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Alla ricerca di Franco Citti per un lm (in

preparazione) su Carmelo Bene


di Giuseppe Sansonna[1] pubblicato mercoled, 14 maggio 2014 6 Commenti
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Giuseppe Sansonna sta preparando un lm su Carmelo Bene. Un lm che nasce da una sda paradossale.
La voce di Bene, autentica e inedita, entrer in collisione con un immaginario lmico interamente
ricostruito, impostato sulla soggettiva beniana. Sullo schermo scorrer lipotesi di ci che Bene ha visto o
creduto di vedere. Si susseguiranno lunghi carrelli, piani sequenza di ampio respiro, ricchi di movimenti
interni. Affollati di volti e luoghi salentini, rimasti immutati nel tempo, molto simili a quelli che hanno
popolato linfanzia beniana. Il linguaggio lmico tender a mimare il processo mnemonico. Una memoria
attiva, evocativa, dichiaratamente aperta a deformazioni immaginiche, sospesa tra lirismo e
ineluttabilit del grottesco.

Potrebbe intitolarsi Ventriloquio, come un lm di Carmelo Bene, mandato inavvertitamente al macero


dalla Rai.
Franco Citti il primo personaggio incontrato da Sansonna per questo suo progetto. Il primo corpo di cui
Carmelo Bene diventato ventriloquo. minima&moralia vi terr aggiornati sullo stato di lavorazione di
questo lm. Speriamo con Giuseppe di darvi presto belle notizie.
Intanto vi proponiamo questo articolo che, con foto inedite, contenuto nel numero 18 di Il Reportage,
attualmente in libreria. Ringraziamo il direttore Riccardo De Gennaro e vi invitiamo ad acquistare la
rivista (sempre pi interessante e bella da sfogliare) e a visitare il sito: www.ilreportage.eu[4].
(Limmagine di Claudio Abate)
Due anni fa, in una fase dadaista della mia esistenza, fui scaraventato nel centro storico di Cave, un
piccolo borgo a sud di Roma. Vivevo in via Prenestina Vecchia, allombra dellarco sconnesso e pieno
dedera che delimitava la ne del paese. Una casa pasoliniana raccontai a me stesso, per indorare la
miseria. Il malfermo appartamentino, al secondo e ultimo piano di una casupola in pietra scura era
impreziosito da un bagno abusivo, innestato sulla parete esterna, come una palatta di metallo
bianco. Affacciandomi alla nestra, scoprii lunico pregio della casa: una vista sconnata sulla vallata,
lussureggiante di castagni.
Preso possesso del mesto appartamento, mi guardai intorno, incuriosito. La vicinanza con Cinecitt, a
soli trenta minuti di auto, aveva regalato a questa valle una straticata storia cinematograca. Proprio
qui, in questo lembo di frusinate cos simile alla Virginia, Gordon Mitchell, culturista di Denver
affondato no al collo nei b movies italiani, aveva eretto un personale villaggio western. Un
produttore, fallendo, lo aveva pagato in ettari, per regolare vecchie pendenze. Mitchell ci aveva
costruito un saloon, un ranch e una chiesetta, trasformandolo nel set ideale per una cinquantina di
tardi e scalcinati spaghetti western. Oltre cinquanta lm, titoli del calibro di Inginocchiati straniero, i
cadaveri non fanno ombradi Demolo Fidani, detto Miles Deem. Dieci anni prima la stessa vallata era
diventata il set di Un giorno da leoni, epico lm di Nanni Loy sulla Resistenza, pellicola usurata per
decenni, nei cineforum delle feste dellUnit.
Addentrandomi nel cuore della valle, alla ne di una strada sbarrata da una frana, intravidi una
locanda da far west, tutta legno e mattoni. Mi venne incontro loste, un Mastro Titta dal ventre
imponente: Me chiamo Gino mi disse, stritolandomi la mano con ruvida affabilit. I lunghi capelli
grigi, spioventi sulle spalle rocciose erano un corredo da harleysta irriducibile, in barba alle settanta
primavere: lo scoprii divorando la sua carbonara e guardando le numerose foto appese sulle pareti del
locale. Cerano sue recenti istantanee da centauro, lanciato sulla Prenestina, alternate a foto del duce,
adesivi di Casa Pound e motti fascisti. Tra tanto ciarpame omogeneo, ununica folgorante eccezione:
una foto di scena in bianco e nero, dellEdipo Re pasoliniano: Franco Citti, in primo piano, sorride con
la solita, terribile innocenza. Lo sguardo abissale incorniciato dallelmo ruvido, di metallo storto. In
uno spazio bianco della foto, leggo un dedica. A Gino, con simpatia. Franco Citti.
stato a magn qui lartro giorno, cha dei parenti nel centro storico, mi spiega Gino, brandendo
una coda alla vaccinara fumante. Colto nel mio sguardo un reale, improvviso interesse, prosegue il
racconto. Lho visto fermo, muto. Me so avvicinato. Ma te sei Franco Citti? Ha mugugnato, facendo
s con la testa. Nun parla pi, cha avuto lictus. Dice solo Thailandia e fa con la mano e con la bocca
er segno dellaereoplano. Cha una ragazzetta, laggi. Ce vo ann a mor. A giusta ne de Accattone.

Me piaceva tanto, Citti, nei rm de Pasolini. Anche se Pasolini, quer frocio, era nomo da butt ar
secchione. Comunque stato gentile, Citti. Maveva promesso la foto con dedica e me lha spedita,
cho ancora la busta. Mi mostra la reliquia e incamero lindirizzo. Fiumicino.
Ricordo che nel suo libro, Vita di un ragazzo di vita, scritto con Claudio Valentini, Citti da
Torpignattara, pittoretto della Marranella, dice di essersi innamorato di Fiumicino quando stava
girando Accattone, nel 1961. Un macchinista della troupe lo aveva invitato l, perch sua madre lo
voleva conoscere. I malandri del porto scrive Citti mi portarono a pesca. Fiumicino non
assomiglia a nessun mare del mondo: mi ricorda lAniene della mia infanzia. Anzi, aveva il colore della
morte, mi faceva a pensare a tutti quelli che avevo visto buttarsi al ume e affogare. Come stavo per
fare io, nella prima scena di Accattone. Per quel bagno, dopo qualche tempo, presi la leptospirosi e me
ne stavo andando per davvero.
Qualche giorno dopo decisi di andare a Fiumicino anchio. Mi ritrovai a due passi da un mare
limaccioso, davanti a questo grumo di case estive, ammassate una sullaltra. Allindirizzo che mi ero
segnato cera un palazzetto di due piani. Sbirciai nel cortile: in un capanno con la porta spalancata,
notai decine di grembiuli da infermiera, da cuoca o da commessa, appesi a delle grucce. Dietro le
stoffe, uttuanti per la brezza marina, intravidi per un attimo una testa canuta, dai capelli folti,
immobile in poltrona.
Mi decisi a citofonare. Dal portone del palazzo usc un cinquantenne pacioso, trafelato. Paolo Citti,
glio di Franco, nome di battesimo scelto come omaggio pasoliniano, di professione sarto,
specializzato in divise da lavoro. Gli spiegai che volevo conoscere suo padre e intervistarlo. Citti
junior, indicando la testa canuta nel capanno, mi spieg gentilmente che suo padre, dopo lictus, non
stava affatto bene e non aveva molta voglia di mostrarsi.
Gli dissi che volevo dedicare a suo padre una scena di un mio lm su Carmelo Bene, unidea nata dal
recupero di preziose audiocassette, ricche di inediti racconti autobiograci dellartista salentino, che
appartengono ai tardi anni Novanta, allultimo periodo della sua vita. Sono la testimonianza di un
prodigio: Carmelo, sprofondando nei ricordi, in compagnia degli intimi, cambiava voce e tono. Gli
bastava evocare linfanzia per riacquistare un timbro argentino, da Pinocchio fragile, eccitato da lampi
lucignoleschi. Si spogliava delle crudelt amletiche e delle amplicazioni elettroniche, risaliva il
ume di Ballantines che gli aveva inondato la gola per decenni. Esorcizzava tonnellate di Gitanes,
cento al giorno, aspirate a fondo e accantonava il tono da belva reclusa delle ribalte costanziane,
lambendo una strana forma di autoironia. Ho pensato di utilizzare questo sussurro medianico e
trasformarlo nel voice over di un lm, interamente impostato sulla soggettiva beniana.
Dentro quel ume di parole ho intercettato anche la sua descrizione di Franco Citti. Spiegai a suo
glio che Bene gli dedicava parole affettuose. Gli dissi che sarei stato felicissimo se nel mio lm fosse
entrato uno dei volti emblematici del cinema italiano. Luomo entr nel capanno e confabul con suo
padre. Usc dopo qualche minuto e, sorridendo, mi autorizz a tornare con un operatore.
Qualche giorno dopo entravo anchio nel capanno. Tutto comunicava provvisoriet, da luogo non
vissuto, ripostiglio di una casa marittima. Vecchie sedie a sdraio di plastica, un tavolaccio. Sulle pareti
disadorne, nemmeno una foto. Solo un grande quadro: un pezzo degli scacchi, un alere bianco,
adagiato su sabbia ocra, stagliato su fondo azzurro. Un regalo per zio Sergio, non mi ricordo il

pittore, mi spiegher poi Paolo.


Sdraiato sul divano, il corpo ancora snello, in canottiera e pantaloni a righe, da pigiama, immerso
nella visione a tutto volume di un match di tennis, mi apparso Franco Citti. Mi ha guardato a lungo,
silenzioso, il magnico volto scavato, lispida barbetta argentea: ormai quasi ottantenne, era
diventato denitivamente lEdipo che Pasolini aveva colto in lui. Fiaccato dei recenti ictus, aveva
enormi difcolt a parlare. Pieno di pudore, protendendo le braccia, mi ha chiesto di farlo sedere sulla
sedia.
Lo conoscevo da pochi secondi e mi sono ritrovato a stringerlo forte, ad abbracciarlo come fosse mio
padre, per trasportarlo sulla poltrona. Non avevo intenzione di forzarlo obbligandolo a unintervista
oggettivamente impossibile a causa della sua condizione. Gli ho proposto uninquadratura in primo
piano, mentre ascoltava i racconti di Carmelo Bene su Salom, lo spettacolo del 1964 che li vide
insieme sul palcoscenico del Teatro delle Muse.
Ha dato un muto assenso al gioco. Mentre loperatore lo inquadrava in primo piano, in un bianco e
nero contrastato, esaltando ogni piega del suo volto, ho fatto partire, dal mio computer portatile,
laudio beniano: Nel marzo 1964 debuttiamo con Salom di Oscar Wilde al Teatro delle Muse. Cera
Franco Citti nella parte del profeta Jokanaan. Gli detti la parte da studiare, ricordandogli che avrebbe
dovuto improvvisare. Ce penso io a improvvis, diceva. Aveva gi fatto Accattone. Che centra lei con
il teatro? Non le sembra di essere immodesto?, gli chiese un giornalista imprudente. E perch ho da
esse modesto?, lo stronc lui.
Il Citti imitato da Carmelo Bene pura invenzione, senza nessuna attinenza mimetica con la sua
nasalit tagliente, romana. Ha una cavernosit trucida, da Mangiafuoco. Ma limitato, riascoltando il
suo vecchio capocomico, sembrava divertirsi molto. Mi ha guardato con un mezzo ghigno, mentre la
voce beniana proseguiva: Citti sbucava fuori da un pitale, con tanto di cappello di giornale in testa,
da muratore. Usciva insultando grevemente Salom, chiedendo aggiornamenti sui risultati della
Roma. Ad ogni sua emersione, venivano fatte esplodere, allinterno del suo loculo, alcune alette
puzzolenti: la Buona Novella veniva annunciata da efuvi fognari. La provocazione non fu colta da
nessuno: lo stesso Pasolini, in prima la, si guardava perplesso le suole delle scarpe. Evitai cos
lennesimo processo per vilipendio alla religione. Ci chiamavano la compagnia di Regina Coeli. Citti
aveva ottenuto un permesso provvisorio: era dentro per istigazione alla prostituzione. Pier Paolo
Pasolini mi diede una mano a scorciare di qualche giorno la detenzione di Citti. Talvolta, provavamo
allinterno del carcere.
Poi Bene passa a leggere, in tono sospeso tra lo stentoreo e il divertito, una stroncatura sanguinosa,
uscita su Il Borghese. Ne cita lautore, un tale Silvio Danesi, sicuramente uno pseudonimo: Salom
legge Carmelo nella loro versione una sorta di baccante isterica da balera equivoca, brutta,
seminuda, si invaghisce perdutamente del profeta Iokanaan, interpretato da Franco Citti. Il quale esce
dalla cisterna dovera stato giustamente imprigionato, respinge a ragion veduta Salom, e seminudo
dice testualmente: Dov, dov colui che non me vo d una bicicletta per potemmene ann! Io nun ce
capisco niente! Perch mhanno messo a fa er teatro?. Carmelo Bene, da parte sua, Erode: ridicolo,
goffo presuntuoso, come si conviene a chi fa del teatro senza che nessuno gli abbia condato di cosa si
tratta. Poi il climax sale, Carmelo Bene appare sempre pi divertito nel leggere la propria
demolizione.

Il sorriso sardonico di Citti, durante lascolto, sembra invece confermare unantica descrizione
pasoliniana: I fratelli Citti, Sergio e Franco, sono caratterizzati da unaridit stoico epicurea: curiosa
della vita e priva di ogni illusione su di essa. La voce di Bene continua a leggere quella vecchia
recensione: Ma di questi attoruzzi impudenti, e dei Moravia e Pasolini che avallano le loro gesta non
possiamo che ricordare come vivono: perch la loro esistenza tutta qui, in questi giorni sporchi,
nelle loro inclinazioni sbagliate, nella sfacciataggine con cui reclamano lattenzione del pubblico,
nelle parolacce e nei racconti ignobili che diffondono. E non bisogna aspettare che vilipendano la
religione o prendano a calci i lavoratori, per procedere al loro arresto; bisogna solo accertarsi della loro
identit e metterli in galera, perch oltraggiano il buon gusto, nuocciono alligiene pubblica,
deturpano il paesaggio. Dinanzi a personaggi come Carmelo Bene e Franco Citti, a questo punto,
nulla pu la critica teatrale. Debbono intervenire i carabinieri.
Sulla chiusa nale, Carmelo Bene ride come un bambino. Citti, ascoltandolo, mi regala un ghigno
snito. Intuisco stanchezza, nei suoi occhi neri di putto, come li vedeva Pasolini. Si era
moderatamente divertito, ma ne aveva abbastanza.
Lo abbracciai, lo ringraziai ed uscii, sorpreso nel ritrovarmi davanti la caserma di quei carabinieri
invocati dallo stroncatore de Il Borghese. Gli lanciai unultima occhiata e lo vidi al centro del cortile.
Scrutava, con un mezzo sorriso, gli aerei che decollavano da Fiumicino. Ero certo che cercava di
intuire, dalla traiettoria di partenza, quali fossero gli intercontinentali per Bangkok.
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