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LA NGGN PICCOLA ANTOLOGIA PERSONALE

(E PARZIALE) POESIE INSERITE IN ORDINE SPARSO E PER I MOTIVI PIU DISPARATI (MI PIACCIONO, MI PIACCIONO MOLTO, MI FANNO PENSARE A QUALCUNO, EVOCANO UN RICORDO SCOLASTICO, ECC.)

ANACREONTE Canute sono ormai le tempie, bianco il capo la giovinezza ridente non pi con me e vecchi sono i denti. Della tenera vita non pi molto mi resta. E io gemo per questo per paura dellAde. DellAde infatti orribile il baratro, e ad esso grave la discesa; ed vero, per chi sia disceso risalire non possibile

GIACOMO LEOPARDI L'infinito Sempre caro mi fu questermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dellultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di l da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien leterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Cos tra questa immensit sannega il pensier mio: e il naufragar m dolce in questo mare.

JOHAN WOLFGANG GOETHE Ein Gleiches ber allen Gipfeln Ist Ruh, In allen Wipfeln Sprest du Kaum einen Hauch; Die Vgelein schweigen im Walde. Warte nur, balde Ruhest du auch.

GIUSEPPE GIUSTI Il poeta e gli eroi da poltrona Poeta: Eroi, eroi, che fate voi? Eroi: Ponziamo il poi. Poeta: (Meglio per noi!) O del presente che avete in mente? Eroi: Un tutto e un niente. Poeta: (Precisamente). Che brava gente! Dite, o l'Italia? Eroi: L'abbiamo a balia. Poeta:

Balia pretesca, liberalesca, nostra o tedesca? Eroi: Vattel'a pesca. Poeta: Lo so (sta fresca!).

FERNANDO PESSOA Ho pena delle stelle Ho pena delle stelle che brillano da tanto tempo, da tanto tempo... Ho pena delle stelle. Non ci sar una stanchezza delle cose, di tutte le cose, come delle gambe o di un braccio? Una stanchezza di esistere, di essere, solo di essere, l'essere triste lume o un sorriso... Non ci sar dunque, per le cose che sono, non la morte, bens un'altra specie di fine, o una grande ragione: qualcosa cos, come un perdono?

EDUARDO DE FILIPPO O rra 'O rra ca me piace a me m' 'o ffaceva sulo mamm. A che m'aggio spusato a te, ne parlammo p ne parl. Io nun sogno difficultuso; ma luvmell''a miezo st'uso. S, va buono: cumme vu tu. M ce avssem' appiccec? Tu che dice? Chest' rra? E io m'a 'o mmagno p m' 'o mangi... M' 'a faje dicere na parola? Chesta carne c' 'a pummarola.

PAOLO CONTE Canzone anfibia (unica poesia scritta da P.C.) Piove sullAurelia acqua del cielo di settembre 1950. E passa sullAurelia nella pioggia unAurelia grigia 1950. Da un palazzotto 1950 sto guardando quei due grigi Aurelia, una bionda, sporgendosi in fuori cos si sciacquano in unacqua non di mare e non di terra queste tre Aurelie tra dalie e camelie 1950, quanta bellacqua.

MONTALE Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari e risplenda come un croco perduto in mezzo a un polveroso prato. Ah l'uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico, e l'ombra sua non cura che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro! Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, s qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ci che non siamo, ci che non vogliamo.

GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI La bbona famijja Mi' nonna, a un'or de notte che vi ttata Se leva da fil, povera vecchia, Attizza un carboncello, ciapparecchia, E maggnamo du' fronne d'inzalata. Quarche vorta se famo una frittata, Che ssi la metti ar lume ce se specchia Come fussi a ttraverzo d'un'orecchia: Quattro noce, e la cena terminata. Poi ner mentre ch'io, tata e Crementina Seguitamo un par d'ora de sgoccetto, Lei sparecchia e arissetta la cucina. E appena visto er fonno ar bucaletto, 'Na pisciatina, 'na sarvereggina, E, in zanta pace, ce n'annamo a letto.

GIORGIO CAPRONI Il gibbone No, non questo il mio paese. Qua - fra tanta gente che viene, tanta gente che va io sono lontano e solo (straniero) come l'angelo in chiesa dove non c' Dio. Come, allo zoo, il gibbone. Nell'ossa ho un'altra citt che ni strugge. E' l. L'ho perduta. Citt grigia di giorno e, a notte, tutta una scintillazione di lumi - un lume per ogni vivo, come, qui al cimitero, un lume,

per ogni morto. Citt cui nulla, nemmeno la morte - mai, - mi ricondurr.

ALDO PALAZZESCHI La passeggiata Andiamo? Andiamo pure. All'arte del ricamo, fabbrica passamanerie, ordinazioni, forniture. Sorelle Purtar. Alla citt di Parigi. Modes, nouveaut Benedetto Paradiso successore di Michele Salvato, gabinetto fondato nell'anno 1843. avviso importante alle signore ! La belt del viso, seno d'avorio, pelle di velluto. Grandi tumulti a Montecitorio. Il presidente pronunci fiere parole. tumulto a sinistra, tumulto a destra.

Il gran Sultano di Turchia ti aspetta. La pasticca di Re Sole. Si getta dalla finestra per amore. Insuperabile sapone alla violetta. Orologeria di precisione. 93 Lotteria del milione. Antica trattoria "La pace", con giardino, fiaschetteria, mescita di vino. Loffredo e Rondinella primaria casa di stoffe, panni, lane e flanella. Oggetti d'arte, quadri, antichit, 26 26 A. Corso Napoleone Bonaparte. Cartoleria del progresso. Si cercano abili lavoranti sarte.

Anemia ! Fallimento! Grande liquidazione! Ribassi del 90% Libero ingresso. Hotel Risorgimento e d'Ungheria. Lastrucci e Garfagnoni, impianti moderni di riscaldamento: caloriferi, termosifoni. Via Fratelli Bandiera gi via del Crocefisso. Saldo fine stagione, prezzo fisso. Occasione, occasione! Diodato Postiglione scatole per tutti gli usi di cartone. Inaudita crudelt! Cioccolato Talmone. Il pi ricercato biscotto.

Duretto e Tenerini via della Carit. 2. 17. 40. 25. 88. Cinematografo Splendor, il ventre di Berlino, viaggio nel Giappone, l'onomastico di Stefanino. Attrazione ! Attrazione! Cerotto Manganello, infallibile contro i reumatismi, l'ultima scoperta della scienza ! L'Addolorata al Fiumicello, associazione di beneficenza. Luigi Cacace deposito di lampadine. Legna, carbone, brace, segatura, grandi e piccole fascine, fascinotti, forme, pine. Professor Nicola Frescura:

state all?erta giovinotti ! Camicie su misura. Fratelli Buffi, lubrificanti per macchine e stantuffi. Il mondo in miniatura. Lavanderia, Fumista, Tipografia, Parrucchiere, Fioraio, Libreria, Modista. Elettricit e cancelleria. L'amor patrio antico caff. Affittasi quartiere, rivolgersi al portiere dalle 2 alle 3. Adamo Sensi studio d'avvocato, dottoressa in medicina

primo piano, Antico forno, Rosticcere e friggitore. Utensili per cucina, Ferrarecce. Mesticatore. Teatro Comunale Manon di Massenet, gran serata in onore di Michelina Proches. Politeama Manzoni, il teatro dei cani, ultima matine. Si fanno riparazioni in caloches. Cordonnier. Deposito di legnami. Teatro Goldoni i figli di nessuno, serata popolare. Tutti dai fratelli Bocconi ! Non ve la lasciate scappare !

29 31 Bar la stella polare. Assunta Chiodaroli levatrice, Parisina Sudori rammendatrice. L'arte di non far figlioli. Gabriele Pagnotta strumenti musicali. Narciso Gonfalone tessuti di seta e di cotone. Ulderigo Bizzarro fabbricante di confetti per nozze. Giacinto Pupi, tinozze e semicupi. Pasquale Bottega fu Pietro, calzature... Torniamo indietro? Torniamo pure.

GIACOMO LEOPARDI La sera del d di festa Dolce e chiara la notte e senza vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. O donna mia, Gi tace ogni sentiero, e pei balconi Rara traluce la notturna lampa: Tu dormi, che t'accolse agevol sonno Nelle tue chete stanze; e non ti morde Cura nessuna; e gi non sai n pensi Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che s benigno Appare in vista, a salutar m'affaccio, E l'antica natura onnipossente, Che mi fece all'affanno. A te la speme Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. Questo d fu solenne: or da' trastulli Prendi riposo; e forse ti rimembra

In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti Piacquero a te: non io, non gi, ch'io speri, Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo Quanto a viver mi resti, e qui per terra Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi In cos verde etate! Ahi, per la via Odo non lunge il solitario canto Dell'artigian, che riede a tarda notte, Dopo i sollazzi, al suo povero ostello; E fieramente mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non lascia. Ecco fuggito Il d festivo, ed al festivo il giorno Volgar succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente. Or dov' il suono Di que' popoli antichi? or dov' il grido De' nostri avi famosi, e il grande impero Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio Che n'and per la terra e l'oceano? Tutto pace e silenzio, e tutto posa Il mondo, e pi di lor non si ragiona.

Nella mia prima et, quando s'aspetta Bramosamente il d festivo, or poscia Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia, Premea le piume; ed alla tarda notte Un canto che s'udia per li sentieri Lontanando morire a poco a poco, Gi similmente mi stringeva il core.

AUGUSTO VON PLATEN La tomba nel busento Cupi a notte canti suonano Da Cosenza su l Busento, Cupo il fiume gli rimormora Dal suo gorgo sonnolento. Su e gi pe l fiume passano E ripassano ombre lente: Alarico i Goti piangono, Il gran morto di lor gente. Ahi s presto e da la patria Cos lungi avr il riposo, Mentre ancor bionda per gli omeri Va la chioma al poderoso! Del Busento ecco si schierano Su le sponde i Goti a pruova, E dal corso usato il piegano

Dischiudendo una via nuova. Dove londe pria muggivano, Cavan, cavano la terra; E profondo il corpo calano, A cavallo, armato in guerra. Lui di terra anche ricoprono E gli arnesi dr lucenti: De leroe crescan su lumida Fossa lerbe de i torrenti! Poi, ridotto a i noti tramiti, Il Busento lasci londe Per lantico letto valide Spumeggiar tra le due sponde. Cant allora un coro duomini: Dormi, o re, ne la tua gloria! Man romana mai non voli La tua tomba e la memoria!

Cant, e lungo il canto udivasi Per le schiere gote errare: Recal tu, Busento rapido, Recal tu da mare a mare.

CESARE PASCARELLA Er cortello Ar mio, sopra la lama ch'e' rintorta C'e' stampata 'na lettra cor un fiore; Me lo diede Ninetta che m'e' morta, Quanno che me ce messi a fa' l'amore. E quanno la baciai la prima vorta, Me disse: - Si m'avrai da da' er dolore De dimme che de me nun te n'importa, Prima de dillo sfonnemece er core. E da quer di' che j'arde el lanternino Davanti a la crocetta ar camposanto, Lo porto addosso come un abitino. E si la festa vado a fa' bisboccia, Si be' che ci abbi' tanti amichi accanto, Er mejo amico mio ce l'ho in saccoccia.

FRANCESCO PETRARCA Chiare, fresche e dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna; gentil ramo ove piacque (con sospir' mi rimembra) a lei di fare al bel fianco colonna; erba e fior' che la gonna leggiadra ricoverse co l'angelico seno; aere sacro, sereno, ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse: date udenza insieme a le dolenti mie parole estreme. S'egli pur mio destino e 'l cielo in ci s'adopra, ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda, qualche gratia il meschino corpo fra voi ricopra,

e torni l'alma al proprio albergo ignuda. La morte fia men cruda se questa spene porto a quel dubbioso passo: ch lo spirito lasso non poria mai in pi riposato porto n in pi tranquilla fossa fuggir la carne travagliata e l'ossa. Tempo verr ancor forse ch'a l'usato soggiorno torni la fera bella e manseta, e l 'v'ella mi scorse nel benedetto giorno, volga la vista disosa e lieta, cercandomi; e, o piet!, gi terra in fra le pietre vedendo, Amor l'inspiri in guisa che sospiri s dolcemente che merc m'impetre, e faccia forza al cielo,

asciugandosi gli occhi col bel velo. Da' be' rami scendea (dolce ne la memoria) una pioggia di fior' sovra 'l suo grembo; ed ella si sedea umile in tanta gloria, coverta gi de l'amoroso nembo. Qual fior cadea sul lembo, qual su le treccie bionde, ch'oro forbito e perle eran quel d a vederle; qual si posava in terra, e qual su l'onde; qual con un vago errore girando parea dir: - Qui regna Amore. Quante volte diss'io allor pien di spavento: Costei per fermo nacque in paradiso. Cos carco d'oblio il divin portamento

e 'l volto e le parole e 'l dolce riso m'aveano, e s diviso da l'imagine vera, ch'i' dicea sospirando: Qui come venn'io, o quando?; credendo d'esser in ciel, non l dov'era. Da indi in qua mi piace quest'erba s, ch'altrove non pace. Se tu avessi ornamenti quant'i voglia, poresti arditamente uscir del bosco, et gir in fra la gente.

DINO CAMPANA LINVETRIATA La sera fumosa d'estate Dall'alta invetriata mesce chiarori nell'ombra E mi lascia nel cuore un suggello ardente. Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha A la Madonnina del Ponte chi chi che ha acceso la lampada? - c' Nella stanza un odor di putredine: c' Nella stanza una piaga rossa languente. Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto: E tremola la sera fatua: fatua la sera e tremola ma c' Nel cuore della sera c', Sempre una piaga rossa languente.

FRANCESCO BERNI SONETTO CONTRA LI PRETI Godete, preti, poi che l vostro Cristo vama cotanto, chei, se pi soffende, pi da turchi e concilii vi difende e pi felice fa quel ch pi tristo. Ben verr tempo chogni vostro acquisto, che cos bruttamente oggi si spende, vi lever; ch Dio ferirvi intende col flgor che non sia sentito o visto. Credete voi, per, Sardanapali, potervi far or femine or mariti, e la chiesa or spelonca et or taverna? E far mille altri, chio non vo dir, mali, e saziar tanti e s strani appetiti, e non far ira alla bont superna?

GABRIELE DANNUNZIO La sera fiesolana Fresche le mie parole ne la sera ti sien come il frusco che fan le foglie del gelso ne la man di chi le coglie silenzioso e ancor s'attarda a l'opra lenta su l'alta scala che s'annera contro il fusto che s'inargenta con le sue rame spoglie mentre la Luna prossima a le soglie cerule e par che innanzi a s distenda un velo ove il nostro sogno giace e par che la campagna gi si senta da lei sommersa nel notturno gelo e da lei beva la sperata pace senza vederla. Laudata sii pel tuo viso di perla, o Sera, e pe'; tuoi grandi umidi occhi ove si tace l'acqua del cielo! Dolci le mie parole ne la sera

ti sien come la pioggia che bruiva tepida e fuggitiva, commiato lacrimoso de la primavera, su i gelsi e su gli olmi e su le viti e su i pinidai novelli rosei diti che giocano con l'aura che si perde, e su 'l grano che non biondo ancora e non verde, e su 'l fieno che gi pat la falce e trascolora, e su gli olivi, su i fratelli olivi che fan di santit pallidi i clivi e sorridenti. Laudata sii per le tue vesti aulenti, o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce il fien che odora! Io ti dir verso quali reami d'amor ci chiami il fiume, le cui fonti eterne a l'ombra de gli antichi rami parlano nel mistero sacro dei monti; e ti dir per qual segreto

le colline su i limpidi orizzonti s'incurvino come labbra che un divieto chiuda, e perch la volont di dire le faccia belle oltre ogni uman desire e nel silenzio lor sempre novelle consolatrici, s che pare che ogni sera l'anima le possa amare d'amor pi forte. Laudata sii per la tua pura morte, o Sera, e per l'attesa che in te fa palpitare le prime stelle!

SALVATORE QUASIMODO Ed subito sera Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed subito sera.

GINO PATRONI Mensa popolare Una zuppa di verdura ed subito pera.

DANTE ALIGHIERI Tanto gentil e tanto onesta pare la donna mia quand'ella altrui saluta, ch'ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l'ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d'umilta' vestuta; e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi si' piacente a chi la mira, che da' per li occhi una dolcezza al core, che 'ntender non la puo' chi no la prova; e par che de la sua labbia si mova uno spirito soave pien d'amore, che va dicendo a l'anima: Sospira.

GESUALDO BUFALINO Canzonetta di Charles Trenet Stasera percuote il vento le porte e mi ripete le morte felicit che non son pi. Io siedo davanti al fuoco languente rimescolando le spente grigie braci di giovent. Di voi che resta, antichi amori, giorni di festa, teneri ardori? Solo una mesta foto ingiallita Fra le mie dita Di voi che resta, sguardi innocenti, lacrime, risa e giuramenti? Solo, sepolto in un cassetto, qualche biglietto Sere daprile, sogni incantati,

capelli al vento, baci rubati, che resta dunque di tutto ci? Ditemi un po Rivedo un viso, mormoro un nome, ma non ricordo quando n come penso a un villaggio dove non so se torner. Bisbigli, stupore dessere in due mano con mano nel buio, felici senza perch Violette fra due pagine di libro, il cui profumo cinebria, unombra sola siete, ahim! Di voi che resta, antichi amori,

GIORGIO CAPRONI Il bicchiere luomo che nel buio solo a bere: che non ha nessuno, nelloscurit, cui accostare il bicchiere

GHIORGOS SEFERIS La nostra terra La nostra terra chiusa, tutta monti che hanno per tetto il basso cielo giorno e notte. Non abbiamo fiumi, non abbiamo pozzi non abbiamo sorgenti, solo poche cisterne, e queste vuote, che risuonano e che veneriamo. Suono stagnante e sordo, uguale alla nostra solitudine uguale al nostro amore, uguale ai nostri corpi. Ci stupiamo di aver potuto una volta costruire case capanne e ovili. E le nozze nostre, le fresche ghirlande e le dita diventano enigmi inspiegabili alla nostra anima. Come sono nati come si son fatti forti i nostri figli? La nostra terra chiusa. La chiudono due cupe Simplegadi. Nei porti la domenica quando scendiamo a respirare vediamo rischiarati al tramonto

rottami di viaggi mai portati a termine corpi che non sanno pi come amare.

VINCENZO CARDARELLI Ajace Sempre obliasti, Ajace Telamonio, ogni prudenza in guerra, ogni preghiera. Mai non pensasti ad invocar l'aiuto d'una benigna Dea che ingigantir potesse le tue forse o sottrati sollecita al nemico. Non avevi una madre da impietosir l'Olimpo al tuo destino, discretissimo eroe. E a te non fu dato compiere imprese stupende e gratuite, atterrar Marte od Ettore, o d'Afrodite il mignolo ferire, bens il combattimento orrido, immane, fra soverchianti avversari, in giorni che non s'ama ricordare. Ogni volte che Giove era crucciato contro gli Achei,

a te scendere in campo, degna prole di Sisifo, rampollo di Titani. Quando Marte furioso conduceva le falangi troiane ad incendiar le navi, tu le salvasti e Teucro. Eri la gran riserva nel pericolo estremo, la resistenza, il muro, la fortezza. Ti accoglieva ogni sera la disadorna tenda senza profumi n amorose schiave. L, presso il mare, dormivi un sonno animalmente duro. Primo fra i tuoi, fra quanti eroi convennero sotto Ilio non secondo a nessuno. Ma veramente solo ed unico tu fosti

nella sventura. Nessun Dio ti protesse, niuna gloria t'arrise incontrastata, ti fu solo di scorta il tuo valore, o fante antico. E i Greci ti negarono quel premio a cui tu ambivi: l'armi d'Achille. Un maestro d'inganni te le strapp. Ma in mare costui le perse. E il flutto pietoso, il mutevole flutto, pi sagace dell'umano giudizio, pi costante della fortuna, sul tuo tumulo alfine le depose. Pace all'anima tua infera, Ajace.

JORGE LUIS BORGES A Carlo XII Vichingo delle steppe, Carlo dodici di Svezia, tu che seguisti il cammino dal Settentrione al Sud del tuo divino predecessore Odino, fu una festa per te quello che muove la memoria degli uomini al canto, la battaglia mortale, il crepitio della mitraglia, la salda spada e la sanguinosa gloria. Tu sapesti che vincere o essere vinto sono facce di un Caso indifferente, che non c' altra virt che essere arditi e che alla fine c il marmo e l'oblio. Ardi glaciale, pi solo del deserto; anima senza amici e gi sei morto.

CESARE PASCARELLA La serenata I. Fu l'antra notte. Stavo p'ann' a letto Quanno, ched'?, te sento 'na bussata. Chi ?... Me fa: Vi' gi, ch so' Ninetto, Sbrighete, ch'ho da fatte un'imbasciata. Scegno,... j'apro... me fa, dice: Righetto! Avemo d'ann' a f 'na serenata. Nasce da qui fin qui Si' benedetto; Ma, dico, a st'ora qui? Co' sta nottata? Dice: Er restante de la compagnia Ce sta a aspettacce avanti a l'orzarolo, Ar vicolo der Pino... tira via! Zompo su a casa, stacco er mandolino, Po er cortello, la pippa, er farajolo,

E annamo, assieme, ar vicolo der Pino. II. Ar vicolo der Pino, sur cantone, Trovamo Peppe Cianca cor fischietto, Sciabighella che armava er calascione, E Schizzo che portava l'orghenetto. Dar cichettaro, l, sott'ar lampione, Prima se sciroppassimo er cichetto, E dopo, annamo dritti p'er Biscione, Piazza San Carlo, traversamo Ghetto... Sotto er Moro sentimo le campane De San Francesco batte' er matutino. Pioviccicava. Nun passava un cane. Paremio 'na patuja de sordati. Arfine, ar vicoletto der Rampino, Nino se ferma qui? Semo 'rivati.

III. L proprio dove c' la Madonnella, Che la notte j'accenneno er lumino, Io, Peppe Cianca, Schizzo e Sciabighella Se mettessimo drento a un portoncino. Lui tir un bacio su a 'na finestrella, E incominci a cant': Fiore de spino Pi furgida tu sei pi d'una stella, Pi candida tu sei d'un ginsurmino. Nun aveva finito er ritornello, Quanno sentimo un fischio in fonno ar vicolo. Sangue de Dio! Qui nasce 'no sfragello! Sortimo fora e je se famo accosto; Ma Ninetto ce fa: Nun c' pericolo, Fermi, ragazzi!... Be' che famo? Ar posto!

IV. Intanto fra la nebbia, solo solo, Veniva avanti un omo incappottato, Nino se pianta sotto ar lumicciolo, E, ridenno, je fa: Ben'arrivato! L'antro zitto. Se leva er farajolo, L'intorcina e lo butta sur serciato; Dopo, striscianno sotto ar muricciolo, Je va addosso, e l'agguanta, qui, ar costato. Quanto se vedde luccic' un cortello, Strill: Madonna mia,... mamma,... Ninetta... Zittete, ch me pare de vedello! Fece du' passi, s'acchiapp a 'na stanga De 'na ferrata sotto a 'na scaletta, E casc morto gi drent'a la fanga. V.

Hai visto Schizzo!... Frulla l'orghenetto, Zompa sur morto cr cortello in mano, Se mette a fugge' gi p'er vicoletto, E vedemo sparillo da lontano. Noi j'annamo vicino, poveretto! L'arzamo su, de peso, dar pantano De sangue che j'usciva qui dar petto; Ancora rifiatava! Piano piano Riaperse l'occhi e, co' la bocca storta, Ce fa: Bussate un tcco a quer portone, Ch vojo rivedella un'antra vorta... E mentre stava a d' l'urtimo tratto, Sentimo Schizzo url' gi dar cantone: Squajateve, regazzi, ch l'ho fatto!

RUDYARD KIPLING Se Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti la perdono intorno a te, dandone a te la colpa; se riuscirai ad aver fede in te quando tutti dubitano, e mettendo in conto anche il loro dubitare; se riuscirai ad attendere senza stancarti nell'attesa, se, calunniato, non perderai tempo con le calunnie, o se, odiato, non ti farai prendere dall'odio, senza apparir per troppo buono o troppo saggio; se riuscirai a sognare senza che il sogno sia il padrone; se riuscirai a pensare senza che pensare sia il tuo scopo, se riuscirai ad affrontare il successo e l'insuccesso trattando quei due impostori allo stesso modo se riuscirai ad ascoltare la verit da espressa distorta da furfanti per intrappolarvi gli ingenui, o a veder crollare le cose per cui dai la tua vita

e a chinarti per rimetterle insieme con mezzi di ripiego; se riuscirai ad ammucchiare tutte le tue vincite e a giocartele in un sol colpo a testa-e-croce, a perdere e a ricominciar tutto daccapo, senza mai fiatare e dir nulla delle perdite; se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli, bench sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi, e a tener duro quando niente pi resta in te tranne la volont che ingiunge: "tieni duro!"; se riuscirai a parlare alle folle serbando le tue virt, o a passeggiar coi Re e non perdere il tuo fare ordinario; se n i nemici o i cari amici riusciranno a colpirti, se tutti contano per te, ma nessuno mai troppo; se riuscirai a riempire l'attimo inesorabile e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi, il mondo sar tuo allora, con quanto contiene,

e - quel che pi, tu sarai un Uomo, ragazzo mio!

EZRA POUND (Haiku) Petali cadono nella vasca, petali di rosa color arancio. Locra che si stringe alla pietra.

KOSTANTINOS KAVAFIS I Barbari Sull'agora, qui in folla chi attendiamo? I barbari che devono arrivare E perch i senatori non si muovono? Cha aspettano essi per legiferare? E' perch devono giungere, oggi, i Barbari. perch dettare leggi? Appena giunti, i Barbari, sar compito loro Perch l'Imperatore s' levato di buon ora ed fermo sull'ingresso con la corona in testa? E' che i Barbari devono arrivare e anche l'Imperatore sta ad attenderli per riceverne il Duce; e tiene in mano

tanto di pergamena con la quale offre titoli e onori E perch mai sono usciti i due consoli e i pretori in toghe rosse e ricamate? e portano anelli tempestati di smeraldi, braccialetti e ametiste? E' che vengono i Barbari e che queste cose li sbalordiscono E perch gli oratori non sono qui, come d'uso, a parlare, ad esprimere pareri? E' che giungono i Barbari, e non vogliono sentire tante chiacchiere E perch sono tutti nervosi? ( I volti intorno si fanno gravi ). Perch piazze e strade

si vuotano ed ognuno torna a casa? E' che fa buio e i Barbari non vengono, e chi arriva di l dalla frontiera dice che non ce n' neppure l'ombra E ora che faremo senza Barbari? ( Era una soluzione come un'altra, dopo tutto... ).
Traduzione di Eugenio Montale

HUGO VON HOFMANNSHTAL I due Lei reggeva la coppa in mano - il suo mento e la bocca erano allaltezza dellorlo -, leggero e sicuro era il suo passo, nessuna goccia sgorgava fuori dalla coppa. Leggera e ferma era anche la mano di lui: montava un giovane cavallo, e con gesto noncurante lo costringeva a star fermo bench vibrasse tutto. Eppure, quando dalla mano di lei la leggera coppa dovette prendere, ci fu troppo difficile per entrambi; poich entrambi tremavano cos tanto che le mani non si incontrarono e scuro vino corse per terra.

GUILLAUME APOLLINAIRE I colchici Il prato velenoso ma bello in autunno Le mucche pascolandovi Lente vi s'avvelenano Vi fiorisce colore d'occhiaia e di lill Il colchico I tuoi occhi sono come quel fiore Violastri come il livido che li cerchia e l'autunno E lenta la mia vita per loro s'avvelena Arrivano fracassoni da scuola i ragazzini Incasaccati di panno e suonando l'armonica Colgono le freddoline che sono come madri Figlie delle loro figlie e color delle palpebre Che batti come i fiori batte il vento demente Il mandriano canta dolcissimamente Mentre per sempre il prato mal fiorito da autunno Abbandonan muggendo le mucche lentamente

ALDO PALAZZESCHI Sole Vorrei girar la Spagna sotto un ombrello rosso. vorrei girar l'Italia sotto un ombrello verde.

Con una barchettina, sotto un ombrello azzurro, vorrei passare il mare; giungere al Partenone sotto un ombrello rosa cadente di viole.

TILUSSA Er reggistratore de cassa (parla un commesso) Anticamente, quarche sordarello su quello che spenneva l'avventore se poteva rubb, senza er timore ch'er padrone scoprisse er macchiavello. Ma adesso, addio! Co' 'sto reggistratore, appena l'apri, sono er campanello che te segna debbotto tutto quello che levi e metti drento ar tiratore. Cos che rubbi? Cavoli! Der resto c' er gusto che la sera torni a casa convinto d'esse stato un omo onesto: e nun t'accorghi ch'er galantomismo dipenne da la macchina e se basa tutto su le virt der meccanismo.

GUIDO GOZZANO Ketty I. Supini al rezzo ritmico del panka. Sull'altana di cedro, il giorno muore, giunge dal Tempio un canto or mesto or gaio, giungono aromi dalla jungla in fiore. Bel fiore del carbone e dell'acciaio Miss Ketty fuma e zufola giuliva altoriversa nella sedia a sdraio. Sputa. Nell'arco della sua saliva m'irroro di freschezza: ha puri i denti, pura la bocca, pura la genciva. Cerulo-bionda, le mammelle assenti, ma forte come un giovinetto forte,

vergine folle da gli error prudenti, ma signora di s della sua sorte sola giunse a Ceylon da Baltimora dove un cugino le sar consorte. Ma prima delle nozze, in tempo ancora esplora il mondo ignoto che le avanza e qualche amico esplora che l'esplora. Error prudenti e senza rimembranza: Ketty zufola e fuma. La virile franchezza, l'inurbana tracotanza attira il mio latin sangue gentile.

II. Non tocca il sole le pagode snelle che la notte precipita. Le chiome

delle palme s'ingemmano di stelle. Ora di sogno! E Ketty sogna: "...or come vivete, se non ricco, al tempo nostro? quotato in Italia il vostro nome? Da noi procaccia dollari l'inchiostro..." "Oro ed alloro!..." - "Dite e traducete il pi bel verso d'un poeta vostro..." Dico e la bocca stridula ripete in italo-britanno il grido immenso: "Due cose belle ha il mon... Perch ridete?". "Non rido. Oim! Non rido. A tutto penso che ci dissero ieri i mendicanti sul grande amore e sul nessun compenso. (Voi non udiste, Voi tra i marmi santi irridevate i budda millenari, molestavate i chela e gli elefanti.)

Vive in Italia, ignota ai vostri pari, una casta felice d'infelici come quei monni astratti e solitari. Sui venti giri non degli edifici vostri s'accampa quella fede viva, non su gazzette, come i dentifrici; sete di lucro, gara fuggitiva, elogio insulso, ghigno degli stolti pi non attinge la beata riva; l'arte paga di s, preclusa ai molti, a quegli data che di lei si muore..." Ma intender non mi pu, bench m'ascolti, la figlia della cifra e del clamore.

III.

Intender non mi pu. Tacitamente il braccio ignudo premo come zona ristoratrice, sulla fronte ardente. Gelido il braccio ch'ella m'abbandona come cosa non sua. Come una cosa non sua concede l'agile persona... - "O yes! Ricerco, aduno senza posa capelli illustri in ordinate carte: l'Illustrious lchs collection pi famosa. Ciocche illustri in scienza in guerra in arte corredate di firma o documento, dalla Patti, a Marconi, a Buonaparte... (mordicchio il braccio, con martirio lento dal polso percorrendolo all'ascella a tratti brevi, come uno stromento)

e voi potrete assai giovarmi nella Italia vostra, per commendatizie..." - "Dischiomer per Voi l'Italia bella!" "Manca D'Annunzio tra le mie primizie; vane l'offerte furono e gl'inviti per tre capelli della sua calvizie..." - "Vi prometto sin d'ora i peli ambiti; completeremo il codice ammirando: a maggior gloria degli Stati Uniti..." L'attiro a me (l'audacia superando per cui va celebrato un cantarino napolitano, dagli Stati in bando...) Imperterrita indulge al resupino, al temerario - o Numi! - che l'esplora tesse gli elogi di quel suo cugino, ma sui confini ben contesi ancora

ben si difende con le mani tozze, al pugilato esperte... In Baltimora il cugino l'attende a giuste nozze.

DANTE ALIGHIERI Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento, e messi in un vasel ch'ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio. s che fortuna od altro tempo rio non ci potesse dare impedimento, anzi, vivendo sempre in un talento, di stare insieme crescesse 'l disio. E monna Vanna e monna Lagia poi con quella ch' sul numer de le trenta con noi ponesse il buono incantatore: e quivi ragionar sempre d'amore, e ciascuna di lor fosse contenta, s come i' credo che saremmo noi.

VINCENZO CARDARELLI Passato I ricordi, queste ombre troppo lunghe del nostro breve corpo, questo strascico di morte che noi lasciamo vivendo i lugubri e durevoli ricordi, eccoli gi apparire: melanconici e muti fantasmi agitati da un vento funebre. E tu non sei pi che un ricordo. Sei trapassata nella mia memoria. Ora s, posso dire che che m'appartieni e qualche cosa fra di noi accaduto irrevocabilmente. Tutto fin, cos rapito! Precipitoso e lieve il tempo ci raggiunse. Di fuggevoli istanti ord una storia

ben chiusa e triste. Dovevamo saperlo che l'amore brucia la vita e fa volare il tempo.

JORGE LUIS BORGES Le cose Le monete, il bastone, il portachiavi, la pronta serratura, i tardi appunti che non potranno leggere i miei scarsi giorni, le carte da giunco e gli scacchi, un libro e tra le pagine appassita la viola, monumento d'una sera di certo inobliabile e obliata, il rosso specchio a occidente in cui arde illusoria un'aurora. Quante cose, atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi, ci servono come taciti schiavi, senza sguardo, stranamente segrete! Dureranno pi in l del nostro oblio; non sapran mai che ce ne siamo andati.

THOMAS HARDY Vecchia panchina Il suo verde d'un tempo si logora, volge al blu. Le sue solide gambe cedono sempre pi. Presto s'incurver senz'avvedersene, presto s'affonder senz'avevdersene. A notte, quando i pi accesi fiori si fanno neri, ritornano coloro che vi stettero a sedere; e qui vengono in molti e vi si posano. E la panchina non sar stroncata, n questi sentiranno gelo o acquate, perch sono leggeri come l'aria di lass, perch sono fatti d'aria!

Traduzione di Eugenio Montale

PAUL VERLAINE da Romanze senza parole Piange nel mio cuore Compe piove sulla citt. Cos' questo languore Che penetra il mio cuore? O dolce brusio della pioggia A terra e sopra i tetti! Per un cuore che si annoia Oh il canto della pioggia! Piange senza ragione In questo cuore che si accora. Cosa! Nessun tradimento? Questo dolore senza ragione. E' certo la peggiore pena Di non sapere perch Senza amore e senza odio

Il mio cuore ha tanta pena.

STPHANE MALLARM Brezza Marina La carne triste, ahim ! E ho letto tutti i libri. Fuggire! laggi fuggire! Sento che gli uccelli sono ebbri Di essere tra loscura schiuma ed i cieli! Niente, n gli antichi giardini riflessi dagli occhi Tratter questo cuore che nel mare si immerge O notti! n la luce deserta della mia lampada Sul foglio vuoto che il candore difende, E n la giovane donna che allatta il suo bambino. Partir! Vascello che fai dondolare lalberatura Leva lancora verso un luogo esotico! Una Noia, delusa da speranze crudeli, Crede ancora alladdio supremo dei fazzoletti! E, forse, gli alberi, che attirano i temporali Sono quelli che un vento inclina sui naufraghi Persi, senza alberi, senza alberi, n piccole isole verdi& Ma ascolta, o cuore mio, il canto dei marinai!

CAMILLO SBARBARO Padre, se anche tu non fossi il mio Padre se anche fossi a me un estraneo, per te stesso egualmente t'amerei. Ch mi ricordo d'un mattin d'inverno Che la prima viola sull'opposto Muro scopristi dalla tua finestra E ce ne desti la novella allegro. Poi la scala di legno tolta in spalla Di casa uscisti e l'appoggiasti al muro. Noi piccoli stavamo alla finestra. E di quell'altra volta mi ricordo Che la sorella mia piccola ancora Per la casa inseguivi minacciando (la caparbia aveva fatto non so che). Ma raggiuntala che strillava forte Dalla paura ti mancava il cuore: ch avevi visto te inseguir la tua piccola figlia, e tutta spaventata

tu vacillante l'attiravi al petto, e con carezze dentro le tue braccia l'avviluppavi come per difenderla da quel cattivo che eri il tu di prima. Padre, se anche tu non fossi il mio Padre, se anche fossi a me un estraneo, fra tutti quanti gli uomini gi tanto pel tuo cuore fanciullo t'amerei.

JORGE LUIS BORGES I giusti Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva [Voltaire. Chi contento che sulla terra esista la musica. Chi scopre con piacere una etimologia. Due impiegati che in un caff del sud giocano in [silenzio agli scacchi. Il ceramista che premedita un colore e una forma. Il tipografo che compone bene questa pagina che [forse non gli piace. Una donna e un uomo che leggono le terzine finali [di un certo canto. Chi accarezza un animale addormentato. Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli [hanno fatto. Chi contento che sulla terra ci sia Stevenson. Chi preferisce che abbiano ragione gli altri. Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il [mondo.

OSCAR WILDE da Ballata del carcere di Reading Non portava pi la giubba rossa Perch rossi sono il sangue e il vino, E sangue e vino aveva sulle mani Quando lo trovarono col corpo Della donna che amava Uccisa nel suo letto Camminava tra gli altri carcerati Con la misera divisa grigia E in testa il berretto a visiera; Sembrava leggero il passo, allegro, Ma non avevo mai visto nessuno Scrutare cos ansioso il nuovo giorno. Non avevo mai visto nessuno Con tanta ansia negli occhi Fissare un pezzetto di azzurro - In prigione si chiama cielo -

E nubi leggere vaganti Sospinte da vele d'argento Camminavo con altre anime in pena All'interno di un cerchio diverso, Mi chiedevo cosa avesse fatto Quell'uomo, cosa da niente o grave, Quando qualcuno disse alle mie spalle <<Quello>> Cristo santo! Le mura stesse del carcere Parvero d'improvviso vacillare E il cielo sopra divenne Un casco rovente di acciaio. Per quanto anch'io fossi anima in pena La mia pena smisi di sentire Pensavo soltanto all'ossessione Che gli affrettava il passo, Alla ragione di quel suo sguardo Fisso con ansia nella luce:

Quell'uomo chi amava aveva ucciso, Per questo doveva morire. *** Eppure ognuno uccide la cosa che ama, Tutti lo devono sapere, C' chi lo fa con uno sguardo E chi con lusinghe, Il codardo pu farlo con un bacio, Chi ha coraggio usa la spada! Molti uccidono l'amore da giovani, Altri nella vecchiaia. C' chi strangola con mani di lussuria E chi con quelle dell'oro: I pi pietosi usano il coltello Perch i morti subito si freddano. C' chi ama troppo poco e chi troppo a lungo, Certi vendono, altri comprano.

C' chi compie l'atto tra le lacrime E chi senza un sospiro. Perch ciascuno uccide l'oggetto del suo amore, Ma non tutti ne muoiono. Non tutti muoiono una morte vergognosa In un giorno oscuro di infamia, Non tutti trovano un capestro intorno al collo E un cappuccio sul viso N sprofondano sotto il pavimento Dentro uno spazio vuoto. Non tutti siedono tra uomini muti Che giorno e notte lo sorvegliano, Lo sorvegliano se cerca di piangere E quando tenta di pregare, Lo sorvegliano perch non sottragga Al carcere la sua preda. Non tutti all'alba si destano Per ritrovarsi tra gente orribile,

Il cappellano tremante in veste bianca, Il magistrato cupo di durezza E il direttore in nero. Con le facce gialle del Giudizio. Non tutti debbono levarsi Per indossare l'ultima divisa Mentre un medico osserva con disgusto Ogni sussulto e annota Reggendo l'orologio: il ticchettio Come tremendi colpi di martello. Non tutti provano la sete maledetta Che la gola insabbia Prima che dalla porta imbottita Compaia il boia in guanti da lavoro E leghi il corpo in tre giri di corda, Che quella gola non abbia pi sete. Non tutti chinano la testa Mentre si legge l'ufficio dei defunti

N, mentre l'angoscia suggerisce Che ancora si tra i vivi, Incrociano la propria bara Nel tragitto verso il padiglione. Non tutti fissano l'aria Da un piccolo tetto di vetro, N pregano con labbra di sabbia Che quell'angoscia finisca, N sentono sopra la guancia Tremare il bacio di Caifa.

ARTHUR RIMBAUD Alla musica


Piazza della Stazione, a Charleville.

Sulla piazza divisa in striminzite aiuole, square dove tutto corretto, alberi e fiori, gli asmatici borghesi soffocati dall'afa portano il gioved sera le loro sciocche gelosie. - L'orchestra militare, nel mezzo del giardino, dondola i suoi chepp nel Valzer dei Pifferi: - intorno, in prima fila, si pavoneggia il ganimede; il notaio pende dai suoi sbrelocchi cifrati: i possidenti con gli occhialini sottolineano le stecche: i tronfi burocrati trascinano le loro grasse signore; accanto a loro vanno, guide compiacenti dame tutte in ghingheri che sembrano rclames; sulle panchine verdi, droghieri in pensione

smuovono la ghiaia col bastoncino in mano, seriosamente discutendo i trattati tabaccano dall'argento, e riprendono: Insomma... Schiacciando sulla panca il suo grosso culone, un borghese con i bottoni chiari, la trippa fiamminga fuma una pipa donde traboccano fili di tabacco - non lo sa? di contrabbando!...Lungo le aiuole verdi i ragazzacci ridacchiano; e resi sentimentali dal canto dei tromboni molto ingenuamente le reclute, con una rosa in bocca, carezzano i neonati per adescare le servette... - Io, io seguo, scamiciato come uno studente, sotto i verdi castagni le guardinghe ragazzine: sono dritte e sagge; e voltano ridendo verso di me i loro occhiacci maliziosi.

Io sto zitto, muto: guardo solamente la bianca carne dei loro colli ricamati di folli ciocche: seguo, sotto il corsetto e i delicati ornamenti il dorso divino dopo la curva delle spalle. Ben presto ho scovato lo stivaletto, la calza... - Arso da una dolce febbre, ricostruisco i corpi. Mi trovano assai strano e parlottano... - E io sento i baci salirmi alle labbra...

CHARLES BAUDELAIRE Lalbatro Spesso, per divertirsi, gli uomini dellequipaggio catturano degli albatri, vasti uccelli di mare che seguono, indolenti compagni di viaggio la nave che scivola sopra i baratri amari. Lhanno appena posati sulle assi della tolda e quei re dellazzurro, resi maldestri e turpi lasciano penosamente le grandi ali bianche trascinarsi come dei remi ai loro fianchi. Il viaggiatore alato, come sinistro e fiacco! Lui, poco fa cos bello, come comico, laido! Uno gli tormenta il becco con la pipa, laltro zoppica e imita linvalido che volava. Il Poeta assomiglia al principe delle nuvole che ha casa nella tempesta e ride dellarciere; esiliato sulla terra in mezzo agli urli, allo scherno,

le ali di gigante gli impediscono di andare.

EDGAR ALLAN POE Il corvo Era una cupa mezzanotte e mentre stanco meditavo Su bizzarri volumi di un sapere remoto, Mentre, il capo reclino mi ero quasi assopito, Dimprovviso udii bussare leggermente alla porta. C qualcuno mi dissi che bussa alla mia porta. Solo questo e niente pi. Ah, ricordo chiaramente quel dicembre desolato, Delle braci morenti scorgevo i fantasmi al suolo. Bramavo il giorno e invano scorgevo i fantasmi al suolo. Un sollievo al dolore per la perduta Lenore, La cara radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Lenore E che nessuno, qui, chiamer mai pi.

E al serico, triste, incerto fruscio delle purpuree tende Rabbrividivo, colmo di assurdi tremori inauditi, Sebbene ripetessi, per acquietare i battiti del cuore: qualcuno alla porta, che chiede di entrare. Qualcuno attardato, che mi chiede di entrare. Ecco questo e nulla pi. Poi mi feci coraggio e senza pi esitare Signore, dissi o Signora, vi prego, perdonatemi, Ma ero un po assopito e il vostro lieve tocco, Il vostro cos debole bussare mi ha fatto dubitare Di avervi veramente udito. Qui spalancai la porta: Cerano solo tenebre e nulla pi. Nelle tenebre a lungo, gli occhi fissi in profondo, Stupefatto, impaurito sognai sogni che mai Si era osato sognare: ma nessuno viol Quel silenzio e soltanto una voce, la mia,

Bisbigli la parola Lenore e un eco rispose: Lenore. Solo questo e nulla pi. Rientrai nella mia stanza, lanima che bruciava. Ma ben presto, di nuovo, si ud battere fuori, E pi forte di prima. Certo, dissi qualcosa Proprio alla mia finestra: esplorer il mistero, Render pace al cuore, esplorer il mistero. Ma solo il vento, nulla pi. Allora spalancai le imposte e sbattendo le ali Entr un Corvo maestoso dei santi tempi antichi Che non fece un inchino, n si ferm un istante. Ecco aria di dama o di gran gentiluomo Si appollai su un busto di Pallade sulla porta. Si pos, si sedette, e nulla pi. Poi quelluccello debano, col suo austero decoro, Indusse ad un sorriso le mie fantasie meste, Bench dissi rasata sia la tua cresta, un vile

Non sei, orrido, antico Corvo venuto da notturne rive Qual il tuo nome nobile sulle plutonie rive?. Disse il Corvo: Mai pi. Provai grande stupore a parole tanto chiare Dette da un goffo uccello, bench di poco senso. Certo, si converr, giammai uomo pot vedere Uccello o altro animale posarsi sulla sua porta: Uccello o altro animale su un busto in una stanza. Con un nome cos: Mai pi. Ma quel Corvo posato solitario sul placido busto, Come se tutta lanima versasse in quelle parole, Altro non disse, immobile, senza agitare piuma, Finch non mormorai: Altri amici di gi sono volati via: Lui se ne andr domani, volando con le mie speranze. Allora disse il Corvo: Mai pi.

Trasalii al silenzio interrotto da un dire tanto esatto, Parole mi dissi che sono la sola sua scorta sottratta A un padrone braccato dal Disastro, perseguitato Finch un solo ritornello non ebbero i suoi canti, Mai, mai pi. Rasserenando ancora il Corvo le mie fantasie, Sospinsi verso di lui, verso quel busto e la porta, Una poltrona dove affondai tra fantasie diverse, Pensando cosa mai linfausto uccello del tempo antico, Cosa mai quel sinistro, infausto e torvo animale antico Potesse voler dire gracchiando Mai pi. Sedevo in congetture senza dire parola Alluccello i cui occhi di fuoco mi ardevano in cuore; Cercavo di capire, chino il capo sul velluto Dei cuscini dove assidua la lampada occhieggiava,

Sul viola del velluto dove la lampada luceva E che purtroppo Lei non premer mai pi. Parve pi densa laria, profumata da un occulto Turibolo, oscillato da leggeri serafini Tintinnanti sul tappeto. Infelice, esclamai Dio ti manda Un nepente dagli angeli a lenire il ricordo di Lei, Dunque bevilo e dimentica la perduta tua Lenore! Disse il Corvo: Mai pi. Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello Tu sei o demonio, se il Maligno io dissi ti manda O la tempesta, desolato ma indomito su una deserta landa Incantata, in questa casa inseguita dallOrrore, Io ti imploro, c balsamo, dimmi, un balsamo in Galaad? Disse il Corvo: Mai pi. Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello Tu sei o demonio, per il Cielo che si china su noi,

Per il Dio che entrambi adoriamo, di a questanima afflitta Se nellEden lontano riavr quella santa fanciulla, La rara raggiante fanciulla che gli angeli chiamano Lenore. Disse il Corvo: Mai pi. Siano queste parole daddio, alzandomi gridai Uccello o creatura del male, ritorna alla tempesta, Alle plutonie rive e non lasciare una sola piuma in segno Della tua menzogna. Intatta lascia la mia solitudine, Togli il becco dal mio cuore e la tua figura dalla porta. Disse il Corvo: Mai pi. E quel Corvo senza un volo siede ancora, siede ancora Sul pallido busto di Pallade sulla mia porta. E sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante

E la luce della lampada getta a terra la sua ombra. E lanima mia dallombra che galleggia sul pavimento Non si sollever mai pi.

ROBERT BURNS John Anderson, mio caro, John John Anderson, mio caro, John, quando ci siamo conosciuti i tuoi capelli erano corvini morbida la tua fronte e ora la tua fronte rugosa, John, i tuoi capelli di neve ma sia benedetto il tuo bianco capo, John Anderson, mio caro. John Anderson, mio caro, John, labbiamo risalita insieme la collina e molti bei giorni, John, molti insieme li abbiamo passati ora a passi incerti dobbiamo ridiscenderla, John, ma andremo gi tenendoci per mano e al fondo dormiremo insieme John Anderson, mio caro.

WILLIAM SHAKESPEARE Spesso, a lusingar vette, vidi splendere sovranamente locchio del mattino, e baciar doro verdi prati, accendere pallidi rivi dalchimie divine. Poi vili fumi alzarsi, intorbidata dun tratto quella celestiale fronte, e fuggendo a occidente il desolato mondo, lastro celare il viso e lonta. Anchio sul far del giorno ebbi il mio sole e il suo trionfo mi brill sul ciglio: ma, ahim, pot restarvi unora sola, rapito dalle nubi in cui simpiglia. Pur non ne ho sdegno: bene pu un terrestre sole abbuiarsi, se cos il celeste.

LORENZO DE MEDICI dai Canti carnascialeschi Quant bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c certezza. Quest Bacco e Arianna belli, e lun dellaltro ardenti: perch l tempo fugge e inganna, sempre insieme stan contenti. Queste ninfe ed altre genti sono allegre tuttavia. Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c certezza. Questi lieti satiretti, delle ninfe innamorati, per caverne e per boschetti han lor posto cento agguati; or da Bacco riscaldati, ballon, salton tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c certezza. Queste ninfe anche hanno caro da lor esser ingannate: non pu fare a Amor riparo, se non gente rozze e ingrate: ora insieme mescolate suonon, canton tuttavia. Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c certezza.

TRILUSSA A Lina Lina, te credi, perch m'hai piantato, che me suicdi e te ciariccomanni? Nun te ce sta' a pij 'st'affanni, ch nu' lo fo' 'sto passo disperato. Io nun m'ammazzo manco se me scanni: doppo anneressi a di' p'er vicinato che p'er grugnetto tuo ce s' ammazzto un giovenotto de ventiquattr'anni! Cos diventeressi interessante a la barba d'un povero regazzo, e te ritroveressi un antro amante... Ma co' me nun se fanno cert'affari! Piuttosto d a d'intenne che m'ammazzo per causa de dissesti finanziari.

FRANCESCO BERNI Sonetto contra la moglie Cancheri e beccafichi magri arrosto, e magnar carne salsa senza bere; essere stracco e non poter sedere; aver il fuoco appresso e l vin discosto; riscuoter a bellagio e pagar tosto, e dar ad altri per dover avere; esser ad una festa e non vedere, e de gennar sudar come di agosto; aver un sassolin nella scarpetta et una pulce drento ad una calza, che vadi in su in gi per istaffetta; una mano imbrattata ed una netta; una gamba calzata ed una scalza; esser fatto aspettar ed aver fretta: chi pi nha pi ne metta e conti tutti i dispetti e le doglie, ch la peggior di tutte laver moglie.

GABRIELE DANNUNZIO Lulivo Laudato sia l'ulivo nel mattino! Una ghirlanda semplice, una bianca tunica, una preghiera armoniosa a noi son festa. Chiaro leggero l'arbore nell'aria E perch l'imo cor la sua bellezza ci tocchi, tu non sai, noi non sappiamo, non sa l'ulivo. Esili foglie, magri rami, cavo tronco, distorte barbe, piccol frutto, ecco, e un nume ineffabile risplende nel suo pallore! O sorella, comandano gli Ellni quando piantar vuolsi l'ulivo, o crre, che 'l facciano i fanciulli della terra

vergini e mondi, imperocch la castitate sia prelata di quell'arbore palladio e assai gli noccia mano impura e tristo alito il perda. Tu nel tuo sonno hai valicato l'acque lustrali, inceduto hai su l'asfodelo senza piegarlo; e degna al casto ulivo ora t'appressi. Biancovestita come la Vittoria, alto raccolta intorno al capo il crine, premendo con piede lacre la gleba, a lui t'appressi. L'aura move la tunica fluente che numerosa ferve, come schiume su la marina cui l'ulivo arride senza vederla.

Nuda le braccia come la Vittoria, sul flessibile sandalo ti levi a giugnere il men folto ramoscello per la ghirlanda. Tenue serto a noi,di poca fronda, bastevole: tal che d'alcun peso non gravi i bei pensieri mattutini e d'alcuna ombra. O dolce Luce, giovent dell'aria, giustizia incorruttibile, divina nudit delle cose, o Animatrice, in noi discendi! Tocca l'anima nostra come tocchi il casto ulivo in tutte le sue foglie; e non sia parte in lei che tu non veda, Onniveggente!

GIORGIO CAPRONI Ritorno Sono tornato l dove non ero mai stato. Nulla, da come non fu, mutato. Sul tavolo (sull'incerato a quadretti) ammezzato ho ritrovato il bicchiere mai riempito. Tutto ancora rimasto quale mai l'avevo lasciato.

MARCHESE DI CACCAVONE 'A cunfessione 'e Taniello Taniello, chave scrupolo, mo che se vo nzur, piglia e da Fra Liborio va pe se cunfess. - Patre, - le dice, - io roseco e pe niente me mpesto; ma po dico o rusario, e chello va pe chesto... Patre, ncuollo a li femmene campo e ncoppo a o burdello; ma sento messe a prereche e chesto va pe chello. Jastemmo, arrobbo... O prossimo spoglio e lle dongo o riesto; ma po faccio a lemmosena...

e chello va pe chesto. - E mo, Patre, sentitela sturdema cannunata: a sora vosta, Briggeta, me laggio nzapunata... Se vota Fra Liborio: Guagli, tu si Taniello? Io me nzapono a mammeta, e chesto va pe chello!

ALDO FABRIZI La dieta Doppo che ho rinnegato Pasta e pane, so' dieci giorni che nun calo, eppure resisto, soffro e seguito le cure... me pare un anno e so' du' settimane. Nemmanco dormo pi, le notti sane, pe' damme er conciabbocca a le torture, le passo a immagin le svojature co' la lingua de fra come un cane. Ma vale poi la pena de soffr lontano da 'na tavola e 'na sedia pensanno che se deve da mor? Nun pe' f er fanatico romano; per de fronte a 'sto camp d'inedia, mejo mor co' la forchetta in mano!

LANGSTON HUGHES Jim Crow Dov il posto per Jim Crow sui cavalli di questa giostra? Vuoi sapere, signore, perch ho tanta voglia di andare a cavallo? Io vengo dal Sud, dove al negro e al bianco - gi nel Sud non permesso di sedere fianco a fianco. Gi, nel Sud, il treno ha un vagone a parte per Jim Crow. E nellautobus, ci mettono dietro, nellautobus.

Ma la giostra rotonda e non possono mettermi dietro: dov il cavallo per una ragazzina che negra?

LAO TSU Veder lontano Senza uscir dalla porta si pu sapere il mondo. senza guardare fuor della finestra conoscere si pu le vie del cielo pi lontano si va men sapprende per questo luomo saggio non cammina ed arriva non riguarda e sa il nome delle cose non agisce e pur compie.

SALVATORE DI GIACOMO Marzo Marzo: nu poco chiove e nato ppoco stracqua: torna a chivere, schiove, ride o sole cu llacqua. Mo nu cielo celeste, mo naria cupa e nera: mo d o vierno e tempeste, mo naria e primmavera. Nauciello freddigliuso aspetta chesce o sole: ncopp o turreno nfuso suspireno e vviole. Catar!Che buo cchi? Ntinneme, core mio! Marzo, tu o ssaie, si tu,

e st auciello songo io.

MARZIALE Il colmo della brevit Che son lunghi i miei carmi tu, Veloce, rilevi. Tu non ne scrivi punti: perci sono pi brevi.

EUGENIO MONTALE Forse un mattino andando in un'aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedr compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto. Ma sar troppo tardi; ed io me n'andr zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

VIRGILIO GIOTTI I veci che speta la morte I la 'speta sentai su le porte de le cesete svode d'i paesi; davanti, sui mureti, 5 co' fra i labri la pipa. E par ch'i vardi el fumo, par ch'i fissi el ziel bianco inuvolado col sol che va e che vien, ch'i vardi in giro le campagne e, sotto, 10 i copi e le stradete del paese. Le pipe se ghe studa; ma lori istesso i le tien 'vanti in boca. Pipe, che le xe squasi de butarle via, 15 meze rote, brusade, che le ciama altre nove: ma za le bastar. Se senti el fabro del paese bter,

20 in ostaria ch'i cicola, un contadin che zapa l vizin, e el rugna e el se canta qualcossa fra de s ch'el sa lu' solo; 25 e po' ogni tanto un sparo, in quel bianchiz smorto de tuto, un tiro solo, forte. I veci che 'speta la morte. I la speta sentai ne le corte, 30 de fora de le case, in strada, sentai su 'na carega bassa, co' le man sui zenoci. I fiori che zoga 'ntorno. I zoga coi careti, 35 i zoga crerse drio, i ziga, i urla che no' i ghe ne pol pi: e quei pi pici i ghe vien fina 'dosso,

tra le gambe; 40 i li sburta, i ghe sburta la sedia, i ghe porta la tera e i sassi fin sui zenoci e su le man. Passa la gente, 45 passa i cari de corsa con un strpito, pieni, stivai de mini e de muli che torna de lavor: e tra de lori ghe xe un per de fie mate bacanone, 50 che in mezo a quei scassoni le ridi e ridi; e le ga el rosso del tramonto in fronte. I veci che 'speta la morte. I la 'speta a marina sui muci 55 tondi de corde; ne le ombre d' i casoti, cuciai par tera,

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in tre, in quattro insieme. Ma ziti. I se regala qualche cica vanzada d' i zigri de la festa, o ciolta su, pian pian, par tera, con un dolor de schena: i se regala un fulminante dov zercar tre ore, con quele man che trema, pai scarselini del gil. A qualchidun ghe vigniria, s, de parlare qualche volta; ma quel che ge vien su, che lu' el volaria dir, lo sa anca l'altro, lo sa anca staltro e staltro. Nel porto, in fondo, xe 'na confusion, un sussuro lontan, forte che se lo senti istesso. I vaporeti parti e riva dro man.

I ciapa el largo, i va via pieni neri; 80 i riva driti, i se gira, i se 'costa, i sbarca in tera muci de gente che se disperdi sbito. Resta solo el careto de naranze, 85 un per de muli che i se remena tuto el dopopranzo l' 'torno, e el scricolar sul sol del ponte. I veci che 'speta la morte. 90 I la 'speta sentai su le porte dei boteghini scuri in zitavcia; nei pcoli caf, sentai de fora, co' davanti do soldi de qua col mistr; 95 e i legi el foglio le ore co' le ore. In strada, ch'el sol la tia in due,

ghe xe un va e vien contnuo, un mverse, nel sol ne l'ombra, 100 de musi, de colori. I legi el foglio: ma tte robe xe che ghe interessa poco; ma come mi i lo legi, 105 quando che 'speto su 'na cantonada la mia putela, che tiro fora el foglio par far qualcossa, ma che lger, credo de lger, 110 ma go el pensier invezi a tuto altro; e un caminar, 'na vose, che me par de sintir, me fermo e 'scolto.

EDGAR LEE MASTERS La collina Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley, labulico, latletico, il buffone, lubriacone, il rissoso? Tutti, tutti, dormono sulla collina. Uno trapass in una febbre, uno fu arso nella miniera, uno fu ucciso in rissa, uno mor in prigione, uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina. Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie, la tenera, la semplice, la vociona, lorgogliosa, la felice? Tutte, tutte, dormono sulla collina. Una mor di un parto illecito,

una di amore contrastato, una sotto le mani di un bruto in un bordello, una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale, una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi, ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina. Dove sono zio Isaac e la zia Emily, e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton, e il maggiore Walker che aveva conosciuto uomini venerabili della Rivoluzione? Tutti, tutti, dormono sulla collina. Li riportarono, figlioli morti, dalla guerra, e figlie infrante dalla vita, e i loro bimbi orfani, piangenti tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dov quel vecchio suonatore Jones che gioc con la vita per tutti i novant'anni, fronteggiando il nevischio a petto nudo, bevendo, facendo chiasso, non pensando n a moglie n a parenti, n al denaro, n allamore, n al cielo? Eccolo! Ciancia delle fritture di tanti anni fa, delle corse di tanti anni fa nel Boschetto di Clary, di ci che Abe Lincoln disse una volta a Springfield.

JEAN-ARTHUR RIMBAUD Bimbi attoniti Neri, sopra la neve, nella bruma, davanti allo spiraglio che salluma, i culi a giro-tondo, cinque bimbi miseria ginocchioni ammirano il fornaio fare i buoni tcchi di pane biondo. Guardano il braccio bianco andare intorno nellimpasto; le fuci aperte, il forno attende rosso vivo. Ascoltano la pasta che si cuoce, mentre il grasso fornaio d la voce ad un vecchio motivo. Incantti. Non uno mai s mosso. Alita lo spiraglio un fiato rosso

e caldo come un seno. E quando, nella bruma, mezzanotte Scocca, e crocchianti e sode le pagnotte Riversa il forno pieno, quando le profumate croste doro sotto i travi fumosi fanno coro coi grilli nei crepacci; e lampia bocca un lito di vita spande, - sntono lanima rapita nei pochi cenci diacci. Ricorre ai bimbi nelle vene un fiotto vivo, a quei Cristi abbrividenti sotto la sferza, tutta brina; incollano le facce bianco-rosa allinferriata, cantano qualcosa dindistinto in sordina:

una preghiera con le labbra smorte, protesi a quel miraggio con s forte slancio, che nellistante si schintano le cinque braghe in fila, e le camicie lacere staffila il vento sibilante.

RAINER MARIA RILKE La pantera Il difilar dei ferri entro la gabbia, il suo sguardo accec. Pi non ravvisa. Moltiplica le sbarre, a cento, a mille: ma, dietro quelle sbarre, il vuoto, il nulla. Nel flessuoso molleggiar dei passi grevi tornanti entro il racchiuso giro, par che lImpeto danzi attorno a un centro, ove una enorme Volont vien meno. Solo, a volte, su larida pupilla, tacito, un velo si solleva; e irrompe una imagine in essa; e via balena lungo il silenzio delle membra tese, per smorzarsi, veloce, in fondo al cuore.

KONSTANTINOS KAVAFIS I troiani Sono gli sforzi miei come gli sforzi dei Troiani: unimpresa ci riesce, prendiamo il sopravvento, e cominciamo ad avere coraggio e a sperar bene. Ma sempre vien qualcosa che ci arresta: Achille sul fossato avanti a noi esce, e con grandi grida ci terrifica. Sono gli sforzi nostri come quelli dei Troiani: pensiamo che lardire e la decisione muteranno la sorte che precipita. E stiam fuori, per affrontar la lotta. Ma allorquando giunge il momento critico, laudacia e la fermezza nostra se ne vanno.

Si turba il nostro spirito, vaneggia: e noi facciamo il giro delle mura, cercando di salvarci con la fuga. Pur la caduta nostra certa. Sulle mura gi il lutto cominci Amaro per noi versa, con Priamo, ecuba il pianto.

KONSTANTINOS PALMAS Dinanzi alla finestra Davanti la finestra, l nel fondo il cielo, solo il cielo, e nulla pi; e in mezzo, tutto fasciato di cielo, alto snello un cipresso; e nulla pi. E sia sereno il cielo oppur sia scuro, gioia dazzurro, mpito di tempesta, calmo ed egual sempre il cipresso oscilla, splendido e disperato. E nulla pi

SALVATORE DI GIACOMO Pianefforte e notte Nu pianefforte 'e notte sona luntanamente, e 'a museca se sente pe ll'aria suspir. ll'una: dorme 'o vico ncopp' a nonna nonna 'e nu mutivo antico 'e tanto tiempo fa. Dio, quanta stelle 'n cielo! Che luna! e c'aria doce! Quanto na della voce vurria sent cant! Ma sulitario e lento more 'o mutivo antico; se fa cchi cupo 'o vico dint'a ll'oscurit..

Ll'anema mia surtanto rummane a sta fenesta. Aspetta ancora. E resta, ncantannese, a pens.

MARZIALE Tu solo hai campagne, tu solo hai quattrini, o Candido, e gli ori e i vasi pi fini, tu solo ti bevi i Massicci vini, tu solo ci hai cuore, tu solo ci hai testa, tu solo ci hai tutto e chi lo contesta?: soltanto in comune tua moglie ci resta.

TRILUSSA Lonest de mi nonna Quanno che nonna mia pij marito nun fece mica come tante e tante che doppo un po' se troveno l'amante... Lei, in cinquant'anni, nu' l'ha mai tradito! Dice che un giorno un vecchio impreciuttito che je voleva fa' lo spasimante je disse: - V'arigalo 'sto brillante se venite a pijavvelo in un sito. Un'antra, ar posto suo, come succede, j'avrebbe detto subbito: - So' pronta. Ma nonna, ch'era onesta, nun ciagnede; anzi je disse: - Stattene lontano... Tanto ch'adesso, quanno l'aricconta, ancora ce se mozzica le mano!

EMILY DICKINSON Se non dovessi vivere Se non dovessi vivere quando vengono i pettirossi, date a uno di essi una briciola in memoria. Se non potessi ringraziarvi, essendomi appena addormentata, pensate che tenter di farlo con le mie labbra di granito.

EDWARD ESTLIN CUMMINGS Due XI La mia cara vecchia eccetera zia lucia durante l'ultima guerra poteva dirvi e quel che pi importante dirvi esattamente per cosa tutti stavano combattendo, mia sorella isabella creava centinaia (e centinaia) di calzini per non parlare delle camice scaldaorecchie e antipulci eccetera stringipolsi eccetera,

mia madre sperava che io morissi eccetera coraggiosamente naturale mio padre usava diventare rauco parlando di come era un privilegio e se solo potesse mentre io stesso eccetera giacevo tranquillamente nel fango profondo e eccetera (sognando, e eccetera, del Tuo sorriso occhi ginocchia e del tuo

Eccetera).

VINCENZO CARDARELLI Attesa Oggi che t'aspettavo non sei venuta. E la tua assenza so quel che mi dice, la tua assenza che tumultuava, nel vuoto che hai lasciato, come una stella. Dice che non vuoi amarmi. Quale un estivo temporale S'annuncia e poi s'allontana, cos ti sei negata alla mia sete. L'amore, sul nascere, ha di questi improvvisi pentimenti. Silenziosamente ci siamo intesi. Amore, Amore, come sempre, vorrei coprirti di fiori e d'insulti.

TRILUSSA Er Porco e er Somaro Una matina un povero Somaro Ner vede un Porco amico ann ar macello, Sbott in un pianto e disse: - Addio, fratello, Nun ce vedremo pi nun c' riparo! - Bisogna esse' filosofo,bisogna: - Je disse er Porco - via nun fa' lo scemo, Ch forse un giorno ce ritroveremo In quarche mortatella de Bologna!

VALERY LARBAUD Nel piccolo bar Nel piccolo bar chiaro dai mobili cerati, avevamo sorbito bevande inglesi, a lungo; tepida intimit, le cortine tirate. Fuori, il vento del mare: e tremavan le sedie. Stanza da fumatori, parea, di nave e treno. Avevo il cuore stretto come quando si viaggia; ero tutto commosso, ero dolce e distante; ero come un fanciullo pieno dangoscia e savio. Eppure, intorno a noi tutto era cos calmo! La gente presso il banco, si facea confidenze. Oh come si piccini, oh come si in ginocchio, certe sere, sentendovi s vicine, onde immense!

JULES SUPERVIELLE Preghiera allignoto Ecco che mi sorprendo a rivolgerti la parola, Mio Dio, io che ancora non so se esisti E non comprendo la lingua delle tue chiese bisbiglianti. Guardo gli altari, la volta della tua dimora, Come chi dica semplicemente: ecco il legno, la pietra, Ecco le colonne romane. A questo santo manca il naso. E dentro come fuori, c langoscia umana. Abbasso gli occhi senza potermi inginocchiare durante la messa, Come se lasciassi passare il temporale sulla mia testa. E non posso impedirmi di pensare a tuttaltra cosa. Ahim! Avr passato la mia vita a pensare a unaltra cosa. Questaltra cosa, sono sempre io.

forse il mio vero io. l che mi rifugio. la che forse tu sei. Non avrei vissuto che in queste lontananze attraenti. Il momento presente un regalo del quale non ho saputo approfittare. Non ne conosco bene luso. Lo giro in ogni senso, Senza saper avviare il suo complicato meccanismo.

JACQUES PRVERT Colazione del mattino Egli ha versato il caff Nella tazza Egli ha versato il latte Nella tazza di caff Egli ha messo lo zucchero Nel caffelatte Con il cucchiaio Ha mescolato Egli ha bevuto il caffelatte E ha posato la tazza Senza parlarmi Ha acceso Una sigaretta Ha fatto dei cerchi Con il fumo Ha messo la cenere Nella ceneriera Senza parlarmi

Senza guardarmi S alzato Ha messo Il cappello in testa Ha messo limpermeabile Perch pioveva Ed andato via Sotto la pioggia Senza una parola Senza uno sguardo E io ho preso La testa tra le mani E ho pianto.

ANTONIO MACHADO Esperienza Ho percorso strade su strade, ho tracciato nuovi sentieri: per cento mari ho salpato: a cento approdi son giunto: e in ogni paese ho veduto carovane di tristezza: superbi e malinconici beoni dall'ombra nera: e pedantoni in vetrina, che guardano e tacciano e pensano: che sanno, perch non bevono il vino delle taverne. Pessima gente, che appesta la terra dove cammina. E in ogni paese, ho veduto, v'e' gente che danza e che giuoca fin quando si pu, poi lavora i quattro suoi palmi di terra.

Se giungono a nuovi paesi, non chiedono mai dove sono; se vanno in viaggio, li vedi sul dorso a decrepite mule; e non conoscono fretta , neppure nei giorni di festa; e bevono vino, se han vino: se non han vino, acqua fresca. Buona gente, gente che vive, che lavora, che soffre, che sogna; che infine, in un d come tanti, vanno a dormire sotterra.

ALDO PALAZZESCHI Il passo delle Nazarene Nazarene bianche, Nazarene nere. Del fiume alle rive si guardan da tanto i conventi, si guardan con occhio di vecchia amicizia le piccole torri, una bianca e una nera, le suore s' incontran la sera, la sera al crepuscolo. Due volte s' incontran, le bianche e le nere, sul ponte, sul ponte che unisce i conventi, li unisce da tanto per vecchia amicizia, le piccole torri si guardan ridenti una bianca e una nera, le suore s' incontran la sera, la sera al crepuscolo. Le piccole chiese al crepuscolo s' aprono, ne sortono leste le suore ed infilano il ponte, nel mezzo s' incontran, s' inchinano, le bianche e le nere,

si recan l' un l' altre alla piccola chiesa al saluto; vi fanno una breve preghiera e leste rinfilano il ponte. Di nuovo s' incontran, s' inchinan le file una bianca e una nera, le suore s' incontran la sera, la sera, la sera al crepuscolo.

ROCCO GALDIERI Pnzame, guappo Guappo, ca tappresiente cu sta catena doro. Guappo, ca tu maccide? Che mme ne mporta? [Moro. Si a miette sotto chiave Nu mese e ce [scummetto ca moro o stesso. Guappo, pirci si vu, [taspetto. Namminacci; ma famme chiamm pe quacche [amico Fidato Don Gennaro ve v! Sta for o vico. Zompo add staie. Te parlo comm a perzona [cara; e te dico a tte So pronto Guappo, s guappo? E [spara! Zitto, comme mme cuoglie, vattenne muro muro E si nun moro subbeto, cccate e sta sicuro: Nun pparlo a e Pellerine. Moro, senza d niente. Si avesse d quaccosa, dicesse sulamente

Per, quanno so muorto pnzame. O munno [avota e tu sarraie felice tennenola vicino! Ma quanno, dinto o vierno dopp o bicchiere [e vino, primma e luvare a tavula, tagliate nu mellone chesce zucuso e zuccaro S ncaso maie [tadduone chessa se mette a chiagnere nun farle o [musso stuorto Pnzame! sti mellunesaie chi appennette? O [muorto!

JORGE GUILLN Albero autunnale Gi matura a foglia pel sereno suo distacco discende nel cielo sempre verde dello stagno. In calmo languore della fine, lautunno simmedesima. Dolcissima la foglia sabbandona al puro gelo. Sottacqua con incessanti foglie va lalbero al suo dio.

GERARDO DIEGO Gli anni perduti E la tua infanzia, dimmi, dove sta la tua infanzia? Perch io la voglio. Le acque che bevesti, i fiori che calpestasti, le trecce che annodasti, i sorrisi che perdesti. Come possibile che non fossero miei? Dimmelo, sono triste. Quindici anni soltanto tuoi, e mai miei. Non mi celare la tua infanzia. Chiedi a Dio che rifaccia il tempo: torner la tua infanzia e giocheremo.

ALCEO DI MITILENE La conchiglia marina O conchiglia marina, figlia della pietra e del mare biancheggiante, tu meravigli la mente dei fanciulli.

EZRA POUND
[] Le donne da cercare o da fuggire, le donne come ossessione. Ma anche le donne come Personae (titolo del suo secondo libro di versi), cio le maschere tragiche che agli antichi attori consentivano di evocare gli dei e gli eroi. A una di queste dedicato uno dei due canti scritti in italiano, il 73, composto di getto e quasi in trance, sulla cadenza degli stilnovisti, intitolato Corrispondenza repubblicana (lagenzia di stampa della Rsi) ma dedicato al Guido Cavalcanti che gli appare in sogno. La protagonista una contadinella un po tozza ma bella stuprata a Rimini dagli alleati, che si vendica guidandoli in un campo minato per ucciderli saltando in aria con loro: Allinferno l nemico

furon venti morti morta la ragazza fra quella canaglia .


Limmolazione diventa una rapsodia e unapologia:

Morir per la patria

nella Romagna! Morti non morti son Che bellinverno! Nel settentrion rinasce la patria Ma che ragazza! che ragazze che ragazzi portan il nero .
Poteva essere magnificata e vezzeggiata questa romagnola kamikaze che muore non solo per il suo onore di donna, ma anche per quello del nero che porta? Certamente no. E difatti, fino agli anni 70, il Canto LXXIII puntualmente scomparso da tutte le edizioni poundiane pubblicate allestero.

CARL SANDBURG Il rapido


Io vado in rapido, uno dei treni scelti della nazione. A rotta di collo per la prateria nella bruma azzurrina e nellaria scura corrono quindici vagoni tutti acciaio con mille viaggiatori. (Tutti i vagoni finiranno in ruggine e rottami, tutti gli uomini e le donne che ridono nei vagoni-ristorante e nei vagoni-letto finiranno in cenere.) Chiedo ad un uomo dello scompartimento fumatori dove stia andando, e lui risponde: A Omaha.

dalle SENTENZE INDIANE (inizio era volgare) Luom che in questo viver vano cerca la felicit, come il bambinello fa che si succia il dito invano: succia, succia, si dibatte, vien saliva e non il latte.

TAO CHIEN I cinque figli Ciocche bianche mi coprono le tempie; son rugoso e appassito senza scampo. Ho cinque figli, vero; ma tutti odian la carta ed il pennello. Ha diciottanni A-shu; per la pigrizia proprio impareggiabile. A-suan fa quel che pu: ma in verit detesta le Arti Belle. Jun-tuan ha tredici anni, ma non distingue ancora sei da sette. Nel nono anno Tung Tzu non pensa che alle noci ed alle pere. Se il ciel cos mi tratta, che posso far se non empir la coppa?

TRILUSSA Lape, er baco, lo scorpione Un'Ape, ne l'usc dall'osteria con un Baco da seta e 'no Scorpione, je disse - Grazzie de la compagnia: spero de rivedevve a casa mia in un'antra occasione. Io, per, nun ricevo che a la sera perch lavoro e tutta la giornata fabbrico er miele e fabbrico la cera. - Pur'io fatico e filo Dio sa quanto, - fece er Baco da seta - e nun me resta libbera che la festa... - Su la tabbella der portone mio - je disse lo Scorpione - ce sta scritto: "Cammera del Lavoro". L sto io. Per me qualunque giorno indiferente, so' pronto a fa' bisboccia a qualunqu'ora: venite puro su libberamente... - E voi che fate? - Gnente,

ma organizzo la gente che lavora.

PO CHU Sulla mia calvizie Allalba sospiravo vedendo i miei capelli che cadevano, a sera sospiravo vedendo i miei capelli che cadevano, e paventavo il giorno quando lultima ciocca se ne sarebbe andata. Son tutti andati e non mimporta nulla! Il tedioso pettine messo via per sempre; terminato il faticoso compito di lavare e asciugare. Ma la cosa pi bella: nellaria calda e umida non aver pi quel nodo che pesa sulla testa. Ripongo il polveroso casco a cono, e mi sciolgo la frangia del colletto.

In un vaso dargento serbo un rivolo freddo: sul mio capo pelato lo faccio sgocciolare col cucchiaio. Come uno battezzato dallacqua della Regola di Budda accolgo questa fresca e detergente gioia. Ora so perch il prete in cerca di riposo per liberarsi il cuore prima si rade il capo.

FRIEDRICH HOERDERLIN Tedium vitae Ahi del mondo gi goduta gi goduta ho la [dolcezza Quanto tempo quanto tempo che fugg la [giovinezza! Ahi che Aprile Maggio e Luglio son lontani laggi finito finito: e non bramo e non amo viver pi.

LEONARDO SINISGALLI A mio padre Luomo che torna solo A tarda sera dalla vigna Scuote le rape nella vasca Sbuca dal viottolo con la paglia Macchiata di verderame. Luomo che porta cos fresco Terriccio sulle scarpe, odore Di fresca sera nei vestiti Si ferma a una fonte, parla Con un ortolano che sradica i finocchi. E un uomo, un piccolo uomo Chio guardo di lontano. E un punto vivo allorizzonte. Forse la sua pupilla Si accende questa sera Accanto alla peschiera Dove si asciuga la fronte.

EDWARD ESTLIN CUMMINGS O dolce spontanea terra O dolce spontanea terra quante volte ti hanno rimbambite dita di perversi filosofi pizzicato e scavato in te , il pollice sfacciato della scienza pungolato la tua bellezza .quante volte ti hanno religioni preso sulle ginocchia ossute

stringendoti e sbertucciando per farti concepire dei (ma fedele allincomparabile letto della morte tuo ritmico amante tu hai risposto loro solo con primavera)

RAINER MARIA RILKE Annunciazione (Le parole dell'Angelo) Tu non sei pi vicina a Dio di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende benedette le mani. Nascono chiare a te dal manto, luminoso contorno: Io sono la rugiada, il giorno, ma tu, tu sei la pianta. Sono stanco ora, la strada lunga, perdonami, ho scordato quello che il Grande alto sul sole e sul trono gemmato, manda a te, meditante (mi ha vinto la vertigine). Vedi: io sono l'origine, ma tu, tu sei la pianta. Ho steso ora le ali, sono

nella casa modesta immenso; quasi manca lo spazio alla mia grande veste. Pur non mai fosti tanto sola, vedi: appena mi senti; nel bosco io sono un mite vento, ma tu, tu sei la pianta.

SAFFO Mi pare simile a un dio l'uomo che ti siede accanto e ti ascolta cos, mentre parli con lieve sussurro e ridi amabile: questo mi stringe il cuore nel petto! Basta che ti getti uno sguardo e subito la voce mi manca la lingua si spezza, subito un fuoco sottile mi scivola sotto la pelle, lo sguardo s'offusca, rombano le oreccchie, un freddo sudore mi cola, utta mi scuote un tremito, e pi verde dell'erba divento e poco manca che muoia. Ma bisogna che tutto sopporti...

CHARLES BUKOWSKI Un cavallo da 340 dollari e una puttanada cento non vi venga l' idea che io sono un poeta; mi trovate mezzo sbronzo all' ippodromo ogni giorno a puntare su quarter, trottatori e purosangue, ma fatevelo dire, l ci sono delle donne che seguono i quattrini, e qualche volta quando guardi queste puttane queste puttane da cento dollari qualche volta ti domandi se la natura non ha scherzato a regalare tanto petto e tanto culo e la maniera in cui sta tutto insieme, tu guardi e guardi e e guardi e non ci credi; ci sono le donne qualsiasi e poi c' qualcos'altro che ti fa venir voglia di sfondare quadri e spaccare dischi di Beethoven

sul coperchio del cesso; in ogni modo, la stagione si trascinava e i pezzi grossi restavano in bolletta, tutti i non professionisti, i produttori, gli operatori, gli spacciatori di marijuana, i pellicciai, gli stessi proprietari, e 'sto giorno correva Saint Louis: un cavallo che rompeva quando l' arrivo era serrato correva a testa bassa, era brutto e cattivo dato 35 a 1, e io puntai un deca su di lui. il guidatore lo spinse al largo lo port allo steccato dove sarebbe stato solo anche se doveva fare il quadruplo di strada, e fu cos che fece tutta la gara contro lo steccato correndo per due miglia anzich una e vinse come se avesse il diavolo alle calcagna e non era nemmeno stanco, e la bionda pi grossa di tutte

tutta culo e tette, praticamente nient'altro venne con me a riscuotere. quella notte non riuscii a distruggerla anche se le molle sprizzavano scintille che rimbalzavano sui muri. pi tardi l seduta in sottoveste bevendo Old Grandad disse come mai un tipo come te vive in una stamberga come questa? e io dissi sono un poeta e lei butt indietro la testa e rise. tu? tu... un poeta? proprio cos, dissi, proprio cos. ma mi piaceva ancora, s, mi piaceva,

e tante grazie a un brutto cavallo che ha scritto questa poesia.

JORGE LUIS BORGES La Recoleta Persuasi di caducit da tante nobili certezze della polvere, indugiamo e abbassiamo la voce tra il lento susseguirsi delle tombe la cui retorica di marmo e dombra promette e prefigura laugurabile dignit di essere morti. Sono belli i sepolcri, il nudo latino e le congiunte date fatali, il fiore accanto al marmo e le piazzette fresche come patios e i molti ieri della storia oggi arrestata e unica. Confondiamo quella pace con la morte, pensiamo di anelare la nostra fine ed aneliamo sonno e indifferenza. Vibrante nelle spade e nellardore e assopita nelledera,

solo la vita esiste. Sono due forme di spazio e tempo sono strumenti magici dellanima, e quando questa si spegner, si spegneranno insieme spazio, tempo e morte, come al cessare della luce si estingue il simulacro degli specchi che limbrunire aveva quasi spento. Ombra benevola degli alberi, vento di uccelli che sui rami ondeggia, anima che si dissolve in altre anime, sarebbe un miracolo se smettessero di esistere, miracolo incomprensibile, anche se il suo ripetersi illusorio macchia di orrore i nostri giorni. Queste cose pensai alle Recoleta nel luogo delle mie ceneri.

VIRGILIO GIOTTI Figura de putela Davanti una vetrina, che se spcia i colori ciari de la matina, na garzona ghe xe, col scatolon sul brazzo, co la fronte sul lastron. Sun na gamba sola la sta; e el pie de laltra, lassada cascar mola, la lo nina. Le scarpe che la ga xe quele che la mistra ghe ga d. Dal viso solo un poco se ghe vedi, un rosseto; na rcia, el colo, un fioco. Sora el covrcio, bela, xe una man de pcia, l pozada, una sua man.

Un pitor, col ga ciolta zo na figura, altro nol fa. Cuss stavolta fazzo anca mi. Meto ancora un fiatin de rosa su le calze, un cincinin quel nastro di cavei fazzo ancora pi scuro; e meto zo i penei. Altro de far, altro no go de dir: che ben che vio, nidun pol capir. La lasso parlar ela; che sola la ve conti quel che la varda in quela vetrina, quel che la pensa, ormai l ferma par sempre, quel che in cuor la ga.

CHARLES BAUDELAIRE La sera Complice dei ribaldi, ecco gi la leggiadra sera a passi di lupo giunge, come una ladra; lento si chiude il cielo, come una grande alcova, e una belva si muove nell'uomo, avida e nuova. O dolce sera, premio di chi, senza mentire, le affaticate braccia guardandosi, pu dire: << Oggi s' lavorato >>, tu che sai consolare l'anime tribolate dalle pene pi amare, lo studioso ostinato che gi reclina il ciglio, l'operaio che curvo ritorna al suo giaciglio! Pesantemente, intanto, nell'aria orde di neri demoni si risvegliano a guisa di banchieri, e su imposte e tettoie ciecamente s'avventano. Nelle vie, fra le luci che la bora tormenta, s'accende il Meretricio, e si scava, alla pari d'un formicaio, mille labirinti e ripari, aprendosi dovunque qualche varco nascosto, come avanza nell'ombra furtivo un avamposto,

e nel grembo di fango delle citt malsane di soppiatto movendosi, come il verme nel pane. Qua e l le cucine s'odono ora ansare, e muggire i teatri, e le orchestre russare; ora, in combutta, mettono bari e sgualdrine il piede nei locali ove il gioco le sue gioie concede, mentre i ladri, che posa non hanno n piet, vanno anch'essi al lavoro, e piano piano gi forzano gli usci e vuotano le casseforti infrante, per vivere qualche giorno e vestire l'amante. Chiuditi in te in questo solenne attimo, o mia anima; ignora l'urlo che sale dalla via. Questa l'ora che accresce gli spasimi del male, e di sospiri e aneliti riempie l'ospedale, quando il comune abisso ad uno ad uno inghiotte i morenti, abbrancati dalla squallida Notte. - Mai pi per loro, a sera, l'odorosa pietanza, n, accanto al fuoco, un viso di donna, in una stanza...

Del resto, i pi non hanno nemmeno conosciuto il bene d'una casa, non hanno mai vissuto!

GUIDO GOZZANO Cocotte I. Ho rivisto il giardino, il giardinetto contiguo, le palme del viale, la cancellata rozza dalla quale mi protese la mano ed il confetto...

II. Piccolino, che fai solo soletto? Sto giocando al Diluvio Universale. Accennai gli stromenti, le bizzarre cose che modellavo nella sabbia, ed ella si chin come chi abbia fretta d'un bacio e fretta di ritrarre la bocca, e mi baci di tra le sbarre

come si bacia un uccellino in gabbia. Sempre ch'io viva rivedr l'incanto di quel suo volto tra le sbarre quadre! La nuca mi serr con mani ladre; ed io stupivo di vedermi accanto al viso, quella bocca tanto, tanto diversa dalla bocca di mia Madre! Piccolino, ti piaccio che mi guardi? Sei qui pei bagni? Ed affittate l? S... vedi la mia mamma e il mio Pap? Subito mi lasci, con negli sguardi un vano sogno (ricordai pi tardi) un vano sogno di maternit... Una cocotte!... Che vuol dire, mammina? Vuol dire una cattiva signorina: non bisogna parlare alla vicina! Co-co-tte... La strana voce parigina

dava alla mia fantasia bambina un senso buffo d'ovo e di gallina... Pensavo deit favoleggiate: i naviganti e l'Isole Felici... Co-co-tte... le fate intese a malefici con cibi e con bevande affatturate... Fate saranno, chi sa quali fate, e in chi sa quali tenebrosi offici!

III. Un giorno - giorni dopo - mi chiam tra le sbarre fiorite di verbene: O piccolino, non mi vuoi pi bene!... vero che tu sei una cocotte? Perdutamente rise... E mi baci con le pupille di tristezza piene.

IV. Tra le gioie defunte e i disinganni, dopo vent'anni, oggi si ravviva il tuo sorriso... Dove sei, cattiva Signorina? Sei viva? Come inganni (meglio per te non essere pi viva!) la discesa terribile degli anni? Oim! Da che non giova il tuo belletto e il cosmetico gi fa mala prova l'ultimo amante disert l'alcova... Uno, sol uno: il piccolo folletto che donasti d'un bacio e d'un confetto, dopo vent'anni, oggi ti ritrova in sogno, e t'ama, in sogno, e dice: T'amo! Da quel mattino dell'infanzia pura forse ho amato te sola, o creatura! Forse ho amato te sola! E ti richiamo! Se leggi questi versi di richiamo

ritorna a chi t'aspetta, o creatura! Vieni! Che importa se non sei pi quella che mi baci quattrenne? Oggi t'agogno, o vestita di tempo! Oggi ho bisogno del tuo passato! Ti rifar bella come Carlotta, come Graziella, come tutte le donne del mio sogno! Il mio sogno nutrito d'abbandono, di rimpianto. Non amo che le rose che non colsi. Non amo che le cose che potevano essere e non sono state... Vedo la case, ecco le rose del bel giardino di vent'anni or sono! Oltre le sbarre il tuo giardino intatto fra gli eucalipti liguri si spazia... Vieni! T'accoglier l'anima sazia. Fa ch'io riveda il tuo volto disfatto; ti bacier; rifiorir, nell'atto,

sulla tua bocca l'ultima tua grazia. Vieni! Sar come se a me, per mano, tu riportassi me stesso d'allora. Il bimbo parler con la Signora. Risorgeremo dal tempo lontano. Vieni! Sar come se a te, per mano, io riportassi te, giovine ancora.

ROCCO GALDIERI Dummeneca I m, trasenno p a porta, aggiu sentuto lladdore d o rra. Perci... Stateve bona ! ... Ve saluto... Me ne vaco, gnors... Ca si massetto nun me ne vaco cchi... E succede caspetto ca ve mettite a ttavula... E nu sta... Cchi ccerto e che so maccarune e zita. Laggiu ntiso e spezz, trasenno a porta. E overo? E s capita tutt a cucina dogge: so brasciole, so sfilatore annecchia. Niente cunzerva: tutte pummarole passate pe ssetaccio... E v rimasta pure na pellecchia ncopp o vraccio... Pare na macchia e sango... Permettete? V a levo! Comm fina,

sta pelle vosta... e comme avvellutata: mme sciulia sotto e ddete... E parite cchi bella, stammatina. O ffuoco, comme fusse... vha appezzata. State cchi culurita... Cchi ccerto e che so mmaccarune e zita... Ma i mme ne vaco... Addio! Ca si massetto nun me ne vaco cchi... E succede caspetto... ca ve mettite a ttavula... pav nu vaso c o sapore e stu rra!

KONSTANTINOS KAVAFIS Tomba di Iass Iass qui giace. In questa gran citt e febo rinomato per belt. Sapienti mammirarono, e parimenti il popolo Pi semplice. Godevo e degli uni e dellaltro. Ma infine, a furia dessere creduto Erme e [Narcisso, gli abusi mi consunsero, muccisero. Viandante, se tu sei dAlessandria, non mi condannerai. Tu sai [la foga di questa vita: e quale ardore, e quale volutt.

VINCENZO CARDARELLI Alla deriva La vita io lho castigata vivendola. Fin dove il cuore mi resse arditamente mi spinsi. Ora la mia giornata non pi che uno sterile avvicendarsi di rovinose abitudini e vorrei evadere dal nero cerchio. Quando allalba mi riduco, un estro mi piglia, una smania di non dormire. E sogno partenze assurde, liberazioni impossibili.

Oim. Tutto il mio chiuso e cocente rimorso

altro sfogo non ha fuor che il sonno, se viene. Invano, invano lotto per possedere i giorni che mi travolgono rumorosi. Io annego nel tempo.

RUDYARD KIPLING O madre mia Se morissi impiccato sopra il colle, o madre mia, io bene so chi sempre mi amerebbe, o madre mia! Se morissi gettato in fondo al mare, o madre mia, io bene so chi sempre piangerebbe, o madre mia! E se l'anima mia fosse dannata, so chi, pregando, allor mi salverebbe, o madre mia!

ALDO FABRIZI Minestra a li cento sapori I Pe fa sta cosa ch tra le pi jotte, nun c bisogno desse inquatrinato: basta lott listesso a un pensionato che tira avanti co le scarpe rotte. Eccheve qua la prima de le lotte: sabbato a giorno er pasto v scartato, la sera, dopo ave ridiggiunato, ce st er problema daffront la notte. Pe nun da sfogo a li sbadijamenti bisogna inturcinasse un fasciatore intorno ar muso, come a un mar de denti. Mannati gi sonniferi e carmanti co la speranza de dormi un par dore, consijo de prega madonne e santi.

ALDO FABRIZI Minestra a li cento sapori II Er giorno doppo, gnente colazione: alluna sempie dacqua un recipiente, pe mettece ar momento ch bollente, la Pasta, con amore e devozzione. Scolata poco e messa ner piattone, per accondilla serve poco e gnente, un pizzico de pepe solamente, come si fosse na benedizione. Tanti lettori se domanderanno: E li cento sapori? Questo uno! Lantri 99, indove stanno? . Lantri 99, gente mia, vengheno da la fame der diggiuno, ch er mejo accondimento che ce sia.

CORRADO GOVONI La trombettina Ecco che cosa resta di tutta la magia della fiera: quella trombettina, di latta azzurra e verde, che suona una bambina camminando, scalza, per i campi. Ma, in quella nota sforzata, ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi; c' la banda d'oro rumoroso, la giostra coi cavalli, l'organo, i lumini. Come, nel sgocciolare della gronda, c' tutto lo spavento della bufera, la bellezza dei lampi e dell'arcobaleno; nell'umido cerino d'una lucciola che si sfa su una foglia di brughiera, tutta la meraviglia della primavera.

ALCEO DI MITILENE Invito a bere Perch aspettare le lucerne? Il giorno sta per finire. Su, beviamo! Prendi amico, i vasi grandi variegati! Il figlio di Semele e Giove, Bacco, diede vino ai mortali, oblio dei mali; versa una parte dacqua e due di vino fino sullorlo del bicchiere, e un altro bicchiere segua il primo, e dopo un altro

VLADIMIR MAJAKOVSKIJ Congedo In auto, cambiato l'ultimo franco. "A che ora parte il treno per Marsiglia?" Parigi fugge accompagnandomi in tutta la sua bellezza impossibile. Sali agli occhi, fanghiglia del distacco, schianta il mio cuore con la sentimentalit! Io vorrei vivere e morire a Parigi, se non ci fosse

la terra che ha nome Moskv

WILLIAM BUTLER YEATS La ruota Tutto linverno invochiamo primavera, E in primavera invochiamo lestate, E quando le siepi stracolme risuonano, Giuriamo che meglio di tutti e linverno; Dopo di che non ce niente di buono Perch la primavera non e ancora tornataE non sappiamo che a turbarci il sangue E soltanto il suo anelito alla tomba

ORAZIO Lode del carpe diem (I 11) Tu non chiedere non lecito saperlo quale fine hanno assegnato a me, quale a te, gli di. Non provarci, Leuconoe, con i dadi babilonesi. Meglio, ci che sar, prenderlo come viene! Sia che Giove ci abbia assegnato pi inverni, sia che per ultimo ci dia questo che ora sfianca il mare Tirreno sugli scogli in schiume, sii saggia: filtra il vino e taglia la speranza in misure piccole. Mentre parliamo il tempo invidioso va via: afferralo, loggi, e credi nel domani il meno possibile.

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios temptaris numeros. ut melius, quidquid erit, pati. seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam, quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi spem longam reseces. dum loquimur, fugerit invida aetas: carpe diem quam minimum credula postero.

JORGE LUIS BERGES Rione riconquistato Nessuno vide la bellezza delle strade fin quando spaventoso in fragore si abbatt il cielo verdastro in un rovescio di acqua e di ombra. Il temporale fu unanime e detestabile agli sguardi fu il mondo, ma quando un arco benedisse coi colori del perdono la sera, e un odore di terra bagnata rianim i giardini, uscimmo a camminare per le strade come su un ricuperato possedimento, e nei vetri ci furono generosit di sole e nelle foglie lucenti disse la sua tremula immortalit l'estate.

TRILUSSA Er leone riconoscente Ner deserto dell' Africa, un Leone che j' era entrato un ago drento ar piede, chiam un Tenente pe' l' operazzione. - Bravo! - je disse doppo - Io t' aringrazzio: vedrai che te sar riconoscente d' avemme libberato da 'sto strazio; qual' er pensiere tuo? d' esse promosso? Emb, s' io posso te dar 'na mano... E in quela notte istessa mantenne la promessa pi mejo d' un cristiano; ritorn dar Tenente e disse: - Amico, la promozzione certa, e te lo dico perch me so magnato er Capitano.

CHARLES BUKOWSKI essi, tutti lo sanno chiedete ai pittori da marciapiede di Parigi chiedete al sole su un cane addormentato chiedete ai 3 porcellini chiedete al giornalaio chiedete alla musica di Donizetti chiedete al barbiere chiedete all'assassino chiedete all'uomo appoggiato al muro chiedete al predicatore chiedete all'ebanista chiedete al borsaiolo o al prestatore su pegno o al soffiatore di vetro o al venditore di letame o al dentista chiedete al rivoluzionario chiedete all'uomo che ficca la testa nelle fauci d'un leone chiedete all'uomo che sgancer la prossima

bomba atomica chiedete all'uomo che si crede Cristo chiedete alla cutrettola che la sera torna al nido chiedete al guardone chiedete all'uomo che muore di cancro chiedete all'uomo che ha bisogno d'un bagno chiedete all'uomo con una gamba sola chiedete al cieco chiedete all'uomo che parla bleso chiedete al mangiatore d'oppio chiedete al chirurgo tremante chiedete alle foglie sulle quali camminate chiedete a uno stupratore o al bigliettario di un tram o a un vecchio che strappa le erbacce nel giardino chiedete a una sanguisuga chiedete a un domatore di pulci chiedete a un mangiatore di fuoco chiedete all'uomo pi miserabile che riuscite a trovare nel suo pi miserabile

momento chiedete a un maestro di judo chiedete a un guidatore di elefanti chiedete a un lebbroso, un ergastolano, un tisico chiedete a un professore di storia chiedete all'uomo che non si pulisce mai le unghie chiedete a un pagliaccio o alla prima faccia che vedete chiedete chiedete chiedete e tutti vi diranno: una moglie brontolona affacciata alla ringhiera pi di quanto un uomo possa sopportare.

JACQUES PRVERT Quadretto familiare La madre fa la maglia il figlio fa la guerra la madre trova naturale tutto ci e quanto al padre cosa fa il padre? Fa affari sua moglie fa la maglia suo figlio fa la guerra e lui fa affari il padre trova naturale tutto ci e il figlio il figlio che gliene pare al figlio? non gliene pare assolutamente niente al figlio Il figlio sua madre fa la maglia suo padre gli affari e lui la guerra quando avr finito la guerra far affari con suo padre la guerra continua la madre continua a fare la maglia

il padre continua a fare affari il figlio viene ammazzato e non continua pi il padre e la madre vanno al cimitero il padre e la madre trovano assolutamente naturale tutto ci la vita continua la vita con la maglia la guerra gli affari gli affari la guerra la maglia la guerra gli affari gli affari e gli affari la vita con dentro il cimitero.

EDOARDO NICOLARDI O trammo e Puceriale Stanno, o carcere e o Campusanto, quase a stessa lucalit. Chillo ca more nu poco ogne ttanto chillo ca more pe lleternit, ll va! E stu trammo e Puceriale ca porta a folla d e pariente. Nato nun ce ne sta ca tale e quale e ca purtasse chesta stessa ggente. Addora e sciure e e cucenato, sente e caruofane e o rra... Chesta, porta o mmagn p o carcerato, chella, na rosa a chi nun ce sta cchi. Ce sta a signora e a si maesta; o galantommo e o malandrino... Llacrisante e a zuppiera cu a menesta, a tuberosa e o perettiello e vino... A mercante, challucca e spicca ca llavvucato nu chiachiello;

ma a ccosto chadda vennere a puteca, Marciano adda difennere allappello! A chiazzera ca pe nu niente fa nassuocio cu o cunduttore... E o prutettore ca gi ammola e diente e guarda stuorto, e caccia o pietto nfore... Nnante o carcere, fremma o trammo, e sti femmene cu e mappate scenneno scacatianno... E gghiesce.. E ghiammo.. E votta e mmane... Ve site nchiummate? E accuss restano sultanto tutte chille vestute a llutto... Na figliulella sasciutto o chianto... E na mamma ca chiagne a ciglio asciutto. Mo se sente sultanto addore d e caruofene e llati sciure... Chi parla cchi? Chi o mette cchi a rummore? Pocato, e o trammo se sbavanta pure.. Ma mt o trammo, rrobba caduta,

ce rummane sempe quaccosa. Nterra na mela, na spica arrustuta... Ll ncoppa nu caruofeno o na rosa

VINCENZO CARDARELLI Spiragli Che cosa mi colpisce ormai! Un velo d'ombra di mare sui monti lontani, un lembo di nuvola tutelare. Ma basta levare la testa. Le cose non stanno che a ricordare. Piano piano i minuti vissuti, fedelmente li ritroveremo. Coraggio, guardiamo.

GIOVANNI PAPINI Il contadino Io ti rispetto e ti vo' tanto bene o contadino sudicio e strappato quando, chinate sotto il sol le sirne, seghi il tuo grano o falci in furia il prato, o quando son le giornate serene tu vanghi e zappi senza pigliar fiato e tardi, a notte, distendi le rene e godi e dormi colla donna a lato. Di tutto si rallegra e si contenta e, sorridendo, il duro pane inghiotte che con la dura terra limparenta. Di grazie e di bei modi se ninfotte ma con ugual vigore egli sementa messi di giorno e popoli di notte.

VIRGILIO GIOTTI Piova Spiovazza. Ombrele negre, drite, storte, le cori le scampa. Soto i lbori, nel sguaz, xe pien de fiori. Xe alegro 'sto slavazzo. Vien l'ist. E altri istai se svea in mi pa' un timo, midi, verdi andai! 'N omo se ga fermado soto un'ombrela sbusa. El varda i fioi che sguazza nel ziel de 'na calusa.
Nota: (calusa = pozzanghera)

GABRIELE DANNUNZIO Stabat nuda Aestas Primamente intravidi il suo pi stretto scorrere su er gli aghi arsi dei pini ove estuava l'aere con grande tremito, quasi bianca vampa effusa. Le cicale si tacquero. Pi rochi si fecero i ruscelli. Copiosa la resina gemette gi pe'fusti. Riconobbi il colbro dal sentore. Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.

Scorsi l'ombre cerulee dei rami su la schiena falcata, e i capei fulvi nell'argento palldio trasvolare senza suono. Pi lunghi nella stoppia, l'allodola balz dal solco raso, la chiam, la chiam per nome in cielo. Allora anch'io per nome la chiamai. Tra i leandri la vidi che si volse. Come in bronzea msse nel falasco entr, che richiudeasi strepitoso. Pi lungi, verso il lido, tra la paglia marina il piede le si tolse in fallo. Distesa cadde tra le sabbie e l'acque. Il ponente schium nei sui capegli. Immensa apparve , immensa nudit.

LEONARDO SINISGALLI Monete rosse I fanciulli battono le monete rosse contro il muro. (Cadono distanti per terra con dolce rumore.) Gridano a squarciagola in un fuoco di guerra. Si scambiano motti superbi e dolcissime ingiurie. La sera incendia le fronti, infuria i capelli. Sulle selci calda come sangue. Il piazzale torna calmo. Una moneta battuta si posa vicino all'altra alla misura di un palmo. Il fanciullo preme sulla terra la sua mano vittoriosa.

ANTONIO DE CURTIS in arte Tot A cunzegna 'A sera quanno 'o sole se nne trase e d 'a cunzegna a luna p' 'a nuttata, lle dice dinto 'a recchia - I' vaco 'a casa: t'arraccumanno tutt' 'e nnammurate .

CESARE PASCARELLA La scoperta dellamerica I Ma che dichi? Ma leva mano, leva! Ma prima assai che lui l'avesse trovo, Ma sai da quanto tempo lo sapeva Che ar monno c'era pure er monno novo! E siccome la gente ce rideva, Lui sai che fece un giorno? Prese un ovo, E l in presenza a chi nun ce credeva, Je fece, dice: - Adesso ve lo provo. E l davanti a tutti, zitto zitto, Prese quell'ovo e senza complimenti, Pffete! je lo fece regge dritto. Eh! Ner ved quell'ovo dritto in piede, Pure li pi contrari pi scontenti, Eh, sammarco! ce cominciorno a crede.

II Ce cominciorno a crede, sissignora; Ma, ar solito, a sto porco de paese Si vrse trov appoggio pe le spese De la Scoperta, je tocco a ann fora. E siccome a quer tempo l d'allora Regnava un re de Spagna portoghese, Agnede in Portogallo e l je chiese De poteje parl p'un quarto d'ora. Je fece 'na parlata un po' generica, E poi je disse: - Io avrebbe l'intenzione, Si lei m'ajuta, de scopr l'America. - Eh, fece er re, ched'era un omo esperto, Si, v'ajuto... Ma, no pe fa eccezione, Ma st'America c'? Ne ste certo?

III - Ah! fece lui, me faccio maravija Ch'un omo come lei p dubitallo! Allora lei vor d che lei mi pija Per uno che vi qui per imbrojallo! Nonsignora, maest. Lei si consija Co' qualunque sia ar caso de spiegallo, E lei vedr ch'er monno arissomija, Come lei me l'insegna, a un portogallo. E basta avecce un filo de capoccia Pe cap che, dovunque parte taja, Lei trova tanto sugo e tanta coccia. E er monno che cos'? Lo stesso affare. Lei vadi indove v, che non si sbaja, Lei trova tanta terra e tanto mare.

IV Je capacita sto ragionamento? - Sicuro, fece er re, me piace assai E, vede, je dir che st'argomento Ancora nu' l'avevo inteso mai. Per, dice, riguardo ar compimento De l'impresa, siccome... casomai... - Ma 'bbi pazienza, fermete un momento... Ma ste fregnacce tu come le sai? Eh, le so perch ci ho bona memoria. - Gi! Te ce sei trovato! - Che significa? Le so perch l'ho lette ne la storia. - Ne la storia romana? - naturale. Ne la storia pi granne e pi magnifica, Che sarebbe er gran libro universale.

V Ch l'antri libri, no pe dinne male, Nun contrasto, saranno cose bone, Ma all'urtimo s tutti tale e quale: Legghi, legghi, e che legghi? un'invenzione. Ma invece co' la storia universale Nun ci hai da facce manco er paragone, Ch l ce trovi scritto er naturale De li fatti de tutte le persone. Vedi noi? M noi stamo a f bardoria: Nun ce se pensa e stamo all'osteria... Ma invece stamo tutti ne la storia. E per questo m'ha sempre soddisfatto, Perch in qualunque storia ch'uno pa, Tu nun legghi 'na storia; legghi un fatto.

VI Basta, dunque, pe f breve er discorso, Va be', je fece er re, quer ch'ho promesso Lo mantengo; ma, dice, ve confesso, Che io nun ce vorrebbe av rimorso; Per cui, st'affare qui ha da f er suo corso: Perch'io, si governassi da me stesso, Che c'entra? ve direbbe: annate adesso... - Ma allora, fece lui, co' chi ho discorso? Ma voi chi sete? er re o un particolare? - Pe esse re so re, nun c' quistione; Ma mica posso f quer che me pare. Vor d che voi portate li registri De le spese, l'esatta relazione, Che ve far parl co li ministri.

VII E li ministri de qualunque Stato So' stati sempre tutti de 'na setta! Irre orre... te porteno in barchetta, E te fanno contento e cojonato. E cos lui: ce se trov incastrato A doveje pe forza daje retta, Je fecero la solita scoletta, Da Erode lo mannaveno a Pilato. E invece de ven a 'na decisione, - Sa? je fecero, senza complimenti Qui bisogna form 'na commissione. Lei j'anner a spieg de che se tratta, E, dice, quanno loro so' contenti, Ritorni pure che la cosa fatta.

VIII Eh, giacch ho fatto trenta, fece quello, Be', dice, che vi f? famo trentuno. Ci agnede, e se trov in mezzo a un riduno De gente che Dio srvete, fratello! Lo teneveno l come er zimbello! L'interrogorno tutti, uno per uno, E poi fecero, dice: - Sarv'ognuno, Ma questo s' svortato de cervello. Lui parlava, ma manco lo sentiveno; E pi lui s'ammazzava pe scoprilla E pi quell'antri je la ricopriveno. Ma l, secondo me, ne li segreti De quer complotto l, ma manco a dilla, C'era sotto la mano de li preti.

IX Ch mettetelo in testa ch'er pretaccio stato sempre lui, sempre lo stesso! Er prete? stato sempre quell'omaccio Nimico de la patria e der progresso. E in quelli tempi, poi, si un poveraccio Se fosse, Dio ne scampi, compromesso, Lo schiaffaveno sotto catenaccio, E quer che'era successo era successo. E si poi j'inventavi un'invenzione, Te daveno, percristo, la tortura Ner tribunale de l'inquisizione. E 'na vorta l dentro, sarv'ognuno, La potevi ten pi che sicura Da f la fine de Giordano Bruno.

X Lui, defatti, se msse in diffidenza; E fece: dice, qui p'er vicinato Se sente un po' de puzza d'abbruciato... Ma fresca! dice, qui ce vo' prudenza. Defatti torn su da su' eccellenza, Je fece: - Be', cos'hanno combinato? - Eh, dice, sa? l'affare un po' impicciato, Ripassi un'antra vorta, abbia pazienza. Ma lui pens: ma qui giocamo a palla! Ma qui me vonno mette ner canestro! Ma sai che nova c'? Mejo a piantalla! La voleva piant. Ma 'na matina, Ma indovinece un po'? Nun je vi l'estro De vol ann a parl co' la regina?

XI E l defatti, come se trovorno Assieme, lui je fece: -Sa?, mi pare Che, dice, mejo a d le cose chiare: Tanti galli a cant 'n se fa mai giorno. Ce vado, ce ripasso, ce ritorno, Je dico: dunque, be' de quell'affare? Quale? dice, quer gran viaggio di mare? Potrebbe ripassare un antro giorno? Ma che crede che ce n'ho fatti pochi De 'sti viaggi? Percui, dico, che famo? Dico, sacra maest, famo li giochi? Dunque lo dica pure a suo marito, Si me ce v mann che combinamo, Si no vado a prov in quarch'antro sito.

XII Ch qui fra re, ministri, baricelli, Sapienti... dice, inutile a parlanne, Percui, sa, me ridia li giocarelli, Che fo tela! - Ma me scusi le domanne, Fece lei, lei che v - Tre navicelli. - E ognuno, putacaso, quanto granne? - Eh, fece lui, sur genere de quelli Che porteno er marsala a Ripa granne. - Va bene, fece lei, vi sia concesso. Capischi si com'? Je venne bene, Che je li fece d quer giorno stesso. E lui, sortito appena da Palazzo, Prese l'omini, sciorse le catene, E agnede in arto mare com'un razzo.

XIII Passa un giorno... due... tre... 'na settimana... Passa un mese che gi staveno a mollo... Guarda... riguarda... Hai voja a slung er collo, L'America era sempre pi lontana. E 'gni tanto veniva 'na buriana: Lampi, furmini, gi a rotta de collo, Da d: qui se va tutti a scapicollo. E dopo? Dopo 'na giornata sana De tempesta, schiariva a poco a poco, L'aria scottava che pareva un forno, A respir se respirava er foco, E come che riarzaveno la testa, Quelli, avanti! Passava un antro giorno, Patapnfete! gi, n'antra tempesta.

XIV E l'hai da sent d da chi c' stato Si ched' la tempesta! So' momenti, Che, caro amico, quanno che li senti, Rimani a bocca aperta senza fiato. Ch l, quanno che er mare s' infuriato, Tramezzo a la battaja de li venti, Si lui te p agguant li bastimenti Te li spacca accus, com'un granato. Eh!, cor mare ce s'ha da rug poco... Gi, poi, dico, non serve a dubitallo, Ma l'acqua peggio, assai peggio der foco. Perch cor foco tu, si te ce sforzi Co' le pompe, ce 'rivi tu a smorzallo; Ma l'acqua, dimme un po', co' che la smorzi?

XV Eppure er mare... er mare, quann' bello, Che vedi quel'azzurro der turchino, Che te ce sdraji longo l vicino, Te s'apre er core come 'no sportello. Che dilizia! Sent quer ventarello Salato, quer freschetto fino fino Dell'onne, che le move er ponentino, Che pare stieno a f nisconnarello! Eppure... sotto a tutto quer celeste, Ma, dico, dimme un po', chi lo direbbe Che ce cveno sotto le tempeste? Cus uno, finch non ce s'avvezza, Che te credi che lui ce penserebbe Si fino a dove arriva la grannezza?

XVI Ch l mica te giova esse sapiente; Nun giova avecce testa o ritintiva, Cor mare, si nun ci hai immaginativa, Te l'immagini sempre diferente. Ch l tu hai da rifrette co' la mente, Che quello che tu vedi da la riva, Lontano, insin che l'occhio te ci arriva, Pare chiss che cosa, e invece gnente. Ch l pi cammin quanto te pare: Pi cammini e pi trovi l'infinito, Pi giri e pi ricaschi in arto mare. Sguiti a cammin mijara d'ora... Dove c' er clo te pare finito, Invece arrivi l... comincia allora!

XVII E figurete quelli che ce staveno, Figurete che straccio d'allegria! Avanti! Sempre avanti! ...Tribolaveno: E l'America? Si! Vattela a pa! E poi, co' tante bocche che magnaveno, Magna, magna, se sa, per quanto sia, Le proviste pi stava e pi calaveno. Per cui, qui, dice, mejo a ven via. E defatti, capischi, un po' per vorta Cominciaveno a d: - Ma dove annamo? Ma s'accidente qui, dove ce porta? E abbotta abbotta; arfine venne er giorno Che fecero: - Percristo, ma che famo? J'agnedero davanti, e je parlorno.

XVIII - Eh... je fecero, dice, ce dispiace; Ce dispiace de dijelo davanti, Ma qui, chi pi chi meno, a tutti quanti 'Sta buggiarata qui poco ce piace. Cos lei pure, fatevi capace, Qui nun ce so' n angeli n santi, Qui 'gni giorno de pi che se va avanti Se va da la padella ne la brace. Avanti, avanti! So' parole belle; Ma qui, non ce so' tanti sagramenti, Caro lei, qui se tratta de la pelle! Gi, speramo che lei sia persuasa; Si no, dice, nun facci complimenti, Vadi pure... Ma noi tornamo a casa.

XIX - Eh, fece lui, si avevio st'intenzione, Potevio f de meno de f er viaggio! Rifrttece ar momento de l'ingaggio, No mo' che stamo qui in agitazione. Che nun se sa? Quanno ch'uno s'espone, Ha da st cor vantaggio e lo svantaggio... Armeno accus fa chi ci ha coraggio. Eh, je lo disse bene, e co' ragione; Perch quann'uno, caro mio, se vanta D'esse un omo d'onore, quanno ha dato La parola, dev'esse sacrosanta. E sia longa la strada, o brutta o bella, Magara Cristo ha da mor ammazzato, Ma la parola sua dev'esse quella.

XX Ma d'antra parte, quelli ciurcinati, Pure loro bisogna compatilli: L, soli, in mezzo ar mare, abbandonati, Se dice presto, riman tranquilli! Capisco, dichi tu: ce ste annati, Dunque inutile a f tutti 'sti strilli: Ma, dimme un po', dov'ereno 'rivati? Che faceveno l? Qui sta er busilli. E 'gni giorno era come er giorno appresso: Oggi era brutto... Speravi domani... Te svejavi domani, era lo stesso. E senza mai sap dov'uno annasse! Cristogesumaria! Manco li cani! Dev'esse stato un gran brutto trovasse!

XXI E io ne la mia piccola ignoranza Me c'investo. Fa tutto quer cammino: Arriv in arto mare: arriv insino... Insino... a quela straccio de distanza, E vdete la morte in lontananza; Vol vive, e sentitte l vicino, Ne l'orecchie, la voce der destino Che te dice: lassate 'gni speranza! Ma pensa quer che deve av sofferto Quell'omo, immassimato in quer pensiero, De d: - La terra c'... Si...! Ne s certo...E l, sur punto d'essece arrivato, Esse certo, percristo, ch'era vero, E dov d: va be', me s sbajato.

XXII Ma lui che, quanto sia, gi c'era avvezzo A parl pe convince le persone, Je fece, dice: - Annamo co' le bone, Venite qua, spaccamo er male in mezzo. vero, si, se tribola da un pezzo; Percui, per arisorve sta quistione Non c' antro che f 'na convenzione Che a me me pare sia l'unico mezzo; Che noi p'antri du' giorni annamo avanti, E poi si proprio proprio nun c' gnente Se ritrocede indietro tutti quanti. Ve capacita? Quelli ce pensorno; Be', dice, s du' giorni solamente... Be', je fecero: annamo! e seguitorno

XXIII Ma lui, capischi, lui la pens fina! Lui s'era fatto gi l'esperimenti, E dar modo ch'agiveno li venti, Lui cap che la terra era vicina; Percui, lui fece: intanto se cammina, Be', dunque, dice, fmoli contenti, Ch tanto qui se tratta de momenti... Defatti, come venne la matina, Terra... Terra...! Percristo!... E tutti quanti Ridevano, piagneveno, zompaveno... Terra... Terra...! Percristo!... Avanti... Avanti! E l, a li gran pericoli passati Chi ce pensava pi? S'abbraccicaveno, Se baciaveno... E c'ereno arrivati!

XXIV - Oh! Mo' che grazziaddio semo 'rivati, A Bracioletta! portece da beve... ...D un po', quanti n'avevi gi portati? - Sette... e tre... - fanno dieci. A Nino, beve! Bevte, sora Pia, questo Frascati, Come vi se ne va. Ch' roba greve? ...Dunque... Dunque dov'erimo restati? - Che gnente ce voressivo ribeve? - Oh, mo' nun cominci che nun hai voja. Domani?... Ma de che?! Daje stasera, Te possin'ammazzatte, sei 'n gran boja! Eh, gi, si tu facevi l'avocato, Sai quanti ne finiveno in galera! Dunque, sbrighete, s, fatte esc er fiato.

XXV Dunque come fin? - Fin benone! Fin che quanno tutto era finito, Se cominci a form come un partito, Che je voleva f l'opposizione. Je diceveno: Si, avete ragione, Nun c' gnente che d, ste istruito, l'America, si, nun c' quistione, Ma poi, si invece fosse un antro sito? Ma lui li msse co' le spalle ar muro: Je fece, dice: Ah si? Ne dubitate? Me dispiace, ma io ne s sicuro. Vor d che poi, si voi nun ce credete, Domani presto, ar primo che incontrate Anntejelo a d, che sentirete.

XXVI E quelli puntuali! Appena giorno, Che ce se cominciava appena a vede, Se n'agnedero, e come che sbarcorno Nun sapeveno dove mette er piede. Defatti, appena scenti se trovorno Davanti a 'na foresta da nun crede, Dove che malappena che c'entrorno, Che vi ved, percristo, lo stravede! Te basta a d che l in quella foresta, Capischi? Le piantine de cicoria Je 'rivaveno qui, sopra la testa. Eh, quelli, gi, se sa, s siti barberi: Ma tu, invece de ride, pa la storia E poi tu viemme a d si che s l'arberi.

XXVII Ch l l'arberi, amico, o callo o gelo, Be', quelli da li secoli passati, Da che Domineddio ce l'ha piantati S rimasti cos, quest' vangelo. E l, cammini sempre in mezzo a un velo D'un ciafrujo de rami, intorcinati Co' l'antri rami, che te s 'rivati Che le punte, perdio, sfonneno er clo. E l'erba? Sta intrecciata cos stretta Che 'na persona, l, si v ann avanti, Bisogna che la rompe co' l'accetta. E poi che rompi? Si!... Ne rompi un metro; Ma all'urtimo bisogna che la pianti, Ch l fai un passo avanti e cento addietro.

XXVIII Ma poi nun serve a dille tutte quante! La gran difficort de quella srva che tu, framezzo a quelle piante, Tu 'gni passo che fai, trovi 'na berva. E li, capischi, ce ne trovi tante Come stassero drento a 'na riserva; E ce bazzica puro l'eliofante, Che sarebbe er Purcin de la Minerva. Eh, p'ann l bisogna ssece pratico, Perch poi, quanno meno te l'aspetti, C' er caso d'incontr l'omo servatico. E quello peggio assai de li leoni; E quello te se magna a cinichetti, Te se magna co' tutti li carzoni.

XXIX - E quelli? - Quelli? Je successe questa: Che mentre, l, framezzo ar villutello Cus arto, p'entr ne la foresta Rompeveno li rami cor cortello, Veddero un fregno buffo, co' la testa Dipinta come fosse un giocarello, Vestito mezzo ignudo, co' 'na cresta Tutta formata de penne d'ucello. Se fermorno. Se fecero coraggio... - A quell'omo! je fecero, chi ste? - E, fece, chi ho da esse? S un servaggio. E voi antri quaggi chi ve ce manna? - Ah, je fecero, voi lo saperete Quando vedremo er re che ve commanna.

XXX E quello, allora, je fece er piacere De portalli dar re, ch'era un surtano, Vestito tutto d'oro: co' 'n cimiere De penne che pareva un musurmano. E quelli allora, co' bone maniere, Dice: - Sa? Noi venimo da lontano, Per cui, dice, voressimo sapere Si lei siete o nun siete americano. - Che dite? fece lui, de dove semo? Semo de qui, ma come s chiamati 'Sti posti, fece, noi nu' lo sapemo. Ma vedi si in che modo procedeveno! Te basta a d che l c'ereno nati Ne l'America, e manco lo sapeveno.

XXXI E figurete allora tutti quelli! Ner vdeli cos senza malizia, Je cominciorno a d: - Famo amicizia... Viva la libert... Semo fratelli... E intanto l'antri su li navicelli, Ch'aveveno sentito la notizia, Capirno che la cosa era propizia, Sbarcorno tutti gi da li vascelli. E quelli je sbatteveno le mano: E quell'antri, lo sai come succede? Je daveno la guazza, e a mano a mano Che veddero che quelli ci abboccaveno, Che agiveno co' tutta bona fede, Figurete si come li trattaveno!

XXXII Li trattaveno come ragazzini; Pijaveno du' pezzi de specchietti, 'Na manciata de puje, du' pezzetti De vetro, un astuccetto de cerini... Je diceveno: - Eh? Quanto s carini! - Voler controcambiare vostri oggetti? E tutti quanti queli poveretti Je daveno le spille e l'orecchini. Figurete! Ce fecero la mozza: E l le ceste d'oro, cos arte, Le portaveno via co' la barozza. Eh, me fai ride! Come je le daveno? Quanno me dichi che da quele parte L li quatrini nu' li carcolaveno!

XXXIII Perch er servaggio, lui, core mio bello, Nun ci ha quatrini; e manco je dispiace: Ch l er commercio come un girarello, Capischi si com? Fatte capace: Io s 'n servaggio, e me serve un cappello: Io ci ho 'n abito e so che a te te piace, Io te d questo, adesso damme quello, Sbarattamo la roba e semo pace. E cos pe li generi pi fini, E cos pe la roba signorile; Ma loro nun ce l'hanno li quatrini. Invece noi che semo una famija De 'na razza de gente pi civile, Ce l'avemo... e er Governo se li pija.

XXXIV Ma l nun ce s tasse e le persone T'agischeno secondo er naturale: L nun ce trovi tante distinzione, 'Gni servaggio che vedi un omo uguale. Che dichi? che nun ci hanno l'istruzione? Ma intanto s de core e s reale; E tu finch lo tratti co' le bone Nun c' caso che lui te facci male. Vor d che si ce fai la conoscenza Che quelli te spalancheno le braccia, Be' tu nun j'hai da f 'na prepotenza. Si quello te vi a fatte le carezze E invece tu je di li carci in faccia, Se sa, quello risponne co' le frezze.

XXXV E cos fin l; che venne er giorno Che quelli cominciorno a ann in gattaccia: E quell'antri je diedero la caccia, E venne er giorno che ce l'acchiapporno. E allora, se capisce, cominciorno Le lite, e dopo venne er vortafaccia: Quelli je seguitorno a ride in faccia; Ma quell'antri, lo sai?, je la cantorno. Dice: lassamo perde le servagge, Si no, dice, mannaggia la miseria, 'Na vorta o l'antra qui nasce 'na stragge! Ma quelli... quelli, invece seguitaveno, E allora divent 'na cosa seria, Perch le donne, poi, quelle ce staveno.

XXXVI Eh, er bianco, gi, laggi ce fa furore! E dice che, si lui ce l'incoraggia, Bisogna vede lei come ce sgaggia, Quanno ce se p mette a f l'amore. Che dichi? La quistione der colore? Be' vedi: er bianco, lui, si 'na servaggia, Capischi, si Dio liberi l'assaggia, Nun te lo lassa pi, fino che more. E mica ce sarebbe tanto male; La gran dificort che ci ha er difetto De nasce co' quer porco naturale, Che come vede l'erba ce s'intrufola, E quanno vi la notte che va a letto, Puzza un po' de l'odore de la bufola.

XXXVII Per, capischi, o bufola o vaccina, Da quele parti l, si ci hai famija, Quanno che puta caso ci hai 'na fija Trovi subito chi se la combina. Qui, invece, tu pi avecce 'na regina, Che ha tempo, ha voja a f l'occhi de trija, Ch prima de trov chi se la pija, N'ha da attastanne armeno 'na ventina. L, invece, pe sposassele, le pregheno: Mica come ne l'epoca presente, Che vedi le regazze che se spregheno. Perch l li servaggi, o belli o brutti, Appena che l'et je l'acconsente, Da quele parte l sposeno tutti.

XXXVIII Ma perch? Perch l nun c' impostura, Ch l, quanno er servaggio innamorato, Che lui decide de cambi de stato, Lo cambia co' la legge de natura. Invece qui... le carte, la scrittura, Er municipio, er sindico, er curato..., Er matrimonio l'hanno congegnato Che quanno lo vi f mette pavura. E dove lassi poi l'antri pasticci Der notaro? La dote, er patrimonio... Si invece nun ce fossero st'impicci Che te credi che ce se penserebbe? Si ar monno nun ce fosse er matrimonio, Ma sai si quanta gente sposerebbe!

XXXIX Basta, dunque laggi finiva male, Quelli je seguitaveno a d sotto, Seguitorno le lite, naturale, Cominciava a vol quarche cazzotto. Poi le cose arivorno a un punto tale, Che lesto e presto fecero un complotto: - E qui, prima che schioppa er temporale, Qui, dice, mejo assai de f fagotto. Defatti, senza tanti complimenti, S'agguantorno pi roba che poteveno, La caricorno su li bastimenti, Spalancorno le vele in faccia ar vento; Ormai tanto la strada la sapeveno, E ritornorno a casa in d'un momento.

XL E quello che successe ner ritorno, Per quanto ch'uno ci ha immaginazione, Come ce vi ariv co' la ragione, A cap quer che fu quanno sbarcorno? Ma figurete un po' come restorno Tutte quele mijara de persone, Quanno veddero quela processione De tutto quanto quello che portorno! Servaggi incatenati, pappagalli, Scimmie africane, leoni, liofanti, Pezzi d'oro accus, che pe portalli L'aveveno da mette sur carretto; Le perle, li rubini, li brillanti Li portaveno drento ar fazzoletto.

XLI E lui fu accorto peggio d'un sovrano! Li re, l'imperatori, le regine, Te dico, je baciaveno le mano: Le feste nun aveveno mai fine. E da pertuttoquanto er monno sano, Fino ar fine de l'urtimo confine, Onori... feste... E dopo, piano piano Cominciorno li triboli e le spine. Ch l'invidiosi che, percristo, viveno De veleno, ner vede uno ch'arriva A f quello che loro nun ci arriveno, Je cominciorno come li serpenti, Mentre che lui nemmanco li capiva, A intorcinallo ne li tradimenti.

XLII E lui, quello ch'aveva superato, Ridenno, li pi boja tradimenti Der mare, de la terra, de li venti, Coll'omo ce rimase massacrato. E lui, quello ch'aveva straportato Li sacchi pieni d'oro a bastimenti, Fu ridotto a gir pe li conventi, Cor fijo in braccio, come un affamato! Er re (che lo ripossino ammazzallo Dove sta) dopo tanto e tanto bene Ch'aveva ricevuto, pe straziallo, Co' l'antri boja ce faceva a gara. E dopo aveje messo le catene, Voleva fallo chiude a la Longara.

XLIII Ma come? Dopo tanto e tanto bene, M'avressi da baci dove cammino, E invece? Me fai mette le catene? Me tratti come fossi un assassino? E tu sei Gasperone... Spadolino... E che ci avrai, percristo, ne le vene? Er sangue de le tigre? de le jene! E che ci avrai ner core? Er travertino? Ma come?! Dopo tutto quer ch'ho fatto, Che t'ho scoperto un monno e te l'ho dato, Mo' me voi f pass pure pe matto? Ma sarai matto tu, brutto impostore, Vassallo, porco, vile, scellerato; Vi de fora, che me te magno er core!

XLIV Cus j'avrebbe detto a quel'ingrato. Invece quello, quello ch'era un santo, Rimase fermo l, cor core sfranto, Senz'uno che l'avesse consolato. E quelli che je s'erano rubato La scoperta, l'onori, tutto quanto, Nun je diedero pace, insino a tanto Che loro non lo veddero schiantato. Eh, l'omo, tra le granfie der destino, Diventa tale e quale a un giocarello Che te capita in mano a un ragazzino: Che p esse er pi bello che ce sia, Quando che ci ha giocato un tantinello, Che fa?, lo rompe, e poi lo butta via.

XLV E poi semo sur solito argomento, Ch'hai voja a f, ma l'omo sempre quello! Ponno mut li tempi, ma er cervello De l'omaccio ci ha sempre un sentimento. Ma guarda! Si c' un omo de talento, Quanno ch' vivo, invece de tenello Su l'artare, lo porteno ar macello, Dopo more, e je fanno er monumento. Ma quanno vivo nu' lo fate piagne, E nun je fate inacidije er core, E lassate li sassi a le montagne. Tanto la cosa chiara e manifesta: Che er monumento serve per chi more? Ma er monumento serve per chi resta.

XLVI Basta, adesso bevmese un goccetto Ch questo ce rimette in allegria. Ah, questo te ne pi scol un carretto Ch questo mica dice la buca. - E poi der resto, gi, l'ho sempre detto Che ar monno, se nun ci hai filosofia, La vita, te lo pi tenello stretto, La vita che diventa? Un'angona. Ah, er monno, se capisce, er monno brutto. Bvete 'n'antro goccio. B che fai? Vacce piano, nun te lo beve tutto. Ma piuttosto de beve a 'sta maniera; Ma dico, dimme un po', ma tu lo sai, Si lui, Colombo, proprio de dov'era?

XLVII - De dov'era? Lo vedi com' er monno? Quann'era vivo, ch'era un disgraziato, Se p d che nessuno ci ha badato, E mo' che nun c' pi, tutti lo vonno. Nun fa gnente? Ma intanto te risponno. Li Francesi ci aveveno provato: E si loro nun se lo s rubato, proprio, caro mio, perch nun ponno. Eh, quelli, gi, s sempre d'un paese! E tutto, poi, perch? Pe la gran boria De pot d che quello era francese. Ma la storia de tutto er monno sano... Eh, la storia, percristo, sempre storia! Cristofero Colombo era italiano.

XLVIII E l'italiano stato sempre quello! E si vi 'n forestiere da lontano, Sibb ch'ha visto tutto er monno sano Si arriva qui s'ha da cav er cappello. Qui Tasso, Metastasio, Raffaello, Fontan de Trevi, er Pincio, er Laterano, La Rotonna, San Pietro in Vaticano, Michelangelo, er Dante, Machiavello... Ma poi nun serve mo' che t'incomincio A dilli tutti, tu, si te l'aggusti Tutti st'omini qui, vattene ar Pincio. E l, mica hai da f tanti misteri: Ch quelli busti, prima d'esse busti, S stati tutti quanti mini veri.

XLIX E che mini! Sopra ar naturale. Che er monno ce l'invidia e ce l'ammira! E l'italiano ci ha quer naturale Che er talentaccio suo se lo rigira. Pe 'n'ipotise; vede uno che tira Su 'na lmpena? F mente locale E te dice: sap, la terra gira. Ce ripensa e te scopre er canocchiale. E quell'antro? Te vede 'na ranocchia Ch'era morta; la tocca co' 'n zeppetto E s'accorge che move le ginocchia. Che fa? Te ce congegna un meccanismo; A un antro nu' j'avrebbe fatto effetto, L'italiano t'inventa er letricismo.

L Cus Colombo. Lui cor suo volere, Seppe convince l'ignoranza artrui. E come ce 'riv! Cor suo pensiere! cchela si com'... Dunque, percui Risemo sempre l... Famme er piacere: Lui perch la scopr? Perch era lui. Si invece fosse stato un forestiere Che ce scopriva? Li mortacci sui! Quello invece t'inventa l'incredibile: Che si poi quello avesse avuto appoggi, Ma quello avrebbe fatto l'impossibile. Si ci aveva l'ordegni de marina Che se troveno adesso ar giorno d'oggi, Ma quello ne scopriva 'na ventina!

LEONARDO SINISGALLI Eri dritta e felice Eri dritta e felice sulla porta che il vento apriva alla campagna. Intrisa di luce stavi ferma nel giorno, al tempo delle vespe doro quando al sambuco si fanno dolci le midolla. Allora sandava scalzi per i fossi, si misurava lardore del sole dalle impronte lasciate sui sassi.

GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI Er bello cquer che ppiasce A llui je piasce quella e sse la fotte. Lo sput ssu li gusti da granelli. Nun ze paga pe vvede le marmotte? Tante teste, se sa, ttanti scervelli. Quanno sortanto li gruggnetti bbelli trovassino marito, bbona notte. Disce il proverbio: Si ttutti luscelli conoscessino er grano, addio paggnotte. ttanta bbuggiarona vostra fijja, eppuro, eccolo ll, ggi ss ttrovato er ziconno cojjon che sse la pijja. Questo sia pe nnun detto. Io vho pportato sto paragone cqua, ssora Scescijja, pe spieg ccome er monno acconcertato.

KONSTANTINOS KAVAFIS Una notte La camera era povera e triviale, nascosta sullequivoca taverna. Dalla finestra si vedeva il vicolo sudicio e angusto. Dabbasso provenivano voci di operai che giocavano a carte e facevano baldoria. E l, sullinfinito e sordido giaciglio, ebbi il corpo damore, ebbi le labbra sensuali e rosate dellebbrezza rosate di una tale ebbrezza, che anche adesso che scrivo, dopo tanti anni!, nella mia casa solitaria, mubriaco ancora.

EDWARD THOMAS Adlerstrop Si, mi ricordo di Adlerstrop, del nome, perch in un caldo pomeriggio il treno diretto vi fece una sosta imprevista. Sera agli ultimi giorni di un bel giugno. Un fischio, poi qualcuno si schiar la gola. Ma nessuno se ne and dalla nuda piattaforma, nessuno sal, e fu solo Adlerstrop: un nome, e salici e tanta erba profonda e la regina dei prati e i covoni di fieno cos fermi e solitari come le nubi alte nel cielo estivo. Per un istante cant vicinissimo un merlo e gli risposero indistinti pi e pi lontano poi tutti gli uccelli

delle terre di Oxford e di Gloster.

JEAN-ARTHUR RIMBAUD Romanzo I Non si molto seri a diciassette anni. - Una bella sera, stufo di birre e di limonate, di caff chiassosi dalle luci scintillanti! - Si va tra i tigli verdi della passeggiata. I tigli sanno di buono nelle belle sere di giugno! Laria talvolta cos dolce, che lo sguardo sarresta; il vento carico di suoni, - la citt non lontana, ha profumi di vigna e profumi di birra II - Ecco che intravedi uno straccetto dazzurro cupo, incorniciato da un rametto, punto da una cattiva stella, che si fonde con dei dolci brividi, piccola e tutta bianca Notte di giugno! Diciassette anni! Ci si lascia inebriare. La linfa champagne e vi va alla testa

Si divaga; si sente un bacio sulle labbra Che l palpita, come una piccola bestia III Il cuore pazzo Robinson attraverso i romanzi, - Fino a che, nel chiarore di un pallido riverbero, passa una signorina dai vezzi affascinanti, sotto lombra del colletto terribile di suo padre IV Tu sei innamorato. Cotto fino ad agosto. Tu sei innamorato. I tuoi sonetti la fanno ridere. Tutti i tuoi amici se ne vanno, tu non hai buon gusto. - Poi, ladorata, una sera, s degnata di scriverti! - Quella sera, - tu torni nei caff chiassosi, tu ordini delle birre o della limonata Non si molto seri a diciassette anni. E con i verdi tigli della passeggiata.

JORGE LUIS BORGES Il Sud Da uno dei tuoi cortili aver guardato le antiche stelle, dal sedile in ombra aver guardato quelle luci disperse che la mia ignoranza non ha imparato a nominare n a ordinare in costellazioni, aver sentito il cerchio dellacqua nella segreta cisterna, lodore del gelsomino e della madreselva, il silenzio delluccello addormentato, larco dellandrone, lumidit - tali cose, forse, sono la poesia.

SAFFO La sera O sera, tu raccogli le cose che si spersero al sole, riporti lagnello, il capretto, riporti il bambino alla mamma

TRILUSSA Er porco Un vecchio Porco disse a certe Vacche: - la vojo fa' finita de fa' 'sta porca vita. Me vojo mette er fracche, le scarpe co' lo scrocchio, un fiore, un vetro all'occhio, e annammene in citt, indove c' la gente pi pulita che bazzica la bona societ. Fu un detto e un fatto, e quela sera istessa agnede a pij er t da 'na contessa: s'intrufol framezzo a le signore, disse quarche parola de francese, son, cant, ball, fece l'amore. Ma doppo du' o tre giorni er vecchio porco ritorn ar paese. Che? - fecero le Vacche - gi ritorni? Dunque la societ poco te piace...

No - disse er Porco - so' minchionerie! Io ce starebbe bene: me dispiace che ce se fanno troppe porcherie...

LI PO In montagna un giorno destate Agito lievemente un bianco ventaglio di piuma, seduto colla camicia aperta in un verde bosco. Mi tolgo il berretto e lappendo ad una pietra [sporgente; Il vento dei pini piove aghi sulla mia testa nuda.

CHARLES BUKOWSKI Le 3,16 e mezzo dovrei essere un grande poeta e il pomeriggio casco dal sonno so che la morte mi viene addosso come un toro gigantesco e il pomeriggio casco dal sonno so di guerre e di uomini che si battono nellarena apprezzo la buona cucina, il vino e le donne e il pomeriggio casco dal sonno so cos lamore di una donna e il pomeriggio casco dal sonno, mi piego al sole dietro una tenda gialla mi chiedo dove sono finite le mosche dellestate ricordo la morte sanguinosa di Hemingway e il pomeriggio casco dal sonno. Un giorno non cascher dal sonno, il pomeriggio, un giorno scriver una poesia che di quelle colline laggi

far vulcani ma ora casco dal sonno, il pomeriggio, e qualcuno mi chiede: Bukowski, che ore sono? e io dico: le 3,16 e mezzo. Mi sento in colpa, mi sento odioso, inutile, pazzo, mi sento cascare dal sonno il pomeriggio, bombardano le chiese, okay, va bene, nel parco i bimbi cavalcano i ponies, okay, va bene, le biblioteche sono piene di libri di scienza, una gran musica aspetta dentro la radio vicina e il pomeriggio io casco dal sonno, ho in mente questa tomba che dice: ah, gli altri facciano pure, vincano pure, lasciatemi dormire, la saggezza nelle tenebre, vado dove sono andate le mosche dellestate, acchiappatemi se vi riesce.

UMBERTO SABA Tre vie C a Trieste una via dove mi specchio nei lunghi giorni di chiusa tristezza; si chiama Via del Lazzaretto Vecchio. Tra case come ospizi antiche uguali, ha una nota, una sola, dallegrezza; il mare in fondo alle sue laterali. Odorata di droghe e di catrame dai magazzini desolati a fronte, fa commercio di reti, di cordame per le navi: un negozio ha per insegna una bandiera; nellinterno, volte contro il passante, che raro le degna duno sguardo, coi volti esangui e proni sui colori di tutte le nazioni, le lavoranti scontano la pena della vita: innocenti prigioniere cuciono tetre le allegre bandiere.

A Trieste ove son tristezze molte, e bellezze di cielo e di contrada, c unerta che si chiama Via del Monte. Incomincia con una sinagoga, e termina ad un chiostro; a mezza strada ha una cappella; indi la nera foga della vita scoprire puoi da un prato, e il mare con le navi e il promontorio, e la folla e le tende del mercato. Pure, a fianco dellerta, un camposanto abbandonato, ove nessun mortorio entra, non si sotterra pi, per quanto io mi ricordi: il vecchio cimitero degli ebrei, cos caro al mio pensiero, se vi penso ai miei vecchi, dopo tanto penare e mercatare, l sepolti, simili tutti danimo e di volti. Via del Monte la via dei santi affetti, ma la via della gioia e dellamore sempre Via Domenico Rossetti.

Questa verde contrada suburbana, che perde d per d del suo colore, che sempre pi citt, meno campagna, serba il fascino ancora dei suoi belli anni, delle sue prime ville, sperse, dei suoi radi filari dalberelli. Chi la passeggia in queste ultime sere destate, quando tutte sono aperte le finestre, e ciascuna un belvedere, dove agucchiando o leggendo si aspetta, pensa che forse qui la sua diletta rifiorirebbe allantico piacere di vivere, di amare lui, lui solo; e a pi rosea salute il suo figliolo.

ARDENGO SOFFICI Trottoir Elle a march Sous nos yeux Presque gne De sa beaut.

ALDO PALAZZESCHI Lindifferente Io sono tuo padre. Ah, s?... Io sono tua madre. Ah, s?... Questo tuo fratello. Ah, s?... Quella tua sorella. Ah, s?...

MICHELE GALDIERI Scirocco Nun se respira. 'N'afa che se taglia. Nu cielo e chiummo. Nun se move foglia a pece ncoppa allasteco se squaglia mbrugliata s a matassa e nun se sbroglia Senza na lira dint o portafoglio Mm o voglio arricurd stu mese e luglio! Madonna! E cumm triste sta campana! S mmisa dint e rrecchie a stammatina! Tu staje luntana Tu staje luntana e mmhe lassato sulo cu stu figlio, cu stu scirocco e o bbene ca te voglio! Mm o voglio arricurd stu mese e luglio! O ninno coce. Smania. A freva saglie

E si muresse?... Forse sarria meglio! meglio che camp mmieza sti mbruoglie si vene a Morte e a tutte dduje ce piglia! Sott o tturreno, almeno nun se squaglia! Mm o voglio arricurd stu mese e luglio! Madonna! E cumm triste sta campana Sarr passata a Morte, cc vicina Ma cc nun vene No cc nun vene! Nun vene pecch a chiammo, pecch a voglio Comme nun vene a mamma e chistu figlio! Mm o voglio arricurd stu mese e luglio!

LUCIANO FOLGORE Porta verniciata di fresco

Freschezza di una tinta verde (E tu, porta, che la senti con la resina dentro in pieno odore). Primavera della vernice (e potremmo anche avviarci per un paese di pini e d'altre aromatiche piante con un bel mare a maggese in fondo).

Ma c' un sole che ci ferma a mezza strada, invischiando la maraviglia nostra fra le pagliuche d'oro del tuo colore fresco. Porta lasciata sola

in questo muro di cinta. perduta forse; premuta forse non so da quanti cespugli in amore: Ronzano due calabroni e una goccia pi verde cammina lungo la serratura, lentissimamente. Nella strada nessuno. Soltanto un poco di senso d'infanzia per cinque dita di bimbo impresse nel fresco della vernice. E la guarda strano il mandarino, che si spenzola pesantemente dal muro, nel desiderio di gocciarsi vicino alla porta. Chiss? Cerca una mano che colga la sua maturit, pi che due stille di resina

sparpagliate in una primavera di tinta. Ma...

GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI Il saggio del marchesino Eufemio A d trenta settembre il marchesino, D'alto ingegno perch d'alto lignaggio, Di nel castello avito il suo gran saggio Di toscan, di francese e di latino. Ritto all'ombra feudal d'un baldacchino, Con ferma voce e signoril coraggio, Senza libri prov che paggio e maggio Scrivonsi con due g come cugino. Quinci, passando al gallico idoma, Fe' noto che jambon vuol dir prosciutto, E Rome una citt simile a Roma. E finalmente il marchesino Eufemio, Latinizzando esercito distrutto, Disse exercitus lardi, ed ebbe il premio.

GIUSEPPE UNGARETTI Fratelli ( Mariano, 15 luglio 1916 ) Di che reggimento siete fratelli Parola tremante nella notte foglia appena nata nellaria spasimante involontaria rivolta delluomo presente alla sua fragilit Fratelli

ALCEO DI MITILENE Canicola La gola irriga con il vino; lastro il giro compie, la stagione greve, avvampano le cose nel calore. Risuona la cicala da le fronde Fiorisce il cardo. Ed ora son le donne pi ardenti, ed ora gli uomini pi fiacchi, poich testa e ginocchia Sirio spossa bruciando

PIERO JAHIER Vogliono sempre impedirmi di esser triste Vogliono sempre impedirmi di esser triste; ma se la mia sola gioia esser triste: cresce solo piangendo questa gemma d'albero che volete asciugare.

ASCLEPIADE Corri Demetrio, va' in piazza: l chiedi ad Aminta [tre rombi piccoli, e chiedi pure dieci naselli. Prendi anche (ma contali bene tu stesso) dei gamberi, [fanne dodici paia e poi torna da me. Passando chiedi a Tabrio sei belle corone di rose; poi dalla strada, ma non fermarti, chiama la mia ragazza. Didima con le sue grazie m'ha preso: a vederla s [bella, povero me, mi struggo come la cera al fuoco. "Ella s bruna!". Che importa? pur nera la brace [ma quando uno l'accende, splende come purpurea rosa.

THOMAS HARDY Bellezze di un tempo Queste signore della Fiera, anziane, con i labbri [appassiti, le guance rilassate, sono quelle che amammo negli anni fuggiti, le care, le adorate? Sono queste le giovani cose seriche e rubiconde cui ci votammo, e giurammo, nelle feste d estate, nascosti sulle sponde del Froom e di Budmouth? Ricorderanno esse le gaie note che s intrecciava l sull erba abbracciati, sinch la luna sul prato irradiava splendore di broccati? Oh, esse hanno scordato, scordato, non sanno quello che gi furono,

o la memoria le trasfigurerebbe, mostrandole belle come gi furono.

VINCENZO CARDARELLI Estiva Distesa estate, stagione dei densi climi dei grandi mattini, dell'albe senza rumore ci si risveglia come in un acquario dei giorni identici,astrali, stagione la meno dolente d'oscuramenti e di crisi, felicit degli spazi, nessuna promessa terrena pu dare pace al mio cuore quanto la certezza di sole che dal tuo cielo trabocca; stagione estrema,che cadi, prostrata in riposi enormi; dai oro ai pi vasti sogni, stagione che porti la luce a distendere il tempo

di l dai confini del giorno, e sembri mettere a volte nell'ordine che procede qualche cadenza dell'indugio eterno. E ora, in queste mattine cos stanche che ho smesso di chiedere e di sperare, e tutto il giardino per me, per il mio male sontuosamente, penso agli amici che mai pi rivedr, alle cose care che sono state, alle amanti rifiutate, ai miei giorni di sole

GABRIELE DANNUNZIO La pioggia nel pineto Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole pi nuove che parlano gocciole e foglie lontane. Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove sui pini scagliosi ed irti, piove su i mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i ginepri folti

di coccole aulenti, piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggeri, su i freschi pensieri che l'anima schiude novella, su la favola bella che ieri t'illuse, che oggi m'illude, o Ermione. Odi? La pioggia cade su la solitaria verdura con un crepitio che dura e varia nell'aria secondo le fronde pi rade, men rade.

Ascolta. Risponde al pianto il canto delle cicale che il pianto australe non impaura, n il ciel cinerino. E il pino ha un suono, e il mirto altro suono, e il ginepro altro ancora, stromenti diversi sotto innumerevoli dita. E immensi noi siam nello spirito silvestre, d'arborea vita viventi; e il tuo volto ebro molle di pioggia come una foglia, e le tue chiome auliscono come

le chiare ginestre, o creatura terrestre che hai nome Ermione. Ascolta, Ascolta. L'accordo delle aeree cicale a poco a poco pi sordo si fa sotto il pianto che cresce; ma un canto vi si mesce pi roco che di laggi sale, dall'umida ombra remota. Pi sordo e pi fioco s'allenta, si spegne. Sola una nota ancor trema, si spegne, risorge, trema, si spegne. Non s'ode su tutta la fronda

crosciare l'argentea pioggia che monda, il croscio che varia secondo la fronda pi folta, men folta. Ascolta. La figlia dell'aria muta: ma la figlia del limo lontana, la rana, canta nell'ombra pi fonda, chi sa dove, chi sa dove! E piove su le tue ciglia, Ermione. Piove su le tue ciglia nere s che par tu pianga ma di piacere; non bianca ma quasi fatta virente, par da scorza tu esca.

E tutta la vita in noi fresca aulente, il cuor nel petto come pesca intatta, tra le palpebre gli occhi son come polle tra l'erbe, i denti negli alveoli son come mandorle acerbe. E andiam di fratta in fratta, or congiunti or disciolti ( e il verde vigor rude ci allaccia i melleoli c'intrica i ginocchi) chi sa dove, chi sa dove! E piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggeri,

su i freschi pensieri che l'anima schiude novella, su la favola bella che ieri m'illuse, che oggi t'illude, o Ermione.

ATTILIO BERTOLUCCI I pescatori Avete visto due fratelli, luno di quindici l'altro di dieci anni, lungo il fiume, intento il primo a pesca, il secondo a servire con pazienza e gioia? Il sole pomeridiano colora i visi cos simili e diversi come una foglia a unaltra foglia nella pianta, una viola a unaltra viola in terra. Oh, se durasse eternamente questa mattina che li svela e li nasconde come erra la corrente tranquilla, e li congiunge sempre se un silenzio troppo dura fra loro e li opprime cos da cercarsi a una voce e trovarsi,

intatte membra, intatti cuori, rami che la pianta trattiene strettamente.

JORGE LUIS BORGES Il truco Quaranta carte da gioco hanno preso il posto della [vita. talismani brillantemente colorate di cartone, ci fanno dimentico dei nostri destini e una creazione pi gradevoli i popoli le ore rubate con la malizia teatrale di una mitologia fatta in casa. Alla frontiera della carta- tavolo la vita degli altri viene negato l'ingresso. All'interno si trova un altro paese: exploit di rivendicazione e di sfida, l'autorit del Asso di Spade, onnipotente come don Juan Manuel, . e il 7 di Denari tintinnanti sua speranza esitazioni recalcitrante mantenere interrompendo le parole, e come tutte le decisioni possibili

venire ancora e ancora, gli uomini che giocano stasera ripetere i trucchi antichi: tutto ci fa rivivere un po ', molto poco, le generazioni dei padri che hanno lasciato in eredit le ore di inattivit di [Buenos Buenos le stesse rime, le stesse bugie e diavolerie.
(Tradotto dallo spagnolo da Dick Barnes e Robert Mezey)

GIUSEPPE UNGARETTI Soldati Bosco di Courton luglio 1918 Si sta come dautunno sugli alberi le foglie

EUGENIO MONTALE Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro dorto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi schiocchi di merli, frusci di serpi. Nelle crepe del suolo o su la veccia spiar le file di rosse formiche chora si rompono ed ora sintrecciano a sommo di minuscole biche. Osservare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi. E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

TRILUSSA La violetta e la farfalla Una vorta, na Farfalla mezza nera e mezza gialla, se pos su la Viola senza manco salutalla, senza dije na parola. La Viola, dispiacente desse tanto trascurata, je lo disse chiaramente: - Quanto sei maleducata! Mhai pijato gnente gnente Per un piede dinsalata? Io so er fiore pi grazzioso, pi odoroso de sto monno, so ciumaca e nun ce poso, so carina e mannisconno. Nun mimporta de sta accanto a lortica e a la cicoria: nun me preme, io nun ci boria:

so modesta e me ne vanto! Se so fresca, per un srdo vado in mano a le signore; appassita, so un ricordo; secca, curo er raffreddore Prima o poi so sempre quella, sempre bella, sempre bona: piacio allommini e a le donne, a qualunque sia persona. Tu, dartronne, sei na bestia, nun capischi certe cose La Farfalla jarispose: - Accidenti, che modestia!

ARTHUR RIMBAUD Al Cabaret-Vert le cinque di sera Da otto giorni straziavo le scarpe per le strade sassose. Arrivo a Charleroi. Al Cabaret-Vert: chiedo tartine imburrate e prosciutto freddo a met. Sotto il tavolo verde, beato, distendo le gambe: contemplo ingenue scenette sulla tappezzeria. E quale delizia, quando, occhio vivo, enormi tette, la ragazza Non sar un bacio a spaventarla, quella l! sorride portando tartine imburrate, il prosciutto tiepido, su un piatto colorato, prosciutto rosa e bianco che uno spicchio daglio profuma, e mi colma il gran boccale, mentre al raggio dun sole attardato si dora la schiuma.

LUCA POSTIGLIONE Llata notte Ll'ata notte, for' 'a loggia, m'aggarbavo nu percuoco, felle felle, dint 'o vino; e senteva spar 'o ffuoco, mo luntano, mo vicino. Steva ll, cu a giarra mmano, e penzavo a tutt e ccose ca sta vita hanno ntricciata. (Vranche e prete preziose me pareva ogne granato) E bevevo. E riflettevo: Chistu vino e chistu frutto, chesto e chello ca tattocca E che fa? Sta bene. tutto si stu vino doce mmocca.

E mettette aa giarra nterra. Me susette cu na pena, na stracquezza int e ddenocchie. Me senteva chellarena che fa o suonno dintalluocchie Aspettaie nata granata Salutaie: Felice notte chi sa a chi dint a nuttata

GIOSUE CARDUCCI San Martino La nebbia a gl'irti colli piovigginando sale, e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar; ma per le vie del borgo dal ribollir de' tini va l'aspro odor de i vini l'anime a rallegrar. Gira su' ceppi accesi lo spiedo scoppiettando: sta il cacciator fischiando sull'uscio a rimirar tra le rossastre nubi stormi d'uccelli neri, com'esuli pensieri,

nel vespero migrar.

ALDO PALAZZESCHI Disappetenza Vorrei mangiare sotto una cupola. Com immondo mangiare in un qualunque [restaurant. Mangiare e veder mangiare. Una sala da pranzo cattedrale! Ma incomodo mangiare colla gente a pregare. Mangiare e sentir borbottare. C da vomitare. Mangiare senza tanto pensare. Mangiare e non ci badare.

UMBERTO SABA Caff Tergeste Caff Tergeste, ai tuoi tavoli bianchi ripete lubbriaco il suo delirio; ed io ci scrivo i miei piu allegri canti. Caff di ladri, di baldracche covo, io soffersi ai tuoi tavoli il martirio, lo soffersi a formarmi un cuore nuovo. Pensavo: Quando bene avr goduto la morte, il nulla che in lei mi predico, che mi ripagher desser vissuto? Di vantarmi magnanimo non oso; ma, se il nascere un fallo, io al mio nemico sarei, per maggior colpa, pi pietoso. Caff di plebe, dove un d celavo la mia faccia, con gioia oggi ti guardo. E tu concili ltalo e lo slavo, A tarda notte, lungo il tuo bigliardo.

MARCELLO MARCHESI A lunico amico Vieni a trovarmi se puoi tra un taxi e una telefonata un contratto e unarrabbiatura. Tra un giornale e una preghiera tra un film e un aperitivo vieni a trovarmi finch son vivo una mattina una sera scambiamoci un sacco didee sbagliate. Invecchiamo unora insieme.

LIBERO BOVIO O zio e llAmerica Zi Andrea? Ma che pazziate? Quanno more se cagna tutto nzieme a stella mia, a Dio piacenno, pozzo fa o signore, me levo a dinto a sta pezzentaria Me lassa duie palazze, nu vapore, tre pare e scarpe, tutta argenteria, nu bacarino c o cammenatore, o tubo, a sciassa, e guante e a biancaria. . E aspettavo. E, aspettanno, m arrivata na lettera pesante comme a cche, cu na ddiece e meloppa sigillata. Caro nipote stono per morire, e ncopp o munno tengo sulo a tte. Pe carit, mnname ciento lire!

LIBERO BOVIO Est (Nun voglio fa niente!) Che sole, che sole, che sole cucente! E chi v fa niente? E chi p fa niente? Che bella canzone ca sona o pianino M nzerro o balcone pe nun a sent. Che bella figliola, ca passa po vico M a chiammo e lle dico: Volete sal? No, no cu stu sole, stu sole cucente, nun voglio fa niente! Ma dinta cuntrora che caldo se sente!

E chi v fa niente? E chi po fa niente? M piglio e me spoglio, me nfilo into lietto, me leggo nu foglio, me metto a fum ma a cammera e lietto sta troppo luntano cchi meglio o divano nu passo, e sto ll Ah, dinta cuntrora Che caldo se sente Nun voglio fa niente! Che luna, che luna, che luna lucente! E chi v fa niente? E chi po fa niente? M arrivo a Turretta, po torno pa villa Va bbuo, nun da retta me scccio e vest

Che bella canzone tenevo pe mmane m veco dimane si a pozzo fen pecch cu sta luna, sta luna lucente, nun voglio fa niente!

DINO CAMPANA La petite promenade du pote Me ne vado per le strade strette oscure e misteriose vedo dietro le vetrate affacciarsi Gemme e Rose. Dalle scale misteriose c' chi scende brancolando dietro i vetri rilucenti stan le ciane commentando. .................................. La stradina solitaria non c' un cane; qualche stella nella notte sopra i tetti: e la notte mi par bella. E cammino poveretto nella notte fantasiosa pur mi sento nella bocca

la saliva disgustosa. Via dal tanfo via dal tanfo e per le strade e cammina e via cammina, gi le case son pi rade. Trovo l'erba: mi ci stendo a conciarmi come un cane: Da lontano un ubriaco canta amore alle persiane.

GIACOMO LEOPARDI Il sabato del villaggio La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole, col suo fascio dell'erba; e reca in mano un mazzolin di rose e viole, onde, siccome suole, ornare ella si appresta dimani, al d di festa, il petto e il crine. Siede con le vicine su la scala a filar la vecchierella, incontro l dove si perde il giorno; e novellando vien del suo buon tempo, quando ai d della festa ella si ornava, ed ancor sana e snella solea danzar la sera intra di quei ch'ebbe compagni nell'et pi bella. Gi tutta l'aria imbruna, torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre gi da' colli e da' tetti, al biancheggiar della recente luna.

Or la squilla d segno della festa che viene; ed a quel suon diresti che il cor si riconforta. I fanciulli gridando su la piazzuola in frotta, e qua e l saltando, fanno un lieto romore; e intanto riede alla sua parca mensa, fischiando, il zappatore, e seco pensa al d del suo riposo. Poi quando intorno spenta ogni altra face, e tutto l'altro tace, odi il martel picchiare, odi la sega del legnaiuol, che veglia nella chiusa bottega alla lucerna, e s'affretta, e s'adopra di fornir l'opra anzi al chiarir dell'alba. Questo di sette il pi gradito giorno,

pien di speme e di gioia: diman tristezza e noia recheran l'ore, ed al travaglio usato ciascuno in suo pensier far ritorno. Garzoncello scherzoso, cotesta et fiorita come un giorno d'allegrezza pieno, giorno chiaro, sereno, che precorre alla festa di tua vita. Godi, fanciullo mio; stato soave, stagion lieta cotesta. Altro dirti non vo'; ma la tua festa ch'anco tardi a venir non ti sia grave.

EDGAR LEE MASTERS Sonia la russa Io, nata a Weimar di madre francese e padre tedesco, un professore illustrissimo, orfana a quattordici anni, divenni ballerina, ero conosciuta come Sonia la russa, su e gi per i boulevards di Parigi, dapprima lamante di numerosi duchi e conti, e pi tardi di artisti poveri e di poeti. Allet di quarantanni, passe, puntai su New York e sulla nave incontrai il vecchio Patrick Hummer, rubicondo e gagliardo a dispetto dei suoi sessantanni passati, stava tornando a casa dopo aver venduto un carico di bestiame nella citt tedesca di Amburgo. Lui mi port a Spoon River e ci siamo vissuti

ventanni ci hanno sempre creduti sposati! La quercia qui accanto a me il rifugio preferito delle gazze bianche e blu che cicalano e cicalano tutto il giorno. E perch no? perfino la mia polvere ride pensando a quella cosa piena di humour chiamata vita.

CORRADO GOVONI Dolce, la sera, quando le campane cessan di piovere sulla citt la loro torrenziale avemaria, andar vagabondando soli e puri nei quartieri pi poveri ed oscuri ! Sembran le trombe d' oro dei soldati soffiare dalle squallide caserme il vetro iridescente del crepuscolo; nelle deserte vie, contro le case, stendono i rami pallidi i fanali in lunghe file come alberi insonni ; gettan da muro a muro larghe scie come scialbi traguardi d' ubbriachi : sono meravigliosi ragni accesi aggrappati con tutte le lor zampe ai cenci sporchi di vecchia dell'ombra. Negli armadi imporriti ai crocevia, una Madonna di chincaglieria sull' altarino come uno sgabello

piange divinamente con il mazzo di coltelli d'argento sopra il cuore, o si disgrega in preda ai tarli un Cristo incartapccorito come un rettile : s' afflosciano dei fiori in un bicchiere come spugne imbevute di veleno. Dove le nostre scarpe ci conducono ? Qua una gran casa di sepolte vive ; l una fabbrica cupa sempre aperta dove donne si strascican furtive nella complice notte a deporre una elemosina tetra di bambini. Poi il cancello d' una beccheria triste, sfarzosamente illuminata, dove sparati pendon dal soffitto imbottiti di gialla stearina dei buoi interi sgocciolando sangue sul pavimento, dal collo reciso ; i soliti giardini delle scuole, pisciatoi, umidi confessionali.... Nella chiusa fucina solitario

batte il fabbro ferraio sull' incude, sulla suola inzuppata il ciabattino in un atrio, col lume sul deschetto. Fermandosi a spiar dalle finestre si vede della gente andar a letto, levarsi con un senso di sollievo gli abiti tristi, entrar sotto i lenzuoli come in una incantata e dolce culla che tosto celere li condurr nei giardini dei sogni e delle stelle nel paese fantastico del nulla; si vedon nelle povere cucine famiglie mute intorno a bianche tavole su cui nei lievi paralumi a fiori come tra abbarbaglianti riflettori a gambe ignude danzano le lampade simili a verdi rosee ballerine.

LEONARDO SINISGALLI Muore il ragazzo un poco Muore il ragazzo un poco ogni giorno per giuoco. Per giuoco morde invano il cavo della mano. Trascorre le vacanze ebbro tra i maceri cespi di papaveri steso sul letto per noia e diletto a guardare le travi. Ma lo stornano ombre solitarie nel cielo della stanza, labili ombre passeggere sul soffitto. E lariete che batte ostinato le corna a capofitto nella quiete.

CHARLES BUKOWSKI I vecchi film erano i migliori, la Legione S. francese ogni uomo con una zoccola e gli arabi che venivano allattacco su bianchi cavallini da parata, e il Sergente che teneva il forte raddrizzando i morti finch non arrivavano i rinforzi. E quelli coi ragazzi che volavano qua e l sugli spad pieni di tiranti e una bionda plat. che sembrava il simbolo di tutto. Forse era solo perch ero bambino o forse non pi la stessa cosa. Tutti i piani, i cauti patrioti i segnalatori dincursioni aeree, le sigarette per farsi una scopata, e persino il nemico pareva che giocasse. O la volta che trovarono linfermiera giapponese nel cratere della granata

che era stata colpita al petto e voleva un po di sulfamidici e uno dei ragazzi disse: Ehi, credete che possiamo chiavarla prima che muoia?.

ARDENGO SOFFICI Firenze A Firenze in Via Tornabuoni Una fuciacca di cielo tesa Sui fili Del telefono 8-85 Laltro emisfero si rinfresca Da Doney e Nipoti Con una penna di paradiso Al cappello E fra le trine un profumo Di Floride e Splendid Hotel. Un vecchio affogato nella primavera Trascina un paniere diride sul marciapiede Lungo le vetrine infuocate Di cravatte di fogli da mille e di liquori Due soldi il mazzo le violette I narcisi e gli anemoni.

La collina di San Miniato Sciacqua nellArno i suoi ori di Bisanzio I suoi cipressi E le ville Il Ponte vecchio incrostato di gemme I campanili I tea rooms Collacqua verde Partono fra due argini felici di sole. Non si pu vivere in questa pace Dazzurri viali Dove non c che un tranvai Ogni venti minuti Candele steariche e buste fiorite Nelle vetrine E visi di spose e di bimbi Soffocati di calda noia Alle finestre Spalancate sul nulla di mezzogiorno.

Un affisso delle Folies bergre O dello Splendor pi emozionante Di tutta la storia Rassegata in fronte alle torri E alle cupole senza dio n colombe (I piccioni del Duomo Li mangia il Priore Della Misericordia). La notte si scrive col fuoco Sui muri del Centro A nuova vita restituito Nomi e orari Attimi vibrati nelleternit Come questa sigaretta che accendo In un caff dEuropa La Rosa Il 6 marzo 1915. Su tutte le case degli stranieri

C lappiggionasi Le Family pensions Non hanno pi amori Dietro le bianche cortine Non pi yes da oui ja Non c pi un fiaccheraio al passo per le Cascine Non pi serenate di parrucchieri Il lume di luna tutto alla guerra. Non ci siam pi che noi a cantare Di disperazione. Per i vicoli morti OltrArno A San Frediano Al Canto alla Briga Si cammina sulle immondezze Sui gatti assassinati E i capelli Accanto alle porte inchiodate dei bordelli

Appena un lampione e qualche stella appesa a [rami in amore Ci fan ricordare che la vita Ricomincia tutte le mattine. Voglio scurdarme o cielo Tutte e canzone e o mare. Nelle botteghe fuori la legge La teppa ride e bestemmia In chiave dorganino e di coltello Confitta nel fumo E nellafrore del vino bianco e nero La prostituzione Imbelletta le cantonate Sul fondo di vecchie reclame Ogni donna un fiore Caduto da questi giardini sepolti di tenebra Inzuppato di menta glaciale E impolverato di minio Come laurora.

A Firenze Per tutte le vie A tutte le ore Sincrociano le avventure del mondo Il Messaggiero di Roma arrivato ora Ed il vento Che batte locchio giallo dellorologio della stazione Entrano dalle persiane aperte E gonfiano tutti gli hangars multicolori Della poesia.

GIUSEPPE UNGARETTI San Martino del Carso Di queste case non rimasto che qualche brandello di muro Di tanti che mi corrispondevano non rimasto neppure tanto Ma nel cuore nessuna croce manca E il mio cuore il paese pi straziato
Valloncello dellAlbero Isolato 27 agosto 1916

GIUSEPPE GIUSTI Teoria del quieto vivere Che le cose del mondo vanno prese a un tanto la calata io l'ho sentito dire pi e pi volte al mio paese. Chi fa cos non perde l'appetito, dorme sonni tranquilli e nella bara scivola grasso, fresco e colorito. Ma io questa tal vita, anima cara, a dirtela, fin qui non l'ho imparata. So che vivendo a vivere s'impara, ma sento che la testa ossificata non capace di capacitarsi della gran teoria soprallodata. L'animo, poveretto, di s scarsi, di s deboli numeri, che in fondo sara prima disposto a ripiegarsi che a sforzarsi a voler esser giocondo, quando le cose gli vanno attraverso, quando vede attraverso andare il mondo.

In questo legno non c' via n verso di tagliarci uno scettico: d'un saio voler fare un mantello tempo perso. E di me voler fare o Tizio o Caio, levarmi dal mio passo naturale come pestar l'acqua nel mortaio. Cos son nato e rester tal quale.

GABRIELE DANNUNZIO La sabbia del tempo Come scorrea la calda sabbia lieve Per entro il cavo della mano in ozio, Il cor sent che il giorno era pi breve. E un'ansia repentina il cor m'assalse Per l'appressar dell'umido equinozio Che offusca l'oro delle piagge salse. Alla sabbia del Tempo urna la mano Era, clessidra il cor mio palpitante, L'ombra crescente d'ogni stelo vano Quasi ombra d'ago in tacito quadrante.

CHARLES BAUDELAIRE Luomo e il mare Uomo libero, sempre avrai caro il mare! il tuo specchio: tu contempli la tua anima nelle sue onde che allinfinito si accavallano e il tuo spirito non ha baratri meno amari. Ti piace tuffarti in grembo alla tua immagine; la stringi con gli sguardi, le braccia, e il tuo cuore si distrae qualche volta dal suo proprio rumore al suono di questo lamento indomabile e selvaggio. Siete tutti e due tenebrosi e discreti: uomo, nessuno ha sondato il fondo dei tuoi abissi; mare, nessuno conosce le tue intime ricchezze tanto siete gelosi dei vostri segreti. Eppure, ecco che da secoli innumerevoli voi vi combattete senza piet n rimorso talmente li amate, il massacro e la morte,

o lottatori eterni, o fratelli implacabili.

JORGE LUIS BORGES Un patio Con la sera si stancano i due o tre colori del patio. Questa notte la luna, il chiaro cerchio, non domina il suo spazio, Patio, cielo incanalato. Il patio il declivio sul quale straripa il cielo nella casa. Serena leternit attende al crocevia delle stelle. bello vivere con lamicizia oscura di un atrio, di una pergola e di una cisterna.

GABRIELE DANNUNZIO I pastori Settembre, andiamo. E' tempo di migrare. Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare: scendono all'Adriatico selvaggio che verde come i pascoli dei monti. Han bevuto profondamente ai fonti alpestri, che sapor d'acqua nata rimanga ne' cuori esuli a conforto, che lungo illuda la lor sete in via. Rinnovato hanno verga d'avellano. E vanno pel tratturo antico al piano, quasi per un erbal fiume silente, su le vestigia degli antichi padri. O voce di colui che primamente conosce il tremolar della marina!

Ora lungh'esso il litoral cammina la greggia. Senza mutamento l'aria. il sole imbionda s la viva lana che quasi dalla sabbia non divaria. Isciacquo, calpesto, dolci romori. Ah perch non son io c miei pastori?

GIORGIO CAPRONI Il fischio (parla il guardacaccia) Non credo che questo sia il fischio del bracconiere. C troppa nebbia. Comunque (qui son le carte) finite voi la partita. Io (potete continuare a bere anche per me) conosco, n posso esimermi, quello ch il mio preciso dovere. Qualsiasi richiamo nel bosco oda insolito, uccello o altro agente che sia, devo andare a vedere. Porgetemi per cortesia, l a quel chiodo, il fucile ed il mio cartucciere.

Intanto (scusate: ci vuole, col freddo che maspetta) lasciate chio mi versi ancora ultimo questaltro bicchiere. Nel vino, a saper ben vedere, c scienza c illuminazione. Ma voi, senza una ragione al mondo, voi perch ora chio sono pronto, e il cuore gi ho fatto allegro, ancora voi mi state a guardare a quel modo, quasi con laria di chi sospetta qualcosa, n si vuol pronunciare? Vi vedo, o mi sbaglio, tremare, agli angoli, la bocca? Amici, posso anche sbagliare; ma questo, comunque, vi dico, e una volta per tutte:

temere fuori il nemico (vi ripeto: il fucile) cosa, prima ancora che vile, a parer mio troppo sciocca. Porgetemi anche le cartucce e rimettetevi a bere. Dovreste almeno sapere che quando s avuto una piuma sul cappello, e in sorte stivali e gabbana verde, per non dir altro si perde il tempo, pensando alla Morte. Vedete, una volta vivevo sul mare. Stavo a Livorno. Che citt! Dal Forno Mascagni fino ai Quattro Mori, un vento profondo sbiancava le piazze, mentre vibrava nei vetri la sirena

marittima dei vapori. Uscivo di rado. Fuori, rammento circolava unaria che mi sgomentava di solitudine. Eppure, sapeste come si popolava quel vento, e che figliole passavano, tra sassaiole fitte di ragazzacci aizzati, che si sgolavano, per troppo amore, in ingiurie. Traetene la conclusione che pi vaggada. Io Non so se voi crediate in Dio o ad altro. Per conto mio occhio! la stufa fuma, e pu annerirvi la piuma annerendo la stanza tutto ci ha unimportanza

relativa. Piuttosto (ne parleremo insieme, qui, al mio rientro) ficcatevi bene in testa quanto ancora vi dico: che vale temere il nemico fuori, quand gi dentro? Il guardacaccia, caccia od cacciato. Questa una norma sicura. Al diavolo perci la paura, giacch non serve. Tanto, in tutti noi non resta sola che la certezza gi da tempo in me sorta: chi fabbrica una fortezza intorno a s, sillude quanto, ogni notte, chi chiude a doppia mandata la porta.

Lasciatemi perci uscire. Questo, io vi volevo dire. Per quanto siano bui gli alberi, non corre un rischio pi grande di chi resta, colui che va a rispondere a un fischio.

ANTONIO DE CURTIS (Tot) Felicit Felicit! Vurria sap chd, chesta parola, vurria sap che vvo signific. Sarr gnuranza a mia, mancanza e scola, ma chi llha ntiso maje annummen.

DINO CAMPANA Montagna La chimera Tu tra le rocce il tuo pallido Viso traente sorriso Da lontananze ignote: Tu ne la china eburnea Fronte fulgente, o giovane Suora della Gioconda: (Tu de le Primavere Spente, per i tuoi mitici pallori O Regina, o Regina adolescente) Oh! per il tuo ignoto poema Di volutt e di Dolore Musica fanciulla esangue, Segnato di linea di sangue Nel cerchio delle labbra sinuose Regina de la melodia. Oh! invano per vergine capo Reclino io poeta notturno Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo

Io fiso al tuo dolce mistero Io fiso al tuo divenir taciturno Oggi una fiamma pallida Entro i capelli viventi Sul Suo profondo pallore O Estate che ardi nei cieli Tu accendi per suo corpo eburneo: A la regina dei sogni che appare nei vaghi suoi veli.

TRILUSSA Er sonatore ambulante Ogni tanto veniva in trattoria pe' son quer violino strappacore, e quanno nun raschiava er trovatore martirizzava la cavalleria . Successe che una sera, un'avventore, je disse: - Basta, co sta zinfonia! perch c'hai rotto l'anima! Va via! Sempre una lagna! Brutto scocciatore! Ner senti' 'ste parole, er violinista, radica vera de baron futtuto, J'incominci a son l'inno fascista. Allora l'avventore, rassegnato, arz la mano in segno de saluto, ma sottovoce disse: - M'hai fregato!

JEAN-ARTHUR RIMBAUD Il soldato dormente Un brolo dove un rivo, cantando, si dispera e spruzzi e lembi argentei all' erba, folle, adduce. Luccica il sole a piombo dalla montagna fiera, tutta la valle schiuma d' un brulichio di luce. Un giovane soldato, a bocca aperta, giace supino, e con il capo sfiora un cespuglio azzurro; lo sovrasta una nube. Sul verde letto in pace dorme: su lui la luce piove senza sussurro. I piedi fra i giaggioli, n triste n felice, sorride come un bimbo malato, e si riposa. Tu cullalo, Natura: egli ha freddo, egli stanco. Non ai tepidi effluvii freme la sua narice. Dorme al sole. Una mano, bianca, sul petto posa tranquillo. Ed ha due squarci sanguinosi nel fianco.

JACQUES PRVERT Dalla fioraia Un uomo entra dalla fioraia e sceglie dei fiori la fioraia incarta i fiori l'uomo mette la mano in tasca per cercare i soldi i soldi per pagare i fiori ma nello stesso tempo mette improvvisamente la mano sul cuore e cade. E mentre cade le monete rotolano per terra e poi i fiori cadono insieme all'uomo insieme alle monete e la fioraia rimane l con le monete che rotolano

con i fiori che si sciupano con l'uomo che muore evidentemente tutto questo molto triste e bisogna che ella faccia qualcosa la fioraia ma non sa cosa fare non sa da che parte cominciare. Vi sono tante cose da fare con quest'uomo che muore questi fiori che si sciupano e queste monete queste monete che rotolano che non la smettono di rotolare.

CAMILLO SBARBARO Il canto degli ubriachi Piccolo quando un canto dubriachi giungevami all orecchio nella notte dimpeto su dai libri mi levavo. Dimentico di lor, la chiusa stanza all aria della notte spalancavo e mi sporgevo fuor della finestra a bere il canto come un vino forte. Con che occhi voltandomi guardavo la chiusa stanza e dopo lei la casa dove gi tutti i lumi erano spenti! Pi duna volta sulla fredda ardesia al vento che passava nei capelli alla pioggia che minzuppava il viso io piansi delle lacrime insensate. Adesso quellinganno anche caduto. Ora so quanto amara sia la bocca che canta spalancata verso il cielo. Pur se ancora mi desta dal mio sonno

quel canto dubriachi per la via ad ascoltar mi levo con sospeso dallimprovvisa commozione il fiato, e vado ancora a mettere la faccia nel vento che i capelli mi scompigli. Rinnovare vorrei lamara ebrezza e quel sottile brivido pel corpo, e il ben perduto cui non credo pi piangere come allora Ma non mescono che scarse sciocche lacrime dagli occhi.

ALDO PALAZZESCHI Gigino Siccoli, Jean Polverini Badel, Enzo Tol, Carmine Lazzarini Tu vieni, Gigino, stasera da Lice Puda? S. Tu vieni, Jean, stasera da Lice Puda ? S. Tu vieni, Enzo, stasera da Lice Puda? S. Ti vieni, Carmine, stasera da Lice Puda? No.

ANITE Alla cavalletta, usignolo dei campi e alla cicala amante delle querce Mir eresse una tomba comune versando lacrime di bambina. Ade inesorabile tutti e due le port via i suoi giocattoli.

GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI La vita dellomo Nove mesi a la puzza: poi in fassciola tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni: poi per laccio, in ner crino, e in vesticciola, cor torcolo e limbraghe pe ccarzoni. Poi comincia er tormento de la scola, labbecc, le frustate, li ggeloni, la rosala, la cacca a la ssediola, e un po de scarlattina e vvormijjoni. Poi vi llarte, er diggiuno, la fatica, la piggione, le carcere, er governo, lo spedale, li debbiti, la fica, er zol distate, la neve dinverno... E pper urtimo, Iddio sce bbenedica, vi la Morte, e ffinissce co linferno.

GIOVANNI PAPINI Incontadinamento Oggi sono alla bona ed alla mano e mando a farsi fottere i pensieri. Entra in cucina, amico paesano, dammi que tu ditoni forti e neri. Questo un fiasco di vin di Carmignano, ecco il pane col cacio, ecco i bicchieri, e questo qui gli un sigaro toscano di quelli asciutti e scuri, di que veri. E si sta tanto meglio intorno al fco a parlar del cognato e della zia o del piovano che s dato al gico o di quella ragazza che and via che diventar nervoso, giallo e rco con una sbornia di filosofia!

LUCIANO FOLGORE Sveglia Sentinella Sentinella notturna lass taciturna sopra la roccia scabra. Vent'anni, viso bianco, occhi di fanciullo febbrile, e la mano che stringe il fucile; e il pensiero che si perde nell'immensit della notte. Stanchezza di piombo per tutte le membra dopo un giorno di lotte. Il sonno d'intorno morbidamente muto come un tentatore velluto che accarezza le palpebre.

Passano lembi di visione dinanzi alle pupille pesanti, figure oscillanti, profili sonnolenti, tormenti di visi che non si definiscono mai. Ecco i velari del sogno! Troppo dolce dormire anche su letti di pietra! Gambe che s'abbandonano sotto fardelli di torpore... ma uno stormire d'abeti, ma un fresco di vento che palpita fra due' capelli biondi, snebbia un istante la pesantezza accasciante e un brivido di volont rid

la rigidit alla sagoma snella di questa sentinella della Patria. Il nemico l dietro. Bisogna guardare, bisogna ascoltare, lucidamente. Ma ancora il fumo del sonno che monta. Stelle filanti nei cieli, veli di verde lontano, pensieri e frammenti: sua madre che veglia... il pozzo un singhiozzo... quel compagno caduto... con una palla in fronte... due bimbi in un cortile del paese... un vaso di maggiorana...

e lei... lontana... vestita di bianco... fresca come una fontana... Oh, finalmente! Scalpiccii rotolii di sassi parole sconnesse; bisbigli: un altro prende il tuo posto e tu che discendi a dormire con un saluto all'Italia laggi dietro quei monti di fresco e di blu.

VINCENZO CARDARELLI Autunno Autunno. Gi lo sentimmo venire nel vento d'agosto, nelle piogge di settembre torrenziali e piangenti, e un brivido percorse la terra che ora, nuda e triste, accoglie un sole smarrito. Ora passa e declina, in quest'autunno che incede con lentezza indicibile, il miglior tempo della nostra vita e lungamente ci dice addio.

VIRGILIO GIOTTI Con Bolffio Mi e Bolffio, de fazza un de l'altro, col bianco de la tovia in mezo, su i goti e el fiasco in fianco, parlemo insieme. Bolffio de 'na piazza de Gorzia el me conta, ch'el voria piturarla: 'na granda piazza sconta, che nissun passa. Do tre casete atorno rosa, un fiatin de muro, un pissador de fero vcio stravcio, e el scuro de do alboroni.

Xe squasi mezogiorno. E un omo, vign fora de l, se giusta pian pian, e el se incanta sora pensier. Bolffio, in 'sta su piazza bela, noi, poeti e pitori, stemo ben. La xe fata prpio pai nostri cuori, caro Bolffio. In quel bel sol, in quela pase, se ga incontrado i nostri veci cuori; l i se ga saludado stassera alegri.

ANACREONTE Il mese di Poseidone eccolo, viene, e le nuvole sono gonfie di pioggia e cupe feroci le tempeste strepitano.

LODOVICO ARIOSTO Satira 111 In casa mia mi sa meglio una rapa, chio cuoca, e cotta su n stecco me inforco e mondo, e spargo poi di aceto e sapa, che a laltrui mensa tordo, starna o porco selvaggio; e cos sotto una vil coltre, come di seta o doro, ben mi corco.

PAUL VERLAINE Motivo dimenticato Piove su tutte le strade e piove nel fondo al mio cuore: non so, non so da dove giunge questo languore. Sonoro bruir della piova per le zolle, sopra le ardesie; a un cuor che dolce s'accora oh dolce bruir della piova! Questo pianger da dove mi viene? Inganno? E quale? Nessuno. Eppure nel cuore che geme da dove, da dove mi viene? E come duole un dolore senza radice alcuna. Odio non c', non c' amore: e tanta la pena del cuore.

ERNESTO MUROLO Lardito Trentanne: nu gigante. Sha spusata a Clementina Dolge, na nchiastella tuttuocchie, bionda, pallida, sciupata, c o guarda e o fa tremm; ca quanno ha ditta na parola, chella, e si penza a na cosa, a dice e a fa. Isso s fatto ardito . Ha cumbattuto cu e mbomme nha scannate, a ch partuto, nisciuno o ppo sap. Ma si sponta a licenza, che llattocca, fra o zecchinetto, llannese e llamice, nfuscato e lusingato, si ce o ddice, sarrevota o Caf !... E a licenza venuta. E p o quartiere lhanno visto turn cchi guappo e bello. Clement, (s avutato o cantiniere)

mo nun o fa nquart, ca mariteto ammarcia c o curtiello!... Essa ha reduto e lha tenuto mente cu naria calma, fredda ndifferente, cumme si avesse ditto: E chaggi a fa?... (Uommene, nuie che simmo?...) Stammatina na cummarella disso lha truvato mucchio mucchio, assettato int a cucina, ca sfucava a ffum ca llha ditto bonn tutto ngrugnato, tutto sceppato nfaccia e cu nu muorzo can un era nu muorzo e cane corzo E a gatta dint a casa nun ce sta.

ATTILIO BERTOLUCCI Gli anni Le mattine dei nostri anni perduti, i tavolini nell'ombra soleggiata dell'autunno, i compagni che andavano e tornavano, i compagni che non tornarono pi, ho pensato ad essi lietamente. Perch questo giorno di settembre splende cos incantevole nelle vetrine in ore simili a quelle d'allora, quelle d'allora scorrono ormai in un pacifico tempo, la folla uguale sui marciapiedi dorati, solo il grigio e il lilla si mutano in verde e rosso per la moda, il passo quello lento e gaio della provincia.

JORGE LUIS BORGES Afterglow Sempre commovente il tramonto per indigente o sgargiante che sia, ma pi commovente ancora quel brillo disperato e finale che arrugginisce la pianura quando il sole ultimo si sprofondato. Ci duole sostenere quella luce tesa e diversa, quella allucinazione che impone allo spazio l'unanime paura dell'ombra e che cessa di colpo quando notiamo la sua falsit, come cessano i sogni quando sappiamo di sognare.

TU FU Laquilone si porta via il mio tetto Durante lottava luna lautunno savanza, Mugola laquilone E si porta via dal mio tetto tre strati di paglia Che passa volando il fiume e si sparge ovunque. Parte simpiglia in mezzo ai rami degli alberi, E parte gi galleggia annegata nellacqua. I ragazzi del borgo approfittano Della mia debolezza senile, Acchiappan la paglia e la portano Nel bosco degli alti bamb. Li chiamo e li richiamo Finch mi si secca la gola. Testardi, non modono ed io Rientro malinconico e stanco. Ed ora il vento rallenta Ma le nuvole si anneriscono; Il cielo autunnale di piombo

Si perde dentro alle tenebre. Le vecchie coperte son gelide come il ferro; Entrando nel letto i miei ragazzi le strappano. Il tetto bucato; non c pi luogo allasciutto; La pioggia non cessa, sottile come tanti fili. In questi tempi torbidi dormo di rado; Questa notte lunga appare interminabile. Perch non si pu costruire un enorme edificio Per alloggiare e mantener soddisfatti I letterati dellUniverso intero? Che questo edificio sia solido come montagna Contro la pioggia ed il vento! Pensando che il sogno savvera mi sento felice Anche col tetto in rovina e morendo di freddo.

Rainer Maria Rilke Herbstag Herr, es ist Zeit. Der Sommer war sehr gro. Leg deinen Schatten auf die Sonnenuhren, und auf den Fluren lass die Winde los. Befiehl den letzten Frchten, voll zu sein; gib ihnen noch zwei sdlichere Tage, drnge sie zur Vollendung hin, und jage die letzte Se in den schweren Wein. Wer jetzt kein Haus hat, baut sich keines mehr. Wer jetzt allein ist, wird es lange bleiben, wird wachen, lesen, lange Briefe schreiben und wird in den Alleen hin und her unruhig wandern, wenn die Bltter treiben.

FRANCESCO DASSISI Altissimu, onnipotente bon Signore, tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne [benedictione. Ad Te solo, Altissimo, se konfano, et nullu homo ne dignu te mentovare. Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature, spetialmente messor lo frate Sole, lo qual iorno, et allumini noi per lui. Et ellu bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione. Laudato si', mi Siignore, per sora Luna e le stelle: in celu l'i formate clarite et pretiose et belle. Laudato si', mi' Signore, per frate Vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale, a le Tue creature di sustentamento.

Laudato si', mi Signore, per sor'Acqua. la quale multo utile et humile et pretiosa et casta. Laudato si', mi Signore, per frate Focu, per lo quale ennallumini la nocte: ed ello bello et iocundo et robustoso et forte. Laudato si', mi Signore, per sora nostra matre [terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fior et herba. Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano [per lo Tuo amore et sostengono infermitate et tribulatione. Beati quelli ke 'l sosterranno in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte [corporale, da la quale nullu homo vivente p skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovar ne le Tue sanctissime [voluntati, ka la morte secunda no 'l farr male. Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate e serviateli cum grande humilitate.

DINO CAMPANA Buenos Aires Il bastimento avanza lentamente Nel grigio del mattino tra la nebbia Sull'acqua gialla d'un mare fluviale Appare la citt grigia e velata. Si entra in un porto strano. Gli emigranti Impazzano e inferocian accalcandosi Nell'aspra ebbrezza d'imminente lotta. Da un gruppo d'italiani ch' vestito In un modo ridicolo alla moda Bonearense si gettano arance Ai paesani stralunati e urlanti. Un ragazzo dal porto leggerissimo Prole di libert, pronto allo slancio Li guarda colle mani nella fascia Variopinta ed accenna ad un saluto. Ma ringhiano feroci gli italiani.

KONSTANTINOS KAVAFIS Itaca Allorch in viaggio ti metti per Itaca prega che lungo sia il cammino, pieno di conoscenze e pieno di avventure. Non temere i Listrigoni e i Ciclopi, non temere lirato Poseidone, sulla tua strada non li icontrerai, se eletto resta il tuo pensiero e unalta commozione ti tocchi corpo e mente. I listrigoni e i Ciclopi e il feroce Poseidone tu non incontrerai, se non li porti dentro la tua anima e questa non li drizza innanzi a te. Prega che lungo sia il tuo cammino, che molti siano i mattini estivi in cui con allegria e gioia tu entri in porti mai veduti prima dora, fermandoti ai negozi dei Fenici

per comprare le belle mercanzie, ambre, ebani, coralli e madreperle, essenze dogni sorta voluttuose e, quanto puoi, profuumi deliziosi; nelle molte citta dEgitto andrai per imparar dai dotti tante cose. Ma in mente devi avere sempre Itaca, che l tu raggiunga il tuo destino. Ma non per nulla affretta questo viaggio. Meglio che duri numerosi anni E vecchio gi tu approderai allisola, ricco del tuo guadagno sulla via non aspettando da Itaca ricchezze. Ti ha dato, Itaca, questo bel viaggio. Senza di lei non ti saresti avviato. Essa altre cose non ha pi da darti. Non ti ha ingannato, se la trovi povera. Con lesperienza ti sei fatto saggio

e ora sai cosa Itaca significhi.

TRILUSSA Er baco da seta Un povero Ragno parlanno cor Baco je disse: - Compagno, sei matto o imbriaco? Perch, scusa er termine, sei tanto minchione da crede a un padrone che vive sur vermine? Nun sai che li fiocchi che fai te li cambia co tanti bajocchi? Che mentre tu sudi magnano la foja quer boja guadambia mijara de scudi? Bisogna apr locchi ch ormai la questione se basa sur detto

N Dio , n padrone! - St in guardia, fratello! St in guardia da quello! - Strill un Bagarozzo che usciva da un pozzo. Che quela carogna timbroja e nun vede che invece bisogna ridatte la fede! Sortanto cor crede che c un Padreterno, che c un Paradiso, chesiste un Inferno, sortanto co questo io credo che presto ciavremo un Governo pi bono e pi onesto! - Va via! disse er Ragno se no me te magno! - Te strozzo! Te sfagno! Strill er Bagarozzo

- Vijacco! Scagnozzo! - Buffone! - Compagno!... Er Baco, scocciato, ner ved in pericolo la casa e la seta chaveva filato, - Qua, - disse laffare comincia a imbrojasse: mejo a fa sciopero mejo a squajasse; fintanto che sento che tira sto vento, star co la lega der chi se ne frega. E chiuse bottega. 1906

GIORGIO CAPRONI senza titolo luomo che se ne va e non si volta: che sa daver pi conoscenze ormai di l che di qua

CHARLES BUKOWSKI Il topo con un pugno, all'et di 16 anni e 1/2, misi mio padre fuori combattimento, un bastardo crudele e leccato con l'alito cattivo e non tornai pi a casa per un po', solo ogni tanto per cercare di scucire un dollaro alla cara mammina. era il 1937 a Los Angeles ed era una Vienna d'inferno. stavo con questi ragazzi pi grandi ma anche per loro era la stessa cosa: tirare, in genere, il fiato coi denti e rapinare stazioni di servizio dove non c'era il becco di un quattrino, e tra noi qualche fortunato lavorava a mezza giornata come fattorino

della Western Union. dormivamo in camere d'affitto che non erano affittate e bevevamo birra e vino con gli scuri accostati stando zitti zitti e poi svegliando l'intero caseggiato con una rissa rompendo specchi, sedie e lampadari e poi correndo gi per le scale un momento prima che arrivasse la polizia alcuni di noialtri soldati del futuro correndo per le strade vuote e affamate e per i vicoli di Los Angeles e pi tardi ritrovandoci tutti nella stanza di Pete un bugigattolo in un sottoscala, stavamo l, ammucchiati l dentro

senza donne senza sigarette senza niente da bere, mentre i ricchi smanacciavano le loro favorite e le ragazze li lasciavano fare, le stesse ragazze che sputavano sulla nostra ombra quando passavano. era una Vienna d'inferno. 3 di noi in quel sottoscala furono uccisi nella Seconda Guerra. un altro adesso il manager di una fabbrica di materassi. e io? io ho 30 anni di pi, la citt s' ingrandita di 4 o 5 volte ma non meno marcia di prima

e le ragazze continuano a sputare sulla mia ombra, si prepara un'altra guerra per un'altra ragione, e oggi non riesco a trovare lavoro per lo stesso motivo per cui non ci riuscivo allora; non so niente, non so fare niente. donne? be', solo le vecchie bussano alla mia porta dopo mezzanotte. io non riesco a dormire e loro vedono la luce accesa e s'incuriosiscono. le vecchie. i mariti non le vogliono pi, i figli se ne sono andati, e se mi mostrano due gambe ancora buone (le gambe sono le ultime a morire) io ci vado a letto.

cos le vecchie si danno da fare e io fumo le loro sigarette mentre loro parlano parlano parlano e poi si torna a letto e sono io che mi do da fare e loro sono felici e parlano finch spunta il sole, poi si dorme. una Parigi d'inferno.

CESARE PASCARELLA Villa Gloria 1886 A Benedetto Cairoli I. A Terni, dove fu l'appuntamento, Righetto ce schier in d'una pianura, E l ce disse: Er vostro sentimento Lo conosco e nun c' d'av pavura; Per, dice, compagni!, v'arimmento Che st'impresa de noi nun sicura, E Roma la vedremo p'un momento Pe' casc' morti gi sott'a le mura. Pe' questo, prima de pij er fucile, Si quarcuno de voi nun se la sente Lo dica e sorta fora da le file. Dice: non c' gnisuno che la pianta? E siccome gnisuno disse gnente, Dopo pranzo partissimo in settanta.

II. E marciassimo fino a la matina Der giorno appresso. Tutta la nottata! A l'arba poi, fu fatta 'na fermata Su l'erba zuppa fracica de brina. Traversassimo un fiume de rapina, Lassassimo la strada, e traversata 'Na macchia, se sbocc su 'na spianata E venissimo in gi pe' la Sabina. Dove che dietro a noi c'era pe' scorta N'onibussetto tutto sganghenato, Dov'uno ce montava un po' pe' vorta. Pe' strada er celo ce se fece cupo, E venne l'acqua che nun ci ha lassato, Finch non semo entrati a Cantalupo. III. A Cantalupo, drento a 'na chiesola

Righetto ce divise in tre sezione, E dopo avecce letto l'istruzione, Fece: Ripeto n'antra cosa sola: Si fra voi c' quarcuno che ciriola, Lo dica e nun se metta soggezione. Gnisuno arifiat. Fece: Benone! Vedo che sete tutti de parola. Ma perch non ce sia gnisun intoppo ( inutile a sta' a fa' mezze parole) S'io morissi c' l'antro che vi' doppo. E l de novo tutti in marcia. Arfine, Caricassimo tutti le pistole E a Corese passassimo er confine. IV. E a l'arba, mentre c'era un temporale, 'Rivorno da Firenze li cassoni Dove c'erano drento li foconi De quelli de la guardia nazionale. Furno depositati in d'un casale

E dopo, assieme a l'antre munizioni, Li portassimo drento a du' barconi Presi da 'n capo-presa padronale. Fatto er carico, sopra a 'gni barcone Ce fu messa la legna e fu ridotto Come quelli che porteno er carbone: In modo ch'uno nun capisse gnente. Poi dopo s'accucciassimo de sotto E venissimo in gi co' la corrente. V. Avanti a tutti, drento a 'na gozzetta, Come stassero l a guard' er carbone, C'ereno li Cairoli de vedetta; E noiantri gi a fonno ner barcone, Sentimio da la riva la trombetta De le truppe der papa! A Teverone, Verso notte, se scense e 'gni sezione Fu dislocata drento a 'na barchetta. E m'aricordo ch'una era tarlata

E che cr sego e co' li stracci pisti L su la riva fu calatafata. Dopo annassimo da li doganieri, Li legassimo tutti come Cristi, E furno fatti tutti prigionieri. VI. Dopo fatta 'sta prima operazione, L, ce se fece notte in mezzo a fiume: C'era nell'aria come n'oppressione De fracico e 'na puzza de bitume: Nun se sentiva che scrocchi' er timone Pe' nun impantanasse ner patume; E verso Roma, in fonno a l'estensione, Se vedeva ariluce' come un lume. Un lume che sur celo era 'n chiarore. E l pe' fiume, in quer silenzio tetro, Fr che l'acqua non c'era antro rumore. E in fonno a la campagna, a l'aria quieta, De notte, er cupolone de San Pietro

Pareva de toccallo co' le deta. VII. Sangue de la Madonna! Che nottata! Quanno che m'aritorna a la memoria, Me pare come un pezzo de 'na storia Che quarcuno m'avesse arriccontata. Avemio da st' a Roma a fa' l'entrata Pe' trovacce la morte o la vittoria, E invece er giorno dopo a Villa Gloria... Destino! Basta, sotto a la spianata, A mezzanotte, in mezzo a la corrente Se fermassimo p'aspett' er chi-viva. Aspetta, aspetta, aspetta... Gnente!... Gnente! Riguardassimo bene de l intorno: Manco un'anima!... Annassimo a la riva. Per aspett' che se facesse giorno. VIII.

E a l'arba fu smontato dar battello, E piano piano, senza move' un deto, Perch non se scoprisse er macchiavello, S'agguattassimo drento in un canneto. Dopo, Righetto fece cr fratello: Annate in cinque su pe' sto querceto, E scannajate un po' pe' sto stradello Si ce fosse un ricovero segreto; Ch staremo a ved' quer che succede; Intanto l ce se potr rimane' Finch quarcuno non se faccia vede'. E mentre annamio sopra, intorno intorno Se sentiveno batte' le campane De Roma, che ce daveno er bongiorno! IX. Pe' la macchia trovamo un frattarolo, Faccia a terra, per Cristo! Poveretto! L'intorcinamo drento ar farajolo E j'appuntamo le pistole in petto.

E l, ner mentre lo tenemio stretto, Giovannino je fa: Voi sete solo? Dice: Per carit, so' er vignarolo; Mi' moje annata a Roma cr carretto; Io so' 'n povero padre de famija... Ce so' li papalini? So' innocente... Fate la spia? Me faccio maravija! Be', allora, dice, datece ristoro. E pe' fcce pij' pe' bona gente Je fu pagata 'na moneta d'oro. X. E quer vecchio tremanno de pavura Ce port sopra ar monte, in d'un casale, Che invece era 'n casino padronale Dove che ce se va in villeggiatura. Fu aperto. Visitassimo le mura; E dopo av' girato pe' le sale E av' visto che l tanto er locale Quanto la posizione era sicura,

Fu mannato a chiam' l'antri de sotto; Furno messi l intorno l'avamposti, E poi fu fatto un piccolo complotto: E mannassimo a Roma, ar Comitato, Uno, pe' dije che stamio anniscosti Sintanto che non fosse aritornato. XI. Dopo, Righetto assieme a Giovannino Sortirno dar casale e perlustrorno Li contorni, e siccome l vicino Scoprirno 'na casetta, ce mannorno Tre fazioni, perch si de l intorno Se fosse visto quarche papalino, Ce dassero er chi-viva su ar casino. Defatti, poco dopo mezzogiorno, Vengheno su de corsa du' fazioni; E dice: Che li possino ammazzalli! S' vista 'na patuja de dragoni. Se so' avanzati fino sotto ar muro;

Hanno dato la fuga a li cavalli, E so' spariti in gi pe' l'Arco Scuro. XII. Righetto allora, ch'ebbe er sentimento Che la patuja de ricognizione Voleva di' l'annunzio der cimento, Chiama Giovanni assieme a la sezione, Che c'ero io pure, e dice: Sur momento Va a la casetta e pa la posizione. Annamo, e mentre stamio chiusi drento, Dice: All'armi! Ce semo... Un battajone! Sortmo. Se mettemo alliniati, (Saremo stati in tutto dicissette!) E guardassimo sotto pe' li prati; E in fonno fra le fratte de li spini Vedemo luccic' le bajonette. Viva l'Italia!... So' li papalini. XIII.

Arrivati a la porta der cancello, La tromba d er segnale foc-avanti. Se fermeno. Scavarcheno er murello, E incominceno er foco tutti quanti. E mentre stamio tutti l davanti A la casetta, drento ner tinello Er vignarolo in mezzo a quer fraggello Stava a cant' le litanie de' santi. E intanto ch'er nemico s'avanzava E 'gni palla fischiava pe' cinquanta, Sentmio Giovannino che strillava, Imperterrito immezzo a la tempesta, Dice: Pensate che semo settanta E che ci avemo sei cartucce a testa. XIV. Nun sparate che quanno so' vicini... (E intanto che veniva un battajone, Se vedeveno l'antri papalini

Che saliveno in su pe' lo stradone): Perdio! Nun se spregamo li quatrini..., Strillava Giovannino, attenti... unione... Nun sparate che quanno so' vicini..., Fermi... fermi, perdio! Fermi... attenzione... E intanto che le truppe s'avanzaveno, Che se po' di' che stamio faccia a faccia, Le palle, fio de Cristo, furminaveno. Ma quanno che ce crse tanto poco, Che quasi je potemio sput' in faccia, Ninetto url: Viva l'Italia! Foco! XV. E l ner mejo der combattimento De lotta a crpo a crpo davicino, Ecco Ergo fuggenno come er vento; Guarda la posizione un momentino E strilla, dice; Addietro, sacramento!, Ch ve fregheno, addietro, Giovannino! Addietro, ch restate chiusi drento

Prigionieri... De corsa!, gi ar casino! L a la mejo facessimo er quadrato, E vortassimo in gi pe' lo stradone Dietro a Righetto a passo scellerato. E 'rivati ar casale s'agguattassimo Tra le rose e le piante de limone, E accucciati l sotto l'aspettassimo. XVI. Allora, dopo questo, li sordati Che nun capirno ch'era 'na finzione, Credennose che fossimo scappati, Vennero pe' pij' la posizione. E mentre stamio tutti aridunati, Li sentimio ven' pe' lo stradone Urlanno come ossessi scatenati; Ma Righetto che stava inginocchione Avanti a tutti, fece: Attento... Attento!... E quanno che ce stiedero davanti, Righetto ch'aspettava quer momento,

Butt via la berretta, fece 'n sarto, Strill: Viva l'Italia!, e crse avanti, E noi dietro je dassimo l'assarto. XVII. Ar vedecce sort' da la piazzetta Come er foco che uscisse de 'n vurcano, Preso de fronte, er reggimento sano Se mette a fugge' verso la casetta. Noi, pe' poteje fa' la cavalletta, S'arrampicamo sopra a 'n farso piano, E mentre li vedemio da lontano J'annamo sotto co' la bajonetta; Ma mentre p'arrivalli c'era poco, Sangue de Dio! Bum... bum... sentimo un botto E vedemo 'na nuvola de foco. Ce cal sopra a l'occhi com'un velo... L'assassini, scappanno gi de sotto, Ci aveveno sparato a bruciapelo.

XVIII. Allora quelli che restamio dritti Se buttassimo gi su lo stradale, E quanno se vedessimo sconfitti Ritornassimo drento ner casale. E siccome mancava er generale, Fu detto: Si ce dnno li diritti De l'onori de guerra, stamo zitti; Si no, morimo tutti... tanto uguale. Se fece notte: e mentre stamio drento Ner casale aspettanno li sordati, Ce parve de sent' com'un lamento. Annamo su la porta tutti uniti, S'affacciamo, orecchiamo pe' li prati: So' li nostri, perdio! So' li feriti! XIX. Allora se buttamo gi p' er prato, Fra l'arberi, a l'oscuro, e annamo in traccia

De li feriti... E dopo av' cercato Dove successe er fatto, fra l'erbaccia, Sotto a n'arbero secco, fu trovato Righetto! Stava steso, co' le braccia Spalancate, cor petto insanguinato Dar sangue che j'usciva da la faccia. Mentre je damio l'urtimo saluto De li morti, tra l'arberi lontani Sentimo un antro che strillava ajuto; Seguimo er sono, e sotto d'un ulivo Ce trovassimo steso Mantovani, In d'un lago de sangue, ancora vivo! XX. Ner casale fu messo su un divano, E mentre je sfilamio la giberna C'insegn sur un fianco co' la mano Come ci avesse 'na ferita interna. Allora j'accostamo 'na lanterna Sur fianco; lo scoprimo piano piano...

Sangue de Cristo! C'era 'na caverna, Che je c'entrava 'n braccio sano sano! Se mettessimo tutti inginocchiati. Lui co' le mano s'acchiapp la gola E ce fiss co' l'occhi spalancati: Fece 'no sforzo, s'arz su dar letto Come volesse di' quarche parola, E je casc la testa sopra ar petto. XXI. Allora quelli che ereno spirati Li portassimo drento a la cucina, E accanto, ne la camera vicina, Ce mettessimo l'antri pi aggravati. E aspettanno che fosse la matina, Cus a la mejo furno medicati; Ma, senza un filo de 'na medicina, Era 'na cosa da mor' straziati. Tanto ch'a uno p'infasciaje 'n osso D'un braccio, ce tocc a strapp' li tcchi

De le camicie che portamio addosso. Che strazio ch' ved' soffr' la gente Che te guarda cr core dentro a l'occhi, Staje davanti e nun pot' fa gnente! XXII. Un passo addietro. Dopo er tradimento De la scarica, appena inteso er botto, Righetto e Giovannino in quer momento Cascorno, sarv'ognuno, a bocca sotto. Dice ch'allora, mentre er reggimento Scappava gi p'er prato, sette o otto Che li veddero senza sentimento Tornorno addietro e je riannorno sotto. E Giovannino in mezzo a quer macello, Sporco de sangue, intanto che menaveno Cerc cr petto de copr' er fratello; Ma dopo la difesa disperata, Intanto che le truppe riscappaveno, Cascorno gi fra l'erba insanguinata.

XXIII. E verso notte, dice, che Righetto (Mentre ch'er sono de l'avemmaria De Roma je sonava l'angonia) Fece: Povera mamma! Benedetto!... Poi je crebbe l'affanno drento ar petto E fece: Si m'avrai da port' via Voj' esse' seppellito a casa mia. Fece un lamento e casc gi. Ninetto Allora lo chiam. Strill pi forte. Nun rispose. Lo prese pe 'na mano, Era gelata. Er gelo de la morte! Je diede un bacio e tartajanno a stento, Speranno d'esse' inteso da lontano, Strill: M' morto Ergo in sto momento. XXIV. E da lontano se sent un sussuro

D'antre voci. M' morto mi' fratello! Strill Ninetto, e dopo fece: Io puro Sento che moro e vado a rivedello... E intanto ch'antre voci l a l'oscuro Je parlaveno senza de vedello, Strill: Si camperete, ve scongiuro, Dice, de facce seppell' a Groppello. E quanno che le forze j' amancorno, Che lui se crese a l'urtimi momenti, Strill: Viva l'Italia! Intorno intorno J'arisposero, e fu l'urtimo strillo: Poi s'intesero ancora antri lamenti E dopo... tutto ritorn tranquillo. XXV. E noi che s'aspettamio 'gni momento La truppa, nun vedenno pi gnisuno, A l'arba, de comun consentimento, Fu deciso de sciojese. Quarcuno Rimase ner casale chiuso drento

Co' li feriti; e de nojantri, ognuno, Dopo che s'approv lo sciojimento, Se sbandassimo tutti. Quarchiduno Fu preso a Roma a piazza Barberina; L'antri sperduti in braccio de la sorte Agnedero a schizz' pe' la Sabina, Li pi se riformorno in carovana, Passorno fiume, presero le crte Drento a li boschi, e agnedero a Mentana.

JORGE LUIS BORGES Scacchiera I I giocatori, nel grave cantone, Guidano i lenti pezzi. La scacchiera Fino al mattino li incatena allarduo Riquadro dove sodian due colori. Raggiano in esso magici rigori Le forme: torre omerica, leggero Cavallo, armata regina, re estremo, Alfiere obliquo, aggressive pedine. I giocatori si separeranno, Li ridurr in polvere il tempo, e il rito Antico trover nuovi fedeli. Accesa nelloriente, questa guerra Ha oggi il mondo per anfiteatro. Come laltro, infinito questo giuoco. II Lieve re, sbieco alfiere, irriducibile Donna, pedina astuta, torre eretta,

Sparsi sul nero e il bianco del cammino Cercano e danno la battaglia armata. Non sanno che la mano destinata Del giocatore conduce la sorte, Non sanno che un rigore adamantino Governa il loro arbitrio di prigioni. Ma anche il giocatore prigioniero (Omar afferma) di unaltra scacchiera Di nere notti e di bianche giornate. Dio muove il giocatore, questi il pezzo. Quale dio dietro Dio la trama ordisce Di tempo e polvere, sogno e agonia?

TRILUSSA Fede Credo in Dio Padre Onnipotente. Ma..... - Ciai quarche dubbio? Tiettelo per te. La Fede bella senza li chiss , senza li come e senza li perch .

VINCENZO CARDARELLI Alla morte Morire s, non essere aggrediti dalla morte. Morire persuasi che un siffatto viaggio sia il migliore. E in quell'ultimo istante essere allegri come quando si contano i minuti dell'orologio della stazione e ognuno vale un secolo. Poi che la morte la sposa fedele che subentra all'amante traditrice, non vogliamo riceverla da intrusa, n fuggire con lei. Troppo volte partimmo senza commiato! Sul punto di varcare in un attimo il tempo, quando pur la memoria di noi s'involer,

lasciaci, o Morte, dire al mondo addio, concedici ancora un indugio. L'immane passo non sia precipitoso. Al pensier della morte repentina il sangue mi si gela. Morte non mi ghermire ma da lontano annnciati e da amica mi prendi come l'estrema delle mie abitudini.

VIRGILIO GIOTTI Le bigolere Nel mondo grando, n una zit sul grando mar, che ga zit e zit e l gente e dafar; nel mile nove zento quaranta dopo Cristo, sto qua, n un canton de subrbio, se ga visto: Quatro fie (e xe sabo dopopranzo bonora), giornaliere del pastificio, vignude fora co la sirena; in ciapo [un mazzo] torno de un tavolin, coi soldi de la paga,

ficai nel scarselin del traverson [grembiulone]; che le rdina, come di giovinoti, un litruz de vin bianco e spagnoleti [sigarette]. I goti una impinissi, alzada in pe, morbinosa [lallegria e la smania addosso] , cun naso paro in su e el sport [sigaretta sport] tra i labri rosa. E le se parla e conta, quatro teste tacade, e le ridi e le scherza un poco imborezzade [eccitate]. par quel che le ga fato. Cheche [gazze] le par alegre, calade su na graia [siepe]. co le ale bianche e negre.

E cuss le se godi in fra de lore una fi dei su disdoto ani, che xe quel che le ga. Oh s, bele! crature de la vita che ieri xe stada, che xe ogi, che sar diman. Veri cari sseri del mondo, che a vardarle le fa pinzer. E un le varda, un griso, l sent: un poeta. Anca lui bel, s, anca lui, s, cratura de la vita che iera e sar: mi.

Mi, che in sto dopopranzo, in sta zit sul mar grando nel grando mondo; de na tola [tavolo] de un bar del subrbio; vardado quele quatro fie go, le bigolere, alegro no, tristo gnanca no.

ALDO PALAZZESCHI Lincendiario 1910


a F. T. Marinetti anima della nostra fiamma

In mezzo alla piazza centrale del paese, stata posta la gabbia di ferro con lincendiario. Vi rimarr tre giorni perch tutti lo possano vedere. Tutti si aggirano torno torno allenorme gabbione, durante tutto il giorno, centinaia di persone. Guarda un pochino dove lanno messo! Sembra un pappagallo carbonaio. Dove lo dovevano mettere?

In prigione addirittura. Gli sta bene di far questa bella figura! Perch non gli avete preparato un appartamento di lusso, cos bruciava anche quello! Ma nemmeno tenerlo in questa gabbia! Lo faranno morire dalla rabbia! Morire! uno che se la piglia! pi tranquillo di noi! Io dico che ci si diverte. Ma la sua famiglia? Chi sa da che parte di mondo venuto! Questa robaccia non mica famiglia! Sicuro, roba allo sbaraglio! Se venisse dall inferno? Povero diavolaccio! Avreste anche compassione? Se vavesse bruciata la casa non direste cos. La vostra l bruciata? Se non l bruciata

poco c corso. bruciato mezzo mondo questo birbaccione! Almeno, vigliacchi, non gli sputate addosso, infine una creatura! Ma come se ne sta tranquillo! Non mica paura! Io morirei dalla vergogna! Star l in mezzo alla berlina! Per tre giorni! Che gogna! Dio mio che faccia bieca! Che guardatura da brigante! Se non ci fosse la gabbia io non ci starei! Se a un tratto si vedesse scappare? Ma come deve fare? Sar forte quella gabbia? Non avesse da fuggire! Dai vani dei ferri non potr passare? Questi birbanti si sanno ripiegare

in tutte le maniere! Che bel colpo oggi la polizia! Se non facevan presto a accaparrarlo, ci mandava tutti in fumo! Si meriterebbe altro che berlina! Quando lnno interrogato, risposto ridendo che brucia per divertimento. Dio mio che sfacciato! Ma che sorta di gente! Io lo farei volentieri a pezzetti. Buttatelo nel fosso! Io gli voglio sputare unaltra volta addosso! Se bruciassero un p lui perch ridesse meglio! Sarebbe la fine che si merita! Quando sar in prigione scapper, talmente pieno di scaltrezza! Peggio duna faina! Non vedete che occhi che ?

Perch non lo buttano in un pozzo? Nel cisternone del comune! E ci sono di quelli che avrebbero piet! Bisogna esser roba poco pulita per aver compassione di questa sorta di persone! Largo! Largo! Largo! Ciarpame! Piccoli esseri dallesalazione di lezzo, fetido bestiame! Ringoiatevi tutti il vostro sconcio pettegolezzo, e che vi strozzi nella gola! Largo! Sono il poeta! Io vengo di lontano, il mondo traversato, per venire a trovare la mia creatura da cantare! Inginocchiatevi marmaglia! Uomini che avete orrore del fuoco,

poveri esseri di paglia! Inginocchiatevi tutti! Io sono il sacerdote, questa gabbia laltare, quelluomo il Signore! Il Signore tu sei, al quale rivolgo, con tutta la devozione del mio cuore, la pi soave orazione. A te, soave creatura, giungo ansante, affannato, traversato rupi di spine, scavalcato alte mura! Io ti liberer! Fermi tutti, v detto! Tenete la testa bassa, picchiatevi forte nel petto, il confiteor questo, della mia messa!

Tnno coperto dinsulti e di sputacchi, quello sciame insidioso di piccoli vigliacchi. Ed naturale che da loro tu ti sia fatto allacciare: quegl insetti immondi e poltroni, sono lividi di malefica astuzia, circola per le loro vene il sangue verde velenoso. E tu grande anima non potevi pensare al piccolo pozzo che tavevan preparato, ci dovevi cascare. Io ti son venuto a liberare! Fermi tutti! Ti guardo dentro gli occhi per sentirmi riscaldare. Rannicchiato sotto il tuo mantello tu sei senza parole,

come la fiamma: colore, e calore! E quel mantello nero te ln gettato addosso gli stolidi uomini vero, perch non si veda che sei tutto rosso? Oppure te lo sei gettato da te, per ricuoprire un poco lanima tua di fuoco? Che guardi allorizzonte? Se salza una favilla? Dimmi, non sei riuscito a trafugare lultimo zolfino? Ti si legge negli occhi! Ma ti saltan dagli occhi le faville, a cento, a cento, a mille! Tu puoi cogli occhi bruciare tutto il mondo! T creato il sole, che bruci al sol guardarti? Quando tu bruci

tu non sei pi luomo, il Dio tu sei! Mi sento correr per le vene un brivido. Ti vorrei vedere quando abbruci, quando guardi le tue fiamme; tutte quelle bocche, tutte quelle labbra, tutte quelle lingue, non vengono a baciarti tutte? Non sono le tue spose voluttuose? Bello, bello, bello e Santo! Santo! Santo! Santo quando pensi di bruciare. Santo quando abbruci, Santo quando le guardi le tue fiamme sante! E voi, rimasti pietrificati dallorrore, pregate, pregate a bassa voce, orazioni segrete.

Anchio sai, sono un incendiario, un povero incendiario che non pu bruciare, e sono come te in prigione. Sono un poeta che ti rende omaggio, da povero incendiario mancato, incendiario da poesia. Ogni verso che scrivo un incendio. Oh! Tu vedessi quando scrivo! Mi par di vederle le fiamme, e sento le vampe, bollenti carezze al mio viso. Incendio non vero quello chio scrivo, non vero seppure per dolo. n tutte le cose la polizia, anche la poesia. L sopra il mio banco ove nacque, il mio libro, come per benedizione io brucio il primo esemplare, e guardo avido quella fiamma,

e godo, e mi ravvivo, e sento salirmi il calore alla testa come se bruciasse il mio cervello. Come mi sento vile innanzi a te! Come mi sento meschino! Vorrei scrivere soltanto per bruciare! Nel segreto delle mie stanze passeggio vestito di rosso, e mi guardo in un vecchio specchio, pieno di ebbrezza, come fossi una fiamma, una povera fiamma che aspetta.... il tuo riflesso! Fuori vado vestito di grigio, ovvero di nessun colore, c anche per le vesti una polizia, come per le parole. E quella per il fuoco tremenda, accanita, gli uomini nno orrore delle fiamme,

gli uomini seri, per questo anno inventato i pompieri. Tu mi guardi, senza parlare, tu non parli, e i tuoi occhi mi dicono: uomo, poco farai tu che ciarli. Ma fido in te! Tapro la gabbia vi Guardali, guardali, come fuggono! Sono forsennati dallorrore, la paura gli tutti impazzati. Potete andare, fuggite, fuggite, egli vi raggiunger! E una di queste mattine, uscendo dalla mia casa, fra le consuete catapecchie, non vedr pi le vecchie reliquie tarlite, cos gelosamente custodite da tanto tempo! Non le vedr pi!

Avr un urlo di gioia! Ci sei passato tu! E dopo mi sentir lambire le vesti, le fiamme arderanno sotto la mia casa.... grider, esulter, mavrai data la vita! Io sono una fiamma che aspetta! Va, passa fratello, corri, a riscaldare la gelida carcassa di questo vecchio mondo!

ARDENGO SOFFICI Via Palazzeschi, eravamo tre, noi due e lamica ironia a braccetto per quella via cos nostra alle ventitr. Il nome, chi lo ricorda? dalle parti di San Gervasio; Silvio Pellico o Metastasio; cera sullangolo in blu. Mi ricordo per il resto: lombra doro sulle facciate, qualche raggio nelle vetrate; agiatezza e onorabilit. Tutto nuovo, le lastre azzurre del marciapiede innaffiato,

le persiane verdi, il selciato, i lampioni color caff; Giardinetti disinfettati canarini ai secondi piani, droghieri, barbieri, ortolani, un signore che guardava in su; un altro seduto al balcone, calvo, che leggeva il giornale. Tra i gerani del davanzale una bambinaia col beb. Un fiacchere fermo a una porta col fiaccheraio assopito, un can barbone fiorito di seta, che ci annus; un sottotenente lucente bello sulla bicicletta, monocolo e sigaretta,

due preti, una vecchia un lacch. Che bella vita dicesti Ammogliati, una decorazione, qui tra queste brave persone, i modelli della citt. Che bella vita fratello! E io sarei stato daccordo; Ma un organetto un po sordo si mise a cantare: Ohi Mar E fummo quattro oramai a braccetto per quella via. Peccato! La malinconia sera invitata da s.

SALVATORE DI GIACOMO A San Francisco


A San Francisco mo sona o risveglio, chi dorme e chi veglia chi fa nfamit Canzone e carcerate

I Vue cc!... Vue, don Giuv!... Cc dinto?!... E [visto?! So benuto int a cummertazione. Sangro?... Emb sango. Mme so fatto [nzisto E tu? Cuntrammenzione ammunizione. Sunino e nnove. Na lanterna a scisto sagliette cielo, mmiez o cammarone: lucette nfaccia o muro o Giesucristo croce, pittato pe devuzione.

Saizino a quatto o cinche carcerate E cchesta n ata notte! uno dicette Mannaggia chillo Dio ca nce ha criate! E ghiastemmanno se spugliate. Trasette nu secondino. Nfaccia e fferriate sunaie: sbattette a porta e se ne iette. II E mo?... Mo? Nn o bberite? Ce cuccammo. Tenite suonno? Poco, a verit Nun ve cuccate No. Veglio. E vigliammo Ve faccio cumpagnia, mastu Giuv. E o carceriero? amico. E si parlammo? Si ce sente? E che fa? Che ce po fa? Basta, p ogni chi sa, mo nce o chiammammo, o mmuccammo na lira e se ne va. Questa a muneta. Senza cumprimente

a cacciasse sempio Ma cc, o ssapite, parlanno cu rispetto e chi mme sente, so zuzzuse, e renare so puibbrite e fossero e renare sulamente Zi Sta passanno on Peppe On P!... Sentite! III Ce sta st amico mio Be?... Mo trasuto Be?... Suonno nun ne tene E c aggia fa? Si premmettete rummane vestuto veglia Cha dda vigli! Sha dda cucc! Lamico mo trasuto mo benuto Ma che mammacche? A chi vu fa ncuit? Add se crere e sta? Cc dditinuto: nun pozzo fa particularit Ce steva na liretta Comm e ditto? Aggio ditto ce steva na liretta

V a proio?... Fatte cchi cc Parla cchi zitto. de carta?... Gnern, so srde E aspetta Pssele chiano chiano asp che faie? Va quacche srdo nterra e tu mme nguaie!... IV Pe nu minuto, dint o cammarone, nun se pepetiaie. Stracque, menate, chisto a cc, chillo a ll, ncopp o paglione steveno a na dicina e carcerate. Duie runfaveno gi, vestite e buone, e, mmiez a ll ate addurmute o scetate, mariuolo a dudece anne, o cchi guaglione vutava attorno ll uocchie affiussiunate. E o cammarone se nfucava. O scisto feteva: a cazettella ca felava affummecava e trave rusecate.

Ll ombra d a funa nfaccia o Giesucristo tremmava, lenta : e ll aria sabbambava e ll afa e tutte st uommene e sti sciate V Dunque dicette o si Giuvanno Accetto, assettato cu Tore Nfamit ncopp a nu scannetiello appede o lietto dunque, aggio fatto o guaio: nun c che fa!... A n anno nun trovavo cchi arricietto! Patevo a n anno! E o bbi Mo stonco cc Se fotte! O core mm o diceva mpietto ca nu iurno perdevo a libbert!... Fa o ualantomo, tratta buono a gente Quante cchi meglio a tratte e cchi lle faie, cchi nn aie cate e veleno e trarimente!

Ribbete, figlie, malatie : so guaie, ma nun pogneno E ccorna so pugnente! To!... Curtellate s, ma corna maie!... VI Ma che bulite di?... dicette Tore Io nn arrivo a cap Ronna Ndriana?!... Leve stu ddonna, famme stu favore! Chiamamela a nomme Schifosa, puttana!... Ll aggio accisa! On Giuv!... S!... Pe llonore Ndriana!... Accisa!... E quanno?.... A na [semmana. Mme scurnacchiava ca nu mio signore, e io llaggio accisa! S! Comm a na cana!... Siente E pecch te scuoste? Io?... Nun [me scosto E pecch te si fatto mpont o scanno?...

Io?... No Fatte cchi cc Sto cc. Mm [accosto Tu siente?... Siente Mme ngannava!... A [nanno!... E saie cu chi? Cu chi?... Mo nn o ssaie [cchi? St amico nun o saie?... Chi?... Chi?... Si tu! VII Lucette acciaro e nu curtiello. O scanno s avutaie, s abbuccaie. Tore cadette e chill ato o fuie ncuollo. n anno, n anno ca te ievo truvanno! lle dicette. Mamma r a Sanit!... Chiste che fanno!... strellaie nu carcerato. E se susette mmiez o lietto, e guardaie Nterra, on Giuvanno ncasava a Nfamit Tre botte o dette. Tutte e tre mpietto E saizie. Pareva

nu cadavere. O sango ll era sciso p a mano dint a maneca e scurreva Chiammate on Peppe!... Cc ce sta n amico ca mme vuleva bene!... E io ll aggio acciso! Mm ccustato na lira a benerico!

JORGE LUIS BORGES Il mare Prima che il sogno (o il terrore) intrecciasse Mitologie e cosmogonie E che il tempo prendesse forma in giorni, il mare, il sempre mare, era l, eterno. Chi dunque il mare? Chi quel violento Mare antico che rode i pilastri Della terra ed uno e molti mari Ed abisso e splendore, caso e vento? Lo si guarda ogni volta per la prima Volta, con lo stupore che le cose Elementari destano; maliose Sere, la luna, il fuoco d'un fal: chi il mare, io chi sono? Lo sapr il giorno che tien dietro all'agonia.

TRILUSSA La stretta de mano Quela de d la mano a chicchessia nun certo unusanza troppo bella: te p succede chhai da strigne quella dun ladro, dun ruffiano o duna spia. Deppi la mano, asciutta o sudarella, quannha toccato quarche porcheria, conti er bacillo duna malatia che tentra in bocca e va ne le budella. Invece a salut romanamente ce se guadambia un tanto co liggiene eppoi nun c pericolo de gnente. Perch la mossa te vi a d in sostanza: Semo amiconi se volemo bene me restamo a una debbita distanza.

BIAGIO MARIN Le ultime ricele Le ultime ricele l'h tolte zo per zuogo co' 'l ponente za in fogo e a levante le stele. Pochi grani dulsi da la longa stagion, savorusi de bon, d'arumi za sfini. La pergola xe rossa e za le fogie cage dal vento persuase co' 'na picola scossa.

(ricele = grappoli)

TAO CHIEN Inondazione Le nuvole insistenti corrono corrono, La pioggia regolare gocciola gocciola. Nelle Otto Direzioni lo stesso crepuscolo; E la pianura una sola grande fiumana. Vino, vino ho qui in serbo! Ozioso bevo alla finestra dOriente. Con grande nostalgia penso agli amici, Ma non vedo apparir barca n cocchio.

JACQUES PRVERT Il ritorno al paese E' un bretone, che ritorna al paese natale dopo aver fatto parecchi colpacci. Egli passeggia davanti alle fabbriche a Doirnain. Non riconosce nessuno. Nessuno riconosce lui. E' molto triste. Entra in una friggitoria per mangiare frittelle ma non pu mangiarle: ha qualcosa in gola che glielo impedisce. Paga, esce, accende una sigaretta. Ma non pu fumarla. Vi qualcosa, qualcosa nella sua testa, qualcosa di storto. Egli sempre pi triste. E subito comincia a ricordare. Qualcuno gli ha detto quando era bambino: "Tu finirai sul patibolo". E per anni non ha mai osato fare niente. N attraversare la strada,

n prendere la via del mare... Niente, assolutamente niente. E si ricorda. Colui che aveva tutto predetto lo zio Crazy R. Lo zio Crazy R che portava a tutti scalogna. Il porco. Il bretone pensa a sua sorella che lavora a Vugirard. A suo fratello morto in guerra. Pensa a tutte le cose che ha visto, a tutte le cose che ha fatto. La tristezza si stringe contro di lui. Ancora una volta tenta di accendere una sigaretta. Ma non ha voglia di fumare. Allora decide di andare a trovare lo zio Crazy R. Va, apre la porta, lo zio non lo riconosce. Ma lui lo riconosce, e gli dice: "Buongiorno zio Crazy R". E poi gli torce il collo. E finisce sul patibolo a Kimpere. Dopo aver mangiato due dozzine di frittelle e fumata una sigaretta.

EDUARDO DE FILIPPO Te sistieme Nu soldo dint' 'a sacca nn' 'o truvavo: ll'amice, cene, femmene, 'o triato... 'A lira overamente nn' 'a curavo, e quase sempe stevo disperato. Dicev' 'a ggente: Sulo na mugliera te p cagn sta capa p' 'a galera. Te nzure, te sistieme nsanta pace... siente na vota nu cunsiglio mio! Emb, m nun me pozzo f capace, emb, v' 'o giuro quanto certio Dio: j' nun s stato maie tanto nguaiato comme a m ca me songo sistimato!

GIORGIO CAPRONI da Natale dei poeti Savvicina il Natale. Ges, portami via. La tua la pi bella bugia che possa allettare un mortale.

TRILUSSA Nummeri - Conter poco, vero: - diceva l'Uno ar Zero ma tu che vali? Gnente: propio gnente. Sia ne l'azzione come ner pensiero rimani un coso voto e inconcrudente. lo, invece, se me metto a capofila de cinque zeri tale e quale a te, lo sai quanto divento? Centomila. questione de nummeri. A un dipresso quello che succede ar dittatore che cresce de potenza e de valore pi so' li zeri che je vanno appresso. 1944

ALDO PALAZZESCHI Movimento Io vo... tu vai... si va... Ma non chiedere dove ti direbbero una bugia: dove non si sa. E tanto bello quando uno va. Io vo... tu vai... si va... perch soltanto andare in un modno di ciechi la felicit.

GIORGIO CAPRONI In una notte dun gelido 17 dicembre luomo che di notte, solo, nel gelido dicembre, spinge il cancello e rientra solo nei suoi sospiri.

LEONARDO SINISGALLI I vezzi dei fanciulli Qualcuno si rovescia le palpebre per darsi importanza, riesce a far centro con uno schioppetto caricato di stoppa e di saliva. Mira a distanza in un occhio e colpisce. Porta in tasca un peperoncino, ne stacca la punta coi denti, la sputa fulmineo non visto in faccia alla gente.

FERNANDO PESSOA Autopsicografia Il poeta un fingitore. Finge cos completamente che arriva a fingere che dolore il dolore che davvero sente. E quanti leggono ci che scrive, nel dolore letto sentono proprio non i due che egli ha provato, ma solo quello che essi non hanno. E cos sui binari in tondo Gira, illudendo la ragione, questo trenino a molla che si chiama cuore.

EDUARDO DE FILIPPO Io vulesse truv pace Io vulesse truva pace; ma na pace senza morte. Una,mmieza tanta porte, sarapesse pe campa! Sarapesse na matina, na matine primmavera, arrivasse fina sera senza di : nzerrate lla ! Senza sentere cchiu a ggente ca te dice: io faccioio dico, senza sentere lamico ca te vene a cunziglia Senza sentere a famiglia ca te dice: Ma chhe fatto? senza scennere cchiu a patto

cua cuscienza e a dignita. Senza leggere o giurnale a nutizia mprussiunante, che nu guaio pe tutte quante e nun tiene che ce fa. Senza sentere o duttore ca te spiega a malatia a ricetta in farmacia lonorario chhe a pava Senza sentere stu core ca te parla e Cuncettina Rita, Brigida, Nannina chesta si chellata no. Pecche insomma si vuo pace e nun sentere cchiu niente e a spera ca sulamente ven a morte a te piglia?

Io vulesse truva pace ma na pace senza morte. Una,mmiez a tanta porte sarapesse pe campa Sarapesse na matina na matina e primmavera e arrivasse fina sera senza di nzerrate la!

VIRGILIO GIOTTI Inverno Dei purziteri, ne le vetrine, xe verdoline le ulive za; ghe xe le renghe bele de arzento; e sfia un vento indiavol: cativo inverno co' e qua!

WILLIAM BUTLER YEATS Un aviatore irlandese prevede la sua morte So che andr incontro al mio destino Lass, da qualche parte fra le nuvole. Io non odio coloro che combatto, Coloro che difendo non li amo; La mia patria Kiltartan Cross, I miei compatrioti la sua povera gente: La mia probabile fine non potr danneggiarli O renderli felici pi di prima. Non legge, non dovere mi spinsero a combattere, N uomo politico, n folla plaudente: Un impulso di gioia solitario Port a questo tumulto fra le nuvole. Ho soppesato tutto, rammentato ogni cosa; Gli anni a venire sembravano spreco di fiato, Uno spreco di fiato gli anni addietro In equilibrio con questa vita, questa morte.

FRANCIS JAMMES Parlo del Signore Ges Parlo del Signore Ges: ma vero poi che ci creda? A cinque anni mi dicevano: su fa il bravo, non fare il birbante, va con Maria alla Chiesa, tieni questo croccante; ma prega il buon Dio e prega la Vergin Maria. E poi cera la processione che io seguivo con la mia governante, e i bei fiori di cotone dentro i bossi della lotteria. E credevo proprio che il Signore fosse un vecchio candido e di buon cuore, pronto a fare ogni favore. Dicono: e se non ci fosse? Che importa; io so che alla sera,

nel villaggio, la mia chiesa tanto grigia e tanto dolce e invita alla preghiera.

GIUSEPPE UNGARETTI Natale Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade Ho tanta stanchezza sulle spalle Lasciatemi cos come una cosa posata in un angolo e dimenticata Qui

non si sente altro che il caldo buono Sto con le quattro capriole di fumo del focolare
Napoli 26 dicembre 1916

BIAGIO MARIN Me speto senpre, speto incora, che fassa lalba, che fassa aurora, e che la vegna a dme un baso, a ufrme el so geranio in vaso, prima che l nulo incora rosso de lultima zorn sia disparo, sora del lo, sora del dosso. Xe za lultima ora: la score calma e sita, la porta via la luse de la vita e me son qua che speto incora.

GIORGIO CAPRONI Congedo del viaggiatore cerimonioso ad Achille Millo Amici, credo che sia meglio per me cominciare a tirar gi la valigia. anche se non so bene lora darrivo, e neppure conosca quali stazioni precedano la mia, sicuri segni mi dicono, da quanto m giunto allorecchio di questi luoghi, chio vi dovr presto lasciare. Vogliatemi perdonare quel po di disturbo che reco. Con voi sono stato lieto dalla partenza, e molto vi sono grato, credetemi,

per lottima compagnia. Ancora vorrei conversare a lungo con voi. Ma sia. Il luogo del trasferimento lo ignoro. Sento per che vi dovr ricordare spesso, nella nuova sede, mentre il mio occhio gi vede dal finestrino, oltre il fumo umido del nebbione che ci avvolge, rosso il disco della mia stazione. Chiedo congedo a voi senza potervi nascondere, lieve, una costernazione. Era cos bello parlare insieme, seduti di fronte: cos bello confondere i volti (fumare,

scambiandoci le sigarette), e tutto quel raccontare di noi (quellinventare facile, nel dire agli altri), fino a poter confessare quanto, anche messi alle strette, mai avremmo osato un istante (per sbaglio) confidare. (Scusate. una valigia pesante anche se non contiene gran che: tanto chio mi domando perch lho recata, e quale aiuto mi potr dare poi, quando lavr con me. Ma pur la debbo portare, non fosse che per seguire luso. Lasciatemi, vi prego, passare. Ecco. Ora chessa nel corridoio, mi sento pi sciolto. Vogliate scusare).

Dicevo, che era bello stare insieme. Chiacchierare. Abbiamo avuto qualche diverbio, naturale. Ci siamo ed normale anche questo odiati su pi dun punto, e frenati soltanto per cortesia. Ma, cosimporta. Sia come sia, torno a dirvi, e di cuore, grazie per lottima compagnia. Congedo a lei, dottore, e alla sua faconda dottrina. Congedo a te, ragazzina smilza, e al tuo lieve afrore di ricreatorio e di prato sul volto, la cui tinta mite s lieve spinta.

Congedo, o militare (o marinaio! In terra come in cielo ed in mare) alla pace e alla guerra. Ed anche a lei, sacerdote, congedo, che mha chiesto sio (scherzava!) ho avuto in dote di credere al vero Dio. Congedo alla sapienza e congedo allamore. Congedo anche alla religione. Ormai sono a destinazione. Ora che pi forte sento stridere il freno, vi lascio davvero, amici. Addio. Di questo, sono certo: io son giunto alla disperazione, calma, senza sgomenti.

Scendo. Buon proseguimento.

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