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Cometa - Trimestrale di critica della comunicazione - 1/2009

Titolo: La quarta crisi - La realtà dell’informazione in Italia

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Sommario

Editoriali
8 Cometa 01/09
di Giulietto Chiesa e Massimiliano Pontillo
11 Il principe criminale
di Roberto Morrione
19 L’anno di Copenhagen
di Giulietto Chiesa

Dossier Fare la pace con l’acqua


30 Oltre il paradigma economico
di Riccardo Petrella
36 Ecco chi ce la dà da bere
di Giuseppe Altamore
42 Quando la sete diventa un affare
A Bruxelles si parla dell’acqua
di Francesco De Carlo
48 Imbottigliata, farinosa, o impastata al cemento
di Fabrizio Bottini
52 L’acqua di Napoli
di Consiglia Salvio

Rubriche
60 La colonna infame
di Diego Novelli
63 Dispacci
di Ennio Remondino
66 Pensieri laterali
di Davide Riondino
67 Autodifesa
di Michele Loporcaro
70 Il cigno parlante
di Vittorio Cogliati Dezza
73 Con stile
di Marzia Fiordaliso
76 Frullare il mondo
di Enzo Argante
79 Altre mafie
di don Luigi Ciotti

FUOCHI
84 L’autunno del giornalismo a Gaza
di Roberto Morrione
92 La democrazia dopo la democrazia
di Antonio Ruggieri
100 La comunicazione della paura
di Edoardo Novelli
106 Chi ha ucciso l’economia
di Bankor jr.
112 La guerra dei rifiuti in Campania, tutte le bugie dell’informazione
di Guido Viale
116 Nucleare, l’ipocrisia del pensiero berlusconiano
di Ermete Realacci
120 Global warming: cosa può fare l’uomo
di Mariagrazia Midulla
126 La crisi dei media passa dalla pubblicità
di Marco Ferri
134 Una tv a misura di cittadino
di Antonio Gaudioso
138 Ultime notizie dalla crisi dell’editoria
di Silvia Garambois
144 Come uscire “puliti” dalla crisi
di Gianni Silvestrini
148 Media, democrazia, educazione
di Marco Grollo
Sommario

154 Il linguaggio dei piedi in tv


di Gianni Spallone
160 Aspetti del nucleare (quasi) dimenticati
di Giuseppe Onufrio

Speciale World Political Forum


San Servolo, 10-11 ottobre 2008
166 Ambiente: Dagli allarmi globali all’allerta dei media
167 Una Glasnost planetaria per uscire dalla crisi
di Mikail Gorbaciov
175 Il futuro del pianeta nelle mani dei media
di Martin Lees
181 Dichiarazione di Venezia su cambiamento climatico
e giornalismo ambientale

189 Notizie sugli autori


EDITORIALI

G. Chiesa _ M. Pontillo _ R. Morrione


Editoriali

Cometa 01/09
di Giulietto Chiesa e Massimiliano Pontillo

È arrivata l’ora della “responsabilità”. Assistiamo oggi, sostanzialmente indifesi,


all’espandersi, e intrecciarsi simultaneo, di quattro crisi: finanziario-economica,
sociale, climatico-energetica, informativo-comunicativa. Tutte convergono attorno
al problema della sopravvivenza della democrazia, perché non vi è dubbio, ormai,
che esse mettono in discussione i fondamenti del vivere sociale e politico che ha ca-
ratterizzato l’ultimo secolo dello sviluppo umano. Comprendere dove ci troviamo
costituisce la prima tappa di un nuovo percorso culturale che ci consenta di affron-
tare civilmente, democraticamente appunto, le sfide che ci aspettano e la ricostru-
zione di un mondo più giusto, più solidale, sostenibile. Compiti non facili, di fronte
ai segnali che mostrano tendenze opposte, di soluzioni egoistiche, di individui e
nazioni, di uso della forza per risolvere controversie che saranno drammatiche,
trattandosi di combattere per la sopravvivenza in un mondo di scarsità, di limiti,
radicalmente diverso da quell’illusione di abbondanza e di assenza di limiti in cui
tutti abbiamo vissuto. Siamo di fronte a cambiamenti radicali che dovranno essere
guidati, con il minimo danno consentito dal ritardo con cui la società umana li sta
affrontando. Essendo evidente che, senza una lungimirante guida politica, essi
assumeranno caratteri catastrofici e implicheranno immensi danni e sofferenze
umane. Noi rileviamo il ritardo della politica, la sua attuale, grave inadeguatez-
za. Noi vediamo una sua drammatica separazione dalla conoscenza. Noi siamo
preoccupati che l’attuale generazione stia prendendo decisioni – senza conoscerne
gli effetti – che segneranno la vita delle generazioni future. Noi riteniamo in-
dispensabile una mobilitazione delle coscienze che riporti in primo piano il Bene
Comune, per l’oggi e per il domani, al di sopra degli interessi di parte, pur legitti-
mi, siano essi individuali, o collettivi, o nazionali. Noi pensiamo che la pace debba
essere difesa da una nuova visione, mondiale, di governo democratico. La società in
cui viviamo e che anche noi abbiamo contribuito a costruire, il sistema industriale
e lo sviluppo economico in generale delineato negli ultimi decenni, hanno portato


Cometa 01/09

a conseguenze impreviste, che stanno producendo fenomeni incontrollabili e poten-


zialmente disastrosi. Lo stesso ambiente naturale in cui viviamo, e di cui siamo
parte integrante, è minacciato da un modello di espansione energivoro e consumi-
sta che ha già prodotto guasti forse irreparabili. Immense ricchezze, reali e virtua-
li, materiali e finanziarie, sono state distribuite in modo paurosamente diseguale.
Dopo una parentesi, relativamente breve, in cui ha prevalso l’idea di uno Stato
sociale, si è andati ritornando a una distribuzione semi-feudale della ricchezza, in
cui miliardi di individui si trovano ormai al di sotto della dignità vitale, mentre
poche migliaia dispongono di ricchezza e potere in proporzioni tali da cancellare
praticamente ogni possibilità di esercizio della vita democratica, dei diritti, perfino
dei più elementari. Lo stesso bene rappresentato dalla cultura, dall’informazione,
è ormai saldamente nelle mani dei detentori del potere economico (e politico), che
sono riusciti a “raccontare” la loro versione della vita, a farla penetrare capillar-
mente nelle menti di milioni di individui, modificandone abitudini e gusti, valori
e sentimenti. È la “società dello spettacolo” che ha travolto ogni regola precedente,
trasformando il cittadino produttore in consumatore compulsivo. L’individuo, da
protagonista e potenziale collettore dell’idea democratica, cioè dei rapporti sociali, è
stato collocato nella separatezza del consumo individuale. Da questa situazione si
può uscire soltanto ricomponendo il mosaico della realtà, e questo richiede la parte-
cipazione di milioni di persone alla definizione di una nuova agenda dei giorni a
venire. Il che, a sua volta, implica un livello di informazione decisamente diverso
da quello di cui possono fruire le opinioni pubbliche, e un drastico contenimento
delle possibilità manipolatorie dei detentori dell’informazione-comunicazione.
Il sequestro della realtà, operato dai media, in primo luogo dalle televisioni, è di-
venuto un sequestro di democrazia, un’appropriazione privata da parte dei deten-
tori del potere, cioè della ricchezza. Noi siamo fermamente convinti che il sistema
mass-mediologico ha un enorme potere di organizzare il consenso, manipolandolo.
Quando – come sta avvenendo – il suo controllo è concentrato in poche mani, per
nulla disinteressate, ecco che la creazione artificiale del consenso si contrappone
alla democrazia, poiché vengono a mancare i presupposti delle uguaglianze dei
cittadini, in primo luogo rispetto alle fonti della conoscenza. Siamo cioè molto al
di là – al di fuori e contro – dell’articolo 21 della nostra Costituzione, che sancisce


Editoriali

la pienezza dei diritti di ciascuno all’accesso all’informazione e all’espressione li-


bera delle proprie opinioni e alla possibilità di diffonderle con ogni mezzo. Senza
informazione non ci può essere democrazia. La rivoluzione tecnologica dell’in-
formazione può essere un eccellente volano per velocizzare il cambiamento dei
processi, soprattutto per le giovani generazioni, se sarà capace di venir concepita e
percepita come strumento istruttivo, e non solo di svago. L’evoluzione informatica
dell’intero sistema, se da una parte impone un aggiornamento costante e necessario
da parte di noi tutti, dall’altra sarebbe un megafono straordinario per diffondere
nuovi stili di vita che coltivino un futuro a misura d’uomo, pacifico e solidale.
Anche il moltiplicarsi degli strumenti mediatici (si pensi solo a internet) potrebbe
avere un ruolo formidabile per la crescita di un sano pluralismo.
Cometa si pone in questo panorama, per nulla confortante, come punto di ri-
partenza. È una rivista trimestrale che emerge dalla convergenza di associazioni
diverse tra di loro, per storia e per origini, ma che avvertono la necessità di nuove
sintesi da costruire attorno all’idea della solidarietà e dei beni comuni: Megachip,
sorta come promotrice critica della democrazia nella comunicazione; Pentapolis,
che promuove la responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile. Il suo nome, non
affatto casuale, vuole essere l’acronimo di: 1) comunicazione-informazione come
bene-diritto comune; 2) etica, perché è necessario ripartire dai valori e perché
senza etica si potrebbe trasformare ogni cosa in strumento cinico della volontà di
pochi; 3) ambiente, e la sua tutela, come unica possibilità di garantire, alla presen-
te e alle generazioni future, il diritto alla vita.
Cometa si propone come luogo d’incontro e di dibattito tra opinioni anche assai
diverse. Siamo in una fase in cui si deve accedere a un superiore livello di compren-
sione della complessità. Una nuova sintesi deve ancora apparire. Essa non potrà
che essere il risultato di convergenze inedite tra diversi rami del sapere, tra diverse
culture. La complessità di cui abbiamo bisogno non può che essere glocale e, nel
mondo globale, non può che essere multipolare. Certo non sarà l’Italia, da sola, ma
nemmeno l’Europa, da sola, a trovare le soluzioni per questi compiti collettivi. Noi
ci proponiamo soltanto di fare la nostra parte e di contribuire a formare un’opi-
nione solida, fondata su basi scientifiche, del panorama reale sul quale dobbiamo
affacciarci senza perdere altro tempo. Puntando ad un’informazione responsabile.

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Il principe criminale

Il principe criminale
di Roberto Morrione

Scorrendo Google alla parola corruzione, troviamo una impressionante e crescente


sequela di arresti e provvedimenti giudiziari. Nelle maglie della giustizia fi-
niscono imprenditori, manager, amministratori pubblici, consiglieri regionali,
comunali e provinciali, rappresentanti locali di partiti, funzionari, dirigenti di
Asl, arbitri di calcio, sportivi, professori, membri delle forze dell’ordine, avvocati,
professionisti, ex-magistrati e quant’altri possono avere a che fare con una parola
chiave, “tangenti”.
Da dove viene questa pratica? Secondo un magistrato di prima linea, Roberto
Scarpinato, che ha vissuto dalla trincea della procura di Palermo gli anni roventi
delle sanguinose offensive di Cosa Nostra e che continua oggi la battaglia contro
la mafia dal versante più nascosto e insidioso, quello economico, è ereditata dalla
storia nazionale, da settori delle classi dirigenti che hanno sempre usato il sistema
della corruzione insieme con le mafie e lo stragismo a fini politici. Per conservare
il potere, per allargare le proprie fortune. “È una terribile e inconclusa storia di
famiglia che riguarda tutti”, afferma Scarpinato presentando quello che chia-
ma, con riferimento a Machiavelli, “Il ritorno del Principe”, scritto sotto forma
di intervista insieme con Saverio Lodato. Una tesi agghiacciante e pessimistica,
per alcuni versi sconcertante, per altri aspetti discutibile, ma che trova non pochi
riscontri nelle vicende di ieri e in quelle di oggi.
Il tema della corruzione domina ormai la vita del Paese, condizionandone lo
sviluppo economico, investendone la scena politica e il comportamento dei ceti diri-
genti, dilagando nella società in innumerevoli forme individuali di inosservanza
delle regole e di elusione delle leggi, espressione di una normalità e di un costu-
me diffuso dove controllori e controllati, vittime e carnefici, spesso si scambiano
i ruoli, assumendo nell’immaginario dell’opinione pubblica un tratto distintivo
generalizzato, quindi “normale”, dell’Italia dei nostri giorni. In questo quadro
non ha generato particolari reazioni, a partire dal distratto sistema mediatico,

11
Editoriali

l’allarme lanciato in Febbraio dalla Corte dei Conti all’apertura del suo Anno
Giudiziario: l’immagine di un’Italia malata, in cui l’ampiezza della corruzione
– per usare le dure espressioni del Presidente Lazzaro – “investe l’organizzazione
della Repubblica e mette a rischio la vita stessa della democrazia”.
Nel 2008 l’indice di percezione della corruzione stilato da Trasparency Inter-
national, organizzazione riconosciuta nel mondo, poneva l’Italia al 55mo posto.
Nel 2007 era al 41mo. Siamo penultimi in Europa, superati solo dalla Grecia,
vicinissimi alla Namibia e indietro rispetto a Paesi non certo illuminati dalla
democrazia e dallo sviluppo, come Qatar, Botswana, Buthan. La presidente di
Trasparency International, Huguette Labelle, ha commentato così la classifica:
“Per i Paesi poveri la corruzione è un disastro umanitario che minaccia di man-
dare in fumo la lotta globale contro la povertà e fare la differenza tra la vita e la
morte per i civili, perché sottrae denaro da ospedali e acqua pulita… Per fermare
la corruzione nei Paesi civilizzati c’è bisogno di un forte controllo nell’attività
parlamentare, di applicare la legge, di media indipendenti e di una società civile
appassionata”. I primi tre punti sono da noi deficitari, investiti da polemiche e
tempestose vicende, mentre per quanto riguarda la disastrosa ricaduta sui Paesi
poveri, non è neppure lontanamente al centro della sensibilità culturale e del com-
portamento etico dello Stato e di gran parte delle imprese.
Infatti, secondo dati dell’Unione Europea, l’Italia è al quinto posto nella non
invidiabile classifica dei Paesi esportatori all’estero che ricorrono alle “stecche”
a politici, dirigenti e funzionari locali, primo Paese europeo dopo Russia, Cina,
Messico e India. Secondo calcoli desunti dai dati della Banca Mondiale, nel set-
tore statale la corruzione in Italia distrugge ogni anno risorse pubbliche per 50
miliardi di euro, che salgono a 70 miliardi in recenti analisi di istituti universi-
tari: il 2.5% del Pil. Per comprendere la portata di queste risorse sottratte agli
interessi nazionali, pensiamo a cosa lo Stato potrebbe farne, recuperandone anche
solo un quinto, per fronteggiare con investimenti la devastante crisi finanziaria
e la recessione in atto…
Fra il 2006 e il 2007, i dipendenti della pubblica amministrazione denunciati
dalla Guardia di Finanza per reati o illeciti amministrativi sono stati 6.752, di
cui il 26% in Calabria, il 13% in Sicilia, l’11% in Lombardia, con una denun-

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Il principe criminale

cia su due riconducibile al solo settore della sanità, seguito da appalti e contabilità.
La mappa tracciata dall’Alto Commissario Anticorruzione, incarico istituito nel
2003, precisava la variegata articolazione della corruzione, che va dal peculato
alla concussione, all’abuso di poteri, al traffico di influenza, all’illecito arricchi-
mento, con particolare riferimento ai reati finanziari e al riciclaggio di dena-
ro frutto di interessi criminali. L’allarme riguardava soprattutto l’intreccio fra
corruzione e mafie – si legge in un rapporto – per “la sistematica pianificazione
delle politiche pubbliche, soprattutto a livello locale, per lo stretto intreccio tra
criminalità, politica ed economia”.
Sottolineato come dal ’91 al 2006 siano stati sciolti per infiltrazioni mafiose 167
Comuni, alcuni più volte commissariati e 2 Asl, il rapporto rileva che i settori
della mano pubblica più esposti sono l’ambiente e l’edilizia, il sistema degli ap-
palti e dei lavori per la realizzazione di opere pubbliche, i finanziamenti pubblici
e dell’Unione Europea, il riciclaggio e il reinvestimento nell’economia legale e,
soprattutto, la sanità.
Fu questo peraltro uno degli ultimi rapporti dell’Alto Commissario Anticorru-
zione che, rifacendosi a quanto stabilito dalla Convenzione dell’Onu sottoscritta
da tutti i Paesi, compresa l’Italia, chiedeva più consistenti risorse economiche e di
personale per poter funzionare. Infatti nell’estate 2008, uno dei primi atti del
governo Berlusconi appena insediato, fu lo scioglimento dell’Alto Commissario,
inserito fra “gli enti inutili” da tagliare….
L’ex prefetto Achille Serra, che aveva ricoperto l’incarico, nel dicembre 2007
scriveva: “Il sistema della corruzione esce danneggiato, ma non scardinato dalle
inchieste giudiziarie degli anni ’90: secondo alcuni, dopo il primo momento, il si-
stema ha avuto la forza di reagire e riorganizzarsi secondo tecniche e modelli più
sofisticati e difficili da scoprire. Chiusa la stagione di Mani Pulite non si è pro-
ceduto alle necessarie riforme strutturali che agendo sulla prevenzione avrebbero
potuto arginare il fenomeno, intervenendo sulle opportunità di corruzione”.
Mani Pulite è rimasto per anni, anche nell’immaginario dell’opinione pubblica
oltreché nel dibattito politico, l’unico parametro di riferimento per misurare il
fenomeno della corruzione, anche sopravvalutandolo e dandogli l’eccessiva valen-
za di una “rivoluzione per via giudiziaria”, senza invece analizzare cosa fosse

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Editoriali

avvenuto prima e dopo e come e perché la corruzione si fosse negli anni ripresen-
tata più forte di prima. Un deficit di memoria e di capacità di analisi che pesa
gravemente anche sul sistema dell’informazione.
A quindici anni da quel febbraio del ’92, quando l’arresto di Mario Chiesa a
Milano diede il via a “tangentopoli”, Piercamillo Davigo, allora pm nel pool di
Mani Pulite e la docente di diritto penale Chiara Mannozzi, si sono interrogati
sugli esiti di quella stagione e sulla successiva corruzione (“La corruzione in Ita-
lia. Percezione sociale e controllo penale”, ed. Laterza) analizzando dati, sentenze
e norme, ricavandone una fotografia molto inquietante. Dopo il picco del ’92-’93
– scrivono in sostanza – il numero dei reati per corruzione e concussione è tornato
ai livelli del ’91, cioè a prima di Tangentopoli. Per di più con strane asimmetrie
nelle condanne definitive registrate negli anni esaminati, fino al 2002: su 4.454
sentenze, 882 sono state pronunciate a Milano, 588 a Torino, 538 a Napoli e solo
384 a Roma, mentre nei distretti di Caltanissetta e Reggio Calabria sono state
inferiori a 10, anzi a Reggio solo 3! A fronte di questo dato sconcertante, viene
riportato quanto l’ex sindaco di Reggio Calabria, Agostino Licandro, che si dimise
nel ’92, dichiarò pubblicamente: “ …a Reggio si vive su un sistema che, senza
mazzette nei momenti e nei punti giusti, si paralizzerebbe… non un’orgia di
arrembaggi, ma una realtà di regole, rapporti, convenzioni solide, un linguaggio
dove sfumature e sottolineature assumono la solennità della firma di un contrat-
to… La corruzione giunge a conoscenza dell’autorità in misura molto più ridotta
quando risulta “gestita” dalla criminalità organizzata”.
Se guardiamo alla Calabria di oggi, dove i politici inquisiti – quasi sempre per
ipotesi di reato attinenti alla corruzione e spesso a rapporti con esponenti e clan
della ‘ndrangheta – vanno dal presidente Loiero a 33 fra assessori e consiglieri
su un Consiglio regionale di 50 membri, comprendiamo bene a quale livello sia
cresciuto il problema.
Secondo Davigo e Mannozzi, in realtà, le responsabilità per la dirompente cre-
scita della corruzione dopo Tangentopoli si sono sommate: in particolare le insuf-
ficienze di un sistema giudiziario arcaico e burocratizzato e le prescrizioni con
tempi raccorciati, una delle leggi “ad personam” volute ed imposte da Berlusconi.
Queste leggi hanno permesso all’attuale premier di uscire indenne da numerosi

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Il principe criminale

procedimenti giudiziari, fra i quali quattro attinenti a reati di corruzione: All


Iberian, il lodo Mondadori, la vicenda Sme, le tangenti alla Guardia di Fi-
nanza. La recente conclusione del procedimento contro l’avvocato Mills ha posto
nella massima evidenza il deficit di trasparenza e di valori etici che impronta il
rapporto fra la Giustizia, il potere politico, l’opinione pubblica e di cui il sistema
mediatico è insieme testimone passivo e attivo portatore.
Il silenzio dei media e in particolare la clamorosa sottovalutazione da parte dei tg
della Rai sul ruolo di “corruttore” svolto da Berlusconi nella vicenda All Iberian,
con il “lodo Alfano” che gli ha consentito di sfuggire a una sicura condanna in-
sieme con il “corrotto”, ha scandalizzato la stampa internazionale. Cosa sarebbe
accaduto in un qualsiasi altro Paese occidentale per una vicenda giudiziaria che
coinvolgeva direttamente il premier? Alexander Stille, su “La Repubblica”, ha
concluso così: “…ormai i giornalisti dei tg sono talmente condizionati che diventa
prassi normale tacere su notizie imbarazzanti o sgradevoli. Berlusconi ha detto
un giorno a Marcello Dell’Utri: “non capisci che se qualcosa non passa in televi-
sione non esiste? E questo vale per i prodotti, i politici e le idee”.
Un esempio al massimo livello della responsabilità politica e di gestione della cosa
pubblica che, accentuato oggi dall’immunità ottenuta per le più alte cariche dello
Stato con il “lodo Alfano”, non ha certo contribuito a rafforzare nel Paese e fra
i cittadini una visione corretta della legalità e l’etica del rispetto della legge, già
gravemente lese dalla crisi della Giustizia, con le sue enormi carenze e i ritardi
nel soddisfacimento delle aspettative in tempi ragionevoli, ma anche con le sue
contraddizioni e il frequente tradimento del principio costituzionale della “legge
eguale per tutti”. Aggiungiamo la crescita costante di una sub-cultura di massa
alimentata dal consumo televisivo e pubblicitario che non guarda a parametri di
riferimento etici e al rispetto di regole condivise, ma che ha imposto invece sul-
l’onda di un neo-liberismo senza regole i modelli del successo, il mito del denaro
ottenibile a ogni costo, dell’apparire, degli interessi individuali e di casta che pre-
valgono sui valori sociali e collettivi, per non parlare dell’evanescente e sconosciuta
identità nazionale (che si affaccia ormai quasi solo in occasione di campionati di
calcio). Forse così ci siamo avvicinati di più al quadro generale in cui la mala-
pianta della corruzione ha potuto allignare e crescere a dismisura.

15
Editoriali

Ed è in questo quadro che è riemersa nella sua destabilizzante virulenza la “que-


stione morale”, che si riteneva appartenere al dibattito culturale e politico degli
anni ’80, porta d’accesso di “tangentopoli” e con essa richiusa o per lo meno ri-
tenuta estranea ai nuovi temi e ai laceranti confronti dei primi anni del nuovo
secolo. Sono state le inchieste giudiziarie avviate dalle procure nei confronti di
amministrazioni rette dal centro-sinistra e di singoli esponenti del Partito De-
mocratico, di provenienza sia Ds, sia Margherita, a dare fuoco alle polveri, a
Napoli, Genova, Firenze, Pescara, nella regione Campania, governata per due
mandati da Antonio Bassolino, nella regione Abruzzo, con il clamoroso arresto del
presidente Ottaviano Del Turco, nella regione Calabria, con i pesanti interroga-
tivi su Agazio Loiero. Una campagna mediatica, in parte strumentale, ha messo
impietosamente, ma realisticamente in risalto la fine della cosiddetta “diversità”
degli eredi del Partito Comunista, che aveva fatto dell’onestà e della trasparenza
un valore portante e distintivo di formazione, comportamento ed immagine. Il
governo e il suo indiscusso padre-padrone, forti di questo “ribaltamento” culturale
e psicologico che ha gettato nello sconcerto milioni di elettori e simpatizzanti del
maggior partito d’opposizione, hanno sostanzialmente evitato di infierire fron-
talmente sull’avversario, preferendo sfruttare l’accentuarsi dei contrasti interni
e del conseguente indebolimento del Pd, per avviare da posizioni più favorevoli il
confronto sulla riforma della Giustizia e su altri nodi politici.
Allo stesso tempo, è risultata fortemente appannata e carente proprio l’analisi
dei caratteri generali e le cause profonde dell’espandersi della questione centrale,
cioè la corruzione, dalla quale lo stesso centro-destra è tutt’altro che immune, a
partire dalle vicende giudiziarie alle quali è scampato il suo leader e dalle posizio-
ni fortemente compromesse di numerosi parlamentari, di molti amministratori
locali e all’interno dello stesso governo, ad esempio per quanto riguarda il sottose-
gretario Cosentino, sospettato per le concomitanti accuse di cinque pentiti di essere
organicamente collegato ai clan casalesi della camorra.
E di fronte agli interrogativi e allo sconcerto dell’opinione pubblica per la tem-
pesta che sembra investire tante amministrazioni, è lo scrittore Roberto Saviano
che esprime un’intelligente riflessione: “…sono convinto che la cosa peggiore sia
attaccarsi al triste cinismo italiano per cui tutto è comunque marcio e non esistono

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Il principe criminale

innocenti perché in un modo o nell’altro tutti sono colpevoli. Bisogna aspettare


come andranno i processi, stabilire le responsabilità dei singoli... Però esiste un
piano su cui è possibile pronunciarsi subito… Credo che sia giunto il tempo di
svegliarsi dai sonni di comodo, dalle pie menzogne raccontate per conforto, così
come è tempo massimo di non volersela cavare con qualche pezza, qualche piccola
epurazione e qualche nome nuovo che corrisponda a un rinnovamento di facciata.
Non ne rimane molto, se ce n’è ancora. Per nessuno. Chi si crede salvo, perché
oggi la sua parte non è stata toccata dalla bufera, non fa che illudersi.”
Ed è il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky a mettere ancora il dito sulla piaga,
in un’intervista al Corriere della Sera: “…la politica corrompe. Ha un effetto
progressivamente corrosivo, permea il tessuto connettivo e stabilisce delle relazioni
basate sul potere. Nel caso meno peggiore si tratta di relazioni non trasparenti,
di dipendenze, di clientele. Siamo un popolo di clienti delle persone che contano.
Nel peggiore dei casi, invece, si tratta di vere e proprie relazioni criminali e di
malavita”. Secondo Zagrebelsky, nel caso delle vicende che hanno colpito ammi-
nistratori del Pd nei territori, si tratta del “mancato ricambio generazionale e
debolezza dell’organizzazione del partito”.
Insomma – sintetizza icasticamente – “vuoto al centro, cacicchi scatenati”!
Ma il più lucido giudizio su quanto sta accadendo, secondo molti che lo hanno
riscoperto su questo tema, viene proprio da chi aveva per primo denunciato la
questione morale, Enrico Berlinguer, in una intervista di Eugenio Scalfari che
risale al 1981, ben prima dell’esplodere di “tangentopoli” e che appare oggi di
incredibile attualità.
“I partiti hanno degenerato – sono le parole taglienti di Berlinguer – i partiti di
oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata cono-
scenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali, programmi
pochi o vaghi; sentimenti e passioni civili, zero. Gestiscono interessi i più dispara-
ti, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con
le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli senza perseguire il
bene comune… I partiti hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le
banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la
Rai, alcuni grandi giornali… Il risultato è drammatico… La questione morale

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Editoriali

non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte
sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli
e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia di oggi, secondo noi
comunisti, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di
costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati… Bisogna agire affin-
ché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un’avver-
sione verso il movimento democratico dei partiti”.
Un’analisi davvero profetica, alla luce di quanto è avvenuto nel quarto di secolo
successivo e del processo di cancrena in atto ai giorni nostri, che, se non fermato
in tempo, può rapidamente farci ritornare alla situazione della prima repubblica
o, peggio, dare vita a una ingovernabile dissoluzione istituzionale e civile dalla
quale possono partire avventure senza ritorno per la democrazia.
Perché il Principe evocato da Roberto Scarpinato “è tornato a cavalcare la storia
ed è in forma smagliante”.

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L’anno di Copenhagen

L’anno di Copenhagen
di Giulietto Chiesa

Questa rivista nasce nell’“anno di Copenhagen”. Che sarà più importante del-
l’anno di Kyoto quando, per la prima volta, la comunità mondiale cominciò a
fronteggiare il problema del riscaldamento climatico del pianeta. Erano trascorsi
due decenni circa dall’“Ipotesi di Gaia”, di James Lovelock, che aveva aperto la
strada al pensiero verde. Un decennio dopo era arrivato il Club di Roma con il
suo avvertimento sui limiti dello sviluppo. Ma la comunità mondiale arrivava
divisa a quel primo appuntamento, con la massima potenza mondiale, gli Stati
Uniti, ostile a ogni azione comune e la Cina – allora all’inizio della sua svolta
capitalistica – decisamente esterna a ogni negoziato.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, troppa, tanta che cominciamo ad
accorgerci che non c’è n’è più a sufficienza. Da bere, pulita intendo dire, ché di
acqua in generale, per lo più salata, ce n’è quanta ce n’è sempre stata, nei trascorsi
cinque miliardi di anni, e sempre ce ne sarà nei prossimi cinque miliardi. Ma
questo breve accenno all’universo, che abbiamo già abbondantemente “turbato”
nei nostri immediati dintorni, è utile per farci capire meglio come le cose sono
cambiate e stanno cambiando, a velocità crescente.
Ecco perché l’anno di Copenhagen sarà un anno cruciale. Misureremo, in questi
mesi, la rapidità di reazione delle classi dirigenti e dovremo confrontarla con la
rapidità di evoluzione della crisi climatica, e delle altre crisi che si stanno svilup-
pando in parallelo e intersecandosi con essa.
La rivista Cometa nasce – come erede dei tentativi di Megachip-Democrazia
nella comunicazione, a partire da “aideM” – anche come un osservatorio, un
termometro, di questa transizione. Cominciamo il nostro lavoro anche con il pro-
gramma di rendere l’opinione pubblica italiana più sensibile all’intera tematica
della transizione a un’altra società, i cui contorni sono ancora tutti da definire.
Siamo convinti che la svolta, sicuramente drammatica, che ci attende, richieda
un vero e proprio soprassalto di qualità intellettuale, scientifica ed etica delle classi

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Editoriali

dirigenti. Altrove, in queste stesse pagine – che assumono tutte assieme la valenza
di un manifesto programmatico – diciamo che, se siamo giunti a questa svolta,
in condizioni così precarie, è anche perché c’è stata e c’è tuttora, da superare, la
“quarta crisi”: quella del sistema informativo-comunicativo che non solo non ha
saputo raccontare l’insostenibilità dello sviluppo indefinito, ma ha trasformato i
cittadini in consumatori compulsivi, attori inconsapevoli del disastro. Abbiamo
bisogno di un mainstream che produca conoscenza per i molti, poiché riteniamo
che il tornante stretto in cui ci troviamo non sia affrontabile senza la partecipa-
zione dei molti. Non basteranno menti illuminate, l’azione di pochi governanti,
nemmeno se fossero probi e dediti alla comunità, permeati di solidarietà uma-
na, rispettosi delle leggi e della Costituzione. Perché le decisioni che dovranno
prendere saranno così dure e difficili che, per essere eseguibili, richiederanno un
ampio consenso popolare. E questo potrà essere il risultato solo di una vasta opera
di educazione. Essa potrà venire realizzata soltanto facendo muovere, in ordine
inverso a quello finora usato, il sistema della comunicazione. Saranno, quegli
stessi media che hanno distribuito illusioni, gli unici in grado di raggiungere i
molti per aiutarli a capire che si trattava appunto di illusioni. E a liberarsene.
Che siano capaci di farlo o che lo vogliano è cosa ancora da vedere. Ma il compito
di svegliarli, di sottoporli a una critica stringente, di fornire loro materiali di
riflessione, è anche nostro. Per questo nasce Cometa.
A Kyoto il riscaldamento climatico era niente più che una nuvola. Per quanto
minacciosa, tuttavia isolata in un cielo limpido e sterminato di entusiasmi globa-
lizzatori e globalizzati. Eravamo tutti impregnati della indefettibile certezza di
una crescita indefinita del Prodotto Interno Lordo. Convinti ormai fukuiama-
mente di essere entrati non solo nella fine della storia, ma anche nel “regno della
Tina (There Is No Alternative). Il capitalismo mondiale era ormai divenuto, per
i suoi quattro quinti di ricchezza accumulata (virtuale ma tremendamente con-
creta nei suoi effetti politici e sociali), finanza pura, ineffabile astrazione. Il va-
lore di una collettività qualunque, di una società economica, di un individuo, in-
somma di ogni cosa naturale o prodotta, era ormai definito esclusivamente in base
alla sua capacità di aumentare il valore del capitale finanziario già accumulato.
Non solo: essenziale era la velocità del tasso di crescita di questa capacità. Era,

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L’anno di Copenhagen

appunto, il modello di crescita geometrica senza tetto superiore: curve asintotiche


sempre più verticali, calcoli sempre più a corto raggio; trionfali crescite trimestrali
dei profitti da esibire nei consigli di amministrazione delle grandi corporations e
delle banche d’investimento per garantire ai loro chief executive officers piramidi
di stock options, e ai risparmiatori individuali gruzzoli sempre più vistosi.
L’impresa era al centro di questo universo senza contraddizioni, lo strumento
unico su cui aleggiava, come una benedizione sempiterna, lo spirito del mercato,
il luogo dove si realizzava l’uso ottimale di tutte le risorse, finanziarie, materiali
e umane. Le seconde e le terze, per definizione, dovevano essere infinite e sempre
meno costose, comunque variabili dipendenti ad esclusivo uso della prima, cioè
della sua crescita. Lo Stato, come la democrazia, divenivano sempre più inutili:
serie di lacciuoli, entrambi, fastidiosamente superflui, perdite di tempo, costi da
diminuire, fino all’estinzione. L’unica democrazia concepibile, in quel contesto,
era quella dei rapporti di forza esistenti in seno ai consigli di amministrazione.
I nuovi “parlamenti” erano le Borse valori. Solo che in queste, com’è noto, la
democrazia non è di casa.
Poteva, la nuvola di Kyoto, oscurare quel cielo? Non poteva e, infatti, così si con-
tinuò, imperterriti, destra e sinistre, a scommettere sull’impossibile: cioè sulla cre-
scita indefinita all’interno di un sistema finito di risorse. La novità è che comin-
ciamo ad accorgerci, proprio adesso, che il nostro pianeta è, appunto, un sistema
finito di risorse, nel quale funzionano le leggi della natura, la fisica, la chimica,
la biologia, l’evoluzione, i cicli, l’entropia. E funzionano con una interconnessio-
ne, in una sintesi così complessa, che – com’è stato detto poeticamente, ma anche
in termini scientifici ineccepibilmente veri – il battito d’ali di una farfalla alle
sorgenti del Nilo è in relazione diretta con gli eventi in una qualsiasi altra parte
del mondo. È l’ecosistema in cui viviamo ad esistere con queste regole, incalcola-
bili, quindi imprevedibili. Non l’abbiamo creato noi. Ma, giunti a questo stadio
del nostro sviluppo, con una conoscenza mostruosamente piccola delle interazioni
di questo ecosistema di cui siamo componenti, noi stiamo modificando regole che
non siamo in grado di abbracciare nella loro complessità. Noi conosciamo, anzi
credevamo di conoscere, fino a ieri, solo le dinamiche del denaro, la sua tendenza
a crescere (quando cresce) in termini geometrici. Ma esse non hanno nulla a che

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Editoriali

vedere con l’insieme delle risorse naturali che compongono l’ecosistema globale.
Il denaro non è natura. Il denaro è invenzione dell’uomo, è artificiale. Il nostro
sviluppo, lo sviluppo di una specie anomala quale noi siamo, è effetto della combi-
nazione del denaro con le risorse naturali. Ma questo connubio muove la Natura
in direzioni che sono, per la stessa Natura, estranee, insostenibili. Il denaro è un
“klinamen” distruttivo per la Natura. Ecco perché l’“impronta umana” si sta
rivelando devastante per la Natura e per l’Uomo stesso, che della Natura è parte
integrante. Ce ne stiamo accorgendo proprio in questa fase. Quando, al posto del-
l’illusione di una crescita illimitata del Pil, cominciano ad apparire – e appaio-
no tutti insieme, sebbene con diversa intensità – tutti i limiti: quello delle ri-
sorse energetiche fossili, organiche e inorganiche, petrolio, gas, carbone, uranio;
quello dell’acqua potabile; quello delle possibilità di alimentazione di sterminate
e crescenti masse umane; quello della crescita demografica; quello della disloca-
zione e dello smaltimento degli scarti, ormai divenuti giganteschi e anch’essi in
crescita esponenziale. Limiti all’input dei processi produttivi-riproduttivi, limiti
all’output, che poi significa ineliminabilità degli scarti, che è una delle epifanie
attraverso cui si manifesta il fantasma dell’entropia, la seconda legge della ter-
modinamica.
Ed è proprio qui che cade l’asino della seconda illusione – o scommessa, o azzardo
che dir si voglia – : quella nella fede della “soluzione tecnologica”. Secondo cui,
prima o dopo, si troverà una soluzione che consentirà di superare tutti i limiti.
E sarà la tecnologia ad aprire, prima o dopo, altri infiniti e indefiniti orizzonti.
Che equivale ad affermare, ad esempio, che sarà la tecnologia a darci quanta
energia ci servirà per la nostra ulteriore crescita indefinita, non appena sbrigate
le faccende delle crisi multiple in cui siamo impelagati. Mentre dovrebbe già esse-
re evidente che l’era del petrolio a basso prezzo è ormai cosa che bisogna mettere in
archivio e che non tornerà più. Oppure, altro esempio, che sarà sempre la tecno-
logia a correggere niente meno che l’immenso ciclo dell’acqua, che noi stiamo ora
allegramente distruggendo. Senza tenere conto, nel primo esempio, che la quan-
tità di energia che riceviamo, per irraggiamento, dal sole e dalle viscere profonde
della Terra è un flusso costante da 5 miliardi di anni e tale resterà per sempre.
E che è a un flusso costante che dovremo ricondurci, ci piaccia o non ci piaccia,

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L’anno di Copenhagen

quando sarà stato raggiunto il “picco del petrolio”. Il che avverrà una sola volta
nella storia dell’Uomo, e non si ripeterà mai più. E senza tenere conto, nel secondo
esempio, che non disponiamo, né potremo mai disporre, delle capacità di risolvere
l’infinita quantità di equazioni differenziali a numero infinito di incognite che
comporterebbe il ricalcolo della complessità dei cicli.
Quindi il discorso della tecnologia, che arriverà indefettibilmente “prima o dopo”,
non ha alcun senso perché, nel frattempo, l’“impronta umana” sta invece con-
cretamente modificando, adesso, il clima del pianeta. Il “quando” è già arrivato
e noi dovremmo saltare subito sul treno per Copenhagen. Siamo in grado di
farlo? E quanto costa il biglietto? Questo è il punto. Nel dicembre di quest’anno
si potrà misurare la “temperatura della comprensione” che la comunità umana
ha raggiunto circa lo stato dell’arte del proprio sviluppo. Ma, certo, qualcosa sta
cambiando. Negli ultimi anni, specie nell’ultimo biennio, c’è stata una forte ac-
celerazione della presa di coscienza internazionale di alcuni di questi problemi,
grazie agli sforzi dell’Onu (attraverso i lavori del Panel Intergovernativo sui
Cambiamenti Climatici - Unpcc). È emersa una maggiore consapevolezza dei
pericoli che la specie (le specie) sta correndo a causa della situazione di overshoo-
ting in cui si trova il pianeta. È cresciuta e cresce l’inquietudine delle opinioni
pubbliche sui pericoli incombenti, anche se pochi hanno chiaro il quadro delle ri-
percussioni che scelte sbagliate, o il ritardo nelle scelte, potranno provocare.
I materiali che in questo primo numero di Cometa cominciamo a pubblicare, a
partire dal “Global Warning” lanciato da Mikhail Gorbaciov nel corso dell’in-
contro di Bosco Marengo e dal “From Global Warning to Media Alert” di Vene-
zia San Servolo, testimoniano di questo sussulto intellettuale, insieme a decine di
altre iniziative analoghe che muovono dalla comunità scientifica mondiale.
Effetto di questa graduale emersione del problema del cambiamento climatico
è stata l’istituzione, nel 2007, della Commissione Temporanea del Parlamento
Europeo (Tccc), che ha accompagnato l’iniziativa strategica della Commissione
Europea sul programma cosiddetto del “20-20-20”, che ha accelerato il dibattito
mondiale verso il “dopo Kyoto”, ponendo l’Europa nella chiara posizione di leader
mondiale su queste questioni con una proposta, entro il 2020, di riduzione del
20% del consumo di energia da fonti non rinnovabili e di incremento del 20%

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Editoriali

dell’efficienza energetica, insieme con una riduzione del 20% delle emissioni di
Co2. Il tutto con l’obiettivo globale di contenere l’aumento della temperatura
dell’atmosfera entro i limiti dei 2 gradi centigradi.
Attraverso le tappe di Bali (2007) e di Poznan (2008), è stato predisposto il ter-
reno per un’intesa mondiale. Un terreno dove, dopo la lunga fase di rifiuto sta-
tunitense, che ha caratterizzato le due presidenze di George Bush Junior, si sta
inserendo la nuova Amministrazione di Barack Obama, e su cui convergono
– seppure con diversi approcci – sia la Cina, che l’India, che il Brasile e il Messico,
oltre alla Russia, che del resto aveva mantenuto un atteggiamento positivo anche
nella fase precedente, di Kyoto.
Ma l’intesa è ancora molto lontana e non può essere considerata scontata. Anche
perché la tabella di marcia non finisce al 2020. Dieci anni dopo, al 2030, l’obiet-
tivo di massima dovrà essere di raggiungere il 30% di energie rinnovabili, per
raggiungere il 70% alla metà del secolo. E si deve considerare che ai grandi paesi
in via di sviluppo non si può chiedere di rallentarlo proprio adesso, dopo avere
chiesto loro, nei decenni trascorsi, in ogni modo, lecito e meno lecito, di aprire i
loro mercati e di integrarsi nel galoppo sfrenato della cosiddetta crescita globale. È
chiaro che l’eventuale intesa di Copenhagen sarà raggiungibile solo consentendo
a Cina e India, in primo luogo, condizioni speciali e offrendo loro, simultanea-
mente, gl’ingenti investimenti di cui hanno bisogno per il passaggio il più rapido
possibile alle rinnovabili, per la riduzione dell’incremento dei tassi di produzione
di gas a effetto serra. Ma è comunque evidente che, per i prossimi vent’anni, toc-
cherà a Stati Uniti, Europa e Giappone, i maggiori inquinatori in cifra assoluta
e percentuale, di ridurre il loro tremendo imprinting negativo sull’atmosfera
terrestre. Ed è questo il passaggio più complesso cui dovranno sottoporsi le società
ricche dell’Occidente capitalistico.
Poiché, se sarà difficile spiegare all’ex contadino cinese o indiano – da poco inur-
bato, da poco giunto a contatto con la civiltà industriale, proteso verso il benessere
consumistico ormai a portata di mano – che è indispensabile “rallentare” la corsa,
o cambiare il suo percorso rettilineo, è del tutto evidente che sarà molto più diffi-
cile non solo riorganizzare e trasformare i colossali apparati industriali energi-
vori dell’Occidente ricco, ma anche spiegare alle opinioni pubbliche del “miliardo

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L’anno di Copenhagen

d’oro” che, per restare tutti all’interno di una crescita massima della temperatura
di 2 gradi centigradi, si dovrà ridurre il loro tenore di vita di una cifra percen-
tuale non indifferente. Questo non lo si dice, e forse nemmeno lo si pensa, ma è
implicito e inevitabile.
Resistenze tenaci, fortissime, sono già visibili su tutti i fronti di quella che si
annuncia una battaglia drammatica. Le trasformazioni da fare sono imponenti.
Si tratta, in sostanza, di avviare una rivoluzione industriale, organizzativa,
economica, finanziaria, sociale, culturale che non ha precedenti nell’intera storia
delle società moderne. Interessi consolidati di intere classi sociali dovranno essere
toccati e, in molti casi, compromessi prima di essere sostituiti da soluzioni sosteni-
bili. Abitudini radicate, ormai secolari, di costumi e di relazioni umane saranno
modificate e perfino sconvolte.
Questo è ciò che si dovrebbe tentare. Ma di fronte a questi compiti le classi po-
litiche appaiono in affanno e in ritardo. Molti faticano a capire la portata delle
decisioni che devono prendere. Coloro che hanno compreso, a loro volta, sono im-
pauriti dalle reazioni dei loro elettorati; temono di essere travolti dalla protesta di
milioni, che non sanno, perché non è stato detto loro cosa stava accadendo e, anzi,
cominciano ora a capire di essere stati spinti a vivere sempre più al di fuori dei
confini della sostenibilità da una forsennata corsa a consumi che ora si rivelano
impossibili. I gruppi sociali privilegiati, a loro volta, reagiscono ciascuno a difesa
del proprio “particulare”, rifiutandosi di vedere – ma quale educazione collettiva
è mai stata organizzata perché lo vedessero? – il Bene Comune come il valore
primo su cui poggiare le regole delle comunità.
Ecco perché gli obiettivi fissati dall’Europa per Copenhagen – i più realistici, date
le condizioni, quelli che appaiono coraggiosi, dato il livello di comprensione del
problema, perfino audaci se confrontati con lo stato della politica mondiale, con il
livello intellettuale della comunità internazionale – sono comunque molto al di
sotto delle necessità. Si sono fissate le asticelle ai livelli minimi sulla base dell’as-
sunto che, porle più in alto avrebbe comportato il rischio di un rifiuto pregiudizia-
le, con conseguenze ancora più catastrofiche di quelle che si possono ipotizzare.
Ma l’esigenza di cominciare a ridurre, in termini assoluti, la produzione di Co2
che l’Uomo sta immettendo nell’atmosfera non consente tattiche dilatorie. Le cur-

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Editoriali

ve di crescita della concentrazione di Co2 devono cominciare a flettersi entro il


2017-2020, altrimenti si innescheranno processi di accelerazione degli squilibri,
che produrranno a loro volta modifiche climatiche irreversibili, rendendo im-
possibili gli obiettivi successivi. E dunque il rischio assai grave è che le esigenze
politiche, tattiche, la ricerca di compromessi con la miriade di miopi interessi
corporativi, finiscano per oscurare i dati inesorabili della realtà, con il risultato
che, per non scontentare nessuno, ci si trovi a registrare, verso la metà del secolo,
semplicemente una serie di catastrofi. Le peggiori all’interno della panoplia di
varianti che il Club di Roma ha messo nel suo fondamentale update del 2002, a
trent’anni da quel “Limiti dello sviluppo” che fu irriso dagli economisti di tutto
il mondo e che ora si rivela sempre più stringentemente profetico.
Tra i compromessi che non risolveranno nessun problema e che, anzi, favoriscono
le illusioni, c’è l’“Emission Trading Scheme” (Ets), escamotage che vorrebbe fare
leva sui meccanismi di mercato per consentire a chi emette troppa anidride car-
bonica di comprare i diritti da chi ne produce al di sotto dei limiti che verranno
fissati dalle regole di Copenhagen.
Le stesse illusioni che stanno sorgendo attorno all’altro escamotage racchiuso nella
formula dell’“Energy Cleaning Mechanism” (Ecm), deputato a guidare le poli-
tiche di trasferimento delle tecnologie per ridurre le emissioni di gas serra ai paesi
più poveri, che dovrebbe presiedere alle strategie dei flussi d’investimento. In en-
trambi i casi si tratta – è già evidente fin d’ora – di casse di compensazione per
dare tempo ai ricchi inquinatori di adattarsi, nel tempi lunghi, continuando in
sostanza ad inquinare grazie alla ricchezza accumulata nei decenni precedenti
inquinando l’intero pianeta. Ovvio che solide ragioni di ordine sociale, di difesa
dell’occupazione, di realismo nei tempi della transizione, impongono soluzioni
graduali. Ma non sembra dipendere dal mercato la salvezza. Processi di questa
portata richiederebbero una forte guida politica e regole imperiose concepite per
difendere il bene comune. Questa guida politica appare di là da venire e altret-
tanto lontana appare la definizione di una nuova architettura delle istituzioni
internazionali funzionale a questi giganteschi compiti.
L’unico dato rassicurante viene purtroppo dagli effetti della recessione in atto.
Almeno in Europa le emissioni di Co2 risultano diminuite del 3% nel 2008

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L’anno di Copenhagen

rispetto all’anno precedente. È la contrazione del settore edilizio in Spagna e


Gran Bretagna a produrre l’effetto maggiore; è la maggiore disponibilità del
nucleare in alcuni paesi; ma è soprattutto la recessione complessiva che, da sola,
ha contato per il 30% di questo calo. Si ha ragione di ritenere che anche nel resto
del mondo queste tendenze si affermeranno negli anni a venire, riducendo la
pressione dell’effetto serra sull’intero ecosistema mondiale. Non tuttavia quanto
sarà sufficiente per annullare il pericolo. Anche perché la recessione mondiale pro-
durrà contraccolpi assai pesanti sui livelli d’investimento in energie rinnovabili
e diminuirà il volume delle allocazioni finanziarie necessarie per le politiche di
riorganizzazione industriale, di adattamento, di trasferimenti tecnologici ai pae-
si più poveri. Ovvio che una transizione in condizioni di ristrettezze economiche
e di disordine internazionale sarà più difficile a compiersi.
Né sarà possibile prescindere dall’ipotesi che una guerra “provvidenziale” tenti
gruppi dirigenti incapaci di risolvere le crisi con metodi politicamente corretti.
Non sarebbe la prima volta che accade. Ci vollero dieci anni, dalla recessione pro-
dotta dal 1929, per arrivare alla seconda guerra mondiale. Questa crisi multipla,
che secondo molti commentatori comincia a delinearsi come di gran lunga peggio-
re di quella, potrebbe innescare effetti di analoga portata. Tanto più che, con ogni
evidenza, il crollo di Wall Street del 1929 avvenne all’interno di un orizzonte di
abbondanza di risorse e all’interno di una oscillazione fisiologica del capitalismo,
mentre questo si verifica in condizioni di acuta accentuazione dei “limiti”, cioè
al di fuori di ogni tipo di oscillazioni, fisiologiche o meno, e senza che nessuno sia
stato fino ad ora in grado di elaborare ricette teoriche in grado di spiegarne l’ezio-
logia e le future dinamiche, neppure di quella della finanza mondiale.

27
DOSSIER
Fare la pace con l’acqua

Vi sono diverse chiavi di lettura per comprendere


la crisi che sta sconvolgendo l’economia mondiale.
Amministrare un bene comune come l’acqua
secondo le regole del mercato e della sovranità
nazionale, implica l’ aggravamento e l’estensione
della crisi in atto.
Pubblichiamo le conclusioni della Conferenza “Fare
pace con l’acqua”, tenutasi al Parlamento europeo
in febbraio a cura del World Political Forum,
con un intervento di Riccardo Petrella
che dell’importante iniziativa è stato uno degli
ispiratori e con un altro di Francesco De Carlo che
riassume e commenta l’andamento dei lavori.
Seguono i contributi di Giuseppe Altamore sul
mercato delle acque minerali drogato dalla pubblicità,
di Fabrizio Bottini e di Consiglia Salvio che
raccontano ciò che accade quando le risorse idriche
vengono trasformate in un affare.

R. Petrella _ G. Altamore _ F. De Carlo _ F. Bottini _ C. Salvio


Dossier

Oltre il paradigma economico


di Riccardo Petrella

Le politiche applicate negli ultimi venti anni per far fronte alla grave “cri-
si dell’acqua”, sempre più mondiale, non hanno permesso di ridurre lo
spessore e la gravità della crisi stessa, che non ha fatto che aggravarsi ed
estendersi. Le misure individuate non impediranno un peggioramento
delle condizioni nei prossimi anni: anzi, gli stessi poteri dominanti an-
nunciano che il XXI° sarà il secolo delle guerre dell’acqua.
Questa evidenza é stata uno degli insegnamenti maggiori emersi dalla
conferenza “Fare la pace con l’acqua” tenutasi a Bruxelles, al Parlamento
europeo, sotto la presidenza di Mikail Gorbaciov, organizzata nei giorni
12 e 13 febbraio di quest’anno dal World Political Forum, su iniziativa
dello Ierpe (Institut Européen de Recherche sur la Politique de l’Eau),
con il sostegno dei vari gruppi politici del Parlamento europeo e le auto-
rità federali e regionali del Belgio.

All’origine della crisi mondiale dell’acqua


Dopo aver dato spazio al carattere sempre più grave e mondiale della crisi
idrica (centinaia di milioni di esseri umani senza accesso all’acqua potabile
e ai servizi igienico-sanitari; degradazione strutturale degli ecosistemi ac-
quatici: sparizione di laghi, seccamento di fiumi e di falde, inquinamento
delle acque; crescenti conflitti per l’acqua tra gruppi sociali, comunità,
regioni e Stati...), il Memorandum discusso e approvato dalla Conferenza
(più di 500 partecipanti) ha dimostrato che la crisi attuale dell’acqua non
é dovuta alla penuria fisica di acqua o alla riduzione crescente di acqua
dolce sul pianeta Terra, ma alla “crescita”, allo “sviluppo” delle nostre
economie nel corso del secolo passato e soprattutto negli ultimi sessanta
anni. All’origine della crisi dell’acqua v’é il nostro modo di produzione,
distribuzione e consumo di beni e servizi che oltre a essere produttore di

30
Fare la pace con l’acqua

diseguaglianze profonde tra gli esseri umani, è anche predatorio e dilapi-


datore delle risorse idriche, tanto da aver creato condizioni strutturali di
minore o totale assenza di disponibilità e di accesso all’acqua sufficien-
te e idonea agli usi umani, in termini quantitativi e qualitativi. L’attuale
“penuria d’acqua” anche laddove ve n’è in abbondanza è soprattutto una
“penuria economica”. Così 1,5 miliardi di persone non hanno accesso al-
l’acqua potabile e 2,6 miliardi non hanno accesso ai servizi igienici perché
sono poveri e non perché vivono in regioni dove manca l’acqua. Inoltre,
l’acqua buona per usi umani manca anche nei paesi ricchi (vedi gli Stati
Uniti, considerati da un rapporto presentato alla conferenza come uno
dei paesi più malati d’acqua al mondo) perché la crescita economica ha
devastato il funzionamento normale di rinnovo naturale delle risorse dei
bacini idrologici e ne ha distrutto la qualità. La Conferenza “Fare la pace
con l’acqua” ha dunque descritto e analizzato le forme e le cause della
“crisi mondiale dell’acqua” mettendo in luce le novità e le peculiarità del
carattere “mondiale” della crisi e concludendo sul fatto che se la crisi è
diventata mondiale, ciò è dovuto principalmente alla diffusione e gene-
ralizzazione su scala planetaria del modello di sviluppo economico e del
modo di vita occidentali.

Le due ragioni principali dell’inadeguatezza delle politiche attuali


dell’acqua
Al di là e in aggiunta alle ragioni legate al modello di crescita/sviluppo
sopra menzionate, le soluzioni proposte o adottate dai gruppi dominan-
ti non possono essere considerate soluzioni per due ragioni principali.
La prima è legata al fatto che sono ispirate principalmente da un para-
digma economico, secondo i principi e i meccanismi dell’economia di
mercato. Tale paradigma considera l’acqua essenzialmente come una ri-
sorsa economica appropriabile su basi private in un contesto di rivalità
e di concorrenza tra soggetti diversi e usi alternativi. L’acqua è trattata
come un bene economico privato, anche se rispondente a funzioni vitali,
il cui valore è determinato dal valore di scambio, cioè da un prezzo di

31
Dossier

mercato fissato in maniera da permettere al produttore/distributore/ge-


store dell’acqua il recupero dei costi totali (compresa la remunerazione
del capitale e del rischio). A partire da questa concezione, pur restando un
bene naturale parte del demanio pubblico, l’acqua cessa di essere un bene
comune pubblico e di far parte del campo dei diritti umani universali, per
“cascare” nel campo dei bisogni individuali e dell’utilità individuale.
Inoltre, il problema maggiore dell’acqua è ridotto ad essere la gestione
ottimale delle risorse naturali, economiche, umane in termini di rendi-
mento soprattutto finanziario. Infine, il diritto umano all’acqua svanisce.
Per avervi accesso occorre pagare il servizio idrico, anche se a tariffe age-
volate per le fasce “sociali” a basso reddito o povere. In queste condizioni,
non bisogna essere un esperto in materia per prevedere che i miliardi di
poveri e le regioni che già soffrono per l’assenza o l’insufficienza di infra-
strutture resteranno esclusi dall’accesso all’acqua per le attività essenziali
alla loro esistenza e sicurezza di esistenza (agricoltura, salute, produzioni
industriali...).
La seconda ragione è connessa alla pratica politica che conduce ogni Stato
per affermare, da una parte, la propria sovranità assoluta sulle acque del
suo “territorio” (per quanto il pianeta sia formato da 263 grandi bacini
idrologici di cui solo due sono mono-nazionali, gli altri essendo bi- o plu-
rinazionali) e, dall’altra, a valorizzare e usare le risorse idriche disponibili
soprattutto in funzione della sicurezza economica nazionale.
Per tanto tempo, il principio di sovranità nazionale ha svolto – tra l’altro
– un ruolo importante di libertà, giustizia e uguaglianza fra i popoli, ga-
rantendo una certa sicurezza di base ai membri di una comunità “nazio-
nale”. Oggi, la congiunzione tra il paradigma economico e il paradigma
della sovranità/sicurezza nazionale ha provocato effetti devastanti sulla
disponibilità, l’accesso e l’uso dell’acqua in tutto il mondo, specie nella
fase attuale caratterizzata da una crescente oggettiva interdipendenza e
mondialità della condizione umana. Le classi dirigenti dimostrano di es-
sere incapaci di pensare e di applicare soluzioni comuni, secondo finalità
condivise e modalità di cooperazione, nell’interesse comune e nella sal-

32
Fare la pace con l’acqua

vaguardia dell’accesso alla vita per le popolazioni appartenenti allo stesso


bacino idrologico o della tutela della vita stessa degli ecosistemi. Cosi,
per esempio, di fronte agli effetti disastrosi del cambiamento climatico
sulla vita – a partire dall’acqua – gli Stati stanno reagendo sulla base del
principio del “ciascuno per sé”. I partecipanti alla conferenza hanno tutti
sottolineato l’assenza di una reale volontà politica di delineare e applicare
una politica mondiale dell’acqua.

Le proposte della Conferenza


La proposta centrale é stata quella della definizione e promozione di
un nuovo paradigma politico mondiale dell’acqua secondo i principi
seguenti:
• diritto universale alla vita per ogni essere umano e quindi diritto uni-
versale all’acqua e alla sanità;
• responsabilità individuale e collettiva nei confronti della vita di tutte
le specie viventi. L’acqua, elemento essenziale e insostituibile alla vita,
é patrimonio dell’umanità e in quanto tale deve essere salvaguardata,
protetta, valorizzata. È un bene comune, pubblico, inalienabile;
• tutti i beni (e servizi legati) essenziali e insostituibili alla vita e al vivere
insieme sono patrimonio comune dell’umanità;
• promozione e conservazione di tutti gli ecosistemi secondo il princi-
pio del rispetto delle biodiversità;
• integrazione sotto la responsabilità diretta dei poteri pubblici delle
funzioni di governo, di gestione e di controllo delle risorse e dei servi-
zi idrici a livello dei bacini idrologici;
• scelta della non-violenza e della pace;
• centralità dell’economia sociale;
• promozione e rafforzamento della democrazia rappresentativa e par-
tecipativa a partire dalle comunità locali fino alla comunità mondiale;
• moltiplicazione e intensificazione del partenariato pubblico/pubblico;
• valorizzazione della ricchezza delle diversità culturali in materia di
concezione e di pratiche sociali dell’acqua;

33
Dossier

• primato della cooperazione e della solidarietà rispetto alla competizio-


ne ed all’ottimizzazione dell’utilità individuale;
• sovranità condivisa tra comunità e popoli e sicurezza comune relativa
ai beni essenziali e insostituibili al vivere insieme ed alla vita, fondate
sulla responsabilità nei confronti delle generazioni future, dell’equili-
brio degli ecosistemi e della sopravvivenza dell’umanità.

In breve, il nuovo paradigma politico mondiale dell’acqua significa il pas-


saggio dalla tesi imposta negli ultimi venti anni che dice “more crop and
money per water drop” alla tesi “more life and peace per water drop”.
La seconda proposta centrale, di natura operativa, é stata quella dell’ap-
provazione di un Piano Mondiale per l’Acqua centrato su:
• la mobilitazione cittadina in favore dell’inclusione della problemati-
ca acqua nell’agenda politica della convenzione quadro delle Nazioni
Unite sul cambiamento climatico in corso di discussione e di finalizza-
zione. A oggi, l’agenda della convenzione sul cambiamento climatico
é centrata sull’energia;
• l’elaborazione e l’approvazione di un Protocollo Mondiale sull’Acqua
attorno a quattro obiettivi principali: il diritto umano all’acqua per
tutti; il riconoscimento e trattamento dell’acqua come primo bene co-
mune mondiale patrimonio dell’umanità; la partecipazione dei cittadi-
ni al governo dell’acqua; l’acqua fonte e strumento di pace. È difficile
pensare a delle nuove regole mondiali sulla vita unicamente attraverso
un accordo sulla gestione delle emissioni dei gas a effetto serra. Il di-
ritto umano alla vita, la tutela della biodiversità, la salvaguardia del-
l’esistenza degli eco-sistemi, implicano un approccio globale e regole
complesse, multisettoriali;
• lo sviluppo di un’ingegneria istituzionale, politica e finanziaria so-
vranazionale di governo dell’acqua a livello dei bacini transnazionali,
espressione concreta dei principi d’interdipendenza, solidarietà, fra-
ternità e pace in un contesto di effettiva democrazia rappresentativa e
partecipata;

34
Fare la pace con l’acqua

• la creazione di un’Autorità Mondiale dell’Acqua, istituzione-rete, aven-


te una triplice funzione: giurisdizionale, legislativa, programmatrice.

“Salvare l’acqua”, nel senso di “Fare pace con l’acqua”, implica una forte
istituzionalizzazione politica della responsabilità comune planetaria ri-
guardo all’acqua fonte di vita.

35
Dossier

Ecco chi ce la dà da bere


di Giuseppe Altamore

Quello dell’acqua minerale è un mercato drogato dalla manipolazione dei


consumatori da parte delle aziende d’imbottigliamento, attraverso ingenti
investimenti pubblicitari e un’informazione ingannevole. In questo setto-
re l’Italia occupa una posizione di preminenza planetaria con 325 marche
e 192 fonti d’approvvigionamento.
Neppure la crisi economica globale riesce a scalfire il suo effervescente
successo. Da prodotto di nicchia a bene di largo consumo: la bottiglia del-
l’acqua minerale è un simbolo della società contemporanea, dello spreco,
dello stravolgimento dei valori che ci legano alla sacralità delle sorgenti.
Un prodotto che ha avuto una crescita inarrestabile con circa 200 litri pro
capite consumati ogni anno in Italia. Tanto che in alcune regioni del Paese
si beve solo acqua imbottigliata, come se non avessimo una buona qualità
di acqua potabile, soprattutto se si pensa che la stragrande maggioranza
(85 per cento) dell’acqua che sgorga dai nostri rubinetti è prelevato dalle
falde, una quantità di gran lunga più elevata rispetto alla media europea,
dove il 70-88 per cento dell’acqua potabile è prelevata dai fiumi e dai laghi
e solo il 12-30 per cento da fonti sotterranee.
Questo dilagante mercato ha imposto le bollicine a suon di spot e pagi-
nate di pubblicità diffondendo un acritico modello di consumo che, solo
negli ultimi mesi, mostra qualche crepa. Si sta infatti affermando un fron-
te contrario alla minerale, a partire dalle scuole e dai Comuni che stanno
costruendo le “case dell’acqua”, punti di prelievo di acqua liscia o gasata
proveniente dalle migliori fonti. Saranno forse queste iniziative, complice
la crisi economica, a creare un’inversione di tendenza? Forse è troppo
presto per dirlo. Fatto sta che il settore registra per la prima volta una
flessione di mercato dell’1,5 per cento, una riduzione minima comunque,
la più lieve segnalata nel comparto alimentare.

36
Fare la pace con l’acqua

Con 325 marche e 192 fonti, il made in Italy detiene la posizione leader
nel mercato mondiale dell’acqua minerale. Un’industria importante che
dà lavoro a 7.000 addetti e imbottiglia 12 miliardi di litri di cui oltre 1
miliardo esportato, pari al 10 per cento della produzione. Basta pensare
che americani e canadesi sono grandi consumatori di note marche italia-
ne. Nel mondo si consumano 120 miliardi di litri di acqua imbottigliata
con un mercato che vale circa 80 miliardi di dollari. L’Europa Occidentale
consuma 1/3 del totale pur avendo solo il 6 per cento della popolazione
mondiale e produce circa 38 miliardi di litri (33,7 acque minerali e 4,1 di
acque di sorgente). La corsa al consumo di acqua minerale sembra dunque
inarrestabile. Grazie anche alla quasi assenza di informazione critica. I
programmi televisivi sono “controllati” dai produttori che riversano sulle
reti milioni di euro in pubblicità (secondo Nielsen, circa 300 milioni di
euro). Pochi giornali osano spiegare davvero che cosa si nasconde dietro
le bollicine. Fanno eccezione alcuni coraggiosi programmi radiofonici e
televisivi, come quelli messi in onda da Radio Vaticana (che non ha pub-
blicità…), Radio Rai 1, con la trasmissione La Radio a colori di Oliviero
Beha, un programma sospeso da tempo forse proprio a causa del modo
in cui affrontava temi scomodi, come il grande business delle acque mi-
nerali. Nel florido mercato globale dell’acqua in bottiglia, al primo posto
troviamo l’onnipresente Nestlè. Il gruppo svizzero detiene il 17 per cento
del mercato mondiale.

La hit parade delle corporation


Presente in 130 nazioni con 77 marchi di acque, in Italia possiede 10 sta-
bilimenti e altrettanti marchi tra cui San Pellegrino, Levissima, Vera, Pan-
na, San Bernardo, Pejo, Recoaro. Nel nostro Paese realizza un fatturato
di circa 870 milioni di euro di cui 60,2 milioni di euro spesi in pubblicità.
Fino a non molto tempo fa un altro grande protagonista del mercato era
la multinazionale francese Danone che ha ceduto i marchi italiani all’ar-
matore napoletano Carlo Pontecorvo, che così è diventato proprietario
tra l’altro della Ferrarelle, centenario marchio di acqua minerale ritornato

37
Dossier

italiano al prezzo di 130 milioni di euro, secondo indiscrezioni apparse a


suo tempo sulla stampa. Oltre a Ferrarelle e Boario, controlla i marchi
Santagata e Natìa, ha la licenza per 15 di VitaSnella e la distribuzione
esclusiva in Italia di Evian, fiore all’occhiello di Danone.
In questa hit parade delle corporation dell’acqua c’è pure Coca Cola, il
gruppo americano che ha sede ad Atlanta mantiene lo scettro a livello
mondiale nel settore delle bibite ed è l’8° gruppo alimentare al mondo.
Tra l’altro all’inizio del 2006 ha acquisito le fonti del Vulture. Sempre più
aggressivo nel mercato delle acque imbottigliate, il gruppo Coca Cola
possiede i marchi: Dasani negli Usa, Ciel in Messico, Nevada in Venezue-
la, Bonacqua in Brasile, Kin in Argentina, Vital in Cile. Con il marchio
Bonaqua vende anche in Germania, Svezia, Polonia, Repubblica Ceca,
Spagna e Russia. Buona la posizione della San Benedetto, gruppo veneto
che possiede quattro stabilimenti e nove marche. Oltre all’omonima mar-
ca, commercializza Acqua di Nepi e Guizza (l’acqua minerale più venduta
in Italia). È già tra i primi quattro produttori del mercato spagnolo e si
prepara a conquistare il mercato dell’Est europeo in joint venture con
Danone. La storia della San Benedetto inizia nel 1956, a Scorzè (Venezia)
più precisamente nella località Guizza, nei pressi di un pozzo artesiano
tuttora funzionante.
A Padernello in provincia di Treviso in un’area Sic (Sito di interesse comu-
nitario), su una superficie di 39 ettari, la San Benedetto vorrebbe costruire
un nuovo stabilimento con 2.750.000 metri cubi di fabbricati. Dovrebbe
prelevare 7 milioni di litri al giorno dagli acquiferi che alimentano il fiu-
me Sile. Ma il progetto ha suscitato la protesta della popolazione, delle
associazioni ambientaliste e una interrogazione parlamentare proprio per
la vicinanza dello stabilimento all’area protetta.
L’impatto ambientale dell’industria dell’acqua minerale è notevole, ma
poco studiato. Un impatto che deriva dalla grande quantità di imballaggi
prodotta – circa 10 miliardi di bottiglie di plastica ogni anno – e da un
assurdo peregrinare di bottiglie da Nord a Sud del Paese. Per trasportare
l’acqua minerale prodotta ogni anno servono infatti 1.000.000 di Tir che

38
Fare la pace con l’acqua

contribuiscono in modo significativo all’effetto serra. Non è infrequente


in Sicilia, per esempio, bere acqua minerale che arriva dal Trentino, dalla
Lombardia e dal Veneto come se l’isola fosse un deserto senza una goc-
cia d’acqua. Il consumo eccessivo di acqua in bottiglia produce almeno
150.000 tonnellate di rifiuti in plastica. Smaltire una bottiglia costa circa
un centesimo. Nonostante tutte le argomentazioni contrarie, l’acqua mi-
nerale ormai fa parte dei nostri consumi quotidiani. Il merito (o colpa a
seconda dei punti di vista) è da attribuire in gran parte alla pubblicità. Una
réclame che spesso confonde le idee, attribuendo all’acqua effetti miraco-
losi: ad esempio, è assolutamente sbagliato il concetto che l’acqua povera
di sodio non faccia ingrassare, favorisca l’eliminazione della cellulite o
faccia bene in assoluto. “L’acqua povera di sodio ha una azione diureti-
ca e combatte quindi la ritenzione idrica, ed è indicata terapeuticamente
per coloro che hanno ipertensione”, spiega Michele Carruba, direttore
dell’Istituto di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano. “Ma
il sovrappeso non ha nulla a che vedere con la ritenzione idrica: l’obesità
è causata da un eccesso di lipidi (grassi) nelle cellule adipose; anzi un in-
dividuo grasso spesso è anche un individuo disidratato perché le cellule
adipose contengono molto meno acqua di tutte le altre cellule”. Quindi,
tranne in casi specifici, sono molto meglio le acque mediamente minera-
lizzate (come è in genere anche l’acqua del rubinetto) perché contengono
opportune quantità di tutti quegli oligoelementi di cui l’organismo ha
bisogno, compreso il sodio, che è fra l’altro indispensabile per il corretto
funzionamento del sistema nervoso. “Per quanto riguarda l’acqua del ru-
binetto, l’unico problema che in genere presenta è che spesso deve essere
clorurata per questioni igieniche e il sapore del cloro ad alcuni può non
piacere”, aggiunge il professor Carruba.
Ma l’acqua di rubinetto non fa sognare, nessuno quasi la pubblicizza. Così,
il rapporto emozionale con l’acqua potabile non è molto gratificante.
A chi verrebbe in mente di reclamizzare gli effetti antiossidanti e perfino
ringiovanenti del selenio disciolto? Ebbene, una nota marca ha impostato
la sua campagna proprio puntando su questo argomento. Peccato che il

39
Dossier

Giurì di autodisciplina pubblicitaria abbia messo sotto “processo” l’ardi-


to spot. Così, è toccato al professor Carruba dimostrare l’infondatezza
e di conseguenza l’inganno di quel messaggio. Infatti, per avere qualche
speranza di ottenere un beneficio da quell’elisir dell’eterna giovinezza
occorre bere circa 60.000 litri, sì, e per di più in un sol colpo…

La bollicina inutile
Sono tanti i messaggi ingannevoli di cui si è occupata l’Autorità garante
della concorrenza e del mercato. A volte si tratta di vera e propria pubbli-
cità occulta. L’Autorità, per esempio, ha pizzicato un settimanale che in
un articolo si dilungava sulle proprietà della San Pellegrino.
Il titolo: “Il fresco sapore dell’acqua”. Il sottotitolo: “Liscia, gassata, effervescen-
te naturale. E con gusti diversi. Come succede per il vino, anche la minerale può
avere diversi accostamenti con il cibo”. E che dire delle proprietà medicamen-
tose al limite del magico contenute in un articolo pubblicitario dell’acqua
Rocchetta presentata sull’inserto “Salute” del quotidiano la Repubblica?
L’articolo, dopo aver sottolineato le qualità idratanti delle acque minerali
(“il corpo umano ha bisogno di essere costantemente irrigato e solo con
la circolazione continua di liquidi – dall’esterno all’interno e viceversa – si
può assicurare una costante idratazione”), evidenzia alcuni effetti benefici
propri dell’acqua Rocchetta sulla pelle, in particolare si legge che: “L’ac-
qua Rocchetta presenta caratteristiche analoghe ad alcune acque termali
di cui si conoscono i poteri antiinfiammatori in generale e, più in partico-
lare, gli effetti terapeutici nei confronti di alcune affezioni della pelle; un
effetto depurativo che favorisce il lavaggio interno dell’organismo; acqua
cosmetica; acqua amica della pelle”.
Molti spot giocano sull’equivoco. Una sfumatura che sfugge alla stragran-
de maggioranza dei consumatori: “Le proprietà salutari, vantate dalle ac-
que minerali, sono altra cosa rispetto alle proprietà terapeutiche”, spiega
Vincenzo Riganti, docente di chimica merceologica all’Università di Pavia.
“Non è più previsto che le acque minerali naturali siano dotate di attività
terapeutica, bensì più semplicemente di “proprietà favorevoli alla salute”.

40
Fare la pace con l’acqua

Come se un’acqua da bere potesse avere proprietà contrarie alla salute.


Dunque la legge dice che un’acqua “minerale naturale” deve presentare
“caratteristiche igieniche particolari ed, eventualmente, proprietà favore-
voli alla salute”. L’aggiunta dell’avverbio eventualmente comporta che la
distinzione con l’acqua potabile non sia più necessariamente legata agli
effetti; ne consegue il venir meno del precedente obbligo di corredare
sempre la domanda di riconoscimento con gli elementi di valutazione del-
le caratteristiche sul piano farmacologico, clinico e fisiologico. La distin-
zione sostanziale che rimane nella legge è che le acque minerali naturali
devono essere pure alla sorgente e tali rimanere fino al consumo”.
Ma l’acqua imbottigliata rappresenta in ogni caso l’immagine della purez-
za, una purezza più simbolica che reale. Un’illusione che svanisce di fron-
te a qualsiasi analisi fisico-chimica che non può fare altro che certificare:
non è solo l’unione di due molecole di idrogeno e una di ossigeno, ma una
soluzione di tutti gli elementi presenti nella tavola periodica. Inseguendo
il fascino delle bollicine, negli Usa, si è arrivati a commercializzare un’ac-
qua minerale per cani, gatti, criceti e uccelli, con un’etichetta che avverte
che non è adatta al consumo umano.
Non è più possibile parlare solamente di acqua, quanto piuttosto di acque,
secondo criteri puramente commerciali. Per la legge esistono tante “ac-
que da bere”: acqua potabile, acqua minerale naturale e perfino artificiale
(sì, proprio così), acqua di sorgente, acqua da tavola, acqua trattata (quella
che alcuni ristoranti propinano ai propri clienti ottenuta tramite un im-
pianto a osmosi inversa e poi gasata) che può costare 2,50 euro a caraffa.
Siamo davvero nell’era dell’oro blu.

41
Dossier

Quando la sete
diventa un affare
A Bruxelles si parla dell’acqua
di Francesco De Carlo

L’intervento più singolare è stato sicuramente quello di Alex Zanotelli. Al


tavolo della Presidenza nella sala dell’Emiciclo del Parlamento europeo di
Bruxelles c’erano oltre al padre comboniano professori, studiosi, attivisti
di tutto il mondo, esperti illustri del problema della scarsità mondiale di
risorse idriche. Appena avuta la parola, Zanotelli ha acceso il microfono
e ha sferzato gli organizzatori: non si può – ha spiegato polemicamente –
partecipare a un così importante incontro sull’acqua e trovarsi sui banchi
le bottigliette destinate ai relatori, simbolo della privatizzazione ingiusta
del più importante dei beni comuni.
L’episodio, sul quale si è sviluppato successivamente il dibattito dei tan-
ti partecipanti all’evento, racconta come e quanto l’iniziativa del World
Political Forum sia arrivata in alto, in una delle aule istituzionali più belle
d’Europa, dove politici e funzionari prendono decisioni che cambiano il
corso della storia.
Quella a cui ha partecipato Alex Zanotelli è stata solo una delle quattro
sessioni che si sono tenute a Bruxelles il 12 e 13 febbraio 2008, all’interno
di “Peace With Water”, una duegiorni organizzata dal Wpf e dallo Ier-
pe di Riccardo Petrella che ha avuto come obiettivo la discussione di un
Memorandum per un Protocollo Mondiale dell’acqua. Impressionante la
mole di dati e analisi portata dai vari relatori, che, da Mikail Gorbaciov
al principe Alberto di Monaco, dal Presidente del Parlamento europeo
Pottering a Danielle Mitterand, hanno dimostrato la gravità della situa-
zione e l’urgenza di misure adeguate. Tutti i partiti dell’Europarlamento
hanno partecipato all’evento, elemento che lascia ben sperare sulla presa
di coscienza da parte dei rappresentanti.

42
Fare la pace con l’acqua

E proprio ai rappresentanti si rivolge l’accorato appello di quanti da diver-


so tempo ritengono fondamentali azioni rapide sia a livello transnazionale,
sia a livello locale, municipale, vera chiave di lettura delle conseguenze di
una mala gestione delle risorse idriche, troppo spesso fonte di ingiustizie,
conflitti e diaspore.

Una definizione per l’acqua


Basta scorrere i titoli delle quattro sessioni di lavoro per capire la multi-
forme ampiezza del problema: diritto umano, bene comune, risorsa glo-
bale in pericolo, fonte di pace, l’acqua continua a poter essere considerata
causa ed effetto dei grandi mutamenti della storia dell’uomo, sulla quale
– questo il filo conduttore dei diversi approcci – pesa come un macigno la
mano del mercato. I numeri fanno paura: ogni anno 4 milioni di persone
muoiono per malattie legate alla mancanza di acqua; a oggi circa un miliar-
do e mezzo di cittadini del mondo non ha accesso all’acqua potabile; ogni
giorno muoiono circa 6000 bambini per aver bevuto acqua sporca (l’80%
delle malattie nel Sud del mondo è collegato all’inquinamento idrico).
Sono solo alcune cifre che danno un senso e una misura a una questione
divenuta globale e prioritaria per il futuro della specie umana. Di qui l’esi-
genza di definire un documento comune, un nuovo paradigma che ponga
le risorse idriche sotto una gestione trasparente e democratica.
Ma democrazia è una parola vuota di significato quando si parla d’acqua:
“Il futuro del mondo dipende dai popoli – ricorda amaramente Petrella
nel suo intervento – e non dalle decisioni degli stati e delle multinazio-
nali”. Se si esclude qualche rara eccezione, l’analisi delle società contem-
poranee rivela purtroppo come i popoli siano completamente esclusi dal-
la gestione dei beni comuni, affidata quasi ovunque a una plutocrazia di
interessi transnazionali che ha indebolito anche i soggetti – come l’Onu
– che avrebbero potuto sancire la centralità della questione idrica. E - nel
pieno di una crisi che può rappresentare un’opportunità di cambiamento
– il primo passo deve essere proprio il ribaltamento di questo paradigma,
un coinvolgimento di cittadini e istituzioni, su un piano globale e locale,

43
Dossier

nel breve e nel lungo termine: serve insomma un nuovo diritto mondiale
dell’acqua che la faccia tornare ad essere bene pubblico e non merce, un
diritto mondiale da riaffermare nei prossimi meeting internazionali, uno
su tutti Copenhagen 2009.
Responsabilità, condivisione, sicurezza collettiva diventano così le parole
d’ordine di un’iniziativa politico-sociale che deve innanzitutto fare i conti
con un modello di consumo insostenibile, impiantato nelle abitudini di
nuove generazioni ancora tutte da formare e informare.

L’acqua non sta finendo


Proprio così, l’acqua c’è. “La quantità mondiale di acqua è costante – pre-
cisa Valerio Calzolaio ex-sottosegretario di Stato all’ambiente – disomo-
genea negli stati (gassoso, liquido, solido), da sempre soggetta a una scar-
sità ciclica e da sempre motivo di migrazioni e guerre. La novità alla quale
assistiamo oggi è la dimensione di tale scarsità: globale e crescente”. Si
parla di water change proprio per sottolineare lo stretto rapporto causa/ef-
fetto con il climate change.
Diversi casi in tutto il mondo mettono in luce le dimensioni del problema.
Negli atlanti presentati dallo Ierpe e curati dai ricercatori Alexis Carles
ed Emmanuel Petrella si focalizza l’attenzione sulle aree maggiormen-
te colpite dalla scarsità delle risorse idriche: dall’Africa Subsahariana (e
in particolare nella Valle del Nilo) all’America Latina, dal Bangladesh al
Medioriente si sottolinea come la sete sia divenuto un fenomeno assai
rappresentativo di una globalizzazione subita dalla povera gente e sovente
causa principale di guerre perduranti.
Per di più, l’accesso ai servizi elementari (negato a 2,7 miliardi di persone)
è ostacolato dalla concentrazione della gestione dell’acqua nelle mani di
poche multinazionali. Si tratta di un affare immenso: un litro d’acqua in
bottiglia (che arriva a costare ai consumatori più di 1,50 euro) ha un costo
per il produttore di circa 7 centesimi di euro. Giova ricordare che milioni
di persone sopravvivono con neanche 2 dollari al giorno.
Le società industrializzate, com’è noto, detengono le maggiori respon-

44
Fare la pace con l’acqua

sabilità. Gli stili di vita degli “occidentali” sono peraltro basate su scelte
irrazionali, dettate da un mainstream comunicativo che consiglia a colpi
di spot di consumare acqua e di consumare acqua in bottiglia, perché fa
bene, perché è conveniente. “Bene”, non sempre è vero, soprattutto in
Italia: le associazioni dei consumatori hanno dimostrato come l’acqua che
esce dai rubinetti italiani (esclusa qualche provincia) è di qualità deci-
samente superiore a quella acquistata al supermercato, che – per giunta
– ha un costo sociale medio che oscilla dai 20 ai 50 centesimi litro (più lo
smaltimento della plastica), contro l’euro scarso che vengono a costare
100 litri d’acqua del rubinetto!
È evidente che in questo l’informazione, ma soprattutto la pubblicità, han-
no giocato un ruolo determinante nel plasmare le abitudini dei consuma-
tori, ignari non solo del profilo etico dei loro comportamenti, ma anche
delle svantaggiose conseguenze che gli stessi subiscono sui loro portafogli.
Sarebbe molto auspicabile un controllo severo sui messaggi pubblicitari,
che continuano a condizionare le scelte di consumo del pubblico anche
attraverso informazioni false; e magari introdurre regole restrittive per la
pubblicità di merci (o beni comuni mercificati) dannose per l’ambiente e
le specie che lo abitano, come successo per tabacco e alcolici.

Il caso italiano
Proposte che hanno il sapore dell’utopia, soprattutto in un paese dove le
privatizzazioni dei beni comuni avvengono e sono avvenute senza troppo
informare i fruitori dei diversi servizi. Se la pubblicità continua a battere
sul tamburo della crescita irresponsabile, l’informazione si tiene a distan-
za di sicurezza dalla realtà. Oltre a millantare con marchette redazionali
le improbabili doti dei prodotti dei più grandi inserzionisti che la finan-
ziano, non fa altro che riportare i comunicati stampa dei governanti che
la controllano, senza lasciare alcun spazio all’inchiesta e all’approfondi-
mento giornalistico.
E quando quel poco di racconto obiettivo dell’attualità lascia definitiva-
mente il posto alle facezie estive il potere politico coglie l’attimo e fa

45
Dossier

passare i provvedimenti più impopolari, nel silenzio delle cicale d’agosto.


L’estate scorsa il governo ha introdotto nella manovra finanziaria un arti-
colo con il quale si sottopone anche il servizio idrico al regime competiti-
vo delle gare tra società di capitali.
Trattandosi di risorsa naturale è facile anticipare che la privatizzazione
dell’acqua poco influirà sulla qualità del servizio; né si può sognare di
vedere privati illuminati disposti a investire miliardi di euro per il miglio-
ramento degli acquedotti. L’unica deriva possibile è come spesso accade la
più dolorosa: un aumento vertiginoso delle tariffe. Le prime stime parla-
no di un +35% a fronte di un servizio che rimarrà pressoché identico. Le
grandi società multinazionali ringraziano.
In Francia, una volta sperimentata la privatizzazione del servizio idrico e
toccati con mano gli svantaggi arrecati ai cittadini si è messo in moto un
processo di ripubblicizzazione dell’acqua. In Italia questo non avverrà. La
maggioranza che ha sostenuto il provvedimento ha le idee molto chiare
in merito e varrà la pena vigilare su eventuali conflitti di interessi. Le op-
posizioni d’altro canto sono troppo deboli e tanto miopi da non riuscire
a fare della battaglia della difesa dei beni comuni e più in generale della
decrescita un’istanza identitaria di sicuro appeal sulla base.
Anche perché quando i cittadini si sono mossi su questo terreno hanno
dimostrato di avere coraggio e voglia di fare. Il Forum italiano dei mo-
vimenti per l’acqua ha saputo mobilitare mezza Italia e raccogliere più di
400.000 firme autenticate per portare una proposta di legge in Parlamen-
to (ne servirebbero solo 50.000!). Ancora oggi il forum è attivo su tutto
il territorio nazionale e costituisce un utilissimo scheletro organizzativo e
informativo che fa invidia ai partiti tradizionali, definitivamente scompar-
si dalle realtà locali.
In conclusione, che si tratti della Valle del Nilo o dei comuni dell’agri-
gentino la questione idrica si sta manifestando in tutta la sua portata. È
un problema mondiale, ma che può trovare spiragli di soluzione anche in
una dimensione locale. I mezzi di comunicazione ancora una volta pos-
sono avere un ruolo fondamentale per educare i cittadini a razionalizzare

46
Fare la pace con l’acqua

le loro abitudini e limitare i danni della globalizzazione. Ma è la politica


che può e deve fare qualcosa. Il tempo è sempre più scarso. Eventi come
quelli organizzati dal Wpf a Bruxelles servono a portare all’attenzione dei
governanti il know-how acquisito in un continuo e indispensabile lavoro
di ricerca.
Conservatori, socialisti, liberali, verdi, ogni politico porta con sé le mede-
sime gravosissime responsabilità. È circondato: da un lato i lobbisti delle
multinazionali, che sperano di continuare a macinare utili, senza alcuna
forma di scrupolo sociale o ambientale; dall’altra i popoli, privati della
gestione dei beni comuni, vittime costanti della barbarie e dell’ideologia
consumista. Bisogna decidere in fretta a quale orecchio prestare ascolto.

47
Dossier

Imbottigliata, farinosa,
o impastata al cemento
di Fabrizio Bottini

È possibile concepire lo sviluppo di un’intera valle, come quella del fiume


Brembo, utilizzando le bollicine false dell’acqua San Pellegrino?
Eppure tutto il territorio è investito – e lo sarà ancora di più – da un proget-
to turistico e alberghiero, che usa l’acqua anche come piano urbanistico.
C’è Frank Lloyd Wright, avvolto in un mantello scuro, che scruta pensoso
un orizzonte molto più ravvicinato di quello del suo deserto dell’Arizona:
un basso tavolo al centro del quale campeggia inconfondibile la bottiglia
dell’acqua San Pellegrino. La foto compare su un vecchio numero del
mensile Urbanistica, negli articoli dedicati alla visita in Italia del padre
dell’architettura “organica”: chissà cosa ne penserebbe, il progettista di
Fallingwater, della montagna artificiale con cui un architetto dei nostri
giorni, il francese Dominique Perrault ha imbottigliato le acque termali
di San Pellegrino direttamente nella loro roccia, “creando grandi blocchi in
pietra, disordinati come i detriti di un ghiacciaio caduti a valle”1.
Immagine quanto mai significativa, quella dei grandi blocchi di pietra
disordinati, soprattutto quando si guardano i disegni del progetto, let-
teralmente “caduto a valle” dall’iperuranio degli investimenti internazio-
nali, su un centro termale della Valle del Brembo già famoso nel primo
‘900. Forse virtualmente ancor più famoso poi per l’acqua frizzante im-
bottigliata che circolava in tutto il mondo, fino a diventare negli opulen-
ti anni ’80 oggetto di una indimenticabile discussione tra gli elegantoni
newyorkesi devianti di Brett Easton Ellis in American Psycho. Insomma
l’acqua strappata al territorio, non solo per metterla in bottiglia con un

1
L’intervento dell’architetto è tratto dall’opuscolo Premium Retail, Nuovo Complesso San Pellegrino Terme [2008]
scaricabile in pdf dal sito www.premiumretail.it

48
Fare la pace con l’acqua

po’ di gas e rivenderla a caro prezzo sui tavolini della creative class globale,
ma anche e sempre più per sublimarla in un ancora più lucroso e immate-
riale brand di rilevanza tanto ampia quanto più si allargano le onde della
comunicazione. Spinte da una classica strategia di impresa: si cercano e si
trovano “radici” nei territori locali, radici genuine, che poi impacchettate
e transustanziate si rivendono, localmente ma non solo, cavandoci lauti
profitti. Il che non sarebbe nulla di male se non avvenisse quasi sempre a
spese esclusive (ambientali, sociali, e con consumo di risorse non rinno-
vabili, come il territorio stesso) delle popolazioni e degli ambienti inseriti
nel “pacchetto”. Guardando con un po’ di attenzione in più, insomma, il
progetto dell’archistar internazionale calato sulla valle del fiume Brembo,
a fare da ciclopico sfondo alle tradizionali terme di San Pellegrino, giusto
di fronte all’imponente mole del Grand Hotel sull’altra sponda, racconta
benissimo a modo suo l’idea di sviluppo locale a partire dall’acqua. Siamo
in una delle tante articolazioni territoriali del sistema padano, e precisa-
mente in una delle valli immediatamente affacciate verso la megalopoli
delle pianure. Il fiume Brembo inizia a raccogliere le sue acque dai ver-
santi più alti, su in direzione del passo San Marco (passaggio a nord-ovest
mitico simbolico della Lega Nord), e poi si fa strada attraverso le seconde
case delle stazioni turistiche, fino a sfociare in quella specie di escrescenza
milanese che è l’area metropolitana di Bergamo. La megalopoli spinge,
e risale il fiume insinuando da lustri fra le montagne la sua materia co-
stitutiva: asfalto, cemento, e tempi rapidi di messa in opera. Poco più su
dell’imbocco bergamasco della valle, il ridente borgo di San Pellegrino,
col suo appeal turistico un po’ appannato e in cerca di rilancio attraver-
so la promozione pubblico-privata del territorio, come usa oggi. I fatti,
riassunti in poche battute2, sono: un accordo di programma fra vari sog-
getti per la riqualificazione delle strutture termali, che comporta corpo-

2
Desumo le informazioni generali sull’accordo di programma per lo sviluppo locale da un articolo pubblicato
dal quotidiano locale L’Eco di Bergamo, “S. Pellegrino, via all’accordo per Grand Hotel e Terme”,
il 22 novembre 2006, in occasione dell’assenso della Regione Lombardia; e dal numero unico di un gruppo
di opposizione in consiglio comunale, Il Ponte News, febbraio 2008 scaricabile dal sito www.nicolabaroni.it

49
Dossier

si investimenti in infrastrutture e trasformazioni territoriali varie. Nella


migliore tradizione di questo tipo di interventi cosiddetti “integrati”, alla
parziale deroga dalle procedure correnti corrispondono altri investimenti
più o meno diffusi tesi al miglioramento della città, a interventi sociali, di
formazione ecc. La cosa particolare nel caso specifico, però, è che la mate-
ria prima costituita dall’acqua sembra aleggiare ovunque come collante di
identità, accordi, ambienti, ma allo stesso tempo essere ridotta a in affer-
rabilissimo brand. Tutto comincia a tenersi, se si prende in considerazione
la qualità particolare dell’operatore privato coinvolto. Si tratta infatti di
Premium Retail, che come recita il sito web “è impegnata nella realizza-
zione di luoghi di alto profilo per produttori, distributori e consumatori”,
luoghi che vanno intesi nella logica del complesso commerciale-turistico,
se non esattamente dello shopping mall tradizionale mediato dalle forme
più moderne del villaggio della moda, o di altre variegate innovazioni
cosiddette mixed-use. E basta leggere un po’ meglio gli obiettivi di impre-
sa per confermare la centralità di un tipo di sviluppo in cui quei luoghi
prendono soprattutto la forma di metri cubi edificati, che siano i “grandi
blocchi di pietra disordinati” dell’archistar internazionale o altre più pro-
saiche aggiunte al panorama di valli e pianure, fino alle banalissime solite
villette delle seconde case. Un modus operandi che del resto è piuttosto ca-
ratteristico (quasi da manuale, verrebbe da dire) di questa idea di sviluppo
di iniziativa privata, applicata via via a territori relativamente deboli per
un motivo o l’altro, che si tratti di aree urbane industriali che necessitano
di rigenerazione, o di bacini turistici in cui sfruttare commercialmente
le varie risorse naturali, acqua, suolo, paesaggio ecc. Nel caso specifico,
l’acqua assume valenze multiple e per molti versi inedite. C’è quello base,
dell’acqua come risorsa naturale, che conforma il fiume, la valle, e che ha
dato origine alla prima attività turistica locale, ovvero le terme. Proprio a
partire da questo nucleo originario iniziano però presto ad articolarsi gli
altri due, che caratterizzeranno gli sviluppi “postmoderni”: il turismo al-
berghiero e delle seconde case che ruota attorno alle acque termali; la vi-
sibilità anche internazionale del marchio San Pellegrino veicolata dall’ac-

50
Fare la pace con l’acqua

qua in bottiglia e dai flussi della comunicazione pubblicitaria correlata.


Esiste infine un altro aspetto, per nulla secondario dal punto di vista dei
territori direttamente coinvolti, rappresentato… ehm, dagli stati della
materia. Ci insegnano sin dalle elementari infatti che l’acqua nel suo ciclo
naturale assume via via varie forme: il vapore delle nubi, le onde del mare,
il bianco della neve sulle cime delle montagne. Nella valle dentro la quale
si colloca San Pellegrino, queste montagne servono anche, da parecchi
decenni, da grande resort sciistico, degradato più di recente verso le for-
me di esurbio della megalopoli padana, con gli ex pascoli e pinete invasi
da quartieri “periferici” di seconde case, a volte prima casa e mezza se si
pensa che da Milano ci vogliono un paio d’ore scarse di macchina. Il pro-
getto di rilancio del brand abbraccia così davvero, è il caso di dirlo, tutti
gli stati della materia acqua. Quello più corrente, delle fonti termali da cui
in origine scaturisce il primo sviluppo turistico/immobiliare. Quello del-
l’immagine immateriale, “svaporata”, che la pubblicità dell’acqua e della
neve irradiano in tutto il mondo. Infine quello concreto risultante del-
l’impatto locale, non a caso il più sottolineato dai critici: l’acqua impastata
al cemento, che bene o male sembra rappresentare sempre lo sbocco di
qualunque idea di “sviluppo integrato”. E che, come piuttosto noto, non
fa benissimo a tutto il resto. Forse pensava a questo, Frank Lloyd Wright,
scrutando quella bottiglia di acqua San Pellegrino. Ma ad operatori che
lavorano a colpi di “messa a punto di format adeguati al territorio” oppure
di “gestione delle attività di pre e post opening in vista dello start up”3 ov-
viamente frega assai poco. Come se non bastasse, alla cordata dello svilup-
po locale si aggiunge anche l’acqua San Pellegrino in persona, ovvero la
famigeratissima Nestlé, che mette tra l’altro a disposizione “collegamenti
con migliaia di clienti e ristoratori in tutto il mondo”. Hanno tutti i mo-
tivi, gli ambientalisti locali e non, per essere piuttosto preoccupati, vista
l’acqua che passa sotto i ponti.

3
Entrambe le citazioni da: a.b., “Gruppo Percassi: con Premium Retail verso nuovi investimenti immobiliari”,
http://www.fashionmagazine.it 12 Giugno 2008

51
Dossier

L’acqua di Napoli
di Consiglia Salvio

Le lotte contro la privatizzazione dell’oro blu in Campania hanno ferma-


to il tentativo da parte di privati di speculare su un bene comune che deve
rimanere nella disponibilità di tutti i cittadini. Il Forum dei Movimenti
ha vinto la prima battaglia, anche se la legge n.133 dell’anno scorso e la
finanziaria Tremonti possono rimettere tutto in discussione.
La legge regionale n.14 della Campania recepisce la legge 36/94, detta
anche legge Galli, dal nome del suo autore, il 21 maggio del 1997. La leg-
ge Galli propone una gestione unificata del Servizio idrico integrato (Sii),
ovvero di tutto il ciclo dell’acqua (captazione, adduzione, distribuzione,
depurazione e fognature) e istituisce gli Ato (Ambiti territoriali ottimali)
avendo presente, preferibilmente, il bacino idrografico che accomuna gli
Enti e le Amministrazioni locali del territorio in questione. Gli Ato prov-
vederanno all’affidamento della gestione del sii ad una Spa mista, pubblica
(in house) o privata, salvaguardando i principi di economicità, efficienza
ed efficacia.
A seguito della legge Galli il territorio campano viene suddiviso in quattro
Ato, diventati poi 5 a seguito della modifica alla legge regionale; il quinto
Ato esiste solo sulla carta e a tutt’oggi non è ancora costituito. Ogni Ato
prende il nome dal bacino idrografico su cui si affacciano i comuni. Quin-
di: Ato1 Calore Irpino; Ato2 Napoli-Volturno che poi è stato suddiviso
in Ato2 e Ato5; Ato3 vesuviano-sarnese; Ato4 Sele. La gestione del Sii, da
questi Ato, è stata affidata a Spa pubbliche (in house) o mista (ato3).
È da qui che nasce la privatizzazione dell’acqua, anche se qualcuno re-
plicherà subito che quest’ultima è fuori questione perché l’affidamento
riguarda la sua gestione. Molti i punti e le vicende che hanno di fatto di-
mostrato che chi gestisce il prezioso liquido ne diventa in qualche modo il
reale proprietario, colui che decide in quasi totale autonomia.

52
Fare la pace con l’acqua

Ce ne danno ragione la storia e i sempre più numerosi fatti eclatanti veri-


ficatisi lì dove l’acqua è gestita dalle Spa e dalle Srl, porte sempre aperte
a chi vuol fare affari, e disciplinate dal diritto privato. Ciò è accaduto,
appunto, in Ato3 vesuviano-sarnese, ove la Gori (Gestione ottimale risor-
se idriche) Spa, attuale gestore, nacque come soggetto gestore a capitale
totalmente pubblico che di lì a poco, dopo due gare andate deserte, e
con affidamento diretto, cedette al privato (cioè alla Sarnese Vesuviano
Srl, composta da una cordata di piccole o medie imprese con capofila
Acea e Suez) il 18% delle quote azionarie. Oggi la Sarnese Vesuviana Srl,
controllata in via esclusiva da Acea Spa, insieme a quest’ultima, detie-
ne il 49% delle azioni, quote che prima erano di proprietà degli acque-
dotti pubblici: Asam (Azienda speciale di Castellammare di Stabia), Asm
(Azienda speciale di Pomigliano d’Arco), Arips (Azienda risorse idriche
dell’area sorrentina).
L’acqua, trasformata in azioni, diviene merce su cui lucrare, e non più un
bene comune da erogare, un bene che appartiene alla collettività. Ed è così
che oggi l’acqua di Ato3 vede al suo interno due multinazionali dell’acqua
di cui una, la francese Suez, è tra le più grandi multinazionali europee.
E che dire della qualità dell’acqua che la Gori Spa distribuisce in area ve-
suviana? Molti comuni ricevono acqua dichiarata potabile solo grazie alle
deroghe – concesse dal Ministero della Salute e dal Ministero dell’Am-
biente, con l’accordo della Regione – per l’eccessiva presenza di fluoro
(e nell’ottobre 2007 anche di nitrati); per questo motivo, e non solo, i
comitati cittadini rientranti nell’ente d’Ambito chiedono di rivedere l’affi-
damento alla Gori Spa, cosa che tanti sindaci hanno già fatto; inoltre sono
in corso alcune richieste di referendum consultivi (uno già è stato attua-
to). Insomma la gente è stanca di quanto subisce e fortunatamente anche i
sindaci si stanno rendendo conto di quanto poco sia ascoltata la loro voce
nella società mista. In Ato3 è sempre più urgente e forte la richiesta di
ripubblicizzazione dell’oro blu, tanto che alcuni comuni hanno chiesto di
uscire dall’Ato (i sindaci lamentano anche l’essere convocati alle Assem-
blee dell’Ato all’ultimo momento e spesso solo per approvare i bilanci).

53
Dossier

Sull’acqua non si fanno affari. L’acqua serve per la vita, è un bene di tutti,
e di tutti deve restare.
Innanzitutto l’acqua è un diritto, ed è su questi principi che nasce il
Coordinamento regionale campano per la gestione pubblica dell’acqua.
Un coordinamento che vede insieme tutti i comitati e le realtà locali che
condividono e si battono per questo concetto, interagendo con essi. Il
coordinamento aderisce ed agisce congiuntamente col forum Italiano dei
Movimenti per l’Acqua, e con la Rete europea per l’acqua, andando oltre
i propri territori perché l’acqua non ha confini.
L’Unione europea non sancisce alcun obbligo di liberalizzazione del Sii
né la messa a gara della gestione/erogazione, anzi prevede la possibilità di
adempiere ai compiti di interesse pubblico direttamente mediante propri
strumenti e senza obbligo di affidamento all’esterno (Corte di Giustizia
CE 11-1-’05 in C26/ 03; Parlamento Europeo Ris. 2006/2010-INI del
27/9/06; Libro Verde della Commissione Europea).
Un bell’esempio ci viene da Parigi, il cui sindaco ha deciso di ripubbliciz-
zare la sua acqua, proprio a seguito della gestione fallimentare affidata alla
Veolia Spa, la gigantesca multinazionale europea.

Buone pratiche
La prima e grande battaglia in Campania è iniziata il 23 novembre 2004,
quando si voleva privatizzare la gestione dell’acqua di Ato2 Napoli-Caser-
ta. Una battaglia che è riuscita a mettere “La nostra acqua non si tocca! È
un diritto, un bene comune e non merce su cui lucrare!”
Questa affermazione ha fatto eco a Napoli, in Campania, in tutt’Italia, ed
oltre, fino a Bruxelles (v. lettera sull’acqua, Bruxelles 2007).
La vera eccezionalità sta nel fatto che non si era mai avuto così tanto in-
teresse, tanta attenzione e tanta passione da parte del popolo napoletano
per la difesa di un suo diritto, un suo bene, un sua risorsa svenduta agli
affaristi. Non l’avrebbe mai permesso anche perché consci di quanto era
accaduto con la privatizzazione dell’acqua in Cochabamba (Bolivia) e in
Uruguay alla fine degli anni Novanta. Aumenti delle bollette, mercato

54
Fare la pace con l’acqua

nero dell’acqua, privatizzazione persino della pioggia (il cui gestore aveva
persino vietato di raccoglierla), gente che non riusciva a pagare le bollette
dell’acqua, o morta per difendere il diritto alla vita costato tante vite. Si
aveva ben chiaro cosa significasse il privato nella gestione dei beni comuni
e quanta valenza avesse nell’Amministrazione la voce del privato (l’am-
ministratore delegato viene infatti scelto dal privato), sicuramente più
preoccupato di produrre profitti che migliorare un servizio a costo equo.
La storia ci sta dando ragione, prova ne sia, ad esempio, che la Corte
Costituzionale, con sentenza 335/08, ha dettato che la depurazione non
andasse pagata al gestore quando non fornisce il servizio o è momenta-
neamente sospeso. E intanto l’utenza ha pagato e continuava a pagare per
un servizio mai ricevuto! Utenza che oggi richiede il maltolto, ma che sta
subendo ancora una volta, a causa di ciò, aumenti esorbitanti delle tarif-
fe. Tante le bollette pazze che i cittadini stanno ricevendo. Il gestore ha
motivato tali aumenti dichiarando che, a seguito del mancato introito del-
le tariffe sulla depurazione, è obbligato ad aumentare, ovvero guadagna
troppo poco, e quindi… non solo il cittadino non riceve la depurazione,
ma deve anche pagare di più la sua acqua.
A Napoli a seguito della decisione dell’assemblea dei sindaci di privatizza-
re l’acqua, e grazie all’ impegno continuo e democraticamente partecipato
da parte dei movimenti, dei tecnici, dei geologi, degli artisti, delle realtà
territoriali, del mondo cattolico e laico, caso unico in Italia sino a questo
momento, la delibera venne annullata il 30 gennaio 2006.
Grandi festeggiamenti, tante le presenze significative alla manifestazione
del febbraio 2006 che vide la presenza di Alex Zanotelli (motore e promo-
tore della difesa dei diritti umani), di Beppe Grillo (ormai quasi il testimo-
nial indiscusso delle iniziative su acqua e rifiuti in Campania), di Riccardo
Petrella del Comitato italiano per un Contratto mondiale dell’acqua (da
sempre a difesa del diritto all’acqua), di sindaci, di artisti, e di tantissima
gente, che si riappropriava (ma non ancora definitivamente, purtroppo)
di un bene tanto prezioso. A seguito del ritiro della delibera e nonostante
l’Assemblea dei 136 sindaci avesse dato mandato di avviare subito le pro-

55
Dossier

cedure per la costruzione dell’in house, cos’è accaduto? Che oggi, a distan-
za di tre anni, non solo non è stato fatto quanto si era deliberato ma l’Ato2
è stato suddiviso in due Ato: Ato2 che ha al suo interno i 36 comuni di
Napoli e Provincia, e Ato5 che ha al suo interno i 100 comuni di Caserta
e provincia. Quest’ultimo è un Ato fantasma, che ancora una volta svela
progetti affaristi sull’acqua, primo fra tutti, lo scopo di creare un nuovo
consiglio d’amministrazione, che avrà dei costi salati, ricadenti ancora una
volta sui cittadini. Con un ciclo integrato inesistente, si è voluto prendere
dalla legge Galli solo ciò che si è voluto o che ha fatto comodo? Ma senza
fonti idriche e quindi senza ciclo integrato un Ato può essere costituito?
Queste e tante domande ancora ci danno modo di riflettere, consci di non
essere soli perché la legge Galli, a livello nazionale – dando origine alla
privatizzazione dell’acqua – ha dato vita in tutt’Italia a situazioni negative
come quelle della Toscana, Aprilia, Abruzzo, Sicilia, Puglia, tutte accomu-
nate dalla presenza dei soliti nomi di imprese e multinazionali dell’acqua,
che vivono gli stessi disagi e ora chiedono la ripubblicizzazione della ge-
stione idrica.
Le Spa, anche se pubbliche, sono un’anomalia in quanto vedono insieme
amministrazioni pubbliche, a cui fa obbligo chiudere i bilanci in pari, con
un margine di guadagno che non superi il 7%, e le Spa, che essendo disci-
plinate dal diritto privato, sono obbligate a fare profitti.
Come Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua, nel 2007, abbiamo rac-
colto circa 407.000 firme, e proposto una legge d’iniziativa popolare per
un governo pubblico e partecipato dell’acqua e per la sua ripubblicizza-
zione (www.acquabenecomune.org), oggi in Commissione Ambiente del-
la Camera. Purtroppo la legge 133/08 sulla “stabilizzazione della finanza
pubblica”, obbliga gli Enti a privatizzare, a meno che non gestiscano in
economia la loro acqua, dichiarandola priva di rilevanza economica e af-
fidandola a consorzi fra comuni, aziende speciali o aziende speciali con-
sortili. Su come attuare tutto questo si sta discutendo ampiamente, par-
ticolarmente a Napoli. Un primo passo potrebbe essere la modifica degli
Statuti comunali, in cui venga dichiarato che l’acqua è un bene comune,

56
Fare la pace con l’acqua

che serve per la vita, indispensabile, e non commerciabile, quindi di non


rilevanza economica.
L’altro step dovrebbe essere la conversione delle Spa in Aziende speciali o
Consorzi, su questo il Coordinamento campano, con il sostegno tecnico
di legali, attivisti, di giuristi, si sta valutando se sia possibile. È certo che i
Campani, in linea col principio di difesa dei Beni Comuni, non resteranno
a guardare.

57
RUBRICHE

La colonna infame _ Dispacci _ Pensieri laterali _ Autodifesa


Il cigno parlante _ Con stile _ Frullare il mondo _ Altre mafie
Rubriche

La colonna infame
di Diego Novelli

Quando il gossip non è gossip


Abbiamo atteso invano che la stampa di informazione italiana for-
nisse almeno un cenno di una sentenza del Tribunale dei Ministri
(formato dai giudici Anna Battisti, Andrea Fancelli e Paolo Emilio
Simoni) con la quale è stata decisa, in data 26 gennaio 2009, l’archi-
viazione di una denuncia presentata nei confronti del Presidente del
Consiglio, Silvio Belusconi, per “abuso d’ufficio e maltrattamenti
commessi da soggetto investito di autorità” (cioè per mobbing) ai
danni di un agente del Sisde. Il Cavaliere, tra l’altro ne usciva inden-
ne (non stiamo qui a discutere le motivazioni del Tribunale), quindi
i vari P.G. Battista potevano desumere che si trattava si un ennesimo
tentativo fallito di persecuzione messo in atto da malvagi personaggi
tanto più che, nonostante la legge Alfano, il processo era proseguito
poiché il noto provvedimento (all’esame ora della Corte Costituzio-
nale) che copre i reati contestati alle quattro alte cariche dello Stato,
nel caso in questione non era applicabile.
Dal Nord al Sud della penisola tutti i quotidiani, piccoli e grandi,
dal “Corriere della Sera” al “Giornale di Sicilia”, hanno “bucato” la
notizia se si fa eccezione dell’Unità e de La Repubblica.
Perché abbiamo deciso di parlarne? Perché ci troviamo di fronte a
un episodio di grossolano servilismo del “quarto potere” nei con-
fronti dell’uomo che non nasconde ormai da tempo le sue spiccate
vocazioni bonapartiste. Dare la notizia dell’archiviazione della de-
nuncia comportava, sia pure succintamente (come ha fatto il giornale
diretto da Ezio Mauro), riepilogare i fatti, raccontando la storia del
denunciante, l’agente del Sisde Federico Armati, figlio di un noto
magistrato romano, e soprattutto si sarebbe dovuto parlare della sua

60
La colonna infame

ex moglie Virginia Sanjust di Teulada, bellissima annunciatrice Rai, figlia


dell’attrice Antonellina Interlenghi.
Paolo Mieli e con lui tutti i direttori dei quotidiani nazionali e regionali
hanno pensato bene di stendere un velo pietoso su questa storia che co-
munque ha avuto come protagonista, nel ruolo che gli è congeniale di
sciupafemmine, l’inossidabile Cavaliere, colui che ha confidato recente-
mente ad un fedelissimo cronista nel corso di un colloquio avvenuto in
una discoteca milanese, di consumare le sei ore notturne in due fasi: tre
per dormire e tre per trombare.
Non amiamo il gossip, tantomeno l’ormai abusata forma del “retroscena”
tanto cara ai vari Minzolini che affollano le redazioni italiane, ma il caso di
cui stiamo parlando non è un pettegolezzo o una maldicenza origliata nel
Transatlantico di Montecitorio, si tratta di un fatto realmente accaduto
con tanto di denuncia penale regolarmente presentata alla magistratura e
con tanto di sentenza emessa da un regolare Tribunale della Repubblica,
anche se si è risolto con un atto di archiviazione. Non siamo andati a ve-
dere cosa c’è dietro alla notizia, ma abbiamo semplicemente letto, come
sarebbe dovere di ogni giornalista professionalmente qualificato, la noti-
zia e doverosamente abbiamo ritenuto riferirla visto che la stampa italiana
nella pressoché totalità si è autocensurata. Veniamo ai fatti.
Atto I. Tutto comincia nel 2003, quando il Presidente del Consiglio in
carica, Silvio Berlusconi va in televisione a presentare la sua politica eco-
nomica. In quella trasmissione conosce la bellissima annunciatrice Virgi-
nia Sanjust di Teulada. Non sappiamo se anche in questa occasione ha
pronunciato la fatidica frase (che tanto irritò la seconda moglie Veronica
Lario) rivolta alla Carfagna quando la vide per la prima volta: “se non fossi
già sposato, ti sposerei subito”. È dato per certo che per la bella Virginia
ha perso la testa. Da un mazzo di fiori il galante Presidente del Consiglio
passò ai frequenti messaggi, agli inviti a cena a Palazzo Chigi sino all’ac-
quisto da parte di una società dell’infuocato Cavaliere (Immobiliare Idra)
di un appartamento in piazza Campo de’ Fiori abitato dalla giovane donna
che lo aveva in affitto. La storia è durata parecchi mesi.

61
Rubriche_ La colonna infame di Diego Novelli

Atto II. Nel novembre del 2003 il marito di Virginia viene promosso a
funzionario del Sisde, ma nel 2004 divorzia dalla moglie entrando in forte
conflitto con lei per l’affidamento del figlio minore. Secondo la denuncia
dell’Armati la moglie lo minaccia “di farlo rovinare”, di ridurlo sul lastrico
per “farlo diventare così povero da non poter più accudire e tenere con sé
il bambino”.
Atto III. Un anno dopo l’Armati dopo vari “maltrattamenti, vessazioni e
azioni di mobbing” inflittegli – secondo la sua denuncia – dai superiori su
pressione del premier, viene improvvisamente trasferito dal Sisde al Mini-
stero della Giustizia, con la riduzione di un terzo dello stipendio. L’agente
segreto minaccia di denunciare tutto alla magistratura e alla stampa. Sia-
mo in piena campagna elettorale (2006) con Berlusconi in svantaggio su
Romano Prodi.
Atto IV. Il 1° aprile del 2006 il trasferimento viene revocato di corsa e
Armati viene assegnato al Cesis (dove tuttora presta servizio) per rafforza-
re improvvisamente gli organici allo scopo di “affrontare nuove minacce
terroristiche” con l’apporto di “professionalità maggiormente operative”,
più che dal timore della denuncia dell’Armati e della “volontà del premier
di evitare lo scandalo”.
Ciò che abbiamo scritto non è frutto di maldicenze: apparteniamo alla
scuola dei giornalisti curiosi, ma non pettegoli. Siamo andati a vedere le
carte, a leggere la denuncia dell’Armati e la sentenza del Tribunale dei
Ministri che pur decidendo per l’archiviazione, negando l’accusa di “abu-
so d’ufficio e maltrattamenti commessi da soggetto investito da autorità”
conferma le doti di tombeur de femmes del nostro Presidente del Consiglio
e del suo satrapismo.
Ne abbiamo riferito su queste colonne anche per i lettori del “Corriere
della Sera”, de “La Stampa” e di tutti gli altri quotidiani italiani, che in
omaggio al dovere dell’informazione che guida i rispettivi direttori, sono
stati privati della notizia dell’archiviazione del caso Sanjust-Berlusconi,
venendo meno a un doveroso servizio.

62
Rubriche

Dispacci
di Ennio Remondino

Dal “mestiere più bello” a quello “più antico”


Stavo provando a mettere giù qualche appunto per una lezione sul
giornalismo, quando mi è arrivata la proposta di un contributo per
Cometa. Tema? Chiedo. L’informazione. Ed ecco che i miei appunti
provano a trasformarsi in un ragionamento. Cosa vuol dire “infor-
mare”. Provate a scomporre la parola: in-formare, mettere in forma.
Informare vuol dire mettere assieme tanti elementi diversi per dare
loro una forma. Tutti i fatti accaduti? Ci vorrebbe un tempo infinito
e quindi non è possibile e neppure utile. Informare vuol quindi dire
raccogliere tutti i fatti verificati come veri, fra cui scegliere i più im-
portanti, quelli che ci danno il senso della giornata. Il giornalista che
serve sempre e comunque da mediatore e da cui pretendere onestà
e capacità.
L’esempio più efficace di quel “mettere in forma” è il resoconto di
una partita di calcio, anche se è mestiere che mai ho praticato. Non
stai certo a raccontare del tira e molla a centrocampo, o di tutte
le azioni che si perdono in un nulla di fatto, ma vai ai goal segnati
o subiti o falliti, al ritmo della gara, ai punti forti e a quelli deboli
delle squadre e di come gli allenatori le abbiano schierate in campo.
Persino nella telecronaca diretta di una partita, ormai alternano alla
cronaca di quello che già vedi attraverso le immagini, il commento
di qualche ex calciatore o allenatore.
“Mettere in forma” i 90 minuti di una partita o le ultime 24 ore
di guerra o il vuoto propagandistico di un governo impotente di
fronte alla crisi economica planetaria che ci travolge: è per questo
che dovrebbero servire i giornalisti. Scegliere secondo precisi criteri
d’importanza e d’attendibilità della notizia, senza secondi fini. C’è il

63
Rubriche_ Dispacci

giorno in cui, in una guerra, prevale l’aspetto militare e il giorno in cui si


dovrebbe parlare soprattutto delle conseguenze della guerra. C’è il giorno
in cui la politica si concentra sulle risoluzione parlamentari in discussione
ed il giorno in cui le inquietudini del Paese si riversano sulle piazze ed ai
cancelli dei luoghi di lavoro.
Un giornalismo che per mesi e mesi, dalla postazione di Montecitorio, si
riduce a farci l’elenco delle promesse del governo e a riproporci i “santini”
dei diversi presunti leaders politici in sequenza da par condicio non fa il
giornalista ma il contabile. Se uno ci scarica addosso una marea di fatti non
verificati, dichiarazioni che si contraddicono, se non ci spiega le fonti da
cui vengono le notizie, ma le butta lì alla rinfusa, non fa più informazione,
ma semplicemente “comunica”. Più o meno quello che fanno quelli che
straparlano fra un’isola e una fattoria dove vorrebbero diventare famosi.
Possiamo quindi concludere che tanta comunicazione, tanti bla bla, non
vuole dire tanta informazione. Anzi.
Il rischio, peggio, la tendenza della televisione oggi è quello di taroccarci
la “comunicazione” per informazione, parlare tanto per intrattenerci o
per convincerci. Tante chiacchiere per sottrarci fatti reali, elementi certi
su poterci fare delle idee nostre. È un po’ come se invece della telecronaca
delle partite di calcio, la televisione si limitasse a proporci solo “Il proces-
so del lunedì” con i commenti di Biscardi invece di mostrarci i goal.
C’e’ qualcuno, penso io, che vuole una televisione ridotta ad un gran bi-
done, un pentolone dentro di cui buttare di tutto. Quasi come Internet,
dove tutti possono dire la loro e scegliere fra quello che scrivono gli altri,
ma dove dentro ci finiscono anche mille bugie e cose sporche e perico-
lose. Quel minestrone televisivo, in pace o in guerra, non credo che farà
bene alla salute di nessuno di noi. Di quella televisione non c’è proprio da
fidarsi, come non c’è da fidarsi di tanti, troppi commentatori che, igno-
rando i fatti, ci propinano soltanto le loro opinioni.
Una semplice domanda e chiudiamo l’argomento. Gli interessi che l’in-
formazione e la televisione (la radio, i giornali, i libri di storia), dovrebbe-
ro tutelare, sono quelli di noi che la guardiamo (o ascoltiamo, o leggiamo

64
di Ennio Remondino

o studiamo), oppure sono quelli di chi ha tanti soldi e potere per possede-
re o controllare radio e televisioni, stampare giornali e decidere quali libri
fare uscire e quali nascondere nel cassetto?
Al servizio di chi dovrebbe essere oggi il giornalismo e la televisione? Al
servizio di tutti noi che la guardiamo, oppure degli interessi di qualche
ricco imprenditore che la possiede, o di non la possiede ma la controlla
politicamente? La verità e l’onestà, sono un obbligo professionale, o un
fastidioso accessorio di cui una televisione, pubblica o privata che sia, può
fare a meno? Con queste domande volutamente lasciate senza risposta
siamo davvero (e finalmente) alla fine della lezioncina. Un semplice ap-
punto per un’ipotetica lezione di giornalismo da parte di un vecchio gior-
nalista tentato a dedicarsi a qualche cosa di più serio.
Smentendo me stesso, ho ripetuto per trent’anni di avere avuto la fortuna
di praticare il mestiere più bello del mondo. È stato in gran parte vero.
Sino ad un certo giornalismo, sino ad una certa televisione. Poi lo scivo-
lare nel dubbio che tanto altro giornalismo che sta gradualmente preva-
lendo stia per trasformare quel mio lontano privilegio, quel “mestiere più
bello del mondo” nel meno nobile “mestiere più antico del mondo”.

65
Rubriche

Pensieri laterali
di Davide Riondino

Reportage futurista
Walter Zap! Fufù! (Katà-Strofè)

Rrrrotolando tra sassi di nuraghe / Tratatàn! Sassaresi Assaltano a


Sassate / Assessori Rossi. - Spatapàm! / Katà-Strofè! Volalaskèda!
Pum! / Traballa lo scranno! / Rrrrruzzollla!! Pùm! Taratàààà! /
Ghigna il vecchio sul panfilo blu galassia! / Scoppi! Petardi! Fuochi
d’artificio! Gialle monete in aria! / Sultani e sultanesse sulla sabbia.
/ Sorridono i servi al sesso spapagnato. / Spaptapàm! Crà! / Rottura
di scranni, precipizio, tum patatum tum tum! Tombola! / Cinquina!
Terno e quaterna! / Sega la quercia! Cade la vecchia! Perepè! /
Vortica Walter / Vertiginosamente! / Schianto! Stramazzo! Fufù! /
Dirigenti infuriati! Donne in gramaglie! / Tricicli! (Boh!) / Vortica
Walter, ricorda: / Primarie! Tre milioni e mezzo! Trionfo! / Si taglia
a sinistra! Elezioni! Katà-Strofè! / Riarrotola le maniche! Vendola!
Vendola! / Bertinotti naufragio di torpediniera! Bum! Bum! / Chiaz-
ze di petrolio sull’acqua! / Roma! Riazzanna la zattera! / Katà-Stro-
fè! Rutelli rotola!! stramazza!! Alemanno smazza! / Cucù! /
Taxisti piroettano sul passatismo nottambulo! / E due! - Schiaffi di
mano larga: / Daaaroooma - daaalazzzio: schiàppete! Badabùm!
Prova finale! Sassari! / Schianto nuragico! Colpo di fionda del vec-
chio sul panfilo! / Siluro! Supposta! Petardo! / Tracolla! Via! Africa!
/ Migrazioni transatlantiche, notti bianche in Congo. / Carlabruni
e Obama, Addio? / Aurevoir! A bientot! / Franceskini fragile, Parisi
nuragico, / Bersani Formaggio Verdiano! Gnam! / Ombra di vela a
Gallipoli. / Vecchio che ride tra le ballerine. / Walter che vola. /
Zum! Zap! Parapap! Fufù!

66
Rubriche

Autodifesa
di Michele Loporcaro

Governare (male) disinformando


Per salvare, in Italia, la democrazia bisognerebbe agire, e urgen-
temente, su due terreni strategici: informazione e formazione. Ma
al governo attuale l’informazione va bene com’è, e quanto alla for-
mazione è in atto un taglio drastico delle risorse. Per l’università la
finanziaria 2009 sancisce il taglio dell’11% (700 milioni di euro) del
fondo di funzionamento ordinario, operato da leggi dei mesi prece-
denti (126 e 133/08). In un paese che già dedica alla ricerca lo 0,9%
del Pil (contro il 2,2% di Francia e Germania), questa è di per sé una
scelta strana. Ma ancor più strano è che davanti a questi dati di fatto,
al Tg1 serale il premier, reagendo alle proteste, dichiari (24.10.08)
“L’università noi non l’abbiamo toccata”, accusando giornali a lui
ostili di fomentare con bugie disordini di piazza. E stranissimo è che,
date queste dichiarazioni, nessun giornalista del servizio pubblico in-
tervenga a dire “Ma come, signor Presidente, e i tagli per 700 milio-
ni in finanziaria?”. Anzi, non è per niente strano. Lo sarebbe in un
paese con un’informazione (pubblica) dignitosa, non in Italia. Per
chi di Italia ne vorrebbe un’altra, è chiaro che serve un riorienta-
mento radicale del sistema dell’informazione che lo renda quel che
dovrebbe essere: strumento della vita democratica. Certo non si può
sperare che a tal fine si adoperi il governo Berlusconi. Verrebbe da
dire pazienza, aspettiamo: verranno tempi migliori. Il dramma è che
è già stata, da poco, alla guida del paese la parte politica a cui avevano
affidato il voto quei milioni di italiani che non si rassegnano a trovar
normale, per l’informazione come per tanti altri aspetti, la situazione
attuale. Questa parte del paese è oggi priva di rappresentanza perché
i dirigenti politici della sinistra, da tempo ormai, non sono all’altez-

67
Rubriche_ Autodifesa

za. Fa un misto di pena e di rabbia vedere gli esponenti del centro-sinistra


dichiarare al Tg1 cose sensatissime, ad esempio “Il governo Berlusconi ha
gestito la vicenda Alitalia in modo nocivo per le finanze del Paese”, quando
il microfono passa poi al berlusconiano di turno che proclama “Abbiamo
salvato la compagnia di bandiera”. Fa pena e rabbia perché al centro-sini-
stra al governo è mancata l’intelligenza strategica e l’energia politica per
impedire il perpetuarsi di una tale situazione. Una situazione in cui l’infor-
mazione pubblica abdica alla ricerca della verità, presentando sullo stesso
piano vero e falso come se tutto fosse questione di legittima divergenza
d’opinioni. Per non parlare dell’informazione delle reti Fininvest. Anche
qui il centro-sinistra ha fallito: niente legge sul conflitto di interessi, Rete
4 che continua a occupare frequenze contra legem, eccetera. In un paese in
cui pochi leggono e circa il 95% della popolazione s’informa quotidiana-
mente con la tv, questa situazione distorta ha ripercussioni drammatiche:
la distorsione televisiva si sostituisce alla realtà, con conseguenze politiche
immediate. Un esempio recente. In Sardegna, prima della crisi genera-
le del 2008, il governo Soru aveva portato un incremento di prosperità:
dal 2005 al 2007 il Pil sardo è aumentato del 5,8%, contro il +4,4% del
Centro-Nord, il +3,9% della media nazionale e i risultati ben peggiori di
altre zone tradizionalmente depresse quali Calabria (-1,7%) e Campania (-
0,8%) (P. Arlacchi, L’eccezione isolana, «left - Avvenimenti» xxii, 6, 13.2.09,
pp. 22-24). Basta governare bene per essere rieletti? No, se il Presidente
del Consiglio lancia una campagna di diffamazione sostenendo, contro
verità ma con la grancassa televisiva, che Soru porta la Sardegna al disa-
stro. Le elezioni regionali sarde del 15-16 febbraio scorso sono un caso da
manuale: in Sardegna, come in tutta Italia, un popolo di teledipendenti,
indifesi perché mal formati da un sistema scolastico che non sa allenare al
ragionamento, è incapace di decidere col voto del proprio destino secondo
razionalità ed etica. Di fronte a questo disastro, è evidente, per contrasto,
l’unica contromisura che uno schieramento progressista deve prepararsi
con tutte le forze ad attuare nella prossima (se ci sarà) stagione di governo:
creare le condizioni, con una riforma seria di formazione e informazione,

68
di Michele Loporcaro

perché gli italiani escano da questa condizione di minorità. Condizione in


cui invece li tiene un’informazione pubblica che mente con parole, omis-
sioni e disposizioni in scaletta. Ad esempio, la sera del 17.02.09, i tg aprono
con i commenti alle elezioni regionali sarde. Ovvio. Ma l’anomalia italiana
risalta se confrontiamo, ad esempio, il Tg1 con il tg delle 20 della Tsi 1, la
prima rete pubblica della Svizzera italiana. Anche qui si apre coi risultati
sardi, e come seconda notizia si riferisce della condanna a 4 anni e 6 mesi
di carcere, a Milano, per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato inglese
David Mills, colpevole di aver ricevuto 600.000 dollari da Berlusconi nel
1998 per favorire illecitamente Fininvest in due processi. È ovvio anche
questo: è una notizia di bruciante rilevanza politica. Se il presidente del
consiglio non avesse precedentemente fatto approvare una legge all’uopo
(il cosiddetto lodo Alfano, che preserva da azioni penali le più alte cariche
dello Stato), a quest’ora sarebbe condannato per corruzione.
È ovvio, sì, per il notiziario della Tsi 1, rete pubblica di un paese democra-
tico. Non per il Tg1. Dopo le elezioni sarde (10 minuti) si succedono altre
dieci notizie: attualità politica, cronaca nera, esteri, costume. E poi eccola,
la notizia che il Presidente del Consiglio, se non avesse asservito alla sua
impunità i lavori del Parlamento (facendo approvare una legge che, per
inciso, lo protegge anche dalla denuncia per diffamazione sporta da Rena-
to Soru), oggi potrebbe andare in galera. Non è che non la si dia. La si dà
dopo 20’, dodicesima in scaletta, fra un servizio sulla legalizzazione degli
spray al peperoncino per autodifesa e uno, di routine, sugli immigrati clan-
destini a Lampedusa. Così la tv pubblica segnala ai telespettatori quanto
valga questa notizia: meno degli spray al peperoncino. E non contenta,
manda come unico commento quello dell’avvocato difensore: Mills è sta-
to condannato solo per colpire l’immagine di Berlusconi. Nessun giurista
indipendente è intervistato al proposito, per valutare criticamente il fon-
damento di queste asserzioni di parte. È difficile che le cose, nell’Italia
di oggi, cambino. Ma almeno va tenuta viva la coscienza del fatto che da
questa patologia bisogna difendersi. E che la democrazia italiana non mi-
gliorerà finché non si mette mano al problema dell’informazione.

69
Rubriche

Il cigno parlante
di Vittorio Cogliati Dezza

L’ambientalismo interpretato
Da noi vige un’immagine di comodo dell’ambientalismo, che si pre-
senta con tre sfaccettature principali, e molteplici varianti tutte ri-
conducibili a quelle tre matrici. Gli ambientalisti annunciatori di
catastrofi, gli ambientalisti che difendono gli uccellini, gli ambien-
talisti che si oppongono allo sviluppo.
È inevitabile, c’è un repertorio di luoghi comuni a cui ciascuno di
noi attinge per orientarsi nella vita quotidiana e dare un senso sod-
disfacente alle cose che accadono. Per pigrizia mentale, il più delle
volte, ma anche perché si è sempre più soli quando si cerca una
bussola originale per interpretare le cose del mondo negli infini-
ti accadimenti quotidiani. Un peccato veniale, ma non per questo
meno foriero di conseguenze nefaste e pericolose, se lo compiono
le persone senza specifiche responsabilità e competenze, quella che
ormai da un secolo va sotto il nome di “massa”. Un po’ più grave se
il peccato lo compiono gli addetti ai lavori, i professionisti dell’in-
formazione e della comunicazione, perché quasi mai è un peccato
innocente. C’è la volontà di ridurre l’ambientalismo a macchietta
degna di pietoso sarcasmo.
Nell’ultimo anno e mezzo questo meccanismo è stato messo al ser-
vizio di un progetto politico. È stata coniata l’immagine e la for-
mula degli ambientalisti del No (a cui poi per riequilibrare è stata
contrapposta la formula degli ambientalisti del fare, quelli disposti
a qualunque compromesso). Costoro sono stati additati all’opinio-
ne pubblica come i responsabili del ritardo nelle opere pubbliche,
del tracollo campano sul fronte dei rifiuti, dell’esorbitante costo
dell’energia, del blocco dell’innovazione tecnologica della ricerca

70
Il cigno parlante

scientifica più d’avanguardia, in una parola i veri responsabili del declino


del Paese. Certo queste operazioni non nascono mai nel nulla e che in
Campania come in alcune lotte “Nimby” (Not in my back yard) ci siano
responsabilità ed errori di movimenti ambientalisti è innegabile (parti-
colarmente significativi quelli in Campania). Ma da qui ad arrivare a fare
degli ambientalisti tout court il capro espiatorio della crisi e dello stallo
del paese ci corre molto, e in mezzo, a coprire tutta quella distanza, c’è
un’attenta regia comunicativa funzionale a far digerire scelte strategiche
prive di consenso sociale: il nucleare, il Ponte sullo Stretto, le nuove au-
tostrade. È lo stesso meccanismo attivato nelle politiche della sicurezza e
dell’immigrazione, dove il capro espiatorio è di volta in volta il rumeno o
il clandestino. C’è un progetto politico, che sta consumando la trasforma-
zione dell’assetto costituzionale di questo Paese (sulla stessa onda il caso
Englaro, cinicamente utilizzato per consumare uno strappo istituzionale,
entrare violentemente negli equilibri dell’opposizione, e incrementare
l’accreditamento presso il Vaticano). Un progetto neo-populista, che si
basa su un unico principio: la semplificazione, a cui fa da contraltare il de-
cisionismo centralistico. Semplificazione nell’individuazione delle cause e
delle colpe, semplificazione nelle soluzioni.
E su quale miglior palcoscenico si misura la semplificazione se non su
quello della comunicazione? La semplificazione è il mito e l’architrave
della società dei consumi di massa e dei mass media, che emigra dal XX
secolo e trova nuova legittimità nel XXI.
La forza di questa “legge di natura”, accreditata dall’errore opposto di chi
con la scusa della complessità si è perso dietro discussioni e formule ver-
bose e incomprensibili ai più, è talmente indiscutibile e inossidabile che
neanche l’evidenza dei fatti riesce a scalfirla.
Nelle ultime settimane alcune delle questioni che da tempo gli ambientali-
sti pongono all’attenzione della classe dirigente occidentale sono diventa-
te questioni dannatamente serie. Certo non per merito degli ambientalisti
ma grazie ad Obama e alle strategie energetiche dell’Unione Europea.
Neppure davanti a tanta “certificazione” si è voluto riconoscere la serietà

71
Rubriche_ Il cigno parlante di Vittorio Cogliati Dezza

delle nostre proposte per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici e
trovare un’uscita efficace dalla crisi economica. Piuttosto che rovesciare i
luoghi comuni profusi in abbondanza in questi anni e conseguentemente
riconoscere i meriti, si è voluto affermare, su alcuni quotidiani nazionali,
che gli ambientalisti sono ormai inutili!
Un paradosso su cui varrebbe la pena ragionare.
A noi rimane l’obbligo di essere più bravi e provare a scalfire il muro dei
luoghi comuni. Come Legambiente stiamo lavorando con le forze sinda-
cali ed imprenditoriali per condividere misure concrete che sappiano ri-
spondere alla crisi climatica e siano immediatamente praticabili per uscire
dalla crisi e creare occupazione. Abbiamo costruito il primo tassello con la
Cgil, forse il piano più serio prodotto fin qui in Italia, con misure concrete
ed immediatamente comunicabili. Spazio sui mass media?
Nulla da fare, il potere mediatico continua a nutrirsi di quei luoghi co-
muni e attraverso questi occhiali rimanda al paese un’immagine sfocata e
controproducente dell’ambientalismo, non rendendosi conto del danno
che crea al paese perché ne rallenta la reattività nell’assumere decisioni e
misure che possono rimetterci in pista.
Noi insistiamo, in fin dei conti anche Pier Capponi quando suonò le sue
trombe sapeva di stare dalla parte giusta e di difendere gli interessi reali
della sua gente. E non aveva nessuna certezza che i loro cannoni si sareb-
bero ritirati.

72
Rubriche

Con stile
di Marzia Fiordaliso

Effetti collaterali dell’acqua minerale


La brocca in tavola, anche in presenza di un ospite è ormai un must
per coloro che amano l’ambiente ma vivono con stile. Pochi in ve-
rità, perché la stragrande maggioranza degli italiani è grande esti-
matrice dell’acqua minerale, anche se vive in zone dove quella del
rubinetto non ha nulla da invidiare all’altra.
Beviamo a testa quasi duecento litri all’anno di acqua imbottigliata.
Nella classifica dei consumatori siamo i primi nel mondo, tallonati
da Spagna e Francia, con un incremento del 313% dal 1980 ad oggi;
neanche l’attuale crisi economica è riuscita ad impedire questo amo-
re, evidentemente il messaggio pubblicitario giunge laddove non ar-
riva il buon senso. Non si vuole qui demonizzare, è chiaro, la pub-
blicità, soprattutto quando è democratica e non imperiosa, quando
i prodotti consigliati appartengano a una gamma varia, quando non
obbliga a guardarla.
Contro l’acquisto della minerale nulla hanno potuto nemmeno le
campagne che assicurano gli avvenuti monitoraggi delle falde acqui-
fere, controlli che negli ultimi anni hanno fatto passi da gigante.
Eppure ormai sappiamo tutti che la plastica è dannosa per l’ambien-
te, le bottiglie sono prodotte in polietilene tereftalato (Pet) monou-
so, un derivato del petrolio; e petrolio si utilizzerà per portarle a
destinazione, visto che le merci in Italia continuano a essere traspor-
tate su gomma e non su rotaia. Anche l’acquirente, visto il peso di
una confezione standard, immetterà nell’aria Co2, ossido di azoto e
polveri sottili per portare a casa il suo fardello, contribuendo all’ef-
fetto serra. Sosterrà inoltre un costo, il 60% del quale è costituito
dall’imballaggio.

73
Rubriche_ Con stile

È però giunto il momento di ragionarci su prima di acquistare, di mostrar-


ci flessibili nei confronti dei cambiamenti, anche se vanno a sconvolgere le
abitudini più collaudate. È bene porsi alcune domande, chiedendosi se di
quel bene abbiamo un imprescindibile bisogno.
Non ultimo va considerato il problema dello smaltimento. Secondo Co-
repla, il consorzio per il recupero degli imballaggi in plastica, nel 2006 di
circa 2,2 milioni di tonnellate di imballaggi plastici immessi al consumo
409.000 tonnellate erano in Pet; 350.000 tonnellate di queste sono state
utilizzate per la produzione di bottiglie di acqua minerale, di cui 124.000
ovvero il 35%, avviate al riciclo. Chiariamo un concetto: l’acqua che sgor-
ga dai nostri rubinetti ha mille vantaggi, è a km zero, ha un costo minimo.
L’acqua di Roma, per esempio, è ricca di calcio, ottima per le donne in
stato interessante e per chi soffre di osteoporosi. Se però, per motivi me-
dici, ci viene chiesto di bere una particolare acqua in bottiglia, cerchiamo
di preferire almeno quella contenuta nel vetro. Al ristorante o in mensa
cominciamo a pretendere acqua in brocca, come già in uso in quasi tutti
i paesi europei. Mostriamo una certa insofferenza per quella servita in
bottiglia etichettata, inizialmente il nostro interlocutore rimarrà spiazzato
ma il tempo è dalla parte di chi dice No alla plastica: appellarsi ai propri
diritti di utenti attenti è un dovere nei confronti della sostenibilità!
Non sottovalutiamo l’enorme fortuna che abbiamo nei Paesi industrializ-
zati, quel gesto che compiamo ogni giorno senza rendercene conto, ovvero
aprire un rubinetto, è impossibile in altri luoghi della Terra. L’acqua potabi-
le è un bene indispensabile, la sua mancanza uccide ogni giorno nel mondo
trentaquattromila esseri umani, un miliardo e sei centomila persone non
ha accesso all’acqua potabile, i numeri dovrebbero contribuire a scuotere
le coscienze. Non può oggi l’acqua, elemento vitale, essere trattata come
merce di scambio e avere un valore di mercato; tra l’altro altissimo.
Quest’anno sono state molte le iniziative e le campagne promosse in con-
comitanza con la Giornata mondiale dell’acqua del 22 marzo proclamata
dall’Assemblea delle Nazioni Unite, che ha visto la partecipazione di alcu-
ne associazioni tra cui Legambiente, da sempre sostenitrice dell’uso ocu-

74
di Marzia Fiordaliso

lato di un bene tanto prezioso e contraria all’utilizzo di acqua in bottiglia.


La stessa è inoltre partner dell’iniziativa “Imbrocchiamola”, promossa da
Altraeconomia, che sostiene l’acqua di rubinetto e contrasta la privatiz-
zazione delle fonti di acque minerali. Basterebbe impedire la pubblicità
dell’acqua in bottiglia per contribuire agli obiettivi di Kyoto, una delle
tante possibilità per ridurre le emissioni di Co2 del 60%.
Ricapitolando, che fare? Assumere un atteggiamento ecofriendly. Vivere
con stile usando la brocca a casa e la vecchia, ma mai dimenticata, borrac-
cia (ottima anche per soddisfare la sete dei piccoli) se siamo fuori. Ormai
anche le “bellissime” delle copertine patinate amano farsi fotografare con
in mano una di queste bottiglie ecologiche moderne e colorate, che pro-
teggono i liquidi dai raggi solari, mantengono la temperatura e permetto-
no di trasportare non solo acqua ma qualsiasi altra peccaminosa bevanda
celandola agli sguardi indiscreti.

75
Rubriche

Frullare il mondo
di Enzo Argante

Una vita cartolarizzata dal Grande Fardello


Allegria. Il peggio è passato. Il mito della società dello sviluppo at-
traverso l’azione commerciale, dell’acquisto; del lavoro per compra-
re, per fuggire dal lavoro, per rientrare al lavoro e comprare. Questa
storia… sembra arrivata al capolinea. Il sistema basato sul consumi-
smo compulsivo sta per essere sostituito da quello consapevole.
Altro che fuggire dalla routine! Adesso possiamo farlo seriamente
e definitivamente: da domani la prendo e la butto nel cesso. Poi
riempio gli zainetti ai miei figli e propongo alla mia compagna di
cambiare vita. Per i bambini è una violenza? E che ne so se non sarà
più grande man mano che la crisi non avanza?
D’altronde qualcuno questa responsabilità se la deve assumere.
Quella del futuro dei figli dico: i politici, le imprese, la scuola, la
chiesa, il sindaco, le maestre, il pediatra? Chi è più titolato a farlo se
non il papà? E la mamma ovviamente, ma questa è un’altra storia.
Ne parliamo dopo.
Parliamo invece adesso del progetto alternativo che non c’è…
Il fatto è che non funziona più nulla. Non è crisi, bolla, recessione,
inflazione, deflazione, suggestione, riconversione, frustrazione, de-
pressione. È semplicemente che nessuno sa più che cosa farsene del
proprio futuro. Ancora pochi mesi fa il mito auto – carta di credito
– lap top era sufficiente a tenere in piedi sistemi economici complessi
e a spostare milioni di persone da un continente all’altro. Adesso è
chiaro che questa storia non convince più nessuno. E che facciamo?
Ci stringiamo tutti un po’ di più, superiamo differenze e diffidenze,
incongruenze e deficienze, per vivere tutti la modernità, il progres-
so, l’industrializzazione?

76
Frullare il mondo

Come è e come non è, adesso ci hanno spiegato (ma forse riusciamo a capir-
lo anche da soli) che quel modello lì (sempre lo stesso del lavoro per compra-
re, per fuggire dal lavoro, per rientrare al lavoro e comprare…) è una balla più
che una bolla. Qui ci hanno cartolarizzato la vita, non solo il denaro: con i
fondi sovrani, i presidenti giullari, i finanziari creativi, i nani e le ballerine
della politica, gli oppositori in cerca d’autore, gli autori in cerca di share; i
testamenti biologici, il turismo sessuale, le intercettazioni impossibili e gli
assalti alla Costituzione. Insomma, ci siamo un po’ persi via… Anche grazie
a quelli che stanno sopra di noi (altro che a destra o a sinistra!).
Per esempio.
Il Grande Fardello. La Borsa, meglio nota con il nome di Piazza Affari.
Sede: Milano. Funzione: soggiogare gli italiani ai criteri e ai valori (?)
finanziari! L’indice della nostra vita, il faro che guida le nostre azioni; il
semaforo dello sviluppo; il cerino custode dei nostri risparmi e di quelli
(più consistenti) dei capitani coraggiosi… l’indice di Borsa che brinda alla
guerra (o al massacro, a secondo dei punti e degli editoriali di vista…) di
Gaza, quella che rimbalza e crolla un giorno sì e un giorno no. Il Gran-
de Fardello delle montagne russe dell’immaginario collettivo. Ma perché
qualcuno non spiega (o più semplicemente non scrive) che la Borsa va in-
terpretata da chi si occupa di finanza e non è esattamente un problema dei
pensionati, precari, salumieri, operatori ecologici che invece di stipendio
campano o perlomeno ci provano?
Un altro esempio.
Gli ecodebiti. Che altro sono gli incentivi per acquistare auto? Il colpo
di genio che arriva dall’alto funziona più o meno così: c’è crisi e le fab-
briche di automobili (improvvisamente!) rischiano il fallimento… allora
gli diamo un bell’incentivo… che ne sono tipo 1.500 euro… che così gli
italiani cambiano tutti la macchina, la Fiat si salva e inquiniamo di meno
perché in linea di massima sono modelli più evoluti, così ci risolleviamo
dalla crisi per… qualche settimana. Nel frattempo agli italiani restano le
rate da pagare per… qualche decina di mesi. Geniale! Altro che G4, 8 e
20. G1 ça suffit!

77
Rubriche_ Frullare il mondo di Enzo Argante

Non bastasse.
Senza parole. La “solidal” card (ma c’è ancora? C’è mai stata o ne abbia-
mo solo parlato?) prevede 40 euro mese. Obama ha stanziato 75 miliardi
di dollari per aiutare dai tre ai quattro milioni di famiglie americane a
pagare il mutuo per non farsi pignorare la casa.
Chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando. Ma soprattutto: chi
cavolo ci sta informando e che cosa ci stanno dicendo!
Che differenza c’è tra quello che è e quello che riescono a farci capire – in
buona e cattiva fede – editori e soprattutto giornalisti? Qual è a questo
punto la mappa dei sistemi di potere a cominciare da quelli dei tele – audio
spettatori – lettori – navigatori – un giorno e per sempre elettori? Questi cosa
vogliono? Lasciatevi consigliare da quelli che la sanno lunga, quelli delle
tre esse: sesso, sangue, soldi.
Basta intendersi sui termini e sull’universo circoscritto, che non è lette-
rale. A cominciare dal sangue. Provate a immaginare qualcosa che a una
delle tre esse relazionato non sia.
Nella confusione si sono dimenticati il valore e i valori, religiosi e non.
Per esempio che differenza c’è tra i programmi di Piero Angela (scompar-
si dal prime time) e I Raccomandati? E fra Gente e l’Internazionale? Cos’è
più navigato Facebook o il museo virtuale del Louvre? Quali sono le paro-
le più frequentemente usate – che ne so – negli ultimi due mesi: riutilizzo
e riciclo, protezione dell’ambiente, alternative economiche, formazione
ai nuovi mestieri? Oppure: stupro, migranti, crollo, disastro (va bene per
finanziario, stradale, ambientale), razzismo, giustizialismo, fanatismo.
Comunque va bene così.
Sappiamo bene che l’importante è comunicare.
E tutto sommato, anche a chi.
Ma la crisi/cambiamento ci sta togliendo il dizionario dei consumi sotto i
piedi e non sappiamo più che cosa…
Al tempo.

78
Rubriche

Altre mafie
di don Luigi Ciotti

Comunicare il crimine e la legalità


«Un giornalista incapace, per vigliaccheria o calcolo, della verità, si porta sul-
la coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le
sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere».
Un’informazione che cerchi la verità, questo chiedeva Giuseppe
Fava, giornalista siciliano ucciso da Cosa Nostra il 5 gennaio 1984.
Verità come approfondimento e come verifica, ma prima ancora
verità come libertà di coscienza, come coraggio e responsabilità.
Elementi imprescindibili del fare informazione, tanto più necessari
quando il contesto è quello del crimine organizzato, dove la verità
dei fatti è spesso occultata sotto un fitto intreccio d’interessi e di
complicità.
Fu poco dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, sull’onda dell’enor-
me emozione che suscitò quel duplice attentato, che prese forma a
Torino, nella sede del Gruppo Abele, l’idea di una rivista sui temi
della criminalità organizzata, quella che sarebbe poi diventata Nar-
comafie. Di mafie si parlava anche allora, ma senza sufficiente conti-
nuità. Era un tema trattato soprattutto in relazione ai gravi fatti di
sangue, alle operazioni di polizia più eclatanti o ai grandi processi.
In quel momento così tragico ma insieme così ricco di passione civi-
le e di fermento, una sfida fra le più urgenti da raccogliere ci sembrò
allora proprio quella informativa.
Volevamo dare il nostro contributo per un’informazione costante,
approfondita, capace di mettere in luce le connessioni e le ricadute
del fenomeno mafioso. Un’informazione che parlasse di mafie al plu-
rale, rilevando le peculiarità delle singole organizzazioni criminali, i
loro campi d’azione, le loro “alleanze”. E soprattutto che cercasse di

79
Rubriche_ Altre mafie

esplorare la zona grigia di chi, non affiliato, era stato però complice o in-
termediario, si era lasciato corrompere e condizionare, o semplicemente
aveva finto di non vedere. Un zona grigia fatta di compiacenze politiche ed
economiche anche ad alti livelli, ma al tempo stesso alimentata da un più
generale deficit di senso civico, da quelle piccole forme di illegalità tanto
diffuse quanto “depenalizzate” nelle coscienze di chi le commette.
Sedici anni dopo, è bello per me constatare come in questo lasso di tem-
po siano tante le esperienze di valore maturate in questo campo. Riviste,
pubblicazioni, siti web gestiti con passione e competenza, affrontando le
difficoltà e non di rado i pericoli che, soprattutto in certi territori, parlare
di mafie comporta. Esempi di un’informazione libera, che non stravolge
la realtà attraverso la menzogna o la copre con l’omissione e il silenzio.
Un’informazione che, non dimenticando il costo delle parole, ha potuto
così preservarne il significato.
Pensiamo ad esempio alla parola “legalità”. Quante strumentalizzazioni in
suo nome! Col risultato di fare della legalità non la garanzia della giustizia,
ma il nome abusivo dato a misure che mirano a tutelare poteri e preserva-
re privilegi. Per questo, piuttosto che di “legalità”, preferisco parlare oggi
di “responsabilità”. E sentirmi parte di una “società responsabile”, visto
che “società civile” è un’altra espressione abusata, che arranca ormai per
nascondere il vuoto di pratiche troppo spesso annunciate e mai realizzate.
Tutti siamo cives, ma per riempire di senso questa generica “qualifica” di
cittadinanza sono necessarie scelte e pratiche quotidiane mai scontate.
L’importanza delle parole, poi, oggi è quasi sempre affiancata alla potenza
evocativa delle immagini: la comunicazione di massa passa in primo luogo
attraverso la televisione. Anche in questo caso dobbiamo stare attenti a
non considerare con leggerezza i criteri usati per confezionare e “vende-
re” certi contenuti. Penso ad esempio all’ormai fiorente industria delle fic-
tion televisive sulla mafia. È vero che di questi argomenti è sempre meglio
parlare che tacere, tanto più se il prodotto è capace di arrivare a pubblici
di milioni di persone. Come è vero che alcune di queste produzioni sono
costruite con cura, preparate attraverso un serio lavoro di documenta-

80
di don Luigi Ciotti

zione. Mi chiedo però se un certo modo di parlare di mafia facendo presa


soprattutto sull’emotività, romanzando le vicende e puntando il riflettore
sui personaggi, non accrediti soprattutto fra i giovani l’idea di una mafia e
di un’antimafia distanti dalla vita quotidiana. Realtà abitate solo da spie-
tati criminali e valorosi poliziotti e magistrati, e in quanto tali fuori dalla
portata del possibile impegno di ciascuno di noi. Quando si tratta di temi
così delicati, l’informazione deve stare attenta agli eccessi di “colore”, agli
“effetti speciali”, agli schematismi. Deve attenersi ai fatti, pur senza ri-
nunciare a raccontare gli ideali e i sogni di chi con quei fatti non ha avuto
paura di misurarsi.
E per fatti non intendo solo quelli negativi. L’inchiesta e la denuncia sono
elementi chiave dell’informazione, ma non dobbiamo dimenticare che an-
che dalle storie positive possiamo imparare molto su come sconfiggere le
mafie. Penso all’impegno di Libera sui terreni confiscati, alla fiducia nella
forza di verità delle cose che riescono a farsi simbolo, suscitando domande
che scuotono le coscienze. Penso anche alla recente, emblematica vicenda
della Calcestruzzi Ericina di Trapani, un’azienda confiscata al boss Virga,
salvata non solo dal fallimento a cui la mafia voleva destinarla, ma prota-
gonista di un rilancio economico a beneficio degli operai che rischiavano
di perdere il lavoro e di tutto il contesto sociale. Oltre che fatti, simboli di
un cambiamento, dimostrazioni che la lotta alle mafie, quando è capace
di andare oltre la pur necessaria fase repressiva, produce vantaggi sotto il
profilo culturale, economico, sociale.
Comunicare le mafie vuol dire allora nutrire la consapevolezza delle per-
sone parlando una lingua in cui possano riconoscersi. Offrire un’informa-
zione che sia sintesi di parole scelte con cura, immagini autentiche, fatti
che abbiano la forza dei segni.
Ripenso allora, con Giuseppe Fava, ai tanti giornalisti uccisi proprio a cau-
sa di un’informazione che si proponeva questi obbiettivi. Penso a Cosimo
Cristina, a Mauro De Mauro, a Giovanni Spampinato, a Mario Francese,
a Peppino Impastato, a Mauro Rostagno, a Giancarlo Siani.
Tutti accomunati da un concetto etico di giornalismo, dalla passione della

81
Rubriche_ Altre mafie di don Luigi Ciotti

ricerca, dall’amore per la verità. Giornalisti non solo col talento dell’in-
chiesta, l’intuito che individua la pista giusta e la testimonianza cruciale,
ma animati da una grande passione civile, dal dovere di studiare, docu-
mentarsi, aggiornarsi, non dare mai nulla per scontato, verificare la cor-
rettezza dei dati e l’attendibilità delle fonti.
Ecco, tradotte in storie e scelte di persone, le premesse sulle quali co-
struire un’informazione di qualità, capace di allargare gli orizzonti senza
gettare veli sulla realtà, svincolata dalle gabbie dell’indice di gradimento
e dell’offerta di largo consumo. Un’informazione che senta la responsa-
bilità educativa dell’essere finestra sul mondo, e che si metta davvero al
servizio di quella libertà di pensiero sancita dall’articolo 21 della nostra
Costituzione.

82
FUOCHI

R. Morrione _ A. Ruggieri _ E. Novelli _ Bankor Jr. _ G. Viale


G. Silvestrini _ M. G. Midulla _ M. Ferri _ A. Gaudioso _ S. Garambois
E. Realacci _ M. Grollo _ G. Spallone _ G. Onufrio
Fuochi

L’autunno del giornalismo a Gaza


di Roberto Morrione

La guerra israeliana nella Striscia di Gaza è cominciata e finita


(per ora) senza che i media occidentali siano stati messi nelle condizioni
di documentare quello che è accaduto. Eppure ogni sera i tg ne hanno
parlato “come se” avessero informazioni di prima mano e gran parte
dei giornali ha omesso di dire che le notizie pubblicate non potevano essere
verificate. Sotto questa cappa “embedded” si sono consumati crimini contro
l’umanità. Di Hamas il grande pubblico sa meno di prima e l’analisi
dei fatti è uscita dal cono d’interesse della comunicazione nazionale.

“La collina della vergogna”, così i giornalisti avevano soprannomi-


nato l’altura al di qua della frontiera di Gaza dalla quale per ventidue
giorni sono stati costretti a osservare con il binocolo le esplosioni e
ad ascoltare l’eco dei bombardamenti che spargevano morte e di-
struzione nella Striscia palestinese. Frontiere sbarrate alla stampa, ai

84
Roberto Morrione

taccuini e ai microfoni degli inviati, alle telecamere, nell’era delle dirette


televisive e della comunicazione globalizzata che negli ultimi anni hanno
fatto vivere in tempo reale le grandi tragedie, dalle Twin Towers allo Tsu-
nami, dalla guerra nei Balcani all’invasione in Iraq, dagli attentati suicidi
dei terroristi islamici a quelli ceceni in Russia, fino al conflitto Israele-
Hezbollah in Libano. Una programmata chiusura, estesa agli osservato-
ri internazionali e alle organizzazioni umanitarie, all’evidente scopo di
nascondere il lavoro sporco, la disumanità di ciò che i tanks, i cannoni,
gli aerei israeliani, anche con l’uso di armi segrete di nuova tecnologia
stavano compiendo ora per ora, coinvolgendo la popolazione civile e di-
struggendo quel poco di strutture e servizi di cui disponevano quasi due
milioni di palestinesi.
Per di più appena intaccando e forse addirittura potenziando il carattere
terroristico di Hamas e la sua centralità politica e sociale nel territorio. La
riprova di questo piano è nel fatto che non sono stati contemplati neppure
gli inviati “embedded”, cioè aggregati alle truppe d’Israele e legati contrat-
tualmente a seguirne le disposizioni. Dunque uno sbarramento nell’illuso-
rio obiettivo di evitare un impatto troppo traumatico con l’opinione pub-
blica, quell’effetto boomerang degli orrori della guerra che troppe volte si
è tramutato in passato in sgradevoli pressioni internazionali, in movimenti
pacifisti, in imprevedibili reazioni nello stesso Israele in vista delle ele-
zioni politiche. Questo arbitrio sarebbe dovuto bastare per scatenare una
campagna di durissime proteste della stampa internazionale, ma anche da
parte dei governi occidentali che si sono invece chiusi in un’ermetica indif-
ferenza di fronte all’assenza di testimonianze dirette e di documentazione
di prima mano da parte del sistema dell’informazione. Le diplomazie e gli
organismi internazionali, con flebili proteste dell’Unione Europea e delle
Nazioni Unite quando sono state colpite le sue sedi e uccisi suoi dipenden-
ti, hanno lavorato per settimane a generiche invocazioni di tregua, coin-
volgendo nell’azione diplomatica solo il governo d’Israele e affidandosi
alla mediazione egiziana, sulla scia di una linea che in passato non ha fatto
avanzare di un centimetro il dialogo fra israeliani e palestinesi.

85
Fuochi_ L’autunno del giornalismo a Gaza

Si consumava intanto la tragedia di un popolo, documentata però dal-


le testimonianze, dai filmati, dagli scatti fotografici che pochi free lance,
volontari delle Ong e di associazioni umanitarie già sul posto, nonché i
corrispondenti di emittenti e agenzie arabe operanti a Gaza sono riusciti
a far filtrare e a diffondere soprattutto attraverso Internet. Le immagini
dei bambini massacrati dalle bombe e dai missili “intelligenti”, violati nel
profondo e per tutta la vita dalla paura e dalla forzata impotenza dei loro
genitori, le sofferenze di un popolo rinchiuso in una immensa prigione
senza futuro, né possibilità di evadere, hanno fatto comunque il giro del
pianeta, accelerando la scelta di una tregua armata e precaria, ma forse
suscettibile di aprire la strada a sia pure incerte prospettive di dialogo e di
mediazione internazionale.

L’informazione a rimorchio
Il grande sistema dell’informazione non è stato il protagonista di questa
fase, rivelando invece la sua debolezza e il declino di quel ruolo di testi-
mone della realtà, di libero osservatore degli eventi e delle loro cause,
di autonomo analizzatore di responsabilità, di portatore innanzi tutto di
umana solidarietà verso vittime innocenti e indifese, indipendentemente
da posizioni precostituite o scelte politiche di campo, che dovrebbe essere
alla base del patto di lealtà e trasparenza con i lettori e gli ascoltatori. Sia
pure e a maggior ragione per l’assenza forzata degli inviati e delle teleca-
mere nelle strade di Gaza, il quadro di ciò che stava avvenendo, da parte
della quasi totalità dei media italiani e con poche eccezioni (per il servizio
pubblico della Rai è giusto citare i servizi del Tg3) è stato per settimane
a rimorchio delle posizioni assunte dai governi, colmo di analisi politiche
e di ideologismi che si rifacevano allo schierarsi pregiudiziale delle aree
politiche “di riferimento”, in gran parte allineato con le ragioni di Israele,
sordo a un dialogo che, per essere tale fra contendenti impegnati in com-
battimenti, non poteva che essere costruito con ambedue le parti.
Il generale allineamento preventivo sulle posizioni di Israele, bersaglia-
to dal continuo lancio dei missili da Gaza, non ha corrisposto peraltro

86
Roberto Morrione

a una seria analisi su Hamas, esorcizzata per gli atti terroristici e per la
sua volontà di dissoluzione dello Stato ebraico, ma con la cui piattaforma
politica e influenza sociale, dopo il successo elettorale e la breve guerra
civile vinta contro Abu Mazen e Al Fatah, non si può evitare di fare i con-
ti. Così nell’informazione del nostro Paese è risultata inesistente, o solo
sfiorata, una qualsiasi analisi sulle luci e le ombre del governo di Hamas,
che all’efficiente organizzazione civile unisce pesanti aspetti repressivi e
censori, denunciati fra l’altro dalle stesse emittenti arabe attive nella Stri-
scia di Gaza, mentre non si è andati a fondo sulla consistenza della tesi
israeliana degli “scudi umani” per coprire i lanci missilistici contro Israele,
probabile concausa degli spietati bombardamenti contro edifici pubblici
e abitazioni civili. Dunque una complessiva deriva informativa a più vol-
ti, aggravata dalla superficialità, da carenze professionali e dall’assenza di
approfondimenti dei contesti degli eventi, quanto di peggio cioè il cattivo
giornalismo possa produrre…
Nella tragedia vissuta dalla popolazione, le stesse immagini dei bambini
morti o feriti, le macerie, lo strazio di famiglie rimaste senza casa, costret-
te al buio, alla fame e alla sete, sono state sottovalutate, come “incidenti
collaterali” di un conflitto di cui si giustificava quasi sempre la genesi e le
modalità, per di più senza analizzare e prevedere le catastrofiche conse-
guenze sull’intero Medio Oriente e nel complesso rapporto fra islamismo,
mondo arabo e occidente. La desolante contabilità dei morti, nella quo-
tidiana litania dei tg e dei giornali perdeva così ogni significato fuorché il
sapore statistico di una progressione aritmetica senza spiegazioni, come se
si trattasse di vittime di incidenti della strada o di un eccezionale maltem-
po. Quanti, fra i giornali e i tg italiani, hanno riflettuto sul significato e
l’orrore dell’asimmetria, fin dall’inizio e crescente sistematicamente ogni
giorno, fra le 13 vittime israeliane e i 1340 morti palestinesi, destinati pur-
troppo a crescere via via che si sgombrano le innumerevoli macerie, fra i
quali almeno 418 bambini e centinaia di donne? O sugli oltre 5.300 feriti,
molti dei quali destinati a morire o a restare mutilati per sempre e sulle
4.000 case distrutte, fra cui decine di edifici pubblici, scuole, moschee,

87
Fuochi_ L’autunno del giornalismo a Gaza

cliniche, magazzini, strutture civili? Così è stata pressoché inesistente l’at-


tenzione e i conseguenti interrogativi sul tipo di armi usate dagli israeliani,
a partire dal micidiale fosforo bianco, che pure era stato al centro di accuse
e denunce internazionali, dopo l’inchiesta di Rai News 24 nel 2006 sul suo
uso da parte americana nella battaglia irachena di Fallujah. E interrogativi
allarmanti su altre armi segrete impiegate dagli israeliani, missili e granate
di nuova generazione, che hanno causato ferite inspiegabili e una miriade
di amputazioni, che i medici palestinesi non sono riusciti ad evitare non
conoscendo minimamente la natura e la composizione di ciò che le aveva
procurate, sono emersi solo dopo la sospensione dei combattimenti e il
ritiro israeliano, con le testimonianze raccolte da Amnesty International
fra il personale sanitario e gli stessi palestinesi ricoverati. Crimini di guer-
ra? Difficilmente qualcuno salirà sul banco degli imputati in un tribunale
internazionale, come avvenne per le stragi e gli stupri etnici nell’ex-Yu-
goslavia, se l’informazione non illuminerà l’abisso aperto nella Gaza “off
limits”, a partire dalla stampa democratica dello stesso Israele. Si tratta
ancora di spezzare gli schemi degli schieramenti pregiudiziali, la cappa
di potenti interessi e legami geo-politici e commerciali, investendo l’opi-
nione pubblica mondiale indipendentemente dal dissonante concerto dei
governi, dell’Unione Europea e della paralizzata diplomazia dell’Onu. Al
riguardo non c’è davvero da essere ottimisti, almeno in Italia, se la stampa
e le televisioni, con poche isolate eccezioni etichettate come “di sinistra”
o addirittura accusate di essere anti-Israele e filo-terroristi, non si sono
impadronite dell’argomento.
Potrebbero forse cambiare le cose le scelte di Barack Obama, alle quali il
mondo guarda almeno oggi con eccezionale attenzione. L’annuncio della
chiusura di Guantanamo e la revisione degli aberranti metodi della Cia
nella lotta al terrorismo, secondo il dettato della costituzione e gli ideali
dei padri fondatori degli Stati Uniti, lasciano almeno sperare. Ma quante
Guantanamo o Abu Ghraib sono sparse per il mondo? Dove può arrivare
il primo presidente afro-americano nell’applicare l’etica dei suoi principi
al grumo di poteri forti, pressioni e interessi economici, consensi eletto-

88
Roberto Morrione

rali, alleanze condizionanti come quella strettissima con Israele? Un altro


appuntamento con la storia, dunque, al quale l’informazione dovrebbe
cercare di non mancare, portandovi l’insostituibile contributo di verità
finora perso troppe volte per strada.
Lo scrittore inglese John Berger sul settimanale “Internazionale” ha sinte-
tizzato così il rapporto fra l’informazione e la guerra a Gaza: “…la morte di
un israeliano giustifica l’uccisione di centinaia di palestinesi. Lo ripetono
il governo israeliano e quasi tutti i mezzi d’informazione del mondo. È
un’affermazione profondamente razzista, che ha accompagnato e giusti-
ficato la più lunga occupazione di un territorio straniero nel ventesimo
secolo”. Ed è curiosamente, ma significativamente un giornalista israelia-
no, Gideon Levy, che su “Haaretz” ha pesato l’assenza nel conflitto della
autentica e più vera missione di un reporter: “Questo è il momento di una
stampa che scrive la verità tutta intera e non solo la verità unilaterale della
propaganda. È il momento di informare l’opinione pubblica sul quadro
completo, su cosa succede dai due lati del confine, per quanto duro possa
essere, senza eufemismi, senza occultare niente, senza nascondere l’orro-
re sotto il tappeto. L’opinione pubblica farà poi ciò che vuole di queste
informazioni. Ne potrà gioire o soffrire. Ma deve sapere che cosa si sta
facendo nel suo nome. È il compito di chiunque abbia occhi, cervello e
soprattutto cuore”.
Dunque un’informazione cinica, senza memoria, sorda al compito prima-
rio di entrare nella realtà con spirito libero, difendendo i diritti dei più
deboli e indifesi, priva della volontà prima che della capacità di illuminare
tutti gli aspetti della condizione umana, a partire dagli angoli oscuri delle
guerre dietro ai quali si muovono i burattinai di interessi e poteri forti,
un’informazione che per questi motivi vive da tempo una grave crisi in-
sieme di identità e di credibilità.

Un sistema al disastro
La commistione fra realtà e propaganda era peraltro apparsa in tutta la
sua portata nel corso del conflitto in Iraq, quando la favola del possesso

89
Fuochi_ L’autunno del giornalismo a Gaza

da parte di Saddam di armi di distruzione di massa era straripata da tutti i


network televisivi occidentali, falso alibi di una guerra devastante destina-
ta al fallimento, che celava in realtà i corposi interessi, nonché il fanatismo
confessionale del gruppo di potere neo-con insediato alla Casa Bianca e
del sistema industriale-finanziario di cui era espressione.
Un sistema che del resto è oggi al culmine del disastroso bilancio alla
guida dei processi di sviluppo globale, che ha trascinato l’economia mon-
diale e innumerevoli persone nella più drammatica crisi finanziaria e di
recessione da ottant’anni in qua. Le radici e le tappe progressive di questo
fallimento, di cui non è stata parte secondaria la dissennata dissipazione di
vite umane e di risorse nell’avventura in Iraq, sono state sistematicamente
ignorate per anni, non analizzate, né tantomeno denunciate, quanto in-
vece gonfiate e magnificate da un’informazione ormai omogenea e subal-
terna a un mercato privo di regole, che seguendo il “pensiero unico” del
neoliberismo si è aperto alla corruzione, alle deviazioni di gruppi dirigen-
ti, a rampanti uomini di potere che hanno sostituito le personali fortune
e un cieco protagonismo alla enorme responsabilità di cui erano investiti.
Quando da anni il gossip sostituisce l’approfondimento delle notizie, il
vuoto entertainment l’intelligente confronto delle idee, i modelli della
pubblicità consumistica le capacità critiche alimentate dalla storia e dal-
la cultura, quando la subalternità al potere scaccia l’inchiesta che cerca
verità scomode, quando l’apparire diventa più importante dell’essere e il
successo un parametro più significativo della vita e della morte di qualsiasi
uomo o donna, popolo o specie vivente sul pianeta, vuol dire che anche
l’informazione è diventata una merce, usabile sul mercato secondo le con-
venienze e gli interessi spesso inconfessabili di chi ne detiene le chiavi.
Nei Paesi di più solida democrazia, dove la libertà non è solo un valore
teorico e ideale, il mondo dell’informazione si sta drammaticamente in-
terrogando su questa crisi, ponendosi almeno la domanda di come cercare
di renderla reversibile, di come poterne uscire, rinnovando o cambiando
culture, contenuti, tecnologie, cercando autonomia e indipendenza. Nel
caleidoscopio della realtà italiana, dove il colore prevalente è sempre più

90
Roberto Morrione

il grigio opaco della palude, non sta finora avvenendo neppure questo
tentativo.
Il vuoto, i conformismi, le amnesie, i condizionamenti dell’informazione
nella sostanziale subordinazione editoriale e professionale alla morsa della
pubblicità, ai poteri e ai potenti, sono parte integrante della crisi di pro-
spettiva e di fiducia in cui siamo immersi, in pace come in guerra.
Sottraendosi ai suoi caratteri fondanti di conservazione della memoria e
di sviluppo della conoscenza, che si traducono nel mantenere ogni giorno
verità, onestà intellettuale, libertà d’espressione, confronto delle idee, ri-
cerca di nuovi linguaggi, l’informazione si rende pesantemente correspon-
sabile, prima ancora che dell’ assenza di nuovi modelli di sviluppo basati
sul principio di eguaglianza finora negato da un neo-liberismo selvaggio,
dell’inadeguatezza morale e culturale con la quale stiamo affrontando un
disastroso presente per cercare di costruire un più accettabile futuro.

91
Fuochi

La democrazia
dopo la democrazia
di Antonio Ruggieri

Il lungo e faticoso cammino della democrazia di rappresentanza


e della modernità come la conosciamo, dalla comunicazione orale alla scrittura
e poi alla stampa. L’irruzione del world wide web e della sua cultura,
annuncia un altro scenario interattivo e orizzontale, del tutto sottovalutato
dalla classe dirigente attuale, informaticamente analfabeta.

Verso l’opinione pubblica


L’umanità ha conosciuto tre grandi rivoluzioni della comunicazione:
quella dell’oralità, poi, intorno al 3.000 a.C. quella della scrittura
potenziata e diffusa dalla stampa dalla fine del XV secolo e infine
l’elettrica ed elettronica nell’ambito della quale ancora ci troviamo.
La comunicazione orale ha caratterizzato i sistemi politici autoritari

92
Antonio Ruggieri

e aristocratici. Era verticale e unidirezionale; da un unico emittente alla


platea degli utenti. Il narratore si trovava a detenere un potere enorme,
basato sulla sua capacità di affabulazione e stabiliva, in unità di tempo e di
luogo, un’empatia indispensabile col suo uditorio.
Il linguaggio era sintetico ed evocativo. Nel processo narrativo che aveva
luogo in un tempo rituale e determinato, si aggiornavano i ruoli sociali e
il potere ribadiva la sua egemonia ieratica, mediata solo dalla capacità di
suggestione dell’oratore.
La scrittura rompe l’unitarietà dell’aggiornamento comunitario. Il narra-
tore si separa dal suo uditorio nel tempo e nello spazio. Elabora e rielabo-
ra mentalmente il discorso e lo consegna ad un vettore che lo sottopone
diacronicamente al lettore, il quale lo valuta a sua volta individualmente,
dando vita alla prima e fondamentale condizione per la comparsa di una
volontà democratica (di rappresentanza) nella storia dell’umanità. Questo
processo, naturalmente, produrrà il suo esito più maturo con l’invenzione
dei caratteri mobili per la stampa alla fine del Quattrocento e con l’al-
largamento del mercato fra chi scrive e chi legge: con la creazione, in
definitiva, delle forme larvali di un’opinione pubblica. La comunicazione
orale sta al potere aristocratico come la scrittura e la lettura stanno alla
democrazia di rappresentanza.
La scrittura è lineare, sequenziale e logico/deduttiva. Nella sua prospetti-
va s’imbastisce l’idea di modernità e una rappresentazione del mondo che
solo adesso sta declinando. La scrittura, applicata alla produzione seriale
della stampa diventa “esplosiva”, esce da sé e si riproduce incessantemen-
te. Si raccoglie nelle biblioteche e si ordina negli scaffali con titoli, autori,
settori e tematiche differenti.
La scrittura è selettiva. Opera una frattura profonda fra chi sa scrivere e
leggere e gli analfabeti. Questi ultimi restano ai margini della modernità,
esclusi dalle dinamiche di promozione sociale che nell’alfabetizzazione
trovano un motore che rimarrà operativo per oltre un millennio.
L’elettricità fa la sua comparsa nell’Ottocento. La pila di Volta, il primo
produttore statico di elettricità, è del 1799. Mano a mano che si applica ai

93
Fuochi_ La democrazia dopo la democrazia

mezzi di comunicazione, ne modifica la lingua e la natura. La televisione,


il più compiuto e pervasivo mezzo di comunicazione di massa, compare
il 15 settembre del 1925 nel centro commerciale di Selfridges, a Londra,
dove l’ingegnere John Logie Baird dà dimostrazione della sua scoperta
rivoluzionaria. Applicata alla stampa ne rafforza l’efficacia, mentre ne mo-
difica la struttura linguistica e la strategia di comunicazione. Anch’essa
sostiene e diffonde la democrazia di rappresentanza, sostituendo però la
simultaneità alla sequenzialità. Se con la stampa la comunicazione scorre
sul rigo di lettura in maniera sequenziale, adesso compare simultanea-
mente ad un’utenza sempre più sterminata che, privatamente, riceve lo
stesso messaggio. Il testo, con aggiornamenti tecnologici rutilanti, si tra-
sforma in un ipertesto articolato che coinvolge tutti i sensi invece che solo
la vista, com’era per la lettura.

Il “realismo” della televisione


Le trasmissione televisive in Italia hanno inizio il 3 gennaio del 1954.
Quella degli esordi era la “proto tv”; una televisione che ammetteva l’esi-
stenza di un mondo reale fuori di essa e che si candidava a raccontarlo in
bianco e nero, con una tecnologia ancora approssimativa e claudicante.
Subisce una trasformazione che corre su due direttrici parallele: da una
parte declina il suo monopolio pubblico e dall’altra cambia faccia radi-
calmente dal punto di vista tecnologico. Nel 1971 comincia a trasmettere
Telebiella, la prima televisione commerciale italiana. Già nell’intitolazio-
ne le cosiddette “tv libere” dichiarano il loro programma.
Se la televisione pubblica era finanziata dal canone e doveva corrisponde-
re all’intenzione etica e pedagogica dello Stato, quella commerciale si so-
steneva con le inserzioni pubblicitarie, realizzando una clamorosa rivolu-
zione copernicana nel cuore pulsante dei modelli antropologici e culturali
della modernità, come l’abbiamo conosciuta e la conosciamo: quella di
rivolgersi ai consumatori invece che ai cittadini. Portando a termine, sotto il
vessillo equivoco della “libertà”, un processo prima di marginalizzazione
e poi di aperto discredito di ogni intenzione pedagogica e formativa della

94
Antonio Ruggieri

televisione, che diventava un formidabile veicolo commerciale operativo


nel mercato, subordinato al suo sistema valoriale. Elaborava incessante-
mente strategie di stimolazione e di orientamento al consumo della platea
dei telespettatori, modificandone i riferimenti culturali e rivoluzionando
la lingua e le forme dell’organizzazione del consenso; anche di quello po-
litico. Al conseguimento di questo risultato concorre in maniera deter-
minante l’avanzamento della tecnologia del mezzo televisivo. Nel 1961
comincia a trasmettere il secondo canale della Rai. Nel 1977 la televisione
dal bianco e nero passa al colore e due anni dopo, in ossequio a una logica
politica spartitoria, esordisce il terzo canale affidato al Pci, mentre il pri-
mo era della Dc e il secondo del Psi.
Nei confronti della televisione la sinistra nutriva un profondo disprezzo;
la considerava uno strumento meno elevato culturalmente e con meno
spessore dei vettori a stampa; di quella commerciale poi non si curava af-
fatto, sottovalutandone clamorosamente la strategia di orientamento alla
quale Berlusconi (con la sua sterminata schiera di collaboratori “situazio-
nisti” più o meno consapevoli), lavorava con determinazione scientifica.
Il palinsesto si riorganizza intorno a nuove trasmissioni che assottigliano
sempre più la distanza che separa i generi classici della programmazio-
ne televisiva: informazione intrattenimento e servizi. Negli interminabili
programmi contenitore della mattina o del pomeriggio, ma anche nei talk
show distribuiti in orari diversi perché rivolti a pubblici sperequati, la
classica tripartizione dei generi perde di senso e riconoscibilità.
All’“infotainement” dilagante che combina malamente informazione e in-
trattenimento, si affiancano rubriche sulla meteorologia in cui la notizia
di servizio viene ritrattata mettendo l’accento sull’avvenenza della speaker
o sulle sue particolarità comportamentali.
È però col “reality” e con la gamma sempre più ricca e inquietante delle
sue variazioni che la televisione dichiara senza equivoci la sua intenzione.
Presupposto fondamentale (unico in diversi casi) è che i partecipanti alle
trasmissioni siano scelti fra il “pubblico a casa”, in modo da indurre una
dinamica proiettiva e d’identificazione nei telespettatori.

95
Fuochi_ La democrazia dopo la democrazia

È davvero poco interessante stabilire se la situazione al centro del pro-


gramma preso in considerazione sia più o meno raffrontabile con la vita
effettiva che i partecipanti si trovano a vivere quotidianamente, lontani
dalle telecamere. L’unica vita che conta, soprattutto e paradossalmente
per loro stessi, è quella al centro della trasmissione della quale sono pro-
tagonisti. E non solo per l’esito pubblicitario del quale beneficiano; anche
per le opportunità economiche indotte dalla loro sovraesposizione me-
diatica. La televisione non è solo una vetrina per conquistare popolarità a
buon mercato.
È stato calcolato che il serial “Un posto al sole” ha portato nell’hinterland
di Napoli dove viene realizzato, tanto lavoro quanto ne avrebbe portato
una fabbrica di medie dimensioni, ma con un’accettazione infinitamente
maggiore da parte di tutte le maestranze coinvolte nella lavorazione e
senza l’impatto ambientale che un insediamento produttivo solitamente
comporta, soprattutto nelle aree già compromesse sotto questo profilo.
La schiera nutrita dei “tronisti” di Maria De Filippi, dopo il passaggio
televisivo, guadagna migliaia di euro presenziando a serate in discoteca,
annunciate da manifesti giganti sulle piazze di provincia dell’intero terri-
torio nazionale. Il “reality” interpreta nella maniera più efficace e sottile
il cuore di vetro della programmazione televisiva contemporanea. Da una
parte si appella alla facile identificazione dello spettatore col protagonista
che viene deliberatamente scelto “senza qualità” e dall’altra ammicca a
una carriera casomai di quarta fila, ma comunque compresa nell’orizzonte
sempre più sfrangiato della “Società dello spettacolo”. La televisione, per
le odierne generazioni di giovani, rappresenta quello che ha rappresentato
la fabbrica per i ragazzi meridionali degli anni ‘60 che volevano emendarsi
dalla loro condizione rurale. L’industria nascente di quegli anni surclassa-
va il mondo agro-pastorale sia dal punto di vista culturale, sia per le pro-
spettive economiche che offriva. Esattamente in questo senso è seduttiva
la televisione e la sua offerta, promossa senza sosta e in maniera sempre
più insinuante dalla televisione medesima, che si prospetta come l’uni-
co e il migliore dei mondi possibili. Si è compiuta l’inquietante profezia

96
Antonio Ruggieri

preconizzata ne “Il delitto perfetto” da Jacques Baudrillard: la televisio-


ne, trasformatasi nel flusso ininterrotto d’immagini nel quale ci troviamo
immersi senza soluzione di continuità, ha ucciso il mondo risucchiandolo
nello schermo, perpetrando “perfettamente” il suo proposito.
Essa rappresenta, nello stesso tempo, il corpo del reato e l’arma utilizzata
per portarlo a termine.

Un nuovo spazio comune per una nuova democrazia


“Il medium è il contenuto della comunicazione perché è la protesi di chi
comunica; dunque i media sono i soggetti sociali nell’atto di dare forma
relazionale a se stessi; e questa forma esprime la natura sociale, politica,
della dimensione territoriale in cui si dispiega e viene riconosciuta”.
In questo modo, efficacemente sintetizzato ne “il mezzo è il messaggio”,
Marshall Mc Luhan pone l’accento sulla natura degli strumenti che uti-
lizziamo per comunicare. Essi, inclinando alla loro propensione fisiologi-
ca per così dire, irradiano socialmente le caratteristiche tecnologiche che
custodiscono. Se la scrittura è stata esplosiva, ha prodotto e riprodotto
materialmente la matrice organizzando la massa sterminata della sua pro-
duzione nelle biblioteche che hanno presidiato, arricchito e indirizzato
l’idea stessa della nostra modernità, internet è implosivo.
Tutta la conoscenza, quella contemporanea ma anche quella passata, si
mette a disposizione della finestra del nostro motore di ricerca, suggeren-
doci contemporaneamente infinite prospettive di approfondimento.
Nel brevissimo volgere di un decennio scarso (più o meno dal 1999 ad
oggi), siamo passati dal testo all’ipertesto, portando a compimento una ri-
voluzione della quale non abbiamo ancora del tutto compreso la portata e
nel vortice della quale ci troviamo. Derrick de Kerckhove, l’erede e allievo
prediletto di Mc Luhan, direttore del “Mc Luhan program” all’Università
di Toronto, ritiene che sia stata l’elettricità la scoperta formidabile che ha
trasformato il nostro tempo. Internet potenzia e moltiplica la natura de-
mocratica dell’elettricità. Il potere predilige l’oscurità, mentre la potenza
tende per sua natura alla luce e alla trasparenza.

97
Fuochi_ La democrazia dopo la democrazia

La rete è potente e anti ideologica. È interattiva e per questo induce alla


partecipazione; a una partecipazione che non ha ancora trovato una codi-
ficazione di tipo istituzionale; ma d’altronde siamo solo agl’inizi del pro-
cesso. Intanto, per le recenti elezioni americane che hanno portato Barack
Obama alla Casa Bianca, è stato osservato che gli utenti della rete sono
stati più propensi a votare e a partecipare alla vita pubblica e che lo stesso
Obama deve il suo successo elettorale a internet innanzitutto.
“Parlami e dimenticherò, scrivimi e ricorderò, coinvolgimi e partecipe-
rò”; è stato questo il motto degli strateghi della comunicazione del neo
Presidente Usa che, inopinatamente, ha prima surclassato Hillary Clin-
ton per le primarie del suo partito e poi ha sbaragliato il suo avversario
repubblicano Mc Cain. L’interattività costituisce, nello stesso tempo, il
cuore pulsante della potenza della rete e la fisionomia di un “digital divi-
de” assolutamente inedito. Lo dice Wu Ming, con sufficiente evocatività,
nell’introduzione a “Cultura convergente” di Henry Jenkins.
L’utenza di internet si divide attualmente in “nativi” e “immigrati”; i pri-
mi sono gli utilizzatori che sono nati con la rete già diffusa e operativa e
che in essa e con essa si sono formati culturalmente.
Gli “immigrati” invece sono quelli approdati al web con una formazione
ancora alfabetica, che per la rete manifestano disaffezione malcelata e una
sostanziale diffidenza.
Ci sono infine, e sono la maggioranza, gli “analfabeti informatici”, total-
mente digiuni anche delle nozioni e delle procedure elementari per utiliz-
zare lo strumento di comunicazione che ha già rivoluzionato e continua a
rivoluzionare la nostra vita, i quali di questo neo-analfabetismo si pregia-
no come fosse un tratto elitario, di raffinata distinzione culturale.
A questa categoria, patetica e boriosa nello stesso tempo, appartiene otti-
ma parte della classe dirigente del nostro Paese, non a caso così arretrato
sul terreno dell’innovazione che, per un verso o per l’altro, ha comunque
a che vedere col world wide web.
È realistico supporre che Napolitano, Berlusconi, Casini, D’Alema, Ber-
tinotti, Fini e Schifani abbiano difficoltà anche a gestire la loro corrispon-

98
Antonio Ruggieri

denza elettronica, non abbiano mai utilizzato una web cam e ignorino
le potenzialità rivoluzionarie della social communication. In questo “gap
culturale” dal profilo inquietante e ancora sfrangiato, consiste la trasver-
sale e sostanziosa inadeguatezza della nostra classe dirigente. La rete ha
già mutato irreversibilmente l’universo della comunicazione e il mestiere
di chi comunica. Lavora senza sosta e sotto i nostri occhi a rivoluzionare
la forma della democrazia, così come l’abbiamo conosciuta fino a questo
momento. Lo studioso americano Philip Meyer, nel suo “The vanishing
newspaper”, preconizza la scomparsa dell’informazione cartacea quoti-
diana entro il primo trimestre del 2043.
Per quella data, dice Meyer, tutta l’informazione passerà sul web, acqui-
standone in economicità e attualità; d’altronde questa prospettiva è assai
più che annunciata. La rete ha reso obsoleta e anche un po’ patetica la
censura, anche a suffragio della sua naturale propensione alla trasparenza,
come sostiene De Kerckhove. La rete sta trasformando la sua attuale, an-
cora generalista e monocratica antagonista, la televisione, che da essa sarà
veicolata con sempre maggiore efficienza e definizione. La rete realizza
l’esortazione europeista di “agire localmente ma pensare globalmente”
perché è fisiologicamente “glocale”, valorizzando entrambi i termini di
quest’ossimoro stimolante. È locale fino alla valorizzazione del singolo
individuo che però ha una via “connettiva” (meglio ancora che “colletti-
va”) per confrontarsi e connettersi (per l’appunto) con infiniti gruppi che,
per approssimazione, alludono all’intera umanità. È globale perché, come
s’è detto, è implosiva e mette nella disponibilità di ognuno quello che è
accaduto e quello che accade, per orientare ciò che accadrà, in un sistema
planetario di relazioni. La rete lavora, senza eclatanza, a una strategia che
mette in mora l’assetto di rappresentanza della nostra democrazia, apren-
do prospettive sempre più concrete e praticabili a un sistema di governo
interattivo e orizzontale, del tutto sottovalutato dagli analisti della crisi
(ormai comatosa) della politica.

99
Fuochi

La comunicazione della paura


di Edoardo Novelli

Le strategie di comunicazione del centro destra e del centro sinistra


sono egualmente povere. Ma il centro destra, con le sue risposte semplificatorie
e ripetute, dà l’illusione di raccogliere le istanze dei cittadini. Dopo il cambio
del segretario, il Pd è ancora alla ricerca di un cambiamento di piano.

Alcuni casi dalla cronaca politica degli ultimi mesi. Ordinanza di


un comune del nord-est che vieta a più di tre persone di sostare in
orario serale nei giardini pubblici onde evitare atti di vandalismo.
Provvedimento a Roma che vieta la vendita di superalcolici nelle
ore notturne per contrastare il fenomeno della guida in stato di eb-
brezza. Diverse città d’arte che vietano di consumare pranzi al sacco
per combattere il degrado urbano e la sporcizia nelle strade. Fatti
spiccioli, secondari, ma nella loro limitatezza altamente simbolici e
significativi. Non essendo in grado di intervenire su fenomeni per i

100
Edoardo Novelli

quali il codice già prevede multe e sanzioni – il vandalismo, la guida in sta-


to d’ebbrezza o insozzare le strade – si vietano comportamenti ed azioni
in parte ad essi collegabili, ma senza un automatico rapporto di causa ed
effetto. Possiamo riunirci in cento in un parco nelle ore serali, ma non per
questo distruggere panchine e fontane, di notte si può bere e non guidare
e se visitando una città d’arte si decide di consumare un pranzo al sacco,
fortemente incentivati dai prezzi molto poco artistici di panini e menù
turistici, non è detto che si abbandonino bottigliette ed involucri su storici
marciapiedi o scalinate. Il principio che sta dietro a questi provvedimen-
ti è il medesimo: mostrarsi efficienti, decisi e determinati, senza stare a
guardare tanto per il sottile. I cittadini capiranno. D’altronde chi va in
giro nei parchi o gira per locali la notte se non uno sfaccendato, un poco
di buono? E se si vuole fare il turista è buona norma consumare qualco-
sa, mica solo approfittare delle nostre città senza lasciare neanche cinque
euro per un panino. Allargando l’orizzonte, il quadro non cambia. Il caso
più recente ed esemplare è la proposta di legge per la limitazione delle
intercettazioni telefoniche ed ambientali da parte dell’autorità giudiziaria,
per ovviare agli alti costi e ad un uso incontrollato ed improprio delle
stesse. A prescindere dall’iter della legge e dalla versione che realmente
sarà approvata, non era più logico intervenire sin da subito su questi due
aspetti specifici, anziché pensare che riducendo il numero complessivo
delle intercettazioni si riducessero percentualmente anche le distorsioni
ad esse connesse? Vi sono Università con la spesa fuori controllo e scar-
si risultati? Si tagliano i finanziamenti in modo indiscriminato a tutte le
Università. Nelle scuole esiste il problema di integrare classi sempre più
composte da studenti stranieri? Bene, classi separate, così ognuno si ar-
monizza e si integra fra i propri simili. E via in crescendo. Alcuni zingari si
sono macchiati di comportamenti illegali? Via gli zingari. Lo stesso vale in
ordine crescente per i clandestini, per gli immigrati, gli extracomunitari, e
i Rumeni, che non sono né zingari, né clandestini, né extracomunitari. Ma
di fronte al dolore delle vittime e dei loro parenti andate voi a fare questi
distinguo? Problemi reali, risposte semplificatorie.

101
Fuochi_ La comunicazione della paura

Strategia da Brigate rosse


È la strategia comunicativa del governo di centrodestra, costruita intorno
ad un frame forte e ribadito con coerenza in ogni occasione, quello della
sicurezza, vera o presunta che sia poco importa, e ad un modus operandi
forse un po’ rozzo ma sicuramente efficace che, di fronte a questa emer-
genza, porta a guardare e ad agire nei confronti dei sintomi, tralascian-
done le cause, ben più complesse e difficile da risolvere. “Colpirne uno
per educarne cento” ha proclamato il ministro Brunetta, molto divertito
da questa citazione di Mao ma, forse lì per lì il ministro l’ha dimenticato,
anche delle Brigate Rosse. È la perfetta esaltazione dell’azione esemplare
che non risolve il problema ma serve da monito, da esempio pubblico.
La paura suscitata dalla gravità e dall’urgenza con la quale viene presentata
ogni situazione, non solo l’economia, i rifiuti, la criminalità, ma anche il
caso Englaro, l’istruzione, l’immigrazione, le intercettazioni, la riforma
della giustizia, serve a legittimare una filosofia emergenziale in sé semplifi-
catoria ed autoritaria, perché se da un lato induce a non guardare tanto per
il sottile, dall’altro legittima pienamente il ricorso a provvedimenti d’ur-
genza che scavalcano il Parlamento, dato che l’Esecutivo e il suo leader
non possono mica perdere tempo dietro pesi e contrappesi istituzionali.
A fronte della comunicazione della paura eletta a schema comunicativo e
operativo dal centrodestra sull’altro fronte serpeggia, oramai da tempo, la
paura della comunicazione. Una patologia originata da ragioni politiche
che un simile atteggiamento finisce per amplificare. Il caso del Pd è da
questo punto di vista esemplare.
I tempi concessi dalla politica mediatizzata sono molto brevi. Chiedere a
Veltroni per conferma. Proprio per questo Franceschini dovrebbe agire
prima possibile su alcuni aspetti della comunicazione, perché non si tratta
di questioni superficiali come l’immagine o l’apparenza, ma temi molto
più importanti quali l’identità di un partito, il suo posizionamento, le sue
campagne e via, via, sino alle sue parole.
L’elezione di Franceschini a segretario non ha risolto nessuno dei proble-
mi che hanno afflitto il nuovo partito. Non un cambiamento o un chiari-

102
Edoardo Novelli

mento nella linea politica. Sicuramente il problema principale. Non una


leadership più forte e carismatica, ma anzi a tempo e quindi dimezzata. Le
elezioni alle porte.

Parlare al ragazzo del bar


Franceschini riunisca i maggiorenti del partito e chieda ad ognuno di loro
di scrivere in non più di dieci righe le ragioni della nascita del Pd e i suoi
obiettivi. Inizio uguale per tutti: “C’era una volta in Italia…”. Non sarà
un caso che per molti elettori del Pd risulterebbe più facile scrivere le ra-
gioni della nascita e gli obiettivi della Lega, de L’Italia dei Valori o anche
del Pdl, piuttosto che del loro partito. Scelto per acclamazione il migliore
componimento, lo legga al ragazzo del bar venuto a portare i caffè al loft.
Se dopo averlo ascoltato non dice: “Gajarda questa storia”, si ricomincia
da capo. Altri fogli, altri caffè e altri ragazzi del bar. Potrà rivelarsi una
operazione lunga e irritante, non solo per la caffeina, ma definire una pro-
pria identità da tutti condivisa all’interno di una cornice narrativa è quel
passo preliminare ad ogni successiva iniziativa politica e comunicativa che
sino ad oggi è parso mancare al Pd.
Passando dall’identità alla strategia, prenda atto che, per quanto difficile
possa essere da accettare, gli elettori non votano in base a un logico cal-
colo ragionieristico, a razionali convenienze personali. Se così fosse, sono
molto di più gli elettori direttamente coinvolti dai tagli alla scuola, dal
calo del potere d’acquisto, dal comportamento delle banche, che quelli
che hanno subito rapine, scippi, aggressioni, stupri. Eppure… È questo
un aspetto sottovalutato, che ha spesso portato a dire che gli elettori che
votano per gli avversari non sanno bene cosa fanno, sono ingannati e agi-
scono contro i propri interessi. Valeva per la Dc negli anni della prima
Repubblica come ora per il Pdl o per Cappellacci in Sardegna. Quello
che conta al momento di scegliere per chi votiamo, più che le singole
proposte o i punti programmatici, è la presenza o meno di un credibile
racconto più generale, al quale ricollegarle. Per questo è importante avere
un racconto da contrapporre al frame sicuritario del centrodestra. Altret-

103
Fuochi_ La comunicazione della paura

tanto semplice ed altrettanto immediato. Avere una mission da rispettare


può aiutare ad evitare di mandare messaggi contraddittori e impegnarsi
in iniziative estemporanee e discontinue. È il caso della raccolta di fir-
me “Salviamo l’Italia” promossa nell’autunno del 2008 mentre a giorni
alterni si riproponeva il dialogo con la maggioranza. Che fine ha fatto?
Oppure del referendum contro la riforma Gelmini, durato lo spazio di un
corteo. Che fine ha fatto? E, con tutto il rispetto e la stima per Roberto
Saviano, la proposta di offrirgli la presidenza di una scuola di formazione
del partito è sembrata più una trovata tirata fuori dal cilindro che un passo
di un disegno pensato e costruito. Che fine ha fatto?

Trovare le parole
Ed ora le parole. Un soggetto che fa della novità un elemento caratteriz-
zante della propria proposta politica dovrebbe trovare il modo di raffor-
zarla anche tramite il linguaggio. Ebbene quali sono le parole nuove del
Pd, quali i termini sui quali si è realizzata la convergenza e la confluenza
delle due principali storie e culture politiche del Paese? Incanalati nello
stesso letto il fiume democristiano e quello postcomunista hanno conti-
nuato a scorrere parallelamente senza mischiarsi più di tanto. Se ti man-
cano le parole vuol dire che non hai nulla da dire, dice un vecchio adagio.
È una semplificazione eccessiva, ma la semplicità in alcuni casi non è un
difetto. Alle prese con una crisi economica di dimensioni mondiali che
coinvolge il principale modello di sviluppo, di fronte alla svolta ambien-
talista non di uno sparuto gruppo di ecologisti, ma della presidenza degli
Stati Uniti, possibile non lavorare per trovare parole amiche, espressioni
nuove e favorevoli da imporre nell’agenda della politica, sulle quali com-
pattare il proprio schieramento e rafforzare la propria identità?
Non avallare con imbarazzati silenzi e non accettare come dati di fatto gli
slogan della maggioranza. Il governo Prodi non è stato disastroso, è stata
critica la sua gestione, ma molti dei suoi provvedimenti sarebbero da di-
fendere e da rivendicare. Fare una opposizione dura e risoluta al governo
è sacrosanto diritto dell’opposizione non segno della sua immaturità e

104
Edoardo Novelli

inaffidabilità. La sinistra non è prigioniera dell’antiberlusconismo. Cose


simili le si lasci dire a Gasparri o a Bonaiuti. Anzi, nemmeno a loro.
Veltroni ha lavorato con il sentimento dell’entusiasmo. Nuovo partito,
slancio delle primarie, “si può fare”. Franceschini, e qui torniamo al punto
di partenza, avrà a disposizione quello della paura. Paura del fallimento
dell’intero progetto, di non riuscire ad invertire lo sfaldamento fra le va-
rie componenti, dei risultati dei prossimi test elettorali. Per quanto meno
gradevole, la paura è anch’essa un sentimento forte, capace di smuovere
umori profondi, di coinvolgere e mobilitare. Un sentimento per nulla ne-
gativo in politica. A patto però di saperlo utilizzare.

105
Fuochi

Chi ha ucciso l’economia


di Bankor jr.

La crisi economica che viviamo ha molti padri di cui si tace.


Si tace di Phil Gramm e Bill Clinton, ma anche delle responsabilità
dei giornali che leggiamo e di gran parte dei loro editorialisti.

Qualcuno di voi sa perché il senatore repubblicano e texano Phil


Gramm merita un posto nella storia? Se proprio non ricordate
qualcosa, prendetevela con i giornali. Perché è davvero difficile che
una persona non addetta ai lavori sappia o ricordi che cosa stabilì
il Gramm-Leach-Bliley Act, approvato nel 1999 negli Stati Uni-
ti d’America. Eppure, se si dovesse indicare un singolo evento per
spiegare la drammatica crisi finanziaria che stiamo vivendo oggi,
l’entrata in vigore della proposta che recava come prima firma quel-
la del senatore repubblicano e texano Phil Gramm rappresentereb-
be una delle scelte più azzeccate.

106
Bankor Jr.

È in quel momento, infatti, e anche grazie a ben due iniziative di Gramm,


dopo anni di battaglie a favore della deregolamentazione e del liberismo
più spinti, che gli Usa, e di conseguenza anche il mondo, decidono di
mettere da parte una delle lezioni tratte dalla crisi delle borse del 1929,
dagli errori commessi nell’affrontarla e dalle dolorose conseguenze per le
economie di tutto il pianeta. A cominciare dalla lunga fase della depressio-
ne, dai salvataggi pubblici a ripetizione, dall’incertezza e dalla sofferenza
per innumerevoli famiglie. Senza contare le ripercussioni politiche che lo
shock ebbe nella Germania uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale.
La prima lezione del 1929 riguarda il protezionismo: mai rispondere ad
una crisi finanziaria con l’innalzamento delle barriere tra paese e paese.
Invece di fornire il respiro necessario alla ripresa, un atteggiamento di
chiusura riduce l’attività, crea un avvitamento. La seconda lezione riguar-
da la liquidità: nel fronteggiare una crisi finanziaria il rigore nella distri-
buzione della moneta rischia di essere mortale, perché sottrae preziose
munizioni alle banche, la cui crisi – considerate le innumerevoli connes-
sioni con i diversi attori dell’economia – può far saltare l’intero sistema,
comprese le industrie sane e le famiglie. Di queste lezioni si è fatto tesoro
nel momento di affrontare altre difficoltà. Nel 1987, quando gli indici
azionari di Wall Street calano in un solo giorno del 23 per cento, la Fe-
deral Reserve, la banca centrale degli Usa, fornisce al mercato la liquidità
necessaria per evitare ulteriori danni. Nel 1989, di fronte al fallimento del
sistema delle casse di risparmio, il governo federale Usa interviene pron-
tamente per un salvataggio pubblico. Quando scoppia la bolla di Internet
e soprattutto dopo l’attacco alle torri gemelle di New York, nel settembre
del 2001, Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, taglia i tassi
di interesse per rendere il denaro da prendere in prestito sempre meno
caro. Lo stesso si sta facendo oggi.
La lezione dimenticata riguarda invece le regole ed i controlli sulle ban-
che. Negli anni Trenta, l’esperienza fatta con la crisi porta gli Usa e molti
altri paesi ad adottare un nuovo modello di sistema creditizio, basato su
tre punti fermi: controllo sulle aziende di credito; netta divisione tra ban-

107
Fuochi_ Chi ha ucciso l’economia

che commerciali, che raccolgono i depositi dei clienti normali, e banche


d’affari, che fanno credito a lungo termine alle industrie; limiti ferrei nel
possesso di quote societarie delle industrie da parte delle banche e vice-
versa. Due esempi per tutti: nel 1933 la legge Glass-Steagall negli Usa e,
nel 1936, la legge bancaria italiana. In parole povere, il comportamento
delle banche e degli operatori finanziari aveva provocato un tale disastro,
a cominciare dalla perdita dei posti di lavoro per finire con la necessità di
intervenire con numerosi salvataggi pubblici (in Italia portò alla nascita
dell’Iri), da suggerire rigore, controlli e grande prudenza.
Questo atteggiamento non viene meno con la guerra. Anzi, sul finire del
secondo conflitto mondiale, l’idea che siano necessarie regole, controlli,
certezza della stabilità e presenza forte dello Stato viene utilizzata non
solo nel settore bancario, ma per tutta l’economia, a cominciare dal punto
fondamentale: la moneta. Nel 1944, a Bretton Woods, viene concordato
un nuovo ordine monetario mondiale che stabilizza i cambi mettendo al
centro del sistema il rapporto fisso tra dollaro e oro.
Il sistema delle regole e dei controlli, da un lato per le banche e le società
finanziarie, dall’altro per le monete, garantisce per alcuni decenni una so-
stanziale stabilità all’economia mondiale. Poi, in due distinte fasi, viene ri-
baltato. In una prima fase viene superato il sistema dei cambi. Nella notte
tra il 14 ed il 15 agosto del 1971, il presidente Usa, Richard Nixon, dichia-
ra unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro, permettendo così
agli Usa – appesantiti dalle spese per sostenere la guerra nel Vietnam – di
affrontare le nuove difficoltà senza l’impaccio delle regole monetarie.
Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, prima con il presidente
Ronald Reagan e sulla spinta della scuola degli economisti di Chicago, ma
poi anche con le amministrazioni repubblicana di Bush padre e democra-
tica di Bill Clinton, negli Usa e nel resto del mondo prende il via un’ulte-
riore fase: togliere tutte le briglie all’economia, per farla correre sempre
di più. Una spinta che si incrocia con la rivoluzione tecnologica, con lo
sviluppo di nuove tecniche di ingegneria finanziaria; e alla fine degli anni
Ottanta anche con il crollo del sistema sovietico.

108
Bankor Jr.

Deregolamentazione e privatizzazione diventano parole d’ordine nel


mondo intero, compresa l’Italia, dove l’enorme debito pubblico e l’immo-
bilismo dei mercati provocati dalle numerose situazioni di monopolio im-
pongono negli anni Novanta di vendere i gioielli di famiglia, di privatiz-
zare l’enorme apparato pubblico composto dalle banche e dalle industrie
controllate dallo Stato e di liberalizzare alcuni segmenti dell’economia,
come energia, comunicazioni, trasporto.
In quel momento l’idea dominante, anche se non generalizzata, è che il
capitalismo libero da ogni controllo è e sarà la scelta migliore. Ed è a que-
sto punto che entra in scena prepotentemente Phil Gramm. Nel 1999 la
legge Gramm-Leach-Blibey abolisce la vecchia legge Glass-Steagall del
1933. L’anno dopo lo stesso senatore Gramm, sponsorizzato da tutti i
più importanti operatori di Wall Street, riesce a far passare un emen-
damento all’interno di una corposa legge finanziaria in discussione negli
ultimi mesi della presidenza di Bill Clinton. Titolo: Commodity Futures
Modernization Act (Cfma). Il provvedimento viene firmato da Clinton
il 21 dicembre del 2000. Ed è una bomba ad orologeria: il Cfma sottrae
quasi per intero i prodotti finanziari cosiddetti derivati alla regolazione e
alla sorveglianza sia della Sec, la Commissione che vigila in Usa sui titoli e
sulla borsa, sia della apposita commissione di controllo sui future.
È grazie a questa seconda fase di deregolamentazione che si sono potu-
ti moltiplicare, e senza eccessivi controlli, i prodotti finanziari derivati
trattati fuori dalle borse: dal 2000 al 2007 si è passati da un valore stima-
to pari a 100 trilioni di dollari a 600 trilioni. Una cifra gigantesca, che
equivale a un multiplo del Prodotto interno lordo del mondo intero. E le
garanzie? Di fatto, tutto viene ritenuto possibile sulla base dell’idea che il
mercato abbia al proprio interno, per sua natura, meccanismi di sicurezza.
Ma anche nella presunzione che le grandi banche di investimento rimaste
negli Usa fuori dal controllo stringente della Federal Reserve, così come i
nuovi, raffinati ingegneri della finanza, siano ormai così bravi da garantire
da soli, senza bisogno di lacci e lacciuoli, il miglior funzionamento del
mercato e la sicurezza degli investimenti. Lehman Brothers, Goldman Sa-

109
Fuochi_ Chi ha ucciso l’economia

chs, J.P. Morgan, Morgan Stanley, Merrill Lynch, insomma il Gotha della
finanza mondiale: avrebbero fatto crescere tutti e garantito tutti con il
proprio nome, la propria storia, l’indiscussa bravura. Un esempio per tut-
ti. Il fatto straordinario è che di questi passaggi, delle iniziative legislative
con le quali Gramm, ma potremmo dire anche Bill Clinton, smontarono
il sistema dei controlli che fino ad allora avevano fatto degli Stati Uniti
uno dei paesi più trasparenti e sicuri dal punto di vista finanziario, tranne
poche eccezioni, non ne parla nessuno. Se ne trova qualche traccia negli
articoli di Luciano Gallino su Repubblica, in un articolo di Roberto Se-
ghetti su Panorama e appena una citazione in un paginone pubblicato da
La Stampa (ma Gramm è l’unico ad essere citato senza foto) con la lista di
tutti i possibili colpevoli.
La ragione? Ve ne sono diverse. Sicuramente, pesa un po’ di ignoranza. È
più semplice parlare delle persone più conosciute, di coloro sui quali trovi
montagne di ritagli negli archivi. Uno di questi è Alan Greenspan, gover-
natore della Federal Reserve, altro colpevole, certamente, ma appunto più
conosciuto perché è stato in primo piano sul palcoscenico mondiale ed è
un personaggio che i giornali di tutto il mondo hanno amato o odiato. Un
altro motivo può essere la mancanza di teatralità, si potrebbe dire di colo-
re, di un eventuale articolo su uno sconosciuto senatore texano.
Ma forse c’è qualcosa di più. Forse ha giocato un ruolo decisivo anche il
comodo appoggiarsi alla vulgata dei più togati commentatori, economi-
sti, banchieri, grandi industriali, esperti di vario genere, tutti d’accordo
in fondo che non occorra dar troppo fastidio a coloro che fanno affa-
ri. Perché prendersela con Gramm o con Bill Clinton, se per tutti resta
necessario lasciare ai banchieri, ai finanziari, agli industriali mani libere?
Leggete bene i nostri quotidiani: guai a coloro che pensano di reintrodur-
re controlli veri, ficcanti, sui movimenti di denaro. Di che cosa si discute
nei fondi e negli editoriali dei principali quotidiani nazionali in mezzo
alla crisi provocata dalla voracità e dalle malefatte dei finanziari e dei ban-
chieri di mezzo mondo, crisi che stiamo pagando tutti? Della riforma dei
contratti di lavoro, della riforma delle pensioni, della flessibilità del mer-

110
Bankor Jr.

cato del lavoro e della necessaria protezione per coloro che, per salvare le
imprese, bisognerà buttare fuori dall’impiego. Il ministro dell’Economia,
Giulio Tremonti, in altri momenti fautore di una politica considerata dal-
l’opposizione fantasiosa, oggi cita regole, controlli, ritorni a un’occhiuta
vigilanza, e se la prende con i banchieri e i finanziari. I giornali ne riporta-
no le dichiarazioni, con enfasi. Ma poi si fermano lì, non vanno a fondo.
Come dire, nella stampa italiana, controllata dai maggiori gruppi bancari,
finanziari e industriali del paese, così come sui mezzi dei principali paesi
ricchi, sembra che sia disdicevole proporre di rendere gli affari davvero
trasparenti. Pensosi fondi avvertono i rischi di un’eventuale nazionalizza-
zione delle banche (che priverebbe gli azionisti dei loro poteri) e invocano
invece la salvezza con un esborso massiccio di risorse sottratte ai contri-
buenti. Si continuano a sparare titoli a tutta pagina contro la criminalità
organizzata. Ma si continua anche a guardare con comprensiva parteci-
pazione l’industriale o il banchiere che ha aggirato le regole (notizia che
finisca a pagina 35).
È in questo contesto, insomma, che nasce il sospetto di un’omissione e di
una superficialità voluta. Raccontare come Gramm o Bill Clinton, hanno
contribuito a smontare le regole, permettendo una crescita esponenziale
della ricchezza finanziaria a favore di pochi e a danno di molti, non ha ap-
peal. Parlare di controllo sui movimenti di denaro fa storcere il naso. Vuoi
mettere invece il plauso che puoi ottenere dai principali azionisti del tuo
giornale se, proponendo l’estensione della cassa integrazione ai giovani
precari, come si conviene a chi ha buon cuore, ipotizzi pure il superamen-
to dello statuto dei lavoratori?

111
Fuochi

La guerra dei rifiuti in Campania,


tutte le bugie dell’informazione
di Guido Viale

La crisi dell’immondizia in Campania è stata una sintesi


dell’approssimazione, dell’omertà, della palese falsificazione degli eventi,
con cui giornali e televisioni hanno trattato la vicenda.
I danni sono ingenti, non solo per la troppo citata “immagine del Paese”
ma soprattutto per le scelte e le conseguenze amministrative che i cittadini
hanno pagato e stanno pagando. Il governo Berlusconi, fingendosi
“decisionista”, ha approfittato di due discariche fuori norma,
mandando avanti una speculazione colossale ai danni dell’assetto
del territorio e della salute delle popolazioni locali.

La guerra in Iraq è stata la più recente dimostrazione dell’importan-


za che il controllo dell’informazione ha sulla conduzione delle atti-
vità belliche. Aprire e chiudere – e, ovviamente, deviare – i rubinetti

112
Guido Viale

dell’informazione è un’attività strategica di importanza bellica primaria.


Le bombe, intelligenti e non, vengono dopo; insieme al loro portato di
stragi, lutti, infermità, devastazione e miserie. La regola è generale e vale
per tutte le guerre.
In Campania è in atto, da almeno 15 anni, una guerra contro la popolazio-
ne condotta in nome e all’insegna della gestione straordinaria dei rifiuti,
così come la guerra in Iraq è stata scatenata in nome e all’insegna della
esportazione della democrazia. Le conseguenze della “guerra dei rifiuti”
campani è sotto gli occhi di tutti, come lo sono le conseguenze dell’espor-
tazione della democrazia in Iraq.
La guerra campana ha spossessato completamente la popolazione della
regione di qualsiasi possibilità di interferire con decisioni prese in sua vece
dal governo centrale su tutta la gestione del territorio; dapprima attraver-
so l’istituto del Commissario straordinario e poi, in un crescendo che ha
visto alternarsi in questo ruolo – sempre di nomina governativa – Presi-
denti della Giunta regionale, Prefetti e Protezione Civile, con l’istituzio-
ne di un Sottosegretario di Stato per l’emergenza rifiuti della Campania
che risponde direttamente al Presidente del Consiglio. Esautorati sono
i Comuni, a cui la legge affida la gestione dei rifiuti urbani; le Province
incaricate di coordinare l’attività dei Comuni e di vigilare sulla gestione
dei rifiuti speciali – quelli prodotti dalle imprese – e la Regione, a cui
l’ordinamento italiano affida compiti di programmazione e che deve inve-
ce sottostare alle continue e contraddittorie ordinanze del Commissario
– ora Sottosegretario – e a decreti e leggi varati dal Governo centrale in
violazione della normativa europea e degli stessi principi costituzionali.
Oggi la Campania in guerra è occupata dall’esercito, che presidia tutti gli
impianti di trattamento finale e intermedio dei rifiuti (discariche, incene-
ritori e impianti di trattamento meccanico biologico: i cosiddetti Cdr):
non per condurre la lotta alla malavita organizzata, che continua a uti-
lizzare il territorio per sversare, sotto gli occhi dei presidi militari, rifiuti
tossici provenienti da tutta Italia; bensì per difendere una gestione scel-
lerata di quegli stessi impianti contro le mobilitazioni popolari in difesa

113
Fuochi_ La guerra dei rifiuti in Campania

dei propri territori e della propria salute. Sono state sospese le principali
norme a difesa della salute e dell’ambiente, come quelle che vietano di
conferire rifiuti pericolosi e percolato tossico a impianti di smaltimento
dei rifiuti urbani e di depurazione di scarichi civili. È stato eliminato il
principio costituzionale del giudice naturale, attribuendo la gestione di
tutti i procedimenti relativi ai rifiuti a un tribunale ad hoc, riuscendo con
ciò, per lo meno finora, a preservare il Sottosegretario di Stato dall’incri-
minazione per reati per i quali sono sotto processo tutti i suoi principali
collaboratori di un tempo.

L’asservimento dell’informazione
Che cosa ha reso possibile tutto ciò? La gestione distorta e asservita del-
l’informazione. È stato fatto credere che la situazione drammatica in cui
versa la Campania è dovuta all’inciviltà della sua popolazione che si rifiu-
terebbe di fare la raccolta differenziata, mentre è dimostrato che dove i
sindaci si sono adoperati per organizzarla, anche in Campania sono stati
raggiunti risultati di eccellenza. È d’altronde provato che a ostacolare
la raccolta differenziata è stata la decisione della società Impregilo, che
aveva in appalto la gestione di tutti i rifiuti della regione, di produrre la
maggior quantità possibile di rifiuto indifferenziato per massimizzare i
guadagni dell’inceneritore di Acerra, grazie a incentivi che sono vietati in
tutto il resto d’Europa.
È stato fatto credere che gli impianti di trattamento e smaltimento dei
rifiuti non sono mai entrati in funzione per l’opposizione degli ambienta-
listi e della popolazione, mentre – come dimostra Paolo Rabitti nel libro
Ecoballe, scritto sulla base degli atti giudiziari della Procura di Napoli – è
stata la ditta assegnataria che, sempre per accrescere i ricavi del futuro in-
cenerimento, ha scientemente boicottato il funzionamento degli impian-
ti di trattamento intermedio (Cdr) di cui la Campania ha la dotazione più
ricca tra tutte le regioni italiane.
È stato fatto credere che gli sversamenti illegali di rifiuti tossici che con-
tinuano ormai da decenni sono dovuti all’omertà, se non alla complicità

114
Guido Viale

con la camorra, delle popolazioni, mentre è anni che centinaia di cittadini


rischiano la vita denunciando alla magistratura uno scempio che solo in
anni recenti ha cominciato a ricevere una doverosa ancorché parziale at-
tenzione. L’onore e la dignità di tutte le popolazioni della Regione sono
stati fatti oggetto di ludibrio dalla stampa e dai media nazionali e inter-
nazionali, per poi presentare come vincitore della guerra contro i rifiuti
il nuovo Presidente del Consiglio, che ha semplicemente beneficiato di
una temporanea pulizia delle strade effettuata in gran parte sotto il prece-
dente governo e di due discariche fuori norma che oggi stanno entrambe
franando; mentre si continua a infierire sulla salute della popolazione e
sulla residua integrità dell’ambiente con l’apertura di nuovi buchi in cui
sotterrare i rifiuti.
Governo e opposizione si sono trovati completamente d’accordo nel falsi-
ficare congiuntamente la situazione di fatto, coinvolgendo in questa ope-
razione tutti i media che a essi fanno riferimento: il primo per gloriarsi
di un successo che non ha alcun fondamento nella realtà; la seconda per
far dimenticare, sotto la copertura di un apparente ritorno alla normali-
tà, le sue passate responsabilità per lo stato di degrado in cui è caduta la
Regione. Entrambi nella convinzione che continuando sulla strada della
gestione straordinaria, il business degli inceneritori finanziati con la bol-
letta elettrica di tutti gli italiani avrebbe finito per arrecare tangibili e
tangentizi vantaggi consociativi a tutti. Così, per la prima volta, sui rifiuti
campani, si è realizzato in Italia un vero e proprio coprifuoco informativo
che corrisponde perfettamente al ruolo dell’informazione embedded in uno
stato di guerra.

115
Fuochi

Come uscire “puliti” dalla crisi


di Gianni Silvestrini

La disastrosa congiuntura economica attuale ha fatto cadere il prezzo


del petrolio e di conseguenza quello dell’energia. Si è abbassato perciò il livello
d’attenzione (e d’investimento) dei privati sulle rinnovabili in tutto il pianeta.
Eppure nelle politiche per il risparmio e la diversificazione energetica
e in quelle di riqualificazione ambientale, si possono creare nuove imprese
e nuova occupazione. In questa direzione stanno operando i governi
di diversi Paesi e primi fra tutti gli Stati Uniti di Obama.

Quali saranno le conseguenze per i comparti dell’efficienza ener-


getica e delle rinnovabili nell’attuale contesto di crisi economico-
finanziaria e di bassi prezzi dei combustibili fossili?
Intanto, definiamo gli orizzonti temporali. La crisi non sarà breve,
ma non è possibile sapere se durerà un anno, due o più. Il prezzo
dell’energia, inoltre, è strettamente correlato alla situazione eco-

116
Gianni Silvestrini

nomica. Secondo il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale del-


l’energia, Nobuo Tanaka, non appena la ripresa si sarà avviata i prezzi
schizzeranno alle stelle a causa della difficoltà dell’offerta di soddisfare la
domanda.
Possiamo quindi dire che siamo in presenza di due componenti negative.
Le difficoltà del mondo finanziario rendono più difficile il credito, con un
rallentamento e in alcuni casi l’annullamento di progetti eolici, fotovol-
taici, a biomasse... I bassi prezzi dell’energia comportano inoltre un calo
d’attenzione generale da parte degli utilizzatori e una minore convenien-
za delle soluzioni alternative, particolarmente nel campo dell’efficienza
energetica. Per la produzione elettrica da fonti rinnovabili questo secondo
fattore è decisamente meno importante perché prevale il valore economi-
co del meccanismo di incentivazione.
Sembrerebbe quindi che rinnovabili ed efficienza siano destinate a pagare
pesantemente l’attuale congiuntura economica. E in effetti i primi mesi
del 2009 hanno visto migliaia di licenziamenti nelle imprese del settore,
dagli Stati Uniti alla Cina.
In realtà, le cose possono cambiare decisamente grazie a precise decisio-
ni politiche. Prendiamo il caso degli Stati Uniti. È noto che Obama ha
puntato con forza su questi settori come componenti essenziali di un ri-
lancio economico. In campagna elettorale ha lanciato l’idea di investire
150 miliardi di dollari in un decennio per avviare la decarbonizzazione
dell’economia e creare 5 milioni di posti di lavoro. Molti si sono chiesti se
la congiuntura negativa avrebbe alterato le priorità del nuovo Presidente.
Non sembra essere così, almeno per ora. Appena eletto, Obama ha infatti
chiarito i suoi obbiettivi più immediati: triplicare in un triennio la quota
di elettricità verde, riqualificare energeticamente il 75% degli edifici del
governo e due milioni di case. Nel pacchetto di stimolo dell’economia
approvato a febbraio, 58 dei 787 miliardi di dollari serviranno per le rin-
novabili, l’efficienza energetica e la mobilità sostenibile. Questa misura
ha ricevuto un grande apprezzamento da parte delle imprese del settore e
delle associazioni che si battono per cambiare il modello energetico im-

117
Fuochi_ Come uscire “puliti” dalla crisi

perante. Secondo il World Resources Institute, ogni miliardo di dollari


speso in questi comparti consente di creare 30.000 nuovi posti di lavoro e
di risparmiare annualmente 450 milioni di dollari all’economia Usa.
Altri Paesi dall’Australia al Giappone, dalla Gran Bretagna alla Francia,
hanno qualificato ambientalmente il proprio pacchetto di aiuti. La stessa
Cina ha destinato il 10% delle risorse assegnate per fronteggiare la crisi
a progetti ambientali. Gli investimenti “cleantech” hanno fatto dunque la
loro comparsa nelle misure approntate da molti governi.
La domanda però è questa: bastano le risorse previste nei pacchetti an-
ticrisi per ridare slancio alle economie e attrezzarle per la crescita “low
carbon” dei prossimi decenni?
Le attuali misure sono ancora troppo deboli secondo lord Stern, l’ex “chief
economist” della Banca mondiale, autore del celebre rapporto del 2006
che metteva in guardia dai danni economici catastrofici che sarebbero po-
tuti derivare dal riscaldamento del Pianeta. Secondo Stern, occorrerebbe
iniettare a livello globale almeno 400 miliardi di dollari per rivitalizzare
e trasformare le economie. La quota delle misure “verdi” dovrebbe cioè
alzarsi al 20% del totale dei finanziamenti previsti dai vari governi. Solo
in questo modo si porrebbero le basi per una forte e sostenibile crescita,
evitando di gettare soldi in pozzi senza fondo.
Tornando al destino delle rinnovabili e dell’efficienza in questa fase di
turbolenza, si può dire che esso è legato alla lucidità e alla lungimiranza di
governi e istituzioni finanziarie internazionali. I segnali che vengono da
alcuni Paesi, a iniziare dagli Usa, sembrano indicare che si intende punta-
re molto su questi settori per ridare fiato all’economia.
L’attuale situazione di difficoltà rappresenta dunque una straordinaria
occasione per rimettere in discussione modelli non sostenibili, dall’uso
e produzione dell’energia, ai trasporti, all’edilizia, ai processi produtti-
vi, all’agricoltura. Lungi dall’assumere una posizione difensiva, occorre
spingere l’acceleratore del cambiamento, inventando strade innovative.
La debolezza di alcuni settori dominanti favorisce un cambiamento signi-
ficativo delle strategie.

118
119
Fuochi

Global warming:
cosa può fare l’uomo
di Maria Grazia Midulla

Solo rifondando il concetto di benessere sarà possibile evitare la catastrofe


che incombe. Ma sarà necessario che la comunità scientifica e la politica
sappiano far diventare senso comune l’esigenza di mutare i comportamenti
collettivi. Ciò sarà meno difficile se si riflette che comunità intere
sono scomparse a causa delle variazioni climatiche.

La lotta ai cambiamenti climatici, incrociati con l’esigenza di sicu-


rezza e indipendenza energetica, sono oggi al centro della discus-
sione politica ed economica internazionale. L’avvento negli Usa
dell’amministrazione Obama ha sbaragliato, in poche settimane,
l’immobilismo (voluto) dell’amministrazione Bush, legata alle lob-
by dei combustibili fossili e dunque allo statu quo. Come ha detto
Michelle Obama parlando ai dipendenti dell’Epa, l’agenzia Usa per

120
Maria Grazia Midulla

la protezione dell’ambiente, oggi la scienza è al centro della politica sta-


tunitense: non è un caso che, tra moltissimi grandi nomi, sia stato nomi-
nato segretario per l’Energia Steven Chu, premio Nobel per la Fisica nel
1997 e professore all’Università di Stanford, una persona che ha le idee
estremamente chiare sulla necessità di combattere i cambiamenti clima-
tici abbandonando l’uso dei combustibili fossili. Pure, a livello popolare
ancora non c’è la percezione esatta della gravità del problema, o meglio,
tale percezione non si lega all’azione. Dopo il Quarto Assessment Report
dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), pubblicato nel
2007, si è affermata la coscienza che i cambiamenti del clima costituiscano
una delle maggiori minacce per la sicurezza internazionale e per il benes-
sere umano e degli ecosistemi naturali. Già con l’attuale aumento medio
della temperatura globale inferiore a 1°C il mondo assiste a fenomeni
molto seri legati al riscaldamento globale, culminati lo scorso anno nel
massiccio scioglimento dei ghiacciai in Artico durante il periodo estivo
che ha reso addirittura navigabili quelle regioni e ha messo seriamente a
rischio le condizioni di sopravvivenza di grandi mammiferi come gli orsi
polari. La comunità scientifica ci dice che se il fenomeno andasse avanti a
questa velocità e intensità, con l’innesco di numerosi meccanismi di feed-
back – già in parte avviatisi – il rischio sarebbe enorme, inimmaginabile
e catastrofico.

L’impronta umana
L’impatto del clima nella storia della civiltà umana è sempre stato enor-
me, anche in presenza di fenomeni periodici e naturali. L’affermarsi e
la scomparsa di intere civiltà sono state determinate dall’andamento del
clima. Per clima si intende l’insieme delle condizioni atmosferiche medie
ottenute da rilevazioni omogenee dei dati per lunghi periodi di tempo.
Niente a che fare con i singoli episodi meteorologici. Il clima di una re-
gione geografica determina la flora e la fauna, influenzando le attività
economiche, le abitudini e la cultura delle popolazioni che vi abitano.
Gli esseri umani hanno sempre percepito le condizioni climatiche come

121
Fuochi_ Global warming: cosa può fare l’uomo

un fattore naturale, in molte civiltà addirittura legato al soprannaturale.


È quindi particolarmente arduo accettare ciò che la comunità scientifica
ha ormai determinato con ragionevole certezza e quasi unanime consen-
so: il fenomeno del riscaldamento globale che oggi pervade il Pianeta è
dovuto per il 95% alle attività umane.
Nell’Antropocene (il termine è stato coniato nel 2000 dallo scienziato
Premio Nobel Paul Crutzen per definire l’era geologica attuale, in cui
l’uomo e le sue attività sono le principali cause delle modifiche climatiche
mondiali) non sono più i meccanismi naturali a determinare una delle
grandi forze naturali che informano la vita sulla Terra. Una realtà difficile
da comprendere, e da accettare, per lo stesso autore del cambiamento,
l’Uomo. E anche quando tale potere viene compreso, si scontra con uno
dei più antichi aneliti della nostra specie: dominare la natura invece di
trovarsi in balia di essa. Oggi occorre, invece, indicare la strada che è par-
te integrante della missione del Wwf: gli esseri umani devono cercare di
vivere in armonia con la natura.
Gran parte della difficoltà che oggi si riscontra nel mobilitare centinaia
di milioni di uomini e di donne perché agiscano subito per combattere
la più grave minaccia che l’umanità abbia mai dovuto affrontare, ne sono
convinta, è dovuta proprio alle ragioni “ancestrali” esposte, e anche al
senso di impotenza che coglie chiunque di fronte alla complessità del pro-
blema. Per questo, ritengo che occorra rivedere la narrativa con la quale si
propone la questione “cambiamento climatico” che non va mai disgiunto
dalle soluzioni. Soluzioni che porteranno un beneficio ben più ampio.
Dobbiamo trasformare l’incubo in sogno.

Un mondo a carbonio zero


È ovvio che non si può evitare di richiamare le minacce e le conseguenze
presenti e future del riscaldamento globale. Ma nel farlo, gli scenari apo-
calittici, benché giustificati sul piano scientifico e su quello dell’impressio-
nante ritmo con cui il fenomeno avanza, devono essere sempre accompa-
gnati dalla comunicazione della convinzione, ben radicata in noi del resto,

122
Maria Grazia Midulla

che oggi abbiamo l’occasione, ancora, di trasformare una crisi inimmagi-


nabile in un’opportunità altrettanto unica. In questo senso, è illuminante
– mai termine fu meno appropriato! – il successo dell’iniziativa globale
del Wwf chiamata “Earth Hour”. Si tratta di spegnere le luci per un’ora,
alle 20.30 dell’ultimo sabato di marzo: ovviamente di iniziative simili, nei
singoli Paesi ce ne sono state molte, per esempio in Italia a promuoverla
da alcuni anni, in occasione del “compleanno” (cioè dell’entrata in vigore)
del protocollo di Kyoto è la trasmissione di Radio Due Caterpillar. Ma la
novità è che questa specifica iniziativa, grazie anche alla presenza del Wwf
in 100 Paesi del mondo, dall’Australia dove è nata tre anni fa si è diffusa in
tutto il mondo. Mentre scriviamo, per l’edizione 2009 si annuncia l’ade-
sione a Earth Hour di circa un miliardo di persone in tutto il Pianeta, con
una mobilitazione straordinaria ovunque. Perché tanto successo, franca-
mente inaspettato anche da noi del Wwf? La risposta è che spegnere le
luci per un’ora non è percepito solo come un’azione facile da mettere in
atto per persone, aziende, istituzioni. È anche un modo per compiere un
gesto individuale che ti fa però sentire vicino, accanto a milioni di altre
persone: un individuo, un singolo Comune, una singola azienda parte di
una comunità mondiale. Ancora meglio, quell’ora si può usare non solo
per manifestare, ma anche per passare un po’ di tempo “speciale” con gli
amici, per una cena a lume di candela, per un aperitivo a luci spente in un
pub, insomma per un’ora “happy” con altri esseri umani. Paradossalmen-
te, la mancanza di energia elettrica, in un evento simile, non spinge a star
soli, ma a cercare gli altri (il grande, enorme problema della modernità, le
“cose” non possono sostituire le relazioni).
È questa la narrativa che va metabolizzata e adoperata, non solo per le
azioni di protesta e di richiesta di azione, ma anche e soprattutto per la
rivoluzione copernicana che i governi, le aziende e i cittadini dovranno
intraprendere per passare da un mondo fondato sul petrolio e sui combu-
stibili fossili a un mondo a carbonio zero.
Oggi l’uomo deve acquisire coscienza del suo enorme potere, ma anche
della sua enorme responsabilità verso se stesso, verso le future generazio-

123
Fuochi_ Global warming: cosa può fare l’uomo

ni e verso il mondo e la Natura come li conosciamo, combattendo contro


la sua stessa capacità di percezione che lo porta certo ad essere cosciente
dell’inquinamento localizzato e delle conseguenze sulla propria salute, ma
a non comprendere le conseguenze sull’atmosfera delle proprie azioni,
del proprio stile di vita, del benessere come oggi viene inteso. L’atmosfe-
ra, da quando esiste la coscienza di sé degli esseri umani viene percepita
come data e immutabile, a differenza del suolo e dell’acqua. Purtroppo
non è così.
Per chi, come gli ambientalisti, si pone come cerniera tra evidenza scienti-
fica e azione Politica (con la P maiuscola) la scommessa è creare coscienza
e consenso su una verità molto semplice, e forse per questo molto osteg-
giata e poco raccontata: in fondo combattere i cambiamenti del clima vuol
dire rifondare il concetto di benessere, tornare a legarlo alle condizioni
naturali e alle conseguenze delle nostre azioni, esplorare e comprendere i
nostri bisogni più profondi e imparare a soddisfarli non solo con oggetti
o cose che agiscano da succedanei, ma con soluzioni reali. Vuol dire non
scambiare lo strumento con il fine, e capire che lo spreco non è fonte di
migliori condizioni di vita, ma di possibili conseguenze catastrofiche per
il pianeta intero. Vuol dire comprendere come il vero diritto a una vita
dignitosa, sicura e nella quale sia garantito a tutti il necessario sia ormai
incompatibile con il falso diritto alle cose inutili. Vuol dire prendere atto
e agire per eliminare i tanti fattori che, nel nostro stile di vita, ci impedi-
scono di raggiungere il benessere fisico e mentale affermato dall’Oms.

124
125
Fuochi

La crisi dei media


passa dalla pubblicità
di Marco Ferri

Un’analisi delle gravi difficoltà del settore pubblicitario evidenzia


come alle crisi ambientale, energetica ed economica, si aggiunga quella
dell’informazione, incapace di definire un’identità al passo con i tempi,
fedele alla deontologia giornalistica e autonoma dalle strategie
degli inserzionisti. Il pubblico si sposta sui nuovi media e l’unica ricetta
per salvare il salvabile sembra essere: depotenziare la tv, riqualificare
la stampa, sviluppare il web.

È un fatto che l’intrattenimento condizioni l’informazione, che la stes-


sa sia “condizionata” dagli introiti pubblicitari, senza i quali le testate
giornalistiche rischiano la chiusura. È un fatto che la crisi dei consumi
riguardi anche il “consumo” di informazioni. È un fatto che la co-
municazione abbia assunto un ruolo determinante nella politica dei

126
Marco Ferri

governi, spesso come grande diversivo, per orientare le opinioni pubbliche


a favore di scelte e a detrimento di altre, non solo durante le campagne elet-
torali, ma anche durante l’azione di governo. La crisi che sta attraversando
il mondo dei media rischia di mettere in secondo piano la difesa del diritto
a una informazione corretta, il diritto a una comunicazione libera. La crisi
degli investimenti pubblicitari spinge sempre più a “catturare” l’attenzione
verso le marche globali, invece che a “liberare” l’attenzione di molti verso la
democrazia della comunicazione, verso la democrazia nella comunicazione.
L’Italia è impegnata con gli altri Paesi europei a raggiungere entro il 2020
gli obiettivi di 20% di fonti rinnovabili, 20% di risparmio energetico e
20% riduzione Co2. La crisi economica, che qualcuno ha definito “tem-
pesta perfetta” vede la concomitante esplosione di contraddizioni deriva-
te dalla crisi ambientale, dalla crisi energetica e dalla crisi finanziaria glo-
bale, che ha presto violentemente impattato contro l’economia globale,
fin dentro le economie nazionali. Poiché è noto che la crisi ambientale ha
implicazioni dirette e fortemente connesse con la crisi energetica e con
quella economica e finanziaria, teoricamente una vasta e articolata azione
di comunicazione e informazione sulle tematiche ambientali potrebbe es-
sere la chiave di volta per avvicinare l’opinione pubblica in modo efficace,
tanto da poter provocare un vasto consenso attorno a un deciso cambio di
passo nel nostro modello di sviluppo e dunque negli stili di vita. Aderire
con entusiasmo al “20-20-20” migliorerebbe i prodotti, dunque i consu-
mi; lo sviluppo di energie alternative favorirebbe la nascita di centinaia
di migliaia di nuovi posti di lavoro; le due cose insieme garantirebbero
una migliore qualità della vita, più compatibile con la biodiversità, la sal-
vaguardia del patrimonio ambientale che, soprattutto in un paese come
l’Italia, potrebbe dare l’abbrivio a nuove opportunità di crescita economi-
ca e occupazionale. Teoricamente, è bene ribadirlo.

La forza del mercato


Favorito dai media dominanti, si sta verificando un atteggiamento con-
servativo e refrattario alle novità, a qualsiasi cambiamento.

127
Fuochi_ La crisi dei media passa dalla pubblicità

“Il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare assieme al mondo”, ha


detto Barack Obama. Il fascino che è venuto creandosi attorno alla sua
ascesa alla Casa Bianca ha lasciato intendere che la voglia di essere immer-
si in un panorama di innovazioni avrebbe potuto trasformare, non solo
la politica ma la vita quotidiana di milioni di americani, delusi, frustrati
e spaventati dalla crisi economica, che ha impoverito la middle class, oltre
che la maggioranza dei cittadini.
Tuttavia, le resistenze ai cambiamenti sono forti. Esse sono incardinate
nelle politiche “neo-liberiste” che negli ultimi vent’anni hanno caratteriz-
zato i governi occidentali, tra cui l’Italia.
Dice Naomi Klein in “Shock economy” (Rizzoli, 2007), libro che sembra
il premonitore della crisi attuale: “È assolutamente possibile, certo, avere
un’economia di mercato che non richieda una simile brutalità e non neces-
siti di tale purezza ideologica. Un mercato libero dei prodotti di consumo
può coesistere con una sanità pubblica, con scuole pubbliche, con un am-
pio segmento dell’economia, come una compagnia petrolifera pubblica,
saldamente in mano statale. È parimenti possibile richiedere che le grandi
aziende paghino salari decenti e rispettino il diritto dei lavoratori di co-
stituirsi in sindacati; e che i governi tassino e ridistribuiscano la ricchezza,
cosi che le aspre diseguaglianze che affliggono lo Stato corporativo siano
ridotte. Non è obbligatorio che i mercati siano fondamentalisti”.
Il fatto è che le classi dirigenti attualmente in carica nei governi euro-
pei provengono tutte da ceti politici e sociali che hanno profondamente
creduto al neoliberismo, per quelle politiche hanno vinto le elezioni, per
l’attuazione di quei programmi elettorali siedono in maggioranza nei Par-
lamenti e nei governi. Questa condizione dei governanti europei è stata
ben sintetizzata dallo slogan di Greenpeace, durante il vertice economico
di Berlino: “Se il mondo fosse una banca, lo avreste già salvato”.
Zigmunt Bauman ha detto: “La reazione (dei governi, nda) finora per
quanto possa apparire imponente e addirittura rivoluzionaria, per come
emerge dai titoli dei media e dalle dichiarazioni dei politici, è stata la
solita: il tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i

128
Marco Ferri

loro debitori nuovamente in grado di ricevere credito, così il business


di prestare e prendere in prestito, di indebitarsi e mantenersi indebitati
potrebbe tornare alla ‘normalità’. Il welfare state per i ricchi (che a diffe-
renza del suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori servizio)
è stato riportato in vetrina, dopo essere stato temporaneamente relegato
nel retrobottega, per evitare invidiosi paragoni”.

Il pubblico si adegua
Se i governi appaiono frastornati, a maggior ragione disorientate sono le
opinioni pubbliche. Alla crisi ambientale, alla crisi energetica e alla crisi
economica, si è aggiunta una quarta crisi: è la crisi dell’informazione. Il
mondo dei mass media è in crisi in tutto il mondo. E con i mass media è
di conseguenza andata in crisi la pubblicità. Sir Martin Sorrell fondatore
e chief executive officer di Wpp, colosso britannico della pubblicità mon-
diale, sostiene che “nel giro di un paio d’anni assisteremo a un radicale
cambiamento rispetto agli attuali equilibri. Sempre meno giornali, sempre
più internet e broadcaster televisivi “tradizionali” che cederanno via via
terreno nei confronti di nuovi modelli d’ intrattenimento e informazio-
ne audiovisiva”. Le previsioni che riguardano i grandi giornali americani
sono brutte. Il New York Times per ripianare i bilanci in rosso ha dovuto
vendere il grattacielo disegnato da Renzo Piano, che ospita la redazione a
New York; il Wall Street Journal, divenuto di proprietà di Rupert Murdo-
ch, ha annunciato tagli e licenziamenti pari al 50 per cento degli addetti.
Se questi eventi fanno pensare a una caduta più ampia della stampa ame-
ricana, anche dall’Europa non giungono buone notizie. In particolare in
Spagna, dove alcuni editori di giornali e tv italiani hanno forti interessi, la
crisi ha colpito duramente: il crollo della raccolta pubblicitaria rasenta il
30 per cento, mentre cinquecento giornalisti spagnoli sono stati allonta-
nati dal lavoro e le previsioni parlerebbero di circa tremila licenziamenti
entro la fine del 2009. In Italia c’è stata la messa in stato di crisi nel grup-
po Rcs. Il Gruppo Espresso registra cali di diffusione pari al 9,6 per La
Repubblica, del sei per L’espresso (dati Ads).

129
Fuochi_ La crisi dei media passa dalla pubblicità

È fosco lo scenario futuro del rapporto tra pubblicità e media. Nei paesi
sviluppati la tv rimarrà ancora dominante, ma dall’attuale quota di merca-
to attorno al 30-35% scenderà al 20-25%. Internet, oggi attorno al 12%
salirà anch’essa al 20-25%. E quanto alla carta stampata, vede anche qui
una riduzione al 20-25%. Giornali e riviste sono i più esposti alla concor-
renza dei media via internet.
Secondo l’ultima rilevazione di Nielsen, azienda americana specializzata
nelle ricerche di mercato, lo scenario italiano sembrerebbe in linea con le
previsioni di decrescita mondiale: il confronto fra dicembre 2008 e dicem-
bre 2007 registra un calo del -10% della pubblicità italiana. Nel confronto
mensile il calo interessa tutti i mezzi tranne internet che cresce dello 0,9%
sul dicembre 2007. L’analisi per mezzo vede nell’anno un calo dell’1,2%
della televisione e del 7,1% della stampa.
Certo è, comunque che dovremo prepararci a significativi cambiamenti,
spinti dalla crisi globale che ha impattato su un sistema dei media e della
pubblicità già in evoluzione, ben prima che la crisi economica si facesse
sentire con tutta la sua potenza. Una volta la pubblicità era “ospite gradi-
to” dei giornali, poi della radio, poi della tv e poi di internet. Ma la forza
economica conquistata dalle grandi holding finanziarie, quotate in Borsa
ha capovolto i rapporti di forza economici, a tutto vantaggio della comu-
nicazione commerciale.
Oggi sembrerebbe quasi che tv, stampa e internet siano diventati loro gli
“ospiti fissi” della pubblicità, ospiti che devono piegarsi, nel bene e nel
male, alle esigenze del padrone di casa e degli inserzionisti globali e locali.
La cosa è molto evidente su scala globale, anche se ha delle serie ripercus-
sioni su un mercato locale come quello italiano. Secondo Nielsen Media
Research, in Italia gli investimenti pubblicitari nel totale anno 2008 am-
montano a 8.587 milioni. La variazione dicembre 2008 su dicembre 2007
è del -10,0%. Nel confronto mensile il calo interessa tutti i mezzi tranne
internet che cresce dello 0,9% sul dicembre 2007. L’analisi per mezzo
vede nell’anno un calo dell’1,2% della televisione e del 7,1% della stampa,
mentre la radio segna +2,3% superando i 487 milioni di raccolta.

130
Marco Ferri

Giovanni Valentini, ex direttore de L’Espresso, ha detto: “giornali e i gior-


nalisti sono chiamati a fare la loro parte in questa congiuntura, se vogliono con-
tribuire a salvaguardare i bilanci delle aziende editoriali e insieme la propria
professionalità. Con nuovi inserti e supplementi, nuove formule e formati pub-
blicitari, più in sintonia con le esigenze degli inserzionisti, per attrarre maggiori
investimenti: oltre alla vendita di uno spazio, insomma, bisogna incrementare
l’offerta di un servizio”.

Le opportunità della rete


“Tutto questo non basta” dice Hans-Rudolf Suter, il capo di Stz in Al-
tavia, agenzia di pubblicità fondata in Italia negli anni Settanta da due
svizzeri, Suter e Fritz Tschirren. Dice Suter: “la faccio breve: in ottobre il
New York Times ha avuto 20 milioni di visitatori unici sul sito e venduto
un milione di copie al giorno, 1,4 la domenica. Ma la tiratura – continua
Suter – è in calo e i soldi in cassa basteranno fino a maggio. Poi qualcosa
dovrà succedere: o vendita di giornali come Boston Globe (ma chi com-
pra oggi un giornale?) o chiudere l’Herald Tribune, vendere gli immobili
(come è stato fatto), naturalmente sono tutte soluzioni che non cambiano
la realtà: lettori in calo, pubblicità in calo, economia in calo”. E conclude:
“Potrebbero chiudere il giornale stampato, e andare completamente sul
web, ma il sito (del resto uno dei migliori al mondo) riuscirebbe a pagare
solo il 20% dei giornalisti attuali”. Un alto dirigente di un gruppo edito-
riale italiano sostiene che per ogni euro di pubblicità che il suo giornale
perde, forse riesce a recuperare venti centesimi sul web. Evidentemente
queste risorse sono insufficienti alla vita del giornale.
I giornali sono il luogo dell’informazione per eccellenza, tuttavia perdono
lettori, diffusione, raccolta pubblicitaria. Si parla di messa in stato di crisi
di più di un gruppo editoriale. La nascita e lo sviluppo logaritmico della
tv commerciale in Italia ha dato il via a un pregiudizio che si è presto
trasformato in un preconcetto contro i giornali: l’intrattenimento attira
pubblicità più dell’informazione. È stato un modo di pensare, da parte del
mondo della pubblicità italiana, che ha penalizzato la carta stampata, che

131
Fuochi_ La crisi dei media passa dalla pubblicità

non ha permesso finora un vero sviluppo del web, ma che ha rimpinzato,


fino a quasi farla scoppiare la tv di pubblicità.
Secondo Emanuele Pirella, decano dei copy writer italiani “i giornali
territoriali posseggono autorevolezza e la capacità di essere sulle notizie
locali di rilievo per i lettori e di trasformarsi in abili strumenti per la com-
prensione del mondo. Credo che i quotidiani dovrebbero scimmiottare
meno i linguaggi e i modi del web e tornare alla notizia pura, approfondita
e autorevole”.
“La televisione emoziona, la stampa approfondisce, il web è una opportu-
nità per tutti”, ha scritto Lorenzo Sassoli de Bianchi di Upa, l’associazione
degli inserzionisti pubblicitari italiani. Dal quale ci si può permettere di
dissentire, non tanto per amor di polemica, quanto per il semplice fatto
che è arbitrario attribuire cifre stilistiche ai media. “È un fatto assodato
che la gente non legge la pubblicità, la gente legge solo quello che le inte-
ressa. Qualche volta si tratta di un annuncio pubblicitario”, ha detto una
volta Howard Luck Gossage, grande copy writer americano.

Una ricetta sostenibile


Il punto della questione è: come si fa concretamente a ristabilire un equi-
librio tra informazione e pubblicità? Siccome la crisi impone scelte decise,
ecco la headline: depotenziare la tv, riqualificare la stampa, sviluppare il web.
Infatti, se in Italia gli investimenti pubblicitari nella tv rientrassero nei pa-
rametri di spesa europei, ecco che si libererebbero risorse che andrebbe-
ro a tutto vantaggio dell’intera filiera della comunicazione commerciale:
dalla stampa al web, fino al publishing, passando per tutti i veicoli sopra,
sotto, accanto e oltre la linea della comunicazione commerciale.
Con il vantaggio che le idee farebbero la differenza, che la strategia di
comunicazione farebbe la differenza, che la qualità e la creatività del mes-
saggio, e non tanto la quantità dei “passaggi tv” farebbero la differenza.
Aggiungerei che facendo la differenza si abbasserebbe di molto il tasso di
diffidenza nei media, nelle marche, nei consumi, nella pubblicità. E se ne
avvantaggerebbe anche la tv.

132
Marco Ferri

Un esempio? In Gran Bretagna, Bbc e Itv hanno sofferto la concorrenza


di BSkyB. Però Bbc ha saputo reagire, creando quel che, è forse oggi il
miglior “marchio” di servizi online al mondo.
La visione globale del panorama dei media e del loro rapporto con la pub-
blicità aiuta certo a comprendere i cambiamenti in atto. Ma non si devono
confondere le politiche delle grandi marche globali con le dinamiche del-
le marche locali. Essi occupano differenti pesi specifici sui mercati e dun-
que possono avere un rapporto diverso con la pubblicità e differente con
i media. Il tessuto connettivo dell’economia italiana è fatto di una miriade
di piccole e medie imprese, alle quali bisognerebbe favorire l’accesso alla
pubblicità nei media, senza che si sentano schiacciate dalle politiche dei
grandi numeri che le marche globali importano e inevitabilmente im-
pongono nel nostro paese, condizionando la vita dei media italiani, tra
cui spiccano i giornali nazionali e locali. Bisognerebbe avere il coraggio
di investire in tecnologie (gli editori), in professionalità (i giornalisti). La
qual cosa imporrebbe una maggiore e migliore flessibilità da parte dei
pubblicitari. E attirerebbe gli inserzionisti, sempre pronti a dirottare i
budget pubblicitari verso il media più promettente.
Se il ruolo e il valore economico della pubblicità sono diventati ormai
imprescindibili per la sopravvivenza dell’informazione italiana (e non solo
italiana) è giusto, forse a maggior ragione, pretendere che i contenuti
della pubblicità siano quantomeno corretti, belli, sani e divertenti. Mai
invasivi delle prerogative del diritto a una informazione democratica.

133
Fuochi

Una tv a misura di cittadino


di Antonio Gaudioso

L’informazione contribuisce in maniera decisiva a deprimere


la partecipazione democratica. I tg nazionali non si occupano dell’universo
sociale e dell’associazionismo civico. Se lo facessero scoprirebbero quanto
è falsa l’affermazione che la loro informazione “è lo specchio del Paese”
e che quest’ultimo è assai meglio di come viene raccontato alla televisione.

Una tv a misura di cittadino è possibile? Questa probabilmente è


la domanda da cui bisogna partire per capire di cosa stiamo parlan-
do. Periodicamente infatti i media sono pieni di litigi, discussioni,
approfondimenti sulle spartizioni nel consiglio di amministrazione
della Rai, sulle nomine nella tv pubblica o sulla imparzialità della tv
privata etc. ma quasi mai si parla di come deve funzionare il servizio
pubblico, di quali servizi dovrebbe erogare, di quale è la funzione
della tv commerciale o della privata satellitare che “di fatto” han-

134
Antonio Gaudioso

no un ruolo pubblico al di là della loro natura giuridica. È un paradosso


curioso e allarmante perché i cittadini vengono coinvolti solo come “og-
getto” economico o politico (le persone come target per i pubblicitari o
come soggetti influenzabili in periodi elettorali) e al massimo si parla del-
la tv dei divieti (non far vedere certi programmi in campagna elettorale,
non mostrare sondaggi oppure far vedere certi programmi dopo una certa
ora (quando poi le oscenità sono quotidiane e ad ogni ora) immaginando
che le persone siano dei babbei di cui prendersi cura (anche in modo un
po’ interessato). Il vero problema è che bisogna ribaltare questo schema;
è necessario che i cittadini possano essere coinvolti attivamente anche nel
ripensare una tv orientata sui contenuti. Che parli ai giovani, che trasmet-
ta conoscenze, che approfondisca contenuti, che sia plurale, che inventi
nuovi modi di essere in sintonia con il mondo che cambia. Il successo di
esperimenti come quello di Current tv su Sky, delle web tv, dei cosiddet-
ti “reporter civici” negli Stati Uniti (che fotografano, filmano e manda-
no contributi ai media) ci deve far riflettere. Quando si parla di media
in Italia l’atteggiamento è autoreferenziale (la tv si interroga, esamina il
proprio problema e si dà le soluzioni… basta che il politico di turno sia
d’accordo…), forse è arrivato il momento di coinvolgere invece i porta-
tori di interessi esterni, i cittadini e le loro organizzazioni. Da quelle che
si occupano di tutela dei diritti a quelle dei malati cronici, da quelle dei
consumatori a quelle ambientaliste. Non con la logica del “ghetto” come
spesso accade (che relega le organizzazioni a ruoli solo in pur importanti
campagne sociali) ma con un ruolo da protagonisti per ripensare una tv
“di servizi”, che sappia interagire e che non sia monodirezionale. Non è
complicato, basta volerlo e gli strumenti ci sono. Basterebbe ampliare il
ruolo della commissione mista che si occupa del contratto di servizio della
Rai (uno strumento potenzialmente davvero importante).

Il peso della politica


Così come non c’è bisogno di una legge per iniziare a confrontarsi con le
organizzazioni di cittadini su quelli che sono gli argomenti di maggiore

135
Fuochi_ Una tv a misura di cittadino

attualità, su come non solo dare informazione ma informazione di servizio.


Non c’è bisogno di una circolare ministeriale affinché la tv pubblica nei
canali “in chiaro” inizi a trasmettere trasmissioni in inglese sottotitolate
per aiutare i cittadini ad imparare. Per la tv pubblica si potrebbe seguire
l’esempio che la stessa Rai sta portando avanti per i canali via satellite ed
in digitale con esperimenti di grande interesse e molto spesso di servizio
“vero” a cui può accedere una minoranza di cittadini.
Il panorama attuale è desolante, le poche trasmissioni di informazione
di servizio o di approfondimento sono relegate in orari improbabili (con
l’eccezione di alcuni momenti dove autori di valore riescono a ritagliare
degli spazi). Quelle che si definiscono di approfondimento socio/politico
sono palcoscenico delle solite compagnie di giro autoreferenziali e di poli-
tici ululanti. Un discorso a parte merita il mondo del giornalismo televisi-
vo. I tg, tranne poche eccezioni, hanno una attenzione prossima allo zero
nei confronti dell’universo sociale e delle organizzazioni di cittadini, visto
in alcuni casi con un misto quasi di fastidio e di superiorità.
Si preferisce dare spazio all’ultimo dei congressi degli improbabili partiti
neonati con percentuali da prefisso telefonico piuttosto che a campagne
sociali che coinvolgono decine, in alcuni casi centinaia di migliaia di per-
sone. Questo quadretto tratteggiato non ci deve abbattere o far pensare
che non ci sia lo spazio per costruire una tv a misura di cittadino. Il pro-
getto di Cometa serve anche a creare i presupposti per aprire un dibattito
sulla “tv e l’informazione che vogliamo”, un dibattito aperto ed inclusivo
con una solo obiettivo: far sì che qualcosa cambi per davvero. Qualche
buontempone della tv di tanto in tanto ci dice che “la tv è lo specchio del
paese, che i programmi televisivi sono quello che le persone vogliono”.
Una affermazione comoda ed interessata. Io non credo che sia così, non
lo credono le milioni di persone che ogni giorno da cittadini attivi contri-
buiscono a costruire un paese migliore. Meritiamo una tv che si interessi
più dei cittadini ed una politica che si interessi meno di tv, sono obiettivi
entrambi molto difficili da raggiungere… ma ce la possiamo fare.

136
137
Fuochi

Ultime notizie
dalla crisi dell’editoria
di Silvia Garambois

Nel generale decremento di vendita dei giornali, la free press aumenta


la sua tiratura e la sua pubblicità. Situazione e prospettive del mercato
in un congresso internazionale del settore a Madrid.

Corriere della Sera, meno 9%. Libero, meno 7%. I dati della diffu-
sione di gennaio 2009 – dopo la caduta libera delle vendite di fine
2008 – hanno gli stessi pesanti segni meno delle maggiori aziende
del Paese. E le previsioni per i primi mesi del 2009 indicano addirit-
tura, rispetto all’anno precedente, un crollo del 20-25% delle vendi-
te da edicola. C’è solo una barchetta di carta che, pur sballottata tra
i marosi, resta a galla mentre si sente scricchiolare il fasciame delle
grandi navi ammiraglie: è infatti più o meno questo il rapporto, in
tempo di crisi, tra la “fragile” free press e i grandi giornali venduti in

138
Silvia Garambois

edicola. Insomma, nella caduta complessiva del sistema la stampa gratuita


è avvantaggiata dalla perdita di copie e appeal dei giornali a pagamento,
veloce a raccogliere ogni briciola di investimento e a radicare il consenso
con i lettori attraverso un prodotto sempre più completo. Basta vedere
con che rapidità si svuotano i dispenser in città.
La free press è una stampa low-cost: i suoi costi sono già all’osso in tut-
to, numero di giornalisti, di amministrativi, distribuzione, carta (“Stiamo
parlando di aziende che applicano i contratti, non di pirati: quindi a pa-
rità di condizioni con i giornali in edicola”, avverte a scanso di equivoci
Edoardo Lucheschi, vice presidente della Federazione internazionale della
free-press, che è stato manager di Nichi Grauso a E-polis e ora è ammini-
stratore di DNews). Con un calcolo alla buona si tratta di un costo medio a
copia per una testata free che è quasi un quinto di quello di una testata tra-
dizionale: si va dal minimo di 15 centesimi a copia dei gratuiti contro quan-
ti tra le “ammiraglie” hanno un costo vivo che arriva a 1 euro e 30. Nelle
redazioni assai spartane delle free-press, dove i giornalisti macinano pagine
su pagine, la chiamano eufemisticamente “eliminazione dei fronzoli”.
A tenere a galla le barchette di carta è però soprattutto la pubblicità che,
in tempi di vacche magre, qui continua ad affluire: a fronte di una contra-
zione di quella nazionale, cresce quella in ambito locale. Il “segreto” sta in
uno dei meccanismi base dell’economia: minor costo, massimo rendimen-
to. La famosa torta pubblicitaria, che in questi mesi si è ristretta per tutti,
a partire dalle tv (il 2008 si è chiuso per la Rai con 40 milioni di euro di
minori entrate in pubblicità e una previsione di crescita zero per il 2009;
quasi il doppio la perdita calcolata per Mediaset) ha portato anche ad una
ridistribuzione delle risorse: è di questo riposizionamento della pubblicità
che si è avvantaggiata la free press.
Gli analisti parlano, senza mezzi termini, di un crollo del mercato pubbli-
citario per le grandi testate a pagamento, quelle che in questi anni avevano
infarcito di pagine pubblicitarie tutta una serie di testate collaterali distri-
buite in edicola insieme ai quotidiani. I grandi giornali nazionali presenti
in edicola hanno perso copie e pubblicità (il 2008 si è chiuso con dati di

139
Fuochi_ Ultime notizie dalla crisi dell’editoria

diffusione a meno 15% per Repubblica, che ha sospeso l’invio gratuito


nelle scuole; meno 8% per il Corriere della Sera, che ha chiuso l’anno a
600mila copie e con un impegno del management alla riduzione dei co-
sti). La free-press di contro ha generalmente mantenuto la sua diffusione
diventando più attraente (e a minor costo) per gli azionisti, e riuscendo ad
aggredire anche quote prima destinate ai giornali “pay”.
“La free press se la cava, la formula va bene: il forte contenuto locale,
anche in presenza di crisi, attira inserzionisti locali, quelli che non inte-
ressano ai grandi giornali nazionali e che non potrebbero neppure pagare
cifre troppo consistenti per le loro inserzioni. Insomma: piccoli ma tanti”:
così la spiega ancora Lucheschi. “Sulla pubblicità nazionale soffrono tutti
– dice –, perché le aziende hanno ridotto i loro budget, perciò ormai è
una gara a chi fa le tariffe migliori. L’unica che ha aumentato il numero di
copie e ha il costo-contatto più favorevole è la free press”.
Non tutte rose: le ultime analisi al primo Congresso internazionale della
free press, che si è chiuso a Madrid poche settimane prima che il mondo
finisse nella stretta della crisi, già indicavano mercati “saturi” dove la pre-
senza di troppe testate in concorrenza avrebbe inevitabilmente portato a
una “selezione della specie”. E l’Italia – almeno prima che gli indicatori
della pubblicità venissero terremotati – era fra queste.

Le prospettive della free press al congresso di Madrid


Un vero evento il Congresso di Madrid, a cui hanno partecipato 348 dele-
gati, in rappresentanza di oltre mille testate di tutto il mondo, e in cui – alla
vigilia della crisi che avrebbe scosso il pianeta – è stato fatto il punto su un
“affare” da svariate decine di milioni di copie al giorno. Un evento di cui la
stampa italiana non ha dato notizia. Eppure là dell’Italia si è parlato, ecco-
me. Carne al fuoco ce n’era parecchia: free press di seconda generazione,
situazione del mercato, prospettive nelle diverse aree del mondo, indirizzi
generali e condivisi degli editori. Con uno scopo, fondare la Federazione
internazionale della free press: “La Federazione degli editori dei giornali
a pagamento ha sempre avuto una sorta di monopolio su tutte le iniziative

140
Silvia Garambois

relative alla stampa, anche per quel che riguarda congressi e manifesta-
zioni – spiega Ignacio Gil, editore di free press spagnolo ma soprattutto
promotore e direttore del Congresso –. È arrivato il momento che anche
la free press abbia i suoi rappresentanti, visto che ormai supera la stampa a
pagamento in diffusione, tiratura, lettori e spesso anche qualità”.
E con un’ambizione “alta”: il “Manifesto di Madrid”, un decalogo della
free press in cui gli editori si impegnano con i loro lettori, “al servizio
della diffusione della lettura, della democrazia e della difesa della liber-
tà di espressione”. “È una dichiarazione di principio rivolta alla società
mondiale – spiega ancora Gil – in cui la free press esprime i suoi valori.
Noi chiediamo agli editori di stampa gratuita di adottarli e di metterli in
pratica nel loro lavoro quotidiano”.
Tre giorni densissimi di relazioni, dibattiti, focus, una raffica di interventi.
Editori venuti dai punti più disparati del globo, piccoli rappresentanti di
“editoria di prossimità” (giornali di quartiere, di nicchia, con target molto
definiti) o editori di giornali, come il dominicano Diario Libre, che ven-
gono considerati un “caso” per la loro diffusione così capillare (tre milioni
di lettori in un paese che non arriva a dieci milioni di abitanti) da far con-
correnza, in quanto a numero di copie, ai colossi nordamericani.
Un Congresso considerato tanto autorevole in Spagna – dove la free press
è una realtà consolidata, con una propria Federazione di editori – che per
l’apertura dei lavori è intervenuta la vice di Zapatero, donna Teresa Fer-
nandez De La Vega, con un discorso sul valore democratico della stampa
libera, di quelli che allargano il cuore ai giornalisti. E tra gli oratori c’era
anche il ministro dell’Industria spagnolo, Miguel Sebastian (considerato
il consigliere economico più vicino a Zapatero nella segreteria e nel go-
verno), mentre la chiusura dei lavori se l’era riservata la presidente del-
la Regione di Madrid, Esperanza Aguirre, nei saloni della monumentale
Casa de la Villa.

È nata in Australia nel 1906


A disegnare lo scenario in cui si muove la free press mondiale è stato per

141
Fuochi_ Ultime notizie dalla crisi dell’editoria

l’occasione Piet Bakker, docente all’Università di Amsterdam, che è con-


siderato il “guru” del settore e che – anche attraverso il suo sito internet
www.newspaperinnovation.com – aggiorna sull’andamento mondiale dei
media free. Come in ogni lectio magistralis che si rispetti Bakker è partito
da lontano, togliendo l’illusione alla svedese Metro (le cui pubblicazioni
sono iniziate nel 1995) di aver fondato la prima stampa gratuita al mondo:
il primo quotidiano free, infatti, si chiamava Manly Daily, ed era distribui-
to in Australia in un lontanissimo 1906.
L’analisi di Bakker sul 2008 ha preso in esame 58 Paesi con 230 testate at-
tive, per un totale di 43 milioni di copie diffuse. Non male. Parecchia ac-
qua è passata dalla crisi del 2004, quando la diffusione (l’analisi allora era
su 32 Paesi, con 100 testate) era a 15 milioni di copie e chiusero 20 testate.
La recessione è ovviamente il periodo nero per il settore, proprio per la
contrazione delle inserzioni: gli anni 2001/2002 e 2006/2007 sono stati,
nel mondo, quelli con il maggior numero di testate che hanno chiuso i
battenti (soprattutto giornali della sera e testate sportive), mentre nei pri-
mi dieci mesi del 2008 non apparivano ancora segni gravi di cedimento.
Troppo presto, anche ora, per avere i dati dell’ultimo scorcio del 2008
e dei primi mesi del 2009. E quelli che ci sono, sono contradditori. Ha
avuto infatti larga eco, a fine gennaio, la notizia della crisi e della chiu-
sura dell’edizione spagnola di Metro, quasi fosse un segnale della fine di
un’epoca: ma in realtà si è trattato solo di un episodio, forse non così in-
dicativo come si è creduto.
Solo sei giorni dopo, infatti, dalla casa madre svedese è arrivato un secco
comunicato: “Ritorno all’utile nel 2008 per Metro, con un risultato netto
da 4,06 milioni di dollari, a fronte di un rosso da 201,5 milioni patito nel
2007”. “Il gruppo non è immune alle difficoltà che hanno provocato per-
dite sull’ultimo trimestre – ha ammesso l’amministratore delegato Mikael
Jensen all’agenzia Afp –. Ma sull’intero anno il numero complessivo di
lettori è cresciuto del 10 per cento, con progressi nella maggior parte
dei paesi, tra cui l’Italia”. Citata non a caso: l’Italia, è noto, è un paese in
cui Metro non ha mai ingranato secondo le aspettative e da tempo cerca

142
Silvia Garambois

ufficialmente dei partner (si è parlato in particolare de Il Sole24ore); ma


non demorde: “Non c’è intenzione di cessare o cedere le attività – ha di-
chiarato infatti Luca Morpurgo, amministratore delegato della filiale ita-
liana –, ma al contrario di mantenere la maggioranza delle società locali
cedendo quote di minoranza a partner non finanziari ma industriali, con i
quali creare sinergie editoriali. Quindi editori di quotidiani, a pagamento
o gratuiti, o di periodici, oppure operatori internet”.

Il caso Italia
Mister Bakker, raccontando ai congressisti spagnoli come va il mondo del-
l’editoria free, si è soffermato nell’analisi del nostro Paese non solo perché
è considerato un “mercato saturo” per la pubblicità, insieme a Danimarca,
Spagna, Francia, Olanda e Corea, ma già a ottobre lo studioso delineava in
particolare il dato negativo relativo all’economia in recessione nel nostro
Paese. Addirittura difficile dunque, secondo questa analisi, la convivenza
in Italia di tante testate nazionali. Anche se poi i nostri quotidiani gratuiti
hanno storie – culturali e industriali – assai diverse: Leggo e Metro che
seguono il modello “venti minuti di lettura sulle subways e il giornale è
pronto per il cestino della spazzatura”; Epolis e Dnews, che al contrario
si pongono come free di seconda generazione, cioè puntano sulla stessa
completezza e qualità dei giornali da edicola; City (La Stampa) e 24mi-
nuti (Il Sole24 ore) dove bilanci e pubblicità si intrecciano con quelli dei
gruppi di appartenenza. Ma Bakker non ci va leggero: non c’è posto per
tutti. Secondo lui, il futuro darà spazio solo a 3-4 titoli. Notizia che gli
spagnoli (dove sono addirittura 33 le testate free riunite in Federazione)
hanno accolto per primi con una certa freddezza.

143
Fuochi

Nucleare, l’ipocrisia
del pensiero berlusconiano
di Ermete Realacci

L’accordo firmato di recente dal Presidente del Consiglio con Sarkozy


per la costruzione di quattro centrali nucleari di terza generazione in Italia,
è grave sotto diversi profili. Perché su una scelta così significativa
e strategica ha esautorato il Parlamento.
E ancora, perché s’imbastisce una prospettiva di approvvigionamento
energetico basata su una tecnologia sorpassata e pericolosa
e poi perché chiude la porta alle energie rinnovabili, meno costose e già pronte
ad essere utilizzate.
L’impressione è che Berlusconi abbia usato l’annuncio della siglatura
dell’accordo con la Francia, per distogliere l’attenzione dell’opinione
pubblica dalla gravissima situazione sociale ed economica in cui si trova
il nostro paese.

144
Ermete Realacci

Il dibattito sul nucleare che anima le pagine dei quotidiani da qualche


mese a questa parte potrebbe essere preso come caso esemplare di co-
municazione a “richiamo per le allodole”. Parlando di nucleare si crea,
infatti, una cortina fumogena che distrae l’attenzione rispetto alla grave
situazione del paese e anche da quello che si potrebbe fare da subito per
affrontare la sfida del clima e la dipendenza dai combustibili fossili.
Inoltre è grave che il Presidente del Consiglio, dimostrando una volta
di più un’idea disinvolta della democrazia e della divisione dei poteri, si
sia impegnato con la Francia alla realizzazione nel nostro Paese, con tec-
nologia e imprese francesi, di quattro centrali nucleari prima ancora che
il Parlamento si sia pronunciato sul disegno di legge che riaprirebbe le
porte al nucleare.
Decidere il ritorno al nucleare e siglare accordi internazionali in materia
è una scelta di grande impegno e rilevanza, che proprio per questo richie-
derebbe un largo dibattito pubblico e una grande condivisione. Il governo
e la maggioranza si stanno muovendo secondo una logica opposta: non
spiegano se e come verrebbero affrontati i problemi legati alla produzione
di scorie e al loro smaltimento – l’Italia, per la cronaca, ancora non ha un
sito per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi ereditati dalle vecchie cen-
trali; non dicono dove sorgerebbero le nuove centrali, e anzi dovunque
parlano (a cominciare dal Presidente del Consiglio nei suoi innumerevoli
discorsi in Sardegna durante la recente campagna elettorale) assicurano
che le centrali si faranno dappertutto “ma non a casa vostra”; al tempo
stesso prevedono nella legge in discussione che la localizzazione dei siti
nucleari possa avvenire anche contro la volontà delle Regioni destinate a
ospitarli e che i siti stessi saranno considerati aree militari.
Non dicono soprattutto in che misura, più o meno direttamente, risorse
pubbliche sosterranno il nucleare. Perché, contrariamente a ciò che af-
ferma Berlusconi, senza risorse pubbliche il nucleare non sta in piedi. È
per questa ragione che attualmente in occidente sono in costruzione solo
due centrali: una in Francia e una in Finlandia, la quale, peraltro, costerà
il 50% in più di quanto previsto e avrà uno slittamento di quattro anni per

145
Fuochi_ Nucleare, l’ipocrisia del pensiero berlusconiano

l’avvio. Non è un caso che negli Stati Uniti le aziende private di produ-
zione di energia elettrica dalla seconda metà degli anni ‘70, ben prima di
Chernobyl e del referendum antinucleare italiano, non avviano la costru-
zione di un nuovo impianto. E neanche i generosi contributi (18,5 milioni
di dollari in crediti agevolati) della vecchia amministrazione Bush hanno
cambiato questa situazione.
Il Pd su questo tema ha una posizione diversa e precisa. Noi riteniamo
che l’Italia debba fare i conti con l’opzione nucleare, ricostruire un siste-
ma istituzionale e tecnico in grado di sostenerla, e impegnarsi con forza
nella ricerca per arrivare a tecnologie nucleari sicure, la cosiddetta IV
generazione che vede la presenza in Italia di eccellenti centri di ricerca.
Ma pensiamo che oggi sarebbe un errore imbarcarci in un programma
di centrali nucleari che a fronte di un costo rilevantissimo – non meno
di 20 miliardi per realizzare 4 impianti – darebbe assai pochi vantaggi.
I “nuovi” impianti, “comprati” dalla Francia, nuovi per dire visto che si
basano su tecnologie destinate a essere presto superate, comincerebbero a
funzionare non prima di quindici anni, e da quel momento coprirebbero
meno del 5% del fabbisogno energetico nazionale; nel frattempo questa
scelta sottrarrebbe inevitabilmente risorse, sia pubbliche che private, a
obiettivi quanto mai urgenti – investire in efficienza energetica, sviluppo
delle fonti rinnovabili a cominciare dal solare, promuovere l’innovazione
tecnologica dall’idrogeno al carbone pulito – che in tempi enormemente
più brevi consentirebbero di abbattere le emissioni che alimentano i mu-
tamenti climatici, di ridurre sensibilmente la nostra dipendenza energeti-
ca dall’importazione di petrolio, di accrescere la competitività delle nostre
imprese (più efficienza vuol dire che l’energia pesa di meno sui costi di
produzione), di alleggerire le bollette a carico delle famiglie. Questa è la
vera frontiera dell’innovazione in campo energetico, una frontiera che
rappresenta un’opportunità tanto più grande in questa fase di dramma-
tica crisi economica: come insegnano le strategie anti-crisi dei principali
Paesi industrializzati, dall’Europa agli Stati Uniti di Obama, incentivare
l’efficienza energetica, incentivare lo sviluppo delle fonti energetiche pu-

146
Ermete Realacci

lite, sono vie molto efficaci per sostenere l’economia, i consumi, per far
nascere nuove imprese innovative, per promuovere la creazione di posti di
lavoro. Il Presidente Obama ritiene di poter creare negli Stati Uniti nel-
l’ambiente 5 milioni di posti di lavoro e la Cancelliera Merkel di portare
gli attuali 1 milione e 800 mila occupati “verdi” a tre milioni. In nostro
paese non deve essere da meno. E sono vie decisive perché, finita la crisi,
l’Italia non si ritrovi sempre più ai margini dell’economia globale.

147
Fuochi

Media, democrazia, educazione


di Marco Grollo

Nel mondo contemporaneo il sistema della comunicazione è intimamente


connesso con le dinamiche della democrazia. Educare le giovani generazioni
alla codifica e alla decodifica del linguaggio dei media è un compito fondamentale,
sottovalutato però dalla scuola e fuori dalla portata dell’intervento
della famiglia. Megachip l’ha messo al centro della sua azione in questi anni
coinvolgendo amministratori pubblici, insegnanti, studenti, genitori
e sacerdoti; i diversi attori dei processi di formazione, dentro e fuori la scuola.

Sappiamo che i media non solo fanno parte del nostro quotidiano,
ma lo costituiscono, lo creano. Basti pensare a quanto internet e il
telefonino hanno trasformato il modo di comunicare, di lavorare, di
relazionarsi in famiglia, di trascorrere il tempo libero, negli ultimi
dieci anni. Anche grazie a queste ultime tecnologie “di massa” il
flusso di messaggi e di stimoli che quotidianamente ci arrivano è au-

148
Marco Grollo

mentato in modo enorme. Alcuni studiosi iniziano ad occuparsi di questo


fenomeno1, analizzando tra le altre cose il nuovo “habitat” multimediale
che coinvolge tutti i nostri sensi e al quale è quasi impossibile sottrarsi.
Soprattutto perché con i media trascorriamo gran parte del nostro tempo:
“in una società che si crede la più libera da sempre, trascorrere il tempo
con i media è l’uso principale cui abbiamo destinato la nostra libertà.
Crediamo di poter scegliere, perché possediamo telecomandi, abbona-
menti alle tv via cavo, lettori cd, videogiochi sempre più sofisticati, col-
legamenti ad internet e cellulari. In realtà ci immergiamo sempre più a
fondo nel torrente mediatico che scorre a grande velocità, e incoraggia la
distrazione, le emozioni usa e getta, il disimpegno”2. Senza entrare nella
pur interessante questione, qui sopra accennata, se i media ci rendano ef-
fettivamente più liberi o ci diano solamente questa impressione, togliendoci
qualcosa invece di darcelo, il punto principale che questo contesto pone è
quello, comunque sia orientata la nostra visione, della gestione dei media.
Di una gestione consapevole, cosciente, in una parola, critica.
Molte persone non percepiscono questa necessità, né si rendono conto
che la sola alternativa è essere gestiti dai media. E questo pone anzitutto
un problema di libertà individuale (chi è manipolato non è libero) ma
soprattutto di qualità della democrazia (chi è manipolato non solo non è
libero, ma crede di esserlo e di scegliere liberamente). Esattamente qui si
colloca la motivazione centrale dei percorsi di educazione critica ai media.
Esattamente qui, nel rapporto tra media, democrazia, libertà individuale
e capacità di un pensiero critico e autonomo. E dunque, il ruolo dell’edu-
cazione. Il ruolo della scuola. Lo sviluppo di capacità di analisi critica non
di testi letterari, ma di testi audiovisivi, cioè di immagini. Perché si for-
meranno generazioni di cittadini consapevoli delle loro scelte solo a patto
di dare loro corretti e aggiornati strumenti di analisi.

1
Cfr. Todd Gitlin, Sommersi dai media,ETAS, 2003; Wilem Flusser, La cultura dei media, Mondadori, 2004;
Giovanni Sartori, Homo Videns, Laterza, 2004
2
Todd Gitlin, op. cit., pag. XXIV

149
Fuochi_ Media, democrazia, educazione

La formazione scolastica non fornisce strumenti di analisi


Sembra paradossale, ma pur se tutti siamo sempre più circondati da im-
magini, nel corso di otto anni di scuola obbligatoria (tra primarie e se-
condarie) nessuno ne parla in maniera sistematica, intenzionale. Nessuno
fornisce nei percorsi formativi delle chiavi di lettura rispetto alle immagi-
ni, che siano in grado di orientare criticamente lo sguardo. La formazio-
ne scolastica è ancora quasi completamente alfabetica, anche se tutti noi
siamo immersi in un modo fatto di immagini e in cui le parole contano
sempre meno.
Per questo assistiamo al paradosso di vedere attorno a noi crescere gene-
razioni commerciali chine su libri che significano sempre meno, nella loro
percezione del mondo e nella loro visione della società.
La maggior parte dei contenuti dei media vengono oggi veicolati attra-
verso l’immagine, che è diventata la forma di comunicazione più potente
nella nostra società. L’immagine comunica velocemente e direttamente,
diversamente dalla scrittura non ha bisogno di un lungo apprendistato per
essere compresa, si presta a comunicazioni con più significati, può essere
modificata e migliorata. Ha colonizzato in breve tempo (poco più di un
secolo e mezzo per la fotografia, ancora meno per l’immagine in movi-
mento) lo spazio fisico e immaginario dell’uomo, e dunque possiede una
forza d’urto ancora non stimata.
Il nostro mondo, le nostre strade, le nostre città, così come molti luoghi
pubblici come le stazioni ferroviarie e gli aeroporti – sono sempre più
tappezzati di immagini, alcune delle quali fisse - quelle appese alle pareti e
sui muri delle strade – ma altre in movimento. Infatti sempre di più negli
spazi pubblici compaiono schermi. La comunicazione sempre più viaggia
attraverso le immagini e sempre meno attraverso le parole. Non si vota
più infatti per un partito, ma per una persona, per un volto e quello che
rappresenta e riesce a comunicare.
Come controbattere dunque alla potenza dei media che attraverso le im-
magini (e il controllo delle stesse, se si controllano i media) condizionano
così pesantemente le scelte e i pensieri?

150
Marco Grollo

In realtà vi sono molti modi. Il più semplice è la realizzazione di una ef-


fettiva pluralità di soggetti proprietari dei media a livello nazionale. Con
norme che impediscano, come avviene nei maggiori Paesi Europei, ad
un soggetto privato di possedere più del 20% del mercato televisivo e se
ha tale quota di poter avere al massimo il controllo di una testata giorna-
listica Nazionale. Con minime variazioni percentuali, questi limiti sono
imposti perché sono garanzia effettiva di pluralismo e dunque di quali-
tà della democrazia (nel nostro Paese sappiamo che non è così). Altro
modo altrettanto semplice è staccare nettamente il controllo dei media
dal potere politico. Fare in modo che l’informazione sia completamente
indipendente e dunque a servizio dei cittadini prima di tutto e garanzia
del controllo sull’operato della politica. Anche in questo campo sono di
esempio molti Paesi Europei, soprattutto anglosassoni, mentre in Italia
abbiamo esempi di asservimento totale del potere politico e campagne di
vera e propria delegittimazione del ruolo dell’informazione.

I media devono essere insegnati


Dunque resta una terza via, certo molto più lunga, ed è quella educativa.
Educare ad un pensiero critico sui media attraverso percorsi educativi in-
tenzionali. Sapendo che “temi dell’uguaglianza, del diritto di accesso, del-
la partecipazione, della cittadinanza sono tutti temi in cui il campo della
ME di riconosce dotandosi di una marcata impronta civile: come dire che
educare ai media significa già educare alla cittadinanza”3. Scrive appunto
Rivoltella, uno dei messimi studiosi ed esperti di educazione ai media in
Italia, citando uno dei classici di questa materia (Len Masterman) che il
potere dei media consiste proprio nella loro capacità di orientare le scelte
dello spettatore, di costruire la sua agenda, di presentargli la loro inter-
pretazione del mondo come se fosse la realtà delle cose. Di conseguenza,
i media intersecano la democrazia in due sensi: in primo luogo, nel fatto

3
Piercesare Rivoltella, Media education, Carocci, 2001, pag. 25

151
Fuochi_ Media, democrazia, educazione

che la produzione ed il controllo dell’informazione sono diventate oggi


forme efficaci di marketing; in secondo luogo, a livello politico in quanto i
media, televisione in particolare, hanno dimostrato la capacità di spostare
i voti fluttuanti. Da qui Masterman dimostra la sua convinzione che i me-
dia debbano essere insegnati a scuola per consentire agli individui di costruirsi
una capacità critica di lettura dei messaggi mediatici che ne salvaguardi le
proprie libertà fondamentali ed, infine, il valore della democrazia.
Le attività del settore Scuola e Formazione di Megachip rappresentano
esattamente il tentativo, spesso proprio originato dallo stesso Giulietto
Chiesa attraverso qualche suo intervento pubblico, e poi sviluppato dalle
competenze e dal lavoro dei referenti territoriali, di andare in questa di-
rezione. Di alfabetizzare a questo nuovo linguaggio. Di rendere consape-
voli. Con il sostengo di tutti coloro (amministratori pubblici, insegnanti,
genitori, formatori, sacerdoti) decidono di investire e collaborano perché
hanno compreso che la qualità della vita democratica passa attraverso la
possibilità di dare strumenti di analisi critica ai cittadini. Presenti e futuri.
Lo sviluppo di un pensiero critico e l’aumento della consapevolezza sia dei
meccanismi di funzionamento dei media sia dei loro contenuti, da parte
dei bambini ma anche degli adulti – insegnanti e genitori – sono gli obietti-
vi delle proposte che Megachip propone alle scuole e alle comunità locali.
Da diversi anni, dunque, l’Associazione Megachip attiva progetti di edu-
cazione ai media e proposte formative e culturali occupandosi direttamen-
te dei problemi educativi che la presenza dei media pone. Al suo interno
si è costituito il Settore Scuola e Formazione, che dal 2005 coordina una
rete di formatori e referenti che operano in molte regioni italiane e col-
laborano con enti, scuole, associazioni ed istituzioni locali. La creazione
di un settore specifico all’interno dell’associazione che si occupa di media
education ha accolto a forte domanda di strumenti di educazione critica
rispetto alla televisione, ad internet, ai media in genere espressa da scuole,
insegnanti e comunità territoriali. Momento decisivo e qualificante per la
comprensione globale dei media è l’utilizzo attivo dei media stessi, ovvero
il passaggio dall’analisi alla produzione e alla sperimentazione, dal livello

152
Marco Grollo

della riflessione critica a quello dell’esperienza. Megachip promuove e


coordina laboratori di educazione critica ai media nelle scuole, corsi di
formazione per insegnanti e genitori, conferenze e attività culturali, co-
stituendo una delle più significative realtà nel campo dell’educazione ai
media a livello italiano attiva sia nella scuola che nell’extra scuola.
In quattro anni, si sono sviluppati progetti in tredici regioni italiane, dal-
la Sicilia al Trentino Alto Adige, raggiungendo direttamente oltre 5.000
studenti e coinvolgendo oltre 700 insegnanti tra laboratori e iniziative
di formazione. Pubblicità, informazione, guerra, reality, tronisti e tutto
quello che vedono e ascoltano ogni giorni sui media i bambini e i ragazzi,
il tempo passato su internet o con il loro telefonino: questi gli argomenti
principali di dibattito, analisi e produzione. Oltre 2.000 genitori hanno
assistito, inoltre, alle serate di presentazione di progetti e agli incontri di
formazione. Oltre 75.000 gli accessi in poco più di un anno alla sezione
“megachip va nelle scuole”, presente nel sito dell’associazione, che costi-
tuisce uno dei pochissimi esempi di strumenti disponibili on line per in-
segnanti e formatori che vogliano dedicarsi a questa fondamentale attività
educativa.
Che non è solo educativa, ma di costruzione di una nuova forma di cit-
tadinanza consapevole. Sapendo che attività e laboratori sono in fondo
pretesti. Non obiettivi in se stessi ma occasioni di confronto e consapevo-
lezza critica condivisa e sperimentata (in alcuni casi) per la prima volta.
Sapendo che il rapporto tra media e qualità della democrazia passa anche
e soprattutto attraverso questi percorsi educativi.

153
Fuochi

Il linguaggio dei piedi in tv


di Gianni Spallone

Gli inganni, i luoghi comuni e le furberie linguistiche


con cui ci viene raccontato il gioco più popolare d’Italia.

Un’attenzione interessata alle trasmissioni televisive di calcio ri-


scontra anche al primo contatto la proliferazione di un universo lin-
guistico di graduate e diversificate competenze: dall’implacabile e
talvolta persino urtante sicurezza/insicurezza di molti moviolisti, ai
rimandi al sociale nelle causeries dei processi di programmi sportivi
nazionali e locali, all’intrattenimento comico-informativo di certe
presentazioni alla vigilia degli incontri, all’ostentato dilettantismo
di molte vallette di contorno. Ma se l’aspetto tecnico-tattico, l’ele-
mento sociologico (trasmissioni locali con protagonisti tifosi e ad-
detti) e, infine, il colore (Quelli che… di Simona Ventura e Guida al
campionato con Magda Gomes) rappresentano i principali modelli

154
Gianni Spallone

dei racconti di calcio, visto e parlato, spesso intrecciati e sovrapposti, il


quadro complessivo offre a uno sguardo più ravvicinato materia per alcu-
ne annotazioni aggiuntive Vediamole in ordine sparso.
I. La contaminazione nella stessa telecronaca (a conferma di quanto so-
pra) di una pluralità di referenti che configurano questo particolare gene-
re come una sorta di racconto-macedonia, contenitore onnicomprensivo
in cui lo svolgimento della gara è inserito in una profusione di ragguagli
eccentrici, al punto che cronaca, commento e cornice diventano tutt’uno
nell’omologazione di gesti atletici, psicologia dei giocatori, spalti gremiti
e minacce di nebbia: gol di Totti, Panucci in polemica con la Roma, in
tribuna Galliani accompagnato dal figlio. Modello di racconto che, scan-
sando subito – per quanto mi riguarda – ogni sospetto di aristocratico
distacco, corrisponde esattamente, come si ricorderà, ai momenti salienti
di una gara poetizzati anche dal cronista d’occasione Umberto Saba (gesto
atletico: “Il portiere caduto alla difesa”; psicologia: “Della festa, egli dice,
anch’io son parte”; cornice: “Sui gradini un manipolo sparuto”).
II. La rinuncia generalizzata, da parte dei telecronisti impegnati in diret-
ta, a farsi interpreti delle strategie e delle azioni di gioco per delegare al-
l’esperto di turno (l’ex campione, l’allenatore disoccupato) la spiegazione
tecnico-tattica. Si assiste così, durante le telecronache a certi dialoghi che
molto spesso inciampano nella tautologia. Più o meno in questo modo:
voce concitata del telecronista: “Camoranesi manda fuori”; voce del com-
mentatore, in tono pacato: “Sì, Camoranesi ha provato a tirare in porta,
ma il pallone è uscito”. Commento, quest’ultimo, singolarmente ridon-
dante e incongruo. Ridondante perché sembra ignorare uno dei principi
basilari del calcio, che è linguaggio globale proprio in quanto compren-
sibile da tutti, in tutto il pianeta (figurarsi poi un tiro sbagliato osservato
da un telespettatore competente). Incongruo perché è come se un critico
letterario, di fronte a una descrizione, si sottraesse al commento per affi-
dare il compito a uno scrittore arruolato ad hoc. “Il romanzo inizia così:
‘Era una notte buia e tempestosa’. Chiediamo a Baricco”. E Baricco: “Sì,
sì tratta di una notte uggiosa”.

155
Fuochi_ Il linguaggio dei piedi in tv

III. L’informazione d’intrattenimento (la cosiddetta funzione fatica) che,


in questo caso, è strettamente dipendente dalla natura stessa del gioco.
Per il fatto che, a differenza di altri sport in cui gli avvenimenti si svolgo-
no una tantum (pugilato, automobilismo) o si susseguono senza soluzione
di continuità (giro d’Italia, olimpiadi), nel campionato di calcio si dà una
cospicua sfasatura temporale tra l’evento (della domenica), il tempo d’at-
tesa (gli altri sei giorni) e l’evento successivo (la domenica dopo). Sicché,
per mantenere attivo il contatto con i tifosi, tra il lunedì e la domenica le
rubriche di giornalismo sportivo occupano il vuoto agonistico dispensan-
do informazioni di vario calcio parlato: dal calciomercato (quasi sempre
molto ipotetico: si pensi alle “bombe” di Maurizio Mosca), al gossip (per
es.: propinando storie di relazioni tra calciatori e veline), alle “notiziole”
di giornata spesso coincidenti con vere e proprie “non notizie” del tipo:
“Durante l’allenamento di ieri Del Piero si è lamentato con i compagni
che non gli hanno passato la palla, ma domenica giocherà sicuramente”. Il
che, riformulando e trasferendo in altro ambito, corrisponde precisamen-
te a: “Durante le prove di ieri Pippo Baudo ha avuto un battibecco con un
collaboratore, ma domani condurrà regolarmente la trasmissione”.
A parte, ma con grande rilievo, la “notiziona” scandita in tutta l’informa-
zione infrasettimanale. Come quella, sollevata a fiammante polemica, tra
l’allenatore dell’Inter, Mourinho, scatenatosi durante un’intervista contro
Juventus, Roma e tutto il calcio italiano accusato di “prostituzione intel-
lettuale”, che per giorni e giorni ha riempito di sé tutti i notiziari sportivi
chiamando ad esprimersi società e dirigenti implicati, opinionisti di varia
provenienza (come Oliviero Beha e Giuliano Ferrara, tra gli altri), favore-
voli e contrari, ospitati anche a sigillare i servizi dei telegiornali.
Infine, entro questa funzione d’intrattenimento si inserisce anche l’uso e
l’abuso di azioni mostrate alla moviola. Per questa ragione: perché, ridu-
cendo il ragionamento alla sostanza, si tratta di semplici incentivazioni al
chiacchiericcio basate su una premessa fallace. Infatti lo strumento-mo-
viola è funzionale soltanto a fomentare una discussione (che Aldo Biscardi
definirebbe “dialettica”) tra gli ospiti in studio e i tifosi collegati. Perché

156
Gianni Spallone

fallace? Semplicemente perché, secondo la legge fisica della reciprocità


(che riassumo drasticamente), in ogni nuova osservazione attraverso un
nuovo strumento si modifica la visione dell’oggetto osservato. “Si modi-
fica l’oggetto osservato”. Dunque, con l’uso della moviola si cerca di sol-
lecitare un dibattito intorno a due fenomeni dissimili ma, nella circostan-
za, considerati erroneamente equivalenti. Per esemplificare: assimilando
azione in diretta e azione mostrata al rallentatore si ignora ad arte che si
tratta dello stesso fenomeno ottico illustrato in Blow up da Michelangelo
Antonioni. Dove l’occhio umano, corrispondente all’occhio dell’arbitro
durante una partita dal vivo, fotografa un cespuglio senza scorgere che
in quella macchia verde si nasconde un cadavere. Particolare evidenziato
soltanto con il ricorso a un fermo immagine ingrandito della ripresa tele-
visiva e che l’occhio umano non era stato in grado di cogliere.
Ebbene su questo equivoco tecnologico che intasa tv nazionali e locali
alimentando inesausti dibattiti tra tifosi proliferano futilmente commenti,
pagelle e perfino i destini professionali degli arbitri italiani.
IV. La Babele linguistica. Formule e moduli in cui si mette in risalto l’esi-
bizione di una terminologia oscillante tra ambiguità e imprecisione che
destabilizza costantemente il codice specifico (con una sottintesa licenza
di arbitrarietà). Le telecronache di calcio attingono infatti da un vocabo-
lario in cui i termini tecnici standard non sono quasi mai univoci, necessi-
tati ed inequivocabili, ma lasciati alla discrezione di chi parla. Così, a fare
un solo esempio, “schema”, “modulo”, “schema tattico” e “tattica” sono
adottati in maniera indifferenziata, come se si trattasse di sinonimi. Ed è
come se per raccontare un’azione si andasse ogni volta alla ricerca di un
significante adeguato e che durante la ricerca capitasse di improvvisare
più o meno ad libitum un termine nuovo, una perifrasi, un omofono in
sostituzione del termine codificato. Come se, esagerando, in un negozio
d’abbigliamento fossero considerati equivalenti “spolverino”, “cappotto”,
“pelliccia”, “montgomery” e “qualcosa da mettersi addosso”. Sorge così
questa curiosa situazione linguistica: mentre vengono pervicacemente ne-
gletti i termini denotativi inscritti nel codice (“parata”, “tiro”, “errore di

157
Fuochi_ Il linguaggio dei piedi in tv

mira” ecc.) le emergenze occasionali, le invenzioni creative, le interferen-


ze istantanee s’impongono a norma fino ad occupare quasi tutti gli spazi.
Ecco allora che “la parata del portiere” diventa “Buffon c’è”, il tiro non
è “sbagliato” ma “da dimenticare”, lo “spazio libero” è “una prateria”, un
gol da lontano “eurogol”, una prestazione sufficiente “non incide”. E una
sequela di frasi fatte pronte ad ogni uso: “quando prende lui la palla suc-
cede sempre qualcosa”, “ha spostato il baricentro”, “la lotteria dei rigori”,
“palla inattiva”, il giocatore che anticipa un avversario “ha capito tutto”,
l’allenatore che effettua un cambio “ha letto bene la partita”, fino all’ine-
luttabile appuntamento con la frase “con il montaggio di…” pronunciata
invariabilmente quando nelle sintesi delle partite il servizio passa dalle
immagini del primo a quelle del secondo tempo.
Va ancora notato che così freneticamente assorbendo e fagocitando anche
l’invenzione arguta, l’originale exploit di un giornalista linguisticamente
dotato e creativo viene declassata a routine, per palese e ricorrente abuso.
È questo il caso per es. di “uccellare il portiere” (o un difensore), con ver-
bo proveniente direttamente da Boccaccio per adozione di Gianni Brera
nel senso di ingannare, beffare che oggi si sente anche nelle cronache di
C2 inglobando voci come “spiazzare”, “infilare” “scartare” ecc.; o ancora
di “amnesia difensiva”, sintagma nato da un apprezzabile scatto di fantasia
al posto di “errore”, che appena raccolto e divulgato da uno stuolo di pigri
replicanti viene ridotto inesorabilmente a frase fatta, con perdita irrepara-
bile di tutto l’originario surplus di valore espressivo.
V. La demitizzazione del gioco – sorta di persistente infrazione della leg-
ge del decoro – che si manifesta nella mescolanza di toni seri e momenti
comico-burleschi, passando cioè dalle prove documentate in moviola alla
satira su giocatori e allenatori. Moda recente inaugurata dall’irruzione dei
commenti ironici della Gialappa’s per fare il verso alla cristallizzazione
del pianeta calcio, a cui oggi rispondono i cartelloni beffardi ripresi da
“Striscia” o, nell’anteprima di Italia 1, il teatrino di imitatori e “esperti”
sopra le righe. Una convivenza di stili comunque alquanto problemati-
ca perché satira e ironia presuppongono un accordo preventivo tra chi

158
Gianni Spallone

dice e chi ascolta. Accordo di complicità difficile da raggiungere quando


il tifoso, sintonizzato sul tono emotivo, sente irridere protagonisti e mo-
menti di gioco inerenti alla squadra del cuore (tifoso imparziale è infatti
un ossimoro inesistente in campo calcistico). Ma qui giunti, ad evitare un
incombente malinteso, occorre rovesciare la linea dell’argomentazione.
Tiro brevemente le somme: se tutta questa disamina si è disposta, in qual-
che passaggio, come una pars destruens occorre precisare, in via conclusiva,
che questi atteggiamenti del calcio parlato in tv, questo loro instancabile
ma precario assestamento, si fondano in ultima sintesi su una formidabile
giustificazione. Che è questa: il calcio deve successo e popolarità proprio a
queste genericità, a questo approccio tecnico-linguistico “non scientifico”
da parte degli appassionati. È infatti grazie a queste concessioni a una faci-
lità d’uso, d’immediata socializzazione che questo sport si configura come
un grande romanzo popolare. Romanzo popolare in cui Noam Chomsky,
un po’ enfatizzando, individua “l’ufficializzazione della democrazia” nel
senso che, oltre al piacere biologico e psicologico dell’interscambio del
racconto e della polemica, si manifesta nell’adozione di un marasma lin-
guistico universalmente condiviso. Perché, con un esempio conclusivo e
illuminante, un commento che su un rigore, momento di gioco super re-
golamentato, visionato, ingigantito e sezionato al rallentatore, può pro-
nunciarsi con un “Si poteva dare come non si poteva dare” rappresenta un
esempio sublime di un parlare ambiguo e vago, in perenne dissidio con se
stesso, che passa impunemente (e gloriosamente) tra scienza cartesiana e
sfumato leonardesco. Ma questa è, sopra ogni altra aggiunta, la condizione
ineliminabile della fortuna planetaria del calcio. Per due motivi. Perché
così tutti, tutti i possessori di parole, ne possono discutere ricorrendo a un
patrimonio terminologico non assoggettato a norme rigide (mentre non
possono disquisire, che so, di scacchi o di bridge, giochi in cui o si cono-
scono i termini del codice o si resta afasici). E perché, parlando di calcio,
l’anarchia linguistica, la poltiglia stilistica e le indeterminatezze tecniche e
tattiche, incuranti di rispondere alle leggi inflessibili di un codice scienti-
fico, esprimono il senso profondo di una ruvida e giocosa evasione.

159
Fuochi

Aspetti del nucleare


(quasi) dimenticati
di Giuseppe Onufrio

I contribuenti italiani hanno già pagato, per l’energia nucleare,


5.000 miliardi delle vecchie lire senza averne alcun beneficio. Sull’accordo
con la Francia per costruire nel nostro Paese 4 centrali di terza generazione,
il Governo e l’Enel hanno mentito in merito alla copertura economica
necessaria, sottostimando pesantemente il fabbisogno finanziario
degli interventi. Non è un caso che, nonostante gli aiuti considerevoli da parte
del pubblico, nessuna società privata investe in nuove centrali, giudicandole
tutt’altro che convenienti dal punto di vista dei costi e dei benefici.

Quando, lo scorso giugno, l’Amministratore delegato di Enel veniva


intervistato da Affari e Finanza di Repubblica sulla prospettiva di un
accordo sul nuovo reattore francese Epr, citava come costo di un
nuovo reattore una cifra tra 3 e 3,5 miliardi di euro. Dopo qualche

160
Giuseppe Onufrio

mese intervistato dal Sole24Ore la cifra citata era nel frattempo cresciuta
a 4 miliardi. Eppure, nel mese di maggio, il suo omologo della tedesca
E.On intervistato dal Times Online, dichiarava l’interesse dell’azienda a
costruire reattori nel Regno Unito che potevano costare “fino a 6 mi-
liardi” (esclusi i costi per smantellare i vecchi reattori da sostituire con i
nuovi Epr). A fine febbraio 2009 apprendiamo dal quotidiano finanziario
finlandese Kauppalehti che, a causa dei ritardi nella costruzione dell’Epr
a Olkiluoto (un altro cantiere è in Francia a Flamanville) il costruttore
francese Areva minaccia l’azienda finlandese Tvo di citarla per danni per
2 miliardi di euro perché non ha messo in pratica un accordo per acce-
lerare i lavori, sottoscritto nel 2008. La Tvo da parte sua, accusa Areva
dei ritardi e minaccia di chiedere danni per 2,4 miliardi di euro. Il quoti-
diano finanziario conservatore aggiunge che, a causa dei maggiori costi,
graveranno sui consumatori di energia circa 3,5 miliardi di euro in più
del previsto. Questi ritardi sono poi accompagnati da tentativi di tagliare
tempi e costi, cosa che ha con ogni probabilità influito molto sulle oltre
2.100 “non conformità” riscontrate in cantiere dall’Autorità di sicurezza
nucleare finlandese Stuk, alcune delle quali relative a parti molto impor-
tanti del reattore.
La propaganda del Governo italiano e di Enel su quanto converrebbe eco-
nomicamente il nucleare che ha accompagnato l’accordo per fare 4 Epr
in Italia, è stata accompagnata da una stampa prevalentemente favorevole
che però non risulta abbia mai chiesto né a Conti né a Scajola come mai le
cifre sui costi dei reattori citate in altri Paesi siano così diverse dalle loro.
Infatti anche negli Usa le cifre che circolano, pur se relative alla tecnolo-
gia statunitense, sono più che doppie di quelle presentate da Enel (e dai
francesi) alla stampa. Per determinare il costo industriale del nucleare,
infatti, il costo di capitale è importante perché pesa per il 70 per cento e
oltre. Il Wall Street Journal Europe del 30 maggio commentava con tono
divertito le affermazioni di Berlusconi sul nucleare, avendo l’Italia il terzo
debito pubblico del pianeta. Guardano alla questione della sicurezza, poi,
tre rapporti tecnici, di cui uno commissionato da Edf, resi noti in queste

161
Fuochi_ Aspetti del nucleare (quasi) dimenticati

settimane e parlano della pericolosità delle scorie dell’Epr, da 4 a 11 volte


maggiore rispetto al normale. Il combustibile usato, una miscela di ossidi
di uranio e plutonio (Mox, mixed oxides) viene “bruciato” di più e dunque
contiene una quantità maggiore di prodotti della fissione.
Negli Stati Uniti non si è svolto alcun referendum sul nucleare: qualunque
azienda può costruire un reattore. Eppure da 30 anni gli unici investimen-
ti sono stati per rimodernare vecchi impianti. Per spingere gli investitori
privati americani a tornare a costruire impianti – almeno per sostituire
quelli che verranno chiusi per limiti d’età – l’Amministrazione Bush fece
approvare forti incentivi a fine 2005 cui aggiunse un fondo per prestiti a
tasso agevolato di 18,5 miliardi di dollari a fine 2007. Secondo l’agenzia di
rating Moody’s, questi incentivi possono stimolare la costruzione di una o,
al massimo, due centrali. In effetti, la Florida Light&Power ha presentato
una domanda per accedere ai fondi per sostituire due reattori da chiudere
al costo di 8 miliardi di dollari per ogni 1000 Mw. E se provate a cercare la
notizia che il Congresso Usa ha bocciato un emendamento per inserire 50
miliardi di dollari di prestiti a tasso agevolato al nucleare nel “piano di sti-
molo” dell’economia presentato dal Presidente Obama, farete fatica a tro-
varla. L’unica associazione con il nucleare riguarda l’Iran, non il fatto che
nel suo piano di stimolo ha messo fuori gioco il nucleare civile americano.
Il nucleare, com’è noto, richiede investimenti molto elevati e muove in-
teressi economici e politici molto voraci. Eppure la storia del vecchio nu-
cleare italiano, con voragini di spese finite nel nulla, dovrebbe aver inse-
gnato qualcosa, ma la memoria in questo Paese è notoriamente volatile.
È il caso dei circa 1000 miliardi di vecchie lire spesi per costruire il Pec
– “Prova elementi combustibile”, un reattore sperimentale per sperimen-
tare incidenti agli elementi di combustibile del reattore al plutonio Super-
phénix. Fu costruito sul Brasimone nell’Appennino a 50 km da Bologna,
su una faglia sismica che richiese forti interventi di adeguamento. Il Pec
fu realizzato quando ormai non serviva più. Lo stesso Superphénix, pro-
getto italo-franco-tedesco (costruito a Creys-Malville), reattore “autofer-
tilizzante” che doveva produrre più plutonio di quello che consumava, è

162
Giuseppe Onufrio

stato un fiasco tecnico di proporzioni gigantesche e fu chiuso dopo una


cinquantina di mesi di funzionamento costellati da incidenti. Nel 1998,
dopo l’arresto del reattore, una commissione d’indagine parlamentare sti-
mava un costo totale di 60 miliardi di franchi (circa 9 miliardi di euro) e
nel 2005 la Corte dei Conti francese valutava i costi dello smantellamento
a 2,1 miliardi di euro. I contribuenti italiani hanno già pagato circa 5.000
miliardi di lire nelle bollette per quello che probabilmente è il maggiore
fallimento industriale della storia.

163
SPECIALE
SPECIALE
S.
World Servolo
Political Forum
San Servolo, 10-11 ottobre 2008

M. Gorbaciov _ M. Less
Speciale

Ambiente: dagli allarmi


globali all’allerta dei media
Nonostante il modello di vita delle società contemporanee sia da decenni fermamen-
te impostato sull’incrollabile fiducia nel consumo e nella crescita, si può apprezzare
negli ultimi anni una certa presa di coscienza della questione ambientale, sempre
più ineludibile, da parte di cittadini e governanti. I primi cominciano a patire
sulla propria pelle le conseguenze di quel modello di vita e le pesanti ricadute che la
sofferenza degli ecosistemi può avere sulla loro vita. In tal senso la larga e crescente
diffusione di pratiche alternative per lo smaltimento dei rifiuti o l’approvvigiona-
mento di energia lasciano intravedere una maggiore consapevolezza individuale,
seppur in forma ancora insufficiente. Le evidenti interconnessioni tra crisi climatica
e crisi economico-finanziaria, d’altro canto, spingono l’ambiente in cima alle agen-
de degli statisti. I numeri, presenti in questo esordio di Cometa, sono da brivido
e impongono scelte impopolari e immediate. In questo i media giocano un ruolo
decisivo. Dopo aver subito la prevaricazione di pubblicità e intrattenimento, l’in-
formazione resta uno strumento fondamentale per responsabilizzare il pubblico,
mostrandogli i pericoli che corre nel breve termine la specie umana. Il tema è stato
oggetto di un convegno, organizzato dal World Political Forum e dalla Provincia
di Venezia il 10-11 ottobre 2008 presso l’Isola di San Servolo a Venezia. Ai diversi
tavoli si sono alternati i principali esperti di ecologia e comunicazione, per definire
una proposta comune di etica del giornalismo sull’ambiente. Nella convinzione di
fare un servizio utile ai propri lettori, Cometa ha proposto – e il Wpf ha accettato
– di pubblicare sul primo numero alcuni importanti contenuti del convegno, che
riassumono di fatto l’ispirazione generale da cui nasce la rivista: le relazioni di
Mikail Gorbaciov, presidente del Wpf, di Martin Lees, Segretario Generale del
Club di Roma, e il documento delle Raccomandazioni Finali. Va da sé che il Wpf è
istituzione preesistente a Cometa e indipendente da essa. La gentile concessione della
pubblicazione degli atti del convegno di San Servolo dunque, non implica nessuna
predefinita identità di vedute fra i Wpf e questo trimestrale all’esordio.

166
World Political Forum

Una Glasnost planetaria


per uscire dalla crisi
di Mikail Gorbaciov

Tre anni fa a Barcellona si è tenuto un ciclo di tre conferenze consecutive,


dal titolo: “I Dialoghi della Terra”. A questi “Dialoghi” hanno partecipato
i rappresentanti di decine di nazioni per discutere di ciò che sta accadendo
alla Terra e di ciò sta accadendo a noi, dato che quel che sta accadendo
sulla Terra dipende in buona parte da noi.
Nell’ambito di uno di questi Forum sostenni che la gente avrebbe dovuto
essere messa al corrente della situazione di pericolo imminente in cui vi-
viamo: il 60% degli ecosistemi sono già infatti irrimediabilmente danneg-
giati. Invece dell’1% delle risorse naturali, secondo il limite stabilito dagli
scienziati, ne sfruttiamo il 10%. Ci siamo intromessi in processi che per
milioni di anni sono stati unicamente regolati dalla natura. Siamo dunque
giunti a un limite. Ma tuttavia, non possiamo in alcun modo arrestare i
processi in corso, mentre il tempo scorre inesorabile.
In quell’occasione aggiunsi un’altra dichiarazione: sapete, ritengo, in base
all’esperienza vissuta personalmente con la Glasnost’, durante gli anni
della Perestrojka, che tutti dovrebbero essere resi partecipi di tutti i pro-
blemi, così come avveniva ai tempi dell’Unione Sovietica.
A quei tempi, due erano i meccanismi utilizzati: la Glasnost’ e la democra-
zia. E per democrazia qui intendo utilizzare il termine soprattutto come
sinonimo di partecipazione. A quei tempi molte personalità di spicco era-
no alla guida dell’Unione Sovietica, ai quali si sostituì una nuova gene-
razione. Fu un periodo di cambiamento generazionale nelle alte sfere di
potere e durante il quale la Glasnost’ fu aspramente criticata.
Ciononostante, questi processi di rinnovamento ebbero grandissima in-
fluenza sul modo di pensare della società e del Politburo, tanto che, per
lungo tempo, non ci fu una sola riunione del Politburo stesso che non si

167
Speciale

aprisse con un dibattito sulla Glasnost’. Alla fine riuscimmo a trovare la


giusta leva su cui fare forza per apportare i cambiamenti.

Non fu la Glasnost a “distruggere il sistema”


Alcuni anni più tardi, Aleksandr Isaevič Solzhenicyn, ormai scomparso e
nei confronti del quale nutro grande stima, disse: “Fu la Glasnost’ di Gor-
baciov che distrusse il sistema”. Inizialmente, non diedi molto peso alle sue
parole, propenso com’ero allora a pensare che fossero comunque le parole
pronunciate da un grande pensatore, da un profeta rientrato in patria dopo
un lungo e immeritato esilio, nel corso di un viaggio attraverso il paese in
cui venne accolto, per l’appunto, come un vero e proprio profeta.
In occasione della riunione mondiale dei redattori avvenuta due anni fa
al Cremlino, replicai a tale giudizio: “Non sono d’accordo con Solzhe-
nicyn. Penso che senza Glasnost’ non ci sarebbe stata alcuna Perestrojka
e ci saremmo ritrovati a un punto morto.” Questo è ciò che penso e che
credo venga pensato da chiunque non voglia rinunciare alla libertà di pa-
rola, da chiunque ritenga necessario poter aprire bocca senza dover prima
attentamente analizzare il soffitto soprastante, per capire se qualcuno nel
frattempo non stia trascrivendo la sua conversazione. La gente si è fatta
coraggio, ha cominciato a esprimersi, ma ancora con il rischio di vedersi
attribuiti dei capi di imputazione anche solo per un’innocua barzelletta…
Sergej Petrovič Kapitza mi ha appena regalato un libro. Sergej Petrovič
proviene da ambienti nei quali la libertà di pensiero non era influenzata né
dalle epoche, né tantomeno dai sistemi governativi vigenti. L’argomento
principale del suo libro verte appunto sulla libertà.
Mi era capitato di incontrare l’accademico Kapitza durante un periodo di
soggiorno a Kislovodsk, nel Caucaso. Ad allora, avemmo modo di conver-
sare per un’intera giornata, e tra i vari argomenti toccammo anche quello
di Sacharov e della libertà. Ebbi una netta sensazione di disinvoltura nei
suoi atteggiamenti, di libertà, di totale mancanza di prevenzioni… In pra-
tica, discuteva liberamente, come dovrebbe poter fare ogni uomo libero.
In quell’occasione aggiunsi un ulteriore commento alle parole di Solzhe-

168
World Political Forum

nicyn, dicendo che se non fosse stato per via della Glasnost’, chissà dove
si sarebbe ancora trovato Aleksandr Isaevič al tempo in cui pronunciò le
sue parole. Francamente, penso che io magari sarei ancora potuto essere
in carica come Segretario Generale, dato che l’età me lo permetterebbe.
Ho occupato varie posizioni nella scala gerarchica del partito sino a quelle
più alte. Sono frutto di quella nomenclatura, ma il destino ha voluto che
le sopravvivessi.
Sarebbe forse più giusto dire che è stata la nomenclatura a sopravvivere
a Chrushev e come con Chrushev ha tentato di sbarazzarsi di me. Ma,
come potete vedere, sono qui con voi, sano e salvo per poterne parlare. E
così, dissi per l’appunto: “Io, probabilmente avrei ancora occupato qual-
che posizione, ma per quanto riguarda Aleksandr Isaevič, beh, penso che
si sarebbe trovato da qualche parte nel Wyoming a fare scorta di legna per
l’inverno…” La mia risposta fu così tagliente perché ritenni che, sottova-
lutando l’importanza della Glasnost’, venisse automaticamente sottovalu-
tata l’importanza della libertà di parola, di stampa e dell’uomo in genera-
le, senza le quali è impensabile che la società possa mettere in moto i suoi
meccanismi, affrontare con successo le proprie problematiche e sentirsi
pienamente libera.

I rischi della crisi


In occasione dell’ultima conferenza ho sostenuto quanto sia importante il
fatto che sia innanzitutto la gente a dover entrare a far parte del processo
di difesa e di conservazione della natura. E affinché la politica non sia
gravata da influenze e pressioni esterne, è quanto mai necessaria una Gla-
snost’ planetaria! A quel punto, l’intera sala mi ha tributato una standing
ovation. Nemmeno io mi sarei mai aspettato una tale reazione, ma chi era
presente potrà confermare quanto dico.
Ci ritroviamo ora ad attraversare un periodo di incertezza e una crisi fi-
nanziaria che non possiamo ancora prevedere a quali conseguenze porte-
ranno. Ma il problema non è costituito soltanto dalla crisi finanziaria, che
è in realtà solo uno dei molti aspetti di una crisi generale ben più ampia di

169
Speciale

tutti i sistemi e di tutti i modelli di sviluppo. Credo che se avessimo intra-


preso in precedenza un percorso basato su una Glasnost’ planetaria (dato
che un’opportunità del genere si è presentata all’indomani della fine della
Guerra Fredda), ci troveremmo in altre circostanze e lo scenario degli
sviluppi futuri sarebbe potuto essere un altro.
La redazione della Carta Europea in Russia è stata accolta tiepidamente,
ribadendo piuttosto la necessità di un’architettura di sicurezza che coin-
volgesse l’intero continente. Se fossimo stati tutti coinvolti da questa ar-
chitettura di sicurezza com’era stato ipotizzato durante il summit europeo
tenutosi nel ’90, alla fine di Novembre, allora non si sarebbero create tutte
queste situazioni conflittuali, mentre invece adesso ci ritroviamo ancora
una volta divisi tra chi sta dalla parte del giusto e chi sta dalla parte dello
sbagliato, tra Vecchia e Nuova Europa. L’Europa che, con la sua storia, la
sua cultura e il suo progressismo che hanno influenzato tutto il mondo,
di colpo annuncia di essere diventata vecchia e decrepita, fuori dai giochi
che contano.
Ed ecco che qualcuno approda a una nuova fase di sviluppo civilizzato. E
il perché questo accada è molto semplice: a quel qualcuno fa comodo che
le divisioni e le ragioni di scontro permangano.
Dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, tutte le dispute su un nuovo or-
dinamento mondiale terminarono. È stato Dio a decidere che da lì in poi
sarebbe stata l’America a doversi far carico delle responsabilità per tutto il
mondo, creando le condizioni per l’avvento di un nuovo impero, con tutti
i pro e i contro che ne conseguono.
Ma poi sono occorsi alcuni imprevisti che hanno deviato il corso degli
eventi. Se ognuno dei presenti, personalità di spicco e coinvolte da molti
anni in ogni sorta di attivismo a livello mondiale, facesse mente locale,
potrebbe ricordarsi di quanto è stato ribadito a più riprese.
Giulietto Chiesa, qui al mio fianco, da molti anni ripete: “Quello che
accade in America andrà a finire male per tutti! Quello che accade nel
campo della finanza mondiale, dove solo una parte del flusso finanziario
è costituito da un reale flusso di merci e di produttività, mentre tutto il

170
World Political Forum

resto è frutto di azioni speculative di ogni genere (e se non si tratta di vere


e proprie azioni speculative, sono comunque da considerarsi come azioni
controproducenti alla attuale congiuntura), porterà a conseguenze nefa-
ste, cominceranno ad esserci fallimenti e ingovernabilità.”
La politica attuale ha perso fiducia nei confronti della classe scientifica e
intellettuale ed è pronta a riversare milioni unicamente nelle casse di quelle
disposte ad adottare toni di apologia. Ma i popoli, i paesi, i governi sono alla
ricerca di verità e non di vicoli ciechi, la cui oscurità è tale da non permet-
tere nemmeno di scorgerne la fine. Oggi, all’una, ho controllato i risultati
dell’andamento finanziario della giornata. I mercati sono in caduta libera:
Giappone, Cina e qualsiasi altro paese, il mondo intero è coinvolto.
Se l’America ha recentemente registrato esportazioni per un valore di 700
miliardi e assorbito importazioni per 1500 miliardi, allora il fenomeno
poteva essere previsto, si poteva intuire che il giocattolo si sarebbe presto
rotto. Ma l’America è sinora stata in possesso di molti privilegi, di cui uno
su tutti, il più grande, il più potente: la zecca.

L’inadempienza ecologica
Ci ritroviamo a parlare di ecologia in una situazione come quella odierna.
È persino difficile iniziare a farlo anche per me, che 15 anni fa ho fondato
e sinora diretto l’organizzazione Green Cross International e mi sono
occupato di problemi ecologici.
Potrei quindi dilungarmi a piacimento sull’argomento ecologico, ma il
compito di sensibilizzazione ritengo sia stato egregiamente assolto dagli
organi di stampa e dagli scienziati nel corso degli ultimi anni.
Ma qual è stato nel corso di questi ultimi anni il risvolto pratico di tale
comprensione? Dovremmo concentrare la nostra attenzione e quella degli
esperti affinché il nostro Forum dia un contributo importante, sia sotto
forma di proposte costruttive che di azioni da intraprendere perché questi
processi tornino ad essere sotto controllo.
È doveroso sottolineare come, purtroppo, le proposte avanzate e che
avrebbero potuti dare ottimi risultati, frutto dell’impegno di moltissimi

171
Speciale

intellettuali, non abbiano fin qui dato i risultati sperati. Rimane un insa-
nabile gap tra teoria e pratica da colmare.
Prendete ad esempio i forum dedicati all’acqua, sono stati tutti accanto-
nati! Prendete Kyoto o Johannesburg e gli impegni del Millennium per i
prossimi 15 anni. Sono stati presi accordi per revisioni quinquennali dei
progetti, proprio perché non accadesse quanto occorso ai precedenti pro-
getti di simile natura.
Si è tenuta una prima conferenza all’Onu, è stata effettuata un’analisi e
di nuovo si è creata la situazione di inadempienza del piano ecologico da
parte di alcuni stati. Il problema è che da un lato ci sono molte dichiara-
zioni di responsabilità e di volontà politica, ma tutto sembra regolarmente
scivolare di mano.
I meccanismi che avrebbero potuto portare a una soluzione o a un aiuto,
i meccanismi mirati al libero sviluppo di ogni nazione non hanno funzio-
nato o addirittura non sono mai esistiti. Come risultato di tutto ciò, si ha
un inutile dispendio di energie in un momento storico in cui, a elencare
tutti gli aspetti che riguardano la situazione ecologica, ci sarebbe da essere
ben più che allarmati.
L’azione che andrebbe intrapresa in primis da parte di noi esperti, espo-
nenti dell’opinione pubblica, sarebbe quella di coinvolgere la classe poli-
tica e il mondo del business in modo che venga realizzato nella pratica ciò
che è quanto mai necessario che sia realizzato immediatamente.
In secondo luogo, la crisi finanziaria ha dimostrato l’inadeguatezza dei
metodi attualmente applicati rispetto a quanto necessario al mondo e al
sistema finanziario globalizzato, in una situazione di totale mancanza di
controllo e di responsabilità per quanto riguarda lo sperpero di enormi
risorse finanziarie. L’Iraq ha richiesto un dispendio di 3.000 miliardi, per
non parlare poi dell’Afghanistan e di situazioni dello stesso genere.

La marmaglia vincente
Sono questi gli argomenti che vanno portati a conoscenza della società.
La società comincia a essere irrequieta, mentre fino a pochi giorni fa si

172
World Political Forum

pensava che tutto avrebbe avuto conseguenze minime. Ma il terremoto


è in atto e sono le fondamenta stessa della nostra vita, del nostro assetto
sociale a essere scosse dal dubbio.
La domanda sorge spontanea: non sono forse gli ultimi 20 anni stati in-
dicativi del fatto che questa linea di allontanamento totale dello stato dal-
l’economia, questa linea di Washington, non porterà a nulla di buono?
Si sono liberati dello stato ma hanno lasciato allo stato la possibilità di
sperperare enormi capitali che un tempo venivano invece investiti in no-
bili cause.
Perché collego tutto questo discorso alla Glasnost’? Perché, come in quel
processo storico di coinvolgimento della società, anche in questo mo-
mento è quanto mai necessaria una consapevolezza del pericolo posto alla
nostra stessa esistenza, in una situazione i cui contorni sono ancora tutti
da definire. I passi da intraprendere non porterebbero comunque a delle
risoluzioni immediate, ma dovranno innanzitutto essere applicate misure
correttive radicali.
Parlo così in base a una mia intuizione. Sono convinto così, magari gli
studiosi possono non essere d’accordo con me, ma ritengo che i modelli di
sviluppo basati sui surplus commerciali non potranno mai funzionare.
Nel nostro paese l’ondata di cambiamenti ha portato a fenomeni di sot-
trazione di proprietà pubbliche, in un sodalizio che vede protagonisti i
politici che volevano continuare ad avere il sostegno dei nuovi ricchi. Da
questa situazione ha tratto vantaggio la marmaglia che fa degli interessi
comuni della nazione e del popolo una questione di secondaria importan-
za, a scapito di persone realmente competenti.
Il passaggio a un nuovo modello di sviluppo è diventato il problema nu-
mero 1. La questione andrebbe posta a livello decisionale. Credo che non
sia troppo tardi e che la situazione non sia ancora del tutto sfuggita di
mano. Ma anche solo tra una settimana potrebbe essere già tardi, data
l’incredibile velocità a cui avvengono i cambiamenti al giorno d’oggi.
Oggi il Presidente degli Stati Uniti si incontrerà con il Ministro delle
Finanze del G8 e non so cosa avrà da dire visto che è stato sin qui strenuo

173
Speciale

sostenitore delle dottrine di Rumsfeld, Thatcher, Reagan, Cheney. Tutte


queste persone, a loro tempo, ci hanno portato allo stato di cose attuale,
affermando il criterio secondo il quale la partecipazione dello stato come
istituzione regolatoria precludeva la partecipazione al mercato.
Ma queste sono cose già note a tutti direi… Dobbiamo solo cercare di
sbarazzarci del tutto di queste concezioni. Quello di cui abbiamo vera-
mente bisogno è una Glasnost’ planetaria.
Per questo la vostra parola, la nostra parola, le parole che usciranno da
qui saranno importanti. I documenti frutto di questo dibattito verranno
pubblicati e saranno patrimonio dell’opinione pubblica.
Voi potrete fare molto nel partecipare, nel cooperare con noi e con una
stampa indipendente perché l’indipendenza è la peculiarità principale
della libertà e della democrazia. Ed è proprio questo ciò di cui abbiamo
maggiormente bisogno.
Grazie!

(Traduzione a cura del World Political Forum)

174
World Political Forum

Il futuro del pianeta


nelle mani dei media
di Martin Lees

A nome del Club di Roma vorrei ringraziare il World Political Forum e


la Provincia di Venezia per l’opportunità di rivolgermi a questo eccezio-
nale convegno di leader ed esperti di tutto il mondo, affrontando un tema
chiave come quello del ruolo dei media nella promozione di un cambia-
mento positivo per la realizzazione di un mondo migliore.
A marzo di quest’anno il World Political Forum e il Club di Roma hanno
sponsorizzato insieme una conferenza molto proficua, focalizzata su una
semplice domanda: perché gli allarmi globali (sul cambio climatico) ripetu-
ti negli anni non hanno avuto l’impatto desiderato sulla politica mondiale.
L’attuale caos dei mercati finanziari, che minaccia il sistema finanziario
internazionale, è semplicemente un altro esempio che dimostra che, an-
che quando le contraddizioni fondamentali sono evidenti, si agisce solo
nel momento in cui i problemi si sono già verificati, quando non c’è più
alternativa.
La conferenza che ci riunisce oggi rispecchia la preoccupazione del Club
di Roma e del World Political Forum riguardo la necessità di passare dal-
l’allarme all’azione. In questo processo, il ruolo dei media è di cruciale
importanza. Viviamo in un tempo fatto di rapide trasformazioni di massa.
Il mondo che conoscevamo non esiste più, ci sono certamente degli ele-
menti di continuità, ma i cambiamenti sono profondi e le nostre vecchie
convinzioni e strategie saranno inadeguate rispetto alle vitali sfide che ci
attendono.
Vorrei illustrare brevemente 5 questioni critiche che definiranno il futuro
sviluppo del nostro mondo e poi traccerò il programma triennale di ricer-
ca e consultazioni approvato dal Club di Roma durante l’incontro per il
suo quarantesimo anniversario, che si è tenuto a Roma in giugno. Il fine di

175
Speciale

questo programma è quello di identificare gli elementi di un nuovo per-


corso dello sviluppo mondiale in modo tale da affrontare queste cinque
questioni critiche in maniera coerente.

Le sfide da affrontare
Evidentemente, ciò implica che noi del Club di Roma riteniamo che il
percorso attuale dello sviluppo mondiale ci stia portando incontro a dei
problemi molto seri. Oltre alle minacce evidenti alla stabilità del siste-
ma finanziario mondiale, ci troviamo a fronteggiare impegnative sfide sul
clima, sul degrado degli ecosistemi in tutto il mondo, sulla questione del
petrolio, sull’impoverimento dei terreni, sulla disponibilità di acqua in
tutto il mondo, e ovviamente sulla povertà durevole e sulla crescente ine-
guaglianza. Esse sono, prima di tutto: la trasformazione della comunità
mondiale, la fine dell’era delle risorse energetiche a poco prezzo, la vul-
nerabilità del sistema finanziario, il degrado ambientale e, ovviamente, il
cambiamento climatico.
Partendo dalle trasformazioni della comunità mondiale, possiamo affer-
mare che una nuova struttura politica ed economica sta emergendo in
tutto il mondo e che la rapida crescita delle economie emergenti sta cam-
biando gli equilibri del potere politico ed economico. Basti prendere ad
esempio la Cina, che attualmente ha riserve di moneta pari a circa 1.8
miliardi di miliardi di dollari, e che ha raddoppiato la sua economia negli
ultimi dieci anni e farà lo stesso nei prossimi dieci. Questo significa avere
tre nuove economie cinesi in vent’anni.

La globalizzazione può distruggere il mondo


Inoltre le crescenti disuguaglianze dell’attuale processo di globalizzazione
stanno scatenando un aumento del protezionismo sia nei paesi industria-
lizzati che in quelli emergenti; un’incredibile ricchezza coesiste ancora
con la disperata povertà ed insicurezza dei 2 miliardi di persone che anco-
ra vivono con meno di 2 dollari al giorno, in un’economia di 66 miliardi di
miliardi. Come ha affermato il presidente tedesco Horst Köhler durante

176
World Political Forum

un meeting del Club di Roma tenutosi a Berlino nel novembre del 2007,
se il processo di globalizzazione continuerà lungo questo percorso, demo-
lirà l’intero sistema.
La seconda questione riguarda la fine dell’era delle risorse a basso prezzo.
La nostra società è basata sulla disponibilità di petrolio poco costoso, ma
quest’epoca sta per finire. Questo non significa che non ci sia più petrolio,
c’è molto petrolio. Il problema è che le industrie non riescono a produrre
abbastanza velocemente da rispondere alla crescente domanda, e c’è un
notevole divario tra la domanda e i rifornimenti.
Alla crescita della popolazione mondiale, che dagli attuali 6.7 miliardi di
persone arriverà a 9 miliardi nel 2050, si aggiunge la crescita della classe
media in tutto il mondo; probabilmente 2 miliardi di consumatori in più
metteranno una pressione ancora più forte sui prezzi delle provviste e delle
merci di tutti i generi. E la sicurezza energetica è, come si sa, una priorità
nelle politiche di sicurezza nazionale. Abbiamo già visto l’impatto dell’au-
mento dei prezzi dell’energia e degli alimenti sui poveri in tutto il mondo.
La terza questione, lampante, è la vulnerabilità del sistema finanziario.
Sappiamo che l’attuale sistema della finanza internazionale è in difficoltà,
e ciò non è solo il risultato di quello che Greenspan ha chiamato “esu-
beranza irrazionale”, né dell’irresponsabilità dei prestiti sub-prime, o di
quello che è chiamato il “toxic debt”. È anche il risultato di profondi squi-
libri e di crescenti debolezze che sono stati evidenti per anni. Le dimen-
sioni e la complessità dei mercati finanziari sono ormai giunte aldilà della
capacità di comprensione e di gestione da parte delle strutture preposte
alla loro supervisione e regolamento.
Voglio darvi un dettaglio per capire la portata di ciò che sta avvenendo:
nel 2007, 1.8 miliardi di miliardi si sono spostati dai paesi che importano
petrolio a quelli che lo esportano. Se questo avvenisse ogni anno, l’impat-
to sugli equilibri finanziari mondiali sarebbe spettacolare.
La quarta questione che vorrei sollevare è il degrado e lo sfruttamento
ambientale. L’umanità utilizza ogni anno circa il 125% della produzione
biologica del pianeta, stiamo vivendo sulla base del nostro capitale biolo-

177
Speciale

gico, non sulla base delle entrate. Questo è chiaramente insostenibile e ci


sta conducendo all’estinzione delle specie e al degrado degli ecosistemi
con un ritmo allarmante. L’uso che facciamo delle terre produttive e del-
l’acqua è eccessivo e a questa pressione vanno ora aggiunti gli effetti del
cambiamento climatico.
Il cambiamento climatico è ormai una priorità delle agende mondiali, ed è
giusto che sia così, ma la distruzione degli ecosistemi da cui la vita umana
dipende è ugualmente pericolosa per il futuro, e le due questioni sono
essenzialmente legate, visto che gli ecosistemi viventi degli oceani e del-
le terre assorbono circa la metà delle emissioni prodotte dall’uomo, che
sono di circa 10 giga-tonnellate di carbonio all’anno.
Infine, i rischi di un irrefrenabile cambiamento climatico sono evidenti.
Prove fisiche provenienti da tutto il mondo, insieme a una più profonda
comprensione del dato paleolitico ottenuta con attrezzature sofisticate, e
una più acuta comprensione delle dinamiche del processo di cambiamen-
to climatico, hanno convinto molti scienziati e molti politici del fatto che
il futuro dell’umanità è a rischio.

Scienza e politica debbono fermare il disastro


Non abbiamo a che fare con un processo lineare, ma con un processo
che potrebbe improvvisamente raggiungere un apice in cui tutto ciò che
abbiamo compreso potrebbe repentinamente cambiare. Ci stiamo avvi-
cinando al punto culminante di un cambiamento climatico irreversibile,
con delle conseguenze potenzialmente catastrofiche.
Scienziati ed esperti stanno pertanto facendo appello a rapidi e rilevanti
tagli nelle emissioni di gas serra, ma le realtà politiche ed economiche
sembrano evitare o ritardare un’azione radicale. Il futuro della nostra ci-
viltà, e in particolare quello della bella città di Venezia, può ben dipendere
dai risultati di questo dibattito tra scienza e politica.
Vorrei estrapolare tre punti da questa rapida diagnosi.
Primo: le cinque questioni che ho menzionato sono essenzialmente con-
nesse, e non possono essere comprese o risolte separatamente.

178
World Political Forum

Secondo: un’azione combinata ad ogni livello è la condizione necessaria


per gestire delle questioni così ampie e complesse. Saranno coinvolti i go-
verni, il mondo degli affari, della scienza, delle accademie, ovviamente la
società civile, ed il ruolo dei media sarà centrale per garantire il supporto
pubblico ad ogni azione.
Terzo: tutte le certezze, idee, strategie ed istituzioni che abbiamo fatto
nostre dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi, devono esser riviste per
affrontare le sfide del mondo moderno e questo implica cambiamenti so-
stanziali nelle attitudini e nel comportamento, ed anche in questo i media
rivestono un ruolo centrale.
Questa serie di problemi tra loro connessi e in rapida evoluzione, è stata
denominata dal Club di Roma, già anni fa, “la problematica”. Attraverso
gli anni abbiamo visto che rispondere ad una crisi dopo l’altra non risolve i
problemi di fondo. C’è bisogno di un approccio più coerente, sistematico
e fattivo, dobbiamo prevenire i problemi prima che si verifichino.
In questa prospettiva il Club di Roma ha elaborato un programma trien-
nale di ricerca e consultazioni che identificherà i principali elementi del
nuovo percorso dello sviluppo mondiale. Brevemente, il programma si
focalizzerà su cinque aree-chiave che abbiamo chiamato grappoli di que-
stioni, questioni che sono così strettamente connesse da non poter essere
trattate separatamente.
I grappoli sono: clima, energia, ecosistemi ed acqua; globalizzazione ed
economia internazionale; sviluppo mondiale e Millennium Development
Goals; trasformazione sociale; pace e sicurezza.
A novembre di quest’anno (novembre 2008, ndr) il Club di Roma organiz-
zerà una conferenza sul tema: “Gestire le sfide incrociate: cambiamento
climatico, ecosistemi, energia, sicurezza ed acqua” ed i risultati di que-
sta conferenza saranno presentati a Gennaio ad un gruppo di esperti del
G8+5 a Londra. In questo modo il Club di Roma contribuirà a colmare il
divario fra scienza ed analisi da un lato, e politica ed economia dall’altro.
Il programma per definire gli elementi del nuovo percorso verso lo svilup-
po mondiale coinvolgerà il mondo della ricerca, le istituzioni, gli esperti

179
Speciale

e la società civile in uno sforzo comune per far sì che i migliori cervelli al
mondo si concentrino sulle questioni che determineranno le prospettive
delle generazioni presenti e future. È un programma aperto, e i contribu-
ti dei singoli e delle organizzazioni saranno i benvenuti all’interno della
struttura prevista dal Club.
Lasciatemi concludere dicendo che i media giocheranno un ruolo fonda-
mentale nel determinare il futuro. E vorrei evidenziare tre ambiti specifici
in cui il loro ruolo potrebbe essere vitale.
Prima di tutto contenere i rischi e l’impatto del cambiamento climatico
richiede un’azione rapida e forte, abbiamo meno tempo di quanto pen-
sassimo per risolvere questo problema. È possibile che i media contribui-
scano a costruire una coscienza pubblica più profonda della serietà del
rischio che corriamo, cosicché la società sostenga l’azione in tempo utile
per evitare l’imminente cambiamento climatico?
Seconda domanda: consolidati modelli di consumo e crescita sono basa-
ti sulla creazione della domanda e questa è fortemente influenzata dalla
pubblicità, ma le valutazioni ambientali ed ecologiche ci impongono di
trovare un nuovo corso per il progresso sociale ed economico, che sia
meno devastante per l’ambiente. In che modo possono i media incorag-
giare cambiamenti nello stile di vita, nei comportamenti e nei valori, che
sono alla base dei consumi e quindi dell’economia?
Infine, la transizione verso le “low-carbon economies”, che è considerata
vitale dalla comunità scientifica, è ora in corso in tutto il mondo. Essa
imporrà comunque dei costi ai maggiori interessi dell’ economia attuale.
Come possono i media facilitare questa transizione, chiarendo che l’uso
responsabile di energia e risorse porterà notevoli benefici ed opportunità
alla nuova economia?
Concludendo, mi congratulo con il World Political Forum e con la Pro-
vincia di Venezia per la visione dimostrata nell’organizzare questa confe-
renza unica e sono sicuro che produrrà risultati concreti ed innovativi.

(Traduzione a cura del World Political Forum)

180
World Political Forum

Dichiarazione di Venezia
su cambiamento climatico
e giornalismo ambientale

Considerazioni generali
Il mondo è entrato in una fase in cui la portata, la complessità e la velocità
dei cambiamenti causati dalle attività umane mettono in serio pericolo i
fragili sistemi ambientali ed ecologici del pianeta da cui dipendiamo.
Mentre gli scienziati continuano a discutere sui probabili futuri sviluppi
del riscaldamento globale e su quali misure dovrebbero essere adottate
per rallentarne o addirittura invertirne gli effetti, è generalmente accetta-
to il fatto che il cambiamento climatico abbia gravi risvolti a livello eco-
nomico e politico.
Per molti anni gli scienziati hanno lanciato allarmi sugli impatti negativi,
ma i governi, le élites politiche e la società civile non sono stati in grado
di prevenirli.
È perciò urgente che la comunità mondiale – gli stati nazionali, le or-
ganizzazioni governative e non governative internazionali – trovino un
accordo sulle strategie e le azioni da adottare per evitare danni irrever-
sibili agli ecosistemi mondiali causati dall’acceleramento del processo di
riscaldamento globale. Tale crisi comprende l’impoverimento delle risor-
se energetiche, la diminuzione di acqua potabile, il degrado degli ecosi-
stemi mondiali, l’estinzione delle specie, carestie, la persistente povertà,
le emergenze sanitarie e così via. Per di più, la popolazione globale si
trova in fase di transizione da una crescita esplosiva e incontrollata, ad un
nuovo paradigma di sviluppo e sostenibilità mai sperimentato prima d’ora
dal genere umano. Questi elementi, sommati ai loro risvolti ambientali,
aumentano il potenziale di un violento conflitto politico.
Abbiamo comunque motivo di essere ottimisti, se si agisce da subito. Le

181
Speciale

numerose soluzioni positive al cambiamento ambientale globale proposte


dalla scienza e rese possibili dalle innovazioni tecnologiche, il potenziale
inerente all’organizzazione della società civile globale e di gruppi di citta-
dini ovunque nel mondo, e il contributo di leaders di aziende socialmente
responsabili, potranno assicurare una vita decente e piena a tutti, compre-
se le generazioni future, entro i limiti delle risorse del nostro pianeta.

Raccomandazioni ai giornalisti che trattano temi ambientali


La funzione del giornalismo nel dibattito sul cambiamento climatico è
quella di distillare i fatti essenziali sull’argomento e spiegarli al pubblico.
Il giornalismo investigativo dovrebbe spingere politici e scienziati a infor-
mare il pubblico dei fatti per come essi sono. Riportare solo “opinioni”
sul cambiamento climatico costituisce un grave disservizio da parte dei
giornalisti, dato che le opinioni sono spesso uniformate o parziali, falsità
presentate come fatti. In un mondo di continue inversioni di relazioni
pubbliche e di prepotenze politiche, i media hanno una responsabilità
centrale nel recuperare la verità sul cambiamento climatico.
Le organizzazioni giornalistiche dovrebbero essere partecipanti attivi nel
dibattito sul riscaldamento globale anziché semplici spettatori. Comun-
que, non è il ruolo della stampa quello di fornire una leadership politica
o di farsi sostenitori di tale questione; questo è piuttosto il lavoro di po-
litici e organizzazioni della società civile. I giornalisti dovrebbero andare
al di là del mero sistema giornalistico di sensazionalismo, per parlare del
cambiamento climatico come processo con un passato, un presente e una
proiezione futura. Sta ai politici agire sulla base di quell’informazione e
fornire leadership nelle strategie e innovazione.
Poiché il giornalismo investigativo richiede tempo e risorse, le organizza-
zioni giornalistiche dovrebbero assumersi un impegno etico e finanziario
per la ricerca sul cambiamento climatico. È comprensibile che tale impe-
gno finanziario sia una sfida, dato che solo poche organizzazioni possono
permettersi di impiegare risorse per sostenere un giornalista specializzato
in questo complesso ma vitale argomento. Dovremmo però operare un

182
World Political Forum

cambiamento fondamentale rispetto alla situazione attuale, in cui troppo


poche organizzazioni giornalistiche hanno reporters competenti di scien-
za o di come essa funzioni. Troppo pochi giornalisti possono studiare la
materia con cognizione, molti meno possono poi spiegarla bene ai letto-
ri. Attualmente, anche la migliore copertura sul cambiamento climatico
poggia troppo su articoli di riviste specializzate per esperti, in cui la com-
plessità della ricerca è spesso al di là delle capacità dei giornalisti di capire
o di trasmettere al lettore non esperto. Come risultato, gli articoli dei
quotidiani sono necessariamente molto più brevi e racchiusi in linguaggi
più semplici degli studi scientifici su cui sono basati. Importanti sfuma-
ture vanno perse nella traduzione, e le storie finiscono per mancare di
contesti essenziali. Un contesto adeguato richiede anche maggior spazio,
e la complessità esplicativa è l’unico attributo del giornalismo scritto. La
storia breve – o peggio, il ritaglio – è nemica della comprensione di com-
plesse questioni scientifiche e strategiche. I direttori devono riconoscere
che bisogna dedicare spazio alle storie scritte da questi specialisti.
Ogni piano d’azione per le organizzazioni giornalistiche dovrebbe inclu-
dere un migliore training per i giornalisti, in modo da fare dei media la
principale e più attendibile fonte di informazioni sul cambiamento clima-
tico. Le organizzazioni dovrebbero imparare a fare informazione in ma-
niera indipendente sul cambiamento climatico, dove per “indipendente”
si intende che esse dovrebbero sviluppare competenze sostanziali all’in-
terno del loro staff, in modo che i reporter possano valutare in maniera
critica le informazioni che ricevono dalle loro fonti. Tale imprescindibile
know-how può essere raggiunto attraverso l’assunzione di reporter con
forti background accademici in scienze fisiche, o tramite continua forma-
zione professionale dei giornalisti disponibili.
Dovunque possibile, le organizzazioni giornalistiche dovrebbero avvalersi
del parere di esperti delle università locali, se non a scopo formativo, al-
meno come fonte.
I capi redattori devono cogliere l’importanza della storia del cambiamento
climatico e incoraggiare i propri reporter a raccontarla in maniera inno-

183
Speciale

vativa. In molte organizzazioni giornalistiche i reporter che vogliano scri-


vere di ambiente devono confrontarsi con editori che non vedono grande
interesse di pubblico in tale argomento, a meno che le loro storie non
contengano qualche elemento d’impatto che riguarda persone. Negli Sta-
ti Uniti, per esempio, fatti che riguardano l’ambiente sono spesso trattati
come fatti di interesse economico perché i direttori sono abituati e si tro-
vano a loro agio con il business come spazio di discussione per raccontare
storie. Anche se questo approccio può spesso essere adatto, esso limita il
giornalismo ambientale a questioni di economia e strategia, e raramente
stigmatizza gli aspetti scientifici.

Questioni di fonti
I giornalisti dovrebbero concentrarsi sui loro rapporti con gli esperti
scientifici di cambiamenti climatici e sul modo di migliorarli. Finora, il
giornalismo su questo argomento è stato dominato dai politici e dagli
“esperti” sia nell’industria che nei movimenti ambientalisti, molti dei qua-
li rivelano ovvi o percepibili conflitti di interessi. Tali parti hanno deter-
minato l’agenda della pubblica discussione, e i media hanno ampiamente
seguito quell’agenda.
I giornalisti che diventano sostanzialmente esperti di reportages ambien-
tali dovrebbero essere incoraggiati a sviluppare ulteriormente le loro
competenze e ad applicarle alla scelta di storie e fonti. Cosa più impor-
tante, i giornalisti che sono esperti di cambiamento climatico non dovreb-
bero esser considerati come non obiettivi o di parte, quando usano quella
competenza per guidare il loro articolo. Un giornalista obiettivo non è
neutrale rispetto alla verità e all’esattezza.
I giornalisti non dovrebbero basarsi su una singola fonte o “esperto” nello
scrivere di questioni scientifiche legate al cambiamento climatico. Inoltre,
dovrebbero integrare quello che apprendono da tutte le fonti. Esiste un
consenso generale su quello che un esperto dice, oppure la fonte fornisce
una visione contraria al consenso scientifico? E in tal caso, può tale visio-
ne dissenziente essere considerata scientificamente credibile?

184
World Political Forum

I giornalisti dovrebbero individuare eventuali conflitti di interessi nelle


fonti. I giornalisti dovrebbero essere coscienti delle (e resistere fortemen-
te alle) pressioni lobbistiche esercitate da politici, aziende, e gruppi di
promotori. Non dovrebbero dare per scontato, ad esempio, che un’orga-
nizzazione “verde” sia imparziale, autorevole o semplicemente credibile.
Controllare le fonti è difficile, ma assolutamente fondamentale, poiché è
in ballo la credibilità stessa dei media. Organizzazioni della società civile e
scienziati ricercatori universitari, ad esempio, possono essere fonti esperte
ed appropriate, ma entrambi dipendono di norma per le loro ricerche da
finanziamenti esterni, spesso da governi, aziende, Ong internazionali o
da ricchi privati. Qual è la fonte di questi finanziamenti? Il pubblico ha
diritto di sapere.

Accesso all’informazione
I media internazionali dovrebbero fare pressione sulle istituzioni scientifi-
che e di ricerca perché forniscano una banca dati elettronica di dati scien-
tifici ad uso pubblico e professionale, in modo che giornalisti e organiz-
zazioni medianiche che vogliano sviluppare competenze sul giornalismo
sul cambiamento climatico possano ampliare il materiale a disposizione e
i propri collegamenti alle banche dati esistenti,
I giornalisti dovrebbero promuovere i propri informali networks di infor-
mazione sul cambiamento climatico, fornendo così un forum per lo scam-
bio di opinioni, fonti e competenze giornalistiche. Ad esempio, la Società
di Giornalismo Ambientale (Society of Environmental Journalists, www.
sej.org), negli Stati Uniti fornisce un archivio consultabile di idee, articoli,
aggiornamenti, eventi e altre informazioni incentrati sulla libertà di infor-
mazione, di interesse per giornalisti ambientali sia negli Stati Uniti che
in Canada. Essa pubblica inoltre guide per giornalisti, su temi che vanno
dagli accertamenti di rischio ambientale alle tossine ambientali. La SGA
pubblica anche materiale informativo scientifico sul cambiamento climati-
co specificatamente per giornalisti (http://www.sej.org/resource/index18.
htm). È necessario rendere noto un tale sforzo a livello internazionale

185
Speciale

per poter tenere in considerazione le circostanze particolari di altre parti


del mondo, compresi i paesi in via di sviluppo. A livello intergovernativo,
l’Agenzia Internazionale per l’Energia fornisce ricerca sull’energia e l’am-
biente per i 28 paesi aderenti, la maggior parte dei quali europei (www.
iea.org). Il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (www.unep.org)
fornisce alcune risorse per i giornalisti, ma soprattutto su questioni poli-
tiche, non scientifiche. Non esiste al momento un network internazionale
di giornalisti che si occupino del cambiamento climatico.
Come parte integrante di qualunque sforzo organizzativo a livello inter-
nazionale, i giornalisti dei paesi sviluppati dovrebbero trovare modi per
condividere le loro competenze e risorse con quelli dei paesi in via di
sviluppo. I reporter dei mondi sviluppati e di quelli in via di sviluppo,
del nord e del sud, hanno storie differenti ma collegate, da raccontare sul
cambiamento climatico.
A supporto delle osservazioni fatte, i giornalisti dovrebbero dovunque
promuovere atti legali pubblici che forniscano ampi diritti di accesso a in-
formazioni ufficiali e governative. Dove leggi di accesso all’informazione
esistono, i giornalisti dovrebbero farne un uso determinato e creativo per
assicurare la loro continuativa vitalità.
I governi hanno il dovere di creare le condizioni in cui i giornalisti possa-
no portare avanti attività giornalistica ambientale senza paura di ritorsioni
o violenze. Molti governi, soprattutto dei paesi in via di sviluppo, hanno
intrapreso azioni restrittive contro le critiche dei media sulle deficienze
dei governi nel combattere il degrado ambientale o per scoraggiare le
attività giornalistiche sui pericoli del cambiamento climatico. I governi
dovrebbero facilitare l’accesso alle informazioni su argomenti ambienta-
li, dovrebbero incoraggiare il giornalismo critico sulle politiche e attività
ambientali e dovrebbero controllare e penalizzare fortemente coloro che
usano violenza o intimidazioni per limitare tale giornalismo.
Proprio a causa dell’incertezza dei nessi tra eventi climatici specifici e ri-
scaldamento globale, è di vitale importanza disporre di giornalismo libero
e creativo dalla prima linea del riscaldamento globale. Gli scienziati per

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World Political Forum

lo più concordano sul fatto che i sempre più forti e frequenti uragani,
desertificazioni, siccità, carestie ed epidemie possano tutti essere legati al
riscaldamento globale.

Il cambiamento climatico e il pubblico dei media


I giornalisti dovrebbero trovare modi innovativi per spiegare il cambia-
mento climatico al loro pubblico locale e regionale, usando ogni mezzo
a loro disposizione: stampa, video, radio, fotografia, grafica e ovviamente
internet. È difficile rendere il cambiamento climatico nelle forme gior-
nalistiche tradizionali, in particolare tramite narrativa o storia video, ma
ci sono più che mai vari strumenti narrativi, e i giornalisti dovrebbero
imparare a usarli in modo creativo. I lettori, gli ascoltatori, i telespettatori
sono sempre più interessati all’argomento e le organizzazioni giornali-
stiche sono più disposte a impegnare quell’interesse quando il pubblico
capisce i molti aspetti interdisciplinari del cambiamento climatico e le
conseguenze che esso ha sulla sua vita.
I giornalisti radio potrebbero essere una fonte di informazione particolar-
mente effettiva sul cambiamento climatico, dal momento che la radio ter-
restre ha costi di produzione e diffusione relativamente bassi. Nel mondo
in via di sviluppo, in particolare, la radio è un mezzo più presente rispetto
a televisione e stampa, ed è accessibile anche a coloro che non possono
permettersi il televisore o sono analfabeti.
Nei paesi sviluppati, le organizzazioni giornalistiche che dispongono di
mezzi limitati dovrebbero ricordare che il loro stesso pubblico può essere
una preziosa fonte di informazione, inclusa quella video e audio, che può
fornire attraverso internet. La cosiddetta crowd sourcing, in cui un’orga-
nizzazione giornalistica chiede ai suoi lettori, ascoltatori o telespettatori
di fornire materiale informativo su un particolare argomento può produr-
re storie che i giornalisti stessi non potrebbero illustrare, comprese analisi
esperte di temi complessi. Lavori di giornalismo investigativo che hanno
anche vinto premi sono stati realizzati utilizzando crowd sourcing.
Allo stesso modo i giornalisti testimoniano altri aspetti della globaliz-

187
Speciale

zazione in termini locali – per esempio come l’immigrazione influenzi


l’economia di vicinato a Parigi, o come una crisi di liquidità a New York
si ripercuota su un agricoltore del Bangladesh. I giornalisti dovrebbero
spiegare il cambiamento climatico globale in termini “localizzati” in cui
l’utenza a cui si rivolgono possa ritrovarsi. Per esempio spiegare agli agri-
coltori del midwest americano o agli operai di un porto industriale inglese
come il cambiamento climatico o il riscaldamento globale influiranno sul
loro stile di vita, lavoro e tempo libero, ed essi leggeranno tutto sull’ar-
gomento.
I giornalisti dovrebbero evitare “prediche” sul tema del cambiamento cli-
matico ai loro spettatori, enfatizzando piuttosto il giornalismo scettico,
basato su dati concreti. Le loro relazioni dovrebbero evidenziare l’econo-
mia costruttiva e le risposte sociali al riscaldamento globale e al cambia-
mento ambientale. Le storie non dovrebbero solo enfatizzare il potenziale
carattere “catastrofico” del cambiamento climatico. Spaventare gli spetta-
tori con storie sensazionalistiche deprimerebbe il pubblico, danneggereb-
be la credibilità dei media e peggiorerebbe i problemi stessi che si cerca di
risolvere. Rendere “concreta” una storia, fornendo al pubblico fatti e dati
concreti, consente alle persone di inserire la questione nell’agenda dei
loro gruppi della società civile. Quel processo, di rimando, sostiene una
maggiore copertura del cambiamento climatico globale.
Le organizzazioni giornalistiche non dovrebbero confondere storie sul
tempo o su disastri naturali con storie sul cambiamento climatico. Le due
cose possono essere collegate tra loro, ma non sono la stessa cosa. La re-
lazione fra di esse, se ce n’è una, dovrebbe essere spiegata con attenzione
e cautela. I reportage non dovrebbero esagerare o sottintendere implica-
zioni non dimostrate.

(Traduzione a cura del World Political Forum)

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Notizie sugli autori

Notizie sugli autori


Giuseppe Altamore. Vicecaporedattore di Famiglia Cristiana è autore di diversi saggi
sulla questione idrica: I predoni dell’acqua (Edizioni San Paolo, 2004), Acqua Spa (Arnoldo
Mondadori, 2006).
Enzo Argante. Presidente e fondatore dell’associazione Pentapolis. È direttore di Consuma-
bile, free press del vivere sostenibile e della collana editoriale I Sostenibili per Salerno Editrice.
Bankor Jr. Pseudonimo di un esperto di cultura economica comunicazione.
Fabrizio Bottini. Architetto, si è occupato di ricerche territoriali, socioeconomiche e
storiche. È animatore del sito http://mall.lampnet.org e insegna Urbanistica al Politec-
nico di Milano.
Giulietto Chiesa. Giornalista ed europarlamentare. È presidente dell’associazione Me-
gachip – democrazia nella comunicazione (www.megachip.info). Nel 2008 ha lanciato Pan-
doraTv (www.pandoratv.it).
Don Luigi Ciotti. Sacerdote da sempre impegnato nella lotta alla mafia. Ha fondato il men-
sile Narcomafie e Libera, una rete di associazioni attive contro la criminalità organizzata.
Vittorio Cogliati Dezza. Presidente nazionale di Legambiente, insegnante di Storia e
Filosofia è stato per anni Responsabile Nazionale di Legambiente Scuola e Formazione
e coordinatore del Comitato Scientifico di Legambiente.
Francesco De Carlo. Membro della Giunta Nazionale di Megachip, per la quale cura le
attività editoriali, da RadioMegachip, insieme ad Antonio Conte e Paola Manduca, al sito
dell’associazione www.megachip.info.
Marco Ferri. Pubblicitario, copywriter, si occupa di comunicazione, collabora con di-
verse testate ed è membro della redazione di Megachip.info. Anima il blog Beh, buona
giornata su www.marco-ferri.com.
Marzia Fiordaliso. Ambientalista nella vita e per lavoro, si occupa da sempre di comu-
nicazione ambientale. Anima il blog sulla sostenibilità http://ecoaroma.blogspot.com.
Silvia Garambois. Consigliere d’amministrazione dell’Inpgi, esperta delle questioni
dell’informazione. Collabora con diverse testate quotidiane e periodiche.
Antonio Gaudioso. Vicesegretario generale di Cittadinanzattiva, è anche Vicepresiden-
te di Fondaca, fondazione per la cittadinanza attiva.

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Notizie sugli autori

Mikail Gorbaciov. Nobel per la pace, ha legato il suo nome ai processi di riforma del-
l’Unione Sovietica. È stato l’ultimo segretario del Pcus. È presidente di Green Cross
International e del World Political Forum.
Marco Grollo. Esperto di media education, è responsabile del settore Scuola e Forma-
zione e membro della Segreteria Nazionale dell’associazione Megachip.
Martin Lees. È Segretario Generale del Club di Roma dal 2007. È stato Rettore del-
l’Università per la Pace delle Nazioni Unite in Costa Rica. È consulente del governo
cinese sul tema del climate change.
Michele Loporcaro. Insegna Linguistica romanza all’Università di Zurigo. È autore di
molti saggi di linguistica e ha pubblicato con Feltrinelli Cattive notizie.
Maria Grazia Midulla. Responsabile clima ed energia Wwf Italia. Da sempre si è occu-
pata di temi sociali e comunicazione ambientale.
Roberto Morrione. Ex-direttore di Rainews24. È Presidente della Fondazione Liberain-
formazione e direttore dell’Osservatorio per l’informazione antimafia.
Diego Novelli. Politico e giornalista. È stato sindaco di Torino, deputato e parlamenta-
re europeo. Ha promosso la nascita del settimanale Avvenimenti. È direttore della rivista
Nuovasocietà.
Edoardo Novelli. Ricercatore universitario, insegna comunicazione politica all’Univer-
sità degli Studi RomaTre. Sul tema ha pubblicato: Turbopolitica (Bur, 2006), Le elezioni del
’48 (Donzelli, 2008).
Giuseppe Onufrio. Direttore esecutivo di Greenpeace Italia. Fisico e ricercatore presso
enti e istituzioni italiane e internazionali. Consigliere d’amministrazione dell’Agenzia
per l’ambiente.
Riccardo Petrella. Economista politico. Fondatore dello Ierpe (Institut Européen de Re-
cherche sur la Politique de l’Eau), è uno dei maggiori esperti mondiali del diritto all’acqua.
Massimiliano Pontillo. Editore e comunicatore, soprattutto in ambito no profit. Gior-
nalista pubblicista. Amministratore delegato Editoriale Nuova Ecologia, Presidente L’
Aurora Comunicazione e Segretario Generale Pentapolis.
Ermete Realacci. Ambientalista e politico italiano, presidente onorario di Legambiente
e responsabile ambiente del Partito Democratico.
Ennio Remondino. È stato inviato di guerra in Iraq, Bosnia, Kosovo, Medioriente,
Afghanistan. Oggi è corrispondente Rai per i Balcani.

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David Riondino. Cantautore, attore, regista, comico e scrittore. Da sempre uno dei più
brillanti verseggiatori satirici della cultura e della controcultura italiana.
Antonio Ruggieri. Giornalista professionista, ex-direttore del sito Megachip.info. Fon-
datore e direttore della rivista culturale il Bene Comune. È autore di saggi su comunica-
zione, antropologia e politica.
Consiglia Salvio. Membro del Comitato Acqua Napoli, del Nodo Napoli di Rete Lil-
liput e del Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua. Referente del Comitato cittadino
di San Giorgio a Cremano.
Gianni Silvestrini. Dal 2003 è direttore scientifico del Kyoto Club e dirige la rivista
QualEnergia. Autore di saggi e numerosi articoli scientifici, è stato Direttore generale
presso il ministero dell’Ambiente.
Gianni Spallone. Docente di letteratura spagnola. Si occupa prevalentemente del Siglo
de oro (teatro e narrativa) e della poesia del ‘900. Ha redatto oltre duecento voci per la
Grande Enciclopedia De Agostini.
Guido Viale. Membro del comitato tecnico-scientifico dell’Agenzia nazionale per la prote-
zione dell’ambiente (Anpa). Si occupa di politiche attive del lavoro in campo ambientale.

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