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Giovanna Bemporad Eneide ed.

Rusconi 1983
1/4 Bemporad, Giovanna. Dall'Eneide / Giovanna Bemporad ; introduzione di Luca Canali. - [S.l.] : Ed. Forcom, stampa 2000 ************

Omero Da Odissea, libro XI Quando viene lestate o il ricco autunno, per lui bassi giacigli di ammucchiate foglie si fanno ovunque, sul declivio del florido vigneto; e qui egli giace dolente, accresce in cuore la sua pena sognando il tuo ritorno, e una vecchiezza dura gli sopra. Anchio cosi mi spensi, vinta dal fato; non mi colse e uccise nelle mie stanze coi suoi miri dardi linfallibile Artemide, e un malanno non mi assal, di quelli che dal corpo con lento logorio strappano lanima: ma il rimpianto di te, nobile Ulisse, del tuo senno e del tuo tenero affetto mi ha tolto il bene della dolce vita. Disse; io tentai, con lanimo in tumulto, la madre morta stringere al mio petto. Tre volte mi slanciai, spinto dallansia di afferrarla, e tre volte dalle braccia mi vol via, simile ad ombra o a sogno; sempre pi mi cresceva in cuore acuto strazio, e a lei mi rivolsi supplicando: Madre, perch non resti, se io mi struggo di abbracciarti, cos che entrambi al collo gettandoci le braccia, anche nellAde, gustiamo lacre volutt del pianto? O forse a me questo fantasma lalta Persefone ha mandato, perchio debba

pi forte ancora piangere e dolermi? Dissi; e con voce fioca mi rispose laugusta madre: Ahi, figlio mio. tra gli uomini tutti il pi sventurato, non la figlia di Giove, non Persefone ti inganna: si muta in questa forma. quando muore, luomo mortale; i tendini disfatti non congiungono pi le carni e le ossa, tutto divora limpetuosa furia del fuoco ardente, appena esce la vita dalle ossa bianche; vola via per laria lanima, e si dilegua come un sogno. Ma tu tendi al pi presto a ritornare verso la luce, e tutto serba in mente per ridirlo, pi tardi, alla tua sposa.

La discesa di Odisseo nell'Ade Tratto da: Omero, Odissea, XI, 152-207 in: Giovanna Bemporad, Odissea, ERI, Torino, 1970 Guida alla lettura Durante le peregrinazioni che lo riporteranno a Itaca, Odisseo compie un pauroso viaggio nellAde, loltretomba posto ai confini dellOceano, dove le anime dei morti conducono unesistenza inattiva e incosciente. Solo bevendo il sangue delle vittime immolate dalleroe prima di scendere nellabisso, esse possono per breve tempo riacquistare coscienza e parlare con lui. Lo scopo principale della visita lincontro di Odisseo con Tiresia: lindovino lo informa delle dure peripezie che lo attendono prima e dopo il ritorno in patria, e gli annuncia che, anche dopo la vittoria sui pretendenti al trono, un nuovo viaggio lo

riporter in mare, ove infine trover la morte. Il dialogo con la madre il punto di maggior tensione affettiva dellepisodio: uccisa dal dolore per la perdita del figlio, apparentemente disperso dopo la guerra di Troia, Anticlea racconta lo strazio suo e dellanziano padre Laerte, che ora rifugge lo sfarzo di corte, e vive in solitudine ed estrema povert. Al momento del congedo, Odisseo per tre volte cerca di abbracciare la madre, ma questa gli sfugge come unombra o un sogno: unimmagine fra le pi toccanti della poesia di tutti i tempi, e che verr ripresa da Virgilio nellEneide. In questa scena, tutte le corde della sofferenza per la perdita di un figlio vengono toccate con vigore e, al tempo stesso, con delicata sobriet: il dolore che schianta e toglie la vita; il rimpianto che risparmia la vita ma la trasforma in profondit, spingendo a sognare ogni giorno il ritorno del figlio amato; il desiderio, irrealizzabile nella visione degli Antichi, di colmare labisso che la morte apre fra i vivi e i defunti. La profondit dei sentimenti descritti ci colpisce e commuove tanto di pi, quando pensiamo che questi versi di incomparabile bellezza sono stati composti 2700 anni fa. Io l fermo restai, finch mia madre sopraggiunse che bevve il nero sangue e mi conobbe, e tra il pianto disse a me parole alate: Come scendesti, figlio mio, da vivo nellombra tenebrosa? Arduo vedere questi luoghi, ai viventi. E grandi fiumi vi sono in mezzo, e orribili correnti, e lOceano, anzi tutto, che uno a piedi non pu varcare, se una bella e salda

nave non abbia.... Disse; e allora parlando io le risposi: O madre mia, necessit mi spinse quaggi nellAde, a interrogare lombra del tebano Tiresia; e non ancora giunsi presso allAcaia, e non ancora sopra la nostra terra io misi il piede, ma sempre vado errando, affanni soffro, da quel giorno che a guerreggiare contro i Teucri, Agamennone divino seguii, verso Ilio ricca di puledri. Ma tu parla sincero, e questo dimmi: quale fato di morte, lungo strazio, ti ha sopraffatta? un lento morbo? o forse ti colp coi suoi miti dardi e uccise la saettante Artemide? E del padre dimmi, che lasciai.... Dissi e subito a me rispose laugusta madre: ... L nei campi resta tuo padre, e alla citt non scende; n letti ha per sdraiarsi, n tappeti splendidi o coltri, ma in inverno dorme in casa presso il fuoco, nella cenere, e vesti umili ha indosso. Quando viene lestate, o il ricco autunno, per lui bassi giacigli di ammucchiate foglie si fanno ovunque, sul declivio del fertile vigneto: e qui egli giace dolente, e accresce in cuore la sua pena sognando il tuo ritorno, e una vecchiezza dura gli sopra. Anchio cos mi spensi, compiendo il fato, e non la saettante, che dritta mira, coi suoi miti dardi mi colse e uccise nelle stanze, e morbo non mi assal... ma il rimpianto di te, nobile Ulisse, del tuo senno e del tuo tenero affetto,

mi ha tolto il bene della dolce vita. Disse: io, tra me pensando, avrei voluto lombra abbracciare della madre morta. Tre volte mi slanciai, mi urgeva in cuore di abbracciarla, e tre volte dalle braccia mi vol via, simile ad ombra o a sogno. www.fondazionegraziottin.org, Area divulgativa - Il dolore e la cultura 07/05/08 La discesa di Odisseo nell'Ade 2008 - Fondazione Alessandra Gr http://www.fondazionegraziottin.org/ ************************* Lo Zen e il tiro con larco E. Herrigel traduzione di G. Bemporad Adelphi 1975 106 pagg ************************* GARZANTI, 1988 Libreria: Studio Bibelot (Italia) Valutazione libreria: Note Bibliografiche: Cm. 18, pp. (2), XLVIII, 122, (4). Ritratto in b/n n/t. Collezione : i grandi libri ; 338. Introduzione di F. Masini, traduzione di G. Bemporad. Biobibliografia. Brossura. Come nuovo. ****. maggiori informazioni ******************************************* D. Garrone, Introduzione al Cantico dei Cantici, traduzione di G. Bemporad, Morcelliana, Brescia 2006, 30 ******************************************** Author/Creator:Orler, Davide. Title:Davide Orler e il mare : tra pathos e mythos / a cura di Giovanna Bemporad e Giampaolo Trotta. Publication Information:Favaro Veneto (Venezia) : C&M Arte, c2006. Physical Description:213 p. : ill. (chiefly col.) ; 21 cm. ********************************************** Giovanna Bemporad Esercizi vecchi e nuovi Edizioni: Archivio Dedalus

Collana: Lumen poesia Autore: Giovanna Bemporad Curatore: Andrea Cirolla Numero pagine: 233

Saffiche
Lattesa

quasi lora, e io esco allaperto. Dolce notte! perch dunque mi struggo? E come il cielo purissimo e calmo!

Conduci al convegno quella chio amo e non trapassi inconsumata lora o notte. In solitudine confusa, dimentico tra me chella partita e al luogo del convegno aspetto sola. ****** Sogno vince realt

Pi non sorga il domani: eterna e chiara sia questa notte; in me dilaga il sole. sogno o realt lombra che illumina la stanza vuota? Lenta batte lora sullestasi notturna. Aspetto insonne che il giorno la sua immagine mi porti mentre dalle mie braccia fugge timida quasi del primo albore, assecondando

il sogno di chi muore ebbro di luce.

Viva in me geme la tua carne, palpita gonfia ogni vena. Il tuo fiato respiro come lombra il silenzio. Azzurro cielo nelle tue carezze, o donna; e mani che il sudore non sanno e i vili abbracci porto al giardino chiuso del mio cuore. Vorrei perdermi in te, con braccia ardenti stringerti esangue, fiore che tra i fiori recisi dei suoi petali si spoglia. Perch, perch lora non fugge? Strazio non voglio fare del tuo corpo, o donna; ma forse piace al tuo candore il sangue.

Epilogo O vento che commemori passate moltitudini e fasti inceneriti, o tempo contro cui non c riparo: mi riduco al silenzio, nellattesa purissima dellombra che gi stende sui vivi un lembo della notte eterna. Forse questombra tragica sospesa sul ciglio della notte che fa illusi gli uomini di conoscersi e di amarsi, naufraghi nel silenzio dei millenni. ***************************************

Giovanna Bemporad Esercizi vecchi e nuovi Edizioni: Archivio Dedalus Collana: Lumen poesia Autore: Giovanna Bemporad Curatore: Andrea Cirolla Numero pagine: 233 Poesie degli anni tardi Allispirazione ritrovata alla maniera del Dolce Stil Novo Canzone, flebile darpe argentine, la gomena tu spezza, odioso verme, lungo serpente che ancorato a riva tiene il vecchio battello e la mia lingua sciogli, rinata allestasi dei voli! Forse avverr, mia tormentata attesa della tua grazia, che un poema intero dal mio cuore romantico germogli, sbocci in fiorente glicine damore! Vieni, affrettati a farmi prigioniera dellenigma sublime a cui di nuovo io mi abbandono (come obliquo uccello si abbandona allo spazio) e la tua forma futura tramo: al compito il mio genio tu chiamavi, io non ero che silenzio!

La mestizia una maschera dancella disegna sul mio viso: aria di giglio che pensa mi incorona; io sento il vuoto assumere ai miei occhi forma umana. Ah, facilmente lo schiavo simpiglia

nella catena che infranse a fatica! Saggio chi resta libero, e non cede neppure al dio che invoglia alle carezze quando trafitti da spade damore gli occhi ottusi cavalcano nei sogni sopra lazzurro amplissimo dei cieli! Non sottomessa ma ribelle al fascino dispotico che emana il dio fanciullo, dolcemente scherzando con la maschera di mestizia stampata sul mio viso, mi accomiato dal mondo e da me stessa con un gesto sommesso di distacco.

Lanima mia che ha tristezze daurora e di tramonto, e il gusto della morte, non pi tenuta viva da illusioni piange sommessa al clamoroso mare come un fanciullo triste, abbandonato senza difesa a tutti i suoi terrori. Ma quando il sole un riso di rubini mi semina tra i solchi della fronte, spiegano i sogni un volo di gabbiani! Persa in un mondo di gocce dazzurro e di freschezza verde, annego in questo mare pi dolce delloblio langoscia cupa degli anni tardi, in cui presento, rammaricando, che il mio tempo morto.

Felice sospensione ha il mio dolore nella pausa pi dolce di ogni suono in cui non si ode pi, deposto il flauto, la sua struggente melodia, ma quella che sopravvive al flebile strumento. Non meno dolce o meno commovente nota il cuculo invia dalla lontana campagna a primavera. E come il vento su per roseti rampicanti in fiore si attarda a mietere carezze, prima che il suo bisogno estremo di compianto lo induca a un folle, vano imperversare: cos una breve pausa ha il mio dolore se vedo sopra il campanile a sera la prima stella accendersi, che pare contraddica il mio pianto e che sorrida.

Meriggio al mare Da casa mia venuta in comunione col deserto del mare indugia eterno nella monotonia dellacqua il tempo; davanti a me compongono le vele, mosse dal vento, musica o poesia come quelle laggi la mia non vedo prendere il largo gonfia e dispiegata,

ma resta inerte, nellamara calma di unaria morta. Allurto dei pensieri la vacuit del mare fa un commento sonoro, come al sasso che i fanciulli scagliano per infrangere il suo specchio! Non conviene guardare n al passato n al futuro in questora meridiana; meglio isolarsi a vivere nel tempo pi veramente nostro, in interiori colloqui di cui prodiga la notte, meglio lasciarsi immobili portare su una fragile barca allaltra riva.

Interrogazione Mentre lultimo raggio rosseggiante muore sui vetri, perch vivo ancora mi chiedo, se il mio cibo lamarezza e il cuore che educavano alla gioia non batte ormai se non per tenerezza di primavere, estati e dolci autunni, ma per gioia non pi? Dalla finestra della mia stanza spio nel plenilunio fino allalba a fissarmi il cimitero. Con gli occhi che gi nuotano nel sonno mi chiedo con un brivido: chi sono? Chi, per la colpa che scontai nascendo, dal buio nulla a un attimo di luce destin questo corpo, amato corpo, loggetto che dai morti mi difende, per poi ridurlo in polvere? Risponde

allincauta domanda il vuoto immenso e va per la malinconia del cielo che si annera insensibile la luna.

Alla primavera Nelle mie vene, un tempo ebbre di vita, batte con ritmo languido il risveglio di primavera, e accende il sentimento in chi non vuole pi se non amare la cecit del pianto. Lunga o breve tragica questa favola che bella sembrava al tempo in cui lineluttabile certezza non aveva ancora offeso lingenuit dei nostri cuori, illusi di essere eterni. Eppure mi sorprendo talvolta a intenerirmi quando un giglio spunta a pi duna quercia, o nel giardino il mandorlo fiorito. E una dolcezza di memorie distende il mio dolore, gi creduto incurabile, in un riso. Poi, quando il giorno muore nella notte, si fa nera ogni cosa, accoglie e fonde lanima curva sotto il suo destino questo fluire in lei di tante vite. ************************************************* Quando ci penso, che il tempo passato, le vecchie madri che ci hanno portato, poi le ragazze, che furono amore, e poi le mogli e le figlie e le nuore,

femmina penso, se penso una gioia: pensarci il maschio, ci penso la noia. Quando ci penso, che il tempo venuto, la partigiana che qui ha combattuto, quella colpita, ferita una volta, e quella morta, che abbiamo sepolta, femmona penso, se penso la pace: pensarci il maschio, pensare non piace. Quando ci penso, che il tempo ritorna, che arriva il giorno che il giorno raggiorna, penso che culla una pancia di donna, e casa pancia che tiene una gonna, e pancia cassa, che viene al finire, che arriva il giorno che si va a dormire Perch la donna non cielo, terra carne di terra che non vuole guerra: questa terra, che io fui seminato, vita ho vissuto che dentro ho piantato, qui cerco il caldo che il cuore ci sente, la lunga notte che divento niente. Femmina penso, se penso l'umano la mia compagna, ti prendo per mano.

******************* : Veramente io dovr dunque morire Giovanna Bemporad Veramente io dovr dunque morire come un insetto effimero del maggio e sentir nellaria calda e piena gelare a poco a poco la mia guancia? Pi vera morte separarsi in pianto

da amate compagnie, per non tornare, e accomiatarsi a forza della celia giovanile e del riso, mentre indora con tenerezza il paesaggio aprile. O per me non sarebbe male, quando fosse il mio cuore interamente morto, smarrirmi in questa dolce alba lunare come sinfrange unonda nella calma. ************************* <copiata: da Giovanna Bemporad Esercizi vecchi e nuovi Edizioni Archivio Dedalus, 2010 - 236 pagine che si trova in parte in google libri> Mia compagna implacabile la morte persuade a lunghe veglie taciturne; ma non so che inquietudine febbrile si oppone a questo dolce accoglimento calando al sole, prima che ogni gesto si traduca in memoria e che ogni voce s'impigli nel silenzio. Forse il vento porta come rammarico del tempo che non pi, trascina per le strade deserte una fiumana d'ombre care. E biancheggia un'immagine tra i gigli di giovane assopita nel suo riso. ********** [] Vieni, affrettati a farmi prigioniera dellenigma sublime a cui di nuovo io mi abbandono (come obliquo uccello

si abbandona allo spazio) e la tua forma futura tramo: al compito il mio genio tu chiamavi, io non ero che silenzio! (Allispirazione ritrovata) ************************* PRELUDIO (*) Per mille e mille autunni sia guanciale la terra alle mie palpebre socchiuse non pi gravate da un presagio dombra; non disfiorata e smorta la mia bocca e agli angoli cadente, gi sforzata da spasimi e sorrisi, sembri assorta nel sepolcro in preludi di orazioni; e non scolpita immoralmente vegli la mia maschera, chiusa in un cristallo. ******************************** Dai DIARI Gi la mia vela, in signoria dellombra, limpudenza del giorno lascia a riva col suo lungo corteo di foglie morte. E lacrime si adunano negli occhi sommesse, irrevocabili. O mia dolce giovent, la tua favola finita e lautunno m sopra. Il mondo intorno con la sua fioritura sempre nuova di lucenti capelli ad ogni aprile tanto mi offende che vorrei morire. ************************************************

Variazione su tasto obbligato Non domare, implacabile, il mio riso mentre il fiore del melo incanutisce; non recidermi il filo dei pensieri dun tratto, ma da sogni e disinganni lascia che docilmente io mi separi solo quando alla tua certezza giova sacrificare il nostro dubbio stato; quando non amer che il mio dolore tu chiamerai meno importuna al nulla: io con la fronte smemorata lorma seguir del tuo piede, e questo arcano insondabile azzurro andr dissolto come il sogno di unalba.

* Non soccorre alleclissi vespertina la falce della luna, un po velata; spinta dal vento naviga in silenzio la rossa vela che un felice riso e un fantastico grido lascia indietro, prossima, o luna, a convertirsi in bianca. Vento di antiche et sale dal mare nellora del distacco, e foglie morte suscita a riva, un cinguettio discreto duccelli e odore fievole di acanti. E un poco risentita va la bianca vela a smarrirsi in una selva dombre, malcerta di approdare a unaltra riva.

* Dolore, che mi seguiti immortale e indomabile fino al limitare della morte, avr gioia dagli spazi? Forse saggezza a te sacrificare let febbrile, per serbarsi ad una maturit gloriosa, o forse male se la mia giovent, non spenta ancora, va inconsumata a perdersi nel tempo che non perdona. Lunica certezza pende su me, tra questa indecisione, con pi sgomento. Solo che talvolta, nellalta pace della sera, io sento sfiorarmi il petto unariosa calma.

* Non farmi cos sola come il vento che si dispera in questa notte fonda fino a morirne, eternamente sola non farmi, come gi sono da viva, sotto la volta immensa ch misura del nostro nulla. In punto di lasciare questa mia fragile vicenda, tutte le mie dolci abitudini, e la gioia che spesso segue allurto del dolore, voglio adagiarmi su una zolla derba nellinerzia, supina. E avr pi cara la morte se in un attimo, decisa, piano verr, toccandomi una spalla.

Paesaggio Limmagine di unacqua fresca e viva domina la mia sete. Non pi gaie rincorse, non pi giochi strepitosi sotto altissimi cieli. Ma sul greto le donne ancora lavano le vesti (e ne riflette i gesti lacqua chiara come uno specchio); con movenze liete vanno ragazze a stenderle cantando. Tutto fa chio ritorni come allora quando era dolce abbandonarsi al riso con leggerezza estrema, e non la smania di comporre lignoto in forma certa lingenuit del cuore aveva offeso.

* Malinconica immagine, su tutto la luna; come un flauto accorato si duole il vento, rude nel sereno gi quasi estivo. E il battere dellora coi suoi rintocchi mi riporta leco di unaltra estate ardente sotto il cielo. So troppo tardi! che il meraviglioso mi passato invisibile sugli occhi:

bello appare il presente solo quando sillumina daureola in un domani che irraggiunto si fa dolce memoria. Se il vento mi rimanda a lungo leco di unaltra estate, cantano fanciulle e batte lora dalla torre, tardi pi che non dica il semplice rintocco.

* a Leopardi La bianchissima luna alta salita dopo laddio del giorno, a consolare alberi, campi e strade. Pensierosa, con qualche primula sfiorita in mano, va una giovane bruna alla sua casa. Laria tutta armonia: sarebbe dolce svanire in questa immensit serena; batte a rintocchi lenti una campana, tra un poco derba io vedo spalancarsi la sepoltura. Oh vertigine dombre! La luna va calando allorizzonte dove si perde la pianura, e dice che trapassare al nulla non male.

Intarsio Lontana teoria di voci stanche, gi votate al silenzio, nella sera e un profumo indistinto di viole.

Torna memoria in me degli svaniti mesi di maggio, quando simpigliava spensierato il mio riso nel silenzio della vasta terrazza (gi canora di passeri, fiammante di gerani) e un silenzio infinito sopra il riso delluniverso. O morte nella vita la certezza che insinua in noi da vivi quanto sia vano esistere. Che spero se il presente sar pi presto andato che non raggiunto, e pi vicina lora?

* a mia madre Da un golfo dombra guardano clementi e fermi, come un orizzonte puro, gli occhi materni, solo chio ritrovi sulla pagina scritta il filo derba che vi metteva, a consolarne il peso. Saprono in me, tentata di fissarmi per sempre in questa sordit di pietra da che non posso pi, troppo matura, comporre unillusione al mio dolore. Ma negli occhi materni con struggente rammarico ritrovo il tempo andato,

e le durissime evidenze e lombra della morte io dimentico, ch sopra.

Epilogo (*) O vento che commemori passate moltitudini e fasti inceneriti, o tempo contro cui non c riparo: mi riduco al silenzio, nellattesa purissima dellombra che gi stende sui vivi un lembo della notte eterna. Forse questombra tragica sospesa sul ciglio della notte che fa illusi gli uomini di conoscersi e di amarsi, naufraghi nel silenzio dei millenni.

Da AFORISMI come un gioco di venti nella polvere di un prato senza confini, lansiet dei vivi E al nome della giovinezza io sento stringersi il cuore come ad una fiamma che si risolve in cenere.

Nega un divieto acerbo di tornare (*) sulla tua soglia a noi che mortalmente godiamo, o giovinezza, del tuo fiore.

Da DISEGNI A una rosa (*) China sul margine del tuo segreto, o rosa in veste diafana, mollezza di corpo ignudo, incrollabile tempio che in vigilanza damore mi tieni, non so di che rilievi si componga la tua bellezza. E allonda dei profumi che col ritmo di un alito tu esali misuro il tuo pallore e il mio languore. Mi tenta ogni tuo petalo concluso nel giro di una linea sensitiva, mollemente incurvato e pieno dombra.

La vergine del lago da un motivo di A. Blok O fanciulla, tu guardi oltre le brume, protesa, oltre gli abeti e le colline, lontano, non sai dove, in un lontano dove non sai che ti raggiunger. Se sul cetaceo verde di unaltura la tua bellezza acquatica contemplo, tu resti muta, e sboccia nel mio cuore

per la tua grazia unestasi improvvisa; e in sogno a te protendere le braccia tentando, almeno in sogno, risentita tra le notturne trame degli abeti tu, mia favola, tremi in fondo al lago che insensibile attira a s le brume.

La passeggiata Sotto frequenti, tiepide alluvioni pioggia su noi gocciolava, non ombra dagli alberi andavamo; e per la mano ci guidava il passeggio a un monumento votivo, ad un boschetto, un chiaro stagno. Lunghe ramosit, come ali o braccia, tremavano, alla brezza dolce e piena, di unansiet che ci obbligava, cuori troppo esitanti, ad appagarci in sogno. Parole estratte da maree, derive di sogni cerchi magici di arena lasciammo indietro, e le piccole morti dore mietute come da un inverno sulle panchine immobili al passeggio.

Arco di ponte Verso il deserto orienta i miei passi non so che stella fissa o calamita;

lombra non pesa, incinta di una perla che trae bianchezza vergine dallacqua. Mi adagia ai piedi e stampa la mia ombra sui muri il chiaro di luna: potessi separarla da me, dare unimpronta pi tenace ai miei passi sulla terra! Lungo le mura grigie di salnitro, sotto i fanali scivolo e mi attardo sopra larco fantastico di un ponte come acrobata assiso su un trapezio; ma unorchestra di negri mi respinge nel grembo degli iddii, verso il deserto.

In riva al mare Dalla mia fronte io esco in riva al mare dove sommessa mormora i suoi baci londa; e conchiglie, imbuti del rumore, ci ascoltano pudiche e indifferenti. Davanti a me si rinnova il suo gioco di animale veloce che ai miei piedi si stende per piacermi e mi incoraggia con battiti di ciglia; anima preda di polipi e di granchi io ti respingo, votata al clima immobile degli astri. Su me sospende il cielo la sua curva larga, ariosa, e modella i miei passi

non di unet, non di un attimo, unora ma di unantichit: parola estratta dalla tua pausa, o mare, fronte colma.

Da ESERCIZI Madrigale (*) Padiglione di mandorli nel biondo colore di febbraio la campagna; e al rapido infittirsi dei germogli che traboccano, o in punto di incarnarsi, la volutt mi afferra senza braccia. Limmagine di lei si acciglia e ride sotto un gioco di rondini, al suo collo mobile di baleni accosto il labbro e alla sua bocca, foglia di sibilla. Ma insiste per i campi un assiuolo larmonia di velluto, e fa un profumo dal suo bruno languore misurato la viola; io ripenso le sue dita rosse allestremit, petali intinti di porpora, tracciare sulla sabbia dei millenni il mio nome allinfinito.

A una forma sorella da una stampa cinese Non si svela il mio astro che alle risa dei tuoi occhi, azalea, forma sorella

splendente come giada, che ti specchi nel ruscello di seta e il piede esiguo come conchiglia dostrica vi immergi. La gioia mincorona, o il mio pensiero sopra il filo translucido dei sogni si distende e sallevia come un cirro se coi draghi di bronzo e i liocorni dei tuoi capelli scherzo un po sdegnosa? Strofina il fianco contro la tua spalla la mia sete damore: grande bestia che si allunga sul tuo collo e accarezza la tua guancia con cadenza di sonno, con la marea della notte negli occhi.

La ninfa e lermafrodito Chiusi i suoi grandi occhi insufficienti dove essenze daurora e dideale galleggiano, ha disteso il fianco ambrato tra pioppi ed olmi anelanti allaltezza lermafrodito; ha disteso il suo corpo sullerba, vinto dal meriggio fulvo che impone una consegna di silenzio e una riserva dombra ad ogni fronda sospesa al dolce incanto del suo sonno. Sono strali nel fianco e nel mio cuore le linee del suo corpo, chiare, lisce fino ai capelli, attorti in arabeschi simili a verdi draghi addormentati. Forse il belletto aereo dellaurora

ha tinto questa bocca, molle e gonfia come un frutto dei tropici. Il suo riso che ride alle ninfee mi intesse il velo di una trapunta gelosia; mi apprendo come un ape al suo labbro materiato di piacere e di sonno; vi suggello solitudini lunghe e incontri rari, stagioni dodio e damore, lasprezza della morte essenziale, e mi allontano sullala ebbra e inquieta del pudore.

Da DEDICHE Lattesa (*) a Saffo quasi lora, e io esco allaperto. Dolce notte! perch dunque mi struggo? E come il cielo purissimo e calmo! Conduci al convegno quella chio amo e non trapassi inconsumata lora o notte. In solitudine confusa, dimentico tra me chella partita e al luogo del convegno aspetto sola.

Scherzo

Sabbie, come in un mucchio doro fuso ho divulgato in voi, scandagli umani, le dite liquide, e su voi, dune-onde, castelli ho edificato, aste dargento vi ho issato e stracci dipinti dai cieli; sabbie amare, profondit feconde di eliotropie e carboni, ori spenti, la vostra residenza, oncia per oncia, con mani ladre ho palpato; ho tentato tra gli occhi di smeraldo dei carbonchi le vostre umide palpebre, o conchiglie, mentre confuse con gli astri, impudiche, femminee, di un metallo pi terrestre, sognavate sbocciare ciglia o perle.

Da ALTRI ESERCIZI Lossessione Se allindulgente luce meridiana la mia stanchezza espongo, se il mio capo sonoro dinni appoggio alla carezza di un vento blando, abbattuta su questo tavolo dosteria, nel cerchio dombra di un largo ippocastano, quale odioso demone in me risveglia lossessione che il mio viso riflesso nel boccale fa tremare, e il suo liquido compagno? Guardo gelarsi le pi calde stille di giovent nei miei occhi di smalto, guardo con gli occhi appostati nellombra della follia seccarsi le pi ricche

stille di gioia sul mio viso arato dal tuo piede davorio, arida morte.

Altro giardino (*) Davanti a me la casa e il suo cipresso: dentro il ruscello un lembo di giardino si riflette e si attenua, e sul sedile di pietra che sinterna nel fogliame tra i coni dei cipressi come a onde passano le memorie: inseguo, al ritmo dei profumi chesalano i giacinti freschi nei vasi, la sua veste in fuga; entro poi nelle stanze dove il rombo delle mie vene insiste come in fondo a conchiglie sinuose suona il mare.

Al mare a Gerardo Diego Mi sciogli i sandali con la deriva di unonda: naiade o ninfea mi adagio sopra la tua scintillante, ondulata capigliatura piena dombre, o mare, quasi fossi una dea libera e nuda, senzarpa n leggio, col seno al vento, che su talamo derbe a un avvenire di felice pigrizia si abbandona

Similitudine (*) a Melville E poi, come un gabbiano senza rive ripiega le ali e si lascia cullare dal sonno tra le ondate, mi addormento; ma sotto il mio guanciale a precipizio passano, come sotto unormeggiata baleniera, le mandrie dei trichechi

Sera di carnevale (*) La stanza vuota mi fluisce incontro con un denso rigurgito di forme tra gli oggetti quieti e sedentari; se tento fondermi in una folla o un sentimento e aprirmi il varco fino alla piazzetta cresce la mia tristezza; se un pugno di coriandoli un ragazzo mi getta in viso, bruciano i miei occhi come sotto una frusta.

Un Inedito Vendemmia Quando lestate muore e luva rossa,

soffoca tra i profumi lerba asciutta e per amore langue il girasole col giallo viso morto e il cuore bruno, dal monotono addio delle cicale lora aggravata insiste sul quadrante; le uve mature esprimono una sorta di ebbrezza aerea: tempo di vendemmia!

______________________________ Note Ringrazio Giovanna Bemporad per aver gentilmente concesso di pubblicare i suoi testi. Sono veramente felice e onorato di averla ospite della Dimora. A lei un abbraccio grande e riconoscente. Un grazie altrettanto grande ad Andrea Cirolla, che ha curato con competenza e amore tanto la selezione delle liriche che lesauriente nota introduttiva. Tutti i testi qui presentati hanno subto revisioni pi o meno sostanziali, da parte dellautrice, rispetto alledizione Garzanti (1980) degli Esercizi; immutati, invece, quelli contrassegnati dallasterisco in parentesi (*). *********************************************************