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Rivista

dellistruzione
3 - 2014
4
Il punto
La proposta
di uscire
a 18 anni
da scuola
ha senso
se aiuta
a contrastare
il fenomeno
della dispersione
Le ipotesi di riordino dei cicli si susse-
guono ormai da decenni, ma vengono ri-
proposte oggi in una prospettiva diversa
rispetto a quella tradizionale. Il motivo
che ha spinto finora il sistema scolastico
ad affrontare la questione stato quello
del taglio. Un anno in meno di scuola
servirebbe ad allineare il nostro Paese ad
altri Paesi Ocse e a introdurre i giovani
nel mercato del lavoro a 18 anni anzich
pi tardi. Esiste per un altro modo di
guardare alla questione, che non rispon-
de necessariamente a cosa fare per ren-
dere pi breve la scuola, ma bens a co-
me agire per renderla pi interessante e
utile, e non perdere i ragazzi. Il riordino
dei cicli, cio, si deve affrontare a partire
dal problema della dispersione e delle ri-
forme da realizzare perch la formazione
sia efficace, non tanto da un punto di vi-
sta ingegneristico per cui si chiederebbe
un anno in meno.
Il fenomeno della dispersione
I dati sulla dispersione, come ormai no-
to, ci restituiscono unItalia molto indie-
tro rispetto agli altri Stati europei (quartul-
tima su 27) e in ritardo sulla tabella di
marcia degli obiettivi di Lisbona. Gli early
school leavers (ESL), la quota dei giova-
ni dai 18 ai 24 anni det in possesso del-
la sola licenza media e che sono fuori dal
sistema nazionale di istruzione e da quel-
lo regionale di istruzione e formazione
professionale, sono il 17,6%, cifra ben
lontana dal benchmark europeo del 10%.
Anche se il livello di equit in Italia su-
periore alla media Ocse dato che la
variabilit di rendimento attribuibile
solo per il 10% allo status socio-eco-
nomico degli studenti tuttavia le ine-
guaglianze sono gravi, e si concentra-
no nelle differenze regionali (tra Sud e
Nord si registra un divario molto ampio)
e tra le stesse scuole(
1
).
1) Fonte: MIUR - Uffcio di statistica, Focus
La dispersione scolastica, giugno 2013.
La crisi economica ha aggravato il fe-
nomeno della dispersione, considera-
to come insieme di abbandoni, ritardi,
bocciature, fortemente collegato allo
sviluppo sociale ed economico e alla
coesione sociale. Una scuola forte-
mente indebolita dai tagli economici e
dalla svalutazione del ruolo degli inse-
gnanti, vero motore del cambiamento
sociale, ha perso in questi anni la ca-
pacit attrattiva verso giovani ango-
sciati da un destino di disoccupazio-
ne, interessati da una cultura digitale
che sembra rendere superfluo il sape-
re scolastico e indotti a deconsidera-
re il ruolo della cultura. Non si pu
quindi pensare a un riordino che allo
stesso tempo non rilanci fortemente il
ruolo del sistema formativo e la sua
centralit.
Diplomarsi con successo?
In questo contesto, il vero problema
non tanto quello di ridurre, bens di
ampliare la capacit formativa del si-
stema scolastico, specie nella fascia
della scuola secondaria di I e II grado,
come stato efficacemente proposto
dal dibattito aperto nel 2013 su Rivi-
sta dellistruzione e ripreso in vari ca-
si da Tuttoscuola. Di questo si par-
lato anche nel seminario di studio alla
Camera dei Deputati il 24 gennaio 2014
Diplomarsi con successo a 18 anni.
Con il ministro Carrozza, esperti e do-
centi universitari, si sono analizzate le
condizioni in base alle quali la propo-
sta di ridurre di un anno il liceo potreb-
be essere opportuna, ponendo cio la
questione dellanticipo o del taglio so-
lo e soltanto nei termini di qualificare la
scuola, senza cedere a tentazioni sem-
plicistiche.
Il puro allineamento allEuropa, come
osserva anche Andrea Gavosto della
Fondazione Agnelli, non convince per-
ch le situazioni tra chi prosegue allu-
niversit e chi si avvia al lavoro sono di-
Uscire di scuola a 18
anni, solo se...
di Milena Santerini
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Il punto
La durata
degli studi
sembra
influire
sui risultati
degli studenti
assai meno
della qualit
delle didattiche
verse, sottolineando lesigenza di agi-
re sul punto critico costituito dalla se-
condaria di I grado, dove si giocano le
premesse degli abbandoni.
Far uscire prima i ragazzi da scuola,
a 18 anni, come avviene in 13 Paesi
europei, in Usa e in Giappone, pre-
senta un vantaggio basato sulla ricer-
ca evidence-based: da tempo le in-
dagini internazionali dimostrano che
la durata degli studi non incide su
quel che si impara, ma che i risultati
degli studenti con meno mesi di scuo-
la sono pari a quelli con una scolari-
t molto pi lunga, almeno nellinse-
gnamento secondario. Se si eccettua
il caso dei ragazzi di cittadinanza non
italiana, giunti nel nostro Paese da
poco, che hanno proprio bisogno di
tempi pi distesi per apprendere in
una lingua nuova, lostacolo pare non
sussistere.
Salvaguardare la cultura
umanistica
Ci vale anche per il dubbio che un ac-
corciamento vada a danno della cultu-
ra umanistica, bene fondamentale della
cultura, da difendere a tutti i livelli. Se
chiaro che contenuti e saperi classici,
storico-filosofici, letterari e cos via han-
no bisogno di tempo di assorbimento,
altrettanto vero che a nuocere piut-
tosto un certo spezzettamento e fram-
mentazione del tempo scolastico e,
spesso, la carenza di metodi che renda-
no comprensibili Virgilio, Dante e Kant
agli adolescenti del tablet.
Come gli insegnanti sanno, non si trat-
ta di abbassare il livello, bens di tro-
vare la porta che mostri agli studenti il
loro bisogno reale, esistenziale, di ap-
prendere linguaggi e apprendimenti
universali. Il fattore tempo conta, ma
non pi di altri, in particolare meno di
una didattica attiva, convincente e
personalizzata, che spinga gli studen-
ti ad apprendere, elaborare e appro-
fondire anche da soli, fuori dalla scuo-
la, per curiosit, interesse e, appunto,
per un bisogno esistenziale che lin-
contro in classe con la grande cultura
ha svelato.
No allanticipo, s allobbligo
del terzo anno della scuola
dellinfanzia
Il problema si porrebbe se lanticipo,
come avvenuto nelle proposte del
passato, si estendesse a tutto il ciclo
di studi, costringendo gli alunni a par-
tire dalla primaria e dal ciclo obbligato-
rio a frequentare la scuola un anno
prima (mentre tutte le esperienze inter-
nazionali mostrano come ci sia bisogno
di un ingresso soft nel sistema forma-
le) e soprattutto a scegliere prima gli
studi da fare dopo la fine della scuola
secondaria di I grado. Gli studenti so-
no invece spesso impreparati e non
sufficientemente informati sulle scelte
da compiere, nonostante il serio sfor-
zo compiuto dal Miur negli ultimi anni.
Si vedranno i risultati di questo investi-
mento anche con la verifica della leg-
ge 128/2013 (di conversione del d.l.
104/2013), ma resterebbe il rischio di
rendere troppo precoce questo parti-
colare momento, in cui si giocano
spesso le scelte della vita.
Diverso il discorso dellobbligo di fre-
quenza dellultimo anno della scuola
dellinfanzia. Sono innegabili le ricadu-
te positive dellaccesso a questa scuo-
la, fiore allocchiello del nostro sistema
e tra laltro il segmento che ha subito
meno tagli di risorse negli ultimi anni.
Per coerenza, se si vorr prendere in
considerazione lanticipo dellobbligo
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Il punto
Una diversa
durata
degli studi
potrebbe liberare
risorse per
la
personalizzazione,
il tutoring,
la didattica
laboratoriale
ai 5 anni, cos come stato proposto
in extremis dal governo Letta, andr
fatto in funzione di estendere questa
fondamentale opportunit educativa
su cui si giocano anche le chance suc-
cessive a tutta la fascia dei bambini
di 5 anni dei ceti sociali pi poveri e di
zone deprivate, ma a condizione che la
scuola dellinfanzia resti tale, senza an-
ticipare modalit didattiche e discipli-
naristiche che gradualmente caratteriz-
zano la scuola primaria.
Le buone ragioni di una
didattica personalizzata
Lipotesi di anticipare lobbligo a 5 an-
ni non impedirebbe di ripensare lulti-
mo ciclo della scuola secondaria su-
periore nella direzione che si detto,
superando ogni opposizione ideologi-
ca come quelle che, in passato, han-
no respinto soluzioni di questo tipo per
non abbassare il liceo al livello della
meno prestigiosa istruzione profes-
sionale.
Dimostrare lopportunit o addirittura
la necessit di questa scelta non signi-
fica avvalorarne ipso facto la praticabi-
lit. La diffidenza e le critiche delle for-
ze sindacali alle sperimentazioni del li-
ceo di 4 anni autorizzate dal ministro
Carrozza, e con esse alleventualit
della riduzione, mostrano la preoccu-
pazione che si tratti, appunto, di una
scelta di risparmio (si calcola circa un
miliardo e trecento milioni). Lesubero
teorico sarebbe di 40.000 cattedre. La
praticabilit reale, quindi, per non inde-
bolire ulteriormente la scuola, risiede
nella possibilit di reinvestire queste
forze, a parit di risorse nelle compre-
senze e nelle azioni di recupero, in un
quadro di reale autonomia delle scuo-
le, come ha osservato, tra gli altri, Pao-
lo Mazzoli, intervenuto al seminario di
studio Diplomarsi con successo a 18
anni, gi citato.
Una misura del genere, che riguarde-
rebbe circa 8.000 scuole, dovrebbe
spingere a reimpiegare integralmente
gli insegnanti in direzione, appunto,
della qualit, della prevenzione degli
abbandoni e della lotta alla dispersio-
ne. Mario G. Dutto ha sottolineato a
questo proposito limportanza della
personalizzazione, del tutoring degli
studenti, della didattica laboratoriale;
tutti coloro che in questi anni sono in-
tervenuti nel dibattito, da Giuseppe
Bertagna a Giorgio Chiosso, collegano
a ragione ogni riforma di questo tipo a
una revisione dellistruzione tecnica su-
periore e a un potenziamento dellalter-
nanza scuola-lavoro.
Lavorare sullultimo anno
Un altro elemento da considerare sa-
rebbe la cosiddetta onda anomala che
si creerebbe con lingresso anticipato
di pi coorti di studenti alluniversit nel
caso la scuola finisse un anno prima.
Si teme giustamente che le strutture dei
corsi universitari non reggano lurto
dellaumento, anche se sarebbero pos-
sibili soluzioni come la distribuzione di
queste iscrizioni supplementari su pi
anni.
Daltra parte, che lultimo anno del li-
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Il punto
Le scuole
che stanno
sperimentando
soluzioni
innovative
(es.: licei di 4 anni)
appaiono
ricche
di motivazioni
e di dinamismo
professionale
ceo, per giovani maturi politicamen-
te ma non scolasticamente, sia da ri-
pensare lo dimostrano anche lantici-
po dei test di ingresso alluniversit al
mese di aprile o la discussione sul ri-
conoscimento o meno del bonus del-
la maturit.
Lapproccio qualitativo al taglio condu-
ce con una certa unanimit, soprattut-
to tra i protagonisti del dibattito, a ipo-
tizzare un 4+1 in cui si valorizzi lultimo
anno per acquisire crediti universitari in
macroaree disciplinari che raggruppa-
no alcune facolt (Paolo Ferratini),
esperienze di tirocinio, stage, lavoro, e,
perch no, servizio civile o studio alle-
stero (Luisa Ribolzi). Inoltre, va ribadi-
to, conduce a un reinvestimento forte
di energie e risorse (risparmiate) ver-
so il recupero e lapprofondimento di
competenze dei giovani a rischio.
Una risposta, seppure iniziale e del tut-
to parziale, ai quesiti posti viene dalle
sperimentazioni autorizzate dal Miur, di
istituti sia statali che paritari. Le osser-
vazioni delle prime sei scuole in speri-
mentazione, raccolte dal dirigente sco-
lastico Pietro Bosello nei primi mesi del
2014 (ma molte altre sono in attesa),
contribuiscono a restituire un panora-
ma molto pi variegato di quello deli-
neato dai media, che si sono concen-
trati, appunto, solo sulla riduzione di un
anno o sulladeguamento agli standard
europei.
Quali idee dalle
sperimentazioni?
Le scuole che hanno attivato la speri-
mentazione, invece, si propongono pri-
oritariamente di rinnovare i curricoli e
ripensare lofferta formativa per aumen-
tare le competenze degli studenti. La
parola chiave personalizzazione degli
apprendimenti, obiettivo fondamenta-
le di ogni innovazione e progettazione
pedagogica. Il modello sperimentale,
infatti, promuove una forte motivazio-
ne sia negli studenti coinvolti sia nei
docenti, proprio a causa dello sforzo di
individualizzazione compiuto.
Unaltra caratteristica quella di voler
creare maggiore flessibilit a fronte del-
la rigidit del sistema e delle norme at-
tuali soprattutto per quanto riguarda
risorse e organici e la creazione di par-
tenariati con enti, aziende, istituti. Emer-
gono chiaramente, quindi, le condizioni
di attuazione della sperimentazione: ela-
sticit, adeguato numero di alunni per
classe, motivazione degli studenti, com-
petenza degli insegnanti.
Un accurato monitoraggio delle speri-
mentazioni potr aiutare decisori,
esperti e politici a proseguire nella ri-
flessione sul riordino dei cicli, connet-
tendolo al tema del nuovo contratto dei
docenti (differenziazione dei tempi di
impegno tra full time e part time), alla
qualit dellinsegnamento, alla lotta al-
la dispersione, al complessivo ruolo
della scuola per favorire loccupazione.
In ogni caso, se si riuscir ad attuare
questa leva di cambiamento costitui-
ta dallabbreviazione e dal riordino dei
cicli, una seria e rapida revisione del re-
gime di formazione degli insegnanti,
chiave del rinnovamento della scuola,
si rende indispensabile.
Milena Santerini
Ordinario di Pedagogia generale presso lUniversit
Cattolica di Milano, Deputato della Repubblica