2023/2024
LETTERATURA ITALIANA
appunti delle lezioni
eufemia mascolo
LEZIONE N.1
Che cos’è un’opera?
L’opera è un monumento creato da un autore con funzione educativa, costituita da
testi, il cui valore non è intrinseco. È tale dal punto di vista della ricezione, della
storia, del pubblico che accoglie quell’autore come tale. Un testo diventa opera solo
dopo il riconoscimento in abito culturale. Il nostro farne un’opera letteraria ha delle
ragioni che non riguardano il contesto dell’opera, ma la lingua – lo stile – la prosa.
Il termine “canone” deriva dal greco e significa “regola”, è composto da tutte quelle
opere massime, alle quali gli autori si rifanno.
Che cos’è la letteratura?
“Letteratura è tutto ciò che viene chiamata letteratura, ciò che volta per volta
gruppi e ambienti sociali riconoscono come letteratura”. Secondo Giulio Ferroni.
Questa è una soluzione parziale. Si, ma che cos’è?
C’è un sistema linguistico, culturale e storico che ci permette di riconoscere
un’opera.
Noi dobbiamo educare alla letteratura. Quindi, è necessario che i bambini abbiano
un approccio al testo che sia estetico, che siano educati al testo e alla letteratura
come esperienza. La lettura è anche un modo per uscire da sé, per sperimentare
nuovi mondi. La letteratura deve essere un serbatoio ricco di possibilità che parlano
di noi, non parlano degli altri. Es: Dante nella Divina Commedia parla di noi, non
degli altri.
La parola “letteratura” viene dal latino “litteratura”, ed indicava l’atto dello scrivere.
Solo nel primo secolo a.C. cominciò l’insegnamento della grammatica. “Gramma”
significa “lettera – gramma” è la traduzione greca di lettera, cioè studio della lingua
scritta; così come “littera” significa lettera. Non dobbiamo, però, pensare che la
letteratura sia legata alla scrittura.
La letteratura dobbiamo percepirla come un continuum, cioè una linea continua che
ha due poli opposti. Non c’è una cosa letteraria o non letteraria, ma ci deve essere
una via di mezzo. Tutto dipende dal contesto, da come le cose vengono inquadrate.
“METAFORICAMENTE” (trad. Umberto Eco)
“Nel cuore del giorno, gettato in un mucchio di sardine (schiacciate) passeggere d’un
coleottero dalla grossa corazza biancastra, un pollastro dal gran collo spiumato, di
colpo arringò la più placida di quelle, e il suo linguaggio si librò nell’aria, umido di
protesta. Poi, attirato da un vuoto, il volatile vi si precipitò. In un triste deserto
urbano lo rividi il giorno stesso, che si faceva smoccicar (smorzare) l’arroganza da un
qualunque bottone”.
Umberto Eco si divertì a non dire come sono le cose nella realtà. Ha cercato di
trasformare tutto metaforicamente. La rielaborazione viene percepita come più
letteraria. Es.: la lista della spesa. Ha cercato di manovrare il linguaggio. Tutto
questo si chiama STILE.
La letteratura come “straniamento” (in defamiliarizzazione)
La definizione che meglio si avvicina alla letteratura è il concetto di straniamento o
defamiliarizzazione. La parola “defamiliarizzazione” è composta dalla parola
famiglia e dalla parola strana. Questo concetto è stato rielaborato dal teorico russo
Viktor Sklovskij in una sua opera che riguarda tutta l’arte. La letteratura usa un
linguaggio verbale, l’arte usa un linguaggio diverso di tipo non verbale, attraverso le
immagini.
Secondo questo teorico, l’uomo è incapace di mantenere sempre una visione fresca,
cioè innocente della realtà.
La “letterarietà” (come l’arte) è (anche) una “questione”? di situazione/intenzione.
M. Duchamp “Fontana” (1917):
Duchamp ha cercato di esporre e trasformare un orinatoio in un simbolo.
L’orinatoio resta tale e ha una sua funzione strumentale.
L’occhio, secondo Duchamp, è guidato dall’intenzione della mente, che può andare
oltre l’utilità dell’oggetto e trasformarlo in un simbolo. Esattamente come la
Gioconda.
Aspetti essenziali dell’esperienza letteraria
1. La letteratura trasmette le forme dell’immaginario [ciò che ha una vita
“propria” anche solo nella realtà psichica (es. l’unicorno fa parte del nostro
immaginario)], cui si collegano anche il mito e le varie forme di evasione
fantastica.
C’è tutto un immaginario che in maniera anche implicita ci trasmettiamo. I
sogni sono simbolici. Esempio se sogniamo l’acqua ci ricolleghiamo a nostra
madre.
2. Il linguaggio letterario si muove tra due dimensioni, cioè la comunicazione e
l’espressione (esprimere, cioè spingere fuori qualcosa). Es.: Gomorra non è
stato scritto solo per informare la gente dei traffici illeciti a Napoli, ma
l’obiettivo era smuovere qualcosa in noi. Il linguaggio è fondamentale.
3. La letteratura suggerisce dei modelli (cioè mette in luce) sia collegandosi a
quelli preesistenti, sia elaborandone di nuovi.
4. Tutte le manifestazioni letterarie anche quelle che provano ad evadere dalla
realtà sono riflesso di quella situazione e condensano un’ esperienza.
Una prima conclusione su cos’è la letteratura?
- la manifestazione linguistica del modo di essere dell’uomo nel mondo
- resiste al tempo: noi leggiamo ancora una cosa di 700 anni fa
- testimonia l’universale (ciò che accomuna gli uomini)
- arricchisce il bagaglio di esperienza del lettore (al di là del tempo e dello
spazio
- invita il lettore a misurarsi al confronto con l’altro da sé, il nuovo, il diverso.
Nella letteratura ci porta allo scontro con l’altro.
La scuola è un pezzo dedicato alla letteratura, ha il compito di promuovere a dare
senso alle varie esperienze.
COMUNICAZIONE LETTERARIA
Associare la letteratura a una normale comunicazione ha delle sue peculiarità. La
letteratura è un agire sul o con il linguaggio, non solo dico delle cose, ma agisco su
quel messaggio lo rendo in un certo modo, agisco sulla realtà.
R. Jacobson creò un modello sulla comunicazione ed individuò i 6 elementi che la
costituiscono. La comunicazione è costituita da un MITTENTE che formula il
messaggio; il CANALE che è il mezzo attraverso il quale ci mettiamo in contatto (es.
l’aria); Il MESSAGGIO è l’oggetto della comunicazione; il CONTESTO (es. è l’aula) è
ciò a cui si riferisce il messaggio (ci interesse poco); il CODICE (es. è la lingua italiana)
è l’insieme dei segni e regole che consente la comunicazione.
Il MITTENTE invia un messaggio al destinatario. Per essere operante, il messaggio
richiede in primo luogo un riferimento a un contesto (detto anche referente),
contesto che possa essere afferrato dal destinatario. In secondo luogo esige un
codice interamente, o almeno parzialmente, comune al mittente e al destinatario (o,
in altri termini, al codificatore e decodificatore del messaggio); infine un
contatto/canale, cioè una connessione fisica e psicologica (cerco di pulire i disturbi
in una comunicazione o stabilire un contatto) tra il mittente e il destinatario, che
consenta loro di stabilire e di mantenere la comunicazione.
Si stabilisce una precisa funzione del linguaggio:
- MITTENTE: funzione emotiva (esprimo una mia forma emotiva)
- CONTESTO: funzione referenziale (agisco sul contesto. Es.: accendete la luce
se volete. Oppure l’esame di letteratura si compone in due parti).
- MESSAGGIO: funzione poetica
- Canale o CONTESTO: funzione fatica (cioè ristabilisco il contratto)
- CODICE: f. metalinguistica (la lingua che parla della lingua, es.: un vocabolario
è un’opera metalinguistica)
- DESTINATARIO: funzione conativa, cioè tutto l’atto comunicativo cade sul
destinatario (forzare qualcosa)
LEZIONE N.2
Dove si colloca la letteratura?
La letteratura ci porta a concentraci su quello che abbiamo letto, cioè in un testo
letterario il focus rimanda al messaggio stesso. Ci rimanda alla funzione poetica
(messaggio).
La letteratura è normale comunicazione? In che cosa si differenziano i fatti letterali
dalla normale comunicazione?
Quello che viene ad essere la particolarità è una rottura; cioè se normalmente
abbiamo mittente e destinatario, nella letteratura questi elementi si dividono in due
parti:
- da una parte abbiamo mittente e messaggio (es. Dante che si mette alla sua
scrivania con una pergamena e scrive),
- dall’altra parte abbiamo il messaggio (cioè l’opera) e destinatario (il lettore
difronte al testo).
Il lettore si approda e produce un senso che molte volte non è neanche quello
che voleva dare l’autore. Questo non è perché il lettore non capisca, ma
perché ognuno ha una sua enciclopedia che va a decodificare il messaggio
letterario in modo necessariamente diverso da come lo voleva intendere
l’autore. Questo è molto visibile quando si parla di Dante, perché per capire
bene quest’ultimo bisogna capire il contesto e la sua lingua.
Come diceva Umberto Eco “ci sono tanti lettori, tante opere quanti i loro
lettori”. La stessa opera si moltiplica in un numero uguale a quello dei suoi
lettori, proprio perché la comunicazione letteraria ha come peculiarità questa
diade.
Dunque, cosa comportano queste due “diadi”?
- Comunicazione “a senso unico” (ad es. Dante ci voleva dire molte cose, ma
non poteva. Ha cercato di dirlo nel modo migliore). Comunicazione mediata
da un testo ed è caratterizzata dalla non compresenza, infatti il mittente è
assente. Il testo fa tutto.
- Mittente assente
- Contatto labile, cioè è debole.
- Destinatario “solo”
- Contesto non sempre condiviso/comprensibile (es. il contesto della lotta tra
guelfi e ghibellini è una cosa molto lontana, invece per Dante era molto vicina
– come se qualcuno parlasse della guerra tra Russia e Ucraina)
- Codice non sempre condiviso/comprensibile: il codice secondo Jakobson è la
lingua italiana
- In tutti questi svantaggi, (in compenso) c’è la possibilità di
reiterazione/rilettura (per cogliere il messaggio).
Quando c’è letteratura? (Segre)
Quando c’è l’autore (corrisponde al mittente che si prende la responsabilità), il
destinatario (corrisponde al lettore) e il testo (corrisponde al messaggio).
La comunicazione letteraria ha il focus sulla funzione poetica e rappresentativa,
qualunque testo che esprime l’intelletto oltre che il cuore. Il messaggio deve essere
più o meno poetico e letterario. Che cosa fa creare questa comunicazione? Tutto è
fondato su una fortissima motivazione che è legata all’interesse, cioè al piacere.
L’ autore è il:
- mittente del messaggio
- elabora il linguaggio per produrre il messaggio (l’opera)
- artefice, promotore, garante della funzione, garante della funzione
comunicativa dell’opera
- nome (si attesterà nella tradizione scritta) vs anonimato (più frequente in
quella orale; es. Omero si chiamava così perché i canti si diffondevano
oralmente e ognuno diventava l’autore)
La funzione dell’autore è molto recente.
Lettore:
- motivazioni per cui si accosta al testo: curiosità, simpatia, attrazione
- oscilla tra due poli: comprensione (lettura “critica”) e variazione (lettura
“libera”), non nettamente separati. Molte volte il piacere è direttamente
collegato alla comprensione.
- con l’atto della letteratura fa del testo (messaggio potenziale) – un messaggio
effettivo. Finché era nello scaffale quel libro non era letteratura, ma diventa
tale nel momento in cui la fa vivere, rendendolo un messaggio reale, cioè
ricevuto.
Autore e lettore empirici e impliciti
Autore empirico: quello reale, in carne ed ossa. Es.: Dante Alighieri che vive a
Firenze vicino a Santa Croce, che la mattina fa colazione, ecc..; ed è l’autore
del libro che però nell’ambito letterario è davvero implicato
Autore implicito: è “deducibile” dal testo
Lettore empirico/reale: chi realmente legge il testo; non sempre coincide con
quello implicito/modello/ideale
Lettore implicito/modello/ideale: colui che è in grado di attualizzare il
contenuto potenziale del testo; quello che il testo presuppone per essere
risultare comunicativo; deve condividere l’”enciclopedia” (cioè l’insieme delle
conoscenze contestuali, come ad esempio il codice dell’autore tanto da poter
comprendere e ricevere il messaggio) dell’autore testo. Che fa capire il
messaggio nello stesso identico modo in cui l’autore voleva farlo capire.
Il testo
(lat. textus, “tessuto”, “trama”)
Ci fa pensare al testo come un intreccio, una trama una
concatenazione di una serie di elementi. La trama di un testo, cosi
come la trama di un tessuto. È una metafora che continua in
queste parole.
Livelli di testo secondo la retorica classica:
Che ritroviamo in Cicerone, De Oratore (55-54 a.C.), e in Quintiliano, Institutio
oratorio (90- 96 d.C.)
- Inventio: i contenuti (che cosa dire?) – cioè la mappa concettuale
- Elocutio (parlare in un certo modo) : la forma dell’espressione (come
dirlo?): figure retoriche, modi dell’espressione, lo stile
- Dispositio: organizzazione di contenuti e parole (in quale ordine?). è
molto importante. Possiamo individuare le categorie dell’analessi
(anticipazione di un evento passato) o prolessi (anticipazione di un
evento futuro)
- Memoria – actio: si legano all’esecuzione orale del discorso: come
ricordare e come pronunciare?
Un discorso recitato a memoria.
Opere vs testo
Opera: concetto ampio e astrattamente inteso che in alcuni punti tocca il concetto di
testo, es. “Divina Commedia”
Testo: ciò che comunica qualcosa mediante un sistema di “segni” [è il risultato
“materiale” che la tradizione di quell’opera ci ha tramandato]. Il testo è un insieme
di quei segni fisici, di quel codice che si tramanda e crea la tradizione. La stessa che
ci fa considerare il Furioso come una grande opera da leggere. La tradizione è quella
cosa che diversi fanno nel tempo.
Tradizione: “viaggio” nel tempo dei testi (sorvegliati o meno dall’autore) copiati e
incompresi. Ricostruire le edizioni più attendibile dei testi scritti tramandati dalla
tradizione. Non è un viaggio neutrale, cioè non è che abbia una specie di via che li
mantiene intatti.
Come avveniva il passaggio prima della stampa dei testi? C’erano gli amanuensi, che
facevano mille errori. I testi si rovinano nel tempo, per cui i libri vengono ricostruiti,
come se fossero un albero genealogico al contrario.
Genere letterario:
risultato dell’intreccio di forme (di come appare un testo) e codici. È un testo scurrile
e medio, basso. Spesso tiene conto di determinati temi e schemi (es. Epica=
linguaggio poetico + stile alto + tema bellico). Ciò che viene trascurato molte volte è
proprio il genere, che viene confuso con le forme.
Divisione orientativa tra i generi
Lirica: espressione dell’io – l’io che parla
Epica: mette in moto dei valori universali, che sono ancorati alla storia nella
quale è nata. (Es. la guerra di troia, la guerra tra Carlo Magno e il nemico
saraceno - musulmano). C’è una separazione tra buoni e cattivi, chi legge sa
benissimo da che parte si dovrà collocare. Nell’epica i personaggi non sono
normali, hanno una carica eroica molto forte, sono degli eroi.
Dramma: mira alla rappresentazione diretta, non c’è qualcuno che racconti
quelle cose, ma vengono direttamente impersonate nell’immediatezza – es.
gli Innamorati di Goldoni; il teatro e il cinema sono opere drammatiche.
Oratoria: discorso persuasivo (che seduce, che si serve di tutti gli strumenti
della retorica per manipolare la realtà o per portare chi ascolta dalla mia
parte), giudiziario, politico). Es. i testi argomentativi.
Narrazione: racconto di vicende, reali o fittizie (es. Orgoglio e pregiudizio, Le
favole di Calvino, Promessi sposi, Biancaneve). Non ci interessa il rapporto che
ha con la realtà, perché viene creato dal mondo.
Es. In Flaccandia: ha due dimensioni, non c’è la terza dimensione; quindi è
fatto di triangoli – linee – di quadrati. Crea un mondo che funziona. Il
romanzo si concentra su poche persone.
Ovviamente, tutto è sempre misto, cioè ci può essere un’opera che sia epica e
drammatica. Però c’è una prevalenza, perché se è un poema epico in cui ci sono
le battute dei personaggi e ovvio che quello resta un poema epico.
Il genere drammatico viene confuso con tragico. Tragico ha un finale trisite,
comico ha un lieto fine. Drammatico può essere nel mezzo. L’aggettivo “epico”,
vuol dire eroico – fantastico – ma anche qualcosa da ricordare.
I promessi sposi sono un romanzo storico, dunque è sempre narrazione. Prevale
la componente romanzesca, perché non c’è quella che Aristotele chiamava unità
di tempo - spazio, c’è una varietà tipica del romanzo. Si c’è il bene e il male che
può farci pensare all’epica, ma non è così, restiamo nell’ambito romanzesco. Il
romanzo è un’infrazione della regola epica, per cui succedono più cose, più
personaggi.
La divina commedia è un poema perché è più lungo, ma il genere non è solo
narrativo, ma vengono smossi dei valori universali.
Le terzine (ABA BCB CDC) sono tipiche dell’epica e sono narrative, sono per
eccellenza il metro che la letteratura italiana adottata per tradurre. Il poema si
distingue dalla poesia breve perché narrativo, ma il genere non rientra solo nel
narrativo, perché non viene solo raccontato, ma viene smosso l’universo mondo,
vengono smossi dei valori universali. Anche l’ottava è come la terzina.
Attenzione!
- Prosa e poesia sono forme dell’elocutio (decido come dirlo): da sole non
definiscono il genere! Il dramma pastorale è un sottogenere del genere
drammatico, in cui c’è un’ambientazione bucolica, quindi come se stessimo in
un campo in cui ci sono dei pastori poeti che vivono in questa terra con le
pecore e le capre, e compongono versi. Un’opera drammatica può essere
anche in prosa (es. opera di Goldoni, è un’opera drammatica, ma Mirandolina
si esprime in prosa, sarebbe comunque un’opera drammatica se Goldoni
facesse esprimere Mirandolina in versi). Prevale il fatto che parlino i
personaggi.
- “Horror” – “giallo (qualcosa da scoprire)” – “fantasy”: sono solo sottogeneri
di un genere narrativo (il romanzo). Hanno a che fare solo con il romanzo.
Questi sottogeneri sono guidati dai temi.
- Un’opera può contenere più generi e più stili (…)
Teorie degli stili dai classici a Dante
La dottrina degli stili (tragico, medio, umile) trovò la sua massima applicazione nella
Divina Commedia di Dante Alighieri. Sin dall’ambito classico si distingueva uno stile
alto o grave, uno stile medio e uno umile (basso). Dante ha la grande maestria di
fondere insieme questi tre stili, perché la commedia è un po' alta ma anche un po'
bassa. Infatti, fu molto criticato e non fu considerato come modello da imitare.
Petrarca, invece, fece una selezione nella fascia alta, cioè le parole e i modi di dire.
Le sue radici si trovano però già nei canoni stilistici dell’età antica (I secolo a. C.
Rhetorica ad Herennium, poi Orator di Cicerone e infine Ars Poetica di Orazio.
Successivamente, il grammatico (non studia la grammatica, ma le parole) tardo –
antico Elio Donato (315 -380 d. C.), nei Commentarii in Eclogas (facenti parte dei
Commentarii Vergiliani) legò ai tre stili le tre opere virgiliane maggiori (cioè le
Bucoliche – le Georgiche e l’Eneide):
“Sarebbe credibile che Virgilio, che eccelleva in ogni genere letterario avesse voluto
attribuire le Bucoliche allo stile [umile] ai pastorelli, le Georgiche al secondo [medio],
e l’Eneide al terzo [alto/grave/tragico (non la tragedia)]”. Questo si trasforma nella
Rota Vergilii, che era molto usato nel medioevo, ci permette di vedere come
cambiano i personaggi e le cose.
Secondo Dante lo stile tragico diventa grave, il medio diventa comico, l’elegiaco (è
l’io che parla) diventa umile – basso.
Rota Vergilii e applicazione di Dante
Storia della letteratura
Parte 1: Le origini
Il “ritardo” italiano
In Italia la letteratura nasce in ritardo, perché fu fulcro dell’impero Romano, caduto
nel 476 d. Le opere letterarie sono scritte ancora in latino, la cultura alta viene
ancora considerata in latino. Il volgare deriva da “vulgus” cioè popolo, cioè la lingua
usata per scopi pratici.
- Fino al 1100: coesistono latino (fino al 1100 inoltrato, rimane la lingua
pressoché esclusiva della cultura) e volgare (usato per scopi pratici)
- Dal 1180 – 90: testi paraletterari (sono religiosi): ritmi giullareschi
(Sant’Eulalia, Sant’Alessio)
- Dal 1225 – 30: primi testi letterari (in versi) partendo sempre dall’ambito
religioso
Le lingue volgari, o romanze (cioè derivate dal latino, lingua dell’Impero Romano).
Un quadro della polverizzazione totale delle lingue che si viene a creare dopo la
caduta dell’impero romano. Alcune derivano dal latino e le altre fanno parte delle
lingue che arriveranno. Es.: antico francese basso ed alto, sono qui le radici della
nostra letteratura volgare. Cioè gli italiani che volevano scrivere il volgare, si rifaceva
ai cugini francesi. Lingua d’oil o d’ oc. La letteratura inizia nel 1925/30.
Indovinello veronese (fine VIII – inizio IX sec.)
“Se pareba boves, alba pratàlia aràba/ et albo versòrio teneba, et negro sèmen
seminaba”. (è una metafora della scrittura, perché non esiste un campo bianco).
È un po' latino e un po' no.
Uno dei più antichi testi in volgare italiano (8° -9° sec.) o misto di volgare e latino,
rinvenuto nel 1924 da L. Schiaparelli in un codice della Biblioteca capitolare di
Verona.
Un codice è un libro, è un modo antico di utilizzare il termine libro. La pergamena è
una membrana ricavata dalla pelle di animale, composta da collagene. “Volume”
significa “avvolgere”. Il codice era un insieme di fascicoli cuciti tra loro. La
pergamena verrà utilizzata solo per rilegare e verrà dalla Cina.
Il Placito capuano (960 d.C.) (esempio di volgare italiano per fini pratici)
“Sao Ko Kelle terre, per Kelle fini que Ki contene, trenta anni le possette parte Sancti
Benedicti”
(ovvero: “So che quelle terre, delimitate da quei confini, da trent’anni sono
posseduti da San Benedetto). I monaci del monastero di Monte cassino vanno in
causa con un confinante. Quest’ultimo pretende che un pezzo di terra sia stato
rubato dai monaci e loro chiamano un contadino a caso per testimoniare e fanno il
virgolettato di questo povero contadino.
I TEMPI DELLE PRINCIPALI LETTERATURE ROMANZE
1. Lingua d’Oc o provenzale: lirica provenzale o trobadorica (fine XI inizio XII
secolo) che corrisponde all’area dell’Occitano (la parola si viene detta oc);
essa si sviluppa tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII secolo (tra il 1000 e
l’inizio del 1100), quindi un secolo prima della nostra, infatti la lirica
provenzale viene imitata poi dai siciliani, dagli stilnovisti, Petrarca; quindi è un
po' la madre della nostra poesia.
2. Lingua d’Oil (antico francese): che sarebbe l’antico francese, cioè quello che
oggi chiamiamo francese, corrisponde all’area indicata in rosso, qui nascono i
famosi cicli, cioè poemi lunghi in versi, romanzi in versi (non necessariamente
sono in prosa, perché è quello che viene detto che ne fa un romanzo: un
intreccio di più azioni, di più personaggi in più tempi e in più luoghi); qui si
sviluppa il poema epico, ad esempio, il famoso Ciclo Carolingio, “la Chanson
de Roland” (la famosa leggenda di Orlando che suona il corno… e poi muore a
Roncisvalle), che si andrà a fondere con il Romanzo Arturiano (Re Artù,
Ginevra, Lancillotto, ecc..) il cosiddetto Ciclo Bretone, collegata con
l’Inghilterra.
POEMA EPICO (ciclo carolingio = Chanson de Roland 1080 – 90; si
fonderà con il Romanzo arturiano)
ROMANZO (in versi poi in prosa) (Romanzi del Ciclo Arturiano o
Bretone, autore principale Chretien de Troyes (1164 – 1190) – viene
imitato e nascono poi i romanzi arturiani.
3. In Italia la Lingua del Si = per il suo uso letterario, bisognerà aspettare il XIII
secolo cioè il 1225.
Prima grande attestazione del volgare della nostra lingua è con la prima opera
letteraria di San Francesco D’Assisi, il Cantico delle Creature.
Lettura + commento + parafrasi + figure retoriche di Laudes Creaturarum di
Francesco D’Assisi.
Consigliata lettura libro “Letteratura in pericolo” – Ultimo capitolo – Todorof +
Ascolto poadcast di Barbero “L’invenzione di San Francesco”
LEZIONE N. 3
I POETI DELLA CORTE DI FEDERICO II (DETTI “POETI SICILIANI”)
Tipico esempio di raffigurazione medievale, in cui abbiamo la presenza di piccole
figure bidimensionali tutte schiacciate. C’è una grande portata simbolica, cioè c’è
una sproporzione assoluta tra Federico II (che occupa una posizione centrale) e i
suoi funzionari (i quali si occupano dei documenti. Sono dei poeti per passatempo).
Un passo indietro:
l’amor cortese (cioè corte, modi gentili) dei poeti
Tutti vogliono il bene del re. Questo schema in ambito politico si deve trasferisce poi
in ambito amoroso.
CORTESIA
Lat. “cohors” [con la sovrapposizione di “curia, cioè adesso indica un luogo di potere
per il vescovo”. In lat. indicante il patriziato romano (cioè i nobili romani e quindi il
luogo dove questo si riuniva)] questa parola non è arrivata direttamente dal latino,
ma dal francese “cort/curt” it. “corte” (agg. cortese).
- Concetto che si sviluppa nelle corti provenzali e poi francesi del nord (XII
secolo). Concetto con più significati.
- è rappresentato dalla somma di antichi valori feudali (senso del servizio,
fedeltà assoluta, ispirati alla cultura cavalleresca)
- corte – insieme di persone che stanno “intorno” al signore
- cortese, cioè la persona che ha la fortuna di abitare dentro le mura del
castello si contrappone a chi abita nella villa (cioè nella campagna), cioè al
villano (termine che noi oggi usiamo per indicare chi è scurrile, rozzo)
- cortese = “di buone maniere” (l’accezione (ossia significato) culturale)
Ci serve questo schema politico per applicarlo al concetto amoroso. La poesia non fa
altro che sublimare, cioè trattare in un altro modo dei temi politici, perché si viene a
creare un’equazione – una proporzione
Caratteri dell’amor cortese
VASSALLO – SIGNORE = POETA – DONNA AMATA
Tra vassallo e signore c’è un rapporto di subordinazione, cioè il vassallo è
subordinato al signore, così come il poeta è subordinato alla donna amata. Quindi, la
donna viene vista così in alto da essere idealizzata. L’idealizzazione nasce dal
passaggio successivo:
DIO: UOMO = DONNA: POETA
Cioè, Dio è superiore all’uomo, così come la donna è superiore al poeta. Rapporto di
subordinazione. Ovviamente c’è una distanza totale, l’uomo non potrà mai
raggiungere Dio totalmente, se non per estasi. Qui la poesia non è altro che il canto
di un amore frustato, non è amore, ma PASSIONE.
DISTANZA (tra gli amanti) = PASSIONE (cioè, sofferenza).
Andrea Cappellano (curatore della Cappella di Maria di Francia, che ha scritto un
manuale sull’amore e sul tempo) (1150 – 1220). De Amore (fonte delle principali
teorie sull’amor cortese).
Il vassallaggio nel rapporto d’amore e la relativa subordinazione del cavaliere
alla sua dama.
Il vero rapporto amoroso deve avere sempre luogo fuori dal matrimonio, che
è un rapporto codificato, è un contratto.
Al livello CULTURALE ci sono quindi delle implicazioni importanti:
- Sviluppo di una cultura LAICA (dal tema religioso) con uso del VOLGARE
- Dimensione di CORTE – PUBBLICO nuovo: aristocrazia feudale
Come fanno questi siciliani a conoscere la poesia provenzale? Per via di una serie di
lotte interne. Molti poeti sono scappati, quindi c’è stata una grande diffusione di
poeti provenzali, i quali sono stati invitati dagli italiani. C’è una specie di buco tra i
trovatori e quello che avviene nell’ambito della poesia di Federico II. Questi
funzionari sviluppano nelle loro poesie delle caratteristiche che sono più siciliane,
che provenzali.
Caratteristica della poesia siciliana (poeti di Federico II)
- rapporto amoroso rappresentato come rapporto feudale tra donna (dal lat.
domina, “signore/padrone”) e poeta – amante (vassallo/servo). Qui abbiamo
la stessa linea guida dei provenzali.
- lode della “domina”: consente la nobilitazione del poeta – vassallo. La parola
“donna” deriva da “domina - dominus”, cioè “signore”. Il significato di donna
è padrona, cioè padrona dell’animo dell’amato. Attraverso la lode l’uomo
dimostra quanto è bravo. Questo piano agonistico, si sposta dal terreno
bellico al terreno letterario.
- assenza del tema politico, con Federico II si deve parlare solo di amore.
- descrizione della fenomenologia (quasi come una specie di malattia, ma allo
stesso tempo funge da medicina) amorosa (amata come “dipinta” nel cuore
dell’amante); come l’amore occupa l’animo. Legame tra amore e vista.
- lingua: siciliano “illustre”. Ci sono dei tratti siciliani, ma viene purificato, cioè
hanno pulito il loro vero dialetto. Viene nobilitato nelle strutture e nei suoni.
- uso della poesia per il progetto unitario e accentratore di Federico II
- non era accompagnata dalla musica a differenza di quella provenzale.
Assistiamo alla separazione tra poesia e musica, cioè la poesia viene scritta e
letta, ma viene anche destinata a una lettura silenziosa.
GIACOMO DA LENTINI (detto il Notaro, notaio della corte di Federico II)
1210 - 1260, Amor è uno desio che ven da core
Amor è un desio che ven da core
per abundanza de grand plazimento;
e gl’ogli en prima generan l’amore
e lo core li dà nutrigamento.
Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quel amor che strenze con furore
da la vista di gl’ogli à nascimento,
che gl’ogli rapresentan a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio,
com’è formata naturalemente;
e lo cor, che di zò è concipitore,
imazina e plaze quel desio:
e questo amore regna fra la zente.
(Poeti della corte di Federico II, a cura di Donato Pirovano, Roma, Salerno, 2020)
PARAFRASI:
L’amore è un desiderio che viene dal cuore (core è una metafora per indicare
l’interiorità, la psiche) per l’abbondanza del piacere (è una calamita, che mi innesca
questo desiderio. Enfasi in retorica, che consisteste nel dare forza) e egli occhi sono
i primi generatori dell’amore e il cuore li dà nutrimento (Questo processo di nutrire
l’immagine interiore, si chiama processo ossessivo).
Certo qualche volta c’è chi (soggetto impersonale) s’innamora senza vedere
l’innamorato (senza vedere l’oggetto della persona della quale è innamorato. TESI
AVVERSARIA) ma quell’amore che stringe con vera forza (violenza) (CONTRADDICE
LA TESI AVVERSARIA) nasce dalla vista degli occhi.
Poiché gli occhi rappresentano al cuore ogni cosa che vedono buona e non buona,
così come appare nel mondo esterno al soggetto (aggiungiamo);
E il cuore, che di ciò è concepitore, lo trasforma in immagine interiore (l’immagine
interiore è diversa da quella esterna) questo è l’amore che regna tra gli uomini (tra
la gente).
Questo è un testo ricostruito da un professore dell’università di Torino, per
portare i testi più vicino all’originale.
Lo Stilnovo
È emerso un nuovo ceto: la borghesia. Contesto toscano (cittadino, dove abbiamo i
signori, non il re). Nuovo stile che si sviluppa alla fine tra il 1280 e il 1310, dopo
l’esperienza intermedia dei Siculo – toscani (che leggono le poesie della corte di
Federico II e le imitano, detti SICULO - TOSCANI) guittoniani [tra cui Guittone
d’Arezzo (scrisse tante poesie politiche e religiose, è un convertito), Bonagiunta]. È
emerso un nuovo ceto, un ceto medio: i borghesi.
Stilnovo: origine letteraria che viene da Dante. La definizione dello Stilnovo (Purg.
XXIV, 48 – 57). Dante cita il primo verso di una canzone della Vita Nuova: “Donne
ch’avete intelletto d’amore” (cap. XXIX Vita nuova). Caratterizzato dalla dolcezza.
Dolce stile. Elevazione del linguaggio.
Caratteri Stilnovo
- si sviluppa al Nord, in ambito comunale [centri: Bologna (perché c’è
Guinizzelli, che nasce prima di Dante) – Toscana]
- esponenti principali: G. Guinizzelli, G. Cavalcanti, D. Alighieri, Lapo Gianni.
TEMI PRINCIPALI:
- amore vissuto in chiave nobilitante (origina un mutamento interiore)
- forte intellettualizzazione (tutte persone di estrema cultura, che tendono ad
aumentare tantissimo lo spessore filosofico di quello che dicono)
- introspezione (analisi del dissidio interiore, degli effetti anche fisiologici di
Amore sugli “spiriti, cioè delle vere funzioni che guidano il corpo, sono delle
forze” dell’amato)
- nobiltà d’animo (gentile da “gens”) prevale su quella di sangue, di nascita
- distacco della società “bassa” misurato dall’abilità poetica (poesia), perché
scrivo bene, in contrapposizione alla nobiltà di sangue. Hanno bisogno di
negare quel tipo di discendenza al nobile, per inventarne uno nuovo. È
NOBILE CHI AMA e lo dimostra con la poesia. L’amore va di pari passo con la
nobiltà. Chi ama è nobile, e chi è nobile ama.
- lingua: volgare toscano
Guido Guinizzelli (1235ca – 1276ca)
Al cor gentile rempaira sempre amore
Considerata la” Poesia – manifesto” dello Stilnovo:
- identità Amore = cuore gentile. Identità tra amore e cuore gentile.
- inserimento di elementi filosofici – teologici
- distacco dai temi “cortesi” – stilizzazione della donna nella figura. Non c’è più
questa dama, ma c’è questa forte spinta verso la donna totalmente
trasfigurata. Il concetto della donna – angelo è stato inventato dagli
stilnovistici e non dai siciliani.
1. Al cor gentil rempaira sempre amore
come l’ausello in selva a la verdura;
né fe’ amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch’amor, natura:
ch’adesso con’ fu ’l sole,
sì tosto lo splendore fu lucente,
né fu davanti ’l sole;
e prende amore in gentilezza loco
così propïamente
come calore in clarità di foco.
2. Foco d’amore in gentil cor s’aprende
come vertute in petra prezïosa,
che da la stella valor no i discende
anti che ’l sol la faccia gentil cosa;
poi che n’ha tratto fòre
per sua forza lo sol ciò che lì è vile,
stella li dà valore:
così lo cor ch’è fatto da natura
asletto, pur, gentile,
donna a guisa di stella lo ’nnamora.
3. Amor per tal ragion sta ’n cor gentile
per qual lo foco in cima del doplero:
splendeli al su’ diletto, clar, sottile;
no li stari’ altra guisa, tant’è fero.
Così prava natura
recontra amor come fa l’aigua il foco
caldo, per la freddura.
Amore in gentil cor prende rivera
per suo consimel loco
com’adamàs del ferro in la minera.
4. Fere lo sol lo fango tutto ’l giorno:
vile reman, né ’l sol perde calore;
dis’ omo alter: "Gentil per sclatta torno";
lui semblo al fango, al sol gentil valore:
ché non dé dar om fé
che gentilezza sia fòr di coraggio
in degnità d’ere’
sed a vertute non ha gentil core,
com’aigua porta raggio
e ’l ciel riten le stelle e lo splendore.
5. Splende ’n la ’ntelligenzïa del cielo
Deo crïator più che [’n] nostr’occhi ’l sole:
ella intende suo fattor oltra ’l cielo,
e ’l ciel volgiando, a Lui obedir tole;
e con’ segue, al primero,
del giusto Deo beato compimento,
così dar dovria, al vero,
la bella donna, poi che [’n] gli occhi splende
del suo gentil, talento
che mai di lei obedir non si disprende.
6. Donna, Deo mi dirà: “Che presomisti?”,
sïando l’alma mia a lui davanti.
“Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti:
ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno,
per cui cessa onne fraude”.
Dir Li porò: “Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo, s’in lei posi amanza”.
Si tratta di una canzone composta da un numero variabile di stanze o strofe di
endecasillabi e/o settenari. La stanza è formata da:
FRONTE, stesso schema di rime
SIRMA, stesso schema di rime
L’ultima stanza si chiama congedo, cioè saluta il lettore.
Parafrasi:
In un cuore nobile (gentil) si trova ( rempaira – gallicismo dal latino re-in-patria =
ritorna in patria) sempre l'amore come un uccello (ausello) nella selva tra il fogliame
(verdura); nè la natura ha creato l'amore prima del (anti che) cuore nobile, né il
cuore nobile prima dell’amore: nè non appena fu creato il sole, il suo splendore fu
subito (tosto) lucente e lo splendore non c'era prima del sole; e l'amore si insedia
(prende…loco) nell’animo nobile (in gentilezza – sostituisce cor gentil per
metonimia) in modo così naturale (propïamente) come il calore nella luminosità (in
clarità) del fuoco. Il fuoco dell'amore si accende (s’aprende) nel cuore nobile (in
gentil cor) come la virtù (vertute) nella pietra preziosa, poiché dalla stella non viene
infusa (no i discende – non discende a lei, dal latino ei) alcuna proprietà (valor)
prima che (anti che) il sole non l'abbia resa una cosa pura (la faccia gentil cosa);
dopo che il sole ne ha estratto (n’ha tratto fòre) grazie alla sua forza (per sua forza)
ciò che lì (lì – nella pietra) è impuro (vile), la stella le dà il valore: così la donna, come
una stella (a guisa di stella), fa innamorare quel cuore che è creato dalla natura
eletto (asletto), puro, nobile. L'amore sta nel cuore nobile per la stessa ragione per
la quale il fuoco sta in cima al candelabro (doplero – cero a due stoppini): vi
risplende chiaro e sottile a suo piacere (al su’ diletto); non potrebbe starvi in altro
modo (altra guisa), tanto è fiero. Così una natura malvagia (prava) respinge
(recontra) l'amore come fa l'acqua (aigua – provenzalismo già presente nei Siciliani)
perché è fredda di natura (per la freddura) col fuoco [che è] caldo. L'amore si insedia
(prende rivera) nel cuore nobile perché è un luogo simile a sé (consimel loco – luogo
a sé congeniale), [così] come il diamante (adamàs) nel minerale (in la minera) di
ferro. Il sole colpisce (Fere) il fango di continuo (tutto ’l giorno – francesismo
toujours): esso rimane impuro (vile), né il sole perde il suo calore; l'uomo altezzoso
(omo alter) dice (dis’): "Sono (torno) nobile per stirpe (per sclatta - schiatta)"; io
paragono lui al fango (lui semblo al fango) e la gentilezza (gentil valore) al sole:
perché (ché) non bisogna credere (non dé dar om fé – om è il sì impersonale) che la
nobiltà sia fuori dell’animo (sia fòr di coraggio) in un privilegio ereditario (in degnità
d’ere’ – indica la nobiltà per diritto ereditario sostenuta dalla tradizione feudale-
cavalleresca mentre l’ideologia della borghesia comunale colta si basava invece sulla
nobiltà quale merito individuale) se [l'erede] non ha il cuore nobile per virtù
personale, come l'acqua (aigua) si lascia attraversare da un raggio (porta raggio)
mentre il cielo contiene in sé (riten) le stelle e il loro splendore. Dio creatore splende
dinanzi alle intelligenze [angeliche] (’ntelligenzïa ha valore collettivo) del cielo più
del sole ai nostri occhi: essa [l'intelligenza angelica] intuisce (intende) il suo creatore
(fattor) oltre la sfera celeste (oltra ’l cielo) e, facendo ruotare il cielo (’l ciel
volgiando), prende (tole latinismo da tollere) ad obbedirgli (a Lui obedir); e come a
ciò segue, subito (al primero), la realizzazione della volontà beata del giusto disegno
di Dio (del giusto Deo beato compimento), similmente (così), in verità (al vero), una
bella donna dopo che risplende negli occhi del suo nobile innamorato (del suo
gentil), dovrebbe suscitargli il desiderio (dar dovria… talento) di non smettere (non si
disprende) mai di obbedirle. Donna (apostrofe), Dio mi dirà: “Cosa presumesti
(presomisti)?”, quando la mia anima (alma mia) sarà (sïando - essendo) davanti a Lui
(a lui davanti) [dopo la morte]. “Hai oltrepassato il cielo e sei giunto sino a Me [con
la tua poesia] e hai dato (desti) Me come paragone (per semblanti) per un amore
terreno (vano): mentre a Me spettano (conven) le lodi, come alla Regina (la reina –
la Madonna) del vero regno (regname degno – il Paradiso) per la quale viene meno
ogni (cessa onne) inganno (fraude - latinismo)”. Gli potrò rispondere: “[La mia
amata] aveva l'aspetto di un angelo (Tenne d’angel sembianza – metafora della
donna-angelo) che appartiene al Tuo regno; non fu colpa mia (non me fu fallo) se
posi in lei il mio amore (amanza)”.
LEZIONE N. 4
Si può notare un passaggio dalla canzone di Guido Guinizzelli, Al cor gentil rempaira
sempre amore, in cui il poeta crea l’identità tra l’amore e la nobiltà e si parla di un
amore gentile; alla Vita Nuova di Dante, in cui si raggiunge l’apice dello stile dolce.
Dunque, l’amore viene manifestato nella forma della lode, in cui si deve dichiarare a
tutti le qualità della donna. Non si parla alla donna, ma della donna.
DANTE ALIGHIERI, VITA NUOVA, CAP. XI
Dico che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza (cioè l’attesa) della
mirabile salute (un saluto miracoloso) nullo nemico mi rimanea, anzi (per di più) mi
giugnea una fiamma di caritade, la quale mi facea perdonare a chiunque m'avesse
offeso. E chi allora m'avesse dimandato di cosa alcuna, la mia risponsione sarebbe
stata solamente «Amore», con viso vestito d'umiltà (METAFORA: viso - vestito). E
quando ella fosse alquanto propinqua (implica un concetto spaziale) al salutare,
uno spirito (una serie di energie che circolano per il corpo e che nel momento della
forte emotività d'amore escono fuori – sono delle energie vitali. UN CONCETTO
ASTRATTO), distruggendo tutti gli altri spiriti sensitivi (che ci fanno percepire le cose,
legati ai sensi: vista - olfatto), pingea fuori li deboletti spiriti del viso (da visum, cioè
quello che viene visto), e dicea (imperfetto) loro: «Andate ad onorare la donna
vostra», ed elli si rimanea nel luogo loro. E chi avesse voluto conoscere Amore, fare
lo potea mirando lo tremare degli occhi miei. E quando questa gentilissima (cioè
nobile d’animo) salute salutava (è un POLIPTOTO, cioè stessa radice e diverse
derivazioni. Salute è il sostantivo e salutava è il verbo. C’è un rapporto etimologico),
non che Amore fosse tal mezzo che potesse obumbrare a me la intollerabile
beatitudine, ma elli quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo
quale era tutto allora sotto lo suo reggimento, molte volte si movea come cosa grave
inanimata. Sì che appare manifestamente che nelle sue salute abitava la mia
beatitudine (PERSONIFICAZIONE), la quale molte volte passava e redundava la mia
capacitade.
(Dante Alighieri, Vita Nova, a cura di Guglielmo Gorni, Torino, Einaudi, 1996)
Commento della Vita Nuova: si tratta di un prosimetro, cioè è un genere letterario
in cui prosa e versi che vengono alternati in modo equilibrato. Nella Vita Nuova,
Dante fa un percorso di crescita, parte da un amore passione/dolore (un amore che
vuole in cambio qualcosa) in cui il poeta è appeso ad un filo e Beatrice ha il controllo
su di lui; ad un amore caritas (amore incondizionato, gratuito, disinteressato. Tipico
amore di Dio verso gli uomini). Dunque, lui decide di amare l’amore che prova per
Beatrice.
AMORE PASSIO AMORE CARITAS
Beatrice è un essere speciale e proprio per questo motivo può inspirare un amore
caritas nei confronti dell’autore. Vedere Beatrice significa avere la prova
dell’esistenza di Dio; ed amare lei significa avvicinarsi a Dio. Viene sublimato il tutto.
In tutta la Vita Nuova, non abbiamo nessuna descrizione di Beatrice, noi non
sappiamo com’è fatta, non è un amore fisico.
Il saluto di Beatrice è un’emanazione del sacro. Beatrice è la salute, cioè le viene
dato un nome che è metonimico, cioè la metonimia, l’effetto per la causa,
sostituisco il nome proprio con il suo effetto (quello di rendere salvi), in questo caso
è l’effetto per la causa.
LA PAROLA SALUTE E SALUTO, derivano entrambe da SALUT.
SALUT (in prov. Saluto e salute)
Parafrasi:
Dico che quando lei compariva da qualche parte, nell’attesa di un saluto miracoloso
non mi rimaneva nessun nemico, per di più mi raggiungeva una fiamma di carità, la
quale mi faceva perdonare chiunque mi avesse offeso (un senso di tolleranza
generale). Chi allora mi avesse chiesto qualcosa, la mia risposta sarebbe stata solo
“Amore”, con un viso caratterizzato da umiltà. E quando lei era vicinissima al saluto,
uno spirito d’amore, distruggendo tutti gli altri spiriti sensitivi, spingeva fuori gli
spiriti deboli del viso, e diceva loro: “Andate ad onorare la vostra donna”, e lo spirito
d’amore rimaneva nel loro luogo (cioè si impossessava di tutta la testa di Dante). E
chi avesse voluto conoscere l’Amore, poteva farlo guardando solamente come i miei
occhi tremavano. E quando Beatrice salutava, non bastava neanche l’Amore che
provavo per sopportare la beatitudine in quel momento, ma l’Amore per eccesso di
dolcezza diventava tale, che il mio corpo, il quale era tutto sotto il suo reggimento
(cioè governato totalmente dal Re Amore), si muoveva molte volte come una cosa
grave (cioè pesante) e inanimata (cioè diventava un peso morto, come una scarica
elettrica potentissima dopo la quale non si hanno più energie). Così che appare
molto chiaramente nei suoi saluti c’era la mia beatitudine, la quale oltrepassava la
mia capacità di contenerlo.
GUIDO CAVALCANTI, TU M’HAI SÌ PIENA DI DOLOR LA MENTE
APOSTROFE Tu m'hai sì (così) piena di dolor la mente (parte simbolica),
che l'anima si briga di partire,
e li sospir' che manda 'l cor dolente
mostrano agli occhi che non può soffrire.
Amor, che lo tuo grande valor (ossia, forza) sente,
dice: «E' (cioè sarebbe “egli”, non dobbiamo dare significato, perché è soggetto del
verbo impersonale), mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che niente
par che pietate di te voglia udire».
I' vo (adesso torna a parlare di sé) come colui ch'è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch'omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno, (sembra un burattino – una statua di pietra,
sono meno animati – movimento condotto dall’esterno)
che si conduca sol per maestria
e porti ne lo core una ferita
che sia, com'egli è morto (è stato ucciso), aperto (chiaro) segno (segnale).
(G. Cavalcanti, Rime, a cura di Domenico de Robertis, Torino, Einaudi, 1986)
In Guido Cavalcanti, un grandissimo esponente dello Stil Novo, prevale l’idea
dell’amore come passione/dolore, per il poeta l’amore non può portare gioia.
VISIO COGITATIO
COGITATIO: è un momento in cui si comincia a fantasticare, a produrre fantasmi
interiori che assorbono tutte le loro energie, che non corrispondono alla realtà
esterna, ma sono un prodotto della mia fantasia. Quindi, fissarsi sulla cogitatio
ossessiva comportava un allontanamento dalla razionalità e dalla vera conoscenza.
La poesia di Cavalcanti che andremo ad analizzare, Tu m’hai sì piena di dolor la
mente, è un sonetto caratterizzato da endecasillabi con schema metrico (), in cui
parla dell’amore come passione distruttiva. Non c’è salvezza, ma per lui l’amore è
solo irrazionalità, non conduce l’individuo verso il bene. È un sonetto del film
mentale che ha occupato tutto il suo orizzonte interiore.
All’inizio del sonetto troviamo la presenza di un’APOSTROFE iniziale, quando io mi
rivolgo a una qualcuno direttamente, è una figura del discorso.
Parafrasi:
Tu mi hai riempito così tanto la mente,
che l’anima si sbriga a partire (cerca di scappare),
e i sospiri che il cuore dolente manda
mostrano agli occhi che l’anima non può sopportare il dolore.
Amore, che sente la tua forza,
dice: “mi dispiace che debba morire
per questa donna feroce, che sembra
che non voglia avere pietà di te”.
Io adesso vado come chi è fuori di vita,
che sembra, a chi lo guarda, di essere un uomo
fatto di rame o di legno o di pietra,
che cammini solo perché qualcuno lo muova
e sembra un uomo che porti nel cuore una ferita
la quale sia un segnale chiaro di come egli è morto.
CECCO ANGIOLIERI, "BECCHIN'AMOR!". "CHE VUO', FALSO TRADITO?".
"Becchin'amor!". "Che vuo', falso tradito?". A
"Che mi perdoni". "Tu non ne se' degno". B
"Merzé, per Deo!". "Tu vien' molto gecchito". A
"E verrò sempre". "Che sarammi (è una forma tipica dell’italiano antico in cui il
pronome non viene messo prima, ma dopo) pegno?". B
"La buona fé". "Tu ne se' mal fornito". A
"No inver' di te". "Non calmar, ch'i' ne (verbo di movimento con funzione
temporale) vegno!". B
"In che fallai?". "Tu sa' ch'i' l'abbo udito". A
"Dimmel, amor". "Va', che ti veng'un segno (METONIMIA, un segno è la
conseguenza per la causa)!". B
"Vuo' pur (proprio) ch'i' muoia?". "Anzi mi par mill'anni". C
"Tu non di' bene". "Tu m'insegnerai". D
"Ed i' morrò". "Omè, che tu m'inganni!". C
"Die tel perdoni". "E ché non te ne vai?". D
"Or potess'io!". "Tègnoti per li panni?". C
"Tu tieni 'l cuore". "E terrò co' tuo guai". D
(Cecco Angiolieri, Rime, a cura di Antonio Lanza, Roma, Archivio Guido Izzi, 1990)
In questo caso abbiamo analizzato uno stile comico – realistico, il cui massimo
rappresentante è Cecco Angiolieri, senese di buona famiglia, ma una testa pazza,
che aveva tutti i vizi possibili. Di questo autore dobbiamo ricordare
"Becchin'amor!". "Che vuo', falso tradito?", un sonetto molto difficile, perché in
ogni endecasillabo fa entrare la risposta di lui e di lei. Questo tipo di poesia ci mostra
che c’è un modo concreto di interagire e di amare, che viene mostrato da Becchina.
Si può considerare anche un testo drammatico, perché ci sono due persone che
parlano, c’è una mimesi totale.
Ha uno schema metrico particolare – incalzante, un po' più comico. Ciò che è veloce
è comico. Schema metrico incalzante. La comicità va di pari passo con la velocità.
Comico ha a che fare con la realtà vera. Becchina lo riporta a terra, sul quotidiano,
abbassa il livello del poeta stilisticamente. Il fatto che noi sappiamo chi sia Becchina
ci riporta a una realtà poco simbolica, ma molto concreta al quotidiano.
Parafrasi:
“Becchina amore!”. “Che vuoi bugiardo?”.
“Che mi perdoni!”. “Tu vieni sempre con la coda tra le gambe”.
“Verrò sempre così”. “Come me lo dimostrerai?”
“La (mia) buona fede”. “Tu ne sei mal fornito”.
“Non verso di te”. “Non cercare di girare le acque”.
“In che cosa ho sbagliato?” “Tu sai che io ho sentito (so già tutto)”.
“Dimmi amore, che cosa hai sentito?”
“Vuoi proprio che io muoia?” “Certo non vedo l’ora che tu muoia”.
“Tu non parli bene”. “Tu m’insegnerai” (IRONIA, forma retorica molto sofisticata -
ATTEGGIAMNETO PASSIVO AGGRESSIVO)
“Ed io morirò”. “Povera me, che tu m’inganni”
“Dio mi perdoni”. “Che cosa stai a fare ancora?”
“Magari potessi andarmene”. “Che ti sto tirando io?!” (è un’interrogativa retorica,
continua sul tono ironico)
“Tu tieni il mio cuore”. “E lo terrò facendoti ancora molti danni”.
SCHEMA METRICO: (ABAB ABAB CDCD CD)
PAROLE PROVENAZALI: Merzé, per indicare pietà – Gecchito – Pegno. Indicano
questa sorta di subordinazione, cioè l’amante che si sottopone alla donna. C’è una
mescolanza di stili: delle parole provenzali (es: Merzé) con delle uscite
popolaresche.
LA PROSA DEL DUECENTO
Prima di Dante, gli italiani per scrivere qualcosa in prosa utilizzavano il francese e
non in volgare. Il francese era visto come lingua di prestigio. Esempi:
- Brunetto Latini: Trèsor, in lingua oil, (rifacimento in versi: Tesoretto), scritta
prima in francese e poi tradotto in italiano.
- Marco Polo, Milione (lingua franco – veneta, lingua di incrocio) fine IX sec.
- Novellino: raccolta di 99 novelle, che insieme fanno un filo narrativo.
Novella: genere compositivo. Una breve narrazione, per lo più in prosa, di un fatto
storico, reale, o immaginario. La novella si caratterizza in origine per lo stretto
legame con la narrazione orale, “novellare” significa “raccontare”. Contrariamente
alla fiaba, nella novella i fatti narrati si inseriscono in una cornice realistica e
credibile. Il suo scopo è principalmente l’intrattenimento, ma spesso a questo si
congiunge il fine di edificare (costruire o trarre la morale) moralmente il
lettore/ascoltatore. Rielaborazione artistica, quasi fatti di cronica che sono collegati
ad eventi e che nascondono esemplarità, ci insegnano delle cose.
Il Novellino “Questo libro tratta d’alquanti fiori (cioè la parte più bella) di parlare, di
belle cortesie e di be’ risposi (belle risposte) e di belle valentie edoni (di azioni belle),
secondo che per lo tempo passato hanno fatto molti valenti uomini (uomini
valorosi)”.
Nel Novellino c’è una sovrapposizione di più autori. Questo tipo di etica vuole
tramandare i valori cortesi.
In ambito medievale viene ripresa tutta la mitologia classica. Qui vanno a ripescare
le metamorfosi di Ovideo. Trasferisce questo novellino in ambito cortese.
Qui si racconta di come Narciso si innamorò della sua ombra.
Narciso fu un cavaliere molto buono e bellissimo. Un giorno avvenne (punto di
rottura) che lui si riposava su una bellissima fontana, e dentro l’acqua vide la sua
ombra. E cominciò a riguardarla, (quel ri, cioè la rivede con insistenza) e rallegrar sì
(sì = è posto come fece anche Angiolieri) le gioiva vedendo la bellezza della sua
immagine nella fonte e la sua ombra faceva la stessa cosa (si rallegrava allo stesso
modo=immagine speculare), e così credeva che quella ombre fosse viva, (in questo
modo credette che quell'ombra avesse vita propria) e non si accorgeva che fosse
l'ombra sua; cominciò ad amare così forte, il si = così; che la volle acciuffare e l'acqua
diventò torbida, l'ombra spari, (prima i verbi con l'accento non venivano tollerati,
per questo spesso si aggiungeva una vocale finale, Dante lo fa spesso), onde= per cui
= è consecutivo cioè dunque, onde = per cui (parola cattiva = insidiosa) cominciò a
piangere perché ha perso il suo innamorato e l'acqua schiarendo vide l'ombra che
piangeva, vide se stesso piangente ed egli si lasciò cadere nella fontana (cadde nella
fontana). Era primavera (come un racconto viene creata un contesto medievale) e le
donne andavano alla fontana a passare il tempo, (le donne sono gentili, carine,
come damine nulla a che vedere con le ninfee classiche) videro il bello narciso
affogato e lo trassero dalla fonte e così dritto/morto lo appoggiarono (passato
remoto antico) alle sponde della fontana, onde = questa notizia di questo accaduto
arrivo(giunse) al Dio dell'amore. II Dio Amore adesso si allerta perché uno è morto x
causa di amore, onde= è consecutivo anche qui. Il Dio d'amore ne fece un bellissimo
mandorlo, non lo trasformò in un fiore, cioè nel narciso, ma in un albero. Il
mandorlo ha una simbologia precisa non è scelto a caso, ha una connotazione nobile
(come l'amore gentile) e questo avvenne perché è il primo albero a fiorire e fruttare
poi e riporta alla stagione dell'amore; quindi, è un simbolo di primavera = che è il
momento in cui fiorisce e quindi c'è questo risveglio della natura e dell'amore di
conseguenza.
LEZIONE N.5
Il TRECENTO (operano le tre corone Dante, Boccaccio e Petrarca)
Dante lingua
Boccaccio prosa
Petrarca lirica
PETRARCA è stato l’autore più importante d’Europa. (1304-1374)
È il primo canale classicista.
Poeta laureato a differenza di Dante, concetto fortemente legato a Laura.
Perché è importante studiarlo? Con Petrarca possiamo iniziare a parlare di
umanesimo e di differenze con Dante. Petrarca ha una sorta ossessione per lo
studio dei testi e per le opere latine.
Dipinto di Giorgio Visari, Le tre corone della lingua italiana.
Petrarca vive per ’70 anni. Siamo all’inizio del Trecento. Nasce in Toscana ma, per
via del lavoro del padre, vive in Francia, ad Avignone (dove vi era la sede del Papa).
Si tratta di un grande viaggiatore e scopritore di molteplici manoscritti antichi (gira
per conventi e monasteri, trova manoscritti di Cicerone, cerca continuamente copie
di libri). Con Petrarca si parla di UMANESIMO, che parte dalla scoperta dei CLASSICI.
Umanesimo è un derivato di UOMO. L’ideale di humanitas rivaluta l’uomo rispetto
ad una cultura passata che lo aveva posto in secondo piano con riferimento ad una
auto-sottomissione e sacrificazione dello stesso. Si ritorna, dunque, all’ambito
classico in cui il cristianesimo non vi era analogamente alla stessa assenza
dell’aspirazione ad una vita eterna ultraterrena. Petrarca aveva un rapporto
dialogico, vitale e continuo con i libri che considerava amici postillando per tutta la
vita nuove informazioni e collegamenti. Si parla di nuove miniere di valore per sé
stessi. Petrarca ci fornisce l’immagine di autore che è un tutt’uno con la sua opera la
cui conoscenza per l’uomo ha un valore solo se migliora la persona stessa (ci si
riferisce ad un auto-miglioramento, utile proprio a livello didattico). Petrarca tenterà
di mettere insieme due culture: i classici e le confessioni di SANT’AGOSTINO (una
delle prime più belle autobiografie della storia cristiana occidentale in latino con
riferimento ad un grande peccatore pentito e fatto vescovo nell’Africa del Nord)
meritevoli di essere raccontate poiché esempio per gli altri. Agostino rappresenta un
grande modello cristiano. Si parla, dunque, di umanesimo cristiano per via
dell’unione fra classici ed etica cristiana che, nei punti essenziali, coincidono.
Petrarca ha, a sua volta, una scuola caratterizzata dalla presenza di studiosi che paga
per far riscrivere documenti a suo modo. Scrive, inoltre, l’AFRICA, Il Secretum, altre
epistole ecc (realizza tutta una produzione latina). Ci è pervenuta la sua stessa
produzione in volgare (pensiamo ai Triumphi di entità che accompagnano la storia
fra lui e Laura o, ancora, a Rerum Vulgarium Fragmenta, frammenti di cose volgari-
scritte in volgare- consapevole della subalternità di questo tipo di produzione
prediligendo, ad esempio, l’AFRICA. Egli riceverà, per un poema latino,
l’incoronazione a poeta laureato dovendo scegliere di ritirare il premio a Parigi o a
Roma, decidendo di dirigersi proprio verso la capitale). Con Petrarca viene fondato il
codice della poesia d’amore in volgare in Italia e in Europa (canzoniere come
alfabeto del dicibile poetico amoroso).
Umanesimo cristiano
Filologia
Produzione latina (Africa, Secretum, epistole, ecc.)
Produzione volgare (Triumphi, Rerum Vulgarium Fragmenta)
Rerum Vulgarium Fragmenta
fonda il modello della lirica d'amore in Italia (e in Europa)
Le opere più importanti: canzoniere e i trionfi.
Petrarca diventerà un modello per la lirica.
RERUM VULGARIUM FRAGMENTA
(opera poi nota come Canzoniere)
- frammenti di cose volgari (in lingua volgare)
- 366 componimenti
- 9 'forme' del canzoniere ultima versione Vat. Lat. 3195
La morte dell’amata funge da elemento spartiacque analogamente alla morte di
Beatrice nella Vita Nova. L’opera Rerum Vulgarium Fragmenta viene poi nominata ‘Il
canzoniere’ cioè raccolta di canzoni, anche se le canzoni non sono tante, la maggior
parte sono sonetti. Con Petrarca si viene a fondare un vero e proprio codice della
poesia d’amore in volgare in cui confluiscono tutte le poesie precedenti, dai
provenzali. Questo codice è talmente forte che da quando muore Petrarca, ha già i
suoi primi emulatori e nel 500 si parlerà di petrarchismo. A lui si rifanno tutti i poeti
quando parlano d’amore poiché ‘non c’è modo di scrivere poesia d’amore che non
sia quello ispirato a Petrarca’, che era quasi un alfabeto del dicibile poetico
amoroso. Questo chiaramente non vuol dire che l’amore sia l’unico tema del
Canzoniere, ma sicuramente è quello preponderante. Quest’opera ha un
collegamento con lo stesso nome di Laura: laura - lauro ma anche un gioco fonico
con l’aura (aria) che è anche la voce di Laura. Quindi c’è tutto un gioco che ha fatto
parlare qualcuno che il nome di Laura è troppo strano per essere vero, magari era
inventato apposta per farci ciò che voleva ad esempio un gioco con il mito di Dafne e
Apollo che viene da qui (Dafne fu inseguita e per sfuggire ad Apollo, chiede al padre
Peneo di essere trasformata in un albero di alloro. Quando Apollo arriva si ritrova
l’albero, resta frustrato e non può che cingersi solo la testa di alloro per appagare
quel bisogno di contatto). Petrarca prende questo mito e lo trasferisce alla sua
storia.
TRAMA: Petrarca si innamora di Laura (sappiamo da una postilla che Petrarca scrive
‘Mi sono innamorato di Laura il 6 aprile 1327’ poi la fa morire il 6 aprile del 1348 di
peste), Laura non si concede (come Dafne), sfugge ed è pudica, mantiene la sua
purezza, non fa consumare questo amore. C’è tutto il canto del suo dissidio e allo
stesso tempo la consapevolezza dell’errore perché non bisogna fissarsi su un essere
terreno e dare troppa energia a questo e soprattutto non deve farlo una persona
che sta imparando dai classici, dagli storici. Quindi c’è l’errore del protagonista
narrato nel Canzoniere, la morte di Laura, il ricordo e il pentimento finale. Dunque
l’ultima grande canzone, di questi 366 componimenti, non è più a Laura ma ci si
rivolge alla Vergine (Laura è morta e già il fatto stesso che non si è concessa diventa
un esempio per il poeta). Si parla di Rime in Vita di Laura e Rime in morte di Laura ->
in realtà è solo perché ad un certo punto, tra il 1262-3, ci sono delle pagine bianche
ma questo non vuol dire niente: probabilmente voleva aggiungerci delle cose nel
mezzo. La morte dell’amata è considerata anche uno spartiacque per l’opera come
lo è la morte di Beatrice in Dante.
IL SECRETUM (il mio segreto, dialogo)
IL SECRETUM si riferisce al diario segreto dell’autore, ad un dialogo in latino in prosa
in cui i protagonisti sono Franciscus che si sdoppia in Sant’Agostino che parla con lui
e lo rimprovera essendo stato un peccatore e conoscendo i punti deboli di Francesco
a cui deve dare una ricetta per guarire (rappresentazione della parte irrazionale e
razionale legata alla salvezza dell’anima, fra ES e SUPER IO freudiani). Le due
dipendenze da superare sono Laura, desiderio carnale, e gloria poetica. Agostino le
chiama “le due catene”. Cercando la gloria poetica, il poeta dipendeva dal giudizio di
mortali non migliori di lui (attaccamento mondano, bisogno di riconoscimento
narcisistico che inizia e finisce su questa terra. La vera gloria, nel sistema medievale,
doveva essere data da Dio). Questa è la diagnosi che viene fatta. Ciò che gli viene
prescritto, invece, riguarda la sua promessa finale ad Agostino: sarò presente a me
stesso quando potrò, raccoglierò gli sparsi frammenti della mia anima e
diligentemente vigilerò su di me’. Questi sparsi frammenti dell’anima somigliano
molto al titolo del canzoniere (ogni pezzo del canzoniere è un errore fatto da
Petrarca. Si tratta di frammenti disordinati che deve riordinare per farne una storia
di redenzione e, dunque, richiesta di perdono come cura letteraria che corrisponde
ad una cura letteraria riavvolgere il nastro e facendo dei sintomi di errori un
tentativo di ritrovo di sé stesso. Petrarca scrive tanti testi poetici quando Laura è
viva pur non avendo ancora l’idea di raccoglierli. Solo nel ’48 con la sua morte
dovuta alla peste li raccoglie (riordino testuale che corrisponde a un riordino
spirituale). Di difficile datazione sono i Triumphi, in terzina (che riprende, oltre che
da Dante, da Amorosa Visione di Boccaccio). Il riferimento è a Francesco degli
Arrighi, detto Pesellino (1450 ca). Nel primo abbiamo il trionfo di amore. All’amore
per Laura subentra la pudicizia (indossa una cinturina che fa capire che ancora non è
sposata). Sulla passione erotica prevale la pudicizia di Laura. Successivamente, con la
morte di Laura, la morte prevale su tutto. Sulla morte può trionfare la fama (il solo
parlar di Laura attraverso la letteratura consentirà di tramandare la fama. Si parla di
immortalità letteraria, di gloria poetica). Petrarca è molto legato al mito di Dafne ed
Apollo (che diverrà il Dio della poesia con una conseguente compensazione del
rifiuto di Dafne). Vi è l’illusione che la fama possa perpetuare il nome di Laura. Ma
su questo vince il tempo: quanto tempo ancora ci si potrà ricordare di Laura? Il
tempo, per quanto sia stata grande una persona, spazza via tutto. Preso atto di tutte
queste forze che annullano ogni gloria terrena, rimane l’idea di abbandonare tutto
ciò che ha a che fare con questa terra: solo Dio è eterno, tutto il resto è finalizzato
alla morte e, quindi, all’annullamento. E’ bene non affidarsi a nulla di terreno. Il
poeta parlerà, infatti, di “perduti giorni” trascorsi ad amare Laura. Dante fa di
Beatrice una mirabile visione, tanto che non c’è più posto per una cosa così grande
nella Vita Nova potendone continuare a parlare solo nel contesto della Divina
Commedia. In Petrarca, invece, questo processo non è così lineare: non vi è una
trasfigurazione vera di Laura. Petrarca è un uomo più vero rispetto a quella che è
l’allegoria dantesca. Egli rimane desideroso di un corpo: nell’ultimo sogno in cui
Laura appare (nella 359) gli dice di non piangere ancora e lui si focalizza solo sui suoi
bei capelli ricci. La risposta di lei è “non errare come coloro i quali sono sciocchi”.
Alla fine del canzoniere, dunque, Petrarca, in maniera molto umana, ci restituisce
un’immagine di sé stesso poco perfetta: compie tanti tentativi per migliorare ma
non vuole dimostrare di esserci riuscito. Il saggio è colui il quale è consapevole di
essere umano e, in quanto tale, fallibile.
F. Petrarca, Secretum, III
A.: Dic ergo - quoniam prius amoris mentio facta est -: nonne hanc omnium
extremam ducis insaniam?
[Dimmi dunque - visto che abbiamo nominato per primo l'amore: non pensi che
l'amore sia la peggiore di tutte le pazzie?') F.: Adero michi ipse quantum potero, et
sparsa anime fragmenta recolligam, moraborque mecum sedulo. (‘Sarò presente a
me stesso quanto potrò, raccoglierò gli sparsi frammenti della mia anima e
licentemente vigilerò su di me)
Il mio segreto, a cura di Enrico Fenzi, Milano, Mursia, 2008
F.: Adero michi ipse quantum potero, et sparsa anime fragmenta recolligam,
moraborque mecum sedulo.
('Sarò presente a me stesso quanto potrò, raccoglierò gli sparsi frammenti della mia
anima e licentemente vigilerò su di me)
Il mio segreto, a cura di Enrico Fenzi, Milano, Mursia, 2008
I TRIONFI DI: AMORE - PUDICIZIA – MORTE
I TRIONFI DELLA FAMA - DEL TEMPO E DELL’ ETERNITA’
I Rerum vulgarium fragmenta ("Frammenti di cose volgari") sono una raccolta di 366
liriche di Francesco Petrarca, scritte nell'arco di tutta la vita e messe insieme nella
forma definitiva negli ultimi anni prima della morte, approssimativamente tra il 1336
e il 1373-74. L'opera è anche impropriamente intitolata Canzoniere e, a differenza
della Vita nuova di Dante, non ha una cornice narrativa in prosa ma presenta una
successione di poesie, tradizionalmente divise tra quelle In vita di madonna Laura
(sino al sonetto 264) e quelle In morte di madonna Laura, benché tale suddivisione
non sia resa esplicita dall'autore. L'amore per Laura è il tema dominante della
raccolta, ma non mancano altri argomenti come la critica alla corruzione della Curia
papale di Avignone, la politica del tempo, mentre alcuni componimenti sono
d'occasione e dedicati ad amici e potenti protettori del poeta. L'ordine di
pubblicazione delle poesie non rispecchia quello di composizione e infatti il sonetto
di apertura è stato certamente scritto tra gli ultimi, quando Laura era già morta e
l'autore considera in maniera retrospettiva la sua vita sprecata nell'amore non
corrisposto della donna. L'opera ci è stata tramandata da alcuni manoscritti tra cui
specialmente il Codice Vaticano Latino 3196, che per buona parte è stato vergato di
pugno dallo stesso Petrarca con tanto di annotazioni a margine e dunque del testo
possediamo l'autografo (primo caso tra gli autori del Medioevo). Il titolo originale
alludeva alla scarsa considerazione che l'autore riponeva in quest'opera, da lui
giudicata inferiore agli scritti latini da cui si attendeva la fama, infatti le liriche
vengono definite anche nugae, "cose di poco conto" (tale giudizio apparentemente
svalutante è probabilmente di maniera e contrasta con l'impegno profuso da
Petrarca nel continuo lavoro di rimaneggiamento della raccolta). L'opera è
comunque il capolavoro riconosciuto del poeta ed è considerata come la prima
raccolta lirica della poesia "moderna", con una rappresentazione dell'amore basata
molto sull'interiorità dell'autore e con una descrizione della donna amata come
creatura terrena, con difetti e soggetta all'invecchiamento, molto lontana quindi
dalla idealizzazione propria dello Stilnovo.
2) Francesco Petrarca, Rerum Vulgarium Fragmenta (Canzoniere)
2.1)
2.2) Quel sempre acerbo et honorato giorno
mandò sí al cor l'imagine sua viva
che 'ngegno o stil non fia mai che 'l descriva,
ma spesso a lui co la memoria torno.
L' atto d' ogni gentil pietate adorno,
e 'l dolce amaro lamentar ch' i' udiva,
facean dubbiar, se mortal donna o diva
fosse che 'l ciel rasserenava intorno.
La testa òr fino, et calda neve il volto,
hebeno i cigli, et gli occhi eran due stelle,
onde Amor l'arco non tendeva in fallo;
perle et rose vermiglie, ove l'accolto
dolor formava ardenti voci et belle;
fiamma i sospir', le lagrime cristallo.
(2.3) Tennemi Amor anni ventuno ardendo,
lieto nel foco, et nel duol pien di speme;
poi che madonna e 'l mio cor seco inseme
saliro al ciel, dieci altri anni piangendo.
Omai son stanco, et mia vita reprendo
di tanto error che di vertute il seme
à quasi spento, et le mie parti extreme,
alto Dio, a te devotamente rendo:
pentito et tristo de' miei sí spesi anni,
che spender si deveano in miglior uso,
in cercar pace et in fuggir gli affanni.
Signor che 'n questo carcer m' ài rinchiuso,
tràmene, salvo da lì eterni danni,
ch' i' conosco 'l mio fallo, et non lo scuso.
(F. Petrarca, Canzoniere, a cura di G. Contini, Torino, Einaudi, 1992)
Parafrasi:
2.1)
Qualunque essere animato che vive sulla terra, ad eccezione degli animali notturni,
è destinato a faticare per l'intera giornata del giorno; ma non appena le stelle
compaiono in cielo [e si fa notte], alcuni tornano alla tana, altri si rifugiano tra la
vegetazione, per riposarsi almeno fino all'alba del giorno successivo. Io, invece, non
appena l'alba, con la sua bellezza, comincia a diffondere la luce [discacciar l'ombra]
nelle zone d'intorno, svegliando gli animali in ogni bosco, non smetto mai di
sospirare finché dura il giorno; poi quando ritornano le stelle a brillare nel cielo,
comincio a piangere, desiderando che torni il giorno. Quando di sera svanisce la luce
del giorno, e il fatto di essere noi entrati nel buio della notte significa che all'altro
capo del mondo è l'alba, osservo pensoso le stelle che a me appaiono così crudeli,
che hanno voluto che io fossi fatto di materia che sente [ovvero sono una creatura
vivente in grado di provare dolore e angoscia]; e maledico il giorno che io nacqui, e
la vita che conduco che mi fa nell'aspetto un uomo selvatico. Non credo che sia mai
cresciuta tra i boschi una bestia così crudele, sia diurna che notturna, come lei
[Laura] per la quale piango notte e giorno; e non mi dà pace né il cadere
addormentato né l'alba di un giorno nuovo: tanto che nonostante io sia un misero
mortale come tutti, il mio desiderio amoroso è fermo e durevole come le stelle [e
influito da esse]. Prima che [morendo] io torni a voi, stelle che siete lucenti, o che
cada giù nella selva infernale riservata agli amanti infelici [raccontata da Virgilio
nell'Eneide], separandomi dal corpo che diventerà polvere [trita terra], potessi io
vedere in lei [Laura] un cenno di pietà, che in un solo giorno mi possa ricompensare
delle pene di molti anni, [un gesto che] per tutta la notte, dal tramonto all'alba,
possa rendermi felice. Se solo per una notte io fossi con lei dopo che è tramontato il
sole e non ci vedessero altri che le stelle, [vorrei] non arrivasse mai l'alba; e [se solo]
non si traformasse [Laura] in una verde pianta [come il lauro] per sottrarsi al mio
abbraccio [con riferimento al mito di Apollo e Dafne], come il giorno che lei [Laura,
identificata completamente con Dafne] fu seguita sulla terra da Apollo. Ma io sarà
sottoterra dentro [il secco legno della bara, e [sarà più facile che] di giorno si vedano
le stelle, prima che arrivi un giorno tanto fortunato [in cui Laura ricambi i
sentimenti].
2.2)
2.3)
L’amore mi tenne 21 anni bruciando
felice del fuoco, lieto io e pieno di speranza nel dolore
dopo che madonna é morta il cuore é salito in cielo con lei
Amore mi tenne 10 anni
Ormai sono stanco di rimproverare la mia vita di un cui tanto errore
Che vuol dire che ha quasi spento il seme della virtù
E la parte estrema della mia vita la rendo a dio
Pentito dei miei anni spesi in questo modo ardendo e piangendo non
facendo la cosa giusta
In quegli anni che si sarebbero dovuti spendere in modo migliore
Cercando pace e cercando di fuggire dagli affanni
Signore (una vera preghiera) che mi hai rinchiuso in questo carcere, in
questo corpo
Fammi morire, salvo dalle pene dell’inferno, perché io conosco il mio errore e non lo
perdono
IL CANONE DELLE BELLEZZE
Morale stoica (Zenone, III-Il a.C.)
SCOPO ETICO della morale STOICA: LA FELICITÀ
Come si raggiunge? Vivendo secondo natura, cioè secondo illogos divino
(razionalmente/ secondo ragione. Il vivere secondo natura è un vivere sentendosi "a
casa propria", in armonia con sé stessi. Questa tendenza è inconsapevole nei
vegetali, istintiva negli animali e razionale negli uomini.
SECONDO GLI STOICI:
• il Bene morale il bene coincide con il raggiungimento di un pensiero armonico ed
equilibrato attraverso il logos (la ragione);
• il Male morale: è tutto ciò che danneggia il nostro essere, il nostro logos (ragione,
ragionamento).
Esistono elementi Indifferenti cioè non classificabili né come bene né come male:
tutto ciò che ha a che fare col corpo, in bene (salute, ricchezza, forza, bellezza, etc.)
e in male (malattia, povertà, debolezza, ecc…)
Il sistema delle perturbationes animae (malattie dell’anima dovute a un cattivo
uso del logos), riprese dello stoicismo nel medioevo.
CICERONE, Tusculanae disputationes, III I 2
'sunt...ingeniis nostris semina innata virtutum, quae si adolescere liceret,
ipsa nos
ad beatam vitam natura produceret”
nelle nostre nature ci sono semi di virtù innati, ai quali se fosse permesso di crescere
(Svilupparsi, germogliare), la stessa natura ci condurrebbe a una vita
Beata.
Simbologia Laura-Lauro-Poesia
——-
Dall’amore scaturisce poesia.
La poesia canta la passione ma anche la castità e le doti morali di Laura (nonché la
salvezza della sua anima dopo la sua morte) e l’amore frustato dell’amante, che vive
nel peccato di amare la creatura invece del creatore. La ricompensa per questo
canto é la gloria poetica, la ‘LAUREA’, l’alloro poetico.
LEZIONE N. 6 23/10/2023
GIOVANNI BOCCACCIO (1313 – 1375)
- Lavora con il padre
- Nasce nel 1313 a Certaldo
- Figura colta e saggia come Dante.
- Fonda la prosa italiana e molti autori come Manzoni si ispireranno alla sua
forma linguistica.
- Tra le sue opere più importanti ricordiamo il Decamerone t r a i l 1349-1353.
- Dante è il poeta della virilità, dell'amore idealizzato e puro. Boccaccio è il
poeta del piacere, dell'amore fisico, amante dei beni materia
Caratteri generali
Tempo e Spazio:
- caos della peste vs nuovo ordine spaziale e temporale (tempi cadenzati ecc.)
- caos della realtà vs ordine del racconto (la parola rifonda e riordina la realtà)
- la brigata segue un progetto auto educativo
Più nello specifico
- ricca stratigrafia sociale (tutte le classi sociali sono coinvolte, senza elitarismi)
- mercanti (campioni di attivismo)
- ipocrisia del ceto religioso (dal 1559 l'opera entra nell'Indice dei libri proibiti
esaltazione dell'ingegno e dell'abilità intellettuale, anche nell'uso della
parola, ad es. nei motti (in particolare di alcuni personaggi/artisti)
Lingua
- periodi ampi (ispirazione dalla prosa latina classica, es Cicerone, Quintiliano)
- utile ipotattico (molte subordinate)
- particolare gerarchia tra le varie proposizioni
- musicalità studiata
- verbo posposto (come nella frase latina SOV)
3) DECAMERONE
DECA = di 10 Giorni (genesi laica)
Scritto tra il 1349-53
Lingua = volgare fiorentino
Rappresenta la vita quotidiana del 1300 e nasce con lo scopo e l’intento di
intrattenere e divertire la borghesia.
Temi = condizione femminile, amore, sessualità, religione, giustizia, politica,
inganno, fortuna e morte.
Composta in 100 novelle ed ognuna ha un tema con una propria trama.
3.1) ⟨Proemio⟩
COMINCIA IL LIBRO CHIAMATO DECAMERON, COGNOMINATO PRENCIPE
GALEOTTO, NEL QUALE SI CONTENGONO CENTO NOVELLE IN DIECE DÌ DETTE DA
SETTE DONNE E DA TRE GIOVANI UOMINI.
Umana cosa è aver compassione degli afflitti: e come che a ciascuna persona stea
bene, a coloro è massimamente richiesto li quali già hanno di conforto avuto
mestiere e hanno trovato in alcuni; fra' quali, se alcuno mai n'ebbe bisogno o gli fu
caro o già ne ricevette piacere, io sono uno di quegli. [...]E chi negherà questo
[conforto], quantunque egli si sia, non molto più alle vaghe donne che agli uomini
convenirsi donare? Esse dentro a' dilicati petti, temendo e vergognando, tengono
l'amorose fiamme nascose, le quali quanto più di forza abbian che le palesi coloro il
sanno che l'hanno provate: e oltre a ciò, ristrette da' voleri, da' piaceri, da'
comandamenti de' padri, delle madri, de' fratelli e de' mariti, il più del tempo nel
piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi,
volendo e non volendo in una medesima ora, seco rivolgendo diversi pensieri, li
quali non è possibile che sempre sieno allegri. E se per quegli alcuna malinconia,
mossa da focoso disio, sopravviene nelle loro menti, in quelle conviene che con
grave noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa: senza che elle sono
molto men forti che gli uomini a sostenere; il che degli innamorati uomini non
avviene, sì come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna malinconia o
gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quello,
per ciò che a loro, volendo essi, non manca l'andare a torno, udire e veder molte
cose, uccellare, cacciare, pescare, cavalcare, giucare o mercatare: de' quali modi
ciascuno ha forza di trarre, o in tutto o in parte, l'animo a sé e dal noioso pensiero
rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il quale, con un modo o
con altro, o consolazione sopravviene o diventa la noia minore.
3.2) Introduzione alla Prima giornata
COMINCIA LA PRIMA GIORNATA DEL DECAMERON, NELLA QUALE, DOPO LA
DIMOSTRAZIONE FATTA DALL’AUTORE PER CHE CAGIONE AVVENISSE DI DOVERSI
QUELLE PERSONE, CHE APPRESSO SI MOSTRANO, RAGUNARE A RAGIONARE
INSIEME, SOTTO IL REGGIMENTO DI PAMPINEA SI RAGIONA DI QUELLO CHE PIÙ
AGGRADA A CIASCHEDUNO.
Introduzione
Quantunque volte, graziosissime donne, meco pensando riguardo quanto voi
naturalmente tutte siete pietose, tante conosco che la presente opera al vostro
iudicio avrà grave e noioso principio, sì come è la dolorosa ricordazione della
pestifera mortalità trapassata, universalmente a ciascuno che quella vide o
altrimenti conobbe dannosa, la quale essa porta nella sua fronte. Ma non voglio per
ciò che questo di più avanti leggere vi spaventi, quasi sempre tra' sospiri e tralle
lagrime leggendo dobbiate trapassare. Questo orrido cominciamento vi fia non
altrimenti che a' camminanti una montagna aspra e erta, presso alla quale un
bellissimo piano e dilettevole sia reposto, il quale tanto più viene lor piacevole
quanto maggiore è stata del salire e dello smontare la gravezza. [...]Dico dunque che
già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero
pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a
ogn'altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale, per operazion
de' corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra
correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali
incominciata, quelle d'inumerabile quantità de' viventi avendo private, senza ristare
d'un luogo in uno altro continuandosi, verso l'Occidente miserabilmente s'era
ampliata. E in quella non valendo alcuno senno né umano provedimento, per lo
quale fu da molte immondizie purgata la città da officiali sopra ciò ordinati e vietato
l'entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanità,
né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in
altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera
dell'anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa
maniera, a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il
sangue del naso era manifesto segno di inevitabile morte: ma nascevano nel
cominciamento d'essa a' maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le
ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre
come un uovo, e alcune più e alcun'altre meno, le quali i volgari nominavan
gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già
detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a
venire: e da questo appresso s'incominciò la qualità della predetta infermità a
permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna
altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse.
E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di
futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno. A cura delle quali infermità
né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse
profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse o che la ignoranza de' medicanti
(de' quali, oltre al numero degli scienziati, così di femine come d'uomini senza avere
alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non
conoscesse da che si movesse e per consequente debito argomento non vi
prendesse, non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra 'l terzo giorno
dalla apparizione de' sopra detti segni, chi più tosto e chi meno e i più senza alcuna
febbre o altro accidente morivano. E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò
che essa dagli infermi di quella per lo comunicare insieme s'avventava a' sani, non
altramenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto gli sono
avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l'usare
cogli infermi dava a' sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare
i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco
quella cotale infermità nel toccator transportare. Maravigliosa cosa è a udire quello
che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti e da' miei non fosse stato veduto,
appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fededegna
udito l'avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenzia narrata nello
appiccarsi da uno a altro, che non solamente l'uomo all'uomo, ma questo, che è
molto più, assai volte visibilmente fece, cioè che la cosa dell'uomo infermo stato, o
morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della spezie dell'uomo, non
solamente della infermità il contaminasse ma quello infra brevissimo spazio
uccidesse. Di che gli occhi miei, sì come poco davanti è detto, presero tra l'altre volte
un dì così fatta esperienza: che, essendo gli stracci d'un povero uomo da tale
infermità morto gittati nella via publica e avvenendosi a essi due porci, e quegli
secondo il lor costume prima molto col grifo e poi co' denti presigli e scossiglisi alle
guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser
preso, amenduni sopra li mal tirati stracci morti caddero in terra. Dalle quali cose e
da assai altre a queste somiglianti o maggiori nacquero diverse paure e
immaginazioni in quegli che rimanevano vivi, e tutti quasi a un fine tiravano assai
crudele, ciò era di schifare e di fuggire gl'infermi e le loro cose; e così facendo, si
credeva ciascuno a sé medesimo salute acquistare. E erano alcuni, li quali
avvisavano che il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità avesse
molto a così fatto accidente resistere: e fatta lor brigata, da ogni altro separati
vivevano, e in quelle case ricogliendosi e racchiudendosi, dove niuno infermo fosse e
da viver meglio, dilicatissimi cibi e ottimi vini temperatissimamente usando e ogni
lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare a alcuno o volere di fuori, di morte o
d'infermi, alcuna novella sentire, con suoni e con quegli piaceri che aver poteano si
dimoravano. Altri, in contraria opinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e
l'andar cantando a torno e sollazzando e il sodisfare d'ogni cosa all'appetito che si
potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto
male: e così come il dicevano il mettevano in opera a lor potere, il giorno e la notte
ora a quella taverna ora a quella altra andando, bevendo senza modo e senza
misura, e molto più ciò per l'altrui case facendo, solamente che cose vi sentissero
che lor venissero a grado o in piacere. E come che questi così variamente oppinanti
non morissero tutti, non per ciò tutti campavano: anzi, infermandone di ciascuna
molti e in ogni luogo, avendo essi stessi, quando sani erano, esemplo dato a coloro
che sani rimanevano, quasi abbandonati per tutto languieno. E lasciamo stare che
l'uno cittadino l'altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell'altro cura e i parenti
insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento
questa tribulazione entrata ne' petti degli uomini e delle donne, che l'un fratello
l'altro abbandonava e il zio il nepote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il
suo marito; e, che maggior cosa è e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli,
quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano. Per la qual cosa a coloro,
de' quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e femine, che infermavano, niuno
altro subsidio rimase che o la carità degli amici (e di questi fur pochi) o l'avarizia de'
serventi, li quali da grossi salari e sconvenevoli tratti servieno, quantunque per tutto
ciò molti non fossero divenuti: e quegli cotanti erano uomini o femine di grosso
ingegno, e i più di tali servigi non usati, li quali quasi di niuna altra cosa servieno che
di porgere alcune cose dagl'infermi adomandate o di riguardare quando morieno; e
servendo in tal servigio sé molte volte col guadagno perdeano. [...]E ordinatamente
fatta ogni cosa oportuna apparecchiare e prima mandato là dove intendevan
d'andare, la seguente mattina, cioè il mercoledì, in su lo schiarir del giorno, le donne
con alquante delle lor fanti e i tre giovani con tre lor famigliari, usciti della città, si
misero in via: né oltre a due piccole miglia si dilungarono da essa, che essi
pervennero al luogo da loro primieramente ordinato. Era il detto luogo sopra una
piccola montagnetta, da ogni parte lontano alquanto alle nostre strade, di varii
arbuscelli e piante tutte di verdi fronde ripiene piacevoli a riguardare; in sul colmo
della quale era un palagio con bello e gran cortile nel mezzo, e con logge e con sale e
con camere, tutte ciascuna verso di sé bellissima e di liete dipinture raguardevole e
ornata, con pratelli da torno e con giardini maravigliosi e con pozzi d'acque
freschissime e con volte di preziosi vini: cose più atte a curiosi bevitori che a sobrie e
oneste donne. Il quale tutto spazzato, e nelle camere i letti fatti, e ogni cosa di fiori
quali nella stagione si potevano avere piena e di giunchi giuncata la vegnente brigata
trovò con suo non poco piacere. [...]Non era di molto spazio sonata nona, che la
reina levatasi tutte l'altre fece levare e similmente i giovani, affermando esser
nocivo il troppo dormire il giorno: e così se ne andarono in un pratello nel quale
l'erba era verde e grande né vi poteva d'alcuna parte il sole; e quivi, sentendo un
soave venticello venire, sì come volle la lor reina, tutti sopra la verde erba si puosero
in cerchio a sedere, a' quali ella disse così: – Come voi vedete, il sole è alto e il caldo
è grande, né altro s'ode che le cicale su per gli ulivi, per che l'andare al presente in
alcun luogo sarebbe senza dubbio sciocchezza. Qui è bello e fresco stare, e hacci,
come voi vedete, e tavolieri e scacchieri, e puote ciascuno, secondo che all'animo gli
è più di piacere, diletto pigliare. Ma se in questo il mio parer si seguisse, non
giucando, nel quale l'animo dell'una delle parti convien che si turbi senza troppo
piacere dell'altra o di chi sta a vedere, ma novellando (il che può porgere, dicendo
uno, a tutta la compagnia che ascolta diletto) questa calda parte del giorno
trapasseremo.
3. 3) Giornata Terza ⟨novella 1⟩
Masetto da Lamporecchio si fa mutolo e diviene ortolano d'un monistero di donne,
le quali tutte concorrono a giacersi con lui. – Bellissime donne, assai sono di quegli
uomini e di quelle femine che sì sono stolti, che credono troppo bene che, come a
una giovane è sopra il capo posta la benda bianca e indosso messole la nera cocolla,
che ella più non sia femina né più senta de' feminili appetiti se non come se di pietra
l'avesse fatta divenire il farla monaca: e se forse alcuna cosa contra questa lor
credenza n'odono, così si turbano come se contra natura un grandissimo e scelerato
male fosse stato commesso, non pensando né volendo avere rispetto a se medesimi,
li quali la piena licenzia di potere far quello che vogliono non può saziare, né ancora
alle gran forze dell'ozio e della sollecitudine. E similmente sono ancora di quegli
assai che credono troppo bene che la zappa e la vanga e le grosse vivande e i disagi
tolgano del tutto a' lavoratori della terra i concupiscibili appetiti e rendon loro
d'intelletto e d'avedimento grossissimi. Ma quanto tutti coloro che così credono
sieno ingannati, mi piace, poi che la reina comandato me l'ha, non uscendo della
proposta fattaci da lei, di farvene più chiare con una piccola novelletta. In queste
nostre contrade fu e è ancora un munistero di donne assai famoso di santità (il quale
io non nomerò per non diminuire in parte alcuna la fama sua) nel quale, non ha gran
tempo, non essendovi allora più che otto donne con una badessa, e tutte giovani,
era un buono omicciuolo d'un loro bellissimo giardino ortolano: il quale, non
contentandosi del salario, fatta la ragion sua col castaldo delle donne, a
Lamporecchio, là onde egli era, se ne tornò. Quivi tra gli altri che lietamente il
raccolsono fu un giovane lavoratore forte e robusto e secondo uomo di villa con
bella persona, il cui nome era Masetto; e domandollo dove tanto tempo stato fosse.
Il buono uomo, che Nuto aveva nome, gliele disse; il qual Masetto domandò di che
egli il monistero servisse. A cui Nuto rispose: “Io lavorava un lor giardino bello e
grande e oltre a questo andava alcuna volta al bosco per le legne, attigneva acqua e
faceva cotali altri servigetti; ma le donne mi davano sì poco salario, che io non ne
poteva appena pur pagare i calzari. E oltre a questo, elle son tutte giovani e parmi
ch'ell'abbiano il diavolo in corpo, ché non si può far cosa niuna a lor modo. Anzi,
quand'io lavorava alcuna volta l'orto, l'una diceva: ‘Pon qui questo’, e l'altra: ‘Pon
qui quello’, e l'altra mi toglieva la zappa di mano e dicea: ‘Questo non sta bene’, e
davanmi tanta seccaggine, che io lasciava stare il lavorio e uscivami dell'orto: sì che,
tra per l'una cosa e per l'altra, io non vi volli star più e sommene venuto. Anzi mi
pregò il castaldo loro, quando io me ne venni, che, se io n'avessi alcuno alle mani
che fosse da ciò, che io gliele mandassi, e io gliele promisi: ma tanto il faccia Idio san
delle reni, quanto io o ne procaccerò o ne gli manderò niuno. “A Masetto, udendo
egli le parole di Nuto, venne nell'animo un disidero sì grande d'esser con queste
monache, che tutto se ne struggeva, comprendendo per le parole di Nuto che a lui
dovrebbe potere venir fatto di quello che'egli disiderava; e avvisandosi che fatto non
gli verrebbe se a Nuto ne dicesse niente, gli disse: “Deh, come ben facesti a
venirtene! Che è uno umo a star con femine? Egli sarebbe meglio star con diavoli:
elle non sanno delle sette volte le sei quello che elle si vogliono elleno stesse.” Ma
poi, partito il lor ragionare, cominciò Masetto a pensare che via dovesse tenere a
dovere potere esser con loro; e conoscendo che egli sapeva ben fare quegli servigi
che Nuto diceva, non dubitò di perder per quello, ma temette di non dovervi essere
ricevuto per ciò che troppo era giovane e appariscente. Per che, molte cose divisate
seco, imaginò: “Il luogo è assai lontano di qui e niuno mi vi conosce; se io so far vista
d'esser mutolo, per certo io vi sarò ricevuto. ”E in questa imaginazion fermatosi, con
una sua scure in collo, senza dire a alcuno dove s'andasse, in guisa d'un povero
uomo se n'andò al monistero: dove pervenuto entrò dentro e trovò per ventura il
castaldo nella corte, al quale, faccendo suoi atti come i mutoli fanno, mostrò di
domandargli mangiare per l'amor di Dio e che egli, se bisognasse, gli spezzerebbe
delle legne. Il castaldo gli diè da mangiar volentieri, e appresso questo gli mise
innanzi certi ceppi che Nuto non aveva potuti spezzare, li quali costui, che fortissimo
era, in poca d'ora ebbe tutti spezzati. Il castaldo, che bisogno avea d'andare al
bosco, il menò seco e quivi gli fece tagliar delle legne: poscia, messogli l'asino
innanzi, con suoi cenni gli fece intendere che a casa né le recasse. Costui il fece
molto bene, per che il castaldo a far fare certe bisogne che gli eran luogo più giorni
vel tenne: de' quali avvenne che uno la badessa il vide e domandò il castaldo chi egli
fosse. Il quale le disse: “Madonna, questi è un povero uomo mutolo e sordo, il quale
un di questi dì ci venne per limosina, sì che io gli ho fatto bene e hogli fatte fare assai
cose che bisogno c'erano. Se egli sapesse lavorare l'orto e volesseci rimanere, io mi
credo che noi n'avremmo buon servigio, per ciò che egli ci bisogna, e egli è forte e
potrebbene l'uomo fare ciò che volesse: e oltre a questo non vi bisognerebbe d'aver
pensiero che egli motteggiasse queste vostre giovani.” A cui la badessa disse: “In fé
di Dio tu di' il vero! sappi se egli sa lavorare e ingegnati di ritenercelo: dagli qualche
paio di scarpette, qualche cappuccio vecchio, e lusingalo, fagli vezzi, dagli ben da
mangiare. “Il castaldo disse di farlo. Masetto non era guari lontano, ma faccendo
vista di spazzar la corte tutte queste parole udiva e seco lieto diceva: “Se voi mi
mettete costà entro, io vi lavorerò sì l'orto, che mai non vi fu così lavorato. ”Ora,
avendo il castaldo veduto che egli ottimamente sapeva lavorare e con cenni
domandatolo se egli voleva star quivi e costui con cenni rispostogli che far volea ciò
che egli volesse, avendolo ricevuto, gl'impose che egli l'orto lavorasse e mostrogli
quello che a fare avesse; poi andò per altre bisogne del monistero e lui lasciò. Il
quale lavorando l'un dì appresso l'altro, le monache incominciarono a dargli noia e a
metterlo in novelle, come spesse volte avviene che altri fa de' mutoli, e dicevangli le
più scellerate parole del mondo, non credendo da lui essere intese; e la badessa, che
forse stimava che egli così senza coda come senza favella fosse, di ciò poco o niente
si curava. Or pure avvenne che, costui un dì avendo lavorato molto e riposandosi,
due giovinette monache, che per lo giardino andavano, s'appressarono là dove egli
era e lui che sembiante facea di dormire cominciarono a riguardare; per che l'una,
che alquanto era più baldanzosa, disse all'altra: “Se io credessi che tu mi tenessi
credenza, io ti direi un pensiero che io ho avuto più volte, il quale forse anche a te
potrebbe giovare.” L'altra rispose: “Dì sicuramente, ché per certo io nol dirò mai a
persona.” Allora la baldanzosa incominciò: “Io non so se tu t'hai posto mente come
noi siamo tenute strette, né che mai qua entro uomo alcuno osa entrare se non il
castaldo ch'è vecchio e questo mutolo; e io ho più volte a più donne che a noi son
venute udito dire che tutte l'altre dolcezze del mondo sono una beffa a rispetto di
quella quando la femina usa con l'uomo. Per che io m'ho più volte messo in animo,
poi che con altrui non posso, di volere con questo mutolo provare se così è; e egli è
il miglior del mondo da ciò costui, ché, perché egli pur volesse, egli nol potrebbe né
saprebbe ridire: tu vedi che egli è un cotal giovanaccio sciocco, cresciuto innanzi al
senno. Volentieri udirei quello che a te ne pare.” “Oimè!” disse l'altra “che è quel
che tu di'? non sai tu che noi abbiamo promessa la verginità nostra a Dio?” “Oh”
disse colei “quante cose gli si promettono tutto il dì, che non se ne gli attiene niuna!
se noi gliele abbiam promessa, truovisi un'altra o dell'altre che gliele attengano.” A
cui la compagna disse: “O se noi ingravidassimo, come andrebbe il fatto?” Quella
allora disse: “Tu cominci a aver pensiero del mal prima che egli ti venga: quando
cotesto avvenisse, allora si vorrà pensare; egli ci avrà mille modi da fare sì che mai
non si saprà, pur che noi medesime nol diciamo.” Costei, udendo ciò, avendo già
maggior voglia che l'altra di provare che bestia fosse l'uomo, disse: “Or bene, come
faremo?” A cui colei rispose: “Tu vedi che egli è in su la nona: io mi credo che le
suore sieno tutte a dormire, se non noi; guatiamo per l'orto se persona ci è, e s'egli
non c'è persona, che abbian noi a far se non a pigliarlo per mano e menarlo in
questo capannetto, là dove egli fugge l'acqua, e quivi l'una si stea dentro con lui e
l'altra faccia la guardia? Egli è sì sciocco, che egli s'acconcerà comunque noi
vorremo.” Masetto udiva tutto questo ragionamento, e disposto a ubidire niuna
cosa aspettava se non l'esser preso dall'una di loro. Queste, guardato ben per tutto e
veggendo che da niuna parte potevano esser vedute, appressandosi quella, che
mosse avea le parole, a Masetto, lui destò, e egli incontanente si levò in piè; per che
costei con atti lusinghevoli presolo per la mano, e egli faccendo cotali risa sciocche, il
menò nel capannetto, dove Masetto senza farsi troppo invitare quel fece che ella
volle. La quale, sì come leale compagna, avuto quel che volea, diede all'altra luogo, e
Masetto, pur mostrandosi semplice, faceva il lor volere; per che, avanti che quindi si
dipartissono, da una volta in sù ciascuna provar volle come il mutolo sapeva
cavalcare: e poi, seco spesse volte ragionando, dicevano che bene era così dolce
cosa, e più, come udito aveano: e prendendo a convenevoli ore tempo, col mutolo
s'andavano a trastullare. Avvenne un giorno che una lor compagna, da una
finestretta della sua cella di questo fatto avvedutasi, a due altre il mostrò; e prima
tennero ragionamento insieme di doverle accusare alla badessa, poi, mutato
consiglio e con loro accordatesi, partefici divennero del poder di Masetto: alle quali
l'altre tre per diversi accidenti divenner compagne in varii tempi. Ultimamente la
badessa, che ancora di queste cose non s'accorgea, andando un dì tutta sola per lo
giardino, essendo il caldo grande, trovò Masetto, il quale di poca fatica il dì per lo
troppo cavalcar della notte aveva assai, tutto disteso all'ombra d'un mandorlo
dormirsi; e avendogli il vento i panni dinanzi levati indietro, tutto stava scoperto. La
qual cosa riguardando la donna, e sola vedendosi, in quello medesimo appetito
cadde che cadute erano le sue monacelle; e destato Masetto seco nella sua camera
nel menò, dove parecchi giorni, con gran querimonia dalle monache fatta che
l'ortolano non venia a lavorar l'orto, il tenne, provando e riprovando quella dolcezza
la quale essa prima all'altre solea biasimare. Ultimamente della sua camera alla
stanzia di lui rimandatolone e molto spesso rivolendolo e oltre a ciò più che parte
volendo da lui, non potendo Masetto sodisfare a tante, s'avisò che il suo esser
mutolo gli potrebbe, se più stesse, in troppo gran danno resultare; e per ciò una
notte, con la badessa essendo, rotto lo scilinguagnolo cominciò a dire: “Madonna, io
ho inteso che un gallo basta assai bene a diece galline, ma che diece uomini posson
male o con fatica una femina sodisfare, dove a me ne convien servir nove; al che per
cosa del mondo io non potrei durare, anzi sono io, per quello che infino a qui ho
fatto, a tal venuto che io non posso fare né poco né molto; e per ciò o voi mi lasciate
andar con Dio o voi a questa cosa trovate modo. ”La donna, udendo costui parlare il
quale ella teneva mutolo, tutta stordì e disse: “Che è questo? Io credeva che tu fossi
mutolo.” “Madonna, “disse Masetto “io era ben così ma non per natura, anzi per
una infermità che la favella mi tolse, e solamente da prima questa notte la mi sento
essere restituita, di che io lodo Idio quant'io posso. ” La donna sel credette e
domandollo che volesse dir ciò che egli a nove aveva a servire. Masetto le disse il
fatto; il che la badessa udendo, s'accorse che monaca non avea che molto più savia
non fosse di lei: per che, come discreta, senza lasciar Masetto partire, dispose di
voler con le sue monache trovar modo a questi fatti, acciò che da Masetto non fosse
il monistero vituperato. E essendo di quei dì morto il lor castaldo, di pari
consentimento, apertosi tra tutte ciò che per adietro da tutte era stato fatto, con
piacer di Masetto ordinarono che le genti circunstanti credettero che, per le loro
orazioni e per li meriti del santo in cui intitolato era il monistero, a Masetto stato
lungamente mutolo la favella fosse restituita; e lui castaldo fecero e per sì fatta
maniera le sue fatiche partirono, che egli le poté comportare. Nelle quali, come che
esso assai monachin generasse, pur sì discretamente procedette la cosa, che niente
se ne sentì se non dopo la morte della badessa, essendo già Masetto presso che
vecchio e disideroso di tornarsi ricco a casa sua; la qual cosa, saputa, di leggier gli
fece venir fatto. Così adunque Masetto vecchio, padre e ricco, senza aver fatica di
nutricare i figliuoli o spesa di quegli, per lo suo avvedimento avendo saputo la sua
giovanezza bene adoperare, donde con una scure in collo partito s'era se ne tornò,
affermando che così trattava Cristo chi gli poneva le corna sopra 'l cappello.
(Giovanni Boccaccio, Decameron, in Id. Tutte le opere, a cura di Vittore Branca,
Milano, Mondadori, 1976, come la citazione successiva).
L’UMANESIMO E IL RINASCIMENTO
Riscoprire i classici
Gli umanisti si distinguono dai grammatici, l’umanista vede un mondo intero nei
testi e lo imita, mentre i grammatici studiano il testo, la lingua. Dall’umanesimo poi
avremo il rinascimento. Invenzione della stampa, rivoluzione culturale, porta a uno
stravolgimento della cultura.
UMANESIMO (movimento culturale che nasce in Italia e si diffuse
in Europa nel XIV)
L'Umanesimo fu un movimento culturale, ispirato da Francesco Petrarca e in parte
da Giovanni Boccaccio, volto alla riscoperta dei classici latini e greci nella loro
storicità e non più nella loro interpretazione allegorica, inserendo quindi anche
usanze e credenze dell’antichità nella loro quotidianità tramite i quali poter avviare
una "rinascita" della cultura europea dopo i cosiddetti "secoli bui" del Medioevo.
- Riscoperta dei classici
- Rilettura della storia (classici -> presente) vs Medioevo
- Importanza dell'imitatio (Petrarca: lavoro delle api / baco da seta)
- Imitazione anche 'comportamentale' e 'vestemica' (self-fashioning)
- Modelli letterari: Virgilio per la poesia; Cicerone per la prosa
L'Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci. Il disegno raffigura le proporzioni ideali del corpo umano,
basandosi su un passo del De architectura di Vitruvio.
FIRENZE E I MEDICI DAL 1434
La casata dei Medici è un'antica e potente famiglia nobile italiana di origine toscana,
che divenne una delle dinastie protagoniste e di centrale importanza nella storia
d'Italia e d'Europa a partire dal XV secolo e fino al XVIII secolo.
Si parla di signoria di fatto, perché nessuno gli aveva votati ma si erano imposti sulla
popolazione per la loro ricchezza.
Tra i nomi più importanti spicca:
- Lorenzo detto il magnifico, ha la fortuna di vivere in una corte molto stimolante. Si
dedica alla scrittura scrivendo opere importante come òa canzone di bacco.
- Angelo Poliziano é considerato un degli autori più importanti del quattrocento, tra
le opere più importanti ricordiamo stanze per la giostra di giuliano de medici.
1. Angelo Ambrogini, detto il Poliziano, Stanze per la giostra di Giuliano de’
Medici, Libro I
In questo passo del primo libro delle "Stanze" avviene il primo incontro tra Iulio, che
adombra il dedicatario dell'opera Giuliano de' Medici, e una bellissima ninfa la cui
figura si ispira alla nobildonna genovese Simonetta Cattaneo, amata dal giovane:
Cupido, irritato per la noncuranza che Iulio mostra verso l'amore, lo attira in un
tranello e durante una battuta di caccia lo induce a seguire una splendida cerva, che
giunta in una radura lascia il posto ad una ninfa e lo fa innamorare di sé grazie alla
freccia scagliata dal dio. L'incontro propone vari motivi tratti dalla letteratura dei
secoli precedenti, pure inseriti in un contesto nuovo (la visione laica e terrena della
cultura umanistica) in cui la rivisitazione di immagini classiche prelude a un sereno
abbandono all'amore e ai sensi, che sarebbe stato impensabile solo un secolo prima.
49 «O qual che tu ti sia, vergin sovrana,
o ninfa o dea, ma dea m'assembri certo;
se dea, forse se' tu la mia Diana; diana dea della caccia
se pur mortal, chi tu sia fammi certo,
ché tua sembianza è fuor di guisa umana; né so già io qual sia tanto mio
merto, qual dal cel grazia, qual sì amica stella, ch'io degno sia veder cosa sì
bella».
50
Volta la ninfa al suon delle parole, lampeggiò d'un sì dolce e vago riso,
che i monti avre' fatto ir, restare il sole:
ché ben parve s'aprissi un paradiso.
Poi formò voce fra perle e viole,
tal ch'un marmo per mezzo avre' diviso; soave, saggia e di dolceza piena,
da innamorar non ch'altri una Sirena:
-Pieno di ottove
-le perle sono i dent
-le viole sono le labbra
51
«Io non son qual tua mente invano auguria, non d'altar degna, non di pura vittima;
ma là sovra Arno innella vostra Etruria
sto soggiogata alla teda legittima;
mia natal patria è nella aspra Liguria,
sovra una costa alla riva marittima,
ove fuor de' gran massi indarno gemere
si sente il fer Nettunno e irato fremere.
-discorso diretto “io non sono quella che la tua mente invano pensa, perché non
sono una dea e non sono degna di altare. Sono legata dal matrimonio. Sono nata
nella dura Liguria, dove fuori dagli scogli si sente inutilmente gemere Nettuno.
Nettuno é il mare in tempesta.
52
Sovente in questo loco mi diporto, qui vegno a soggiornar tutta soletta; questo è de'
mia pensieri un dolce porto, qui l'erba e' fior, qui il fresco aier m'alletta; quinci il
tornare a mia magione è accorto, qui lieta mi dimoro Simonetta, all'ombre, a
qualche chiara e fresca linfa, e spesso in compagnia d'alcuna ninfa.
-Logos amenus
-Rivela il suo nome Simonetta Vespucci, Nonché la venere della Botticelli
53
Io soglio pur nelli ociosi tempi,
quando nostra fatica s'interrompe,
venire a' sacri altar ne' vostri tempî
fra l'altre donne con l'usate pompe;
ma perch'io in tutto el gran desir t'adempi, e 'l dubio tolga che tuo mente rompe,
meraviglia di mie bellezze tenere
non prender già, ch'io nacqui in grembo a Venere.
(A. Poliziano, Poesie italiane, a cura di A. Orlando, Milano, Rizzoli, 1976).
PARAFRASI:
49
Chiunque tu sia, bellissima vergine, o ninfa o dea, ma mi sembri certamente una
dea; se sei una dea, tu sei la mia Diana; se invece sei mortale, dimmi chi sei, poiché il
tuo aspetto è superiore a quello degli esseri umani; e non so quale sia il mio merito,
quale grazia dal cielo o quale stella favorevole, per cui io sia degno di vedere una
creatura così bella».
50
La ninfa, rivolta al suono delle sue parole, fece brillare un sorriso così dolce e bello
che avrebbe fatto muovere le montagne e arrestare il sole: infatti sembrò che si
aprisse un paradiso. Poi emise una voce tra i denti bianchi come perle e le labbra
rosse come viole, in modo tale che avrebbe spezzato un marmo; soave, saggia e
piena di dolcezza, tale da far innamorare persino una sirena:
51
[disse:] «Io non sono colei che la tua mente pensa vanamente, non sono una dea
degna di un altare e di una vittima pura; invece presso l'Arno, nella vostra Etruria,
sono sottoposta alla legittima fiaccola nuziale [sono sposata]; il mio luogo natio è
nell'aspra Liguria, su una collina sulla costa, dove fuori degli scogli si sente invano
gemere e fremere adirato il fiero Nettuno [il mare in tempesta].
52
Spesso mi diletto in questo luogo, qui vengo a soggiornare tutta sola; questo è un
dolce luogo dove riposano i miei pensieri, qui l'erba e i fiori, l'aria fresca mi
allettano; la via del ritorno da qui alla mia casa è breve e io, Simonetta, mi trattengo
qui lieta all'ombra, vicino a qualche chiara e fresca acqua, spesso in compagnia di
qualche ninfa.
53
Io sono solita nei giorni festivi, quando le nostre fatiche hanno tregua, venire ai sacri
altari nei vostri templi in mezzo alle altre donne, con gli ornamenti di rito; ma per
esaudire ogni tuo desiderio e toglierti il dubbio che tormenta la tua mente, non
meravigliarti della mia tenera bellezza, poiché io nacqui in grembo alla dea Venere
[in riva al mare, in Liguria].
LUIGI PULCI (1478)
Letteratura comica, grottesca
Tra le opere pin importanti ricordiamo il Morgante, poema cavalleresco. Il
primo della letteratura italiana con ottove
Figura particolare -Muore a Padova nel 1432, senza un funerale.
Pulci non ha inventato l’ottava ma prende spunto dalle opere di Giovanni
Boccaccio.
IL MORGANTE rappresenta un gigante
l Morgante è un poema in ventotto canti di ottave di Luigi Pulci, autore
rinascimentale vicino alla corte medicea. Il poeta inizia a comporre l’opera,
sollecitato dalla madre di Lorenzo il Magnifico, Lucrezia Tornabuoni, che verrà
celebrata nel XXVIII canto del Morgante stesso. I primi 23 cantari vengono conclusi
nel 1471, ma la prima edizione del poema vede la luce solo nel 1478. Tra 1480 e
1483 vengono pubblicate altre quattro edizioni dell'opera. Negli stessi anni Pulci
crea cinque nuovi canti, che vengono aggiunti agli altri; Nel 1483 viene pubblicato il
testo definitivo del poema, chiamato Morgante maggiore. La struttura del poema
ricalca quella dei canti popolari sul ciclo bretone e carolingio, dei quali si recupera
non tanto sullo stile, quanto sulla trama, ricca di intrecci e colpi di scena. I primi
ventitré cantari del Morgante sembrano ispirarsi a uno di questi cantari popolari,
l’Orlando, scoperto nell’800 dal filologo Pio Rajna, mentre gli ultimi cinque, che
riguardano la Rotta di Roncisvalle, sembrano basarsi su un altro poemetto, la
Spagna. La composizione cronologicamente successiva di questi ultimi cantari è
evidente nello stile e nella lingua: dominano citazioni colte e possibili riferimenti
allegorici alla vita del Pulci - come il personaggio Marsilio identificato da molti con il
neoplatonico Ficino, verso cui il poeta è ostile. La trama dell’opera appare variegata
e frammentaria, in conseguenza dei molti episodi che la compongono. Orlando,
calunniato presso Carlo Magno da Gano, paladino malvagio e traditore, è costretto a
partire per l’Asia. Fermatosi in un convento, scopre che i monaci sono oppressi da
tre giganti. Il paladino si offre di liberare i monaci da questo tormento, e uccide
infatti due dei giganti. Il terzo, Morgante, viene convertito e trasformato nello
scudiero di Orlando. Il poeta riporta diverse avventure e incontri (come quello con
Margutte, mezzo-gigante astuto e furbo, controparte perfetta dell’ingenuo
Morgante). Giungono in Oriente altri cavalieri di Carlo Magno, di cui vengono
ripercorse le imprese. Ma il malvagio Gano convince il re pagano Marsilio ad
attaccare il regno di Francia. I paladini tornano così in Occidente. Orlando, nella
retroguardia, viene sorpreso a Roncisvalle, dove i nemici avevano teso una trappola,
e viene ucciso nel combattimento, non prima di aver suonato il suo corno, che attira
l’attenzione dell’esercito di Carlo Magno, che accorre in suo aiuto, sbaragliando
l’esercito pagano. Il tono dell’intero poema appare quello tipico della tradizione
comico-realistica, Pulci infatti parodizza i canti e le tematiche cavalleresche in modo
vivace e divertito, anche dal punto di vista linguistico. il Morgante si presenta quasi
in contrapposizione, per quanto riguarda toni e obiettivi, con un altro poema
contemporaneo, l’Orlando innamorato di Matteo Boiardo. Questa disposizione
dell’autore si nota anche nella struttura tematica, dove diventano centrali scene dal
gusto realistico, comico e grottesco. Ed è qui - piuttosto che nello sviluppo delle
grandi vicende eroiche dei paladini e nella forza della trama - che si nota l’abilità
dell’autore nella descrizione pittoresca e caricaturale della realtà. Dal punto di vista
linguistico, questa vivacità si ritrova nella scelta lessicale del Morgante, ricco di
termini popolari e dialettali, usati appositamente per ricreare, anche nella lingua,
l’effetto comico delle vicende. Come viene evidenziato dalla critica, Pulci sceglie con
cura e attenzione un materiale linguistico opposto alla cultura “alta” (a cui
comunque appartiene l’autore), che emerge all’interno dell’opera nel gusto per la
citazione e per il riferimento colto.
2) Luigi Pulci, Morgante, XVIII, 112-116. Incontro tra Morgante e Margutte
Giunto Morgante un di in su 'n un crocicchio,
uscito d'una valle in un gran bosco,
vide venir di lungi, per ispicchio,
un uom che in volto parea tutto fosco.
Dette del capo del battaglio un picchio in terra,
e disse: "Costui non conosco";
e posesi a sedere in su 'n un sasso
tanto che questo capitõe al passo.
Morgante guata le sue membra tutte
più e più volte dal capo alle piante,
che gli pareano strane, orride e brutte:
- Dimmi il tuo nome, - dicea - viandante.
- Colui rispose: - Il mio nome è Margutte;
ed ebbi voglia anco io d'esser gigante,
poi mi penti' quando al mezzo fu' giunto:
vedi che sette braccia sono appunto.
Disse Morgante: - Tu sia il ben venuto:
ecco ch'io arò pure un fiaschetto allato,
che da due giorni in qua non ho beuto;
e se con meco sarai accompagnato,
io ti farò a camin quel che è dovuto.
Dimmi più oltre: io non t'ho domandato
se se' cristiano o se se' saracino,
o se tu credi in Cristo o in Apollino.
Rispose allor Margutte: - A dirtel tosto,
io non credo più al nero ch'a l'azzurro,
ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;
e credo alcuna volta anco nel burro,
nella cervogia, e quando io n'ho, nel mosto,
e molto più nell'aspro che il mangurro; VINO MENO PREGIATO
ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
e credo che sia salvo chi gli crede; PARODIA ECAURESTIA
e credo nella torta e nel tortello: RAPPORTO LOGICO
l'uno è la madre e l'altro è il suo figliuolo;
e 'I vero paternostro è il fegatello, FEGATELLO TIPICO DELLA TOSCANA
e posson esser tre, due ed un solo, DOGMA DELLA CHIESA
e diriva dal fegato almen quello.
E perch'io vorrei ber con un ghiacciolo, GHIACCIOLO RECIPIENTE DI LEGNO
ABBASTANZA GRANDE
se Macometto il mosto vieta e biasima, (ancora oggi é vietato bere alcol nella
cultura islamica)
credo che sia il sogno o la fantasima;
PARAFRASI
Un giorno Morgante, giunto ad un incrocio dopo essere uscito da una valle in un
gran bosco, vide venire da lontano con la coda dell'occhio un uomo, che sembrava
avere il volto tutto nero. Diede un colpo con la punta del batacchio a terra, e disse:
«Non conosco costui»; e si mise a sedere su una pietra, finché quell'altro non arrivò
da lui.
Morgante guarda tutte le sue fattezze più volte, dalla testa ai piedi, e gli sembravano
deformi, orrende e brutte: - Dimmi il tuo nome, viandante - diceva. Quello rispose: -
Il mio nome è Margutte e volli anch'io diventare un gigante, poi mi pentii a metà
della trasformazione: vedi che, appunto, sono alto sette braccia [circa quattro
metri].
Morgante disse: - Tu sia benvenuto: ecco che avrò al mio fianco un fiaschetto, visto
che non bevo da due giorni; e se verrai insieme a me, durante il viaggio ti tratterò
come meriti. Dimmi ancora: non ti ho chiesto se sei cristiano o saraceno, se credi in
Cristo o in Apollo -.
Allora Margutte rispose: - Per farla breve, io non credo all'azzurro più che al nero,
ma credo nel cappone, lesso o arrosto; e qualche volta credo anche nel burro, nella
birra e, quando ne ho, nel succo d'uva, e molto più nell'aspro che nel mangurro [due
monete turche]; ma soprattutto ho fede nel vino, e credo che chi crede in esso sia
salvo;
e credo nella torta e nel tortello: uno è la madre e l'altro è suo figlio; e il vero
padrenostro è il fegatello, e possono essere tre, due e uno solo, e almeno quello
deriva dal fegato. E poiché io vorrei bere con un recipiente per il ghiaccio [assai
capiente], se Maometto vieta e condanna il vino, credo che sia un sogno o un
fantasma;
NELLA NAPOLI ARAGONESE
Jacopo Sannazaro importante perché ci sono pervenute diverse opere e per aver
introdotto un genere, un prosimetro, in cui si racconta dell’arcadia un monte
dell’antica Grecia, dove si andavano a riposare i pastori.
Arcadia è un prosimetro pastorale di Jacopo Sannazaro, scritto verso la metà degli
anni Ottanta del Quattrocento e pubblicato nel 1504 a Napoli. La prima stesura
circolò sotto forma di manoscritto prima della sua pubblicazione a stampa. L'opera
ha un posto di rilievo nella storia della prosa e della poesia europee, e può essere
considerata un vero e proprio fenomeno editoriale dell'epoca e un vero classico
letterario nei secoli successivi.
3) Iacopo Sannazaro, Arcadia, prologo
Il passo che segue è l'inizio dell'opera, con la presentazione nella prosa dello
scenario in cui si svolgeranno le vicende dei pastori (un "locus amoenus" posto in
Arcadia, la regione storica della Grecia tradizionalmente associata alla poesia
bucolica), mentre la successiva egloga mostra il dialogo tra il pastore Ergasto, triste
e sconsolato a causa dell'amore infelice per una ninfa incontrata presso un fiume, e
l'amico Selvaggio, che cerca invano di rasserenarlo e di spingerlo a occuparsi del
gregge rimasto incustodito. La pagina è un bell'esempio di quella poesia di ambito
"bucolico" che tanta fortuna avrebbe avuto nella letteratura del XVI-XVII sec., al
punto che il termine "Arcadia" diventerà sinonimo proprio di produzione pastorale e
idillica.
Giace nella sommità di Partenio, non umile monte de la pastorale Arcadia, (regione
della Grecia) un dilettevole (logos amenus) piano, di ampiezza non molto spazioso
(abbastanza piccolo) però che (esplicativo, per il fatto che) il sito del luogo nol
consente, ma di minuta e verdissima erbetta sì ripieno, che se le lascive pecorelle
con gli avidi morsi non vi pascesseno, vi si potrebbe di ogni tempo ritrovare verdura.
Ove, se io non mi inganno, son forse dodici o quindici alberi, di tanto strana et
eccessiva bellezza, che chiunque li vedesse, giudicarebbe che la maestra natura vi si
fusse con sommo diletto studiata in formarli. Li quali alquanto distanti, et in ordine
non artificioso disposti, con la loro rarità̀ la naturale bellezza del luogo oltra misura
annobiliscono. Quivi senza nodo veruno si vede il drittissimo abete, nato a sustinere
i pericoli del mare; e con più aperti rami la robusta quercia e l'alto frassino e lo
amenissimo platano vi si distendono, con le loro ombre non picciola parte del bello
e copioso prato occupando. Et èvi con più breve fronda l'albero, di che Ercule
coronar si solea, nel cui pedale le misere figliuole di Climene furono transformate. Et
in un de' lati si scerne il noderoso castagno, il fronzuto bosso e con puntate foglie lo
eccelso pino carico di durissimi frutti; né l'altro lo ombroso faggio, la incorruttibile
tiglia e 'l fragile tamarisco, insieme con la orientale palma, dolce et onorato premio
de' vincitori. Ma fra tutti nel mezzo presso un chiaro fonte sorge verso il cielo un
dritto cipresso, veracissimo imitatore de le alte mete, nel quale non che Ciparisso,
ma, se dir conviensi, esso Apollo non si sdegnarebbe essere transfigurato. Né sono
le dette piante sì discortesi, che del tutto con le lor ombre vieteno i raggi del sole
entrare nel dilettoso boschetto; anzi per diverse parti sì graziosamente gli riceveno,
che rara è quella erbetta che da quelli non prenda grandissima recreazione. E come
che di ogni tempo piacevole stanza vi sia, né la fiorita primavera più che in tutto il
restante anno piacevolissima vi si ritruova. In questo così fatto luogo sogliono
sovente i pastori con li loro greggi dagli vicini monti convenire, e quivi in diverse e
non leggiere pruove esercitarse; sì come in lanciare il grave palo, in trare con gli
archi al versaglio, et in addestrarse nei lievi salti e ne le forti lotte, piene di rusticane
insidie; e 'l più de le volte in cantare et in sonare le sampogne a pruova l'un de
l'altro, non senza pregio e lode del vincitore. Ma essendo una fiata tra l'altre quasi
tutti i convicini pastori con le loro mandre quivi ragunati, e ciascuno, varie maniere
cercando di sollacciare, si dava maravigliosa festa, Ergasto solo, senza alcuna cosa
dire o fare, appiè di un albero, dimenticato di sé e de' suoi greggi giaceva, non
altrimente che se una pietra o un tronco stato fusse, quantunque per adietro
solesse oltra gli altri pastori essere dilettevole e grazioso. Del cui misero stato
Selvaggio mosso a compassione, per dargli alcun conforto, così amichevolmente ad
alta voce cantando gli incominciò a parlare: (Iacopo Sannazaro, Opere volgari, a
cura di A. Mauro, Bari, Laterza, 1961)
IL CINQUECENTO
Periodo storico = Pieno rinascimento
• Morte di L. De' Medici (1492)
• Discesa di Carlo VIII di Valois (1494)
• Inizio delle 'Guerre d’Italia
• Instabilità politica (invasioni straniere)
• Riforma Protestante (Lutero) I
• Controriforma cattolica (Concilio di Trento 1545-1563). Classicismo: il bello è nei
buoni modelli da imitare (non si crea dal nulla)
• Rafforzamento del sistema e dell'Ideologia di corte (trattati comportamento)
• Diffusione della stampa (stabilizzazione grafica, nuovo pubblico di ‘massa’, i best
seller iniziano ad esplodere, in quanto riproducibili.
Lirica: petrarchismo (scrivere come Petrarca, piangere e amare come Petrarca) cit.
Giulio Ferroni
-Petrarca diviene un modello da seguire e imitare
Ma perché proprio Petrarca?
Pietro Bembo sarà il primo scrittore che prenderà spunto da Petrarca, ma
soprattutto si prende il merito per aver definito il canone linguistico letterario.
Bembo si inserisce per la questione della lingua prima che il fiorentino si imponga
come lingua dominate.
Un manifesto del petrarchismo
Crin d'oro crespo e d'ambra tersa e pura,
ch'a l'aura su la neve ondeggi e vole,
occhi soavi e più chiari che 'l sole,
da far giorno seren la notte oscura,
riso, ch'acqueta ogni aspra pena e dura,
rubini e perle, ond'escono parole
sì dolci, ch'altro ben l'alma non vòle,
man d'avorio, che i cor distringe e fura,
cantar, che sembra d'armonia divina,
senno maturo a la più verde etade,
leggiadria non veduta unqua fra noi,
giunta a somma beltà somma onestade,
fur l'esca del mio foco, e sono in voi
grazie, ch'a poche il ciel largo destina. (Analogia con Petrarca)
Parafrasi
Capelli ricci biondi come l’oro, lucenti e nitidi come l’ambra, che ondeggiate e volate
sul volto candido all’aria, occhi dolci e più chiari del sole, tanto splendenti da
trasformare la notte più scura in un giorno luminoso, sorriso che calma e placa
anche le sofferenze più crudeli, portando la pace e la serenità, labbra e denti, da cui
escono parole così dolci che l’anima no desidera nessun altra gioia, mani bianche
come l’avorio, che incatena e ruba i cuori, canto, che sembra un’armonia divina,
assennatezza e prudenza, nella più giovane età, grazie mai veduta prima fra noi,
somma onestà congiunta alla massima bellezza, l’esca da cui sprigionò il fuoco, e
sono in voi tante grazie, che il cielo destina a poche persone.
Dipinto di Raffaello Sanzio, Dama col Liocorno.
5) Francesco Berni, Sonetto alla sua donna, XXXI
Il sonetto vuol essere una parodia del più celebre "Crin d'oro e crespo" di Pietro
Bembo, di cui riprende le immagini petrarchesche per rovesciarle in modo
paradossale e descrivere una donna che è l'opposto della figura angelica
dell'originale (i capelli sono grigi, il viso giallo e rugoso, la dentatura tutt'altro che
perfetta...). La lirica rientra in una certa tradizione della poesia comica del XIII-XIV
sec., in cui l'elogio della donna brutta voleva essere parodia dello Stilnovo, e il
motivo verrà a sua volta ripreso dai poeti barocchi nel tentativo di "variare" il tema
dell'elogio femminile.
Chiome d'argento fino, irte e attorte
senz'arte intorno ad un bel viso d'oro;
fronte crespa, u' mirando io mi scoloro,
dove spunta i suoi strali Amor e Morte;
occhi di perle vaghi, luci torte
da ogni obietto diseguale a loro;
ciglie di neve e quelle, ond'io m’accoro,
dita e man dolcemente grosse e corte;
labra di latte, bocca ampia celeste;
denti d'ebeno rari e pellegrini;
inaudita ineffabile armonia;
costumi alteri e gravi: a voi, divini
servi d'Amor, palese fo che queste
son le bellezze della donna mia.
(Francesco Berni, Rime, a cura di D. Romei, Milano, Mursia, 1985)
Parafrasi:
Capelli di argento fino [grigi] scompigliati e attorcigliati senza cura attorno a un bel
viso dorato [giallo]; una fronte increspata [rugosa], guardando la quale io
impallidisco e dove Amore e Morte spuntano le loro frecce [non possono nulla];
occhi graziosi per le lacrime, occhi che distolgono lo sguardo da tutto ciò che non
siano loro [strabici]; ciglia bianche e quelle dita e mani dolcemente grosse e corte,
per cui io mi struggo; labbra bianche, bocca ampia e livida; denti neri e per di più
molto radi [bocca sdentata]; voce incredibile e indicibile; modi sdegnosi e fieri: a voi,
divini servi di Amore, rendo noto che queste sono le bellezze della mia donna.
LEZIONE 30/10/2023
Intertestualità: definizione generica coniata da Julia Kristeva (1941) poi sviluppata
da Genette (1930).
I diversi tipi di intertestualità:
1) Intertestualità (propriamente detta): riguarda la presenza di una citazione
(autorevole, erudita, ornamentale, critico-parodica) o un'allusione (celebrativa o
ironico-critica)
2) Ipertestualità: rapporto di imitazione o trasformazione tra un'opera anteriore
(ipotesto) e una posteriore, o ipertesto (parodia, travestimento, trasposizione,
pastiche, continuazione)
3) Architestualità: presuppone la relazione con i generi letterari che può essere
semplice o indiretta (filtrata attraverso un modello), con funzione seria, satirica o
ludica.
4) Interdiscorsività: riprese tra testi che, più che la forma letterale (non solo)
riprendono il 'discorso' che si fa, il modo di rappresentare determinati temi,
situazioni, questioni.
NICCOLO’ MACHIAVELLI
Collabora inizialmente con la famiglia dei medici, ma quando i medici vanno via,
diventa collaboratore del suo sostitutito, nonché Piero Soderini. I medici si
vendicano di Machiavelli e per recuperare la stima dei medici scrive un’opera
dedicata a loro chiamata il principe.
Quando era al servizio di Soderini ebbe un’esperienza drammatica, in quanto, il figlio
del duca Borgia, il duca Valentino, lo manda a Urbino nel 1502 a vedere la situazione
proprio quando il duca aveva spodestato dei signori. II Duca viene a sapere che si
stavano alleando contro di lui e chiama turi questi signori, si scusa e li invita a
Senigallia, nelle Marche per discutere della questione insieme per cercare un punto
d'incontro. II Duca Valentino riunisce i signori nel castello e li uccide tutti.
Machiavelli assiste a questa scena e ne rimane totalmente traumatizzato dal punto
di vista umano. La strage verrà ricordata come la strage di Senigallia. Machiavelli
definisce la strage il facile inganno.
Il principe
- soldati mercenari, che combattono solo perché vengono pagati
- in questo capitolo si sofferma sulla parola data dai principi
6) Niccolò Machiavelli, De Principatibus, cap. XVIII
QUOMODO FIDES A PRINCIPIBUS SIT SERVANDA. in che modo e' Principi abbino a
mantenere la rede
Quanto sia laudabile in uno principe il mantenere la fede e vivere con integrità e non
con astuzia, ciascuno lo Intende: nondimanco vede per esperienza ne nostri tempi
quelli principi avere Tatto gran cose. che della fede hanno tenuto poco conto e che
hanno saputo con l'astuzia aggirare è cervelli delli uomini: e alla fine hanno superato
quelli che si sono fondati in su la realtà. Dovete adunque sapere come è sono dua
generazioni di combattere: l'uno, con le leggi; l'altro, con la torza. Quel primo e
proprio dello uomo; quel secondo, delle bestie. Ma perché el primo molte volte non
basta, conviene ricorrere al secondo: pertanto a uno principe e necessario sapere
bene usare la bestia e lo Uomo. Questa parte e suta insegnata alli principi
copertamente da li antichi scrittori, e quali scrivono come Achille e molti altri di
quelli principi antichi turno dati a nutrire a chirone centauro, che sotto la sua
disciplina lI Ustodissi. Il che non vuole dire altro, avere per precettore uno mezzo
bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l'una e l'altra
natura: e l'una sanza l'altra non è durabile. Sendo dunque necessitato uno principe
sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione: perché el
lione non si difende da' lacci, il golpe non si difende da' lupi; bisogna dunque essere
golpe a conoscere è lacci, e lione a sbigottire e lupi: coloro che stanno
semplicemente in sul lione, non se ne intendono. Non puo pertanto uno signore
prudente, ne debbe, osservare la fede quando tale osservanzia gli torni contro e che
sono spente le cagioni che la feciono promettere. E se li vomini fussino tutti buoni,
questo precetto non sarebbe buono: ma perche e sono tristi e non la
osserverebbono a te, tu etiam non l'hai a osservare a loro: né mai a uno principe
mancorno cagioni legittime di colorire la inosservanzia. Di questo se ne potrebbe
dare infiniti esempli moderni e mostrare quante pace, quante promisse sono state
fatte irrite e vane per la infidelità de' principi: e quello che ha saputo meglio usare la
golpe, è meglio capitato. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire ed
essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici qli uomini, e tanto
ubbidiscono alle necessita presenti, che colui che inganna troverra sempre chi si
lascera ingannare o non voglio delli esempi freschi tacerne uno. Alessandro sesto
non fece mai altro. non penso mai ad altro che a ingannare UominI, e sempre trovo
subietto da poterlo tare: e non tu mai uomo che avessi maggiore efficacia in
asseverare, e con maggiori iuramenti affermassi una cosa, che la osservassi meno;
nondimeno sempre gli succederno al'inganni ad votum, perché conosceva bene
questa parte del mondo A uno principe dunque non è necessario avere in fatto tutte
le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle; anzi ardiro di dire
questo: che, avendole e osservandole sempre, sono dannose, e, parendo di averle,
sono utili; come parere piatoso, fedele, umano, intero, religioso, ed essere: ma stare
in modo edificato con lo animo che, bisognando non essere, tu possa e sappia
diventare il contrario. E hassi a intendere questo, che uno principe e massime uno
principe nuovo non può osservare tutte quelle cose per le quali qli uomini sono
chiamati buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro
alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione. E però bisogna
che egli abbia uno animo disposto a volgersi secondo che e' venti della fortuna e la
variazione delle cose gli comandano; e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene,
potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato. Debbe adunque uno principe
avere gran cura che non gli esca mai di bocca cosa che non sia piena delle
soprascritte cinque qualità; e paia, a udirlo e vederlo, tutto pietà, tutto fede, tutto
integrità, tutto umanità, tutto religione: e non e cosa piu necessaria a parere di
avere, che questa ultima qualità. E lI UominI in universali iudicano più alli occhi che
alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi: ognuno vede quello
che tu pari, pochi sentono quello che tu se; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla
opinione di molti che abbino la maestà dello stato che gli difenda; e nelle azioni di
tutti li vomini, e massime de principi, dove non è iudizio a chi reclamare, si guarda al
fine Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e' mezzi sempre
heno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati; perché el vulgo ne va preso
con quello che pare e con lo evento della cosa: e nel mondo non e se non vulgo, e
pochi non ci hanno luogo quando qli assai hanno dove appoggiarsi. Alcuno principe
de' presenti tempi, il quale non è bene nominare, non predica mai altro che pace e
fede, e dell'una e dell'altra è inimicissimo: e l'una e l'altra, quando è l'avessi
osservata, gli arebbe più volte tolto e la riputazione e lo stato.
(Niccolò Machiavelli, Il Principe, a cura di G. Inglese, Torino, Einaudi, 1995).
Machiavelli, Il principe
Il principe viene scritto nel 1513 tra luglio e dicembre.
È composto da 25 capitoli in cui si cerca di dare la ricetta per un principe ideale, il
miglior principe possibile per mandare avanti lo stato e conservarlo. Inizialmente
Machiavelli fa una distinzione tra i vari principati (quelli ereditati, quelli conquistati,
quelli conquistati con la guerra, quelli conquistati con la pace ecc.) e poi passa ai vari
modi per conservare questi strati, i comportamenti affrontando anche il tema della
milizia. L’opera non è ascrivibile ad alcun genere letterario particolare, in quanto
non ha le caratteristiche di un vero e proprio trattato. Da una parte è vero che nel
periodo umanista si erano molto diffusi i trattati sul sovrano ideale, anche chiamati
specula principum (ossia “specchi di principi”), i quali elencavano tutte le virtù che
un sovrano avrebbe dovuto avere per poter governare correttamente, prendendo
spunto dalla storia e dai classici latini e greci. Dall’altra, l’opera di Machiavelli si pone
espressamente in forte rottura con quella tradizione, giungendo di fatto a
rivoluzionare per sempre la concezione della politica e del buon governo per un
principe, ricevendo a tale proposito aspre critiche dei suoi contemporanei. Per
raggiungere il fine di conservare e potenziare lo Stato, viene popolarmente e
speculativamente attribuita a Machiavelli la massima “il fine giustifica i mezzi”;,
secondo la quale qualsiasi azione del Principe sarebbe giustificata, anche se in
contrasto con le leggi della morale. Il 25° capitolo, nonché l’ultimo, è importante
perché affronta il rapporto tra virtù e fortuna. Quest’opera è creata/diffusa in un
periodo particolare della storia: siamo nel 1453, periodo a partire dal quale parliamo
di Controriforma per cui la Chiesa è molto attenta a quello che la gente legge e
quello che viene pubblicato. Machiavelli è uno di quegli autori che verranno messi
all’Indice dei libri proibiti: è uno dei pochi autori che viene messo all’Indice come
autore, non circoscrivendo la proibizione ad un determinato libro da lui scritto, ma
qualunque cosa Machiavelli avesse scritto era proibita. Quindi è colpito in maniera
netta dalla censura.
Machiavelli, De Principatibus, cap. XVIII
Il capitolo 18 dell’opera Il Principe è uno dei capitoli più significativi e
apparentemente spregiudicati, che crearono il maggiore scandalo nel principe e
maggiormente comportarono il problema a Machiavelli nell’essere iscritto all’Indice
dei libri proibiti. In che modo la fede (la parola data=lealtà) dai principi va
conservata = fino a che punto è giusto che il sovrano sia leale.
Per i Romani la parola data aveva un’importanza assoluta che marcava la dignità.
(Fede dal latino FIDES = ETICA ROMANA) Ciascuno intende (=ognuno sa) quanto sia
lodevole in un principe il mantenere la parola data e vivere con integrità morale e
non con astuzia; tuttavia*per aver sperimentato quello che è successo nei nostri
tempi si vede che i principi che hanno fatto grandi cose, (sono proprio quelli) che
della fede hanno tenuto poco conto e che hanno saputo aggirare i cervelli degli
uomini con l’astuzia: e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati sulla realtà
(=quelli che non si sono comportati come era giusto comportarsi, ma come in quel
momento era meglio per loro comportarsi. Molto spesso le due cose non
coincidono. *Machiavelli è molto sillogistico: introduce le cose come dovrebbero
essere e poi dice la realtà così com’è. Dovete (rivolto ai lettori) sapere che ci (e’)
sono due modi (‘generazioni’) di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza.
Quel primo caratterizza l’uomo; quel secondo caratterizza le bestie. Ma poiché il
primo (quello delle leggi) molte volte non basta, è necessario (‘conviene’) ricorrere
al secondo: pertanto ad un principe è necessario saper usare bene sia la bestia che
l’uomo*. Gli antichi scrittori hanno già fornito ai principi questo insegnamento sotto
forma di allegoria, quando hanno riferito che Achille e molti altri principi
dell’antichità furono affidati al centauro Chirone * perché li allevasse e li educasse
sotto la sua disciplina. L’avere per precettore qualcuno che sia mezza bestia e mezzo
uomo, ha un solo significato: che il principe deve sapersi servire dell’una e dell’altra
natura, perché l’una senza l’altra non resiste nel tempo. *Machiavelli riprende il De
Officiis di Cicerone. Giunge ad una prima conclusione, per cui il principe può
governare bene solo se utilizza tanto le leggi (uomo) quanto la forza (bestie).
*Chirone è un personaggio mitologico centauro metà cavallo e metà uomo. Quindi
la doppiezza di Chirone sta nel fatto che pur essendo metà animale, è comunque
molto saggio.
Essendo il principe costretto a saper usare bene la parte bestiale, deve (tra tutte le
bestie) prendere la volpe e il leone*: questo perché il leone non si sa difendere dalle
trappole/dagli inganni e la volpe non si sa difendere dalla forza; quindi bisogna
essere volpe per riconoscere gli inganni e (bisogna essere) leone a spaventare i lupi:
coloro (i principi che vogliono pretendere di essere buoni e di mantenere il suo
potere solo usando la forza, non c’è la farà perché ci sarà qualcuno di più furbo di
lui) che usano solo la forza, non se ne intendono. Un signore prudente pertanto non
può né deve rispettare la parola data quando rispettare questa parola sia
controproducente per lui e quando non c’è più la circostanza e sono mancate le
condizioni che lo portarono a fare quella promessa. Se gli uomini fossero tutti buoni,
questa regola non sarebbe buona. Ma poiché gli uomini sono cattivi e non
manterrebbero nei tuoi confronti la parola data, neppure tu devi mantenerla con
loro. Né mai a un principe mancarono pretesti legali per mascherare le
inadempienze. Se ne potrebbero fornire infiniti esempi tratti dalla storia moderna, e
mostrare quante paci, quante promesse furono violate e vanificate dalla slealtà dei
principi, e chi meglio ha saputo farsi volpe, meglio è riuscito ad aver successo. Ma è
necessario saper mascherare bene questa natura volpina ed essere grandi simulatori
e dissimulatori*. Gli uomini sono così ingenui e legati alle esigenze del momento che
chi vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare.
PARAFRASI
Questi due animali si compensano uno con l’altro in quanto detengono solo una
delle due caratteristiche necessarie: la volpe, infatti, possiede solo l’astuzia e il leone
possiede solo la forza. *questo è molto importante perché ci fa capire tanto del
‘500: nelle corti devono fare sempre buon viso e cattivo gioco. DIFFERENZA TRA
SIMULATORE E DISSIMULATORE, sembrerebbero sinonimi ma c’è una sfumatura di
significato: il simulatore è colui che finge di essere chi non è (interpreta un ruolo che
non è suo, non è sincero); dissimulatore è invece colui che nasconde chi è davvero
(nel simulare si recita davvero la parte di un’altra persona, nel dissimulare se sono
arrabbiato fingo il cosiddetto buon viso a cattivo gioco; nel simulare se sono cattivo
mi fingerò buonissimo). Voglio portare un esempio (=è tipico del Principe portare
degli esempi) recente. Papa Alessandro VI* non fece mai altro, non pensò mai ad
altro che a ingannare gli uomini, e sempre trovò materia per poterlo fare. Non ci fu
mai uomo che promettesse con così grande efficacia, che giurasse con altrettanto
fervore e che poi mancasse di parola quanto lui. Nondimeno riuscì sempre a
ingannare a suo piacimento, perché conosceva bene quest’aspetto del mondo. *
Alessandro VI corrisponde a Rodrigo Borgia, papa dal 1492 (morte di Lorenzo de’
Medici) fino al 1503. Un principe, dunque, non deve realmente possedere tutte le
qualità, ma deve far credere di averle. Oserò anzi dire che, se le ha e le usa sempre,
gli sono dannose. Se fa credere di averle, gli sono utili. Nel senso che egli deve
apparire clemente, degno di fede, umano, onesto, religioso, e anche esserlo
realmente; ma se poi gli è necessario non esserlo, il suo animo deve essere sempre
pronto a potere e a sapere mutarsi nell’esatto contrario. Bisogna, infatti, capire che
un principe, soprattutto un principe nuovo, non può rispettare tutte quelle norme in
base alle quali gli uomini sono considerati buoni, perché egli è spesso obbligato, per
mantenere il potere, a operare contro la lealtà, contro la carità, contro l’umanità,
contro la religione. Bisogna perciò che egli abbia un animo disposto a indirizzarsi
secondo il vento della fortuna e il mutare delle situazioni. Insomma, come dissi
prima, non si allontani dal bene, quando può, ma sappia entrare nel male, quando vi
è costretto. Un principe deve fare grande attenzione a che non gli esca mai di bocca
una parola che non sia piena delle cinque qualità sopra indicate. Deve insomma
apparire, a guardarlo e a udirlo, tutto clemenza, tutto lealtà, tutto onestà, tutto
umanità, tutto religione. Niente gli è più indispensabile che apparire religioso*. Gli
uomini, in generale, giudicano più con gli occhi che con le mani, perché tutti vedono
e pochi toccano con mano. Tutti vedono quello che tu sembri, ma pochi toccano con
mano quel che tu sei, e questi pochi non osano opporsi all’opinione dei molti, che
oltre tutto sono protetti dall’autorità dello Stato. Nel giudicare le azioni degli uomini,
e soprattutto dei principi che non possono essere convocati in giudizio non si guarda
ai mezzi, ma al fine. *la cosa che deve sembrare di più è proprio questo
attaccamento alla religione. Il principe faccia quel che occorre per vincere e
conservare il potere: i mezzi saranno (‘fieno’) sempre giudicati onorevoli e lodati da
ognuno, perché il vulgo(=popolo) *bada sempre alle apparenze e al risultato. E nel
mondo il popolo è dappertutto così. Le minoranze non contano, quando le
maggioranze hanno dove appoggiarsi. Un principe dei nostri tempi, che è meglio
non nominare [probabilmente Ferdinando il Cattolico noto, tra i contemporanei,
come grande simulatore], predica sempre pace e onestà, ma non ha mai rispettato
né l’una né l’altra. Del resto, se le avesse rispettate, avrebbe più volte perso la sua
autorità o i suoi Stati. *vulgo- popolo, usato anche con un senso di superiorità
dell’intellettuale nei confronti del popolo.
LA MANDRAGOLA
è un’erba tossica che da nome all’opera
La mandragola è la commedia più rappresentata nel ‘500. Lucrezia, la protagonista,
ha sposato un vecchio che non riesce ad avere figli ed è disperato. Un terzo
personaggio, Callimaco, che è un po’ il furbo della situazione, intuisce la difficoltà e
con uno stratagemma, giacché ha un’attrazione per Lucrezia, fa credere al vecchio
Nicia che c’è una soluzione: Lucrezia dovrebbe bere una tisana di mandragora
(radice particolare tossica) ed in questo modo la situazione di infertilità potrà essere
risolta, ma c’è un problema: la prima persona che giacerà a letto con lei, non appena
lei avrà bevuto la tisana, morirà, quindi la pozione funzionerà bene dalla seconda
persona. Nicia quindi sebbene voglia avere figli, non vuole morire quindi bisogna
trovare una persona che giace a letto con Lucrezia. E guarda caso lo stesso
Callimaco, che voleva giacere a letto con Lucrezia, finge di essere un passante per
caso. Quindi riuscirà nel suo intento, lui che in maniera furbesca aveva allestito il suo
piano per riuscire in questa cosa. Lucrezia, tuttavia, era all’oscuro di tutto e le viene
rivelato tutto dopo che era stata a letto con questo giovane. Perciò lei, rispetto a
questo caso della fortuna che le è successo, prende la situazione a proprio vantaggio
e riutilizzerà la presenza di questa persona a scapito del marito che è vecchio e
dunque non la soddisfa abbastanza. Lucrezia viene considerata un nuovo principe al
femminile, che indipendentemente dagli eventi negativi o positivi ne sa trarre
vantaggio. Quindi in questo modo da apparente vittima, Lucrezia risulta essere
vincitrice volgendo la situazione a suo favore (tema chiave di Machiavelli: virtù e
fortuna. La fortuna ci capita: anche ad un principe può capitare una disgrazia, una
pandemia; la vera questione è come si reagisce alle disgrazie, dunque la virtù - trarre
massimo vantaggio dagli eventi positivi/negativi).
Distinzione (non sempre netta) tra
POEMA EPICO (EROICO): valori universali / parla alle grandi masse / si muove su
valori identitari-nazionali-collettivi (ispirato all'epica classica: Omero, Virgilio ecc.)
POEMA CAVALLERESCO / ROMANZO: parte dai vari cicli epici (ciclo tebano, troiano,
carolingio) ma la materia si complica, le storie si moltiplicano, gli ideali mutano,
spesso entrano in crisi i grandi valori epici.
LEZIONE 31/10/2023
MATTEO MARIA BOIARDO, L’ORLANDO INNAMORATO
EL LIBRO PRIMO DE ORLANDO INAMORATO, [EN] EL QUALE SE CONTIENE LE
DIVERSE AVENTURE E LE CAGIONE DI ESSO INAMORAMENTO, TRADUTTO DA LA
VERACE CRONICA DE TURPINO, ARCIVESCOVO REMENSE, PER IL MAGNIFICO CONTE
MATEO MARIA BOIARDO, CONTE DE SCANDIANO, A LO ILLUSTRISSIMO SIGNOR
ERCULE DUCA DE FERRARA.
1. Signori e cavallier che ve adunati
Per odir cose dilettose e nove,
Stati attenti e quieti, ed ascoltati
La bella istoria che 'l mio canto muove;
E vedereti i gesti smisurati,
L'alta fatica e le mirabil prove
Che fece il franco Orlando per amore
Nel tempo del re Carlo imperatore.
2. Non vi par già, signor, meraviglioso
Odir cantar de Orlando inamorato,
Ché qualunche nel mondo è più orgoglioso,
È da Amor vinto, al tutto subiugato;
Né forte braccio, né ardire animoso,
Né scudo o maglia, né brando affilato,
Né altra possanza può mai far diffesa,
Che al fin non sia da Amor battuta e presa.
3. Questa novella è nota a poca gente,
Perché Turpino istesso la nascose,
Credendo forse a quel conte valente (cioè valoroso)
Esser le sue scritture dispettose, (potevano farli dispetto)
Poi che contra ad Amor pur fu perdente (perché colui che aveva vinto tutte le
battaglie era stato perdente)
Colui che vinse tutte l'altre cose:
Dico di Orlando, il cavalliero adatto. (proprio lui, il prototipo del cavaliere)
Non più parole ormai, veniamo al fatto.
(Matteo Maria Boiardo, Orlando innamorato – Amorum libri, a cura di A.
Scaglione, Torino, UTET, 1963)
La novella ha dei tratti più realistici rispetto alla fiaba. La particolarità che la novella
è nota a poca gente crea tensione e curiosità. Turpino aveva il compito di narrare
l’eroismo dei cavalieri e non la storia d’amore di Orlando. Alla fine emerge molto la
figura dell’autore e poi si entra nel vivo della narrazione. Esattamente come
Boccaccio.
Parafrasi:
Signori e cavalieri che siete radunati qui per ascoltare storie nuove e piacevoli, state
attenti e silenziosi e ascoltate la bella storia narrata dal mio canto; e vedrete le gesta
eroiche, le grandi fatiche e le prove straordinarie che il franco Orlando fece per
amore, nel tempo dell'imperatore Carlo Magno.
Non vi sembri strano, signori, sentir cantare di Orlando innamorato, poiché
chiunque al mondo è più orgoglioso è vinto e del tutto sopraffatto dall'amore; né un
valoroso braccio, né un gran coraggio, né uno scudo o una corazza, né una spada
affilata, né nessun'altra potenza può difendersi e impedire che l'Amore la sconfigga
e la vinca.
Questa storia è conosciuta da pochi, perché lo stesso Turpino la tenne nascosta,
credendo forse che ciò che scriveva potesse dispiacere a quel conte valoroso
[Orlando], dal momento che colui che vinse tutto e tutti fu sconfitto da Amore: parlo
di Orlando, il valoroso cavaliere. Basta con le parole, veniamo ai fatti.
LUDOVICO ARIOSTO, ORLANDO FURIOSO (1516, 1521, 1532)
Orlando Furioso è un poema cavalleresco di Ludovico Ariosto (grande scrittore
latino, di enorme cultura) pubblicato per la prima volta nel 1516 a Ferrara. Il poema,
composto da 46 canti in ottave, ruota attorno al personaggio di Orlando, cui è
dedicato il titolo, e a molti altri personaggi. Al suo interno si può notare una cultura
umanistica, in cui c’è un distacco dalla mentalità cortese/medievale. Si può parlare
di distacco ironico.
3 filoni narrativi:
1. La guerra che oppone i cavalieri cristiani (Carlo Magno) e saraceni
(musulmani) e che comporta una serie di colpi di scena, fino al trionfo finale
dei primi (ciclo carolingio). Ovviamente vincerà Carlo Magno. Nel 46° canto
tra Ruggero e Rodomonte vincerà Ruggero.
2. La passione di Orlando per Angelica (amata da molti) e la tenace ricerca
dell’amata; da questo motivo si svolge un elemento nuovo rispetto alla
tradizione: la FOLLIA; la parte passionale. Angelica diventerà il centro, e
questo filone condusse Orlando alla follia.
3. L’amore tra Ruggiero (eroe pagano discendente da Ettore di Troia) e
Bradamante (eroina cristiana) che si snoda attraverso varie peripezie, già
avviate nell’Innamorato, e che si conclude con la conversione di Ruggiero al
Cristianesimo, le sue nozze con l’amata (dalle quali avrà origine la stirpe degli
Estensi) e l’uccisione dell’ultimo eroe saraceno sopravvissuto, Rodomonte.
FILONE ENCOMIASTICO. (Abbiamo Ruggero che è il migliore eroe
pagano/musulmano, che si innamorò di Bradamante. Ci sono varie peripezie,
ma alla fine Ruggero si convertì al cristianesimo e sposò Bradamante. Da
questa unione discende la casata degli Estensi).
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso
In quest’edizione Ariosto ha cercato di creare un adattamento linguistico,
eliminando i tratti pagani e ha migliorato lo stile verso Petrarca. Ha utilizzo una
strategia, cioè un intrecciamento tra i fatti che non porta a termine per creare
l’attesa/suspense. È un canto di azione, a livello narrativo. Non abbiamo parti
liriche.
1. Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io canto
che furo al tempo che passaro i Mori (più scuri)
d'Africa il mare, e in Francia nocquer (nuocere) tanto, (fecero male in Francia)
seguendo l'ire e i giovenil furori
d'Agramante lor re, che si diè vanto (che si vantò)
di vendicar la morte di Troiano (Troiano era stato ucciso dai cristiani, quindi
adesso Agramante deve vendicare la sua morte)
sopra re Carlo imperator romano. (c’è un legame con la chiesa)
Parafrasi: Io narro (canto) le donne, i cavalieri, le imprese guerresche, gli amori (le
donne, i cavallier, l’arme, gli amori – chiasmo che mette in rilievo il tema guerresco
e il tema cortese*), le consuetudini cavalleresche (cortesie), le imprese coraggiose
(l’audaci imprese io canto - anastrofe), che avvennero al tempo in cui i Mori
attraversarono il mare africano (passaro i Mori d’Africa il mare - iperbato) e
procurarono molti danni (nocquer tanto) in Francia, assecondando la rabbia e il
giovanile furore (i giovenil furori - anastrofe) del loro re Agramante (Agramante =
Re dei Mori voleva vendicare il padre Troiano, ucciso da Orlando), che aveva deciso
di vendicare la morte di Troiano contro (sopra) Carlo Magno, imperatore del Sacro
Romano Impero (romano).
Chiasmo: che consiste nell’accostare due gruppi di parole, legate tra loro da motivi
concettuali, in modo che l’ordine dei termini è invertito nel secondo rispetto al
primo gruppo. Una figura che ha un effetto di senso forte. La forma ricade sul senso.
Il poeta ci fa capire qualcosa attraverso l’ordine in cui le ha disposte. Il CHIASMO è
DOPPIO, perché nel secondo rigo abbiamo: cortesie che si riferiscono alle donne e
agli amori, e le audaci imprese che si riferiscono ai cavalieri e alle armi. C’è un
ulteriore risonanza.
DONNE CAVALLIER
ARMI AMORI
2. Dirò d'Orlando in un medesmo tratto [allo stesso tempo vi racconterò anche
di Orlando. (Ha cercato di mettere più cose insieme)].
cosa non detta in prosa mai né in rima: (CREA attesa – curiosità).
che per amor venne in furore e matto, (Figura retorica: dittologia sinonimica,
cioè furore e matto dicono la stessa cosa. Si dice Orlando Furioso e non
“matto”, per un livello di forma. Come ad esempio un’opera di Seneca
“Hercules furens”. Furens era il modo più aulico per indicare tale aggettivo in
latino).
d'uom che sì saggio era stimato prima; (per quanto prima fosse stimato come
uomo molto saggio).
se da colei che tal quasi m'ha fatto, ILLUDE ALLA DONNA AMATA
che 'l poco ingegno ad or ad or mi lima (mi consuma), (L’autore sta soffrendo
per amore)
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso. (ha parlato della follia di Orlando e del
suo ingegno come se avesse paura di fare la fine di Orlando).
Parafrasi: Allo stesso tempo (in un medesmo tratto) racconterò cose non scritte
mai né in prosa, né in versi di Orlando: che per amore diventò pazzo furioso (venne
in furore e matto: venne è riferito a furore ma anche a matto, col significato di
divenire), da uomo che prima era reputato (stimato) così saggio; se colei
[Alessandra Benucci – la donna amata da Ariosto] che mi ha reso quasi simile (che
tal quasi m’ha fatto – matto come Orlando) e che consuma (mi lima – nella
tradizione provenzale significa consumare per amore) a poco a poco (ad or ad or) il
mio piccolo (poco) ingegno, me ne lascerà tanto quanto basta per portare a termine
quanto mi sono proposto.
3. Piacciavi (spero che vi piaccia), generosa Erculea prole (figli di Ercole),
ornamento e splendor del secol nostro (del nostro tempo),
Ippolito (duca di Ferrara), aggradir (gradire) questo che vuole
e darvi sol può l'umil servo vostro. (questa è l’unica cosa che vi può dare il
vostro umile servo)
Quel ch'io vi debbo, posso di parole pagare in parte, (professione di umiltà)
e d'opera d'inchiostro (SINEDDOCHE);
né che poco io vi dia da imputar sono;
che quanto io posso dar, tutto vi dono.
Parafrasi: Vi piaccia gradire (aggradir), o Ippolito, generoso discendente (prole) di
Ercole (Erculea - Il Cardinale Ippolito era figlio di Ercole I d’Este), ornamento e
splendore del nostro tempo (secol), quest’opera che vuole e soltanto può darvi il
vostro umile servo.
Per i favori ricevuti (quel ch’io vi debbo) vi posso ripagare solo in parte con parole e
con scritti (d’opera d’inchiostro - sineddoche); né sono da accusare (imputar) se vi
do poco, perché io vi do tutto ciò che posso darvi.
4. Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m'apparecchio, (che mi preparo a nominare con lode)
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de' vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L'alto valore è chiari gesti suoi vi farò udir,
se voi mi date orecchio, e vostri alti pensier cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco (che trovano loro i miei versi)
Parafrasi: Fra i più degni eroi che io mi preparo (m’apparecchio) a nominare con
lode, voi sentirete ricordare il famoso Ruggiero (Ruggier – grande guerriero
saraceno), che è stato il capostipite (ceppo vecchio - metafora) di voi e dei vostri
illustri antenati. Vi farò ascoltare (udir) le sue nobili e famose gesta (chiari
gesti - analogia), se voi mi presterete attenzione (orecchio) e le vostre gravi
preoccupazioni si attenuino (cedino) un po’, cosicché questi miei versi tra esse
trovino spazio (loco).
5. Orlando, che gran tempo inamorato (scompare la funzione autore e comincia
la NARRATIO – subentra il regista interno)
fu de la bella Angelica, e per lei (Ariosto dà per scontato che noi sappiamo)
in India, in Media (Asia Centrale), in Tartaria (Asia del nord) lasciato
avea infiniti et immortal trofei, (per lei aveva percorso l’Asia e aveva
rinunciato a grandissime imprese)
in Ponente (in Occidente) con essa era tornato,
dove sotto i gran monti Pirenei con la gente di Francia e de Lamagna
re Carlo era attendato (con le tende) alla campagna,
non volse piede inanzi a serpe crudo,
come Angelica tosto il freno torse,
che del guerrier, ch'a piè venìa, s'accorse.
Parafrasi: Orlando, che per tanto tempo era stato innamorato della bella Angelica e
per lei in India, in Oriente, aveva lasciato trofei immortali ed in numero infinito, era
tornato infine con la donna amata in Occidente dove, sotto gli alti monti Pirenei, con
i Francesi ed i Tedeschi, il re Carlo si era insediato in campo aperto
6. per far al re Marsilio
e al re Agramante battersi ancor del folle ardir (del folle coraggio) la guancia,
d'aver condotto, l'un, d'Africa quante
genti erano atte a portar spada e lancia;
l'altro, d'aver spinta la Spagna inante
a destruzion del bel regno di Francia.
E così Orlando arrivò quivi a punto: (arrivò al momento giusto, quando
Marsiglia e Agramante stavano per distruggere la Francia)
ma tosto (ma subito) si pentì d'esservi giunto; (il flashback è finito e siamo al
presente)
Parafrasi: Carlo voleva far pentire il re Marsilio e il re Agramante per il loro folle,
temerario gesto, di aver condotto l’uno quante più genti atte a combattere con
spada e lancia dall’Africa, l’altro per aver spinto la Spagna contro il bel regno di
Francia per distruggerlo. Così, Orlando vi giunse al momento giusto, ma subito si
pentì di esservi giunto.
7. che vi fu tolta la sua donna poi:
ecco il giudicio uman come spesso erra! (ecco come spesso sbaglia il giudizio
umano)
Quella che dagli esperii ai liti eoi (quella che aveva difeso dall’estremo oriente
fino all’estremo nord)
avea difesa con sì lunga guerra,
or tolta gli è fra tanti amici suoi (molto amici),
senza spada adoprar (senza duello), né la sua terra.
Il savio imperator (il saggio, cioè Carlo Magno), ch'estinguer
vòlse un grave incendio, fu che gli la tolse (affida Angelica alle cure di Namo di
Baviera, che è il consigliere di Carlo Magno)
Parafrasi: Infatti, qui in seguito gli fu tolta la sua donna: ecco come il giudizio umano
spesso erra! Colei che da Occidente a Oriente aveva difeso con così lungo
combattere, ora gli veniva tolta in mezzo a tanti amici suoi, nella sua terra, senza
ricorrere alla spada. Fu il saggio imperatore che gliela tolse, perché volle estinguere
un grande incendio.
8. Nata pochi dì inanzi era una gara
tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo;
che ambi avean per la bellezza rara (che entrambi avevano il desiderio di
stare con Angelica)
d'amoroso disio l'animo caldo (si erano riscaldati l’animo)
Carlo, che non avea tal lite cara, (che non vedeva di buon occhio tale
conflitto)
che gli rendea l'aiuto lor men saldo,
questa donzella, che la causa n'era,
tolse, e diè in mano al duca di Bavera; (fu affidata alla custodia del Duca di
Baviera)
Parafrasi: Pochi giorni prima era iniziata una contesa tra il conte Orlando e suo
cugino Rinaldo, perché entrambi avevano l’animo acceso d’amoroso desiderio per la
straordinaria bellezza di Angelica. Re Carlo, irritato da questa lite, che rendeva meno
solido il loro aiuto, affidò la donzella in custodia al duca Namo di Baviera.
9. in premio promettendola a quel d'essi
ch'in quel conflitto, in quella gran giornata,
degli infideli (non è la fede giusta) più copia uccidessi, (uccidesse un numero
maggiore)
e di sua man prestassi opra più grata.
Contrari ai voti poi furo i successi;
ch'in fuga andò la gente battezzata, (ci sono varie PERIFRASI)
e con molti altri fu 'l duca prigione,
e restò abbandonato il padiglione. (il duca fu fatto prigioniero e Angelica fu
libera)
Parafrasi: La promise poi in premio a chi dei due avesse mostrato più valore e
avesse fatto più strage di infedeli, in quella grande, imminente, battaglia. L’esito
della battaglia fu tuttavia diverso dai propositi, infatti i cristiani furono messi in fuga,
e il duca di Baviera fu fatto prigioniero assieme a molti altri, e il padiglione dove
Angelica era prigioniera fu abbandonato.
[Link], poi che rimase la donzella (lì nel punto in cui la donzella era rimasta)
ch'esser dovea del vincitor mercede,
inanzi al caso era salita in sella,
e quando bisognò le spalle diede,
presaga che quel giorno esser rubella
dovea Fortuna alla cristiana fede: (PERIFRASI per indicare i cristiani)
entrò in un bosco, e ne la stretta via
rincontrò un cavallier ch'a piè venìa.
Parafrasi: Rimasta sola nella tenda, la donzella, che doveva essere la ricompensa del
vincitore, vista l’occasione propizia salì in sella a un cavallo e al momento opportuno
fuggì, prevedendo che quel giorno la fortuna sarebbe stata avversa ai cristiani: entrò
in un bosco e per uno stretto sentiero incontrò un cavaliere che avanzava a piedi.
Ci sono sei rime alternate e le ultime due sono baciate.
[Link] la corazza, l'elmo in testa,
la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo;
e più leggier correa per la foresta (per la selva), (correva velocemente nella
foresta come il villano mezzo nudo)
ch'al pallio (premio) rosso il villan mezzo ignudo.
Timida pastorella mai sì (così) presta [Similitudine: mai una timida pastorella
fu così veloce a cambiare direzione di fronte a un crudele serpente)
non volse piede inanzi a serpe crudo,
come Angelica tosto il freno torse, (così come Angelica che subito girò le
redini del cavallo che aveva preso, appena si accorse del cavaliere che veniva
a piedi)
che del guerrier, ch'a piè venìa, s'accorse.
Parafrasi: Aveva addosso la corazza, in testa l’elmo, al fianco la spada e al braccio lo
scudo, eppure correva per la foresta più veloce di un contadino mezzo nudo in una
gara di corsa. Mai una spaventata pastorella ritrasse il piede così rapidamente dal
morso di un serpente letale, come Angelica, che subito tirò le redini per cambiare
direzione quando si accorse del guerriero che sopraggiungeva a piedi.
[Link] costui quel paladin gagliardo, (Rinaldo)
figliuol d'Amon, signor di Montalbano, (che era il signore di Montalbano, cioè
il cugino di Orlando)
a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo (al quale il cavallo era scappato di
mano)
per strano caso uscito era di mano.
Come alla donna egli drizzò lo sguardo, (metafora dell’amore)
riconobbe, quantunque di lontano,
l'angelico sembiante e quel bel volto
ch'all'amorose reti il tenea involto.
Volto – involto: rima inclusiva, una parola include l’altra. La parola “involto” include
la parola “volto”.
La rima è la somiglianza di due parole a partire dalla vocale tonica. La vocale tonica
della parola “volto” è la “o”, ma anche la “v” è uguale. Quindi, c’è una rima ricca.
Questa rima è sia ricca che inclusiva.
Parafrasi: Questi era Rinaldo, il valoroso paladino, figlio di Amone, signore di
Montalbano, al quale poco prima il suo destriero Baiardo per uno strano caso era
fuggito di mano. Appena posò lo sguardo sulla donna, riconobbe, nonostante fosse
lontana, l’angelico aspetto e il bel volto che lo tenevano prigioniero delle reti
dell’amore.
[Link] donna il palafreno (è il cavallo da parata) a dietro volta,
e per la selva a tutta briglia il caccia;
né per la rara (strana) più che per la folta, (non sceglie né la via più sicura e né
quella migliore, ma agisce solo per paura)
la più sicura e miglior via procaccia:
ma pallida, tremando, e di sé tolta (e fuori di sé),
lascia cura al destrier che la via faccia.
Di su di giù, ne l'alta selva fiera tanto girò,
che venne a una riviera.
Parafrasi: La donna voltò indietro il cavallo e lo lanciò a briglia sciolta nella selva.
Senza cercare la via migliore e più sicura, in mezzo alla vegetazione più rada o più
folta, pallida, tremante e fuori di sé, lasciò che il cavallo si facesse strada da solo. Si
aggirò da ogni parte, nella foresta selvaggia, tanto che infine giunse alla riva di un
fiume.
[Link] la riviera Ferraù (è un saraceno, nipote di Marsiglio) trovosse
di sudor pieno e tutto polveroso. (nell’Innamorato Ferraù aveva combattuto
con il fratello di Angelica e si era impossessato del suo elmo, che non ha più
restituito. Quindi, c’è una continuazione di questa storia)
Da la battaglia dianzi lo rimosse
un gran disio di bere e di riposo; (flashback)
e poi, mal grado suo, quivi fermosse, (e poi suo malgrado, si era fermato qui,
perché ingordo e frettoloso di bere si era buttato nell’acqua)
perché, de l'acqua ingordo e frettoloso,
l'elmo nel fiume si lasciò cadere,
né l'avea potuto anco riavere.
Parafrasi: In riva al fiume trovò Ferraù tutto sudato e polveroso. Poco prima lo aveva
distolto dalla battaglia un grande desiderio di bere e di riposarsi; e poi, contro la sua
volontà, lì si era dovuto fermare, perché, per l’avidità e per la fretta di bere, aveva
lasciato cadere nel fiume l’elmo e non era riuscito ancora a recuperarlo.
[Link] potea più forte, ne veniva
gridando la donzella ispaventata.
A quella voce salta in su la riva
il Saracino, e nel viso la guata;
e la conosce subito ch'arriva, (Angelica è riconoscibile sebbene il suo volto sia
distolto e deformato dalla paura)
ben che di timor pallida e turbata,
e sien più dì che non n'udì novella,
che senza dubbio ell'è Angelica bella. (DISCORSO DIRETTO LIBERO, come se
Ariosto ci traducesse il pensiero di Ferraù)
Parafrasi: Sopraggiunse, gridando quanto più poteva, la donzella spaventata. Udita
quella voce, il Saraceno saltò sulla riva, la guardò in viso e subito riconobbe colei che
stava arrivando, benché fosse pallida e turbata dalla paura e fossero passati più
giorni da quando lui ne aveva avuto notizia, poiché era senza dubbio la bella
Angelica.
16.E perché era cortese, e n'avea forse
non men dei dui cugini (cioè di Orlando e Rinaldo) il petto caldo, (METAFORA)
l'aiuto che potea, tutto le porse, (le offri tutto l’aiuto che poteva darle, come se
avesse l’elmo)
pur come avesse l'elmo, ardito e baldo:
trasse la spada, e minacciando corse
dove poco di lui temea Rinaldo. (nel frattempo Rinaldo ha seguito Angelica)
Più volte s'eran già non pur veduti,
m'al paragon de l'arme conosciuti.
Parafrasi: E poiché era cortese e forse ne aveva l’animo infiammato non meno dei
due cugini, le porse tutto l’aiuto che poteva, come se avesse l’elmo, temerario e
spavaldo: sguainò la spada e corse minaccioso verso Rinaldo, che però non era per
niente intimorito. Più volte si erano già non solo visti ma anche scontrati con le armi.
[Link]âr (accento circonflesso, cioè è l’abbreviazione del passato remoto di
cominciarono. Serve a distinguere “cominciar” che è l’infinito da
“cominciarono”) quivi una crudel battaglia,
come a piè si trovâr, coi brandi ignudi:
non che le piastre e la minuta maglia, (avevano anche le spade e la minuta
maglia)
ma ai colpi lor non reggerian gl'incudi. (ma i loro colpi erano talmente forti
che neanche un’incudine avrebbe retto)
Or, mentre l'un con l'altro si travaglia,
bisogna al palafren che 'l passo studi;
che quanto può menar de le calcagna (cioè dare il via al cavallo),
colei lo caccia al bosco e alla campagna.
Parafrasi: Cominciarono lì una feroce battaglia, a piedi come si trovavano, menando
fendenti tali, con le spade sguainate, che non solo le piastre della corazza e la maglia
di ferro ma neppure le incudini avrebbero retto ai loro colpi. Ora, mentre i due
combattevano aspramente, Angelica con tutta la forza dei calcagni spronò il
destriero, che fu costretto ad affrettare il passo, galoppando per i boschi e per i
campi.
18. Poi che s'affaticâr gran pezzo invano
i duo guerrier per por l'un l'altro sotto,
quando non meno era con l'arme in mano
questo di quel, né quel di questo dotto;
fu primiero il signor di Montalbano, (il signore di Montalbano, cioè Rinaldo,
fu il primo a prendere la parola)
ch'al cavallier di Spagna fece motto, (fece parola)
sì come quel c'ha nel cor tanto fuoco (così come lui che è tanto innamorato
che arde tutto e non trova pace)
Parafrasi: Dopo che i due cavalieri si furono affaticati invano nel tentativo di
prevalere, poiché con la spada in mano, l’uno non era meno abile dell’altro, fu per
primo il signore di Montalbano a rivolgersi al cavaliere spagnolo, così come fa chi ha
nel cuore tanto fuoco d’amore che lo fa ardere tutto e non trova pace.
[Link] al pagan: - Me sol creduto avrai, (Disse al pagano: - “se fai male a me,
fai amale anche a te e ti spiego il perché)
e pur avrai te meco ancora offeso:
se questo avvien perché i fulgenti rai (cioè i raggi abbaglianti. L’attributo della
luminosità è tipico degli occhi.)
del nuovo sol (il sole nasce a oriente) t'abbino il petto acceso (che ti hanno
fatto innamorare),
di farmi qui tardar che guadagno hai?
che quando ancor tu m'abbi morto o preso,
non però tua la bella donna fia; (non per questo avrai conquistato lei)
che, mentre noi tardian, se ne va via.
Parafrasi: Disse al pagano: -Avrai creduto di danneggiare solo me, invece colpisci te
stesso: se questo accade perché gli occhi splendenti di Angelica ti hanno infiammato
il cuore, che vantaggio ricavi facendomi perdere tempo qui? Infatti anche se tu
riuscirai a uccidermi o a farmi prigioniero, non riuscirai a fare tua la bella donna,
dato che, mentre noi ci attardiamo, lei scappa via.
[Link] fia (condizionale) meglio (quanto sarebbe meglio), amandola tu
ancora (anche tu),
che tu le venga a traversar la strada,
a ritenerla e farle far dimora,
prima che più lontana se ne vada! (prima che arrivi troppo lontana)
Come l'avremo in potestate, allora
di ch'esser de' si provi con la spada (sineddoche, cioè con un duello):
non so altrimenti, dopo un lungo affanno, (altrimenti io non so che cosa
possiamo ottenere, se non un danno)
che possa riuscirci altro che danno. –
Parafrasi: Quanto sarebbe meglio, poiché anche tu la ami, che tu riesca a tagliarle la
strada, a trattenerla e a farla fermare, prima che se ne vada ancor più lontano!
Appena l’avremo in nostro potere, si decida allora con la spada a chi ella debba
appartenere: non so altrimenti, dopo tanto affannoso combattere, che cosa
possiamo ottenere se non danno.
[Link] pagan la proposta non dispiacque:
così fu differita la tenzone (la battaglia);
e tal tregua tra lor subito nacque, (e tra loro nacque subito questa tregua)
sì l'odio e l'ira va in oblivione, (l’odio e l’ira vengono dimenticati)
che 'l pagano al partir da le fresche acque
non lasciò a piedi il buon figliol d'Amone:
con preghi invita, et al fin toglie (mette a cavallo) in groppa,
e per l'orme d'Angelica galoppa.
Parafrasi: Al pagano Ferraù la proposta non dispiacque: così il duello fu rimandato e
una tale tregua tra loro fu subito attuata, che furono dimenticati l’odio e l’ira. Il
pagano nel partire dalle fresche acque del fiume non lasciò a piedi il buon figlio di
Amone: con preghiere lo invitò, e alla fine lo fece montare a cavallo, galoppando
all’inseguimento di Angelica.
[Link] gran bontà de' cavallieri antiqui! (oh che persone di valore erano i
cavalieri antichi)
Eran rivali, eran di fé diversi, (diversi per credo religioso)
e si sentian degli aspri colpi iniqui,
per tutta la persona anco dolersi;
e pur per selve oscure (citazione a Dante) e calli obliqui
insieme van senza sospetto aversi. (senza sospetto reciproco)
Da quattro (è un modo di dire) sproni il destrier punto arriva (arriva in un
punto preciso, in cui la strada si biforca)
ove una strada in due si dipartiva.
Parafrasi: Oh grande generosità dei cavalieri antichi! Erano rivali, erano di fede
diversa, si sentivano dolenti in tutto il corpo per i colpi terribili e crudeli, eppure per
boschi oscuri e sentieri tortuosi andavano insieme senza aver sospetto l’uno
dell’altro. Spronato da quattro sproni il destriero arrivò a un punto in cui la strada si
divideva in due diverse direzioni.
23.E come quei che non sapean se l'una
o l'altra via facesse la donzella
(però che senza differenzia alcuna
apparia in amendue l'orma novella),
sì messero ad arbitrio di fortuna, (si sottoposero alla fortuna)
Rinaldo a questa, il Saracino a quella.
Pel bosco Ferraù molto s'avvolse, (Ferraù tanto girò che si ritrovò al fiume
dove era stato beccato da Angelica)
e ritrovossi al fine onde si tolse.
Parafrasi: Siccome essi non potevano sapere quale delle due strade la donzella
seguisse (poiché le orme recenti sembravano in entrambe identiche) affidarono alla
fortuna la scelta, Rinaldo a questa, Ferraù a quella. A lungo Ferraù si aggirò per il
bosco, e alla fine si ritrovò nel punto da cui era partito.
24. Pur si ritrova ancor su la riviera,
là dove l'elmo gli cascò ne l'onde.
Poi che la donna ritrovar non spera,
per aver l'elmo che 'l fiume gli asconde,
in quella parte onde caduto gli era
discende ne l'estreme umide sponde: (almeno recupero l’elmo)
ma quello era sì fitto né la sabbia, (ma l’elmo era così incastrato nella sabbia,
che avrà molto da fare prima di riottenerlo)
che molto avrà da far prima che l'abbia.
Parafrasi: Alla fine si ritrovò di nuovo in riva al fiume dove l’elmo gli era caduto in
acqua. Poiché non contava di poter trovare Angelica, sulla riva del fiume scese vicino
all’acqua, in quel punto dove l’elmo gli era caduto. Ma quello era così conficcato
nella sabbia che avrebbe dovuto faticare molto per riaverlo.
[Link] un gran ramo d'albero rimondo,
di ch'avea fatto una pertica lunga,
tenta il fiume e ricerca sino al fondo,
né loco lascia ove non batta e punga. (non lascia posto senza toccarlo, cioè
tocca ogni singolo punto del fiume)
Mentre con la maggior stizza (rabbia) del mondo
tanto l'indugio suo quivi prolunga,
vede di mezzo il fiume un cavalliero
insino al petto uscir, d'aspetto fiero.
Parafrasi: Con un grosso ramo privato delle foglie, da cui aveva ricavato una lunga
pertica, sondò il fondale del fiume, e non tralasciò di battere e cercare in ogni punto.
Mentre molto irritato proseguiva a lungo la sua ricerca, vide uscire dal fiume un
cavaliere fino al petto, di aspetto fiero.
TORQUATO TASSO, GERUSALEMME LIBERATA
Tasso è uno dei principali rappresentanti della letteratura rinascimentale italiana. Le
sue opere di grande bellezza e profondità hanno influenzato profondamente lo
sviluppo della poesia epica e lirica del periodo. La sua abilità nell'uso del verso, nella
creazione di immagini poetiche e nell’uso di figure retoriche (enjambement) e
preziosismi lo ha reso una figura significativa nella storia letteraria italiana. Di
seguito troviamo la parafrasi della “Gerusalemme Liberata”.
GERUSALEMME LIBERATA POEMA EROICO DEL SIGNOR TORQUATO TASSO AL
SERENISSIMO SIGNORE IL SIGNOR DONNO ALFONSO II D'ESTE DUCA DI FERRARA
1) Canto l'arme pietose (cioè le armi di chi crede. “Pietas” deriva dal latino ed
indica la fede religiosa. La “pietas” è caratteristica di Enea nell’Eneide,
perché è seguace dei fedeli) e 'l capitano (ANASTROFE) [prende come
riferimento Virgilio. Tasso vuole essere il nuovo Virgilio. Virgilio in volgare.]
che 'l gran sepolcro liberò di Cristo (Non è presente la materia amorosa, ma
comunque c’è. Non ci sono Donne, cortesie e amori. Ci sono solo due cose:
armi e capitano)
Molto egli oprò co 'l senno e con la mano, (ha usato sia l’ingegno sia l’azione)
molto soffrì nel glorioso acquisto;
e in van l'Inferno vi s'oppose, e in vano
s'armò d'Asia (Oriente) e di Libia (intera Africa) il popol misto (mescolanza
con le persone infedeli – ha valore spregiativo).
Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti. (la situazione si era complicata, perché
l’esercito si era disperso. Come in Ariosto abbiamo trovato due chiasmi, in
questo caso troviamo un ENJAMBEMENT forte che separa e Goffredo mette
insieme queste due cose)
Parafrasi: Racconto in poesia (Canto) le armi devote (arme pietose - ossimoro – il
tema bellico è unito al tema religioso) e il (’l) capitano [Goffredo] che liberò il
venerabile (gran) sepolcro di Cristo [Gerusalemme].
Egli fece (oprò) molto con l’intelligenza (col senno) e con la forza (la mano),
sopportò (soffrì) molte (molto/molto = anafora) cose nella conquista (acquisto)
gloriosa [di Gerusalemme]; e inutilmente (in van) l’inferno vi si oppose, e
inutilmente (in vano - in van/in vano = anafora) si armarono i vari popoli (popol
misto) dell’Asia e dell’Africa (di Libia – sineddoche per indicare l’Africa).
Il cielo [Dio] gli concesse (gli diè) i [suoi] favori, e sotto i santi vessilli (santi segni:
dell’esercito cristiano, santi perché portavano l’emblema della croce - sotto a
i santi/segni ridusse i suoi = allitterazione) radunò i suoi compagni dispersi (erranti).
In questo caso abbiamo parlato di anticipazione (PROTASI), cioè anticipa la materia:
viene anticipato subito il conflitto tra Cristiani e Pagani (cioè i musulmani).
Poi, Tasso abbellisce il testo per ricorre alla metafora della medicina: PRINCIPIO
PEDAGOGICO, già espresso da Lucrezio (autore latino), nel “De rerum natura”, in cui
tratta argomenti di vario genere.
Un’altra cosa importante è che Tasso si scusa con la musa, per la complessità degli
argomenti trattati. Inoltre, non è la classica musa, ma vive in cielo, è cristiana e
possiede una corona di stelle.
2) O Musa, tu che di caduchi allori (In questi versi, abbiamo l’invocazione alla
musa)
non circondi la fronte in Elicona,
ma su nel cielo infra i beati cori (Si passa dalla musa pagana a quella
cristiana)
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti (cioè santi) ardori,
tu rischiara il mio canto, e tu perdona
s'intesso fregi al ver, s'adorno in parte (sta dicendo che la musa ispirerà cose
cristiane, ma lui chiede perdono perché non obbedirà a tutto).
d'altri diletti, che de' tuoi le carte.
Parafrasi: O Musa (Urania, musa della poesia epica), tu (inizia serie di tu = anafora)
che di trionfi passeggeri (caduchi allori – riferito alla gloria terrena effimera) non
[ti] circondi la fronte in Elicona (monte della Beozia, sacro alle muse), ma su nel cielo
tra i cori beati hai una corona d’oro (aurea) di stelle immortali, tu ispira ai miei
sentimenti (al petto mio) entusiasmi (ardori) religiosi (celesti), tu illumina (rischiara)
la mia poesia (canto), e tu perdona se intreccio abbellimenti di fantasia alla verità
(s’intesso fregi al ver), se adorno in parte le carte di piaceri (diletti) diversi (altri) dai
(che de’) tuoi.
3) Sai (sempre riferito alla musa) che là corre il mondo ove più versi (la maggior
parte delle persone corre dietro ai posti in cui il parnaso versa più le sue
dolcezze, cioè la gente segue il piacere. Quindi il poeta deve fare in modo
che loro imparino cose utile).
di sue dolcezze il lusinghier Parnaso,
e che 'l vero, condito in molli versi,
i più schivi allettando ha persuaso.
Così a l'egro fanciul porgiamo aspersi (fa un bellissimo paragone riprendendo
il “De rerum” di Lucrezio in un’opera classica. Scrisse come se stesse
parlando ai bambini)
di soavi licor gli orli del vaso: (porgiamo gli orli del vaso unti di qualcosa di
dolce, ma dentro al bicchiere c’è la medicina. Fa riferimento al principio
pedagogico già espresso da Lucrezio)
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e da l'inganno suo vita riceve. AVVERSATIVA
Parafrasi: [Tu Musa] sai che i lettori (il mondo) vanno dove maggiormente
(più versi) sparga l’attraente Parnaso (lusinghier Parnaso = sta per poesia
– metonimia e personificazione. Il Parnaso è il monte consacrato al mito di Apollo e
alle arti) le sue dolcezze e che il vero, arricchito (condito) di versi piacevoli (molli
versi), ha persuaso i più restii (schivi) allettandoli.
Così porgiamo al fanciullo malato (egro) gli orli della tazza (del vaso) spalmati
(aspersi) di sostanze (licor) dolci (soavi): egli beve intanto succhi amari ingannato, e
riceve la vita dal suo inganno [riacquistando la salute].
4. Tu, magnanimo (dall’animo grande) Alfonso, il qual ritogli
al furor di fortuna e guidi in porto [togli dalla forza della fortuna (concetto
ambivalente: può essere positivo o negativo) e ci guidi al porto]. METAFORA
DELLA NAVIGAZIONE
me peregrino errante (Tasso si autodefinisce errante), e fra gli scogli
(continua la metafora della navigazione)
e fra l'onde agitato e quasi absorto (sopraffatto dalle onde),
queste mie carte (SINEDDOCHE: carte, materiale) in lieta fronte accogli,
che quasi in voto a te sacrate i' porto (che io dono a te come se fosse un
dono).
Forse un dì fia (sarà/avverrà) che la presaga penna (avverrà che la mia
scrittura andrà ad indicare le cose)
osi scriver di te (su di te) quel ch'or n'accenna (accenna qualcosa che spera di
sviluppare nell’intera opera).
Parafrasi: Tu, o magnanimo Alfonso (Alfonso II d’Este, dedicatario e protettore di
Tasso), che (il qual) sottrai (ritogli) alla violenza della sorte (furor di
fortuna- allitterazione) e guidi in porto [al sicuro] me esule (peregrino) vagabondo
(errante), fra gli scogli agitato e fra le onde e quasi sommerso (absorto – latinismo
da absorbere) accogli benevolmente (in lieta fronte) il poema (queste mie
carte - metonimia), che offro (porto) dedicate (sacrate) a te quasi in voto.
Forse un giorno (dì) avverrà (fia = sarà) che la penna profetica (presaga = predice il
futuro) si impegni a scrivere di te ciò che ora accenna.
9.2) Canto XII, 50-71 (canto più forte della Gerusalemme Liberata. Canto degli
episodi secondari, che terrà anche nella Gerusalemme Conquistata nonostante ci
sia un forte erotismo)
[Nella Gerusalemme Liberata c’è un triangolo amoroso: Erminia (guerriera pagana,
ex regina di Antiopia) che è innamorata di Tancredi (eroe cristiano), ma è un amore
platonico. Ma Tancredi ama un’altra pagana che è Clorinda. Poi vedremo Erminia
che scapperà e si rifugiò dai pastori. Dunque vivrà quest’amore in solitudine tra i
pastori. ROMANZO PASTORALE]. VEDERE BENE LA STORIA SUL LIBRO.
50) Ma poi che intepidì la mente irata (mente arrabbiata)
nel sangue del nemico (cioè ha appena colpito Arimone, un nemico cristiano) e in
sé rinvenne (si riprese), vide chiuse le porte e
intorniata sé da' nemici (circondata da nemici), e morta allor si tenne.
Pur veggendo ch'alcuno in lei non guata, (vedendo che nessuno la stava guardando)
nov'arte di salvarsi le sovenne. (le venne in mente una nuova arte)
Di lor gente s'infinge, e fra gli ignoti (finge di essere una dei cristiani e si mescola
silenziosa fra la folla cristiana)
cheta s'avolge; e non è chi la noti. (nessuno la riconosce)
Parafrasi: Ma dopo che [Clorinda] ebbe placato il proprio animo sfogando l’ira
(intepidí la mente irata) nel sangue del nemico e tornò in sé (in sé rivenne), vide la
porta chiusa e sé stessa circondata (intorniata) da nemici, e si ritenne destinata a
morire (morta allor si tenne). Tuttavia vedendo che nessuno bada a lei (ch'alcuno in
lei non guata), pensa (le sovenne) ad un nuovo modo (nov'arte) di salvarsi. Si finge
(s'infinge) una di loro (di lor gente) e si mescola (s'avolge) silenziosa (cheta) tra quei
guerrieri sconosciuti (gli ignoti – i cristiani); e nessuno la nota (e non è chi la noti).
51) Poi, come un lupo tacito (lupo silenzioso) s'imbosca
dopo occulto misfatto (nascostamente), e si desvia (cambia via nel bosco)
dà la confusion, da l'aura fosca (favorita dal buio)
favorita e nascosa, ella se 'n gìa (lei andava via).
Solo Tancredi avien che lei conosca; (Tancredi era arrivato poco prima ed aveva
assistito all’uccisione del suo amico cristiano, Arimone)
egli quivi è sorgiunto alquanto pria (poco prima);
vi giunse allor ch'essa Arimon uccise:
vide e segnolla, e dietro a lei si mise. (abbiamo il punto di vista di Tancredi).
Parafrasi: Poi, come un lupo silenzioso (come lupo tacito - similitudine) entra nel
bosco (s'imbosca) dopo aver compiuto un misfatto nell'oscurità, e si allontana dalle
vie battute (si desvia), così lei se ne andava (ella se 'n gía), favorita e nascosta dalla
confusione e dal buio (aura fosca). Capita (avien) che il solo Tancredi la riconosca
(lei conosca); egli è sopraggiunto (sorgiunto) qui poco prima, quando lei ha ucciso
Arimone: l'ha vista e l'ha tenuta d'occhio (segnolla), iniziando a seguirla.
52) Vuol ne l'armi provarla (vuole metterla alla prova con le armi): un uom la stima
(ritiene che lei sia un uomo)
degno a cui sua virtù si paragone.
Va girando colei l'alpestre cima (ora vediamo cosa sta facendo lei)
verso altra porta, ove d'entrar dispone.
Segue egli impetuoso, onde assai prima (Ci sono una serie di enjambement è nello
stile di Tasso. In questo caso, possiamo paragonare un’ottava di Tasso con una di
Ariosto)
che giunga, in guisa avien che d'armi suone, (sento l’odore del duello. Si
preannuncia il suono delle armi)
ch'ella si volge (così lei si volge verso di me) e grida: – O tu, che porte,
che corri sì (così) (perché corri così velocemente verso di me)? – Risponde: – E
guerra e morte (sia la guerra sia la morte).
Parafrasi: Vuole (Vuol il soggetto è Tancredi) battersi con lei (ne l'armi provarla): [in
quanto] pensa (la stima) che sia un uomo con cui possa degnamente misurare il
proprio valore (degno a cui sua virtú si paragone). Lei sta girando intorno alla collina
montuosa (alpestre cima - il colle di Sion, dove sorge Gerusalemme) verso un'altra
porta in cui poter entrare. Lui la insegue (segue) con impeto, per cui, molto prima di
raggiungerla, succede (avien) che le sue armi risuonano (suone) in tal modo (in
guisa) che lei si volta e grida: “Tu, che corri in tal modo, cosa porti?” Lui risponde:
“Guerra e morte”.
53 – Guerra e morte avrai; – disse – io non rifiuto (lei da grande eroina non si
spaventa va fino in fondo)
Darlati (dartela), se la cerchi –, e ferma attende.
Non vuol Tancredi, che pedon veduto (momento di codice cavalleresco)
ha il suo nemico, usar cavallo, e scende.
E impugna l'uno e l'altro il ferro acuto, (sia Dorinda che Tancredi impugnano la
spada) SINEDDOCHE
ed aguzza l'orgoglio e l'ire accende;
e vansi a ritrovar non altrimenti (non diversamente). (NEGAZIONE DEL
CONTRARIO)
che duo tori gelosi e d'ira ardenti. (comincia l’ambiguità tra un incontro amoroso e
il duello)
Parafrasi: Lei disse: “Avrai guerra e morte, non rifiuto di dartela (darlati) se la
cerchi”, e attende ferma. Tancredi, che ha visto il suo nemico a piedi (pedon – senza
cavallo), non vuole usare il cavallo e smonta. Ognuno impugna la spada (il
ferro - metonimia) acuminata (acuto) e stimola l'orgoglio, infiamma l'ira
(aguzza l'orgoglio e l'ire accende - chiasmo); e si scontrano (vansi a ritrovar) in
modo simile a due tori, gelosi e ardenti d'ira (duo tori gelosi e d'ira
ardenti – metafora).
54 Degne d'un chiaro sol, degne d'un pieno (adesso appare il Tasso scrittore)
teatro, opre sarian sì memorande (da ricordare). (Enjambement: crea enfasi).
Notte (APOSTROFE), che nel profondo oscuro seno
chiudesti e ne l'oblio fatto sì grande,
piacciati (ti piaccia) ch'io ne 'l tragga e 'n bel sereno (Potere della scrittura. Tasso
autore.)
a le future età lo spieghi e mande.
Viva la fama loro (la fama sopravvive al tempo); e tra lor gloria
splenda del fosco tuo l'alta memoria.
Parafrasi: Imprese (opre) così memorabili (sí memorande) meriterebbero (degne) di
svolgersi alla luce del sole (d'un chiaro sol), in un teatro pieno [di gente] (d'un pieno
teatro). O notte (invocazione alla notte), che hai richiuso nel tuo seno profondo e
oscuro e nella dimenticanza (oblio) un’impresa (fatto) così grande, consenti che io te
la sottragga (piacciati ch'io ne 'l tragga – intervento diretto del poeta nella vicenda)
e la spieghi e la tramandi (mande) nello splendore luminoso ('n bel sereno) [della
poesia] alle epoche future (a le future età). Possa la loro fama vivere, e insieme con
la loro gloria risplenda anche il ricordo (l'alta memoria) delle tue tenebre (del fosco
tuo).
55 Non schivar, non parar, non ritirarsi (ASINDETO, queste tre cose messe di fila
indicano il ritmo della battaglia)
voglion costor (costoro non vogliono né schivarsi – né parare – né ritirarsi), né qui
destrezza ha parte (né qui può aver luogo l’abilità schermistica).
Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
toglie l'ombra e 'l furor l'uso de l'arte.
Odi (senti) le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro (nella parte centrale della lancia), il piè d'orma non parte; (sono
molto vicini, questo diventa molto pericoloso)
sempre è il piè fermo e la man sempre in moto, (il piede è sempre fermo, si muove
solo la mano)
né scende taglio in van, né punta a vòto. (ne nessun colpo sia di punta sia di taglio
non scendono in vano. Cioè si stanno colpendo.)
Parafrasi: Costoro non vogliono (voglion costor – Clorinda e Tancredi) schivare i
colpi, né pararli, né ritrarsi, né in questo duello (qui) la destrezza ha una parte. Non
danno i colpi finti, pieni, scarsi (finti, pieni, scarsi – termini tecnici dell’arte del
duello): il buio [della notte] (l'ombra) e il furore [dei duellanti] non permette (toglie)
di usare (l'uso) la tecnica (arte – arte del duello). Si sentono le spade urtarsi in modo
orribile al centro della lama (a mezzo il ferro - metonimia), e il piede non si muove
da dove ha lasciato l’orma (il piè d'orma non parte – non indietreggia di un passo); il
piede è sempre fermo e la mano è sempre in movimento, e nessun colpo di taglio e
nessun colpo di punta scende invano (in van) e a vuoto (a vòto).
56 L'onta (la vergogna) irrita lo sdegno a la vendetta, (mi spinge allo sdegno e alla
vendetta)
e la vendetta poi l'onta rinova; (c’è una specie di circolo vizioso)
onde (per cui) sempre al ferir, sempre a la fretta
stimol novo s'aggiunge e cagion nova. (C’è un circolo di aggressività).
D'or in or (ora in ora) più si mesce e più ristretta (adesso in poi il duello si fa più
incalzante)
si fa la pugna, e spada oprar non giova: (non serve neanche più la spada, sono così
vicini che combattono a mani nude). GIOCO AMBIVALENTE DEL CONTATTO FISICO
dansi co' pomi (si colpiscono direttamente con i pomi delle spade), e infelloniti
(sempre più inferociti) e crudi (duri)
cozzan (si scontrano sia i loro elmi e sia i lori scudi) con gli elmi insieme e con gli
scudi.
Parafrasi: La vergogna [per un colpo ricevuto] (L'onta) acuisce (irrita) lo sdegno per
vendicarsi (a la vendetta) e la vendetta rinnova poi la vergogna; per cui al ferire e
alla furia (fretta) si aggiungono sempre nuovi stimoli e nuove cause (cagion nova).
Lo scontro (la pugna - latinismo) si fa di momento in momento (d'or in or) più
confuso (piú si mesce) e più serrato (piú ristretta) e non serve più adoperare (oprar)
la spada: si colpiscono con le impugnature (dansi co' pomi), e inferociti e crudeli
(infelloniti e crudi – la lotta li rende dimentichi di ogni norma di cavalleria) cozzano
insieme con gli elmi e gli scudi.
57 Tre volte il cavalier la donna stringe
con le robuste braccia (un abbraccio), ed altrettante (ogni volta)
da que' nodi tenaci ella si scinge (si sposta),
nodi di fer nemico e non d'amante (Notazione amara di Tasso, perché Tancredi non
si comporta come un amante). (il lettore sa più cose di Tancredi. Tasso gioca su
questa cosa)
Tornano al ferro (sineddoche di spada), e l'uno e l'altro il tinge
con molte piaghe; e stanco ed anelante (provocano molte ferite);
e questi e quegli al fin pur si ritira, (si allontanano)
e dopo lungo faticar respira.
Parafrasi: Il cavaliere stringe per tre volte [a sé] la donna con le braccia robuste, ed
altrettante volte lei si scioglie (si scinge) da quelle strette vigorose (da que' nodi
tenaci), che sono proprie di un nemico e non di un amante (nodi di fer nemico e
non d'amante - antitesi). Tornano a combattere con le spade (tornano al ferro) ed
entrambi le bagnano (tinge) [col sangue] di molte ferite (molte piaghe); e alla fine
entrambi indietreggiano (si ritira) stanchi e stremati, e ansimano (respira) dopo una
lunga fatica.
58 L'un l'altro guarda (si guardano), e del suo corpo essangue (privo di sangue)
su 'l pomo de la spada appoggia il peso.
Già de l'ultima stella il raggio langue (adesso muore l’ultima stella della notte. La
notte sta finendo e a Oriente sta nascendo il nuovo giorno)
al primo albor ch'è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue (Tancredi vede che il nemico (cioè la
donna) ha più sangue di lui)
del suo nemico, e sé non tanto offeso (vede sé stesso non tanto ferito).
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mente ch'ogn'aura di fortuna estolle! (vento favorevole)
Parafrasi: Si guardano a vicenda e ognuno appoggia il peso del suo corpo sfinito
(essangue) sull'elsa della spada. Ormai impallidisce (langue – si spegne) la luce (il
raggio) dell'ultima stella [Venere], al primo albeggiare che appare a oriente (ch'è in
oriente acceso). Tancredi vede che il sangue versato dal suo nemico è più
abbondante (in maggior copia), mentre lui non è ferito (offeso) in modo altrettanto
grave. Ne gode e ne insuperbisce. Oh quanto è folle la nostra mente, che ogni soffio
di vento (aura) favorevole (di fortuna) esalta (estolle)!
59 Misero, di che godi? oh quanto mesti (come se Tasso e noi parlassimo a
Tancredi)
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Così tacendo (facendo) e rimirando (guardando), questi
sanguinosi guerrier cessaro alquanto.
Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse,
perché il suo nome a lui l'altro scoprisse: DISCORDO DIRETTO
Parafrasi: Misero, di cosa ti rallegri (godi)? Oh, quanto saranno (fiano) tristi i tuoi
trionfi (mesti/… trionfi - chiasmo) e quanto infelice il tuo vanto! I tuoi occhi
pagheranno (sempre che sopravvivi) con un mare di pianto (mar di
pianto - iperbole) ogni goccia di quel sangue (di quel sangue ogni stilla - anastrofe).
Così, tacendo e osservandosi (rimirando), questi guerrieri insanguinati smisero di
combattere (cessaro) per qualche tempo. Alla fine Tancredi ruppe il silenzio e disse,
per far sì che l'altro rivelasse (scoprisse) il suo nome:
60 – Nostra sventura è ben che qui s'impieghi (è nostra sfortuna che stiamo
combattendo con grande valore)
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma poi che sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno de l'opra,
pregoti (ti prego) (se fra l'arme han loco i preghi)
che 'l tuo nome e 'l tuo stato a me tu scopra, (ti prego che tu mi dica il tuo nome e il
tuo stato (cioè come stai))
acciò ch'io (affinché) sappia, o vinto o vincitore, (FIGURA RETORICA:
PARALLELELISMO: vinto – vincitore)
chi la mia morte o la vittoria onore.
Parafrasi: “Per noi è davvero una sfortuna che ci battiamo tanto valorosamente
(s'impieghi tanto valor) qui, dove è coperto dal silenzio. Ma poiché avviene (vien)
che una sorte crudele (rea) ci nega sia il plauso (lode) sia testimoni degni della
nostra impresa (de l'opra – si riferisce al duello), io ti prego (se in una battaglia le
preghiere hanno spazio) di rivelarmi (a me tu scopra) il tuo nome e la tua condizione
('l tuo stato), affinché io sappia, vinto o vincitore, chi renda onorata la mia morte o
la mia vittoria”.
61 Risponde la feroce (Clorinda): – Indarno (inutilmente) chiedi
quel c'ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu inanzi vedi (ma chiunque io sia, tu hai davanti uno di quelli
che ha bruciato la vostra torre) (qui si prende la colpa per farlo arrabbiare)
un di quei due che la gran torre accese. –
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e: – In mal punto il dicesti; – indi (quindi) riprese
– il tuo dir e 'l tacer di par m'alletta (mi invogliano alla vendetta),
barbaro discortese, a la vendetta. –
Parafrasi: La feroce [guerriera] risponde (Risponde la feroce - apostrofe):
“Inutilmente (Indarno) mi chiedi quello che per abitudine (per uso) non rivelo. Ma
chiunque io sia, tu vedi di fronte a te uno dei due che ha incendiato la grande torre”.
Tancredi a quelle parole arse di sdegno e riprese: “L'hai detto nel momento
sbagliato;” e poi riprese “quel che dici (il tuo dir) e ciò che taci ('l tacer), o barbaro
scortese, mi incitano in ugual modo (di par) alla vendetta”.
62 Torna l'ira ne' cori, e li trasporta,
benché debili in guerra. Oh fera pugna (Oh feroce battaglia),
u'l'arte in bando, u' (dove) già la forza è morta, (dove è morta sia l’arte della spada,
sia la forza)
ove, in vece, d'entrambi il furor pugna! (come se fossero due furori che
combattono)
Oh che sanguigna e spaziosa (grande) porta (METAFORA)
a l'una e l'altra spada, ovunque giugna (ovunque giunga),
ne l'arme e ne le carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita. (se la vita non esce fuori dal corpo, questo
avviene perché è lo sdegno che mantiene l’anima attaccata ai corpi)
Parafrasi: Nei loro cuori torna l'ira e li trasporta, anche se deboli, allo scontro. Oh
che battaglia furibonda, dove (u' – sta per ubi, dove in latino) ogni arte
[schermistica] è messa da parte (in bando), dove anche il vigore (la forza) non c’è
più (è morta), e dove, invece, combatte (pugna) il furore di entrambi! Oh quale
ferita (porta) sanguinante e profonda provoca (fa) l'una e l'altra spada, ovunque
colpisca (giugna), nell'armatura e nelle carni! E se la vita non ne esce ancora, è lo
sdegno che la tiene (tienla) unita al corpo (al petto).
63 Qual l'alto Egeo (mar Egeo), perché Aquilone o Noto (PARAGONE. Forza di
inerzia).
cessi, che tutto prima il volse e scosse, (paragona il furore di entrambi, come se la
loro energia (rabbia) sia più lunga della durata dei due corpi)
non s'accheta ei però, ma 'l suono e 'l moto (ma trattiene il suono e il rumore di
quelle onde agitate e grosse, nonostante i venti si siano fermati).
ritien de l'onde anco agitate e grosse,
tal (allo stesso modo), se ben manca in lor co 'l sangue vòto
quel vigor che le braccia a i colpi mosse, (le braccia si muovono con la forza di
inerzia)
serbano ancor l'impeto primo, e vanno (conservano ancora l’impeto iniziale)
da quel sospinti a giunger danno a danno. (continuano a danneggiarsi)
Parafrasi: Come il profondo (l'alto) [mar] Egeo, sebbene (perché) abbiano smesso di
soffiare (cessi) l'Aquilone (vento del nord) o il Noto (vento del sud), che prima tutto
lo sconvolsero (il volse) e agitarono (scosse), non si placa subito (non s'accheta ei
però), ma conserva (ritien) ancora il suono e il moto delle onde grosse e agitate, così
(tal), anche se manca in loro (in lor - ai due guerrieri) per il sangue versato (co 'l
sangue vòto) quel vigore che mosse le braccia ai primi colpi, [essi] conservano
(serbano) ancora l’ impeto iniziale (l'impeto primo) e, spinti da quello (da quel
sospinti), vanno ad aggiungere danno a danno. [Similitudine]
64 Ma ecco omai l'ora fatale è giunta (ecco ormai l’ora fatale)
che 'l viver di Clorinda al suo fin deve. (deve giungere alla fine la vita di Clorinda)
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta (spinge la spada al petto)
che vi s'immerge e 'l sangue avido beve (senso metaforico); (l’immagine viene vista
a rallentatore)
e la veste, che d'or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve, (il vestito molto sottile che aveva sotto
l’armatura viene riempito di sangue)
l'empie d'un caldo fiume. Ella già sente (enjambement forte: verbo staccato dal
complemento)
morirsi, e 'l piè (le gambe) le manca egro e languente.
Parafrasi: Ma ecco che ormai è giunta l'ora fatale (fatale – decisa dal destino) che
deve porre fine alla vita di Clorinda. Tancredi (egli) spinge nel suo bel seno la spada
di punta, che vi si immerge e beve avidamente il sangue; e la veste che, ricamata
d’oro stringeva morbida e leggera (tenera e leve) le sue mammelle, le riempie
(l'empie) di un caldo fiume [di sangue]. Lei si sente morire e il piede, debole e
vacillante (egro e languente), le viene meno (le manca).
65 Segue egli la vittoria, e la trafitta (enjambement fortissimo)
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta (mentre lei si sta per accasciare pronuncia le sue
ultime parole)
movendo, disse le parole estreme; (queste parole vengono dettate da uno spirito
nuovo)
parole ch'a lei novo uno spirto ditta, (queste parole sono dettate da uno spirito
nuovo)
spirto di fé, di carità, di speme: (spirito di fede, speranze e carità. Le tre virtù
teologali che si contrappongono alle virtù cardinali)
virtù ch'or Dio le infonde, e se rubella (adesso attraverso questa morte eroica verrà
fuori l’anima cristiana di Dorinda che chiederà a Tancredi di essere battezzata)
in vita fu, la vuole in morte ancella. INTERVIENE DIO NELLA SCENA
Parafrasi: Tancredi (egli) persegue (Segue) la vittoria e incalza e preme minacciando
la vergine trafitta (trafitta vergine – trasfigurazione di Clorinda da guerriera ferita a
vergine trafitta). Lei (Clorinda), mentre cadeva, muovendo la voce flebile (afflitta),
disse le sue ultime parole; parole che le vengono ispirate (ditta) da un nuovo spirito,
uno spirito di fede (spirto di fé), di carità, di speranza (fé, carità, speme – sono le tre
virtù teologali): virtù che Dio adesso le infonde e, se in vita fu ribelle (rubella – in
quanto pagana), la vuole sua ancella nella morte (la vuole in morte ancella - Dio
vuole che sia sua ancella e quindi cristiana).
66 – Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona CHIASMO (Amico hai vinto, io ti
perdono, perdona tu)
tu ancora, al corpo no, che nulla pave, (perdona non al mio corpo, ma all’anima)
a l'alma sì; deh! per lei prega, e dona
battesmo a me ch'ogni mia colpa lave. –
In queste voci languide (voci indebolite) risuona
un non so che di flebile e soave (di dolce, debole e soave)
ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza, (dalla feroce di Tancredi si passa alla
tristezza)
e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza. (spinge gli occhi a lacrimare. La rabbia si
trasforma in dolore).
Parafrasi: “Amico (Amico - epiteto affettuoso che introduce un clima totalmente
diverso, di pace e non più di odio), hai vinto: io ti perdono... perdonami
(perdon...perdona - allitterazione) anche tu, non al corpo che non teme (pave)
nulla, ma all'anima (alma); orsù, prega per lei e donami il battesimo che lavi ogni mia
colpa (ch'ogni mia colpa lave)”. In queste parole languide (voci languide – parole
pronunciate con un filo di voce) risuona come qualcosa mesto e dolce (flebile e
soave), che gli scende al cuore e spegne (ammorza) ogni sdegno, e spinge e invoglia
i suoi occhi a piangere.
67 Poco quindi lontan nel sen del monte (poco lontano dal monte scaturiva un
piccolo fiume)
scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v'accorse e l'elmo empié nel fonte, (riempie l’elmo nella fonte)
e tornò mesto al grande ufficio e pio. (tornò triste e pio)
Tremar sentì la man (sentiva tremare la mano), mentre la fronte (sineddoche: la
fronte, cioè la faccia)
non conosciuta ancor sciolse e scoprio. MOMENTO DELLA RIVELAZIONE
La vide, la conobbe, e restò senza (resta senza voce e immobile)
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!
Parafrasi: Poco lontano da lì (quindi), sul fianco del monte, scaturiva mormorando
un piccolo ruscello (picciol rio). Egli vi accorse e riempì l'elmo (l'elmo empié – l’elmo
fa ora da fonte battesimale) nella fonte, e poi tornò triste al suo grande e pio dovere
(grande ufficio e pio - battezzare il suo nemico morente). Si sentì tremare la mano,
mentre sciolse (sciolse – sciolse i lacci dell’elmo) e scoprì (scoprio) il viso (la fronte)
che ancora non riconosceva (non conosciuta). La vide e la riconobbe, restando
ammutolito e impietrito (restò senza e voce e moto). Che vista! (Ahi vista!), che
riconoscimento! (ahi conoscenza!)
68 Non morì già, ché sue virtuti accolse (la parola coraggio deriva da cuore)
tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse (cuore coraggioso. Reprimendo il suo
dolore, si diede vita con l’acqua battesimale a colei che uccise con la spada)
vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise. (C’è un CHIASMO, ma abbiamo anche
l’antitesi)
Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse, (mentre lui pronunciava i sacri detti,
Clorinda si tramutò di gioia)
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e in atto di morir lieto e vivace, dir parea (sembrava dire): <> (la mia anima va via in
pace)
Parafrasi: Non morì subito, poiché in quel momento (in quel punto) raccolse tutte le
sue forze (virtuti accolse) e le mise a sostegno del cuore (in guardia al cor), e
reprimendo (premendo) il suo strazio (il suo affanno) si accinse a dare la vita con
l'acqua [del battesimo] a colei che aveva ucciso (dar si volse vita con l'acqua a chi co
'l ferro uccise – antitesi combinata con il chiasmo) con la spada (co 'l ferro). Mentre
lui pronunciò le sacre formule del battesimo (il suon de' sacri detti sciolse), lei si
trasfigurò in volto (trasmutassi – cambiamento di Clorinda nata a nuova vita) e
sorrise di gioia; e mentre moriva in modo lieto e foriero di una nuova vita (vivace –
la morte la porta alla vera vita che è quella eterna - antitesi), sembrava dire: “Si apre
il cielo, io vado in pace”.
69 D'un bel pallore ha il bianco volto asperso (volto macchiato. Descrizione della
bellezza)
come a' gigli sarian miste viole, (come se i gigli bianchi sono mescolati al
rosso/viola delle viole, quindi ha le guance rosse)
e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso (fissa con gli occhi al cielo girato verso di
lei)
sembra per la pietate il cielo e 'l sole;
e la man nuda e fredda alzando verso (la mano non ha nulla, è fredda)
il cavaliero in vece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma (in questo modo muore la bella donna)
passa la bella donna, e par che dorma.
Parafrasi: Il suo volto bianco cosparso (asperso) di un bel pallore, come se al bianco
dei gigli fossero mescolate delle viole (come a' gigli sarian miste viole – chiasmo –
lessico petrarchesco. Le viole e i gigli sono fiori allusivi del pallore femminile), e fissa
(affisa) gli occhi al cielo, e rivolto verso di lei (in lei converso) il cielo e il sole
sembrano rivolti a lei per pietà; e alzando la mano nuda e fredda verso il cavaliere,
gli fa un gesto di pace (gli dà pegno di pace) al posto delle parole (in vece di parole).
In questo modo (forma) la bella donna muore (passa - trapassa), e sembra che
dorma (par che dorma – è il dolce dormir petrarchesco della morte di Laura– v.
Trionfo della morte, I v.169/172 – immagine rasserenatrice di una morte simile al
sonno).
70 Come l'alma gentile uscita ei vede, (appena Tancredi vide uscire la bella donna,
si cede al dolore)
rallenta (cede) quel vigor ch'avea raccolto;
e l'imperio di sé libero cede
al duol già fatto impetuoso e stolto,
ch'al cor si stringe e, chiusa in breve sede
la vita, empie di morte i sensi e 'l volto.
Già simile a l'estinto il vivo langue (già simile alla morte per il colore, per il silenzio,
per l’immobilità e per il sangue perso durante il combattimento)
al colore, al silenzio, a gli atti, al sangue.
Parafrasi:
(Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, a cura di L. Caretti, Milano, Mondadori,
1992).
GIOVANNI DELLA CASA (OPERA PEDAGOGICA)
Giovanni Della Casa, più conosciuto come monsignor Della Casa o monsignor
Dellacasa, è stato un letterato, scrittore manieristico e arcivescovo cattolico italiano,
noto soprattutto come autore del manuale di belle maniere Galateo overo de'
costumi (scritto probabilmente dopo il 1551 a Calvisano, ma pubblicato postumo
nel 1558), che fin dalla pubblicazione godette di grande successo , ma ha scritto
anche un duro trattato “Se sia utile sposarsi”.
Manierismo: è il momento in cui si introduce la maniera, cioè ogni autore inserisce
la propria maniera specifica di fare una determinata cosa senza però uscire dalle
regole. L’idea è che ci si muova ancora nel classicismo avvertendolo come una
gabbia. Dunque, emerge l’idea di scomodità di ripetere le cose, infatti Tasso inizierà
ad utilizzare la sintassi.
Titolo completo: “Trattato di messer Giovanni della Casa, nel quale sotto la persona
d’un vecchio idiota (una persona più saggia) ammaestrante un suo giovanotto (forse
nipote stesso di De La Casa e li insegna delle cose), si ragiona de modi, che si
debbano o tenere, o schifare (evitare) nella comune conversatione, cognominato
Galatheo overo de costumi”.
GIOVANNI DELLA CASA, IL GALATEO OVERO DE’ COSTUMI
Nel favellare si pecca (nel parlare si sbaglia) in molti e varii modi, e primieramente
(soprattutto) nella materia (argomento) che si propone, la quale non vuole essere
frivola né vile (questa materia non dovrebbe essere né troppo leggera né volgare),
perciò che gli uditori non vi badano (altrimenti gli uditori non si interessano) e
perciò non ne hanno diletto, anzi scherniscono (sfregiano quei ragionamenti) i
ragionamenti et il ragionatore insieme (e anche il ragionare insieme). Non si dèe
anco pigliar tema molto sottile né troppo isquisito, perciò che con fatica s'intende da
i più (la maggior parte delle persone). Vuolsi (si vuole) diligentemente (con
attenzione) guardare di far la proposta (di lanciare l’argomento) tale che niuno
(nessuno) della brigata (nessuno del gruppo né arrossisca, ne riceva affronto -
vergogna) ne arrossisca o ne riceva onta. Né di alcuna bruttura si dèe favellare
(parlare) (non si deve parlare di cose brutte), come che piacevole cosa paresse ad
udire (come se fosse una cosa piacevole da ascoltare), perciò che alle oneste
persone non istà bene studiar di piacere altrui, se non nelle oneste cose. Né contra
Dio né contra' Santi, né dadovero (né sul serio) né motteggiando (prendendo in
giro) si dèe mai dire alcuna cosa (cioè non bisogna parlare in maniera divertente
male di Dio e dei Santi), quantunque per altro fosse leggiadra e piacevole: il qual
peccato assai sovente commise la nobile brigata del nostro messer Giovan Boccaccio
ne' suoi ragionamenti (adesso Boccaccio è all’indice dei libri proibiti, hanno tolto le
cose religiose), sì che ella merita bene di esserne agramente ripresa da ogni
intendente persona (così che la brigata viene rimproverata da ogni persona di
buon senso). E nota che il parlar di Dio gabbando (prendendo in giro) non solo è
difetto di scelerato uomo et empio, ma egli è ancora vitio di scostumata persona
(ma è anche il vizio di una persona maleducata), et è cosa spiacevole ad udire (e
spiacevole da ascoltare): e molti troverai (molti si troveranno) che si fuggiranno di
là dove si parli di Dio sconciamente (molti andranno via). E non solo di Dio si
convien parlare santamente (non solo parlando male, ma gettando Dio in cattiva
luce), ma in ogni ragionamento dèe l'uomo schifare quanto può che le parole non
siano testimonio contra la vita e le opere sue, perciò che gli uomini odiano in altrui
etiandio i loro vitii medesimi. Simigliantemente (allo stesso modo) si disdice (è
disdicevole il favellare delle cose) il favellare delle cose molto contrarie al tempo et
alle persone che stanno ad udire (non vanno bene le cose a chi sta ascoltando),
etiandio di quelle che, per sé et a suo tempo dette, sarebbono e buone e sante (se
questi argomenti fossero stati trattai nel tempo loro sarebbero stati interessanti,
non contrari a Dio). Non si raccontino adunque le prediche di frate (qui si parla di
una novella di Boccaccio, in cui c’è una donna che viene punita perché non
ricambia un uomo che è innamorato di lei) Nastagio (protagonista di questa
novella) alle giovani donne (non essere pesante con queste donne), quando elle
hanno voglia di scherzarsi, come quel buono uomo che abitò non lungi da te, vicino
a San Brancatio, faceva (fa riferimento a un frate che abitava vicino a San
Brancatio). Né a festa né a tavola si raccontino istorie maninconose (non si devono
raccontare storie tristi), né di piaghe né di malatie né di morti o di pestilentie, né di
altra dolorosa materia si faccia mentione o ricordo: anzi, se altri (se qualcuno) in sì
fatte rammemorationi (fosse caduto), si dèe per acconcio (in modo educato) modo
e dolce scambiargli quella materia e mettergli per le mani più lieto e più
convenevole soggetto (argomento). Quantunque (sebbene), secondo che io udii
(secondo quello che ho sentito già dire a un parente nostro vicino) già dire ad un
valente uomo nostro vicino, gli uomini abbiano molte volte bisogno sì di lagrimare
come di ridere (gli uomini hanno più bisogno di…) : e per tal cagione (per questa
ragione affermava che all’inizio…) egli affermava essere state da principio trovate le
dolorose favole che si chiamarono tragedie, acciò che (affinché), raccontate ne'
teatri (come in quel tempo si usava), tirassero le lagrime agli occhi di coloro che
aveano di ciò mestiere (facessero piangere chi aveva bisogno di piangere); e così
eglino (essi), piangendo, della loro infirmità guarissero (si pulissero dai loro
pensieri). Ma, come ciò sia, a noi non istà bene (non sta bene) di contristare
(intristire) gli animi delle persone con cui favelliamo, massimamente colà dove si
dimori per aver festa e sollazzo (soprattutto dove ci si riunisce per festeggiare e
non per piangere), e non per piagnere: ché, se pure alcuno è che infermi per
vaghezza di lagrimare, assai leggier cosa fia di medicarlo con la mostarda forte, o
porlo in alcun luogo al fumo (renderlo invisibile). Per la qual cosa (per questa cosa
dobbiamo rimproverare Filostrato) in niuna maniera si può scusare il nostro
Filostrato (è uno dei tre uomini) della proposta che egli fece piena di doglia e di
morte a compagnia di nessuna altra cosa vaga (senza nessuna gioia) che di letitia
(gioia): conviensi adunque fuggire di favellare di cose maninconose, e più tosto
tacersi (se proprio vuoi tirare fuori un argomento mortorio è meglio che tu stia
zitto). Errano parimente coloro che altro non hanno in bocca già mai che i loro
bambini e la donna e la balia loro: — Il fanciullo mio mi fece ieri sera tanto ridere!
Udite: — Voi non vedeste mai il più dolce figliuolo di Momo mio (del nome di suo
figlio)! — La donna mia è cotale (tale, in questo modo) — La Cecchina (nome tipico
della serva) disse... Certo voi no 'l credereste del cervello ch'ella ha! —. Niuno è sì
scioperato che possa né rispondere né badare a sì fatte sciocchezze, e viensi a noia
ad ogniuno (non è che gli altri non hanno più niente di interessante che da
raccontare. Questo modo annoia tutti). DISCORSO DIRETTO
(G. Della Casa, Il Galateo, overo De’ costumi, a cura di E. Scarpa, Modena, Panini,
1990)
BAROCCO
“L’Estasi di Santa Teresa” “L’assunzione di Sant’Ignazio in
cielo”
Il Barocco è un movimento culturale che si è sviluppato in tutta Europa nel XVII
secolo. Si è opposto al gusto classico e moderato che aveva dominato il secolo
precedente per apportare grandi cambiamenti: l’arte deve suscitare stupore e
meraviglia, anche e, soprattutto, attraverso il gusto per l’insolito e il bizzarro.
1. Nella prima immagine, abbiamo una scultura, in cui si può notare un
panneggio mosso, non c’è un’immagine statica e i raggi simboleggiano un
avvicinamento a Dio.
2. Nella seconda, invece, abbiamo un’illusione prospettica, come se ci fosse una
grandissima profondità. Infatti, Sant’Ignazio è raffigurato da sotto fino ad
essere proiettato verso l’alto.
In tutto ciò, c’è stupore, meraviglia e il linguaggio iconico è molto più diretto.
Baroque (fr): dal portoghese Barocco, nome di una perla irregolare e bizzarra. Con
questo termine, nel Seicento ci si riferiva in genere a forme strane.
Benedetto Croce: associa tale termine al modo di definire i sillogismi
particolarmente complicati e cavillosi. Si rivolge al linguaggio. Il fatto che Benedetto
Croce avesse parlato male del Barocco fu il motivo di non essere considerato.
Simboli del Barocco (da saggio J. Rousset): Scrisse un saggio utilizzando questi
termini: CIRCE e il PAVONE;
CIRCE (la continua metamorfosi, il movimento incessante delle forme) e il PAVONE
(che apre la coda, tendenza a far mostra di sé, cercare l’ammirazione e lo stupore
del pubblico. Il Barocco fa proprio questo).
Quest’immagine ci parla sia del barocco artistico e sia del barocco letterario. Ed è la
raffigurazione di Circe, che trasforma in animali gli uomini. Quindi, si può parlare di
METAMORFOSI, cioè nulla è fermo, tutto è in continua trasformazione, le forme non
sono fisse. Il Barocco punta sull’apparenza.
GIOVAN BATTISTA MARINO (1569 – 1625)
È considerato il fondatore della poesia barocca, nonché il suo massimo esponente
italiano. La sua influenza sulla letteratura italiana ed europea del Seicento fu
immensa. L'opera del Marino è all'origine di una concezione poetica (marinismo)
che andò presto affermandosi in tutti i maggiori paesi del continente, sfociando in
correnti letterarie quali il preziosismo in Francia, l'eufuismo in Inghilterra e
il culteranismo in Spagna.
Alla base c’è una ricerca tecnica: il Concettismo (cioè giri di parole che generano
meraviglia, spiazzano, sorprendono). Infatti, tale argomento si ritrova nell’opera di
Marino. La letteratura barocca tende a:
- forzare definitivamente gli argini del classicismo, esplorando zone nuove
(scene mai rappresentate, gusto dell’orrido e dell’osceno)
- allontanamento della natura dall’ordine e della compostezza classicista.
Da questo momento, si preferisce la ricerca di soluzioni nuove e sorprendenti.
Mediante:
- uso di figure retoriche, tra cui prevale la metafora (anche azzardata); ma
anche iperboli, allitterazioni, giochi di parole (bisticci, ecc.). questo ci fa capire
come l’attenzione si sposta sull’artificio del linguaggio.
- si vuole ottenere “concetti” e l’ingegno del creatore. L’acutezza deve rivelare
cos’ l’intelligenza del poeta.
MADRIGALI, XIII - LO SPECCHIO (POESIA D’AMORE)
Qualor (nel momento in cui), chiaro cristallo, (SINEDDOCHE: materiale per
l’oggetto)
vago pur di mirar quel vivo Sole (io sono desideroso di guardare quel vivo sole, cioè
la mia amata)
che ’n te specchiar si sòle (verbo solere, cioè colei che è solita specchiarsi in te),
RIMA PER L’OCCHIO
in te le luci affiso, (io fisso i miei occhi su di te)
ahi, ch’altro non vegg’io che ’l proprio viso! (vengo da te per vedere lei, ma non
vedo altro che il mio stesso viso)
Specchio fallace (che sbagli), ingrato, (APOSTROFE: rimprovero allo specchio)
se vagheggiar (adorare) t’è dato (Lo specchio è stato personificato)
volto fra gli altri il piú ridente e vago (desideroso),
non devresti serbar sí trista imago!
(Giovan Battista Marino, Rime varie, a cura di Benedetto Croce, Bari, Laterza,
1913).
Parafrasi: Quando, o cristallo trasparente, in te pongo i miei occhi (=ti guardo)
desideroso di rimirare quel Sole luminoso che ha l'abitudine di specchiarsi in te (=la
donna amata), ahimé quel che vedo è soltanto il mio proprio viso! O specchio
traditore e ingrato, dato che hai la grande fortuna di rispecchiare il viso più
sorridente e bello di tutti, non dovresti conservare un'immagine (=la mia faccia)
tanto triste!
GALILEO GALILEI
“Del telescopio, a questa etate ignoto, per te fia, Galileo, l’opera composta, l’opra
ch’al senso altrui, benché remoto, fatto molto maggior l’oggetto accosta. Tu, solo
osservator d’ogni suo moto E di qualunque ha in lei parte nascosta, potrai, senza che
vel nulla né chiuda, novello Endimion, mirarla ignuda”.
Modello per la prosa scientifica in volgare:
- Uso del volgare (per coinvolgere il più ampio pubblico possibile)
- Ricerca di estrema precisione/esattezza terminologia (poco usati i grecismi;
spesso attinge a termini tecnici partendo dal lessico comune es. forza,
resistenza, pendolo, momento).
- Il linguaggio con la sua chiarezza espressiva deve limitare al massimo lo
scarto tra la realtà oggettiva (quella esterna a noi) e quella soggettiva (le
nostre impressioni del mondo). Il linguaggio deve rivestire la realtà, che deve
essere oggettiva.
Opere di Galileo: Il Saggiatore (1623), Dialogo sopra i due massimi sistemi (cioè
eliocentrico e geocentrico) del mondo (1632) e le Lettere Copernicane (che
immagina e scrive a Copernico, massimo sostenitore della teoria eliocentrica).
Galileo Galilei (1564-1642), scrittore, matematico e scienziato italiano, è una delle
figure più rilevanti della Rivoluzione scientifica del Seicento. Lui è il fondatore della
prosa scientifica e inoltre, scoprì le macchie lunari; ma Dante come vedremo fece
un lunghissimo discorso nel Paradiso per affermare che quelle non erano macchie.
Qual era il problema? Che i corpi celesti essendo più vicini a Dio dovevano essere
puri e perfetti. La macchia da l’idea del peccato – dello sporco. Dunque, Galileo
dovette subire un processo, perché oltre ha un sistema geocentrico aveva affermato
una serie di cose scomode. Quello che invece avviene dopo, che fonda la moderna
scienza è l’approccio scientifico alle cose avviene attraverso il metodo sperimentale.
Bisogna dimostrare tutto, questo è il principio di base.
Metodo sperimentale
Il Saggiatore, cap. VI
Parmi (mi pare), oltre a ciò, di scorgere nel Sarsi ferma credenza (la sicura certezza),
che nel filosofare (argomentare, discutere) sia necessario appoggiarsi all’opinioni di
qualche celebre autore, sì che la mente nostra (così che la nostra mente), quando
non si maritasse (sposasse, cioè non andasse d’accordo) col discorso d’un altro, ne
dovesse in tutto rimanere sterile ed infeconda; e forse stima che la filosofia sia un
libro e una fantasia d’un uomo, come l’Iliade e l’Orlando furioso, libri né quali la
meno importante cosa è che quello che vi è scritto sia vero. Signor Sarsi, la cosa non
istà (non sta) così (le cose non stanno così). La filosofia è scritta in questo
grandissimo libro (metafora continuata o allegoria) che continuamente ci sta aperto
innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non
s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, né quali è scritto (nei quali è
scritto). Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre
figure geometriche, senza i quali mezi (senza questi mezzi) è impossibile a
intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un
oscuro laberinto (labirinto).
(Galileo Galilei, Opere, a cura di Ferdinando Flora, Milano-Napoli, Ricciardi, 1953)
Gallileo scrive quest’opera per contrastare il pensiero sulle comete contenuto
nell’opera del Sarsi, perché quest’ultimo sosteneva che le comete fossero fatte di
materia, ma Galileo non è d’accordo, perché dice che sono degli agglomerati di luce.
L’ILLUMINISMO
L’illuminismo è il momento in cui le cose vengono illuminate dalla ragione. Idea della
luce contrapposta al buio. Parigi, ma anche l’Italia sono i centri principali. Il lume
della ragione. Siamo nel 700.
- Fiducia nella ragione, strumento di cui sono dotati tutti gli uomini che sono
obbligati ad usarla.
- Fiducia nel progresso dell’umanità (c’è un miglioramento)
- Rifiuto del valore assoluto della tradizione (es: si è sempre pensato così NO)
- Esaltazione dello spirito critico (mettere in discussione le cose)
- Rifiuto della religione tradizionale (o positiva), ossia una religione che è
sopra gli uomini, costituita da dogmi (sono delle verità assolute, alle quali si
debba credere senza pensare), per aderire ad una “religione naturale”
(Deismo), fondata sulla ragione e non sulle verità rivelate. Ed è proprio in
questa fiducia dell’uomo che ci sono degli ideali molto belli che dovrebbero
essere applicati.
- Viene criticata l’intolleranza delle autorità ecclesiastiche ed esaltato il valore
della tolleranza. Rinascimento enfatizzato ulteriormente.
Il razionalismo che si afferma a livello generale, epistemologico trova una sua
applicazione artistica. Qui abbiamo le Grazie di Canova nel Neoclassicismo, in cui si
può notare come il razionalismo impone la purezza, la misura, l’ordine, la
compostezza. Si fondò in ambito poetico l’Accademia dell’Arcadia. C’è anche
freddezza, le forme sono accennate, le pose molto morbide e statiche, sono
composte.
Neoclassicismo (arte): si ritorno alla purezza assoluta delle forme
Accademia dell’Arcadia (poesia) (Roma 1690)
Ritorno alla purezza e alla misura classica, dopo gli eccessi del Barocco.
Antonio Canova, Le Grazie, (1815 – 1817).
Il bello, il buono, il giusto
(va tutto un po' di pari passo)
Johann Joachim Winckelmann, grande archeologo, a cui è attribuito il concetto
di bello ideale, che si raggiunge quando ci si alza dal concreto. Il concetto di bello
ideale era stato raggiunto nella Grecia Classica. L’illuminismo è un periodo con una
forte carica pedagogica, si vuole uscire definitivamente da questo medioevo, si
vuole migliorare l’uomo. L’arte deve educare a diventare delle persone migliori.
Questo tipo di estetica coinvolge anche l’etica, cioè il bello può avere un valore
educativo per l’uomo moderno.
Carlo Goldoni è uno degli autori teatrali più noti e importanti della storia, è stato un
uomo appassionato, mosso da un grande ingegno e tormentato da due nature
contrapposte fra loro: il bisogno di pace e di stabilità da una parte, l’assoluto
desiderio di viaggiare, conoscere e fare, dall’altra. Questa personalità ha portato a
dei risultati importantissimi nell’ambito del teatro settecentesco che esce riformato
dopo le nuove idee introdotte da Goldoni.
L’esistenza di quest’uomo, poi, ruota intorno a Venezia, sua città natale, che nel
Settecento si trova ad attraversare una profonda decadenza.
- La riforma teatrale
- Il primo grande drammaturgo
- Il “libro del mondo”
- La “natura” e il “teatro”
- Razionalismo e regole
Con Goldoni nascono i copioni (verranno indicati i tempi e i modi) le persone e
inoltre le didascalie. Con lui si introduce anche l’analisi psicologica delle persone.
Goldoni è illuminista perché ci racconta la realtà che lo circonda, fa una sorta di
documentario.
LA LOCANDIERA, ATTO I, SCENA IX.
SCENA NONA
MIRANDOLINA SOLA
MIRANDOLINA
Uh, che mai ha detto! L'eccellentissimo signor marchese Arsura mi sposerebbe? E
pure se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei (quello
che conta è quello che vuole lei, lei non è un oggetto. AUTODERMINAZIONE DI
QUESTA DONNA). Mi piace l'arrosto, e del fumo, non so che farne. Se avessi sposati
tutti quelli, che hanno detto volermi, oh, averei pure tanti mariti! Quanti arrivano a
questa locanda, tutti di me s'innamorano, tutti mi fanno i cascamorti (tutti la
seducono per gioco); e tanti, e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo
signor Cavaliere (è l’unico cavaliere che la tratta male), rustico come un orso, mi
tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale
non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico, che tutti in un salto s'abbiano
a innamorare; ma disprezzarmi così? è una cosa, che mi muove la bile terribilmente.
È nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non averà ancora trovato
quella, che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa, che non l'abbia trovata?
Con questi per l'appunto mi ci metto di picca. Quei, che mi corrono dietro, presto
m'annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo, e non la stimo. Tutto il
mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia
debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne (NARCISISMO DI
MIRANDOLINA, che sa quando si deve fermare). A maritarmi non ci penso
nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà.
Tratto con tutti, ma non m'innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante
caricature d'amanti spasimati; e voglio usar tutta l'arte per vincere, abbattere e
conquassare quei cuori barbari, e duri, che son nemici di noi, che siamo la miglior
cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.
(Carlo, Goldoni, Teatro 2: La locandiera; La sposa persiana; Il campiello;
Gl'innamorati; I rusteghi; Le smanie per la villeggiatura, a cura di Marzia Pieri, in Il
Teatro Italiano, 4, Il teatro del Settecento, Torino, Einaudi, 1991. Per entrambi i
testi citati)
TRAMA: Mirandolina è la protagonista della commedia di Carlo Goldoni La
locandiera, del 1753, che gestisce una bellissima locanda a Firenze con l'aiuto di un
cameriere, Fabrizio. La trama verte attorno al personaggio della locandiera, che si
trova a doversi difendere dalle proposte amorose dei clienti dell’albergo da loro
gestito. Il conte di Alba Fiorita e il marchese di Forlimpopoli si innamorano di
Mirandolina e le fanno ricchi doni, cercando di ingraziarsela e di sposarla, ma
l'astuta Mirandolina accetta solo il denaro ed i gioielli, senza però dare loro la sua
mano.
Si può dedurre che il fascino di Mirandolina sta sia nell’abilità di simulare e allo
stesso tempo di tenersi ancorata alla realtà. Mostra proprio la lucidità che una
persona concreta ha rispetto a questo mondo nobiliare.
LE SMANIE PER LA VILLEGGIATURA, ATTO I, SCENA I
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
CAMERA IN CASA DI LEONARDO.
Paolo, che sta riponendo degli abiti e della biancheria in un baule, poi Leonardo.
LEONARDO (padrone di casa): Che fate qui in questa camera? Si han da far cento
cose, e voi perdete il tempo, e non se ne eseguisce nessuna (a Paolo).
PAOLO (servo): Perdoni, signore. Io credo, che allestire il baule sia una delle cose
necessarie da farsi.
LEONARDO: Ho bisogno di voi per qualche cosa di più importante. Il baule fatelo
riempir dalle donne.
PAOLO: Le donne stanno intorno della padrona; sono occupate per essa, e non vi è
caso di poterle nemen vedere.
LEONARDO: Quest'è il diffetto di mia sorella. Non si contenta mai. Vorrebbe sempre
la servitù occupata per lei. Per andare in villeggiatura non le basta un mese per
allestirsi. Due donne impiegate un mese per lei. È una cosa insoffribile
(insopportabile).
PAOLO: Aggiunga, che non bastandole le due donne, ne ha chiamate due altre
ancora in aiuto.
LEONARDO: E che fa ella di tanta gente? Si fa fare in casa qualche nuovo vestito?
PAOLO: Non, signore. Il vestito nuovo glielo fa il sarto. In casa da queste donne fa
rinovare i vestiti usati. Si fa fare delle mantiglie, de' mantiglioni, delle cuffie da
giorno, delle cuffie da notte, una quantità di forniture di pizzi, di nastri, di fioretti, un
arsenale di roba; e tutto questo per andare in campagna. In oggi la campagna è di
maggior soggezione della città.
LEONARDO: Sì, è pur troppo vero, chi vuol figurare nel mondo, convien che faccia
quello che fanno gli altri. La nostra villeggiatura di Montenero è una delle più
frequentate, e di maggior impegno dell'altre. La compagnia, con cui si ha da andare,
è di soggezione (superiore a noi). Sono io pure in necessità di far di più di quello che
far vorrei. Però ho bisogno di voi. Le ore passano, si ha da partir da Livorno innanzi
sera, e vo' che tutto sia lesto, e non voglio, che manchi niente.
PAOLO: Ella comandi, ed io farò tutto quello, che potrò fare.
LEONARDO: Prima di tutto, facciamo un poco di scandaglio di quel, che c'è, e di
quello, che ci vorrebbe. Le posate ho timore che siano poche.
PAOLO: Due dozzine dovrebbero essere sufficienti.
LEONARDO: Per l'ordinario lo credo anch'io. Ma chi mi assicura, che non vengano
delle truppe d'amici? In campagna si suol tenere tavola aperta. Convien essere
preparati. Le posate si mutano frequentemente, e due coltelliere non bastano.
PAOLO: La prego perdonarmi, se parlo troppo liberamente. Vossignoria non è
obbligata di fare tutto quello, che fanno i marchesi fiorentini, che hanno feudi e
tenute grandissime, e cariche, e dignità grandiose.
LEONARDO: Io non ho bisogno, che il mio cameriere mi venga a fare il pedante.
PAOLO: Perdoni; non parlo più.
LEONARDO: Nel caso, in cui sono, ho da eccedere le bisogna. Il mio casino di
campagna è contiguo a quello del signor Filippo. Egli è avvezzo a trattarsi bene; è
uomo splendido, generoso; le sue villeggiature sono magnifiche, ed io non ho da
farmi scorgere, non ho da scomparire in faccia di lui.
PAOLO: Faccia tutto quello, che le detta la sua prudenza.
LEONARDO: Andate da monsieur Gurland, e pregatelo per parte mia, che mi
favorisca prestarmi due coltelliere, quattro sottocoppe, e sei candelieri d'argento.
PAOLO: Sarà servita.
LEONARDO: Andate poscia dal mio droghiere, fatevi dare dieci libbre di caffè,
cinquanta libbre di cioccolata, venti libbre di zucchero, e un sortimento di spezierie
per cucina.
PAOLO: Si ha da pagare?
LEONARDO: No, ditegli, che lo pagherò al mio ritorno.
È una commedia che ci mostra ancor di più questa critica delle classi sociali, perché
questa è una famiglia di borghesi.
GIUSEPPE PARINI
Parini è cresciuto in una famiglia molto umile, ma grazie alle sue abilità è riuscito a
diventare precettore, cioè educatore di famiglie nobili. Opere di Parini:
- Il Giorno: critica ai privilegi della nobiltà
- Odi (poesia “sociale”): poesie brevi, che parlano di argomenti moderni
(incentrati sul progresso) della poesia sociale.
L’innesto del vaiuolo (1765): fa un elogio al vaccino, perché il vaiolo si diffuse
molto rapidamente come la peste.
Il bisogno (1766): è incentrato sullo stato di necessità che qualcuno può avere
in uno stato di povertà… su quanto la povertà possa portare alla devianza
sociale.
La vita rustica (1758 circa): esaltazione della campagna e tutti i valori connessi
a auna vita lenta.
L’educazione (1764): fece riferimento all’istruzione
Più parafrasi sul “Il Giorno” di Giuseppe Parini.
VITTORIO ALFIERI
Vittorio Alfieri, uomo dell’ottocento, dotato di intelligenza, e proveniente da una
famiglia nobile, per questo ha un po' di illuminismo e un po' di romanticismo.
Questo scrittore visse anche con grande entusiasmo la rivoluzione francese. Di
seguito gli elementi chiavi di questo periodo.
Elementi chiavi:
Tirannismo: accentramento del potere che viene esercitato in maniera
svincolata dal popolo. Il tiranno decide lui cosa fare, atteggiamento
dispotico.
Punto di riferimento: la Francia
L’anti – tirannismo è un concetto che più possiamo avvicinare
all’illuminismo in Alfieri. Si creano gli assolutismi illuminati, cioè sono dei
sovrani assoluti, ma sono illuminati, la ragione li illumina e questi
cominciano a creare scuole e società eque.
Alfieri viene definito pre - romantico: quello che uno sente dentro.
L’individuo è unico e diverso dagli altri e ha il diritto di realizzarsi nella sua
diversità. È vista come un valore questa cosa. Non c’è conformismo.
Opere più importanti di Alfieri:
- La Vita: autobiografia più bella
- Rime
- Tragedie: il genere della tragedia emerse proprio con Alfieri, che sono state
scritte proprio per essere recitate. La tragedia ricorda l’arco narrativo, a
differenza della commedia che ha un inizio un po' turbolento e poi risolto; la
tragedia ha inizio turbolente che assumerà poi un esito catastrofico. Tra le
tragedie dobbiamo ricordare: Saul, Abner.
+ Parafrasi di Saul, Abner