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Orlando Furioso, canto XXII 12

8. Il superbo palazzo era costruito con marmi di vario genere e di fine fattura. Il
cavaliere, con la fanciulla tra le braccia, varcò di corsa la porta lavorata in oro. Non
molto dopo arrivò anche Brigliadoro, che trasportava Orlando, sprezzante e
agguerrito. Appena entrato, Orlando si guardò intorno, senza vedere più né il
guerriero, né la fanciulla.

9. Immediatamente smontò da cavallo e, veloce come un fulmine, si addentrò dove si


trovavano le stanze dell’abitazione: corse di qua e di là, senza tralasciare di guardare
una sola camera o un solo balcone. Dopo aver ispezionato invano i luoghi più
reconditi di ciascuna delle stanze al piano basso, si arrampicò su per le scale, e,
nelle ricerche al piano di sopra, spese non meno tempo ed energie di quante ne
avesse impiegate di sotto.

10. Vide i letti ornati d’oro e di seta: le pareti e i muri non erano visibili in nessuna loro
porzione, perché – come pure i pavimenti sui quali si poggiavano i piedi – erano
completamente nascosti da tende e da tappeti. Il conte Orlando andava da sopra a
sotto e poi ritornava sui suoi passi, senza poter per questo rallegrare i propri occhi
con la vista di Angelica, né di quel rapitore che si era portato via quel viso soave.

11. E mentre muoveva il passo da una parte all’altra senza concludere nulla, pieno di
angoscia e di preoccupazioni, incontrò Ferraù, Brandimarte, il re Gradasso e il re
Sacripante, ed inoltre altri cavalieri, che andavano anche loro da un piano all’altro e
le cui peregrinazioni erano non meno vane delle sue, e si lamentavano dell’invisibile
malvagio signore di quel palazzo.

12. Costoro andavano tutti in cerca di costui (il signore del palazzo), e tutti gli
imputavano la colpa di un qualche furto commesso ai loro danni: chi si affannava
nella ricerca del destriero che quello gli aveva portato via, chi era in collera per aver
perduto la propria amata, chi lo accusava di qualcos’altro, e tutti erano incapaci di
liberarsi da quella prigione, e molti di loro erano intrappolati in questo inganno da
intere settimane o addirittura da mesi.

13. Orlando, dopo aver ispezionato per intero una decina di volte il palazzo incantato,
disse tra sé: “Potrei restate qui all’infinito, sprecando tempo e fatica senza
concludere nulla, mentre il rapitore potrebbe aver portato via la fanciulla passando
per un’altra uscita, ed essere già molto lontano”. Pensando queste cose uscì sulla
verde radura che circondava tutt’intorno il palazzo.

14. Mentre girava intorno al palazzo ubicato nel bosco, con lo sguardo fisso al
terreno e il capo chino, per vedere se spuntasse qualche impronta lasciata di
recente, proveniente da destra oppure da sinistra, si sentì chiamare da una finestra:
alzò lo sguardo e gli parve di ascoltare quella voce celestiale e di vedere quel viso
che lo avevano reso tanto diverso dall’uomo che soleva essere (il riferimento è alla
voce e al viso di Angelica).

15. Gli sembrò di sentire Angelica, che supplicando e piangendo gli diceva: “Aiuto,
aiuto! Io ti affido l’incarico di proteggere la mia verginità, prima ancora che la mia
anima e la mia vita! E’ mai possibile che essa (la verginità) sia destinata ad essere
violata da questo rapitore alla presenza del mio amato Orlando? Uccidimi piuttosto
con le tue mani, ma non abbandonarmi ad un destino così misero!”

16. Queste parole spinsero Orlando a ritornare in ogni stanza del palazzo, prima una
volta e poi un’altra, con molta preoccupazione e angoscia, (emozioni) smorzate
tuttavia da una forte speranza. Di tanto in tanto si fermava, sentendo una voce che
sembrava quella di Angelica (la quale voce, se egli si trovava in un punto, risuonava
da tutt’altro luogo) e (questa voce) chiedeva aiuto, ma egli non riusciva a capire da
dove provenisse.

LUDOVICO ARIOSTO

dal CANTO XXIV dell’ORLANDO FURIOSO

70. Attraversano l’intera sfera del fuoco (il soggetto è “Astolfo e S. Giovanni
Evangelista”) e di lì proseguono fino a raggiungere il regno della Luna. Vedono che
quel luogo si presenta per lo più con l’aspetto di un acciaio completamente privo di
macchie; e lo trovano uguale o appena più piccolo di questo globo (lett. di ciò che è
contenuto in questo globo), ossia del globo terrestre, considerando in esso anche la
superficie del mare che circonda e racchiude le terre emerse.
71. Qui Astolfo rimase meravigliato da due cose. La prima: che, visto da vicino, fosse
tanto grande quel pianeta, che a noi che lo ammiriamo da queste terre sembra un
piccolo disco. La seconda: il fatto che doveva ben aguzzare la vista di entrambi gli
occhi chi da lì (dalla Luna) avesse voluto distinguere (sulla Terra) la terraferma dal
mare tutt’intorno, perché, non ricevendo luce, l’immagine dell’una e dell’altro (della
terraferma e del mare) non giungeva particolarmente lontano.

72. Lassù c’erano fiumi, laghi e campagne differenti da quelli che ci sono qui tra noi;
c’erano pianure, valli e montagne diverse, con città e castelli propri, e con dimore
grandi come il paladino non ne aveva mai viste prima, né ne vide in seguito; e
c’erano foreste grandi e desolate, dove le ninfe cacciavano tutto il tempo gli animali
selvatici.

73. Il duca (Astolfo) tuttavia, non perse tempo ad esplorare l’intero pianeta, perché
non era salito fin lassù con quello scopo. Venne dunque guidato dal santo apostolo
(S. Giovanni Evangelista) in una grande valle, chiusa tra due montagne, dove, in
maniera stupefacente, si trovava raccolto tutto ciò che da noi viene smarrito, o per
nostra colpa, o per colpa del tempo o della sorte: ciò che si perde sulla terra è lì che
finisce.

74. E non parlo solo dei regni o delle ricchezze, sui quali esercita il proprio potere la
mutevole ruota della sorte, ma voglio altresì intendere tutto ciò che la Fortuna stessa
non ha potere di togliere o di dare. Lassù c’è, ad esempio, molta fama, (quella fama)
che quaggiù, a lungo andare, il tempo ha consumato come un tarlo. Lassù ci sono
innumerevoli promesse e giuramenti, fatti a Dio da noi peccatori.

75. (Lassù ci sono) le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutile tempo che si perde nel
gioco, e il lungo ozio degli uomini ignoranti, i vani propositi che non vengono mai
realizzati e così tanti desideri infruttuosi da ingombrare la maggior parte di quel
luogo: in conclusione, qualunque cosa tu abbia perso quaggiù, potrai ritrovarla
salendo lassù.

76. Mentre il paladino (Astolfo) avanzava tra quei mucchi, rivolgeva alla sua guida (S.
Giovanni Evangelista) domande che riguardavano ora l’uno, ora l’altro di essi (ora un
mucchio, ora un altro). Vide un cumulo di vesciche rigonfie, dal cui interno
sembravano provenire grida e sconvolgimenti, e scoprì che si trattava degli antichi
regni degli Assiri e della regione della Lidia, e poi (dei regni) dei Persiani e dei Greci,
che un tempo furono gloriosi e il cui nome è ora pressoché misconosciuto.

77. Poi (Astolfo) vide ammucchiati in un cumulo ami d’oro e d’argento: questi erano
quei doni che si fanno al re, ai principi avidi e ai protettori, con la speranza di una
ricompensa. Vide poi lacci nascosti in ghirlande: chiese (spiegazioni) e ascoltò che
erano tutte adulazioni. Avevano invece la forma di cicale scoppiate (per il troppo
cantare) i versi fatti per tessere le lodi dei signori.

78. Vide che gli amori finiti male avevano la forma di nodi ricamati d’oro e catene
ricoperte di gemme. C’erano anche artigli d’aquila, e seppe che si trattava dei poteri
dati dai signori ai loro luogotenenti; mentre i mantici che riempivano tutte le balze
scoscese, erano gli onori e i favori (effimeri come il fumo) che i principi concedono ai
loro giovani favoriti (ganimedi: dal nome di Ganimède, giovane mortale amato dalle
divinità dell’Olimpo, fu rapito da Giove e divenne il coppiere degli dei), e che vengono
meno col sopraggiungere della maturità di questi ultimi (ossia appena i giovani
favoriti cessano di essere giovani).

79. In quel luogo c’erano anche, alla rinfusa, rovine di città e di castelli, con i loro
grandi tesori. (Astolfo) chiese (cosa rappresentassero) e seppe che erano i trattati
violati e le congiure malamente celate. Vide serpenti con il volto di fanciulle, che
rappresentavano le azioni dei falsari e dei ladri, infine vide recipienti di vetro di varie
forme, rotti, che erano i servigi resi dalle misere corti ai propri signori.

80. Vide una grande quantità di minestre rovesciate, e chiese alla sua guida (S.
Giovanni Evangelista) cosa stessero a significare: “Si tratta – egli disse – del denaro
che si lascia in testamento affinché gli eredi lo devolvano in beneficenza”. Poi
raggiunse un grande mucchio formato da fiori di razze diverse, che un tempo
avevano avuto un buon odore, ed ora invece maleodoravano fortemente. Questi
rappresentavano il dono (se così si può definire) che Costantino aveva fatto al buon
Silvestro (la donazione con cui l’imperatore Costantino consegnò per la prima volta
un territorio ed un potere di tipo temporale ad un pontefice, il papa Silvestro).
81. Vide una grande quantità di trappole fatte con il vischio (trappole a base di colla),
che rappresentavano – oh donne! – le vostre bellezze. Ma sarebbe troppo lungo se
io raccontassi in versi tutte le cose che in quel luogo (la Luna) furono mostrate a lui
(ad Astolfo), perché anche dopo averne menzionate a migliaia, non avrei finito, dal
momento che lì si trovavano tutte le cose che capitano agli uomini: solo la pazzia è lì
del tutto assente (lett.: non c’è, né in quantità grande, né piccola), perché sta tutta
quaggiù e non va mai via.

82. Lì (nel vallone lunare), (Astolfo) fermò l’attenzione su alcuni suoi giorni e su
alcuni episodi che lo riguardavano in prima persona; (momenti) che egli aveva già
dimenticato, e dei quali, se non ci fosse stato una guida insieme a lui, non avrebbe
compreso le forme simboliche. Infine giunse laddove si conservava quella cosa che,
a tal punto ci sembra sempre di avere a sufficienza, che mai si fecero voti a Dio per
causa d’essa: intendo il senno. E ce n’era una montagna: da solo era più
abbondante di tutte le altre cose raccontate finora.

83. Esso (il senno) si presentava come un fluido leggero e allo stato gassoso,
tendente ad evaporare se non lo si fosse mantenuto ben chiuso, e lo si poteva
vedere raccolto in varie ampolle, alcune più capienti, altre meno, idonee a
conservarlo. La più grande tra tutte era quella nella quale si trovava riversato il
grande senno del folle cavaliere del castello d’Anglante (Orlando), e (l’ampolla)
poteva essere riconosciuta dal fatto che aveva sopra scritto “Senno di Orlando”.

84. Allo stesso modo, anche le altre (ampolle) avevano sopra scritto il nome di coloro
ai quali era appartenuto il senno in esse contenuto. Il nobile duca (Astolfo) vide
un’ampolla contenente gran parte del proprio senno; ma molta più meraviglia
suscitarono in lui le ampolle di molti uomini ai quali egli credeva che non mancasse
neppure una briciola (del loro senno), e che invece in questa occasione diedero
prova di averne assai poco, visto che una grossa quantità stava lì.

85. Alcuni lo perdono a causa dell’amore, altri a causa dell’ambizione per le cariche,
altri ancora solcando i mari alla ricerca di ricchezze, altri affidando la realizzazione
delle proprie speranze ai signori alle cui dipendenze si trovano, altri vaneggiando di
magia, altri andando dietro alle gemme, ed altri ancora alle opere dei pittori, ed altri
infine inseguendo ciò che più li appassiona. Inoltre si trovava raccolto lì molto senno
appartenuto a filosofi, astrologi e poeti.

86. Astolfo si riprese il proprio senno, perché così gli fu concesso dall’autore del
complesso libro dell’Apocalisse (S. Giovanni Evangelista, guida di Astolfo sulla
Luna). Non fece altro che portarsi al naso l’ampolla nella quale esso era contenuto, e
– sembra – quello (il senno) se ne tornò spontaneamente nella propria sede, tanto
che Turpino stesso racconta che da allora in poi Astolfo visse per lungo tempo in
maniera saggia, e fu solo a causa di un errore che fece dopo, che egli perse
nuovamente il cervello.

87. Poi Astolfo prese l’ampolla più capiente e piena, nella quale c’era il senno che
aveva reso saggio il conte; e non era tanto leggera quanto egli aveva stimato nel
vederla ammucchiata insieme alle altre.

Orlando Furioso, Canto 6 (lošija str.)

17
Sebbeno Ruggiero sia di animo imperturbabile e non abbia
nemmeno perso il suo solito colore, non sia impallidito,
non voglio però credere che non abbia
nel petto un cuore tremante più di una foglia.
Aveva oramai lasciato a grande distanza
tutta l’Europa ed aveva anche oltrapassato
di gran lunga il limite che aveva prefissato molto tempo prima
Ercole per tutti i marinai (le colonne d’Ercole).

18
Quell’Ippogrifo, grande e strano ucello,
lo porta via, lontano, con una tale rapidità di ali,
che avrebbe lasciato molto indietro anche l’aquila, che,
secondo la leggenda, porta velocemente a Giove i fulmini.
Nessun altro animale si muove nell’aria tanto agilmente
da essergli pari per velocità:
credo che a malapena il tuono e la saetta
riescano a giungere a terra dal cielo in minore tempo.

19
Dopo che l’uccello ebbe percorso una lunga distanza
in linea retta senza mai cambiare direzione,
eseguendo una ampia spirale, ormai stanco del cielo, cominciò
infine a scendere di quota per raggiungere un’isola (di Alcina),
simile a quella (la Sicilia) dove, dopo aver fatto soffrire a
lungo il suo amante (Alfeo) ed essersi a lungo da lui nascosta,
la ninfa Aretusa (trasformata in fonte) si trasferì inutilmente
(seguita da lui) lungo un corso sotterraneo in fondo al mare.

20

Mai un paese più bello ed allegro vide

dal cielo in cui aveva finora volato, spiegato le sue ali;

e mai se avesse comunque cercato in tutto il mondo,

avrebbe potuto vedere un paese più leggiadro,

dove, dopo aver compiuto ampie spirali,

il grande uccello discese portando con sé Ruggiero:

pianure coltivate e morbide colline,

acque limpide, rive ombrose e soffici prati.

21

Bei boschetti di profumati allori,

di palme e di gioiosi mirti,

cedri ed aranci che avevano frutti e fiori

intrecciati in varie e sempre belle forme,

davano riparo dall’ardente calore dei giorni estivi

con i loro fitti ombrelli, con la loro fitta chioma;

e tra quei rami con voli sicuri (senza timore)

si muovevano cantando gli uccellini.

22
Tra le rose rosse ed i gigli bianchi,

che un tiepido venticello conserva freschi ogni ora,

si vedevano conigli e lepri sicuri,

e cervi con la loro fronte alta ed orgogliosa,

senza il timore che qualcuno li possa uccidere o catturare,

pascolare o intenti a ruminare l’erba;

saltellano in giro daini e caprioli veloci ed abili,

presenti in grande quantità in quei luoghi di campagna.

23

Non appena l’Ippogrifo è abbastanza vicino alla terra

che il salto non può risultare meno pericoloso,

Ruggiero si libera in fretta dall’arcione, salta giù,

e viene quindi a trovarsi sul prato erboso;

tiene tuttavia bene strette nella mano le redini,

non volendo che il destriero torni nuovamente in cielo:

quindi lo lega in riva al mare

ad un verde mirto cresciuto tra un pino ed un lauro.

24

E vicino a quel luogo, là dove sgorgava una fonte

circondata da cedri e da palme ricche di frutti,

depose il suo scudo, si tolse l’elmo dalla fronte,

e disarmò infine entrambe le mani (si tolse i guanti di ferro);


e ora verso il mare ed ora verso il monte

rivolgeva la faccia ai venticelli freschi e vivificatrici

che, con dolci mormorii, le alte cime

dei faggi e degli abeti faceno vibrare.