a promuovere attraverso un confronto aperto di
posizioni culturali la piena formazione della personalità degli alunni”. I docenti di
ogni ordine e grado, inoltre, oltre a svolgere il loro normale orario di insegnamento
espletano le altre attività connesse con la funzione docente, tenuto conto dei rapporti
inerenti alla natura dell’attività didattica e della partecipazione al governo della
comunità scolastica. In particolare essi:
- Curano il proprio aggiornamento culturale e professionale, anche nel
quadro delle iniziative promosse dai competenti organi;
- Partecipano alle riunioni degli organi collegiali di cui fanno parte;
- Partecipano alle iniziative deliberate dalla scuola;
- Curano i rapporti con i genitori degli alunni;
- Partecipano ai lavori della commissioni di esame e di concorso di cui
siano nominati componenti.
Tra gli obiettivi, oltre al diritto allo studio, alla crescita culturale e civica, si pone
anche quello del migliore e più efficace funzionamento dei servizi scolastici.
Al Consiglio di circolo o di Istituto viene affidato il potere deliberante circa
l'adozione del regolamento interno della scuola che stabilisce le modalità per il
rinnovo e conservazione delle attrezzature tecnico-scientifiche e dei sussidi didattici,
compresi quelli audio-televisivi e le dotazioni librarie (art. 6 del D.P.R. n.416/1974).

L’integrazione degli alunni handicappati

Nell’itinerario di rinnovamento della scuola italiana, particolarmente animato


soprattutto a partire dagli anni ’70, nessuna sollecitazione, forse, è stata più forte e
incisiva di quella proveniente dalla presenza degli alunni portatori di handicap nelle
classi comuni.
L’obiettivo della integrazione, e non del semplice e puro inserimento di soggetti
handicappati nelle classi comuni della scuola dell’obbligo, era stato perseguito, sul
piano giuridico-istituzionale, con la legge 4 agosto 1977, n.517 che, in un momento
di intenso dibattito sui problemi del rapporto “scuola-handicap”, per il pieno diritto
all’educazione e all’istruzione degli handicappati, veniva a sancire un principio su cui
si era lungamente discusso, soprattutto a partire dal 1975.
La legge 517, recante “Norme sulla valutazione degli alunni e sulla abolizione
degli esami di riparazione - nonché altre norme di modifica dell’ordinamento
scolastico”, è una pietra miliare sul cammino della riforma della scuola: essa abolisce
i voti e la pagella, sostituendoli con la “scheda personale dell’alunno”; consolida il
principio della “programmazione educativa e didattica”, già enunciato dalla
legislazione delegata del 1974; istituisce il sistema della organizzazione didattica “a
classi aperte” e del lavoro “per gruppi di alunni della stessa classe oppure di classi
diverse”, con il fine di agevolare l’attuazione del diritto allo studio e la piena
formazione della personalità degli alunni” ed anche “allo scopo di realizzare
interventi individualizzati in relazione alle esigenze dei singoli alunni”.
La scuola media, avvalendosi del nuovo tipo di organizzazione previsto dalla
legge, “attua forme di integrazione a favore degli alunni portatori di handicap con la
prestazione di insegnanti specializzati assegnati ai sensi dell’art. 9 del D.P.R. 31
ottobre 1975, n.970, anche se appartenenti a ruoli speciali, o ai sensi dell’art. 1 della
legge 24 settembre 1971, n. 820”. A questo proposito, la legge 517 precisa che
“devono inoltre essere assicurati la necessaria integrazione specialistica, il servizio
socio-psicopedagogico e forme particolari di sostegno secondo le rispettive
competenze dello Stato e degli enti locali preposti, nei limiti delle relative
disponibilità di bilancio e sulla base del programma predisposto dal consiglio
scolastico distrettuale”.

I programmi del 1979

Con i programmi del 1979, la scuola media è diventata il secondo ciclo della
scuola di base. Certamente lento è stato il cammino della media unica, poiché nel
primo decennio della riforma e più, come scrive Pizzitola:
“Poveri e ricchi, per decenni, non frequentano nemmeno gli studi iniziali. I primi,
semplicemente, perché, come detto, non se lo possono permettere, o non vedono
buone ragioni per affrontare i costi dell'impresa; i secondi perché trovano pericoloso
esporre i propri figli alle contaminazioni e ai contagi che possano derivare dalla
promiscuità della scuola pubblica. Dietro l’apparente analogia delle scelte, si
stabiliscono grandi disparità fra coloro che mancano all’appuntamento istituzionale.
Le differenze si riferiscono scopertamente a ragioni di censo”.
Emanati con D.M. 9 febbraio 1979, a firma del ministro Pedini, i nuovi
programmi interpretavano il disposto della legge 16 giugno 1977, n.348, che aveva
modificato alcune norme della legge istitutiva della scuola media unica. Detta legge
di modifica aveva aggiunto agli insegnamenti obbligatori, per tutte le classi,
“l’educazione tecnica, in sostituzione della applicazioni tecniche, e l’educazione
musicale”. Per la prima volta nella storia scolastica, l’educazione tecnica non si
diversificava “in relazione al sesso degli alunni”. La legge 348, inoltre,aboliva il
residuo di latino facoltativo in terza classe, evidenziando l’esigenza di “rafforzamento
dell’educazione linguistica attraverso un più adeguato sviluppo dell’insegnamento
della lingua italiana –con riferimenti alla sua origine latina e alla sua evoluzione
storica- e delle lingue straniere”; potenziava l’insegnamento delle “scienze
matematiche, chimiche, fisiche e naturali –finalizzate quest’ultime anche
all’educazione sanitaria – attraverso l’osservazione, l’esperienza e il graduale
raggiungimento della capacità di sistemazione delle conoscenze”, valorizzava, nei
programmi di educazione tecnica, il lavoro “come esercizio di operatività unitamente
alla acquisizione di conoscenze tecniche e tecnologiche”.
Anche se non direttamente citata dal decreto ministeriale che stabiliva “i nuovi
programmi, gli orari di insegnamento e le prove d’esame per la scuola media statale”,
la legge 517/1977 veniva evidentemente a rinforzare i principi ispiratori della scuola
media unica obbligatoria e comune, così com’era nata nel 1962.
I programmi della scuola media, del 1979, si aprono con un’ampia premessa
generale, articolata in tre parti, rispettivamente dedicate ai “Caratteri e fini della
scuola media”; alla definizione di “Una scuola adeguata all’età e alla psicologia
dell’alunno”; alla “Programmazione educativa e didattica”. Nella premessa, citando
gli interventi legislativi da cui “la scuola media discende” e che “appartengono ad un
unico disegno riformatore”, si afferma che “la legge 4 agosto 1977, n.517 ha
rafforzato la capacità democratica delle strutture della scuola media, ponendo al
centro dei suoi interventi la programmazione educativa e didattica dalla quale
discendono nuovi criteri di organizzazione del lavoro scolastico, nuovi strumenti
valutativi e corrispondenti iniziative di integrazione e di sostegno”; ed inoltre che “gli
interventi legislativi del 1977 sviluppano i principi ispiratori della riforma del 1962,
sia mettendo a disposizione più adeguate strutture per un servizio scolastico
finalizzato alla promozione umana e culturale di tutto il popolo italiano, sia
eliminando quelle strutture che si erano dimostrate inadeguate (classi
d’aggiornamento e classi differenziali)”.
Altro elemento importante è la presenza nei nuovi programmi di una attenzione
riservata alla continuità nell’ambito della “istruzione obbligatoria”.
Nella prima parte della premessa si legge, infatti, che: “successiva alla scuola
primaria, la scuola media si colloca all’interno del processo unitario di sviluppo della
formazione, che si consegue attraverso la continuità dinamica dei contenuti e delle
metodologie, nell’arco della istruzione obbligatoria; essa persegue con sviluppi
originali, conformi alla sua natura di scuola secondaria di primo grado, il
raggiungimento di una preparazione culturale di base e pone le premesse per la
ulteriore educazione permanente e ricorrente. Come tale non è finalizzata all’accesso
alla scuola secondaria di secondo grado pur costituendo il presupposto indispensabile
per ogni ulteriore impegno scolastico”.
Pur nella riaffermazione netta della sua secondarietà, che perpetua qualcosa
dell’antico distacco dalla scuola elementare (primaria), la scuola media si pone
“all’interno del processo unitario di sviluppo della formazione” della persona, con
l’intento peculiare di essere “scuola orientativa”, nel senso di favorire “l’iniziativa del
soggetto per il proprio sviluppo” e di agevolare la conquista, da parte dello stesso
soggetto, della “propria identità di fronte al contesto sociale, tramite un processo
formativo continuo cui debbono concorrere unitariamente le varie strutture
scolastiche e vari aspetti dell’educazione”.

La scuola media inferiore, parte conclusiva dell’obbligo, nata da un timido


suggerimento di riforma sociale, è finalmente ai nostri giorni scuola di base, gratuita,
democratica e aperta a tutti i cittadini, senza distinzione di censo, di sesso e di razza.
Le scuole medie ad indirizzo musicale

Cime imparare a suonare uno strumento in Italia?


Storicamente i percorsi sono stati due: uno privato, di lezioni più o meno qualificate a
pagamento, ed uno offerto dai Conservatori di Musica. In entrambi i casi si trattava di
studi affiancati al consueto curricolo dell’istruzione elementare-media-superiore-
università e da questo completamente svincolati. Questo doppio percorso è stato
possibile quasi sempre con grande sacrificio da parte di coloro che l’hanno affrontato,
in quanto le richieste dell’uno e dell’altro curricolo spesso si ponevano in conflitto
costringendo molte persone a scelte dolorose. Per non parlare del peso economico,
imposto da una doppia scolarità, che indubbiamente in molti casi ha contribuito a
tagliarew l’una o l’altra via.
Per facilitare la vita ai giovani musicisti fu istituita la media annessa al
Conservatorio che, all’epoca della sua comparsa, sostituiva con lo strumento e la
teoria quelle che oggi sono l’educazione tecnica e l’educazione musicale. I docenti di
strumento e di tutte le discipline musicali erano quelli del Conservatorio.
Qualcuno però, giustamente, pensò che una scuola media annessa al
Conservatorio non poteva costituire un’offerta territoriale equa e inventò una
sperimentazione che portò a quelle che oggi sono le Scuole Medie ad indirizzo
musicale.
Si tratta di corsi di Scuola Media a 33 ore settimanali complessive in cui, in
aggiunta all’usuale curricolo, i ragazzi imparano a suonare una strumento tra i quattro
in organico della scuola.
Tali corsi sono stati sperimentati sul territorio nazionale per ben venti anni, ovvero
dal 1979 al 1999 quando finalmente sono entrati a far parte dell’ordinamento a
seguito della L. 124/99 e conseguente applicazione tramite D.M. 201/99.
Dal 2000 si ha personale assunto a tempo indeterminato sulle cattedre di strumento
(classe A077), una professionalità diversa e complementare a quella classica
dell’educazione musicale, per cui all’organico di diritto della sezione interessata si
aggiungono quattro cattedre di strumenti diversi sulle tre classi.
L’organizzazione e i programmi sono estremamente attuali visto che sono stati
emanati all’alba dell’autonomia e in piena sintonia con la stessa.
Si tratta, infine del primo segmento istituzionalizzato del percorso media ad indirizzo
musicale-liceo musicale- alta formazione artistica e musicale prefigurato dalla
riforma dei Conservatori (L. 508/99).
Attualmente lo strumento nella Scuola Media è una disciplina che ha conservato
alcuni preziosi aspetti della didattica dei Conservatori, tra cui l’impostazione
individuale della lezione di strumento e nel contempo ne ha innovato le metodologie
e si è arricchita di attività d’insieme (orchestra, coro) che nelle loro espressioni
migliori stanno al centro di progetti multidisciplinari di elevata caratura.
Contemporaneamente anche gli altri insegnamenti sono stati soggetti/oggetti di
positiva contaminazione riconfigurando modi e tempi di insegnamento (quando non
anche i contenuti) in relazione ala nuova realtà.
Si può quindi affermare che l’indirizzo musicale è un percorso innovativo,
centrato sulla richiesta degli alunni, che ottempera alla sua funzione formativa
all’interna della Scuola Media e contemporaneamente orienta coloro che ne hanno
interesse e attitudini verso la prosecuzione degli studi musicali.
Continuità e nascita degli istituti comprensivi

La tematica della continuità educativa e didattica nel quadro della scuola di base
(materna, elementare e media), già disciplinata dall’art. 2 della legge 148/90 sul
nuovo ordinamento della scuola elementare, è stata successivamente regolamentata
dalla C.M. n.339/92, che ne ha definito gli aspetti organizzatori e le modalità di
sviluppo in ordine a:
- La comunicazione di dati sull’alunno;
- La comunicazione di informazioni sull’alunno in collaborazione con la
famiglia;
- Il coordinamento dei curricoli degli anni iniziali e terminali;
- La formazione delle classi iniziali;
- Il sistema di valutazione degli alunni;
- L’utilizzo dei servizi di competenza degli Enti territoriali.
Con la legge n.97 del 1994, la continuità asume una connotazione sicuramente più
ampia sul piano sociale, uscendo dal ristretto ambito scolastico, che finiva col
privilegiare le tematiche della continuità verticale e del curricolo longitudinale fra i
tre gradi di scolarità: materna, elementare, media.
La legge n.97/94, che tende alla salvaguardia e alla valorizzazione delle zone
montane, istituisce, per la prima volta in Italia, nei comuni montani gli istituti
comprensivi di scuola materna, elementare e media (art.21). Tali istituti hanno
successivamente avuto uno sviluppo molto rapido, travalicando il vincolo delle sole
zone montane, tanto che oggi gran parte delle scuole sono Istituti Comprensivi. Essi
sono affidati alla direzione di un unico dirigente (preside o direttore didattico) ed
hanno una struttura unitaria del consiglio di circolo-istituto, del collegio dei docenti
(con articolazioni interne dei settori materno, elementare e medio), del bilancio, del
personale Ata, realizzando, in tal modo, una vera e propria continuità organizzativa,
didattica e delle risorse fra le tre scuole interessate.
L’autonomia scolastica

Dopo alterne vicende, con la legge n.59 del 15 marzo 1997, vengono emanati
provvedimenti volti a conferire agli enti locali (province, comuni, comunità montane,
organi collegiali della scuola) funzioni e compiti amministrativi localizzabili nei
rispettivi territori esercitati da qualunque organo o amministrazione dello Stato.
L’art.21 contiene la disposizione specifica dell’attribuzione dell’autonomia a tutte le
scuole di ogni ordine e grado, provviste dei requisiti dimensionali, nel quadro della
riorganizzazione del sistema formativo nel suo complesso, il dimensionamento delle
scuole, l’attuazione della dirigenza scolastica e la riforma degli organi collegiali di
partecipazione scolastica.
L’autonomia alle scuole comprende il riconoscimento dei seguenti aspetti:
- Personalità giuridica;
- Autonomia organizzativa,
- Autonomia didattica;
- Autonomia di sperimentazione, di ricerca e di sviluppo finalizzata al
potenziamento e al proficuo esercizio dell’autonomia didattica ed organizzativa.

Personalità giuridica

La personalità giuridica è tale perché:


- È riconosciuta dal Presidente della Repubblica;
- Possiede un’autonomia patrimoniale con gestione e proprietà di beni
immobili (edifici) mobili fruttiferi (azioni) infruttiferi (sussidi).
- È attribuita alle scuole con un numero di alunni non inferiore ai 500 con
alcune eccezioni per le scuole con varie problematiche e difficoltà (zone a rischio
educativo e/o situate in zone montane.
Autonomia organizzativa

Essa è finalizzata alla:


- Realizzazione della flessibilità, della diversificazione, della efficacia e
della efficienza del servizio scolastico;
- Integrazione e miglior utilizzo della risorse e della strutture;
- Introduzione di tecnologie innovative;
- Coordinazione e correlazione con il contesto territoriale.
Modalità di esplicazione:
1. Superamento dei vincoli nelle seguenti materie: unità oraria, unità gruppo
classe, modalità di organizzazione e di impiego dei docenti;
2. ottimizzazione delle risorse umane, finanziarie tecnologiche, materiali e
temporali;
3. distribuzione dell’attività didattica in non meno di 5 giorni settimanali;
4. rispetto degli obblighi annuali di servizio complessivi dei docenti previsti
dai Contratti collettivi nazionali di lavoro da assolvere anche sulla base di una
programmazione plurisettimanale.

Autonomia didattica

Essa è finalizzata al:


- Perseguimento degli obiettivi generali del sistema nazionale di istruzione,
nel rispetto dei seguenti aspetti: la libertà di insegnamento, la libertà di scelta
educativa da parte delle famiglie, il diritto di apprendere.
- Modalità di attuazione: scelta libera e programmata, tra le varie opzioni,
di metodologie, strumenti, organizzazione e tempi di insegnamento; iniziative di
libertà progettuale; offerta di insegnamenti opzionali, facoltativi o aggiuntivi nel
rispetto delle esigenze formative degli alunni; criteri per la determinazione degli
organici funzionali di istituto; obbligo di adottare procedure e strumenti di verifica e
valutazione della produttività scolastica e del raggiungimento degli obiettivi.
- Iniziative attuabili, anche in forma consorziata, di ampliamento
dell’offerta formativa: percorsi formativi per gli adulti; iniziative di utilizzazione
delle strutture e delle tecnologie anche in orario extrascolastico; iniziative di
partecipazione a programmi nazionali, regionali o comunitari per il raccordo con il
mondo del lavoro; percorsi integrati tra i diversi sistemi formativi, nell’ambito di
accordi fra le Regioni e l’amministrazione scolastica.

Autonomia di ricerca, di sperimentazione e di sviluppo

Tale autonomia è attribuita nei limiti del proficuo esercizio dell’autonomia didattica e
organizzativa.

Autonomia di ricerca

Tale forma di autonomia consente alle scuole di gestire tutte le risorse dell’istituzione
comprese le carriere del personale impegnato a vario titolo nell’unità amministrativa.

Piano attuativo

I settori di intervento che riguardano le scuole di ogni ordine e grado sono i seguenti:
- Adattamento del calendario scolastico;
- Flessibilità dell’orario e diversa articolazione della durata della lezione;
- Articolazione flessibile del gruppo alunni e della classi anche nel rispetto
del principio dell’integrazione scolastica degli alunni con handicap;
- Organizzazione di iniziative di recupero e di sostegno;
- Attivazione di insegnamenti integrativi facoltativi;
- Realizzazione di attività in collaborazione con altre scuole e con soggetti
esterni per l’integrazione della scuola con il territorio;
- Iniziative di orientamento scolastico;
- Iniziative di continuità.
Le delibere dei progetti sono promosse dagli organi collegiali, attuate nei limiti della
disponibilità economica della scuole, non richiedono alcuna approvazione da parte
del C.S.A competente in quanto sono immediatamente esecutive.
Sono, invece, ammessi a finanziamento, previa approvazione da parte dei nuclei
costituiti presso il C.S.A. per l’autonomia i seguenti progetti finalizzati a realizzare
iniziative prioritarie per migliorare, ampliare, arricchire l’offerta formativa:
- Piena realizzazione dell’autonomia nelle istituzioni scolastiche;
- Iniziative di formazione in servizio riferite a tutte le componenti della
scuola legate al processo di diffusione della cultura dell’autonomia nonché
all’introduzione delle nuove tecnologie didattiche e informatiche;
- Sviluppo della formazione continua e ricorrente;
- Interventi perequativi per l’integrazione di organici provinciali del
personale;
- Interventi per la valutazione dell’efficacia e dell’efficienza del sistema
scolastico.
Sono previsti, inoltre, interventi per le iniziative dell’Unione Europea.
L’autonomia nasce non come fine, ma come mezzo importante per migliorare la
scuola. Non rappresenta soltanto un decentramento o un tentativo di privatizzazione
della scuola, che rimarrebbe priva di coordinamento, controllo e verifica; la sua
attuazione non può costituire occasione per creare disomogeneità nel tessuto
nazionale.
L’autonomia non si limita ad attuare un semplice trasferimento di compiti, ma ha per
obiettivo la valorizzazione completa, continua e costante di tutte le forze e le energie
migliori, di cui la scuola e la società sono ricche. L’autonomia incoraggia l’impegno,
richiede competenza, esige responsabilità , coniuga la flessibilità, valorizza la
professionalità, reclama l’organizzazione, pretende la creatività dei gestori, sollecita
le sinergie con e del territorio, apre orizzonti nuovi, pone obiettivi più ambiziosi e
sottopone a verifica e controllo gli interventi attraverso un monitoraggio continuo e
severo di tutte le iniziative, facendo in modo che si passi dalla scuola dei progetti al
progetto scuola.