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Ladri

di Biblioteche
L’autrice
Gabriella Gribaudi insegna Storia contemporanea presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Ha pubblicato
Mediatori. Antropologia del potere democristiano nel Mezzogiorno (1980); A Eboli. Il mondo meridionale in cent’anni di trasformazione (1990);
Donne, uomini, famiglie. Napoli nel Novecento (1999) e, presso Bollati Boringhieri, ha curato il volume Traffici criminali. Camorre mafie e reti
internazionali dell’illegalità (2009). Fa parte della direzione di «Quaderni Storici».
www.bollatiboringhieri.it

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© 2005 Bollati Boringhieri editore

Torino, corso Vittorio Emanuele II, 86

Gruppo editoriale Mauri Spagnol

L’editore è a disposizione degli aventi diritto dai quali non fosse stato possibile ottenere l’autorizzazione a pubblicare immagini di loro proprietà, e
si dichiara pronto a regolare le intese economiche in base alle norme vigenti in materia di diritto d’autore.

Illustrazione di copertina: Benevento: piazza Santa Maria dopo i bombardamenti dell’agosto-settembre 1943. (Fotografia di Luigi Intorcia;
Archivio fotografico Intorcia).

Grafica di copertina: ​Pierluigi Cerri

ISBN 978-88-339-3580-5

Prima edizione digitale: maggio 2020

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.

È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.


Indice
Introduzione

Guerra totale
Parte prima. Una città in prima linea. Napoli 1940-44

1. La prima fase della guerra: i bombardamenti della RAF. Napoli, giugno 1940-novembre 1942

«La guerra iniziò, io ero incinta di Gennarino»

I bombardamenti: giugno 1940-novembre 1942

2. La guerra vista dall’alto

Guerra aerea: strategie e legittimazione

I bombardamenti in Italia

3. I bombardamenti a tappeto

Inglesi e americani: la memoria

4 dicembre 1942

Gennaio-marzo 1943

L’esplosione della Caterina Costa: 28 marzo 1943

4 aprile 1943

Giugno-agosto 1943

I raid tedeschi: inverno 1943-44

Danni collaterali

4. Una resistenza popolare. Napoli, settembre 1943

La cronaca

I saccheggi

Le razzie di uomini

I massacri

I testimoni: racconti e pratiche dello spazio

Autoritratti

Gli «scugnizzi»

La caccia ai fascisti

Antifascismo?

«A difesa e amore della propria città»

Interpretazioni, narrazioni, discorsi sulle quattro giornate

Parte seconda. Nella terra di nessuno. La popolazione civile tra le linee del fronte: dal Volturno alla linea Gustav 1943-44

5. Violenza da terra e violenza dal cielo. Lungo il Volturno, settembre 1943

La violenza degli alleati: i raid aerei e lo sbarco di Salerno

La violenza degli occupanti

«Eravamo un popolo di sbandati»

Obiettivo: il ponte sul Volturno di Cancello Arnone

Mondragone: evacuazione e massacri

Capua: «tanne nun ce steve né ciele a veré né terra a cammenà»

6. Una città distrutta e saccheggiata

Obiettivo n. 13: Benevento

Il saccheggio

7. Fra razzie di uomini e bombardamenti

Il rastrellamento del 23 settembre 1943

Gli ordini tedeschi

Le violenze della Wehrmacht: Teano, Marzano Appio, settembre-ottobre 1943

I bombardamenti alleati: Teano, 6 e 22 ottobre 1943

8. Ebrei napoletani nel cuore della guerra. Tora e Piccilli: un paese virtuoso?

Le leggi razziali a Napoli

Gli ebrei e la popolazione

Gli ebrei e le istituzioni del regime


Torani ed ebrei di fronte a un comune nemico: settembre-ottobre 1943

9. Nove mesi nella terra di nessuno. Dal Garigliano al golfo di Gaeta, settembre 1943-maggio 1944

Il fronte e i tentativi di sfondamento

Storie

Le violenze tedesche

I bombardamenti alleati

Sulle montagne

Una famiglia di ebrei sui monti Aurunci

10. Gli stupri di massa

Il cammino del Corpo di spedizione francese attraverso gli Aurunci

Campodimele e Lenola: due paesi travolti da violenze successive.

Il ricordo delle donne

I documenti del tempo

Francesi e italiani

Le ragioni della violenza

Epilogo

Parte terza. Riflessioni

11. Il racconto del dolore

Il passato oggi

Le immagini della morte di massa: corpi profanati, corpi insepolti

La morte dei cari: le parole e il silenzio

Madri e spose: rappresentazioni simboliche

Perdite irreparabili

Perdite materiali, perdite simboliche

12. Interpretazioni private, discorsi pubblici

Il destino

La morte che viene dal cielo

La violenza nazista

Il ricordo dei collaboratori

I linguaggi pubblici della memoria

Il linguaggio religioso

Zona grigia?

Elenco dei testimoni

Elenco delle abbreviazioni

Note

Introduzione

1. La prima fase della guerra: i bombardamenti della RAF. Napoli, giugno 1940-novembre 1942

2. La guerra vista dall’alto

3. I bombardamenti a tappeto

4. Una resistenza popolare. Napoli, settembre 1943

5. Violenza da terra e violenza dal cielo. Lungo il Volturno, settembre 1943

6. Una città distrutta e saccheggiata

7. Fra razzie di uomini e bombardamenti

8. Ebrei napoletani nel cuore della guerra. Tora e Piccilli: un paese virtuoso?

9. Nove mesi nella terra di nessuno. Dal Garigliano al golfo di Gaeta, settembre 1943-maggio 1944

10. Gli stupri di massa

11. Il racconto del dolore

12. Interpretazioni private, discorsi pubblici

Tavole

Tavola 1

Tavola 2
Tavola 3

Tavola 4

Tavola 5

Tavola 6

Tavola 7

Tavola 8

Tavola 9

Tavola 10

Tavola 11

Tavola 12 e 13

Tavola 14

Tavola 15

Tavola 16

Tavola 17 e 18

Tavola 19

Tavola 20 e 21

Tavola 22

Indice dei nomi

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Introduzione

Il secolo che ci sta alle spalle è dominato da due guerre che ne segnano la memoria. La maggior parte di noi ha convissuto con questa memoria,
con le immagini, con i racconti ascoltati in famiglia. Nessun evento storico, come la guerra, obbliga gli individui comuni a fare i conti con la
«grande» storia, e le guerre del Novecento lo hanno fatto in modo estremo: il numero delle vittime è stato straordinariamente alto (circa 60
milioni di morti), si è trattato di una morte di massa visibile e scioccante con conseguenti traumi psicologici e sociali dovuti a perdite irreparabili,
vite capovolte... Per chi vi è passato la guerra è un evento liminale, che traccia un solco nella vita, ne spezza il racconto in un prima e un dopo
irrimediabilmente diversi. Quel momento straordinario può essere alla base di un mito personale oppure può costituire un trauma non
elaborabile, una ferita viva nella storia individuale, per cui non esiste sostituzione simbolica possibile e per questo ritorna a noi nei racconti
vividamente reale.1

«La violenza di guerra appartiene solo apparentemente alla “storia che si agita” evocata con certa condiscendenza da Fernand Braudel, ma,
proprio al contrario, essa concerne quanto vi è di essenziale nella storia degli uomini. Se si vuole prendere come punto di partenza questi ultimi,
così da tentare una “storia dal basso” chi mai potrà negare che le guerre e la loro violenza hanno costituito per coloro che ne erano stati coinvolti
ed erano sopravvissuti l’esperienza più importante di tutta una vita?»2

Per la mia generazione e per quella delle nostre madri e dei nostri padri la seconda guerra mondiale è l’evento primo, memorabile, la
discriminante del Novecento. Perché è quella che ha coinvolto la popolazione civile al massimo grado attraverso i massacri dei bombardamenti e
degli eserciti di occupazione, la distruzione del paesaggio, delle città, dei villaggi. E per questo è per noi l’incarnazione della «guerra totale».

Guerra totale. Che cosa indichiamo con questa categoria oggi entrata nel vocabolario comune e tanto spesso evocata? Nell’accezione più
utilizzata essa indica il coinvolgimento massimo dei civili: la popolazione ostaggio di nemici contrapposti, obiettivo principale delle armi di
sterminio di massa. I soldati non hanno più come scopo principale quello di uccidere altri soldati, ma di uccidere anche, coscientemente, donne,
bambini, anziani, con i bombardamenti tecnologici, con i campi di sterminio, con i massacri diretti.3

Ma se questi sono gli elementi per indicare una «guerra totale», quale differenza c’è fra questa guerra e quelle del passato? Gli studiosi del
Novecento, oltre ad avere un atteggiamento eurocentrico, hanno anche, spesso, uno sguardo limitato sul loro tempo, il tempo presente. E tutto,
da questo angolo visuale, si presenta come nuovo rispetto a un passato lontano. È anche vero che conosciamo i conflitti armati dei secoli più
lontani solo attraverso le immagini letterarie o iconografiche, i paesaggi infernali di Bosch, le immagini di Goya... Gli storici hanno descritto in
modo asettico le guerre. «Origini e conseguenze delle guerre» recitavano i capitoli dei sussidiari e dei manuali che abbiamo studiato a scuola,
senza nominare mai le perdite e le distruzioni, gli effetti sugli uomini e sulle donne delle armi, dei passaggi di eserciti e compagnie.4

Eppure le popolazioni civili erano state preda degli eserciti fin dalle antichità più remote. Senza tornare troppo indietro nel tempo, pensiamo che
la guerra dei Trent’anni (1618-48) devastò la Germania, riducendo la popolazione urbana del 33 per cento e quella rurale del 44 per cento, che
saccheggi e uccisioni dilagarono nel 1688-89 nel Palatinato, e nel 1700-21 nella grande guerra del Nord tra russi e svedesi.5 Negli stessi territori
di cui ci occupia mo in questo volume le truppe francesi operarono stupri, massacri, razzie nel 1798-99 e gli eserciti unitari intervennero contro le
insorgenze meridionali con stato d’assedio, fucilazioni sommarie, distruzione delle case dei briganti, tortura, presa di parenti come ostaggi.6
Secondo Strachan meglio sarebbe definire l e due guerre mondiali guerre moderne: una guerra moderna non è necessariamente una guerra
totale e viceversa. La guerra in Iraq, ad esempio, è totale per gli iracheni e non per le nazioni occidentali che la combattono.7

La categoria di «guerra limitata» fu coniata per indicare i conflitti settecenteschi; ma, più che sulla realtà, chi l’aveva costruita si era basato sulle
discussioni e sui tentativi illuministi di porre un freno, di mettere delle regole alla guerra, cercando di salvaguardare i non combattenti e i
prigionieri.8 Von Clausewitz aveva poi contribuito, con la sua d escrizione di «guerra come continuazione della politica», a divulgare l’idea che
anche nell’Ottocento governanti e militari riuscissero a controllare le lotte armate. «Lo scopo della guerra, afferma von Clausewitz, è di servire a
un fine politico; la natura della guerra, egli dimostra, è di servire solo a se stessa. [...] In realtà von Clausewitz pensava alla guerra come avrebbe
dovuto essere, [anche se] sapeva come la guerra era stata. [...] Nella pratica bellica lo statista e il comandante supremo continuano a rivolgersi ai
principi di von Clausewitz; invece quando si tratta di descrivere fedelmente la guerra, il testimone oculare e lo storico devono abbandonare i suoi
metodi. [...] I fatti senza una teoria sono muti, ha scritto l’economista von Hayek. Ma se questo può valere per i freddi dati dell’economia, quelli
della guerra non sono freddi; ardono del calore delle fiamme infernali. In tarda età il generale William Tecumseh Sherman che aveva incendiato
Atlanta e messo a ferro e fuoco una bella fetta del Sud americano, espresse con amarezza proprio questa idea con parole che sono divenute
altrettanto celebri di quelle di von Clausewitz: Sono stanco e nauseato della guerra. La sua gloria è affatto insensata... la guerra è l’inferno».9

Von Clausewitz si era pr oposto di «enunciare una teoria universale di ciò che la guerra avrebbe dovuto essere»: condotta con eserciti regolari
«civilizzati», soldati sottoposti a una rigida disciplina, un grado eccezionale di obbedienza dei subalterni ai legittimi superiori e un elevato grado
di regole e convenzioni, un inizio e una fine regolarmente decisi e definiti, una distinzione fra i combattenti legittimi e i portatori di armi
illegittimi.10 Il modello ideale di von Clausewitz è lo sfondo su cui si collocano i compr omessi internazionali raggiunti o tentati per limitare gli
effetti delle guerre. La distinzione fra combattenti regolari e irregolari rispunta ancora oggi nei conflitti «asimmetrici». Ma si trattava, appunto,
di un’idea astratta; furono proprio gli eserciti regolari di leva a dare origine alla prima grande carneficina del Novecento, una grande
confutazione della guerra come continuazione della politica.

La guerra totale è anche una guerra condotta contro un nemico totale, in cui chi combatte è dominato dall’odio verso il nemico e cerca di
annientarlo. In questo senso i conflitti civili sono anch’essi alle origini della guerra totale, per il loro carattere ideologico e per il carico di violenze
cui la popolazione è sottoposta, per la difficile, spesso impossibile, distinzione fra civili e combattenti.11 La guerra civile americana e poi quella
spagnola ne sono i riferimenti paradigmatici, i l terribile assedio di Atlanta e il bombardamento di Guernica le icone simboliche nella nostra
cultura.12

Una guerra totale è stata definita quell a condotta contro le popolazioni dei paesi colonizzati. «Non voglio prigionieri. Voglio che tutti siano uccisi
e tutto venga incendiato. Voglio che vengano uccise tutte le persone in grado di prendere le armi nelle attuali ostilità contro gli Stati Uniti»:13
sono le parole del generale Smith che combatté i ribelli delle Filippine nel 1901, ma le ci tazioni potrebbero essere infinite. Negli scontri con le
popolazioni native uccidere tutti, bruciare i villaggi e distruggere i raccolti era normale. Non ci si poneva il problema dei prigionieri di guerra,
l’ordine era «non fare prigionieri». I primi grandi bombardamenti vennero attuati sulle popolazioni ribelli dei paesi colonizzati. Il principio di
immunità dei non combattenti non è neppure lontanamente contemplato nella guerra coloniale. Il carico di violenza sprigionato contro gli
«indigeni» si legava al profondo razzismo insito nella conquista coloniale e a un nazionalismo aggressivo, inegualitario, antidemocratico. Il
disprezzo e la disumanizzazione del nemico caratteristici del colonialismo si sarebbero riversati nei teatri di guerra europei, nella conquista dello
spazio vitale. «Il nazismo [avrebbe realizzato] l’incrocio e la fusione tra le due figure paradigmatiche dell’alterità: l’ebreo nel mondo occidentale e
il sottouomo nel mondo coloniale».14

Per altri aspetti la guerra totale è la conclusione di un perc orso che nasce con la costruzione delle nazioni ottocentesche caratterizzate da
un’identità militare e virile: la «nazione in armi» rappresentata dai suoi cittadini maschi armati. La Francia rivoluzionaria aveva esteso la
coscrizione a tutti i cittadini maschi, una consuetudine abbandonata nella reazione, che era stata però ripresa dalla Prussia e poi adottata dalle
nazioni europee nel corso dell’Ottocento. L’educazione alla nazione attraverso l’esercito fu uno degli elementi decisivi in quel processo che è stato
definito di nazionalizzazione delle masse: tutti i cittadini combattono per la patria, una patria virile che si esprime attraverso i suoi soldati. Ancora
oggi, nella maggioranza degli stati europei, durante le celebrazioni nazionali sfilano gli eserciti. Scarsa o nulla è la coscienza del ruolo storico e
della simbologia cui sono legate tali parate.
A cavallo dei secoli XIX e XX la nazionalizzazione delle masse si incontrava con la formazione di stati estremamente autoritari, che enfatizzavano il
ruolo dell’esercito e basavano la loro forza reale e simbolica sulle armi, che usavano anche contro i loro cittadini ribelli. Intanto nascevano quelli
che Hobsbawm ha definito nazionalismi etnici: il mito di nazioni culturalmente omogenee, con radici storiche lontane nel tempo, identità
territoriali costruite contro altre identità. Emergevano logiche di tipo totalitario che provocarono una sorta di mobilitazione negativa conducendo
alla costruzione di nemici interni, a politiche razziali, espropriazioni coercitive, deportazioni di popolazioni. Tutto ciò contribuì ad accelerare i
meccanismi di imbarbarimento e di brutalizzazione della guerra.15

Nella prima guerra mondiale tutti questi principi entrarono in gioco: nazionalismi aggressivi dipingevano l’avversario come un demone; si
incominciavano a deportare e rinchiudere in campi reticolati le popolazioni nemiche; i fronti si trasformavano in luoghi di morte seriale e casuale.
I soldati che saltavano dalle trincee verso le linee nemiche sapevano di avere un’altissima probabilità di morire. Per convincere normali cittadini a
uccidere e a farsi uccidere largo spazio fu dato all’ideologia del nemico assoluto, al mito del combattente, alla solidarietà virile. Mosse ha definito
ciò un processo di banalizzazione della morte e di brutalizzazione della politica: popolazioni intere furono condotte con la prima guerra mondiale
a familiarizzarsi progressivamente con la morte.16 Le società furono spinte ad accettare fatalisticamente la morte di massa, i soldati furono
«brutalizzati» nel combattimento. Entrambi parte ciparono alla questione fondamentale della trasgressione all’interdizione dell’omicidio. Mentre
la cultura occidentale fa del «non uccidere» una proibizione capitale, togliere la vita diventa nella guerra un obiettivo e un ordine. Gli eserciti si
costruiscono intorno a due norme contrarie alla vita civile e civilizzata: l’accettazione della morte e la risoluzione ad ammazzare che viola il tabù
dell’omicidio. «Essi trasformano dei civili in soldati che si fanno uccidere e uccidono».17 Per ottenere questo risultato sviluppano una
controcultura specifica, fondata sulla legittimazione a dare la morte in guerra i cui presupposti sono: il per messo delle più alte autorità morali e
religiose; la decolpevolizzazione dell’esecutore il quale non fa che obbedire agli ordini; la legittima difesa: uccidere per non essere ucciso. Questa
legittimazione è meno difficile se l’avversario è devalorizzato, disumanizzato, se non appare più come un uomo simile a noi, ma un essere
differente, inferiore per natura moralmente o anche fisicamente.18

La prima guerra mondiale è una grande smentita del concetto di von Clausewitz: non fu soggetta alla politica, anzi al contrario scivolò senza
controlli verso obiettivi assoluti e nichilisti, vide gli eserciti regolari combattersi in maniera totale e fuori delle regole. Fu applicata per la prima
volta una tecnologia di morte seriale che avrebbe toccato il suo apice nella seconda guerra mondiale, che per questo è ricordata come la «guerra
totale» per eccellenza. «Le guerre totali della nostra epoca hanno questo carattere specifico: sono il frutto dell’incontro mortifero e programmato
della tecnica, basata sullo sviluppo scientifico, con la violenza esistente nel cuore della società di massa».19

I simboli della morte di massa tecnologica sono i bombardamenti aerei e le camere a gas. Fra la prima e la seconda guerra mondi ale si attuava
un processo di perfezionamento delle tecniche, che sarebbe culminato nella bomba atomica, con lo scopo dichiarato di trovare armi che
uccidessero quante più persone possibili. E le persone che entravano nel mirino di tali armi non erano i soldati ma le popolazioni civili, le quali
diventavano il bersaglio della guerra, veri e propri ostaggi per spingere il nemico alla disfatta. La strategia di guerra si trasformava in una
strategia apertamente terroristica: bisognava seminare morte e panico nel campo avversario per disorganizzarlo, terrorizzarlo, per spingere i
suoi governanti e i suoi comandi militari alla resa. Il quinto comandamento era ormai del tutto capovolto. Ritornavano attuali le parole
pronunciate contro la guerra da Voltaire due secoli prima: «La cosa più straordinaria di queste infernali intraprese è che ciascuno di quei capi
assassini fa benedire e invoca solennemente Iddio, prima d’andare a sterminare il suo prossimo. Se un capo ha avuto la fortuna di far sgozzare
solo due o tremila uomini, non starà a ringraziar Dio per questo; ma quando è riuscito a sterminarne almeno diecimila col ferro e fuoco, e inoltre,
per colmo di grazia, ha distrutto qualche città da cima a fondo, allora si fa cantare a quattro voci una lode a Dio».20

Caratteristica precipua della guerra tecnologica è che la morte è data da qualcuno che non si vede e che a sua volta non vede chi uccide. Questo
produce da un canto deresponsabilizzazione degli assassini, che tali non si ritengono – i piloti che hanno lanciato le bombe si sono sentiti e sono
stati celebrati come eroi –, e dall’altro una narrazione mistificata della guerra, che cela le vittime con discorsi e metafore allusivi (danni
collaterali, bombardamenti chirurgici ecc.) su cui mi soffermerò ampiamente quando parlerò dei bombardamenti.

L’immagine della guerra totale tecnologica ha tuttavia offuscato altri elementi presenti su entrambi i fronti nella seconda guerra mondiale,
ricomparsi nei conflitti di fine Novecento. Ai metodi moderni si sono ampiamente mescolati metodi antichissimi: stupri, saccheggi, massacri
compiuti vis-à-vis dai soldati che avanzano in territorio nemico. La popolazione presa in ostaggio con i bombardamenti diventa anche preda di
violenze inusitate, bottino di guerra, come lo era per gli eserciti mercenari dei secoli passati.

Le popolazioni esposte alle invasioni sono particolarmente fragili, e tanto più lo diventano quanto più gli eserciti occupanti sono pervasi da
ideologie o sentimenti razzisti, che tendono a disumanizzare gli abitanti dei territori occupati, e producono nei loro confronti disprezzo dichiarato
o latente, che rende più facile l’offesa fino alla morte. Il caso più esplicito è quello dei tedeschi sul fronte orientale,21 ma un atteggiamento
analogo ebbero gli stessi soldati sul fronte italiano e in particolare meridionale, quando gli ex alleati divennero «traditori».22 Gli americani si
comportarono, d’altro canto, in modo non diverso sul fronte del Pacifico, dove i giapponesi venivano descritti come una razza subumana e
bestiale. Verso di loro vennero attuati i bombardame nti più crudeli fino all’attacco con la bomba atomica; i soldati americani non avevano remore
ad accanirsi con barbarie sul corpo dei loro nemici, portandosi i loro crani o altre parti del corpo in patria come trofei di guerra.23 I giapponesi, a
loro volta, si comportarono in modo analogo con i cinesi. Tali dinamiche sono manifeste oggi nelle guerre asimmetriche condotte in Afghanistan o
in Iraq: bombardamenti sui civili, brutalizzazione quotidiana della popolazione, rastrellamenti, torture disumanizzanti verso i prigionieri.

Connesso al discorso delle invasioni è quello della «resistenza»: la resistenza all’occupante scaturisce da quello stesso processo che ha condotto
alla costruzione degli eserciti di leva. «Il secondo aspetto del fenomeno della leva di massa è l’interiorizzazione dell’obbligo di mobilitarsi per la
difesa della nazione o della rivoluzione, anche in assenza dello stato. Si tratta di un volontarismo ideologico che porta alla guerriglia, alla guerra
popolare o alla guerra di liberazione».24 Ma, in assenza di uno stato, non esiste una legittimazione ufficiale a combattere e uccidere. Chi dà la
legittimazione? E chi è legittimato a portare le armi? Di volta in volta vi sono coloro che considerano una guerriglia una lotta di liberazione e
coloro che giudicano i combattenti dei banditi. In Spagna la lotta contro le truppe rivoluzionarie francesi fu ed è considerata una resistenza
nazionale contro l’invasore, in Italia un’insorgenza reazionaria contro truppe portatrici di principi di libertà ed eguaglianza. E si potrebbero fare
molti altri esempi. Gli eserciti dell’Italia unita combattevano contro i ribelli meridionali chiamandoli briganti, questi combattevano in nome dei
Borboni contro gli invasori piemontesi. I tedeschi definivano i partigiani banditi e non legittimi combattenti, rifiutando loro lo status di prigioniero
di guerra. Oggi la questione si è riproposta con i combattenti islamici da parte degli americani.

La distinzione fra i combattenti legittimi e i portatori di armi illegittimi era stata fatta da von Clausewitz, con l’idea astratta di sottrarre la guerra
alle violenze di bande armate non controllate da un’istituzione responsabile. I trattati internazionali usarono tale distinzione per regolamentare le
occupazioni militari, a tutto vantaggio degli invasori. In tale interpretazione colui che non può essere distinto dalla divisa militare, l’illegittimo
portatore di armi non è protetto dal diritto internazionale che difende i prigionieri di guerra. Una norma che applicarono i tedeschi contro le
resistenze armate in Europa e che oggi riprendono gli americani con i prigionieri di Guantanamo.25

Il concetto di resistenza si lega dunque storicamente al concetto di lotta armata contro l’invasore della nazione. È speculare a quello di esercito
nazionale: sono gli uomini armati che difendono il suolo patrio, che ne hanno il dovere e poi l’onore. Durante la seconda guerra mondiale la
Resistenza, ricordata non a caso con l’iniziale maiuscola, divenne il simbolo della lotta al nazismo e al fascismo. Non si trattava di combattere
contro un occupante qualsiasi, ma contro un progetto di colonizzazione totalitaria dell’Europa. Coloro che si opposero all’invasione nazista e ai
governi che l’appoggiarono lottarono anche per creare governi democratici e in nome di ideali di libertà e di solidarietà umana. E la lotta si svolse
non soltanto tra partigiani e truppe occupanti ma anche fra i cittadini di uno stesso territorio schierati su opposti fronti, in quella che è stata
definita una «guerra civile europea».26 Da questo punto di vista la resistenza con i suoi ideali divenne il mito fondatore degli stati che sorgevano
nel dopoguerra, e, in linea con i valori e le simbologie che avevano fondato le nazioni, furono gli uomini armati, i partigiani, a simboleggiare la
nuo va patria emersa dalla guerra, e non tutti coloro che si erano opposti al nazismo, mettendo spesso a rischio la vita, con atti di solidarietà,
disobbedienza, resistenza senz’armi. Le loro figure quindi sarebbero finite sullo sfondo: residuali, zona grigia, anonimi. La resistenza e il suo mito
giocarono un ruolo precipuo in Europa, dopo la seconda guerra mondiale, per salvare l’onore di uomini e di nazioni che avevano subito sconfitte
ritenute ignominiose.

La seconda guerra mondiale è stata definita una guerra «femminile», per il ruolo delle donne nella vita quotidiana, per l’assenza del fronte, per il
ruolo ambiguo dei soldati, per essere stata per molte nazioni una guerra di retrovie e di occupazione. «Nella memorialistica come nella
produzione letteraria e filmica la seconda guerra mondiale è fatta più che di scontri e di battaglie, soprattutto di fughe e di delazioni, di fame e di
bombardamenti di città indifese, di anabasi e di prigionie, di vicissitudini di ogni tipo della vita quotidiana. In una guerra siffatta le donne sono
coinvolte in una misura tendenzialmente pari a quella degli uomini».27 Uomini prigionieri, uomini in fuga, sconfitte. E spesso sono le donne a
occupare anche la memoria dei soldati: sono donne salvatrici, donne che consolano. Alla fine esse possono risultare le vere vincitrici della guerra.
«Le guerre totali hanno generato o accentuato crisi di identità maschile. Nella Francia del 1940 un milione e mezzo di prigionieri segna la
disfatta della nazione e l’incapacità dei suoi uomini di difenderla».28 «Le conseguenze concrete della disfatta sottolineano un fallimento del virile
di cui l’accerchiamento, la resa, l’esodo, la presa dei prigionieri sono le manifestazioni più evidenti. Mobilitati dietro le bandiere, gli uomini non
hanno impedito l’invasione del paese». 29 Nel settembre 1943 vennero fatti prigionieri dai tedeschi 650000 soldati italiani, altrettanti circa erano
finiti prigionieri di inglesi, americani, francesi, russi, in seguito alle sconfitte in Africa e in territorio sovietico.30 Un’altra gran massa, stanca della
guerra e abbandonata dagli alti comandi si era data alla fuga dopo l’armistizio e non aveva più voluto combattere. In Italia come in Francia furono
i partigiani riconosciuti ufficialmente a incarnare nel dopoguerra il mito della nazione in armi. «Il mito n azionale si ricostruì, in Francia,
sull’immaginario della Resistenza armata: l’epopea del maquis e del partigiano, l’insurrezione delle città, la liberazione di Parigi. Esso si fondava
su una memoria maschile della Resistenza che celebrava una nazione che aveva ritrovato la sua dignità attraverso le armi. E che rifiutava di
pensarsi come un popolo femminile, un popolo vittima, donna e vittima civile».31

In Italia, nazione sempre sospesa tra disegni di grandeur e drammatiche sconfitte, la paura degli uomini di essere interpretati come un popolo
femminile, incapaci di fare la guerra, è ancora più forte, anzi è un vero terrore. 32 L’educazione militarista impartita nelle scuole fasciste non era
bastata a «trasformare un popolo di suonatori di mandolini» in eroi virili, secondo il disegno di Mussolini. Così nel dopoguerra furono i partigiani
a incarnare il mito della difesa della patria e della fondazione della repubblica. E nel dibatt ito odierno fra ortodossi e revisionisti gli avversari
sono uniti da questo concetto di patria virile: quello che conta e su cui si discute sono le ragioni dei combattenti, di chi stette da una parte o
dall’altra. Tutto il resto è bollato come zona grigia, con un termine improprio, che non dà conto della ricchezza di esperienze di una gran parte
della popolazione, in particolare di quella femminile.33 Un punto di vista che mi propongo di ribaltare, mettendo al centro della mia analisi i
protagonisti di una resistenza popolare e civile.

Tutte le regole ufficiali per limitare la guerra erano state infrante nella seconda guerra mondiale, in modi diversi da tutti gli eser citi, ma nel
dopoguerra i vincitori, russi, inglesi, americani, rifiutarono di giudicare le proprie condotte militari: passarono sotto silenzio le fosse di Katyn, gli
stupri di massa operati dai russi sul fronte orientale e dalle truppe del Corpo di spedizione francese sul fronte occidentale, il bombardamento di
Dresda piena di profughi, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Al giudizio arrivarono soltanto i gerarchi nazisti, che, peraltro,
rappresentavano effettivamente il culmine estremo di quel processo di brutalizzazione della politica e di banalizzazione della morte (per usare
ancora le due espressioni di George Mosse) che seguì la prima guerra mondiale per condurre alla seconda. È noto anche che furono proprio i
nazisti a difendersi cercando di equiparare le uccisioni dei campi di sterminio a quelle dei bombardamenti alleati. Tutto ciò impedì di criticare
liberamente la guerra e i modi di combatterla.

Non è un caso che non esistano quasi studi sui bombardamenti della seconda guerra mondiale e che persino fra le popolazioni che li hanno subiti
abbiano fatto presa le giustificazioni e i linguaggi dei militari.34 La riflessione sui bombardamenti e sulle guerre è sempre stata, soprattutto in
Italia dove spesso la storia è sommersa e mistificata nel dibattito politico, vittima di interpretazioni influenzate da rigide posizioni politiche. Fino
alla guerra in Iraq erano le sinistre a tacere sui bombardamenti, per paura di giungere a e quiparare la violenza nazista a quella degli alleati
democratici. Ricordo gli antifascisti che dicevano: stavamo sotto le bombe e le benedivamo perché ci portavano la libertà. Oggi i termini si sono
capovolti. Sono quelli di sinistra, spinti dalle ragioni del presente, a «rivedere» le posizioni di un tempo e quindi a rifiutare di celebrare
acriticamente un evento che è stato liberazione per molti ma anche morte per tanti altri.35 Dunque il problema è sottrarre la questione a uno
sterile dibattito ideologico, ragionare liberamente sulla guerra e sulla terribile escalation delle armi distruttive cui il secolo passato ha assistito,
sulle ragioni e le dinamiche della violenza. Un modo diverso di vedere la guerra che studi nazionali e internazionali hanno ado ttato ormai da
qualche anno: in contrapposizione a una storia militare che cela le vittime delle armi distruttive, un punto di vista dal basso, dalla parte della
popolazione, una storia sociale e culturale dei conflitti armati. È il tentativo di entrare in una dimensione reale dei conflitti armati attraverso la
vita della gente, dando un volto agli individui nascosti dietro i numeri della morte seriale, i volti loro e dei loro congiunti, cercando una «via di
accesso» al vissuto della guerra totale.36 Per fare questo bisogna calarsi sul territorio e confrontare la documentazione militare con quella degli
archivi locali e nazionali, con le testimonianze, le memorie individuali, familiari, di gruppo, di comunità.

Il territorio da me messo a fuoco si può senza dubbio definire un territo rio esemplare per studiare le dinamiche della violenza nella guerra totale
in Europa occidentale. Napoli, la più grande città meridionale e una delle più grandi d’Italia, cruciale ai fini della strategia militare poiché dal suo
porto partivano le navi con i soldati e i rifornimenti per l’Africa, è stata la città più bombardata della penisola. Il territorio campano e del basso
Lazio subì inoltre i raid aerei legati allo sbarco di Salerno del 9 settembre 1943 e all’avanzata delle truppe alleate, fino alla lunga battaglia di
Cassino, sulle cui linee le donne avrebbero sofferto anche gli stupri di massa del Corpo di spedizione francese nel maggio 1944. Nello stesso
tempo le popolazioni ebbero a subire le violenze della Wehrmacht, particolarmente efferate in un momento in cui i soldati tedeschi, che poco
prima avevano combattuto con gli italiani in Sicilia per impedire lo sbarco angloamericano, portavano a termine propositi di ritorsione verso un
ex alleato considerato traditore.37 Tutto il territorio fu attraversato dalle linee di fortificazione tedesche e dai combattimenti fra opposte armate,
e, in quanto «zona di operazione», fu sottomesso alle leggi di guerra tedesche. Contro l’occupazione si svilupparono una resistenza civile e una
resistenza popolare armata per gran parte ignorate o sottovalutate dalla nazione e molto s pesso scarsamente riconosciute anche a livello locale.
Fenomeno anche questo di grande interesse poiché ci permette di analizzare i processi attraverso cui nel discorso pubblico vengono scelti o
esclusi gli episodi da ricordare.

Le dinamiche della guerra totale si sono dunque sviluppate in una misura estrema; e ciò ci consente di indagare territori ed eventi ai margini
delle interpretazioni ufficiali, di provare a rispondere a domande difficili.

Avevo iniziato la ricerca sulla guerra a partire dall’occupazione e dagli eccidi compiuti dalla Wehrmacht. Nei miei percorsi sul territorio,
inseguendo le tracce delle violenze naziste, mi imbattei per la prima volta nei racconti dei grandi bombardamenti. Ovviamente ne avevo la
conoscenza scientifica, ma non ero entrata mai nella dimensione reale dell’evento. A Capua ad esempio, mentre raccoglievo le testimonianze sulle
uccisioni dei nazisti, una sessantina nella cittadina, venivo a scoprire che i bombardamenti avevano provocato in pochissimo tempo circa mille
morti. Mi ero già trovata in una situazione analoga seguendo due tesi di laurea sui campi di internamento fascisti in Campania, a Solofra e a
Campagna. Allora andavamo cercando le memorie dei campi, ci stupivamo che fossero pressoché assenti, che non fossero rimaste tracce dei
luoghi di persecuzione. Poi, nel condurre la ricerca, venimmo a scoprire che sia a Solofra sia a Campagna si erano verificati due grandi
bombardamenti, che avevano provocato centinaia di morti. Allora mi ero detta: che pretendiamo dalla gente? La memoria della guerra per loro è
questa. Anche la loro è stata una «persecuzione», noi andiamo invece a chiedere altro, passiamo sopra la loro storia, non accogliamo la loro
sofferenza. Domandiamo a dei testimoni che hanno visto i loro cari uccisi, la loro cittadina con le case, le chiese, i monumenti simbolici più
importanti distrutti, se si ricordano del campo di internamento. Al testimone che ci dice – ho visto le morti, ho avuto morti – noi proponiamo altre
questioni. E ovviamente daremo spiegazioni sbagliate alle dinamiche della memoria e dell’oblio. Sono queste le occasioni in cui ho cominciato a
pormi delle domande e ad avere dubbi.

Quale peso hanno le morti? E la quantità non ha pure una sua rilevanza? Provoca una cerchia di dolore estesissima, ha conseguenze di lungo
periodo – famiglie distrutte, orfani, solitudine, rovine – che non si possono contare né narrare... E se la brutalità della violenza nazista non ha
bisogno di commenti, non è forse terribile morire soffocati sotto un bombardamento, trepidando fino all’ultimo, sperando nella salvezza,
doloranti, feriti? E se chi veniva messo al muro era costretto con ferocia a contemplare la propria morte, non contemplava pure la propria morte
chi moriva lentamente sotto le macerie? Quale differenza tra le violenze, quale giudizio diamo noi, quale giudizio esprimono le persone che le
hanno subite?

Il linguaggio militare mette «tra parentesi l’essenziale della guerra»38 che è sia per i soldati sia per i civili la dimensione della morte e della
sofferenza. Quando i capitani dei Bomber Commands descrivono l’azione, parlano di obiettivi strategici, di strutture colpite, di danni inferti;
l’umanità che brulica in mezzo agli obiettivi strategici non esiste, non compare. La guerra vista attraverso gli occhi degli strateghi bellici è una
serie di postazioni , di linee, di armi, di tonnellaggi di bombe, di schieramenti su una mappa. Una visione dall’alto che ne rifiuta la drammatica
concretezza e che la trasforma in una rappresentazione accettabile.39

Qui cerchiamo invece di entrare nel vissuto della guerra e della sofferenza. Prendiamo in considerazione i rapporti dei militari, ma li confrontiamo
con una documentazione che, con un vocabolario oggi fuori moda, potremmo definire documentazione dal basso, tentando di ricostruire i vari
punti di vista sugli eventi. I documenti si incrociano con i racconti dei testimoni. Più narrazioni si intessono o si contrappongono: i rapporti
militari, le relazioni dei prefetti, dei giudici, dei carabinieri e i racconti di chi ha visto e vissuto bombardamenti e violenze vis-à-vis. Emergono le
visioni del mondo, il senso che la gente ha dato alle cose, le sue spiegazioni. Emerge il dolore rimosso.

Cercare di penetrare la dimensione del dolore non significa semplicemente suscitare facili emozioni, ma entrare empaticamente in una
dimensione altra, adempiendo a una funzione storica importante, quella che Ricœur definisce un’elaborazione della memoria che è insieme
elaborazione del lutto (travail de mémoire et travail du deuil).40 Quando lo storico chiede al testimone di narrare la propria esperienza, lavora
insieme a lui all’elaborazione del ricordo e prende in carico la sua storia. Nel passaggio dal testimone allo scrittore «l’esperienza catastrofica si
trasforma in una storia di cui il soggetto diventa l’autore, a condizione che essa venga presa in carico da un altro, disposto a farsi coinvolgere in
nome dell’insieme degli esseri umani compassionevoli».41 Il compito dello studioso è quello di contribuire all’elaborazione collettiva del lutto
facendo valere il suo lavoro di ricerca della verità nello spazio pubblico.42 Michel de Certeau presenta lo storico come colui che si pone ai limiti,
su quella frontiera fra i morti e i vivi su cui si erano situati Dante e Virgilio: egli cerca di entr are nel regno dei morti, cerca di comprendere
questo regno, che costituisce anche alterità, e nello stesso tempo tende a «placare i morti che incombono ancora sul presente e ad offrir loro
delle tombe scritturali». Le ombre dei morti tornano «m eno tristi nelle loro tombe. Il discorso ve le riconduce. Esso è deposizione. Ne fa dei
separati. Le onora con un rituale che mancava loro».43

L’appello alla memoria non è, tuttavia, sufficiente. Oggi le memorie affiorano in massa, e continuamente siamo investiti dall’appello a ricordare.
«Devi ricordare!» Imperativo angoscioso e ispiratore della peggiore retorica, determina spesso il risultato opposto, provocando ripulsa e oblio.
Ora si propone spesso il problema inverso: un rumore eccessivo, informazioni che si affastellano e frastornano, ottundono la comprensione. Si
ripresenta, in un certo senso, l’incubo di Primo Levi: l’impossibilità di essere ascoltati e capiti. La sofferenza, prima che indicibile, si mostra
inaudibile.44 Bisogna trovare allora le parole giuste, il vocabolario adatto a raccontare.

Come molti testimoni della Shoah hanno affermato, è sempre stato difficile, quasi impossibile, raccontare la dimensione di una sofferenza
estrema. La lingua scritta, ha detto qualcuno, ha dei «buchi» nel vocabolario, non riesce a rendere l’indicibile, che può essere espresso solo da
frasi spezzate, parole monc he, allusioni.45 È questa una dimensione che l’oralità comunica con molta più forza del racconto scritto, perché rende
possibile esprimersi attraverso l’uso del dialetto, del linguaggio familiare e quotidiano; permette di accostare immagini, di lavorare con la
memoria riproducendo sequenze spezzate, andando avanti e indietro nel tempo, oltre la cronologia ufficiale degli eventi. In questo caso, più che
mai, la fonte orale ha un ruolo di grande importanza . I racconti delle agonie, dei corpi dei cari distrutti, o quelli degli stupri ci restituiscono un
vissuto della guerra non comparabile con nessuna altra fonte. La storia, come ho già detto, è anche un esercizio di comprensione, di immersione
in un mondo altro. Ed è questo che ci permette di scoprire le rilevanze, ma anche di comunicare agli altri le conoscenze acquisite con una
narrazione credibile, partecipata.

I testimoni, molti di loro illetterati e di estrazione popolare, hanno la capacità di raccontare gli avvenimenti con pochissime parole, con frasi e
immagini icastiche. È il loro, per usare la definizione di de Certeau, un «saper dire», un’«arte del dire», un’arte delle sospensioni, delle citazioni,
dell’ellisse, della metonimia. La narrazione acquista un ruolo teorico, restituisce importanza scientifica al gesto tradizionale che nasce dalle
pratiche ordinarie. Il racconto popolare non è solamente un oggetto testuale da trattare, offre un modello al discorso scientifico, forma la realtà e
produce un effetto di evidenza.46 Molti dei testimoni parlano per la prima volta della loro esperienza. Per ragioni che saranno oggetto della nostra
analisi, la loro interpretazione non è mutuata da un discorso ideologico o retorico. Prevale nelle testimonianze la dimensione narrativa, che
assume una particolare rilevanza nel volume.

D’altro canto, a differenza di altre discipline la «storia» ha un carattere narrativo. Lo storico non distingue tra pr oposizioni teoriche e
proposizioni storiche, ma, sulla base delle informazioni delle fonti e del sapere accumulato di cui dispone, crea un racconto e usa la retorica per
comporre il messaggio e persuadere il lettore.47 Il racconto inoltre ha un livello estetico, utilizza la metafora, rimanda a immagini dense. Il ruolo
del narratore è cruciale nella costruzione di un testo storico. Lo storico sceglie i pezzi da narrare, scompone gli oggetti trovati per ricomporli nel
testo, rappresenta il filtro tra verità e testo. Un’idea positivista della storia attribuisce allo studioso il ruolo di ricostruire una serie di eventi
attraverso fonti «certe»; queste costituiscono la base neutra di un discorso fattuale, stabile e definitivo, che sarà inficiato soltanto nella misura in
cui altre fonti lo smentiranno o ne integreranno la versione. In questa visione alcune fonti sono giudicate inattendibili perché cariche di
soggettività (come le testimonianze, ad esempio), altre invece sono considerate documenti diretti, inoppugnabili, non soggetti a interpretazione.
Tale concezione positivista è ancora largamente diffusa tra gli storici, spesso in modo inconsapevole, ed è anche assai diffusa nel senso comune.
Vi è invece un’idea dinamica della storia: i livelli, i punti di vista e i soggetti si moltiplicano; si sceglie spesso il piano della microstoria contro le
metacostruzioni; non si accettano supinamente le fonti, ma le si critica e le si interpreta tutte quante. Si è consapevoli che ogni fonte è essa
stessa interpretazione e va vagliata e criticata. Come si è consapevoli di fare noi stessi un’operazione di traduzione e di interpretazione
influenzata dalla nostra soggettività. Paradigmi scientifici acquisiti, sensibilità personali e di genere influiscono sui risultati di un’analisi. Che sia
una donna o un uomo, ad esempio, a occuparsi di guerra, non è probabilmente secondario. È importante avere consapevolezza di ciò e farlo
diventare un elemento manifesto dell’analisi, comunicarlo al lettore, svelare le dinamiche della costruzione del testo, per rendere possibile la
smentita, il dubbio, la verifica.

Ho scelto di narrare la guerra totale (i bombardamenti, le violenze naziste, gli stupri, le molteplici facce della resistenza della popolazione)
incentrando l’analisi su alcuni casi emblematici all’interno del territorio considerato; ma ho continuamente fatto dialogare testimonianze e
documenti diversi, in una prospettiva dall’alto e dal basso, nel tentativo di tenere insieme il racconto individuale e il contesto generale. Molte di
queste storie non avevano avuto spazio nella dimensione pubblica, anche quelle che avrebbero potuto essere inserite a pieno titolo nella mitologia
della nazione, come i racconti degli episodi di resistenza che caratterizzarono il periodo breve ma intenso dell’occupazione tedesca. Una
resistenza spontanea e popolare, non inquadrata in formazioni politiche ufficiali, visti i tempi brevi e convulsi in cui si è dovuta organizzare, e per
questo sottovalutata o incasellata nelle categorie di rivolta o di jacquerie apolitica, come nel caso dell’insurrezione di Napoli. La dimensione
micro ha reso possibile, inoltre, prendere in considerazione tutti quegli atti di disobbedienza, di opposizione, di solidarietà con coloro che
venivano ricercati e braccati dagli occupanti, che sono stati definiti di resistenza civile,48 e di mettere a fuoco quelle pratiche che, con de
Certeau, potremmo definire di resistenza ordinaria: le azioni che i deboli pongono in atto contro i potenti, che contraddistinguono la lotta
quotidiana di chi senza armi deve combattere un potere dittatoriale, che indicano la capacità della gente di opporsi a comandi iniqui, di
mantenere margini di autonomia e di giudizio nonostante debba subire un regime ferreo di subordinazione e di oppressione.49

I nostri protagonisti sono infine testimoni di violenze opposte e portatori di discorsi spesso dissonanti rispetto a quelli pubblici. Che cosa significa
questo, in un momento in cui voci diverse si levano contendendosi il ruolo di vittime e prestandosi a volte alla manipolazione del gioco politico?50
La caduta delle barriere ideologiche che hanno governato il mondo della guerra fredda ha e ffettivamente generato una lotta fra gruppi diversi
per affermare le proprie memorie e le proprie ragioni storiche, manipolando il passato, usando le vittime in modo spregiudicato e cinico. C’è il
rischio che la moltiplicazione dei punti di vista, l’espansione della memoria diano origine a una sorta di «ostruzione, rendendo impossibile capire
fenomeni sconosciuti», che «la sovrabbondanza di memoria produca sovrabbondanz a di conformismo, una saturazione che impedisca giudizio e
critica».51 Ma le grandi narrazioni ideologiche non erano state da meno, scegliendo i discorsi, gli eventi e i gruppi da ricordare o da mandare
all’oblio, inquadrando spesso la realtà in rigide gabbie di senso in cui i soggetti non avevano voce. Dunque ben venga l’apertura di memorie
plurali. A noi storici il tentativo di capire e di spiegare le dissonanze fra memorie, fra racconti e realtà, la manipolazione a cui le rappresentazioni
delle vicende passate sono state sottoposte, l’elaborazione individuale e collettiva degli event i, le ragioni dei soggetti. Queste storie meridionali
emergono oggi da un lungo oblio, cui sono state consegnate dalla inadeguatezza di noi storici, ma anche dalle rappresentazioni rigide, dalle
interdizioni che hanno caratterizzato la mitologia nazionale. Esse non hanno trovato un linguaggio pubblico con cui esprimersi e sono rimaste
racchiuse nelle memorie individuali, familiari, di comunità, oppure consegnate al silenzio.

Non sono nata come studiosa esperta di guerra, ma ci sono arrivata indirettamente, condotta dalle storie di vita. Nei miei lavori meno recenti
avevo quasi tralasciato la guerra, l’avevo messa da parte in quanto evento eccezionale, interruzione nel corso della storia lunga, analizzando il
prima e il dopo. Ma gli eventi eccezionali non sono una parentesi, cambiano il corso della storia, le traiettorie individuali, le identità dei gruppi,
quando non spostano popolazioni e confini, non distruggono comunità intere. Come i riti, sono eventi liminali, in cui si rimescolano le strutture
sociali. Sono scenari in cui compaiono vecchi e nuovi attori sociali, i cui atti sono fondamentali per capire quel momento storico e i successivi. Per
questo sono ritornata sui miei passi e ho deciso di prendere in considerazione un evento che segnava le storie di tutta una generazione e che io
stessa, se pure in altri luoghi, avevo sentito raccontare fin dall’infanzia.

Furono inoltre John Davis e Nicola Gallerano, che stavano preparando un convegno presso l’Università del Connecticut, a Hartford, che si tenne
poi nell’aprile 1995 su Italy and America 1943-44, a sollecitarmi a rileggere le storie raccolte a Napoli e in Campania dall’angolo visuale della
guerra. A loro, con un particolare pensiero a Nicola che non è più con noi, va il mio primo riconoscimento. Si può dire che da allora la guerra mi
ha trascinata per la forza delle storie, per i terribili interrogativi che suscita sulla violenza, per il coinvolgimento che induce.

In un percorso di ricerca lungo e complesso non si contano i colleghi che hanno fornito suggerimenti, consigli, critiche. Sarebbe impossibile
nominarli tutti. Devo molto alle discussioni e alle riflessioni sviluppatesi nel corso della ricerca nazionale finanziata dal ministero dell’Università
sulle stragi naziste, diretta da Paolo Pezzino, in cui ho guidato l’unità dell’Università di Napoli. Ringrazio tutti i componenti del gruppo di ricerca,
e in particolare Salvo Ascione, Andrea De Santo e Maria Porzio che hanno lavorato con me nell’unità napoletana, Dianella Gagliani e Paolo
Pezzino, con cui ho avuto uno scambio intenso di opinioni. Con Dianella ho anche condiviso osservazioni e idee sulla guerra dal punto di vista del
genere. A Salvo Ascione devo l’importante ritrovamento presso l’Archivio militare territoriale di Napoli delle inchieste dei carabinieri svolte nel
1944; egli mi ha inoltre consentito di utilizzare alcune delle interviste da lui condotte sulle quattro giornate di Napoli nell’ambito di una ricerca
finanziata dall’Istituto Campano per la Storia della Resistenza nel 1998, sbobinate successivamente con i fondi della ricerca su citata. Ringrazio
per la collaborazione l’Istituto Campano.

Vorrei ringraziare ancora Marco Buttino che in una lunga consuetudine di scambi mi ha offerto spunti preziosi di riflessione sulla guerra e le
popolazioni coinvolte. Una gratitudine particolare va a Claudio Pavone, che ha partecipato ad alcuni dei seminari sulla ricerca con la generosità e
l’intelligenza che lo contraddistinguono, costituendo per me un riferimento ineludibile.

A Giovanni Starace, oltre che la pazienza mostrata nel sopportare una moglie intenta a scrivere e a pensare alla guerra i sabati, le domeniche, i
giorni festivi, devo la lettura di molte parti del manoscritto e suggerimenti e osservazioni sui racconti di vita.

Carolina Castellano ha tradotto per me la documentazione tedesca. Pietro Maturi mi ha fornito consigli linguistici sui dialetti.

Un ricordo particolare ad Alfredo Salsano, direttore editoriale sensibile e colto. Ho avuto con lui un dialogo sul libro che purtroppo si è
bruscamente interrotto con la sua morte. È un dispiacere che il volume veda la luce in sua assenza.

Ho lungamente lavorato sui fondi dell’Archivio di Stato di Napoli, dove ho trovato un grande spirito di collaborazione. Ringrazio la direttrice,
Felicita De Negri, Raffaella Nicodemo e in modo particolare Anna Portente, che ha curato la catalogazione del fondo di Prefettura e mi ha fornito
un’assistenza puntuale e generosa. Ringrazio anche il direttore dell’Archivio di Stato di Latina, Agostino Attanasio, che mi ha aiutato nella ricerca
dei fondi sulle violenze sessuali.

Fondamentale è stato il contributo di Archie Difante, archivista dell’AFHRA (Air Force Historical Research Agency, Maxwell, Alabama, USA), che,
con grande efficienza e generosità, attraverso uno scambio epistolare elettronico, mi ha fornito tutti i dati utili per acquisire le fotografie e i
microfilm riguardanti i bombardamenti aerei sull’Italia meridionale. I colleghi e il direttore, Paolo Malanima, dell’Istituto di Studi sulle Società del
Mediterraneo (Napoli-CNR) mi hanno poi gentilmente messo a disposizione le loro attrezzature per esaminare i microfilm.

Il direttore del Servizio di Stato Civile del Comune di Napoli, Fiorentino Trosino, che si è mostrato vivamente interessato alla ricerca, mi ha
permesso di consultare i registri dei morti del comune, da cui ho potuto trarre informazioni cruciali sulle vittime dei bombardamenti e delle
violenze tedesche nel settembre 1943.

Ho potuto acquisire la documentazione inglese e americana con un finanziamento dell’Istituto Banco di Napoli, che ringrazio.

La ricerca è stata anche un’immersione nel territorio, un lento vagare inseguendo tracce di storie, fonti, testimonianze. Ho trovato a livello locale
una grande collaborazione, un interesse nuovo per la memoria da parte di individui e istituzioni nel desiderio di veder riconosciuta la propria
storia oltre i confini del paese o della città. In alcuni casi la collaborazione è stata cruciale.

A Napoli Ponticelli sono stata coadiuvata da Andrea D’Angelo. Alberto Esposito di Cancello Arnone, oltre ad accompagnarmi presso testimoni
preziosi, ha in prima persona condotto alcune interviste audiovisive estremamente efficaci. Giovanni Bove di Formia mi ha fornito informazioni
che egli stesso aveva ottenuto nelle sue ricerche sulla cittadina in guerra e mi ha consentito di citare interi brani di testimonianze, da lui raccolte
per il volume uscito nel 1994, di donne e uomini che oggi purtroppo non potremmo più interrogare. Il sindaco di Campodimele, Aldo Lisetti,
autore di un volume sull’esperienza bellica nel paese che rappresenta, mi ha dato indicazioni importanti e mi ha aiutata nella ricerca di testimoni.

Antonio Lepone di Minturno mi ha procurato materiale e pubblicazioni locali. Così Nicola Ialongo di Itri che mi ha anche accompagnata nella
registrazione di una testimonianza. A Teano ho avuto da Anna Marrese la ricerca da lei curata nella sua scuola. A Marzano Appio sono stata
aiutata dal parroco don Paolo Martuccelli.

Andrea Farinaro e Vittorio Gallichi, oltre a concedermi interviste preziose sul caso di Tora e Piccilli, mi hanno consegnato fotografie e
documentazione del tempo. Da Aldo Sinigallia, testimone delle vicende della comunità ebraica napoletana, ho avuto il diario paterno. Non avrei
potuto raccogliere tante testimonianze, sparse sul territorio, senza l’aiuto delle studentesse e degli studenti che hanno partecipato ai seminari
legati al corso di Storia contemporanea e che ho seguito in innumerevoli tesi. Ricordo qui per il loro particolare contributo Maria Buglione che ha
lavorato su Capua, Francesca Lauretti su Lenola, Cinzia Rummo su Benevento, Paolo Ciardo, Rosalia D’Amore, Gianfranco Mari, Vittorio Meola,
Lucia Nicodemo, Olga Perricone su Napoli. Tutti gli altri giovani intervistatori o intervistatrici compaiono nell’elenco dei testimoni. Le
testimonianze che hanno raccolto sono state fondamentali perché, essendo legate in maggior misura alla casualità, alle reti di conoscenze degli
studenti, hanno portato verso percorsi e spazi nuovi, hanno ampliato il raggio circoscritto delle reti da me costruite, facendo emergere notizie
inedite, opinioni varie, eventi sconosciuti ai più.

Infine vorrei ricordare le donne e gli uomini che hanno raccontato le loro storie, rendendo a volte con dolore delle testimonianze struggenti,
poetiche, vivide. A loro va tutta la mia gratitudine. Spero di non aver travisato il loro pensiero.

Napoli, 11 ottobre 2004


Guerra totale
A Giovanni, a Martina
Parte prima

Una città in prima linea. Napoli 1940-44


1. La prima fase della guerra: i bombardamenti della RAF.

Napoli, giugno 1940-novembre 1942

«La guerra iniziò, io ero incinta di Gennarino»

«Quando è iniziata la guerra io avevo venticinque anni e già ero sposata, mi sono sposata il 10 dicembre 1939. La guerra iniziò, io ero incinta di
Gennarino. Quando iniziò faceva nu poco frischetto, io ero incinta e sparavano, nun cio crereveme ca era na bomba, e sparavene cchiù abbasce
accà, 1 pensavamo che erano i fuochi di Sant’Antonio, era il 13 giugno» (Carmela M.).

«Mio marito faceva o mil itare a Civitavecchia, io vivevo con i miei in campagna, avevo una bambina di pochi anni... Il 13 giugno, Sant’Antonio, ci
fu il primo bombardamento, noi pensavamo che fossero i botti di Sant’Antonio. Poi guardammo su nel cielo e i bambini gioivano perché non
avevano mai visto aerei così vicini» (Maria Maglione).

«Il 13 giugno del 1940, il giorno di Sant’Antonio, la sera tardi si sentiva tanto fuoco, allo ra tutti dicevano: o fuoco ’e Sant’Antonio... Ed io dicevo:
ma comme è possibile, quanne mai da Napoli si è sentito il fuoco! Nun erene e botte, era a guerra!» (Carmela Esposito).

«Era il 10 giugno del 1940, quando si è dichiarata la guerra. Mussolini per radio diceva che era stato alleato della Germania e doveva succedere
questa guerra. Questo il 10 giugno del 1940... il 13 che era Sant’Antonio è venuto il primo bombardamento. Però una cosa lieve, non proprio...
Noi veramente, ignoranti comme simme, tutta a gente do vico, ce mettettime a gguardà, pareva o fuoco ’e Sant’Antonio» (Giuseppina Romano).

«Avevo sei anni quando è iniziata la guerra... mi pare che era il 13 giugno e si sentivano i botti e mi ricordo che ci affacciammo alla finestra...
Sant’Antonio, i botti di Sant’Antonio! Invece poi si seppe dopo...» (Elena D’Alessandro).

«Una mattina, era il 13 giugno, pensavamo che erano l’aerei normali, mentre invece erano l’aerei di bombardamenti... facevamo noi: stanno
sparando i fuochi di Sant’Antonio... ma era la prima volta che erano venuti a bombardarci» (Ada Sciacca).

Il 13 giugno 1940, festa di Sant’Antonio, avvenne il primo bombardamento su Napoli. Molti stavano festeggiando in famiglia un Antonio, un
padre, un fratello, un figlio, un fidanzato... Il suono delle bombe è accostato a quello dei fuochi d’artificio in onore del santo. È dunque la festa del
santo, il calendario liturgico, a segnare simbolicamente l’inizio della guerra: la scelta operata dalla memoria ne indica la forza nella cultura di
allora e segna nel contempo, attraverso una coppia di opposti significativa (il santo e le armi), il contrasto fra pace e guerra, tra festa e sciagura
imminente. Allude ancora alla difficoltà, in quel preciso momento storico, a pensare la guerra nei modi in cui si sarebbe svolta, coinvolgendo tutta
la popolazione. Non esistevano esperienze né linguaggi o rappresentazioni possibili per immaginare ciò che stava arrivando. Sono ovviamente
solo donne, più legate alla sfera del sacro e del rito, a ricordare l’entrata in guerra con gli immaginati botti di Sant’Antonio e non attraverso il
discorso di Mussolini avvenuto tre giorni prima. Si tratta, anche, di donne debolmente coinvolte con l’ideologia e i rituali fascisti. Terza
elementare, quinta elementare... l’educazione alla cultura fascista, in cui le scuole hanno avuto larga parte, è stata per loro limitata.

Tre giorni prima, il 10 giugno, Mussolini aveva tenuto il fatidico discorso di dichiarazione di guerra, che era stato trasmesso in tutte le piazze
d’Italia.

«La data non mi ricordo... era un giorno piovoso, pioveva fino fino e il duce proclamò la guerra. Allora noi mettemmo la radio, avevamo una radio
piccolina, fummo obbligati, aprimmo il balcone, noi avevamo il cortile, e mettemmo la radio e il duce proclamò la guerra senonché mio padre
disse così: è un brutto segno... perché si oscurò il cielo, il cielo diventò nero e infatti cominciò l’odissea» (Elena Sorge).

«Un giorno stavamo a casa mia a Ponticelli, io, mia madre e le mie cugine ed ascoltavamo le canzoni per radio, quando all’improvviso si
interruppero le canzoni e sentimmo la voce del duce che annunziava che l’Italia era entrata in guerra, era il 10 giugno del 1940. Infatti Mussolini
entrò in guerra prima contro la Francia, poi la Francia si arrese solo dopo dieci giorni, e mi ricordo che noi andammo anche a vedere un film che
si chiamava: la Francia depone le armi... Ero molto giovane, avevo tredici anni, non diedi subito molta importanza a quell’annuncio, ma solo in
seguito mi accorsi della gravità della cosa e che la guerra era una brutta cosa» (Liliana Chianese).

«La notizia dello scoppio della guerra l’appresi dalla radio... io ancora non capivo che cosa era la guerra, si conosceva la guerra per sentito dire,
perché allora non esistevano tante di queste cose... per esempio, se fosse adesso non mi farebbe niente ma allora non capivo... Sì io sentivo: è
scoppiata a guerra, è scoppiata a guerra! Ma non sapevo neanche cosa significasse realmente questa guerra... Poi giorno per giorno incominciai a
capire la guerra che cosa significasse» (Anna Garofano).

«Io ero ancora signorina, tenevo ventiquattro anni, quanne sentetteme per radio, perché a casa mia c’era pure la radio, che Mussolini, o duce,
disse che si doveva entrare in guerra. Quando mio padre me lo disse a me e alle mie quattro sorelle, io pensai che era certamente una cosa brutta
e che stavano per venire tempi troppo brutti. Già la prima guerra mondiale aveva lasciato una povertà terribile e per questo ie nun eve potute ì a
scola, che io tanto ci tenevo a m’imbarà a legge e a scrive... Nuie eveme faticà rint’e terre assieme a loro [ai fratelli], pe ce ’mbarà,2 che se poi
loro dovevano partire soldati noi non dovevamo abbandonare la terra, che ci toglieva la fame di bocca. Poi quando seppi della guerra nuova
pensai che Mussolini non ce lo doveva fare... Era tanto bravo, aveva aiutato la sorella mia sposata a prendere i soldi per i figli, poi ci dava i soldi
per le campagne e ci trattava bene... Quella guerra non ci ha fatto niente di buono, ci ha ucciso due fratelli belli e bravi... Ci ha fatto morire di
paura quando lanciavano le bombe, ci hanno rubato la biancheria che ci eravamo fatte...» (Carmela Forino).

«Anche se quando è scoppiata la guerra avevo solo dodici anni ricordo tutto nei minimi particolari e come se fosse ieri, eppure sono trascorsi più
di quarant’anni. Io appresi che l’Italia era entrata in guerra dalla radio. Era Mussolini che parlava, stavo giocando con due mie amiche, una delle
due scoppiò in lacrime perché ebbe paura, mentre io e l’altra mia amica ridemmo al suo pianto perché non pensavamo che la guerra sarebbe
giunta fino a Napoli, ma mi ero sbagliata. Al primo bombardamento a tappeto fu distrutta la casa di questa mia amica... i genitori si trovavano a
casa quando ciò avvenne... lei no, era a scuola con noi, quindi si salvò» (Rosa Fusaro).

«Che mi ricordo io era già nel 1939 quando già si pronunciava la guerra. Mussolini si metteva al microfono, però noi sentivamo per radio il
discorso che faceva Mussolini logicamente, e subito dopo è scoppiata la guerra... dopo che lui aveva fatto tante parlate: vinceremo, vinceremo...
Aspetta come diceva? Vincere e vinceremo. Se vinco seguitemi, se perdo uccidetemi. E così è stato fatto. Non lo abbiamo ucciso noi qua a Napoli
perché noi non siamo di questo parere, ma in alta Italia ce l’hanno fatta, dov’è finito Mussolini» (Immacolata Tarallo).

Nelle parole delle testimoni è netto il contrasto tra incoscienza e futuro terribile in agguato. Il presagio si esprime attraverso alcuni segni: si
oscurò il cielo... Il riso delle ragazze incoscienti e il pianto dell’amica, che allude al destino che sta per travolgerla. Mussolini, che parla enfatico
quel 10 giugno 1940 e non sa che sta decidendo della propria vita. «Vincere e vinceremo. Se vinco seguitemi, se perdo uccidetemi. E così è stato
fatto». Una lapidaria sentenza sulla guerra e sul duce.

I racconti ci riportano ancora una popolazione divisa: fra generazioni, fra sessi, fra gruppi sociali, fra individui... Sullo sfondo madri che piangono.

«A me è rimasta nella mente l’impressione di mia madre quando c’è stata la dichiarazione della guerra. Il 10 giugno io mi trovavo a passare per
piazza Vergini dove c’era la sede del fascio e dove avevano messo degli altoparlanti e io ho sentito il discorso di Mussolini, questa dichiarazione di
guerra, ricordo di aver fatto una corsa, io abitavo al quarto piano, ho fatto le scale a quattro, sono arrivato in un lampo, sono arrivato a casa che
ancora c’era il discorso di Mussolini e ho trovato mia madre che piangeva. Questo fatto di mia madre che piangeva mi è rimasto nella mente,
tuttora io rivedo questa scena. Il 25 luglio non me lo ricordo bene però ricordo bene la dichiarazione di guerra di Mussolini perché mia madre
piangeva, piangeva perché aveva capito la gravità della situazione, quello che saremmo andati incontro» (Antonio Amoretti).

«M’arricordo ca ereme iute a magnà a Capodimonte al ristorante O Schiavuttiello, ad un certo punto pe’ dentro la radio sentiamo che è scoppiata
la guerra. Mi ricordo che era il 10 giugno 1940, era la festa della marina, mio marito nun iette a faticà e ietteme a magnà llà. Come si sentì
questa notizia chi scappava di qua chi scappava di là, nun se capette cchiù niente. Mario ricette: fernimme ’e magnà e po’ ce n’iamme, tanto per
oggi non c’è pericolo. Fernute ’e magnà, pavaime e ce ne ietteme. Nu sacch’e gente se ne fuiette senza pavà. Quanne turnaimo a casa trovai a
mammà annanz’a radio che mane ’n faccia. Già il giorno dopo Napoli si oscurò, a gente metteve e strisce vicine e lastre pe’ nun fà scassà e vitre.
Io ero contraria all’entrata in guerra perché so’ pacifista e po’ che c’azzeccaveme nui cu sta guerra ccà? Chell’ata era fernuta a poche, ce
steveme ancora arripiglianne, chest’ata ccà cu ati muorte ati feriti nun c’azzecca proprio. A quell’altra guerra mio fratello era partito per il fronte,
aveva fatto Caporetto e o sacc’ie cumm’era turnate! Mo, penzai, si chiammane a mariteme e ie comme facce ca so’ pure gravida?»3 (Livia
Majolo).

Padri che ricordano la guerra del ’15-18.

«Avevo tredici anni, abitavo in via Santa Croce a Ponticelli... Non avevo mai visto una guerra, all’inizio si pensava a un divertimento, infatti la
prima incursione che venne noi stavamo fuori dal balcone di Santa Croce, con un primo e un secondo piano, era una loggia a lungo a lungo con
cinque quartine. Stavamo tutti insieme e vedevamo gli apparecchi, non li capivamo, non sapevamo cosa era un’incursione... Papà capiva la guerra
perché aveva fatto la guerra del ’15-18, sapeva cchiù o meno di cosa si trattava...» (Maria B.).

Adulti tristi e presaghi contro l’entusiasmo dei giovani.

«Una cosa che mi è rimasta impressa, è stato il discorso quando l’Italia ha dichiarato guerra alla Francia e all’Inghilterra. Il grande discorso che
fece Mussolini a piazza Venezia. Fu radiotrasmesso e io mi trovavo vicino a un bar, al Borgo Loreto, appunto per sentire perché sapevamo che il
duce doveva parlare... e disse che l’Italia aveva dichiarato guerra, aveva presentato agli ambasciatori della Francia e dell’Inghilterra la
dichiarazione di guerra. Quindi noi dal canto nostro scese un certo velo di tristezza. Perché noi parlando con i nostri genitori e le persone anziane
che capivano l’importanza di questi due stati potenti e che poi erano appoggiati dall’America... c’era qualcuno pure che noi conoscevamo che
avevamo anche parlato, che era stato anche in America parecchi anni e poi era venuto un’altra volta a Napoli... e queste persone dicevano: voi
non conoscete chi sono gli americani. E quindi loro dichiaravano apertamente, quando parlavano con le persone, che l’Italia aveva commesso un
grosso errore. Un errore grande di scendere in guerra» (Antonio Esposito).

«Quando scoppiò la guerra io avevo circa quattordici anni. Sapevo degli eventi perché mio padre mi raccontava ogni cosa, e sapevo che c’erano
queste potenze che si affrontavano, l’Inghilterra e la Francia da una parte e l’Italia e la Germania dall’altra. Noi italiani eravamo contenti della
guerra perché ci sembrava di essere forti, infatti dopo le prime vittorie noi ragazzi cantavamo delle canzoni scherzose su Churchill. Eravamo
convinti di avere la vittoria in tasca...» (Salvatore Manfro).

«Era giugno... si facevano le adunate nelle piazze più grandi, visto che non c’era la televisione e non tutti avevano la radio... Istituirono delle radio
per fare ascoltare a tutti i discorsi di Mussolini. Tu eri in una di queste piazze? Io ero a piazza Cavour per sentire il discorso... C’era molta gente?
Un mare di gente, fanatici, persone che inneggiavano alla guerra e a Mussolini... Volete voi la guerra? Disse Mussolini. Ma si tratta di frasi che si
dicono quando un popolo è stato portato a quell’entusiasmo... diciamo entusiasmo... quando man mano gli è stato fatto il lavaggio del cervello! Lui
se ne lavò le mani, come Ponzio Pilato, disse: voi volete la guerra? E gli italiani risposero tutti: sì! Erano tutti ragazzi che andavano a scuola o
all’università e furono proprio loro i primi a morire, i giovani» (Vincenzo Di Gennaro).

«Noi vedevamo un sacco di manifestazioni di studenti che facevano scioperi e poi Mussolini dichiarò la guerra. Qualcuno che aveva la radio la
metteva fuori al balcone perché poche persone l’avevano... Noi eravamo ragazzi e non dicevamo niente della guerra ma i grandi parlavano male
della guerra di Mussolini» (Maria Barretta).

«Sono stati gli studenti, no noi, chille e sturiente vulevene a guerra.4 Io mi ricordo» (Pia Belli).

Alcune brevi frasi, alcune immagini, proposte quasi di sfuggita fanno emergere la contrapposizione fra generazioni. Una contrapposizione dovuta
all’età – diverso è l’atteggiamento di fronte alla guerra e alla morte di un giovane o di un adulto – ma anche al diverso coinvolgimento nella
politica fascista. «Sono stati gli studenti, non noi a volere la guerra». L’identificazione è precisa e rimanda, d’altro canto, proprio alle
testimonianze degli studenti, e soprattutto degli studenti delle scuole superiori che, in quel lontano 1940, appartenevano anche a gruppi sociali di
status più elevato.

«Nel giugno del ’40 Mussolini dichiarò guerra e ricordo ancora, perché stavamo tutti incollati alla radio, Mussolini ne diede notizia a tutto il
popolo italiano da palazzo Venezia a Roma e c’era qualcosa di strano i n ognuno... io ti parlo di quello che sentivo io... uno sgomento perché era la
guerra e poi... un senso di orgoglio perché noi affrontavamo la vecchia Albione e la Francia e saremmo usciti vincitori, sempre secondo me...»
(Annamaria Romano).

«Un giorno abbiamo saputo che il duce avrebbe parlato da palazzo Venezia al popolo italiano per chiedere: volete la guerra? Si aspettava il suo
discorso alle 18, così tutta l’Italia era o a piazza Venezia o nelle proprie case con la radio accesa. Alle 18 cominciò il discorso... molta emozione
molta commozione... il duce fece la domanda e tutti rispondemmo: sì la vogliamo! Qualche persona, io dico poco intelligente, dice: Mussolini ha
voluto la guerra. Ma vogliamo scherzare? Era tutto il mondo che voleva la guerra! Gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Francia... Che cosa
rappresentava Mussolini? Una piccola molecola di fronte al mondo! [...] Dunque dopo il discorso del duce ci sono stati pianti, molte discussioni,
comunque la gioventù di allora accolse la notizia con dispiacere ma d’altro canto con grande coraggio, ognuno pronto per il duce e per l’Italia a
battersi fino all’ultimo... ed eravamo veramente innocenti e onesti a dire questo... eravamo disposti a tutto... e abbiamo passato tutto...»
(Domenica Laganà Alliata).

«Il primo ricordo è il giorno in cui è stata dichiarata la guerra, ricordo come fosse ora, stavamo in strada, improvvisamente la radio a tutto
volume... e la voce di Mussolini che dichiarava la guerra: Italiani!... Noi quasi ci entusiasmavamo a quella cosa, come se fosse stata una bella
cosa, non sapevamo cosa era la guerra, cosa ci riservava...» (Delia Tafuri).

I bombardamenti: giugno 1940-novembre 1942

Nella primavera e nell’estate del 1940 la guerra sembrava ancora lontana da Napoli. I bombardamenti di giugno furono poco più che dimostrativi.
Il 13 giugno a Santa Lucia un pescatore era stato travolto da un’onda anomala, provocata da una bomba.5 I giovani erano partiti per il fronte e se
l’atmosfera della guerra aveva pervaso le famiglie colpite, pareva tuttavia ancora un conflitto tradizionale, un combattimento fra soldati.

Ma già nei mesi precedenti, i comandi militari e le diplomazie inglesi e francesi preparavano la campagna aerea che avrebbe coinvolto la
popolazione civile in modi allora impensabili. In una relazione del 3 maggio 1940 si possono leggere le linee di una strategia di bombardamenti
sulla penisola, accompagnate da significativi giudizi politici. L’Italia era giudicata un nemico «estremamente vulnerabile da pressioni dal mare e
dal cielo, come blocchi navali e bombardamenti», la sua difesa antiaerea scarsamente sviluppata e il suo tessuto economico fragile perché
dipendente «dalle importazioni per molti beni basilari, come benzina, carbone e ferro». La distruzione di stabilimenti elettrici e raffinerie avrebbe
potuto portare, secondo gli estensori della nota, al collasso del potenziale di guerra dell’Italia. Infine «la psicologia italiana» veniva definita «non
adatta alla guerra» e di conseguenza si reputava che bombardamenti sistematici avrebbero potuto facilmente deprimere il morale degli italiani.
La conclusione era conseguente. «Ciò considerato, la nostra azione dovrebbe: Primo: tentare di abbattere il morale degli italiani con pesanti
attacchi di notte e, con condizioni di tempo adatte, di giorno contro le quattro città industriali più importanti. Secondo: completare la distruzione
delle industrie aeronautiche [...] Terzo: distruggere le più importanti raffinerie e depositi di petrolio. [...] i bersagli degli attacchi notturni
dovranno essere selezionati con l’obiettivo di incrementare gli effetti morali su un’area la più ampia possibile [...]. Se l’Italia non viene spinta alla
pace dopo la completa distruzione degli obiettivi indicati, attaccheremo i rimanenti stabilimenti e depositi di petrolio. Al momento stimiamo che
abbia petrolio sufficiente per otto mesi di guerra».6

Nei giorni successivi seguivano parecchi incontri, durante i quali si precisavano compiti e obiettivi. Alla RAF erano affidati i raid aerei sulla
penisola: fra gli obiettivi principali le raffinerie e i depositi di petrolio di Napoli, che sarebbero stati fra i primi ad essere colpiti nell’autunno di
quello stesso anno.7 Venivano formulati già allora con chiarezza quelli che sarebbero stati giudizi e obiettivi di tutta la campagna alleata fino
all’ottobre 1943 e che troveremo enunciati con compiutezza a partire dal 1942.

La fulminea avanzata dei tedeschi sul suolo francese, la disfatta degli eserciti alleati bloccarono per un po’ l’iniziativa. I raid aerei ricominciarono
nell’autunno del 1940: il primo avvenne a Napoli il 1° novembre, seguirono quelli del 4 novembre, del 2 dicembre, della notte fra il 14 e il 15
dicembre. Obiettivi: il porto, le zone industriali di Barra, San Giovanni a Teduccio, Bagnoli, lo stabilimento dell’Alfa Romeo a Pomigliano. Nella
notte fra il 14 e il 15 dicembre veniva colpito l’incrociatore Pola, 26 marinai perdevano la vita e 42 venivano feriti. Crollava un palazzo a Bagnoli
provocando 10 morti e 28 feriti. Le incursioni continuavano il 29 e il 30 dicembre, il 6, l’8, il 18 e il 27 gennaio: nel mirino di nuovo le zone
industriali e il porto. 8

Autorità, messa solenne e corteo accompagnavano i funerali delle vittime: prima, e con maggiore pompa, quelli dei militari cui seguiva l’appello
fascista ai caduti, poi quelli dei civili.9 Ma, nello stesso tempo, ci si preoccupava di contenere le informazioni e di nascondere l’entità dei danni
subiti, il numero delle vittime, le dimensioni del lutto. Ecco un appunto del prefetto datato 11 novembre 1940: «Il Ministero della Cultura
Popolare telefona disponendo che i giornali nel titolo generale della prima pagina non pubblichino “il bombardamento di Napoli” o altro consimile
ma intitolino la pagina alla notizia più importante dell’odierno bollettino».10 Per tutto il periodo della guerra, anche quando le vittime furono
nell’ordine delle centinaia, il silenzio sui bombardamenti, nelle cronache dei giornali napoletani, sarebbe stato quasi t otale.

La primavera del 1941 passò relativamente calma, i raid aerei ricominciarono in luglio. Due grandi incursioni avvennero la notte tra il 10 e l’11 e
tra il 20 e il 21 luglio: vennero colpiti la stazione ferroviaria, la zona industriale e i quartieri circostant i. Andarono in fiamme alcuni vagoni
carichi di munizioni, che esplosero provocando danni e incendi nel quartiere di Poggioreale e in quelli vicini. Bruciarono i serbatoi della Società
italo-americana di petroli con 13000 tonnellate di benzina.11 Per la prima volta venivano coinvolti alcuni quartieri del centro cittadino, in
particolare i Quartieri Spagnoli, gli stretti vicoli che da via Roma congiungono il corso Vittorio Emanuele, dove crollarono palazzi a vico Lungo
San Matteo, via Speranzella e vico Lungo Concordia. Un migliaio di persone perse la casa.

Gli informatori riferivano che la popolazione cominciava a dubitare dell’efficienza dell’antiaerea, che i danni dei bombardamenti «malgrado il
giusto riserbo, [erano] di dominio pubblico».12

Nella notte tra il 20 e il 21 luglio una nuova incursione aerea completava l’opera di distruzione alla stazione ferroviaria, si abbatteva sulla zona
industriale e sul porto dove si incendiava il piroscafo Giulia, carico di 700 tonnellate di esplosivo. A vico Lungo Trinità degli Spagnoli si verificava
il primo di un lungo elenco di disastri provocati dagli stretti accessi ai ricoveri, c he erano stati ricavati, senza grandi lavori di apprestamento,
dalle cavità sotterranee di cui Napoli abbonda.13

«Dal portoncino del palazzo (n. 59) si accede ad uno dei più vasti ricoveri pubblici sotterranei capace di diverse migliaia di persone – con altri
ingressi a vico D’Afflitto e via Tofa. La forte massa di persone che affluiva all’ingresso di vico Lungo Trinità degli Spagnoli ha determinato un
ingorgo nel piccolo androne. Molte persone, nell’intento di arrivare più presto all’ingresso, hanno scavalc ato la prima rampa della scalinata del
palazzo provocando la caduta di una parte della ringhiera e rovesciandosi quindi di colpo su coloro che nel passaggio sottostante cercavano di
raggiungere la porta del ricovero. Nel tafferuglio e confusione determinatasi alcune persone e bambini sono caduti per terra e sono stati
calpestati dalla folla che sopraggiungeva e faceva ressa. Si deplorano 9 morti».14

Fra le vittime dell’incursione si contavano 7 camicie nere della milizia contraerea: anche per loro si svolsero esequie imponenti. Le salme,
deposte su quattro autocarri, vennero condotte dalla cappella della sala anatomica verso il cimitero, seguite da parenti, autorità civili e militari,
gerarchi, rappresentanze di tutte le armi; a corso Garibaldi sostarono di fronte a un palco dove attendevano il principe di Piemonte, il podestà e
gli ufficiali superiori e dove si svolse il solito rito dell’appello fascista.15 Il giorno seguente a Melito, un paese della cintura napoletana, al funerale
di due delle vittime fasciste, le cose non andarono, invece, così lisce. Il parroco aveva disposto che «l’associazione delle donne cattoliche con
bandiera prendesse posto immediatamente dopo il carro funebre. [Ma] l’ispettore dei fasci di combattimento fece avvertire il parroco che,
trattandosi di funerali di appartenenti a forze armate, l’Associazione Cattolica avrebbe dovuto prendere posto dopo il Gagliardetto del fascio. Il
sacerdote non volle aderire e diede ordine all’Associazione di rientrare in chiesa».16

Per tutto il periodo della guerra le vittime militari o fasciste sarebbero state onorate con esequie pubbliche e solenni, ma nel frattempo
cominciavano a morire in massa i civili. Il piccolo conflitto fra parroco di Melito e fascisti è solo una debole spia di alcune contraddizioni più
vaste. Mentre la morte mieteva via via sempre più vittime fra la popolazione, si celebravano i caduti militari, con codici e riti inadeguati alla
situazione, approfondendo il solco che si stava aprendo tra la gente comune e i rappresentanti del regime. La distanza tra popolazione e
istituzioni filtra nei racconti attraverso immagini espressive: i fascisti che avevano scorte di cibo mentre gli altri morivano di fame, i fascisti cui
venivano tributate esequie altisonanti mentre i poveracci rimanevano sepolti sotto le macerie o andavano al cimitero su una carretta...

Tra le carte della prefettura troviamo altre tracce significative di inquietudine. Un caso esemplare affiora dai documenti nel gennaio 1941. Nella
lettera al ministero dell’Interno del 14 gennaio, a firma del prefetto Benigni, si proponeva di risarcire «D.L., Grande Ufficiale, preside
dell’Amministrazione Provinciale, anziché della cifra di 3000 lire data ai sinistrati ordinari, di una sovvenzione straordinaria di 10000 lire per aver
perso, nell’incursione, mobili e oggetti di corredo di particolare valore». Una seconda lettera del 25 gennaio, questa volta a firma del questore,
aggiungeva, per avvalorare la richiesta, l’attestazione di un comportamento del preside particolarmente valoroso nell’aiutare gli inquilini del
palazzo a mettersi in salvo. Ma ecco comparire il 6 febbraio un telegramma del sottosegretario agli Interni Buffarini in cui si chiedeva spiegazione
di una voce giunta fino a Roma. «Est stato segnalato che in occasione della ultima incursione aerea nemica in codesta città essendo stato
danneggiato edificio dove abitava vice preside D.L. sarebbe apparsa una quantità di sacchi di pasta che il D.L. teneva in casa. Questo fatto noto al
popolo napoletano avrebbe prodotto pessima impressione. Vi prego di farmi conoscere per telegramma quanto di vero vi est nella notizia». Il
giorno successivo si trova il telegramma di risposta del prefetto, volto a tacitare le voci popolari che sostenevano essere la casa del preside piena
di ingenti quantitativi di pasta, caffè, lardo... «Escludesi modo assoluto che alcuna esistenza sia stata accertata e meno che mai vista
nell’appartamento sinistrato e immediatamente visitato da non pochi cittadini di riserve se non quelle comuni ad una famiglia della sua
condizione. Deve anche aggiungersi che macerie fabbricato tra le quali sarebbero state constatate anzidette riserve interessano non soltanto casa
D.L. ma altri quattordici inquilini dei quali alcuni molto benestanti».17 Segue quello stesso giorno una lettera anonima. «Nel riparare i danni
prodotti dagli aeroplani inglesi in un palazzo signorile del Parco Margherita si è scoperto che due maggiori esponenti del partito dominante
avevano, per le loro famiglie, incettati viveri in misura ingente: pasta di semola, farina bianca, riso a sacchi, un sacco di caffè, salami ed altro ben
di Dio. E ciò si sussurrano nell’orecchio tutti i napoletani ed attendevano che i due mistici tanto buoni masticatori fossero colpiti dai rigori della
legge. Ma è possibile che questa storiella che accumuna 2 esponenti del partito a dei civili borghesi sia tutta un’invenzione antifascista? È
possibile che ciò che sanno anche le sepolte vive della clausura non sia a vostra conoscenza?» Nel giugno dello stesso anno un informatore
rendeva note le dicerie, che non si erano placate e che parlavano dello scandalo di Parco Margherita, delle scorte alimentari sottratte al consumo
da un esponente del fascio e dell’ingiustizia ulteriore perpetrata dalle autorità, le quali, invece di destinare al confino detta persona, come
sarebbe avvenuto per chiunque altro, l’avev ano premiata con un risarcimento particolare.18

La notte tra il 20 e il 21 luglio cominciò anche il lancio di volantini inglesi diretti alla popolazione. «Napoletani. Noi inglesi, che mai finora fummo
in guerra contro di voi, vi mandiamo questo messaggio. Questa notte abbiamo bombardato Napoli. Non volevamo bombardare voi cittadini
napoletani perché non siamo in lite con voi. Noi vogliamo soltanto la pace con voi. Ma siamo costretti a bombardare la vostra città perché voi
permettete ai tedeschi di servirsi del vostro porto. Finché partono da Napoli navi cariche di armi e materiali tedeschi per le forze germaniche in
Libia, Napoli sarà ripetutamente bombardata. Il bombardamento di questa notte è solo il primo rombo della tempesta che si avvicina. Perciò se
volete salvarvi: 1°) I manovali di porto devono rifiutare di caricare le navi per i tedeschi. 2°) I vostri marinai devono rifiutare di navigare per i
tedeschi. 3°) Voi stessi cittadini, dovete scendere al porto e urlare e gridare affinché i manovali e i marinai scioperino».19

Bombardamenti violenti riprendevano nell’autunno di quello stesso anno. Nella notte fra il 21 e il 22 ottobre si verificava quella che il comandante
dei vigili del fuoco giudicava l’incursione più violenta fino ad allora effettuata. «Attraverso cinque ondate, dalle 21.09 alle 2.30 – cioè per oltre
cinque ore» venivano sganciate alcune centinaia di bombe.20 Nel mirino ancora la stazione ferroviaria e la zona industriale, il quartiere di San
Giovanni a Teduccio, dove andavano in fiamme i serbatoi dell’AGIP provocando esplosioni e incendi terrificanti. Nelle relazioni si legge di torrenti
di fiamme, incendi dell’atmosfera gassata che continuarono per tutta la giornata successiva. Il ricordo di questo bombardamento è vivo anche
nella memoria degli abitanti del quartiere.

Le contraddizioni crescevano, si facevano più evidenti. Affiorano dalle carte di prefettura.21

«La gravità e la violenza che vanno assumendo le incursioni aeree nemiche preoccupano la popolazione di ogni ceto che si riversa in fuga
precipitosa e disordinata agli ingressi dei ricoveri pubblici, costatata, ormai, l’insufficiente garanzia che offrono i ricoveri privati improvvisati,
senza puntellatura e senza adeguati sostegni. Tutti dicono che bisogna aumentare le porte di accesso a questi ricoveri pubblici che offrano
maggiore sicurezza. Nei rioni popolari – tra Montecalvario e San Ferdinando – esiste un ricovero capace di ospitare migliaia di persone, ma gli
ingressi sono pochi ed insufficienti e la popolazione resta sotto il fuoco allo scoperto per attendere il turno d’entrata. All’ingresso di vico d’Afflitto
si svolgono scene addirittura “selvagge”: bambini che rotolano per terra, gente che resta soffocata sotto la pressione violenta della folla che viene
da tutti i vicoli adiacenti. Ne deriva una mischia nell’oscurità che degenera in una lotta furibonda e produce un panico indescrivibile che deprime
il morale della popolazione stessa che si dice non garentita sulla vita dalle autorità».

«L’ultima incursione nemica su Napoli ha prodotto profonda impressione sulla popolazione perché, nonostante la vivace reazione di fuoco opposta
dalle batterie contraeree, il nemico ha potuto ripetute volte colpire numerosi ed importanti stabilimenti della zona industriale napoletana ed i
nodi ferroviari col lancio di centinaia di bombe. E poiché con i manifestini lanciati precedentemente il nemico aveva accennato al fatto che Napoli
sarebbe stata duramente colpita da una serie di incursioni appunto perché punto di partenza dei rifornimenti destinati in Libia, la popolazione
trae la conseguenza che il programma del nemico si sta traducendo in atto e che perciò gravissimi danni ancora dovrà aspettarsi Napoli e la sua
preziosa rete ferroviaria e la sua attrezzatura industriale e portuaria. Il contegno della popolazione è disciplinatissimo, ma la preoccupazione
affiora nei commenti. Si domandano i più come abbiano potuto tanti apparecchi nemici sostare nel cielo di Napoli per ben cinque ore consecutive
senza essere colpiti e si commenta che, altrove, il nemico, almeno paga la sua audacia con la perdita di apparecchi e di uomini. Trapelano già tra
la popolazione i commenti che la Radio di Londra ha diffuso sulla inefficacia della difesa contraerea di Napoli e sulla vantata impunità della sua
lunga azione su questa città. Il popolino che serba un contegno ammirevole non si rende conto delle difficoltà che sorgono per opporsi
efficacemente ad un nemico nel buio della notte, ma gli evidenti e sensibili danni prodotti a stabilimenti ed impianti in tutta la zona industriale
della città ed il numero delle povere vittime non possono lasciare insensibili gli animi dei napoletani che avrebbero almeno tratto un certo
conforto dall’abbattimento di sia pure qualcuno dei numerosi apparecchi che venivano distintamente sentiti anche tra il rombo del fuoco della
difesa».

Dal cielo erano caduti anche, puntuali, i nuovi volantini inglesi. Un vero e proprio opuscolo, che enumerava con precisione le promesse di
Mussolini e i risultati conseguiti: le sconfitte subite in Africa, le perdite di uomini, di materiali, di navi, la prepotenza dei tedeschi... «Quale sia
questa gloria Mussoliniana, 200000 prigionieri italiani lo attestano; gli orfani italiani lo ricorderanno. Colui che si chiamò fondatore di un impero,
fondato col sangue dei vostri figli, l’ha distrutto: ha venduto le belle contrade d’Italia all’odiato tedesco e ora manda i vostri figli a combattere in
terre straniere per il benessere e la grandezza germanica».

E un appello diretto alle donne: «Oggi i vostri uomini sono mandati a morire in Russia. Agite prima che sia troppo tardi! [...] Quale sorte attende il
VOSTRO MARITO, il VOSTRO FIGLIO, il VOSTRO FIDANZATO? [...] Agite ora! Salvate i vostri uomini dalla morte in Russia!»22

Dopo il bombardamento del 21-22 ottobre, le incursioni continuarono con violenza e metodicità fino al febbraio 1942. Ma l’apice si ebbe
nell’ottobre-novembre 1941: incursioni il pomeriggio del 23 ottobre, la notte fra il 24 e il 25 ottobre, fra il 31 ottobre e il 1° novembre, fra il 6 e il
7 novembre, fra l’8 e il 9, tra il 9 e il 10, la notte dell’11, fra il 17 e il 18, fra il 18 e il 19, fra il 19 e il 20, fra il 20 e il 21, la sera del 27 novembre.
Venivano colpiti ancora i quartieri della zona industriale e della stazione ferroviaria, il porto, il centro cittadino e i comuni del golfo sede di
impianti industriali: Torre Annunziata, Castellammare, Capodichino, Pomigliano, Pozzuoli. L’8-9 novembre veniva raggiunto dalle bombe anche il
palazzo dell’università insieme ai vicoli dei decumani, il cuore antico della città che avrebbe ancora subito svariati bombardamenti. Quella
dell’11-12 novembre veniva di nuovo segnalata come un’incursione particolarmente violenta. Bombe dirompenti cadevano in via Duomo, via
Mezzocannone, Forcella, piazza San Giorgio ai Mannesi, sulla stazione Centrale, in via Marina Nuova, nel quartiere di Secondigliano, sul porto. A
vico Carbone a Forcella crollava un fabbricato di sei piani e le macerie cadevano sull’apertura di un ricovero, seppellendo anche coloro che vi
avevano cercato rifugio. Un caso analogo si ripeteva nella notte tra il 17 e il 18 novembre in una zona dei Quartieri Spagnoli già colpita nei mesi
precedenti. «A Piazza Concordia n. 3 [...] una bomba dirompente, caduta su un piccolo fabbricato a due piani, ha perforato i solai e la volta
ricoprente un locale scantinato in verticale del fabbricato, che fa da antiricovero ad un ricovero pubblico, ed è scoppiata nel locale stesso,
colpendo numerose persone che sostavano nell’antiricovero».23 I depositi dell’AGIP bruciavano ormai da giorni insieme al gasometro poco
distante; gli impianti industriali della zona est erano seriamente danneggiati.

In tanto disastro si celebravano ancora funerali solenni di militari. Il 13 novembre si svolsero le esequie di un sergente dell’artiglieria «caduto per
la patria» durante l’incursione della notte fra il 9 e il 10. Intervennero un generale di brigata, una scorta d’onore di 30 artiglieri, una banda di
militari tamburini, una rappresentanza folta di alti e medi comandi. Le disposizioni erano meticolose: il drappello armato e i tamburini avrebbero
dovuto marciare con elmetto e pastrano, le rappresentanze con berretto a busta e pastrano. La bara doveva essere posta su un autocarro
attrezzato con paramenti funebri.24 Quello stesso giorno ebbero luogo anche i funerali di due marinai uccisi dalle bombe nella notte tra l’11 e il
12 novembre, con un corteo che partiva da piazza Piedigrotta fino a piazza Principe di Napoli. Possiamo immaginare che cosa provocassero
queste solenni esequie per le vittime militari nell’animo di una popolazione colpita da sofferenze e lutti quotidia ni fino ad allora inimmaginabili.

Gli appunti degli anonimi informatori confermano il crescere del malcontento. Una missiva del 15 novembre descrive la vita nei ricoveri antiaerei:
malati e invalidi portati a braccia da volenterosi animati da spirito di umanità, centinaia di bambini che «giacciono per terra nei ricoveri pubblici
e privati distesi su qualche coperta o pochi stracci, e passano le intere notti in questi ambienti umidi e freddi con aria viziata e nociva alla salute
ed allo sviluppo di codeste tenere creature». Il 21 novembre un altro informatore aggiungeva particolari. «In seguito alle lunghe incursioni aeree
il pubblico lamenta che le lunghe incursioni li costringe a passare notti in ricoveri privi di ogni elementare misura igienica, costituita da
mancanza di gabinetti di decenza, privi di scarico d’acqua, per cui l’emanazione dell ’odore rende addirittura irrespirabile l’aria già resa rarefatta
dal non indifferente numero dei rifugiati. Lamenta di dover trascorrere la notte all’impiedi non essendovi panche od altro su cui potersi sedere.
Lamenta la mancanza d’acqua e di tutto quanto può essere utile al pronto soccorso pur essendosi verificati moltissimi casi di deliquio di donne e
bambini cui è mancato il necessario ristoro». «In seguito alle continue e prolungate incursioni aeree nemiche la popolazione dei rioni popolari,
come Vicaria e Mercato, lamenta vivamente l’insufficienza dei ricoveri e la mancanza in essi di un qualsiasi mezzo onde sedersi. Difatti in queste
ultime notti si è potuto osservare che in alcuni ricoveri pubblici, come quello sito nell’interno del Tribunale, vico Zito al Lavinaio, piazza Cavour
(nei locali della Direttissima), via Carriera Grande, la gente è in essi stipata, per cui dopo alcune ore l’aria diventa rarefatta e la temperatura
aumenta tanto da rendere la respirazione quasi impossibile. La mancanza poi di panche per sedersi, gabinetti di decenza e di prese di acqua
sufficienti rende il morale della popolazione depresso in quanto è costretta a fare i propri bisogni alla meglio sacrificando il proprio pudore». Si
lamentava ancora il cibo scarso, la speculazione dei profittatori, si chiedeva di combattere gli abusi.25

Eppure il peggio non era ancora arrivato... E infatti nelle testimonianze, tranne nei casi in cui coloro che narrano siano stati coinvolti
direttamente in qualche bombardamento preciso (è vivissimo, ad esempio, tra gli abitanti dei quartieri orientali, San Giovanni, Barra,
Poggioreale, l’incendio dell’AGIP), questo primo periodo, che vede agire unicamente i bombardieri britannici, viene ricordato con minore intensità
e, soprattutto, con minore drammaticità. Nei racconti i due periodi sono nettamente separati e lo spartiacque è il primo grande bombardamento a
tappeto del 4 dicembre 1942, data fatidica nell’inasprimento della guerra aerea a Napoli.

Ma, a questo punto, è necessario fare una lunga digressione sulla strategia dei bombardamenti alleati.
2. La guerra vista dall’alto
Guerra aerea: strategie e legittimazione

È solo con la seconda guerra mondiale che il bombardamento delle città e quindi della popolazione nemica, compresi donne, bambini, anziani,
diventa un mezzo ordinario e acce ttato di fare la guerra. Fra Ottocento e Novecento le cosiddette nazioni «civili» avevano tentato di limitare il
coinvolgimento della popolazione nelle azioni militari e avevano stabilito alcune norme per evitare l’uccisione di «non combattenti». Bombardare
significava, infatti, prendere in ostaggio e colpire la popolazione delle città, in contrasto con le norme internazionali formalmente accettate.
Eppure il bombardamento divenne l’arma cruciale e più usata nella seconda guerra mondiale, in un processo contraddittorio ma inarrestabile, in
cui giocarono un ruolo decisivo i nuovi corpi aerei, che cercavano potere e legittimazione, le strategie di guerra, il crescere dello spirito di rivalsa
contro il nemico. Ciò provocò, per tutto il periodo della guerra e non solo nel campo degli stati totalitari, un abbassamento delle soglie morali che
normalmente consideravano un grave crimine l’uccisione di popolazioni inermi.

Durante la prima guerra mondiale i civili erano stati coinvolti con la fame, le malatt ie, le deportazioni forzate lontano dalle linee del fronte;
alcuni bombardamenti e cannoneggiamenti avevano colpito già alcune grandi città, come Londra e Parigi. A partire da questi episodi si erano
creati due opposti partiti: coloro che giudicavano gli effetti delle incursioni aeree straordinariamente utili per la strategia di guerra e coloro che li
stigmatizzavano proprio perché colpivano in maniera indiscriminata la popolazione civile. La controversia continuò con toni molto accesi per
parecchi anni. Col volgere del tempo, a poco a poco, la voce di coloro che difendevano gli aspetti morali e condannavano i bombardamenti si
affievolì e venne messa a tacere in un processo inarrestabile durante la seconda guerra mondiale.

I bombardamenti di città e villaggi in realtà erano stati attuati ampiamente nei paesi coloniali, contro popolazioni giudicate «incivili», la cui
esistenza notoriamente era considerata assai meno preziosa della «civile» Europa. Le norme contro il coinvolgimento della popolazione «non
combattente» nella guerra si riferivano infatti unicamente alle popolazioni ordinate e progredite dell’occidente cristiano, ed escludevano i
conflitti contro i «ribelli e i selvaggi».

«Le leggi di guerra hanno sempre risposto a due interrogativi: Quando è lecito dichiarare guerra? Che cosa è permesso in guerra? Le leggi
internazionali danno due risposte completamente diverse a queste domande, a seconda di chi è il nemico. Le leggi di guerra proteggono il nemico
della stessa razza, classe e cultura. Le leggi di guerra escludono dalla protezione lo straniero, l’estraneo. Quando è permesso dichiarare guerra
contro selvaggi e barbari? Risposta: sempre. Che cosa è permesso in guerra contro selvaggi e barbari? Risposta: tutto».1

Quando nel 1925 i francesi sedarono la ribellione dei siriani bombardando Damasco e i villaggi drusi e provocando circa mille morti, si difesero
asserendo che dovevano combattere contro «banditi» e che quindi le leggi di guerra non potevano essere applicate ad azioni di polizia. Le
opinioni pubbliche dei paesi occidentali erano d’altronde avvezze a considerare tali popolazioni come incivili e non degne di rispetto. La cultura
razzista, che era già profondamente radicata fin dalla conquista delle Americhe, nel corso dell’Ottocento con il colonialismo e il razzismo
biologico si era infatti consolidata ed estesa a gran parte della popolazione.

Già nel secolo XIX erano state colpite città ribelli con numerosi cannoneggiamenti. Il 13 giugno 1854 navi nordamericane bombardarono e
distrussero San Juan del Norte in Nicaragua, perché l’ambasciatore statunitense era stato insultato e maltrattato. Gli inglesi protestarono per
questo cannoneggiamento contro una città indifesa, senza precedenti fra nazioni «civilizzate», ma due anni dopo la British Navy avrebbe distrutto
Canton, uccidendo un elevato numero di civili. Gli inglesi non ammisero mai di avere voluto colpire la città intera, dissero che erano state prese di
mira le mura e ch e per errore erano stati colpiti gli edifici circostanti.2 Nell’agosto 1863, per rappresaglia contro l’uccisione di un cittadino
britannico, l’armata navale britannica bombardò Kagoshima in Giappone, e, stando al rapporto dell’ammiraglio inglese, la ridusse a un ammasso
di rovine. Nella discussione al parlamento si giustificava l’attacco, ribadendo semplicemente il principio secondo cui non ci si sarebbe dovuti
discostare da una giusta proporzione fra l’attacco a un obiettivo e il coinvolgimento di persone innocenti. La proporzione era, ovviamente, del
tutto opinabile. L’indignazione crebbe ancora tra gli inglesi nel momento in cui erano altri a bombardare, come quando nel 1866 gli spagnoli
colpirono Valparaiso in Cile.

I bombardamenti contro le popolazioni coloniali o «incivili» si fecero più massicci a partire dai primi anni del Novecento con lo sviluppo dell’arma
aerea. Fra i primi a usare tale arma contro popolazioni «selvagge» furono gli italiani in Libia nel 1911. «La prima bomba lanciata da un aeroplano
esplose in un’oasi vicino a Tripoli il 1° novembre 1911».3 Si trattò di un atto di vendetta contro gli arabi provenienti da tale oasi che si erano
distinti nella battaglia contro gli italiani. Il primo comunicato dell’esercito proclamava che le bombe avevano avuto uno «stupendo effetto sul
morale degli arabi». A difesa dell’azione furono accampati i diritti di civilizzazione che potevano in alcuni casi contraddire le leggi umanitarie.
Due anni dopo gli spagnoli bombardavano i villaggi marocchini per punire i ribelli; contro i ribelli avrebbero agito con un’azione a largo raggio e
per più anni gli inglesi in Iraq nel 1920, gli spagnoli e i francesi in Marocco nel 1925, di nuovo i francesi, come si è detto poc’anzi, in Siria nel
1925, infine gli italiani avrebbero di nuovo usato, oltre ai gas, bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile nel 1936 in Etiopia.4 Le
truppe sovietiche avevano utilizzato i bombardamenti aerei nel 1918 contro i «ribelli» uzbechi, kirgisi e kazachi, devastando città e sterminando
la popolazione musulmana, in nome della rivoluzione e della modernità.5

Non è un caso che la memoria di tali bombardamenti sia estremamente labile. È Guernica il simbolico discrimine per il mondo occidentale, poiché
allora entrarono nel mirino degli aerei le popolazioni della «civile» Europa.

Alcune delle caratteristiche della seconda guerra mondiale affondano le radici nella guerra coloniale. La guerra totale contro i ribelli e i selvaggi
si trasferiva in Europa: una guerra a oltranza contro le popolazioni delle nazioni ostili, considerate anch’esse nemiche nella loro totalità e quindi
colpibili come i soldati; una guerra etnica per Hitler, per il quale ebrei e slavi erano popolazioni indegne di esistere e che pertanto andavano
distrutte o rese schiave.

Il primo importante ideologo della strategia dell’aria nella guerra fu il generale italiano Giulio Douhet (1869-1930) che si ispirò fra le altre cose
proprio ai bombardamenti libici. Egli sostenne con brutale franchezza l’utilità dei bombardamenti su larghi obiettivi che prendessero d i mira gli
abitanti di tutta una nazione, e si spinse ad affermare che questa sarebbe stata l’arma vincente delle guerre future. Le popolazioni intere erano, a
suo parere, sempre più coinvolte nella guerra, ed era quindi naturale che diventassero, come i militari, obiettivo degli eserciti in armi. Nella
prima guerra mondiale, la rigidità della tecnologia militare aveva reso ciò estremamente difficile. Nel 1914-18 i combattimenti si svolsero lungo le
linee del fronte, che fu impossibile o estremamente arduo rompere: si ebbero battaglie di mesi e di anni con gravi perdite di giovani combattenti,
ben più preziosi, secondo Douhet, di donne, bambini e anziani, che non potevano combattere e difendere la nazione. «Nella grande guerra,
benché essa venisse ad interessare profondamente popoli interi, avvenne che, mentre una minoranza di cittadini combatteva e moriva, la
maggioranza viveva e lavorava per fornire alla minoranza i mezzi per combattere. Tutto ciò perché non era possibile oltrepassare le linee del
fronte senza prima spezzarle. Ma tutto ciò, ora, cade, perché ora è possibile oltrepassare le linee del fronte. L’aereo dispone di questa capacità.
[...] Non più possono esistere zone in cui la vita possa trascorrere in completa sicurezza e con relativa tranquillità. Non più il campo di battaglia
potrà venire limitato. Esso sarà solo circoscritto dai confini delle nazioni in lotta: tutti diventano combattenti perché tutti sono soggetti alle
dirette offese del nemico: più non può sussistere una divisione fra belligeranti e non belligeranti».6 «I bersagli delle offese debbono essere
sempre grandi: i piccoli bersagli hanno poca importanza e non meritano, generalmente, che di essi ci si preoccupi. [...] I bersagli delle offese
saranno quindi, in genere, superfici di determinate estensioni sulle quali esistano fabbricati normali, abitazioni, stabilimenti ecc. ed una
determinata popolazione. Per distruggere tali bersagli occorre impiegare i tre tipi di bombe: esplodenti, incendiarie e velenose, proporzionandole
convenientemente. Le esplosive servono per produrre le prime rovine, le incendiarie per determinare i focolai di incendio, le velenose per
impedire che gli incendi vengano domati dall’opera di qualcuno».7 Si trova qui una chiara anticipazione dei bombardamenti a tappeto: le bombe
esplosive e incendiarie sarebbero state l’incubo delle popolazioni nella seconda guerra mondiale; per loro fortuna la terza bomba consigliata da
Douhet non fu utilizzata... Uno dei pochi accordi internazionali conseguito e osservato fu quello contro le armi chimiche e batteriologiche, che
venne invece infranto dagli italiani in Africa nel 1936.

In Italia le teorie di Douhet sulle armi aeree furono all’inizio fortemente contrastate, non certo per una superiore moralità degli italiani, che, come
abbiamo visto, non esitarono a usare contro popolazioni indifese le armi più letali , quanto per la mancanza di mezzi economici, per l’arretratezza
dell’esercito e dei suoi comandi (nel 1916 Douhet, allora colonnello, fu condannato a un anno di prigione dalla corte marziale per aver prodotto
una memoria sulla disorganizzazione e l’arretratezza dell’armata italiana); sarebbero state comunque riconosciute pienamente dal fascismo, e
avrebbero trovato un’eco significativa nella propaganda del regime che destinava un ruolo simbolico importante ai fasti e alle imprese
dell’aviazione italiana.8

A Douhet si ispirarono esplicitamente i primi sostenitori delle armi aeree e i fautori della creazione di corpi autonomi all ’interno degli eserciti
nazionali, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Fu allora che si sviluppò la discussione più interessante e più accesa e si originò un processo che
avrebbe portato ai bombardamenti indiscriminati della seconda guerra mondiale. «L’offensiva dei Bomber Commands nella seconda guerra
mondiale ha segnato uno dei passaggi più importanti nella storia delle armi. [...] Vi si è impegnata tutta una generazione di vecchi aviatori
determinati a provare che il potere strategico dell’aria poteva rappresentare l’unico e decisivo contributo alla guerra. Ciò sfociò in una
controversia, morale e strategica, che non è ancora finita».9

Tra il maggio e il giugno 1917 i bombardieri tedeschi avevano colpito la città di Folkestone e alcuni villaggi in Kent e in Essex. Si era fatta strada
negli ambienti militari l’idea che si dovesse formare un corpo autonomo dell’aria in grado di contrapporsi efficacemente a tali azioni. Fino ad
allora le forze aeree britanniche erano state subordinate alle forze di terra e alla Royal Navy, secondo una concezione che considerava gli aerei di
supporto alle azioni di guerra tradizionali condotte dall’esercito e dalla marina. Il 1° aprile 1918 dalla unione del Royal Flying Corps e del Royal
Naval Air Service nacque la Royal Air Force (RAF), il cui primo comandante in capo fu Sir Hugh Trenchard, una figura importante nella
costruzione del corpo, nella sua progressiva affermazione e nella strategia di guerra attraverso i bombardamenti. Trenchard guidò gli attacchi
aerei che vennero lanciati sulla Germania dalla Francia nella prima guerra mondiale. Dopo l’armistizio trovò il modo di opporsi allo
smantellamento della RAF come corpo autonomo, proponendo il suo uso contro i ribelli iracheni. «Trenchard persuase il governo che piuttosto
che mantenere costosi presidi di truppe e compiere spedizioni punitive contro recalcitranti uomini tribali, la RAF poteva tenerli a bada ricorrendo
ad attacchi aerei. Negli anni venti, conseguì l’unica esperienza pratica gettando bombe sui villaggi montani dei contadini ribelli». 10

Cominciò in quegli anni da parte dei sostenitori della guerra aerea una battaglia su due fronti: da un canto per legittimare il potere della nuova
forza e crearsi uno spazio negli eserciti tradizionali, dall’altro per imporre una visione strategica nuova della guerra in cui l’Air Force diventava
l’arma decisiva, l’arma della vittoria. Ovviamente i passaggi erano inestricabilmente legati. Se la guerra si poteva vincere quasi soltanto con gli
attacchi aerei, allora l’Air Force diveniva il corpo più importante. L’idea che ricalcava quella di Douhet, considerato il capostipite, consisteva
nell’attaccare il territorio nemico al di là delle linee del fronte, nei suoi gangli vitali, distruggendo gli stabilimenti, le strade, le infrastrutture
necessarie per sostenere la guerra. E, ancora, si insisteva su un punto che avrebbe segnato le campagne contro Germania e Italia: bisognava
infliggere alla popolazione civile tali afflizioni e difficoltà da indurla a detestare la guerra e i propri governanti e a chiedere la pace. Insomma
indurre il nemico al «collasso morale».

Negli Stati Uniti fu il colonnello Gorrell a sostenere nel primo dopoguerra l’importanza della strategia aerea. Anch’egli affermava la rilevanza di
bombardare gli impianti industriali e le linee di comunicazione, che avrebbero anche provocato uno shock psicologico. Proponeva infine la
categoria di area precision bombing, cioè il bombarda mento, invece che di uno specifico obiettivo, di un’area in cui venivano individuate
particolari concentrazioni di impianti; il passo successivo sarebbe stato l’area bombing, il bombardamento a tappeto, che gli inglesi avrebbero
teorizzato nel corso del conflitto mondiale.11 Dopo di lui fu il generale Billy Mitchell a continuare la crociata a favore dei raid aerei.12 Egli
proveniva da un’esperienza di lotta contro la guerriglia nelle Filippine, e aveva incontrato Douhet in Italia nel 1922, assumendo alcune delle sue
idee e adattandole alla situazione americana: le città erano considerate attractive targets non tanto per la distruzione in sé ma per la
disorganizzazione sociale ed economica che dalle distruzioni poteva derivare. Con il tempo il suo pensiero si evolse vieppiù verso l’idea di
bombardamento terroristico, che fu però, in linea di principio, rifiutato dalla scuola americana, perché in conflitto con i sentimenti prevalenti
della popolazione. Si ripiegò sul concetto di bombardamento strategico, «un compromesso accettabile per il popolo americano».13

Negli anni venti e trenta la discussione sulla strategia aerea e sui suoi risultati fu accesa e la vittoria dei difensori della guerra dal cielo non
sembrava così vicina. Nel 1933 il «Times» denunciava la barbarie dei bombardamenti aerei, Bernard Shaw li condannava, l’ammiraglio della
Royal Navy esprimeva la convinzione che la guerra dovesse essere combattuta secondo le regole della cavalleria e che certo non era da
considerarsi cavalleresca l’azione di gettare bombe sulla popolazione.

La condanna morale degli attacchi indiscriminati alla popolazione civile era stata affermata più volte a partire dall’Ottocento e più volte in
congressi internazional i si era arrivati a definire norme che escludessero la popolazione civile dalla battaglia, cosa che, come si è visto non
impedì di utilizzare gli stessi mezzi contro i ribelli e gli «incivili». Alla conferenza dell’Aia del 1899 fu adottata all’unanimità una risoluzione che
vietava per un periodo di cinque anni il lancio di esplosivi o di proiettili dai cannoni verso città o villaggi. La decisione veniva giustificata con
l’imprecisione del tiro che metteva a rischio gli abitanti che vivevano intorno all’obiettivo da colpire. C’era in nuce la giustificazione del
bombardamento strategico: nella misura in cui la tecnologia fosse avanzata e si fosse potuto dimostrare che i bombardieri erano capaci di
puntare con precisione i bersagli, i raid aerei sarebbero diventati un’arma legittima. Nel 1 907, nella nuova conferenza dell’Aia, fu stigmatizzato
l’uso delle armi chimiche e dei bombardamenti su città indifese.14 Ma furono i primi attacchi aerei sulle città inglesi e i cannoneggiamenti su
Parigi durante il corso della prima guerra mondiale a far alzare il tono della discussione. Alla conferenza che si svolse nella città olandese, fra il
dicembre 1922 e il febbraio 1923, con l’articolo 32, vennero messi fuori legge «i bombardamenti aerei che avessero l’obiettivo di ferire i non
combattenti o di distruggere o danneggiare la proprietà privata senza carattere militare, o di terrorizzare la popolazione civile».15 Non si riuscì
però a definire quali fossero gli obiettivi militari consentiti né venne formulata alcuna regola precisa sulla condotta della guerra aerea, rinviando
genericamente alle «condotte di guerra». Alla Società delle Nazioni nel 1931-32 venne operato un tentativo più avanzato, in cui si cercava di
arrivare alla totale messa fuori legge dei bombardamenti e dei corpi militari aerei. Furono i tedeschi a proporre per primi il bando; appoggiavano
questa presa di posizione la Svizzera, l’Olanda e il Belgio. L’Inghilterra proponeva di permettere l’uso dell’arma aerea soltanto contro i ribelli
dell’impero. Gli Stati Uniti suggerivano che si permettessero i bombardamenti solo nelle zone di combattimento.16 Ma si era alla vigilia
dell’ascesa di Hitler, che dava inizio al riarmo della Germania, abbandonava la conferenza e la Società delle Nazioni. La strada era segnata.

La discuss ione, tuttavia, non si spegneva. Da parte dei difensori della guerra aerea i bombardamenti venivano presentati come «strategici».
«Non ha senso parlare di uccisione di donne e bambini – affermava nel 1928 il vicemaresciallo dell’aeronautica Sir John Steel. – Ogni obiettivo
che ho scelto per i miei Bomber Commands è un punto di importanza militare». Sia i piani preparati prima della guerra sia le prime operazioni
venivano spiegati dagli equipaggi come obiettivi strategici specifici: industrie, ferrovie, stazioni elettriche. Ma spesso si trattava di dichiarazioni
tranquillizzanti; al la base c’era sempre l’idea di portare al collasso morale una nazione. La maggior parte di coloro che discutevano e
difendevano l’operato della RAF sapevano perfettamente che provocare il collasso morale significava, in parole povere, uccidere donne e bambini.
In un memorandum del 1938 lo stato maggiore dell’aeronautica distingueva tra un precise target, come una stazione ferroviaria ad esempio, e un
target group, una considerevole area in cui erano concentrati diversi obiettivi di eguale importanza, come quartieri o intere città industriali, in cui
non era necessario un bombardamento di precisione per raggiungere il risultato atteso. Si prefigurava così quello che sarebbe stato l’area
bombing britannico dal 1942. Si stava facendo strada la teoria di Trenchard strettamente legata a quella di Douhet: i bombardamenti come arma
decisiva della guerra per terrorizzare la popolazione, indurre la «nazione in armi» alla resa. «La storica divisione tra uomini in armi e civili stava
per cadere».17

Venivano espressi ancora molti dubbi, soprattutto da parte politica, che sarebbero emersi anche durante la guerra. All’inizio del conflitto il
presidente americano Roosevelt fece un appello ai belligeranti affinché rinunciassero a bombardare obiettivi civili, appello ufficialmente accettato
dai britannici. Nel memorandum del 7 settembre 1939 il capo di stato maggiore dell’aeronautica asseriva che «indiscriminati attacchi alle
popolazioni civili non avrebbero mai fatto parte della politica» britannica.18

Ma intanto la lobby dell’aria chiedeva più finanziamenti per affinare le tecniche e per poter effettuare i bombardamenti strategici: maggiore
capacità di raggiungere obiettivi precisi e meno vittime civili, si diceva. Paradossalmente si sviluppavano forze distruttive attraverso un discorso
umanitario. Il 4 aprile 1940 veniva nominato comandante in capo del Bomber Command Sir Charles Portal, un allievo e protetto di Trenchard, che
sarebbe presto diventato capo di stato maggiore dell’aeronautica e, insieme al futuro comandante del Bomber Command, Arthur Harris,
significativamente soprannominato «the butcher», avrebbe avuto un ruolo cruciale nello sviluppo della strategia di guerra aerea.

Il processo di attacco e risposta che percorse la guerra fece il resto. Il bombardamento di Rotterdam da parte dei tedeschi diede alla RAF la
giustificazione ad abbandonare gli obiettivi prevalentemente militari, come i convog li di soldati, le navi, i porti militari, i campi di aviazione.
Portal ordinò allora i bombardamenti delle ferrovie e delle installazioni industriali nella Ruhr. Fu poi l’attacco a Londra, la battaglia d’Inghilterra,
a cambiare definitivamente la tattica della guerra aerea. Dopo la prima bomba del 24 agosto sul centro di Londra, il primo ministro ordinò di
colpire Berlino nella notte del 25. In novembre ci fu la distruzione di Coventry da parte della Luftwaffe. Mentre fino ad allora c’era stata una certa
attenzione da parte dei Bomber Commands nella scelta degli obiettivi, da quel momento ogni azione venne giustificata. Il 24 nov embre 1940 il
capo di un Bomber Command invitato a scegliere un obiettivo fra Amburgo, Colonia e altro, scelse l’aerodromo di Eindhoven in Olanda perché si
trovava lontano dalla popolazione civile. Ma, man mano che la collera della stampa montava, e con ciò la convinzione del governo che l’opinione
pubblica britannica chiedesse vendetta, l’attenzione dei Bomber Commands a evitare obiettivi che coinvolgessero civili diminuì.19

Nell’estate del 1940 il ministro dell’Aeronautica aveva ordinato a Portal di attaccare i rifornimenti e la produzione di petrolio tedesca concentrata
nell’area di Amburgo, Francoforte, Brema e nella Ruhr, ma aveva aggiunto: «In nessuna circostanza il bombardamento notturno dovrebbe
degenerare in un’azione indiscriminata, cosa che è contraria alla politica del governo di Sua Maestà». In una direttiva successiva il ministro
inseriva come obiettivi le industrie aeronautiche, le vie di comunicazione, le fabbriche di armi. Seguiva un dispaccio in cui si aggiungevano le navi
nei porti e in mare. Portal rispondeva che attaccare obiettivi isolati era molto dispendioso e poco incisivo: si consumavano troppe bombe, ore di
volo, benzina e fatica per produrre danni limitati dal punto di vista materiale e psicologico, a causa dello scarso coinvolgimento della popolazione.
Nasceva così il concetto dell’area bombing. «Aumenterebbero largamente l’effetto morale delle nostre operazioni l’allarme e la molestia creati su
una grande area». Portal descriveva l’area bombing come il bombardamento di un territorio in cui erano concentrati nella più alta proporzione
possibile installazioni industriali. Questo significava coinvolgere le case, i negozi, i caffè, i cinema, i servizi dei lavoratori che abitavano in quei
territori e non ultimo le loro vite. C’erano una chiara coscienza di ciò e una intenzionalità esplicita. Le bombe dovevano anche avere l’effetto
decisivo di demoralizzare, terrorizzare la popolazione.20

Nel 1940 e 1941 le incursioni aeree continuarono sostanzialmente su obiettivi specifici, senza escludere quelli che si trovavano al centro di vasti
abitati o di città. Anzi, e lo vedremo molto chiaramente anche nella documentazione che riguarda l’Italia, tali obiettivi diventavano preferibili
nella misura in cui procuravano alla nazione nemica danni molto più intensi da tutti i punti di vista. Il passaggio concreto all’area bombing era
ormai breve.

Nel passaggio fu cruciale il ruolo di Winston Churchill, il quale si era convinto vieppiù che i bombardamenti sarebbero stati la vera arma della
vittoria nella guerra ed era inoltre mosso da un sentimento di vendetta nei confronti della nazione tedesca responsabile dei grandi
bombardamenti della popolazione di Londra, un sentimento che appare anche con chiarezza nella documentazione che riguarda l’Italia. Il collasso
morale, l’attacco psicologico sono termini che tornano spesso nei suoi discorsi e nei suoi comunicati: un modo eufemistico per dire di attaccare la
popolazione civile senza tanti riguardi. Già il 20 ottobre 1940 Churchill chiedeva che si incrementassero gli attacchi sulla Germania, che si
scegliessero vaste aree, che si facesse uno sforzo incondizionato per gettare sulla Germania il maggior numero di bombe, che si lanciassero da
grande altezza per la sicurezza dei piloti senza badare troppo alla precisione degli obiettivi. «Porre i Bomber Commands al primo posto nello
sforzo bellico fu una decisione personale di Churchill, a fronte di una forte opposizione».21

Fra il 1940 e il 1941 si svolse infatti un intenso dibattito sui problemi morali e strategici connessi ai bombardamenti. Era ormai chiaro che anche
gli obiettivi strategici, quando erano scelti all’interno delle città, provocavano centinaia o migliaia di morti. Oltre a una sparuta minoranza di
pacifisti, intervennero membri del governo, deputati dei Comuni, sacerdoti. A proposito di strategia non tutti erano d’accordo sull’idea che i
bombardamenti fossero decisivi nella vittoria della guerra né che inducessero il collasso morale, molti anzi pensavano che spingessero la
popolazione a sentimenti di rivincita e di vendetta contro il nemico e la inducessero a sopportare le sofferenze in nome della patria colpita
indiscriminatamente. Gli strateghi favorevoli, d’altro canto, giustificavano la tattica dei raid aerei sostenendo che sul fronte europeo, dopo la
sconfitta della Francia, non rimanevano altre armi oltre alle bombe. Quando i tedeschi invasero la Russia, tale argomentazione divenne decisiva e,
come è noto, fu usata da Churchill per giustificare gli ultimi e devastanti bombardamenti di città tedesche indifese e senza impianti industriali,
come Dresda: si trattava di aiutare l’avanzata dei russi. Un’altra giustificazione era data dalla percentuale altissima di perdite fra i piloti:
bisognava preservare le loro vite nei limiti del possibile e quindi badare di meno all’accuratezza degli obiettivi; si dovevano sganciare più bombe
insieme, da una maggiore altezza, e uscire velocemente dai cieli nemici.

La decisione di passare all’area bombing, di attaccare direttamente le città con bombardamenti a vasto raggio fu presa agli inizi del 1942. «Non
ci fu dibattito morale a Downing Street o al ministero dell’Aeronautica sul lancio dell’offensiva contro le città». L’uccisione di civili discendeva
dalla realtà della guerra. Diventava una questione di secondo ordine definire se la strategia adottata provocava morti deliberate o incidentali; la
decisione veniva presentata come l’unica possibile. Il collasso morale delle nazioni attraverso il bombardamento divenne l’obiettivo principale
della guerra: costringere i cittadini a chiedere la pace, come avrebbero recitato i volantini lanciati insieme alle bombe sulla testa della gente, in
Italia come in Germania. L’opposizione divenne minoritaria e non ebbe voce né influenza. Ci fu una campagna di stampa enorme ed entusiastica a
favore dei Bomber Commands e dei loro attacchi aerei. Intanto l’alleanza con gli Stati Uniti d’America rendeva possibile aumentare la produzione
di aerei e di bombe.

Il 22 febbraio 1942 fu nominato comandante in capo del Bomber Command Arthur Harris, un fedele sostenitore delle idee di Trenchard. Harris
era convinto che ci si dovesse dedicare a una sistematica, progressiva distruzione delle città del Terzo Reich, «ridurre il nemico a una nazione di
trogloditi, gettarlo nella rovina».22 Il 5 ottobre 1942 il comandante dell’Air Force Charles Portal prevedeva l’uso di 1250000 tonnellate di bombe
nei successivi due anni, calcolava che un milione di civili sarebbero stati uccisi, un altro milione sarebbero stati seriamente feriti e oltre
venticinque milioni sarebbero rimasti senza casa. Il ministro dell’Aeronautica, imbarazzato, chiedeva di evitare di pubblicizzare simili calcoli:
«Non è necessario in ogni documento enfatizzare tali aspetti, che sono contrari ai principi enunciati dalle leggi internazionali e anche alle
decisioni prese un po’ di tempo fa dal primo ministro, il quale auspicherebbe che le nostre bombe non fossero dirette a terrorizzare la
popolazione civile, neppure per vendetta».23 Era necessario nascondere la verità.

Per la maggior parte della popolazione inglese i crimini nazisti giustificavano la morte di massa; gli oppositori erano assolutamente una
minoranza. Il primo ministro nella risposta a un deputato laburista al parlamento che criticava l’area bombing e chiedeva spiegazioni disse: «Gli
obiettivi delle offensive dei nostri bombardieri sono distruggere la capacità della Germania di fare la guerra e limitare la pressione della
aeronautica militare e dell’esercito tedeschi sugli alleati russi».24 Molti sacerdoti accettarono il compromesso per motivi patriottici; alcuni
presentavano la strategia aerea come una scelta fra due mali: meglio sacrificare la popolazione tedesca, aggressiva e militaresca, che la propria
gente, favorevole alla pace, e affrettare, nello stesso tempo, la fine della guerra. Una dell e poche autorità morali a opporsi fu il vescovo di
Chichester: non ci si poteva presentare come i liberatori dell’Europa con mezzi immorali, al di fuori del controllo delle leggi.

Quando gli americani entrarono in guerra e cominciarono a partecipare e ad attuare bombardamenti sulle città tedesche e italiane non aderirono
mai ufficialmente all’idea dell’area bombing. Parlarono sempre e solo di bombardamento strategico. La storia ufficiale dell’American Air Force
(AAF) avrebbe continuato a sostenere l’intenzione dei governanti americani di non colpire, per motivi militari ed etici, i «non combattenti» in
Europa: l’uccisione dei civili non sarebbe stata intenzionale, ma un indesiderato e criticabile effetto della caduta delle bombe sugli obietti vi
strategici.25 Ma, attraverso il concetto di necessità militare, potevano essere introdotti ben altri obiettivi. Una peculiarità della politica americana
fu il notevole pragmatismo. La dottrina strategica rappresentava soltanto una sorta di linea guida, che doveva essere adattata alle situazioni
tattiche concrete. Veniva inoltre tradizionalmente lasciato ampio margine d’azione ai comandanti che operavano sul teatro locale della guerra e
che controllavano le decisioni tattiche. Questa debole direzione dottrinale e operativa fece sì che la politica dei bombardamenti fosse stabilita dai
c omandi operazionali e tattici che lanciavano le bombe. Per capire la strategia dei raid americani, secondo Crane dobbiamo analizzare la
pianificazione giorno per giorno e le operazioni sul campo, non gli scritti strategici del Pentagono: i cambiamenti erano il risultato di problemi
operativi più che conseguenze di decisioni politiche consapevoli.26

La dottrina dei bombardamenti di precisione riconosceva come obiettivi strategici, ad esempio, le vie di comunicazione o le stazioni ferroviarie; si
taceva, ovviamente, sul fatto che la maggior parte degli obiettivi si trovavano al centro di estesi abitati e la loro distruzione era necessariamente
destinata ad aumentare oltre misura il numero delle vittime civili. È il caso delle città e dei paesi che compaiono nella nostra storia, a cominciare
da Napoli, che subirono devastanti attacchi – e in alcuni casi vennero rasi al suolo – perché erano situati sulle rive di un fiume o nei pressi di un
ponte importante per la sua posizione strategica, o erano cruciali nodi ferroviari o stradali, o sede di impianti industriali. Inoltre, nonostante
appoggia ssero ufficialmente la dottrina dei bombardamenti di precisione e si opponessero ad attacchi indiscriminati sui civili, anche gli airmen
americani si attendevano dalla distruzione degli obiettivi economici e industriali un effetto significativo sul morale delle popolazioni nemiche.27

Molto forti erano in America le pressioni dell’opinione pubblica, che, assai più di quella inglese, era contraria ai bombardamenti indiscriminati
sulle città europee. Non avendoli subiti, come quella britannica, non era animata da propositi di vendetta; era inoltre legata all’Europa dai fili
dell’emigrazione, della parentela, della nostalgia per la terra d’origine con i suoi villaggi e le sue città e aveva difficoltà ad accettare la
distruzione dei propri paesi d’origine. Significativa a questo proposito è la cautela di Roosevelt di fronte alla decisione di bombardare Roma, per
timore del la reazione dei tanti cattolici americani. Era dunque molto più forte negli Stati Uniti la necessità di edulcorare la realtà. Non si poteva
usare il brutale linguaggio di Churchill o di Harris.28

D’altro canto si faceva strada negli alti comandi dell’AAF la spinta ad acquistare forza e autonomia e quindi a premere per una strategia della
vittoria attraverso il dominio aereo. Aumentavano gli aerei, le bombe, le operazioni. I comandi tattici e gli equipaggi erano stretti fra più
pressioni: salvare la forma dal punto di vista morale, raggiungere gli obiettivi strategici, ma nello stesso tempo preservare le vite dei piloti. Il
concetto di bombardamento strategico divenne un’arma fortemente autogiustificativa anche tra i piloti. Si diceva inoltre che sarebbe servito ad
abbreviare la guerra, ad aiutare i soldati che combattevano sul campo e a evitare la loro morte, in occasione degli sbarchi o nelle battaglie di
sfondamento del fronte. «La dottrina del bombardamento di precisione, attaccare industrie invece di donne e bambini, offriva una stra da all’Air
Corps per essere decisivo nella guerra senza apparire immorale».29

La giustificazione tecnologica arrivò con il puntatore Norden, un radar particolarmente efficace, che, secondo i militari, permetteva di segnalare
l’obiettivo con precisione e di usare bombe «intelligenti». Nel 1941, dopo l’attacco di Pearl Harbor e l’entrata in guerra, la dottrina del
bombardamento di precisione divenne la politica ufficiale dell’AAF: attacco a industrie e linee di trasporto nemiche per provocare un collasso
economico e morale. Il comandante in capo Arnold condannava in pubblico il terror bombing, ma in privato sosteneva che era necessario
abbreviare la guerra con ogni mezzo, abbattere il morale del nemico, disorganizzarne la vita. In pubblico affermava ancora che l’arma aerea era
decisiva per imp edire la carneficina della prima guerra mondiale e che, vista da questo punto di vista, si rivelava la «più umana di tutte le
armi».30

L’idea che la guerra aerea contribuisse ad alienare le popolazioni dai loro governanti e a deprimere il morale delle truppe fu applicata all’Italia, e
il caso italiano fu usato per valutarne l’efficacia. Il bombardamento di Roma del 19 luglio 1943 venne visto da diplomatici e commentatori come
una delle cause della deposizione di Mussolini. Nella cronaca del 310° gruppo bombardieri, che partecipò ai terribili raid del 17 luglio a Napoli e
del 19 a Roma, il nesso viene enunciato con chiarezza e ricordato tra gli onori del gruppo. «Il 17 luglio 1943 la stazione di smistamento di Napoli
è stata bombardata da nostri aerei B-26 e B-17. La devastazione che ne è risultata è stata tremenda; non solo sono state demolite la stazione e le
case circostanti ma sono state anche incendiate le raffinerie che stavano ai confini dell’obiettivo. Il 19 luglio un altro spettacolare raid è stato
inflitto al nemico (Roma Ciampino e stazione). In tutta Italia nascevano dimostrazioni per la pace e attività di sabotaggio provocate da questa
ondata di bombardamenti. [...] Il 25 luglio, dopo oltre due decenni di dittatura assoluta, il premier Benito Mussolini veniva sostituito dal re».31

Si accrescevano gli strumenti della propaganda per rafforzare il ruolo dell’AAF e per convincere la popolazione della bontà delle proprie teorie. I
Bomber Commands vennero equipaggiati con macchine fotografiche e cineprese che riprendevano obiettivi, mostravano bombardamenti
tecnologici. Le fotografie scattate da un aeroplano a 25000 piedi di altezza ci fanno vedere la città in lontananza: i risultati delle bombe sganciate
dall’aereo appaiono come piccole nuvolette che si sprigionano dagli obiettivi colpiti. Visti dall’alto, sembrano davvero bombardamenti di
precisione; la prospettiva dal basso era, come vedremo, assolutamente diversa.

Gli americani contrapponevano le bombe esplosive a quelle incendiarie (più diffusive), i bombardamenti diurni a quelli notturni indiscriminati
attuati dalla RAF, i bombardamenti di precisione all’area bombing.32 Per quel che riguarda la strategia dei bombardamenti europei essi negarono
sempre il loro ruolo nella campagna dell’area bombing e cercarono di addossare agli inglesi le responsabilità per gli attacchi più furiosi alle città
tedesche, in particolare Dresda. Diverso fu l’atteggiamento rispetto al Giappone. Già prima delle bombe atomiche gli statunitensi avevano raso al
suolo e incendiato, usando il napalm, le città giapponesi provocando in un solo giorno 82000 morti. Poi ci fu l’atomica: difficile sostenere che
l’obiettivo delle due bombe non fossero i civili. È significativo che gli americani non abbiano mai pensato di usare il napalm o le atomiche contro
la popolazione tedesca. La guerra in Giappone assunse in effetti forti colorazioni razziste.33 I giapp onesi erano tipizzati come una razza
subumana, animalesca, erano dipinti nel loro insieme come un popolo sadico e crudele, senza distinzioni, mentre distinzioni si ammettevano per
quel che riguardava i tedeschi.

Eppure gli americani riuscirono a esprimersi anche sull’atomica in termini di bombardamento di precisione. Ecco il messaggio mandato dal
generale Norstad, comandante della XX Air Force nel Pacifico, al generale Spaatz, comandante delle United States Strategic Air Forces: «È
sottinteso che il segretario di Stato nella sua conferenza stampa domani distribuirà una mappa fotostatica di Hiroshima che mostra l’obiettivo e
l’area del danno maggiore... Si pensa che far vedere l’accuratezza con cui la bomba è stata sganciata possa contrastare efficacemente l’idea che il
lancio della bomba atomica produca un gratuito, indiscriminato bombardamento».34

Alla fine del la guerra gli inglesi, soprattutto quando in Inghilterra apparvero le fotografie delle devastazioni di Dresda, cercarono di dimostrare
di essersi attenuti al concetto di area bombing; anche se in molti casi era assai difficile sostenerlo, gli americani continuarono a difendere il
bombardamento di precisione. Colpisce, e lo vedremo nelle memorie dei nostri testimoni, come tali concetti e tali giustificazioni siano entrati nel
senso comune, siano accettati dalla gente. Lindqvist racconta di essere stato in una famiglia di operai a Saint Albans nel 1948 e di avere discusso
con loro dei bombardamenti. Difendevano con assoluta convinzione il fatto che i britannici avessero bombardato solo obiettivi specifici: trasporti
militari, industrie belliche... All’autore che faceva notare come Amburgo fosse stata rasa al suolo dagli inglesi, gli ospi ti obiettarono: «Saranno
stati gli americani, noi inglesi abbiamo colpito solo gli obiettivi militari. E dopo una breve insistenza tagliarono corto. Il capofamiglia disse: non
voglio propaganda tedesca a casa mia».35

D’altro canto «l’8 agosto 1945, due giorni dopo Hiroshima e un giorno dopo Nagasaki, gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, la Gran Bretagna e la
Francia firmavano gli accordi di Londra, che definivano i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità azioni punibili in un tribunale
internazionale. [...] Come prevenire la condanna dei loro sistematici bombardamenti di aree residenziali civili in Germania e Giappone, secondo le
norme che prima della guerra erano state accettate come leggi internazionali anche dagli stessi alleati? Che cosa dire quando i comandanti
tedeschi, accusati dai tribunali di avere distrutto interi villaggi in azioni contro i partigiani, rispondevano che essi avevano fatto esattamente
quello che gli alleati avevano fatto bombardando città e villaggi? Nel suo rapporto conclusivo il capo dell’accusa Telford Taylor dichiarò sia i
tedeschi sia gli alleati non colpevoli per quanto riguardava i bombardamenti, poiché “i bombardamenti aerei di città e industrie sono stati
riconosciuti parte della moderna guerra, essendo praticati da tutte le nazioni”. I bombardamenti di civili erano diventati, secondo il tribunale, una
legge consuetudinaria. La quarta convenzione dell’Aia del 1907, che proibiva i bombardamenti sui civili, non fu applicata durante la seconda
guerra mondiale e quindi, secondo il tribunale, aveva perso la sua validità».36

Ma oltre che nelle leggi consuetudinarie i bombardamenti erano anche entrati nell’universo mentale della gente. «Da una guerra all’altra, una
soglia quantitativa e qualitativa nell’uso della violenza è stata abbattuta. Una volta ammessa l’idea che nella guerra totale le popolazioni potevano
essere considerate come soldati, la nozione di presa in ostaggio, accidentalmente o congiunt uralmente necessaria, portava a pensare a quella del
loro annientamento. [...] Anche se è diventato evidente, è sempre difficile ammettere che le violenze di guerra considerano proprio i civili come
obiettivo. [...] Rispetto alle nuove strategie sviluppate da un centinaio di anni, alle popolazioni civili non resta che armarsi di pazienza, imparare a
escogitare stratagemmi per sopravvivere e vivere sotto le bombe, mentre i militari lasciano trasparire la loro falsa coscienza inventandosi una
retorica della legittimazione. Come leggere altrimenti la deriva del vocabolario (dal male necessario alle uova strapazzate per fare l’omelette, dal
bombardamento chirurgico ai danni collaterali) utilizzato per definire l’atto di uccidere uomini, donne e bambini sotto le bombe, che siano
esplosive, incendiarie al fosforo, al napalm, a frammentazione, a biglie, atomiche...? La guerra totale non ha abolito l’interdizione del quinto
comandamento. Ha obbligato coloro che lo trasgredivano a camuffare l’idea».37

I bombardamenti in Italia

Nel novembre 1942 inglesi e americani decidevano una massiccia campagna di bombardamenti sull’Italia. Diplomazia e alti comandi militari
discutevano sulle prospettive della guerra: la debolezza dello stato italiano sul fronte militare era chiara e chiare erano le difficoltà interne;
l’obie ttivo era dunque quello di spingere la nazione fuori dal conflitto, dividendo il fronte nemico. «Le disfatte dell’Asse nel deserto e le
operazioni in Nordafrica dove le truppe italiane sono state lasciate al loro destino dai tedeschi in Egitto, oltre che i bombardamenti britannici
sulle città del Nord, hanno avuto indubbiamente un effetto considerevole sul morale degli italiani, sia civili sia militari. Possiamo trarre vantaggio
dalla presente confusione in campo italiano e sviluppare ciò come parte di una generale strategia di guerra?»

Il segretario di stato del Foreign Office scartava in quel momento la possibilità di stipulare una pace separata, per il coinvolgimento della corona
con il fascismo e per la difficoltà da parte dei fascisti moderati di rovesciare il regime, pensava invece che l’alternativa più realistica fosse quella
di «provocare un collasso interno». «Nell’evenienza di un collasso interno, i tedeschi dovrebbero scegliere o di abbandonare l’Italia al suo destino
e tracciare una frontiera al Brennero, o di mandare truppe in Italia per restaurare e possibilmente mantenere la situazione. Politicamente i
tedeschi non possono permettersi di accettare la prima alternativa a meno che non sia fisicamente impossibile per loro inviare le truppe
necessarie per l’occupazione dell’Italia. [...] Inoltre, un collasso interno proprio in Italia, specialmente se conduce o è preceduto da serie
disaffezioni tra le forze armate italiane, potrebbe provocare un ammutin amento delle forze italiane di occupazione in Grecia, Iugoslavia e
Albania. Così i tedeschi sarebbero costretti a dirottare truppe per l’occupazione dell’Italia e dei Balcani [...] L’occupazione dell’Italia e dei Balcani
richiederebbe tre o quattro divisioni tedesche. [...] Un’occupazione tedesca dell’Italia sarebbe particolarmente odiata dagli italiani, [...] e
predisporrebbe la popolazione in nostro favore e faciliterebbe le operazioni militari da parte nostra contro l’Italia. [...] Dunque, ritenendo poco
possibile concludere una pace separata con l’Italia, raccomando che ci si concentri sull’obiettivo di provocare un collasso interno, con il fine di
costringere la Germania a occupare l’Italia e i Balcani. [...] Le armi a nostra disposizione sono due: 1) La guerra militare: a) alcune operazioni
militari contro l’Italia e b) le azioni aeree. [...] Riguardo al punto 1.b (azioni aeree), per capire se la continuazione di bombardamenti pesanti
possa favorire o arrestare la disintegrazione dell’Italia, bisogna tenere a mente le seguenti osservazioni. Tutti i nostri riscontri mostrano che i
recenti pesanti attacchi a Genova e Milano, i nostri bombardamenti sulle città italiane in generale hanno avuto salutari effetti per quel che
concerne la popolazione italiana. È stata espressa ammirazione per il comportamento cavalleresco della RAF che ha limitato la sua azione a
obiettivi militari. Ma ci sono anche rapporti che dicono che i bombardamenti indiscriminati che hanno provocato morti e feriti tra la popolazione
civile nei recenti pesanti raid hanno aumentato il rancore e il sentimento antibritannico. Simile rancore è cresciuto anche fra le truppe italiane
fuori dell’Italia pensando alle sofferenze delle loro famiglie. D’altro canto, la demoralizzazione e il panico prodotti da bombardamenti aerei
intensivi senza dubbio controbilanciano la crescita del sentimento antibritannico. Sulla bilancia, dunque, tutto suggerisce di mantenere e
incrementare i nostri bombardamenti pesanti sulle città italiane. [...] Un’altra questione che si pone adesso è se bombardare Roma. È probabile
che il grande effetto di bombardare la sede del fascismo, che per ora non è stata toccata, possa essere riservato come culmine di un’intensa
campagna di bombardamenti. Raccomando, dunque, che il bombardamento di Roma sia lasciato al momento in cui avremo ragione di pensare che
il morale italiano abbia raggiunto il punto di rottura. [...] Al popolo italiano deve essere detto costantemente e con tutto il peso della propaganda
che Mussolini e il partito fascista hanno scelto di legare il futuro dell’Italia al nazismo, che essi si sono legati allo stesso destino di Hitler, e che
noi siamo determinati ad assicurare la disfatta e a punire il nazismo e tutti coloro che si sono associati ad esso. Noi capiamo che il popolo italiano
è stato spinto a combattere dal regime fascista. Ma se ora il popolo italiano decide di continuare lungo la strada fascista, esso sicuramente
soffrirà tutte le sventure e le sofferenze che spettano ai vinti».38

Il documento britannico è estremamente chiaro: quasi nulla era la fiducia nella classe dirigente italiana troppo coinvolta con il fascismo e ormai
invisa alla popolazione, sulla cui progressiva e veloce disaffezione al regime si puntava quindi tutto. E i modi per provocare questo collasso
interno venivano individuati con nettezza nei bombardamenti: non bombardamenti chirurgici, cioè contro impianti militari e obiettivi strategici,
ma «bombardamenti indiscriminati che provocassero morti e feriti fra la popolazione civile». La popolazione diventava un chiaro ostaggio nella
guerra: ad essa andava costantemente detto che per salvarsi doveva cercare di dividere la sua sorte da Mussolini e dalla Germania, ribellarsi,
sabotare. Essa veniva descritta dagli inglesi come innocente: il popolo italiano, un popolo pacifico e poco propenso alla guerra era stato spinto a
combattere dal regime fascista. Argomenti analoghi avrebbero usato gli italiani nel dopoguerra per distinguere la propria sorte da quella del
fascismo. In fondo gli stessi alleati avevano fornito loro gli argomenti. Erano questi i toni dei volantini che scendevano dal cielo e avrebbero
continuato a cadere con regolarità fino all’8 settembre 1943.

Dieci giorni dopo il ministro degli Esteri britannico scriveva all’ambasciatore inglese a Washington: «Io sono assolutamente dell’opinione che il
migliore metodo per facilitare un collasso interno dell’Italia è quello di portare allo stremo la posizione militare dell’Italia [...] Secondo la mia
opinione non c’è nulla da guadagnare attraverso appelli al popolo italiano o alle forze armate a insorgere per rovesciare il regime fascista e
abbandonare la Germania. [...] Al momento non ci sono leader o movimenti antifascisti di calibro sufficiente [...]».39

Dava quindi un resoconto su messaggi indiretti av uti dalla legazione di Lisbona, dal generale Pirzio Biroli, governatore del Montenegro, dal
console generale di Ginevra a proposito del principe erede al trono dell’Italia, affermando che i contatti non sarebbero proseguiti, che erano
incerti, inaffidabili, che prima di trattare era necessario attendere il crollo del regime.

Intanto si organizzavano e affinavano le strategie e le tecniche dei raid aerei da parte dei Bomber Commands. La RAF avrebbe continuato a
raggiungere con i suoi bombardieri le grandi città del Nord direttamente dalle basi inglesi, e avrebbe «lavorato» d’intesa con i bombardieri
americani dalle basi di Malta e del Nordafrica.40 In una missiva successiva, indirizzata al primo ministro, Portal ribadiva gli argomenti citati nel
rapporto e precisava gli obiettivi dei principali bombardamenti. «Gli attacchi dovrebbero essere concentrati su alcune delle più importanti città e
basi navali. La lista provvisoria è: Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova, Taranto, Spezia e Brindisi. [...] La quantità mensile delle bombe
sull’Italia potrebbe essere di circa 4000 tonnellate. Questo dato è confrontabile con la media delle bombe sganciate sulla Germania nei tre mesi
passati».41

Ed ecco le prime valutazioni. «Gli ultimi attacchi della RAF hanno creato una situazione seria in Italia. Le autorità non riescono a risolvere i
problemi derivanti dall’evacuazione delle masse. La popolazione è molto scontenta e lo dice apertamente. Questo è il momento per continuare i
bombardamenti (nota – identico punto di vista è stato espresso a me da altre attendibili fonti che sono appena arrivate dall’Italia). [...] Il nostro
raid su Torino la notte del 28-29 novembre ha causato danni eccezionali. [...] Pratic amente tutte le principali industrie nelle città del Nord hanno
evacuato i loro uffici. Questo ha provocato confusione e ha colpito la produzione. [...] Grande richiesta di denaro da parte dei privati alle banche.
Ciò ha creato mancanza di contanti alle maggiori banche. [...] L’informatore è dell’opinione che se i raid della RAF fossero estesi a Bologna e se
possibile al Sud, sorgerebbero eccezionali difficoltà alle autorità fasciste. L’interesse della popolazione settentrionale in questo momento non è la
guerra, sono tutti occupati a fuggire dalla RAF».42

È il 1° dicembre 1942; tre giorni dopo, il 4 dicembre, si verificherà il primo grande bombardamento diurno su Napoli, diretto dai comandi
americani del Nordafrica.

Ai primi del 1943 erano le NAAF (Northwest African Air Forces) a operare in tutto il settore del Mediterraneo. Il generale americano Carl Spaatz
aveva lasciato il comando dell’VIII Air Force in Gran Bretagna, per assumerne la direzione. Nelle NAAF c’erano squadriglie britanniche e
americane con la prevalenza di queste ultime; ma i britannici agivano anche attraverso il Middle East Air Command e la RAF di Malta. Nel corso
della primavera del 1943 tutte queste forze sarebbero state raggruppate nelle Mediterranean Allied Air Forces, al cui comando venne posto un
inglese, Sir Arthur Tedder. Ma il comandante de lla superunità operativa più importante era un americano, Spaatz appunto, e tutte le forze erano
poste sotto il comando supremo di Eisenhower.43 Gli americani avrebbero di fatto ispirato la strategia dei bombardamenti nell’Italia meridionale.
Quindi, almeno nominalmente, non venne adottata la tattica dell’area bombing, ma quella degli obiettivi strategici. La RAF inoltre si occupò in
prima persona di colpire le linee di comunicazione e gli impianti industriali, integrando il lavoro diurno degli americani con attacchi notturni.
Nella realtà dei fatti le incursioni aeree diurne furono moltissime, di grande potenza ed effettuate da alta quota, per cui i risultati furono gli stessi
dell’area bombing britannico nell’Italia settentrionale.

L’Italia meridionale e centrale fu analizzata meticolosamente. Le aree venivano fotografate, i bersagli identificati e trasferiti su piante. Dagli
archivi emergono migliaia di fotografie seguite da mappe: gli obiettivi punteggiano la penisola coprendola quasi completamente. Lunghi elenchi
di bersagli compaiono nella documentazione americana, catalog ati secondo l’importanza strategica (first, second, third priority) e accompagnati
da accurati studi.44 Insieme vi si trovano analisi minuziose degli impianti industriali e delle linee di comunicazione con i nodi strategici da colpire.
Documentazione analoga si può rintracciare negli archivi della RAF: l’esame delle linee di comunicazione a sud e a nord di Napoli, da bombardare
in supporto alle operazioni di terra. Frecce e cerchi indicano con precisione gli obiettivi.45 La piantina della città di Napoli è estremamente
significativa: la città è letteralmente punteggiata dai numeri che indicano gli obiettivi. E, se si pensa che gli aerei americani sganciavano le
bombe da 20-25000 piedi, pretendendo di colpire un impianto strategico nel cuore della città, si può capire quale fosse il risultato per coloro che
nell’area della mappa vivevano.

Dai rapporti degli equipag gi si ricavano alcuni indizi per ricostruire le pratiche dei bombardamenti. Pressoché tutti gli ordini di operazioni su
Napoli indicano come obiettivo l’area del porto; oltre al target primario ne sono contemplati anche uno o due secondari. Se l’obiettivo era coperto
dalle nuvole, se si verificavano incidenti o contrattempi, l’equipaggio si dirigeva sugli obiettivi secondari. Napoli era in genere accoppiata a
Crotone, Villa San Giovanni, Messina, Palermo. Nei rapporti i capitani dichiaravano spesso di aver colpito senza aver potuto individuare con
precisione l’obiettivo a causa del maltempo e di aver sganciato le bombe senza «prendere la mira accuratamente», come affermò il comandante
dell’equipaggio della RAF che il 25 aprile 1943 colpì Torre del Greco, provocando la morte di un centinaio di persone, fra cui un numero
impressionante di bambini.46 Notizia, quest’ultima, che veniamo a sapere non certo dai rapporti dei bombardieri, ma dalla relazione dei nostri
vigili del fuoco che quel bombardamento vedevano dal basso. Il 13 marzo 1943 un comandante affermava di non aver potuto «individuare il porto
e di aver sganciato le bombe in un’area a sud del porto», un altro di aver lanciato le bombe attraverso un tappeto di nubi «nell’area della città a
metà del tragitto».47 Un equipaggio dichiarava di aver fatto cadere le bombe nella zona dell’obiettivo secondario su un villaggio la cui identità
rimaneva sconosciuta. Ovviamente nessun rapporto parlava delle conseguenze sulle popolazioni colpite dalle loro azioni. La guerra raccontata
dai militari non ha morti civili. Questi sono costantemente negati. Si trovano liste e stime precise dei danni inferti a beni e servizi, mai una nota
sui morti provocati. Sono un non detto della guerra.

Infine, nonostante la difesa ufficiale del bombardamento di precisione e il tentativo di distinguersi ideologicamente dai britannici, soprattutto di
fronte alla propria opinione pubblica, i comandi tattici e strategici americani si mostravano molto spesso ben più in sintonia con i loro alleati di
quanto non lasciassero intendere. Un significativo esempio è il documento del 1° agosto 1943 dal titolo estremamente espressivo: «Operazione
psicologica di bombardamento per spingere l’Italia ad arrendersi». Siamo alla vigilia del grande raid su Napoli del 4 agosto.

«1) È ferma convinzione che sia arrivato il momento per un decisivo colpo che possa distruggere i nervi e far crollare il morale del popolo italiano,
specialmente in questo periodo di riaggiustamento e riorganizzazione dopo la caduta del regime di Mussolini. Ciò può essere ottenuto
dimostrando opportunamente il potere di devastazione della Strategic Air Force. Per fare ciò in modo ancora più impressionante e terrificante,
occorrerà definire una lista di città italiane da isolare sistematicamente e distruggere totalmen te. Le operazioni su queste città dovrebbero
essere periodiche e alternate alle altre operazioni.

2) Il nemico dovrebbe sapere che le operazioni di bombardamento sono appena cominciate, ma che altre operazioni, come gli attacchi contro gli
aerodromi, le stazioni di smistamento ecc. saranno effettuate e i caccia e le difese contraeree non riusciranno a contrastare gli attacchi sulle città
destinate alla distruzione, [i cittadini devono avere] piena coscienza che le loro città possono essere le prossime e questo potrebbe avere un
effetto tremendo sui nervi con il progredire delle operazioni. Queste operazioni dovrebbero essere pubblicizzate attraverso la propaganda delle
trasmissioni radiofoniche e attraverso i volantini. Le trasmissioni e i volantini dovrebbero descrivere nei minimi dettagli i futuri bombardamenti
strategici, così come quelli di Roma, Napoli, Palermo, Tunisi e gli altri raid, soffermandosi sull’estrema accuratezza dei bombardamenti, sulle
distruzioni causate e l’entità dei danni che i B-17, B-26, B-25, P-38, Wellington e P-40 sono in grado di infliggere quando sono a pieno carico. Tale
conoscenza causerà una costante paura per le loro vite ogni volta che un aereo amico od ostile volerà sulle loro teste. Un pericolo certo che
arriverà in un tempo imprevedibile ha un effetto ancora più terrificante su una popolazione spaventata e scioccata di un pericolo che possa essere
anticipato.

3) Le città dovrebbero essere scelte con attenzione in modo tale che tutta l’Italia senta gli effetti tremendi di una guerra simile. Questa lista
dovrebbe contenere città come Roma, Napoli, Firenze, Genova e Venezia che sono quelle più vicine al cuore degli italiani. [...] Tra i primi obiettivi
si raccomanda di includere anche Foggia, come cavia. Questa città viene scelta perché ha quattro grossi aerodromi nelle vicinanze ed è anche
una città abbastanza grande situata sulla linea ferroviaria orientale che proviene dal Nord Italia».48

Le raccomandazioni non potrebbero essere più esplicite: la guerra terroristica, negata in altre sedi, emerge con crudezza nel linguaggio usato
dagli strateghi militari.

Che la strategia di distruggere il territorio e demoralizzare la popolazione da «liberare» fosse la più adatta ai fini della vittoria militare era,
ovviamente, un’idea opinabile e in discussione. L’8 settembre 1943 dopo i terribili raid di luglio e di agosto su Napoli, l’ambasciatore presso la
Santa Sede scriveva al Foreign Office, riferendo le argomentazioni del Vaticano: «I recenti raid su Napoli hanno terribilmente danneggiato la città
senza alcun rapporto chiaro con obiettivi militari. Mi è stato autorevolmente fatto presente che attacchi simili non aiutano i nostri fini militari ma
indeboliscono soltanto la forza degli italiani e impediscono loro di liberarsi dei tedeschi».49

A maggior ragione dopo la caduta del regime fascista le bombe sulle città sembravano infierire inutilmente su una popolazione già affranta e
colpita da sofferenze inenarrabili. E più che mai il discorso sugli obiettivi strategici si rivelava una mistificazione.

Un’altra interessante documentazione affiora dagli archivi britannici a proposito del «caso Roma». A cominciare dal gennaio 1942 tra inglesi e
americani si intrecciava la discussione sulla capitale, cui il Vaticano chiedeva di dare, in quanto sede del papato e quindi luogo simbolico di tutta
la cristianità, lo status di «città aperta». Negli incartamenti del Foreign Office e del ministero dell’Aeronautica il caso romano occupa largo spazio
e consente di cogliere altri elementi interessanti sulla politica dei bombardamenti e sulle strategie dei due principali alleati. I britannici
sostenevano che la capitale era la sede reale e simbolica del regime fascista e dello stato italiano e, come tale, obiettivo centrale per la campagna
aerea. «Le autorità del Vaticano e il papa stesso dal momento della dichiarazione d i guerra dell’Italia non hanno mai cessato di premere sul
Regno Unito perché eviti di bombardare Roma. [...] il governo di Sua Maestà depreca l’atteggiamento del papa [...] si ha l’impressione che voglia
proteggere lo stato italiano e il governo fascista dalle conseguenze della sua azione nel bombardare Londra. Al papa è stato assicurato che il
Vaticano non verrà bombardato (questo gli deve essere sufficiente). [...] Il punto è che Roma è la capitale dello stato italiano e del governo
fascista ed è essa stessa un obiettivo militare legittimo, a parte il fatto che contiene al suo interno specifici obiettivi militari come la stazione
ferroviaria».50

Una nota significativa accompagna le considerazioni sui raid negli incartamenti del ministero dell’Aeronautica. «Due osservazioni generali dal
punto di vista di uno studioso di leggi internazionali. In primo luogo non so se ci siano leggi internazionali che confer iscano immunità da attacchi
a città che si dichiarino aperte. La questione se una città può essere legittimamente bombardata dall’aria dipende non dal fatto che essa si
dichiari “aperta” o “indifesa” ma dal fatto che contenga obiettivi militari. I civili che non abbiano preso parte o non abbiano contribuito alla
conduzione della guerra non sono oggetto di attacchi deliberati e diretti. [...] Ma la semplice dichiarazione che una città è aperta non fa alcuna
differenza. Sarebbe come issare una bandiera bianca mentre continuano i combattimenti. In secondo luogo, sembrerebbe in ogni caso impossibile
trasformare una grande città capitale, il cuore del governo e della direzione della guerra, sede di industrie legate alla guerra, centro nevralgico
dell’amministrazione e snodo dei trasporti militari, in un’area non belligerante».51

Gli inglesi sembrano quasi accusare il papa di preoccuparsi soltanto dell’incolumità della capitale e del Vaticano, senza pensare alle altre città
italiane, vittime di terribili bombardamenti.

Il 1° agosto 1943, quando già la città è stata colpita dal grande bombardamento del quartiere di San Lorenzo il 19 luglio, Churchill scriveva al
segretario del Foreign Office: «Non capisco perché, se continuiamo a bombardare le città del Nord Italia, le cui popolazioni sono favorevoli agli
alleati e violentemente antigermaniche, non dovremmo continuare a bombardare obiettivi militari e sobborghi di Roma. Molti credono che il
bombardamento di Roma sia stato il colpo finale per Mussolini. Io non sono convinto di ciò, ma non riesco a vedere nessuna ragione perché, se
Milano, Torino e Genova devono stare sotto le bombe, Roma debba esserne esentata».52

Tra la documentazione del primo ministro troviamo ancora una nota del 15 agosto 1943, in cui il concetto di città aperta viene definito «un
anacronismo che non ha alcun significato nella guerra moderna» e si raccomanda di «non prestare attenzione a nessuna dichiarazione italiana e
continuare a prendere tutte le misure richieste dalla situazione militare».53

Nel dicembre 1942, data fatidica per la maggior parte delle grandi città italiane, il segretario di stato per l’Aeronautica aveva scritto a
Washington che Roma era un centro di comunicazioni stradale e ferroviario cruciale nella penisola italiana, che si poteva accettare di preservare
una parte della città dai bombardamenti, cioè una zona di cinque miglia intorno a palazzo Venezia, che avrebbe potuto includere la stazione, a
patto che il governo e i comandi militari italiani e tedeschi si fossero impegnati a non farvi passare convogli militari. In caso contrario sarebbero
stati preservati il Vaticano e la zona di Valle Aurelia, mentre ci si sarebbe riservata la facoltà di bombardare la stazione ferroviaria e altri ob iettivi
militari, non garantendo che alcune bombe potessero occasionalmente finire nell’area della città aperta. «Se il governo italiano non accetterà le
nostre condizioni saremo costretti a bombardare Roma e gli snodi ferroviari. [...] Ci sono soltanto due altri centri in Italia di importanza
paragonabile; uno è Bologna che è troppo lontana, l’altro è Napoli che è più vicina – qui potrebbe esserci il raid principale. Mi piacerebbe,
tuttavia, avere un parere più dettagliato dal Target Committee prima di decidere definitivamente sulla linea d’azione».54

In effetti la stazione e il porto di Napoli erano già allora, e lo sarebbero stati per tutta la durata della guerra, fra gli obiettivi principali della
campagna aerea americana e britannica. Proprio nel dicembre 1942 Napoli avrebbe subito i primi terrificanti bombardamenti a tappeto, che
sarebbero proseguiti senza interruzione fino al settembre succ essivo, provocando terribili distruzioni e un numero di morti elevatissimo. Nel
documento la città appare quasi come un obiettivo alternativo alla città «sacra», che gli americani temevano di bombardare. Roma sarebbe stata
colpita il 19 luglio 1943: insieme alla stazione sarebbe stato distrutto il vicino quartiere di San Lorenzo. Gli angloamericani accettarono di
rispettare ufficialmente solo i confini della città-stato del Vaticano. 55
3. I bombardamenti a tappeto
Inglesi e americani: la memoria

«E bumbardamente degli americani nun erene come i tedesche, come gli inglesi. Chille steveno in città, sorvolavene sempe, però ittavene cocche
bombe accussì. Americane scaricavene e bombe a muntune e fuievene»1 (Cesare Giorgio).

«All’inizio c’erano gli inglesi a bombardare, ma era una cosa più leggera, gli inglesi giravano, se paperiavene,2 ma era raro che buttavano le
bombe. Gli americani, secondo me, addo se truvavene là menavene i bombe e se ne ievene, e menavene comme i caramelle»3 (Carmela Esposito).

«Quando gli americani bombardavano e suonavano le sirene non avevamo neanche il tempo di... che già avevamo e bumbardamente ’n cuolle bu
bu bu bu... quindi gli americani bombardavano sempre, bombardavano sempre. Non c’era tregua. Però precedentemente l’America non era in
guerra, la guerra sta va tra o Giappone, la Germania, l’Italia e... dopo che il Giappone bombardò gli stati americani i giapponesi bombardarono e
l’America scese in guerra, fecero un patto Truman, Churchill, Stalin e c’era anche questo ministro francese... Così quando l’America scese in
guerra, non si è capito niente più, morti sopra morti... Napoli distrutta... si piangeva una continuazione, perché tra la paura e il fatto che non
c’era niente da mangiare, non c’erano viveri... ma non c’era niente credetemi proprio niente!» (Antonio Iannucci).

«Quando erano gli inglesi a sganciare le bombe erano molto prudenti, lanciavano bombe solo quando erano sicuri di individuare il bersaglio...
L’allarme scoppiava immancabilmente ogni notte e tutti dovevamo scendere verso le 22.30, le 23 nei ricoveri fino alle 4, alle 5 di mattina senza
capire niente. A un certo punto ci eravamo talmente abituati a questo che noi giovani non volevamo più scendere, ma i nostri genitori ci
obbligavano... Invece quando arrivavano gli americani gli aerei erano talmente tanti che il cielo si oscurava, erano decine e decine di aerei e
quindi sparavano in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, non avevano nulla da perdere» (Pasquale Pagano).

«Mi ricordo che era in autunno grosso modo perché mi ricordo che chiuveve4 e cominciarono i primi bombardamenti, ma erano gli inglesi che
venivano e sempre di notte mai di giorno, incominciavano dopo a mezzanotte, un po’ prima della mezzanotte, suonavano le incursioni e fuieveme
sotto i ricoveri. C’erano alcuni ricoveri ma di solito a Ercol ano si andava sotto la cantina, nui dicimme abbasce a cantina, che poi erano zone
scavate che poi non per niente ce steva a roccia vulcanica, e nuie diceveme: ccà ce sta a roccia vulcanica, quanne care a bomba nun crolla. Po i e
case pesante, e case cun e arcate praticamente, aro stevene e trave ce ne fuieveme, perché addo stevene e arcate era meno pericoloso...5 Era la
nostra mentalità. Poi man mano le cose cominciarono intensificarsi maggiormente, perché poi mi ricordo che arrivarono gli americani nel ’42... E
mi ricordo che venivano gli americani e menavene bombe a carrette, gli americani venivene ’e iuorne6 e gli inglesi venivene ’e notte, pecché gli
inglesi bombardavano agli obiettivi, gli americani arrivavane, scaricavene e se n’ievene, arrivavano coi quadrimotori, scaricavene e se n’ievene.
Questo è successo nel ’42, quando poi l’America è entrata in guerra, l’America praticamente aveva chillu potenziale bellico. E a nu certo momente
veneva a menà bombe a tutta forza, teneve e portaerei» (Giorgio Formicola).

«Io mi ricordo che i primi bombardamenti erano quelli inglesi e non facevano paura perché scendevamo dentro ai ricoveri che erano dei rifugi...
Stavamo ore e ore dentro a questi ricoveri, però ripeto non facevano tanta paura perché gli inglesi cercavano di colpire gli obiettivi. Poi subentrò
l’America e qui fu terribile perché ccà succiesse proprie brutte, perché non guardavano gli obiettivi, niente, e addirittura bombardarono prima
che suonavano le sirene. La sirena suonava dopo che la bomba, boom, boom, boom, scoppiava. All’improvviso uccidevano tutti sia civili che
militari, cadevano palazzi come se niente fosse perché questi non guardavano gli obiettivi militari. Una volta addirittura l’ufficio postale di
Materdei mitragliarono tanto a bassa quota che uccisero quasi tutte le persone che si trovavano in un pullman. Poi andavamo ai ricoveri di monte,
che si andava più sotto ai palazzi... questi ricoveri dovevano essere più sicuri, però alcune persone sono morte soffocate là sotto. Una volta mi
ricordo che hanno bombardato il carcere di Poggioreale, e che succedette! Noi andavamo a vedere perché eravamo ragazze e vicino a noi ci stava
la testa di un giovane e le gambe a un’altra parte... devo dire che questa è un’immagine che mi è rimasta molto impressa. Questi bombardamenti
sono stati una cosa terribile, hanno preso pure tutta via Foria e andando a vedere a Poggioreale vedemmo tutte queste tragedie» (Maria
Barretta).

«Tutte le notti passava un ricognitore e buttavano dei lampioncini che facevano luce p erché loro gli inglesi volevano colpire gli obiettivi, mentre
gli americani buttavano le bombe dove gli pareva e piaceva, dove gli faceva comodo» (Erminia Cannavale).

«Gli inglesi erano bombardamenti più lunghi, me lo ricordo, facevano una guerra di nervi, perché ogni tanto si s entivano queste bombe che
cadevano e durava tutta la notte, gli americani invece mandavano bombe bombe bombe e poi invece dopo smettevano... gli altri invece stavano
tutta la notte. I bombardamenti colpivano anche la popolazione perché sbagliavano siccome in quel periodo manco a farlo apposta il Vesuvio era
in azione... cosa da uscire pazzi... appena finì la guerra si spense... quindi loro avevano come mira il fatto del Vesuvio e potevano vedere
benissimo là... però a regolarsi proprio bene no... non è che avessero tutte queste strutture moderne... e per questo sbagliavano mira, ma non lo
facevano a proposito, non erano così malvagi, anzi sono stati sempre gentili con le persone gli americani» (Flora Greco).

«Bombardamenti pesanti sono stati quelli che abbiamo avuto purtroppo dagli americani. Gli americani sono stati... Hanno ucciso a Napoli... Ie
penso ca Napoli è stata la città più martorizzata di tutta l’Italia... o perché il porto o perché partivano convogli a non finire» (Teresa Ciciliano).

«Gli americani non faceva eccezione... addo ievene ievene7 e bombardavano. – A tappeto... ospedali, case... – Invece gli inglesi vedevano, perciò e
bombe e vote e ievene a menà a mare, ma nun è ca cuglievene gli ospedali.8 – Perché loro volevano colpire l’obiettivo, se l’obiettivo non lo
colpivano, allora andavano a gettare il carico a mare, ma gli americani no... – Invece gli americane addo ievene ievene e menavene! – E vedete a
Napoli tanti ospedali e chiese... so’ stati loro la causale. Perciò noi siamo atterriti dall’America, per le paure, per il sangue che scorreva alla
popolazione e quello è stato il fatto. Poi ha vinto la Germania, ed è andata in Giappone, e poi ha annientato pur’o Giappone, o Giappone cu chilla
bomba atomica va a morire e la distruzione è avvenuta e perciò ha vinto la guerra. Perché l’americano non è portato, non sa combattere e noi ne
abbiamo avuto le prove. Quando l’America ha dovuto entrare in questa zona, si doveva assicurare che i tedeschi se n’erano andati, se se ne erano
andati allora loro entravano gloriosi e trionfanti» (Armando e Francesca Del Peschio).

«Il 4 agosto un bombardamento terroristico, fine a se stesso, insomma una cosa che non ho mai perdonato agli americani, perché era l’armistizio,
stavano trattando, si può dire che era fatto, mancava un mese, l’armistizio non si fa in pochi giorni e bombardare nelle case dove c’erano degli
inermi cittadini che scopo aveva? Il fascismo era caduto, la guerra ormai... perché fare questo bombardamento? Ne avevano fatti tanti, ma come
quello... quello fu il più terribile, che poteva avere anche una certa giustificazione se fosse stato fatto prima, all’inizio! Ma i bombardamenti
terroristici, secondo me, non hanno mai una giustificazione, perché noi possiamo concepire il bombardamento su obiettivi militari, le fabbriche...
Gli inglesi facevano i cosiddetti bombardamenti di disturbo, all’inizio, perché avevano pochi aerei, allora quei pochi aerei servivano per
disturbare, infatti mi ricordo che arrivava l’allarme, andavamo nel rifugio e dopo mezz’ora cessato allarme, si ritornava a casa, ci si spogliava, si
metteva a letto, oppure ancora non si era spogliati, un altro allarme. Questo che cosa causava? Era una tattica intelligente sotto questo profilo,
perché la gente non ce la faceva ad andare a lavorare e produrre, perché la guerra è anche questo: evitare che il nemico produca e qua rientra
nella logica della guerra, se possiamo dire che la guerra sia una cosa logica, ma non lo è mai, secondo me, comunque secondo il ragionamento di
coloro che fanno le guerre rientrano nella logica, ma il bombardamento. .. e quella era una cosa che era stressante, stavamo tutti i giorni, la
notte, il giorno, continuamente, chille bastava n’aereo, anche un ricognitore, si era costretti a suonare l’allarme, si cominciava a sparare, perché
poi bisognava difendersi non solo dalle bombe, ma anche dalle schegge, perché quando la contraerea spara queste granate che arrivate a una
certa altezza si aprono sotto forma di schegge, cadono e le schegge ne hanno colpiti parecchi, hanno fatto parecchie vittime pure le schegge»
(Antonio Amoretti).

Gli inglesi sono associati alle lunghe ore della notte nei rifugi. Cercano obiettivi, buttano bombe qua e là, girano sulla città con una certa
flemmaticità: «stavano in città, sorvolavano sempre». In contrapposizione gli americani buttano mucchi di bombe, arrivano in tanti e
all’improvviso «scaricano e fuggono». L’oculatezza e la flemmaticità si addicono agli inglesi, l’impeto e la potenza agli americani. I nostri narratori
hanno spesso usato gli stessi termini, addirittura le stesse frasi.

Gli americani si affacciano con tutta la loro forza. C’è una continuità nella loro immagine prima e dopo l’armistizio, da nemici ad amici. È la
continuità nella grandezza, nello spreco, nei consumi. Americani e inglesi possono essere rappresentati pienamente secondo i canoni di uno
stereotipo già presente (e perdurante direi).9

Nella memoria dall’autunno del 1942 gli inglesi spariscono e la guerra diventa solo americana. La responsabilità dei bombardamenti a tappeto è
attribuita interamente a loro. Il tentativo americano di differenziarsi ideologicamente dalle scelte inglesi non ha certo fatto breccia nella testa dei
napoletani. Per i napoletani gli inglesi rimasero i gentlemen della prima parte della guerra e gli americani i protagonisti della guerra aerea
terroristica.

4 dicembre 1942

«Ore 16.45 prima che fosse dato segnale allarme et prima che fosse intervenuta difesa antiaerea apparivano cielo Napoli circa dodici apparecchi
nemici che lanciavano numerose bombe dirompenti et alcune incendiarie Porto et centro Città. [...] Risultano colpite seguenti località: punti
Palazzo Poste nei cui pressi est stata investita vettura tranviaria carica passeggeri, palazzo Posta Vecchia, fabbricato corso Umberto a Porta
Nolana, Stazione marittima Molo Razza, Porta di Massa, fabbricato via Stella a S. Teresa, R. Capitaneria Vecchia, fabbricati via Nuova a S.
Giovanni a Teduccio, corso Vittorio Emanuele in Barra, via Protopisani a S. Giovanni a Teduccio, via Vittoria Colonna, vico Maiorana. [...] Nel
ricovero pubblico vico Purgatorio a Foria per eccessiva ressa rampe di accesso deploransi tre morti et circa cinquanta feriti. In porto colpiti da
bombe incendiarie e dirompenti RR. Incrociatori Eugenio di Savoia, Attendolo, Montecuccoli. Incrociatore Attendolo rovesciatosi ore 22.
Segnalate numerose vittime il cui numero est ancora imprecisato».10

Al momento dell’attacco aereo era in corso nella caserma Vittoria la celebrazione della santa patrona del corpo dei pompieri, santa Barbara, e la
prima bomba cadde a pochi metri dalla caserma. La relazione dei vigili del fuoco specifica e descrive nel dettaglio la drammatica lista delle
distruzioni: vengono citati e descritti crolli a via Santa Luciella ai Librai, via Vittoria Colonna, vico Maiorana, via Nolana, via Stella, via Porta di
Massa, nei quartieri industriali di San Giovanni a Teduccio e Barra. Diverse bombe avevano colpito la posta centrale cagionando numerose vittime
all’interno. Altre erano cadute nella strada adiacente, via Monteoliveto, provocando altri morti.

«Una bomba caduta sul binario del tram all’altezza dei magazzini del CIM ha causato la morte di numerose persone, il crollo di tutti gli infissi, dei
balconi, dei soffitti e dei muri sottili dei palazzi limitrofi. Sono rimaste danneggiate alcune vetture tranviarie e sono saltate le tubazioni dell’acqua
e del gas. Dopo un laborioso e penoso lavoro, durato fino alla mezzanotte, sono state recuperate dai vigili 47 salme, di cui 24 uomini, 14 donne, 5
ragazzi, un soldato, 2 marinai ed un soldato tedesco». La scena della posta con i due tram distrutti e i cadaveri turpem ente sfracellati è una delle
più vive nella memoria della gente. Al porto uno scenario apocalittico. Ben 12 unità navali da guerra erano affondate o bruciavano al molo
Pisacane.11 Dall’incrociatore Muzio Attendolo «marinai aggrappati alle catene, a boe, a relitti e a mare chiedevano aiuto e molti di essi erano
feriti gravi, furono salvati e portati a terra. Dalla nave e dal mare furono presi più di 40 marinai fra morti e feriti».12

Al ricovero di via Porta San Gennaro molti morirono soffocati per l’eccessivo affollamento all’ingresso. Feriti e contusi ci furono anche nel
ricovero di via San Paolo, poco lontano. Gli elenchi della prefettura riportano i nomi di 286 vittime, una cifra mai denunciata prima di allora e
sicuramente una cifra per difetto.13 Si tratta di un evento discrimine, vivissimo nella memoria della città.

«Le bombe, come è noto, caddero in pieno giorno sul centro cittadino, senza che fosse suonato l’allarme; colpirono mentre la città era nel pieno
ritmo di vita, mentre la gente si tratteneva nelle strade, sostava nei negozi, usciva dagli uffici, si accingeva a raggiungere la propria casa dopo
una giornata di lavoro. Gli ordigni micidiali piovvero mentre il sole stava per volgere al tramonto, e lanciava barbagli d’oro da Capri e da Capo
Misero ed accecava le vedette; esplosero sulle navi in porto e sulla zona industriale, sui vicoli e alla Posta, alla Riviera di Chiaia ed a Toledo;
bloccarono rifugi e spezzarono condutture; uccisero uomini, donne, vecchi, bambini; mieterono vittime un po’ dovunque nella città indifesa. A via
Monteoliveto, quasi all’altezza dei magazzini della Provvida, transitavano, in quel fatale momento, due vetture tranviarie cariche di passeggeri.
Uno stick di bombe, che doveva colpire d’infilata anche il Palazzo delle Poste e gli altri edifici vicini, fino a Santa Chiara, prese in pieno due tram.
[...] Le due vetture, centrate dagli aerei, saltarono in aria con il loro carico umano, mentre tra le lamiere contorte e quasi polverizzate era un
macabro ammasso di membra umane insanguinate; brandelli ne furono raccolti in un raggio di parecchie decine di metri».14

Amedeo Maiuri, sovrintendente archeologico della Campania, stava tornando da Pompei dove quasi giornalmente si recava per controllare gli
scavi. «Arriviamo a Napoli fra soste e incroci di treni ritardatari, gremiti più del solito di grappoli umani , e troviamo la stazione al buio. E in
quell’oscurità i binari, le pensiline gremite d’una folla affannosa: la folla tragica e muta delle ore di terrore, sorda ad ogni richiamo, che non sa e
non vede i treni che deve prendere e che chiama disperatamente figli, parenti, amici. [...] Duriamo fatica a uscire noi sopraggiunti ed estranei a
quella trepida angoscia: riesco a gran pena a guadagnare la scala e, fra le tante voci rotte e affannose, distinguo solo quella di un marinaio che
bestemmia redarguito da una voce tremante di donna. A Porta Nolana ho la sensazione tragica della rovina: invece dell’urlio sommesso della folla,
mi addentro e mi sento sempre più avvolto e premuto da una calca di gente muta che emigra. [...] Sotto l’arco della porta il primo arresto dinanzi
alle ma cerie; giro nel vicolo preso anch’io nella torma dei fuggiaschi, e dopo pochi passi altro intoppo, altre luci abbaglianti di carri d’ambulanza,
altre voci concitate. Ho saputo dopo che erano le case crollate del quartiere di Porta Nolana, con molte vittime sepolte: la via che avevo
attraversato di corsa poche ore prima, scendendo a precipizio dal tram, fra ceste di pesche, carrettini di verdummari e vocio di carrettieri
ingorgantisi sotto le torri della cinta aragonese, per afferrare il treno all’ultimo minuto di partenza, non era che un cumulo di macerie; e i
fuggiaschi erano il popolo minuto dei quartieri più popolosi e più luridi di Napoli che emigra verso la galleria litoranea. Al Rettifilo la fiumana
nera e densa di popolo sfocia in una bolgia di luci e di macchine: tutte le auto capaci di muoversi con qualche litro di benzina e con le gomme non
ancora requisite, si allontanavano da Napoli per l’autostrada verso Sorrento, Salerno o nelle case e nelle ville dei comuni vesuviani. Una misura
dell’estensione del disastro me la dava lo strato dei vetri e dei cristalli su cui ho camminato ininterrottamente fino a casa. E dovunque quel
silenzio fatto di sgomento e di rassegnazione come dinanzi all’inevitabile, ai grandi cataclismi della terra, a un terremoto, a un’eruzione, a un
alluvione. [...] a casa raccolgo altre tragiche notizie: alcune delle navi in porto colpite; le salme dei marinai distese allineate sulla banchina dietro
la poppa della propria nave. Era la festa della Santa Bar bara e le navi avevano issato il pavese per solennizzare la loro santa patrona: si disse
financo che i marinai fossero radunati sul ponte per salutare un caccia di ritorno da una felice e rischiosa missione. In un capannello di curiosi, un
esportatore fa un quadro apocalittico delle rovine del porto: binari e carrozze ferroviarie rovesciate e contorte; la gente che s’era appiattata sotto
le rotaie, sollevata come piume in aria...»15

Il primo bombardamento diurno è anche quello più vivo nella memoria dei napoletani.

«Io... il periodo dicembre del ’42... nel ’42 io lavoravo nel porto, lavoravo in uno stabilimento di macchine frigoriferi industriali, tenevamo dei
grossi frigoriferi che venivano messi le carni d’importazione. Io avevo sedici anni nel ’42 e lavoravo lì e quindi poi un pomeriggio del 4 dicembre
del ’42 venne un bombardamento all’improvviso a Napoli e gli apparecchi americani si misero sulla scia dei nostri caccia che rientravano dalla
Tunisia – allora noi già stavamo sgombrando dall’Africa e stavamo in Tunisia – e quindi venne un grosso bombardamento a Napoli. Erano le
cinque del pomeriggio, era la festa di Santa Barbara, il 4 dicembre la festa della marina... mi ricordo che c’era tutta la flotta navale nel porto e
quindi fu un bombardamento all’improvviso, a altissima quota, incominciarono a buttare bombe, i nostri marinai festeggiavano la festa della
marina e da un momento all’altro viene questo grosso bombardamento, io che lavoravo in questo stabilimento... ero apprendista di macchine
frigoriferi, stavo nella meccanica e quindi all’improvviso ci fu un bombardamento enorme, lo spostamento d’aria, io andai a finire in una cella
frigorifero... le porte blindate lì si chiusero e rimasi... Stavo in questa cella frigorifero che chiamavo aiuto, perché le bombe che andavano a mare
risucchiavano e allora io... poi riuscirono a farmi uscire da questa cella e scappai. Comunque io rimasi senza lavoro, perché poi quel
bombardamento successe l’ira di Dio, fu affondato un caccia nostro, ma a cinquanta metri dove stavo io, ci furono morti e feriti a non finire. Io mi
ricordo che c’erano dei finanzieri che stavano con la testa sfracassata nel liquido del porto, che poi passavano i tram là a via Marina e lo
spostamento fu un orrore, io me ne scappai e mi ricordo che poi scappando c’era una parte fuori al porto chiamato il Mandracchio... mi ricordo...
l’apparecchi a bassa quota che mitragliavano e io non so come so’ vivo. Io mi commuovo ancora pensando solamente... poi iniziarono altri
bombardamenti ancora, dopo una settimana, l’11 dicembre del ’42... l’11 dicembre, il venerdì, ci fu un altro grosso bombardamento, perché noi
abitavamo nella parte del porto, perché i nostri genitori erano portuali, noi stavamo nel borgo Loreto, stavamo proprio vicino ai bacini a scali, là
c’erano le mitragliatrici sui bacini, le contraeree eccetera...» (Michele Lubrano).

«Io mi ricordo che una volta sono uscita dalla scuola sul ponte Sanseverino, l’Elena d’Aosta, uscii da scuola, avevo i libri in mano, quando
bombardarono il porto. Ad un certo punto, stavo proprio vicino alla posta, mi sentii come se uno mi avesse spinto con tutta la forza nella schiena e
mi caddero tutti i libri a terra. Il mio terrore era di perdere i libri. Con il sangue che mi usciva dal naso cercavo di raccattare i libri da terra. Mi
ricordo sempre di un marinaio che mi alzò da terra, mi pulì il viso e mi portò per forza ai Pellegrini. Dicevo io: guarda che non mi sono fatta
niente, sto camminando. E lui: ma c’hai tutto questo sangue! Mi portarono ai Pellegrini... ed infatti avevo solo il naso gonfio, il viso gonfio, ma non
mi ero rotta niente. Ricordi brutti... Figurati che si trovò una gamba e un braccio alla stazione di Bellavista e non si è mai saputo a chi
appartenevano. È stato il 4 dicembre 1942. Me lo ricordo perché avevo la carta fatta dall’ospedale. Ed io stavo in ospedale con quella
confusione... c’era gente veramente con le budella da fuori... mi medicarono alla meglio, mi lavarono la faccia. Come ti senti? Cammini? Sì sì
cammino. Dissi. E me ne andai a casa a piedi, perché non ci stavano più mezzi... Quando venivano i bombardamenti si fermavano i tram, i treni e
tutto il resto... E piano piano dalla posta centrale a Bellavista,16 arrivai la sera. Dopodiché decisi di non andare più a scuola» (Armida Amodio).

«Io mi ricordo che la guerra scoppiò il 10 giugno del 1940 e all’inizio era una pacchia perché c’era solo l’oscuramento, poi incominciarono i
bombardamenti inglesi e si faceva ste nottate nei ricoveri e si tirava avanti. Nei ricoveri chi diceva un fatto, chi diceva il rosario. A volte ci
portavamo il mangiare, i bambini dormivano. Ma dopo no, anche perché quando mi sono sposata non andavo più al ricovero. Andavo quando mi
trovavo per strada, ma mio marito diceva: non dare retta, buono buono muoriamo tutti e due. Io stavo a casa ma facevo i vermi. Mia cognata
diceva: datemi il bambino. Io mi sposai e aiutavo mio marito che teneva il ristorante a piazza Monteoliveto e incominciarono verso le 16.30 del 4
dicembre 1942 i bombardamenti terroristici. C’è da dire che nel porto erano arrivate le navi da guerra e da noi entrò un capo di marina che
veniva sempre. Io lo vidi e dissi: siete un malaugurio, siete venuto voi e fate venire i bombardamenti. Mio marito si stava mangiando la frittata di
maccheroni e io stavo seduta dietro la cassa e tenevo una pianta alle spalle: cadde la pianta, sentimmo un rumore e solo dopo suonò l’allarme.
Quello fu terribile perché si vedevano i feriti che li pigliavano e li mettevano sopra i carrettini e li portavano a tutti gli ospedali. I più gravi subito,
gli altri che erano quasi morti li mettevano da parte: un’odissea spaventosa. Nel ristorante entrò uno con un polpaccio ferito, tutto sangue: i
pianti, la paura. Non si capiva niente perché colpirono proprio tutta la posta centrale» (Grazia Grimaldi).

«Il ricordo più importante è che mia mamma perse un occhio con il bombardamento del 4 dicembre giù alla posta. Mamma si trovava per la
strada ed ebbe la sfortuna di avere tutte le schegge e perdette un occhio. Giù alla posta un marinaio per pochi istanti camminò solo il corpo
perché la testa fu buttata via. Io stavo nella salumeria e dietro alla cassa c’erano tutte mensole con scatolame sopra; ad un certo momento
caddero e io dissi: Armando ma questo è il terremoto! In quel momento entrò un ufficiale dell’aviazione e disse: signorina, quale terremoto,
questo è un bombardamento. Lei che ha la botola, andiamo giù. Mamma pochi istanti prima aveva detto a noi: Rosa guarda che io mi allontano
con Vittoria a cercare della stoffa per farvi dei cappotti, perché noi dobbiamo sfollare perché a Napoli non si può stare più. Prese il numero 14 a
piazza Dante: quando ci avviammo verso casa, mammà non era tornata. Si misero alla ricerca e la vedemmo arrivare con una carrozzella: a lei lo
spostamento d’aria le aveva strappato perfino gli abiti e Vittoria aveva tutti i capelli rigidi e tante schegge per il viso ma non era grave. Al
momento del bombardamento mia madre stava nel tram e si trovava all’impiedi perché doveva scendere alla prossima fermata. Passò anche per
l’ospedale dei Pellegrini ma non la vollero neppure medicare e le dissero: Signò qua sta gente che ha più bisogno, voi un poco l’occhio. Andate a
casa, mettete una garza e tiratelo su» (Rosa De Martino).

«Prima di venire un bombardamento le sirene suonavano. Invece un giorno si vede che i radar o gli addetti ai radar non si erano accorti che gli
aerei americani erano arrivati fino alla posta centrale e incominciarono a bombardare, dopo cominciarono a suonare le sirene e scappavano tutti
quanti e c’è gente che ha visto sulla posta centrale persone che senza testa facevano ancora due tre passi e poi cadevano. La gente scappava da
per tutto... io per scappare e tornare a casa mi venivano meno le gambe, ogni due tre passi cadevo per la paura finché non raggiunsi il ricovero
dove stava mia mamma» (Erminia Cannavale).

«Il primo bombardamento vero e proprio l’ho vissuto con la mia fidanzata Delia. Fu il primo bombardamento americano e ci trovavamo nel tram a
via Guglielmo San Felice che allora faceva il tratto Montesanto-piazza Nazionale. Sentimmo un aereo a bassissima quota, poteva stare a circa
trecento, quattrocento metri e subito sganciarono le bombe... un putiferio! Gente che cercava di scendere dal tram di corsa, trascinandoti, era il
’41-42 forse... quando venne bombardata la posta» (Pasquale Gallotti).

«Quando bombardarono le navi nel porto. Ci stavo io e due sorelle mie che stavamo andando al negozio di mio padre, e là quando arrivammo a
posta era a fine ro munne.17 A ggente cammenavene senza testa... Andammo a finire, io andai a finire sott’a questura, ma non so nemmeno come
ci so’ arrivato: forse o spostamento d’aria non lo so, forse ci hanno pigliato e ci hanno portato là, non lo so. Sotte arò stevene e carcerati.18 Però
stevene e tram dove stava Upim, comme se chiamma quella strada là? Quello che porta su allo Spirito Santo. E là stava nu tram chine ’e
muorte...19 e là sono stato sbattuto. Poi per esempio alla questura si vedeva la gente che si buttavano giù. Cchiù è chelle ca me pozz’arricurdà, o
tenghe ancora davanti a gli uocchi.20 E ggente camminavano senza testa! Ma no camminavano perché tenevano a forza ’e camminà,21 perché era
lo spostamento d’aria d’e bombe che avevano buttato. Allora si vedeva ancora qualcuno... fu proprio una cosa... E chille buttarono a volontà, a
tonnellate. Come l’acqua, come quando tu vire e buttà l’acqua, accussì bombardavano...22 [...] O bombardamento a posta. Ho visto i morti
camminare, ma camminare proprio. Che io poi ero piccolino, dicevo: ma come cammina quello senza testa? Era lo spostamento d’aria stesso che e
faceva fà l’ultimo passo e poi sbattevene ’n terra» (Antonio Basile).

Alcune immagini sono comuni a molti racconti, le navi distrutte nel porto, la gente che fugge sorpresa nelle sue quotidiane attività... Ma la vera
icona di quel bombardamento è costituita dai corpi mutilati che si muovono: le persone che «camminano senza testa».

La gente non si era ancora ripresa dallo shock quando, pochi giorni dopo, l’11 dicembre, un’altra violentissima incursione faceva altre distruzioni
e altre vittime. Dalle 15.45 alle 17.10, secondo la fonte britannica,23 Napoli fu di nuovo bombardata a tappeto: vennero colpiti il porto, i quartieri
del centro storico, la periferia orientale e i comuni del golfo. Crollarono in alcuni punti il porticato di San Francesco da Paola e il Palazzo Reale a
piazza Plebiscito. A via Tappia una bomba dirompente fece cadere la scala di un palazzo sull’imbocco del ricovero, travolgendo numerose
persone. Crolli e morti si ebbero ancora a via Gennaro Serra, via Borgo Loreto, vico Giovanni Tappia, via Sant’Anna delle Paludi, via Chiaia, vico
delle Grazie a Loreto, Ponte di Casanova, via Ferrara, v ia Santa Maria degli Angeli, via Ferraris, via Aquila, via Arenaccia, all’ospedale Loreto
dove morirono alcuni feriti delle precedenti incursioni. Vennero colpiti il gasometro, l’officina ferroviaria di via Reggia di Portici, molti
stabilimenti della zona orientale, la base dei sommergibili al porto. Sull’incrociatore ausiliario Arborea v i furono morti e feriti.24 Troviamo il
puntuale elenco delle imbarcazioni e degli stabilimenti colpiti nella documentazione britannica. 25

Il 15 dicembre un altro grande bombardamento colpiva il carcere di Poggioreale e la zona circostante. Dalla documentazione emergono i segni di
un profond o disagio. All’obitorio, nella sala mortuaria del cimitero di Poggioreale, negli ospedali non si contavano i cadaveri abbandonati; le
pratiche del riconoscimento erano lente ed estenuanti. Il podestà protestava presso la procura per i ritardi con i quali si procedeva al
riconoscimento delle vittime; faceva presente che ancora il 14 dicembre giacevano nei depositi dell’obitorio «non pochi cadaveri delle vittime
della incursione dei giorni scorsi, mentre vi [stavano] affluendo quelli dell’ultima incursione»: se si fossero ripetuti altri raid aerei, l’obitorio non
avrebbe potuto più ricevere salme, bisognava aumentare il numero dei magistrati preposti al riconoscimento dei cadaveri. Il prefetto stesso
sollecitava i magistrati a lavorare più alacremente per procedere al riconoscimento e permettere le sepolture. Dispacci della prefettura e della
questura sollecitavano l’apertura continuata delle camere mortuarie dei cimiteri. Il questore segnalava la grave situazione dei ricoveri, in
particolare l’urgenza di provvedere alla costruzione di un rifugio per l’ospedale dei Pellegrini, che disponeva allora «di un piccolo e mal sicuro
ricovero di fortuna» dove non era possibile accogliere i feriti più gravi. Proponeva di far arrivare alla stazione di Mergellina un treno ospedale per
i feriti.26

Dal cie lo, intanto, piovevano i volantini per la popolazione. Erano le donne questa volta le principali destinatarie. «DONNE DI NAPOLI! Dove
sono i vostri uomini che andarono in Africa? [...] MADRI DI NAPOLI! Date l’ultimo addio ai vostri cari che stanno per partire o fate qualche cosa
per salvarli! [...] SPOSE DI NAPOLI! [...] Fate la guardia alle navi... Fermate i treni militari... Nascondete l’equipaggiamento dei vostri amati
soldati... Mutilateli se occorre... Meglio un braccio rotto per loro che un cuore infranto per voi. Impedite ai soldati italiani d’imbarcarsi. IL MARE
SIGNIFICA LA MORTE».27 Seguiva la figura di un uomo annegato in mare...

Gennaio-marzo 1943

11 gennaio 1943. Una nuova incursione colpiva Napoli alle 16.27.28 «L’incursione, di bre vissima durata, è stata una delle più impressionanti per
le conseguenze avute e per taluni episodi che hanno rivestito carattere di particolare drammaticità». 29

A crollare quella volta furono alcuni palazzi delle zone residenziali, di piccola e media borghesia, fra piazza Mazzini e il Vomero: via Girolamo
Santacroce 3, 6 e 8, dove sparì letteralmente una famiglia di 5 persone, via Battistello Caracciolo 4, viale Michelangelo, via Gonfalone 11 e 12, via
Salvator Rosa 161 e 165, 121 e 125.

Siamo in presenza di gruppi sociali più «colti» e più agiati ed è per questo forse che può partire la denuncia anonima spedita direttamente al duce
e inviata quindi dal ministro degli Interni alla prefettura di Napoli con la richiesta di spiegazioni. «Duce! Dobbiamo denunziarvi un fatto
vergognoso, mostruoso, che è tanto incredibile da poter dubitare della sua autenticità. Eppure purtroppo è vero. Dall’ultima incursione su Napoli
e cioè da Lunedì, ed oggi è Giovedì, sono rimasti sepolti sotto le macerie, in un palazzo sito in via Ponte della Cerra a Salvator Rosa, parecchie
decine di persone che si erano rifugiate nel ricovero del palazzo. Diggià si parla di centinaia di persone, ma parecchie diecine sono certe. Questi
disgraziati fino ad ieri rispondevano agli appelli, ma oggi non più. Sapete quanti operai lavoravano allo sgombro? Ne abbiamo contati 4!! I quali
operai poi all’ora della colazione sospendevano il lavoro e così lo stesso la sera. È da chiedersi se viviamo in un paese civile dove simili cose
avvengono. Gli ingegneri fanno perizie, prendono fotografie ma non si fa nulla per salvare i disgraziat i sotto le macerie e pensare che bastava
chiamare un po’ di truppa per fare aiutare ad un rapido sgombro. Con mille soldati ad una pietra ognuno salvavano queste vite umane, di italiani
come loro; ma anche se si fosse trattato di animali per umanità bisognava tentare di salvarli. Siamo in piena disorganizzazione, dove non c’è un
uomo che occupa il posto che dovrebbe occupare. Una inchiesta seria è necessaria».30

Vediamo la versione dei vigili del fuoco. «Il ricovero del fabbricato n. 121, con accesso da una scala che partiva dall’androne, era rimasto bloccato
da enormi cumuli di macerie prodottesi nel crollo di alcune verticali del palazzo. Una bomba nemica, di peso non inferiore a 500 Kg, era caduta
nel terrapieno in prossimità dei muri esterni di due ambienti del ricovero, e, scoppiando, aveva determinato il crollo di detti muri, quindi quello
delle volte di detti compresi, alle quali erano venuti a mancare i sostegni. Era cr ollato anche il muro interno di sostegno alla volta del terzo
compreso, in un angolo fra l’androne e il giardino. In conseguenza dello scalzamento dei muri di fondazione, si era verificato il crollo delle
verticali di vani insistenti sui tre compresi del ricovero . L’ing. Andriello accedeva subito per la scala che parte dall’androne, e percepiva, distinte,
le voci di alcune persone rimaste sepolte che invocavano aiuto dal primo compreso del ricovero, colmo di macerie in continuo movimento; vi era
appena lo spazio per consentire ad un uomo accovacciato di muoversi...»

Seguiva un lungo resoconto di salvataggi, tentativi, vigili del fuoco feriti... «Si è lavorato ininterrottamente per 104 ore, con la presenza
complessiva di 10 ufficiali e 1020 fra sottufficiali, graduati e vigili».

Tutte le vittime (96 in tutto) erano state estratte entro la sera del 14 gennaio. Fra le macerie, che avevano completamente travolto interi gruppi
familiari, erano stati trovati titoli di stato, gioielli, libretti di risparmio, denaro contante... I beni di un gruppo di famiglie di media borghesia...31

La nota di un informatore di alcuni giorni dopo parla di preoccupazione e sfiducia dei cittadini verso le istituzioni preposte alla difesa della città.

26 gennaio 1943. 14 B-24 colpivano la città in due ondate, la mattina e la sera.32

7 febbraio 1943. «12 B-24 del 93° gruppo hanno attaccato la flotta nel porto di Napoli dalle 15.12 alle 15.47 del 7 febbraio e hanno sganciato 108
bombe americane da 500 libbre. La maggior parte delle bombe è caduta sul molo Bausan e sul molo Vittorio Emanuele. Alcuni scoppi sul
lungomare Porta di Massa. Fumo e vasti incendi al molo Masaniello e al molo Vittorio Emanuele. Alcune bombe sono cadute ai bordi della città e
alcune in mare. 9 B-24 del 376° gruppo hanno attaccato la flotta nel porto di Napoli alle ore 16.25 del 7 febbraio, sganciando 72 bombe
americane da 500 libbre da 23000 piedi di quota, sull’area del mo lo Masaniello. Incendi e fumo sul molo e sul lungomare Aosta. Obiettivo
secondario Messina».33

Così descrivevano l’operazione i comandi americani. Le relazioni della prefettura e dei vigili del fuoco segnalavano distruzioni nella zona
industriale e portuale: venivano colpiti i bacini di carenaggio, la stazione marittima, le cacciatorpediniere Vivaldi, Montanaro e Lira, il palazzo
della Dogana, i pontili Vittorio Emanuele e Duchessa d’Aosta, la Navalmeccanica, la caserma Bianchini, lo stabilimento Cellulosa Cloro Soda. I
danni del bombardamento sono puntualmente segnalati dai servizi di intelligence britannici: totale sospensione del lavoro alla Cellulosa Cloro
Soda; danni alla Navalmeccanica, a La Precisa, all’Alfa Romeo di Pomigliano.34 Infine a piazza Mercato si verificava l’ennesima strage all’ingresso
di un ricovero. Crollavano fabbricati a via Sant’Eligio, vico Spigoli, al ponte della Maddalena, a San Giovanni a Teduccio.

15 febbraio. I bombardieri attaccavano lungo tutto l’arco del golfo, dal porto napoletano fino a Torre del Greco.35

20 febbraio. Una nuova terribile incursione: «10 B-24 del 98° gruppo si sono alzati in volo il 20 febbraio per attaccare Napoli. 3 aeroplani sono
passati attraverso solide nubi e hanno sganciato 15 bombe da 1000 libbre alle 15.50. Due navi colpite. [...] una esplosione nei magazzini».36

«A ore 16.55 est stato dato allarme su segnalazione posti Capri et Ischia presenza quattro apparecchi nemici provenienti dal mare. Quasi
contemporaneamente apparecchi sganciavano bombe sulla città. Popolazione pertanto non ha avuto tempo ricoverarsi. Morti per asfissia causata
da ressa presso ricoveri. Trentuno ricovero piazza San Gaetano, nove ricovero piazza Donnaregina, due ricovero piazza Ottocalli». 37 Zone colpite:
Porto, via Duomo, piazzetta Grande Archivio, corso Umberto...

Il 21 già si contavano 119 vittime ufficiali, ma si onoravano le vittime fasciste. «Messa in suffragio di Fascisti gruppo Belfiore caduti in occasione
incursione aerea nemica del 20 andante avuto luogo stamane nella chiesa San Pietro ad Aram con intervento federale, ufficiali, rappresentante
Comando Presidio, Presidente Associazione Combattenti, mutilati, organizzazioni del PNF e rappresentanza fascio femminile. Terminata messa si
è formato corteo con musica che ha percorso corso Umberto I, piazza Garibaldi, corso omonimo, dove si è sciolto con l’appello ai caduti».38

24 febbraio. «6 B-24 del 376° gruppo hanno attaccato le navi nel porto di Napoli, alle ore 2.02 di notte. 36 bombe da 1000 libbre sono state
sganciate da 17500-26000 piedi. Sono stati colpiti il porto e l’area dei magazzini».39

1° marzo. «Inizio dell’offesa alle ore 17.35 su tre formazioni. La prima formazione su 3 apparecchi da est. La seconda su 6 apparecchi da sud e la
terza su 6 apparecchi da sud. Le tre formazioni hanno svolto un attacco concentrico sul porto di Napoli in un solo passaggio sganciando in quota
una ottantina di bombe di grosso e medio calibro, dopo lo sgancio hanno invertito la rotta dirigendosi vers o sud in uscita tra Ischia e Capri. Tipo
degli apparecchi: quadrimotori Liberator. Sganci in quota: uno in un’unica ondata. Luogo di caduta: zona portuale-zona industriale-Mercato-
Binari delle FF.SS.-piazza Cavour (adiacenze Museo)-corso Umberto (adiacenze Università). Danni subiti: Piroscafo Creta 2000 tonn. Carico
benzina bruciato. Altri tre piroscafi colpiti non gravemente (Oriani, Modica e Rea). Un motoveliero affondato. Cacciator pediniere Monsone
affondato con morti e feriti. Il piroscafo Ines Corrado affondato con automezzi ed artiglierie. Due edifici crollati via Duomo angolo via Marina; 5
edifici crollati a corso Umberto adiacenze Università fra i quali albergo Napoli. 5 o 6 edifici nella zona piazza Cavour salita Stella in gran parte
crollati. Cinque o sei edifici in piazza Mercato crollati e incendiati. Vagone carico ossigeno di strutto».40

I vigili del fuoco stilavano un lungo elenco di crolli e vittime: crolli con vittime alla clinica della Maternità e Infanzia a Caponapoli, a piazza
Montesanto, via Pasquale Scura, piazza Cavour 114, via San Nicola dei Caserti, via Stella, piazza Mario Pagano, piazza Sanità, via San Severo alla
Sanità, piazza Mercato, via Pignasecca, corso Umberto I. Incendio a vico Lammatari alla Sanità. Danni allo stabilimento CLEDCA (distillazione
catrame) a via Benedetto Brin. Al molo San Vincenzo il cacciatorpediniere Monsone affondava con morti e feriti. Si incendiavano il Brema, il
dragamine Eugenio, la motonave Alice, i piroscafi Rea e Ines Corrado che si inabissava con automezzi e artiglierie. Sulle banchine esplodevano
bombole di ossigeno e in un capannone fusti di benzina. Venivano colpite le Officine del Gas e le Manifatture Tabacchi.41

Intanto l’area colpita dai bombardieri cominciava a estendersi oltre la cerchia della città e del golfo. Il 5 marzo alle 2.20 di notte finiva nel mirino
un piccolo paese del Nolano, San Vitaliano di Nola. «Le bombe h anno demolito una quindicina di abitazioni sorprendendo nel sonno quasi tutti gli
abitanti. 15 vittime fra cui alcuni sfollati da Napoli».42 Gli abitanti di San Vitaliano protestarono chiedendo le sirene per gli allarmi, ma venne loro
risposto che una sola incursione non giustifi cava l’acquisto di una sirena e che, fra l’altro, anche le sirene richieste per Napoli, dove in più zone
della città non funzionavano o funzionavano male, non erano arrivate né era prevista la data di consegna.

13 marzo 1943. 12 aerei colpivano la città in due ondate alle 17.30 e alle 19.35, sganciando ciascuno 5 bombe da 1000 libbre e alcune bombe
incendiarie.43 I capitani che stilavano i rapporti dei singoli equipaggi informavano di non aver potuto individuare con precisione l’obiettivo a
causa del maltempo. Uno comunicava di «aver sganciato le bombe in area e di aver visto le fiamme alzarsi», un altro di non aver potuto
«individuare il porto e di aver sganciato le bombe in un’area a sud del porto», un altro ancora di aver lanciato le bombe attraverso un tappeto di
nubi «nell’area della città a metà del tragitto».44

18 marzo 1943. 17 aerei partivano dalle basi dell’Africa per colpire nuovamente il porto e sganciavano sulla città 108 bombe da 500 libbre. Nel
rapporto sull’operazione si osservava che «era stato visto un incendio in città» di cui non si era potuto capire la provenienza a causa di un vasto
manto di nuvole. 45

Due giorni dopo, 20 marzo, 7 aerei del 98° gruppo tornavano in città con l’ordine di attaccare per l’ennesima volta il porto e in particolare il molo
Vittorio Emanuele. Venivano fatte cadere delle bombe incendiarie e 93 bombe esplosive da 500 libbre. Anche quel giorno Napoli era coperta da
un manto di nubi e la mira fu per forza approssimativa.46 Il 21 marzo i vigili del fuoco registravano crolli tra via Nolana e la chiesa del Carmine.
Bombe anche nei paesi di Casavatore e Scisciano.

Nella notte del 22 marzo veniva silurata la motonave Manzoni, al largo di Capri. La nave, di 4600 tonnellate, era partita dalla Tunisia e
trasportava soldati italiani e tedeschi. Venivano raccolti circa 100 naufraghi. 47

Il quartier generale del IX Bomber Command, nel rapporto del 1° aprile, segnalava i danni inferti nei bombardamenti di marzo, dedotti dalle
fotografie dei ricognitori. Dalle immagini del 22 marzo si potevano rilevare «tre isolati distrutti fra piazza Mercato e corso Umberto; tetti di
costruzioni abbattute; danni a sud della chiesa di San Lorenzo; otto crateri nell’aeroporto di Capodic hino». I danni riscontrati il 30 marzo erano
forse superiori: «Un cargo bruciato e interamente distrutto da una esplosione che ha anche distrutto l’angolo del molo Vittorio Emanuele, il
lungomare Marinella, danneggiati gli edifici vicini al molo Cesario Console. Circa cinquanta chiatte sono state affondate nel bacino Armando Diaz
e i binari lungo il lungomare Marinella appaiono inservibili. Danni sono stati inferti anche a un hangar delle ferrovie, al gasometro, e al
magazzino del lungomare Duchessa d’Aosta».48 Tuttavia, concludeva il rapporto, poiché do po il 22 marzo non si erano svolte incursioni, tali
danni non erano imputabili ai bombardamenti angloamericani ma all’esplosione di una nave italiana carica di munizioni. C’è qui l’accenno a uno
degli episodi più oscuri e terribili della guerra, estremamente vivo nella memoria della città: l’esplosione della Caterina Costa, carica di bombe e
di combustibile da trasportare in Africa.

L’esplosione della Caterina Costa: 28 marzo 1943

«Il 28 marzo alle 5 circa pm nel porto di Napoli la barca Caterina Costa è saltata in aria. L’esplosione ha causato considerevoli danni nel porto e
nel centro della città. A bordo due autocarri di un reggimento di granatieri. Impossibile stabilire le perdite di personale. I motivi sono per ora
sconosciuti».49

La terri ficante esplosione, che causò morti e distruzioni pari a uno dei bombardamenti più efferati, fu il risultato finale di una catena di omissioni
e di atti di irresponsabilità, che gettano una luce significativa sulle caratteristiche della classe dirigente politica e militare.

La nave si incendiò alle 14.10 e scoppiò alle 17.30. La popolazione non fu messa in allerta, venne colta per strada o nelle case da una spaventosa
pioggia di proiettili e di relitti che si riversarono su tutta la città. Le relazioni del prefetto, del questore, del comandante dei vigili del fuoco
raccontano i fatti con disarmante franchezza.

«Il Caterina Costa, stazzante 10000 tonnellate, stava ormeggiato all’atto dell’incendio presso il pontile Vittorio Emanuele presentando la prua
verso terra».50 La nave si trovava, dunque, in una posizione non regolamentare: una nave carica avrebbe dovuto volgere la prua verso il mare e
non verso la banchina. Inoltre «il carico – misto di benzina, nafta e munizioni, fra cui quattrocento bombe da 500 Kg ciascuna – era stato ultimato
fin dal 26; tuttavia il piroscafo, nell’attesa dell’ordine di partenza, era stato lasciato presso il pontile di carico, che è tra i più centrali dell’ambito
portuale». Nell’attesa degli ordini, che dovevano giungere da Roma, il piroscafo avrebbe dovuto sostare presso la diga foranea. «L’incendio,
manifestatosi con una prima forte esplosione – continua la relazione del prefetto – ebbe inizio alle ore 14.10 ed apparve localizzato nella stiva n. 6
di poppa, contenente benzina e nafta. Detta stiva era chiusa con un coperchio in legno; ma questo non era coperto dal relativo telone. Sembra che
da parte del personale della nave non si sia spiegato alcun intervento per lo spegnimento con i mezzi di bordo, ma date le proporzioni allarmanti
assunte fin da principio dall’i ncendio, il comandante e l’equipaggio si allontanarono subito dalla nave». Il comandante dei vigili del fuoco,
chiamato sul posto, si rendeva conto della gravità della situazione e cercava inutilmente le autorità portuali per prendere delle decisioni gravi,
quali quella di affondare la nave. Nella capitaneria di porto non veniva trovato «nessun elemento responsabile». Solo verso le 15.15 si presentò
alla banchina il comandante interinale che «si limitò a fare allontanare due piroscafi e alcune chiatte che stava no ormeggiate presso il Caterina
Costa. Alle 15.30 sopraggiunse nel porto l’Ammiraglio Comandante il Dipartimento Marittimo e dopo qualche tempo l’Ammiraglio Alto
Commissario per il Porto. Nessuna disposizione precisa venne impartita dalle autorità».

Dalla lettera riservata del questore al prefetto sembra che a un certo punto sia stata presa in considerazione la decisione di affondare la nave, che
sia stato chiesto l’aiuto di un cacc iatorpediniere perché facesse una breccia sulla fiancata, che si sia pensato all’intervento della contraerea.
«Perdurando l’incendio dovette essere esaminata la possibilità di portare la nave al largo o di farla affondare, sparando ai suoi fianchi qualche
cannonata (ormai non era più possibile aprire le valvole) e per effettuare questa seconda manovra mi si dice che sia stato richiesto qualche
cannone. Se non che essa non ebbe esecuzione, perché fu prospettata la possibilità che il liquido infiammato, venuto fuori dalla nave sventrata, si
sarebbe sparso per la superficie dell’acqua, determinando altri incendi. Mi si dice che tale ipotesi sarebbe assurda, perché i colpi di cannone
dovevano essere diretti nella zona delle macchine e non nelle stive e quindi il piroscafo sarebbe affondato con le stive intatte. In complesso fu solo
deciso e richiesto dal Commissario di PS di sgombrare la zona circostante per un raggio indicato prima in 300 metri e poi in 500, il che fu fatto e
si rimase in attesa che s i spegnesse l’incendio, che si disse sarebbe durato attorno ai tre giorni. Per quel che è stato possibile apprendere,
sembra che gli organi portuali competenti, lungi dal temere l’esplosione contemporanea di tutto il carico esplosivo, abbiano pensato ad una
esplosione graduale delle bombe, per cui la cautela dello sgombro era più che sufficiente. [...] Quanto oggi ognuno si chiede è di precisare perché
la nave non fu spostata e portata al largo, in modo che la esplosione, resasi purtroppo inevitabile, non avrebbe prodotto i danni che poi ha causato
sia alle persone come alle cose. [...] Qualcuno poi, in proposito, fa presente che, secondo una disposizione della commissione di allestimento, i
piroscafi, ultimato il carico, dovrebbero essere ormeggiati alla Diga Foranea, in attesa della partenza. Pare che questa disposizione non venga
sempre osservata, perché il personale di bordo sarebbe costretto a prendere imbarco sul piroscafo e a restare bloccato fino alla partenza, a meno
che non trovi modo di farsi portare a terra da qualche motoscafo o da qualche altro natante con perdita di tempo e sciupio di benzina. È certo che
gente di mare presente sulla banchina rilevava che la nave poteva essere portata al largo; qualcuno anzi faceva mostra di avere pronti gli uomini
animosi per tagliare gli ormeggi e rimorchiare la nave al largo; qualche altro faceva presente che si potevano e si dovevano pigliare gli uomini
della R. Marina, coi quali si sarebbe dovuto effettuare la manovra dell’allontanamento della nave dalla città. [...] È stato insinuato che, essendo
giorno di festa, il personale dell’ufficio competente non era adeguato alla circostanza e sembra che il sinistro abbia determinato un certo
disorientamento e una certa indecisione negli organi portuali competenti, così che la perdita di tempo ad adottare le congrue decisioni, fece
aggravare la situazione al punto che non fu più possibile far nulla di concreto. [...] È stato fatto appunto perché non siano state suonate le sirene
di allarme quando si intuì che doveva avvenire la esplosione. [...] Certo se fosse stato dato l’allarme la massima parte dei danni alle persone
sarebbe stato evitato».51

Anche a proposito delle cause dell’incendio questore e prefetto traevano conclusioni disarmanti. Contrariamente alla voce che si era sparsa e di
cui rimane ampia traccia nelle testimonianze orali, le relazioni escludevano atti di sabotaggio e imputavano lo scoppio della scintilla a umana
trascuratezza. «Sembra molto probabile che la causa dell’incendio possa attribuirsi all’accensione di esalazioni del carburante provenienti dalla
stiva attraverso le fessure del coperchio mancante del relativo telone. Da notarsi poi che i recipienti e i fusti del carburante soprattutto quelli di
provenienza germanica mi si assicura non essere mai di perfetta tenuta e facili a lasciare sfuggire impercettibili rivoli di liquidi, soprattutto se il
caricamento non viene eseguito alla perfezione e cioè coi tamponi di chiusura dei recipienti situati in alto. Per tale accensione si formulano varie
ipotesi: fra queste l’accensione inconsiderata di qualche sigaretta del personale e la autocombustione spontanea, fra le diverse voci da segnalare
quella di un soldato tedesco che avrebbe lavorato con la fiamma ossidrica in coperta e precisamente presso i boccaporti della stiva incendiata».52

Questore e prefetto sottolineavano «l’imprudenza con cui si erano praticati nel porto carichi misti di carburanti ed esplosivi». Allegavano alle loro
relazioni una lettera del comandante dei vigili del fuoco datata 7 marzo inviata alle autorità marittime italiane e tedesche «per richiamare la loro
attenzione sui gravi pericoli che sarebbero potuti derivare da tale situazione». Lettera che aveva avuto una risposta dal Comando germanico e
nessuna da quello italiano.53 Questore e prefetto facevano notare che la nave era ormeggiata con la prua verso terra «mentre per i carichi
pericolosi sarebbe stata prescritta la posizione inversa; che il piroscafo era circondato da altre due navi e varie chiatte con pregiudizio tanto per
esse medesime che per eventuali manovre per il suo rimorchio al largo; che sebbene il carico fosse ultimato fin dal 26, non si era provveduto a
trasportare la nave presso la diga foranea, ove avrebbero dovuto essere ormeggiate le navi cariche in attesa di partenza».

Il prefetto chiudeva la sua relazione con le considerazioni sul comportamento delle autorità, che vale la pena citare per esteso, per la loro
rilevanza. «Nulla si fece per affondare la nave allagandola, allorquando in un primo tempo la portata dell’incendio avrebbe potuto forse
consentirlo, mediante apertura delle valvole di sicurezza che stanno presso le macchine. Ed ammesso che questa operazione fosse impossibile per
i bassi fondali, non si tentò neppure di prenderla a rimorchio per portarla in alto mare, cosa che, forse, avrebbe potuto avvenire con una certa
agevolezza, in quanto la nave non era ancorata ma ormeggiata con gomene facilmente tagliabili. Va soprat tutto posta in evidenza l’indecisione
mostrata dall’autorità portuale, la mancanza di coordinamento e di senso di responsabilità, l’insufficienza delle iniziative. Le autorità che avevano
ordinato o presieduto al carico della nave dovevano conoscerne esattamente il contenuto e misurare su questo l’entità del pericolo soprastante
alla città; ciò nonostante nessuna segnalazione o richiesta venne rivolta alla Prefettura o alla Questura o al Comitato di Protezione Antiaerea. [...]
Venne invece perduto un tempo prezioso fra dubbi ed indecisioni; né si seppe valutare appieno quali tragici effetti avrebbe potuto avere
l’esplosione, tanto che venne semplicemente disposto lo sgombero per un raggio di 500 metri, mentre si sarebbero potute evitare per la città
tante vittime solo se gli organi competenti avessero dato l’ordine di suonare le sirene d’allarme. [...] Devo inoltre affermare che l’ufficiale di
servizio al Comitato Provinciale di Protezione Antiaerea presso la Prefettura chiese notizie sugli scoppi iniziali nettamente percepiti in città sia
alla Dicat e sia alla Capitaneria di Porto che rispose, oso dire, quasi in modo superficiale». Il questore aggiungeva di avere avuto notevoli
difficoltà nella sua inchiesta «dovendo indagare in ambiente militare».

Nella lettera allegata alle relazioni l’ingegnere Della Morte, ufficiale dei vigili del fuoco mandato dal comandante a conferire con la capitaneria di
porto e con il comando della marina alle 14.35, riferiva di non aver trovato negli uffici relativi nessun ufficiale superiore. All’ufficio operativo del
comando, dove lui e il commissario militare della Caterina Costa avevano fatto presente la gravità della situazione, era stato loro risposto che
«senza ordini superiori, non era possibile prendere alcuna decisione».54 Il resto del documento è una descrizione di corse attraverso il porto per
portare inutili messaggi e cercare di spingere le autorità a prendere delle decisioni che non vennero prese.

Le parole di prefetto e questore si commentano da sole. D’altro canto, come mostrò magistralmente Marc Bloch a proposito della disfatta
francese,55 nella nazione in guerra emergono con grande evidenza le caratteristiche culturali e strutturali delle élite dirigenti, già presenti in
tempo di pace. Incapacità di previsione, trascuratezza, leggerezza, scarsa considerazione per i destini della gente comune, irresponsabilità delle
classi dirigenti non nascevano nella guerra e, purtroppo, non sarebbero finite con la guerra. Sembra di vedere all’opera quelle che saranno le
dinamiche dell’8 settembre e dello sfaldamento dell’esercito.56 Per la popolazione era l’ennesima dimostrazione che avventurieri incapaci la
tenevano in balia e la stavano conducendo alla rovina. Lo suggerisce ancora il commento dello stesso prefetto. «È ovvio che il susseguirsi di
episodi dolorosi ha generato nella opinione pubblica un profondo scoraggiamento e la sensazione di essere in balia di ogni evento. L’ultimo tragico
avvenimento, che forse avrebbe potuto essere evitato od almeno attenuato da pronte decisioni e da precise direttive, conferma in pieno il giudizio
della cittadinanza».57 E il 15 maggio successivo a proposito dei risultati dell’inchiesta ufficiale lo stesso prefetto aggiungeva: «L’inchiesta,
condotta dall’Ammiraglio Ecc. Cavagnari, portò all’accertamento della responsabilità dell’Alto Commissario del Porto, Ammiraglio Falangola, che,
con recente provvedimento è stato esonerato dalla carica medesima. La notizia comunicata alla stampa, ha peraltro suscitato un senso di
generale delusione nella popolazione che si attendeva provvedimenti di più larga estensione. Infatti se l’esito della inchiesta ha portato
all’esonero dell’Alto Commissario, sarebbe parso opportuno che fossero state adottate altresì sanzioni a carico di quegli elementi che prestavano
servizio alle di lui dipendenze occupando posti di responsabilità e che per asseriti attriti esistenti con il predetto Ammiraglio o per affermata
irresolutezza d’azione non si sarebbero mostrati all’altezza delle esigenze del delicato servizio cui erano preposte».58

Dunque, dopo la lunga sequenza di atti mancati, alle 17.30 la nave esplodeva «proiettando rottami infuocati e un numero enorme di proiettili a
grande raggio per tutta la città».59 Su Napoli si rovesciava «una pioggia di detriti incandescenti, taglienti come lame di ghigliottina [...] Una
pioggia di ferro e di fuoco, una pioggia di spolette, di proiettili, di bossoli arroventati; una pioggia di lamiere, di brandelli di car ro armato, di
pezzi informi di metallo, strappati alla nave e al suo carico, alle banchine, alle case, piovve nelle strade. Un pezzo di nave finì sul ponte della
Maddalena, dove crollarono due file di fabbricati, seppellendo gli abitanti. Fu la devastazione più selvaggia e tremenda di tutta la zona dei
Granili, della Caserma Bianchini, del Lavinaio e del Borgo Loreto».60

Tutta la città fu colpita. Si ruppero quasi tutti i vetri di porte e finestre, il botto dell’esplosione fece cadere tramezzi e soffitti in molte abitazioni,
ma i quartieri più vicini al porto e antistanti la marina subirono danni e vittime pari a un vero e proprio bombardamento. L’ispettore del genio
civile calcolava in 50000 i palazzi sinistrati.61 La storica basilica del Carmine fu gravemente danneggiata, si sviluppò un incendio all’Archivio di
stato, sal tarono le banchine del porto, ebbero danni i magazzini generali e la dogana, le industrie della zona industriale già regolarmente colpite
dai bombardieri; fu seriamente danneggiato il gasometro, provocando l’interruzione dell’erogazione del gas a tutta la città. In alcune zone
vennero interrotte l’illuminazione e le linee tranviarie. Furono inoltre colpite in modo grave la stazione Centrale e la stazione della
circumvesuviana: fra coloro che gremivano i treni in sosta o si trovavano sulle banchine in attesa ci fu un numero imprecisato di vittime. In tre
teatri crollò lo scenario, in un cinema cadde il soffitto. Era domenica ed essi erano affollati, ci furono morti e feriti. Negli incartamenti della
prefettura troviamo elencati 1100 feriti, molti dei quali sarebbero deceduti nei giorni successivi, e soltanto 48 vittime. L’elenco delle vittime risale
al 28 marzo; sappiamo con sicurezza che le vittime furono molte di più. Aldo Stefanile parla di 549 morti e più di 3000 feriti.62 La relazione del
comandante dei vigili del fuoco riferisce di numerosi morti «raccolti nella stazione ferroviaria, nel porto e nelle strade, e trasportati nelle varie
sale di deposito».

Che la città fosse prostrata come dopo un gravissimo bombardamento lo si ricava anche da questa testimonianza di un confidente: «La
cittadinanza è ancora stordita per il fulminio incidente di ieri e molti non si stancano di parlare e criticare, ritenendo che la colpa sia da
addebitarsi alle persone e non alla fatalità. La mancanza del gas in più rioni della città aggrava que sto stato d’animo. Inoltre stamane alcune
panetterie non hanno potuto panificare per la mancanza della forza motrice. Ho visto accanto ad una panetteria al vico Vasto a Chiaia una folla di
persone, per lo più donne che protestavano ad alta voce reclamando il pane. Alcune dicevano: non basta la paura, no n bastano i sacrifici, anche il
pane ci fate mancare e dire che si tratta di una razione che non basta a sfamare una creaturina».63

L’episodio è, insieme al bombardamento del 4 dicembre 1942, uno dei più vivi nella memoria cittadina. I racconti del tempo e quelli dei testimoni
riportano la dimensione di eccezionalità e di stupore che circondarono la catastrofe.

«Dopo le incursioni e i bombardamenti durante tutto il mese di marzo, interrotti solo dal maltempo, si è avuto, a suggello del tragico bilancio del
mese, lo scoppio della Santa Barbara di una nave ormeggiata al molo San Vincenzo, carica di proiettili e di bombe tedesche. Tornando da Pompei
avevo visto una densa nuvola di fumo squarciata da lampi gravare sul porto, e lo scoppio intermittente di proiettili m’aveva accompagnato lungo il
rettifilo nel tram semivuoto; ma dalla finestra di casa sul vecchio Arsenale, avevo potuto misurare la gravità del disastro: in mezzo ad un cratere
fumigante di nero bitume un rogo incandescente come di un immenso forno di fusione. E gli scoppi s’infittivano di forze e frequenza: alcuni con il
rimbombo di cannonate. Eppure nessun allarme. Dal parapetto di via Cesario Console, dal giardino dell’Arsenale, dalle finestre del Palazzo
dell’Armata la gente assiste allo spettacolo tremendo come a una paurosa girandola. Esco dal palazzo, vado alla farmacia più vicina a via Gennaro
Serra per mia figlia convalescente; sono entrato appena nella farmacia, il farmacista ha avuto appena il tempo di far la ricetta e di lasciar aperta
la vetrata prevedendo uno scoppio più violento, quando un fragore immenso preceduto da un sussulto e seguito da un rovinio di vetri e da un
polverone fitto di tenebre, invade la bottega e la strada.

Sono corso giù per la strada in mezzo agli urli della gente atterrita, tra calcinacci e imposte che rovinavano, pensando già di vedere i miei tra le
rovine, feriti, forse accecati dai vetri [...] e li ho incontrati fortunatamente illesi in mezzo al cortile che mi venivano incontro anch’essi affannosi
della mia sorte. In casa tutte le finestre divelte, spezzate, contorte, traballanti sui telai strappati alle cerniere: i saliscendi spezzati come percossi
da un gran colpo di maglio. E non era finito. Si temeva che l’incendio si appiccasse a un’altra nave carica anch’essa di munizioni. Ci siamo coricati
con quell’incubo dopo aver puntellato alla meglio i balconi con mazze e spuntoni, ché la notte era insolitamente fredda e più tardi sopravvenne lo
scroscio dell’acqua su quell’immenso polverone della città devastata.

Il giorno appresso circolavano le voci più strane e mirabolanti: un carro armato lanciato dalla forza dell’esplosione sul tetto di una casa, come un
bolide pauroso piovuto dal cielo; lamiere di qualche tonnellata finite sul piazzale della ferrovia e sull’autostrada; il tetto della chiesa del Carmine
crivellato dalla caduta dei proiettili, distaccato dalle armature di sostegno e precipitato rovinosamente sul pavimento; la caldaia del piroscafo in
fiamme scagliata in mezzo a via Duomo; finestre e balconi divelti fin sul Vomero e a Capodimonte. E c’era chi raccontava di uomini visti volare
come aucielli per aria. Che altro poteva attendere Napoli di più tremendo?» 64

La memoria dell’esplosione della Caterina Costa è presente in quasi tutte le testimonianze. Alcune riprendono le immagini di Amedeo Maiuri.
L’arrivo dello scoppio dopo una lunga serie di botti intermittenti, le lamiere che cadevano sulla città, pezzi di uomini che volavano per il cielo...
Nel ricordo i tempi si espandono, alcuni affermano di aver sentito i botti fin dal mattino; emergono poi le varie versioni riportate dalle voci, fra cui
quella del sabotaggio.
«Una mattina ci svegliammo con dei... comme se rice quanne65 cade una bomba... una bomba che scoppiava ogni cinque minuti, all’epoca noi
abitavamo a Mergellina e c’era un terrazzo e si vedeva tutto il mare dietro al Castel dell’Ovo, si vedeva che c’era una nuvola nera e ogni volta ca
ci stava stu scoppio sta nuvola nera usciva. Cominciò dalle otto e mezza, le nove e nel ritmo di cinque minuti ci stava chistu scoppio. Nessuno
disse niente, non si sapeva niente, tutto silenzio, tutto tace. E quindi era una domenica e io all’epoca andavo al cinema, e me ne andai al cinema
cumme tutte e domeniche, ma verso le 16, le quattro del pomeriggio è successo la fine del mondo! Uno scoppio terribile, si ruppe tutti i vetri di
tutta Napoli proprio e nel cinema successe proprio il finimondo. Io mi allungai sotto le sedie io e mio fratello... perché la ressa c’avesse accise e
perché mio padre cio riceva sempe: quando... non fuggite, mettetevi inta n’angolo, fate passare prima gli altri. Infatti fu molto valida chesta
lezione che mio padre ci dava e ne uscimmo. Dopo per la strada... tutti vetri... il cinema si trovava a viale Elena, dovevamo scappare sotto la
grotta, il tunnel, che poi nun ve riche66 stu tunnel... erene i due tunnel, i tre tunnel il rifugio di tutta la zona perché la gente correva sotto le
montagne come le talpe... e poi quando scoppiò la nave nun avevene avvertite, nun avevano suonato allarmi per la popolazione e fu una
carneficina. La nave scoppiò vicino al molo San Vincenzo nel porto e i pezzi della nave furono trovati alla ferrovia, al rettifilo, a piazza Municipio.
Piazza Municipio nun ve racconto cher’era... tutto un campo di macerie... fu un pezzo di autocarro su un tram pieno di gente... morirono... non si
diceva la gente che era morta. Nessuno parlava... [...] Quello fu un attentato, non sappiamo... americano inglese...» (Teresa Ciciliano).

«Quando è scoppiata la guerra, nel ’40, avevo venticinque anni, nel ’41 mi sono sposata. Quando scoppiò la nave nel ’43, io abitavo a corso
Garibaldi, stavo affacciata al balcone e stava passando una famiglia che camminava per strada, nu pate na mamma e na figlia. La figlia teneva nu
micillo ’n braccio... e nunn’e verette cchiù,67 scoppiarono anche loro con la nave» (Tommasina Conte).

«Il 1942... no il 1943... il 23 marzo scoppiò una nave. Io mi trovavo con mia sorella, mia sorella aveva una bambina di otto mesi, e dovevamo fare
fidanzare una sign orina... pecché nun ciamme fatte mai e fatte nuoste...68 che avevamo appuntamento con un giovane dell’aeronautica che la
voleva conoscere, tenevamo un appuntamento sotto un palazzo... [...] Nel frattempo che scoppiò questa nave arrivò un pezzo di carrarmato sotto
questo palazzo, questo palazzo si trovava in vicolo Abbagnari, piazza Dante. Questi pezzi che arrivavano li avettimo tutti in testa. Veramente uno
mi andò in una gamba. E mia sorella si mise la bambina di otto mesi nella fodera del cappotto e fu ferita alla mano che aveva sulla testa della
bambina. Fu un’esperienza! Ed io vicino alla gamba mi feci un buco, andai al pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini e mi medicarono. Dopo
questa medicazione che mi fecero l’antico tempo del ’43, ie avette 250 lire e mia sorella 500 lire, perché pagavano, diciamo, i feriti di guerra»
(Anna De Rosa).

«Poi quando c’è stato lo scoppio della nave... una cosa terribile! Lo sai che non si è mai saputo se era dolo o cosa diavolo era stato? Io in quel
momento ero alla ferrovia, mi sono morte vicino due persone perché il porto e la ferrovia era vicinissimo, stavo con una mia amica che doveva
andare a Roma... e ce ne siamo andate con tutta la strada di via Nicola Amore là... tutti calcinacci per terra... guarda era una cosa incredibile
come stava combinata Napoli quella notte! Ho sentito un boato terribile, non ho visto nulla dello scoppio... Non si è però saputo perché, lo hanno
mantenuto segreto, capisci? Che anche adesso tutte ipotesi diverse» (Flora Greco).

«Ricordo quando è scoppiata la nave nel porto di Napoli. Questo successe perché evidentemente dei traditori erano andati a mettere delle bombe,
non era scoppiata spontaneamente. In Africa i soldati nostri aspettavano le muni zioni, ma da quando scoppiò la nave non è arrivato più niente...
quindi spie... Siccome i nonni erano sfollati a Pompei, però io frequentavo la scuola, ero arrivata al primo liceo, perché allora c’erano cinque
ginnasiali, stavo facendo i compiti e stavo a casa di mio padre e della mia matrigna che abitavano a Luigia Sanfelice dov’è la Santarella al
Vomero, una casa panoramicissima che dava proprio sul porto... il porto stava là, mia sorella stava vicino ai vetri della finestra ed io stavo facendo
i compiti, ad un certo punto ho visto una palla di fuoco in cielo... mentre guardavo questa palla di fuoco uno scoppio che non ti dico! Si sono rotti
tutti i vetri... sì... a mia sorella tutti i vetri in testa... tale fu l’esplosione. Dal porto al Vomero quei pochi vetri che erano rimasti si ruppero tutti.
Figurati che c’erano ancora le carrozzelle allora... una carrozzella... Come ora ci sono i posteggi dei taxi allora ci stavano i posteggi delle
carrozzelle vicino all’Università a via Mezzocannone... è saltata in aria a carrozzella col cocchiere e o cavallo, o cocchiere e a carrozza... eh...
questa è storia! Ma morirono centinaia di persone per uno sposta mento d’aria, gente che poi è stata mutilata... Non si è saputo chi è stato, ma
certamente è stato un sabotaggio» (Annamaria Romano).

«Era domenica! Giocavamo a carte, avevamo un tavolo con un bellissimo marmo, a un certo punto io mi son sentito prima la sedia sotto vacillare:
che succede? E poi questo scoppio enorme, poi dopo lo scoppio la cosa che mi ha impressionato è che non pensavo allo scoppio, addirittura ho
pensato a un bombardamento navale, perché sentivamo esplosioni dappertutto perché erano i proiettili della nave che dove arrivavano là
esplodevano, allora si sentivano spari dappertutto, noi lo vedevamo dalla casa mia, c’era il ponte della Sanità, vedevamo il Castel Sant’Elmo, il
mare no, perché c’era un giardino, perché abbiamo visto questa grossa colonna di fumo e da questo abbiamo capito che poteva essere uno
scoppio. Ma là fu una cosa terribile perché arrivarono pezzi di carri armati, pezzi di nave, proiettili che scoppiavano dappertutto e io la prima
cosa che pensai: questi stanno bombardando, stanno vicino Capri e stanno bombardando. Pensai subito a un bombardamento navale e fu una cosa
veramente terribile, non so quanti morti ma credo tantissimi, perché là ci furono anche degli errori: questa nave poteva essere rimorchiata e
portata al largo» (Antonio Amoretti).

«Bombardarono una nave nel porto di Napoli e si sentì lo spostamento fino a qua, ma forte... figurati che la gente che si trovava vicino verso il
porto si sono disintegrati. Un parente di mio marito dice che aveva preso il tram per andare fino a Napoli, poiché loro abitavano a San Giovanni a
Teduccio o a Barra, pigliai il treno quella volta che succedette questo fatto, non si è proprio trovato» (Aurora Belli).

«Mi ricordo lo scoppio della nave, la Santa Barbara... quando scoppiò sta nave tenevamo ancora i tedeschi qua. Scoppiò e buttava i proiettili che
andavano a finire a tutt’e parte, fino al vico Giganti ’ncoppa o Purgatorio... era la Santa Barbara... nun sacce quanti morti furono... fu uno scoppio
potente... Napoli sotto sopra... la Santa Barbara era na nave da guerra, mi pare che era na corazzata. E dicevano che l’avevano minata... I
tradimenti!» (Antonio Iannucci).

«Po’ fuie o scoppio d’a nave... e bossole arrivarono fino a vico Giganti. Nui mo era di domenica, mammà era scesa da una zia, ca sta zia a voleva
bene a mia mamma, e ce steve ie, papà steve durmenne, ie e na sorella mia stiveme assettate vicino o fuoco, l’ati ragazzi steveno a durmì,
sentimme stu spostamente... maronna e cher’è? E murettero parecchie persone ’e San Gaetane. [...] murettero parecchi giovani. [...] u fatte d’a
nave fui terribile proprie»69 (Maria Genovese).

«Ricordo che stavamo in casa. Naturalmente era di mattina. Io e mia sorella si sfaccendava in casa e di tanto in tanto si sentivano degli scoppi, in
lontananza. Passavano le ore. Venne il primo pomeriggio e questi scoppi si continuavano a sentire. Forse erano un poco più frequenti. La cosa
cominciava a dare sospetto, anche se non ci rendevamo conto di cosa potesse essere. A un bel momento la famiglia che stava affianco a noi
cominciò a fare la stessa riflessione. Ma che sarà? Allora la signora ci disse: signurì, andiamo a vedere sul terrazzo. Ci recammo così sul terrazzo
e vedemmo dei palloni tipo dirigibili in aria, verso la zona del mare. Nella nostra ignoranza dicevamo: uè, vuoi vedere che stanno scoppiando e
palluni? Così ce ne scendemmo giù e continuammo le nostre cose. Passava ancora del tempo e si fecero le 4 del pomeriggio. Ad un certo punto il
marito della signora ci bussò e disse: signor Villani ma a me sta cosa non mi piace proprio! Chisto o porto, pazzianno pazzianno,70 ci sta tirando
nu brutto scherzo! Mia moglie mi ha accennato e sti palloni, vogliamo andare a vedere di che si tratta? – E risalimmo sul terrazzo. Naturalmente
salii pure io, perché ero ragazza e volevo vedere. Mi ricordo che eravamo cinque o sei persone. Altro che pallone! Ogni scoppio si vedeva na palla
di fuoco in cielo. Dopo tre minuti un’altra, dopo tre minuti un’altra. Di qua, di là. Queste palle di fuoco erano accompagnate da schegge nere. Poi
ci fu uno scoppio enorme, una fiammata che salì in cielo con un boato enorme. Nientemeno lo ricordo come adesso. La fiamma era come un
ventaglio aperto a metà. Vi lascio immaginare la paura. Ci trovammo a terra, uno sopra l’altro, perché la fiamma ce la sentivamo in testa... Molti
dettagli nun m’e ricordo cchiù, ma molte persone venivano e dicevano: è scoppiata la nave!» (Dolores Imparato).

«A marzo poi del ’43, di domenica, la Caterina Costa incominciò a scoppiare, era una nave piena di munizioni, i tedeschi non la vollero portare al
largo e mi ricordo che ci facettero andare a casa. – Quindi non scoppiò all’improvviso? – No, all’improvviso no, piano piano... – Dalla mattina... – E
mi ricordo che io andai a casa, mi lavai, mi vestetti, perché a me mi è piaciuto sempre ballare, andai a piazza Ottocalli, entrai in un bar, alle
cinque, le cinque e mezzo e la porta del bar, che era di vetro, fece uno scoppio enorme. – A Capodimonte c’erano pezzi della nave... – Io mi
credevo che erano colombi che volavano, invece erano tutti proiettili da 75 che volavano, pezzi di carri armati si sono trovati sui palazzi. – Io
quando scoppiò la nave stavo sopra i Gradoni, abbasce o Cavone.71 Tanto dello scoppio tremendo pe’ poco nun ieveme a coppe abbasce,72 che poi
ci stava una ringhiera, ci sta ancora, non è che l’hanno levata, giù al Cavone c’era una ringhiera, io e altri due o tre compagni che stavano là non
avevamo... cioè sapevamo che scoppiava, ma a quel momento nun pensaveme, me pareve o scoppio ro Vesuvio, ma uno scoppio tremendo! uno
che mo è morto, un amico mio si fece addosso dalla paura, che poi o mettetteme nu soprannome... 73 non era una cosa di bombardamento, già
sapevamo. – In quel momento passò un apparecchio a bassa quota, però era tedesco, portava proprio le croci... quindi in un primo momento
pensavo che era questo apparecchio che era caduto, poi dopo la mente andò un po’ indietro, diciette: ma allora è quella nave che è scoppiata nel
porto! Che io quattro o cinque ore prima ero stato lì. – Che c’era nu nipote i zi Carmela, a sore ro marito i mia mamma, non so se ti ricordi... – Sì,
mi ricordo. – Un nipote di quello non lo trovavano più, poi lo trovarono fuori a un balcone al terzo o quarto piano... – Dove? – Al porto! Lui
lavorava in quei paraggi, si chiamava Pasqualino, lo trovarono tutto smembrato, al quarto piano. N’ate, pure ro Cavone,74 non so pure dove lo
trovarono, io ho visto i pezzi della nave che fino a quindici anni, quindici, venti anni fa stavano ancora a Capodimonte, a terra. – Comunque il
giorno successivo io sono stato al porto, perché quella era la fonte del mio lavoro, e che truvaie là! Tutto distrutto, andai verso i fri goriferi dove
stava lo stabilimento mio e stava un’altra officina dietro e mi ricordo che nu compagno... io trovai nu compagno mio che stava nudo, era nudo! Lo
scoppio d’aria gli aveva tolto tutti i panni da dosso, nudo, con un tubo in fronte qua, con un tubo di ferro... comunque rimasi sbalordito» (Michele
Lubrano, Vincenzo Sanno).

«Io ricordo questa cosa: era un pomeriggio e io e mia madre, io avevo già perso mio padre. Mia madre stava cucendo con una macchina da cucire
e improvvisamente si sentì un rumore terribile, come se fosse una scossa di terremoto... io allora dissi: mamma hai sentito? e allora mia madre
improvvisamente prese e scappammo. Il cielo si fece nero... il cielo si fece nero... nero come stamattina: nero nero. E dal cielo cominciò a cadere
della roba che sembravano fogli di giornale. Tutto ciò che... diciamo, consideriamoli detriti: pezzi di carro armato, lamiere, pezzi di armi. E quella
fu una cosa che è rimasta ancora impressa e non mi sono mai dimenticato. [...] la nave era dalla mattina che aveva preso fuoco... era da parecchio
che aveva preso fuoco... Non era stato un bombardamento... No, no, quello era stato secondo me, fu un sabotaggio a tutti gli effetti perché la
guerra ormai si incominciava a sapere che era persa. Si sapeva che c’erano le spie: pure io da piccolo che volevi capire, ma quando vedi una nave
che ha preso fuoco e non si riesce a spegnerla, non era diciamo... non è ammissibile, anche con i mezzi di allora. Una nave che era carica e che
doveva portare dei rifornimenti in Africa, non era una nave merci che portava diciamo, derrate alimentari» (Carmine Gaglione).

4 aprile 1943

La prima incursione del mese di aprile si verificò il 2 alle 18, seguita da due ondate alle 18.30 e alle 20.30. In tutto 22 aerei bombard arono la
città.75

Due giorni dopo si abbatté su Napoli un raid aereo apocalittico. Diverse formazioni venivano inviate nello stesso momento su più obiettivi. Il
rapporto americano, corredato come sempre da fotografie scattate dagli equipaggi, è eloquente.

«91 B-17 del 97°, 99° e 301° gruppo hanno condot to un attacco coordinato sulle navi e gli impianti del porto e sulla stazione di Napoli, Italia.

Capodichino: 33 B-17 (301° gruppo) sono partiti alle 9.55 per bombardare Capodichino a Napoli. [...] Alle 14.10, 3876 bombe a frammentazione
da 20 libbre sono state sganciate da 24000 piedi. [...] Sono stati osservati incendi nell’aeroporto e nell’area del rifornimento del carburante. [...]
Tutti gli aeroplani sono tornati alla base alle 17.45.

Napoli. Navi e servizi del porto. 45 B-17 (97° gruppo) si sono alzati in volo alle 10.30, per bombardare porto e navi a Napoli. [...] Alle 14.10, 456
bombe da 500 libbre sono state sganciate da 23500 piedi. L’obiettivo è stato colpito da bombe esplosive, che si sono estese alla città. L’intera area
è stata coperta da fumo. Una nave cisterna e una grossa motonave sono state colpite e un’altra si è incendiata. Il fuoco è stato notato anche alla
base del frangiflutti. Si pensa che il fuoco abbia anche colpito le baracche, il gasometro e la centrale elettrica. [...] Tutti gli aeroplani sono
rientrati alle 17.19.

Napoli. Stazione di smistamento. 25 B-17 (99° gruppo) sono partiti alle 10.56 per bombardare la stazione di smistamento di Napoli. Alle 14.12,
416 bombe da 300 libbre sono state sganciate da 24000 piedi. Colpite due piccole motonavi, una delle quali è esplosa. Incendi sono stati visti
nell’area dei magazzini, tra i magazzini e la stazione ferroviaria esplosioni e incendi. Tutti gli aeroplani sono tornati alle 17.15».76

Ben 194 velivoli colpirono dunque la città in punti diversi. Gli obiettivi dichiarati, come sempre, erano il porto, la stazione, l’aeroporto; in verità
tutti i quartieri del centro furono coinvolti, come si ricava dalla relazione minuziosa dei vigili del fuoco.77

Colpita la caserma dei pompieri insieme all’ingresso del Policlinico a piazza Miraglia, l’ospedale psichiatrico Bianchi, la caserma Granili, lo
smistamento Sperone alla stazione. Crolli nel centro antico in via Maffei, via Tribunali, via San Giuseppe dei Ruffi, vico Limoncelli. Distruzioni e
incendi a piazza Amedeo, Parco Margherita, via Vetriera e vico Vasto a Chiaia. Crollo dell’albergo Isotta e de Genève a via Medina. Crolli a vico
Scassacocchi, via Concezione a Montecalvario, corso Vittorio Emanuele, via Portacarrese a Montecalvario, corso Umberto I, via San Giuseppe dei
Nudi.

Nel porto. Colpite la nave cisterna Lombardia, la nave ospedale Sicilia e il piroscafo San Luigi che si incendiarono. Incendi al molo Bausan, al
varco n. 7, ai Magazzini generali e ai Silos Meridionali. Incendio e crollo di tre magazzini.

Salita Capodichino, San Pietro a Patierno. «Convoglio della ferrovia Piedimonte d’Alife, fermo nella stazione di Secondigliano, con 13 morti, e
circa 40 feriti». Altri 6 morti racco lti in via Sant’Andrea Avellino a Capodichino. Incendio all’aeroporto di Capodichino. Incendio allo Stabilimento
italo-americano del petrolio (SIAP) dove andò a fuoco un serbatoio di 500 quintali di petrolio.

San Giovanni a Teduccio (zona industriale est). Colpiti lo stabilimento Cirio, la Società Metallurgica Giacomo Corradini, l’AGIP, la SNIA Viscosa,
La Precisa.78

A via Marina crollava un sotterraneo adibito a rifugio antiaereo, dove perivano dei soldati tedeschi; alcuni venivano feriti mentre correvano verso
il ricovero di una fabbrica di conserve.

Uno degli episodi più gravi si verificò ancora una volta nei vicoli del centro storico, nei rifugi ricavati dalla stazione della metropolitana, che aveva
e ha tuttora rampe ripidissime di accesso. «Largo Olivella a Montesanto. Numerose vittime in un ricovero pubblico. A causa del panico
manifestatosi nel pubblico che si attardava all’ingresso del ricovero, e che al momento in cui è incominciato il fuoco delle batterie contraeree, si è
riversato lungo la scala d’accesso al ricovero stesso, si sono verificati numerosi casi di asfissia. Dalle nostre squadre sono stati raccolti molti morti
e feriti, trasportati al vicino Ospedale dei Pellegrini. Molti altri sono stati raccolti dalla CRI e dal pubblico stesso».79

Nel quartiere di San Pietro a Patierno, confinante con Capodichino, uno degli obiettivi dichiarati dell’incursione, colpito con 3876 bombe a
frammentazione, un tram articolato diretto in provincia fu centrato in pieno. Il ricordo del bombardamento è tuttora vivissimo e ha trovato in
questo caso un’espressione pubblica. La via, che si chiamava via Tramwaj, fu rinominata «viale 4 aprile» e nel 1983, a quarant’anni dalla strage,
vi fu scoperta una lapide: «A perenne memoria di quanti qui peri rono il 4 aprile del 1943 – Vittime civili di un’assurda guerra – La cittadinanza di
S. Pietro a Patierno – 4 aprile 1983».

«Erano le 15 e 4 minuti quando le sirene lanciarono l’allarme. Intanto il tram a più vagoni della linea Porta Capuana-San Pietro-Casoria-Afragola-
Caivano, stracolmo di passeggeri, raggiungeva lo scambio sulla strada fe rrata a ridosso della via Tramwaj. Grosse formazioni aeree
angloamericane si avventarono sulla città di Napoli e alcune presero di mira i binari del tram, che, nel frattempo, si era fermato. Dopo un violento
e rapido bombardamento, alle 15 e 40, alcuni aerei calarono a bassa quota, mitragliando brutalmente i passeggeri che sconvolti scendevano dai
vagoni in cerca di qualche riparo. Chi fu testimone oculare di questa strage ha riferito che in pochi minuti i binari si coprirono di cadaveri e di
centinaia di feriti, tanto da rendere difficile il passaggio a chi, in fuga, cercava di non calpestare quei poveri corpi riversi sul selciato».80

Antonio Coppola aveva undici anni e mezzo nell’aprile 1943 e stava tornando da Castellammare dove con due cugini era andato a trovare la
sorella in collegio. Dalla ferrovia Vesuviana a piedi si era incamminato verso Porta Capuana da dove partivano i tram per il suo quartiere, per
proseguire poi nei paesi circostanti costeggiando l’aeroporto. C’era stato il preallarme e la gente affollava le vetture per scappare dalla città,
senza pensare che il tragitto era uno dei più colpiti e dei più pericolosi della città.

«Ci fu quasi una violenza al capostazione perché desse il via... che c’era un tram ordinario e uno straordinario, ognuno di tre vetture che
passavano per San Pietro... I tram provinciali salivano tutti per Capodichino. – No andiamo andiamo, non vogliamo rimanere a Napoli – non
pensando che il tram avrebbe fatto un percorso che l ’avrebbe portato lungo il muro di cinta del campo dell’aviazione, che poi alla periferia del
campo erano allocati tutti gli impianti: i capannoni degli aerei, gli hangar degli aerei tedeschi eccetera eccetera... Quindi il percorso avrebbe
seguito proprio la linea maggiormente calda del muro perimetrale che rasenta via Nuovo Tempio... già dalla calata Capodichino... questi due tram
ordinario e straordinario di tre vetture, motrice più due carrozze, cominciò a salire e già vedemmo gli effetti del bombardamento... un muro
sbrecciato... una serie di cavalli morti... quindi c’era stato uno spezzonamento, perché buttavano piccole bombe... Il manovratore... io non l’ho
visto, ma seppi dopo che era morto decapitato addirittura... il tram in cui stavo io riuscì ad arrivare a San Pietro all’altezza dell’ufficio postale,
vicino al bar... là c’era solo una rete che consentiva di guardare il campo d’aviazione dove i tedeschi avevano allestito degli enormi hangar, gli
americani erano riusciti a centrarli... tutti, scesi dal tram, incoscientemente, presi dalla paura, terrorizzati, ce rcavano di scappare... e dove
scapparono? Purtroppo scapparono verso la campagna, dove naturalmente furono tutti quanti mitragliati, bombardati... Io persi il contatto con i
miei cugini, i quali furono feriti pure loro, e mi salvò la mia curiosità di ragazzo... sorpreso, affascinato da questo sinistro spettacolo degli aerei
che bruciavano in questi hangar e il fuoco... fuochi incrociati da parte degli aerei e da parte di qualche batteria che era entrata in funzione che
stava allocata nel recinto dell’ex ippodromo di San Pietro, quindi ci fu proprio l’inferno... io scappai, ma mi misi con le spalle al muro del palazzo
dove attualmente c’è il bar e guardavo il campo d’aviazione... fui raggiunto da queste schegge di bomba aerea, una fu quella che mi fece saltare
la branca orizzontale della mandibola, e poi altre due schegge nei tessuti molli della coscia... Ricordo che mi soccorsero e mi portarono sotto il
palazzo dove sta la farmacia, mi trasferirono su una sedia che fece da barella. Io ricordo che i primi soccorsi furono apprestati dai tedeschi, alcuni
camion tedeschi... io ricordo che mentre mi trasferivano con questa sedia che poggiava su due delle gambe io vidi a terra... diciamo così... il foro
bruciacchiato dov’era caduta la bomba che mi aveva colpito, e io stavo di fronte, lì c’era un vespasiano, un orinatoio pubblico... la bomba lo centrò
proprio e furono le schegge di questa bomba che mi colpirono sul lato sinistro... Poi mi portarono all’ospedale vecchio Pellegrini dove
naturalmente non si accorsero neppure che io ero ancora vivo, quindi mi stavano avviando proprio... vicino a tanti cadaveri... Io poi con la mia
vivacità di ragazzo: no, aiuto! aiuto! [...] La visione che è rimasta scolpita... impressa nei miei occhi, sulla mia retina quasi come una fotografia, è
questo spettacolo di questo gregge, di queste persone che erano tutte bocconi lungo questa via... lungo l’attuale viale 4 aprile...» (Antonio
Coppola).

«Il 4 aprile facettene na massacrata. La mattina del 4 aprile 1943 ce fuie nu bombardamento a catena. Nuie steveme vicino all’aeroporto, ma
soprattutto vicino o tram. Dietro al tram buttaiene nu sacco ’e bombe, perché allora per quella strada passava o tram a tre carrozze, e loro se
crerevene che era o treno. Allora erano le undici e mezzo a matina, accuminciaiene a buttare nu sacco ’e bombe. Murette nu sacco ’e gente il 4
aprile, murette nu sacc’e gente. Mi ricordo ca murettene due fratelli e quella povera mamma teneva solo a tutti e due. Giovani proprio murettene,
facettene na massacrata. A terra stevene i morti accussì, stevene a terra. Poi con i camion venivano, li pigliavano da terra e li ammassavano come
le galline. Aret’o81 tram ce fuie nu bombardamento continuo, però cheste bombe e menavene tuorno tuorno» (Rosina Monteriso).

«Il giorno 4 aprile 1943 avevo sedici anni... io stavo da mia suocera e mio marito era militare e mangiavo a casa ’e mia suocera. Io ero incinta di
otto mesi della mia prima bambina. Alle ore... all’una di pomeriggio suonò l’allarme e noi scappammo nei rifugi, allora non c’erano rifugi...
ricoveri... scappavamo nei bassi e io scappaie pure io. O bombardamento duraie n’ora, quann’ascetteme truvaieme tutte fora a strada piena di
morti, feriti... ggente cu e panze squartate, ggente senza testa... Nu maciello... Chiammaine l’allarme. Venette o camion e caricaie morti, feriti e
tutte quante ’ncopp’a chistu stesse camion e purtavene all’ospedale»82 (Giuseppina Simonetti).

Stando alle liste della prefettura le vittime dell’incursione del 4 aprile furono 236, i feriti 317.83

I raid continuarono il 10, l’11, 12, 16 e 21 aprile: nel porto venne affondato un sommergibile. Furono colpiti il quartiere di Santa Lucia e, per la
prima volta, la zona collinare con il Vomero.84

Il 25 aprile alle 2.20 di notte piovvero bombe su Torre del Greco. L’elenco ufficiale contiene 75 vittime, di cui colpisce l’elevato numero di bambini
(fra loro 6 fratellini fra i tre e i tredici anni). Quella notte a bombardare erano stati 6 Liberator della 178a squadriglia della RAF, i quali nel loro
rapporto comunicavano di aver trovato una densa coltre di nubi e di aver sganciato sull’obiettivo senza «prendere la mira accuratamente».85

Il 28 aprile 25 B-24 sganciavano 216 bombe da 500 libbre.86 Quel giorno furono colpiti il porto, il quartiere di Santa Lucia, la stazione ferroviaria,
la Circumvesuviana, la zona orientale. Nel fonogramma del giorno seguente il prefetto denunciava 84 morti civili e 25 militari, ma dopo pochi
giorni l’elenco conteneva già 114 nomi. A Santa Lucia crollava ancora un ricovero. Esasperazione e polemiche erano all’apice. Ne possiamo
trovare traccia nella documentazione del prefetto di Napoli, che nei giorni successivi riceveva una riservata urgente dal ministero dell’Interno.

«Oggetto: Ricovero del Pallonetto S. Lucia. Viene riferito a) che il ricovero Pallonetto S. Lucia, crollato nell’incursione del 28 aprile scorso, non
era il più idoneo ad assicurare un sufficiente grado di protezione; b) che nessuna autorità è intervenuta per confortare, con la sua presenza, i
parenti delle vittime rimaste sotto le macerie; c) che il Genio Civile si è recato sul posto con sensibilissimo ritardo e nuovi danni si erano verificati
a causa della frana provocata, per mancanza di direzione tecnica, dai soldati tedeschi accorsi a prestare aiuto; d) che non vi era neppure
un’autoambulanza per il trasporto dei feriti; e) che l’ospedale è stato aperto soltanto alle ore 11 del giorno successivo per identificare delle
vittime, e che queste si trovavano quasi ammassate sulla nuda terra del nosocomio, con quanto conforto per i familiari è facile immaginare. Si
prega di disporre rigorosi accertamenti, specie p er quanto concerne la revisione dei ricoveri ai fini della loro efficienza anticrollo, e riferire
esaurientemente con ogni possibile sollecitudine».87

Le relazioni dei vigili del fuoco e dell’ispettore provinciale, cui fu demandato il compito di condurre un’inchiesta, cercavano di difendere l’operato
delle istituzioni. Ecco il rapporto del comandante dei vigili del fuoco stilato il 13 maggio.

«Ore 13.41, via Santa Lucia. È stato segnalato che all’Albergo di Russia, per lo scoppio di una bomba nemica, era rimasto ostruito l’accesso al
ricovero, nel quale si trovavano bloccate molte persone. [...] In prossimità del muro paraschegge del ricovero, una bomba dopo di avere
attraversato uno strato di terra naturale sulla volta naturale in tufo ricoprente il compreso di accesso al ricovero, e la volta stessa, era scoppiata,
provocando il crollo di buona parte della volta ed ostruendo, quindi, l’accesso al ricovero. I massi di tufo e la terra crollata avevano investito
molte persone, al salvataggio delle quali si dedicò subito parte del personale; altra parte, invece, aprendo un vano di fortuna in un muro del
ricovero, rese agevole l’uscita delle numerosissime persone che non erano riuscite a sfollare attraverso l’uscita di sicurezza. Ricevuto notizia della
gravità della situazione, inviai sul posto altre squadr e, con materiale di puntellamento, nonché il vice comandante. Dopo pochi minuti, quando già
una diecina di persone erano state estratte rapidamente dalle macerie, si verificò il crollo di altra parte della volta, e di un rilevante volume della
terra soprastante, il che rese più grave la situazione, e più difficili le operazioni di salvataggio. [...] Sotto alcuni grossi massi di tufo si trovavano
parzialmente sepolte vive alcune persone, che sarebbero state schiacciate da un eventuale ribaltamento dei massi; questi, perciò, furono subito
assicurati con sostegni di legname, collocati con ogni cautela. [...] Feci int ervenire la nostra squadra di cavamonti, che con energie ed
accortezza, sotto la mia personale sorveglianza iniziarono la spaccatura e la rimozione dei blocchi di tufo crollati, al di sotto dei quali, fra un
groviglio di informi corpi umani, oltre venti persone erano ancora in vita ed invocavano aiuto. L’opera dei vigili fu talmente apprezzata dallo
stesso Comando Tedesco, che questo dispose il ritiro di due ufficiali in un primo tempo fatti intervenire, con numerosi militari, per liberare alcuni
loro camerati, che trovavansi ancora tra le macerie, affidando esclusivamente a noi tale compito. Lavorando con quello spirito di sacrificio e
sprezzo del pericolo che animano, in simili contingenze, i nostri vigili, che rifiutarono il cambio ed ogni conforto, pur di non perdere nessun
minuto che poteva essere prezioso, in ben diciassette ore di duro lavoro, espletato sempre col rischio della propria vita, fu possibile operare il
salvataggio di quanti erano rimasti vivi, dopo il crollo, ossia di ben 21 persone. Furono, inoltre, estratti dalle macerie 106 morti, di cui molti
militari tedeschi».88

Seguiva con notevole ritardo il rapporto dell’ispettore provinciale del Comitato di Protezione Antiaerea, il quale segnalava – dopo tre anni di
guerra e dopo un anno di morti continue nei ricoveri! – l’intenzione del comune di rivedere i «ricoveri ai fini della loro efficienza». «Al Pallonetto
S. Lucia il ricovero non è stato colpito. a) trattasi probabilmente di quello dell’Albergo di Russia colpito nell’antiricovero, che a parere dello
scrivente avrebbe dovuto essere convenientemente protetto, considerato che la copertura non presentava quelle garanzie derivanti da un esame
superficiale. b) la direzione tecnica delle operazioni di soccorso è stata assunta dal comando dei vigili del fuoco; le operazio ni in un primo tempo
sono procedute poco ordinatamente e non con la sollecitudine necessaria perché ostacolata dalla ressa di pubblico in cerca dei familiari che si
trovavano nel ricovero all’atto del crollo. Successivamente procedettero regolarmente dopo il collocamento dei cordoni per allontanare gli
astanti».89

Dalla relazione del IX Bomber Command sappiamo che in aprile in sole tre missioni furono sganciate 531 bombe, per un totale di 265500 libbre.90

Nella notte fra il 12 e il 13 maggio 21 Wellington attaccarono la stazione ferroviaria e i magazzini del porto. I piloti comunicavano di aver visto
fuochi innalzarsi dall’area industriale e aver potuto distinguere nettamente gli obiettivi alla luce del Vesuvio che eruttava.

13 maggio. Bombe sul porto, su via Medina e via Depretis, sui Quartieri Spagnoli, sul Vomero, a Ercolano e a Portici. Una ventina le vittime
ufficiali.

Negli archivi americani troviamo la segnalazione di raid aerei il 17, 21, 22 maggio.

Il 30 maggio si verificava ancora un’incursione particolarmente violenta. Obiettivi: i magazzini e un luogo non identificato.91 Gli inglesi stilarono
puntualmente l’elenco degli stabilimenti danneggiati: le Industrie Meccaniche Meridionali; la Ernesto Breda a Capodichino; la Navalmeccanica e
4 sottomarini; La Precisa.92

«11.04. Allarme a Napoli. Cessato ore 13.43. Formazione aerea nemica di quadrimotori americani ha sorvolato città e dintorni effettuando
sgancio di bombe.

Zone colpite. Impianti ferroviari e zona porto. Stazione Napoli Centrale. Circolazione treni sospesa. Napoli smistamento. Colpite officine con
incendio veicoli. Sfondata 1a arcata ponte Granturco. Napoli Stazione Marittima. Colpiti pontili e due piroscafi, di cui uno carico di munizioni è
scoppiato. Stazione San Giovanni a Teduccio-Barra. Sede compartimentale FF.SS. A Santa Lucia crollo di buona parte dello stabile. Stazione
metropolitana a piazza Cavour: ricovero pubblico. Si lamentano due morti e dieci feriti tra la popolazione civile dovuto a ressa causa l’incursione
che ha avuto luogo subito dopo il segnale di allarme. Ferrovia secondaria Napoli-Piedimonte d’Alife, danni al ponte di Capodichino. Tranvie
provinciali: servizio sospeso per l’intera rete, causa rottura linea aerea tratto Capodichino-viale Maddalena.

Zona industriale. Opificio Produzione Gas di via Stella Polare. Gasometro di San Giovanni a Teduccio . Stabilimento La Precisa a via delle Brecce
ai granili. SME.

Centro abitato. Zona di Poggioreale. Via Poggioreale. Colpita ala fabbricato Carceri Giudiziarie. Ammutinamento di detenuti, prontamente sedato.
[...] Castelcapuano. Via Arenaccia. Zona Capodichino. Manicomio provinciale».93

A via Marino Turchi il palazzo delle ferrovie era un «enorme ammasso di macerie» da cui si levavano i lamenti. Otto giorni di lavori sarebbero
stati necessari per estrarre «in condizioni pietose 23 salme» oltre alle 5 estratte subito. La chiesa del Buon Cammino al Vasto era completamente
crollata addosso al palazzo vicino, facendo numerose vittime; solo il quadro della Vergine con i gioielli offerti dai fedeli venne trovato
«miracolosamente intatto».

«Un padiglione del carcere di Poggioreale era crollato, per caduta di bombe nemiche; alcuni morti e feriti erano già stati sgombrati. Fra le
macerie vi era ancora un detenuto, per salvare il quale è stato necessario praticare un foro nel divisorio con la cella limitrofa a quella dove
l’infelice si trovava sepolto. Questi è stato salvato, estratto dalle macerie, con ferite varie per il corpo, dopo circa quattro ore di lavoro».94

Anche i detenuti erano in agitazione. «Come est stato già segnalato durante incursione aerea nemica odierna est stato colpito edificio carceri
giudiziarie Via Poggioreale con vittime et feriti. Perdurando allarme detta incursione si sono verificati due tentativi ammutinamento da parte
detenuti cui hanno fatto riscontro vivissime pressioni sulla forza pubblica colà dislocata da parte familiari detenuti stessi. Prevedendosi che
rinnovandosi incursioni nemiche possano ripetersi predetti inconvenienti et in forma più grave si segnala opportunità che detenuti siano fatti
trasferire in località decentrata da questo Capoluogo. Numero detenuti attualmente associati carceri est 2405».95

Il raid aereo si estendeva ai paesi di Brusciano, Castelcisterna, Pozzuoli e Pomigliano D’Arco, dove veniva colpito lo stabilimento dell’Alfa Romeo,
che appare tra i targets first priority dell’Air Force:96 «Pomigliano d’Arc o – stabilimento Alfa Romeo: sgancio di circa 50 bombe di cui alcune con
effetto ritardato, lancio di spezzoni incendiari, nonché azione di mitragliamento».97

Il danno subito dallo stabilimento di Pomigliano era stimato in 80-100 milioni e si prevedeva che l’impianto potesse rientrare in funzione non
prima di un mese. Ma quello stesso giorno il questore parlava di danni ingenti e non facilmente riparabili, di tempi non prevedibili per la
riattivazione, della quasi totalità di manodopera rimasta disoccupata. Si denunciavano inoltre 200 feriti, la morte di 19 operai e di una ventina di
tedeschi. «Molti si trovavano al campo sportivo e non hanno potuto ricoverarsi per il brevissimo tempo intercorso fra il segnale di allarme e lo
sgancio di bombe nemiche».

«Era il 30 maggio del 1943, andai a vedere la partita all’Alfa Romeo, ce steva a partita ’e pallone no, era prima di mezzogiorno, improvvisamente,
mentre stavano giocando, suonò la sirena e contemporaneamente le bombe ca carevene... c’era un ricovero, perché là c’era la sala mensa, il dopo
lavoro, e tutti fuggimmo là sotto, poi arrivarono pure i giocatori, però non tutti, tanto è vero che carette una bomba proprio sopra il ricovero e il
centravanti della squadra avette na scheggia ’nfronte e si spaccava tutta a capa. Noi poi non potevamo uscire perché era tutto ostruito l’imbocco
del ricovero e uscii dopo un’ora, un’ora e mezzo nun o saccio. Asciette, arrivai vicin’a stazione, e trovai a buonanima ’e papà mio, ca steva
appuiato vicino a n’albero, pe nsando che era morto, po’ appena me verette si arripigliva... e chest’è tutt’a storia.98 Io sono del 1928, avevo
quattordici anni e mezzo. Il bombardamento durò un quarto d’ora, venti minuti, poi fecero un po’ di pulizia vicino all’imbocco e ci fecero uscire.
Fu una cosa a tappeto, ci furono parecchi morti, e due morirono proprio sulla strada qua vicino casa... per fortuna che fu di domenica ca into o
stabilimento nun ce steva nisciuno, se no la succereva nu maciello. Là per esempio c’era la pista degli apparecchi che da qua arrivava ad Acerra,
e là ogni trenta, quaranta metri c’era una bomba, solo il segno a terra, e poi tutte le schegge attorno, e poi ogni due, trecento metri c’era una
bomba di grosso calibro che faceva il buco a terra, buco di quattro, cinque metri» (Pasquale C.).

«Quello che mi ricordo bene poi è il bombardamento dell’Alfa Romeo del 30 maggio 1943, era la domenica mattina alle 10, stavano dic endo la
messa solenne in chiesa, io però stavo a casa e... appena suonò l’allarme già incominciavano a cadere le bombe, mia mamma scese nel ricovero
della chiesa, io rimasi sopra nella stanza da pranzo con Mario, Rosetta e Enzo, le bombe che cadevano, si sentivano le mura che tremavano, strilli,
una cosa tremenda proprio, i vetri che sbattevano... poi dopo un poco finirono ste bombe, aprimmo le porte e il parroco fu il primo a correre
nell’Alfa Romeo, perché là si sapeva che erano cadute le bombe, e ci stava la partita di calcio quella domenica, e ci stava mio fratello Pasquale, e
mio fratello Franco a vedere la partita. Pasquale era un fifone, scese giù nel ricovero, Franco sulla porta mentre scendeva, una bomba cadde e
buttò a terra il dopolavoro, e quando rientrò qua Franco, tornò con le spalle piene di polvere... i primi a correre furono due sacerdoti, il parroco
Iasevoli e monsignor Campanale di San Felice. Mio padre, poi, stava nel solito posto a giocare le carte al bar e vedeva le bombe che cadevano da
questa parte, vicino al nostro palazzo, e diceva: povero palazzo mio! Però non si poteva muovere perché era un inferno quel giorno. Poi Franco
arrivò senza Pasquale e cominciammo a piangere perché Pasquale non si trovava. Pasquale stava là sotto. Si saliva attraverso una botola, lui
sentiva la botola fare boom, cioè saliva una persona e la botola faceva rumore, e lui pensava che erano s empre le bombe che cadevano e non si
muoveva... arrivò a casa dopo tanto tempo e mi ricordo che quando mio padre lo vide si appoggiò ad un albero, questo fu il 30 maggio. Poi,
portarono tutti i morti qua e mio padre fu uno dei più validi che aiutava, e nella chiesa nostra c’erano 47 morti e oggi ci sono ancora le macchie di
sangue sull’altare della Madonna del Rosario, e mi ricordo che io e Titina le pulivamo» (Maria C., sorella di Pasquale).

Un lungo opuscolo lanciato dal cielo spiegava agli italiani che la guerra era ormai persa. Erano elencate tutte le vittorie degli inglesi e dei loro
alleati. Alla frase:

«ITALIANI! VOI SIETE SOLI. DI CHI È LA COLPA?» seguiva l’elenco delle perdite italiane di soldati, di navi, di aeroplani. I soldati feriti, uccisi,
prigionieri, le divisioni distrutte o catturate. Poi, enorme, la scritta: «PIÙ DI 1000 BOMBARDIERI IN UNA SOLA NOTTE SULL’ITALIA». Quindi
l’opuscolo proseguiva: «Le forze dell’Asse durante i più terribili bombardamenti di Londra non hanno mai lasciato cadere più di 450 tonnellate di
bombe in una notte». In questo punto erano inserite fotografie delle case inglesi distrutte e degli abitanti sepolti dalle rovine. «Dall’aprile 1942
all’aprile 1943 10000 tonnellate di bombe sono state lasciate cadere in Italia. Fino al 1943 la RAF bombardò l’Italia. Per bombardare Milano,
Torino e Genova la RAF era costretta a volare sopra i territori occupati dal nemico e sopra le Alpi. In una sola notte la RAF sganciò sulla città di
Genova più di 500 tonnellate di bombe. Ora assieme i bombardieri american i ed inglesi sono alle porte dell’Italia. Attualmente l’Italia può essere
bombardata sia dal nord che dal sud. Padroni dell’Africa noi ci troviamo a meno di 300 miglia di volo da Roma e da Napoli. Fino a che le vostre
industrie lavoreranno per la Germania ed i vostri soldati combatteranno per i Nazisti le vostre città saranno bombardate senza tregua. POPOLO
D’ITALIA: Le nostre forze aeree sono in possesso di tutti gli aerodromi dell’Africa del Nord. I nostri potenti bombardieri possono oggi spiccare il
volo da Malta, dalla Tripolitania, dalla Tunisia e dall’Algeria contro l’Italia. POPOLO D’ITALIA: L’ora è grave per voi. I vostri porti ed i vostri centri
industriali saranno bombardati giorno e notte. Noi centriamo gli obbiettivi militari, ma noi non possiamo garantire la vita di coloro che abitano
nella zona di questi obbiettivi. Voi dovete allontanarvi immediatamente da queste zone. La vostra D.C.A. [difesa contraerea] non può fare nulla
contro le flotte dei nostri bombardieri. [...] CHIEDETE LA PACE. Voi non avete nulla da perdere ed avete tutto da guadagnare».

I volantini si moltiplicavano.
«[...] finita la guerra d’Africa siamo liberi di attaccare l’Italia con tutte le nostre forze. Sulla Germania solo nel mese di aprile abbiamo sganciato
10000 tonnellate di bombe. ORA TOCCA ALL’ITALIA. PERCHÉ MORIRE PER HITLER? [...] LA GERMANIA COMBATTERÀ FINO ALL’ULTIMO...
ITALIANO. Nessuno ti ha chiesto se volevi questa guerra. Ma ti hanno mandato a morire. Ti hanno detto: CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE.
PERCHÉ PER CHI PER QUANTO?»

«ITALIANI! [...] Da ora in poi le nostre incursioni non saranno più limitate ai vostri porti e al vostro naviglio. I nostri bombardieri controlleranno
tutto il vostro paese. Essi martelleranno giorno e notte le vostre fabbriche e le vostre ferrovie che oggi lavorano per l’Asse. Queste saranno
distrutte sistematicamente, come furono distrutti i vostri porti e le vostre navi. [...] DOMANDATE LA PACE. FATE DIMOSTRAZIONI PER LA
PACE».

«Rammentatevi che la vostra alleanza con la Germania è l’unica causa dei bombardamenti sulle città italiane».

«Hitler e Mussolini hanno condannato l’Italia a diventare la “terra di nessuno”. Terra di nessuno: con questo nome gli strateghi definiscono quel
settore desolato, che si comprende fra due opposti fronti di combattimento. Con la liquidazione della campagna d’Africa, il posto dell’Italia, nella
strategia dell’Asse, è quello di un cuscinetto o paravento lungo il quale lo Stato Maggiore tedesco spera di rallentare la marcia delle Nazioni
Unite, mentre si completano le fortificazioni sulle Alpi, nella Germania meridionale e nei Balcani. [...] Voi conoscerete che cosa vuol dire diventare
la terra di nessuno, il centro di un campo di battaglia combattuta con armi moderne. L’Italia è stata gettata in guerra frettolosamente e
crudelmente, quando alla miopia di Mussolini la guerra pareva facile; esaurita da vent’anni di follie politiche e disonestà amministrativa, era già
allora militarmente impreparata. [...] Eppure quello che è successo finora è un nulla in confronto di quello che Hitler e Mussolini stanno per
scatenare sul vostro paese. Se noi vi diciamo che l’Italia diventerà “terra di nessuno”, vi parliamo sul serio; il vostro paese sarà esposto al
bombardamento, al mitragliamento, alla disorganizzazione più completa; innumerevoli case finiranno in fiamme, per città e campagne si
accumuleranno cadaveri. Freddo d’inverno, infezioni d’estate, sgomento, fame si moltiplicheranno».99

Giugno-agosto 1943

Siamo alle soglie dello sbarco in Sicilia. Oltre a continuare a colpire la città di Napoli e le altre città italiane con il chiaro obiettivo di dare l’ultima
spallata al regime e al morale della popolazione, le bombe cominciavano a preparare il terreno per l’avanzata delle truppe e per il probabile
secondo sbarco: bisognava distruggere le linee ferroviarie, le strade principali, i ponti... Così nel mirino entrarono piccole città di provincia,
inconsapevoli borghi rurali, la cui unica colpa era quella di trovarsi vicino a uno snodo stradale, a una via di comunicazione giudicata
importante... Le fotografie conservate negli archivi britannici e americani ne sono una documentazione eloquente. Ma su questo e sulla sorpresa
da cui furono colti gli abitanti, torneremo.

Fra il 15 e il 21 giugno 1943 la Strategic Air Force pianificava e conduceva in porto una serie di operazioni miranti a distruggere le linee di
comunicazione nell’Italia meridionale e in Sicilia: in azione le squadriglie della RAF di notte e i gruppi di bombardamento americani di giorno.
Nella notte fra il 16 e il 17 giugno, 27 Wellington colpivano la stazione di smistamento di Napoli.100 Quello stesso giorno i bombardieri
centravano San Giovanni a Teduccio, San Giorgio a Cremano, Cimitile, Sarno, Pompei, Ottaviano, il quartiere di Poggioreale.101

Il 20-21 giugno si svolgeva un attacco coordinato agli snodi ferroviari di Napoli, Salerno, Battipaglia e Cancello. Nella notte del 20 giugno, 29
Wellington sganciavano 40 tonnellate di bombe sulla stazione di Napoli, alle 13.45 del 21 giugno arrivavano sulla città 51 B-17 lanciando 60
bombe da 300 libbre e 144 bombe incendiarie da 500 libbre sulla stazione di smistamento e le installazioni vicine. Intanto 37 B-17 attaccavano
con 592 bombe da 300 libbre il deposito aereo di Cancello; 36 B-25 facevano cadere 27 bombe da 1000 libbre e 160 da 300 sulla stazione di
smistamento di Salerno e sulla ferrovia; 36 B-25 sganciavano 286 bombe da 300 libbre sulla stazione di smistamento e la stazione ferroviaria di
Battipaglia. Nella notte del 21 giugno, 26 Wellington tornavano con 52 tonnellate di bombe sulla stazione di smistamento di Salerno.102

Il 21 giugno la prefettura segnalava 4 morti ad Acerra, 42 a Cancello, 2 a Brusciano, 2 a Nola, 6 a Santa Maria Capua Vetere, 6 a Capua, e 113
feriti. Dichiarava inoltre che 180 apparecchi tipo Boeing-17 da bombardamento, scortati da 50 caccia, avevano colpito la zona orientale della
città. «L’incursione ha avuto carattere prevalentemente incendiario: numerosissimi spezzoni e bombe incendiarie sono stati disseminati
soprattutto nelle zone della stazione Centrale e nella zona industriale, causando oltre 280 incendi».103

La relazione dei vigili del fuoco contiene l’elenco minuzioso degli incendi domati. Si ha l’impressione che tutta la Napoli orientale bruciasse...
Epicentri, stazione e zona industriale, ma il fuoco si propagava ai quartieri vicini. «L’azione nel capoluogo si è svolta con particolare intensità
nella zona industriale orientale dalla stazione Centrale fino a via Nuova Traccia a Poggioreale. La stazione Centrale è stata colpita da bombe
dirompenti che hanno fatto saltare in aria alcuni tratti di binari oltre le linee aeree e numerosissimi spezzoni incendiari hanno provocato incendi
di vasta portata alle tettoie, ai vagoni ed ai magazzini nei quali merci di ingente valore sono andate distrutte. Il numero degli incendi è stato
talmente elevato da non potervi far fronte con i mezzi a disposizione alcuni dei quali eran o stati impegnati per altri numerosi incendi sviluppatisi
nella zona indust riale».104

Il rapporto americano conferma la visione apocalittica. «Napoli: più di 25 incendi e una densa cappa di fumo su tutta l’area della ferrovia un’ora
dopo il nostro attacco, con un esteso e intenso incendio. Il giorno seguente le fotografie dei ricognitori mostrano il 40 per cento dell’Arsenale
Reale con la fabbrica di torpedini distrutto, severi danni all’industria di materiale aereo, più di 35 attacchi ai binari della stazione e al deposito
delle locomotive».105

Il 27 giugno toccava ai comuni vesuviani, a Pomigliano, Marigliano. Veniva ancora colpita la fonderia Corradini a San Giovanni a Teduccio.

In luglio, subito dopo lo sbarco in Sicilia, gli strateghi militari programmavano un’ondata di bombardamenti particolarmente feroci con l’intento
di provocare quel collasso morale e istituzionale tanto auspicato. E in questa prospettiva non venne risparmiata neppure Roma.

La notte del 14-15 luglio i bombardieri colpirono Napoli e una serie di cittadine e paesi della provincia: Castellammare di Stabia, Torre
Annunziata, Torre del Greco, Resina, San Giorgio, Cimitile, Nola, Pomigliano, Pompei, Bacoli, Acerra, San Felice, Cancello. Venivano segnalati
incendi di boschi a Pontelatone e a Formicola.

A mezzogiorno del giorno dopo, il 15 luglio, quando la gente era appena risalita dai ricoveri notturni, si abbatté su Napoli e sui paesi del golfo un
raid feroce. Il fonogramma del questore, redatto alcune ore dopo, è la cronaca di una giornata tragica. Oltre ai crolli per le bombe,
all’imboccatura di ben tre ricoveri si verificavano i soliti morti per schiacciamento e asfissia.

«Risultano colpiti: nella zona industriale stabilimento AGIP con incendio, Oleificio Gaslini, Arsenale, R. Esercito in via Gianturco ove lamentasi
gravi danni materiali et incendio serbatoio nafta. Nello scalo ferroviario Centrale e smistamento risultano cadute numerose bombe che colpivano
e incendiavano diversi capannoni grande e piccola velocità, carri vetture ferroviarie e fabbricati producendo gravissimi danni. Elettrotreno
proveniente da Roma è stato mitragliato e colpito a ingresso stazione Centrale da bombe e spezzoni in cendiari. Lamentansi tra i viaggiatori
numerosi morti e feriti. Ponte ferroviario in via Gianturco colpito da bombe è parzialmente crollato e diversi cittadini riparatisi sotto di esso sono
rimasti feriti ed alcuni sono deceduti. At ingresso ricovero galleria sotterranea ferrovia metropolitana stazione Garibaldi ressa prodottasi tra folla
accorsa al ricovero verificatisi morti circa 10 civili mentre numerosi altri rimanevano feriti. Traffico ferroviario da e per Napoli Centrale è
completamente interrotto. In sezione Poggioreale risulta nuovamente colpita facciata esterna reparto femminile carcere Poggioreale. In sezione
Vasto risultano colpiti magazzini Fiat e danneggiati terranei e giardini corso Meridionale. In sezione Porto bombe esplose su piano stradale via
Conte Olivares e largo Mandracchio provocavano danno a fabbricati adiacenti. In sezione S. Ferdinando ressa prodottasi a ingresso ricovero
pubblico via Speranzella 109 venivano travolte e restavano uccise 12 persone. In sezione Ponticelli lamentansi rilevanti danni alle campagne et
mancano acqua et energia elettrica. A ingresso ricovero pubblico Galleria ex linea ferroviaria Napoli-Foggia per ressa rimanevano morte per
asfissia 25 persone in maggioranza donne e bambini. Riservomi precisare numero morti et feriti fra popolazione civile in sensibile aumento ed in
corso di accertamenti».106

Il calcolo ufficiale delle vittime del raid è di 235 morti civili, di cui 50 non identificati. I feriti sono 398.107


Nella notte del 16-17 luglio venivano prese di mira la stazione di smistamento e l’aerodromo. Il prefetto segnalava 55 morti a Napoli e 22 in
provincia.

Ma nel pomeriggio del 17 luglio i bombardieri tornavano in massa. «Un migliaio di apparecchi quadrimotori nordamericani scortati da una
cinquantina di apparecchi da caccia sorvolavano la città in diverse ondate sganciando centinaia di bombe dirompenti ed incendiarie».108
Venivano colpiti il porto, la zona industriale, la stazione ferroviaria e il carcere di Poggioreale. Dal carcere evadevano 35 detenuti. Si trattava di
uno dei bombardamenti più intensi e preannunciava quello che si sarebbe verificato due giorni dopo a Roma. Troviamo il rapporto del 310°
gruppo che quel giorno ebbe il compito di colpire l’area della stazione e la zona industriale. «17 luglio 1943. Attacco a Napoli alle ore 16.38 da 36
B-25. Sganciate 211 bombe da 500 libbre. Colpita la stazione di smistamento, il magazzino delle locomotive, alcune industrie. La bomba su un
serbatoio di benzina ha prodotto un fumo alto 6000 piedi. Una terrificante esplosione è seguita agli innumerevoli colpi inferti alla raffineria di
petrolio, alla fabbrica di torpedini e all’arsenale».109 «La devastazione che ne è risultata è stata tremenda; non solo sono state demolite la
stazione e le case circostanti ma sono state anche incendiate le raffinerie che stavano ai confini dell’obiettivo».110

Fra il 15 e il 17 luglio, si legge ancora nei rapporti americani, «in totale 341 bombardieri, in raid diurni, hanno sganciato 2640 bombe (712
tonnellate). 31 Wellington hanno sganciato 235 bombe (69 tonnellate) durante la notte fra il 16 e il 17 luglio. Inoltre 72 B-24 della IX Air Force
hanno condotto un attacco il 17 luglio. Durante questo attacco 44 bombe (da 500 libbre ciascuna) hanno colpito la zona della raffineria».111 In
questi raid veniva incendiata la raffineria di petrolio SAI nella zona industriale orientale. L’opera di distruzione sarebbe poi stata portata a
termine con le mine dai tedeschi tra il 23 e il 27 settembre.

Il 19 luglio sarebbe stata colpita Roma. Vanto del 310° gruppo, che condusse gli attacchi del 17 e del 19 contro le due città, fu proprio quello di
potersi considerare fra i protagonisti dell’ultima spallata al regime fascista.112

Il 18 luglio si segnalavano vittime a Nola, Roccarainola, Cimitile.

Il 20 luglio venivano colpite Aversa, Capua, Caserta, Montecorvino.113 Il 22 luglio il 310° gruppo sganciava su Battipaglia 138 bombe da 500
libbre. Il giorno dopo gli aerei tornavano su Battipaglia e colpivano anche Salerno.

27 luglio. «ore 22.30. Allarme a Napoli. Cessato alle ore 1.05. Circa 30 apparecchi nemici bimotori hanno sorvolato città e comuni viciniori.
Lancio di numerosi razzi luminosi. Sgancio di circa 150 bombe dirompenti e incendiarie di grosso e medio calibro zone Porto, Industriale, Vesuvio,
Torre del Greco e Pomigliano d’Arco. Colpito Ponte Ferroviario a via Pontetti, S. Severino con crollo di un’arcata, ponte adibito a ricovero di
fortuna per abitanti del luogo. Si lamentano 10 morti e 10 feriti. Colpiti in pieno alcuni vagoni ferroviari di nafta stazionanti a Napoli
smistamento. Incendio di alc uni capannoni della società ICMESA in via Traccia a Poggioreale. [...] Vi è stata altresì incursione nemica provincia
di Salerno con sgancio bombe dirompenti e incendiarie su zona sud ferroviaria Salerno, Fratte e aeroporto Pontecagnano». 114

Da Caserta si relazionava per il prefetto: crollo della caserma del 10° Artiglieria, dell’officina aeronautica, dei fabbricati della stazione ferroviaria,
dell’Istituto Tecnico, della Palestra Ginnastica, del gasometro colpito in pieno, dei magazzini generali, dell’ospedale civile, della chiesa di
Sant’Anna e della chiesa e del collegio dei Salesiani e di 11 edifici civili. Le vittime accertate il giorno seguente erano 105 ma si presumeva che
altri cadaveri giacessero s otto le macerie. I feriti erano 280. Si chiedevano aiuti per lo sgombero delle macerie e per la costruzione di ricoveri.115

Per tutto luglio, ma in particolare a ridosso dei bombardamenti tra il 15 e il 17, erano piovuti dal cielo opuscoli e volantini, di cui proponiamo
alcuni significativi esempi.

Roosevelt e Churchill firmarono insieme un messaggio al popolo italiano: «In questo momento le Forze Armate associate degli Stati Uniti, della
Gran Bretagna e del Canadà [...] stanno portando la guerra nel cuore del vostro paese. Questo è il risultato diretto della politica vergognosa che
Mussolini e il regime fascista vi hanno imposto. Mussolini vi ha trascinato in questa guerra come nazione sa tellite di un distruttore brutale di
popoli e di libertà. L’adesione dell’Italia ai piani della Germania nazista era indegna delle antiche tradizioni di libertà e di cultura del popolo
italiano – tradizioni alle quali tanto devono i popoli dell’America e della Gran Bretagna. I vostri soldati non hanno combattuto affatto per gli
interessi d’Italia ma solo per quelli della Germania nazista. Essi hanno combattuto con coraggio, ma sono stati traditi e abbandonati dai Tedeschi
sul fronte russo e su ogni campo di battaglia in Africa, da El Alamein a Capo Bon. [...] Le forze che vi stanno di fronte sono impegnate a
distruggere la potenza della Germania nazista, la quale ha spietatamente inflitto schiavitù, distruzione e morte a tutti coloro che rifiutano di
riconoscere nei Tedeschi la razza dominante. L’unica speranza che l’Italia ha di sopravvivere sta in una capitolazione che non sarebbe
disonorevole, data la potenza soverchiante delle forze militari delle Nazioni Unite. Se continuate a sostenere il regime fascista, asservito alla
potenza criminale dei nazisti, voi dovete subire le conseguenze della vostra scelta. A noi non fa piacere invadere il suolo d’Italia e portare la
devastazione tragica della guerra nelle case degli Italiani. Ma siamo decisi ad eliminare i capi falsi e le loro dottrine che hanno ridotto l’Italia al
suo stato attuale. Ogni momento che resistete alle forze associate delle Nazioni Unite, ogni goccia di sangue che versate, non può servire che a
uno scopo: a dare ai capi nazisti e fascisti un altro margine di tempo per sfuggire alle conseguenze inevitabili dei loro delitti. Tutti i vostri
interessi, e tutte le vostre tradizioni sono state tradite dalla Germania e dai vostri ca pi falsi e corrotti; solo abbandonando la Germania e i capi
fascisti un’Italia rinnovata può sperare di acquistare un posto rispettato nella famiglia delle nazioni europee. È venuto il momento per voi Italiani
di considerare la vostra dignità, i vostri interessi e il vostro desiderio di una restaurazione del decoro nazionale, e di una pace sicura. È venuto
per voi il momento di decidere se gli Italiani debbono morire per Mussolini e per Hitler, o vivere per l’Italia e per la civiltà».116

Un altro volantino era eloquentemente intitolato La lezione di Pantelleria. «L’isola fortificata di Pantelleria che Mussolini descrisse come “Il più
potente bastione del sistema difensivo italiano nel Mediterraneo” fu costretta a capitolare dopo soli cinque giorni di intenso bombardamento
aereo. [...] La forza aerea Alleata, la cui schiacciante superiorità è stata ammessa dallo stesso Comando Supremo Italiano, è ora pronta a
rovesciare tutta la sua forza sull’Italia. Nulla può fare l’Asse per prevenire ciò. HANNO APPRESA I VOSTRI COMANDANTI LA LEZIONE DI
PANTELLERIA? O PREFERISCONO CHE NOI LA SI RIPETA?» E ancora: «MUSSOLINI LO CHIESE... Nel 1940 Mussolini dichiarò: Io ho chiesto
ed ottenuto dal Fuehrer il permesso di partecipare direttamente alla guerra aerea contro la Gran Bretagna. Dalla carta geografica acclusa potete
osservare le conseguenze della pazzia di Mussolini. Tutta l’Italia è esposta agli attacchi delle forze aeree alleate. Non vi è città che possa salvarsi.
Grazie a Mussolini voi non avete né difesa né numero sufficiente di caccia capaci d’opporci, ed i Tedeschi non sono in grado di venirvi in aiuto.
Questi attacchi aumenteranno con maggiore intensità finché il popolo italiano darà prova, con i suoi at ti, di aver ripudiato la pazzia di Mussolini.
MUSSOLINI LO CHIESE, VOLETE CHE L’ITALIA NE SOFFRA?»

Seguiva una mappa con i principali obiettivi dell’aviazione alleata dalle basi aeree del Nordafrica.

Eisenhower indirizzò un messaggio «AL POPOLO ITALIANO!» «Le Forze Alleate stanno occupando la terra italiana. Agiscono non da nemici del
popolo italiano, ma in conseguenza ineluttabile della guerra che ha lo scopo di distruggere la forza dominatrice della Germania nell’Europa. La
loro meta è di liberare il popolo d’Italia dal regime fascista che lo ha trascinato in guerra e, ciò compiuto, di restaurare l’Italia come nazione
libera. Le Forze Alleate non hanno l’intenzione di cambiare o di menomare le leggi e le usanze tradizionali del popolo italiano. Verranno prese,
nondimeno, tutte le misure necessarie per eliminare il sistema fascista in qualsiasi territorio italiano occupato dalle loro forze».

Non mancò nemmeno un vero e proprio opuscolo che iniziava: «È GIUSTO CHE CHI SCEGLIE L’ORA DI COMINCIAR LE GUERRE NON SIA LUI A
SCEGLIERE L’ORA DI FINIRLE».117 Seguiva il discorso di Churchill alla Camera dei Comuni dell’8 giugno 1943. La situazione della guerra in
Africa e sui vari fronti, il numero dei soldati uccisi, dei prigionieri ecc. Poi: «Il nemico credeva che nell’aria fosse il mezzo della sua vittoria, ma
oggi invece trova in essa la prima causa della sua rovina [...] Nulla ci farà desistere dal bombardamento aereo, aggiunto ad altri metodi, per
giungere alla distruzione completa dei nostri nemici. Oggi il nemico sta levando alti lai e lamentazioni, quando questa forma di guerra, con la
quale egli sperava di conquistare il mondo, sta volgendo definitivamente a suo svantaggio. Queste lamentazioni, per noi, non sono altro se non
una prova soddisfacente dei risultati crescenti del nostro attacco. Noi britannici oggi siamo in condizione di sganciare un peso di bombe più che
doppio dell’anno passato, entro un raggio di 2500 chilometri».

Intanto ciò per cui gli alleati avevano combattuto nella loro campagna aerea, era avvenuto. Il regime era crollato dal suo interno. Mussolini era
stato scalzato. Ma la guerra, aveva dichiarato Badoglio raggelando il tripudio degli italiani, proseguiva a fianco dell’alleato. Si trattava allora di
dare l’ultimo scossone a un paese ormai allo sfascio. I bombardamenti dovevano continuare con ancora maggiore intensità, come proponeva con
estrema durezza il colonnello della Strategic Air Force nel documento citato nel capitolo precedente: «Operazione psicologica di bombardamento
per spingere l’Italia ad arrendersi». Era arrivato il momento decisivo per «distruggere i nervi e far crollare il morale del popolo italiano» dopo il
collasso del regime fascista; biso gnava mostrare tutto il proprio potere di devastazione, colpendo nel modo più «terrificante» alcune città
italiane, scelte fra le più grandi e le più simboliche. Fra queste Roma e Napoli.118

Era il 1° agosto 1943; quello stesso giorno un altro bombardamento terribile si abbatteva su Napoli alle 11 di mattina, e sulla provincia alle 22. In
città 40 quadrimotori sganciavano numerosissime bombe sul porto, sulla zona industriale e sulla stazione, colpendo, come sempre, anche i
quartieri circostanti (Secondigliano, San Carlo all’Arena, Poggioreale, Vasto, Vicaria, Mercato). Una bomba perforava la volta della galleria della
metropolitana usata come ricovero dalla popolazione. A Capodichino 47 B-17 lanciavano 112 tonnellate di bombe da 300 libbre da una quota di
23000-25000 piedi.119

Insieme giungeva dal cielo il volantino con il messaggio di Eisenhower del 29 luglio. Si elogiava il popolo italiano che aveva saputo liberarsi di
Mussolini. «Voi volete la pace. [...] Noi veniamo a voi come liberatori. [...] Se volete la pace agite subito aiutandoci a liberare l’Italia dai tedeschi».
Seguivano le «istruzioni»: sabotaggio, sciopero, non collaborazione con i tedeschi, manifestazioni per la pace. «LAVORATORI D’ITALIA!
L’UNIONE FA LA FORZA. Scendete nelle piazze e nelle strade e fate dimostrazioni per la pace. Sono le vostre dimostrazioni delle scorse
settimane che cacciarono Mussolini. Continuando a fare dimostrazioni caccerete i tedeschi e porrete fine alla guerra. [...] Italiani, sta a voi
impedire che i tedeschi lascino l’Italia da vivi. AGITE SUBITO».

Ma il 4 agosto arrivava uno dei bombardamenti più feroci di tutta la guerra. Il raid era stato preparato e pensato con cura: sin dal 1° agosto 1943
erano state date le direttive per un grande bombardamento su Napoli.120

«Ore 13.30. Allarme a Napoli senza preavviso. Numerosi quadrimotori hanno sorvolato la città sganciando numerose bombe incendiarie e
dirompenti. La più dolorosa e grave incursione che ha colpito Napoli durante tre anni di guerra. Tutti i centri cittadini sono stati incursionati,
impedito il transito in tutte le maggiori arterie della città. Il cessato allarme non si è potuto dare che con mezzi di fortuna per la interruzione
dete rminatasi dalla rottura del cavo principale della centrale delle sirene».121

Era l’intera città a bruciare e a crollare. L’elenco delle case e dei monumenti colpiti è impressionante. Fra questi le due più antiche e preziose
chiese napoletane, San Domenico e Santa Chiara. La distruzione di quest’ultima, immortalata in una celebre canzone napoletana, sarebbe
diventata una delle icone della guerra.

«Da Pompei ho assistito alla tremenda incursione su Napoli del 4 agosto e, insieme con quelle rassicuranti sui miei, mi giungono le prime gravi
notizie: colpito da molte bombe e reso inabitabile Palazzo Reale; Santa Chiara col tetto crollato in fiamme trasformato in un immenso rogo in cui
calcinavano le preziose arche delle tombe dei re; via Toledo sventrata: Palazzo Salerno colpito; dalla Riviera al Rettifilo una corona di bombe e di
crolli; i grandi alberghi di via Partenope distrutti».122

Nel centro antico crollavano palazzi a via Mezzocannone, piazza Borsa, l’Istituto Tecnico a piazza del Gesù, l’edificio delle Manifatture Tabacchi a
via Porta di Massa.

L’elenco era lunghissimo anche per il quartiere di Chiaia. «Via Nicotera sul ponte di Chiaia crollo fabbricato e a via Egiziaca a Pizzofalcone e
Archivio di Stato sez. Militare. Via Roma angolo De Cesare crollo totale fabbricato che ha ostruito la via Toledo. Colpito palazzo della Borghesia
con crollo totale delle due estremità angolo via Giardini Reali e via Verdi. Via Generale Orsini fabbricato colpito. Alberghi Santa Lucia-Excelsior e
Metropol a via Caracciolo colpiti con danni rilevanti. Crollo totale di un’intiera ala dell’albergo Vesuvio. Colpito circolo Canottieri Savoia e
banchina attra cco piroscafo per Capri. Bomba esplosa in piazza Plebiscito ha danneggiato per riflesso Palazzo del Governo. [...] Crolli a via
Tommaso Carovita, a piazza VII settembre, via Colascione, vico Solitaria, salita Santo Spirito, via Chiaia, piazza dei Martiri, via Cappella vecchia,
la compagnia del gas a via Chiaia, Piedigrotta...»123

Ovviamente bruciava il porto con i quartieri circostanti. Crollava un’ala dell’ospedale Pellegrini, il più grande della città e quello che aveva
lavorato incessantemente per curare i feriti. Si verificava l’interruzione parziale dell’alimentazione idrica e dell’illumin azione elettrica.

Il giorno successivo il comandante dei carabinieri della sezione Stella, dove a via Mario Pagano era crollato un rifugio, provocando un numero
imprecisato di morti, scriveva al prefetto che nella sezione mancavano luce e acqua, tanto che i panettieri non avevano potuto panificare, che i
sinistrati erano senza tetto e senza cibo, avendo perso le tessere annonarie nei crolli delle loro case, e nessuno arrecava loro aiuto.

Le vittime dichiarate negli elenchi della prefettura sono 278, i feriti 447. Dal registro dei morti del comune possiamo ricostruire la cifra minima di
342 vittime,124 una cifra contestata dai testimoni che ricordano centinaia e centinaia di morti ammassati.

«Mia moglie... il 4 agosto del ’43 aveva dieci anni e con la famiglia si era trasferita a Marcianise, come tanti altri napoletani. Solo che il nonno
paterno, col quale vivevano, avevano una casa in comune a via Mario Pagano, si chiamava Camillo e il figlio maschio Giova nni, venivano tutti i
giorni a Napoli per aprire quest’attività commerciale e la sera chiudevano e rientravano a Marcianise. Il 4 agosto venne l’allarme, come di solito
succedeva spessissimo in questi bombardamenti, prima erano di disturbo, poi i bombardamenti a tappeto e c’era un grosso rifugio antiaereo,
ubicato alla piazza Mario Pagano, il quartiere Stella, proprio di fronte... l’ingresso era di fronte alla scuola Andrea Angiulli, un grosso edificio, una
scuola elementare. C’è ancora. Io ho frequentato quella scuola elementare. C’era anche un altro ingresso per questo rifugio, era l’ingresso del
civico 14, era il palazzo, poi un paio di civici prima, dove attualmente c’è una sala biliardo, c’era un altro ingresso. Cioè attraverso quel
sotterraneo c’era una scaletta... una scala che si scendeva. Ora, suonato l’allarme lo zio, il figlio di questo Camillo... Il nonno andò all’ingresso
principale, perché era più agevole, era più spaziosa l’entrata del palazzo e ha cominciato a scendere, invece il figlio è entrato dall’altro civico,
dove la strada era meno agevole. So’ arrivate le bombe e il nonno c’è rimasto sotto, lo zio si è salvato. Allora fu comunicata la cosa a loro che
stavano a Marcianise e sono rientrati e il corpo non si trovava e furono – io lo ricordo anch’io, perché io abitavo in zona – ... è bene precisare
questo: che il 4 agosto non fu colpito solo l’edificio 14 di via Mario Pagano, ma fu colpito anche l’edificio di via Arena alla Sanità, adesso non
ricordo il numero civico. Nella scuola Angiulli venivano portati i corpi man mano che venivano estratti dalle macerie, delle vittime anche del
civi co 14, che era un rifugio importantissimo perché abbracciava tutta la zona della Stella: salita Stella, via Mario Pagano, piazza Cavour, via
Arena alla Sanità, piazza dei Vergini, perché era ritenuto un rifugio abbastanza sicuro, perché andava parecchio sotto le viscere della terra, si
scendeva di molti metri. [...] erano le solite caverne sotto i palazzi. Purtroppo, ripeto, non solo quel palazzo, del civico 14 di piazza Mario Pagano,
ma furono colpiti anche altri palazzi. Ora, tutte le vittime di questo bombardamento furono portate nell’edificio della scuola Angiulli, che
miracolosamente era rimasto intatto. Cioè le bombe andarono sui palazzi che crollarono sul rifugio? Esatto, addirittura ci stava quello di fronte,
alla via Arena alla Sanità, ci stava una ragazza, la figlia di un fruttivendolo – lo ricordo benissimo – una ragazza snella, alta, una bella ragazza, mi
ricordo che questa ragazza non fu trovata. Mai? Non è stata mai trovata, proprio sparita, stava lì, non so... non si è trovato più il corpo di questa
ragazza. Ci furono parecchie vittime conoscenti, mi ricordo la sorella di uno che aveva la latteria, il padre di una nostra amica, che è diventata
amica nostra dopo, pure là. Mia moglie ne conosceva tantissimi che ci hanno rimesso la pelle in questa circostanza. Dicevo che nella scuola
furono portati i corpi non solo del 14, ma anche degli altri palazzi, allora questo comportò un sovraffollamento, perché la scuola Angiulli aveva
una grossa palestra coperta, una grossa palestra scoperta e poi aveva enormi corridoi, tipo... non so se quella scuola la conosce... Allora i corpi
furono addirittura accatastati, uno sull’altro. Non ce la fecero più e li portarono direttamente al cimitero, infatti il nonno suo fu trovato...
rintracciato al cimitero e il padre suo... diede incarico, promettendo dei soldi... Perché la mamma non si rassegnava a non trovare il corpo del
papà, allora mio suocero promise una somma, a quell’epoca abbastanza consistente, dando la descrizione. E la descrizione principale erano degli
stivaletti di vitello, nonostante era estate lui portava sti stivaletti, quelli coi bottoncini come si usava una volta, ed aveva dei capelli bianchissimi.
Fu trovato là dopo alcuni giorni tra queste vittime... tra questi corpi al cimitero di Poggioreale, insomma lo portarono al cimitero perché là non
c’era più posto. Ora, questo dimostra che le vittime di quel bombardamento nella zona di piazza Mario Pagano erano centinaia, erano accatastati
uno sull’altro, quindi non è possibile che fossero 20-30, perché li portarono con i carretti... Andavano con questi carrettini a mano, man mano che
scavavano li prendevano e li portavano al cimitero co sti carrettini. E scavarono per parecchi giorni. Lì ricordo che c’era un fetore, perché il 4
agosto... nella scuola si rovistava, diciamo così. Là c’era questo via vai di gente che cercava tra i corpi massacrati... Terribile! Era una cosa
veramente terribile. Che poi era il 4 agosto... faceva caldo. Sì, era caldissimo, una cosa allucinante. Allora ci sono stati centinaia di morti, non
decine di morti, centinaia e centinaia di morti solo in quel posto, non lo so come i giornali dell’epoca... Ci sono le liste della prefettura all’Archivio
di stato... mi pare che siano circa 300 persone in tutto. 300? No! Sono state molte più di 300 là, solo in quel posto, che, ripeto, non era solo il
palazzo del numero 14, ma là c’era il palazzo che fa angolo piazza Vergini con via Arena alla Sanità, a sinistra, che noi lo dicevamo il palazzo di...
come si chiamava quel salumiere... don Federico, che era una buonissima salumeria. Il palazzo di don Federico è crollato, poi di fronte a questo
c’era il bar Rubino allora, adesso c’è ancora una caffetteria, era in effetti il capostipite di quelli che hanno fondato il Kimbo caffè, famosa, e là
hanno cominciato, don Michele là teneva la torrefazione, questo palazzo dove c’era la torrefazione Rubino fu bombardato, nella zona ci furono
anche altri palazzi... [...] Ho parlato proprio ieri sera con una persona che ha ottant’anni, la quale ha confermato sto fatto dei cadaveri accatastati
e che non c’era più posto, che abitava e abita ancora proprio al 14, che poi è stato ricostruito quel palazzo, piazza Mario Pagano, c’è via Mario
Pagano e piazza Mario Pagano. Via Mario Pagano 14 pure ebbe la sua bombetta, solo che non esplose. [...]

Questa fu una giornata terribile, perché non ci fu una strada di Napoli che non fosse colpita dalla bomba. Io ero... e me lo ricordo sempre...
quando va a vedere Napoli sotterranea, io ero là proprio il 4 agosto perché mi trovavo nel palazzo Corigliano, piazza San Domenico Maggiore.
Dove adesso c’è l’Orientale... Sì, allora c’era l’istituto nazionale fascista della previdenza sociale, verso piazzetta Nilo c’era una farmacia, suona
l’allarme e noi ci siamo trovati in questo rifugio, come ce n’erano tantissimi, nello scantinato, era lo scantinato del fabbricato con i puntelli,
puntellato, uscita di sicurezza con i finestroni... che l’ingresso era il portone principale del palazzo Corigliano, l’uscita di sicurezza quei finestroni
che danno sulla piazza del seminterrato, avevano tolto l’inferriata e avevano fatto delle scalette di legno dall’interno. Ora, stavamo là in questo
bombardamento, a un certo punto la parete divisoria col fabbricato che sta affianco al palazzo Corigliano, quello che sta di fronte alla chiesa di
San Domenico Maggiore, un altro bel palazzo, non so che nome abbia... perché quelli che stavano in quel rifugio, siccome il palazzo fu colpito e
non potevano uscire, sfondarono la parete; noi ci siamo visti cadere sta parete, che era fatta di mattoni rossi, sta parete e sta gente che non
poteva uscire. Siamo usciti nella piazza, dove c’era roba di intonaci, polvere schizzata dappertutto, io per andare... siccome abitavo nella zona
Stella, la strada dove c’era la casa di Benedetto Croce, non so come si chiama. Adesso si chiama via Benedetto Croce, allora non so come si
chiamava, era bloccata perché era stata bombardata, via Mezzocannone era stata bombardata, questa strada affianco a San Domenico Maggiore
bombardata, piazzetta Nilo, via Nilo era bombardata, via San Biagio de’ Librai... mi sono incamminato per via San Biagio de’ Librai e sulla sinistra
ci stava un vicoletto, che si chiamava, non so se si chiama ancora così, vico Fico... Un vicoletto piccolino dove c’è pure un arco, vico Fico, c’era
anche là... c’erano dei calcinacci, so’ passato per sopra questi calcinacci e arrivo a via Tribunali, vado verso via Duomo, che era la strada che
dovevo fare, in genere io facevo la strada di San Paolo, era la traversa che va dietro gli Incurabili, un altro allarme, allora scappo nel rifugio che
adesso è Napoli sotterranea a piazza San Gaetano. Ecco perché conosco quel rifugio, sono stato là e quello era affollatissimo, quello è un grosso
rifugio, perché da là si arriva a San Gregorio Armeno, poi aveva anche l’uscita di sicurezza a via San Paolo, dove c’era l’archivio notarile una
volta. E a un certo punto mi sono stancato di aspettare, perché questo cessato allarme non finiva mai, ero ragazzo: mi sono stancato, mo me ne
vado! E sono uscito un po’ all’aperto per respirare un po’ d’aria perché questo sotterraneo, ovviamente, affollatissimo, gente che dormiva sempre
e non si respirava aria buona, sono uscito e proprio davanti agli occhi, m’è rimasta impressa sta cosa, una bancarella... un carrettino che vendeva
angurie e meloni, il mese di agosto, queste fette e allora si usavano i chiodi e poi su questi chiodi c’erano le fette tagliate, allora non c’era la
pellicola che si usa ora per l’igiene, ste fette erano diventate nere dalla polvere ed era tutto impolverato, tutto pieno di calcinacci dappertutto.
C’era una cosa cilindrica a terra, che io ho scambiato per un tronco d’albero, mi sono seduto su questa cosa cilindrica, è venuto un uomo, dice:
giuvinò, cheste è na bomba! Era una bomba inesplosa. Allora a questo punto dico: è meglio che me ne vado proprio. E me ne sono andato. E
quando sono arrivato a piazza dei Vergini, vicino a questo rifugio che ha avuto tanti morti, incontrai una ragazza che abitava... aveva qualche
anno più di me... che abitava nel mio palazzo e che piangeva. Io con l’incoscienza dei giovanissimi dico: ma perché piangi? È successo qualcosa?
La casa c’è ancora? Nessuno è morto? Dice: no, no, noi fortunatamente... – E allora di che ti preoccupi? Quella piangeva. – Tuo padre stava
morendo... Perché papà stava rifugiandosi in quel rifugio, poi ha visto la ressa ed è scappato, per via Cristallini se n’è andato. Perché noi a casa
avevamo un ottimo rifugio ricavato proprio in una grossissima grotta di tufo, che addirittura portava ai Miracoli, zona Miracoli, era immenso,
prima di essere adibito a rifugio era stato adibito a scarica di una fonderia, dove buttavano i residui in questo spazio, ste grotte erano immense,
poi fu adibito a rifugio e veniva gente dappertutto, perché anche là soggiornavano, si erano fatti gli angoletti, con le coperte. Papà preferì
correre, andare là, e si salvò. E si entrava da via Cristallini? No, si entrava da una strada che si chiama via Centigradi ai Cristallini, che era uno
spazietto cieco, alla fine di via Cristallini c’è una scalinata, c’è la chiesa, c’è la parrocchia, la scala, a destra, in fondo c’era questo spazio di via
Centigradi ai Cristallini, dove si entrava in questo rifugio, che era immenso e portava fino ai Miracoli e ci entravano migliaia e migliaia di
persone, c’era gente dappertutto» (Antonio Amoretti).

Dal cielo pioveva l’ennesimo volantino, questa volta diretto alle donne e alle mamme italiane. «A Messina, a Palermo, ed in altre città della Sicilia
le donne hanno dato l’esempio pregando e facendo dimostrazioni per la pace. L’ora è scoccata per le donne della penisola di fare altrettanto. Se
volete la pace, se volete prevenire il massacro dei vostri figli in una lotta indegna e senza scopo innalzate le vostre grida di dolore». «Tu, o
mamma italiana, tu che hai creato nuovi figli, tu che con tanto amore li hai allevati [...] da tre anni sopporti che i tuoi figli tanto amati vengano
strappati dal seno della tua famiglia per essere inviati alla morte, contro altri figli che difendono la causa della libertà e fratellanza dei popoli: non
puoi permettere, mamma italiana, non devi permettere, che gli esseri nelle cui vene scorre il tuo sangue, si sacrifichino per una tale vita. [...]
Mamma italiana ascolta il tuo amore, sii degna di essere madre».

Alcuni giorni dopo in un volantino analogo comparivano di nuovo le donne, madre e figlia che piangendo leggevano un telegramma. «Quanto
tempo ancora la guerra tedesca farà versare lacrime italiane?»125

Per tutto agosto i bombardamenti continuarono senza tregua. Il 16 agosto i sinistrati avevano cercato di invadere gli uffici dell’ECA, la truppa
aveva sparato «in aria» e aveva ferito all’addome un abitante del quartiere Loreto, il quartiere più vicino al porto, uno dei più distrutti.126 La
situazione in città era ai limiti.

Il 20 agosto un altro durissimo raid colpiva con particolare violenza il quartiere di Ponticelli. Il prefetto scriveva al ministero dell’Interno:
«Informasi bombe cadute su abitato Ponticelli hanno colpito vari fabbricati a via Napoli provocando crolli. Finora accertati 93 morti et 30 feriti.
Continua lavoro et presumesi esistenza altre vittime».127

Due giorni dopo il commissario del quartiere scriveva alla prefettura di aver fatto chiedere altre 100 casse mortuarie oltre alle 100 già richieste. I
cadaveri estratti erano in quel momento 109, ma molti giacevano ancora sotto le macerie.128

Ed ecco il racconto dello stesso prefetto fatto alcuni anni dopo: «Vi era stato un bombardamento in pieno meriggio, mentre le stradicciuole del
villaggio sovra-popolato e le piazze erano gremite di bambini. Un centinaio di cadaverini di bimbi sfracellati dalle bombe giacevano ancora nelle
strade e sulla soglia del cimitero. Mancavano le casse mortuarie e i cadaveri giacevano in una macabra mescolanza, sotto il sole bruciante. [...]
Delle madri, con gli occhi allucinati, vagavano cercando di riconoscere i propri figli con dei gemiti che non avevano nulla di umano».129

Il 24 agosto alle 5 del mattino era la zona occidentale del golfo a essere colpita con grande violenza. «Ore 4.45. Allarme a Napoli. Circa 30
apparecchi plurimotori hanno sorvolato zona occidentale della città effettuando in un primo tempo lancio di razzi illuminanti su Napoli, Bagnoli e
Pozzuoli e poi sgancio di bombe incendiarie e dirompenti».130 Venivano colpite l’ILVA e l’Eternit, la stazione della Cumana con la sospensione del
traffico di treni, molti palazzi crollavano. Ma soprattutto a via Enea crollavano quattro palazzi e il ricovero sottostante dove si trovavano circa 200
persone. Quel giorno stesso il comandante dei carabinieri comunicava una cifra provvisoria di vittime accertate: 37 a Pozzuoli, 100 a Bagnoli, 29
a Fuorigrotta. Seguiva un fonogramma del prefetto con la stima di 166 morti e 227 feriti.

«Il bombardamento principale che noi abbiamo avuto a Bagnoli è stato il 24 agosto del 1943, pecché gli americani, i quali poi lo hanno riferito
dopo, ebbero l’ordine di distruggere il Costanzo Ciano, in pratica dove stava la base dei tedeschi ed ebbero come punto di riferimento la ferrovia
dello stato, la metropolitana, però venendo da mare, la prima ferrovia che videro fu la Cumana, quindi praticamente scambiarono la Cumana, i
binari della Cumana... perché quel mattino alle quattro e mezzo del mattino loro lanciarono i lanciarazzi, in modo che venisse... sembrava
mezzogiorno con i razzi, no? Si vedeva proprio chiaro, loro videro i binari della Cumana e pigliandoli per quelli della direttissima invece di
bombardare il Costanzo Ciano bombardarono Bagnoli e quindi la distrussero, ci furono cinque o seimila morti, perché colpirono tre ricoveri
pubblici, li colpirono proprio in pieno, difatti uno di questi ricoveri, questo fabbricato altissimo, che stava giù il ricovero, addirittura non ci fu
nemmeno il tempo di seppellire tutti i morti e rimasero lì proprio. [...] al mattino del 24 agosto, la notte fra il 23 e il 24 agosto da noi c’è una zona
che si chiamava... le montagnelle, dove adesso c’è l’INA casa, allora erano tutte campagne, io vidi la mattina un maiale con il braccio di una
persona in bocca, perché c’erano proprio brandelli umani sparpagliati per tutta sta campagna. [...] Il bombardamento del 24 agosto fu preceduto
da due incursioni, una alle 11 e una alle 3 di notte, per cui quello delle 5 di mattina noi lo considerammo come un allarme falso, invece chille ce
facettene fesse. Infatti molte persone non uscirono appunto, dice: o terzo bombardamento... invece fu quello che distrusse completamente
Bagnoli, via Enea, viale Campi Flegrei fu completamente distrutto, gli unici palazzi che si salvarono furono i palazzi dove sta Ferdinando e quello
di fronte, perché loro passarono e poi incominciarono a lanciare le bombe. La tua casa restò intatta? No, rimase intatta, però siccome avevamo la
buonanima di mio padre che non voleva morire sotto le bombe allora mentre mia mamma e mia sorella stavano giù al ricovero lui mi prese e mi...
voleva andare dove poi cadde la bomba in questa capanna, perché più che un ricovero era una capanna, una grande capanna, dove la gente si
buttava dentro appunto per non morire sotto le macerie, che poi morì lo stesso, no? E io mi ricordo che io e mio padre, mentre stavamo
andando... cadde una bomba davanti a noi, però non esplose, rimase inesplosa, dove adesso hanno fatto il municipio di Bagnoli. Lì cadde una
bomba e fortunatamente... altrimenti non starei parlando e fu una notte tragica» ( Alessandro Narducci).

Quello stesso giorno alle 21.40 altre bombe caddero su Torre Annunziata dove, oltre a numerose abitazioni, vennero colpite le ferriere ILVA, crollò
la torre centrale della stazione, furono abbattute le linee elettriche e telefoniche. A pochi chilometri di distanza gli aerei colpirono gli scavi di
Pompei: crollò una parete del Museo e venne danneggiato il tempio di Venere.

«Fu la prima tragica notte di Pompei. [...] una bomba scoppiata nel Foro dinanzi all’Arco di Druso e il custode gettato a terra tramortito entro le
favisse del tempio di Giove; un’altra aveva schiantato il portico della casa di Trittolemo; tutta la zona di Porta Marina ridotta un cumulo di
macerie e il Museo pompeiano, accanto alla Porta, colpito in pieno, distrutto nell’edificio e negli oggetti. L’inconcepibile era avvenuto: il cieco
orrore della guerra degli uomini distruggeva quello che il più tremendo cataclisma della terra non aveva distrutto. Quand o all’alba s’iniziò il
doloroso ufficio dei ricuperi, s’ebbe piena la visione del disastro. Della lunga galleria a volta ricavata, fin dal tempo del Fiorelli, tra le vecchie
mura della correa della città, non restavano in piedi che le pareti traballanti della prima stanza: il resto macerie e voragini. E tra le macerie
affioravano le suppellettili frantumate delle vetrine e giacevano rovesce, contorte, mutilate, come vittime di quella recente catastrofe, le
impront e dei morti di due millenni fa, le vittime che i lapilli e le ceneri dell’eruzione del 79 avevano pietosamente composto e che una più
disumana violenza aveva mutilato e violentato in quella loro pur religiosa pace di morti sopravvissuti».131

Altro volantino: «ITALIANI! Voi volete la pace ma il vostro governo vuole continuare la guerra! Ciò significa la distruzione delle più belle città
italiane, la morte di migliaia di Italiani, amanti della pace, vittime inevitabili dei nostri bombardamenti aerei. [...] La guerra Fascio-Nazista è
perduta. Perché prolungarne l’agonia? Il vostro Governo deve ascoltare la vostra voce». Insieme al volantino una cartolina postale da indirizzare a
Badoglio. La frase finale: «Il popolo italiano vuole la pace».

Nella notte tra il 26 e il 27 i bombardieri sorvolavano di nuovo la zona occidentale (Bagnoli, Pozzuoli, Fuorigrotta). Finiva nel mirino ancora una
volta la ferrovia Cumana, dove crollava la volta di una galleria, che era diventata naturale ricovero degli abitanti. Il 27 agosto venivano segnalati
centinaia di morti a Caserta.

Nella notte del 29-30 giugno, 78 Wellington sganciavano 124 tonnellate di bombe su Torre Annunziata. Si sviluppavano fuochi e incendi.132 Il
pomeriggio seguente, alle 13, arrivavano gli aerei americani per completare l’opera.

«Ore 13.04. Allarme a Napoli. L’incursione si è localizzata sullo scalo ferroviario di Torre A. Centrale con circa 100 plurimotori con sganci di
numerose bombe incendiarie e spezzoni causando gravi danni e incendi. Colpiti ed incendiati vari vagoni ferroviari. Si è provveduto all’isolamento
di carri con munizionamento. Colpiti stabilimento ILVA, Officina Ricciardi, Pastificio Impicca, Caserma Toselli, Centrale elettrica con interruzione
distribuzione energia. Finora accertati 31 morti e 24 feriti. Torre ha chiesto autoambulanze da Napoli. [...] Ore 0.45. Allarme a Napoli. Lancio di
numerosi razzi sulla zona tra Torre Annunziata e Castellammare. L’incursione è stata sferrata da circa 200 bombardieri di tipo imprecisato
provenienti da Sud, Sud-Est e Sud-Ovest su cinque ondate e pattuglie frazionate di 3-4 aerei. Sgancio di numerose bombe di grosso e medio
calibro dirompenti et incendiarie e spezzoni a circa quota metri 4000. Apertura fuoco 0.51 – cessazione ore 2.33. Località colpite: scalo
ferroviario di Torre Annunziata Centrale – spolettificio 3° e 8° reparto con incendio – stabilimento ILVA – officina Ricciardi – centrale elettrica –
Cantieri Metallurgici – Torre marittima – Magazzini generali con vasti incendi – Molino Orazis – Pastificio Lettieri e Segheria Cirillo – via Cavour
n. 13 – via Maresca – traversa Maresca. Non ancora accertato il numero delle vittime».133

Il 31 agosto veniva colpito l’aeroporto di Grazzanise, uno dei first priority targets negli elenchi americani.

Il 1° settembre era la volta di Salerno.

Il 3 settembre 1943, alle ore 13.01, il Comitato Provinciale di Protezione Antiaerea segnalava l’allarme a Napoli. «Tre formazioni nemiche, in uno
150 plurimotori su tre ondate, hanno sorvolato periferia Napoli zona settentrionale e orientale, nonché comuni viciniori». A Cancello fu colpito lo
scalo ferroviario, e danneggiato l’acquedotto del Serino.134

Dal cielo un opuscolo, zeppo di fotografie di gerarchi nazisti, di Hitler e Mussolini, di massacri nell’Europa orientale, ebrei torturati e umiliati,
sacerdoti perseguitati. Titolo: «L’eredità di Mussolini». «Uno se ne è andato, sopprimiamo l’altro». «Mussolini è andato; ma rimane la guerra
nazista». Concetti espressi: la guerra il più bel regalo di Mussolini al popolo italiano. Senza l’alleanza con Hitler la rivoluzione fascista sarebbe
stata soltanto una «farsa macabra»...

La notte del 4 settembre tre formazioni di circa 100 plurimotori sorvolavano la Campania e colpivano Capua, Cercola, a Napoli la zona industriale
orientale, la Doganella e Capodichino (aeroporto e aviorimessa), le case popolari di salita Capodichino, il ponte della Maddalena, i quartieri di
Ponticelli, Poggioreale, Porto. A Miano veniva colpito il sifone dell’acquedotto.

Il 5 settembre alle ore 18 entravano nel mirino Capua, Villa Literno, Cancello Arnone. La notte altre formazioni attaccavano Battipaglia,
Pontecagnano, Castellammare, Capua, Aversa, la via Appia tra Minturno e Sessa Aurunca.

6 settembre. «Ore 12.40. Sgancio di bombe sulla zona di Villa Literno, Capua e via Appia. Ore 24.02. Villa Literno: numerosissimi razzi e bombe
di medio e grosso calibro. Stazione ferroviaria [...] Ore 14.20. Attacco a Napoli con oltre 200 apparecchi quadrimotori. Vomero, centro della città,
Chiaia, Castelcapuano [...] ore 0.02. Salerno Battipaglia».135

Il 7 e l’8 settembre gli aerei bombardavano Capua, con l’aeroporto e la foce del Volturno, e Benevento.

Alla vigilia dell’armistizio, Napoli era una città distrutta.

Il 9 settembre la relazione dell’antiaerea segnalava le trasformazioni delle alleanze. «Durante la notte si apprende che i tedeschi hanno occupato
il presidio e l’amplificatrice telefonica di Mignano, ma che il Comando del XIX Corpo d’Armata ha inviato truppa sul posto per l’immediata
rioccupazione. A Salerno si conosce che i tedeschi hanno fatto saltare la zona portuale, minata la spiaggia et incendiato i magazzini generali ed
occupato l’amplificatrice e cen trale telefonica ed una nostra batteria in postazione contraerea».136

Ma, contrariamente alle aspettative della popolazione che festeggiava la pace, quello stesso giorno i bombardieri tornarono in provincia con raid
violentissimi. A Capua, a Cancello Arnone, a Benevento si contarono centinaia di vittime. Questa volta gli obiettivi strategici erano i nodi
considerati cruciali per la ritirata tedesca. Le navi inglesi e americane cannoneggiavano il territorio circostante il golfo di Salerno. Per tutto
settembre le città e i paesi che si trovavano tra il golfo di Salerno e le linee di fortificazione che i tedeschi andavano costruendo, lungo le strade e
le ferrovie che avrebbero visto la ritirata della Wehrmacht e l’avanzata della V Armata, furono flagellati da bombardamenti continui e in alcuni
casi rasi al suolo.

Dopo l’8 settembre alla violenza dei bombardamenti si sovrappose la violenza delle truppe tedesche che occupavano il territorio italiano e in
Campania combattevano contro l’avanzata degli alleati. Altre distruzioni, altre vittime. I tempi si facevano convulsi e incerti. Le istituzioni italiane
erano allo sfascio. La terribile predizione del volantino inglese si avverava, la Campania diventava terra di nessuno.

La documentazione della prefettura si fa lacunosa e incerta.

La memoria collettiva dei bombardamenti a Napoli a questo punto si arresta. La guerra «vera» finisce con l’arrivo degli alleati, poi comincia
un’altra guerra, quella della sopravvivenza in regime di occupazione «amica», che è quella che ha alimentato le immagini della città nella
comunità nazionale.

I raid tedeschi: inverno 1943-44

Oltre ai massacri dovuti alla violenza della Wehrmacht, la città subì, dopo l’armistizio dell’8 settembre, alcuni bombardamenti tedeschi, uno dei
quali di elevatissima intensità.

Il primo si ebbe il 21 ottobre 1943, e colpì il rione Miraglia, i Camaldoli, piazza Garibaldi. 46 è il numero ufficiale dei morti. Dopo pochi giorni ,
alle 18.40 del 1° novembre, un’altra incursione più violenta, provocò, secondo i dati ufficiali, 136 vittime. Il 22 dicembre dalle macerie di vico Tofa
venivano ancora estratti 3 corpi, fra i quali quelli di due sorelle di dodici e sedici anni. Nel mirino era di nuovo finito il martoriato quartiere di
Montecalvario (via San Sebastiano, vico Lungo Montecalvario, vico Canale, vico Giardinetti a Toledo, gradini San Matteo, vico Tofa, vico Canale a
Taverna Penta... via Gesù e Maria). Veniva colpito anche il Palazzo Reale di Capodimonte.

Il 15 marzo 1944, quando nessuno più se lo aspettava, si verificò il raid tedesco più intenso, uno dei più gravi della guerra. La lista ufficiale
contiene il nome di 278 vittime.137 Venne colpito soprattutto il centro più antico della città, fra i decumani e via Duomo (via Cinquesanti, vico
Gerolamini, largo Avellino, vico Zite, vico Scassacocchi, via Giudecca, piazzetta Giganti, via San Gregorio Armeno), poi la zona che va da via Roma
a Chiaia (via Santa Teresa a Chiaia, via Bausan), il Vomero (via Scarlatti e via Alvino). A piazzetta San Gregorio Armeno moriva una madre con 4
figli di sei, cinque, tre, due anni...

Il 24 aprile 1944 i bombardieri tedeschi tornarono per l’ultima volta sulla città. Troviamo la notizia nei rapporti americani. «Fra le 21.15 e le
22.00 i bombardieri sono arrivati da nord-nord-est alla quota di 8000-12000 piedi. [...] la maggior parte delle bombe lanciate sono
approssimativamente di 250 libbre, e delle 60 trovate, la maggioranza è caduta in un semicerchio di 4 miglia d i raggio intorno ai magazzini
centrali. La metà circa delle bombe totali è caduta vicino al centro della città e nei pressi dell’aeroporto di Capodichino. Non è chiaro se obiettivo
dell’attacco fosse una distruzione generale. L’unico danno militare è stata la distruzione di 13000 galloni di petrolio nei depositi. Sono stati uccisi
1 soldato americano, 1 soldato britannico, 48 soldati italiani, 20 civili. Danni agli immobili, non alle navi».138

Sono 470 le vittime ufficiali dei bombardamenti tedeschi, che sono tuttavia pressoché assenti nella memoria cittadina. Dal 1° ottobre, giorno
dell’entrata delle truppe alleate, sono gli americani al centro della scena.

Danni collaterali

Quante fu rono le vittime dei bombardamenti a Napoli? È pressoché impossibile indicare una cifra esatta. Stefanile nel suo I cento
bombardamenti di Napoli propone il numero di 20000 senza fornire le fonti su cui basa la sua ipotesi. In un appunto del 1° giugno 1943, rivolto al
direttore generale per i servizi di guerra al ministero degli Interni, il prefetto stimava le vittime della provincia, capoluogo compreso, in 1499, e
quelle del solo capoluogo in 1388. Dati che sono addirittura inferiori agli elenchi forniti dalla stessa prefettura volta per volta. Se si fa la somma
totale delle liste ufficiali contenute nei resoconti fino al 21 settembre 1943 si raggiunge la cifra di 3100 circa, cui si devono aggiungere le 470
vittime dei bombardamenti tedeschi. Benché la vastità della popolazione e quindi dei registri di morte comunali impedisca di fare una conta
precisa, si può tuttavia provare ad approssimarsi alla cifra reale. I registri napoletani sono costruiti per quartieri; una prima sezione contiene le
morti avvenute nelle case; una seconda sezione speciale (II B) contiene invece le morti avvenute negli ospedali o le vittime finite direttamente
dalla strada alla camera mortuaria dei cimiteri. Dal 1° aprile 1943 fino alla fine dell’anno, forse per il terribile incremento delle vittime dei
bombardamenti, troviamo un registro apposito (Centrale) che elenca i decessi prima contenuti nelle sezioni speciali dei quartieri. Ho provato
quindi a ricostruire le morti del 1943, l’anno più tragico, e sono arrivata alla cifra di 6097 vittime.139 A questo dato bisognerebbe poi aggiungere
quelli del 1940, 1941 e 1942. Se si pensa che moltissimi corpi non ebbero sepoltura, risultarono dispersi, non furono mai denunciati o lo fu rono
molto tempo dopo, allora la cifra raggiunta consultando i registri dei morti del comune appare anch’essa per difetto. Dunque i numeri della
prefettura sono decisamente sottodimensionati.

A tutte queste vittime dovremmo aggiungere quelle morte per il tifo o per altre malattie infettive, per il freddo, per gli stenti. I bambini, ad
esempio. Proviamo a scorrere gli atti «normali» della sezione Stella dal 29 luglio al 12 agosto 1943. In soli quindici giorni troviamo la
registrazione di 51 decessi; fra questi 29 di bambini sotto i quattro anni. Un bimbo di dieci mesi, un altro di quattro anni, poi di nuovo uno di dieci
mesi, uno di sedici giorni, uno di un anno, due di sette mesi, uno di due anni, uno di quattro anni... Si sa che i bambini sono i primi a morire in
queste circostanze, ma leggere l’elenco colpisce, è un utile esercizio di comprensione storica.

D’altro canto i bambini erano morti in massa sotto le bombe. Proviamo ad analizzare qualche altra lista. Il 15 aprile 1943 tra le 66 vittime di Torre
del Greco troviamo cinque fratellini di sette, sei, cinque, tre, tredici anni... e Annunziata Ascione di sette anni, Americo Borriello di otto,
Giuseppina Cavaliere di dodici, Luisa De Simone di d ue, Lucia Di Donna di uno, Maria Filiberto di sette, Michele Iorio di diciassette mesi, Saverio
Iorio di tre anni, Amedeo Luise di tredici anni, Vincenzo Busso di un anno... Nella notte fra il 14 e il 15 dicembre 1940, una delle prime incursioni,
quelle che la memoria ricorda come minori, che la gente definisce «strategiche», tanto per intenderci, moriva Angela Miele di quarantun anni, i
figli Giacomo di diciassette anni, Delfina di sedici, Renato di quattro, Giuseppina di uno. Il 15 marzo 1944, a piazzetta San Gregorio Armeno 2
moriva Elena Capaldo, coniugata con quattro figli, ed ecco, di seguito, insieme a lei, fra le vittime, i 4 figli di sei, cinque, tre, due anni... Il marito
e padre si era salvato, solo. In un attimo la sua famiglia era stata inghiottita dalla guerra.

Molte delle vittime morirono nei rifugi travolte dalla folla che scappava dai bombardamenti, nei crolli o per le epidemie che dilagarono proprio a
causa delle terribili condizioni igieniche in cui si trovavano.

«Qua nel vicolo dove sta il monastero di Santa Patrizia, ci sta un ricovero, se scenneva abbasce, non so quale preciso se scenneve giù e se
spuntava a dietre ccà a San Gaetano nel sottopassaggio, dove adesso si paga 10000 lire a persona per andare a vedere o ricovero. E llà steveno i
gente notte e iuorne, che po’ chelle person e chi teneva nu negozio chi teneva na cosa, se ne saglievano... e nui curreveme llà abbasce... sia ccà
sia o ricovero ’n miezzo a largo Avelline»140 (Maria Genovese).

«Io fuggivo verso il largo Avellino nella strada Ant icaglia, lì c’era un rifugio di cento metri di profondità e nonostante fosse così profondo quando
c’erano i bombardamenti vi erano degli spostamenti d’aria, era un rifugio che andava da via Duomo a via Foria» (Rosa Fusaro).

«Sotto il largo Avellino, lì c’è un palazzo grande, sotto c’era il ricovero, e là stavamo tutti quanti. Tutto il quartiere stava sotto a sto ricovero, tutti
quanti sotto a quel palazzo, nei ricoveri sotto terra. Ci stava qualche scanno, qualche posto, qualcuno stava all’impiedi, così... tutti quanti con le
valigie» (Dolores Imparato).

«Il rifugio figurati che noi ne tenevamo uno qua affianco alla casa, tutta la gente che scendeva là sotto, chi era era. Si scendeva sotto. E quelli
erano i ricoveri. Figurati da qua corrispondeva all’Augusteo. Dall’Augusteo due traverse dopo al vico Tofa. Da qua alla Pignasecca, dove stavano
le mie sorelle. [...] Il giorno che ha sposato mia cugina Dora siamo scappate all’allarme lei vestita da sposa e io coi tacchi tanti che correvo per
arrivare al vico Tofa. Queste date qua tu te le ricordi, le altre cose poi... Noi figurati tenevamo degli sgabellini quelli che si chiudevano, come
quando o militare addà ì a combattere ca tene o fucile a portata e mano. Noi tenevamo degli sgabellini all’entrata... Eravate già pronti per
scappare... Eh, mia zia prima di uscire quando andava a fare la spesa diceva a me: guarda, si succede qualcosa ci vediamo o vico Tofa, dove stava
il ricovero perché ci dovevamo incontrare. Perché tu uscivi in balia delle onde. E così è successo che venne l’allarme e io chiusi il negozio subito
senza manco mettere le chiavi e scappai al vico Tofa. Mentre correvo in una di quelle traverse del vico Tofa un signore a un palazzo, mezzo
palazzo chiuso, stava chiudendo mi tiraie per la giacca di dietro così: a chi aspetti che ti ammazzano? Vieni dentro. Tanto è vero mia zia, che stava
sotto al ricovero che aspettava a me. Io come sentii che si erano calmati quegli spari, si trattava di cinque, sei minuti da vico Tofa, la traversa
dopo me ne scappai da mia zia. – E che hai combinato? – quella dice. – Un signore s’è messo paura che qualche scheggia mi poteva pigliare.
Perché io correvo sotto i bombardamenti. [...] Quando stavamo sotto il palazzo mio cugino suonava la fisarmonica per mantenerci tutti... mo è
morto mio cugino Umberto... per mantenerci distratti perché la mamma soffriva molto della paura. E allora suonava la fisarmonica, noi tutti
ragazzi attorno cantavamo assieme a lui. Poi non si conosceva nessuno, noi tenevamo gli sgabelli ma gli altri niente. E mia cugina è partorita
sotto il ricovero del vico Tofa, Nino... tiene i figli grandi mo. Il periodo di guerra me lo portavo io in braccio. E quando mia cugina è partorita, che
gli so’ venuti i dolori sotto al ricovero dopo due giorni l’abbiamo salita, ma è nato là sotto, sotto al ricovero del vico Tofa, il 14 luglio, era il mio
compleanno, perciò me lo ricordo bene. Dopo due giorni la facemmo salire sopra e proprio quella notte è successo un altro bombardamento, che
io e Dora e la moglie di mio cugino portavamo a Dora sotto al braccio e arrivammo al paraschegge, non facemmo in tempo al ricovero»
(Enrichetta Nerone).

«Ci stavano dei ricoveri di tufo, perché erano stati scavati al... diciamo dagli antichi Borboni, il periodo borbonico che facevano l’acquedotto. E
scavavano diciamo, questa collina, cisterne... e allora noi ci rifugiavamo là sotto là, tutta la gente» (Antonio Scherma).

«All’epoca c’erano dei ricoveri che mo... oggi vanno a fare le visite guidate, perché scendono, vanno sotto terra. Io mi trovai un giorno che feci
questa esperienza. Mi trovai su a via dei Mille. Là me pare ca se chiama Vasto a Chiaia e incominciò a suonare la sirena e... come ho detto prima,
sirene e bombe erano tutto una cosa... e io non sapendo dove andare mi misi in un angolino c’i bombe ca cadettere... Nun capette cchiù niente,
passò un gruppo di donne ca dicette: picciré vieni con noi, vieni con noi. E infatti io vedevo tutta sta gente ca correva, ca correva in un basso, ca
po’ era nu negozio aro se vendeva o vine e qua dentro appena entrato c’era una botola e ce stevene delle scalinate ca nun fennevene mai, ce
capevene doi persone, na scala pericolosa perché a un lato senza ringhiera e n’atu late sotto a montagna.141 Io dovevo correre per forza perché
c’era na fiumana ’e gente ca te faceva correre. Ma... io non lo so... quanti scalini... scendevano scendevano, si arrivava a una caverna che non
finiva mai. Io rimasi sbalordita, tanto della vastità di questa grotta e quella scala ca nu n ferneva mai... non mi dimenticherò mai. E venni a
sapere... ca ie facevo inta a mente mia: chiste si care a bomba e ostruisce l’ingresso aro ere trasute... ccà cumme se esce? Chi o sape ca nui
stamme ccà sotte? – Nun te preoccupà picciré perché vire l’entrata i chesti grotte, vedi chellalà nel buio? Quella esce a piazza Amedeo, dice, addò
passa a metropolitana. Da quest’altro lato, a viri chesta? Arriva a piazzetta Augusteo, dove ce sta n’atu ricovero ca scenne.142 E ci stanno tutte
queste diramazioni. E queste diramazioni all’epoca furono scoperte ma poi sono andate nel dimenticatoio, ma po’ mo ho letto che... mi disse pure
mia nuora ca mo sarebbe andata a fare una visita guidata, ca mo fanno scennere inta sti grotte dove durante la guerra erano ricoveri, perché poi
sui muri ce stanne scritti tutti i pensieri dei ragazzi dell’epoca... e delle frasi degli innamorati... è diventate nu monumento nazionale» (Teresa
Ciciliano).

La maggior parte dei ricoveri cittadini erano stati ricavati, senza grandi lavori, nelle antichissime cavità del sottosuolo napoletano: alcune erano
già state rifugio dei primi cristiani, altre si erano formate nel corso dei secoli per l’uso di scavare e prelevare il tufo per costruire le case
soprastanti, altre ancora erano ricavate dall’acquedotto borbonico; erano unite da lunghissime gallerie che percorrevano nel sottosuolo tutto lo
spazio cittadino. Oggi si possono visitare, sono diventate meta di itinerario turistico, come ci ricordano molti testimoni, e non manca chi, in tempo
di pace, senza dover correre per le bombe, viene colto da crisi di panico e di claustrofobia. Dappertutto scale lunghe e ripide, cunicoli e
strozzature, dove la folla in fuga e in preda al panico si accalcava, e se qualcuno cadeva si verificava una strage. Gli episodi non si contano, come
testimonia la documentazione prefettizia.

Ci furono vittime e feriti nei ricoveri di vico Lungo Trinità degli Spagnoli, nella notte fra il 20 e il 21 luglio 1941; piazza Concordia, la notte fra il
17 e il 18 novembre 1941; vico Purgatorio a Foria, Porta San Gennaro e via San Paolo, il 4 dicembre 1942; via Tappia, l’11 dicembre 1942; via
Salvator Rosa, l’11 gennaio 1943 (crollo ricovero); piazza Mercato, il 7 febbraio 1943; via San Gaetano, via Donnaregina, piazza Ottocalli, il 20
febbraio 1943; metropolitana Montesanto, largo Olivella, il 4 aprile; albergo di Russia a Santa Lucia, il 28 aprile 1943 (crollo); metropolitana
piazza Cavour, il 30 maggio 1943; galleria sotterranea della metropolitana stazione Garibaldi; ricovero pubblico via Speranzella 109; galleria ex
linea ferroviaria Napoli-Foggia, il 15 luglio 1943; via Mario Pagano, il 4 agosto 1943; via Enea, il 20 agosto.

La metropolitana con le sue stazioni costituì un altro dei rifugi più usati dai napoletani. Le gallerie dove corrono i vagoni nel centro storico sono
particolarmente profonde, hanno scale d’accesso lunghe e ripidissime. E sono proprio le due stazioni centrali di Montesanto e di piazza Cavour,
dove l’accesso è più impervio, a vedere gli episodi più gravi.

«Un giorno suonò l’allarme e naturalmente scappando, stesso per la paura, scendendo le scale della metropolitana di Montesanto incominciò a
cadere la prima persona: una che cadde, caddero tutti quanti uno sopra l’altro e ci furono 125 morti. La sorella e il fratello di papà morirono. Noi
ci salvammo perché Peppino salì sopra il corrimano e allora vide tutta sta gente che stava, logicamente, una sopra l’altra perché era caduta.
Pensava che fosse caduta la scala, invece no non era caduta. Fu la prima persona che cadde per le scale, caddero tutti quanti perché stavano
pressati come le sardine per quell’ansia, per quella paura di mettersi in salvo. Comunque morirono tante persone, noi scappammo: stavo io e
Peppino. Peppino quando se n’accorse: indietreggiate, indietreggiate. Al che tutti quanti invece di scendere se ne tornavano indietro un’altra
volta. Quando scappammo, andammo sotto il tunnel della Cumana a Montesanto, che era un altro ricovero. Finito l’allarme poi incominciammo a
sentire: se n’è caduta, so’ morte tante persone, se n’è caduta la scala. Difatto dopo pochi passi, all’Olivella, ci stavano autoambulanze, pompieri,
polizia, soldati, finanche dei carretti che servivano per trasportare la roba» (Carmela Nicodemo).

«La metropolitana di... piazzetta Olivella, alla Pignasecca, a Montesanto una strada che si chiama piazzetta Olivella, là ci sta la metropolitana e si
scende a Montesanto. E là scen dendo ai ricoveri fra di loro si sono ammazzati parecchi, parecchie persone che... scendendo le scale, perché
dovevano scendere più di una settantina di scale a piombo, e man mano cadevano tutti quanti a terra» (Alfonso Totaro).

«Nel giugno ’40 tenevo ventun anni, ero incinta a Tommaso, mio marito era partito. Lo mandarono in Russia e da quel giorno non ho saputo più
niente... Quando Tommaso aveva due anni incominciammo a scappare, ci nascondemmo nei ricoveri, alla direttissima... Incominciarono a cadere
palazzi, morti al Duomo, alle Cavaiole, al Museo... Noi avevamo due ricoveri: uno di fronte e un altro sotto e grare143 dell’Educandato. Allora mio
fratello diceva: andiamo sotto e grare dell’Educandato. No, io dicevo, no, io me ne vado dint’a direttissima.144 Io tenevo o figlio mio ’n braccio,
che sarebbe Tommaso, due anni. Io vado dove voglio. E me ne andai alla direttissima e là mi scanzai.145 Il ricovero sotto e grare fu tutto
sfrantumato. Morti e feriti. Scappavo dal vicolo mio, vicino a via Foria, per andare nella direttissima, perché all’epoca il comune ci mise le
cuccette, per non farci coricare a terra. Io tenevo la cuccetta mia e tenevo sempre una borsa preparata, o nennillo sempe c’a robba soia, ch’e
scarpette ’e lana, e fuieve. Quanne scuppiaie a nave... me mengo a terra ’ncopp’e scale d’a direttissima... e io, per grazia di Dio, ho avuto sempre
la mia forza di spirito... o guaglione sempe sotto a me, accussì moro io e no o guaglione... Mi alzai e vidi che gente dint’a direttissima... a
ammuina forte... fuievane, invece di entrare uscivano. Pecché stesso o blocco... ca se menavene uno ’ncoppa n’ato, murevane a ggente. E allora
p’a paura, ca verevene e morti in terra, se ne scappavano. Io che feci? Io mi pigliai n’ata vota o piccirillo mio e me ne tornai a casa mia e non
entrai più nel ricovero»146 (Giuseppina Romano).

«Ci furono molti morti a piazza San Gaetano che fecero il ricovero che sarebbe adesso dove ci sta o... comme o chiamane? dove vedono Napoli
antica là... Napoli sotterranea... e là morirono nun sacce quanta gente... perché là erano tutti scalini no? Uno pestò, facettere piere e piere... bu
bu bu... e murettene quaranta, cinquanta persone»147 (Antonio Iannucci).

A un certo punto molte famiglie si sistemarono in modo permanente nelle grotte, che diventarono dei veri e propri alloggi di fortuna con pareti
divisorie fatte di coperte, con giacigli, sedie, fornelli.

«Noi andavamo a rifugiarci, mi ricordo, io stavo al principio del corso vicino a Mergellina nella metropolitana, la quale non funzionava
naturalmente e allora lì figurati che tu vedevi che la gente stava le notti e il giorno, mangiava dentro la metropolitana, avevano portato coperte,
cose, insomma bivaccavano lì, vivevano là senza uscire, come un rifugio» (Flora Greco).

«Roppe re bumbardamente mammà ro ricovere se ne saglive sopra, po’ ce purtave o mangià cchiù tardi o c’o scenneva qualcune e ce durmevemo
llà. Ce stevemo sempe a durmì, notte e giorne abbasce e ricovere. Tutte quante teneveme e liette fatte fisse, teneveme a cuperte imbottita,
pecché chelle era vierne. Po’ roppe giocaveme, o giorne ce vesteveme, ce lavaveme llà abbasce llà. Chelle ere pulite, cierti stanze pulite, cierti
stanzune... – Chelle erene tutte caverne, ogni caverne lore a chiurevene ch’e lenzole no, e durmevene, stevene notte e giorne, cucenavene tutte
cose llà. – Me ricorde ca giocaveme pure, nuie ereme guaglione, ce metteveme a fà i camminetelle stesse llà. – Se fidanzavene pure llà sotte.
Steve sopra ai quartieri. – A gente s’ere abbituata»148 (Concetta Stanzione e Cesare Giorgio).

«Le mie sorelle non salivano mai dal ricovero. Rimanevano là sotto. Là facevano i loro bisogni, là si lavavano. [...] mia mamma le diceva: venitevi a
piglià nu poco d’aria, venitevi a lavà nu poco, come fate a stare qua sotto? Ninuccia e Giuseppina... Embè quelle non salivano manco e scale, non
arrivavano manco a casa... vuvuvuvu l’allarme. Corri, non salivano più. Invece noi no, perché noi avevamo a lavorà. Cheste non avevana lavorà e
putevano stà notte e giorno là sotto. [...] Ma non solo loro, tanti e tanti, quelli che avevano più paura... di morire. Ma quanto tempo sono state là
sotto? Tutto il periodo dei bombardamenti. Per anni. Salivano un poco... te l’ho detto, come salivano sopra suonava l’allarme. Suonava l’allarme e
stavano spaventatissime, io non vivevo con loro, io stavo con mia zia. Come si cambiavano non te lo so dire, ma so che mia mamma ci portava da
mangiare lì sotto, a San Liborio. Loro stavano al ricovero del San Liborio» (Enrichetta Nerone).

«Noi addirittura quando si andava a scuola o quando si andava... s’incontrava sotto alla metropolitana una vera stazione, come potrebbe essere
sia piazza Garibaldi sia a Foria o altri... a Montesanto eccetera, gente che avevano stabilmente i letti, che dormivano sott’a stazione. Quelli che
non avevano la capacità di salire e scendere con molta facilità rimanevano laggiù, chi procurave o mangià e chi rummaneve llà,149 specialmente i
bambini, cose, e persone anziane. Quanne noi pigliavame nu trene pigliavamo il treno co questi letti che stavano sotto alle varie stazioni. Questo
era uno spettacolo giornaliero» (Antonio Chierchia).

La vita nelle cavità del suolo fu esperienza inconsueta e, in un certo senso, liminale. Vi si viveva una vita sospesa in attesa di un evento che
riportasse la luce. Il sottosuolo cost ituisce una sorta di limbo immaginario che si radica fortemente nella memoria.

Per chi la guarda da fuori la vita nelle cavità sotterranee sembra riproporre i caratteri del vicolo, l’immagine si vena di paternalismo e
condiscendenza: è il rassegnato ma industrioso popolo napoletano capace di adattarsi a ogni situazione...

«Per molti pomeriggi ho assistito dalla finestra alla quotidiana emigrazione nei ricoveri. Sono famiglie e famiglie che muovono dai quartieri della
Marina con il fagotto delle coperte, il fornelletto di coccio, il fascetto della legna, il seggiolino per il pupo, una pentola di cucina, i meglio provvisti
con un carrettino a mano e qualche materasso arrotolato, verso il dormitorio della galleria. Per via i gruppi si ingrossano, si ritrovano, le donne si
scambiano gli ultimi discorsi sulla spesa, i ragazzi si rincorrono a festa, fanno truppa fra le grida e i richiami delle madri; poi [...] imboccano il
nero dell a galleria inghiottiti dal tremendo frastuono dei tram e degli autocarri. È la loro Pedigrotta di guerra. Nell’interno della galleria c’è una
fila di celle per i ricoverati, come stalli d’una scuderia di magnati... Già i primi gruppi hanno occupato la cella assegnata: qualche fornelletto
sprizza di fiamme per la bollitura di una zuppa di verze: gli uomini siedono gravemente sulla panca e qualcuno si è disteso sibariticamente su una
sedia a sdraio, relitto chissà di quali polverosi fondi di riga ttiere... [...] È la vita dei bassi che si trasporta dai vicoli al ricovero senza troppo
disagio e senza proteste: e le condizioni di alloggio non sono per molti di loro peggiori».150

In realtà la vita nei rifugi era terribile: al freddo, nello sporco, in mezzo alle cimici e ai pidocchi. Oltre a coloro che morirono travolti dalla folla o
sotto le macerie nei crolli delle volte, furono moltissime le vittime di malattie contratte in quelle condizioni. Non li possiamo contare.

Nell’autunno del 1943 migliaia di famiglie senza tetto abitavano stabilmente nei ricoveri. Fu in quelle condizioni che si diffuse l’epidemia di tifo.
Anche le vittime del tifo sono dunque da annoverare fra i «danni collaterali» dei bombardamenti.

«La città ha sofferto danni veramente seri. Il gas, l’elettricità, l’acqua e il sistema fognario erano fuori uso e un considerevole numero di persone
viveva più o meno permanentemente nei rifugi antiaerei. È evidente che tali fattori, operando su una popolazione di quasi un milione di persone,
depressa, malnutrita, sporca, erano ideali per l’avvento e la rapida diffusione di un’epidemia infettiva. [...] Nel periodo ottobre 1943-febbraio
1944 si sono verificati 1500 casi conosciuti di tifo in Napoli e nei suoi immediati dintorni. Anche se si sono potute ottenere poche informazioni su
precedenti casi, è evidente che ce ne sono stati numerosi per molti mesi prima. La fonte iniziale dell’infezione è stata probabilmente il fronte
russo. Il contagio è avvenuto prima nelle prigioni e nei ricoveri. Non sono state messe in atto misure vigorose per combattere l’insorgere
dell’infezione. Alla fine dell’estate per il pressoché completo disfacimento dei servizi essenziali e la disorganizzazione delle cure mediche per gli
italiani era quasi impossibile curarsi con i servizi allora disponibili. Nello stesso tempo la popolazione nei rifugi aumentò e l’infestazione dei
pidocchi si diffuse ulteriormente. I raid aerei di ottobre hanno aumentato le difficoltà».151

In un rapporto del 4 aprile 1944 la commissione medica alleata denunciava la cifra ufficiale di 1841 casi di tifo, con un tasso di morte del 15 per
cento, che si elevava al 50 per cento nella fascia di età sopra i cinquant’anni. Il picco dell’epidemia era stato in gennaio. Si parlava di ospedali in
cui era impossibile guarire, anzi c’era il rischio serissimo che anche i medici si ammalassero: l’ospedale infettivo di Napoli, il Cotugno,
semioccupato militarmente, era stato bombardato ed era completamente privo di finestre. Quasi tutte le case e gli edifici pubblici della città
erano senza vetri in quel terribile inverno 1943-44. «La situazione della disinfezione e della pulizia dei pazienti era particolarmente
insoddisfacente e rendeva molto elevato il rischio di infezione dei medici e degli infermieri». Gli alleati avevano preso misure drastiche per
combattere l’epidemia. La misura più nota e più usata era, come è noto, la polvere di DDT. Centri di disinfestazione con la polvere insetticida
erano stati aperti in vari quartieri, alla stazione ferroviaria, negli ospedali, al porto e nei campi per i rifugiati. Erano state ingaggiate squadre di
medici e infermieri italiani, alcune delle quali lavoravano nei ricoveri di notte. Venivano trattate circa 60000 persone al giorno e alla fine di
febbraio circa 250000 persone erano state disinfettate. Inoltre era stato inoculato il vaccino a 60687 persone.152

Il tifo si era diffuso dunque soprattutto tra la popolazione dei ricoveri. Furono gli alleati a spingere la questura di Napoli a verificare la situazione
delle famiglie che «abitavano» nei rifugi e a cercare soluzioni alternative. «1) Considerato il persistente pericolo del diffondersi del tifo causato
dall’uso continuato di ricoveri pubblici da parte di un gran numero di persone è essenziale che questi siano puliti al più presto possibile. 2) Il
numero esatto dei colpiti può essere ottenuto dietro richiesta alla Commissione per il tifo. 3) È probabile che una sistemazione alternativa per la
maggior parte delle persone che vivono o dormono nei ricoveri non sarà trovata. Le persone in questione saranno pertanto considerate come
profughi e sotto la responsabilità della Sezione Profughi di questo Quartier Generale. 4) Sarà richiesta la maggiore cooperazione possibile da
parte della Polizia nel rendere puliti i ricoveri, una volta che le persone siano state allontanate. 5) Si richiede pertanto che sia immediatamente
formata una commissione ad hoc consistente nei seguenti membri: rappresentante del Commissario, rappresentante dei carabinieri, il SPAHO
[Sezione profughi dell’Allied Health Organization] della città di Napoli, il rappresentante della sezione profughi della V Armata. 6) Questo
comitato prenderà in esame ciascun pubblico ricovero a turno e prenderà tutte le disposizioni per l’allontanamento, la sistemazione e la
disposizione delle persone allontanate. Per ordine del T. Colonnello Kraege, F.to T. Douglas Batson. 8 febbraio 1944».153

La commissione redasse un lungo elenco, da cui risultava che ben 11930 persone vivevano quotidianamente nelle viscere della città. Vi si trovava
la lista di 41 ricoveri nella Napoli antica e popolare, quella che era stata maggiormente bombardata e dove era più alta la concentrazione di
coloro che non avevano risorse alternative (senza parenti con case che li potessero alloggiare, impossibilità di affittare altri locali): sezione Stella,
Porto, Mercato, Vicaria, Pendino, San Ferdinando, Montecalvario, Vasto Arenaccia, San Carlo all’Arena, Poggioreale, San Lorenzo. Colpiscono
alcuni casi. Nel ricovero di via Foria 76 c’erano «43 famiglie sinistrate, tutte prive di mezzi e di alloggio, per complessive persone 211» e sempre
a via Foria ai numeri 106-108-122 si trovavano 107 famiglie per un numero complessivo di 876 persone, a Montecalvario nel ricovero di vico Tofa
e vico Lungo Trinità degli Spagnoli alloggiavano ben 400 famiglie per complessive 2000 persone; al ricovero del Petraio, gradini San Nicola da
Tolentino e corso Vittorio Emanuele (si trattava in realtà della stazione e della galleria della funicolare centrale) erano rifugiate 150 famiglie per
complessive 2000 persone; nei ricoveri di San Lorenzo tra piazza San Gaetano, via Nilo, via Tribunali, Porta San Gennaro abitavano circa 230
famiglie per complessive 1900 persone.154

L’attenzione delle autorità per questa folla lacera e malnutrita, che viveva letteralmente negli antri della città in condizioni apocalittiche, si era
destata dunque per l’allarmante epidemia di tifo che si era diffusa in città e sulla spinta degli alleati che sollecitavano l’allontanamento della
gente dai rifugi e la loro chiusura. I sinistrati senza casa sarebbero stati considerati «profughi», e si sarebbe cercata loro una soluzione
abitativa.155 Tra le possibili sistemazioni il prefetto della città indicava l’ospedale Morvillo in grado di ospitare 1500 persone, l’istituto del
Carminiello 400 persone; al di fuori della città il manicomio di Aversa 600, il manicomio criminale di Aversa 1000, l’istituto San Lorenzo di Aversa
tra 500 e 600 persone, il manicomio consorziale di Nocera Inferiore 1000 persone, l’istituto Mater Domini di Nocera Superiore 300 persone.156

Anna Maria Ortese nel suo racconto reportage, scritto immediatamente dopo la guerra, descriveva la situazione dei circa tremila senza tetto
alloggiati al porto nei granili, gli antichi magazzini borbonici per il grano: un labirinto infernale di celle scure e fetide, pullulante di un’umanità
resa malata e sordida dalla povertà, dal buio, dalla mancanza pressoché totale di servizi igienici. Uomini e donne comparivano alla luce incerta di
poche lampadine fra porte «fatte di assi, di lamine di metallo, pezzi di cartone o di tendine scolorate», «larve di una vita in cui esistettero il vento
e il sole» e di cui «non serbavano quasi il ricordo».157

I danni collaterali della guerra si sarebbero fatti sentire ancora per lunghi anni a Napoli. Ma questa è ancora un’altra storia.
4. Una resistenza popolare. Napoli, settembre 1943
La cronaca

Il 9 settembre 1943, all’alba, gli alleati sbarcavano a Salerno. Lo sbarco fu più difficile del previsto, disseminato da errori strategici e tattici,1
tanto che la sera del 14 settembre il generale Clark, comandante della V Armata, stava per prendere la decisione di reimbarcare le truppe. Le
divisioni della Wehrmacht d’altro canto opposero una inaspettata resistenza; solo dopo ulteriori rinforzi dal mare e dal cielo e dopo l’arrivo
dell’Armata britannica che era risalita dalla Sicilia fu possibile completare lo sbarco e attestarsi solidamente sulla terra. Ci vollero però ben tre
settimane per percorrere i cinquanta chilometri che dividono Salerno da Napoli, e ci sarebbero voluti ben otto mesi per percorrere gli altri
sessanta da Napoli a Cassino. Lo sbarco di Salerno era, inoltre, ampiamente previsto dal comando tedesco, che aveva predisposto per tempo un
adeguato contrattacco. Una direttiva di agosto dello stesso Hitler indicava nel tratto di mare fra Napoli e Salerno il luogo più probabile per uno
sbarco nemico, ordinava di concentrarvi la maggior parte delle forze e di difendere la zona, abbandonando invece il resto dell’Italia meridionale.

I tedeschi occupavano repentinamente il territorio italiano. Il 4 settembre 1943, prima della divulgazione dell’armistizio, nel diario di guerra del
battaglione corazzato genieri della divisione Hermann Göring troviamo le previsioni sulla condotta degli italiani e gli ordini relativi. «La
situazione politica e militare italiana si aggrava. Vengono inviate alle truppe le disposizioni cui attenersi in caso di disordini interni e di sbarchi
nemici».2 Veniva emanata una serie di ordini da attuare prontamente, qualora l’Italia avesse abbandonato l’alleato. Il 9 settembre ecco la
comunicazione: «Il nemico sbarca a Salerno con forze sconosciute. Si dirige da Vietri verso nord».3 In base alle disposizioni si dovevano
«disarmare immediatamente e arrestare i soldati italiani e requisire le apparecchiature». Poi si doveva proseguire con i lavori di fortificazione e le
opere di distruzione.

Il territorio campano attraversato dalle linee del fronte si trovò compreso nelle zone definite «di operazione» affidate a Kesselring, comandante
delle forze armate tedesche nell’Italia meridionale.4 In queste zone le autorità civili locali dovevano essere insediate e controllate dai tedeschi e
al comandante veniva esplicitamente conferito il diritto di emanare ordini nei confronti delle autorità e della popolazione civile italiane.5 Il 12
settembre Kesselring dichiarò il territorio posto sotto il suo comando «area di guerra»: in futuro tutti gli atti penalmente rilevanti nei confronti
dell e forze armate tedesche sarebbero stati perseguiti ai sensi del diritto di guerra tedesco ad opera dei tribunali militari. Seguirono altri decreti
che specificavano e ampliavano i reati perseguibili dalle forze armate tedesche. Il diritto penale militare tedesco considerava diversi casi di delitti
passibili di pena di morte: spionaggio, favoreggiamento del nemico, comportamento da franco tiratore, contravvenzione agli ordini riguardanti le
zone di combattimento chiuse o evacuate. L’accusa di spionaggio rendeva addirittura possibile l’uccisione di donne e bambini e fu usata come
giustificazione nelle esecuzioni di civili da parte dei soldati tedeschi. (Questo avvenne, ad esempio, nelle zone soggette a evacuazione forzata,
dove coloro che trasgredivano il divieto venivano considerati spie e potevano essere uccisi sul posto). Uccisioni e massacri trovarono inoltre la
loro legittimazione in un altro notissimo ordine: la direttiva di combattimento per la lotta contro le bande nell’Est dell’11 novembre 1942
(Merkblatt 69/1). In essa si stabiliva che i partigiani catturati dovevano e ssere fucilati sul posto e si specificava esplicitamente che chiunque
sostenesse le bande, «offrendo rifugio o alimenti, tenendo segreto il luogo dove si nascondevano o in qualsiasi altro modo», meritava la morte. E
si richiamava l’attenzione «sul fatto che i banditi spesso utilizzavano donne, ragazzi e bambini come spie», giustificando anche in questi casi la
loro uccisione. Questo foglio di istruzioni entrò in vigore in Italia a partire dal 28 novembre 1943 nell’ambito del XIV Corpo d’armata, ma è da
supporre che fosse stato introdotto nell’ambito del X Corpo d’armata già con l’8 settembre.6 Le unità militari potevano richiamarsi a questa
disposizione per giustificare qualsiasi eccidio. Un comanda nte di battaglione o di compagnia aveva il potere di stabilire chi, essendo un bandito,
poteva essere ucciso. Molti dei massacri di civili avvennero nelle zone circostanti il fronte; essi erano parte di una stessa «lotta contro le bande»,
che in realtà era al servizio di un ferreo controllo del territorio.

Fin dall’annuncio dell’armistizio l’eserci to tedesco si preparò a fronteggiare con durezza qualsiasi episodio di resistenza attiva o passiva della
popolazione. I soldati operarono saccheggi, rapine, forme di ritorsione violenta, massacri. Come con lucidità evidenziano quasi tutti i nostri
testimoni, si trattava di azioni di «vendetta» inflitte a una popolazione riottosa, vista come nemica nella sua interezza. Se, fino al giorno prima, i
napoletani avevano conosciuto morte e stenti a causa delle bombe angloamericane che piovevano dal cielo, ora avrebbero conosciuto la violenza
esercitata da quegli stessi soldati che avevano stazionato in città fin dall’inizio della guerra.

La città era importante dal punto di vista strategico: ci si attendeva un ulteriore sbarco nel golfo, e il porto, le navi, le caserme erano affollati di
soldati. Vi si trovava un comando di piazza, agli ordini del colonnello Schöll, che poteva disporre di un battaglione e di circa 300 uomini di fureria.
Dall’11 settembre dodici reparti della divisione Hermann Göring avrebbero presidiato Napoli, e il maggiore Saggau avrebbe diretto le operazioni
militari in città fino all’evacuazione, controllando lo stesso comando di piazza.7 Il 9 settembre i soldati tedeschi occuparono le caserme e le
infrastrutture strategiche, disarmarono i militari italiani, requisirono mezzi e macchinari utili. Immediatamente si creò una situazione di acceso
conflitto, puntualmente registrata dai rapporti giornalieri della Wehrmacht.

«Il 9 settembre 1943 la situazione nella città di Napoli si era inasprita a tal punto da arrivare a sparatorie tra soldati italiani, civili e membri
dell’esercito tedesco. La causa scatenante sembra essere stata la requisizione di veicoli dell’esercito ita liano da parte di soldati tedeschi. Questa
motivazione tuttavia viene energicamente contraddetta da parte nostra. A questo proposito il maggiore Marold, facente funzioni di comandante di
reggimento, nel pomeriggio dello stesso giorno ha intrapreso un giro di ricognizione attraverso la città e presso i repart i e ha dovuto constatare
che gli abitanti e i soldati italiani hanno assunto atteggiamenti di minaccia. È stato comunicato al reggimento che i soldati tedeschi lievemente
feriti o uccisi e portati via dalla plebaglia8 sarebbero stati depredati e i mezzi di trasporto tedeschi distrutti. Verso le 19 dello stesso giorno il
comando di reggimento tedesco si è trovato coinvolto in un pesante scontro a fuoco tra soldati tedeschi, civili e soldati italiani presso la ca serma
Garibaldi a Napoli. Il maggiore Marold e il suo autista sono stati sopraffatti nell’androne di un palazzo, dove si erano rifugiati in seguito alla
sparatoria, e soltanto per caso sono stati salvati, prima di essere ammazzati, da due carabinieri. Questi ultimi li hanno quindi trasportati alla
caserma Garibal di dove sono stati fatti prigionieri da militari italiani. Soltanto dopo lunghe trattative è stato possibile raggiungere
telefonicamente l’ufficiale di collegamento italiano con l’esercito tedesco tenente Moretti, il quale tramite il generale di divisione Deteo9 ha
ottenuto la liberazione del comandante, dell’autista e del veicolo».10

Si delineano con chiarezza le prime dinamiche degli scontri con gli occupanti: i soldati italiani si difendevano e attaccavano, sostenuti dai civili
del territorio circostante. La violenza si diffondeva nei quartieri antichi e prospicienti la marina con morti e feriti fra entrambi i contendenti.

«La prima parte della notte tra il 9 e il 10 settembre si è svolta tranquillamente. Sono state annunciate ulteriori sparatorie con soldati tedeschi ed
è stato accertato che unità di fanteria italiane hanno circondato il comando generale, le postazioni di servizio e le batterie tedesche e si sono
preparate all’attacco con armi automatiche e di fanteria. Nel frattempo anche i soldati italiani hanno occupato parte degli sbarramenti stradali
con armi pesanti (come cannoni, lanciagranate ecc.), che impedivano qualunque traffico tedesco da e verso Napoli. Tutto ciò ha portato,
specialmente a nord di Napoli, a combattimenti pesanti ai quali hanno partecipato anche civili da nascondigli insidiosi. Durante una riunione al
posto di comando tattico nella mattinata del 10 settembre alcune squadre d’azione hanno stabilito che anche la postazione di combattimento
sarebbe stata accerchiata da circa un battaglione di fanteria italiana. [...] Nel pomeriggio e nella serata del 10 si sono avute violente sparatorie
tra tedeschi e italiani nel quartiere delle caserme a nord e nord-oves t. Secondo notizie incomplete sono stati uccisi o feriti almeno 50 soldati
tedeschi. Dal momento che il 57° reggimento di artiglieria dal 10 settembre era privo di collegamenti con le postazioni di servizio rimaste ancora
a Napoli, [e] gli italiani avevano interrotto tutte le comunicazioni già dal 9, dopo continue telefonate con il XIV Corpo corazzato e con il tenente
colonnello Wolfgang Maucke della divisione Hermann Göring, è stato deciso che l’unica scelta responsabile fosse di impiegare tutte le energie per
liquidare questa situazione insostenibile per l’esercito tedesco a Napoli».11

Dal rapporto emerge con evidenza la resistenza di soldati e civili: scontri a fuoco, militari tedeschi uccisi, postazioni accerchiate. I combattimenti
intorno alla caserma Garibaldi si protraevano, i tedeschi rispondevano puntando i cannoni sulle zone da cui erano partite le sparatorie e
iniziavano i patteggiamenti con gli alti comandi.

«Verso le 9, è stato comunicato che nelle vicinanze della caserma Garibaldi soldati tedeschi sono stati nuovamente uccisi, saccheggiati e portati
via. Quattro motociclisti portaordini del reggimento hanno cercato, con uso sconsiderato delle loro armi automatiche e granate, di recuperare i
corpi dei soldati tedeschi, cosa tuttavia resa impossibile dalla pesante battaglia a fuoco proveniente dalla caserma Garibaldi e dai palazzi
circostanti. Il comandante di reggimento ha quindi ordinato che l’11 settembre 1943 dalle 10.36 alle 10.40 il 4° reparto di artiglieria pesante 523
sparasse 75 colpi di carro armato contro la caserma e i palazzi circostanti. Per quanto se ne sa, l’azione ha avuto un buon risultato.
Conte mporaneamente il 57° reggimento di artiglieria ha inviato ancora un corriere ufficiale al generale Deteo con le seguenti richieste:
1) Immediato disarmo e consegna della caserma Garibaldi.

2) Immediato disarmo e restituzione delle altre caserme e basi d’appoggio sottoposte al Comando di difesa.

3) Rimozione degli sbarramenti stradali.

4) In caso di mancato rispetto dell’ultimatum entro le ore 16 sarebbe stato aperto il fuoco di tutte le batterie tedesche contro Napoli.

Nel frattempo il 2° reggimento di artiglieria pesante, guidato dal tenente Hudelmeier, ha mandato pattuglie e cannoni a sparare direttamente
contro le caserme a nord e ha fatto saltare gli sbarramenti stradali.

Il 10 settembre 1943 è trascorso in grande tensione e attesa. In costante comunicazione con il gruppo Maucke (brigata Schmalz) e il XIV Corpo
corazzato sono state approvate tutte le possibili misure future del 57° reggimento di art iglieria in caso di mancato rispetto dell’ultimatum,
mentre le due postazioni di servizio rimanevano in attesa di un attacco sconsiderato. Verso le 15.30 del 10 settembre è comparso sulla postazione
di combattimento del reggimento il tenente Moretti, ufficiale di collegamento del Comando di difesa, il quale ha consegnato l’accettazione
dell’ultimatum della mattina. In questo modo il Comando di difesa ha prima di tutto consegnato la caserma Garibaldi e ha promesso il disarmo
delle altre caserme. Il Comando di difesa ha quindi immediatamente sorvegliato, tramite pattuglie di ufficiali, l’applicazione delle misure richieste
e ha stabilito che tutti i soldati italiani venissero rilasciati dalle caserme e mandati a casa. Si sono poi nuovamente avute sparatorie tra soldati
tedeschi, civili e soldati italiani, senza che i tedeschi subissero perdite gravi». 12

Intanto arrivava la comunicazione che si era installato un nuovo govern o fascista. La volontà di resa dei comandi italiani si faceva ancora più
salda. I comandanti tedeschi si avviavano verso i loro colleghi italiani per trattare la «pacificazione».

«Verso le 13 del 10 settembre 1943 è stato reso noto per via radiofonica che il governo Badoglio è caduto e si è installato un nuovo governo
fascista. In conseguenza di ciò pare che le unità di fanteria italiane si siano ritirate alle loro basi, lasciando tuttavia occupati tutti gli sbarramenti
anticarro e impedendo il traffico di mezzi e soldati tedeschi. [...] Dopo continue telefonate con il comandante di reparto del reggimento nella notte
dal 10 all’11 settembre 1943 il maggiore Marold si è deciso all’ultima trattativa amichevole con il generale di divisione italiano Deteo. Alle 5
dell’11 settembre il maggiore Marold si è recato, in compagnia del capitano Sachtleben, comandante del reparto di artiglieria pesante 454, e di
molti altri ufficiali, al Comando di difesa di Napoli e ha chiesto al generale Deteo di occuparsi di disporre pattuglie miste tedesche e italiane per
l’immediata pacificazione di Napoli; altrimenti le armi tedesche sarebbero intervenute a porre fine a questo insostenibile stato di cose. Tali
contromisure sono state approvate dalla parte italiana, che ha ripetutamente promesso con forza di non lasciare nulla di intentato per la
pacificazione della città».13

Nonostante la resa e l’inizio della collaborazione con i tedeschi da parte degli alti comandi italiani, il 10 settembre continuavano gli scontri.14

«Il 10 settembre 1943 verso le 18 il reggimento ha ricevuto la comunicazione che sul corso Umberto, nei dintorni del porto, un capitano, un
tenente e un autista dell’aviazione tedesca erano stati uccisi in un agguato e rapinati, e il veicolo WL n. 403158 era stato distrutto. Mentre alcuni
fanti tedeschi riprendevano i loro corpi, è scoppiata una sparatoria tra marinai italiani, civili e tedeschi, e il reggimento è dovuto intervenire.
Dopo una più precisa ricognizione e conferma degli avvenimenti da parte di ufficiali sul posto il comandante di reggimento ha ordinato che a
partire dalle 20.15 tre artiglierie pesanti aprissero il fuoco di rappresaglia sul quartiere malfamato del porto e nelle stazioni di marina ancora
occupate e fortificate. Dopo che tutte le unità e postazioni di servizio tedesche hanno comunicato che in questi quartieri non ci sono tedeschi, è
stato aperto il fuoco secondo gli ordini. [...] Secondo nostri osservatori e testimoni l’azione ha avuto buon effetto. Il caseggiato dal quale avevano
sparato i militari citati sopra è andato a fuoco, la stazione marittima alla banchina del molo San Vincenzo e i magazzini di marina fortificati
circostanti sono stati incendiati e ci sono state varie esplosioni; gli incendi sono durati fino al 12 settembre anche su Castel dell’Ovo, che era stato
colpito da munizioni Zzt poiché da quella parte la marina italiana aveva sparato con armi leggere contro veicoli e pattuglie tedesche».15

Nel rapporto si delineano chiaramente le dinamiche che coinvolsero l’intera città. Si sparava contro coloro che combattevano, ma si puntavano i
cannoni, si incendiavano e si minavano tutti i palazzi circostanti, si rastrellavano ostaggi nelle zone da cui provenivano le sparatorie.16 Tutta la
popolazione entrò in questo modo nel mirino delle armi tedesche.

L’11 settembre 8 soldati della 229a compagnia fotoelettricisti che si erano rifiutati di consegnare la postazione ai tedeschi, venivano catturati e
fucilati ai Camaldoli, dopo essere stati obbligati a scavarsi la fossa.

Il 12 settembre i tedeschi riuscivano a prendere possesso delle caserme, degli edifici pubblici, delle istituzioni dello stato. Ci furono ancora
resistenze in alcune caserme con altri morti e altri feriti. 8 militari che si erano rifiutati di arrendersi a Castel dell’Ovo furono fucilati davanti al
palazzo dell’Ammiragliato. Nel pomeriggio di quello stesso giorno, in risposta all’uccisione di alcuni commilitoni, truppe tedesche entravano nella
caserma Zanzur della guardia di finanza, conducevano i militari a piazza Borsa, dove già era raccolta una folta rappresentanza di popolazione
civile e fucilavano 6 ostaggi, fra cui 2 finanzieri e 2 carabinieri. Intanto i carri armati continuavano a cannoneggiare i palazzi circostanti. Le fonti
testimoniali del processo parlano di 18 persone legate a una mina posta nel palazzo della Borsa e fatta saltare alle 17.45.17

Intanto un altro dramma si stava svolgendo a pochi metri di distanza, nella zona dell’università. Il giorno prima, l’11 settembre, si era verificato
uno scontro con i carabinieri della stazione Porto, che avevano difeso la centrale dei telefoni insieme a uomini del 40° fanteria e avevano ferito a
morte 3 soldati tedeschi. La mattina del 12, secondo la versione germanica, alcuni colpi provenienti dalle finestre dell’università avrebbero
provocato la morte di altri militari. A quel punto le truppe di occupazione accerchiavano la zona, catturavano i 14 carabinieri trovati nella
stazione Porto e li conducevano davanti alla sede centrale dell’università, dove nel frattempo avevano dato luogo a incendi e stavano per
procedere all’esecuzione di un marinaio accusato di aver sparato.

«Il giorno 12 settembre 1943 alle 15.15, domenica, si presentarono al portone che dà accesso nel cortile del Salvatore, dopo di aver rotto il
cancello posto all’imbocco delle rampe del Salvatore alla via Tari, una compagnia di soldati tedeschi, comandati da un ufficiale, armati di fucili
mitragliatori e bombe a mano, che senza troppi preamboli e con modi molto bruschi puntando le loro armi contro di noi ci fecero uscire nella
strada, lo scrivente ed il cognato; giù alle rampe ci fecero montare su un camion, di marca italiana, dove trovammo altri quattro giovani di cui due
conoscenti dello scrivente, uno impiegato della R. Università, edificio San Marcellino, l’altro figlio di impiegati della R. Università. [...] Saliti sul
camion, lo scrivente non si rendeva conto del perché di tale cattura armata; nello spazio visivo e nel posto ove ci trovammo, via Tari, si poté
vedere che al corso Umberto I i vicoli adiacenti a destra e a sinistra erano bloccati dai tedeschi, e si poteva vedere che due carri armati erano
fermi ma con i cannoni puntati verso la R. Università, uno sul fianco destro di chi guarda l’entrata, e l’altro sulla facciata centrale. Lo scrivente fu
richiamato dal comandante la compagnia e, sempre accompagnato da un tedesco armato di pistola e sempre pronto a far fuoco, ritornò
nell’edificio e trovò il comandante e un borghese parente di un impiegato della R. Università, il quale lo avevano tenuto per essere accompagnati
nella visita dei locali, e fece conoscere che quella compagnia doveva perquisire tutto l’edificio perché dei studenti avevano sparato sui tedeschi
dai balconi; spiegai, sempre con un po’ di francese, che ciò era impossibile dato la giornata di festività, e dato ancora che la R. Università era
chiusa per il periodo di vacanze estive; accompagnai insieme al parente dell’impiegato per tutti gli istituti e locali che contiene la palazzina
medioevale, mentre la mia famiglia, in numero di nove persone compreso la madre vecchia e cinque piccoli, rimasero davanti all’alloggio
sorvegliati da due sgherri sempre con le armi pronte. Tutte le porte furono sfondate a colpi di arma da fuoco, fecero un’infernale sparatoria e ci
obbligarono ad asportare dall’Istituto di Zoologia una macchina parlante, un apparecchio radio, una scatola porta dischi grammofonici ed un altro
apparecchio, pare che sia un microscopio.

Ritornammo tutti al camion col fardello degli oggetti asportati: rimasero ancora a scorazzare per l’edifico l’ufficiale e molti sgherri: messa sul
camion la refurtiva, perché tale bisogna dire, sempre accompagnati da due sgherri con le armi pronte ci portarono a piazza Borsa e lì trovammo
un popolo di circa quattromila persone tra uomini, vecchi e vecchie donne e bambini, e tra questa popolazione composta di tutti i ceti, tra i quali il
vicecommissario di PS con gli agenti della sezione Porto, i carabinieri della stessa sezione, nonché vigili del fuo co, guardie di finanza, agenti di
imposta di consumo ed altri, vi erano due donne paralitiche, una su una sedia comune ed altra su una sedia speciale con rotelle. Sui gradini del
palazzo della Borsa vi erano quattro cadaveri, che seppi da persone trattavasi di due marinai e due agenti di finanza ammazzati dai tedeschi
perché armati di pistola; tutte le vie erano bloccate, da piazza Municipio, dal palazzo Upim fino alla ferrovia con i vicoli e traverse comprese sul
percorso del corso Umberto I a destra e a sinistra, dai tedeschi armatissimi, carri armati che puntavano le loro bocche da fuoco sul palazzo della
Borsa, sui fianchi ed al centro della R. Università facevano chiaramente capire che dovevano sparare sugli edifici, e così fu, infatti mentre tutta
questa popolazione ed altra ancora si veniva ad accumulare, perché fatte sloggiare dalle proprie abitazioni oppure fatte scendere da mezzi di
trasporto come tram, auto e carrozze, gente che veniva da Posillipo e dal Vomero e altre località [...] era addossata sotto il palazzo della Borsa
nella via Sant’Aspreno: i cannoni dei carri armati di piazza Borsa incominciarono la sparatoria contro l’edificio, non so descrivere quello che
accadde a tanta fredda vigliaccheria dopo un ammassamento e che lo scrivente ne uscì tutto ammaccato poté vedere che molti erano i feriti
provocati dalla caduta delle macerie e dei pezzi di vetro, tutti in maggioranza feriti alla testa perché dato l’ammassamento solo le teste erano
esposte, e se questo barbaro trattamento non bastasse erano puntate contro tutta questa massa diecine di mitraglie, tanto che tutti eravamo
pienamente convinti di essere mitragliati senza poter conoscere il motivo di questo trattamento. Invece ci incolonnarono e ci avviarono presso
l’edificio della R. Università e girando per piazza Borsa lo scrivente poté vedere che mediante rottura delle saracinesche dei magazzini Re del
Caffè, Unica e uno di radio e grammofoni, asportavano tutto quanto vi era tra apparecchi, liquori e sacchi, forse contenenti zucchero, che
venivano caricati su camion.

Arrivati che fummo di fronte alla R. Università ci fecero fermare e dato che lo scrivente non sapeva la sorte dei suoi cari cercava tra la massa di
poterli vedere, e constatò che la massa era imponente e che la forza armata tedesca era spaventevole dato il numero delle armi; intanto dalle
aperture dell’edificio della R. Università, scantinato, pianterreno e primo piano, uscivano lampe terrorizzanti di fuoco ed era tanto e tale
l’incendio che noi tutti posti sul marciapiede di fronte risentivamo del calore tremendo che sprigionavano le fiamme, alle nostre spalle nel vicolo
Palmieri, vedemmo un camion macchina cinepresa ed un carro armato: l’uso del camion cinepresa era chiaro, riprendeva le scene che si
svolgevano, ed infatti fu portato un giovane, un bel ragazzone alto e robusto scamiciato, era un marinaio della marina civile e fu posto sopra le
scale vicino all’ingresso, proprio il centrale, della R. Università; lo si voleva fare entrare nell’edificio in fiamme mediante l’entrata per uno dei due
buchi praticati certamente dal cannone, ma se noi alla distanza di una quindicina di metri risentivamo del calore era impossibile al disgraziato
entrarvi; egli gridava e piangeva invocando la madre e tutti i santi che in quel momento il suo cervello offuscato da tanto terrore ricordava, da
straziare l’animo di chi doveva contro voglia e per forza, perché con la forza obbligati, assistere e vedere tanta barbarie.

Tra i tedeschi e sempre accompagnandosi ad un ufficiale vi era un borghese italiano, alto, sbarbato e roseo in viso, vestito in grigio con
accuratezza anzi con eleganza, con un portamento aitante e signorile ma con un’anima fredda e cinica: questo borghese pare che l’abbia visto
altre volte, e se non sbaglio, tra le altre personalità del fascismo napoletano; era lui che sempre ci dava ordini dopo che l’ufficiale tedesco aveva
parlato. Qui lui ci ordinò di inginocchiarci davanti al rogo e davanti a tanta rovina, dicendoci e additandoci il disgraziato marinaio: quest’uomo ha
gettato delle bombe a mano sui soldati tedeschi e sarà fucilato. Si può immaginare lo stato d’animo di tutti noi e del poveretto il quale invocava
aiuto gridando la sua innocenza, folle per il forte calore che lo investiva.

Tre sgherri all’ordine del superiore, con fucili sparavano addosso all’infelice, il quale cadde, colpito all’addome, rantolando, poi uno dei tre
assassini freddò con un colpo magistrale alla nuca il poveretto. Mi dimenticavo di dire che, quando l’uomo borghese ci disse che avrebbero
fucilato quel marinaio ci fece cenno che dovevamo applaudire alla sentenza pronunziata, cosa che una porzione fece, altri accennò al battimano
ma non lo eseguì.

Il glorioso Ateneo bruciava; grosse vampate uscivano dalle finestre che scoppiettavano e noi tutti uomini, donne, vecchi e perfino bambini di
piccola età stavamo ginocchioni e secondo i barbari dovevamo gioire di tanta rovina. Tra la folla riuscii a vedere i miei che erano ad una ventina
di metri tutti inginocchiati. Verso le ore 19.15 ci fecero alzare, eravamo stati inginocchiati per ore 2.45, e formammo una colonna.

Verso le 20 si formarono due colonne, l’una di uomini l’altra di donne vecchi e bambini, sempre davanti all’Università che sempre bruciava;
intanto nella via Mezzocannone un po’ dopo l’ingresso del palazzo medioevale si vedevano grosse fiamme; era l’edificio che dalla base ai tetti era
tutto un rogo, era la casa di Manco, della signora Bakunin ed era tutta la Società Reale che bruciava; qualcuno aveva chiamato i pompieri i quali
sempre velocissimi accorsero ma furono minacciati con le armi dai barbari, se avessero solo accennato a voler spegnere, anzi obbligarono
l’ufficiale dei vigili ad ordinare il rientro subito in caserma mentre il povero ufficiale rimase quale ostaggio.

Dopo che demmo un fugace abbraccio ai nostri cari, la colonna di tutti uomini si avviò verso la ferrovia: a piazza Ferrovia trovammo altro
ammassamento di popolo e che presi i soli uomini si accodarono alla nostra colonna, m’informai e seppi che anche in quella zona avevano fatto
razzia, ma che per fortuna non si deploravano incendi, anche là avevano entrato e frugato in tutte le case obbligando tutti a uscire sulla strada
senza alcun motivo».

A raccontare è l’allora custode dell’università, Mariano Petino, che testimoniò sugli eventi da lui vissuti di fronte a una commissione d’inchiesta.18

Dopo tutto ciò la colonna di uomini fu messa in marcia e costretta a raggiungere a piedi Teverola, un paese a circa 15 chilometri da Napoli. Lì
l’indomani i 15 carabinieri e l’appuntato della guardia di finanza, accusati di aver combattuto contro i tedeschi per difendere la centrale
telefonica, vennero fucilati dopo essere stati costretti a scavarsi la fossa. Tutti gli altri uomini dovettero assistere all’esecuzione, dopo di che
furono rilasciati.

Ed ecco il ricordo del figlio del custode allora bambino.

«Innanzi tutto ricordo bene era il giorno dell’onomastico di mio padre, purtroppo l’acqua scarseggiava e nel primo pomeriggio andammo giù alla
fontana di piazza della Borsa, era l’unica che dava l’acqua potabile... riempimmo le solite bottiglie qualcosa come delle damigiane... le portammo
a casa e papà tutto spaventato, molto preoccupato disse: ci sta molto movimento, autoblindati che corrono per la città, si sono sentiti degli spari,
c’è una certa reazione da parte dei tedeschi... chiaramente sono parole mie, non quelle che disse mio padre al momento, ma io mi rifaccio ai miei
ricordi... dopo di ciò incominciò il tormento. I tedeschi invasero l’università, entrarono con i carri armati su nel cortile tramite le rampe di San
Marcellino, entrarono nel cortile della facoltà di matematica con i carri armati, mitragliarono tutta la facciata, perché dicevano che c’erano degli
studenti nelle aule, i giovani, gli uomini... e dopo di ciò incendiarono il nostro appartamento [momento di commozione del testimone]...
appartamento che era prospiciente a questo cortile, era composto da diverse camere, un bell’appartamento, la famiglia mia era già abbastanza
numerosa, eravamo tutti quanti piccoli e con noi viveva anche una sorella di papà, una mia zia, in quanto per i bombardamenti che c’erano stati
precedentemente aveva perso la casa e stava con noi. Noi avevamo fatto in tempo a rifugiarci nello scantinato che ci serviva da rifugio...
rimanemmo illesi dal rogo, dalle fiamme di questo incendio, ma purtroppo rimanemmo senza niente... [...] dopo di ciò papà nel frattempo era
sparito, nel senso che alcuni figuri, dei civili alle dipendenze dei fascisti, o meglio ancora coloro che erano rimasti fedeli ai tedeschi,
incominciarono a girare per tutto il quartiere... noi abitavamo proprio nel quartiere principale, nel quartiere Porto, dove c’era una sezione dei
carabinieri, una sezione della polizia di stato, e la caserma dei pompieri... dopo di ciò papà era sparito perché preso da questi figuri... Sapevano
che era il custode della palazzina medioevale, vollero visitare tutto l’edificio per vedere se c’erano delle persone nascoste o armi o altre cose del
genere. Nel momento che lo lasciarono libero papà riuscì ad avvisarci che dovevamo uscire tutti dal ricovero... perché non abitavamo solo noi lì,
c’erano altre famiglie, famiglie di altri dipendenti dell’università, il custode della facoltà di mineralogia, il custode del cortile del Salvatore oggi
detto il cortile delle Statue... ed altre persone, tra cui un vicecommissario di polizia della sezione Porto che abitava non so come nell’università...
così una volta usciti ci portarono giù al rettifilo, di fronte là [si commuove] all’ingresso principale dell’università di Napoli dove, sullo scalone
principale, nella navata laterale, era stata riversa una lamiera da vicino il cancello... noi eravamo schierati tutti quanti, tutto il popolo del rione
Porto lì... tutti sul rettifilo, sul marciapiede laterale di fronte all’università... arrivò un carro con una cinepresa, un auto con un ufficiale tedesco a
cui dovemmo battere le mani... tutti quanti... e ci stava sempre questo signore, questa figura di uomo distinto, in doppio petto, in un abito...
probabilmente doveva essere gabardin, chiaro, molto elegante, ed era molto unito ai tedeschi ma era un italiano, non ho mai saputo chi fosse, il
quale ci comandava di battere le mani, di inginocchiarci, di alzarci, di fare tutto, e noi purtroppo lo dovevamo fare... e da questa lamiera riversa
uscivano le fiamme perché l’androne dell’università già bruciava... e c’era un marinaio della marina civile... [si commuove] che volevano fare
entrare dentro questa lamiera che bruciava... forse avrebbe fatto bene perché, come mi ha detto poi successivamente un amico di mio padre, il
custode della sede centrale, l’incendio era solamente sulla parte del cancello, all’interno si era propagato poco... se quel ragazzo fosse entrato lì
dentro si sarebbe salvato probabilmente... se non l’avessero sparato prima... comunque dato il rifiuto di quel ragazzo non ci furono ragioni, lo
fucilarono all’istante.

Dopo di ciò lasciarono andare tutte le donne e i bambini, presero tutti gli uomini anziani e giovani... avemmo solamente il tempo di salutare mio
padre e mio zio che dissero: non so dove ci portano, ma ce ne dobbiamo andare, voi tornate a casa poi ci teniamo in contatto. Mio zio e mio padre
se ne andarono e noi lenti lenti mogi mogi ce ne tornammo un’altra volta all’università... dove purtroppo non trovammo casa... era tutto
bruciato... non c’era più nulla» (Gennaro Petino).

Il 12 settembre i soldati della caserma Garibaldi, aiutati dai civili dei palazzi circostanti, resistevano ancora; intorno alla caserma si verificavano
scontri significativi. A pochi isolati di distanza il 13 settembre avveniva il saccheggio dei magazzini all’Albergo dei Poveri di piazza Carlo III, che
ritroveremo vivissimo nella memoria. Fra il 9 e l’11 settembre nel registro centrale dei morti del comune di Napoli sono 20 le vittime di
mitragliamenti o ferimenti tedeschi, fra cui 4 militari; fra la domenica 12 e il martedì 14 settembre, vengono denunciate 41 uccisioni.19 Anche
questa sequenza di eventi è documentata dal rapporto tedesco più volte citato.

«La prima parte del 12 settembre 1943 è trascorsa tranquillamente, nonostante fossero ancora in corso sparatorie contro i soldati tedeschi da
parte di civili da nascondigli, angoli nascosti, attacchi proditori e così via. Il 12 e 13 settembre il maggiore Marold si è personalmente reso conto,
dopo vari giri di ricognizione attraverso la città, dello stato della situazione e il 12 ci sono state nuovamente sparatorie dalla caserma Garibaldi. Si
è quindi aperto il fuoco contro i palazzi e la caserma, e il maggiore Marold ha fatto nuovamente disarmare dalla sua pattuglia i soldati italiani
della caserma Garibaldi. Le perdite da parte tedesca sono state minime, mentre ci sono stati vari morti da parte italiana. Durante una nuova
perlustrazione, il 13 settembre il maggiore Marold è stato preso di mira con armi da fuoco portatili dalla caserma Garibaldi e dall’adiacente
palazzo della Vittoria. In questo palazzo, una folla numerosa ha saccheggiato un magazzino di vino, assumendo in tale circostanza atteggiamenti
minacciosi. La batteria pesante 1/243, che nel frattempo, durante la notte, si era ritirata secondo gli ordini del reggimento nella vecchia
postazione n. 113 (cava di sabbia), verso le 11, dopo alcuni colpi di avvertimento, ha aperto il fuoco su ordine del comandante di reggimento
contro il palazzo della Vittoria [...] distruggendo così in parte l’ala laterale del palazzo, dalla quale poco prima erano stati sparati dei colpi. Da
parte italiana si sono avute molte perdite. L’adozione di queste misure, tuttavia, ha fatto sì che le autorità della città si mettessero
immediatamente in comunicazione con l’ufficiale di guarnigione tedesco, il colonnello Schöll, e che si giungesse così a una prima pacificazione
della città. Fino al 17 settembre 1943 non sono state segnalate ulteriori sparatorie contro tedeschi».

Alla descrizione degli scontri segue una lucida previsione della rivolta armata.

«In conclusione tuttavia bisogna ancora rendere noto che a causa dell’inadeguata sorveglianza tedesca le armi portatili italiane che erano state
raccolte sono state in parte rubate durante la notte da civili italiani, così che sussiste ancora il rischio che s’infiammi di nuovo la rivolta locale,
non appena gli inglesi si avvicineranno alla città mentre le truppe tedesche rimangono impegnate nella battaglia difensiva. Sembra quindi
indispensabile disporre un ulteriore dispiegamento di forze motorizzate tedesche per la soppressione dei franchi tiratori, altrimenti sussiste il
rischio che le perdite tedesche nella città di Napoli risultino maggiori di quelle causate dal nemico. La mentalità della popolazione è vile e
malvagia, forte l’impatto del comunismo. Soprattutto, in seguito all’insufficienza dei rifornimenti alimentari, c’è il rischio di rivolte per fame, atte
a scatenare tutti insieme gli elementi rivoluzionari della città».20

La domenica 12 settembre con l’incendio di biblioteche, istituti e aule dell’università,21 si inaugurò la politica di distruzione sistematica dello
spazio urbano, operata con cannoneggiamenti e mine, con saccheggi e requisizioni forzate. Furono fatte saltare fabbriche, edifici pubblici, furono
minati gli impianti e i luoghi nevralgici per il funzionamento della città. Quello stesso giorno veniva emanato il primo proclama del colonnello
Schöll, che aveva assunto il comando assoluto della città. Veniva indetto lo stato d’assedio, si intimava la consegna di tutte le armi e munizioni, si
ammoniva la popolazione a non opporsi agli ordini dei soldati tedeschi, si promettevano durissime rappresaglie: «Ogni soldato germanico ferito o
trucidato verrà vendicato cento volte».

Intanto venivano invasi tutti i magazzini, le fabbriche, i negozi della città. Entravano per primi i soldati tedeschi, che aprivano poi le porte alla
popolazione istigandola al saccheggio. Si creavano risse e conflitti tra saccheggiatori di opposti schieramenti. I militari germanici deridevano la
popolazione affamata e lacera, filmavano, sparavano... Torneremo sui saccheggi, che sono vividamente presenti nella memoria dei testimoni.

Qui si concludeva una fase. L’occupazione del territorio era avvenuta con una prima ondata netta di resistenza della popolazione civile e dei
militari e una prima sanguinosa repressione: rappresaglie, morti militari e civili, cannoneggiamenti di interi isolati...

Una seconda fase si inaugurava con il 23 settembre, giorno in cui venivano emanati due ordini cruciali. Veniva imposta l’evacuazione della fascia
costiera napoletana per 300 metri verso l’interno.22 Più di 200000 persone furono costrette a lasciare le loro case entro le ore 20 del 24
settembre. Si trattò di un esodo disperato e convulso. L’ordinanza tedesca minacciava l’uso delle armi contro coloro che entro quell’ora non si
fossero allontanati dalla zona proibita.

«Io ero scesa la mattina alle sette e mezza, ero scesa per comprare il pane, sempre con la tessera e vidi che stavano attaccando dei manifesti
vicino al muro e mi fermarono... All’epoca: picciré legge. Perché ci stava l’analfabetismo... e io lessi che si avvertiva la popolazione che ci davano
3 o 4 ore di tempo perché dovevamo evacuare tutta la fascia costiera a 200 metri dalla riva. E noi stavamo proprio vi cino al mare... nui steveme
proprio a 20 metri dal mare. Corsi subito a casa. A casa mi ricordo che c’era mio padre, ca steve in licenza. Dissi io: guarda papà che ce ne
dobbiamo scappare perché chisti i tedeschi ci hanno dato 4 ore di tempo altrimenti ci passavano per le armi. Mio padre disse: iamme picciré nun
dicere fessarie!23 Comunque si vestì e scese lui, e venne a casa e disse: ce ne dobbiamo andare e addo iamme a ddurmi cu sti creature?24 Non ci
avevano neanche detto per quanto tempo durasse sta cosa. E così mio padre andò da suo fratello che abitava verso Vasto a Chiaia e questo ci
ospita perché lui all’epoca faceva il portiere di questo palazzo che poi è il palazzo di Gay-Odin, che teneva pure la fabbrica: ma ie nun tengo
posto, aggia chiedere o proprietario... Onestamente Gay-Odin come seppe che noi eravamo cinque bambini, che non c’era possibilità, che non
sapevamo dove andare, disse: Eugenì apri alla famiglia di tuo fratello. E andammo a finire in una baracca e... e mi ricordo che furono... ecco... le
quattro giornate di Napoli. Fu allora... fu allora che fu la prima rivolta contro i tedeschi. I carrarmati che ci stavano per la strada! Ogni tanto si
sparava... mitragliatrici e tutto quanto... Comunque sta gente... ca veniva da e quartieri s’era scucciata dei bombardamenti, da miseria dei
sacrifici... e... era proprio una rivolta popolare che avvenne a Napoli contro i tedeschi... non volemmo saperne più niente... e tutti sti scugnizzi, sti
uagliuni contro i carrarmati con bottiglie esplosive... fu veramente un inferno quei giorni... La mia era una famiglia patriarcale, stavamo tutti
vicini di casa... la famiglia... e poi uno si riuniva in casa la sera, si parlava... ci stava il fidanzato di una cugina di mia madre che si trovava in
licenza all’epoca e allora: addo vache?25 – No assolutamente int’a caserma pecché e tedesche là te pigliane. Perché i tedeschi cominciarono a
pigliare gli uomini che stavano nelle strade... e rastrellavano... E cumm’amm’a ffà?26 E quando fu il momento che dovevamo lasciare la casa,
pecché aveveme a evacuà, addo o metteveme a stu giovane?27 Come si faceva a nasconderlo? E a cosa ridicola... pecché cia dda stà sempe a cosa
ca te fa ridere...28 e allora gli mettemmo un materasso in testa... e allora ci facemmo un percorso ca... per il viale Elena che non era un percorso
dove passavano i carrarmati che andavano per via Caracciolo e se ne andò a casa da parenti che stavano al corso Vittorio Emanuele... e meno
male riuscetteme a farla franca. E questo fu un episodio pure della famiglia che scappava» (Teresa Ciciliano).

Quello stesso giorno veniva inoltre emanato il decreto di lavoro obbligatorio per tutti gli uomini appartenent i alle classi dal 1910 al 1925. Ma
entro il termine del 25 settembre ai punti di raccolta si presentarono solo 150 uomini.

Domenica 26 apparve infine il perentorio avviso del comandante di Napoli Schöll. «Al decreto per il servizio obbligatorio di lavoro hanno
corrisposto in quattro sezioni della città complessivamente 150 persone, mentre secondo lo stato civile avrebbero dovuto presentarsi oltre 30000
persone. Da ciò risulta il sabotaggio che viene praticato contro gli ordini delle Forze Armate germaniche e del ministero dell’Interno italiano.
Incominciando da domani, per mezzo di ronde militari, farò fermare gli inadempienti. Coloro che non presentandosi sono contravvenuti agli ordini
pubblici saranno dalle ronde senza indugio fucilati».29

Il 24 nelle campagne di San Rocco erano stati fucilati 4 giovani sospettati di aver aiutato dei soldati a fuggire. Nello stesso giorno nei pressi della
stazione Centrale, nel quartiere Vasto, che già era stato scenario di molti scontri e che sarebbe stato uno degli epicentri delle quattro giornate,
erano stati uccisi 1 marinaio, 2 uomini civili, 1 donna.

Dalla documentazione trovata negli archivi tedeschi, sappiamo che in quel momento si stava apprestando il grande rastrellamento napoletano e
che nelle campagne erano già state catturate migliaia di uomini.

L’insurrezione della città fu dunque la conclusione di un crescendo di violenze che seguirono l’8 settembre e che si conclusero con il
rastrellamento operato dalla divisione Hermann Göring, dalla 15a divisione meccanizzata e dalla 16a divisione corazzata il 26 e il 27.

«Quelli mi cercavano, mi volevano portare p rigioniero schiavo. Se mi vogliono, mi devono portare morto! Orizzontalmente! Io dissi» (Giuseppe
Iaccarino).

«La gente comune si era scagliata contro i tedeschi perché si portavano i figli, i giovani, dato che cadendo il fascismo, il generale Badoglio chiese
l’armistizio, l’esercito si sciolse e parecchi militari se ne andarono a casa. Ad un certo punto questi militari si trovavano proprio al momento in cui
ci furono le quattro giornate, i tedeschi si portarono pure a loro in un certo senso, in quel momento là è stato uno sfascio: i soldati non sapevano
più quello che dovevano fare, il comando li aveva abbandonati proprio. Badoglio infatti aveva fatto l’armistizio con gli americani, e passò dalla
parte di questi contro i tedeschi, perché chilli erano monarchici, perché a Napoli le quattro giornate le hanno fatte anche i monarchici, che erano
antifascisti, però la maggior parte era a gente ro populo, perché eravamo oppressi» (Vincenzo Leone).
«Il motivo principale per cui il popolo napoletano si è ribellato ai tedeschi è stato quello che i tedeschi razziavano i giovani, deportavano, è stato
un senso di difesa ed è stato un movimento spontaneo di popolo» (Antonio Amoretti).

Pressoché tutti i testimoni napoletani mettono esplicitamente al primo posto, tra le cause dell’insurrezione napoletana, le razzie di uomini. La
documentazione tedesca sembra confermare in parte questa ipotesi. È del 26 settembre, come abbiamo visto, l’ordine di «catturare, in
collaborazione con il comandante di presidio di Napoli colonnello Walter Schöll, con azione improvvisa, la manodopera specializzata» e del 27 la
comunicazione dell’inizio del grande rastrellamento: «Questa mattina è cominciata l’azione di rastrellamento nella zona urbana di Napoli. Finora
raccolti 2000 uomini».30 L’ordine successivo è quello di «mettere in marcia alla volta di Napoli un battaglione rafforzato con carri armati» perché
in città è scoppiata l’insurrezione.31

Dunque l’insurrezione armata ha inizio tra il 27 e il 28 settembre. All’alba del 28 innumerevoli camion sostavano a piazza Dante, zeppi di uomini
da deportare. La scena si svolgeva nel cuore della città, sotto gli occhi di tutti. Intorno donne e bambini. Si urlava, si cercava di salvare dei
familiari.

Quello stesso giorno nei quartieri i giovani si organizzavano per cercare e raccogliere le armi, assaltando caserme e depositi abbandonati. «Si
calcol a che a Napoli e nei sobborghi, prima delle 4 giornate si potettero armare poco più di duemila cittadini»; «All’alba del 28 settembre le vie
di Napoli furono percorse da cittadini armati di ogni età. [...] L’aria che si respirava quella mattina era rivoluzionaria». 32 Cominciarono i primi
seri scontri armati; al Vasto morirono un insorto e alcuni soldati tedeschi. Furono assalite camion ette cariche di uomini razziati; un gruppo venne
liberato dalle donne ai Quartieri Spagnoli. Intanto gli uomini rastrellati, circa 8000, venivano condotti lontano dalla città e dep ortati. Lo scontro
fra popolazione e soldati tedeschi si faceva via via più acuto e coinvolgeva i giovani che si ribellavano con le armi alla cattura. Vennero alzate
barricate a piazza Cavour, a via Duomo, a via Tribunali, a porta San Gennaro, a port’Alba, a via Cristallini alla Sanità, a Materdei nei vicoli che
sfociavano su via Santa Teresa. Venne impedito il transito dei reparti tedeschi tra via Foria, via Santa Teresa e via Pessina, passaggio obbligato
per uscire dalla città. Furono installate postazioni di mitragliatrici. Scontri intensi si verificarono al Vasto, al Vomero, a Capodimonte, dove erano
attestati migliaia di soldati tedeschi. A via Santa Teresa un gruppo di combattenti difese e salvò il ponte della Sanità contro un reparto di
guastatori che vi stava posando una carica di dinamite. Un altro gruppo di partigiani a Capodimonte salvò l’acquedotto e catturò alcuni soldati.

L’intensità della sommossa emerge con chiarezza dalla documentazione tedesca. Il 28 settembre alle ore 23 il comando del XIV Corpo d’armata
dava l’ordine telefonico «di mettere in marcia alla volta di Napoli un battaglione rafforzato con carri armati ed artiglieria», poiché a Napoli «è
scoppiata una sommossa, il comandante di presidio è circondato». Il battaglione ha l’incarico di «soffocare la sommossa, impossessarsi della
centrale idrica e di quella elettrica, prendere cont atto con il comandante territoriale».33 La notizia e l’allarme vengono confermati da un altro
documento: «Dal pomeriggio pesanti sparatorie a Napoli, ma non sono ancora certi i confini della rivolta. Alla 16a divisione corazzata viene
impartito l’ordine di inviare a Napoli un battaglione rinforzato con carri armati ed autoblinde, per epurare la zona».34

Il 29 settembre la battaglia continuava. Al centro della città veniva salvato dalla distruzione il teatro San Carlo. A piazza Mazzini, 2 tedeschi
venivano uccisi e 2 erano presi prigionieri. A via Santa Teresa gli insorti costruivano una barricata spostando al centro della strada i tram, ma nel
pomeriggio alcuni reparti della Wehrmacht, che tentavano di penetrare in città per liberare le truppe assediate dagli insorti, dopo aver
combattuto contro i partigiani a Capodimonte, si facevano strada scendendo verso via Santa Teresa e travolgendo la barricata con tre carri armati
Tigre. Qui cadeva uno dei ragazzini onorato con la medaglia d’oro.35 I Tigre continuavano a scendere verso il centro, percorrevano via Roma,
sparando contro i vicoli da cui partiva il fuoco degli insorti e provocando parecchi morti. Venivano fermati da un’altra barricata poco prima della
storica piazza Plebiscito, dove si trova il Palazzo Reale, nel cuore della città. Qui morivano altri 3 insorti. Intanto al Vomero, in collina, un reparto
tedesco si era asserragliato nel campo sportivo con 47 ostaggi rastrellati il giorno precedente; il gruppo di combattenti del quartiere accerchiava
il campo costringendo il comandante tedesco alla trattativa. Una delegazione di tedeschi e partigiani si recava a parlamentare con il comandante
supremo della piazza di Napoli, Schöll. Si raggiungeva un accordo: i 47 ostaggi sarebbero stati rimessi in libertà, ma in cambio gli insorti
avrebbero permesso l’uscita dalla città del comando territoriale tedesco. Il colonnello Schöll avrebbe lasciato Napoli la mattina seguente all’alba,
scortato da una pattuglia con la bandiera bianca.

Il 28 e il 29 settembre la lotta era stata altrettanto intensa nella zona orientale, in particolare nel quartiere di Ponticelli, fino al 1930 paese
autonomo a forte tradizione socialista. Diversi scontri fra gruppi di partigiani e reparti tedeschi avevano avuto luogo; alcuni soldati erano stati
fatti prigionieri, uno ferito. Qui il 29 settembre si verificò l’episodio più feroce di rappresaglia all’interno dell’insurrezione: vennero uccisi a via
Ottaviano 37 civili, fra cui 2 bambini.

Troviamo di nuovo traccia sicura della lotta e di alcuni degli episodi più importanti ricordati dai testimoni nei diari di guerra della Wehrmacht.
«29 settembre. Aumentano le agitazioni a Napoli. Dopo un combattimento durato tre ore la centrale idrica è stata presa e fatta saltare. Sono
ancora previsti per la sera lo sgombero e la copertura delle vie d’uscita dalla città. È possibile compiere azioni distruttive nella città soltanto con
una forte protezione dei carri armati». Alle ore 17 il comandante del 79° reggimento meccanizzato granatieri comunicava. «Il 1° battaglione ha
1) fatto saltare in aria la centrale idrica, 2) l’attacco alla centrale elettrica non ha avuto successo perché difesa dagli italiani con un cannone a
tiro rapido. In conseguenza di ciò viene effettuato con i mezzi corazzati un tentativo di prendere contatto con il comandante di presidio. In città
barricate nelle strade e nidi di resistenza. Domanda se il battaglione durante la notte deve essere ritirato dalla città e messo a presidiarne la
periferia [...] Il comandante del 79° reggimento meccanizzato granatieri informa che anche nelle località a nord di Napoli si delinea attività di
resistenza organizzata». Lo stesso giorno alle ore 18 si aggiungeva: «La completa ripulitura di Napoli non è possibile con un solo battaglione e
altre forze non sono disponibili. Il 1° battaglione del 79° reggimento si ritira in direzione nord e blocca tutte le strade che escono da Napoli in
dir ezione nord [...] il comandante di presidio blocca le uscite verso ovest dopo aver distrutto con la sua compagnia genieri e i mezzi corazzati
tutti gli impianti vitali».36

E ancora: «Nella città di Napoli, forse sotto l’impressione delle crescenti distruzioni, l’attività delle bande è aumentata fino a trasformarsi
nell’insorgere dell’intera popolazione. Il presidio tedesco della centrale idrica (circa 30 uomini) sembra sia stato annientato dagli insorti. La
centrale è stata distrutta con i carri armati. Come misura di rappresaglia è in preparazione un bombardamento aereo. Poiché l’insurrezione nella
metropoli non può essere soffocata se non con l’impiego di forze pari a una divisione circa, l’ulteriore ritiro nell’area a nord di Napoli sarà
effettuato già durante la notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre».37 «A Napoli, dopo duri scontri, sono state fatte brillare la centrale elettrica nel
porto e la centrale telefonica. Nelle retrovie della divisione corazzata Hermann Göring si è rafforzata la comparsa di bande, alcune delle quali
vestono uniforme inglese. In particolare nell’area di Caivano (a nord di Napoli)».38

Il 30 settembre, dopo la partenza del comando territoriale, i reparti tedeschi sparavano e cannoneggiavano da Capodimonte sul centro urbano.
Gli insorti rispondevano spingendosi nelle zone ai limiti della città; molti di loro erano stati feriti o uccisi. Nelle campagne ai confini del Vomero
venivano rastrellati e uccisi 8 civili tra cui 2 bambini; venivano catturati diversi giovani e distrutta una casa. A Capodichin o, vicino all’aeroporto,
venivano presi 18 ostaggi; fra di loro due sarebbero stati uccisi, gli altri rilasciati l’indomani. Accanto ai tedeschi, in alcune operazioni erano
comparsi gruppi di fascisti; molti di loro facevano inoltre opera di cecchinaggio dai tetti delle case. Alcuni venivano catturati e uccisi.

Gli scontri continuavano fino alla mattina del 1° ottobre, quando, verso le 11, entr avano i primi reparti angloamericani.

La valutazione che finora è stata data dei morti e dei feriti è quella fatta da Antonino Tarsia in Curia nel 1950, basata sulle perdite accertate dalla
commissione che ebbe il compito di riconoscere le qualifiche di combattente partigiano o patriota e che egli stesso presiedette. «In settantasei
ore di combattimento quasi continue, dal mattino del 28 settembre all’antimeriggio del 1° ottobre, nella sola città di Napoli, caddero 178
partigiani combattenti (in questo numero sono compresi 26 uccisi nei giorni 10, 11, 12 settembre) e 140 civili, oltre 162 partigiani furono feriti
dei quali 75 rimasti mutilati ed invalidi. Inoltre furono rinvenuti per le strade 19 cadaveri di cittadin i rimasti ignoti».39 Una ricerca all’Archivio
dello Stato Civile del comune di Napoli con la consultazione dei registri dei morti ha dato risultati inaspettati. I morti per mano tedesca trovati nel
registro centrale sono 542. Il picco delle morti si raggiunge fra il 28 settembre e il 1° ottobre: 284 uccisi (215 uomini e 69 donne). Nei giorni
seguenti moriranno però ancora molti feriti negli ospedali. Confrontando poi quest’elenco con quello di Tarsia in Curia40 e con quelli conservati
nelle parrocchie di Ponticelli,41 quartiere dove avvenne una delle rappresaglie più massicce, e aggiungendo quindi i nomi di coloro che mancano
nei registri si raggiunge la cifra di 663 morti. Sono numeri che gettano una luce definitiva sulla portata di un’insurrezione spesso sottovalutata
nella memoria pubblica del paese.42 Ne parleremo più avanti.
I saccheggi

I saccheggi erano già cominciati all’indomani della caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, quando erano state devastate e spogliate le sedi del
regime; dopo l’8 settembre, con il crollo di tutte le istituzioni dello stato, nuovi obiettivi divennero le caserme con le armi, i magazzini con le
scorte alimentari, le fabbriche statali. Furono in parte rituali collettivi che seguirono e sancirono il crollo del fascismo, ma furono anche momenti
durissimi di contrasto con i soldati tedeschi sulle risorse. Quasi tutti i saccheggi seguirono una dinamica simile: i tedeschi aprivano un magazzino
e cominciavano a depredare, arrivavano i napoletani e contendevano il bottino ai rapinatori. A questo punto i tedeschi li affrontavano e iniziava lo
scontro. In alcuni casi gli occupanti filmavano i saccheggiatori indigeni e li dileggiavano, costruendo essi stessi una prima rappresentazione della
folla come plebe stracciona e impolitica, una rappresentazione che si fermerà nella memoria pubblica della città e della nazione. I ragazzini erano
fra i principali protagonisti dei saccheggi; in alcuni casi agivano come avanguardie delle famiglie, perché più agili, più veloci, meno perseguibili
dalle truppe di occupazione, in altri casi giravano autonomamente, come nel caso di Ernesto Minino, che considera, non a torto, il conflitto su
cibo e beni materiali con i tedeschi una delle principali scintille dell’insurrezione.

«Il primo combattimento è stato all’Arenella. Abbiamo cominciato noi all’Arenella perché all’Arenella stavano i tedeschi battendo in ritirata e
stavano con i camion con la roba da mangiare che andavano verso i Camaldoli per poi prendere Pianura, Soccavo. Noi abbiamo cominciato a
saccheggiare e i tedeschi hanno cominciato a sparare contro la popolazione. Allora da questo punto abbiamo cominciato. [...] Incominciarono i
saccheggi con i tedeschi e il primo saccheggio quaggiù che stava la fabbrica delle scarpe militari. Siamo andati là che i tedeschi c’erano però non
erano iniziate le quattro giornate. Io stavo ruba ndo un rotolo di cuoio e me lo stavo portando perché la forza ce l’avevo. Allora che è successo?
Quelli mi hanno inseguito alle spalle, io sentendo questo ho lasciato e gli è andato addosso. Via! e me ne so scappato. Io sono andato per una
porticina secondaria, il tedesco per la porta principale e mi ha intravisto e mi ha mitragliato, però non ha colpito me, perché io mi sono buttato in
una campagna e ha colpito due poveretti. Uno è morto e l’altro gli hanno tolto il braccio, uno era il padre di un ragazzo che noi chiamavamo
Pinocchio perché era col naso lungo e quell’altro invece è morto. E allora quando noi abbiamo visto tutto questo, ci siamo riuniti e abbiamo
cominciato a fare le quattro giornate».

Il conflitto sul cibo e sui beni s erve a svelare e a mostrare oggi in modo molto efficace la natura dell’occupante tedesco. Dice ancora Ernesto
Minino: «I tedeschi non li ho mai potuti vedere. L’avevo nel sangue perché erano troppo brutali. Giù c’era un panificio, questo panificio prima
delle quattro giornate faceva il pane, facendo il pane, faceva il pane tedesco, che hanno preso loro il forno... che adesso è vivo ancora il titolare, i
figli ci sono. Questo pane stava nel forno, noi eravamo ragazzi e avevamo fame... Noi... c’era l’incoscienza, noi eravamo ragazzi. Pupetto ha detto:
Ernesto ho preparato la forchetta. Un’asta che ha la punta come una forchetta, perché la cancellata era fatta a quadretti, mentre il tedesco si
girava noi con questa forchetta zitto zitto ci prendevamo un pezzo di pane. Perché sono cattivi? Perché non è che si è preso il pezzo di pane, no, ci
ha fatto prendere il pezzo di pane, poi uscito ci ha dato un sacco di mazzate. Allora perciò io mi sono messo qua [nella lotta]». «I tedeschi ci
facevano saccheggiare perché facevano i film, giravano le pellicole perché a piazza Mazzini quando ancora non erano cominciate le quattro
giornate ed erano in atto i saccheggi, andavo io e un ragazzo che poi ha avuto la medaglia d’oro morto. A piazza Mazzini c’era la Provvida, come
adesso i supermercati le chiamavano le provvide. Mentre io prendevo l’olio da un fusto grande, io ero ragazzo, sempre con i tedeschi che
filmavano, io pensavo che mi facevano prendere l’olio per farmi del bene, invece no mi hanno preso per i piedi e mi hanno messo con la testa
nell’olio, quando poi mi hanno cacciato che io stavo tutto bagnato d’olio hanno fatto il film. Poi mi hanno dato il fiaschetto d’olio e me ne sono
andato. Perché secondo lei hanno fatto queste cose? Secondo me per far vedere che loro comandavano, che loro avevano tutta Napoli in pugno,
facevano tutto quello che volevano. C’era molta gente che partecipava? Un sacco di persone. Ce la davano qualcosa, ma la base fondamentale
loro era di fare questo. Un altro saccheggio hanno messo addirittura le lance con l’acqua, sotto i vestiti con il lancio dell’acqua addirittura li
alzavano da terra e filmavano. Allora a t utto questo è scoppiato il fatto: ah, no! E abbiamo cominciato. Era una banda di dieci, dodici di noi».

Si razziava tutto ciò che si riusciva a prendere, perché qualsiasi cosa poteva diventare preziosa per un baratto, merce di scambio per ottenere
cibo.

«Ie verette correre a gente e currette pure ie, perché e tedeschi che facevano? Questo è stato a Poggioreale alla zona industriale, aprivano le
fabbriche, si pigliavano le mater ie prime, però loro entravano per primi, si prendevano tutto quello che dovevano pigliarsi, saccheggiavano, poi
alla fine uscivano f uori e facevano entrare la gente. Ie aroppe n’ora riuscii ad entrare nella fabbrica della Richard Ginori, ce steva tutte cose
scassate, piatti, piattini, boccali, poi ce stevene dei scaffali e nu pacco miez’aperto, mieze scassato, vado a vedere, l’apro e ce stanno dei servizi
da tè. E pigliai, e mettette aind’a nu scatolo vuoto e mi pigliai tre pacchi belli e chille, che poi nun ce ne stevane cchiù, verette che erano buoni e
m’e purtai a casa. Stevano avvolti nella p aglia e i tedeschi non li avevano visti. Però mentre venivo dalla fabbrica, dato che avevo pigliato quelle
cose che già erano molto pesanti, più avanti ce steva a fabbrica ’e tabacco, e vedevo che i tedeschi o stesso, prima si pigliavano quello che gli
serviva loro e poi facevano entrare la gente. Però miez’a folla, e tedeschi, m’accurgette, che facevano? Ce steva nu camion fuori, si pigliavano i
giovani e li facevano saglì ’ncoppa nu camion. Ie acchiappai e me ne ietti. Li sceglievano tra la folla, ci stevano donne, anziani, giovani,
giovanissimi... Ie piglio e me ne scappo con i servizi da tè e me ne torno. Ce steva nu fascista là, sparava verso il carcere di Poggioreale, ie
crerevo che sparava ai colombi, ma chissà pecché sparava, o forse per fare dei segni a qualcuno all’interno e ce ricett’ie: ma pecché spari ai
colombi? Si voltò e me ricette: che porti là dentro? Ricette ie: tengo o pane da portare a casa. Nun ricette chelle ca tenevo, pecché può essere
pure che so pigliava. Dissi che stavo venendo dal paese, e lui disse: cammina, statte zitto, altrimenti ti sparo comme nu cane. Nun m’o facette
ricere manche mieza vota e a piedi iette a casa. Mio padre li vendette quei servizi e mangiaime na semmana, pecché i servizi costavano. [...] O
iuorne appresse iniziarono saccheggi da tutte le parti e stevano facenne nu saccheggio all’Arenella; andai pure all’Arenella... ie ero guaglione...
pecché asceva a gente che sacchi ’e farina che pesava molto. Pure là riuscii ad entrare, mi tagliai pure nu piede, e mi pigliai nu materasso ’e lana,
tante facette che m’o purtai a via e fora. Me ne esco dietro allo spiazzale di questo deposito, che era un deposito dei fascisti, e nu tedesco con un
fucile in petto me ricette ca o materasso era suo, che doveva dormire, vide che tenevo il piede insanguinato, comunque arrivai a scappare. [...] O
iuorne appresse sapette che allo stadio Collana del Vomero stavano facendo dei saccheggi e currette là p’a famme, sapette che là ce steva na
cucina, scavalcai il muro e mi buttai. Me votte aind’a cucina e truvai e sacchette ’e farina e ci steva del grano grezzo che si doveva macinare.
Comunque riesco a pigliarmi sta sacchetta e riesco ad uscire. A purtai a casa e mio padre col maciniello del caffè macinammo il grano dentro il
macinino, però dato che il grano era duro, a mano non si poteva fare, perché girava tutt’a base del macinino. Mio padre fa un pezzo di ferro, lo
quagliò aind’o muro, mettette o catenaccio vicino e lo bloccò, e mia madre ci faceva la farina, il pane, la pizza»43 (Vincenzo Leone).

«Noi ne eravamo nove, sette figli e genitori e ognuno di noi cercava disperatamente qualche cosa per poter mangiare, quando ci fu la disfatta del
fascismo noi saccheggiammo sto Sferisterio e da questo saccheggio noi rimanemmo tutti quanti sbalorditi, perché là ci stava giacenza di scarpe,
perché poi sentivamo che i nostri soldati stavano senza scarpe e là dentro stavano un sacco di scarpe. Io ricordo che a me... io e i miei fratelli
andammo là dentro e non le so dire quanti centinaia di scarpe portammo a casa... coi sacchi, mettevamo nei sacchi, sulle spalle e portavamo a
casa, poi tutte ste scarpe a che cosa ci potevano servire? Servivano semplicemente per fare il baratto coi contadini, si portava o paio di scarpe e
chille ci dava o chile i fagioli, oppure ci dava, non lo so, frutta, verdura, qualche salame e quindi questo centinaio di paia di scarpe, che noi in casa
nascondemmo, che facemmo un doppio soffitto e là sopra mettevamo tutti questi paia di scarpe, queste coperte, era pieno pieno lo spessore. E io
proprio in quel momento mi trovai a saccheggiare questo Sferisterio io e mio fratello, vennero i tedeschi, che erano di passaggio, stavano in
ritirata, videro tutta sta gente, si affacciarono là dentro, si resero conto di cosa stava succedendo, incominciarono a pigliare quelle mitragliette,
quelle pistole a mitragliette che tenevano e: tu tu tu tu tu tu... a tutti quanti, e tutti quanti a buttarci nello scatolame dove stavano ste scarpe, sti
vestiti, non si capiva niente, però quest’intervento tedesco fu un intervento momentaneo, durò pochi istanti, fecero quella bravata, spararono, se
ne andarono e noi continuammo» (Franco Cammardella).

«Vicino a piazza Borsa c’era la fabbrica del tabacco, la manifattura del tabacco, ricordo l’assalto, hanno sfondato i portoni, proprio di fronte
all’università, quella piazzetta dove c’era la statua di Bovio, e di lì uscivano donne, bambini, uomini, con pacchi enormi di sigarette. Nella
caserma di Torquato Tasso, lì c’era la mia scuola, c’erano i soldati, quindi c’era un magazzino enorme pieno di divise, tabacco, olio, farina, pasta,
tutto... c’era il ben di dio... Allora io ho seguito tutta quella folla, che c’era lì. Ognuno prendeva tutto quello che poteva. Io sono capitato, spinto di
qua e di là, vicino a delle balle di divise. Ho preso una balla di sei, sette giubbe, avevo dieci anni, me la sono caricata sulle spalle e stavo correndo
a casa, nel frattempo me l’hanno rubata, è sparita, perché ero piccolino, quindi ad un certo momento mi son visto trascinare via questa balla, poi,
quello che l’aveva presa, si vede che nel correre ne ha persa una, perché erano legate con un po’ di spago, ho preso questa giacca e l’ho portata a
casa che mia madre mi ha fatto un cappottino» (Giuseppe Riccio).

«Andammo poi al Tarsia e c’erano le scarpe militari, ie piglio due scarpe, o stesso piede, ma a me non mi andavano, potevano andare a mio padre.
In tutti i modi io piglio nu pare i scarpe e na cassa vuota, esco fuori, in motocicletta, na Prince, non mi scordo mai, comunque sta Prince
incominciò a sparare, io pigliaie a cassa e me mettette dinte a cassa e finì là, però chillu pare i scarpe o teneve sempe sotto... ancora me n’era
addunà che era unu piede.44 – Il saccheggio io l’ho fatto nella manifattura di tabacchi, dove c’era l’università... a via Porta di Massa, entrammo lì
e ce pigliamme e sigarette... Ma come si veniva a sapere che c’era... Si spandeva a voce tra di noi. Ha partecipato anche ad altri saccheggi? Sì, sì,
a Carlo III, ma là stava roba infinita. Io mi so’ venduto na pistola nel periodo che so’ venuti gli americani, m’a pigliaie e m’a mettette nello scarico
del gabinetto di casa, nella cellofan, come pure un libro tedesco, mia sorella studiava il tedesco, chille vene n’americano, voleva un libro di verbi
tedeschi, diciette ie: se aspetti lo vado a prendere, però non è proprio nuovo. Isse me rette i soldi, lui doveva andare al fronte» (Michele Lubrano
e Vincenzo Sanno).

I tedeschi filmano, irridono, sparano, in un gioco tra la violenza e lo scherno, l’umiliazione. I napoletani sono, in quel momento, oltre che traditori,
anche straccioni e vili.

«Mentre stavamo alle file passavano i tedeschi a buttare le caramelle e per raccogliere le caramelle ce ne fuggivamo dalla fila e dopo ci dovevamo
dare tutte mazzate per tornare in fila, dicendo: io stavo davanti, tu stavi dietro. Ma chi lo sa perché quei fetenti buttavano le caramelle
guastandoci la fila?» (Maria R.).

«E tedesche quanne se n’avevene a ì facettene e rispette pure lore. Miezze a la Carità tenevene certi scatole chiene ’e marmellate, pigliavene e e
mettevene o centre. Tutte quante nuie faceveme l’assalte pe’ piglià chelli scatole ’e marmellate... ce steve na famme allora! Lore piglie e quanne
ce verevene vicine, sparavene in arie e nuie tante ra paura ce ne fuieveme n’ata vota»45 (Concetta Stanzione).

«Tutti i cinema della zona erano adibiti a depositi di vettovaglie militari. Quando ci fu il fenomeno del saccheggio è ovvio che la gente si recava lì
a rubare. Mio fratello ed io seguivamo sempre i movimenti e andavamo nel cinema. Entrammo e vedemmo che c’era una chiazza d’olio. Tutti
quanti dicevano: spustateve! E dal fondo del cinema si vedevano slittare su questa massa d’olio delle forme di parmigiano e li caricavano sul
carretto. Non solo il parmigiano anche il riso. Mio fratello ed io è ovvio che non potevamo competere con i grandi, la forma di parmigiano pesava
trenta chili. Era al di là delle nostre forze fisiche. E allora ci contentammo di rompere un sacco e lì uscì del riso di cui noi ci riempimmo i vestiti.
Mio padre affacciato alla finestra diceva: povera Italia! E imprecava contro Badoglio, contro i russi... Poi lasciammo il cinema Gloria e andammo
al cinema Imperiale. Solita ressa. Lì mio fratello riuscì a pigliare dei fiaschi di vino Chianti e delle bottiglie di acqua minerale che erano di
alluminio. Ci avviammo verso piazza Carlo III, a un certo momento... c’era una postazione tedesca che sparava ad altezza d’uomo! Mio fratello che
portava questo grappolo di bottiglie... vidi che questo grappolo fu tranciato da una raffica! Ci buttammo a terra e scassaieme e fiasche. Mirarono
per colpire, ma fortunatamente andò così» (Rosario Rega).

Il racconto si trasfigura qui attraverso una fervida, creativa capacità di rappresentazione: le forme di parmigiano che volano sull’olio dal fondo del
cinema sono un’immagine surreale, ricordano le visioni della cuccagna che tanta parte hanno nella cultura della città. Il saccheggio è parte
inscindibile dell’insurrezione, ripercorre le orme delle tante rivolte napoletane, ma è anche un rituale che emerge dal teatro della guerra un po’ in
tutte le città italiane ed europee. È un rito che accompagna la fine del regime46 ed è uno scontro vero tra tedeschi e italiani sulle risorse.

Sui saccheggi si potrebbero citare infiniti brani: vi parteciparono in tanti, soprattutto donne e ragazzi... Anche in questo caso la dimensione del
quartiere era la principale. Ogni quartiere aveva una «Provvida», cioè un magazzino di beni alimentari, e aveva una sede del fascio, e queste
furono le prime a essere prese di mira. Tutti i saccheggi descritti dai testimoni si svolgono nello spazio del quartiere, con alcuni sconfinamenti in
quelli vicini. I ragazzi andavano in avanscoperta, correvano verso altri magazzini, verso fonti inaspettate o particolarmente abbondanti. L’episodio
più vivo nella memoria è il già citato assalto ai depositi del grande Albergo dei Poveri di piazza Carlo III del 13 settembre.47 Qui lo scontro fu
durissimo, ci furono morti e feriti.

«Poi che è successo? I tedeschi cosa fecero? Ruppero in mezzo alla strada dove passa l’acqua. E rimanemmo tutti quanti senz’acqua. Però a Carlo
III nel serraglio, era l’Albergo dei Poveri, ci stava il rifornimento delle acque, che vendevano nelle bottiglie. Allora io, una delle mie sorelle, che
poi questa sorella, da allora prese la morte, andammo a prendere quest’acqua. Ignorantemente! Perché, che facevano? Ci facevano entrare, dopo
entrate, quando uscivamo, vedevano se stavano gli uomini, agli uomini li sparavano, a noi invece ci maltrattavano. Morte di paura! E ce ne
dovevamo andare, pigliavano l’acqua e ce la buttavano. E non ce la davano. Ce la buttavano. Siccome che con me venne una sorella mia, a paura
forte, tanto da a paura, tanto da a paura, si sentì male. Portammo mia sorella fuori da là, cadde, stavano delle bottiglie a terra e si fece male. La
portammo all’ospedale, si mise a letto: bronchite, polmonite, perché cadde dentro le bottiglie d’acqua, tutta l’umidità a terra... si mise a letto e
dopo sei, sette mesi morì, mia sorella Concetta» (Giuseppina Romano).

«Io avevo un amico mio che faceva l’interprete con i tedeschi, si chiamava Ugo Tissi, e lui mi disse: vieni a piazza Carlo III, lì c’è il vino, vieni a
prenderti un po’ di vino. Io: vabbè, andiamo! Era buio là sotto. I tedeschi stavano saccheggiando. Era vino Chianti, stava nei fiaschi di paglia, ogni
cassa era di 24 fiaschi. [...] Io presi i due fiaschi di vino. .. fuori c’era una macchina dei tedeschi piena di pane, di pane italiano, panelli cafoni, e
c’era un vecchio là vicino, una persona anziana. Era successo che questo vecchio si era preso una pagnotta di pane e l’autista l’aveva visto, e
disse: non muoverti. E il vecchio la prendeva come se non fosse niente. Il pane però era italiano, mica era tedesco, erano loro che lo avevano
saccheggiato. Uscirono i tedeschi con le casse di vino e le caricarono sui loro mezzi e le misero anche su questa macchina del pane. L’autista disse
a un ufficiale, che io non dimenticherò mai... aveva il berretto dell’aviazione. E l’autista disse: questo si è preso un pezzo di pane. Io l’ho visto.
Quella carogna sai cosa fece? Immediatamente prese la pistola, davanti a me, cadde davanti a me! Un attimo... un colpo alla nuca e lo ammazzò.
Mannaggia alla miseria! E il pane era italiano! Io rimasi così. Sto scappando ancora!» (Giuseppe Iaccarino).

Giuseppe Iaccarino sottolinea: il pane era italiano. Cioè mette in evidenza l’iniquità dell’azione tedesca contro la legittimità del saccheggio dei
napoletani, i quali non facevano altro che riappropriarsi di cose loro. La morte del vecchio è una violenza non solo orrenda ma anche
tremendamente iniqua. Insieme al rastrellamento l’episodio diventa il simbolo della propria personale decisione di combattere. «Scappai e trovai
dei carabinieri con dei moschetti. Non me li volevano dare, io li saltai addosso e me li diedero per forza. Io lo volevo vendicare quel vecchio, ma
poi a quello con il berretto con l’aquila ce lo avevo stampato in fronte. Lo volevo trovare ma non riuscii più a trovarlo. Comunque riuscii a
salvarmi quella mattina, ma giurai a me stesso: adesso quando li vedo, se posso li ammazzo. E così avvenne... senza organizzazione però, perché
io non appartenevo a nessun partito politico» (Giuseppe Iaccar ino).

Le razzie di uomini

«E tedesche iniziarono a ritirarsi portandosi gli uomini e i capi famiglia e allora se purtaine a Vittorio. Mentre se ievene se purtavene a gente e
sparavano da qua e da là uccidendo chi si ribellava o chi non li voleva seguire, perché si volevano vendicare del tradimento. Stevene incazzati per
il voltafaccia dell’Italia che gli aveva girato le spalle. Ci mancava poi che co tutte e putecarie ca c’avevene fatte, steveme ancora cu lloro... e loro
se vendicavano accerenne a tutte quante. E fui allora ca mentre se n’ievene, se purtaine a Vittorio. Era iuto a truvà Rosa, mentre turnava a casa
s’o pigliaine a isso e a ati duie e s’e purtaine in Germania»48 (Livia Majolo).

«Ci fermarono... e dissi: io sono piccolo. E ce purtaiene dietro al Teatro Roxy, adesso, allora si chiamava Reale, stavano già due camion tedeschi
fermi, allora ce mettettene in fila e dissero: allora la prima fila un passo avanti, a terza fila uno indietro e la fila di centro ferma. E io stavo alla
terza fila, l’ultima fila. Alle mie spalle c’era un bar e c’è ancora, un bar a due porte, uno di fronte al cinema e un altro a scala così, ie facette due
passi indietro, ma così, istintivamente, facette due passi indietro e me ne scappai da quell’altra strada. Una porta si trovava alle spalle, però
un’altra porta si trovava da quest’altra parte e io me ne scappai da quest’altra parte, non se ne accorse nessuno. Poi incominciò la paura, dicette
ie: chiste mi hanno pigliato pe’ grande, po’ va a furnì che dobbiamo cominciare a scappà! E come infatti io incominciai a scappare con i grandi e
mi ricordo che io stavo sull’arcoscenico del Bellini, ce stevene treciente perzune là ’ncoppe. Scappavamo perché i tedeschi facevano
rastrellamento di giovani. [...] noi sentivamo i tedeschi che entravano nel Bellini coi famosi stivali: bunghete, banghete, noi steveme
sull’arcoscenico prop rio! Poi era passato quel periodo, siamo scesi dal Bellini e siamo andati a casa nostra poi. Perché il pericolo era considerato
scampato? I tedeschi non venivano più in quella zona, perché poi la città era grande, non erano molti tedeschi nel senso di migliaia e migliaia,
pattuglie così... siamo scesi di là e siamo andati a casa un’altra volta e un’altra volta dietro al Bellini i tedeschi che andarono vicino a un sarto e
dissero: tu quanti anni hai? Allora non ti muovere di qua. E entrarono nel palazzo dove abitavo io, così io e mio cognato siamo scappati sul
terrazzo e lì c’erano due serbatoi di acqua, perché sotto al palazzo c’erano due bagni caldi, due erano vuoti e uno era pieno. I tedeschi
incominciarono a salire sulle scale, io e mio cognato siamo scappati, io mi so’ buttato dint’all’acqua, dint’o serbatoio metà acqua e chille iette a
furnì dinte o serbatoio vuoto. Però... venettene sul terrazzo, però niente... niente, non hanno guardato, perché poi con quei scarponi pesanti,
come abbiamo visto nei film... veramente, eh? E così poi, dopo che se ne sono scesi, è passato il pericolo» (Vincenzo Sanno).

«Mi ricordo bene quel giorno. Era l’8 settembre. Noi apprendemmo quella notizia prima per radio e poi dalla gente che urlava. Mussolini firmò
quest’armistizio con l’America o con l’Inghilterra mi pare. E quindi i tedeschi si scagliarono contro gli italiani, chiamandoli traditori perché
dicevano: fin’e mo simme state alleati, mo ci avete tradito. Da allora successe una vera e propria rivoluzione con i tedeschi, i quali cominciarono a
prendere tutti quei poveri giovani... mi ricordo che un giorno c’era un signore che faceva finta di allearsi con i tedeschi e quindi, invece di
accompagnarli a prendere i giovani si mise sulla motocicletta e diceva: stanne e fetiente p’o paese, stanne e fetiente p’o paese!49 E tutti capivano
che erano arrivati i tedeschi e i giovani si nascondevano. Infatti alcuni si nascosero anche a casa nostra, si nascose l’avvocato Canfora, mio cugino
Pietro, mio cugino Gigino e si nascosero sopra o suppigne.50 Infatti un giorno i miei cugini stavano nascosti e quei fetenti dei tedeschi con la
sciabola, quella che sta dietro al fucile, colpivano sotto il soffitto per vedere se c’era qualcuno e per poco non sfioravano la spalla di mio cugino.
Mi ricordo però una volta che sempre questi miei cugini si nascosero dietro a una porta dove c’era la cucina e noi mettemmo davanti a questa
porta uno stipo e poi per il balcone e la finestra a fianco noi con un filo gli mandavamo la roba da mangiare... quando i tedeschi salivano vedevano
solo quel mobile e non si accorgevano che là dietro c’era una porta e dietro la porta un altro appartamento. [...] Una volta catturati li portavano in
Germania. Pure un mio amico, o professore Perillo ca tene sole nu bracce, lo pigliarono e lo portarono nei campi di concentramento in Polonia e in
Germania, e lui proprio in quell’occasione perse il braccio, perché mentre stava scappando i tedeschi lo spararono appresso e colpirono il braccio
destro spappolandolo. E in seguito a questo la ferita prese infezione e quindi dovettero amputare il braccio. Ancora adesso questo povero uomo
porta le conseguenze di questo tragico incidente. Infatti dopo questi tremendi episodi, che la mia mente ha in parte cancellato, i tedeschi
divennero per noi veri e propri nemici. Essi ammazzarono dei giovani in modo bruttissimo, li presero con la forza, alcuni di loro venivano
trascinati a calci e pe’ capilli e li portarono for’a via Nova. Dopo li misero in faccia al muro e li fucilarono a tutti quanti. Ie perciò nun e pozze veré
e tedesche. Comm’erene belli chelli guagliune! Io a volte penso a questa cosa: i tedeschi prima della guerra erano bravi, poi nun sacce cosa è
succise, chille so’ addeventate cattive c’a guerra»51 (Liliana Chianese).

«Un giorno vennero i tedeschi a rovistare la casa, fecero un casino, entrò la mia vicina di casa per farmi compagnia piangendo perché questi due
o tre giovani tedeschi puntavano i fucili verso di noi – ma che volete? entrate, che volete? – così dicevamo gridando e piangendo. Materassi per
terra, biancheria, tutto per terra chissà che cosa cercavano. – Uomini, uomini, uomini! – Non ce ne sono uomini, dissi io con rabbia, ce n’era uno
solo e l’hanno chiamato già, che non ci scrive e non ci dà notizie sue. Allora che feci? Indignata come ero, aprii la porta del bagno, del gabinetto,
non era il bagno, era il gabinetto allora. Aprii così e: vedi, vedi pure qua. Lui non fece altro e mi puntò il fucile alla gola e io alzai le mani così: no
perdono, perdono non lo faccio più. Piangendo le mani in alto, piangendo così. Piano piano se ne andarono e io poi mi sentii così male che me la
feci a piangere quel giorno. Parliamo proprio della venuta dei tedeschi, quella è stata la cosa più brutta, perché prendevano i giovani e quelli non
giovani, bambini dalle case li portavano a un certo posto e li fucilavano, me li hanno fucilati a poca distanza da casa mia in un giardino e li hanno
messi in fila e li hanno fucilati» (Nunzia R .).

«Al Museo c’era una beccheria, mi misi là e se sapessi che pietà, si portavano tutti i ragazzi in Germania, per la strada tutta la gente volevano
salvarli ma i tedeschi... uno accà, uno allà, se li portavano tutti. A mio fratello che era avvocato al Banco di Napoli fu avvisato da mia sorella che
andò per dietro al Cavone per non farsi vedere, lei lo salvò a Eduardo. Se li prendevano tutti, perfino fuori la scuola li aspettavano e se li
portavano nei campi nazisti. Allora il beccaio diceva: fai vedere che non vedi. Noi non potevamo far vedere che vedevamo. Noi tenevamo questo
palazzo a Materdei, un bel giorno di mattina si sentì un trambusto, c’erano i tedeschi nel palazzo, allora mettevamo tutti i giovani nei scantinati e
li muravamo vivi, che poi un cugino mio murette, li murammo e vicino al muro ce mettemmo tutte le cipolle e infatti loro entrarono e
domandavano dove stavano i giovani. Donna Antonietta non rispose e andarono per le case a sporcarle, però non arrivarono a trovarli. Così i
tedeschi ci seviziarono» (Elena Sorge).

«Noi stavamo in casa quando i tedeschi sparavano a chi fuggiva. Quando ci fu l’armistizio tutti gridavano: è fernuta a guerra, è fernuta a guerra!
E ci stavano non so quanti marinai che uccisero uno o due tedeschi e non so quanti soldati nostri i tedeschi uccidevano e molti marinai mentre
tornavano a casa, poveretti, furono uccisi e noi ci dispiacevamo. Questo facevano, acchiappavano a gente e la uccidevano. Una volta dovettimo
nascondere sopra a una scuola a Vincenzo e a uno di Trapani. Li tenevamo nascosti dietro ai banconi perché quelli andavano guardando tutti i
posti per vedere di portarsi le genti e ucciderle. Facevamo tutte queste cose pieni di paura di uscire perché sparavano a tutta forza. Le
camionette vedevano un gruppo di giovani, si fermavano e così... Quando i nostri vedevano che quelli prendevano la gente si diedero da fare pure
loro» (Maria R.).

«C’eravamo trasferiti da via Tasso al Vomero, perché lì c’era un ricovero più resistente ed i tedeschi andavano casa per casa per fare razzia di
uomini dove c’erano giovani che non erano ancora in età da essere richiamati, per cui a via Tasso erano rimasti dei cugini miei che erano ragazzi
un po’ grandicelli... questo è un episodio che ricordo bene: se fossero usciti da soli, avrebbero corso più pericoli, io sono sempre stata abbastanza
coraggiosa... andai a via Tasso e presi questi tre cugini... per non fare il Vomero vecchio che era più pericoloso, facemmo via Tasso, via Aniello
Falcone... il comando tedesco era alloggiato presso l’hotel Parker e quindi noi per forza dovevamo passare per via Aniello Falcone e via Tasso che
inizia al Corso, arrivati a via Aniello Falcone sopraggiunse una colonna di camion con tutti militari tedeschi in assetto di guerra ed era il primo dei
quattro giorni delle quattro giornate di Napoli, quando vedemmo una lunghissima colonna, i palazzi era tutti chiusi, quindi se uno avesse voluto
chiedere asilo non potevi chiederlo perché era tutto sprangato, quindi arrivammo all’altezza delle Arcate e questa colonna che sopraggiungeva...
– dissi ai miei cugini: nascondetevi che là ci stanno de i pilastri e se questi vi vedono vi prendono... aspettiamo che passino. Sennonché era una
colonna lunghissima, non finiva mai... su ogni camion c’erano molti molti soldati coi fucili, mitragliette e se avessero voluto farci male, qualunque
soldato tedesco ci poteva uccidere, chi gli faceva niente? Invec e questa colonna proseguì... noi riuscimmo ad arrivare a via Scarlatti e nessuno ci
fece niente. [...] Ricordo che dove sta la calata San Francesco che attraversa via Aniello Falcone, mentre noi arrivavamo e questa colonna
arrivava, io ho visto dei marinai in divisa, quindi marinai italiani, che si arrampicavano sui muri e tenevano le armi... questi marinai si nascosero, i
tedeschi non li videro proprio e andò tutto liscio. Invece poi arrivati a casa ad un certo momento... eppure il portone era chiuso, come potettero
aprire il portone non so... arrivarono dei soldati italiani, sbandati, erano del nord e chiesero asilo, proprio quel giorno lì, siccome scattò
l’allarme... evidentemente c’erano ancora i bombardamenti degli americani... noi dovevamo andare nel ricovero chiaramente, allora sono venuti
pure gli sbandati che erano soldati scappati, sono venuti pure loro nel ricovero. Sì questo lo ricordo benissimo, c’è stato il bombardamento... poi è
finito il bombardamento ma loro non potevano uscire perché stava per scattare il coprifuoco, allora... erano giovanissimi... hanno chiesto: aiuto,
aiutateci, come facciamo? Non possiamo rimanere qua perché qualcuno ci ha visto entrare. Allora mia nonna pensò di vestirli da donna... siccome
mia nonna era molto alta... insomma erano quattro giovani, insomma noi li vestimmo da donna con i fazzoletti, non sembravano più uomini... poi
siccome stava per scattare il coprifuoco ma non ancora, quindi si stava facendo buio, li facemmo andare via. Tenevano le bandiere italiane e le
armi e le nascondemmo. Siccome nei ricoveri c’erano delle travi e sopra delle tavole nascondemmo le bandiere e queste armi, che poi se le
vennero a prendere su questi tavolati» (Annamaria Romano).

«Mia madre faceva bene assaie ai militari, sai perché? Do ve stavamo noi stava la Bernini. Nella Bernini, quanne ce steva a guerra, ce stevene e
soldate sfollati ’e l’aviazione e ce steva nu mure ’e cinta e s’affacciavene addò abitavamo noi.52 E quando scappavano mia madre li ospitava, li
dava a mangiare, a dormire perché noi non ci stavamo. Noi stavamo al corso, dint’o negozio cu papà perché stavamo vicino al ricovero. La casa
nostra era vuota e mammà e teneva tre, quattro giorni e o momento opportuno e faceva scappà. Ca poi, dopo la guerra, la scrivevano. Con uno è
rimasta in contatto paricchiu tiempe. Diceva che mammà l’aveva salvato» (Matilde B.).

«Nel palazzetto dove stavamo noi ad abitare c’erano due scalini e poi veniva il portoncino, c’erano due tedeschi... questi due tedeschi si misero
dietro a questa porta, dove noi stavamo dentro con i moschetti. Ognuno che passava, che scappava con le macchine, mitragliavano... io parlo
come voglio, perché io non so parlare italiano... e allora questi due tedeschi, quando finirono di sparare, entrarono dentro! Ricette ie: mo
murimme tutti quanti! Papà allora era anziano, non era stato richiamato, però teneva nu fratello ca si era nascosto, e si era nascosto dietro a nu
armadio. Io tenevo a Tommaso in braccio e chille steve dietro all’armadio nascosto. Io morta di paura! Allora nu tedesche ’e chilli pigliò o
moschetto e come se lo avesse fatto na carezza a mio figlio. E io dicevo: mo ci uccide, mo ci uccide!... [...] Una volta si rifugiarono dint’o vico
Tagliaferri, in un palazzetto vicino alla direttissima, là sopra. Là ci stava un palazzetto chiamato o funneco.53 Al primo piano ci stava un corridoio
e c’era na signora chiamata Guerra. Tengo a mente pure o nome! E sta signora era na cara amica. Allora tutt’assieme, chesta signora, pigliò nu
sacc’e giovani ’e chillu palazziello, perché llà ce steva nu sacc’e ggente...54 Pigliò l’armadio, e ’nce steve nu fuosse in faccia o muro, come, sapete,
come nu guardaroba a muro, e li metteva là dentro. Nu bello iuorne salgono i tedeschi, io morta di paura, tutti quanti in fila... Comunque chilli llà
fessi come erano, se ne andarono, non acchiapparono a nessuno. Eh! Poi dopo ci chiudemmo dentro, ci abbracciammo, ci baciammo dalla
contentezza. Eh...» (Giuseppina Romano).

«I tedeschi volevano gli uomini, volevano reclutare tutti gli uomini. Io ricordo che noi dalla casa nostra tenevamo il nostro balcone affacciato in un
giardino e in questo giardino c’era un piano terra e poi c’era come fosse un suppegno. E noi dal balcone nostro della cucina tenevamo un buco:
allora che fecero. Tutti gli uomini del palazzo si andarono tutti a rintanare in quel buco; quando i tedeschi arrivarono, che venivano fino a casa e
ti venivano a bussare, perché loro alle donne non facevano niente, ma appena vedevano un uomo se lo prendevano. E loro si misero tutti quanti lì
dentro in quel buco e non potevano stare in piedi: tutti distesi a terra e noi dal nostro balcone attraverso il buco mettemmo una tavoletta e di là ci
passavamo un poco d’acqua, cibo, tutta roba calda. Stettero non so per quanto tempo, perché poi quando finiva che i tedeschi andavano via si
veniva a sapere e loro uscivano. Poi appena c’era un’altra volta movimento allora immediatamente tutte queste persone salivano a casa nostra e
con questa tavoletta di legno, dal balcone, si infilavano là dentro in quel buco» (Teresa Esposito).
«Quando tornò il carro armato acchiapparono una buona porzione di italiani, di giovanotti e li portarono nel bosco di Capodimonte, dove appena
si entra c’è una palizzata tonda e li misero tutti là dentro e poi se li portarono pure dietro, quando se ne scapparono. Ed io mi ricordo che andai
con le mie amiche nel bosco e molti giovanotti mi diedero pure gli indirizzi per andare a dire alle madri che i tedeschi se li portavano via, poi non
so che fine hanno fatto... Che poi dopo io insieme ad un’altra ragazza, si chiamava Olga Di Giacomo, andammo con questi bigliettini e mi ricordo
c’era un signore al museo, gli andammo a dire che il figlio se ne era andato, insomma andammo torno torno con questi bigliettini che ci avevano
dato i nostri giovani» (Maria Musto).

«Quanne ce mettetteme cu i mericane nun se capette niente cchiù, perché i tedeschi diventarono ancora più cattivi, fecero un sacco di brutalità.
Mi ricordo una volta stavo con mia mamma, mio padre, mio marito e mio fratello, quando vennero i tedeschi nella nostra strada, si venivano a
prendere gli uomini, noi sentivamo le grida, mio marito era giovane e come, infatti stava sempre nascosto. Vicino a mia mamma abitava una
famiglia di Lagonegro e erano sfollati in Calabria e ci avevano dato le chiavi di casa, così nascondemmo mio marito là dentro e chiudemmo con un
grande catenaccio la porta. All’improvviso i tedeschi bussarono, andammo ad aprire e loro subito a gridare: uomini, uomini... e noi a piangere.
Stava mio padre nel letto perché non riusciva a stare in piedi per la debolezza, le gambe non lo tenevano, ma mio padre era vecchio. Guardarono
dappertutto, pure dentro ai materassi, mettettene tutte sott’e ’ncoppa.55 Si presero a mio fratello che non si era voluto nascondere, lo
picchiarono... non vi dico quella povera donna di mia mamma... fu un brutto momento, pensavamo che lo uccidevano, quei maledetti gridavano e
ci allontanavano con le armi, non ci fu niente da fare, si presero a mio fratello e lo caricarono su un camion pieno di tanti giovani. Mio marito si
salvò perché non riuscirono ad aprire quel catenaccio. Da quel momento si andò a nascondere nel bosco [della Reggia di Portici] con quelli del
palazzo che non erano stati presi. Si mettevano le coperte addosso e stavano là dentro, perché si potevano nascondere se andavano i tedeschi,
avevano pure scavato delle buche e si nascondevano là dentro. Quello poi il bosco è grande e i tedeschi non lo conoscevano come noi, quanti
giovani si nascondevano là... A mio fratello lo portarono in Germania sui camion, stette prigioniero in quei campi per un sacco di tempo. [...] penò
assai quando fu prigioniero, lavorava dalla mattina alla sera come un mulo senza fermarsi, nudo e tutto sporco. Quando parla di quel periodo
piange, ma signurì piange con i singhiozzi, chissà...» (Elisabetta Auricchio).

«I tedeschi man mano che si ritiravano verso Capodimonte trasformavano questo luogo in un vero e proprio campo di battaglia, da lì sparavano
sulla città sottostante. Mentre si ritiravano prendevano anche dei prigionieri. Fu anche la volta di mio fratello Antonio. Io e mia madre la quale
era molto coraggiosa andammo a piazza Dante dove c’era il concentramento dei mezzi che si dovevano ritirare con gli ostaggi e ci accostammo
ad un capitano tedesco e gli chiedemmo se poteva ridarci Antonio, visto che era ancora piccolo per fare la guerra. Il capitano rispose: gut e se ne
andò. Mia madre non si arrese e andò da un altro capitano e lui rispose: se potete riportarvelo a casa, fatelo, perché tutti questi ragazzi che
vedete qui non torneranno mai più a casa. Mia madre, nonostante nel frattempo giungevano davanti a lei altri tedeschi, riuscì a prendere mio
fratello e portarlo a casa» (Rosa Fusaro).

«Ereme tutte povere, tutte popolane. Ce stevene gente istruite, perbene, ma chille se facevene e fatte loro... E po’ chelle ca è state na cosa
impressionante è stata a cacciata de tedesche. Allora finì a guerra e ce furene e quattro giornate. E allora tutte e giuvene fina a vent’anne se
ievene annascunnenne. Dicevene sule e giuvene fine e vent’anne pigliavene, invece ce fuie nu mumente tutte l’uommene se pigliavene e tedesche
e allora nu iuorne vennero all’improvviso int’a strada mia. Allora u marite mie nun teneva aro se nasconnere, piglie e allora o mettetteme ’ncoppe
o liette. Ie steve int’u basce, loro quattro o cinque cu due fasciste pure vicine, pigliaiene o zi Vicienze, siccome chille aveva avuto cinque morti in
famiglia, aveva cinque stelle in petto. Ogni morto sarebbe una stella? Sì. E allora une ’e chille vulette domandà: cher’è? Facette segne. E isse
ricette ca nu bumbardamente americane e cose. Allora ricette: u bumbardamente e fa ceve segne... e cose. Loro n’avettene pena e o rilasciaiene.
Chistu fatte mentre camminavene davanti a casa mia. Pe’ parlà cu chille nun guardaiene rinde a casa mia, si no su pigliavene. Chille coppe o
liette accussì. E nun sacce comme se salvaie. Nel salire ce steve nu portone a rimpette a me e iettere inta chillu portone, se pigliaiene a nu
gi ovane, ad un bravissimo giovane e su purtaiene, e chissà a fine ’e sto giovane ca fatte. Uno e n’ate e duie e se pigliaiene. Pigliavene accussì...
ma chille e giuvene ievene scappanne tuorne tuorne, ievene scappanne, però prima ca se rivoltaiene e quattro giornate. Ca e sparaiene perché
po’ se sfasteriavene e facettene nu complotte e nu iuorne prennettere nu tedesche mieze a Carità e dui giuvene o sparaiene. Cheste fuie a
scintilla, ca u sparaiene, fui na cosa pe’ tutt’o quartiere. Na rivoluzione. Scennevene tutte quante ch’e bombe a mane, ch’e pistole, cose... [...]
Murerene e giuvanotte pure. Une ’e diciotto anne vicine a Rinascente, n’atu giuvene a piazza Carità»56 (Anna Lobascio).

Una grande epopea: la fuga dai rastrellamenti. Qui i ricordi della città sono infiniti e comuni a tutti. Perché tutti, tranne quei 150 citati dal
proclama tedesco, scapparono, e pressoché tutto il resto della popolazione si prestò ad aiutare i fuggitivi. La solidarietà è ricordata con grande
semplicità, come un atto naturale, nell’ordine delle cose. Nessuno pensa di avere fatto o visto fare un atto eroico. L’immagine della madre che si
porta via il figlio, già in fila per essere deportato, non ha nulla di retorico: con la più grande naturalezza se lo prende e se lo porta a casa. Sono le
donne le maggiori protagoniste e narratrici dell’epopea. Ogni botola, ogni soppalco, ogni soffitta, ogni nascondiglio era zeppo di uomini. I
racconti spesso accomunano le varie fasi: uccisione di marinai, incendi, distruzioni, rastrellamenti occupano indistintamente tutto il mese di
settembre senza soluzione di continuità nella memoria. Ma nella maggior parte dei casi i rastrellamenti e la fuga preludono, nella narrazione, alla
rivolta armata vera e propria, come, ad esempio nell’ultima testimonianza riportata. «Pigliavano così. Ma i giovani andavano scappando
tutt’intorno, andavano scappando, ma prima che si rivoltassero le quattro giornate [...] Fu una scintilla, fu una cosa per tutto il quartiere, una
rivoluzione, scendevano tutti quanti con le bombe a mano, con le pistole...» È bellissima la frase usata da Anna Lobascio: spararono perché «si
sfastidiarono». È difficile rendere in italiano il senso di sfastidiarsi, significa scocciarsi, ma insieme implica un’idea di leggerezza, di sufficienza, e
il passaggio all’azione diventa un fatto naturale, privo dei connotati dell’eroismo.

Luigi Giovansante, marinaio, arrivò a Napoli proprio quando iniziavano i rastrellamenti. «Appena arrivato a casa in via Discesa Sanità, le donne
gridavano: i tedeschi, i tedeschi se stanne piglianne e giuvene, se stanne piglianne e giuvene! Currite, currite! Manco dopo un’ora, due ore, mi
sono trovato sotto terra. Qua ci sono delle botole sotto a un palazzo. C’era un portiere, per salvarci ad una ventina di noi tutti giovani ca steveme
ccà, c’ereme sbandati, con una fune ci hanno portati giù e siamo stati sette, otto giorni sotto terra e loro ci davano il mangiare da sopra. Ci hanno
murato pe’ nun facce veré dai tedeschi e poi la parola d’ordine era: se noi spegniamo la luce, state zitti non parlate; se facciamo tutu, state zitti,
stanno i tedeschi in giro. Pecché e tedeschi andavano in giro ie e vedevo. Mandarono un bando e tedesche che dovevamo andare a piazza Dante e
portare il cucchiaio e una scodella, c’erame purtà appresso perché c’erane purtà in Germania. Dopo otto giorni che siamo stati laggiù hanno
gridato: Uscite! Uscite! Stanno minando il ponte. E stavano qua sopra qua, questo ponte qua sopra. C’era un buco per terra e c’erano due
tedeschi che stavano mettendo una bomba, perché dovevano far saltare questo ponte. Loro, siccome noi stavamo là sotto, dice: chisto mo cade o
ponte e rimanene là sotto là. E ci hanno fatto uscire. Nell’uscire c’erano parecchi uomini più grandi di me che erano armati. S’anne pigliate e
fucili, s’anne mise qua sotto ed hanno ammazzato... della quale incominciò le quattro giornate. E a capa di questi, di questi che ammazzarono i
tedeschi, era quella... C’è la lapide qua, comme si chiamava? Lenuccia [risponde la moglie]»57 (Luigi Giovansante).

Man mano che queste storie venivano alla luce il mio stupore cresceva. Come è possibile che i partiti antifascisti a Napoli (e in generale nel
Mezzogiorno) non si siano fatti carico di tramandare, di portare alla luce memorie così vive, episodi così intensi di solidarietà? Come avvenne per
altri episodi della guerra, l’esperienza fu vissuta a livello individuale e di gruppo, ma non assunta nella narrazione pubblica sia a livello locale sia
a livello nazionale. Eppure la solidarietà alle vittime, la disobbedienza, la resistenza attiva al nazismo avrebbero potuto a tutti gli effetti comparire
tra gli elementi del discorso nazionale che legittimava lo stato emerso dal 25 aprile e contrastare l’immagine di un Mezzogiorno qualunquista che
determinate forze avevano interesse a mostrare.

Emerge uno scarto fortissimo tra classi dirigenti e popolazione: le istituzioni crollavano, non riuscivano a proteggere i cittadini, confermavano ciò
che tutti avevano potuto sperimentare in anni di guerra con soldati mandati allo sbaraglio, abitanti delle città senza rifugi e senza cibo, e cioè
l’incapacità, il pressapochismo, lo scarso senso di responsabilità della classe dirigente del momento. Alle istituzioni sopperirono, secondo una
tradizione radicata nella società italiana, le famiglie e le reti informali di vicinato e di amicizia. Ovviamente fu una conferma e un rafforzamento di
tali strutture, fenomeno che probabilmente avrebbe influito negli anni a venire. Forse, in una certa misura, questa distanza spiega anche l’oblio
successivo da parte della classe dirigente di destra come di sinistra, con poche se pur lodevoli eccezioni.

Insieme ai rastrellamenti cominciò dunque quella che viene ricordata come la vera e propria insurrezione.

I massacri

Sarebbe estremamente riduttivo ricostruire il settembre napoletano soltanto dal punto di vista dei combattenti. In realtà per tutto il mese si attuò
una violenza indiscriminata contro la popolazione civile, violenza che è passata sullo sfondo nella ricostruzione delle quattro giornate.58 Gli eventi
che si verificarono il 12 tra piazza Borsa e l’università, ripercorsi nelle pagine precedenti attraverso la documentazione tedesca e alcune
testimonianze, ci hanno mostrato alcune dinamiche delle ritorsioni. La misura più immediata e più utilizzata fu il cannoneggiamento delle zone da
cui provenivano spari o da cui si diceva che provenissero. Si giravano i carri armati e si puntavano i cannoncini verso le abitazioni civili e le
strade. Lo abbiamo letto nei documenti tedeschi. Ne abbiamo ampia testimonianza dai racconti.

«Questi carri armati scesero per via Pessina! Io stavo su un terrazzo a via Bellini, dove abitavo da un anno e mezzo e verette sti carri armati che
scendevano, ma mi devi credere, quando verettene i cannoni... perché poi loro buttavano na cannonata al vicolo Bagnara, perché ce stevene dei
partigiani coi fucili che sparavano... – Ce ne era uno chiamato o Pazzignano, allora cosa fece? Sparò un colpo di fucile contro un carro armato,
quello girò o cannone e sparaie dinte a chillu viche e morir ono quattro o cinque persone di una famiglia, che erano i portieri i stu palazzo... vico
Abbagnari ... sa il Bar Messico dove sta a piazza Dante? Affianco ci sta il giornalaio e vicino ci sta nu vicolo, là dentro e morirono quasi tutta la
famiglia, perché stavano fuori al palazzo per vedere sti carri armati che passavano»59 (Michele Lubrano e Vincenzo Sanno).

Vincenzo Sanno, lo stesso testimone che assistette al massacro della famiglia ferma nel vicolo, rimase poi gravemente ferito dalle cannonate
sparate sulla città dai tedeschi in ritirata.

«Poi dopo si so’ fermati sulla Specola, a Capodimonte, dove sta l’osservatorio e da là sparavano nella Sanità. So’ stati diversi giorni su alla
Specula a sparare... – E buttavano i colpi di mortai... E arrivò una a via Ruvo, c’era una salumeria, c’era la gente in fila, che è morta anche una
cugina di mia mamma... [...] Mi trovavo anch’io là. Mio padre... c’era una fila che davano un po’ di farina, pasta, allora mio padre, che aveva un
braccio in meno, o mettettene là, dicette: io non appena tu entri... Io stavo proprio all’angolo della strada e tenevo una tuta di macchine addosso,
di quando facevo o meccanico, e quando hanno buttato questi colpi di mortai appresso... È stato proprio il 1° ottobre. Il quarto giorno delle
quattro giornate, no? Sì, sì, la venuta degli americani, gli americani aspettavano che gli italiani i ievene a piglià c’a mano, anche perché da
Salerno che venivano, dice: entrate che nun ce sta cchiù nisciune! Perché i tedeschi hanno incominciato a bombardare con questi colpi di mortai?
Hanno fatto i morti a non finire, perché poi e mortai non è che miravano un posto preciso, li scagliavano nella città... E allora io mi trovavo
all’angolo di questo negozio, nu colpo i mortaie andò a finire di fronte e fui ferito, perché il colpo di mortaio, lo spostamento d’aria, fui ferito in
petto, alla gola, alla gamba sinistra, al torace e così feci un girotondo e a mio padre poi nun l’aggia viste cchiù, andai a terra e mia madre: figlio
mio! C’erano due sorelle mie, Elena e Maria, che allora una era del ’35, n’ata ro ’32, figuratevi! Quanti anni tenevano? Una teneva sette anni,
un’altra teneva dieci anni... comunque mi accompagnarono in un palazzo... dicevano che là c’era un pronto soccorso, dove c’è quella statua di San
Gaetano, vicino alla Galleria Principe di Napoli, dice che c’è un medico che dice portatelo all’ospedale... Erano verso le nove del mattino. E poi
assieme a un’altra ragazza che hanno preso ci hanno messo sul carretto e ci hanno portato, in quel momento una macchina con una croce rossa...
questa ragazza... stavamo proprio mano e mano tutti e due... teneva proprio tutto o cranio sollevato, dice: nun te preoccupà, chille me
l’azzeccano. Proprie accussì, le ultime parole i chestaccà.60 E fummo messi in questa macchina, andammo agli Incurabili e me mettettene
ammieze i morti a me, poi io incominciai a muovermi e passò una suora: c’è un ragazzo qui che si muove, aiutatemi! Mi alzai allerte, me mettette
vicine a veste e la sporcai piena di sangue a quella suora vestita bianca... Accompagniamo a questo ragazzo in infermeria. Così mi medicarono il
collo, il braccio, l’avambraccio... C’erano molti feriti? Sì! Un sacco di feriti. Poi venne mia madre: o figlio mio dove sta? – Al primo piano! Appena
venette mio padre al primo piano io stavo dint’o letto, l’unico letto lo occupai io, ve nne una commissione americana, dopo un paio d’ore, perché
noi stavamo senza acqua, e formiche camminavano pe’ sopra i letti e s’intromettevano nelle ferite, nun teneveme da bere, perché avevano minato
tutti gli acquedotti i tedeschi prima di andar via. A questo punto sta commissione americana portarono delle casse d’acqua e si cominciava a
distribuire, non appena distribuettero l’acqua dei cecchini da sopra là sparavano, gli americani ch’e pistole rispondevano alle armi, i familiari a
me me pigliarono e me purtarene sott’o letto. Il giorno dopo io fui trasferito per amicizia dei miei e fui trasferito al Loreto a via Crispi, il 2
ottobre. [...] io sono una vittima civile proprio, non so’ partigiano» (Vincenzo Sanno).

Altrove la violenza è più sistematica e si attua secondo la logica della rappresaglia, come nel caso delle esecuzioni dei Camaldoli, di piazza Borsa,
dell’università e di Teverola. La rappresaglia più sanguinosa avvenne a Ponticelli.

Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, comune socialista all’inizio degli anni venti – lo abbiamo già ricordato –, era entrato solo
nel 1930 nella cerchia della città. A ridosso della zona industriale, aveva subito terribili bombardamenti con centinaia di morti. Fra il 23 e il 27
settembre erano stati catturati e deportati in Germania moltissimi giovani. I soldati infierivano sul territorio facendo razzia di beni. Il 28 avevano
vuotato un negozio di coloniali portando via sei quintali di zucchero, ottantadue bottiglie di marsala all’uovo, quattro damigiane di vermouth, un
quintale di surrogato di caffè... Nel cortile di un’altra casa si erano impossessati di un maiale. Avevano saccheggiato, a parecchie riprese tra il 13
e il 29 settembre, la Scuola Pratica di Agricoltura portando via «un pianoforte, un apparecchio radio, un grammofono, una macchina da scrivere,
un fucile da caccia, un lettino completo di materassi e coperte, oggetti vari di cancelleria, due poltrone, tre sgabelli laccati, due tavoli laccati, un
apparecchio telefonico, cinque suini, ventisei colombi, un cassone pesa maiali, sei chili di patate».61

Come nel resto della città il conflitto era dunque cominciato subito dopo l’armistizio, ma si fe ce intensissimo in quei fatidici ultimi giorni di
settembre. Gli scontri armati furono particolarmente aspri. È in questo quadro che si situa la rappresaglia del 29 settembre. Ne possiamo
ricostruire in parte la dinamica grazie all’inchiesta che nel 1945 condussero i carabinieri.

Il 29 settembre gli scontri armati erano iniziati al centro del quartiere, o paese, come erano usi ancora chiamarlo gli abitanti, sulle vie principali,
via Napoli e via Principe di Napoli. Qui ci furono i primi morti, fra cui anche due donne, scese in strada per aiutare il marito e padre.

«Il giorno 29 settembre 1943, assieme ad altre persone, tutti armati di moschetto 1891, ci aggiravamo nelle adiacenze di via Napoli e via Principe
di Napoli, quest’ultima strada di mia abitazione, allo scopo di combattere i tedeschi, i quali, con due autoblinde si erano appostati all’imbocco
della via Principe di Napoli. Giunti a contatto di fuoco incominciammo a sparare contro. Poiché i tedeschi reagivano con i pezzi delle autoblinde ci
disperdemmo e io riparai in casa mia dove trovavasi mio padre, Aprea Umberto, mia madre e altre persone. Vistici sparire, i tedeschi cessarono il
fuoco, così, rassicurato, uscii nuovamente sulla strada, seguito da mio padre, il quale si era armato di altro moschetto che deteneva in casa. Usciti
che fummo, verso di noi fu indirizzata una scarica di mitraglia e mio padre fu colpito al p etto decedendo sull’istante» (testimonianza del figlio
Saverio Aprea di ventun anni. Il padre aveva quarantasette anni).62

«Il 29 settembre 1943, verso le ore 11, un gruppo di patrioti di Ponticelli era sul punto di venire sopraffatto da forti forze tedesche quando mio
padre, Coppola Gennaro, sentito il grido di aiuto di uno dei patrioti uscì sulla strada armato di pistola e in quel mentre venne colpito da due colpi
di mitraglia sparati dai tedeschi nascosti poco lontano. Mio padre decedette sull’istante e solo dopo due giorni fu possibile portarlo al cimitero»
(testimonianza del figlio Antonio Coppola. Il padre aveva quarantanove anni).

«Il 29 settembre, mio figlio Tammaro Alessio, approfittando di una apparente sosta della lotta che sostenevano i patrioti contro i tedeschi, usciva
da una casa dove si era riparato per diverse ore, quando veniva colpito alla schiena da una mitraglia partita da un gruppo di tedeschi appostati in
un portone all’inizio di corso Umberto I. Mio figlio decedette sull’istante e il suo corpo fu portato da una ragazza, anch’essa rimasta ferita al
momento che gli porgeva aiuto da un’altra scarica, in un terraneo vicino» (testimonianza del padre Alfonso Tammaro. Il figlio aveva ventitré anni).

«Addolorato perché i tedeschi il 24 settembre avevano razziato mio figlio Emilio, mio marito, il 29 settembre seguente, visto che i patrioti
iniziavano i combattimenti contro l’invasore decise di prendere parte alla lotta e uscì di casa prendendo parte a diversi combattimenti. Durante
una di queste lotte rimase ucciso» (testimonianza della moglie Carolina Salvati. Il marito, Ciro Giordano, aveva quarantaquattro anni).

«Verso le ore 14 del 29 settembre 1943, in Ponticelli, alla via Napoli, strada di mia abitazione, insieme ad altre persone sparavamo contro gruppi
di tedeschi appiattati allo sbocco di via Napoli, e precisamente all’imbocco di via Argine, quando per il sopraggiungere di ingenti rinforzi con
numerose mitragliatrici dovemmo scappare e così mi rifugiai in una campagna limitrofa al paese. Dopo alcune ore e durante una relativa calma,
mi fu detto che mia moglie, Santoro Amalia e mia figlia adottiva, Granilo Rita, erano state ferite durante il combattimento che poco prima
avevamo avuto con i tedeschi. Subito mi recai sul posto e constatai veritiero quanto mi era stato detto: mia moglie giaceva supina con una scarica
al petto e mia figlia bocconi colpita al fianco, al piede e al gomito ma non ancora mort a. Cercai di porgerle tutte le cure ma dopo poco anch’ella
spirò. Al momento del combattimento che avevamo con i tedeschi mia moglie e mia figlia si trovavano in casa, ma poiché, dalla finestra avevano
notato l’avvicinarsi di numerose truppe allemanne le quali ci avrebbero preso alle spalle, scesero in istrada per avvisarci e sulla strada furono
colpite allo stesso tempo da una scarica» (testimonianza del marito e padre adottivo Mario Altobelli di quarantasei anni. La moglie aveva
quarantaquattro anni, la figlia sedici).

«Il 29 settembre 1943, verso le ore 11, uscii di casa per provvedere del cibo ai miei parenti nascosti per evitare la cattura dei tedeschi i quali
imbestialiti della lotta che dovevano sostenere contro i partigiani, ferocemente ammazzavano chiunque capitava sulla loro strada. Giunta che fui
in contrada Santa Rosa, località di Ponticelli, trovai ferma sulla strada una camionetta tedesca, senza nessuno a bordo, sulla quale vidi delle casse
scoperchiate contenenti delle bombe a mano italiane, pensai di prenderne allo scopo di portarle ai miei parenti. Nel mentre che allungavo le mani
vidi sbucare, lontano un cento metri, due tedeschi da una siepe i quali appena mi scorsero puntarono contro di me le armi. Impaurita mi diedi alla
fuga e i tedeschi mi esplosero contro una raffica di mitraglia colpendomi al ginocchio destro. Noncurante del dolore atroce mi diedi a correre
mentre i tedeschi mi indirizzavano nuovamente altra scarica dalla quale rimasi immune. Non so perché i tedeschi non mi inseguirono, posso
solamente dire che quando correvo udii una fitta fucileria; forse i tedeschi erano stati attaccati dai partigiani e per difendersi non pensavano
certamente ad acchiapparmi. Dopo fatto un trecento metri caddi per il tremendo dolore e fui raccolta da una certa Maria adagiandomi su due
sedie, poscia si recò ad avvisare i miei e mio padre venne con un carrettino, mi trasportò a un pronto soccorso a Cercola, poi all’Ospedale degli
Incurabili in Napoli, dove rimasi per tre mesi» (testimonianza di Sirina Angora di diciannove anni).

Queste prime testimonianze aprono squarci suggestivi sugli eventi che si stavano svolgendo per le strade di Ponticelli: molti uomini armati di
bombe a mano e di moschetti che combattono per le strade accanto alle loro abitazioni, padri e figli che lottano insieme, donne che porgono aiuto,
madre e figlia che muoiono per avvisare il loro caro che stanno arrivando i tedeschi, la ragazza sconosciuta che si prende cura del corpo del
giovane ucciso, una ragazza ferita mentre porta cibo agli uomini nascosti. Sono tracce chiare di una lotta popolare, che si sviluppa a partire dai
rapporti di vicinato e di quartiere, come accade, lo vedremo fra breve, al centro della città.

«Mo, steve nu fratello ro mie, pur’isse ere do 16, tanne pur’is se ere militare, ere fatte l’Africa, allora steveme ccà sotte tutti quanti, mo quanne
s’è fatte il giorno 27 siamo usciti fuori... chille e tedesche, tutte e colonne tedesche ca venevene ra Napule, tutta via Argine, vicin’o cimitero,
annanze o cimitero, arrivate ’ncopp’o ponte ccà, aro sta Gesù Cristo, e monache... giravene a sinistra e se ne ievene a Taverna Nova e ievene a
Secondigliano, ievene a Casalnuove, Pomigliano D’Arco e se ne ievene a chella parte llà, stavano in ritirata. Allora ’ncopp’a chiste attiche ccà, ca
teneveme ’ncoppe ccà, saglieveme ccà ’ncoppe così... pum pum... sparaveme... Allore mo acoppe llà sparave e tedesche ca se ne fuievene... chille
allà sparavene pure a nuie, però ereme incosciente tanne... Un amico nostro, u frate ’e Vittorio, chille nun ascette fore? Allore mentre si sparava,
chille arapette pe’ dint’o balcone p’accirere e tedesche... pum... o sparaiene a inte llà e murette. Bellu giovane... Mio fratello ere cchiù evoluto,
cchiù bravo, in Africa ere caporalmaggiore, avieri scelti, teneve o cumando, allora pigliaie na motocicletta ai tedeschi se mettette acoppa, pecché
sapeve gglì acopp’a motocicletta: allà stanne e tedesche... po’ vanne llà... tu fa lloche... po’ facimme ccà... Incoscientemente... chille pure n’ate
fratello ro mie ca pur’isse ieve annanze e arete, però nun ce alluntanaveme, ie nun me so maie allontanato a chesta zona accà, da Ponticelli. [...]
Teneveme acoppe l’attico ccà, teneveme proprie e spaccate pe’ guardà e tedesche quanne venivene... Allore quanne arrivaiene ccà ’ncopp’o ponte
’e Gesù Criste, nuie sparaveme... ere na bella vedetta, appena vereveme l’autocolonna ca veneva, chilli po’ erena girà... e facemmo tre prigionieri
tedeschi»63 (Gerardo M.).

Come tutti i quartieri industriali del tempo, Ponticelli era immerso nelle campagne e i suoi abitanti erano in parte operai e in parte contadini. Via
Ottaviano, la via che conduceva verso Cercola, il paese confinante, dove di lì a poche ore si sarebbe svolta una vera e propria rappresaglia, era
costituita da due file di case con i cortili che davano sulla campagna. Dalle vie del centro i combattenti si spostavano verso i campi. Qui avvennero
altri scontri e cominciarono le uccisioni sistematiche.

«Mio padre e mio fratello mentre per le campagne limitrofe alla nostra abitazione si avviavano, con altri patrioti di Ponticelli, per prendere alle
spalle dei tedeschi appostati in un frutteto, furono sorpresi da altre forze germaniche e fatti segno a diverse scariche di mitragliatrice. Invano
cercarono di disperdersi, furono entrambi uccisi compreso altro patriota che non ricordo il nome. Posso dire che mio fratello era armato di un
moschetto e mio padre di bombe a mano, quando la mattina del 29 settembre 1943 erano usciti di casa per unirsi ad altri patrioti» (testimonianza
di Giuseppina La Rocca, figlia e sorella di Giuseppe La Rocca di quarantasette anni e di Ulderico La Rocca di diciassette anni).

«Verso le ore 13 del 29 settembre un gruppo di partigiani di Ponticelli si presentò davanti a casa mia con lo scopo di combattere i tedeschi. Mio
fratello Vincenzo, spinto da amor patrio, uscì in istrada per unirsi ad essi. In quel mentre provenienti da Cercola, comparvero parecchi tedeschi a
bordo di autoblinde, i quali aprirono un nutrito fuoco contro i patrioti. Io scappai in casa e quando ne uscii rinvenni mio fratello ucciso»
(testimonianza di Carmela Aprea sul fratello Vincenzo Aprea di quarantacinque anni).

«Il giorno 29 settembre 1943, mio marito Migliaccio Vincenzo fu trovato armato di bombe a mano dai tedeschi, nel domicilio di Malasomma Luigi
mentre curavano un ferito. I tedeschi, fatta allontanare la moglie del Malasomma, procedettero al massacro dei tre con lancio di bombe a mano.
Trovai mio marito rantolante in casa del Malasomma, egli mi disse che i tedeschi li avevano uccisi con bombe a mano» (testimonianza della
moglie Carmela Annona. Il marito aveva quarantasei anni. La terza vittima non è stata identificata).

«Verso le ore 16 del 29 settembre 1943 un gruppo di patrioti, tra i quali si trovava mio fratello Porricelli Luca, fu fatto prigioniero e
immediatamente passato per le armi. Non conosco gli altri fucilati, in tutto potevano essere otto persone. Solo assistetti alla esecuzione nascosta
dietro un muro. Dopo parecchie ore potemmo portare la salma in casa e non prima perché i tedeschi erano rimasti sul posto e minacciavano con
le armi chiunque si accostasse» (testimonianza della sorella Antonietta Esposito. Il fratello aveva ventidue anni).

«Il 29 settembre durante i cruenti combattimenti contro gli invasori, un gruppo di tedeschi si presentò ad un ricovero in via Ottaviano e
impadronitisi di sei persone, tra le quali si trovava mio figlio, Grieco Enrico, li fucilarono addosso a un muro antistante il ricovero. Poiché mio
figlio non era ancora spirato, uno dei tedeschi con una baionetta, gli staccò la testa dal busto. Mio figlio apparteneva a un gruppo di patrioti della
zona ed aveva preso parte a diversi combattimenti». (La madre Francesca Esposito testimonia alla stazione dei carabinieri di Ponticelli, l’8 aprile
1945. Enrico Grieco aveva tredici anni).

Queste prime esecuzioni sono strettamente legate allo scontro armato. E sono particolarmente efferate: la testa staccata del ragazzino, gli uomini
uccisi con le bombe a mano che essi avevano intenzione di usare contro i tedeschi. Poi la rappresaglia continuò colpendo nel mucchio tutti gli
uomini che si trovarono in via Ottaviano e nelle vicinanze in quel primo pomeriggio del 29 settembre 1943. E i modi in cui si diede la morte non
furono meno atroci.

«Mio marito lo catturarono e portatolo poco distante, nella campagna retrostante alcune abitazioni vicino alla mia, gli esplosero un colpo di fucile
al petto e poiché egli si lamentava, gli spararono altro colpo all’orecchio. Mio marito fu catturato dai tedeschi per rappresaglia poiché sul posto
poco prima dei tedeschi erano stati presi a fucilate» (testimonianza della moglie Carmela Potentino. Il marito Raffaele Panico aveva cinquantadue
anni).

«Il 29 settembre 1943, verso le ore 14, si presentarono a casa mia un gruppo di tedeschi, i quali preso mio marito lo portarono sul cortile
antistante la casa e lo passarono per le armi. Tanto per rappresaglia perché poco prima alcuni patrioti avevano catturato un loro automezzo
uccidendone gli occupanti» (testimonianza della moglie Benedetta De Concilio il 7 aprile 1945. Il marito Michele Cipolletti aveva
cinquantaquattro anni).

Vincenzo Gallinaro fu mitragliato dai tedeschi mentre stava tornando a casa da Napoli con un amico, che riuscì invece a scappare. Luigi Romano
fu sorpreso in bicicletta mentre cercava di raggiungere la sua abitazione, fu ferito al fianco con la baionetta e ucciso. Morirono giovani, vecchi,
ragazzi di tredici anni. Cominciarono con un’esecuzione di gruppo a casa Cocozza, sulla stessa via Ottaviano, ai confini con Cercola. Poi
proseguirono lungo la strada.

«Cercavano gli uomini, li portavano a pochi metri dalla loro casa in campagna e li uccidevano con un colpo alla nuca. [...] Circondarono con i
mezzi corazzati, poi loro scesero... Per intimidire così... Poi entravano nelle case, nei palazzi, portavano via e sparavano» (Aniello Borrelli). «Gli
davano il colpo dietro alla nuca e poi li scannavano, con la baionetta, al collo. Mio suocero l’hanno ammazzato dietro a una salumeria, dove ora
sta il tabaccaio di fronte... L’hanno sparato. Visto che non era finito l’hanno sgozzato con una baionetta... Ma a diversi l’hanno fatto... Come si fa
con i maiali» (Nino Ascione). «Sul marciapiedi si fecero i fossi e i fossi erano pieni di sangue» (Pasquale Sannino). «Alla fine è stato dato incarico
a due persone di raccogliere i corpi a palazzo Cocozza... Al tempo c’era un vialone... Furono incaricati un padre e un figlio con una carrettella a
mano di prenderli e di portarli lì, furono accumulati. Non furono fatti i funerali, ognuno si andò a cercare il proprio morto... Poi con delle casse di
legno così approssimate... Una benedizione del prete...» (Aniello Borrelli).

Teresa Sannino ricorda ancora il corpo e la testa sfracellata di Gennaro C., che non volle nascondersi per aspettare la moglie che lavorava alle
Manifatture Tabacchi ed era in ansia per lei. E ricorda una donna pietosa che cercava di ricomporre il corpo, di raccogliere le cervella che si
erano sparpagliate sul marciapiede, prima che arrivasse la moglie dal lavoro. Poco distante, a San Pietro i soldati entrarono in un’altra masseria.

«Si chiamava Luchino. Mia madre, dal balcone che affacciava nel cortile, vide Luchino che osservava i tedeschi che facevano operazioni di razzia
e gli urlava: Luchino scappa, scappa, questi ti prendono, scappa scappa. Allora fiducioso questo giovane dice: no ma a me non mi fanno niente. E
invece lo presero e lo fucilarono senza misericordia. Lui non aveva fatto niente in realtà, aveva commesso l’imprudenza di stare lì a guardare
questi tedeschi e invece quelli lo fucilarono senza pensarci due volte» (Gaetano Di Porzio).

La testimonianza più struggente è quella di Maria Borrelli, figlia di Raffaele. I suoi genitori erano contadini e avevano quattro figli. Quel giorno il
padre era a lavorare la terra, la mamma aveva messo sul fuoco una pentola di fagioli e aspettava il marito, che non arrivava... Allora si
addormentò, così, all’improvviso, con il capo chino sulla tavola e lui le apparve nel sonno. «Carmè m’hanno ferito... Non aver paura, m’hanno
soltanto ferito». La madre scese in strada, corse verso via Ottaviano e se lo trovò davanti morto a terra, proprio sull’angolo della via che portava a
casa (Maria Borrelli).

A via Ottaviano tutti si conoscevano. La contrada era una grande famiglia. Il lutto dunque fu generale. «Era tutto un lamento, un pianto...
Dall’inizio della strada fino a Cenzi dell’arco... Piangevano tutti perché tutti c’avevano qualche parente ucciso...» (Armando Sorrentino).

Il giorno successivo, con gli alleati alle porte, la gente avrebbe operato anch’essa una sua rappresaglia, linciando il segretario locale del fascio.

I testimoni: racconti e pratiche dello spazio

Quella di Ponticelli è una scena corale, non dissimile da quella che possiamo ricostruire e immaginare al centro della città. Proviamo a penetrare
nell’atmosfera di quei giorni, nelle strade, nei vicoli, nella testa della gente che vi partecipò.

«Io abitavo in via Cristallini, a via Cristallini è sorto questo nucleo e c’era questo sottotenente di cavalleria che era un disertore, Lembo, e abitava
in uno dei primi palazzi a sinistra di via Cristallini, salendo da piazza Vergini. Con l’8 settembre, l’esercito sbandato, lui quando c’è stata
l’insurrezione è stato uno di quelli ad organizzare perché poi è stato il nostro comandante. Ha organizzato questi gruppi, si è sparsa la voce e si è
fatta sta barricata. Poi c’era un sottufficiale, Di Giovanni, che abitava in via Cristallini, e questo sottufficiale ha fatto da vicecomandante. Io mi
sono unito, ho visto che si cominciava sta barricata. La barricata era stata messa all’ingresso di via Cristallini, all’imbocco c’è un vicoletto, lì fu
eretta la barricata con i materiali presi dai palazzi crollati, perché c’erano dei palazzi che erano stati bombardati. [...] Noi combattevamo per la
difesa della strada, dei quartieri... poi ci stavano altri gruppi verso la Sanità, verso la Stella. I contatti erano a voce» (Antonio Amoretti).

Cerchiamo di entrare nella dimensione della lotta, seguendo sul territorio le tracce descritte dai testimoni: le aree dei combattimenti, i luoghi
dove vennero erette le barricate, i personaggi... L’insurrezione può così essere letta come un’azione eccezionale che nasce però in uno spazio
vissuto ed elaborato ogni giorno, nelle pratiche ordinarie.64 Il vicinato fu la struttura di base su cui vennero costruite le bande, uno spazio sociale
denso in cui circolavano velocemente le notizie e si articolavano le decisioni. «Abbiamo cominciato tutti i ragazzi a sentire, a mormorare: stanno
venendo, se ne sono scappati, i fascisti se ne sono scappati. Mussolini forse non c’è più, i soldati stanno tornando. Si creava questa cosa per tutto
il quartiere. Il popolo la portava questa voce, i soldati che tornavano e scappavano dalla prigionia e venivano qua, ognuno raccontava qualcosa
perché non c’era telefono, non c’era radio, non c’era niente...» (Ernesto Minino).

I combattenti usarono in modo adattivo lo spazio cittadino: un groviglio di vicoli, attraversati da poche vie di transito, assediate esse stesse dai
quartieri sovraffollati. Su queste vie convergevano le innumerevoli bande dei vicoli che altrettanto velocemente rifluivano nei quartieri di
appartenenza, dopo aver attaccato i tedeschi. Alla confluenza delle strade si organizzavano anche azioni comuni e si diffondevano le voci. Le
prime barricate vennero costruite agli sbocchi dei vicoli; poi vennero spostate al centro delle strade per impedire il passaggio ai carri armati.

Ecco la descrizione di un’altra barricata nel quartiere di Materdei (circoscrizione di Avvocata): «Io, mio padre e gli amici di mio padre facemmo
una specie di trincea prima del ponte dove sta quella scuola e facemmo una trincea, eravamo sei, sette, otto di noi e non successe niente, non
scesero. Poi incominciarono a scendere, prima delle camionette e a sparare e noi alzammo delle barricate a Santa Teresa sopra Santa Teresa,
verso Materdei, una a vico della Purità e una a Materdei. Presero i tram e formammo delle barricate» (Maddalena Cerasuolo).

Fu su questa barricata che venne ucciso, mentre tirava una bomba contro un carro armato, un bambino di undici anni, poi decorato con la
medaglia d’oro e divenuto simbolo, come vedremo, dell’insurrezione napoletana. Era il cugino della donna che racconta.

I parenti costituirono una delle cellule di base della lotta: padre e figlia, fratelli, cugini... seguendo la trama dei rapporti sociali della città, dove le
famiglie numerose costituivano punti di convergenza, di solidarietà per una vasta rete di rapporti.65 I soldati sbandati non napoletani si inserirono
in questi gruppi, vennero adottati dalla popolazione: alcuni combatterono, altri si nascosero nelle case della gente. Compaiono in moltissimi
racconti: nei soppalchi, nelle cantine, negli armadi a muro con i figli, i fratelli...66

Nei gruppi di combattimento possiamo riconoscere la stratificazione del quartiere, con i suoi leader, i suoi personaggi autorevoli. Il padre di
Maddalena Cerasuolo era cuoco di bordo sulle navi e poi gestore della mensa di una fabbrica, ma era soprattutto molto rispettato.

La rappresentazione della banda di via Cristallini alla Sanità è una fotografia di gruppo estremamente efficace: Antonio Amoretti, il testimone,
aveva allora sedici anni, era figlio di un tranviere e frequentava l’istituto commerciale. Il comandante del gruppo era il sottotenente di cavalleria
Lembo, personaggio descritto a tinte vivissime. «Il personaggio più significativo è stato il comandante, perché lui è stato l’animatore, Lembo,
questo tenente. Era ufficiale di cavalleria e per un periodo di tempo dopo la liberazione si occupò di rastrellare, di reperire i cavalli che erano
stati presi dai civili. Lui andava in giro con un altro di via Cristallini, un certo Ciro Bocchetti che era uno che s’intendeva di cavalli, e andavano
insieme a prenderli. Era un tipo simpatico, molto coraggioso, il pericolo lo affrontava facilmente. Mi ricordo questo comportamento sprezzante
del pericolo. [...] Anche ferito non volle farsi ricoverare, lo portarono all’ospedale Incurabili ma lui non volle rimanere ricoverato e tornò alla
barricata, stava su una poltrona e continuava a dirigere dalla poltrona perché non era in grado di camminare. Aveva la testa tutta fasciata, la
gola... e dirigeva ancora e comandava ancora». Poi troviamo ragazzi, soldati sbandati, altri uomini del quartiere. «La maggioranza eravamo
ragazzi, i ragazzi non pensano al pericolo, ma c’erano anche parecchi adulti. Poi mi ricordo un marinaio che aveva i suoi ventisei, ventisette anni,
portava ancora qualcosa di marinaio addosso ed era della zona lì. C’erano alcuni soldati sbandati che si erano aggregati e poi c’erano cittadini,
giovani militari che erano rientrati, anche padri di famiglia, perché lo stesso sergente Di Giovanni era sposato già allora». E vecchi antifascisti
della zona. «A Foria c’era Ciccio Lanza, vecchio antifascista, Vittorio, anarchico». Compare un uomo di rispetto. «Luigi Pappalardo che era uno
che quand’era giovane lui faceva parte della camorra, però stando in carcere aveva conosciuto dei comunisti e possiamo dire si era convertito ed
era diventato comunista, però era rimasto sempre un dritto ed era uno che nell’ambiente era abbastanza temuto, nell’ambiente popolare della
Sanità, era rispettato, era un uomo di rispetto, anche se lui aveva cambiato, era uno dritto». Intorno, secondo Amoretti, la maggioranza del
quartiere. «C’è stata questa massa di popolo perché oltre quelli che eravamo organizzati in gruppi comandati, i vari gruppi di antifascisti, era la
massa, erano anche le donne, erano tutti, anche coloro che poi ufficialmente non hanno fatto le quattro giornate, hanno collaborato, hanno
contribuito alla cacciata dei tedeschi. Si può dire che le quattro giornate a Napoli le ha fatte tutta Napoli, forse non ci doveva essere nemmeno il
bisogno di fare il riconoscimento dei partigiani delle quattro giornate. Questo dimostra che è stata una questione di popolo, non siamo stati solo i
quaranta, i cinquanta che stavamo alla barricata ma avevamo il supporto di tutti quanti i cittadini».

Nelle parole di Antonio Amoretti, come in quelle degli altri testimoni, le bande esprimono la stratificazione complessa del quartiere: una
stratificazione verticale che va dal personaggio di rispetto, al cuoco, all’artigiano, all’ufficiale, ai ragazzi di varie età. Ovviamente a questi si
aggiungono i vecchi antifascisti riconosciuti. Anche in questo caso i racconti orali trovano una incredibile conferma nella documentazione
d’archivio, che ci permette anche qualche altra osservazione significativa.

La più alta percentuale di vittime è costituita dagli operai e dai lavoratori manuali (30 per cento), a cui si possono aggiungere gli artigiani e i
piccoli commercianti (un altro 30 per cento). Poi troviamo, oltre ai militari che già sono stati citati, contadini e braccianti, agenti di pubblica
sicurezza, donne (19,16 per cento divise in casalinghe, sarte, operaie, orlatrici) e impiegati,67 che costituiscono pure una percentuale significativa
(13,63).

Due esempi. 1) Un gruppo di strade vicine nel quartiere di Montesanto all’interno della circoscrizione di Avvocata: tra il 29 e il 1° ottobre 1943
veniv ano uccisi due calzolai di venticinque e trentacinque anni, un commerciante di ventisette, un meccanico di trentaquattro e uno di
cinquantatré, un sottotenente del genio di trentadue, un marinaio di cinquanta, un salumiere di venti, un impiegato di cinquantasette, un
muratore di ventuno, un capogestore delle ferrovie di cinquantasette, un’impiegata di cinquantatré, una orlatrice di venti, una casalinga di
quarantuno, un adolescente di undici, che ritroviamo anche nella lista dei combattenti, e due bambine di nove e sei anni. 2) La zona compresa tra
via Carbonara, via Foria, piazza Carlo III, corso Malta, stazione ferroviaria, tra i quartieri del Vasto e dell’Arenaccia (circoscrizione di San
Lorenzo). Qui avvenne il più grande scontro fra napoletani e tedeschi per il saccheggio di un magazzino di viveri (piazza Carlo III), si verificò poi
il conflitto intorno alla caserma Garibaldi, ricordato nella documentazione tedesca, e vi si formarono alcune delle barricate più vive nella memoria
dei testimoni.68 Il 13 settembre, giorno del saccheggio, morirono un fattorino di quarantadue anni, una casalinga di cinquantaquattro, un
guantaio di trentadue, un uomo di sessantadue. Il 15 un’operaia di quindici anni, il 18 un venditore ambulante di diciotto, il 19 un uomo di
cinquant’anni. Il 24 settembre un operaio di sessantatré anni, il 27 un operaio di quaranta, il 28 un saldatore elettrico di venti e un bambino di
dieci. Il 29 il numero dei morti sale vertiginosamente, è l’apice dell’insurrezione: troviamo tra gli uccisi un cartonaio di trentanove anni, un
muratore di quarantadue, due venditori ambulanti di ventuno e venti (iscritti fra i combattenti), un’operaia di cinquantasei, un calzolaio di
cinquantasei (combattente), uno spazzino di quarantatré, un macellaio di trentaquattro (combattente), un impiegato di cinquantatré
(combattente), un ferroviere di trentasette, uno studente di sedici, quattro donne di cinquantacinque, cinquanta, quarantaquattro e quarantatré
anni, una giovane di diciassette, un pensionato di sessantadue (combattente), un uomo di quaranta di cui non viene indicata l’occupazione.

Emerge un quadro estremamente chiaro, quasi plastico: sono gli abitanti dei quartieri antichi che combattono a partire da un’identità territoriale,
per difendere lo spazio infranto della vita quotidiana. La maggioranza delle vittime risiedeva nelle tre grandi circoscrizioni di Avvocata (24,92 per
cento), San Lor enzo (19,59 per cento) e Stella (17,30 per cento), le tre aree più popolari, più densamente abitate e più antiche della città.69 Il
gruppo, estremamente articolato e complesso, non comprende, però, le fasce medio-alte della popolazione. Troviamo artigiani, commercianti,
impiegat i; non un avvocato, un professore, un dirigente compaiono fra le vittime, solo un medico, residente a via Salvator Rosa, nel quartiere
Avvocata, risulta mitragliato dai tedeschi il 29 settembre. Ma saranno questi poi a parlare dell’insurrezione, a esaltarla o svilirla, a costruirne
l’immagine.

I dati mettono in risalto la natura popolare dell’insurrezione e la distinzione nettissima tra le due parti della città: quella del grande centro storico
e quella dei nuovi quartieri operai e borghesi. Sembra proprio uno spazio sociale e geografico antico, simbolicamente ridondante, a favorire
l’insurrezione, che non ha invece momenti altrettanto visibili nei nuovi quartieri operai ridisegnati dall’architettura del regime fascista, quelli che,
secondo il modello marxista, avrebbero dovuto invece essere alla guida della rivolta antifascista. Ogni gruppo viene ricordato in relazione a una
strada, a un vicolo, a un quartiere: il gruppo della Sanità, di Materdei, dei Miracoli... I riferimenti spaziali espliciti rimandano ai quartieri della
città stabiliti nel 1779 (per il centro storico Avvocata, San Lorenzo, Stella, Montecalvario, San Carlo all’Arena, Vicaria) e ai più antichi
agglomerati barocchi che venivano connotati attraverso le chiese e i palazzi significativi: la Salute (Santa Maria della Salute), la Sanità (Santa
Maria della Sanità), Materdei (la chiesa di Materdei), i Miracoli (Santa Maria dei Miracoli), lo Spirito Santo (chiesa dello Spirito Santo), il Museo
(il grande palazzo del Museo Archeologico) ecc.70 Il quartiere sembra rievocare un’identità residenziale e di nascita, mentre l’area più
circoscritta di vie e vicoli addossati a una chiesa o a un palazzo storico emerge quando si descrive l’operato delle bande di combattenti. Questa
sorta di distinzione funzionale rimanda in parte alla costruzione sociale e spaziale delle azioni: l’aggregazione primaria si forma in un vicinato
stretto, che ha però un riferimento spaziale e simbolico antico. Qui può avvenire la costruzione di una banda coesa, riconosciuta e sostenuta dagli
abitanti, ma agile e veloce nello stesso tempo, in grado di muoversi poi nel quartiere più ampio e di agire con gli altri gruppi alla confluenza delle
strade più importanti. In effetti è il territorio vissuto della vita quotidiana che viene agito nella lotta. Viceversa si può dire che la lotta è possibile
proprio perché esiste questo luogo particolarmente vivo, dove già prima hanno potuto trovare spazio momenti di «resistenza ordinaria» al
tentativo totalitario del regime.71 Ed è una memoria antica fatta di esperienze tramandate e di riferimenti simbolici densi a riattualizzare e ad
adattare le pratiche dello spazio alla resistenza alle truppe tedesche.

È stata proprio l’incapacità di analizzare con mente libera questo spazio sociale, di coglierne le dinamiche interne‚ a impedire il riconoscimento
dell’insurrezione. L’insurrezione, per i suoi caratteri spontanei e per la sua dimensione territoriale (gli antichi quartieri cittadini identificati con la
plebe o il popolo minuto), è stata assimilata, come vedremo, alle cicliche rivolte napoletane, a loro volta descritte come esplosioni di rabbia
atavica, prodotte dalla miseria e dalla fame, secondo un modello ideologico che accosta meccanicamente uno spazio geografico barocco con
forme e obiettivi di lotta tipici di una società di ancien régime. In un suo libro Hobsbawm72 descriveva le città ideali per la sommossa e
l’insurrezione: erano densamente popolate, con una forte concentrazione abitativa nello spazio, non erano attraversate da grandi arterie
moderne, i centri del potere e le istituzioni erano inseriti nelle zone più popolose. E Napoli con le quattro giornate era proprio uno degli esempi
citati nel testo. Essa veniva accostata ad altre grandi città «sottosviluppate», ma anche a Parigi con l’insurrezione contro i tedeschi del 1944 e la
rivolta degli studenti del 1968, che si svolsero entrambe nel Quartiere Latino. In effetti possiamo pensare che la tradizione di rivolte cittadine
abbia fornito un modello d’azione e che questo modello abbia potuto agire entro quartieri la cui forma e i cui simboli si riproponevano nel tempo.
Ma sono stati i nnanzitutto le relazioni e gli scambi che animavano il quartiere, la memoria che vi si era costruita, a rendere possibile la
mobilitazione in una congiuntura eccezionale: spazi e relazioni furono attivati per nuovi obiettivi, i simboli piegati a diversi fini assunsero nuovi
significati. La rappresentazione oscura di «popolino» o di folla plebea si dissolve in questo quadro: emerge la complessità della stratificazione
sociale nei gruppi combattenti e la razionalità delle loro azioni. Torneremo su questo nelle riflessioni finali del capitolo, dopo esserci ancora
soffermati a percorrere dal di dentro lo spazio dell’insurrezione.

Autoritratti

I testimoni di oggi erano allora giovani o addirittura ragazzi, bambini. Ci rinviano dunque una particolare immagine di combattente, e di questo
dobbiamo ovviamente tenere conto. Non abbiamo, insomma, il racconto degli adulti di allora, che ci appaiono soltanto attraverso la memoria dei
loro figli o dei loro vicini più giovani.

L’autoritratto che i testimoni ci presentano è, nella maggior parte dei casi, quello di un leader naturale nel gruppo dei pari e, a volte, quello del
ribelle: ribellione all’ordine e alla disciplina che si può identificare nella scuola come nel genitore autoritario, e si indirizza poi contro l’ordine
fascista.

La causalità che lega le scansioni del racconto e le motivazioni che vengono annesse alle azioni sono in parte frutto di razionalizzazioni
successive, ma, certamente, il rifiuto del fascismo, oltre che nel logoramento della guerra, nella ribellione a una violenza considerata illegittima,
si radica anche nel rifiuto di una gerarchia e di un ordine imposti con la forza, nella irrisione di riti obbligati e retorici.

Antonio Amoretti nel settembre 1943 era un ragazzo di sedici anni, abitava in via Cristallini all’angolo di piazza Vergini, la piazza da cui si apre il
quartiere Sanità e che, attraverso uno stretto vicolo, comunica con via Foria e piazza Cavour, luoghi di transito tra i più importanti della città,
verso la stazione e l’aeroporto da un lato e verso il centro cittadino e i quartieri della collina dall’altro. A via Foria, a piazza Carlo III e al Museo,
tra piazza Cavour e via Santa Teresa si sono verificati gli scontri più importanti. Su via Foria si affacciava la caserma Garibaldi citata nel
documento tedesco, e alla fine della stessa strada, in piazza Carlo III, si trovava il Reale Albergo dei Poveri sede del magazzino dove – come
abbiamo già detto – avvenne lo scontro più drammatico fra popolazione civile e soldati per la spartizione del cibo.

Era figlio di un tranviere, da lui definito un «antifascista passivo». «Mio padre era ispettore all’ATAN, l’azienda tranviaria, era un tranviere. Mio
padre era un antifascista passivo. Gli ant ifascisti attivi erano quelli che andavano in galera, mio padre era passivo, non si mostrava, non andava
alle adunate, perché loro imponevano l’adunata. Nei miei ricordi di bambino, di ragazzino, mi è rimasto il terrore che ebbi una volta che mio
padre fu chiamato e anch’io perché ero inquadrato come balilla, avanguardista, perché andavo a scuola e chi frequentava le scuole era costretto a
fare queste adunate e io non ci andavo mai perché mio padre mi diceva di non andarci. E fummo convocati dalla sede del fascio che stava in
piazza Carlo III dalla casermetta che adesso c’è la polizia stradale e allora c’era questo comando e entrammo in questa stanza e rimasi
terrorizzato anche dall’aspetto di questo fascista che era uno con una testa enorme, con i capelli rossi, questo faccione tutto butterato,
fortemente brutto. E questo a inveire contro mio padre perché non andava alle adunate, io non andavo alle adunate, minacciava di metterci in
galera, di far perdere il posto a papà. [...] Questo è stato prima della guerra, ero ragazzino, forse nel ’37-38».

Ci vuole comunicare l’immagine di chi non ha respirato a casa quel clima di adesione e di entusiasmo propagandati. Il segno di questa estraneità
viene espresso con la distanza dalla retorica del regime, la manifestazione simbolica è la mancata adesione alle sfilate, elemento questo comune a
molte altre narrazioni. «Una volta sola ci sono stato (all’adunata), era il 9 di maggio, ero avanguardista pre-aviere, perché allora si distinguevano,
c’erano i pre-marinai, i pre-avieri e quelli dell’esercito, e il pre-aviere teneva la divisa più bella e io non ci andavo mai a queste adunate, me
l’avevano data e un giorno mi mandarono a chiamare che dovevo fare... Il 9 maggio veniva il re a Napoli, c’era una sfil ata a via Caracciolo, era
una giornata caldissima e io lasciai tutto con altri tre amici, fittammo una barca a Santa Lucia dove c’è Zi Teresa e ce ne andammo a fare il bagno
con tutti i moschetti e ce li portammo a casa. Lascio immaginare poi il giorno dopo che questi ci cercavano perché contavano: minacciavano di
metterci in prigione, poi non fecero niente».

Era il primo di quattro fratelli (tre maschi e una femmina) e frequentava una scuola commerciale a via Tribunali, uno dei decumani del centro
storico. «Era una scuola commerciale, l’istituto Francesco Caracciolo, avevo fatto le medie e poi ero andato in questa scuola tecnica superiore.
Stava a via Tribunali, una traversa di via Tribunali, proprio dove c’è la chiesa dei Gerolomini, di fronte alla chiesa c’è una traversa e c’era sta
scuola e fu rasa al suolo nel ’42, di conseguenza non fu possibile proseguire gli studi, allora quasi tutte le scuole erano chiuse perché c’erano
bombardamenti. Era un ambiente popolare, abbastanza proletario, perché i signori, la borghesia, frequentava altre scuole, c’era il ginnasio
perché poi mirava all’università. Poi via Tribunali era un ambiente abbastanza proletario». «Eravamo un gruppo di amici. Io poi sono nato e
cresciuto in una zona molto popolare. La maggior parte erano analfabeti o semianalfabeti, io ero uno dei pochi che aveva fatto più della quinta,
uno dei pochi studenti. Poi erano operai, lavoratori. Qui era un quartiere operaio, di lavoratori. Studenti dove abitavo io eravamo pochissimi, si
contavano sulla punta delle dita, tutti i miei coetanei erano ragazzi che facevano il falegname, il fabbro, il guantaio, il calzolaio. Le idee non
c’erano, io fui quello che portò tra loro un po’ di idee di socialismo, organizzai in seguito, allora non c’erano ideali. Eravamo fascisti nel senso che
chi studiava a scuola era costretto ad indossare la camicia nera quando ce lo imponevano, io il meno possibile, ma gli altri che poi lavoravano non
si interessavano proprio».

Uno studente, figlio di tranviere, in un quartiere di piccoli artigiani e lavoratori non scolarizzati. Antonio Amoretti, espressione di un cammino di
piccola mobilità sociale, si descrive come un leader nel gruppo dei pari. «Io ero l’elemento trainante, li portavo con me, li portai alla sede del
partito socialista. Loro mi aiutavano a mettere i manifesti, quando io ho iniziato».

Sullo sfondo emerge un quartiere non troppo coinvolto nella vita del regime e ancora meno convinto delle ragioni della guerra. E compaiono,
anche se sfocate, le figure degli adulti: il ricordo della prima guerra mondiale... «Prima dell’8 settembre ci stava questa cosa, i tedeschi non sono
mai stati visti di buon’occhio... anche se, devo dire la verità, si comportavano bene prima quando eravamo alleati, erano rispettosi, educati... Mia
suocera, che era una donna di casa, odiava i tedeschi. Forse per la guerra prima... dal ’15-18 non erano poi passati tanti anni. Mio padre aveva
fatto la guerra ’15-18 e ogni famiglia aveva un reduce della guerra ’15-18 che aveva combattuto contro i tedeschi. Gli austriaci li chiamavano
tedeschi. Secondo me era proprio questo, che erano passati pochi anni dal ’18 e la gente se lo ricordava».

Nel momento dello sbandamento nel quartiere, a partire dalla sua famiglia, si attivarono immediatamente catene di solidarietà. «Ci fu questa
ondata di soldati sbandati uno dei quali fu anche soccorso. Con il gruppo dei miei am ici demmo aiuto ad uno sbandato, un toscano, si chiamava
Re Roberto, un soldato sbandato, non sapeva dove andare e noi lo accogliemmo e poiché a casa mia non c’era spazio, gli facemmo un letto di
fortuna nel ricovero antiaereo che c’era proprio sotto al mio palazzo e gli portavamo... il più delle volte mangiava a casa mia perché casa mia era,
a differenza delle altre, più aperta agli estranei. A casa non potevamo ospitarlo perché avevamo già altri due sbandati, avevamo un cugino di mio
padre che era un sottufficiale della guardia forestale che stava a Pozzuoli e poi c’era un altro soldato, un certo Paolillo, che era sempre del paese
di mio padre e faceva l’attendente con un capitano che stava a viale Michelangelo e questo qua bello bello al momento dell’8 settembre se ne lavò
le mani: te ne devi andare, qua non puoi stare. E questo poverino rimase e papà lo ospitò a casa. Mia madre era molto buona e la pigliava
filosoficamente, perché già mia madre ospitava due fratelli di papà che lavoravano. La casa nostra era un po’ l’albergo di tutti e si mangiava
quello che c’era».

Dunque la decisione di correre in strada per combattere contro i tedeschi viene presentata come il frutto di una scelta del tutto naturale, radicata
nella storia della sua famiglia e nel clima del vicinato. «Io personalmente pigliai la pistola di mio padre, mio padre teneva una pistola
regolarmente dichiarata, pigliai la pistola di mio padre e andai con un altro ragazzo ad armarmi di moschetto. C’era la caserma, il decimo centro
automobilistico all’Arenaccia, dove adesso c’è il distretto militare, là c’era la caserma del 31° fanteria. Andai lì e non trovai armi ma solo
munizioni e tra queste trovai dei proiettili di mortaio, io poi non ne capivo niente di armi, e io mi illudevo di poterle adoperare perché avevano
due alette laterali, allora io, poiché c’erano nel cortile degli alberi enormi, presi uno di questi qua, sperando di poterlo utilizzare come bomba a
mano, tirai e lanciai nascondendomi dietro all’albero, non successe niente e capii che non era possibile utilizzarle e me ne andai alla caserma
dove c’era l’autocentro e lì trovammo delle casse di moschetti nuovi, proprio le casse imballate, le abbiamo sballate noi. Del mio gruppo, della mia
barricata, questo è stato il secondo giorno, ero io e un altro: pigliai il moschetto, l’elmetto, la bandoliera, la baionetta e poi ripassammo per il 31°
e pigliammo le munizioni perché lì ce n’erano e così ci armammo e andammo alla barricata e lo dicemmo che là ci stavano altre armi e forse
anche altri ci sono andati».

Da questo punto in poi il racconto di Amoretti si apre sullo scenario della lotta nel proprio quartiere. Abbiamo seguito già il filo del suo racconto.

Dopo l’insurrezione Antonio Amoretti avrebbe voluto continuare a combattere. «La gente li [gli americani] hanno applauditi, io no, lo dico sempre,
non li ho applauditi, non mi son fatto disarmare, perché loro diedero subito l’ordine di posare le armi. E qua ci sta una cosa che non ho letto nei
libri, non so perché: ci fu il padre di Pansini, di Eduardo Pansini – che chiamavamo il professore, non lo so se fosse professore, che era un
mazziniano, non era un comunista – che stampava un giornale culturale, che col fascismo fu chiuso. E lui aveva la tipografia, lo stampava nella
tipografia proprio di fronte a Napoli sotterranea, il palazzo comunale. Dopo le quattro giornate ci riunivamo perché lui voleva costituire un corpo
di spedizione per seguire gli alleati verso Cassino. Ed eravamo – la cifra che io ricordo bene – eravamo 320 persone, senza consegnare le armi. Gli
alleati si rifiutarono, non vollero accettare questa cosa e ordinarono di depositare le armi, cosa che io e tanti altri non abbiamo fatto e per
giustificare mi feci fare un falso certificato del comando patrioti della scuola Sannazzaro, che diceva che io avevo depositato il moschetto, non era
vero, era falso, non era vero, e mi son tenuto questo moschetto con la speranza di poterlo utilizzare... Mo, ritornando al professore Pansini, là
bisogna collegare la cosa con Jaime Pintor, dopo i combattimenti dell’8 settembre a Porta San Paolo, dopo la resistenza di Roma, passò le linee e
venne a Napoli con l’idea di formare questo corpo di spedizione. Perché gli americani volevano un corpo di spedizione, però volevano un corpo di
spedizione come esercito italiano, cioè fatto dal governo, ma non dal popolo. [...] A noi non vollero farci costituire. Allora Pintor tentò di passare le
linee e morì su una mina, su un terreno minato, in un paese in cui io sono stato pure, mi hanno chiamato per una celebrazione, presso un
consiglio comunale e adesso non ricordo come si chiama. E morì perché lui vide una pattuglia tedesca, andò per i campi per non incontrare la
pattuglia tedesca, saltò su una mina e finì la storia di Pintor, il fratello di Luigi. Quindi c’è stato questo tentativo a Napoli di continuare la lotta,
però continuare la lotta in chiave popolare, in chiave antifascista, popolare, partigiana, così e gli alleati non vollero, a loro non garbava la cosa».

Maddalena Cerasuolo, unica donna fra i testimoni a chiedere e ottenere il riconoscimento di partigiana, si presenta come una ribelle. «E poi sono
andata a scuola a Vincenzo Russo, a Santa Teresa, a via Fonseca, era un monastero. Mi ricordo soltanto che il 1° aprile andai tardi a scuola e la
maestra mi mise fuori la porta. Sono stata sempre ribelle, andavo all’asilo delle suore, tenevo tre, quattro anni, c’era una suora chiamata suor
Cecilia, mi tirò l’orecchio e mi spaccò qui sotto. Il giorno appresso, la mamma di mia mamma fece una questione. Quando fu le quattro giornate,
mio padre non c’era, allora fecero da mangiare ai partigiani le suore e la suora mi conobbe: Cerasuolo non hai cambiato. No sorella fino a che
muoio io non cambio». «Era la fine dell’anno scolastico, quando a settembre mi sono andata a riscrivere un’altra volta c’era la direttrice – mi
accompagnò mia madre – la direttrice sulle scale prima di entrare nelle classi: come ti chiami tu? Cerasuolo Maddalena. Ah, avanti, avanti, che
sei carta conosciuta. Perché ero ribelle. Le cose storte non me le sentivo di vedere».

Poi si descrive come una ragazza che emerge da un ambiente popolare, denso però di distinzioni interne. La figura del padre, significativa nella
stratificazione sociale del quartiere, è centrale nella sua storia. È a lui che Maddalena Cerasuolo guardava per costruire la sua identità. «Io ho
finito la quinta elementare. Dopo la scuola sono andata a fare la ragazza orlatrice vicino a Materdei e poi mi imparai, tante maestre mi hanno
insegnato che già anche sapevano lavorare. Ho lavorato verso il ’39 fino al ’43. Poi andammo al collocamento io e altre ragazze e ci mandarono a
lavorare a Pomigliano D’Arco con i tedeschi, però in cucina, nel ’40-41. Come orlatrice lavoravo in casa, mi portavano il lavoro in casa e io
lavoravo in casa. Le mie sorelle no, una faceva l’apparecchiatrice di scarpe».

«Mio padre partecipò alle quattro giornate e io stavo sempre insieme a lui. [...] Mia madre era un po’ più scostante nei modi, era severa
soprattutto verso di me, papà no. Quando sono state le quattro giornate, anzi un altro fatto, quando veniva un’incursione aerea mammà scappava
nel ricovero con gli altri ragazzi, io no. Papà non andava e io rimanevo con mio padre. Io gli volevo molto bene e avevo un rispetto straordinario.
Alle volte c’era mia nonna e diceva: ma che fai, se succede qualche cosa? – Io voglio morire con papà. Era un uomo meraviglioso e quando furono
le quattro giornate lui mise a me avanti. [...] Io andavo appresso a mio padre perché mio padre era un uomo pieno di virtù. Mia madre era una
donna un po’ scostante e ci maltrattava. Mio padre ci trattava in un altro modo, allora quando incominciò ad uscir fuori con gli amici, io sentii
parlare in casa e gli andai appresso. Papà non scendeva al ricovero. È andato in guerra, anzi è medaglia d’argento al valor militare papà. Ha fatto
la guerra dell’Africa e quella del ’15-18, quando è morto aveva cinquantotto anni».

Cuoco sulle navi, quindi gestore delle mense della caserma Bianchini e poi dell’Ansaldo, era, secondo la figlia, un uomo considerato nel quartiere.
«Mio padre era un uomo molto rispettato, poi era un uomo elegantissimo». La sua leadership emerge dal gioco delle distinzioni sociali del
vicinato: rispettato ed elegantissimo... «Antifascista ma in nessun partito». C’è di nuovo nel racconto la descrizione di una posizione di distacco
dal fascismo. Un antifascismo passivo, che ritroviamo in molte storie, cresciuto nel corso della guerra, trasformatosi in antifascismo attivo di
fronte al comportamento nazista.

Maddalena Cerasuolo si descrive con una personalità forte e indipendente, come un soggetto attivo e al centro della scena. Ecco la
rappresentazione dell’arrivo degli alleati. «Quando entrarono gli americani, dopo che i tedeschi se ne andarono, facemmo un corteo da Santa
Teresa, mi mettette ie annanze insieme ad altri ragazzi e la musica dietro dei carabinieri che suonavano il Piave. Una crocerossina mi dette un
mazzo di fiori, camminammo per via Roma tutti cantando il Piave, andammo a Palazzo Reale, là stavano gli inglesi, Montgomery e un altro
generale chiamato Hund, era uno scozzese, steveno al primo piano dove s’affacciava il re e fecero segno di salire. C’erano i figli della mia
commara, mi fecero un sediolino con le braccia, io non sapevo come parlavano perché chi li aveva mai sentiti gli inglesi, entrai e dissi: vi porto
questi fiori a nome di Napoli. Trasette proprio nel salone del trono, steve tutto scassato sgarrupato tutto o vetro per terra, c’era Montgomery e
Hund. Dicette io: vi porto questi fiori a nome di Napoli, che voi siete i benvenuti. – Grazie. Me rette nu bacio allà e nu bacio accà. Montgomery
proprio mi baciò. E poi un altro ufficiale me rette a mano e me vasai pur’isso, poi stettemo acoppa e me sbattettene e mani tutti quelli ca stevene
abbasce».

Notare il rito: il corteo che scende da Santa Teresa verso il Palazzo Reale cantando una canzone patriottica (si sceglie ciò che si conosce, che si ha
a disposizione; come vedremo, i più colti del Vomero scelsero la Marsigliese), poi la ragazza del gruppo portata come su un trono ad accogliere i
comandanti dell’esercito alleato. A fare da seggiolino i figli della «commara»:73 i rapporti di vicinato, centrali nei combattimenti, come vedremo,
si snodano intorno al personaggio, la seguono nella città e nell’azione.

E, ancora, nel suo racconto l’insurrezione è centrale per determinare la storia successiva della sua vita. «Una sera si presentò un uomo a casa
mia, disse: sentite signorina a un indirizzo ci sono degli uomini che vogliono parlarvi. Dato che allora si combatteva ancora contro i fascisti, c’era
un ragazzo e dice: Elenù ti accompagno io. Una strada prima di piazza Dante, di fronte all’Istituto di Belle Arti, un palazzo al secondo piano ci
vennero ad aprire: lei si sente di aiutare ancora la patria? – Sì. E m’ingaggiarono per senza niente. Tentammo cinque tentativi di sbarco sulle
coste nemiche che nun putettemo proprio passà, sempre in Italia, era verso il 1944. Una sera aspettavamo che dovevamo rientrare, mi trovavo a
Genova e allora vennero dei fascisti vicino, dato che io avevo uno zio a Sanremo: io aspetto il treno per Sanremo che ci ho uno zio a Sanremo,
domani mattina. – Ti accompagniamo noi domani mattina. Allora la mattina appresso, mi accompagnarono a Sanremo e dissi: zio sono rimasta
sola, un bombardamento ha ucciso a tutti quanti. E mi misi a piangere perché dovevo fare la parte e dopo mio zio disse che ero una grande
artista. Stetti una quindicina di giorni poi ritornai a Napoli con un Mas, un sommergibile».

Riconosciuta come partigiana, ebbe la medaglia di bronzo. Si iscrisse al partito comunista, fece l’operaia alla Manifattura Tabacchi. Sia nel
matrimonio che nel lavoro contarono i legami e l’identità costruiti nell’insurrezione. «A mio marito l’ho conosciuto il ’44 quando mi sono iscritta al
partito comunista. Stava all’angolo del Duomo, il partito, un ragazzo: vieni a iscriverti al partito comunista, se vedessi il sabato si balla. E così là
sopra conobbi mio marito. Ci siamo sposati al ’48, io sono entrata in Manifattura Tabacchi nel ’46». «Mi presi i documenti e partii la sera alle 11
da Napoli andando a Roma alle 7 e andai alla direzione generale. Giù c’era un impiegato: sentite io devo vedere il direttore. E mostrai i
documenti: se volessimo occupare tutti i partigiani d’Italia, ci vorrebbe una manifattura ad ogni angolo di strada. Combinazione, io trovai un
partigiano di Napoli che faceva l’usciere a Roma, fu una fortuna. Mi facette saglire ’ncoppa e il direttore generale si chiamava Cova, allora io
bussai la porta: avanti. Guardò i documenti e disse: a Napoli si dice femmena curtulella diavolo pigliatella.74 Era tempo di Pasqua. Sono andata il
giorno 12 a Roma, il 18 ebbi la chiamata in Manifattura, dopo sei giorni. Stavo nella scotellatura: erano tele che camminavano e c’era il tabacco
mischiato e noi dovevamo togliere solo le foglie».

Alberto Defez spiega la sua immediata adesione all’insurrezione a partire da una diversità consapevole e una ragione chiara per essere contro il
regime fascista. «Io ero una persona singolare, perché ero uno diverso, ero uno che era nato diverso...» Era ebreo e aveva subito in prima
persona la politica razziale fascista; ne era uscito determinato e coraggioso. Nel 1938, quando furono promulgate le leggi razziali, aveva quindici
anni. «Io ero quindicenne, non ero il quindicenne... il ragazzo quindicenne oggi è un bambino, ma io quindicenne ero uno che è stato già
coinvolto, cioè le leggi erano del ’38. Io andavo a scuola, mio padre doveva lasciare l’Italia, però non aveva il passaporto, lui era turco. Voleva
acquisire la nazionalità italiana, quindi aveva già rinunziato alla nazionalità turca, si è trovato senza la nazionalità turca e senza quella italiana,
quindi era diventato apolide, non poteva avere un passaporto di nessun genere. [...] Noi stavamo sotto le leggi razziali. Non avevamo la radio, non
potevamo avere la cameriera, che vi posso dire? Non potevamo avere un sacco di cose, non potevamo usufruire di servizi pubblici, impianti
pubblici, non si poteva... io andavo a scuola. Mio fratello e mia sorella... mia sorella piccola stava alle elementari, nelle elementari ci stava un’aula
con tutti gli ebrei di tutta Napoli, dalla prima alla quinta elementare, mentre al di là non si poteva andare. Quindi ci stava una scuola con un
gruppo di insegnanti ebrei, si era creata una scuola nelle case... Io conseguii la licenza liceale nel ’41. Per conseguire la licenza liceale io mi
spostavo dalla professoressa Cassola a via Crispi, poi andavo dal professore Cantoni di matematica al Vomero, poi andavo a casa di Sereni, quindi
era un circolare continuo».

La rappresentazione è quella di un giovane coraggioso. «Mio fratello aveva un po’ paura, perché mi vedeva un po’ troppo... attivo! Ma io avevo un
gran desiderio di ammazzare, eh? Aveva un desiderio di ammazzare? Sì! Quello di ammazzare i tedeschi». «Ero andato incontro allo scontro a
fuoco con una certa disinvoltura e anche... con un eccesso di disinvoltura».

Come Amoretti e Maddalena Cerasuolo, descrive la famiglia solidale con le sue azioni. «Mio padre mi dette una pistola che non era stata mai
usata, era del portiere del palazzo accanto, a sei colpi, che se fosse stata usata non avrebbe neanche sparato. E da là io raggiunsi... Fu lei a
chiedere la pistola a suo padre? No, fu mio padre che me la dette spontaneamente». «Mio fratello mi seguiva. E mia madre... mia madre si
rammaricava di non essere con noi».

Con Alberto Defez cambiamo ambiente sociale e scenario. Studente liceale che non poté proseguire gli studi a causa delle leggi razziali, si
sarebbe iscritto a ingegneria nel 1944 diventando professore universitario. Con lui entriamo in un altro gruppo di combattenti, quello più
politicizzato degli studenti del Vomero. La ricostruzione ideologica e di sinistra dell’insurrezione assegna a questo gruppo un ruolo cruciale di
coordinamento organizzativo e di riferimento politico.

Defez narra i fatti, di cui fu protagonista attivo, senza alcuna enfasi retorica. Per certi aspetti il suo racconto non diverge da quello dei testimoni
dei ceti popolari. Nel suo caso la motivazione politica fu, ovviamente, prevalente. Il gruppo con cui combatté si era formato il 25 luglio, alla
caduta del regime, e aveva esordito il 1° settembre con una manifestazione contro la guerra. Alcuni avevano, attraverso i padri, relazioni con la
generazione precedente di antifascisti.

«Il 25 luglio del ’43 cade Mussolini, viene annunciato per radio da Badoglio eccetera eccetera tutte cose ben note, e noi usciamo di casa di notte,
c’era l’oscuramento, potevano essere verso le dieci e andiamo io e mio fratello in via Luisa Sanfelice, sotto la sede del partito fascista, che stava...
uscendo dalla funicolare di Chiaia, quel fabbricato a destra, che fa angolo. E là si raccolsero tutti quelli che avevano accolto questa notizia della
caduta di Mussolini con gioia... Potevano esserci un centinaio di persone. Nella sede del partito c’era un custode, qualcuno che stava dentro, noi
bussammo, entrammo, ma non ci fu scontro, non ci furono scontri, poi venne la polizia, ma senza grande impegno. Ci dissuadeva: andate via,
lasciate stà... Questo siamo la sera del 25 luglio. Poi iniziammo, nacquero questi incontri. Incontrai subito Adolfo Pansini, perché abitava vicino
casa mia, a quel punto ci incontrammo e solidarizzammo. Poi incontrai Ugo Fermariello col quale già da prima parlavo in maniera esplicita e
riservata di queste cose. Si era creata una certa maturità nei riguardi del fascismo, nel giro di un anno, quindi anche le vicende belliche, la guerra
nell’Albania, la Grecia... Si creò questo movimento, questo gruppo di studenti... C’era La Capria, ma non Raffaele, il fratello, Eros La Capria...
Questo nel giro di un paio di giorni, eh? Perché u no conosceva un altro, io conoscevo Pansini, Pansini conosceva un altro, poi venne Camillo
Boldoni... Camillo Boldoni era uno che portava un altro, il gruppo era un gruppo militare. Ci riunivamo a casa di Amedeo Matacena, Amedeo
Matacena è quello che poi è diventato sindaco di Reggio Calabria, e poi da Tropeano a via Posillipo. Quali erano le discussioni che si affrontavano
in queste riunioni? Eravamo protesi verso la pace, quindi noi creammo un movimento... questo movimento era indirizzato a far terminare le
ostilità, la guerra». «Il nostro referente ideologico era Amedeo Matacena, poi ci stava Nino Ruggiero e poi ci stava... c’erano i fratelli Tropeano,
c’era Franco Bizzarro e appresso a questi Ugo Fermariello, io, ma anche persone più o meno di età intorno ai ventidue, ventitré, il più anziano era
Amedeo Matacena, che poteva avere ventisette, ventott’anni, quello che adesso... Com’è che si era formato questo gruppo, com’è che vi
conoscevate? Questi qua, Nino Ruggiero, Amedeo Matacena avevano fatto... anche Adolfo Pansini... delle attività antifasciste di modesta...
modesto impegno... come vi posso dire? Una scritta sul muro, oppure un manifestino e Adolfo Pansini era stato in carcere. Adolfo Pansini abitava
vicino a casa mia e quindi quando lo vedetti con i capelli rasati, accompagnato dal poliziotto al Sannazzaro, che doveva fare la licenza liceale, per
me fu un colpo, aveva diciott’anni, diciassette anni. Quindi io lo conoscevo da prima, sapevo che era stato arrestato ed era stato in carcere, come
era stato anche in carcere Amedeo Matacena, Nino Ruggiero, per dei movimenti di carattere... non grandi cose, eh? Ma che non erano consentite.
Adolfo Pansini era il mio compagno di gioco di bambino, fu il primo ad essere coinvolto politicamente e ideologicamente, il padre aveva una
rivista, era un pittore... Lei era vomerese? Vomerese!» «Questo gruppo si definiva social-liberale. E lei condivideva questa autodefinizione? Ma
non era... così, una autodefinizione, perché in effetti poi non è che ci stava un programma... C’erano soltanto dei fatti immediati da poter
conseguire, belli, importanti, per noi era la pace, la pace e la fine della guerra, ma... certo non c’era la sinistra, la sinistra venne un po’ dopo... Da
parte mia io avevo avuto come professore privato Ennio Villone, il fratello è Libero Villone. Erano due fratelli, poi Ennio divenne funzionario del
partito comunista, Libero, invece, era di Bandiera Rossa... Libero Villone, quindi contestava la politica del partito comunista, da un certo punto in
poi... cioè diciamo da quando venne Togliatti. Ennio Villone era fidanzato allora con un’ebrea, però con le leggi razziali del 1938 non pote va
sposarla, per cui il loro rapporto era un rapporto illecito, anche agli occhi dei fratelli di lei, perché era un rapporto che non si poteva concludere
col matrimonio, quindi lo ostacolarono... da parte dei fratelli di lei... ma lui era una persona... Libero Villone professore di filosofia, di un’estrema
coerenza. Venne da noi in questa scuola ebraica a fare l’insegnante di filosofia, oltre la sua attività normale. E ci metteva al corrente... ci parlava
anche di fatti politici che per noi erano molto lontani e... tanto che quando un giorno alla lezione venne e disse: ragazzi un momento di silenzio,
mettiamo il nostro pensiero... è caduta Madrid. Be’ per me era un fatto lontanissimo che Madrid fosse caduta... cioè la guerra di Spagna era un
fatto lontano... Io aderii a questo silenzio, ma non mi rendevo conto di cosa fosse».

«Gennaro Fermariello aveva dei contatti con quelli che diventeranno poi i personaggi del primo governo dopo Badoglio, però erano quelli che nel
’22 avevano già trent’anni, quindi noi eravamo ragazzini, quindi quasi davamo fastidio a queste persone adulte con le nostre posizioni, i nostri
atteggiamenti, le nostre iniziative. Quindi non sempre le vostre iniziative erano concordate con... No, non erano affatto concordate, anzi gli adulti
ci consideravano un po’ rompiscatole. Loro avevano i loro incontri, erano quelli che avevano avuto già un ruolo venti anni prima, quindi erano i
cinquantenni, sessantenni, noi eravamo i ventenni, anzi, qualche cosa pure in meno, quindi eravamo... e danneggiavamo la loro posizione più
equilibrata». Sulla manifestazione del 1° settembre: «Gli anziani non aderirono assolutamente e se potevano eventualmente ci rimproveravano».

Alberto Defez combatté anch’egli nel suo quartiere, il Vomero, e qui partecipò a uno degli episodi più noti dell’insurrezione, l’assedio al campo
sportivo, che terminò con la resa dei tedeschi. Dopo le quattro giornate si iscrisse subito all’università, quasi come un atto di liberazione e rivalsa
rispetto alle leggi razziali subite, al principio del ’44 si iscrisse al partito comunista e divenne segretario del movimento giovanile comunista della
sezione Vomero, alcuni mesi dopo si arruolò come volontario nel battaglione San Marco risalendo la penisola per partecipare alla liberazione
dell’Italia.

«Alla fine del ’44 incontrai, in una sezione del partito comunista, un maresciallo della marina italiana che stava svolgendo un arruolamento
volontari per il reggimento San Marco. Colsi l’occasione e mi arruolai trascinando in questa operazione alcuni amici e cioè Ugo Fermariello,
Alberto Calbrò, Pietro Andalò e mio fratello Leo».75

Nel suo racconto Defez sceglie un tono minore, e nella rievocazione della giovinezza molti sono i punti in comune con gli altri testimoni.
Coraggioso perché giovane, un po’ spavaldo, politico di breve corso, anche se con molti motivi per combattere il regime fascista, combattente
improvvisato, dice, con ironia, di essersi ispirato alla cinematografia. «Perché noi eravamo allenati alla cinematografia!» «Ispirandoci ai film
western». Alcune scene sono effettivamente rese con le tinte e i caratteri di un film. Su tutto ironia e distanza. «Il vicequestore di Napoli... noi
dovevamo arrestarlo. Ci hanno detto quelli del palazzo, i coinquilini del vicequestore di Napoli, che il vicequestore riceveva i tedeschi, quindi loro
stavano sempre sotto preoccupazione di incontrare i soldati tedeschi. E andammo... volevamo arrestare il vicequestore... a requisirgli la
macchina, era un’automobile che stava in un garage... Ci hanno indicato quelli del palazzo dove stava l’automobile e quello stava chiuso e non si
poteva aprire, quindi ispirandoci ai film western, che uno spara sulla serratura e si apre la porta, cominciammo a fare una sparatoria sulla
serratura e non si apriva mai, poi quando alla fine vennero e aprirono trovarono questa macchina che era diventata tutta un colabrodo nella
sparatoria. Quindi stava senza ruote, senza pneumatici e quindi la cosa finì lì».

Armando Aubry sceglie, per presentare la sua storia, l’evoluzione da soldato fascista a combattente antifascista. «Sono partito a vent’anni, di leva,
classe 1921, sui sommergibili in marina. Ritornato a casa, come ferito di guerra, nell’aprile del ’43... in licenza di convalescenza ho partecipato
alle quattro giornate di Napoli contro il fascismo. Dall’entusiasmo all’odio, questa è la mia trasformazione. Mia madre era un’ostetrica, vedova, e
nel periodo della guerra teneva me con altri tre fratelli in guerra, divisi come i quattro punti cardinali: mio fratello Gennarino, paracadutista
guastatore, al fronte russo, mio fratello Diego in Iugoslavia, in marina, affondato due volte, sul Giulio Cesare e a Spalato, mio fratello Augusto in
Africa, El Alamein. La mia trasformazione cominciò quando... nel ricevere una lettera da mia madre, mia madre mi portava a conoscenza che
agenti delle tasse erano andati a casa sequestrando il mobilio. Tutti devono pagare le tasse, ma io mi domando, se siamo noi quattro fortunati nel
ritornare a casa sani e salvi, e troviamo la casa senza mobilio? Di questo fatto io ne parlai con il mio comandante dimostrando il mio dispiacere e
lui nell’accarezzarmi e nel darmi coraggio mi confortò con queste parole: questi sono gli uomini che governano il nostro paese. Da quel giorno
cominciai ad avvertire dissenso e odio contro la guerra. Sui sommergibili la mia paga era di lire 4 al giorno e una camicia nera ne prendeva 24 e
alla sera dormiva a casa assieme alla moglie. Io venivo da un’educazione con questo insegnamento: libro e moschetto balilla perfetto. E vedevo il
duce come uno che faceva il benessere del mio paese, tanto è vero che un giorno a Bordeaux ebbi il piacere di essere stretto la mano da lui... Un
giorno che sono venuto in licenza, mi capitò che per raggiungere Napoli, ci arrivai dopo quattro giorni, dopo uno snervante viaggio e quando
arrivai nel prendere il tram per raggiungere casa, durante il percorso dalla ferrovia alla Torretta, dove abitavo, prima di Santa Lucia ebbi uno
scontro con un milite perché io, assonnacchiato e raccolto sui miei zaini, non gli avevo mostrato subito il biglietto. Il fattorino mi invitò a fare il
biglietto e io gli risposi: perché lo chiedi a me e non a lui? E lui con modi scorretti e violenti, nell’afferrarmi il braccio mi invitò a pagare. In
risposta lo mandai all’ospedale. Tutti questi episodi mi portarono a odiare la guerra e chi la voleva».

Armando Aubry, in licenza al momento dell’insurrezione, scese in strada fin dal 9 settembre. Nel suo racconto compaiono i primi scontri nel
quartiere di Piedigrotta, vicino al mare. A spingerlo a combattere contro i tedeschi e contro il vecchio regime una serie di ingiustizie di cui solo
allora prendeva piena coscienza. L’odio dei soldati per le camicie nere, che cresce nel corso della guerra, ritorna in moltissime storie. Ovviamente
quando il sistema politico si avvia verso lo sfacelo portando con sé nel disastro tutta la popolazione, riemergono e vengono organizzati in forma
consapevole tutti gli elementi di crisi e di contraddizione individuale e sociale con il fascismo.

Molti furono i soldati sbandati che combatterono; ne rimane traccia evidente, come abbiamo visto, nel registro dei morti, e nelle testimonianze
dei più giovani. In alcuni casi sono essi stessi a raccontarcelo.

Savino E. di Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, era stato mandato in licenza, perché sotto i bombardamenti era morta tutta la
sua famiglia: mamma, papà, le due sorelle e la nipotina. Non ebbe quasi il tempo di arrivare a Napoli e di rendersi conto delle morti – almeno così
appare dal ricordo – che sopraggiunsero i rastrellamenti dei tedeschi. «Poi dopo pochi giorni sono venuti i tedeschi che cercavano ’o
rastrellamento. Allora ho cominciato a combattere contro i tedeschi, i fascisti. [...] Poi sono andato a San Giorgio, c’era una famiglia che quasi mi
apparteneva, c’ero io, a bon’anema ’e nu mio cognato e altre tre quattro persone e là loro chi aveva le pistole contro i tedeschi... perché là
cercavano di sopprimerci... Allora noi facemmo delle barricate, poi da lì siamo arrivati dove c’è la posta. C’era un camion tedesco che veniva
allora ce steve pure a bonanema ’e Luigi mio cugino... senza niente ci siamo messi davanti e abbiamo fermato questo camion e abbiamo
sequestrato questo tedesco. Questo è stato. Lo portavamo dove sono le suore ’ncoppa o ponte là stava sopra là. Mentre che stava così sono venuti
i tedeschi, a scappare allora... siamo scappati là ce steve o lago pe’ dint’o lago... fui di qua fui di là, è state dicimme nu finimondo».

Mario P. era aviatore in Africa settentrionale. «Erano cadute le bombe e sotto le pietre c’erano mamma e papà e arrivai a Napoli. [...] Abbiamo
preso le armi, io facevo parte del gruppo di Santa Croce, prendemmo un camion con due tedeschi e ci stava un lago dove scendeva l’acqua e da lì
affrontammo un altro camion di tedeschi e li portammo al quartiere generale nostro alla scuola Volpicelli».

Sono, queste, voci di soldati, che trovarono naturale difendersi con le armi. Nessuno pensa di aver fatto particolari eroismi: essendo ricercati dai
tedeschi pensarono che fosse meglio combatterli apertamente. «Perché io se devo morire, voglio morire gloriosamente» dice Savino E.

Anche Gerardo M. viveva nel quartiere di Ponticelli, anch’egli era un soldato ed era appena arrivato dopo lo sbandamento dell’esercito. «L’8 ’e
settembre nuie ieveme fuienne, ie l’8 settembre faceve o surdate, steve a Caserta. [...] pigliàie a balicetta, ie steve cu nu tenente e teneve pure a
rrobba ro tenente. Venenne venenne, ce ne turnaime a casa a ppere, da Caserta a Ponticelli a piedi. Mo p’a via trovaime e tedeschi, a me
m’acchiappaiene e ricettene: cosa porti in questa borsa? E ie teneve nu pantalone ro tenente... Ricettene: tu sei tenente, ufficiale... – No, io
soldato, io soldato, niente tenente! – Int’a chella bborsa... Chille me vulevene purtà! Io li convinsi: No, io soldato! Ecco questi so’ e panni miei,
ebbìì? E ce facette veré chille re aviere. A me mi lasciarene e po’ ie p’a via ’ncuntraie n’aviere ca steve cu miche, ca isse saccheggiave po’ a chilli
surdate ca passavene pe’nnanze a isse, o zaine, o tascappane, cocche pagnotta, coccheccosa... Camillo se chiammave, ere nu surdate delinquente,
e aspettave sti avieri ca venevene... ch’evene passà pe’ forza pe’ Casalnuovo, chella strada ca faceveme passave proprie pe’ Casalnuovo, e isse
steve mmieze a strada e acchiappave tutte sti soldati ca purtavene coccosa a mangià, avieri italiani ch’eveme rimaste senza padrone. Chille
Badoglio, o capo, ricette: da oggi sparate da qualunque parte siete offeso, si ve sparano i tedesche, sparate e tedesche, si ve sparane gli
americani... Allora ce lasciaie accussì a nuie, e ognune e nuie ièveme truvanne e arrivà a casa quanne cchiù ambresse, e nun sparaveme a
nisciune né accà, né allà. Pe’ dinte pe’ dinte, pe’ dinte e frasche, cioè a piedi, accussì simme arrivate a casa, però coccheruno è stato deportato.
Simme stati abbandonati... non c’era più... pure o tenente, e pantaloni suoie m’a lasciate int’a bborza... e ie pe’ nun ce gglittà pecché ce vuleve ra,
ere nu siciliano po’ chiste... non ho sentito più niente di lui, ma...»76

Il racconto evoca con ironia l’8 settembre. Il proclama di Badoglio tradotto in napoletano è magnifico: se vi sparano i tedeschi, sparate ai
tedeschi, se vi sparano gli americani sparate agli americani... «e non sparavamo a nessuno né di qua né di là»... La pusillanimità degli alti gradi
dell’esercito viene resa con grande efficacia dall’immagine del tenente che si fa portare i pantaloni nella borsa dall’attendente e poi sparisce. Ma
l’immagine evoca ancora altri sentimenti: la lealtà del soldato semplice che non abbandona il superiore, mentre è abbandonato da lui. E poi l’idea
di salvare i pantaloni buoni... Anche in questo caso il passaggio al ruolo di combattente partigiano è evocato con naturalezza: a riunirsi è un
gruppo di giovani soldati coraggiosi e un po’ incoscienti che non vogliono essere da meno di coloro che già stanno combattendo. Continua
Gerardo M.: «Comunque arrivaieme a casa, tutte quante steveme d’accordo, ieveme fuienne, steveme nascoste. Stavamo qua a venti metri, llà
sotte steveme, tutti llà e steveme tutti i giovani, tutti i soldati come me, mio fratello, i fratelli miei, tutti i capi, tutte quante llà sotte llà, e i
tedesche nun ce truvaiene llà sotte llà. Anne truate a coccherune e se l’anne purtate, l’anne purtate a Germania. Nuie simme rimaste llà fore llà,
llà sotte. Mo, e vintisette ’e settembre siamo usciti, allore: ah, o Vommere stanne sparanne... Chille llà anne occupate...»77

Gli «scugnizzi»

Ernesto Minino si presenta come un ragazzo di strada per libera scelta. Un monello, un ribelle in contrasto con il padre fascista. Il conflitto con il
genitore si colora di elementi politici nel momento in cui il disconoscimento dell’autorità paterna diventa disconoscimento dell’ordine fascista.

«Andavo alla scuola. Più che scuola eravamo ragazzi di strada, ragazzi del popolo, i famosi scugnizzi eravamo...» «A dodici anni co’ tutto che mi
pigliavano, che mi battevano, ho lasciato le scuole. Una volta c’era una bidella, questa disse vicino a un’altra bidella: lo sai ieri sono stata a farmi
una scampagnata a Secondigliano, ci siamo divertiti, ci siamo mangiati gli gnocchi il pollo i crocché e palle ’e riso. E tengo inta o stipetto. – Pupé,
onna Assunta è gghiuta in campagna. – Ie rumpette o stipetto e me pigliai a marenna, ce mettetteme arete a na machina e ce mangiaime tutte
cose. A mezzogiorno: s’anne pigliate e panzarotte!»78 «Io la scuola l’ho cominciata da grande, da piccolo non l’ho fatta: ho cominciato a studiare
che avevo diciassette, diciotto anni. Prima non andavamo a scuola, eravamo solo banditi di strada. Ero la pecora nera della famiglia, eravamo in
otto, il resto so’ andati a scuola, erano impiegati ma io volevo fare il monello. Sono il quarto, tre sorelle e quattro maschi».

«Siamo sempre stati in questo quartiere, avevamo un soprannome, a noi ci chiamavano la famiglia dei Castelloni. Perché avevamo una fabbrica,
stavamo bene, ma i sentimenti miei erano di fare il monello e ho fatto il monello fin quando, a dodici anni, me ne sono andato a Palermo, solo, era
il giorno di Natale, di sera, stava la guerra, i bombardamenti io mi so’ messo a bordo alle 10 e un quarto fuori al porto di Napoli e me ne sono
scappato a Palermo per l’arrembaggio. Mio padre era un fascista, uno squadrista, però io non l’accettavo in quella politica, ero sempre contro
perché comandavano troppo e a me non mi piaceva. E questo fatto è scattato nella mia mente, questo è scattato... che poi racconto le quattro
giornate, perché l’ho fatto con tutto lo sdegno perché non accettavo. Io ero piccolo, non sapevo che era la politica, però a me quel fatto non mi
andava perché comandavano solo loro. Ogni cosa che facevamo botte a morire e nonostante non sono andato alla scuola in piccola età, non volevo
andare perché ho cominciato gli studi a diciotto anni, io non sapevo né leggere né scrivere, quando sono tornato che mi hanno fatto prendere dai
fascisti, papà mi ha fatto prendere dai fascisti e mi hanno portato un’altra volta qua. Quando so’ tornato qua, mi so’ imparato il mestiere, il
calzolaio, ma mai a lavorare con papà, perché papà non mi voleva dare i soldi, aveva la mente che, io ora ho capito, di padre-padrone, ma allora
non lo sapevo e non volevo lavorare con papà. Mi so’ imparato il mestiere.

La prima base, che ho avuto il contatto con la vita, sono state le quattro giornate perché essendo un ragazzo in mezzo alla strada è successo
questo: avanti tutto, pure quando stava la guerra che succedevano i bombardamenti e tutto quanto, io e altri ragazzi andavamo a rubare, ma no a
rubare per fare i ladri, a rubare per mangiare, dove stavano i polli, i conigli, dove stava il pane, qualche signore benestante che aveva la
provvista... noi andavamo a rubare ma non per fare i ladri, i sentimenti non erano cattivi, di ladro, ma di ragazzo che dovevamo vivere. Perché noi
potevamo anche andare dai fascisti, ce lo davano il mangiare però dopo – uno due, uno due – tutti i gironi dovevamo andare a fare. Noi eravamo
sette, otto, io ero il più grande, il più pazzarello, perché poi i ragazzi si facevano base su me perché pensavano: Minino, il padre è qualcuno, il
padre è fascista allora nessuno ci tocca. Allora prendevano base da me come se io fossi, che ti devo dire, il capobanda».

La ribellione al padre può facilmente assumere anche un carattere politico con la caduta del regime, e ovviamente facilita una ricostruzione della
propria autobiografia in chiave organicamente antifascista. Ci troviamo di fronte a una razionalizzazione della vicenda personale con gli occhi del
presente, ma in un certo senso l’interpretazione è corretta e sincera: il suo comportamento di ragazzo di strada mal si conciliava con la politica di
ordine e di imposizioni del regime, la quale a sua volta si identificava con la figura del padre.

«Quando non c’era mio padre. Sapevo che papà non c’era, era impegnato che stava fuori, mamma piangeva: vieni, vieni. E io ci andavo, ma un
poco, mangiavo e me ne andavo, scappavo un’altra volta. T’acchiappavano i fascisti per strada e ti portavano, sapevano tutti: ci prendevano dietro
il tram, nella villa, sotto la stazione. Non c’era niente da rubare, per questo non c’erano ladri, però se pure un ladro veniva preso che si rubava
una gallina, non è che andava in galera: ti facevano camminare zoppo tanto dalle mazzate che ti davano. Il carcere, per il fascista, non era
ammesso, erano ammesse le mazzate perché poi i delinquenti li tenevano tutti a favore loro per non farsi toccare».

Quella di Minino è l’insurrezione vista da un ragazzino, uno di quelli che a Napoli venivano chiamati scugnizzi79 e che sono diventati icone
dell’insurrezione napoletana, usati ora in chiave di enfatizzazione retorica, ora in chiave negazionista. Ci torneremo.

«Eravamo una famiglia numerosa, io ero il primo; mia madre ha avuto dieci figli, il primo proprio gli morì, poi nacqui io». Così comincia la sua
storia Vincenzo Leone, figlio di un fabbro che lavorava qua e là senza un’officina propria, e di una sarta che cercava di arrotondare con piccoli
commerci, fra cui il contrabbando di pane, cosa per cui era finita in carcere per un mese. Al centro del racconto la rappresentazione di una
famiglia poverissima che abitava nel quartiere collinare e panoramico del Vomero, ma del Vomero non godeva certo aria e panorama poiché
viveva in un sottoscala. «Stavo in un’abitazione più o meno civile a via Kerbaker, mia madre lo chiamava o palazze ’e Criotte, mia madre faceva la
sarta e mio padre lavorava nelle varie officine, stavamo bene più o meno. Per quello che ricordo io, sono nato là, in quell’abitazione al primo
piano, poi ho sempre vissuto nei sottoscala. A dieci anni, proprio all’inizio della seconda guerra mondiale, mi arrangiavo, andavo nei mercatini, a
portare le spese, facevo o guaglione re spese. Poi caddi ammalato e in quel periodo abitavo proprio in un sottoscala a via Belvedere che prima
era in terra battuta, adesso ci hanno fatto un garage, è come se ho vissuto in un garage, ma quella di Torrione San Martino era ancora più sotto,
anzi al Parco Fiore e là caddi ammalato, poi andai in ospedale e quando sono uscito incominciai a vendere fichi d’india in mezzo alla strada, presi
al Petraio, avevo dieci, undici anni. Uscito dall’ospedale, mio padre trovò la casa nel sottoscala di via Belvedere, ascevano80 topi in quantità.
Eravamo sei persone in una sola stanza e comunque mio padre lavorava saltuariamente, lavorava in un’officina qua a vico Acitillo in mezzo alla
campagna e mi portava anche a me a lavorare, perché ie po’ andavo a scuola, avevo dieci, undici anni, ma steve sempre a primma,81 però la
mattina andavo a scuola e quando uscivo andavo a dare una mano a mio padre nell’officina. Mia madre invece stava ad accudire, però anche
prima della guerra, mia madre faceva la contrabbandiera di pane, farenella e cumpagnia bella».

Primogenito, fin da piccolo racconta di avere aiutato il padre, ma di avere anche lavorato come «guaglione» di artigiani e bottegai e di essersi
industriato in piccoli e poveri commerci. «Io ero o cchiù gruosse, chill’era o problema. Guardando un fatto psicologico io dovevo lavorare con mio
padre, cumme si ie avev’a purtà cumme mio padre a famiglia annanze, io ero il responsabile c ome mio padre, cosa assurda! Ma io lo sapevo
questo e m’appiccicavo pure, p ecché quanne era o sabbate assera nun me vuleva dà manc’e sorde pe’ ggli o cinema. Al cinema allora all’Olimpia,
ora se chiamma o Plaza, se pavava na lira e nu sorde, isse nun me vuleve dà e sorde p’o cinema e allora pecciò me sfasteriavo, o lassavo e me ne
ievo, me ne ievo a faticà a n’ata parte e lavoravo nelle officine e cumpagnia bella».82 «In quel periodo io stavo anche con altri ragazzi, io andavo
alla Polifilm a via Mattia Preti dove giravano i film, ci andavamo a rubare il legname, e casciunette vicine all’albere per accendere il fuoco. Ieve
facenne cheste; comunque incominciai a guadagnare qualcosa, perché sempre dovevo portare qualcosa a casa. Anche gli altri miei fratelli si
arrangiavano, une faceve o guaglione ro fruttivennole, ma ie nun agge mai volute faticà ch’e mastre. In quel periodo feci il sarto, niente meno
chille m’ammisurava e vistite ca erane ellate ’ncuoll’a me, ie ca teneve nu cazone ch’e pezze in culo, facevo o modelle,83 cose dell’altro mondo!
Poi facevo o sca rpare, comunque ho fatto parecchi mestieri. Poi alla fine incominciai ad industriarmi per conto mio». «Nell’infanzia non ho avuto
molte amicizie, solo alcune occasionali come per esempio Saverio, che la madre vendeva le uova nel mercatino. Isse s’arrobbava rieci lire, e chilli
tiempe... a rint’o tirette ra cassa e andavamo o Marconi a veré o cinema e ci divertivamo. Però io avevo un problema, io dovevo portare i soldi a
casa, nun me puteve nemmeno addivertì, che e sorde nun erane nemmeno re mmie. Quel poco che guadagnavo ie cercave almeno ’e me fà na
pizza. Quanne se trattava ’e fà na pizza o andare al cinema e cumpagnia bella, isse se pigliava e sorde ra mamma. Una volta feci una figura di
merda vicino al mio amico, dissi: siente me ra caccose che l’aggia purtà a casa. Se no a casa nun se mangiave, si nun purtave e sorde».84

Vincenzo Leone descrive la sua famiglia come antifascista, un antifascismo che si caratterizza per aspetti diversi e significativi: il pratico
comportamento della madre che aggira continuamente i divieti imposti dal razionamento; l’opposizione dichiarata e politica del padre «socialista»
accompagnata dall’immagine classica degli artigiani intorno al tavolo delle carte, uniti nella critica al regime; il rifiuto di contribuire alla guerra
con le proprie misere risorse, egregiamente esemplificato in un conflitto fra padre e maestra fascista.

«La mia famiglia è stata sempre antifascista, pecché mio padre quando lavorava come fabbro, e ci steva anche o stagnaro, sarebbe l’idraulico che
prima facevano pure a ramma, saldavano, e cumpagnia bella, a rummenica si riunivano a iucà e carte tutti gli artigiani ro Vommero, nun è cumme
mo, se cunuscevano tutte quante, e ie stevo là, ero guaglione, era ancora primma ra guerra; mio padre e gli altri parlavano già contro o fascismo,
parlavano ’e Zanardelli, Aurelio Padovano».85 «Mio padre era antifascista per eccellenza, era nu vecchio socialista. [...] Durante la guerra
Mussolini fece togliere le ringhiere a tutti i palazzi per fare le armi belliche perché aveva bisogno di ferro, che io andavo a scuola e la maestra
diceva vicino a me, sapeva che io facevo il fabbro con mio padre, diceva di portarci del ferro, e spezzune ’e fierre, io andavo nell’officina pe’ me
piglià o fierre e mio padre me vuleve vattere».86

Infine, come nella storia di Ernesto Minino, l’antifascismo si caratterizza come l’istintiva ripulsa di un ordine vissuto come estraneo e imposto con
la prepotenza. «M’acchiappaine due fascisti in borghese, Marzano e Collinetti, mi ricordo ancora i nomi, che già mi acchiapparono perché
camminavo scalzo a via Scarlatti o mese primma, e mi portarono alla scuola Vanvitelli, stette nu mese e poi nun ce iette cchiù. A seconna vota mi
acchiapparono con il piombo e mi riportarono alla scuola Vanvitelli e là ce stevano gli amici che ho conosciuto, Silvano, Pachialone, Camillo. Là
andavo la mattina alle otto e ascevo la sera alle sette, in estate alle otto, otto e mezzo di sera, che doveva venire mia madre a prendermi, che io
dicevo vicino al capitano: capità ie me ne sacce ì a casa,87 nun ve preoccupate!»

Vincenzo Leone incominciò con i saccheggi, come Ernesto Minino, e proseguì con i combattimenti nel suo quartiere.

Vincenzo De Falco dice di aver partecipato alle quattro giornate in risposta alla violenza tedesca. Era e rimase fascista, nonostante avesse un
padre contrario al regime.

Si definisce, anch’egli, un ragazzo di strada, ribelle. «Ho fatto la terza elementare. Io litigai con il professore perché vuttave sempe e mane e nun
ci iette cchiù a scola.88 Io non andavo più a scuola da un sacco di tempo. Diciamo che io non lavoravo neanche. Mio padre diceva: vieni a lavorare
con me e io me ne scappavo». «Io perciò dico che ho un’esperienza infinita, perché ho esperienza infinita del marciapiede, che è la più grande
università che esiste al mondo e posso dibattermi con chiunque... E l’università è solo quella... all’università c’è s olo una materia, invece per
strada trovi tutto il mondo».

Nel suo caso il conflitto con il padre assume una colorazione politica opposta. «Mio padre era antifascista, ma io ero fascista. Quando l’Italia si
arrese, io piangevo e mio padre mi picchiò pure e disse: ma che chiagni a ffà, ringrazia a dio che è finita la guerra! E io risposi: mi dispiace che
abbiamo perso la guerra». «Io sono nato sotto il fascismo e ancora oggi sono fascista perché parlano sempre male del fascismo ma non è vero
tutto, hanno fatto i tedeschi non Mussolini, lui era un illuso, ha fatto una dittatura all’acqua di rosa, infatti i fascisti abbuscavano a nui...89 Sì,
avranno purgato a qualcuno, ma Stalin ha accise a tutte quante, Hitler a tutte quante, lui doveva essere più cattivo per essere un buon dittatore
secondo il mio punto di vista. E mio padre era antifascista per un motivo: perché lui aveva le stalle con tante vacche e tutta la sua famiglia con
questi animali scendeva per vendere latte fresco e non lo fecero scendere più con questi animali non mi ricordo bene per dove, così lui era
diventato antifascista per fatti suoi, non perché questi lo avevano fatto qualcosa. Tranne questo il fascismo non gli aveva fatto niente. Io ho
partecipato a balilla, avanguardista c’è mancato poco che non diventai giovane fascista. Quando io andavo a scuola non mancavo mai a tutte le
adunate e facevo la guerra in casa perché mi dovevano comprare la divisa e i giovani ragazzi il sabato andavano all’adunata, era bello e ricordo
ancora il ritornello: libro moschetto e balilla perfetto... una cosa di queste...»

La giovane intervistatrice si stupisce, come mai fascista e combattente? «In piazza Carità c’era un cinema a Cavallo San Felice che si chiamava il
dopolavoro e stavamo io e quattro amici miei a vedere un film non mi ricordo mo che film è. Bello e buono si accendono le luci e c’erano tutti i
tedeschi con i mitra in mano che ci fecero uscire a tutti quanti, ci fecero mettere in fila e ci portarono all’università di giurisprudenza al rettifilo e
sulle scale stavano tre marinai fucilati per dare un esempio di quello che sarebbe successo se anche noi ci saremmo ribellati...» «E, a me mi ha
colpito il fatto dei tre marinai uccisi all’università. E là c’è stata una reazione mia. Altrimenti non avrei mai partecipato. E poi sentivo dire che
avevano ammazzato uno qua un altro là e noi certo non avevamo cominciato prima noi. Così era una controcambiatura tra noi e loro. Perciò io ho
partecipato per andare contro i tedeschi e poi veramente volevano minare qualcosa. Io sentivo dire queste cose. Diciamo che il fatto scatenante
mio sono stati quei marinai uccisi. È stata una mezza vendetta e poi anche il fatto stesso che mi pigliarono e mi portarono al municipio. E pensai:
ma che vonne, io sono un ragazzo. E incominciai a fare l’eroe, feci fuggire questi qua, se no li avrebbero portati in Germania tutti quanti. E poi...»

Coerentemente con la sua visione del mondo egli minimizza la portata dell’insurrezione. «Noi giovanissimi eravamo tutti esaltati a causa del
fascismo con l’amor di patria e compagnia di seguito e facevamo delle cose spaventose senza pensare a salvarci la vita. Ed è vero che noi
inseguimmo i tedeschi. Noi ci siamo lusingati di averli inseguiti, ma basta che pigliavano le armi che avevano che ci facevano una spazzatura a
tutti quanti. Uno poi lo pensa dopo. Ma come abbiamo fatto noi a inseguirli? Perché loro presero la strada di Capodimonte per andare via. Ma in
queste quattro giornate si è rischiati la vita tutti quanti e la maggior parte eravamo ragazzi dai quattordici ai diciassette anni. [...] Comunque la
rivolta c’è stata, li abbiamo dati fastidio senz’altro, ma io non dirò mai li abbiamo cacciati. Lo dicono i politici ma... perché se volevano ci
distruggevano... e se n’erano ì,90 perché gli americani stevene a Saler no e difatti dopo un po’ dell’inseguimento stevene già gli americani a
Napoli... cioè noi eravamo convinti di durare quindici, sedici giorni sicuramente, però arrivando gli americani praticamente... noi non lo sapevamo
che erano arrivati gli americani quindi... se non venivano gli americani ci sarebbe stata un’altra città distrutta, perché noi cosa sparavamo? Le
molotov e in sostanza non avevamo tante cose. E quelli ci sopportavano, poi si sfasteavene91 e ci sparavano».

Le bande dei ragazzini, plasticamente descritte, percorrono gli spazi dei quartieri, si muovono velocemente, sconfinano spesso, vanno in cerca di
avventure, seguono le voci: c’è un saccheggio da fare, un fascista da battere, dei tedeschi da fermare... e si corre.

«Era una banda di dieci, dodici di noi. Tutti ragazzi di strada tra nne sette, otto un po’ più grandi di noi che non erano andati a fare il militare,
perché chi aveva un po’ la gamba così, chi la gamba non ce l’aveva proprio, aveva la stampella, eravamo in dieci, dodici di noi, quattordici,
quindici anni fino a vent’anni». «Tutti i ragazzi, sempre armati, avevo amici pieni di bombe, i fucili, che non sapevamo proprio come adoperarli,
mitra... nessuno si metteva a dirigerci a noi, qualcuno più grande, nessuno nessuno è riuscito mai a dire: io ora vi comando. No, ci avevamo
sempre delle bande formate, di quartiere, a piazza Dante c’era un’altra banda di ragazzi come noi, sopra i Quartieri, giù alla Sanità» (Ernesto
Minino).

Anche Vincenzo Leone si avvia con gli amici Totò, detto Rodolfo Valentino, ed Enzitiello. La descrizione è un pezzo di cartolina del tempo.
«Incontrai due amici dei miei Totò, soprannominato Rodolfo Valentino e Enzitiello. Enzitiello teneva nu fucile che ci mancava tutto il pezzo di
dietro, ce steva sule a canna e o grilletto e l’otturatore per sparare. Pioveva pure e ie teneve e zuoccole o pere,92 anche se di solito li mantenevo
in mano e camminavo scalzo». Ma, come abbiamo visto, Vincenzo Leone era figlio di un antifascista e combatté poi accanto ai partigiani più
grandi partecipando ad azioni riconosciute e importanti come quella che avvenne nelle campagne di Pezzalonga. Nella maggior parte dei casi
bambini e ragazzi erano a fianco di padri, fratelli, cugini, vicini di casa più grandi. Gli adulti ci sono sempre nei loro racconti e affidano loro
compiti di messaggeri, di procacciatori di armi, di aiutanti. Vincenzo Sanno, allora t redicenne del quartiere Montesanto, racconta di essere stato
mandato alla ricerca di munizioni. «C’era una mitragliatrice francese con una base e c’era un ufficiale della marina vicino che si rammaricava che
non c’erano le munizioni adatte, allora partimmo tre o quattro ragazzi e andammo alla scuola Vincenzo Cuoco e c’erano munizioni, c’erano armi
là... ora noi non sapevamo che dovevamo prendere, uno prese quelle là a strisce, un altro altre e le portammo a quell’ufficiale. Quanti anni avevi?
Avevo tredici anni. Ma sai come le portavamo? A volte le strisciavamo per terra... Comunque pigliammo queste armi e furono buone per questa
mitragliatrice. Ora che successe? Che in questo frattempo scesero i carri armati da Capodimonte, ora quelli misero all’angolo del Museo, fra la
galleria e di fronte alla galleria, le mine sotto e i tram di traverso che venivano da Foria e li misero tutti... Quelli non si perser o di coraggio, la
prima cannonata nella galleria e scappammo, io mi vidi uscire il sangue dalla gamba, dissi io: e che è successo? Poi mi tolsi io stesso una scheggia
di quella cannonata».

Le immagini si affollano simili: bambini che accorrono con armi trovate in casa, bambini e ragazzi che trascinano caricatori, che reggono
cartucce...

«Io ero bambino, loro erano grandi, chi teneva ventotto, chi trenta, poi sapevo che erano della zona, ma non avevo nessun rapporto con quei
ragazzi. E vidi che loro si erano raggruppati dietro questo fabbricato e si avviavano verso via Foria. Io prendo questo moschetto di nascosto...
Mia madre lo teneva nascosto sopra a un armadio e me lo andai a prendere. Arrivato in mezzo alla strada... li raggiunsi. Dice: che fai co sto coso
in mano? Vattene a casa! Sai, mi minacciavano, capito? Io non lo volevo mollare il moschetto. Insomma si prese il moschetto, dice: non è cosa per
te, questa è cosa di grandi, tu sei ragazzino. Tenevo nove anni, immagina un po’, e me lo strapparono, mi permisero di seguirli... E li seguii. Dagli
scontri a me mi tenevano proprio lontano per cautelarmi» (Salvatore Borrelli).

«Io ero o raccoglitore re feriti, perché poi a piazza Montesanto fu un combattimento fra fascisti e partigiani... le scale di Montesanto, quelle che
portano al corso... lì ci fu un combattimento, fu colpito un civile in mezzo a una gamba e io lo portai ai Pellegrini e poi dicette chille: Purtateme a
casa. E abitava in un basso, io e un altro sopra a una sedia facemmo tutta la salita del Cavone, all’inizio della salita ci fu un combattimento fra
tedeschi... nun se capeve niente llà, iie nun saccie neanch’ie comme so’ vive llà.93 Poi finito questo combattimento un silenzio e a chiste lo
accompagnammo dint’a sto basso e poi me ne andai a casa» (Vincenzo Sanno).

«L’accampamento dei soldati italiani al Frullone, dove ora c’è il cimitero dei soldati inglesi, fu saccheggiato anche quello: rimasero solo una lunga
fila di camion, autoblindo ed altri mezzi incustoditi. Io ed altri ragazzi potevamo girare perché i tedeschi non ci facevano niente. Io mi sono messo
su un camion e, spinto da altri ragazzi dietro, sono riuscito a farlo camminare un po’ in discesa, poi, non sapendo come frenare, per fortuna ho
strisciato contro il muro e si è fermato. Appena siamo scesi ci hanno chiamato delle persone adulte che stavano in campagna. Noi siamo andati lì
e ci hanno detto che dovevamo rompere le coppe dell’olio in modo che i tedeschi non li potevano prendere, infatti si sarebbero fusi i motori... E
poi ci chiedevano delle armi. Io e ragazzi come me siamo andati nella caserma di Secondigliano e di Piscinola perché c’erano le armi nei cortili,
c’erano tutti i fucili, bombe a mano, pistole, elmetti. Noi andavamo a prendere queste armi, le mettevamo nelle camicie, nei giubbotti e le
portavamo lì. Questo solamente per un giorno, poi i tedeschi hanno messo le sentinelle e non facevano più entrare nessuno. Io e gli altri ragazzi
della mia età ci limitavamo a prendere le armi e a portarle, invece altri ragazzi combattevano per le strade» (Giuseppe Riccio).

«Poi andavamo nel distretto militare a prendere le munizioni e io ero piccolino allora, non sapevo nemmeno come si sparava: presi il fucile, misi
un colpo in canna, mi andò in fronte! Il fucile quando spara fa po-po-pom e mi feci un bernoccolo in testa! Io sono stato vicino alla mitragliatrice,
tenevo i colpi in mano a quello quando sparava. Io ero piccolino, non sapevo neanche il pericolo, non me ne rendevo neanche conto di quello che
facevo, tenevo solo quattordici anni» (Antonio Barrella).

I ragazzi, passati alla storia con il termine di scugnizzi, erano gli stessi che si appendevano ai tram, che disobbedivano e litigavano con i fascisti
del quartiere. Erano indipendenti, coraggiosi e curiosi. Ed erano i più mobili. Nessuno riusciva a trattenerli prima e nessuno riuscì a tenerli in
casa durante gli scontri. Essi stessi oggi si definiscono ragazzi di strada. Ma il termine di scugnizzo, nell’accezione in cui si è diffuso a livello
nazionale, travisa la loro figura sociale. Esso trasmette un senso di marginalità, un’idea di fanciullo plebeo attraverso cui passa in effetti un
giudizio sull’insurrezione.

«Le quattro giornate io non le ho viste, però se ne parlò molto. So che dei ragazzi, dei delinquentucci si sono ribellati, dei giovani insomma
cominciarono a muoversi un po’. Parlarono delle quattro giornate di Napoli proprio perché ci furono parecchi ragazzi più delinquenti, che
facevano saltare i carri armati». Giuseppe F. di Ercolano esprime con grande chiarezza una precisa immagine storica e sociale, un’immagine
molto diffusa su cui ci soffermeremo. In realtà, come ci indicano i personaggi che abbiamo incontrato, i ragazzi erano figli di artigiani, di piccoli
commercianti, anche di piccoli impiegati, ragazzi dei quartieri popolari, che vivevano fin da bambini la dimensione della vita quotidiana nelle
strade della città. Erano semplicemente l’espressione dell’infanzia del tempo a Napoli. Gli spazi della strada erano gli spazi dei giochi e divennero
lo scenario di una grande avventura, vissuta accanto o in mezzo ai grandi, tra le pieghe della guerra.

La caccia ai fascisti

I tempi convulsi dell’occupazione tedesca e dell’insurrezione limitarono reazioni e vendette contr o gli esponenti del passato regime. E la
memoria ne cancellò poi quasi del tutto le tracce, tranne in casi isolati e simbolicamente più significativi. Ci furono, fra l’altro, sostenitori convinti
del regime che combatterono contro le truppe tedesche, in quanto occupanti, seguendo un ideale patriottico. Non mancarono episodi di scontri
con i fascisti più accesi, che si schierarono senza mediazioni con i tedeschi e che fecero opera di cecchinaggio dai tetti delle case, ferendo e
uccidendo molti insorti.

«Chi era fascista incominciò a uscire fuori e incominciò a fare degli atti un po’ disgraziati, infatti abbiamo avuto un tizio che stava qui al Parco
Cis, che poi i partigiani l’hanno fucilato, c’a capa dinte a spazzatura a chille l’anna vuttate,94 mi pare che si chiamava Mautone. – Rosario Nasti, il
padre di Rosario Nasti... uno dei fratelli lo chiamavano Piglione, era il capo ra resistenza di Materdei, dice che questo qua fu ucciso perché teneva
un baldacchino e da sopra alla casa sua al Parco Cis dava notizie ai fascisti. I partigiani, Piglione, lo zio di Rosario Nasti, capettene95 che era lui
che diffondeva queste notizie e o iettene a sparà, Rosario dice che fu proprio il fratello a ucciderlo. – Vigliaccamente si mettevano sui terrazzi i
fascisti, a stento cacciavano solo a testa...» (Michele Lubrano e Vincenzo Sanno).

Ma, come nelle insurrezioni del centro-nord, vennero cercati, picchiati, a vol te linciati e uccisi soprattutto quei fascisti che si erano distinti per le
prepotenze nei quartieri. Con loro la gente regolò vecchi conti, attuò una vendetta meditata da tempo.

Franco Vassetti, allora bambino, non combattente né tanto meno politicizzato, racconta senza toni di condanna l’uccisione del gerarca locale. «Io
abitavo lì, a rione Materdei e il panettiere si trovava in via Salute, quando incomincia a salire verso piazza Canneto, all’inizio, sulla destra c’era
questo panificio, il quale, poverino, distribuiva il pane con le tessere. E a volte se andavi un po’ più tardi, a volte non riuscivi ad avere il pane,
perché comodamente un gerarca fascista che stava nella zona si alzava con comodo, andava dal panettiere, non faceva la fila... Usciva il
panettiere un po’ con la faccia bianca, perché poi si ribellavano le persone, e diceva: il pane è finito. Perché quello aveva sequestrato tutto il pane
per la famiglia, per gli amici, non lo so. E la cosa bella... non lo so, sentimenti non di bambini, sentimenti da adulto ferito... cioè quando fecero le
quattro giornate a questo fascista lo uccisero. Perché era una carogna e lo misero in quei bidoni dell’immondizia dell’epoca. Lei lo ha visto
ucciso? Sì. E lo misero così, con le braccia a penzoloni fuori e morto, così, e tutti passavano e lo sputavano in faccia, io gli ho sputato pure io in
faccia. Dove lo misero? Alla Salute. Sa chi è che lo uccise? No, io penso che furono i partigiani, furono i partigiani. Ma come venne ucciso,
fucilato? Sì, sparato, perché gli grondava del sangue mi pare dalla testa».

I racconti di prepotenze, di soprusi fatti da uomini del quartiere in nome di una posizione locale nel partito fascista sono numerosissimi.
L’insurrezione fu anche il momento per fare pagare chi nel rione si era particolarmente distinto per tracotanza.96 Nel quartiere di Ponticelli si
ebbe l’uccisione ritualmente più significativa, strettamente legata alla massiccia deportazione di giovani che avvenne in zona e alla strage operata
dai tedeschi il 29 settembre.

Il giorno dopo la rappresaglia, il 30 settembre, con gli alleati alle porte e i tedeschi in ritirata (Ponticelli è il quartiere attraverso cui le truppe
alleate entrarono in città) sulla piazza principale venne ucciso il segretario del fascio, Federico Travaglini. Alcuni raccontano che fosse sospettato
di aver aiutato i tedeschi nell’opera di rastrellamento, altri ricordano l’episodio come un’azione di vendetta popolare contro una famiglia che
aveva incarnato il regime. Le testimonianze si dividono anche sulle caratteristiche della persona.

«Lo rincorsero fino a viale Margherita all’altezza della farmacia Scamarcio presso il quale Travaglini fece l’ultimo tentativo per salvarsi
chiedendogli aiuto, ma Scamarcio, altro esponente fascista, lo sbatté la porta in faccia. Lo ammazzarono davanti alla farmacia e poi ne fecero
scempio del corpo, sputazzate, calci, che era quello che lui aveva fatto a tanta gente nel paese» (Mario D’Amore).

«A damigiana ’e benzina ’ncuolle, po’ chille se ne fuiette, o purtaiene ’nc opp’a caserme re carabinieri, chille se ne fuiette n’ata vota... uh... o
sparaiene mmieze e cosce, uh... accussì, e chille se ne fuieva ancora, po’ se ne fuiette int’u palazzo ’e Scamarcio, int’o palazzo ’e Scamarcio o
iettene a piglià e o ccirettene»97 (Gerardo M.).

«I tedeschi erano troppo preoccupati e stavano scappando, gli alleati non avevano ancora instaurato un governo e un controllo e nei tumulti di
piazza fu catturato Travaglini e fu ucciso. Si ebbero questi moti a Ponticelli contro il federale fascista il quale si sarebbe anche salvato se ci fosse
stato un minimo di legalità, ma non c’era e chi aveva un fucile contava di più di chi non l’avesse» (Gaetano Di Porzio).

«Ma chilli settene e comunisti... mo nel senso, quando po’ è caruto o fascismo, che è successo? Quello che poi la storia lo dice, llore erene avuto o
mmale a chesta gente ccà, allora o tenevene int’o sanghe o mmale... mazzate, pugni, ppurrghe, carcere, anni e anni ’e carcere... Mo chesta gente
avendo il momento opportuno ro llore, sarrà pure peccato... nun l’erane a ffà, erene perdunà... Gesù Cristo dice vuole il perdono... e s’anne
vendicate, e venette pe Punticielli st’atu fatte, io me lo ricordo quanne po’ accirettene a Travaglini»98 (Melania M.).

«Abitava a via Ottaviano e teneva una provvista di viveri esagerata. Comandava quasi tutta Ponticelli con vari seguaci intorno. Adamo un uomo
che calpestava la cittadinanza, Salernitano diventato comunista, Tammaro, mezza gonnella, e un figlio di questo scappando verso corso Ponticelli
fu ucciso dai tedeschi. Il fascismo è stata una dittatura totalitaria. Io andavo a scuola con le scarpe mentre gli altri andavano scalzi e non avevano
niente... Dopo la liberazione d’Italia ci sono state le quattro giornate e c’è stata un’organizzazione diversa. Travaglini quindi è stato ucciso perché
ne ha approfittato troppo di Ponticelli... Travaglini era un approfittatore che conservava tutto. Quando c’è stata la liberazione uno di Barra lo ha
preso per il collo e lo ha portato a Ponticelli. A Ponticelli volevano fucilarlo. Qualcuno aveva pure una latta di benzina che gli buttò addosso per
bruciarlo... Comunque a furia di pugnalate, calci, sputazzate, lo hanno ucciso così straziatamente... Però io per l’umanità non ero tanto d’accordo,
ma stando in mezzo così non potevo dire niente. Se tu devi condannare una persona lo devi fucilare e basta» (Eduardo Aurino).

L’uomo fu dunque ucciso dalla folla, che poi infierì sul suo cadavere. Ci fu un processo nel dopoguerra, in cui vennero individuati i colpevoli, poi
amnistiati nel 1947. Abbiamo una descrizione particolareggiata degli eventi nella sentenza della Corte di Assise di Napoli del 1946.99

Una prima versione dei fatti era apparsa in un rapporto del maresciallo dei carabinieri della stazione di Ponticelli del 2 ottobre 1943. Travaglini
«era stato ucciso sulla pubbblica piazza a colpi di fucile e di pugnale dalla folla inferocita e armata, in seguito alle accuse di aver costui favorito i
tedeschi nella ricerca dei giovani del luogo...» Si specificava nel rapporto che «l’Arma, dopo essere riuscita a strappare il Travaglini una prima
volta dall’ira della folla, che l’aveva ridotto malconcio e finanche bagnato di benzina per bruciarlo nella pubblica piazza, lo aveva fatto riparare in
caserma, senonché un migliaio di persone circa, fra cui moltissimi armati di fucile e moschetti, avevano aperto il fuoco contro le finestre, i
balconi e il portone della caserma, gridando ad alta voce di non dare rifugio al traditore, con minaccia di incendiare la caserma e, nel momento in
cui il carabiniere Poletti Roberto rientrava in caserma, la folla vi aveva fatto irruzione portando fuori il Travaglini e sulla piazza Margherita, alle
grida di vendetta, uccidetelo, uccidetelo, molti colpi d’arma da fuoco erano partiti dalla folla, quindi il Travaglini era stato raggiunto, era stato
finito a colpi di fucile sparatigli a bruciapelo e con pugnale, ed il cadavere era stato poi vilipeso dalla folla con calci e sputi». Dopo l’uccisione il
corpo era stato portato al cimitero e sotterrato in gran fretta, nessuna autopsia era stata compiuta. Si dichiarava che il fatto era stato compiuto
da una folla indistinta, perciò da ignoti, e si chiudeva il caso. Ma, nell’agosto del 1944 arrivava al giudice istruttore la copia di un verbale che
conteneva accuse precise. A guidare la folla erano stati militanti comunisti che si era no resi protagonisti di una vera caccia all’uomo: scovato sul
campanile di Barra, condotto a San Giovanni fra le percosse, era arrivato in piazza «malconcio», lo avevano cosparso di benzina, era stato salvato
da un carabiniere, ma – e qui il racconto divergeva nettamente da quello del rapporto precedente – era stato successivamente abbandonato dagli
stessi carabinieri. A un certo punto la porta della caserma «era sta ta aperta ed era stato visto uscire il Travaglini, solo, mentre la porta era stata
chiusa dall’interno». Federico Travaglini era ancora riuscito a fuggire nella farmacia Scamarcio (si dice oggi che Scamarcio fosse fascista e amico
suo) ma anche da questo luogo era stato cacciato. A questo punto distrutto si «era ripiegato su se stesso e aveva implorato il suo uccisore primo
che conosceva: Umbè tu uccidi un padre di undici figli, io non ho alcuna colpa. Ma costui digrignando i denti, aveva fatto partire il colpo dall’alto
in basso. Erano seguiti altri colpi di arma da fuoco e, mentre il Travaglini rantolava, Migliaccio Eduardo gli aveva vibrato tre colpi di pugnale al
busto ed aveva levato in alto l’arma intrisa di sangue, per mostrarla alla folla che assisteva».

A seguito di questo verbale il giudice istruttore il 10 dicembre 1944 aveva ordinato la riapertura delle indagini. Fu allegato agli atti un rapporto
del maresciallo dei carabinieri di Ponticelli del 18 ottobre 1943 sulla strage tedesca e sulla successiva uccisione di Travaglini. Il rapporto mette in
relazione i due fatti. «Il 29 settembre, in seguito al bando germanico, il quale ordinava la presentazione obbligatoria dei giovani delle classi dal
1910 al 1925 e, poiché tale bando non aveva avuto alcun esito per essere i giovani nella quasi totalità mancati alla presentazione erasi realizzato
il prelevamento di essi a mezzo della forza, dei sequestri, delle violenze, donde la insurrezione contro i tedeschi ed una vera battaglia tra costoro
e i patrioti nella quale vi erano state 35 vittime di Ponticelli, durata fino al giorno 30 settembre, e si aggiungeva che non si escludeva che durante
tali avvenimenti qualche vittima era stata fatta da elementi fascisti, pur non essendovi elementi concreti a carico di chichessia».

Sono molti gli elementi di particolare interesse che emergono dalla sentenza e su cui non abbiamo qui tempo e spazio per indagare: il
comportamento dei carabinieri che consegnano il loro antico amico in pasto alla folla, la negligenza delle prime indagini, le figure di coloro che
vengono indicati come gli esecutori materiali e sobillatori della folla. Qui possiamo limitarci a sottolineare il senso che i testimoni oggi e il giudice
allora danno all’accaduto. Un rito di vendetta, che risponde alla rappresaglia del giorno precedente e che, in qu alche modo, anticipa a livello
locale il più grande rito collettivo che si verificherà a piazzale Loreto. La memoria ha dimenticato alcuni particolari della scena che rimandano a
visioni antiche, che sottolineano la ritualità tragica dei fatti e la rendono, anche da questo punto di vista, vicina all’uccisione del duce.100
Particolari che emergono invece vividamente nelle testimonianze raccolte allora e che il giudice comprese con particolare intelligenza, facendone
la base interpretativa dei fatti.

«Il Travaglini fu il capro espiatorio dei dolorosi avvenimenti che afflissero la popolazione di Ponticelli, per la carica fascista che aveva ricoperta,
senza alcuna particolare colpa da parte sua, come indicano le stesse modalità dell’uccisione avvenuta in una piazza pubblica ed in presenza della
popolazione alla quale il Migliaccio mostra la lama intrisa del suo sangue, come pegno di espiazione, e coloro che tale uccisione eseguirono
ebbero solo il movente di tale espiazione e di attuare una giustizia popolare».

L’uccisore che porge la lama grondante del sangue di Travaglini campeggia sulla scena del linciaggio e ricorda il gesto antico del carnefice o del
sacerdote che ha ucciso la vittima sacrificale. Anche il vilipendio del corpo rimanda a una ritualità antica radicata nella memoria della nostra
civiltà.

Antifascismo?

Antifascismo è un termine forte, ha un significato politico consolidato ed enfatizzato: viene collegato a variabili precise, prim a di tutte la
«coscienza», vale a dire la consapevolezza politica di combattere contro il regime insieme a una sua chiara condanna. In ogni quartiere – e nei
racconti sono più presenti di quanto mi aspettassi – vi erano dei personaggi noti per la loro avversione al regime e per le persecuzioni che da esso
avevano subito, ma una coscienza antifascista netta e chiara non era certo diffusa a tutta la popolazione, come del resto nella maggior parte del
paese, mentre erano invece molto diffusi una sincera rabbia contro il regime che aveva condotto alla guerra e un grande disprezzo per la classe
dirigente che aveva lasciato civili e soldati in balia dei nemici.101

«Noi non abbiamo saputo proprio niente, non si capiva proprio niente, disorganizzazione... I tedeschi disarmarono tutta l’Italia, non c’erano
ordini, il re se ne scappò, quel vecchio disgraziato! Perché se quello fosse rimasto a Roma, il popolo sarebbe accorso a lui, invece lui
vigliaccamente se ne scappò. Lui non doveva abbandonare la capitale, doveva dire: io sono il re e rimango qua, e se i te deschi mi ammazzano,
vendicatemi» (Giuseppe Iaccarino).

Era inoltre profondo e diffuso l’odio per chi approfittava di una posizione politica per imporre la propria personale prepotenza.102 Lo abbiamo già
trovato nelle descrizioni di molti testimoni, compare in moltissimi racconti. È uno degli elementi distintivi del discorso contro il regime, insieme al
fastidio e all’irrisione per le parate e i riti. Sono spesso i figli a raccontarci le vessazioni subite dai genitori.

«I fascisti allora presero a mio padre, pecché ce steve fore a via Nova un alimentare ca venneva tutte chesta rrobba, accussì. Allora dato che si
trattava con mia madre, la moglie di questo ci conoscevamo e ci dava ogni tanto un poco di farina a mia madre, pecché allora nun ce steve, di
nascosto pecché llà guaie a chi faceve sti ccose... e mio padre, nun c’ere manco a luce pe’ Punticielle, nun ce stevene e luce, me ricorde ca mio
padre mentre veneve allà fore llà, ca teneve stu sacchettine cu chillu ppoche ’e farina... ci stava un fascistone grande grande, n’omme, che vi
debbo dire, ca pareve na muntagna, tutte medaglie... Lo chiamavano Barlettaro, perché era di Barletta... questo è l’episodio mio da bambina, da
ragazzina, che mi posso ricordare e fino a che more non me lo scordo mai... chillu berretto da fasciste, chilla frangia che sventolava quando
camminava, cu chilli cazuni a zuava, cu chilli stivali, proprie nu fascistone proprie... Comunque chiste e n’atu ’e Punticielle, ca mo è vive ancore,
insomme acchia ppaiene a chistu pate ro mie cu chesta sacchettina cu chesta farina, ca chille per amicizia ce lo diede a mio padre. Erene quatte,
cinche, sei chile ’e farine insomme, chistuccà pigliaie na svista pensando che mio padre... llore cercavano una contrabbande di pane che abitava a
via Napoli, e se pensavene ca eremo noi quella contrabbanda di pane che llore andavano in cerca. Vennero a casa, questo fascisto grande che vi
ho detto ca pareve na muntagna, assieme cu chistuccà, perquisirono tutta la casa, e mia madre allora teneve na valanzella piccolina, bilancina per
uso di casa insomma di cucina, se pigliaiene chella bilancia, non so se vi ricordate, allora quando si faceva o pane int’a casa teneveme chelli
mattunelle ’e legne, ca facevene o ppane arinte, se pigliaine chella martere... Insomma, già s’erene purtate a papà sul fascio, aro ce sta o
municipio ’n miez’a piazza, ce steva o fascio, e mammà faceve vicino a chillillà: ma pecché me state facenne cheste, che è successe? – Vuie site a
contrabbande ’e vasce... – Ie, a contrabbande ’e vasce a Santa Croce? – Mammà lottava con quello così, e se pigliaiene pure a mia madre e s’a
purtaiene sul fascio. – E non ci prendiamo pure la bambina... – che allora era io – perché è troppa piccola. – Io rimasi cu chesta sora ’e mia madre,
pecché s’erene pigliate a mammà, ie so’ unica figlia, e insomma me ne ietti addu chesta zia, pecché allora poie teneve sette, otto anni, nove anni,
dieci anni, non mi ricordo bene l’età, e se purtaiene a mammà e papà, e purtaiene carcerate proprie, e purtaiene a Barra, a Barra ce sta nu
carcere allora, e dice ca e accirettene e palate, tante re schiaffe che rettene a mio padre... papà steve a na stanza, sempe ’ncoppe o fascio ccà a
Ponticelli, e mammà steve a n’ata stanza, mammà...»103 (Melania M.).

La signora Melania racconta che la madre sentì le urla del marito dall’altra stanza, ne riconobbe la voce perché non sapeva che avevano preso
anche lui, e non sapeva il motivo per il quale avevano perquisito la casa. Si rese conto solo allora che anche il marito era prigioniero. Cominciò a
chiamarlo, a dirgli che pure lei era lì. «Mi hanno dato tanti di quelli schiaffi, mi hanno stordito – ricette vicino a mammà. – Tonì, Tonì! – la mamma
rispondeva dal muro. Muro a muro si parlavano, sempre stanne in queste camere di sicurezza che a vvote tenevene sul fascio. Allora mia madre
diceva – Pure a me chille me steve cecanno l’uocchie. Ha detto vicino a me: si nun facite il nome, dice, ti ceco gli occhi. – Cecamille, famme veré
si tiene o curagge ’e me cecà. – Mia madre cu chillullà ’e Punticielle, o cape re fasciste ca steve ’ncopp’o fascio a Punticielle. Chille po’ e purtaie
pure carcerate a Barra. [...] Chille, pateme, avette o male, chille stette c’a capa stordita, pure ’n mane ’e miereche ett’a ggli, o sturdettene tutt’a
capa, rice, ch’e pacchere c’o rettene»104 (Melania M.).

Molti altri racconti riportano una diffusa insofferenza verso le prepotenze dei fascisti, un clima di «resistenza» più o meno attiva, cresciuta
proprio nei rapporti e negli scambi quotidiani, che appare già radicata negli anni del ventennio, e che va messa anch’essa tra le cause strutturali
dell’insurrezione. «Ah, il 25 luglio... noi che non sentivamo quell’attaccamento al fascismo: ah, meno male, se ne so’ iute a annanze i pere!»105
(Michele Lubrano).

«Mi ricordo che un giorno mio padre aveva speso tutti i soldi perché era andato in campagna a prendere qualcosa da mangiare e aveva comprato
anche delle conserve per i giorni prossimi, proprio quella sera vennero i fascisti e si presero tutto, mio padre piangeva come un bambino, non ha
pianto così neanche quando è finita mia mamma, ma era disperato, non avevamo più soldi e niente da mangiare. I fascisti se ne sono visti bene
dei saccheggi e delle mazzate alla gente che si ribellava, e che mazzate! Qualcuno è morto perché erano colpi forti e poi non si fermavano fino a
quando uno non rimaneva a terra senza muoversi. Pure per il coprifuoco picchiavano quelle persone che non rimanevano a casa o anche che
lasciavano una piccola luce accesa, entravano e riempivano di mazzate a chi truvavene... una volta pure a una mia parente che aveva lasciato la
luce accesa a rumpettene e costole, non so quanti giorni è dovuta stare ferma nel letto. Quando poi la situazione si fece brutta per Mussolini, che
era stato tradito e stavamo pure perdendo la guerra, mi ricordo che si pigliarono tutti i cancelli dalle ville, le ringhiere dai balconi, le fedi, il
rame... Tutta questa raccolta per l’onore della patria, perché i soldi erano finiti e i nostri eserciti non avevano più armi, e li volevano da noi. Già in
quel periodo però e fasciste acalaine a capa106 perché cominciarono a sentire che per loro era arrivato il momento, e si mettevano paura della
gente che avevano offeso e picchiato» (Teresa Peluso).

«Se non ci fossero stati gli antifascisti a impedirlo il popolo napoletano avrebbe dato sfogo alla rabbia, tutta l’ira che aveva in corpo per tutte le
angherie subite, che poi questi menavano, a parte il vecchio olio di ricino, però schiaffeggiavano facilmente, abusavano... Se noi adesso abbiamo
la camorra che impone la tangente allora la tangente la mettevano questi fascisti. Proprio la tangente? No, andavano al negozio e si facevano
mandare la spesa a casa, sotto questo profilo abusi ne facevano. Questi sfogavano la loro prepotenza, la loro arroganza» (Antonio Amoretti).

«Ma chi aveva a tessera e chi viveva con loro stava un po’ meglio di me senz’altro, meglio di me nel senso che chille faceve... erene guapperie
quelle che facevano loro, non era più una cosa normale, perché diceva: io so’ fascista. E se ne andavano do ve volevano e si pigliavano quello che
volevano, perché poi la mafia l’ha creata il fascismo, non è che si era fatta... perché i fascisti erano dei mafiosi, erano dei prepotenti che si
presentavano in un posto: io so’ fascista e mi devi dare questo! Hai capito? E allora non è che a mafia... esiste oggi, che nun tenene a divisa, ma
prima tenevene a divisa e era la stessa cosa, nun te preoccupà! Hai capito?» (Giovanni Palumbo).

«Se viveva o stesso ma sempe cu chella cosa ca nun putive dicere niente, nun putive parlà ’e politica, aviva ricere sempe: bello chesto, bello
chello. Vulevane cumannà tutta cosa, oì. Luaine pur’o libro Cuore a int’a e scole, perché era troppo sensibile. Se riceva: libro e moschetto fascista
perfetto. Luaie tutte e cose bone, pe’ mettere solo cose violente. O re nun se ne mpurtave si tu eri ricco povero o che facevi, bastava che ci
pagavi le sue tasse e poi ti lasciava fare. Mussolini no, a scola si andava c’a camicia nera, aviva dicere sempe... si qualunque cosa dicevi o facevi
te purtavano copp’o fascio e là erano mazzate e morte. A gente era scontenta, a rabbia cchiù grossa è che eravamo impotenti, nun puteveme fà
niente. Se riceva: duce duce che alla fame ci conduce... Erano tutte quelle imprecazioni popolari che servivano pe’ se sfucà, a si no a rabbia
scoppiava. Faceva sempe adunate, parate, tutte cose finte pecché areto nun aveva niente, facette a guerra senza cannoni, senza fucili e ricette: in
venti giorni... Oi lloche...»107 (Livia Majolo).

«Pensa un po’ io ricordo un episodio e non me lo dimentico, stavamo fuori alla chiesa qua, la chiesa in via Salute e c’era la squadra dei fascisti
che doveva uscire con la bandiera con la testa di morto e doveva uscire. Di fronte alla scuola Petrarca c’era un barbiere. Questo barbiere stava
facendo la barba a un signore, questo poveretto si faceva fare la barba, non ha pensato al gagliardetto, si sono tornati due di loro e hanno detto
vicino a don Pasquale, che era il barbiere: fate uscire a quel signore. Prima lo hanno fatto alzare il gagliardetto e dopo... le botte che ci hanno
dato! schiaffi a dozzine, perché si è fatto fare la barba e doveva salutare. Allora tutto questo nella mia mente lavorava, lavorava sempre e che è
successo? So’ venute le famose quattro giornate...» (Ernesto Minino).

Sono molte le descrizioni di prepotenze e di soprusi: vanno dall’incarceramento facile alla soperchieria spicciola, all’ordine imposto con la forza.
Sono racconti di panni stesi tra i vicoli e di fili tagliati con tutti gli indumenti caduti e sporchi perché qualche fascista locale aveva deciso di
portare ordine al panorama del vicolo, di ragazzi rincorsi e picchiati perché si attaccavano ai tram, di bottegai multati per occupazione della
strada, o cacciati perché irregolari...

«Quando io ero proprio piccola, avevo sette anni, in mano ai fascisti... mio padre lavorava nel porto di Napoli e fu ferito nei treni, papà era
ormeggiatore e aspettava una nave che rientrava per ormeggiare, non fu fatta a manovra dall’addetto e a papà gli schiacciarono il braccio. Noi
eravamo nove in famiglia... a famme ca ce steva... e purtroppo incominciammo a lavorare tutti quanti, ed io compravo gli aranci, li facevo a fette,
li giravo nello zucchero e li vendevo. Purtroppo queste cose non si potevano fà... nun se putevene fà, nun esisteva proprio ca tu te mettive cu
bancarielle, venevene e fasciste, pigliavene sta rrobba e buttavano tutto. E ie che puteve fà?108 Piangevo perché noi eravamo dieci persone di
famiglia e a mangià... [...] Toglietti questa roba da mezzo e mi mettetti a vendere le uova. Mammà l’andava a prendere a Nola, Caivano, con la
Vesuviana, di contrabbando... [...] La domenica servivano le uova per chi doveva fare ’ndurate e fritte e quindi si vendevano queste uova di
contrabbando... o salumiere e venneva a na lira, ’e contrabbando se vennevene na lira e mieze, giustamente. Quanne m’a faceve fore che uardie
tutto andava bene, quanne me ’ncastagnavene109 purtroppo le dovevo vendere a prezzo di calmiere. Io tale era la rabbia brutta perché sapevo
come mia mamma se le era procurate... Allora una volta di queste le guardie mi dissero che le dovevo vendere a prezzo di calmiere, io dissi:
manco si m’accirene. Lanciai la seggiolella che avevo in terra ai guardie e loro mi portarono in questura. Dissero che io piccirella piccirella avevo
fatto oltraggio a pubblico ufficiale e mi mettettero sotto a una finestra per due ore e mezza, chiusa, aspettando che qualcuno portasse
l’imbasciata a mia mamma per fargli sapere quello che era successo...» (An na De Rosa).

Si potrebbe leggere tutto ciò come il conflitto fra una popolazione povera e ribelle e le istituzioni che cercano di imporre un certo ordine, ma i
fautori dell’ordine sono spesso «guappi» prepotenti e iniqui, oscuri personaggi che cercano una ribalta attraverso la prepotenza nel vicinato,
come ci hanno suggestivamente narrato i testimoni. I ragazzi di allora ricordano le vessazioni imposte ai genitori. In alcuni casi la propaganda
fascista attraverso la scuola era riuscita a creare una divisione all’interno della stessa famiglia tra genitori e figli, come nel caso di Domenico
Toscano che ricorda il padre antifascista e le prepotenze subite da lui e dalla famiglia con una mirabile analisi del regime locale e della sua
affermazione, ma insieme mostra una sorta di astio nei suoi confronti per aver subito una condizione di disagio a causa della sua scelta. «Mio
padre era un antifascista. Il fascismo aveva accolto per potersi affermare una massa di gente poco pulita che non aveva un lavoro, quasi
ignorante, che poi ripulì piano piano nel tempo. Ad esempio un tizio che non sapeva fare niente, diventò una guardia fascista e poiché sapeva che
mio padre fosse un liberale non lo digeriva e lo fece licenzi are... po’ stu tizie che facette? Oltre che noi già steveme ’nguaiate, mettette e bombe
sotto o purtone, perché la nostra era una famiglia conosciuta. Questo in mezz’a via chiedeva: sei fascista? Non sia mai dio dicevi. No. Ti portava
in farmacia e ordinava un quarto di olio di ricino po’ e mazzate, perciò dico Mussolini dovette circondarsi anche di personaggi poco... Mio padre
essendo antifascista, poiché i militari che andavano al fascio portavano una divisa, mio padre un po’ perché nun ce stevene sorde, nu poche
perché nun cio vulette fà, mio fratello andò senza divisa e il tizio o fa cette stà na notte in galera». Ma ecco che nel racconto emergono frammenti
di sofferenza tradotti in astio verso il padre. «Noi abbiamo vissuto male proprio per la vicissitudine di mio padre che è stato antagonista del
fascismo, che poi lui era consapevole ca teneva cinque figli... che me ne fotte si so’ fascista o no! E invece proprio e cervella ca a vote nun è
bona... ce fai suffrì a famme... mia madre vendette tutte e proprietà».

Qualcuno usò il fascismo per farsi strada, molti giovani lo vissero come un momento di riscatto e di affermazione, parecchi lo subirono invece
come ulteriore moltiplicatore di differenze. Le differenze fra i militi fascisti e i soldati, le differenze fra chi aveva la divisa e chi no, fra chi era
figlio di un fascista e chi di un poveraccio... come mostra il brano estremamente suggestivo di Francesco Russo, figlio di barbiere, di Fuorigrotta.
«Sono nato con una fame arretrata... anzi a pensarci bene, la fame è stata il motivo dominante della mia giovinezza... Appartengo a una famiglia
di sette figli. Vivevamo, nonna compresa, in dieci persone in tre stanze del rione Duca d’Aosta a Fuorigrotta. Mio padre era artigiano, aveva un
salone da barba. Le nostre condizioni economiche erano molto basse e nel periodo fascista eravamo aiutati dal governo, attraverso l’assistenza
alle famiglie numerose. Godevamo della refezione scolastica e della befana fascista. Una volta all’Epifania ebbi regalato un filone di pane. Me lo
ricordo ancora infilato in un pantalone di mio padre ai piedi del letto. Pensavo che la befana fascista fosse una vecchietta vestita con la divisa
della milizia ed il cappello da giovane italiana con tanto di fascio littorio. Riservava i doni più belli ai figli di quelli che erano fascisti, mentre ai
figli di barbieri come me, spettava un filone di pane. Forse, pensavo, se papà fosse fascista, la befana mi porterebbe anche una bicicletta! [...] Lo
sa che esistevano balilla di serie A e di serie B? Io naturalmente ero di serie B perché non possedevo la divisa ed ero sbattuto sempre indietro a
tutti dal capomanipolo. Mio padre era obbligato a frequentare le adunate del sabato fascista ma non ci andava mai. Il sabato era l’unico giorno
che guadagnava un poco di più. Una volta venne convocato dal fiduciario, al palazzo del fascio, dove fu schiaffeggiato e rimproverato di non
partecipare a queste adunate. Io rimasi fuori dalla stanza ma sentii tutto. Schiaffi e calci in culo compresi, che il fiduciario diede a mio padre. Mio
padre per non essere additato di antifascismo comprò una gigantografia di Mussolini a cavallo con tanto di pennacchio bianco sull’elmetto e
l’espose nel salone. Quando i guadagni andavano male, si voltava verso quella fotografia e gli diceva parolacce feroci sputacchiando per poi
ripulire subito dopo “il quadro del santo”, come lo chiamava lui, col fazzoletto. Peccato che non hai i capelli San Benito perché saprei divertirmi a
farti un bel pelo e contropelo! Diceva, e noi tutti ridevamo amaramente. Quando il 25 luglio cadde il fascismo mio padre buttò finalmente per
strada quella foto».

La divisa fascista, simbolo di uguaglianza del popolo di fronte al capo, che diventa invece simbolo di differenza è una delle immagini più forti di
una sorta di memoria antifascista dei «poveri». Poi la prepotenza: schiaffi, pugni, umiliazioni per un nonnulla sempre sui poveracci che non
potevano reagire. Emerge inoltre una sorta di difesa personale dalla sopraffazione, fatta con le armi dell’ironia e della distanza. Il barbiere alle
prese con la gigantografia di Mussolini è una figura strepitosa. L’ironia e il riso sono, si dice, l’arma dei deboli, di chi non ha altri mezzi per
combattere il potere. Come è noto, l’ironia è profondamente radicata nella cultura della città. Ne è stato visto l’aspetto folclorico, teatrale, sono
stati sottovalutati invece i contenuti di critica del potere e le risorse individuali di resistenza che può fornire. Si veda il racconto della
partecipazione a una sfilata.

«Il regime... io mi ricordo di una cosa che è rimasta in famiglia. Fu quando arrivò Hitler a Napoli e allora mio padre con mio zio Carluccio
dove ttero per forza all’epoca mettersi in divisa fascista, altrimenti erano buttati fuori dal posto di lavoro... all’epoca si andava al confino... era un
obbligo... Mio padre quando arrivò Hitler si avviò per... insomma dovette fare la rivista, mio padre dovette passare cu tutte sti persone un pochino
anzianotte che era il suo gruppo. Con tutto il suo gruppo dovette passare per... lungo via Caracciolo a... stavano Hitler con il duce cu tutt’e
gerarchi e loro dovettero sfilare con gli altri. Senonché a mio padre andò a finire un sassolino nello stivale... e certamente cumme se fa a sfilà nu
stivale pe’ levà u sassolino... dovette suppurtà chistu supplizio pe’ tutta via Caracciolo, facendo il passo alla romana che si alzava la gamba. Mio
padre ogni volta che alzava il piede era na bestemmia, una verso Hitler n’ata verso il duce. Zi Carluccio ca steva affianc’a lui ed era più anziano di
mio padre diceva: Pascà zitte ca c’arrestene! Pascà statte zitte! Carlucce me fa troppo male e stanne facenne sti pagliacciate sti dui fetiente. –
Zitte, silenzie, nun dicimme... – quando mio padre tornò a casa, imprecazioni, bestemmie contro o duce, contro Hitler, contro le divise, contro il
fascismo... Chiudete la porta! Tutti barricati dentro. Mia madre diceva vicino a noi: fate chiasso, ballate, cantate... Perché il vicinato poteva
sentire le male parole contro...» (Teresa Ciciliano).

La sfilata vista da uno che ha un sassolino nella scarpa è davvero straordinaria. Hitler e il duce tutti impettiti e il poveraccio obbligato a sfilare
con i piedi doloranti. La partecipazione marziale viene svilita. È come se uno zoom entrasse nelle file e cogliesse i sentimenti di un individuo in
quel momento, quello che sta oltre la visione dall’alto della massa obbediente ed entusiasta. Vengono in mente i film di Charlie Chaplin: il banale
che ridimensiona la retorica del potere, il poveraccio alle prese con i piccoli casi della vita quotidiana, al quale capita sempre qualcosa nei
momenti meno adatti... Dello stesso avvenimento Alberto Defez ci offre un altro squarcio ironico. «Con quell’atteggiamento un po’ napoletano... Il
Führer quando passò lo chiamavano o furiere» e aggiunge: «non c’ era affatto simpatia» anzi «un certo senso dispregiativo». Non si deve
sottovalutare l’arma dell’ironia, consente una distanza che può diventare critica nel momento opportuno, mantiene e alimenta uno spazio di
giudizio di estrema importanza.

Più il sistema è arrogante, repressivo, spettacolare, più è difficile mettere a fuoco gli individui inermi e silenziosi. Ma questo non significa che essi
non pensino, non agiscano, non si muovano negli interstizi delle istituzioni totalitarie, non resistano silenziosamente. Quando si studiano società
governate da r egimi totalitari o dittatoriali, si rischia di assumere come reale quella medesima visione delle masse che i regimi stessi tendono a
proporre, con il «popolo» simbolicamente radunato sotto la guida del capo, uomini e donne ridotti a replicanti che si muovono sollecitati dagli
ordini e dagli incitamenti che vengono dall’alto.110 Esistono, invece, anche nel sistema più autoritario e violento, atti di resistenza ordinaria,
tattiche quotidiane che i deboli praticano contro un potere troppo più forte di loro perché essi possano agire in modo scoperto e diretto. Sono gli
uomini ordinari di cui parla Michel de Certeau, gli antieroi che si oppongono silenziosamente al potere, che cercano di resistere nei meandri delle
istituzioni totalitarie, gli umili che esorcizzano il potente, tentando di scansare i colpi della sorte avversa, giocando d’astuzia con il potere e con la
storia. È possibile applicare strategie calcolate quando si ha un proprio spazio autonomo per decidere, quando si possono fare calcoli fra rischi e
benefici; quando, invece, si è costretti ad agire all’interno dello spazio controllato dal nemico, allora si devono affinare tattiche specifiche: l’arte
di «fare dei colpi», una somma di abilità polimorfe che rendano possibile cogliere le opportunità che si presentano e in alcuni casi rovesciare le
posizioni.111 I racconti, passati di generazione in generazione, narrano di un repertorio di tattiche di salvezza, strategie quotidiane contro i poteri
costituiti per difendere il proprio limitato campo di autonomia. È l’epopea del debole che vince sul più forte: l’elogio del furbo sul prepotente, i
rapporti di forza che si capovolgono per un atto di astuzia, come nei racconti popolari.112 L’ironia, l’immagine del potente ridicolizzato e
sbeffeggiato sono l’espressione precipua di tali modalità di azione, rappresentano anch’esse una sorta di opposizione al messaggio totalitario.
L’esistenza di queste forme di resistenza silente è fondamentale: rende possibile mantenere autonomia di giudizio e pratiche sociali relativamente
indipendenti, che si possono mettere in funzione non appena il sistema mostri delle crepe o si aprano occasioni insperate per l’azione. Studiare
questi ambiti, queste pratiche sommerse è dunque estremamente importante per capire il grado di adesione di una società all’ideologia del
sistema politico.

Fra gli strati popolari napoletani scopriamo un sentimento di distanza dal regime e dalle sue manifestazioni retoriche che non ci saremmo
aspettati. Troviamo, ovviamente, anche esplicite dichiarazioni di appoggio a Mussolini – non si deve certo cadere in un’enfasi opposta e
altrettanto fuorviante. E, soprattutto fra i testimoni più acculturati, si scorge potente l’influsso della retorica fascista. I casi di dichiarata adesione
all’ideologia fascista sono ovviamente pochi. Perché la maggior parte abbandonò il regime allora, perché le riflessioni e le idee del dopoguerra
indussero su altri sentieri, o semplicemente perché oggi ci si vergogna di ammettere il proprio appoggio a un regime totalitario. Abbiamo due casi
estremi che, naturalmente, non ci possono dire nulla sull’estensione, sulla profondità del fenomeno, ma possono illuminarci sui modi di vedere,
sui punti di vista di chi ancora oggi difende scelte condannate con veemenza dalla nostra cultura.

«I fascisti non hanno mai picchiato nessuno. Hanno picchiato solo coloro che si mettevano in condizione di essere picchiati, altrimenti venivano
accolti bene» (Luigi D’Onofrio).

«La dittatura è una cosa brutta, ma è anche una cosa buona per le persone per bene che non commettono reati. La libertà come è intesa adesso è
per i delinquenti. La dittatura è dittatura, ma alle persone perbene non facevano niente» (Giuseppe Di Donato).

Ci troviamo di fronte a due laureati, uno dei quali insegnante in pensione. Accanto a queste frasi abbiamo il racconto spontaneo di ciò che hanno
fatto per il regime.

«Quando io appartenevo alla 138a legione che stava al Museo ero caposquadra della milizia e acchiappavo i delinquenti, mica li portavo al
commissariato. I fascisti erano come dei poliziotti, potevano arrestare e allora io prendevo questi cretini, che poi sono quelli che oggi comandano,
e senza dire niente li portavo sulla sezione al comando federale ai Vergini, il comando della polizia dei fascisti. Non c’era bisogno della pubblica
sicurezza, c’eravamo noi. E senza processi e senza niente lo portavamo alla camera, avevamo i nerbi di bue, cioè le fruste, che già fanno male per
se stesse, però noi ci mettevamo i piombini che facevano ancora più male» (Luigi D’Onofrio).

«Quando il 10 giugno fu dichiarata la guerra, io mi trovavo su una nave per fare da scorta a navi da trasporto che andavano in Africa
settentrionale, in qualità di artigliere. Avevo uno zio, un cugino di mio padre, che era capo di stato maggiore e siccome la scorta convogli non era
molto piacevole perché si può essere affondati, lui mi trovò un posto molto bello, comodo, ed era quello al SIM, Servizio Informazione Militare.
Ero una spia. Facevo il percorso Roma-Mestre, Mestre-Roma. All’epoca c’era la prima, seconda, terza classe ed io potevo viaggiare dove volevo.
Avevamo tagliandi per andare in albergo, al ristorante. Io dovevo entrare nello scompartimento, sentivo i discorsi che si facevano, se qualcuno era
un tipo sospettabile, che parlava male del fascismo, dove scendeva lui, scendevo anch’io. Io personalmente non facevo niente, l’additavo alla
polizia. Loro lo arrestavano, lo rilasciavano, non era affare mio. Prima di tornare, mangiavo, andavo dove volevo, era un servizio che mi piaceva,
assai comodo, l’unico pericolo erano gli aerei se eventualmente bombardavano i treni. Arrivò poi qualcuno più raccomandato di me e mi
mandarono in Grecia» (Giuseppe Di Donato).

Ciò che sorprende in questi racconti non sono tanto i fatti (sappiamo che sono avvenuti e che qualcuno ha compiuto quei gesti) ma è l’assoluta
mancanza di consapevolezza della gravità delle proprie azioni. «Io personalmente non facevo niente, l’additavo alla polizia. Loro lo arrestavano, lo
rilasciavano, non era affare mio». La frase è incredibilmente significativa. Il testimone tace anche a se stesso il nesso fra la sua denuncia e la
sorte dei denunciati, tra la sua azione e l’illibertà del regime. Neppure, ovviamente, vede la contraddizione tra le sue affermazioni della purezza
del fascismo e il suo incarico di raccomandato, come se quest’ultimo facesse parte della natura umana. Luigi D’Onofrio sostiene prima che i
fascisti «non hanno mai picchiato nessuno», ma la frase successiva corregge il concetto: solo coloro che si mettevano nelle condizioni di essere
picchiati.

A questo proposito, direi, c’è una frattura fra gruppi sociali e fra culture. La critica del potere, la distanza, l’ironia emergono con forza e quasi
esclusivamente da testimoni illetterati o di origine popolare. Bisogna ancora sottolineare che l’arma dell’ironia come critica del potere è
ovviamente una possibilità presente, va esercitata e non tutti la esercitano. Qui non si vuole dire che l’ironia implichi necessariamente critica e
disobbedienza, ma che è una possibilità insita in una certa cultura, può essere utilizzata e può costituire una base su cui costruire una vera
disobbedienza. È un’arma potenzialmente antitotalitaria perché difende l’autonomia di giudizio individuale: impedisce un’adesione acritica ai
messaggi dell’autorità e lascia la capacità di vedere l’altro e se stessi attraverso una lente dissacrante. Si tratta di tenere sempre presente la
mobilità dei codici, il loro doppio aspetto, le ambiguità e il loro gioco sociale e nella storia. Se uno è ironico non significa che è più democratico e
quindi più antitotalitario di un altro, ma che ha un’arma in più per «vedere» qualcosa che gli altri non vedono, insomma ha in mano un’arma di
critica, sta a lui poi utilizzarla.

«Credere obbedire combattere» non era certo uno slogan in cui molti napoletani potessero riconoscersi. È uno degli aspetti stigmatizzati della
cultura della città: chi crede nell’ordine imposto dall’alto vede le difficoltà della città derivare dalla tenace opposizione dei suoi abitanti ai
messaggi di ordine e di autorità. In questo caso di nuovo un comportamento fortemente disapprovato nella società nazionale e napoletana fornì la
base della ribellione o della scarsa adesione. Ernesto Minino, Antonio Amoretti, Maddalena Cerasuolo, Vincenzo Leone ci dicono innanzitutto che
loro erano dei ribelli e che non potevano sopportare i fascisti.

«Non lo so, io sono stato sempre contrario alle cose imposte, forzate, obbligate, sono stato sempre contrario, non lo so, io anche da piccolo ho
cercato di essere sempre un poco libero, autonomo, che poi questa libertà l’abbiamo chiamata democrazia, allora noi non sapevamo che cosa
significasse democrazia, dopo abbiamo cominciato ad emanciparci, ad istruirci, a conoscere la parola che cosa significasse, ma allora
assolutamente questo vocabolo non esisteva proprio e quindi ognuno di noi ha cercato di andare avanti così, alla buona, c’incontravamo con gli
amici giocando fra noi con mezzi di fortuna, facendo il salto con la fune, facendo il cosiddetto mazza e piveze, con due mazze, c’era poi il mazzetto
che si batteva, chi lo buttava più lontano... non so si giocava col soldo, si faceva il cerchio a terra e si buttava, chi andava nel cerchio...» (Antonio
Amoretti).

«Le quattro giornate le ho fatte con tutto lo sdegno perché non accettavo. Io ero piccolo, non sapevo che era la politica, però a me quel fatto non
mi andava perché comandavano solo loro. Ogni cosa che facevamo botte a morire» (Ernesto Minino).

Ovviamente nel 1943 dopo tre anni di bombardamenti terribili, con i fratelli, i padri, i mariti, i fidanzati prigionieri o dispersi, il sentimento di
avversione verso la guerra e chi in quella guerra aveva cacciato l’Italia, era ormai diffuso in gran parte della popolazione. Lo sappiamo da molti
studi sull’argomento.113 Antonio Mari, che abitava allora a via Attanasio, nel centro storico, nei pressi dei decumani, ci offre uno scorcio
suggestivo sul crescere della discussione fra la gente, nello stesso tempo ci fa vedere le contraddizioni, gli opposti sentimenti, le diversità che
caratterizzavano gli abitanti di uno stesso vicinato. Anche in questo caso sono gli occhi di un bambino di allora a riportarci l’immagine. «I fratelli
Vitucci erano, diciamo, un’altra razza, disprezzavano la scuola e ogni mollezza, esaltavano la forza e il rischio... e poi erano contro il governo. Il
governo, come si chiamava per loro lo stato, era il nemico vero. Dava miseria e terrore e poi era anche vigliacco, perché pretendeva di avere una
forza che non possedeva. C’erano due partiti quello pro e quello contro il governo. Il governo aveva dato l e tessere, i bombardamenti e stavano
bene solo i mangiafranchi. Io il governo cominciavo a odiarlo sempre più in opposizione alla simpatia che per questo mostrava mia madre. E mi
turbavo quando mi chiamavano il figlio della fascista al quarto piano. [...] Le loro discussioni erano contorte e confuse, espresse in modo
improprio. Avevano un gusto particolare a parlare davanti a me contro il governo, per via di mia madre, ma io pensavo confusamente che avevano
ragione, specie sul tema della fame, delle tessere, della paura e delle pretese di “vincere e vinceremo”. Su questo motto ci scherzavano in modo
assai volgare. Quando si accorgevano che sembravo condividere dicevano: statte zitto tu! Che parli a fà, tu si o figlio d’a fascista».

La scena si svolgeva nella zona dei decumani, il cuore antico della città dove vivevano insieme diversi gruppi sociali: artigiani, piccolissimi
bottegai, ambulanti, impiegati, operai, manovali. Antonio Mari era figlio di un’impiegata, il padre disoccupato e smobilitato dalla milizia contava
poco. Era la madre a decidere e a dirigere la famiglia. Abitavano al quarto piano; i fratelli Vitucci stavano nei bassi, forse direttamente sulla
strada. E infatti la strada era il loro regno. Una strada agognata da Antonio Mari che veniva additato come un cocco di mamma, un bambino... Fra
gli amici i fratelli Rega, figli di un poliziotto, quello stesso che Rosario Rega, anch’egli intervistato, descrive con un’immagine vivida affacciato al
balcone della casa mentre i figli con i ragazzi della strada saccheggiano i magazzini, gridare «povera Italia» e imprecare contro Badoglio e contro
i russi. I ragazzi Rega, anche loro dei piani alti, giocavano sempre con una banda di ragazzini in mezzo alla via, sfuggivano al controllo dei
genitori, sfidavano l’autorità impersonata dal padre, e costituivano per Antonio Mari, il figlio riguardato e tenuto sotto controllo della signora
fascista, il trait d’union con i fratelli Vitucci. In questo caso la gerarchia sociale rappresentata nella struttura del caseggiato e nella socialità
giovanile corrispondeva a una stratificazione politica. E l’antifascismo dei fratelli Vitucci, di cui non possiamo misurare la forza dai ricordi di un
testimone allora ragazzino, ha una drammatica conferma nei documenti di archivio. Nel registro dei morti del 1943, scheda n. 1287, ecco
comparire Vitucci Giuseppe figlio di Ciro, di anni diciotto, venditore ambulante, residente in via Attanasio 5, mitragliato dai tedeschi e morto
all’ospedale Incurabili, poco lontano da casa, il 18 settembre 1943. La testimonianza orale trova in questo caso una inaspettata prova
documentaria.

Antonio Mari cercava di uscire dalla sua condizione di figlio della fascista. «Ho indossato la divisa solo due volte costretto da mia madre e dal
maestro. Una volta costretto a partecipare ad una adunata del sabato a scuola sono scappato. Ci misero in fila e dissero: adesso si va tutti al
gruppo Giovanni Berta. Eravamo in ordine di altezza, io più piccolo ero davanti a tutti e sembrava non potessi sfuggire. Verso l’uscita la fila
entusiasta si snodava sempre più rapida, mentre io rallentavo, quasi d’istinto sull’uscio mi fermai e vidi scorrere la fila verso piazza Carlo III. A
furia di rallentare ero diventato l’ultimo della fila, dal primo che ero. E così dall’ingresso della scuola girai i tacchi verso casa. Odiavo
istintivamente ogni forma di esibizione, di costrizione, di militarismo. Per le divise avevo un’avversione invincibile, anche se mia madre aveva
preteso che indossassi il vestitino di Tito Minniti, un caduto della guerra d’Africa che l’aveva particolarmente impressionata, fino a santificarlo.
Questo aviatore era caduto, era stato catturato e decapitato dagli abissini, che ne avevano affisso la testa su di una picca. Mia madre per lungo
tempo ebbe in sogno la testa di Minniti».

Pare di vedere questi mondi così diversi confrontarsi e scontrarsi nel settembre del 1943. La socialità dei ragazzi li attraversa, ne riporta e ne
subisce anche talvolta i conflitti. Non è difficile immaginare i commenti che il povero Antonio Mari vestito da piccolo aviatore poteva suscitare nei
ragazzi della banda e i sentimenti che potevano crescere in lui.

La testimonianza di Alberto Defez ci rimanda infine a un antifascismo dichiarato e cosciente. Ovviamente Defez, rappresentante della comunità
ebraica napoletana, aveva motivi fortissimi per combattere il fascismo, che lo aveva discriminato, gli aveva impedito di frequentare le scuole
pubbliche, di iscriversi all’università, aveva ridotto suo padre da cittadino italiano ad apolide.114 Defez fece, però, una scelta attiva che va
sottolineata: scese a combattere per strada insieme al fratello con la benedizione di padre e madre e poi si arruolò per andare a liberare il resto
del paese. Nella sua intervista vengono raccontate le vicissitudini legate alla persecuzione razziale che in parte abbiamo già riportato, in cui
compaiono interessanti storie legate all’atteggiamento di coloro che gli stavano intorno. Emergono nei combattimenti al Vomero alcuni dei
giovani che andranno a costituire le file dei partiti antifascisti, ma anche i fratelli Villone, nell’atto di una solidarietà attiva agli ebrei cacciati dalle
scuole e dagli impieghi. E si commuove Alberto Defez quando ricorda l’atto di solidarietà nei suoi confronti dell’ingegner Del Vecchio. «Un amico
mi disse che una certa ditta, Del Vecchio, del professor Del Vecchio, un ingegnere, assumeva personale e io mi presentai... mi presentai alla fine
del ’42, sì, esattamente, alla fine del ’42 e questo professore Del Vecchio mi fece il colloquio e mi trovò molto adatto, mi considerò idoneo a lui e
mi dette un modulo da riempire, uno stampato da riempire, lo stampato da riempire: Alberto Defez, nome, cognome, titolo di studio... Alla fine
dice: dichiaro di appartenere alla razza ariana. Allora io, molto umilmente, tornai dal professor Del Vecchio, dissi: professò, mi dispiace, lei è
molto gentile, però io non posso perché non appartengo alla razza ariana. Scusate, ma io mi commuovo... Lui strappò il foglio e mi disse: siete
assunto. È una cosa questa che mi commuove molto». «Quando fu il 25 luglio del ’43 cadde Mussolini e fui accolto in ufficio il 26 luglio con un
certo... quasi... molto... felicemente accolto e alcuni che sapevano di me, e io non sapevo che sapevano di me, mi accolsero come il festeggiato da
festeggiarsi».
Fu tra i vecchi compagni di scuola che Defez trovò invece un nemico. «C’era molta amicizia e solidarietà nei miei riguardi. Diciamo forse la
comunità a Napoli era una cosa così modesta, per cui io non ricordo, salvo un caso particolare di un ragazzo della mia classe [...] scriveva su un
giornale del GUF, che era gruppo universitario fascista, dove erano iscritti gli universitari; in questo GUF, in questo giornale, lui faceva degli
articoli, ma degli articoli non scientifici, diceva: nella ditta tale si cela un ebreo... quindi faceva delle delazioni di un livello talmente mortificante e
squallido che io e Giorgio Formiggini, che stavamo insieme, quando lo incontravamo – lui era nella nostra classe, stava al Vomero –, quando lo
incontravamo temevamo, dice: questo ci denuncia che siamo andati... che so, al cinema, ma questo per fortuna non avvenne, non avvenne e i suoi
articoli erano articoli di questo livello squallido e tutto questo fino al 25 luglio. Il 26 luglio la prima cosa che facemmo io e Giorgio Formiggini
andammo a casa sua e Giorgio Formiggini quando lui uscì lo prese a schiaffi e si tolse... io lo aspettavo sotto il giorno dopo e lui mi disse:
schiaffeggiami, io non reagirò. Io non fui capace di schiaffeggiarlo. Questo poi divenne un grande studioso, uno storico, uno scienziato che fu
riconosciuto, tanto che gli è stata dedicata addirittura un’aula scolastica. Ma non ha mai avuto la forza di dire: io ho sbagliato nella mia gioventù,
avevo questo comportamento».

Attraverso Defez un altro pezzo di Napoli entra nel quadro. Anche questo molto mosso. I giovani studenti, il gruppo in cui la propaganda del
regime più aveva attecchito, compaiono qui come antifascisti e come fascisti. Il morto più noto delle quattro giornate fu uno di loro, Adolfo
Pansini; il suo corpo, inquadrato dal fotografo al liceo Sannazzaro dove era stato composto, divenne una delle icone dell’insurrezione. «Uscimmo
dal Sannazzaro con le bare in spalla. La bara di Adolfo Pansini la portammo io, Nino Ruggiero, Enzo Pansini, Camillo Boldoni e Ugo Fermariello.
Scendemmo lo scalone antistante l’ingresso e fummo animati dal desiderio di cantare e l’unica canzone che ci venne in mente e accennammo
brevemente fu la Marsigliese. La strada antistante lo scalone d’ingresso era affollata. Tra la folla si vedevano anche alcuni militari inglesi e
qualche fotografo anche in divisa inglese. Vi erano i familiari dei caduti ed il loro pianto copriva il silenzio degli altri. Procedendo con la bara in
spalla passammo tra un gruppo di persone che salutò il nostro passaggio con il braccio sollevato ed il pugno chiuso. Era la prima volta che vedevo
questo segno di saluto».

Molti dei combattenti si sarebbero identificati con gli ideali dei partiti e dei gruppi antifascisti, di cui alcuni divennero militanti, se pure di base
(Antonio Amoretti, Vincenzo Leone, Maddalena Cerasuolo, Alberto Defez, ad esempio).

Nel loro caso le quattro giornate rappresentarono un’esperienza di liberazione inscrivibile nel mito di fondazione della repubblica. Molti chiesero
e si riconobbero nella qualifica di partigiani. Altri tornarono silenziosamente alla vita quotidiana e alle sue difficoltà. Vincenzo Leone, che pure
divenne un militante attivo del partito comunista e dei gruppi extraparlamentari poi, interpretò la richiesta della qualifica di partigiano quasi
come il perseguimento di un sussidio, di una forma di assistenza di cui non sentiva il bisogno e non si preoccupò di ottenerla, nonostante la sua
vita sia trascorsa fra mille difficoltà e lavori diversi. «Ho partecipato a queste barricate solo al Vomero, non al centro. Però aroppe cheste agge
continuato a campà a vita mia, a fà o scugnizzo, a m’arrangià, alcuni invece se iettero ad iscrivere come partigiani, mentre ie nun agge mai
pensato di iscrivermi come partigiano. Poi sapette che alcuni di loro avevano nu sussidio per chi aveva fatto le quattro giornate, ma ie nu me
iscrivett, perché poi agge fatto cinquantamila mestieri e cumpagnia bella»115 (Vincenzo Leone).

Giuseppe Iaccarino combatté sulle barricate di porta San Gennaro, di via Santa Teresa e a Capodimonte, e ottenne il riconoscimento di partigiano
che mostra con fierezza a chi lo intervista. Rifiutò però l’iscrizione all’ANPI che considerava una filiazione politica del partito comunista. «Io non
appartenevo a nessun partito politico. Perché dopo le quattro giornate vennero da me i comunisti dell’ANPI e loro volevano che io mi iscrivessi.
Ma io non mi voglio scrivere a nisciuna parte, perché a me è stata una cosa spontanea, insomma indipendente, non è che ho appartenuto a
qualche organizzazione politica. Noi l’abbiamo fatto per liberare la città da queste carogne. A noi non ci interessa la politica. E non mi volli
iscrivere, perché noi avevamo rischiato la pelle, chissà quanti ne erano morti... e poi voi vi volete prendere il merito! E non è giusto! A parte
questo, a me non interessava la politica, a me interessava che quelle carogne se ne dovevano andare da Napoli... o con le buone o con le cattive».

Le parole di Iaccarino sono interessanti: non rinnega affatto la lotta, anzi ne va fiero. «Se tutta l’Italia avessero fatto quel poco che abbiamo fatto
noi a Napoli, i tedeschi sarebbero durati poco in Italia. Perché non furono capaci di tornare in città, dovettero tagliare la corda e di corsa». Il
pensiero viene ribadito più volte. «I tedeschi, non so, ebbi l’impressione che con la guerriglia non si trovavano». Ma c’è insieme una sorta di
rivendicazione dell’aspetto spontaneo e popolare delle quattro giornate e l’idea che l’ANPI volesse attribuire loro un’organizzazione di parte che
non c’era stata. Significativa la frase «noi avevamo rischiato la pelle, chissà quanti ne erano morti... e poi voi vi volete prendere il merito».
Giuseppe Iaccarino dà voce a risentimenti e discussioni che si sono protratti fino ad oggi: c’è ovviamente la constatazione amara dei tanti
millantatori che dopo ogni lotta sanno prendersi il merito e offuscare a volte l’azione di chi ha veramente combattuto, c’è la consapevolezza di
essere sceso in piazza con tanti altri senza una guida precisa, rischiando in proprio, mentre dopo poco sarebbero arrivati i militanti politici a
rivendicare illegittimamente l’ispirazione ideale, se non l’organizzazione concreta, della lotta. Le sue parole rimandano alla storia
dell’interpretazione e della memoria dell’insurrezione, una storia complessa su cui torneremo alla fine del capitolo.

«A difesa e amore della propria città»

«Fu una guerra a difesa e amore della propria città» dice nella sua testimonianza Armando Aubry. E sono parole condivise da molti altri. «Il
merito delle quattro giornate, oltre al fatto simbolico di essere stata la prima città a ribellarsi contro i tedeschi, è stato quello di aver salvato la
città: abbiamo salvato il ponte della Sanità, l’acquedotto, molte industrie centrali. La stessa metropolitana a piazza Cavour i tedeschi erano andati
per minarla. Loro avevano armi automatiche, autoblindo, carri armati che poi di fronte alla reazione popolare si sono dimostrati quasi insufficienti
perché Napoli con i vicoli stretti, quando loro scendevano per rastrellare venivano colpiti da oggetti che volavano dalle finestre, dai balconi. È
stata una ribellione generale, tutta la città si è ribellata ai tedeschi, anche coloro che non hanno attivamente partecipato hanno espresso la loro
solidarietà o forse perché io sono stato in un quartiere popolare, ma penso che al Vomero sia stata la stessa cosa» (Antonio Amoretti).

Lo spazio simbolico della città, che si mostra attraverso il proprio quartiere, è la vera patria da difendere contro l’occupante che l a aggredisce e
che infrange il tessuto della vita quotidiana, fa razzie di uomini, procurando una ferita non sopportabile.

Questa interpretazione coincide in fondo con la spiegazione ufficiale più diffusa: l’idea che i napoletani siano scesi a combattere per le strade
«per la difesa del focolare»,116 che le quattro giornate debbano essere lette come una lotta spontanea contro l’invasore straniero, «una
manifestazione istintiva di forza nazionale e di spirito patriottico agli albori».117 Nel discorso nazionale su quegli anni, fondato sull’antifascismo e
sulla sollevazione morale degli italiani contro il regime che aveva partecipato in prima persona alla guerra accanto al nazismo, la lotta dei
napoletani appariva quasi una battaglia di second’ordine, patriottica, appunto, e non antifascista, non aperta verso ideali avanzati e
universalistici. Ciò ovviamente dipendeva anche dalla contemporanea enfatizzazione retorica ed eroica della lotta partigiana nel Nord del paese.
In questo modo i due quadri tendevano a divaricarsi. Da un canto un Sud ribellista, ma incapace di individuare obiettivi politici moderni e
democratici, dall’altro un Nord tutto coscientemente teso a lottare contro il fascismo in nome di ideali democratici e universalistici. Ma quale
lotta nel settembre 1943 si delineò immediatamente con quella purezza di ideali? È mai esistita una banda partigiana, nel Nord dell’Italia come in
altri paesi europei, composta interamente da uomini e donne che combattono in nome di un ideale puro e chiaro? Le insurrezioni e le ribellioni
incominciano perché lo spazio sociale e civile in cui si vive è stato gravemente ferito, perché i vincoli, i legami quotidiani rischiano di spezzarsi,
perché è stata inferta una offesa profonda al sentire della gente. La guerra aveva già inciso notevolmente sul tessuto connettivo dei legami
sociali, dissolvendo il rapporto di fiducia fra cittadini e istituzioni. Fu del tutto naturale, quindi, non obbedire agli ordini dei tedeschi e difendersi
con le armi dai rastrellamenti e dalle rappresaglie. Ciò nondimeno fu un atto di resistenza, che avrebbe dato luogo, come altrove, a nuclei di
organizzazione armata più stabili se la fase di occupazione tedesca si fosse protratta nel tempo.118

Proviamo a confrontare i racconti dei nostri testimoni con quelli di uno scrittore, Luigi Meneghello, che in quello stesso periodo, giovane soldato
sbandato e reduce da una lunga fuga attraverso la penisola, si trovava in Veneto agli albori della lotta partigiana, cui egli stesso avrebbe
partecipato. «C’era un moto generale di rivolta, un no radicale, veramente spazientito. Ce l’avevano contro la guerra, e implicitamente,
confusamente, contro il sistema che prima l’aveva voluta cominciare, e poi l’aveva grottescamente perduta per forfè. Il moto degli animi investiva
non solo il regime crollato, ma l’intero mondo che in esso si era espresso. La gente voleva farla finita e ricominciare. Tutti andavano a tentoni:
c’era un po’ di antifascismo esplicito e tecnico (non molto), un po’ di rabbia contro i tedeschi spaccatutto, un po’ di patriottismo popolare, e una
bella dose dell’eterno particolare italiano, gli interessi locali, parrocchiali. La frase più comune era “salvare il paese” (ossia soprattutto le case del
centro, il ponte sul torrente, le cabine, anzi le gabine, dell’elettricità) dalle presumibili vendette dei tedeschi in ritirata. [...] Ma l’anima di questi
tropismi era l’idea di doversi arrangiare da sé, perché si sentiva che tutto era andato in un fascio, sia il fascio che il resto; e così qualunque
iniziativa, anche la più moderata, conteneva un germe di ribellione, e questi germi fiorivano a vista d’occhio. Gli istituti non c’erano più, li
avremmo potuti rifare noi, di sana pianta; era ora. Dappertutto (almeno da noi, nel Vicentino) si sentiva muoversi la stessa corrente di sentimento
collettivo; era l’esperienza di un vero moto popolare, ed era inebriante; si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose
spontanee; si provava il calore, la sicurezza di trovarsi immersi in questa onda della volontà generale».119 E più avanti la descrizione di una
banda partigiana di paese. «Riflettevo che un paese, il Veneto mettiamo, anche lasciando stare l’Italia, contiene enormi riserve di energie non
catalogate nei libri. [...] Cosa valgono questi qui si vede ora che si organizzano da sé. Fanno le cose più facilmente di noi, con meno fisime;
sbagliano anche, ma così alla buona, in modo pratico e rimediabile, sbagliano per eccesso non per difetto. [...] Si sentiva che qui le cose erano
venute prima delle idee. [...]. [Il Castagna] non aveva teorie preconcette: l’idea generale era di spostare la gioventù dell’Altipiano dai piccoli
centri abitati ai greppi deserti; la guerra si sarebbe fatta secondo il bisogno, senza andare a cercarsi rogne speciali. Conoscevano bene i greppi, i
boschi, la macchia, le grotte, le scafe; ogni volta che venissero i tedeschi, contavano di cavarsela; non occorrevano piani. “I piani confondono”, mi
disse il Castagna. “Vedremo in pratica”. Volevo anche informarmi un po’ sul loro ethos, ma naturalmente c’è lo svantaggio che in dialetto un
termine così è sconosciuto. Non si può domandare: “Ciò, che ethos gavìo voialtri?” Non è che manchi una parola per caso, per una svista dei
nostri progenitori che hanno fabbricato il dialetto. Tu puoi voltarlo e girarlo, quel concetto lì, volendolo dire in dialetto, non troverai mai un modo
di dirlo che non significhi qualcosa di tutto diverso; anzi mi viene in mente che la deficienza non sta nel dialetto ma proprio nell’ethos, che è una
gran bella parola per fare dei discorsi profondi, ma cosa voglia dire di preciso non si sa, e forse la sua funzione è proprio questa, di non dire
niente ma i n modo profondo. Ce ne sono tante altre di questo tipo; la più frequente, all’università, presso studenti e professori, era istanze.
Adesso che ci penso anche istanze in fondo vuol dire ethos, cioè niente. Domandai quindi al Castagna: “Perché siete qua voi altri?” Il Castagna
disse: “Come perché?” “Come mai vi siete decisi a venire qua?” “E dove volevi che andassimo?” disse il Castagna».120

La conversazione continua con domande tipo: cosa farete dopo? E vorreste cambiare l’Italia? Eccetera. Domande e risposte sono su due livelli
diversi di codice linguistico e culturale. Il Castagna agisce secondo una logica stretta e naturale legata alla pratica della vita quotidiana, da cui
deriva un agire conseguente. La retorica, il «senso ultimo» dell’agire, l’interpretazione alta e, fa pensare Meneghello, «fumosa», sono
dell’intellettuale, e sono sovrapposizioni. I nostri napoletani non sono dissimili dai veneti di Meneghello: agiscono di conseguenza con grande
coraggio, non ci pensano due volte ad armarsi e a combattere contro i tedeschi, e lo fanno sulla base di spinte concrete come in tutte le altre parti
dell’Italia. Solo che i napoletani sono rimasti fuori dal recupero retorico per una serie di motivi. Fra questi certamente i tempi brevi
dell’occupazione tedesca e della resistenza popolare, e l’incalzare di un nuovo momento, quello dell’occupazione alleata.

Lo sbarco degli americani pose fine troppo velocemente alla rivolta. Il lieto fine spense per forza l’eroismo, soffocò le ragioni ultime della lotta e
condizionò la memoria. Il racconto di un testimone, marinaio, in licenza perché reduce da un naufragio, esprime bene ciò che accadde.

«Nel ’43 durante l’armistizio, mi associai alle brigate per la liberazione dell’Italia e io mi associai a una casermetta spagnola che si trovava a
piazza Miracoli 23, nella zona retrostante dove stavano tutti i partigiani. E lì naturalmente cominciarono i primi pattugliamenti, i primi
combattimenti a via Foria, sulla chiesa dei Crociferi, dove c’erano dei cecchini tedeschi che sparavano, furono catturati e furono portati di corsa
alla casermetta spagnola dove furono immediatamente sparati tutt’e due. Dopo queste fasi di avventure cominciarono i saccheggi, mi ricordo che
la città era talmente sconvolta che non si sapeva più dove prendere la roba. [...] Un giorno passando per via Foria c’era il distretto militare aperto
e io saccheggiai un cavallo e me lo portai per tutta via Foria. Non sapevo nean ch’io come me lo dovevo portare, con una sella pesantissima ma di
valore... Io camminavo a piedi e non in sella e mentre camminavo... stavo da solo... si seppe che stavano arrivando i tedeschi che stavano
scappando. Dovetti lasciare questo cavallo che scalpitò per tutta via Foria, lo lasciai a se stesso... e cominciò la sparatoria a piazza Cavour, tra i
giardinetti e porta San Gennaro. I tedeschi stavano scappando verso il ponte della Sanità. Ho tutta una confusione di date, fasi, perché sono
momenti vissuti, particolarmente degli attimi, dei momenti... non mi ricordo... so solamente che inseguendo i tedeschi verso il ponte della Sanità,
perché io facevo parte delle quattro giornate, io e l’amico mio, Antonio Bianchini, ci appostammo e quando i tedeschi passarono con i loro
carrarmati verso Capodimonte, cominciammo a sparare all’impazzata. Questo mio amico Antonio Bianchini aveva una bottiglia di benzina e come
uno scriteriato uscì dal suo rifugio e scagliò questa bottiglia di benzina sul carrarmato e giunse una raffica di mitra che gli tagliò le gambe in
due... Mentre si combattevano ancora queste giornate si seppe che poi alle porte di Napoli, partendo da piazza Garibaldi c’erano gli alleati in
arrivo. Si vide arrivare una camionetta. Tutti quanti scappavamo perché non sapevamo se erano tedeschi o alleati, senonché capitò verso la zona
di San Giovanni a Carbonara una camionetta con una bandiera bianca e uno di questi gridava: siamo inglesi, alleati, liberatori... i primi alleati
come alleati... e a piazza del Duomo all’incontro tra via Duomo e via Miracoli cominciarono ad accerchiarci tutti e a fermarci e ci disarmarono, chi
teneva il pugnale, chi il moschetto a fucile, io avevo il modello 91 e andavo ancora vest ito da fascista senza però la camicia nera e ci distribuirono
delle scatole che contenevano cinque biscotti, una scatoletta di carne, due pacchetti di cinque sigarette ognuna e cominciammo a rifocillarci»
(Giuseppe L.).

Il racconto si conclude con l’arrivo degli americani da via Duomo. Sono passati gli ultimi carri armati tedeschi e sullo sfondo si intravvedono
alcune camionette di identità ancora incerta; è questione di momenti, i combattenti si ritrovano, senza quasi rendersene conto, a consegnare le
armi, ricevendone in cambio scatolette: una scena fra il ridicolo e l’umiliante. Emergono con grande efficacia i tempi: tutto si svolge con una
rapidità incredibile, non c’è modo di sedimentare le esperienze.

Certamente tale congiuntura e poi la lunga occupazione dell’amico-nemico con tutte le ambiguità e le contraddizioni che indusse nella vita della
città contribuirono a sopire la memoria e l’impeto ideale del settembre napoletano. Poi ci fu il lavoro della memoria pubblica.

Interpretazioni, narrazioni, discorsi sulle quattro giornate

L’insurrezione divenne subito materia di dibattito politico. In una sorta di processo interpretativo,121 attraverso un vero e proprio conflitto tra
versioni proposte da politici, giornalisti e studiosi, discorsi e immagini si sono a poco a poco impadroniti dell’evento, reificandolo e lasciando sullo
sfondo, opaca e dimenticata, la realtà storica e i suoi veri protagonisti.

Sono state utilizzate categorie e rappresentazioni, formatesi a cavallo tra analisi scientifiche e discorsi politici, che si possono fare risalire,
semplificando, a un più generale modello dicotomico di analisi. In esso i mob cittadini, le jacqueries, i riots delle folle preindustriali vengono
contrapposti alle lotte operaie or ganizzate, alle battaglie politiche guidate dai partiti, alle masse moderne strutturate in gruppi di interessi. Si
tratta di un modello antico ma resistente: da un canto irrazionalità, istinti primordiali, passioni, e dall’altro coscienza di classe, idea politica,
scelta razionale. Folle indistinte, prede di sentimenti primordiali, che emergono dal profondo e, in uno scoppio incontenibile, sommergono la
ragione e lasciano agire una rabbia incontrollata, vengono contrapposte alla protesta sociale organizzata, che si caratterizzerebbe per l’elemento
della coscienza di classe o degli interessi, e per una chiara ideologia politica.122 Edward P. Thompson e Natalie Zemon Davis hanno criticato tale
modello, scomponendo e analizzando le folle preindustriali, e mostrando la razionalità e il senso dei loro obiettivi.123 Esso riemerge invece, a
volte in modo quasi inconsapevole, quando vengono analizzati casi di ribellioni, insurrezioni, rivolte novecentesche, proprio perché la discussione
su di esse si fa immediatamente politica e la versione degli eventi viene continuamente manipolata nei discorsi pubblici. Ciò è tanto più evidente
quando queste si verificano in momenti storici particolarmente significativi, che si inquadrano in una grande narrazione o in un «discorso»
nazionale, e quando concernono parti della popolazione o territori del paese su cui si riversano stigmi, pregiudizi, stereotipi tenacemente radicati
nella «comunità immaginata» della nazione.124

Una lunga tradizione iconica e teorica rappresentava le popolazioni meridionali e soprattutto quelle napoletane come plebi apolitiche e
canagliesche. Era servita per rappresentare Masaniello, il 1799, i fasci siciliani, le proteste contro il macinato del 1898. In una città sempre
uguale a se stessa, in maniera ciclica folle disordinate e indistinte scoppiavano come il vulcano... D’altronde furono i tedeschi i primi a voler dare
quest’immagine delle folle napoletane, incitandole al saccheggio, irridendole. Il confronto con il modello ideale della lotta partigiana del Nord
aggravava le immagini e l’interpretazione politica. L’insurrezione divenne subito materia di contesa politica cittadina e nazionale. Napoli, la più
grande conurbazione urbana del paese, era uno dei luoghi cruciali della battaglia politica. Qui monarchici, ex fascisti, cattolici reazionari
cercavano un radicamento politico rifacendosi ai sentimenti legittimisti di un’antica capitale detronizzata, enfatizzandone l’anomalia rispetto al
resto del paese, manipolando la sua cultura popolare. D’altro canto le sinistre e in particolare il partito comunista si opponevano cercando
consensi nella Napoli operaia, importante ma minoritaria nel grande assortimento di strati e gruppi sociali della città, con discorsi politici
ideologici e riduttivi, costruiti su realtà profondamente diverse. L’ideologia marxista, mescolata ai tenaci stereotipi sulla cultura meridionale,
produsse immagini, comportamenti, pratiche politiche e influenzò anche tutto un filone di studi profondamente legato alla lotta politica e in
particolare ai partiti di sinistra.

In questo caso gli studiosi si sono misurati tutti, non uno escluso, con domande e obiettivi obbligati, che hanno segnato ovviamente i sentieri e i
risultati dell’analisi. La domanda principale: si trattò di una lotta organizzata e come tale cosciente, antifascista? Ecco quindi tutti a cercare di
dimostrare che lo fosse o no, a seconda della tesi che prediligevano e dell’idea di Napoli che si erano fatti. Ovviamente sulle immagini
dell’insurrezione come su tutti gli episodi della guerra hanno influito profondamente le immagini nazionali che filtrano la percezione della città.
Invece di partire dalla lotta concreta, dai suoi spazi geografici e sociali, per trovare poi elementi di interpretazione, le si cala addosso un modello
precostituito, che forza le domande, irrigidisce l’analisi, impedendo la comprensione reale dell’evento.

«Definire le quattro giornate di Napoli come “un’insurrezione” vera e propria è già dire qualcosa di troppo preciso di fronte a un fenomeno che ha
tutte le caratteristiche grandiose e indefinibili d’un fenomeno della natura: poiché il termine insurrezione nei tempi moderni presuppone un piano
da parte degli insorti, degli obiettivi precisi da raggiungere e già prestabiliti sulla carta, presuppone un comando, una prospettiva di lotta, un
successo o una sconfitta. Mentre a Napoli mancano tutti questi elementi che saranno evidenti nell’insurrezione di Parigi o di Praga o di Genova:
ed è ancor oggi difficile dire che cosa si proponessero gl’insorti di Napoli, se cacciare i tedeschi ormai ridotti a un presidio di scarsa entità, se
sbarrare la città alle colonne in ritirata, oppure impedire le ultime distruzioni. In realtà questi obiettivi che sono gli obiettivi logici di qualsiasi
insurrezione, balenarono qua e là nel corso delle quattro giornate e possono essere colti o isolati a fatica nel corso della lotta. Ma non ciò era
importante. Importante era invece dare addosso al tedesco, sfogare sull’ultimo oppressore l’ira così a lungo repressa, colpirlo ovunque e con tutti
i mezzi. E l’ordine, la successione logica che oggi noi possiamo dare agli avvenimenti ricostruendo sulle testimonianze frammentarie e spesso
discordanti l’insurrezione di Napoli, acquista necessariamente il sapore di una ricostruzione artificiosa, fatta a posteriori e a freddo; poiché è
veramente impossibile descrivere l’incendio quando esso si propaga in una materia così infiammabile, nei suoi guizzi e nelle sue vampate, nelle
sue pause improvvise e nella sua furia di distruzione».125

Il volume di Roberto Battaglia da cui è tratta la citazione, pubblicato nel 1953, fu il primo studio sistematico sulla «resistenza»; aggiornato e
riproposto al pubblico nel 1963 dopo la morte dell’autore, divenne una sorta di testo base sulla lotta armata contro nazismo e fascismo. Nel brano
possiamo trovare le forme precipue di una rappresentazione che durerà nel tempo, emergerà in modi diversi nelle interpretazioni di opposti
schieramenti politici e influenzerà a sua volta la memoria di molti napoletani. Prima di tutto la proposizione di un modello normativo.
Un’insurrezione, per essere inquadrata in forma positiva nella cornice ideale della lotta antifascista, deve rispondere ad alcune caratteristiche:
avere una guida politica istituzionalizzata dichiaratamente antifascista, un piano operativo, un comando centralizzato militare.126 L’insurrezione
napoletana non entrava pienamente in questo schema e veniva letta quindi secondo i modelli della folla premoderna e del mob cittadino,127 come
lo scoppio inarrestabile di una rabbia repressa, una sorta di esplosione della natura simile all’eruzione del vulcano simbolo della città, spesso
usato proprio per rappresentare la natura aggressiva e sulfurea dei napoletani.128

Inoltre, alcuni brevi accenni suggeriscono un’idea svalutante della rivolta, cioè che essa non abbia fatto altro che assecondare la ritirata dei
tedeschi già in fuga. Un’idea ripresa, come vedremo, nelle tesi negazioniste della destra, smentita dal numero dei morti e dei feriti e dalla stessa
documentazione tedesca citata in precedenza, che parla di popolazione insorta, di battaglioni mandati a sedare la rivolta, di azioni fallite per
l’intervento dei combattenti napoletani.

Nel primo dopoguerra erano uscite alcune brevi storie dell’insurrezione composte da protagonisti; tra queste quella di Antonino Tarsia in Curia,
comandante del Vomero, cui, come già ricordato, era stato dato il compito nel 1945 di presiedere la commissione che avrebbe dovuto attribuire la
qualifica di partigiano ai combattenti. Egli incentrò il suo racconto sui fatti del quartiere Vomero cui aveva partecipato, ma, in una introduzione
più generale, delineò gli accadimenti salienti delle quattro giornate mettendone in luce le caratteristiche principali. Tarsia non aveva modelli
consolidati di analisi: raccontò ciò che vide, sottolineando gli elementi di spontaneità, non sapendo che le sue parole, tra le altre, sarebbero
servite alla costruzione di tesi ideologiche molto distanti dalle sue intenzioni. «La lotta ebbe continui ondeggiamenti, ma si può affermare che i
partigiani, nella grande maggioranza, combatterono nei propri rioni; spostamenti notevoli nel senso che gruppi armati si recassero da un capo
all’altro della città – percorrendo distanze di chilometri – non ve ne furono. La perfetta conoscenza della topografia del proprio quartiere e dei
posti dove potersi rifornire di munizioni, furono gli elementi che obbligarono i gruppi di partigiani – operanti con assoluta autonomia – a limitare
il campo d’az ione al proprio quartiere. Non pertanto si ebbero casi in cui i partigiani finirono per combattere in quartieri limitrofi al proprio,
spinti dal generoso impulso di portare aiuto ai compagni di lotta in situazioni difficili».129 «Le “quattro giornate” bisogna considerarle
l’esplosione spontanea, irresistibile della santa ribellione di un popolo insofferente del giogo straniero: esse s’inquadrano nel ciclo storico delle
rivoluzioni napoletane che, dalla rivolta di Masaniello nel 1647 – attraverso le rivoluzioni del 1799 e 1821 – va a quella del 5 maggio 1848, e
segnano l’inizio della guerra partigiana di liberazione in Italia che fu anche guerra di redenzione per il nostro paese».130

Nel primo brano troviamo la descrizione delle dinamiche che avevano caratterizzato la lotta, senza vernice retorica o ideologica; nel secondo essa
viene inserita nella tradizione napoletana di rivolte contro lo straniero. Le parole di Antonino Tarsia, che fu tra gli informatori usati da Battaglia
per costruire il suo libro, si sarebbero trasformate nel dibattito successivo in immagini e interpretazioni di tipo etico-politico. Entrambe le idee
sarebbero state riprese per avvalorare discorsi ideologici: la prima servì a rafforzare la visione della rivolta spontanea senza fini politici di cui già
abbiamo parlato, la seconda a differenziare l’insurrezione napoletana, «patriottica», dalle insurrezioni del Centro-Nord, «antifasciste».
Ovviamente l’accento sull’uno o sull’altro elem ento e il giudizio etico dipendevano dalla sensibilità politica di chi scriveva o parlava. Anche
questa fu materia di manipolazione e di battaglia politica del tutto indipendente dai fatti.

Una voce relativament e fuori del coro fu ancora quella di Aldo De Jaco, giornalista, che tentò una minuziosa cronaca dell’insurrezione,
intervistandone i protagonisti.131 Ma anch’egli, militante comunista, dovette misurarsi – e in parte fare propri – con i modelli politici prevalenti
nella sinistra organizzata. Mentre Meneghello, che aveva voluto deliberatamente dare una interpretazione «anti-eroica»132 della resistenza,
aveva sottolineato proprio la concretezza, la distanza da discorsi alti e ideali dei paesani veneti, De Jaco cercava di salvare i napoletani cercando
nei loro atti i simboli della retor ica resistenziale.

«Se a proposito delle quattro giornate non si può parlare propriamente di insurrezione giacché non vi fu una accurata preparazione, un piano di
lotta, una direzione unica – sarebbe però errato e contrario ai fatti giudicare la lotta armata del popolo napoletano solo un moto spontaneo e
disorganizzato, una esplosione casuale di furore. Non c’è dubbio che per molti patrioti il primo moto per cui si ricorse alle armi fu un moto di
difesa dall’immediato pericolo, un moto di ribellione contro i soprusi, le violenze, i saccheggi dello straniero; ma sarebbe un errore non vedere
che nel fuoco del combattimento questi motivi si trasformarono e diventarono più generalmente validi, sì da sorreggere il combattente nei
momenti di più grave e generale pericolo, sì da sorreggere il giovane dopo ore e ore di fuoco e da lanciarlo all’attacco: i napoletani combattevano
per la libertà, combattevano contro l’oppressione e la miseria; concludevano con la rivolta armata la lunga, mai cessata lotta di Napoli contro il
fascismo e ancora contro l’arretratezza secolare, contro la vecchia e ingiusta struttura dello stato italiano».133 Nell’introduzione all’edizione del
1972, invece, forte anche di un clima di studi mutato, riprendeva questo tema con altri accenti: «Al tempo in cui io raccoglievo il materiale per
questa inchiesta si faceva un gran parlare delle quattro giornate, e mentre qualcuno riduceva il tutto a una sommossa di ragazzini, qualche altro,
pur riconoscendo l’eroismo della città, si domandava dubbioso: si era trattato di una vera insurrezione come poi nel ’45 avvenne in molte città del
Nord o di qualcos’altro?» L’autore metteva quindi in luce l’impossibilità di darsi un’organizzazione nei tempi brevi e concitati in cui tutto avvenne
e concludeva con una considerazione aperta e nuova: «Del resto, ci pare giusto ora aggiungere, quelle differenze non erano tutte a danno di
Napoli; ce ne era anche qualcuna a favore della città meridionale. Il carattere cioè popolare, di massa, del moto armato in cui si cementavano
motivazioni le più diverse».134

Il rifiuto di accettare con naturalezza questa dimensione popolare dell’insurrezione trovava le sue radici nel rifiuto aprioristico della ideologia
marxista per la cultura popolare della città,135 che aveva equivalenti altrettanto robusti negli esponenti liberali e idealisti, il cui rappresentante
più illustre, Benedetto Croce, aveva ignorato del tutto la vicenda dell’insurrezione, in linea d’altronde con la sua filosofia della storia che
assegnava alle élite colte il ruolo fondamentale nello sviluppo delle civiltà.136 Ma oltre a ciò, sul giudizio della sinistra influì, secondo alcuni
studiosi, la politica di attendismo del partito comunista, i cui militanti, per preservare le strutture di partito ai fini di una presenza incisiva nel
momento del rovesciamento del fronte, non avrebbero partecipato alla lotta in modo organizzato. «I dirigenti locali erano nascosti o riparati fuori
Napoli», fra i pochi rimasti, quasi nessuno di quelli che avrebbero formato il «partito nuovo».137 Si sarebbe tacciata, dunque, di spontaneismo
una lotta che solo dallo spontaneismo aveva potuto nascere, poiché nessuna organizzazione politica si era fatta carico seriamente della sua
gestione. Tale spontaneità fu poi enfatizzata e divenne il tratto caratteristico di una rappresentazione negativa, che metteva al centro del
comportamento politico dei napoletani un istinto ribellistico, apolitico; definizione che sarebbe servita in ultima analisi ad assolvere gli stessi
militanti del partito incapaci di mettere le radici nel tessuto cittadino.

Quando i comunisti, per supportare una nuova politica di apertura verso strati sociali più ampi, ripresero la tematica delle quattro giornate in
chiave popolare, subirono essi stessi, da parte di ortodossi difensori dell’ideologia marxista, l’accusa di populismo, di indulgenza verso la
na poletanità.138 Contro la tesi giudicata populista ci fu allora chi andò cercando nell’insurrezione il modello organizzativo antifascista: per
questo fu dato un particolare rilievo al ruolo di un nucleo di militanti antifascisti e del gruppo armato più politicizzato e organizzato del
Vomero.139 Nel corso del tempo la sua funzione è stata enfatizzata fino ad assurgere quasi a simbolo unico di tutta l’insurrezione.
La rappresentazione della rivolta come rivolta tradizionale delle plebi napoletane contro l’invasore, spinte da rabbia e miseria ataviche, fu
ripresa, con mutati accenti etici, dalle forze politiche di centrodestra: l’enfatizzazione della spontaneità meridionale, della dimensione popolare,
interclassista e patriottica era contrapposta, in questo caso come modello p ositivo, alla guerra civile che si era svolta nel Nord del paese, sotto la
guida e la spinta dei comunisti. Nel 1948, allorché venne conferita la medaglia d’oro alla città, un quotidiano locale rappresentava l’insurrezione
come una rivo lta guidata dalla «plebe», dagli «scugnizzi», dai poveri.140 Negli anni sessanta dopo un decennio circa di silenzio da parte delle
autorità pubbliche141 la memoria delle quattro giornate fu riproposta dai politici democristiani della città nella stessa direzione: rivolta plebea-
popolare fissata nell’icona significativa dello «scugnizzo», il ragazzo di strada figlio degli strati marginali della città. Nel comitato d’onore per la
realizzazione del monumento alle quattro giornate gli esponenti democristiani riuscirono a fare passare la decisione di dedicare il monumento
delle quattro giornate allo «scugnizzo», offrendo così alla memoria pubblica della città un’immagine duratura e significativa.142 «Uno, guardando
il monumento dello scugnizzo, dice: va be’, ma chiste ccà è na cosa i niente, se Napoli con quattro scugnizzi si è liberata»: sono le sconsolate
parole di Salvatore Borrelli, un giovane combattente di allora, uno di quelli che furono definiti «scugnizzi».

L’immagine dello scugnizzo conduce poi direttamente alla tesi negazionista, che contesta, cioè, l’esistenza stessa dell’insurrezione, definendola
una lotta condotta da ragazzi di strada (gli scugnizzi appunto) contro poche retroguardie tedesche in ritirata, che non avrebbero avuto interesse e
intenzione di rispondere alle armi degli insorti con il dovuto ardore. È una tesi riprodotta in un volume apertamente di destra.143 Per la destra
ridimensionare le quattro giornate era operazione naturale: Napoli doveva rimanere la città monarchica e fascista che essa vagheggiava e la
rivolta doveva risultare il frutto di un’invenzione antifascista. La tesi si fece strada dal dopoguerra alimentata da fonti diverse: i monarchici, la
destra postfascista. È una tesi presente a livello politico e nei mass-media e fatta propria da una parte della popolazione.

«Io abitavo al Vomero. Naturalmente i tedeschi temevano che gli americani fossero arrivati subito e allora se ne stavano andando. Se ne andavano
e avevano lasciato a Napoli alcuni gruppi di guastatori, sarebbero quelli che dovevano lasciare un po’ di terra bruciata agli invasori americani. I
napoletani a questo punto si sono sollevati e sparavano contro i tedeschi che se ne andavano per i fatti loro. Questi ogni tanto sparavano una
cannonata, cannonate che arrivavano perché si ritiravano con i loro carri armati, quei pochi che erano rimasti, e dalle zone di Capodimonte ogni
tanto di lassù tiravano alle loro spalle, contro questa Napoli che si era un po’ ribellata, delle cannonate. [...] i tedeschi già avevano deciso di
andarsene. Quindi la loro reazione ha fatto senz’altro qualche vittima, ma molte di queste erano vittime che non c’entravano proprio con la
res istenza. [...] Di persone che veramente hanno partecipato, ma veramente, non ne ho conosciuta nessuna. L’unico che ho conosciuto che ha
detto, che adesso dice che è un eroe della resistenza, è uno che fa i motoscafi, il quale gli scoppiò una bomba in mano perché sparava in mare per
pescare di frodo con le bombe, che non si fa. Come lui, chissà quanta gente si è spacciata per eroe, ma eroe non è. Non ho visto azioni di guerra,
né mi è stata mai data occasione di conoscere qualcuno dei miei compagni di scuola, amici, eccetera, che avessero partecipato. Io nemmeno ho
partecipato. Hanno sparato perché si andavano a prendere queste armi. Anch’io mi ero andato a prendere un moschetto, delle bombe a mano a
Castel Sant’Elmo, perché i soldati se ne erano andati, quindi avevano abbandonato tutte ste armi, e poi dopo ho preso queste armi e le tenevo per
un po’ di tempo, poi le ho dovute dare via perché non si potevano più tenere queste armi. Ma qualcuno che ha preso queste armi le ha usate, ha
sparato, ha fatto rumore, ha sparato qualche colpo, sarà morto pure qualche tedesco, non lo metto in dubbio, ma secondo me tutto il resto è bluff.
Noi siamo abituati ai bluff. [...] L’unica azione che mi risulta è quella del tram che non l’ho vista. L’unica azione che mi risulta... Può darsi che ce
ne siano altre. È quella del tram m esso di traverso dai cosiddetti partigiani, alla salita del Museo, allora c’era il tram che saliva per il Museo.
Presero un tram e lo abboccarono, lo ribaltarono e lo misero di traverso per impedire ai pochi guastatori tedeschi che erano rimasti per minare
gli stabilimenti, i ponti, insomma tutto ciò che poteva esser e utile agli amici d’America che erano sbarcati a Salerno, di scappare. Se non che i
tedeschi... avevano ancora qualche piccolo carro armato loro, piccolo per modo di dire, perché i nostri erano scatole di sardine, quelli dei tedeschi
erano buoni come quelli degli americani. Quindi spostarono il tram e se ne andarono per i fatti loro, qualche colpo di fucile fu sparato alle spalle
dei tedeschi che se ne andavano... Quindi non è che scappavano, si ritiravano, perché i tedeschi non sono mai scappati, si sono sempre
ordinatamente ritirati, tant’è vero che si sono attestati sulla famosa linea gotica ed hanno dato quel filo da torcere agli americani che per
combinazione l’hanno vinta. Quindi non è che i tedeschi siano scappati, i tedeschi non sono scappati, solamente che i napoletani dicono di aver
fatto scappare i tedeschi. Qualche napoletano che aveva magari preso il fucile, ma napoletano nel senso qualche scugnizzo, gente del popolo, il
popolino... sti giovani e giovinastri, quelli che poi correvano dietro ai camion americani per prendersi la roba che stava dentro, tipo scippatori,
quindi non gente eletta. Quelli non è che volevano che se ne andassero i tedeschi per essere liberi... liberi forse di saccheggiare, cosa che hanno
fatto. Quest’è stato l’eroismo». Alla domanda – ma tu dove eri? – il testimone risponde: «Ero a Napoli, al Vomero, anche perché quello era un
momento che i tedeschi rastrellavano i giovani per portarseli in Germania, perché c’era bisogno di manodo pera e quindi c’era un bando che se
mi avessero preso, mi avrebbero deportato. Stavo a casa, non uscivo per la strada, perché non era prudente, perché mi avrebbero preso»
(Giuseppe Fusco).

Il brano è la summa di una certa visione dell’insurrezione. Feriti, morti ed eroi per caso. I tedeschi che se ne stavano ormai andando, pochi
ragazzi e giovinastri, paragonati agli odierni scippatori, che li inseguivano con lo stesso animo con cui avrebbero inseguito di lì a poco i camion
americani. Il tutto immaginato, filtrato da una certa visione del mondo,144 inverata da una stampa cittadina nettamente schierata con la destra
soprattutto negli anni cinquanta, poiché, come ammette sinceramente, lui era chiuso in casa e non ha visto nulla.

Contro questa rappresentazione a livello cittadino e politico si è spesso usata una vuota retorica che non ha fatto che approfond ire la pubblica
rimozione dell’insurrezione. Una memoria vuota, ampollosa, che non si radica nel vissuto della gente, viene giustamente rifiutata e alla fine
alimenta il negazionismo. Il giorno della commemorazione dell’insurrezione vengono portate corone di fiori al monumento allo scugnizzo e a Salvo
D’Acquisto, carabi niere morto in Lazio in una rappresaglia, offertosi in cambio di vittime civili, celebrato non a caso in quanto «vittima
innocente» non partigiana. Si celebra un avvenimento onorandone un altro, in questo modo si nega l’accaduto, si crea una dissonanza fra
esperienza e memoria, si impedisce la costruzione di una memoria collettiva.

D’altra parte porre l’enfasi quasi soltanto sul momento insurrezionale ha significato oscurare tutto ciò che la popolazione visse in quei giorni –
uccisioni di massa, deportazioni, cannoneggiamenti – aggravando ancora di più lo iato fra memorie singole e memoria pubblica, incapace di
trovare un linguaggio che tocchi le corde dell’emozione vera, del ricordo più autentico.
Parte seconda

Nella terra di nessuno. La popolazione civile tra le linee del fronte: dal Volturno alla linea Gustav 1943-44
5. Violenza da terra e violenza dal cielo. Lungo il Volturno, settembre 1943
La violenza degli alleati: i raid aerei e lo sbarco di Salerno

Nei primi anni di guerra obiettivo costante dei bombardieri era stata Napoli con le cittadine del golfo. A partire dal luglio 1943, nel momento in
cui gli alleati preparavano lo sbarco a Salerno – l’operazione Avalanche – l’area delle incursioni si estese ed entrarono nel mirino i paesi sede di
industrie e di infrastrutture importanti, i ponti, gli snodi stradali e ferroviari allo scopo di rendere difficile o impossibile il cammino dell’esercito
nemico. Vennero così colpiti piccoli paesi, a volte inconsapevoli della loro posizione strategica. Era la piena attuazione pra tica della strategia dei
bombardamenti di precisione.

Lunghi elenchi di obiettivi compaiono nella documentazione americana, catalogati secondo l’importanza strategica (first, second, third priority) e
accompagnati da meticolosi studi degli impianti industriali e delle linee di comunicazion e con i nodi strategici e dalle fotografie delle ricognizioni
aeree seguite da mappe con l’indicazione dei bersagli da colpire.1 Nella lista degli obiettivi di primaria importanza emergono tra gli altri
Benevento, Capua, Cancello Arnone con il ponte sul fiume, Formia, che sono i casi che analizzeremo dal basso, dalla parte della popolazione che
finì negli obiettivi dell’Air Force. Documentazione analoga si può rintracciare negli archivi della RAF: l’esame delle linee di comunicazione a sud e
a nord di Napoli, da bombardare in supporto alle operazioni di terra. Frecce e cerchi indicano con precisione gli obiettivi.2 Ovviamente, lanciare
bombe da 23000 piedi come facevano gli aerei americani, o da 9000-10000 piedi di notte, come gli inglesi, significava colpire una gr ande area. In
genere con l’obiettivo veniva inghiottito il paese o il quartiere circostante con i suoi abitanti. Fra i target della RAF troviamo ancora Formia con
gli snodi stradali e la stazione, la ferrovia tra Formia e Itri, i ponti sul Garigliano a Minturno, le stazioni di Minturno, Villa Literno e Caserta, la
stazione e i ponti di Benevento, la stazione di Cancello, i ponti sul Volturno a Cancello Arnone, lo snodo ferroviario di Battipaglia, tutti obiettivi
che sarebbero stati ripetutamente colpiti, con la distruzione totale di ciò che li circondava.

Le prime grandi incursioni in provincia si verificarono già in giugno. Molti paesi vennero colpiti il 21 giugno, la notte del 14-15 luglio, il 17 e il 20
luglio.

Il 23 luglio un grande bombardamento prese di mira il golfo di Salerno, danneggiando gravemente il capoluogo e molti paesi della piana del
Sele.3 Salerno venne ancora colpita nella notte, e il Comitato Provinciale di Protezione Antiaerea segnalava l’impossibilità di dare un resoconto di
crolli e vittime perché le comunicazioni con la città erano interrotte.

La notte tra il 28 e il 29 luglio altri bombardamenti si verificarono nei paesi della provincia di Napoli. Ma i raid più intensi cominciarono nella
seconda metà di agosto.

Il 20 agosto vennero gravemente colpite Villa Literno, Capua, Benevento. A Marcianise crollarono 6 fabbricati rurali e vennero denu nciati 6 morti
e 20 feriti. A Capua e ad Aversa nel mirino entrarono le stazioni ferroviarie, dove esplosero vari carri di munizioni, producendo uno spostamento
d’aria che fece a sua volta crollare alcuni edifici della città. Il rapporto tedesco intercettato dall’intelligence britannico conferma la gravità
dell’incursione su Capua. «Un treno pieno di munizioni arrivato il 19 e pure 6 carri carichi di riserve di medicinali completamente distrutti
nell’attacco di 30 bombardieri su Capua ore 10.40 del 20. Pesanti danni a caserme e considerevoli perdite fra i militari italiani e la popolazione
civile».4 A Benevento la distruzione della stazione portava con sé quella di tutti i quartieri circostanti, morti e feriti non si contavano.

Il 26 agosto i bombardieri prendevano di mira il Volturno e il territorio circostante. Il fiume assumeva un ruolo strategico per gli alleati come per i
tedeschi: i primi pensavano di bloccare la Wehrmacht, distruggendo i ponti, le ferrovie e le strade che lo attraversavano; i secondi, d’altro canto,
avevano costruito una linea di fortificazione proprio a ridosso del suo percorso e avrebbero cercato di ostacolare l’avanzata degli alleati
distruggendo esattamente gli stessi manufatti individuati dagli alleati come obiettivi. Gli abitanti avrebbero pagato cara la sorte di abitare sulle
rive del fiume. Quel giorno entrarono nell’obiettivo dei bombardieri le campagne intorno a Cancello Arnone, Castelvolturno, Bellona. Il
commissario prefettizio di Cancello denunciava 6 morti accertati e 12 feriti.5 A Bellona il podestà scriveva: «Verso le ore 13 di giovedì 26 agosto,
aerei nemici sganciarono bombe nelle campagne di questo comune colpendo tre case coloniche distanti poco più di un chilometro dal centro
abitato della frazione di Bellona. [...] Due feriti gravi sono stati trasportati all’ospedale di Caserta da un autocarro tedesco. Furono medicati altri
otto feriti e i più gravi furono trasportati con l’autoambulanza all’ospedale di Capua. Poi si procedette a rimuovere e trasportare al cimitero le
nove salme. Furono ammazzati alcuni bovi, ovini e bufalini».6 Su questo bombardamento abbiamo una delle testimonianze più struggenti e
significative, quella di Giovannina Addelio, che perse quel giorno la madre e due sorelline e dopo pochi giorni avrebbe perso il padre e il fratello
uccisi in diverse circostanze dai tedeschi. Torneremo più avanti sulla sua storia.

Caserta, 27 agosto. Crollava la caserma del 10° artiglieria, l’officina auto dell’Accademia Aeronautica, i fabbricati della stazione ferroviaria,
l’Istituto Tecnico, la palestra Ginnastica, il gasometro, i Magazzini Generali, la chiesa di Sant’Anna, la chiesa dei salesiani e 11 fabbricati civili. La
relazione inviata dal commissario al prefetto il giorno successivo dichiarava 105 vittime civili accertate e tanti altri cadaveri che «giacevano sotto
le macerie». «Imprecisato [era] il numero dei militari deceduti e feriti».7 Ma nella relazione del 2 settembre il commissario prefettizio parlava già
di 184 morti fino ad allora accertati. I degenti dell’ospedale civile bombardato venivano trasportati all’ospedale militare. Si rilevava gente
asfissiata e colpita da «shock nervoso». Si faceva presente la necessità di disinfezioni in tutti i luoghi sinistrati, al cimitero, nei ricoveri pubblici.8
A Benevento era di nuovo colpita la stazione ferroviaria: 36 aerei sganciavano 198 bombe da 500 libbre.9

Il 28 agosto una bomba cadeva sulle condotte idriche a Cancello e interrompeva il servizio di acqua potabile per 63 comuni della provincia e parte
della città di Napoli.10 «Circa 300 apparecchi, su cinque formazioni scortati da numerosi caccia, hanno sorvolato Provincia con sgancio di bombe
et spezzoni incendiari a Cancello, Lago Patria e dintorni S. Maria Capua Vetere. Formazioni nemiche sono state intercettate dalla nostra caccia
levatasi su 30 apparecchi, nel cielo di Villa Literno e Ischia. Aerei nemici dati per abbattuti sicuramente due. Finora a Cancello risultano colpite
due locomotive giacenti scalo ferroviario e sifone da 800 Acquedotto Napoli, in maniera piuttosto grave, per cui prevedesi mancanza erogazione
acqua nel capoluogo e in sessanta comuni provincia, per circa sette giorni».11

1° settembre. «Violenta incursione a Salerno con due ondate di apparecchi nemici. Danni sensibili alla zona orientale della città. Molti incendi. Il
Palazzo del governo è stato colpito».12 Capua. Troviamo il bombardamento della città tra gli ordini trasmessi al 310° gruppo.13

Lo sbarco a Salerno si avvicinava, l’Air Force aveva il compito di preparare il terreno alla V Armata. Il 2 e il 6 settembre la Northwest African
Strategic Air Force diramava gli ordini per le operazioni. Si dovevano rendere inoffensive innanzitutto le difese aeree, colpendo gli aeroporti
principali.

«Il nemico ha radunato nell’area di Napoli una forza di cacciabombardieri che costituisce un serio deterrente per la nostra offensiva aerea in
quell’area. Molti di questi sono dislocati in quattro aeroporti nel circondario della città a nord. La Northwest African Strategic Air Force, nel
corso di tre giorni a partire dal 4 settembre 1943 perseguirà due obiettivi: 1) Distruggere il maggior numero possibile di aerei nemici nell’area di
Napoli; 2) Rendere l’area di Napoli insostenibile per tutti gli altri aerei nemici.

Questi obiettivi saranno raggiunti attraverso l’uso combinato di bombardamenti diurni da alta quota, bombardamenti diurni e notturni da media
quota, e attacchi a volo radente.

Elementi NASAF della RAF attaccheranno quattro aerodromi con 40 Wellington ciascuno. Le bombe saranno sganciate e fatte saltare in modo che
non esplodano tutte insieme subito dopo la mission e, ma con un intervallo di circa trenta minuti per 18 ore. Gli obiettivi dell’attacco saranno i
seguenti: Capodichino, notte fra il 3 e il 4 settembre; Capua, notte fra il 3 e il 4 settembre; Grazzanise, 4-5 settembre; Grazzanise Satellite, 4-5
settembre.

Il 5° stormo di B-17 attaccherà gli aerodromi di Capua e di Capodichino il 4 settembre». 14

Seguiva il vero e proprio piano di operazioni per il D-1 e il D-Day, che prendeva in considerazione una vasta area compresa tra Salerno e il basso
Lazio, seguendo le direttrici delle comunicazioni stradali e ferroviarie tra Salerno, Napoli e Roma.

«Notte fra D-1 e D-Day.

Il massimo sforzo dei Wellington deve essere messo in atto contro i seguenti obiettivi: 1) Battipaglia. Le strade e i ponti che attraversano la città,
soprattutto quelli sulla Battipaglia-Eboli devono essere bombardati. Gli attacchi dovrebbero cominciare all’ora H e dovrebbero essere conclusi
all’ora H più trenta minuti, tempo in cui i bombardamenti dovrebbero essere stati portati a termine. 2) Eboli. [...] 3) Golfo di Gaeta. Per assistere e
diversificare gli attacchi portati dalle US Naval Forces nel golfo di Gaeta 5 Wellington devono attaccare i seguenti obiettivi:

a) Flotta e magazzini nel porto di Gaeta; b) postazioni di artiglieria a Formia; c) flotta e magazzini nel porto di Forio d’Ischia.

D-Day.

1) Capua. Due gruppi di B-17 devono attaccare la città di Capua, il ponte stradale sul fiume Volturno come obiettivo primario e il ponte ferroviario
come obiettivo secondario. Con questo attacco si vuole impedire il flusso dei rinforzi tedeschi verso sud da nord di Napoli. Perché abbia effetto,
l’attacco deve essere condotto il più presto possibile alle prime luci del giorno. 2) Cancello. Due gruppi di B-17 devono attaccare i ponti stradale e
ferroviario sul fiume Volturno [...]». 15

Gli ordini si sarebbero trasformati in tragica realtà di lì a poco.

«Se noi vi diciamo che l’Italia diventerà “terra di nessuno”, vi parliamo sul serio; il vostro paese sarà esposto al bombardamento, al
mitragliamento, alla disorganizzazione più completa; innumerevoli case finiranno in fiamme, per città e campagne si accumuleranno cadaveri.
Freddo d’inverno, infezioni d’estate, sgomento, fame si moltiplicheranno».16 L’incubo promesso dal volantino lanciato dagli aerei angloamericani
nei bombardamenti del maggio 1943, qualora gli italiani non avessero abbandonato la guerra al fianco dei tedeschi, si avverò, paradossalmente,
all’indomani dell’8 settembre, giorno della resa e dell’abbandono dell’alleanza fatale con la Germania nazista. Le cittadine e i paesi divenuti
obiettivi strategici vennero in gran parte rasi al suolo, migliaia furono i morti. Impossibile il conto della popolazione senza casa, lacera, affamata,
preda di epidemie.

La violenza degli occupanti

Mentre la morte pioveva dall’alto, gli abitanti si trovarono in balia di un’altra violenza: quella delle truppe tedesche, che occupavano
repentinamente il territorio e si preparavano a opporsi allo sbarco alleato e all’avanzata della V Armata.

Gli ordini degli alti comandi della Wehrmacht erano quelli di resistere il più a lungo possibile sulla linea Salerno-Eboli-Benevento, mentre si
preparavano le successive linee difensive e si decideva un ripiegamento scaglionato. Il cammino degli alleati avrebbe dovuto essere arrestato
lungo queste linee difensive: una serie di posizioni intermedie (Otto, Anni, Viktor o del Volturno, Barbara, Bernhard) che culminavano nella linea
Gustav, la linea su cui avrebbero dovuto attestarsi infine le truppe per fermare con decisione il nemico.17 Bisognava poi ostacolare con la maggior
determinazione possibile il cammino della V Armata, distruggendo le linee di comunicazione e le infrastrutture che sarebbero potute servire
all’avanzata degli alleati e saccheggiando e devastando ogni cosa per lasciare al nem ico «terra bruciata».18 Abbiamo già visto le distruzioni
operate sul territorio napoletano; misure analoghe vennero attuate su tutto il territorio qui analizzato.

Dai diari giornalieri della divisione corazzata Hermann Göring si possono ricostruire, ad esempio, alcuni tratti di questo percorso di distruzioni. Il
25 settembre la 2a compagnia ha fatto «terra bruciata», e la 3a compagnia del 16° genieri ha fatto esplodere ponti, case, tramogge a Scafati, San
Marzano, San Mauro e Castelluccio; il 28 settembre c’è stata una «azione di distruzione di infrastrutture importanti nei dintorni di Nola»; il 2
ottobre la 1a compagnia ha fatto saltare l’antico ponte romano di Capua, insieme alle parti del nuovo ponte stradale che erano ancora in piedi e il
giorno successivo «ha annientato tutte le infr astrutture rilevanti per il nemico, che si trovavano a Capua»; il 10 ottobre «sono state distrutte
circa 150 infrastrutture che avevano rilevanza per il nemico, e la 2a compagnia, trasferita nel settore del gruppo di combattimento Maucke, ha
cominciato con le operazioni di sbarramento e con la distruzione delle località di Sasso, Preci, Formicola e Fontala; l’11 ottobre «è stata portata a
termine la distruzione di Pietravairano» e «nel settore del gruppo di combattimento Corwin sono stati distrutti edifici importanti della località
Pignataro e nella notte tra il 10 e l’11 sono state distrutte in que sta città 141 case, e 36 nei dintorni». Il 25 ottobre si segnalano distruzioni di
case a Teano.19 La divisione lasciava sul suo cammino una scia di rovine, alcune legate all’opera di desertificazione del fronte e alle esigenze di
rendere più difficile l’avanzata del nemico, altre chiaramente dettate dal desiderio di vendetta verso atti di insubordinazione della popolazione.
Molte di queste distruzioni erano accompagnate da massacri e rappresaglie.

Dal territorio occupato avrebbero dovuto, inoltre, essere prelevati e asportati tutti i beni e le materie prime importanti per l’economia di guerra.
Il 19 settembre veniva trasmesso alle truppe un ordine estremamente significativo: «Il comandante generale ha ordinato che da questo momento
per il vettovagliamento della truppa si debba ricorrere esclusivamente ai beni della Campania. Nei prossim i 14 giorni la campagna deve essere
completamente depredata soprattutto di carni (manzi, anche buoi da traino, maiali, polli) e ortaggi. Le compagnie addette al macello devono
lavorare al massimo regime. Agire senza scrupoli. Da questo momento è severamente proibito consumare provviste tedesche. È essenziale
riportarle indietro».20

In alcuni paesi la documentazione indica la requisizione di migliaia di capi.21 Il ricordo di questo tipo di violenza è vivissimo; sono
numerosissime le testimonianze raccolte che ci raccontano la contesa con i tedeschi sul maiale, sulle mucche, sulle pecore... E sono moltissimi i
contadini e i pastori uccisi perché difendevano i loro animali. Casi esemplari quelli di Mondragone e di Teano su cu i mi soffermerò fra breve.

Si sarebbe inoltre dovuto razziare la manodopera italiana per i lavori di fortificazione e per la deportazione verso il lavoro forzato in Germania.
Come vedremo, il 23 settembre, con un’azione quasi fulminea, vennero rastrellati migliaia di uomini in Campania e nel basso Lazio.

Difficile fare una divisione netta dei tipi di violenza. Nel caso campano, come è stato detto, le varie fasi dell’occupazione tedesca, che altrove si
dispiegarono nel giro di più mesi o anni, si verificarono contemporaneamente e all’improvviso.22 Occupazione militare, ritirata strategica con la
politica della terra bruciata, linee di fortificazione e difesa, combattimenti con gli alleati, alto livello di concentrazione delle truppe, accelerazione
della violenza da parte dei soldati, tutti questi elementi strettamente connessi fra di loro e tutti operanti nel medesimo periodo di tempo
produssero effetti letali per la popolazione. Le violenze si sommarono in alcuni casi, raggiungendo livelli particolarmente a troci, quando si
ebbero contemporaneamente rappresaglie, rastrellamenti e deportazioni di uomini, distruzioni dell’abitato, saccheggi. Comunque si operò su
tutto il territorio una politica di occupazione durissima, cui la popolazione rispose con una insospettata e sottovalutata energia, che si dispiegò in
particolare nel territorio che sopportò il primo impatto della ritirata tedesca, a ridosso dello sbarco, e che giunse a vere e proprie insurrezioni
spontanee, come quelle di Napoli e di Acerra.23

Le violenze verso i civili si svilupparono in un crescendo, a partire dai saccheggi e dalle razzie di uomini fino a giungere a massacri indiscriminati.
Schematizzando, è possibile individuare quattro tipi di violenze, che nella gran parte dei casi si sommarono: il saccheggio del territorio che si
risolse in un vero e proprio conflitto sul cibo e sui beni primari fra le truppe di occupazione e la popolazione locale e che toccò punti altissimi di
intimidazione da un canto e di disobbedienza dall’altro; le razzie di uomini che suscitarono una resistenza accanitissima e furono all’origine di
episodi di insurrezione e di insubordinazione armata; la distruzione di interi abitati legata all’opera di devastazione tattica contro l’incalzare del
nemico ma anche alla ritorsione contro l’atteggiamento conflittuale e non collaborativo della popolazione; i veri e propri massacri sistematici di
civili.

Altrove ho descritto analiticamente le violenze tedesche.24 Qui punto l’obiettivo sui casi in cui si sommano e si intersecano con quelle degli
alleati.

Le violenze furono pi ù elevate intorno alle linee del fronte, dove fervevano i preparativi per la difesa, quindi si reclutavano uomini per le opere di
fortificazione e si evacuavano le popolazioni. Coloro che si trovarono fra le bombe degli alleati e le linee tedesche vissero per uno, due mesi
(intorno alla linea Gustav, per otto mesi) nella terra di nessuno. Stragi e uccisioni si addensano nel Napoletano e nel Casertano intorno alla linea
del Volturno. E la cronologia segue la ritirata tedesca e le battaglie fra le due armate.25 I tedeschi abbandonarono la linea del Volturno il 17
ottobre, poi molto lentamente cominciarono a indietreggiare verso la linea Gustav che seguiva il fiume Garigliano, dalle foci alle vallate dei suoi
affluenti Rapido e Liri, fino alla val di Sangro. Fra la linea Viktor e la Gustav si combatterono alcune fra le battaglie più dure e sanguinose della
campagna d’Italia (Monte Camino, Montelungo, fiume Rapido). Sulla linea Gustav si svolsero infine le interminabili battaglie di Cassino e del
Garigliano, dal dicembre 1943 al 22 maggio 1944.

Le violenze tracciano sulla mappa il cammino delle armate tedesche verso Cassino, lungo lo storico percorso che tanti eserciti avevano
attraversato nella storia lasciando già allora una scia di morti e di distruzioni al loro passaggio. Guardando dall’alto della sua terrazza la vallata
sottostante, Giulio De Simone, un abitante di Tora e Piccilli, un piccolo paese situato su un cocuzzolo da cui si domina l’ampia valle che congiunge
Capua a Cassino, la definisce la «valle del destino»: vide il passaggio di Annibale, che si fermò a Capua, per questo rasa poi al suolo dai romani, e
quello dei visigoti che distrussero nuovamente la città; nei suoi spazi si svolsero la battaglia del V olturno dove i soldati piemontesi sconfissero i
napoletani e lo storico incontro fra Garibaldi e il futuro re d’Italia, e infine nel 1943 la marcia dei tedeschi incalzati dagli alleati, le terribili
battaglie di Montelungo e di Cassino e l’ennesima distruzione di Capua.

Come vedremo, gli eserciti seguirono nel 1943 le strade romane, l’Appia, la Casilina, la Domiziana, e si scontrarono spesso proprio negli spazi che
avevano visto antiche battaglie.26

«Eravamo un popolo di sbandati»

Trovarsi nella terra di nessuno fu terribile. Tutto avvenne in tempi incredibilmente accelerati: nel giro di ventiquattr’ore un esercito amico
divenne nemico, i soldati italiani si sbandarono, le istituzioni si eclissarono, lasciando la popolazione nell’incertezza e nella solitudine, e i nuovi
alleati si presentarono in veste di bombardieri.

Le testimonianze esprimono quasi tutte lo stesso sentimento.

«C’era brutto, c’erano i morti e i tedeschi sparavano, gli americani sparavano e s’incrociavano le cose» (Anna A., Cassino).

«Il brutto cominciò dopo l’8 settembre, cioè dopo l’armistizio quando noi pensavamo che la guerra fosse finita e che quindi il rischio per noi civili
non c’era più. [...] L’11 settembre verso le due del pomeriggio... in città la gente, sapendo che c’era l’armistizio, sentì gli apparecchi che
arrivavano, uscì per festeggiare, per chiamare, per gridare, agitavano le braccia. Stavolta erano apparecchi amici, mica erano nemici! Invece
sganciarono le bombe proprio sull’abitato» (Antonio Feo, Benevento).

«A Cancielle se diceve a messa i ringraziamente pecché evene chieste a pace, s’eve fatte l’armistizie, invece cainateme dicette: mo abbia a venì a
guerre, chelle che è state fine a mo nun è niente, dicette, mo accummence a guerre, rop pe l’armistizie. Graziano s’arreterave, Badoglio
s’arreterave, Muselline nun le passave manche pe’ l’anticamera cchiù, o re se ne fuiette e rimanerene proprie sule nuie scunzulate che s’eve, che
nun teneveme a chi ce defenneve». «Chille furnette o munne tanne, fui na cosa proprie esagerata, proprie o iuorne ’e l’armistizie, o iuorne i
l’armistizie furnette o munne proprie»27 (Maria Della Valle, Cancello Arnone).

«Ie steve a Capua, nu sfullaie. Steveme a cuntà l’apparecchie!!! Nuie steveme accussì e veretteme e arrivà... vuu vuu vuu... l’apparecchie e
dicetteme: uh, guarda là, guà, e cuntaveme tutte quante. A bonanema ’e Ndre ricette vicine a maste Austine, u zuoppe, u fravecatore, vuie
sbattite i mane, ccà nun se sape si cia verimme malamente cu i mericane o cu i tedesche. Po’ succerette o bumbardamente. Fuie zieme ca dicette:
ccà o i tedesche o i mericane ce fanne na paliata bbona»28 (Annibale Merola, Capua).

«Quando ci fu l’8 settembre io stavo raccogliendo le noci e sentimmo che dal paese suonavano le campane, urla di persone, tutti gridavano: è
finita la guerra! Noi tutti contenti: è finita! Quando poco dopo incominciammo a sentire aerei che volavano bassi e poi mitragliavano e noi: ma
come? È finita la guerra e questi continuano a bombardare? Noi avevamo messo su un balcone un grammofono e tutti ballavano e cantavano che
era finita la guerra e quella invece incominciò peggio di prima. Buttavano i razzi e poi bombardavano. L’armistizio fu fatto dal re e poi se ne
scappò e a noi ci rimase in mezzo alle botte e lui se ne scappò. L’Italia è sempre stata così... Tanne29 fu fatto nu maciello, dove ti giravi giravi ci
stavano i soldati. Verso questa zona ci stavano gli americani e dall’altro canto verso i confini, i tedeschi... chi andava contro l’America e chi a
favore. Da questo lato a Ceppaloni andavano a favore degl i americani, a Beltiglio dei tedeschi... dove stavano i tedeschi andavano mettendo
bombe sotto i ponti, tutti i ponti che stavano in questa zona furono fatti saltare dai tedeschi... ai Martini, ai Marotti, perché quelli si ritiravano e
sparavano bombe per non farsi avvicinare dagli americani, tutti sgarrupati furono i ponti di questa zona, solo il ponte Calore non ce la fecero a
fare sgarrupare. Là gli americani a voglia quante bombe ci misero, fecero sgarrupare tutto Benevento ma quel ponte non ci riuscirono a farlo
cadere. Con gli apparecchi distrussero tutte le chiese, tutto... Qua sparavano i tedeschi... noi lavoravamo la terra nel mese di settembre e i
tedeschi stavano accampati qua, passarono gli americani con la contraerea, videro che ci stavano i tedeschi e li cominciarono a sparare. I
tedeschi tiravano contro gli aerei americani e loro sparavano dagli aerei e si sentivano solo fischi di bombe e le schegge arrivavano pure dove noi
stavamo lavorando la terra e ruppero delle viti... tanto che arrivavano forti noi scappavamo perché avevamo paura» (Pellegrino Penna,
Ceppaloni).

«Quando è stato che si sono divisi che c’è stato l’8 set tembre sono cominciati i guai tra i tedeschi e noi. Dicemmo meno male è finita la guerra,
invece la guerra non era finita, stava cominciando la guerra, cominciando e male veramente. Insomma i tedeschi da che era che non davano
fastidio, che erano nostri alleati, non furono più alleati. I nostri in quei giorni lasciarono l’esercito e per la strada incontravi tutti i giovani che non
facevano più il militare, avevano lasciato tutto. Agli inizi è stato tutto rose e fiori, poi abbiamo capito la gravità di quello che stava succedendo,
perché tanne è stata la vera guerra, perché poi non è stata solo la guerra dei bombardamenti, è stata la guerra tra gli uomini, perché i tedeschi
erano armati, i nostri avevano lasciato tutto. Si restò in balia delle onde perché, non avendo esercito alle spalle, eravamo un popolo di sbandati.
Gli americani sono arrivati piano piano, non è che correvano troppo... piano piano correvano. Però poi c’erano i tedeschi che man mano
indietreggiavano mentre loro arrivavano ed era una cosa veramente brutta... quando ci capitavi in quel periodo... Ricordo quando loro dovevano
attraversare il Volturno. Tra Caserta e Santa Maria Capua Vetere, più o meno, erano arrivati gli americani, allora noi fra i parenti nostri...
e ravamo tutte ragazze... dicevamo: so’ arrivati gli americani, vogliamo andare a vedere. E andammo a vedere questa truppa, erano tutti seduti
per terra... Mentre attraversavamo la campagna cominciarono a cannoneggiare, io non capivo niente, avevo delle cugine affianco con i fratelli,
tutti assieme ci buttammo a terra. Erano i tedeschi che cannoneggiavano su questi americani. E figurati l’inferno... Tornammo a casa e la notte fu
l’inferno aperto tra i tedeschi e gli americani, però questo ci salvò perché se stavano un’altra notte i tedeschi facevano la strage degli innocenti,
perché datosi che gli uomini se ne erano andati sulla montagna due notti prima, allora i tedeschi dettero l’ultimatum: o che loro scendevano o
loro se la sarebbero presa con donne e bambini... e stavi sempre sul chi va là con una coperta a terra» (Addolorata De Blasio, sfollata nel
Casertano dopo aver perso la casa a Napoli).

«Fin quando erano alleati gli italiani con i tedeschi tutto era tranquillo, si ve devano questi militari sempre con le mani sulle mitragliatrici, sulle
camionette, ma non è che facevano qualcosa contro a noi. Il male è venuto poi, con l’armistizio, l’8 settembre 1943. E allora si cominciò a parlare
dello sbarco a Salerno. Da quando cominciarono a bombardare pesante non si parlava altro che di questo sbarco che ci doveva essere, di sera,
quando ci riunivamo nel cortile e sentivamo il rumore dei cannoni da lontano, subito pensavamo che forse erano sbarcati gli inglesi. Un giorno
dopo una di quelle sere cominciammo a vedere sulla mia strada passare un sacco di camionette con la croce rossa sopra, piene di soldati tedeschi
e così capimmo che veramente stavolta gli inglesi erano sbarcati a Salerno... poi man mano arrivarono fin qui e bombardavano Napoli e ci
vennero allora ad uccidere fin dentro casa... Giustamente, quando c’è stato lo sbarco... sbarcarono gli inglesi e i tedeschi dovevano indietreggiare
e questi tedeschi tornando indietro cominciarono a fare una strage... Con l’armistizio è cominciato il terremoto, gli inglesi avanzavano e i tedeschi
prima di andarsene cercavano di bloccare tutte le strade p er fare perdere tempo e allora bombardavano dappertutto. Prima di andarsene,
avevano fatto depositi di munizioni ovunque, a momenti anche nei nostri cortili e cosa facevano? Li facevano scoppiare senza pensare a noi che
stavamo là e non c’azzeccavamo proprio niente... Infatti a Nola sono scoppiate tante di queste munizioni... insomma la guerra noi l’abbiamo
vissuta davvero... Ogni giorno era una scommessa... A Cicciano in un portone appresso al mio c’era una cantina che si scendevano settanta-
ottanta scalini e noi scappavamo lì dentro, là veniva pure gente di Camposano e di Cimitile in quel ricovero... Ad un bel momento però capimmo
che non era buono perché metti che cadeva una bomba proprio là sopra e chi ci pigliava più? Allora da quel mome nto quando suonavano le
sirene scappavamo nelle campagne... scappavamo nelle campagne e che risolvevamo però? Niente perché quelli sparavano dei razzi, o come altro
si chiamavano, che illuminavano a giorno, allora noi ci stringevamo tutti sotto gli alberi sennò ci vedevano e ci mitragliavano... Non sapevamo
proprio più dove andare... Così con quell’armistizio venne peggio ancora. E noi invece quando lo sentimmo, prima a tutto tutti quanti a dire:
evviva hanno fatto la pace, è fernuta a guerra, è fernuta a guerra! Specie noi giovani eravamo tutte contente perché uscivamo da quell’incubo. Io
già pensavo a mio fratello e al mio ragazzo che tornavano e tutto che ritornava come prima... macché! Poco dopo venne peggio di peggio... perché
giustamente dopo i tedeschi cominciarono ad ammazzarci: loro ci ammazzarono perché ci chiamavano traditori. Ma quello che dico io: ci voleva
tanto a pensare che a un bel momento voi mi firmate con gli americani cu cchisti tedeschi ancora int’all’Italia, e nun succere niente? E chille ce
massacrane! E alla fine dei conti dovemmo rendere conto ai tedeschi, poi l’esercito italiano non combatteva più perché c’era stato lo sfasciamento
delle truppe e insomma...» (Teresa Napolitano, Cicciano).

«La guerra più manifesta l’abbiamo avuta dal ’43 al ’45, perché prima la guerra era lontana, si parlava del fronte, dei soldati che morivano nei
vari combattimenti o negli affondamenti delle navi. Ogni tanto arrivava qualche notizia di qualche soldato caduto in guerra e si sentivano strilli e
pianti di qualche madre che gridava e quelle grida, quella disperazione sono ancora vive nella mia mente. Ricordo quella coppia di carabinieri che
passava per andare a portare la notizia ai genitori di qualche soldato caduto in guerra che non sarebbe più ritornato a casa... Basti veder e
l’elenco dei caduti sulla lapide in piazza. Erano comunque notizie di una guerra lontana. La guerra l’abbiamo vissuta intorno al 1943-44, cioè
quando c’è stato lo sbarco degli americani e quando c’è stato man mano lo spostamento del fronte, ecco che noi abbiamo cominciato a vedere la
guerra da vicino... subito dopo l’8 settembre 1943, quando abbiamo visto i primi aerei delle truppe alleate, i bombardieri dal nome “liberator” un
poco allusivo o cattivamente allusivo... Questi aerei che venivano a bombardare e distruggere quanto trovavano davanti. Liberatori poi non erano,
ma veri trucidatori, poiché sganciavano bombe, oggi dette intelligenti che intelligenti non erano, cadendo come cadevano... E noi ragazzi ma pure
qualche anziano abbiamo assistito al primo bombardamento a Benevento, dalla collina più alta di Beltiglio... 1700 morti... è stata colpita la
stazione ferroviaria mentre erano fermi due treni» (Patrizio Mazzone, Ceppaloni).

«Il primo bombardamento di Cassino per noi fu una cosa strana, perché l’8 settembre del ’43 c’era stato l’armistizio e il 10 settembre arrivarono
questi aerei e noi eravamo ragazzi, naturalmente nel vedere questi aerei eravamo entusiasti perché arrivavano gli alleati. Noi stavamo al bar
Centrale a salutare questi aerei che erano i liberatori, i liberatori... contraddizione... perché noi pensavamo che adesso non succedeva più niente,
no?» (Michele Malatesta, Cassino).

«Allora, dall’8 settembre dichiararono la guerra finita. Dissero che la guerra era finita. Ci furono degli accordi e allora tutti quanti eravamo felici
e contenti. Invece poi due giorni dopo, il 10 settembre, veramente mi ricordo che erano circa le 11, 11 meno un quarto... Allora sentiamo il
rumore degli aerei. A quel punto io e mio fratello Aldo stavamo ad abitare qui a via del Foro, qui vicino, e dicemmo con mio fratello: andiamo,
andiamo a vedere gli aerei, gli aerei americani, gli americani! Allora manco arriviamo su che cominciarono a bombardare e scappiamo giù al
portone di corsa. Abbiamo fatto cinque piani volando, si può dire. E dopo che ci fu questo bombardamento così si seppe che ci furono oltre cento
morti e... io ricordo un particolare... due ragazze che stavano parlando sui balconi, erano due appartamenti, uno accanto all’altro, le due ragazze
mentre parlavano, una è rimasta sul balcone, l’altra invece è andata giù, perché la bomba evidentemente è andata a finire proprio sul palazzo»
(Ersilia Gradini, Cassino).

«Fatto l’armistizio, allora u giorno aroppe, tutta a gente torna, chi stava prima dint’e gallerie, chi presso i parenti... Vanno a e case lloro... Invece
il giorno dopo entrarono in città e andando in città che succede? Che gli inglesi americani avanzavano e i tedeschi invece indietreggiavano,
andavano al nord... andare al nord che significa? Chi da a parte ’e Montesarchio arriva a Benevento arriva, entra int’a piazza... via Gaetano
Rummo, poi piazza Orsini, u duomo, piazza Santa Maria... Tutta sta storia pe’ bloccà sti tedeschi, insomma bombardà sti tedeschi che dovevano
passà sopra u ponte Calore, cheste e chellate... Acchiappane tutte ste zone che vengono tutte bombardate... bum bam destra e sinistra... E
pecché? P’inseguì sempe sti tedeschi che indietreggiavano, se ne andavano verso u nord. Verso le 8 u 9 di... u giorno dopo dell’armistizio... piglia
e murerene tanta e tanta gente...»30 (Lodovico Fune, Benevento).

«Io ero bambina e vivevo a Benevento... era un punto strategico per via della presenza della stazione ferroviaria, di molti ponti e vie di
comunicazione. Da quello che ricordo si parlava della guerra ma a Benevento ancora non l’avevamo avvertita, subita... io e le mie sorelle quando
vedevamo gli aerei passare ci mettevamo a contarli, uscivamo fuori e con gli occhi al cielo li contavamo: 1, 2, 3, 4, 5... Poi gli aerei andavano via e
al mattino successivo sentivamo: questa notte hanno bombardato qua, hanno bombardato là eccetera eccetera... e così a un certo punto
cominciammo a sentire delle voci le quali dicevano che i bombardamenti si avvicinavano sempre più a Benevento. Così noi ci dicemmo:
scappiamo! Noi avevamo il nonno che abitava a Capodimonte, una frazione di Benevento... così decidemmo di andare da lui in campagna... Fu
proprio una di queste sere quando eravamo tutti insieme che sentimmo suonare le campane, le sirene e tutti che urlavano: è finita la guerra! È
finita la guerra! Hanno firmato l’armistizio! Ecco l’annuncio dell’armistizio lo ricordo, ma l’annuncio della guerra no... l’annuncio dell’armistizio lo
ricordo, ricordo gli altoparlanti, la radio, le sirene e ricordo che noi abbiamo festeggiato: evviva, dicevamo, è finita la guerra! Anche se noi
eravamo piccole e non capivamo realmente cosa significasse quello che dicevamo poiché la guerra in realtà non l’avevamo vissuta... dopo invece è
stato il dramma. Ricordo anche che in quell’occasione papà disse: allora ce ne andiamo. E il nonno invece disse: aspettate, ormai vi trovate qua,
restate almeno per questa notte, domani con calma andate a vedere come stanno le cose e poi se è il caso ve ne andate. Proprio quella notte
invece se non mi sbaglio, iniziarono i veri e propri bombardamenti poiché gli americani avevano saputo che Benevento era piena di tedeschi... ma
i tedeschi avevano cominciato a indietreggiare e nella fuga prendevano gli uomini per farsi spianare la strada e fuggire più in fretta, in quanto le
strade erano tutte ricoperte di macerie e i loro carrarmati non potevano passare. Nel frattempo gli americani per prendere in trappola i tedeschi
che indietreggiavano iniziarono a bombardare il ponte, la ferrovia e tutte le vie di comunicazione. Bombardavano nelle ore più impensate, di
solito di giorno» (Ada B., Benevento).

I racconti registrano l’inversione rapida degli schieramenti, il precipitare degli eventi, il sentimento di stupore e di sgomento che si diffonde fra la
gente. Si potrebbero citare ancora numerosi altri brani con gli stessi termini, la stessa sintassi, lo stesso modo di presentare i fatti. L’8 settembre:
una festa, la gente correva per strada, suonavano le campane, si ballava, si cantava. Parole chiave: entusiasmo, festa. Il giorno dopo cambia
rapidamente la scena: pensavamo che la guerra fosse finita, «invece» è incominciata peggio di prima, è stato un abisso. «Allora è stata la vera
guerra». «Si restò in balia delle onde». «Eravamo un popolo di sbandati». Parole chiave: paura, sconcerto, confusione, fuga, sbandati, abbandono
del re. I tedeschi rapinavano e facevano violenze. Stupore: i tedeschi si trasformano in esercito occupante. «Insomma i tedeschi da che non
davano fastidio, che erano nostri alleati, non furono più alleati...» Poi la percezione di essere come assediati: stare in mezzo alle botte, da una
parte i tedeschi, dall’altra gli americani, noi in mezzo, non sapevamo da chi ci dovevamo difendere. «Dove ti giravi, c’erano i soldati». I tedeschi
distruggevano dal basso, gli americani bombardavano dall’alto. Gli americani arrivavano «piano, piano. I tedeschi indietreggiavano ed era una
cosa veramente brutta se ci capitavi in mezzo». «I tedeschi sparavano, gli americani sparavano e si incrociavano le cose».

Viene descritta con chiarezza la situazione di «guerra totale» in cui si è vissuti. Questi brani esprimono meglio di qualsiasi commento l’essenza
della guerra sul fronte. Andando a ricostruire le storie individuali troveremo poi il tragico e casuale sovrapporsi della violenza.

Obiettivo: il ponte sul Volturno di Cancello Arnone

Cancello Arnone era composto da due frazioni distese sulle rive del Volturno e unite da un ponte, che si trovava proprio al centro fra i due abitati.
Fu questa sua posizione che fece del paese un obiettivo strategico per i bombardieri alleati, che lo colpirono la mattina del 9 settembre insieme a
Capua.31 Molti degli abitanti non volevano credere di poter interessare le bombe angloamericane, altri invece avevano capito il pericolo e se ne
erano già andati, o avevano fatto sfollare i bambini.

«Ma nuie tutte quante nuie pensaveme: può essere mai stu paese ’e niente vene bombardate? Ma mai a pensà. Non lo pensavate? No, signò,
neanche lontanamente. È nu paese insignificante, diceveme nuie. Però babbo mio diceva accussì: ccà tenimme o ponte, ccà tenimme o ciumme.
Diceve babbo mie. Signò, chille ere n’omme intelligente, babbo mio. – Non vi illudete, diceva lui, tenimme o ponte, tenimme o ciumme. E difatti fu
così»32 (Antonietta Marra).

Quella mattina, nel momento in cui arrivarono gli aerei, per una tragica ironia della sorte, la gente era in chiesa dove si stava celebrando una
messa di ringraziamento per la fine della guerra. Le bombe centrarono in pieno la chiesa, oltre alle abitazioni. In un villaggio di 4000 anime ci
furono 100 vittime accertate tra gli abitanti. Morirono anche soldati italiani e tedeschi.33 Il paese fu distrutto.

«Successe il finimondo. Incominciarono a bombardà i paesi, era l’ora che firmarono l’armistizio, disse mio padre: accorte, oggi non andare a
messa, dicette vicino a me, oggi viene il finimondo! Mio padre, chille già eva fatte o ’15-18 e sapeva che significava. Ma come, dicette ie, aggia
ringrazià a Gesù Criste. – Gesù Criste, si u vuò ringrazià, ringrazialo ccà! – Ue! Maronna mia, che male augurie me state a dà! Signò, dette queste
parole, facevene a feste pe’ ccà ammieze, ma nuie steveme ammieze i tedeschi! Tutti a festeà pe’ ccà ammieze che ereme fatte l’armistizio. Signò
e che bombardamento! Currevene botte pe’ tutte parte, ccà era nu fumme! Chiuveve fuoche pe’ tutte... fumme po’, tante ro fumme! E case se ne
saglievene, e bombe carevane, nun se vereve niente cchiù, sultante i dispiacere, turnavene dentro e nun truvavane cchiù i famiglie, cheste era!
Nun se capeve niente chelle che ce steve: e vire ccà e vire llà! Signora mia steve na sora mia, che venette r’america, steve dinte a chiesa, llà
rumanette, dinte a chiesa, e nu figlie i diciott’anne, facevene parte ra famiglia Cicala. – E nun ce stanne e nun ce stanne! – No, chille so’
scappati... Quanne turnette ccà, a casa mia... chine ’e muorte! I pigliavene a fore llà e i trasevene tutte arinte. E che è succise?! Diciette ie, chella
a perso nove figli signò, nove figli! tutti i figli, tutte ccà... [...] I figli stevene tutte ccà, pecché venette o bombardamente e nuie fesse faceveme o
ricovere, scavaveme ’nterre e ce nzeppaveme a sotte, a bomba carenne n’abbarrave sotte a terre? [...] Comunque, signò, mente nuie steveme a
ffà chistu fatte, chillate chiammavene a sott’a terre: aiutateci, aiutateci, che stamm’a murì! Faceve o pate i Pascale: aiutatemi, che mugliereme
già è morta, si nun me scavete a me, stong’a murì pur’ie. [...] E n’atu figlie ra sora mie era l’urdeme che s’era scappate, se chiammave Pezzì, era
mericane e steve sott’o ricovere: zì, zì, diceve vicine a me, aiutatemi, stong’a murì pur’ie! Però stateve accorte quanne menate a pala che tenghe
a mane ccà, tenghe a mane ccà, se menate a pale cchiù accà me tagliate a mane! Stong’a murì pure ie, facite ambresse, preparate na coperta che
si esco fore moro! Diceve isse. Comunque chiste ascette... E se salvaie!»34 (Antonietta Marra).

Elio Branco è il figlio superstite di quella donna che perse otto figli e il marito. Si salvò perché era militare in Grecia. Oggi ci racconta il dolore di
allora. «Quanne arrivaie o paese ccà, era martirato, steve tutto...35 non si poteva passare neanche il fiume, si doveva arginare, oppure ce stava
qualche barchetta che uno s’inzeppava36 e passava... Ma voi non sapevate niente che la vostra famiglia era... Io non sapevo niente che la famiglia
mia non c’era, non lo sapevo, perché stavo in Grecia, quando so’ venuto ccà... neanche all’altro paese l’ho saputo, perché non me lo volevano far
sapere, sono arrivato a quest’altra parte e me l’hanno detto. Chi ve l’ha detto? Certi amici che ho trovato: vedi che tua mamma così così, sta a
Sant’Andrea... un paese dove aveva dei compari, certi amici e io sono andato a quel posto, ma sono stato quattro mesi che non capivo quasi
niente, m’ero così confuso che è una cosa straordinaria... È stato una cosa... grande... io ho perso mio padre, nove in tutto nella mia famiglia e mi
so’... quasi quasi mi so’ paralizzato, mi so’ fatto... Mia madre piangeva tutti i giorni... Chille non era uno, erano nove, otto figli, o marito, na cosa
che forse forse... era una cosa troppo grande. E quando poi so’ arrivato io, ripeto, ie me so’ quasi ’nzallanute,37 mi so’ rimbambito a Sant’Andrea,
so’ rimasto nu quattro mesi che quasi quasi non parlavo manco. Mia madre stava in chiesa e stando in chiesa stavano dicendo la messa quando
hanno bombardato, è capitato che c’era nu marmo e s’è mise c’a testa sotto o marmo, ienne38 c’a testa sotto o marmo è uscita tutta fratturata,
queste parti, e gambe, è stata all’ospedale, è stata rivista e si è rimessa. Mia madre era una bella donna, na donna robusta, così si è rimessa e
cercava di rimettere a me. Era una cosa terribile, terribile, ripeto. Io quanne so’ arrivate m’anno mise ’ncoppe a na carrette, so’ arrivate a casa
ma non lo sapevo, so’ arrivato a casa, po’ m’anna ritte39 che non me lo avevano detto... e chianu chianu mi so’ quasi paralizzato, una cosa
terribile! Ie teneve na famiglia, na casa... so’ arrivate là e poi ho trovato mia madre mezza morta, na madre ca chiagneve tutti i giorni, era na cosa
terribile, e aveva ragione pure! Stava in chiesa, sennò mureve pure esse là dinte, ccà, dietro ccà, teneveme... nu poche cchiù allà teneveme
comme nu ricovere... E la bomba ha preso proprio il ricovero? Tre bombe ce cuglierene là. Ce so’ capitate pure ate, però i miei so’ stati molti,
molti, ate erene cchiù poche».

Antonio Chierchia perse il padre in un rifugio analogo. «Il bombardamento del 9 settembre, perché noi di Cancello Arnone ce lo dobbiamo
ricordare, perché è stato appena dopo l’armistizio, sembrava che con l’armistizio dell’8 settembre tutto era finito, tutto sembrava tornare... mi è
morto anche mio padre in quell’occasione, il 9 settembre, oltre logicamente nel mio fabbricato, fabbricato abbastanza grande, no come oggi, so’
muorte parecchie persone, noi abbiamo avuto morti nel mio fabbricato come una decina di morti. Noi avevamo fatto, perlomeno mio padre, aveva
organizzato certe fosse antischegge e quando sentivamo l’allarme si doveva correre sotto a sti ripari, a qualcuno è stata una salvezza, a qualche
altro è stato il contrario, perché ci so’ stati parecchi di questi ricoveri che so’ finiti schiacciati e so’ muorte tutte quante. [...] Parecchie famiglie
intere, so’ state famiglie intere che so’ state schiacciate sotto i ricoveri. Io non ci so’ ricapitato non per qualche cosa, forse nostro signore non ha
voluto che io morissi, perché in quella occasione, la mattina del 9 settembre, mio padre mi mandò a trebbiare in campagna [...] il bombardamento
l’ho visto da lontano. Cancello Arnone era tutto nuvole di fumo, o perlomeno sembrava, era polvere, perché gli americani bombardavano a
tappeto, cioè gli americani nun è che vanne a bumbardà sull’obiettivo, quando decidono di bombardare gli americani fanno i bombardamenti a
tappeto, dove capitava capitava. In mezzo a questi fabbricati come stanno oggi, la casa mia è quella che fu pigliata dalle bombe, mentre
quell’altra in qualche modo si spaccò, che si ruppe na parete, ma a me morirono tutte chille che s’erene ricoverati dinte a chistu ricovero che
aveva fatto mio padre. Vedeste questa polvere e correste verso il paese? Sì, io quando ho visto ho pensato che qualcosa stava succedendo, so’
corso e qui non ho visto a nessuno, ho visto na muntagne i macerie, ho cominciato a scavare, scava scava scava, prima incontro mio fratello sotto
le macerie, poi mia sorella, poi la seconda moglie di mio padre, alla fine scavavo un altro era morto, scavavo un altro era vivo eccetera...
Caccherune vive riusciste. Sì, caccherune vive sì, mio fratello e mia sorella uscirono vivi dalle macerie, perché era il modo come furono colpiti,
nel senso che sotto o portone c’erano delle balle ’e fieno e fecero ponte sia coppe o fierro che a terra, chi è capitato sotto a quello spazio in
qualche modo si è salvato, chi è capitato oltre, dove a trave appoggiava a terra, chi stava al di sopra della trave è morto, così è stata la dinamica.
[...] Mio padre l’ho trovato dopo tanto tempo, l’ho trovato... lì per lì facemmo una sala mortuaria in una casa che non era diroccata, dove ci
stavano queste salme che erano morte qua e all’indomani poi ognuno ha provveduto a portarli o cimitero, come ho fatto pure io con mio padre.
Con le casse pure... Sì, vennero da Casale, Casale di Principe, co nu carrette e per passare sopra e macerie fu un’avventura, per caricarle, per
farle e così poi lo portai al cimitero e al cimitero c’era uno spazio sotto, cercai con i paletti rotondi, che facevo camminare a bara sopra i paletti e
spingevo, pecché ero solo io, non ci stevene altra gente. C’erano nu mare ’e muorte, c’erano parecchie soldate, che qua c’erano i soldati allora, ed
erano morti parecchi soldati e stavano tutti quanti a sala mortuaria, non è che ce steve il parente che lo seppelliva, insomma non... Quello poi i
soldati italiani capitarono sotto al bombardamento... Quelli che stavano qua erano... c’era l’artiglieria qua e si pensa che addirittura c’era partito
qualche colpo d’artiglieria, poi non me lo ricordo che i comandanti hanno fatto sparà con l’artiglieria che stava qua, non me lo ricordo, perché
penso che gli americani volevano buttà a terra o ponte e allora cumminciaiene a fà o bombardamente, che poi non so’ stati capaci di buttarlo a
terra, a terra l’hanno buttato gli italiani pecché neanche i tedeschi furono capaci».

Maria Teresa Di Caprio, allora bambina, perse la mamma tra i muri della chiesa. «La mamma aveva il negozio e allora ci ha mandati sfollati a
Pietramelara, stavano tutti i miei fratelli co mia zia e stavamo a Pietramelara, quindi quando è morta la mamma noi qua non c’eravamo, siamo
ritornati dopo, e mi ricordo che io ero piccolina e mi ricordo che papà ci ha messi sopra o camion con quel pochettino ’e roba che tenevamo e
siamo arrivati a Cancello. Quando siamo arrivati a Cancello quindi era tutto bombardato, a chiesa... tutto a terra, e case ccà tutte a terra, non
c’era niente in piedi, tanto che io mi ricordo che dico vicino a papà: ma ad dò ciai portati? – Siamo arrivati a Cancello! – Ma dov’è casa nostra?
Noi eravamo in cinque, la prima aveva tredici anni quando è morta la mamma, l’ate eravamo più piccolini, l’ultima aveva tre anni.

C’era a Cancello il papà e il nonno, il papà di mia mamma. Da Pietramelara gli apparecchi già si sentivano che passavano, perché Pietramelara
non è troppo lontana di qua, però dice mia zia: chissà addò vanne chist’apparecchi! Dio mio, forse vanno a Cancello! Perché noi sapevamo che
Cancello era caposaldo, perché c’erano i due ponti, no? Per questa ragione ccà mamma ci ha mandati e solamente che lei non ha potuto venire,
perché teneva a rifornitura dei militari, di più a popolazione che erano tesseramenti, cioè le i l’eva fà mangià,40 insomma. Aveva un negozio di
generi alimentari, di fronte qua. E allora pe’ chesta ragione è rimasta lei, papà e il nonno qua a Cancello e noi pecché ereme tutti piccolini ci ha
portati là, perché i primi momenti stavamo a Cancello, infatti una volta è venuto un bombardamento di sera e la mamma, poiché noi eravamo
piccolini, mia mamma ci ha presi e dice: andiamo sotto al ricovero! Ricovero in che senso? Ricordo che era tagliato in me zzo, noi scendevamo e
chissà sopra che c’era, non lo so che cosa c’era, comunque so’ morti là dentro, un sacco di gente, na quindicina i persone, forse anche di più! Là
stavamo noi e così poi la mamma ha visto così e dice vicino a mio padre: prendiamo una casa, così se ne vanno assieme a mia sorella. E ce ne
siamo andati insieme a mia zia, i figli e noi a Pietramelara. Dopo che è venuto il bombardamento, poi il papà è venuto dopo tre giorni, che non
sapevamo nemmeno se lui era vivo oppure era morto. E mi ricordo che mia zia piangeva e si disperava proprio, diceva: Dio mio come faccio
adesso? Come faccio? Allora così quando è venuto papà, dopo tre giorni, lui disse: ma io la mamma non l’ho trovata. Non sapevamo nemmeno
dove stava. Dopo sei mesi papà ha chiamato gli operai a Mondragone, perché diceva il nonno: ma lei è uscita con la borsa che doveva andare a
messa.

Invece se si steve nel negozio insieme al nonno e papà non moriva... Dice, poiché teneva a roba sopra a macchina, che dovevano andare a
Pietramelara da noi, dice: primme i ì add’i bambini me vache a ascoltà a messa.41 E così diceva il nonno vicino a papà: Vincenzì, forse lei è andata
a messa, là è andata, è l’unica parte che è andata! Poi a gente... nun è che tu verive...42 chi scappava, chi erano morti, era na babilonia, proprie,
cheste poi lo raccontavano o nonno e papà. Comunque la mamma non l’hanno trovata e non sapevano nemmeno addò steve. Dopo sei mesi ha
fatto sta ricerca, dice: allora incominciamo a scavare dalla chiesa, incominciamo a scavare e dopo l’hanno trovata, l’hanno trovata ed era intatta,
sì, sì, e mi ricordo che il mio papà c’è venuto a prendere a me, a mia sorella e a mio fratello, che ereme cchiù grandicelli, ma all’altri più piccolini
a nonna non ce li ha fatti venire, perché uno aveva tre anni e l’altro ne aveva cinque. Dice: no, voi state qua, state qua... Invece papà disse: no, voi
venite perché la potete guardare che è intatta. Ed era proprio... mi ricordo lei era bionda, gli occhi azzurri. E mi ricordo che mia zia coi capelli
aveva fatto togliere a polvere sopra, no? E ricordo che lei piangeva, a disperazione, erano due sorelle, mia mamma e lei, e piangeva e diceva: ma
come mai tu? Perché non sei uscita assieme agli altri? Faceve esse. Comunque non c’è stato niente da fare. Lei aveva le b raccia incrociate, sai,
quando uno dice: Dio mio... in croce, no? Era na donna troppo cattolica, ma pure mio padre, e allora pe’ s’ascoltà a messa... o Dio non è perché è
andata in chiesa e Dio l’ha fatta morire, pecché so’ morti tanta e tanta gente».

Il bombardamento sulla chiesa parve un segno di indifferenza divina. Molti se l a presero con il signore che non aveva salvato le sue creature
nella sua dimora. «Eh, sbariavane, sbariavene ca vocche signò, so pigliavene cu Gesù Criste. C’adda fa Gesù Cristo? E gliastemmia vene, dicevano
accussì: che stai a fà tu loche dentro che non ci hai aiutato?»43 (Antonietta Marra).

In chiesa erano soprattutto donne e bambini e furono loro a morire in maggior numero.

«Il 9 mattina, il giorno prima c’evame a nasconnere dint’o giardine ccà, steve fatte nu parascheggie, che ce menaveme llà dinte quanne vulavene
l’apparecchi bassi bassi e steveme llà, po’ l’apparecchi s’alluntanerene e nuie ascereme da quel fosso. Il giorno dopo aspettaveme tutte quante,
dicevene: so’ venuti a fà a pace, a pace... Nun era o vero! O giorno del bombardamento si ieve a sentì la messa, il giorno 9. Nuie ascereme a sotte
o paraschegge e ce iereme a sentì a messa, la fine della messa succedette o bombardamento. Mentre che stavamo uscendo vedereme
l’apparecchie a schiera accussì, verite, ma assai proprio! Messi a ventaglio accussì e allora uscereme ra messa e vuleveme turnà a casa, ie a
braccetto co mi a mamma dicette: mammà, vieni qua, che nuie murimme pa via! Diceve: chiste mo menene e bombe! E ce turnareme arrete,
mente che steveme a sagliere e scale ra chiesa, pe’ trasì dint’a chiesa vene o bombardamente, u spostamente me mene a faccia ’nterre, o
spostamento forte, e accussì rimanereme ie e mamma mia abbracciate accussì a faccia ’nterre. E steve me aspettanne che ce venevene a sollevà
llà, sotte e macerie e venettene po’, eve essere verso le nove, le nove e mezzo e ce tererene allà sotte ferite... Rusenelle carette ’nterre affianche
a me, e ie teneve a mane ’e chelle ’n mane, e senteve a cheste che mureve e ie puteve parlà, chelle nun potette dicere niente cchiù, steve ca
bocca cchiù chiusa... e ie diceve: Rusené, mo murimme ccà, mo murimme sotte e prete! E a mane ’e chelle ie a teneve ’n mane... steve a murì.
Senteve che a mane ’n mane a me faceve ttttt e accussì tremmave e murette e na veriette cchiù. Fuie brutte! ... E po’ aroppe furnette o
bombardamento e senteveme i cammenà pe’ cape a nuie comme fosseme state sotte na montagna ’e macerie e ie teneve tante ’e spazie, teneve
nu scannele ra chiese e accussì puteve alluccà nu poche e gridaveme, a sotte llà nuie senteveme che dicevene: scavamme, che ccà se sente che
so’ ancora vive, nun so’ muorte, dicevene. Cominciarono a scavà piano piano, piano piano e ce tererene a nuie ferite a llà sotte»44 (Vincenzina De
Micco).

«Stevene nu sacche ’e cristiane sotte a chiese, chi s’arrevave a ascì p’a sacrestie fui salve, poca gente, l’ate murettene. Donatina a mugliere i
Scipione, a chiammavene Assunta a zoppa, n’ata zie ca teneve na cosce... che teneve na stampella... murerene assai cristiene llà, Aida a figlia i zi
Giuvanne, murerene parecchie persune, pecché steve l’armistizie e ievene a ringrazià a madonna. Che vuò ringrazià a madonna!? Chille
bumbarderene ’ncoppe o ponte [...] Uh! Tutti, tutti, tutti, fui na cosa... e chella povere die i Peppenella, faceve ammore cu Tummase frateme, se
vulevene bene, che ere cresciute dint’a casa noste, venevene addu Iolanda, cuseve quann’ere giovene. E esse steve llà e a povere die a
chiagneveme e m’a sunnaie, che dicette che esse e Donatine stevene tutt’e doie vicine, quanne bumbarderene e s’eve state quatte iuorne sotte a
segge, era morte ’ncape e quatte iuorne, teneve a cape sotte a segge e rimanette, e ’ncape quatte iuorne murette. A chella povere Assunte a
truvarene azzeccate vicine a colonne ra chiese, pe’ poche metre n’arrevave a ascì. Vicenzine pure steve... e Marie a guardie, Vicenzine, parecchie
ascerene p’a sacrestie... nun arrevave a caré a sacrestia, se ne carette annanze, a coppe, e cheste, carette a piombe accussì a bombe. E chelle,
chiene ’e terre, ’nturzate ’e povere arreverene a ascì, l’atu rieste rummanerene tutte llà dinte. Parecchie murerene dint’a chiesa sotte o
bombardamente... [...] Quanne steveme sfollate llà venevene a gente che venevene a Cancielle, mieze spugliate, sfracellate, comme aggia dicere?
Me ricorde assai a Pietro Antonio, o pate ’e Orsolina Ciota, e chille ce ricette ’e muorte che stevene a Cancielle, ce ricette tutte e muorte... chille
furnette o munne tanne, fui na cosa proprie esagerata, proprie o iuorne ’e l’armistizie, o iuorne i l’armistizie furnette o munne proprie, murerene
assai cancellesi»45 (Maria Della Valle).

Era la «fine del mondo». Sono le immagini dell’apocalisse a dominare i racconti: macerie e macerie, corpi insepolti, corpi sfracellati, e infine,
dramma estremo, corpi profanati dagli animali.

«Quando fu il 9 settembre la mattina, a sera era stato l’armistizio l’8 settembre, tutte feste, imma fatte a feste: è furnute, l’armestizie, è finita a
guerra! E tutte ce crereveme che era furnute a guerra, mentre chi teneve a radio... nuie a radio a sentevene poche... invece i sparà contre
l’americane ereme sparà contre i tedeschi, chiste fu o disastro cchiù gruosse! Quando fu le nove di mattina in paese, chillu bombardamento nun
furnette mai. Ie me truvaie qua in campagna a assistere gli animali, già reduce ro fronte... Io sono corso in paese e aggia truvate o disastro che
non finiva mai, morti, la gente ferita... Allora c’erano i tedeschi che ci davano il disinfettante, aggia incominciate ie, reduce ro fronte, viste chelle
che succereve o fronte, che ce scannaveme ognune cu n’ate, teneve o curaggie, quanne vereve a une che asceve o sanghe pe’ tutte parte, ieve
vicine i disinfettave, i pulezzave e i metteve pe’ terre. E so’ andato in paese, o paese era finito, gente che gridava, alluccava, si cercava sott’e
macerie... I soldati nuoste i teneveme ccà, scapparono, buttarono le armi e se ne scappavano. E rimase il popolo, il popolo che non teneva
nisciune che l’aiutava, pecché i tedeschi pensavene pe’ fatte suoie a saccheggià, a fà, nuie, i suldate nuoste cercavene a fuii, non c’era chi ti dava
una mano, chi t’aiutava... Io poi girando a destra, girando a sinistra trovai a mio fratello che non l’era successo niente, trovai a mia sorella
impaurita... e ce ne venereme ccà, tornato qua sono tornato in paese perché teneveme delle case in paese. Comunque finì così fino alla sera a
notte, che po’ c’era qualcuno che salvava, chi fuieve a destra, chi fuieve a sinistra. Il giorno dopo noi simme continuati a andare in paese e allora
stando in paese e allora vedevi nu muorte a destra, nu muorte a sinistra... e dopo pochi giorni i maiali, che stavano in paese che allora tutti
tenevano i maiali, portavano le teste di noi umani in bocca, dint’o paese...»46 (Gaetano Graziano).

«Cancielle ere sule ’e terre caputtate pe’ sotte e pe’ coppe... Steve tutte o paese carute, nuie pe’ ì addu nuie steve tutte cose... e muntune ’e terre
arravugliate accussì, tutte quante arravugliate, tutte prete, tutte marmere, tutte sti cose i marciapiede, tutte e vasule, pecché stevene e vasule
ammieze a vie a nuie, allore chelli vasule stevene tutte ammuntuliate, na cosa troppo... ma chille bumbardarene Cancielle pe’ via ro ponte llà, pe’
via ro ponte ccà, fui fatta na cosa... proprio rasa al suolo! Figuratevi che io m’ammaretaie, però aroppe o ’45, ie me spusaie o ’48 e aviette o
primme figlie o ’49, tra nuie, zia Assunta ’e Ciccille e zi Crestenelle, insomma nun se puteve passà, che steve tutte cose ammuntuliate, che i case
se n’erene carute, steve tutte ammuntuliate, pe’ ì addu soreme Mirella, m’era menà pe’ coppe a chella terra cu creature, che nun se puteve ascì a
nisciune parte, né accà, né allà e nun verive na faccia ’e anima vive [...] Teneve o primme figlie ca nascette o ’49 e steveme ancora tutte accussì,
robbe pe’ tutte parte, tutte muntune ammuntuniate ca arrevavene vicine e case. I vie nun esistevene proprie cchiù, esistevene tante pe’ dicere
accussì, ma steve tutte cose ’ncapetate, tutte ’ncapetate sotte e ’ncoppe, poi mane mane... Ma quanne po? Quanne teneve e figli e giuvene,
quanne s’abbieve a accuncià cacche cose, nun esisteve niente e nun putive cercà niente a nisciuna parte... [...] Cancielle insomma nun era
Cancielle, ia! Era na cosa accussì...»47 (Maria Della Valle).

Ecco il racconto di chi arrivò a Cancello Arnone il 25 aprile 1944.

«Nelle prime ore del pomeriggio faccio il mio ingresso in Arnone [la metà del paese che si trova a sud del Volturno]. Ai miei occhi si presenta uno
spettacolo penosissimo. Per quanto avevo cercato di immaginare il disastro non l’avrei creduto così grande. Non è rimasta in piedi neppure una
casa. [...] anche Cancello è totalmente distrutto. [...] Lo spettacolo che si presenta ai miei occhi è indescrivibile. Cancello è un ammasso di
macerie irriconoscibile».48

Dopo il bombardamento gli abitanti, senza case e terrorizzati dalla eventualità di altre incursioni, si sparsero nelle masserie, nei casolari di
campagna e nei paesi delle colline. Tuttavia la fuga era limitata a uno spazio circoscritto. Tutti si trovarono a girare in un tragico cerchio, senza
scampo, andando a sbattere ora in una batteria o in un gruppo di soldati tedeschi ora sotto i cannoni o le bombe lanciate dagli alleati. Le
testimonianze rendono con efficacia la situazione.

«Poi successe il finimondo, nun se capeve niente cchiù: soldati accà, soldati allà, tedeschi, inglesi, s’ammiscaiene i p roblemi. C’era troppo un
movimento di soldati, signò, troppo!»49 (Antonietta Marra).

A Cancello erano quasi tutti al levatori. Ancora oggi il paese è il centro dell’allevamento della bufala e della mozzarella. Tutti avevano animali e
cercavano di difenderli come potevano. Erano la loro unica fonte di sostentamento, per questo il conflitto con i soldati tedeschi, che avevano
l’ordine di requisire gli animali e lo applicavano con solerzia e ferocia, fu particolarmente aspro. In zona si trovava la divisione corazzata
Hermann Göring, la cui presenza è puntualmente segnalata dai diari di guerra citati poc’anzi. Uno dei testimoni, Gaetano Graziano, racconta che
un ufficiale tedesco «austriaco» (i buoni sono sempre austriaci, in tutte le storie, e sono tanti) lo aveva messo in guardia contro la violenza dei
«guastatori», ed è probabile che si riferisse proprio ai guastatori della divisione corazzata.
Gaetano Graziano, soldato arrivato da poco dal fronte, anch’egli allevatore, era proprietario di terreni e casolari sparsi per la pianura fra Cancello
e Castelvolturno, tra cui vagò, nel settembre e ottobre 1943, portandosi dietro quaranta, cinquanta persone, fra le quali cinque soldati siciliani
sbandati. Uno di loro si sarebbe sposato e avrebbe messo su casa a Cancello Arnone. La prima tappa fu nella masseria più vicina al paese, quella
in cui ha avuto luogo il mio incontro con lui. Giudicata troppo esposta alle incursioni dei soldati e ai bombardamenti, la compagnia si spostò in un
casolare nascosto tra gli alberi e sotto l’argine di un piccolo fiume. Ma a poca distanza era stata posta una batteria tedesca. Così avvenne il primo
contatto diretto con i soldati, che cominciarono con il cercare le donne. L’aggressore appare qui nelle vesti di un russo arruolato nella Wehrmacht.
Un austriaco, come in tanti altri racconti, è, invece, rappresentato come salvatore. Egli sarebbe intervenuto per difendere e mettere in guardia il
gruppo da possibili violenze e avvertire di un probabile bombardamento. L’incontro è descritto attraverso un buffo dialogo in dialetto.

«Un tedesco incominciò co na ragazza e allora c’era un maresciallo austriaco, era na brava persona, dice: chille è nu mascalzone, chille è russo.
Diciette ie: ma comme s’adda fà? Amme accirere? Dice: nun sia mai! Manche i cane! Si facimme na cose a chiste, chille accirene tutte quante
chille ca stanna ccà, nun scampe nisciune! [...] E stetteme na quinnecine, na ventina i giorni llà. Comunque noi continuavamo sta storia i ì
annanze e arete a Cancello. O paese nun ce steve nisciune, se senteve na puzza ca nun furneve mai dint’o paese. Na sera verse i sette, i l’otte a
sere arriva stu maresciallo tedesco, dicette: paisà, tu te n’ai a ì accà. Siente, tu te n’ai a ì, pecché dimane e matine e nove tutto distrutto! [...] Nuie
ce ne ietteme, partereme dinte a nuttate e p’a vie tutte e galline, papere, chelle che purtareme cu nuie i tedesche ce fermerene e ce luvaine tutte
cose coppe o ciumarielle ccà... Tutto! Era tutte robe ’e pullame, ce luvarene tutte cose, però l’animale ce purtareme. Le bufale ve le portaste
dietro? Quante bufale sevene? Na cinquantina, cinquanta, sessanta animali...»50

Nonostante avesse perso parte del bestiame, quello più utile per sfamarsi (le bufale non si mangiavano), il gruppo aveva evitato stupri e bombe.
Di nuovo la carovana era in fuga verso un’altra masseria. Quando già gli americani erano arrivati, la notte successiva soldati tedeschi
riattraversarono il fiume, rastrellarono parecchi uomini e li portarono in Germania. «Quanne fu a notte, a notte appriesse ca c’erano stati gli
americani già ccà, chisti tedeschi passaiene o ciumme e se piglierene parecchie gente i Arnone, se piglierene persine o Cavaliere, a buonanima i
Peppe Circio, l’ata gente, s’e piglierene prigionieri e s’e purterene, che poi s’e purterene pure in Germania, Lurenze o ciclista, insomma tutte
chisti lloche, s’e piglierene prigionieri e s’e purterene. Allora ccà tuorne ccà na confusione ’e pazze, t’aggia dicere a verità...»51

Antonietta Marra narra anche lei di essere finita tra gli americani con il suo gruppo e di essersi ritrovata di lì a poco in mano ai tedeschi, a causa
di un fratello fifone. «Ce mettetteme ’n cammine, ce mettetteme ’n cammine e ghietteme a chistu putere. Arrivaiene a chistu putere e steveme a
fà fagioli e cucuzze, nun ce steve niente! Mente steveme accussì chistu nipote mie americane se mettette accavalcate ’ncoppe o cancielle e co
binocolo guardava, diceva vicino a me: zia, c’è movimento! – Scendi, diceve ie, nun te fà veré che, manche e cane, ce verene c’accirene. – Nun te
preoccupà, diceve isse. Piglio nu secchio e vache a piglià l’acqua, correva na corrente i acqua ma nun ce steve funtane... Vache a piglià chistu
sicchie ’e acqua signò e ce steve na capanna i canapa, fatta a uso i... na capanna e sotto là ce stevene dui surdate, pose o sicchie e me ne fuie.
Pezzì! Pezzì, dicette ie, ce stanne dui surdate accà sotte! – Zitte, dicette isse, si no ce fai accirere! Dicette vicine a mme: comme ievene vestite?
Diciette: tenevene nu elmette ’ncape cu na lettera. – So’ inglesi, dicette isse, nun te mettere paura! E isse a coppe o cancielle: Hallo! Hallo!
Parlave cu chilli americane. E venettene vicine a nuie, trasettene dentro, vulevene sapé che ce steveme mangianne e che ce steve pe’ mangià e
dicette l’interprete: non vi muovete di qua, che fra un’ora viene il camion e vi porta a destinazione. Signora mia, c’era nu fratello ro mio che era
troppo pauroso: e iammucenne! E iammucenne! E iammucenne! Ce mettetteme dint’a chillu sentiere sotto sotto a ferrovia e ietteme a furnì ’n
mane i tedeschi n’ata vote! Signò! Mane i tedeschi n’ata vote! Nun puteveme parlà, nun puteveme dicere niente».52

Il racconto più drammatico è quello di Antonio Chierchia rastrellato, condotto al campo di concentramento di Sparanise per essere deportato in
Germania, fuggito da un camion verso Cancello con un giovane compagno, ripescato dai tedeschi... «Quando sono arrivato là so’ usciti i tedeschi
dal cimitero e m’hanno acchiappato un’altra volta. Io ero convinto che ero solo, che il ragazzo se n’era andato, e invece poi non so come è stato i
tedeschi che venevene da Aversa portavano stu ragazzo co loro. Evidentemente stu ragazzo andando verso a ferrovia non ha avuto il coraggio di
proseguire e è andato lungo o fosso ra strada,53 dove i tedeschi più avanti l’avevano visto, e l’hanno riportato là dove stavo io. Hanno legato a lui
e a me vicino a un albero e hanno sparato a chillu ragazzo, sparato a quel ragazzo... io ho visto chesta funzione, ho visto o colpo che è partito e
allora mi sono accasciato dalla paura, dall’impressione, insomma nun ere cchiù ie, non avevo controllo di me, non so quanto tempo so’ stato
appoggiato sulle funi e poi quando mi so’ ripigliato non ero convinto si era vero o nun era vero! Cioè se mi avevano ucciso pure a me o no... però
quel ragazzo stava appeso come me... poi tutto a un tratto non so... a mano celeste, a mano i mio padre, a mano i mia madre... venne un tedesco
che era colpito al braccio e portava na specie i gessatura: vviene ccà, dicette, piglie o cavalle e vavattenne! Ma primme ’e fà chelle m’hanne
saziate e palate.54 Vi hanno picchiato? Picchiato a sangue! [...] i palate furene assai, allora io ho pensato che nel sparare si è inceppato qualche
cosa e non hanno sparato, questa è la mia versione, può darsi che è andata così...»

Mondragone: evacuazione e massacri

Nel paese vicino, Mondragone, le cose con i tedeschi andarono ancora peggio. La cittadina subì un bombardamento la notte tra l’8 e il 9
settembre. Le violenze naziste furono così estreme e manifeste che anche il bombardamento notturno è stato attribuito da gran parte della
popolazione a un’azione germanica. In realtà quella stessa notte i Wellington della RAF erano in zona; negli ordini che si riferiscono al D-1
troviamo l’indicazione di bombardare Formia e Gaeta, ed è molto probabile che l’azione sia stata perfezionata con obiettivi secondari vicini.55 Fu
colpito il rione San Nicola, morirono 16 persone. Due famiglie vennero distrutte.

«Era l’8 settembre del ’43, alla radio era stata data notizia dell’armistizio e, quindi, convinti che la guerra fosse ormai finita, ritornammo a
dormire nelle nostre case, invece di andare a rifugiarci nei ricoveri dove normalmente ci nascondevamo per proteggerci dalle bombe. Alle 3 di
notte mia nonna paterna, Miraglia Giovannina, venne a svegliarci per avvertirci che stavano arrivando i cacciabombardieri. Allora ci alzammo e
volevamo andare a nasconderci in un fosso che era stato scavato nell’orto dietro casa mia. Facemmo solo in tempo ad uscire in giardino: mia
madre, Riccardi Vincenzina, era inginocchiata davanti alla mia sorellina di quattro anni, Angela, e stava cercando di vestirla. Una bomba cadde in
via Napoli proprio sulla casa di fronte la mia, dove morì il proprietario, Nardella Antonio, cugino di mio padre. Era ancora buio e non mi accorsi
che una scheggia aveva colpito mia madre al volto, uccidendola. Provai a chiamarla e, non avendo risposta, cercai di scuoterla con la mano e
sentii il caldo del suo sangue. Insieme a mia sorella Giovannina, che aveva undici anni, prendemmo Angela e cercammo di scappare; poco più
avanti trovammo il corpo senza vita di mio fratello Giuseppe, di anni tredici, mentre nel buio sentivamo la voce di Francesco, di otto anni. Gli
gridai di scappare, ma lui mi rispose che non sentiva più le gambe. Prese dal panico, non cercammo di aiutarlo ma riprendemmo a scappare. In
strada trovammo i corpi, anch’essi senza vita, di mio padre, Nardella Salvatore, di mia nonna Giovannina e di mio zio, Nardella Giuseppe.
Sconvolte e piene di paura, allora, trovammo rifugio nella casa della nonna. Intanto il fratello di mia madre, avvisato dell’acc aduto, raggiungeva
casa dove trovava in una pozza di sangue, ma ancora in vita, mio fratello Francesco. Lo caricò su di un carretto e inutilmente cercò un medico.
Francesco morì dissanguato davanti al portone delle suore dell’attuale rione Amedeo. Quella notte morirono 17 persone e la mia famiglia fu
distrutta... quante volte ho pensato che sarebbe stato meglio morire con loro! Siamo sopravvissute solo noi tre: io, Giovannina e Angela; siamo
state cresciute dalle due sorelle di mia madre che ci hanno fatto da padre e da madre»56 (Filomena Nardella).

La mattina del 9 settembre i tedeschi occupavano i pun ti strategici della città. I soldati di stanza a Mondragone resistevano, venivano accerchiati
e il comandante, colonnello Ferraiolo, ucciso. Sulla sua morte diverse sono le versioni fra i testimoni. Carmela Ceraldi, che abitava proprio vicino
al comando militare, racconta di aver visto Ferraiolo schierato con i soldati sul marciapiede, all’intimazione della resa molti soldati fuggirono e il
colonnello fu ucciso. «I tedeschi inseguono i soldati. [...] Poi sono tornati indietro, e dopo una decina di minuti è passato di qua un carretto con il
colonnello Ferraiolo morto, disteso sul carretto con le gambe penzoloni, cosa che mi è rimasta impressa...»

Altri sostengono che sia stato ucciso nella sede del comando per non aver voluto consegnare le armi. Ecco la testimonianza resa dall’allora
commissar io prefettizio ai carabinieri nel maggio 1945. «Nella mattinata del 9 settembre mi recai dal colonnello Ferraiolo, comandante del 16°
reggimento costiero di stanza a Mondragone, per chiedere un automezzo occorrente per il trasporto a Napoli dei feriti gravi della recente
incursione, avendo i tedeschi requisito tutti gli automezzi esistenti nel comune. Il colonnello Ferraiolo nel promettermi l’automezzo mi fece
comprendere che non si sarebbe piegato alla volontà tedesca e che, qualora attaccato, avrebbe reagito. Mi allontanai dal comando ove avevo
avuto il colloquio col predetto ufficiale ed appena all’uscita vidi uno schieramento di truppa tedesca da un lato e di truppa italiano dall’altro lato.
Dopo alcuni metri sentii i colpi di mitragliatrici e fui costretto a ripararmi in una casa privata. La sparatoria durò circa un quarto d’ora ed appena
dopo si ebbe la notizia che l’eroico colonnello Ferraiolo era caduto nell’adempimento del suo dovere di soldato colpito dalla mitraglia tedesca».57

Per tanti anni la morte del colonnello ha rappresentato l’unica memoria riconosciuta di Mondragone, offuscando, come avvenne in molti altri casi,
i massacri che coinvolsero la popolazione civile, che sono invece ben presenti nei ricordi della gente «comune».

Il 12 settembre, in previsione di un possibile nuovo sbarco alleato, il paese fu soggetto all’evacuazione forzata. Chi fosse stato trovato in paese
sarebbe stato trattato come una spia e condannato a morte. Fu l’evacuazione, con l’ordine tassativo di abbandonare le proprie case e non farvi
ritorno, a provocare a Mondragone la maggior parte dei lutti. La gente sfollò verso l’interno, Roccamonfina, Carinola, Teano, Falciano... Ma molti
tornavano per cercare cibo nelle case di campagna abbandonate, o per salvare qualche cosa... Alcuni poi non avevano proprio obbedito, per
difendere la casa, gli averi, gli animali... E quando incappavano in soldati tedeschi, numerosi nella zona, rischiavano la fucilazione.

La versione raccolta dai carabinieri nel 1945 conferma quest’ipotesi. «Il giorno 12 settembre cominciò lo sfollamento coattivo della popolazione,
intimando ad essa di portare pochi indumenti personali. Nei giorni seguenti continuò il sistematico saccheggio delle abitazioni civili e rurali, la
razzia del bestiame e l’asportazione di tutte le provviste alimentari del comune. La deportazione di uomini si rese sempre più feroce. I poveretti
che, per diverse ragioni non erano riusciti ad allontanarsi da Mondragone, venivano ricercati e quelli che cercavano di scappare venivano uccisi.
Infatti al rientro della popolazione sono stati rinvenuti in località San Sebastiano di Mondragone le seguenti persone [segue il nome di 10
persone], in località San Biagio il cadavere di 10 persone di cui 3 ignoti [segue il nome delle persone riconosciute], nella località Pineta Vecchia
altri 2 cadaveri ignoti, in località masseria Taglialatela 6 cadaveri di ignoti, in località Cementara i cadaveri di 17 persone di cui 2 ignoti. Infine in
località Cimitero, agro di Mondragone, i cadaveri di altri 4 uomini. È evidente che i suddetti rientravano in paese perché spinti dalla fame alla
ricerca di viveri per la loro famiglia e venivano catturati e fucilati dalle truppe tedesche».58

I racconti dei testimoni aggiungono al caso molti importanti particolari.

«Quando so’ venuto qui a Mondragone dissero: non credere che a guerra aita fatte sule vuie che stavate in guerra, ca è stata la guerra, anche a
Mondragone. Siccome che Mondragone ha dovuto scappare, perché? Perché c’era il mare, allora temevano uno sbarco americano i tedeschi,
capito? Allora hanno preso i mondragonesi: via, via, dovete scappare! Tant’è vero che mia moglie è fuggita, mia moglie con un figlio che avevo
lasciato qua, di otto giorni. E dove si andarono a rifugiare? A Falciano, Falciano, Casanova, là si andava e quindi Mondragone è rimasto vuoto,
diciamo così, non c’era nessuno e chelli povere gente che hanno pigliato i tedeschi li hanno portati là, l’hanno fatte fà nu fosse a loro stessi e li
hanno mitragliati. Senta, ma perché li hanno uccisi? Lei che cosa sa? Perché li hanno uccisi? La guerra è una pazzia della mente umana, solo
l’uomo pazzo può formare la guerra, perché? Ma... hanno detto quello che non si doveva fare, secondo me che questo... adesso non lo so, fesserie
non ne voglio dire, ma sono cose anche fuori programma, perché quando fanno le guerre c’è una regola internazionale e quindi a piglià questa
gente civile, donne, uomini e bambini e ammazzarli questa è da feroce, questa è una cosa sovrumana, specialmente i minorenni, come ho detto
che c’era anche un nipote mio. Dunque questa è gente che girava, gironzolava e ievene a piglià o pane, andavano in cerca della mamma – come
ho detto qua – invece chille li pigliavano e li hanno ammazzati, questa è la cosa più sacrilega dell’inferno, hai capito? Pecché è tutta gente che non
apparteneva alla guerra, tutte donne, bambini, vecchi e minorenni, non erano soldati che stavano a combattere, li pigliavano prigionieri pecché
puteve accirere ie a te, no! Tutta gente sbandata. Ripeto, che Mondragone era stata sgombrata per ragioni del mare che potevano sbarcare gli
americani e i tedeschi hanno fatto andar via i mondragonesi e quindi che c’era ccà? C’erano i tedeschi, che le case spogliavano, facevano chelle
che vulevene loro, si prendevano degli animali, si prendevano delle mucche, si prendevano tutto quello che c’era, spogliavano le case, addirittura.
Senta, ma che cosa le ha raccontato questa sua parente... i parenti di questa... di questo ragazzo ucciso... Eh, le ripeto, era sbandato, le famiglie
non si controllavano più, perché i tedeschi: no, dovete uscire, dovete uscire! Allora non s’incontravano più, non poteva dire: mo aspetto a questo,
mo aspetto a mia madre, aspetto a mia sorella. No, tutti sbandati! Seguitati dai tedeschi e armati pure per la strada, perché non è che l’hanno
ammazzato soltanto là, hanno ammazzato anche quelli che trovavano per la strada, dovete tener conto anche di questo. Quando loro hanno
svuotato Mondragone... – dovete andar via da Mondragone – tutti quelli che trovavano li ammazzavano, anche in mezzo alla strada, là alla massa,
diciamo così, hanno fatto questo, ma gli altri li ammazzavano in mezzo alla strada» (Salvatore Coronella).

«Quelli che hanno rimasto a Mondragone, non hanno voluto sfollare, ci hanno rimesso la pelle. Ci sta qualcheduno che non ha voluto
abbandonare l’abitazione, perché le cose sue, naturalmente uno lascia la casa tutta piena... c’è stato un mio parente che la casa non l’ha voluta
lasciare . Alla famiglia ha detto: voi andate via, io sto qua e do un’occhiata alla casa. Invece è stato fatale. – Ci ha rimesso la pelle. – Lui è andato
a fare due passi qua al corso Umberto, i tedeschi l’hanno preso e l’hanno ammazzato. Proprio al corso Umberto. Macera, Macera Epifanio»
(Giuseppe Macera e Filomena Taglialatela).

«Epifanio Macera era un cugino di primo grado, lo spararono a tradimento, alla nuca. Abitava a treciento metri da qua e pensate un poco: era
appena sposato, aveva la moglie incinta e ancora non s’era sfollato. Andava dal farmacista, la farmacia era chiusa, i tedeschi l’achiapparono, a
tradimento, di spalle, gli spararono un colpo alla nuca. Così? Così. Ma il motivo che loro adducevano cos’era? Che non era evacuato? Niente,
perché ci accusavano di traditori... senza preamboli... Al di fuori di questi 19 della fossa comune ne hanno ucciso a Mo ndragone quasi una
ventina» (Emilio Pagliaro).

«Tennero un coraggio fortissimo a rimanere in paese, perché rimasero in pochi... Poi ne hanno trovati di morti parecchi in campagna... Il generale
Strozzi non l’hanno trovato morto in campagna in un f osso? Insomma un pochino di difesa penso ci sia stato da parte di qualche mondragonese
un pochino più vivo, un pochino più risentito, anche come idea di difesa senza sapere che poi c’era la rappresaglia» (Carmela Ceraldi).

Il 23 settembre fu ucciso Achille Leone, il 9 ottobre Giuseppe Federico, il 10 ottobre Pietro Epifanio Macera, Salvatore Toscano, Antonio e
Domenico Vigliotti, il 15 ottobre Salvatore Palmieri. Negli ultimi dieci giorni di ottobre la violenza andò crescendo, vennero uccise 31 persone in
diverse località. Fra di loro alcuni soldati sbandati rimasti ignoti. I loro corpi furono in alcuni casi ritrovati a distanza di mesi. 4 contadini
morirono a l ocalità Fosso Riccio in data imprecisata. Il 21 ottobre in località Corsole 7 uomini, che stavano raccogliendo pomodori per portarli
alle famiglie sfollate, vennero obbligati a scavarsi la fossa e uccisi. Il 25 ottobre in località Macello furono ammazzati 3 soldati ignoti e un
contadino, lo stesso giorno altri 2 soldati trovarono la morte in località Pineta Vecchia, e tra il 25 e il 26 altri 7 in località masseria Taglialatela. 4
contadini trovarono la morte il 28 ottobre vicino al cimitero, fra di loro un ragazzino di undici anni che non volle staccarsi dal padre. Quello stesso
giorno, in una cava in località Cementara, vi fu un massacro. I corpi vennero trovati soltanto dopo alcuni mesi. 19 giovani che da Falciano, dove
erano sfollati, si erano avventurati in territorio di Mondragone per passare le linee e andare incontro agli alleati, vennero intercettati da soldati
tedeschi, imprigionati e poi uccisi. Lo racconta oggi la sorella di una delle vittime.

«A Falciano sti ragazzi stavano sempre nascosti. C’era un tavolo e sotto c’era un coso che scendeva giù in cantina, avevano fatto questo rifugio.
Allora noi quando i tedeschi andavano via, allora noi spostavamo il tavolo, aprivamo quella cosa che c’era sopra e sti uomini piano piano salivano
sopra, ma quando venivano sopra non si conoscevano, perché erano proprio sfiniti, gli mancava pure l’aria, poi quando ievene i tedeschi
mettevamo il tappeto, chiudevamo e mettevamo il tavolo attorno. E c’avevamo quasi na ventina di ragazze tra giovani e giovanissime, sposate e
no, che dormivano dentro a una stanza, una stanza un trenta metri quadri, na cosa del genere. Tutte buttate per terra, chi da qua, chi da là. Alla
sera sti cornuti dei tedeschi sai che facevano? Bevevano poi si mettevano i mitri addosso e andavano alle case dove stavano le persone, no?
sempre cercando gli uomini. Allora quando arrivavano là ste ragazze avevano paura, avevamo paura, perché era na cosa da aver paura, quelli
sempre co quei cosi sempre in mano che ti volevano ammazzà. E allora avevano l’ordine, però, che le donne non le dovevano toccare, che se
toccavano le donne, loro lo sapevano, l’ammazzavano, questo è l’ordine che c’avevano. Mo per spaventare la popolazione, loro co sti mitra
entravano dentro di notte, a mezzanotte, l’una, non c’era orario, e allora andavano mano mano da tutte ste ragazze che dormivano per terra, chi
aprivano la gola qua, chi le levavano gli anelli, la catenina, le spogliavano completamente, però non le toccavano! Figurati! Leva a catenina, leva
gli orecchini... mo gli uomini stavano tutti sotto, loro sentivano quello che succedeva sopra, si ribellavano perché quelle erano le ragazze che poi
erano fidanzate, paesane insomma, di Mondragone. E così salivano: io l’ammazzo, l’ammazzo, quando loro vengono, io... Insomma cominciarono a
ribellarsi sti ragazzi. Allora un giorno, mentre stavamo a Falciano venne uno di Mondragone. Anne arrivate l’americane! Anne arrivate
l’americane! Sti ragazzi non li poteveme mantené più. Io mi ricordo mia madre con mio fratello che lui voleva venì a Mondragone. Si fece dà le
chiavi da mia madre. Mia madre piangeva, diceva: ah, gli ultimi giorni, chiste mo se ne vanne, l’americane n’anne arrivate ancora. – No, mà, anne
arrivate, anne arrivate, che stat’a ffà ccà? Nun i puterene mantené.59 Allora che fecero sti ragazzi, tutti quanti, s’avviarono per la strada, perché
poi tra Falciano e Mondragone c’è la strada di campagna, che magari loro si immaginavano che nun putevene ’ncontrà a nessuno. Allora so’
partiti, non so quante persone, pecché c’erano due figli di zi Liberatrice, nu figlie de Miscione, mio fratello... e allora se volettene andà pe’ forza,
ce stevene pure le donne che stavano con noi nella casa: zi Mariuccia Mezzi, a mugliere di Nicola, ce stevene tutte chisticcà. Mo quando so’
andati per questa strada che accorciavano, allora hanno incontrato i tedeschi, però erano femmine e uomini. Li hanno portati ’ncoppe... a località
Starza, ci sono delle grotte romane, vicino al cimitero quasi... là c’era una salita, allora presero donne e uomini e nun se sapeva che volevano fare.
Poi queste donne so’ venute, tornate, ci hanno raccontato loro, perché noi non ci stavamo... ci hanno raccontato che hanno detto, hanno parlato
tra loro, dice: le donne mandale via e gli uomini lasciali. Allora ste donne se ne sono tornate a Falciano e gli uomini... si faceva notte e sti uomini
non venivano e allora steve mio padre che era vecchio... vecchio, insomma, aveva già fatto una guerra, sapeva ste cose come potevano andare,
dice: mo, sai che faccio? Chille i tedeschi di notte dormono, piano piano voglio vedere suppergiù se sento qualche cosa. E invece non riuscì
perché c’erano i soldati, perché sti ragazzi li hanno presi e l’hanno portati dentro a sta grotta, che ancora oggi esiste e là dentro ci mettevano la
sera i pecorai, allora, le pecore. Ci hanno portato sti ragazzi. Mo sti ragazzi passava un giorno e non tornavano, passava un altro giorno. Qualcuno
passava davanti alla grotta, dice: che fanno questi? Non ci dicono niente, dice, c’ammazzano o ci portano via? E ce venettene a dicere sti cose a
noi, dice: noi l’abbiamo visti i ragazzi, stanno disperati pecché dice che non mangiano e non si sa che vonne fà. E noi stavamo come le pecore,
perché chi s’andava a ribellà co quelli? O dovevi... faccia a faccia ne ammazzavi uno, loro ne ammazzavano dieci dei nostri e così sti ragazzi
rimasero lì dentro per tre giorni... noi... posso raccontà quello che abbiamo saputo dopo, perché c’erano un paio di casolari vicino, che gli uomini
stavano nascosti sopra i granai. Loro al buio da lì dentro dice che hanno visto sti tedeschi coi mitri che hanno portato questi ragazzi dentro a
questa cementara, questa cava. E lì c’era anticamente una fossa che ci squagliavano a calce per fabbricare proprio la calce che bolliva, poi venne
abbandonata e sti fuosse erano rimasti aperti, però questi fossi non bastavano per tutti quanti i ragazzi, che loro li volevano nascondere, no? E gli
hanno fatto scavare le fosse. Questa persona che ha visto ha parlato con le mamme e davanti all’autorità che loro hanno fatto scavà altri fossi.
Dice che quando l’anne messi di fronte sti ragazzi, sti ragazzi minimamente al principio avevano capito che li volevano ammazzare, si credevano
che li facevano lavorare là sotto, quando poi hanno visto che li hanno messi tutti in fila sti ragazzi, e coi mitra... dice che ci stavano i più piccoli,
perché ce sta lu figlie de Miscione, chelle puteve avé dodici, tredici, quattordici anni... e allora dice che cadevano per terra, cadevano, magari
svenivano, perché avevano paura che li ammazzavano, loro vedevano tutto da là sopra, ma non potevano reagire, ci voleva un cannone, magari
buttava via tutti quanti! E allora così ci hanno raccontato, dice che loro andavano vicino, che dovevano stare in piedi, coi fucili li facevano alzare,
all ora quando mio fratello, altri, hanno visto così, hanno buttato le chiavi, dice: questi mo ci ammazzano e mammà nun sape manche ca stamme
ccà abbasce. Capì? E loro dopo hanno visto anche questo, che prendevano sti ragazzi che ancora si lamentavano, ancora piangevano perché coi
mitri chi cascava, chi faceva... non li pigliavano proprio a morte tutti quanti, allora non erano proprio morti tutti quanti, perché quando li
pigliavano sti ragazzi li mettevano in questo fosso, li mettevano a destra e a sinistra, a destra e a sinistra, e allora loro, quelli che non erano morti,
perché poi di terra sopra ce ne hanno messa ben poco, quel poco che avevano radunato, li mettevano na volta la testa da qua e na volta la testa
da là, per farceli entrare tutti... poi dopo che li abbiamo trovati, mia madre che è andata là, abbiamo trovato i proiettili ancora dentro al fosso,
perché i ragazzi non erano morti, l’hanno finiti di uccidere lì dentro. Gli hanno levato l’oro, perché gli anelli, le cose non abbiamo trovato niente.
Dopo hanno messo un po’ di terra sopra pe’ nun dà subito nell’occhio... Non si è saputo subito perché quest’uomo che ha visto sta tragedia diceva
che... perché noi tutti quanti lo abbiamo rimproverato: ma comme? Tu sapevi un fatto del genere e te ne sei stato... Dice: se io andavo prima dalla
polizia o al municipio qua veniva il finimondo... Che è successo? Allora pioveva pioveva pioveva, quel poco di terra s’a accumenciate a sentà60
addosso ai ragazzi e hanno incominciato a uscì le punte delle scarpe da fuori, mo i cani incominciavano a sentì la puzza e cominciavano a andare
là sotto e hanno incominciato a scavare. Quando quello che ha visto la tragedia ha visto che incominciavano a uscì i piedi da fuori è stato
costretto a andare all’autorità, che poi hanno messo a scavare e hanno tirato fuori. Quando levavano la terra i ragazzi erano ancora un po’
freschi, diciamo, chi conosceva la testa, che il figlio aveva i capelli ricci, chi conosceva le scarpe, chi conosceva la camicia, allora tira tu, tira lei...
figuratevi che noi na gamba, un piede di mio fratello manche piglienne a terra così, lo abbiamo potuto trovare, perché si vede che l’hanno messo
dentro a un altro cassettino... insomma tiravano fuori... E l’abbiamo conosciuto perché? Perché il torace con la giacca di lana si è appiccicata
addosso e il pezzo è rimasto dentro, allora quando papà ha preso il corpo del figlio a testa è cascata, perché a testa è a prima che va via, no? Però
il corpo ha conosciuto a giacca, ha conosciuto tutto quello che aveva il figlio addosso, però il piede non l’abbiamo trovato, abbiamo fatto tanti
cassettini e l’abbiamo portati al cimitero. [...] Mio padre ha cunusciute il figlio, ognune cunusceve. Perché ognuno che mancava il figlio o il marito
che è successo? So’ andati, no? E allora li conoscevano. Anche vostra madre è andata? Come! Mamma, papà, le sorelle, i fratelli, tutti. La mattina
che lui prima andava via s’è preso il fazzoletto, s’è preso le chiavi, tutto abbiamo trovato addosso, le chiavi le ha buttate all’ultimo momento,
quando ha visto che non c’era niente da fare...» (Giuseppina Taglialatela).

Fu una rappresaglia per l’uccisione di un tedesco? Fu la pena inflitta per la trasgressione all’ordine di evacuazione, per essersi i giovani inoltrati
nella prima linea finendo tra le truppe in ritirata?

«Non si è mai capito, non si è mai capito bene perché fucilarono questi 15... 14 mondragonesi qui sotto a montagna e poi fecero saltare un po’ di
montagna e li fecero atterrare. Alle volte uno li paragona alle Fosse Ardeatine, perché prima li fucilarono e poi fecero saltare la montagna sopra,
non si è mai saputo il perché, si vociferava che avevano ammazzato uno dei tedeschi qua, che volevano violentare una donna e il padre di questa
donna pare che ammazzò questo tedesco e loro fecero questo per rappresaglia ecco, si diceva. Però se debbo essere onesto neanche non... questo
ci dice il perché, perché... anzi, lo racconta diverso questa...» (Luigi Caterino).

Si narra che tre sorelle avessero ucciso uno o più soldati che avevano tentato di violentarle.

«Lui ’mbriache è andato su che voleva ste ragazze, quelle so’ state brave, che hanno fatto? Non l’hanno fatto uscì dalla camera, lo hanno
ammazzato! Sì! Lo hanno ammazzato e lo hanno buttato giù al pozzo. Queste ragazze se mettevane paura che loro andavano sopra, che volevano
servirsi di loro. Dice: questi prima si servono e poi ci ammazzano pure. Hanno provveduto. Quando so’ andati su volevano fare quello che
dicevano, lo hanno ammazzato. Avevano una trattoria, allora questa aveva tre o quattro figlie femmine. Allora queste dice: questi vengono una
volta e fanne cheste, vengone n’ata vota e fanno chest’ate, nui simme guaglione, simme ragazze, chiste mo venene ’ncoppa... S’embriachettene
abbasce a mangià? Po’ cu tutt’u fucile e cose salirono le scale che volevano andà da ste ragazze, ste ragazze che erano mezze... erano un po’
manesche, più forti... guappe... Dice: chiste mo venene ’ncoppa e c’accirene!61 Quando so’ entrati dentro non l’hanno fatti uscire più tutti e tre o
quattro. Lo hanno ammazzato e l’hanno buttato giù a un pozzo che non c’era l’acqua, però dopo sai i tedeschi com’erano? Lo hanno trovato lo
stesso e allora poi misero la legge che ogni tedesco ammazzato ne ammazzavano dieci, dieci civili ammazzarono, dieci civili! E li ammazzarono
dieci civili dopo? Eh li ammazzarono eccome! Qui in paese? No tutti insieme, ogni tanto ne ammazzavano uno, però questa è la legge che
misero...» (Giuseppina Taglialatela).

Gli episodi sono confusi, si affastellano in una cronologia incerta. È difficile legarli insieme e trovare i nessi casuali. Emerge comunque con
grande chiarezza l’immagine di un territorio su cui le truppe di occupazione esercitano un dominio violento, compiono atti di arroganza di ogni
specie, si impossessano dei beni primari, uccidono e, a differenza di uno stereotipo tenace che dipinge i tedeschi come violenti ma rispettosi
dell’onore femminile, violano anche il corpo delle donne.

Due casi emergono dalla documentazione del Tribunale militare.

Il 14 ottobre una giovane di diciannove anni era tornata in paese da Casanova dove era sfollata con la famiglia, per prendere delle provviste. Fu
catturata, insieme a un’altra ragazza, da «una pattuglia tedesca che andava rovistando nelle abitazioni» con la scusa di portarla a cucinare.
Vennero condotte in un fabbricato dove due soldati cercarono di violentarle. Ne nacque un corpo a corpo, uno dei due sparò un colpo di rivoltella,
nella confusione le ragazze riuscirono a raggiungere la finestra e a buttarsi giù per strada. Pur ferite, continuarono a correre e a nascondersi.62
La stessa fortuna non ebbe invece E.R. di ventun anni.

«Il 22 ottobre 1943, verso le ore 18, mi trovavo in compagnia di un centinaio di persone, nascosta in un cortile di proprietà di tale Campanile
Bernardina, sito in via San Francesco di Mondragone, si manifestò tra tutti i nascosti un certo panico siccome alcuni soldati tedeschi avevano
bussato alla porta del cortile e volevano entrare. Quasi tutti riuscirono a scappare per la campagna attraverso uscite secondarie del cortile, ma io
e le altre sei donne non si fece in tempo tanto vero che entrarono i tedeschi dopo aver forzato la porta. Erano 4 soldati tedeschi, i quali si
limitarono a condurmi con sé con violenza e col pretesto che sarei occorsa loro per sbucciare le patate. Le altre sei donne le lasciarono. Mi
condussero nella abbandonata trattoria di Pacifico Eduardo sita in via Marco mentre uno dei 4 tedeschi rimase fuori, gli altri 3 mi fecero salire al
primo piano della trattoria ove con violenza e minaccia di morte, mi gettarono a terra e mi sedussero nonostante la mia viva opposizione e le
grida. Due mi ridussero all’impotenza ed uno mi sedusse, dandosi il cambio avvicenda fino a che tutti e tre sfogarono la loro libidine. Verso le ore
19 dello stesso giorno salì allo stesso primo piano della trattoria il quarto tedesco rimasto fuori a guardia, il quale, senza muoversi, mi fece
indossare il cappotto e mi fece uscire lasciandomi libera. Mi riportai al luogo ove ero stata rilevata e dove trovai mio padre il quale mi disse che si
era recato alla trattoria per liberarmi, ma che era stato respinto con un colpo di pistola andato a vuoto. Provo ancora ribrezzo contro i miei
seduttori, la cui razza odierò per tutta la vita, ormai per me finita».

In quella brevissima frase finale tutta la disperazione e l’allusione alle conseguenze di un simile atto sul suo futuro.63

Giuseppina Gallo narra invece la storia di una fuga riuscita. «M’anne venute a piglià ’ncopp’a montagna, a me, soreme cugine e n’ate, steveme
tre, cu tre guagliune pure, nu frate ro mie, frateme cugine e n’ate, ca u canusceve appene, ereme sei perzune, ce venettene a piglià ’ncopp’a
montagna e ce scennettene abbasce. So’ stata na nuttata... duie nuttate e na iurnata e nun m’anne fatte fà niente. Ammuntunavene l’uommene,
poi e nun o sacce proprie. Po’ a sere venettene, e ie steve llà, arrevarene a sere, a notte, ere buie... arreverene llà e ce mettetteme a terre
assettate tutte quante, uommene, femmene, po’ l’uommene se n’iettene ’ncopp’a n’ata casa e nuie dint’a na casetta cu nu cristiane ’e
cinquant’anne e se mettette a fà lu guardiane a nuie... Ce mettetteme ’nterre assettate tutte quante e nisciune rurmeve, addò ira a durmì?
’Nterre? E accussì... o iuorne appriesse... quanne venette a sera o marescialle ce iette truvanne a nuie femmene, era sempe tedesche... Rice:
assettateve, vulimme sapé do paese... isse stesse, comme diceve isse, ma chi u capeva! E caccette cierti attrezzature che se metteve ’nfaccie...
chilli cose sporche, ie n’aggia viste mai chilli cose llà, dice: nix papà, nix mammà. Comme accuminciaie a dicere cheste, ie m’accumenciaie a
’mpressionà, ricette vicine a chella guagliona: nui ce n’ammo a ì rimane, ie rimane me ne vache! A matine me sussiette e diciette: ie me ne vache,
ve ne venite o no? Faccette na ricina ’e metre, chelle piglie e me chiammerene, dice: aspettace arrete a Caselle ra Fosse... na masseriette ’n
campagne... e diciette: venite ’mpressa mo! Invece ’e venì esse, venette u tedesche, cu nu fucile mitragliatore, dice: iammuncenne! Ie senza
ricere... che era ricere? Nun ce voglio venì? Aiett’a vutà, ie camminave annanze e chille arete a me e iereme llà addò steveme... me purtette llà e
chelli dui guaglione nun ce stevene cchiù! Diciette: chelle femmene addò stanne? Aggia rimaste ccà e nun ce stanne! Se n’evene iute! Ie sola ce
rummaniette, m’assettiette llà, chille se n’iette e ie steve quasi pure sempe sola... verso e quatte a sera venette nu camion cu grasse, u grasse i
l’animale, s’eva taglià a piezze pe’ fà ’nzogna...»64 I tedeschi avevano con loro due italiani che misero a tagliare il grasso. Questi dissero alla
ragazza di aiutarli. Si misero a tagliare, mentre il tedesco mangiava, Giuseppina pensava sempre a come scappare. «Ie riche: aggia a ì a fà nu
poche d’acqua fore, aggia a ì ccà affore e po’ ritorne. Me ne iette fore e chille nun me chiammarene... chelle a casa steve ccà [fa segno, in alto], e
sotte proprie, quatte o cinche metre, ce steva a via ca passave pe’ Sarracine. Iette llà me guardai tuorne tuorne e nun ce steve nisciune, po’
scenniette proprie mieze a via, scenniette e nun ce steve nisciune, allà nun ce steve nisciune, allà nun ce steve nisciune, chiste è o mumente! Me
mettiette a correre e me ne iette e ariviette a Fosse... proprie dint’a vigna mia... addeventiette cchiù padrona, a paura me passette
completamente... po’ cagnai poste pecché aveve paure de chille, m’avessene acchiappà...»65

Il caso di Mondragone è uno di quelli in cui emergono con maggiore chiarezza le dinamiche dell’occupazione e in cui più elevata è la
consapevolezza delle persone, scevra di qualsiasi elemento retorico: evacuazione forzata, deportazioni, razzie degli uomini, razzie del bestiame,
tutto è eseguito sempre con estrema violenza ed estrema ostentazione della forza. Chi occupa un territorio nemico vuole fare capire che è il
depositario dei destini della gente, è padrone della vita e della morte delle persone.

«Quanne fui na sera i tedeschi si pigliarono tutti gli animali. Noi qua allora ogni casa aveva il maiale, l’asino... ci i purtaiene appriesse pecché
addò i rimanereme?66 Quanne fui na sera si pigliano gli animale, prima l’asino, poi il maiale. Allora li ammazzano, li ammazzarono... noi li
guardavamo soltanto, perché non sapevamo che era successo a guerra, chi era passato? E allora quando è stato così, a sera dovevano portarci
fuori, loro dicevano queste parole, questo lo ricordo perché mi sono rimaste dentro la testa: che dovevamo andare al Garigliano, da lì dovevamo
scendere dalla montagna, dovevamo andare a Casanova, che poi da Casanova ci portavano direttamente al Garigliano. Allora ce purtavene
annante accussì, gli animale ce l’accerettene... e creature... tutte mamme coi bambini piccoli in braccie... la sera quanne fui verso le dieci
c’accumenciaiene a appiccià tutte e pagliare che se truvaiene sopra a chesta muntagna addò steveme sfollate noi. Allora e pagliare bruciavene e
noi con le creature ’mbraccie e cose scendeveme a muntagne e andaveme a Casanova...67 perché loro dovevano portarci tutti giù al Garigliano.
Loro lo dicevano chiaramente: il Garigliano, bom, bom! Tutti là, doveveme murì, insomma! Mo le mamme, io avevo Luigino, queste mamme che
tenevano i creature cchiù piccole allora pigliavene le creature, no? e ce le vuttavene ’mbracce. Dice: addò amm’a ì?68 Piove, tutti sti bambini che
vogliono mangiare! Piangevano. E loro dicevano: Garigliano, Garigliano! Ettene69 a mettere gli uomini più vecchi a tirare le carrette co sta roba
sopra, i cuscini, materassetti, coperte... Prima di arrivare a Casanova cominciò... tanto che pioveva, tanto che pioveva... e sti tedeschi... ancora coi
fucili, no? ci spingevano che duveveme camminà, pecché nun vuleveme andare avanti. Dice: sta a piovere, tutte ste anime innocenti, che
facciamo? Allora uscì da Casanova un prete, un prete che voleva far fermare, diceva vicino a sti tedeschi: abbiate pazienza, abbiate un po’ di
carità, tutti sti bambini piccoli piangono, vogliono mangiare, piove, come devono fare? Loro non si convincevano, niente! Garigliano, Garigliano! E
allora sto prete s’arapette a tunica e s’inginocchiò davanti a sti tedeschi. Che spettacolo! Dice: guardate, io vi do la parola mia stasera, se voi
facete fermà ste persone, le mettiamo sotto i portoni, in modo che non prendono la pioggia per i bambini, io domani mattina vi do la mia parola
che come stiamo ci mettiamo in cammino un’altra volta per il Garigliano. Questi non volevano assolutamente. Dice: allora fate una cosa, domani
mattina se noi non stiamo qua, il primo che ammazzate dovete ammazzà a me, disse sto prete, e poi tutti gli altri. Chissà chiste comme facette,
pensette caccose, dice: già erano verso le dieci, fino a domani mattina ce e ripigliamme e e purtamme. No? Ci fecero entrare dentro a un portone
e lì poi tutti ammucchiati per terra, non vi dico quelle che succereve. Allora pure ci stava qualcuno che aveva già fatto la guerra, i vecchi, dice:
chiste ce portane al Garigliano, là ci buttano giù, scarrubane tutte cose, e c’accirene.70 Quanne fui la matina, verso le tre e mezzo, le quattro,
sentimmo una sparatoria, mitraglie erano, pecché po’ allora manco ce pensaveme a ste cose, manche sapeveme comme erene... dei fuochi troppo
stretti, diciamo, allora noi acconciati sotto gli animali, sott’a chillu portone, sotto alle mucche, verso le tre, le quattro, dopo questa sparatoria non
sentimmo più nulla, un silenzio di tomba, proprio un silenzio. E allora noi stavamo là, si fece giorno e non uscivamo da dentro a questa casa. Ecco
che viene il prete, viene a bussà il portone, dicette: usciamo fuori, qua non c’è più nessuno! Erano spariti, erano scappati loro, perché era proprio
il momento che stavano a arrivà gli americani» (Giuseppina Taglialatela).

I soldati armati con gli elmi in testa, il mitra puntato contrastano con la gente inerme. Non si può discutere con loro. Parlano una lingua che non
si capisce e mettono in atto regole e leggi che non si possono discutere. Non si controlla nulla, non si può dialogare. Non si parla la stessa lingua
in senso letterale e in senso morale. Il sacerdote è l’unico che prova a dialogare usando il linguaggio religioso, la simbologia sacra: l’abito talare,
la genuflessione per impetrare la grazia... La religione appare come l’ultima speranza e i sacerdoti come gli unici a tentare di difendere la gente.

Pagliai che bruciano, animali uccisi, donne, bambini, vecchi che camminano incalzati dai soldati con il mitra. E poi carretti, piccoli in braccio,
fagotti in testa. I ricordi riemergono come immagini vivide da un mondo ora inimmaginabile. Sembra la rappresentazione di un film, di un incubo
che viene dal passato. Chi lo ha vissuto lo guarda con stupore.

«Tutte chelli povere gente ca se verene pe’ televisione cu chelli pacche ’ncape, pure nuie c’avimme passate, noi ci abbiamo passato...»71
(Filomena Taglialatela).

Capua: «tanne nun ce steve né ciele a veré né terra a cammenà»

Capua compare anch’essa fra gli obiettivi di primaria importanza. La città, con una popolazione di circa 12000 abitanti, era cruciale dal punto di
vista strategico per la presenza dell’aerodromo, la fabbrica di munizioni, il pirotecnico. Non meno importanti i ponti sul Volturno e la stazione
ferroviaria.72

I primi bombardamenti arrivarono in luglio e in agosto. Il 20 agosto 1943 furono colpiti lo spolettificio e la ferrovia, dove scoppiavano i vagoni
ferroviari carichi di munizioni; molti furono già allora i morti e i feriti. Poi il 9 settembre, all’indomani dell’armistizio, quando nessuno se lo
aspettava, vi fu la distruzione della città con centinaia di vittime. Nel piano di operazioni per il D-Day Capua era, come abbiamo visto, tra i
bersagli principali, ma gli abitanti non lo immaginavano, pensavano di avere ormai scampato il pericolo. Quando gli aerei americani si profilarono
nel cielo, molti stavano ancora festeggiando l’armistizio; numerosi erano tornati dalle campagne dove erano sfollati, pensando che la guerra fosse
finita. Qualcuno racconta che i ragazzi salutavano entusiasti gli aerei che di lì a poco avrebbero sganciato le bombe.

«Quel bombardamento per noi di Capua fu una tragedia, perché non si aspettava, infatti molta gente si era riversata per le strade o era ritornata
a Capua. Il 9 tornò a Capua mio cugino con la sorella, ormai c’era l’armistizio: torniamo a casa. Ma morirono sotto il bombardamento di Capua a
via Roma» (Vittorio Sortini).

«Nu belle mumente, bell’e buone ascette st’armistizio. Ie cu e figlie ’e zi Cuncetta e chelle ’e Fusche steveme a mettere i cipolle, chelli cipolle
piccerelle, ca se mettevene... tant’è ca veretteme passà st’apparecchie. Ma nuie sapeveme ca avevene fatte l’amnistia! Chelle era proprio o primo
giorno! E nuie guardaveme... po’ bu bu bu bu e menarene sti bombe. E tanne cugliettere a Capua, bumbardarene Capua p’i ponte. E mammà e zi
Cuncetta erene venute a piglià u pane a Capua. E nui chiagneveme, chiagneveme...»73 (Maria Rendina).

Maria Rendina rimase senza casa allora. Il marito, invece, che nel bombardamento si trovava addirittura sul ponte del Volturno e «a capriole»
riuscì a correre nel ricovero del castello, ebbe la madre gravemente ferita e perse la sorellina di undici anni, che morì nel ricovero del seminario.
Il suo corpo, intatto sotto le travi, fu trovato dopo sette anni. Era morta soffocata. Il fratello era andato via dal ricovero pochi minuti prima e la
voleva portare con sé, lei volle rimanere con gli zii e rimase sepolta sotto le macerie.

«Nuie e 9 ’e settembre steveme a Capua, steveme ccà proprio, steveme proprie ccà a Capua, quanne succerette o bumbardamente ’ncopp’o
ponte. ’Ncoppa o ponte proprio! Addò sta u bar ’e Giacobbone, steveme ie e Ferdinande, u marite ’e Anna, Anna Capastorta. Steveme tutt’e dduie.
E accussì a capriole ce truvaieme rint’o ricovere e rimpette o castielle. Llà nu poco cchiù annanz e ce steve u ricovere. Nuie trasenne rinte o
ricovere e s’abbarraie a vocca ru ricovere, se ne carette u palazze ’e rimpette. Po’ pe’ dinte a nu ciardine, pe’ sott’a chill’archetielle... llà ce steve
nu ciardine cu i piante ’e fiche e ce ne ascetteme allà. Ascetteme allà e pe’ copp’e macerie venetteme accà e nun truvaie a nisciuno. Po’ sapette
che mammà steve ferita, e a purtarene a Caserta, le zumpaie nu purpacce ra coscia, steve e rimpette addò chilli ’e Somma, allà stevene i case,
steve tutte vasce. Carette nu palazze llà. Frateme Ntonio che sta u Belgio, e sorema stevene rint’o ricovere ru seminario. Steve u padre ’e
Luigiotte, u padre ’e Rusine, steve sorema e frateme. Sorema nu vulette gghì cu frateme. Ricette [frateme]: iammucenne cchiù annante accà.
Ricette: ie stongo ccà cu llore, nu voglie venì. Chella po’ era piccerelle, chille erene cchiù anziane, s’a vulevene sta cu llore, essa teneve undici-
dodici anni. E nun se vulette movere. Essa murette e frateme se ne ascette. Essa po’ quanne a scavareme stevene tutt’e tre, tutt’e tre stevene
assetatte accussì, vì, chi trave annanze, murettene senz’aria. [...] po’ a mammema a purtarene a Caserta, o spitale a Caserta e papà ogni matina,
pe’ copp’e binarie ra ferrovia, ghieve a Caserta, pecché p’a via nun se puteva cammenà, se metteve u panarielle sotto o racce e ce purtave u poco
’e mangià»74 (Pietro Carbone).

Massimo Lanziello arrivava a Capua dopo la fuga da Roma con lo sbandamento dell’esercito; giunse davanti a casa e la trovò completamente
distrutta. «Ere ’e leva. Agge partuto o ’41 e agge rientrate con l’armistizio che è stato l’8 settembre del ’43. U iuorne aroppe se sfasciaie
l’esercito e i comandanti nostri dicettere: chi se po’ salvà se salva, stregneteve a salvezza, chi tene a famiglia ccà a Roma se ne va e chi no cerca
’e s’arrangià. Comunque io riuscette a venì a Capua, cu u trene. Ma era nu trene accussì affollato che ogni tante p’a via se fermava ca i gente
erene tropp’assaie. Comunque arrivaie fino a Pignataro e a Pignataro nu cammenaie cchiù u trene pecché a Capua steve u ponte interrotte. Steve
u ponte ’nterra. E accussì stesso a notte riuscette a venì, riuscette a passà ’ncopp’u ponte, passammo p’u ponte, pe’ ’ncopp’a ringhiera e
riuscetteme a passà o ponte e venetteme a Capua. Venetteme a Capua e truvaie u coprifuoco cu i tedeschi, ce rifugiaieme parecchie e nuie pe’
sotto e ricovere e llà facetteme a matina. Po’ quanne verette ca se facette iuorne ie ieve truvanne ’e veré a famiglia. Senonché, arrivaie vicine o
purtone... quando arrivaie llà vicine, addò steve abbità a famiglia mia, o truvaie tutte ’nterra. E a gente accussì [fa un gesto per indicare la folla]...
E ie ieve truvanne a famiglia mia e la gente mi disse che stava a Sant’Angelo. Si erano rifugiati a Sant’Angelo. Mo sotto a stu bumbardamento na
bomba pigliaie in piene u palazze nuostre, a ro steveme nuie, e a famiglia mia, siccome steveme abità all’ultime piano se salvaie, carette
appriesse e prete. Ma ce stevene rui nipoti miei, i figli ’e na sorella mia, ca carenne appriesse i prete murettene».75

Una morte di massa indicibile. I morti vennero allineati nei giardini della villa co munale dove furono sotterrati. Ma per innumerevoli anni,
scavando nelle macerie, si disseppellivano cadaveri. Molti non vennero mai ritrovati, numerosissimi corpi furono trascinati via dal Volturno, altri
finirono nelle ruspe che spostavano le macerie.

«Chelle ropp’e 8 ’e settembre, tante ri bombe ca ce stevene ca i muorte nun i purtavene neanche cchiù o cimitere. Arapettene nu cimitere rinte a
villa comunale. E senza cascia e senza niente i mettevene rint’a terra. Ca chelle po’ roppe, roppe tre o quatt’anne ca accuminciaiene a scavà... no
cchiù assaie... roppe na decina d’anne accuminciaiene a scavà i macerie... ascevene e muorte allà sotte. – Pecché a chille, o zie ’e Maria, a
Giacumine Mandate, annu truvato a chille? Nun annu cchiù truvate a chille, né muorte e né vive, a chille. – Ma chelle, esse nde ca ce stevene
poche persone ccà a Capua, che a maggior parte ra gente steve sfullate, coccurune ca steve sott’e prete nun se manche sapeva. Po’ se so truvate
gente ca nun se sapeve addò steve, quanne po’ gghievene a levà i macerie ascevene a llà dinte. Chelle bombardavene e a gente mureve sott’e
prete. – Pure o mute ’e Labadia, sott’a caserma, llà o truvarene muorte, a Gire o truverene muorte mieze chiazze, sott’e macerie»76 (Giuseppina
Ingicco e Francesco Buglione).

La morte di massa rese, allora, impossibile il cordoglio e, dopo, difficile la rielaborazione del lutto. I racconti di oggi ne risentono, sono secchi e
lapidari. Non indulgono sui sentimenti...

«Diciannove anne teneve quanne turnaie ra fà o surdate. Ce fuie l’armistizie e venetteme ccà. Ma ccà truvaieme Capua ’nterra, tutte pe’ terre. E
comme infat ti truvaie pure a mammema e a sorema sott’u bumbardamente»77 (Antonio Vinciguerra).

«A bonanema ’e nonnema ricette: fuimmecenne rinte u purtone, ricette... U purtone se ne carette e a casa rimanette. L’unica cosa che rimanette.
Steve zieme, zi Nanninella e a bo nanema ’e frateme Ciccio. Quanne iette... ca steve mammà, frateme, sott’i prete, ricette: e chi è chiste? Chille
teneve e capille ricce, se metteve a brillantina ’ncape, i capille eren e tutte bianche... Sott’i prete stevene a bonanema ’e nonnema, mammà e i
dduie frateme. A uno o truvaieme subite e n’ate, u cchiù piccerille, u spostamente u spustaie e po’ u scavareme roppe dduie tre ghiuorne»78
(Annibale Merola).

Immediatamente dopo i capuani dovettero pensare a difendersi dai tedeschi che saccheggiavano e razziavano gli uomini e dovettero abbandonare
i loro morti. Tutto avvenne in tempi terribilmente stretti e convulsi.

Rosaria Ferrone aveva allora dieci anni, era sfollata con la famiglia nelle campagne intorno alla cittadina. Il 9 settembre al momento del grande
bombardamento i genitori e il fratello erano nella casa al centro. Ricorda che la mamma aveva comprato dei pomodori da appendere e ci teneva
ad appenderli a casa. Si pensava che nulla potesse più accadere visto che c’era stato l’armistizio. I genitori se la presero calma. Appesero i
pomodori, il padre volle bagnare le piante e mandò il figlio in piazza San Domenico a prendere l’acqua con un secchio. Fu allora che scoppiò
l’inverosimile. «Frateme piglie e scennette cu i sicchie pe’ piglià l’acqua. Mo, mentre steve piglianne l’acqua mieze Santu Dummineche
accuminciaie u bumbardamente. Mo frateme se verette ’mpappinate, nu capeve niente, se ne iette pe’ fuì a via ’e casa però invece ’e ghì ’ncoppa
se n’iette a ficcà rint’u ricovere abbasce. Mo mammà mentre steve appennere e pummarole se verette c’a casa facette e cheste e de cheste.
Ricette: Carmeniè, Carmeniè fuimme, fuimme! Ricette mammà: me truvai abbasce o ricovere e nu sacce neanche comme me ce so’ truvate. Non
lo so. A casa tutta ’nterra. Tutte! Tutte! Perdetteme tutte! Mubilia, biancheria, llà nun se capeve niente... Carette tutte cose llà... e purtaiene a
don Peppe Giglio, a mugliera e a cainate ’ncopp’a carrettella, ca o tiravene a sott’e prete. E nuie verenne na cosa ’e cheste, a chiagnere! Tutte
quante ca venevene for’o macielle, vereveme a tutte quante ca venevene, fore ca mammà e papà, frateme. A ognuno ca veneve domandaveme:
avisseve viste a mammà? Chi riceve aggiu viste mieze chiazza, chi riceve aggiu viste ’ncopp’o ponte, chi riceve accussì, e nuie... e ponte stevene
tutte quante ’nterra, mieze chiazza nun se capeve niente, ricetteme nuie: mammà è morta, nun torna cchiù. Nuie a chiagnere a chiagnere... se
facette mezze iuorne, i l’una... e nun vereveme e venì a mammà, a nisciune. Venettere chiste ’e Giglie, a mugliera e a cainata e nuie faceveme
avisseve viste a mammà? E chella facette: figlia mia, che mammà avevema veré? Chelle c’ammu viste i prete ’ncuollo e nun ce ne simme manco
accorte! Rint’a nu mumente a n’ate è venute u bumbardamente. Erene i ddoie, nuie a chiagnere for’o macielle! Chi ciaccate, chi struppiate, chi
accussì, e sule mammà, papà e frateme nun se verevene. Verse a via e ddoie e mezze, i tre, veretteme a luntane ca venevene tutte... Mammà,
mammà, mammà! Ie curreve annanze ca ere a cchiù piccerelle. Essa faceva: nun te movere! Nun te movere! Tutta chella gente, tutte chilli
sfollate! A tutt’i modi nun se facettere niente. Mo mammà abbasce o ricovere, no, pensave a frateme, faceve: a te e i piante! A te e i piante! M’è
fatte murì a chillu figlie mie mieze santu Dummineche, m’è fatte murì a chillu figlie mie! Figliu mie, figliu mie! Frateme a sentette e facette: mà,
mà, ie sto ccà, a rinte o ricovere. U ricovere ca nun ce capeve neanche na mosca, chelle se ficcarene tutte quante comme e... po’ a mane a mane
accuminciaiene a rientrà tutte quante».79

Qui il racconto continua senza alcuna sospensione. La scena cambia improvvisamente e compaiono i tedeschi. «Al lore mo e tedesche ievene
acchiappane l’uommene. Mo nuie teneveme i dduie frateme, pateme ere anziane, se ghiette a nnasconnere abbasce o ricovere, riceve: si me
pigliene a me, a me nun me ne ’mporta ma chille so’ guagliune! E allore che facetteme? Chille venette nu, nu tapp’e butteglie tante, cu nu mitra
’nmane, nu tedesche, chille arapettene, chille ru macielle, se mettette mieze llà ’nsomma ca vuleve l’uommene, vuleve cheste, allore faceve u
padrone ru macielle: ccà nun ce stanne uommene, t utte donne, tutte donne. E nuie teneveme i dduie frateme annascoste sott’e matarazze e
tenevene nu poco poco acussì pe’ puté respirà, acussì, e ce steveme tutte quante menate ’ncuollo, faceveme veré ca nuie steveme cuccate!
Pecché si no chille i verevene e accerevene. In tutt’i modi chiste facette a perquisizione pe’ tutte parte e se ne steve a gghì. Mo, vì, frateme
Vicienze, chille è state sempe nu pernacchie, vuleve ascì, faceve: mammà chille se ne è gghiute, ie pozzo ascì. Neh, comme chille ascette, chille
steve ancor llà o verette e se pigliaie a frateme e s’o mettette ’ncopp’o carruzzine. Mammà a chiagnere, alluccà! U padrone ru macielle ricette:
signò nun ve preoccupate, u guaglione ra ccà nun esce! U figlie vuostre a ccà nun se move! Chille po’ stevene tutte chille ’e Serete ca erene
tutte... ma nun tenevene, ma nu tenevene niente, chille comme ascevene i facevene a suole ’e terre, capettere ca coccose o puteva fa sule u
padrone ru macielle. Lascialo, chill’è un bambino, ie te dongo tanta pulle, te dongo nu maiale, te dongo cheste, chelle, tante ca u ’mpappinaie,
comunque lassaie a frateme. Comme appena scennette a copp’o carrettine se ne fuiette addò nuie».80

A Capua erano attivi già durante il ventennio alcuni gruppi di antifascisti: degli intellettuali, fra cui il direttore del Museo Campano, alcuni operai
del pirotecnico, un gruppo di ferrovieri socialisti particolarmente agguerriti, un professore che aveva rifiutato il giuramento al regime e per
questo era stato allontanato dalla scuola.81 Vi si stampava anche un giornale clandestino, «Il proletario», che veniva diffuso in Campania proprio
attraverso la rete dei ferrovieri socialisti, di cui troviamo traccia anche nelle testimonianze orali.

«E ferroviere erene tutte socialiste. Anche a quell’epoca erano tutti socialisti. Nu fratello e mio padre, che si chiamava Luciano... mio zio Luciano
s’era fatto tutta la guerra in Africa come ufficiale pilota ed era decorato al valor militare. Poi finita la guerra, sto parlando della guerra del ’15-18
però, e lui fu decorato pure, era ufficiale in aeronautica e fu decorato per una azione che fecero, e aveva una medaglia al valor militare. Era una
medaglia molto prestigiosa. Se non che lui poi fu assunto in ferrovia e fu nominato capostazione principale e ha fatto servizio pure ’ncopp’a
stazione ’e Capua quanne a stazione ’e Capua ere chelle che era, a quei tempi, parliamo del 1900, io nun ere nato ancora, il 19-20-21-22. Con
l’avvento del fascismo e compagnia bella... mio zio era un socialista... Chistu zio ru mio ccà, faceva u capestazione principale, cummannave isso
’ncopp’a stazione ’e Capua, che allora era na stazione importante pecché a linea ’e Formia nun era fatta ancora e chesta era na linea importante.
E nu iuorne a mio zio, nu fasciste ’e chisti c’a divisa, nu fascistone ’e chisti ca facevene i capuzzielle, nun saccio che dicette vicine a mio zio che
l’offese a mio zio. Mio zio ricette: tu nun te permettere proprio vicine a me! Nun saccio che cacciata che le facette che mio zio talmente che se
’ncazzaie, pigliaie a tessera ’e fasciste e cia stracciaie ’nfaccia. Nun l’avesse mai fatte! Insomma fuie denunziato, chelle ca succedette nun v’o
saccio ricere ma a nu certe mumente fu chiamate addirittura e fu processato per atti che aveva fatto contro u fascismo e allora non potendolo
licenziare perché aveva una medaglia al valor militare, anche se essendo allora u periodo fascista u putevene pure fà, l’esiliarono, lo mandarono
in una stazioncina. U luarene a ccà e u mandarono a na stazioncina verso Reggio Calabria, si chiamava Melito Portosalvo, è l’ultima stazione alla
punta dello stivale, na stazioncina scurdata ra Dio e dai santi dove è stato esiliato pe’ tutta a vita soia, fine a che nun’è ghiute ’n pensione»82
(Angelo Pelagalli).

«Se passava per Capua un treno che portava una personalità politica all’epoca... si intende fascista, mio padre la sera lo andavano a prelevare e
passava la notte in camera di sicurezza, tanto che quando sono arrivati gli alleati a Capua, a Napoli, forse alla prefettura, alla questura,
arrivarono con dei nominativi e Luigino Zenga, ex cocc hiere, il padre di Mario Zenga, l’avv. Mariano, Luigino Scialò, i fratelli Tucci ed altri
nominativi che adesso mi sfuggono, formarono il comando alleato a Capua e formarono la squadra civica che non c’era subito il sindaco, la
squadra civica che amministrarono la città di Capua prima delle elezioni, prima che venisse il sindaco... [...]

Mio padre si iscrisse nelle file del partito comunista e fu fondatore della sezione socialcomunista all’epoca fratelli gemelli, socialisti e comunisti,
con altri compagni, fondarono la sezione comunista a Capua tanto che tra me e mio fratello che eravamo due ragazzi ci portarono nell’ex casa del
fascio, oggi pretura, a pigliare dei suppellettili per allestire questa sezione. E propriamente si portarono pure il custode, il famoso Ciccio
capochiatto. Mio padre all’epoca, parlo del..., che era in vita il prof. Iannone. Lui non è stato perseguitato ma è stato un antifascista che riuscì a
passare il periodo fascista, come mio padre e qualche altro, riuscirono a passare il periodo fascista senza fare la tessera da fascista. Poi Aniello
Tucci e Tommaso Tucci, che hanno stampato pure dei volantini, qualche opuscolo all’interno della salumeria di Tommaso Tucci. Però questo l’ho
sentito dire, ma non l’ho visto. Ricordo che Tucci il ferroviere ogni tanto aveva dei trasferimenti e lo mandavano nei posti più isolati. Lui che è
rimasto fino alla fine nelle ferrovie dello stato è riuscito ad avere uno stipendio anche nel periodo fascista. Mio padre invece no. E che lavoro
faceva vostro padre? Faceva il fabbro. All’origine mio padre era tornitore e lavorava per l’Alifana, all’epoca Napoli-Piedimonte, stava in officina e
fu licenziato per riduzione di personale. Ma figurati! Ed ovunque si è presentato, ovunque è andato, anche nel periodo fascista, anche nel periodo
più critico, non ha avuto mai un posto di lavoro. E così cominciò a fare l’artigiano. Ma un antifascista che per tanti anni ha aspirato ad avere la
liberazione politica, che fosse caduto questo fascismo e finalmente è successo ed è venuto il partito comunista, finalmente... Poi uscì fuori
Togliatti che a lui non gli piacque per niente. Togliatti e tutto il seguito di Togliatti e disse: io non sono più comunista, sono anarchico. Dagli Stati
Uniti, da New York, gli arrivava il mensile che si chiamava “L’adunata dei refrattari”, stampato in italiano. E gli spedivano periodicamente dei libri
che riguardavano sempre storie politiche. E con questi libri loro avevano l’intenzione, lo scopo, di creare una biblioteca a Capua per i giovani. E
mio padre man mano che gli arrivavano questi libri li distribuiva, però nessuno è mai tornato indietro. Poi fui io a scrivere a New York dicendo
che il compagno Di Cecio non c’era più e che avrebbero dovuto trovare altre persone, ma penso che non trovarono più nessuno. Mio padre è
morto nel ’59. Fino al ’60 è arrivato, dal ’50 fino al ’60 questo mensile. Mio padre riuscì sia nel periodo fascista sia dopo a non pagare mai le
tasse. Quando si era tutti ormai a casa, nelle case c’erano ste radio, sti giradischi. Mio padre a casa teneva una radietta nascosta per non pagare
la tassa. La sera la pigliava e si sentiva i suoi giornali radio» (Ugo Di Cecio).

«A Capua po’ ce stevene parecchie persone anarchiche che quanne venette Musulline s’i pigliaiene e ce rettene a purgà pe’ nun i fà ascì. Chelle
tanne ce stevene i g iovani italiani, i balilla, i fascisti, ce steve a bonanema ’e zi Pappone, teneva u cappielle, chilli c’a fragia ccà, chille era nu
squadrista chille. Paglino, u viecchie, pure faceva o squadrista. E zi Santillo invece se n’avett’a fuì pecché chille iere socialista, comunista, chelle
ca gghieve, e se ne iette in Francia, n’atu frate ’e papà. – Chelle a Capua quanne veneve qualche autorità, o l’acchiappavene e i mettevene rinte e
carcere e i tenevene llà ventiquattro, quarantott’ore oppure i acchiappavano, i facevene assettà e ce facevane bere i mezze litri ’e uoglie ’e ricino,
i purgavano e non se putevene movere ra casa. Chille ce st eve u cugine ’e mammà, u padre ’e Ugo Di Cecio, chille era anarchico, e ogni vota o
pigliavano e ce revene i purghe e uoglio ’e ricene»83 (Giuseppina Ingicco e Francesco Buglione).

Quando Mussolini venne a Capua e parlò sulla piazza principale sulle scale di Sant’Eligio gli antifascisti poterono utilizzare la leggenda per
augurarne la caduta.

«Quanne venette Musulline ca parlaie a copp’i grare ’e Sant’Eligio, Giro o monaco ricette: lloche si venute e na mala fine faie. E come infatti... E
perché? Venette a Capua, no, e facette u discorso. E allora steve nu cristiano c he se chiammava Giro o monaco. Faceva u monaco e po’ se
spugliaie. Facette accussì: eh, Benito è venuto sopra i grare ’e Sant’Eligio e fa na brutta fine. Pecché rinte e nicchie ’e late ra chiesa llà ’ntiempe
antiche ce mettevene i muorte a sculà e ancora mo se rice, quanne vuò male a qualcune se rice: t’aggia veré ’ncopp’e scale ’e Sant’Eligio»84
(Giuseppina Ingicco).

Come a Napoli e in molti altri paesi, tutti i vecchi militanti antifascisti, gli anarchici, i socialisti, si precipitarono a saccheggiare le armi del
pirotecnico, dello spolettificio, delle caserme. Insieme a loro tutti gli uomini che «non avevano paura».

«Chille ievene truvanne e fucili, chelle ievene ’ncoppa a sala d’arme e pigliavene e fucili. – Chille s’organizzavene proprie, erene e partigiane. –
Po’ n’ata vota a bonanema ’e Vicinzine Faenza, u nonne, Luigi ’e Picciane, zi Raimonde, Inelle, a bonanema ’e Ngiuline Inelle, stevene a via
Gianfrotte, addò vuo ghi a ferrovia Alifana, se mettettere ’ncoppa llà, i tedesche passavene... abbiavene a sparà, cose ’e pazze... Un’e chille o
eliminarene llà ’ncoppa e o atterrarene sott’a stazione rint’o mure llà. – Chelle a Sant’Antonio, miez’a Castellucce, miez’a lievere ccà, abbiavene a
sparà. – Chille facevene a use ’e squadre, comm’e partigiane. E dicevene: c’avimme a fà, ci avimme fà accirere? E si avimme fà fuoche, facimme
fuoche pure nuie. Iettene piglià l’arme ’ncopp’a sala d’arme, e fucile, i mitragliatrice, i cartucce, e facettere pure llore e partigiane»85 (Ugo
Buglione e Rosaria Ferrone).

«Mio padre, Di Cecio Giuseppe, antifascista e perseguitato politico, nel periodo bellico quando è passata la guerra per Capua, mio padre, noi la
famiglia, sfollammo tutti a Sant’Angelo e da Sant’Angelo mio padre si prodigò anche nelle file partigiane con dei compagni di Santa Maria Capua
Vetere. Con Salvatore Ciglione, Salvatore Cecere di Santa Maria Capua Vetere, e questi sono i nominativi che ricordo, per l’approvvigionamento
delle armi dalla montagna di San Prisco scesero a Santa Maria e andarono alla caserma dei carabinieri di Santa Maria dove non trovarono i
carabinieri ma trovarono un inserviente che si oppose a far pigliare le armi. Salvatore Ciglione senza esitare lo sparò» (Ugo Di Cecio).

E quando i tedeschi cominciarono a saccheggiare, cercare gli uomini, terrorizzare la popolazione, alcuni di questi vecchi antifascisti tentarono
azioni di resistenza.

Dopo il 9 settembre i soldati tedeschi abbandonarono la città e si schierarono al di là del Volturno sulla riva destra del fiume, con i lontri (così si
chiamavano le barche dei pescatori capuani) attraversavano il fiume per saccheggiare e depredare la città. E sulle rive del Volturno avvennero gli
scontri più significativi. Lungo il fiume si erano attestate tre divisioni tedesche. L’ordine era di resistere almeno fino al 15 ottobre, per permettere
alle retrovie di preparare la linea di fortificazione che avrebbe dovuto chiudere la strada agli alleati nella strettoia della valle, a Cassino, la
famosa linea Gustav. Il territorio di Capua fu il teatro principale della battaglia del Volturno, che durò dal 12 al 16 ottobre.

Le uccisioni di civili operate dai tedeschi cominciarono il 2 ottobre con il massacro di 5 persone in una masseria fra Capua e Bellona.86 Quello
stesso giorno era stato ucciso un soldato sbandato. Il 4 ottobre vennero uccisi 2 uomini e 1 donna. Due di essi erano invalidi.

Troviamo documentazione precisa degli eventi nelle inchieste che i carabinieri condussero nel 1945 e che vennero poi archiviate dalle procure
militari nel 1968.87

4 ottobre 1943, uccisione di Mario Lombardi nel ricovero di Santa Caterina: «Il mattino del giorno 4 ottobre 1943, alle ore 6 mi trovavo nel
ricovero in Santa Caterina, parte nord della città – insieme a mio cognato Lombardi Mario in Vincenzo di anni 77 da Capua. Mio cognato alcuni
giorni prima si era ferito in seguito a caduta dalle macerie, alla gamba destra, e quindi era nelle condizioni di non potersi muovere. Si sono
presentati entro il ricovero n. 2 militari tedeschi armati di pistola mitragliatrice che ci intimarono di lasciare subito il ricovero stesso perché
avrebbero dovuto minarlo. Insieme ad altra signora Elia De Tullio da Capua, cercai di trasportare mio cognato e vi riuscii fino all’ingresso del
ricovero. Qui giunta, poiché i tedeschi ci intimavano di far presto puntandoci contro le pistole, la signora che ci accompagnava si intimorì e quindi
mi lasciò sola, anche perché portava seco un bambino di pochi mesi. Pregai il militare tedesco di accompagnarmi e aiutarmi a trasportare mio
cognato, questi si prestò ma fino ad un certo punto perché altro militare tedesco, intervenuto gli ordinò di lasciarmi sola a trasportare il ferito.
Ero già priva di forze per il tragitto compiuto, allora adagiai mio cognato su di una pietra e mi portai nel la strada adiacente per invocare l’aiuto
di qualche volenteroso che potesse soccorrermi. Quando tentai di ritornare per riprendere mio cognato, una schiera di tedeschi mi imposero di
fermarmi con la pistola in pugno dicendomi di essere l’ora dello scoppio delle mine, ed aggiungendo: vecchio niente paura di morire. Il mio
povero cognato rimase sul posto ed alcuni trovatisi sul posto stesso, mi dissero che i due soldati lo avevano ucciso barbaramente con colpi di
pistola alla tempia, lo hanno anche derubato di quanto aveva seco: un orologio d’oro del valore di L. 6000 e lire 10000 in contanti che portava
nascosti in una calza; anelli d’oro e vari titoli di banca» (firmato con bella calligrafia da Elemerina Nobile, nata a Lauro di Nola il 10 marzo 1883,
domiciliata a Roma, via Sabatino 45 presso fratello generale aeronautica Nobile. Testimonianza resa il 25 aprile 1945).

4 ottobre 1943, uccisione di Anna Zuppa, paralitica al braccio destro e alla gamba destra: «Due soldati tedeschi entrarono nell’abitazione della
mia defunta zia, con evidente scopo di rapina, la trovarono a letto perché inferma da vari giorni e gli intimarono di uscire fuori dell’abitazione
stessa. Poiché la povera vecchia non poteva muoversi a causa della paralisi, i due tedeschi, dopo avergli scoperto il letto ed assicuratisi della
malattia della mia defunta zia, barbaramente la uccisero a colpi di pistola» (testimonianza di Maria Zuppa di anni quarantuno, nipote, resa il 25
aprile 1945).

4 ottobre 1943, uccisione di Luigi Polito: «Il mattino del giorno 4 ottobre 1943, alle ore 10 circa, presso il negozio di generi alimentari (presso cui
abitavo provvisoriamente) di proprietà di mio fratello Canciello Pasquale, sito in via Bartolomeo De Capua 24, si presentarono due militari
tedeschi, armati di pistola, e mi intimarono a me ed ai miei famigliari, le due figlie Anna ed Olimpia Polito, mio marito Luigi, di lasciare subito
l’abitazione perché dovevano minare il casamento. Scopo esatto dell’intimazione che si comprendeva dalle occhiate dei due militari rivolte al
negozio presso cui alloggiavo, era quello di derubare quanto avessero potuto, allorché ci saremmo allontanate. Spiegammo, con i gesti più
comprensivi, che mio marito era invalido delle due gambe e non poteva camminare. Al nostro temporeggiare cercavamo di trasportare via mio
marito nel modo migliore; i due tedeschi si impazientirono del nostro perdere tempo e senz’altro trascinandoci fuori per il braccio ci fecero uscire
avanti la porta. Vistoci fermi sull’uscio cercavamo di farci comprendere, piangendo, che mio marito non poteva camminare, i due ci esplosero
vicino due colpi di pistola per mandarci via. Ci rifugiammo nell’adiacente vicolo e sentimmo ancora esplodere altri colpi di pistola. Poco tempo
dopo ritornammo nell’abitazione e trovammo mio marito morto a terra colpito da alcuni colpi di pistola alla tempia destra. I barbari, per non aver
testimoni del furto che volevano operare avevano barbaramente ucciso un povero cinquantenne padre di tre figli. Nell’abitazione i tedeschi hanno
asportato: una bicicletta da uomo; una valigetta contenente un paio di stivali; una paia di scarpe basse; un orologio di tavolo e biancheria varia.
La bicicletta e la valigetta erano di proprietà del sergente della R. Aeronautica D’Auria Aldo. Una sveglia ad orologio; un cappotto da uomo quasi
nuovo; una borsa di cuoio con circa mille lire e diversi oggetti di oro di mia proprietà e delle mie figliuole, il tutto per un valore di lire novemila»
(sottoscritto da Canciello Elisabetta, nata a Capua nel 1894, ivi residente in via Flavio Ventriglia n. 12; testimonianza resa il 25 aprile 1945).

I guastatori tedeschi appostati sulla riva destra del fiume, attraversavano il fiume, arrivavano in città, saccheggiavano e incendiavano le case tra
corso Gran Priorato di Malta e via Roma. Ed è a questo punto che intervennero le squadre di uomini armati che si appostarono sul fiume e
spararono alle barche che cercavano di attraversarlo. Una barca con soldati tedeschi venne attaccata e affondata. Qui sarebbe stata anche uccisa
una spia fascista accusata di indicare ai tedeschi le case da distruggere.

«Po’ ce steve une ca u chiammavane Peppe u pazze ca purtava e tedesche rint’e case ra gente e faceva brucià i case. I purtave ’ncopp’i case ri
signure ca tenevano qualche cosa. E faceve saccheggià, faceve accirere, che po’ iett a fennì che i partigiane u spararene e accerettere pure a
isso»88 (Massimo Lanziello).

«Chiste che fa, isso steve ’ncoppa ciumme a ccà e i tedesche stevene allà. Nun saccio chiste comme arrivaie a fà che pigliaie e facette nu segno
cu fazzulette accussì e tedesche, pe’ dicere insomma che accà putevene venì. Chiste Alfredo o verette, pigliaie u fucile e pà! U facette a suole ’e
terra. E chille niente di mene che faceve? Faceve segne e tedesche p’i fà venì rinte Capua pe’ fà piglià l’uommene, e faceve fà mitragliamente pe’
tutte quante!»89 (Rosaria Ferrone).

«Un giorno si organizzarono tre, quattro, cinque persone, tra cui un certo Vincenzo Faenza, un operaio del pirotecnico e questo Di Benedetto e
quando i soldati si misero nella barca per attraversare il fiume per il viaggio di ritorno, loro spararono e ne uccisero più di uno. Mentre il Di
Benedetto si mise dai balconi del palazzo Gentile, che sta qui in via Pomerio, e quando stu Peppe o pazzo tornava per andare a fare man bassa di
quello che i tedeschi avevano lasciato, lo sparò, tanto che dopo, ecco per fortuna ci fu l’associazione come è chiamata dei partigiani, e per fortuna
questo Alfredo Di Benedetto si iscrisse nelle file partigiane perché ci fu il processo e grazie a quell’iscrizione non fu condannato, come Salvatore
Ciglione di Santa Maria che uccise il custode della caserma dei carabinieri, che subì il processo e grazie al fatto che era iscritto nelle file
partigiane, non fu condannato» (Ugo Di Cecio).

In uno scontro a fuoco nei pressi di Porta Roma vennero fatti prigionieri quattro soldati tedeschi che sarebbero stati consegnati ai comandi alleati
pochi giorni dopo. Il 5 ottobre veniva impiccato Carlo Santagata. Abbiamo la testimonianza del padre Giuseppe Santagata, resa ai carabinieri il 25
aprile 1945. «Il giorno 5 ottobre 1943, verso le ore 11 fu barbaramente ucciso dopo atroci sofferenze e sevizie della soldataglia tedesca in
postazione sulla via nazionale che da Capua viene a Santa Maria Capua Vetere. Il luogo del martirio è a destra della prefata strada precisamente
nello spazio di terreno intercorrente tra i pilastri indicanti la proprietà di Teresa Palumbo ed il casolare contraddistinto dal numero civico 163,
qualche passo da questo casolare, nei pressi di una cunetta, vegeta l’albero che servì a consumare il misfatto. La mattina del predetto giorno 5
ottobre all’approssimarsi delle armate inglesi su Santa Maria Capua Vetere, facoltato ad armarsi per cacciare il tedesco, affluì alla locale caserma
dei CC.RR., ma mio figlio non poté ottenere il fucile perché giunse quando tutte le armi erano passate nelle mani del popolo. Deciso a dare il suo
contributo per l’espulsione dal suolo patrio dell’odiato nemico, senza esitare s’avvia a Capua da dove riesce ad armarsi di un moschetto, di alcuni
caricatori e di alcune bombe a mano; armi che egli sapeva ben maneggiare per aver fatto parte del 30° battaglione guastatori del genio. Il
comandante del predetto battaglione nella dichiarazione di servizio prestato da mio figlio si esprime: “dimostrando di possedere fisico,
intelligenza vivace e buone doti di coraggio. Quando il battaglione fu assegnato al corpo d’Armata Alpino dimostrò di avere buone doti anche per
l’impiego di montagna”. Quindi, arditamente, conscio di compiere il proprio dovere di soldato per l’odio che nutriva verso l’odiato oppressore,
ritorna sulla via nazionale Capua-Santa Maria Capua Vetere: e poco lungi dal luogo ove subì il martirio si iniziò l’impari lotta fra l’adolescente
soldato e l’orda feroce di undici uomini tra cui un maggiore, un capitano e un tenente. Il numero dei mezzi bellici ebbe ragione sul piccolo
soldato, che, catturato venne seviziato ed impiccato. Sul corpo ancora dibattentesi negli spasmi dell’asfissia gli assassini scaricarono le loro armi.
Gli avambracci. Dai polsi alla piegatura dei gomiti presentavano cospicue ecchimosi per pe rcosse inflitte col moschetto del martire. Il martirio di
mio figlio Carlo addita al disprezzo dei popoli civili la ferocia di coloro i quali la nazione italiana fu ignominiosamente venduta ed io mi attendo
dalla riconoscenza patria che il luogo ove il giovane patriota s’immolò venga recintato, perché ai venturi sia ricordato da tanti sacrifici».

«Il giovanetto, prelevate armi e munizioni da un nascondiglio, affronta da solo una pattuglia di tedeschi che formano un posto di blocco al
Pagliarello, incrocio tra la nazionale Appia con via Grotte San Lazzaro. Molti tedeschi furono feriti finché, inceppato il fucile, il ragazzo è preso e
impiccato».90

Sul luogo della sua impiccagione, già il 5 ottobre 1943 fu posta una lapide con testo di Benedetto Croce. «A quest’albero fu impiccato | Carlo
Santagata | medaglia d’oro della resistenza | giovane sedicenne pur reso edotto | del pericolo cui andava incontro | s’impegnava da solo in azioni |
di guerriglia contro il nemico | ripiegante tra S. Maria C.V. e Capua | catturato dal nemico seviziato ed | impiccato immolava la sua giovane
esistenza con serenità e virile coraggio | luminoso esempio del tradizionale eroismo della gioventù italiana».

Infine un gruppo di combattenti fu decisivo per aprire la strada alle cingolette inglesi che stavano entrando in Capua, mettendo in fuga gli ultimi
soldati tedeschi.
Intanto il 5 e l’8 ottobre 18 persone venivano fucilate per ritorsione. Una di queste, la cui morte è estremamente viva nella memoria dei testimoni,
era un allevatore: aveva già dato ai tedeschi animali da macellare, ma quel giorno, oltre a prendersi gli ultimi animali rimasti, i soldati uccisero
anche lui.

«Chella a bonanema ru nonne cio dicette. Ie ce faticave cu zi Nicola, Nicola u vaccare, u padre ’e Bertucce. Chille teneve vacche, teneve
iummente, tutte l’animale. Quanne fuie chistu fatte ccà, ricette u nonne mie: Nicò nun te fidà ’e chisticca, i vi? E capite? Ricette: eh, che m’ann’a
fà Gennarì, va buone! Perché? Stava in buoni rapporti con i tedeschi? Eh, chille quanne venevene ce reve a gallina, ce reve u piezze ’e cheste...
Venette u iuorne ca abbiavene a gghì acchiappanne a gente. Ie, mo, a bonanema ’e zi Luigi, zi Raimonde u padre i Peppe ce ietteme a
nnasconnere ’ncopp’a funtanelle ’ncapa all’arco, a funtana... A via Roma? Eh, chelle tanne stevene tutte chelle funtane. Nuie ra llà vereveme
tutt’e fatte. Passaie Dunatielle, Zuccarielle, u padre ’e... Ricette a bunanema: Dunatié! Chille se girava tuorne tuorne, faceve: ma chi è? U nonne u
acchiappaie e dicette: Dunatié a ro vai lloche? Ricette: vaco miez’Iurece a veré si trovo nu poche ’e faticà. Ricette: nun ghi, chille e tedesche te
pigliane! Tanne accirettere tutt’i vacche a Nicola, se pigliarene a isse e a Dunatielle e u patre ’e Ninotte Zarrille, Ciccie, u frate ’e zi Rusinella e se
purtaiene»91 (Ugo Buglione).

«M’arrecorde u pate ’e Lucia, Lucia ’e Santa Catarina, ca tenevene i vacche, Luisella a vaccara, chella era tanta na bbona crestiana, tenevene a
c ampagna... l’animale, i vacche, i cavalle, tutte ce accerettene e chille s’amareggiaie... Eh, chest’è na storia però, eh! Scrivelle lloche! E per la
seguente ragione: chille s’amareggiaie ca ce accerettene pure tutte l’animale... ce accerettene e faggiane, tutte cose, e po’ p’a paura che ce
accerevene e figlie se tenette e po’ s’o purtaine e s’o purtaine a via ’e Porta Tifatine, a via u campo r’aviazione, e s’u purt aine, ce facettere scavà
u fuosso. Accerettene a isso e pur all’ate. Succerette l’ira di Dio mieze a terra. Questo si chiamava Di Benedetto, il padre di Bertuccio. Chelle po’
ie steve abità vicine, certe che è nu ricordo che i gente u tenene sempe presente, è inutile che si discute»92 (Gaetana Valletta).

Il 7 e l’8 ottobre, in una tragica sequenza, vennero uccisi un padre e due figli. In questo caso le vittime sembrano aver subito tale sorte per aver
aiutato coloro che fuggivano dai rastrellamenti tedeschi.

«Il giorno 7 ottobre 1943, alle ore 14.45 circa, mio padre Giuseppe Paternostro fu Antimo, di anni 63 insieme a mio fratello Mario di anni 12, si
trovavano dinanzi all’abitazione, mentre i soldati inglesi occupavano la città di Capua. D’altra parte del fiume Volturno, i tedeschi seguitavano a
sparare su quanti passavano sulla riva opposta al solo scopo barbarico di uccidere i cittadini inermi che dovevano per forza transitare sulla via
che da Capua porta a Sant’Angelo in Formis. Mio padre cercava di indicare a quelli che passavano la via più facile da seguire per essere defilati
agli spari; mio fratello faceva altrettanto coadiuvando mio padre. Alcuni militari tedeschi portatisi sul margine della opposta riva, forse intuendo il
lavoro fatto dai miei congiunti, con il moschetto mitragliatore spararono continuamente su di essi. Mio padre è rimasto cadavere quasi sul colpo,
mio fratello invece ha riportato ferite alla gamba sinistra ed al braccio destro. In seguito a tali ferite, all’ospedale di Santa Maria Capua Vetere, ha
dovuto subire l’amputazione dell’arto.

Il giorno 8 ottobre 1943, alle ore 19 circa, poiché nel posto in cui è la abitazione giungevano cannonate, sia da parte tedesca che da Capua, io e
mia sorella con altri parenti ci siamo recati in un ricovero poco distante di casa, mentre i miei fratelli: Antimo di anni 30 ed Emilio di anni 33
insieme ad altro parente rimasero nei pressi di casa in un altro piccolo ricovero antischeggie. Era da poco fatto notte quando 5 militari tedeschi,
passati il fiume si presentarono nel ricovero dicendo: non avete paura noi siamo inglesi, dove sono i tedeschi? I miei fratelli e l’altro giovanotto
uscirono fuori per indicare che tutto il giorno avevano sentito sparare la mitragliatrice, invece fuori trovarono altri soldati che riconobbero bene
per i tedeschi. Li obbligarono a passare il fiume e durante il guato l’altro giovanotto, Francesco Di Cecio di Vincenzo abitante nel casello
ferroviario di Piedimonte d’Alife, nei pressi della mia casa, riuscì a fuggire mentre i miei fratelli furono portati via dai tedeschi. Ho atteso invano il
ritorno dei miei poveri fratelli speranzosa che anche loro riuscissero a fuggire dai tedeschi, così come tanti giovani fuggivano, intanto chiedevo a
quanti ritornavano se avessero visto i miei fratelli e dove potessero essere. Intanto sentivo nel cuore l’ansia di tanta sventura e quasi il
suggerimento di vedere nel tratto antistante del fiume, insieme ad altro giovanotto riuscimmo a guardare dall’altra parte e proprio sulla sponda
opposta ritrovai i corpi dei miei poveri fratelli, ridotti a tanti pezzi, specialmente uno. Denunziai all’Arma dei CC.RR. la scoperta fatta e tramite
loro stesso furono esumati i cadaveri e portati al cimitero. Di tante sventure subite conservo solo i brandelli dei vestiti dei due poveri defunti, a
testimonianza delle barbarie commesse dalle soldataglie» (Maria Paternostro fu Giuseppe e fu Di Rienzo Giovannina, nata a Capua, abitante a via
Porta Tifatina n. 319; testimonianza resa il 25 aprile 1945).

Altre 11 persone sarebbero state trovate uccise al di là del Volturno dopo l’arrivo degli alleati.

Nello stesso giorno in cui si verificavano le violenze tedesche a Capua, il 7 ottobre 1943, a pochi chilometri di distanza, nel piccolo paese di
Bellona aveva luogo uno dei massacri più significativi e presenti nella memoria della zona. Fra le vittime anche alcuni capuani che, dopo il grande
bombardamento del 9 settembre vi avevano cercato rifugio. Su questo massacro ho scritto un racconto dettagliato; ne ripercorro qui le dinamiche
principali.93

La sera del 6 ottobre un soldato tedesco fu ucciso dal fratello di una ragazza che avrebbe cercato di violentare. La mattina successiva all’alba
erano stati rastrellati 100 uomini (anziani, adulti e ragazzi) e ne erano stati uccisi 54. Alle loro famiglie fu fatto credere che sarebbero stati
utilizzati per i lavori di fortificazione, mentre furono invece trucidati in una cava di tufo, che venne poi fatta saltare con le mine. Subito dopo, la
popolazione fu evacuata; l’eccidio fu scoperto solo quando arrivarono gli angloamericani, il 17 ottobre. Bellona era un piccolo paese, molti erano i
nuclei familiari colpiti. Il tragico rituale del ritrovamento e della sepoltura dei cadaveri aveva visto insieme tutta la popolazione; lutto e cordoglio
erano stati generali.

I motivi della rappresaglia sono chiari, ma non sarebbero sufficienti, forse, a spiegare la gravità dell’eccidio. A Giugliano, ad esempio, per un
soldato ucciso vennero fucilate 13 persone, a Buonalbergo si accettò un risarcimento.94 Alcuni sostengono che i tedeschi non avrebbero agito se
non provocati, secondo una spiegazione comune ad altre popolazioni vittime di rappresaglie;95 ma gli atti di violenza erano cominciati già da
tempo. Il ponte accanto al paese era stato minato e fatto saltare dai tedeschi,96 erano stati operati continui rastrellamenti per i lavori di
fortificazione, molti altri uomini erano stati deportati. Alcune famiglie erano state già duramente colpite: tre fratelli erano stati uccisi mentre
raccoglievano il foraggio per le bestie, un pastore mentre pascolava gli animali. E le vessazioni degli occupanti si erano sovrapposte a quelle
alleate: in una stessa famiglia la madre e due figlie erano morte mentre lavoravano in campagna sotto un bombardamento alleato, il padre era
stato ucciso pochi giorni dopo dai soldati tedeschi mentre pascolava il gregge e il figlio primogenito assassinato nella rappresaglia del 7 ottob re;
in un’altra tre fratelli erano stati trucidati nel massacro e il padre pochi giorni dopo era stato colpito a morte dalla scheggia di una bomba
americana. Bellona, come tanti altri paesi posti sulle rive del Volturno o nelle sue vicinanze, si trovò nel bel mezzo dello scontro tra eserciti e la
sua popolazione pagò a caro prezzo l’accresciuto livello di violenza.

Significativa la storia di Giovannina Addelio che nel massacro perse il fratello maggiore, ma aveva perso la madre e due sorelline nel
bombardamento americano del 26 agosto e il padre anch’egli ucciso dai tedeschi il 3 ottobre, probabilmente per difendere il gregge.97

Il senso delle violenze e le dinamiche in cui fu coinvolta la popolazione sono chiari: Capua e i paesi lungo il Volturno finirono in quei giorni in una
vera e propria terra di nessuno e dovettero subire i soprusi da entrambi gli schieramenti. Violenze che segnarono in maniera impressionante la
vita di moltissime persone.

Maria Mandato ci racconta la storia del padre. Un racconto emblematico. Le bombe americane a Capua, il fratello morto accanto a lui salvo per
miracolo, poi lo sfollamento per evitare i raid aerei, per finire invece nelle mani dei tedeschi, nella più estesa rappresaglia della zona. Il padre è
già nel gruppo che deve essere fucilato, un ordine improvviso lo salva insieme ad altri, ma alla fine muore nello scoppio della polveriera di
Carditello. La storia si chiude bruscamente, di fronte alla morte c’è sempre una certa ritrosia, un certo pudore... «Po’ ce simme arretirate, tutte
bombardate e tutt’i pateterne, papà è muorte a Carditelle e statte buone!... a vita nostra».98

La lunga storia, zeppa di vicende angosciose, di morti, di pericoli, si svolge tra il 9 settembre e l’11 ottobre 1943. I tempi sono spasmodici e
ravvicinati: la storia di quegli anni, la storia con la esse maiuscola che si sarebbe dipanata nel resto del paese per due, tre lunghi anni qui ha il
suo epilogo in pochi giorni. Pochi giorni in cui a volte non si ha neppure il tempo di capire esattamente cosa stia succedendo, si capisce solo che
la guerra non lascia scampo a nessuno, si capisce profondamente il senso della guerra totale. Come dice, con espressione incredibilmente
suggestiva, una testimone: «Tanne nun ce steve né ciele a veré né terra a cammenà».99 Quello che esprime la gente non è fatalismo, come più
volte è stato detto, ma piena e razionale comprensione di cosa fosse realmente la guerra per i poveracci. Nel numero dei morti, contadini e operai
superano di gran lunga gli altri gruppi sociali.
La spiegazione è la violenza della guerra, e le immagini dei conflitti odierni (le interviste a Capua sono state fatte nel periodo della guerra dei
Balcani) confermano quest’idea, oggi altri finiscono come i capuani nella terra di nessuno. Molti testimoni evidenziano il parallelo e non si può
dire che sia una interpretazione sbagliata.

E il giudizio? In alcuni casi è sospeso... Colpisce, e su questo torneremo, la violenza faccia a faccia dei tedeschi: l’uccisore si vede, infierisce sui
corpi, fa scavare la fossa e poi uccide, infligge la morte con il gusto della vendetta... e questo colpisce, rende la morte meno accettabile. E poi i
comportamenti quotidiani dei tedeschi, il conflitto sul cibo ad esempio. Pure questo si fissa fortemente nella memoria e si confronta con la
ricchezza e la munificenza degli americani, i quali gettavano le bombe e poi riparavano con il cibo. «Po’ mmane e mericane mangiaveme, e capì?
Ce mangiavame a pulentine, o pane, c’abbiaveme a mangià piatte caure. E tedesche no! E tedesche i ghittavene... i porche sane sane a copp’o
ponte. I tedesche u ghittavene ma nun cio devene!»100 (Antonio Vinciguerra). Il brano è tanto più significativo se si pensa che proprio Antonio
Vinciguerra ha subito soprattutto la violenza americana attraverso la morte di mamma e sorella.

D’altro canto la memoria cittadina assunse da subito il grande eccidio del 9 settembre in una narrazione storica che vedeva Capua destinata dalla
sua posizione geografica e dal fato a continue distruzioni e rinascite. Il bombardamento americano non faceva che reiterare i tragici
appuntamenti con la storia dei capuani. «Lo stemma di Capua è composto di una tazza dalla quale emergono sette vipere: ogni vipera rappresenta
una distruzione della città avvenuta ad opera di eserciti stranieri nei vari millenni della sua storia. Ora a tale stemma bisogna aggiungere un’altra
vipera che rappresenta il 9 settembre 1943. E sarà l’ottava di cui si potrà vantare tragicamente Capua, sempre protagonista in ogni vicenda
storica».101 Lo stemma della città è raffigurato, dunque, da una croce, che rappresenta la Capua longobarda riedificata sul Volturno e fedele alla
religione cristiana, e da una coppa con sette idre: l’idra che riemerge non appena le viene recisa la testa ricorda le sette leggendarie distruzioni
della città. Nel 211 a.C. alleata di Annibale fu distrutta dai romani; nel 410 fu invasa e distrutta dai visigoti di Alarico; nel 455 dai vandali di
Genserico; nel 553 fu teatro della battaglia tra Narsete e i goti; nell’841 fu assediata e distrutta dai saraceni; nel 1098 da Ruggero II di Altavilla;
nel 1501 da Cesare Borgia.

Si inseriva poi la retorica antifascista e risorgimentale: la battaglia del Volturno dei primi giorni di ottobre del 1943 veniva paragonata alla
battaglia del Volturno del 1° ottobre 1860 fra garibaldini ed esercito borbonico. E infine la memoria pubblica assumeva i toni della retorica
antifascista per cui i bombardamenti americani erano un tributo necessario alla caduta del regime fascista e del regime di occupazione tedesca. È
emblematica la delibera della giunta comunale di Capua che chiede la medaglia d’oro.

«Il 9 settembre si compiva il tragico destino della città. Quel giorno la morte esultò: 1062 morti furono contati (e solo parte di essi identificata)
tra le macerie di Capua distrutta per il 75 per cento delle sue case. Dopo il bombardamento la ferocia tedesca: i reparti germanici cercarono i
loro morti, curarono le loro fe rite e nessun aiuto portarono ai civili Capuani; nessuna pietà mostrarono per i morti» (Seduta del consiglio
comunale di Capua, 22 luglio 1964. Appello del popolo al presidente della Repubblica perché a Capua venga conferita la medaglia d’oro al valor
militare).

Qui la responsabilità delle morti per bombardamenti è slittata sui tedeschi che non soccorrevano. Chi porta la morte dall’alto non viene nominato,
non ha volto. Nella retorica del discorso i tedeschi sono gli unici colpevoli.
6. Una città distrutta e saccheggiata
Obiettivo n. 13: Benevento

L’obiettivo Benevento, numero 13 nella lista delle first priorities, era stato fotografato e studiato fra gennaio e febbraio 1943 dalla XII Air Force.
Nelle fotografie vengono indicati gli snodi stradali intorno alla città, il fiume Calore con i ponti, la stazione ferroviaria, la stazione di smistamento
con un deposito di locomotive, la centrale di energia elettrica e la linea ad alta tensione con Foggia, due industrie a nord della città, una piccola
area di atterraggio a tre miglia e mezzo dalla città collegata con due ponti a est e a ovest.1 «Benevento e l’area circostante» compaiono anche tra
gli obiettivi studiati dalla RAF. Nella fotografia aerea si vedono chiaramente la ferrovia, lo snodo stradale, il ponte sul Sabato.2

Si tratta dell’area che venne bombardata nelle grandi incursioni dell’agosto e del settembre 1943.

La prima avvenne il 20 agosto. Di questo raid abbiamo notizie nella documentazione e un ricordo vivissimo nella memoria cittadina.

Secondo la relazione del questore «una formazione di 63 quadrimotori americani alle ore 13.40 sganciò sulla città, all’altezza della stazione
ferroviaria e della zona industriale, un carico di bombe di grosso e medio calibro e numerosi spezzoni incendiari, colpendo lo stabilimento della
Società Aeronautica Sannita, il Cinema Dopolavoro Ferroviario, la Stazione Ferroviaria Centrale, la segheria Miele, la distilleria Alberti, il palazzo
Alberti, una casa colonica».3 Sulla strada rotabile accanto alla ferrovia i bombardieri avevano distrutto in due punti la conduttura principale
dell’acquedotto pubblico della città, provocando l’interruzione della fornitura idrica e del traffico cittadino. La stazione era tutta una maceria:
divelti i binari, distrutti il fabbricato principale, la palazzina degli uffici, il deposito locomotive. Le bombe avevano inoltre centrato un treno pieno
di viaggiatori in partenza per Campobasso e molti carri merce, che, raggiunti anche da spezzoni incendiari, erano stati avvolti dalle fiamme.
Ardevano tra le rovine case coloniche, boschi e terreni circostanti. Il 23 agosto l’elenco dei morti raggiungeva il numero di 107, ma molti erano i
dispersi fra coloro «che, trovandosi all’atto dell’incursione sul treno viaggiatori, non riuscirono a porsi in salvo e perirono tra le fiamme
completamente carbonizzati».4 Era stato impossibile spegnere gli incendi per la distruzione delle condotte idriche.

È il bombardamento più vivo nel ricordo. I beneventani non se l’aspettavano, non pensavano di essere nel mirino dei bombardieri, non reputavano
i loro impianti così importanti per la strategia di guerra degli alleati.

«20 agosto verso mezzogiorno, l’una. Quando ci fu questo bombardamento è una scena che io ricordo perfettamente. Stavamo io, mio cugino e
papà. Papà era venuto la mattina da Foggia con mio fratello, il primo, perché a Foggia c’era stato un ferocissimo bombardamento, era caduta casa
nostra, perché noi abitavamo a Foggia perché mio padre era impiegato dello stato eh... però in un secondo momento, siccome mia madre non
stava bene, io e mia madre ce ne venimmo a Benevento dove avevamo la casa e fummo raggiunti da mio padre e da mio fratello... Mentre stavamo
là che parlavamo con mio padre sul terrazzo a via Bagni di fronte alla stazione... eravamo abituati a vedé gli apparecchi americani che passavano
su Benevento e li guardavamo come se fossero apparecchi nostri pecché a Benevento non avevano mai bombardato... Poi invece quel giorno
cominciarono a cadere le bombe, improvvisamente... ma prima che cadessero mio padre già gridò: adesso bombardano ecco! Era ancora fuori di
sé per quel che aveva visto a Foggia, già aveva capito che stavano per bombardare. Difatti la formazione era bassa, aveva non so quattro o
cinquecento metri di altezza sì e no... tutta compatta, veniva da sud-ovest dalla zona di Napoli... [...] cominciarono a cadere le bombe sotto i nostri
occhi nel fiume, e mi ricordo anche un particolare che c’erano delle donne che lavavano i panni... pecché là una bomba scoppiò sul greto del
fiume. E poi bombardarono alla stazione centrale e alla stazione secondaria di Valle Caudina, l’Appia che stava però a cinquanta metri, stava nella
stessa stazione centrale. E c’erano due treni in partenza pieni di persone, fu na strage. Anche mi pare che c’erano dei treni fermi che
contenevano benzina, benzina che poi cadde nei sottopassaggi e quindi molta gente rimase... prese fuoco e ci furono parecchi morti e feriti e non
fu possibile tutti quanti farli accogliere dagli ospedali pecché erano zeppi, i feriti stavano per le strade... Nell’ospedale Fatebenefratelli c’era una
bomba inesplosa, andarono gli artificieri per disinnescarla, senonché non ci riuscirono e scoppiò la bomba» (Antonio Feo).

«Mentre stavamo tutti fermi là, guardavamo come venevane avanti sti aerei e sai u core nuostre faceva brutte a pensà: come caspita se truovene
ccà chiste? E po’ se vedene belle belle proprie vicine, vicine... ma luccicavene assaie assaie... ve dico tanta vote stu luccicare per far capire come
stavano vicini. Chille stevene a tremila a quattromila metri ma erano apparecchi grandi. Erano gli apparecchi grandi, non so’ gli apparecchi
nostri, luccicavene assaie. Buttavene e bombe ’ncoppa a ferrovia e so’ morte chissà cento duecento persone, sono belle morte subito subito, e fra
questi ci stava pura la figlia de... a figlia del grande industriale, a figlia di Alberti. E a sera andai a vedé poi, u pomeriggio andai a vedé vicino a
ferrovia e vidi ammucchiati, buttati sopra a nu camion na quindicina ’e persone llà, saccio si erano femmene, chi puteva esse femmina, chi puteva
esse omme, insomma chi na giovene, tutta carne rotta, nun se capeva niente. So’ morte veramente a gente»5 (Lodovico Fune).

«Era l’1.10, stiamo a tavola io, mia madre e tre sorelle, Maria, Bianca e Aurora, i miei fratelli non c’erano perché erano in guerra.
Improvvisamente io sento un rumore di aerei. A tavola mia madre aveva già portato il riso in bianco, che già fumava sulla tavola: gli aerei! – dico
io – e mi alzo e vado alla finestra... [...] guardo di fronte, di fronte ci stava la collina che guardava verso Napoli in effetti. E vedo dietro la collina
tutto un luccichio, erano aerei, era una formazione di aerei nemici che arrivava. Gli aerei, gli aerei, gli aerei! Faccio io... Contemporaneamente
nemmeno dico gli aerei gli aerei che vedo un bagliore, un bagliore... erano le prime bombe che lanciavano a contrada Pantano, là dove il fiume
Sabato si versa nel Calore e lì buttarono le prime bombe... Io dico: bombardano. Pecché vedo luci, sentii bububu, si sentirono i boati e allora
lasciammo là e ci precipitammo per le scale... io abitavo al secondo piano, nel palazzo erano quattro piani, tutt e famiglie numerose pecché
all’epoca poi Mussolini dava un premio alle famiglie numerose e quindi mio padre... Eravamo sei figli e a scuola, essendo sei figli, io risparmiavo
mezze tasse, famiglia numerosa... Dunque... oh... e quindi scendemmo, mi ricordo che tra il secondo e il terzo piano, la signora Cucuccia abitava
porta a porta con noi, era la dirim