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Dal Castello alla Darsena, passando per il centro, le Colonne di San Lorenzo e San Siro. Sono più di 130 i jersey, ovvero le barriere di ce-mento posizionate per proteggere le vie da possibili attacchi terro-ristici su auto o furgoni. Messe tutte in fila queste protezioni rag-giungerebbero una lunghezza complessiva di 529 metri. Le prime furono posizionate a dicembre dopo gli attentati di Berlino, ma la maggior parte sono arrivate dopo la strage di Barcellona.
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Sono più di un migliaio i lavora-tori che al rientro in fabbrica si troveranno la lettera di licenzia-mento in tasca o che dovranno passare l’autunno con il fiato so-speso. Presso gli uffici della Re-gione, ad oggi, sono aperti cir-ca 50 tavoli, tra casi già sul piat-to e nuove segnalazioni. Il ri-schio, per i prossimi mesi, av-verte l’assessora Aprea, è che «i segnali di ripresa registrati ri-spetto allo scorso anno» siano annullati «dalla riforma degli ammortizzatori sociali contenu-ta nel Jobs Act». La situazione, spiegano i sindacati, è a mac-chia di leopardo: per un settore che si rialza ce n’è uno che preci-pita.
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L’invito gli era arrivato in tem-pi non sospetti ma, anche dopo la designazione, ha accettato con entusiasmo: Mario Delpini, l’arcivescovo eletto di Milano che entrerà in carica il 9 settem-bre, celebrerà domani una mes-sa all’aperto in una periferia simbolo della città: via Padova. Qui, per la Giornata della cura del Creato, è stato invitato dai volontari degli orti condivisi, una realtà nata tre anni fa.
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Non partirà quest’anno il corso bilingue, con lezioni in inglese e italiano, al liceo classico Tito Livio di via Circo. Il progetto è ri-mandato. I programmi erano pronti, i docenti anche, ma han-no fatto richiesta di accesso al test d’ingresso solo 20 studen-ti, provenienti dal Tito Livio e da altri licei milanesi. Per for-mare la classe, però, ne serviva-no 25. E così il test, che doveva selezionare i migliori, è saltato.
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I RECENTE
l’architetto Boeri ha giusta-mente criticato l’anti-esteticità delle bar-riere poste nei luoghi maggiormente esposti alle scorrerie assassine dei fanatici, pro-ponendo di sostituirle con grossi vasi contenen-ti piante. Si tratta di una proposta poco pratica: a Milano d’estate piove poco e nutro forti dubbi che il competente assessorato abbia la minima intenzione di accollarsi tale incombenza, dal momento che circolando in questi giorni per la città o per i parchi ci sono centinaia di alberi so-prattutto giovani che stanno morendo di sete. Ricordo che nell’estate 2003, simile all’attuale, grazie alla negligente incuria del Comune, mo-rirono di sete ben settemila piante.
Marco G. Monti
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L COLLOQUIO
con i familiari è un momento che tutti i dete-nuti attendono con trepida-zione. Anche Gaetano, ma c’è un dettaglio che a raccontarlo gli spegne la voce in gola, e gli occhi si riempiono di lacrime. «È quando vedo mia mamma e la mia ragazza che si siedono davanti a me, e mentre mi chie-dono come sto si allacciano le scarpe. Perché io so che prima sono state spogliate e perquisi-te, una cosa umiliante. Questo mi pesa moltissimo, non voglio che succeda mai più. Io prima, nelle altre volte che sono stato in galera, non ci pensavo».
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E SUE
prime parole, quan-do papa Francesco lo ha scelto per succedere ad  Angelo Scola, sono state dedica-te al desiderio che in questa cit-tà «nessuno si senta straniero o non supportato». E domani Ma-rio Delpini, l’arcivescovo eletto che entrerà formalmente in ca-rica il 9 settembre, dirà messa proprio in uno dei luoghi simbo-lo delle periferie e del multicul-turalismo — tra problemi e op-portunità — di Milano. Alle 18, infatti, sarà in via Padova, nei giardini condivisi gestiti da Le-gambiente in via Esterle, per ce-lebrare la Giornata per la cura del Creato, istituita dalla Chie-sa 12 anni fa.Un’anteprima, insomma, della sua missione pastorale e, anche, la prima volta dopo la de-signazione che Delpini celebre-rà messa fuori da una parroc-chia milanese. L’invito gli era arrivato alcuni mesi fa — quan-do ancora era “soltanto” vicario generale della Diocesi — dal parroco della parrocchia di via Padova, San Crisostomo, e Del-pini aveva accettato volentieri di celebrare una messa dedica-ta ai temi dell’ambientalismo proprio in un luogo così simboli-co: i terreni del Comune, dopo anni di abbandono, sono stati assegnati nel 2014 a Legam-biente, che ha realizzato un pro-getto di condivisione molto ap-prezzato nel quartiere. I volon-tari ci lavorano ogni giorno e una volta a settimana si apre anche ai donatori che possono attingere a una parte del raccol-to, dai pomodori all’uva. Racconta Franco Beccari, re-sponsabile degli orti: «Quando a luglio è stato nominato arcive-scovo, abbiamo avuto il dubbio che rinunciasse a questo impe-gno. Invece l’ha confermato, e questa per noi è una grande emozione». L’unica incognita, a questo punto, è la pioggia, vi-sto che domani è previsto brut-to tempo e gli orti sono, ovvia-mente, all’aperto. Ma, aggiun-ge Beccari, «stiamo cercando di organizzarci al meglio per rice- vere il nuovo arcivescovo e tutti quelli che ci verranno a trovare dal quartiere ma anche da altre zone di Milano». Anche dalla Curia confermano la presenza di Delpini, che in queste setti-mane ha girato molto per la Dio-cesi, dai comuni della Brianza alle parrocchie milanesi «per in-contrare la gente, perché è que-sto che ha sempre fatto e che  vuole continuare a fare».Per lui, l’arcivescovo eletto — questa è la formula ufficiale — sono gli ultimi giorni prima del passaggio di consegne. Il programma è ormai stabilito. L’8 settembre alle 21 l’arcive-scovo Angelo Scola celebrerà la sua ultima messa in Duomo, pri-ma di ritirarsi a Imberido, vici-no Lecco. Il mattino dopo, non personalmente ma attraverso un procuratore (questa è la pro-cedura) Delpini prenderà pos-sesso canonico dell’Arcidiocesi: da quel momento sarà a tutti gli effetti arcivescovo di Milano e in ogni celebrazione in tutta la Diocesi si ricorderà nelle pre-ghiere il nome del «nostro ve-scovo Mario».Bisognerà aspettare però il 24 settembre per l’ingresso uffi-ciale nella Diocesi, con un dop-pio momento: alle 16 Delpini preghenella chiesa di Sant’Eustorgio e, alle 17, cele-brerà la prima messa in Duo-mo. Il 12, però, ci sarà già stato un passaggio importante: alla fine dell’assemblea dei Decani nel centro pastorale di Seveso il cardinale Scola — su incarico di papa Francesco — consegnerà a Delpini il Pallio da arcivesco- vo, il paramento liturgico che segna il passaggio tra i due.
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ON C’È
stato religioso più popolare, più intima-mente milanese del car-dinale Carlo Maria Martini, uo-mo di studio e di dubbio, arcive-scovo di dialogo e di guida sal-da in anni tremendi: la coda di quelli di piombo, in cui a Mila-no si sparava e si ammazzava anche per strada e in metrò, quelli «da bere» del risveglio economico drogato che poi sfo-ciarono nel crollo di Tangento-poli e della «peste della corru-zione» (ipse dixit), l’era berlu-sconiana e del nuovo scontro di civiltà con l’oriente. Martini li attraversò con una parola per tutti, a cominciare dagli ul-timi e dai carcerati, fu punto di riferimento anche oltre la Chie-sa: a lui, non a caso, gli estremi-sti dei Co.Co.Ri. consegnarono il loro arsenale prima di uscire dalla lotta armata, nel ‘84. E fu Martini ad avviare quel percor-so di riconciliazione tra vitti-me e carnefici del terrorismo, sfociato nel Libro dell’incontro e nelle serate teatrali a tema. Ma già, allora, il cardinale era scomparso dopo aver tra-scorso gli ultimi dieci anni di vi-ta a Gerusalemme, tornando a studiare la Bibbia. E oggi pome-riggio, nel quinto anniversario dalla sua morte, sarà il cardina-le Angelo Scola a celebrare in Duomo, alle 17.30 una messa in ricordo del gesuita Martini. Mentre la Fondazione a lui inti-tolata pubblica in questi giorni sul proprio sito documenti, fo-to, discorsi e testimonianze inedite per rievocarne il per-corso di uomo di chiesa e di dia-logo. Mentre oggi alle 11, alla Mostra del cinema di Venezia, comincerà la proiezione di “Ve-dete, sono uno di voi”, il film di Ermanno Olmi su Martini.Non ancora spenta l’emozio-ne per la scomparsa di Dionigi Tettamanzi — dal 5 agosto il pellegrinaggio sulla sua tom-ba in Duomo è ininterrotto — che fu successore di Martini fi-no al 2011, la Diocesi ambrosia-na ha celebrato ieri pomerig-gio con un’altra messa — offi-ciata dal vescovo ausiliare monsignor Angelo Maschero-ni — i 63 anni dalla morte di un’altra sua guida, la più con-troversa del Novecento: Alfre-do Ildefonso Schuster, arcive-scovo dai Patti Lateranensi fi-no al 1954, sostenitore del fa-scismo fino alla guerra, acerri-mo anticomunista dopo la Libe-razione.
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Da quasi vent’anni nell’ospedale Niguarda è attivo un servizio di etnopsichiatria, che si occupa di aiutare persone di origine straniera ad affrontare il disagio psichico partendo dalla loro cultura di origine. Un servizio che, negli ultimi anni, ha sempre più preso in carico migranti fuggiti da guerre e carestie. Ma adesso, denuncia l’assessore al  Welfare del Comune Pierfrancesco Majorino, questo reparto rischia un taglio. «Tra diversi operatori — scrive in un post su Facebook — è forte la preoccupazione riguardante il ridimensionamento del servizio da parte di Regione Lombardia: mi auguro davvero che questo non sia vero. Chi si occupa di immigrazione sa quanto sia presente e sottovalutato il problema della salute mentale». E aggiunge polemicamente: «Quel servizio va potenziato, non penalizzato. Non volete farlo per i “migranti”? Fatelo per la serenità e la sicurezza dei cittadini lombardi».
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 terzo dei dipendenti dei punti ven-dita sta rischiando grosso. La Tro-ny, colosso italiano leader nella grande distribuzione elettronica che a li- vello nazionale ha dichiarato un totale di 163 esuberi (su 561posti in Italia), a Mila-no rischia di licenziare 50 lavoratori sui 150 che ha in città. La vertenza è stata aperta a giugno e a fine ottobre si saprà quale sarà il destino dei dipendenti che, sventolando lo slogan «Trony, non ci sono paragoni» sono tutti con il fiato sospeso. L’ultimo episodio risale a fine giugno scor-so, quando è stato chiuso il punto vendita di viale Sabotino con i suoi 15 dipendenti lasciati a casa a vertenza ancora aperta. L’accordo per scongiurare le lettere di li-cenziamento a Roma non c’è stato e così ora la palla è in mano ai territori: «Come tutto il comparto dell’elettronica, la Tro-ny fa parte delle grandi imprese in difficol-tà. Si sta lavorando senza sosta a livello mi-lanese per evitare il peggio», spiega Dani-lo Dagostino, funzionario della Filcams Cgil.Un altro gruppo in difficoltà è Media- world che, al momento, non ha procedure di mobilità aperte (si sono chiuse tutte tra il 2015 e il 2016) ma che, segnalano i sin-dacati, sta mettendo in discussione la per-centuale di maggiorazione della retribu-zione domenicale. Sempre nel settore dell’elettronica di consumo un’altra situa-zione molto critica è rappresentata dallo stabilimento Candy di Brugherio, in pro- vincia di Monza e Brianza: l’azienda ha un buon bilancio, ma a ottobre scade la solida-rietà per trecento lavoratori, già dichiara-ti in esubero. Si tratta di più di metà della forza lavoro dello stabilimento.
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 i diversi casi che gli uffici della Re-gione stanno monitorando attenta-mente c’è quello delle grandi multi-nazionali che operano nel settore delle tec-nologie. Nokia ed Ericcson sono due di que-ste. Qui, spiega Palazzo Lombardia, «non si è ancora concluso il processo di raziona-lizzazione e riorganizzazione». Quella della multinazionale finlandese è una vertenza aperta al ministero dello Sviluppo economico a fine luglio: a livello nazionale sono coinvolti un migliaio di la- voratori e 80 di questi sono dipendenti del-lo stabilimento di Vimercate, distribuiti tra metalmeccanici e telecomunicatori, la maggior parte donne. Il prossimo incon-tro, fissato al Mise per il 5 settembre, po-trebbe indicare la strada. Al momento non ci sono accordi e la procedura si chiu-derà a metà ottobre. «Le aziende come la Nokia — spiega Roberta Turi, segretaria generale della Fiom di Milano — hanno avuto molte difficoltà a gestire le crisi con il ricorso agli ammortizzatori sociali, ora ir-rigiditi, e hanno optato per le procedure di licenziamento collettivo». Ai lavoratori della sorella svedese, la Ericcson, invece stanno già arrivando le lettere di licenzia-mento: in 19, ad Assago, hanno già ricevu-to gli avvisi a luglio, ora dovrebbe arrivare l’altra tornata di buste. Qui, racconta Atti-lio Naddei, funzionario della Slc Cgil, «c’è il rischio di apertura di nuove procedure». Un’ondata legata probabilmente alla perdita di una grossa commessa che la Ericcson aveva con Wind Tre. La multina-zionale svedese non è nuova ai licenzia-menti in Italia: negli ultimi nove anni sono state aperte 14 procedure di licenziamen-to collettivo.
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 trentina di lettere di lettere di li-cenziamento sono già arrivate sulla scrivania o nella casella di posta elet-tronica dei lavoratori di una storica fabbri-ca di Magenta, la Stf, che con i suoi 250 di-pendenti opera nel comparto della metal-meccanica, producendo principalmente condensatori, scambiatori termici e riscal-datori ad alta pressione. Da circa due anni a questa parte, ha aperto e chiuso una serie di procedure di crisi: cassa integrazione or-dinaria tra il 2015 e il 2016, cassa straordi-naria per la durata di 12 mesi nel 2016 e una procedura di mobilità aperta nell’esta-te del 2016 sulla quale si è trovato un accor-do perché l’abbandono del posto di lavoro è avvenuto su base volontaria con una serie di incentivi. L’azienda, in pre-concordato preventivo da febbraio 2017, ha terminato la cassa straordinaria a maggio e alla fine di aprile di quest’anno ha aperto una nuo-va procedura di licenziamento collettivo con 50 esuberi. L’iter si è concluso il 4 luglio scorso in Regione Lombardia senza alcun accordo tra azienda e sindacati: da luglio a oggi sono stati recapitati già trenta licen-ziamenti, ne restano ancora venti che sa-ranno consegnati entro la fine di ottobre. Ora la società sta cercando di ristrutturare il suo debito, per risanare e non mettere a rischio altri posti di lavoro. In generale, però, il comparto può tirare un sospiro di sollievo. Secondo infatti l’ulti-mo rapporto sulla crisi e l’occupazione pro-mosso dalla Fim Cisl Lombardia, nel primo semestre del 2017 le imprese metalmecca-niche in crisi sono calate del 16,83 per cen-to rispetto al semestre precedente e del 51,80 per cento rispetto allo stesso periodo del 2016.
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ULTIMO
 caso eclatante di trattativa fallita è quello della Ceme di Caruga-te: qui, 97 dipendenti perderanno a breve il posto. I licenziamenti erano stati annunciati lo scorso 8 luglio e poiché al tavo-lo aperto in Regione Lombardia non si è tro-vato alcun accordo si è passati dalle parole ai fatti. L’epilogo della vicenda ha portato con sé anche diverse polemiche tra i vertici dell’impresa che produce elettrovalvole e i sindacati. Co, mentre Fim-Cisl e Fiom-Cgil hanno parlato di «atto gravissi-mo», l’impresa ha definito quella delle orga-nizzazioni sindacali una «strumentalizza-zione politica grottesca e anacronistica». Il mancato accordo, secondo le associa-zioni dei lavoratori si è verificato perché la Ceme non ha voluto trasferire una buona fetta dei lavoratori in esubero nell’altro sta-bilimento lombardo, quello di Trivolzio, in provincia di Pavia. «Ci saremmo aspettati la ricerca congiunta di soluzioni che fossero in grado di offrire ai dipendenti coinvolti un ventaglio di proposte che mediassero le due posizioni», ha ribattuto l’azienda. «La vertenza va avanti», spiega Roberta Turi della Fiom, «perché passeremo alle azioni legali». A settembre a Carugate è prevista una nuova assemblea pubblica in solidarietà ai lavoratori affinché non siano lasciati soli. «La Ceme ha un buon fatturato — continua Turi — , ci troviamo quindi di fronte ad un paradosso incredibile: un’azienda che va bene e licenzia per dare una parte delle atti-vità in appalto a terzi. Ormai, e parliamo an-che di molte altre imprese, si decide sem-pre più di delocalizzare o terziarizzare la produzione per diminuire il costo del lavo-ro».
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 chi ha già la lettera di licenziamento in tasca e c’è chi aspetta l’autunno con il fiato sospeso. Sono più di mille, stimano i sindacati, i lavoratori lom-bardi che oggi rischiano il posto di lavoro. Un conteggio a cui si devono sommare tutte le aziende che hanno meno di 15 dipendenti, i cui casi sfuggono al termometro istituzionale, e che è destinato ad aumentare prima di Natale, perio-do insieme a quello pre-estivo in cui di solito le imprese avviano le procedure di mobilità. In Regione i tavoli aperti, tra casi già sul piatto e nuove segnalazioni, so-no 50, mentre le crisi gestite nei primi sei mesi di quest’anno sono state 361: 305 istanze di licenziamenti collettivi e 56 di cassa integrazione straordinaria. Come si leggono questi dati? In maniera sfaccettata, spiegano da Palazzo Lom-bardia. Perché se è certo che, come spiega l’assessora al Lavoro Valentina Aprea, quest’anno «si vedono timidi segnali di ripresa», è anche vero che «mentre dimi-nuisce rispetto al 2016 il ricorso alla cassa integrazione straordinaria, aumenta-no i licenziamenti collettivi». Un trend che rischia di acuirsi con le restrizioni che il Jobs Act ha portato sugli ammortizzatori sociali, una delle quali «impedisce l’uti-lizzo della cassa straordinaria a siti produttivi che non siano attivi per almeno il 20 per cento delle ore di produzione». In sostanza, alle aziende in condizioni più critiche conviene licenziare: «Una misura – chiude l’assessora – di cui si vedranno le conseguenze nei prossimi due anni». La lettura delle crisi, spiega il segretario generale della Camera del lavoro di Milano Massimo Bonini «è molto complessa: la situazione sia dal punto di vista occupazionale che della gestione delle crisi è mi-gliorata rispetto a prima». Ma ci sono segnali, soprattutto tra Milano e provincia, che preoccupano: «Le aziende non innovano, trasferiscono l’attività altrove oppu-re, come nel caso dei grandi centri commerciali che stanno aprendo, stravolgono il territorio senza restituire alla collettività in termini occupazionali. Assumono all’inizio e poi più nulla». La fotografia della ripresa, perciò, restituisce un’immagine a macchia di leo-pardo: «Oggi è tutto molto più articolato – racconta Mirko Rota della Fiom – Ci so-no comparti, come l’auto, che si stanno rimettendo ed altri, come il siderurgico e il settore dell’energia dove non si investe, ancora in difficoltà». Insomma, per ave-re un’idea di come sta andando bisogna fare un giro nelle singole realtà.
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