Dopo L'unità
Dopo L'unità
La proclamazione dell’unità d’Italia aveva costruito solo formalmente uno spazio unico per tutti i 20 milioni
di italiani. In pratica il processo di unificazione era ancora da compiere perché quello spazio comprendeva
una realtà tutt’altro che omogenea e, anzi, caratterizzata da vistose differenze economiche, sociali, culturali
e politiche. Nel sud, infatti, l’arretratezza economica era evidente (in quanto rimasto estraneo alle
innovazioni della rivoluzione industriale), la maggior parte della popolazione era analfabeta, vi era ancora la
monocoltura, le attività artigianali e manifatturiere erano pochissime, la pellagra (malattia causata dalla
carenza di niacina, dovuta al fatto che le persone si cibassero quasi esclusivamente di mais) si era diffusa
nelle campagne ed era ancora presente il protezionismo (al contrario del nord in cui vie era presente una
politica economica di stampo liberista). Dunque, la costruzione amministrativa dello Stato italiano
rappresentò il passaggio più delicato e complesso dell’intero processo risorgimentale. Inoltre, dopo l’unità a
governare furono uomini appartenenti a una ristretta élite aristocratica e alto-borghese. Infatti, all’epoca la
legge elettorale piemontese stabiliva che per poter far parte del parlamento italiano, non solo si doveva
saper leggere e scrivere, ma si dovevano avere 25 anni di età e soprattutto si dovevano pagare 40 lire di
imposte dirette, che non tutti potevano permettersi di pagare. Dunque, l’elettorato attivo italiano, su circa
22.000.000 di italiani, riguardava appena il 2% della popolazione.
Dopo l’unità a guidare il paese fu la Destra, poi detta Destra storica (perché si trattava degli stessi uomini
che avevano fatto il risorgimento, come Marco Minghetti, Quintino Sella e Alfonso la Marmora), i cui
esponenti appartenevano al mondo liberale moderato. Il principale ispiratore di questo gruppo fu Cavour, il
quale aveva avvicinato il moderatismo piemontese al liberismo europeo, aveva consolidato il ruolo del
Parlamento e aveva impresso in Piemonte i caratteri di uno stato laico. Egli, però, morì inaspettatamente il
6 giugno del 1861 lasciando nel giovane stato italiano un grande vuoto da colmare. A proseguire il progetto
cavouriano furono i suoi successori (tutti provenienti dal nord) che governarono il paese fino al 1876.
Questi puntavano al pareggio del bilancio ed erano favorevoli al libero commercio, al mantenimento
dell’alleanza con la Francia e alla ricerca di equilibrio tra le potenze europee. Nel Parlamento l’opposizione
era sostenuta dalla Sinistra storica i cui componenti erano gli eredi dei liberal-democratici piemontesi. Vi
erano Francesco Crispi, Urbano Rattazzi e Giuseppe Garibaldi, i quali rivendicavano l’allargamento del
suffragio universale e la riduzione delle tasse.
L’annessione del Mezzogiorno al Regno d’Italia si rivelò un’operazione molto complicata: lo stesso Garibaldi
non era riuscito ad amministrare quei territori. Per loro la situazione non mutò molto dopo essere passati
sotto il controllo del governo italiano. Gli uomini della destra avevano infatti una conoscenza molto limitata
della reale situazione sociale del meridione; pertanto, non misero a punto nessun progetto specifico per
accompagnare l’accorpamento di quei territori. Erano invece convinti che per favorire l’integrazione del Sud
al resto del regno fosse sufficiente applicarvi le stesse leggi piemontesi già estese alle altre regioni annesse.
Inoltre, l’applicazione del liberismo su larga scala in tutta la penisola sarà uno degli aspetti più deleteri per
l’economia meridionale.
Gli uomini della Destra storica decisero di procedere verso la modernizzazione del nuovo stato italiano
partendo dalle infrastrutture: la rete ferroviaria venne triplicata e quella telegrafica raddoppiata. Per quel
che riguarda la lotta all’analfabetismo, nel 1859, infatti, fu estesa a tutto il regno la legge Casati che
prevedeva 4 anni di scuola elementare di cui i primi due obbligatori e gratuiti per tutti. I costi di questa
modernizzazione furono però enormi e si sviluppò una pesante crisi economica. Per uscire da questa
situazione, il governo istituì il corso forzoso che proibiva la conversione delle banconote in metallo,
permettendo allo Stato di stabilire il valore della lira. Tuttavia, il provvedimento più incisivo fu l’imposizione
della tassa sul macinato (1869), tale tassa gravava sulla macinazione dei cereali e colpì particolarmente la
popolazione rurale del Centro-nord, la cui dieta era incentrata su pane, pasta e polenta. Fu una tassa da
subito odiatissima dalla popolazione, tant’è che dopo solo due settimane di applicazione scoppiarono una
serie di sommosse molto violente. Fu però proprio grazie alla tassa sul macinato che il governo della Destra
riuscì a ripristinare il bilancio, infatti, nel 1876 il presidente del Consiglio Marco Minghetti annunciò al
Parlamento il raggiungimento del pareggio di bilancio. In seguito, per una serie di problematiche tra
quest’ultimo e Vittorio Emanuele II, lo stesso Minghetti diede le dimissioni e da quel momento in poi passò
a capo del governo la Sinistra storica.
Il brigantaggio
Le scelte del governo di Torino provocarono grande malcontento a livello popolare. Non fu avviata nessuna
misura per una nuova e più equa redistribuzione delle terre e furono addirittura introdotte nuove tasse per
compensare i costi dell’unificazione. Inoltre, ad alimentare decisamente le ostilità, fu anche l’introduzione
della leva militare obbligatoria (e chi si rifiutava veniva dichiarato renitente alla leva). La manifestazione più
evidente di tale malcontento fu la rinascita del brigantaggio, che si diffuse tra il 1860-1861 in tutto il
mezzogiorno. Fu un fenomeno sociale che coinvolse delinquenti di professione e improvvisati. La maggior
parte dei briganti erano uomini e donne di bassa estrazione sociale, in particolar modo contadini fittavoli
(che appunto fittavano un determinato appezzamento di terra pagando un canone ad un nobile). Molti di
questi si erano riuniti in bande di fuori legge armati dandosi “alla macchia”, ovvero si nascondevano sulle
alture e nei boschi per dar vita a scorribande nelle comunità saccheggiando ed uccidendo chiunque
opponesse resistenza (dunque anche la geografia del territorio favorì il brigantaggio). Il brigante italiano più
importante fu Carmine Donatelli Crocco (che in seguito alla fine del brigantaggio venne rinchiuso nella
fortezza di Fenestrelle). In molti casi i briganti si sono appoggiati a figure esterne, i cosiddetti manutengoli,
nobili che li proteggevano e li aiutavano anche economicamente (lo facevano perché in molti casi questi
briganti erano nemici della famiglia aristocratica a loro rivale). Il fenomeno del brigantaggio diffuse in
profondo dissenso politico, tanto che ottenne anche l’appoggio di Francesco II, ex sovrano borbonico, ma
anche della Chiesa, che non aveva mai voluto l’unità d’Italia. Tutto ciò alimentò l’immagine di un sud ribelle
e antitaliano. Il governo italiano, dunque, concepì contro il brigantaggio una soluzione drastica, ovvero la
repressione militare: nel 1862 fu dichiarato lo stato d’assedio nel mezzogiorno. Nel 1865 il fenomeno subì
una battuta d’arresto anche grazie alla legge Pica (voluta da Agostino Pica), la quale concedeva pieni poteri
alle autorità civili nelle regioni afflitte dal fenomeno del brigantaggio. L’esercito italiano, inviato dal
governo, fece infatti terra bruciata: vi furono numerosi arresti e condanne a morte non solo per i briganti,
ma anche per i manutengoli (secondo cifre parziali, vi furono più di 5.000 morti e 7.000 condannati alla
pena capitale o al carcere a vita). Il fenomeno del brigantaggio fu ritenuto come una sorte di guerra civile,
in quanto ha interessato persone appartenenti allo stesso stato. Tuttavia, il malcontento della popolazione
del sud non fu di fatto risolto e sarebbe rimasto latente. Infatti, negli anni seguenti al 1865, il capitano
spagnolo Borges, venne inviato nel sud in gran segreto dai Borbone per cercare di coordinare l’azione delle
varie bande brigantesche, metterle d’accordo tra di loro e formare un raggruppamento unitario. Egli,
tuttavia, non ci riuscì in quanto ognuno dei capi dei vari gruppi di briganti voleva salire al potere non
accettando di essere sottomessi al controllo di nessun altro. Borges tentò anche di accordarsi con Crocco, il
quale fu però tradito in quanto molti briganti, per poter aver salva la vita, preferirono appunto tradire i loro
compagni.
L’industria chimica
Durante la seconda rivoluzione industriale nacque l’industria chimica. Infatti, nel 1870 venne avviata la
produzione di coloranti artificiali, settore in cui il Regno Unito e la Germania svolsero un ruolo di primissimo
piano. Altro contributo fondamentale per il processo di affermazione dell’industria chimica fu, nel 1888,
l’invenzione degli pneumatici da parte dello scozzese Dunlop, che non solo furono utili nell’industria della
gomma, ma anche per la nascente industria automobilistica. Di notevole rilievo furono anche la
realizzazione delle prime fibre tessili artificiali e l’invenzione della dinamite (tale esplosivo risultò
particolarmente utile per l’estrazione mineraria e nell’ambito edilizio), ideata dal chimico svedese Alfred
Nobel (in punto di morte egli volle che in sua memoria venissero assegnati ogni anno 5 premi in relazione
con il progresso mondiale - Letteratura, fisica, chimica, medicina e pace ogni 10 dicembre ad Oslo). Le
innovazioni del settore chimico ebbero un ruolo cruciale anche nel settore alimentare. I progressi maggiori
sono rappresentati dall’introduzione di nuovi metodi per la sterilizzazione, conservazione e inscatolamento
dei cibi. Infatti, rappresentò un cambiamento epocale la costruzione di celle refrigeranti sui vagoni dei treni
e nelle stive delle navi: esse consentirono di ampliare i mercati in maniera decisiva in quanto permettevano
di trasportare e commerciare il cibo a lunga distanza allungandone i tempi di deperibilità.
L’elettricità
Da quando Alessandro Volta aveva inventato la pila nel 1799, gli studi nel campo elettrico si intensificarono.
L’invenzione decisiva fu, nel 1879, quella della lampadina a filamento incandescente di Thomas Edison che
permise la diffusione dell’energia elettrica su vasta scala. La produzione dell’elettricità e il suo utilizzo
rappresentarono un evento rivoluzionario. Dagli anni 80 dell’800 l’energia elettrica incominciò ad essere
prodotta in apposite centrali, suddivise in idroelettriche e termoelettriche. Alla fine del secolo l’energia
elettrica fu utilizzata, oltre che nelle industrie, anche per alimentare i mezzi di trasporto, con la
realizzazione delle prime locomotive elettriche. Inoltre, iniziò, seppur lentamente, a essere impiegata, in
sostituzione delle lampade a gas, per illuminare le abitazioni private e gli spazi pubblici delle principali città.
L’elettricità fu applicata su larga scala anche per azionare alcuni congegni che rivoluzionarono il settore
delle comunicazioni, come nel caso del telegrafo, brevettato dallo statunitense Samuel Morse: si trattava
dello strumento che permise la prima forma di comunicazione a distanza. Un decisivo passo avanti fu poi
compiuto con l’invenzione del telefono tra il 1864 e il 1865 da parte dell’italiano Antonio Meucci.
L’industria automobilistica
Durante gli anni 60 e 70 dell’800 si susseguirono numerosi tentativi di costruire i primi motori a scoppio, i
quali avrebbero sostituito quelli a vapore, in cui il combustibile, esplodendo, produceva energia motrice.
Nel 1876 Nikolaus Otto realizzò il primo motore a scoppio che, qualche anno dopo, venne montato,
autonomamente e contemporaneamente, su autoveicoli a tre ruote da due ingegneri tedeschi, Benz e
Daimler: nacquero le prime automobili. Per alimentare questi primi motori venne usata la benzina, un
distillato del petrolio. Nel 1897 un altro ingegnere, Rudolf Diesel, progettò un motore che si accendeva per
compressione e utilizzava come alimentatore un derivato più grezzo del petrolio, il gasolio: questo motore
venne chiamato appunto “diesel”. Tra 800 e 900 vennero poi costruite le prime autovetture su 4 ruote. Di
conseguenza nacquero le prime fabbriche di automobili: in Germania Benz avviò la sua impresa, mentre in
Francia Armand Peugeot e Louis Renault fondarono due aziende che presero il loro nome. In Italia, a Torino,
nel 1899 nacque la FIAT di Giovanni Agnelli e, infine, nel 1903 Henry Ford (famoso per la Ford modello T)
fondò la sua prima fabbrica a Detroit negli Stati Uniti.
Nel corso dell’800 in Europa e soprattutto negli Stati Uniti venne aumentata la rete ferroviaria che
permetteva a persone e merci di raggiungere luoghi lontani più facilmente e velocemente rispetto al
passato. Tra il 1840 e 1880, in Europa l’estensione delle linee ferroviarie aumentò in maniera esponenziale
e lo stesso accadde negli stati Uniti che, a fine secolo, contavano più di 267.000 km di strade ferrate (che
furono utili per spostarsi durante la Prima guerra mondiale). Oltre alle ferrovie, alla fine dell’800, si affermò
nell’ambito dei trasporti la navigazione a vapore a scapito di quella vela.
Questi cambiamenti che si sono verificati durante la seconda rivoluzione industriale hanno portato
certamente a delle conseguenze positive, ma in parte anche negative, almeno nell’ambito economico.
Infatti, dal 1870 si aprì su scala mondiale una fase economica difficile e contraddittoria, chiamata Grande
Depressione, causata da un’improvvisa crisi di sovrapproduzione. In sintesi, si produceva troppo in
relazione a quelli che erano i bisogni e le possibilità da parte del mercato di assorbire tutte le merci
fabbricate. Ciò portò ad una generale caduta dei prezzi, che durò circa un ventennio. La Grande
Depressione, tuttavia, non venne accompagnata né da una diminuzione della produzione industriale, che
anzi conobbe un aumento esponenziale, né da una contrazione degli scambi internazionali, che
continuarono invece a crescere.
La crisi agraria
In Europa a essere maggiormente colpito dalla crisi fu il settore agricolo che subì conseguenze negative sia
dalla rivoluzione dei trasporti dalla concorrenza dei paesi extraeuropei. Infatti, i mercati europei
incominciarono ad essere invasi da prodotti agricoli americani, in particolare i cereali. Dunque, l’industria
agricola del vecchio continente entrò in grande crisi, in particolare quei paesi dove le tecniche si
coltivazione erano rimaste più arretrate. Negli stati Uniti si era infatti sviluppata una nuova agricoltura ad
alta produttività. A favorirne la crescita furono soprattutto la vastità dei terreni coltivabili e il loro basso
costo. Negli Stati uniti, inoltre, trovarono ampia diffusione le macchine agricole, come la mietitrice
meccanica, che applicati su larga scala hanno velocizzato i tempi di produzione e di raccolta. La mietitrice
meccanica fu uno strumento fondamentale che però non venne stata utilizzata su larga scala in Europa in
quanto la sua conformazione geografica era irregolare (al contrario del territorio americano) e quindi meno
adatta al suo utilizzo.
Le trasformazioni dell’agricoltura
La rapida espansione dei traffici commerciali a livello globale era stata favorita anche dalla politica
economica liberista portata avanti dalla maggior parte degli stati europei e d’oltreoceano, che avevano
abbattuto gli ostacoli doganali. Tuttavia, a causa della Grande depressione e della concorrenza, questa
politica venne abbandonata: gli Stati uniti e i paesi europei, a eccezione della Gran Bretagna, adottarono
dunque una politica protezionistica volta a proteggere gli interessi economici nazionali.
Le concentrazioni industriali
Durante la seconda rivoluzione industriale per finanziare le nuove imprese, che utilizzavano tecnologie
complesse e costose, era necessario investire un’enorme quantità di capitali. Il singolo imprenditore non
era più in grado di far fronte alle ingenti spese e alla crescente concorrenza da solo, dunque, fu costretto a
cercare accordi (alcuni temporanei altri no) con le altre imprese (dando vita a dei prototipi delle odierne
multinazionali). Questi accordi potevano assumere diverse forme:
il cartello era un accordo tra più aziende che operavano nello stesso settore con lo scopo di limitare
la concorrenza e stabilire i prezzi dei prodotti (oggi non considerati leciti la libera concorrenza).
il trust era un accordo vincolante che consisteva nella fusione di più imprese di settori differenti
sotto un’unica direzione (oggi non considerati leciti perché limitano la libera concorrenza).
il pool era un gruppo di imprese che adottavano una politica comune relativa ad un determinato
settore (oggi non considerati leciti perché limitano la libera concorrenza).
la holding è una concentrazione industriale che ha sotto di sé altre imprese e industrie, le quali
operano in settori diversi (legale).
Nel momento in cui si formarono queste concentrazioni industriali, inevitabilmente si iniziò a parlare di
sistemi oligopolistici e monopolistici. Un oligopolio è un sistema economico in cui il controllo dell’economia
è nelle mani di poche persone o imprese, il monopolio è invece un sistema in cui vi è una sola persona o
impresa ad avere il controllo. Ad esempio, negli Stati Uniti, a partire dagli anni 70 dell’800, l’imprenditore
americano Rockfeller fondò la Standard Oil Company, una società che assunse il controllo della produzione
del petrolio (ha finito per controllare circa il 90% della produzione petrolifera americana).
Il capitalismo finanziario
Il capitalismo finanziario indica l’influenza reciproca che banche e imprese hanno iniziato a sviluppare tra di
loro agli inizi del 900. Questo perché le imprese hanno cominciato ad avere sempre più bisogno di
finanziamenti, che venivano appunto forniti dalle banche. Si sono dunque sviluppate ole cosiddette
“banche d’affari”, ovvero banche che non solo concedevano crediti (a medio/lungo termine) ma che al
tempo stesso hanno iniziato ad influenzare sempre di più la vita delle industrie acquistandone le azioni. Le
banche d’affari, dunque, entrarono in possesso di ampi settori industriali perché acquistando le azioni
hanno potuto far sì che i l loro rappresentanti iniziassero a sedere nei consigli d’amministrazione di queste
industrie influenzando le loro decisioni. Contribuirono all’affermazione del capitalismo finanziario anche le
società per azioni, ovvero delle società che avevano una parte del loro capitale suddiviso in azioni che
vengono poi venduti agli investitori sul mercato.
I sindacati
Negli ultimi anni dell’800, nei principali paesi europei, i lavoratori iniziarono a dare vita ai primi sindacati,
associazioni che si ponevano l’obiettivo di tutelare i loro diritti e interessi. I sindacati erano legati ai partiti di
massa (organizzazioni politiche che rappresentano vaste fasce della società collegandole alle istituzioni),
infatti, avevo una conformazione differente a seconda del partito di riferimento. Dunque, si affermarono
diversi tipi di associazioni sindacali di stampo socialista, cattolico, liberista. Queste organizzazioni nacquero
seguendo il modello delle più importanti associazioni sindacali, le Trade Unions (sviluppate a partire dal
1870), ovvero i sindacati inglesi. Sulla scia inglese, anche molti altri paesi europei decisero dare vita ad
organismo sindacali a livello nazionale: ad esempio in Francia nacque la Confederation general du travail,
mentre in Italia venne costituita la Confederazione generale del lavoro in Italia (CGL).
La prima internazionale
Di fronte allo sviluppo del capitalismo, si fece sempre più pressante l’esigenza di dare vita ad un organismo
sovranazionale. Nella seconda metà dell’800 nacquero la prima e la seconda internazionale dei lavoratori,
due organizzazioni che avevano come obiettivo quello di riunire i lavoratori a livello mondiale e coordinare
l’attività dei vari partiti operai. Saranno osteggiate sia dai partiti liberisti che dalle organizzazioni
imprenditoriali, in quanto gli imprenditori credevano che organizzazione queste avrebbero ostacolato il loro
controllo all’interno delle fabbriche. La prima internazionale venne fondata nel 1864 a Londra grazie al
movimento socialista europeo incarnato da Karl Marx. Quest’ultimo definì come obiettivo della prima
internazionale il raggiungimento della dittatura del proletariato, ovvero la dittatura della maggioranza (gli
operai) nei confronti della minoranza (la borghesia). Secondo Marx, dunque, per raggiungere lo stato di
dittatura del proletariato, le figure dell’operaio e del proletario avrebbero dovuto sovvertire l’ordine
costituito dai borghesi attraverso lo strumento della rivoluzione. Ben presto all’interno della prima
internazionale si verificò però un conflitto tra lo stesso Marx e la componente anarchica, capeggiata
dall’intellettuale russo Michail Bakunin (padre dell’anarchismo). Bakunin mirava a costruire una società
libera, senza autorità e gerarchie: il pensatore russo infatti sosteneva la necessità di abbattere lo stato,
espressione del potere borghese, ma rifiutava anche la dittatura del proletariato. Oltre a queste posizioni,
l’anarchismo di Bakunin si dimostrò inconciliabile con le teorie marxiste anche perché l’intellettuale russo
credeva che il motore della rivoluzione non avrebbero dovuto essere gli operai, ma bensì i contadini
soprattutto dei paesi non ancora industrializzati, come l’Italia, la Spagna e la Russia. Questa rottura tra Marx
e Bakunin portò nel 1872 all’espulsione degli anarchici dalla prima internazionale fino al definitivo
scioglimento dell’organizzazione nel 1876.
La seconda internazionale
Nel 1889 a Parigi venne fondata la seconda internazionale e, a differenza della prima che fu lacerata da
contrasti interni, scelse compatta il marxismo come propria ideologia. Il primo congresso della seconda
internazionale stabilì come obiettivi del movimento operaio la riduzione della giornata lavorativa (ad 8 ore)
e il miglioramento delle condizioni lavorative e salariali. La seconda internazionale adottò il 1° maggio come
festa internazionale dei lavoratori, in ricordo dell’impiccagione di 8 operai che nel 1886 a Chicago si erano
ribellati contro le dure condizioni lavorative. Questa volta gli anarchici vennero esclusi dall’organizzazione,
tuttavia, sebbene l’ideologia ufficiale della Seconda internazionale fosse il marxismo, con il passare del
tempo si vennero a creare al suo interno diversi schieramenti che entrarono in forte contrasto tra di loro.
La seconda internazionale sopravviverà fino al 1914, anno in cui scoppiò la Prima guerra mondiale.
Alla fine dell’800 in Europa nacquero anche i primi partiti socialisti. Il più importante fu il Partito socialista
tedesco (SPD) che ha anche mantenuto il comando nella seconda internazionale. Grazie alla diffusione di
questi partiti, in tutta Europa incominciarono ad essere introdotte importanti riforme legislative per quanto
riguarda il lavoro come, ad esempio, le assicurazioni sulla vita, le nuove norme sulla sicurezza sul lavoro, la
limitazione del lavoro infantile, la riduzione dell’orario lavorativo giornaliero (che non è stato portato a 8
ore ma a 10, comunque una conquista) e il diritto al riposo settimanale.
Il Sillabo
Papa Pio IX oppose un netto rifiuto di fronte alla modernità con l’Enciclica Quanta cura (1864). Questa
condanna della civiltà moderna è espressa soprattutto nell’allegato Sillabo che riportava un elenco di 80
proposizioni nelle quali il pontefice denunciò quelli che lui riteneva i mali della società dell’epoca: tra
queste vi erano il socialismo, l’ateismo, il positivismo, il liberalismo, il capitalismo, l’anarchismo ecc.
L’Enciclica Quanta cura ha anticipato il Concilio Vaticano I, che si è svolto tra il 1869 e il 1870, in cui è stato
stabilito il dogma dell’infallibilità del pontefice, secondo il quale il Papa non poteva sbagliare.
I partiti di massa
Verso la fine dell’800 nascono i partiti politici di massa, organizzazioni che avevano l’obiettivo di ottenere
una maggiore rappresentanza politica. Un partito è un’organizzazione che riunisce tutte quelle persone
accumunate dalle stesse idee politiche, al contrario dei sindacati dove possono coesistere anche persone
che hanno idee politiche differenti purché lavorino nello stesso ambito. L’affermazione dei partiti di massa
venne accompagnato da un marcato aumento della partecipazione politica da parte di ogni classe sociale,
soprattutto grazie alla progressiva espansione del diritto di voto. Alla fine del secolo, infatti, fu introdotto
negli stati europei il suffragio universale maschile, ovvero la possibilità di tutti gli uomini di poter
partecipare alle elezioni senza limiti di censo. Venne introdotto in Spagna, Austria e anche in Italia nel 1912
(mentre in paesi come la Francia e la Germania già esisteva). Inoltre, molti stati avevano approvato il
suffragio universale (sia maschile sia femminile) già dalla fine dell’800 mentre verrà applicato su larga scala
in Europa nel corso del 900.
Le teorie igieniste
Nell’800 si assistette ad un notevole progresso della medicina. Il fattore principale che contribuì a questo
sviluppo fu l’affermazione delle teorie igieniste che prevedevano delle strategie di prevenzione che
miravano a migliorare le condizioni igieniche generali. I principi igienisti, elaborati per la prima volta negli
anni 20 in Francia, impiegarono però tutto il secolo per affermarsi nella classe medica. Grazie a queste
nuove pratiche si poterono prevenire e debellare molte malattie, come la febbre puerperale, un’infezione
all’utero che causa la morte di migliaia di donne dopo il parto. Infatti, l’uso da parte dei medici dell’acqua
disinfettata per lavarsi le mani fece diminuire esponenzialmente le morti per molte di queste malattie.
Inoltre, vi furono molti studi che da allora insistettero sull’importanza della sterilizzazione, cioè l’assenza di
qualsiasi forma di sporcizia. Venne dunque utilizzato l’acido fenico per la sterilizzazione delle mani dei
chirurghi prima di un’operazione, portando ad una significativa riduzione delle infezioni.
La “lotta al dolore”
I progressi della scienza medica furono decisivi anche per ridurre il dolore durante le operazioni chirurgiche.
Di fondamentale importanza fu la scoperta dei narcotici che inizialmente venne usato come anestetizzante
negli interventi. La lotta al dolore fu portata avanti anche grazie alla scoperta di nuove droghe che
affiancarono l’oppio e l’hashish. Un medico tedesco, servendosi di un derivato dell’oppio, riuscì a
sintetizzare la morfina (usata ancora oggi), una potente sostanza antidolorifica. Tuttavia, essa aveva un
limite: creava dipendenza. Per correggere questo inconveniente venne sintetizzata una nuova sostanza,
l’eroina. Dunque, molte sostanze stupefacenti inizialmente furono inizialmente usate nella medicina anche
se progressivamente vennero notati i loro effetti disastrosi fino a vietarne la produzione.
L’industria farmaceutica
Infine, troviamo i progressi dell’industria farmaceutica che rappresentarono un grande passo avanti. Una
delle più grandi scoperte fu quella dell’acido acetilsalicilico, che nel 1875 fu usato come principio attivo per
realizzare l’aspirina, seguita nel 900 dalla scoperta degli antibiotici. Sempre nel 1875 fu realizzato il DDT, un
insetticida contro le zanzare che limitò esponenzialmente la diffusione della malaria, una malattia scaturita
dalle zanzare e altamente mortale. Inoltre, verso la fine dell800, la scienza medica riuscì ad individuare i
microorganismi responsabili di alcune malattie, come la peste (Alexander Yersin nel 1892 individuò il
batterio della peste che da quel momento in poi venne chiamato Yersinia Pestis), il colera e la tubercolosi. Il
medico francese Louis Pasteur e il batteriologo tedesco Robert Koch realizzarono l’uno il vaccino contro la
rabbia e il colera, l’altro il vaccino contro la tubercolosi. Pasteur fu anche legato alla pratica della
pastorizzazione, un procedimento chimico a cui vengono sottoposti una serie di prodotti, come ad esempio
il latte, che ha come obiettivo quello di eliminare i batteri che alterano le caratteristiche chimiche e fisiche
degli alimenti.
I flussi migratori
Dalla metà dell’800 all’inizio del 900 la popolazione europea fu in costante aumento. Le cause di questa
crescita sono da ricercare in primo luogo nella diminuzione della mortalità, dovuta al generale
miglioramento delle condizioni igieniche e all’aumento dei tassi di natalità. Inoltre, in Europa si viveva
sempre più a lungo, con un’età media che si alzò dai 40 anni di metà 800 ai 50 di inizio 900. La grande
crescita demografica e il processo d’industrializzazione non omogeneo (intenso in alcune aree e limitato in
altre), resero l’Europa una terra di emigrazione. A rendere possibile questo fenomeno su larga scala fu la
rivoluzione dei trasporti, che rese più facile, economico e veloce lo spostamento. Inoltre, molti europei
decisero di emigrare proprio per le nuove opportunità di lavoro offerte dalle nazioni di arrivo. Gli europei
diretti verso i paesi d’arrivo furono in maggioranza maschi adulti pronti a entrare nel mercato del lavoro. In
un secondo momento, l’emigrato veniva raggiunto dalla sua famiglia dando origine a vere e proprie catene
migratorie. La maggioranza dei migranti si diresse verso l’America del Nord (65%) e l’America latina (25%),
in particolare l’Argentina. Oltre che nelle Americhe, gli europei si trasferirono anche in Oceania, in
particolare in Australia e Nuova Zelanda. Le ondate migratorie dell’800, dunque, misero in moto un
processo di europeizzazione del mondo. L’emigrazione riguardò sia inglesi, irlandesi e scandinavi, originari
dell’Europa del nord, sia italiani, portoghesi, spagnoli e tedeschi, dell’Europa centro-meridionale.
Tra fine 800 e inizio 900 si instaurò in Europa un sistema di alleanze. Arbitro indiscusso di questo sistema fu
il cancelliere Bismark (almeno fino al 1890) il quale, grazie alla potenza militare prussiana, fu in grado di
stabilire un nuovo ordine europeo fondato sull’egemonia tedesca. All’epoca sussistevano due principali
rivalità interne: quella tra Francia e Germania e quella tra Russia e Austria. La frattura tra Francia e
Germania si era riaccesa con la guerra franco-prussiana del 1870. Il contrasto tra Russia e Austria era invece
legato alla questione d’oriente e alle mire espansionistiche che le due potenze avevano sulla regione
balcanica. Nel 1873 si giunse dunque alla firma della lega dei tre imperatori, siglata dallo zar di Russia
Alessandro II, l’imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe e il kaiser tedesco Guglielmo I. Inoltre, per
creare un’Europa coesa (in funzione antifrancese), Bismark chiese all’Austria e all’Italia di unirsi, nel 1882,
nella Triplice Alleanza. Come reazione a questa alleanza, nel 1904, si contrappose la Triplice Intesa formata
da Russia, Francia e Gran Bretagna. (prima della Triplice intesa Francia e Russia avevano siglato anche
l’Intesa cordiale che sarà estesa all’Inghilterra nel 1907). Ne 1890 il nuovo imperatore tedesco, Guglielmo II,
decise di liberarsi di Bismark e, da questo momento in poi, la Germania iniziò una politica molto più
aggressiva chiamata “politica di potenza” che mirava a fare della Germania una grande potenza mondiale.
La spartizione dell’Africa
Nel 1870 il controllo delle potenze del Vecchio continente copriva circa un decimo del territorio africano,
che in gran parte soprattutto nelle zone interne, rimaneva inesplorato. Infatti, per buona parte
dell’Ottocento gli europei avevano dovuto rinunciare a spingersi nell’interno del continente a causa delle
condizioni climatiche e della facilità con cui si potevano contrarre le malattie mortali. Le cose cambiarono a
fine secolo grazie ai progressi della medicina e della tecnologia che spinsero gli Europei ad andare oltre le
coste africane ed esplorare l’entroterra. Nel 1869 l’apertura del canale di Suez, il passaggio navigabile tra il
mar Mediterraneo e il mar Rosso, contribuì ad accorciare i tempi degli spostamenti commerciali e ad
aumentare l’interesse di potenze come Francia e Gran Bretagna che tentarono di insediarsi nell’Africa nord-
orientale, in particole in Sudan e in Egitto. Alle mire colonialiste degli stati europei, si aggiunsero le idee
nazionaliste (ogni stato- in particolare Francia, Germania e Gran Bretagna- si considerava superiore rispetto
agli altri) che diedero un forte impulso all’espansionismo territoriale portando ad una vera e propria
spartizione dell’Africa tra le varie potenze europee. Nel 1884 il cancelliere Bismark convocò il congresso di
Berlino in cui stabilì la spartizione dell’Africa sulla base di due principi, quello di influenza e quello di
effettiva occupazione. Secondo il principio di influenza, chi già possedeva delle colonie nel continente
africano avrebbe avuto il privilegio di poterle ampliare ai territori ad esse confinanti. Di questo principio
beneficiarono maggiormente la Gran Bretagna e la Francia; i francesi entrarono in possesso di buona parte
dell’Africa subsahariana, mentre gli inglesi ottennero l’Egitto, il Sudan, l’Uganda e diversi territori dell’Africa
del Sud. Il principio di effettiva occupazione invece stabiliva che chi fosse arrivato per primo in un
determinato territorio, l’avrebbe colonizzato. Molti stati vennero dunque soddisfatti, compreso il Belgio di
Leopoldo II che ottenne il Congo, una delle più importanti regioni diamantifere di tutto il mondo (insieme
allo Zambia che all’epoca si chiamava Rhodesia per il primo esploratore di questo territorio, il britannico
Cecil Rhodes- schiavista), ma anche la Germania che grazie a Bismark ottenne il Togo e il Camerun. Questa
corsa alla colonizzazione dell’Africa determinerà anche uno scontro tra Francia e Italia per il controllo della
Tunisia, che alla fine fu però occupata dai francesi insieme al Marocco e l’Algeria. Anche il Portogallo
partecipò al congresso di Berlino, tuttavia non fece altro che consolidare il proprio controllava sui territori
che già possedeva nelle coste africane occidentali. L’Italia, invece, rimase pressoché esclusa dalla corsa alla
colonizzazione e si dovette accontentare delle briciole, territori poveri, senza risorse e molti lontani dalla
penisola, cioè l’Eritrea e la Somalia. L’episodio simbolo di questa corsa fu il cosiddetto episodio di Fashoda
(nel Sudan) nel 1889 dove un distaccamento dell’esercito francese e un distaccamento dell’esercito inglese
si scontrarono per il controllo del Sudan. L’Europa si ritrovò nuovamente minacciata da una guerra tra
grandi potenze. Alla fine lo scontro venne vinto dagli inglesi grazie alla potenza della sua marina.
Gli esploratori David Livingston e Morton Stanley vengono solitamente indicati come i pionieri
dell’esplorazione dell’Africa: essi hanno permesso di conoscere l’esatta grandezza del continente, in
particolare della parte centro settentrionale. In particolare, grazie alle esplorazioni di Stanley, il sovrano
belga Leopoldo II riuscì ad individuare una delle regioni più ricche dell’Africa, il Congo, che all’epoca venne
diviso in due parti, una francese e una belga.
DARWINISMO SOCIALE
La teoria di darwin era che alcune specie di animali si andavano ad evolvere in altre, e alcuni vollero
applicare questa concezione anche agli uomini. Non fu quindi darwin in prima persona a dire questo ma
altri che trasformarono i suoi ideali in ideali razzisti e di tipo etnico, affermando superiorità ed inferiorità tra
le diverse razze, e quindi le varie nazioni e l’europa in generale cominciò ad affermare la superiorità della
sua razza rispetto a quelle degli altri continenti, specie i popoli africani e asiatici. Utilizzeranno questa scusa
per giustificare politiche legate alla forza e al ‘’riarmo armato ‘’, entrambe di tipo militarista. Questo
discorso è alla base degli imperi coloniali. Il colonialismo si lega quindi inevitabilmente al nazionalismo. Si
inizierà a provare disprezzo verso i popoli delle nazioni ritenute inferiori, disprezzo che porterà anche a
brutali fenomeni di sottomissione perpetrati dagli europei. Si inizierà a diffondere anche l’idea che gli
europei avessero una missione colonizzatrice verso questi altri popoli, cosa che si lega anche al gusto
dell’esotico, che inizierà ad interessare moltissime corti europei. Infatti si iniziarono a importare vari oggetti
appartenenti a culture differenti. Il gusto dell’esotico si espanse anche nella letteratura, influenzando vari
libri, primo tra tutti quelli di Rudyard Kipling, autore del libro della giungla, libro che parla di una missione
civilizzatrice che gli europei avrebbero dovuto compiere nei confronti degli altri popoli. Questa missione era
vista quasi come un fardello. Questa era spesso però una scusa per giustificare massacri e stermini nei
confronti delle popolazioni ritenute inferiori. Questo fenomeno riguarderà sia la fine dell’800 e l’inizio del
900.
Si cominciò a parlare per la prima volta di antisemitismo in russia, dove la persecuzione ebraica non si era
mai fermata e riprese forza dopo l’uccisione a fine 800 dello zar Alessandro II in un attentato terroristico
avvenuto mentre si stava recando al palazzo d’inverno a san pietroburgo. Questo assassinio diede il la in
russia all’inizio dei Podrom, che vuol dire devastazione/saccheggio, di cui furono ovviamente oggetto gli
ebrei. Russia Germania e Spagna sono i posti dove c’è la maggiore concentrazione di ebrei.
L’avvenimento russo fu seguito da un altro avvenimento che ha scosso l’opinione pubblica, quando nel
1894 un ufficiale dell’esercito Francese di origini ebraiche, Albert Dreifus, fu accusato di aver venduto dei
segreti militari alla germania dopo la guerra franco-prussiana del 1870-71, in seguito alla quale napoleone
era stato costretto ad abdicare. La francia si divise in Dreifusardi ed antiDreifusardi, ovvero quelli che erano
convinti della colpevolezza di Dreifus e quelli che erano convinti lui fosse solo un capro espiatorio. Il suo
processo fu scorretto, infatti le accuse non avevano prove a loro favore e la sua difesa venne
completamente ignorata dall’alta corte militare, dalla quale fu condannato ai lavori forzati a vita nella
Gugliana francese, un piccolo stato sopra il brasile. La discussione sull’avvenimento continuò anche dopo il
suo confinamento e la sinistra si schierava dalla parte di Dreifus mentre i nazionalisti e conservatori contro
di lui, fino a quando nel 1896 Dreifus fu condannato ma cominciò a montare un sempre più presente
sentimento antinazionalista in Francia, guidato soprattutto da Emile Zolà, che pubblicò sul giornale
‘’l’aurore’’ il famoso ‘’J’accuse’’, io accuso, ovvero un articolo nel quale accusava i vertici militari e il
presidente della repubblica francese per il trattamento di zolà. Per questo articolo fu arrestato e
condannato a un anno di carcere, dopo il quale si riaprì anche il processo a Dreifus, che infine venne
scagionato da tutte le accuse e reintegrato nei ranghi militari con lo stesso titolo.