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SYMBOLON

STUDI E TESTI DI FILOSOFIA ANTICA E MEDIEVALE


Direttore: Francesco Romano
UNIVERSIT DI CATANIA - DIPARTIMENTO DI SCIENZE DELLA CULTURA, DELLUOMO E DEL TERRITORIO
GIOVANNA R. GIARDINA
I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
Analisi critica di Aristotele, Phys. II
Presentazione di
PIERRE PELLEGRIN
CATANIA 2006 CUECM
30
otoo oq ofqio voo
c ociqcv ofo ooov
Or. Ch. Fr. 108 dP
In copertina: testa di Aristotele, Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Nel frontespizio: Ecate rafgurata in un amuleto (da C. Bonner, Studies in
Magical Amulets, Michigan Univ. 1950).
Department of Sciences of Culture, Man and Territory
University of Catania
Volume stampato con il contributo della Facolt di Lettere e Filosoa del-
lUniversit di Catania, Corso di Laurea in Scienze dei Beni Culturali, sede
di Siracusa.
Propriet letteraria riservata
Catania 2006
Cooperativa Universitaria Editrice Catanese di Magistero
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vazione in sistemi reperimento dati e la riproduzione o la trasmissione, an-
che parziali, in qualsiasi forma e mezzo (elettronico, meccanico, incluse fo-
tocopie e registrazioni) senza il previo consenso scritto delleditore.
a mio glio Luciano
INDICE GENERALE
Prsentation (Pierre Pellegrin) p. 9
Prefazione 11
1. Gli antecedenti della dottrina della physis di Fisica II 17
1.1. La physis prima di Aristotele 19
1.2. La physis in Fisica I 33
2. La rifondazione della scienza della natura (Phys. II 1-2) 55
2.1. La natura e gli enti naturali (Phys. II 1) 57
2.2. Il sico e il suo proprio oggetto di ricerca (Phys.
II 2) 93
3. La dottrina aristotelica della causalit (Phys. II 3 e 7) 135
3.1. Riessioni preliminari sullesposizione delle cause 137
3.2. Specie e modalit delle cause 165
4. La fortuna e la spontaneit sono cause alternative alle
precedenti quattro? (Phys. II 4-6) 185
4.1. Lesistenza di fortuna e spontaneit secondo le
dottrine dei siologi (Phys. II 4) 187
4.2. Fortuna e spontaneit: la teoria di Aristotele (Phys.
II 5-6) 193
5. Il nalismo naturale e la critica del meccanicismo
(Phys. II 8-9) 215
5.1. La nalit nella natura (Phys. II 8) 217
5.2. La necessit nella natura (Phys. II 9) 245
6. Epilogo 257
7. Appendice 283
7.1. Premessa 285
7.2. Testi e traduzioni 285
8. Bibliograa p. 319
8.1. Fonti 321
8.1.1. Edizioni 321
8.1.2. Traduzioni 322
8.2. Letteratura 323
9. Indici 343
Indice degli autori citati 345
Indice dei luoghi citati 349
8 INDICE GENERALE
PRSENTATION
Aprs son analyse critique du livre I de la Physique dAristote,
publie en 2002, Giovanna R. Giardina sattaque au livre II. Le r-
sultat est la fois profond et brillant. Le commentaire, au sens le
plus complet et le plus noble de ce terme, de textes trs connus
est un exercice extrmement difcile que peu de gens russissent.
La tendance la paraphrase le dispute la tendance inverse aux g-
nralisations abusives. Je pense que Giovanna R. Giardina ralise
parfaitement lquilibre rare entre une attention sans faille au dtail
du texte et une vision interprtative globale du livre II de la Phy-
sique, qui fait que lon ressort de la lecture de son ouvrage enrichi de
perspectives philosophiques nouvelles. Quand on a prsent lesprit
le texte et une grande partie de la somme immense des commen-
taires quil a suscits, on ne peut que trouver cette performance ad-
mirable. Le signe le plus vident de la russite de cet ouvrage, cest
quil peut sadresser des lecteurs trs diffrents. Ceux qui ne sont
pas spcialistes de la physique aristotlicienne trouveront dans ce
livre une introduction incomparable, bien que difcile, ce qui ne
doit pas laisser indiffrente lenseignante quest Giovanna R. Giardi-
na. Mais ceux qui ont pass de nombreuses annes en compagnie de
ce texte fondateur, comme cest mon cas puisque jai rcemment tra-
duit la Physique en franais, trouveront dans cette tude la fois des
analyses minutieuses et de nouvelles approches de ce que Heidegger
considrait comme le livre fondamental de la philosophie occiden-
tale. La prochaine dition de ma traduction en portera la trace
Louvrage suit de prs le texte mme du livre II, non sans re-
tours sur le livre I ni sans recours aux autres textes du corpus aris-
totlicien, que Giovanna R. Giardina matrise parfaitement. Elle
tient aussi grand compte de la tradition exgtique grecque ancien-
ne qui, comme on le sait, est particulirement importante et pr-
cieuse pour la Physique. Le premier rsultat de ce parcours, cest de
montrer que le livre II est en continuit avec ce qui le prcde et ce
qui le suit. Il sagit l dun rsultat faussement banal, quand on
connat la tendance toujours forte parmi les interprtes autonomi-
ser ce livre II. Or il me semble que notre lecture de la Physique est
compltement diffrente selon quon la considre comme, sinon un
livre au sens moderne du terme, du moins un ensemble dtudes
intgres dans une recherche unique ou comme lagrgation de
traits indpendants, cette agrgation ft-elle luvre dAristote
lui-mme. Lautre effet principal de la lecture minutieuse de Gio-
vanna R. Giardina, cest de montrer lconomie interne du livre II,
laquelle sorganise autour dune rexion sur la causalit: tutto il
secondo libro si presenta come unaccurata e approfondita tratta-
zione delle cause. Le fait que le livre qui se donne demble com-
me celui o la physis se trouve dnie, cest--dire dlimite, en ar-
rive trs vite traiter de tous les aspects de la causalit en dit long
sur le projet physique dAristote. Or le problme de la causalit est
sans doute lun des plus dbattus aujourdhui parmi les spcialistes
de la philosophie dAristote et de la philosophie antique en gnral.
Giovanna R. Giardina ne peut videmment pas traiter de tous les
aspects de la causalit aristotlicienne: un gros livre ny sufrait
pas. Mais en la lisant on voit ce que le texte dans lequel Aristote
donne lexpos le plus complet de son tiologie permet de dire sur
cette question centrale, et aussi ce quil interdit de dire.
Si Giovanna R. Giardina trouve le courage et le temps de
continuer son entreprise, et nit par donner une tude sur len-
semble du texte de la Physique, elle fournira aux lecteurs modernes
un outil de travail qui naura gure dquivalent dans la tradition
exgtique. En un sens elle renouera avec la pratique un peu ou-
blie des commentaires complets qui, de Philopon Pacius, ont
marqu lhistoire de la lecture de ce texte. Mais comme louvrage
qui nous est ici offert, tout comme le prcdent, ne se rduisent
pas un commentaire, mais proposent une vritable interprtation
philosophique du texte aristotlicien, le livre de Giovanna R. Giar-
dina prendra aussi place dans la littrature interprtative au sens
moderne et participera, de ce fait, au renouvellement toujours re-
commenc de notre comprhension dAristote.
Paris, CNRS
Pierre Pellegrin
10 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
PREFAZIONE
Dopo avere pubblicato nel 2002 per questa Collana i risultati
della mia prima ricerca sulla Fisica di Aristotele (I fondamenti della
Fisica. Analisi critica di Aristotele, Phys. I = Symbolon 23), e dopo
avere nel 2003 offerto un ulteriore contribuito su La causa motri-
ce in Aristotele, Phys. III 1-3 a un Seminario aristotelico, i cui Atti
sono usciti in questa medesima Collana per la cura mia e di Lore-
dana Cardullo (La Fisica di Aristotele oggi. Problemi e prospettive,
Catania 2005 = Symbolon 28), continuo con il presente volume a
progredire nella ricerca sulla Fisica aristotelica, affrontando lanali-
si del II libro, di cui qui presento i risultati concernenti il concetto
di natura e la dottrina della causalit, che si legano direttamente
come il lettore avr modo di vedere alla teoria dei principi degli
enti naturali del I libro. Lanalisi di questo II libro ha prodotto in
me la convinzione che esso sia il libro centrale dellintero trattato
aristotelico, perch in esso che Aristotele costruisce concreta-
mente le premesse per lo studio di alcune strutture basilari della -
sica, quali sono appunto le nozioni di movimento, innito, luogo,
vuoto e tempo (libri III-IV), e del modo in cui esse interagiscono
fra loro (libri V-VI), per giungere inne allo studio dei primi moto-
ri e del Primo Motore Immobile (libri VII-VIII), nozioni queste ul-
time che ssano quei termini dellintera trattazione sica aristoteli-
ca oltre i quali ha inizio la metasica. Non un caso, allora, che
proprio il II libro della Fisica sia stato in passato e continui ancora
oggi ad essere oggetto privilegiato di ricerca per gli studiosi della
Fisica, essendo possibile trovare in esso, per dirla con una metafo-
ra, la chiave che apre molte porte per la soluzione delle problema-
tiche siche affrontate da Aristotele. Mi riferisco in primo luogo al-
la strutturazione teorica che nel II libro viene fornita della nozione
di qtoi che viene identicata di volta in volta con la materia, con
la forma e con il ne, dando luogo in tal modo come ho avuto
modo di precisare in questo studio a quella tensione dialettica fra
i tre principi del divenire che viene spiegata da Aristotele come un
continuo intersecarsi, nel sostrato naturale (tocicvov), di priva-
zione (ofcqqoi) e forma specica (cioo); mi riferisco in secondo
luogo alla dottrina della causalit che nel II libro non solo ha la sua
formulazione tecnica che, come Aristotele afferma pi volte in al-
tri trattati rimandando costantemente a Phys. II 3 e 7, quella pi
completa e precisa , ma anche pone in evidenza, attraverso la no-
zione di natura, tutta la sua forza sia nel fornire una spiegazione
che conduca ad una conoscenza epistemologicamente fondata del-
la realt, sia nellidenticare tutti i possibili fattori di una connes-
sione reale, concreta, di cose o di fatti; ma soprattutto mi riferisco
alla dottrina del ne, che viene visto ora come ci in vista di qual-
cosa, ora come termine ultimo o nale di ogni processo di diveni-
re, distinzione che consente di dimostrare la presenza nella natura
di un nalismo compatibile con la necessit (Phys. II 8-9), e quindi
di un ordine e di una regolarit che, contrariamente a quanto avve-
niva in Platone, costretto nel Timeo a fare ricorso allazione causale
del Demiurgo, trovano adesso il loro giusto posto allinterno della
stessa natura.
Per tutte queste ragioni, mi si permetta che alla ne del mio la-
voro io possa esprimere abbandonando per un momento il rigore
del metodo di analisi e di critica dei testi tutta la mia ammirazio-
ne per un pensatore di cui vado scoprendo, man mano che ne ap-
profondisco i risvolti teorici, lelevato potere di penetrazione e ri-
soluzione delle pi complesse problematiche in tutti i settori del-
lindagine losoca e scientica, non soltanto di quella sica. In ra-
gione di questo fascino che Aristotele esercita su di me, mi pro-
pongo, per quanto concerne i miei futuri impegni di ricerca, due
obiettivi principali, e cio quello di studiare i rimanenti libri della
Fisica con il medesimo criterio che ho adottato per i primi due e,
contemporaneamente, quello di fornire una nuova traduzione del-
lintero trattato.
Prima di licenziare questo mio lavoro per la stampa, sento di
dovere esprimere la mia gratitudine a quanti, sobbarcandosi alla
fatica di leggerlo in manoscritto, hanno contribuito con i loro con-
sigli e le loro utilissime osservazioni a migliorarlo e a condurlo ver-
so la sua veste denitiva. Mi riferisco anzitutto a E. Berti, G. Caser-
12 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
tano, F. Franco Repellini, P. Pellegrin e M. Vegetti, ai quali tutti va
indiscriminatamente la mia pi viva riconoscenza. In particolare
ringrazio P. Pellegrin anche per la sua puntuale ed efcace Prsen-
tation, che arricchisce non poco il valore di questo volume.
Inne, un ringraziamento speciale e colmo di affetto va al mio
maestro, Francesco Romano, che ogni giorno incoraggia i miei stu-
di e mi sostiene nel difcile cammino dellesegesi dei testi aristote-
lici: con lui ho discusso innumerevoli passaggi e interpretazioni, ed
ho immancabilmente trovato da parte sua piena disponibilit di
tempo e di energia. La discussione con lui delle mie opinioni fon-
te per me di incommensurabile arricchimento e di crescita intellet-
tuale, e la tensione dialettica a cui mi costringe un esercizio pre-
zioso che rende sempre pi rigoroso il mio metodo. A lui, pi che
a chiunque altro, esprimo la mia innita gratitudine, pur consape-
vole che non potr mai pareggiare i beneci intellettuali e morali
che traggo dalla sua benevolenza.
Lultimo ringraziamento va alla mia famiglia e in modo partico-
lare a mio glio Luciano, al quale meritamente dedico questo libro,
anche perch, nonostante la sua giovanissima et, ha gi imparato a
rispettare quasi religiosamente il mio attaccamento alla ricerca e a
comprendere che questa una mia esigenza profonda e irrinuncia-
bile, anche se gli sottrae un poco di quellattenzione che io legitti-
mamente dovrei dedicargli.
Lascio quindi al giudizio, che mi auguro benevolo, dei lettori di
questo mio lavoro la verica se i miei sforzi abbiano o meno conse-
guito i risultati sperati, assumendomi n dora tutta la responsabi-
lit di uneventuale loro inadeguatezza e promettendo di portare
avanti questa specica ricerca sulla Fisica aristotelica no al suo na-
turale compimento, no allo studio, cio, del suo ultimo libro.
Catania, gennaio 2006
GRG
PREFAZIONE 13
I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
ANALISI CRITICA DI ARISTOTELE, PHYS. II
1.
GLI ANTECEDENTI DELLA DOTTRINA
DELLA PHYSIS DI FISICA II
1.1. La physis prima di Aristotele
In Platone, Fedone 96a-98a, apprendiamo da Socrate che da
giovane era stato preso da un desiderio vivissimo di possedere
quella sapienza che tutti chiamano indagine sulla natura (cqi
qtocm iofoqio),
1
per cui egli si era posto tutta una serie di do-
mande sulle cause di ogni cosa che si genera e si corrompe in natu-
ra: quali siano i processi di generazione e corruzione degli esseri vi-
venti, se sia ad esempio il sangue o laria o il fuoco lelemento con
il quale pensiamo, oppure se sia il cervello ci da cui derivano la
memoria, lopinione e, in denitiva, anche la scienza, e inne quali
siano i fenomeni che si producono nel cielo e sulla terra. Socrate
talmente confuso a proposito di questo genere di studi che crede
di non poterne venire mai a capo e di non essere idoneo a un tale
tipo di indagine, quando, un giorno, gli capita di sentire un tale
che stava leggendo un libro di Anassagora. Socrate sente dire da
costui che, secondo Anassagora sarebbe il nous, cio lintelletto, la
causa ordinatrice di tutte le cose. Socrate corre allora a leggere il li-
bro di Anassagora, ma ne viene profondamente deluso, perch sco-
pre che, nonostante parli di intelletto come causa ordinatrice e
qui Socrate cita altri suoi interrogativi e dubbi sulla natura, che
pensava gli venissero risolti dalla dottrina di Anassagora, e cio
perch la terra sia al centro delluniverso e ancora quale sia la ve-
rit sul sole, sulla luna e sugli astri , Anassagora ricorre contrad-
dittoriamente a semplici cause meccaniche per spiegare il mondo.
La delusione del Socrate personaggio del Fedone platonico consi-
ste, in poche parole, nel non riconoscere nel nous anassagoreo, co-
me invece sperava, la causa nale di tutto ci che accade in natura,
1
Sulla nozione di qt oi nella losoa greca classica si vd., oltre al vecchio sag-
gio di E. Hardy (1884), almeno gli studi di H. Patzer (1993), H. Leisegang (1941),
F. Heinimann (1945, 1978
2
). Si vd. anche J. Barnes (1982); G.S. Kirk, J.E. Raven
& M. Schoeld (1983); A.A. Long cur. (1998); A. Laks & C. Louguet curr. (2002).
bens una semplice causa meccanica.
2
Anassagora quindi, secondo
Socrate, proponeva solo a parole lIntelletto come principio ordi-
natore delle cose, ma non ne spiegava la vera natura di causa ordi-
natrice e quindi nale. Dice infatti Socrate in Fedone 98a-b: Infat-
ti, io non avrei mai creduto che, uno che sosteneva che queste cose
erano state ordinate dallintelligenza (to vot otfo cooqo0oi),
attribuisse loro altra causa che non fosse questa, ossia che il loro
meglio (cfiofov) era di essere cos come sono (otfo otfm cciv
cofiv mocq cci). Insomma, io credevo che Anassagora conti-
nua Socrate , assegnando la causa a ciascuna cosa in particolare e
a tutte in comune, avrebbe spiegato ci che il meglio per ciascu-
na di esse e ci che il meglio che comune a tutte. La sola causa
meccanica infatti insufciente o quantomeno inadeguata a spie-
gare il perch (il oiofi di cui parler Aristotele) delle cose, limi-
tandosi solo al che (lofi di cui parler Aristotele), come dire,
pensa Socrate, che qualora egli chiedesse il perch del suo stare se-
duto, non gli sarebbe affatto sufciente sentirsi rispondere che la
causa consiste nellessere fatto di carne, di ossa e di nervi disposti
in modo tale da consentire la posizione dello star seduti. Platone
a questo punto ben consapevole dellimportanza della causa nale
nellindagine sulla natura, al punto che in Filebo 53e5-7 scriver:
[] tra le cose che sono ci sono sempre ci che in vista di qual-
cosa e, viceversa, ci grazie a cui avviene sempre di volta in volta
ci che avviene in vista di qualcosa (fo cv cvco fot fmv ovfmv
cof oci, fo o ot oqiv coofofc fo fivo cvco ivocvov oci i-
vcfoi). Su questo passo platonico ritorner quando si dovr di-
scutere della dottrina delle cause in Aristotele e del nalismo che
lo Stagirita riconosce nel mondo della natura, ma per il momento
ci che mi interessa mettere in evidenza un altro aspetto.
Da questo ampio ventaglio di questioni che Socrate mette in
campo nel Fedone, noi possiamo gi comprendere che cosa gli anti-
20 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
2
In questa prospettiva platonica del meglio G. Casertano (2002) riconosce
non soltanto lintroduzione di una considerazione semplicisticamente nalistica
del cosmo, nel senso che sar poi di altri autori, per cui il mondo tutto e la natura
sono costituiti in vista dellapparizione delluomo, e nalizzati alla sua esistenza,
quanto appunto lapertura di un orizzonte etico che luomo deve necessariamente
inserire nella sua visione della realt ai ni del suo agire per il meglio (pp. 24-25).
chi, prima di Aristotele, ritenevano che dovesse essere di pertinenza
dello studioso della natura. Il campo di indagine del sico riguarda
la struttura della realt naturale, i fenomeni del cielo, ma anche le
origini della vita, il mutamento degli enti, cio di tutti gli enti natu-
rali, dalle piante agli animali alluomo compreso lintelletto di que-
stultimo. Ebbene, esattamente lo stesso programma di ricerca
sulla natura che Aristotele si proporr allinizio dei Meteorologica. A
tale programma Aristotele ha mantenuto fede, se si esclude lo stu-
dio delle piante che fu compiuto invece dal suo allievo Teofrasto.
In Meteor. I 1, 338a20-339a9, Aristotele ci presenta lintero suo
programma relativo allindagine sulla natura, programma che in
parte ha gi svolto prima e che per il resto svolger dopo la scrittu-
ra dei Meteorologica.
3
Il programma prevede le seguenti sezioni: 1)
studio delle prime cause della natura e del movimento naturale in
generale (Hcqi cv otv fmv qmfmv oifimv fq qtocm oi cqi o-
oq ivqocm qtoiq), cio la Fisica; 2) studio degli astri ordinati
secondo il movimento celeste e degli elementi corporei, cio il De
caelo; 3) studio della generazione e della corruzione, cio il De ge-
neratione et corruptione; 4) studio di quella parte di questo percor-
so che tutti gli antichi chiamavano meteorologia, cio i Meteorolo-
gica; 5) studio degli animali, delle piante e in generale di tutti gli es-
seri viventi compreso luomo, parte che corrisponde alle opere
zoologiche, botaniche e psicologiche.
4
Come si vede, si tratta degli
stessi argomenti e questioni che Socrate si poneva nel Fedone. Tut-
te queste parti di programma corrispondono allintero corpus degli
scritti aristotelici sulla natura, che costituiscono pi della met del-
lintera produzione aristotelica, mostrandoci un Aristotele sico,
prima ancora che logico, metasico o altro. In altri termini Aristo-
tele a parte le questioni di metodo e quindi il rinnovamento che
ritiene di apportare allindagine naturalistica dei suoi predecessori
concepisce il suo programma considerandosi perfettamente inte-
grato in quella tradizione di studi sici da cui il Socrate del Fedone
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 21
3
Cf. J. Brunschwig (1991), pp. 25-27.
4
Questo aspetto molto ampio della qt oi, che riguarda il mondo in cui vivia-
mo ma anche gli astri, gli elementi e persino luomo, lo riscontriamo anche in Pla-
tone, Timeo 27a2 ss., dove appunto Crizia presenta a Socrate Timeo come sapien-
te su tutte queste questioni.
platonico, come abbiamo visto, era stato attratto inizialmente e per
i quali si sentiva inadeguato.
Aristotele stesso, con la sua consapevolezza anche se non
sempre obiettiva del pensiero precedente, fa risalire la prima in-
dagine sulle cause dei fenomeni naturali a Talete, il quale per, co-
me sappiamo anche a proposito delle conoscenze matematiche che
gli vengono attribuite, certamente doveva molto a indagini molto
pi antiche di lui, sia greche che provenienti dallEgitto e dalla Me-
sopotamia. Lindagine naturalistica dei Milesii, di Talete e dopo di
lui di Anassimandro e di Anassimene, sebbene debitrice dei risul-
tati raggiunti da coloro che li avevano preceduti e non condotta
con un metodo scientico rigoroso, pu essere tuttavia considerata
correttamente, come la considerava Aristotele, come la prima ri-
essione losoco-scientica sulla natura. Aristotele identic in-
fatti i Milesii come coloro che per primi tentarono di interpretare il
mondo in modo scientico e razionale in contrapposizione alla
cultura poetica delle origini, basata sui miti e su una connessione
fra il naturale e il soprannaturale per cui li consider giustamente
come gli scopritori della natura e i fondatori dellindagine su di es-
sa.
5
Della losoa naturale milesia Aristotele riutilizza abbastanza
poco,
6
anche se ne registra tutti i signicati fondamentali della qt-
oi e precisamente: 1) il signicato etimologico di processo di svi-
luppo delle cose che crescono;
7
2) qtoi come elemento materiale
da cui ha origine lessere o lo sviluppo di ogni ente naturale;
8
3)
22 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
5
Cf. G.E.R. Lloyd (1978), pp. 17-23.
6
Scarno persino il riferimento in Phys. III 4, 203b3 ss. allinnito di Anassi-
mandro, il quale fornisce in verit la prima vera e coerente caratterizzazione della
qtoi dellantichit; cf. quanto dice M. Conche nella sua trad. dei frr. di Anassi-
mandro.
7
Cf. Metaph. A 4, 1014b16 ss.
8
Cf. Metaph. A 4, 1014b26 ss. Gi E. Hardy (1884), pp. 13-16, aveva preso
in considerazione questi due primi signicati di qtoi in Talete, sottolineando so-
prattutto come in questo losofo ci fosse una sostanziale coincidenza della nozio-
ne di essere e di divenire, che avrebbe in seguito incontrato lopposizione di Par-
menide. Per una discussione del termine qtoi presente nei titoli delle opere dei
primi siologi, cqi qtocm, cf. J. Burnet (1908), vol. VII, pp. 12 ss.; cf. contra, ma
in accordo con Hardy, M.W.A. Heidel (1910), ad loc. La ragione del contendere a
proposito del termine qtoi se occorra assegnare ad esso prevalentemente il si-
gnicato di principio e fonte di movimento degli enti naturali oppure il signicato
qtoi come materia prima, e non prima in rapporto alla materia
delloggetto stesso (qo otfo ) bens prima in generale (om
qmfq), cos come lacqua;
9
4) qtoi come ne della generazione,
che in Aristotele coincide con la forma essenziale specica.
10
Con Eraclito la qtoi diviene oo, cio legge o principio ra-
zionale delluniverso, che ad un tempo realt, verit e linguaggio,
ma la riessione naturalistica greca subisce ad un tratto un gravissi-
mo contraccolpo da parte della losoa eleatica, che costituisce uno
di due momenti di svolta attraversati dalla losoa classica sulla na-
tura. Il secondo momento sar rappresentato dalla sostica e da So-
crate. Ma la svolta con cui la losoa della natura costretta a misu-
rarsi a causa degli Eleati ancor pi signicativa di quella rappre-
sentata dalla sostica e da Socrate e non un caso che le critiche e le
confutazioni che nella Fisica Aristotele muove contro gli Eleati siano
pi frequenti che non le critiche che egli muove contro i Platonici e
lo stesso Platone, anche se la confutazione degli Eleati legata spes-
so alla confutazione di Platone e a questo scopo Aristotele strumen-
talizza spesso la polemica contro gli Eleati. In altri termini, Aristote-
le sfrutta le sue risposte ai problemi posti dagli Eleati per colpire e
confutare la natura di eleatismo rivisitato che egli scorgeva nella teo-
ria platonica delle idee. A giudizio di Aristotele Parmenide elimine-
rebbe infatti ogni possibilit di scienza della natura nel momento in
cui elimina loggetto stesso di tale scienza, cio lente in divenire,
stabilendo che lessere uno ed immobile.
11
Ogni movimento o mu-
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 23
di elemento stabile degli enti, dal momento che entrambi i signicati vengono ri-
conosciuti da questi studiosi al termine qt oi. Queste interpretazioni qui citate so-
no state praticamente ripetute da coloro che si sono occupati della qtoi nei pre-
socratici nel corso del secolo scorso, si cf. R. Mondolfo in E. Zeller-R. Mondolfo
(1932), pp. 27-98; H. Leisegang (1941), coll. 1130-1164. Per un quadro generale
di queste posizioni si vd. poi A. Mansion (1946), pp. 59 ss.
19
Cf. Metaph. A 4, 1015a7-10.
10
Cf. Metaph. A 4, 1015a10-11.
11
L. Couloubaritsis (1997), pp. 20 ss. mette bene in evidenza che se la deon-
tologizzazione della concezione aristotelica di movimento ha permesso la nascita
della sica moderna, tuttavia lontologizzazione del divenire compiuta da Aristote-
le stata la via che ha reso possibile la sopravvivenza della scienza sica dopo la
crisi storico-teoretica in cui laveva posta Parmenide con la sua svalutazione delle
nozioni di cvcoi e di qtoi in conseguenza della sua teoria dellessere uno e im-
mobile. Cf. Parmenide fr. 28 B 8,38-41 DK.
tamento un passaggio dallessere al non essere o dal non essere al-
lessere, passaggi ambedue impossibili! Gli Eleati segnano cos una
svolta nel signicato di qtoi, nel senso che considerano questulti-
ma come il contrario dellessere e quindi della verit, perch essere e
verit sono per loro la medesima cosa. lecito anzi affermare che,
secondo Aristotele, gli Eleati, negando il divenire dellessere e quin-
di la sua naturalit, eliminerebbero al contempo la possibilit di una
scienza sica: parlare quindi di una losoa della natura in senso
eleatico sarebbe, a rigore, un abuso di linguaggio, stando almeno al
concetto aristotelico di qt oi e di scienza della natura.
Secondo quanto Aristotele dice in Phys. I 2, infatti, Parmenide
distrugge la possibilit stessa di discutere della natura, per cui il -
sico si trova nei suoi confronti come il geometra nei confronti di
chi gli tolga i principi della sua scienza. Lo scienziato a cui venisse-
ro negati i principi della sua scienza sarebbe impossibilitato a di-
scutere su di essa, ma le dottrine degli Eleati sono discusse a pi ri-
prese nella Fisica aristotelica
12
ed Aristotele tratta Parmenide come
un siologo alla stessa stregua degli altri siologi presocratici. A
questo proposito, P. Pellegrin, nellIntroduction alla sua traduzione
della Fisica di Aristotele fa uninteressante considerazione, dicendo
che: [] les leates ne suppriment pas la physique, mais propo-
sent pour elle un statut qui est inacceptable pour un aristotli-
cien.
13
Questa considerazione, per la verit, pone laccento su un
problema molto serio che Aristotele deve affrontare e che discute
soprattutto confrontandosi con Platone, cio il problema di attri-
buire alla sica uno statuto di scienza autonoma ben preciso, in
quanto la sica per lui scienza diversa dalle altre due scienze teo-
retiche, la losoa prima e la matematica, mentre Platone ha creato
legami inaccettabili agli occhi di Aristotele fra sica e matematica,
in quanto ha fortemente matematizzato la sica subordinandola al-
la matematica stessa, la quale ultima appare quindi scienza di supe-
riore livello teoretico. E non bisogna dimenticare che Platone
erede della riessione eleatica, anche se per lui tale losoa risulta
uneredit per molti aspetti scomoda, al punto che nella fase nale
24 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
12
Cf. S. Mansion (1953) e (1961).
13
P. Pellegrin (2000), pp. 14-15.
della sua attivit losoca costretto a rivedere i rapporti fra lelea-
tismo e la sua dottrina della idee. Infatti, la losoa naturale di Pla-
tone non pu non tenere conto dellassunto fondamentale degli
Eleati e cio che la vera realt deve essere immutabile e immobile,
e questo in qualche modo signica una certa svalutazione della
realt naturale, che non appunto n immutabile n immobile.
Tuttavia la losoa naturale platonica non si risolve nellafferma-
zione che lunica realt sia quella dei modelli ideali e che la realt
naturale non sia quindi realt. La realt naturale, pur non essendo
vera realt, tuttavia realt nella misura in cui strutturata mate-
maticamente secondo Platone sulla base dei rapporti dialettici
sussistenti nel mondo ideale. In altre parole, anche la matematizza-
zione platonica della realt naturale, che inaccettabile per Aristo-
tele, in qualche modo una conseguenza dellassunzione, derivata
dalleleatismo, che la vera realt delle idee non pu essere elimina-
ta come voleva Aristotele per salvare la realt della natura. al-
lora perfettamente comprensibile la preoccupazione con cui Ari-
stotele ritorna di continuo sulla losoa eleatica, e anzi questa
preoccupazione perfettamente parallela a quella con cui ritorna
continuamente su Platone e sul platonismo.
Aristotele pensa che i loso post-parmenidei, Empedocle,
Anassagora e gli Atomisti, si siano sforzati di restaurare, dopo le-
leatismo, lindagine sulla natura, pur tenendo conto, ovviamente,
della lezione degli Eleati. Empedocle, ad esempio, si sforza di ren-
dere compatibile il molteplice mondo sensibile, caratterizzato da
un incessante divenire, con leterna stabilit del suo principio e
fondamento. Di qui una certa oscillazione del pensiero empedo-
cleo tra due esigenze: luna di un discorso sui principi e laltra di
un discorso sul divenire della natura. Perci Empedocle nega ogni
passaggio dallessere al non essere e viceversa, ammettendo, invece,
soltanto la mescolanza e la separazione degli elementi.
14
Da Empe-
docle Aristotele riprende la teoria dei quattro elementi, cio dei
quattro corpi semplici,
15
che gi Platone aveva tenuto in considera-
zione nel Timeo, dove tuttavia, piuttosto che gli elementi veri e
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 25
14
Cf. Empedocle, frr. 31 B 8, 9, 11 e 12 DK.
15
Cf. ad esempio, Metaph. A 3, 984a8 ss.
propri, Platone utilizza le gure geometriche che li identicano e
che, in quanto quantit geometriche, regolano in modo preciso su-
perci e corpi di tutti gli enti, per cui il Timeo appare, in n dei
conti, come un trattato di sica matematica.
Anassagora ha, rispetto ad Empedocle, una difcolt in pi per
risolvere sempre lo stesso problema creato nellambito della loso-
a della natura dalleleatismo. Questa nuova difcolt dipende dal
fatto che, con lavvento della sostica, lindagine si sposta dalla na-
tura alluomo. Anassagora, dunque, cerca di risolvere la crisi della
losoa della natura avvicinando il discorso della stabilit dei prin-
cipi eterni e molteplici al piano di una realt pi vicina alluomo,
sostenendo che lunico principio della natura e della sua armonia e
stabilit il nous trascendete. Tale principio uno solo e al tempo
stesso ordinatore, anche se ancora legato a unattivit di tipo mec-
canicistico, ma un intelletto, cio legato alluniverso antropologi-
co. Questa soluzione di Anassagora comporta infatti un certo na-
lismo. Nonostante questo spostamento sul piano antropologico,
Anassagora, come gi Empedocle, nega il generarsi e il corromper-
si delle cose come passaggi dallessere al non essere e viceversa,
pensandoli invece come mescolanza e separazione degli elementi,
che per Anassagora sono costituiti di particelle qualitativamente si-
mili fra loro: le omeomerie. Infatti, sia Empedocle che Anassagora
considerano la qtoi come linsieme di quegli elementi che, me-
scolandosi e corrompendosi, comportano lapparente nascita e
morte degli enti naturali. Sulla scorta della lezione di Parmenide,
sia Empedocle che Anassagora considerano la qtoi come linsie-
me di questi elementi regolati e ordinati da principi eterni e immu-
tabili. Essi dunque si fanno promotori di una nuova sica, fondata
non gi su un unico elemento che fa da materia o principio unico
di tutta la natura, ma sulla mescolanza e la separazione di enti ele-
mentari preesistenti.
16
Da Anassagora Aristotele riprende il proble-
ma del nous che aveva gi colpito il Socrate platonico del Fedone e
per lo stesso motivo: anche per Aristotele lintelletto di Anassagora
sembrerebbe avere la sionomia di una causa nale, ma questa
solo unillusione, perch tale intelletto si riduce solo a una causa
26 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
16
Cf. Empedocle, fr. 31 B 8 e 31 A 44 DK, Anassagora, fr. 59 B 17 DK.
meccanica. Tale funzione ordinatrice, che Aristotele, come gi Pla-
tone, aveva creduto di riconoscere nel nous anassagoreo, afdata
nella Fisica aristotelica alla qtoi che assicura il perfetto ordina-
mento teleologico del mondo naturale, poich il Primo Motore Im-
mobile di Aristotele non ha, al contrario, n il compito di creare,
come il Demiurgo platonico, n quello di ordinare la natura, rima-
nendo invece puro pensiero di se stesso.
Gli Atomisti trovarono anchessi, come abbiamo visto nel caso
di Empedocle e di Anassagora, un compromesso con la losoa di
Parmenide, affermando che gli atomi, che essi pongono come prin-
cipi inniti delluniverso, sono eterni. Il modo che ad essi rimaneva
di giusticare il mutamento e la molteplicit del mondo fenomeni-
co era quindi, secondo Aristotele, quello di pensare che gli atomi si
aggregano in modo del tutto casuale in uno spazio innito e in un
tempo innito.
17
Aristotele che fu lunico nellantichit classica a
tenere in considerazione la losoa naturale di Democrito contro
lindifferenza generale che non teneva latomismo in gran conto, a
causa soprattutto del meccanicismo materialistico che lo caratteriz-
zava e che era ben lontano dalla sensibilit dellet di Platone verso
la dimensione eidetica e verso il nalismo si accorse con grande
chiarezza del nesso che legava fortemente latomismo e leleati-
smo.
18
Ci che creava difcolt agli Atomisti , ancora una volta, il
rapporto essere-non essere che, essendo impossibile, ha come con-
seguenza la negazione stessa del mondo naturale mutevole e tran-
seunte. Di qui il fatto che nel linguaggio degli Atomisti lessere di-
venga il pieno e il non essere il vuoto, ma ci possibile allinterno
della prospettiva eleatica secondo cui lessere, che in questo caso
sono gli atomi, eterno e immutabile. Certamente la losoa ato-
mista era gravida di problemi che in parte verranno ripresi e rima-
neggiati dallepicureismo,
19
ma che gi sono oggetto di riessione e
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 27
17
Dal fr. di Leucippo, 67 B 2 DK apprendiamo in verit che nel suo scritto
Dellintelletto Leucippo affermava che tutto si produce necessariamente.
18
Si vd., ad esempio, il fr. 67 A 7 DK. Su Democrito e latomismo antico si
vedano gli utili saggi contenuti nel volume F. Romano cur. (1980).
19
Ad esempio, Democrito riteneva che gli atomi si muovessero nel vuoto di
movimento vorticoso. Lepicureismo, per spiegare come potesse avvenire lincon-
tro fortuito degli atomi che conducesse alla loro aggregazione, sostenne che gli
di critica da parte di Aristotele.
20
Era difcile per lo Stagirita, ad
esempio, sulla base del puro meccanicismo atomistico, spiegare,
pur nella diversit e variet degli enti naturali, la nascita regolare di
individui della medesima specie, difcolt che Aristotele risolve
considerando il divenire come un processo di trasmissione di una
forma specica determinata sin dallinizio.
Ma la losoa della natura subisce ancora una volta, dopo la
prima svolta rappresentata dalleleatismo, ad opera di Socrate per
un verso e di Platone per un altro verso, un notevole rivolgimen-
to. Se il Socrate del passaggio del Fedone gi citato, infatti, si pre-
senta come desideroso di quella sapienza che lindagine sulla na-
tura, nellApologia, invece, egli stesso afferma davanti ai suoi giu-
dici di non aver mai avuto a che fare con questo settore del sapere
e che Aristofane ad avergli erroneamente attribuito una compe-
tenza che egli non ha.
21
Con Socrate, infatti ma dovremmo cor-
rettamente dire anche con la sostica
22
, la losoa greca aveva
abbandonato la via della ricerca naturalistica per farsi soprattutto
ricerca del bene come ne etico (e in Platone anche politico), per
cui essa si presentava come maestra di vita e salvezza per lanima.
Se quindi in Metaph. A 6, 987b3 ss. Aristotele ci presenta Socrate
come colui che per primo ha cercato denizioni universali, tuttavia
lo Stagirita ha ben presente la lezione dellApologia platonica: De
partibus animalium I 1, 642a28 ss. presenta infatti sia Socrate sia
coloro che gli gravitano intorno come pensatori che hanno abban-
donato completamente la losoa della natura per dedicarsi alleti-
ca e alla politica.
28 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
atomi cadessero nel vuoto, concepito come spazio innito, in un tempo innito;
che tale caduta era dovuta al loro peso, per cui essi percorrevano traiettorie paral-
lele; e che lintervento del clinamen, cio di una deviazione iniziale e fortuita, des-
se luogo allaggregazione e quindi alla nascita degli enti.
20
Ad esempio, sarebbe interessante confrontare lopposizione fra qtoi e ft-
q in Democrito con quanto Aristotele dice del rapporto fra questi due termini nel
II libro della Fisica. Altre interessanti relazioni che si riscontrano nei presocratici,
ad esempio qtoci/fcvq o ofo qtoiv/oqo qtoiv dovrebbero essere studiate pi
attentamente in rapporto al testo aristotelico.
21
Cf. Platone, Apologia 19c.
22
Allinterno della sostica, come noto, si trova lattenta riessione su qt-
oi e vo o e su qtoi e fcvq, cf. soprattutto Antifonte.
Aristotele, a questo punto, deve misurarsi prima con tutta la
tradizione precedente,
23
prendere ci che essa gli presenta di buo-
no e di utilizzabile, e poi confutare quanto gli appare in essa errato
o inadeguato. Egli, inoltre, riteneva che la svolta eleatica fosse stata
molto profonda e che la restaurazione della losoa della natura
tentata dai loso pluralisti risultasse del tutto insufciente. Ma c
qualcosa di pi: il pensiero con cui Aristotele, come vedremo, si
confronta soprattutto, certamente quello di Platone, il quale a
sua volta era gi stato per forza di cose erede delle riessioni prece-
denti, alle quali aveva fatto prendere una via del tutto nuova. Con
Platone la concezione della losoa in qualche modo si era trasfor-
mata, poich egli aveva unito laspetto pratico socratico con il rigo-
re scientico del metodo dialettico, trasformando la losoa in ve-
ra e propria conoscenza razionale. Ma ci che a noi interessa di pi
il ruolo che la losoa della natura ha nel sistema dottrinale pla-
tonico secondo linterpretazione di Aristotele.
24
Il problema posto
dalleleatismo alla possibilit di una scienza della natura ancora
operante in Platone, dal momento che egli considera espressamen-
te impossibile una scienza del mondo sensibile in divenire. Infatti,
non solo nella concezione platonica della losoa, quale delinea-
ta chiaramente nei libri VI e VII della Repubblica, la losoa natu-
rale non trova alcuno spazio, ma, laddove Platone impegna la sua
riessione sul problema della natura mi riferisco ovviamente in
primo luogo al Timeo , egli privilegia il modello di spiegazione
matematica del mondo naturale che inaccettabile per Aristotele,
come preciser commentando Phys. II 2. Per Aristotele, infatti, le
scienze teoretiche sono tre e sono ben distinte luna dallaltra, co-
me ci fa vedere in Metaph. E 1, 1025b30-1026a16. Esse sono la si-
ca, la matematica e la losoa prima. Ciascuna di queste tre scienze
ha oggetti di indagine differenti e principi propri. Se infatti Aristo-
tele accetta e fa sua la posizione platonica secondo cui loggetto
della scienza deve essere eterno e sempre identico a se stesso, tutta-
via cerca di conciliare questa posizione con una irrimediabile frat-
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 29
23
Cf. Ch. Kahn (1991).
24
Sui signicati metasico, sico e antropologico di qtoi in Platone riman-
do a F. Romano (2004a), pp. 97-106.
tura che egli opera nel sapere, dal momento che allunica scienza
universale che Platone fa coincidere con la dialettica delle idee egli
sostituisce una pluralit di scienze tutte autonome fra loro.
Senza addentrarmi nel merito della losoa platonica, ritengo
sufciente citare il Filebo e il Timeo platonici a conferma di due
prospettive operanti in Platone e che sono comunemente note,
cio la negazione della possibilit della scienza del divenire da una
parte e, dallaltra parte, la connotazione matematica che Platone
attribuisce alla dottrina pluralista della mescolanza e separazione
allinterno delle sue dottrine siche.
25
In Filebo 59a-c Socrate e Protarco convengono fra loro che
lindagine sulla natura, cio sugli enti che nascono, patiscono e agi-
scono, cos come le indagini che si occupano di oggetti articiali,
pu avvalersi solo di opinioni, perch di tali enti non si pu avere
conoscenza stabile, in quanto essi non hanno stabilit, per cui non
pu esistere scienza di ci che diviene. La scienza, quindi, o cono-
scenza della verit, non pu essere altro che conoscenza di ci che
stabile ed eterno: in altre parole, non pu esserci altra conoscen-
za stabile se non delle idee. Queste, aggiunge Socrate, sono assolu-
tamente prive di mescolanza e rispetto ad esse le altre cose sono se-
condarie e inferiori. Ci signica, quindi, che per Platone ogni
scienza della natura, pur intesa nel modo in cui la intendevano i
pluralisti che tenevano conto della difcolt eleatica, cio intesa
come scienza della mescolanza ed una scienza naturale di que-
sto tipo che Platone stesso cerca di istituire nel Timeo impossi-
bile. Lindagine sulla natura altro non , allora, che oggetto di
opinione congiunta alla sensazione irrazionale, come Platone af-
ferma in Timeo 28a. Del resto, occorre non dimenticare che il di-
scorso sulla creazione del mondo della natura presentato da Ti-
meo come un racconto verosimile
26
e che su questo argomento non
c da cercare oltre il racconto mitico e la verosimiglianza, dal mo-
mento che, come ci ha insegnato il Filebo, dellente in divenire
possibile opinione e non scienza. Il limite stabilito da Platone nel
30 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
25
Sul genere misto nel Filebo si cf. lo studio pi approfondito di N.I. Bous-
soulas (1952) e per il Timeo si vd. L. Brisson (1974).
26
Cf. Platone, Timeo 29d2.
Timeo, secondo cui alla sica luomo si pu avvicinare solo con un
racconto verosimile, poich di essa non c scienza, la traduzione
dellimpossibilit stessa della sica in Platone.
27
La teoria aristotelica della natura si presenta allora come un ti-
tanico sforzo di recuperare la nozione di qtoi come vera realt e
la possibilit di una scienza della natura e, oltre a questo, si presen-
ta anche come una difesa dellautonomia della losoa naturale
contro la posizione platonica costituita, da un lato, dalla forte ma-
tematizzazione del discorso sulla natura e, dallaltro lato, dalla pre-
senza di forme trascendenti o idee. Ad esempio, nel Timeo Platone
sostituisce in funzione genetica le propriet siche degli elementi
(caldo, freddo, umido e secco) con strutture matematiche, a cui
poi aggiunge lintelligenza demiurgica, che opera sempre sulla base
di modelli matematici eterni. Se quindi Aristotele pu seguire Pla-
tone quando questi considera visibile la realt divina nella geome-
tria perfetta dei movimenti degli astri, tuttavia non lo segue pi
quando, mettendo ancora una volta in relazione matematica e si-
ca, e anzi subordinando questa seconda alla prima, Platone rintrac-
cia le forme intelligibili nel mondo naturale identicandole con le
forme matematiche, cio con i quattro dei cinque solidi regolari
della geometria. Per Aristotele, invece, gli oggetti matematici altro
non sono che astrazioni dal sensibile, che non esistono di per s,
mentre il mondo reale fatto, al contrario, di sostanze, cio di cor-
pi in movimento, di organismi viventi che crescono e si riproduco-
no. Non pi, come nel Platone del Fedro, del Timeo e delle Leggi,
lanima semovente lunico principio del movimento e quindi della
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 31
27
La conseguenza di questa posizione platonica sfocia, come noto, in una -
sica dellanima in cui lanima afferma il suo primato sulla qtoi nel libro X delle
Leggi. Cf. W. Wieland (1993), pp. 305 ss. Occorre precisare tuttavia che questa in-
terpretazione di Platone e del Timeo in particolare basata su una lettura aristoteli-
ca di Platone stesso, perch lo scopo di queste pagine quello di comprendere quali
motivi teorici siano operanti, appunto, in Aristotele nel momento in cui egli si accin-
ge a fondare una sua scienza sica. G. Casertano (2002), ad esempio, mostra, anche
attraverso una lettura del Timeo (oltre che del Fedone), come in Platone non ci sia
affatto disinteresse per la scienza della natura e come, al contrario, proprio grazie
allintersezione del mondo umano con quello cosmico e allomogeneit e afnit
fra il dio e luomo, si stabilisca una prospettiva che tiene saldamente uniti il piano
dellanalisi scientica e quello della valutazione etica, ossia la conoscenza e lazione.
vita, ma questo principio la qtoi, concepita appunto come prin-
cipio di movimento e di quiete degli enti in cui essa sussiste prima-
riamente e in modo non accidentale.
La natura in Aristotele, tuttavia, come si scopre gi dai richiami
che su di essa si trovano in Phys. I e come si comprende pi chiara-
mente da Phys. II 1, non cosa completamente diversa dai principi
del divenire di cui Aristotele ci parla nel I libro della Fisica,
28
in
quanto essa identicata da una parte con il sostrato e dallaltra
parte con la forma concepita come forma specica, ed anzi la qt-
oi pi propriamente forma specica che sostrato. Questo con-
sente ad Aristotele di fornire, insieme con la natura, il principio
della sua visione teleologica, cio di un movimento degli enti che
sempre diretto verso un ne determinato. Ci dipende dal fatto
che fra i tre principi fondanti il divenire degli enti naturali (sogget-
to, privazione e forma) ci che prevale la forma specica, lcioo.
Essa, infatti, presente nel soggetto-sostrato, perch questo divie-
ne in quanto accidentalmente privo di una forma specica a cui
tende, ma, come Aristotele ci dice, anche la privazione in qualche
modo forma specica, perch mancanza appunto di una forma
determinata, costituendo quindi la tensione stessa del soggetto-so-
strato verso quella forma specica. Questa dialettica di privazione
e forma specica nel soggetto-sostrato la garanzia dellordine te-
leologico della natura, la quale costituisce quindi il percorso verso
lacquisizione della forma specica. Aristotele, in questo modo,
non ha bisogno, per assicurarsi il nalismo del suo mondo natura-
le, di ricorrere, come aveva fatto Platone, a un intelletto demiurgi-
co o a modelli trascendenti: il nalismo aristotelico si situa allin-
terno stesso della natura, nella forma specica che causa nale di
ogni crescita e di ogni generazione.
32 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
28
Sono evidentemente in disaccordo con quanto scrive W. Wieland (1993),
p. 303. Il noto studioso afferma che il lessico di Aristotele non rigido (cosa su cui
mi trovo gi in disaccordo: come pu non essere rigido il lessico di chi, come Ari-
stotele, articola in modo molto rigido le sue argomentazioni losoche?!) e che
oqq di li. 192b14 detto della natura signica la stessa cosa di oifio, ma soprattut-
to sostiene che questo oqq non pu essere scambiato con loqq sul quale ci si
interroga nel primo libro della Fisica. Con questa affermazione Wieland sottoli-
nea la differenza fra i principi del divenire di Phys. I e la natura di Phys. II metten-
done in ombra invece la somiglianza.
Ma la scienza della qtoi, ed questo un tratto veramente im-
portante e innovativo rispetto a Platone, costituisce una scienza au-
tonoma, che va trattata sistematicamente e coerentemente: la Fisica
aristotelica , infatti, a differenza del Timeo platonico, un trattato
sistematico, con la caratteristica peraltro di non esaurirsi in un trat-
tato solo, ma di rimandare a tutta una serie di trattati pi particola-
ri, che affrontano aspetti specici del mondo della qtoi.
A questo punto risulta evidente che lo scopo di questo mio di-
scorso non quello di fornire un quadro complessivo ed esauriente
dei signicati che la qtoi assume nei loso presocratici e in Pla-
tone, ma semplicemente quello di puntualizzare alcuni aspetti par-
ticolari della loro indagine sulla natura, cos come vista da Aristo-
tele, al ne di comprendere meglio quale sia nella dottrina sica
aristotelica il ruolo determinante della nozione di qtoi, la cui de-
nizione e i cui vari aspetti Aristotele discute in Phys. II. Ma prima
di affrontare il discorso sulla qtoi del II libro della Fisica mi sem-
bra opportuno dare uno sguardo ancora al libro I, limitatamente a
dei passaggi in cui, a mio modo di vedere, Aristotele ci fornisce
delle indicazioni preziose sulla qtoi, senza le quali la lettura di
Phys. II potrebbe risultare incomprensibile o parziale.
1.2. La physis in Fisica I
Allinizio di Fisica I Aristotele, fatta la premessa che la cono-
scenza scientica di ogni cosa si basa sul riconoscimento dei suoi
principi, cause ed elementi, annuncia di volere affrontare in questa
direzione il problema, nel senso che possiamo ritenere veramente
di conoscere scienticamente qualcosa quando siamo riusciti ad in-
dividuarne le cause prime e i principi primi e a specicarne gli ele-
menti ultimi. Questo tipo di metodologia, che parte da ci che
pi noto per noi (ovvero dalle cose considerate nella loro globalit,
cio nella indistinta mescolanza dei componenti) e conduce a ci
che pi noto per s, cio appunto alle cause e ai principi primi,
riette il procedimento di ogni tipo di ricerca scientica, e quindi
anche del procedimento della scienza della natura. Per questo mo-
tivo il discorso preliminare della Fisica non riguarda immediata-
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 33
mente la natura, perch il primo passo della ricerca di Aristotele in
questo campo riguarda appunto la ricerca dei principi.
Nel cap. 2 di questo stesso I libro, quindi, Aristotele imposta
tutte le possibilit di indagine sui principi rifacendosi alle dottrine
dei loso che lo hanno preceduto, stabilendo che i principi sono
uno o molti: nel caso in cui il principio sia uno, potr essere in mo-
vimento, come affermavano i siologi ionici, o immobile, come af-
fermavano gli Eleati, Melisso e Parmenide; nel caso, invece, in cui i
principi siano molti, essi potranno essere o di numero innito, co-
me affermavano gli Atomisti ed Anassagora, o di numero nito.
29
La confutazione di Aristotele proceder per eliminazione: esclu-
dendo di volta in volta la possibilit che dallanalisi risulter inac-
cettabile, si giunger, alla ne, allunica conclusione possibile se-
condo Aristotele, quella cio secondo cui i principi sono molti e di
numero nito. Una volta dato questo schema generale, lo Stagirita
precisa che lindagine dei loso che lo hanno preceduto non pu
essere considerata eo ipso indagine sui principi degli enti naturali,
ma ritiene che ci siano delle ragioni per cui, comunque, la riessio-
ne di questi pensatori debba rientrare nellanalisi di chi conduce
una ricerca sui principi. A proposito degli Eleati che sono il prin-
cipale bersaglio di questo I libro , Aristotele ritiene, ad esempio,
che le loro dottrine non siano di ordine sico, e tuttavia essi hanno
formulato delle difcolt che si impongono allo studioso della na-
tura, per cui Aristotele, sebbene di fronte agli Eleati si trovi nella
medesima posizione in cui si trova il geometra nei confronti di chi
neghi i principi della sua scienza, quella cio di non potere pi di-
scutere di essa, tuttavia, se vuole fondare una scienza della natura,
ugualmente costretto ad affrontare le difcolt sollevate dagli Elea-
ti. Il motivo per cui gli Eleati negherebbero al sico i principi della
sua scienza eliminando, ancor prima di iniziare a discutere, la pos-
sibilit stessa di discutere, consiste non solo nel fatto che essi affer-
mano lunicit del principio, che, in quanto uno, fallisce la sua stes-
sa funzione di principio, nella misura in cui il principio deve essere
per se stesso principio di qualcosa e quindi lessere almeno due e
non uno, ma anche per il fatto che essi considerano la realt sica
34 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
29
Phys. I 1, 184b15 ss. Cf. G.R. Giardina (2002), pp. 46 ss.
come immobile, mentre, come precisa Aristotele ritornando spes-
so su questo assunto fondamentale nel corso della sua critica agli
Eleati, gli enti naturali non possono non essere in movimento: Ma
noi dobbiamo partire dalla premessa di fatto (qiv o tocio0m)
dice Aristotele che gli enti naturali (fo qtoci), o tutti o <alme-
no> alcuni (q ovfo q cvio), sono in movimento (ivotcvo civoi):
e ci chiaro per induzione (oqov o c fq comq ).
30
Fin qui, possiamo dire, Aristotele esprime delle considerazioni
generali sulla qtoi e sugli enti naturali, fo qtoci, impostando il
discorso sui principi del divenire come un discorso preliminare a
quello sulla natura e fondativo della scienza della natura. Ma allin-
terno del discorso sui principi si trovano delle considerazioni sulla
qtoi che mi sembra necessario presentare e discutere, perch sen-
za di esse rischiano di rimanere incomprese o male interpretate al-
tre considerazioni che si leggono nel libro II.
Nel cap. 4 del libro I Aristotele riuta la posizione dellinnit
dei principi, discutendo le diverse teorie dellorigine della moltepli-
cit. Egli infatti sostiene che la molteplicit degli enti deriva, secon-
do alcuni naturalisti, da un unico corpo soggiacente (c v oiq oovfc
fo [ov] omo fo tocicvov 187a13) per un processo di contra-
riet (rarefazione e condensazione nel caso dei Milesii e Grande e
Piccolo nel caso di Platone), mentre secondo altri gi immanente
nella stessa unit, per cui unit e molteplicit coesisterebbero allo-
rigine e quindi la molteplicit nascerebbe dallunit per una diffe-
renziazione successiva allorigine, ovvero nel processo di genera-
zione. A questultimo proposito Aristotele accenna ad Empedocle
e Anassagora, ma si sofferma soprattutto su questultimo. Dice in-
fatti che Anassagora considera lunit originaria come ununit
molteplice e quindi fa nascere la natura di ogni cosa dalla prevalen-
za in questa molteplicit, di volta in volta, di uno degli elementi o
qualit: ci che ciascuna cosa contiene in maggior misura, questo
si ritiene essere la natura della cosa (ofot oc ciofov coofov
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 35
30
Phys. I 2, 185a12-14; cf. W. Wieland (1993), pp. 123-126. Sul ruolo dellin-
duzione nella ricerca scientica in Aristotele si vd. oltre al Wieland, J.M. Le Blond
(1939), ad loc.; K. von Fritz (1971); D.W. Hamlyn (1976) (trad. it. 1993); L. Cou-
loubaritsis (1978-1979); Id. (1980); Id. (1986); Id. (1997), pp. 80 ss.; T. Engberg-
Pedersen (1979).
cci, fotfo oociv civoi fqv qtoiv fot qoofo).
31
Mi sembra
signicativo questo esame soprattutto di Anassagora, perch Ari-
stotele adopera il termine qtoi per indicare questa prevalenza di
un elemento nella molteplicit degli elementi, che un signicato
particolare che Aristotele attribuisce alla teoria di Anassagora. Cio-
nonostante, Aristotele sta comunque criticando una dottrina dei
principi sia che nascano dalluno, cio dal sostrato originario, sia
che siano compresenti e immanenti nellunit del tutto.
Una volta esclusa la possibilit sia dellunicit del principio gra-
zie alla confutazione della tesi eleatica sia della pluralit innita dei
principi grazie alla confutazione di Anassagora soprattutto, non re-
sta che la possibilit che i principi siano molti ma non di numero in-
nito, che appunto la tesi di Aristotele. Occorre tuttavia determi-
nare, a questo punto, il numero esatto di tali principi e individuare
quali essi siano. Nel cap. 5 Aristotele comincia a esaminare, anzitut-
to, e sempre sulla base delle dottrine dei loso che lo hanno prece-
duto, lipotesi secondo cui principi sono i contrari (188a19).
32
I
contrari in senso primario soddisfano le caratteristiche di principi,
perch in quanto in senso primario non derivano da nientaltro e in
quanto contrari non derivano luno dallaltro. Ogni ente naturale,
dunque, nasce e perisce a partire da contrari o da intermedi fra
questi:
33
sicch tutti gli enti che si generano per natura sarebbero o
dei contrari o <cose che derivano> da contrari (mofc ovf ov ciq
fo qt oci ivo cvo q c vovfi o q c c vovfi mv 188b25-26).
A questo punto della sua argomentazione Aristotele, per con-
futare i predecessori,
34
imposta un discorso sui contrari che merita
di essere approfondito, perch, come si vedr in seguito, non basta
36 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
31
Phys. I 4, 187b6-7.
32
Il consensus omnium , per Aristotele, quasi una costrizione che la verit
esercita su chi lha ricercata: la verit, con la sua forte evidenza, impone se stessa a
tutti o a molti, per cui unopinione universalmente accettata e professata in qual-
che modo garanzia di correttezza; cf. W. Wieland (1993), pp. 126-132.
33
Un colore, ad esempio, pu derivare dai colori contrari primari, cio dal
bianco o dal nero, ma anche da un colore intermedio fra questi. Non pu invece de-
rivare da una cosa del tutto diversa, perch nessuna cosa diviene da qualunque cosa
a caso, ma il divenire avviene sempre fra contrari o intermedi (Phys. I 5, 188a30 ss.).
34
Su queste analisi aristoteliche delle dottrine dei predecessori cf. E. Berti
(1985b).
dire secondo Aristotele che i principi sono i contrari, in quanto
in questo modo i principi sarebbero due e non di pi, mentre nel
cap. 4 ha gi inserito nel discorso un terzo elemento o principio
che si identica con il sostrato.
35
Ed appunto questo terzo princi-
pio, cio il sostrato, che Aristotele affronta nel cap. 6, dove ribadi-
sce che, se i principi non possono essere n uno n inniti, dovran-
no essere due o tre o pi di tre. Una volta dimostrato che i principi
non sono n uno n inniti, bens molti ma di numero nito, ci so-
no delle ragioni, dice Aristotele, che inducono a stabilire che sono
pi di due, poich se cos non fosse sorgerebbero delle difcolt.
Aristotele ritiene, quindi, implicitamente che la soluzione che i
principi siano due contrari non sufciente. La prima difcolt
questa: nessun contrario agisce sullaltro, ma semmai entrambi agi-
scono su un terzo termine. qui che Aristotele accenna alla visio-
ne di alcuni che considerano i principi pi di due (cvioi oc oi
cim oovotoiv), e precisamente considerano principi tutti que-
gli elementi a partire dai quali essi costruiscono la natura degli enti
(ofooctootoi fqv fmv ovfmv qtoiv 189a26-27). Con questo
accenno alla natura degli enti sembrerebbe che Aristotele sposti un
po il discorso dal numero dei principi (i due contrari) verso lesi-
genza di trovare un terzo principio senza il quale la dialettica dei
due contrari non troverebbe supporto e questo prepara, dunque,
ci che Aristotele dir in seguito, e cio che oltre ai due contrari
necessario un terzo principio su cui si eserciti lazione dei due con-
trari, cio privazione e forma. Ci che qui chiamato la natura de-
gli enti diventer, allora, il terzo principio, cio appunto il sostrato.
Infatti Aristotele aggiunge a questa prima una seconda difcolt: se
non si suppone una natura diversa rispetto ai contrari ci si trova di
fronte ad un problema, poich i contrari non sono sostanza di nul-
la: Inoltre, se non si porr sotto i contrari una natura altra da essi
(ci q fi cfcqov to0qoci foi cvovfioi qtoiv), si andr incontro
a questa difcolt, perch vedremo che i contrari non sono sostan-
za di nessuno degli enti, daltra parte occorre che il principio non
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 37
35
In realt Aristotele aveva parlato di un unico corpo sostrato originario dal-
la cui trasformazione (condensazione rarefazione), con riferimento soprattutto ai
siologi monisti, in senso contrario nascerebbero le cose naturali.
sia detto di alcun soggetto (ot0cvo oq oqmcv fmv ovfmv otoiov
fovovfio, fqv o oqqv ot o0 tocicvot oci cco0oi fivo),
perch <in tal caso> ci sar un principio del principio, infatti il sog-
getto principio e sembra essere anteriore al suo predicato (cofoi
oq oqq fq oqq fo oq tocicvov oqq, oi qofcqov ooci
fot ofqoqotcvot civoi). E ancora, non diciamo che una sostan-
za contraria a una sostanza: come dunque una sostanza potrebbe
derivare da non sostanze? o come una non sostanza potrebbe es-
sere prima di una sostanza? (cfi ot civoi qocv otoiov cvovfiov
otoio m otv c q otoimv otoio ov ciq q m ov qofcqov q
otoio otoio ciq).
36
In questo passaggio Aristotele vuole dire
semplicemente che il sostrato di per s un principio e quindi non
si pu predicare di se stesso come principio: il sostrato allora
principio alla stessa stregua dei contrari, cio in senso primario.
In questo passaggio si delinea altres, a mio avviso in modo pi
chiaro, una maniera di argomentare in cui si trovano come equiva-
lenti fra loro i termini qtoi, tocicvov e otoio. Mentre i prede-
cessori hanno ritenuto che la qtoi fosse un insieme di pi princi-
pi, Aristotele sembra piuttosto considerare la qtoi come uno solo
dei tre principi del divenire, e cio il soggetto o sostrato. Daltra
parte, la sostanza (otoio) degli enti naturali intesa come qtoi
coincide con il sostrato. La sostanza, infatti, non potrebbe essere
uno dei principi contrari, perch non c contrario della sostanza,
ed questo il senso dellespressione come dunque una sostanza
potrebbe derivare da non sostanze? o come una non sostanza po-
trebbe essere prima di una sostanza?. La sostanza, come ci inse-
gna Aristotele nelle Categorie, non ammette contrario.
37
Scrive in-
fatti lo Stagirita in Cat. 5, 3b24-27: Appartiene alle sostanze anche
il fatto che di esse non c alcun contrario. Infatti, quale potrebbe
essere il contrario della sostanza prima? Non c nessun contrario,
ad esempio, di un uomo determinato e neppure c alcun contrario
delluomo o dellanimale. Sempre partendo dalle Categorie, inol-
38 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
36
Phys. I 6, 189a28-33.
37
Cat. 6, 6a17-18: i contrari sono le determinazioni massimamente distanti
entro uno stesso genere, cf. anche De interpr. cap. 14. Sui contrari cf. J.P. Anton
(1957); J. Bogen (1992).
tre, vediamo che Aristotele del tutto coerente con quanto sta di-
cendo nella Fisica: la sostanza, pur non avendo nessun contrario,
tuttavia accoglie i contrari. In Cat. 5, 4a10 ss., infatti, Aristotele scri-
ve: Ma sembra essere massimamente propriet della sostanza esser
capace di accogliere i contrari pur essendo qualcosa di identico e di
numericamente uno. Della sostanza, di cui non esiste il contrario,
esiste invece il contraddittorio: i contraddittori si hanno, come
noto, quando ad una affermazione si oppone una negazione o vice-
versa.
38
Sia i contrari che i contraddittori rientrano nei quattro modi
dellopposizione, elencati da Aristotele in Cat. 9-10, 11b17-23, e
che sono appunto la contrapposizione dei termini relativi, dei con-
trari, del possesso-privazione, dellaffermazione-negazione.
39
La soluzione della seconda difcolt, per riprendere il discorso
della Fisica, quella di supporre un terzo principio come afferma-
no coloro che dicono che il tutto una certa natura unica (mocq
qooiv oi iov fivo qtoiv civoi covfc fo ov), ad esempio lac-
qua o il fuoco o ci che intermedio fra questi.
40
Lintermedio,
aggiunge Aristotele, sembra preferibile, perch lacqua o il fuoco
sono coinvolti nella contrariet, perci, anche, coloro che pongo-
no il sostrato come <principio> diverso da questi <contrari> non lo
fanno senza ragione (oio oi ot o o m oiotoiv oi fo t oci cvov
cfcqov fotfmv oiotvfc).
41
Come si vede, c una certa insistenza
in Aristotele nel considerare qtoi il sostrato, fo tocicvov, e
nel continuare a prendere in considerazione tutti i predecessori
che hanno congurato questa natura unica servendosi dei contrari,
anche se poi hanno posto contrari di volta in volta diversi. Inoltre,
stabilito che i principi sono quindi tre e non pi di tre, alla ne di
Phys. I 6 Aristotele insiste sullidenticazione qtoi=tocicvov
nel senso che, se i contrari fossero quattro e non due, egli ci dice,
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 39
38
De interpr. 6, 17a31-34: Di conseguenza evidente che ad ogni afferma-
zione opposta una negazione, e ad ogni negazione unaffermazione (mofc oqov
ofi ooq ofoqooci cofiv ooqooi ovficicvq oi ooq ooqooci ofoqooi).
E la contraddizione (ovfiqooi) sia intesa in questo senso, ossia laffermazione e la
negazione come opposte (ofoqooi oi ooqooi oi ovficicvoi).
39
Cf. anche Metaph. A 10, 1018a20 ss.
40
Phys. I 6, 189b2.
41
Phys. I 6, 189b5-6.
allora le contrariet sarebbero due e occorrerebbe una natura de-
terminata intermedia fra ciascuna di queste contrariet e differente
per ciascuna contrariet (ocqoci mqi cofcqo toqciv cfcqov
fivo cfot qt oiv):
42
in altri termini, ciascuna delle due contrariet
avrebbe una natura soggiacente qtoi=tocicvov altra da essi.
Passando al settimo capitolo di questo I libro si vede come Ari-
stotele imposti il problema del divenire in generale, e cio come un
divenire da una cosa allaltra o dal diverso al diverso (ivco0oi c
oot oo oi c cfcqot cfcqov),
43
sia per quanto riguarda le cose
semplici che per quanto riguarda quelle composte. Ad esempio, di-
ce Aristotele, noi possiamo usare tre proposizioni diverse: a) un uo-
mo diviene musico; b) un non musico diviene musico; c) luo-
mo non musico diviene uomo musico, dove chiaro che Aristo-
tele intende come semplice sia il diveniente (fo ivocvov) sia il
divenuto (o ivcfoi) delle prime due proposizioni (nel primo caso
si tratta dellente e nel secondo caso di una sua propriet), e inten-
de come composto sia il diveniente sia il divenuto della terza pro-
posizione.
44
Scopriamo subito, per, che solo la terza proposizione,
che ha i due termini composti, quella che indica la realt in dive-
nire nella sua concretezza e getta luce anche sulle altre due proposi-
zioni, semplici e non concrete,
45
mostrando come ci sia sempre nel
divenire qualcosa che permane e una qualche propriet che muta.
Il soggetto-sostrato (fo tocicvov), infatti, permane sempre, an-
che nelle proposizioni semplici in cui, linguisticamente, sembre-
rebbe scomparire. In tutti e tre questi modi di dire il divenire oc-
corre assumere dice Aristotele che necessario che ci che di-
viene sia sempre qualcosa che soggiace (oci fi oci tocio0oi), e
che questo, anche se uno per numero, tuttavia non sia uno per
forma, infatti intendo per forma la stessa cosa che per denizio-
40 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
42
Phys. I 6, 189b19-21.
43
Phys. I 6, 189b32-33.
44
Le espressioni terminus a quo e terminus ad quem sono di W. Wieland
(1993), p. 142 nota 68 e pp. 155 ss., che ne mette in luce anche luso scambievole
che ne fa Aristotele. Si vd. anche G.R. Giardina (2002), pp. 95 ss.
45
Anche dire luomo diviene musico o il non musico diviene musico, propo-
sizioni che sono corrette sul piano logico, signica concretamente dire luomo non
musico diviene uomo musico.
ne.
46
Effettivamente, se assumiamo come esempio lespressione
luomo non musico diviene uomo musico, troviamo che il sog-
getto-sostrato, pur essendo uno numericamente, dal punto di vista
formale doppio, perch esprime sia lente uomo che la sua pro-
priet di non musico,
47
il primo che permane e laltra, cio il non
musico, che non permane, perch il non musico diviene musico
mutandosi nella propriet contraria.
48
Precisando ancora di pi i caratteri di questo terzo principio
che il sostrato, Aristotele dice che tutte le cose che divengono, di-
vengono a partire da sostrati, per cui risulta chiaro che il diveniente
sempre un composto, e precisamente composto da ci che il di-
veniente diviene, cio dalla propriet che assume divenendo, nella
fattispecie il musico dal non musico, e dallaltra parte dal sostrato
che assume la nuova propriet dopo il divenire. Il sostrato ha un du-
plice aspetto, perch da un lato identico prima e dopo il divenire
e dallaltro lato diverso perch ha una propriet che mutata do-
po il divenire. Scrive Aristotele: tutto ci che diviene sempre un
composto, e c da una parte qualcosa che diviene (fi ivocvov)
e, dallaltra parte, c qualcosa che ci che questa cosa diviene (fi
o fotfo ivcfoi), e questo <qualcosa che diviene> duplice, in-
fatti o il <semplice> sostrato o lopposto [scil. la propriet oppo-
sta a quella che assume divenendo].
49
Appare chiaro che Aristote-
le qui intende dire che ci che diviene composto, perch sem-
pre un composto di sostrato e di privazione della qualit che assu-
mer, per cui nellespressione citata fi ivocvov il soggetto-so-
strato e fi o fotfo ivcfoi indica la privazione, che la mancanza
della forma specica che lente acquista al termine del processo del
divenire, cio la privazione della qualit di musico che diviene pos-
sesso della qualit positiva di musico. Tale interpretazione corro-
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 41
46
Phys. I 7, 190a14-17.
47
Ovviamente non musico la privazione, ofcqqoi, che per Aristotele
essa stessa, in qualche modo, una forma specica, cioo (cf. Phys. II 1, 193b19-20),
e non pura indeterminazione, come chiarir pi avanti.
48
Questo passaggio estremamente utile per comprendere, nel secondo li-
bro della Fisica, quanto Aristotele dice a proposito dellespressione ofo fov oov
in Phys. II 1, 193a27 ss.
49
Phys. I 7, 190b11-13.
borata dal fatto che subito dopo Aristotele spiega cosa intende per
opposto (fo o vficicvov), e cio intende la qualit di cui il sogget-
to manca e che assumer divenendo, nella fattispecie la propriet di
non musico, che opposta alla qualit di musico che il soggetto as-
sumer. Per indicare questa propriet opposta Aristotele adopera
non pi, come prima, la negazione della stessa propriet, cio non
musico (q otoiov), ma adopera invece lo stesso termine che in-
dica la propriet positiva con lo privativo, poich dice ootoov.
Unaltra ragione che conforta questa mia interpretazione il fatto
che Aristotele, in seguito, dice pi volte e in maniera diversa che
per un verso i principi sono due e per un altro verso sono tre, inten-
dendo dire che sono due quando si considera il sostrato e la forma,
mentre sono tre quando si intende che la forma viene assunta anche
nel suo aspetto privativo. Ciascun ente naturale, infatti, e diviene
grazie a principi sulla base dei quali non sussiste accidentalit, ma
ciascuna cosa detta secondo la sua sostanza per il fatto che tutto
ci che diviene ha come principi del divenire il sostrato e la for-
ma.
50
Questa forma, tuttavia, indicata come oqqq, da una parte
forma specica, cioo, e dallaltra parte privazione, ofcqqoi.
51
In-
fatti, luomo musico composto da uomo e da musico, tuttavia, al-
lo stesso tempo, ci che soggiace uno numericamente, ma due
per forma, perch da una parte c luomo e dallaltra parte la pri-
vazione.
52
Invece la forma specica una, per cui per un verso i
principi sono due (sostrato e forma) e per un altro verso sono tre
(sostrato, privazione e forma). Altre volte Aristotele, per indicare i
due principi a cui si aggiunge il terzo, indica i due contrari (priva-
zione e forma), a cui si aggiunge il sostrato.
53
A questo punto riafora lidenticazione qtoi=tocicvov.
Una volta che ci ha detto quanti e quali siano i principi, Aristotele
42 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
50
Cf. Phys. I 7, 190b17-20.
51
Sono daccordo con Couloubaritsis nel ritenere che linterpretazione tradi-
zionale che unica oqqq ed cioo sotto la designazione di forma sia errata e in-
sufciente, cf. L. Couloubaritsis (1997), p. 243 ss. Si vd. anche Simplicio, In Phys.
276,24 ss.; e Filopono, In Phys. 215,8 ss. Nelle pagine che seguono mostrer la di-
stinzione che occorre fare fra queste due nozioni.
52
Cf. Phys. I 7, 190b20-27.
53
Cf. Phys. I 7, 190b29-191a3.
continua: la natura soggiacente conoscibile per analogia (q oc
tocicvq qtoi ciofqfq of ovooiov 191a7-8). Dire che la
natura soggiacente pu essere conosciuta scienticamente per analo-
gia signica che essa pu essere identicata soltanto in rapporto alla
sostanza di una cosa determinata, che costituita dal sostrato stesso
pi una certa forma specica. Lanalogia ha in Aristotele a livello lo-
gico-dialettico la medesima funzione che essa ha in matematica:
54
si
tratta di un tipo di proporzionalit ben preciso, perch stabilisce
uguaglianza di rapporto fra coppie di termini.
55
Ci signica che, se
ci nota la relazione della coppia di termini che costituisce il primo
rapporto, possiamo identicare, mediante la conoscenza della rela-
zione che lega i termini, il termine del secondo rapporto che non ci
noto.
56
Lesempio che fa Aristotele per spiegare lanalogia relativa
alla natura soggiacente questo: come il bronzo sta alla statua, come
il legno sta al letto e come la materia, ovvero ci che amorfo prima
di assumere la forma,
57
sta al correlativo che ha forma cio, in bre-
ve, come la materia informe sta alla materia gi formata , cos sta
la natura soggiacente alla sostanza intesa come ente determinato.
58
Gli esempi sono tratti dal mondo delle tecniche (come il bronzo
per la statua e il legno per il letto), cosa che anticipa il rapporto ana-
logico fcvq-qtoi che nel II libro della Fisica servir a farci cono-
scere la qt oi nei suoi vari aspetti. Il rapporto del bronzo con la sta-
tua e del legno con il letto, cos come quello della materia informe
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 43
54
Sulla analogia matematica e sulla sua utilizzazione in ambito losoco da
parte di Platone e Aristotele si vd. Th. Heath (1921); A. Szab (2000); P. Auben-
que (1962), pp. 202 ss. Per quanto concerne, in generale, lanalogia quale modello
ermeneutico nellantichit si vd. G.R. Lloyd (1962, trad. it 1992).
55
Cf. Phys. IV 8, 215b29; EN V 6, 1131a31 ss. e V 7, 1131b12. Non un ca-
so che i Neopitagorici e i Neoplatonici distinguessero anche con termini differenti
lovooio, con cui intendevano soltanto la proporzione geometrica (cio
A:B=C:D), dalle altre proporzioni, che essi chiamavano pi propriamente me-
diet, coofqfc. Cf. G.R. Giardina (1997), pp. 46 ss. e Ead., (1999), pp. 84-87.
56
Nella proporzione A:B=C:X, X lincognita che possibile trovare ponen-
do X=BxC/A.
57
Sul carattere analogico della dimostrazione di materia cf. J. Owens (1969).
58
Phys. I 7, 191a8-12. Lanalogia ha questo schema: fo ooqqov : fi fmv
cmvfmv oqqqv (tq+cioo) = q tocicvq qtoi : fo fooc fi oi fo ov (otoio). A
mio parere, infatti, il correlativo della natura soggiacente (tocic vq qtoi) non
la pura forma, cioo, ma la sostanza.
con loggetto formato, perfettamente conoscibile da parte nostra,
perch qui si tratta di quel processo della conoscenza che, secondo
Aristotele, si muove da ci che pi noto per noi a ci che pi no-
to per s: il rapporto fra la materia informe e loggetto formato, co-
me nel caso del bronzo e della statua o del legno e del letto, ci fa
comprendere che qui la natura soggiacente, pur non essendo materia
sica, ha tuttavia la funzione di quella. Come ho gi scritto nel mio
precedente libro sulla Fisica di Aristotele,
59
e come M. Vegetti ha
sottolineato nella Presentazione di quel volume, il concetto di tq
che entra in gioco in questo passo, come peraltro in altri luoghi della
Fisica, serve ad Aristotele per spiegare concretamente una delle con-
dizioni del divenire dellente naturale e quindi non coincide perfetta-
mente con il concetto di t q come principio elementare della sostan-
za insieme alla oqqq , se non nel senso di un signicato posizionale-
funzionale, cio come una applicazione di un concetto metasico ge-
nerale nella soluzione di un problema specico che riguarda la natu-
ra sica, ovvero il divenire dei concreti enti naturali. Infatti Aristote-
le, oltre a t q, usa anche il termine ot oi o, ma anche questo in senso
non prettamente metasico bens in senso posizionale-funzionale ri-
spetto ai problemi del divenire. Come dire che le nozioni di t q e di
ot oi o sono adoperati in questo contesto della Fisica aristotelica in un
senso pi attinente al contesto scientico specico. E Aristotele spie-
ga chiaramente perch le cose stanno nel modo che ha detto: questa
materia chiamata anche natura soggiacente s un principio (io
oqq) e per non lunico principio (ot otfm io otoo), n ente
nel senso di ente determinato. Esistono inoltre altri due principi,
che sono quello di cui si d la denizione (io oc q o oo), cio
la forma specica o cioo, e la privazione di questa. I principi, allo-
ra, sono sotto un certo aspetto due e sotto un altro aspetto pi di
due. Ma non ancora chiaro, si preoccupa di dire alla ne di que-
sto capitolo 7 Aristotele, se sia sostanza la forma specica oppure il
sostrato (ofcqov oc otoio fo cioo q fo tocicvov, otm oqov).
Come si vede, dunque, nella riessione aristotelica si prola un
innegabile legame tra ltocicvov che qui corrisponde allt-
ocicvq qtoi e la oqqq, nel senso sia positivo che privativo,
44 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
59
Vd. G.R. Giardina (2002), p. 108, nota 143.
ambedue convergenti nella costituzione di quella nozione che Ari-
stotele indicher come qtoi nel senso di otoio naturale.
In Phys. I 6, 189a27-34 avevamo visto che i contrari non sono
sostanza di nessun ente, e che tuttavia necessario che il principio
non sia detto di qualcosa che gli soggiace, perch se il principio fos-
se detto di un soggetto questultimo sarebbe principio del princi-
pio, in quanto il soggetto principio e deve essere anteriore rispet-
to a ci che ne predicato. Da qui risulta lecita la domanda che
Aristotele si pone alla ne di Phys. I 7, cio se debba considerarsi
sostanza il soggetto oppure la forma. Questa domanda imposta il
problema se ltocicvov sia otoio. Daltra parte, Aristotele spes-
so quando parla del soggetto ne parla come natura: potrebbe sem-
pre dire tocicvov e invece spesso ne parla come qtoi o come
tocicvq qtoi.
60
Vedremo come questa insistenza nel legare in-
sieme tocicvov e qtoi si riscontri anche nel seguito di Phys. I,
ma prima di esaminare questi altri passi sul rapporto tocicvov-
qtoi occorre soffermarsi sulla critica agli Eleati di Phys. I 8.
In questo capitolo, dopo avere ormai denito la propria dottri-
na dei principi, Aristotele ritorna sulla dottrina degli Eleati, per
confutarli sulla base di quanto ha acquisito. Gli Eleati, dice Aristo-
tele, affermano che nessuno degli enti nasce (ot fc i vco0oi) n pe-
risce (otfc q0ciqco0oi), perch, se nasce, necessario che nasca o
dallessere o dal non essere (q c ovfo q c q ovfo) ed impossi-
bile sia luna cosa che laltra. Infatti, lessere non nasce dallessere,
perch la conseguenza sarebbe che lessere gi (civoi oq qoq), e
non nasce dal non essere, perch il non essere non , e quindi nulla
pu nascere dal non essere, perch ci deve essere qualcosa che fun-
ga da sostrato (t oci o0oi oq fi oci v).
61
Conseguenza di questo ra-
gionamento che gli Eleati affermano che i molti non esistono e
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 45
60
Si vd. almeno i passaggi discussi sopra: I 4, 187b7; I 6, 189b1 ss. e 189b21
ss.; I 7, 191a7-14.
61
Phys. I 8, 191a 27-31. Questa confutazione riguarda Parmenide, B 8, soprat-
tutto li. 15-21 DK. Per la mia traduzione delle espressioni i vco0oi e fo ivo cvov
rispettivamente con nascere e ci che nasce cf. G.R. Giardina (2002), pp. 150-
151. In Metaph. K 6, 1062b24 ss., Aristotele si occupa ancora del problema del
non-essere in rapporto al divenire e rimanda alla trattazione dettagliata che egli fa
di questo problema proprio in questo ottavo capitolo del I libro della Fisica.
che esiste soltanto lessere in quanto tale. Per Aristotele questa la
conseguenza del fatto che gli antichi non avevano compreso che tra
i due contrari deve esistere un terzo principio che appunto il so-
strato, ltocicvov. Scrive testualmente Aristotele: Io dico che
lespressione divenire dallessere o dal non essere o lespressione
il non essere o lessere agiscono o subiscono qualcosa o divengono
qualsiasi cosa determinata in un certo senso non sono differenti
(c vo c v fqo ov ot 0c v oioqc qci), oppure lespressione che il medi-
co agisce o patisce qualcosa o lespressione essere o divenire
qualcosa a partire dal medico <non sono differenti>, sicch, poi-
ch c un duplice modo di dire questo [scil. il divenire], chiaro
che <signicano la stessa cosa> anche lespressione dallessere
(fo c ovfo) e lespressione lessere o agisce o patisce (fo ov q
oiciv q oociv).
62
Ci che qui Aristotele sta dicendo per prepa-
rare la confutazione degli Eleati non altro che un cogliere i frutti
dellinsegnamento di Phys. I 7. Qui, infatti, Aristotele aveva mostra-
to ampiamente che il divenire si pu dire sia con la formula qual-
cosa diviene qualcosaltro, come nellesempio delluomo non mu-
sico che diviene uomo musico, sia con la formula qualcosa diviene
da qualcosaltro, come nellesempio secondo cui dal bronzo divie-
ne una statua. Tornando al capitolo 8, il ragionamento di Aristotele
il seguente: il medico che costruisce, costruisce non in quanto me-
dico (ot q iofqo), ma in quanto costruttore (o q oioooo), e
diviene bianco non in quanto medico (ot q iofqo), ma in quan-
to nero (o q co), mentre esercita la medicina o diviene igno-
46 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
62
Phys. I 8, 191a34 ss. Il testo di Aristotele potrebbe trarre in inganno, per-
ch qui non si intende che non c differenza fra le due espressioni della prima
coppia da un lato e le due espressioni della seconda coppia dallaltro lato, bens
che non c differenza fra la prima e la seconda espressione della prima coppia e
fra la prima e la seconda espressione della seconda coppia. Quindi non c diffe-
renza tra il dire: 1) divenire dallessere o dal non essere (formula: qualcosa divie-
ne da qualcosa) e dire: 2) il non essere o lessere agiscono o subiscono qualcosa o
divengono qualunque cosa determinata (formula: qualcosa diviene qualcosa).
Allo stesso modo non differente dire: 1) il medico agisce o patisce qualcosa (for-
mula: qualcosa diviene qualcosa) e dire: 2) a partire dal medico o diviene qual-
cosa (formula: qualcosa diviene da qualcosa). Il divenire, quindi, come Aristote-
le ha mostrato in Phys. I 7, si pu dire in duplice modo, sia con la formula: qual-
cosa diviene qualcosa sia con la formula: qualcosa diviene da qualcosa.
rante di medicina in quanto medico (q i ofqo ). Ogni processo di di-
venire, in altre parole, legato alla forma specica che determina il
processo stesso, il quale si articola secondo i tre principi gi enun-
ciati da Aristotele in Phys. I 7, cio sostrato, privazione e forma spe-
cica. Egli continua il suo ragionamento dicendo che appropriato
dire sia che il medico agisce o patisce o diviene qualcosa in quanto
medico (ad esempio quando guarisce) sia che egli agisce o patisce
o diviene qualcosa in quanto non medico ma, ad esempio, costrut-
tore.
63
Poich, come si detto, la formula qualcosa diviene da
qualcosa non ha signicato diverso dalla formula qualcosa divie-
ne qualcosa, allora, quando diciamo che qualcosa diviene dal non
essere non vogliamo dire che diviene dal non essere assoluto ma dal
non essere qualcosa, come nel caso del medico che, quando costrui-
sce, agisce non in quanto medico ma in quanto costruttore. Gli
Eleati, quindi, secondo Aristotele, sbagliavano, perch non conce-
pivano il non essere relativo degli enti, che il non essere accidenta-
le, cio la privazione. Questo non elimina affatto il principio eleati-
co che ogni cosa o o non , ma indica una strada che rende possi-
bile il divenire e la molteplicit delle cose. A causa di questa incom-
prensione gli Eleati si sono allontanati dalla strada che conduce al-
la generazione, alla corruzione e in generale al mutamento. Se in-
fatti non avessero ignorato una tale natura, questa avrebbe dissipa-
to del tutto la loro ignoranza (ot fq o q ov oq0ci oo q qt oi o ooov
ctocv otfmv fqv ovoiov).
64
Dal discorso che Aristotele ha fatto
in questa seconda parte di Phys. I 8 comprendiamo che la qt oi che
gli Eleati hanno ignorato, per cui sono incorsi in errore, appunto
la natura soggiacente priva di una specica forma. La privazione,
infatti, come comprenderemo ancor meglio dalla lettura di Phys. I
9, non essere ed accidente della materia-sostrato,
65
la quale
quindi non essere accidentalmente,
66
cos come il medico che co-
struisce non medico accidentalmente, per il fatto che il processo
in cui coinvolto non quello di curare ma quello di costruire.
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 47
63
Phys. I 8, 191b6-10.
64
Phys. I 8, 191b33-34. Scil. lignoranza riguardo alla generazione, alla corru-
zione e in generale al mutamento.
65
Cf. Sh. Cohen (1984), pp. 171-194.
66
Cf. Phys. I 9, 192a3-5.
Nel successivo capitolo 9 Aristotele passa a confrontare la sua
dottrina dei principi con quella di Platone e dei Platonici, che aveva-
no cercato prima di lui una soluzione alla difcolt posta dalla nega-
zione eleatica della molteplicit degli enti. Essi, infatti, dice Aristote-
le allinizio del capitolo, al contrario degli Eleati, hanno s tenuto in
conto questo tipo di natura di cui ora parla Aristotele, ma in maniera
insoddisfacente, perch hanno s ammesso che qualcosa, se si gene-
ra, si genera dal non essere, dando in questo ragione a Parmenide,
67
ma ammettendo anche che la natura una sola anche in potenza. Al
contrario, Aristotele ritiene che materia e privazione siano principi
differenti e mentre la materia non essere per accidente, la privazio-
ne, invece, non essere per se stessa, e mentre luna, cio la materia,
prossima alla sostanza e, anzi, in un certo qual modo sostanza,
laltra invece, cio la privazione, non lo in alcun modo (fqv cv
c t oi ot oi ov m, fq v t qv, fq v oc ot oom ).
68
Come si vede, qui
Aristotele sta parlando della materia sempre nel suo signicato posi-
zionale-funzionale come condizione che consente il divenire del-
lente naturale con cui labbiamo considerata gi in Phys. I 7: que-
sta materia, presentata qui accanto alla privazione, uno dei principi
del divenire e, nello specico, il sostrato, t oci cvov, che in Phys.
I 7 e in altri passaggi indicato come natura soggiacente, t ocic vq
qtoi (vd. li. 191a8). Anche Platone e i Platonici hanno posto una
triade di principi, ammette Aristotele, cio lUno, il Grande e il Pic-
colo, a cui si era gi accennato in Phys. I 4 a proposito dei contrari: in
questultimo passo, infatti, Aristotele aveva distinto i naturalisti pi
antichi, che ponevano luno come materia soggiacente e i contrari co-
me forme e differenze, da Platone che poneva il Grande e il Piccolo
come materia e lUno come forma.
69
La stessa considerazione ritorna
in Phys. I 6, in cui Aristotele afferma che sembra essere davvero an-
tica lopinione secondo cui i principi sono una triade composta dal-
lUno, dalleccesso e dal difetto, anche se questa opinione stata for-
48 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
67
In effetti i Platonici, secondo Aristotele, dicendo che qualcosa si pu gene-
rare dal non essere, rendevano positiva la negazione degli Eleati, i quali ammette-
vano per ipotesi assurda che, se qualcosa si genera, si genera dal non essere. I Pla-
tonici invece ritengono ammissibile tale ipotesi.
68
Phys. I 9, 192a3-6.
69
Cf. Phys. I 4, 187a16-20.
mulata in modi diversi, perch mentre gli antichi dicevano che men-
tre i due contrari agiscono luno invece patisce, alcuni loso pi re-
centi chiaramente Platone e i Platonici affermano invece piutto-
sto che lUno che agisce e che gli altri due principi patiscono.
70
Come si vede, Aristotele costruisce la sua dottrina dei principi
del divenire, che il passo precedente e preparatorio della dottrina
della natura, attraverso un reale e profondo ripensamento di tutte
le dottrine losoche dai presocratici a Platone. Le riessioni con-
clusive che Aristotele trae nel I libro della Fisica sono il risultato
denitivo di questo ripensamento, e sono per forza di cose un ri-
sultato che da un lato attinge a piene mani dalle losoe dei prede-
cessori e, dallaltro lato, intende correggerle, confutarne gli errori,
e presentarsi, in ultima analisi, come autentica, matura e veritiera
dottrina dei principi sici. Per questo motivo Aristotele prende in
considerazione nella sua analisi tutto quello che gli sembra in qual-
che modo coerente con un discorso sui principi, anche per non ri-
schiare di lasciare qualcosa di non discusso, perch la sua riessio-
ne ha, come sempre, la pretesa o semplicemente il desiderio intel-
lettuale, tutto umano di proporsi come la soluzione del problema.
Aristotele, in questo, si colloca perfettamente sulla scia di Platone:
essendone stato discepolo egli ha partecipato delle discussioni del-
lAccademia, ha fatto propri i problemi losoci che avevano impe-
gnato Platone in un continuo ripensamento delle sue teorie e, in
primo luogo, della teoria delle idee; ovvio, di conseguenza, che il
pensiero dominante di Aristotele, nellatto di fondare la sua scienza
sica, riguardi leleatismo da una parte che era stato il motivo del-
la crisi e Platone e i Platonici dallaltra parte, che costituivano il
primo tentativo serio di risolvere quella crisi. Dopo larticolata con-
futazione dialettica
71
degli Eleati in Phys. I 2-3, e dopo aver formu-
lato la sua dottrina dei principi in Phys. I 7, egli li confuta deniti-
vamente in Phys. I 8. Il passo successivo quindi la confutazione di
Platone e dei Platonici, precisamente leliminazione della loro as-
surda teoria della triade di principi (Uno, Grande e Piccolo).
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 49
70
Si cf. anche il noto passaggio di Metaph. A 6, 987b20-21. Si vd. Platone, Fi-
lebo 24a ss. e Timeo 35a-36b.
71
Cf. E. Berti (1979) e G. Frappier (1977).
La materia non non essere, secondo Aristotele, e anzi in cer-
to qual modo sostanza. Il non essere entra in gioco soltanto con la
privazione, che non essere di per s: attraverso la privazione, in-
fatti, il non essere appartiene alla materia-sostrato nella misura in
cui a questo sostrato capita accidentalmente di essere privo di una
data forma. Quando alla materia si aggiunge la privazione, che
tendenza allacquisizione della forma specica, la materia-sostrato
pu essere concepita come non essere nel modo accidentale, secon-
do la formula in quanto non . Platone e i Platonici, invece, han-
no concepito la diade di Grande e Piccolo, cio di fatto la materia,
come non essere, per cui la conseguenza che la loro triade dei
principi del tutto diversa da questa che Aristotele ci propone. Es-
si sono giunti no al punto di comprendere che necessario che ci
sia una natura soggiacente (oci fivo tocio0oi qtoiv)
72
e tuttavia
questa , in Platone e nei Platonici, un principio unitario, perch
anche se si vuole considerare il Grande e il Piccolo come due e non
come uno, ci si accorge, poi, che in realt Grande e Piccolo sono
ununica cosa, cio un unico principio materiale indeterminato.
73
Che la critica di Aristotele alla nozione di materia dei Platonici
si basi sul fatto che essi la intendano come unica e indeterminata
un fatto innegabile.
74
tuttavia opportuno precisare che Aristotele
non si ferma solo a questo aspetto, perch mostra come lindeter-
minatezza della materia secondo i Platonici sia insufciente, perch
non riette la duplicit del concetto di materia, cio come materia-
sostrato e come privazione. Inoltre, per Aristotele, nessuno dei tre
principi del divenire indeterminato in senso assoluto. In effetti, a
parte lcioo che la pi piena determinazione, poich si tratta del-
la forma specica che emerge dalla denizione di un ente e ci dice
ci che lente , anche il sostrato quale principio del divenire an-
chesso qualcosa di determinato, perch, nonostante il suo signi-
cato posizionale-funzionale nella dottrina dei principi, esso pur
sempre una materia determinata dalla forma, in quanto una cosa
considerare il bronzo come sostrato della statua e altra cosa con-
50 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
72
Phys. I 9, 192a10.
73
Cf. Phys. I 9, 192a9 ss. Si vd. anche Phys. III 4, 203a15-16.
74
In questo ha ragione F. Franco Repellini che discute questo problema in
una nota della sua traduzione di questo passo, cf. p. 74 nota 39.
siderare il bronzo in quanto bronzo, che , in quanto tale, determi-
nato. Anche la privazione, da ultimo, non un puro indeterminato,
perch anzi, essendo privazione di una forma specica, in questo
senso anchessa specica. Non a caso, in Phys. II 1, 193b19-20,
Aristotele afferma che anche la privazione , in certo qual modo,
una forma specica (oi oq q ofcqqoi cioo m cofiv). Quindi,
nessuno dei tre principi aristotelici del divenire veramente inde-
terminato, come erano il Grande e il Piccolo di Platone.
In Phys. I 9, la contestazione che Aristotele fa a Platone e ai
Platonici si basa, a mio modo di vedere, sul fatto che la loro diade
di principi, il Grande e il Piccolo, funge in realt da unico princi-
pio, cio da materia indeterminata, per cui il principio formale co-
stituito dallUno agirebbe sul principio materiale costituito dal
Grande-Piccolo. Questo assurdo, secondo Aristotele, il quale
mostra i motivi di tale assurdit. In questo modo Platone e i Plato-
nici sembrano ricadere nellerrore eleatico della dialettica essere-
non essere. Lunico modo in cui la dottrina della triade dei principi
pu funzionare sempre secondo Aristotele quella da lui for-
mulata, e cio quella in cui i due contrari ineriscono al sostrato,
che, in quanto unito alla privazione che non essere per se stessa,
diviene non essere per accidente. Ma seguiamo un po pi da vici-
no largomentazione di Aristotele a questo proposito.
La natura che permane dice Aristotele , cio il sostrato,
causa insieme con la forma degli enti che divengono, come una
madre. Questultima, infatti, nella generazione dei viventi, il so-
strato che patisce lazione di una causa motrice, rappresentata dal
padre, che agisce nel senso che d la forma. La privazione, invece,
potrebbe apparire come un fattore assolutamente negativo, cio
come puro non essere.
75
Come se dicessimo ad esempio afferma
Aristotele , posto che c qualcosa di divino e di buono e di desi-
derabile, che c da una parte il contrario di questo, cio la priva-
zione, e dallaltra parte ci che naturalmente (cqtcv) tende ad
esso e lo desidera per sua propria natura (ofo fqv otfot qtoiv),
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 51
75
Non un caso che, come fa notare W. Charlton (1970), p. 82, in questo
passaggio aristotelico ci sia una ripresa, secondo un registro ironico, di Platone,
Timeo 49-53.
cio la materia-sostrato. Nella dottrina di Platone e dei Platonici,
invece, succede che il contrario desidera la sua propria distruzione
e questo per Aristotele un assurdo, perch n possibile che sia
la forma a tendere a se stessa, perch la forma non mancante e
quindi desiderosa di se stessa, n possibile che il contrario tenda
alla forma, perch i contrari sono luno la distruzione dellaltro.
76
In realt, osserva Aristotele, appunto la materia-sostrato, per via
della sua unione con la privazione, che tende alla forma, come la
femmina che tende al maschio, o il brutto che tende al bello, se si
tiene conto per del fatto che la materia-sostrato non n la fem-
mina n il brutto di per s, ma luna o laltra cosa solo accidental-
mente. Ecco perch possibile dire che la materia-sostrato per un
verso perisce nel divenire e per un altro verso non perisce, perch
ci che perisce la materia insieme con la privazione, come nel ca-
so di uomo non musico, mentre il sostrato di per s non perisce,
come nel caso di uomo. Ci che effettivamente perisce allora la
privazione, perch nel divenire un contrario lascia il posto allaltro
contrario, ovvero la privazione lascia il posto alla forma. Se consi-
derassimo questo discorso sotto il rapporto potenza-atto, potrem-
mo dire che la materia considerata come potenza non perisce
perch, come abbiamo gi visto, a perire solo la privazione e, in
certo qual modo, la materia-privativa , e che anzi necessario che
di essa non si ammetta n generazione n corruzione (o oq0oq-
fov oi ocvqfov ovoq otfqv civoi). Le ragioni sono queste: 1)
se la materia-sostrato generata, occorrerebbe un sostrato che la
preceda (tocio0oi fi oci qmfov) dal quale, come dal suo costi-
tuente interno (c ot cvtoqovfo), essa deriva, e questo la sua
natura (fotfo o cofiv otfq q qtoi), sicch il sostrato esisterebbe
prima ancora di nascere (mof cofoi qiv cvco0oi), perch la ma-
teria deve essere intesa come il primo sostrato di ciascun ente (fo
qmfov tocicvov coofm ) da cui questo nasce come da qualco-
sa di immanente e non accidentale. 2) Se invece la materia-sostrato
perisce, allora perviene a questo stato alla ne (ci fotfo oqicfoi
52 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
76
In questa considerazione di Aristotele potrebbe esserci una riessione del
losofo sulla problematicit di alcune pagine platoniche, che risultano peraltro
aporetiche, quali quelle sullamore in Liside, soprattutto 214b ss., e Simposio.
coofov), sicch essa sar perita prima ancora di essere perita (cifc
q0ciqcfoi, ci fotfo oqicfoi coofov, mofc cq0oqcvq cofoi
qiv q0oqqvoi).
77
Quanto al principio della forma specica, compito della lo-
soa prima stabilire se ce n uno o molti. Lindagine sica si occu-
per soltanto delle forme naturali e periture. Stabiliti quindi quali e
quanti siano i principi, venuto il momento, afferma Aristotele, di
argomentare da un nuovo punto di partenza.
Come si vede, in conclusione, il discorso sulla qtoi presente
nel I libro della Fisica prima ancora di divenire oggetto di indagine
specica del II libro. In questo I libro, infatti, Aristotele fornisce
quelle preziose informazioni sulla qtoi senza le quali rischierebbe
di rimanere incomprensibile o quantomeno difcilmente compren-
sibile la trattazione che ne far nel II libro. Riassumendo, tali preci-
sazioni del I libro sono le seguenti: il sostrato qtoi o, se voglia-
mo, uno dei modi in cui possiamo intendere la qtoi quello di
sostrato, tocicvov. E questo in un certo qual modo sostanza,
otoio, una funzione che i principi contrari non hanno, perch i
contrari non sono sostanza di nessuno degli enti,
78
ma occorre che
ci sia un sostrato, in cui si avvicendino i contrari. Tale identicazio-
ne di sostrato-sostanza, tocicvov-otoio, va per assunta con
delle precisazioni, cio sulla base di quanto lo stesso Aristotele ci
insegna quando dice che la natura soggiacente, cio il sostrato, pu
essere conosciuta solo per analogia. La natura soggiacente ha infat-
ti, rispetto alla sostanza, lo stesso rapporto che la materia sica ha
rispetto alla sostanza sica intesa come unione di materia e forma.
La funzione la medesima, ma il sostrato di cui Aristotele tratta
nel I libro della Fisica, che al tempo stesso materia, tq, e natura,
qtoi, anche sostanza, otoio, intesi questi tre concetti in senso
posizionale-funzionale, in quanto costituiscono le condizioni che
consentono il divenire dellente naturale.
Di questa identicazione qtoi-tocicvov-otoio, con le pre-
cisazioni che qui ho cercato di mettere in luce, dovremo tener con-
to in modo particolare leggendo il II libro della Fisica.
LA PHYSIS PRIMA DI FISICA II 53
77
Il passaggio in questione Phys. I 9, 192a27-34.
78
Cf. Phys. I 6, 189b32-34.
2.
LA RIFONDAZIONE
DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2)
2.1. La natura e gli enti naturali (Phys. II 1)
Sin dalle prime linee della sua indagine sica (Phys. I 1, 184a10-
16) Aristotele ha impostato immediatamente linizio della ricerca
come ricerca dei principi del divenire inteso quale segno distintivo
degli enti naturali,
79
e quindi come ricerca dei principi della scienza
sica. Ci si sarebbe aspettato, in realt, che nel dare inizio ad una
indagine sulla natura, la prima cosa che lo scienziato naturalista ri-
tenesse di dover fare fosse dire che cosa sia la natura e quali siano
gli enti naturali, ma Aristotele riconosce lineludibile necessit di
premettere alla ricerca intorno a questi temi quella sui principi del
divenire, cio di partire dalle fondamenta per poi costruirvi sopra
ledicio della scienza della natura. Il motivo di questo procedi-
mento della ricerca risiede a mio avviso nel fatto che lindagine sul-
la natura non del tutto diversa da quella sui principi del divenire,
perch, come si scoprir nelle pagine che seguono, tali principi in
un certo senso costruiscono o costituiscono la qtoi. Impostato
quindi il discorso come ricerca dei principi del divenire inteso qua-
le segno distintivo degli enti naturali, nel I libro della Fisica Aristo-
tele compie unindagine che, partendo dalle diverse dottrine dei -
loso che lo avevano preceduto, approda a una sua propria teoria
dei principi del divenire. Questi principi del divenire degli enti na-
turali sono tre: due contrari fra loro, cio la privazione, ofcqqoi, e
la forma, cioo, e un terzo principio, il soggetto o sostrato, toci-
cvov, che funge da ci che, permanendo nel divenire, consente
lalternarsi dei due contrari che agiscono e patiscono nel sostrato.
80
79
Per questo ruolo della qtoi nella Metasica cf. Th. Buchheim (2001),
pp. 208 ss.
80
La letteratura critica relativa al I libro della Fisica aristotelica e al problema
dei principi del divenire vasta. Si vd. almeno gli studi di A. Mansion (1945), pp.
53-79; J.M. Le Blond (1939); W. Wieland (1993 tr. it.), pp. 63-177; T.H. Irwin
(1996); L. Couloubaritsis (1997); Ch. Pietsch (1992); G. Morel (1960), pp. 487-
Gi nel I libro della Fisica, come si visto, Aristotele fornisce
delle indicazioni sulla qtoi, che in qualche modo sfuggono a chi
legge questo libro con lo scopo di conoscere i principi del divenire,
e che risultano preziose, invece, a chi cerca di comprendere in anti-
cipo quanto Aristotele dir nel II libro trattando specicamente
della natura. Il compito che segue immediatamente quello della
fondazione dei principi, quindi, quello di denire la natura e gli
oggetti della scienza che indaga la natura, o meglio gli enti naturali,
ma per far questo Aristotele ritiene necessario stabilire un rapporto
analogico forte fra natura e tecnica e quindi fra enti naturali ed
enti prodotti dalla tecnica che il lo conduttore e lo strumento
di cui lo Stagirita si serve per indagare la natura e i suoi enti.
Aristotele, sin dallinizio del II libro della Fisica, distingue tutti
gli enti in enti che sono per natura (qtoci) ed enti dovuti ad altre
cause (oi oo oifio): gli enti per natura, come egli stesso chiari-
sce subito, sono gli animali e le loro parti, le piante e i corpi semplici
come la terra, il fuoco, laria e lacqua.
81
Per il momento Aristotele
chiarisce con esempi soltanto questo primo gruppo di enti e non an-
che il secondo, cio quello degli enti dovuti ad altre cause, rivelando
subito quale sia il suo modo di argomentare: la distinzione tra enti
naturali ed enti dovuti ad altre cause, che sono, come si scoprir fra
breve, gli oggetti della produzione tecnica,
82
serve soltanto per indi-
58 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
511 e (1961), pp. 497-516; R. Bolton (1991). Recentemente anche io mi sono oc-
cupata del I libro della Fisica e della questione dei principi del divenire nel libro I
fondamenti della Fisica (2002).
81
Gli esempi qui addotti da Aristotele di cui la natura sarebbe principio di
mutamento riguardano da una parte i viventi, cio enti oggetto di studio della bio-
logia e, dallaltra parte, gli elementi. Secondo F. Solmsen (1960), p. 93 ss. la natura
sarebbe qui indicata da Aristotele come principio di mutamento unicante della
scienza biologica e di quella astronomica (vd. anche lesempio aristotelico secon-
do cui luomo generato dalluomo e dal sole di Phys. II 2, 194b13). Al contrario,
O. Hamelin (1931), p. 36, che segue Filopono, In Phys. 195,19 ss., e A. Mansion
(1945), p. 100, tengono fede allinterpretazione del principio di mutamento quale
principio formale.
82
Per la verit, nella sua parafrasi della Fisica Temistio 35,4, a proposito di
questa espressione oi oo oifio afferma che Aristotele si sta riferendo qui alle
attivit pratiche (qooiqcoi) e poietiche (fcvq) delluomo e alla fortuna (ftq).
Una interpretazione vicina a quella di Temistio si riscontra anche in Simplicio, In
Phys. 261,12 ss., e dai commentatori antichi essa passata agli interpreti moderni,
viduare e denire gli enti naturali e la natura. I due gruppi di enti,
quindi, non sono collocati nellargomentazione a livelli perfettamen-
te equivalenti,
83
ma il parallelismo che Aristotele istituisce fra questi
due gruppi di enti nalizzato alla corretta conoscenza degli enti
naturali, sulla quale quella degli enti prodotti dalla tecnica pu get-
tare in qualche modo luce. Aristotele stabilisce in queste pagine di
Fisica II quello stretto rapporto analogico fra qtoi e fcvq
84
e
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 59
cf. ad esempio O. Hamelin (1931), p. 33; L. Couloubaritsis (1997), p. 224 nota 16
e W. Wieland (1993), p. 294 nota 2. A me sembra che Aristotele non abbia qui
preoccupazione di esaustivit rispetto agli enti che non sono costituiti per natura,
poich la sua preoccupazione piuttosto quella di distinguere gli enti che sono co-
stituiti per natura da quelli che non sono costituiti per natura. Lespressione oi
oo oifio quindi a mio avviso in qualche modo generica, cio Aristotele sta
pensando piuttosto agli enti naturali e al modo di individuarli mediante una classe
di enti che non sono naturali. Per questo motivo egli probabilmente ha in mente,
in modo pi specico, i prodotti della fcvq, piuttosto che tutti gli enti che deriva-
no da diverse cause tutte non naturali, come si comprende anche dagli esempi del-
la li. 192b16, che sono il letto e il mantello. Daccordo con questa interpretazione
G.A. Ferrari (1977), pp. 150-151; si vd. anche la trad. di P. Pellegrin, p. 115 nota 2.
83
Al contrario, stabilisce piena identit di natura e tecnica S. Mansion (1975).
84
Sul problema dellanalogia fcvq/qtoi in Aristotele sono ancora utili gli
studi di H. Mayer (1919), pp. 85 ss.; di M. Timpanaro Cardini (1950), pp. 279-
305; di W. Theiler (1965
2
); di K. Bartels (1965), pp. 275 ss.; di J. Owens (1968). Si
vd. anche G.A. Ferrari (1977); A. Petit (1997); e lo studio recente di R.L. Cardullo
(2005). Occorre segnalare a proposito del rapporto fcvq/qtoi la posizione di
J.M. Le Blond (1939), soprattutto pp. 326-346 e 392-406, il quale, considerando la
nalit come un concetto squisitamente tecnico, arriva a sostenere, pur attenuan-
do qua e l i toni, che la tecnica sarebbe allorigine della visione aristotelica della
natura. Questa di Le Blond mi sembra, per la verit, una esagerazione di un pro-
cedimento metodologico di Aristotele, il cui scopo quello di sfruttare ci che
pi noto per noi, la fcvq, per conoscere ci che pi noto per s, la qtoi. Que-
sto ruolo accentuato riconosciuto alla fcvq da alcuni interpreti moderni deriva da
una lettura troppo heideggeriana di Aristotele, nella quale caduto anche P. Au-
benque (1962), il quale evita luso della nozione di nalit nella sua interpretazio-
ne di Aristotele, cf. p. 441. Sulla relazione fra nalit e fcvq si vd. anche B. Sou-
chard (2003), pp. 73-79. Lo studio di M. Isnardi Parente (1966), soprattutto pp.
97-202, mette in luce lintero percorso del tema della fcvq in Aristotele e sottoli-
nea come il procedimento tecnico sia interamente controllabile in ogni sua fase e
attraverso questa controllabilit ci fornisca la chiave per penetrare i procedimenti
naturali. Interessanti le pagine di F. Solmsen (1960), pp. 92-117, in cui questi stu-
dia lanalogia natura/tecnica del II libro della Fisica di Aristotele a partire dalle
Leggi e dal Timeo di Platone si vd. anche F. Solmsen (1963) , argomento sul
quale si vd. anche G.S. Claghorn (1954), pp. 121-136.
quindi fra enti di natura ed enti prodotti articialmente
85
che
consente a chi ascolta le lezioni di sica di apprendere, attraverso
ci che gli pi noto e familiare, ci che gli meno noto e meno
familiare. Come fa notare L. Couloubaritsis nel suo libro La Physi-
que dAristote,
86
la fcvq utilizzata da Aristotele quale procedi-
mento metodologico che corrisponde a quel percorso della ricer-
ca scientica di cui Aristotele aveva parlato nel I libro della Fisica:
qui Aristotele aveva inteso determinare qual il procedimento del
conoscere scientico nel senso di un conoscere che va da ci che
pi noto per noi a ci che lo per natura.
87
Infatti, il percorso
naturale (cqtc) della conoscenza scientica, afferma Aristote-
le, parte dalle cose di cui noi abbiamo una conoscenza pi chiara
(ooqcofcqmv), che ci sono pi note (vmqimfcqmv qiv), per ap-
60 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
85
Sottolinea giustamente G.A. Ferrari (1977), p. 153, che dal punto di vi-
sta della dignit ontologica gli enti naturali e gli oggetti articiali si trovano sul-
lo stesso piano (cf. Phys. II 1, 193a31-33), sulla base del fatto che per Aristote-
le vale il principio per cui le cose esistono a pieno titolo. Nonostante ci e con-
tro lopinione del Ferrari (vd. anche p. 153 nota 16 e pp. 154-157), a me sem-
bra che la superiorit della natura sulla tecnica, che scaturisce anche dal fatto
che la tecnica imitazione della natura (Phys. II 2, 194a21-22 e II 8, 199a15) e
non viceversa, sia una superiorit ontologica (che il Ferrari riconosce allottica
di Platone ma nega a quella di Aristotele, vd. p. 158) e non soltanto una supe-
riorit di valore, cio gerarchica. In altri termini, tra enti naturali ed enti articia-
li c effettivamente una superiorit ontologica e non solo gerarchica, per cui a
mio avviso sbaglia anche J.M. Le Blond (1939), passim, il quale sostiene il paral-
lelismo perfetto fra natura e tecnica sottovalutandone la distinzione e la subor-
dinazione delluna allaltra. Gli enti prodotti dalla tecnica presuppongono lesi-
stenza degli enti naturali, che quindi hanno ontologicamente un valore fondativo
rispetto a quelli.
86
L. Couloubaritsis (1997), pp. 81 ss.
87
Questa impostazione dellargomentazione non deve tuttavia essere assunta
in modo troppo semplicistico, dal momento che, come si vedr, il rapporto natu-
ra/tecnica non simmetrico e Aristotele, a seconda dellopportunit del suo di-
scorso, assumer ora i parallelismi e ora le differenze fra questi due diversi campi
del divenire, quello naturale e quello tecnico. Si vd. anche A. Mansion (1945), pp.
228 ss. Tuttavia, alcuni studi moderni hanno messo in rilievo come lanalogia na-
tura/tecnica debba a giusto titolo essere considerata fra quei procedimenti meto-
dologici di cui Aristotele si avvale per sviluppare di volta in volta la sua scienza,
accanto al linguaggio, alle opinioni comunemente condivise e allanalisi delle dot-
trine dei predecessori, cf. J.M. Le Blond (1939), passim, G.E.L. Owen (1961); W.
Wieland (1993), pp. 52-110; M. Isnardi Parente (1966), passim e il commento di
M. Vegetti al De part. anim., p. 557 nota 11.
prodare a quelle che sono pi chiare e pi note per natura (fq
qtoci).
88
La fcvq, in quanto riguarda lambito della produzione
umana, risulta appunto pi familiare alluomo e i processi che la ri-
guardano sono, quindi, meglio noti. La fcvq offre allora allo Sta-
girita uno strumento valido per individuare e chiarire nozioni me-
no note e di pi difcile comprensione per luomo, anche se si trat-
ta di un momento iniziale del percorso scientico atto a condurre
verso ci che meno noto per noi, come nel caso del II libro della
Fisica la nozione di natura.
89
La fcvq, precisa inoltre ancora
Couloubaritsis, presenta il vantaggio di implicare di per s il dive-
nire, poich essa costituisce un sapere che ha come scopo la produ-
zione, la oiqoi,
90
cio un far venire allessere (cvcoi) enti arti-
ciali. Per questo motivo esempi tratti dal mondo della fcvq sono
ampiamente utilizzati nel libro I della Fisica, in quanto cio il dive-
nire tecnico analogico ed omonimico rispetto al divenire natura-
le. Il compito di Aristotele , a questo punto, quello di distingue-
re fcvq e qtoi allo scopo di individuare la qtoi attraverso il
suo rapporto analogico con la fcvq.
Gli enti naturali continua Aristotele appaiono differenti da
quelli che non sono costituiti per natura (q qtoci otvcofmfo);
91
perch ciascuno di essi [scil. degli enti naturali] possiede in se
stesso un principio di movimento e di quiete (cv cotfm oqqv cci
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 61
88
Cf. Phys. I 1, 184a15-17. Per questa proposizione aristotelica per cui la
conoscenza passaggio (q ooo) dalle cose pi note e pi chiare per noi (c fmv
vmqimfcqmv qiv oi ooqcofcqmv) alle cose pi note e pi chiare per natura
(ci fo ooqcofcqo fq qtoci oi vmqimfcqo), vd. W. Wieland (1993), pp. 85-
106. Aristotele esprime questa stessa posizione in altri scritti, soprattutto in
Metaph. Z 3, 1029b3-12; APo. I 2, 71b33-72a5 e I 3, 72b28 ss.; De an. II 2, 413a
11 ss.
89
La fcvq quale strumento metodologico per la conoscenza di nozioni me-
no note trova non a caso largo impiego nella losoa aristotelica, non solo si-
ca, ma anche etica e politica. Sullargomento si vd. anche A. Mansion (1945),
pp. 228 ss.
90
Cf. EN VI 4.
91
Questo termine, otvcofmfo, mi sembra voler connotare in modo ontologi-
camente forte gli enti naturali e gli enti non naturali. Il discorso di Aristotele cio
riguarda la struttura ontologica di enti, quelli naturali, che si differenziano da altri
modi di essere, ad esempio dallessere degli oggetti articiali, e che sono descritti
da strutture quali la qtoi e il divenire causalmente ordinato.
ivqocm oi ofoocm),
92
gli uni secondo il luogo, altri secondo ac-
crescimento e diminuzione, altri ancora secondo alterazione
(Phys. II 1, 192b13-16). Con il dire che gli enti naturali hanno in se
stessi il principio del movimento e della quiete Aristotele, oltre a
distinguere gli enti naturali da tutti gli altri enti, anticipa anche la
denizione di natura, che viene fornita qualche linea dopo.
93
In
quanto poi parla di principio di movimento e di quiete, Aristote-
le specica i tre modi secondo cui pu esserci movimento, cio se-
condo il luogo come traslazione, secondo la quantit come accre-
scimento e diminuzione e secondo la qualit come alterazione.
94
Gli oggetti che derivano dalla produzione tecnica,
95
invece, come
ad esempio un letto o un mantello, continua Aristotele, non hanno
alcun impulso connaturato (oqqv cqtfov) al mutamento, ma nel-
la misura in cui accade che tali oggetti siano fatti di pietre o di ter-
ra o di una qualche mescolanza di enti naturali, possiedono un tale
impulso.
96
Tale impulso, infatti, altro non che la presenza imma-
nente del principio naturale nellente.
97
In altri termini, Aristotele
62 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
92
Questa presenza della quiete nella denizione di natura ha creato limba-
razzo dei commentatori antichi per il fatto che il quinto elemento, letere, non ha
di fatto principio di quiete. La quiete, del resto, assente in altre denizioni ari-
stoteliche della natura: si potrebbe ritenere, nel caso di Phys. II 1, che Aristotele
abbia in mente in modo specico la realt del mondo sublunare. Per una trattazio-
ne dettagliata di questa questione rimando ad A. Mansion (1945), p. 98 nota 11.
93
I commentatori antichi avevano gi notato che Aristotele constata la diffe-
renza fra gli enti naturali e gli enti non naturali allo scopo di individuare e denire
la natura, cf. Filopono, In Phys. 195,19 ss., Temistio, In Phys. 157,15 e Simplicio,
In Phys. 264,6 ss.
94
Cf. Phys. III 1, 201a9-15.
95
Nel corso di queste pagine traduco il termine qtoi con natura e il ter-
mine fcvq con tecnica per ragioni di comodit: non ignoro la difcolt di tra-
durre in italiano questi due termini, i quali, in realt, sono stati usati nei secoli con
diverse accezioni e hanno acquisito diverse sfumature di signicato che rendono
difcile una traduzione adeguata in una lingua moderna. Tali termini andrebbero,
quindi, contestualizzati di volta in volta, ma ritengo che in questo II libro della Fi-
sica tradurre natura e tecnica renda comunque sufcientemente intelligibile il
discorso aristotelico che li pone qui in un rapporto analogico particolarmente atto
a condurci alla conoscenza della natura attraverso esempi tratti dal mondo della
produzione tecnica.
96
Cf. S. Waterlow (1982), pp. 1-47.
97
Che questo impulso sia un principio immanente agli enti sottolineato da
Simplicio, In Phys. 265,15, il quale scrive giustamente che <Aristotele> ha chia-
afferma che gli oggetti prodotti dalla tecnica possiedono un impul-
so connaturato al mutamento accidentalmente e soltanto nella mi-
sura in cui una parte di ci che li costituisce per natura, cio nella
misura in cui sono fatti di materia naturale,
98
perch ed ecco la
denizione di natura la natura un certo principio o causa del
muoversi e del rimanere fermo di ci in cui esiste primariamente
(toqci qmfm) per se stessa e non per accidente (o0 otfo oi
q ofo otcqo).
99
Gli enti prodotti tecnicamente possiedo-
no, quindi, in se stessi un principio naturale perch e nella misura
in cui sono fatti di materia naturale quali pietre o terra eccetera,
anche se tale possesso del principio naturale limitato non solo al
fatto che essi sono costituiti di materia naturale ma, soprattutto
ed questo su cui punta maggiormente la sua attenzione Aristote-
le , al fatto che una condizione accidentale a differenza degli en-
ti naturali. Negli oggetti articiali la qtoi del componente mate-
riale e la fcvq che li costituisce sono compresenti accidentalmen-
te. La differenza fra tali enti prodotti tecnicamente e gli enti di na-
tura, in altre parole, consiste non tanto nel fatto che i primi non
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 63
mato impulso propriamente il principio interno del movimento (oqqv oc tqim
fqv cvoo0cv oqqv cococ fq ivqocm). A questo proposito il Wieland, riet-
tendo evidentemente sul principio di movimento e sulla causa motrice, ritiene che
la natura non sia un principio di movimento autosufciente, perch occorre una
causa motrice esterna afnch un ente naturale si muova, per cui la natura sarebbe
piuttosto una capacit intrinseca di muoversi dellente qualora si verichino delle
condizioni esterne. Ad esempio, animali e piante crescono e si riproducono, ma
solo a determinate condizioni ambientali, nutrizionali eccetera. Questo discorso,
per, riguarda laspetto diciamo cos relazionale dellente naturale, mentre
quello che interessa ad Aristotele in Phys. II vedere lente naturale in se stesso,
per cui semmai la differenza fra principio motore e causa motrice si individua nel
fatto che nella generazione assoluta necessario che agisca la causa motrice, ad
esempio il padre che genera il glio, mentre nel mutamento naturale sufciente
loperare del principio motore interno che la natura.
98
Si tratta di una limitazione della naturalit degli oggetti prodotti dalla
tecnica, espressa dalle parole ofo fooot fov di li. 192b20. La spiegazione di tale li-
mitazione espressa dalla denizione di natura introdotta da m sempre alla li. 20.
99
Phys. II 1, 192b21-23. Questa denizione viene ripresa da Aristotele in pi
luoghi delle sue opere, si vd. ad esempio Phys. III 1, 200b12; VIII 3, 253b5 e VIII
4, 254b16; De caelo I 2, 268b16; III 2, 301b17; De gen. anim. II 1, 735a3 e II 4,
740b37; Metaph. E 1, 1025b20, O 8, 1049b8-9, A 3, 1070a7-8; EN VI 4, 1140a15;
De an. II 1, 412b16.
hanno impulso connaturato (oqqv cqtfov) al mutamento mentre
i secondi hanno tale principio connaturato che coincide con la na-
tura che esiste primariamente (toqci qmfm)
100
in essi perch
scopriamo che anche gli enti prodotti tecnicamente possono avere
un tale impulso connaturato al mutamento grazie ai loro compo-
nenti immanenti naturali , quanto soprattutto nel fatto che, men-
tre gli enti prodotti tecnicamente hanno un tale impulso connatura-
to al mutamento accidentalmente (vd. il otcqcv di li. 192b19),
gli enti naturali, invece, hanno un tale principio, cio la natura, in
modo non accidentale (q ofo otcqo), ma essenziale.
101
Limportanza di questa differenza subito sottolineata da Aristote-
le, che si preoccupa di chiarire lespressione fo q ofo ot-
cqo, perch sospetta che il carattere accidentalmente naturale
delloggetto articiale possa dare limpressione che fcvq e qtoi
siano connesse cos strettamente da far perdere i loro rispettivi si-
gnicati concettuali specici, come accade nellesempio che se-
gue immediatamente del medico che torna sano, in cui la fcvq
medica e la qtoi del processo di guarigione dellindividuo sono
compresenti accidentalmente. Lo scopo di Aristotele , invece,
quello di sfruttare lanalogia fcvq/qtoi conservandone le diffe-
renze in vista della conoscenza scientica della qtoi.
Lespressione non per accidente (fo q ofo otcqo)
viene spiegata da Aristotele con lesempio del medico: pu accade-
re, egli dice, che un tale, che medico, sia egli stesso responsabile
della guarigione di se stesso. Aristotele adopera qui il termine
oifio, il quale ha indubbiamente un certo signicato di causalit,
in quanto indica la responsabilit di qualcuno che produce qualco-
sa, nella fattispecie il medico che produce la sua stessa guarigione,
64 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
100
Limpulso connaturato al mutamento, oqqv cfooq cqtfov, che viene
negato agli oggetti articiali la medesima cosa del principio naturale inteso come
principio di movimento e di quiete delle li. 192b13-14. Si scopre poi che tale im-
pulso si riscontra accidentalmente anche negli oggetti articiali, li. 192b19-20, ma
a questa accidentalit si oppone lessenzialit (o0 otfo oi q ofo otcqo)
della natura come principio. Ad oqqv cfooq cqtfov negato agli oggetti arti-
ciali si oppone invece il fatto che la natura to qci qm fm nellente di cui prin-
cipio, cio sussiste nellente quale condizione necessaria e primaria.
101
Infatti ci che appartiene a una cosa o0 otfo essenziale alla cosa, per
cui o0 otfo lopposto di ofo otcqo .
tuttavia non pu essere inquadrato in una pi ampia teoria della
causalit, perch Aristotele non ha ancora teorizzato la sua dottrina
delle cause, cosa che far in Phys. II 3. Quindi qui oifio, che
laggettivo appartenente alla stessa famiglia di oifiov e oifio, non
ha tuttavia ancora il senso pieno di causa, ma serve solo a spiegare
razionalmente il fatto che la fcvq unita alla qtoi produce certi
effetti allinterno di un ente che accidentalmente al tempo stesso
articiale e naturale. In altri termini, lesempio che Aristotele ad-
duce qui serve a spiegare ci che egli aveva detto precedentemente,
e cio che in certi casi fcvq e qtoi sono compresenti nellente ar-
ticiale, con la differenza che la qtoi nellente naturale presente
per se stessa, mentre nellente articiale presente accidentalmen-
te. Con questo esempio del medico Aristotele vuole, quindi, ribadi-
re quanto ha detto alle li. 192b19-20, e cio che anche negli enti ar-
ticiali si pu trovare un impulso connaturato al mutamento come
negli enti naturali, con la differenza, naturalmente, che nel caso de-
gli enti articiali tale impulso immanente non naturale ma acci-
dentale.
Questo stesso discorso ribadito subito dopo da Aristotele,
che scrive: non in quanto guarito possiede larte medica, inten-
dendo dire che i due aspetti dellente, cio lessere medico e lesse-
re uomo guarito, sono distinti fra loro e compresenti solo acciden-
talmente. Il medico, infatti, normalmente esercita la sua arte sugli
altri ed un fatto del tutto accidentale che egli la eserciti su se stes-
so. Nel caso comune in cui il medico e luomo malato che torna sa-
no sono due enti diversi, il malato non torna sano perch possiede
larte medica, infatti egli non affatto medico, quindi anche nel ca-
so del medico che torna sano non in quanto guarito possiede lar-
te medica ma, al contrario, in quanto possiede larte medica gua-
rito da malato che era. Quindi lavere larte medica non dipende
dal fatto che guarito, ma al contrario il fatto che guarito dipen-
de dallessere egli un medico che ha curato se stesso. In questa
guarigione del medico sono accidentalmente compresenti la natura
del processo di guarigione e la tecnica medica.
In conclusione di tutto questo discorso, Aristotele sostiene che,
pur ammettendo che nellente articiale ci sia talvolta oltre alla
fcvq anche la qtoi, tuttavia occorre non fare confusione fra i
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 65
due aspetti. Al capitolo 8 di questo II libro, inoltre, e precisamente
alle li. 199b28-32, Aristotele torna sullesempio del medico che
guarisce se stesso, ma questa volta lo fa in ragione di un discorso
sulla causa nale con la quale viene identicata la natura stessa. Di-
ce infatti Aristotele che se nella tecnica c la causa nale, allora
c anche nella natura e questo risulta soprattutto evidente nel caso
di chi si cura da se stesso, perch a costui che somiglia la natura.
Dunque conclude Aristotele , chiaro che la natura causa e lo
nel senso della causa nale.
102
In questo passaggio lesempio del
medico serve ad Aristotele non tanto per spiegare, come abbiamo
detto, la compresenza accidentale nelloggetto articiale di fcvq e
di qtoi, quanto invece per mostrare che, se nella tecnica c una
causa nale questo dovuto al fatto che essa agisce come la natura,
che , per se stessa, causa come causa nale. Il concetto che abbia-
mo visto espresso dal termine oifio nellesempio del medico qui
assume un pieno signicato causale e viene utilizzato, infatti, il ter-
mine oifi o.
Tornando al discorso di Phys. II 1, Aristotele, dopo aver preci-
sato laccidentalit della compresenza di natura e tecnica per cui
nello stesso uomo ci sono larte medica e lessere guarito, e avere
quindi chiarito che, in virt della accidentalit, questi due aspetti
possono anche essere separati fra loro,
103
come nel caso in cui il
medico cura non se stesso ma un altro malato, aggiunge: allo stes-
so modo <si comporta> ciascuna delle altre cose prodotte (ooim
oc oi fmv omv coofov fmv oiotcvmv), perch nessuna di esse
possiede in se stessa il principio della produzione (cci fqv oqqv
cv cotfm fq oiqocm), ma le une ad esempio una casa e ciascu-
no degli altri manufatti , <hanno tale principio> in altre cose ed
esterne (cv ooi oi cm0cv), mentre le altre <hanno tale princi-
pio> in se stesse, ma non per se stesse (cv otfoi cv o ot o0
otfo), e sono quelle che potrebbero essere cause per se stesse ac-
cidentalmente (ooo ofo otcqo oifio cvoif ov otfoi)
66 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
102
Phys. II 8, 199b30-33.
103
Per Aristotele accidentale una causa che priva di una connessione re-
golare con leffetto, cf. Metaph. E 2, 1026b31-33; Phys. II 8, 198b34-36; APo. I 4,
73b10-16. In questo caso puramente accidentale che luomo sia medico e tor-
ni sano.
(Phys. II 1, 192b27-32). A questo punto, come si vede, entrato in
campo il concetto della produzione e quindi lanalogia tra natura e
tecnica si trasferisce sul piano del movimento naturale in rapporto
alla produzione tecnica.
Fin qui la relazione/distinzione fra gli enti naturali e quelli pro-
dotti dalla tecnica pu essere cos schematizzata:
1) la natura principio e causa di movimento e di quiete degli
enti naturali, per se stessa e non per accidente;
2) la natura si trova anche nelloggetto articiale, come materia
naturale, e quindi principio e causa di movimento e di quiete de-
gli enti articiali accidentalmente;
3) gli oggetti articiali non hanno un principio e causa di muta-
mento o di quiete per se stessi (192b18-19);
4) gli oggetti articiali possono avere un principio e causa di
mutamento o di quiete accidentalmente, in quanto fatti di materia
naturale.
A questo punto Aristotele ritiene di aver spiegato che cosa sia
la qtoi, che egli ha denito appunto come un principio di movi-
mento o di quiete essenzialmente immanente agli enti naturali, e
dice infatti che la natura quindi ci che si detto (192b32), per
cui il suo discorso prosegue nel mostrare che cosa siano gli enti na-
turali, che egli qui chiama cose che hanno natura (192b32-33) e
che quindi hanno un tale principio. Successivamente spiegher co-
sa sia ci che secondo natura e ci che per natura (192b35-
193a2). Per quanto concerne la spiegazione delle cose che hanno
natura, tuttavia, ci troviamo di fronte a un passaggio che presenta
qualche difcolt, al punto che non tutti lo interpretano allo stesso
modo. Io tuttavia ritengo che la difcolt sia solo apparente, come
cercher di mostrare qui di seguito. Scrive infatti Aristotele: oi
cofiv ovfo fotfo otoio tocicvov oq fi, oi cv tocicvm
cofiv q qtoi oci 192b33-34.
104
Questo passaggio viene comune-
mente tradotto in questo modo: E tutte queste cose sono sostan-
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 67
104
Questo passo segue la punteggiatura proposta dal Laas, il quale, basando-
si sulla interpretazione di Temistio e di Filopono, pone una virgola dopo il fi af-
nch lespressione tocicvov oq fi vada letta insieme con la precedente, cio
oi cofiv ovfo fotfo otoio. A. Mansion (1945), p. 100 nota 15, propone addirit-
tura una pausa pi forte: il punto e virgola anzich la virgola.
za: perch sono un certo sostrato, e la natura sempre in un sostra-
to,
105
cio viene tradotto nel senso che tutte queste cose, ossia
le cose che hanno natura di cui Aristotele ha detto subito prima
intendendo gli enti naturali, sono sostanza (otoio), perch sono
un sostrato. Tale interpretazione in linea con quanto si apprende
dalla parafrasi di Temistio e dal commento di Filopono,
106
che in-
terpretano nel modo seguente: Temistio spiega lespressione aristo-
telica e tutte queste cose sono sostanza dicendo che sono com-
poste da materia e da forma (otv0cvfo oq qoq c tq oi cioot
cofiv) e prosegue dicendo che la natura ha (cci) un certo so-
strato ed (cofi v) in un sostrato. Egli qui usa prima il verbo ave-
re e poi il verbo essere lasciando sospettare che attribuisca lessere
sostrato non alla natura, ma allente naturale che ha natura. Questa
interpretazione confermata in modo pi chiaro da quanto affer-
ma poco dopo, e cio quando fa il discorso della propriet che ap-
partiene al fuoco di portarsi verso lalto, propriet a proposito del-
la quale Temistio afferma che non ha natura per il fatto che lo-
perativit (cvcqcio) non un certo sostrato, da cui si ricava la cor-
rispondenza avere natura=essere sostrato. Filopono, a sua volta,
per spiegare che gli enti che hanno la natura sono sostanze, lo
spiega dicendo che ciascuno di tali enti un sostrato e che nessuno
degli accidenti, ma appunto soltanto la sostanza sostrato. Il ragio-
namento di Filopono alquanto semplicistico, anche se giusticato
dal fatto che pu apparire assurdo a una prima occhiata affermare
contemporaneamente che la natura sostrato ed in un sostrato,
in quanto le due cose possono apparire contrastanti fra loro. Filo-
pono ragiona in questo modo: se la natura in un sostrato, allora
ci che ha natura (che egli ha prima identicato con il sostrato)
funge da sostrato; il sostrato sostanza, quindi ci che ha natura
sostanza. Inoltre, che la natura sia in un sostrato mostrato dalla
stessa denizione di natura, che afferma che essa principio di mo-
vimento o di quiete di ci in cui (cv m) esiste primariamente e
68 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
105
Mi riferisco a Hardie & Gaye, Ross, Carteron, Hamelin, Charlton, Franco
Repellini, Pellegrin, Zanatta, Wicksteed & Cornford. Carteron non segue la pun-
teggiatura proposta dal Laas e tuttavia non si discosta dagli altri per il senso che
attribuisce alla frase.
106
Temistio, In Phys. 36,24-37,2; Filopono, In Phys. 204,16-23.
per se stessa. Questa spiegazione del passaggio aristotelico in di-
scussione, diffusa fra gli interpreti, sembra inoltre aderire alla pi
volte ripetuta indicazione di sostanza che ci viene fornita da Aristo-
tele nelle Categorie, in cui lo Stagirita afferma che la sostanza pri-
ma soggetto e non pu essere detta di un soggetto n pu essere
in un soggetto, mentre la sostanza seconda (specie e generi) non
pu essere n soggetto n in un soggetto, ma si pu dire di un sog-
getto.
107
chiaro, per, che questo discorso sulla sostanza che si
trova nelle Categorie ha un contesto del tutto diverso da quello di
cui stiamo discutendo nella Fisica, perch l si tratta di sostanza in-
tesa come soggetto o meno di predicazione.
108
Ora, a me sembra
che non abbia in realt senso far dire ad Aristotele che ogni ente
naturale sostanza, perch un certo sostrato, e in effetti possia-
mo vedere che gi i commentatori antichi si erano interrogati mol-
to sul signicato di questo passaggio aristotelico anche in relazione
al fatto che Aristotele parla di sostanza e non di sostanze. Filo-
pono, ad esempio, cita Aristotele scrivendo che tutte queste cose
sono sostanze (cioi fotfo ovfo otoioi),
109
e Simplicio pure
ipotizza che Aristotele intenda dire questa stessa cosa.
110
Tuttavia,
se prendiamo il commento che di questo passaggio aristotelico fa
Simplicio troviamo le ragioni della difcolt di una tale traduzione.
Si prola in Simplicio la possibilit di interpretare lespressione ari-
stotelica che tutte queste cose sono sostanze considerando come
spiegazione la frase tocicvov oq fi oi cv tocicvm cofiv q
qt oi o ci, in cui q qt oi sarebbe soggetto sia di t oci cvov fi che
di cv tocicvm. Sulla base del commento di Simplicio e in pole-
mica con esso, inoltre, Couloubaritsis, seguito in questa sua inter-
pretazione da A. Stevens,
111
intende il passo aristotelico in questo
secondo modo che a me sembra corretto, e cio nel senso appun-
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 69
107
Cf. Cat. 5, 2a11-3a6. Di seguito a questo passaggio Aristotele sottolinea
che proprio di ogni sostanza, sia prima che seconda, il non essere in un soggetto,
cosa che invece nel passaggio della Fisica in esame detto della qt oi.
108
Cf. anche Metaph. A 8, 1017b24.
109
Filopono, In Phys. 204,14-15.
110
Simplicio, In Phys. 270,11.
111
Cf. L. Couloubaritsis (1991) e A. Stevens (1999), ad loc. Entrambi tradu-
cono otoio con essenza.
to che lintera espressione tocicvov oq fi oi cv tocicvm
cofiv q qtoi oci costituisce la spiegazione del fatto che tutte
queste cose sono sostanza, per cui la frase di Aristotele signiche-
rebbe: E tutte queste cose sono sostanza: infatti sempre la natura
un certo sostrato ed in un sostrato. Couloubaritsis considera
in altri termini tocicvov fi come predicato di q qtoi.
In effetti mi sembra, come dicevo prima, che fare dire ad Ari-
stotele che ogni ente naturale sostanza, perch un certo sostrato,
sia una banalizzazione del testo aristotelico, mentre se si interpreta
come fa Couloubaritsis e come ha ipotizzato Simplicio, e cio che
tutti gli enti naturali sono sostanza, perch la natura un certo so-
strato ed in un sostrato, mi sembra che possiamo disporre di una
interpretazione che non solo trova ampio fondamento testuale in
quanto abbiamo gi visto a proposito del I libro della Fisica, in cui
Aristotele parla della qtoi come sostrato (tocicvq qtoi)
112
e
come sostanza, ma che anche pi coerente con il discorso che
Aristotele svilupper in seguito in questo stesso primo capitolo del
II libro. Ma vediamo che cosa propriamente scrive Simplicio, In
Phys. 269,27-270,22: [] tutto ci che naturale (fo qtoiov
ov) una sostanza composta (otoio cofi otv0cfo) che da un la-
to ha un certo sostrato, quello in cui la natura (cotoo cv fi
tocicvov fo cv m cofiv q qtoi), se vero che la natura prin-
cipio o causa di ci in cui per se stessa, ma che dallaltro lato ha
anche qualcosa in un sostrato e cio la natura stessa (cotoo oc oi
c v t ocic vm fi fq v qt oiv ot fq v).
113
Fin qui Simplicio sta sempli-
cemente presentando il discorso di Aristotele: egli intende corretta-
mente le cose che sono sostanza, di cui parla Aristotele, come gli
enti naturali (fo qtoiov ov) e spiega che sono sostanza composta
da un certo sostrato e dalla natura che in esso. Anticipando quin-
di quanto Aristotele dir alle li. 192b9 ss. a proposito della natura
intesa sia come materia sia come forma, Simplicio continua: Perci
come conseguenza di queste cose (oio m ooot0ov fotfoi) <Ari-
70 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
112
Cf. ad esempio Phys. I 7, 191a7.
113
Che questa sia la traduzione corretta risulta da quanto dice Simplicio, In
Phys. 269,30-270,2, in cui precisa che Aristotele dice che ci che ha natura
composto dal sostrato che ha <la natura> e dalla natura che in quello.
stotele> ragionando per induzione dice che, essendo lente natura-
le composto (otv0cfot ovfo fot qtoiot), alcuni dicono che il so-
strato la natura, da cui nascono le cose che divengono come da
qualcosa di immanente (fivo cv fo tocicvov cciv fqv qtoiv
c ot ivcfoi fo ivocvo cvtoqovfo), mentre altri dicono che
la forma specica <la natura> (fivo oc fo cioo) e si pone come
arbitro fra ambedue questi ragionamenti e distingue ci che ha na-
tura da ci che secondo natura (oioqici oc fo qtoiv cov oi fo
ofo qtoiv) dicendo che ci che ha natura sostanza composta da
un sostrato che ha <la natura> (c tocicvot fot covfo) e dal-
la natura che in quello (fq cv ccivm qtocm), perch ci che ha
natura un certo sostrato e la natura in un sostrato (fo oq cov
qt oiv t oci cvo v fi c ofi oi q c v t ocic vm qt oi). E tutti questi
enti che hanno natura sono sostanze (cioi ovfo fotfo fo covfo
qtoiv otoioi), anche perch sostanza in qualche modo si dicono
da una parte sia la materia sia il sostrato in senso primario, ma so-
stanza <si dice> dallaltra parte ci che in un sostrato, cio la
forma specica. Ma nel suo senso pi proprio sostanza luna co-
sa e laltra insieme. Ci dimostra dunque il fatto che gli enti che
hanno natura sono sostanze, cio il sostrato e ci che nel sostra-
to (fo covfo qtoiv otoio civoi fo tocicvov fi civoi oi cv
tocicvm), ma ciascuno sostanza e ancor pi lo sono luna cosa
e laltra insieme. In questo passaggio linterpretazione di Simpli-
cio sostanzialmente in linea con quella di Temistio e di Filopono,
perch, come si vede, egli considera lente naturale, chiamato al
modo in cui lo indica Aristotele come ci che ha natura, come
una sostanza composta e precisamente composta dal sostrato e dal-
la natura che in esso. Con sostrato, ci dice Simplicio, si intende la
materia ovvero il sostrato nel suo senso primario, mentre la natura
che in un sostrato sarebbe la forma. Luna e laltra cosa, cio sia il
sostrato sia la forma, sono sostanza, e tuttavia sostanza in senso pi
proprio si intende il sostrato e la forma insieme, per cui propria-
mente risulta che le cose che hanno natura, cio gli enti naturali,
sono sostanze. In altri termini, linterpretazione n qui data con-
duce Simplicio, in linea con Filopono, a pensare che sia corretto
parlare di enti naturali come sostanze, otoioi, non come sostan-
za, otoio, a proposito della frase aristotelica oi cofiv ovfo fotfo
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 71
otoio. Simplicio per continua a riettere sulla frase di Aristotele
sempre nella versione secondo cui tutte queste cose sono sostan-
za, evidentemente per cercare di capire perch Aristotele parli di
sostanza e non di sostanze e scrive: Oppure, lespressione e tutte
queste cose sono sostanza (ovfo fotfo otoio) deve intendersi
nel senso che sostanza sia ci che ha natura, cio il sostrato, sia la
natura (fo cov qtoiv, fotfcofi fo tocicvov, otoio cofi oi q
qtoi otoio) ed chiaro che ancor pi luna cosa e laltra insieme
sono sostanza, perch <la natura>
114
un certo sostrato ed in un
sostrato (cofi oq tocicvov fi oi cv tocicvm). Questa ri-
essione non si discosta sostanzialmente dalla precedente, perch
Simplicio continua a considerare sostrato ci che ha natura, cio
lente naturale, e pi propriamente il sostrato insieme con la natura
che nel sostrato, cio la forma, tuttavia la novit consiste nel fatto
che si potrebbe comprendere come ragione del fatto che Aristotele
parli di sostanza e non di sostanze il fatto che sia il sostrato sia ci
che nel sostrato sono natura, di cui egli dice proprio in questo
passaggio che sostanza. Ma la riessione di Simplicio non si fer-
ma qui ed egli continua riprendendo, stavolta, la versione secon-
do cui tutte queste cose sono sostanze, per cui scrive: Oppure
<Aristotele>, dicendo che tutte queste cose sono sostanze, cio
sia il sostrato sia ci che in un sostrato (cioi ovfo fotfo otoioi,
fotfcofi fo fc tocicvov oi fo cv tocicvm ), mostra ci per
mezzo della natura (oio coq fq qtocm), dicendo che sempre
la natura un certo sostrato ed in un sostrato (q qtoi toci-
cvov fi oi cv tocicvm cofiv oci ). Se dunque la natura so-
stanza e il sostrato natura e ci che in un sostrato natura, cio
la materia e la forma specica, tutte queste cose potrebbero essere
sostanza (ci otv q qtoi otoio, fo oc tocicvov qtoi oi fo cv
tocicvm qtoi, fotfcofiv q tq oi fo cioo, otoio ov cicv
fotfo ovfo). E sembra che a questa nozione <di natura-sostan-
za> si accordi anche ci che viene ricercato poco dopo, se la natura
72 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
114
Qui sottintendo la natura non solo perch essa lunico soggetto che si
trova nella medesima frase in Aristotele, ma anche perch non pu sottintendersi
la sostanza, dal momento che sappiamo dalle Categorie che la sostanza non mai
in un soggetto.
la materia ovvero il sostrato oppure la forma specica ovvero ci
che in un sostrato (oi fotfq ooci fq cvvoio otvoociv oi fo
cf oiov qfotcvov, ofcqov q tq oi fo tocicvov cofiv q
qtoi q fo cioo oi fo cv tocicvm). In questa ulteriore consi-
derazione a noi interessa il fatto che Simplicio, come del resto si
compreso anche da ci che ha detto prima, non ha difcolt a
identicare la natura sia con il sostrato sia con ci che nel sostra-
to. E non c contraddizione in questo, perch natura non deve in-
tendersi nel medesimo signicato in entrambi i casi, dal momento
che la natura come sostrato la materia, ci dice Simplicio, mentre
la natura intesa come ci che in un sostrato la forma. La ries-
sione di Simplicio tuttavia differente rispetto alle precedenti per-
ch egli sta ipotizzando che lespressione aristotelica tutte queste
cose sono sostanze potrebbe signicare che tutte queste cose
sono la natura-sostrato e la natura-che in un sostrato e non gli en-
ti naturali. Ovviamente egli non favorevole a questa soluzione,
ed infatti conclude: Migliore la prima spiegazione sia per via
delle argomentazioni successive sia perch, essendo due il sostrato
e ci che nel sostrato, Aristotele non li avrebbe chiamati tutti
(ot ov fo tocicvov oi fo cv tocicvm oto ovfo ovfo o
Aqiofofc q c o ci), egli che nel De caelo ha scritto queste parole:
infatti due cose le chiamiamo entrambe e due <individui> li
chiamiamo luno e laltro, tuttavia non li chiamiamo tutti, ma
adoperiamo questa denominazione a partire dal tre (o c cv fq
Hcqi otqovot fooc cqoqc "fo oq oto oqm cv cocv oi
fot oto oqofcqot, ovfo oc ot cocv, oo ofo fmv fqimv
fotfqv fqv ofqoqiov qocv qmfov"). Simplicio ha ragione nel-
laffermare che la prima spiegazione la migliore, poich tutte le
cose che sono sostanza sono quelle che hanno natura, cio gli enti
naturali, ed ha motivo anche di ritenere che sarebbe pi corretto
che Aristotele parlasse di sostanze e non di sostanza, ma egli ci
fornisce altres la possibilit di interpretare la frase aristotelica
tocicvov oq fi oi cv tocicvm cofiv q qtoi oci nel senso
che sempre la natura un certo sostrato ed in un sostrato. Io
ritengo che questa interpretazione, secondo cui sempre la natura
un certo sostrato ed in un sostrato, anche se conigge con le
interpretazioni dei pi, sia la pi corretta, non solo per le ragioni
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 73
che ho spiegato leggendo il commento di Simplicio, ma anche per-
ch si visto ampiamente da quanto ho detto a proposito del libro
I che la natura, chiamata spesso natura soggiacente (tocicvq
qtoi), il sostrato,
115
mentre ci che in un sostrato deve essere
considerata la forma. Tale espressione aristotelica intesa in questo
modo, che perfettamente coerente con la lezione di Phys. I, risul-
ta cos non solo la spiegazione del fatto che gli enti che hanno na-
tura sono sostanza (o sostanze),
116
ma anche una signicativa anti-
cipazione di quanto Aristotele dir in seguito a proposito dellinda-
gine sulla natura intesa sia come materia-sostrato sia come forma,
nel corso della quale egli, oltre tutto, chiamer sostanza la natura.
Una volta chiarito sia che cosa sia qtoi sia che cosa sia ci che
ha natura (fo cci qtoiv), cio lente naturale, Aristotele si soffer-
ma brevemente a chiarire altre due espressioni, e precisamente che
cosa sia ci che secondo natura (ofo qtoiv) e che cosa sia ci
che per natura (qtoci).
Sono secondo natura (ofo qtoiv), dice Aristotele alle li.
192b35 ss., sia gli enti naturali, ovvero le cose che hanno natura
e sono sostanze, sia le propriet essenziali di tali enti. Ad esempio
dice Aristotele , <la propriet> del fuoco di portarsi verso lalto,
perch questa n natura n ha natura (fotfo oq qtoi cv ot
cofiv oto cci qtoiv), ma per natura e secondo natura (qtoci oc
oi ofo qtoiv cofiv).
117
Aristotele sta elencando quattro espres-
sioni: qtoi, cciv qtoiv, qtoci, ofo qtoiv, di cui solo le ultime
due si possono attribuire alla propriet essenziale del fuoco di por-
tarsi verso lalto. Nella frase successiva, 193a1-2, Aristotele afferma
di averci detto che cosa sia la natura (qtoi), che cosa il per na-
tura (qtoci) e che cosa secondo natura (ofo qtoiv): lo Stagiri-
ta non sente pi il bisogno di citare lcciv qtoiv, ovvero ci che
74 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
115
Per inciso, si ricorder che in Phys. I 7, 190b10-12 Aristotele ha affermato
che il diveniente sempre un composto, e precisamente composto da ci che il
diveniente diviene, cio dalla propriet che assume divenendo o forma, nella fatti-
specie il musico dal non musico, e dallaltra parte dal sostrato che assume la nuova
propriet dopo il divenire.
116
Io ritengo che la lezione otoi o sia corretta, per le ragioni che spiego in Ap-
pendice (vd. passaggio n. 13).
117
Phys. II 1, 192b36-193a1. Cf. S. Waterlow (1982), pp. 48 ss.
ha natura, perch questo rientra nella categoria secondo natura
(ofo qtoiv). Inoltre, i due termini per natura e secondo natu-
ra, qtoci e ofo qtoiv, in questo contesto coincidono, perch
Aristotele ha appena detto che la propriet essenziale del fuoco di
portarsi verso lalto sia per natura che secondo natura.
118
Pi
avanti si scoprir, per, che queste due ultime espressioni, per na-
tura e secondo natura, non coincidono sempre, infatti, i mon-
stra, ad esempio, sono pur sempre per natura (qtoci), ma lo so-
no contro natura (oqo qtoiv) e non secondo natura (ofo
qtoiv).
119
La condizione per natura (qtoci), di conseguenza,
pi ampia di quella secondo natura, perch contiene sia leve-
nienza secondo natura (ofo qtoiv) sia levenienza contro na-
tura (oqo qtoiv). Ci implica che quando noi diciamo secondo
natura (ofo qtoiv) diciamo anche per natura (qtoci), ma non
viceversa. In conclusione, allora, gli enti naturali hanno natura
(cciv qtoiv) e sono secondo natura (ofo qtoiv), per cui anche
sono per natura (qtoci), mentre le propriet essenziali degli enti
naturali sono secondo natura (ofo qtoiv), per cui anche sono
per natura (qtoci), ma non hanno natura. La qtoi consente
tutti questi modi: cciv qtoiv, qtoci, ofo qtoiv.
120
Aristotele a questo punto ritiene di aver detto che cos la na-
tura come gi riteneva alla li. 192b32 e che cos per natura e
secondo natura in cui rientra ci che ha natura.
121
Il discorso,
perci, prosegue con il problema dellesistenza della natura: cerca-
re di dimostrare che la natura esiste (qt oi cofiv) continua infatti
Aristotele quindi ridicolo, perch questo chiaro a partire dal
fatto che esistono molti enti naturali. La coerenza logica del discor-
so aristotelico evidente. Aristotele ha appena denito la qtoi,
quindi passa a sottolineare che essa esiste: dimostrare lesistenza
della natura ridicolo, perch dimostrare le cose evidenti per mez-
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 75
118
Cf. Phys. II 1, 193a2, in cui i due modi qtoci e ofo qtoiv sono giusta-
mente connessi.
119
Cf. Phys. II 6, 197b32 ss.
120
Alle li. 197b32 ss., la natura ci grazie a cui possibile anche il modo
oqo qt oiv.
121
Lespressione fi fo qtoci oi ofo qtoiv di li. 193a2 mette giustamente
insieme qt oci e ofo qtoiv.
zo di quelle che non sono evidenti proprio di chi non capace di
giudicare ci che conoscibile per s e ci che, al contrario, non lo
. Tuttavia non impossibile che un fatto simile accada, cio che si
debba dimostrare che esista una cosa di per s evidente, infatti
questo il caso di un cieco che si metta a fare sillogismi sui colori:
chiaramente un cieco che faccia ci ragiona solo sulla base di nomi
e non ha nulla in mente, perch non ha mai avuto esperienza sensi-
bile dei colori. In questo esempio una cosa che facilmente cono-
scibile, come i colori, poich tutti sin da piccoli abbiamo esperien-
za sensibile dei colori che quindi conosciamo percettivamente, da
parte di un cieco risulta conoscibile solo attraverso ragionamenti
complessi, cio solo grazie a sillogismi.
122
Detto questo, il discorso riprende focalizzandosi sulla qtoi e
lidenticazione qt oi=ot oi o diviene lelemento chiave della prose-
cuzione del discorso aristotelico. Nel discorso che segue trova spie-
gazione, come ho gi detto, lanticipazione che Aristotele aveva fat-
to alla li. 192b34 dicendo che sempre la natura un certo sostra-
to ed in un sostrato (tocicvov oq fi oi cv tocicvm cofiv
q qtoi oci ). Si tenga presente che lespressione tocicvov
fi, in ragione della presenza del pronome indenito, attribuisce a
tocicvov una certa dose di indeterminatezza,
123
per cui possia-
mo intendere che la natura in certo qual modo, in un certo
senso sostrato. Si tratta della medesima indeterminatezza con cui
in Phys. I Aristotele ha pi volte detto che la materia-soggetto in
certo qual modo sostanza.
124
Ma seguiamo il testo aristotelico.
I pensatori che lo hanno preceduto ritenevano che la natu-
ra ovvero la sostanza delle cose che sono per natura (q qtoi oi
q otoio fmv qtoci ovfmv)
125
il primo costituente interno di
76 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
122
Il modo di procedere di Aristotele qui contraddice le indicazioni che egli
fornisce in APo. II 2, 89b34-90a9, in cui afferma che occorre prima cercare lesi-
stenza di una cosa e poi cercare la sua essenza. Cf. O. Hamelin (1931), p. 42.
123
Come nel caso gi discusso di fi oifio di li. 192b24.
124
Cf. ad esempio Phys. I 6, 189b32-34 e I 9, 192a3-6.
125
Questo passo avvalora il fatto che la lezione pi corretta di 192b33 sia ot-
oio e non otoioi e risponde perfettamente allidenticazione qtoi=otoio. Ad
esempio, F. Franco Repellini traduce questa frase correttamente Alcuni ritengo-
no che la natura, nel senso della sostanza delle cose che sono per natura ..., forse
sulla base di quanto dice A. Mansion (1946), p. 102. Tuttavia tale traduzione non
ciascuna cosa, per s del tutto privo di congurazione (fo qmfov
cvtoqov coofm, oqqt0iofov o0 cotfo ):
126
Aristotele fa allu-
sione in modo evidente alla teoria di alcuni fra i suoi precursori, se-
condo cui ogni ente naturale deriva da una materia originaria che
si trasforma negli enti determinati. Ad esempio, la qtoi del let-
to sarebbe il legno e la qtoi della statua sarebbe il bronzo.
127
Si
tratta, come si vede, degli stessi esempi e dello stesso discorso che
Aristotele ha gi fatto in Phys. I 7, 191a8-12, in cui lanalogia ci
permetteva di conoscere che cosa fosse la natura soggiacente
(tocicvq qtoi) e ci permetteva di conoscere la sua relazione
con lotoio. In quel passaggio, come anche in questo, ci che in
questione una qtoi che funge da soggetto del divenire e che sta
alla sostanza come la materia amorfa sta a ci che possiede compiu-
tamente la forma (oqqq). Un indizio, in Phys. II 1, 193a13-18, di
questa identicazione della natura con il componente materiale che
esiste in modo primario e immanente negli enti naturali continua
Aristotele fornito da Antifonte,
128
il quale afferma che se si sot-
terrasse un letto e questo marcisse no a germogliare non si genere-
rebbe un letto, bens legno: infatti lessere il legno un letto un fatto
accidentale, perch il legno ha assunto una certa disposizione secon-
do una regola darte: c in questo esempio una concomitanza di
fcvq e qtoi come avveniva nel caso del medico che torna sano di
cui si gi parlato. Nel caso del letto che, sotterrato e marcito, ger-
moglia come legno e non come letto, solo la natura principio di
movimento e di divenire. Qui la natura-sostanza il sostrato mate-
riale, che quello che permane (oiocvci) nonostante le continue
modicazioni che subisce nel divenire, ed chiaro che qui Aristotele
sta parlando della sostanza non nel senso che egli chiarisce nelle Ca-
tegorie, ma nel senso su cui ha insistito pi volte no a questo punto
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 77
avrebbe senso se non si sapesse gi, sulla base dellinsegnamento di Phys. I, che la
qt oi otoio.
126
Phys. II 1, 193a11-12.
127
Lanalogia natura/tecnica consente ad Aristotele di fare, come di consue-
to, un esempio tratto dal mondo della tecnica che vale a maggior ragione per gli
enti naturali.
128
Cf. 87 B 15 DK. Sulla vexata quaestio dei due o dellunico Antifonte, cf. F.
Decleva Caizzi ed., Antiphontis Tetralogiae, Milano-Varese 1969, passim; M. Narcy
(1989), passim.
e che viene richiamato dal verbo oiocvci, cio come sostrato. Se
poi ciascun costituente dovesse risultare esso stesso una modicazio-
ne del medesimo tipo rispetto ad unaltra cosa, cio se ciascun costi-
tuente dovesse rivelarsi secondario rispetto ad un costituente ancor
pi primario, ovvero una sostanza che permane pur subendo conti-
nue modicazioni, come lacqua, la terra e simili, allora sar questul-
tima cosa ad essere sostanza come principio.
129
Da ci derivano le di-
verse identicazioni del principio degli enti naturali con questo o
con quellelemento da parte dei siologi che lo hanno preceduto.
130
Come si vede, in tutto questo passaggio Aristotele sta parlando della
sostanza ritenendo di parlare della natura, cosa che egli non potreb-
be fare se non ritenesse di avere in qualche modo identicato prece-
dentemente natura e sostanza. Inoltre, chiamando in causa i preso-
cratici, egli sta mostrando delle opinioni relative alla natura-sostanza
che viene identica-ta con lelemento che permane (oiocvci,
193a17) pur subendo ininterrottamente delle modicazioni, per cui
questa natura-sostanza sarebbe un sostrato, t oci cvov. Dopo aver
discusso in questo modo della sostanza, Aristotele pu concludere,
quindi, che in un modo, dunque, la natura si dice la materia prima
soggiacente in ciascuna cosa fra quelle che hanno in se stesse il prin-
cipio del movimento e del mutamento (cvo cv otv fqoov otfm q
qtoi ccfoi, q qmfq coofm tocicvq tq fmv covfmv cv
ot foi o qq v ivq ocm oi cfooq ), in un altro modo, per, <na-
tura> la forma ovvero la forma specica secondo la denizione
(o ov oc fqo ov q oqqq oi fo ci oo fo ofo fo v o ov).
131
Aristotele si impegna a questo punto a spiegare questultima
espressione che ha usato per dire la natura, e cio q oqqq oi fo
78 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
129
Cf. Metaph. A 4, 1015a7-10.
130
Phys. II 1, 193a10-28, si vd. anche Metaph. A 4, 1014b32 ss.
131
Phys. II 1, 193a28-31. Aristotele adesso ha aggiunto un elemento in pi,
dicendo non pi che la natura principio del movimento e della quiete, cio del
contrario del movimento, ma principio del movimento e del mutamento, che
non il contrario ma qualcosa di diverso e di pi completo del movimento (cf. G.R.
Giardina (2002), pp. 33 ss. e 119-144). Questo gli consentito perch ha introdot-
to il mutamento nel passo precedente in cui, parlando dei presocratici, ha detto
che gli elementi che questi hanno identicato come principi degli enti naturali so-
no eterni perch non sono per se stessi causa di mutamento da se stessi (ot oq
civoi cfooq v ot foi c otfm v).
cioo fo ofo fov oov. Per la verit, neanche questo un concet-
to nuovo, perch Aristotele ha gi chiarito nel libro I che per forma
specica deve intendersi quella che emerge dalla denizione di un
ente. A proposito di Phys. I 7, 190a14-17, infatti, avevo gi sottoli-
neato che da tutte le formulazioni con le quali si pu dire il diveni-
re, per Aristotele occorre assumere che necessario che ci che
diviene sia sempre qualcosa che soggiace (oci fi oci tocio0oi), e
che questo, anche se uno per numero, tuttavia non sia uno per
forma, infatti intendo per forma la stessa cosa che per denizio-
ne (fo oq cioci cm oi om fotfov). Assumendo come esem-
pio il caso delluomo non musico che diviene uomo musico, si tro-
va che il soggetto-sostrato, che uno numericamente, dal punto di
vista eidetico sia uomo sia non musico: luna forma specica, cio
uomo, permane, mentre laltra, cio non musico, non permane.
Lespressione q oqqq oi fo cioo fo ofo fov oov ci viene
spiegata da Aristotele nel modo seguente: come si dice tecnica
sia ci che secondo la tecnica (fo ofo fcvqv) sia ci che
tecnico (fo fcviov) per noi forse pi comprensibile il ra-
gionamento se traduciamo fcvq con arte, per cui si dice arte sia
ci che conforme allarte sia ci che artistico , allo stesso modo
si dice natura (qtoi) sia ci che secondo natura (fo ofo
qtoiv) sia ci che naturale (fo qtoiov). Qui Aristotele stabili-
sce un procedimento analogico che interessa, ancora una volta,
fcvq e qtoi. Per Aristotele sono la medesima cosa, da una parte,
ci che conforme allarte (fo ofo fcvqv) e ci che artisti-
co (fo fcviov), e, dallaltra parte, ci che secondo natura
(fo ofo qtoiv) e ci che naturale (fo qtoiov). La propor-
zione qui la seguente: larte sta a ci che conforme allarte ov-
vero a ci che artistico come la natura sta a ci che secondo na-
tura (o conforme alla natura) e che naturale. Questo comporta
che, come noi non potremmo dire che conforme allarte (ofo
fcvqv) n che arte (fcvq), ad esempio, un letto che tale sol-
tanto in potenza e che non ha ancora la forma specica del letto
(fo cioo fq ivq), allo stesso modo non possiamo dire che sono
conformi alla natura o naturali gli enti naturali che sono tali solo in
potenza e che non hanno ancora acquisito la propria forma speci-
ca, che risulta essere cos la loro natura: la carne o le ossa non han-
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 79
no ancora la propria natura (otf cci m fqv cotfot qtoiv) n so-
no per natura (otfc qtoci cofiv)
132
prima di avere acquisito la
forma specica secondo la denizione (qiv ov oq fo cioo fo
ofo fov oov), ovvero quella forma specica che noi esprimiamo
quando, denendo ad esempio la carne o le ossa, diciamo che co-
sa siano (fi cofi) la carne o le ossa. Da tutto ci si conclude che
un altro modo in cui si pu dire la natura degli enti che hanno in se
stessi il principio del movimento la forma, oqqq, intesa nel sen-
so di forma specica, cioo, che non separabile dallente reale ma
ci dice propriamente ci che lente reale secondo la denizione
(mofc oov fqoov q qtoi ov ciq fmv covfmv cv otfoi ivqocm
oqqv q oqqq oi fo cioo, ot mqiofov ov o q ofo fov oov).
Se lente reale privo di questa forma-natura, cioo-qtoi come
avviene nel caso in cui lente sia ancora nel suo stato potenziale pri-
vativo oppure nel caso in cui la qtoi come forma viene separata
razionalmente dalla qtoi come sostrato non pu essere pi con-
siderato come un ente naturale reale.
133
A me sembra, a proposito dellespressione aristotelica q oqqq
oi fo cioo fo ofo fov oov, che Aristotele intenda dire questo:
80 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
132
Quindi la carne e le ossa in potenza n hanno natura (cci qtoiv) n sono
per natura (otfc qtoci cofiv): Aristotele sta omologando ancora una volta i quat-
tro modi che aveva distinto della natura, poich la qtoi ancora una volta si
confonde con lavere natura qtoi-cci qtoiv e il secondo natura con il per na-
tura, cio ofo qtoiv-qtoci. P. Pellegrin traduce come sinonimi le coppie del
passo precedente, cio 193a31-33, per cui fcvq sarebbe fo ofo fcvqv ovvero
fo fcvio v, cos come la qtoi sarebbe fo ofo qt oiv ovvero fo qtoio v. Infat-
ti Pellegrin traduce: ce qui est selon lart, cest--dire larticiel, est appel art, de
mme aussi ce qui est selon la nature, cest--dire le naturel, est appel nature.
133
P. Pellegrin a questo punto traduce: non comme tant sparables, si ce
nest par la raison. Egli cio attribuisce lespressione mqiofo v ov a entrambi i ter-
mini, oqqq ed cioo, e traduce lespressione gi usata da Aristotele, ofo fov
oov non pi secondo la denizione, come egli stesso ha tradotto precedente-
mente, ma secondo la ragione, cercando di chiarire lespressione ofo fov oov
nel senso che qui si tratterebbe di astrazione razionale. Mi sembra che tradurre
qui secondo la denizione non cambi il senso del discorso, perch denire una
cosa , come si sa, lesprimerla secondo ragione. A questo proposito utile leggere
Metaph. A 8, 1017b23 ss., in cui Aristotele dice che la sostanza (otoio) si intende
secondo due signicati, di cui il secondo ci che, essendo qualcosa di determi-
nato, potrebbe essere anche separabile (o ov fooc fi ov oi mqiofov q ): siffatta la
forma e la specicit di ciascuna cosa (foiotfov oc coofot q oqqq oi fo cioo).
sia oqqq che cioo indicano la forma di un ente naturale, ma cioo
vuole essere una specicazione di oqqq e indica la forma specica
che fa di quello specico ente esattamente quello che , che poi
ci che si esprime nella denizione dellente stesso nella sua realt
concreta.
134
Se noi abbiamo, infatti, un letto in potenza, nel caso
del prodotto della tecnica, o carne e ossa in potenza, nel caso di
enti naturali, non abbiamo ancora realmente n lente articiale n
lente naturale, perch non abbiamo ancora una forma specica
che fa di quellente ci che esso , quindi non abbiamo ancora fo
cioo fo ofo fov oov. Aristotele pu concludere, allora, che c
un altro modo di dire la natura oltre a quello di materia (tq) ovve-
ro sostrato (tocicvov), e cio dirla come forma intesa nel senso
di forma specica (q oqqq oi fo cioo) degli enti che hanno in se
stessi un principio di movimento, che non separata realmente
dallente ma separabile solo razionalmente. La distinzione fra
oqqq ed cioo, del resto, si chiarisce alla ne di questo stesso capi-
tolo, quando Aristotele dice che la oqqq che egli ha fornito come
signicato di natura si pu intendere in due modi, cio come priva-
zione (ofcqqoi) e come specicit (cioo).
Ci che invece composto da materia e forma seguita Aristo-
tele , cio la sostanza in senso proprio, che natura come sostrato
e insieme natura come forma che nel sostrato, come ad esempio
luomo, non una natura ma per natura (fo o c fotfmv qtoi
c v ot c ofiv, qtoci oc, oiov ov0qmo).
135
Natura, come ci ha inse-
gnato Aristotele in questo primo capitolo di Phys. II, non il com-
posto di materia e forma, perch natura la materia-sostrato ed
natura la forma specica, mentre il composto materia-forma la
sostanza naturale che per natura ma non natura. In Metaph. A
4, 1015a6-7 Aristotele ribadir questo concetto scrivendo: Dun-
que per natura (qtoci) ci che composto dalluna e dallaltra
[scil. da materia e forma], ad esempio gli animali e le loro parti.
Ma, come Aristotele continua a dire nella Fisica, E questa [scil. la
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 81
134
Gi i commentatori antichi distinguevano la differente sfumatura di signi-
cato fra oqqq ed cioo, cf. Simplicio, In Phys. 276,24 ss. e Filopono, In Phys.
215,8 ss.
135
Phys. II 1, 193b5-6.
forma] pi natura della materia (oi oov otfq qtoi fq
tq),
136
perch ciascun <ente naturale> allora detto <tale>
quando in entelechia pi che quando in potenza (coofov oq
fofc ccfoi ofov cvfcccio q, oov q ofov otvoci) 193b6-
8. A me sembra che otfq si riferisca alla forma, oqqq probabil-
mente intesa nel senso di cui Aristotele ha appena detto alle li.
193b4-5, cio la forma specica secondo la denizione (cioo ofo
fov oov), oppure intesa nel suo senso globale di forma come spe-
cicit e come privazione (oqqq=cioo oi ofcqqoi) , ed essen-
doci nella frase aristotelica un rapporto di maggioranza, essa si do-
vr intendere nel senso che la forma pi natura della materia,
137
come del resto mi sembrano intendere la maggior parte degli inter-
preti. La spiegazione che viene fornita dallo stesso Aristotele, e
cio perch ciascuna cosa allora si dice <ente naturale> quando
sia in entelechia piuttosto che quando in potenza, per molto
problematica, perch mette in campo una nozione n troppo di-
scussa e non ancora interamente compresa quale quella di entele-
chia, che verr utilizzata da Aristotele in modo sistematico solo a
partire da Phys. III 1-3, nellambito dellindagine specica sul mo-
vimento.
138
Vediamo di comprendere lessenziale ricorrendo ap-
punto a quanto Aristotele ci dice dellentelechia nel libro III della
Fisica.
Allinizio di Phys. III 1 Aristotele enuncia quattro assiomi (li.
200b26 ss.) tramite i quali il discorso sul movimento viene impo-
stato sulla base delle coppie potenza-entelechia e privazione-forma
e, di conseguenza, viene presentato come un processo che conduce
lente dallo stato di privazione della forma allo stato di possesso
compiuto della forma: sotto questo prolo il movimento si presen-
ta come un passaggio fra due determinazioni contrarie. Di seguito
82 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
136
P. Pellegrin, nella sua traduzione della Fisica intende questo passaggio nel
senso che <la forma> natura della materia. Si vd. Appendice ad. loc.
137
Cf. anche Metaph. A 4, 1014b26-1015a19.
138
Per una trattazione dettagliata di questo problema rimando ai miei se-
guenti studi: G.R. Giardina (2002), pp. 28 ss., e soprattutto (2005). Questultimo
conferma il senso dellentelechia come realizzazione che avevo gi proposto nel la-
voro del 2002. Su Phys. III 1-3 si vd. anche B. Besnier (1997); M.L. Gill (1980) e
L. Couloubaritsis (1985b).
Aristotele fornisce la prima delle quattro denizioni di movimento
che egli propone, via via in modo sempre pi specico e articolato,
nel corso di Phys. III 1-3. Questa prima denizione la seguente:
movimento lentelechia di ci che in potenza in quanto tale (q
fot otvoci ovfo cvfcccio, q foiotfov, ivqoi cofiv).
139
Tale
concetto di entelechia se seguiamo gli esempi che Aristotele fa per
farci comprendere di cosa si tratti , si distingue da quello di atto,
che Aristotele indica con il termine cvcqcio e che signica la com-
piuta realizzazione della forma di un ente e cio lo stato in cui non
c pi movimento per la realizzazione della forma e quindi non c
pi entelechia.
140
Lcvfcccio implica per Aristotele il movimento
e cio un processo in cui lente non pi nel suo stato di pura po-
tenza, ma non ancora arrivato al compimento del suo atto che
cvcqcio: di fatto, come ci dice lo stesso Aristotele, lcvfcccio al-
tro non che una cvcqcio ofcq,
141
cio un atto incompiuto, ed
incompiuto perch ancora presente il potenziale, il otvofov, co-
me nellesempio del costruibile, poich ci che si costruisce pu
essere costituito dai materiali da costruzione in fase di costruzione
oppure dalla casa, ma quando c compiutamente la casa non c
pi alcuna traccia dello stato potenziale del costruibile, mentre nel-
la fase di realizzazione della casa, cio nelloioooqoi, c ancora
il costruibile, loioooqfov.
142
Inoltre, come Aristotele sottolinea
in Phys. III 1, 201b5-7, non solo si ha movimento a certe condizio-
ni dellentelechia, ma non c movimento n prima n dopo che ci
sia lentelechia.
143
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 83
139
Phys. III 1, 201a10-11, cf. J.L. Ackrill (1965), pp. 121-141; M.Th. Liske
(1991); D.W. Graham (1988) e, sul signicato cinetico di entelechia, in questo
passaggio aristotelico, si vd. Chung-Hwan Chen (1958), p. 14 nota 1. Cf. anche
Metaph. K 9, 1065b33, in cui si legge: q fot otvofot oi q otvofov cvfcccio
ivqoi c ofiv.
140
Si vd. L.A. Kosman (1969) e (1984). Contro questa interpretazione del-
lentelechia si vd. M.L. Gill (1980). Sulla base di Metaph. O 8, 1050a21-23, E. Ber-
ti (1990b), ritiene che cvfcccio abbia lo stesso signicato di cvcqcio, e cio
quello di atto compiuto. Sulla connessione fra queste nozioni e il problema della
teleologia cf. A. Capecci (1978), pp. 165 ss.
141
Phys. III 2, 201b31.
142
Phys. III 1, 201b5-15.
143
Per una pi dettagliata discussione della nozione di entelechia e del suo
ruolo nella denizione del movimento si vd. G.R. Giardina (2005), pp. 116-122.
Questa lettura del movimento come entelechia ci fa compren-
dere bene anche laffermazione di cui si detto di Phys. II 1,
193b7-8, secondo cui ciascuna cosa allora si dice <ente naturale>
quando sia in entelechia piuttosto che quando in potenza. Ci
che Aristotele ha costantemente in mente come abbiamo visto
dallanalisi di qtoi sia nel libro I che in questo primo capitolo del
libro II la tensione dialettica fra i tre principi del divenire, sog-
getto (tocicvov) e forma (oqqq), questultima intesa come pri-
vazione (ofcqqoi) e come forma specica (cioo) secondo la de-
nizione. Ora, la qtoi secondo Aristotele in un modo materia-so-
strato (193a28-30) e in un altro modo forma specica. Sotto en-
trambi questi aspetti la qtoi sostanza, otoio, perch come so-
stanza si intende sia la materia-sostrato sia la forma specica, men-
tre qtoi non mai la sostanza concepita come composto di mate-
ria-forma, che sono invece gli enti naturali, i quali non sono natura,
qtoi, ma sono per natura, qtoci. In quanto tali, allora, enti natu-
rali sono quelli che hanno in s stessi la qtoi, che principio o
causa di movimento o di quiete, nella misura in cui qtoi costi-
tuita dai tre principi del divenire dialetticamente articolati fra loro.
In altri termini, la qtoi, pur identicandosi con ciascuno dei prin-
cipi del divenire, si presenta come tensione dialettica fra di essi, e
cio come continuo scambio nel sostrato naturale fra privazione e
forma specica. Se vero quindi che un ente naturale una certa
sostanza, cio un soggetto che possiede in modo compiuto una for-
ma specica e quindi possiede in atto questa forma (cvcqcio ), tut-
tavia si trova nella condizione di divenire qualche cosa daltro e cio
di realizzare unaltra forma, e in questo senso in entelechia e non
in atto, per cui in movimento. La presenza della qtoi negli enti
naturali , quindi, allorigine del movimento inarrestabile che in
tali enti. per questo che la natura pu essere intesa nel senso della
generazione e della crescita, come Aristotele ci insegna in Phys. II 1,
193b12, ma anche in Metaph. A 4, 1014b16 ss. e 1015a16-17.
144
Ma,
84 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
144
La nozione di qtoi ha, come noto, la sua origine nel pensiero presocra-
tico, in quanto deriva dalla riessione dei loso delle origini sulla nascita e sulla
crescita degli enti naturali. In Metaph. A 4, 1014b16 ss. Aristotele avvia il discorso
sulla qtoi su queste basi presocratiche, sottolineando una presunta etimologia
del termine. dtoi e cvcoi sono quindi concetti analoghi, perch entrambi signi-
al contrario di quanto avviene negli enti prodotti dalla tecnica, ne-
gli enti naturali esiste un rapporto della natura con la natura stessa
nel senso che qtoi sia il soggetto sia la forma, nel senso cio che
la natura sia nello stato iniziale di ogni processo di divenire, sia
durante, sia nello stato nale del medesimo processo. La conse-
guenza di questo ragionamento ci conduce a pensare che la natura
intesa come forma sia privazione sia forma specica acquisita dal-
lente secondo la denizione, che sono i due sensi della oqqq. La
stessa riessione fa esplicitamente Aristotele, che un poco pi
avanti, alle li. 193b18-21, ci avverte che sia oqqq sia qtoi si dico-
no in due modi, aggiungendo: anche la privazione, infatti, in
certo qual modo una forma specica. Aristotele lascia tuttavia in
sospeso, per il momento, se la privazione costituisca un contrario
anche per quanto concerne la generazione assoluta.
Ritornando ora alla nozione di entelechia negli enti naturali,
possiamo vedere che, se prendiamo ad esempio il caso di un bam-
bino, non possiamo dire che il bambino non abbia natura, solo che
quando il bambino percorre la sua crescita no allet adulta cio
no allet in cui la forma uomo si pienamente realizzata , in
questa condizione troveremo pi natura che nella condizione di
bambino: il percorso della natura conduce alla crescita verso let
adulta. Il bambino allora, visto come stato privativo dellessere
adulto, certamente forma e natura, ma visto come adulto ancor
pi forma e natura. In ogni momento del suo processo di divenire,
che si esprime come una crescita verso let adulta, c natura e c
percorso verso la natura. Questo discorso viene chiarito meglio da
ci che segue, perch Aristotele non solo dice in che senso ciascu-
na cosa allora si dice <ente naturale> quando sia in entelechia piut-
tosto che quando in potenza, ma fa capire anche che lanalogia
fcvq/qtoi a un certo punto non pi possibile.
I passaggi che seguono sono infatti importanti precisazioni,
cio aggiunte che Aristotele ritiene indispensabili per determinare
il discorso sulla natura in modo completo e perfetto (avvia infatti
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 85
cano la generazione e lo sviluppo (divenire) degli enti naturali. Non un caso
che nel linguaggio presocratico (si vd. ad esempio Senofane, ma anche Empedo-
cle), i verbi qtco0oi e ivco0oi siano utilizzati spesso come sinonimi.
tali precisazioni con la congiunzione cfi, e ancora, li. 193b8 e li.
193b12). Egli introduce inaspettatamente, nel discorso sulla realiz-
zazione della forma, un altro concetto importante, cio quello di
causa motrice, dicendo che il processo di divenire ad esempio av-
viene da uomo a uomo un uomo genera un uomo , ma non da
letto a letto, perch un letto non genera un letto, ed proprio per
questo motivo che alcuni sostengono che non sia in questo caso la
gura del letto la sua natura, bens il legno, perch se un letto ve-
nisse seppellito e germogliasse si genererebbe legno e non letto.
145
Dunque la generazione di un ente naturale diversa da quella di
un ente articiale, nel senso che nella prima, ad esempio nel caso
delluomo che genera un uomo, la generazione riguarda la natura
in quanto forma, mentre nella generazione dellente articiale la
generazione pu riguardare soltanto il sostrato, in questo caso il le-
gno, quindi non la forma del letto, ma solo la forma del legno. Ne-
gli enti naturali, allora, se il legno che materia-sostrato natura, a
maggior ragione natura la forma dellente naturale, come in que-
sto caso luomo.
146
E ancora (cfi), la natura detta nel senso di generazione scri-
ve Aristotele percorso verso la natura (c fi o q qtoi q coc vq
m cvcoi ooo cofiv ci qtoiv). Infatti non accade come si dice
nel caso dellesercizio della medicina, che non percorso verso
larte medica bens verso la guarigione (ot oq mocq q iofqctoi
ccfoi ot ci iofqiqv ooo o ci ticiov): necessario, infat-
ti, che lesercizio della medicina parta dallarte medica e non <pro-
ceda> verso larte medica (ovoq cv oq oo iofqiq ot ci
iofqiqv civoi fqv iofqctoiv), tuttavia le cose non stanno cos nel
caso del rapporto della natura con la natura, ma ci che cresce na-
turalmente procede da qualcosa verso qualcosa in cui avviene la
crescita. Ebbene, che cosa il crescere? non certo ci da cui
<muove la crescita> ma ci verso cui <procede la crescita>. Di
conseguenza la forma natura (ot otfm o q qtoi cci qo fqv
86 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
145
Aristotele riprende lesempio di Antifonte gi citato in Phys. II 1, 193a13
ss. Questa una prova contro la possibilit di identicare la forma con la causa
motrice, tant che un letto non nasce da un letto.
146
questo il senso della frase: ci o oqo fotfo qtoi, oi q oqqq qtoi
ivcfoi oq c ov0qmot o v0qmo (Phys. II 1, 193b11-12).
qtoiv, oo fo qtocvov c fivo ci fi cqcfoi q qtcfoi. fi otv
qtcfoi oti c ot , o ci o. q o qo oqqq qtoi).
147
Ci sono in questo discorso delle distinzioni cos sottili che la
traduzione italiana ha difcolt a metterle in evidenza. Aristotele
gioca con i termini iofqctoi, che lesercizio dellarte medica, e
iofqiq, che larte medica in quanto tale, e con il loro rapporto,
che inverso rispetto a quello che qtoi ha con qtoi. Stavolta
non possiamo pi formulare il rapporto analogico iofqctoi sta a
iofqiq come qtoi sta a qtoi, perch lanalogia non funziona
pi. Infatti, lesercizio dellarte medica parte dallarte medica ma
non in vista dellarte medica bens in vista della guarigione: un uo-
mo prima medico in quanto possiede larte medica e poi esercita
la sua arte, che ha come scopo la guarigione. La natura, invece,
una continua tensione da qualcosa verso qualcosa, che sem-
pre natura, e se vero che c natura allinizio del processo di dive-
nire pur tuttavia c natura e, anzi, c ancor pi natura, in ci ver-
so cui si dirige il processo di generazione naturale, cosa che chia-
ra quando di natura si prende il suo signicato primitivo di cresci-
ta. Troviamo qui un discorso che mette in guardia sul signicato
preciso dei termini e che rinvia ad alcuni discorsi che Aristotele fa
in altri libri della Fisica.
In Phys. III 1, 201a15 ss., ad esempio, Aristotele, dopo aver
fornito la sua prima denizione di movimento (201a9-11) e aver
fatto lesempio del costruibile, ci avverte che possiamo dare la stes-
sa denizione ad altri movimenti, ad esempio allapprendimento
(o0qoi), allesercizio dellarte medica (iofqctoi), alla rotazione
(tioi), al salto (ooi), alla crescita (ooqtvoi) e allinvecchia-
mento (qqovoi): tutti termini che hanno la desinenza -oi, la
quale indica la processualit, dal momento che lo Stagirita non di-
ce, ad esempio, iofqcio, che signica pure arte medica, bens io-
fqctoi, che signica esercizio dellarte medica, cio larte medica
nel suo farsi, e cos non dice qqo, che signica la vecchiezza nel
suo stato compiuto, ma dice qqovoi, che signica processo di in-
vecchiamento. Allo stesso modo la o0qoi il processo di appren-
dimento mentre la o0qfcio lapprendimento come compiuta
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 87
147
Phys. II 1, 193b12-13.
istruzione. Sulla base di queste distinzioni semantiche dei termini
possiamo formulare con Aristotele uno specico tipo di movimen-
to dicendo in questo modo: quando chi capace di apprendere,
cio colui che noi diciamo capace di apprendere in quanto tale,
si trovi in entelechia, allora sta apprendendo, e questo processo lo
chiamiamo apprendimento, o0qoi (e non o0qfcio). Lentelechia
che entra in gioco nella denizione del movimento, allora, non ,
come si vede anche da qui, atto nel senso dellcvcqcio, cio nel
senso della compiutezza di un ente che ha completato lacquisizio-
ne di una forma determinata, poich quando c lcvcqcio non c
pi movimento e quindi non c pi entelechia.
148
E ancora, alla ne di questo I capitolo di Phys. II, Aristotele uti-
lizza espressioni quali c ot ed ci o , con riferimento ad un soggetto,
che ricorrono in Phys. V 1-2, dove egli parla del movimento come
mutamento da sostrato a sostrato. Se leggiamo Phys. V 1, infatti, tro-
viamo tre termini che spiegano il movimento di un mobile: ci che si
muove, ovvero fo c v o [ivci foi], ci a partire da cui si muove, ov-
vero fo o c ot , e ci verso cui si muove, ovvero fo o ci o .
149
Aristo-
tele precisa alle li. 224b7-8 che Si applica il nome mutamento
pi a ci verso cui (ci o) che a ci da cui (c ot) avviene il movi-
mento. Nei termini in cui si pu parlare del divenire, ivco0oi, il
fo cv o il sostrato, il fo o ci o il contrario a cui tende la cosa
che diviene, cio lcioo, e il fo o c ot il contrario da cui diviene
la cosa che diviene, cio la ofcqqoi.
150
Abbiamo cos due contrari
fra loro, fo o c ot e fo o ci o , e un sostrato, fo cv o. In Phys. V
5, 229a30-b2 leggiamo ancora: Poich il mutamento diverso dal
movimento (perch movimento il mutamento da un sostrato a un
sostrato q c fivo oq tocicvot ci fi tocicvov cfooq
ivqoi cofiv), allora il movimento che va da contrario a contrario
contrario a quello che va da <questultimo> contrario al <primo>
contrario (q c cvovfiot ci cvovfiov fq c cvovfiot ci cvovfiov
ivqoi cvovfio), ad esempio quello che va dalla salute alla malat-
88 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
148
Cf. G.R. Giardina (2005), pp. 117-118.
149
Vd. Phys. V 1, 224b3 ss.
150
Non a caso in Phys. V 1, 225b3 ss. Aristotele scrive: infatti si ponga che
anche la privazione un contrario, e in Phys. V 2, 226a10 ss. scrive: Inoltre, sia
a ci che si genera sia a ci che muta deve sottostare una materia.
tia < contrario> a quello che va dalla malattia alla salute (oiov q c
ticio ci vooov fq c vooot ci ticiov).
151
Si scopre cos che
ivqoi e cfooq, movimento e mutamento, pur essendo diversi
fra loro sono entrambi dei processi e di essi la ivqoi propriamen-
te attua il passaggio da un sostrato come punto di partenza a un so-
strato come punto di arrivo, cio consente il passaggio di un sostra-
to (o) da un punto di partenza, c ot, a un punto di arrivo, ci o.
Tuttavia, mentre la nozione di movimento implica lc ot e lci o
come termini di pari valore, perch indispensabili al ne che il so-
strato si muova, invece la nozione di mutamento d pi valore al-
lci o che non allc ot.
152
Tutto questo ha un rapporto stretto con
il ivco0oi del libro I, perch questultimo appare, come ho gi
scritto altrove,
153
pi fondativo rispetto a questi concetti di movi-
mento e di mutamento. Ma adesso scopriamo che anche la natura
implica la stessa prevalenza dellci o sullc ot, come avviene nel
mutamento, nella misura in cui essa presente nel termine c ot,
ma il suo un percorso ci o : il processo naturale del crescere pi
verso qualcosa che da qualcosa, in quanto indica un movimen-
to orientato allacquisizione di una forma che realizzi in modo per-
fetto il processo di divenire, mentre il sostrato (fi) indica la cosa
che acquisisce pienamente la sua forma naturale, qtoi-cioo, al
posto della sua forma come privazione. Aristotele pu affermare al-
lora, a buon diritto, che la oqqq qtoi, cosa che non vale nel
mondo della fcvq. A questo punto mi sembra opportuno trarre
qualche provvisoria conclusione su quanto ho detto a proposito di
Phys. II 1 e sui rapporti di questo capitolo con il I libro della Fisica.
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 89
151
Lo stesso esempio si ritrova in Phys. V 2, 225b13-25.
152
La nozione di mutamento implica quella di ivqoi, perch anche il muta-
mento (cfooq) avviene da qualcosa verso qualcosa: i termini necessari afn-
ch esso avvenga, ovvero i conni entro i quali esso avviene, sono sempre lc ot e
lci o, e tuttavia il mutamento si visualizza, da un lato, nellc ot e nellci o, in
quanto non pu esserci mutamento se non c prima una cosa che diversa da co-
me sar dopo che mutata, e, dallaltro lato, pi nellci o che nellc ot, dal mo-
mento che ci si accorge che una cosa mutata dopo che essa mutata e non pri-
ma, quindi il mutamento pi visibile nel momento nale che nel momento inizia-
le del processo di movimento.
153
Di questi argomenti mi sono gi occupata diffusamente in G.R. Giardina
(2002).
Nel suo libro La Physique dAristote [=Couloubaritsis (1997)],
lautore inizia il suo capitolo intitolato eloquentemente La conscra-
tion dune science de la nature con un paragrafo dal titolo altret-
tanto eloquente Physique II ou le nouveau dpart, titolo che prende
spunto ovviamente dalla frase che chiude il libro I della Fisica, cio
oiv o oqv oqqv oqocvoi cmcv, inteso comunemente nel
senso che, esaurito largomento dei principi del divenire, largomen-
tazione di Aristotele prende una nuova strada, cio quella dellinda-
gine sulla natura. Questo discorso richiama con s tutti gli innume-
revoli problemi che riguardano la trasmissione del testo della Fisica,
la possibile libert di manipolazione del testo operata da Andronico
nella sua edizione del Corpus aristotelico, le varie liste di antichi au-
tori relative alle opere di Aristotele le quali, a proposito della Fisica,
elencano in modi differenti le une dalle altre singoli trattati o singoli
gruppi di trattati sici che di volta in volta si cerca di identicare con
questo o con quel libro della Fisica. Si tratta di problemi di propor-
zioni direi insormontabili, n mia intenzione discuterli in questa
sede; mi sembra tuttavia che da quanto emerso dalla lettura con-
dotta n qui del testo aristotelico si possano trarre informazioni im-
portanti anche a questo riguardo.
154
Couloubaritsis inizia il suo para-
grafo Physique II ou le nouveau dpart con lesprimere unopinione
che condivido in pieno: Une fois quon prend conscience que le
but principal du livre I de la Phys. est de rendre possible une science
physique et dtablir les conditions de sa scienticit, en montrant
notamment que ltant en devenir, le devenant, est effectivement
objet possible de science, il nous semble quen dpit de quelques r-
ticences traditionnelles, la continuit entre les livres I et II ne fait au-
cun doute. Certes, il est possible que le livre I, dans la mesure o il
navait pas t sufsamment compris ft considr comme un livre
part, consacr uniquement au problme des principes, comme en t-
moigne sufsamment la doxographie. Mais cest l mconnatre le
caractre principiel de lensemble du trait de Physique.
155
Sulla ba-
90 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
154
Per i problemi relativi alla trasmissione del testo aristotelico e alle liste an-
tiche si vd. principalmente P. Moraux (1951), J. Brunschwig (1991). Sui medesimi
problemi, relativamente al libro I della Fisica, cf. A. Mansion (1946), pp. 53 ss., L.
Couloubaritsis (1997), p. 219 nota 3.
155
L. Couloubaritsis (1997), p. 219.
se, infatti, di quanto ho mostrato a proposito del discorso che Ari-
stotele fa nel I libro sulla qtoi, direi che possiamo intendere la
frase che chiude questo I libro (oiv o oqv oqqv oqocvoi
cmcv) non nel senso che quanto seguir un nuovo punto di
partenza, senza relazione con la dottrina dei principi trattata in
Phys. I, ma nel senso che occorre affrontare la questione, che ri-
guarda sempre la scienza della natura, assumendola da unaltra an-
golazione.
156
In altri termini, nel libro II si abbandona il discorso
generale sui principi del divenire con i quali la natura si identica
e si affronta il problema della natura che, pur non essendo altra
rispetto a quei principi del divenire, viene questa volta assunta per
se stessa e cio come identica di volta in volta a questo o a quellal-
tro principio, in quanto struttura stessa e principio degli enti natu-
rali. Il discorso sui principi di Phys. I un punto di partenza neces-
sario, e questo spiegato da quel collegamento che ho mostrato fra
linizio del libro II e la chiusa del libro I.
157
Infatti, la natura, cos
come presentata in Phys. II, non sarebbe comprensibile senza
tutte quelle precisazioni e anticipazioni che Aristotele fa nel libro I,
soprattutto nei capitoli 7-9, nei quali egli prima acquisisce una sua
originale e matura dottrina dei principi che nasce dal ripensamento
di tutta la losoa precedente e poi utilizza questa dottrina per
spazzare via gli ultimi dubbi che riguardano gli Eleati, Platone e i
Platonici, allo scopo di mostrare, in n dei conti, piuttosto gli erro-
ri in cui sono incorsi questi ultimi, cio Platone e i Platonici. Nel
mio libro su I fondamenti della Fisica avevo gi sottolineato la gran-
de coerenza del discorso aristotelico, per cui non mi sembrava op-
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 91
156
Nella prima linea di Phys. II 1, 192b8, Ross ha espunto dalla sua edizione
del testo un oq che egli stesso dice che registrato dal codice E, e che testimonia
il collegamento con la ne del I libro. Nelledizione Carteron, infatti, il oq non
omesso.
157
Non sono affatto daccordo con Wieland, quindi, il quale, pur parlando
dei libri I e II della Fisica aristotelica come di due impostazioni che si legittimano
reciprocamente e interpretando la frase di chiusura del libro I come un invito di
Aristotele a considerare loggetto della ricerca (cio il medesimo oggetto della ri-
cerca) in un altro modo, pur tuttavia afferma che la ricerca sulla natura, che occu-
pa il libro II della Fisica non poggia sui risultati del I libro ma , nellimpostazio-
ne e nella realizzazione, una trattazione perfettamente autonoma, cf. W. Wieland
(1993), p. 294.
portuno separare il I libro della Fisica dagli altri libri,
158
e facevo
questa considerazione sulla base dellanalisi in cui mettevo in rela-
zione il divenire del I libro con il movimento di Phys. III 1-3 e il
mutamento di Phys. V 1-2. Ora, questa coerenza e questa conti-
nuit vengono confermati dal legame forte che collega i libri I e II
a proposito della teoria aristotelica della natura cos come emerso
da quanto si detto n qui.
In conclusione, quindi, il libro II si inserisce in perfetta linea di
continuit con ci che lo precede e con ci che lo segue pur nella
sua specicit argomentativa, dal momento che Aristotele mostra
in modo pi concreto, attraverso la nozione di natura, quanto ave-
va dato per assodato nel libro I, e cio che gli enti naturali sono in
movimento, e mostra che la natura coincide con i principi del dive-
nire degli enti naturali. A sua volta, il libro III prender il suo avvio
proprio da questo libro II, perch lo stesso Aristotele dice in Phys.
III 1, 200b12-15: poich la natura principio di movimento e di
mutamento e la nostra ricerca riguarda la natura, occorre che non
resti nascosto che cosa sia movimento, perch ignorando questo si
ignora necessariamente anche la natura. Cos, anche la parte na-
le di Phys. II 1, che ci presenta la qtoi come percorso verso
qualcosa e che chiama in causa lentelechia, trover la sua trattazio-
ne dettagliata nel libro III sul movimento. Allo stesso modo, come
dicevo, nellanalisi che Aristotele fa della natura nel libro II, egli
utilizza da un punto di vista pi specico il contenuto del libro I,
poich nel II libro della Fisica lo Stagirita prende ad oggetto parti-
colare di studio la natura e lente naturale, mentre il divenire di cui
si parla nel libro I, anche se riferito spesso agli enti naturali, pur
tuttavia riguardava gli enti in generale, in quanto tutti gli enti, sia
naturali che articiali, divengono in qualche modo secondo la stes-
sa dinamica, ovvero sulla base dellarticolazione dialettica dei prin-
cipi di cui Aristotele parla in Phys. I 7. La nozione di qtoi propria
del II libro quindi pi specica di quella di cvcoi propria del I
libro in quanto Aristotele conduce la sua analisi della natura sul
campo specico del divenire naturale.
92 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
158
Come fa, ad esempio, A. Mansion (1946), pp. 54-55.
2.2. Il sico e il suo proprio oggetto di ricerca (Phys. II 2)
Dopo aver determinato in quanti modi si dice la natura dice
lo Stagirita allinizio del secondo capitolo di questo libro II oc-
corre indagare in che cosa differisca il matematico dal sico.
159
Il
lettore della Fisica potrebbe rimanere sorpreso dal fatto che il di-
scorso immediatamente successivo alla denizione di natura sia co-
stituito dallindagine sulla differenza fra la ricerca che conduce il -
sico e quella che conduce il matematico. Aristotele cerca subito di
motivare questa articolazione improvvisa. Ma prima di seguire le
argomentazioni con cui Aristotele spiega la differenza fra il mate-
matico e il sico, mi sembra utile riprendere alcune osservazioni
fatte in precedenza in cui si trovano le ragioni dellimpostazione
del discorso aristotelico a questo proposito.
Dico subito che il modo in cui Aristotele articola la sua tratta-
zione della natura quale oggetto proprio del sico una risposta
adeguata, a mio avviso, al percorso storico-teoretico che lo stesso
Stagirita aveva attribuito alla losoa della natura dei suoi prede-
cessori e che rendeva opportuno, a suo modo di vedere, una rifon-
dazione della scienza sica. Come ho gi detto, infatti, Aristotele si
considera erede della tradizione precedente, che egli rivisita per
renderla funzionale ai suoi scopi di ricerca, come dimostra il suo
impegno nellanalisi delle dottrine dei predecessori sullargomento
che prende di volta in volta in esame. Ebbene, nel caso della loso-
a della natura a lui precedente, Aristotele si trova a dover fare i
conti anzitutto con quella negazione di ogni possibilit e verit del-
la ricerca sulla natura operata dagli Eleati, in primo luogo da Par-
menide, per superare la quale i loso pluralisti, Empedocle, Anas-
sagora e Democrito, avevano tentato, ma in modo che appare ad
Aristotele insufciente, di dare delle soluzioni. Fra tali tentativi di
soluzione della svolta eleatica si colloca quello operato da Platone
e dai Platonici, con i quali Aristotele costretto a confrontarsi di-
rettamente.
LA RIFONDAZIONE DELLA SCIENZA DELLA NATURA (PHYS. II 1-2) 93
159
Su questo argomento cf. anche A. Mansion (1945), pp. 143-186. Sul pro-
blema di quale sia lambito di indagine del sico si vd anche De part. anim. I 1,
641a-b.
3.
LA DOTTRINA ARISTOTELICA
DELLA CAUSALIT (PHYS. II 3 E 7)
3.1. Riessioni preliminari sullesposizione delle cause
Quella della causalit senza dubbio una delle dottrine princi-
pali della losoa di Aristotele:
243
su di essa da sempre e ancora og-
gi si discute molto senza, per la verit, che si sia giunti a una com-
prensione completa e sicura. Tale dottrina si trova ripetuta e riba-
dita da Aristotele, in effetti, sotto una forma o unaltra, non soltan-
to in passaggi fondamentali, quali Phys. II 3 e 7, Metaph. A 3-10, e
De part. anim. I 1, 639b6 ss., ma anche in numerosi altri passag-
gi, fra i quali occorre certamente citare Metaph. B 2, 996a17-b25,
dove Aristotele si chiede se sia compito di una sola scienza o di
pi scienze indagare i vari generi di cause;
244
Metaph. A 2, che ri-
prende quasi alla lettera Phys. II 3;
245
Metaph. H 4, 1044a34b1 ss.,
che ripete i quattro sensi in cui si dicono le cause; Metaph. A 4,
1070b16 ss., che mette a confronto le cause e i principi, stabilen-
243
Contro questa valutazione della dottrina delle cause, che peraltro comu-
nemente condivisa, cf. R. Brague (1988), soprattutto pp. 556-560: lo studioso ritie-
ne che la nozione di causalit in generale e, in particolare, quella di causa nale,
non abbiano unimportanza decisiva nel pensiero di Aristotele.
244
La prima possibilit, cio che sia compito di una sola scienza, viene negata
da Aristotele con le ragioni che ho esposte nel 2.2. La seconda possibilit, inve-
ce, cio se sia compito di pi scienze conoscere tutti i generi di cause, implica il
problema di quale sia la scienza che Aristotele sta ricercando. Per uno stesso ente,
egli dice, possono in effetti esserci tutte e quattro le cause, come nel caso della ca-
sa e, stando ai caratteri che egli ha precedentemente determinato e sulla base dei
quali possibile denominare la sapienza, si scopre che la scienza di ciascuna
causa, nel caso in cui ci sia una scienza differente per ciascuna causa, ha qualche
ragione per pretendere la denominazione di sapienza. La conclusione di questo
capitolo della Metasica, secondo cui sembrerebbe essere oggetto di una diversa
scienza lo studio delle diverse cause, una conclusione retorica, nel senso che Ari-
stotele sospende il suo ragionamento, che qui non pu essere risolto, per riprende-
re altrove la soluzione.
245
Metaph. A 2 praticamente identico a Phys. II 3, dove ci sono in pi le li.
194b16-23 di apertura e le li. 195b21-30 di chiusura.
dina e regola i processi naturali. Resta quindi come punto fermo
che, nonostante le cause aristoteliche fossero state tutte in qualche
modo anticipate, soprattutto dalla riessione platonica, nondimeno
la dottrina delle quattro cause come tale fu uninvenzione propria
di Aristotele e come tale venne avvertita nei secoli della Scolastica,
che la assunse come pietra angolare del suo sistema losoco sico
e metasico.
Fatte tutte queste precisazioni preliminari sullesposizione della
dottrina della causalit in Phys. II 3, possiamo senzaltro ritornare
al testo aristotelico.
3.2. Specie e modalit delle cause
Nel paragrafo precedente ho approttato dellesposizione che
Aristotele fa delle quattro specie di cause materiale, formale, mo-
trice e nale per fare alcune precisazioni, di tipo sia storiograco
sia teorico, che interessano il discorso di Aristotele in Phys. II. Ora,
in questo discorso Aristotele, come si visto, dopo avere esposto
quali siano le diverse specie di causalit, aveva sentito il bisogno (o
aveva percepito lopportunit) di fare delle precisazioni, esatta-
mente tre, sulle quali bene tornare ancora un momento per trar-
ne tutte le possibili conseguenze teoriche.
Con la prima precisazione Aristotele invitava il lettore a tenere
conto del fatto che, stabilito che le cause si dicono in quattro modi,
pu accadere che della stessa cosa ci siano pi cause, e non in mo-
do accidentale, ma in modo essenziale: della statua, ad esempio,
sono causa sia larte della scultura sia il bronzo, e ciascuna di que-
ste cause non affatto causa della statua vista secondo modi diver-
si, bens proprio in quanto una statua, anche se non sono cause
allo stesso modo, perch larte statuaria causa motrice della sta-
tua, il bronzo ne invece causa materiale (195a4-8).
La seconda precisazione riguardava il fatto che esistono anche
cause reciproche: ad esempio, fare sforzo sico (fo ovciv) causa
della robustezza (fq ctcio) del corpo e la robustezza causa del
fatto che si fa sforzo sico. Queste, tuttavia, non sono cause allo
stesso modo (o ot fov otfov fqoov), bens luna, cio la robu-
LA DOTTRINA ARISTOTELICA DELLA CAUSALIT (PHYS. II 3 E 7) 165
stezza, causa nale del fare sforzo sico (fco), mentre laltra,
fare sforzo sico, causa motrice della robustezza (m oqq ivq-
ocm 195a8-11).
Con la terza precisazione Aristotele avvertiva che una stessa co-
sa pu essere causa dei contrari (fo otfo fmv cvovfimv cofiv). In-
fatti, se una cosa che presente causa di qualcosa, quando essa
assente, diciamo che causa del contrario: ad esempio, lassenza
del timoniere causa (oifio) della rovina di una nave, mentre la
sua presenza causa della salvezza della nave stessa, dove si vede
appunto che rovina e salvezza sono dei contrari. Metaph. A 2,
1013b16-17 contiene questo stesso esempio con laggiunta per
della seguente osservazione: ma entrambe, sia la presenza sia la
privazione, sono cause in quanto cause motrici (oqm oc, oi q o-
qotoi o oi q ofcqqoi, oi fio m ivot vfo).
308
Fatte queste tre precisazioni Aristotele torna a ribadire le quat-
tro specie di cause di cui ha parlato, facendo degli esempi (195a16
ss.). Sono cause materiali, cio cause come ci da cui (fo c ot),
le lettere rispetto alle sillabe (ofoicio fmv otomv),
309
il mate-
riale rispetto agli oggetti fabbricati (q tq fmv octoofmv), il fuo-
co e simili elementi rispetto ai corpi (fo tq oi fo foiotfo fmv
omofmv), le parti rispetto allintero (fo cqq fot oot), le premes-
166 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
308
Mi sembra che questo esempio rientri nel discorso pi generale che Ari-
stotele ha fatto in Phys. II 3, 195a3 ss., secondo cui le cause non sono tutte allo
stesso modo, fov otfov fqoov. Infatti, poco dopo (II 3, 195b12 ss.) Aristotele di-
ce che sebbene siano quattro i modi, fqooi, pi evidenti in cui le cause si manife-
stano, ci non toglie, tuttavia. che ci siano dei fqooi, in cui ciascuna specie di
causa pu essere vista sotto angolazioni diverse a seconda dellapplicazione che se
ne fa allinterno dello stesso ente, come si chiarito nel paragrafo precedente a
proposito dei sei modi in cui si pu presentare ciascuna causa, particolare, genera-
le, accidentale, potenziale e cos via.
309
Cf. anche Metaph. A 3, 1014a25-31. Le lettere delle sillabe, che sono gi
materia di esempio in Democrito e in Platone, Politico e Filebo, vengono utilizzate
qui da Aristotele perch, essendo allo stesso tempo ci di cui la sillaba si compone
e ci in cui essa si divide in modo ultimo, esse appaiono come enti specicamente
ultimi, che possono risultare parti ultime di un intero. Come appare gi da Filebo
14d-16a, si tratta di una problematica che riguarda lUno e il Multiplo ovvero il
Limite e lIllimitato. Si vd. a questo proposito le discussioni di L. Couloubaritsis
(1992) sul carattere enologico dellelemento, del principio e della causa in Aristo-
tele. Cf. anche L. Couloubaritsis (1997), pp. 93 ss. Sul problema dellenologia
Couloubaritsis torna anche nello studio del (1999).
se rispetto alla conclusione (oi to0coci fot otcqooofo). Di
queste cause alcune sono dette come sostrato (tocicvov), come
ad esempio le parti, mentre altre lo sono come essenza (m fo fi qv
civoi), ad esempio lintero nel senso di composizione e di forma
specica (fo fc oov oi q otv0coi oi fo cioo).
310
Sono cause
motrici, invece, tutte quelle da cui deriva il principio del muta-
mento o della stasi [o del movimento] (ovfo o0cv q oqq fq
cfooq q ofoocm [q ivqocm]), ad esempio il seme,
311
il medi-
co, chi delibera e in generale ci che agisce (om fo oiotv).
312
Altre cause sono quelle nali, cio quelle che si dicono come ne
(fco) e bene (foo0ov), dal momento che, afferma Aristotele, ci
in vista di cui (ot cvco) coincide con il meglio ovverosia con il ne
(cfiofov oi fco). Non fa qui alcuna differenza, aggiunge lo
Stagirita, che si tratti del bene in s o di ci che appare come bene
(otfo oo0ov q qoivocvov oo0o v).
313
Le cause, dunque, sono queste e di tante specie (fotfo oi fo-
ootfo cofi fm cioci) cio quattro conclude Aristotele (195a26
ss.), ma i loro modi (fqooi) sono in gran numero (oqi0m cv cioi
ooi), anche se, esposti in maniera riassuntiva (cqooiotcvoi),
si riducono (c o ffot). La distinzione per specie (fm ci oci) riman-
LA DOTTRINA ARISTOTELICA DELLA CAUSALIT (PHYS. II 3 E 7) 167
310
Sono daccordo con P. Pellegrin, vd. trad. ad loc. e nota 1, secondo cui qui
Aristotele intende la disposizione o struttura che fa del tutto un intero, per cui
composizione e forma sono spiegazioni del signicato di intero.
311
In Metaph. Z 7, 1032a28-32 leggiamo, in un contesto in cui si discute di
fortuna e spontaneit, che fra gli enti naturali alcuni nascono da un seme e altri
senza seme; in Hist. anim. V 1, 539b7-9 troviamo il caso di animali prodotti dalla
spontaneit e in De gen. anim. I 1, 715b26-27 leggiamo di piante prodotte da una
natura spontanea. il caso di ricordare tuttavia che fortuna e spontaneit sono co-
munque per Aristotele cause motrici, cf. Phys. II 6, 198a2-6.
312
Phys. II 3, 195a21-23. In questo passo, Aristotele prima della sua trattazio-
ne di Phys. III, mette in relazione fo oiotv con fo ivotv, ci che agisce con ci
che muove, vd. G.R. Giardina (2005), pp. 130 ss.
313
Cf. anche De an. II 11, 423a28, De motu anim. 700b28; Reth. I 10, 1369a2
e b18. O. Hamelin, trad. cit., p. 93, ritiene che bene reale e bene apparente siano
variet della causa nale, cos come lettere, parti e premesse sono variet della
causa materiale, e che lautore di una decisione e il medico siano variet della cau-
sa efciente. Egli non spiega, tuttavia, la differenza, in termini di nalit, del bene
reale e di quello apparente. Interessante la notazione di M. Vegetti (2005), p. 30 a
proposito di questa frase di Aristotele che indicherebbe, invece, il carattere sog-
gettivo del bene che Aristotele mutuerebbe dal linguaggio storiograco.
da qui certamente alla distinzione delle quattro cause, le quali sono
appunto i quattro modi di dire la causa. Il numero stragrande dei
fqo oi indica, invece, con ogni probabilit i diversi modi di applica-
zione di ciascuna specie di causa in rapporto alla natura dellente di
cui si tratta, come si vedr fra poco a partire da 195b12 ss. Del resto
lo stesso Aristotele aveva indicato alle li. 195a3 un numero approssi-
mativo (ocoo v) dei modi di dire la causa.
314
La stessa specie di cau-
sa, quindi, comporta pi modi di essere detta causa: ci pu essere,
ad esempio, un prima e un dopo;
315
ad esempio, della salute sono
causa il medico e colui che possiede larte, cos come del diapason lo
sono il doppio, cio il rapporto di 2 a 1, e il numero (nel caso del
medico questultimo causa motrice della salute e nel caso del dia-
pason il doppio causa formale), e c sempre questo rapporto fra le
cause che comprendono e quelle particolari che sono comprese (fo
cqicovfo qo fo o0 coofov). Aristotele qui in verit non dice
quale causa, fra il medico e colui che possiede larte e il doppio e il
numero, sia prima e quale dopo. Forse non lo dice perch luna
causa anteriore per natura e laltra anteriore per noi.
316
Simplicio,
In Phys. 322,31, che si pone questa domanda, suppone invece che
siano anteriori le cause particolari e posteriori quelle pi generali,
per cui il medico causa anteriore rispetto a colui che possiede lar-
te e il doppio causa anteriore rispetto al numero che lo esprime.
E ancora aggiunge Aristotele , ci sono cause come accidente
e i generi di queste cause accidentali: ad esempio, causa della sta-
tua in un certo qual modo Policleto (cio luomo che egli ) e, in
un altro modo, lo scultore (che egli ), perch accade che lo sculto-
re sia lo stesso Policleto. E ancora, sono cause quelle che compren-
dono le cause accidentali (fo cqicovfo oc fo otcqo), ad
esempio luomo causa della statua, ma in termini generali causa
della statua lanimale, cio il genere che comprende la causa acci-
dentale. Inoltre, fra le cause accidentali
317
alcune sono prima e pi
168 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
314
Alla li. 195a15 la lezione fqoot (anzich foot delled. Carteron) si tro-
va bene attestata, oltre che in due manoscritti, anche in Temistio, In Phys. 172,3,
Simplicio, In Phys. 319,18 e Filopono, In Phys. 246,22-25.
315
Cf. Cat. 5, 2b7 ss.
316
Per tale distinzione si vd. APo. I 2, 71b33 ss. e Phys. I 1, 184a16.
317
Sulle cause accidentali cf. D. Frede (1992).
vicine di altre rispetto al causato,
318
e questo caso diviene chiaro se
diciamo che luomo bianco o luomo musico sono causa della sta-
tua. Tutte le cause, sia quelle dette in senso proprio sia quelle dette
in senso accidentale, sono dette le une come cause potenziali (fo
cv m otvocvo) e le altre come cause attuali (fo o m cvcqotvfo),
cio attualmente operative, ad esempio del costruire una casa
causa potenziale il costruttore, cio luomo che pu costruirla,
mentre causa attuale il costruttore che la sta costruendo (oiov fot
oiooocio0oi oiiov oioooo q oiooomv oioooo).
319
Lo stes-
so discorso vale anche per le cose di cui sono cause le cause, ovve-
ro per i loro effetti, ad esempio posso dire questa statua oppure la
statua, oppure, pi in generale, limmagine, e ancora posso dire
questo bronzo, oppure il bronzo, oppure, pi in generale, la mate-
ria; e la stessa cosa vale anche per gli effetti accidentali di cause ac-
cidentali. E ancora, si potranno dire le cause sia come combinate
che come separate: ad esempio, non diremo causa n semplicemen-
te Policleto n semplicemente lo scultore, ma lo scultore Policleto.
Tutti quanti questi modi appena elencati, tuttavia, possono
riassumersi in sei soli modi, i quali possono dirsi in maniera dupli-
ce. In altri termini si tratta di sei coppie di modi in cui possono
riassumersi le cause: il discorso di Aristotele, come si vede, volto
a sistematizzare e compendiare i molti modi (fqooi) in cui si
presentano le quattro cause. I sei modi sono i seguenti: 1) causa co-
me particolare; 2) causa come genere; 3) causa come accidente; 4)
causa come genere dellaccidente; 5) causa come queste cose dette
in connessione; 6) causa come queste cose dette in modo semplice.
Tutti questi modi possono essere cause attualmente operative (c-
vcqotvfo) oppure cause in potenza (ofo ot voiv) (195b12-16).
320
LA DOTTRINA ARISTOTELICA DELLA CAUSALIT (PHYS. II 3 E 7) 169
318
Simplicio, In Phys. 323,28 ss. intende oqqmfcqov ed ctfcqov nel senso
di oiciofcqov e ovoiciofcqov, cio nel senso che, delle cause accidentali dello
stesso rango, le une sono pi proprie e le altre meno proprie rispetto alle cause
per s. Spiega perci lesempio del bianco e del musico, ritenendo che musico sia
pi proprio alla causa per s in quanto appartiene alluomo di cui attributo per
s, mentre bianco meno proprio alla causa per s in quanto appartiene anche a
molti esseri diversi dalluomo.
319
Phys. II 3, 195b5-6.
320
A questo proposito gli esempi forniti da Ross nella sua trad. del 1936, p.
513, sono questi: 1) causa individuale propria: uno scultore; 2) genere di una cau-
Tutte queste cause continua Aristotele differiscono nella
misura in cui (foootfov) quelle attualmente operative e quelle par-
ticolari esistono oppure non esistono contemporaneamente con le
cose di cui sono causa: ad esempio, colui che sta operando la guari-
gione esiste insieme con colui che viene guarito e colui che sta co-
struendo una casa esiste insieme con la casa che viene costruita; in-
vece per le cose che sono in potenza non sempre cos, perch la
casa e il costruttore non periscono contemporaneamente. In altri
termini, la causa e leffetto in atto sono simultanei, mentre per
quanto concerne gli enti potenziali la simultaneit non sussiste, co-
me nel caso della casa e del costruttore che non periscono nello
stesso tempo.
321
Questo passo importante perch, mettendo lac-
cento sulloperativit delle cause, consente di vedere un rapporto
diretto fra il motore e il mobile nel movimento: se c una causa
che sta operando e quindi c un movimento, c un motore con-
temporaneamente a ci che mosso. Se il motore non sta operan-
do in atto, ma solo un motore in potenza, allora non c contem-
poraneit fra motore e mosso e non c movimento. Per indicare
per la causa e leffetto in potenza, Aristotele non usa la nozione di
operativit nella forma di denizione per negazione di un altro
concetto, ma utilizza la nozione di perire, che un subire una pri-
vazione di forma, anche se il subire anchesso, in certo qual mo-
do, movimento. La casa e il costruttore non periscono contempo-
raneamente, perch non sono legati luna allaltro da un rapporto
causale operante in atto, nel senso che, se il costruttore ha nito di
costruire la casa, anche se questa casa quella costruita da questo
costruttore, in verit la casa non sta subendo il movimento della
costruzione, perch immobile come casa in atto e, allo stesso mo-
do, il costruttore non sta operando la costruzione, quindi immo-
bile costruttore in atto ovvero, anche se dal punto di vista del mo-
vimento specico delloperare come motore-costruttore, egli co-
struttore in potenza (195b16-21).
170 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
sa individuale propria: un artista; 3) causa individuale per accidente: Policleto; 4)
genere di una causa individuale per accidente: un uomo; 5) combinati insieme i
punti 1 e 3: uno scultore, Policleto; 6) combinati insieme i punti 2 e 4: un uomo
artista.
321
Cf. Simplicio, In Phys. 325-326.
Occorre poi ricercare di ciascuna cosa, aggiunge Aristotele, la
causa pi elevata (fo oifiov coofot fo oqofofov qfciv),
322
cio
quella che sta pi a monte nella catena delle cause: ad esempio, in
una scala gerarchica progressiva e ascendente abbiamo luomo, il co-
struttore di case, larte del costruire case,
323
e questultima chiara-
mente la causa anteriore, perch per costruire una casa occorre non
un generico uomo, ma un costruttore e costui non tale se non in
virt del possesso di una tecnica delle costruzioni. Questo discorso
non riguarda ci che Aristotele ha detto precedentemente a proposi-
to delle cause di nozioni pi ampie e generali che abbracciano quelle
pi particolari, cio dei fo cqic ovfo, per i quali ha fatto gli esempi
del diapason, di cui sono causa il doppio e il numero, e della statua di
cui sono causa luomo e il vivente. Il numero concetto pi generale
di doppio, e vivente pi generale di uomo o di scultore. Qui Aristo-
tele non sembra riferirsi per nulla ai fo cqic ovfo se sta facendo
questo esempio di uomo-costruttore/case-tecnica delle costruzioni di
case, perch uomo pi generale di costruttore di case e la tecnica
delle costruzioni di case pi generale di costruttore di case, ma non
pi generale di uomo. Sembra invece che Aristotele ragioni nel modo
seguente: la tecnica delle costruzioni di case una causa pi specica
di uomo in ordine alla costruzione di una casa e, in questo senso, una
causa pi appropriata e che, perci, ci fornisce una risposta del per-
ch della costruzione della casa molto pi adeguata di quanto non
possa fare luomo. Se si guarda cio alla costruzione della casa e si
cerca la causa in ordine a questa, cercando di risalire alla causa pri-
ma, luomo causa della costruzione della casa, ma in quanto questo
uomo costruttore questo ci spiega meglio il perch della casa. Ma
ancora, questuomo costruttore in virt della tecnica delle costru-
zioni, quindi, questultima ci spiega meglio dei due termini preceden-
ti, uomo e costruttore, il perch della costruzione della casa.
324
LA DOTTRINA ARISTOTELICA DELLA CAUSALIT (PHYS. II 3 E 7) 171
322
Sul signicato di fo oqofofov oifiov nei commentatori cf. O. Hamelin,
trad. cit., pp. 98-105.
323
Sono tutte cause motrici.
324
Aristotele pi volte, nelle sue opere, afferma che la causa motrice sia chi
opera il movimento sia la tecnica per la quale costui competente. Si cf. ad esem-
pio, Metaph. B 2, 996b6-7, in cui lesempio ancora una volta la casa, di cui sono
cause motrici la tecnica delle costruzioni e il costruttore.
F. Franco Repellini,
325
nel discutere questo passaggio, fa una ri-
essione interessante: la causalit riguarda la cosa, nello specico
della Fisica riguarda la sostanza naturale come sua componente, di-
ciamo cos, interna, e questo vero nella misura in cui la trattazio-
ne aristotelica della causalit riguarda il discorso pi ampio sulla
qtoi. Al contrario, la causa motrice, che implica un motore ester-
no necessario per innescare il processo di movimento nellente na-
turale, stabilisce una relazione fra due cose, ci che capace di
muovere (ivqfiov) e ci che mobile (ivqfo v).
326
In realt, per,
in questo passo, contrariamente a quello che ci aspetteremmo,
larte di costruire la casa che viene addotta come causa motrice pi
elevata e primaria, e non uomo o costruttore. Quindi sarebbe la
tecnica, ossia la forma che tecnicamente si fornisce alla casa, leffet-
tiva causa motrice. Lo stesso Aristotele, per, in Phys. II 8, 199b28
precisa che la tecnica non delibera, ma semplicemente presup-
pone una forma che viene realizzata tramite un processo che un
motore deve trasmettere. In altri termini, nel caso della tecnica
supponiamo che un artista che vuole produrre una statua trasmet-
ta alla materia quella forma che ha in mente di scolpire, quindi la
forma che viene acquisita dalla materia e quella che lartista ha
in mente sono s la medesima forma, ma tale forma nella men-
te dellartista in quanto artista, ovvero in quanto possiede larte
della statuaria, per cui causa motrice sar di fatto questarte, men-
tre lartista sar solo colui che trasmette la forma. Analogamente,
nel caso della generazione naturale, il padre una sostanza natu-
rale che possiede una forma specica, quella di uomo, quindi egli
causa motrice del glio nella misura in cui trasmette al glio ta-
le forma specica che preesiste alla sua trasmissione, ma, sotto
un altro aspetto, la forma specica di uomo pi causa motrice
del glio di quanto non lo sia il padre. Questo ragionamento con-
durrebbe la dottrina aristotelica della causalit verso il primato del-
la forma.
327
Io per ritengo che questo discorso vada considerato
172 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
325
Cf. trad. cit., pp. 94-95.
326
Cf. G.R. Giardina (2005), pp. 115 ss.
327
Una tale concezione, dice Franco Repellini, fondamentale per gli scritti
di biologia, che Aristotele avrebbe gi in mente nel momento in cui egli si impe-
gna nella fondazione generale della dottrina della qtoi. Alcune difcolt per una
insieme ad alcune precisazioni, perch mi sembra che il fatto che
la causa formale abbia una particolare attitudine a combinarsi con
le altre cause non debba indurci a disconoscere che essa co-
munque concettualmente distinta dalle altre cause al punto che,
nellesposizione delle quattro cause che si legge in pi luoghi de-
gli scritti aristotelici, la troviamo annoverata insieme con le altre,
diciamo cos, allo stesso titolo. Non mi sembra possibile, in bre-
ve, identicare causa formale e causa motrice anche se in pi luo-
ghi Aristotele afferma che la causa motrice sia chi opera il mo-
vimento sia la tecnica per la quale costui competente se non
facendo delle precisazioni. Prover a fare qualche riessione in
proposito.
In Phys. V 1, 224a34-b8, nel momento in cui Aristotele si pre-
para a trattare il problema del mutamento e ne discute in relazione
al movimento, egli sottolinea che la qualit, il luogo e la quantit
non sono n motori n mossi. Riettendo in un mio studio prece-
dente su questo importante passaggio, ho cercato di chiarire per
quale motivo Aristotele affermi che c s mutamento della sostan-
za, ma non movimento della sostanza, concludendo che, dal mo-
mento che la qualit, la quantit e il luogo n agiscono n subisco-
no il movimento, mentre ad agire o subire il movimento la so-
stanza, cio lente concreto, occorre differenziare le due nozioni di
mutamento e di movimento anche per il fatto che c mutamento
della sostanza, mentre c movimento non della ma nella so-
stanza.
328
Questo passaggio della Fisica utile per comprendere
meglio anche la parte nale di Phys. III 2, cio le li. 202a9-12, in
cui la causa motrice, che Aristotele rende esplicita come relazione
fra un motore e un mosso, ci viene ulteriormente chiarita con que-
ste parole: ma ci che muove (fo ivotv) recher sempre una cer-
ta forma (cioo oc oci oiocfoi fi), cio o qualcosa di determinato,
o una qualit, o una quantit (qfoi fooc q foiovoc q fooovoc), che
LA DOTTRINA ARISTOTELICA DELLA CAUSALIT (PHYS. II 3 E 7) 173
simile concezione della causalit, tuttavia, sorgono sia nel campo dellazione uma-
na, in cui la causazione non trasmissione di forma, sia nellambito della meccani-
ca, dove fenomeni quali spinte e trazioni non rispondono a una simile sistematiz-
zazione. Altre difcolt sorgerebbero anche nelleventuale uso teologico della cau-
sa motrice.
328
Cf. G.R. Giardina (2002), soprattutto pp. 133-134.
sar principio e causa del movimento (o cofoi oqq oi oifiov fq
ivqocm), qualora <il motore> muova (ofov ivq ), ad esempio
luomo in entelechia genera un uomo dalluomo che in potenza
(oiov o cvfcccio ov0qmo oici c fot otvoci ovfo ov0qmot
ov0qmov). Questo passaggio ci interessa nella misura in cui ci fa
comprendere che, per un certo verso, il motore, fo ivotv, causa
motrice, perch ci che trasmette una certa forma, cioo fi. Cia-
scuna forma trasmessa detta da Aristotele oqq oi oifiov fq
ivqocm, principio e causa del movimento, ma a condizione che
il motore muova, di conseguenza il motore, fo ivotv, risulta es-
sere ci da cui deriva il principio del mutamento (o0cv q oqq
fq cfooq), ovvero come ci da cui deriva il movimento
(o0cv q ivqoi), espressioni con cui Aristotele denisce spesso la
causa motrice in Phys. II 3. La forma trasmessa principio e causa
del movimento perch, in quanto principio, la forma specica di
cui lente potenziale privo, e, in qualit di causa, la causa nale
del movimento. Ma laccortezza di Aristotele sta nel dire che que-
sto avviene qualora il motore muova, cio in presenza di una
causa motrice in atto. Del resto, lo stesso Aristotele ci ha detto del-
la causa motrice che, in generale, ci che agisce, fo oiotv, nel
senso di soggetto agente.
329
contestabile, quindi, a mio avviso,
asserire che la forma causa motrice basandosi sul fatto che Ari-
stotele ci dice che il motore trasferisce sempre un cioo fi, che
esso stesso principio e causa di movimento, oqq oi oifiov fq
ivqocm, dal momento che in tal modo si identicherebbero due
termini che indicano cose diverse, cio fo ivotv e cioo fi, pro-
prio in virt di un fraintendimento dellespressione oqq oi
oifiov fq ivq ocm.
In Phys. II 7, 198a24-26, Aristotele ci avverte che tre delle
quattro cause spesso si riducono ad una sola (cqcfoi oc fo fqio
ci [fo] cv ooi), perch da una parte il che cos, cio la
causa formale, e il ci in vista di cui, cio la causa nale, sono
una sola causa, e dallaltra parte il ci da cui come primo deriva il
movimento, ossia la causa motrice, per specie identico a queste
due (fo o o0cv q ivqoi qmfov fm cioci fotfo fotfoi); infatti
174 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
329
Cf. Phys. II 3, 195a22.
afferma Aristotele un uomo genera un uomo.
330
Ora, lidentit di
causa formale e causa nale vera no a un certo punto e lo stesso
Aristotele ci mette in guardia da identicare tout court queste cau-
se. In pi luoghi dei suoi scritti egli utilizza infatti termini che at-
tenuano questa idea di identit: in De gen. anim. I 1, 715a5-6 egli
afferma che la causa formale e la causa nale dovrebbero essere
considerate quasi (ocoov) una sola causa; e ancora in Metaph. H
4, 1044b1 ribadisce che queste due cause sono verosimilmente
(iom) una medesima causa. Come ho gi detto, del resto, se la for-
ma fosse sufciente in s a dar ragione di ci che il diveniente di-
viene (o ivcfoi) e di ci verso cui il diveniente diviene (ci o
ivcfoi) nel caso degli enti naturali, allora sarebbero sufcienti
tre cause e non avremmo necessit di averne quattro, in quanto la
forma sarebbe sia causa formale sia causa nale, mentre il duplice
signicato di ne (fco) come termine ultimo e come ci in vi-
sta di cui ci obbliga a distinguere la forma specica (causa forma-
le) attualmente acquisita dallente naturale e la forma vista come -
ne (causa nale) in vista di cui avviene il movimento, cio come
termine presente costantemente nel processo di movimento no al
termine nale della completa acquisizione della forma.
331
Ma ci
che soprattutto mi interessa sottolineare in questo ragionamento,
secondo cui tre cause si riducono ad una sola, il fatto che la causa
motrice appare s specicamente identica ad ambedue le cause,
formale e nale, ma questo non signica che tutte e tre tali cause
coincidano, perch il motore che agisce nella generazione il pa-
LA DOTTRINA ARISTOTELICA DELLA CAUSALIT (PHYS. II 3 E 7) 175
330
Phys. II 7, 198a24-26: Tre <di tali cause> spesso convergono in una sola.
Infatti il che cos (fo cv oq fi cofi) e ci in vista di cui (fo ot cvco) sono
ununica cosa, e ci da cui come primo deriva il movimento (fo o o0cv q ivqoi
qmfov) specicamente identico a questi (fm cioci fotfo fotfoi), infatti un uo-
mo genera un uomo. Lidentit formale (o specica) delle tre cause sarebbe ve-
ra anche nel caso dellanima, che da sola svolge le tre funzioni causali, in quanto
causa motrice, causa nale e causa formale dellessere vivente a cui appartie-
ne, cf. De an. II 4, 415b10-28. Sullapparente identicazione in Aristotele di causa
formale e causa nale si vd. anche De gen. et corr. II 9, 335b6 e De gen. anim. I 1,
715a4-6, 8-9.
331
Anche nel caso del Primo Motore Immobile, che causa nale del primo
cielo, occorre notare che esso non la forma che viene attuata dal primo cielo,
bens ci in vista di cui il cielo attua la propria forma, per cui restano ben distin-
ti la forma e il ne; cf. Metaph. A 7, 1072b1-4.
dre, mentre lente che viene generato tramite la trasmissione della
forma il glio:
332
padre e glio sono identici analogicamente e vi-
sti in universale, perch luno e laltro corrispondono alla forma
uomo, ma sono diversi numericamente e individualmente.
333
In Metaph. A 4, 1070a31 ss., Aristotele afferma che i principi e
le cause sono in un senso diversi per le cose diverse (oo omv),
ma in un altro senso sono identici per ogni cosa (fotfo ovfmv) se
detti in universale e per analogia (ov o0oot cq fi oi of ovo-
oiov).
334
Si potrebbe, infatti, porre il problema se siano diversi
o identici i principi e gli elementi per le sostanze e per i relativi
(fmv otoimv oi fmv qo fi), e questo vale ugualmente per ciascu-
na delle altre categorie. Ma identici per tutte le categorie sarebbe
assurdo (ofoov), perch in questo caso dagli stessi principi (o ele-
menti) deriverebbero i relativi e la sostanza. Ma quale sarebbe,
dunque, questo elemento comune? Al di l della sostanza e delle
altre categorie, infatti, non esiste niente che ad esse sia comune, e
daltra parte lelemento in quanto elemento precede <ci di cui
elemento>. N continua Aristotele si potrebbe dire che le ca-
tegorie siano elementi luna dellaltra e, daltra parte, nessun ele-
mento pu essere identico a ci di cui elemento: ad esempio <le
lettere> B o A <non possono essere identiche> alla sillaba BA (cf.
176 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
332
Cf. Metaph. A 3, 1070a4-20.
333
Alcuni interpreti moderni della Fisica aristotelica talvolta avanzano lopi-
nione secondo cui la forma sarebbe causa motrice, in quanto sono inuenzati, io
credo, soprattutto dalle discussioni di Simplicio (a sua volta inuenzato da Ales-
sandro di Afrodisia), secondo cui la vera causa efciente sarebbe la forma della-
gente (cf. Simplicio, In Phys. 312). interessante citare a questo proposito unipo-
tesi di G.A. Ferrari (1977), p. 165, secondo cui possibile che lanalogia natu-
ra/tecnica operi positivamente nel tenere ben distinte le quattro cause. Nellambi-
to tecnico, infatti, invece di ridursi ad unit, le cause motrice, formale e nale si
distinguono nettamente tra loro, poich designano rispettivamente lartigiano che
costruisce, la forma che egli fa assumere ad una data materia e la funzione a cui
destinato loggetto articiale. Si vd. anche J.M. Le Blond (1939), pp. 300-346. La
distanza che intercorre fra causa nale e causa motrice, peraltro, sottolineata da
Aristotele in Metaph. A 3, 983a30-32 e B 2, 996b22-24, in cui il ne presentato
come opposto al movimento: in questa opposizione appare anche, a mio avviso, la
correlazione fra queste due forme di causalit, che apparir meglio nella discussio-
ne sulla necessit a proposito degli ultimi due capitoli di Phys. II.
334
Cf. E. Berti (2004), pp. 390 ss. e 536-537.
li. 1070a31-b6), Dunque gli elementi non sono identici per tutte
le cose. Oppure, come dicevamo, in un senso lo sono e in un altro
senso no, ad esempio dei corpi sensibili <si potrebbe dire> forse
che da un lato c come forma (cioo) il caldo e, per altro verso, il
freddo, che privazione (ofcqqoi) <del caldo>, dallaltro lato c
una materia (tq) che anzitutto per se stessa (qmfov o0 otfo )
in potenza queste due propriet <cio il caldo e il freddo> (li.
1070b9-13). Secondo Aristotele, quindi, privazione, forma e mate-
ria sono da considerarsi, in un senso principi identici in tutte le co-
se sensibili, qualora siano intesi in universale e analogicamente, in
un altro senso, invece, qualora siano intesi come principi delle sin-
gole cose, sono diversi, ad esempio, nel colore, questi principi sono
il bianco, il nero e la supercie, e, nel caso del giorno e della notte,
sono, invece, la luce, la tenebra e laria.
335
Se principi e cause si
considerano sul piano non analogico e universale, ma individuale e
particolare, allora principi e cause sono diversi nelle diverse cose,
come dire, ad esempio, che la causa motrice del glio il padre e la
causa motrice della casa il costruttore, mentre se si considerano
principi e cause sul piano analogico e universale, allora causa e
principio delluomo luomo e causa e principio della casa la tec-
nica delle costruzioni, cio, in ultima analisi, la forma e non lente
concreto. Sul piano analogico, allora, possiamo stabilire la relazio-
ne proporzionale fra cause e principi secondo cui la causa motrice
sta alla privazione come la causa nale-formale sta allacquisizione
compiuta di una forma specica: tale rapporto analogico mette in
evidenza lopposizione-correlazione che esiste fra causa motrice e
causa nale nei processi del divenire naturale. In ultima analisi,
quindi, io ritengo che Aristotele consideri la tecnica delle costru-
zioni come causa pi elevata (fo oifiov fo oqofofov) nel senso
come egli stesso indica della priorit (qofcqov fo oifiov), per-
ch in effetti il costruttore non tale se prima non ha acquisito la
tecnica delle costruzioni.
336
Tuttavia, secondo Aristotele, la causa
LA DOTTRINA ARISTOTELICA DELLA CAUSALIT (PHYS. II 3 E 7) 177
335
Cf. Metaph. A 4, 1070b16-21.
336
Occorre dire, tuttavia, che i commentatori antichi, pur con qualche diver-
genza, hanno inteso la causa pi elevata, oqofofov, nel senso di causa pi appro-
priata alloggetto, tqimfofov. Si vd. per tutti Simplicio, In Phys. 326,15 ss.
motrice vera e propria lente motore (fo ivotv),
337
come si com-
prende bene da ci che Aristotele spiegher in Phys. III 1-3: tale
causa motrice , come ci spiega anche Simplicio, In Phys. 321,3 ss.,
in accordo con Alessandro di Afrodisia, esterna al mobile (fo ivq-
fov).
338
Discuter fra breve un altro passaggio, precisamente Phys.
II 7, 198a35-b5, che mi sembra altrettanto signicativo in ordine al
fatto che la forma non da considerarsi tout court causa motrice.
339
Ma prima di far questo, occorre sottolineare che Aristotele distin-
gue nettamente, fra le realt in divenire, quelle per spiegare le quali
occorre la causa nale, e quelle, al contrario, per le quali basta solo
la causa motrice. Dico intanto che in Metaph. Z 17, 1041a27-32
Aristotele scrive: evidente, dunque, che si ricerca la causa (cio
178 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
337
Mi d ragione W. Wieland (1993), pp. 336-337, il quale, sottolineando co-
me le cause aristoteliche siano cause di cose e solo in un secondo momento cau-
se di processi, mostra come la causa motrice sia la cosa che suscita il movimento
in questione. E ci che in questo caso viene causato non propriamente il movi-
mento stesso, ma di nuovo la cosa che costituisce il risultato di questo movimento.
Naturalmente Aristotele applica occasionalmente lo schema causale anche ai puri
e semplici processi. Ma anche allora resta come guida lidea che si tratti di proces-
si di cose.
338
Ritengo che occorrerebbe studiare pi attentamente il problema della
causa motrice in Aristotele per cercare di comprendere in che modo essa agisca
talvolta dallesterno e talvolta dallinterno del mobile. Lanalisi di Phys. III 1-3,
che lanalisi principale del movimento e della causa motrice a cui deve ricondur-
si ogni altro discorso sico sulla causa motrice, indica senza ombra di dubbio che
tale causa esterna al mobile. Tuttavia, ci possono essere dei casi in cui, se consi-
derata sotto un aspetto differente, la causa motrice risulta in qualche modo inter-
na. Ad esempio, in De gen. anim. II 1, 723b23-734b19, sembrerebbe che la causa
motrice che opera perch nellembrione si formino gli organi sia interna allem-
brione stesso, nella misura in cui essa non pu essere un organo interno al seme
che causa motrice degli altri organi, ma tutti gli organi derivano dal seme. In un
certo senso, quindi, la qtoi interna allembrione funge da causa motrice nella mi-
sura in cui opera quale impulso interno di movimento, ma, in senso proprio, la
causa motrice il seme, e quindi il padre che ha agito sul mobile.
339
Una possibile interpretazione formalistica non solo della causa nale ma
anche della causa motrice, almeno nei processi di generazione degli esseri viventi,
interpreta il padre come causa motrice che trasmette una forma specica con il se-
me in quanto possiede in atto la medesima propriet formale che egli trasmette,
cio appunto la forma uomo ad esempio nel caso degli esseri umani. In questa mi-
sura e con queste limitazioni la causa motrice converge, come dice Aristotele,
con le cause formale e nale (Phys. II 7, 198a26-27). Cf. a questo proposito P. Pel-
legrin (2002).
lessenza, per parlare in chiave logica), la quale in alcuni casi cau-
sa nale, come per esempio nel caso della casa oppure del letto,
mentre in altri casi ci che ha impresso il primo movimento (fi
civqoc qmfov), perch anche questo una causa (oifiov oq
oi fotfo). Tuttavia, mentre la causa motrice si ricerca nel caso di
ci che si genera e si corrompe (ci fot ivco0oi qfcifoi oi
q0ciqco0oi), laltra causa invece [scil. quella nale] si ricerca anche
nel caso di ci che (0ofcqov oc oi c i fot ci voi). In questo pas-
saggio Aristotele sta spiegando gli esempi del tuonare e della casa
che ha fatto poco prima: allorch ci si domanda perch tuona, cio
perch un certo rumore si produce fra le nuvole, si ricerca di fatto
la causa motrice o efciente del detto fenomeno, mentre, quando
ci si domanda perch queste cose qui, ad esempio pietre e mattoni,
costituiscono una casa, si ricerca piuttosto la causa nale. I due
esempi sono ripresi negli Analitici Posteriori, in cui si legge che nel
caso di un fenomeno meteorologico, ad esempio il tuonare, la spie-
gazione una causa motrice,
340
mentre nel caso di un prodotto del-
la tecnica, ad esempio una casa, si prende come causa la funzione
alla quale destinata, cio il suo ne, poich la casa costruita
per proteggere le suppellettili.
341
Nel passaggio di Metaph. Z 17
riportato sopra, sia la causa nale sia la causa motrice si identica-
vano con lessenza in virt del loro rapporto analogico con i princi-
pi di cui ho gi detto prima: se sul piano analogico la relazione
proporzionale fra cause e principi mostra che la causa motrice sta
alla privazione come la causa nale sta allacquisizione compiuta di
una forma specica, allora sia luna che laltra esprimono lessenza,
che si presenta ora come privazione di forma e ora, invece, come
acquisizione di forma; tuttavia la causa motrice e la causa nale ri-
mangono ben distinte tra loro e anzi si fronteggiano reciprocamen-
te nel processo del divenire naturale.
Tuttavia, come dicevo allinizio di questo discorso, la causa for-
male sembrerebbe avere una particolare attitudine a combinarsi
con le altre cause, al punto che sembrerebbe che essa non si possa
collocare allo stesso livello teorico delle altre cause. Gi L. Robin e
LA DOTTRINA ARISTOTELICA DELLA CAUSALIT (PHYS. II 3 E 7) 179
340
Vd. APo. II 8, 93b8.
341
Vd. APo. II 9, 94b9.
J.M. Le Blond,
342
mettendo signicativamente in relazione i due
versanti principali dellepistemologia aristotelica, e cio lapodittica
e leziologia, hanno sostenuto che il cardine del sillogismo scienti-
co costituito dalla causa formale. In un articolo del 1990, in cui si
occupa della spiegazione causale nella biologia aristotelica, P. Pelle-
grin ci mostra mettendo a confronto la sua lettura delle opere bio-
logiche e una riconsiderazione attenta di APo. II 11 che en se
combinant avec une autre cause, la cause formelle transforme piste-
mologiquement cette autre cause, cest--dire lui donne la possibilit
dun destin logique et donc scientique
343
nella misura in cui questa
altra causa, proprio perch si combina con quella formale, pu fun-
gere da termine medio nelle premesse di un sillogismo scientico.
344
In questa possibilit della causa nale e delle cause meccaniche di
combinarsi con la causa formale Pellegrin riconosce alla biologia
aristotelica la condizione di sfuggire sia al meccanicismo sia ad un
troppo rigido nalismo.
345
La ricerca sica in generale e biologica in
particolare, allora, secondo Pellegrin formalistica prima che
nalistica nella misura in cui essa pretende di avere lo statuto di
scienza, e non solo la nalit pu trovare il suo posto nella scienza
attraverso il ltro della formalit ma, cosa forse ancora pi signica-
tiva, attraverso la possibilit di combinarsi con la causa formale an-
che le due cause meccaniche trovano un posto irriducibile che spie-
ga bene come in Aristotele, nonostante il considerevole nalismo
che si riscontra in natura, la necessit operi anchessa a giusto titolo.
A questo punto per ritornare al testo della Fisica Aristotele
conclude il capitolo II 3 dicendo che i generi sono causa dei gene-
ri e le cose particolari sono causa delle cose particolari. Ad esem-
pio, mentre un certo scultore causa di una certa statua, invece
questo scultore qui causa di questa statua qui. Daltra parte le co-
se potenziali sono causa delle cose possibili
346
mentre le cose at-
180 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
342
L. Robin (1942), pp. 423-485; J.M. Le Blond (1939), pp. 96 ss.
343
P. Pellegrin (1990), p. 217.
344
Cf. APo. I 33, 89a16.
345
Cf. largomentazione di P. Pellegrin (1990), pp. 209-219, ma anche (2002).
346
A proposito di questa considerazione secondo cui fo cv otvoci fmv ot-
vofmv i commentatori antichi (cf. Simplicio, In Phys. 326,34 ss. e Filopono, In
Phys. 254,15 ss.), sulla base di quanto dice Alessandro di Afrodisia, ritengono che
tualmente operanti sono cause delle cose attualmente operate.
Quante dunque siano le cause conclude Aristotele e quale sia
il modo in cui sono cause stato da me determinato a sufcienza
(li. 195b28-31).
Concluso il discorso sulle quattro cause, Aristotele inizia una
lunga e fondamentale analisi delle nozioni di fortuna e di sponta-
neit, prima indagando a questo proposito le opinioni comuni e
quelle dei predecessori e poi fornendo la sua opinione sulluna e
sullaltra nozione, per metterle inne a confronto fra loro: questa
analisi occupa i capitoli 4-6 del libro II della Fisica ed fondamen-
tale, come dicevo, per il fatto che fortuna e spontaneit sembrereb-
bero sottrarre al quadro eziologico appena descritto da Aristotele
nel capitolo 3 alcuni tra i fenomeni e gli enti, nel senso che ci sa-
rebbero cose che, pur essendo naturali, tuttavia sfuggono allambi-
to della qtoi. Dopo di ci lo Stagirita riprende brevemente, in
Phys. II 7, le la del discorso che ha fatto sulle cause. Di questo ca-
pitolo tralascio ci che ripete quanto Aristotele ha gi detto in
Phys. II 3 e su cui ho quindi esposto precedentemente. Mi limiter
dunque a fare soltanto alcune osservazioni.
Alle li. 198a22-24 Aristotele scrive: Poich le cause sono quat-
tro, compito del sico avere conoscenza di tutte e, richiamandosi
a tutte <e quattro le cause>, cio la materia, la forma specica, ci
che ha mosso, ci in vista di cui, egli fornir il perch (fo oio fi
ooomoci) secondo il criterio della scienza della natura (qtoim).
Aristotele in questo passaggio mostra chiaramente di intendere co-
me causa tutti i fattori che devono essere tenuti in considerazione
per spiegare come una cosa nasca o divenga, quindi tutti quei fat-
tori che spiegano lesistenza di una cosa o di un fenomeno. In ef-
fetti, quando ci si chiede perch una casa esiste occorrer fornire
ben quattro risposte, sulla base appunto delle quattro cause, per
esaurire in modo completo la spiegazione della sua esistenza e for-
LA DOTTRINA ARISTOTELICA DELLA CAUSALIT (PHYS. II 3 E 7) 181
essa fornirebbe la soluzione del problema che Aristotele pone in Cat. 7, 7b22-33 e
che il seguente: non per tutte le cose relative c simultaneit, perch ad esempio
lo scibile anteriore alla scienza, tant vero che noi abbiamo scienza di cose che
preesistono, e, daltra parte, se viene soppresso lo scibile si sopprime anche la
scienza, mentre se si sopprime la scienza non detto che non ci sia pi anche lo
scibile.
nire tutti i fattori che hanno partecipato concretamente alla sua co-
struzione: la casa esiste in virt del costruttore, che ne la causa
motrice, dei materiali da costruzione, che ne sono la causa materia-
le, della forma di casa che essa ha acquisito, che ne la causa for-
male, e della funzione di proteggere beni e animali,
347
che ne la
causa nale. Questo non signica per che il sico, per dare spie-
gazione del perch degli enti naturali, debba individuare sempre e
comunque tutte e quattro le cause, perch possibile che alcune
cose o fenomeni non abbiano fra i loro fattori causali tutte e quat-
tro le cause.
348
Anche lasciando da parte gli enti matematici, che
aristotelicamente non fanno parte dellambito della natura, una
guerra, ad esempio come abbiamo gi visto alle li. 198a19 ss. ,
ha una causa motrice (perch erano stati depredati delle loro ric-
chezze), oppure una causa nale (per dominare). vero che
una guerra potrebbe avere entrambe queste cause, ma anche vero
che potrebbe averne solo una delle due. In ogni caso un fenomeno
naturale come uneclissi di luna non ha causa materiale. Il sico,
quindi, secondo Aristotele, deve sempre cercare la spiegazione del
perch delle cose naturali sulla base di tutte e quattro le cause, e
tuttavia non pu essere sempre sicuro di trovarle tutte.
Alle li. 198a27-31 Aristotele annuncia poi un importante di-
scorso. Le cose della natura muovono e si muovono e in generale
muovono in quanto si muovono (om ooo ivotcvo ivci), men-
tre tutte le cose che non si comportano in questo modo non sono
oggetto della scienza sica, perch non muovono in quanto hanno
in se stessi movimento o principio di movimento, ma in quanto so-
no immobili. Questo discorso consente ad Aristotele di annunciare
tre studi distinti fra loro: 1) lo studio di ci che muove pur essendo
immobile, cio del Primo motore immobile; 2) lo studio di ci che
si muove ma incorruttibile, cio degli enti del mondo sopraluna-
re; 3) lo studio di ci che si muove ma corruttibile, cio degli enti
del mondo sublunare. Tali studi saranno possibili grazie allanalisi
182 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
347
Cf. Metaph. H 2, 1043a16-17 e il gi citato APo. II 9, 94b9. Cf. gli esempi
in Temistio, In Phys. 188,27 ss.
348
Cf. J. Follon (1988), pp. 329 ss. La stessa posizione ha W. Charlton, cf.
trad. pp. 113-114.
del movimento di Phys. III 1-3, che render esplicita e pi chiara la
differenza fra questi tre tipi di enti. Poich in Phys. II 7 Aristotele
intende denire il campo di indagine del sico determinando la
sua conoscenza delle cause, oltre a ribadire in che cosa consista ta-
le conoscenza causale Aristotele delimita anche il campo di compe-
tenza del sico, stabilendo che la sua indagine non riguarda ci che
muove senza muoversi esso stesso. Ci implica che, nonostante la
trattazione del Primo motore immobile in Phys. VIII, in realt lin-
dagine su tale Primo motore non compete al sico, ma oggetto di
studio di unaltra scienza, cio della Metasica. Questo principio
che muove senza muoversi principio del movimento naturale, ma
non un principio naturale (198a35-b1): sono enti di tale natura,
afferma Aristotele, sia ci che assolutamente immobile, cio ap-
punto il Primo motore immobile, sia lessenza, cio la forma (fo fi
cofi oi q oqqq 198b3), <questa > infatti ne e ci in vista di
cui, sicch, poich la natura in vista di qualcosa, occorre conosce-
re anche questa (fco oq oi ot cvco mofc cci q qtoi cvco
fot, oi fotfqv ciocvoi oci 198b3-5).
Questo passaggio particolarmente interessante in ordine al
problema che si affrontato qualche pagina indietro, quello cio
della forma come causa motrice. Qui Aristotele propone la for-
ma, insieme al Primo motore immobile, come esempio di principi
(non cause) immobili di movimento. In Phys. III 2-3, 202a3-b29,
dopo aver denito il movimento e aver chiarito tutte le parti del-
la sua denizione, Aristotele passa a mostrare come il movimento
nasca concretamente da una relazione fra motore e mosso e scrive:
ma si muove anche, come si detto, ogni motore (ivcifoi oc oi
fo ivotv ov), che <quindi> in potenza mobile (fo otvoci ov
ivqfov) e la cui assenza di movimento quiete (oi ot q oivqoio
qqcio cofiv) (perch lassenza di movimento quiete per ci a
cui appartiene il movimento m oq q ivqoi toqci, fotfot q
oivqoi o qqci o).
349
In effetti, lagire sul mobile in quanto mobile
il muovere in quanto tale (fo oq qo fotfo cvcqciv, q foiotfov,
otfo fo ivciv cofi); questo poi [scil. il motore] agisce per con-
tatto, sicch contemporaneamente anche patisce (fotfo oc oici
LA DOTTRINA ARISTOTELICA DELLA CAUSALIT (PHYS. II 3 E 7) 183
349
Cf. G.R. Giardina (2005), p. 130 nota 36.
0ici, mofc oo oi ooci), perci il movimento entelechia del
mobile, in quanto mobile, ma questo avviene per contatto con
ci che capace di muovere, sicch <questultimo> contempo-
raneamente anche patisce (oio q ivqoi cvfcccio fot ivqfot,
q ivqfov, otoivci oc fotfo 0ici fot ivqfiot, mo0 oo oi
ooci).
350
In questo passaggio, che mette in evidenza soprattutto il ruolo
della causa motrice, Aristotele asserisce che loperare specico del
motore il muovere e che questo operare comporta una compre-
senza di azione e passione nel motore. In altri termini, ogni motore
naturale che muove provoca e al tempo stesso subisce movimento,
cio muove ed mosso.
351
La stessa cosa non pu dirsi dellessenza
e della forma citate in Phys. II 7, 198b1-5, dove erano annoverate
fra i principi che muovono senza muoversi (ivci q ivotcvov). E
subito dopo lappena citato passaggio III 2, 202a3-9 segue nel testo
il passaggio Phys. III 2, 202a9-12 discusso sopra e in cui loperare
del motore si chiarisce nei termini della trasmissione di forma spe-
cica da parte della causa motrice. Ma la forma resta esclusa, come
si visto, dalla possibilit di essere causa motrice. Del resto, come
Aristotele sottolinea in Phys. II 7, 198b4-5, la forma causa nale e
poich la natura in vista di qualcosa, cio regolata e ordinata -
nalisticamente, di questa causa che dobbiamo occuparci, cio ap-
punto della causa nale.
Con ci Aristotele intende sottolineare il ruolo e limportanza
della causa nale nei processi naturali, nel momento in cui si sta
preparando a presentarci in modo organico e completo la sua teo-
ria della teleologia naturale. Ed questa, appunto, che venuto
qui il momento di esaminare, non prima per di avere attraversato
lanalisi delle nozioni di fortuna e spontaneit.
184 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
350
Phys. III 2, 202a3-9.
351
Lo stesso concetto ribadito in Phys. III 2, 202a7-9.
4.
LA FORTUNA E LA SPONTANEIT
SONO CAUSE ALTERNATIVE
ALLE PRECEDENTI QUATTRO? (PHYS. II 4-6)
4.1. Lesistenza di fortuna e spontaneit secondo le dottrine dei -
siologi (Phys. II 4)
I capitoli 4-6 del II libro della Fisica, come ho gi detto, so-
no dedicati a una lunga e dettagliata analisi delle nozioni di ftq e
otfoofov: Aristotele in primo luogo indaga le opinioni comuni e
quelle dei predecessori e poi fornisce la sua teoria sulluna e sullal-
tra nozione; inne le mette a confronto fra loro. Lanalisi delle no-
zioni di ftq e di otfoofov fondamentale per spiegare il fatto
che fenomeni ed enti che parrebbero originarsi dalla fortuna o dal-
la spontaneit sembrerebbero sfuggire alla dinamica esplicativa
delle quattro cause di cui Aristotele ha ampiamente parlato in Phys.
II 3, con la conseguenza che ci sarebbero cose che, pur essendo na-
turali, tuttavia sfuggono allambito ordinato della qtoi.
352
Prima
di iniziare il nostro discorso su questi capitoli 4-6 di Phys. II, tutta-
via, occorre sottolineare una difcolt di traduzione dei termini ft-
q e otfoofov, assumendo come punto di partenza alcune tradu-
zioni moderne della Fisica.
Nella traduzione francese delledizione di H. Carteron, la cui
prima edizione del 1926, ftq tradotto con il termine fortune,
in italiano fortuna, e otfoofov con il termine hasard, che in ita-
liano corrisponde a caso. La stessa cosa troviamo nella traduzio-
ne di O. Hamelin del 1931 e nel noto libro di A. Mansion, Intro-
duction la Physique dAristote, che del 1945. In traduzioni fran-
352
Gi in Platone, Leggi X, 888e4 ss. che peraltro riferisce ad altri questa
opinione , sono indicate come cause del divenire la natura (qtoi), la tecnica
(fcvq) e la fortuna (ftq), di cui si dice che natura e fortuna sono cause del cielo
e degli enti naturali del nostro mondo, mentre la tecnica, prendendo a modello la
natura, costruisce realt inferiori a quelle naturali. Evidentemente Aristotele ri-
prende dal patrimonio culturale e scientico a lui precedente il punto di partenza
secondo cui cause del divenire sono natura, caso (in Aristotele distinto nelle due
nozioni di otfoofov e ftq) e tecnica, ma sviluppa il suo discorso in modo total-
mente autonomo e originale.
cesi pi recenti si preferisce tradurre invece ftq con hasard (vd.
L. Couloubaritsis, A. Stevens e P. Pellegrin), per cui otfoofov
viene tradotto spontanit, cio spontaneit, come fa Pellegrin,
oppure con lespressione mouvement spontan come fanno Cou-
loubaritsis e la Stevens. Hardie & Gaye che traducono otfoofov
spontaneity, cio spontaneit, usano il termine chance, cio ca-
so, per tradurre ftq. Fra le traduzioni italiane, F. Franco Repel-
lini traduce ftq con fortuna e otfoofov con spontaneit,
mentre Russo, Zanatta e Laurenza traducono ftq con fortuna e
otfoofov con caso. Come si vede, le scelte sono diverse fra lo-
ro, soprattutto perch si attribuisce un medesimo signicato allu-
no o allaltro dei due termini, per cui con il termine che corrispon-
de allitaliano caso si traduce ora ftq ora otfo ofov.
In effetti, noi abitualmente traduciamo il termine ftq con for-
tuna. Nel contesto di Phys. II 4-6 ftq indica appunto la sorte, ci
che avviene fortuitamente, e in effetti questo signicato conte-
nuto nel termine italiano fortuna, che ha molteplici signicati
dovuti anche allevoluzione che ha subito nel tempo: fortuna tra-
dizionalmente la causa di circostanze razionalmente inesplicabili e,
in et umanistica, stata concepita come quel complesso di eventi
favorevoli che, sfruttati opportunamente e con intelligenza, posso-
no condurre a un esito positivo. Ma fortuna nelluso linguistico
medio-alto e letterario non ha solo signicato positivo, bens anche
signicato negativo, poich oltre ad essere una sorte favorevole e
vantaggiosa signica anche una circostanza che capita, appunto,
fortuitamente, e che in quanto tale pu essere anche una sventu-
ra.
353
Scegliendo di tradurre ftq con fortuna, quindi, intendo rife-
rirmi a un evento, positivo o negativo che sia, che sembra sfuggire
al corso ordinato e causalmente determinato della qt oi.
Tradurre invece otfoofov con caso comporta il rischio di
non riconoscere una caratteristica semantica del termine che si
conserva nel nostro termine automatico
354
(il quale tuttavia ha
188 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
353
Cf. Phys. II 5, 197a25 ss.
354
Omero, Il. 18,376, ad esempio, adopera lattributo otfoofoi per indicare
le ruote auree di cui Efesto muniva i piedistalli dei tripodi perch questi fossero
semoventi e potessero entrare da soli, cio automaticamente, nellassemblea de-
gli di.
acquisito nel tempo un signicato attinente alla tecnica che estra-
neo, ovviamente, a questo contesto della Fisica aristotelica che stia-
mo discutendo), e cio il fatto che fo otfoofov opera da s,
semovente. Per questi motivi mi sembra opportuno tradurre i ter-
mini ftq e otfoofov rispettivamente con fortuna e sponta-
neit che, pur non rendendo in modo fedelissimo i corrispettivi
vocaboli greci, tuttavia mi sembrano i pi adatti a darci unidea di
ci che Aristotele intende signicare. Luna e laltra nozione, sia
quella di ftq che quella di otfoofov, si riferiscono infatti a feno-
meni e circostanze che avvengono casualmente, cio non secondo
una regolarit naturale. Detto questo possiamo senzaltro entrare
in medias res.
In Phys. II 4 Aristotele imposta subito il problema: la fortuna e
la spontaneit sono o no due possibili aspiranti al ruolo di cause,
costituiscono o no cio un modo di causazione indipendente e al-
ternativo a quello stabilito attraverso la dottrina delle quattro cau-
se? Se s, la dottrina delle quattro cause di Phys. II 3 sarebbe in-
completa e insufciente e, cosa anche pi importante, sarebbe ina-
deguata. Alle li. 195b30-35 Aristotele si chiede se o, meglio, in che
modo (fivo otv fqoov) fortuna e spontaneit siano da annoverarsi
fra le cause,
355
stabilendo che bisogna anche determinarle in modo
specico per comprendere se siano la stessa cosa. Una volta impo-
stato il problema, egli inizia subito a esaminare la questione sulla
base come al solito delle opinioni dei suoi predecessori, sottoli-
neando lassurdit di certe loro posizioni.
Alcuni, egli dice, negano lesistenza della fortuna e della spon-
taneit, perch ritengono che di ogni cosa ci sia sempre una causa
determinata. Ad esempio, se un tizio va in piazza per un caso for-
tuito (oo ft q) e incontra una persona che avrebbe voluto incon-
trare ma che non pensava di incontrare, la causa di questa circo-
stanza risiede nel fatto che costui voleva andare in piazza (196a3-
5). Allo stesso modo, per altre circostanze che sembrerebbero esse-
LA FORTUNA E LA SPONTANEIT SONO CAUSE ALTERNATIVE? 189
355
Simplicio, In Phys. 333,23 ss. ritiene che lespressione aristotelica fivo otv
fqoov cv fotfoi cofi foi oifioi q ftq oi fo otfoofov signichi che occor-
re comprendere se fortuna e spontaneit siano cause materiali, formali, efcienti o
nali.
re frutto della fortuna, sempre possibile trovare una causa deter-
minata che non affatto la fortuna. Se la fortuna esistesse, sarebbe
veramente strano, perch nessuno degli antichi sapienti, che pure
hanno indagato sulle cause della generazione e della corruzione,
cio sulle cause del divenire naturale, ha mai determinato qualcosa a
proposito della fortuna, e anzi al contrario gli antichi ritenevano che
la fortuna non esistesse. Tuttavia anche questo silenzio aggiunge
Aristotele un fatto sorprendente, perch, pur negando lesisten-
za di fortuna e spontaneit, tuttavia gli antichi sono stati poi costret-
ti ad ammettere che alcune cose sembrano provenire dalla fortuna,
per cui essi avrebbero dovuto pur dire qualcosa a questo proposito.
Ci che veramente fa meraviglia secondo Aristotele il fatto che gli
antichi, pur menzionando la fortuna, non ne abbiano tentata alcuna
trattazione. Gli antichi dice infatti Aristotele non pensavano che
la fortuna fosse una delle loro cause, come lAmore e lOdio o lIn-
telletto o il Fuoco , ma talvolta hanno fatto uso della fortuna. Em-
pedocle, ad esempio, sostiene che laria si separa nel luogo pi alto
non sempre, ma fortuitamente (om ov ftq ), e dice che la mag-
gior parte delle parti dei viventi generata dalla fortuna (oo ftq
cvc o0oi).
356
Come si vede, Aristotele vuole mettere in luce linsuf-
cienza e lincoerenza delle dottrine che sulla causalit propongono i
presocratici, non solo perch costoro negano lesistenza di fortuna e
spontaneit senza tuttavia dire che cosa esse signichino, ma anche
e soprattutto perch continuano a utilizzare tali nozioni pur renden-
dosi conto che esse non possono essere identicate con quelle che
essi pensano siano le cause. I bersagli principali di questa critica,
stando alle cause che vengono citate, sono s i naturalisti pi antichi
sulla base, ad esempio, della citazione del Fuoco ma soprattutto
Anassagora ed Empedocle, il quale ultimo citato esplicitamente.
Come si vede, prima di analizzare se la fortuna e la spontaneit
siano nozioni identiche o differenti tra loro e di stabilire se appar-
tengano allambito delle cause, Aristotele sfrutta la sua critica dei
predecessori per trattare dellesistenza stessa di fortuna e sponta-
neit. Il riuto comune della loro esistenza infatti del tutto com-
190 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
356
Aristotele si riferisce al frammento di Empedocle, 31 B 53 DK. Cf. M.R.
Johnson (2005), pp. 95-104.
prensibile, perch sia le azioni sia gli enti sembrano ai presocratici
avere delle cause ben determinate. La questione importante per-
ch, sebbene egli sia sensibile a questo argomento del riuto delle-
sistenza di fortuna e spontaneit, tuttavia, come scopriremo pi
avanti, Aristotele ritiene, al contrario, che esse esistano e si sforzer
di conciliarle con le quattro cause valorizzando al massimo la sua
nozione di accidente. Quando si parla di fortuna e di spontaneit,
infatti, cio in generale di fenomeni casuali, si pu sempre trovare
unaltra causa alla quale possiamo ricondurre ci che avvenuto
casualmente. Nellesempio del tizio che va in piazza, ad esempio, e
vi incontra una persona che non pensava di incontrare, la causa
consiste nella deliberazione di costui di recarsi in piazza, magari a
svolgervi i propri commerci: a questa causa si accidentalmente
aggiunto il fatto, del tutto casuale, che egli incontri un suo debito-
re. Ci signica che il fatto casuale non esime il losofo dal cercare
la causa specica nellambito di quelle quattro cause che ben cono-
sciamo da Phys. II 3. A ci si aggiunge il fatto che lo stesso evento
poteva presentarsi in modo non casuale, perch il tizio in questio-
ne, se avesse saputo che andando in piazza vi avrebbe incontrato
un suo debitore, vi sarebbe andato proprio con questo ne e non
casualmente, ma a ragion veduta, cio con intelligenza di ci che
voleva e faceva. La fortuna e la spontaneit, infatti, pur essendo
cause accidentali, tuttavia determinano eventi, scrive Aristotele,
di cui pu essere causa lintelletto o la natura (fo otfoofov oi q
ftq oifio mv ov q vot cvoifo oifio q qtoi).
357
In questo mo-
do, come vedremo, Aristotele costringer fortuna e spontaneit
dentro lambito della causalit regolare, cio delle quattro cause.
Accettando lesistenza di fortuna e spontaneit Aristotele si collo-
ca, ancora una volta, anche se in contrasto con essa, allinterno di
una consolidata tradizione alla quale appartiene anche Platone:
questultimo ha aggirato il problema dellesistenza di fortuna e
spontaneit spiegando i fenomeni sulla base dellauto-movimento
dellanima, che egli attribuisce sia allindividuo sia alluniversale.
358
Aristotele, al contrario, affronta la questione del divenire casuale in
LA FORTUNA E LA SPONTANEIT SONO CAUSE ALTERNATIVE? 191
357
Cf. Phys. II 6, 198a5-6.
358
Cf. W. Wieland (1993), pp. 305 ss.
modo diretto e, dopo aver fatto le sue considerazioni sulla fortuna,
passa, sempre in questo capitolo 4, ad esaminare la nozione di
spontaneit.
Ci sono poi taluni, egli dice, che pongono come causa di questo
cielo e di tutti i mondi la spontaneit (cioi oc fivc oi oi fotqovot
fotoc oi fmv oomv ovfmv oifimvfoi fo otfoofov), dicendo
che dalla spontaneit nato il vortice, cio il movimento che ha
compiuto la separazione degli elementi e che ha avuto come conse-
guenza lordinamento attuale delluniverso intero. Chiaramente qui
Aristotele lancia uno strale contro il meccanicismo democriteo: dal
punto di vista aristotelico, come abbiamo visto, in un sistema rego-
lare e ordinato quale la natura (cio nellambito dei fenomeni che
avvengono sempre o perlopi)
359
lordine dato dalla opposizione-
correlazione fra causa motrice e causa nale, per cui il movimento
degli enti naturali sempre nalisticamente orientato, sin dallazio-
ne della causa motrice che nalizzata allacquisizione di una for-
ma specica. Il fco, come si potuto dimostrare, sempre pre-
sente in ogni fase del movimento di un ente al quale assicura ordine
e regolarit. Se quindi spontaneo , invece, agli occhi di Aristotele,
quel processo in cui si realizza un esito che solo apparentemente il
ne del movimento, perch in realt non presente come ne nel-
lazione della causa motrice, risulta chiaramente assurdo il discorso
di Democrito, che fa nascere dalla spontaneit proprio il cielo e tut-
ti i mondi, cio quella parte della natura in cui la regolarit e lordi-
ne sono massimamente presenti. Il colmo della meraviglia consiste
poi nel fatto che per gli Atomisti le singole cose naturali hanno una
loro causa, quale appunto la natura o il Nous, mentre il cielo e le
cose pi divine fra quelle visibili avrebbero come causa la sponta-
neit e non avrebbero una causa quale si ammette per gli animali e
per le piante. Democrito, quindi, attribuirebbe, secondo Aristotele,
un ordine nalistico ad un settore della natura, quello sublunare,
che di minore perfezione rispetto a quello celeste o sopralunare.
La semplice osservazione dei fenomeni ci mostra, in realt, proprio
il contrario, perch nulla nel mondo sopralunare nasce dalla spon-
taneit e alcune cose, invece, del mondo sublunare nascono dalla
192 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
359
Cf. Phys. II 5, 196b10-11 ed EN III 4, 1112a21-26. Cf. L. Judson (1991b).
fortuna e dalla spontaneit, proprio al contrario di ci che sostiene
Democrito. Ma, in verit, la sica democritea, come si sa, una si-
ca meccanicistica e non tiene in nessuna considerazione il nalismo
che Aristotele sta cercando di delineare in queste pagine di Phys. II:
la critica che Aristotele muove a Democrito, allora, ha unorigine
interna al pensiero stesso dello Stagirita, per il fatto che il suo pun-
to di vista completamente diverso da quello di Democrito.
Alla ne del capitolo 4, Aristotele cita alcuni (cioi oc fivc) i
quali credono che la fortuna sia una causa, che tuttavia resta oscu-
ra alla ragione umana in quanto qualcosa di divino e di sovruma-
no. Come si vede, Aristotele nel corso del suo discorso non solo
propone le posizioni dei predecessori, ma mescola anche le due
nozioni di ftq e di otfoofov. Una volta impostato il problema,
quindi, e dopo aver passato in rassegna le opinioni dei predecesso-
ri ponendo particolare attenzione al fatto che si sono serviti della
nozione di caso pur negandone lesistenza e senza darne nessuna
spiegazione, Aristotele sottolinea, concludendo il capitolo 4, che
occorre esaminare singolarmente ciascuna delle due nozioni, la for-
tuna e la spontaneit, per comprendere se siano la stessa cosa op-
pure cose diverse e come eventualmente ricadano fra le cause di
cui ha gi discusso in Phys. II 3.
4.2. Fortuna e spontaneit: la teoria di Aristotele (Phys. II 5-6)
Allinizio di Phys. II 5, sulla base dellimpostazione del proble-
ma della fortuna e della spontaneit che ha fornito nel capitolo
precedente, Aristotele fa immediatamente un passo avanti e anzi,
direi, decisivo, perch ci introduce nel cuore della sua propria teo-
ria di ftq e otfoofov, non solo ammettendo la loro esistenza, ma
analizzandole anche sulla base dei suoi concetti di nalismo e acci-
dentalit. In primo luogo, egli dice, poich delle cose in divenire
alcune divengono sempre allo stesso modo e altre perlopi al-
lo stesso modo, chiaro che di queste cose non causa la fortuna
n ci che proviene dalla fortuna:
360
la fortuna e i suoi effetti non
LA FORTUNA E LA SPONTANEIT SONO CAUSE ALTERNATIVE? 193
360
Cf. De gen. et corr. II 6, 333b4-19 e APo. I 30, 87b20-21.
sono causa n di ci che sempre n di ci che perlopi.
361
Ma,
se vero che il caso
362
non va cercato fra le cose che divengono
sempre o perlopi, pur tuttavia oltre alle cose che si comportano in
questo modo ce ne sono altre che derivano dal caso,
363
per cui
chiaro conclude Aristotele che fortuna e spontaneit esistono
(qovcqov ofi cofi fi q ftq oi fo otfoofov).
364
Qui si stabilisce,
quindi, che fortuna e spontaneit, al contrario di quel che pensano
alcuni, esistono e vanno ricercate fra le cose che divengono in mo-
do diverso rispetto a quelle che divengono sempre o perlopi allo
stesso modo; quindi vanno ricercate fra le cose che sembrano sfug-
gire allambito della regolarit e dellordine naturale.
365
Detto que-
sto lo Stagirita chiarisce subito che la regolarit e lordine di ci
che sempre o perlopi sono quelli spiegati dal nalismo. Delle
194 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
361
Il testo di Phys. II 5, 196b10-13 il seguente: Hqmfov cv otv, ccioq
oqmcv fo cv oci mootfm ivocvo fo oc m ci fo ot, qovcqov ofi otocfcqot
fotfmv oifio q ftq ccfoi otoc fo oo ftq, otfc fot c ovoq oi oici otfc
fot m c i fo ot . O. Hamelin, a proposito di questo passaggio, propone una pic-
cola correzione di punteggiatura, sulla base del fatto che egli distingue la ftq, che
considera causa, e gli effetti della fortuna, fo oo ftq, che invece non sarebbero
causa. Egli propone quindi di inserire una virgola fra ccfoi e otoc. La frase, con
questa diversa punteggiatura, signicherebbe che evidente che la fortuna non
detta causa n delle cose che divengono sempre n di quelle che divengono perlo-
pi e che gli effetti della fortuna non sono n fra i fatti necessari e costanti n fra
quelli che si producono perlopi. Non segue la punteggiatura proposta da Hame-
lin, ma ne segue il signicato Carteron. Anche Hardie & Gaye traducono collo-
cando la virgola come propone Hamelin: It is clearly of neither of these that
chance is said to be the cause, nor can the effect of chance be identied with
any of the things that come to pass by necessity and always, or for the most part.
In questa interpretazione si colloca meglio, forse, la frase otfc fot c ovoq oi
oici otfc fot m ci fo ot , che tuttavia pu ugualmente essere compresa come
una precisazione del precedente otocfcqot fotfmv. P. Pellegrin, invece, considera
fo o o ft q come una specicazione di q ft q, perch traduce le hasard, cest--
dire ce qui arrive par hasard.
362
Ricordo qui che con caso intendo in maniera indifferenziata sia la fortu-
na che la spontaneit in quanto ambedue, secondo Aristotele, cause accidentali.
363
Cf. Metaph. E 2, 1027a16-17: cofiv oqo fi oqo fotfo fo oofcq cftc
oi ofo otcqo .
264
Phys. II 5, 196b10-15.
365
Si ricordi che in APo. I 30, 87b19-27 Aristotele esclude ci di cui causa
la fortuna come oggetto di scienza dimostrativa, poich la dimostrazione riguarda
ci che sempre o perlopi.
cose che divengono continua Aristotele alcune divengono in vi-
sta di qualcosa, mentre altre no (fmv oc ivocvmv fo cv cvco
fot ivcfoi fo o ot ); di queste ultime poi le une sono dovute a
deliberazione e le altre non sono dovute a deliberazione (fotfmv oc
fo cv ofo qooiqcoiv, fo o ot ofo qooiqcoiv), entrambe per
rientrano fra le cose che sono in vista di qualcosa (oqm o cv foi
cvco fot), sicch chiaro che anche nelle cose che sono al di l
del necessario e del perlopi ce ne sono alcune per le quali si am-
mette che ci sia ci che in vista di qualcosa (mofc oq ov ofi oi c v
foi oqo fo ovooiov oi fo m ci fo ot cofiv cvio cqi o
cvoccfoi toqciv fo cvco fot). E sono in vista di qualcosa le
cose che sono state prodotte sia dal pensiero razionale sia dalla na-
tura (cofi o cvco fot ooo fc oo oiovoio ov qo0ciq oi ooo
oo qtocm 196b17-22).
Gli interpreti moderni di questo passaggio intendono comune-
mente il fotfmv oc della li. 196b18 nel senso di tra le prime/delle
prime, cio lo riferiscono soltanto agli enti che divengono in vista
di qualcosa (fo cv cvco fot ivcfoi) e non a quelli che non di-
vengono in vista di qualcosa (fo o ot). I traduttori sembrerebbero
autorizzati a intendere la frase in questo modo perch, in effetti,
Aristotele dice che entrambi i gruppi di enti, cio quelli dovuti a
deliberazione e quelli non dovuti a deliberazione, rientrano fra le
cose che sono in vista di qualcosa. A me, per, sembra strano che
Aristotele dica semplicemente fotfmv oc per indicare il primo
membro della frase precedente, soprattutto dal momento che il oc
fa sempre pensare, di primo acchito, piuttosto a ci che nella frase
precede immediatamente, per cui a me sembra pi logico che Ari-
stotele, dicendo fotfmv oc, o si riferisca a entrambe le categorie di
enti citati prima cio a quelli che divengono in vista di qualcosa e
a quelli che non divengono in vista di qualcosa , oppure, pi pro-
babilmente, solo alla seconda. Inoltre, attribuendo il fotfmv oc agli
enti che divengono in vista di qualcosa, non si comprende, a mio
avviso, la consequenzialit del ragionamento. Cosa vuol dire, infat-
ti, che gli enti che divengono in vista di qualcosa sono dovuti alcu-
ni a deliberazione e altri no sicch (mofc) chiaro che anche nelle
cose che sono al di l del necessario e del perlopi ce ne sono alcu-
ne per le quali si ammette che ci sia lin vista di qualcosa? Se am-
LA FORTUNA E LA SPONTANEIT SONO CAUSE ALTERNATIVE? 195
mettiamo per un momento che il fot fmv oc si riferisca ad entrambe
le categorie di enti citati prima, cio sia a quelli che divengono in
vista di qualcosa sia a quelli che non divengono in vista di qualco-
sa, si dovr concludere che degli uni e degli altri alcuni divengono
per deliberazione e altri no, ma Aristotele dice che gli uni e gli altri
(oqm oc ) rientrano comunque fra le cose che sono in vista di qual-
cosa. Sembra in effetti che, intendendo in questo modo Aristotele
si contraddica. Io ritengo, invece, che possibile che qui Aristotele
stia facendo unanticipazione di quanto spiegher in dettaglio suc-
cessivamente, per cui egli riferisce, a mio modo di vedere, lespres-
sione fotfmv oc soltanto agli enti che non divengono in vista di
qualcosa. Il passaggio aristotelico, in altri termini, signicherebbe
questo: degli enti in divenire alcuni divengono in vista di qualcosa
e altri, invece, no; di questi ultimi (fot fmv oc ), gli uni sono dovuti a
deliberazione e vedremo infatti che sono quelli che avvengono a
causa della fortuna , e gli altri non sono dovuti a deliberazione e
vedremo che sono infatti quelli che avvengono a causa della spon-
taneit. Gli uni e gli altri, tuttavia, rientrano ugualmente fra gli enti
che sono nalisticamente ordinati. Lespressione cv foi cvco fot
non ha infatti, a mio avviso, lo stesso valore dellespressione fo cv
cvco fot ivcfoi della li. 196b17, perch Aristotele qui potrebbe
voler dire semplicemente che le cose che avvengono a causa della
fortuna e della spontaneit (ftq e otfoofov) non sono cose che
avvengono in vista di qualcosa (fo o ot), perch in tal caso appar-
terrebbero agli ambiti del sempre o del perlopi, tuttavia rientrano
ugualmente fra le cose che sono in vista di qualcosa (cv foi cvco
fot), sicch diviene chiaro che anche per esse occorre ammettere
lin vista di qualcosa, anche se sfuggono agli ambiti del necessario e
del perlopi (mofc oqov ofi oi cv foi oqo fo ovooiov oi fo
m ci fo ot cofiv cvio cqi o cvoccfoi toqciv fo cvco
fot).
366
In questo modo la consequenzialit introdotta da mofc
perfettamente evidente. La differenza di interpretazione non di
poco conto, perch Aristotele qui stabilirebbe subito che anche ci
che proviene dalla fortuna e dalla spontaneit, pur sfuggendo al-
lordine e alla regola del nalismo naturale, in realt rientra ugual-
196 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
366
Phys. II 5, 196b19-21.
mente nellambito di questo nalismo. Semmai gli rimane da spiega-
re come questo sia possibile. La frase seguente (li. 196b21-22), E
sono in vista di qualcosa le cose che sono state prodotte sia dal pen-
siero razionale sia dalla natura, riguarda a mio avviso gli enti nali-
sticamente ordinati e infatti Aristotele dice chiaramente cofi o
cvco fot eccetera ma anchessa si riveler signicativa anche per
gli enti causati da fortuna o da spontaneit, giacch scopriremo che
gli enti causati dalla fortuna sono dovuti a deliberazione e dipendo-
no dal pensiero razionale, mentre quelli causati dalla spontaneit
non sono dovuti a deliberazione e non dipendono dal pensiero ra-
zionale: gli uni e gli altri per rientrano nellordine nalistico della
natura.
367
Questa interpretazione , a mio avviso, confermata da
quanto Aristotele dice successivamente. Inoltre, nelle opere aristote-
liche si riscontra spesso una certa insistenza sullopposizione fra ci
che naturale e nalisticamente ordinato e ci che invece arbitra-
rio, indeterminato, ovvero causato dalla spontaneit, cio casuale. Si
conferma cos la casualit sia come opposizione alla natura in testi
come De caelo II 8, 289b25-27 e III 2, 301a11 ss., De gen. et corr. II
6, 333b4-7, De part. anim. I 1, 641b20-23, Rhet. I 10, 1369a32-b5,
EE VII 14, 1247a31-33 sia come opposizione specica alla regola-
rit nalistica in testi come De gen. et corr. II 6, 333b7-10, De part.
anim. I 1, 641b23-28 e I 5, 645a23-25, Rhet. I 10, 1369a32-34, APo.
II 11, 95a8 ss. Ma seguiamo il testo aristotelico.
Per spiegare che ci sono enti che divengono casualmente, Ari-
stotele introduce il concetto di divenire accidentale, dicendo che
quando le cose di questo tipo (fo oq foiotfo)
368
divengono acci-
dentalmente (ofo otcqo cvqfoi) noi diciamo che derivano
dalla fortuna. Del resto, anche in Metaph. E 2, 1026b27-33 Aristo-
tele spiega che ci sono enti che esistono allo stesso modo sempre e
necessariamente o perlopi, mentre ve ne sono altri che non esisto-
no sempre e necessariamente o perlopi, che sono appunto quelli
LA FORTUNA E LA SPONTANEIT SONO CAUSE ALTERNATIVE? 197
367
Ci sono anche delle ragioni dipendenti dal linguaggio che Aristotele utiliz-
za qui che fanno propendere per questa interpretazione, cf. Appendice ad loc.
368
Con questa espressione fo oq foiotfo Aristotele intende, io credo, le cose
che vengono fatte a partire dal pensiero razionale e quelle che vengono fatte dalla
natura, per le quali si ammette lin vista di qualcosa sebbene non appartengano n
allambito del sempre e necessario n a quello del perlopi.
accidentali, dei quali, come dice poco prima alle li. 1026b4-5, non
si occupa nessuna scienza.
369
In effetti, continua Aristotele nel no-
stro passaggio della Fisica, come ci sono cose per s o per acciden-
te (mocq oq oi ov cofi fo cv o0 otfo fo oc ofo otcqo),
cos ci sono cause per s e cause per accidente
370
e fa lesempio del-
la casa, di cui causa per s ci che capace di costruire (fo oio-
ooiov), mentre sono cause accidentali ci che bianco o ci che
musico (fo ctov q fo otoiov), che sono accidenti di chi ca-
pace di costruire. Questa distinzione di cause per s e cause per ac-
cidente pu essere proposta anche come distinzione fra cause de-
terminate, che sono le cause per s (fo cv otv o0 otfo oifiov
mqiocvov), e cause indeterminate, che sono le cause accidentali
(fo oc ofo otcqo ooqiofov), le quali ultime sono innite per
ununica e medesima cosa.
371
A questo punto Aristotele aggiun-
ge: Come si detto, dunque, quando avviene questo nellambito
delle cose che divengono in vista di qualcosa, allora diciamo che
<questo derivato> dalla spontaneit e dalla fortuna (ofov cv foi
cvco fot ivocvoi fotfo cvqfoi, fofc ccfoi oo fotfoo -
fot oi oo ftq), la cui differenza Aristotele annuncia che chia-
rir successivamente, mentre per il momento sia chiaro questo, e
cio che entrambi sono fra le cose in vista di qualcosa (vt v oc fot fo
cofm qovcqov, ofi oqm cv foi cvco fot cofiv). Come si vede,
in questo passaggio Aristotele d per scontato che ci che proviene
dalla fortuna e dalla spontaneit appartenga allambito delle cose
che sono in vista di qualcosa, cosa che egli non ha stabilito alle li.
196b23-29, in cui ha solo introdotto laccidentalit come condizio-
ne specica di queste due cause: se Aristotele d per acquisita lap-
partenenza di fortuna e spontaneit allambito delle cose che sono
in vista di qualcosa, evidentemente lo fa perch egli ritiene di aver-
lo detto prima, cio appunto alle li. 196b17-22, cosa che si com-
prende solo se si interpreta quel passaggio nel modo che ho propo-
sto. Oltre tutto, Aristotele usa la stessa identica espressione di
198 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
369
Cf. anche Metaph. E 2, 1027a20 ss., K 8, 1064b17-1065a6; APo. I 30,
87b19-27.
370
Cf. Metaph. E 2, 1027a7-8.
371
Phys. II 5, 196b23-29.
196b19 alla li. 196b33, e cio oqm cv foi cvco fot cofiv. Lap-
partenenza di fortuna e spontaneit allambito delle cose che sono
in vista di qualcosa data per scontata sin dalla prima frase, in cui
Aristotele dice: quando avviene questo nellambito delle cose che
divengono in vista di qualcosa, intendendo quando la causa di
natura accidentale.
Riassumendo quindi tutto questo discorso di Aristotele, pro-
viamo a fare le seguenti distinzioni:
I a) ci che avviene sempre e necessariamente o perlopi
(196b10-11)
b) ci che non avviene n sempre e necessariamente n per-
lopi (196b11-13)
II a) avvenimenti nalizzati (196b17)
b) avvenimenti non nalizzati (196b18)
III a) ci che avviene per deliberazione (196b18)
b) ci che non avviene per deliberazione (196b18-19)
IV a) cause per s (196b24-27)
b) cause per accidente (196b24-27)
V a) cause determinate (che sono le cause per s 196b27-28)
b) cause indeterminate (che sono le cause per accidente
196b28).
372
In tali distinzioni esistono ovviamente alcune corrispondenze:
gli avvenimenti nalizzati, cio ordinati sulla base di una causa -
nale, della seconda distinzione, corrispondono nella prima distin-
zione a ci che avviene sempre e necessariamente o perlopi, men-
tre, di converso, gli avvenimenti non nalizzati corrispondono a
ci che non avviene n sempre e necessariamente n perlopi. Cos
le cause degli avvenimenti nalizzati, che avvengono sempre e ne-
cessariamente o perlopi, sono le cause per s della quarta distin-
zione, ovvero le cause determinate della quinta distinzione, mentre
le cause degli avvenimenti non nalizzati, che non avvengono n
sempre e necessariamente n perlopi, sono cause accidentali, ov-
vero cause indeterminate.
Dopo aver detto quindi che sia ftq che otfoofov rientrano
in qualche modo nellambito del nalismo, Aristotele fa il seguente
LA FORTUNA E LA SPONTANEIT SONO CAUSE ALTERNATIVE? 199
372
Cf. Phys. II 5, 197a8-21.
5.
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA
DEL MECCANICISMO (PHYS. II 8-9)
5.1. La nalit nella natura (Phys. II 8)
Nei capitoli 4-6 del II libro della Fisica, come si visto, Aristo-
tele tratta diffusamente della fortuna e della spontaneit perch,
dopo aver messo in campo la sua dottrina della causalit in Phys. II
3, diviene necessario spiegare il ruolo che occorre assegnare al ca-
so, inteso come qualcosa che si distingue dalla causalit e che, anzi,
si contrappone ad essa introducendo uninterruzione nel processo
ordinato e regolare di causazione. Tale causalit casuale come ho
chiamato complessivamente la causalit che ha alla sua origine la
fortuna o la spontaneit , in realt, come ha mostrato ampiamen-
te Aristotele, apparente, nel senso che essa non esiste come causalit
veramente alternativa rispetto al quadro eziologico primario (quello
delle quattro cause, per intenderci), perch, al contrario, essa
comprensibile, secondo Aristotele, solo allinterno dellordine ezio-
logico descritto in Phys. II 3 e 7. Se la pietra cade e uccide qualcu-
no, pu sembrare che essa sia caduta allo scopo di uccidere solo
perch interpretiamo quellevento, che deriva dalla spontaneit, tra-
mite lo schema causale delle quattro cause, precisamente secondo
quella causa nale che si ritiene insita in quellevento. Allo stesso
modo, se un tale si reca in piazza, presso la quale non si reca n
sempre n perlopi, e qui gli capita di incontrare un suo debitore
che non credeva di incontrare perch lo scopo del suo recarsi in
piazza era stato altro , e cos pu fortuitamente riscuotere il suo
credito, a noi sembra che lazione del creditore di recarsi in piazza
a seguito di una deliberazione razionale da individuo adulto sia
stata guidata dal ne di riscuotere il suo credito, perch leggiamo la
realt tramite le sue strutture eziologiche effettive, nella fattispecie
secondo la causa nale, che per non era affatto quella di riscuotere
il credito (evento, questultimo, che ha avuto invece come causa la
fortuna di avere incontrato per caso il debitore). Per questo moti-
vo, dopo aver trattato diffusamente di fortuna e di spontaneit, nel
capitolo 7, come si pure visto, Aristotele riprende e ribadisce la
sua dottrina delle quattro cause, aggiungendo qualche notazione in
pi, della quale ho pure discusso nel terzo capitolo di questo studio.
Tutto il discorso n qui fatto da Aristotele, cio tutto quello che
egli dice successivamente a Phys. II 3, in realt una preparazione
necessaria ad affrontare il problema della nalit e della necessit nel
divenire naturale, la cui trattazione occupa i capitoli 8 e 9. In questi
due capitoli i discorsi che lo Stagirita ha fatto precedentemente indu-
cono a riconoscere senza difcolt allambito della natura un divenire
teleologicamente ordinato. Lanalisi della causazione derivante dalla
fortuna o dalla spontaneit, da una parte,
396
e la distinzione fra ci
che avviene sempre o perlopi e ci che sfugge a questo ambito, non-
ch lanalogia tecnica/natura, dallaltra parte,
397
sono tutti strumenti
argomentativi che servono a condurre il lettore verso il riconoscimen-
to del nalismo naturale. In questi due capitoli nali di Phys. II, quin-
di, la nalit fronteggia la necessit, la quale non scompare affatto
dallambito della natura, anzi vi trova il suo giusto ruolo e la sua cor-
retta collocazione. Questi due punti sono messi in evidenza da Ari-
stotele stesso allinizio del capitolo 8, in cui egli afferma che occorre
dire prima di tutto (qm fov) perch la natura appartiene alle cause
che sono in vista di qualcosa (oio fi q qt oi fm v c vco fot oi fimv) e,
secondariamente (c cifo), che occorre discutere del necessario, per
individuare in che modo e in che misura esso trovi il suo posto fra gli
enti di natura (cqi fot o vooi ot, m c ci c v foi qtoioi ).
398
Questa impostazione che Aristotele d alla sua argomentazione
ha lo scopo di tenere legati insieme i capitoli 8 e 9 di questo II li-
bro, cos come appare altrettanto interessante, a mio avviso, il fatto
che, a dispetto di una distribuzione di argomentazioni che Aristo-
tele ha annunciato, per cui dovrebbe parlare prima del nalismo e
solo dopo della necessit, la questione della nalit del capitolo 8
invece affrontata a partire dallimpostazione che i loso presocra-
218 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
396
Sulla trattazione aristotelica della teleologia naturale in relazione allanalisi
di fortuna e spontaneit si cf. W. Wieland (1993), pp. 325 ss. Sulla necessit-spon-
taneit legate alla dottrina di Democrito e la teleologia di Aristotele cf. M.R. John-
son (2005), pp. 104 ss.
397
Cf. W. Wieland (1993), pp. 340 ss.
398
Phys. II 8, 198b10-12.
tici hanno dato del problema della necessit: nelle dottrine di co-
storo, infatti, la necessit ha un ruolo di primo piano. Seguiamo
passo passo, come di consueto, il testo aristotelico.
Tutti afferma Aristotele riconducono le cose e i fenomeni al-
la necessit come causa, dal momento che, poich il caldo per na-
tura tale e il freddo anchesso per natura tale e cos ciascuna delle
cose di questo tipo, allora siffatte cose sono e divengono necessaria-
mente. E infatti, se alcuni di coloro che adducono come causa il ne-
cessario parlano di unaltra causa uno, ad esempio, parla di Ami-
cizia e Contesa e un altro dellIntelletto , in realt sorano appena
il problema di questa causa diversa dalla necessit per poi trascurar-
lo.
399
Il riferimento qui , ovviamente, ad Empedocle e ad Anassa-
gora, del quale ultimo, in Metaph. A 4, 985a18, Aristotele dice che
ricorre allIntelletto solo quando non dispone di spiegazioni di tipo
meccanicistico. Limpostazione del discorso non qui molto diver-
sa da ci che si legge in De part. anim. I 1, da cui apprendiamo che
le spiegazioni meccanicistiche fornite dai siologi presocratici sono
del tutto valide ma insufcienti, dal momento che devono essere
completate con la conoscenza della forma e del ne.
400
Con questa introduzione Aristotele presenta quella teoria mec-
canicistica del divenire naturale sostenuta dai suoi predecessori, che
egli imposta in modo pi preciso nelle linee che seguono.
401
La dif-
colt (o oqi o) che si presenta, infatti, questa: che cosa impedisce
che la natura agisca non in vista di qualcosa n perch il meglio
(fqv qtoiv q cvco fot oiciv qo ofi cfiov), bens cos come
Zeus fa piovere, e cio non afnch il grano cresca, bens per neces-
sit (c ovoq)? Ci che si sollevato in alto, infatti, deve (oci)
raffreddarsi e ci che si raffreddato, divenuto acqua, deve ricade-
re: quando avviene questo accade (otoi vci) che il grano cresca.
402
Come si vede, con i verbi deve (oci) e accade (otoivci) Ari-
stotele sta legando linterpretazione meccanicistica del divenire na-
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 219
399
Phys. II 8, 198b12-17.
400
Cf. anche De gen. anim. II 1, 731b20-23.
401
Cf. Phys. II 8, 198b17 ss.
402
A proposito della spiegazione attraverso la causalit efciente dei fenome-
ni meteorologici si vd. anche Meteorologica II 9; APo. II 8, 93b8-14; Metaph. Z 17,
1041a24-25.
turale, che spiega con la causalit necessaria il mutamento degli en-
ti, con la casualit degli effetti di questa causa necessaria: la pioggia
un fenomeno che deve prodursi, cio che si produce per neces-
sit, ma da tale causa necessaria deriva un effetto che casuale,
cio accade che il grano cresca. Similmente continua Aristote-
le, insistendo sul legame necessit/casualit , se il grano di qual-
cuno marcisce sullaia a causa della pioggia, tuttavia non piovuto
in vista del fatto che il grano marcisse, ma semmai accaduto (ot-
cqcv) che, per effetto della pioggia, il grano sia marcito.
403
A
questo primo esempio Aristotele ne aggiunge un secondo, quello
dei denti: sicch, afferma lo Stagirita, che cosa impedisce che si
comportino in questo modo anche le parti della natura, ad esempio
che per necessit (c ovoq) i denti davanti spuntino aguzzi e
adatti a tagliare, mentre i molari spuntino piatti e utili a masticare
il cibo e che questo avvenga non in vista del fatto che siano adatti a
tali operazioni (ot fotfot cvco cvco0oi), ma soltanto in modo
220 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
403
Questo primo esempio di divenire necessario si legge in Phys. II 8, 198b17-
23. P. Pellegrin (2002), p. 312, fa notare giustamente che se Aristotele fosse convinto
che la pioggia avesse come ne quello della crescita del grano saremmo di fronte a un
caso in cui un fenomeno orientato verso il bene di unaltra cosa, appunto la crescita
del grano, mentre la teleologia aristotelica agisce allinterno di un medesimo ente o
fenomeno, nel senso che ciascun ente o fenomeno naturale nalizzato in relazione a
se stesso e non ad altro. Ora, il fatto che Aristotele estenda il caso della pioggia che fa
crescere il grano alle parti dei viventi, che nello specico dellesempio successivo so-
no i denti adatti gli uni, cio i molari, alla masticazione e gli altri, cio incisivi e cani-
ni, alla lacerazione dei cibi, induce in effetti a ritenere il fenomeno della pioggia come
nalisticamente orientato alla crescita del grano. Questa conclusione tuttavia inge-
nua e si rivela errata. Nonostante ci non mi sento di aderire allopinione di Pelle-
grin, il quale ritiene che i fenomeni meteorologici, anche se appartengono allambito
di ci che accade sempre o perlopi, non possano essere considerati come processi
diretti verso/da un ne: Aristotele ci chiarisce a pi riprese, al contrario, che ci che
appartiene allambito del sempre e del perlopi nalisticamente ordinato (cf. Phys.
II 5) e che ci che appartiene alla natura, cos come il caso dei fenomeni meteorolo-
gici, anchesso nalisticamente ordinato (Phys. II 8, 199a7-8). La pioggia, allora,
non certamente in vista della crescita del grano, ma rientra nel nalismo della natu-
ra in quanto appartiene allambito del sempre o del perlopi, poich essa a parte i
casi in cui si verichino fenomeni meteorologici eccezionali quali piogge frequenti
destate o caldo dinverno si comporta con una certa regolarit. Quale sia il ne
della pioggia Aristotele qui non lo dice perch non gli interessa ai ni del suo discor-
so, ma chiaro che non la crescita del grano! A favore dellinterpretazione bio-
centrica sono J. Cooper (1982) e D. Furley (1985), contro cui vd. L. Judson (2005).
casuale (oo otcociv)? Questo discorso vale anche per altre
parti della natura per le quali sembra che sussista ci che in vi-
sta di qualcosa (cv oooi ooci toqciv fo cvco fot). Aristotele
scrive ooci toqciv fo cvco fot,
404
sollevando la questione,
quindi, se il divenire nalisticamente ordinato sia solo apparenza
(ooci), se cio siamo noi, arbitrariamente, ad attribuire un certo
signicato nalistico ad un divenire che, invece, solo necessa-
rio.
405
Come si vede, limpostazione argomentativa sulla base della
quale Aristotele sta indagando un esatto ribaltamento di quella
che egli ha usato nelle pagine precedenti: nei cap. 3-7 di Phys. II,
infatti, il divenire casuale, frutto di fortuna o di spontaneit, era un
divenire apparente, mentre il divenire vero e proprio, entro il quale
tra laltro era possibile spiegare la casualit, era proprio il divenire
teleologicamente ordinato. Qui, invece, dove Aristotele presenta le
posizioni dei presocratici, il divenire legato a una legge di neces-
sit, mentre gli effetti del divenire sono cose o eventi casuali che
derivano per da causa necessaria, il che appare gi di per s una
contraddizione. Come possibile infatti che dal necessario derivi
lassolutamente non necessario? Ma qui Aristotele dissimula una
tale domanda e semplicemente aggiunge unargomentazione che
mette in ridicolo la dottrina meccanicistica. Dice infatti, prose-
guendo la sua argomentazione sulla base delle teorie presocratiche,
che tutte le cose che casualmente sono divenute come se fossero in
vista di qualcosa (oovfo otvcq mocq ov ci cvco fot civcfo),
sono sopravvissute (fotfo cv com0q oo fot otfoofot otofovfo
cifqocim), in quanto si erano costituite in modo conveniente alla
loro sopravvivenza, anche se derivavano da causa spontanea, men-
tre sono perite e periscono quante non sono divenute come se fos-
sero in vista di qualcosa, in quanto non si sono costituite in modo
conveniente alla loro sopravvivenza, come nel caso dei vitelli dalla
faccia umana di cui ci riferisce Empedocle.
406
Laspetto singolare
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 221
404
Phys. II 8, 198b28-29.
405
Phys. II 8, 198b23-29.
406
Phys. II 8, 198b29-32. Per quanto concerne Empedocle si cf. il fr. 31 B 61
DK. In questa impostazione del problema da parte di Aristotele, Ross nella sua
trad. del 1936, p. 78, ha visto una brillante anticipazione della teoria evoluzionisti-
ca di Darwin; cf. . Gilson (1971) e anche il recente saggio di D. Depew (1997).
di questa argomentazione consiste nel fatto che il meccanicismo
presocratico deve ammettere il come se, in quanto nellaffermare
un divenire necessario deve connetterlo almeno ad un nalismo
apparente, perch sono sopravvissute e sopravvivono soltanto
quelle cose che, divenute a causa della spontaneit e quindi casual-
mente, tuttavia avevano determinazioni teleologiche, cio sono di-
venute come se fossero in vista di qualcosa.
La presentazione della teoria meccanicistica sostenuta dai pre-
socratici cos inciata sin dallinizio, e sin dallinizio Aristotele ha
fatto in modo di impostare la questione sulla base delle argomenta-
zioni che egli aveva sviluppato nei capitoli precedenti, e cos la con-
futazione del meccanicismo ne consegue facilmente. Vediamo infat-
ti i termini in cui si articola il discorso n qui fatto, cio i termini
con i quali Aristotele ha impostato la dottrina del meccanicismo na-
turale alle li. 198b17-32: in contrapposizione al divenire in vista di
qualcosa viene proposta lopzione della causalit per necessit, q
c vco fot (198b18) - c o vo q/oci (198b19), che viene subito col-
legata ad effetti casuali, otoivci (198b21), otcqcv (198b23),
otcociv (198b27), i quali quindi, con un passaggio ardito di Ari-
stotele, hanno la spontaneit, oo fot otfoofot (198b30), come
loro causa o, almeno, come causa concomitante.
407
Gli enti che di-
vengono in questo modo e sopravvivono sono comunque strutturati
secondo una teleologia apparente, cio secondo una teleologia del
sembra o del come se, ooci (198b28), mocq ov ci (198b29).
Detto questo, Aristotele subito pronto a sferrare il suo attac-
co al meccanicismo, perch nel presentare laporia egli ha contem-
poraneamente aflato le sue armi. Largomento che segue imme-
diatamente, infatti, e che il primo di quattro argomenti a favore
del nalismo naturale da cui poi vengono tratte le conseguenze,
non potrebbe essere presentato in modo cos diretto se Aristotele
non ritenesse a buon diritto di aver mostrato in seno al problema
del meccanicismo naturale il ruolo che in esso occupa il caso sot-
222 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
407
In Phys. II 6, infatti, Aristotele ha mostrato che fortuna e spontaneit sono
cause diverse, ma che la fortuna rientra nel campo pi vasto della spontaneit, che
quindi la comprende. Parlare qui di enti o di avvenimenti che derivano dalla spon-
taneit signica, quindi, indicare in generale il caso come causa.
to forma di spontaneit che il lettore della Fisica ben conosce dai
capitoli 4-6.
Largomento con cui qualcuno potrebbe sollevare difcolt,
egli dice, questo (otfo) cio quello spiegato con gli esempi
della pioggia e dei denti e concluso con largomentazione secondo
cui sembrerebbe che ci sia stata una sorta di selezione naturale fra
gli enti e che si siano conservati soltanto quelli conformi a una -
nalit apparente o qualche altro dello stesso genere (fi oo
foiotfo), ma in realt impossibile che le cose stiano in questo
modo. Infatti continua Aristotele controbattendo il meccanici-
smo naturale con il suo primo argomento , tutte le cose che sono
per natura divengono in un modo determinato o sempre o perlo-
pi, mentre nessuna delle cose che derivano dalla fortuna o dalla
spontaneit diviene sempre o perlopi in un modo determinato.
408
Noi non riteniamo, infatti, che derivi da fortuna o da mera coinci-
denza (oo ftq oto oo otfmofo) il fatto che piove spesso
dinverno, ma lo pensiamo se piove destate,
409
n riteniamo che
derivi da fortuna o da mera coincidenza il fatto che fa caldo desta-
te, ma lo penseremmo se facesse caldo dinverno. Se quindi le op-
zioni di scelta che Aristotele ci suggerisce sono due, e cio che le
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 223
408
Nella sua traduzione commentata del II libro della Fisica, O. Hamelin, pp.
149-150, suggerisce di scomporre questo argomento in tre ragionamenti successi-
vi: 1) le produzioni e le operazioni della natura sono costanti; nulla di ci che co-
stante accidentale o fortuito, di conseguenza, nessuna delle produzioni e opera-
zioni della natura accidentale o fortuita (198b34=199a3); 2) le produzioni della
natura sono o fortuite o nali; le produzioni della natura non sono fortuite, di
conseguenza, le produzioni della natura sono nali; 3) le produzioni della natura
sono nali, le parti degli animali e altri oggetti analoghi sono produzioni della na-
tura (come ritengono anche i negatori della nalit), di conseguenza, le parti degli
animali eccetera sono nali. Il cuore dellintero argomento risiede evidentemente
nel secondo ragionamento, in cui Aristotele afferma che le produzioni della natura
non possono essere che fortuite o nali. Una tale affermazione ci mostra il legame
fra lidea di nalit e quella di regolarit, intesa come ci che si genera sempre o
perlopi. Implicitamente, infatti, si trova rigettata una terza possibilit, che consi-
sterebbe, per le produzioni della natura, di essere costanti o regolari senza per
essere nali. Se Aristotele rigetta questa possibilit senza dubbio perch, fra la
causa nale e il caso, non ci potr essere, ai suoi occhi, un terzo termine, per la
semplice ragione che non c nulla oltre allordine e al disordine come contrari.
409
A proposito di una possibile contraddizione fra questo passaggio e quanto
Aristotele ha affermato alle li. 198b18 ss. discuter pi avanti.
cose o sono frutto di coincidenza oppure sono in vista di qualcosa
e, come abbiamo visto per gli esempi fatti, escludiamo la possibilit
che i fenomeni menzionati siano frutto di coincidenza o di sponta-
neit, perch essi avvengono regolarmente sempre o perlopi, resta
soltanto laltra opzione, e cio che i fenomeni menzionati avvengo-
no in vista di qualcosa. Inoltre, tutti gli esempi che sono stati ad-
dotti da Aristotele riguardano fenomeni naturali, come riterrebbe-
ro anche i meccanicisti, per cui ne consegue che ci in vista di
cui appartiene anche alle cose che divengono e sono per natura.
410
Detto questo Aristotele passa al secondo argomento contro il
meccanicismo naturale: E ancora, nelle cose in cui c un termine
ultimo, ci che viene prima e ci che viene dopo sono compiuti in
vista di esso (cfi cv oooi fco cofi fi, fotfot cvco qoffcfoi
fo qofcqov oi fo cqcq). Orbene, ciascuna cosa come viene
compiuta cos diviene naturalmente e come diviene naturalmente
cos viene compiuta se nulla lo impedisce (ototv m qoffcfoi,
otfm cqtc, oi m cqtcv, otfm qoffcfoi coofov, ov q fi
cooiq).
411
Ma <ci che viene compiuto> viene compiuto in vista
di qualcosa, quindi diviene in vista di qualcosa anche ci che divie-
ne naturalmente (qoffcfoi o cvco fot oi cqtcv oqo cvco
fot).
412
Ad esempio, se una casa fosse una delle cose che divengo-
no per natura, essa sarebbe divenuta cos come ora compiuta per
opera della tecnica (oiov ci oiio fmv qtoci ivocvmv qv, otfm
ov civcfo m vtv to fq fcvq), mentre se le cose naturali di-
venissero non soltanto ad opera della natura, ma anche ad opera
della tecnica, esse diverrebbero allo stesso modo in cui divengo-
no per natura. Quindi luna cosa in vista dellaltra (ci oc fo qtoci
q ovov qtoci oo oi fcvq ivoifo, mootfm ov ivoifo q
cqtcv. cvco oqo 0ofcqot 0ofcqov).
413
Occorre a questo punto spendere qualche parola per rendere
pi chiaro ci che Aristotele dice in questo secondo argomento,
che occupa le li. 199a8-15: in primo luogo, quando dice che nelle
cose in cui c un ne ci che viene prima e ci che viene dopo so-
224 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
410
Phys. II 8, 198b32-199a8.
411
Phys. II 8, 199a8-11.
412
Phys. II 8, 199a11-12.
413
Phys. II 8, 199a12-15.
no compiuti in vista di quel ne, Aristotele sta mettendo in campo
il doppio signicato di fco che ci ha insegnato in Phys. II 2,
194a27 ss., poich i termini ci che viene prima e ci che viene
dopo, fo qofcqov oi fo cqcq, hanno senso soltanto allinter-
no di un nalismo processuale, allinterno cio di un divenire che
in ogni momento del movimento che lo realizza determinato na-
listicamente, e quindi fco ci in vista di cui che diviene ter-
mine ultimo, coofov, nello stato di perfetto compimento del pro-
cesso. Questa precisazione diviene chiara attraverso la lettura dei
commentatori: sia Temistio che Simplicio hanno inteso fco nel
senso di termine ultimo, cio nel senso di coofov indicatoci da
Aristotele in Phys. II 2, per cui Simplicio accusa Aristotele di avere
proposto un argomento tautologico.
414
In realt, invece, soltanto
dove c processualit c un antecedente e un susseguente, come
qui indica Aristotele. Detto questo Aristotele scrive: ototv eccete-
ra. Questo termine, come fa ben notare P. Pellegrin,
415
non indica
la conseguenza della frase precedente, ma indica che, una volta de-
limitato il campo di pertinenza di questa seconda argomentazione
tramite la frase precedente, largomentazione vera e propria pu
essere messa in atto ed la seguente: si stabilisce una relazione re-
ciproca fra il divenire articialmente e il divenire naturalmente,
qoffcfoi/cqtc, per cui, siccome lessere compiuto, il qof-
fcfoi, in vista di qualcosa (cvco fot), la conseguenza che an-
che il divenire naturalmente, il cqtc, in vista di qualcosa. Que-
sta relazione fra essere compiuto ed essere per natura di fat-
to la medesima relazione che sussiste fra il divenire tecnico e il di-
venire naturale,
416
ma si scopre che, come Aristotele chiarisce alle
li. 199a13-15, questa relazione non biunivoca, perch se gli og-
getti prodotti dalla tecnica divenissero ad opera della natura essi
sarebbero prodotti dalla natura allo stesso modo in cui sono pro-
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 225
414
Cf. Simplicio, In Phys. 375,15 ss. e Temistio, In Phys. 60,15 ss.
415
Vd. la trad. di P. Pellegrin, p. 151 nota 3.
416
In Phys. III 1-2 Aristotele stabilisce una chiara relazione fra oiqoi e
ivqoi (cf. G.R. Giardina (2005), pp. 115 ss.) a cui occorre aggiungere certamen-
te larea semantica di qoffm. Occorrerebbe uno studio approfondito che eviden-
ziasse in modo puntuale la relazione fra questi tre termini almeno negli scritti
principali di Aristotele.
dotti dalla tecnica e, allo stesso modo, gli enti naturali, se divenis-
sero tecnicamente, diverrebbero allo stesso modo in cui divengono
per natura ma con laccorgimento e Aristotele non manca di sot-
tolinearlo che questo avverrebbe se le cose naturali divenissero
non soltanto ad opera della natura ma anche ad opera della tecni-
ca, il che non accade. La conseguenza quindi che luna cosa
in vista dellaltra (cvco oqo 0ofcqot 0ofcqov), a mio avviso, nel
senso che il divenire tecnico un divenire di tipo teleologico in
virt del fatto che il divenire naturale teleologico
417
e non vicever-
sa, perch la tecnica trae dalla natura il modello della sua operati-
vit, cio il divenire tecnico improntato sul divenire naturale e
non viceversa. Se quindi nel percorso metodologico della cono-
scenza scientica noi partiamo da ci che meglio conosciuto per
noi e, quindi, dal divenire tecnico teleologicamente strutturato pos-
siamo dedurre che il divenire naturale anchesso teleologicamente
strutturato. Tuttavia, secondo ci che meglio conosciuto per na-
tura e quindi scienticamente le cose stanno al contrario, cio il
divenire tecnico di tipo nalistico perch di tipo nalistico il di-
venire naturale che gli fa da modello. Che Aristotele qui voglia dire
esattamente questo si evince dal passaggio che segue, in cui egli ri-
badisce chiaramente questo stesso concetto: alle li. 199a15-20
418
226 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
417
P. Pellegrin traduce: Donc lantrieur est en vue du postrieur e allo
stesso modo intende anche Carteron. Pellegrin, evidentemente, recupera la frase di
Aristotele delle li. 199a8-9, cio cfi cv oooi fco cofi fi, fotfot cvco qoffcfoi
fo qofcqov oi fo cqcq, che forse gli appare isolata nel caso in cui non la si ri-
prendesse in questo luogo, anche se ripresa alle li. 199a18-20. In realt, a me
sembra che quella frase sia un primo passo dellargomentazione aristotelica, che si
svolge secondo queste sequenze: 1) nel divenire tecnico, qoffcfoi, c una pro-
cessualit nale fatta di termini antecedenti e termini susseguenti, cio fatta di mo-
menti o movimenti consecutivi (198b8-9); 2) fra il divenire tecnico e il divenire na-
turale c relazione reciproca (qoffcfoi/cqtc 198b9-11), quindi il nalismo
relativo al divenire tecnico appartiene anche al divenire naturale (198b11-12); 3) il
divenire tecnico e il divenire naturale non sono della stessa qualit o valore, per-
ch il divenire tecnico ha il suo modello nel divenire naturale e non viceversa
(198b15). Per un pi ampio commento di questa espressione aristotelica rimando
allAppendice.
418
Questo passaggio non costituisce quindi unargomentazione nuova (vd. ad
esempio la trad. di Carteron che, sulla scorta di A. Mansion (1945), p. 256, lo ri-
tiene essere una nuova argomentazione) rispetto alla precedente a favore del nali-
smo naturale, ma solo il completamento della seconda argomentazione.
Aristotele scrive infatti: In generale la tecnica, da un lato realizza
le cose che la natura incapace di produrre, ma dallaltro lato la
imita (om oc q fcvq fo cv cifcci o q qtoi ootvofci ocqo-
ooo0oi, fo oc icifoi).
419
Se dunque gli oggetti articiali sono in
vista di qualcosa, chiaro che lo sono anche gli enti naturali, per-
ch i susseguenti e gli antecedenti stanno fra loro allo stesso modo
nel caso degli oggetti articiali e nel caso degli enti naturali (ci otv
fo ofo fcvqv c vco fot, oqov o fi oi fo ofo qt oiv o oi m o q
cci qo oqo cv foi ofo fcvqv oi cv foi ofo qtoiv fo
tofcqo qo fo qofcqo). A proposito di Phys. II 1 ho gi mo-
strato, spero sufcientemente, che il rapporto analogico tecni-
ca/natura, che funzionale ad Aristotele per denire e compren-
dere la natura, non tuttavia un rapporto biunivoco:
420
la tecnica
infatti una derivazione dalla natura, perch soltanto un procedi-
mento che gli uomini traggono dal modello naturale che imitano, e
non viceversa. Ora, io non credo che Aristotele in questo passaggio
di Phys. II 8 voglia dire che la tecnica, che ha questo rapporto di
imitante-imitato con la natura, addirittura porti a compimento
(cifcci), come qualcuno intende, ci che la natura non ha la ca-
pacit di produrre pienamente (ootvofci ocqoooo0oi), credo in-
vece che egli, coerentemente con il discorso che ha condotto n
qui, intenda dire che la tecnica esegue i suoi oggetti secondo una
procedura nalisticamente ordinata che conduce no al termine
ultimo, cio no allacquisizione della forma artistica il verbo
cifcciv composto da ci e fccm, e signica quindi mandare
ad effetto, eseguire cio no al termine ultimo, realizzare il fco
inteso quale processualit che si compie no in fondo , e che que-
sti suoi oggetti sono quelli che la natura non ha capacit di portare
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 227
419
Su questo punto alcuni critici moderni di Aristotele hanno sostenuto che
egli sarebbe vittima di pregiudizzi antropomorci, sulla base dei quali ha assimila-
to le produzioni della natura a quelle della tecnica umana. Contro laccusa di an-
tropomorsmo si gi diffusamente soffermato a mostrarne linfondatezza A.
Mansion (1945), pp. 261 ss. La questione affrontata anche da J. Follon (1988),
passim.
420
L. Couloubaritsis (1991), pp. 142-143, sottolinea anche a proposito di
questo passaggio, come lanalogia tecnica/natura, al di l del ruolo metodologica-
mente efcace che Aristotele riconosce alla tecnica al ne di conoscere la natura,
non affatto simmetrica.
a compimento, perch non sono enti naturali. Se riprendiamo le-
sempio della casa che Aristotele ha fatto prima, non avremo dif-
colt ad ammettere che la natura non ha affatto capacit (o otvofci )
di eseguire la costruzione di una casa, cio di un oggetto articiale,
ma se potesse lo farebbe come lo fa la tecnica che infatti imita-
zione della natura , cio in modo nalisticamente ordinato. A
questo punto Aristotele ha ragione di dire che chiaro (oqov) che
c nalit nella natura cos come c nella tecnica, poich sia nel
caso del divenire tecnico sia nel caso del divenire naturale le se-
quenze processuali di ogni tipo di movimento hanno la medesima
processualit consequenziale.
Per riepilogare, allora: nella prima argomentazione Aristotele si
avvalso del sempre e del perlopi in contrapposizione al divenire
casuale al ne di mostrare che i fenomeni menzionati rientrano
perfettamente nellordinamento teleologico, dopo di che, sottoli-
neando che tali fenomeni sono naturali, ne ricava che il divenire
naturale nalisticamente ordinato. Nella seconda argomentazione
Aristotele si avvale invece dellanalogia natura/tecnica, per mostra-
re che il divenire tecnico nalisticamente determinato e, poich il
divenire tecnico ha come suo modello il divenire naturale, la conse-
guenza che c nalismo anche nel divenire naturale. In entrambe
le argomentazioni la conclusione sempre la stessa: c nalismo
nel divenire naturale.
La terza argomentazione occupa le li. 199a20-32:
421
il nalismo
naturale appare chiaro soprattutto, dice Aristotele, se si osservano
gli animali diversi dalluomo, i quali non agiscono n per tecnica,
n perch hanno condotto una ricerca, n perch hanno delibera-
to. A partire da qui, cio dal fatto che comunemente agli animali
diversi dalluomo non viene riconosciuta attivit razionale, si spie-
ga come taluni si pongano il problema se i ragni e le formiche e gli
animali del genere operino in virt dellintelligenza o in virt di
qualcosaltro. Inoltre, a chi si spinge un po pi avanti su questa ri-
essione apparir chiaro che anche per quanto concerne le piante
si producono fenomeni convenienti al ne: ad esempio, le foglie
228 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
421
Per A. Mansion (1945), p. 257, queste linee costituirebbero la quarta ar-
gomentazione di Aristotele.
hanno come ne la protezione del frutto, sicch, afferma Aristote-
le, se la rondine fa il suo nido e il ragno fa la ragnatela in vista di
un ne, e le piante fanno le foglie in vista dei frutti e le radici rivol-
te non verso lalto ma verso il basso in vista del nutrimento, allora
chiaro che nelle cose che divengono e che sono per natura la causa
di questo tipo, cio una causa nale. E poich la natura dupli-
ce,
422
da un lato materia e dallaltro lato forma (oqqq), ma que-
stultima il ne (fco o otfq), mentre le altre cose sono in vista
del ne (fot fcot oc cvco foo), <allora> la <natura come for-
ma> sar la causa in vista di cui (otfq ov ciq q oifio, q ot cvco),
cio la causa nale.
423
A partire dalla li. 199a33 Aristotele espone il suo quarto argo-
mento a favore del nalismo naturale, cio largomento degli erro-
ri tecnici e di natura, ovverosia dei monstra. Errori, dice lo Stagiri-
ta, ne avvengono anche nel caso degli oggetti articiali: chi sa scri-
vere non ha scritto correttamente (oq0m); il medico ha sommini-
strato un farmaco non correttamente, sicch chiaro (mofc oqov)
che errori sono ammessi anche nel caso degli enti naturali. Se dun-
que ci sono oggetti articiali per i quali il correttamente in vi-
sta di qualcosa (fo oq0m cvco fot) e ci sono oggetti articiali nei
quali presente lerrore, perch erano stati intrapresi in vista di un
ne determinato ma questo ne stato mancato, similmente po-
trebbero stare le cose per quanto concerne gli enti naturali ed i
mostri sono errori rispetto al ne determinato che il processo ave-
va in vista.
424
Questa impostazione di discorso permette di dare una risposta
alla dottrina di Empedocle, a cui Aristotele aveva fatto riferimento
in seno allesposizione del meccanicismo sico dei presocratici,
cio alle li. 198b29-32, che aggiungeva allimpostazione meccanici-
stica largomento della selezione naturale: a partire da 199b5 Ari-
stotele precisa che, per quanto concerne gli enti che si sono costi-
tuiti nella fase iniziale (cv foi c oqq oqo otofoocoi), se i vitelli
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 229
422
Cf. Phys. II 1, 193a28-31.
423
Phys. II 8, 199a30-32. Queste linee non costituiscono, come qualcuno le
considera, un argomento diverso dal precedente, ma sono il completamento del
terzo argomento a favore del nalismo naturale.
424
Cf. De gen. anim. IV 3, 767b6 ss.
dalla faccia umana non furono capaci di andare verso un termine
determinato (qo fivo oqov oi fco otvofo qv c0civ), cio ver-
so un ne inteso come acquisizione perfetta della forma di cui il
soggetto era privo allinizio del processo di divenire, questo avve-
nuto per la corruzione del principio specico (oioq0ciqocvq ov
oqq fivo civcfo), cos come ora (vtv) cio ai tempi attuali in
cui scrive Aristotele in contrapposizione alla fase iniziale della co-
stituzione degli enti avviene nel caso del seme che si corrotto.
425
E ancora (cfi), aggiunge Aristotele, necessario che il seme stia
prima, ma che i viventi non seguano subito; lespressione empedo-
clea liniziale indifferenziato naturale, precisa Aristotele, signica
appunto seme.
426
Questa aggiunta di Aristotele, come ha ben no-
tato il Ross, costituisce una critica supplementare ad Empedocle
che non si integra in modo consequenziale con largomento appe-
na svolto: essa potrebbe signicare che inaccettabile che la for-
mazione originaria degli esseri viventi derivi da una materia che
non contiene in s un principio nalisticamente orientato verso
una generazione determinata, tuttavia, come fa notare Simplicio, In
Phys. 382,12 ss., probabile che qui Aristotele stia piuttosto obiet-
tando ad Empedocle che, in conseguenza della sua dottrina, egli
obbligato a sostenere che il seme preceda il vivente, una posizione
che evidentemente inammissibile dal punto di vista aristotelico. E
ancora (cfi), aggiunge Aristotele, rincarando la dose contro Empe-
docle, anche nelle piante presente ci in vista di cui, anche se
in modo meno articolato che fra gli animali, quindi, analogamente
ai vitelli dalla faccia umana, dovevano originarsi anche viti dalla-
spetto di ulivi: si tratta evidentemente di unassurdit, ma se avve-
niva fra gli animali loriginarsi di mostri, allo stesso modo si deve
supporre che avvenisse nel caso delle piante. Peraltro anche i semi
stando a quanto dice Empedocle dovevano originarsi in modo
casuale (om cftcv).
A questo punto lo Stagirita ha il quadro completo e pu trarre
le sue conseguenze conclusive.
230 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
425
Questo argomento del seme corrotto, che produce mostri per il fatto che
il seme maschile non riesce a dominare la materia femminile, si riscontra in De
gen. anim. IV 4, 770b21 ss.
426
Cf. il fr. di Empedocle 31 B 62 DK.
In generale, egli dice, chi parla in questo modo elimina sia gli
enti naturali sia la natura, perch sono per natura tutte quelle cose
che, essendo mosse in maniera continua da un certo principio che
in esse, pervengono a un certo ne (om o ovoiqci o otfm cmv
fo qtoci fc oi qtoiv qtoci oq, ooo oo fivo cv otfoi oqq
otvcm ivotcvo oqivcifoi ci fi fco): da ciascun principio
non nasce per la stessa cosa in ciascun caso particolare, n nasce
una cosa qualsiasi, ma sempre ciascuna cosa tende verso il medesi-
mo ne, se nulla lo impedisce (oq coofq oc ot fo otfo coofoi
otoc fo ftov, o ci cvfoi ci fo otfo , o v q fi c ooioq ).
427
In tal modo Aristotele fornisce una spiegazione chiarissima del
suo nalismo naturale: gli enti naturali sono dotati di un principio
interno che appunto la natura, come abbiamo appreso da Phys.
II 1, 192b13-14 e 20-23 , dal quale proviene il loro movimento
continuo, che una processualit che conduce sempre verso un -
ne determinato, cio verso un punto di arrivo determinato. Quan-
do poi Aristotele afferma che da ciascun principio non nasce la
stessa cosa in ciascun caso particolare, egli potrebbe voler dire, ad
esempio, che da ciascun seme umano non nasce n sempre lo stes-
so uomo, n un ente qualsiasi a caso, perch nasce comunque luo-
mo, in quanto sempre ciascuna cosa tende verso il medesimo ne,
cio il seme umano tende sempre verso la generazione delluomo,
ovviamente se nulla lo impedisce.
Ci in vista di cui, cio il ne, e ci che in vista di questo ne,
cio i mezzi (fo oc ot cvco, oi o fotfot cvco) continua Aristo-
tele per riepilogare il suo discorso potrebbero divenire anche a
partire dalla fortuna (oi oo ftq), come ad esempio quando di-
ciamo che lo straniero venuto fortuitamente e se ne andato do-
po aver liberato il prigioniero (toocvo),
428
perch costui avreb-
be agito come se fosse venuto in vista di questo, mentre non era ve-
nuto in vista di questo. Ma un esito di questo tipo accidentale,
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 231
427
Phys. II 8, 199b14-18.
428
Questo termine, accolto sia da Ross che da Carteron, ha diverse varianti,
come si pu riscontrare dai relativi apparati critici, di cui una, otoocvo, pure
attestata da Simplicio, In Phys. 384,13. Io ho considerato qui che toocvo signi-
chi liberare il prigioniero, ma qualcuno traduce dopo aver pagato, cf. la trad.
di F. Franco Repellini, p. 108.
perch la fortuna, come si gi detto precisa Aristotele , appar-
tiene alle cause accidentali. Quando per un fatto avviene sempre
o perlopi, allora non sussiste accidentalit, cio n fortuna n
spontaneit, e nelle cose e negli avvenimenti della natura tutto av-
viene, appunto, sempre o perlopi, se nulla lo impedisce. Di conse-
guenza, si potrebbe aggiungere, nelle cose e negli avvenimenti del-
la natura tutto avviene secondo un ordine teleologico. Inne, as-
surdo afferma Aristotele che non si creda nel divenire nalisti-
camente ordinato per il fatto che non si possa osservare ci che
muove nellatto di deliberare. Di certo neppure la tecnica delibera,
e infatti se la tecnica di costruzione navale fosse interna al legno es-
sa agirebbe in modo simile a come agisce la natura. Questo mo-
strato in modo massimamente chiaro, aggiunge Aristotele, nelle-
sempio del medico che guarisce se stesso, perch la natura simile
a costui (fotfm o q coicv q qt oi).
429
Quando Aristotele afferma che assurdo che non si creda nel
divenire nalisticamente ordinato per il fatto che non si possa os-
servare ci che muove nellatto di deliberare, egli ci d chiara per-
cezione del fatto che il dominio privilegiato della spiegazione cau-
sale tramite la causa nale quello delle azioni e delle produzioni
umane. In questo egli tiene evidentemente conto dellopinione tra-
dizionale e del pensiero presocratico che, come ho gi detto allini-
zio di questo studio, avverte la nalit come qualcosa che non ap-
partiene tanto allambito della natura quanto allambito dellazione
umana. Mentre per gli antichi siologi hanno ignorato pressoch
totalmente la causalit nale, ricorrendo al contrario alle sole cause
materiale ed efciente, nelluniverso antropologico, invece, la causa
nale svolge un ruolo privilegiato, trovando largo spazio sia nel-
lambito delletica che in quello della tecnica. Platone, che si im-
pegnato a fondo in questioni etico-politiche ed ha molto riettuto
sul ruolo e sul valore della tecnica,
430
ci ha fornito esempi di causa-
lit nale vista o come il bene immanente allazione umana, sia in-
232 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
429
Ritengo che il senso di questultimo inciso aristotelico sia questo: nel caso
del medico che cura se stesso, il soggetto che agisce lo stesso che loggetto su cui
agisce, come dire che la natura, cio luomo che viene curato, e luomo medico,
cio il tecnico che lo cura, coincidono.
430
Cf. non solo G. Cambiano (1980); Id. (1991), ma anche M. Vegetti (1998).
dividuale che collettiva, oppure come una perfezione estetico-ma-
tematica che costituisce lordine delluniverso, anche se in modo
estrinseco. Egli, come ho gi sottolineato, ha considerato la nalit
o come interna allagire umano o come esterna alluniverso sico.
Al contrario di ci che si riscontra sia nei loso presocratici sia in
Platone, Aristotele dimostra, sulla base della struttura della natura
che ha cominciato a delineare a partire dai suoi fondamenti nel li-
bro I della Fisica, che il nalismo qualcosa di immanente alla na-
tura, ch anzi la natura stessa la causa nale. Tuttavia, egli ha
percezione del fatto che, sia nellopinione comune sia nel pensiero
losoco dei suoi predecessori, la causa nale considerata tipica
della sfera etico-politica e della tecnica e, per questo motivo, sente
lesigenza di sottolineare che assurdo che si neghi la nalit della
natura soltanto perch non si vede deliberare il principio motore,
cio la natura stessa.
431
Anche la tecnica del resto che conside-
rata ambito privilegiato della causa nale non delibera.
Non un caso, come si pu notare, che Aristotele abbia istitui-
to sin dallinizio di Phys. II un rapporto analogico della tecnica con
la natura, analogia che appare strumentalmente utile alla sua argo-
mentazione: se la tecnica ambito privilegiato della spiegazione
tramite la causa nale, lanalogia fcvq/qtoi era destinata sin dal-
linizio a condurre allargomento del nalismo naturale. E in effetti
non si vede come nel campo della tecnica si possa sfuggire alla
spiegazione di tipo nalistico. Non potremmo, ad esempio, spiega-
re lesistenza di una statua adducendo come causa solo il movimen-
to delle mani dello scultore che lha creata, poich chiaro che i
prodotti dellarte umana, cos come i movimenti di coloro che li
producono, sono sempre in vista di qualcosa. Cos, se domando a
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 233
431
A questo proposito interessante ci che dice P. Pellegrin (2002), pp.
318-319: molti passaggi aristotelici potrebbero far ritenere che la natura delibera,
perch essa sceglierebbe ad esempio di fare a certi animali i denti anzich le corna
per conseguire un ne, quale quello della difesa dai nemici. In realt, sottolinea il
Pellegrin, tutti i termini che potrebbero indurre a ritenere che la natura delibera
sono metaforici, perch, se la generazione naturale nalisticamente determinata
grazie al fatto che esiste un individuo in atto che funge da generante e che possie-
de la medesima propriet formale di ci che viene generato, allora non esistono
soluzioni diverse e possibili n incertezze relative a quel processo generativo e
quindi non pu esserci deliberazione.
qualcuno perch il mio vicino fa una passeggiata ogni pomeriggio,
non mi contenter di una risposta secondo cui la causa di quella
passeggiata sia un certo numero di tensioni muscolari nelle gambe
dellinteressato, o che le gambe siano strutturate in modo che tali
tensioni muscolari si rendano possibili, cio non mi contenter di
una semplice spiegazione meccanica; al contrario, la mia curiosit
sar ben soddisfatta se mi si risponder ad esempio che la persona
in questione passeggia quotidianamente per mantenere la sua salu-
te o per tornare sano. Come Aristotele stesso ha insegnato introdu-
cendo la causa nale in Phys. II 3, 194b33-35, la salute il ne del
passeggiare, per cui alla domanda perch passeggia? (oio fi oq
cqiofci) rispondiamo: per essere sano (ivo tioivq), e dicen-
do cos riteniamo di aver fornito la causa (fo oifiov). Si tratta, co-
me si ricorder, di una considerazione che avevamo sentito fare gi
al Socrate del Fedone platonico a proposito dello stare seduto.
432
Ora, per Aristotele del tutto lecito passare dalla spiegazione tra-
mite la causa nale propria del dominio delle azioni umane alla
medesima spiegazione nel dominio della natura, perch, dal mo-
mento che la tecnica imita la natura, questultima dovr compor-
tarsi necessariamente allo stesso modo della tecnica che la imita. Se
vero che la tecnica imita la natura, quindi, come ho gi detto, al-
lora la tecnica mutua dalla natura la struttura causale che ordina il
mondo naturale. Ci che imitato, ovviamente, presupposto e
sta prima di ci che imita, quindi la natura precede la tecnica, che
da essa trae la sua struttura causale. E ancora, in Phys. II 8 esatta-
mente questo il signicato che si attribuito al passaggio 199a15-
20 in cui Aristotele scrive che la tecnica da un lato realizza le cose
che la natura incapace di produrre, ma dallaltro lato la imita.
433
234 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
432
Platone, Fedone, 97b-99d, cf. Timeo 47e-48a.
433
A questo proposito J. Follon (1988), p. 335, fa un esempio che rende faci-
le comprendere questo discorso: coloro che costruiscono laereo con il ne che
questo voli lo costruiscono imitando gli uccelli che volano, per cui danno allaereo
una forma aerodinamica nonch le ali, come nel caso degli uccelli che ne costitui-
scono il modello naturale. Ma se le ali dellaereo sono fatte perch questo voli, co-
me si potrebbe negare che le ali delluccello siano fatte perch voli esso pure? Non
si sarebbe mai avuta lidea di costruire le ali dellaereo perch questo voli se non si
fosse avuta prima lidea che le ali delluccello servissero per questo ne. Allora, se
nella tecnica c nalit, anche nella natura, che la tecnica imita, c nalit.
Dal fatto poi che la tecnica non delibera, Aristotele ha tratto,
come si visto, la conseguenza che, se la tecnica di costruzione na-
vale fosse interna al legno, essa agirebbe in modo simile a come
agisce la natura, e che questo mostrato in modo massimamente
chiaro nellesempio del medico che guarisce se stesso, perch la na-
tura simile a costui. In altri termini, Aristotele ci sta rimandando
a un discorso che egli ha gi fatto in Phys. II 1, 192b12 ss. In quel
passaggio Aristotele, infatti, aveva detto che gli enti naturali sono
differenti da quelli che non sono costituiti per natura, per il fatto
che gli enti naturali hanno un principio di movimento e di quiete
che loro immanente. Alla ne di Phys. II 8, infatti, il problema
consiste ancora in questa distinzione fra enti naturali ed enti pro-
dotti dalla tecnica, perch se questi ultimi avessero il principio del
divenire in se stessi allora agirebbero allo stesso modo della natura,
come nellesempio specico della tecnica di costruzione di navi
qualora questa fosse dentro il legno.
434
In Phys. II 1, tuttavia, come
si ricorder, il pericolo di confusione fra enti naturali ed artefatti
consisteva nel fatto che agli artefatti accade di avere un principio
interno di divenire, precisamente un impulso connaturato di mu-
tamento (oqqv cfooq cqtfov), nella misura in cui sono fatti
di materia naturale, motivo per cui Aristotele sente la necessit di
dover precisare laccidentalit della presenza interna allartefatto di
questo impulso al divenire. Aristotele cerca di precisare tale acci-
dentalit attraverso lesempio del medico che torna sano. In Phys.
II 8 il medico che torna sano un esempio massimamente chiaro,
dice Aristotele, ma solo in rapporto allesempio del caso in cui la
tecnica di costruzione navale fosse interna al legno: in questultimo
caso il principio produttivo, cio appunto la tecnica di costruzione
navale, agirebbe da principio interno di mutamento e quindi agi-
rebbe in modo simile a come agisce la natura (ma questo non acca-
de, come si visto, tanto vero che se si pianta il legno di cui fat-
to un letto, non nasce un letto, ma una pianta dello stesso legno).
Nel caso del medico che torna sano la tecnica, nella fattispecie la
tecnica medica, sembrerebbe agire da principio interno di muta-
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 235
434
Degli artefatti, in Phys. II 1, 192b18-19, Aristotele ha detto che non hanno
alcun impulso connaturato al mutamento, otociov oqqv cci cfooq cqtfov.
mento producendo la guarigione per cui anche in questo caso
la tecnica agirebbe in modo simile a come agisce la natura. Ma la
natura, dice Aristotele, , in questo caso, simile al medico, e infatti
essa principio interno di movimento e di quiete, impulso con-
naturato al mutamento. In conclusione, quel che conta che la na-
tura non pu non essere che causa nale. Scrive infatti Aristotele
chiudendo questo capitolo 8 alle li. 199b32-33 : chiaro dun-
que che la natura una causa e lo nel modo di ci che in vista
di qualcosa (ofi cv otv oifio q qtoi, oi otfm m cvco fot,
qovcqov). La natura quindi, nel modo pi evidente possibile,
causa nale degli enti naturali.
A questo punto, e prima di passare al capitolo 9, mi sembra
utile fare alcune riessioni o, se si vuole, precisazioni.
Alle li. 198b36-199a5 Aristotele ha sottolineato che noi non
crediamo che sia dovuto a fortuna o a mera coincidenza il fatto che
piova spesso dinverno, al contrario lo crediamo se ci accade de-
state, n crediamo che sia dovuto a fortuna o a mera coincidenza il
fatto che faccia caldo destate, ma al contrario lo crediamo se ci
accade dinverno. E poich il discorso ammetteva che le cose o so-
no frutto di mera coincidenza oppure sono in vista di qualcosa, se
non sono frutto di mera coincidenza, come sembra, allora devono
essere frutto di una causa nale (cvco fot ov ciq). Questo argo-
mento a favore del nalismo, che si avvale dellesempio della distri-
buzione regolare del fenomeno meteorologico della pioggia o del
caldo, sembrato a qualcuno
435
in contraddizione con quanto lo
stesso Stagirita ha affermato prima, alle li. 198b18 ss., sempre a
proposito della pioggia, per la quale ha fornito come spiegazione la
sola causa motrice, cio il fatto che laria che si sposta in alto neces-
sariamente si raffredda e ricade gi sotto forma di pioggia (198b19-
20). Tuttavia, la frequenza delle piogge dinverno e la loro rarit
destate suggerisce che questo fenomeno non governato dal caso,
ma al contrario avviene con regolarit, cio sulla base del sempre o
del perlopi. Ci mostra che esiste nella natura un certo ordine e
dunque una certa nalit. Qualora, infatti, si cercasse di spiegare
anche la distribuzione regolare delle piogge tramite una causa mo-
236 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
435
Si cf. ad esempio la trad. di W. Charlton, pp. 120 ss.
trice, non si arriverebbe ad una conclusione diversa, perch trat-
tandosi di una causa motrice che la stessa natura occorrerebbe
alla ne ammettere comunque che la natura ha come sua prerogati-
va quella di divenire sempre o perlopi, cio ordinatamente. I feno-
meni che avvengono nellambito del sempre o del perlopi stabili-
scono quellordine che ci costringe a pensare, secondo Aristotele,
che ciascuna cosa della natura, quale che essa sia, abbia un suo po-
sto preciso, una sua funzione, una sua ragion dessere, in una parola
un suo ne, anche se, ovviamente, nel mondo sublunare lordine
della natura lontano dallessere perfetto, ed anzi per questo che
pu capitare anche che piova spesso destate e faccia caldo spesso
dinverno, cosa che d luogo a stagioni sfortunate per i coltivatori.
Secondo Aristotele, allora, la spiegazione di una realt naturale tra-
mite la sua causa nale si aggiunge alla spiegazione di tale realt na-
turale tramite la causa motrice, senza tuttavia che questultima ven-
ga meno a causa della presenza della spiegazione causale di tipo -
nale. Causa motrice e causa nale, nel divenire degli enti e dei feno-
meni della natura, si richiamano a vicenda come principio e ne di
ogni divenire e sono entrambe necessarie anche se non entrambe
sempre indispensabili alla spiegazione epistemologica di un fatto.
J. Follon
436
cita un passaggio degli Analitici Posteriori che ri-
chiama esplicitamente la possibilit della compresenza di causa
motrice e causa nale, mostrando il rapporto fra nalit e neces-
sit. Si tratta di APo. II 11, 94b27-34: qui Aristotele ammette aper-
tamente la possibilit che un medesimo oggetto possa sussistere
tanto in vista di qualcosa quanto per necessit. Lesempio il pas-
saggio della luce attraverso una lanterna, fenomeno dovuto al fatto
che un corpo le cui parti sono pi piccole dei pori di un altro cor-
po attraversa necessariamente questaltro corpo (se vero che la
luce si propaga attraversando altri corpi), ma al tempo stesso que-
sto passaggio della luce attraverso una lanterna si verica anche
sulla base di una spiegazione causale di tipo nale, cio afnch
noi non facciamo dei passi falsi. Allora, si interroga Aristotele, se
un oggetto pu sussistere per lintervento di ambedue queste cau-
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 237
436
J. Follon (1988), pp. 341-342. Sul medesimo problema si vd. M.R. John-
son (2005), pp. 56 ss.
se, anche un fenomeno pu vericarsi per lintervento di queste
due cause? Il vericarsi del tuono, ad esempio, pu essere dovuto
a una causa meccanica, cio perch una volta estinto il fuoco nelle
nubi risulta necessario il prodursi di un sibilo e di un fragore, ma al
tempo stesso anche a una causa nale, cio al ne, come affermano
i Pitagorici, di minacciare coloro che sono nel Tartaro, perch essi
rimangano atterriti? I fenomeni di questo genere sono moltissimi,
avverte Aristotele, e si vericano soprattutto nel dominio della na-
tura. Infatti scrive Aristotele eloquentemente , la natura pro-
duce da un lato in vista di qualcosa e, dallaltro lato, per necessit
(q cv oq cvco fot oici qtoi, q o c ovoq).
437
Lo stesso
Follon cita a questo proposito anche altri passaggi, tratti soprattut-
to dal De partibus animalium, in cui si trovano altri esempi di com-
presenza, nella natura, di causa nale e causa meccanica, ovverosia
materiale e/o motrice. Per esempio, da De part. anim. II 14, 658b2-
7 apprendiamo che se negli uomini la testa la parte pi pelosa,
questo avviene per necessit a causa dellumidit del cervello e
delle suture <del cranio> (c ovoq cv oio fqv tqofqfo fot
ccqoot oi oio fo qoqo), ma anche nalisticamente, a scopo
di protezione (cvccv oc oq0cio), afnch i capelli proteggano la
testa dal freddo e dal caldo. Cos, da De part. anim. III 2, 663b10-
14 apprendiamo che se il cervo perde le corna, questo si spiega con
una causa nale, perch gli utile essere alleggerito (cvccv cv
mqccio otqiocvov), ma anche per necessit, a causa del peso
delle corna stesse (c o voq oc oio fo oqo).
438
Secondo Follon,
439
in questi passaggi si troverebbe la spiegazio-
ne nalistica accanto a quella meccanicistica non perch Aristotele
avrebbe ritenuto la spiegazione tramite la necessit incompleta o
insufciente, bens perch il punto di vista a partire dal quale si ri-
cerca la causalit dei fenomeni sarebbe differente. Se si guarda cio
alle parti di viventi addotte da Aristotele negli esempi citati del De
partibus animalium dal solo punto di vista della loro costituzione
238 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
437
APo. II 11, 94b36-37.
438
Cf. De part. anim. III 2, 663b22-664a11. Su questo capitolo del De part.
anim. cf. P. Pellegrin (2002), pp. 302-306.
439
Cf. J. Follon (1988), pp. 343 ss.
materiale, allora si pu dire che la loro formazione si spiega intera-
mente tramite le loro cause necessarie, materiali e motrici, che so-
no il caldo, il freddo e i loro movimenti. Ma se si guarda alle stesse
parti da un punto di vista pi generale, cio come parti di un esse-
re vivente, ossia dal punto di vista del posto che occupano e del
ruolo che giocano nellente naturale di cui fanno parte, allora non
si pu pi spiegare la loro esistenza tramite la sola necessit mate-
riale e meccanica. La stessa impostazione di queste argomentazioni
aristoteliche Follon la riconduce anche al caso di fenomeni meteo-
rologici, come quello della pioggia di Phys. II 8. In altri termini, se
ci si domanda perch la pioggia esiste vedendo la pioggia come un
fenomeno isolato, dal solo punto di vista della sua costituzione ma-
teriale, sufciente, per spiegarla, fornire le cause materiale e mo-
trice, ma se ci si domanda perch la pioggia esiste nelleconomia
generale della natura, cio dal punto di vista del ruolo che essa gio-
ca in questo insieme organizzato che il mondo ovvero se ci si
chiede perch piove molto dinverno e poco destate , non si po-
tr rispondere se non richiamando la causa nale, e si dir ad
esempio che se non fosse piovuto mai o pochissimo la terra sareb-
be stata deserta, mentre se fosse piovuto sempre o moltissimo tutto
sarebbe stato sommerso: in entrambi i casi ogni forma di vita sa-
rebbe stata impossibile sulla terra. Allora, lalternanza delle stagio-
ni secche e di quelle umide sembra spiegabile soltanto ricorrendo a
una causa nale che si aggiunga alla causa motrice, cio essa ha co-
me ne lesistenza della vita di piante e animali sulla terra.
A questo proposito apro qui una breve parentesi Follon
lancia una provocazione che occorre vagliare bene alla luce della
trattazione aristotelica del Primo Motore Immobile. Largomento
sarebbe questo: non c dubbio che per Aristotele esiste una na-
lit generale della natura presa come un tutto, cos come esiste una
nalit per ciascun ente naturale particolare. Ma per Aristotele la
nalit generale della natura non potr essere che naturale, cio
incosciente, alla maniera della nalit particolare inerente alle pro-
duzioni degli animali diversi dalluomo. La natura non delibera,
vero, ma agisce in vista dei ni, seppure senza alcuna intenzione.
Come poteva del resto essere diversamente, dal momento che per
lo Stagirita il mondo non creato da un demiurgo n governato
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 239
da una divina provvidenza, come credevano Socrate e Platone, e
daltra parte dio non che un Primo Motore Immobile e non il
creatore n larchitetto delluniverso? Allora ci si pu chiedere, af-
ferma Follon, se una simile concezione della nalit della natura sia
coerente in se stessa, perch se si parte dallidea che esiste un certo
ordine nella natura non si vede come si possa sfuggire alla conse-
guenza che questordine sia stato stabilito da una intelligenza supe-
riore.
440
Con questa riessione Follon ribadisce il dualismo del -
nalismo aristotelico ammesso da diversi studiosi, per cui non ci sa-
rebbe conciliabilit tra una nalit interna allente naturale, rap-
presentata dalla forma che si realizza, e la nalit esterna, rappre-
sentata da dio. Ma Follon non coglie, o quantomeno trascura a
mio avviso , il fatto che su questo punto Aristotele si contrappone
ancora una volta a Platone e allintera tradizione losoca che lo
ha preceduto. Nel Timeo, infatti, Platone ritiene che lordine della
natura e del mondo in generale sia spiegabile soltanto attraverso
lammissione dellesistenza del demiurgo, quale artece, appunto,
del mondo. Il demiurgo platonico, in altri termini, crea consape-
volmente e sulla base di modelli ideali e matematici eterni e stabili.
Aristotele, al contrario, si impegna a descrivere un ordine naturale
che prescinda completamente da ogni attivit demiurgica, da ogni
intelligenza ordinatrice e che si basi su un nalismo interno allente
naturale.
441
Contro Platone egli ritiene, infatti, che un ordine logico
della natura non obblighi a fare ricorso a una mente che labbia, se
non altro, progettato. La teleologia teologica del Timeo platonico,
inoltre, non unistanza nuova o isolata nel pensiero greco, ma
anzi radicata nel mito. Il nalismo aristotelico, invece, che non ri-
corre ad alcuna azione demiurgica n ad alcuna intelligenza divi-
na,
442
come ho detto, si oppone sia a tale prospettiva platonica sia,
in seconda istanza, alla posizione opposta dei loso pluralisti, che,
non utilizzando alcun nalismo, non hanno saputo dare spiegazio-
ne adeguata della realt naturale.
240 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
440
Cf. J. Follon (1988), pp. 345 ss.
441
Cf. E. Berti (2005b), p. 50.
442
Non a caso Wieland parla di teleologia non teologica di Aristotele. Si
vd. anche M. Vegetti, Il mondo come artefatto. Cosmo e caos nel Timeo di Platone
(inedito).
Riassumendo in breve la posizione di Follon, quindi, potrem-
mo dire che secondo questo studioso le cause materiale e motrice
sono sufcienti a spiegare le cose e i fenomeni se questi sono visti
per se stessi, individualmente, e non inseriti nel contesto naturale
di cui sono parte integrante. Al contrario, il ricorso alla causa nale
diviene necessario quando lanalisi si sposta possiamo dire dalla
parte al tutto, cio quando la singola cosa o il singolo fenomeno
viene inserito nel mondo naturale di cui parte integrante. Cos
sufciente spiegare il fenomeno della pioggia, visto per se stesso,
tramite la sola necessit, cio tramite le cause materiale e motrice,
ma se si osserva il medesimo fenomeno meteorologico inserendolo
nel contesto naturale generale, allora occorrer ricorrere alla na-
lit per comprendere la sua frequenza maggiore in certe stagioni
piuttosto che in altre.
Questo problema dei rapporti fra meccanicismo e nalismo
nella sica aristotelica affrontato da P. Pellegrin nel suo saggio Le
ruses de la nature et lternit du mouvement, in riferimento ad al-
cuni problemi che lo stesso Follon ha posto in rilievo nel suo stu-
dio della causalit aristotelica (ad esempio quello di De part. anim.
III 2 relativo al fatto che i cervi sono dotati di corna e che in alcuni
casi essi perdono tali attributi; oppure quello sul fenomeno della
pioggia interpretata ora secondo necessit e ora teleologicamente).
In questo saggio nel quale egli ridimensiona molto il ruolo del -
nalismo nel mondo naturale aristotelico rispetto a quanti hanno in-
vece assunto una posizione estrema, secondo cui solo la causa na-
le sarebbe esplicativa del mondo naturale, mentre le cause materia-
le e motrice costituirebbero soltanto le condizioni necessarie o suf-
cienti , Pellegrin analizza e confronta fra loro due gruppi (o fa-
miglie, come egli le chiama) di passaggi aristotelici. Dal primo
gruppo lo studioso trae le seguenti osservazioni sul rapporto di ci
che egli indica come natura necessaria e natura secondo lessen-
za: 1) le leggi della natura necessaria non possono essere violate e
la teleologia interviene a spiegare, una volta che le caratteristiche
necessarie sono date, ladattamento delle parti o delle funzioni dei
viventi alle loro caratteristiche materiali (il cammello ha, ad esem-
pio, la lingua carnosa per potersi nutrire di piante spinose tipiche
dei luoghi in cui vive cf. De part. anim. III 14); 2) la natura se-
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 241
condo lessenza interviene su un dato che le imposto, nel senso
che la natura necessaria data e la natura secondo lessenza trae
vantaggio nalisticamente di ci che esiste necessariamente, per cui
ci sarebbe priorit logica della materia rispetto al ne (ad esempio,
il cervo ha le corna a causa di un eccesso di materia terrosa, ed esso
utilizza tali corna per difendersi, ma non accade al contrario che, a
causa del fatto che il cervo debba difendersi tramite le corna ci sia
eccesso di materia terrosa cf. De part. anim. III 2); 3) non c un
legame necessario fra la natura necessaria e luso che ne fa la natura
secondo lessenza, perch la natura secondo lessenza sia pu per-
seguire pi scopi con il medesimo dato ad esempio i denti posso-
no servire a masticare o a difendersi sia pu perseguire il medesi-
mo ne con pi dati ad esempio la difesa tramite le corna, o la
velocit, o una grande dimensione; 4) larticolazione delle spiega-
zioni meccanicistiche e nalistiche avviene in attinenza alla medesi-
ma cosa o fenomeno e sono molto rari in Aristotele i testi in cui si
riscontra la teleologia di una cosa o di un fenomeno al ne di unal-
tra cosa.
443
Questi risultati sono tuttavia ripresi alla luce dellanalisi
di un secondo gruppo di passaggi relativi alla generazione degli es-
seri viventi, tratti principalmente dal De generatione animalium.
La spiegazione teleologica sembrerebbe essere indiscutibilmen-
te prioritaria nella sica e nella biologia aristoteliche, ed ricorrente
in effetti laffermazione secondo cui il sico deve conoscere soprat-
tutto la forma e il ne degli enti e dei fenomeni naturali.
444
Questa
insistenza di Aristotele abbastanza comprensibile, per il fatto che
in un processo ordinato il ne fattore determinante: Pellegrin uti-
lizza a questo proposito uninteressante espressione, cio un pro-
cessus dirig vers/par une n, espressione da cui emerge, a mio av-
viso, il fatto che il ne non soltanto il termine ultimo del processo,
ma anche quellelemento eziologico che dirige il processo sin dalli-
nizio accompagnandolo in ogni sua fase no al compimento.
Il secondo gruppo di testi che Pellegrin prende in esame attira
lattenzione sui rapporti fra potenza-atto e quindi sul movimento:
in De part. anim. III 6 leggiamo che il polmone, considerato per
242 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
443
Cf. P. Pellegrin (2002), pp. 301-312.
444
Cf. Phys. II 9, 200a30-34 e De part. anim. I 1, 641a ss.
ci che esso , un organo dotato di natura spongiosa e pieno di
sangue. Apprendiamo anche che negli ovipari il polmone pi pic-
colo, mentre pi grande nei vivipari, che sono organismi per na-
tura pi caldi rispetto agli ovipari: ci ha relazione con la nalit,
perch il polmone, mediante la respirazione, consente il raffredda-
mento, per cui esso pi grande negli organismi pi caldi e che
hanno perci bisogno di un maggiore raffreddamento. Mentre
quindi la strutturazione materiale del polmone semplicemente
data, quando il polmone considerato come parte di un organismo
vivente allora la materia polmonare acquista un ruolo teleologico,
quello cio di raffreddare lorganismo. Tuttavia, perch esiste un
organismo in atto con funzione di generante che trasmette la forma
a un altro organismo che in questultimo il polmone si former cos
come e come deve essere afnch lorganismo a cui appartiene
possa sopravvivere. In altri termini, solo perch esiste gi un or-
ganismo in atto che agisce come motore che si generer un altro
organismo strutturato precisamente allo stesso modo. E infatti il
seme considerato chiaramente da Aristotele non causa materiale,
ma causa motrice dellembrione. Dire quindi che un organo cos
come signica da un lato riconoscere la necessit della sua mate-
ria e dei movimenti che in essa si imprimono ma, dallaltro lato, si-
gnica anche ammettere limprescindibile esistenza di un organi-
smo in atto che possiede, in termini di forma e ne, linformazione
genetica possiamo dire che trasmette con il suo seme. Ripren-
dendo quindi i risultati della lettura del primo gruppo di testi alla
luce dellanalisi di questo secondo gruppo ne conseguono questi ri-
sultati: 1) le leggi della natura necessaria non sono affatto violate,
ma la natura secondo lessenza, cio la forma paterna, si serve della
materia per realizzare i suoi ni; 2) viene rimessa in causa la prio-
rit logica della materia perch, se il cervo pu difendersi perch
dotato di corna ma non viceversa, tuttavia esso dotato di tali pro-
priet formali non in virt della materia, ma perch gli sono stati
trasmessi da un individuo in atto dotato formalmente allo stesso
modo; 3) non c un legame necessario fra la natura necessaria e la
natura secondo lessenza (ad esempio potrebbero accoppiarsi fra
loro animali diversi per specie), ma non solo una materia femmini-
le specicamente determinata appropriata a ricevere i movimen-
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 243
ti del maschio della stessa specie, cosa che assicura il perpetuarsi
delle specie, ma la materia femminile stessa tale in virt di una
precedente trasmissione di forma e questo crea un legame neces-
sario fra la materia e la forma di un individuo, cio appunto fra la
natura necessaria e la natura secondo lessenza; 4) se da un lato
vero che la teleologia aristotelica interna a un individuo, Aristo-
tele crede tuttavia nelleternit e invariabilit del mondo sico, per
cui il mondo contiene permanentemente tutte le specie che esso
contiene.
445
Secondo il modo di vedere di Pellegrin, in ultima analisi, non
corretto assegnare un ruolo eccessivo alla teleologia in Aristotele,
perch semmai occorre riconoscere alla scienza aristotelica della
natura una struttura eziologica bipolare per riprendere une-
spressione che egli usa nel suo saggio del 1990 in cui da una par-
te gli enti e i fenomeni sono spiegabili in termini meccanici, cio
nei termini delle loro propriet sico-chimiche (i potenziali ele-
mentari di A. Gotthelf),
446
ed anzi assurdo parlare di viventi
spiegabili solo teleologicamente, mentre dallaltra parte la teleolo-
gia che riguarda i viventi e le loro parti spiegabile attraverso la
forma trasmessa dallorganismo in atto che genera. Questa inter-
pretazione ha a mio avviso il merito non solo di mettere corretta-
mente in relazione le cause materiale e motrice da una parte e le
cause formale e nale dallaltra, mostrando chiaramente il rapporto
fra necessit e nalit nel mondo naturale di Aristotele, ma consen-
te anche di comprendere altre posizioni teoriche che lo Stagirita
esprime a pi riprese. Mi riferisco in primo luogo al legame che
unisce la forma e il ne (Phys. II 7, 198a25-26), poich Pellegrin
pu intrepretare la teleologia nel modo che ho brevemente descrit-
to proprio in virt dellafnit del ne con la forma; in secondo
luogo al rapporto ne-causa motrice reso possibile dallinterpreta-
zione formalistica della losoa aristotelica: il ne si riscontra nei
movimenti che lente motore o generante imprime nella materia
per trasmettere la forma, e in questo modo diviene pi intelligibile
il fatto che la causa motrice, che appartiene al dominio della spie-
244 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
445
Cf. J.M. Cooper (1987), pp. 249-250.
446
Cf. A. Gotthelf (1976), p. 212 ss.
gazione meccanicistica, nel caso dei processi generativi lesempio
infatti luomo che genera luomo sembra convergere con le cau-
se formale e nale (Phys. II 7, 198a24-27); e ancora al fatto che il -
nalismo come tendenza al meglio non in Aristotele tendenza al
perfezionamento degli enti naturali nel senso di miglioramento del-
la specie, ma tendenza alla realizzazione degli enti cos come so-
no, cio generazione di enti uguali formalmente a quelli gi in atto,
poich nellinterpretazione formalistica i ni sono gi dati in atto e
quindi la perfezione consiste nella compiutezza stessa dellente se-
condo la sua propria natura.
Il discorso n qui fatto, in conclusione, ci introduce in realt
nel cuore stesso della problematica aristotelica della causalit, che
quello del rapporto fra nalit e necessit, fra la prospettiva di
una nuova sica, rispetto a quella platonico-accademica, e lopi-
nione degli antichi che riconducevano tutto alle sole cause mecca-
niche. Si apre cos il capitolo conclusivo di Phys. II, in cui la neces-
sit trova denitivamente la sua collocazione e la giusta dimensione
allinterno del mondo della natura, cos come appare, almeno, agli
occhi di Aristotele.
5.2. La necessit nella natura (Phys. II 9)
In Phys. II 8 Aristotele ha mostrato con seri argomenti che la
necessit, a differenza di ci che avevano ritenuto i presocratici,
non sufciente a spiegare il divenire naturale. Le argomentazioni
con le quali Aristotele presenta la natura come causa nale (cf. II
8, 199b32-33) oltre che come causa materiale e causa formale (cf.
II 1, 193a28-31), non comportano tuttavia come loro conseguenza
quella di eliminare la necessit naturale: questultima certamente
presente nel mondo in divenire, ma si tratta adesso di stabilire qua-
le tipo di necessit quella che concerne la natura e quale ruolo es-
sa occupi nel quadro generale della causalit.
447
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 245
447
Linterpretazione in chiave prevalentemente teleologica della Fisica aristo-
telica sostenuta da alcuni studiosi moderni mette in ombra il valore che Aristotele
giustamente attribuisce alla necessit nellambito della natura come anche in altri
ambiti scientici. Negli Analitici, ad esempio, la necessit logica garanzia della
Sin dallinizio di Phys. II 9, alle li. 199b34-35, Aristotele distin-
gue una necessit assoluta da una necessit ipotetica
448
o, pi preci-
samente, si chiede se il necessario (fo o c ovoq) sussista in di-
pendenza da unipotesi (c to0cocm toqci) oppure in senso
assoluto (om). A proposito di questa distinzione egli cita esempi
che ritiene esplicativi delle opinioni consolidate al suo tempo
449
sempre in relazione alle dottrine dei loso naturalisti che lo ave-
vano preceduto.
450
In altri termini, come se il confronto dottrina-
le con i suoi predecessori costituisca, per Aristotele, un dibattito
attuale sul problema del nalismo e della necessit nella natura.
Ci che necessario nel divenire naturale viene concepito, dice
Aristotele, come se un tale ritenesse che un muro sia venuto su ne-
cessariamente per il fatto che le cose pesanti per natura si portano
in basso e quelle leggere in cima, per cui le pietre che costituiscono
le fondamenta di tale muro si porterebbero in basso, mentre la ter-
ra, che pi leggera, salirebbe in alto e i legni in cima, perch sono
i pi leggeri fra tutti questi materiali. Nondimeno scrive Aristo-
tele , sebbene <il muro> non sia venuto su in assenza di questi
materiali (ot ovct cv fotfmv covcv), tuttavia non venuto su a
causa di essi eccetto che come sua <causa> materiale (ot cvfoi oio
fotfo qv m oi tqv), ma per preservare e salvaguardare certe
cose. Similmente poi anche in tutte le altre cose in cui c ci che
in vista di qualcosa, <esse divengono> non senza le cose che
hanno la natura necessaria (ot ovct cv fmv ovooiov covfmv
246 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
validit della dimostrazione e quindi del ragionamento scientico. Le premesse di
un sillogismo, infatti, comportano necessariamente che le conclusioni non possano
essere diverse da quello che sono (cf. anche Metaph. A 5, 1015b6-9). In questo ca-
pitolo 9 della Fisica, dove cerca di individuare il ruolo e il valore che la necessit
ha nel mondo della natura, Aristotele non sta prendendo in considerazione le di-
stinzioni di signicato della nozione di necessit che leggiamo in Metaph. A 5, poi-
ch egli sta soltanto assumendo, in modo generale, ci che necessario nellambi-
to della qtoi facendo esplicito riferimento soltanto alla distinzione fra necessit
assoluta e necessit ipotetica.
448
Sulla necessit ipotetica cf. anche De part. anim. I 1, 642a.
449
Il vtv della li. 199b35 indica, a mio avviso, la contemporaneit dellopinio-
ne che Aristotele sta riferendo.
450
Quando alla li. 199b35 Aristotele scrive oiovfoi, certamente si riferisce ai
naturalisti indicati con lespressione ovfc in II 8, 198b12; cf. la trad. di P. Pelle-
grin, p. 156 nota 4.
fqv qtoiv), ma di certo non a causa di queste, eccetto che come lo-
ro materia, bens in vista di qualcosa (ot cvfoi c oio fotfo o q
m tqv, o cvco fot).
451
Come si vede, lesempio del muro mette subito in evidenza
quanto sia ridicolo ammettere una necessit assoluta del divenire
naturale: questa impostazione del discorso aristotelico rilevante
per il fatto che lo stesso Aristotele, oltre che attribuire la necessit
assoluta al Primo Motore Immobile
452
e agli astri,
453
la attribuisce
anche ai fenomeni costanti, quelli che appartengono allambito del
sempre o del perlopi, per i quali, nelle pagine precedenti di Phys.
II, ha individuato una spiegazione di tipo nalistico.
454
Tuttavia, se
spiegare il divenire delle cose mediante una necessit assoluta ri-
dicolo, Aristotele puntualizza subito che questo non signica esclu-
dere dalla spiegazione del divenire delle cose la necessit, poich il
muro non venuto su senza queste cose (ovct cv fotfmv), cio
senza quei materiali che sono dotati di natura necessaria (ovct cv
fmv ovooiov covfmv fqv qtoiv), cos come natura necessaria
delle pietre, in virt della loro pesantezza, di stare in basso, ed
natura necessaria del legno, in virt della sua maggiore leggerezza,
di stare in alto. Le propriet necessarie di questi materiali determi-
nano di fatto, in modo necessario, la struttura di un edicio o di
una parte di esso come in questo caso il muro. Questo tuttavia
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 247
451
Phys. II 9, 200a5-10. Questo esempio del muro discusso da P. Pellegrin
(2002), pp. 299-301: applicando i risultati dellesempio del muro che consistono
nel fatto che necessariamente i suoi costituenti devono essere collocati in un certo
modo e non in un altro ad un altro termine che sia un ente naturale si ricava che
la sola cosa che rende impossibile la generazione di un ente naturale, ad esempio
una parte di un animale, che il suo processo generativo vada contro le leggi si-
co-chimiche dei suoi costituenti. Daltra parte, il motivo per cui si costruisce un
muro perch si ha bisogno di un riparo: laver bisogno di un riparo causa nale
della costruzione del muro, ma la costruzione del muro non in alcun modo causa
dellaver bisogno di un riparo. Questo esempio, cos come molti altri che Pellegrin
trae dagli scritti biologici, mostrano come in Aristotele non ci sia affatto un mo-
nopole explicatif de la nalit (p. 301).
452
Cf. Metaph. A 7, 1072b7-8.
453
Cf. soprattutto De gen. et corr. II 11, 338a17 ss.
454
Fa notare A. Mansion (1945), p. 284 e nota 8, che Aristotele spesso, nelle
sue opere, per indicare i fenomeni costanti ricorre a espressioni che indicano fatti
necessari.
non implica che tali materiali siano lunica causa delloggetto che
diviene, di cui costituirebbero quindi la ragione ontologica ed epi-
stemologica in conseguenza della quale il divenire delloggetto
avrebbe una struttura assolutamente necessaria, perch in realt si
tratta semplicemente di cause materiali delloggetto, il quale divie-
ne in vista di qualcosa, cio secondo un processo teleologicamente
ordinato. Ci implica, quindi, che Aristotele escluda la necessit
assoluta dal divenire naturale ma ammetta una necessit relativa,
che vedremo essere la necessit ipotetica. Ci chiarito dallesem-
pio della sega che segue immediatamente. Alla domanda perch
la sega cos com? (oio fi o qimv foioooi) noi rispondiamo
per far questo e in vista di questo (om fooi oi cvco fotoi ).
La domanda perch (oio fi), come si ricorder, riguarda la ricer-
ca delle cause. Tuttavia, ci spiega Aristotele, impossibile che si
produca ci in vista di cui la sega se la sega non di ferro. La
conseguenza che la sega deve essere necessariamente di ferro se
occorre che ci siano la sega e le sue operazioni.
455
Il se che bisogna
utilizzare in questi ragionamenti indica che ci che necessario,
come in questo caso il fatto che la sega debba essere di ferro, di-
pende da unipotesi (c to0cocm oq fo ovooiov) e non fun-
ge da ne (o ot m fco), perch il necessario nella mate-
ria, mentre ci in vista di cui nella denizione (cv oq fq tq fo
ovooiov, fo o ot cvco cv fm om ).
456
Al contrario, funge da -
ne lipotesi che rende necessaria una determinata condizione: ad
esempio, anzich dire se occorre che ci siano la sega e le sue ope-
razioni (ipotesi), la sega deve essere necessariamente di ferro (il ne-
cessario), possiamo dire afnch ci siano la sega e le sue opera-
zioni (ipotesi), la sega deve essere necessariamente di ferro (il ne-
cessario). Tali condizioni necessarie, che non sono ne ma sono in
dipendenza dal ne, condizionano negativamente il ne, nella mi-
sura in cui questo non pu realizzarsi senza di quelle. Nonostante
ci, la prospettiva aristotelica capovolge le posizioni presocratiche,
perch mentre il determinismo dei naturalisti presocratici afferma-
va una necessit assoluta, nella misura in cui quei loso riteneva-
248 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
455
Cf. anche De part. anim. I 1, 642a9-11.
456
Phys. II 9, 200a14-15.
no che tutti gli enti e tutti i fenomeni naturali erano il risultato di
cause materiali necessitanti, Aristotele, al contrario, ammette nella
natura una necessit, quella ipotetica, che dipende dal ne che ne
costituisce lipotesi.
Tutto questo discorso mostra un Aristotele impegnato a deni-
re il ruolo che la necessit ha nellambito della qtoi sotto un
aspetto diverso da quello che egli ha affrontato in Phys. II 8. Anche
in quel capitolo, come ho gi detto, Aristotele si era impegnato a
mostrare che esiste una nalit nella natura a partire dal concetto
di necessit e dal modo in cui lo avevano affermato i presocratici.
In Phys. II 8 tuttavia, come si gi visto, il problema del nalismo
si misurava con una nozione di necessit concepita come causa ef-
ciente: non a caso le argomentazioni confutatorie che Aristotele
utilizza ricorrono alle nozioni di ftq e di otfoofov di cui Ari-
stotele ha detto che sono cause motrici nonch allanalogia
fcvq/qtoi. In questo capitolo 9 conclusivo del secondo libro, in-
vece, la necessit indagata come componente materiale degli enti
naturali e, anche in questo caso, Aristotele mostra che il nalismo
in qualche modo la guida, anche se in misura pi limitata di quan-
to non avvenisse per la necessit quale causa efciente. In Phys. II
8, infatti, ogni divenire che abbia come sua causa il caso apparen-
te perch rientra completamente nel divenire nalisticamente ordi-
nato, mentre la causa motrice tecnica contiene gi il ne della sua
azione e, in quanto essa agisce analogamente alla natura che ne co-
stituisce il modello, lambito della qtoi appare come il mondo in
cui il divenire sempre indirizzato verso un ne. In Phys. II 9, in-
vece, la necessit ipotetica, senza la quale non esiste divenire natu-
rale, s in dipendenza dal ne ma, allo stesso tempo, imbriglia il
ne nella misura in cui il divenire non pu avvenire senza di essa.
Se un architetto deve costruire un edicio utilizzando pietre e terra
e legni, egli lo far con lo scopo di custodire i beni, ma non potr
non tenere conto, se vuole realizzare il suo scopo, che deve utiliz-
zare i materiali tenendo in considerazione le loro rispettive qualit,
che condizionano la costruzione stessa. Se larchitetto ponesse, in-
fatti, i materiali pi leggeri in basso e quelli pi pesanti in alto, ot-
terrebbe fondamenta fragili e coperture cos pesanti da minacciare
la riuscita e la sopravvivenza della costruzione stessa e se ci vero
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 249
nel caso dellambito tecnico analogamente e a maggior ragione sar
vero nellambito della natura. Cos, se da un lato la necessit con-
dizionata dalla nalit che ne costituisce lipotesi, dallaltro lato la
necessit lega con la sua presenza tale nalit condizionandola. Ci
diviene ancora pi chiaro dal discorso che segue immediatamente
e in cui Aristotele mette in relazione il necessario nelle matemati-
che con il necessario nella natura.
Il confronto fra la necessit nelle matematiche e la necessit
nellambito della natura alquanto complesso, ma illuminante cir-
ca il rapporto fra necessit e nalit. Qui di seguito cercher di
schematizzare il discorso di Aristotele per tentare di renderlo
quanto pi chiaro possibile.
A partire dalla li. 200a15, Aristotele afferma che la necessit
che presente nelle matematiche e quella che presente nel dive-
nire naturale si rivelano allincirca allo stesso modo (fqoov fivo
oqoqoim) e, per mostrarci tale strettissima somiglianza, lo Sta-
girita scandisce i termini del suo discorso differenziandoli in ante-
cedente e conseguente. Il primo momento dellargomentazione ri-
guarda le matematiche:
1) antecedente: poich il retto cos com (cci oq fo ct0t
fooi c ofiv);
2) conseguente: necessario che il triangolo abbia la somma
degli angoli uguali a due angoli retti (ovoq fo fqimvov oto oq-
0oi ioo cciv).
Come si pu vedere, nel caso delle matematiche la formula :
poich lantecedente allora il conseguente: la necessit si tro-
va nel conseguente ed una condizione necessariamente determi-
nata dallantecedente, nel senso che il triangolo ha gli angoli uguali
a due angoli retti poich (cci) il retto cos com. Linverso,
dice Aristotele, non si verica, ossia non accade che poich (cci)
il conseguente allora lantecedente cio, nel caso dellesempio
che stiamo trattando, non accade che poich il triangolo ha la
somma degli angoli uguale a due angoli retti, allora necessario
che il retto sia cos com. Tuttavia importante sottolineare que-
sto, e cio che:
3) se il conseguente non , allora non neppure lantecedente,
cio, nel caso dellesempio che stiamo trattando, se non si d che il
250 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
triangolo abbia la somma degli angoli uguale a due angoli retti
neppure si d il retto.
457
Il secondo momento dellargomentazione riguarda le cose che
divengono in vista di qualcosa; qui Aristotele si riferisce sia al di-
venire tecnico che al divenire naturale, anche se comunque il suo
scopo quello di chiarire questultimo. Nel divenire nalistica-
mente ordinato, come egli ci spiega in questo passaggio, accade il
contrario (ovooiv) di ci che abbiamo visto a proposito delle
matematiche:
1) conseguente: se il ne sar o (ci fo fco cofoi q cofi),
ad esempio potremmo dire noi riprendendo un esempio di Ari-
stotele , se ha da esserci la sega e le sue operazioni;
2) antecedente: anche lantecedente sar o (oi fo c qoo0cv
cofoi q cofiv), ad esempio, allora la sega deve essere di ferro.
Come si vede c uninversione tra antecedente e conseguente,
poich nel caso delle matematiche avevamo prima lantecedente e
poi il conseguente, mentre qui abbiamo prima il conseguente e poi
lantecedente. Tuttavia per entrambi i casi abbiamo coincidenza
del terzo punto, ovverosia del rapporto negativo:
3) come nel caso delle matematiche, anche nel caso del diveni-
re nalisticamente ordinato, infatti, se il conseguente non , allora
non neppure lantecedente, o meglio, per seguire le parole di Ari-
stotele, se la conclusione non allora non sar neanche il principio
(q o vfo fot otcqooofo q oqq ot c ofoi).
Qui Aristotele fornisce uninteressante spiegazione di questo
terzo punto: in questo caso, cio nel caso del divenire nalistica-
mente ordinato, tale principio (oqq) dice lo Stagirita il ne
inteso come ci in vista di cui (oi cvfot0o fo fco oi fo ot
cvco) perch anche questo, cio anche il ne, principio, non
dellazione ma del ragionamento, mentre per quanto riguarda le
matematiche il ne soltanto principio del ragionamento in quan-
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 251
457
Cf. Phys. II 9, 200a15-19. Lespressione fo ct0t tradotta da alcuni li-
nea retta (Hardie & Gaye straight line) e da altri angolo retto (Russo). Poi-
ch nello stesso contesto Aristotele indica al femminile langolo retto (oto oq0oi
con qooi sottinteso), io ho preferito tradurre al neutro, nel senso che al-
tamente probabile che Aristotele voglia indicare con fo ct0t la nozione stessa
di retto.
to non ci sono azioni (cci oc
458
fot oioot qoci oq ot
cioiv). A questo punto mi sembra opportuna una breve riessione.
Come ho gi detto in occasione della presentazione di un re-
cente volume,
459
una lettura del divenire di cui Aristotele tratta nel
I libro della Fisica si deve impostare, a mio avviso, in questo modo:
nel divenire espresso, ad esempio, con la formula un uomo non
musico diviene uomo musico, la forma, cio musico, compare sia
nel momento iniziale in cui si presenta come privazione, sia nel
momento nale in cui si presenta come attualmente acquisita. Il
principio formale, quindi, tradotto nei termini delle cause, si pre-
senta sia come causa formale sia come causa nale. Sembrerebbe,
perci, che tre delle quattro cause aristoteliche si possano collocare
fra i principi del divenire, e cio la causa materiale nel sostra-
to/soggetto, la causa nale nella privazione e negli altri momenti
del processo di divenire in cui non si ancora raggiunto il pieno e
perfetto possesso della forma specica da parte dellente (secondo
il doppio signicato di fco che Aristotele ci insegna in Phys. II 2,
194a27 ss.) e la causa formale nella forma compiutamente acqui-
sita. Il collocare la causa nale nella privazione signica non solo
individuare nel punto di partenza del processo lorientamento del
processo stesso, ma anche stabilire che linizio contiene gi la ne,
che inizio e ne si toccano circolarmente.
460
In effetti, in queste li-
nee di Phys. II 9 Aristotele sembrerebbe dire proprio che la causa
nale sta gi allinizio del processo di divenire e che quindi, in
qualche modo, principio oltre che ne. proprio in virt di questa
presenza come principio che la nalit condiziona la necessit stes-
sa, non solo perch la necessit sussiste solo se sussiste il ne (se il
conseguente, cio il ne, sar o , allora anche lantecedente sar o
) e per converso non sussiste se non sussiste il ne, ma anche per
252 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
458
Questa espressione cci oc della li. 200a23, riferita alle matematiche,
correlativa a oi cvfot0o della li. 200a22, riferito invece allambito del divenire -
nalisticamente ordinato.
459
Si tratta del libro di F. Lo Piparo (2003); la mia recensione, a cui faccio
qui riferimento, in corso di stampa su Orpheus 2004.
460
Non mi sembra troppo lontano da questa impostazione A. Code (1997), il
quale sostiene una priorit della causa nale sulla causa efciente sulla base del
fatto che la causa efciente agisce in vista di un ne.
il fatto che il ne funge da principio del processo di divenire come
privazione di forma e quindi come orientamento determinato verso
lacquisizione di una forma specica. In questo modo la nozione di
necessit ipotetica, fortemente dipendente dal ne che presente
nel divenire come ne e come principio, in qualche modo riassor-
bita nel ne stesso e assume un ruolo subordinato al ne, una su-
bordinazione che tuttavia, come vedremo fra breve, viene subito
riequilibrata. Nel divenire, per, il ne, come precisa Aristotele,
principio non dellazione, bens del ragionamento (fot oioot)
perch in effetti la causa nale non attiva il movimento, in quanto
la causa motrice che attiva il divenire e la causa nale non certa-
mente causa motrice , e tuttavia principio del ragionamento nel
senso che sta al principio di quel processo che giunge no allac-
quisizione da parte dellente della forma specica secondo la de-
nizione (fo cioo fo ofo fov oov).
461
Il condizionamento reciproco tra necessit e nalit nel diveni-
re spiegato da Aristotele con lesempio che troviamo alle li.
200a24 ss.: sicch afferma Aristotele se ci sar una casa ne-
cessario che vengano realizzate o che sussistano queste sue condi-
zioni (fotfo), o che in generale ci sia la materia in vista di qualcosa
(fqv tqv fqv cvco fot), ad esempio mattoni e pietre, trattandosi
della casa. Con lespressione la materia in vista di qualcosa (fqv
tqv fqv cvco fot) Aristotele intende mostrare come il ne condi-
zioni gli aspetti materiali necessitanti,
462
poich la stessa materia
appare essere nalisticamente disposta, e Aristotele aggiunge che
di certo il ne non a causa di queste condizioni materiali, cio il
ne non a causa del materiale della casa se non come sua materia,
cio come supporto per la sua realizzazione (ot cvfoi oio fotfo
cofi fo fco o q m tqv, oto cofoi oio fotfo).
463
Il ne, insiste
Aristotele, non ha cause materiali: in generale, se non ci sono i ma-
teriali cio se non ci sono le pietre per la casa e il ferro per la sega
non ci saranno di certo n la casa n la sega, ovvero se non ci so-
no gli antecedenti non ci sono i conseguenti e, nel caso delle mate-
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 253
461
Cf. Phys. II 1, 193a31.
462
Cf. Ch. Byrne (2002).
463
Phys. II 9, 200a26-27; cf. anche 200a9-10.
matiche, non ci sono pi i principi se non c, relativamente alle-
sempio fatto, il triangolo che ha la somma degli angoli uguale a due
angoli retti, cio, in termini generali, non ci sono gli antecedenti se
non ci sono i conseguenti.
Questo discorso, come ho anticipato prima, riequilibra il rap-
porto necessit-nalit, perch la soluzione che viene trovata qui, e
che vale sia nel caso delle matematiche che nel caso del divenire
tecnico e naturale, lesatto contrario di quello che ho indicato so-
pra come punto 3 della relazione necessit-nalit in termini di an-
tecedenti-conseguenti e che valeva anchesso sia nel caso delle ma-
tematiche che nel caso del divenire tecnico e naturale. Questo ri-
baltamento della relazione necessit-nalit in termini di antece-
denti-conseguenti espressione chiarissima del condizionamento
reciproco della necessit e della nalit,
464
perch mentre l aveva-
mo trovato che se il conseguente (cio il ne) non , allora non
neppure lantecedente (cio la necessit), qui troviamo che se
lantecedente (cio la necessit) non , allora non neppure il con-
seguente (cio il ne). Nonostante abbia riequilibrato la relazione
necessit-nalit, tuttavia, Aristotele, traendo le la del suo discor-
so, si pronuncia in termini valoriali stabilendo un certo primato
della nalit sulla necessit nel mondo della natura,
465
in linea, del
254 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
464
Come ho gi detto nel corso di questo lavoro, sono daccordo con P. Pelle-
grin (1990) sul fatto che sebbene tutte e quattro le cause siano operative a diverso
titolo nel divenire degli enti naturali e possano raggrupparsi in modi differenti, tut-
tavia leziologia aristotelica mostra una tendenza spiccata ad articolarsi in due poli
esplicativi, cio in un modello causale che vede da una parte le cause formale-nale
e dallaltra parte le cause materiale-efciente. R. Bolton (1997), pp. 97-123, ha ten-
tato di mostrare che la causa materiale sarebbe invece la causa ultima (egli la chiama
primitiva) nella causazione degli enti naturali. Egli ricorre alla teoria aristotelica
della dimostrazione di APo. II 11, in cui il termine medio la causa fondamentale,
la causa che non spiegata da nessunaltra causa ma che, al contrario, quella a
partire dalla quale tutte le altre sono spiegate. Prendendo poi una serie di brani ari-
stotelici egli utilizza passaggi tratti da Phys. II 9 e De part. anim. I 1, ma anche da
De somno e Metaph. H 4, oltre che da De an. II 4 Bolton mostra che questa causa
fondamentale , appunto, la causa materiale. Egli non contesta, ovviamente, la fun-
zione causale della causa nale, ma nega che la causa materiale, e con essa anche la
causa efciente, siano dedotte necessariamente dalla causa nale. Per una discussio-
ne critica di questo studio di Bolton cf. M.R. Johnson (2005), pp. 50 e 191-193.
465
Una affermazione della superiorit della causalit nale sulla spiegazione
mediante la necessit si trova in De gen. anim. II 1, 731b20 ss.
resto, con ci che ha insegnato in questo secondo libro della Fisica
a proposito della materia e della forma quali signicati della qtoi.
chiaro, dice Aristotele, che ci che necessario negli enti sici
detto come materia e come movimento di questa, nel senso che la
necessit risiede nella causa materiale e nella causa motrice, la pri-
ma oggetto di analisi di Phys. II 9 in rapporto al nalismo e la se-
conda oggetto di analisi di Phys. II 8 sempre in rapporto al nali-
smo. Spetta al sico trattare di entrambe queste cause, ma ancor
pi suo compito ricercare la causa nale, perch mentre ci in
vista di cui, cio il ne, causa della materia, la materia invece
non causa del ne (oifiov oq fotfo fq tq, o ot otfq fot
fcot).
466
E il ne ci in vista di cui, ovverosia il principio che
deriva dalla denizione o concetto (oi fo fco fo ot cvco, oi
q oqq oo fot oqioot oi fot oot), come negli oggetti arti-
ciali: poich la casa tale occorre che tali cose divengano e sussi-
stano necessariamente (cci q oiio foiovoc, fooc oci cvco0oi oi
toqciv c ovoq) e, poich la salute questo, occorre che ta-
li cose divengano e sussistano necessariamente (oi cci q ticio
fooi, fooc oci cvco0oi c ovoq oi toqciv). Allo stesso mo-
do stanno le cose nel divenire naturale: se luomo questo, allo-
ra sono necessarie queste determinate cose, e se esistono queste de-
terminate cose, allora sono necessarie queste altre determinate cose
(otfm oi ci ov0qmo fooi , fooi ci oc fooi , fooi ). Questa precisa-
zione era necessaria, perch del ne noi sappiamo in virt della
sua identicazione con la forma specica, che Aristotele ha spesso
indicato in Phys. II come forma specica secondo la denizione (fo
cioo fo ofo fov oov) che conforme alla denizione, ma oc-
correva che Aristotele specicasse che ci in vista di cui princi-
pio che deriva dalla denizione o concetto, perch ci in vista di
cui pu essere considerato principio in senso proprio, dal momen-
to che esso non principio di movimento, bens privazione di for-
ma e, quindi, orientamento verso lacquisizione nale della forma
specica. Detto questo, ecco di nuovo riaffacciarsi la necessit,
perch Aristotele, concludendo, aggiunge: ugualmente poi anche
nella denizione c il necessario, perch a chi denisca il segare
IL FINALISMO NATURALE E LA CRITICA DEL MECCANICISMO 255
466
Phys. II 9, 200a33-34.
come il compiere una data divisione risulta che questa operazio-
ne non ci sar se la sega non avr un certo tipo di denti, e questi
non saranno tali se non sono di ferro, perch anche nella denizio-
ne ci sono alcune parti che sono come la materia della denizione.
Lesempio che qui Aristotele propone riconduce esattamente al ca-
so da lui esposto a proposito del divenire nalisticamente ordinato,
per il quale si era stabilito che se ci devono essere la sega e le sue
operazioni, allora la sega deve essere di ferro, che in termini gene-
rali si traduce in questi termini: se ci devessere il conseguente,
che il ne, allora ci devessere anche lantecedente, cio la neces-
sit. A chi, quindi, cerchi di denire il conseguente, in questo ca-
so loperazione della sega, che quella di dividere, apparir imme-
diatamente la necessit dellantecedente, cio della dentatura della
sega, per cui la necessit si riscontrer implicitamente anche nella
denizione, cio anche l dove sembrava si dovesse trovare solo
lambito privilegiato della nalit. Senza contare, poi, che la deni-
zione stessa ha parti materiali e, quindi, anche nella materia di tipo
puramente logico-linguistico, si riscontra sempre e comunque il
necessario.
256 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
6.
EPILOGO
7.
APPENDICE
7.1. Premessa
In uniformit al criterio adottato nel mio precedente studio, I
fondamenti della Fisica. Analisi critica di Aristotele, Phys. I, Catania
2002, anche in Appendice a questo secondo studio raccolgo, nella
loro successione testuale, i principali passaggi della Fisica e degli
altri scritti aristotelici (Metasica, Categorie, De Interpretatione,
Analitici Posteriori, De anima, De partibus animalium) che ho tra-
dotto, analizzato e discusso nel corso del mio lavoro. Ritengo, in-
fatti, che questa parte del libro possa servire al lettore quale stru-
mento utile per reperire agevolmente i luoghi aristotelici sui quali
maggiormente si soffermata la mia analisi e che costituiscono la
trama da cui emerge la mia ricostruzione complessiva dei temi af-
frontati in questo lavoro. Inoltre, intendo mettere a disposizione di
chi legge una traduzione che tiene s conto delle traduzioni prece-
denti (quelle di cui si trover indicazione nella Bibliograa), ma
che, allo stesso tempo, se ne discosta alquanto, e in molti casi note-
volmente, per cui ritengo giusto che il lettore ne sia consapevole.
La traduzione preceduta dal testo greco tratto dalledizione
oxoniense di Aristotele, con qualche eventuale variazione di cui
dar spiegazione di volta in volta. L dove ho ritenuto necessario
fornire ulteriori chiarimenti, la traduzione seguita da note in cui
cercher di giusticare le mie scelte interpretative.
7.2. Testi e traduzioni
1) Phys. I 2, 185a12-14:
qiv o tocio0m fo qtoci q ovfo q cvio ivotcvo civoi
oqov o c fq comq .
Ma noi dobbiamo partire dalla premessa di fatto che gli enti na-
turali, o tutti o <almeno> alcuni, sono in movimento: e ci chiaro
per induzione.
2) Phys. I 4, 187b6-7:
ofot oc ciofov coofov cci, fotfo oociv civoi fqv qtoiv
fot qoofo.
Ci che ciascuna cosa contiene in maggior misura, questo si ri-
tiene essere la natura della cosa.
3) Phys. I 5, 188b25-26:
[] mofc ovf ov ciq fo qtoci ivocvo q cvovfio q c cvov-
fi mv.
[] sicch tutti gli enti che si generano per natura sarebbero o
dei contrari o <cose che derivano> da contrari.
4) Phys. I 6, 189a27-33:
qo oc fotfoi cfi ov fooc fi ooqqocicv, ci q fi cfcqov
to0qoci foi cvovfioi qtoiv ot0cvo oq oqmcv fmv ovfmv
otoiov fovovfio, fqv o oqqv ot o0 tocicvot oci cco0oi
fivo. cofoi oq oqq fq oqq fo oq tocicvov oqq, oi
qofcqov ooci fot ofqoqotcvot civoi. cfi ot civoi qocv
otoiov cvovfiov otoio m otv c q otoimv otoio ov ciq q m
ov qofcqov q otoi o ot oi o ciq
Inoltre, se non si porr sotto i contrari una natura altra da essi,
si andr incontro a questa difcolt, perch vedremo che i contrari
non sono sostanza di nessuno degli enti, daltra parte occorre che il
principio non sia detto di alcun soggetto, perch <in tal caso> ci
sar un principio del principio, infatti il soggetto principio e sem-
bra essere anteriore al suo predicato. E ancora, non diciamo che
una sostanza contraria a una sostanza: come dunque una sostanza
potrebbe derivare da non sostanze? o come una non sostanza po-
trebbe essere prima di una sostanza?
5) Phys. I 6, 189b2-3:
[] mocq qooiv oi iov fivo qtoiv civoi covfc fo ov,
oiov tomq q t q q fo cfot fotfmv.
[] come affermano coloro che dicono che il tutto una certa
natura unica, ad esempio lacqua o il fuoco o ci che intermedio
fra questi.
286 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
6) Phys. I 6, 189b5-6:
oio oi ot oom oiotoiv oi fo tocicvov cfcqov fotfmv
oiot vfc [].
Perci, anche, coloro che pongono il sostrato come <princi-
pio> diverso da questi <contrari> non lo fanno senza ragione [].
7) Phys. I 7, 190a13-17:
oimqiocvmv oc fotfmv, c oovfmv fmv ivocvmv fotfo cofi
ociv, cov fi cicq mocq cocv, oci fi oci tocio0oi fo
ivocvov, oi fotfo ci oi oqi0m cofiv cv, o cioci c ot cv
fo oq cioci cm oi o m fot fo v.
Fatte queste distinzioni, a partire da tutte quante le cose che
divengono occorre assumere questo, se le si considera come noi di-
ciamo, e cio che necessario che ci che diviene sia sempre qual-
cosa che soggiace, e che questo, anche se uno per numero, tutta-
via non sia uno per forma, infatti intendo per forma la stessa co-
sa che per denizione.
8) Phys. I 7, 190b10-13:
mofc oqov c fmv ciqqcvmv ofi fo ivocvov oov oci otv-
0cfov cofi, oi cofi cv fi ivocvov, cofi oc fi o fotfo ivcfoi,
oi fotfo oiffov q oq fo tocicvov q fo ovficicvov.
Sicch dalle cose dette risulta chiaro che tutto ci che diviene
sempre un composto, e c da una parte qualcosa che diviene e,
dallaltra parte, c qualcosa che ci che questa cosa diviene, e
questo <qualcosa che diviene> duplice, infatti o il <semplice>
sostrato o lopposto [scil. la propriet opposta a quella che assume
divenendo].
9) Phys. I 8, 191a34-b4:
qci oc cocv ofi fo c ovfo q q ovfo ivco0oi, q fo q
ov q fo ov oiciv fi q oociv q ofiotv fooc ivco0oi, cvo cv
fqoov ot0cv oioqcqci q fo fov iofqov oiciv fi q oociv q c
iofqot civoi fi q ivco0oi, mof ccioq fotfo oim ccfoi,
oq ov ofi oi fo c ovfo oi fo o v q oici v q o ociv.
Io dico che lespressione divenire dallessere o dal non essere
o lespressione il non essere o lessere agiscono o subiscono qual-
APPENDICE 287
cosa o divengono qualsiasi cosa determinata in un certo senso
non sono differenti, oppure lespressione che il medico agisce o
patisce qualcosa o lespressione essere o divenire qualcosa a par-
tire dal medico <non sono differenti>, sicch, poich c un du-
plice modo di dire questo [scil. il divenire], chiaro che <signica-
no la stessa cosa> anche lespressione dallessere e lespressione
lessere o agisce o patisce.
10) Phys. I 8, 191b33-34:
ot fq o q o v o q0ci oo q qtoi o ooov c tocv ot fmv fq v o voiov.
Se infatti non avessero ignorato una tale natura, questa avrebbe
dissipato del tutto la loro ignoranza.
11) Phys. II 1, 192b13-16:
fot fmv c v o q c oofov c v cotfm o qqv c ci ivqocm oi ofo-
ocm, fo cv ofo foov, fo oc of otqoiv oi q0ioiv, fo oc of
o oimoiv.
Infatti ciascuno di essi [scil. degli enti naturali] possiede in se
stesso un principio di movimento e di quiete, gli uni secondo il
luogo, altri secondo accrescimento e diminuzione, altri ancora se-
condo alterazione.
12) Phys. II 1, 192b21-23:
[] otoq fq qtocm oqq fivo oi oifio fot ivcio0oi oi
q qcci v c v m t o qci qm fm o0 otfo oi q ofo otcqo [].
[] la natura un certo principio o causa del muoversi e del
rimanere fermo di ci in cui esiste primariamente per se stessa e
non per accidente [].
13) Phys. II 1, 192b27-193a1:
ooim oc oi fmv omv coofov fmv oiotcvmv otocv oq
otfmv cci fqv oqqv cv cotfm fq oiqocm, oo fo cv cv ooi
oi cm0cv, oiov oiio oi fmv omv fmv ciqoqfmv coofov, fo
o cv otfoi cv o ot o0 otfo, ooo ofo otcqo oifio c-
voif ov otfoi. qtoi cv otv cofi fo qq0cv qtoiv oc cci ooo
foiotfqv cci oqqv. oi cofiv ovfo fotfo otoio
a
tocicvov
oq fi
b
oi cv tocicvm cofiv q qtoi oci. ofo qtoiv oc fotfo
288 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
fc oi ooo fotfoi toqci o0 otfo, oiov fm tqi qcqco0oi ovm
fotfo oq qtoi cv ot cofiv oto cci qtoiv, qtoci oc oi ofo
qtoiv cofi v.
Allo stesso modo <si comporta> ciascuna delle altre cose pro-
dotte, perch nessuna di esse possiede in se stessa il principio della
produzione, ma le une ad esempio una casa e ciascuno degli altri
manufatti , <hanno tale principio> in altre cose ed esterne, men-
tre le altre <hanno tale principio> in se stesse, ma non per se stes-
se, e sono quelle che potrebbero essere cause per se stesse acciden-
talmente. La natura quindi ci che si detto. E tutte queste cose
sono sostanza: infatti sempre la natura un certo sostrato ed in
un sostrato. Secondo natura sono tali cose e quante appartengono
ad esse per se stesse, ad esempio <la propriet> del fuoco di por-
tarsi verso lalto, perch questa n natura n ha natura, ma per
natura e secondo natura.
a) Nei commentatori antichi si trova la variante otoioi: lamento
che tale variante non sia stata registrata da Ross nel suo appar. ad loc.
Pur seguendo ledizione di Ross, traduce sostanze e non sostanza
P. Pellegrin, che per non ne d giusticazione in nota. Io ritengo che
sia indifferente leggere otoio o otoioi in questo passaggio, perch
per Aristotele qui si tratta di un fatto non numericamente ma teoreti-
camente considerevole. La lezione otoio, quindi, a mio avviso del
tutto legittima e anzi mi sembra confermata da quanto Aristotele dice
alle li. 193a9-10. In ogni caso, che si tratti di un sostantivo al singolare
o al plurale, ci che conta mi sembra essere il fatto che otoio venga
tradotto e inteso come sostanza e non come essenza. Questultimo si-
gnicato viene adottato nella traduzione di L. Couloubaritsis e in
quella di A. Stevens, che hanno forse risentito dellinuenza di A.
Mansion (1945), p. 102 e nota 22. Questultimo, infatti, proprio in ri-
ferimento alle li. 193a9-10 che io ho qui chiamato in causa a sostegno
della lezione otoio anzich otoi oi, sottolinea che natura in Aristote-
le sinonimo di essenza. A me sembra, invece, che il discorso che Ari-
stotele fa poco prima, alle li. 192b33-34, spieghi che sulla base delli-
dea secondo cui la natura intesa come principio sia considerata da
Aristotele ora come materia ora come forma o essenza, ogni ente na-
turale altro non possa signicare se non sostanza, ovverosia sinolo di
materia e forma. Daltra parte, tra i due signicati di natura quale
principio, e cio natura come materia e natura come forma, Aristotele
ritiene che questultimo signicato sia quello prevalente, nel senso
APPENDICE 289
che la vera natura di un ente naturale pi la forma o essenza che
non la materia (cf. infra testo 17).
b) Ledizione di Ross dopo il fi ha una virgola, perch segue la
punteggiatura proposta dal Laas e basata sullinterpretazione di Te-
mistio e di Filopono. Questultimo, ad esempio, In Phys. 204,19 ss.,
dopo aver letto otoioi alla li. 192b33 di Aristotele, aggiunge: Da do-
ve poi abbia tratto induttivamente che siano sostanze lo ha ricordato
tramite le parole che aggiunge, perch dice che ciascuna di queste
<sostanze> un sostrato (o0cv o ofi otoioi, oio fq qoo0qq t-
cvqocv cimv ofi tocicvov fi cofi fotfmv coofov). Filopono
ritiene quindi che lespressione aristotelica tocicvov oq fi vada
letta insieme con la frase precedente, cio oi cofiv ovfo fotfo ot-
oio (in Filop. otoioi). A. Mansion (1945), p. 100 nota 15, propone di
mettere dopo il fi una pausa ancora pi forte, cio il punto e virgola
anzich la virgola. Questo intervento sul testo ha provocato una im-
mediata conseguenza nellinterpretazione del passo, perch quasi tut-
ti i traduttori hanno inteso questo passaggio nel senso che tutte le co-
se che hanno natura, cio tutti gli enti naturali, sono sostanza o so-
stanze , perch sono un sostrato (anche Carteron, che non segue
Ross nel mettere la virgola dopo il fi , tuttavia intende in questo stesso
modo). Come ho spiegato diffusamente nel 2.1., trovando peraltro
conforto in Simplicio, a me sembra che questa lettura sia una indebita
semplicazione del testo aristotelico, che invece va inteso, a mio avvi-
so, nel senso che gli enti naturali sono sostanza (o sostanze) perch la
natura che ne principio sostrato, nel senso che materia-sostrato,
ed in un sostrato, nel senso che forma specica. Questo conferma
il discorso secondo cui Aristotele, parlando della natura quale princi-
pio, la intende sia come materia sia come forma.
14) Phys. II 1, 193a11-12:
ooci o q qtoi oi q otoio fmv qtoci ovfmv cvioi civoi fo
qmfov cvtoqov coofm, oqqt0iofov ov o0 cotfo, oiov
ivq qtoi fo tov, ovoqiovfo o o oo .
Sembra ad alcuni che la natura ovvero
a
la sostanza delle cose
che sono per natura sia il primo costituente interno di ciascuna co-
sa, per s del tutto privo di congurazione,
b
come ad esempio il le-
gno natura del letto e il bronzo della statua.
a) Traduco oi con ovvero in senso non disgiuntivo ma espli-
cativo: commentando il concetto di qtoi nel II libro della Fisica ari-
stotelica e risalendo peraltro a quanto Aristotele dice sulla qtoi gi
290 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
nel I libro, ho mostrato diffusamente lidenticazione delle nozioni di
qtoi e di otoio attraverso il concetto di tocicvov, per cui mi
sembra che qui Aristotele usi oi semplicemente per introdurre un
elemento, cio otoio, che meglio determina e quindi spiega il primo,
cio qtoi. Alla nota 22 di p. 102 A. Mansion (1945) sottolinea che i
due termini, qtoi e otoio, sono qui legati, come anche alla li.
193a20, da un oi che ha evidentemente il signicato di q, tanto che
alle li. 193a17 e 25 si trova solo otoi o.
b) Laggettivo oqqt0o, accentuato dalla forma superlativa,
adoperato qui da Aristotele, a mio avviso, per sottolineare il fatto che
il costituente di un ente naturale visto dai siologi, come dimostra-
no anche gli esempi del legno per il letto e del bronzo per la statua,
come costituente naturale di un ente articiale, che perderebbe quin-
di la sua natura se fosse privo della congurazione data dallartigiano.
chiaro, quindi, che Aristotele non daccordo con costoro, perch
essi perdono di vista che anche senza la forma articiale acquisita dal-
la sostanza naturale, in questo caso il legno o il bronzo, lente naturale
ha sempre una sua natura ovvero una sua forma o essenza naturale.
Se costoro avessero ragione occorrerebbe ritenere anche che il legno
non ha natura perch non ha la congurazione del letto o che il bron-
zo non ha natura perch non ha la congurazione della statua.
15) Phys. II 1, 193a28-31:
cvo cv otv fqoov otfm q qtoi ccfoi, q qmfq coofm
tocicvq tq fmv covfmv cv otfoi oqqv ivqocm oi cfo-
oq, oov oc fqoov q oqqq oi fo cioo fo ofo fo v oov.
In un modo, dunque, la natura si dice la materia prima soggia-
cente in ciascuna cosa fra quelle che hanno in se stesse il principio
del movimento e del mutamento, in un altro modo, per, <natura>
la forma ovvero la forma specica secondo la denizione.
a
a) Ho tradotto il oi che unisce q oqqq e fo cioo con un espli-
cativo ovvero, perch ritengo che qui cioo sia appunto una speci-
cazione di oqqq (cf. Simplicio, In Phys. 276,24 ss. e Filopono, In
Phys. 215,8 ss.). Infatti, in Phys. I 7, 190a14-17 sia oqqq che ci oo in-
dicano la forma di un ente naturale, ma cioo vuole essere una speci-
cazione di oqqq e indica la forma specica che emerge dalla deni-
zione di un ente. La distinzione fra oqqq ed cioo, del resto, si chia-
risce alla ne di Phys. II 1, perch Aristotele afferma che oqqq , che
uno dei signicati di qtoi, si pu intendere in due modi, cio come
privazione (ofcqqoi) o come specicit (cioo).
APPENDICE 291
16) Phys. II 1, 193b3-5:
mofc oov fqoov q qtoi ov ciq fmv covfmv cv otfoi ivq-
ocm oqqv q oqqq oi fo cioo, ot mqiofov ov o q ofo fov
oov.
Sicch, in un altro modo, la natura degli enti che hanno in se
stessi un principio di movimento potrebbe essere la forma nel sen-
so di specicit
a
che non separata se non secondo la denizione.
a) Si vd. quanto ho scritto a proposito del passaggio precedente.
17) Phys. II 1, 193b6-8:
oi oov otfq qtoi fq tq coofov oq fofc ccfoi
ofov cvfcccio q , o ov q o fov otvo ci.
E questa [scil. la forma] pi natura della materia,
a
perch cia-
scun <ente naturale> allora detto <tale> quando in entelechia
pi che quando in potenza.
a) Ho qui inteso lespressione oi oov otfq qtoi fq tq nel
modo in cui essa viene comunemente tradotta. Mi sembra che questa
traduzione possa essere confortata anche da Metaph. A 4, 1014b26-
1015a19. Ho perci scartato linterpretazione di Pellegrin, il quale
traduce Ou mieux: <la forme> est nature de la matire, ritenen-
do che linterpretazione tradizionale sia grammaticalmente pi dif-
cile (cf. p. 120 nota 4). In effetti, le parole che Aristotele scrive subi-
to dopo mostrano in modo abbastanza evidente che, essendo lente
naturale inteso come tale quando in entelechia piuttosto che quan-
do in potenza, cio quando si trova nel suo processo di realizzazio-
ne della forma, risulta evidente che la forma sia natura pi che la
materia.
18) Phys. II 1-2, 193b12-26:
c fi o q qt oi q coc vq m c vcoi o oo c ofiv ci qt oiv. ot o q
mocq q iofqctoi
a
ccfoi ot ci iofqiqv ooo o ci ticiov
ovoq cv oq oo iofqiq ot ci iofqiqv civoi fqv iofqctoiv,
ot otfm o q qtoi cci qo fqv qtoiv, oo fo qtocvov c fivo
ci fi cqcfoi q qtcfoi. fi otv qtcfoi oti c ot, o ci o. q
oqo oqqq qtoi. q oc oqqq oi q qtoi oim ccfoi oi oq q
ofcqqoi ci oo m c ofiv. ci o c ofiv ofc qqoi oi cvovfi ov fi cqi
fq v oqv cvcoiv q q c ofiv, tofcqov c iocfc ov.
292 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
Eci oc oimqiofoi ooom q qtoi, cfo fot fo 0cmqqfc ov fi vi
oioqcqci o o0qofio fot qtoiot (oi oq cicoo oi ofcqco
cci fo qtoio omofo oi qq oi ofio, cqi mv ooci o o-
0qofio) cfi ci q o ofqooi o cfc qo q cqo fq qtoiq .
E ancora, la natura detta nel senso di generazione percorso
verso la natura. Infatti non accade come si dice nel caso delleserci-
zio della medicina, che non percorso verso larte medica bens
verso la guarigione: necessario, infatti, che lesercizio della medi-
cina parta dallarte medica e non <proceda> verso larte medica,
tuttavia le cose non stanno cos nel caso del rapporto della natura
con la natura, ma ci che cresce naturalmente procede da qualcosa
verso qualcosa in cui avviene la crescita. Ebbene, che cosa il cre-
scere? non certo ci da cui <muove la crescita> ma ci verso
cui <procede la crescita>. Di conseguenza la forma natura. Ma
la forma e la natura si dicono in modo duplice, perch anche la pri-
vazione in certo qual modo una forma specica. Tuttavia, se ci
sia oppure non ci sia privazione nel senso di un contrario determi-
nato anche nel caso della generazione assoluta occorrer esaminar-
lo in seguito.
Dopo aver distinto in quanti modi si dice la natura, occorre
teorizzare in che cosa differisca il matematico dal sico (anche per-
ch i corpi naturali possiedono superci e volumi e lunghezze e
punti, sui quali indaga il matematico). E ancora, <occorre teorizza-
re> se lastronomia
b
sia una scienza diversa dalla sica oppure sia
una sua parte.
a) Qui iofqctoi signica esercizio dellarte medica (traduce
correttamente Pellegrin le traitement mdical) e non, come spesso
si traduce assumendo laltro signicato del termine, guarigione.
propriamente lesercizio dellarte medica, infatti, che parte dallarte
medica e non procede verso di essa.
b) Il termine oofqooio va tradotto qui con astronomia. Tale
termine non si trova in Platone e in Plotino, ma ha largo uso in Ari-
stotele, nel quale esso sinonimo di oofqovoio: cf. oltre a Phys. II 2,
193b26 e 194a8, anche APr. I 30, 46a19-21, Apo. I 10, 76b11; De cae-
lo, II 10, 291a32, II 11, 291b21, II 14, 297a4: Metaph. A 8, 989b33, B
2, 997b16 e 35, B 3, 998a5. Senofonte nei Memorabili usa indifferen-
temente sia oofqooio che oofqovoio per indicare la medesima
scienza. Simplicio, In Phys. 293,10 e Filopono, In Phys. 222,17 preci-
APPENDICE 293
sano che, mentre al loro tempo i termini oofqovoio e oofqooio
erano adoperati con diverso signicato, la stessa cosa non avveniva
presso gli scrittori pi antichi.
19) Phys. II 2, 193b34-35:
mqiofo oq fq voqoci ivqocm cofi, oi otocv oioqcqci, otoc
ivcfoi ctoo mqiovfmv.
Sono infatti separabili in virt del pensiero dal movimento, e il
fatto che vengano separate non fa nessuna differenza n produce
alcuna falsit.
20) Phys. II 2, 194a31-33:
[] oio oi o oiqfq coim qoq0q ciciv "cci fcctfqv,
qocq otvc ccvcfo" otcfoi oq ot ov civoi fo coofov fc-
o oo fo cfiofov.
[] Perci anche il poeta fu indotto a dire in modo ridicolo
ha quella ne in vista di cui nato; perch non ogni termine ulti-
mo pu essere un ne, ma <solo> il <termine ultimo> migliore.
21) Phys. II 2, 194a35-36:
oim o q fo ot cvco ciqqfoi o c v foi cqi qioooqi o.
Infatti ci in vista di cui si dice in due modi, come si gi detto
nello scritto Sulla losoa.
22) Phys. II 2, 194b9-22:
cqi oq ooot fov qtoiov oci ciocvoi fo cioo oi fo fi
cofiv q mocq iofqov vctqov q oco oov, cqi fot fivo
oq
a
cvco coofov, oi cqi fotfo o cofi mqiofo cv cioci, cv
tq oc ov0qmo oq ov0qmov cvvo oi qio. m o cci fo
mqiofo v oi fi cofi, qioooqi o cqov oioqiooi fq qmfq.
Aimqiocvmv oc fotfmv ciocfcov cqi fmv oifimv, oio fc
oi ooo fov oqi0ov cofiv. cci oq fot ciocvoi oqiv q qoo-
fcio, ciocvoi oc ot qofcqov oioc0o coofov qiv ov omcv fo
oio fi cqi coofov (fotfo o cofi fo ociv fqv qmfqv oifiov),
oqov ofi oi qiv fotfo oiqfcov oi cqi cvcocm oi q0oqo
oi ooq fq qtoiq cfooq [].
294 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
Ma no a che punto il sico deve conoscere la forma ovvero
lessenza? Forse come il medico deve conoscere il tendine o il fab-
bro il bronzo, perch <deve conoscere> no a ci in vista di cui
ciascuna cosa, e circa ci che s separabile per la forma, ma che
immanente alla materia? Infatti un uomo genera un uomo, come
pure il sole. In che modo poi esista ci che separato e che cosa
esso sia, questo compito della losoa prima denirlo.
b
Una volta denite tali cose occorre indagare sulle cause, quali
siano e anche quante siano di numero. Poich infatti il <presente>
trattato riguarda il sapere, e noi non possiamo ritenere di sapere al-
cunch prima di avere acquisito il perch su ciascuna cosa (cio
prima di averne acquisito la causa prima), chiaro che dobbiamo
fare questo anche per quanto concerne la generazione e la corru-
zione e ogni tipo di mutamento naturale [].
a) Integro qui il oq che Ross ha espunto a mio avviso a torto ,
perch lespressione cqi fot fivo oq cvco coofov, oi cqi
fotfo o cofi mqiofo cv cioci, cv tq oc , proprio in virt del oq,
la spiegazione della domanda precedente, esemplicata dal medico
che deve conoscere il tendine e dal fabbro che deve conoscere il
bronzo. Luno e laltro conoscono i loro oggetti quando ne conosco-
no le nalit. Come loro, il sico deve conoscere il ne dellente natu-
rale e deve conoscerne la forma che separabile dalla materia ma che
pur sempre nella materia.
b) Sulla base di quanto ho detto nel 2.2. a proposito della di-
stinzione delle tre scienze teoretiche in Metasica, ritengo che qui sia
in gioco ancora una volta un discorso che, se prioritariamente deve ri-
spondere allesigenza di distinguere sica e matematica, tuttavia pre-
senta il problema, di cui pure ho parlato, della distinzione fra mate-
matica pura e losoa prima in ordine al fatto che entrambe queste
scienze sembrerebbero occuparsi di enti immobili e separati. Tuttavia
occorre dire che interessante lopinione di P. Pellegrin, cf. p. 127 e
nota 3, secondo il quale questo passo aristotelico non rimanderebbe
alla Metasica, come comunemente si pensa e come ritenevano anche
i commentatori antichi (cf. Filopono, In Phys. 233,4 e 239,25), ma in-
tenderebbe stabilire ancora una volta un contrasto fra sica e mate-
matica. Il brano certamente complesso e a complicare la situazione
hanno indubbiamente contribuito i commentatori antichi, come do-
cumenta anche O. Hamelin (1931), pp. 76 ss.
APPENDICE 295
23) Phys. II 3, 194b33-195a8:
oio fi oq cqiofci qocv "ivo tioivq", oi ciovfc otfm
oioc0o ooocomcvoi fo oifiov. oi ooo oq ivqoovfo oot c-
fot ivcfoi fot fc ot, oiov fq t ici o q iovooi o q q o 0oqoi
q fo qoqoo q fo oqovo ovfo oq fotfo fot fcot cvco
cofiv, oioqcqci oc oqmv m ovfo fo cv cqo fo o oqovo. fo
cv otv oifio ocoov foootfom ccfoi, otoivci oc oom
cocvmv fmv oifimv oi oo fot otfot oifio civoi, ot ofo
otcqo, oiov fot ovoqiovfo oi q ovoqiovfooiiq oi o
oo, ot o0 cfcqov fi o q ovoqio, o ot fov otfov fqoov,
oo fo c v m t q fo o m o0cv q ivqoi.
Perch passeggia? rispondiamo: per essere sano, e dicendo
cos riteniamo di aver fornito la causa. E quelle cose che sono inter-
medie fra qualcosa di diverso che ha prodotto il movimento e il ne
<di questo>, come nel caso della salute il dimagrimento, oppure la
purgazione, o i medicamenti o gli strumenti <chirurgici>: tutte que-
ste cose, infatti, sono in vista del ne, cio la salute, e differiscono
fra loro in quanto le une sono operazioni e le altre invece strumenti.
Questi sono pressoch tutti i modi in cui si dicono le cause,
ma, poich le cause sono dette in molti modi, accade che ci siano
molte cause della medesima cosa, e non in modo accidentale: ad
esempio della statua sono causa sia larte della scultura sia il bron-
zo, e non in virt di qualcosaltro rispetto alla statua, bens proprio
in quanto una statua, per queste non sono cause allo stesso mo-
do, poich luna causa della statua come materia e laltra come
ci da cui prende avvio il movimento.
24) Phys. II 3, 195a21-23:
fo oc ocqo oi o iofqo oi o otctoo oi om fo oiotv,
ovfo o0cv q oqq fq cfooq q ofo ocm [q ivq ocm].
Il seme, il medico, chi delibera e in generale ci che agisce so-
no tutte cose da cui deriva il principio del mutamento o della stasi
[o del movimento].
25) Phys. II 3, 195b28-31:
o oo c v ot v fo oi fio oi o v fqo ov oi fio, c ofm q i v oimqioc vo
iovm.
296 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
Quante dunque siano le cause e quale sia il modo in cui sono
cause stato da me determinato a sufcienza.
26) Phys. II 5, 196b17-22:
fm v oc ivocvmv fo c v c vco fot i vcfoi fo o ot fot fmv oc
fo cv ofo qooiqcoiv, fo o ot ofo qooiqcoiv, oqm o cv foi
cvco fot,
a
mofc oqov ofi oi cv foi oqo fo ovooiov oi fo m
c i fo ot c ofiv c vio cqi o c voc cfoi t o qciv fo c vco fot. c ofi
o cvco fot ooo fc oo oiovoio ov qo0ciq oi ooo oo qtocm.
Delle cose che divengono alcune divengono in vista di qualco-
sa, mentre altre no (di queste ultime
b
poi le une sono dovute a deli-
berazione e le altre non sono dovute a deliberazione, entrambe
per rientrano fra le cose che sono in vista di qualcosa), sicch
chiaro che anche nelle cose che sono al di l del necessario e del
perlopi ce ne sono alcune per le quali si ammette che ci sia ci
che in vista di qualcosa. E sono in vista di qualcosa le cose che
sono state prodotte sia dal pensiero razionale sia dalla natura.
c
a) Seguo qui il testo proposto da Carteron, che diverso da quel-
lo di Ross solo per i segni diacritici. Ross, infatti, non mette il punto e
virgola dopo ot di li. 196b18, perch pone fra parentesi a mio avviso
a torto lintera espressione fotfmv oc-cvco fot delle li. 196b18-19.
b) Le traduzioni correnti riferiscono il fotfmv oc al primo gruppo
di enti, indicato nella frase precedente con lespressione fo cv cvco
fot ivcfoi. Come ho gi spiegato nel 4.2., io ritengo invece che
fot fmv oc sia da riferire al secondo gruppo di enti, indicato nella frase
precedente con lespressione fo o ot, cio a quegli enti che non di-
vengono tout court nalisticamente o, meglio, che non divengono se-
condo una regolare teleologia, quella cio determinata dalla causa -
nale. Qui, a mio avviso, Aristotele sta impostando con unanticipazio-
ne il complesso discorso su ftq e otfoofov, affermando che degli
enti che non divengono secondo il regolare nalismo che si pu os-
servare in natura, gli uni, cio quelli di cui causa la fortuna, sono
dovuti a deliberazione, e gli altri, cio quelli di cui causa la sponta-
neit, non sono dovuti a deliberazione, ma entrambi cio sia gli enti
di cui causa la fortuna sia gli enti di cui causa la spontaneit
rientrano sempre fra gli enti che divengono nalisticamente. In que-
sto modo si spiega la consequenzialit (sicch dice Aristotele) del
ragionamento aristotelico secondo cui risulta chiaro che alcuni enti
che sfuggono alla regolarit del sempre e del perlopi sono comun-
APPENDICE 297
que in vista di qualcosa, cio rientrano nel nalistismo. Questa inter-
pretazione mi sembra confermata dalle espressioni linguistiche che
Aristotele usa e che discuter qui di seguito al brano 27.
c) Vd. anche a questo proposito il brano 27.
27) Phys. II 5, 196b29-33:
o0ocq otv cc0q, ofov cv foi cvco fot ivocvoi fotfo
cvqfoi, fofc ccfoi oo fotfoofot oi oo ftq (otfmv oc
qo oqo fqv oioqoqov fotfmv tofcqov oioqiofcov vtv oc
fot fo cofm qovcqov, ofi o qm c v foi cvco fot cofiv).
Come si detto, dunque, quando avviene questo nellambito
delle cose che divengono in vista di qualcosa, allora diciamo che
<questo derivato> dalla spontaneit e dalla fortuna. (Successiva-
mente occorrer precisare la differenza fra queste due <nozioni>,
mentre per il momento sia chiaro questo, e cio che entrambe sono
fra le cose in vista di qualcosa).
a
a) Nel 4.2. ho sottolineato che le due espressioni usate da Ari-
stotele rispettivamente alla li. 196b17, fo cv cvco fot, e alla li.
196b19, cv foi cvco fot, hanno valore differente, dal momento che
non la stessa cosa dire che un ente o un fenomeno in vista di
qualcosa e dire che rientra fra gli enti o i fenomeni che sono in vista
di qualcosa. La seconda espressione d limpressione di un livello,
diciamo cos, indebolito di nalismo, nel senso di enti o fenomeni
che, pur non avendo diritto a essere considerati a giusto titolo nali-
sticamente ordinati, tuttavia acquisiscono ugualmente un tale diritto.
Alla li. 196b21 Aristotele torna a parlare degli enti o fenomeni cvco
fot, suddividendoli in due gruppi, quelli prodotti (qo0ciq) dal pen-
siero razionale, oo oiovoio, e quelli prodotti dalla natura, oo qt-
ocm: egli si riferisce agli enti che divengono in modo nalisticamente
regolare e tuttavia questa suddivisione gli sar utile anche per gli enti
che sono causati da fortuna o spontaneit, dei quali i primi sono do-
vuti al pensiero razionale e i secondi no. Infatti, alla li. 196b23 si di-
scute degli enti che divengono accidentalmente, ofo otcqo
cvqfoi, e la cui causa indenita (cf. li. 196b28). Alla li. 196b29-30
Aristotele pu affermare quindi che, come si detto (o0ocq otv
cc0q), quando avviene questo, fotfo cvqfoi, cio quando si veri-
ca laccidentalit nel processo di divenire, nellambito delle cose che
divengono in vista di qualcosa, cv foi cvco fot ivocvoi, allora
si dice che un ente o un fenomeno derivato dalla spontaneit e dalla
298 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
fortuna (oo fotfoofot oi oo ftq) e che per il momento chia-
ro che sia spontaneit che fortuna rientrano fra le cose che sono in vi-
sta di qualcosa (oqm c v foi c vco fot c ofiv).
I richiami linguistici che si possono osservare nel testo sono questi:
1) oqm o c v foi cvco fot li. 196b19
2) oqm c v foi c vco fot li. 196b33
La prima volta in cui ricorre lespressione cos come anche la se-
conda volta sulla base della mia interpretazione , Aristotele si rife-
risce a enti e a fenomeni dovuti a fortuna e spontaneit (mentre nel-
linterpretazione tradizionale la prima volta Aristotele si riferirebbe a
enti o fenomeni nalisticamente ordinati e la seconda volta, ovvia-
mente, a enti o fenomeni dovuti a fortuna e spontaneit). La prima
volta Aristotele sta anticipando ci che dimostrer nei capp. 5-6, cio
il fatto che comunque ci di cui sono causa la fortuna o la spontaneit
rientra nel nalismo naturale, mentre la seconda volta, pur non aven-
do ancora dimostrato che il nalismo abbraccia anche gli enti e i fe-
nomeni di cui fortuna e spontaneit sono cause, tuttavia ha introdotto
un elemento decisivo della sua argomentazione, cio laccidentalit, il
ofo otcqo. La ripetizione dellespressione oqm cv foi cvco
fot mediata da questi altri richiami linguistici:
3) ooo fc oo oiovoio oi ooo o o qtocm li. 196b22
4) oo fotfoofot oi oo ftq li. 196b30-31
Alla li. 196b22 ci che nalisticamente ordinato (c vco fot) risul-
ta o o o oiovoi o o o o qt ocm. Alle li. 196b30-31 troviamo invece o o
fot foo fot oi o o ft q perch intervenuta frattanto laccidentalit:
5) ofo otcqo c vqfoi li. 196b23
6) fotfo cvqfoi li. 196b30
Questa accidentalit trasforma ci che normalmente cvco fot
in enti e fenomeni che sono c v foi cvco fot.
28) Phys. II 6, 198a5-9:
cci o cofi fo otfoofov oi q ftq oifio mv ov q vot cvoifo
oifio q qtoi, ofov ofo otcqo oifiov fi cvqfoi fotfmv
otfmv, otocv oc ofo otcqo cofi qofcqov fmv o0 otfo,
oqov ofi otoc fo ofo otcqo oifiov qofcqov fot o0 otfo.
Poich la spontaneit e la fortuna sono cause di ci di cui pu
essere causa lintelletto o la natura quando uno di questi ultimi sia
causa accidentalmente,
a
e tuttavia nulla di ci che accidentale
prima di ci che per se stesso, chiaro che neppure la causa acci-
dentale prima della causa per s.
APPENDICE 299
a) Qui si conferma quanto ho gi chiarito commentando il passo
27, e cio che, anche se alle li. 196b21-22, quando parla di enti o fe-
nomeni causati dal pensiero razionale, oo oiovoio, o dalla natura, o-
o qtocm, Aristotele si riferisce agli enti o fenomeni cvco fot, tutta-
via questa suddivisione vale anche per gli enti che sono causati da for-
tuna o spontaneit. Qui infatti, la distinzione che alle li. 196b21-22
era oo oiovoio/oo qtocm diviene q vot/q qtoi, senza sostan-
ziale differenza di signicato, e riguarda per la causalit di sponta-
neit e fortuna quando interviene laccidentalit, ofo otcqo. Si
tratta, come si pu notare, del medesimo discorso che ho esaminato
prima.
29) Phys. II 7, 198a16-27:
q oq ci fo fi cofiv ovocfoi fo oio fi coofov, cv foi oivq-
foi (oiov cv foi o0qooiv ci oqioov oq fot ct0co q otc-
fqot q oot fivo ovocfoi coofov), q ci fo ivqoov qmfov
(oiov oio fi cocqoov ofi cotqoov), q fivo cvco (ivo oqm-
oiv), q cv foi ivocvoi q tq. ofi cv otv fo oifio fotfo oi
foootfo, qovcqov cci o oi oifioi fcffoqc, cqi oomv fot qt-
oiot ciocvoi, oi ci ooo ovomv fo oio fi ooomoci qtoim,
fqv tqv, fo cioo, fo ivqoov, fo ot cvco. cqcfoi oc fo fqio ci
[fo] cv ooi fo cv oq fi cofi oi fo ot cvco cv cofi, fo o
o0cv q ivqoi qmfov fm cioci fotfo fotfoi ov0qmo oq
ov0qmov cvvo .
Infatti il perch ultimo si riconduce o allessenza, nelle cose im-
mobili (come ad esempio nel campo delle matematiche, perch il
perch ultimo si riconduce alla denizione del retto o del commen-
surabile o di unaltra cosa), oppure al motore primo (come ad
esempio perch fecero guerra? perch li avevano depredati);
oppure in vista di che cosa? (per dominare); oppure nelle cose
che divengono <il perch > la materia.
Che dunque le cause siano tante e tali risulta evidente. Ma poi-
ch le cause sono quattro, compito del sico averne conoscenza
di tutte e, richiamandosi a tutte <e quattro le cause>, cio la mate-
ria, la forma specica, ci che ha mosso, ci in vista di cui, egli for-
nir il perch secondo il criterio della scienza della natura. Tre <di
tali cause> poi convergono spesso in una sola. Infatti il che cos
e ci in vista di cui sono ununica cosa, e ci da cui come primo
300 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
deriva il movimento specicamente identico a questi, infatti un
uomo genera un uomo.
30) Phys. II 7, 198b3-5:
fco oq oi ot cvco mofc cci q qtoi cvco fot, oi
fotfqv ciocvoi oci [].
<La forma > infatti ne e ci in vista di cui, sicch, poich la
natura in vista di qualcosa, occorre conoscere anche questa [].
31) Phys. II 8, 199a8-20:
cfi cv oooi fco cofi fi, fotfot cvco qoffcfoi fo qofc-
qov oi fo cqcq. ototv m qoffcfoi, otfm cqtc, oi m c-
qtcv, otfm qoffcfoi coofov, ov q fi cooiq. qoffcfoi
o cvco fot oi cqtcv oqo cvco fot. oiov ci oiio fmv qtoci
ivocvmv qv, otfm ov civcfo m vtv to fq fcvq ci oc fo
qtoci q ovov qtoci oo oi fcvq ivoifo, mootfm ov ivoi-
fo q cqtcv. cvco oqo 0ofcqot 0ofcqov. om oc q fcvq fo cv
cifcci o q qtoi ootvofci ocqoooo0oi, fo oc icifoi. ci otv
fo ofo fcvqv c vco fot, oqov o fi oi fo ofo qt oiv o oi m o q
cci qo oqo cv foi ofo fcvqv oi cv foi ofo qtoiv fo
t ofcqo qo fo qofcqo.
E ancora, nelle cose in cui c un termine ultimo, ci che viene
prima e ci che viene dopo sono compiuti in vista di esso.
a
Orbe-
ne,
b
ciascuna cosa come viene compiuta cos diviene naturalmente
c
e come diviene naturalmente cos viene compiuta se nulla lo impe-
disce. Ma <ci che viene compiuto> viene compiuto in vista di
qualcosa, quindi diviene in vista di qualcosa anche ci che diviene
naturalmente. Ad esempio, se una casa fosse una delle cose che di-
vengono per natura, essa sarebbe divenuta cos come ora com-
piuta per opera della tecnica, mentre se le cose naturali divenissero
non soltanto ad opera della natura, ma anche ad opera della tecni-
ca, esse diverrebbero allo stesso modo in cui divengono per natura.
Quindi luna cosa in vista dellaltra.
d
Insomma la tecnica da un
lato realizza le cose che la natura incapace di produrre, ma dal-
laltro lato la imita. Se dunque gli oggetti secondo la tecnica sono
in vista di qualcosa, chiaro che lo sono anche gli enti secondo na-
tura, perch i susseguenti e gli antecedenti stanno fra loro allo stes-
APPENDICE 301
so modo nel caso degli oggetti secondo la tecnica e nel caso degli
enti secondo natura.
a) Queste li. 199a8-20, con cui Aristotele svolge il suo secondo
argomento contro il meccanicismo naturale e a favore di una visione
teleologica, sono particolarmente complesse e pongono tutta una se-
rie di problemi. Il primo di questi, gi affrontato dai commentatori
antichi, riguarda la determinazione del signicato di fco. Simplicio,
In Phys. 377,13 ss., ad esempio, riportando anche lopinione di Ales-
sandro di Afrodisia, riferisce una lezione di 199a8 diversa da quella
che troviamo nel testo di Ross, e cio cfi cv oi fco cofi fo cvco
fot, che egli peraltro confessa di non riscontrare nei manoscritti di
cui dispone, e accusa Aristotele di fare un ragionamento tautologico.
Lerrore di Simplicio consiste nel prendere in considerazione un solo
signicato di ne, perch fco e fo ot cvco signicherebbero la
stessa cosa, e cio termine ultimo. Io ho gi dimostrato, per, che al
termine fco Aristotele d un doppio signicato, quello di termine
ultimo, corrispondente a coofov, e quello di ne, che Aristotele in-
dica con lespressione fo ot cvco. A mio avviso qui fco ha il signi-
cato di termine ultimo (cos lo intendono O. Hamelin e P. Pellegrin,
cf. anche Temistio, In Phys. 193,1 e Simplicio, In Phys. 375,15), poi-
ch il ragionamento di Aristotele, il quale mette in campo un antece-
dente e un susseguente di un movimento continuo, pone laccento
sulla processualit del divenire, sia tecnico che naturale, che deve ave-
re un termine, un punto di arresto, che consiste nella forma a cui ten-
de lente in movimento e raggiunta la quale cessa il divenire dellente
stesso. Tradurre fco con termine ultimo, tuttavia, non vuol dire
negare il senso teleologico di ne al ne di evitare la critica di Sim-
plicio secondo cui, se si intende teleologicamente il termine, Aristote-
le andrebbe accusato di tautologia, perch entrambi i signicati di fc-
o che ho indicato rientrano nella visione teleologica di Aristotele
che, peraltro, ancora in discussione proprio in queste li. 199a8-20,
in cui Aristotele mette in parallelo, ancora una volta, natura e tecnica.
b) Come ho gi sottolineato nel 5.1. e come peraltro ha preci-
sato gi P. Pellegrin (p. 151 nota 3) contro O. Hamelin (pp. 152-
153) , ototv non indica la conseguenza della frase precedente, ma
indica che, una volta delimitato il campo di pertinenza di questa se-
conda argomentazione tramite la frase precedente, largomentazione
vera e propria pu essere messa in atto.
c) Troviamo il termine cqtc alla li. 199a10 (cqtcv li. 199a10
e 11) che io ho inteso nel senso di divenire per natura. Hcqtc, in-
fatti, non indica qui che la nalit appartiene alla natura essenzial-
302 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
mente e non accidentalmente o casualmente, ma che il divenire natu-
rale sta in rapporto con qoffcfoi, cio con il divenire tecnico. Que-
sta interpretazione confermata dal fatto che, nelle linee seguenti,
Aristotele utilizza esplicitamente il verbo ivooi sia unitamente a
qtoi (199a12 e 13-15) sia unitamente a fcvq (199a13-14). O. Ha-
melin traduce quindi correttamente la nature produit [] (allo
stesso modo Carteron), e P. Pellegrin traduce [] arrive naturelle-
ment, mentre mantengono la traduzione letterale nel signicato di
per natura, Couloubaritsis, Stevens, Charlton, Franco Repellini e
Zanatta.
d) Lespressione cvco oqo 0ofcqot 0ofcqov, letteralmente quin-
di luna cosa in vista dellaltra, intesa dai commentatori antichi e
moderni in modi differenti. Simplicio, In Phys. 377,5-7, la spiega nel
senso che ci che sta prima del ne in vista di questo, e quindi affer-
ma che cvco oqo 0ofcqot 0ofcqov signica cvco fot fcot fo qo
otfot. La stessa interpretazione si trova in Filopono, In Phys. 316,17-
18, il quale scrive: cvco oqo 0ofcqot 0ofcqov. fotfcofiv cvco fot
fcot fo qo fot fcot. Sulla base dei commentatori antichi O. Ha-
melin ritiene che lespressione rimandi precisamente a quanto Aristo-
tele ha detto alle li. 199a8-9, e cio che, quando c un movimento
continuo, ci che viene prima e ci che viene dopo (fo qofcqov oi
fo cqcq) sono in vista del termine ultimo, per cui traduce: Par
consquent, lun [des moments de la chose, cest--dire les antc-
dents, serait produit] en vue de lautre, [cest--dire du terme nal]
(cf. anche il suo commento alle pp. 152-153 in cui Hamelin richiama
esplicitamente Simplicio a supporto della sua interpretazione). P. Pel-
legrin ritiene anchegli che lespressione cvco oqo 0ofcqot 0ofcqov si
riferisca precisamente a fo qofcqov oi fo cqcq della li. 199a9, per
cui traduce Donc lantrieur est en vue du postrieur. Altri tradutto-
ri della Fisica si limitano a tradurre alla lettera lespressione aristotelica,
senza dare alcuna indicazione sul suo signicato. Ora, in verit, alla li.
199a8-9 Aristotele afferma precisamente che ci che viene prima e
ci che viene dopo [cio le varie unit di movimento che si susseguo-
no nel processo di divenire] sono in vista del termine ultimo e non di-
ce affatto che ci che viene prima in vista di ci che viene dopo. In
ogni processo di divenire, cio, lantecedente non tende al suo susse-
guente, ma luno e laltro, antecedente e susseguente, tendono al com-
pimento perfetto del processo che il loro ne comune. Anche quan-
do, alle li. 199a18-20, Aristotele afferma che sia nel caso di oggetti arti-
ciali sia nel caso di enti naturali il rapporto reciproco di susseguenti e
antecedenti lo stesso, tale rapporto si stabilisce sulla base del fatto
che gli uni e gli altri tendono al termine ultimo, mentre Aristotele non
APPENDICE 303
dice mai che gli antecedenti tendono ai susseguenti. Invece, dopo ave-
re affermato che ci che viene prima e ci che viene dopo, fo qo fcqov
oi fo cqcq, tendono al fco, proprio su questultimo concetto
che si appunta lattenzione di Aristotele che mette in campo, ancora
una volta, il rapporto fcvq/qtoi. Infatti, attraverso il rapporto fra il
divenire tecnico e il divenire naturale (qoffcfoi/cqtc), si scopre,
partendo dal divenire tecnico che di tipo nalistico, che anche il di-
venire naturale dello stesso tipo. Ma, e questo ancora pi impor-
tante ai ni della validit della mia ipotesi interpretativa, la relazione
fra divenire tecnico e divenire naturale presentata qui da Aristotele
in un modo che potrebbe indurre a pensare a una possibile recipro-
cit o, meglio, convertibilit fra natura e tecnica, per cui la natura sa-
rebbe una sorta di tecnica. Infatti Aristotele alle li. 199a9-10 scrive m
qoffcfoi, otfm cqtc, oi m cqtcv, otfm qoffcfoi coofov. E
ancora, lo Stagirita fa lesempio della costruzione della casa afferman-
do che se essa fosse annoverata fra gli enti naturali sarebbe compiuta
cos come lo ad opera della tecnica e, corrispondentemente, gli enti
naturali, se divenissero ad opera della tecnica e non solo ad opera del-
la natura, diverrebbero allo stesso modo, appunto, in cui divengono
per natura. Ma lesempio dimostra che la convertibilit non reale,
perch Aristotele dice se gli enti naturali divenissero ad opera della
tecnica, cosa che non realt. Non c reciprocit, ma solo il dato che
sia il divenire tecnico che il divenire naturale avvengono in vista di un
ne. a questo punto, cio dopo aver messo in correlazione divenire
tecnico e divenire naturale, che Aristotele dice quindi luna cosa in
vista dellaltra, intendendo quindi, a mio avviso, letteralmente che il
divenire tecnico in vista del divenire naturale, nel senso che occorre
non lasciarsi ingannare dallapparente convertibilit di rapporto fra
divenire tecnico e divenire naturale convertibilit che anzi Aristote-
le ha presentato a favore del divenire tecnico, poich sembrerebbe
che il nalismo naturale abbia euristicamente nel divenire tecnico il
suo punto di partenza. Invece, come Aristotele ha chiarito pi volte,
lanalogia fcvq/qtoi possibile nella misura in cui sussiste un reale
rapporto di somiglianza in ordine al modo in cui si realizzano i rispet-
tivi processi, poich sia il divenire tecnico che quello naturale necessi-
tano di una processionalit ordinata, fatta cio di unit cinetiche e
temporali tendenti a un termine ultimo. Ma, se per conoscere il nali-
smo naturale noi partiamo da ci che ci meglio noto, e cio dal na-
lismo della tecnica, tuttavia questultimo sussiste in virt di quello e il
divenire nalisticamente della tecnica rimanda al divenire nalistica-
mente della natura. Il divenire tecnico, quindi, un divenire di tipo
teleologico in virt del fatto che il divenire naturale teleologico.
304 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
Questa lettura mi sembra corroborata da ci che Aristotele dice subi-
to dopo, quando cio egli sente il bisogno di chiarire che la tecnica
prende a modello la natura. Poich lordine teleologico, quindi, ap-
partiene cos alla natura come alla tecnica di cui quella costituisce il
modello, i susseguenti hanno con gli antecedenti [si badi che Aristo-
tele non dice gli antecedenti stanno ai susseguenti, come avrebbe
dovuto dire nel caso in cui avesse inteso che gli antecedenti hanno nei
susseguenti il loro ne] un uguale rapporto nel divenire, rispettiva-
mente, degli oggetti articiali e degli enti tecnici.
32) Phys. II 8, 199a30-32:
oi cci q qtoi oiffq, q cv m tq q o m oqqq, fco o
otfq, fot fcot oc cvco foo, otfq ov ciq q oifio, q ot cvco.
E poich la natura duplice, da un lato materia e dallaltro lato
forma, ma questultima il ne, mentre le altre cose sono in vista del
ne, <allora> la <natura come forma> sar la causa in vista di cui.
33) Phys. II 8, 199b14-18:
o m o o voiqci o ot fm c mv fo qt oci fc oi qt oiv qt oci o q,
ooo oo fivo cv otfoi oqq otvcm ivotcvo oqivcifoi ci
fi fco oq coofq oc ot fo otfo coofoi otoc fo ftov, oci
cvfoi ci fo ot fo , o v q fi cooioq .
In generale, chi parla in questo modo elimina sia gli enti natu-
rali sia la natura, perch sono per natura tutte quelle cose che, es-
sendo mosse in maniera continua da un certo principio che in es-
se, pervengono a un certo ne: da ciascun principio non nasce
per la stessa cosa in ciascun caso particolare, n nasce una cosa
qualsiasi, ma sempre ciascuna cosa tende verso il medesimo ne, se
nulla lo impedisce.
34) Phys. II 8, 199b32-33:
ofi c v ot v oi fio q qtoi, oi otfm m c vco fot, qovcqo v.
chiaro dunque che la natura una causa e lo nel modo di
ci che in vista di qualcosa.
35) Phys. II 9, 200a5-10:
o om ot ovct cv fotfmv covcv, ot cvfoi oio fotfo
qv m oi tqv, o cvco fot qtfciv offo oi omciv. ooim
APPENDICE 305
oc oi cv foi ooi ooiv, cv oooi fo cvco fot cofiv, ot ovct
cv fmv ovooiov covfmv fqv qtoiv, ot cvfoi c oio fotfo o
q m tqv, o c vco fot [].
Nondimeno, sebbene <il muro> non sia venuto su in assenza
di questi materiali, tuttavia non venuto su a causa di essi, eccetto
che come sua <causa> materiale, ma per preservare e salvaguarda-
re certe cose. Similmente poi anche in tutte le altre cose in cui c
ci che in vista di qualcosa, <esse divengono> non senza le co-
se che hanno la natura necessaria, ma di certo non a causa di que-
ste, eccetto che come loro materia, bens in vista di qualcosa [].
36) Phys. II 9, 200a14-15:
c v o q fq tq fo ovooi ov, fo o ot cvco c v fm om.
Infatti il necessario nella materia, mentre ci in vista di cui
nella denizione.
37) Phys. II 9, 200a24-26:
mof ci cofoi oiio, ovoq fotfo cvco0oi q toqciv, q civoi
[q] om fqv tqv fqv cvco fot, oiov iv0ot oi i0ot, ci oiio.
Sicch se ci sar una casa necessario che vengano realizzate o
che sussistano queste sue condizioni, o che in generale ci sia la ma-
teria in vista di qualcosa, ad esempio mattoni e pietre, trattandosi
della casa.
38) Phys. III 1, 200b12-15:
Eci o q qtoi cv cofiv oqq ivqocm oi cfooq, q oc
c0ooo qiv cqi qtocm cofi, oci q ov0ovciv fi cofi ivqoi
ovooi ov o q o vootcvq ot fq ovoci o0oi oi fq v qt oiv.
Poich la natura principio di movimento e di mutamento e la
nostra ricerca riguarda la natura, occorre che non resti nascosto
che cosa sia movimento, perch ignorando questo si ignora neces-
sariamente anche la natura.
39) Phys. III 1, 201a10-11:
[] q fot otvoci ovfo cvfcccio, q foiotfov, ivqoi cofiv.
[] movimento lentelechia
a
di ci che in potenza in quan-
to tale.
306 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
a) Il termine cvfcccio tradotto in due modi diversi dai tra-
duttori moderni, cio come atto e come entelechia. In questultimo
modo lo traducono ad esempio H. Carteron (che tuttavia talvolta lo
traduce atto), L. Couloubaritsis, A. Stevens, P. Pellegrin. Hardie &
Gaye utilizzano un termine corrispondente, e cio fullment. Tra-
durre cvfcccio con atto crea confusione fra due termini utilizzati
da Aristotele, cvfcccio ed cvcqcio, che taluni traduttori rendono
ambedue con atto, mentre da moltissimi luoghi aristotelici si le-
gittimati a intendere i due termini in modo differenziato e precisa-
mente, secondo il mio modo di vedere, cvfcccio con attualizzazio-
ne, nel senso che un ente in divenire si trova coinvolto in un proces-
so di acquisizione di forma che non ancora compiuto, ed cvcqcio
con atto, nel senso di compiuta acquisizione di forma da parte di
un ente in divenire (W.D. Ross, ad esempio, ritiene che cvfcccio si-
gnichi attualizzazione ed cvcqcio attualit). Si tratta di due ter-
mini su cui molto si discusso e ancora oggi si discute, come ho gi
sottolineato nel 2.1. indicando la relativa letteratura critica, ma a me
sembra chiaro quanto Aristotele afferma in Phys. III 2, 201b31 ss., in
cui dice che lcvfcccio altro non che una cvcqcio ofcq, cio
un atto incompiuto. Tale incompiutezza data dalla presenza della-
spetto potenziale dellente, che scomparir solo quando la forma sar
compiutamente acquisita. Riettendo sulla base di queste indicazioni
aristoteliche non mi sembra corretto ci che afferma Simplicio: lanti-
co commentatore da una parte distingue i due termini, cvfcccio ed
cvcqcio, e anzi accusa gli altri commentatori (Alessandro di Afrodi-
sia, Porrio e Temistio) di confonderli ingiustamente, ma dallaltra
parte ritiene che sia cvcqcio il termine che indica lincompiutezza
del processo di divenire e che quindi debba essere chiamato in causa
per denire il movimento, per cui in In Phys., 414,15 ss. invita a cor-
reggere questo passaggio aristotelico scrivendo: fqv fot otvoci ovfo
cvcqciov, q foiotfov c ofi, c m ivqoiv ci voi.
40) Phys. III 2, 202a3-12:
ivcifoi oc oi fo ivotv mocq ciqqfoi ov, fo otvoci ov
ivqfov, oi ot q oivqoio qqcio cofiv (m oq q ivqoi toqci,
fotfot q oivqoio qqcio).
a
fo oq qo fotfo
b
cvcqciv, q
foiotfov, otfo fo ivciv cofi fotfo oc oici 0ici, mofc oo oi
ooci oio q ivqoi cvfcccio fot ivqfot, q ivqfov, otoivci
oc fotfo 0ici fot ivqfiot, mo0 oo oi ooci. cioo oc oci
oiocfoi fi fo ivotv, qfoi fooc q foiovoc q fooovoc, o cofoi oqq
APPENDICE 307
oi oifiov fq ivqocm, ofov ivq, oiov o cvfcccio ov0qmo
oici c fot otvo ci o vfo ov0qmot ov0qmov.
Ma si muove anche, come si detto, ogni motore, che <quin-
di> in potenza mobile e la cui assenza di movimento quiete
(perch lassenza di movimento quiete per ci a cui appartiene il
movimento). In effetti, lagire sul mobile in quanto mobile il
muovere in quanto tale; questo poi [scil. il motore] agisce per con-
tatto, sicch contemporaneamente anche patisce, perci il movi-
mento entelechia del mobile, in quanto mobile, ma questo avvie-
ne per contatto con ci che capace di muovere, sicch <questul-
timo> contemporaneamente anche patisce. Ma ci che muove re-
cher sempre una certa forma, cio o qualcosa di determinato, o
una qualit, o una quantit, che sar principio e causa del movi-
mento, qualora <il motore> muova, ad esempio luomo in entele-
chia genera un uomo dalluomo che in potenza.
a) Queste li. III 2, 202a3-5, presentano qualche difcolt, tant
vero che Ross e Carteron, nelle loro rispettive edizioni della Fisica,
adottano una punteggiatura differente. Le traduzioni correnti attri-
buiscono lespressione fo otvoci ov ivqfov al motore, per il fatto
che Aristotele, dicendo mocq ciqqfoi alla linea precedente, si riferi-
sce evidentemente a qualcosa che ha gi detto, che potrebbe essere
identicato verosimilmente con le li. III 1, 201a23-24, e cio con le-
spressione fo ivotv qtoim ivqfov. Inoltre, dire del motore che in
potenza mobile signica spiegare quanto Aristotele ha appena affer-
mato, e cio che il motore si muove esso stesso: ci che si muove , in
effetti, mobile in potenza. In questo passaggio che conclude il cap. III
2, c tuttavia un discorso diverso rispetto a quanto Aristotele ha det-
to precedentemente, perch egli sta preparando largomento che vie-
ne sviluppato nel cap. 3, e cio quello del rapporto tra il motore e il
mobile, per cui, da questo momento in poi, il motore e il mobile sa-
ranno nettamente distinti e il motore in potenza verr sempre indica-
to come ci che capace di muovere e non pi come il mobile. Il
motore in potenza sar quindi ivqfio v e non pi ivqfo v. Non a ca-
so, infatti, Aspasio propone di cambiare, anche in questo passaggio
che stiamo analizzando, il ivqfov della li. 202a4 in ivqfiov. Le-
spressione che Aristotele ha usato in Phys. III 1, 201a23-24 invece,
cio fo ivotv qtoim ivqfov, ha un senso in quello specico conte-
sto, perch Aristotele ha bisogno l di distinguere un motore mobile
da un motore che, pur essendo motore, tuttavia immobile, mentre
308 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
nel contesto che stiamo analizzando, cio III 2, 202a3-4, come ho det-
to Aristotele ha interesse a mettere in evidenza il rapporto che sussi-
ste tra il motore e il mobile.
b) Con lespressione qo fotfo, Aristotele esprime bene la con-
dizione del secondo assioma sul movimento, di cui si occupa da que-
sto momento in poi, e cio che il movimento nasce da una relazione.
Quindi, qo fotfo indica lagire del motore sul mobile, cio su ci
con cui il motore deve essere in relazione per avviare il movimento.
41) Phys. V 1, 224b7-8:
oov oq ci o q c ot ivci foi ovoocfoi q cfooq .
Si applica il nome mutamento pi a ci verso cui che a ci
da cui avviene il movimento.
42) Phys. V 1, 225b3-4:
oi o q q ofc qqoi cio0m cvovfiov.
Infatti si ponga che anche la privazione un contrario.
43) Phys. V 2, 226a10-11:
cfi tqv oci tcivoi oi fm ivocvm oi fm cfoo ovfi.
Inoltre, sia a ci che si genera sia a ci che muta deve sottostare
una materia.
44) Phys. V 5, 229a30-b2:
cci oc oioqcqci cfooq ivqocm (q c fivo oq tocic-
vot ci fi tocicvov cfooq ivqoi cofiv), q c cvovfiot ci
cvovfiov fq c cvovfiot ci cvovfiov ivqoi cvovfio, oiov q c
t ici o ci vo oov fq c vooot ci t iciov.
Poich il mutamento diverso dal movimento (perch movi-
mento il mutamento da un sostrato a un sostrato), allora il movi-
mento che va da contrario a contrario contrario a quello che va
da <questultimo> contrario al <primo> contrario, ad esempio
quello che va dalla salute alla malattia < contrario> a quello che
va dalla malattia alla salute.
45) Metaph. A 1, 981a28-30:
oi cv oq cciqoi fo ofi cv ioooi, oiofi o ot ioooiv oi oc
fo oiofi oi fq v oifi ov vmqiotoiv.
APPENDICE 309
Infatti gli empirici sanno il che, ma non sanno perch
<qualcosa >, mentre coloro che possiedono larte sanno il per-
ch e conoscono la causa.
46) Metaph. A 3, 983a26-b6:
fo o oifio ccfoi fcfqom, mv iov cv oifiov qocv civoi
fqv otoiov oi fo fi qv civoi (ovocfoi oq fo oio fi ci fov oov
coofov, oifiov oc oi oqq fo oio fi qmfov), cfcqov oc fqv tqv
oi fo tocicvov, fqifqv oc o0cv q oqq fq ivqocm, fcfoqfqv
oc fqv ovficicvqv oifiov fotfq, fo ot cvco oi foo0ov (fco
oq cvcocm oi ivqocm ooq fotf cofiv), fc0cmqqfoi cv otv
iovm cqi otfmv qiv cv foi cqi qtocm, om oc oqoomcv
oi fot qofcqov qmv ci ciociv fmv ovfmv c0ovfo oi qi-
oooqqoovfo cqi fq oq0cio. oqov oq ofi ocivoi cotoiv
oqo fivo oi oifio cc0otoiv otv cofoi fi qotqot fq
c0oom fq vtv q oq cfcqov fi cvo ctqqoocv oifio q foi vtv
coc voi oov iofctoocv.
Ora, le cause si dicono in quattro sensi. In un primo senso, di-
ciamo che causa la sostanza ovvero lessenza (infatti, il perch si
riduce, in ultima analisi, alla denizione: e il primo perch ap-
punto causa ovvero principio); in un secondo senso, diciamo che
causa la materia intesa come sostrato; in un terzo senso, poi, di-
ciamo che causa ci da cui ha principio il movimento; in un quar-
to senso, inne, diciamo che causa quella opposta a questultima,
ossia ci in vista di cui e il bene: (infatti, questultimo il ne di
ogni generazione e movimento). Queste cause sono state da noi
teorizzate adeguatamente nella Fisica, tuttavia dobbiamo prendere
in esame anche coloro che prima di noi hanno affrontato lo studio
degli enti ed hanno losofato intorno alla verit. chiaro, infatti,
che anchessi parlano di certi principi e di certe cause. Ebbene, il
rifarsi ad essi sar certo di vantaggio alla presente indagine, perch
o troveremo qualche altro genere di causa, oppure acquisteremo
maggiore ducia sulle cause di cui ora si detto.
47) Metaph. A 10, 993a11-16:
Ofi cv otv fo ciqqcvo cv foi qtoioi oifio qfciv
coiooi ovfc, oi fotfmv cfo otociov coicv ov ciciv,
310 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
oqov oi c fmv qofcqov ciqqcvmv o otoqm fotfo, oi
fqoov cv fivo oooi qofcqov ciqqvfoi fqoov oc fivo otoom.
ciocvq oq coicv q qmfq qioooqio cqi ovfmv, ofc vco
fc oi of oqo ot oo.
Dunque, da ci che sopra si detto, risulta evidente che tutti i
loso sembrano aver ricercato le cause da noi stabilite nella
Fisica, e che non potremmo parlare di alcunaltra causa allinfuori
di queste; ma essi hanno parlato di queste cause in maniera confu-
sa. E, in un certo senso, tutte da loro sono state menzionate, men-
tre in un altro senso non sono state affatto menzionate. La losoa
primitiva, infatti, sembra che balbetti su tutte le cose, essendo essa
giovane e ai suoi primi passi.
48) Metaph. B 2, 997b15-998a6:
mof ccicq q oofqooio io fotfmv cofiv, cofoi fi oi
otqovo oqo fov oio0qfov otqovov oi qio fc oi ocqvq oi
foo ooim fo ofo fov otqovov. [] ooim oc oi cqi mv q
ofiq qoofctcfoi oi q cv foi o0qooiv oqoviq oi oq
fotfo ootvofov civoi oqo fo oio0qfo oio fo otfo oifio [].
ooqqocic o ov fi oi cqi oio fmv ovfmv oci qfciv fotfo
fo ciofqo. ci oq fotfm oioioci fq cmooioio q cmcfqio
ovov, ofi q cv fotfmv cofiv mv oio0ovoc0o q o ot oio0qfmv,
oqov ofi oi oq iofqiqv cofoi fi ciofqq oi oq coofqv
fmv omv cfot otfq fc iofqiq oi fqooc fq iofqiq [].
oo oc otoc fotfo oq0c, m q cmooioio fmv oio0qfmv cofi cc-
0mv oi q0oqfmv cq0ciqcfo oq ov q0ciqocvmv. -oo qv otoc
fmv oio0qfmv ov ciq cc0mv otoc cqi fov otqovov q oofqooio
fovoc. otfc oq oi oio0qfoi qooi foiotfoi cioiv oio cci o
cmcfqq [], ot0 oi ivqoci oi cic fot otqovot ooioi
cqi mv q oofqooio oicifoi fot oot, otfc fo oqcio foi
oofqoi fq v ot fq v cci qtoiv.
Sicch, dal momento che lastronomia una di queste <scienze
matematiche>, ci sar per conseguenza anche un certo cielo oltre il
cielo sensibile, e anche un altro sole e unaltra luna, e lo stesso per
tutti gli altri corpi celesti. [] La stessa cosa vale anche per ci su
cui indaga lottica e per ci su cui indaga larmonica matematica.
Infatti anche impossibile che queste esistano oltre i sensibili, per
APPENDICE 311
le medesime ragioni. [] Qualcuno poi potrebbe anche porre il
problema su quali enti occorra che tali scienze indaghino. Se infatti
la geometria differisce dalla geodesia solo per il fatto che questul-
tima verte intorno a cose sensibili, mentre laltra verte intorno a co-
se non sensibili, chiaro che ci sar una certa scienza intermedia
fra la medicina in s e la medicina sensibile e che questo vale sia
per la medicina sia per ciascuna delle altre scienze []. Ad un
tempo, nemmeno questo vero: cio che la geodesia riguardi gran-
dezze sensibili e corruttibili, perch, corrompendosi queste, essa
stessa si corromperebbe. Daltra parte, nemmeno lastronomia po-
trebbe riguardare le grandezze sensibili, n questo cielo sensibile.
Infatti, n le linee sensibili sono quali le intende il geometra [],
n i movimenti e le rivoluzioni del cielo sono identici a quelli di cui
parla lastronomia, n i punti hanno la stessa natura degli astri.
49) Metaph. A 2, 1013b15-16:
oqm oc, oi q oqotoi o oi q ofc qqoi, oi fio m ivotvfo.
Ma entrambe, sia la presenza sia la privazione, sono cause in
quanto cause motrici.
50) Metaph. A 4, 1015a6-7:
qtoci cv otv fo c oqofcqmv fotfmv cofiv, oiov fo mo oi
fo oqio ot fm v.
Dunque per natura ci che composto dalluna e dallaltra
[scil. da materia e forma], ad esempio gli animali e le loro parti.
51) Metaph. A 8, 1017b24-25:
[] oi o ov fooc fi ov oi mqiofov q foitfov oc coofot q
oqqq oi fo cioo.
<Sostanza (otoio) > [] anche ci che, essendo qualcosa di
determinato, potrebbe essere anche separabile: siffatta la forma e
la specicit di ciascuna cosa.
52) Metaph. Z 17, 1041a27-32:
qovcqov foivtv ofi qfci fo oifiov fotfo o cofi fo fi qv
civoi, m ciciv oim, o c cvi mv c v c ofi fi vo c vco, oi ov iom
c oiio q ivq, c cvimv oc fi civqoc qmfov oifiov oq oi
312 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
fotfo. oo fo cv foiotfov oifiov ci fot ivco0oi qfcifoi oi
q0ciqco0oi, 0ofcqov oc oi c i fot civoi.
evidente, dunque, che si ricerca la causa (cio lessenza, per
parlare in chiave logica), la quale in alcuni casi causa nale, come
per esempio nel caso della casa oppure del letto, mentre in altri ca-
si ci che ha impresso il primo movimento, perch anche questo
una causa. Tuttavia, mentre la causa motrice si ricerca nel caso di
ci che si genera e si corrompe, laltra causa invece [scil. quella -
nale] si ricerca anche nel caso di ci che .
53) Metaph. A 4, 1070a33-b3:
ooqqocic oq ov fi ofcqov cfcqoi q oi otfoi oqoi oi
ofoicio fmv otoimv oi fmv qo fi, oi o0 coofqv oq fmv
ofqoqimv ooim. o ofoov ci fotfo ovfmv c fmv otfmv oq
cofoi fo qo fi oi oi otoioi. fi otv fotf cofoi oqo oq fqv
otoiov oi foo fo ofqoqotcvo otocv cofi oivov, qofcqov
oc fo ofoiciov q m v ofoiciov.
Si potrebbe, infatti, porre il problema se siano diversi o identici
i principi e gli elementi per le sostanze e per i relativi, e questo vale
ugualmente per ciascuna delle altre categorie. Ma identici per tutte
le categorie sarebbe assurdo, perch in questo caso dagli stessi
principi (o elementi) deriverebbero i relativi e la sostanza. Ma qua-
le sarebbe, dunque, questo elemento comune? Al di l della so-
stanza e delle altre categorie, infatti, non esiste niente che ad esse
sia comune, e daltra parte lelemento in quanto elemento precede
<ci di cui elemento>.
54) Metaph. A 4, 1070b9-13:
ot cofiv oqo ovfmv fotfo ofoicio. -q mocq cocv, cofi
cv m, cofi o m ot, oiov iom fmv oio0qfmv omofmv m cv cioo
fo 0cqov oi oov fqoov fo tqov q ofcqqoi, tq oc fo otvo-
ci fotfo qm fov o0 ot fo [].
Dunque gli elementi non sono identici per tutte le cose. Op-
pure, come dicevamo, in un senso lo sono e in un altro senso no,
ad esempio dei corpi sensibili <si potrebbe dire> forse che da un
lato c come forma il caldo e, per altro verso, il freddo, che pri-
vazione <del caldo>, dallaltro lato c una materia che anzitutto
APPENDICE 313
per se stessa in potenza queste due propriet <cio il caldo e il
freddo> [].
55) Metaph. A 7, 1072b1-3:
ofi o cofi fo ot cvco cv foi oivqfoi, q oioiqcoi oqoi
cofi oq fivi fo ot cvco oi fivo, mv fo cv cofi fo o ot cofi.
Che poi ci in vista di cui si trovi fra le cose immobili, lo mo-
stra la distinzione <dei suoi signicati>, c infatti ci in vista di
cui a vantaggio di qualcosa/qualcuno <e ci in vista di cui> di
qualcosa/qualcuno,
a
dei quali luno <cio il secondo> <fra le co-
se immobili> mentre laltro <cio il primo> non lo .
a) Cf. De an. II 4, 415b2-3, che il passo n. 65 in questa Ap-
pendice.
56) Metaph. M 2, 1076b39-1077a8:
cfi ocq oi cv foi ooqqooiv cq0ocv m cvoccfoi
tciv cqi o oq q oofqooio cofiv, ooim cofoi oqo fo oio0q-
fo oi cqi o q cmcfqio civoi o otqovov oi fo oqio otfot m
otvofov, q oo ofiotv cov ivqoiv ooim oc oi fo ofio oi
fo oqovio cofoi oq qmvq fc oi oi oqo fo oio0qfo oi fo
o0 coofo, mofc oqov ofi oi oi ooi oio0qoci oi fo oo
oio0qfo fi oq o ov fo oc q fo oc
E ancora, come possibile risolvere le difcolt che abbiamo
esposte nel libro delle aporie? Infatti, gli oggetti di cui si occupa
lastronomia esisteranno a parte da quelli sensibili cos come gli og-
getti di cui tratta la geometria. Ma come possibile che <oltre il
cielo sensibile e le sue parti> ci sia un altro cielo e parti di esso, o
altre cose che hanno movimento? Allo stesso modo per gli oggetti
dellottica e dellarmonica: ci saranno infatti una voce e una vista
oltre quelle sensibili e particolari, sicch chiaro che <la stessa co-
sa dovr valere> anche per le altre sensazioni e per gli altri sensibi-
li: infatti, perch mai dovrebbe valere per quelli e non per questi?
57) Metaph. M 3, 1078a3-5:
[] ot fmv oio0qfmv coovfoi oi o0qofioi ciofqoi, ot
cvfoi ot oc oqo fotfo o mv cmqiocvmv.
314 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
[] le scienze matematiche non saranno scienze di cose sensi-
bili, ma non saranno neppure scienze di altri oggetti separati dai
sensibili.
58) Metaph. M 3, 1078a14-17:
ot ocfc qo o q q o i q q qmvq 0cmqci , o q qooi oi o qi0oi
(oi ci o c vfoi fot fo o 0q c ci vmv), oi q qoviq oc m ootfm [].
Lo stesso discorso vale anche per larmonica e per lottica, per-
ch nessuna delle due considera il proprio oggetto in quanto vista
o in quanto suono, ma lo considerano in quanto linee e in quanto
numeri (questi, infatti, sono propriet peculiari di quelle). E la
stessa cosa vale anche per la meccanica [].
59) Cat. 5, 3b24-27:
toqci oc foi otoioi oi fo qocv otfoi cvovfiov civoi. fq
oq qmfq otoio fi ov ciq cvovfiov oiov fm fivi ov0qmm otocv
cofiv cvovfiov, otoc c fm ov0qmm q fm mm otocv cofiv cvovfiov.
Appartiene alle sostanze anche il fatto che di esse non c alcun
contrario. Infatti, quale potrebbe essere il contrario della sostanza
prima? Non c nessun contrario, ad esempio, di un uomo deter-
minato e neppure c alcun contrario delluomo o dellanimale.
60) Cat. 5, 4a10-11:
o iofo oc i oiov fq ot oi o ooci ci voi fo fotfo v oi c v o qi0m
ov fmv c vovfi mv civoi ocfiov.
Ma sembra essere massimamente propriet della sostanza esser
capace di accogliere i contrari pur essendo qualcosa di identico e
di numericamente uno.
61) APo. I 13, 78b39-79a2:
ocoov oc otvmvtoi cioiv cvioi fotfmv fmv ciofqmv, oiov
oofqooio q fc o0qofiq oi q votfiq, oi oqoviq q fc
o0qofiq oi q ofo fq v o oqv.
Alcune di queste scienze, poi, sono per cos dire sinonime. Ad
esempio <viene chiamata> astronomia sia <lastronomia> matema-
tica sia l<astronomia> nautica, e <viene chiamata> armonica sia
l<armonica> matematica sia l<armonica> basata sulludito.
APPENDICE 315
62) APo. I 13, 79a7-10:
fo oq o0qofo cqi cioq cofiv ot oq o0 tocicvot fi-
vo ci oq oi o0 tocicvot fivo fo cmcfqio cofiv, o
ot q c o0 t ocic vot.
Infatti, le scienze matematiche vertono intorno alle forme, per-
ch non si predicano di un qualche soggetto. Infatti, anche se le
proposizioni geometriche si predicano di un qualche soggetto, tut-
tavia non sono geometriche in quanto si predicano di un soggetto.
63) APo. II 1, 89b23-35:
fo qfotcvo cofiv ioo fov oqi0ov ooocq ciofoc0o.
qfotcv oc fcffoqo, fo ofi, fo oiofi, ci cofi, fi cofiv. ofov cv
oq ofcqov fooc q fooc qfmcv, ci oqi0ov 0cvfc, oiov ofcqov
cci ci o q io q ot , fo ofi qfot cv. oqciov oc fotfot ctqovfc
o q o fi c ci ci cot c0o oi co v c o qq ci om cv o fi c ci ci,
ot qfotcv ofcqov. ofov oc ciomcv fo ofi, fo oiofi qfotcv,
oiov cioofc ofi ccici oi ofi ivcifoi q q, fo oiofi ccici q
oiofi ivcifoi qfotcv. fotfo cv otv otfm, cvio o oov fqoov
qfotcv, oiov ci cofiv q q cofi cvfotqo q 0co fo o ci cofiv q
q om cm, o ot ci cto q q. vovfc oc ofi cofi, fi cofi
qfot cv, oi ov fi ot v c ofi 0co, q fi c ofiv o v0qmo
Le cose che cerchiamo sono uguali numericamente a quelle che
conosciamo. Quattro cose cerchiamo, che una cosa , perch , se
, che cosa . Quando infatti cerchiamo se una cosa sia questo o
questaltro, introducendo una pluralit numerica di termini, per
esempio se il sole subisca o no eclissi, cerchiamo il che. Ne se-
gno il fatto che, con la scoperta che subisce eclissi, cessiamo la ri-
cerca e che, se n dallinizio avessimo saputo che subisce eclissi,
non avremmo cercato. Ma quando sappiamo che una cosa , cer-
chiamo il perch: per esempio, essendo a conoscenza che il sole su-
bisce eclissi e che la terra si muove, cerchiamo perch <quello> su-
bisce eclissi e perch <questa> si muove. Queste cose noi le cer-
chiamo in questo modo; altre, invece, diversamente, per esempio
se c o non c un centauro o una divinit. Intendo dire se o non
semplicemente e non se o no bianco. E saputo che , cerchiamo
che cosa , per esempio: che cos dunque la divinit o che cos
luomo?
316 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
64) APo. II 11, 94b36-37:
q c v o q cvco fot oici qtoi, q o c ovoq.
Infatti la natura produce da un lato in vista di qualcosa e, dal-
laltro lato, per necessit.
65) De an. II 4, 415b2-3:
fo o ot c vco oiffov, fo c v ot , fo oc m .
Ci in vista di cui duplice, da un lato ci di cui e dal-
laltro lato ci a vantaggio di cui.
a
a) Le espressioni fo cv ot, fo oc m, che indicano il duplice signi-
cato di fo ot cvco, si chiariscono benissimo se raffrontate con
Metaph. A 7, 1072b1-3 (passo n. 55 in questa Appendice), in cui fo
ot cvco spiegato da Aristotele nel suo duplice signicato con le-
spressione cofi oq fivi fo ot cvco oi fivo, cio c infatti ci
in vista di cui a vantaggio di qualcosa/qualcuno <e ci in vista di
cui> di qualcosa/qualcuno. Come si vede, lintera espressione fo
ot cvco nella Metasica legata una volta con il dativo fivi, che
funge da dativo di vantaggio, e una volta con il genitivo fivo. Allo
stesso modo, quindi, ritengo che in questo luogo del De anima fo
cv ot si debba intendere fo ot cvco ot e fo oc m si debba intende-
re fo ot cvco m quindi lintera espressione fo ot cvco si leghe-
rebbe una volta al genitivo ot e una volta al dativo m, che funge da
dativo di vantaggio nel senso che c, da un lato, e precisamente nel
caso in cui lespressione si lega al genitivo, ci in vista di cui che
signica propriamente ci che ha in questo il suo ne e, dallaltro
lato, e precisamente nel caso in cui lespressione si lega al dativo, ci
in vista di cui che signica propriamente ci che ha a vantaggio di
questo il suo ne. Non ritengo quindi plausibile, come potrebbe
pensarsi, n che sia soltanto la preposizione cvco e non lintera
espressione fo ot cvco che regge ora il dativo ora il genitivo, n che
il dativo m nel De anima e fivi nella Metasica stia al posto dellin-
tera espressione fo ot cvco. cvco, infatti, una preposizione (peral-
tro detta impropria, perch non si compone con i verbi) che regge
sempre e per sua natura il genitivo, per cui il dativo non pu dipen-
dere da essa.
66) De part. anim. II 14, 658b3-4:
c ovoq cv oio fqv tqofqfo fot ccqoot oi oio fo
qoqo.
APPENDICE 317
Per necessit a causa dellumidit del cervello e delle suture
<del cranio>.
67) De interpr. 6, 17a31-34:
mofc oqov ofi ooq ofoqooci cofiv ooqooi ovficicvq
oi ooq ooqooci ofoqooi. oi cofm ovfiqooi fotfo, ofo -
qooi oi ooqooi oi o vficicvoi.
Di conseguenza evidente che ad ogni affermazione opposta
una negazione, e ad ogni negazione unaffermazione. E la contrad-
dizione sia intesa in questo senso, ossia laffermazione e la negazio-
ne come opposte.
318 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
8.
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INDICI
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Alessandro di Afrodisia, 124 e n,
176n, 178, 180n, 302, 307.
Anassagora, 19, 20, 25, 26 e n, 27,
34, 35, 36, 93, 95n, 161, 162,
190, 218.
Anassimandro, 22 e n.
Anassimene, 22, 161.
Annas J., 113n, 159 e n.
Antifonte, 28n, 77, 86n.
Anton J.P., 38n.
Apostle H.G., 96n.
Aristippo di Cirene, 132n.
Aspasio, 308.
Atomisti, 25, 27, 34, 161, 192.
Aubenque P., 43n, 59n.
Bacone F., 147 e n, 158.
Balme D.M., 263n, 265, 266n, 268.
Barnes J., 19n, 148n, 159 e n.
Bartels K., 59n.
Bastit M., 152n.
Berti E., 12, 36n, 49n, 83n, 127n,
129n, 153n, 154n, 159n, 160n,
176n, 210n, 240n, 259n, 267n,
268 e n, 280 e n.
Besnier B., 82n.
Bogen J., 38n.
Bolton R., 58n, 99n, 152, 156n, 254n.
Bonitz H., 126, 157.
Boussoulas N.I., 30n.
Bradie M., 265, 266 e n, 268, 270.
Brague R., 137n.
Brandwood L.A., 156.
Brisson L., 30n.
Brunschwig J., 21n, 90n.
Buchheim Th., 57n.
Burnet J., 22n.
Byrne Ch., 253n, 269 e n.
Cambiano G., 232n.
Cameron R., 263n, 264n, 265n,
267n, 268n.
Capecci A., 83n, 264n.
Cardullo R.L., 11, 59n, 143n.
Carteron H., 68n, 91n, 124, 168n,
187, 194n, 209n, 211, 225n, 226n,
231n, 290, 297, 303, 307, 308.
Cartesio, 147 e n, 158.
Casertano G., 20n, 31n.
Cattanei E., 94n.
Chantraine P., 154n.
Charles D., 268n, 269 e n, 270 e n.
Charlton W., 51n, 68, 153 e n,
182n, 236n, 303.
Chung-Hwan Chen, 83n.
Claghorn G.S., 59n.
Code A., 252n.
Cohen Sh., 47n.
Conche M., 22n.
Cooper J.M., 220n, 244n, 264 e n,
265 e n, 268n, 270n, 278.
Cornford F.M., 68n, 209n.
Couloubaritsis L., 23n, 35n, 42n,
57n, 58n, 60 e n, 61, 69 e n, 70,
82 e n, 90 e n, 129 e n, 138n,
139n, 152n, 166n, 188, 210,
227n, 290, 303, 307.
346 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
Crisippo, 147.
Crizia, 21n.
Cunot L., 150n.
Darwin Ch., 150n, 221n.
De Gandt F., 96n.
Decleva Caizzi F., 77n.
Delcomminette S., 157n.
Democrito, 27 e n, 28n, 93, 122 e n,
161, 166n, 192, 193, 212, 218n,
262.
Depew D., 221n.
Des Places ., 154n.
Diogene di Apollonia, 161.
Eleati, 23, 24, 25, 34, 35, 45, 46,
47, 48 e n, 49, 91, 93, 273, 274.
Empedocle, 25 e n, 26 e n, 27, 35,
85n, 93, 95n, 122 e n, 161, 162,
190 e n, 219, 221 e n, 229, 230 e n.
Engberg-Pedersen T., 35n.
Eraclito, 23, 161.
Euripide, 126n.
Ferrari F., 164n.
Ferrari G.A., 59n, 60n, 176n.
Filopono Giovanni, 42n, 58n, 62n,
67n, 68 e n, 69 e n, 71, 81n, 94n,
98n, 126n, 127n, 140n, 143n,
151, 168n, 180n, 205n, 207n,
279, 290, 291, 293, 295, 303.
Follon J., 148n, 159 e n, 182n, 227n,
234n, 237 e n, 238 e n, 239, 240
e n, 241.
Franco Repellini F., 13, 50n, 68n, 78n,
94n, 108n, 109 e n, 124n, 129n,
172 e n, 188, 210, 231n, 264n, 303.
Frappier G., 49n.
Frede M., 147n, 154n, 156 e n,
157n, 159 e n.
Frede D., 168n.
Freeland C.A., 159n.
Fritz von K., 35n.
Fronterotta F., 144n, 157n.
Furley D., 159 e n, 220n, 264 e n,
265 e n.
Galilei G., 158, 262n.
Gaye R.K., 68n, 124n, 188, 194n,
251n, 307.
Giardina G.R., 9, 10, 34n, 40n,
43n, 44n, 45n, 78n, 82n, 83n,
88n, 89n, 94n, 97n, 125n, 138n,
143n, 167n, 172n, 173n, 183n,
225n, 273n, 279n.
Gill M.L., 82n, 83n, 264n, 267n,
268, 279n.
Gilson ., 221n.
Globot ., 150n.
Gotthelf A., 244 e n, 264 e n, 266 e
n, 267 e n, 268, 270.
Graeser A., 96n.
Graham D.W., 83n.
Guroult M., 161n.
Guthrie W.K.C., 161n.
Hamelin O., 58n, 59n, 68n, 76n,
125n, 126n, 127n, 140n, 143n,
167n, 171n, 187, 194n, 223n,
295, 302, 303.
Hamlyn D.W., 35n.
Hankinson R.J., 159 e n.
Hardie R.P., 68n, 124n, 188, 194n,
251n, 307.
Hardy E., 19n, 22n.
Hartmann N., 261n.
Heath Th., 43n, 108n.
Heidel M.W.A., 22n.
Heinimann F., 19n.
Hocutt M., 148n, 159 e n.
Hume D., 144n, 147 e n, 148, 158.
Hussey E., 96n.
AUTORI CITATI 347
Immerwahr H.R., 156n.
Ioppolo A.M., 147n.
Irwin T.H., 57n, 150 e n, 154 e n,
264 e n, 265 e n.
Isnardi Parente M., 59n, 60n.
Johnson M.R., 150n, 190n, 218n,
237n, 254n.
Judson L., 192n, 220n.
Kahn Ch., 29n.
Kirk G.S., 19n.
Kirkwood G., 156n.
Kosman L.A., 83n.
Laas E., 67n, 68n, 290.
Laks A., 19n.
Laudisa F., 147n.
Le Blond J.M., 35n, 57n, 59n, 60n,
176n, 180 e n, 263n.
Lear J., 96n.
Ledbetter G.M., 156 e n, 157n.
Leisegang H., 19n, 23n.
Lennox J.G., 267n, 268, 269, 270.
Leucippo, 27n, 161.
Lewis F.A., 269 e n, 270e n.
Liske M.Th., 83n.
Lloyd G.E.R., 22n,43n, 108n.
Lo Piparo F., 252n.
Long A.A., 19n.
Louguet C., 19n.
Lucchetta G., 96n.
MacDonald S., 263n.
Mansion A., 23n, 57n, 58n, 60n,
61n, 62n, 67n, 76n, 90n, 92n,
93n, 96n, 97n, 98n, 146n, 187,
226n, 227n, 228n, 247n, 261 e
n, 262, 289, 290, 291.
Mansion S., 24n, 59n, 123n.
Matthen M.E., 264 e n, 266 e n.
Mayer H., 59n.
Melisso, 34.
Meyer S.S., 270 e n.
Milesii, 22, 35.
Miller F.D., 265, 266 e n, 268, 270.
Modrak D.K., 98n.
Mondolfo R., 23n.
Moraux P., 90n.
Moravcsik J.M.E.,141n, 159 e n.
Morel G., 57n.
Mourelatos A.P.D., 108n.
Mller I., 96n.
Mure G.R.G., 148n.
Nagel E., 142n.
Narcy M., 77n.
Natali C., 150n, 157n, 159 e n, 264n.
Neopitagorici, 43n, 94.
Neoplatonici, 43n.
Nicomaco di Gerasa, 94n.
Nussbaum M.C., 263 e n, 264 e n.
Oehler K., 159n.
Omero, 188n.
Owen G.E.L., 60n.
Owens J., 43n, 59n, 206n.
Parmenide, 22n, 23 e n, 24, 26, 27,
34, 45n, 48, 93.
Paty M., 148n.
Patzer H., 19n.
Pellegrin P., 7, 10, 13, 24 e n, 59n,
68n, 80n, 82n, 102 e n, 124n,
151n, 167n, 178n, 180 e n, 188,
194n, 200n, 209n, 211n, 220n,
225 e n, 226n, 233n, 238n, 241,
242 e n, 244, 246n, 247n, 254n,
261n, 280, 281 e n, 289, 292,
293, 295, 302, 303, 307.
Petit A., 59n, 122n.
Pietsch Ch., 57n.
348 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
Pitagorici, 118n, 162, 238.
Platone, 12, 19, 20, 21n, 23, 24,
25, 26, 27, 28 e n, 29 e n, 30
e n, 31 e n, 32, 33, 35, 43n, 48,
49 e n, 50, 51 e n, 52, 59n,
60n, 91, 93, 94 e n, 95 e n, 101,
106 e n, 107, 108 e n, 109,
113n, 114, 116, 118n, 144n,
151, 153, 154 e n, 156 e n,
157n, 158, 160, 162, 163, 164 e
n, 166n, 187n, 191, 232, 233,
234n, 240 e n, 261n, 274, 276,
293n.
Platonici, 23, 48 e n, 49, 50, 51, 52,
91, 93, 100, 101, 102, 103, 104,
113, 114, 115, 121n, 162.
Porrio, 307.
Prantl K., 209.
Quarantotto D., 95n, 264n, 268n.
Raven J.E., 19n.
Robin L., 179, 180n.
Romano F., 13, 27n, 29n.
Ross W.D., 68n, 91n, 124, 126n,
131 e n, 152, 169n, 209n, 211,
221n, 230, 231n, 289, 290, 295,
297, 302, 307, 308.
Schoeld M., 19n, 159n.
Sealy R., 156n.
Sedley D., 127n, 144n, 157n.
Senofonte, 107, 293.
Sesto Empirico, 147.
Simplicio, 42n, 58n, 62n, 69 e n, 70
e n, 71, 72, 73, 74, 81n, 124,
127n, 140n, 143n, 151, 168 e n,
169n, 170n, 176n, 177n, 178,
180n, 189n, 205n, 209n, 225 e
n, 230, 231n, 261n, 279, 290,
291, 293, 302, 303, 307.
Socrate, 19, 20, 21 e n, 23, 26, 28,
30, 106, 107, 108, 157n, 162,
163, 234, 240.
Solmsen F., 58n, 59n.
Sorabji R., 159 e n, 263, 264 e n.
Souchard B., 59n.
Spinoza, 147, 158.
Stevens A., 69 e n, 188, 289, 303,
307.
Stevenson J.G., 161n.
Stoici, 140n, 147.
Szab A., 43n.
Talete, 22 e n, 154, 161.
Temistio, 58n, 62n, 67n, 68 e n, 71,
127n, 168n, 182n, 225 e n, 290,
302, 307.
Teofrasto, 21.
Theiler W., 59n, 127n, 261n.
Timpanaro Cardini M., 59n.
Torstrik A., 209n.
Veatch H.B., 206n.
Vegetti M., 13, 44, 60n, 108n, 144n,
154 e n, 155, 159 e n, 167n,
232n, 240n.
Vitrac B., 97n.
Vlastos G., 108n, 156 e n, 157n.
Waterlow S., 62n, 74n.
Wicksteed P.H., 68n, 209n.
Wieland W., 31n, 32n, 35n, 36n,
40n, 57n, 59n, 60n, 61n, 63n,
91n, 122n, 126n, 131n, 142n,
147n, 153 e n, 159n, 178n, 191n,
218n, 240n, 260n, 262 e n, 263
e n, 272n
Zanatta M., 68n, 188, 303.
Zeller E., 23n, 261n.
Zenone di Cizio, 147.
Anassagora
59 B 17 DK: 26n.
Antifonte
87 B 15 DK: 77n.
Archita
47 B 1 DK: 118n.
Aristotele
APr.
I 30, 46a19-21: 293.
APo.
I 2, 71b33 ss.: 168n.
I 2, 71b33-72a5: 61n.
I 3, 72b28 ss.: 61n
I 4, 73b10-16: 66n.
I 9, 76a9-13: 112n.
I 10, 76b11: 293.
I 13 : 110, 112, 142.
I 13, 78b35 ss.: 119n.
I 13, 78b35-39: 111n.
I 13, 78b39-79a2: 111n, 315.
I 13, 79a7-10: 112n, 316.
I 13, 79a8-10: 113.
I 30, 87b19-27: 194n, 198n.
I 30, 87b20-21: 193n
I 33, 89a16: 180n.
II 1, 89b23-35: 141n, 316.
II 2, 89b34-90a9: 76n.
II 8, 93b8: 179n.
II 8, 93b8-14: 219n.
II 11: 180, 254n.
II 11, 94a36-b1: 148.
II 9, 94b9: 179n, 182n.
II 11, 94b27-34: 237.
II 11, 94b36-37: 238, 317.
II 11, 95a8 ss.: 197.
II 16, 98b16-19: 148.
Cael.
I 2, 268b16: 63n.
II 8, 289b25-27: 197.
II 10, 291a32: 293.
II 11, 291b21: 293.
II 14, 297a2-6: 118n.
II 14, 297a4: 293.
III 2, 301a11 ss.: 197.
III 2, 301b17: 63n.
Cat.
5, 2a11-3a6: 69n.
5, 3b24-27: 38, 315.
5, 4a10 ss.: 39.
5, 4a10-11: 315
6, 6a17-18: 38n.
7, 7b22-23: 181n.
9-10, 11b17-23: 39.
12, 14b11-13: 148.
An.
I 5, 410a1: 122n.
II 1, 412b16: 63n.
II 2, 413a11 ss.: 61n.
II 4, 415b2-3: 127, 314, 317.
II 4, 415b10-28: 175n.
II 4, 415b20-21: 149.
II 11, 423a28: 167n.
INDICE DEI LUOGHI CITATI
350 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
EE
II 8, 1224a28 ss.: 207n.
VII 14, 1247a31-33: 197.
EN
I 1, 1094a1-3: 139n.
I 5, 1097a18-19: 139n.
III 4, 1112a21-26: 192n.
VI 4: 61n.
V 6, 1131a31 ss.: 43n.
V 7, 1131b12: 43n.
VI 4, 1140a15: 63n.
GA
I 1, 715a4-6: 175n.
I 1, 715a5-6: 175, 278n.
I 1, 715a8-9: 175n.
I 1, 715b26-27: 167n.
II 1, 723b23-734b19: 178n.
II 1, 731b20 ss.: 254n.
II 1, 731b20-23: 219n.
II 1, 735a3: 63n.
II 4, 740b25-36: 266.
II 4, 740b37: 63n.
IV 3, 767b6 ss.: 229n.
IV 3, 767b10-770b17: 210n.
IV 4, 770b21 ss.: 230n.
V 1, 778a29-b1: 265.
GC
II 6, 333b4-7: 197.
II 6, 333b4-19: 193n.
II 6, 333b7-10: 197.
II 9, 335b6: 175n.
II 11, 337b14 ss.: 268n.
II 11, 338a17 ss.: 247n.
HA
I 1, 487a1 ss.: 122n.
V 1, 539b7-9: 167n.
Int.
6, 17a31-34: 39n, 318.
cap. 14: 38n.
MA
X, 700b28: 167n.
Meta.
A 1, 981a28-30: 128n, 319.
A 1, 981a30-b6: 128n.
A 2, 982b9-10: 139.
A 3-10: 95n, 137, 160, 162.
A 3, 983a26-32: 139.
A 3, 983a26-b6: 310.
A 3, 983a30-32: 176n.
A 3, 983a33: 139n.
A 3, 983a33-b6: 161.
A 3, 984a8 ss.: 25n.
A 4, 985a18: 219.
A 6, 987b3 ss.: 28.
A 6, 987b20-21: 49n.
A 8, 989b33: 293.
A 10, 993a11-16: 161, 310.
B 2: 116, 132, 279.
B 2, 996a17-b25: 132, 137.
B 2, 996a21 ss.: 95n.
B 2, 996a27-29: 132.
B 2, 996b6-7: 171n.
B 2, 996b22-24: 176n.
B 2, 996b24-25: 146n.
B 2, 997a34 ss.: 113.
B 2, 997a34-b3: 113n.
B 2, 997b15-18: 114n.
B 2, 997b15-998a6: 311.
B 2, 997b16: 293.
B 2, 997b20-30: 114n.
B 2, 997b32-998a6: 115n.
B 2, 997b35: 293.
B 3, 998a5: 293.
A 2: 137 en.
A 2, 1013a32-35: 148.
LUOGHI CITATI 351
A 2, 1013b15-16: 312.
A 2, 1013b16-17: 166.
A 3, 1014a25-31: 166n.
A 4, 1014b16 ss.: 22n, 84 e n.
A 4, 1014b16-18: 275n.
A 4, 1014b26 ss.: 22n.
A 4, 1014b26-1015a19: 82n, 292.
A 4, 1014b32 ss.: 78n.
A 4, 1015a6-7: 81, 312.
A 4, 1015a7-10: 23n, 78n.
A 4, 1015a10-11 : 23n.
A 4, 1015a16-17: 84.
A 5, 1015b6-9: 246n.
A 8, 1017b23 ss.: 80n.
A 8, 1017b24: 69n.
A 8, 1017b24-25: 312.
A 10, 1018a20 ss.: 39n.
E 1, 1025b20: 63n.
E 1, 1025b30-1026a16: 29, 98.
E 1, 1026a11-16: 100n.
E 1, 1026a25-27: 119n.
E 2, 1026b4-5: 198, 203n.
E 2, 1026b5: 203.
E 2, 1026b21: 203n.
E 2, 1026b27-33: 197.
E 2, 1026b31-33: 66n.
E 2, 1027a7-8: 198n.
E 2, 1027a16-17: 203n.
E 2, 1027a20 ss.: 198n, 203n.
Z 3, 1029b3-12: 61n.
Z 7: 122n, 211.
Z 7, 1032a28-32: 167n.
Z 17: 122n, 179.
Z 17, 1041a24-25: 219n.
Z 17, 1041a27-32: 178, 312.
H 2, 1043a16-17: 182n.
H 4: 254n.
H 4, 1044a34-b1 ss.: 137.
H 4, 1044b1: 175, 278n.
O 8, 1049b8-9: 63n.
O 8, 1050a21-23: 83n.
K 3, 1061a28 ss.: 113n.
K 6, 1062b24 ss.: 45n.
K 8, 1064b17-1065a6: 198n.
K 9, 1065b33: 83n.
A 3, 1070a4-20: 176n.
A 3, 1070a7-8: 63n.
A 4: 138n, 277n.
A 4, 1070a31 ss.: 176.
A 4, 1070a31-b6: 177.
A 4, 1070a33-b3: 313
A 4, 1070b9-13: 177, 313.
A 4, 1070b16 ss.: 137.
A 4, 1070b16-21: 138n, 177n.
A 4, 1070b22 ss.: 144n.
A 4, 1070b28: 146n.
A 5, 1071a13-17: 144n.
A 7, 1072b1-3: 127, 149, 314, 317.
A 7, 1072b1-4: 175n.
A 7, 1072b7-8: 247n.
M2-3: 116.
M 2, 1076b39-1077a8: 117n, 314.
M3, 1078a3-5: 117n, 314.
M3, 1078a14-17: 118n, 315.
M4, 1078b19 ss.: 122n.
Mete.
I 1, 338a20-339a9: 21.
II 9: 219n.
IV 12: 265.
PA
I 1, 639b3-641b10: 112.
I 1, 639b6 ss.: 137.
I 1, 639b7-10: 118n.
I 1, 639b26-30: 268n.
I 1, 641a ss.: 242n.
I 1, 641a-b: 93n.
I 1, 641b20-23: 197.
I 1, 641b23-28: 197
I 1, 642a: 246n.
I 1, 642a9-11: 248n.
352 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
I 1, 642a24 ss.: 122n.
I 1, 642a28 ss.: 28.
I 5, 645a23-25: 197.
II 1, 646a25-b2: 149n.
II 14, 658b2-7: 238.
II 14, 658b3-4: 317.
III 2: 241, 242.
III 2, 663b10-14: 238.
III 2, 663b22-664a11: 238n.
III 14: 241.
III 14: 241.
Phys.
I 1, 184a10-16: 57.
I 1, 184a12-14: 138n.
I 1, 184a15-17: 61n.
I 1, 184a16: 141, 168n.
I 1, 184b15 ss.: 34n.
I 2, 185a12-14: 35n, 285.
I 2, 187a13: 35.
I 4, 187a16-20: 48n.
I 4, 187b6-7: 36n, 286.
I 4, 187b7: 45n.
I 5, 188a19: 36.
I 5, 188a30 ss.: 36n.
I 5, 188b25-26: 36, 286.
I 6, 189a26-27: 37.
I 6, 189a27-33: 286.
I 6, 189a27-34: 45.
I 6, 189a28-33: 38n.
I 6, 189b1 ss.: 45n.
I 6, 189b2: 39n.
I 6, 189b2-3: 286.
I 6, 189b5-6: 39n, 287.
I 6, 189b19-21: 40n.
I 6, 189b21 ss.: 45n.
I 6, 189b32-33: 40n, 54n.
I 6, 189b32-34: 76n.
I 7, 190a13-17: 287.
I 7, 190a14-17: 41n, 79, 291.
I 7, 190b10-12: 74n.
I 7, 190b10-13: 287.
I 7, 190b11-13: 41n.
I 7, 190b17 ss.: 273.
I 7, 190b17-20: 42n.
I 7, 190b20-27: 42n.
I 7, 190b23 ss.: 273.
I 7, 190b29-191a3: 42n.
I 7, 191a6-7: 273.
I 7, 191a7: 48, 70n.
I 7, 191a7-14: 45n.
I 7, 191a7-8: 43.
I 7, 191a8: 48.
I 7, 191a8-12: 43n, 77.
I 8, 191a27-31: 45n.
I 8, 191a34 ss.: 46n.
I 8, 191a34-b4: 287.
I 8, 191b6-10: 47n.
I 8, 191b33-34: 47n, 288.
I 9, 192a3-5: 47n.
I 9, 192a3-6: 48n, 76n.
I 9, 192a9 ss.: 51n, 70.
I 9, 192a10: 50n.
I 9, 192a27-34: 54n.
II 1, 192b8: 91n.
II 1, 192b9 ss.: 70.
II 1, 192b12 ss.: 235.
II 1, 192b13-14: 64n, 231.
II 1, 192b13-16: 62, 288.
II 1, 192b14: 32n.
II 1, 192b16: 59n.
II 1, 192b18-19: 67, 235n.
II 1, 192b19: 64.
II 1, 192b19-20: 64n, 65.
II 1, 192b20: 63n.
II 1, 192b20-23: 231.
II 1, 192b21-23: 63n, 288.
II 1, 192b24: 76n.
II 1, 192b27-32: 67.
II 1, 192b27-193a1: 288.
II 1, 192b32: 67, 75.
II 1, 192b32-33: 67.
LUOGHI CITATI 353
II 1, 192b33: 76n, 290.
II 1, 192b33-34: 67, 289.
II 1, 192b34: 76.
II 1, 192b35 ss.: 74.
II 1, 192b35-193a2: 67.
II 1, 192b36-193a1: 74n.
II 1, 193a1-2: 74.
II 1, 193a2: 75n.
II 1, 193a9-10: 289.
II 1, 193a10-30: 274n.
II 1, 193a10-28: 78n.
II 1, 193a11-12: 77n, 274n, 290.
II 1, 193a13 ss.: 86n.
II 1, 193a13-18: 77.
II 1, 193a17: 78, 291.
II 1, 193a20: 291.
II 1, 193a25: 291.
II 1, 193a27 ss.: 41n.
II 1, 193a28-30: 84.
II 1, 193a28-31: 78n, 103n, 120n,
229n, 245, 291.
II 1, 193a30 ss.: 274n.
II 1, 193a31: 253n.
II 1, 193a31-33: 60n, 80n.
II 1, 193b3-5: 131n, 292.
II 1, 193b4-5: 82, 121n.
II 1, 193b5-6: 81n.
II 1, 193b6-8: 82, 292.
II 1, 193b7-8: 84, 274.
II 1, 193b8: 86, 123, 140n, 274.
II 1, 193b11-12: 87n.
II 1, 193b12: 84, 86, 274.
II 1, 193b12-13: 87n.
II 1, 193b12-18: 275.
II 1-2, 193b12-26: 292.
II 1, 193b18-21: 85.
II 1, 193b19-20: 41n, 51.
II 2, 193b22-26: 96n.
II 2, 193b24: 102.
II 2, 193b25-26: 105.
II 2, 193b25-30: 104, 106.
II 2, 193b26: 293.
II 2, 193b27-28: 102.
II 2, 193b31-33: 104.
II 2, 193b32-33: 102.
II 2, 193b33-194a1: 104.
II 2, 193b34-35: 98n, 294.
II 2, 193b35-36: 101n.
II 2, 193b35-194a1: 121n.
II 2, 193b36-194a1: 102n.
II 2, 194a1-7: 105.
II 2, 194a7-8: 104, 106.
II 2, 194a7-12: 105.
II 2, 194a8: 293.
II 2, 194a11-12: 120.
II 2, 194a15 ss.: 121n.
II 2, 194a15-18: 121n.
II 2, 194a20: 122n.
II 2, 194a20-21: 122n.
II 2, 194a21-22: 60n.
II 2, 194a21-23: 130.
II 2, 194a23: 122n.
II 2, 194a27 ss.: 131, 225, 252, 276,
277.
II 2, 194a27-28: 123 e n.
II 2, 194a27-b8: 123n.
II 2, 194a27-b9: 141.
II 2, 194a27-b10: 140n.
II 2, 194a28-29: 123.
II 2, 194a29-30: 124.
II 2, 194a31-33: 294.
II 2, 194a32-33: 126, 146.
II 2, 194a33: 124.
II 2, 194a33-b8: 129n.
II 2, 194a35-36: 294.
II 2, 194a36-b2: 128.
II 2, 194b6-7: 126n.
II 2, 194b7-8: 129.
II 2, 194b9-10: 130.
II 2, 194b9-22: 294.
II 2, 194b12-13: 101n, 119n.
II 2, 194b13: 58n.
354 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
II 3, 194b16-17: 140n.
II 3, 194b16-23: 137n.
II 3, 194b17 ss.: 141.
II 3, 194b17-23: 142n.
II 3, 194b32-35: 148.
II 3, 194b33-35: 144n, 234.
II 3, 194b33-195a8: 296.
II 3, 194b35-195a2: 145n.
II 3, 195a3 ss.: 150, 151, 166n, 168.
II 3, 195a4-8: 165.
II 3, 195a8-11: 166.
II 3, 195a15: 168n.
II 3, 195a16 ss.: 166.
II 3, 195a21-23: 167n, 296.
II 3, 195a22: 174n.
II 3, 195a23 ss.: 262.
II 3, 195a26 ss.: 167.
II 3, 195a29: 153.
II 3, 195b5-6: 169n.
II 3, 195b12 ss.: 166n, 168.
II 3, 195b12-16: 151n, 169.
II 3, 195b16-21: 170.
II 3, 195b21-30: 137n.
II 3, 195b28-31: 181, 296.
II 4, 195b30-35: 189.
II 4, 196a3-5: 189.
II 5, 196b10-11: 192n, 199.
II 5, 196b10-13: 194n.
II 5, 196b10-15: 194n.
II 5, 196b11-13: 199.
II 5, 196b17: 196, 199, 298.
II 5, 196b17-22: 195, 198, 200, 297.
II 5, 196b18: 195, 199, 297.
II 5, 196b18-19: 199, 297.
II 5, 196b19: 199, 298, 299.
II 5, 196b19-21: 196n.
II 5, 196b21: 298.
II 5, 196b21-22: 197, 300.
II 5, 196b22: 201, 299.
II 5, 196b23: 298, 299.
II 5, 196b23-29: 198 e n.
II 5, 196b24-27: 199.
II 5, 196b27-28: 199.
II 5, 196b28: 199, 298.
II 5, 196b29-30: 298.
II 5, 196b29-33: 298.
II 5, 196b30: 299.
II 5, 196b30-31: 299.
II 5, 196b33: 199, 299.
II 5, 196b33-36: 200n.
II 5, 196b34: 200n.
II 5, 196b35-36: 200n.
II 5, 197a5-6: 202n.
II 5, 197a6-8: 204.
II 5, 197a6-8: 201, 202.
II 5, 197a8: 202n.
II 5, 197a8-21: 199n, 202, 203.
II 5, 197a10: 202n.
II 5, 197a10-11: 202n.
II 5, 197a11-12: 202n.
II 5, 197a14: 203n, 204.
II 5, 197a18-21: 204.
II 5, 197a21-25: 205.
II 5, 197a25 ss.: 188n.
II 5, 197a25-32: 205.
II 6, 197a36-b1: 207.
II 6, 197a36-b13: 207.
II 6, 197b13-22: 208.
II 6, 197b22-29: 209n.
II 6, 197b23: 209n.
II 6, 197b29-30: 209n.
II 6, 197b32 ss.: 75n.
II 6, 197b32-37: 210n.
II 6, 197b32-198a1
II 6, 197b34: 210.
II 6, 197b36: 210.
II 6, 198a2-6: 167n, 212.
II 6, 198a5-6: 191n.
II 6, 198a5-9: 299.
II 7, 198a14-15: 152n.
II 7, 198a15-21: 152.
II 7, 198a16-27: 300.
LUOGHI CITATI 355
II 7, 198a19 ss.: 182.
II 7, 198a22-24: 181.
II 7, 198a24 ss.: 265.
II 7, 198a24-26: 175 e n, 244, 278n.
II 7, 198a24-27: 245, 280.
II 7, 198a25-26: 244.
II 7, 198a26-27: 178n.
II 7, 198a27-31: 182.
II 7, 198a35-b1: 183.
II 7, 198a35-b5: 178.
II 7, 198b1-5: 184.
II 7, 198b3: 183.
II 7, 198b3-5: 183, 301.
II 7, 198b4-5: 184.
II 7, 198b8-9: 226n.
II 7-8, 198b9-11: 226n.
II 8, 198b10-12: 218n.
II 8, 198b11-12: 226n.
II 8, 198b12: 246n.
II 8, 198b12-17: 219n.
II 8, 198b15: 226n.
II 8, 198b17 ss.: 219n.
II 8, 198b17-23: 220n.
II 8, 198b17-32: 222.
II 8, 198b18 ss.: 222, 223n, 236.
II 8, 198b19: 222.
II 8, 198b19-20: 236.
II 8, 198b21: 222.
II 8, 198b23: 222.
II 8, 198b23-29: 221n.
II 8, 198b27: 222.
II 8, 198b28: 222.
II 8, 198b28-29: 221n.
II 8, 198b29: 222.
II 8, 198b29-32: 221n, 229.
II 8, 198b30: 222.
II 8, 198b32-199a8: 224n.
II 8, 198b34: 223n.
II 8, 198b34-36: 66n.
II 8, 198b36-199a5: 236.
II 8, 199a3: 223n.
II 8, 199a7-8: 220n.
II 8, 199a8: 224n, 302.
II 8, 199a8-9: 226n, 278n, 303.
II 8, 199a8-11: 224n.
II 8, 199a8-15: 224.
II 8, 199a8-20: 301, 302.
II 8, 199a9: 303.
II 8, 199a9-10: 304.
II 8, 199a10: 302.
II 8, 199a11: 302.
II 8, 199a11-12: 224n.
II 8, 199a12: 303.
II 8, 199a12-15: 224n.
II 8, 199a13-14: 303.
II 8, 199a13-15: 225, 303.
II 8, 199a15: 60n.
II 8, 199a15-20: 226, 234.
II 8, 199a18-20: 226n, 303.
II 8, 199a20-32: 228.
II 8, 199a30-32: 229n, 305.
II 8, 199a33: 229.
II 8, 199b5: 229.
II 8, 199b14-18: 231n, 305.
II 8, 199b28: 172.
II 8, 199b28-32: 66.
II 8, 199b30-33: 66n.
II 8, 199b32-33: 236, 245, 305.
II 9, 199b34-35: 246 e n.
II 9, 199b35: 246n.
II 9, 200a5-10: 247n, 305.
II 9, 200a9-10: 253n.
II 9, 200a14-15: 248n, 306.
II 9, 200a15: 250.
II 9, 200a15-19: 251n.
II 9, 200a22: 252n.
II 9, 200a23: 252n.
II 9, 200a24: 253.
II 9, 200a24-26: 306.
II 9, 200a26-27: 253n.
II 9, 200a30-34: 242n.
II 9, 200a33-34: 255n.
356 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
III 1, 200b12: 63n.
III 1, 200b12-15: 92, 306.
III 1, 200b26 ss.: 82.
III 1, 201a9-11: 87.
III 1, 201a9-15: 62n.
III 1, 201a10-11: 83n, 306.
III 1, 201a15 ss.: 87.
III 1, 201a23-24: 308.
III 1, 201b5-7: 83.
III 1, 201b5-15: 83n.
III 2, 201b31 ss.: 83n, 307.
III 2, 202a3-4: 309.
III 2, 202a3-5: 308.
III 2, 202a3-9: 184 e n.
III 2, 202a3-12: 307.
III 2-3, 202a3-b29: 183.
III 2, 202a4: 308.
III 2, 202a7-9: 184n.
III 2, 202a9-12: 173, 184.
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358 G.R. GIARDINA - I FONDAMENTI DELLA CAUSALIT NATURALE
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Senofonte
Mem. IV 7,4-5
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276,24 ss.: 42n, 81n, 291.
293,10: 293.
302,18: 124.
309,2 ss.: 140n, 279.
310,1 ss.: 143n.
312: 176n.
314,23: 143n.
314,31 ss.: 143n.
316,22 ss.: 151
316,22-23: 151
316,23-26: 151
319,18: 168n.
321,3 ss.: 178.
322,31: 168.
323,28: 169n.
325-326: 170n.
326,15 ss.: 177n.
326,34 ss.: 180n.
333,23 ss.: 189n.
342,32 ss.: 205n.
349,5 ss.: 209n.
375,15 ss.: 225n, 302.
377,5-7: 303.
377,13 ss.: 302.
382,12 ss.: 230.
384,13 ss: 231n.
414,15 ss.: 307.
Temistio
In Phys.
35,4: 58n.
36,24-37,2: 68n.
60,15 ss.: 225n.
157,15: 62n.
172,3: 168n.
188,27 ss.: 182n.
193,1: 302.
Finito di stampare
nella tipograa A.&G. di Lucia Amara, tel. 095 7315352
in Catania nel mese di marzo 2006
per conto della
Cooperativa Universitaria Editrice Catanese di Magistero
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