Teorie Del Coflitto
Teorie Del Coflitto
Le teorie del conflitto costituiscono una delle principali alternative al funzionalismo e offrono una visione
della società come un campo di divisioni e lotte, piuttosto che come un sistema armonioso e organico.
Secondo questa prospettiva, i conflitti sociali non sono solo eventi eccezionali, ma rappresentano la
condizione normale della società. L'ordine sociale esistente non è il risultato di un accordo o di una
cooperazione, ma è imposto tramite l'oppressione dei gruppi più deboli da parte dei gruppi dominanti. Le
istituzioni sociali non sono viste come risposte funzionali ai bisogni collettivi, ma come il frutto
dell'evoluzione dei conflitti tra gruppi sociali, i quali si organizzano per mantenere il controllo e
sottomettere gli altri. Di conseguenza, ogni società sviluppa istituzioni storiche e particolari, influenzate
dalle dinamiche di potere e oppressione. All'interno di questa prospettiva, si distinguono tre principali
correnti teoriche.
LE SOCIOLOGIE MARXISTE E NEOMARXISTE rielaborano il pensiero di Karl Marx per adattarlo alle nuove
realtà sociali ed economiche. Un contributo significativo proviene dal filosofo Louis Althusser, che
interpreta la teoria marxista in chiave strutturalista, concentrandosi sulle sovrastrutture sociali e
culturali, come la scuola, i mass media e le istituzioni politiche, che contribuiscono alla continuità
sociale.
Althusser introduce la teoria della riproduzione socioculturale, sostenendo che le sovrastrutture non
sono solo il risultato della struttura economica, ma sono essenziali per mantenere le disuguaglianze e
perpetuare l’ordine sociale nel tempo. La scuola, in particolare, gioca un ruolo cruciale nella
trasmissione delle ideologie dominanti. Pierre Bourdieu sviluppa ulteriormente questa visione,
dimostrando come la scuola perpetui le disuguaglianze sociali ed economiche. Un altro tema affrontato
dalla sociologia marxista riguarda la fine del capitalismo, prevista da Marx, ma mai realizzata. Secondo
Lenin, l'imperialismo avrebbe posticipato questa fine, ma molti sociologi hanno rivisitato questa teoria,
sostenendo che il capitalismo si è evoluto diversamente, con la globalizzazione e l'espansione dei
mercati a livello mondiale.
LE SOCIOLOGIE NEOWEBERIANE, ispirate a Max Weber, condividono la sua visione complessa della
stratificazione sociale e dei conflitti. Queste sociologie non sono utopiche e sostengono che i conflitti
sono inevitabili in tutte le società, ma possono stimolare l’evoluzione e il cambiamento sociale.
Contrariamente ad altre teorie sociologiche, non cercano di risvegliare le coscienze, ma si concentrano
sui fatti concreti e sulla distinzione tra la teoria sociologica e i valori ideologici. Queste sociologie
riprendono anche la concezione complessa della stratificazione sociale di Weber, che comprende non
solo fattori economici, ma anche il potere, la cultura e il pluralismo dei gruppi sociali. I conflitti sociali
sono visti come il risultato di queste molteplici dimensioni della società, che Weber ha analizzato in
maniera sistematica. Un altro punto centrale delle sociologie neoweberiane è l'idea che i fenomeni
sociali debbano essere studiati dal punto di vista soggettivo di chi li vive e li interpreta. Questo
approccio implica una forte attenzione alle azioni individuali e alla possibilità che le persone possano
influenzare o modificare la realtà sociale. Inoltre, si pone una grande enfasi sull'analisi microsociologica,
studiando le interazioni quotidiane faccia a faccia e le esperienze psicologiche nella vita sociale,
consapevoli che per comprendere fenomeni di vasta portata è necessario partire dall’analisi dal basso e
arrivare gradualmente alla macrosociologia.
Il concetto di globalizzazione è emerso negli anni Ottanta del Novecento. In quegli anni, alcuni iniziarono a
riconoscere i profondi cambiamenti sociali che stavano avvenendo, che portavano verso la formazione di
una società mondiale, dove tutti gli esseri umani, indipendentemente da origine, nazionalità, cultura o
comunità, fanno parte di un sistema interconnesso.
Peter Worsley, nel 1984, fece un’affermazione provocatoria, sostenendo che "la società umana non è mai
esistita prima d’oggi". Questo concetto ha un fondo di verità, poiché forme associative globali, simili a
quelle attuali, non sono mai esistite. Oggi, infatti, gli Stati, le imprese, i gruppi sociali e gli individui vivono in
un contesto globale, anche se alcune comunità tradizionali sono ancora ai margini di questo processo. Oggi
è possibile parlare di società mondiale per via di due caratteristiche principali:
- INTERDIPENDENZA GLOBALE: ciò che accade in una parte del mondo ha impatti in altre aree del pianeta.
La vita di ciascuno è influenzata da eventi lontani, come attacchi terroristici, crisi economiche, epidemie o
catastrofi naturali, che possono alterare la sicurezza, l'economia e le condizioni di vita in tutto il mondo.
o GLOBALISMO NEOLIBERISTA: Secondo Beck, è l'ideologia che sostiene l'inevitabilità del dominio del
libero mercato globale, che soppianta la politica e gli Stati. In passato, gli Stati avevano un ruolo
centrale nella regolazione e gestione dell’economia, ma ora che il mercato si è globalizzato, gli Stati non
possono più controllare l’economia e devono adattarsi come imprese. Per i neoliberisti, questa perdita
di controllo da parte degli Stati è positiva, poiché permetterà un aumento della produttività e del
benessere globale, riducendo le disuguaglianze e promuovendo la tutela ambientale. Il globalismo
neoliberista è un'ideologia che ha permeato molte correnti politiche, da destra a sinistra, e si è diffusa
in tutte le istituzioni, come un "virus del pensiero".
o ANTIGLOBALISMO AMBIENTALISTA: Questa visione critica il libero mercato mondiale, ritenendolo una
minaccia per l'ambiente. Gli ambientalisti sostengono che solo regolamentazioni statali possano
proteggere l'ecosistema, prevenendo disastri ecologici causati da interessi economici. Secondo Beck,
questi ideologi sono "protezionisti verdi", poiché trattano lo Stato-nazione come una risorsa preziosa,
da difendere come si farebbe con una specie naturale in pericolo di estinzione.
L'errore del globalismo e dell'antiglobalismo deriva dal bisogno umano di semplificare fenomeni complessi.
Pensare alla globalizzazione come a una forza unica che agisce sulla storia rende tutto più semplice, poiché
permette di spiegare i cambiamenti quotidiani come il risultato di un'unica entità. Questo approccio è
rassicurante e comodo, poiché riduce la necessità di interrogativi, approfondimenti o dubbi, spingendo a
scegliere tra favore e opposizione alla "forza globalizzante". Questa semplificazione ricorda il pensiero
mitico, quindi globalismo e antiglobalismo possono essere visti come miti laici moderni.
La globalizzazione ha radici nella modernizzazione e nell'espansione del modello occidentale nel resto del
mondo, come affermato da Giddens (1999), che la definisce un "prodotto occidentale". La modernizzazione
ha trasformato profondamente le società occidentali, e questi cambiamenti non sono rimasti confinati in
Occidente, ma hanno influenzato globalmente. Attraverso la colonizzazione, le nazioni occidentali hanno
imposto il loro dominio politico, economico e culturale su altre popolazioni. Tuttavia, anche paesi come il
Giappone e la Cina, che non sono stati colonizzati, hanno adottato molti aspetti della modernità occidentale
attraverso scambi e relazioni.
Un paradosso della globalizzazione è che, pur essendo originata dalle società occidentali, essa trasforma
anche queste ultime. Giddens osserva che l'idea che gli Stati Uniti stiano "americanizzando" il mondo è
errata, poiché la globalizzazione ha anche cambiato gli Stati Uniti, rendendoli diversi da quelli di prima.
GLOBALIZZAZIONE ECONOMICA
Negli ultimi anni, si è sviluppata un'interdipendenza economica globale senza precedenti, visibile nella vita
quotidiana attraverso i prodotti che acquistiamo nei supermercati e gli oggetti come elettrodomestici e
automobili, che provengono da diverse parti del mondo. Le industrie, come quelle automobilistiche, hanno
avviato una produzione distribuita globalmente sin dagli anni '80, con modelli come la Ford Escort,
composta da pezzi provenienti da vari paesi. Il mercato globale alimenta enormi flussi di capitali, beni e
servizi, con città come New York, Tokyo, Londra e Milano che fungono da centri cruciali per la finanza
internazionale.
Le MULTINAZIONALI sono i principali attori economici in questo contesto, con risorse spesso superiori a
quelle di molti Stati. Alcune di esse agiscono in oligopolio, come nel settore dell'agribusiness, mentre altre
operano come conglomerati che acquisiscono aziende in vari settori. Queste imprese hanno evoluto le loro
strutture, dando maggiore autonomia alle filiali periferiche e impiegando dirigenti di diverse nazionalità.
Oltre alle aziende private, anche organismi pubblici come il Fondo Monetario Internazionale e
l'Organizzazione Mondiale del Commercio stabiliscono regole per gli scambi globali. Le élite economiche,
formate da capitalisti, dirigenti e operatori finanziari, agiscono nel mercato globale, facilitato dalle nuove
tecnologie di comunicazione che permettono transazioni economiche in tempo reale. La diffusione
dell'inglese come lingua franca e la possibilità di eludere i controlli statali hanno ulteriormente agevolato il
mercato globale. Sebbene gli Stati abbiano promosso il libero scambio, oggi si trovano in una posizione di
debolezza, poiché non hanno più gli strumenti per controllare i flussi economici globali.
Nonostante l'apparente anarchia, gli scambi globali seguono regole, tramite una "lex mercatoria", un
sistema normativo flessibile che autoregola le transazioni economiche, redatto dalle grandi transnational
law firms, che agiscono come arbitri nelle controversie. La loro autorità giuridica è riconosciuta dalle
imprese, a volte più potente di quella statale. Con la globalizzazione si sta sviluppando anche una divisione
mondiale del lavoro, suddivisa in due forme principali: una territoriale, in cui i segmenti del processo
produttivo avvengono in luoghi diversi, e una deterritorializzata, resa possibile dalle tecnologie come il
telelavoro, che consente di svolgere attività lavorative da qualsiasi luogo. Un esempio di questa divisione
deterritorializzata è Bangalore, in India, dove ingegneri e operatori di call center lavorano per aziende
internazionali, guadagnando meno rispetto ai colleghi occidentali, ma in linea con il costo della vita locale.
La divisione deterritorializzata del lavoro è anche legata alla crescente importanza dei servizi e dei beni
immateriali, segno della società post-industriale, dove l'economia è incentrata sulla conoscenza. La
globalizzazione ha cambiato la percezione del lavoro: per le imprese, il lavoro è visto sempre più come un
costo da gestire, mentre per i lavoratori cresce l'incertezza, alimentata dalla concorrenza globale.
La concorrenza nel mercato del lavoro transnazionale sfugge al controllo degli Stati e dei sindacati,
riducendo le sicurezze tradizionali, e le aziende più piccole, che operano su scala locale, sono
particolarmente vulnerabili. Questo fenomeno alimenta un crescente senso di insicurezza tra i lavoratori.
La divisione mondiale del lavoro ha anche effetti sulla cultura lavorativa, con la transizione dal tradizionale
sistema di fabbrica a un modello di cooperazione a distanza, dove si creano comunità virtuali di lavoratori.
Questo cambiamento rende più difficile mantenere un senso di appartenenza a una classe sociale, come
accadeva nell'era industriale, quando i lavoratori si organizzavano nei luoghi di lavoro. Le comunità virtuali
e la crescente educazione dei lavoratori, unita all'economia della conoscenza, stanno modificando i rapporti
di lavoro, spingendo verso un modello meno gerarchico e più cooperativo. La partecipazione al processo
produttivo è ora più importante dell'appartenenza a una struttura di comando. Questo cambiamento è
legato anche alla globalizzazione e alla necessità di scambiare idee innovative in un mercato globale
dell'informazione, riducendo l'importanza dei conflitti di lavoro tradizionali e favorendo negoziazioni
industriali più collaborative.
GLOBALIZZAZIONE POLITICA
Il panorama politico mondiale è oggi caratterizzato dal policentrismo, in cui non solo gli Stati, ma anche
attori non statali come organizzazioni sovranazionali, multinazionali, ONG, movimenti sociali e altre
associazioni hanno un ruolo influente. Secondo il politologo James Rosenau, siamo passati dalla "politica
internazionale", dominata dagli Stati, alla "politica post-internazionale", dove il potere è condiviso tra gli
Stati e altri soggetti, come le imprese e le organizzazioni non governative. Questo nuovo scenario ha creato
uno spazio transnazionale fluido e senza confini, che gli Stati non possono controllare completamente.
Alcuni sostengono che questo policentrismo sia il risultato di un "permissivismo" degli Stati, che non sono
più determinati nel mantenere il loro potere, ma altri ritengono che la causa sia la crisi dello Stato
moderno, che non riesce più a esercitare pienamente la sua sovranità. Diversi fattori hanno contribuito a
questa transizione, tra cui:
Nel contesto della democrazia, la sua diffusione negli ultimi decenni ha portato molti paesi a trasformarsi
da autoritari a democratici, ma rimane spesso superficiale. Nonostante il 70% dei paesi indice elezioni e una
larga parte rispetti i diritti civili, circa metà delle democrazie sono di facciata. La recessione democratica,
iniziata con la crisi economica del 2008, ha visto alcuni paesi tornare a regimi autoritari. La democrazia
viene spesso utilizzata come strumento per "mettersi in regola" nello scenario internazionale, ma può
anche essere percepita come una democrazia apparente, dove i governi rispondono più alle necessità
economiche che alle aspettative democratiche.
In paesi democratici consolidati, la fiducia nelle istituzioni sta diminuendo. Fenomeni come la crescente
disaffezione nei confronti dei politici e la partecipazione in forme di democrazia diretta (manifestazioni,
attivismo sui social media) mostrano una crescente sfiducia nel sistema rappresentativo. I governi, percepiti
come lontani dalla realtà della gente, reagiscono spesso in modo superficiale alle pressioni della società
civile, mettendo in discussione i principi fondamentali della democrazia rappresentativa.
GLOBALIZZAZIONE CULTURALE
Sebbene alcuni vedano la globalizzazione come un processo di omogeneizzazione culturale, che diffonde la
cultura occidentale, altri sottolineano la complessità del fenomeno, che non si limita a un semplice dominio
culturale. La globalizzazione porta, infatti, a una fusione di elementi culturali locali e globali, dando vita a
forme ibride. Le tradizioni locali, pur sotto la pressione della globalizzazione, non sono distrutte, ma si
adattano e assumono un nuovo significato: tendono a diventare più superficiali e meno vincolanti.
Nel contesto della globalizzazione, le tradizioni culturali perdono l’autorità che avevano in passato,
divenendo scelte individuali piuttosto che norme collettive. In Occidente, dove la modernizzazione aveva
già eroso le tradizioni economiche e politiche, l’erosione delle tradizioni è in parte più parziale, mentre nel
resto del mondo è più radicale. I mass media giocano un ruolo importante in questo processo,
spettacolarizzando tradizioni e svuotandole del loro significato profondo.
Il confronto critico, facilitato dalla globalizzazione, spinge anche a un'analisi delle tradizioni, che non sono
più considerate dogmi ma pratiche che possono essere discusse e rielaborate. Questo ha portato a
fenomeni come la secolarizzazione delle religioni, la crisi della scienza (che perde autorità in un contesto
critico e democratico), le trasformazioni nella famiglia, e l’emergere di nuovi modelli di unione come il
matrimonio romantico basato sull'amore.
Tuttavia, l'erosione delle tradizioni genera anche reazioni, come il fondamentalismo, che può manifestarsi
in vari settori, non solo religiosi, ma anche etnici, politici e morali. Il fondamentalismo si oppone alla
globalizzazione, pur beneficiando degli strumenti che essa offre, come i mass media e la politica
transnazionale. Pertanto, il fondamentalismo è un fenomeno paradossale: è sia una risposta alla
globalizzazione che una sua conseguenza.
GLOBALIZZAZIONE IN ANTROPOLOGIA
Nel Novecento, l'antropologia ha evoluto il suo approccio, adattandosi alle sfide della globalizzazione e ai
grandi movimenti migratori che hanno favorito l'incontro tra culture. Inizialmente focalizzata sulle società
tribali e primitive, si è spostata verso lo studio del mondo contemporaneo. Questo cambiamento è
sottolineato nel titolo dell'introduzione di Fabietti, Malighetti e Matera, "Dal tribale al globale" (2002), che
evidenzia l'evoluzione sia degli oggetti di studio sia dei metodi adottati. Godelier, antropologo francese,
individua tre processi storici che hanno contribuito alla globalizzazione:
Godelier osserva che la globalizzazione non comporta un'unificazione politica, ma implica due tendenze
contrapposte: l'integrazione economica e la segmentazione politica e culturale, con la nascita di nuovi Stati,
spesso attraverso conflitti.
SOVRAPPOSIZIONE DI CULTURE: Nel contesto globalizzato, convivono diverse culture, fenomeno noto come
ibridazione culturale o creolizzazione, che implica la sovrapposizione di tradizioni culturali diverse. Questo
processo è sempre esistito, ma si è intensificato con la globalizzazione, come dimostra l'esempio del
melting pot negli Stati Uniti, dove diverse etnie si mescolano e coesistono Marc Augé suggerisce che non
è più possibile concentrarsi solo su aspetti particolari di certe sottoculture, poiché questi si inseriscono in
un contesto più ampio. Allo stesso tempo, non è utile analizzare solo la dimensione globale, senza
considerare le specificità locali. Secondo lui, l'epoca attuale è caratterizzata da un continuo movimento tra il
livello locale e quello globale, come evidenziato da molti immigrati che, pur vivendo in un nuovo contesto,
mantengono legami con la loro cultura di origine attraverso feste, film o musica.
Un altro effetto della globalizzazione è la perdita del legame tra luogo e cultura. Il concetto di localizzazione
è stato superato, e si è imposto quello di delocazione e deterritorializzazione, che non riguarda solo
l'abbandono fisico di un territorio, ma anche la creazione di relazioni e condivisioni di interessi e
conoscenze che vanno oltre i confini fisici. In questo contesto, si parla di culture transnazionali, come
definito dall'antropologo svedese Ulf Hannerz. Queste culture non sono più legate a un territorio specifico,
ma si sviluppano attraverso reti globali, come quelle che si formano su Internet, dove persone di diverse
parti del mondo si scambiano informazioni, emozioni, interessi e valori.
ECUMENE GLOBALE: La globalizzazione comporta una dialettica tra dimensione globale e locale, visibile in
esempi quotidiani che dimostrano come le culture si influenzano reciprocamente. Hannerz, nell'opera La
diversità culturale (1996), descrive come giovani in un villaggio irlandese, Carna, vengano da altre parti per
imparare il gaelico, lingua locale in pericolo di estinzione. In questo contesto, la globalizzazione si manifesta
nell'interazione tra tradizioni locali e influenze globali. Hannerz introduce il concetto di "ecumene globale",
indicando come le comunità tradizionali diventino sempre più permeabili agli influssi esterni, trasformando
il luogo da "contenitore" di cultura a "centro" di incontro e fusione culturale.
GLOCALIZZAZIONE: Il concetto di "glocalizzazione", proposto dal sociologo Zygmunt Bauman (2005), indica
situazioni in cui la globalizzazione rispetta la dimensione locale, o viceversa, quando una realtà locale si
apre al globale mantenendo la propria identità.
Arjun Appadurai, nell'opera Modernità in polvere (1996), esplora la tensione tra omogeneizzazione
(diffusione di un modello globale dominante, come l’americanizzazione) ed eterogeneizzazione (la
riformulazione locale di elementi globali, come nella glocalizzazione). Appadurai descrive come fenomeni
globali come la musica, la moda o anche il terrorismo siano adattati e interpretati localmente in modo
particolare. Questo processo di ibridazione e assimilazione porta alla coesistenza di elementi omogenei ed
eterogenei in un mondo che appare allo stesso tempo unificato e diversificato.
il processo continuo di assimilazione e integrazione tra culture chiama in causa, secondo Ugo Fabietti, nel
suo lavoro L’identità etnica (1998), il concetto di acculturazione, che descrive come il processo attraverso
cui individui e gruppi si adattano a nuovi elementi culturali, assumendo elementi da altre culture. In un
mondo globalizzato, l'acculturazione è un fenomeno continuo, che sollecita le persone ad integrare
costantemente nuove influenze culturali.
La globalizzazione è un fenomeno che non è esente da resistenze e opposizioni, come evidenziato dal
concetto di deglobalizzazione di Hannerz. Alcuni paesi, come Myanmar o l'Albania sotto il regime di Enver
Hoxha, hanno scelto politiche di autoesclusione e isolamento dal resto del mondo. Questo dimostra che la
globalizzazione non è un processo inevitabile e irreversibile. In molti casi, l'esclusione dalla comunità
globale non è una scelta politica consapevole, ma è causata dalla difficoltà di alcuni paesi di adattarsi agli
standard politici e economici imposti dalla globalizzazione. Alcune regioni, come l'Africa, stanno regredendo
e scivolando ulteriormente nella povertà, con alcuni paesi che non riescono a sostenere le sfide
economiche globali.
La globalizzazione è oggetto di critiche da parte di due movimenti principali:
Entrambi denunciano una dinamica di centro-periferia, dove i paesi ricchi impongono i propri modelli
culturali, economici e politici ai paesi più poveri, che li accolgono ma spesso li adattano alla propria realtà.
Questo processo porta a una omogeneizzazione culturale, ma non è un processo meccanico; alla diffusione
di una cultura esterna segue una indigenizzazione, ovvero un adattamento delle novità alla cultura locale.
o ETHNOSCAPES: Il movimento di persone, come migranti, rifugiati, turisti, e lavoratori, che formano
nuove comunità meno stabili rispetto alle tradizionali reti di parentela.
o TECHNOSCAPES: La diffusione globale della tecnologia, che supera rapidamente i confini geografici.
o FINANCESCAPES: I flussi economici globali, come i movimenti di denaro tra banche e investitori
internazionali.
o MEDIASCAPES: I mass media, come giornali, libri, radio, e televisione, che diffondono immagini, storie e
narrazioni in tutto il mondo, mescolando realtà e immaginazione.
o IDEOSCAPES: Le immagini politiche, come quelle che promuovono ideali di libertà, diritti, sovranità e
democrazia, che si diffondono globalmente ma che si adattano alle culture locali per avere successo.
Questi panorami riflettono come la globalizzazione crei interconnessioni tra culture, economie e ideologie,
pur mantenendo al contempo le dinamiche di potere e le resistenze culturali.
L'antropologia, in passato orientata principalmente allo studio dell'“altro” e del diverso, ha oggi evoluto il
suo campo di indagine. Non si parla più solo di alterità, ma di identità culturali plurime e dinamiche, che si
intrecciano e mutano. Questo ha portato alla nascita di nuovi ambiti di studio e applicazioni
dell’antropologia nel contesto contemporaneo.
Antropologia urbana: L'antropologo Hannerz esplora la diversità nelle società moderne, con particolare
attenzione alle nuove identità che emergono nelle grandi città. Marc Augé e Arjun Appadurai
analizzano le realtà postcoloniali, come i ghetti di Mumbai.
Multiculturalismo: Lo studio del mondo postcoloniale, in particolare il multiculturalismo, è trattato
dallo studioso Stuart Hall, che si concentra sulle identità culturali nei contesti postcoloniali.
Antropologia del consumo: Daniel Miller, esplorando il nostro rapporto con gli oggetti materiali, ha
fondato l’antropologia del consumo, focalizzandosi su come gli individui e le società interagiscono con i
beni materiali.
Oltre al cambiamento degli oggetti di studio, anche l'approccio e la scrittura antropologica sono cambiati. Si
adotta spesso uno stile più narrativo, come nei reportage o racconti, come accade nelle opere di Miller e
Augé. Questo segna una trasformazione anche nel tipo di testo antropologico, che diventa un "romanzo-
verità", un racconto che, pur essendo una finzione, è considerato una verità culturale.
Clifford Geertz, in "Interpretazioni di culture", sottolinea che il lavoro dell'antropologo non consiste nel
rappresentare in modo neutrale la realtà, ma nell’interpretarla. Secondo Geertz, l'antropologo restituisce
un punto di vista interno alla cultura studiata, operando un'interpretazione. Questo approccio è dinamico:
l'antropologo non può evitare di studiare una realtà attraverso le proprie idee e aspettative, che, durante lo
studio, vengono continuamente riviste e adattate, in quanto potrebbero risultare inadeguate o errate.
La modernità e la postmodernità sono caratterizzate dall'espansione delle città, che diventano sempre più
grandi, densamente popolate e globalizzate. Le metropoli (con milioni di abitanti, come Roma) e le
megalopoli (con più di dieci milioni di abitanti, come New York o Mumbai) sono i luoghi principali di questa
trasformazione. Le città, luoghi di migrazione e scambio, diventano veri laboratori multiculturali, dove le
identità culturali vengono riformulate e mescolate.
Già tra l'Ottocento e i primi decenni del Novecento, i sociolongi, come Georg Simmel e la Scuola di Chicago,
si erano concentrati sulla città come oggetto di studio. Con il cambiamento degli scenari antropologici,
anche gli antropologi iniziano a considerare la città come campo di osservazione, creando quella che oggi
viene chiamata antropologia urbana.
L'antropologo Ulf Hannerz, nel suo lavoro "Esplorare la città", analizza l'interesse crescente degli
antropologi per la città, che deriva da vari fenomeni:
- La migrazione dalle zone rurali verso le città, un fenomeno che riguarda anche i paesi del "Terzo
mondo".
- Negli Stati Uniti, la riscoperta di povertà ed etnicità, principalmente nei contesti urbani.
- I cambiamenti nelle città europee causati dai flussi migratori, dovuti a guerre e povertà.
Con l’antropologia urbana, la città diventa un contesto di studio che esplora le diversità sociali e anche gli
aspetti che rendono la città diversa dal villaggio, come l'anonimato, che caratterizza le interazioni fugaci
nelle aree urbane.
Un elemento chiave dell'antropologia urbana è l'uso del metodo etnologico tradizionale, in particolare
l'osservazione partecipante, che inizialmente si concentra su territori etnici o ghetti. I ghetti sono visti come
"villaggi urbani", in cui si ricostruiscono reti sociali simili a quelle di un villaggio. Tuttavia, Hannerz sostiene
che l'antropologia urbana non si debba limitare a studiare solo questi quartieri etnici, ma deve includere
anche lo studio della solitudine e anonimato che emergono nelle metropoli, cercando di comprendere le
diverse forme di socializzazione.
La città rappresenta un terreno fertile di incontro tra antropologia e sociologia urbana. Le due discipline,
pur trattando lo stesso oggetto (la città), lo fanno da prospettive diverse: la sociologia adotta uno sguardo
dall'alto (dal generale al particolare) e utilizza metodi quantitativi, mentre l’antropologia adotta uno
sguardo dal basso (dal particolare al generale) e predilige approcci qualitativi, concentrandosi sulle relazioni
concrete tra le persone.
MARC AUGE: Marc Augé è uno degli antropologi più importanti del panorama contemporaneo e la sua
ricerca ha segnato il passaggio dell'antropologia dallo studio delle società tribali alle dinamiche globali. Un
tema centrale nelle sue analisi è l'urbanizzazione, vista come una delle manifestazioni più spettacolari della
globalizzazione. Augé paragona l'urbanizzazione alla nascita dell’agricoltura, in quanto ha portato a un
cambiamento nelle modalità di mobilità, con una costante circolazione di persone, che cambiano residenza
e occupazione.
Uno dei concetti chiave di Augé è la "rurbanizzazione", che descrive la creazione di un tessuto urbano
continuo, in cui le città si connettono senza soluzione di continuità. Questo fenomeno è visibile, ad
esempio, in Europa, dove le autostrade permettono di viaggiare da una città all'altra senza uscire mai
dall'ambito urbano. Parigi, con la stazione di Châtelet-Les-Halles, rappresenta un esempio emblematico di
questo collegamento tra centro e periferia, con persone provenienti dalle banlieue che utilizzano la
stazione come punto di incontro.
Augé offre una riflessione sullo spazio urbano attraverso la metropolitana parigina, che considera un
microcosmo della città stessa, dove si alternano solitudine, socializzazione e commercio. La metropolitana è
simbolo di una mobilità moderna che riflette la fluidità del mondo globale, ma che al contempo isola e
esclude ciò che è locale. La città diventa quindi una "scenografia" del mondo, che raccoglie tutte le
contraddizioni globali come violenza, esclusione sociale, migrazioni, e ghettizzazione.
Un altro tema centrale nella riflessione di Augé è la dialettica globale/locale. In un mondo globalizzato, la
città diventa il luogo dove si manifesta questa contraddizione, con chi è dentro il sistema globale che
appartiene a una dimensione privilegiata e chi è escluso, geograficamente o socialmente. Le banlieue
parigine, per esempio, sono luoghi emblematici di emarginazione, dove la povertà e la violenza segnano la
frattura tra il centro ricco e le periferie povere.
Un concetto centrale nelle sue teorie è quello di "surmodernità", che descrive come la società
contemporanea abbia rimosso il passato, creando spazi anonimi e globalizzati, privi di un'identità chiara. In
contrasto con il "luogo", che è un "spazio antropologico" carico di significato simbolico e relazionale, il
"nonluogo" rappresenta uno spazio privo di caratteristiche identificabili, astratto e spersonalizzante. Gli
aeroporti, le stazioni, le autostrade, e i centri commerciali sono esempi tipici di nonluoghi, dove le persone
sono spesso distratte e senza legami emotivi con l’ambiente che li circonda. Questi luoghi simbolizzano la
solitudine e l'anonimato, ma Augé spera che, nonostante ciò, le persone possano trovare un senso di
solidarietà e costruire una connessione collettiva. La sua visione finale auspica che, nonostante il vuoto dei
nonluoghi, si possa creare una comunanza che trasformi il mondo in un "luogo" ricco di significato, valori
simbolici e affettivi.
Il cosmopolitismo viene reinterpretato da Appadurai come un fenomeno che emerge in contesti popolari,
radicati nelle realtà locali. Egli esamina il caso della città di Mumbai, che, grazie alla sua lunga tradizione di
scambi culturali e commerciali, è diventata un esempio di cosmopolitismo dal basso, in cui si mescolano
diverse religioni, etnie e lingue.
Appadurai esplora anche un'altra forma di cosmopolitismo dal basso, legata alla collaborazione
internazionale, che implica azioni politiche globali. Un esempio di questo è il movimento per il diritto alla
casa nato a Mumbai negli anni Novanta, che si è connesso con altri movimenti simili in Nepal, Sudafrica,
Filippine e Thailandia. Questi movimenti, che riguardano gli abitanti degli slums (quartieri poveri),
rappresentano una "globalizzazione della povertà", in cui le popolazioni dei paesi postcoloniali acquisiscono
una nuova identità e pratiche democratiche. Questi movimenti evidenziano la diffusione globale dei diritti
umani, l'affermazione della democrazia come valore universale e l'ascesa di un attivismo globale,
alimentato dall'accesso a Internet. Tale attivismo influenza politiche in vari ambiti, come il lavoro,
l'ambiente, il commercio e la finanza. Appadurai considera questi movimenti come parte di un
ampliamento mondiale della società civile e un attivismo senza confini, che si inserisce nel contesto della
modernità diffusa della globalizzazione.
Concludendo la sua riflessione, Appadurai sostiene che la globalizzazione, pur generando crisi complesse,
offre anche opportunità per nuovi modelli di solidarietà e giustizia sociale. Gli studiosi, secondo lui, devono
adottare una "posizione partigiana", agendo come mediatori e promotori di una etica della possibilità,
all'interno di una antropologia del futuro.
STUART HALL: Stuart Hall, antropologo giamaicano e figura centrale della New Left Review, sviluppa una
teoria dell'identità culturale che si contrappone alla concezione statica e chiusa delle identità. Secondo Hall,
l'identità non è un'entità stabile, ma è il risultato di un processo dinamico che si costruisce attraverso la
memoria, la narrazione e il mito. Essa è sempre in evoluzione e il suo significato cambia a seconda del
contesto storico e culturale.
Nel suo libro Identità culturale e diaspora (2006), Hall sottolinea due aspetti fondamentali delle identità:
- Le identità provengono da molteplici luoghi e storie: L'identità è il frutto di influenze diverse, come nel
caso delle migrazioni, che hanno sempre avuto un ruolo centrale. L’identità si alimenta di apporti etnici
e culturali differenti. Inoltre, l'identità si costruisce attraverso il racconto di sé, come nel caso della
narrazione dell'identità italiana, che si fonda sul mito risorgimentale e sull'uso di simboli come la
bandiera tricolore.
- Le identità sono in continua trasformazione: Hall sostiene che le identità non sono fisse ma in continuo
cambiamento, riflettendo le diverse esperienze e contesti storici.
Hall introduce il concetto di etnicità come un elemento legato a discorsi storici e sociali. L’etnicità è un
concetto aperto, che si trasforma continuamente in base ai contesti storici e culturali. In contrasto,
l'"anglicità" viene descritta come una forma di identità chiusa e storicamente determinata, vissuta in modo
forte e immutabile dagli inglesi.
Nonostante le identità siano sempre aperte a sviluppi ulteriori, Hall sostiene che ogni individuo è
"etnicamente situato", ovvero si colloca in uno specifico contesto culturale e sociale e questa collocazione è
essenziale per comprendere le proprie identità etniche.
Un esempio delle sue teorie è dato dalle comunità afrocaraibiche e asiatiche in Gran Bretagna negli anni
Settanta. L'uso dell’etichetta "black" (nero) rappresenta per queste comunità un focus di identificazione,
non solo per le origini caraibiche o africane, ma anche per la consapevolezza di essere anche inglesi. Questi
gruppi non scelgono tra le loro identità ma vogliono mettere in evidenza le differenze esistenti tra le diverse
forme di "essere neri" in base alla società di appartenenza.
Le identità diasporiche che nascono in contesti migratori sono ibridiche: esse portano con sé elementi delle
origini ma anche delle nuove situazioni in cui i gruppi si sono integrati. Queste culture si sviluppano nelle
periferie delle metropoli occidentali, dove si creano enclave di persone che, divise tra due identità e due
lingue, devono ridefinire quotidianamente il proprio comportamento, bilanciando i valori tradizionali con
quelli del paese d'adozione. Hall estende il concetto di identità diasporica a tutte le identità culturali. Anche
gli inglesi stessi, con la loro storia di influenze romane, vichinghe e celtiche, sono considerati diasporici.
Questa visione smantella l'idea di identità culturale come qualcosa di chiuso e autosufficiente, proponendo
invece una concezione di identità culturale come problema aperto, che non è mai totalitaria, ma sempre
fluida e in trasformazione.
RELIGIONI
La religione è un fenomeno universale, presente in tutte le società, ma variegato nelle sue forme, che
includono monoteismo, politeismo, animismo, panteismo e altre. Gli studiosi delle scienze umane, come
antropologi, psicologi e sociologi, cercano di identificare aspetti comuni tra le religioni. Gli antropologi
esplorano gli aspetti universali, i psicologi analizzano emozioni e processi cognitivi legati alla religiosità,
mentre i sociologi si concentrano sull'aspetto sociale e istituzionale, come credenze, rituali, gruppi religiosi
e oggetti sacri.
Non è corretto applicare le caratteristiche di una religione su tutte le altre, poiché ogni religione può
differire. Le religioni principali condividono alcuni aspetti comuni: credenze su una dimensione
trascendente (spiriti, dei, un dio unico), pratiche rituali (preghiere, riti, sacrifici), gruppi religiosi (chiese,
sette, movimenti spirituali), specialisti del sacro (sacerdoti, sciamani) e oggetti/luoghi sacri (architetture,
abbigliamento rituale). Ogni religione integra questi fattori in un sistema complesso, con significati e
importanza che possono variare, come nel caso delle chiese cristiane e delle moschee islamiche rispetto a
un bosco sacro in religioni tribali.
L'esperienza religiosa è stata oggetto di studio sociologico sin dai suoi inizi, soprattutto in relazione ai
cambiamenti storici e sociali. Processi come industrializzazione, urbanizzazione e illuminismo hanno
modificato il ruolo della religione, in particolare in Occidente. Alcuni studiosi hanno visto la religione come
in declino, mentre altri hanno analizzato il suo significato e funzione in relazione ai cambiamenti sociali.
Comte e Marx hanno proposto il "superamento" della religione. Comte vedeva la religione come uno stadio
primitivo del pensiero umano, destinato a essere sostituito dalla scienza. Tuttavia, proponeva una
"religione dell'Umanità", dove Dio è sostituito dagli esseri umani. Marx considerava la religione come una
forma di alienazione, un'illusione creata dalla classe dominante per mantenere il proletariato sottomesso, e
credeva che la sua fine fosse legata a un cambiamento radicale della struttura sociale con l'abbattimento
del capitalismo.
Durkheim, nel suo studio "Le forme elementari della vita religiosa" (1912), analizza la religione come
fenomeno sociale, sottolineando la separazione tra sacro e profano e l'unione collettiva che la religione
crea. La religione è un'espressione della coesione sociale e serve a rafforzare l'integrazione nella società,
come nel caso del suicidio egoistico, che è più frequente in contesti sociali disintegrati. Tuttavia, Durkheim
riconosce che nell'uomo moderno la religione può perdere il suo potere disciplinante.
Max Weber, nel suo saggio "L'etica calvinista e lo spirito del capitalismo" (1904-1905), esplora il legame tra
lo sviluppo economico e l'etica protestante, specialmente quella calvinista. Secondo Weber, la visione
calvinista dell’ascesi intramondana, che valorizza il lavoro come segno della benevolenza di Dio, ha favorito
l'accumulo di ricchezze, creando le condizioni per il capitalismo. Tuttavia, con il diffondersi del capitalismo,
la ricchezza ha perso il suo significato religioso ed è diventata un obiettivo in sé.
Ernst Troeltsch (1912) ha introdotto una distinzione tra chiesa e setta. La chiesa è universale, accoglie
chiunque nasca all'interno di essa e si compromette con il mondo esterno, mentre la setta è un gruppo
ristretto di persone che vive la propria fede con fervore e critica la società. Tuttavia, questa distinzione è
stata considerata riduttiva, in particolare nei contesti protestanti.
La ricerca empirica ha anche studiato le diverse modalità di religiosità, come quelle identificate da Charles
Glock, che ha individuato cinque dimensioni: credenza, esperienza, pratica, appartenenza e conoscenza.
Queste dimensioni possono essere indipendenti tra loro, e in alcuni contesti, la pratica religiosa può essere
in calo mentre la credenza cresce. Grace Davie ha evidenziato il fenomeno del "credere senza
appartenere", dove le persone si dichiarano credenti senza essere membri di una comunità religiosa
specifica.
La religiosità deve essere letta nel suo contesto storico-sociale, poiché l'indice di religiosità può variare: in
alcune società, la partecipazione ai riti religiosi è un atto rispettato, mentre in altre è vista come
conformismo o paura della discriminazione sociale.