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Dott. Luca Ferrara






Vi ho creati dipendenti gli uni dagli altri
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GESTIONE DEI CONFLITTI:DINAMICHE E SVILUPPI.



1. Origine e significato del conflitto.


Eraclito, filosofo greco del VI secolo a.C., sosteneva che la guerra padre di tutte le
cose. Il filosofo esprimeva una concezione conflittuale della realt, dove il processo
che genera le cose non pu che essere antinomico, in quanto gli opposti sono tra loro
correlati: non si pu intendere il mondo reale nella sua molteplicit (natura, societ,
individuo), se non allinterno di una logica oppositiva. Lintima struttura della realt,
secondo Eraclito, caratterizzata dallunit degli opposti: giorno e notte; vero e falso;
buono e cattivo. Possiamo dedurre dalla posizione di Eraclito un accezione di conflitto
neutra: il conflitto non n buono n cattivo, ma reale. Tale posizione, in modo del
tutto diverso, stata ripresa da Jean Bergeret, il quale sostiene che il conflitto
unesperienza comune, dove due individui (o due gruppi), sostenendo posizioni
diverse, si pongono in atteggiamento antagonista
2
. Dalla posizione dei due autori si
deduce che il conflitto una condizione universale della realt. Si possono individuare
tre ambiti dove il conflitto si esplica, dove maggiore la sua evidenza: natura; societ;
individuo.

1
Suor Maria della Trinit, Colloquio Interiore, Edizioni Custodia di Terra Santa, Milano 1990, p. 156.
2
Cfr. J. Bergeret, La relazione violenta, C.E.R.P., Trento 1994.
2

Non esiste un processo biologico, geologico, fisico o chimico che non sia determinato
dal conflitto. Se consideriamo, ad esempio in fisica, lopposizione tra elettrone e
protone notiamo come sia essenziale per la struttura dellatomo che le due particelle
siano di carica opposta.
In societ il conflitto si determina in modo pi complesso rispetto alla natura. I gruppi
sociali agiscono, spesso, avendo di mira fini opposti. Il conflitto, in societ, non una
dinamica necessaria, come in natura, ma una scelta che pu essere consapevole o
meno da parte dei gruppi sociali: in societ, a volte, il conflitto lo si pu scegliere. Si
consideri il caso di due forze politiche antagoniste (sinistra e destra): i membri delle
due diverse fazioni hanno scelto, schierandosi nei diversi partiti, di opporsi in modo
pacifico.
Un altro luogo topico, dove si generano conflitti, lindividuo. Basti considerare la
struttura della personalit, come essa sia predisposta a generare conflitti. Infatti, se si
considera la partizione psichica che propone Freud dellindividuo: Io; Super-Io; Es. I
conflitti si generano tra la parte pulsionale (Es) e la parte morale (Super-IO), oppure tra
Io e realt esterna. Anche in questo caso il conflitto genera qualcosa che pu essere
negativo per la vita dellindividuo o positivo
3
.


2. Il conflitto positivo e negativo.


Cercheremo di analizzare prima il conflitto nella sua accezione positiva, come
generatore di un passaggio, di uno sviluppo nelle relazione tra individui. In primo luogo
un conflitto positivo se non sfocia mai nella violenza (ovviamente tranne nel caso in
cui sia necessario difendersi per tutelare s o altri). La forma tipica del conflitto
positivo la discussione: due persone (o due gruppi sociali), riguardo un determinato
fatto, assumono posizioni opposte. Esse si possono fronteggiare mediante un dibattito
che li faccia giungere ad una posizione diversa rispetto a quella di partenza, oppure al
riconoscimento che le loro prospettive non sono conciliabili e pertanto non ha senso
continuare a discutere su quel punto. Anche nel caso in cui le due parti non trovano un
accordo, il confronto avuto mediante la discussione ha condotto ad un esito
parzialmente positivo: il riconoscimento della prospettiva, del punto di vista dellaltro.
Nel conflitto positivo, questo poi il punto fondamentale su cui insisteremo nel corso
della nostra breve trattazione, c un riconoscimento. Ora tale riconoscimento
permette agli individui di interagire in modo costruttivo per risolvere un problema, per

3
Cfr. Freud S., Introduzione alla psicanalisi, tr.it. a cura di M. Tonin Dogana e E. Sagittario, Bollati
Boringhieri, Torino 1998.
3

condividere unemozione, per capire le idee altrui. Una vera discussione non pu
iniziare se non comprendo, ascoltandolo pienamente, il punto di vista dellaltro.
Il conflitto positivo si innesta su una dinamica relazionale sana, dove allaltro viene
assegnato il mio medesimo valore, ci mi permette di mantenere il confronto, anche
se condotto con animosit, sempre entro gli argini della correttezza e del rispetto. Per
tali ragioni il conflitto positivo conduce ad un risultato.
Di tuttaltra specie il conflitto nella sua accezione negativa. Spesso il conflitto
negativo assume tratti violenti: le persone urlano o usano un tono di voce molto alto,
si adoperano parole offensive che non riguardano largomento della discussione,
soprattutto non riconosce laltro, e per tale ragione non pu produrre un risultato.
Allinterno del conflitto negativo si possono riconoscere almeno due dinamiche tipiche.
La prima generata da un non riconoscimento dellaltro in modo esplicito: affermo
chiaramente la mia posizione e pretendo che laltro faccia suo il mio punto di vista,
perch ci che sostiene il mio interlocutore non ha valore. La seconda dinamica,
invece, implicita, velata: gli interlocutori fingono di ascoltarsi, ma gi hanno preso le
loro decisioni: non metteranno mai in discussione le loro idee. Questo tipo di conflitti
il pi pericoloso, spesso sfocia in modo violento, perch la rabbia non viene sfogata n
gestita ma solo accumulata: si aspetta il momento opportuno in cui ci si possa
vendicare e scaraventare sul nostro interlocutore il rancore e lirritazione sopita nei
confronti del suo punto di vista. Facciamo un esempio concreto di questo tipo di
conflitto. Prendiamo il caso di marito e moglie che devono accudire la suocera di lei. Il
marito vorrebbe che sua suocera andasse in una casa di riposo, mentre sua moglie
vorrebbe tenerla nel suo nucleo familiare. Il marito acconsente, anche se non
daccordo. La moglie avverte che il marito non vorrebbe avere la suocera in casa, ma fa
finta di nulla: agisce come se non avesse capito. Il marito torna tardi da lavoro e non
trova la cena pronta, si arrabbia con la moglie, urlando e sbattendo la porta se ne va di
casa per andare ad un bar. Pi tardi torna, si prepara per andare a dormire, ma prima
di prendere sonno lui e la moglie fanno lamore senza dirsi nemmeno una parola. Il
mattino seguente vanno entrambi al lavoro senza salutarsi. Dopo un mese il marito
chiede il divorzio. Ovviamente il nostro esempio una semplificazione estrema di una
situazione reale, ma abbiamo toccato un punto centrale che poi riprenderemo nel
corso della nostra trattazione: lassenza di una comunicazione autentica genera una
distanza, la quale, se non viene riconosciuta in tempo da una delle due parti, si muta
in lacerazione e distacco.


3. Le cause e i luoghi del conflitto


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Ogni evento della vita umano si situa sempre in un ambito particolare dai contorni
ben definiti, questo vale anche per i conflitti. Ci sono dei luoghi
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topici, dove il conflitto
assume una particolare tonalit emotiva e cognitiva: la famiglia; la societ; la scuola; il
lavoro. Questi sono i luoghi per eccellenza, allinterno della societ occidentale, dove
gli individui si confrontano e misurano le loro capacit rispetto agli altri , cercando
lapprovazione rispetto ad un individuo o rispetto a un gruppo. Perch sono luoghi
dove si genera il conflitto? Sono luoghi dove il confronto con laltro costante nel
tempo. Inoltre, una volta che si giunti ad un accordo tra le parti ci non basta a
garantire il superamento del conflitto, perch laccordo, frutto di un riconoscimento
reciproco, suscettibile di una revisione continua. Prendiamo il caso della famiglia: la
mamma ha stabilito che i figli possano vedere solo per unora al giorno la televisione,
in quanto il resto della giornata devono studiare. I figli, purtroppo, nonostante
limpegno profuso, non raggiungono risultati scolastici soddisfacenti, allora la mamma
decide vietare totalmente la televisione ai figli, ma i figli non accettano passivamente
questa decisione anzi le cose non migliorano. In questa situazione le due parti in
conflitto non solo non giungono ad un accordo, ma si allontanano sempre di pi.
Probabilmente lo scarso apprendimento dei ragazzi, in questo caso, generato da
problemi sorti entro lambito scolastico, ma la non comprensione da parte del genitore
della dinamica del problema dei proprio figlio non fa che acuire un conflitto gi in atto.
Il conflitto spesso non si d in una forma isolata, ma in una forma reticolare: un
conflitto genera o si lega ad un altro conflitto.
Ma quali sono le cause del conflitto? Da quali dinamiche esso ha origine? Si possono
ripartire le cause che danno vita ad un conflitto in tre categorie: idee diverse; emozioni
intense; culture differenti.
Ognuno di noi ha fatto esperienza di come un modo diverso di pensare una
medesima cosa, rispetto ad un nostro probabile interlocutore, ci ponga in una
situazione se non di contrasto, almeno di forte divergenza. Spesso le nostre idee (qui il
termine idea va inteso come progetto, modo di vedere la realt) sono il frutto di una
riflessione anche lunga, o di un lavoro accurato. Ma facciamo qualche esempio
concreto per capire in che modo si leghino il luogo del conflitto e la causa del
conflitto. Due colleghi di lavoro (collega A; collega B) propongono due idee diverse sul
medesimo progetto di lavoro : viene accettata lidea del collega A. Il collega B reagisce
con risentimento e rabbia nei confronti del collega A e del suo datore di lavoro: crede
che sia stato favorito ingiustamente. Il collega B pensa che la sua idea sia stata
scartata, non perch non idonea per quel tipo di progetto, ma perch crede di aver
ricevuto un torto sul piano personale. Questo conflitto solo apparentemente tra il
collega A e il collega B, in realt ha portato alla luce un conflitto latente del collega B

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Il termine luogo deve essere considerato non come ci che contiene in senso fisico, ma come ci che
contiene in senso mentale ed emotivo: uno spazio emozionale-cognitivo, dove certi eventi possono
accadere.
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con se stesso: avendo scarsa stima di s o troppa, giudica le cose non per quello che
sono. Il sentimento latente di disistima gli fa deformare la realt. In questo caso si
passati da un conflitto inter-personale ad uno intra-personale. Da questo semplice
esempio si pu osservare come un conflitto che si manifesti esplicitamente, ne
contenga un altro implicitamente. Inoltre, interessante notare la manifestazione di
un sentimento intenso che si lega alla bocciatura di una propria idea. La nostra idea
non rimane su un piano meramente mentale, ma assume una tonalit emotiva. Dietro
ad una nostra idea, spesso, c unattesa, una speranza, unambizione. A volte, quando
vediamo bocciata una nostra idea viviamo ci come se fosse stata data una valutazione
su noi stessi; si ha difficolt a scindere il piano cognitivo dal piano emozionale ( si badi
che un bene che i due piani siano sempre legati, ma necessario saperli anche
scindere).
Altre volte il conflitto generato da unemozione intensa che non riusciamo a
dominare. Questa emozione suscitata o da una situazione che oggettivamente ha
una certa rilevanza o da uno stato soggettivo che non riconducibile alla situazione
stessa. Capita a tutti di provare rabbia, paura, tristezza, gioia rispetto all
atteggiamento altrui. In alcuni casi tali sentimenti sono giustificati dalla situazione
stessa: se una persona mi d uno schiaffo, o mi offende gratuitamente, normale
provare rabbia. In questo caso vi una congruenza tra sentimento e situazione. Ma
facciamo un altro esempio. Un professore interroga un alunno, invitandolo ad
accostarsi alla lavagna per risolvere un espressione, lalunno la sbaglia e il professore lo
sgrida severamente. Che lalunno vada rimproverato un fatto che ha una sua
giustificazione sul piano didattico: aiuta il ragazzo a riflettere sulle sue azioni. Ci che
invece ingiustificato la reazione del docente rispetto allo stimolo. Perch umiliare
lalunno? Probabilmente lincapacit dellalunno ad assolvere un certo compito ha
suscitato un senso di frustrazione nel docente, il quale ha visto palesarsi innanzi ai suoi
occhi i suoi limiti didattici
5
.
Negli ultimi anni, in Italia, abbiamo assistito ad un mutamento notevole nella
composizione delle classi scolastiche, tale fenomeno dovuto ad un massiccia
immigrazione di popolazioni extra-europee (cinesi, marocchini, ucraini) e europee
(polacchi e rumeni). Prescindendo dallarricchimento che tale fenomeno ha

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Su questo esempio vale la pensa di soffermarsi, perch mette in luce alcuni limiti della scuola italiana
amplificati, ma non risolti, dalla riforma Gelmini. Sarebbe opportuno per i docenti come per gli alunni la
possibilit di rivolgersi periodicamente ad uno psicologo durante tutta la sua carriere. Inoltre, lesempio
specifico mostra come per lapprendimento sia necessario anche un approccio emotivo oltre che
cognitvo specifico per ogni disciplina insegnata. La riforma Gelmini, ritornando al passato con
linsegnante unico, nega un dato acquisito dalla psicologia come dalla didattica: discipline diverse vanno
studiate con approcci differenti, in quanto esse necessitano di abilit cognitive diverse. Del resto basti
pensare a come strutturato il cervello per riconoscere la bont epistemologica di una didattica
differente per discipline differenti, dunque va da s che un docente di matematica non pu insegnare
italiano anche alle elementari.
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comportato, sia dal punto di vista lavorativo che culturale, ha posto un problema
nuovo e complesso alla scuola italiana: il rapporto tra culture diverse. Spesso lincontro
tra due culture diverse si manifestato come conflitto basti pensare alle polemiche
sulla presenza del Crocifisso nelle aule e nei tribunali . Una cultura diversa indica un
modo diverso di sentire, di agire e di pensare. Questo conflitto che non legato solo
allambito scolastico, ma a tanti settori diversi della societ induce a ripensare la
nozione di identit per potersi confrontare in modo non passivo con lalterit di cui
portatrice un gruppo etnico. In tale contesto, la figura del docente assume un
particolare rilievo in qualit di mediatore culturale, il quale chiamato a tradurre
culture differenti in un linguaggio comune.
Nei luoghi di lavoro, in famiglia o a scuola capita, sovente, di avere posizioni (idee e
emozioni ) diverse, ma che da un punto di vista logico sono plausibili come quelle del
nostro interlocutore, allora lo sforzo da fare prima di tutto comprendere le ragioni
profonde che ci inducono ad assumere un certo atteggiamento, in modo da
comprendere che cosa ci spinge o che cosa suscitiamo nel nostro interlocutore nel
corso di un conflitto.



4. Strategie elementari per gestire i conflitti.


Il filosofo prussiano, Leibniz, sosteneva che nulla accade senza ragione, affermava in
tal modo che non cera nulla di irrazionale in qualsiasi aspetto della realt, dunque
anche nella vita umana. Tale affermazione pu essere ritenuta lidea forte che domina
la psicologia in tutti le sue manifestazioni, infatti, se non ci fossero ragioni che
spingono gli uomini a comportarsi in un modo piuttosto che in un altro non avrebbe
senso indagare lagire umano e molti problemi rimarrebbero insoluti, perch ritenuti
un enigma.
Si pu schematizzare in quattro punti la gestione del conflitto:

1) RICONOSCIMENTO DEL CONFLITTO
2) DOMINARE GLI IMPULSI VIOLENTI
3) ANALISI DEL CONFLITTO
4) MUTARE LA NATURA DEL CONFLITTO DA NEGATIVO A POSITIVO.

Le prime tre fasi della gestione di un conflitto hanno di mira il quarto punto, perch
palese, per le caratteristiche su esposte, che un conflitto positivo un conflitto gestito
bene.
7

Il primo punto sembra quasi scontato, ma non lo . A volte non ci rendiamo conto
che con le nostre parole o con i nostri gesti stiamo gi in una situazione conflittuale o
perlomeno stiamo creando le premesse affinch una situazione neutra si muti in una
conflittuale. Riconoscere il conflitto, implica una capacit minima di auto-analisi, una
capacit di fermarsi e di sentirsi, al fine di mettere a fuoco ci che sta succedendo. Ci
implica in alcuni casi anche il secondo punto dominare gli impulsi violenti , in
realt tra il primo e il secondo punto non c una priorit: riconoscimento del conflitto
e controllo degli impulsi violenti si implicano. Solo per ragioni didattiche abbiamo
utilizzato il classico schema a scaletta. Riconoscere il conflitto vuol dire comprendere i
motivi che mi hanno spinto a prendere una posizione avversa nei confronti del mio
interlocutore. Sar opportuni collocare il conflitto in una rete di motivazioni,
chiedendosi quali idee ed emozioni mi hanno spinto a scontrarmi con laltro.
Parallelamente a questa analisi causale, bisogna comprendere quali sono i soggetti
coinvolti. Ad esempio, nei conflitti classici tra moglie e marito, spesso i soggetti
coinvolti non sono solo i coniugi, ma anche i suoceri, i quali tendono ad interferire con
la vita familiare, intervenendo su questioni che a loro non competono: la gestione dei
beni materiali; leducazione dei figli; lintromissione nella vita coniugale. Per queste
ragioni, spesso, necessario un taglio con la famiglia dorigine, se si vuole
salvaguardare il bene della coppia e la stabilit emotiva della relazione coniugale.
Dopo questa analisi, bisogna chiedersi se vale la pena di continuare il conflitto e in
che modo vada proseguito.
Il secondo punto, che come abbiamo gi detto non va inteso come secondo rispetto
al primo, fondamentale per evitare esiti violenti. Le tragedie familiari, continuamente
presenti nelle cronache quotidiane, sono solo la punta delliceberg di conflitti non
gestiti. Quanta violenza fisica e psicologica c nelle nostre case, la quale
permane e viene tollerata: i danni si manifestano e si riverberano, poi, sul piano
psicologico, professionale
6
. La pratica psicologica e il buon senso hanno messo in luce
come sia possibile attuare una strategia che ci permetta di contenere le manifestazioni
di emozioni violente.
Il primo passo da compiere, quando gli animi sono esagitati, cambiare
immediatamente luogo, andarsene. Se la discussione o il litigio sta assumendo un
andamento violento, dobbiamo trovare la forza di interrompere quella situazione con
un atto fisico e verbale. Per esempio: guarda ora non ce la faccio a continuare a
parlare. Riprendiamo domani!.Questo modo abbastanza semplicistico di agire ci
permette di salvare, almeno in quel momento, il rapporto con quella persona. utile
poi, al fine di dominare gli impulsi violenti, evitare parole o gesti provocatori che nel

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Non privo di interesse notare come questo punto evidenzi come un conflitto, sorto in un ambito
(quello familiare), abbiano delle ricadute su altri ambiti: il lavoro, il rapporto con gli altri e cos via. C
unintima connessione tra tutti gli ambiti della vita umana, proprio per questo, si avverte sempre di pi
la necessit di affrontare in chiave multidisciplinare le dinamiche relazionali.
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corso di una discussione possono alimentare la rabbia. Sembra di una grande banalit
questa indicazione psicologica, ma esprime una verit molto profonda: a volte si inizia
un conflitto in modo latente, quasi vigliacco, provocando la reazione dellaltro al fine di
scaricare su di lui la responsabilit del conflitto stesso. Ci sono delle espressioni tipiche
o dei gesti che noi facciamo che tendono a provocare un conflitto:
Sei sempre il solito! Non ti ricordi mai nulla!; Tu questa cosa non me la devi proprio
chiedere!; Se fai questo, significa che tu non ci tieni per me!.
Queste sono frasi tipiche che indicano una chiusura al confronto e al dialogo. La
prima frase susciter o una reazione di rabbia o un allontanamento, perch contiene
una valutazione morale: tu vali poco. Una persona orgogliosa, ad esempio reagirebbe
con una frase del tipo: Guarda mi ricordo benissimo di quella deficiente di tua madre.
Non si fa mai fatti suoi!. In questo modo si alimenterebbe la rabbia in uno spirale che
prima o poi pu sfociare o in modo violento o con il divorzio. Mentre una persona pi
remissiva tenderebbe ad allontanarsi e pian piano a chiudersi.
Solo quando si riusciti a dominare gli impulsi violenti e a riconoscere il conflitto si
pu procedere allanalisi del conflitto. In primo luogo dobbiamo prendere
consapevolezza di noi, ci come ci collochiamo allinterno della situazione conflittuale
che stiamo vivendo. A tal proposito utile porsi delle domande e parimenti porsi in
discussione: Che cosa ho detto; Perch lho detto; Come lho detto . Facciamo un
esempio. La mamma, urlando, dice alla figlia Tu non devi andare in discoteca!; la
figlia sbatte la porta e si chiude nella sua cameretta. Si faccia attenzione: la madre non
ha sbagliato a dire quella cosa, ma il modo e con esso il messaggio che ha lanciato
implicitamente alla figlia: si fa solo quello che dico io e basta.. Questo modo di fare,
soprattutto nella fase delladolescenza controproducente (mentre nel corso
dellinfanzia ha un senso, considerate le limitate capacit cognitive ). Al contrario se la
madre avesse detto: ti far andare in discoteca, ma non ora. ancora troppo presto..
La ristrutturazione e la riformulazione avviene proprio mediante un processo di auto-
analisi. Se il genitore (ma questo vale anche per il docente, il datore di lavoro e cos via)
si pone in discussione e prova a riflettere si sentir indotto, in modo del tutto
spontaneo, a mutare atteggiamento se vuole salvaguardare il rapporto con la figlia.
La seconda fase dellanalisi del conflitto implica un processo di approfondimento
della propria storia personale. La madre dellesempio su esposto si dovrebbe chiedere:
A che mi giova questa mia durezza?; Come si comportavano mia mamma e mio
padre con me?; Quando mio padre e mia madre mi ponevano un divieto, io come
reagivo?. Queste domande permettono di legare la mia situazione attuale ad una
situazione passata, al fine di comprendere a quale episodio della mia storia personale
si lega un mio atteggiamento attuale
7
.

7
In tutti gli esempi che stiamo facendo ci stiamo riferendo implicitamente a due testi a nostro avviso
fondamentali per comprendere la struttura dinamica della psiche e il significato di ci che noi
9

Un altro punto fondamentale per unanalisi oggettiva la liberazione dai sensi di
colpa. Il senso di colpa un atteggiamento emotivo che ci allontana da quella che la
situazione reale non mi induce ad un analisi disincantata del fatto, ma mi fa chiudere,
mi fa isolare. Lesempio tipico la reazione al rimprovero o a una critica. Tale reazione
si pu esemplificare grosso modo cos: un dirigente rimprovera un impiegato del suo
ufficio per il notevole ritardo; limpiegato, invece di pensare o di dire che non
succeder pi; penser tra s e s: Sono il solito pasticcione oppure ce lhanno
sempre con me. Queste frasi hanno una vera e propria funzione di schermo, perch
esse implicano una visione statica e deformante della realt. Unanalisi ponderata
dellepisodio, al contrario, mi permette di giudicare con oggettivit senza cadere in uno
stato pre-depressivo.
Solo dopo aver fatto questo (i tre punti precedenti) possiamo incominciare a porci il
problema di che cosa suscitiamo negli altri. Non possiamo comprendere gli altri se non
a partire da noi stessi. Inoltre, si pu indurre linterlocutore a fare il nostro stesso
processo a chiedersi i motivi che lo hanno spinto verso quei gesti o quelle parole.
A questo punto si pu iniziare a gestire il conflitto, perch una volta riconosciuti noi
stessi (i bisogni, i desideri, le frustrazioni), possiamo riconoscere laltro e instaurare
una discussione costruttiva: solo se le idee e i sentimenti dellaltro valgono quanto i
miei posso comunicare con laltro, in modo da aprire uno spazio di confronto.
A seconda del livello di conflittualit che ci troviamo a dover affrontare possiamo
scegliere se affrontare da soli la gestione del conflitto o rivolgerci ad una terza
persona: il mediatore o negoziatore. Questa figura ha una grande rilevanza, nella
misura in cui ci aiuta a rivivere determinate situazioni e a collocarci emotivamente
entro queste. Il mediatore assolve, dunque, la funzione di facilitatore delle relazioni. Si
badi bene che tale ruolo non deve essere ricoperto solo dallo psicologo, ma anche da
un docente esperto a da un counsellor , il quale pu aiutare a sviluppare dei dispositivi
di autoriflessione . Tali dispositivi (qui si intende soprattutto lauto-analisi, il dialogo,
lassunzione di responsabilit ) inducono ad una metabolizzazione dei vissuti emotivi,
la quale comporta una metamorfosi cognitiva: un modo diverso di vivere i nostri
sentimenti ci induce a pensare in modo diverso.


5. Bullismo.


Uno dei fenomeni negativi che pi volte stato fatto oggetto di attenzioni da parte
delle autorit giudiziarie e scolastiche il fenomeno del bullismo. Il bullismo un

affermiamo con le parole e i nostri gesti: A che gioco giochiamo di Eric Berne e La ristrutturazione di
Richard Bandler e John Grinder.
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conflitto tipico, sia per caratteristiche, sia per soggetti coinvolti, sia per il luoghi dove
prende corpo. Il bullismo., nella sua forma elementare, si struttura nello schema
vittima-carnefice: il bullo e il secchione. Spesso la vittima consapevole del suo ruolo,
ma acquiescente, perch sente di avere una funzione in quel ruolo. Il bullismo ha
almeno tre cause : il conflitto interiore tipico delladolescenza; la famiglia dorigine; il
modello sociale.
Nelladolescenza, il ragazzo alla ricerca della propria identit, la quale si pu
costruire o in modo oppositivo o in modo collaborativo/partecipativo. Il bullo afferma
s, negando laltro; parimenti laltro si riconosce solo in questa negazione, altrimenti
dovrebbe accettare di risultare indifferente. La vittima e il carnefice sono alla ricerca di
unidentit.
Nella costruzione della propria identit gioca un ruolo imprescindibile il rapporto con
la famiglia. Il bullo e il secchione hanno, in primo luogo, dei problemi a casa: un padre
assente, una madre severa e cos via. Un pessimo rapporto con i propri genitori, va ad
inficiare il processo di costruzione della propria identit.
Al problema dellidentit e della famiglia se ne deve aggiungere un terzo: i modelli
sociali vigenti. La televisione, spesso, propone modelli che sviliscono la sensibilit,
lintelligenza, limpegno. I personaggi televisivi sono estemporanei : loro non vivono
emozioni, ma sensazioni. Lemozione implica un tempo, una storia; la sensazione
dellimmediato. Ma questo un difetto che proprio della televisione, legato alla
natura del mezzo e alla forma di comunicazione che esso offre
8
. Tali personaggi
affermano proprio il contrario di ci che necessario ad una maturazione consapevole
della propria personalit. I modelli televisivi si affermano pi facilmente in quei ragazzi
dove minore la presenza delle figure genitoriali, va da s che viene visto come un
fallimento da parte delladolescente, non corrispondere a certe aspettative, di cui quei
modelli sono portatori.
La gestione dei conflitti legati al bullismo deve mettere in campo un ventaglio di
soluzioni e di soggetti: scuola; famiglia; autorit; servizi sociali. Le persone a cui
bisogna rivolgersi sono molteplici e ci poi dipende dalla gravit della situazione.


Conclusioni


Il nostro breve lavoro ha avuto il solo scopo di illustrare uno dei temi pi complessi,
sia per la psicologia sociale, sia per la sociologia. un problema, quello della gestione
dei conflitti, che deve essere affrontato sempre con maggiore vigore. La societ

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Si considerino le acute osservazione di Umberto Eco in Fenomenologia di Mike Bongiorno, in Diario
Minimo, Mondadori, Milano 1975.
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italiana, nel corso della sua storia, ha assunto una connotazione antropologica ben
definita. La conflittualit pu essere assunta come una macro categoria capace di
fotografare un dato inoppugnabile della vita degli italiani. Non si pu non leggere un
giornale o vedere uno reality show, senza notare la conflittualit manifesta o latente
, che emerge come strumento per aumentare lodience. In questo caso la
conflittualit non viene gestita ma addirittura manipolata in virt di scopi commerciali.
Emerge come dato significativo di questa conflittualit il non riconoscimento
dellaltro: il mio avversario politico un nemico; il mio vicino un essere odioso
perch ama gli animali; le persone che vanno in Chiesa sono degli stupidi. Litaliano
medio alimenta la sua litigiosit con questi luoghi comuni. Gli effetti di questo livelli
altissimi di conflittualit sono sotto gli occhi di tutti: la societ italiana ferma,
bloccata. Prendiamo solo la questione dei rifiuti: abbiamo assistito ad una guerra di
tutti contro tutti: gli enti locali contro lo Stato ; le popolazioni contro gli enti locali;
lItalia contro lEuropa. Anche in questa situazione, che sicuramente non pu essere
gestita da un mediatore ma deve essere affrontata dalla politica, emergono due dati
significativi, presenti nei micro-processi che abbiamo analizzato: lassenza di dialogo; il
palleggio delle responsabilit.
La gestione dei conflitti viene a strutturarsi come uno dei fini che si deve porre la
societ nei suoi diversi ambiti, se vuole garantire ai membri che ne fanno parte il
raggiungimento di obiettivi comuni.
Pertanto noi abbiamo cercato di sottrarre il conflitto, sia nella sua analisi, sia nella
nostra proposta di gestione, ad una visione che lo restringesse ad un solo ambito (il
lavoro, per esempio, senza considerare la famiglia ), per proiettarlo sul piano delle
relazioni intrapsichiche e interpsichiche: un conflitto spesso manifestazione di un
processo latente .


Bibliografia minima


Bandler R. e Grinder J., La ristrutturazione, tr.it. a cura di Maddaloni S., Astrolabio-
Ubaldini, Roma 1983.
Benci V. e Buccioni I., Cultura della pace e gestione dei conflitti interpersonali. Spunti
per un'educazione della consapevolezza e delle abilit comunicativo-emotivo-
relazionali, Aracne, Roma 2005.
Benci V., Analisi transazionale e gestione dei conflitti. Dallo scontro allincontro: modelli
e strumenti, Xenia, Milano 2009.
Berne E., A che gioco giochiamo, tr. it., a cura di Di Giuro V , Bompiani, Milano .
Bush R e Folger J.,La promessa della mediazione. L'approccio trasformativo alla
gestione dei conflitti., tr.it. a cura di Marucelli S.e Castoldi M., Valecchi, Firenze 2009.
12

Freud S., Introduzione alla psicoanalisi, tr.it. a cura di Tonin Dogana M. e Sagittario E.,
Bollati Boringhieri, Torino 1998.


Filmografia
9
.


La coscienza di Zeno, adattamento teatrale a cura di Kezich T, regia cura di Danza D.,
mandato in onda dalla RAI nel 1966.
Casa di Bambola di Ibsen, regia Giagni G., sceneggiato mandato in onda dalla RAI nel
1968.
Kramer contro Kramer, regia, Usa 1979.
La guerra dei Roses, regia De Vito D., Usa 1989.


9
Riteniamo utile, per un educatore, riferirsi su alcuni film che riescono a mettere in risalto alcune
dinamiche psicologiche legate al conflitto e alla sua possibile gestione.