Sei sulla pagina 1di 3

DA ADUA ALLINTERVENTO.

LA POLITICA ESTERA ITALIANA


Le sconfitte di Custoza (24 giugno 1866) e Lissa (20 luglio 1866) prima, i risultati del congresso di Berlino del 1878 poi, avrebbero rappresentato altrettante frustrazioni per le mire da grande potenza dellItalia. Se lalleanza con la Prussia nel 1866 aveva almeno momentaneamente spezzato lisolamento diplomatico in cui lItalia si era venuta a trovare, sottraendola alla ormai lunga e soffocante tutela francese, gli avvenimenti successivi (soprattutto dopo il 1870) ce lavrebbero fatta ripiombare. Tale senso di isolamento avrebbe raggiunto il proprio acme appunto con il congresso di Berlino [1878], quando, risolti i problemi di Venezia e di Roma, il governo italiano sarebbe stato indotto a una politica di raccoglimento e a concentrarsi sulla grave situazione economica interna. [Di qui lavvio, da parte dei governi liberali, di una politica estera italiana che si sarebbe mossa, sino al momento dellintervento nella I GM, tra non poche incertezze e contraddizioni.] Tutto questo avrebbe di converso significato un accantonamento del problema delle terre irredente, ancora agitato dai settori radicali e repubblicani della Sinistra storica, in maniera peraltro alquanto confusa e senza concrete prospettive, se non quelle, negative, di porre un freno a una politica di intesa con gli Imperi Centrali [Austria e Germania] attraverso la quale il governo italiano tentava di uscire dallisolamento. Una politica, per quanto impopolare potesse risultare, resa pressoch obbligata dal crescente clima di tensione con la Francia, culminato nella primavera del 1881 con loccupazione da parte di questultima della Tunisia. Si sarebbe trattato di un avvenimento per molti versi decisivo sulle scelte diplomatiche dellItalia, che al momento si sarebbe trovata nella impossibilit di reagire alla mossa francese. [] (p.7) Alla delusione per gli esiti del congresso di Berlino si univa ora quella, ancor pi cocente, per loccupazione francese della Tunisia, al punto che la Francia (cos come in passato, sino al 1870, per la soluzione della questione romana) sarebbe apparsa come il maggiore ostacolo a una politica di rafforzamento e consolidamento in campo internazionale dellItalia. Alla vera e propria corsa allAfrica scatenatasi negli anni Settanta-Ottanta del XIX secolo lItalia sarebbe arrivata con un certo ritardo rispetto ad altre potenze europee. Al marzo del 1882 risale infatti lacquisto, da parte della Societ di Navigazione Rubattino, della baia di Assab [Eritrea], primo passo per le future conquiste coloniali italiane, anche se sarebbe apparsa ben presto chiara la scarsa consistenza economica di quella operazione. A distanza di quasi tre anni, il 5 febbraio 1885, truppe italiane avrebbero occupato sul mar Rosso la (p.8) base di Massaua [situata a nord di Assab]; una conquista di breve durata, dal momento che il 26 gennaio 1887, a Dogali, le truppe [etiopiche] di Ras Alula avrebbero inflitto una dura sconfitta al contingente italiano comandato dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis. [Al di l della drammaticit dellavvenimento in s morirono 500 soldati italiani si sarebbe trattato di una prima, traumatica presa di coscienza da parte dellopinione pubblica italiana, del fatto che lavventura coloniale sarebbe stata tuttaltro che una passeggiata.] La politica coloniale italiana si sarebbe indirizzata, da allora e per un decennio circa, verso la zona costiera della Somalia e dellEtiopia, trovando il proprio pi deciso fautore in Francesco Crispi, che segnatamente ad essa avrebbe legato le proprie sorti. In effetti, la pesante sconfitta subita allAmba Alagi (novembre 1895), la resa di poco successiva del forte di Makall e soprattutto la disfatta di Adua, sul finire del febbraio 1896, avrebbero segnato la scomparsa dalla vita politica nazionale di Crispi, e insieme un ripiegamento delle mire coloniali italiane in Africa orientale [] Oltretutto, Adua non avrebbe rappresentato soltanto la fine delle illusioni coloniali italiane, ma anche lunico caso in cui forze europee avrebbero conosciuto un cos importante rovescio militare in terra africana. Non a caso gli storici africani esaltano ancora oggi quellavvenimento, rinvenendovi una sorta di simbolo epico della resistenza anticoloniale e della lotta per lindipendenza del continente. (p.9) Stipulata nel 1882 con Austria e Germania, la Triplice Alleanza avrebbe consentito allItalia di uscire dal pericoloso isolamento in cui era piombata, soprattutto dopo lo scacco subito con loccupazione francese della Tunisia. E chiaro come, allinterno della Triplice, il ruolo e il peso dellItalia fossero secondari rispetto a quelli degli altri due partner, sia per lo scarso potere di contrattazione che per le scarse credenziali di efficienza militare che essa poteva offrire, soprattutto ai tedeschi memori della guerra del 1866. Le conseguenze dellaccordo del 1882 non si sarebbero limitate alla politica estera, ma avrebbero investito anche quella interna, sul piano ideologico [modello autoritario] non meno che su quello economico. La rottura con la Francia avrebbe infatti segnato laccantonamento delle ideologie radicali, libertarie e democratiche tradizionalmente provenienti da quel paese e che tanto avevano influenzato il Risorgimento; [] (p.10) [lItalia diventava un mercato privilegiato per i tedeschi, soprattutto per i prodotti dellindustria siderurgica e della meccanica di precisione]

Ai rinnovi di quel patto (nel 1887, 1902, 1907 e 1912) si sarebbe affiancata una accentuata libert di manovra da parte della politica estera italiana, volta soprattutto a un miglioramento dei rapporti con la Francia. (p.11) [Questa linea politica indicava manifestamente una scarsa coerenza politico-diplomatica. Episodi significativi di tale politica si rivelarono laccordo con la Francia del 1902 per la neutralit italiana in caso di aggressione da parte di altre potenze e il sostegno italiano alla Francia durante la crisi marocchina del 1906, grazie al quale lItalia incass dai francesi il via libera per la conquista della Libia.] Un variegato schieramento in Italia favorevole alla conquista della Libia, con motivazioni che toccano ora la politica internazionale, ora il prestigio nazionale, gli interessi economici, la politica interna. In (p.12) prima fila, ovviamente, in tale schieramento, i nazionalisti, disposti a toccare tutte le corde (da quelle politiche a quelle economiche, letterarie e ideali) che spingevano verso limpresa, non mancando di accusare il governo di eccessiva remissivit nei confronti delle altre potenze e di non saper adeguatamente tutelare gli interessi italiani. Nella guerra contro la Turchia [in realt ancora Impero Ottomano] e nella conquista della Libia i nazionalisti vedevano la possibilit non solo di riscattare il prestigio nazionale ancora scosso dalle umiliazioni di Dogali e Adua, dando voce a una vocazione imperiale cui lItalia non poteva sottrarsi, essendo limperialismo connaturato alla vita stessa delle nazioni; ma anche di assicurare allItalia quella quarta sponda dipinta come una terra promessa, fertile e ricca di risorse minerarie, che attendeva lopera fecondatrice degli italiani. [] (p.13) [In effetti, quasi in risposta alle tesi nazionaliste, lItalia avrebbe profuso nellimpresa in Libia risorse ingentissime, per i tempi, sia a livello umano che di mezzi tecnici, con costi economici che superarono il miliardo di lire di allora. In particolare, laeronautica avrebbe avuto un ruolo di primo piano nelle operazioni, sia nelle fasi di perlustrazione che in quelle dei bombardamenti, in voli che furono i primi al mondo nellimpiego bellico.] In casa socialista la guerra di Libia avrebbe portato alle estreme conseguenze la crisi del riformismo, mettendone a nudo limpreparazione (p.14) sui temi della politica estera, al di l di un generico antimilitarismo pacifista e di un umanitario anticolonialismo. [] [La corrente rivoluzionaria avrebbe invece sostenuto unintransigente opposizione alla guerra di Libia.] Pi sistematica ancora di quella piazzaiola dei socialisti intransigenti e dei loro occasionali alleati, lopposizione maggiore allimpresa di Libia ancorch isolata in un paese dominato dal consenso pressocch generale e abilmente fomentato dai nazionalisti sarebbe stata quella de La Voce, e in particolare di Gaetano Salvemini. [] (p.16) [Nella guerra di Libia Salvemini avrebbe visto soprattutto un tentativo di Giolitti di eludere pi pressanti problemi interni, oltre a smontare la tesi delle ricchezze naturali e della buona predisposizione degli indigeni verso i conquistatori italiani.] [La sconfitta turca in Libia mostra un Impero Ottomano ormai fragile e scatena le mire espansionistiche di diversi Stati balcanici ai suoi danni. Infatti, dallottobre 1912 al luglio 1913 lo status quo sino ad allora faticosamente mantenuto in Europa sarebbe stato scosso dallesplodere delle guerre balcaniche. Le tensioni etniche, religiose, economiche, covate per secoli, avrebbero fatto di quellarea geografica una vera e propria polveriera, sulla quale erano oltretutto pronte a gettare fuoco varie potenze europee. Serbia, Grecia, Bulgaria, Montenegro, Romania, Turchia, Russia (tradizionalmente protettrice dei serbi) sarebbero stati gli attori principali di quelle brevi ma aspre guerre. Alla perdita di prestigio e di interessi per lAustria e la Germania, avrebbe fatto da contraltare lespansione della Serbia, che da tempo intendeva porsi come Stato-guida nei Balcani (il sogno della grande Serbia). Le guerre balcaniche avrebbero inoltre dimostrato da un lato come le diplomazie europee non fossero pi in grado come una volta di controllare una situazione divenuta esplosiva nel vecchio continente; dallaltro, per quanto riguarda lItalia, un chiaro tentativo di favorire in quellarea, prospiciente il mare adriatico, la formazione di Stati indipendenti, sui quali attuare poi una penetrazione, economica e politica, in concorrenza soprattutto con lAustria. E la dice lunga sulle contraddizioni e sulla sostanziale e cronica incoerenza della politica estera italiana il fatto che quei tentativi fossero posti in atto in coincidenza con il rinnovo siglato a Venezia della Triplice Alleanza, nel dicembre 1912.] [Dopo lintermezzo giolittiano, la tradizione nazional-patriottica risorgimentale avrebbe acquistato nuove energie con il liberalismo di Salandra. Lattentato di Sarajevo e lo scoppio del primo conflitto mondiale, in cui lItalia non entra subito appellandosi al carattere difensivo della Triplice, permettono di nascondere nelle cortine fumogene delle drammatiche vicende belliche la crisi della politica governativa e insieme i termini della lotta per il potere tra i giolittiani e i seguaci di Salandra. Talmente sfruttata, la guerra, ai fini della politica interna, che Salandra vide in una possibile vittoria dellIntesa, ossia di Francia e Gran Bretagna, rafforzata dal contributo italiano, non soltanto la sconfitta militare degli Imperi Centrali, ma anche la definitiva disfatta della politica di Giolitti e dei neutralisti che in lui si riconoscevano.]

Per quanto riguarda, comunque, le pi generali motivazioni di fondo che avrebbero portato lItalia in guerra, la decisione sarebbe stata per certi versi imposta alla maggioranza da una minoranza particolarmente attiva e rumorosa, e decisivo sarebbe stato il fattore irredentistico da essa agitato. (p.18) Di qui lavvio, sin dal 3 marzo 1915, di trattative segrete con gli anglo-francesi, con una serie di richieste (successivamente ridimensionate) in gran parte soprattutto quelle sulla Dalmazia avversate dai russi, tradizionali protettori dei serbi, nella prospettiva di un parecchio da riscuotere a guerra conclusa. Trattative che, sfociate il 26 aprile 1915 nella firma del Patto di Londra (da cui emerse come linteresse italiano fosse polarizzato soprattutto sulla questione adriatica), portarono allentrata in guerra dellItalia (inizialmente contro la sola Austria-Ungheria) il 24 maggio, nonostante alcune tardive iniziative diplomatiche da parte degli Imperi Centrali (affidate a von Blow), che non avrebbero tuttavia mancato di creare imbarazzi al governo di Salandra. (p.19) [] [Il Patto di Londra venne siglato con il consenso della Corona ma senza la consultazione del Parlamento. Esso prevedeva lentrata in guerra dellItalia entro un mese dalla firma, con la promessa, in caso di vittoria, dellannessione del Trentino e dellAlto Adige, ossia del Tirolo meridionale, di Trieste e dellIstria, della base navale di Valona in Albania, e della Dalmazia ma con esclusione della citt di Fiume.] Una cosa certa: anche per lItalia, soprattutto per lItalia, le vicende politiche, militari e sociali della guerra 1915-18, segnarono la conclusione, la fine di unepoca che affondava le sue radici nel Risorgimento, nei suoi valori, nella sua classe politica. E linizio di unaltra, che con essi avrebbe avuto legami sempre minori, e sarebbe definitivamente tramontata con la seconda guerra mondiale. (p.20)
R.DE FELICE, Da Adua allintervento. La politica estera italiana, in Storia dItalia del XX secolo, vol.2, Editalia, Roma 2007, pp.7-20. (OK)