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Rubrica=Il%20mattutino L'AVVENIRE Il Mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 01/03/2011 IO, IO, IO E GLI ALTRI La maggior parte delle persone non in grado di parlare di nulla se non parla di s o comunque della cerchia di cui il centro. C' un termine sontuoso in voga nel li nguaggio colto: "autoreferenzialit". Con esso si denuncia quel rinchiudersi a ric cio degli specialisti nella torre d'avorio del loro linguaggio incomprensibile a l volgo, nel mondo aristocratico delle competenze, nello splendido isolamento de l proprio campo o classe. un vizio che intacca la scienza, la filosofia, l'arte, la stessa teologia. C', per, un'altra "autoreferenzialit" che praticata allegramen te anche da chi ignora persino l'esistenza di un simile vocabolo ed quella bolla ta da un grande scrittore inglese ottocentesco, Anthony Trollope, nel suo romanz o La canonica di Framley (1861) con la frase che oggi proponiamo. Nel 1965 un re gista "storico" come Alessandro Blasetti propose un film significativo gi nel tit olo, Io, io, io"e gli altri, interpretato dai maggiori attori di quegli anni. Il titolo era gi un programma: troppi, infatti, mettono al centro del loro dire, fa re, calcolare solo se stessi, quell'Io coccolato, massaggiato, incensato, lascia ndo ai margini "gli altri" che si concepiscono solo in funzione di se stessi. No n solo egoismo o egocentrismo, alla fine anche una povert di parole, di idee, di interessi. Senza arrivare al nostro Carlo Emilio Gadda che nella Cognizione del dolore esclamava: L'io, io!... Il pi lurido di tutti i pronomi!, proviamo tuttavia ad abbattere il muro dell'individualismo, ad ascoltare e a guardare la variet del l'umanit che ci circonda. Sar una ventata d'aria, forse anche turbinosa e rumorosa , ma capace di spazzar via l'atmosfera asfittica del nostro isolamento saccente e orgoglioso o, pi semplicemente, monocorde e noioso. 02/03/2011 Un percorso Oggi tutto un percorso. Lo sconosciuto che partecipa a un reality sostiene di av er fatto un percorso. Il delinquente in galera sottoposto a un percorso di recup ero, come il tossico. La vita di coppia un percorso, di guerra e di pace. Due ge nitori che intendono adottare un figlio devono compiere un percorso affettivo. L eggere un libro un percorso di lettura. Di solito, per, chi si riempie la bocca d ella parola percorso non si smuove mai dalle sue convinzioni. Dei miei molteplici p ercorsi di lettura, mi rimangono spesso tracce in note, ritagli, appunti che dopo mesi di giacenza cestino. cos che mi tornato tra le mani (ed stato salvato) un f rammento di rivista ove era conservata questa osservazione pungente del principe dei nostri critici televisivi, Aldo Grasso (che certo "auto-ironizzer" su questa definizione che gli assegno). La verit che ci propone , a mio avviso, duplice e u tile a tutti, anche a chi non fa percorsi. Innanzitutto egli ci mette in guardia c ontro l'uso degli stereotipi. terribile, ma quanto pi diventa rarefatto il nostro linguaggio, tanto pi lo si inzeppa di luoghi comuni, di clich banali indotti dall a moda soprattutto televisiva (e questo vale anche per il comportamento). Occorr e una purificazione della comunicazione dalle parole "nere", ossia vacue e fatue , scimmiottature di replicanti. Ma c' un'altra verit ed quella esplicitata da Gras so: chi si pavoneggia per i suoi percorsi in verit fisso e inamovibile come un para carro. Chi ricerca autenticamente non lo ribadisce a ogni passo; la creativit non ha percorsi scontati, ma fatica nell'analisi, originalit nelle indagini, umilt anch e nel tornare indietro se la strada errata. Non imitazione di un tic o di una mo da, ma rischio, interrogazione, impegno serio e severo. 03/03/2011 LA MEMORIA Quando un popolo non ha pi un senso vitale del suo passato, si spegne. Si diventa

creatori anche noi quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli una ricca vecchiaia. Cesare Pavese appuntava questa parole nel suo diario, Il mestiere di vivere, il 6 luglio 1939, in un periodo storico in cui il passato era celebrato dal fascismo in modo magniloquente e retorico. per questo che l'aggettivo fondam entale quel vitale che egli assegna al ricordo collettivo. Anni prima - era il 192 0 - nel libro Filologia e storia il critico Giorgio Pasquali ammoniva che chi non ricorda, non vive. Pavese commenta idealmente quell'asserto attribuendo alla mem oria una forza vitale e creatrice ed per questo che giunge fino al paradosso (ma l o veramente?) finale: il futuro di un popolo non tanto in una massa di giovani f rementi ma scarsamente dotati di valori, di conoscenza, di eredit culturale, bens in una vecchiaia ricca di quel mirabile patrimonio che essi e i loro padri e ant enati hanno prodotto e custodito. Un pensatore illustre come Montaigne nei suoi Saggi era convinto che la memoria fosse lo scrigno della scienza, perch non si pu co minciare mai da zero, pena la dissoluzione della civilt. La memoria capitale anch e per la cultura in genere: noi - per usare la famosa immagine di Bernardo di Ch artres - siamo nani sulle spalle di giganti, e solo per questo vediamo pi lontano di loro. La memoria alla base della fede, tant' vero che l'appello biblico per e ccellenza : Ascolta!... Ricorda!, e memoriale chiamata la Pasqua, un evento del passa to che opera ancora oggi in noi. Ed per questo che Cristo nella cena eucaristica ripete: Fate questo in memoria di me!. Il passato come una sorgente che alimenta il fiume del presente e ci spinge verso il futuro. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 04/03/2011 PADRE E PADRONE Credo che sia meglio educare i figli facendo leva sulla comprensione e sull'indu lgenza piuttosto che sul timore del castigo. Il dovere di un padre abituare il f iglio ad agire bene, spontaneamente, pi che per timore degli altri. In ci differis ce il padre dal padrone. Un sopruso dietro l'altro la trama della vita del ragaz zo sardo Gavino, in perenne umiliazione sotto il tallone di un padre padrone fin o allo scontro finale che permetter al giovane di spezzare quelle catene. Sono mo lti, credo, i lettori che avranno riconosciuto in questa sintesi la vicenda del libro di Gavino Ledda, scrittore autodidatta, e il successivo intenso film dei f ratelli Taviani, col titolo appunto di Padre padrone (1977). Eppure era gi nel II secolo a. C. che il commediografo latino Terenzio ammoniva i genitori a educare i figli non col terrore della punizione, bens con la convinzione e la testimonia nza dei valori. Il suo brano sopra citato pu essere commentato con le parole di s an Paolo agli Efesini: Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore" Ma voi, pa dri, non esasperate i vostri figli, bens fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore (6, 1.4). Ecco, l'equilibrio - spesso arduo da conquist are - sta proprio qui, evitando due eccessi. Il primo quello dell'esasperazione, dell'eccesso di correzione, dell'autoritarismo o, peggio, della violenza in fam iglia, soprattutto da parte del padre padrone. E non bisogna evocare costumi rem oti e orientali per scoprire quanto questa prevaricazione vergognosa inquini e p ersino insanguini anche le nostre famiglie occidentali. C', per, un altro estremo da evitare: l'Apostolo, infatti, esorta a non esasperare i figli, ma anche a far li crescere nella disciplina (la paideia greca). Ai nostri giorni quanti genitori imboccano la via del permissivismo comodo a loro e ai figli, stupendosi poi quan do si ottengono esiti drammatici. In sintesi - come scriveva il poeta tedesco de ll'Ottocento Wilhelm Busch - non difficile diventare padre; essere un padre, ques to difficile! 05/03/2011 L'adulazione Vedo un individuo circondato e seguito; ma occupa una posizione importante. Ne v edo un altro che tutti cercano di avvicinare; ma in ascesa. Ecco uno abbracciato e coccolato persino dai politici; ma ricco. Un altro guardato con curiosit e add itato da tutti; ma colto ed eloquente. Ne scopro uno che nessuno dimentica di sa lutare; eppure cattivo. Io vorrei, invece, un uomo che sia buono - e nient'altro - ma che sia ricercato da tutti! Amara questa rilevazione che il grande moralis

ta francese Jean de La Bruyre registra nella sua celebre opera I caratteri (1688) . Sei una persona di successo, sei in carriera, sei ricco, sei un conduttore tel evisivo, sei una canaglia ma furbo? Ebbene, non ti mancher mai il corteo degli am miratori, pronti a stenderti davanti la passatoia rossa, a esaltare come virt anc he i tuoi vizi, a sperare in un tuo gesto d'attenzione. Sei un onesto ma poverac cio? Sta certo, avrai come compagna solo la tua coscienza e, al massimo, chi ti ama veramente. Mai, per, una folla plaudente celebrer il tuo rigore morale. Purtro ppo questa una legge costante e, allora, mano alla manovella dell'adulazione, ai grani d'incenso, alle lodi improbabili perch, se vero che la piaggeria il cibo d egli stupidi ma potenti, anche vero che risulta sempre gustosissimo. Persino Goe the, nelle sue Massime e riflessioni, si rassegnava ad affermare che chi non ha d oti deve imparare ad adulare se vuole cavarsela nel mondo. Siamo indenni da quest o difetto miserabile, solo se siamo pronti a cercare l'amicizia anche della pers ona semplice ma integra, solo se abbiamo dignit, solo se non mettiamo le nostre r isorse umane al servizio del successo a ogni costo, solo se non abbiamo come uni co metro di giudizio il nostro interesse, solo se scegliamo di lodare esclusivam ente il giusto, il vero, il bene. 06/03/2011 UN'UNICA LINGUA PATERNA Nessun uomo un'isola, completo in s. Ciascuno di noi fa parte di un continente, u n pezzo di terraferma. Ci sono persone che parlano un momento prima di pensare. Eb bene, oggi domenica: proviamo a ribaltare questo aforisma del moralista francese La Bruyre, autore da noi citato anche ieri. Prima di parlare, creiamo uno spazio di silenzio e di riflessione e in quest'oasi lasciamo echeggiare le parole, per altro celebri, che sopra sono state trascritte. A proporle un grande poeta ingl ese, John Donne, vissuto tra il Cinque e il Seicento, in una raccolta significat ivamente intitolata Devozioni. una meditazione spirituale sul mistero dell'uomo, l'unico essere animale per il quale il suo stesso esistere un problema da risolv ere, come ha detto un filosofo, Erich Fromm. Ora, l'umanit stata creata - la Genes i (1, 27) a dircelo - come immagine divina proprio perch maschio e femmina, cio vo tata a una relazione interpersonale, a un incontro fecondo e, perci, capace di im itare il Creatore attraverso la generazione. Ma c' di pi. Noi apparteniamo a un or izzonte genetico comune, l'umanit appunto, che il nostro continente di cui siamo una porzione. Invano abbiamo eretto le frontiere delle razze, delle classi, delle di visioni: noi rimaniamo tutti figli di Adamo, deboli e gloriosi al tempo stesso, capaci di infamie e di eroismi. Ed per questo che dobbiamo combattere la grande tentazione di isolarci, perch da soli non bastiamo a noi stessi. L'autismo spirit uale e culturale un dramma peggiore di quello psicologico e guarirlo un'impresa ardua. Ritorniamo, allora, a guardarci negli occhi, a estrarre non la spada del duello ma la voce del dialogo, dato che tutti abbiamo una lingua paterna comune, quella dell'unico Creatore, iscritta nelle nostre anime e coscienze. 08/03/2011 DONNE E UOMINI una delle grandi difficolt della vita indovinare ci che una donna vuole. Se c' un ge nere che mi estraneo, il genere maschile. Lo trovo troppo determinato, tradizion alista, triste, fedele alle abitudini, perduto in automatismi, in credenze sulle quali non s'interroga mai. La scrittrice inglese George Eliot (1819-1880), che aveva assunto questo pseudonimo maschile, annotava: Certo che le donne sono stupi de. Dio onnipotente le ha create per essere uguali agli uomini!. Ebbene, sulla sc ia di questa provocazione ironica ho voluto accostare due considerazioni antitet iche, eppure entrambe dotate di una loro verit. Da un lato, c' la prima frase, des unta da quel romanzo originalissimo che La coscienza di Zeno (1923) di Italo Sve vo. Che la donna sia spesso capace di sorprendere e di spiazzare il suo interloc utore maschile un'esperienza abbastanza frequente e non necessariamente negativa . Si pensi che in Cina c' un villaggio, Pumei, ove le donne usano una lingua solo femminile, il nushu, incomprensibile ai maschi e tramandato dalle madri alle fi glie. D'altro lato, per, anche fondata la seconda frase della scrittrice Alice Ce resa (1923-2001) che bolla la noiosa pedanteria maschile. Certo, anche questo as

petto pu avere un risvolto positivo nella determinazione, nella fermezza, ma pu ir rigidirsi nell'automatismo, nell'abitudine, perdendo la freschezza della ricerca , della sorpresa, della domanda di senso. Tutto questo ci conduce alla speculari t dei due sessi, entrambi limitati e criticabili, ma necessari per l'armonia e la vita dell'umanit. Stupidit e grandezza sono ugualmente ripartite perch siamo sempr e in presenza di creature e non di divinit. Eppure, come insegna la Bibbia (Genes i 1, 27), l'immagine divina nella creatura umana proprio nella dualit sessuale, n el suo profilo originale e creativo. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 09/03/2011 Vivere appartato Per nascere scrittore, bisogna imparare ad amare la rinuncia, la sofferenza, le umiliazioni. Soprattutto bisogna imparare a vivere appartato. Anche a me giungon o spesso testi inediti, che grondano speranze destinate a rivelarsi illusioni. I nfatti, soprattutto per quanto riguarda la poesia, molti sono convinti che sia s olo un'improvvisazione simile a una folgore, mentre in verit essa come un distill are miele da una candida e casta cera, per usare un'immagine di un poeta autenti co come Clemente Rebora. Molti credono che scrivere sia come indossare un cappot to e non strappare qualcosa dall'anima con fatica, impegno, tormento. A tutti gl i aspiranti scrittori - e sono una legione, come ben sanno le case editrici - de dico questa nota di un autore provocatorio come stato l'americano Henry Miller, morto in California nel 1980. Ma questa considerazione, desunta dalla sua opera autobiografica Nexus (1960), vale un po' per ogni professione e per una vera for mazione personale. Quattro sono le tappe di questo ideale itinerario dello spiri to. La rinuncia, innanzitutto, alle distrazioni, alle banalit, alla superficialit, alle illusioni. C' poi la sofferenza che comporta la fatica dell'addestramento, dell'ascesi, della ricerca. Si parano poi davanti a noi le umiliazioni: lo scacc o, l'insuccesso sono spesso in agguato ed facile lasciarsi tentare dallo sconfor to, accasciandosi ai bordi della strada della vita. Infine, ecco la tappa decisi va: il paziente e silenzioso appartarsi nella riflessione, lontano dal rumore, d alle chiacchiere, dalla mondanit, dalla luce sfacciata dei riflettori. Al pittore El Greco chiesero un giorno perch egli dipingesse sempre in una camera in penomb ra. Rispose: Se sapeste quale luce sfolgorante dentro di me!. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 10/03/2011 IL CONFORMISTA Un uomo non pu permettersi di avere delle idee che potrebbero compromettere il mo do in cui si guadagna il pane. Se vuole prosperare deve seguire la maggioranza. Altrimenti subir danni alla sua posizione sociale e ai guadagni negli affari" Con formarci nella nostra natura. una forza alla quale pochi riescono a resistere" S olo ai morti permesso dire la verit. La sua ironia era tagliente e spesso amara e le righe che abbiamo proposto ne sono una prova folgorante. Come lo questo terr ibile aforisma che osiamo trascrivere con esitazione, proprio sulle pagine di un quotidiano: I giornalisti onesti ci sono. Solo che costano di pi. Il pessimismo de llo scrittore americano ottocentesco Mark Twain, l'autore delle Avventure di Tom Sawyer, comunque una sferzata benefica contro la sonnolenza dei luoghi comuni, contro la deriva dell'opinione dominante, contro la banalit di un'esistenza comod a e superficiale, contro l'adulazione servile per interesse personale. Ecco, inf atti, nel passo sopra citato la denuncia di quel conformismo a cui si piega il c apo per non avere fastidi e soprattutto per ottenere vantaggi egoistici. Vorrei lasciare ancora la parola a Twain: Non facciamo altro che sentire, e l'abbiamo co nfuso col pensare. E da questo nasce un risultato che consideriamo una benedizio ne: il suo nome Opinione Pubblica. Risolve tutto. Alcuni credono che sia la voce di Dio. Lo scrittore non conosceva ovviamente la televisione e internet e si acc aniva contro la stampa, ma se fosse qui oggi aggiornerebbe certe sue staffilate contro gli attuali comunicatori di massa. C', al riguardo, un'altra sua frase imp lacabile, ma sacrosanta, soprattutto nell'odierno circo mediatico: Esistono leggi per proteggere la libert di stampa, ma nessuna che faccia qualcosa per protegger

e le persone dalla stampa. E continuava: Una bugia detta bene immortale. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 11/03/2011 VIVERE IL MOMENTO Pensare meno, ricordare e immaginare e aspettare meno. Prendere subito quello ch e c' e basta. Vivere il momento. Se per caso avete ancora da qualche parte il gio rnale di ieri, provate a rileggere un paragrafo dello scrittore Mark Twain che l proponevo. Ne rievoco solo l'avvio: Non facciamo altro che sentire, e l'abbiamo c onfuso col pensare. Ebbene, oggi cito uno scrittore contemporaneo, Andrea De Carl o, nato a Milano nel 1952 ma vissuto a lungo in Australia e negli Stati Uniti, t anto da saper pubblicare il suo romanzo, Treno di panna, in italiano e in ingles e (Cream Train). La sua considerazione riflette una scelta che quasi un programm a per le giovani generazioni (ma non solo per esse). Il pensare sempre pi anchilo sato, il ricordare spento, l'immaginare rattrappito, l'attesa dissolta. Tutte qu este attivit alte che costituivano una sorgente di vitalit per la ricerca umana e spirituale sono state abbandonate come relitti inutili. Troppe persone ai nostri giorni sono ferme in quell'incrocio tra passato e futuro che il "momento", un p resente grigio e statico, radicalmente diverso da quell'"istante" perfetto a cui il Faust di Goethe aspirava come a uno stato di pienezza "puntuale", ossia eter na e traboccante. No, ora ci si accontenta di quel che l davanti, lo si afferra, ci si nutre e ci si rimette seduti ai bordi del fiume del tempo e della storia. De Carlo incarna in questo progetto di vita un modello che, certo, critica ed ev ita le illusioni delle ideologie o la retorica del progresso. Ma alla fine conda nna solo a "sentire" e non pi a pensare, a ignorare e non pi a ricordare, a raggel are la fantasia e non pi a sognare, a rassegnarsi e non pi a sperare. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 12/03/2011 Il peso delle lacrime Nel giorno del giudizio / verranno pesate solo le lacrime. Sono stato tante volt e in Egitto e devo confessare di essere stato sempre affascinato dalle pitture p arietali con le scene del giudizio del defunto, giunto davanti al dio arbitro de l suo destino. Una bilancia raccoglieva su un piatto l'anima del morto, mentre s ull'altro piatto era posata una piuma. Solo l'anima lieve come quella piuma, cio libera da colpe, sarebbe stata ammessa nell'eternit beata. Era la cosiddetta "psi costasia", la pesatura delle anime. Lo scrittore pessimista franco-rumeno Emil C ioran (1911-1995) immagina un'altra pesatura per il giorno del giudizio, quella delle lacrime. sostanzialmente un'idea biblica perch l'antico salmista ebreo cant ava: Le mie lacrime, o Dio, nell'otre tuo raccogli: non sono forse scritte nel tu o libro? (Salmo 56,9). Dio raffigurato come un pastore che avanza nel deserto ten endo sulle spalle un otre, il pozzo portatile come lo chiamano i beduini, con la r iserva d'acqua che permette di sopravvivere prima di raggiungere l'oasi. , quindi , uno scrigno di vita, prezioso e custodito con cura. Ebbene, il Signore nel suo otre raccoglie le nostre lacrime, spesso ignorate dagli altri e ignote ai pi. Es se non cadono nella polvere del deserto della storia, dissolvendosi nel nulla. C ' Dio che le depone nel suo otre conservandole come fossero perle. Ad attenderci non c', dunque, l'assurdo; n una divinit implacabile pronta a pesare solo le nostre colpe. Siamo lontani dall'amaro scetticismo del poeta greco Eschilo che, di fro nte all'insonne respiro di dolore che sale dalla terra al cielo, s'interrogava: I o grido in alto le mie infinite sofferenze, dal profondo dell'ombra chi mi ascol ter? (Persiani v. 635). Quel silenzio squarciato dal Dio che pesa le lacrime per t rasformarle in luce. 13/03/2011 COME L'ACQUA La parola di Dio come l'acqua. Come l'acqua, essa discende dal cielo. Come l'acq ua, rinfresca l'anima. Come l'acqua non si conserva in vasi d'oro o d'argento ma nella povert dei recipienti di terracotta, cos la parola divina si conserva solo in chi rende se stesso umile come un vaso di terracotta. Stiamo camminando nel t

empo della Quaresima che, a suo modo, simile a un deserto e, quando si vive in u na steppa arida, la realt a cui pi si anela l'acqua, il principio stesso della sop ravvivenza. Ho voluto oggi proporre a tutti " anche a chi mi legge e forse si co nsidera non credente " un passo molto suggestivo del Talmud ebraico che celebra la fecondit della parola divina. S, abbiamo bisogno di una voce che non sia sempre e solo la nostra, spesso scaduta a chiacchiera vana e vacua, ma che provenga da ll'alto, abbia il sigillo dell'immortalit, della solidit, della certezza. Abbiamo bisogno di una parola che non annebbi l'anima, che non la rattrappisca nella pau ra o nella rigidit dell'insensibilit, ma che la rinfreschi, la rinvigorisca, la ri nnovi, la ridesti e la ravvivi. Ma per accogliere quest'acqua che zampilla per la vita eterna " se vogliamo usare una ben nota espressione pronunziata da Ges davan ti al pozzo di Giacobbe " dobbiamo avere un cuore simile a un vaso di terracotta . Ecco, allora, fuor di metafora, un vocabolo che non si usa pi ai nostri giorni, anzi, che fin sbeffeggiato: l'umilt o, se si vuole, la semplicit. Mi rimasta semp re nella memoria la frase della preghiera di un autore spirituale che si leggeva ai miei tempi di seminarista, Lonce de Grandmaison (1868-1927): Santa Maria, Madr e di Dio, conservami un cuore di fanciullo, puro e limpido come acqua di sorgent e. Un cuore dolce e umile, arduo da custodire con questa semplicit, ma l'unico cap ace di ospitare una parola eterna e liberatrice. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 15/03/2011 PERCH C'era una volta il punto interrogativo, un grande curiosone con un solo ricciolo ne, che faceva domande a tutte le persone, e se la risposta non era quella giust a, sventolava il suo ricciolo come una frusta. Agli esami fu messo in fondo a un problema cos complicato che nessuno trov il risultato. Il poveretto, che di cuore non era cattivo, divent per il rimorso un punto esclamativo. Se non diventerete c ome i bambini": questa frase evangelica non vale solo per il regno dei cieli, ma anche per la nostra esistenza terrena. Qualche volta necessario ritrovare lo stu pore dell'infanzia, con gli occhi spalancati per la meraviglia e con l'instancab ile fiorire delle domande. Abbiamo, cos, voluto ricorrere a quello straordinario compagno di viaggio dei bambini che stato Gianni Rodari (1920-1980), con questo suo elogio del punto di domanda, il segno grafico pi tipico di chi si apre alla v ita. Ne sanno qualcosa i genitori e gli educatori con gli insaziabili perch? dei lo ro ragazzi. Eppure innegabile quanto scriveva il romanziere francese Honor de Bal zac: La chiave di tutte le scienze indiscutibilmente il punto di domanda. Dobbiam o la maggior parte delle grandi scoperte al Come?, e la saggezza della vita cons iste forse nel chiedersi, a qualunque proposito, Perch?. Parole sacrosante, queste , per molti adulti di oggi, incapaci di interrogarsi sul senso del loro comporta mento, del loro agire e parlare e, alla fine, della loro stessa vita, col risult ato di avere atteggiamenti insipienti e un'esistenza vuota e insensata. Non per nulla la pubblicit ama l'esclamativo che non , per, quello di cui parla Rodari, seg no di vergogna per la complessit del mistero che ci circonda, ma solo espressione di imperio, di dominio, di sicumera e di conformismo. 16/03/2011 inShare COSE FUTILI E VANE Dopo che l'esperienza mi ebbe insegnato come fossero vane e futili tutte quelle cose che capitano cos frequentemente nella vita quotidiana, decisi infine di cerc are se ci fosse qualcosa che mi facesse godere in eterno di una continua e somma letizia. Pensate: un unico volume fatto di ben 2832 pagine e raccoglie Tutte le opere (con l'originale latino a fronte, la lingua "scientifica" di allora) di q uel grande e controverso filosofo che fu l'ebreo olandese Baruch Spinoza, morto di tisi nel 1677 a soli 44 anni. Da quel piccolo oceano testuale " che comprende persino una grammatica di ebraico e che stato pubblicato lo scorso anno da Bomp iani " ho tratto una frase semplice eppure forte. La vorrei trasformare in un ap

pello "quaresimale" per tutti, anche per chi non legger mai altre righe di questo pensatore. La mia sar un'applicazione pi immediata. Dobbiamo, infatti, essere con sapevoli che troppo spesso siamo cos curvi e chini sulle realt quotidiane da non a vere pi gli occhi della mente capaci di guardare in alto; siamo spesso cos protesi verso gli atti piccoli e modesti da diventare incapaci di quelli grandi; siamo cos assorbiti dalle cose materiali da perdere ogni sapore per la bellezza e la sp iritualit: siamo cos avvolti dal chiacchiericcio da non conoscere pi la voce della coscienza che risuona nel silenzio; siamo talmente alla ricerca spasmodica del p iacere da ignorare che esiste una felicit interiore che ben pi alta e affascinante . Fermiamoci qui in questa riflessione che scaturisce dalla scelta di Spinoza di dedicarsi " anche in mezzo a contestazioni e fatiche " ai valori pi nobili e pro fondi. Ma a chi non legger nient'altro di questo filosofo lascio come ricordo que sto suo motto da meditare: Mi sono sempre impegnato a non deridere le azioni degl i uomini, a non compiangerle, a non detestarle, ma solo a comprenderle. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 17/03/2011 IL DOVERE Il dovere terreno: il dovere di aiutare, il dovere di risvegliare. C' un impegno identico sia dell'uomo verso la divinit sia della divinit verso l'uomo: il dovere dell'aiuto. Il dovere quello che ci aspettiamo dagli altri, scherzava (ma non trop po) Oscar Wilde. Implacabili nel denunciare i doveri della societ, della politica , della carit pubblica nei confronti nostri, siamo invece reticenti e sfuggenti q uando si tratta di elencare i nostri impegni nei riguardi del prossimo. Siamo dr aconiani nell'esigere rispetto dei nostri diritti, ma evasivi quando di scena so no i nostri obblighi. L'enfasi o la perentoriet con cui si celebra la tavola dei diritti si dissolve come neve al sole quando si elencano le mancanze rispetto al le nostre responsabilit, lasciando invece fiorire una distesa di giustificazioni, scusanti, attenuanti. Ma oggi, con quanto ha scritto sul dovere l'autore austri aco da noi citato, Hermann Broch, morto esule in America nel 1951 per sfuggire a l nazismo, siamo invitati a considerare la radice profonda del nostro impegno ve rso gli altri, ossia l'aiuto (la riflessione desunta dall'opera La morte di Virg ilio che un monologo interiore, un esame di coscienza dello scrittore viennese). Dio e uomo si ritrovano proprio in questo atto, che si potrebbe cristianamente chiamare amore. Io, per " di fronte a un tema cos chiaro ed esplicito da non aver bisogno di tanti commenti ma solo di attuazione " tenterei di rigirarlo al negat ivo con una frase severa ma incontestabile dei Promessi Sposi di Manzoni: Volete aver molti in aiuto? Cercate di non averne bisogno. amara questa annotazione, ma quanti accorrono in aiuto del vincitore e si guardano bene di interessarsi di ch i caduto o in difficolt. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 18/03/2011 Il sonno della giustizia Se vero che il sonno della ragione genera mostri, dobbiamo sempre pensare che an che il sonno della giustizia ci pu, per piccoli gradi quasi inavvertiti, precipit are nella mostruosa vergogna della camera a gas. Ci sono persone "laiche" dalla straordinaria caratura morale da diventare esemplari anche per i credenti. Dopo tutto, un ateo come lo scrittore francese Albert Camus arrivava al punto di affe rmare: Come essere santi senza Dio: questo il problema maggiore della vita. Oggi p ropongo le parole di una di queste figure, lo storico e giurista piemontese Ales sandro Galante Garrone (1909-2003), parole tratte da un suo saggio intitolato Am alek, nome del popolo tradizionalmente nemico dell'Israele biblico. Chiara la le zione che ci viene offerta: a produrre mostruosit non solo l'accecamento della ra gione, ma anche il torpore di una giustizia lenta e inerte. Su questo tema non c ' molto da aggiungere soprattutto qui in Italia ove il fare giustizia segue ritmi eterni e procedure interminabili. C', per, un inciso che mi colpisce: per piccoli gradi quasi inavvertiti la societ precipita nel male, nella vergogna e nella perve rsione della stessa umanit. proprio nell'inavvertenza impercettibile dei piccoli passi verso il basso che si nasconde il dramma del nostro tempo. Non si hanno at

ti clamorosi come una guerra o violenze estreme su intere classi sociali ridotte in schiavit. , invece, una goccia dopo l'altra che perfora la coscienza personale e collettiva, smagliandola fino al punto di renderla incapace di reagire all'in giustizia o all'infamia. Si diventa non tanto immorali in modo consapevole e qui ndi capaci di un sussulto, quanto piuttosto amorali, sonnolenti appunto e indiff erenti. E una volta precipitati in questa insensibilit, la voce della coscienza s i fa afona o indistinguibile. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 19/03/2011 SEMPLICE O INGENUO? La semplicit viene dal cuore, l'ingenuit dalla mente. Un uomo semplice quasi sempr e un uomo buono; un uomo ingenuo pu essere un farabutto. Perci l'ingenuit sempre na turale, mentre la semplicit pu essere frutto dell'esercizio. Portava un nome glori oso nella Bibbia, legato a quell'ebreo che era riuscito a divenire vicer d'Egitto . Ma quel nome, Giuseppe, aveva un significato etimologico a prima vista modesto , connesso al verbo ebraico aggiungere. E il padre legale di Ges che oggi festeggia mo fu un uomo che si "aggiunse" all'evento grandioso che stava compiendosi nella sua sposa, offrendo la sua semplice e silenziosa disponibilit. Ci pare, allora, significativo riflettere oggi su due termini talora usati come sinonimi, semplic it e ingenuit. Lo scrittore francese ottocentesco Ren de Chateaubriand ci aiuta, in vece, a distinguerli e a scoprirne la profonda differenza. S, perch ingenui si nas ce e, per questa via, si cade in una serie di incidenti ma anche di cattiverie, compiute forse senza malizia ma capaci di generare sofferenze e mali. La sprovve dutezza e la dabbenaggine di un ingenuo non sono una virt, anzi, sono sorgente di sciocchezze, di imprudenze, di sventatezze. La semplicit, al contrario, una conq uista che nasce da un'ascesi e da una purificazione della mente e del cuore. Non per nulla il poeta russo Sergej Esenin diceva che mostrarsi semplici e sorrident i un'arte suprema. Dio stesso semplice nella sua unit e unicit assoluta, ma non cer to n ingenuo n banale. E allora raccogliamo la lezione di san Giuseppe che potremm o sintetizzare col motto di un altro poeta, l'inglese William Wordsworth: Vivere con semplicit e pensare con grandezza. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 20/03/2011 In manicomio Prendete una donna sana fisicamente e mentalmente, rinchiudetela, tenetela inchi odata a una panca per tutto il giorno, impeditele di comunicare, di muoversi, di ricevere notizie, fatele mangiare cose ignobili. In due mesi sprofonda nella fo llia. Alda Merini, la poetessa nata il 21 marzo, ossia domani, inizio della prim avera, di 70 anni fa, e morta nel 2009, aveva trasformato - come tutti sanno - l a sua drammatica e lunga degenza in manicomio in una straordinaria sostanza poet ica. Una sua importante raccolta, che aveva voluto dedicare a me per esprimermi il suo profondo affetto, s'intitolava La clinica dell'abbandono. Ebbene, parto p roprio dalla sua memoria per introdurre il brano sopra citato che ho desunto da un'opera poco nota in Italia, Dieci giorni in manicomio, della giornalista e scr ittrice americana, Nellie Bly (1864-1922), che per denunciare gli abusi sulle ma late si era fatta rinchiudere in un ospedale psichiatrico femminile, traendone u n diario allucinante. Non vogliamo ora entrare nell'immensa sofferenza della mal attia mentale: ai nostri giorni i manicomi sono stati chiusi, ma la realt doloros a che essi ospitavano spesso riversata sulle famiglie che assistono impotenti e desolate al dramma del loro caro. Il testo che abbiamo evocato ci permette, inve ce, di parlare della dignit violata della persona. Non c' solo la tortura, pratica infame mai estirpata del tutto neppure nelle nostre carceri. C' anche l'inferno creato da colleghi nei confronti di un compagno di lavoro pi debole; c' il mobbing sottile e perverso soprattutto verso le donne; c' il bullismo nelle scuole, segn o di degrado personale e sociale; c' la violenza nelle stesse famiglie. Mai a suf ficienza, allora, si lavorer e ci si impegner per il rispetto della persona umana, epifania di Dio perch sua "immagine" vivente.

22/03/2011 IL VELO DELLA NOIA La noia, come il ragno al centro di una tela, avvolge la realt e le vicende umane di un velo grigio e diafano di indifferenza. Era nato in Francia da una famigli a di ebrei russi emigrati e il suo nome rivela questa origine: sto parlando del filosofo Vladimir Janklvitch (1903-1985), autore di un famoso Trattato delle virt a cui ho attinto per questa suggestiva raffigurazione della noia. Se la luce del sole attraversa una ragnatela, rimaniamo stupiti di tanta armonia di ricamo, ma basta un tocco per infrangere quella trama e imprigionare l'insetto in un vilupp o mortale di fili. La noia purtroppo uno dei vessilli di tante persone del nostr o tempo, un velo grigio e diafano fatto di monotonia e indifferenza. Un altro filo sofo, il tedesco Martin Heidegger, la comparava a una nebbia silenziosa che si ra ccoglie negli abissi dell'esistere, rendendoci apatici e insoddisfatti, ma incapa ci di reagire. O meglio: talora la reazione alla noia c', ma il puro e semplice s quarcio di quella rete. Pensiamo a quei ragazzi annoiati che, per spezzare il lo ro vuoto, compiono atti assurdi e vandalici, devastando le loro scuole, scaglian do sassi dai cavalcavia, danneggiando monumenti e giungendo persino al baratro d ella crudelt, appiccando fuoco a un barbone. il vuoto che si trasforma in aggress ione, la demotivazione che degenera in stupidit, l'inerzia che si muta in frenesi a insensata. Anche se non arriveremo mai a questa soglia, impediamo alla noia di insediarsi in noi anche solo in un angolino dell'anima perch " come scriveva Leo pardi nel suo Zibaldone " essa figlia del nulla e madre del nulla e rende sterile tutto ci a cui si avvicina. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 23/03/2011 Cantando La cosa pi bella al mondo: una bimba che ti chiede quale sia la strada e che ripa rte cantando dopo che gliel'hai indicata. In giapponese esiste un sorprendente g enere poetico detto haiku: esso si compone di sole 17 sillabe distribuite in tre versi. Come si pu immaginare, una sorta di illuminazione, un'immagine essenziale che subito scolora, ma lascia una traccia nell'anima. Ho proposto oggi uno di q uesti componimenti perch la sua purezza e semplicit ci rendano pi sensibili alle pi ccole cose che di solito ignoriamo o calpestiamo. L'elemento che vorrei esaltare in questa che sostanzialmente una pennellata poetica nella finale: hai mostrato alla bambina la strada giusta ed essa non vi si avvia soltanto ma la percorre c antando. , questa, la dote pi bella dell'infanzia, la fiducia gioiosa, l'attesa fr emente, la capacit di sperare e sognare. Certo, le disillusioni a noi hanno inseg nato la cautela e persino il sospetto; anche questa bimba, prima o poi, conoscer la frustrazione e la diffidenza. Ma la sua lezione non deve essere ignorata (il pensiero va all'evangelico Se non diventerete come i bambini"). Dobbiamo qualche v olta di pi scoprire il fiore che sboccia nella crepa di un asfalto, il frammento di gioia intessuto nella pesante quotidianit, lo squarcio di luce nella nuvolagli a. Il drammaturgo tedesco Bertolt Brecht in una sua poesia si domandava: Nei temp i oscuri si pu ancora cantare? e rispondeva: Allora si deve cantare dei tempi oscur i. Anche il dolore " come avviene nei Salmi " pu diventare poesia, canto, liberazi one e forse quello il canto pi alto e intenso. 24/03/2011 TRE VITE L'attenzione del mondo: bisogna realmente attirare su di s l'attenzione del mondo per cominciare ad esistere?... Tutti vivono almeno tre vite: una reale, una imm aginaria e una non percepita. Stanotte, ritrovandomi improvvisamente a occhi aper ti con tutte quelle ansie che svaporano al mattino, ho acceso la luce schermata sul comodino, ho aperto un libro di Bernhard e con la matita ho cominciato a sot tolineare qua e l qualche parola, qualche frase smozzicata". Sto leggendo anch'io a notte fonda, come spesso mi capita: ho tra le mani Il posto delle cornacchie, un libro di un amico scrittore che anche i nostri lettori ben conoscono perch a p i riprese ha occupato questo spazio sul giornale, Ferruccio Parazzoli. E tra le f rasi dell'aspro autore austriaco Thomas Bernhard (1931-1989), che egli sottoline

a con la matita, scelgo due riflessioni acide ma vere. Per molti si veramente vi vi solo quando si appare, quando si hanno i riflettori puntati su di s, quando l' attenzione degli altri ci gratifica di un qualche interesse. Soltanto cos si spie ga quel triste denudarsi intimo che avviene in certi programmi televisivi per di mostrare a s e agli altri di esistere e di essere importanti, senza badare a qual e prezzo. Ma andiamo avanti con Bernhard e la sua considerazione sulle tre vite. S, c' l'esistenza reale, registrata anche dai documenti o dai nostri ricordi. C', per, un'altra vita fatta di fantasticherie, di castelli in aria, di chimere e mir aggi: anch'essa necessaria, purch non debordi cancellando la prima e rendendoci p ersone alienate e paranoiche. Purtroppo la terza vita che sfugge a molti ed quel la interiore, profonda, spirituale. Veleggiamo sulla superficie degli eventi o c i astraiamo nel sogno, ma non scaviamo nell'anima, nella coscienza, nel recesso segreto del cuore. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 25/03/2011 LABBRA CHIUSE L'importanza del conservare le labbra chiuse, che si toccano l'un l'altro, ci in segnato anche dalla sillaba sacra indiana om. L'ultima lettera di questa sillaba richiede che le labbra si chiudano a salvaguardare ci che non ancora manifestato . Il silenzio di Maria non assenza di parole, ma riserva di parole ed eventi fut uri non ancora manifestati. Maria porta in s il mistero del non ancora accaduto. Nei Vangeli Maria parla solo sei volte e " tranne nel caso del Magnificat " si t ratta di frasi brevissime, mozziconi di parole. la settima la sua maggiore dichi arazione, cio quella custodita nel suo silenzio. Ce lo ricorda una filosofa e psi co-analista belga, Luce Irigaray, con queste righe che mettono in scena l'annunc iazione di Maria, affidata a due sue frasi simili a un soffio: Come avverr questo, poich non conosco uomo?... Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola!. Il resto silenzio ed in quello spazio tacito che si colloca lo spiri to generatore. Come scrive ancora Irigaray, partorire un bambino divino significa portare alla luce una nuova epoca della storia dell'umanit. Dobbiamo, allora, imp arare la grammatica del silenzio, una lingua difficile, tipica della fede: "mist ica" e "mistero" derivano, infatti, dal verbo greco myein che, per essere pronun ciato, costringe a chiudere le labbra " come accade per la sillaba sacra indiana om " e che significa appunto tacere. Il silenzio la lingua ultima degli innamorat i veri che raggiungono l'apice della loro eloquenza quando tacciono e si guardan o negli occhi. La contemplazione silenziosa anche l'anima della spiritualit alta. Chiudiamo, perci, pi spesso le labbra, impedendo un flusso vano di chiacchiere pe r salvaguardare la ricchezza che in noi e che non dev'essere svelata in modo sgu aiato e scomposto. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 26/03/2011 delitti veri e immaginari Non di rado le ragioni per cui ci si astiene dai delitti sono pi vergognose e pi s egrete dei delitti stessi. Erba, Garlasco, Novi Ligure": sono cittadine che cono sco e che ho attraversato pi di una volta; eppure a me, come penso a voi che mi l eggete, sono ormai connotate per i loro clamorosi ed efferati delitti. Oggi vorr ei porre l'attenzione proprio su questa realt cos tragicamente umana, il crimine, e lo faccio con una frase di quella raccolta interessante di appunti che il Tel quel (Tal quale) dello scrittore francese Paul Valry (1871-1945). Ora, non solo la psicanalisi ad averci insegnato che esistono delitti fatti col pensiero e, per f ortuna, mai messi in azione. Sappiamo, infatti, per esperienza comune che qualch e volta ci ha lambito il cervello o la fantasia il desiderio di colpire una pers ona che detestiamo. La tentazione di cullarci in queste immaginazioni perverse " anche se talora pu essere un benefico sostituto dell'atto malvagio " per rischios a perch diventa un secernere il fiele dell'odio. Deve, allora, essere tenuto semp re vigile un senso di colpa anche per questi pensieri vergognosi e segreti perch " per usare l'espressione di un altro scrittore francese, Georges Bernanos " essi sono come una sorta di mulinello che attira inesorabilmente verso il suo centro e

del quale nessuno pu essere sempre certo della forza o dell'esito. Una volta ci s i ricordava di confessare i peccati che si commettevano in pensieri, parole, oper e e omissioni. Ebbene, sorvegliare fantasticherie, emozioni, orientamenti, pulsio ni una scelta necessaria prima che quel mulinello " anche solo per inerzia o in un atto inconsapevole " ci trituri la volont e ci travolga. Similmente la purificaz ione del pensiero e dell'intenzione decisiva per il controllo delle azioni. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 27/03/2011 PENSARE PRIMA DI PARLARE Non c' da fidarsi di quello che dice la gente, spesso se le inventa le cose, dice quello che le passa per la mente senza pensarci. Pensare prima di parlare e inv ece succede il contrario. Non avere un pensiero e saperlo esprimere: questo che f a di uno un giornalista. Certo, era esagerato Karl Kraus, il caustico autore aust riaco dei Detti e contraddetti (1909), ma in qualcosa indovinava. E la sua "veri t" non colpiva solo i giornalisti, che " continuava " spesso hanno con la vita e l a verit all'incirca lo stesso rapporto che le cartomanti hanno con la metafisica, ma soprattutto il chiacchiericcio vano e vacuo di molti. Basta solo salire su un treno e sorbirsi le conversazioni fluviali che i passeggeri affidano ai loro ce llulari. Aveva ragione, allora, lo scrittore Luigi Malerba quando " nella nostra citazione da Salto mortale (1968) " registrava un'atmosfera diffusa, quella del parlare col cervello scollegato, emettendo un profluvio di banalit, di stupidit e persino di vere e proprie falsit. Un antico letterato orientale, vissuto nel IX secolo nell'attuale Iraq, di nome Ibn al-Mu'tazz, ricordava che il sapiente espr ime le sue idee con accuratezza e col minor numero di parole. Ora, invece, a par tire dalla televisione, una logorrea incessante e indefessa si rovescia nelle or ecchie degli ascoltatori, miscelando verit e inganno, sostanza e apparenza in una marmellata appiccicosa e fortemente speziata, destinata a palati ormai deformat i da un eccesso continuo. Diventa, cos, urgente una purificazione del nostro sgua rdo dalle troppe brutture e bruttezze e una liberazione del nostro orecchio dall e ortiche del vaniloquio, del cicaleccio inconsistente, del brusio permanente. S, bisogna avere il coraggio di creare qualche volta " almeno di domenica " un'oas i di silenzio, introducendo una sorta di dieta dell'anima e della mente, perch ab bia spazio la riflessione, il pensiero, il raccoglimento. Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 29/03/2011 LIBERACI DALLA PAURA Dobbiamo essere liberi dalla paura. Non il potere che corrompe, ma la paura. Il timore di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura del castigo da pa rte del potere corrompe chi ne soggetto. una donna fragile a vedersi, con un vol to dagli occhi che ti trafiggono: Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, costretta al carcere per anni e ora agli arresti domiciliari dal regime m ilitare birmano, pur essendo la figlia dell'eroe dell'indipendenza di quel Paese . Ho raccolto queste sue parole sulla paura perch sono quasi il programma della s ua lotta per la libert. Non c' bisogno di moltiplicare i commenti attorno a una ve rit cos lampante. La paura, infatti, la radice di tante vergogne che si commettono . Ed per questo che il grande Montaigne, nei suoi Saggi, non esitava a confessar e: La paura la cosa di cui ho pi paura. La paura di perdere una carica ti vota all' adulazione, all'inganno, all'umiliazione. La paura di perdere un affetto ti spin ge alla gelosia e ad atti meschini. La paura di perdere il predominio sugli altr i ti rende implacabile e fin crudele. La paura di perdere la fama ti fa vanitoso e fatuo. Potremmo andare avanti a lungo in questa litania di debolezze e miseri e; perci giusto invocare Dio affinch ci liberi da ogni paura e vilt e ci renda cora ggiosi e sereni. Detto questo, per, vorrei distinguere la paura da un'altra realt che usiamo di solito come sinonimo: il timore. Spesso, infatti, si crede di esse re audaci perch non si ha pi rispetto dell'altro e si diventa, cos, arroganti, inso lenti, impertinenti. Se la paura pu essere un difetto, il timore una virt. Per que sto motivo nella Bibbia si legge: Il timore del Signore principio di sapienza (Pro verbi 1,7).

Il mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 31/03/2011 Condannati a ripetere Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo. L'esperien za un pettine che la natura dona ai calvi. L'antica ironia cinese si rivela folgo rante in questa immagine destinata a illustrare l'ottusit umana che considera la saggezza acquisita con le prove della vita non come una guida per il presente, m a semplicemente come un regalo utile che non serve a niente, per usare la definizi one di un autore occidentale, Jules Renard. Siamo, cos, condotti verso l'asserto che oggi propongo, desumendolo da quell'originale opera in cinque parti, pubblic ata nel 1905-1906 dal filosofo statunitense (ma nato a Madrid nel 1863 e morto a Roma nel 1952), George Santayana, col titolo La vita della ragione, opera dedic ata appunto alla conoscenza umana e ai suoi processi. Chi non conserva la lezion e ricevuta attraverso le esperienze della vita inesorabilmente destinato a incia mpare di nuovo in errori e fallimenti. Purtroppo la storia conferma la tesi oppo sta e l'umanit spesso dissolve nell'oblio il passato e si ripresenta implacabile sugli stessi abissi, pronta a precipitarvi. Ecco perch il ricordo diventa fondame ntale proprio per il progresso e non tanto per la conservazione. Con l'eredit di sapienza e di insipienza che abbiamo ricevuto dal passato noi possediamo come un a fiaccola che dirada l'oscurit incerta del futuro. E invece la smemoratezza cont emporanea convinta che, senza lo scrigno del ricordo, si possa procedere pi spedi ti. In realt, si avanza in modo frenetico e schizofrenico e si inciampa in equivo ci, in abbagli, in spropositi che gi erano stati vissuti, identificati e bollati nella storia che sta alle nostre spalle. Ma, in positivo, si perdono anche tutti i valori, le intuizioni, le creazioni che un passato nobile ci ha lasciato come patrimonio. curioso notare che per la Bibbia "ricordare" il verbo della fede e della vita e "dimenticare" il vocabolo dell'apostasia e della morte. l mattutino A cura di Gianfranco Ravasi 01/04/2011 I LETTI BEN RIFATTI L'uomo, fin che sta in questo mondo, un infermo che si trova su un letto scomodo pi o meno, e vede intorno a s altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a live llo; e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce di cambiare, appen a s' accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire, qui una lisca che lo pu nge, l un bernoccolo che lo preme: siamo, in somma, a un di presso, alla storia d i prima. Avete, certo, tutti indovinato di chi sia questa considerazione: siamo in pratica all'ultima pagina dei Promessi Sposi (cap. 38) e Manzoni, con l'immag ine dell'infermo e dei letti, centra due aspetti fondamentali dell'umanit. Da un lato, c' la fragilit costitutiva e radicale della creatura umana, un infermo che per cepisce il suo limite, la sua impotenza, la sua realt vera. D'altro lato, c' per la sua altrettanto costitutiva e radicale insoddisfazione e scontentezza. Il desid erio, pur legittimo, di mutare stato si nutre di illusioni e alla fine precipita in delusione. Sboccia, cos, la pianta maligna della gelosia e dell'invidia. Un p roverbio tedesco dichiara che la felicit e l'arcobaleno non si vedono mai sulla pr opria casa, ma solo su quella del tuo vicino. La capacit di accettarsi, il realism o della situazione, la serenit nella semplicit sono merce rara, tant' vero che la s ociet, anche attraverso la pubblicit, crea continuamente miti, costringendo a rinc orrere fantasmi di felicit. Per questo, di fronte alla frustrazione dei sogni, si piomba nel pessimismo, nello scoraggiamento e persino nella ribellione. Riflett iamo su questa frase dello scrittore tedesco Ludwig Brne (1786-1837): Si scontenti perch pochi sanno che la distanza tra uno e niente pi grande che tra uno e mille. 29/11/2011 LA DILAZIONE Rimandando quello che si deve fare, si corre il pericolo di non farlo mai pi. Non convertendosi subito, si rischia di essere dannati. L'indugiare non solo frutto di pigrizia. In alcune persone una vera e propria attitudine costante: si cerca di dilazionare, di rimandare a un altro momento e, cos, i nodi s'attorcigliano a

ncor di pi, le pratiche da evadere s'accumulano, le abitudini si sclerotizzano, i difetti s'incancreniscono. Aveva, perci, ragione il grande poeta francese Charle s Baudelaire quando proponeva l'osservazione che oggi abbiamo citato. Era un po' il suo autoritratto, perch egli si era lasciato trascinare nel vortice di una vi ta sregolata, contrassegnata da vizi, dall'uso di alcol e droghe, dalla dissipaz ione economica, sia pure sempre con l'anelito di riscatto e di conversione che, per, mai veniva reso effettivo nella vita. A livello morale , quindi, deleterio il rinvio, nella consapevolezza che il male interiore si consolida e occupa progre ssivamente corpo e anima, mentre come scriveva il grande Seneca all'amico Lucili o dum differtur, vita transcurrit, intanto che si rimanda, la vita continua a sco rrere, e alla fine si hanno le mani vuote. Certo, vero che talvolta procrastinare una scelta pu essere frutto di saggezza e riflessione e pu persino attenuare, sbi adire o spegnere questioni troppo bollenti. Ma nella maggior parte dei casi non bisogna dimenticare quell'altro motto latino divenuto proverbiale (lo si attribu isce ad Arnobio, scrittore cristiano del IIIIV secolo): Quod differtur, non aufer tur, ci che viene differito, non n eliminato n perso. L'impegno da prendere star sem pre l ad attenderci nei crocevia dell'esistenza. i proverbi - A cura di Gianfranco Ravasi 16/11/2002 Amo poco i proverbi" Sono selle buone per i cavalli; non ce n' uno che non abbia il suo contrario, e qualunque condotta si tenga, se ne trova sempre uno per appo ggiarvisi. Qualche tempo fa in un'edicola di un aeroporto francese avevo trovato un tascabile contenente un'antologia dei proverbi pi famosi della tradizione ebr aica mitteleuropea. In apertura c'era la frase che ho sopra tradotta e che era a ttribuita allo scrittore francese Alfred de Musset (1810-1857) e alla sua opera Emmeline che non conosco. curioso notare che questa sua osservazione talmente ve ra che nel libro biblico dei Proverbi ci imbattiamo in questi due consigli del t utto antitetici eppure appaiati tra loro e paradossalmente entrambi validi: Non r ispondere allo stupido secondo la sua stupidit per non diventare anche tu simile a lui. Rispondi allo stupido secondo la sua stupidit perch egli non si creda sapie nte (26, 4-5). Effettivamente c' una sapienza popolare sana e necessaria, ma c' pur e una saggezza solo apparente che fatta di luoghi comuni, di perbenismo, di como dit o pigrizia mentale e morale. Le contraddizioni tuttavia che vi ritroviamo son o segno che la sapienza riflette la realt: essa non facilmente riducibile solo a bianco e nero, non relegabile in uno stampo prefissato n sottoponibile a un giudi zio troppo esclusivo. Per questo, senza cadere nel relativismo, si deve essere c omprensivi e duttili, rigorosi ma non rigidi, consapevoli che la realt complessa e la vita ardua. (rireso ed espanso per sole24ore del 26/08/2007 in http://ebookbrowse.com/proverbi-ravasi-cimosa-bibbia-pdf-d460044933