L’Italia e la Rivoluzione.
Dopo aver lasciato l'Italia per iniziare una campagna contro gli inglesi in Egitto, Bonaparte lasciò che
l'espansione francese nella penisola continuasse. Nel febbraio del 1798, le truppe francesi occuparono lo
Stato Pontificio, portando alla creazione della Repubblica Romana. Questo evento segnò l'esilio di Papa Pio
VI, che morì poco dopo a Valence, in Alta Savoia. Nel frattempo, Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli,
tentò di opporsi all'avanzata francese con un attacco nel Lazio, ma fu sconfitto e costretto a rifugiarsi in
Sicilia. L'assenza del sovrano permise ai patrioti napoletani, con il supporto delle truppe francesi, di
proclamare la Repubblica Napoletana il 21 gennaio 1799.
Contemporaneamente, altre aree della penisola subirono profondi cambiamenti. In Piemonte, la corte
sabauda fu costretta a ritirarsi in Sardegna, mentre il Granducato di Toscana fu occupato militarmente. Gran
parte della penisola entrò così sotto l'influenza della Francia rivoluzionaria, formando un mosaico di
"Repubbliche sorelle" ispirate ai principi francesi. Tuttavia, alcune regioni come il Veneto, la Sicilia, la
Sardegna e il Ducato di Parma e Piacenza rimasero fuori dal controllo diretto francese.
I nuovi governi repubblicani, ispirandosi al modello francese, avviarono trasformazioni significative nelle
strutture sociali e politiche. Nel giro di pochi mesi, furono aboliti i diritti feudali e riformati i sistemi
giudiziari per eliminare i particolarismi locali. Le città di Milano, Genova, Roma, Lucca e Napoli
promulgarono nuove costituzioni influenzate dalla Costituzione francese del 1795. Il fermento culturale fu
stimolato dalla nascita di nuovi giornali che favorirono il dibattito pubblico. Tuttavia, la situazione
finanziaria rimase precaria, aggravando le condizioni di vita delle classi popolari. Gli eserciti francesi,
necessari per sostenere i governi repubblicani, si appropriarono spesso con la forza di risorse alimentari e
repressero con durezza le opposizioni, che cercavano di destabilizzare l'ordine con strategie come la
diffusione di false notizie o l'uso dei sentimenti religiosi per influenzare le masse più umili.
Le folle controrivoluzionarie.
Napoleone, impegnato nella sua campagna in Egitto, incontrò alterni successi. Dopo alcune vittorie, subì una
grave sconfitta nella battaglia navale del Nilo, ad opera dell'ammiraglio britannico Nelson nell'agosto del
1798. Questi eventi favorirono il coinvolgimento dello zar di Russia Paolo I, che nel dicembre dello stesso
anno si unì all'Austria nella formazione di una seconda coalizione antifrancese. La nuova minaccia costrinse
il Direttorio a richiamare numerose truppe dalla difesa delle Repubbliche sorelle, indebolendo queste ultime.
In un contesto di crescente instabilità, scoppiarono insurrezioni controrivoluzionarie, alimentate dalle
popolazioni locali.
Tali movimenti, guidati da aristocratici e membri del clero, non si ribellarono ai vecchi abusi signorili ma, al
contrario, abbracciarono la fedeltà alla corona e alla religione tradizionale. Questo atteggiamento fu il
risultato di fattori economici, politici e culturali: le difficoltà di approvvigionamento e la perdita del
controllo su terre e risorse a vantaggio dei ceti benestanti alimentarono il malcontento. Le fratture sociali,
già aperte dalla Rivoluzione, si approfondirono a causa dell'assenza di un nuovo sistema politico stabile. La
competizione per il controllo dei feudi e dei beni ecclesiastici sfociò spesso in conflitti fra fazioni locali,
espressione di vecchi potentati che, sfruttando il caos, arruolarono milizie per consolidare la loro
supremazia.
La propaganda, strumento chiave del periodo, fu più efficace sul fronte cattolico e monarchico. Il messaggio
controrivoluzionario trovò terreno fertile tra i ceti più umili, sfruttando il loro legame con il clero e il
malcontento per l'instabilità economica e politica. Predicatori e sacerdoti, forti della loro influenza acquisita
nei decenni precedenti, continuarono a diffondere idee contrarie all'Illuminismo e ai riformatori. Bande
armate controrivoluzionarie, come quelle che gridavano "Viva Maria!" o si identificavano come "sanfediste"
in omaggio alla "Santa Fede", si organizzarono in azioni violente, contribuendo alla caduta della Repubblica
Napoletana nel giugno 1799.
Il colpo di stato del 18 brumaio.
Nei primi mesi del 1799, il Direttorio si trovò in una posizione estremamente precaria, schiacciato tra le
pressioni delle opposte correnti monarchiche e neogiacobine. Privo ormai di una reale rappresentanza
assembleare, il governo si mantenne al potere solo attraverso frequenti colpi di Stato. A garantire una
parziale stabilità intervenne Sieyès, figura centrale e autore di testi che avevano alimentato l'agitazione
rivoluzionaria un decennio prima. Determinato a preservare l’eredità della Rivoluzione, Sieyès assunse un
ruolo di controllo decisivo.
Nell'ottobre dello stesso anno, Napoleone, sfuggito a un attacco della marina inglese, sbarcò a Fréjus,
portando una svolta cruciale. Sieyès trovò in lui un alleato fondamentale e strinse un accordo, sfruttando
ancora una volta la forza militare per consolidare il potere. Nonostante l'opposizione delle due camere, i
deputati dissidenti furono messi a tacere con metodi violenti durante il colpo di Stato del 18 Brumaio
dell’anno VIII (9 novembre 1799). Con la repressione dell’opposizione, il potere venne affidato a tre
consoli: Sieyès stesso, Napoleone Bonaparte e il moderato giureconsulto Roger Ducos.
Questo evento segnò la fine della Rivoluzione Francese, un momento che lasciò il paese ad affrontare le
profonde trasformazioni avvenute tra il 1789 e il 1799. La Francia, ormai guidata dal Consolato, si
preparava a intraprendere una nuova fase della sua storia, plasmata da dieci anni di cambiamenti radicali e
conflitti.